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      <title>De pictura [Redazione volgare]</title>
      <author>Leon Battista Alberti</author>
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    <extent>101 Kb in UTF-8</extent>
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      <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
      <pubPlace>Roma</pubPlace>
      <date>2003</date>
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      <title>Collezione BibIt</title>
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        <title>Opere volgari</title>
        <title type="part">Trattati d'arte ; Ludi rerum mathematicarum ; Grammatica della lingua toscana ; Opuscoli amatori ; Lettere</title>
        <author>Alberti, Leon Battista</author>
        <editor id="ed">Grayson, Cecil</editor>
        <publisher>Laterza</publisher>
        <pubPlace>Bari</pubPlace>
        <date>1973</date>
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                      responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
                      digitale</p>
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                        sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
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<front>
<div1 type="prologo">
<head>Prologo</head>
<salute>A Filippo Brunelleschi</salute>
<p>Io solea maravigliarmi insieme e dolermi che tante ottime e divine arti e
scienze, quali per loro opere e per le istorie veggiamo copiose erano in que'
vertuosissimi passati antiqui, ora così siano mancate e quasi in tutto perdute:
pittori, scultori, architetti, musici, ieometri, retorici, auguri e simili
nobilissimi e maravigliosi intelletti oggi si truovano rarissimi e poco da
lodarli. Onde stimai fusse, quanto da molti questo così essere udiva, che già
la natura, maestra delle cose, fatta antica e stracca, più non producea come né
giuganti così né ingegni, quali in que' suoi quasi giovinili e più gloriosi
tempi produsse, amplissimi e maravigliosi. Ma poi che io dal lungo essilio in
quale siamo noi Alberti invecchiati, qui fui in questa nostra sopra l'altre
ornatissima patria ridutto, compresi in molti ma prima in te, Filippo, e in
quel nostro amicissimo Donato scultore e in quegli altri Nencio e Luca e
Masaccio, essere a ogni lodata cosa ingegno da non posporli a qual si sia stato
antiquo e famoso in queste arti. Pertanto m'avidi in nostra industria e
diligenza non meno che in benificio della natura e de' tempi stare il potere
acquistarsi ogni laude di qual si sia virtù. Confessoti sì a quegli antiqui,
avendo quale aveano copia da chi imparare e imitarli, meno era difficile salire
in cognizione di quelle supreme arti quali oggi a noi sono faticosissime; ma
quinci tanto più el nostro nome più debba essere maggiore, se noi sanza
precettori, senza essemplo alcuno, troviamo arti e scienze non udite e mai
vedute. Chi mai sì duro o sì invido non lodasse Pippo architetto vedendo qui
struttura sì grande, erta sopra e' cieli, ampla da coprire con sua ombra tutti
e' popoli toscani, fatta sanza alcuno aiuto di travamenti o di copia di
legname, quale artificio certo, se io ben iudico, come a questi tempi era
incredibile potersi, così forse appresso gli antichi fu non saputo né
conosciuto? Ma delle tue lodi e della virtù del nostro Donato, insieme e degli
altri quali a me sono per loro costumi gratissimi, altro luogo sarà da
recitarne. Tu tanto persevera in trovare, quanto fai di dì in dì, cose per
quali il tuo ingegno maraviglioso s'acquista perpetua fama e nome, e se in
tempo t'accade ozio, mi piacerà rivegga questa mia operetta
<title>de pictura</title> quale a tuo nome feci in lingua toscana. Vederai tre
libri: el primo, tutto matematico, dalle radici entro dalla natura fa sorgere
questa leggiadra e nobilissima arte. El secondo libro pone l'arte in mano allo
artefice, distinguendo sue parti e tutto dimostrando. El terzo instituisce
l'artefice quale e come possa e debba acquistare perfetta arte e notizia di
tutta la pittura. Piacciati adunque leggermi con diligenza, e se cosa vi ti par
da emendarla, correggimi. Niuno scrittore mai fu sì dotto al quale non fussero
utilissimi gli amici eruditi; e io in prima da te desidero essere emendato per
non essere morso da' detrattori.</p>
</div1>
</front>
<body>
<div1 type="parte">
<head>Libro I</head>
<p>Scrivendo <title>de pictura</title> in questi brevissimi comentari, acciò che 'l nostro
dire sia ben chiaro, piglieremo dai matematici quelle cose in prima quale alla
nostra matera apartengano; e conosciutole, quanto l'ingegno ci porgerà,
esporremo la pittura dai primi principi della natura. Ma in ogni nostro
favellare molto priego si consideri me non come matematico ma come pittore
scrivere di queste cose. Quelli col solo ingegno, separata ogni matera,
mesurano le forme delle cose. Noi, perché vogliamo le cose essere poste da
vedere, per questo useremo quanto dicono più grassa Minerva, e bene stimeremo
assai se in qualunque modo in questa certo difficile e da niuno altro che io
sappi descritta matera, chi noi leggerà intenderà. Adunque priego i nostri
detti sieno come da solo pittore interpretati.</p>
<p>Dico in principio dobbiamo sapere il punto essere segno quale non si possa
dividere in parte. Segno qui appello qualunque cosa stia alla superficie per
modo che l'occhio possa vederla. Delle cose quali non possiamo vedere, neuno
nega nulla apartenersene al pittore. Solo studia il pittore fingere quello si
vede. E i punti, se in ordine costati l'uno all'altro s'agiungono, crescono una
linea. E apresso di noi sarà linea segno la cui longitudine si può dividere, ma
di larghezza tanto sarà sottile che non si potrà fendere. Delle linee alcuna si
chiama dritta, alcuna flessa. La linea ritta sarà da uno punto ad un altro
dritto tratto in lungo segno. La flessa linea sarà da uno punto ad un altro non
dritto, ma come uno arco fatto segno. Più linee, quasi come nella tela più fili
accostati, fanno superficie. Ed è superficie certa parte estrema del corpo,
quale si conosce non per la sua alcuna profondità, ma solo per sua longitudine
e latitudine e per sue ancora qualità. Delle qualità alcune così stanno
perpetue alla superficie che, se non alteri la superficie, nulla indi possano
muoversi. Altre sono qualità tali, che rimanendo il medesimo essere della
superficie, pur così giaciono a vederle che paiono a chi le guarda mutate. Le
qualità perpetue sono due. L'una si conosce per quello ultimo orlo quale chiuda
la superficie, e sarà questo orlo chiuso d'una o di più linee. Sarà una la
circulare; saranno più come una flessa e una retta, o insieme più dritte linee.
Sarà circulare quella quale inchiude uno circolo. Sarà circolo forma di
superficie quale una intera linea quasi come una ghirlanda l'avvolge; e se qui
in mezzo sarà uno punto, qualunque linea da questo punto sino alla ghirlanda
sarà d'una mensura all'altre equale, e questo punto in mezzo si chiama
centrico. Quella linea dritta, la quale coprirà il punto e taglierà in due
luoghi il circolo, si dice appresso de' matematici diamitro. Noi giovi
chiamarla centrica. E qui sia da' matematici persuaso quanto essi dicono, che
niuna linea segna alla ghirlanda del circolo angoli equali se non quella una
quale dritta cuopra il centro.</p>
<p>Ma torniamo alla superficie. Qui vedi che mutato l'andare dell'orlo la
superficie muta e faccia e nome, e quello si dicea triangolo ora si dirà
quadrangolo o di più canti. Dicesi mutato l'orlo se le linee o vero gli angoli
saranno più o meno, più lunghi, più corti, più acuti o più ottusi. Questo luogo
ammonisce si dica degli angoli. Dico angolo essere certa estremità di
superficie, fatto da due linee quali l'una l'altra seghi. Sono tre generi
d'angoli: retto, ottuso, acuto. L'angolo retto sarà uno de' quattro fatti da
due rette linee ove l'una sega l'altra in modo che di loro ciascuno sia equale
all'altro. Di qui si dice che tutti gli angoli retti sono a sé equali. L'angolo
ottuso è quello che sia maggiore che il retto, e quello che sia minore che il
retto si chiama acuto.</p>
<p>Ancora ritorniamo alle superficie. Sia persuaso, quanto all'orlo sue linee e
angoli non si mutano, tanto sarà medesima superficie. Abbiamo adunque mostro
una qualità che mai si parte datorno dalla superficie. Abbiamo a dire
dell'altra qualità quale sta quasi come buccia sopra tutto il dosso della
superficie. Questa si divide in tre. Sono alcune superficie piane, alcune
cavate in dentro, alcune gonfiate fuori e sperice; e a questa agiugni la quarta
quale sia composta da due di queste. La superficie piana sarà quella quale,
sopra trattoli uno regolo diritto, ad ogni parte se l'acosterà; a questa molto
sta simile la superficie dell'acqua. Sperica superficia s'assomiglia al dosso
della spera. Dicono la spera essere uno corpo ritondo, volubile in ogni parte,
in cui mezzo siede uno punto, dal quale punto qual si sia parte estrema di quel
corpo all'altre simile sia distante. La superficie cavata sarà dentro, sotto
l'ultimo estremo della superficie, sperica, quasi come drento il guscio
dell'uovo. La superficie composta sarà quella che per uno verso sia piana, per
un altro verso sia cavata o sperica, qual sono drento i cannoni e di fuori le
colonne.</p>
<p>Adunque l'orlo e dorso danno suoi nomi alle superficie. Ma le qualità per le
quali, non alterata la superficie né mutatoli suo nome, pure possono parere
alterate, sono due, quali pigliano variazione per mutazione del luogo o de'
lumi. Diciamo prima del luogo, poi de' lumi, e investighiamo in che modo per
questo le qualità alla superficie paiano mutate. Questo s'apartiene alla forza
del vedere, imperò che mutato il sito le cose parranno o maggiori o d'altro
orlo o d'altro colore, quali tutte cose misuriamo col vedere. Cerchiamo a
queste sue ragioni cominciando dalla sentenza de' filosafi, i quali affermano
misurarsi le superficie con alcuni razzi quasi ministri al vedere, chiamati per
questo visivi, quali portino la forma delle cose vedute al senso. E noi qui
imaginiamo i razzi quasi essere fili sottilissimi da uno capo quasi come una
mappa molto strettissimi legati dentro all'occhio ove siede il senso che vede,
e quivi quasi come tronco di tutti i razzi quel nodo estenda drittissimi e
sottilissimi suoi virgulti per insino alla opposita superficie. Ma fra questi
razzi si truova differenza necessaria a conoscere. Sono loro differenze quanto
alla forza o quanto all'officio. Alcuni di questi razzi giugnendo all'orlo
delle superficie misurano sue tutte quantità. Adunque perché così cozzano
l'ultime ed estreme parti della superficie, nominiàlli estremi o vuoi
estrinsici. Altri razzi da tutto il dorso della superficie escono sino
all'occhio, e questi hanno suoi offici, però che da que' colori e que' lumi
accesi dai quali la superficie splende, empiono la pirramide della quale più
giù diremo al suo luogo: e questi così si chiamino razzi mediani. Ecci fra i
razzi visivi uno detto centrico. Questo, quando giugne alla superficie, fa di
qua e di qua torno a sé angoli retti ed equali. Dicesi centrico a similitudine
di quella sopradetta centrica linea. Adunque abbiamo trovato tre differenze di
razzi: estremi, mediani e centrici.</p>
<p>Ora investighiamo quanto ciascuno razzo s'adoperi al vedere. Prima diremo
degli estremi, poi de' mezzani, e ivi apresso del centrico. Coi razzi estremi
si misurano le quantità. Quantità si chiama ogni spazio <emph>super</emph> la
superficie qual sia da uno punto dell'orlo all'altro. E misura l'occhio queste
quantità con i razzi visivi quasi come con un paio di seste. E sono in ogni
superficie tante quantità quanti sono spazi tra punto e punto, però che
l'altezza dal basso in su, la larghezza da man destra a sinistra, la grossezza
tra presso e lunge e qualunque altra dimensione <emph>vel</emph> misurazione si
faccia guatando, a quella s'adopera questi razzi estremi. Onde si suole dire
che al vedere si fa triangolo, la basa del quale sia la veduta quantità e i
lati sono questi razzi, i quali dai punti della quantità si estendono sino
all'occhio. Ed è certissimo niuna quantità potersi sanza triangolo vedere. Gli
angoli in questo triangolo visivo sono prima i due punti della quantità; il
terzo, quale sia opposto alla base, sta drento all'occhio. Sono qui regole:
quanto all'occhio l'angolo sarà acuto, tanto la veduta quantità parrà minore.
Di qui si conosce qual cagione facci una quantità molto distante quasi parere
non maggiore che uno punto. E benché così sia, pure si truova alcuna quantità e
superficia di quale, quanto più li sia presso, meno ne vedi, e da lunge ne
vegga molto più parte. Vedesi di questo pruova nel corpo sperico. Adunque le
quantità per la distanza paiono maggiori e minori. E chi ben gusta quello che
detto è, credo intenda come mutato l'intervallo i razzi estrinsici divenghino
mediani, e così i mediani estrinsici; e intenderà, dove i mediani razzi sieno
fatti estrinsici, subito quella quantità parere minore, e contrario, quando i
razzi estremi saranno dentro all'orlo adiritti, quanto più distanti dall'orlo,
tanto parrà la veduta quantità maggiore.</p>
<p>Qui soglio io appresso ad i miei amici dare simile regola: quanto a vedere
più razzi occupi, tanto ti pare quel che si vede maggiore, e quanto meno razzi,
tanto minore. E questi razzi estrinsici così circuendo la superficie che l'uno
tocchi l'altro, chiuggono tutta la superficie quasi come vetrici ad una gabbia,
e fanno quanto si dice quella pirramide visiva. Adunque mi pare da dire che
cosa sia pirramide, e a che modo sia da questi razzi construtta. Noi la
discriveremo a nostro modo. La pirramide sarà figura d'uno corpo dalla cui base
tutte le linee diritte tirate su terminano ad uno solo punto. La basa di questa
pirramide sarà una superficie che si vede. I lati della pirramide sono quelli
razzi i quali io chiamai estrinsici. La cuspide, cioè la punta della pirramide,
sta drento all'occhio quivi dov'è l'angulo delle quantità. Sino a qui dicemmo
dei razzi estrinsici dai quali sia conceputa la pirramide, e parmi provato
quanto differenzi una più che un'altra distanza tra l'occhio e quello che si
vegga. Seguita a dire dei razzi mediani quali sono quella moltitudine nella
pirramide dentro ai razzi estrinsici; e questi fanno quanto si dice il
cameleone, animale che piglia d'ogni a sé prossima cosa colore, imperò che da
dove toccano le superficie perfino all'occhio, così pigliano colori e lume qual
sia alla superficie, che dovunque li rompesse, per tutto li troveresti per uno
modo luminati e colorati. E di questo si pruova che per molta distanza
indebiliscono. Credo ne sia ragione che, carichi di lume e di colore,
trapassano l'aere quale, umido di certa grassezza, stracca i carichi razzi.
Onde traemmo regola: quanto maggiore sarà la distanza, tanto la veduta
superficie parrà più fusca.</p>
<p>Restaci a dire del razzo centrico. Sarà centrico razzo quello uno solo,
quale si cozza la quantità che di qua e di qua ciascuno angolo sia all'altro
equale. Questo uno razzo, fra tutti gli altri gagliardissimo e vivacissimo, fa
che niuna quantità mai pare maggiore che quando la ferisce. Potrebbesi di
questo razzo dire più cose, ma basti che questo uno, stivato dagli altri razzi,
ultimo abandona la cosa veduta; onde <emph>merito</emph> si può dire prencipe
de' razzi. Parmi avere dimostrato assai che, mutato la distanza e mutato il
porre del razzo centrico, subito la superficie parrà alterata. Adunque la
distanza e la posizione del centrico razzo molto vale alla certezza del vedere.
Ecci ancora una terza qual facci parere la superficie variata. Questo viene dal
ricevere il lume. Vedesi nelle superficie speriche e concave, sendo ad uno
lume, hanno questa parte oscura e quella chiara; e bene che sia quella medesima
distanza e posizione di centrica linea, ponendo il lume altrove vedrai quelle
parti, quali prima erano chiare, ora essere oscure, e quelle chiare quali erano
oscure; e dove attorno fussino più lumi, secondo loro numero e forza vedresti
più macole di chiarore e di oscuro.</p>
<p>Questo luogo m'amonisce a dire de' colori insieme e de' lumi. Parmi
manifesto che i colori pigliano variazione dai lumi, poi che ogni colore posto
in ombra pare non quello che è nel chiarore. Fa l'ombra il colore fusco, e il
lume fa chiaro ove percuote. Dicono i filosafi nulla potersi vedere quale non
sia luminato e colorato. Adunque tengono gran parentado i colori coi lumi a
farsi vedere, e quanto sia grande vedilo, che mancando il lume mancano i
colori, e ritornando il lume tornano i colori. Adunque parmi da dire prima de'
colori, poi investigheremo come sotto il lume si varino. Parliamo come pittore.
Dico per la permistione de' colori nascere infiniti altri colori, ma veri
colori solo essere, quanto gli elementi, quattro, dai quali più e più altre
spezie di colori nascono. Fia colore di fuoco il rosso, dell'aere celestrino,
dell'acqua il verde, e la terra bigia e cenericcia. Gli altri colori, come
diaspri e porfidi, sono permistione di questi. Adunque quattro sono generi di
colori, e fanno spezie sue secondo se gli agiunga oscuro o chiarore, nero o
bianco, e sono quasi innumerabili. Veggiamo le fronde verzose di grado in grado
perdere la verdura per insino che divengono scialbe; simile in aere circa
all'orizzonte non raro essere vapore bianchiccio, e a poco a poco seguirsi
perdendo. E nelle rose veggiamo ad alcune molta porpora, alcune simigliarsi
alle gote delle fanciulle, alcune allo avorio. E così la terra secondo il
bianco e 'l nero fa suo spezie di colore.</p>
<p>Adunque la permistione del bianco non muta e' generi de' colori, ma ben fa
spezie. Così il nero colore tiene simile forza con sua permistione fare quasi
infinite spezie di colori. Vedesi dall'ombra i colori alterati: crescendo
l'ombra s'empiono i colori, e crescendo il lume diventano i colori più aperti e
chiari. Per questo assai si può persuadere al pittore che 'l bianco e 'l nero
non sono veri colori, ma sono alterazione degli altri colori, però che il
pittore truova cosa niuna con la quale egli ripresenti l'ultimo lustro de'
lumi, altro che il bianco, e così solo il nero a dimostrare le tenebre.
Aggiugni che mai troverai bianco o nero, il quale non sia sotto qualcuno di
quelli quattro colori.</p>
<p>Seguita de' lumi. Dico de' lumi alcuno essere dalle stelle, come dal sole,
dalla luna e da quell'altra bella stella Venere. Altri lumi sono dai fuochi. Ma
tra questi si vede molta differenza. Il lume delle stelle fa l'ombra pari al
corpo, ma il fuoco le fa maggiori. Rimane ombra dove i razzi de' lumi sono
interrotti. I razzi interrotti o ritornano onde vennono, o s'adirizzano
altrove. Vedilo' adiritti altrove quando, aggiunti alla superficie dell'acqua,
feriscono i travi della casa. Circa a queste reflessioni si potre' dire più
cose, quali apartengono a quelli miracoli della pittura, quali più miei
compagni videro da me fatti altra volta in Roma. Ma basti qui che questi razzi
flessi seco portano quel colore quale essi truovano alla superficie. Vedilo che
chi passeggia su pe' prati al sole pare nel viso verzoso.</p>
<p>Dicemmo sino a qui delle superficie; dicemmo de' razzi; dicemmo in che modo
vedendo si facci pirramide; provammo quanto facci la distanza e posizione del
razzo centrico, insieme e ricevere de' lumi. Ora, poi che ad uno solo guardare
non solo una superficie si vede ma più, investigheremo in che modo molte
insieme giunte si veggano. Vedesti che ciascuna superficie in sé tiene sua
pirramide, colori e lumi. Ma poi che i corpi sono coperti dalle superficie,
tutte le vedute insieme superficie d'uno corpo faranno una pirramide di tante
minori pirramide gravida quanto in quello guardare si vedranno superficie. Ma
dirà qui alcuno: «Che giova al pittore cotanto investigare?» Estimi ogni
pittore ivi sé essere ottimo maestro, ove bene intende le proporzioni e
agiugnimenti delle superficie; qual cosa pochissimi conoscono, e domandando in
su quella quale e' tingono superficie che cosa essi cercano di fare, diranti
ogni altra cosa più a proposito di quello di che tu domandi. Adunque priego gli
studiosi pittori non si vergognino d'udirci. Mai fu sozzo imparare da chi si
sia cosa quale giovi sapere. E sappiano che &lt;quando&gt; con sue linee
circuiscono la superficie, e quando empiono di colori e' luoghi descritti,
niun'altra cosa cercarsi se non che in questa superficia si representino le
forme delle cose vedute, non altrimenti che se essa fusse di vetro tralucente
tale che la pirramide visiva indi trapassasse, posto una certa distanza, con
certi lumi e certa posizione di centro in aere e ne' suoi luoghi altrove. Qual
cosa così essere, dimostra ciascuno pittore quando sé stessi da quello dipigne
sé pone a lunge, dutto dalla natura, quasi come ivi cerchi la punta e angolo
della pirramide, onde intende le cose dipinte meglio remirarsi. Ma ove questa
sola veggiamo essere una sola superficie, o di muro o di tavola, nella quale il
pittore studia figurare più superficie comprese nella pirramide visiva,
converralli in qualche luogo segare a traverso questa pirramide, a ciò che
simili orli e colori con sue linee il pittore possa dipignendo espriemere. Qual
cosa se così è quanto dissi, adunque chi mira una pittura vede certa
intersegazione d'una pirramide. Sarà adunque pittura non altro che
intersegazione della pirramide visiva, sicondo data distanza, posto il centro e
constituiti i lumi, in una certa superficie con linee e colori
<emph>artificiose</emph> representata.</p>
<p>Ora poi che dicemmo la pittura essere intercisione della pirramide,
convienci investigare qualunque cosa a noi faccia questa intersegazione
conosciuta. Convienci avere nuovo principio a ragionare delle superficie, dalle
quali dicemmo che la pirramide usciva. Dico delle superficie alcuna essere in
terra riversa e giacere, come i pavimenti e i solari degli edifici e ciascuna
superficia quale equalmente da questa sia distante. Altre stanno apoggiate in
lato, come i pareti e l'altre superficie collineari ad i pareti. Le superficie
equalmente fra sé distanti saranno, quando la distanza fra l'una e l'altra in
ciascuna sua parte sarà equale. Collineari superficie saranno quelle, quali una
diritta linea in ogni parte equalmente toccherà, come sono le faccie de'
pilastri quadri posti ad ordine in uno portico. E sono queste cose da essere
aggiunte a quelle quali di sopra dicemmo alle superficie. E a quelle cose quali
dicemmo de' razzi intrinsici, estrinsici e centrici, e a quelle dicemmo della
pirammide, aggiugni la sentenza de' matematici, onde si pruova che, se una
dritta linea taglia due lati d'uno triangolo, e sia questa linea, qualora fa
triangolo, equidistante alla linea del primo e maggiore triangolo, certo sarà
questo minore triangolo a quel maggiore proporzionale. Tanto dicono i
matematici.</p>
<p>Ma noi, per fare più chiaro il nostro dire, parleremo in questo più largo.
Conviensi intendere qui che cosa sia proporzionale. Diconsi proporzionali
quelli triangoli quali con suo lati e angoli abbiano fra sé una ragione che, se
uno lato di questo triangolo sarà in lunghezza due volte più che la base e
l'altro tre, ogni triangolo simile, o sia maggiore o sia minore, avendo una
medesima convenienza alla sua base, sarà a quello proporzionale: imperò che
quale ragione sta da parte a parte nel minore triangolo, quella ancora sta
medesima nel maggiore. Adunque tutti i triangoli così fatti saranno fra sé
proporzionali. E per meglio intendere questo, useremo una similitudine. Vedi
uno picciolo uomo certo proporzionale ad uno grande imperò che medesima
proporzione, dal palmo al passo e dal piè all'altre sue parti del corpo, fu in
Evandro qual fu in Ercole, quale Aulo Gelio conietturava essere stato grande
sopra agli altri uomini. Né simile fu nel corpo di Ercole proporzione altra che
nei membri d'Anteo gigante, ove all'uno e all'altro si congiugneva con pari
ragioni e ordini dalla mano al cubito e dal cubito al capo, e così poi ogni suo
membro. Simile truovi ne' triangoli misura, per la quale il minore al maggiore
sia, eccetto che nella grandezza, equale. E se qui bene sono inteso, istatuirò
coi matematici quanto a noi s'apertenga, che ogni intercesione di qual sia
triangolo, pure che sia equidistante dalla base, fa nuovo triangolo
proporzionale a quello maggiore. E quelle cose quali fra sé sieno
proporzionali, in queste ciascune parti corrispondono; ma dove siene diverse e
poco corrispondano le parti, questi sono certo non proporzionali.</p>
<p>E sono parte del triangolo visivo, quanto ti dissi, i razzi, i quali certo
saranno nelle quantità proporzionali, quanto al numero, pari, e in le non
proporzionali, non pari; imperò che una di queste non proporzionali quantità
occuperà razzi o più o meno. Vedesti adunque come uno minore triangolo sia
proporzionale ad uno maggiore, e imparasti dai triangoli farsi la pirramide
visiva. Pertanto traduchiamo il nostro ragionare a questa pirramide. Ma sia
persuaso che niuna quantità equidistante dalla intercesione potere nella
pittura fare alcuna alterazione: imperò che esse sono in ogni equedistante
intersegazione pari alle sue proporzionali. Quali cose sendo così, ne seguita
che, non alterate le quantità onde se ne fa l'orlo, sarà del medesimo orlo in
pittura niuna alterazione. E così resta manifesto che ogni intersegazione della
pirramide visiva, qual sia alla veduta superficie equedistante, sarà a quella
guardata superficie proporzionale.</p>
<p>Dicemmo delle superficie proporzionali alla intercesione, cioè equedistante
dalla dipinta superficie. Ma poi che molte superficie si truovano non
equedistanti, conviensi di queste avere diligente investigazione, acciò che
tutta la ragione della intersegazione sia manifesta. Sarebbe cosa lunga,
difficile e oscura in queste intersegazione di triangoli e di pirramide seguire
ogni cosa con la regola de' matematici. Seguiremo dicendo pure come
pittore.</p>
<p>Recitiamo delle quantità non equedistanti brevissime, quali conosciute,
facile conosceremo le superficie non equedistante. Delle quantità non
equedistante alcune sono ad i razzi visivi collineari, altre sono ad alcuni
razzi visivi equedistanti. Le quantità ad i razzi visivi collineari, perché non
fanno triangolo né occupano numero di razzi, adunque niuno luogo hanno alla
intersegazione. Ma le quantità ad i razzi visivi equedistanti, quanto l'angolo
quale è maggiore nel triangolo alla base sarà più ottuso, tanto quella quantità
meno occuperà dei razzi e per questo alla intersegazione meno spazio. Dicemmo a
torno coprirsi la superficie dalle quantità; ma ove non raro avviene che in una
superficie sarà qualche quantità equedistante dalla intersegazione, quella così
fatta quantità certo nella pittura farà niuna alterazione. Quelle vero quantità
non equedistante, quanto aranno l'angolo alla base maggiore, tanto più faranno
alterazione.</p>
<p>E conviensi a queste dette cose agiugnere quella oppinione de' filosafi, e'
quali affermano, se il cielo, le stelle, il mare e i monti, e tutti gli animali
e tutti i corpi divenissono, così volendo Iddio, la metà minori, sarebbe che a
noi nulla parrebbe da parte alcuna diminuta. Imperò che grande, picciolo,
lungo, brieve, alto, basso, largo, stretto, chiaro, oscuro, luminoso,
tenebroso, e ogni simile cosa, quale perché può essere e non essere agiunta
alle cose, però quelle sogliono i filosafi appellarle accidenti, sono sì fatte
che ogni loro cognizione si fa per comperazione. Disse Virgilio Enea vedersi
sopra gli uomini tutte le spalle, quale posto presso a Polifemo parrebbe uno
piccinacolo. Niso e Eurialo furono bellissimi, quali comparati a Ganimede ratto
dagli iddii, forse parrebbono sozzi. Appresso degl'Ispani molte fanciulle
paiono biancose, che appresso a' Germani sarebbono fusche e brune. L'avorio e
l'argento sono bianchi, quali posti presso al cigno o alla neve parrebbono
palidi. Per questa ragione nella pittura paiono cose splendidissime ove sia
quivi buona proporzione di bianco a nero, simile a quella sia nelle cose dal
luminoso all'ombroso. Così queste cose tutte si conoscono per comperazione. In
sé tiene questa forza la comperazione, che subito dimostra in le cose qual sia
più, qual meno o equale. Onde si dice grande quello che sia maggiore che questo
picciolo, e grandissimo quello che sia maggiore che questo grande; lucido qual
sia più chiaro che questo oscuro, lucidissimo quale sia più chiaro che questo
chiaro. E fassi comperazione in prima alle cose molto notissime. E dove a noi
sia l'uomo fra tutte le cose notissimo, forse Protagora, dicendo che l'uomo era
modo e misura di tutte le cose, intendea che tutti gli accidenti delle cose,
comparati fra gli accidenti dell'uomo si conoscessero. Questo che io dico
appartiene a dare ad intendere che, quanto bene i piccioli corpi sieno dipinti
nella pittura, questi parranno grandi e piccioli a comparazione di quale ivi
sia dipinto uomo. E parmi che Timantes pittore fra gli altri antiqui gustasse
questa forza di comparazione, il quale in una picciola tavoletta dipingendo uno
Ciclope gigante adormentato, fece ivi alcuni satiri iddii quali a lui
misuravano il dito grosso, tale che comparando colui che giacea a questi satiri
parea grandissimo.</p>
<p>Persino a qui dicemmo tutto quanto apartenga alla forza del vedere, e quanto
s'apartenga alla intersegazione. Ma poi che non solo giova sapere che cosa sia
intersegazione, ma conviene al pittore sapere intersegare, di ciò diremo. Qui
solo, lassato l'altre cose, dirò quello fo io quando dipingo.
<emph>Principio</emph>, dove io debbo dipingere scrivo uno quadrangolo di retti
angoli quanto grande io voglio, el quale reputo essere una finestra aperta per
donde io miri quello che quivi sarà dipinto; e quivi ditermino quanto mi
piaccino nella mia pittura uomini grandi; e divido la lunghezza di questo uomo
in tre parti, quali a me ciascuna sia proporzionale a quella misura si chiama
braccio, però che commisurando uno comune uomo si vede essere quasi braccia
tre; e con queste braccia segno la linea di sotto qual giace nel quadrangolo in
tante parti quanto ne riceva; ed èmmi questa linea medesima proporzionale a
quella ultima quantità quale prima mi si traversò inanzi. Poi dentro a questo
quadrangolo, dove a me paia, fermo uno punto il quale occupi quello luogo dove
il razzo centrico ferisce, e per questo il chiamo punto centrico. Sarà bene
posto questo punto alto dalla linea che sotto giace nel quadrangolo non più che
sia l'altezza dell'uomo quale ivi io abbia a dipignere, però che così e chi
vede e le dipinte cose vedute paiono medesimo in suo uno piano. Adunque posto
il punto centrico, come dissi, segno diritte linee da esso a ciascuna divisione
posta nella linea del quadrangolo che giace, quali segnate linee a me
dimostrino in che modo, quasi persino in infinito, ciascuna traversa quantità
segua alterandosi. Qui sarebbono alcuni i quali segnerebbono una linea a
traverso equedistante dalla linea che giace nel quadrangolo, e quella distanza,
quale ora fusse tra queste due linee, dividerebbono in tre parti; e presone le
due, a tanta distanza sopracignerebbono un'altra linea, e così a questa
agiugnerebbono un'altra e poi un'altra, sempre così misurando che quello spazio
diviso in tre, qual fusse tra la prima e la seconda, sempre una parte avanzi lo
spazio che sia fra la seconda e la terza; e così seguendo farebbe che sempre
sarebbono li spazi superbipartienti, come dicono i matematici, ad i suoi
seguenti. Questi forse così farebbono, quali bene che seguissero a loro ditto
buona via da dipignere, pure dico errerebbono; però che ponendo la prima linea
a caso, benché l'altre seguano a ragione, non però sanno ove sia certo luogo
alla cuspide della pirramide visiva, onde loro succedono errori alla pittura
non piccioli. Aggiugni a questo quanto la loro ragione sia viziosa, ove il
punto centrico sia più alto o più basso che la lunghezza del dipinto uomo. E
sappi che cosa niuna dipinta mai parrà pari alle vere, dove non sia certa
distanza a vederle. Ma di questo diremone sue ragioni, se mai scriveremo di
quelle dimostrazioni quali, fatte da noi, gli amici, veggendole e
maravigliandosi, chiamavano miracoli. Ivi ciò che sino a qui dissi molto
s'apartiene. Adunque torniamo al nostro proposito.</p>
<p>Trovai adunque io questo modo ottimo così in tutte le cose seguendo quanto
dissi, ponendo il punto centrico, traendo indi linee alle divisioni della
giacente linea del quadrangolo. Ma nelle quantità trasverse, come l'una seguiti
l'altra così conosco. Prendo uno picciolo spazio nel quale scrivo una diritta
linea, e questa divido in simile parte in quale divisi la linea che giace nel
quadrangolo. Poi pongo di sopra uno punto alto da questa linea quanto nel
quadrangolo posi el punto centrico alto dalla linea che giace nel quadrangolo,
e da questo punto tiro linee a ciascuna divisione segnata in quella prima
linea. Poi constituisco quanto io voglia distanza dall'occhio alla pittura, e
ivi segno, quanto dicono i matematici, una perpendiculare linea tagliando
qualunque truovi linea. Dicesi linea perpendiculare quella linea dritta, quale
tagliando un'altra linea diritta fa appresso di sé di qua e di qua angoli
retti. Questa così perpendiculare linea dove dall'altra sarà tagliata, così mi
darà la successione di tutte le trasverse quantità. E a questo modo mi truovo
descritto tutti e' paraleli, cioè le braccia quadrate del pavimento nella
dipintura, quali quanto sieno dirittamente descritti a me ne sarà indizio se
una medesima ritta linea continoverà diamitro di più quadrangoli descritti alla
pittura. Dicono i matematici diamitro d'uno quadrangolo quella retta linea da
uno angolo ad un altro angolo, quale divida in due parti il quadrangolo per
modo che d'uno quadrangolo solo sia due triangoli. Fatto questo, io descrivo
nel quadrangolo della pittura attraverso una dritta linea dalle inferiori
equedistante, quale dall'uno lato all'altro passando <emph>super</emph> 'l
centrico punto divida il quadrangolo. Questa linea a me tiene uno termine quale
niuna veduta quantità, non più alta che l'occhio che vede, può sopragiudicare.
E questa, perché passa per 'l punto centrico, dicasi linea centrica. Di qui
interviene che gli uornini dipinti posti nell'ultimo braccio quadro della
dipintura sono minori che gli altri. Qual cosa così essere, la natura medesima
a noi dimostra. Veggiamo ne' tempi i capi degli uomini quasi tutti ad una
quantità, ma i piedi de' più lontani quasi corrispondere ad i ginocchi de' più
presso.</p>
<p>Ma questa ragione di dividere il pavimento s'apartiene a quella parte quale
al suo luogo chiameremo composizione. E sono tali che io dubito sì per la
novità della matera, sì <emph>etiam</emph> per questa brevità del nostro
comentare, sarà non molto forse intesa da chi leggerà. E quanto sia difficile
veggasi nell'opere degli antiqui scultori e pittori. Forse perché era oscura,
loro fu ascosa e incognita. Appena vedrai alcuna storia antiqua attamente
composta.</p>
<p>Da me sino a qui sono dette cose utili ma brieve e, come estimo, non in
tutto oscure. Ma bene intendo quali sieno che, dove in esse io posso acquistare
laude niuna di eloquenza, ivi ancora chi non le comprende al primo aspetto,
costui appena mai con quanta sia fatica le apprenderà. Ma ad i sottili ingegni
e atti alla pittura queste nostre cose in qualunque modo dette saranno facili e
bellissime; e a chi altri sia rozzo e da natura poco dato a queste arti
nobilissime, saranno queste cose, benché da eloquentissimi scritte, ingrate. Da
noi forse perché sono sanza eloquenza scritte, si leggeranno con fastidio. Ma
priego mi perdonino, se dove io in prima volli essere inteso, ebbi riguardo a
fare il nostro dire chiaro molto più che ornato. Quello che seguirà, credo,
sarà meno tedioso a chi leggerà.</p>
<p>Dicemmo de' triangoli, della pirramide, della intercesione quanto parea da
dire; quale cose, mia usanza, soglio appresso de' miei amici prolisso con certe
dimostrazioni ieometrice esplicare, quali in questi comentari per brevità mi
parve da lassare. Qui solo raccontai i primi dirozzamenti dell'arte, e per
questo così li chiamo dirozzamenti, quali ad i pittori non eruditi dieno i
primi fondamenti a ben dipignere. Ma sono sì fatti che chi bene li conoscerà,
costui come allo ingegno, così a conoscere la difinizione della pittura
intenderà quanto li giovi. Né sia chi dubiti quanto mai sarà buono alcuno
pittore colui, il quale non molto intenda qualunque cosa si sforzi di fare.
Indarno si tira l'arco ove non hai da dirizzare la saetta. E voglio sia
persuaso apresso di noi che solo colui sarà ottimo artefice, el quale arà
imparato conoscere gli orli delle superficie e ogni sua qualità. Così contrario
mai sarà buon artefice chi non sarà diligentissimo a conoscere quanto abbiamo
sino a qui detto.</p>
<p>Furono adunque cose necessarie queste intersegazioni e superficie. Seguita
ad istituire il pittore in che modo possa seguire colla mano quanto arà
coll'ingegno compreso.</p>
</div1>
<div1 type="parte">
<head>Libro II</head>
<p>Ma perché forse questo imparare ad i giovani può parere cosa faticosa, parmi
qui da dimostrare quanto la pittura sia non indegna da consumarvi ogni nostra
opera e studio. Tiene in sé la pittura forza divina non solo quanto si dice
dell'amicizia, quale fa gli uomini assenti essere presenti, ma più i morti dopo
molti secoli essere quasi vivi, tale che con molta ammirazione dell'artefice e
con molta voluttà si riconoscono. Dice Plutarco, Cassandro uno de' capitani di
Allessandro, perché vide l'immagine d'Allessandro re tremò con tutto il corpo;
Agesilao Lacedemonio mai permise alcuno il dipignesse o isculpisse: non li
piacea la propia sua forma, che fuggiva essere conosciuto da chi dopo lui
venisse. E così certo il viso di chi già sia morto, per la pittura vive lunga
vita. E che la pittura tenga espressi gli iddii quali siano adorati dalle
genti, questo certo fu sempre grandissimo dono ai mortali, però che la pittura
molto così giova a quella pietà per quale siamo congiunti agli iddii, insieme e
a tenere gli animi nostri pieni di religione. Dicono che Fidia fece in Elide
uno iddio Giove, la bellezza del quale non poco confermò la ora presa
religione. E quanto alle delizie dell'animo onestissime e alla bellezza delle
cose s'agiugna dalla pittura, puossi d'altronde e in prima di qui vedere, che a
me darai cosa niuna tanto preziosa, quale non sia per la pittura molto più cara
e molto più graziosa fatta. L'avorio, le gemme e simili care cose per mano del
pittore diventano più preziose; e anche l'oro lavorato con arte di pittura si
contrapesa con molto più oro. Anzi ancora il piombo medesimo, metallo in fra
gli altri vilissimo, fattone figura per mano di Fidia o Prassiteles, si stimerà
più prezioso che l'argento. Zeusis pittore cominciava a donare le sue cose,
quali, come dicea, non si poteano comperare; né estimava costui potersi
invenire atto pregio quale satisfacesse a chi fingendo, dipignendo animali, sé
porgesse quasi uno iddio.</p>
<p>Adunque in sé tiene queste lode la pittura, che qual sia pittore maestro
vedrà le sue opere essere adorate, e sentirà sé quasi giudicato un altro iddio.
E chi dubita qui apresso la pittura essere maestra, o certo non picciolo
ornamento a tutte le cose? Prese l'architetto, se io non erro, pure dal pittore
gli architravi, le base, i capitelli, le colonne, frontispici e simili tutte
altre cose; e con regola e arte del pittore tutti i fabri, iscultori, ogni
bottega e ogni arte si regge; né forse troverai arte alcuna non vilissima la
quale non raguardi la pittura, tale che qualunque truovi bellezza nelle cose,
quella puoi dire nata dalla pittura. Però usai di dire tra i miei amici,
secondo la sentenza de' poeti, quel Narcisso convertito in fiore essere della
pittura stato inventore; ché già ove sia la pittura fiore d'ogni arte, ivi
tutta la storia di Narcisso viene a proposito. Che dirai tu essere dipignere
altra cosa che simile abracciare con arte quella ivi superficie del fonte?
Diceva Quintiliano ch'e' pittori antichi soleano circonscrivere l'ombre al
sole, e così indi poi si trovò questa arte cresciuta. Sono chi dicono un certo
Filocle egitto, e non so quale altro Cleante furono di questa arte tra i primi
inventori. Gli Egizi affermano fra loro bene anni se' milia essere la pittura
stata in uso prima che fusse traslata in Grecia. Di Grecia dicono i nostri
traslata la pittura dopo le vittorie di Marcello avute di Sicilia. Ma qui non
molto si richiede sapere quali prima fussero inventori dell'arte o pittori, poi
che non come Plinio recitiamo storie, ma di nuovo fabrichiamo un'arte di
pittura, della quale in questa età, quale io vegga, nulla si truova scritto,
benché dicono Eufranore istmio scrivesse non so che delle misure e de' colori,
e dicono che Antigono e Senocrate misono in lettere non so che pitture, e
dicono che Appelle scrisse a Perseo de pittura. Raconta Laerzio Diogenes che
Demetrio fece commentari della pittura. E così estimo, quando tutte l'altre
buone arti furono dai nostri maggiori acomandate alle lettere, con quelle
insieme dai nostri latini scrittori fu la pittura non negletta, già che i
nostri Toscani antiquissimi furon in Italia maestri in dipignere
peritissimi.</p>
<p>Giudica Trimegisto, vecchissimo scrittore, che insieme con la religione
nacque la pittura e scoltura. Ma chi può qui negare in tutte le cose publiche e
private, profane e religiose la pittura a sé avere prese tutte le parti
onestissime, tale che mi pare cosa niuna tanto sempre essere stata estimata dai
mortali? Racontasi i pregi incredibili di tavole dipinte. Aristide tebano vendè
una sola pittura talenti cento; e dicono che Rodi non fu arsa da Demetrio re,
ove temea che una tavola di Protogenes non perisse. Possiamo adunque qui
affermare che la città di Rodi fu ricomperata dai nemici con una sola
dipintura. Simile molte cose raccolse Plinio, per le quali tu conoscerai i
buoni pittori sempre stati apresso di tutti in molto onore, tanto che molti
nobilissimi cittadini, filosafi, ancora e non pochi re, non solo di cose
dipinte, ma e di sua mano dipignerle assai si dilettavano. Lucio Manilio
cittadino romano e Fabio uomo nobilissimo furono dipintori. Turpilio cavaliere
romano dipinse a Verona. Sitedio, uomo stato pretore e proconsolo, acquistò
dipignendo nome. Pacuvio poeta tragico, nipote ad Ennio poeta, dipinse Ercole
in foro romano. Socrate, Platone, Metrodoro, Pirro furono in pittura
conosciuti. Nerone, Valentiniano e Alessandro Severo imperadori furono
studiosissimi in pittura. Ma sarebbe qui lungo racontare a quanti principi e re
sia piaciuto la pittura. E ancora non mi pare da racontare tutta la turba degli
antiqui pittori, quale quanto fusse grande vedilo quinci che a Demetrio
Falerio, figliuolo di Fanostrato, furono fra quattrocento dì trecentosessanta
statue, parte a cavallo, parte sui carri, compiute. E in questa terra in quale
sia stato tanto numero di scultori, credi che manco fussero pittori? Sono certo
queste arti cognate e da uno medesimo ingegno nutrite, la pittura insieme con
la scoltura. Ma io sempre preposi l'ingegno del pittore, perché s'aopera in
cosa più difficile. Pure torniamo al fatto nostro.</p>
<p>Fu certo grande numero di scultori in que' tempi e di pittori, quando i
prencipi e i plebei e i dotti e gl'indotti si dilettavano di pittura, e quando
fra le prime prede delle province si estendeano ne' teatri tavole dipinte e
immagini. E processe in tanto che Paolo Emilio e non pochi altri cittadini
romani fra le buone arti a bene e beato vivere ad i figliuoli insegnavano la
pittura; quale ottimo costume molto apresso de' Greci s'osservava. Voleano che
i figliuoli bene allevati insieme con geometria e musica imparassono dipignere.
Anzi fu ancora alle femine onore sapere dipignere. Marzia, figliuola di
Varrone, si loda appresso degli scrittori che seppe dipignere. E fu in tanta
lode e onore apresso de' Greci la pittura, che fecero editto e legge non essere
ad i servi licito imparare pittura. Fecero certo bene, però che l'arte del
dipignere sempre fu ad i liberali ingegni e agli animi nobili dignissima. E
quant'io, certo così estimo ottimo indizio d'uno perfettissimo ingegno essere
in chi molto si diletti di pittura; benché intervenga che questa una arte così
sta grata ai dotti quanto agl'indotti, qual cosa poco accade in quale altra si
sia arte, che quello qual diletti ai periti muova chi sia imperito. Né ispesso
troverrai chi non molto desideri sé essere in pittura ben dotto. Anzi la natura
medesima pare si diletti di dipignere, quale veggiamo quanto nelle fessure de'
marmi spesso dipinga ipocentauri e più facce di re barbate e crinite. Anzi più
dicono che in una gemma di Pirro si trovò dipinto dalla natura tutte e nove le
Muse distinte con suo segno. Agiugni a questo che niuna si truova arte in quale
ogni età di periti e d'imperiti così volentieri s'affatichi ad impararla e a
essercitarla. Sia licito confessare di me stesso. Io se mai per mio piacere mi
do a dipignere, - qual cosa fo non raro quando dall'altre mie maggiori faccende
io truovo ozio -, ivi con tanta voluttà sto fermo al lavoro, che spesso mi
maraviglio così avere passate tre o quattro ore.</p>
<p>Così adunque dà voluttà questa arte a chi bene la esserciti, e lode,
ricchezze e perpetua fama a chi ne sia maestro. Quale cose così sendo quanto
dicemmo, se la pittura sia ottimo e antiquissimo ornamento delle cose, digna ad
i liberi uomini, grata ai dotti e agl'indotti, molto conforto i giovani
studiosi diano quanto sia licito opera alla pittura. E poi amonisco chi sia
studioso di dipignere imparino questa arte. Sia a chi in prima cerca gloriarsi
di pittura questa una cura grande ad acquistare fama e nome, quale vedete gli
antiqui avere agiunta. E gioveravvi ricordarvi che l'avarizia fu sempre inimica
della virtù. Raro potrà acquistare nome animo alcuno che sia dato al guadagno.
Vidi io molti quasi nel primo fiore d'imparare, subito caduti al guadagno, indi
acquistare né ricchezze né lode, quali certo se avessero acresciuto suo ingegno
con studio, facile sarebbono saliti in molta lode e ivi arebbono acquistato
ricchezze e piacere assai. Ma di queste assai sino a qui sia detto. Torniamo a
nostro proposito.</p>
<p>Dividesi la pittura in tre parti, qual divisione abbiamo presta dalla
natura. E dove la pittura studia ripresentare cose vedute, notiamo in che modo
le cose si veggano. <emph>Principio</emph>, vedendo qual cosa, diciamo questo
esser cosa quale occupa uno luogo. Qui il pittore, descrivendo questo spazio,
dirà questo suo guidare uno orlo con linea essere circonscrizione. Apresso
rimirandolo conosciamo come più superficie del veduto corpo insieme convengano;
e qui l'artefice, segnandole in suoi luoghi, dirà fare composizione. Ultimo,
più distinto discerniamo colori e qualità delle superficie, quali
ripresentandoli, ché ogni differenza nasce da' lumi, proprio possiamo chiamarlo
recezione di lumi.</p>
<p>Adunque la pittura si compie di circonscrizione, composizione, e ricevere di
lumi. Seguita adunque dirne brevissimo. Prima diremo della circunscrizione.
Sarà circunscrizione quella che descriva l'attorniare dell'orlo nella pittura.
In questa dicono Parrasio, quel pittore el quale appresso Senofonte favella con
Socrate, essere stato molto perito e molto avere queste linee essaminate. Io
così dico in questa circonscrizione molto doversi osservare ch'ella sia di
linee sottilissime fatta, quasi tali che fuggano essere vedute, in quali solea
sé Appelles pittore essercitare e contendere con Protogene; però che la
circonscrizione è non altro che disegnamento dell'orlo, quale ove sia fatto con
linea troppo apparente, non dimostrerà ivi essere margine di superficie ma
fessura, e io desiderrei nulla proseguirsi circonscrivendo che solo l'andare
dell'orlo; in qual cosa così affermo debbano molto essercitarsi. Niuna
composizione e niuno ricevere di lumi si può lodare ove non sia buona
circonscrizione aggiunta; e non raro pur si vede solo una buona
circonscrizione, cioè uno buono disegno per sé essere gratissimo. Qui adunque
si dia principale opera, a quale, se bene vorremo tenerla, nulla si può
trovare, quanto io estimo, più acommodata cosa altra che quel velo, quale io
tra i miei amici soglio appellare intersegazione. Quello sta così. Egli è uno
velo sottilissimo, tessuto raro, tinto di quale a te piace colore, distinto con
fili più grossi in quanti a te piace paraleli, qual velo pongo tra l'occhio e
la cosa veduta, tale che la pirramide visiva penetra per la rarità del velo.
Porgeti questo velo certo non picciola commodità: primo, che sempre ti
ripresenta medesima non mossa superficie, dove tu, posti certi termini, subito
ritruovi la vera cuspide della pirramide, qual cosa certo senza intercisione
sarebbe difficile; e sai quanto sia impossibile bene contraffare cosa quale non
continovo servi una medesima presenza. Di qui pertanto sono più facili a
ritrarre le cose dipinte che le scolpite. E conosci quanto, mutato la distanza
e mutato la posizione del centro, paia quello che tu vedi molto alterato.
Adunque il velo ti darà, quanto dissi, non poca utilità ove sempre a vederla
sarà una medesima cosa. L'altra sarà utilità che tu potrai facile constituire i
termini degli orli e delle superficie. Ove in questo paralelo vedrai il fronte,
in quello e il naso, in un altro le guance, in quel di sotto il mento, e così
ogni cosa distinto ne' suoi luoghi, così tu nella tavola o in parete vedi
divisa in simili paraleli, ogni cosa a punto porrai. Ultimo a te darà il velo
molto aiuto ad imparare dipignere, quando vedrai nel velo cose ritonde e
rilevate, per le quali cose assai potrai e con giudicio e con esperienza
provare quanto a te sia il nostro velo utilissimo.</p>
<p>Né io qui udirò quelli che dicano poco convenirsi al pittore usarsi a queste
cose, quali bene che portino molto aiuto a bene dipignere, pure sono sì fatte
che poi senza quelle potrai nulla. Non credo io dal pittore si richiegga
infinita fatica, ma bene s'aspetti pittura quale molto paia rilevata e
simigliata a chi ella si ritrae; qual cosa non intendo io sanza aiuto del velo
alcuno mai possa. Adunque usino questa intercisione, cioè velo, qual dissi. E
dove a loro piaccia provare l'ingegno suo senza velo, pure in prima notino i
termini delle cose drento da' paraleli del velo, o vero così seguitino
rimirandole che sempre immaginino una linea a traverso ivi da un'altra
perpendiculare essere segata, ove sia statuito quel termine. Ma perché non raro
ad i pittori inesperti sono gli orli delle superficie non conosciuti, dubbi e
incerti, come ne' visi degli uomini, ove non discernono che mezzo sia tra 'l
fronte e le tempie, pertanto conviensi loro insegnare in che modo possano
conoscere. Questo bene ci dimostra la natura. Veggiamo nelle piane superficie
che ciascuna ci si dimostra con sue linee, lumi e ombre; così ancora le
sperich' e concave superficie veggiamo quasi divise in molte superficie quasi
quadrate con diverse macchie di lumi e d'ombre. Pertanto ciascuna parte, con
sua chiarità divisa da quella che sia oscura, si vuole avere per più
superficie. Ma se una medesima superficie cominciando ombrosa a poco a poco
venendo in chiaro continua, allora quello che fra loro sia il mezzo si noti con
una sottilissima linea, acciò che ivi sia la ragione del colorire men
dubbia.</p>
<p>Resta da dire della circonscrizione cosa quale non poco apartiene alla
composizione. Per questo si conviene sapere che sia in pittura composizione.
Dico composizione essere quella ragione di dipignere, per la quale le parti si
compongono nella opera dipinta. Grandissima opera del pittore sarà l'istoria:
parte della istoria sono i corpi: parte de' corpi sono i membri: parte de'
membri sono le superficie. E dove la circonscrizione non altro sia che certa
ragione di segnare l'orlo delle superficie, poi che delle superficie alcuna si
truova picciola come quella degli animali, alcuna si truova grande come quella
degli edifici e de' colossi, delle picciole superficie bastino i precetti sino
a qui detti, quali dimostrano quanto s'apprendano col velo. Alle superficie
maggiori ci convien trovare nuove ragioni. Ma dobbiamo ricordarci di quanto di
sopra ne' dirozzamenti dicemmo delle superficie, de' razzi, della pirramide e
della intersegazione, ancora e de' paraleli del pavimento, e del centrico punto
e linea. Nel pavimento scritto con sue linee e paraleli sono da edificare muri
e simili superficie quali appellammo giacenti. Qui adunque dirò brevissimo
quello che io faccio. <emph>Principio</emph>, comincio dai fondamenti. Pongo la
larghezza e la lunghezza de' muri ne' suoi paraleli, in quale descrizione seguo
la natura, in qual veggo che di niuno quadrato corpo, quale abbia retti angoli,
ad uno tratto posso vedere d'intorno più che due facce congiunte. Così io
questo osservo descrivendo i fondamenti dei pareti; e sempre in prima comincio
dalle più prossimane superficie, massime da quelle quali equalmente sieno
distanti dalla intersegazione. Queste adunque metto inanzi l'altre, descrivendo
loro latitudine e longitudine in quelli paraleli del pavimento, in modo che
quante io voglia occupare braccia, tanto prendo paraleli. E a ritrovare il
mezzo di ciascuno paralelo truovo dove l'uno e l'altro diamitro si sega
insieme, e così quanto voglio i fondamenti descrivo. Poi l'altezza seguo con
ordine non difficilissimo. Conosco l'altezza del parete in sé tenere questa
proporzione, che quanto sia dal luogo onde essa nasce sul pavimento per sino
alla centrica linea, con quella medesima in su crescere. Onde se vorrai questa
quantità dal pavimento persino alla centrica linea essere l'altezza d'uno uomo,
saranno adunque queste braccia tre. Tu adunque volendo il parete tuo essere
braccia dodici, tre volte tanto andrai su in alto quanto sia dalla centrica
linea persino a quel luogo del pavimento. Con queste ragioni così possiamo
disegnare tutte le superficie quali abbiano angolo.</p>
<p>Restaci a dire in che modo si disegnino le circulari. Tragonsi le circulari
delle angulari; e questo fo io così. Fo in sullo spazzo uno quadrangolo con
angoli retti, e divido i lati di questo quadrangolo in parte simili a quelle
parti in quale divisi la linea iacente nel primo quadrangolo della pittura; e
qui da ciascuno punto al suo oposito punto tiro linee, e così rimane lo spazzo
diviso in molti piccioli quadrangoli. Quivi io scrivo uno cerchio quanto il
voglio grande, così che le linee de' piccioli quadrati e la linea del circolo
insieme l'una con l'altra si tagli, e noto tutti i punti di questi tagliamenti,
quali luoghi segno ne' paraleli del pavimento nella mia pittura. Ma perché
sarebbe fatica estrema e quasi infinita con nuovi minori paraleli dividere il
cerchio in molti luoghi, e così con molto numero di punti seguire continovando
il circolo, per questo, quando io arò notato otto o più tagliamenti, segno con
ingegno il mio circulo nella pittura guidando la linea da termine a termine.
Forse sarebbe più brieve via corlo all'ombra? Certo sì, dove il corpo quale
facesse ombra fusse in mezzo posto con sua ragione in suo luogo. Dicemmo
adunque in che modo coll'aiuto de' paraleli le superficie grandi acantonate e
tonde si disegnino. Finita adunque la circunscrizione, cioè il modo del
disegnare, restaci a dire della composizione. Convienci repetere che sia
composizione.</p>
<p>Composizione è quella ragione di dipignere con la quale le parti delle cose
vedute si pongono insieme in pittura. Grandissima opera del pittore non uno
collosso, ma istoria. Maggiore loda d'ingegno rende l'istoria che qual sia
collosso. Parte della istoria sono i corpi, parte de' corpi i membri, parte de'
membri la superficie. Le prime adunque parti del dipignere sono le superficie.
Nasce della composizione delle superficie quella grazia ne' corpi quale dicono
bellezza. Vedesi uno viso, il quale abbia sue superficie chi grandi e chi
piccole, quivi ben rilevate e qui ben drento riposto, simile al viso delle
vecchierelle, questo essere in aspetto bruttissimo. Ma quelli visi s'aranno le
superficie giunte in modo che piglino ombre e lumi ameni e suavi, né abbino
asperitate alcuna di rilevati canti, certo diremo questi essere formosi e
dilicati visi. Adunque in questa composizione di superficie molto si cerca la
grazia e bellezza delle cose quale, a chi voglia seguirla, pare a me niuna più
atta e più certa via che di torla dalla natura, ponendo mente in che modo la
natura, maravigliosa artefice delle cose, bene abbia in be' corpi composte le
superficie. A quale imitarla, si conviene molto avervi continovo pensieri e
cura, insieme e molto dilettarsi del nostro, qual di sopra dicemmo, velo. E
quando vogliamo mettere in opera quanto aremo compreso dalla natura, prima
sempre aremo notato i termini dove tiriamo ad uno certo luogo nostre linee.</p>
<p>Sino a qui detto della composizione delle superficie. Seguita de' membri.
Conviensi in prima dare opera che tutti i membri bene convengano. Converranno
quando e di grandezza e d'offizio e di spezie e di colore e d'altre simili cose
corrisponderanno ad una bellezza: ché se fusse in una dipintura il capo
grandissimo e il petto piccolo, la mano ampia e il piè enfiato, il corpo
gonfiato, questa composizione certo sarebbe brutta a vederla. Adunque conviensi
tenere certa ragione circa alla grandezza de' membri, in quale commensurazione
gioverà prima allogare ciascuno osso dell'animale, poi apresso agiungere i suoi
muscoli, di poi tutto vestirlo di sue carne. Ma qui sarà chi mi contraponga
quanto di sopra dissi, che al pittore nulla s'apartiene delle cose quali non
vede. Ben ramentano costoro, ma come a vestire l'uomo prima si disegna ignudo,
poi il circondiamo di panni, così dipignendo il nudo, prima pogniamo sue ossa e
muscoli, quali poi così copriamo con sue carni che non sia difficile intendere
ove sotto sia ciascuno moscolo. E poi che la natura ci ha porto in mezzo le
misure, ove si truova non poca utilità a riconoscerle dalla natura, ivi adunque
piglino gli studiosi pittori questa fatica, per tanto tenere a mente quello che
piglino dalla natura, quanto a riconoscerle aranno posto suo studio e opera.
Una cosa ramento, che a bene misurare uno animante si pigli uno quale che suo
membro col quale gli altri si misurino. Vitruvio architetto misurava la
lunghezza dell'omo coi piedi. A me pare cosa più degna l'altre membra si
riferiscano al capo, benché ho posto mente quasi comune in tutti gli uomini che
il piede tanto è lungo quanto dal mento al cocuzzolo del capo.</p>
<p>Così adunque, preso uno membro, si accommodi ogni altro membro in modo che
niuno di loro sia non conveniente agli altri in lunghezza e in larghezza. Poi
si provegga che ciascuno membro segua, a quello che ivi si fa, al suo officio.
Sta bene a chi corre non meno gittare le mani che i piedi; ma voglio un
filosafo, mentre che favella, dimostri molto più modestia che arte di
schermire. Lodasi una storia in Roma nella quale Meleagro morto, portato,
aggrava quelli che portano il peso, e in sé pare in ogni suo membro ben morto:
ogni cosa pende, mani, dito e capo; ogni cosa cade languido; ciò che ve si dà
ad espriemere uno corpo morto, qual cosa certo è difficilissima, però che in
uno corpo chi saprà fingere ciascuno membro ozioso, sarà ottimo artefice. Così
adunque in ogni pittura si osservi che ciascuno membro faccia il suo officio,
che niuno per minimo articolo che sia, resti ozioso. E sieno le membra de'
morti sino all'unghie morte. Dei vivi sia ogni minima parte viva. Dicesi vivere
il corpo quando a sua posta abbia certo movimento: dicesi morte dove i membri
non più possono portare gli offici della vita, cioè movimento e sentimento.
Adunque il pittore, volendo espriemere nelle cose vita, farà ogni sua parte in
moto; ma in ciascuno moto terrà venustà e grazia. Sono gratissimi i movimenti e
ben vivaci quelli e' quali si muovano in alto verso l'aere. Dicemmo ancora alla
composizione de' membri doversi certa spezie: e sarebbe cosa assurda se le mani
di Elena o di Efigenia fussero vecchizze e zotiche, o se in Nestor fusse il
petto tenero e il collo dilicato, o se a Ganimede fusse la fronte crespa o le
coscie d'un facchino, o se a Milone, fra gli altri gagliardissimo, fusseno i
fianchi magrolini e sottiluzzi. E ancora in quella figura, in quale fusse il
viso fresco e lattoso, sarebbe sozzo soggiungervi le braccia e le mani secche
per magrezza. Così chi dipignesse Acamenide, trovato da Enea in su quell'isola
con quella faccia quale Virgilio il descrive, non seguendo gli altri membri a
tanta tisichezza sarebbe pittore da farsene beffe. Pertanto così conviene tutte
le membra condicano ad una spezie. E ancora voglio le membra corrispondano ad
uno colore, però che a chi avesse il viso rosato, candido e venusto, a costui
poco s'affarebbe il petto e l'altre membra brutte e sucide.</p>
<p>Adunque nella composizione de' membri dobbiamo seguire quanto dissi della
grandezza, officio, spezie e colori. Poi apresso ogni cosa seguiti ad una
dignità. Sarebbe cosa non conveniente vestire Venere o Minerva con uno
capperone da saccomanno: simile sarebbe vestire Marte o Giove con una vesta di
femmina. Curavano gli antiqui dipintori, dipignendo Castor e Poluce, fare che
paressero fratelli, ma nell'uno apparesse natura pugnace, nell'altro agilità.
Facevano ancora che a Vulcano sotto la vesta parea il suo vizio di zopicare,
tanto era in loro studio espriemere officio, spezie e dignità a qualunque cosa
dipignessero.</p>
<p>Seguita la composizione de' corpi, nella quale ogni lode e ingegno del
pittore consiste. Alla quale composizione certe cose dette nella composizione
de' membri qui s'apartengono. Conviensi che i corpi insieme si confacciano in
istoria con grandezza e con adoperarsi. Chi dipignesse centauri far briga
apresso la cena, sarebbe cosa innetta in tanto tumulto che alcuno carico di
vino stesse adormentato. E sarebbe vizio se in pari distanza l'uno fusse più
che l'altro maggiore, o se ivi fussero e' cani equali ai cavalli, overo se,
quello che spesse volte veggo, ivi fusse uomo alcuno nello edificio quasi come
in uno scrigno inchiuso, dove apena sedendo vi si assetti. Adunque tutti i
corpi per grandezza e suo officio s'aconfaranno a quello che ivi nella storia
si facci.</p>
<p>Sarà la storia, qual tu possa lodare e maravigliare, tale che con sue
piacevolezze si porgerà sì ornata e grata, che ella terrà con diletto e
movimento d'animo qualunque dotto o indotto la miri. Quello che prima dà
voluttà nella istoria viene dalla copia e varietà delle cose. Come ne' cibi e
nella musica sempre la novità e abondanza tanto piace quanto sia differente
dalle cose antique e consuete, così l'animo si diletta d'ogni copia e varietà.
Per questo in pittura la copia e varietà piace. Dirò io quella istoria essere
copiosissima in quale a' suo luoghi sieno permisti vecchi, giovani, fanciulli,
donne, fanciulle, fanciullini, polli, catellini, uccellini, cavalli, pecore,
edifici, province, e tutte simili cose: e loderò io qualunque copia quale
s'apartenga a quella istoria. E interviene, dove chi guarda soprasta rimirando
tutte le cose, ivi la copia del pittore acquisti molta grazia. Ma vorrei io
questa copia essere ornata di certa varietà, ancora moderata e grave di dignità
e verecundia. Biasimo io quelli pittori quali, dove vogliono parere copiosi
nulla lassando vacuo, ivi non composizione, ma dissoluta confusione
disseminano; pertanto non pare la storia facci qualche cosa degna, ma sia in
tumulto aviluppata. E forse chi molto cercherà dignità in sua storia, a costui
piacerà la solitudine. Suole ad i prencipi la carestia delle parole tenere
maestà, dove fanno intendere suoi precetti. Così in istoria uno certo
competente numero di corpi rende non poca dignità. Dispiacemi la solitudine in
istoria, pure né però laudo copia alcuna quale sia sanza dignità. Ma in ogni
storia la varietà sempre fu ioconda, e in prima sempre fu grata quella pittura
in quale sieno i corpi con suoi posari molto dissimili. Ivi adunque stieno
alcuni ritti e mostrino tutta la faccia, con le mani in alto e con le dita
liete, fermi in su un piè. Agli altri sia il viso contrario e le braccia
remisse, coi piedi agiunti. E così a ciascuno sia suo atto e flessione di
membra: altri segga, altri si posi su un ginocchio, altri giacciano. E se così
ivi sia licito, sievi alcuno ignudo, e alcuni parte nudi e parte vestiti, ma
sempre si serva alla vergogna e alla pudicizia. Le parti brutte a vedere del
corpo, e l'altre simili quali porgono poca grazia, si cuoprano col panno, con
qualche fronde o con la mano. Dipignevano gli antiqui l'immagine d'Antigono
solo da quella parte del viso ove non era mancamento dell'occhio. E dicono che
a Pericle era suo capo lungo e brutto, e per questo dai pittori e dagli
scultori, non come gli altri era col capo nudo, ma col capo armato ritratto. E
dice Plutarco gli antiqui pittori, dipignendo i re, se in loro era qualche
vizio, non volerlo però essere non notato, ma quanto potevano, servando la
similitudine, lo emendavano. Così adunque desidero in ogni storia servarsi
quanto dissi modestia e verecundia, e così sforzarsi che in niuno sia un
medesimo gesto o posamento che nell'altro.</p>
<p>Poi moverà l'istoria l'animo quando gli uomini ivi dipinti molto porgeranno
suo propio movimento d'animo. Interviene da natura, quale nulla più che lei si
truova rapace di cose a sé simile, che piagniamo con chi piange, e ridiamo con
chi ride, e doglianci con chi si duole. Ma questi movimenti d'animo si
conoscono dai movimenti del corpo. E veggiamo quanto uno atristito, perché la
cura estrigne e il pensiero l'assedia, stanno con sue forze e sentimenti quasi
balordi, tenendo sé stessi lenti e pigri in sue membra palide e malsostenute.
Vedrai a chi sia malinconico il fronte premuto, la cervice languida, al tutto
ogni suo membro quasi stracco e negletto cade. Vero, a chi sia irato, perché
l'ira incita l'animo, però gonfia di stizza negli occhi e nel viso, e incendesi
di colore, e ogni suo membro, quanto il furore, tanto ardito si getta. Agli
uomini lieti e gioiosi sono i movimenti liberi e con certe inflessioni grati.
Dicono che Aristide tebano equale ad Appelle molto conoscea questi movimenti,
quali certo e noi conosceremo quando a conoscerli porremo studio e
diligenza.</p>
<p>Così adunque conviene sieno ai pittori notissimi tutti i movimenti del
corpo, quali bene impareranno dalla natura, bene che sia cosa difficile imitare
i molti movimenti dello animo. E chi mai credesse, se non provando, tanto
essere difficile, volendo dipignere uno viso che rida, schifare di non lo fare
piuttosto piangioso che lieto? E ancora chi mai potesse senza grandissimo
studio espriemere visi nei quale la bocca, il mento, gli occhi, le guance, il
fronte, i cigli, tutti ad uno ridere o piangere convengono? Per questo molto
conviensi impararli dalla natura, e sempre seguire cose molto pronte e quali
lassino da pensare a chi le guarda molto più che egli non vede. Ma che noi
racontiamo alcune cose di questi movimenti, quali parte fabbricammo con nostro
ingegno, parte imparammo dalla natura. Parmi in prima tutti e' corpi a quello
si debbano muovere a che sia ordinata la storia. E piacemi sia nella storia chi
ammonisca e insegni a noi quello che ivi si facci, o chiami con la mano a
vedere, o con viso cruccioso e con gli occhi turbati minacci che niuno verso
loro vada, o dimostri qualche pericolo o cosa ivi maravigliosa, o te inviti a
piagnere con loro insieme o a ridere. E così qualunque cosa fra loro o teco
facciano i dipinti, tutto apartenga a ornare o a insegnarti la storia. Lodasi
Timantes di Cipri in quella tavola in quale egli vinse Colocentrio, che nella
imolazione di Efigenia, avendo finto Calcante mesto, Ulisse più mesto, e in
Menelao poi avesse consunto ogni suo arte a molto mostrarlo adolorato, non
avendo in che modo mostrare la tristezza del padre, a lui avolse uno panno al
capo, e così lassò si pensasse qual non si vedea suo acerbissimo merore. Lodasi
la nave dipinta a Roma, in quale el nostro toscano dipintore Giotto pose undici
discepoli tutti commossi da paura vedendo uno de' suoi compagni passeggiare
sopra l'acqua, ché ivi espresse ciascuno con suo viso e gesto porgere suo certo
indizio d'animo turbato, tale che in ciascuno erano suoi diversi movimenti e
stati. Ma piacemi brevissimo passare tutto questo luogo de' movimenti.</p>
<p>Sono alcuni movimenti d'animo detti affezione, come ira, dolore, gaudio e
timore, desiderio e simili. Altri sono movimenti de' corpi. Muovonsi i corpi in
più modi, crescendo, discrescendo, infermandosi, guarendo e mutandosi da luogo
a luogo. Ma noi dipintori, i quali vogliamo coi movimenti delle membra mostrare
i movimenti dell'animo, solo riferiamo di quel movimento si fa mutando el
luogo. Qualunque cosa si muove da luogo può fare sette vie: in su, uno; in giù,
l'altro; in destra, il terzo; in sinistra, il quarto; colà lunge movendosi di
qui, o di là venendo in qua; il settimo, andando attorno. Questi adunque tutti
movimenti desidero io essere in pittura. Sianvi corpi alcuni quali si porgano
verso noi, alcuni si porgano in qua verso e in là, e d'uno medesimo alcune
parti si dimostrino a chi guarda, alcune si retriano, alcune stieno alte, e
alcune basse. Ma perché talora in questi movimenti si truova chi passa ogni
ragione, mi piace qui de' posari e de' movimenti raccontare alcune cose quali
ho raccolte dalla natura, onde bene intenderemo con che moderazione si debbano
usare. Posi mente come l'uomo in ogni suo posare sottostatuisca tutto il corpo
a sostenere il capo, membro fra gli altri gravissimo, e posandosi in uno piè
sempre ferma il piè perpendiculare sotto il capo quasi come base d'una colonna,
e quasi sempre di chi stia diritto il viso si porge dove si dirizzi il piè. I
movimenti del capo veggo quasi sempre essere tale che sotto a sé hanno qualche
parte del corpo a sostenerlo, tanto è grande peso quello del capo; overo certo
in contraria parte quasi come stile d'una bilancia distende uno membro quale
corrisponda al peso del capo. E veggiamo che chi sul braccio disteso sostiene
uno peso fermando il piè quasi come ago di bilancia, tutta l'altra parte del
corpo si contraponga a contrapesare il peso. Parmi ancora che, alzando il capo,
niuno più porga la faccia in alto se non quanto vegga in mezzo il cielo, né in
lato alcuno più si volge il viso se non quanto il mento tocchi la spalla; in
quella parte del corpo ove ti cigni, quasi mai tanto ti torci che la punta
della spalla sia perpendiculare sopra il bellico. I movimenti delle gambe e
delle braccia sono molto liberi, ma non vorrei io coprissero alcuna degna e
onesta parte del corpo. E veggo dalla natura quasi mai le mani levarsi sopra il
capo, né le gomita sopra la spalla, né sopra il ginocchio il piede, né tra uno
piè ad un altro essere più spazio che d'uno solo piede. E posi mente
distendendo in alto una mano, che persino al piede tutta quella parte del corpo
la sussegua tale che il calcagno medesimo del piè si leva dal pavimento.</p>
<p>Simile molte cose uno diligente artefice da sé a sé noterà; e forse quali
dissi cose tanto sono in pronto che paiono superflue recitare. Ma perché veggio
non pochi in quelle errare, parsemi da non tacerle. Truovasi chi esprimendo
movimenti troppo arditi, e in una medesima figura facendo che ad un tratto si
vede il petto e le reni, cosa impossibile e non condicente, credono essere
lodati, perché odono quelle immagini molto parer vive quali molto gettino ogni
suo membro, e per questo in loro figure fanno parerle schermidori e istrioni
senza alcuna degnità di pittura, onde non solo sono senza grazia e dolcezza, ma
più ancora mostrano l'ingegno dell'artefice troppo fervente e furioso. E
conviensi alla pittura avere movimenti soavi e grati, convenienti a quello ivi
si facci. Siano alle vergini movimenti e posari ariosi, pieni di semplicità, in
quali piuttosto sia dolcezza di quiete che gagliardia, bene che ad Omero, quale
seguitò Zeosis, piacque la forma fatticcia persino in le femine. Siano i
movimenti ai garzonetti leggieri, iocondi, con una certa demostrazione di
grande animo e buone forze. Sia nell'uomo movimenti con più fermezza ornati con
belli posari e artificiosi. Sia ad i vecchi loro movimenti e posari stracchi:
non solo in su due piè, ma ancora si sostenghino sulle mani. E così a ciascuno
con dignità siano i suoi movimenti del corpo ad espriemere qual vuoi movimento
d'animo; e delle grandissime perturbazione dell'animo, simile sieno grandissimi
movimenti delle membra. E questa ragione dei movimenti comune si osservi in
tutti gli animanti. Già non si aconfà ad uno bue aratore darli que' movimenti
quali daresti a Bucefalas, gagliardissimo cavallo d'Alessandro. Forse facendo
Io, quale fu conversa in vacca, correre colla coda ritta, rintorcigliata, col
collo erto, coi piè levati, sarebbe atta pittura.</p>
<p>Basti così avere discorso il movimento degli animanti. Ora, poi che ancora
le cose non animate si muovono in tutti quelli modi quali di sopra dicemmo,
adunque e di queste diremo. Dilettano nei capelli, nei crini, ne' rami, frondi
e veste vedere qualche movimento. Quanto certo a me piace ne' capelli vedere
quale io dissi sette movimenti: volgansi in uno giro quasi volendo anodarsi, e
ondeggino in aria simile alle fiamme; parte quasi come serpe si tessano fra gli
altri, parte crescendo in qua e parte in là; così i rami ora in alto si
torcano, ora in giù, ora in fuori, ora in dentro, parte si contorcano come
funi. Medesimo ancora le pieghe facciano, e nascano le pieghe come al tronco
dell'albero i suo rami. In questo adunque si seguano tutti i movimenti tale che
parte niuna del panno sia senza vacuo movimento. Ma siano, quanto spesso
ricordo, i movimenti moderati e dolci, più tosto quali porgano grazia a chi
miri che maraviglia di fatica alcuna. Ma dove così vogliamo ad i panni suoi
movimenti, sendo i panni di natura gravi e continuo cadendo a terra, per questo
starà bene in la pittura porvi la faccia del vento zeffiro o austro che soffi
tra le nuvole, onde i panni ventoleggino; e quinci verrà a quella grazia che i
corpi da questa parte percossi dal vento, sotto i panni in buona parte
mostreranno il nudo, dall'altra parte i panni gittati dal vento dolce voleranno
per aria. E in questo ventoleggiare guardi il pittore non ispiegare alcuno
panno contro il vento; e così tutto osservi quanto dicemmo de' movimenti degli
animali e delle cose non animate. Ancora con diligenza séguiti quanto
racontammo della composizione delle superficie, de' membri e de' corpi.</p>
<p>Resta a dire del ricevere de' lumi. Ne' dirozzamenti di sopra assai
dimostrammo quanto i lumi abbiano forza a variare i colori, ché insegnammo come
istando uno medesimo colore, secondo il lume e l'ombra che riceve altera sua
veduta: e dicemmo che 'l bianco e 'l nero al pittore esprimea l'ombra e il
chiarore, tutti gli altri colori essere al pittore come materia a quale
aggiugnesse più o meno ombra o lume. Adunque lassando l'altre cose, qui solo
resta a dire in che modo abbia il pittore usare suo bianco e nero. Dicono che
gli antiqui pittori Polignoto e Timante usavano solo colori quattro, e Aglaofon
si maravigliano si dilettasse dipignere in uno solo semplice colore, quasi come
fusse poco in quanto estimavano grandissimo numero di colori, se quegli ottimi
dipintori avessero eletti quelli pochi, e ad uno copioso artefice credeano
convenirsi tutta la moltitudine de' colori. Certo affermo che alla grazia e
lode della pittura la copia e varietà de' colori molto giova. Ma voglio così
estimino i dotti, che tutta la somma industria e arte sta in sapere usare il
bianco e 'l nero, e in ben sapere usare questi due conviensi porre tutto lo
studio e diligenza. Però che il lume e l'ombra fanno parere le cose rilevate,
così il bianco e 'l nero fa le cose dipinte parere rilevate, e dà quella lode
quale si dava a Nitia pittore ateniese. Dicono che Zeusis, antiquissimo e
famosissimo dipintore, fu quasi prencipe degli altri in conoscere la forza de'
lumi e dell'ombre: agli altri poco fu data simile loda. Ma io quasi mai
estimerò mezzano dipintore quello quale non bene intenda che forza ogni lume e
ombra tenga in ogni superficie. Io, coi dotti e non dotti, loderò quelli visi
quali come scolpiti parranno uscire fuori della tavola, e biasimerò quelli visi
in quali vegga arte niuna altra che solo forse nel disegno. Vorrei io un buono
disegno ad una buona composizione bene essere colorato. Così adunque in prima
studino circa i lumi e circa all'ombre, e pongano mente come quella superficie
più che l'altra sia chiara in quale feriscano i razzi del lume, e come, dove
manca la forza del lume, quel medesimo colore diventa fusco. E notino che
sempre contro al lume dall'altra parte corrisponda l'ombra, tale che in corpo
niuno sarà parte alcuna luminata, a cui non sia altra parte diversa oscura. Ma
quanto ad imitare il chiarore col bianco e l'ombra col nero, ammonisco molto
abbino studio a conoscere distinte superficie, quanto ciascuna sia coperta di
lume o d'ombra. Questo assai da te comprenderai dalla natura; e quando bene le
conoscerai, ivi con molta avarizia, dove bisogni, comincerai a porvi il bianco,
e subito contrario ove bisogni il nero, però che con questo bilanciare il
bianco col nero molto si scorge quanto le cose si rilievino. E così pure con
avarizia a poco a poco seguirai acrescendo più bianco e più nero quanto basti.
E saratti a ciò conoscere buono giudice lo specchio, né so come le cose ben
dipinte molto abbino nello specchio grazia: cosa maravigliosa come ogni vizio
della pittura si manifesti diforme nello specchio. Adunque le cose prese dalla
natura si emendino collo specchio.</p>
<p>Qui vero raccontiamo cose quali imparammo dalla natura. Posi mente che alla
superficie piana in ogni suo luogo sta il colore uniforme; nelle superficie
cave e sperice piglia il colore variazione, però ch'è qui chiaro, ivi oscuro,
in altro luogo mezzo colore. Questa alterazione de' colori inganna gli sciocchi
pittori, quali se, come dicemmo, bene avessono disegnato gli orli delle
superficie, sentirebbono facile il porvi i lumi. Così farebbono: prima quasi
come leggerissima rugiada per infino all'orlo coprirebbono la superficie di
qual bisognasse bianco o nero; di poi sopra a questa un'altra, e poi un'altra;
e così a poco a poco farebbono che dove fusse più lume, ivi più bianco da
torno, mancando il lume, il bianco si perderebbe quasi in fummo. E simile
contrario farebbero del nero. Ma ramentisi mai fare bianca alcuna superficie
tanto che ancora non possa farla vie più bianca. Se bene vestissi di panni
candidissimi, convienti fermare molto più giù che l'ultima bianchezza. Truova
il pittore cosa niuna altro che 'l bianco con quale dimostri l'ultimo lustro
d'una forbitissima spada, e solo il nero a dimostrare l'ultime tenebre della
notte. E vedesi forza in ben comporre bianco presso a nero, che vasi per questo
paiano d'argento, d'oro e di vetro, e paiono dipinti risplendere. Per questo
molto si biasimi ciascuno pittore il quale senza molto modo usi bianco o nero.
Piacerebbemi apresso de' pittori il bianco si vendesse più che le preziosissime
gemme caro. Sarebbe certo utile il bianco e nero si facesse di quelle
grossissime perle quale Cleopatra distruggeva in aceto, ché ne sarebbono quanto
debbono avari e massai, e sarebbero loro opere più al vero dolci e vezzose. Né
si può dire quanto di questi si convenga masserizia al dipintore. E se pure in
distribuirli peccano, meno si riprenda chi adoperi molto nero, che chi non bene
distende il bianco. Di dì in dì fa la natura che ti viene in odio le cose
orride e oscure; e quanto più facendo impari, tanto più la mano si fa dilicata
a vezzosa grazia. Certo da natura amiamo le cose aperte e chiare. Adunque più
si chiuda la via quale più stia facile a peccare.</p>
<p>Detto del bianco e nero, diremo degli altri colori, non come Vitruvio
architetto in che luogo nasca ciascuno ottimo e ben provato colore; ma diremo
in che modo i colori ben triti s'adoperino in pittura. Dicono che Eufranor,
antiquissimo dipintore, scrisse non so che de' colori: non si truova oggi. Noi
vero, i quali, se mai da altri fu scritta, abbiamo cavata quest'arte di
sotterra, o se non mai fu scritta, l'abbiamo tratta di cielo, seguiamo quanto
sino a qui facemmo con nostro ingegno. Vorrei nella pittura si vedessero tutti
i generi e ciascuna sua spezie con molto diletto e grazia a rimirarla. Sarà ivi
grazia quando l'uno colore apresso, molto sarà dall'altro differente; che se
dipignerai Diana guidi il coro, sia a questa ninfa panni verdi, a quella
bianchi, all'altra rosati, all'altra crocei, e così a ciascuna diversi colori,
tale che sempre i chiari sieno presso ad altri diversi colori oscuri. Sarà per
questa comparazione ivi la bellezza de' colori più chiara e più leggiadra. E
truovasi certa amicizia de' colori, che l'uno giunto con l'altro li porge
dignità e grazia. Il colore rosato presso al verde e al cilestro si danno
insieme onore e vista. Il colore bianco non solo appresso il cenericcio e
appresso il croceo, ma quasi presso a tutti posto, porge letizia. I colori
oscuri stanno fra i chiari non sanza alcuna dignità, e così i chiari bene
s'avolgano fra gli oscuri. Così adunque, quanto dissi, il pittore disporrà suo
colori.</p>
<p>Truovasi chi adopera molto in sue storie oro, che stima porga maestà. Non lo
lodo. E benché dipignesse quella Didone di Virgilio, a cui era la faretra
d'oro, i capelli aurei nodati in oro, e la veste purpurea cinta pur d'oro, i
freni al cavallo e ogni cosa d'oro, non però ivi vorrei punto adoperassi oro,
però che nei colori imitando i razzi dell'oro sta più ammirazione e lode
all'artefice. E ancora veggiamo in una piana tavola alcune superficie ove sia
l'oro, quando deono essere oscure risplendere, e quando deono essere chiare
parere nere. Dico bene che gli altri fabrili ornamenti giunti alla pittura,
qual sono colunne scolpite, base, capitelli e frontispici, non li biasimerò se
ben fussero d'oro purissimo e massiccio. Anzi più una ben perfetta storia
merita ornamenti di gemme preziosissime.</p>
<p>Sino a qui dicemmo brevissime di tre parti della pittura. Dicemmo della
circonscrizione delle minori e maggiori superficie. Dicemmo della composizione
delle superficie, membri e corpi. Dicemmo de' colori quanto all'uso del pittore
estimammo s'apartenesse. Adunque così esponemmo tutta la pittura, quale dicemmo
stava in queste tre cose: circonscrizione, composizione e ricevere di lumi.</p>
</div1>
<div1 type="parte">
<head>Libro III</head>
<p>Ma poi che ancora altre utili cose restano a fare uno pittore tale che possa
seguire intera lode, parmi in questi commentari da non lassarlo. Direnne molto
brevissimo.</p>
<p>Dico l'officio del pittore essere così descrivere con linee e tignere con
colori in qual sia datoli tavola o parete simile vedute superficie di qualunque
corpo, che quelle ad una certa distanza e ad una certa posizione di centro
paiano rilevate e molto simili avere i corpi; la fine della pittura, rendere
grazia e benivolenza e lode allo artefice molto più che ricchezze. E seguiranno
questo i pittori ove la loro pittura terrà gli occhi e l'animo di chi la miri;
qual cosa come possa farlo dicemmo di sopra dove trattammo della composizione e
del ricevere de' lumi. Ma piacerammi sia il pittore, per bene potere tenere
tutte queste cose, uomo buono e dotto in buone lettere. E sa ciascuno quanto la
bontà dell'uomo molto più vaglia che ogni industria o arte ad acquistarsi
benivolenza da' cittadini, e niuno dubita la benivolenza di molti molto
all'artefice giovare a lode insieme e al guadagno. E interviene spesso che i
ricchi, mossi più da benivolenza che da maravigliarsi d'altrui arte, prima
danno guadagno a costui modesto e buono, lassando adrieto quell'altro pittore
forse migliore in arte ma non sì buono in costumi. Adunque conviensi
all'artefice molto porgersi costumato, massime da umanità e facilità, e così
arà benivolenza, fermo aiuto contro la povertà, e guadagni, ottimo aiuto a bene
imparare sua arte.</p>
<p>Piacemi il pittore sia dotto, in quanto e' possa, in tutte l'arti liberali;
ma in prima desidero sappi geometria. Piacemi la sentenza di Panfilo, antiquo e
nobilissimo pittore, dal quale i giovani nobili cominciarono ad imparare
dipignere. Stimava niuno pittore potere bene dipignere se non sapea molta
geometria. I nostri dirozzamenti, dai quali si esprieme tutta la perfetta,
assoluta arte di dipignere, saranno intesi facile dal geometra. Ma chi sia
ignorante in geometria, né intenderà quelle né alcuna altra ragione di
dipignere. Pertanto affermo sia necessario al pittore imprendere geometria. E
farassi per loro dilettarsi de' poeti e degli oratori. Questi hanno molti
ornamenti comuni col pittore; e copiosi di notizia di molte cose, molto
gioveranno a bello componere l'istoria, di cui ogni laude consiste in la
invenzione, quale suole avere questa forza, quanto vediamo, che sola senza
pittura per sé la bella invenzione sta grata. Lodasi leggendo quella
discrezione della Calunnia, quale Luciano racconta dipinta da Appelle. Parmi
cosa non aliena dal nostro proposito qui narrarla, per ammonire i pittori in
che cose circa alla invenzione loro convenga essere vigilanti. Era quella
pittura uno uomo con sue orecchie molte grandissime, apresso del quale, una di
qua e una di là, stavano due femmine: l'una si chiamava Ignoranza, l'altra si
chiamava Sospezione. Più in là veniva la Calunnia. Questa era una femmina a
vederla bellissima, ma parea nel viso troppo astuta. Tenea nella sua destra
mano una face incesa; con l'altra mano trainava, preso pe' capelli, uno
garzonetto, il quale stendea suo mani alte al cielo. Ed eravi uno uomo palido,
brutto, tutto lordo, con aspetto iniquo, quale potresti assimigliare a chi ne'
campi dell'armi con lunga fatica fusse magrito e riarso: costui era guida della
Calunnia, e chiamavasi Livore. Ed erano due altre femmine compagne alla
Calunnia, quali a lei aconciavano suoi ornamenti e panni: chiamasi l'una
Insidie e l'altra Fraude. Drieto a queste era la Penitenza, femmina vestita di
veste funerali, quale sé stessa tutta stracciava. Dietro seguiva una
fanciulletta vergognosa e pudica, chiamata Verità. Quale istoria se mentre che
si recita piace, pensa quanto essa avesse grazia e amenità a vederla dipinta di
mano d'Appelle.</p>
<p>Piacerebbe ancora vedere quelle tre sorelle a quali Esiodo pose nome Egle,
Eufronesis e Talia, quali si dipignevano prese fra loro l'una l'altra per mano
ridendo, con la vesta scinta e ben monda; per quali volea s'intendesse la
liberalità, ché una di queste sorelle dà, l'altra riceve, la terza rende il
benificio; quali gradi debbano in ogni perfetta liberalità essere. Adunque si
vede quanta lode porgano simile invenzioni all'artefice. Pertanto consiglio
ciascuno pittore molto si faccia famigliare ad i poeti, retorici e agli altri
simili dotti di lettere, già che costoro doneranno nuove invenzioni, o certo
aiuteranno a bello componere sua storia, per quali certo acquisteranno in sua
pittura molte lode e nome. Fidias, più che gli altri pittori famoso, confessava
avere imparato da Omero poeta dipignere Iove con molta divina maestà. Così noi,
studiosi d'imparare più che di guadagno, dai nostri poeti impareremo più e più
cose utili alla pittura.</p>
<p>Ma non raro avviene che gli studiosi e cupidi d'imparare, non meno si
straccano ove non sanno imparare, che dove l'incresce la fatica. Per questo
diremo in che modo si diventi in questa arte dotto. Niuno dubiti capo e
principio di questa arte, e così ogni suo grado a diventare maestro, doversi
prendere dalla natura. Il perficere l'arte si troverà con diligenza,
assiduitate e studio. Voglio che i giovani, quali ora nuovi si danno a
dipignere, così facciano quanto veggo di chi impara a scrivere. Questi in prima
separato insegnano tutte le forme delle lettere, quali gli antiqui chiamano
elementi; poi insegnano le silabe; poi apresso insegnano componere tutte le
dizioni. Con questa ragione ancora seguitino i nostri a dipignere. In prima
imparino ben disegnare gli orli delle superficie, e qui se essercitino quasi
come ne' primi elementi della pittura; poi imparino giugnere insieme le
superficie; poi imparino ciascuna forma distinta di ciascuno membro, e mandino
a mente qualunque possa essere differenza in ciascuno membro. E sono le
differenze de' membri non poche e molto chiare. Vedrai a chi sarà il naso
rilevato e gobbo; altri aranno le narici scimmie o arovesciate aperte; altri
porgerà i labri pendenti; alcuni altri aranno ornamento di labrolini magruzzi.
E così essamini il pittore qualunque cosa a ciascuno membro essendo più o meno,
il facci differente. E noti ancora quanto veggiamo, che i nostri membri
fanciulleschi sono ritondi, quasi fatti a tornio, e dilicati; nella età più
provetta sono aspri e canteruti. Così tutte queste cose lo studioso pittore
conoscerà dalla natura, e con sé stessi molto assiduo le essaminerà in che modo
ciascuna stia, e continuo starà in questa investigazione e opera desto con suo
occhi e mente. Porrà mente il grembo a chi siede; porrà mente quanto dolce le
gambe a chi segga sieno pendenti; noterà di chi stia dritto tutto il corpo, né
sarà ivi parte alcuna della quale non sappi suo officio e sua misura. E di
tutte le parti li piacerà non solo renderne similitudine, ma più aggiugnervi
bellezza, però che nella pittura la vaghezza non meno è grata che richiesta. A
Demetrio, antiquo pittore, mancò ad acquistare l'ultima lode che fu curioso di
fare cose assimigliate al naturale molto più che vaghe. Per questo gioverà
pigliare da tutti i belli corpi ciascuna lodata parte. E sempre ad imparare
molta vaghezza si contenda con istudio e con industria. Qual cosa bene che sia
difficile, perché nonne in uno corpo solo si truova compiute bellezze, ma sono
disperse e rare in più corpi, pure si debba ad investigarla e impararla porvi
ogni fatica. Interverrà come a chi s'ausi volgere e prendere cose maggiori, che
facile costui potrà le minori: né truovasi cosa alcuna tanto difficile quale lo
studio e assiduità non vinca.</p>
<p>Ma per non perdere studio e fatica si vuole fuggire quella consuetudine
d'alcuni sciocchi, i quali presuntuosi di suo ingegno, senza avere essemplo
alcuno dalla natura quale con occhi o mente seguano, studiano da sé a sé
acquistare lode di dipignere. Questi non imparano dipignere bene, ma assuefanno
sé a' suoi errori. Fugge gl'ingegni non periti quella idea delle bellezze,
quale i bene essercitatissimi appena discernono. Zeusis, prestantissimo e fra
gli altri essercitatissimo pittore, per fare una tavola qual pubblico pose nel
tempio di Lucina appresso de' Crotoniati, non fidandosi pazzamente, quanto oggi
ciascuno pittore, del suo ingegno, ma perché pensava non potere in uno solo
corpo trovare quante bellezze egli ricercava, perché dalla natura non erano ad
uno solo date, pertanto di tutta la gioventù di quella terra elesse cinque
fanciulle le più belle, per torre da queste qualunque bellezza lodata in una
femmina. Savio pittore, se conobbe che ad i pittori, ove loro sia niuno
essemplo della natura quale elli seguitino, ma pure vogliono con suoi ingegni
giugnere le lode della bellezza, ivi facile loro avverrà che non quale cercano
bellezza con tanta fatica troveranno, ma certo piglieranno sue pratiche non
buone, quali poi ben volendo mai potranno lassare. Ma chi da essa natura
s'auserà prendere qualunque facci cosa, costui renderà sua mano sì essercitata
che sempre qualunque cosa farà parrà tratta dal naturale. Qual cosa quanto sia
dal pittore a ricercarla si può intendere, ove poi che in una storia sarà uno
viso di qualche conosciuto e degno uomo, bene che ivi sieno altre figure di
arte molto più che questa perfette e grate, pure quel viso conosciuto a sé
imprima trarrà tutti gli occhi di chi la storia raguardi: tanto si vede in sé
tiene forza ciò che sia ritratto dalla natura. Per questo sempre ciò che
vorremo dipignere piglieremo dalla natura, e sempre torremo le cose più
belle.</p>
<p>Ma guarda non fare come molti, quali imparano disegnare in picciole
tavolelle. Voglio te esserciti disegnando cose grandi, quasi pari al
ripresentare la grandezza di quello che tu disegni, però che nei piccioli
disegni facile s'asconde ogni gran vizio, nei grandi molto i bene minimi vizi
si veggono. Scrive Galieno medico avere ne' suo tempi veduto scolpito in uno
anello Fetonte portato da quattro cavalli, dei quali suo freni, petto e tutti i
piedi distinti si vedeano. Ma i nostri pittori lassino queste lode agli
scultori delle gemme; loro vero si spassino in campi maggiori di lode. Chi
saprà ben dipignere una gran figura molto facile in uno solo colpo potrà
quest'altre cose minute ben formare. Ma chi in questi piccioli vezzi e monili
arà usato suo mano e ingegno, costui facile errerà in cose maggiori.</p>
<p>Alcuni ritranno figure d'altri pittori, e ivi cercano lode quale fu data a
Calamide scultore, quanto referiscono che scolpì due tazze in quali così
retratte cose prima simili fatte da Zenodoro, che niuna differenza vi si
conosceva. Ma certo i nostri pittori saranno in grandi errori se non
intenderanno che chi dipinse si sforzò ripresentarti cosa, quale puoi vedere
nel nostro quale di sopra dicemmo velo, dolce e bene da essa natura dipinto. E
se pure ti piace ritrarre opere d'altrui, perché elle più teco hanno pazienza
che le cose vive, più mi piace a ritrarre una mediocre scultura che una ottima
dipintura, però che dalle cose dipinte nulla più acquisti che solo sapere
asimigliarteli, ma dalle cose scolpite impari asimigliarti, e impari conoscere
e ritrarre i lumi. E molto giova a gustare i lumi socchiudere l'occhio e
strignere il vedere coi peli delle palpebre, acciò che ivi i lumi si veggano
abacinati e quasi come in intersegazione dipinti. E forse più sarà utile
essercitarsi al rilievo che al disegno. E s'io non erro, la scultura più sta
certa che la pittura; e raro sarà chi possa bene dipignere quella cosa della
quale elli non conosca ogni suo rilievo; e più facile si truova il rilievo
scolpendo che dipignendo. Sia questo argomento atto quanto veggiamo che quasi
in ogni età sono stati alcuni mediocri scultori, ma truovi quasi niuno pittore
non in tutto da riderlo e disadatto.</p>
<p>Ma in quale ti esserciti, sempre abbi inanzi qualche elegante e singulare
essempio, quale tu rimirando ritria; e in ritrarlo, giudico bisogni avere una
diligenza congiunta con prestezza, che mai ponga lo stile o suo pennello se
prima non bene con la mente arà constituito quello che egli abbi a fare, e in
che modo abbia a condurlo; ché certo più sarà sicuro emendare gli errori colla
mente che raderli dalla pittura. E ancora quando saremo usati a fare nulla
senza prima avere ordinato, interverracci che molto più che Asclipiodoro saremo
pittori velocissimi, quale uno antiquo pittore dicono fra gli altri fu
dipignendo velocissimo. E l'ingegno mosso e riscaldato per essercitazione molto
si rende pronto ed espedito al lavoro; e quella mano seguita velocissimo, quale
sia da certa ragione d'ingegno ben guidata. E se alcuno si troverà pigro
artefice, costui per questo così sarà pigro, perché lento e temoroso tentera
quelle cose quale non arà prima fatte alla sua mente conosciute e chiare; e
mentre che s'avolgerà fra quelle tenebre d'errori e quasi come il cieco con sua
bacchetta, così lui con suo pennello tasterà questa e quest'altra via. Pertanto
mai se non con ingegno scorgidore, bene erudito, mai porrà mano a suo
lavoro.</p>
<p>Ma poi che la istoria è summa opera del pittore, in quale dee essere ogni
copia ed eleganza di tutte le cose, conviensi curare sappiamo dipignere non
solo uno uomo, ma ancora cavalli, cani e tutti altri animali, e tutte altre
cose degne d'essere vedute. Questo così conviensi per bene fare copiosa la
nostra istoria; cosa qual ti confesso grandissima, e a chi si fusse dagli
antiqui non molto concessa, che uno in ogni cosa, non dico eccellente fusse, ma
mediocre dotto. Pure affermo dobbiamo sforzarci che per nostra negligenza
quelle cose non manchino quale acquistate rendono lode, e neglette lassano
biasimo. Nitias, ateniese pittore, diligente dipinse femmine. Eraclides fu
lodato in dipignere navi. Serapion non potea dipignere uomini; altra qual vuoi
cosa molto dipignea bene. Dionisio nulla potea dipignere altri che uomini.
Allessandro, quello il quale dipinse il portico di Pompeo, sopra gli altri bene
dipignea animali, massime cani. Aurelio che sempre amava, solo dipignendo dee
ritraeva i loro visi quali esso amava. Fidias in dimostrare la maestà degli
iddii più dava opera che in seguire la bellezza degli uomini. Eufranore si
dilettava espriemere la degnità de' signori, e in questo avanzò tutti gli
altri. Così a ciascuno fu non equali facultà; e diede la natura a ciascuno
ingegno sue proprie dote, delle quali non però in tanto dobbiamo essere
contenti che per negligenza lassiamo di tentare quanto ancora più oltre con
nostro studio possiamo. E conviensi cultivare i beni della natura con studio ed
essercizio, e così di dì in dì farle maggiori; e conviensi per nostra
negligenza nulla pretermettere quale a noi possa retribuere lode.</p>
<p>E quando aremo a dipignere storia, prima fra noi molto penseremo qual modo e
quale ordine in quella sia bellissima, e faremo nostri concetti e modelli di
tutta la storia e di ciascuna sua parte prima, e chiameremo tutti gli amici a
consigliarci sopra a ciò. E così ci sforzeremo avere ogni parte in noi prima
ben pensata, tale che nella opera abbi a essere cosa alcuna, quale non
intendiamo ove e come debba essere fatta e collocata. E per meglio di tutto
aver certezza, segneremo i modelli nostri con paraleli, onde nel publico lavoro
torremo dai nostri congetti, quasi come da privati commentari, ogni stanza e
sito delle cose. In lavorare la istoria aremo quella prestezza di fare,
congiunta con diligenza, quale a noi non dia fastidio o tedio lavorando, e
fuggiremo quella cupidità di finire le cose quale ci facci abboracciare il
lavoro. E qualche volta si conviene interlassare la fatica del lavorare
ricreando l'animo. Né giova fare come alcuni, intraprendere più opere
cominciando oggi questa e domani quest'altra, e così lassarle non perfette, ma
qual pigli opera, questa renderla da ogni parte compiuta. Fu uno a cui Appelles
rispose, quando li mostrava una sua dipintura, dicendo: «oggi feci questo»;
disseli: «non me ne maraviglio se bene avessi più altre simili fatte». Vidi io
alcuni pittori, scultori, ancora rettorici e poeti, - se in questa età si
truovano rettorici o poeti, - con ardentissimo studio darsi a qualche opera,
poi freddato quello ardore d'ingegno, lassano l'opera cominciata e rozza e con
nuova cupidità si danno a nuove cose. Io certo vitupero così fatti uomini, però
che qualunque vuole le sue cose essere, a chi dopo viene, grate e acette,
conviene prima bene pensi quello che egli ha a fare, e poi con molta diligenza
il renda bene perfetto. Né in poche cose più si pregia la diligenza che
l'ingegno; ma conviensi fuggire quella decimaggine di coloro, i quali volendo
ad ogni cosa manchi ogni vizio e tutto essere troppo pulito, prima in loro mani
diventa l'opera vecchia e sucida che finita. Biasimavano gli antiqui Protogene
pittore che non sapesse levare la mano d'in sulla tavola. Meritamente questo,
però che, benché si convenga sforzare, quanto in noi sia ingegno, che le cose
con nostra diligenza sieno ben fatte, pure volere in tutte le cose più che a te
non sia possibile, mi pare atto di pertinace e bizzarro, non d'uomo
diligente.</p>
<p>Adunque alle cose si dia diligenza moderata, e abbisi consiglio degli amici,
e dipignendo s'apra a chiunque viene e odasi ciascuno. L'opera del pittore
cerca essere grata a tutta la moltitudine. Adunque non si spregi il giudicio e
sentenza della moltitudine, quando ancora sia licito satisfare a loro
oppenione. Dicono che Appelles, nascoso drieto alla tavola, acciò che ciascuno
potesse più libero biasimarlo e lui più onesto udirlo, udiva quanto ciascuno
biasimava o lodava. Così io voglio i nostri pittori apertamente domandino o
odano ciascuno quello che giudichi, e gioveralli questo ad acquistar grazia.
Niuno si truova il quale non estimi onore porre sua sentenza nella fatica
altrui. E ancora poco mi pare da dubitare che gli invidi e detrattori nuocano
alle lode del pittore. Sempre fu al pittore ogni sua lode palese, e sono alle
sue lode testimoni cose quale bene arà dipinte. Adunque oda ciascuno, e imprima
tutto bene pensi e bene seco gastighi; e quando arà udito ciascuno, creda ai
più periti.</p>
<p>Ebbi da dire queste cose della pittura, quali se sono commode e utili a'
pittori, solo questo domando in premio delle mie fatiche, che nelle sue istorie
dipingano il viso mio, acciò dimostrino sé essere grati e me essere stato
studioso dell'arte. E se meno satisfeci alle loro aspettazioni, non però
vituperino me se ebbi animo traprendere matera sì grande. E se il nostro
ingegno non ha potuto finire quello che fu laude tentare, pure solo il volere
ne' grandi e difficili fatti suole essere lode. Forse dopo me sarà chi emenderà
e' nostri scritti errori, e in questa dignissima e prestantissima arte saranno
più che noi in aiuto e utile ad i pittori, quale io, - se mai alcuno sarà, -
priego e molto ripriego piglino questa fatica con animo lieto e pronto in quale
essercitino suo ingegno e rendano questa arte nobilissima ben governata. Noi
però ci reputeremo a voluttà primi aver presa questa palma d'avere ardito
commendare alle lettere questa arte sottilissima e nobilissima. In quale
impresa difficilissima se poco abbiamo potuto satisfare alla espettazione di
chi ci ha letto, incolpino la natura non meno che noi, quale impose questa
legge alle cose, che niuna si truovi arte quale non abbia avuto suoi inizi da
cose mendose: nulla si truova insieme nato e perfetto. Chi noi seguirà, se
forse sarà alcuno di studio e d'ingegno più prestante che noi, costui, quanto
mi stimo, farà la pittura assoluta e perfetta.</p>
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</TEI.2>
