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    <titleStmt>
      <title>Elegia di Madonna Fiammetta</title>
      <author>Giovanni Boccaccio</author>
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    <extent>373 Kb in UTF-8</extent>
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      <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
      <pubPlace>Roma</pubPlace>
      <date>2003</date>
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              personale o scientifico. Ogni uso commerciale è vietato</p>
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      <title>Collezione BibIt</title>
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        <title>Tutte le opere</title>
        <title type="part">Elegia di Madonna Fiammetta ; Corbaccio ; Consolatoria a Pino De Rossi ; Buccolicum carmen ; Allegoria mitologica</title>
        <author>Boccaccio, Giovanni</author>
        <editor id="ed">Delcorno, Carlo</editor>
        <editor id="ed2">Branca, Vittore</editor>
        <publisher>Mondadori</publisher>
        <pubPlace>Milano</pubPlace>
        <date>1994</date>
        <note>Tutte le opere di Giovanni Boccaccio a cura di Vittore Branca</note>
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                    <p>Tutti i materiali paratestuali della fonte cartacea non riconducibili alla
                      responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
                      digitale</p>
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                      <p>Livello medio: controllo a video con collazione con edizione di
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                      <p>I simboli di citazione e di discorso diretto presenti sulla fonte cartacea
                        sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
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                      <p>I trattini di sillabazione a fine riga sono stati soppressi e le parole
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<front>
<div1 type="prefazione"><head>PROLOGO</head>

<p>Suole a' miseri crescere di dolersi vaghezza, quando di sé discernono o sentono compassione in alcuno. Adunque, acciò che in me, volonterosa più che altra a dolermi, di ciò per lunga usanza non menomi la cagione, ma s'avanzi, mi piace, o nobili donne, ne' cuori delle quali amore più che nel mio forse felicemente dimora, narrando i casi miei, di farvi, s'io posso, pietose. Né m'è cura perché il mio parlare agli uomini non pervenga; anzi, in quanto io posso, del tutto il niego loro, però che sì miseramente in me l'acerbità d'alcuno si discopre, che gli altri simili imaginando, più tosto schernevole riso che pietosa lagrima ne vedrei. Voi sole, le quali io per me medesima conosco pieghevoli e agl'infortunii pie, priego che leggiate: voi, leggendo, non troverrete favole greche ornate di molte bugie né troiane battaglie sozze per molto sangue, ma amorose, stimolate da molti disiri; nelle quali davanti agli occhi vostri appariranno le misere lagrime, gl'impetuosi sospiri, le dolenti voci e i tempestosi pensieri, li quali, con istimolo continuo molestandomi, insieme il cibo, il sonno, i lieti tempi e l'amata bellezza hanno da me tolta via. Le quali cose, se con quel cuore che sogliono essere le donne vedrete, ciascuna per sé e tutte insieme adunate, son certa che i dilicati visi con lagrime bagnerete, le quali a me, che altro non cerco, di dolore perpetuo fieno cagione. Priegovi che d'averle non rifiutiate, pensando che, sì come i miei, così poco sono stabili i vostri casi, li quali se a' miei simili ritornassero, il che cessilo Iddio, care vi sarebbono rendendolevi. E acciò che il tempo più nel parlare che nel piagnere non trascorra, brievemente allo impromesso mi sforzerò di venire, da' miei amori più felici che stabili cominciando, acciò che da quella felicità allo stato presente argomento prendendo, me più ch'altra conosciate infelice; e quindi a' casi infelici, ond'io con ragione piango, con lagrimevole stilo seguirò com'io posso. Ma primieramente, se de' miseri sono i prieghi ascoltati, aflitta sì come io sono, bagnata dalle mie lagrime, priego, se alcuna deità è nel cielo, la cui santa mente per me sia da pietà tocca, che la dolente memoria aiuti, e sostenga la tremante mano alla presente opera; e così le facciano possenti, che quali nella mente io ho sentite e sento l'angoscie, cotali l'una proferi le parole, l'altra, più a tale oficio volonterosa che forte, le scriva.</p></div1>

</front>
<body>
<argument><p><emph>Incomincia il libro chiamato Elegia di madonna Fiammetta da lei alle innamorate donne mandato.</emph></p></argument>

<div1 type="capitolo">
<argument><p><emph>Capitolo primo nel quale la donna discrive chi essa fosse, e per quali segnali li suoi futuri mali le fossero premostrati, e in che tempo e dove e in che modo e di cui ella si innamorasse, col seguìto diletto.</emph></p></argument>

<div2 type="paragrafo"><head>[1]</head>

<p>Nel tempo nel quale la rivestita terra più che tutto l'altro anno si mostra bella, da parenti nobili procreata venni io nel mondo, da benigna fortuna e abondevole ricevuta. Oh maladetto quel giorno, e a me più abominevole che alcuno altro, nel quale io nacqui! Oh quanto più felice sarebbe stato se nata non fossi, o se dal tristo parto alla sepoltura fossi stata portata, né più lunga età avessi avuta, che i denti seminati da Cadmo, e ad una ora rotte e cominciate avesse Lachesìs le sue fila! Nella picciola età si sarebbono rinchiusi l'infiniti guai, che ora di scrivere trista cagione mi sono. Ma che giova ora di ciò dolersi? Io ci pure sono, e così è piaciuto e piace a Dio che io ci sia. Ricevuta adunque, sì come è detto, in altissime dilizie, e in esse nutrita, e dalla infanzia nella vaga puerizia tratta, sotto reverenda maestra qualunque costume a nobile giovane conveniente apparai; e come la mia persona negli anni trapassanti crescea, così le mie bellezze, de' miei mali speziale cagione, multiplicavano. Oimè! che io, ancora che picciola fossi, udendole a molti lodare, me ne gloriava, e loro con sollecitudine e arti facea maggiori. Ma già dalla fanciullezza venuta ad età più compiuta, meco dalla natura amaestrata sentendo quali disii a' giovani possano porgere le vaghe donne, conobbi che la mia bellezza, miserabile dono a chi virtuosamente di vivere disidera, più miei coetanei giovinetti e altri nobili accese di fuoco amoroso. E me con atti diversi, male allora da me conosciuti, volte infinite tentarono di quello accendere onde essi ardevano, e che mi doveva più ch'altra non riscaldare, anzi ardere nel futuro; e da molti ancora con istantissima sollecitudine in matrimonio fui adomandata; ma poi che de' molti uno, a me per ogni cosa dicevole, m'ebbe, quasi fuori di speranza cessò la infestante turba degli amanti da sollecitarmi con gli atti suoi.</p>
<p>Io adunque, debitamente contenta di tale marito, felicissima dimorai infino a tanto che il furioso amore, con fuoco non mai sentito, non entrò nella giovane mente. Oimè! che niuna cosa fu mai che 'l mio disio o d'alcuna altra donna dovesse chetare, che prestamente a mia satisfazione non venisse. Io era unico bene e felicità singulare del giovane sposo, e così egli da me era igualmente amato, come egli m'amava. Oh quanto più che altra mi potrei dire felice, se sempre in me fosse durato cotale amore!</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[2]</head>

<p>Vivendo adunque contenta, e in festa continua dimorando, la Fortuna, sùbita volvitrice delle cose mondane, invidiosa de' beni medesimi che essa avea prestati, volendo ritrarre la mano, né sappiendo da quale parte mettere i suoi veleni, con sottile argomento a' miei occhi medesimi fece all'avversità trovare via; e certo niuna altra che quella onde entrò v'era al presente. Ma l'iddii, a me favorevoli ancora e a' miei fatti di me più solleciti, sentendo le occulte insidie di costei, vollero, se io prendere l'avessi sapute, armi porgere al petto mio, acciò che disarmata non venissi alla battaglia, nella quale io dovea cadere; e con aperta visione ne' miei sonni, la notte precedente al giorno il quale a' miei danni dovea dare principio, mi chiarirono le future cose in cotale guisa.</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[3]</head>

<p>A me, nello ampissimo letto dimorante con tutti i membri risoluti nell'alto sonno, pareva, in uno giorno bellissimo e più chiaro che alcuno altro, essere, non so di che, più lieta che mai; e con questa letizia, me sola fra verdi erbette era avviso sedere in uno prato, dal cielo difeso e da' suoi lumi da diverse ombre d'àlbori vestiti di nuove frondi; e in quello diversi fiori avendo còlti, de' quali tutto il luogo era dipinto, con le candide mani, in uno lembo de' miei vestimenti raccoltili, fiore da fiore sceglieva, e degli scelti leggiadra ghirlandetta faccendo, ne ornava la testa mia. E così ornata levatami, quale Proserpina allora che Pluto la rapì alla madre, cotale m'andava per la nuova primavera cantando; poi, forse stanca, tra la più folta erba a giacere postami, mi posava. Ma non altramenti il tenero piè d'Erudice trafisse il nascoso animale, che me sopra l'erbe distesa una nascosa serpe, venendo tra quelle, parve che sotto la sinistra mammella mi trafiggesse; il cui morso, nella prima entrata degli aguti denti, pareva che mi cocesse; ma poi asicurata, quasi di peggio temendo, mi parea mettere nel mio seno la fredda serpe, imaginando lei dovere, col beneficio del caldo del propio petto, rendere a me più benigna. La quale, più sicura fatta per quello e più fiera, al dato morso raggiunse la iniqua bocca, e dopo lungo spazio, avendo molto del nostro sangue bevuto, mi parea che, me renitente, uscendo del mio seno, vaga vaga fra le prime erbe col mio spirito si partisse. Nel cui partire il chiaro giorno turbato, dietro a me venendo, mi copria tutta, e secondo l'andare di quella, così la turbazione seguitava, quasi come a lei tirante fosse la moltitudine de' nuvoli appiccata, e seguissela; e non dopo molto, come bianca pietra gittata in profonda acqua a poco a poco si toglie alla vista de' riguardanti, così si tolse agli occhi miei. Allora il cielo di somme tenebre chiuso vidi, e quasi partitosi il sole, e la notte tornata pensai, quale a' Greci tornò nel peccato d'Atreo; e le corruscazioni correvano per quello sanza alcuno ordine, e i crepitanti tuoni spaventavano le terre e me similemente. Ma la piaga, la quale infino a quella ora per la sola morsura m'avea stimolata, piena rimasa del veleno vipereo, non valendomi medicina, quasi tutto il corpo con enfiatura sozzissima pareva che occupasse; laonde io, prima sanza spirito non so come parendomi essere rimasa, e ora sentendo la forza del veleno il cuore cercare per vie molto sottili, per le fresche erbe, aspettando la morte, mi voltolava. E già l'ora di quella venuta parendomi, offesa ancora dalla paura del tempo avverso, sì fu grave la doglia del cuore quella aspettante, che tutto il corpo dormente riscosse, e ruppe il forte sonno. Dopo il quale rotto, sùbita, paurosa ancora delle cose vedute, con la destra mano corsi al morso lato, quello nel presente cercando, che nel futuro m'era apparecchiato; e sanza alcuna piaga trovandolo, quasi rallegrata e sicura, le sciocchezze de' sogni cominciai a deridere, e così vana feci degl'idii la fatica. Ahi, misera a me! Quanto giustamente, se io gli schernii allora, poi con mia grave doglia gli ho veri creduti, e piantili sanza frutto, non meno degl'idii dolendomi, i quali con tanta oscurità alle grosse menti dimostrano li loro segreti, che quasi non mostrati, se non avvenuti, si possono dire! Io adunque, escitata, alzai il sonnacchioso capo, e per picciolo buco vidi entrare nella mia camera il nuovo sole; per che, ogni altro pensiero gittato via, sùbito mi levai.</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[4]</head>

<p>Quello giorno era solennissimo quasi a tutto il mondo; per che io con sollecitudine i drappi di molto oro rilucenti vestitimi, e con maestra mano di me ornata ciascuna parte, simile alle dèe vedute da Parìs nella valle d'Ida tenendomi, per andare alla somma festa m'apparecchiai. E mentre che io tutta mi mirava, non altramenti che il paone le sue penne, imaginando di così piacere ad altrui come io a me piacea, non so come, un fiore della mia corona preso dalla cortina del letto mio, o forse da celestiale mano da me non veduta, quella, di capo trattami, cadde in terra; ma io, non curante alle occulte cose dalli idii dimostrate, quasi come non fosse, ripresala, sopra il capo la mi riposi e oltre andai. Oimè, che segnale più manifesto di quello mi potevano dare l'idii? Certo niuno. Questo bastava a dimostrarmi che quel giorno la mia libera anima, e di sé donna, diposta la sua signoria, serva dovea divenire, come divenne. Oh, se la mia mente fosse istata sana, quanto quel giorno a me nerissimo avrei conosciuto! E sanza uscire di casa l'avrei trapassato. Ma l'idii a coloro verso i quali essi sono adirati, bene che della loro salute porgano ad essi segno, elli privano lui del conoscimento debito; e così ad una ora mostrano di fare il loro dovere, e saziano l'ira loro. La fortuna mia adunque me vana e non curante sospinse fuori; e accompagnata da molte, con lento passo pervenni al sacro tempio, nel quale già il solenne oficio debito a quel giorno si celebrava.</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[5]</head>

<p>La vecchia usanza e la mia nobiltà m'aveano tra l'altre donne assai eccellente luogo servato; nel quale poi che assisa fui, servato il mio costume, gli occhi subitamente in giro vòlti, vidi il tempio d'uomini e di donne parimente ripieno, e in varie caterve diversamente operare. Né prima, celebrandosi il sacro oficio, nel tempio sentita fui, che, sì come l'altre volte solea avvenire, così e quella avvenne, che non solamente gli uomini gli occhi torsono a riguardarmi, ma eziandio le donne, non altramenti che se Venere o Minerva, mai più da loro non vedute, fossero in quello loco, là dove io era, nuovamente discese. Oh quante fiate tra me stessa ne risi, essendone meco contenta, e non meno che una dèa gloriandomi di tale cosa! Lasciate adunque quasi tutte le schiere d'i giovani di mirare l'altre, a me si posero dintorno, e diritti quasi in forma di corona mi circuivano, e variamente fra loro della mia bellezza parlando, quasi in una sentenza medesima concludendo la laudavano. Ma io che, con gli occhi in altra parte voltati, mostrava me da altra cura sospesa, tenendo gli orecchi a' ragionamenti di quelli, sentiva disiderata dolcezza, e quasi loro parendomene essere obligata, tale fiata con più benigno occhio li rimirava; e non una volta m'accorsi, ma molte, che di ciò alcuni vana speranza pigliando, co' compagni vanamente sen gloriavano.</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[6]</head>

<p>Mentre che io in cotal guisa, poco alcuni rimirando e molto da molti mirata, dimoro, credendo che la mia bellezza altrui pigliasse, avvenne che l'altrui me miseramente prese. E già essendo vicina al doloroso punto, il quale o di certissima morte o di vita più che altra angosciosa dovea essere cagione, non so da che spirito mossa, gli occhi, con debita gravità elevati, intra la moltitudine d'i circustanti giovani con aguto riguardamento distesi. E oltre a tutti, solo e appoggiato ad una colonna marmorea, a me dirittissimamente un giovane opposto vidi; e, quello che ancora fatto non avea d'alcuno altro, da incessabile fato mossa, meco lui e i suoi modi cominciai ad estimare. Dico che, secondo il mio giudicio, il quale ancora non era da amore occupato, egli era di forma bellissimo, negli atti piacevolissimo e onestissimo nell'abito suo, e della sua giovanezza dava manifesto segnale crespa lanuggine, che pur mo' occupava le guance sue; e me non meno pietoso che cauto rimirava tra uomo e uomo. Certo io ebbi forza di ritrarre gli occhi da riguardarlo alquanto, ma il pensiero dell'altre cose già dette e stimate niuno altro accidente, né io medesima sforzandomi, mi poté tòrre. E già nella mia mente essendo la effigie della sua figura rimasa, non so con che tacito diletto meco la riguardava, e quasi con più argomenti affermate vere le cose che di lui mi parieno, contenta d'essere da lui riguardata, talvolta cautamente se esso mi riguardasse mirava. Ma intra l'altre volte che io, non guardandomi dagli amorosi lacciuoli, il mirai, tenendo alquanto più fermi che l'usato ne' suoi gli occhi miei, mi parve in essi parole conoscere dicenti: “O donna, tu sola se' la beatitudine nostra”. Certo, se io dicessi che esse non mi fossero piaciute, io mentirei; anzi sì mi piacquero, che esse del petto mio trassero un soave sospiro, il quale venìa con queste parole: “E voi la mia”. Se non che io, di me ricordandomi, gliele tolsi. Ma che valse? Quello che non s'esprimea, il cuore lo 'ntendea con seco, in sé ritenendo ciò che, se di fuori fosse andato, forse libera ancora sarei. Adunque, da questa ora inanzi, concedendo maggiore albitrio agli occhi miei folli, di quello che essi erano già vaghi divenuti gli contentava; e certo, se l'idii, li quali tirano a conosciuto fine tutte le cose, non m'avessono il conoscimento levato, io poteva ancora essere mia. Ma ogni considerazione a l'ultimo posposta, seguitai l'appetito, e subitamente atta divenni a potere essere presa; per che, non altramenti il fuoco se stesso d'una parte in un'altra balestra, che una luce, per uno raggio sottilissimo trascorrendo, da' suoi partendosi, percosse negli occhi miei; né in quelli contenta rimase, anzi, non so per quali occulte vie, subitamente al cuore penetrando ne gio. Il quale, nel sùbito avvenimento di quella temendo, rivocate a sé le forze esteriori, me palida e quasi freddissima tutta lasciò; ma non fu lunga la dimoranza, che il contrario sopravenne, e lui non solamente fatto fervente sentii, anzi le forze, tornate ne' luoghi loro, seco un calore arrecarono, il quale, cacciata la palidezza, me rossissima e calda rendé come fuoco, e quel mirando, onde ciò procedea, sospirai. Né da quella ora inanzi niuno pensiero in me poteo, se non di piacerli.</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[7]</head>

<p>A così fatti sembianti esso, sanza mutare luogo, cautissimo riguardava, e forse, sì come esperto in più battaglie amorose, conoscendo con quali armi si dovea la disiata preda pigliare, ciascuna ora con umiltà maggiore pietosissimo si dimostrava e pieno d'amoroso disio. Oimè, quanto inganno sotto sé quella pietà nascondea! La quale, secondo che gli effetti ora dimostrano, partitasi dal cuore, ove mai poi non ritornò, fittizia si fermò nel suo viso. E acciò che io non vada ogni suo atto narrando, de' quali ciascuno era pieno di maestrevole inganno, o egli che l'operasse o i fati che 'l concedessono, in sì fatta maniera andò, che io, oltre ad ogni potere raccontare, da sùbito e inoppinato amore mi trovai presa, e ancora sono.</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[8]</head>

<p>Questi adunque, o pietosissime donne, fu colui il quale il mio cuore, con folle estimazione, tra tanti nobili, belli e valorosi giovani, quanti non solamente quivi presenti, ma eziandio in tutta la mia Partenope erano, primo, ultimo e solo elesse per signore della mia vita; questi fu colui il quale io amai e amo più che alcuno altro; questi fu colui il quale essere dovea principio e cagione d'ogni mio male e, come io spero, di dannosa morte. Questo fu quel giorno nel quale io prima, di libera donna, diventai miserissima serva; questo fu quel giorno nel quale io prima amore, non mai prima da me conosciuto, conobbi; questo fu quel giorno nel quale primamente i venerei veleni contaminarono il puro e casto petto. Oimè misera! quanto male per me nel mondo venne sì fatto giorno! Oimè! quanto di noia e d'angoscia sarebbe da me lontana, se in tenebre si fosse mutato sì fatto giorno! Oimè misera! quanto fu al mio onore nemico sì fatto giorno! Ma che? Le preterite cose malfatte si possono molto più agevolmente biasimare che emendare. Io fui pur presa, sì come è detto; e qualunque si fosse quella, o infernale furia o nemica Fortuna, che alla mia casta felicità invidia portasse, ad essa insidiando, questo dì con isperanza d'infallibile vittoria si poté rallegrare. Soppresa adunque dalla passione nuova, quasi attonita e di me fuori, sedeva infra le donne, e i sacri oficii, a pena da me uditi non che intesi, passare lasciava, e similemente delle mie compagne i ragionamenti diversi. E sì tutta la mente aveva il nuovo e sùbito amore occupata, che o con gli occhi o col pensiero sempre l'amato giovane riguardava, e quasi con meco medesima non sapea qual fine di sì fervente disio io mi chiedessi. Oh quante volte, disiderosa di vederlomi più vicino, biasimai io il suo dimorare agli altri di dietro, quello tiepidezza estimando, che egli usava a cautela! E già mi noiavano i giovani a lui stanti dinanzi, de' quali, mentre io fra loro alcuna volta il mio intendimento mirava, alcuni, credendosi che in loro il mio riguardare terminasse, si credettero forse da me essere amati. Ma mentre che in cotali termini stavano i miei pensieri, si finio l'uficio solenne, e già per partirsi erano le mie compagne levate, quando io, rivocata l'anima che dintorno alla imagine del piaciuto giovane andava vagando, il conobbi. Levata adunque con l'altre, e a lui gli occhi rivolti, quasi negli atti suoi vidi quello che io ne' miei a lui m'apparecchiava di dimostrare, e mostrai: cioè che il partire mi dolea. Ma pure, dopo alcuno sospiro, ignorando chi e' si fosse, mi dipartii.</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[9]</head>

<p>Deh, pietose donne, chi crederà possibile in un punto un cuore così alterarsi? Chi dirà che persona mai più non veduta sommamente si possa amare nella prima vista? Chi penserà accendersi sì di vederla il disio, che, dalla vista di quella partendosi, senta gravissima noia, solo disiderando di rivederla? Chi imaginerà tutte l'altre cose, per adietro molto piaciute, a rispetto della nuova spiacere? Certo nessuna persona, se non chi provato l'avrà, o pruova, come fo io. Oimè! che Amore, così come ora in me usa crudeltà non udita, così nel pigliarmi nuova legge dagli altri diversa gli piacque d'usare. Io ho più volte udito che negli altri i piaceri sono nel principio levissimi, ma poi, da' pensieri nutricati aumentando le forze loro, si fanno gravi; ma in me così non avvenne, anzi con quella medesima forza m'entrarono nel cuore, che essi vi sono poi dimorati, e dimorano. Amore il primo dì ebbe di me interissima possessione; e certo, sì come il verde legno malagevolissimamente riceve il fuoco, ma quello ricevuto più conserva e con maggiore caldo, così a me adivenne. Io, avanti non vinta da alcuno piacere giamai, tentata da molti, ultimamente vinta da uno, e arsi e ardo, e servai e servo più che altra facesse giamai il preso fuoco.</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[10]</head>

<p>Lasciando molti pensieri, che nella mente quella mattina con accidenti diversi mi furono, oltre a' raccontati, dico che di nuovo furore accesa, e con l'anima fatta serva, là onde libera l'avea tratta, mi ritornai. Quivi, poi che nella mia camera sola e oziosa mi ritrovai, da diversi disii accesa e piena di nuovi pensieri e da molte sollecitudini stimolata, ogni fine di quelli nella imaginata effigie del piaciuto giovane terminando, pensai che, se amore cacciare da me non poteasi, almeno cauto si reggesse e occulto nel tristo petto. La qual cosa quanto sia dura a fare nessuno il può sapere, se nol prova: certo io non credo che ella faccia meno noia ch'amore stesso. E in tale proponimento fermata, non sappiendo ancora di cui, me con meco medesima chiamava inamorata.</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[11]</head>

<p>Quanti e quali fossero in me da questo amore i pensieri nati, lungo sarebbe a tutti volerli narrare, ma alquanti, quasi sforzandomi, mi tirano a dichiararsi con alcune cose oltre all'usato incominciatemi a dilettare. Dico adunque che, avendo ogni altra cosa posposta, solo il pensare all'amato giovane m'era caro; e parendomi che, in questo perseverando, forse quello che io intendeva celare si potrebbe presummere, me più volte di ciò ripresi. Ma che giovava? Le mie riprensioni davano luogo larghissimo a' miei disii, e inutili si fuggivano co' venti. Io disiderai sommamente più giorni di sapere chi fosse l'amato giovane, a che nuovi pensieri mi dierono aperta via, e cautamente il seppi; di che non poco contenta rimasi. Similemente gli ornamenti, de' quali io prima, sì come poco bisognosa di quelli, niente curava, mi cominciarono ad essere cari, pensando più, ornata, piacere; e quindi i vestimenti, l'oro, e le perle, e l'altre preziose cose più che prima pregiai. Io infino a quella ora a' templi, alle feste, a' marini liti e a' giardini andata sanza altra vaghezza che solamente con le giovani ritrovarmi, cominciai con nuovo disio i detti luoghi a cercare, pensando che e vedere e veduta potre' essere con diletto. Ma veramente mi fuggì la fidanza, la quale io nella mia bellezza soleva avere, e mai fuori di sé la mia camera non mi avea, sanza prima pigliare del mio specchio il fidato consiglio; e le mie mani, non so da che maestro nuovamente amaestrate, ciascuno giorno più leggiadra ornatura trovando, aggiunta l'artificiale alla naturale bellezza, tra l'altre splendidissima mi rendeano. Gli onori similemente a me fatti per propia cortesia delle donne, ancora che forse alla mia nobilità s'affacessono, quasi debiti cominciai a volerli, pensando che, al mio amante parendo magnifica, più giustamente mi gradirebbe. L'avarizia, nelle femine innata, da me fuggendosi, cotale mi lasciò, che così le mie cose come non mie m'erano care, e liberale diventai. L'audacia crebbe, e alquanto mancò la feminile tiepidezza, me follemente alcuna cosa più cara reputando che prima. E oltre a tutto questo, gli occhi miei, infino a quel dì stati semplici nel guardare, mutarono modo, e mirabilmente artificiosi divennero al loro uficio. Oltre a queste ancora molte altre mutazioni in me apparirono, le quali tutte non curo di raccontare, sì perché troppo sarebbe lungo, e sì perché credo che voi, sì come me inamorate, conosciate quali e quante sieno quelle ch'a ciascuna avvengano, posta in cotale caso.</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[12]</head>

<p>Era il giovane avedutissimo, sì come più volte esperienza rendé testimonio. Egli rade volte e onestissimamente venendo colà dov'io era, quasi quel medesimo avesse proposto che io, cioè di celare in tutto l'amorose fiamme, con occhio cautissimo mi mirava. Certo, se io negassi che quando ciò avveniva, che io il vedessi, amore, quantunque e' fosse in me sì possente che più non potea, alcuna cosa, quasi l'anima per forza ampliando, crescesse, io negherei il vero. Egli allora in me le fiamme accese faceva più vive, e non so quali spente, se alcuna ve n'era, accendeva. Ma in questo non era sì lieto il principio, che la fine non rimanesse più trista, qualora della vista di quello rimaneva privata; perciò che gli occhi, della loro allegrezza privati, davano al cuore noiosa cagione di dolersi, di che i sospiri e in quantità e in qualità diventavano maggiori, e il disio, quasi ogni mio sentimento occupando, mi toglieva di me medesima e, quasi non fossi dov'era, feci più volte maravigliare chi mi vide, dando poi a cotali accidenti cagioni infinte, da Amore medesimo insegnate. E oltre a questo sovente la notturna quiete e il continuo cibo togliendomi, alcuna volta ad atti più furiosi che sùbiti e a parole mi moveano inusitate.</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[13]</head>

<p>Ecco che i cresciuti ornamenti, gli accesi sospiri, i nuovi atti, i furiosi movimenti, la perduta quiete e l'altre cose in me per lo nuovo amore venute, tra gli altri domestici familiari a maravigliarsi mossero una mia balia, d'anni antica e di senno non giovane, la quale, già seco conoscendo le triste fiamme, mostrando di non conoscerle, più fiate mi riprese de' nuovi modi. Ma pure un giorno, me trovando sopra il mio letto malinconosa giacere, vedendo di pensieri carica la mia fronte, poi che d'ogni altra compagnia ci vide libere, così mi cominciò a parlare:</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[14]</head>

<p>— O figliuola a me come me medesima cara, quali sollecitudini da poco tempo in qua ti stimolano? Tu niuna ora trapassi sanza sospiri, la quale altra volta lieta e sanza alcuna malinconia sempre vedere solea. —</p>
<p>Allora io, dopo un gran sospiro, d'uno in altro colore più d'una volta mutatami, quasi di dormire infignendomi e di non averla udita, ora qua e ora là rivolgendomi per tempo prendere alla risposta, a pena potendo la lingua a perfetta parola conducere, pur le risposi:</p>
<p>— Cara nutrice, niuna cosa nuova mi stimola, né più sento che io mi sia usata; solamente i naturali corsi, non tenenti sempre d'una maniera i viventi, ora più che l'usato mi fanno pensosa. —</p>
<p>— Certo, figliuola, tu m'inganni, — rispose la vecchia balia — né pensi quanto sia grave il fare alle persone atempate credere in parole una cosa, e un'altra negli atti mostrarne; egli non t'è bisogno celarmi quello ch'io, già sono più giorni, in te manifestamente conobbi. —</p>
<p>Oimè! Che quando io udii così, quasi dolendomi e sperando e crucciandomi, le dissi:</p>
<p>— Dunque, se tu il sai, di che adimandi? A te più non bisogna se non celare quello che conosci. —</p>
<p>— Veramente — disse ella — celerò io quello che non è licito ch'altri sappia; e avanti s'apra la terra e me tranghiotta, che io mai cosa che a te ritorni a vergogna palesi: gran tempo è che io a tenere celate le cose apparai! E perciò di questo vivi sicura, e con diligenzia guarda non altri conosca quello che io, sanza dirlomi tu o altri, ne' tuoi sembianti ho conosciuto; ma se quella sciocchezza, nella quale io ti conosco caduta, ti si conviene, se in quel senno fossi, nel quale già fosti, a te sola il lascerei a pensare, sicurissima che in ciò luogo il mio amaestrare non avrebbe. Ma perciò che questo crudele tiranno, al quale, sì come giovane, non avendo tu presa guardia di lui, semplicemente ti se' sommessa, suole insieme con la libertà il conoscimento occupare, mi piace di ricordarti e di pregarti che tu del casto petto esturbi e cacci via le cose nefande, e ispenghi le disoneste fiamme, e non ti facci a turpissima speranza servente. E ora è tempo da resistere con forza, però che chi nel principio bene contrastette cacciò il villano amore, e sicuro rimase e vincitore; ma chi con lunghi pensieri e lusinghe il nutrica, tardi può poi recusare il suo giogo, al quale quasi voluntario si sommise. —</p>
<p>— Oimè! — diss'io allora — quanto sono più agevoli a dire queste cose, che a menarle ad effetto! —</p>
<p>— Come che elle sieno a fare assai malagevoli, pure possibili sono, — disse ella — e fare si convegnono. Vedi se l'altezza del tuo parentado, la gran fama della tua virtù, il fiore della tua bellezza, l'onore del mondo presente, e tutte quelle altre cose che a donna nobile deono essere care, e sopra tutte la grazia del tuo marito, da te tanto amato e tu da lui, per questa sola di perdere disideri. Certo volere nol déi, né credo che 'l vogli, se savia teco medesima ti consigli. Dunque, per Dio, ritienti, e i falsi diletti promessi dalla sozza speranza caccia via, e con essi il preso furore. Io, supplicemente, per questo vecchio petto e nelle molte cure afaticato, dal quale tu prima i nutritivi alimenti prendesti, ti priego che tu medesima t'aiuti, e a' tuoi onori provegghi; e i miei conforti in questo non rifiutare: pensa che parte della sanità fu il volere essere guarita. —</p>
<p>Allora cominciai io:</p>
<p>— O cara nutrice, assai conosco vere le cose che narri; ma il furore mi costrigne a seguitare le piggiori, e l'animo consapevole, e ne' suoi disiderii strabocchevole, indarno i sani consigli appetisce; e quello che la ragione vuole è vinto dal regnante furore. La nostra mente tutta possiede e signoreggia Amore con la sua deità, e tu sai che non è sicura cosa alle sue potenze resistere. —</p>
<p>E questo detto, quasi vinta, sopra le mie braccia ricaddi. Ma ella, alquanto più che prima turbata, con voce più rigida cominciò tali parole:</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[15]</head>

<p>— Voi, turba di vaghe giovani, di focosa libidine accese, sospignendovi questa, v'avete trovato Amore essere iddio, al quale più tosto giusto titolo sarebbe furore; e lui di Venere chiamate figliuolo, dicendo che egli dal terzo cielo piglia le forze sue, quasi vogliate alla vostra follia porre necessità per iscusa. O ingannate, e veramente di conoscimento in tutto fuori! Che è quello che voi dite? Costui, da infernale furia sospinto, con sùbito volo visita tutte le terre, non deità, ma più tosto pazzia di chi il riceve; bene che esso non visiti al più se non quelli, i quali, di soperchio abondanti nelle mondane felicità, conosce con gli animi vani e atti a fargli luogo: e questo c'è assai manifesto. Ora non veggiamo noi Venere santissima abitare nelle piccole case, sovenente solamente e utile al necessario nostro procreamento? Certo sì. Ma questi, il quale per furore Amore è chiamato, sempre le dissolute cose appetendo, non altrove s'accosta che alla seconda fortuna. Questi, schifo così de' cibi alla natura bastevoli come de' vestimenti, i dilicati e risplendenti persuade, e con quelli mescola i suoi veleni, occupando l'anime cattivelle; per che costui, così volentieri agli alti palagi colente, nelle povere case rade volte si vede o non giamai, però ch'è pistolenza che sola elegge i dilicati luoghi, sì come più al fine delle sue operazioni inique conformi. Noi veggiamo nell'umile popolo li affetti sani, ma i ricchi, d'ogni parte di ricchezze splendenti, così in questo come nell'altre cose insaziabili, sempre più che il convenevole cercano, e quello che non può chi molto può disidera di potere; de' quali te medesima sento essere una, o infelicissima giovane, in nuova sollecitudine e isconcia entrata per troppo bene. —</p>
<p>Alla quale, dopo il molto averla ascoltata, io dissi:</p>
<p>— O vecchia, taci, e contro agl'iddii non parlare. Tu oramai a questi effetti impotente, e meritamente rifiutata da tutti, quasi volontaria parli contra di lui, quello ora biasimando, che altra volta ti piacque. Se l'altre donne di me più famose, savie e possenti, così per adietro l'hanno chiamato e chiamano, io non gli posso dare nome di nuovo; a lui sono veramente suggetta, quale che di ciò si sia la cagione, o la mia felicità o la mia sciagura; e più non posso. Le forze mie, più volte alle sue oppostesi, vinte, indietro si sono tirate. Adunque o la morte, o il giovane disiato resta per sola fine alle mie pene; alle quali tu, più tosto, se così se' savia com'io ti tengo, porgi consiglio e aiuto, il quale minori le faccia, io te ne priego, o ti rimani d'innasprirle biasimando quello a che l'anima mia, non potendo altro, con tutte le sue forze è disposta. —</p>
<p>Ella allora sdegnando, e non sanza ragione, sanza rispondermi, non so che mormorando con seco, me, della camera uscita, lasciò soletta.</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[16]</head>

<p>Già s'era, sanza più favellarmi, partita la cara balia, li cui consigli male per me rifiutai, e io, sola rimasa, le sue parole nel sollecito petto fra me volgea; e ancora che abagliato fosse il mio conoscimento, di frutto le sentia piene, e quasi ciò che assertivamente avea davanti a lei detto di volere pure seguire, pentendomi, nella mente mi vacillava. E già cominciando a pensare di volere lasciare andare le cose meritevolemente dannose, lei volea richiamare ai miei conforti; ma nuovo e sùbito accidente me ne rivolse, però che nella segreta mia camera, non so onde venuta, una bellissima donna s'offerse agli occhi miei, circundata di tanta luce, che appena la vista la sostenea. Ma pure, stando essa ancora tacita nel mio cospetto, quanto potei per lo lume gli occhi aguzzare, tanto gli pinsi avanti, infino a tanto ch'alla mia conoscenza pervenne la bella forma; e vidi lei ignuda, fuor solamente d'un sottilissimo drappo purpureo, il quale, avegna che in alcune parti il candidissimo corpo coprisse, di quello non altramenti toglieva la vista a me mirante, che posta figura sotto chiaro vetro; e la sua testa, i capelli della quale tanto di chiarezza l'oro passavano, quanto l'oro de' nostri passa li vie più biondi, aveva coperta d'una ghirlanda di verdi mortine, sotto l'ombra della quale io viddi due occhi di bellezza incomparabile, e vaghi a riguardare oltre modo, rendere mirabile luce; e tanto tutto l'altro viso avea bello, quanto qua giù a quello simile non si truova. Ella non diceva alcuna cosa, anzi, o forse contenta che io la riguardassi, overo me vedendo di riguardarla contenta, a poco a poco, fra la fulvida luce, di sé le belle parti m'apriva più chiare; per che io bellezze in lei da non potere con lingua ridire, né sanza vista pensare intra ' mortali, conobbi. La quale, poi che sé da me considerata per tutto s'avide, veggendomi maravigliare e della sua biltate e della sua venuta quivi, con lieto viso e con voce più che la nostra assai soave, così verso me cominciò a parlare:</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[17]</head>

<p>— O giovane più che alcuna altra mobile, che per li nuovi consigli della vecchia balia t'apparecchi di fare? Non conosci tu che essi sono molto più difficili a seguitare che l'amore medesimo, che disideri di fuggire? Non pensi tu quanto e quale e come importabile affanno essi ti serbino? Tu, istoltissima, nuovamente nostra, per le parole d'una vecchia, non nostra farti disideri, sì come colei che ancora quanti e quali sieno i nostri diletti non sai. O poco savia, sostieni, e per le nostre parole riguarda se a te quello che al cielo e al mondo è bastato, è assai. Quantunque Febo, surgente coi chiari raggi di Gange, infino all'ora che nell'ond'esperia si tuffa con li lassi carri alle sue fatiche dare requie, vede nel chiaro giorno, e ciò che tra 'l freddo Arturo e il rovente polo si inchiude, signoreggia il nostro volante figliuolo sanza alcuno niego. E ne' cieli, non che esso sì come gli altri sia iddio, ma ancora tanto v'è più che gli altri potente, quanto alcuno non ve ne è, che stato non sia per adietro vinto dalle sue armi. Questi con dorate piume leggerissimo in uno momento volando per li suoi regni, tutti li visita, e il forte arco reggendo, sovra il tirato nervo adatta le sue saette, da noi fabricate e temperate nelle nostre acque; e quando alcuno più degno che gli altri elegge al suo servigio, quelle prestissimamente manda ove li piace. Egli commuove le ferocissime fiamme de' giovani, e nelli stanchi vecchi richiama li spenti calori; e con non conosciuto fuoco delle vergini infiamma i casti petti, parimente le maritate e le vedove riscaldando. Questi, con le sue fiaccole riscaldati gl'iddii, comandò per adietro che essi, lasciati i cieli, con falsi visi abitassero le terre. Or non fu Febo, vincitore del gran Fitone, e accordatore delle cetere di Parnaso, più volte da costui suggiogato, ora per Danne, ora per Climenès, e quando per Leucotoe, e per altre molte? Certo sì; e ultimamente, rinchiusa la sua gran luce sotto la vile forma d'un piccolo pastore, inamorato guardò gli armenti d'Ameto. Giove medesimo, il quale regge il cielo, costrignendolo costui, si vestì minore forma di sé. Egli alcuna volta, in forma di candido uccello movendo l'ali, diede voci più dolci che 'l moriente cigno; e altra volta, divenuto giovenco, e poste alla sua fronte corna, mugghiò per li campi, e i suoi dossi umiliò alli giuochi virginei, e per li fraterni regni con le fesse unghie imitando oficio di remo, con forte petto vietando il profondo, godé della sua rapina. Quello che per Semelè nella propria forma facesse, quello che per Almena mutato in Anfitrione, quello che per Calisto mutato in Diana, o per Danne divenuto oro già fece, non diciamo, ché sarebbe troppo lungo. E il fiero idio dell'armi, la cui rossezza ancora spaventa i giganti, sotto la sua potenza temperò i suoi aspri effetti, e divenne amante. E il costumato al fuoco fabro di Giove, e facitore delle trisulche folgori, da quel di costui più possente fu cotto. E noi similemente, ancora che madre li siamo, non ce ne siamo potute guardare, sì come le nostre lagrime feciono aperto nella morte d'Adone. Ma perché ci fatichiamo noi in tante parole? Niuna deità è in cielo da costui non ferita, se non Diana: questa sola, ne' boschi dilettandosi, l'ha fuggito; la quale, secondo l'oppinione d'alcuno, non fuggito, ma più tosto nascoso.</p>
<p>Ma se tu forse li essempli del cielo incredula schifi, e cerchi chi del mondo gli abbia sentiti, tanti sono, che da cui cominciare appena ci occorre; ma tanto ti diciamo veramente, che tutti stati sono valorosi. Rimirisi primamente al fortissimo figliuolo d'Almena, il quale, poste giù le saette e la minaccevole pelle del gran leone, sostenne d'acconciarsi alle dita i verdi smeraldi e di dare legge ai rozzi capelli, e con quella mano, con la quale poco inanzi portata avea la dura mazza e ucciso il grande Anteo, e tirato lo infernale cane, trasse le fila della lana data da Iole dietro al procedente fuso, e li omeri, sopra i quali l'alto cielo s'era posato, mutando spalla Atalante, furono in prima dalle braccia di Iole premuti, e poi coperti, per piacerle, di sottilissimi vestimenti di porpora. Che fece Parìs per costui, che Elena, che Clitemestra, e che Egisto, tutto il mondo il conosce. E similemente d'Acchille, di Silla, d'Adriana, di Leandro, e di Didone, e di più molte non dico, ché non bisogna. Santo è questo fuoco, e molto potente, credimi. Udito hai il cielo e la terra suggiogata dal mio figliuolo negl'iddii e negli uomini; ma che dirai tu ancora delle sue forze, estendentisi negli animali irrazionali così celesti come terreni? Per costui la tortola il suo maschio séguita, e le nostre colombe a' suoi colombi vanno dietro con caldissima affezione, e nessuno altro n'è che dalla maniera di questi fugga alcuna volta; e ne' boschi i timidi cervi, fatti fra sé feroci quando costui li tocca, per le disiderate cervie combattono, e mugghiando, delli costui caldi mostrano segnali; e i pessimi cinghiari, divegnendo per ardore spumosi, aguzzano gli eburnei denti; e i leoni africani, da amore tocchi, vibrano i colli. Ma lasciando le selve, dico che i dardi del nostro figliuolo ancora nelle fredde acque sentono le greggi de' marini iddii e de' correnti fiumi. Né crediamo che occulto ti sia quale testimonianza già Nettunno, Glauco e Alfeo e altri assai n'abbiano renduta, non potendo con le loro umide acque non che spegnere, ma solamente alleviare la costui fiamma; la quale, ancora già sopra terra e nell'acque saputa da ciascuno, se ne venne penetrando la terra, infino al re degli oscuri paludi si fe' sentire. Adunque il cielo, la terra, il mare e lo 'nferno per esperienza conoscono le sue arme; e acciò che io in brievi parole ogni cosa comprenda della potenza di costui, dico che ogni cosa alla natura soggiace, e da lei niuna potenza è libera, e essa medesima è sotto Amore. Quando costui il comanda, gli antichi odii periscono, e le vecchie ire e le novelle dànno luogo alli suoi fuochi; e ultimamente, tanto si stende il suo potere, che alcuna volta le matrigne fa graziose a' figliastri, che è non piccola maraviglia. Dunque che cerchi? Che dubiti? Che mattamente fuggi? Se tanti iddii, tanti uomini, tanti animali da questi sono vinti, tu d'essere vinta da lui ti vergognerai? Tu non sai che ti fare. Se tu forse di sottometterti a costui aspetti riprensione, ella non ci dée potere cadere, perciò che mille falli maggiori, e il seguire ciò che gli altri più di te eccellenti hanno fatto, te, come poco avendo fallito e meno potente che i già detti, renderanno scusata. Ma se queste parole non ti muovono, e pure resistere vorrai, pensa la tua virtù non simile a quella di Giove, né in senno potere aggiugnere Febo, né in ricchezze Iunone, né noi in bellezze; e tutti siamo vinti. Dunque tu sola credi vincere? Tu se' ingannata, e ultimamente pur perderai. Bastiti quello che per inanzi a tutto il mondo è bastato, né ti faccia a ciò tiepida il dire: ‘Io ho marito, e le sante leggi e la promessa fede mi vietano queste cose’; però che argomenti vanissimi sono contra la costui virtù. Egli, sì come più forte, l'altrui leggi, non curando, anullisce, e dà le sue. Pasife similmente avea marito, e Fedra, e noi ancora, quando amammo. Essi medesimi mariti amano le più volte avendo moglie: riguarda Iansone, Teseo e il forte Ettore e Ulisse. Dunque non si fa loro ingiuria, se per quella legge, che essi trattano altrui, sono trattati essi; a loro niuna prerogativa più che alle donne è conceduta, e perciò abandona gli sciocchi pensieri, e sicura ama, com'hai cominciato. Ecco, se tu al potente Amore non vuoi soggiacere, fuggire ti conviene; e dove fuggirai tu, ch'e' non ti séguiti e non ti giunga? Egli ha in ogni luogo iguale potenzia: dovunque tu vai, ne' suoi regni dimori, ne' quali alcuno non li si può nascondere, quando li piace il ferirlo. Bastiti sommamente, o giovane, che di non abominevole fuoco, come Mirra, Semiramìs, Biblìs, Cannace e Cleopatra fece, ti molesti. Niuna cosa nuova dal nostro figliuolo verso te sarà operata: egli ha così leggi, come qualunque altro iddio, alle quali seguire tu non se' la prima, né d'essere l'ultima déi avere speranza. Se forse al presente ti credi sola, vanamente credi. Lasciamo stare l'altro mondo, che tutto n'è pieno, ma la tua città solamente rimira, la quale infinite compagne ti può mostrare; e ricorditi che niuna cosa, fatta da tanti, meritamente si può dire sconcia. Séguita adunque noi, e la molto raguardata bellezza con la deità nostra ringrazia, la quale del numero delle semplici a conoscere il diletto de' nostri doni t'abbiamo tirata.</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[18]</head>

<p>Deh, donne pietose, se Amore felicemente adempia i vostri disii, che dovea io, o che poteva rispondere a tante e tali parole, e di tale dèa, se non: “Sia come ti piace”? Adunque dico che ella già taceva, quando io, le sue parole avendo nello intelletto raccolte, fra me piene d'infinite scuse sentendole, e lei già conoscendo, a ciò fare mi disposi. E subitamente del letto levatami, e poste con umile cuore le ginocchia in terra, così temorosa incominciai:</p>
<p>— O singulare bellezza e etterna, o deità celeste, o unica donna della mia mente, la cui potenza sente più fiera chi più si difende, perdona alla semplice resistenza fatta da me contra l'armi del tuo figliuolo, non conosciuto, e di me sia come ti piace, e, come prometti, a luogo e a tempo merita la mia fede, acciò che io, di te tra l'altre lodandomi, cresca il numero de' tuoi sudditi sanza fine. —</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[19]</head>

<p>Queste parole aveva io a pena dette quando ella, del luogo ove stava mossasi, verso me venne, e con ferventissimo disio nel sembiante abracciandomi, mi baciò la fronte. Poi, quale il falso Ascanio, nella bocca a Didone alitando, accese le occulte fiamme, cotale a me in bocca spirando fece i primi disii più focosi, come io sentii. E aperto alquanto il drappo purpureo, nelle sue braccia, tra le dilicate mammelle, l'effigie dello amato giovane, ravolta nel sottile pallio, con sollecitudini alle mie non dissimili mi fece vedere, e così disse:</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[20]</head>

<p>— O giovane donna, riguarda costui: non Lissa, non Geta, non Birria, né loro pari t'abbiamo per amante donato. Egli, per ogni cosa degno d'essere da qualunque dèa amato, te più che se medesimo, sì come noi abbiamo voluto, ama e amerà sempre; e però lieta e sicura nel suo amore t'abandona. Li tuoi prieghi hanno con pietà tocchi li nostri orecchi, sì come degni, e però spera che secondo l'opere sanza fallo merito prenderai. —</p>
<p>E quinci sanza più dire sùbita si tolse agli occhi miei.</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[21]</head>

<p>Oimè misera! che io non dubito che, le cose seguite mirando, non Venere costei che m'apparve, ma Tesifone fosse più tosto, la quale, posti giù gli spaventevoli crini, non altramenti che Giunone la chiarezza della sua deità, e vestita la splendida forma, qual quella si vestì la senile, così mi si fece vedere come essa a Semelè, simigliante consiglio di distruzione ultima, qual fece ella, porgendomi. Il quale io miseramente credendo, o pietosissima fede, o reverenda vergogna, e o castità santissima, delle oneste donne unico e caro tesoro, mi fu cagione di cacciarvi; ma perdonatemi, se penitenza data al peccatore può, sostenuta, perdono alcuna volta impetrare.</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[22]</head>

<p>Poi che del mio cospetto si fu partita la dèa, io ne' suoi piaceri con tutto l'animo rimasi disposta; e come che ogni altro senno mi togliesse la passione furiosa che io sostenea, non so per quale mio merito, solo un bene di molti perduti mi fu lasciato: cioè il conoscere che rade volte, o non mai, fu ad amore palese conceduto felice fine. E però tra gli altri miei più sommi pensieri, quanto che egli mi fosse gravissimo a fare, disposi di non preporre alla ragione il volere, nel recare a fine cotale disio. E certo, quanto che io molte volte fossi per diversi accidenti fortissimamente costretta, pur tanta di grazia mi fu conceduta, che sanza trapassare il segno, virilmente sostenendo l'affanno passai. E in verità ancora durano e le forze e tale consiglio, però che, quantunque io scriva cose verissime, sotto sì fatto ordine l'ho disposte, che eccetto colui, che così come io le sa, essendo di tutte cagione, niuno altro, per quantunque avesse aguto l'avedimento, potrebbe chi io mi fossi conoscere. E io lui priego, se mai per aventura questo libretto alle mani gli perviene, che egli per quello amore, il quale già mi portò, che celi quello che a lui né utile né onore può, manifestandol, tornare. E se egli m'ha tolto, sanza averlo io meritato, sé, non mi voglia tòrre quello onore, il quale io, avvegnadio che ingiustamente porto, esso come sé, volendo, non mi potrebbe rendere giamai.</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[23]</head>

<p>Cotale proponimento adunque servando, e sotto grave peso di sofferenza domando i miei disii volonterosissimi di mostrarsi, m'ingegnai con occultissimi atti, quando tempo mi fu conceduto, d'accendere il giovane in quelle medesime fiamme ov'io ardea, e di farlo cauto com'io era. E in verità in ciò non mi fu luogo lunga fatica, però che, se ne' sembianti vera testimonianza della qualità del cuore si comprende, io in poco tempo conobbi al mio disiderio essere seguito l'effetto; e non solamente dell'amoroso ardore, ma ancora di cautela perfetta il vidi pieno; il che sommamente mi fu a grado. Esso, con intera considerazione, vago di servare il mio onore e d'adempiere, quanto i luoghi e i tempi concedessero, i suoi disii, credo non sanza gravissima pena, usando molta arte, s'ingegnò d'avere la familiarità di qualunque m'era parente, e ultimamente del mio marito; la quale non solamente ebbe, ma ancora con tanta grazia la possedette, che a niuno niuna cosa era a grado, se non tanto quanto con lui la comunicava. Quanto questo mi piacesse, credo che sanza scrivere il conosciate: e chi sarebbe quella sì stolta, che non credesse che sommamente da questa familiarità nacque il potermi alcuna volta, e io a lui, in publico favellare? Ma già parendoli tempo da procedere a più sottili cose, ora con uno e ora con un altro, quando vedeva che io e udire potessi e intenderlo, parlava cose per le quali io, volonterosissima d'imparare, conobbi che non solamente favellando si poteva l'affezione dimostrare ad altrui e la risposta pigliarne, ma eziandio con atti diversi e delle mani e del viso si poteva fare. E ciò piacendomi molto, con tanto avedimento compresi, che né egli a me né io a lui significare voleva alcuna cosa, che assai convenevolmente l'uno l'altro non intendesse. Né a questo contento stando, s'ingegnò, per figura parlando, e d'insegnarmi a tale modo parlare, e di farmi più certa de' suoi disii, me Fiammetta, e sé Panfilo nominando. Oimè! quante volte già in mia presenzia e de' miei più cari, caldo di festa, di cibo e d'amore, fingendo Fiammetta e Panfilo essere stati greci, narrò egli come io di lui e esso di me primamente stati eravamo presi, con quanti accidenti poi n'erano seguitati, e a' luoghi e alle persone pertinenti alla novella dando convenevoli nomi! Certo io ne risi più volte, e non meno della sua sagacità, che della semplicità degli ascoltanti; e tal volta fu ch'io temetti che troppo caldo non trasportasse la lingua disavedutamente ove essa andare non voleva; ma egli, più savio ch'io non pensava, astutissimamente si guardava dal falso latino.</p>
<p>O pietosissime donne, che non insegna Amore a' suoi suggetti, e a che non gli fa egli abili ad imparare? Io, semplicissima giovane e a pena potente ad isciogliere la lingua nelle materiali e semplici cose tra le mie compagne, con tanta affezione i modi del parlare di colui raccolsi, che in brieve spazio io avrei di fingere e di parlare passato ogni poeta; e poche cose furono, alle quali, udita la sua posizione, io con una finta novella non dessi risposta decevole. Cose assai, secondo il mio parere, malagevoli ad imprendere, e molto più ad operare ad una giovane, ho raccontate; ma tutte piccolissime e di niuno peso parrebbono, scrivendo io, se la presente materia il richiedesse, con quanta sottile esperienzia fosse per noi provata la fede d'una mia familiarissima serva, alla quale diliberammo di commettere il nascoso fuoco, ancora a niuna altra persona palese, considerando che lungamente sanza gravissimo affanno, non essendovi alcuno mezzo, &lt;non&gt; si poteva servare. Oltre a queste sarebbe lungo il raccontare quanti e quali consigli e per lui e per me a varie cose fossero presi; forse, non che per altrui operati, ma appena che io creda che pensati giamai. Le quali tutte, ancora che io al presente in mio detrimento le conosca operate, non però mi duole d'averle sapute.</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[24]</head>

<p>Se io, o donne, non erro imaginando, egli non fu piccola la fermezza degli animi nostri, se con intera mente si guarda quanto difficile cosa sia due amorose menti, e di due giovani, sostenere un lungo tempo che esse, o d'una parte o d'altra da soverchi disii sospinte, della ragionevole via non trabocchino; anzi fu bene tanta e tale, che i più forti uomini, ciò faccendo, laude degna e alta n'acquisterieno. Ma la mia penna, meno onesta che vaga, s'apparecchia di scrivere quelli ultimi termini d'amore, a' quali a niuno è conceduto il potere, né con disio né con opera, andare più oltre. Ma in prima che io a ciò pervenga, quanto più supplicemente posso la vostra pietà invoco, e quella amorosa forza, la quale ne' vostri teneri petti stando, a cotal fine tira i vostri disiri; e priegole che, se il mio parlare vi pare grave (dell'opera non dico, ché so che, se a ciò state non sete già, d'esservi disiate), che esse prontissime in voi surgano alla mia scusa. E tu, o onesta vergogna, tardi da me conosciuta, perdonami, e alquanto ti priego che qui presti luogo alle timide donne, acciò che, da te non minacciate, sicure di me leggano ciò che di sé, amando, disiano.</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[25]</head>

<p>L'un giorno a l'altro dopo traevano con isperanza sollecita i suoi e miei disii, e ciò ciascheduno agramente portava, avvegna che l'uno il dimostrasse a l'altro occultamente parlando, e l'altro a l'uno di ciò si mostrasse schifo oltre modo, sì come voi medesime, le quali forse forza cercate a ciò che più vi sarebbe a grado, sapete che sogliono le donne amate fare. Esso adunque, in ciò poco alle mie parole credevole, luogo e tempo convenevole riguardato, più in ciò che li avvenne aventurato che savio, e con più ardire che ingegno, ebbe da me quel che io, sì come egli, bene che del contrario infignessimi, disiava. Certo, se questa fosse la cagione per la quale io l'amassi, io confesserei che ogni volta che ciò nella memoria mi tornasse, mi fosse dolore a niuno altro simile; ma in ciò mi sia Iddio testimonio, che cotale accidente fu e è cagione menomissima dell'amore che io gli porto. Non per tanto niego che ciò e ora e allora non mi fosse carissimo: e chi sarebbe quella sì poco savia, che una cosa ch'amasse non volesse, anzi che lontana, vicina? e quanto maggiore fosse l'amore, più sentirsela presso? Dico adunque che dopo cotale avenimento, da me avanti non che saputo, ma pure pensato, non una volta, ma molte con sommo piacere e la fortuna e il nostro senno ci consolò lungo tempo a tale partito, avvegna che a me ora in brieve più che alcuno vento fuggitosi mi si mostri. Ma mentre questi così lieti tempi passavano, sì come Amore veramente può dire, il quale solo testimonio ne posso dare, alcuna volta non fu sanza tema a me licito il suo venire, ch'egli per occulto modo non fosse meco. Oh quanto gli era la mia camera cara, e come lieta essa lui vedea volontieri! Io la conobbi ad esso più reverente che alcun tempio. Oimè! quanti piacevoli basci, quanti amorosi abracciari, quante notti, ragionando, graziose più che 'l chiaro giorno sanza sonno passate, quanti altri diletti cari ad ogni amante in quella avemmo ne' lieti tempi! O santissima vergogna, durissimo freno alle vaghe menti, perché non ti parti tu, pregandotene io? Perché ritieni tu la mia penna, a dimostrare atta gli avuti beni, acciò che mostrati interamente, le seguite infelicità avessero forza maggiore di porre per me pietà negli amorosi petti? Oimè! che tu m'offendi credendomi forse giovare: io disiderava di dire più cose, ma tu non mi lasci. Quelle adunque alle quali tanto di privilegio ha la natura prestato, che per le dette possano quelle che si tacciono comprendere, a l'altre non così savie il manifestino. Né alcuna me, quasi non conoscente di tanto, stolta dica, ché assai bene conosco, che più sarebbe il tacere stato onesto, che ciò manifestare che è scritto; ma chi può resistere ad Amore, quando egli, tutte le sue forze operando, s'oppone? Io a questo punto lasciai più volte la penna, e più volte da lui infestata la ripresi, e ultimamente a colui, al quale io ne' principii non seppi, libera ancora, resistere, convenne che io serva ubbidissi. Egli mi mostrò altrettanto i diletti nascosi valere, quanto i tesori sotto la terra occultati. Ma perché mi diletto io tanto intorno a queste parole? Io dico che io allora più volte ringraziai la santa dèa promettitrice e datrice di que' diletti. Oh quante volte io i suoi altari visitai con incensi, coronata delle sue fronde, e quante volte i consigli biasimai della vecchia balia! E oltre a questo, lieta sopra tutte l'altre compagne, scherniva i loro amori, quelli ne' miei parlari biasimando, che più nell'animo m'era caro, fra me sovente dicendo: “Niuna è amata com'io, né ama giovane degno come io amo, né con tanta festa gli amorosi frutti coglie come colgo io”. Io, brievemente, aveva il mondo per nulla, e con la testa mi pareva il cielo toccare, e nulla mancare a me al sommo colmo della beatitudine tenere reputava, se non solamente in aperto mostrare la cagione della mia gioia, estimando meco medesima che così a ciascheduna persona, come a me, dovesse piacere quel che a me piaceva. Ma tu, o vergogna, dall'una parte, e tu, paura, dall'altra, mi riteneste, minacciandomi l'una d'etterna infamia, e l'altra di perdere ciò che nemica Fortuna mi tolse poi. Adunque, sì come piacque ad Amore, in cotale guisa più tempo, sanza avere invidia d'alcuna donna, lieta amando vissi, e assai contenta, non pensando che il diletto, il quale io allora con ampissimo cuore prendeva, fosse radice e pianta di miseria nel futuro, sì come io al presente sanza frutto miseramente conosco.</p></div2></div1>

<div1 type="capitolo"><argument><p><emph>Capitolo secondo nel quale madonna Fiammetta discrive la cagione del dipartire del suo amante da lei, e la partita di lui, e il dolore a lei seguìtone nel partire.</emph></p></argument>

<div2 type="paragrafo"><head>[1]</head>

<p>Mentre che io, o carissime donne, in così lieta e graziosa vita, come di sopra è discritta, menava i giorni miei, poco alle cose future pensando, la nemica Fortuna a me di nascoso temperava i suoi veleni, e me con animosità continua, non conoscendolo io, seguitava. Né bastandole d'avermi, di donna di me medesima, fatta serva d'Amore, veggendo che dilettevole già m'era cotale servire, con più pugnente ortica s'ingegnò d'afliggere l'anima mia. E venuto il tempo da lei aspettato, m'apparecchiò, sì come appresso vedrete, i suoi assenzii, i quali a me, mal mio grado, convenuti gustare, la mia allegrezza in tristizia, e il dolce riso in amaro pianto mutarono. Le quali cose, non che sostenendole, ma pure pensando il doverle altrui scrivendo mostrare, tanta di me stessa compassione m'assalisce che, quasi ogni forza togliendomi, e infinite lagrime agli occhi recandomi, appena il mio proposito lascia ad effetto perducere; il quale, quantunque male io possa, pure m'ingegnerò di fornire.</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[2]</head>

<p>Noi, egli e io, come caso venne, essendo il tempo per piove e per freddo noioso, nella mia camera, menando la tacita notte le sue più lunghe dimore, riposando nel ricchissimo letto insieme dimoravamo; e già Venere, molto da noi faticata, quasi vinta ci dava luogo, e uno lume grandissimo, in una parte della camera acceso, gli occhi suoi della mia bellezza faceva lieti, e i miei similemente faceva della sua. Li quali, mentre che di quella, parlando io cose varie, essi soperchia beveano, quasi d'essa inebriata la luce loro, non so come per piccolo spazio da ingannevole sonno vinti, toltemi le parole, stettero chiusi. Il quale così soave da me passando com'era entrato, del caro amante ramarichevoli mormorii sentirono i miei orecchi; e sùbito della sua sanità in varii pensieri messa, volli dire: “Che ti senti? ”. Ma vinta da nuovo consiglio mi tacqui, e con occhio acutissimo, e con orecchia sottile, lui nell'altra parte del nostro letto rivolto, cautamente mirandolo, per alcuno spazio l'ascoltai. Ma nulla delle sue voci presero gli orecchi miei, bene che lui, in singhiozzi di gravissimo pianto affannato, e il viso parimente e il petto bagnato di lagrime conoscessi. Oimè! quali voci mi sarieno sofficienti ad espriemere quale in tale aspetto, la cagione ignorando, l'anima mia divenisse mirandolo? E' mi corsero mille pensieri per la mente in un momento, e quasi tutti terminavano in uno: cioè che egli, amando altra donna, contra voglia dimorasse in tal modo. Le mie parole furono più volte infino alle labbra per dimandarlo qual fosse la sua noia; ma dubitando che vergogna non gli porgesse l'essere da me trovato piagnendo, si ritraevano indietro; e similemente trassi gli occhi più volte da riguardarlo, acciò che le calde lagrime cadenti da quelli, venendo sopra di lui, non gli dessero materia di sentire che egli fosse da me veduto. Oh quanti modi, impaziente, pensai da operare acciò che egli desta mi sentisse non averlo sentito, e a niuno m'accordava! Ma ultimamente, vinta dal disio di sapere la cagione del suo pianto, acciò che egli a me si volgesse, quali coloro che ne' sogni, o da caduta o da bestia crudele o da altro spaventati, subitamente pavidi si riscuotono, il sogno e il sonno ad una ora rompendo, cotale sùbita con voce pavida mi riscossi, l'uno de' miei bracci gittando sopra i suoi omeri. E certo lo 'nganno ebbe luogo, però che egli, lasciando le lagrime, con infinta letizia sùbito a me si volse, e disse con voce pietosa:</p>
<p>— O anima mia bella che temesti? —</p>
<p>Al quale io, sanza intervallo risposi:</p>
<p>— Parevami ch'io ti perdessi. —</p>
<p>Oimè! che le mie parole, non so da che spirito pinte fuori, furono del futuro e agurio e verissime anunziatrici, come ora veggo. Ma egli rispose:</p>
<p>— O carissima giovane, morte, non altri, potrà che tu mi perda operare. —</p>
<p>E queste parole seguì sanza mezzo un gran sospiro, del quale non fu sì tosto da me, che de' primi pianti disiderava sapere, la cagione dimandata, che l'abondanti lagrime da' suoi occhi, come da due fontane, cominciarono a scaturire, e il male rasciutto petto di lui a bagnare con maggiore abondanza; e me in grave doglia e già lagrimante tenne per lungo spazio sospesa, sì lo 'mpediva il singhiozzo del pianto, anzi che alle mie molte dimande potesse rispondere. Ma poi che libero alquanto dall'impeto si sentio, con voce spesso rotta dal pianto così mi rispose:</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[3]</head>

<p>— O a me carissima donna, e da me amata sopra tutte le cose, sì come gli effetti aperto ti possono mostrare, se i miei pianti meritano fede alcuna, credere puoi non sanza cagione amara con tanta abondanza spandono lagrime gli occhi miei, qualora nella memoria mi torna quello che ora, in tanta gioia con teco stando, mi vi tornò: e cioè solamente il pensare che di me due fare non posso, com'io vorrei, acciò che ad Amore e alla debita pietà ad una ora satisfare potessi, qui dimorando e là, dove necessità strettissima mi tira per forza, andando. Dunque non potendosi, in afflizione gravissima il mio cuore misero ne dimora, sì come colui che, da una parte traendo pietà, è fuori delle tue braccia tirato, e dall'altra in quelle con somma forza da Amore ritenuto. —</p>
<p>Queste parole m'entrarono nel misero cuore con amaritudine mai non sentita, e ancora che bene non fossero prese dallo 'ntelletto, nondimeno quante più di quelle riceveano gli orecchi attenti a' danni loro, tante più, in lagrime convertendosi, n'uscivano per gli occhi, lasciando nel cuore il loro effetto nemico. Questa fu la prima ora, che io sentii dolori al mio piacere più nimichevoli; questa fu quell'ora, che sanza modo lagrime mi fe' spandere, mai prima da me simili non sparte; le quali niuna sua parola né conforto, di che assai era fornito, poteva ristrignere. Ma poi che per lungo spazio ebbi pianto amaramente, quanto potei il pregai ancora che più chiara qual pietà il traeva delle mie braccia mi dimostrasse; ond'egli, non ristando però di piagnere, così mi disse:</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[4]</head>

<p>— La inevitabile morte, ultimo fine delle cose nostre, di più figliuoli nuovamente me solo ha lasciato al padre mio, il quale, d'anni pieno e sanza sposa, solo d'alcuno fratello, sollecito a' suoi conforti, rimaso, sanza speranza alcuna di più averne, me a consolazione di lui, il quale egli già sono più anni passati non vide, richiama a rivederlo. Alla qual cosa fuggire, per non lasciarti, già sono più mesi varie maniere di scuse ho trovate; e ultimamente non accettandone alcuna, per la mia puerizia nel suo grembo teneramente allevata, per l'amore da lui verso di me continuamente portato, e per quello che a lui portare debbo, e per la debita obedienza filiale, e per qualunque altra cosa più grave puote, continuo mi scongiura che a rivedere lo vada. E oltre a ciò da amici e da parenti con prieghi solenni me ne fa stimolare, dicendo infine sé la misera anima cacciare dal corpo sconsolata, se me non vede. Oimè, quanto sono le naturali leggi forti! Io non ho potuto fare, né posso, che nel molto amore che io ti porto non abbia trovato luogo questa pietà; onde avendo in me, con licenzia di te, diliberato d'andare a rivederlo, e con lui dimorare a sua consolazione alcuno picciolo spazio di tempo, non sappiendo come sanza te vivere mi possa, di tale cosa ricordandomi, tuttavia meritamente piango. — E qui si tacque.</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[5]</head>

<p>Se alcuna di voi fu mai, o donne, a cui io parlo, alla quale, ferventemente amando, tale caso adivenisse, colei sola spero che possa conoscere quale allora fosse la mia tristizia; a l'altre non curo di dimostrarlo, però che così come ogni altro essemplo che il detto, così ogni parlare ci sarebbe scarso. Io dico sommariamente che, udendo io queste parole, l'anima mia cercò di fuggire da me, e sanza dubbio credo fuggita sariesi, se non che sé di colui nelle braccia, cui più amava, si sentia stare; ma nondimeno paurosa rimasa, e occupata da grave doglia, lungamente mi tolse il potere dire alcuna cosa. Ma poi che per alquanto spazio si fu assuefatta a sostenere il mai più non sentito dolore, a' miseri spiriti rendé le paurose forze, e gli occhi, rigidi divenuti, ebbero copia di lagrimare, e la lingua di dire alcuna parola. Per che, al signore della mia vita rivolta, così li dissi:</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[6]</head>

<p>— O ultima speranza della mia mente, entrino le mie parole nella tua anima con forza di mutare il proposito, acciò che, se così m'ami come dimostri, e la tua vita e la mia cacciate non sieno del tristo mondo prima che venga il dì segnato. Tu, da pietà tirato e da amore, in dubbio poni le cose future; ma certo, se le tue parole per adietro sono state vere, con le quali me da te essere stata amata non una volta, ma molte hai affermato, niuna altra pietà a questa potenza dée potere resistere, né mentre che io vivo altrove tirarti; e odi perché. Egli t'è manifesto, se tu séguiti quel che parli, in quanto dubbio tu lasci la vita mia, la quale appena per adietro s'è sostenuta quel giorno che io non t'ho potuto vedere. Dunque puoi essere certo che, cessandoti tu, ogni allegrezza da me si partirà. E ora bastasse questo! Ma chi dubita che ogni tristizia mi sopraverrà, la quale forse, e sanza forse, m'ucciderà? Ben déi oramai conoscere quanta forza sia nelle tenere giovani a potere così avversi casi con forte animo sostenere! Se forse vuogli dire che io per adietro, amando saviamente e con forza, gli sostenni maggiori, certo io il confesso in parte, ma la cagione era molto diversa da questa: la mia speranza, posta nel mio volere, mi faceva lieve quello che ora nell'altrui mi graverà. Chi mi negava, quando il disio m'avesse pure oltre ad ogni misura costretta, che io te, così di me com'io di te innamorato, non avessi potuto avere? Certo nessuno; quello che, essendomi tu lontano, non m'avverrà. Oltre a ciò, io allora non sapeva più che per vista chi tu ti fossi, bene che io t'estimassi da molto; ma ora io il conosco, e sento per opera, che tu se' da avere troppo più caro che non mi mostrava allora il mio imaginare, e sei adivenuto mio con quella certezza che gli amanti possono essere dalle donne tenuti loro. E chi dubita ch'egli non sia molto maggiore dolore il perdere ciò che altri tiene, che quello che egli spera di tenere, ancora che la speranza debba riuscire vera? E però, bene considerando, assai aperta si vede la morte mia. Dunque la pietà del vecchio padre, preposta a quella che di me déi avere, mi sarà di morte cagione, e tu non amadore, ma nemico, se così fai. Deh, vorrai tu, o potrail fare, pure che io il consenta, i pochi anni al vecchio padre serbati ai molti, che ancora a me ragionevolemente si debbono, antiporre? Oimè, che iniqua pietà sarà questa? È egli tua credenza, o Panfilo, che niuna persona, sia di te quantunque egli vuole o puote per parentado di sangue o per amistà congiunta, t'ami sì come io t'amo? Male credi, se di sì credi: veramente niuno t'ama così come io. Dunque, se io più t'amo, più pietà merito, e perciò degnamente antiponmi, e di me essendo pietoso, d'ogni altra pietà ti dispoglia ch'offenda questa, e sanza te lascia riposare il tuo padre, e così come, tu non con lui, lungamente è vivuto, se li piace, per inanzi si viva; e se no, muoiasi. Egli è fuggito molti anni al mortal colpo, s'io odo il vero, e più c'è vivuto che non si conviene; e s'egli con fatica vive, come i vecchi fanno, sarà vie maggiore pietà di te verso lui il lasciarlo morire, che più in lui con la tua presenza prolungare la fatichevole vita. Ma me, che guari sanza te vivuta non sono, né vivere saprei sanza te, si conviene d'aiutare, la quale, giovanissima ancora, con teco aspetto molti anni di vivere lieti. Deh, se la tua andata quello nel tuo padre dovesse operare che in Ensone i medicamenti di Medea operarono, io direi la tua pietà giusta, e comanderei che s'adempiesse, ancora che dura mi fosse; ma non sarà cotale né potrebbe essere, e tu il sai. Or ecco, se tu, forse più che io non credo crudele, di me, la quale per tua elezione non isforzato hai amata e ami, sì poco ti cale, che tu vogli pure al mio amore preporre la pietà perduta del vecchio, il quale è tale quale il ti diè la fortuna, almeno di te medesimo t'incresca più che di me o di lui; il quale, se i tuoi sembianti in prima, e poi le tue parole non m'hanno ingannata, più morto che vivo ti se' mostrato qual ora per accidente sanza vedermi hai trapassata. E ora a sì lunga dimora, chente richiede la male venuta pietà, sanza vedermi ti credi potere dimorare? Deh, per Dio, attentamente riguarda, e vedi te possibile a morte ricevere (se per lungo dolore avviene che l'uomo si muoia, com'io intendo) per l'altrui vita, di questa andata; la quale che a te sia durissima, le tue lagrime, e del tuo cuore il movimento, il quale ne l'ansio petto sanza ordine battere ti sento, dimostrano; e se morte non te ne segue, vita piggiore che morte non te ne falla. Oimè! che lo inamorato mio cuore insieme dalla pietà che a me medesima porto, e da quella che per te sento, è ad una ora costretto! Per che io ti priego che tu sì sciocco non sii, che movendoti a pietà d'alcuna persona, e sia chi vuole, tu vogli te a grave pericolo di te medesimo sottoporre: pensa che chi sé non ama, niuna cosa possiede. Tuo padre, di cui tu se' ora pietoso, non ti diede al mondo perché tu stesso divenissi cagione di tortene. E chi dubita che, se a lui fosse la nostra condizione licito discoprire, che egli, essendo savio, non dicesse più tosto ‘Rimanti’ che ‘Vieni’? E se a ciò discrezione nollo inducesse, egli ve lo 'nducerebbe pietà; e questo credo che assai ti sia manifesto. Dunque fa' ragione che quello giudicio ch'e' darebbe, se la nostra causa sapesse, che egli l'abbia saputa e dato, e per la sua medesima sentenza lascia stare questa andata, a me e a te parimente dannosa. Certo, carissimo signor mio, assai possenti cagioni sono le già dette da doverle seguire, e rimanerti, considerando ancora dove tu vai: ché posto che colà vadi onde nascesti, luogo naturalmente oltre ad ogni altro amato da ciascheduno, nondimeno, per quello ch'io abbia già da te udito, egli t'è per accidente noioso, però che, sì come tu medesimo già dicesti, la tua città è piena di voci pompose e di pusillanimi fatti, serva non a mille leggi, ma a tanti pareri quanti v'ha uomini, e tutta in arme e in guerra così cittadina come forestiera fremisce, di superba, avara e invidiosa gente fornita, e piena d'innumerabili sollecitudini: cose tutte male all'animo tuo conformi. E quella che di lasciare t'apparecchi so che conosci lieta, pacefica, abondevole, magnifica e sotto ad uno solo re: le quali cose, se io alcuna conoscenza ho di te, assai ti sono gradevoli. E oltre a tutte le cose contate, ci sono io, la quale tu in altra parte non troverai. Dunque lascia l'angosciosa proposta, e mutando consiglio, alla tua vita e alla mia insieme, rimanendo, provedi; io te ne priego. —</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[7]</head>

<p>Le mie parole in molta quantità le sue lagrime aveano cresciute, delle quali co' baci mescolati assai ne bevvi. Ma egli, dopo molti sospiri, così mi rispose:</p>
<p>— O sommo bene dell'anima mia, sanza niuno fallo vere conosco le tue parole, e ogni pericolo in quelle narrato m'è manifesto; ma acciò che io, non come io vorrei, ma come la necessità presente richiede, brievemente risponda, ti dico che il potere con uno corto affanno solvere un debito grande credo da te mi si debba concedere. Pensare déi e essere certa che, bene che la pietà del vecchio padre mi stringa assai, e debitamente, non meno, ma molto più quella di noi medesimi mi costrigne; la quale, se lecita fosse a discoprire, scusato mi parrebbe essere, presummendo che, non che da mio padre solo, ma ancora da qualunque altro fosse giudicato quel che dicesti, e lascerei il vecchio padre, sanza vedermi, morire. Ma convenendo questa pietà essere occulta, sanza quella palese adempiere, non veggo come sanza gravissima riprensione e infamia fare lo potessi. Alla quale riprensione fuggire, adempiendo il mio dovere, tre o quattro mesi ci torrà di diletto fortuna, dopo i quali, anzi inanzi che compiuti sieno, sanza fallo mi rivedrai nel tuo cospetto tornato a me come te medesima rallegrare. E se il luogo al quale io vo è così spiacevole come fai, ché è così a rispetto di questo, essendoci tu, ciò ti dée essere molto a grado, pensando che, dove altra cagione a partirmi quindi non mi movesse, per forza le qualità del luogo al mio animo avverse me ne farebbono partire, e qui tornare. Dunque concedasi questo da te, che io vada; e come per adietro ne' miei onori e utili se' istata sollecita, così in questo ora divieni paziente, acciò che io, conoscendo a te gravissimo l'accidente, più sicuro per inanzi mi renda che in qualunque caso ti sia l'onore mio quant'io stato caro. —</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[8]</head>

<p>Egli aveva detto, e tacevasi, quand'io così ricominciai a parlare:</p>
<p>— Assai chiaro conosco ciò che fermato nell'animo non pieghevole porti, e appena mi pare che in quello raccoglier vogli pensando di quante e quali sollecitudini la mia anima lasci piena da me lontanandoti; la quale niuno giorno, niuna notte, niuna ora sarà sanza mille paure: io starò in continuo dubbio della tua vita, la quale io priego Idio che sopra i miei dì la distenda quanto tu vogli. Deh, perché con soperchio parlare mi voglio io stendere dicendole ad una ad una? Egli non ha, brievemente, il mare tante arene, né il cielo stelle, quante cose dubbiose e di pericolo piene possono tuttodì intervenire a' viventi; le quali tutte, partendoti tu, sanza dubbio spaventandomi m'offenderanno. Oimè, trista la vita mia! Io mi vergogno di dirti quello che nella mia mente mi viene, ma però che quasi possibile per le cose udite mi pare, costretta tel pur dirò. Or se tu ne' tuoi paesi, ne' quali io ho udito più volte essere quantità infinita di belle donne e vaghe, atte bene ad amare e ad essere amate, una ne vedessi che ti piacesse, e me dimenticassi per quella, qual vita sarebbe la mia? Deh, se così m'ami come dimostri, pensalo come faresti tu, se io per altrui ti cambiassi! La qual cosa non sarà mai: certo io con le mie mani, anzi che ciò adivenisse, m'ucciderei. Ma lasciamo stare questo, e di quello, che noi non disideriamo che avvenga, non tentiamo con tristo anunzio gl'idii. Se a te pure fermo giace nell'animo il partire, con ciò sia cosa che niuna altra cosa mi piaccia, se non piacerti, a ciò volere di necessità mi conviene disporre. Tuttavia, se essere può, io ti priego che in questo tu segui il mio volere, cioè in dare alla tua andata alcuno indugio, nel quale io, imaginando il tuo partire, con continuo pensiero possa apparare a sofferire d'essere sanza te. E certo questo non ti dée essere grave: il tempo medesimo, il quale ora la stagione mena malvagio, m'è favorevole. Non vedi tu il cielo, pieno d'oscurità, continuo minacciare gravissime pistolenze alla terra con acque, con nevi, con venti, e con ispaventevoli tuoni? E come tu déi sapere, ora per le continue piove ogni piccolo rivo è divenuto un grande e un possente fiume. Chi è colui che sì poco se medesimo ami, che in così fatto tempo si metta a caminare? Dunque in questo fa' il mio piacere; il quale se fare non vuoli, fa' il tuo dovere: lascia i dubbiosi tempi passare, e aspetta il nuovo, nel quale e tu meglio e con meno pericolo anderai; e io, già coi tristi pensieri costumata, più pazientemente aspetterò la tua ritornata. —</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[9]</head>

<p>A queste parole egli non indugiò la risposta, ma disse:</p>
<p>— Carissima giovane, l'angosciose pene, e le sollecitudini varie, nelle quali io contro a mio piacere ti lascio, e meco sanza dubbio ne porto l'une e l'altre, mitighi la lieta speranza della futura tornata; né di quello che così qui come altrove, quando tempo sarà, mi dée giugnere, cioè la morte, è senno d'averne pensiero, né de' futuri accidenti a nuocere possibili e a giovare: ovunque l'ira o la grazia di Dio coglie l'uomo, quivi e il bene e il male, sanza potere altro, gli conviene sostenere. Adunque queste cose, sanza badarci, nelle mani di lui, meglio di noi consapevole de' nostri bisogni, le lascia stare, e a lui con prieghi solamente adimanda che vengano buone. Che mai di niuna donna io sia altro che di Fiammetta, appena, pure se io il volessi, il potrebbe fare Giove, con sì fatta catena ha il mio cuore Amore legato sotto la tua signoria. E di ciò ti rendi sicura, che prima la terra porterà le stelle, e il cielo arato da' buoi producerà le mature biade, che Panfilo sia d'altra donna che tuo. L'allungare di spazio che chiedi alla mia partita, se io il credessi a te e a me utile, più volontieri che tu nol chiedi il farei; ma tanto quanto quello fosse più lungo, cotanto il nostro dolore sarebbe maggiore. Io, ora partendomi, prima sarò tornato, che quello spazio sia compiuto, il quale chiedi per apparare a sofferire; e quella noia in questo mezzo avrai, non essendoci io, che avresti pensando al mio dovermi partire. E alla malvagità del tempo, sì come altra volta uso di sostener, ne prenderò io salutevole rimedio; il quale volesse Idio che così ritornando già l'operassi, come partendomi il saprò operare. E perciò con animo forte ti disponi a ciò che, quando pure fare si conviene, è meglio sùbito operando passare, che con tristizia e paura di farlo aspettare. —</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[10]</head>

<p>Le mie lagrime, quasi nel mio parlare allentate, altra risposta attendendo, udendo quella, crebbero in molti doppii; e sopra il suo petto posata la grave testa, lungamente dimorai sanza più dirli, e varie cose nell'animo rivolgendo, né affermare sapea, né negare ciò ch'e' dicea. Ma, oimè! chi avrebbe a quelle parole risposto, se non: “Fa' quello che ti piace, torni tu tosto”? Niuna, credo; e io non sanza gravissima doglia e molte lagrime, dopo lungo indugio così gli risposi, aggiugnendoli che gran cosa, se egli viva nel suo tornare mi trovasse, sanza dubbi sarebbe.</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[11]</head>

<p>Queste parole dette, l'uno confortato da l'altro rasciugammo le lagrime, e a quelle ponemmo sosta per quella notte; e servato l'usato modo, anzi la sua partita, che pochi giorni fu poi, me più volte venne a rivedere, bene che assai d'abito e di volere trasmutata dal primo mi rivedesse. Ma venuta quella notte, la quale dovea essere ultima de' miei beni, con ragionamenti varii, non sanza molte lagrime, trapassammo; la quale, ancora che per la stagione del tempo fosse delle più lunghe, brevissima mi parve che trapassasse. E già il giorno, agli amanti nemico, cominciato avea a tòrre la luce alle stelle; del quale vegnente poi che il segno venne alle mie orecchie, strettissimamente lui abracciai, e così dissi:</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[12]</head>

<p>— O dolce signor mio, chi mi ti toglie? Quale idio con tanta forza la sua ira verso di me adopera, che, me vivente, si dica: ‘Panfilo non è dove la sua Fiammetta dimora’? Oimè! che io non so ora ove ne vai tu. Quando sarà che io più ti debba abracciare? Io dubito che non mai; io non so ciò che 'l cuore miseramente indovinando mi si va dicendo. —</p>
<p>E così amaramente piagnendo, e riconfortata da lui, più volte il baciai. Ma dopo molti stretti abracciari, ciascuno pigro a levarsi, la luce del nuovo giorno strignendoci, pur ci levammo. E apparecchiandosi egli già di darmi li baci estremi, prima, lagrimando, cotali parole li cominciai:</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[13]</head>

<p>— Signor mio, ecco tu te ne vai, e in brieve la tornata prometti; facciami di ciò, se ti piace, la tua fede sicura, sicché, a me non parendomi invano pigliare le tue parole, di ciò prenda, quasi come di futura fermezza, alcuno conforto aspettando. —</p>
<p>Allora egli, le sue lagrime con le mie mescolando, al mio collo, credo per la fatica dell'animo, grave pendendo, con debole voce disse:</p>
<p>— Donna, io ti giuro per lo luminoso Appollo, il quale ora surgente oltre a' nostri disii con velocissimo passo, di più tostana partita dando cagione, e li cui raggi io attendo per guida; e per quello indissolubile amore ch'io ti porto, e per quella pietà che ora da te mi divide, che il quarto mese non uscirà, che, concedendolo Idio, tu mi vedrai qui tornato. —</p>
<p>E quindi, presami con la sua destra la mia destra mano, a quella parte si volse, dove le sacre imagini de' nostri idii figurate vedeansi, e disse:</p>
<p>— O santissimi idii, igualmente del cielo governatori e della terra, siate testimonii alla presente promessione e alla fede data dalla mia destra. E tu, Amore, di queste cose consapevole, sii presente; e tu, o bellissima camera, a me più a grado che il cielo a l'iddii, così come testimonia segreta de' nostri disii se' stata, così similmente guarda le dette parole; alle quali se io per difetto di me vengo meno, cotale verso me l'ira di Dio si dimostri, qual quella di Cerere in Erisitone, o di Diana in Atteone, o in Semelè di Giunone apparve già nel passato.</p>
<p>E questo detto, me con volontà somma abracciò ultimamente, dicendo: — Addio! — con rotta voce.</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[14]</head>

<p>Poi che egli così ebbe parlato, io, misera, vinta dall'angoscioso pianto, appena li pote' rispondere alcuna cosa; ma pure, sforzandomi, tremanti parole pinsi fuori della trista bocca in cotale forma:</p>
<p>— La fede ai mie orecchi promessa, e data alla mia destra mano dalla tua, fermi Giove in cielo con quello effetto che Inache fece i prieghi di Teletusa, e in terra, come io disidero, e come tu chiedi, la faccia intera —.</p>
<p>— E accompagnato lui infino alla porta del nostro palagio, volendo dire “Adio! ”, sùbito fu la parola tolta alla mia lingua, e il cielo agli occhi miei. E quale succisa rosa negli aperti campi, infra le verdi frondi, sentendo i solar raggi, cade perdendo il suo colore, cotale semiviva caddi nelle braccia della mia serva; e dopo non picciolo spazio, aiutata da lei fedelissima, con freddi liquori rivocata al tristo mondo, mi risentii. E sperando ancora d'essere alla mia porta, quale il furioso toro, ricevuto il mortal colpo, furibundo si leva saltando; cotale io stordita levandomi, appena ancora vedendo, corsi, e con le braccia aperte la mia serva abracciai, credendo prendere il mio signore; e con fioca voce, rotta da pianto in mille parti, dissi:</p>
<p>— O anima mia, addio! —</p>
<p>La serva tacque, conoscendo il mio errore; ma io poi, ricevuta veduta più libera, il mio avere fallito sentendo, appena un'altra volta in simile smarrimento non caddi.</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[15]</head>

<p>Il giorno era già chiaro per ogni parte; ond'io nella mia camera sanza il mio Panfilo vedendomi, e intorno mirandomi per ispazio lunghissimo, come ciò avvenuto si fosse ignorando, la serva domandai che di lui fosse; a cui ella piagnendo rispose:</p>
<p>— Già è gran pezza che egli qui nelle sue braccia recatavi, da voi il sopravegnente giorno con lagrime infinite a forza il divise. —</p>
<p>A cui io dissi:</p>
<p>— Dunque si pure è egli partito? —</p>
<p>— Sì — rispose la serva.</p>
<p>Cui io ancora seguendo adomandai:</p>
<p>— Or con che aspetto si partì. Con grave? —</p>
<p>A cui ella rispose:</p>
<p>— Niuno mai più dolente ne vidi. —</p>
<p>Poi seguitai:</p>
<p>— Quali furono gli atti suoi? E che parole disse nella partenza? —</p>
<p>E ella rispose:</p>
<p>— Voi quasi morta nelle mie braccia rimasa, vagando la vostra anima non so dove, egli vi si recò, tosto che tale vi vide, nelle sue teneramente; e con la sua mano nel vostro petto cercato se con voi fosse la paurosa anima, e trovatala forte battendo, piagnendo, cento volte e più agli ultimi baci credo vi richiamasse; ma poi che voi immobile non altramente che marmo vide, qui vi recò, e dubitando di peggio, lagrimando più volte bagnò il vostro viso, dicendo: ‘O sommi idii, se nella mia partenza peccato alcuno si contiene, venga sopra me il giudicio, non sopra la non colpevole donna. Rendete ai luoghi suoi la smarrita anima, sicché di questo ultimo bene, cioè di vedermi nella mia partita, e di darmi gli ultimi baci dicendo adio, e ella e io siamo consolati’. Ma poi che vide voi non risentirvi, quasi sanza consiglio, ignorando che farsi, pianamente in su il letto posatavi, quali le marine onde, da' venti e dalla piaggia sospinte, ora inanzi vengono, e quando adietro si tornano, cotale da voi partendosi infino in sul limitare dell'uscio della camera pigramente andando, mirava per le finestre il minacciante cielo, nemico alla sua dimora; e quindi subitamente verso voi ritornava, da capo chiamandovi, aggiugnendo lagrime e baci al vostro viso. Ma poi che così ebbe fatto più volte, vedendo che più lunga non potea essere con voi la sua dimora, abracciandovi disse: ‘O dolcissima donna, unica speranza del tristo cuore, la quale io, a forza partendomi, lascio in dubbia vita, Iddio ti renda il perduto conforto, e te a me tanto servi, che insieme felici ancora ci possiamo rivedere, sì come sconsolati ne divide l'amara partenza’. E così come le parole diceva, così continuamente piagneva forte, tanto che i singhiozzi del pianto suo più volte mi fecer paura che, non che dai nostri di casa, ma che da' vicini sentiti non fossero. Ma poi, più non potendo dimorare per la nemica chiarezza sopravegnente, con maggiore abondanza di lagrime disse: ‘Addio!’ E quasi a forza tirato, percotendo forte il piede nel limitare, uscì delle nostre case. Onde uscito, appena si saria detto che egli potesse andare, anzi ad ogni passo volgendosi, quasi pareva sperasse che, voi risentita, io il dovessi chiamare a rivedervi. —</p>
<p>Tacque allora quella; e io, o donne, quale voi potete pensare, cotale, dolendomi della partita del caro amante, isconsolata rimasi piagnendo.</p></div2></div1>

<div1 type="capitolo"><argument><p><emph>Capitolo terzo nel quale si dimostra chenti e quali fossero di questa donna i pensieri e l'opere, trascorrendo il tempo a lei dal suo amante promesso di ritornare.</emph></p></argument>

<div2 type="paragrafo"><head>[1]</head>

<p>Qual voi avete udito di sopra, o donne, cotale, il mio Panfilo dipartito, rimasi, e più giorni con lagrime di tal partenza mi dolfi, né altro era nella mia bocca, bene che tacitamente fosse, che: “O Panfilo mio, come può egli essere che tu m'abbi lasciata?” Certo intra le lagrime mi dava tal nome, ricordandolo, alcuno conforto. Niuna parte della mia camera era, che io con disiderosissimo occhio non riguardassi, fra me dicendo: “Quivi sedette Panfilo, quivi giacque, quivi mi promise di tornare tosto, quivi il baciai io”. E brievemente ciascuno luogo m'era caro. Io alcuna volta meco medesima fingeva lui dovere ancora, indietro tornando, venirmi a vedere, e, quasi come se venuto fosse, gli occhi all'uscio della mia camera rivolgea, e rimanendo dal mio consapevole imaginamento beffata, così ne rimaneva crucciosa come se con verità fossi stata ingannata. Io più volte, per cacciare da me i non utili riguardamenti, incominciai molte cose a volere fare, ma vinta da nuove imaginazioni, quelle lasciava stare. Il misero cuore con non usato battimento continuamente m'infestava. Io mi ricordava di molte cose, le quali io li vorrei avere dette, quelle che dette gli avea e le sue ripetendo con meco stessa; e in tal maniera, non fermando l'animo a nulla cosa, più giorni mi stetti dogliosa.</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[2]</head>

<p>Poi che la doglia gravissima per la nuova partenza incominciò, per interposizione di tempo, alquanto ad allenare, a me incominciarono a venire più fermi pensieri; e venuti, se medesimi con ragioni verisimili difendeano. Egli, non dopo molti dì, dimorando io nella mia camera sola, m'avvenne che io con meco a dire cominciai: “Ecco, ora l'amante è partito e vassene; e tu, misera, non che dire adio, ma renderli i baci dati al morto viso, o vederlo nel suo partire non potesti; la quale cosa egli forse tenendo a mente, se alcuno caso noioso gli avviene, della tua taciturnità malo agurio prendendo, forse di te si biasimerà. ” Questo pensiero mi fu, nel principio, nell'animo molto grave, ma nuovo consiglio da me il rimosse, perciò che, meco pensando, dissi: “Deh, qui non dée biasimo alcuno cadere, perciò che egli, savio, più tosto il mio avenimento prenderà in agurio felice, dicendo: ‘Ella non disse adio sì come si suole dire a quelli i quali, o per lungamente dimorare, o per non tornare, si sogliono partire d'altrui; ma tacendo, me seco quasi reputando d'avere, brevissimo spazio disegnò alla mia dimora’”. E così me con meco racconsolata, lascio questo andare, entrando in altri.</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[3]</head>

<p>Alcuna altra volta con più gravezza mi venne pensato lui avere il piè percosso nel limitare dell'uscio della nostra camera, sì come la fedele serva m'avea ridetto; e ricordandomi che a niuno altro segnale Laudomia prese tanta fermezza, quanta a così fatto, del non reddituro Protesilao, già molte volte ne piansi, quello medesimo di ciò sperando che n'è avvenuto. Ma non capendomi allora nell'animo che avvenire mi dovesse, quasi vani cotali pensieri imaginai di dovere lasciare andare via. I quali però non si partieno a mia posta, ma talvolta, altri sopravegnendone, questi mi usciano di mente, pensando a' già venuti; i quali tanti e tali erano, che di quelli il numero, non che altro, graverebbe a ricordarsi.</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[4]</head>

<p>Egli non mi venne una volta sola nell'animo l'avere già letto ne' versi d'Ovidio che le fatiche traevano a' giovani amore delle menti, anzi mi veniva tante quante volte io mi ricordava lui essere in cammino. E sentendo quello non piccolo affanno, e massimamente a chi è di riposo uso, o il fa contro a voglia, forte meco dubitava in prima non quello avesse forza di torlomi; e apresso non la invita fatica né il noioso tempo li fosse cagione d'infermità o di peggio. E in questo molto mi ricorda più che negli altri dimorare occupata, bene che sovente io, e dalle sue medesime lagrime da me vedute, e dalle mie fatiche, le quali mai non mutarono la mia fermezza, argomentai non potere essere vero che per sì piccolo affanno si spegnesse amore così grande, sperando ancora che la sua giovane età e la discrezione da altro accidente noioso me 'l guarderebbono.</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[5]</head>

<p>Così adunque a me opponendo e rispondendo e solvendo, trapassai tanti giorni, che non che lui alla sua patria pervenuto pensai solamente, ma ancora ne fui per sua lettera fatta certa. La quale, essendo a me per molte cagioni graziosissima, lui ardere come mai mi fece palese, e con maggiori promesse vivificò la mia speranza del suo tornare. Da questa ora inanzi, partiti i primi pensieri, nuovi in luogo di quelli subitamente ne nacquero. Io alcuna volta diceva: “Ora Panfilo, unico figliuolo al vecchio padre, da lui, il quale già è molti anni nol vide, con grandissima festa ricevuto, non che egli di me si ricordi, ma io credo che egli maladice i mesi i quali qui con diverse cagioni per amore di me si ritenne; e ricevendo onore ora da questo amico e ora da quell'altro, biasima forse me, che altro che amarlo non sapea, quando c'era. E gli animi pieni di festa sono atti a potere essere tolti d'uno luogo e ad obligarsi in uno altro. Deh, ora potrebbe egli essere che io in così fatta maniera il perdessi? Certo appena che io il possa credere: Iddio cessi che questo avvenga; e come egli ha me tenuta e tiene, tra' miei parenti, e nella mia città, sua, così lui tra' suoi e nella sua conservi mio. ” Oimè! con quante lagrime erano mescolate queste parole, e con quante più sarebbono state, se vero avessi creduto ciò che esse medesime vero indovinavano, avvegna che quelle che allora non vennero, io poi in molti doppii l'abbia sparte invano!</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[6]</head>

<p>Oltre a cotale ragionare, l'anima, spesse volte conoscitrice de' suoi futuri mali, presa da non so che paura, tremava forte. La qual paura più volte in cotal pensiero si risolvette: “Panfilo ora nella sua città, piena di templi eccellentissimi, e per molte e grandissime feste pomposi, visita quelli, li quali sanza niuno dubbio truova di donne pieni; le quali, sì come io ho molte fiate udito, ancora che bellissime sieno, di leggiadria e di vaghezza tutte l'altre trapassano, né alcune ne sono con tanti lacciuoli da pigliare animi, quanto loro. Deh, chi può essere sì forte guardiano di se medesimo, dove tante cose concorrono, che posto che egli pure non voglia, egli non sia almeno per forza preso alcuna volta? E io medesima fui per forza presa. E oltre a ciò, le cose nuove sogliono più che l'altre piacere. Adunque è leggiere cosa che egli a loro nuovo, e esse a lui, e possa ad alcuna piacere, e a lui similmente alcuna piacerne”. Oimè! quanto m'era grave cotale imaginare! Il quale, che egli non dovesse avvenire, appena poteva da me cacciare, dicendo: “E come potrebbe Panfilo, che te più che sé ama, ricevere nel cuore da te occupato un altro amore? Non sai tu qui essere stata alcuna ben degna di lui, la quale con maggiore forza che con quella degli occhi s'ingegnò d'entrarvi, né vi poté onde trovare? Certo appena, non essendo egli tuo sì come egli è, trapassando ancora qualunque donne si sono di bellezza e d'arte le dèe, che egli così tosto, come tu di', innamorar si potesse. E oltre a questo, come credi tu che egli la fede a te promessa volesse rompere per alcuna altra? Egli nol farebbe giamai; e similemente nella sua discrezione ti déi fidare. Tu déi ragionevolmente pensare che egli non è sì poco savio, che non conosca che mattamente fa chi lascia quel ch'egli ha per acquistare quel che non ha; se già quel che lasciasse non fosse piccolissima cosa per acquistare una grandissima, e di ciò speranza avere infallibile. Il che in questo non può avvenire, però che, se tu hai il vero udito, tu saresti nel numero delle belle nella sua terra, la quale niuna più ricca di te ne tiene o gentile; e oltre a questo, cui troverrebb'egli, che sì l'amasse come tu l'ami? Esso, sì come in ciò esperto, conosce quanta fatica sia il disporre una donna, che di nuovo piaccia, a farsi amare; le quali, ancora che amino, il che di rado avviene, sempre il contrario mostrano di ciò che disiano. Egli, quando pure te non amasse, intorno a molte cose d'altri suoi fatti impedito, non potrebbe ora vacare a dimesticare novelle donne; e però di ciò non pensare, ma tieni per certa regola che quanto tu ami, cotanto se' amata”. Oimè, quanto falsamente argomentava, fatta sofistica contro al vero! Ma con tutto il mio argomentare, mai non mi pote' dell'animo cacciare la miserabile gelosia, entratavi per giunta degli altri miei danni. Ma pure, quasi veramente arguissi, alquanto alleviata, a mio potere da tale pensiero mi scostava.</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[7]</head>

<p>Carissime donne, acciò che io non metta il tempo in raccontare ciascuno mio pensiero, quali le mie opere più sollecite fossero ascolterete; né di ciò piglierete ammirazione, se furono nuove, perciò che non quali io l'avrei volute, ma quali Amore le mi dava, seguire le mi convenia. Egli trapassavano poche mattine che io, levata, non salissi nella più eccelsa parte della mia casa; e quindi, non altramenti che i marinai, sopra la gabbia del lor legno saliti, speculano se scoglio o terra vicina scorgono che gli 'mpedisse, raguardo tutto il cielo. Poi, verso l'oriente fermata, considero quanto il sole, sopra l'orizonte levato, abbia del nuovo giorno passato; e tanto quanto io il veggo più inalzato, cotanto diceva più il termine avicinarsi della tornata di Panfilo. E quasi con diletto quello molte volte rimirava salire; né discernendolo, ora alla mia ombra fatta minore, e quando dallo spazio del suo corpo alla terra fatto maggiore, la salita quantità estimava, e con meco istessa diceva lui più pigramente che mai andare, e più dare ai giorni di spazio nel Capricornio, che nel Cancro dare non solea. E così similemente lui, al mezzo cerchio salito, dicea a diletto starsi a riguardare le terre, e quantunque egli velocemente si calasse all'occaso, sì mi parea tardo. Il quale poi che, tolta al nostro mondo la luce sua, alle stelle la loro lasciava mostrare, io contenta molte volte con meco i dì trapassati annoverando, quello con gli altri passati con una piccola pietra segnava, non altramenti che gli antichi, i lieti dalli dolenti ispartendo con bianche e nere petruzze, soleano fare. Oh quante volte già mi ricorda che anzi tempo io la vi giunsi, parendomi tanto del termine dato scemare, quanto più tosto l'aggiugneva al trapassato, ora le petruzze per li passati segnate, e ora quelle, che per quelli che erano a passare stavano, annoverando, bene che di ciascune ottimamente il numero nella mente avessi; ma quasi ogni volta sperava l'une cresciute, e l'altre dovere trovare scemate. Così il disio mi trasportava volonterosa alla fine del tempo dato.</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[8]</head>

<p>Usata adunque questa sollecitudine vana, il più delle volte nella mia camera mi tornava. Quivi, più volentieri sola che accompagnata, per fuggire i pensieri nocevoli, quando sola mi vi trovava, aprendo un mio forziere, di quello molte cose state già sue ad una ad una traeva, e quelle con quello disiderio, che io soleva già lui riguardare, le mirava; e miratele, a pena le lagrime ritenute, sospirando le baciava; e quasi come se intelligenti creature state fossero, le domandava: “Quando ci fia il signore vostro?”. Quindi riposte queste, infinite sue lettere, a me mandate da lui, traeva fuori, e quelle quasi tutte leggendo, quasi con lui parendomi ragionare, sentiva non poco conforto. E molte volte fu che io, la mia serva chiamata, varii parlamenti con lei tenni di lui, ora domandandola qual fosse la sua speranza della tornata di Panfilo, ora domandandola quello che di lui le paresse, e talvolta se di lui avesse udito alcuna cosa. Alle quali cose essa, o per piacermi o pure, secondo il suo parere, il vero rispondendomi, non poco mi consolava; e così molte volte gran parte del dì trapassava con poca noia.</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[9]</head>

<p>Non meno che le già dette cose, o pietose donne, m'era caro il visitare i templi, e il sedere alla mia porta con le mie compagne, dove spesso da ragionamenti varii alquanto erano da me rimosse le mie sollecitudini infinite. Nelli quali luoghi stando, più volte m'avvenne ch'io vidi di quelli giovani, i quali io molte volte con Panfilo avea veduti: né mai che io gli vedessi avveniva, che io tra loro non mirassi, quasi tra essi dovessi Panfilo rivedere. Oh quante volte io fui in ciò avedutamente ingannata! E come, ancora che ingannata fossi, mi giovava di loro vedere! Li quali, se il loro aspetto non mi mentiva, io li vedea della mia compassione medesima pieni, e quasi, del loro compagno rimasi soli, mi parevano non così lieti come soleano. Oh che volere fu più volte il mio di domandarli che fosse del loro compagno, se la ragione non m'avesse tenuta! Ma certo la fortuna in ciò alcuna volta mi fu benigna, ché non credendo essi di lui in alcuno luogo da me essere intesi, dissono la sua tornata essere vicina. Quanto ciò mi piacesse, invano mi faticherei ad espriemerlo! E in questa maniera, con cotali pensieri e con così fatte opere, e con molte altre a queste simili, m'ingegnava di trapassare i giorni, a me nella loro picciolezza gravosi, la notte appetendo; non perché io a me più utile la sentissi, ma perché, venuta, meno era del tempo a trapassare.</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[10]</head>

<p>Poi che il dì, le sue ore finite, era dalla notte occupato, nuove sollecitudini le più volte mi s'apprestavano. Io, dalla mia puerizia nelle notturne tenebre paurosa, accompagnata da Amore era divenuta sicura; e sentendo già quasi nella mia casa ciascun riposare, sola alcuna volta là, onde la mattina il sole montante avea veduto, me ne saliva; e quale Aronta tra' bianchi marmi de' monti Lucani i corpi celesti e i loro moti speculava, cotale io, la notte lunghissime ore traente, sentendo a' miei sonni le varie sollecitudini essere nemiche, da quella parte il cielo mirava, e i suoi moti più ch'altri veloci meco tardissimi reputava. E alcuna volta, vòlti gli occhi attenti alla cornuta luna, non che alla sua ritondità corresse, ma più aguta l'una notte che l'altra la giudicava, tanto era più il mio disio ardente che tosto le quattro volte si consumassero, che veloce il corso suo. Oh quante volte, ancora che freddissima luce porgesse, la rimirai io a diletto lunga fiata, imaginando che così in essa fossero allora gli occhi del mio Panfilo fissi, come i miei! Il quale io ora non dubito che, essendoli io già uscita di mente, egli, non che a luna mirasse, ma solo un pensiero non avendone, forse nel suo letto si riposava. E ricordami che io, della lentezza del corso di lei crucciandomi, con varii suoni, seguendo gli antichi errori, aiutai i corsi di lei alla sua ritondità pervenire. Alla quale poi che pervenuta era, quasi contenta dello intero suo lume, alle nuove corna non pareva che di tornare si curasse, ma pigra nella sua ritondità dimorava, avvegna che io di ciò l'avessi quasi in me medesima talvolta per iscusata, più grazioso reputando lo stare con la sua madre, che nelli oscuri regni del suo marito tornare. Ma bene mi ricordo che spesso già le voci in prieghi per li suoi agevolamenti usate, io le rivolsi in minacce, dicendo: “O Febea, mala guiderdonatrice de' ricevuti servigi, io con pietosi prieghi le tue fatiche m'ingegno di menomare; ma tu con pigre dimoranze le mie non ti curi d'acrescere. E però, se più a' bisogni del mio aiuto cornuta ritorni, me così allora sentirai pigra, come io ora te discerno. Or non sai tu, che quanto più tosto quattro volte cornuta, e altrettante tonda t'avrai mostrata, cotanto più tosto il mio Panfilo tornerammi? Il quale tornato, così tarda e veloce come ti piace corri per li tuoi cerchi”. Certo quella demenzia medesima che me a fare cotali prieghi inducea, quella stessa tolse sì me a me, che ella mi fece parere alcuna volta che essa, temorosa delle mie minacce, s'avacciasse nel corso suo a' miei piaceri, e altre volte, quasi non curantesi di me, più che l'usato parea che 'l tardasse. Questo riguardarla sovente me sì nota del suo andamento rendeo, che ella né di corpo piena, o vòta, in alcuna parte era del cielo, o con qualunque stella congiunta, che io non avessi il tempo della notte passato e l'avvenire giudicato dirittamente; similemente l'una e l'altra Orsa, se ella non fosse paruta, per lunga notizia me ne facean certa. Deh, chi crederebbe che Amore m'avesse potuto mostrare astrologia, arte da solennissimi ingegni, e non da menti occupate dal suo furore?</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[11]</head>

<p>Quando il cielo, d'oscurissimi nuvoli pieno, trascorso da varii e sonanti venti, per ogni parte questa veduta mi toglieva, alcuna volta, se altro a fare non mi occorreva, ragunate le mie fanti con meco nella mia camera, e raccontava e faceva raccontare storie diverse, le quali quanto più erano di lungi dal vero, come il più così fatte genti le dicono, cotanto parea ch'avessono maggiore forza a cacciare i sospiri e a recare festa a me ascoltante; la quale alcuna volta, con tutta la malinconia, di quelle lietissimamente risi. E se questo forse per cagione legittima non poteva essere, in libri diversi ricercando le altrui miserie, e quelle alle mie conformando, quasi accompagnata sentendomi, con meno noia il tempo passava. Né so quale più grazioso mi fosse, o vedere i tempi trascorrere, o trovagli, in altro essendo stata occupata, esser trascorsi.</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[12]</head>

<p>Ma poi che le operazioni predette e altre me aveano per lungo spazio tenuta occupata, quasi a forza, assai bene conoscendo che invano ancora, me n'andava a dormire, anzi più tosto a giacere per dormire. E nel mio letto dimorando sola, e da niuno romore impedita, quasi tutti i preteriti pensieri del dì mi veniano nella mente, e mal mio grado con molti più argomenti e pro e contra mi si faceano ripetere; e molte volte volli entrare in altri, e rade furono quelle che io il potessi ottenere. Ma pure alcuna volta, loro a forza lasciati, giacendo in quella parte ove il mio Panfilo era giaciuto, quasi sentendo di lui alcuno odore, mi parea essere contenta, e lui tra me medesima chiamava, e quasi mi dovesse udire, il pregava che tosto tornasse. Poi lui imaginava tornato, e, meco fingendolo, molte cose li dicea, e di molte il domandava, e io stessa in suo luogo mi rispondeva; e alcuna volta m'avvenne che io in cotali pensieri m'adormentai. E certo il sonno m'era alcuna volta più grazioso che la vigilia, perciò che quello che io con meco falsamente vegghiando fingeva, esso, se durato fosse, non altramenti che vero me 'l concedeva. Egli mi pareva alcuna volta con lui tornato vagare in giardini bellissimi, di frondi, di fiori e di frutti varii adorni, con lui insieme, quasi da ogni temenza rimoti, come già facemmo; e quivi lui per la mano tenendo, e esso me, farmi ogni suo accidente contare. E molte volte, avanti che il suo dire avesse fornito, mi pareva baciandolo romperli le parole, e quasi appena vero parendomi ciò ch'io vedea, dicea: “Deh, è egli vero che tu sii tornato? Certo sì è, io ti pur tengo”. E quindi di capo il baciava. Altra volta mi parea con lui essere sopra i marini liti in lieta festa, e tal fu che io affermai meco medesima, dicendo: “Ora pur non sogno io d'averlo nelle mie braccia”. Oh quanto m'era discaro, quando ciò m'avveniva, che il sonno da me si partisse! Il quale, partendosi, sempre seco se ne portava ciò che sanza sua fatica m'avea prestato. E ancora che io ne rimanessi malinconosa assai, non per tanto tutto il dì seguente, bene sperando, contentissima dimorava, disiderando che tosto la notte tornasse, acciò che io, dormendo, quello avessi, che vegghiando avere non potea. E bene che così grazioso alcuna volta mi fosse il sonno, nondimeno non sofferse egli che io cotale dolcezza sanza amaritudine mescolata sentissi, perciò ch'e' furono assai di quelle volte che egli il mi parea vedere in vilissimi vestimenti vestito, tutto non so di che macchie oscurissime maculato, palido e pauroso come se cacciato fosse, e verso me gridare: “Aiutami!”. Altre, mi parea udire parlare a più persone della sua morte, e tal volta fu che io me 'l vidi morto davanti, e in altre molte e varie forme a me spiacenti: il che niuna volta adivenne, che il sonno avesse maggiori le forze che il dolore. E subitamente risvegliata, e la vanità del mio sogno conoscendo, quasi contenta d'avere sognato, ringraziava Iddio; non che io turbata non rimanessi, temendo non le cose vedute, se non tutte, almeno in parte fossero vere o figure di vere. Né mai, quantunque io meco dicessi, e da altrui udissi vani essere i sogni, di ciò non era contenta, se io di lui non sapeva novelle; delle quali io astutissimamente era divenuta sollecita dimandatrice.</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[13]</head>

<p>In cotale guisa, quale udita avete, i giorni e le notti trapassava aspettando. Vero è che, avicinandosi il tempo della promessa tornata, io estimai che utile consiglio fosse il vivere lieta, acciò che le mie bellezze, smarrite alquanto per l'avuto dolore, ritornassero nei luoghi loro, acciò che egli tornando, io essendo sformata, non gli potessi spiacere. E questo mi fu assai agevole a fare, però che il già essermi negli affanni adusata, quelli con pochissima fatica portava, e oltre a ciò la propinqua speranza del promesso tornare con non usata letizia ogni dì mi si faceva più sentire. Io le feste non poco intralasciate, dando di ciò al sozzo tempo cagione, venendone il nuovo, ricominciai ad usare; né prima l'animo, da gravissime amaritudini ristretto, si cominciò in lieta vita ad ampliare, che io più bella che mai ritornai. E i cari vestimenti e i preziosi ornamenti, non altramenti che il cavaliere per la futura battaglia risarcisce le sue forti armi dove bisogna, li feci belli, acciò che in quelli più ornata paressi nel suo tornare; il quale io invano e ingannata aspettava.</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[14]</head>

<p>Adunque, così come gli atti si tramutarono, così si fecero i miei pensieri: a me il non averlo nel suo partire veduto, né il tristo agurio del piè percosso, né le sostenute fatiche di lui, né gli dolori ricevuti, né la nemica gelosia più nella mente venivano; anzi già forse ad otto dì alla sua promessa vicina, fra me dicea:</p>
<p>“Ora al mio Panfilo rincresce l'essere a me stato lontano, e sentendo il tempo vicino a ciò che promise, di tornare s'apparecchia, e forse ora, lasciato il vecchio padre, è nel cammino.”</p>
<p>Oh quanto m'era cotale ragionare caro, e quanto sopr'esso volontieri mi volgea, molte volte entrando in pensiero con che atto a lui più grazioso mi dovessi ripresentare! Oimè! quante volte dissi:</p>
<p>“Egli fia nella sua tornata da me centomilia volte abracciato, e i miei baci multiplicheranno in tanta quantità, che niuna parola intera lasceranno della sua bocca uscire, e in cento doppii renderò quelli che esso, sanza riceverne nullo, diede al tramortito viso.”</p>
<p>E nel pensiero più volte dubitai di non potere raffrenare l'ardente disio d'abbracciarlo, quando prima il vedessi, inanzi a qualunque persona. Ma a queste cose providero l'iddii per modo a me noievole più che troppo. Io ancora, nella mia camera stando, quante volte in quella alcuna persona entrava, tante credea che venuto mi fosse a dire: “Panfilo è venuto”. Io non udiva voce alcuna in alcuno luogo, che io con gli orecchi levati non le ricogliessi tutte, pensando che di lui tornato dovessero dire. Io mi levai, credo, più di cento volte già da sedere, correndo alla finestra, quasi d'altro sollecita, in giù e 'n su rimirando, avendo prima a me medesima, pensando scioccamente, fatto credere: “Egli è possibile che Panfilo, ora venuto, ti venga a vedere”. E vano ritrovando il mio aviso, quasi confusa dentro mi ritornava. Io, dicendo che esso alcune cose dovea al mio marito recare nella sua tornata, spesso e se venuto fosse, o quando s'aspettasse, e domandava e faceva domandare. Ma di ciò niuna lieta risposta mi perveniva, se non come di colui che mai più venire non dovea, se non come ha fatto.</p></div2></div1>
<div1 type="capitolo"><argument><p><emph>Capitolo quarto nel quale questa donna dimostra quali pensieri e che vita fosse la sua, essendo il termine venuto, e Panfilo non veniva.</emph></p></argument>

<div2 type="paragrafo"><head>[1]</head>

<p>Così, o pietose donne, sollecita, come udito avete, non solamente al molto disiderato e con fatica aspettato termine pervenni, ma ancora di molti dì il passai, e meco medesima incerta se ancora il dovessi biasimare, o no, alentata alquanto la speranza, lasciai in parte i lieti pensieri, ne' quali forse troppo allargandomi era rientrata, e nuove cose ancora non statevi mi si cominciarono a volgere per lo capo. E fermando la mente a volere, s'io potessi, conoscere qual fosse o essere potesse la cagione della sua più lunga dimora che lo 'mpromesso, cominciai a pensare, e inanzi a l'altre cose in iscusa di lui tanti modi truovo, quanti esso medesimo, se presente fosse, potrebbe trovare, e forse più. Io dicea alcuna volta:</p>
<p>“O Fiammetta, deh, credi tu il tuo Panfilo dimorare sanza tornare a te, se non perché egli non puote? Gli affari inoppinati opriemon sovente altrui, né è possibile così preciso termine dare alle cose future, come altri crede. Or chi dubita ancora che la presente pietà non stringa più assai che la lontana? Io sono bene certa che egli me sommamente ama, e ora pensa alla mia vita amara, e di quella ha compassione, e da amore sospinto, più volte n'è voluto venire; ma forse il vecchio padre con lagrime e con prieghi ha alquanto il termine prolungato, e opponendosi ai suoi voleri, l'ha ritenuto; egli verrà quando potrà.”</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[2]</head>

<p>Da così fatti ragionamenti e scuse mi sospigneano sovente i pensieri ad imaginare più gravi cose. Io alcuna volta dicea: “Chi sa se egli, volonteroso più che il dovere di rivedermi, e per venire al posto termine, posposta ogni pietà di padre, e lasciato ogni altro affare, si mosse, e forse sanza aspettare la pace del turbato mare, credendo a' marinari bugiardi e arischievoli per voglia di guadagnare, sopra alcuno legno si mise, il quale venuto in ira a' venti e a l'onde, in quelle è forse perito? Niuna altra cagione tolse Leandro ad Ero. Or chi puote ancora sapere se esso, da fortuna sospinto ad alcuno inabitato scoglio, quivi la morte fuggendo dell'acque, quella della fame o delle rapaci bestie ha acquistata? O in su quelli, come Acchimenide, forse per dimenticanza lasciato, aspetta chi qua ne 'l rechi? Chi non sa ancora che il mare è pieno di insidie? Forse è esso da inimiche mani preso, o da pirate, e nell'altrui prigioni con ferri stretto è ritenuto. Tutte queste cose essere possono, e molte volte già le vedemmo adivenire”. D'altra parte poi mi si parava nella mente &lt;non&gt; essere per terra più sicuro il suo camino, e in quello similemente mille accidenti possibili a ritenerlo vedea. Io subitamente correndo con l'animo pure alle piggiori cose, estimando a lui più giusta scusa trovare, quanto più grave la cosa poneva, alcuna volta pensava: “Ecco, il sole, più che l'usato caldo, dissolve le nevi negli alti monti, onde i fiumi furiosi e con onde torbide corrono; de' quali egli non pochi ha a passare. Or se egli in alcuno, volonteroso di trapassare, s'è messo, e in quello caduto e col cavallo insieme tirato e ravolto, ha renduto lo spirito, come può egli venire? Li fiumi non apparano ora di nuovo a fare queste ingiurie a' camminanti, né a tranghiottire gli uomini! Ma se pure da questo è campato, forse nelli aguati de' ladroni è incappato, e rubato e ritenuto è da loro; o forse, nel cammino infermato, in alcuna parte ora dimora, e recuperata la sanità, sanza fallo qui ne verrà”.</p>
<p>Oimè, che qualora cotali imaginazioni mi teneano, un freddo sudore m'occupava tutta, e sì di ciò divenia paurosa, che sovente in prieghi a Dio, che ciò cessasse, rivolgea il pensiero, né più né meno come se egli davanti agli occhi in quello pericolo mi fosse presente. E alcuna volta mi ricorda ch'io piansi, quasi come con ferma fede in alcuno de' pensati mali il vedessi. Ma poi fra me dicea: “Oimè, che cose sono queste che i miseri pensieri mi porgono davanti? Cessi Iddio che alcuna di queste sia! Inanzi dimori quanto li piace, o non torni, che, per contentarmi, a caso si metta che alcuna di queste cose avvenga. Le quali ora veramente m'ingannano, però che, posto che possibili sieno, impossibili sono ad essere occulte, e molto credibile è la morte di cotale giovane non potere essere nascosa, e massimamente a me, la quale, sollecita, continuamente di lui fo domandare con investigazioni non poco sottili. E chi dubita ancora che, se le cose da me male pensate alcuna ne fosse vera, che la Fama, velocissima raportatrice de' mali, già qui non l'avesse condotta? Alla quale la Fortuna, in ciò ora poco mia amica, avrebbe data apertissima via per farmi tristissima. Certo io credo più tosto che egli, in gravissimo affanno, come io sono se egli non viene, ora a forza ritenuto dimori, e tosto o verrà, o della dimora in mia consolazione scusandosi, scriverà la cagione”.</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[3]</head>

<p>Certo li già detti pensieri, ancora che fierissimi m'assalissono, pure assai lievemente erano vinti, e la speranza, che per lo passato termine da me di fuggire si sforzava, con ogni mio potere ritenea, ponendole innanzi il lungo amore da me a lui, e da lui a me portato, la data fede, i giurati iddii, le infinite lagrime; le quali cose io affermava essere impossibile che inganno coprissono. Ma io non poteva fare che essa, così ritenuta, non desse luogo alli lasciati pensieri, i quali con lento passo e tacitamente, lei a poco a poco pignendo fuori del mio cuore, s'ingegnavano di tornare nel loro primo luogo, a mente riducendomi e i malvagi agurii e l'altre cose; né quasi me ne avidi prima, che io, e la speranza quasi cacciata, e loro potentissimi vi sentia. Ma tra gli altri, che me più forte gravava, niuna cosa in processo di più giorni udendo della tornata di Panfilo, era gelosia. Questa più che io non volea mi spronava: questa ogni scusa che meco di lui faceva, quasi consapevole de' suoi fatti, anullava; questa spesso ne' ragionamenti per adietro da me dannati mi rimetteva dicendo: “Deh, come se' tu così stolta, che pietà di padre o altro qualunque stretto affare o diletto ora potesse Panfilo sopratenere, se così t'amasse come dicea? Non sai tu che Amore vince tutte le cose? Egli fermamente, d'un'altra inamorato, t'avrà dimenticata, il cui piacere, molto possente sì come nuovo, là ora il ritiene, come il tuo qua il tenea. Quelle donne, sì come tu già dicesti, per ogni cosa atte ad amare, e egli altressì naturalmente a ciò disposto e degno per ciascuna cosa da essere amato, conformatesi al suo piacere e egli al loro, di nuovo l'avranno inamorato. Non credi tu che l'altre donne abbiano occhi in capo sì come tu, e conoscano in queste cose quanto tu conosci? Sì fanno bene. E a lui altressì non credi tu che ne possa più che una piacere? Certo io credo che, s'e' potesse te vedere, malagevole li sarebbe alcuna altra amarne; ma egli non ti può ora vedere, né ti vide già sono cotanti mesi passati. Tu déi sapere che niuno mondano accidente è etterno: così come egli s'innamorò di te, e come tu li piacesti, così è possibile che un'altra ne li sia piaciuta, e che egli, avendo il tuo amore abandonato, n'ami un'altra. Le cose nuove piacciono con più forza che le molto vedute, e sempre quello che l'uomo non ha, si suole con maggiore affezione disiderare che quello che l'uomo possiede; e niuna cosa è tanto dilettevole, che per lungo uso non rincresca. E chi non amerà più volontieri a casa sua una nuova donna, che una antica nelle altrui contrade? Egli altressì forse non t'amava con così fervente amore come mostrava, e alle sue lagrime né a quelle d'alcuno altro non è da credere così caro pegno come è cotanto amore, quanto tu forse estimi che egli ti portasse. Eziandio gli uomini, alcuna volta, non avendosi mai più veduti che alcuno giorno, sono crucciosi e piangono spartendosi; e molte cose similmente si giurano e impromettono, le quali altri ha fermo intendimento di fare; ma poi nuovo caso, sopravenendo, fa quelli giuramenti uscire di mente. Le lagrime e' giuramenti e le promessioni de' giovani non sono ora di nuovo arra d'inganno futuro alle donne? Essi generalmente sanno prima fare queste cose che amare; la loro volontà vagabunda li tira a questo: niuno n'è che non volesse più tosto ogni mese mutare diece donne; che essere diece dì d'una. Essi continuamente credono e costumi nuovi e nuove forme trovare, e gloriansi d'avere avuto l'amore di molte. Dunque che speri? Perché vanamente ti lasci menare alla vana credenza? Tu non se' in atto da poterlo da ciò ritrarre: rimanti d'amarlo, e dimostra che con quella arte, che egli ha te ingannata, tu abbi ingannato lui”.</p>
<p>E dietro a queste con molte altre séguito, a me dicendo, e in esse accendevami di fiera ira, la quale con tumorosissimo caldo sì m'enfiava l'animo, che quasi ad atti rabbiosissimi m'induceva. Né prima il concreato furore trapassava, che le lagrime abondevolissimamente per gli occhi uscissono, con le quali, molto alcuna volta duranti, esso del petto m'usciva. Nel quale per conforto di me medesima, dannando ciò che la indovina anima mi diceva, quasi a forza la già fuggita speranza con ragioni vanissime rivocava. E in cotale guisa, quasi ogni ripresa allegrezza lasciata, stetti sperando e disperando molto spesso più giorni, sempre sollecita oltre modo a potere acconciamente sapere che di lui fosse, che non veniva.</p></div2></div1>

<div1 type="capitolo"><argument><p><emph>Capitolo quinto nel quale questa donna dimostra come alli suoi orecchi pervenne Panfilo aver presa moglie, mostrando appresso quanto, del suo tornare disperata, dolorosa vivesse.</emph></p></argument>

<div2 type="paragrafo"><head>[1]</head>

<p>Lievi sono infino a qui state le mie lagrime, o pietose donne, e i miei sospiri piacevoli a rispetto di quelli i quali la dolente penna, più pigra a scrivere che il cuore a sentire, s'apparecchia di dimostrarvi. E certo, se bene si considera, le pene infino a qui trapassate più di lasciva giovane che di tormentata quasi si possono dire; ma le seguenti vi parranno d'un'altra mano. Adunque fermate gli animi, né vi spaventino le mie promesse, che, le cose passate parendovi gravi, voi non vogliate ancora vedere le seguenti gravissime. E in verità io non vi conforto tanto a questo affanno, perché voi più di me divegnate pietose, quanto perché più la nequizia di colui, per cui ciò m'avviene, conoscendo, divegnate più caute in non commettervi a ogni giovane. E così forse ad una ora a voi m'obligherò ragionando, e disobligherò consigliando, overo per le cose a me avvenute amonendo e avisando.</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[2]</head>

<p>Dico adunque, donne, che con così varie imaginazioni, quali poco avanti avete potuto comprendere nel mio dire, io stava continuo, quando di più d'un mese essendo il tempo trapassato promesso, a me così dell'amato giovane un dì novelle pervennero. Io, andata a visitare con animo pio sacre religiose, e forse per fare per me porgere a Dio pietose orazioni, che o rendendomi Panfilo, o cacciandolmi della mente, mi ritornasse nel perduto conforto, avenne che, sedendo io con le già dette donne, assai discrete e piacevoli nel loro ragionare e a me molto e per parentado e per antica amistà congiunte, quivi venne un mercatante; né altramente che Ulisse e Diomede a Deidamia e alle suore, cominciò diverse gioie e belle, quali a così fatte donne si covenieno, a mostrare. Egli, sì come io alla sua favella compresi, e esso medesimo, da una di quelle domandatone, confessò, era della terra di Panfilo mio. Ma poi che egli, mostrate molte delle sue cose, e di quelle da esse alcune per lo convenuto pregio prese, e l'altre renduteli, entrati in nuovi motti lieti e esse e esso, mentre che egli il pagamento aspettava, una di loro, d'età giovane e di forma bellissima, e chiara di sangue e di costumi (quella medesima che avanti domandato l'avea onde fosse) il domandò se egli Panfilo, suo compatriota, conosciuto avesse giammai. Oh, quanto cotale domanda diè per lo mio disio! Certo io ne fui contentissima, e gli orecchi alla risposta levai. Il mercatante sanza indugio rispose:</p>
<p>— E chi è quelli che meglio di me il conosca? —</p>
<p>A cui seguì la giovane, quasi infignendosi di sapere che di lui fosse:</p>
<p>— E che è egli ora di lui?</p>
<p>— Oh — disse il mercatante — egli è assai che il padre, non essendogli rimaso altro figliuolo, il richiamò a casa sua. —</p>
<p>Il quale ancora la giovane domandò:</p>
<p>— Quanto ha che tu di lui sapesti novelle? —</p>
<p>— Certo — disse egli — non poi che da lui mi partii, che ancora non credo che siano quindici giorni compiuti.</p>
<p>Continuò la donna:</p>
<p>— E allora che era di lui?</p>
<p>Alla quale esso rispose:</p>
<p>— Molto bene, e dicovi che il dì medesimo che io mi partii, io vidi con grandissima festa entrare di nuovo in casa sua una bellissima giovane, la quale, secondo che io intesi, era a lui novellamente sposata.</p>
<p>Io, mentre che il mercatante queste parole diceva, ancora che con amarissimo dolore l'ascoltassi, fiso nel viso la domandante giovane riguardava, maravigliandomi quale cagione potesse essere, che costei inducesse a domandare con così strette particularità di colui, cui io a pena credeva che altra donna il conoscesse che io. E vidi che, prima a' suoi orecchi non venne Panfilo avere mogliere sposata, che, gli occhi bassati, tutta nel viso si tinse, e la pronta parola le morì in bocca; e per quello che io presummessi, essa con fatica grandissima le lagrime già agli occhi venute ritenne. Ma io, prima ciò udendo, da uno gravissimo dolore presa, sùbito, ciò vedendo, fui da un altro non minore assalita, e appena mi ritenni che io con gravissima villania la turbazione di colei non ripresi, invidiosa che da lei sì aperti segnali d'amore verso Panfilo si mostrassero, dubitando non meno che essa, sì come io, non avesse legittima cagione di dolersi dell'udite parole. Ma pure mi tenni, e con noiosa fatica, alla quale non credo che simigliante si truovi, il turbato cuore sotto non cambiato viso servai, di piagnere più disiosa che di più ascoltare. Ma la giovane, forse con quella medesima forza che io ritenendo dentro il dolore, come se stata non fosse quella che s'era avanti turbata, fattasi fare fede di quelle parole, quanto più domandava, più trovava la cosa contraria al suo disio, e al mio. Onde, dato al mercatante commiato, che 'l domandava, e ricoperta con infinte risa la sua tristizia, con ragionamenti diversi insieme quivi, per più lungo spazio che io non avrei voluto, ci rimanemmo.</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[3]</head>

<p>Venuti meno i nostri ragionamenti, ciascuna si dipartì, e io con anima piena d'angosciosa ira, non altramenti fremendo che il leone libico poscia che nelle sue insidie scuopre i cacciatori, ora nel viso accesa, e ora palida divenendo, quando con lento passo, e quando con più veloce che la donnesca onestà non richiede, tornai alla mia casa. E poi che licito mi fu di potere di me fare a mio senno, entrata nella mia camera, amaramente cominciai a piagnere; e quando per lungo spazio le molte lagrime parte della gran doglia ebbono sfogata, essendomi alquanto più libero il parlare, con voce assai debole cominciai: “Ora, o misera Fiammetta, sai perché il tuo Panfilo non ritorna! Ora sai la cagione della sua dimora, tanto da te disiata! Ora hai quello che tu andavi cercando di trovare! Che, misera, chiedi più? Che più adimandi? Bastiti questo: Panfilo non è più tuo. Gitta via omai i disiderii di riaverlo, abandona la mala ritenuta speranza, pon giù il fervente amore, lascia i pensier matti, credi omai agli aguri e alla tua divinante anima, e comincia a conoscere gl'inganni de' giovani. Tu se' a quel punto venuta, là dove l'altre sogliono venire, che troppo si fidano”. E con queste parole mi raccesi nell'ira e rinforzai il pianto, e da capo con parole troppo più fiere ricominciai così a parlare:</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[4]</head>

<p>“O iddii, ove sete? Ove ora mirano gli occhi vostri? Ove è ora la vostra ira? Perché sopra lo schernitore della vostra potenza non cade? O ispergiurato Giove, che fanno le folgori tue? Ove ora l'adoperi? Chi più empiamente l'ha meritate? Come non scendono esse sopra il pessimo giovane acciò che gli altri per inanzi di spergiurarti abbiano temenza? O luminoso Febo, dove sono ora le tue saette? Male meritò di ferire il Fitone a rispetto di colui che falsamente te ai suoi inganni chiamò testimonio: privalo della luce de' raggi tuoi, e non meno li torna nemico che tu fossi al misero Edippo. O voi altri, qualunque dii e dèe, e tu Amore, la cui potenza ha schernita il falso amante, come ora non mostrate le vostre forze e la dovuta ira? Come non convertite voi il cielo e la terra contra il novello sposo, sicché egli nel mondo per essemplo d'ingannatore e d'anullatore della vostra potenza non rimanga a più schernirvi? Molto minori falli mossono già l'ira vostra a vendetta men giusta. Dunque ora perché tardate? Voi non potreste appena tanto incrudelire verso di lui, che egli debitamente punito fosse. Oimè misera! Perché non è egli possibile che voi l'effetto de' suoi inganni così sentiate com'io, acciò che così in voi come in me s'accendesse l'ardore della punizione? O iddii, rivolgete in lui alcuni di quelli pericoli, o tutti, de' quali io già dubitai; uccidetelo di qualunque generazione di morte più vi piace, acciò che io ad una ora tutta e l'ultima doglia senta, che mai debbo sentire per lui; e voi e me vendicate ad una ora. Non consentite che io sola per li peccati di lui pianga la pena, e egli, voi e me avendo beffati, lieto si goda con la nuova sposa: e così per contrario tagli la vostra spada. ”</p>
<p>Poi non meno accesa d'ira, ma con pianto più fiero rivolgendo a Panfilo le parole, mi ricorda che io cominciai:</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[5]</head>

<p>“O Panfilo, ora le cagioni della tua dimora conosco, ora i tuoi inganni mi sono palesi, or veggo che ti ritiene e quale pietà! Tu ora celebri i santi imenei, e io, dal tuo parlare, e da te, e da me medesima ingannata, mi consumo piagnendo, e con le mie lagrime apro la via alla mia morte, la quale con titolo della tua crudeltà debitamente segnerà la sua dolente venuta, e gli anni, i quali io cotanto disiderai d'allungare, si mozzeranno, essendone tu cagione. O scellerato giovane, e pronto ne' miei affanni! Or con che cuore hai tu presa la nuova sposa? Con intendimento d'ingannare lei come tu hai me fatto? Con quali occhi la riguardasti tu? Con quelli con li quali miseramente me, credula troppo, pigliasti? Qual fede le promettesti tu? Quella che tu avevi a me promessa? Or come potevi tu? Non ti ricordi tu che più che una volta la cosa obligata non si può obligare? Quali iddii giurasti? Li spergiurati da te? Oimè misera! che io non so quale averso piacere l'animo t'accecò, sentendoti mio, che tu d'altrui divenissi. Oimè! per qual colpa meritai io d'esserti così poco a cura? Dove è fuggito da noi così tosto il lieve amore? Oimè! che la trista fortuna così miseramente costrigne i dolenti! Tu ora la promessa fede, e a me dalla tua destra data, e li spergiurati iddii, per li quali tu con sommo disio giurasti di ritornare, e le tue lusinghevoli parole, delle quali molto eri fornito, e le tue lagrime, con le quali non solamente il tuo viso bagnasti, ma anche il mio, tutte insieme raccolte hai gittate ai venti; e me schernendo, lieto vivi con la nuova donna. Oimè! or chi avrebbe potuto mai credere che falsità fosse nelle tue parole nascosa, e che le tue lagrime con arte fossero mandate fuori? Certo non io; anzi così come fedelmente parlava, così con fede le parole e le lagrime riceveva. E se forse in contrario dicessi, e le lagrime vere, e i saramenti e la fede prestati con puro cuore, concedasi; ma quale scusa darai tu al non averli servati così puramente come promessi? Dirai tu: ‘La piacevolezza della nuova donna n'è stata cagione’? Certo debole fia, e manifesta dimostrazione di mobile animo. E oltre a tutto questo, sarà egli però satisfatto a me? Certo no. O malvagissimo giovane! non t'era egli manifesto l'ardente amore che io ti portava, e porto ancora contro a mia voglia? Certo sì, era. Dunque molto meno d'ingegno ti bisognava ad ingannarmi. Ma tu, acciò che più sottile ti mostrassi poi ne' tuoi parlari, ogni arte volesti usare; ma tu non pensavi quanto poco di gloria ti séguita ad ingannare una giovane, la quale di te si fidava. La mia semplicità meritò maggiore fede che la tua non era. Ma che? Io ciò credetti non meno agl'iddii, da te giurati, che a te; li quali io priego che facciano che questa sia la più somma parte della tua fama, cioè avere ingannata una giovane che più che sé t'amava.</p>
<p>Deh, Panfilo, dimmi ora: aveva io commesso alcuna cosa per la quale io meritassi da te d'essere con cotanto ingegno tradita? Certo, niuno altro fallo feci inverso te giamai, se non che poco saviamente di te m'inamorai, e oltre al dovere ti portai fede e t'amai; ma questo peccato, almeno da te, non meritava ricevere cotale penitenzia. Veramente una iniquità in me conosco, per la quale l'ira degl'iddii, faccendola, veramente impetrai: e questa fu di ricevere te, scellerato giovane e sanza alcuna pietà, nel letto mio, e avere sostenuto che il tuo lato al mio s'accostasse; avvegna che di questo, come essi medesimi videro, non io, ma tu se' colpevole; il quale, col tuo ardito ingegno, me presa nella tacita notte sicura dormendo, sì come colui che altre volte eri uso d'ingannare, prima nelle braccia m'avesti e quasi la mia pudicizia violata, che io appena fossi dal sonno interamente sviluppata. E che doveva io fare, questo vedendo? Dovea io gridare, e col mio grido a me infamia perpetua, e a te, il quale io più che me medesima amava, morte cercare? Io opposi le forze mie, come Iddio sa, quant'io potei; le quali, alle tue non potendo resistere, vinte, possedesti la tua rapina. Oimè! ora mi fosse il dì precedente a quella notte stato l'ultimo, nel quale io sarei potuta morire onesta! Oh quante doglie e come acerbe m'assaliranno oggimai! E tu con la menata giovane stando, per più piacerle i tuoi antichi amori racconterai, e me misera farai in molte cose colpevole, e la mia bellezza avilendo e i miei costumi (la quale e i quali da te con somma laude soleano sopra tutti quelli e quelle dell'altre donne essere esaltati) sommamente le sue loderai; e quelle cose, le quali io pietosamente verso di te, da molto amore sospinta, operai, da focosa libidine dirai nate. Ma ricorditi, tra le cose che non vere racconterai, di narrare i tuoi veri inganni, per li quali me piagnevole e misera potrai dire avere lasciata, e con essi i ricevuti onori, acciò che bene facci la tua ingratitudine manifesta a l'ascoltante. Né t'esca di mente di raccontare quanti e quali giovani già d'avere il mio amore tentassero, e i diversi modi, e le inghirlandate porti dai loro amori, e le notturne risse, e le diurne prodezze per quello operate: né mai dal tuo ingannevole amore mi poterono piegare. E tu per una giovane appena da te ancor conosciuta sùbito mi cambiasti; la quale, se come me non fia semplice, i tuoi baci prenderà sempre sospetti, e guarderassi da' tuoi inganni, da' quali io guardare non mi seppi. La quale io priego che tale con teco sia, quale con Atreo fu la sua, o le figliuole di Danao con li nuovi sposi, o Clitemestra con Agamenone, o almeno qual io, operandolo la tua nequizia, col mio marito, non degno di queste ingiurie, sono dimorata; e te a tale miseria perduca, che come io ora per la pietà di me medesima piango, così mi sforzi di spandere lagrime per te. E questo, se dalli iddii verso i miseri con pietà nulla si mira, priego che tosto sia.”</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[6]</head>

<p>Come che io fossi molto da queste dolenti ramaricazioni offesa, e sovente sopra esse tornassi, e non solamente quel dì, ma molti altri seguenti, nondimeno mi pungeva d'altra parte non poco la turbazione veduta della giovane sopradetta; la quale alcuna volta m'indusse a così con grave doglia pensare; io, sì come molte volte era usata, dicea con meco stessa: “Deh, perché, o Panfilo, mi dolgo io del tuo essere lontano, e che tu di nuova giovane sii divenuto, con ciò sia cosa che, essendo tu qui presente, non mio, ma d'altrui dimoravi? O pessimo giovane, in quante parti era il tuo amore diviso, o atto a potersi dividere? Io posso presummere che, come questa giovane con meco insieme, alle quali hai ora aggiunta la terza, t'eravamo donne, che tu a questo modo n'avevi molte, dove io sola mi credeva essere: e così avvenia che, credendo le mie medesime cose trattare, occupava l'altrui. E chi può sapere se questo già si seppe per alcuna, la quale, più della grazia degli iddii di me degna, pregando per le ricevute ingiurie, per li miei mali impetra che io così sia, come io sono, d'angoscie ripiena? Ma chiunque ella è, se alcuna è, perdonimi, ché ignorantemente peccai, e la mia ignoranza merita il perdono. Ma tu con quale arte queste cose fingevi? Con quale coscienza l'adoperavi? Da quale amore o da quale tenerezza eri a ciò tirato? Io ho più volte inteso non potersi amare più che una persona in uno medesimo tempo; ma questa regola mostra che in te non avesse luogo: tu n'amavi molte, overo facevi vista d'amare. Deh, desti tu a tutte, o almeno a questa una, che male ha saputo celare quello che tu hai bene celato, quella fede, quelle promessioni, quelle lagrime che a me donasti? Se ciò facesti, tu puoi, sì come a niuna obligato, dimorarti sicuro, perciò che quello che a molti indistintamente si dona, non pare che a alcuno sia donato. Deh, come può egli essere che chi di tante piglia i cuori, non sia il suo alcuna volta preso? Narcisso, amato da molte, essendo a tutte durissimo, ultimamente fu preso dalla sua forma; Atalanta, velocissima nel suo corso, rigida superava i suoi amanti, infino che Ipomenès, con maestrevole inganno, come ella medesima volle la vinse. Ma perché vo io per li essempli antichi? Io medesima, non potuta mai da alcuno essere presa, fui presa da te. Tu adunque, come tra le molte non hai trovato chi t'abbia preso? La qual cosa io non credo, anzi sicura sono che preso fosti; e se fosti, chi che colei si fosse che con tanta forza ti prese, come a lei non torni? Se tu non vuoli a me tornare, torna a costei che celare non ha saputo il vostro amore. Se la fortuna a me vuoli che sia contraria, che forse secondo la tua oppinione l'ho meritato, non nocciano a l'altre i miei peccati. Torna almeno ad esse, e serva loro la promessa fede forse prima che a me; non volere, per fare noia a me, offenderne tante, quante io credo che in isperanza qua n'abbi lasciate, né possa costà una sola più che qua molte. Cotesta è oramai tua, né può, volendo, non essere: dunque, lei sicuramente lasciando, vieni, acciò che quelle, che non tue si possono fare, per tue con la tua presenzia le conservi.”</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[7]</head>

<p>Dopo questi molti parlari e vani, però che né le orecchi delli iddii toccavano, né quelle del giovane ingrato, avveniva alcuna volta che io subitamente mutava consiglio, dicendo: “O misera, perché disideri tu che Panfilo qui ritorni? Credi tu con maggiore pazienzia sostenere vicino quello che gravissimo t'è lontano? Tu disideri il tuo danno. E così come ora in forse dimori che egli t'ami o no, così, lui tornando, potresti divenire certa che non per te, ma per altrui fosse tornato. Steasi, e inanzi, essendo lontano, te tenga del suo amore in forse, che, venendo vicino, del non amarti ti faccia certa. Sii almeno contenta che sola non dimori in cotali pene, e quel conforto piglia, che i miseri sogliono fare nelle miserie accompagnati”.</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[8]</head>

<p>Egli mi sarebbe duro il potere, o donne, mostrare con quanta focosa ira, con quante lagrime, con quanta strettezza di cuore, io quasi ogni dì cotali pensieri e ragionamenti solessi fare. Ma perciò che ogni dura cosa in processo di tempo si pure matura e amollisce, avvenne che, avendo io più giorni cotale vita tenuta, né potendo più oltre nel dolore procedere che proceduta mi fossi, esso alquanto si cominciò a cessare. E tanto quanto egli della mente disoccupava, cotanto fervente amore e tiepida speranza ne raccendeva; e così, a poco a poco, con esso il dolore dimorandovi, me fecero di voglia cambiare, e il primo disiderio di riavere il mio Panfilo ritornò. E quantunque in ciò mi fosse alcuna speranza di mai dovere riaverlo contraria, tanto ne divenne maggiore il disio; e così come le fiamme da' venti agitate crescono in maggiore vampa, così amore, per li contrarii pensieri stati, tutte le sue forze contro di loro operate, si fece maggiore: laonde delle cose dette sùbito pentimento mi venne. Io, riguardando a quello a che m'avea condotta l'ira a dire, quasi come se udita m'avesse mi vergognai, e lei forte biasimai, la quale ne' primi assalti con tanto fervore piglia gli animi, che alcuna verità a loro essere palese non lascia; ma nondimeno, quanto più viene grave, tanto più in processo di tempo diventa fredda, e lascia chiaro conoscere quello che seco male ha fatto adoperare; e riavuta la debita mente, così cominciai a dire:</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[9]</head>

<p>“O stoltissima giovane, di che così ti turbi? Perché sanza certa ragione in ira t'accendi? Posto che vero sia ciò che il mercatante disse, il che è forse non vero, cioè che egli abbia moglie sposata, è questo così gran fatto, o cosa nuova, o che tu non dovessi sperare? Egli è di necessità che i giovani in così fatte cose compiacciano ai padri. Se il padre ha voluto questo, con che colore il poteva esso negare? E credere déi che né tutti coloro e che moglie prendono e che l'hanno, l'amano come fanno dell'altre donne: la soperchia copia che le mogli fanno di sé a' loro mariti è cagione di tostano rincrescimento, quando pure nel principio sommamente piacesse; e tu non sai quanto costei si piaccia. Forse che sforzato Panfilo la prese, e amando ancora te più di lei, gli è noia d'essere con essa; e se ella gli pur piace, tu puoi sperare che ella gli rincrescerà tosto. E certo della sua fede e de' suoi giuramenti tu non ti puoi con ragione biasimare, però che egli, te tornando nella tua camera, l'uno e l'altro adempie. Priega adunque Iddio che Amore, il quale più che saramento o promessa fé puote, il costringa a tornarci. E oltre a questo, perché per la turbazione della giovane, di lui prendi sospetto? Non sai tu quanti giovani te amino invano, i quali, sappiendo te essere di Panfilo, sanza dubbio si turberebbono? Così déi credere possibile lui essere amato da molte, alle quali pare duro di lui udire quello che a te dolfe, bene che per diverse ragioni a ciascuna ne 'ncresca.” E in cotale modo me medesima dimentendo, quasi in su la prima speranza tornando, dove molte bestemmie mandate avea, con orazioni supplico in contrario.</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[10]</head>

<p>Questa speranza in cotal guisa tornata non avea però forza di rallegrarmi, anzi, con tutta essa, con turbazione continua e nell'animo e nello aspetto era veduta, e io medesima non sapea che farmi. Le prime sollecitudini erano fuggite: io avea nel primo impeto della mia ira gittate via le pietre, le quali de' giorni stati erano memorevoli testimonie, e aveva arse le lettere da lui ricevute, e molte altre cose guastate. Il rimirare il cielo più non mi gradiva, sì come a colei che incerta era della tornata allora, sì come certa ne le pareva essere avanti. La volontà del favoleggiare se n'era ita, e il tempo, che molto avea le notti abreviate, nol concedea; le quali sovente, o tutte o gran parte di loro, io passava sanza dormire, continuamente o piagnendo o pensando passandole. E qualora pure avvenia che io dormissi, diversamente era da' sogni occupata, alcuna lieti venenti, e alcuna tristissimi. Le feste e i templi m'erano noievoli, né mai se non di rado, quasi non potendo altro fare, li visitava. E il mio viso, palido ritornato, faceva tutta malinconosa la casa mia, e da varii variamente di me parlare. E così, aspettando, e quasi che non sappiendo, malinconica e trista mi stava.</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[11]</head>

<p>Li miei dubbiosi pensieri il più mi traevano tutto il giorno incerta di dolermi o di rallegrarmi, ma venendo la notte, attissimo tempo alli miei mali, trovandomi nella mia camera sola, avendo prima e pianto e molte cose con meco dette, quasi mossa da consiglio migliore, le mie orazioni a Venere rivolgea, dicendo: “O del cielo bellezza ispeziale, o pietosissima dèa, o santa Venere, la cui effigie nel principio de' miei affanni in questa camera fu manifesta, porgi conforto a' miei dolori, e per quello venerabile e intrinseco amore che tu portasti ad Adone, mitiga i miei mali. Vedi quanto per te io tribulo, vedi quante volte per te la terribile imagine della morte sia già stata inanzi agli occhi miei, vedi se tanto male ha la mia pura fede meritato quant'io sostegno. Io, lasciva giovane, non conoscendo i tuoi dardi, al primo tuo piacere, sanza disdire, mi ti feci suggetta. Tu sai quanto per te mi fu promesso di bene, e certo io non niego che parte già non n'avessi: ma se questi affanni, che tu mi dài, di quel bene parte s'intendono, perisca il cielo e la terra ad una otta, e rifacciansi col mondo che seguirà le leggi nuove a queste simili. Se egli è pure male, come a me il pare sentire, venga, o graziosa dèa, il bene promesso, acciò che la santa bocca non si possa dire come gli uomini avere apparato a mentire. Manda il tuo figliuolo con le sue saette e con le tue fiaccole al mio Panfilo, là dove egli ora da me dimora lontano, e lui, se forse per non vedermi nel mio amore è raffreddato, o di quello d'alcuna altra è fatto caldo, rinfiammilo per tal maniera che, ardendo come io ardo, niuna cagione il ritenga che el non torni, acciò che io, riprendendo conforto, sotto questa gravezza non muoia. O bellissima dèa, vengano le mie parole a' tuoi orecchi, e se lui riscaldare non vuoli, trai a me di cuore i dardi tuoi, acciò che io, così come egli, possa sanza tante angoscie passare i giorni miei”.</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[12]</head>

<p>In questi così fatti prieghi, ancora che vani li vedessi poi riuscire, pure allora quasi essauditi credendomi, alquanto con isperanza alleviava il mio tormento, e nuovi mormorii ricominciando, diceva: “O Panfilo, dove se' tu ora? Deh, che fai tu ora? Hatti la tacita notte sanza sonno e con tante lagrime quante me, o forse nelle braccia ti tiene della giovane male per me udita? O pure sanza alcuno ricordo di me soavissimamente dormi? Deh, come può questo essere, che Amore due amanti con disiguali leggi governi, ciascuno ferventemente amando, come io fo, e forse come tu fai? Io non so, ma se così è, che quelli pensieri te che me occupino, quali prigioni o quali catene ti tengono, che quelle rompendo a me non torni? Certo io non so chi me si potesse tenere di venire a te, se la mia forma sola, la quale sanza dubbio d'impedimento e di vergogna in più luoghi mi sarebbe cagione, non mi tenesse. Qualunque affari, qualunque altre cagioni costà trovasti, già deono essere finite, e il tuo padre già di te dée essere sazio; il quale, come l'iddii sanno, io priego sovente per la sua morte, fermamente credendo lui cagione della tua dimora, e se così non è, almeno del tormiti pur fu. Ma io non dubito che, della morte pregando, non gli si prolunghi la vita, tanto mi sono gl'iddii contrarii e male essaudevoli in ogni cosa. Deh, vinca il tuo amore, se cotale è quale solea, le sue forze, e vienne. Non pensi tu me sola gran parte delle notti giacere, nelle quali tu fida compagnia mi faresti, se tu ci fossi, come già facesti? Oimè!, quante il passato verno lunghissime, sanza te fredda nel grandissimo letto, sola, n'ho trapassate! Deh, ricorditi de' varii diletti da noi molte volte in varie cose presi; de' quali ricordandoti tu, sono certa niuna altra donna mai mi ti potrà tòrre. E quasi questa credenza più ch'altra mi rende sicura che falsa sia l'udita novella della nuova sposa; la quale, ancora che vera fosse, non spero mi ti potesse tòrre se non un tempo. Dunque ritorna, e se i graziosi diletti non hanno forza di qua tirarti, tiritici il volere da morte turpissima liberare colei che sopra tutte le cose t'ama. Oimè! che se tu ora tornassi, appena che io creda che tu mi riconoscessi, sì m'ha trasformata l'angoscia! Ma certo, ciò che infinite lagrime m'hanno tolto, brieve letizia, vedendo il tuo bel viso, mi renderebbe, e sanza fallo tornerei quella Fiammetta che già fui. Deh, vieni, vieni, ché 'l core ti chiama: non lasciare perire la mia giovanezza presta a' tuoi piaceri. Oimè! che io non so con che freno io temperassi la mia letizia, se tu tornassi, in modo che a tutti manifesta non fosse; per che io, e meritamente, dubito che il nostro amore, lungamente e con grandissimo senno e sofferenza celato, non si scoprisse a ciascuno. Ma ora pur venissi tu a vedere se così ne' prosperi casi come negli avversi le 'ngegnose bugie avessero luogo! Oimè, or fossi tu già venuto, e se meglio non potesse essere, sapesselo chi volesse, ché a tutto mi crederei dare riparo”.</p>
<p>Questo detto, quasi come se egli le mie parole avesse intese, sùbito mi levava, e correva alla finestra, me nella estimazione ingannando d'udire quello che io udito non avea, cioè che egli la nostra porta toccasse, come era usato. Oh quante volte, se i solleciti amanti avessero saputo questo, forse sarei stata potuta ingannare, se alcuno malizioso sé Panfilo avesse finto a cotali punti! Ma poi che la finestra aperta avea, e riguardata la porta, gli occhi del conosciuto inganno mi facevano più certa; e cotale la vana letizia in me con turbazione sùbita si volgea: qual, poi che il forte albero rotto da' potenti venti, con le vele raviluppate, in mare a forza da quelli è trasportato, la tempestosa onda cuopre sanza contasto il legno periclitante. E nel modo usato alle lagrime ritornando, miseramente piango, e sforzandomi poi di dare alla mente riposo, con gli occhi chiusi allettando gli umidi sonni, tra me medesima in cotal guisa gli chiamo:</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[13]</head>

<p>“O Sonno, piacevolissima quiete di tutte le cose, e degli animi vera pace, il quale ogni cura fugge come nemico, vieni a me, e le mie sollecitudini alquanto col tuo operare caccia dal petto mio. O tu, che i corpi ne' duri affanni gravati diletti, e ripari le nuove fatiche, come non vieni? Deh, tu dài ora a ciascuno altro riposo: donalo a me più ch'altra di ciò bisognosa. Fuggi degli occhi alle liete giovani, le quali ora, tenendo i loro amanti in braccio, nelle palestre di Venere essercitandosi, te rifiutano e odiano; e entra negli occhi miei, che sola, e abandonata, e vinta dalle lagrime e da' sospiri dimoro. O domatore de' mali, e parte migliore dell'umana vita, consolami di te, e lo starmi lontano riserba quando Panfilo co' suoi piacevoli ragionari diletterà le mie avide orecchie di lui udire. O languido fratello della dura morte, il quale le false cose alle vere rimescoli, entra negli occhi tristi! Tu già i cento d'Argo volenti vegghiare occupasti: deh, occupa ora i miei due che ti disiderano! O porto di vita, o di luce riposo, e della notte compagno, il quale parimente vieni agli eccelsi re e agli umili servi, entra nel tristo petto e piacevole alquanto le mie forze ricrea. O dolcissimo Sonno, il quale l'umana generazione pavida della morte costrigni ad apparare le sue lunghe dimore, occupa me con le forze tue, e da me caccia gl'insani movimenti, ne' quali l'animo se medesimo sanza pro fatica”. Egli, più pietoso che alcuno altro iddio a cui io porga prieghi, avvegna che indugio ponga alla grazia chiesta da' prieghi miei, pur, dopo lungo spazio, quasi più a servirmi costretto che volonteroso, pigro viene, e sanza dire alcuna cosa, non avedendomene io, sottentra al lasso capo, il quale, di lui bisognoso, quello volonteroso pigliando, tutto in lui si ravolge.</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[14]</head>

<p>Non viene, posto che il sonno venga, però in me la disiata pace, anzi, in luogo de' pensieri e delle lagrime, mille visioni piene d'infinite paure mi spaventano. Io non credo che niuna furia rimanga nella città di Dite, che in diversi modi e terribili già più volte mostrata non mi si sia, diversi mali minacciando; e spesso con loro orribile aspetto hanno li miei sonni rotti, di che io quasi, per non vederle, mi sono contentata. E poche sono brievemente state quelle notti, dopo la male udita novella della menata sposa, che rallegrata m'abbiano dormendo, come davanti, mostrandomi lietamente il mio Panfilo, assai sovente solean fare: il che sanza modo mi doleva, e ancora duole.</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[15]</head>

<p>Di tutte queste cose, delle lagrime e del dolore dico, ma non della cagione, s'avede il caro marito; e considerando il vivo colore del mio viso in palidezza essere cambiato (e gli occhi piacevoli e lucenti vedea da purpureo cerchio intorniati, e quasi della mia fronte fuggiti), molte volte già si maravigliò perché fosse. Ma pure vedendo me e il cibo e il riposo avere perduto, alcuna volta mi domandò che fosse di ciò la cagione. Io li rispondea lo stomaco averne colpa, il quale, non sappiendo io per qual cagione guastatomisi, a quella deforme magrezza m'avea condotta. Oimè! che egli intera fede dando alle mie parole, il mi credeva, e infinite medicine già mi fece apparecchiare; le quali io per contentarlo usava, non per utile che di quelle aspettassi. E quale alleviamento di corpo puote le passioni dell'anima alleviare? Niuno, credo. Forse quelle dell'anima, via levate, potrebbono il corpo alleviare. La medicina utile al mio male non era più che una, la quale troppo era lontana a potermi giovare.</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[16]</head>

<p>Poi che lo 'ngannato marito vedeva le molte medicine poco giovare, anzi niente, di me più tenero che 'l dovere, da me in molte nuove e diverse maniere la mia malinconia s'ingegnava di cacciare via, e la perduta allegrezza restituire, ma invano le molte cose adoperava. Egli alcuna volta mi mosse cotali parole:</p>
<p>— Donna, come tu sai, poco di là dal piacevole monte Falerno, in mezzo dell'antiche Cumme e di Pozzuolo, sono le dilettevoli Baie sopra i marini liti; del sito delle quali più bello né più piacevole ne cuopre alcuno il cielo. Egli di monti bellissimi, tutti d'alberi varii e di viti coperti, è circundato; fra le valli de' quali niuna bestia è a cacciare abile, che in quelle non sia; né a quelli lontana la grandissima pianura dimora, utile alle varie cacce de' predanti uccelli e sollazzevole. Quivi vicine l'isole Pittaguse e Nisida di conigli abondante, e la sepoltura del gran Meseno, dante via a' regni di Plutone; quivi gli oraculi della Cumana sibilla, il lago d'Averno e Teatro, luogo comune degli antichi giuochi, e le Piscine, e Monte Barbaro, vane fatiche dello iniquo Nerone: le quali cose, antichissime e nuove, a' moderni animi sono non piccola cagione di diporto a andarle mirando. E oltre a tutte queste vi sono bagni sanissimi ad ogni cosa e infiniti, e il cielo, quivi mitissimo in questi tempi, ci dà di visitarle materia. Quivi non mai sanza festa e somma allegrezza con donne nobili e cavalieri si dimora. E però tu, non sana dello stomaco, e nella mente, per quello che io discerna, di molesta malinconia affannata, con meco per l'una sanità e per l'altra voglio che venghi; né fia fermamente sanza utile il nostro andare.</p>
<p>Io allora, queste parole udendo, quasi dubbiosa non nel mezzo della nostra dimora tornasse il caro amante, e così nol vedessi, lungamente penai a rispondere; ma poi, vedendo il suo piacere, imaginando che, venendo egli, esso dove che io fossi verrebbe, risposi me al suo volere apparecchiata, e così v'andammo.</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[17]</head>

<p>Quanto contraria medicina operava il mio marito alle mie doglie! Quivi, posto che i langori corporali molto si curino, rade volte o non mai vi s'andò con mente sana, che con sana mente se ne tornasse; non che le inferme sanità v'acquistassero! E in verità di ciò non è maraviglia, ché o il sito vicino alle marine onde, luogo natale di Venere, che il déa, o il tempo nel quale egli più s'usa, cioè nella primavera, sì come a quelle cose più atto, che il faccia, non so; ma per quello che già molte volte a me paruto ne sia, quivi eziandio le più oneste donne posposta alquanto la donnesca vergogna, più licenzia in qualunque cosa mi pareva si convenisse che 'n altra parte; né io sola di cotale oppinione sono, ma quasi tutti quelli che già vi sono costumati. Quivi la maggiore parte del tempo ozioso trapassa, e qualora più è messo in essercizio, si è in amorosi ragionamenti, o le donne per sé, o mescolate co' giovani; quivi non s'usano vivande se non dilicate, e vini per antichità nobilissimi, possenti non che ad eccitare la dormente Venere, mal a risuscitare la morta in ciascuno uomo. E quanto ancora in ciò la virtù de' bagni diversi adoperi, quelli il può sapere che l'ha provato. Quivi i marini liti e i graziosi giardini, e ciascheduna altra parte, sempre di varie feste, di nuovi giuochi, di bellissime danze, d'infiniti strumenti, d'amorose canzoni, così da giovani come da donne fatti, sonate e cantate risuonano. Tengasi adunque chi può quivi, tra tante cose, contra Cupido, il quale quivi, per quello ch'io creda, sì come in luogo principalissimo de' suoi regni, aiutato da tante cose, con poca fatica usa le forze sue.</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[18]</head>

<p>In così fatto luogo, o pietosissime donne, mi soleva il mio marito menare a guarire dell'amorosa febbre; nel quale poi pervenimmo, non usò Amore vèr me altro modo che vèr l'altre facesse; anzi l'anima che, presa, più pigliare non si potea, alquanto (certo assai poco) ratiepidita, e per lo lungo dimorare lontano a me che Panfilo fatto avea, e per le molte lagrime e dolori sostenute, raccese in sì grande fiamma, che mai tale non mi ve la parea avere avuta. E ciò non solamente delle predette cagioni procedea, ma il ricordarmi quivi molte volte essere stata da Panfilo accompagnata, amore e dolore, vedendomivi sanza esso, sanza dubbio nessuno m'acresceva. Io non vedeva né monte né valle alcuna, che io, da molti e da lui accompagnata, quando le reti portando e quando i cani menando, ponendo insidie alle salvatiche bestie e pigliandole, non conoscessi per testimonio e delle mie e delle sue allegrezze essere stata. Niuno lito, né scoglio, né isoletta ancora vi vedea, che io non dicessi: “Qui fui con Panfilo, e così mi disse, e così qui facemmo”. Similemente niuna altra cosa vedere vi poteva, che prima non mi fosse cagione di ricordarmi con più efficacia di lui, e poi di fervente disio di rivederlo (o quivi, o in altra parte) o ritornare in ieri.</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[19]</head>

<p>Come al caro marito agradiva, così quivi varii diletti a prendere si cominciarono. Noi alcuna volta, levati prima che il giorno chiaro apparisse, saliti sopra i portanti cavalli, quando con cani e quando con uccelli, e quando con amenduni, ne' vicini paesi, di ciascuna caccia copiosi, ora per le ombrose selve e ora per li aperti campi solleciti n'andavamo. E quivi varie cacce vedendo, ancora che esse molto rallegrassero ciascuno altro, in me sola alquanto minuivano il mio dolore; e come alcuno bello volo, o notabile corso vedeva, così mi ricorreva alla bocca: “O Panfilo, ora fossi tu qui a vedere, come già fosti!”. Oimè! che infino a quel punto alquanto avendo con meno noia sostenuto e il riguardare e l'operare, per tale ricordarmi quasi vinta nel nascoso dolore, ogni cosa lasciava stare. Oh quante volte e' mi ricorda che in tali accidenti già l'arco mi cadde, e le saette di mano! Nel quale, né in reti distendere o in lasciare cani, niuna che Diana seguisse fu più di me amaestrata giammai. E non una volta, ma molte, nel più spesso uccellare, qualunque uccello si fu a ciò convenevole, quasi essendo io a me medesima uscita di mente, non lasciandolo io, si levò volando delle mie mani: di che io, che già in ciò studiosissima, quasi niente curava. Ma poi che ciascuna valle e ogni monte e gli spaziosi piani erano da noi ricercati, di preda carichi, i miei compagni e io, a casa ne tornavamo; la quale lieta per molte feste e varie trovavamo le più volte.</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[20]</head>

<p>Noi alcuna volta sotto gli altissimi scogli sopra il mare estendentisi e faccenti ombra graziosissima su le arene, poste le mense, con compagnia di donne e di giovani grandissima mangiavamo; né prima eravamo da quelle levate, che, sonantisi diversi strumenti, i giovani varie danze incominciavano, nelle quali e me medesima quasi sforzata alcuna volta convenne pigliare. Ma in esse, sì per l'animo non a quelle conforme, e sì per lo corpo debole, per piccolo spazio durava; per che, indietro trattami, sopra gli stesi tappeti, con alcune altre mi poneva a sedere. Quivi e ad una ora i suoni ascoltando, entranti con dolce nota nell'animo mio, e a Panfilo pensando, discorde, festa con noia comprendo, perciò che i piacevoli suoni ascoltando, in me ogni tramortito spiritello d'amore fanno risuscitare; e nella mente tornano i lieti tempi, ne' quali io al suono di quelli variamente e con arte non piccola, in presenzia del mio Panfilo, laudevolemente soleva operare; ma quivi Panfilo non vedendo, volontieri con tristi sospiri pianti li avrei dolentissima, se convenevole mi fosse paruto. E oltre a ciò, questo medesimo le varie canzoni, quivi da molte cantate, mi solevano fare; delle quali se forse alcuna v'era conforme alli miei mali, con orecchie l'ascoltava intentissima, di saperla disiderando, acciò che poi fra me ridicendola, con più ordinato parlare e più coperto mi sapessi e potessi in publico alcuna volta dolere, e massimamente di quella parte de' danni miei che in essa si contenesse.</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[21]</head>

<p>Ma poi che le danze in molti giri volte e reiterate hanno le giovani donne rendute stanche, tutte postesi con noi a sedere, più volte avvenne che i giovani vaghi di sé, dintorno a noi accumulati, quasi facevano una corona; la quale mai né quivi né altrove avvenne ch'io vedessi, che ricordandomi del primo giorno nel quale Panfilo, a tutti dimorando di dietro, mi prese, che io invano non levassi più volte gli occhi fra loro rimirando, quasi tuttavia sperando in simile modo Panfilo rivedere. Tra questi adunque mirando, vedeva alcuna volta alcuni con occhi intentissimi mirare il suo disio, e io, in quelli atti sagacissima per adietro, con occhio perplesso ogni cosa mirava, e conosceva chi amava e chi scherniva; e talora l'uno laudava, e talora l'altro, e in me diceva talvolta che il mio migliore sarebbe stato se così io, come quelle faceano, avessi fatto, servando l'anima libera, come quelle, gabbando, servavano. Poi dannando cotale pensiero, più essendo contenta, se essere si puote contenta di male avere, sono d'avere fedelmente amato. Ritorno adunque e gli occhi e 'l pensiero agli atti vaghi de' giovani amanti, e quasi alcuna consolazione prendendo di quelli li quali ferventemente amare discerno, più con meco stessa di ciò li commendo, e quelli lungamente con intero animo avendo mirati, così fra me medesima tacita incomincio:</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[22]</head>

<p>“O felici voi, a' quali come a me non è tolta la vista di voi stessi! Oimè! che così come voi fate, soleva io per adietro fare. Lunga sia la vostra felicità, acciò che io sola di miseria possa essemplo rimanere a' mondani. Almeno se Amore, faccendomi male contenta della cosa amata da me, sarà cagione che li miei giorni si raccorcino, me ne seguirà che io, come Dido, con dolorosa fama diventerò etterna”. E questo detto, tacendo, torno gli occhi a riguardare quello che diversi diversamente adoperino. Oh quanti già in simili luoghi ne vidi, li quali, dopo molto avere mirato, e non avendo la loro donna veduta, reputando meno che bello il festeggiare, malinconici si partiano! De' quali alcuno, avvegna che debole, riso nel mezzo de' miei mali trovava luogo, veggendomi compagnia ne' dolori, e conoscendo per li miei mali stessi li guai altrui.</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[23]</head>

<p>Adunque, o carissime donne, così disposta quale le mie parole dimostrano, m'aveano li dilicati bagni, le faticose cacce e li marini liti, d'ogni festa ripieni: per che dimostrando il mio palido viso, li sospiri continui, e il cibo parimente col sonno perduti, allo ingannato marito e alli medici la mia infermità non curabile, quasi della vita mia disperandosi, alla città lasciata ne tornavamo; nella quale la qualità del tempo molte e diverse feste apprestante, con quelle cagione di varie angoscie m'apparecchiava. Egli avvenne, non una volta, ma molte, che dovendo novelle spose andare alli loro mariti, primieramente io o per parentado stretto, o per amistà, o per vicinanza fui invitata alle nuove nozze; alle quali andare più volte mi costrinse il mio marito, credendosi in cotale guisa la manifesta mia malinconia alleggiare. Adunque in questi così fatti giorni li lasciati ornamenti mi convenia ripigliare, e i negletti capelli, d'oro per adietro da ognuno giudicati, allora quasi a cenere simili divenuti, come io poteva in ordine rimetteva. E ricordandomi con più piena memoria a cui essi oltre ad ogni altra bellezza soleano piacere, con nuova malinconia riturbava il turbato animo; e alcuna volta avendo io me medesima obliata, mi ricorda che non altramenti che da infimo sonno rivocata dalle mie serve, ricogliendo il caduto pettine, ritornai al dimenticato oficio. Quindi volendomi, sì come usanza è delle giovani donne, consigliare col mio specchio de' presi ornamenti, vedendomi in esso orribile qual io era, avendo nella mente la forma perduta, quasi non quella la mia, che nello specchio vedeva, ma d'alcuna infernale furia pensando, intorno volgendomi, dubitava. Ma pure, poi che ornata era, non dissimile alla qualità dell'animo, con l'altre andava alle liete feste: liete dico per l'altre, ché come Colui sa, a cui niuna cosa è nascosa, nulla ne fu mai, dopo la partita del mio Panfilo, che a me non fosse di tristizia cagione. Pervenute adunque alli luoghi deputati alle nozze, ancora che diversi e in diversi tempi fossero, non altramente che in una sola maniera mi videro, cioè con viso infinto, quale io poteva, ad allegrezza, e con l'animo del tutto a dolersi disposto, prendendo così dalle liete cose come dalle triste che avvenieno, cagione alla sua doglia. Ma poi che quivi dall'altre con molto onore ricevute eravamo, l'occhio disideroso non di vedere ornamenti, de' quali li luoghi tutti risplendevano, ma se stesso col pensiero ingannando, se forse quivi Panfilo vedesse, come più volte già in simile luogo veduto aveva, intorno soleva girare. E non vedendolo, come fatta più certa di ciò di che io prima era certissima, quasi vinta, con l'altre mi poneva a sedere, rifiutando li offerti onori, non vedendovi io colui per lo quale essere mi soleano cari. E poi che la nuova sposa era giunta, e la pompa grandissima delle mense, celebrata, si toglieva via, come le varie danze, ora alla voce d'alcuno cantante guidate, e ora al suono di diversi strumenti menate, erano cominciate, risonando ogni parte della sposeresca casa di festa, io, acciò che non isdegnosa, ma urbana paressi, data alcuna volta in quelle, mi riponeva a sedere, entrando in nuovi pensieri. Egli mi ritornava a mente quanto solenne fosse stata quella festa, la quale a questa simile già per me s'era fatta; nella quale io, semplice e libera, sanza alcuna malinconia, lieta mi vidi onorare; e quelli tempi con questi altri misurando in me medesima, e oltre modo vedendoli variati, con sommo disio, se il luogo conceduto l'avesse, provocata era a lagrimare. Correvami ancora nell'animo con pensiero prontissimo, veggendo li giovani parimente e le donne fare festa, quanto io già in simili luoghi, il mio Panfilo me mirando, con atti varii e maestrevoli a cotali cose festeggiato avessi: e più meco della cagione del fare festa, che tolta m'era, che del non fare festa medesimo mi dolea. Quindi orecchie porgendo a' motti, alle canzoni e a' suoni, ricordandomi de' preteriti, sospirava; e con infinto piacere, disiderando la fine di cotale festa, meco medesima malcontenta con fatica passava. Nondimeno, riguardando ogni cosa, essendo intorno alle riposanti donne la moltitudine de' giovani a rimirarle sopravenuti, manifestamente scorgea molti di quelli, o quasi tutti, in me rimirare alcuna volta: e quale una cosa del mio aspetto, e quale un'altra fra sé tacito ragionava, ma non sì che de' loro occulti parlari, o per imaginazione, o per udita, non pervenissero gran parte ai miei orecchi. Alcuni, l'uno verso l'altro, diceano:</p>
<p>— Deh, guarda quella giovane, alla cui bellezza nulla ne fu nella nostra città simigliante, e ora vedi quale ella è divenuta! Non miri tu come ella ne' sembianti pare sbigottita, quale che la cagione si sia? —</p>
<p>E detto questo, mirandomi con atto umilissimo, quasi da compassione delli mie mali compunti, partendosi, me di me lasciavano più che l'usato pietosa. Altri intra sé domandavano: “Deh, è questa donna stata inferma?”; e poi a sé medesimi rispondeano: “Egli mostra di sì, sì è magra tornata e scolorita; di che egli è grande peccato, pensando alla sua smarrita bellezza”. Certi ve n'erano di più profondo conoscimento, il che mi dolea, li quali dopo lungo parlare diceano:</p>
<p>— La palidezza di questa donna dà segnali d'innamorato cuore: e quale infermità mai alcuno asottiglia come fa il troppo fervente amore? Veramente ella ama, e se così è, crudele è colui che a lei è di sì fatta noia cagione, per la quale essa così s'assottigli.</p>
<p>Quando questo avvenne, dico che io non potei ritenere alcuno sospiro, vedendo di me molta più pietà in altrui, che in colui che ragionevolemente avere la dovria. E dopo li mandati sospiri, con voce tacita pregai per li coloro beni umilemente gl'iddii. E certo egli mi ricorda la mia onestà avere avute tra quelli che così ragionavano tante forze, che alcuni mi scusavano, dicendo:</p>
<p>— Cessi che questo di questa donna si creda, cioè che amore la molesti: ella, più che alcuna altra onesta, mai di ciò non mostrò sembiante alcuno, né mai ragionamento nessuno tra li amanti si poté di suo amore ascoltare: e certo egli non è passione da potere lungamente occultare.</p>
<p>“Oimè! — diceva io allora fra me medesima — quanto sono costoro lontani alla verità, me innamorata non reputando, perciò che, come pazza, negli occhi e nelle bocche de' giovani non metto li miei amori, come molte altre fanno!”</p>
<p>Quivi ancora mi si parano molte volte davanti giovani nobili, e di forma belli, e d'aspetto piacevoli, li quali per adietro più volte con atti e modi diversi tentati aveano gli occhi miei, ingegnandosi di trarre quelli a' loro disii. Li quali, poi che me così deforme un pezzo aveano mirata, forse contenti che io non gli avessi amati, si dipartieno, dicendo: “Guasta è la bellezza di questa donna”. Perché nasconderò io a voi, o donne, quello che non solamente a me, ma generalmente a tutte dispiace d'udire? Io dico che, ancora che il mio Panfilo non fosse presente, per lo quale era a me sommamente cara la mia bellezza, con gravissima puntura di cuore d'avere quella perduta ascoltava. Oltre a queste cose ancora mi ricordo io essermi alcuna volta in così fatte feste avvenuto che io in cerchio con donne d'amore ragionanti mi sono ritrovata; là dove con disiderio ascoltando quali li altrui amori sieno stati, agevolemente ho compreso niuno sì fervente, né tanto occulto, né con sì gravi affanni essere stato, come il mio; avvegna che de' più felici e de' meno onorevoli il numero ne sia grande. Adunque in cotale guisa una volta mirando, e un'altra ascoltando ciò che nelli luoghi ne' quali stava s'adoperava, pensosa passava il discorrevole tempo.</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[24]</head>

<p>Essendo adunque per alcuno spazio le donne, sedendosi, riposate, m'avvenne alcuna volta che, rilevatesi esse alle danze, avendo me più volte a quelle invitata indarno, e dimorando esse e li giovani parimente in quelle, con cuore d'ogni altra intenzione vacuo, molto attente, quale forse da vaghezza di dimostrare sé in quelle essere maestra, e quale dalla focosa Venere a ciò sospinta, io, quasi sola rimasa a sedere, con isdegnoso animo li nuovi atti e le qualità di molte donne mirava. E certo d'alcune avvenne che io le biasimai, bene che io sommamente disiderassi, se essere fosse potuto, di fare io, se il mio Panfilo stato fosse presente. Il quale tante volte quante a mente mi tornava o torna, tante di nuova malinconia m'era, e è, cagione: il che, come Dio sa, non merita il grande amore che io gli porto e ho portato. Ma poi che quelle danze con gravissima noia di me alcuna volta per lungo spazio rimirate avea, essendomi divenute per altro pensiero tediose, quasi da altra sollecitudine mossa, del publico luogo levatami, volonterosa di sfogare il raccolto dolore, se fatto mi veniva acconciamente, in parte solitaria me n'andava; e quivi dando luogo alle volonterose lagrime, delle vanità vedute alli miei folli occhi rendea guiderdone. Né quelle sanza parole accese d'ira uscivano fuori, anzi, conoscendo io la misera mia fortuna, verso lei mi ricordo d'avere alcuna volta così parlato:</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[25]</head>

<p>“O Fortuna, ispaventevole nemica di ciascuno felice, e de' più miseri singulare speranza, tu, permutatrice de' regni, e de' mondani casi aducitrice, sollevi e avalli con le tue mani come il tuo indiscreto consiglio ti porge. E non contenta d'essere tutta d'alcuno, o in uno caso l'essalti e in un altro il deprimi, o dopo alla data felicità aggiugni agli animi nuove cure, acciò che li mondani, in continue necessità dimorando, secondo il parere loro, te sempre prieghino, e la tua deità orba adorino. Tu cieca e sorda, gli pianti de' miseri rifiutando, con gli essaltati ti godi, li quali te ridente e lusingante abracciando con tutte le forze, con inoppinato avvenimento da te si truovano prostrati, e allora miseramente te conoscono avere mutato viso. E di questi cotali io misera mi truovo, né so quale inimicizia o cosa da me commessa inverso te a ciò t'inducesse o mi ci noccia. Oimè! chiunque nelle grandi cose si fida e potente signoreggia negli alti luoghi, l'animo credulo dando alle cose liete, riguardi me, d'alta donna picciolissima serva tornata, e peggio, ché disdegnata sono dal mio signore e rifiutata. Tu non desti mai, o Fortuna, più ammaestrevole essemplo di me, delli tuoi mutamenti, se con sana mente si guarderà. Io da te, o Fortuna mutabile, nel mondo ricevuta fui in copiosa quantità de' tuoi beni, se la nobilità e le ricchezze sono di quelli, sì come io credo; e oltre a ciò in quelle cresciuta fui, né mai ritraesti la mano. Queste cose certo continuamente magnanima possedei; e come mutabili le trattai, e oltre alla natura delle femine liberalissimamente l'ho usate. Ma io, ancora nuova, te, delle passioni dell'anima donatrice, non sappiendo che tanta parte avessi nelli regni d'Amore, come volesti m'innamorai, e quello giovane amai, il quale tu sola, e altri no, parasti davanti agli occhi miei allora che io più ad inamorarmi credeva essere lontana. Il piacere del quale poi che nel cuore con legame indissolubile mi sentisti legato, non stabile, più volte hai cercato di farmene noia; e alcuna volta hai li vicini animi con vani e ingannevoli ingegni sommossi, e talvolta gli occhi, acciò che, palesato, nocesse il nostro amore. E più volte, sì come tu volesti, sconce parole dell'amato giovane alli miei orecchi pervennero, e alli suoi di me sono certa che facesti pervenire, possibili, essendo credute, a generare odio; ma esse non vennero mai al tuo intendimento secondo che, posto che tu, dèa, come ti piace guidi le cose esteriori, le virtù dell'anima non sono sottoposte alle tue forze: il nostro senno continuamente in ciò t'ha soperchiata. Ma che giova però a te opporsi? A te sono mille vie da nuocere a' tuoi nemici, e quello che per diretto non puoi, conviene che per obliquo fornischi. Tu non potesti ne' nostri animi generare nimicizia, ingegnastiti di mettervi cosa equivalente; e oltre a ciò gravissima doglia e angoscia. I tuoi ingegni, per adietro rotti col nostro senno, si risarcirono per altra via, e inimica a lui parimente e a me, con li tuoi accidenti porgesti cagione di dividere da me l'amato giovane con lunga distanzia. Oimè! quando avrei io potuto pensare che in luogo a questo tanto distante, e da questo diviso da tanto mare, da tanti monti, valli e fiumi, dovesse nascere, te operante, la cagione de' miei mali? Certo non mai, ma pure è così. Ma con tutto questo, avvegna ch'e' sia lontano a me, e io a lui, non dubito che egli m'ami, sì come io lui, il quale io sopra tutte le cose amo. Ma che vale questo amore ad effetto più che se fossimo nemici? Certo, niuna cosa. Dunque al tuo contrasto niente valse il senno nostro: tu insiememente con lui ogni mio diletto e ogni mio bene, e ogni gioia te ne portasti; e con questi le feste, li vestimenti, le bellezze e 'l vivere lieto; in luogo de' quali pianti, e tristizia e intollerabile angoscia lasciasti; ma certo che io non l'ami non m'hai tu potuto tòrre, né puoi. Deh, se io, ancora giovane, avea contro alla tua deità commessa alcuna cosa, la età semplice mi dovea rendere scusata; ma se tu pure di me volevi vendetta, perché non l'operavi tu nelle tue cose? Tu ingiusta hai messa la tua falce nell'altrui biade. Che hanno le cose d'amore a fare con teco? A me sono altissime case e belle, ampissimi campi e molte bestie, a me tesori conceduti dalla tua mano: perché in queste cose, o con fuoco, o con acqua, o con rapina, o con morte non si distese la tua ira? Tu m'hai lasciate quelle cose che alla mia consolazione non possono valere, se non come a Mida la ricevuta grazia da Bacco alla fame, e haitene portato colui solo, il quale io più che tutte l'altre cose aveva caro. Ahi! maladette sieno l'amorose saette, le quali ardirono di prendere vendetta di Febo, e da te tanta ingiuria sostengono! Oimè! che se esse t'avessero mai punta, come elle pungono ora me, forse tu con più diliberato consiglio offenderesti agli amanti. Ma ecco, tu m'hai offesa, e a quello condotta, che io, ricca, nobile e possente, sono la più misera parte della mia terra, e ciò vedi tu manifesto. Ogni uomo si rallegra e fa festa, e io sola piango, né questo ora solamente comincia, anzi è lungamente durato, tanto che la tua ira dovria essere mitigata. Ma tutto il ti perdono, se tu solamente, di grazia, il mio Panfilo, come da me il dividesti, con meco il ricongiunghi; e se forse ancora la tua ira pur dura, sfoghisi sopra il rimanente delle mie cose. Deh, increscati di me, o crudele! Vedi che io sono divenuta tale, che quasi come favola del popolo sono portata in bocca; dove con solenne fama la mia bellezza soleva essere narrata. Comincia a essere pietosa verso di me, acciò che io, vaga di potermi di te lodare, con parole piacevoli onori la tua maestà, alla quale, se benigna mi torni nel dimandato dono, infino ad ora prometto, e qui sieno testimonii l'iddii, di porre la mia imagine, ornata quanto potrassi, ad onore di te in quale tempio più ti fia caro; e quella con versi soscritti, che diranno: ‘Questa è Fiammetta dalla Fortuna di miseria infima recata in somma allegrezza’ si vedrà da tutti”. Oh, quante più altre cose ancora dissi più volte, le quali lungo e tedioso sarebbe il raccontarle! Ma tutte, brievemente, in amare lagrime terminavano; dalle quali alcuna volta avvenne che io, dalle donne sentita, con varii conforti levatane, alle festevoli danze fui rimenata a male mio grado.</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[26]</head>

<p>Chi crederebbe possibile, o amorose donne, tanta tristizia nel petto capere d'una giovane, che niuna cosa fosse, la quale non solamente non rallegrar la potesse, ma eziandio cagione di maggiore doglia le fosse continuo? Certo egli pare incredibile a tutti, ma io misera, sì come colei che 'l pruovo, sento e conosco ciò essere vero. Egli avveniva spesse volte che, essendo, sì come la stagione richiedeva, il tempo caldissimo, molte altre donne e io, acciò che più agevolemente quello trapassassimo, sopra velocissima barca, armata di molti remi, solcando le marine onde, cantando e sonando, li rimoti scogli e le caverne, nelli monti dalla natura medesima fatte, essendo esse e per ombra e per li venti recentissime, cercavamo. Oimè, che questi erano al corporale caldo sommissimi rimedii a me offerti, ma al fuoco dell'anima per tutto questo niuno alleggiamento era prestato, anzi più tosto tolto; però che, cessanti li calori esteriori, li quali sanza dubbio alli dilicati corpi sono tediosi, incontanente più ampio luogo si dava agli amorosi pensieri, li quali non solamente materia sostentante le fiamme di Venere sono, ma aumentante, se bene si mira. Venuti adunque nelli luoghi da noi cercati, e presi per li nostri diletti ampissimi luoghi, secondo che il nostro appetito richiedeva, ora qua e ora là, ora questa brigata di donne e di giovani, e ora quell'altra, delle quali ogni picciolo scoglietto o lito, solo che da alcuna ombra di monte dalli solari raggi difeso fosse, erano pieni, vedendo andavamo. Oh quale e quanto è questo diletto grande alle sane menti! Quivi si vedevano in molte parti le mense candidissime poste e di cari ornamenti sì belle, che solo il riguardarle aveva forza di risvegliare l'appetito in qualunque più fosse stato svogliato; e in altra parte, già richiedendolo l'ora, si discernevano alcuni prendere lietamente li matutini cibi; da' quali e noi e quale altro passava con allegra voce alle loro letizie eravamo convitati. Ma poi che noi medesimi avavamo, sì come gli altri, mangiato con grandissima festa, e dopo le levate mense più giri dati in liete danze al modo usato, risalite sopra le barche, subitamente or qua e ora colà n'andavamo. E in alcuna parte cosa carissima agli occhi de' giovani n'appariva: ciò erano vaghissime giovani in giubbe di zendado spogliate, iscalze e isbracciate nell'acqua andanti dalle dure pietre levando le marine conche; e a tale uficio bassandosi, sovente le nascose delizie dello uberifero petto mostravano. E in alcuna altra con più ingegno, altri con reti, e quali con più nuovi artificii, alli nascosi pesci si vedevano pescare. Che giova il faticarsi in volere dire ogni particulare diletto che quivi si prende? Egli non verrebbono meno giamai. Pensi seco chi ha intelletto quanti e quali essi debbono essere non andandovi (e se vi pure va, non vi si vede) alcuno altro che giovane e lieto. Quivi gli animi aperti e liberi sono, e sono tante e tali le cagioni per le quali ciò adiviene, che a pena alcuna cosa adimandata negare vi si puote. In questi così fatti luoghi confesso io, per non turbare le compagne, d'avere avuto viso coperto di falsa allegrezza, sanza avere ritratto l'animo da' suoi mali: la qual cosa quanto sia malagevole a fare, chi l'ha provato ne può testimonianza donare. E come potre' io nell'animo essere stata lieta, ricordandomi già e meco e sanza me avere in simili diletti veduto il mio Panfilo, il quale io sentiva da me oltre modo essere lontano, e oltre a ciò sanza speranza di rivederlo? Se a me non fosse stata altra noia che la sollecitudine dell'animo, il quale me continuamente tenea sospesa a molte cose, sì m'era ella grandissima: che è egli a pensare che il fervente disio di rivederlo avesse sì di me tolta la vera conoscenza, che certamente sappiendo lui in quelle parti non essere, pur possibile che vi fosse argomentassi; e come se ciò fosse sanza alcuna contradizione vero, procedea a riguardare se io il vedessi? Egli non vi rimanea alcuna barca, delle quali, quale in una parte volante e quale in un'altra, era così il seno di quello mare ripieno, come il cielo di stelle qualora egli appare più limpido e sereno, che io prima a quella con gli occhi che con la persona, riguardando, non pervenissi. Io non sentiva alcuno suono di qualunque strumento, quantunque io sapessi lui se non in uno essere ammaestrato, che con gli orecchi levati non cercassi di sapere chi fosse il sonatore, sempre imaginando quello essere possibile d'essere colui il quale io cercava. Niuno lito, niuno scoglio, niuna grotta da me non cercata vi rimaneva, né ancora alcuna brigata. Certo io confesso che questa talora vana, e talora infinta speranza mi toglieva molti sospiri; li quali, poi che da me era partita, quasi come se nelle concavità del mio cerebro raccolti si fossero quelli che uscire doveano fuori convertiti in amarissime lagrime, per li miei dolenti occhi spiravano. E così le finte allegrezze in verissime angoscie si convertieno.</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[27]</head>

<p>La nostra città, oltre a tutte l'altre italiche di lietissime feste abondevole, non solamente rallegra li suoi cittadini o con nozze, o con li bagni, o con li marini liti; ma, copiosa di molti giuochi, sovente ora con uno, ora con un altro, letifica la sua gente. Ma tra l'altre cose, nelle quali essa appare splendidissima, è nel sovente armeggiare. Suole adunque a noi essere questa consuetudine antiquata, che poi che li guazzosi tempi del verno sono trapassati, e la primavera con li fiori e con la nuova erba ha al mondo rendute le sue perdute bellezze, essendo con questo li giovaneschi animi per la qualità del tempo raccesi, e più che l'usato pronti a dimostrare li loro disii, di convocare li dì più solenni alle logge de' cavalieri le nobili donne; le quali, ornate delle loro gioie più care, quivi s'adunano. Né credo che più nobile o ricca cosa fosse a riguardare le nuore di Priamo con l'altre frigie donne, qualora più ornate davanti al suocero loro a festeggiare s'adunavano, che sono in più luoghi della nostra città le nostre cittadine a vedere. Le quali, poi che alli teatri in quantità grandissima ragunate si veggono, ciascuna quanto il suo podere si stende dimostrandosi bella, non dubito che qualunque forestiere intendente sopravenisse, considerate le contenenze altiere, li costumi notabili, li ornamenti più tosto reali che convenevoli ad altre donne, non giudicasse noi non donne moderne, ma di quelle antiche magnifiche essere al mondo tornate: quella, per altierezza dicendo Semiramìs somigliare; quell'altra, agli ornamenti guardando, Cleopatra si crederrebbe; l'altra, considerata la sua vaghezza, sarebbe creduta Elena; e alcuna, gli atti suoi bene mirando, in niente si direbbe dissimigliare a Didone.</p>
<p>Perché andrò io simigliandole tutte? Ciascuna per se medesima pare una cosa piena di divina maestà, non che d'umana. E io, misera, prima che il mio Panfilo perdessi, più volte udii tra li giovani quistionare, a quale io fossi più da essere assomigliata: o alla vergine Polisena, o alla ciprigna Venere; dicenti alcuni di loro essere troppo assomigliarmi a dèa, e altri rispondenti in contrario essere poco assomigliarmi a femina umana. Quivi, tra cotanta e così nobile compagnia, non lungamente si siede, né vi si tace, né mormora; ma istanti li antichi uomini a riguardare, li chiari giovani, prese le donne per le dilicate mani, danzando, con altissime voci cantano i loro amori; e in cotale guisa con quante maniere di gioia si possono divisare, la calda parte del giorno trapassano. E poi che il sole ha cominciato a dare più tiepidi li suoi raggi, si veggono quivi venire li onorevoli prencipi del nostro Ausonico regno in quello abito che alla loro magnificenza si richiede. Li quali, poi che alquanto hanno e le bellezze delle donne e le loro danze rimirate, quasi con tutti li giovani, così cavalieri come donzelli, partendosi, dopo non lungo spazio in abito tutto al primo contrario con grandissima comitiva ritornano. Quale lingua sì d'eloquenzia splendida, o sì di vocaboli eccellenti facunda, sarebbe quella che interamente potesse li nobili abiti e di varietà pieni interamente narrare? Non il greco Omero, non il latino Virgilio, li quali tanti riti di Greci, di Troiani, e d'Itali già nelli loro versi discrissero. Lievemente adunque, a comparazione del vero, m'ingegnerò di farne alcuna particella a quelle che non gli hanno veduti palese. E ciò non fia nella presente materia dimostrato invano, anzi si potrà per le savie comprendere la mia tristizia essere, oltre a quella d'ogni altra donna preterita o presente, continua, poi la dignità di tante e sì eccelse cose vedute non l'hanno potuta intrarrompere con alcuno lieto mezzo.</p>
<p>Dico adunque, al proposito ritornando, che li nostri prencipi sopra cavalli tanto nel correr veloci, che non che gli altri animali, ma li venti medesimi, qualunque più si crede festino, di dietro correndo si lascerieno, vengono; la cui giovinetta età, la speziosa bellezza, e la virtù espettabile d'essi, graziosi li rende oltre modo ai riguardanti. Essi di porpora o di drappi dalle indiane mani tessuti, con lavorii di colori varii e d'oro intermisti, e oltre a ciò sopraposti di perle e di care pietre, vestiti, e i cavalli coverti, appariscono; de' quali i biondi crini, penduli sopra li candidissimi omeri, da sottiletto cerchiello d'oro o da ghirlandetta di fronda novella sono sopra la testa ristretti. Quindi la sinistra un leggierissimo scudo, e la destra mano arma una lancia, e al suono delle toscane trombe, l'uno appresso l'altro, e seguiti da molti, tutti in cotale abito cominciano davanti alle donne il giuoco loro, colui lodando più in esso, il quale con la lancia più vicino alla terra con la sua punta, e meglio chiuso sotto lo scudo, sanza muoversi sconciamente, dimora, correndo sopra il cavallo.</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[28]</head>

<p>A queste così fatte feste e piacevoli giuochi, come io soleva, ancora, misera, sono chiamata: il che sanza grandissima noia di me non avviene, perciò che, queste cose mirando, mi torna a mente d'avere già, intra li nostri più antichi, e per età reverendi cavalieri, veduto sedere il mio Panfilo a riguardare; la cui sofficenzia alla sua età giovinetta impetrava sì fatto luogo. E alcuna volta fu che, stante egli non altramenti che Daniello intra li antichi sacerdoti ad essaminare l'accusata donna, intra li predetti cavalieri togati, de' quali per auttorità alcuno Scevola somigliava, e alcuno altro per la sua gravezza si saria detto il Censorino Catone o l'Uticense, e alcuni sì nel viso apparieno favorevoli, che appena altramenti si crede che fosse il Magno Pompeo, e altri, più robusti, fingono Scipione Africano, o Cincinnato, rimirando essi parimente il correre di tutti, e quasi delli loro più giovani anni rimemorandosi, tutti fremendo, or questo or quell'altro commendavano, affermando Panfilo i detti loro; al quale io alcuna volta, ragionando esso con essi, quanti ne correano udii agli antichi, così giovani come valorosi vecchi, assomigliare. Oh quanto m'era ciò caro a udire, sì per colui che il diceva, e sì per coloro che ciò ascoltavano intenti, e sì per li miei cittadini, de' quali era detto! Certo tanto, che ancora m'è caro il ramentarlo. Egli solea delli nostri prencipi giovinetti, li quali nelli loro aspetti ottimamente li reali animi dimostravano, alcuno dire essere allo arcadio Partenopeo simigliante, del quale non si crede che altro più ornato allo assedio di Tebe venisse che esso fu dalla madre mandato, essendo egli ancora fanciullo. L'altro appresso il piacevole Ascanio parere confessava, del quale Virgilio tanti versi, d'ottima stificanza del giovinetto, discrisse; il terzo comparando a Deifebo, e il quarto per bellezza a Ganimede. Quindi alla più matura turba, che loro seguivano, venendo, non meno piacevoli somiglianze donava. Quivi venente alcuno colorito nel viso, con rossa barba e bionda chioma, sopra gli omeri candidi ricadente, e non altramente che Ercule fare solesse ristretta da verde fronda in ghirlandetta protratta assai sottile, vestito di drappi sottilissimi serici, non occupanti più spazio che la grossezza del corpo, ornati da lavorii varii fatti da mastra mano, con uno mantello sopra la destra spalla con fibula d'oro ristretto, e con iscudo coperto il manco lato, portando nella destra una asta lieve, quale allo apparecchiato giuoco conviensi, ne' suoi modi simile il diceva al grande Ettore. Appresso al quale traendosi un altro avante, in simile abito ornato, e con viso non meno ardito, avendo del mantello l'uno lembo sopra la spalla gittatosi, con la sinistra maestrevolemente reggendo il cavallo, quasi uno altro Acchille il giudicava. Seguendone alcuno altro, pallando la lancia e postergato lo scudo, li biondi capelli avendo legati con sottile velo forse ricevuto dalla sua donna, Protesilao gli s'udiva chiamare. Quindi seguendone un altro con leggiadro cappelletto sopra i capelli, bruno nel viso e con barba prolissa, e nello aspetto feroce, nomava Pirro. E alcuno più mansueto nel viso, biondissimo e pulito e più che altro ornatissimo, lui credere il troiano Parìs, o Menelao, dicea possibile. Egli non è di necessità il più in ciò prolungare la mia novella: egli nella lunghissima schiera mostrava Agamenone, Aiace, Ulisse, Diomede, e qualunque altro Greco, Frigio, o Latino fu degno di laude. Né poneva a beneplacito cotali nomi, anzi con ragioni accettevoli fondando li suoi argomenti sopra le maniere de' nominati, loro debitamente assomigliati mostrava: per che non era l'udire cotali ragionamenti meno dilettevole, che il vedere coloro medesimi di cui si parlava.</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[29]</head>

<p>Essendo adunque la lieta schiera due o tre volte cavalcando con picciolo passo dimostratasi a' circustanti, cominciavano i loro aringhi, e dritti sopra le staffe, chiusi sotto gli scudi, con le punte delle lievi lance, tuttavia igualmente portandole, quasi rasente terra, velocissimi più che aura alcuna corrono i loro cavalli; e l'aere esultante per le voci del popolo circustante, per li molti sonagli, per li diversi strumenti, e per la percossa del riverberante mantello del cavallo e di sé, a meglio e più vigoroso correre li rinfranca. E così, tutti vedendoli, non una volta ma molte, degnamente ne' cuori de' riguardanti si rendono laudevoli. Oh quante donne, quale il marito, quale l'amante, quale lo stretto parente vedendo tra questi, ne vid'io già più fiate sommissimamente rallegrare! Certo assai, e non che esse, ma ancora le strane. Io sola, ancora che il mio marito vi vedessi o vi vegga, e con esso li miei parenti, dolente li riguardava, Panfilo non vedendovi, e lui essere lontano ricordandomi. Deh, or non è questa mirabile cosa, o donne, che ciò che io veggio mi sia materia di doglia, né mi possa rallegrare cosa alcuna? Deh, quale anima è in inferno con tanta pena, che, queste cose vedendo, non dovesse sentire allegrezza? Certo niuna, credo. Esse, prese dalla piacevolezza della cetera d'Orfeo, obliarono per alquanto spazio le pene loro; ma io tra mille strumenti, tra infinite allegrezze, e in molte e varie maniere di feste, non posso la mia pena, non che dimenticare, ma solamente un poco alleviare. E posto che io alcuna volta a queste feste o a simiglianti con infinto viso la celi, e déa sosta alli sospiri, la notte poi, o qualora soletta trovandomi prendo spazio, non perdona parte delle sue lagrime; anzi più tante ne verso, quanti per aventura ho il giorno risparmiati sospiri. E inducendomi queste cose in più pensieri, e massimamente in considerare la loro vanità, più possibile a nuocere che a giovare, sì com'io manifestamente provandolo conosco, alcuna volta, finita la festa e da quella partitami, meritamente contro alle mondane apparenze crucciandomi, così dissi:</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[30]</head>

<p>“O felice colui il quale innocente dimora nella solitaria villa, usando l'aperto cielo! Il quale, solamente conoscendo di preparare maliziosi ingegni alle salvatiche fiere, e lacciuoli alli semplici uccelli, da affanno nell'animo essere stimolato non puote; e se grave fatica per aventura nel corpo sostiene, incontanente sopra la fresca erba riposandosi la ristora, tramutando ora in questo lito del corrente rivo, e ora in quella altra ombra dell'alto bosco li luoghi suoi; ne' quali ode i queruli uccelli fremire con dolci canti, e i rami tremanti e mossi da lieve vento, quasi fermo tenenti alle loro note! Deh, cotale vita, o Fortuna, avessi tu a me conceduta, alla quale le tue disiderate larghezze sono di sollecitudine assai dannosa! Deh, a che mi sono utili gli alti palagi, li ricchi letti e la molta famiglia, s'è l'animo da ansietà occupato, errando per le contrade da lui non conosciute dietro a Panfilo, non concedendo a' lassi membri quiete alcuna? Oh come è dilettevole e quanto è grazioso con tranquillo e libero animo il priemere le ripe de' trascorrenti fiumi, e sopra li nudi cespiti menare li lievi sonni, li quali il fuggente rivo con mormorevoli suoni e dolci, sanza paura nutrica! Questi sanza alcuna invidia sono conceduti al povero abitante le ville, molto più da disiderare che quelli li quali, allettati con più lusinghe, sovente o da pronte sollecitudini cittadine, o da strepiti di tumultuante famiglia son rotti. La costui fame, se forse alcuna volta lo stimola, li colti pomi, nelle fedelissime selve raccolti, la scacciano; e le nuove erbette, di loro propia volontà fuori della terra uscite sopra li piccioli monti, ancora li ministrano saporosi cibi. Oh quanto gli è, a temperare la sete, dolce l'acqua della fonte presa e del rivo con concava mano! Oh infelice sollecitudine de' mondani, a sostentamento de' quali la natura richiede e apparecchia leggierissime cose! Noi nella infinita moltitudine de' cibi la sazietà del corpo crediamo compiere, non accorgendoci in quelli essere le cagioni nascose per le quali li ordinati omori spesse volte sono più tosto corrotti che sustentati; e alli lavorati beveraggi apprestando l'oro e le cavate gemme, sovente in essi veggiamo gustare li veleni frigidissimi; e se non questi, almeno Venere pur si bee. E talvolta per quelli a sicurtà soverchia si viene, per la quale o con parole o con fatti misera vita o vituperevole morte s'acquista. E spesse volte ancora avviene che, molti di quelli avendo bevuti, assai peggio che insensato corpo n'è renduto il bevitore. A costui i Satiri, li Fauni, le Driade, le Naiade, le Ninfe, fanno semplice compagnia; costui non sa che si sia Venere né il suo biforme figliuolo, e se pure la conosce, rozzissima sente la forma sua e poco amabile. Deh, or fosse stato piacere d'Idio che io similemente mai conosciuta l'avessi, e da semplice compagnia visitata, rozza mi fossi vivuta! Io sarei lontana da queste insanabili sollecitudini ch'io sostengo, e l'anima insieme con la mia fama santissime non curerebbono di vedere le mondane feste, simili al vento che vola, né da quelle, vedute, avrebbero angoscia, come io ho. A costui non l'alte torri, non l'armate case, non la molta famiglia, non i dilicati letti, non i risplendenti drappi, non i correnti cavalli, non cento milia altre cose, imbolatrici della migliore parte della vita, sono cagione d'ardente cura. Questi, de' malvagi uomini, non cercanti nelli luoghi rimoti e oscuri li furti loro, vive sanza paura; e sanza cercare nelle altissime case li dubbiosi riposi, l'aere e la luce dimanda, e alla sua vita è il cielo testimonio. Oh quanto è oggi cotale vita male conosciuta, e da ciascuno cacciata come nemica, dove più tosto dovrebbe essere come carissima cercata da tutti! Certo io arbitro che in cotale maniera vivesse la prima età, la quale insieme li uomini e gl'iddii produceva. Oimè, niuna è più libera, né sanza vizio, o migliore che questa, la quale gli primi usarono, e che colui ancora oggi usa il quale, abandonate le città, abita nelle selve. Oh, felice il mondo, se Giove mai non avesse cacciato Saturno, e ancora l'età aurea durasse sotto caste leggi! però che tutti alli primi simili viveremmo. Oimè! che chiunque è colui li primi riti servante, non è nella mente infiammato dal cieco furore della non sana Venere, come io sono; né è colui, che sé dispose ad abitare ne' colli de' monti, subietto ad alcuno regno: non al vento del popolo, non allo infido vulgo, non alla pistolenziosa invidia, né ancora al favore fragile di Fortuna, al quale io troppo fidandomi, in mezzo l'acque per troppa sete perisco. Alle picciole cose si presta alta quiete, come che grandissimo fatto sia sanza le grandi potere sostenere di vivere. Quelli che alle grandissime cose soprasta, o disidera soprastare, séguita li vani onori delle trascorrenti ricchezze; e certo le più volte alli falsi uomini piacciono li alti nomi; ma quelli è libero di paura e da speranza, né conosce il nero lividore della invidia divoratrice e mordente con dente iniquo, che abita le solitarie ville, né sente li odii varii, né li amori incurabili, né li peccati de' popoli mescolati alle cittadi, né, come conscio, di tutti li strepiti ha dottanza, né gli è a cura il comporre fittizie parole, le quali lacci sono ad irretire gli uomini di pura fede; ma quell'altro, mentre sta eccelso, mai non è sanza paura, e quello medesimo coltello, che arma il lato suo, teme. Oh quanto buona cosa è a niuno resistere, e sopra la terra giacendo pigliare li cibi sicuro! Rade volte, o non mai, entrano li peccati grandissimi nelle piccole case. Alla prima età niuna sollecitudine d'oro fu, né niuna sacrata pietra fu arbitra a dividere li campi alli primi popoli. Essi con ardita nave non segavano il mare; solamente ciascuno si conosceva li liti suoi; né i forti steccati, né li profondi fossi, né l'altissime mura con molte torri cignevano i lati delle città loro, né le crudeli armi erano acconce né trattate da' cavalieri, né era loro alcuno edificio che con grave pietra rompesse le serrate porti, e se forse tra loro era alcuna picciola guerra, la mano ignuda combatteva, e gli rozzi rami degli alberi, e le pietre si convertivano in armi. Né ancora era la sottile e lieve asta di cornio, armata di ferro, né l'aguto spuntone, né la tagliente spada cignevano lato alcuno, né la comante cresta ornava i lucenti elmi; e quello che più e meglio era a costoro, era Cupido non essere ancora nato, per la qual cosa li casti petti, poi da lui, pennuto e per lo mondo volante, stimolati, potevano vivere sicuri. Deh, ora m'avesse Idio donata a cotale mondo, la gente del quale, di poco contenta e di niente temente, sola salvatica libidine conosceva! E se niuno, di cotanti beni quanti essi possedevano, non me ne fosse seguito, altro che non avere così affannoso amore, e cotanti sospiri sentito, come io sento, sì sarei io da dire più felice che quale io sono ne' presenti secoli pieni di tante delizie, di tanti ornamenti e di cotante feste. Oimè! che l'empio furore del guadagnare, e la strabocchevole ira, e quelle menti le quali la molesta libidine di sé accese, ruppono li primi patti così santi, così agevoli a sostenere, dati dalla natura alle sue genti. Venne la sete del signoreggiare, peccato pieno di sangue: e il minore diventò preda del maggiore, e le forze si dierono per leggi. Venne Sardanapalo, il quale Venere, ancora che dissoluta da Semiramìs fosse fatta, primieramente la fe' dilicata, dando a Cerere e a Bacco forme ancora da loro non conosciute. Venne il battaglievole Marte, il quale trovò nuove arti e mille forme alla morte, e quinci le terre tutte si contaminarono di sangue, e il mare similemente ne diventò rosso. Allora sanza dubbio li gravissimi peccati entrarono per tutte le case, e niuna grave scelleratezza in brieve fu sanza essemplo: il fratello dal fratello, e il padre dal figliuolo, e il figliuolo dal padre furono uccisi; e il marito giacque per lo colpo della moglie, e l'empie madri più volte hanno li loro medesimi parti morti. La rigidezza delle matrigne nelli figliastri non dico, ch'è manifesta ciascheduno giorno. Le ricchezze, adunque, avarizia, superbia, invidia e lussuria, e ogni altro vizio parimente seco recarono; e con le predette cose ancora entrò nel mondo il duca e facitore di tutti li mali, e artefice de' peccati: il dissoluto amore, per li cui assediamenti degli animi infinite città cadute e arse ne fumano, e sanza fine genti ne fanno sanguinose battaglie e feciono, e li sommersi regni ancora priemono molti popoli. Oimè! tacciansi tutti gli altri suoi pessimi effetti, e quelli li quali egli usa in me sieno soli essempli de' suoi mali e della sua crudeltà, la quale sì agramente mi strigne, che a niuna altra cosa che a lei posso volgere la mente mia.”</p>
<p>Queste cose così fra me ragionate, alcuna volta, pensando che le cose da me operate siano appo Iddio gravi molto, e le pene a me sanza comparazione noiose, hanno forza di leviare alquanto le mie angoscie, in quanto li molti maggiori mali, già per altrui operati, me quasi innocente fanno apparere; e le pene da altrui sostenute, bene che io non creda da nessuno così gravi come da me, pur veggendomi non essere prima né sola, alquanto più forte divengo a comportarle. Alle quali io sovente priego Iddio che o con morte, o con la tornata di Panfilo, ponga fine.</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[31]</head>

<p>A così fatta vita e a piggiore m'ha la Fortuna lasciata consolazione sì picciola come udite; né intendiate consolazione che me di dolore privi, sì come l'altre suole: essa solamente alcuna volta gli occhi toglie da lagrimare, sanza più prestarmi delli suoi beni. Seguitando adunque le mie fatiche, dico che, con ciò sia cosa che io per adietro tra l'altre giovani della mia città di bellezze ornatissima, quasi niuna festa soleva, che alli divini templi si facesse, lasciare, né alcuna bella sanza me ne reputavano li cittadini; le quali feste vegnendo, a quelle mi soleano sollecitare le serve mie; e ancora esse, l'antico ordine osservando, apparecchiati li nobili vestimenti, alcuna volta mi dicono:</p>
<p>— O donna, adórnati, venuta è la solennità del cotale tempio, la quale te sola aspetta per compimento.</p>
<p>Oimè, che egli mi torna a mente che io alcuna volta, a loro furiosa rivolta, non altramenti che lo adentato cinghiaro alla turba de' cani, e loro rispondeva turbata, e con voce d'ogni dolcezza vòta già dissi:</p>
<p>— Via, vilissima parte della nostra casa, fate lontani da me questi ornamenti; brieve roba basta a coprire li sconsolati membri, né più alcuno tempio né festa per voi a me si ricordi, se la mia grazia v'è cara.</p>
<p>Oh quante volte già, come io udii, furono quelli da molti nobili visitati, li quali, più per vedermi che per divozione alcuna venuti, non vedendomi, turbati si tornavano indietro, nulla dicendo, sanza me valere quella festa! Ma come che io così le rifiuti, pure alcuna volta, in compagnia delle mie nobili compagne, me li conviene costretta vedere; con le quali io semplicemente, e di feriali vestimenti vestita, vi vado, e quivi non i solenni luoghi, come già feci, cerco, ma rifiutando li già voluti onori, umile ne' più bassi luoghi tra le donne m'assetto. E quivi diverse cose ora dall'una ora dall'altra ascoltando, con doglia nascosa quanto io più posso, passo quel tempo ch'io vi dimoro. Oimè! quante volte già m'ho io udito dire assai da presso:</p>
<p>— Oh, quale maraviglia è questa? Questa donna, singulare ornamento della nostra città, così rimessa e umile è divenuta? Quale divino spirito l'ha spirata? Ove le nobili robe, ove li altieri portamenti, ove le mirabili bellezze si sono fuggite? —</p>
<p>Alle quali parole, se licito mi fosse stato, avrei volentieri risposto: “Tutte queste cose, con molte altre più care, se ne portò Panfilo dipartendosi”. Quivi ancora dalle donne intorniata, e da diverse dimande trafitta, a tutte con infinto viso mi conviene sodisfare. L'una con cotali voci mi stimola:</p>
<p>— O Fiammetta, sanza fine, di te, me e l'altre donne fai maravigliare, ignorando qual sia stata sì sùbita la cagione che le preziose robe hai lasciate, e li cari ornamenti e l'altre cose decevoli alla tua giovane etade; tu, ancora fanciulla, in sì fatto abito andare non dovresti. Non pensi tu che, lasciandolo ora, per inanzi ripigliare nol potrai? Usa gli anni secondo la loro qualità. Questo abito di tanta onestade, da te preso, non ti falla per inanzi. Vedi qui qualunque di noi, più di te atempate, ornate con maestra mano, e d'artificiali drappi e onorevoli vestite: e così tu similemente dovresti essere ornata.</p>
<p>A costei, e a più altre, aspettanti le mie parole, rendo io con umile voce cotale risposta:</p>
<p>— Donne, o per piacere a Dio o agli uomini si viene a questi templi. Se per piacere a Dio ci si viene, l'anima ornata di virtù basta, né forza fa se il corpo di ciliccio fosse vestito; se per piacere agli uomini ci si viene, con ciò sia cosa che la maggior parte, da falso parere adombrati, per le cose esteriori giudichino quelle dentro, confesso che gli ornamenti usati e da voi, e da me per adietro, si richeggiono. Ma io di ciò non ho cura, anzi, dolente delle passate vanità, volonterosa d'amendare nel cospetto di Dio, mi rendo quanto posso dispetta agli occhi vostri.</p>
<p>E quinci le lagrime dalla intrinseca verità cacciate per forza fuori, mi bagnano il mesto viso, e con tacita voce così con meco medesima dico:</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[32]</head>

<p>“O Iddio, veditore de' nostri cuori, le non vere parole dette da me non m'imputare in peccato: come tu vedi, non volontà d'ingannare, ma necessità di ricoprire le mie angoscie a quelle mi strigne; anzi più tosto merito me ne rendi, considerando che, malvagio essemplo levando, alle tue creature il do buono. Egli m'è grandissima pena il mentire, e con faticoso animo la sostegno, ma più non posso”. Oh quante volte, o donne, ho io per questa iniquità pietose laude ricevute, dicendo le circustanti donne me divotissima giovane di vanissima ritornata! Certo, io intesi più volte di molte essere oppinione, me di tanta amicizia essere congiunta con Domenedio, che niuna grazia, a lui da me dimandata, negata sarebbe. E più volte ancora dalle sante persone per santa fui visitata, non conoscendo esse quello che nell'animo nascondea il tristo viso, e quanto li miei desiderii fossero lontani alle mie parole. O ingannevole mondo, quanto possono in te l'infinti visi più che li giusti animi, se l'opere sono occulte! Io, più peccatrice che altra, dolente per li miei disonesti amori, però che quelli velo sotto oneste parole, sono reputata santa; ma sallo Idio che, se sanza pericolo essere potesse, io con vera voce di me sgannerei ogni ingannata persona, né celerei la cagione che trista mi tiene; ma non si puote.</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[33]</head>

<p>Come io ho a quella, che prima adomandato m'avea, risposto, l'altra dal mio lato, vedendo le mie lagrime rasciutte, dice:</p>
<p>— O Fiammetta, dove è fuggita la vaga bellezza del viso tuo? Dove l'acceso colore? Quale è la cagione della tua palidezza? Gli occhi tuoi, simili a due mattutine stelle, ora intorniati di purpureo giro, perché appena nella tua fronte si scernono? E gli aurei crini con maestrevole mano ornati per adietro, ora perché, chiusi, appena si veggono sanza alcuno ordine? Dilloci, tu ne fai sanza fine maravigliare. —</p>
<p>Da questa con poche parole sciogliendomi, dico:</p>
<p>— Manifesta cosa è l'umana bellezza essere fiore caduco, e da uno giorno ad un altro venire meno, la quale se di sé dà fidanza ad alcuna, miseramente a lungo andare se ne truova prostrata. Quelli che la mi diede, con sordo passo sottomettendomi le cagioni da cacciarla, se l'ha ritolta, possibile a renderlami, quando li pur piacesse.</p>
<p>E questo detto, non potendo le lagrime ritenere, chiusa sotto il mio mantello, copiosamente le spando, e meco con cotali parole mi dolgo:</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[34]</head>

<p>“O bellezza, dubbioso bene de' mortali, dono di picciolo tempo, la quale più tosto vieni e pàrtiti, che non fanno ne' dolci tempi della primavera i piacevoli prati risplendenti di molti fiori, e li eccelsi alberi carichi di varie frondi, li quali, ornati dalla virtù d'Ariete, dal caldo vapore della state sono guasti e tolti via; e se forse alcuni pure ne risparmia il caldo tempo, niuno dallo autunno è risparmiato: così o tu, bellezza, le più volte nel mezzo de' migliori anni, da molti accidenti offesa, perisci; alla quale se forse pure ti perdona la giovanezza, la matura età a forza te resistente ne porta. O bellezza, tu se' cosa fugace, non altramenti che l'onde mai non tornanti alle sue fonti, e in te fragile bene niuno savio si dée confidare. Oimè! quanto già t'amai, e quanto a me misera fosti cara, e con sollecitudine riguardata! Ora, e meritamente, ti maladico. Tu, prima cagione de' miei danni, e prenditrice prima dell'animo del caro amante, lui non hai avuta forza di ritenere, né lui partito di rivocare. Se tu non fossi stata, io non sarei piaciuta agli occhi vaghi di Panfilo; e non essendo piaciuta, egli non si sarebbe ingegnato di piacere alli miei; e non essendo egli piaciuto, sì come piacque, ora non avrei queste pene. Dunque tu sola cagione e origine se' d'ogni mio male. Oh beate quelle che, sanza te, li rimproveri della rustichezza sostengono! Esse caste le sante leggi servano e sanza stimoli possono vivere con l'anime libere dal crudele tiranno Amore; ma tu, a noi cagione di continuo infestamento ricevere da chi ci vede, a forza ci conduci a rompere quello che più caramente si dée guardare. O felice Spurima e degno d'etterna fama, il quale, li tuoi effetti conoscendo, nel fiore della sua gioventudine, da sé con mano acerba ti discacciò, eleggendo più tosto di volere da' savii per virtuosa opera essere amato, che dalle lascive giovani per la sua concupiscibile bellezza! Oimè! così avessi fatto io! Tutti questi dolori, questi pensieri, e queste lagrime sarebbono lontane, e la vita, per adietro corrotta, ancora ne' termini primi laudevole si sarebbe”. Quinci mi richiamano le donne, e biasimano le mie soperchie lagrime, dicendo:</p>
<p>— O Fiammetta, che maniera è questa? Disperiti tu della misericordia d'Iddio? Non credi tu lui pietoso a perdonarti le tue picciole offese sanza tante lagrime? Questo che tu fai è più tosto cercare morte che perdono: lieva su, asciuga il viso tuo, e attendi al sacrificio pòrto al sommo Giove dalli nostri sacerdoti.</p>
<p>A queste voci io, le lagrime ristrignendo, alzo la testa, la quale già in giro non volgo come io soleva, fermamente sappiendo che quivi non è lo mio Panfilo, per mirarlo, né per vedere se da altrui o da cui sono mirata, o quello che di me pare agli occhi de' circustanti; anzi attenta, a Colui, che per la salute di tutti diede se medesimo, porgo pietosi prieghi per lo mio Panfilo e per la sua tornata, con cotali parole tentandolo:</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[35]</head>

<p>“O grandissimo rettore del sommo cielo, e generale albitro di tutto il mondo, poni oramai alle mie gravi fatiche modo, e fine alli miei affanni. Vedi niun giorno a me essere sicuro, continuamente il fine dell'uno male è a me principio dell'altro. Io, che già mi dissi felice, non conoscendo le mie miserie, prima ne' vani affanni d'ornare la mia giovanezza, più che il debito ornata dalla natura, te non sapevole offendendo, per penitenzia allo indissolubile amore che ora mi stimola mi sottoponesti. Quinci la mente, non usa a così gravi affanni, riempiesti per quello di nuove cure, e ultimamente colui, cui io più che me amo, da me dividesti; onde infiniti pericoli sono cresciuti l'uno dopo l'altro alla mia vita. Deh, se li miseri sono da te uditi alcuna volta, porgi li tuoi pietosi orecchi alli miei prieghi, e sanza guardare a' molti falli da me verso te commessi, i pochi beni, se mai ne feci alcuno, benigno considera, e in merito di quelli le mie orazioni e preghiere essaudisci; le quali, cose a te assai leggieri, e a me grandissime, conterranno. Io non ti cerco altro, se non che a me sia renduto il mio Panfilo. Oimè! quanto e come conosco bene questa preghiera nel cospetto di te, giustissimo giudice, essere ingiusta! Ma dalla tua giustizia medesima si dée muovere il meno male più tosto volere, che il maggiore. A te, a cui niente s'occulta, è manifesto a me per niuna maniera potere uscire della mente il grazioso amante, né li preteriti accidenti: dal quale e de' quali la memoria a sì fatto partito mi reca con gravi dolori, che già per fuggirli mille modi di morte ho dimandati; li quali tutti un poco di speranza, che di te m'è rimasa, m'ha levati di mano. Dunque, se minore male è il mio amante tenere, com'io già tenni, che insieme col corpo uccidere l'anima trista, sì come io credo, torni e rendamisi: sieti più caro li peccatori vivere e possibili a te conoscere, che morti, sanza speranza di redenzione, e vogli inanzi parte che tutto perdere delle creature da te create. E se questo è grave ad essermi conceduto, concedamisi quella ch'è d'ogni male ultimo fine, prima che io, costretta da maggiore doglia, da me con diterminato consiglio la prenda. Vengano le mie voci nel tuo cospetto, le quali se te toccare non possono, o qualunque altri iddii tenenti le celestiali regioni, se alcuno di voi vi si truova, il quale mai, qua giù vivendo, quella amorosa fiamma provasse, la quale io pruovo, ricevetele, e per me le porgete a colui il quale da me non le prende, sì che, impetrandomi grazia, prima qua giù lietamente, e poi nella fine de' miei giorni, costassù, con voi io possa vivere, e inanzi tratto alli peccatori dimostrare convenevole l'uno peccatore a l'altro perdonare e dare aiuto.”</p>
<p>Queste parole dette, odorosi incensi e degne offerte, per farli abili a' prieghi miei e alla salute di Panfilo, pongo sopra li loro altari; e finite le sacre cerimonie, con l'altre donne partendomi, torno alla trista casa.</p></div2></div1>

<div1 type="capitolo"><argument><p><emph>Capitolo sesto nel quale madonna Fiammetta, avendo sentito Panfilo non avere moglie presa, ma d'altra donna essere innamorato, e però non tornare, dimostra come ad ultima disperazione, volendosene uccidere, ne venisse.</emph></p></argument>

<div2 type="paragrafo"><head>[1]</head>

<p>Quale voi avete potuto comprendere, o pietosissime donne, per le cose davanti dette, è stata nelle battaglie d'amore la vita mia, e ancora assai piggiore; la quale certo, a rispetto della futura, forse non ingiustamente si potrebbe dire dilettevole, bene pensando. Io, ancora paurosa, ricordandomi di quello a che egli ultimamente mi condusse, e quasi ancora tiene, per più prendere indugio di pervenirvi, sì perché del mio furore mi vergogno, e sì perché, scrivendolo, in esso mi parrà rientrare, con lenta mano le cose meno gravi, distendendomi molto, n'ho scritte; ma ora, più non potendo a quelle fuggire, tirandomi l'ordine del mio ragionare, paurosa vi perverrò. Ma tu, o santissima pietà, abitante ne' dilicati petti delle morbide giovani, reggi li tuoi freni in quelli con più forte mano che infino a qui non hai fatto, acciò che trascorrendo, e di te più parte che il convenevole dando, non forse di quello che io cerco ti convertissi in contrario, e di grembo togliessi alle leggenti donne le lagrime mie.</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[2]</head>

<p>Egli era già un'altra volta il sole tornato nella parte del cielo che si cosse allora che male li suoi carri guidò il presuntuoso figliuolo, poi che Panfilo s'era da me partito; e io, misera, per lunga usanza avea apparato a sostenere li dolori, e più temperatamente mi dolea che l'usato, né credea che più si potesse durare di male che quello che io durava, quando la Fortuna, non contenta de' danni miei, mi volle mostrare che ancora più amari veleni avea che darmi. Avvenne adunque che de' paesi di Panfilo alle nostre case tornò uno nostro carissimo servidore, il quale da tutti, e da me massimamente, graziosamente fu ricevuto. Questi, narrando i casi suoi, e le vedute cose, mescolando le prospere con le avverse, per aventura li venne Panfilo ricordato. Del quale molto lodandosi, ricordando l'onore da lui ricevuto, me nello ascoltare faceva contenta, e a pena poté la ragione la volontà rafrenare di correre ad abbracciarlo, e del mio Panfilo domandare con quella affezione che io sentiva. Ma pure ritenendomi, e quelli essendo dello stato di lui domandato da molti, e avendo bene essere di lui a tutti risposto, io sola il domandai con viso lieto quello che egli faceva, e se suo intendimento era di tornarci. Alla quale egli così rispose:</p>
<p>— Madonna, e a che fare tornerebbe qua Panfilo? Niuna più bella donna è nella terra sua, la quale oltre ad ogni altra è di bellissime copiosa, che quella la quale lui ama sopra tutte le cose, per quello che io da alcuno intendessi, e egli, secondo che io credo, ama lei: altramenti il reputerei folle, dove per adietro savissimo l'ho tenuto.</p>
<p>A queste parole mi si mutò il cuore, non altramenti che ad Oenone sopra gli alti monti d'Ida aspettante, vedendo la greca donna col suo amante venire nella nave troiana; e appena ciò nel viso nascondere potei, avvegna che io pure lo facessi, e con falso riso dissi:</p>
<p>— Certo tu di' il vero: questo paese, a lui male grazioso, non gli poté concedere per amanza una donna alla sua virtù debita; però se colà l'ha trovata, saviamente fa, se con lei si dimora. Ma dimmi, con che animo sostiene ciò la sua novella sposa? —</p>
<p>Egli allora rispose:</p>
<p>— Niuna sposa è a lui, e quella la quale, non ha lungo tempo, ne fu detto che venne nella sua casa, non a lui, ma al padre è vero che venne. —</p>
<p>Mentre che egli queste parole, da me ascoltato, dicea, io d'una angoscia uscita e entrata in un'altra molto maggiore, da ira sùbita stimolata e da dolore, così il tristo cuore si cominciò a dibattere, come le preste ali di Progne, qualora vola più forte, battono i bianchi lati; e li paurosi spiriti non altramenti mi cominciarono per ogni parte a tremare, che faccia il mare da sottile vento ristretto nella sua superficie minutamente, o li pieghevoli giunchi lievemente mossi dall'aura; e cominciai a sentire le forze fuggirsi via. Per che quindi, come più acconciamente potei. nella mia camera mi ricolsi.</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[3]</head>

<p>Partita adunque dalla presenzia d'ogni uomo, non prima sola in quella pervenni, che per gli occhi, non altramenti che vena che pregna sgorghi nell'umide valli, amare lagrime cominciai a versare; e a pena le voci ritenni dagli alti guai, e sopra il misero letto, de' nostri amori testimonio, volendo dire “O Panfilo, perché m'hai tradita?” mi gittai, overo più tosto caddi supina, e nel mezzo della loro via furono rotte le mie parole, sì subito alla lingua e agli altri membri furono le forze tolte; e quasi morta, anzi morta da alcune creduta, quivi per lunghissimo spazio fui guardata; né valse a farmi tornare la vita errante nelli suoi luoghi di fisico alcuno argomento. Ma poi che la trista anima, la quale piagnendo più volte li miseri spiriti avea per partirsi abracciati, pure si rifermò nello angoscioso corpo, e le sue forze rivocate, di fuori sparse, agli occhi miei ritornò il perduto lume.</p>
<p>E alzando la testa, sopra me vidi più donne, le quali, con pietoso servigio piagnendo, con preziosi liquori m'aveano tutta bagnata; e più altri strumenti vidi, atti a cose varie, a me vicini; onde io e de' pianti delle donne, e delle cose ebbi non picciola maraviglia. E poi che il potere parlare mi fu conceduto, qual fosse la cagione di quelle cose essere quivi adomandai, ma a la mia dimanda rispose una di loro e disse:</p>
<p>— Perciò qui quelle cose erano venute, per fare in te la smarrita anima ritornare. —</p>
<p>Allora, dopo un lungo sospiro, con fatica dissi:</p>
<p>— Oimè! con quanta pietà crudelissimo uficio operavate voi, contrario alla mia volontà! Credendomi servire, diservita m'avete; e l'anima, disposta a lasciare il più misero corpo che viva, sì come io veggio, meco a forza ritenuta avete. Oimè! che egli è assai che niuna cosa da me né da altrui con pari affezione fu disiata, come da me quella che voi avete negato. Io, già disciolta da queste tribulazioni, vicina era al mio disio, e voi me n'avete tolta.</p>
<p>Varii conforti dalle donne dati seguirono queste parole, ma di quelli le operazioni furono vane. Io m'infinsi riconfortata, e nuove cagioni diedi al misero accidente, acciò che, partendosi quelle, luogo mi rimanesse a dolermi. Ma poi che di loro alcuna si fu partita, e a l'altre fu dato commiato, essendo io quasi lieta nello aspetto tornata, sola con la mia antica balia, e con la consapevole serva de' danni miei, quivi rimasi; delle quali ciascuna alla mia vera infermità porgeva confortevoli unguenti, da doverla guarire, se ella non fosse mortale. Ma io, l'animo avendo solamente alle parole udite, subitamente nemica divenuta d'una di voi, o donne, non so di quale, gravissime cose cominciai a pensare, e il dolore, che tutto dentro stare non poteva, con rabbiosa voce in cotale guisa fuori del tristo petto sospinsi:</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[4]</head>

<p>«O iniquo giovane, o di pietà nemico, o più che altro pessimo Panfilo, il quale ora, me misera avendo dimenticata, con nuova donna dimori, maladetto sia il giorno che io prima ti vidi, e l'ora e il punto nel quale tu mi piacesti! Maladetta sia quella dèa che, apparitami, me fortemente resistente ad amarti, rivolse con le sue parole dal giusto intendimento! Certo io non credo che essa fosse Venere, ma più tosto in forma di lei alcuna infernale furia, me non altramenti empiente d'insania, che facessero il misero Atamante. O crudelissimo giovane, da me tra molti nobili, belli e valorosi, solo eletto pessimamente per lo migliore, ove sono ora li prieghi, li quali tu più volte a me, per iscampo della tua vita, piagnendo porgesti, affermando quella e la tua morte stare nelle mie mani? Ove sono ora li pietosi occhi con li quali a tua posta misero lagrimavi? Ove è ora l'amore a me mostrato? Ove le dolci parole? Ove li gravi affanni nelli miei servigi proferti? Sono essi del tutto della tua memoria usciti, od ha'li nuovamente adoperati ad irretire la presa donna? Ahi! maladetta sia la mia pietà, la quale quella vita da morte prosciolse, che di sé faccendo lieta altra donna, la mia doveva recare a morte oscura! Ora gli occhi, che nella mia presenzia piagneano, davanti alla nuova donna ridono, e il mutato cuore ha ad essa rivolte le dolci parole, e le proferte. Oimè! dove sono ora, o Panfilo, li spergiurati iddii? Dove la promessa fede? Dove le infinte lagrime, delle quali io gran parte miseramente bevvi, pietose credendole, e esse erano piene del tuo inganno? Tutte queste cose nel seno della nuova donna rimesse, con teco insieme m'hai tolte. Oimè! quanto mi fu già grave udendol te per giunonica legge dato ad altra donna! Ma sentendo che li patti, da te a me donati, non erano da preporre a quelli, posto che faticosamente il portassi, pure vinta dal giusto colore, con meno angoscia il sosteneva. Ma ora sentendo che per quelle medesime leggi, per le quali tu a me sei stretto, tu ti sii, a me togliendoti, dato ad altra, m'è importabile supplicio a tollerare. Ora le tue dimoranze conosco, e similemente la mia semplicità, con la quale sempre te dovere tornare ho creduto, se tu avessi potuto. Oimè! ora abisognavanti, Panfilo tante arti ad ingannarmi? Perché li giuramenti grandissimi, e la fede interissima così mi porgevi, se d'ingannarmi per cotale modo intendevi? Perché non ti partivi tu sanza commiato cercare, o sanza promessa alcuna di ritornare? Io, come tu sai, fermissimamente t'amava, ma io non ti avea perciò in prigione, che tu a tua posta sanza le infinte lagrime non ti fossi potuto partire. Se tu così avessi fatto, io mi sarei sanza dubbio di te disperata, subitamente conoscendo il tuo inganno, e ora o morte o dimenticanza avrebbe finiti li miei tormenti. Li quali tu, acciò che fossero più lunghi, con vana speranza donandomi, nutricare li volesti; ma questo non avea io meritato. Oimè! come mi furono già le tue lagrime dolci! Ma ora conoscendo il loro effetto, mi sono amarissime ritornate. Oimè, se Amore così fieramente ti signoreggia come egli fa me, non t'era egli assai una volta essere stato preso, se di nuovo la seconda incappare non volevi? Ma che dico io? Tu non amasti giamai, anzi di schernire le giovani donne ti se' dilettato. Se tu avessi amato, come io credeva, tu saresti ancora mio, e di cui potresti tu mai essere, che più t'amasse di me? Oimè! chiunque tu se', o donna che tolto me l'hai, ancora che nemica mi sii, sentendo il mio affanno, a forza di te divengo pietosa. Guàrdati da' suoi inganni, però che chi una volta ha ingannato, ha per inanzi perduta la onesta vergogna, né per inanzi d'ingannare ha coscienza. Oimè! iniquissimo giovane, quanti prieghi e quante offerte alli iddii ho io pòrti per la salute di te, che tòrre mi ti dovevi, e darti ad altra! O iddii, li miei prieghi sono essauditi, ma ad utilità d'altra donna: io ho avuto l'affanno, e altri di quello si prende il diletto. Deh, non era, o pessimo giovane, la mia forma conforme a' tuoi disii? E la mia nobilità non era alla tua convenevole? Certo molto maggiore. Le mie ricchezze furonti mai negate, o da me a te tolte le tue? Certo no. Fu mai amato in fatto, in atto, o in sembiante da me altro giovane che tu? E questo ancora che non confesserai, se il nuovo amore non t'ha vòlto dal vero. Dunque qual fallo mio, qual giusta ragione a te, quale bellezza maggiore della mia, o più fervente amore mi t'ha tolto, e datoti altrui? Certo niuno, e a questo mi sieno testimonii l'iddii, che mai verso di te niuna cosa operai, se non che oltre ad ogni termine di ragione t'ho amato. Se questo merita il tradimento da te verso me operato, tu il conosci. O iddii, giusti vendicatori de' nostri difetti, io domando vendetta, e non ingiusta. Io non voglio né cerco di colui la morte, che già da me fu scampato e vuole la mia, né altro sconcio domando di lui, se non che, se egli ama la nuova donna, come io lui, che ella, togliendosi a lui, e ad un altro donandosi, come egli a me s'è tolto, in quella vita il lasci, che egli ha me lasciata.» E quinci, torcendomi con movimenti disordinati, su per lo letto impetuosa mi giro e mi rivolgo.</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[5]</head>

<p>Quel giorno tutto non fu in altre voci che nelle predette o in simili consumato; ma la notte, assai piggiore che 'l giorno ad ogni doglia, in quanto le tenebre sono più alle miserie conformi che la luce, sopravenuta, avvenne che essendo io nel letto allato al caro marito, tacita per lungo spazio ne' pensieri dolorosi vegghiando, e nella memoria ritornandomi, sanza essere da alcuna cosa impedita, tutti li tempi passati, così li lieti come li dolenti, e massimamente l'avere Panfilo per nuovo amore perduto, in tanta abondanza mi crebbe il dolore, che, non potendolo ritenere dentro, piagnendo forte con voci misere lo sfogai, sempre di quello tacendo l'amorosa cagione. E sì fu alto il pianto mio, che, essendo già per lungo spazio nel profondo sonno stato involto il mio marito, costretto da quello, si risvegliò, e a me, che tutta di lagrime era bagnata, rivoltosi, nelle braccia recandomisi, con voce benigna e pietosa così mi disse:</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[6]</head>

<p>— O anima mia dolce, qual cagione a questo pianto così doloroso nella quieta notte ti muove? Qual cosa, già è più tempo, t'ha sempre malinconica e dolente tenuta? Niuna cosa che a te dispiaccia dée essere a me celata. È egli alcuna cosa, la quale il tuo cuore disideri, che per me si possa, che, domandandola tu, fornita non sia? Non se' tu solo mio conforto e bene? Non sai tu che io sopra tutte le cose del mondo t'amo? E di ciò non una pruova, ma molte ti possono fare vivere certa. Dunque perché piagni? Perché in dolore t'afliggi? Non ti paio io giovane degno alla tua nobilità? O reputimi colpevole in alcuna cosa, la quale io possa amendare? Dillo, favella, scuopri il tuo disio: niuna cosa sarà, che non s'adempia, solo che si possa. Tu, tornata nello aspetto, nell'abito, e nelle operazioni angosciosa, mi dài cagione di dolorosa vita, e se mai dolorosa ti vidi, oggi mi se' più che mai apparita. Io pensai già che corporale infermità fosse della tua palidezza cagione, ma io ora manifestamente conosco che angoscia d'animo t'ha condotta a quello in che io ti veggio; per che io ti priego che quello che di ciò t'è cagione mi scuopra. —</p>
<p>Al quale io, con feminile subitezza preso consiglio al mentire, il quale mai per adietro mia arte non era stata, così rispondo:</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[7]</head>

<p>— Marito a me più caro che tutto l'altro mondo, niuna cosa mi manca, la quale per te si possa, e te più degno di me sanza fallo conosco; ma solo a questa tristizia per adietro e al presente recata m'ha la morte del mio caro fratello, la quale tu sai. Essa a questi pianti, ogni volta che a memoria mi torna, mi strigne; e non certo tanto la morte, alla quale noi tutti conosco dobbiamo venire, quanto il modo di quella piango, il quale disaventurato e sozzo conoscesti; e oltre a ciò le male andate cose dopo lui a maggiore doglia mi stringono. Io non posso sì poco chiudere o dare al sonno gli occhi dolenti, come egli palido e di squalore coperto e sanguinoso, mostrandomi l'acerbe piaghe, m'apparisce davanti. E pure testé, allora che tu piagnere mi sentisti, di prima m'era egli nel sonno apparito con imagine orribile, stanco, pauroso, e con ansio petto, tale che a pena pareva potesse le parole riavere; ma pure con fatica gravissima mi disse: ‘O cara sorella, caccia da me la vergogna che, con turbata fronte mirando la terra, mi fa tra gli altri spiriti andare dolente’. Io, ancora che di vederlo alcuna consolazione sentissi, pure vinta dalla compassione presa dell'abito suo, e delle parole, sùbita riscotendomi, fuggì il sonno; al quale a mano a mano le mie lagrime, le quali tu ora consoli, solvendo il debito della avuta pietà seguitarono. E come l'iddii conoscono, se a me l'armi si convenissero, già vendicato l'avrei, e lui tra gli altri spiriti renduto con alta fronte; ma più non posso. Adunque, caro marito, non sanza cagione miseramente m'atristo. —</p>
<p>Oh quante pietose parole egli allora mi porse, medicando la piaga, la quale assai davanti era guarita, e li miei pianti s'ingegnò di rattemperare con quelle vere ragioni che alle mie bugie si confaceano! Ma poi che egli, me racconsolata credendosi, si diede al sonno, io, pensando alla pietà di lui, con più crudele doglia tacitamente piagnendo, ricominciai la tramezzata angoscia, dicendo:</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[8]</head>

<p>“O crudelissime spelunche abitate dalle rabbiose fiere, o inferno, o etterna prigione decretata alla nocente turba, o qualunque altro essilio più giù si nasconde, prendetemi, e me alli meritati supplicii date nocente. O sommo Giove, contra me giustamente adirato, tuona, e con tostissima mano in me le tue saette discendi; o sacra Giunone, le cui santissime leggi io scelleratissima giovane ho corrotte, véndicati; o caspie rupi, lacerate il tristo corpo; o rapidi uccelli, o feroci animali, divorate quello; o cavalli crudelissimi, dividitori dello innocente Ipolito, me nocente giovane squartate; o pietoso marito, volgi nel petto mio con debita ira la spada tua, e con molto sangue la pessima anima, di te ingannatrice, ne caccia fuori. Niuna pietà, niuna misericordia in me sia usata, poi che la fede debita al santo letto pospuosi all'amore di strano giovane. Oh più che altra iniqua femina, di questi e d'ogni maggiori supplicii degna, qual furia ti si parò davanti agli occhi casti il dì che prima Panfilo ti piacque? Dove abandonasti tu la pietà debita alle sante leggi del matrimonio? Dove la castità, sommo onore delle donne cacciasti, allora che per Panfilo il tuo marito abandonasti? Ove è ora verso te la pietà dello amato giovane? Ove li conforti da lui dati a te nella tua miseria si truovano? Egli nel seno d'un'altra giovane lieto trascorre il fuggevole tempo, né di te si cura; e a ragione, e meritamente così ti dovea avvenire, e a te e a qualunque altra li legittimi amori pospone alli libidinosi. Il tuo marito, più debito ad offenderti che ad altro, s'ingegna di confortarti, e colui che ti dovria confortare non cura d'offenderti. Oimè! or non era egli bello come Panfilo? Certo sì. Le sue virtù, la sua nobilità, e qualunque altra cosa, non avanzavano molto quelle di Panfilo? Or chi ne dubita? Dunque perché lui per altrui abandonasti? Quale cechità, quale tracutanza, quale peccato, quale iniquità vi ti condusse? Oimè! che io medesima nol conosco. Solamente le cose liberamente possedute sogliono essere reputate vili, quantunque elle sieno molto care, e quelle che con malagevolezza s'hanno, ancora che vilissime sieno, sono carissime reputate. La troppa copia del mio marito, a me da dovere essere cara, m'ingannò, e io, forse potente a resistere, quello che io non feci miseramente piango. Anzi sanza forse era potente, se io voluto avessi, pensando a quello che l'iddii e dormendo e vigilando m'aveano mostrato la notte e la mattina precedenti alla mia ruina. Ma ora che da amare, perch'io voglia, non mi posso partire, conosco qual fosse la serpe che me sotto il sinistro lato trafisse, e piena si partì del mio sangue; e similemente veggo quello che la corona caduta del tristo capo volle significare: ma tardi mi giugne questo avvedimento. L'iddii, a purgare forse alcuna ira contra me concreata, pentuti de' dimostrati segni, di quelli mi tolsero la conoscenza, non potendo indietro tornarli; altressì come Appollo alla amata Cassandra, dopo la data divinità tolse l'essere creduta. Laonde io, in miseria costituita, non sanza ragionevole colore, consumo la vita mia.”</p>
<p>E così dolendomi, voltandomi e rivoltandomi per lo letto, quasi tutta la notte passai sanza potere alcuno sonno pigliare. Il quale, se forse pure entrava nel tristo petto, sì debole in quello dimorava, che ogni picciolo mutamento l'avrebbe rotto; e come che egli ancora fiebole fosse, sanza fiere battaglie nelle sue dimostrazioni alla mia mente non dimorava con meco. E questo non solamente quella notte, della quale di sopra parlo, m'avvenne, ma prima molte volte, e poi quasi continuamente m'è avvenuto; per che iguale tempesta, vegghiando e dormendo, sente e ha sentito l'anima tuttavia.</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[9]</head>

<p>Non tolsero le notturne querele luogo alle diurne, anzi quasi come del dolermi scusata per le bugie dette al mio marito, quasi da quella notte inanzi non mi sono ridottata di piagnere e di dolermi in publico molte volte. Ma pure, venuta la mattina, la fida nutrice, alla quale niuna parte de' danni miei era nascosta, però che essa era stata la prima che nel mio viso aveva gli amorosi stimoli conosciuti, e ancora in esso aveva li casi futuri imaginati, vedendomi quando detto mi fu Panfilo avere altra donna, di me dubitando e istantissima alli miei beni, come prima il mio marito della camera uscìo, così v'intrò; e me veggendo per le angoscie della notte preterita quasi semiviva ancora giacere, con parole diverse s'incominciò ad ingegnare di mitigare li furiosi mali; e in braccio recatamisi, con la tremante mano m'asciugava il tristo viso, movendo ad ora ad ora cotali parole:</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[10]</head>

<p>— O giovane, oltre modo m'afligono li tuoi mali, e più m'affliggerebbono, se davanti non te ne avessi fatta avedere; ma tu, più volonterosa che savia, lasciando li miei consigli, seguisti li tuoi piaceri; onde il fine debito a cotali falli con dolente viso ti veggo venuto. Ma però che sempre, solo che altri voglia, mentre si vive si puote ciascuno da malvagio cammino dipartire, e al buono ritornare, mi sarebbe caro che tu omai gli occhi alla tua mente dalle tenebre di questo iniquo tiranno occupati, svelassi, e loro della verità rendessi la luce chiara. Chi egli sia, assai li brievi diletti e li lunghi affanni, che per lui hai sostenuti, e sostieni, ti possono fare manifesto. Tu, sì come giovane, più la volontà seguitante che la ragione, amasti; e amando, quel fine che d'amore si può disiare, prendesti; e, come già è detto, brieve diletto essere il conoscesti; né più avanti, che quello che avuto n'hai, avere né disiare se ne puote. E s'egli pure avvenisse che il tuo Panfilo nelle tue braccia tornasse, non altramenti che l'usato diletto ne sentiresti. Li ferventi disiderii sogliono essere nelle cose nuove, nelle quali molte volte sperandosi che quello bene sia nascoso, il quale forse non v'è, fanno con noia sostenere il fervente disio; ma le conosciute più temperatamente si sogliono disiderare. Ma tu troppo nel disordinato appetito trascorsa, e tutta dispostati al perire, fai il contrario. Sogliono le discrete persone, trovandosi nelli faticosi luoghi e pieni di dubbi, tirarsi indietro, volendo anzi avere la fatica la quale infino al luogo, dove già pervenuti s'aveggono, perduta, e ritornare sicuri; che più avanti andando, mettersi a rischio di guadagnare la morte. Segui adunque tu, mentre che tu puoi, cotale essemplo, e più ora atemperata che tu non suoli, metti la ragione inanzi alla volontà, e te medesima saviamente cava de' pericoli e delle angoscie, nelle quali mattamente ti se' lasciata trascorrere. La Fortuna a te benivola, se con sano occhio raguarderai, non t'ha richiusa la via di dietro, né occupata sì, che, bene discernendo ancora le tue pedate, non possi per quelle tornare là onde tu ti movesti, e essere quella Fiammetta che tu ti solevi. La tua fama è intera, né da alcuna cosa da te stata fatta è nelle menti delle genti commaculata; la quale essendo corrotta, a molte giovani fu già cagione di cadere nella infima parte de' mali. Non volere più procedere acciò che tu non guasti quello che la Fortuna t'ha riservato; confòrtati, e teco medesima pensa di non avere veduto mai Panfilo, o che il tuo marito sia desso. La fantasia s'adatta ad ogni cosa, e le buone imaginazioni sostengono leggiermente d'essere trattate. Sola questa via ti può rendere lieta, la qual cosa tu déi sommamente disiderare, se cotanto l'angoscie t'offendono, quanto gli atti e le tue parole dimostrano. —</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[11]</head>

<p>Queste parole, o simiglianti, non una volta, ma molte, sanza rispondervi alcuna cosa, ascoltai io con grave animo; e avvegna che io oltre modo turbata fossi, nondimeno vere le conosceva, ma la materia, male disposta ancora, sanza alcuna utilità le riceveva. Anzi, ora in una parte e ora in un'altra voltandomi, avvenne alcuna volta che, da impetuosa ira commossa, non guardandomi dalla presenzia della mia balia, con voce oltre alla donnesca gravezza rabbiosa, e con pianto oltre ad ogni altro grandissimo, così dissi:</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[12]</head>

<p>“O Tesifone, infernale furia, o Megera, o Aletto, stimolatrici delle dolenti anime, drizzate li feroci crini, e le paurose idre con ira accendete alli nuovi spaventamenti, e veloci nella iniqua camera entrate della malvagia donna, e ne' suoi congiugnimenti con lo imbolato amante accendete le misere faccelline, e quelle intorno al dilicato letto portate in segno di funesto agurio alli pessimi amanti. O qualunque altro popolo delle nere case di Dite, o iddii delli immortali regni di Stige, siate presenti quivi, e con li vostri tristi ramarichii porgete paura ad essi infedeli. O misero gufo, canta sopra lo infelice tetto; e voi, o Arpie, date segno di futuro danno! O ombre infernali, o etterno Caos, o tenebre d'ogni luce nemiche, occupate le adultere case, sì che li iniqui occhi non godano d'alcuna luce; e li vostri odii, o vendicatrici delle scellerate cose, entrino nelli animi acconci alli mutamenti, e impetuosa guerra generate tra loro!” Apresso questo, gittato uno ardente sospiro, aggiunsi alle rotte parole: “O iniquissima donna, qualunque tu se', da me non conosciuta, tu ora l'amante, il quale io lungamente ho aspettato, possiedi, e io misera languisco a lui lontana. Tu delle mie fatiche possiedi il guiderdone, e io vacua sanza frutto dimoro de' seminati prieghi. Io ho pòrte le orazioni e l'incensi alli iddi per la prosperità di colui, il quale furtivamente tu mi dovevi sottrarre, e quelle furono udite per utile di te. Or ecco, io non so con quale arte né come tu me li abbia tratta del cuore e messavi te, ma pure so che così è: ma così ne possi tu tosto rimanere contenta, come tu n'hai me lasciata. E se forse a lui la terza volta inamorarsi è malagevole, gl'iddii non altramenti dividano il vostro amore, che quello della greca donna e del giudice d'Ida divisero, o quello del giovane Abideo dalla sua dolente Ero, o de' miseri figliuoli d'Eolo, volgendosi contra di te l'aspro giudicio, egli rimanendo salvo. Oh pessima femina, tu dovevi bene, la sua faccia mirando, pensare che egli sanza donna non era. Dunque, se ciò pensasti, che so che 'l pensasti, con quale animo procedesti a tòrre quello che d'altrui era? Certo con inimico animo, aviso, e io sempre come nemica, e de' miei beni occupatrice, ti seguirò, e sempre, mentre ci viverò, mi nutricherò della speranza della tua morte; la quale non comune priego che sia come l'altre, ma, posta in luogo di pesante piombo o di pietra nella concava fionda, sii intra li nemici gittata; né al tuo lacerato corpo sia dato o fuoco o sepoltura, ma, diviso e isbranato, sazii gli agognanti cani. Li quali io priego che, poi che consumate avranno le molli polpe, delle tue ossa commettano asprissime zuffe, acciò che, rapinosamente rodendole, te di rapina dilettata in vita dimostrino. Niuno giorno, niuna notte, né niuna ora sarà la mia bocca sanza essere piena delle tue maladizioni, né a questo mai si porrà fine: prima si tufferà la celestiale Orsa in Occeano, e la rapace onda della ciciliana Cariddi starà ferma, e taceranno li cani di Silla, e nel Gionio mare surgeranno le mature biade, e la scura notte darà nelle tenebre luce, e l'acqua con le fiamme, e la morte con la vita, e il mare con li venti, saranno concordi con somma fede. Anzi, mentre che Ganges durerà tiepido, e l'Istro freddo, e li monti porteranno le querce, e li campi li morbidi paschi, con teco avrò battaglie. Né finirà la morte questa ira, anzi tra li morti spiriti seguitandoti, con quelle ingiurie che di là s'adoperano, m'ingegnerò di noiarti. E se tu forse a me sopravivi, quale che si sia della mia morte il modo, dovunque il misero spirito se n'andrà, di quindi a forza m'ingegnerò di scioglierlo, e in te intrando, furiosa ti farò divenire, non altramenti che sieno le vergini dopo il ricevuto Appollo; o venendo nel tuo cospetto vegghiando orribile mi vedrai, e ne' sonni spaventevole sovente ti desterò nelle tacite notti; e, brievemente, ciò che tu farai, continuamente volerò dinanzi agli occhi tuoi, e lamentandomi di questa ingiuria, te in niuna parte lascerò quieta; e così, mentre viverai, da cotale furia, me operante, sarai stimolata e, morta, poi di piggiori cose ti sarò cagione. Oimè misera! in che si stendono le mie parole? Io ti minaccio, e tu mi nuoci, e il mio amante tenendoti, quello delle minacciate offese ti curi, che gli altissimi re de' meno possenti uomini. Oimè! ora fosse a me lo 'ngegno di Dedalo o li carri di Medea, acciò che per quello aggiugnendo ali alle mie spalle, o per l'aere portata, subitamente dove tu gli amorosi furti nascondi mi ritrovassi! Oh quante e quali parole al falso giovane e a te, rubatrice degli altrui beni, direi con viso turbato e minaccevole! Oh, con quanta villania li vostri falli riprenderei! E poi che te e lui delle commesse colpe vergognosi avessi renduti, sanza alcuno freno o indugio procederei alla vendetta, e li tuoi capelli con le propie mani pigliando, e laniandoli forte, te ora qua e ora là tirando per quelli, davanti al perfido amante sazierei le mie ire, e con essi tutti li vestimenti straccerei. Né questo mi basterebbe, anzi con tagliente unghia il viso piaciuto agli occhi falsi arerei in molte parti, lasciando etterni segnali in quello delle mie vendette, e il misero corpo tutto con li bramosi denti lacererei, il quale poi lasciando a colui che ora ti lusinga a medicare, lieta ricercherei le triste case.”</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[13]</head>

<p>Mentre che io queste parole dico, con gli occhi sfavillanti e con li denti serrati e con le pugna strette, quasi a' fatti fossi, dimoro, e pare che parte della disiata vendetta mi rechino; ma la vecchia balia, quasi piagnendo, mi dice:</p>
<p>— O figliuola, poscia che tu conosci la rabbiosa tirannia dello iddio che ti molesta, tempera te medesima, e li tuoi pianti raffrena, e se la debita pietà di te stessa a ciò non ti muove, muovati il tuo onore, al quale nuova vergogna d'antica colpa potrebbe nascere di leggieri; o almeno taci, non forse il marito senta le triste cose, e per doppia cagione meritevolemente si dolga del fallo tuo. —</p>
<p>Allora, al ricordato sposo pensando, da nuova pietà mossa, più forte piango, e nella anima volgendo la rotta fede, e le male servate leggi, così dico alla mia balia:</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[14]</head>

<p>— O fidissima compagna delle nostre fatiche, di poco si può dolere il mio marito. Colui che fu del nostro peccato cagione, colui di quello è stato agrissimo purgatore: io ho ricevuto e ricevo secondo li meriti il guiderdone. Niuna pena mi potea il marito dare maggiore, che quella che m'ha pòrta l'amante; sola la morte, se la morte è penosa come si dice, mi puote il marito per pena acrescere. Venga adunque, déalami. Ella non mi fia pena, anzi diletto, però ch'io la disidero, e più dalla sua mano che dalla mia mi fia graziosa; se egli non la mi dà, o ella da sé non vène, il mio ingegno la troverà, però che io per quella spero ogni mia doglia finire. Lo 'nferno, de' miseri suppremo supplicio, in qualunque luogo ha in sé più cocente, non ha pena alla mia simigliante. Tizio c'è portato per gravissimo essemplo di pena dagli antichi autori, dicenti a lui sempre essere pizzicato dagli avoltoi il ricrescente fegato; e certo io non la estimo piccola, ma non è alla mia simigliante; che se a colui avoltoi pizzicano il fegato, a me continuo squarciano il cuore centomilia sollecitudini più forti che alcuno rostro d'uccello. Tantalo similemente dicono tra l'acque e li frutti morirsi di fame e di sete; certo e io, posta nel mezzo di tutte le mondane dilizie, con effettuoso appetito il mio amante disiderando, né potendolo avere, tale pena sostengo, quale egli, anzi maggiore, però che egli, con alcuna speranza delle vicine onde e de' propinqui pomi, pure si crede alcuna volta potere saziare; ma io ora del tutto disperata di ciò che a mia consolazione sperava, e più amando che mai colui, ch'è nell'altrui forza con suo volere ritenuto, tutta di sé m'ha fatta di fuori. E ancora il misero Isione nella fiera ruota voltato non sente doglia sì fatta, che alla mia si possa agguagliare. Io in continuo movimento da furiosa rabbia per gli avversarii fati rivolta, patisco più pena di lui assai. E se le figliuole di Danao ne' forati vasi con vana fatica continuo versano acque credendoli impiere, e io con gli occhi, tirate dal tristo core, sempre lagrime verso. Perché ad una ad una l'infernali pene mi fatico io di raccontare, con ciò sia cosa che in me maggiore pena tutta insieme si truova, che quelle in diviso o congiunte non sono? E se altro in me più che in loro d'angoscia non fosse, se non che a me conviene tenere occulti li miei dolori, o almeno la cagione d'essi, là ove essi con voci altissime, e con atti conformi alle loro doglie gli possono mostrare, sì sarieno le mie pene maggiori che le loro da giudicare. Oimè! quanto più fieramente cuoce il fuoco ristretto, che quello il quale per ampio luogo manda le fiamme sue! E quanto è grave cosa e di guai piena il non potere nelle sue doglie spandere alcuna voce, o dire la nociva cagione, ma convenirle sotto lieto viso nascondere solo nel cuore! Dunque non doglia, ma più tosto di doglia alleggiamento mi sarebbe la morte. Venga adunque il caro marito, e sé ad una ora vendichi, e me cacci di doglia: apra il suo coltello il mio misero petto, e fuori la dolente anima, amore e le mie pene ad una ora ne tragga con molto sangue; e il cuore, di queste cose ritenitore, sì come ingannatore principale e ricettatore de' suoi nemici, laceri come merita la commessa nequizia. —</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[15]</head>

<p>Ma poi che la vecchia balia me tacita del parlare, e nel profondo delle lagrime vide, così con voce sommessa mi cominciò a dire:</p>
<p>— O cara figliuola, che è quello che tu favelli? Le tue parole sono vane, e pessimi sono l'intendimenti. Io in questo mondo vecchissima molte cose ho vedute, e gli amori di molte donne sanza dubbio ho conosciuti; e ancora che io tra 'l numero di voi da mettere non sia, non pertanto io pure già conobbi gli amorosi veleni, li quali così vengono gravi, e molto più tal fiata, alle menome genti, come alle più possenti, in quanto più agl'indigenti sono chiuse le vie alli loro piaceri che a coloro che con le ricchezze le possono trovare per lo cielo; né quello che tu quasi impossibile, e tanto a te penoso favelli, non udii né sentii mai essere duro come ne porgi. Il quale dolore, pure posto che gravissimo sia, non è però da consumarsene come fai, e quindi cercare la morte; la quale tu più adirata che consiliata domandi. Bene conosco io che la rabbia dalla focosa ira stimolata è cieca, e non cura di coprirsi, né freno alcuno sostiene, né teme morte, anzi essa medesima, da se stessa sospinta, si fa incontro alle mortali punte delle agute spade; la quale, se alquanto raffreddare fia lasciata, non dubito che la accesa follia sarà manifesta al raffreddato. E però, figliuola, sostieni il tuo grave impeto, e dà luogo al furore, e alquanto nota le mie parole, e nelli essempli da me detti ferma l'animo tuo. Tu ti duoli con gravi ramarichii, se io ho bene le tue parole raccolte, dell'amato giovane da te dipartito, e della rotta fede e d'Amore, e della nuova donna; in questo dolerti nessuna pena alla tua reputi equale; e certo, se tu savia sarai, come io disidero, a tutte queste cose, con effetto raccogliendo le mie parole, prenderai tu utile medicina. Il giovane, il quale tu ami, sanza dubbio secondo l'amorose leggi, come tu lui, ti dée amare; ma se egli nol fa, fa male, ma niuna cosa a farlo il può costrignere: ciascheduno il beneficio della sua libertà come li pare può usare. Se tu fortemente ami lui, tanto che di ciò pena intollerabile sostieni, egli di ciò non t'ha colpa, né giustamente di lui ti puoi dolere; tu stessa di ciò ti se' principalissima cagione. Amore, ancora che potentissimo signor sia, e incomparabili le sue forze, non però, te invita, ti poteva il giovane pignere nella mente; il tuo senno e gli oziosi pensieri di questo amare ti furono principio; al quale, se tu vigorosamente ti fossi opposta, tutto questo non avvenia, ma, libera, lui e ogni altro avresti potuto schernire, come tu di' che egli di te non curantesi ti schernisce. Egli adunque t'è bisogno, poi la tua libertà li sommettesti, di reggerti secondo i suoi piaceri. Piaceli ora di stare a te lontano: a te similemente sanza ramaricarti si conviene che egli piaccia. Se egli intera fede lagrimando ti diede, e di tornare impromise, non cosa nuova, ma antichissima usanza fe' degli amanti: questi sono de' costumi che s'usano nella corte del tuo iddio. Ma se egli attenuta non te la ha, niuno giudice si trovò mai che di ciò tenesse ragione, né di ciò più si puote che dire: ‘Male ha fatto’, e darsi pace, sappiendo che a lui sia da fare, se mai a tale partito la Fortuna te 'l desse, a quale ella ha te a lui conceduta. Egli ancora non è il primo che questo fa, né tu la prima a cui avviene. Iansone si partì di Lenno di Isifile, e tornò in Tesaglia di Medea; Parìs si partì di Oenone delle selve d'Ida, e ritornò a Troia di Elena; Teseo si partì di Creti di Adriana, e giunse ad Atene di Fedra; né però Isifile o Oenone o Adriana s'uccisero, ma posponendo li vani pensieri, misero in oblio li falsi amanti. Amore, come io di sopra ti dissi, niuna ingiuria ti fa o t'ha fatta, più che tu t'abbi voluta pigliare. Egli usa il suo arco e le sue saette sanza provedimento alcuno, sì come noi tutto giorno veggiamo, e dé'ci per manifesti e infiniti essempli la sua maniera essere chiara, che niuno meritamente di cosa che li avvenga per lui, non si dovria di lui, ma di sé condolere. Egli, fanciullo lascivo, ignudo e cieco, vola e gitta e non sa dove: per che il dolersene, non consolazione averne, o di modo rimuoverlo, è anzi più tosto un perdersi le parole. La nuova donna, dal tuo amante presa, o forse da lei preso il tuo amante, alla quale tu con tante ingiurie minacci, forse non con sua colpa l'ha fatto suo, ma egli forse di lei con improntitudine è divenuto; e come tu alli prieghi di lui non potesti resistere, per aventura né ella medesima, non meno di te pieghevole, li poté sanza pietà sostenere. Se egli così sa piagnere, come narri, quando li piace siati manifesto le lagrime e la bellezza congiunte avere grandissime forze. E oltre a ciò, pognamo pure che la gentile donna con le sue parole e atti l'abbia irretito: così s'usa oggi nel mondo, che ciascuna persona cerca il suo vantaggio, e sanza altrui riguardare, quando il truova, se 'l piglia comunque puote. La buona donna, forse non meno di te savia in queste cose, lui destro alla milizia di Venere conoscendo, se 'l recò a sé: e chi tiene te che tu non possi fare il simigliante d'un altro? La qual cosa non lodo, ma pure, se più non si puote, e di seguire Amore se' costretta, ove tu la tua libertà da colui vogli ritrarre, che potrai, infiniti giovani ci sono più di lui degni, per quello ch'io creda, che volontieri a te diverranno subietti; il diletto de' quali così lui trarranno della tua mente, come la nuova donna ha forse te della sua tratta. Di queste fedi promesse, e giuramenti fatti intra gli amanti, Giove se ne ride quando si rompono; e chi tratta altrui secondo che egli è trattato, forse non falla soverchio, anzi usa il mondo secondo li modi altrui. Il servare fede a chi a te la rompe è oggi reputata mattezza, e lo 'nganno compensare con lo 'nganno si dice sommo sapere. Medea da Iansone abandonata, si prese Egeo; e Adriana, da Teseo lasciata, si guadagnò Bacco per suo marito: e così li loro pianti mutarono in allegrezza. Dunque più pazientemente le tue pene sostieni, poiché meritamente d'altrui che di te non t'hai a dolere, e a quelle truovansi molti modi a lasciarle quando vorrai, considerando ancora che già ne furono sostenute per altre delle sì gravi, e trapassate. Che dirai tu di Deianira essere abandonata per Iole da Ercule, e Filìs da Demofonte, e Penelope da Ulisse per Circe? Tutte queste furono più gravi che le tue pene, in quanto così o più era fervente l'amore, e se si considera il modo e gli uomini più notabili, e le donne, e pure si sostennero. Dunque a queste cose non se' sola né prima, e quelle a le quali l'uomo ha compagnia, a pena possono essere importabili o gravi come tu le dimostri. E però rallegrati, e le vane sollecitudini caccia, e del tuo marito dubita; al quale forse, se questo pervenisse a le orecchi, posto, come tu di', che nulla più oltre per pena te ne potesse dare che la morte, quella medesima, con ciò sia cosa che più che una volta non si muoia, si dée, quando l'uomo può, pigliare la migliore. Pensa, se quella, come adirata domandi, ti seguisse, di questo di quanta infamia e etterna vergogna rimarrebbe la tua memoria fregiata! Egli si vogliono le cose del mondo così apparare ad usare come mobili, e per inanzi né tu né niuno in esse molto si confidi, se vengono prospere, né ne le averse prostrato de le migliori si disperi. Cloto mescola queste cose con quelle e vieta che la Fortuna sia stabile e ciascuno fato rivolge; niuno ebbe mai gl'iddii sì favorevoli, che nel futuro gli potesse obligare; Iddio le nostre cose, da' peccati incitate, con turbazione rivescia. La Fortuna similmente teme li forti e avilisce li timidi. Ora è tempo da provare se in te ha luogo niuna virtude, avvegna che a quella in niuno tempo si possa tòrre luogo; ma le prosperità la ricuoprono assai spesso. La speranza ancora ha questa maniera, ch'ella ne le cose afflitte non mostra alcuna via, e però chi niuna cosa puote sperare, di nulla si disperi. Noi siamo agitati da' fati e, credimi, che non di leggiere si possono con sollecitudine mutare le cose apparecchiate da loro. Ciò che noi, generazione mortale, facciamo o sosteniamo, quasi la maggior parte viene da' cieli. Lachesìs serva a la sua rocca la decreta legge, e ogni cosa mena per limitata via. Il primo dì ci diede lo stremo, né è licito d'avere le avvenute cose rivolte in altro corso. L'avere voluto il mobile ordine tenere nocque già a molti, e a molti ancora l'averlo temuto, però che mentre ch'essi li loro fati temono, già a quegli sono pervenuti. Adunque lascia li dolori, li quali voluntaria aletti, e vivi lieta, negli iddii sperando, e opera bene, però che spesso avvenne già che, qualora l'uomo più a la felicità si crede lontano, allora in quella con disaveduto passo è intrato. Molte navi, correndo felicemente per gli alti mari, già ruppero a l'entrata d'i salvi porti; e così alcune, di salute disperate del tutto, salve in quelli a la fine si ritrovarono. E io ho già veduti molti àlbori, da le fiammifere folgori di Giove percossi, ivi a pochi tempi pieni di verdi frondi; e alcuni, con sollecitudine riguardati, da non conosciuto accidente essersi secchi. La Fortuna dà varie vie: così com'ella di noia t'è stata cagione, così, se sperando la tua vita nutrichi, ti sarà similmente di gioia. —</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[16]</head>

<p>Non una sola volta, ma molte usò verso me la savia balia cotali parole, credendosi da me potere cacciare gli dolori e l'ansietà riserbate solamente a la morte; ma di quelle poche o nulla con frutto toccava la occupata mente, e la maggiore parte perduta si smarria tra l'aure, e il mio male di giorno in giorno più comprendea la dolente anima; per che spesso, supina sopra il ricco letto, col viso tra le braccia nascoso, ne la mente varie cose, e grandi rivolgea. Io dirò crudelissime cose e quasi da non dovere esser credute da donna esser pensate, se avvenire per adietro così fatte, o maggiori, non si fossero vedute. Essendo io nel cuore vinta da incomparabile doglia, sentendomi dal mio amante, disperata, lontana, fra me così a dire cominciai: “Ecco, quella cagione che la sidonia Elissa ebbe d'abandonare il mondo, quella medesima m'ha Panfilo donata, e molto piggiore. A lui piace che io, abandonate queste, nuove regioni cerchi, e io, poi che suggetta li sono, farò quello che gli piace, e al mio amore, e al commesso male, e allo offeso marito ad una ora sodisfarò degnamente. E se a li spiriti sciolti da la corporal carcere e al nuovo mondo è alcuna libertà, sanza alcuno indugio con lui mi ricongiugnerò; e dove il corpo mio esser non puote, l'anima vi starà in quella vece. Ecco adunque, morrò, e questa crudeltà, volendo l'aspre pene fuggire, si conviene d'usare a me in me stessa, però che niun'altra mano potrebbe sì esser crudele, che degnamente quella che io ho meritata operasse. Prenderò adunque sanza indugio la morte, la quale, ancora che oscurissima cosa sia a pensare, più graziosa l'aspetto che la dolente vita”. E poi che io ultimamente fui in questo proponimento diliberata, fra me cominciai a cercare quale dovesse di mille modi esser l'uno che mi togliesse di vita. E prima mi occorsono ne' pensieri li ferri, a molti di quella stati cagione, tornandomi a mente la già detta Elissa partita di vita per quelli. Dopo questo mi si parò davanti la morte di Biblìs e d'Amata, il modo de la quale se offeriva a finire la mia vita; ma io, più tenera de la mia fama che di me stessa, e temendo più il modo del morire che la morte, parendomi l'uno pieno d'infamia, e l'altro di crudeltà soverchia nel ragionare de le genti, mi fu cagione di schifare e l'uno e l'altro. Poi imaginai di volere fare sì come fecero li Saguntini o gli Abidei, li uni tementi Anibale cartaginese, e gli altri Filippo macedonico: li quali le lor cose e se medesmi a le fiamme commisero. Ma veggendo in questo del caro marito, non colpevole ne' miei mali, gravissimo danno, come gl'altri precedenti modi avea rifiutati, così e questo ancora rifiutai. Vennemi poi nel pensiero li velenosi sughi, li quali per adietro a Socrate, a Sofonisba e Anibale e a molti altri prencipi l'ultimo giorno segnarono: e questi assai alli miei piaceri si confecero. Ma veggendo che a cercare d'averli tempo si convenia interporre, e dubitando non in quel mezzo si mutasse il mio proponimento, di cercare altra maniera imaginai. E pensato mi venne di volere + intra le ginocchia +, come molti già fecero, rendere il tristo spirito: dubitando d'impedimento, ché 'l vedea, ad altra spezie di pensieri trapassai. E questa cagione medesima li accesi carboni di Porzia mi fece lasciare. Ma venutami nella mente la morte di Ino e di Melicerte, e similemente quella d'Erisitone, il bisognarvi lungo spazio a l'una ad andare, a l'altra ad aspettare, me le fece lasciare, imaginando della ultima il dolore lungamente nutricare i corpi. Ma oltre a tutti questi modi, mi occorse di Pernice la morte, caduto dell'altissima arce cretense; e questo solo modo mi piacque di seguitare per infallibile morte e vòta d'ogni infamia, fra me dicendo: “Io dell'alte parti della mia casa gittandomi, il corpo, rotto in cento parti, per tutte e cento renderà la infelice anima maculata e rotta alli tristi iddii, né fia chi quinci pensi crudeltà o furore in me stato di morte, anzi a furtunoso caso imputandolo, spandendo pietose lagrime per me, la fortuna maladiranno”. Questa diliberazione nell'animo mio ebbe luogo, e sommamente mi piacque di seguitarla, pensando in me grandissima pietà usare, se forte spietata contro a me divenissi.</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[17]</head>

<p>Già era il pensiero fermo, né altra cosa aspettava che tempo, quando un freddo sùbito entrato per le mie ossa, tutta mi fece tremare. Il quale con seco recò parole così dicenti: “O misera, che pensi tu di fare? Vuo' tu per ira e per cruccio divenire nulla? Or se tu fossi pure ora per morire, da infirmità grave costretta, non ti dovresti tu ingegnare di vivere acciò che almeno una volta, innanzi la morte tua, tu potessi vedere Panfilo? Non pensi tu che, morta, tu nol potrai vedere, né la pietà di lui verso te niuna cosa potrà adoperare? Che valse a Filìs non paziente la tarda tornata di Demofonte? Essa, fiorendo, sanza alcuno diletto sentì la venuta sua; la quale, se sostenere avesse potuto, donna, non albero l'avria ricevuto. Vivi adunque, ché egli pure tornerà qui alcuna volta, o amante o nemico che egli ci torni; e quale che egli d'animo si ritorni, tu pure l'amerai, e per aventura il potrai vedere e farlo pietoso de' casi tuoi. Egli non è di quercia o di grotta o di dura pietra scoppiato, né bevve latte di tigre o di quale altro è più fiero animale, né ha cuore di diamante o d'acciaio, che egli a quelli non sia pietoso e pieghevole. Ma se pure da pietà non fia vinto, vivendo tu, allora di morire più licito ti sarà. Tu hai oltre a uno anno sanza lui sostenuta la trista vita, bene la puoi ancora sostenere oltre ad uno altro. In niuno tempo falla la morte a chi la vuole: ella fia così presta, e molto meglio allora che ella non è ora, e potra'ne andare con isperanza che egli alcuna lagrima, quantunque nemico e crudele sia, porgerà alla tua morte. Ritira adunque indietro il troppo sùbito consiglio, però che chi di consigliare s'affretta si studia di pentere. Questo che tu vuoli fare non è cosa che pentimento ne possa seguire, e se egli ne pure seguisse, da poterla indietro tornare”.</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[18]</head>

<p>Così da queste cose l'anima occupata, il proponimento sùbito lungamente in libra tenne, ma stimolandomi Megera con aspre doglie, vinsi di seguire il proposito, e tacitamente pensai di mandarlo ad effetto; e con benigne parole alla mia balia, che già taceva, nel tristo viso mostrai infinto conforto; alla quale, acciò che quindi si dipartisse, dissi:</p>
<p>— Ecco, carissima madre, li tuoi parlari verissimi con utile frutto luogo nel petto mio hanno trovato, ma acciò che lo acceso furore esca della pazza anima, alquanto di qui ti cessa, e me di dormire disiderosa al sonno lascia. —</p>
<p>Ella, sagacissima, e quasi d'i miei intendimenti indovina, il mio dormire loda, e da me dilungatasi alquanto per lo ricevuto comandamento, della camera uscire non volle in niuno modo. Ma io, per non farla del mio intendimento sospetta, oltre al mio piacere sostenni la sua dimora, imaginando che, dopo alquanto, quieta vedendomi, si debbia partire. Fingo adunque con riposo tacito il pensato inganno, nel quale, bene che di fuori nulla cosa appaia, così nelle ore le quali a me ultime dovere essere pensava, fra me dogliosa diceva cotali parole:</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[19]</head>

<p>“O misera Fiammetta, o più che altra dolorosissima donna, ecco che il tuo ultimo die è venuto! Oggi, poi che dell'alto palagio ti sarai gittata in terra, e l'anima avrà lasciato il rotto corpo, terminate fieno le lagrime tue, li sospiri, le angoscie e li disiri; e ad una ora te e 'l tuo Panfilo libero farai della promessa fede. Oggi avrai di lui li meritati abracciari, oggi le militari insegne d'Amore copriranno il corpo tuo con disonesto strazio; oggi il tuo spirito il vedrà; oggi conoscerai per cui te abbia abandonata; oggi a forza pietoso il farai; oggi comincerai le vendette della nemica donna. Ma, o iddii, se in voi niuna pietà si truova, nelli ultimi miei prieghi siatemi graziosi: fate la mia morte sanza infamia passare tra le genti; se in quella alcuno peccato, prendendola, si commette, ecco che di quello la sodisfazione è presente, cioè che io muoio sanza osare manifestare la cagione; la qual cosa non picciola consolazione mi sarebbe, se io credessi, ciò dicendo, passare sanza biasimo. Fatela ancora con pazienzia sostenere al caro marito, il cui amore, se io debitamente avessi guardato, ancora lieta, sanza porgervi questi prieghi, di vivere chiederei. Ma io, sì come femina mal conoscente del ricevuto bene, e come l'altre sempre il peggio pigliando, ora questo guiderdone me ne dono. O Antropòs, per lo tuo infallibile colpo a tutto il mondo, umilemente ti priego che il cadente corpo guidi nelle tue forze, e con non troppa angoscia l'anima sciolghi dalle fila della tua Lachesìs. E tu, o Mercurio, di quella ricevitore, io ti priego per quello amore che già ti cosse, e per lo mio sangue, il quale io da ora offero a te, che tu benignamente la guidi alli luoghi a lei disposti da la tua discrezione; né sì aspri glieli apparecchi, che lievi reputi li mali avuti.”</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[20]</head>

<p>Queste cose così fra me dette, Tesifone stette dinanzi agli occhi miei, e con non intendevole mormorio, e con minaccevole aspetto mi fe' pavida di piggiore vita che la preterita. Ma poi, con più sciolta favella dicendo: ‘Niuna cosa una sola volta provata può essere grave’, il turbato animo a la morte infiammò con più focoso disio. Per che, vedendo io che ancora non si partia la vecchia balia, dubitando non troppo aspettare, me apparecchiata a morire, indietro traesse il proposito, o che accidente via non lo togliesse, stese le braccia sopra il mio letto, quasi abracciandolo, dissi piagnendo: “O letto, rimanti con Dio; il quale io priego che a la seguente donna, più che a me non t'ha fatto, ti faccia grazioso”. Poi gli occhi rivolti per la camera, la quale più mai non sperava vedere, presa da dolore sùbito, il cielo perdei, e quasi palpando opressa da non so che tremito mi volli levare, ma le membra vinte da paura orribile non mi sostennero, anzi ricaddi, e non sola una, ma tre fiate sopra 'l mio viso, e in me fierissima battaglia sentiva tra' paurosi spiriti e l'adirata anima, li quali lei volente fuggire a forza teneano. Ma pure l'anima vincendo e da me la fredda paura cacciando, tutta di focoso dolore m'accesi, e riebbi le forze; e già nel viso del colore palido de la morte dipinta, impetuosamente su mi levai, e quale il forte toro, ricevuto il mortale colpo, furioso in qua e in là saltella sé percotendo, cotale, dinanzi agli occhi miei errando Tesifone, del letto, non conoscendo l'impeti miei, come baccata mi gittai in terra; e dietro alla furia correndo, verso le scale, saglienti alla somma parte delle mie case, mi dirizzai. E già fuori della camera trista saltata, forte piagnendo, con disordinato sguardo tutte le parti della casa mirando, con voce rotta e fioca dissi: “O casa, male a me felice, rimani etterna, e la mia caduta fa manifesta allo amante, se egli torna; e tu, o caro marito, confòrtati, e per innanzi cerca d'una più savia Fiammetta! O care sorelle, o parenti, o qualunque altre compagne e amiche, o servitrici fedeli, rimanete con la grazia de li iddii”. Io rabbiosa intendeva con tutte le parole al tristo corso, ma la vecchia balia, non altramenti che chi dal sonno alli furori è escitato, lasciato de la rocca lo studio, sùbito stupefatta questo vedendo, levò li gravissimi membri, e gridando, come poteva mi cominciò a seguire. Ella con voce appena da me creduta diceva:</p>
<p>— O figliuola, ove corri? Quale furia ti sospigne? È questo il frutto che tu dicevi che le mie parole in te aveano di preso conforto messo? Ove vai tu? Aspettami. —</p>
<p>Poi con voci ancora maggiori gridava:</p>
<p>— O giovani, venite, occupate la pazza donna, e ritenete li suoi furori. —</p>
<p>Il suo romore era nulla, e molto meno il grave corso: a me parea che fossero ali cresciute, e più veloce che alcuna aura correva alla mia morte. Ma li non pensati casi, sé alli buoni come alli rei proponimenti opponentisi, furono cagione che io sia viva: perciò che li miei panni lunghissimi, e al mio intendimento nemici, non potendo con la loro lunghezza rafrenare il mio corso, ad uno forcuto legno, mentre io correva, non so come, s'avilupparono, e la mia impetuosa fuga fermarono, né per tirare che io facessi, di sé parte alcuna lasciarono. Per che, mentre io tentava di riaverli, la grave balia mi sopragiunse; alla quale io con viso tinto mi ricorda ch'io dissi con alto grido:</p>
<p>— O misera vecchia, fuggi di qui, se la vita t'è cara! Tu ti credi aiutarmi, e offendimi: lasciami usare il mortale uficio ora, a ciò disposta con somma voglia, però che niuna altra cosa fa chi colui di morire impedisce, che disidera di morire, se non ch'egli l'uccide. Tu di me diventi micidiale, credendomi tòrre da la morte, e come nemica tenti di prolungare i danni miei. —</p>
<p>La lingua gridava, e il cuore ardeva d'ira, e le mani per la fretta, credendosi sviluppare, aviluppavano; né prima a me occorse il rimedio dello spogliarmi, che sopragiunta dalla gridante balia, come ella potea, così da lei era impedita. Ma la sua forza, in me già sviluppata, niente valeva, se le giovani serve al colei grido d'ogni parte non fossero corse, e me avessero ritenuta. De le mani delle quali più volte con guizzi diversi e con forze maggiori mi credetti ritrarre, ma vinta da loro, stanchissima fui nella camera, la quale mai più vedere non credeva, menata. Oimè! quante volte loro dissi con piagnevole voce:</p>
<p>— O vilissime serve, quale ardire è questo? Chi vi concede che la vostra donna da voi violentamente sia presa? Quale furia, o misere, v'ha spirate? E tu, o iniqua nutrice del misero corpo, futuro essemplo di tutti li dolori, perché a l'ultimo disio m'hai impedita? Or non sai tu ch'egli mi sarebbe maggiore grazia comandarmi la morte, che da quella difendermi? Lascia la misera impresa da me adempiere, e me di me a mio senno lascia fare, se così m'ami com'io credo; e se così se' pietosa come ti mostri, adopera la tua pietà in salvare la dubbia fama che dopo me di me rimarrà; però che in questo in che tu ora m'impedisci, la tua fatica fia vana. Credimi tu potere tòrre gli aguti ferri, nelle punte de' quali consiste il mio disio, o li dolenti lacci, o le mortali erbe, o il fuoco? Che profitto adopera questa tua cura? Prolunga un poco la dolorosa vita, e forse a la morte, che ora sanza infamia mi veniva, indugiata, aggiugnerà vergogna. Tu, o misera, non la mi potrai per guardia tòrre, però che la morte è in ogni luogo, e consiste in tutte le cose, e eziandio ne' vitali argomenti fu già trovata: dunque lasciami morire, prima che più divenendo dolente che io mi sia, con più feroce animo la domandi. —</p>
<p>Io, mentre che miseramente queste parole diceva, non teneva le mie mani in riposo, ma ora questa, e ora quella serva rabbiosamente pigliando, a quale, levate le trecce, tutta la testa pelava; e a quale ficcando l'unghie nel viso, miseramente graffiandola, la faceva filare sangue; e ad alcuna mi ricorda che io tutti li poveri vestimenti indosso le stracciai. Ma, oimè! che né la vecchia balia né le lacerate serve ad alcuna cosa mi rispondeano, anzi piagnendo in me usavano pietoso uficio. Io allora più mi sforzava vincerle con parole, ma nulla valeano; per che con romore a gridare cominciai: “O mani inique, e possenti ad ogni male, voi, ornatrici della mia bellezza, foste grande cagione di farmi tale che io fossi disiderata da colui, il quale io più amo. Dunque, poiché male del vostro uficio m'è seguito, in guiderdone di ciò ora l'empia crudeltà usate nel vostro corpo: laceratelo, apritelo, e quindi la crudele anima e inespugnabile ne traete con molto sangue. Tirate fuori il cuore ferito dal cieco Amore, e poi che tolti vi sono li ferri, lui con le vostre unghie, sì come di tutti li vostri mali cagione prencipale, sanza alcuna pietà laniate.” Oimè! che le mie voci mi minacciavano li disiderati mali, e comandavanlo alle volonterose mani ad essequire; ma le preste fanti m'impedirono, tegnendole contro a mia voglia. Poi la trista balia e importuna con dolenti voci incominciò cotali parole:</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[21]</head>

<p>— O cara figliuola, io ti priego per questo misero seno onde tu li primi alimenti traesti, che con umiliata mente alquante mie poche parole m'ascolti. Io non cercherò in quelle di tòrti che tu non ti dolghi, o che forse la degna ira, che a questo furore t'accende, tu la cacci da te, o per dimoranze la rompi, o con rimesso petto e piacevole la sostenghi, ma quello solo che vita ti sarà e onore, riducerò alla smarrita memoria. Egli si conviene a te, famosa giovane di tanta virtù quanta se', il non stare soggetta al dolore, né come vinta dare le spalle a' mali. Egli non è virtù il chiedere la morte, come se la vita si temesse, come tu fai; ma alli sopravegnenti mali contrastare, né a quegli davanti fuggire, è virtù somma. Chi li suoi fati abbatteo, e li beni della sua vita da sé gittò e divise, sì come tu hai fatto, non so perché uopo li si sia di cercare morte, né so perché l'adimandi: l'una e l'altra è volontà di timido. Dunque se tu te in somma miseria porre disideri, non cercare la morte per quella, però che essa è ultima cacciatrice di quella. Fuga questo furore della tua mente, per lo quale ad una ora d'avere e di perdere mi pare che cerchi l'amante: credi tu, nulla divenendo, acquistarlo? —</p>
<p>Io non risposi alcuna cosa. Ma intanto il romore si sparse per la spaziosa casa, e per la contrada circonvicina, e non altramenti che allo urlare d'uno lupo si sogliono i circustanti tutti in uno convenire, corsero quivi li servidori d'ogni parte, e tutti dolenti domandavano che ciò fosse. Ma già era stato vietato da me a chi 'l sapeva di dirlo, per che con menzogne ricoprendo l'orribile accidente, sodisfatti erano. Corsevi il caro marito, e corsonvi le sorelle e gli cari parenti e gli amici, e igualmente tutti da uno inganno occupati, là dov'io era iniqua, pietosa fui riputata; e ciascuno dopo molte lagrime la mia vita riprese così dolente, ingegnandosi apresso di confortarmi. Oimè! che quinci avvenne che alcuni me stimolata da alcuna furia credettero, e me quasi furiosa guardavano; ma altri più pietosi, la mia mansuetudine riguardando, dolore, sì come era, stimandolo, di ciò che quelli diceano si fecero beffe, portandomi compassione. E così visitata da molti, più giorni stupefatta rimasi, e sotto discreta custodia della sagace balia fui tacitamente guardata.</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[22]</head>

<p>Niuna ira è sì focosa, che per passamento di tempo freddissima non divenga. Io alcuni giorni così dimorata come io disegno, mi riconobbi, e manifestamente le parole della savia balia vidi vere, e certo io la mia passata follia piansi amaramente. Ma posto che il mio furore nel tempo si consumasse, e ritornasse nulla, il mio amore per questo non ebbe alcuno mancamento, anzi mi pure rimase la malinconia usata nelli altri accidenti d'avere, e gravemente portava l'essere stata per altra donna abandonata, e spesse volte sopra ciò con la discreta balia ebbi consiglio, volendo modo trovare per lo quale a me rivocassi l'amante. E alcuna volta proponemmo con lettere pietosissime li miei casi dolenti narranti, e altra volta più utile essere pensammo che per savio messaggio con viva voce li nunziassimo li miei mali; e certo ancora che vecchia fosse la balia, e il camino lungo e malvagio, per me si volle disporre ad andarvi. Ma bene riguardando ogni cosa, le lettere, quantunque fossero state pietose, efficaci non riputammo a rispetto de' presenti e nuovi amori, sì che per perdute le giudicammo; avvegna che con tutto questo pure ne scrivessi alcuna, che quello uscimento ebbe che divisammo. Il mandarvi la balia, chiaramente conobbi lei non viva potere a lui pervenire, né ad altrui da fidarsene reputai, sì che frivoli furono li primi avisi, e solamente ne l'animo mi rimase niuna via esserci a riaverlo, se non se io per lui andassi. Alla qual cosa fare diversi modi per la mente mi corsero, li quali ultimamente tutti furono per cagioni legittime anullati dalla mia balia. Io pensai alcuna volta di prendere abito pellegrino con alcuna fida compagna, e in quello cercare li suoi paesi; e bene che questo mi paresse possibile, non per tanto in esso pericolo grandissimo conobbi del mio onore, sappiendo come le viandanti pellegrine, alle quali alcuna forma si vede, sieno sovente nelli camini trattate dalli scedati. E oltre a questo, me al caro marito sentendo obligata, sanza lui non vidi come essere potesse l'andata, o sanza sua licenzia, la quale da sperare non era giamai. Per la qual cosa questo pensiero come vano abandonai, e subitamente in uno altro non poco malizioso mi trasportai, e fatto mi credetti che egli venisse, e sarebbe, se alcuno caso avvenuto non fosse; ma nel futuro spero non mancherà, sol che io viva. Io m'infinsi d'avere in queste mie predette avversità, se Dio mi traesse di quelle, fatto alcuno voto; il quale volendo fornire, con giusta cagione poteva e posso volere passare per lo mezzo della terra del mio amante; per la quale passando, non mi mancava cagione di lui volere e dovere vedere e a quello rivocare per che io andava. E certo, come io dico, io lo scopersi al caro marito, il quale a ciò fornire sé lietamente offerse, ma tempo a ciò competente, come è detto, disse volea che attendessi. Ma lo 'ndugio a me gravissimo, e temendolo vizioso, mi fu cagione d'entrare in altri avisi, e tutti mi vennero meno, fuori solamente d'Ecate le mirabili cose, delle quali acciò che alli paurosi spiriti sicurissima mi comettessi, più volte con diverse persone, vantantisi ciò sapere operare, ebbi ragionamenti. E alcune di trasportarmi subitamente impromettendomi, altre di sciogliere la sua mente da ogni altro amore e nel mio ritornarlo, altre dicendo di rendere a me la pristina libertà, volendo io d'alcune di queste a l'effetto venire, più di parole che d'opera li trovai pieni, onde non una volta, ma molte rimasi da loro nella mia speranza confusa, e per lo migliore, sanza più a queste cose pensare, mi diedi ad aspettare il tempo congruo dal marito promesso a fornire il voto fittizio.</p></div2></div1>

<div1 type="capitolo"><argument><p><emph>Capitolo settimo nel quale madonna Fiammetta dimostra come, essendo un altro Panfilo, non il suo, tornato là dove ella era, e essendole detto, prese vana letizia, e ultimamente ritrovando lui non essere desso, nella prima tristizia si ritornò.</emph></p></argument>

<div2 type="paragrafo"><head>[1]</head>

<p>Continuavansi le mie angoscie, non ostante la speranza del futuro viaggio, e il cielo con movimento continuo seco menando il sole, l'uno dì dopo l'altro traeva sanza intervallo, e me in affanni e in amore non iscemante in più lungo tempo che io non volea mi tenne la vana speranza. E già quello Toro che trasportò Europa teneva Febo con la sua luce, e li giorni, a le notti togliendo luogo, di brevissimi grandissimi divenieno; e il florigero Zeffiro sopravenuto col suo leno e pacifico soffiamento, avea le 'mpetuose guerre di Borea poste in pace, e cacciato del frigido aere li caligginosi tempi, e delle altezze d'i monti le candide nevi e li guazzosi prati rasciutti delle cadute piove, ogni cosa d'erba e di fiori avea rifatta bella; e la bianchezza per la soprastante freddura del verno venuta negli alberi era da verde vesta ricoperta in ogni parte; e era già in ogni luogo quella stagione, nella quale la lieta primavera graziosamente spande in ciascuno luogo le sue ricchezze, e che la terra, di varii fiori e di rose quasi stellata, di bellezze contrasta col cielo ottavo, e ogni prato teneva Narcisso; e la madre di Bacco già aveva della sua pregnezza cominciati a mostrare segni, e più che l'usato gravava il compagno olmo, già da sé ancora divenuto più grave per la presa veste; Driope e le misere sirocchie di Fetonte mostravano similemente letizia, cacciato il misero abito del canuto verno; li gai uccelli s'udivano con dilettevole voce per ogni parte, e Cerere nelli aperti campi lieta venìa nuova con li frutti suoi. E oltre a queste cose, il mio crudele signore più focosi faceva li suoi dardi sentire nelle vaghe menti: onde li giovani e le vaghe donzelle, ciascuno secondo la sua qualità ornato, s'ingegnava di piacere all'amata cosa. Le liete feste rallegravano ciascuna parte della nostra città, più copiosa di quelle che non fu mai l'alma Roma, e li teatri ripieni di canti e di suoni invitavano a quella letizia ciascuno amante. Li giovani, quando sopra li correnti cavalli con le fiere armi giostravano, e quando circondati di sonanti sonagli armeggiavano, quando con amaestrata mano lieti mostravano come li arditi cavalli con ispumante freno si debbano reggere. Le giovani donne, vaghe di queste cose, inghirlandate delle nove frondi, lieti sguardi porgevano alli loro amanti ora da l'alte finestre, e quando dalle basse porte, e quale con nuovo dono, e tale con sembiante, e tale con parole confortava il suo del suo amore. Ma me sola solitaria parte teneva quasi romita, e sconsolata per la fallata speranza, de' lieti tempi aveva noia. Niuna cosa mi piaceva, nulla festa mi poteva rallegrare, né conforto porgere pensiero né parola; niuna verde fronda, niuno fiore, niuna lieta cosa toccavano le mie mani, né con lieto occhio le riguardava. Io era divenuta de l'altrui letizie invidiosa; e con sommo disiderio appetiva che ciascuna donna così fosse da Amore e dalla Fortuna trattata, come io era. Oimè! con quanta consolazione più volte già mi ricorda d'avere udite le miserie e le disaventure delli amanti nuovamente avvenute! Ma mentre che in questa disposizione mi tenevano dispettosa l'iddii, la Fortuna ingannevole, la quale alcuna volta per afliggere con maggiore doglia li miseri loro nel mezzo delle avversità, quasi mutata, si mostra con lieto viso, acciò che essi più abandonandosi a lei caggiano maggiore istoscio cessando la sua letizia (li quali sì come folli s'appoggiano allora ad essa, cotali abattuti si truovano, quale il misero Icaro nel mezzo camino, presa troppa fidanza nelle sue ali, salito a l'alte cose, da quelle nelle acque cadde, del suo nome ancora segnate); questa, me sentendo di quelli, non contenta de' dati mali, apparecchiandomi peggio, con falsa letizia indietro trasse le cose avverse e 'l suo corruccio, acciò che, più movendosi di lontano, non altramenti che facciano i montoni africani per dare maggiore percossa, più m'offendesse; e in questa maniera con vana allegrezza alquanto diede sosta alle mie doglie.</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[2]</head>

<p>Essendo già per ogni mese promesso troppo più di quatro dimorato il poco fedele amante, avvenne che un giorno, dimorando io ne' pianti usati, la vecchia balia con passo più spesso che la sua età non prestava, tutta nel vizzo viso di sudore molle, entrò nella camera nella quale io era, e postasi a sedere, battendole forte il petto, negli occhi lieta, più volte cominciò a parlare; ma l'ansietà del polmone procedente ogni volta nel mezzo le rompea le parole. Alla quale io piena di maraviglia dissi:</p>
<p>— O cara nutrice, che fatica è questa che te ha così presa? Quale cosa disideri tu di dire con tanta fretta, che prima lo affannato spirito non lasci posare? È ella lieta o dolente? Apparecchiomi io di fuggire o di morire, o che debbo fare? Il tuo viso alquanto, non so di che né per che, riverdisce la mia speranza; ma le cose lungamente state contrarie mi porgono quella paura di peggio che ne' miseri suole capere. Di' adunque tosto, non mi tenere più sospesa, quale fu la cagione della tua rattezza? Dimmi se lieto iddio o infernale furia qui t'ha sospinta. —</p>
<p>Allora la vecchia, ancora a pena riavuta la lena, intrarompendo le mie parole, assai più lieta disse:</p>
<p>— O dolce figliuola, rallégrati, niuna paura è nelli nostri detti; gitta via ogni dolore, e la lasciata letizia ripiglia: il tuo amante torna. —</p>
<p>Questa parola entrata nell'animo mio, sùbita allegrezza vi mise, sì come li miei occhi mostrarono, ma la miseria usata in brieve la tolse via, e nol credetti, anzi piagnendo dissi:</p>
<p>— O cara balia, per li tuoi molti anni e per li tuoi vecchi membri, li quali omai lo etterno riposo domandano, non schernire me misera, li cui dolori in parte dovrebbono essere tuoi. Prima torneranno li fiumi alle fonti, e Espero recherà il chiaro giorno, e Febea con li raggi del suo fratello darà luce la notte, che torni lo 'ngrato amante. Chi non sa che egli ora nelli lieti tempi con altra donna più amando che mai si rallegra? Ove che egli fosse, ora si tornerebbe egli a lei, non che egli da lei si partisse per venire qua. —</p>
<p>Ma ella sùbito seguitò:</p>
<p>— O Fiammetta, se l'idii lieta ricevano l'anima di questo vecchio corpo, la tua balia di niente ti mente, né si conviene alla mia età omai andare di così fatte cose nessuna persona gabbando, e te massimamente, la quale io amo sopra tutte le cose. —</p>
<p>— Adunque — diss'io — come è ciò pervenuto alle tue orecchie, e onde il sai? Dillo tosto, acciò che se verisimile mi parrà, io mi rallegri della lieta novella. —</p>
<p>E levatami del luogo dov'io stava, già più lieta' m'apressai alla vecchia, e ella disse:</p>
<p>— Io, sollecita alli fatti familiari, questa mattina sopra li salati liti, quelli essequendo, andava con lento passo, e intenta sopra quei dimorando con le reni al mare rivolta, uno giovane d'una barca saltato, sì come io vidi poi, disavedutamente portato dallo impeto dello suo salto, me urtò gravemente. Per che io, li dii contra di lui scongiurando, crucciosa rivolta contra lui per dolermi della ricevuta ingiuria, egli con parole umili subitamente mi chiese perdono. Io il riguardai, e nel viso e nello abito de' paesi del tuo Panfilo lo stimai, e domanda'lo: ‘Giovane, se Dio bene ti déa, dimmi: vieni tu di paese lontano?’ 'Sì, donna' rispose. Allora dissi io: ‘Deh, dimmi donde, se egli è licito?’. Ed egli: ‘Delle parti d'Etruria, e della più nobile città di quella vengo, e quindi sono’. Com'io udì questo, d'una patria col tuo Panfilo il conobbi, e domanda'lo se egli il conoscea, e che di lui era. E quelli rispose di sì, e di lui molto bene mi narrò, e oltre a ciò disse che egli con lui ne sarebbe venuto, se alcuno picciolo impedimento non l'avesse tenuto, ma che sanza fallo in pochi dì di qua sarebbe. In questo mezzo, mentre queste parole avavamo, li compagni del giovane tutti in terra scesi con le loro cose, e egli con esso loro, si partirono. Io, lasciato ogni altro affare, con tostissimo passo, appena tanto vivere credendomi che io te 'l dicessi, qui ne venni ansando, come vedesti: e però lieta dimora, e caccia la tua tristizia. —</p>
<p>Presila allora, e con lietissimo cuore basciai la vecchia fronte, e con dubbioso animo poi più volte la scongiurai e domandai da capo se questa novella vera fosse, disiderando che non il contrario dicesse, e dubitando che non m'ingannasse. Ma poi che più volte sé dire il vero con più giuramenti m'ebbe affermato, bene che 'l sì e 'l no, credendolo e non credendolo, nel capo mi vacillasse, lieta con cotali voci l'idii ringraziai:</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[3]</head>

<p>— O superno Giove, de' cieli rettore solennissimo, o luminoso Appollo a cui niente s'occulta, o graziosa Venere pietosa de' tuoi suggetti, o santo fanciullo portante li cari dardi, lodati siate voi. Veramente chi in voi sperando persevera, non può perire a lungo andare. Ecco che per la grazia di voi, non per li meriti miei, il mio Panfilo torna; il quale io non vedrò prima, che li vostri altari, stati per adietro incitati da li miei ferventissimi prieghi e bagnati d'amare lagrime, d'accettevoli incensi saranno onorati, dandoli io. E a te, o Fortuna, pietosa tornata d'i miei danni, la promessa imagine testante d'i tuoi beneficii donerò di presente. Priegovi nonpertanto con quella umilità e divozione che più vi puote essaudevoli rendere, che voi ogni accidente possibile a disturbare la proposta tornata del mio Panfilo sturbiate e togliate via, e lui sano e sanza impedimento qui produciate, come egli fu mai. —</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[4]</head>

<p>Finita la orazione, non altramente che falcone uscito di cappello plaudendomi, così a dire cominciai:</p>
<p>— O amorosi petti, lungamente dalli mali indeboliti, omai ponete giù le sollicite cure, poscia che 'l caro amante, di noi ricordantesi, torna, come promise. Fuggasi il dolore, la paura e la grave vergogna nelle aflitte cose abondante, né come per adietro la Fortuna v'abbia guidati vi venga in pensiero, anzi cacciate via le nebbie de' crudeli fati, e ogni sembiante del misero tempo da voi si parta, e torni il lieto viso al presente bene, e la vecchia Fiammetta della rinovata anima del tutto si spogli fuori.</p>
<p>Mentre che io cotali parole lieta fra me diceva, il cuore divenne dubbio, e non so onde né come tutta m'occupasse una sùbita tiepidezza, che indietro tirò la volontà presta a rallegrarsi; per che quasi smarrita rimasi nel mezzo del mio parlare. Oimè! che questo vizio propiamente li miseri séguita, cioè il non potere mai credere alle cose liete; e avvegna che la felice Fortuna ritorni, nonpertanto agli afflitti incresce di rallegrarsi, e quasi sognare credendosi, quella, come non fosse, usano mollemente. Per che io fra me quasi come attonita cominciai: “Chi mi richiama o vieta dalla cominciata allegrezza? Non torna egli lo mio Panfilo? Certo sì. Dunque chi mi comanda di piagnere? Da niuna parte ora m'è giunta di tristizia cagione; ora adunque chi mi vieta d'adornarmi di nuovi fiori, e delle ricche robe? Oimè! che io non so, e pure vietato m'è; né so da che”. E così stando, quasi in me non fossi, intra li miei errori, non volendo io, d'i miei occhi caddero lagrime, e in mezzo le voci mie venne l'usato pianto, e così il lungamente afflitto petto ancora amava li assuefatti lagrimari. La mente mia, quasi del futuro indivina, col pianto, di ciò che adivenire dovea mandò fuori aperti segni; per li quali io ora veramente conosco allora alli navicanti grandissima tempesta essere apparecchiata, quando sanza vento enfiano li mari tranquilli. Ma pure, vaga di vincere quello che l'anima non voleva, dissi:</p>
<p>— O misera, quali anunzii, quali impeti, non bisognandoti, venturi t'infigni? Presta la credula mente alli beni venuti; che che questo sia che tu t'annunzii, tardi temi e sanza profitto. —</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[5]</head>

<p>Adunque da questo ragionare inanzi, io mi diedi sopra la cominciata letizia, e li tristi pensieri come potei da me cacciai, e sollecitata la cara balia che intenta stesse della tornata del nostro amante, trasmutai li tristi vestimenti in lieti, e di me cominciai ad avere cura, acciò che da lui tornato, per afflitto viso rifiutata non fossi. La palida faccia cominciò a riprendere il perduto colore, e la partita grassezza cominciò a tornare; e le lagrime, del tutto andate via, se ne portarono con loro il purpureo cerchio fatto dintorno agli occhi miei; e gli occhi, nel debito luogo tornati, riebbono intera la luce loro; e le guance per lo lagrimare divenute aspre, si ritornarono nella pristina loro morbidezza; e li nostri capelli, avvegna che subitamente aurei non tornassono, nondimeno l'ordine usato ripresono, e li cari e preziosi vestimenti, lungamente sanza essere stati adoperati, m'adornarono. Che più? Io con meco insieme rinovai ogni cosa, e nella prima bellezza e stato quasi mi ridussi tutta, tanto che le vicine donne, e li parenti, e il caro marito n'ebbono ammirazione, e ciascheduno in sé disse: “Quale spirazione ha di costei tratta la lunga tristizia e malinconia, la quale né per prieghi né per conforti mai per adietro da lei si poté cacciare via? Questo non è meno che gran fatto”. E con tutto il maravigliare n'erano lietissimi. La nostra casa, lungamente stata trista per la mia tribulazione, tutta meco ritornò lieta, e così come il mio cuore era mutato, così tutte le cose di triste in liete parve che si mutassero.</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[6]</head>

<p>Li giorni, che più che l'usato mi pareano lunghi, per la presa speranza della futura tornata di Panfilo, trapassavano con passo lento; né più volte furono li primi da me contati, che fossero quelli; ne' quali io alcuna volta, in me raccolta alle preterite tristizie pensando e agli avuti pensieri, sommamente in me li dannava, così dicendo:</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[7]</head>

<p>“Oh quanto male per adietro ho pensato del caro amante, e come perfidamente ho dannate le sue dimoranze, e follemente ho creduto a chi lui essere d'altra donna che mio m'ha detto alcuna volta! Maladette sieno le loro bugie! O Iddio, come possono gli uomini con così aperto viso mentire? Ma certo dalla mia parte ciascuna di queste cose era da fare con più pensato consiglio, che io non faceva. Io dovea contrapesare la fede del mio amante tante volte a me promessa, e con tante lagrime e così affettuosamente, e l'amore il quale egli mi portava e porta, con le parole di coloro li quali sanza alcuno saramento, e non curantisi d'avere più investigato di quello ch'essi parlavano, che solamente il loro primo e superficiale parere. Il che assai manifestamente appare: l'uno vedendo entrare una novella sposa nella casa di Panfilo, però che altro giovane di lui in quella non conoscea, non considerando alla biasimevole lascivia d'i vecchi, sua la credette, e così ne disse, a che assai appare lui poco di noi curarsi; l'altro, però che forse alcuna volta o riguardarlo o motteggiar lo vide ad alcuna bella donna, la quale per aventura era o sua parente o onestamente dimestica, sua la credette; e così con semplici parole affermandolo, gliele credetti. Oh se io avessi queste cose debitamente considerate, quante lagrime, quanti sospiri, e quanto dolore sarebbe da me stato lontano! Ma qual cosa possono gl'inamorati dirittamente fare? Come li impeti vengono, così si muovono le nostre menti. Li amanti credono ogni cosa, però che amore è cosa sollecita, piena di paura; essi per usanza continua sempre s'adattano gli accidenti nocivi, e, molto disideranti, ogni cosa credono possibile ad essere contraria alli loro disii; e alle seconde prestano lenta fede. Ma io sono da essere scusata, però che io pregai sempre gl'idii che me d'i miei disii facessero mentetrice. Ecco che le mie preghiere sono state udite. Egli ancora non saprà queste cose, le quali se pure le sapesse, che altro se ne potrà per lui dire, se non ‘Ferventemente m'amava costei’? Egli li dovrà essere caro sapere le mie angoscie e li córsi pericoli, però che essi li fieno verissimo argomento della mia fede; e appena che io dubiti che egli ad altro fine sia dimorato cotanto, se non per provare se con forte animo, sanza cambiarlo, lui ho potuto aspettare. Ecco che fortemente l'ho aspettato: dunque di quinci, sentendo egli con quanta fatica e lagrime e pensieri ateso l'abbia, nascerà amore e non altro. O Iddio, quando sarà che egli venuto mi vegga, e io lui? O Iddio che vedi tutte le cose, potrò io temperare l'ardente mio disio d'abracciarlo in presenzia d'ogni uomo, come io primieramente il vedrò? Certo appena che io il creda. O Iddio, quando sarà che io, nelle mie braccia tenendolo stretto, li renda li basci li quali egli nel suo partire diede al mio tramortito viso sanza riaverli? Certo lo agurio preso da me del non poterli dire adio è stato vero, e bene m'hanno in quello l'idii mostrata la sua futura tornata. O Iddio, quando sarà che io le mie lagrime e le mie angoscie li possa dire, e ascoltare le cagioni della sua lunga dimoranza? Viverò io tanto? Appena che io il creda. Deh, venga tosto quel giorno, però che la morte, molto da me per adietro non solamente chiamata, ma cercata, ora mi spaventa; la quale, se possibile è che alcuno priego alli suoi orecchi pervenga, la priego che da me lontanandosi, col mio Panfilo li miei giovani anni in allegrezza lasci trascorrere.”</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[8]</head>

<p>Io era sollecita che niuno giorno passasse, che io della tornata di Panfilo non sentissi vera novella, e più volte la cara balia sollecitai a ritrovare il giovane nunziatore della lieta novella, acciò che con più fermezza si facesse accertare di ciò che detto m'avea; e ella il fece non una volta sola, ma molte, e tuttavia secondo li procedenti tempi più prosimana tornata mi nunziava. Io non solamente il tempo promesso aspettava, ma precorrendo innanzi, imaginava possibile lui essere venuto, e infinite volte il giorno, ora alle mie finestre, ora alla porta correva, in giù e in sù riguardando per la lunga via, se io lui venire vedessi. Né per quella di lontano vedea alcuno uomo venire, che io non imaginassi possibile essere esso, e quello con disiderio aspettava infino a tanto che, fattomisi vicino, lui conoscea non essere esso; di che alquanto meco rimanendo confusa, agli altri, se alcuno ne veniva, attendeva, e ora questo e ora quello trapassando mi tenevano sospesa. E se forse io, richiamata dentro in casa, o per altra cagione da me v'andava, come da infiniti cani fossi nell'anima addentata, mi stimolavano centomillia pensieri, dicendo: “Deh, forse passa egli testé, o è passato, mentre che tu a riguardare non se' stata: ritorna”. E così ritornava, e poi mi levava, e da capo mi ritornava a vedere, poco altro tempo mettendo in mezzo che ad andare dalla finestra alla porta, e dalla porta alla finestra. Oh misera me, quanta fatica per quello che mai avvenire non dovea, d'ora in ora aspettandolo, sostenni! Ma poi che venne il giorno stato detto alla mia balia che egli dovea venire, il quale essa più volte m'avea predetto, non altramente che Almena alla fama del suo venturo Anfitrione, m'adornai, e con maestrissima mano niuna parte in me lasciai sanza bellezza nello essere suo. E appena mi pote' ritenere d'andare a li marini liti, acciò che io lui più tosto potessi vedere, nunziandosi fermamente quelle galee dovere giungere, sopra le quali la mia balia era stata accertata lui dovere venire. Ma meco pensando: ‘La prima cosa la quale egli farà sarà che egli mi verrà a vedere’, per questo adunque rafrenai il caldo disio. Ma egli, sì come io imaginava, non veniva, onde io oltre modo mi cominciai a maravigliare e nel mezzo della allegrezza mi sursono nella mente varie dubitazioni, le quali non leggiermente furono vinte da' lieti pensieri. Rimandai adunque dopo alquanto la vecchia a sapere che di lui fosse, o se venuto fosse o no; la quale andatavi, per quello che a me paresse più pigramente che mai, per la qual cosa io più volte maladissi la sua tarda vecchiezza, ma dopo alquanto spazio ella a me ritornò con tristo viso e lento passo. Oimè! che quando io la vidi, appena vita rimase nel tristo petto, e sùbito pensai non morto nel camino, o infermo venuto fosse l'amante. Il mio viso mutò mille colori in uno punto, e fattami incontro alla pigra vecchia, dissi:</p>
<p>— Di' tosto, che novelle rechi tu? vive l'amante mio? —</p>
<p>Ella non mutò il passo né rispose alcuna cosa, ma postasi nella prima giunta a sedere, mi riguardava nel viso. Ma io, già tutta come novella fronda dal vento agitata tremava, e appena ritenente le lagrime, messemi le mani nel petto, dissi:</p>
<p>— Se tu non di' tosto che vuole significare il tristo viso che porti, niuna parte de' nostri vestimenti rimarrà salda; quale cagione ti tiene tacita, se non rea? Non la celare più, manifestala, mentre ch'io spero peggio. Vive il nostro Panfilo? —</p>
<p>Ella, stimolata dalle mie parole, con voce sommessa, mirando la terra, disse:</p>
<p>— Vive. —</p>
<p>— Dunque — dissi io allora — perché non di' tosto quale accidente l'occupi? Perché sospesa mi tieni in mille mali? È egli d'infermità occupato, o quale accidente il ritiene, che egli a vedermi, della galea smontato, non viene? —</p>
<p>E ella disse:</p>
<p>— Non so se sanità o altro accidente l'occupa. —</p>
<p>— Dunque — diss'io — non l'hai tu veduto, o forse non è venuto? —</p>
<p>Ella allora disse:</p>
<p>— Veramente l'ho io veduto: e' è venuto, ma non quello che noi attendavamo. —</p>
<p>Allora diss'io:</p>
<p>— E chi t'ha fatta certa che quelli che è venuto non sia desso? Vedestil tu altra volta, o ora con occhio chiaro il rimirasti? —</p>
<p>— Veramente — disse ella — io nol vidi altra volta costui, che io sappia, ma ora a lui venuta da quel giovane menata, che della sua tornata m'avea prima parlato, dicendoli egli che io più volte avea di lui domandato, mi domandò che io domandassi; al quale io risposi la sua salute. E domandatolo io come il vecchio padre istesse, e in che stato l'altre cose sue fossero, e quale era stata la cagione di sì lunga dimora dopo la sua partita, rispose sé padre mai non avere conosciuto, però che postumo era, e che le sue cose, dell'idii grazia, tutte prosperamente stavano, e che mai più qui non era dimorato, e ora intendeva di dimorarci poco. Queste cose mi fecero maravigliare, e dubitando non fossi gabbata, domandai del suo nome, il quale egli semplicemente mi disse: il quale io non udii prima, che da somiglianza di nome me con teco conobbi ingannata. —</p>
<p>Udite io queste cose, il lume fuggì agli occhi miei, e ogni spirito sensitivo per paura di morte se n'andò via; e appena, sopra le scale cadendo, là dove io era, tanta forza rimase in tutto il corpo, che mi bastasse a dire: — Oimè! — La misera vecchia piagnendo, e l'altre serviziali della casa chiamate, me per morta nella trista camera sopra il mio letto portarono, e quivi con acque fredde rivocando li smarriti spiriti, per lungo spazio credendo e non credendo me viva guardarono. Ma poi che le perdute forze tornarono, dopo molte lagrime e sospiri, un'altra volta ridomandai la dolente balia se così era come avea detto. E oltre a ciò, ricordandomi quanto cauto essere solesse Panfilo, dubitando non egli si celasse della balia, con la quale mai non avea parlato, aggiunsi che le fattezze di quello Panfilo, col quale ella era stata a ragionamento, mi dichiarasse. E essa primieramente con saramento affermandomi così essere come detto avea, ordinatamente e la statura e la fattezza de' membri, e massimamente quelli del viso, e l'abito di colui mi dimostrò; li quali intera fede mi fecero così essere come la vecchia dicea. Per che, cacciata d'ogni speranza, rientrai ne' primi guai; e levata, quasi furiosa, le liete robe mi trassi, e li cari ornamenti riposi, e gli ordinati capelli con inimica mano trassi dell'ordine loro, e sanza niuno conforto a piagnere incominciai duramente, e con amare parole a biasimare la fallita speranza, e li non veri pensieri avuti dello iniquo amante. E in brieve tutta nelle prime miserie tornai, e troppo più fervente disio di morte ebbi che prima; né da quella sarei fuggita, come già feci, se non che la speranza del futuro viaggio da ciò con forza non piccola mi ritenne.</p></div2></div1>

<div1 type="capitolo"><argument><p><emph>Capitolo ottavo nel quale madonna Fiammetta le pene sue con quelle di molte antiche donne commensurando le sue maggiori che alcune altre essere dimostra e poi finalmente a' suoi lamenti conchiude.</emph></p></argument>

<div2 type="paragrafo"><head>[1]</head>

<p>Sono adunque, o pietosissime donne, rimasa in cotale vita quale voi potete nelle cose udite presummere; e tanto opera più verso me che l'usato il mio ingrato signore, che quanto più vede la speranza da me fuggire, tanto più con disiderii soffiando nelle sue fiamme le fa maggiori. Le quali come crescono, così le mie tribulazioni s'aumentano, e esse mai da unguento debito non essendo allenite, più ognora inaspriscono, e più aspre, più afliggono la trista mente. Né dubito che ad esse secondo il loro corso seguendo, che già esse alla mia morte da me tanto per adietro disiderata, con decevole modo non avessero aperta la via. Ma avendo io ferma speranza posta di dovere, come già dissi, nel futuro viaggio rivedere colui che di ciò m'è cagione, non di mitigarle m'ingegno, ma più tosto di sostenerle. Alla qual cosa fare solo uno modo possibile ho trovato intra gli altri, il quale è le mie pene con quelle di coloro che sono dolorosi passati commensurare. E in ciò me seguitano due aconci: l'uno è che sola nelle miserie non mi veggo né prima, come già, confortandomi, la mia nutrice mi disse; l'altro è che, secondo il mio giudizio, compensata ogni cosa delli altrui affanni, li miei ogni altri trapassare di gran lunga dilibero. Il che a non piccola gloria mi reco, potendo dire che io sola sia colei, che viva abbia sostenute più crudeli pene che alcuna altra. E con questa gloria, fuggita sì come somma miseria da ognuno, e da me, s'io potessi, al presente in cotale guisa quale udirete il tempo malinconosa trapasso.</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[2]</head>

<p>Dico che, ne' miei dolori affannata, li altrui ricercando, primieramente gli amori della figliuola d'Inaco, la quale io morbida e vezzosa donzella primieramente figuro, quindi la sua felicità, sentendosi amata da Giove, con meco penso; la quale cosa ad ogni donna per sommo bene sanza dubbio dovria essere assai; quindi lei trasmutata in vacca e guardata da Argo ad istanzia di Iunone rimirandola, in grandissima ansietà oltre modo essere la credo. E certo io giudico li suoi dolori li miei in molto avanzare, se ella non avesse avuto continuamente a sua protezione l'amante iddio. E chi dubita, se io il mio amante avessi aiutatore ne' danni miei, o pure di me pietoso, che pena niuna mi fosse grave? Oltre a ciò il fine di costei fa le sue passate fatiche lievissime; però che, morto Argo, con grave corpo leggierissimamente trasportata in Egitto, e quivi in propia forma tornata, e maritata ad Osiri, felicissima reina si vide. Certo, se io potessi sperare pure nella mia vecchiezza rivedere mio il mio Panfilo, io direi le mie pene non essere da mescolare con quelle di questa donna; ma solo Iddio il sa se essere dée, come che io con isperanza falsa me stessa di ciò inganni.</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[3]</head>

<p>Apresso costei mi si para davanti l'amore della sventurata Biblìs, la quale ogni suo bene mi pare vederle lasciare, e seguitare il non pieghevole Cauno, e con questa insieme considero la scellerata Mirra, la quale, dopo li suoi male goduti amori fuggendo la morte dallo adirato padre minacciatale, in quella, misera, incappò. Veggo ancora la dolorosa Cannace, a cui, dopo il miserabile parto male conceputo, niuna altra cosa che 'l morire fu conceduto. E meco stessa pensando bene alla angoscia di ciascheduna, sanza niuno dubbio grandissima la discerno, avvegna che abominevoli fossero li loro amori. Ma se bene considero, io le veggo finite, o per finire in corto spazio, però che Mirra nell'albero del suo nome, avendo l'idii secondi al suo disio, sanza alcuno indugio, fuggendo, fu permutata, né più (posto che egli sempre lagrimi sì come ella, allora che mutò forma, faceva), più alcuna delle sue pene sente, e così come la cagione da dolersi le venne, così quella le giunse che le tolse la doglia. Biblìs similemente, secondo che alcuno dice, col capestro le terminò sanza indugio, avvegna che altri tenga che ella per beneficio delle ninfe, pietose delli suoi danni in fonte, ancora il suo nome servante, si convertisse; e questo avvenne come conobbe a sé da Cauno negato del tutto il suo piacere. Che dunque dirò, mostrando la mia pena molto maggiore che quella di queste donne, se non che la brevità della loro è della mia molto lunga avanzata?</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[4]</head>

<p>Considerate adunque costoro, mi viene la pietà dello sfortunato Piramo e della sua Tisbe, alli quali io porto non poca compassione, imaginandoli giovinetti, e con affanno lungamente avere amato, e essendo per congiugnere i loro disii, perdere se medesimi. Oh quanto è da credere che con amara doglia fosse il giovinetto trafitto, nella tacita notte, sopra la chiara fontana, a piè del gelso trovando li vestimenti della sua Tisbe laniati da salvatica fiera e sanguinosi; per li quali segnali egli meritamente lei divorata comprese! Certo l'uccidere se medesimo il dimostra. Poi in me rivolgendo i pensieri della misera Tisbe, guardante davanti da sé il suo amante pieno di sangue e ancora con poca vita palpitante, quelli e le sue lagrime sento, e sì le conosco cocenti, che appena altre più che quelle, fuori che le mie, mi si lascia credere che cuocano, però che questi due, sì come li già detti, nel cominciare delli loro dolori, quelli terminarono. Oh felici anime, le loro, se così ne l'altro mondo s'ama come in questo! Niuna pena di quello si potrà adequare al diletto della loro etterna compagnia.</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[5]</head>

<p>Viemmi poi dinanzi con molta più forza che alcuno altro il dolore della abandonata Dido, però che più al mio simigliante il conosco quasi che altro alcuno. Io imagino lei edificante Cartagine, e con somma pompa dare leggi nel tempio di Giunone alli suoi popoli, e qui benignamente ricevere lo forestiero Enea naufrago, e essere presa della sua forma, e sé e le sue cose rimettere nello albitrio del troiano duca. Il quale, avendo le reali delizie usate al suo piacere, e lei di giorno in giorno più accesa del suo amore, abandonatala si diparte. Oh quanto sanza comparazione mi si mostra miserevole, mirando lei riguardante il mare pieno di legni del fuggente amante! Ma ultimamente più impaziente che dolorosa la tengo, considerando alla sua morte. E certo io nel primo partire di Panfilo sentii per mio aviso quello medesimo dolore che ella nella partita di Enea: così avessero allora l'idii voluto che io, poco sofferente, mi fossi subitamente uccisa! Almeno, sì come lei, sarei stata fuori delle mie pene, le quali poi continuamente sono diventate maggiori.</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[6]</head>

<p>Oltre a questi pensieri miserabili, mi si para davanti la tristizia della dolente Ero di Sesto, e vedere la mi pare discesa dell'alta torre sopra li marini liti, ne' quali essa era usata di ricevere il faticato Leandro nelle sue braccia; e quivi con gravissimo pianto la mi pare vedere raguardare il morto amante sospinto da uno dalfino, e ignudo giacere sopra l'arena; e poi essa con li suoi vestimenti asciugare il morto viso della salata acqua, e bagnarlo di molte lagrime. Ahi, con quanta compassione mi strigne costei nel pensiero! In verità con molta più che nessuna delle donne ancora dette, tanto che tale volta fu che, obliati li miei dolori, delli suoi lagrimai. E ultimamente alla sua consolazione modo alcuno io non conosco, se non di due l'uno: o morire, o lui, come gli altri morti si fanno, dimenticare. Qualunque di questi si prende, è il dolore finire; niuna cosa perduta, la quale di riavere non si possa sperare, può lungamente dolere. Ma cessi Dio però che questo avvenga a me; il che se pure avvenisse, niuno consiglio se non la morte ci piglierei. Ma mentre che il mio Panfilo vive, la cui vita lunghissima facciano l'idii come egli stesso disia, non mi puote quello avvenire, però che veggendo le mondane cose in continuo moto, sempre mi si lascia credere che egli alcuna volta debba ritornare mio, sì come egli fu altra fiata; ma questa speranza non venendo ad effetto, gravissima fa la mia vita continuamente; e però me di maggiore doglia gravata tengo.</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[7]</head>

<p>Ricordami alcuna volta avere letti li franceschi romanzi, alli quali se fede alcuna si puote atribuire, Tristano e Isotta oltre ogn'altro amante essersi amati e con diletto mescolato a molte avversità avere la loro età più giovane essercitata. Li quali, però che molto amandosi insieme vennero ad uno fine, non pare che si creda che sanza grandissima doglia e de l'uno e de l'altro li mondani diletti abandonassero. Il che agevolemente si può concedere, se essi con credenza si partirono del mondo, che altrove questi diletti non si potessero avere; ma se questa oppenione ebbero, d'essere altrove come di qua erano, più tosto a loro nel loro morire letizia si dée credere che tristizia la ricevuta morte. La quale, bene che da molti sia fierissima e dura tenuta, non credo che sia così. E che certezza di doglia puote uno rendere, testimoniando cosa che egli non provò mai? Certo niuna. Ne le braccia di Tristano era la morte di sé e della sua donna: se quando strinse li fosse doluto, egli avrebbe aperte le braccia, e saria cessato il dolore. E oltre a ciò, diciamo pure che gravissima sia ragionevolemente: che gravezza diremo noi che possa essere in cosa che non avvenga se non una volta, e quella occupi pochissimo spazio di tempo? Certo niuna. Finirono adunque Isotta e Tristano ad una ora li diletti e le doglie. Ma a me molto tempo in doglia incomparabile è sopra li avuti diletti avanzato.</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[8]</head>

<p>Aggiugne ancora il mio pensiero al numero delle predette la misera Fedra, la quale col suo mal consigliato furore fu cagione di crudelissima morte a colui il quale ella più che se medesima amava. E certo io non so quello che a lei si seguì di cotale fallo; ma certa sono, se a me mai avvenisse, niuna altra cosa che rapinosa morte il purgherebbe. Ma se essa pure in vita si sostenne, così come già dissi, agevolmente il mise in oblio, come mettere si sogliono le cose morte. E oltre a ciò, con costei accompagno la doglia che sentì Laudomia, e quella di Deifile e d'Argia e d'Evannes e di Deianira, e d'altre molte, le quali o da morte o da necessaria dimenticanza furono racconsolate. E che può cuocere il fuoco, o il caldo ferro, o li fonduti metalli a chi dentro subitamente vi tuffa il dito, e sùbito fuori ne 'l trae? Sanza dubbio credo che molto, ma nulla è a rispetto di chi per lungo spazio vi sta dentro con tutto il corpo: il che a quante n'ho in pene di sopra discritte, si può dire il simigliante essere incontrato nelle loro doglie; là dove io in esse sono stata e sto continuamente.</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[9]</head>

<p>Sono state le predette noie amorose; ma, oltre a queste, lagrime non meno triste mi si parano davanti, mosse da miserabili e inoppinati assalti della Fortuna, se quello è vero ch'egli sia generazione di sommo infortunio l'essere stato felice. E queste sono quelle di Iocasta, d'Ecuba, di Sofonisba, di Corniglia e di Cleopatra. Oh quanta miseria, bene investigando di Iocasta li avenimenti, vedremo noi avvenuta tutta a lei pertinente ne' giorni suoi, possibile a turbare ogni forte animo! Ella, giovane, maritata a Laio re tebano, il primo suo parto convenne che alle fiere mandasse a divorare, credendo per quello il misero padre fuggire quello che li cieli con corso infallibile li apprestavano. Oh, chente dolore dobbiamo pensare che questo fosse, e maggiore, pensando il grado di colei che mandava! Ella poi da' portanti il tristo figliuolo certificata di ciò che fatto aveano, lui reputando morto, dopo certo tempo da colui medesimo cui ella avea partorito, le fu il marito miseramente ucciso, e del non conosciuto figliuolo divenne sposa, e generolli quatro figliuoli; e così madre e moglie ad una ora del patricida si vide e riconobbe, poi che egli, del regno e degli occhi privatosi insiememente, la sua colpa fece palese. Chente l'animo di lei, già d'anni piena, allora fosse, essendo più di riposo vaga che d'angoscia, pensare si può che fosse dolorosissimo! Ma la sua fortuna, ancora non perdonante, più guai aggiunse alla sua miseria. Ella vide con patti tra' due figliuoli del regnare diviso il tempo; poi al non servante fratello nella città rinchiuso vide dintorno gran parte di Grecia sotto sette re, e ultimamente l'uno l'altro de' due figliuoli, dopo molte battaglie e incendii, vide uccidere; e sotto altro reggimento, scacciato il marito figliuolo, vide cadere le mura antiche della sua terra, edificate al suono della cetera d'Anfione, e perire il regno suo; e impiccatasi, in forse lasciò le figliuole di vituperevole vita. Che poterono più l'idii, il mondo, e la fortuna contro a costei? Certo nulla, mi pare. Cerchisi tutto lo 'nferno: appena che in esso tanta miseria si truovi. Ogni parte d'angoscia provò, e così di colpa. Niuna sarebbe che giudicasse la mia potere a questa aggiugnere; e certo io direi che così fosse, se ella non fosse amorosa. Chi dubita che costei, sé, e la sua casa e il marito, degna della ira delli idii conoscendo, non riputasse li suoi accidenti degni? Certo niuno che lei senta discreta. Se ella fu pazza, vie meno li suoi danni conobbe, li quali non conoscendo, non le doleano. E chi sé degno conosce del male ch'egli sostiene, sanza noia o con poca il comporta. Ma io mai non commisi cosa onde giustamente verso me si potessero o dovessero turbare l'idii: continuamente gli ho onorati, e con vittime sempre la loro grazia ho cercata, né sono di quelli stata dispregiatrice, come già furono li Tebani. Bene potrebbe forse dire alcuna: “Come di' tu non avere meritata ogni pena, né mai avere fallito? Or non hai tu rotte le sante leggi, e con adultero giovane violato il matrimoniale letto?”. Certo sì; ma se bene si guarderà, questo fallo solo è in me, il quale però non merita queste pene, ché pensare si dée me, tenera giovane, non potere resistere a quello che li iddii e li robusti uomini non poterono; e in questo io non sono prima, né sarò ultima, né sono sola, anzi quasi tutte quelle del mondo ho in compagnia, e le leggi contro alle quali io ho commesso sogliono perdonare alla moltitudine. Similemente la mia colpa è occultissima, la qual cosa gran parte dée della vendetta sottrarre, e oltre a tutto questo, posto che l'idii pure debitamente contro a me crucciati fossero, e vendetta del mio fallo cercassero, non saria da commettere il pigliare la vendetta a colui che del peccato m'è stato cagione. Io non so chi mi condusse a rompere le sante leggi, o Amore, o la forma di Panfilo. Qualunque si fosse, l'uno e l'altro avea maggiori forze, e tormentami aspramente, sì che già questo non mi avviene per lo fallo commesso, anzi è un dolore nuovo e diviso dagli altri, più aspramente che alcuno tormentante il suo sostenitore. Il quale ancora, se per lo peccato commesso me 'l dessero l'idii, essi farieno contro a loro diritto giudicio e usato costume, ché essi non compenserieno col peccato la pena. La quale, se alli peccati di Iocasta si mira, e a la pena data, e al mio e alla pena che io soffero si guarda, ella poco punita, e io di soperchio sarà conosciuto. Né a questo s'appicchi alcuna, dicendo a lei privato il regno, li figliuoli e il marito, e ultimamente la propria persona essere stato; e a me solamente l'amante. Certo, io il confesso, ma la Fortuna con questo amante trasse ogni felicità, e ciò che forse alla vista degli uomini m'è felice rimaso, è il contrario, però che il marito, le ricchezze, i parenti e l'altre cose, tutte mi sono gravissimo peso, e contrarie al mio disio. Le quali se come l'amante mi tolse, m'avesse tolte, a fornire il mio disio mi rimaneva apertissima via, la quale io avrei usata. E se fornire non l'avessi potuta, mille generazioni di morti m'erano presenti a potere usare per termine de' miei guai. Dunque più gravi le pene mie che alcuna delle predette meritamente giudico.</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[10]</head>

<p>Ecuba appresso vegnente nella mia mente, oltre modo mi pare dolorosa, la quale sola rimase a vedere le dolenti reliquie scampate di sì gran regno, di sì mirabile città, di sì fatto marito, di tanti figliuoli, di tante figliuole, e così belle, di tante nuore, di tanti nepoti, di così gran ricchezza, di tanta eccellenzia, di tanti tagliati re, di così crudeli opere, e dello sperso popolo troiano, de' caduti templi, de' fuggiti idii, vecchia mirandole. E nella memoria riducendo chi fosse il potente Ettore, chi Troiolo, chi Deifebo, e chi Polidoro, chi gli altri, e come miseramente tutti gli vedesse morire; tornandosi a mente il sangue del suo marito, poco avanti reverendo e da temere da tutto il mondo, spandere nel tristo grembo, e l'avere veduta Troia, d'altissimi palagi e di nobile popolo piena, accesa di greco fuoco, e abbattuta tutta; e oltre a ciò il misero sacrificio fatto da Pirro della sua Polisena, con quanta tristizia si dée pensare che il riguardasse? Certo con molta. Ma brieve fu la sua doglia, ché la debole e vecchia mente, non potendo ciò sostenere, in lei smarritasi la rendé pazza, sì come il suo latrare per li campi fe' manifesto. Ma io con più ferma e più sostenente memoria che non mi bisogna, a mio danno continua rimango nel tristo senno, e più discerno le cagioni da dolermi: per che più lungamente perseverando in male, come io fo, estimo quello, quantunque leggiere sia, da parere molto più grave, sì come più volte è già detto, che il gravissimo, il quale in brieve tempo si finisce e termina.</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[11]</head>

<p>Sofonisba, mescolata tra le avversità del vedovatico e le letizie delle nozze, in uno medesimo momento di tempo, dolente e lieta, prigione e sposa, spogliata del regno e rivestitane, e ultimamente in queste medesime brievi permutazioni bevente il veleno, piena di noiosa angoscia m'apparisce. Videsi costei reina altissima de' Numidi, quindi andando avversamente le cose de' suoi parenti, vide preso Siface suo marito, e prigione divenire di Massinissa re, ed a una ora caduta del regno e prigione del nemico nel mezzo dell'arme, faccendolasi Massinissa moglie, in quello restituita. Oh, con quanto sdegno d'animo si dée credere che ella queste mutabili cose mirasse, né sicura dalla volubile Fortuna con tristo cuore celebrasse le nuove nozze! Il che il suo ardito finire assai chiaro dimostra, però che non essendo dopo le sue sponsalizie ancora un di naturale valicato, appena credendosi ella rimanere nel reggimento, e seco di ciò combattente, non accostandosi ancora al suo animo il nuovo amore di Massinissa, come l'antico di Siface, ricevette dal servo, mandato dal nuovo sposo, con ardita mano lo stemperato veleno, e quello, premesse sdegnose parole, sanza paura bevé, poco appresso rendendo lo spirito. Oh quanto amara si può imaginare che stata saria la vita di costei, se spazio avesse avuto di pensare! La quale però tra le poco dolenti è da porre, considerando che la morte quasi prevenne alla sua tristizia; dove ella a me ha prestato tempo lunghissimo, e presta oltre mia voglia, e presterà, per farla maggiore.</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[12]</head>

<p>Dietro a questa, così piena di tristizia come fu, mi si para Corniglia, la quale la Fortuna avea tanto levato in alto, che prima di Crasso, e poi moglie del Magno Pompeo, il cui valore quasi sommo principato in Roma avea acquistato, si vide. La quale prima di Roma, poi di tutta Italia quasi in fuga, rivolgendo la Fortuna le cose, col marito da Cesare seguitato miseramente uscì, e dopo molti casi in Lesbos lasciata da lui, quivi lui medesimo sconfitto in Tesaglia, e le sue forze dal suo avversario abbattute ricevette. E oltre a tutto questo, lui, ancora con speranza di rintegrare la sua potenza, nel conquistato Oriente il mare solcando, nelli regni d'Egitto arrivato, da lui medesimo conceduti al giovane re, seguitò; e quivi il suo busto sanza capo, infestato dalle marine onde vide. Le quali cose, ciascuna per sé e tutte insieme, dobbiamo pensare che sanza comparazione afflissono l'anima sua. Ma li sani consigli dello Uticense Catone, e la perduta speranza di più riavere Pompeo, lei in piccolo tempo di molto poco renderono dogliosa; là dove io, vanamente sperando, né da me potendo questa speranza cacciare, sanza alcuno consiglio o conforto fuori che della vecchia mia balia consapevole de' miei mali, nella quale io conosco più fede che senno, perché spesso, credendomi dare alle mie pene rimedio, m'acresce doglia, piagnendo dimoro.</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[13]</head>

<p>Sono ancora molti che crederebbono Cleopatra reina d'Egitto pena intollerabile e oltre alla mia assai maggiore avere sofferta, però che prima vedendosi col fratello insieme regnante, e di ricchezza abondante, e da questo in prigione messa, senza modo si crede dolente; ma questo dolore futura speranza di quello che avvenne l'aiutò agevolemente portare. Ma poi, di prigione uscita e divenuta di Cesare amica, e da lui poi abandonata, sono chi pensano ciò da lei con gravissimo affanno essere passato, non riguardando essere corta noia d'amore in colui o in colei, il quale a diletto si può tòrre ad uno e darsi ad un altro, come essa mostrò spesse volte di potere. Ma cessi Iddio che in me mai tale consolazione possa avvenire! Egli non fu né fia giamai, da colui in fuori di cui io ragionevolemente essere dovrei, che potesse dire o possa, che io mai fossi sua, o sia, se non Panfilo; e sua vivo e viverò, né spero che mai alcuno altro amore abbia forza di potermi il suo spegnere della mente. Oltre a ciò, se ella di Cesare rimase sconsolata nel suo partire, sarebbono, chi non sapesse il vero, di quelli che crederebbero ciò esserle doluto: ma egli non fu così, ché se essa del suo partire si doleva, d'altra parte con allegrezza avanzante ogni tristizia la raconsolava l'esserle rimaso di lui un figliuolo, e il ristituito regno. Questa letizia ha forza di vincere troppo maggiori doglie che non sono quelle di chi lentamente ama, come io già dissi che ella faceva. Ma quello che per sua gravissima e estrema doglia s'agiugne è l'essere stata moglie d'Antonio, il quale ella con le sue libidinose lusinghe avea a cittadine guerre incitato contro al suo fratello; quasi di quelle vittoria sperando, aspirava a l'altezza del romano imperio; ma venutale di ciò ad una ora doppia perdita, cioè quella del morto marito e della spogliata speranza, lei dolorosissima oltre ad ogn'altra femina essere rimasa si crede. E certo, considerando sì alto intendimento venire meno per una disaventurata battaglia, quale è il dovere essere generale donna di tutto il circuito della terra, sanza aggiugnervi il perdere così caro marito, è da credere essere dolorosissima cosa. Ma ella a ciò trovò subitamente quella sola medicina che v'era a spegnere il suo dolore, cioè la morte. La quale, ancora che rigida fosse, non si distese però in lungo spazio, però che in picciola ora possono per le poppe due serpenti trarre d'un corpo il sangue e la vita. Oh quante volte io, non minore doglia sentendo di lei, posto che per minore cagione, secondo il parere di molti, avrei volentieri fatto il simigliante, se io fossi stata lasciata, o pure paura di futura infamia da ciò non m'avesse ritratta! Con questa e con le predette m'occorrono la eccellenzia di Cirro, da Tamiris morto nel sangue; il fuoco e l'acqua di Creso; li ricchi regni di Persio; la magnificenzia di Pirro; la potenzia di Dario; la crudeltà di Giogurta; la tirannia di Dionisio; e l'altezza di Agamenone, e altri molti. Tutti da doglie simili alle predette o furono stimolati, o altrui lasciarono sconsolati; li quali similemente furono da sùbiti argomenti aiutati, né, lungamente in quelle dimorando, sentirono intera la loro gravezza, come io faccio.</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[14]</head>

<p>Mentre che io vado gli antichi danni in cotale guisa, quale avanti vedete, nella mia mente cercando per trovare lagrime o fatiche meritamente a le mie simiglianti, acciò che avendo compagni mi dolga meno, mi vengono innanzi quelle di Tieste e di Tereo, li quali amenduni furono misera sepoltura de' loro figliuoli. E sanza dubbio io non conosco quale temperanza, alli reluttanti figliuoli nelle interiora paterne per uscire fuori, abominando, il luogo donde erano entrati, di ritornarvi, ancora dubitando li crudeli morsi né avendo luogo per altra parte, gli ritenne di loro aprire con li taglienti ferri. Ma questi con ciò che poterono ad una ora l'odio e 'l dolore sfogarono, e quasi ne' danni prendevano conforto, sentendo che sanza colpa erano tenuti miseri da' loro popoli; quello che a me non avviene. A me è portata compassione di ciò, onde io non ho doglia niuna, né oso scoprire quello onde io mi dolgo; la qual cosa se fare osassi, non dubito che, come agli altri dolenti è stato alcuno rimedio, che a me similemente non si trovasse.</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[15]</head>

<p>Vegnommi ancora nella mente talvolta le pietose lagrime di Ligurgo e della sua casa, meritamente avute del morto Archemoro; e con queste quelle della dolente Atalanta, madre di Partenopeo, morto ne' tebani campi: e sì propie a me con li loro effetti s'accostano, e sì mi si fanno conoscere, che appena più sapere le potrei, se io non le provassi, come già da me un'altra volta provate furono. Dico che di tanta mestizia sono piene, che più non potrebbono; ma ciascune con tanta gloria sono in entro ritratte, che quasi liete si porieno dire: quelle di Ligurgo con le notabili essequie onorate da sette re e da infiniti giuochi fatti da loro; e quelle di Atalanta dalla laudevole vita e morte vittoriosa del figliuolo. A me non è niuna cosa che le mie lagrime bene impiegate faccia contente, però che se questo fosse, là dove io più che alcuna mi chiamo dogliosa, e sono, forse al contrario affermare m'accosterei.</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[16]</head>

<p>Mostrammisi ancora le lunghe fatiche d'Ulisse, e li mortali pericoli, e li strabocchevoli fatti essere a lui non sanza grandissime angoscie d'animo intervenute; ma in me ripetute più volte, le mie fanno più gravi estimare. E udite perché. Egli prima e prencipalmente uom, dunque da natura più forte a sostenere di me, tenera giovane; egli robusto e fiero, sempre nelli affanni e ne' pericoli usato, quasi naturato fra loro, allora che egli faticava li pareva avere sommo riposo. Ma io nella mia camera, tra le morbide cose dilicata e usa di trastullarmi con lo lascivo amore, ogni picciola pena m'è grave molto. Egli da Nettunno stimolato e in varie parti portato, e da Eolo similemente, le sue fatiche ricevette; ma io sono infestata da sollecito amore, da signore, il quale già molestò e vinse coloro che infestarono Ulisse; e se a lui erano iminenti li mortali pericoli, egli li andava cercando; e chi si può ramaricare se egli truova quello che cerca? Ma io, misera, volentieri viverei quieta, se io potessi, e quelli fuggirei se ad essi non fossi sospinta. Oltre a ciò, egli non temeva la morte, e però sicuramente si mettea nelle sue forze; ma io la temo, e da doglia sforzata alcuna volta, non sanza speranza di grave doglia, córsi verso di lei. Egli ancora della sua fatica e pericoli sperava etterna gloria e fama; ma io delle mie vituperio temo e infamia, se avvenisse che si scoprissero. Sì che già non avanzano le sue le mie, anzi sono delle mie molto le sue avanzate, e in tanto più, in quanto di lui molto più che non fu se ne scrive, ma le mie sono molte più che io non posso contare.</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[17]</head>

<p>Dopo tutti questi, quasi da se medesimi riserbati, come molto gravi mi si fanno sentire li guai di Isifile, di Medea, d'Oenone, e d'Adriana, le lagrime delle quali e i dolori assai con le mie simiglianti le giudico; però che ciascuna di queste, dal suo amante ingannata, così com'io, sparse lagrime, gittò sospiri, e amarissime pene sanza frutto sostenne. Le quali avvenga che, com'è detto, sì come io si dolessero, pure ebbero termine con giusta vendetta le lagrime loro; la qual cosa ancora non hanno le mie. Isifile, avvegna che molto avesse onorato Iansone, e suo per debita legge se lo avesse obligato, vedendolsi da Medea tolto, come io posso ragionevolemente si poté dolere; ma la provedenza delli iddii, con occhio giusto guardante ad ogni cosa, se non alli miei danni, le rendé gran parte della disiderata letizia, però ch'ella vide Medea, che Iansone l'avea tolto, da Iansone per Creusa abandonata. Certo io non dico che la mia miseria finisse, se questo vedessi a colei adivenire che m'ha tolto il mio Panfilo, eccetto se io non fossi già colei che gliele togliessi; ma bene dico che gran parte mancherebbe di quella. Medea similemente si rallegrò di vendetta, posto che essa così crudele divenisse contra di sé come contra lo 'ngrato amante, uccidendo li comuni figliuoli in presenza di lui, ardendo li reali ostieri con la nuova donna. Oenone ancora, lungamente dolutasi, alla fine sentì lo 'nfedele e disleale amante avere sostenuta meritamente pena delle rotte leggi, e la sua terra per la male mutata donna vide in fiamme consumarsi miseramente. Ma certo io amo meglio li miei dolori che cotale vendetta del mio. Adriana ancora, divenuta moglie di Bacco, vide del cielo furiosa Fedra dello amore del figliastro, la quale prima era stata consenziente al suo abandonamento nell'isola per divenire di Teseo. Sicché, ogni cosa pensata, io sola tra le misere mi truovo ottenere il principato, e più non posso. Ma se forse, o donne, li miei argomenti frivoli già tenete, e ciechi come da cieca amante fatti li riputate, l'altrui lagrime più che le mie infelici estimando, questo uno solo e ultimo a tutti gli altri déa supplimento: se chi porta invidia è più misero che colui a cui la porta, io sono di tutti li predetti de' loro accidenti, meno miseri che li miei reputandoli, invidiosa.</p></div2>

<div2 type="paragrafo"><head>[18]</head>

<p>Ecco adunque, o donne, che per li antichi inganni della Fortuna io sono misera; e oltre a questo essa non altramenti che come la lucerna vicina al suo spegnersi suole alcuna vampa piena di luce maggiore che l'usato gittare, ha fatto; però che dandomi in apparenza alcuno rifrigerio, me poi nelle separate lagrime ritornante, ha miserissima fatta. E acciò che io, posposta ogn'altra comparazione, con una sola m'ingegni di farvi certe de' nuovi mali, v'affermo con quella gravità che le mie misere pari possono maggiore affermare, cotanto essere le mie pene al presente più gravi, che esse avanti la vana letizia fossono, quanto più le febbri sogliono, con equale caldo o freddo vegnendo, offendere li ricaduti infermi, che le primiere. E perciò che accumulazione di pene, ma non di nuove parole vi potrei dare, essendo alquanto di voi diventata pietosa, per non darvi più tedio in più lunga dimoranza traendo le vostre lagrime, se alcuna di voi forse leggendo n'ha sparte o spande; e per non spendere il tempo, che me a lagrimare richiama, in più parole, di tacere omai dilibero, faccendovi manifesto non essere altra comparazione dal mio narrare verissimo a quello ch'io sento, che sia dal fuoco dipinto a quello che veramente arde. Al quale io priego Idio che o per li vostri prieghi, o per li miei, sopra quello salutevole acqua mandi, o con trista morte di me, o con lieta tornata di Panfilo.</p></div2></div1>

<div1 type="capitolo"><argument><p><emph>Capitolo nono e ultimo nel quale madonna Fiammetta parla al libro suo imponendogli in che abito e quando e a cui egli debba andare, e da cui guardarsi, e fa fine.</emph></p></argument>

<div2 type="paragrafo"><head>[1]</head>

<p>O picciolo mio libretto, tratto quasi della sepoltura della tua donna, ecco, sì come a me piace, la tua fine è venuta con più sollecito piede che quella de' nostri danni; adunque tale quale tu se' dalle mie mani scritto, e in più parti delle mie lagrime offeso, dinanzi dalle inamorate donne ti presenta. Esse, pietà guidandoti, sì come io fermissimamente spero, ti vedranno volentieri, se Amore non ha mutate leggi poi che noi misera divenimmo. Né ti sia, in questo abito così vile come io ti mando, vergogna d'andare a ciascheduna, quantunque ella sia grande, pure che essa te avere non recusi. A te non si richiede altramenti fatto, posto che io pure dare te 'l volessi. Tu déi essere contento di mostrarti simigliante al tempo mio; il quale essendo infelicissimo, te di miseria veste come fa me; e però non ti sia cura d'alcuno ornamento, sì come li altri sogliono avere: cioè di nobili coverte di colori varii tinte e ornate, o di pulita tonditura, o di leggiadri minii, o di gran titoli: queste cose non si convengono alli gravi pianti li quali tu porti: lascia e queste e li larghi spazii e li lieti inchiostri, e le impomiciate carte alli libri felici; a te si conviene d'andare rabbuffato, con isparte chiome e macchiato e di squalore pieno, là dove io ti mando, e con li miei infortunii nelli animi di quelle che te leggeranno destare la santa pietà. La quale se avviene che per te di sé ne' bellissimi visi mostri segnali, incontanente di ciò rendi merito qual tu puoi; e io né tu non siamo sì dalla Fortuna avallati, che essi non sieno grandissimi in noi da potere dare. Né questi sono però altri se non quelli, li quali essa a niuno misero può tòrre: cioè essemplo di sé donare a quelli che sono felici, acciò che essi pongano modo alli loro beni, e fuggano di divenire simili a noi. Il quale, sì come tu puoi, sì fatto dimostra di me, che, se savie sono, nelli loro amori savissime ad ovviare alli occulti inganni de' giovani diventino per paura de' nostri mali. Va' adunque; io non so qual passo si convenga a te più tosto, o sollecito o quieto; né so quali parti prima da te sieno da essere cercate, né so come tu sarai né da cui ricevuto. Così come la Fortuna ti pigne, così procedi: il tuo corso non puote essere guari ordinato. A te occulta il nuvoloso tempo ogni stella. Le quali se pure tutte paressono, niuno argomento t'ha la 'mpetuosa Fortuna lasciato a tua salute e perciò in qua in là ributtato, come nave sanza timone e sanza vela da l'onde gittata, così t'abandona, e come li luoghi richieggiono, così usa varii li consigli. Se tu forse alle mani d'alcuna pervieni, la quale sì felici usi li suoi amori, che le nostre angoscie schernisca, e per folle forse riprendane, umile sostieni li gabbi fatti, li quali menomissima parte sono de' nostri mali, e a lei la fortuna essere mobile torna a mente, per la qual cosa noi lieta, e lei come noi potrebbe rendere in brieve, e risa e beffe per beffe le renderemmo.</p>
<p>E se tu alcuna troverrai che, leggendoti, li suoi occhi asciutti non tenga, ma dolente e pietosa de' nostri mali con le sue lagrime multiplichi le tue macchie, quelle in te sì come santissime con le mie raccogli, e più pietoso e aflitto mostrandoti, umile priega che per me prieghi colui, il quale con le dorate piume in uno momento visita tutto il mondo; sì che egli, forse da più degna bocca che la nostra pregato, e più ad altrui pieghevole che a noi, allevii le nostre angoscie. E io, chiunque ella fia, priego da ora con quella voce che alli miseri più essaudevole è data, che ella mai a tali miserie non pervenga, e che sempre le sieno l'iddii placabili e benigni, e li suoi amori secondo li suoi disii felici produca per lunghi tempi. Ma se per aventura tra l'amorosa turba delle vaghe donne, delle mani d'una in altra cambiandoti, pervieni a quelle della inimica donna, usurpatrice de' nostri beni, come di luogo iniquo, fuggi incontanente, né parte di te non mostrare agli occhi ladri, acciò che ella la seconda volta, sentendo le nostre pene, non si rallegri d'averci nociuto. Ma se pure avviene che essa per forza ti tenga, e pure ti voglia vedere, per modo ti mostra che non risa, ma lagrime le venga de' nostri danni, e a coscienza tornando, ci renda il nostro amante. Oh quanto felice pietà sarebbe questa, e come fruttuosa la tua fatica! Gli occhi degli uomini fuggi, da' quali se pure se' veduto, di': “O generazione ingrata e detrattrice delle semplici donne, non si convengono a voi di vedere le cose pie”. Ma se a colui che de' nostri mali è radice pervieni, sgridalo dalla lungi, e di': “O tu, più rigido che alcuna quercia, fuggi di qui, e noi con le tue mani non violare: la tua rotta fede è di tutto ciò ch'io porto cagione; ma se con umana mente leggere mi vuoli, forse riconoscendo il fallo commesso contro a colei che, tornando tu ad essa, di perdonarti disidera, vedimi; ma se ciò fare non vuoli, non si conviene a te di vedere le lagrime che date hai, e spezialmente se d'acrescerle dimori nel volere primo”. E se forse alcuna donna delle tue parole rozzamente composte si maraviglia, di' che quella ne mandi via, però che gli ornati parlari richieggiono li animi chiari, e li tempi sereni e tranquilli. E però più tosto dirai che prenda ammirazione come a quel poco che narri disordinato bastò lo 'ntelletto e la mano, considerando che dall'una parte amore, e da l'altra gelosia con varie trafitte in continua battaglia tengono il dolente animo e in nubiloso tempo, favoreggiandoli la contraria fortuna. Tu puoi da ogni aguato andare sicuro, sì come io credo, però che nulla invidia te morderà con aguto dente, ma se pure più misero di te si trovasse, che nol credo, il quale quasi a te, come a più beato di sé la portasse, làsciati mordere. Io non so bene qual parte di te nuova offesa possa ricevere, sì per tutto dalle percosse della Fortuna ti veggio essere lacerato. Egli non ti può guari offendere, né farti d'alto tornare in basso luogo, sì è infimo quello ove dimori. E posto ancora che non bastasse alla Fortuna d'averci con la superficie della terra congiunti, e ancora sotto quella cercasse di sotterrarci, sì siamo nelle avversità anticati, che con quelle spalle con le quali le maggiori cose abbiamo sostenute e sostegnamo, sosterremo le minori; e perciò entra dove ella vuole. Vivi adunque: nullo ti può di questo privare, e essemplo etterno alli felici e a' miseri dimora delle angoscie della tua donna.</p></div2></div1>
   <trailer><emph>Qui finisce il libro chiamato Elegia della nobile donna madonna Fiammetta mandato da lei a tutte le donne inamorate</emph></trailer>
</body></text></TEI.2>
