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      <title>Orazioni</title>
      <author>Torquato Tasso</author>
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        <title>Tutte le opere</title>
        <author>Tasso, Torquato</author>
        <editor id="ed">Quondam, Amedeo</editor>
        <publisher>Lexis Progetti Editoriali</publisher>
        <pubPlace>Roma</pubPlace>
        <date>1997</date>
        <note>L'edizione elettronica fa riferimento al testo Le prose diverse, a cura di C. Guasti, II, Firenze, Le Monnier 1875.</note>
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                      responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
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                        sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
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<div1 n="Orazione nella morte del Santino">

<head>ORAZIONE NELLA MORTE DEL SANTINO.</head>

<p>Poichè da questo luogo, ond’io già sperai che altri le virtù di Stefano Santini vivo e ’n vostro Principe eletto avesse a celebrare, conviene a me non solamente lodare il suo valore, ma piangere ancor la sua morte; vorrei che sì come l’oscurità di questi apparati e la comune mestizia sarà dal mio particolare affanno accompagnata, così anco i meriti suoi fossero da le mie lodi in qualche parte aguagliati. Il che però, e per la solita debolezza dell’ingegno mio, e per l’insolito dolore che, tenendolo oppresso, assai più debole me ’l rende, mi diffido, e mi conosco inatto di potere asseguire. Pur quando a voi altri in quest’officio io non soddisfacia, da’ quali si potesse fors’aspettare che con tale eloquenza il giorno de’ suoi funerali s’onorasse, con quale egli già il giorno natale della nostra sorgente Academia onorò; spero almeno di soddisfare a quella ben nata anima, che mirando dal cielo ne’ secreti del mio core, prenderà in grado (so certo) questi uffici, qualunque essi si siano, che da sì pietosa e sì amica volontà sono derivati. Da voi, cortesi auditori, desidero che non pur con questa benigna attenzione, e con questo mesto silenzio mi siate favorevoli, ma che parte ancora del mio proprio peso sovra voi stessi rechiate; perchè mentre vi porrò inanzi, quasi in una breve tela, il breve corso della vita del nostro Santino, non devrete voi solo nelle mie parole e nelle sue azioni fermarvi, ma trascorrendo oltra con la mente, imaginarvi quale e quanto sarebbe egli riuscito, s’ai suoi generosi pensieri fosse stato concesso da la fortuna spazio di vita convenevole: e sì come mirando talora alcuna fabbrica imperfetta, da’ suoi fondamenti giudichiamo a quanta altezza ella sarebbe potuto inalzarsi; così voi da questi principii di virtù e di dottrina, che quasi fondamenti aveva egli nell’animo suo di già costituiti, potrete giudicare che meravigliosa mole ad eterna memoria di se stesso n’arebbe sopra edificato.</p>
<p>Fu il valore di Stefano Santini tale e così chiaramente conosciuto, che altro più certo testimonio della sua vera nobiltà potrebbe malagevolmente ritrovarsi; di maniera ch’io giudico, che nelle sue lodi mi si convenga serbare stilo diverso in tutto da quello che da gli altri lodatori communemente si costuma: perchè dove gli altri da la bontà e da la virtù degli antecessori si sforzano di provar la bontà e la virtù di coloro ch’essi d’onorar si propongono; io, a l’incontro, voglio che con ordine insolito, risguardando a le tante e sì nobili qualità di questo valoroso giovane, facciamo quasi infallibil giudicio che la stirpe ond’egli è uscito, non può esser se non onesta ed onorata. Aremo dunque questo vantaggio, che mentre solo de’ beni dell’animo suo ragionaremo, ci parrà similmente d’avere a l’altra parte in gran parte sodisfatto: e come che i beni dell’animo in lui fossero in quest’estremo della sua vita a maggior perfezione ridotti, furono nondimeno tali ancora sin nella sua prima puerizia, che quasi fiori nascenti di pietosissimi frutti porgevano speranza in modo, che il padre, che di sì alto ingegno il conobbe, a quelli studi il dedicò ne’ quali l’uomo con maggior sua gloria, e con maggior utilità del mondo, può le sue fatiche impiegare; e con tal deliberazione a la cura di persone modeste ed erudite il commise, da le quali l’animo ancor tenero del fanciullo, ove suole ogni cosa facilmente imprimersi, fosse di buona dottrina e di gentili costumi informato. È meraviglioso a dire com’egli, a pena le prime lettere gustate, della lor dolcezza si invaghisse, e come gli fosse grato, contra quello che ’n simile età è naturale, il sudare e l’aggiacciare negli studi; meraviglioso non meno, con quanta facilità poi quelle cose apprendesse, le quali da gli ingegni ancor deboli de’ fanciulli sogliono con grandissima difficultà esser abbracciate.</p>
<p>Vedevansi in lui grandissimo l’ingegno e grandissima la buona volontà; onde pareva che insieme del principato gareggiassero: ma mentre l’uno a l’altro in nissuna parte cedea, erano cagione ch’a lui tutti i suoi coetanei in tutte le parti cedessero. Or considerate tra voi, se da ciascuna di queste due cose separate sogliono le maraviglie prodursi; quali effetti da ambedue così concordi e così congiunte doveano derivare: in somma, giunse in mediocre spazio di tempo, non solo a quel segno di sapere a cui nissun altro dell’età sua arrivava, ma ancora a quel segno a cui pareva impossibile ch’altri della sua età potesse pervenire; di maniera che ’l padre, vedendo ch’egli s’era in quelle private scole tanto avanzato, ch’oggi mai non era più quivi, per la sua sufficienza, capace di nuovo profitto, deliberò di mandarlo ne’ publici Studi, ove da più eccellenti maestri cose più conformi a l’altezza del su’ intelletto gli fossero insegnate: ed in questa guisa, mosso da la deliberazione e da i consigli paterni, a Ferrara prima, e quindi poi a Padova se ne venne, e nell’uno e nell’altro luogo si diede con ogni diligenza a l’apprender quello che di logica e di filosofia da’ migliori Peripatetici ci è stato scritto; i quali studi sì come sogliono a prima vista con la maestà loro sbigottire gli ingegni pigri ed ottusi, e raffrenando in essi il desiderio di sapere, da così magnanima impresa distornarli, così ebbero infiammato ed inanimito lui, ch’era di veloce ingegno e di acutissima mente dotato, parendoli ch’a lui a punto si convenisse d’aspirar a l’altezza di quelle lodi, le quali da molti desiderate, ma da pochi sperate e da pochissimi sono asseguite; e così risolvendosi, queste nobili fatiche con tanto ardore intraprese, e con tanta perseveranza continuò, che dopo non molto tempo il suo nome cominciò a risplendere nella luce dell’uno e dell’altro Studio, tra i più chiari spiriti che in ambedue si ritrovassero. E sì come la prontezza dell’ingegno e della favella, la maturità del giudicio, il veder molte cose e molte cose ricordarsi, gli andavano di giorno in giorno acquistando più onorato nome tra’ filosofanti; così d’altra parte con la modestia, quasi con un sottilissimo velo, i tesori dell’animo suo e le sue proprie lodi ricopriva; dal qual non pur non rimanevano poi celate, anzi maggiori e di più meravigliosa bellezza trasparivano; di maniera che di due cose, che sogliono sempre egualmente accompagnare la virtù, ciò è l’onore e l’invidia, questa da le sue modeste maniere rimaneva in gran parte scemata, e quello oltramodo accresciuto. S’aggiungevano a tutte queste parti piacevolezza e severità di costumi, insieme con mirabile unione temperati, dolcezza ed arguzia ne’ domestici ragionamenti, sincerità e candidezza d’animo, veracità e costanza di parole, prontezza e fervore negli uffici e negli interessi degli amici; le quali cose, come per se stesse fanno l’uomo riguardevole, così con quell’altre prime congiunte ammirabile lo rendono.</p>
<p>Ma mentre egli, con passi sempre più veloci, alla meta propostasi s’avvicinava, gli fu da la morte del padre il corso degli studi interrotto; e convenne che alle cure familiari (il peso delle quali tutto sovra lui era restato) quei suoi primi pensieri per alcuno spazio di tempo cedessero. Così a Mantova ritiratosi, si diede con somma prudenza a governar altri in quell’età che l’uomo il più delle volte non solo non è atto a governar se stesso, ma a pena al governo de’ più saggi si vuole sottoporre: e per poter sostener la persona di padre di famiglia, onde la necessità l’avea costretto a vestirsi, si spogliò in tutto quella di giovane, che la natura ed il senso gli consigliavano a ritenere: e se pur inanzi la morte di suo padre si lassava talora da i giovanili appetiti alquanto trasportare oltra gli stretti termini della ragione, dapoichè ’n sua libertà rimase, non valicò pur d’un passo que’ segni che la sua medesima prudenza gli prescriveva; parendoli ch’allora più le si convenisse il ben operare, quando tutta la gloria delle sue buone operazioni a lui solamente ne veniva; e conoscendo ch’ove l’altre volte i suoi errori, sì come da lui solo avevano origine, così in lui solo finivano, allora sarebbono negli altri della sua famiglia con l’esempio trapassati. In tal maniera dunque e se medesimo reggeva, e coloro de’ quali egli aveva il governo, che la prudenza del padre non era in nessuna delle sue azioni desiderata. Non s’era però frattanto intepidito in lui quel desiderio, c’avea, d’arricchir l’animo della cognizione di varie cose; anzi di continovo tenea fra le mani i più eccellenti scrittori, e si sforzava d’accoppiar gli studi delle scienze con gli studi che da l’umanità loro hanno sortito il nome; giudicando che la severità di quelli, se non è da la piacevolezza di questi temperata, orrida fuor di modo ed inculta riesca; e che la leggiadria di questi, se con la gravità di quelli non s’accompagna, vana troppo e di nissuna autorità apparisca. Ma con particolar affezione negli studi di poesia s’esercitava, a i quali dal suo genio quasi da una nova Musa sentiva invitarsi: ed essendo in lui quelle faville naturali, che sopite sotto altri pensieri dianzi non apparivano, da la lettura degli altri poeti scoperte e ravvivate, gli accesero nella mente così gran fuoco, che non potendo ivi dentro star rinchiuso, fu forza che co ’l canto e co’ versi uscisse fuori ed esalasse. Aveva egli ben anco già prima conosciuto alcuni segni di questa sua naturale inclinazione; nondimeno tepidamente e lentamente sempre avea mosso la mano a far versi; ma allora in non molti mesi, così spessi nel numero e così rari nello stilo ne compose, che ben pareva che fosse qualch’occulta Deità che, di se medesima riempiendolo, sì fattamente il commovesse. Vedevasi ne’ suoi poemi vivacità di spiriti grandissima, fertilità di parole e di concetti incredibile; solo vi si poteva desiderare alquanto più di sceltezza, e di maggior purità e candidezza di stilo: pur egli di giorno in giorno rischiarando con l’arte e co ’l giudicio quella torbidezza, che dell’abbondanza quasi sempre è seguace, arebbe la sua vena a perfetta purità ridotta. Ma avendo omai le sue cose familiari disposte ed ordinate, e perseverando pur ne’ suoi primi pensieri, a Bologna se n’andò; ove instituendosi indi a poco una nuova Academia in casa del signor Franco Spinola, fu il primo che con publica lezione destò espettazione meravigliosa di quell’onorata compagnia; la qual sì come dal suo valore fu escitata, così anco dal suo valore fu principalmente sostenuta. Quivi allora a me, che nella medesima Academia mi ritrovai, fu per mia buona fortuna concesso d’esser nella sua benevolenza accetto.</p>
<p>Desiderai io l’amicizia sua, come d’uomo per diverse virtù ammirabile; egli la mia, come d’uomo de’ suoi meriti ammiratore, non rifiutò; e se ’l nodo della nostra amicizia fu da la elezione d’ambedue ordito e restretto, non intendo che la morte dell’uno l’abbia potuto disciogliere o allentare.</p>
<p>Dimorò il Santini molti mesi in Bologna; nel qual tempo così erano in lui rivolti gli occhi di ciascuno, che se il suo valore si veniva d’ora in ora avanzando, parimente la sua gloria veniva d’ora in ora accrescendosi: finalmente invitato a i servigi dell’illustrissimo signor Scipione Gonzaga, da Bologna partendo, qui a Padova se ne ritornò; dove, sendo la servitù, che con questo valoroso Signore avea, immagine d’una libera e piacevole compagnia, non era punto da’ suoi studi ritardato, anzi più tosto con acuti stimoli incitato; parendoli ch’a padrone, in cui sì chiaramente tante e sì rare qualità risplendono, non si convenisse servitore in quel grado che gli era, se non per meriti e per dottrina illustre. Sorse fra tanto in Padova quest’Academia, nel nascimento della quale egli fra que’ primi fondatori si ritrovò, ch’ad instituirla concorsero: quanto valor poi, e nel leggere e nell’orare e nelle poesie, abbia dimostrato, non fa mestieri ch’io lo vi rechi nella mente; imperocchè non solo la memoria, ma la meraviglia ancora negli animi vostri ne rimane. Ma mentre di continovo legge o scrive alcuna cosa, mentre a gli affanni del giorno aggiunge quelle ore ch’al riposo sono destinate, mentre gli spiriti, troppo intenti al contemplare, da tutte l’operazioni desvia; la sua complessione, naturalmente debole, non potè il peso di tante fatiche sostenere, sì ch’egli non fosse da una mortalissima infermità sovra preso, per la quale da la bocca grandissima copia di sangue versava.</p>
<p>Delle cose sin allor seguite non s’è potuto senza infinita sua lode ragionare; di quelle che poi successero non si potrà senza infinito nostro dolore far menzione: ond’io pur pensandone, pria che cominci a favellarne, sento da così dolorosa memoria trafigermi. Parve indi a pochi giorni che, cessato quel vomito di sangue, fosse ritornato nella sua prima sanità; ond’egli credendosi quasi d’esser libero, a Mantova per alcuni suoi affari se ne venne. Ma sì com’uomo che si riposa per seguire con maggior velocità il suo camino, così il male, c’avea restato di molestarlo, quasi per quel poco di tardanza avesse ripreso vigore, il tornò con maggior violenza all’assalire; di maniera che era meraviglia come le vene non fossero rimase del tutto vote, dopo tanto sangue che in tante volte gli era uscito. Successe a questo accidente una febre, più malvagia negli effetti che in apparenza, che con tacito e lento fuoco gli andava così a poco a poco distruggendo la vita, ed induceva in lui vigilie lunghissime e noiosissime; sì che nissun rimedio era tale, che fosse atto a richiamar il sonno, pur per brevissimo spazio di tempo. S’aggiungeva a tanti mali una tosse così maligna, che scotendogli il petto e la testa con grandissima violenza, non gli concedeva pur agio di respirare. Nondimeno egli così duri tormenti con animo invitto sofferiva, non temendo di soverchio la morte, nè per fuggirla alcun rimedio, benchè molestissimo, ricusando: e soleva dire in questo caso, che poichè l’aitarse da la morte era cosa naturale, egli voleva in quanto avesse potuto schivarla, e che del rimanente a Dio rimetteva la cura. Mi sovviene ch’una tra l’altre volte gli sedeva la sconsolata madre su la sponda del letto, e mentre si sforzava di mostrar nel volto securezza d’animo, non potendo l’arte vincer le forze della natura, in quella finta sicurezza un verace spavento appariva; ond’egli, che nel volto di quella infelice vedeva scritto il suo pericolo, a me voltandosi, mi disse: «Mi pesa il morire, non tanto perchè la morte in se stessa mi paia cosa molto dura, quanto perchè so che insieme con la mia vita morirà ogni contentezza di questa sventurata, la quale vedrà in me non solo mancar la sua successione, ma mancar parimente quel sostegno e quel conforto che, dopo la morte del marito, a la sua vedova vecchiezza s’aveva in me solo promesso: ed anco vorrei esser vissuto tanto, e non più, ch’avessi potuto lassar di me qualche onorato vestigio tra gli uomini; dal quale quelli, che poi verranno, avessero conosciuto ch’io fui una volta nel mondo.» O desiderii veramente nobili e pietosi! poichè più lungo spazio di vita non per impiegarla ne’ piaceri, non per accumular ricchezza, non per acquistar que’ vulgari onori che tanto sogliono da le cieche genti ammirarsi, ma solo per la consolazione dell’infelice madre e per la gloria di se stesso desiderava: e pur questi affetti, ancor che naturali, e secondo la ragione umana lodevolissimi, quanto più si appressava alla morte, tanto più andava sedando e tranquillando. E perchè conoscea che molte cose ch’appo gli uomini hanno sembianza di buone, appo Dio sono veramente ree; solo nella volontà di quello il fine d’ogni suo desiderio avea collocato.</p>
<p>Sendo poi finalmente giunto a l’estremo termine della sua vita, dopo aver adempito tutto ciò ch’a religioso cristiano ed a prudente padre di famiglia si conviene; fattosi chiamare il suo servitore, gli disse che dovesse, venendo a Padova, far a ciascuno di voi, Signori Eterei, l’ultime raccomandazioni in suo nome, e pregarvi che sì come egli portava memoria di voi nell’altra vita, così presso voi rimanesse qualche pietosa ricordanza di lui; acciò che da questa, se non l’opere sue, almeno la volontà, c’avea di servirvi, restasse guiderdonata. Quindi tutto in se stesso raccoltosi, a Dio si rivolse, e nella benignità di quello riconfortandosi, passò così lieto e securo, che parea che non da l’uno a l’altro mondo, ma d’una..... </p></div1>

<div1 n="Per l’Academia ferrarese">

<argument><p>ORAZIONE FATTA NELL’APRIRSI  DELL’ACADEMIA FERRARESE.</p></argument>

<p>Fra tutte le cose che da’ mortali sono fuggite ed aborrite, nessuna ve ne ha che da gli uomini così saggi come stolti maggiormente si fugga ed aborrisca, che i disagi della povertà, l’infermità de’ sensi e delle membra, ed i vizi dell’anima: le quali imperfezioni, ancor ch’elle sieno di rea e di odiosa natura, possono nondimeno recar seco congiunto alcuna parte di buono e di lodevole. Però che non tanto risplende l’altezza dell’animo in colui che, possedendo le ricchezze, in nobile uso l’impiega, quanto riluce in colui che, non possedendole nè desiderandole, le disprezza: nè così lodiamo coloro che per mezzo di questo istrumento acquistano l’intiera felicità; come di quelli ci maravigliamo, che senza così fatto mezzo non meno la conseguiscono. L’infermità del corpo parimente, benchè il facciano inutile nelle sue operazioni, e siano gravi e spiacevoli a sostenere, sono con tutto ciò molte volte cagione che l’anima, richiamando a sè quella virtù che suole ministrare e compartire a i sensi, si divida affatto da le perturbazioni e da gli affetti terreni; e tutta in se stessa raccolta e romita, quasi separata intelligenza, viva contemplando vita tranquillissima e felice. Or che dirassi del vizio? Certo, se ben egli non è cagione d’alcun ben, come vizio; può esser nondimeno con molte cose buone congiunto. Si vede alcune fiate fra la bassezza e le tenebre de’ vizi sorger la grandezza dell’animo, risplender la vivacità dell’ingegno, il vigor della mente, la costanza e l’industria, e molte altre parti chiare e lodevoli in chiunque si ritrovino. È accusato Annibale di perfidia africana, è biasmato di crudeltà barbara, è ripreso di costumi troppo molli e pieghevoli a le delizie capuane; ma nell’istesso, a l’incontro, si loda la fortezza dell’animo, si celebra la prudenza militare, si ammira un perpetuo tenore di vita nell’una e nell’altra fortuna. Alcibiade medesimamente, e Silla, e Catilina, e molti altri de’ quali taccio, furono (quasi mostri composti di diversa natura) così per le buone come per le ree qualità famosi e riguardevoli. E benchè queste in loro non fossero peraventura vere forme di perfetta virtù, erano nondimeno alcune imagini illustri dell’onesto e del bello.</p>
<p>Quinci dunque chiaramente si raccoglie che ’l vizio, ancor che sia reo per se stesso, e di odiosa e malvagia natura, può aver però qualche compagnia e qualche congiunzione con le cose buone e lodevoli. Di qui similmente si potrà sottrarre, che non solo più di tutti i mali della fortuna e del corpo, ma più del vizio ancora deve l’ozio ragionevolmente esser fuggito; poi che non pure non fu mai cagione di bene, ma non può aver nè amicizia nè conformità con qualità che sia buona, o tale almeno si mostri nell’apparenza. Ove l’ozio signoreggia, ivi non riluce raggio d’ingegno; ivi non vive pensiero di gloria e d’immortalità; ivi non apparisce nè imagine nè simolacro nè pur ombra o vestigio alcuno di virtù: e sì come gli stagni e le paludi putride divengono nella lor quiete, così i neghittosi marciscono nell’ozio loro; e ragionevolmente possono così morti esser chiamati, come quelle acque morte si chiamano: e se ’l sonno detto esser simile a la morte, non per altra cagione se non perchè lega ed impedisce l’operazione de’ sentimenti; ben può l’ozio esser detto la morte istessa, poi che richiama non pur il corpo, ma la mente ancora da le sue nobili e pellegrine operazioni. Meritano biasmo i viziosi; perchè spogliandosi della ragione, prezioso dono della Natura e di Dio, a gli animali bruti cercano d’assomigliarsi: maggiore assai il meritano gli oziosi; poichè, privandosi non pur della ragione, ma del senso eziandio, a i sassi ed a le cose inanimate nello stupore e nella pigrizia diventano simili. Ed il vizio, benchè egli non sia natural cosa, non è però contrario a la natura dell’uomo, essendo naturali quelle radici ond’esso, quasi pianta mal culta, suol germogliare. E queste sono l’inchinazioni che dal vario mescolamento degli umori risultano. Ma l’ozio è nemico e contrario affatto a la natura umana; perchè, se naturale è a l’uomo l’operare ed il contemplare, come chiarissima voce risuona per tutte le scuole de’ saggi, senza alcun dubbio sarà contra la natura sua il non far nulla, e nulla investigare de’ segreti di Dio.</p>
<p>Quanto dunque le cose contra natura sono peggiori e più odiose e più detestabili dell’altre; tanto più l’ozio che ’l vizio deve esser fuggito, non pur come avversario e nemico, ma come corruttore e destruttore della ragione, del senso e dell’umanità. E certo, che se noi riguardiamo a gli animali irragionevoli, che sono composti della medesima massa degli elementi, ed insieme con noi abitatori di queste infime regioni del mondo; e partecipano medesimamente di quei frutti che la madre terra per vitto commune ne produce e ne ministra, e di questo aere spirabile, e di questa luce; se noi, dico, in essi riguardiamo (ancor che siano indegni d’esser imitati), avremo da loro molti esempi di libidine, di crudeltà, d’ira, d’ingordigia, e d’altre cose tali, che sono solo effetti del senso e dell’appetito. Non è dunque maraviglia se l’intelletto, che come peregrino viene di fuori in noi, e s’applica e congiunge co’ sentimenti, e fra loro alberga, nè rimira intorno a sè cosa che non sia governata dal senso e da l’appetito, anch’egli si lascia vincere e trasportar da l’affetto a simiglianti operazioni: sì come anche non sarebbe maraviglia che un forastiero venendo altronde ad abitare in qualche città, vivesse secondo il costume e le leggi de’ cittadini; ma bene è degno di stupore che l’uomo, non avendo esempio alcuno nè da’ bruti nè da le piante d’ozio e di pigrizia, esso voglia darne altrui esempio così brutto e così vergognoso. Esercitano le fiere, e gli augelli, ed i pesci; esercitano l’erbe, e gli sterpi, e gli albori, gli uffici loro imposti da la natura: nissuna di tutte le cose contenute in questo mondo vediamo cessare da l’opere sue e starsi neghittosa. Solo adunque l’uomo fra tutti non eseguirà quello a che fu da Dio prodotto? Che se questi tali mostri della spezie umana spiccassero talvolta il guardo da le cose terrene e levassero gli occhi al cielo, mirando lui che ci si gira intorno, e considerando i suoi velocissimi e perpetui movimenti, a i quali egli con ordine infallibile è intento; son certo che sentirebbono vergogna di se medesimi, ed invitati da così chiaro esempio, a i loro propri esercizi si moverebbono.</p>
<p>Ma dove mi lascio io trasportar da l’ampiezza del soggetto ad esser così lungo in materia così chiara ed evidente? Parla in questo caso la verità stessa: nè deve per artificio d’eloquenza alcuno esser nè accresciuta nè colorita; ma sendosi mostrato quanto l’ozio sia rea e vituperevol cosa, parmi che conseguentemente si sia dimostro, che onestissimi ed onorevolissimi siano tutti quelli esercizi co’ quali l’ozio si schiva e si distrugge. Ma lasciando per ora e l’industria mercantile e la coltivazione de’ campi e tutti quei magisteri che fattìvi si chiamano, i quali non portano seco tanta onorevolezza e tanto splendore, quanto un cuore generoso suole desiderarne e procurarne; due sono gli esercizi i quali ottengono il sopremo grado di nobiltà e di gloria, cioè l’arti politiche, sotto le quali anco le militari vuo’ che siano comprese, e gli studi delle lettere. Nè vuo’ per ora paragonarli fra loro; nè considerar minutamente e con ragioni esquisite, quali debbano esser a gli altri anteposti. Superino pur di dignità e di grandezza quelli a i quali dal costume invecchiato delle genti, dal favor delle leggi, e da l’autorità de’ Principi sono concessi gli onori ed i premi maggiori: basta bene che v’è tale congiunzione e dipendenza fra loro, che non si può esser compitamente istrutto del negocio e della disciplina della guerra, s’a quella non si viene ornato della cognizione delle cose; nè meno l’uomo potrebbe con tranquillità e riposo di mente applicare a gli studi delle scienze, se le città non fossero assicurate e difese da la forza dell’armi o da la prudenza civile. Sì che l’una e l’altra di queste professioni, con nobile e necessario modo collegate, formano insieme quella felicità ch’ogni ben ordinata Republica per suo ultimo fine si propone.</p>
<p>Ma quanto in ogni tempo questa gloriosa città di Ferrara sia stata per l’arti civili, e principalmente per lo valor dell’armi esaltata e temuta, a ciascuno è notissimo: però che questa terra e questo cielo sempre ha prodotto gli uomini attissimi a la guerra; e la disciplina militare sempre gli ha ammaestrati ed instrutti; e sempre l’esempio de’ suoi Prencipi gli ha infiammati ed invitati a le azioni magnanime ed eroiche: ma se mai il mestier dell’armi fiorì in questa città, se mai fu in pregio, se mai diede ed invidia e maraviglia e terrore a le nazioni esterne, ora nel vostro principato, magnanimo Alfonso, è giunto al colmo d’ogni perfezione. Però che voi e co’ premi e con gli onori e con le saggie instituzioni, e con gli esempi d’una nuova ed insolita virtù militare tali rendete i vostri popoli, che voi così dovete contentarvi di sudditi, come essi gloriarsi di principe.</p>
<p>Ora fuggendosi l’ozio in questa città per sì nobil maniera, e rilucendo in essa la maestà dell’armi con sì fatto splendore; pareva ch’altro non mancasse a la sua compìta perfezione, se non che in lei si vedesse con simil gloria e con simile frequenza di seguaci fiorir lo studio delle lettere: a la qual gloria tentando d’alzarla alcuni uomini nobili e scienziati, si sono ragunati nuovamente, ed hanno instituita questa Academia, cioè questa esercitazione degli ingegni e degli animi nostri. E certo che di lode mi paiono degni coloro ch’a così illustre impresa sono concorsi; di molto onore chi prima la promosse, e prima destò gli animi degli altri ad abbracciarla; di gloria e d’immortalità sarà meritevole colui che con la sua autorità la vorrà favorire e sostenere. Imperò che se noi consideriamo al fine che questa nostra Academia s’ha proposto, è talmente onorevole, che nissun più utile, e talmente utile, che nissun più onorevole se ne potea proporre. S’a’ mezzi s’avrà riguardo, parimente giovevoli ed onorati si troveranno. Qui non s’aspira, non s’attende ad altro ch’a coltivar gli animi, ed a maturar quei semi di virtù e di dottrina, che la madre Natura v’ha sparsi: qui si sforzerà ciascuno d’aguzzar l’ingegno, d’affinar il giudicio, di esercitar la memoria e farla ricetto e conserva de’ preziosi tesori delle scienze: qui s’avvezzerà la lingua a spiegar ornatamente quelle forme che la mente avrà prima apprese e concepute. Nè stimo che questa impresa, che cominciata abbiamo, debba parer o men utile o men necessaria; sendo ch’in questa città publicamente s’insegnino tutte le scienze e l’arti liberali, da tanti per nome di dottrina e di eloquenzia celebri e gloriosi; imperò che mezzi e stili diversi da noi si terranno, da quelli che nelle scuole publiche sono servati. Ivi, secondo ha portato l’usanza di molti secoli, il modo di trattar le materie, se bene è più esquisito, ha tanto del difficile e del severo, che sgomenta gli ingegni in altro occupati, e gli dispera che possano mai pervenire a segno di sublime gloria: qui la maniera recherà seco tanta facilità, con tanta piacevolezza accompagnata, ch’alletterà l’animo di ciascuno, ancorchè occupatissimo. Ivi la verità si mostra squalida ed incolta, senza leggiadria di concetti e senza ornamento alcuno di scelte parole, che così par che richieggia il costume tiranno del mondo; e spesso è così ricoperta da l’ombre de’ sofismi e dell’arguzie, ch’a pena si riconosce: qui si vedrà nuda e manifesta, se non quanto da’ ricchissimi fregi dell’eloquenza sarà adornata e vestita. Ivi ciò che s’impara, s’impara con fatica: qui ciò che s’apprenderà, s’apprenderà con diletto. Quegli studi son molte volte cagione che l’uomo si separi e s’alieni da gli altri uomini, e quasi fera solitaria viva solamente a se stesso, ed a i suoi pensieri, non pagando quello che deve a la communanza de’ suoi cittadini: questi non dissolvono la conversazione, ma la rendono più dolce e più giovevole. Ed in somma, giudico che questi tanto saranno più seguìti da coloro che ’l negocio o la milizia si prescrivono per fine, quanto hanno maggior somiglianza con lo stile cortigiano e cavalleresco; chè già il nome solo di scuole e di dottori suona in non so che modo spiacevole a l’orecchie di molti nobili.</p>
<p>Essendo dunque tale il fine ove l’Academia nostra aspira, e tali i mezzi co’ quali delibera di pervenirvi; ben mi pare che possiamo prometterci la grazia e ’l favore di questi tre chiarissimi Principi, ch’aiutar l’imprese illustri e gl’ingegni eccellenti è così proprio loro, com’è proprio del Sole lo scaldare e ’l risplendere. E s’a l’ardor di gloria, ch’è in ciascuno di noi, s’aggiungerà il favor loro; si potrà sperare, che da quel fumo e da quelle tenebre, da le quali sono involti i nomi e l’azioni di molti di noi, uscirà un giorno raggio alcuno di vera luce. Resta or solo ch’a voi mi volga, degnissimi Academici, ed a Te particolarmente al qual per meriti di dottrina e d’ingegno e per gentilezza di sangue in questi tre primi mesi la cura e l’onore di governarci è stato concesso; e che io vi preghi che quelle lodi, con le quali io il proponimento nostro commune a mio potere ho cercato di onorare, siano presso voi non pur simplici lodi, ma suppliscano ancora in vece d’esortazioni; acciò che la perseveranza nel continuare questa nobile impresa corrisponda a quell’ardire ed a quell’ardore co ’l quale s’è cominciata. Nè già queste cose ragiono perchè o io diffidi della virtù e costanza vostra, o stimi me esser più atto degli altri a ricordarlovi; ma facciolo per adempir tutte le parti di quello ufficio che m’avete imposto. Gradite dunque questi miei ricordi, se non come necessari, almeno come richiesti da voi; e forse, sì come il suono del trombetta invita ed accende gli animi generosi a quelle azioni illustri di guerra a le quali egli più di tutti gli altri è inetto, così la mia voce, quale ella si sia, avrà desto ed infiammato molti peregrini ingegni a gli studi della virtù, a li quali io meno di ciascuno altro atto mi ritrovo.</p></div1>

<div1 n="In morte di Barbara d’Austria"> 

<argument><p>ORAZIONE IN MORTE DI BARBARA D’AUSTRIA  MOGLIE DI ALFONSO II DUCA DI FERRARA.</p></argument>
<p>Sì come, illustrissimo ed eccellentissimo Principe, se un giorno solo sarà stato sereno, non per questo stimiamo esser venuta la primavera, bisognandovi la perseveranza di un lungo tempo, nel quale il Sole ogni giorno prenda forze e si dimostri chiaro; così nella felicità umana da poche ma da molto continue chiare azioni vien giudicato questo sereno, certo a la turbazione del cielo, come la beatitudine a la miseria, opposto. Se si riguarda a la tranquillità dell’animo, conviene ancora a la felicità divina; cioè a quella di cui è nostro coerede, che ci ha insegnata, con la quale presso Dio Padre intercede per noi, Cristo Salvator del mondo. Imperciò che, se si debbono raffrenare l’affezioni acciò che la mente possa liberamente comandare, e l’animo compiutamente godere un sicuro riposo, ed indi noi a questo modo possiamo costumati e civili esser detti; quanto maggiormente, avendo a giugnere con celeste virtù nella vera patria, dobbiamo vestirci della purità dei cieli e di Dio? Ma se co ’l nome di serenità risguardiamo la prosperità della fortuna, e così abbandonando i beni esteriori, quello assolutamente si dica felice che di comodo alcuno non abbia bisogno e gli secondino tutte le cose, non è questa felicità umana la medesima appresso i fedeli di Cristo con la divina, anzi a quella è in tutto contraria; perciò che, chi nelle delicatezze di questo basso mondo sepolto rileverassi? chi nelle proprie forze fidato, si rivolgerà a chiedere l’altissimo aiuto? Se chi affatto innocente, chi in tutto senza macchia di peccato, uno ed istesso Iddio ed uomo era, chi fu nostro capo, nostra luce, nostra salute, patì tentazioni, persecuzioni ed ogni corporal passione; noi di tanto maestro, di tanta scorta imitatori indegni, di cieca e temeraria cupidigia e d’ogni sorte di libidini ingannati, non penseremo doversi così fatto ardore con vigilie, astinenze, pie meditazioni, tolleranza delle cose umane, dispregio della fortuna, temperare, o spegnere non crederemo più tosto? ed accortamente giudicheremo questo un nutrimento di male, porgendolo la varia compagnia degli uomini, il malvagio demonio, ed il senso del corpo? Il sereno animo nella Serenissima Barbara d’Austria, nata reina d’Ungheria e di Boemia, moglie di Vostra Eccellenza (di cui l’esequie con questo funebre apparato, con questa copia de’ lumi, con questa gramezza di chiesa dogliosamente celebrate), così chiara, così apertamente risplendeva, che meno era da la faccia coperto, che se la faccia fosse stata un velo: si vedeva però quella affabilità, quantunque grave, piacevolissima; quella benignità verso i buoni; quella compassione verso i miseri; quello non mai interrotto stile di bontà, di facilità di costumi, e di vita umile, da niuna superbia di severa fronte, da niuna elazione di gonfiato animo nel decoro della Sua Maestà impedito: di che la ricordanza, in vero, quanto con più lieto cuore e viso la nostra gentilissima Principessa miravamo, e più tosto siamo rimasi di lei privi (per cui tanto le chiese si frequentarono, tanti sospiri di matrone e baroni, tante pietose lagrime de’ fanciulli, tante preghiere di tutta la Città si sparsero), tanto maggiormente l’animo di ciascuno ferisce.</p>
<p>Non desiderò essa, per sangue e virtù serenissima, quella serenità di fortuna ch’agli occhi mortali riluce, e leva l’eterno splendore. Bene veramente a desiderii suoi il Padre Celeste in parte compiacque. Erano i desiderii questi: sostenere con animo invitto i dolori, quali mostrarono ancora ed in vita e nella morte Margherita ed Elisabetta a lei sorelle: ma in qual parte gli compiacque? senza dubbio nell’ultima, che di spaventi grandissimi e di difficoltà suole esser piena. Perciò che discendendo per origine paterna da’ Merovinghi, de’ Francesi antichissimi re, e da sì lungo ordine d’Imperatori, d’Imperatori pronipote, figlia e sorella; venendo poi per origine materna da i celebratissimi Iagelloni, re di quasi tutte le provincie settentrionali; non avendo già mai disgrazia alcuna nella Corte d’Inspruch (ove, com’in luogo santo, fu allevata) sentito; essendo stata congiunta a Principe per nobiltà di stirpe, d’animo e di fatti così grande (siami lecito, illustrissimo ed eccellentissimo Signor, nel cospetto di Vostra Eccellenza toccare una particella delle sue lodi, la quale tralasciata, se ne defrauderebbe la sua dilettissima Consorte); e avendo vivuto in questo principato per riverenza ed onore d’ognuno felicissimamente; se non fu da contrari casi della fortuna travagliata, fu da naturale infermità di quattro mesi, e quasi sempre mortale. Ritrovando sempre però la natura istessa oppressa, e resistendo, giungendo sempre grandissima copia del crudelissimo male, ed assalendo tutte l’interiora, afflitta e destrutta fin a l’ultimo giorno della vita, sotto tanto peso in così gran contrasto sarebbe mancata l’umana prudenza, con la quale a nostro potere nelle prosperità gli uffici publici e privati con temperanza e fortezza adempimmo; e nelle avversità, che superar si ponno, ci sforzammo di restar vincitori, le cose insuperabili, pazientemente sopportammo: sarebbe mancata questa prudenza; perciò che sovente, se in uno stato di fortuna è ferma, in un altro vien meno; se da le cose lievi non è mossa, può essere spenta da le gravi: sarebbe mancata questa prudenza; perciò che gli uomini fortissimi, certo non solo valorosamente sostengono la morte, ma arditamente l’affrontano e la disprezzano; nientedimeno se a l’intenso dolore, non mai cessante ed intollerabile di lungo tempo co ’l valore del corpo, non dell’animo resistono, se non una volta si promettono di star saldi nel proposito contro la forza della doglia, più d’una volta deboli di proposito mancano: sarebbe mancata questa prudenza, avendo di tutte le cose il Fattore, e sommo nostro Padre, imposta cotal legge, che la foltissima biada delle calamità, senza il divino aiuto, da niuna acuta falce di gagliardo mietitore possa essere tagliata. L’arme della carità bisogna vestirsi.</p>
<p>Cedano l’armi di Vulcano, gli studi, le favole; ceda l’arte d’ogni milizia ed il consiglio di qualunque Senato; cedano de’ più savi le scuole: la carità, la carità (dico la sola carità in eccellente e supremo grado), non con finzione, non con violenza, non in modo alcuno umanamente, in tutto divinamente benigna e paziente; e perciò, come ci spogliamo di amici, di parenti, di facoltà, di tetti, di vestimenti, di cibo, ed a’ bisognosi le ricchezze nostre per carità con la grazia di Dio doniamo, dell’anima prodighi diveniamo; così poveri, cinti d’angoscie, dolenti, infermi ed atterrati, tutto per carità con la divina grazia sopportiamo. La nostra Barbara con questa perfettissima virtù, a la quale con ogni diligenza da fanciulla s’avvezzò, a l’asprezza del male, anzi della continua morte con Cristo, spesso co’ Sacramenti di Cristo, sempre con cristiani prieghi, gagliardamente si sottomise; a sembianza di Barbara martire di Cristo, per li grandissimi supplicii delle tiranne mani contro di lei, tra le sante annoverata; avendo come vera quella sentenza affermata, non essere più gravi i tormenti de’ manigoldi, di quello che siano a le volte le pene dei mali; nè meno in queste, che in quelli con la fortezza ne’ martirii, essere aperta la strada al Cielo.</p>
<p>O maravigliosa costanza contra tante orribili faccie d’asprissima morte! o eccellente speranza della beata gloria, non mai tronca, non mai secca, non mai languida, perpetuamente nel seno e fonte dell’eterna clemenza verdissima! Ora nel Cielo, non come nata reina d’Ungheria e di Boemia, ma come morta a i membri, ed a lo spirito in Cristo rinasciuta, splendidissima serva del glorioso Iddio, ha ottenuta la corona veramente regale: ora nel Cielo, quanto era quivi di più candido animo, tanto più di purissima beatitudine abbonda; e quanto più qui si trovava ne’ mesti ed amari letti afflitta, e meno per felicità chiara, tanto maggiormente in più sublime luogo e di soavissimo contento ripiena, ora nel Cielo prega il trino e solo Iddio, che venga occasione da potersi l’invittissimo imperatore Massimiliano suo fratello (l’istesso pregando, l’istesso oltre ogni dire desiderando, l’istesso con tutte le forze cercando il Santissimo Pastore) congiungere in santissima lega con gli altri contro il comune e di Cristo nemico; acciò che ambedue i Re, del medesimo Imperator generi, con animo concorde contro il medesimo nemico l’armi rivolgano. Reina, che nella reggia della verace aurora con le vermiglie e regali guancie la stessa aurora vinci, asciuga le lagrime, tempra i sospiri, di che pel tuo partire è tutto l’aere da noi pieno, e da ogni intorno ne risuona. Reina, che dal sommo Re discendendo, a la regale altezza salisti, ristora gli animi nel dolore perduti, dirizza a te immortale i petti de’ mortali, riscalda la mente da’ tuoi lumi sollevata. Reina, che al reggimento degli Angeli ed al Celeste Rettore t’appoggi, e da tanta altezza riguardi a noi tuoi deditissimi; supplichevoli ti preghiamo che, discacciata la caligine delle nostre tenebre, crescendo la luce, ed in Dio fatta maggiore, degni aprirci il sentiero dell’eterna e vera serenità.</p></div1>

<div1 n="Per casa de’ Medici"> 

<argument><p>ORAZIONE IN LODE DELLA  SERENISSIMA CASA DE’ MEDICI.</p></argument>
<p>Dia principio al nostro ragionamento la distinzione del significato di questo nome equivoco de’ Medici, il quale è comune a’ professori di quest’arte e a’ Principi di questo nome: laonde si dee creder che non a caso, ma per divina Providenza fosse loro imposto; perchè a’ Principi, quasi a medici, si conviene di medicare il corpo infermo della republica e l’infermità de’ soggetti: distinguiamo, dico, l’equivocazioni, schiviamo l’ambiguità, solviamo gli enigmi, risolvianci ne’ dubbi, accertianci nell’irrisoluzioni, usciamo dal laberinto a la vera e diritta strada, rifuggiamo da la falsità a la verità, da l’inganno a la semplicità, da le tenebre a la luce; e se non possiamo impetrar l’aiuto de’ medici che sono ministri della natura, senza la gloria o senza la grazia degli altri che sono ministri di Dio, ed esecutori delle sue divine leggi, ci sia conceduto di lodargli. Lodiamo i Padri della Patria, i Conservatori d’Italia, i Difensori della Chiesa, i Fondatori dell’Imperio di Toscana, gl’invittissimi Capitani, i gloriosissimi Principi, i religiosissimi Cardinali, i Vicari di Cristo, i quali possono aprire e serrare il Cielo e l’Inferno, e dare i regni e le corone, e trasportare gl’Imperi con quella podestà che divinamente è lor conceduta.</p>
<p>Ma che pens’io di fare? che tento? che ardisco? povero, infermo, smemorato, e pigro altrettanto di mano e di lingua, quanto d’ingegno e di memoria? In vano m’affatico per ristringer dentro una breve orazione la lode di coloro, la cui potenza non si ristringe nella Toscana solamente; della cui prudenza non è capace l’Italia; a la cui liberalità non è soverchia l’Europa; per la cui gloria immortale par che non siano bastevoli l’Oriente e l’Occidente, e ’l Mezzogiorno e ’l Settentrione, quasi ella non voglia altro confine che ’l Cielo medesimo, dove è riposto il vero premio di tutte le gloriose operazioni. Farò nondimeno come i poveri cultori d’un picciol giardino, i quali in alcuno stretto vaso coltivano gli alberi, ch’in più ampio terreno crescerebbono a maggior altezza, e stenderebbono d’ogn’intorno i rami e le foglie e i frutti e i fiori; o sarò simile ad un pittore, che in una picciola palla dimostra l’imagine del cielo, della luna, delle stelle, del sole, del mare, della terra, de’ fiumi, delle selve, e delle parti abitate e disabitate, e dell’altre cose che fanno il mondo riguardevole e maraviglioso. Ma cultor della lor gloria non ardisco di chiamarmi, nè pittor della lor virtù; perchè non mi concede questo ardire nè la mia infermità, nè la mia fortuna: e tanto solamente oserò di scriverne, quanto sotto la metafora di medico se ne può considerare; acciò che lo splendor della grandezza loro non paia soverchio, ma quasi per velo solamente si dimostri. Taccio adunque di Giovanni, di Averardo, di Silvestro, di Iacopo de’ Medici, certissime luci della Fiorentina gloria e di questa splendidissima progenie, nobilissima di sangue, e d’amici possente, e copiosa d’avere. Taccio i Baroni Greci, e l’imprese fatte contro ’l Duca d’Atene, o sotto Baldovino di Costantinopoli imperatore. Taccio l’origine di Fiorenza, il principio di Roma e di Fiesole, i crudeli incendimenti di Troia, e le sanguinose battaglie, ed Atlante medesimo sostenitor del cielo, e altri di questa gentilissima prosapia antichissimi progenitori. Ma non posso trapassar Cosimo sotto silenzio, nè lasciarlo nella sua gloria nascoso, quasi in una lucentissima nube; e molto meno Lorenzo, che superò la gloria del Padre e di tutti gli antecessori. Questi presero il governo della patria, come i medici la cura dell’infermo, i quali possono secare, et adoperare il ferro ed il fuoco, come scrive Platone: nondimeno con piacevoli medicamenti furono altrettanto cari quanto giovevoli a la patria; e la loro somma e reale sapienza fu una salutifera medicina, non solo di Fiorenza, ma di tutta l’Italia, che la preservò da infiniti mali, i quali dopo non molti anni l’occuparono e la tennero lungo tempo inferma; laonde si può conchiudere, che se l’immatura morte di Lorenzo fu cagione della servitù d’Italia, la vita fosse della libertà. Egli fu il sostegno, che tenne quasi ingorgate le barbare nazioni, che da poi l’inondarono con un diluvio d’innumerabili infermità: e se Pericle meritò lode nella peste d’Atene, portata da’ venti d’Etiopia, perchè non abbandonò la cura della città inferma; molto maggiore la meritò Lorenzo, che tenne lontane tutte le pestilenze delle straniere contagioni: benchè per la salute e per l’onor d’Italia fosse più tosto simile a Temistocle ch’a Pericle; chè l’uno difese la Grecia negli estremi pericoli; l’altro, prevedendo tutti quelli che potevano nascer da la guerra forestiera, fu cagione d’una somma pace nell’Italia, e d’una stabile tranquillità.</p>
<p>Nè tanto è maraviglioso il contegno, lodato da Platone, de’ forti e de’ temperati, quanto quello co ’l quale collegò Lorenzo e tenne quasi sospesi gli animi de’ Principi italiani; onde si potrebbe assomigliare a quel nodo o a quella catena delle cose naturali, per la quale si conserva il mondo perpetuamente. Nè fu maraviglia che, dissolvendosi quest’amichevol legame con la sua morte, nascesse subito tanta confusione delle cose umane e divine; tante mutazioni di regni e di principati; tante estirpazioni d’antichissime stirpi; tante distruzioni di nobilissimo sangue, e tanto spargimento di lui nell’Italia e fuori; tante espugnazioni di città, tant’incendii, tante ruine, tante pestilenze; laonde il mondo mutò quasi faccia, mostrandosi assai diverso nella discordia da quello che prima pareva nella concordia. E se fosse possibile imaginarsi mutato il corso de’ cieli e delle stelle, e ’l sole nascer da l’occidente e precipitar nell’oriente; non altrimenti rimarrebbero stupidi gli uomini, di quel che rimasero attoniti per la grandezza de’ mali, vedendo le vergini violate, gli altari spogliati, i tempi profanati, i sacerdoti in servitù, i grandissimi Re e santissimi Pontefici prigionieri. Tanta fu dunque la sapienza di Lorenzo de’ Medici, che parve quasi il motore di questo globo, governato, come alcuni falsamente dicevano, da la Necessità, o, come altri credeva, da la Fortuna, subita rivolgitrice de’ mondani onori: e la prudenza non fu solamente regia, ma simile a quella di Dio; onde nella sua patria seppe comandare a pochi ed a molti, a ricchi ed a poveri, a’ volontari ed a gl’involontari: e questa fu operazione della sua civile scienza. Ma ch’egli comandasse a coloro solamente che d’ubbidire si contentavano, fu azione divina più tosto e degna degli onori divini e d’una gloria immortale. Fu la vita di Lorenzo come una statua, in ciascuna sua parte bella, polita e risguardevole assai; ma nell’età vicina a la morte la sua virtù fu molto più risplendente; e somigliò il sole, ch’avanti l’occaso, per l’esalazione de’ vapori e de’ nuvoli, apparisce maggiore.</p>
<p>Ma poichè rivolse tutte le cose in contrario la mutata fortuna, parve un sole nell’oriente la virtù di Giovanni suo figliuolo, e primo fra’ Cardinali di questo nome; il qual poi eletto Sommo Pontefice e chiamato Leon Decimo, d’altissima parte fece più chiaramente palese la sua virtù; e fu vero medico d’Italia, che dopo la morte del padre infermò gravemente: ma se ’l padre la preservò mentre visse, egli cercò di risanarla; compartendosi in questa guisa fra loro le due parti della giustizia, che sono corrispondenti a le due della medicina; perchè da loro con gravissimi pericoli e con molte fatiche, non la propria grandezza o la vendetta del sangue sparso, ma la salute della patria e l’esaltazione della Chiesa si ricercava. O scienza inestimabile, oh magnanimità veramente cristiana! Chi può dunque dubitare se tutte l’azioni del padre e del figliuolo fossino giuste, poi che furono tutte rivolte a la libertà d’Italia, a l’accrescimento della Religione, a l’estirpazione dell’eresia? Nè so come possa caper nell’animo e nel giudizio d’alcuno, ch’essi pensassero a la servitù della patria; perchè non era ragionevole, nè verisimile, nè possibile, che volessero far libera l’Italia e serva Fiorenza: ed altrimenti facendo, sarebbono stati simili a’ medici degli occhi, e di una parte solamente; i quali, senza purgare gli umori maligni di tutto il corpo, in vano s’affaticano di risanarla, nè danno medicina che non sia pericolosa.</p>
<p>Succedette, ma con intervallo di tempo, a Leone, Clemente; il quale ebbe eguale la prudenza, ma la fortuna assai diversa; però che non sempre le cose prudentemente deliberate si possono recare a gli effetti determinati: ma non fu tanta la varietà degli accidenti, quanta la fermezza dell’animo, nè eguale l’incostanza della fortuna a la costanza della virtù; perciò che tutte le cose al fine furono vinte e superate da la fortezza e da la prudenza della Santità di Clemente, e l’avverse divennero prospere, e le tumultuose quiete, e l’infelici fortunate. Ed in vero, paragonandosi Leone a Clemente, malagevolmente si può giudicare chi di loro meritasse maggior lode; perchè l’uno fu risolutissimo nel comandare, l’altro maturissimo nel deliberare; l’uno ingegnosissimo nel ritrovare i mezzi, l’altro giudiziosissimo nel conoscere il fine; l’uno affabilissimo nell’accoglienze, l’altro gravissimo nell’autorità: ma la virtù di Leone, nondimeno, dopo il pontificato si mostrò solamente nell’avversa fortuna, quella di Clemente nella contraria e nella seconda: e se nella prospera fu uguale a Leone, nell’avversa fu maggiore di se stesso. Laonde a Leone s’inginocchiò il maggior Re de’ cristiani; a Clemente, un Imperatore oltre a tutti gli altri potentissimo, e da cui con solennissima pompa fu coronato, acciò che si conoscesse che niuna ingiuria è così grande, che ’l magnanimo non soglia perdonare. Se qui fosse il fine del mio dire, non potrebbe alcuno dubitare che tanta sia la dignità della Casa de’ Medici, che niun’altra se le possa preporre senza ingiustizia: e se la nobiltà altro non è che dignità de’ maggiori, qual sarà quella che possa chiamarsi più nobile? s’ella è chiarezza, qual’altra luce, o qual altro splendore a questo può agguagliarsi? Tutti errano nell’ombre oscurissime e nelle tenebre della gentilità e del paganesimo, o dell’eresia, coloro che da questi raggi non sono illustrati: e la dignità imperiale medesima, per rispetto a questa, è a guisa di luna che riceve dal sole la sua luce.</p>
<p>Non dee, adunque, tanto vantarsi de’ suoi Re Epiro, o Macedonia, o Sparta; non Francia nè Spagna, o altro antico o nuovo regno; non Germania de’ suoi Cesari e degli Augusti; non Roma istessa degl’invittissimi Imperatori, quanto de’ suoi Santissimi Pontefici può gloriarsi; e con Roma Toscana, della quale niun’altra provincia è più amica a Roma o a Roma più congiunta; anzi Roma medesima, o quella parte di Roma che per l’abitazione del Sommo Pontefice e per la Sede di Pietro è principalissima in Roma, è parte di Toscana. E se Roma ha dato i suoi Duchi a Toscana, ha dato nobilissimi Duchi a nobilissima provincia; quasi grata de’ nobilissimi Pontefici che prima n’aveva ricevuti: laonde niun ponte che per magnificenza fosse edificato sopra il Tevere, tanto congiunge l’una e l’altra, quanto i beneficii e gli onori dati e ricevuti, i pericoli e le guerre comuni, e la concordia degli animi e della Religione ha congiunti que’ Principi con questa Santissima Sede. Quasi tutti gli altri in qualche modo hanno vacillato; i Re di Francia medesimi, chiamati Cristianissimi, occuparono con esercito terribile, e quasi con violenza, questa nobilissima città, e tennero il Pontefice nella sua patria costretto; ma da la Casa de’ Medici niuna cosa mai è stata ottenuta contro la Chiesa, niuna tentata, e, se fosse lecito dirlo, niuna imaginata: niuna se ne può narrar di Lorenzo o di Giuliano, che furono duchi similmente; o di Giovanni, il cui valore fu in vece d’ampissima dignità; o d’Alessandro o di Cosimo, che furono da poi duchi di Fiorenza; in cui non si manifesti l’ubbidienza verso la Sede Apostolica, e la pietà cristiana, la fede non corrotta, e la non contaminata religione. L’imprese di quasi tutti gli altri Principi, le vittorie, i trofei sono oscurati da la disubbidienza, offuscati da la ribellione, o macchiati da l’eresia, o, quasi tocchi dal fulmine delle scomuniche, in qualche modo denigrati. E di ciò potrei recar molti esempi e da la Germania e da l’Italia e da l’altre parti del Cristianesimo, s’io mi curassi l’eterno onore de’ valorosi con vituperevole infamia occupare: ma concedasi a’ nemici il vendicarsi, o a gli offesi il risentirsi, o a gli istorici il dir la verità; pur ch’a me non sia negato di potere a la Casa de’ Medici degni meriti rendere, e con meritevoli lodi pagarle questo quasi debito, o tributo di servitù e d’affezione.</p>
<p>Ma s’io non ho degne parole da commendarla, nè somme lodi da inalzarla, scusimi la stanchezza dell’animo e l’infermità del corpo e l’altezza del soggetto; perciò ch’è cosa malagevole, ed oltre a ciascun’altra faticosissima, aggiunger dignità a le cose degne, e grandezza a le grandi, e splendore a l’illustri. Ma essendo la Casa di questi Principi grandissima, e degnissima, e serenissima; è impossibile che per le mie parole riceva alcun accrescimento di lode. Onde dovrei qui por fine, e stimar, senz’alcun dubbio, ch’alcune delle cose dette fossino a bastanza per solvere ogni contesa di precedenza ch’abbia potuto avere o col Duca di Ferrara, o con altro Principe italiano o straniero: imperò che il risolvere se ’l Ducato possa aver quella medesima pretensione contro la Republica, c’ha il Regno, quasi egli sia d’un’istessa natura, richiede più lunga considerazione per rispetto della materia. Ma, per mio avviso, ragionevolmente a la Toscana, la quale ebbe già titolo di Regno, nuovamente fu dato questo di Gran Ducato, e di Gran Duca al suo Signore, il quale veramente fu grande di nome, grande di fortuna, grande di virtù, e grande per la signoria d’una nobilissima provincia: però questo titolo risplende in lui più ch’in alcun altro; e gli fu dato con assoluta intenzione, come dicono i teologi: e se pur vogliono che sia relativo più tosto, qual altro si può a lui paragonare in Italia, che non sia minore di grandezza, di fortuna e di dignità? se forse, fuor d’Italia, non gli volessino agguagliare le povere solitudini del Moscovita, e le nevi e i ghiacci del Lituano.</p>
<p>Ma qui alcuno desidererebbe, per giunta, la lode del signor Giovanni, del gran duca Cosmo, e del gran duca Francesco suo figliuolo; a la quale io per me non sono atto, perchè ciascuno sarebbe soggetto di lunghissima orazione. Dirò adunque brevissimamente, che Giovanni nacque nobilissimo, sì come colui che discendeva da Lorenzo il Vecchio, fratello di Cosmo, e dal lato materno traeva l’origine Francesco Sforza duca di Milano; e fu nella sua prima gioventù conosciuto per valorosissimo cavaliero della guerra dell’Umbria, ed in quella che fu fatta contro i Francesi per rimettere Francesco Sforza nello stato di Milano, dove Federigo Gonzaga e Prospero Colonna furono giudici del suo valore, o testimoni più tosto, perchè a la sua virtù da tutti i giudici i supremi gradi sarebbono stati conceduti: nel passar i torrenti, nell’espugnar le città, nel prender l’artiglierie, nel romper gli eserciti, nell’uccisioni delle genti barbare, nella morte e nelle ferite de’ capitani nemici, parve un fulmine di guerra veramente; e quantunque egli fusse di corpo fortissimo, nondimeno niuno fu mai nella grandezza dell’animo a l’uno o a l’altro Scipione più somigliante. Ebbe ancora il titolo d’Invitto, quasi co ’l valor della sua persona passasse la vittoria da l’uno nell’altro campo: laonde, come si crede, nè Francesco re di Francia sarebbe stato vinto e prigione, se ’l signor Giovanni non fosse stato prima ferito; nè i Tedeschi e l’altre barbare nazioni avrebber presa Roma, s’egli fosse vivuto più lungamente. Assai fu dunque simile ad Ettore, così nella virtù come nella fortuna; poichè la città Regina del mondo non poteva esser espugnata senza la sua morte. Ma nella fortezza ch’egli mostrò nel morire, superò quella d’Epaminonda o degli Spartani; perciò che niuno mai rimirò con animo così invitto lo scudo che da’ nemici era salvo, com’egli la gamba che per lo terribil colpo della bombarda aveva perduta. Così morì Giovanni nel fior dell’età. O morte lagrimosa a la patria, lagrimosa a l’Italia, lagrimosa a la milizia!</p>
<p>Ma Cosmo, rimaso erede, fu dopo la morte d’Alessandro chiamato a la signoria di Toscana; di cui non si può dire se fosse maggiore la fortuna o la virtù: perchè da l’una con giudizio non indiscreto fu inalzato a quel supremo grado, da l’altra mantenuto; anzi pur l’una e l’altra insieme furono favorevoli a’ suoi cominciamenti, ed egli con prudenza e con grandezza d’animo usò il beneficio della fortuna; laonde non fu questo come gli altri instabili sollevamenti, ma stabile come la sua virtù: tanto può la prudenza aggiunger di fermezza a le cose mutabili per natura! Però moltiplicando le sue ricchezze, accrescendo il numero degli altri vittoriosi, ampliando il suo regno, meritò il titolo di Grande, ed i primi onori nell’Italia e nell’Europa. Fu Cosmo da grandissime sollecitudini occupato; ed in ciò simile a Scipione, nella prudenza del signoreggiare somigliò Augusto, nella giustizia Traiano, nell’altezza delle magnificenze e particolarmente nell’edificar nuove città Alessandro: ma Alessandro con molte vittorie non potè lasciare il regno stabile a’ suoi successori; Cosmo con una solamente stabilì in guisa l’imperio di Toscana, che non gli fu necessario il vincer di nuovo: e Francesco, vivendo il padre, fu da lui fatto partecipe della signoria; e co ’l padre e con gli avoli partecipando della grandezza dell’animo e d’ogni altra virtù, se ne mostrò degno successore, nè meritò meno di alcuno d’esser lodato, perciò che spesse volte non è minor lode il conservar gli Stati nobilissimi che l’acquistargli.</p>
<p>Non accrebber meno di splendore a questa serenissima Progenie le figliuole degl’Imperatori, congiunte in matrimonio co’ Duchi di Fiorenza e co’ Gran Duchi di Toscana: ma questa riputazione fu lor comune con alcuni altri Principi in Italia. Propria fortuna, o propria grandezza della Casa de’ Medici è, il far le sue donne Regine, e dare a gli ampissimi Regni l’aspettata successione.</p></div1>

<div1 n="In morte di Luigi d’Este">

<argument><p>ORAZIONE NELLA MORTE DELL’ILLUSTRISSIMO  CARDINALE LUIGI D’ESTE.</p></argument>

<p>Odi, Ferrara, le voci funeste e dolorose le quali il tuo grand’Eridano va tuttavia amaramente mormorando, intese peraventura da me solo, sì come da colui il quale avendo oggi fra l’oscuro di questo lugubre apparato a favellarti, sono andato più fissamente d’ogni altro qui d’intorno meditando la mestizia e il dolore. Odilo, e se non piangi, dirò ben io che ha Ferrara non pur il nome ma gli animi di ferro. Muore, dic’egli, Luigi Principe; l’alta speranza, l’alto sostegno, l’alto fondamento di queste mura: e muore impensato, e muore immaturo, e muore quand’egli era più degno di vita: e non vegg’io turbarmi il gonfio seno da tumultuoso vento di focosi sospiri, dal cuor del popolo di Ferrara eccitato e commosso? Ed è ben degn’orazione, o Ferraresi ascoltanti, di questo tempo, ed è ben cosa indegna di voi, e di quel devoto zelo di riverente carità che voi dovete a questa Serenissima Casa, sotto gli auspicii della quale siete nati, cresciuti e vissuti sempre in un secol d’oro; e di quell’amor il quale so pur io ch’avete conosciuto esservi portato sempre particolarmente da questo Principe. Ahimè! ascoltanti, ancora con occhi asciutti? senza interrompere il mio dire con querule voci e con un nembo di sospiri? Non vi chiegg’io attenzione, no; chieggiovi lacrime: anzi non le chiegg’io, le chiede il debito di vostra fede, se del debito di vostra fede avete, come tenuti siete, sentimento o conoscenza veruna. Chi non piange in questo giorno, quando e per qual cagione piangerà egli giammai?</p>
<p>Due lumi serenissimi, Alfonso e Luigi, generosi fratelli, quasi Castore e Polluce, risplendeano; segni chiari e propizi a le vostre cittadine o guerriere navigazioni; fide e sicure vostre scorte, per ridurvi sempre salvi e felici al porto della tranquillità. L’un è sparito: e non vi pare d’aver fatta perdita degna di lacrime? Ho vedut’io, quando di verno il Sole, l’uno de’ padri della terra, si fa da lei un poco lontano; ma per rappresentarsele pure novellamente, ma per rivisitarla pure ogni giorno, sebbene con un corto saluto, ma per lasciarsi ogni giorno da lei rivedere, sebbene co’ raggi da le nubi mezzi turbati e disdegnosi; inorridirsi le spiagge, le selve e le campagne spogliarsi il manto verde; e non passare quasi mai ora di tempo, la quale o di rabbioso vento sospirosa, o in nubiloso cielo orrida e lugubre, o di lacrimosa pioggia non sia squallida e mesta. E voi, o Ferraresi, oggi che l’uno de’ due soprani lumi, apportatori delle serenità delle vostre fortune più favorevoli, non pure s’allontana da voi picciol viaggio, ma parte lungi per non far più ritorno; non pure si vela agli occhi vostri fra le nubi d’un breve disdegno, ma si nasconde per non esser mai più da vista mortale riveduto; non pur si ritira da voi per esservi solamente cortese d’un breve giorno e d’una visita breve ogni vegnente mattino, ma se ne vola per non rivenire più mai al vostro cospetto; oggi, dico, oggi potete avere in volto letizia? e potete avere in tutto l’animo altro che pianto, e insieme dolore?</p>
<p>Io, o Principe, signore di questo Collegio, tosto che d’ordine tuo mi fu comandato ch’io salissi in questo seggio per consecrare con questo uffizio a la devozione dell’Academia nostra nel sepolcro il cenere invitto di questo gran Principe, dissi meco medesimo: sarà possibil, dunque, che mia orazione sia udita in morte di Luigi Cardinale da’ Ferraresi? Non già: perchè saranno sepolti i loro sentimenti nel duolo; e fra lo strepito de’ sospiri e delle lacrime la mia voce non potrà già risonare: e vi venni (ve lo giuro) con pensiero di non esser oratore, ma compagno a voi nel pianto e ne’ singulti. Ma forse raffrenate voi ora a forza il dolore, fin tanto che per la rimembranza del valore e dell’opre gloriose di quest’Eroe, perduto oggi da voi, raddoppiati abbiate, poi li sospiri più fervidi e le lacrime più abbondanti, per piangere e sospirare quanto comporta l’acerbità ed asprezza di cotanto avvenimento. Suol bene la memoria, sì come de’ passati affanni ritornar in mente giocondità, così la perdita delle cose care, ritornata nel pensiero, accrescere il dolore; ma sono li meriti così eccelsi, li quali inacerbiscono il perdimento fatto oggi da noi, che stando io povero oratore per favellarne, non aspettate già ch’io ve l’adorni o ve l’aggrandisca; chè non sarà poco, se io ve l’anderò così sparsamente additando.</p>
<p>Nacque il Principe Luigi, tutti lo sapete, lucida stella, inserta nel serenissimo cielo degli Eroi Estensi, il quale girando sia tanti lustri verso di noi, con raggi di caldo amore, con rugiade di giustissima benignità, con aura dolce di prudentissima clemenza, ne fa questa felice e gioconda primavera nella quale hanno vissuto i padri e avi nostri, e viviamo ora noi. Nacque egli di mortal nascimento in questa soprana stirpe, nella quale sei ora tu, illustrissimo e magnanimo Cesare, ramo sorgente, e ramo d’alti frutti, e ramo d’altissime speranze, stirpe chiarissima ne’ pregi della pace, della guerra e del governo. Dissi mortal nascimento, perchè un altro nascimento immortale reca egli più suso a la magnanimità, a la magnificenza, a l’opere grandi. Nacque egli d’alto nascimento, il più legittimo parto ch’egli partorisse mai, della gloria e dell’eroica virtù: e se sapess’io così bene esprimere li suoi pregi divini, come non so certo; egli esser vero figlio della gloria e della virtù, ognuno meco confesserebbe. Quelle opere prime, che da semplice infante senno sogliono germogliando essere presagi della vita avvenire, non vi racconterò io già, chè opre di fanciullo non s’hanno in Luigi, perch’egli non fu mai fanciullo, ma sempre grande, sempre col valore sopra gli anni. Dirò solamente, che in tutto quel corso d’età nel quale fanciulla la ragione e tenero l’affetto sogliono pargoleggiare nelle piume de’ molli o delicati pensieri, in lui si videro faville d’alato ingegno ed impeto d’affetti gloriosi e sì grandi, che a paragone di lui puoi ben tacere, o Atene, la magnanima fanciullezza del tuo sì lodato Alcibiade: al quale, sì come non cedeva di fiorita allettatrice venustà di grazioso volto, sì come non cedeva di soavissimi modi, con li quali egli poteva insignorirsi, ovunque conversava, di tutte le menti e dell’affetto altrui; così non ha egli ceduto d’ampiezza di cuore e di sottilità di pensieri: ma ha ben superato di prudenza, d’opere e di perfezione di consiglio. L’avereste veduto negli anni dell’obbedienza con una voglia svogliata e con un regal disdegno lasciarsi pur far violenza da le leggi di regia educazione, ed apprendere le discipline dell’ornamento dell’eloquenza: le quali sempre tanto più refulsero in lui, quanto con somma eccellenza apprese furono con un animo non curante, custodite e adoperate; laddove ovunque, o i filosofici insegnamenti o le grandezze degli Eroi disegnate nelle carte delli scrittori si sentissero, o ovunque o di soggiogar città o di reggerle soggiogate si favellasse, avidissimo se ne volava; e si è ben veduto nel progresso della vita sua grande il frutto di questa allor nascente elezione.</p>
<p>Non s’ammirino, no, quei tanto celebri, che vivono così negli anni e nelle bocche degli uomini per aver benissimo saputo additare in dottissime carte lo sentiero di vivere eroicamente. Ammirisi Luigi, il quale ha saputo con vivo esempio riponersi innanzi il vero ritratto della virtù incomparabile. Hanno quelli li precetti, ha Luigi li fatti: additano quelli il segno, Luigi l’ha trovato: propongono quelli la mèta, Luigi l’ha conseguita: filosofi di parole sono quelli, e Luigi d’opere è stato. Nutrivasi egli nella tenerezza degli anni a la gloria de’ gloriosi ricordi e dei fatti altrui, gloriosi fin tanto che le forze d’operare gloriosamente prevenute da la vivacità dello spirito sovreggiassero, ed a la sua gloria medesima potesse appoggiarsi. E sì come suol accadere, quando talora vivo fuoco viene rinchiuso in nube densa, che tentando egli tutte l’uscite, e di qua e di là discorrendo, combatte e si raggira, folgora, tuona e lampeggia; così l’anima grande, impaziente di starsene rinchiusa nella picciolezza degli anni, impetuosa in se medesima, mill’aditi a la gloria ricercando, fremea, e in diverse tutte magnanime sebbene immature azioni, allor allora sfavillante si dimostrava. Chè se quel saggio, il quale vedendo li ardori fanciulleschi di quel valoroso Temistocle, che l’oscuro del suo natale rischiarò con immortale splendore di prudenza e di virtù memorabile, proruppe verso di lui in queste famose parole: cosa mediocre non sei per esser tu, o fanciullo! avesse in Luigi veduta questa soprabbondanza di vivezza d’animo, camminante a sì gran passo a le sublimi mète di quei più celebri, che con l’eternità de’ loro nomi hanno fatto le più grand’onte al tempo e a la morte, averia ben detto: cos’umana non sarai già tu, o Luigi! Fu impeto glorioso d’altezza d’animo quello il quale lo rubò giovanetto da gli agi domestici, e nella bellicosa Francia lo trasportò: e giurerei ben io ch’egli aveva conceputo nel pensiero una lunga peregrinazione, per andar ricercando nell’arringo di fortuna, a guisa d’Ulisse, diverse opportunità di fama e di lode immortale.</p>
<p>E so ben io, che chi ha sostenuto intrepidamente e con augusta tolleranza l’asprezze di vita affannosa, come ha Luigi; sostenuto avrebbe non meno d’Ulisse li disagi e le fatiche e l’incertezza degli errori e de’ perigli. E so ben io, che colui che ha superato con animo saldo tante civili tempeste e tante occasioni, e tutte di grandissima conseguenza, come ha Luigi superate; avrebbe non meno d’Ulisse saputo a le procelle de’ mari de’ Ciclopi, a Circe ed alle Sirene involarsi. E so ben io che chi ha vinto se medesimo, e renduti con la benignità a sè volontariamente soggetti tutti gli animi degli uomini, anche i più selvaggi, come ha fatto Luigi; avrebbe non meno d’Ulisse di gloria guerriera: e averiano risonato le cetre degli Omeri, se la prudenza di Dio, reggitrice di tutte le cose, si fosse compiaciuta che di gloria guerriera egli fosse stato risonante, e non l’avesse da quei favori militari chiamato al pregio illustrissimo della sua santa toga. Ma se egli non potè, emolo degli Eroi antichi, portar le insegne vincitrici a’ confini della terra, e con la spada facendosi la via, discorrer le temute provincie; ha ben possuto, emulo del Sole, volare il mondo tutto, non pure l’abitato, ma fin dove non ferì l’aura giammai, o voce umana o penna d’augello, co ’l grido eccelso delle sue magnificenze. Ora sì, che mi si para d’avanti un oceano, vastissimo da solcare con frale e sdrucita navicella di balbuziente eloquenza. Ora sì, ascoltanti, che vorrei essere uno di voi, non già il favellatore come io sono; colpa della mia poca prudenza, che non seppi negare di far quello ch’io non sapea fare. Ma poichè altro non frutta che vil rossore, e il pentimento è intempestivo, seguitiamo pure: e voi a le cose, non al dicitore, attendete.</p>
<p>Promettevano le virtù di Luigi progressi di guerra, da potere ingemmarsene, non meno che da’ fatti de’ Cesari e de’ Scipioni, il monile dell’immortalità: quando Pio il Quarto, pontefice della Chiesa di Roma, uomo grande per lo ministerio dello Spirito Santo, uomo grande per tutte le virtù che possono umanamente conseguirsi, e non meno avveduto nel conoscer gli uomini di pregio che nel riconoscerli, lo coronò della porpora sacra: e se non fosse detto profano, coronò la Porpora di lui; chè certo non meno di splendore egli apportò di quello che ricevette. Venerabile maestà, veder un Principe grandissimo, umilissimo ministro delle divine cose! Vedere in regio aspetto scolpita religiosa pietà, in animo nato a soggiogare i regni e le provincie, devota soggezione al giogo di Gesù Cristo! Seguitemi, vi prego, ascoltatori; e pensate meco, se pur mai (che non lo dico) sospendè lo Spirito Santo gl’influssi suoi divini, e permettè che l’esser promosso a la dignità del Cardinalato fosse tutta opera d’umano trattamento, che non può già dirsi in Luigi: che l’essere eletto a questo grado da Dio, soprammodo risplendente; e il vestir dell’ostro di Santa Chiesa, dignità soprana; e lo starsi in Collegio eccelso a regger molte città (cosa soprammodo eccellentissima); e il sedere nella sublime Sedia di Pietro; e l’esser fatto dispensatore de’ tesori del Cielo; e il desiderio di tutte queste eminenze potessero già allettarlo a procurarsi il Cardinalato.</p>
<p>Era egli di schiatta Serenissima, e per se stesso risplendente di modo, che non avea bisogno di cercarsi lo splendore da parte alcuna. Era egli per se medesimo grandemente riguardevole, e abbondantissimo in tutti quelli ornamenti che sogliono guadagnarsi la riverenza degli uomini. Non mancava a lui l’occasione d’essere ammesso in consiglio a reggimento di molte città. Era di sì raro valore, che non sarebbono a lui mancati i regni che volontariamente l’avessero eletto per loro re. Era, lo dissi già, sì forte e intrepido, che con l’armi averia possuto, non meno che Alessandro il Grande, signoreggiarsi le provincie e i mondi; e sedere, se non nel seggio di Pietro, nel seggio di grandissimi monarchi. Non può adunque giudicarsi che, vago dell’onore del Cardinalato, per esser promosso, studio veruno d’umano consiglio v’interponesse. Ma fu chi propose procura, e concluse violenza; dolce violenza dello Spirito Santo, il quale se poi non l’ha voluto riporre nella Sede de’ Pontefici, ma con richiamarlo immaturo, e con dispiacere universale, alla Sede destinata alla sua bontà eternamente in Paradiso; il misterio è nascosto là nell’infinità della Sapienza d’Iddio, ed è curiosità di pazzo senno il volerne sapere più su. Stiamo pur noi nelle cose passate tra noi di questo Principe: e stupite solo ch’io sappia andarvele raccontando, anzi, per dir meglio, accennando.</p>
<p>Chi non vede che l’opere di Luigi sono state opere di Cardinale fatto da Dio? Facendo Luigi Cardinale, fece Iddio un pubblico ospite a le migliaia degli uomini che, secondo il decreto della sua prudenza, a la sua Santa Città per varie occasioni ricorrono. A quanti letterati facesti, o Dio, allora l’appoggio? a quanti che perivano, il sostegno? a quanti che giacevano nelle tenebre, lo splendore? Chi può annoverare gli uomini che grandi son diventati al servizio di Dio, a giovamento del mondo, perchè sono stati sostenuti, aiutati e favoriti da Luigi? Siami pur lecito dirlo: non può misurare i detti, chi favella di virtù smisurata. Ha fatti più vescovi e più prelati Luigi, che qualsivoglia Pontefice, sollevando e aiutando nella bassezza li loro ingegni, che poi si sono fatti veder grandi e non indegni di quelle dignità, che se non fossero da lui stati nutriti, se ne sariano rimasti abietti, e umili, e col peso del sasso da l’una mano impediti di seguire il volo dell’ali dell’altra. Ora questi tali benefiziati della bontà inenarrabile di questo Principe, chi dirà non esser stati più per opera di lui elevati a quegli onori, che per mano de’ Pontefici medesimi? Niuno stimo io, se non fosse chi, divisando le cose rozzamente, dicesse che frutti il ramo non la radice: se non fosse chi, rimirando con mal occhio nelle cose, dicesse che manda l’acqua il rio e non il fonte: se non fosse chi, male discernendo nelle cagioni delle cose, dicesse rischiararsi il mondo per l’illuminarsi dell’aria, non per lo scoprirsi del Sole.</p>
<p>Padre e protettore è stato Luigi dell’ingegno: e lo sa chi ha veduto nella sua splendidissima Corte il numero grande di professori di tutte le scienze e di tutte le discipline: avess’egli avuto i mondi da compartire e dispensare a benefizio e comodità d’altri, come egli avea in animo beneficenza capace de’ mondi! Non s’adatta ogni martello ad ogni fabro. Si richiedeva la mazza, non la spada, a la fierezza, a la fortezza d’Ercole; e così parimente a la eroica beneficenza di Luigi, i mondi, i mondi bisognavano: poveri strumenti per fabbricare azioni di se medesimo erano a lui l’aiuto dell’ecclesiastiche ricchezze; sebbene queste tante furono che poteva essere invidiato dai maggiori Principi, e sebbene con queste ancora si rese amplissimo, stupendo ed ammirabile a ciascuno. È forse qui ch’io mi lasci trasportare nelle favole e nelle finzioni; perchè nel vero non v’è, onde io possa salire a lo stupore d’una soprumana eccellenza di questo glorioso Principe? Non avete voi certo, o anni scorsi, o lustri, o secoli, fra tutti quei tempi onde solete vantarvi d’altissimi Eroi, e illustrissimi d’ogni più ricco ornamento d’eroico splendore, un esempio sì rilucente d’ospitalità. Alloggiava Luigi con magnificenza tale, con sì nobil risguardo, con sì lodata affabilità, sì caramente, sì affettuosamente, sì benignamente tanti e tanti di tante nazioni, che s’oggi non fossero illuminate le carte da la somma sapienza del Figlio d’Iddio, se non fosse la fortunata Roma rivolta al vero culto della Trina Unità, se non fosse indirizzata a la salute la terrena adorazione del Successore di Pietro: ma, rimirando pur anche col solo lume naturale, fosse intento al divino antico culto, a la prima religione; a Luigi le statue, a Luigi gli incensi, a Luigi le corone, a Luigi i sacrifici; e non a Giove sarieno gli altari dell’ospitalità, ma a Luigi le preci, a Luigi i cuori.</p>
<p>M’avvegg’io, ascoltatori, che mentre vado stringendo le cose in picciol fascio, le propongo a voi molto minori ch’elle non sono: ma poichè meglio non so nè posso, uditele da me così rozzamente adombrate; e immaginatele poi co ’l più sublime concetto che capisce il vostro pensiero. Ne tralascio infinite, per non diminuirle dicendole. Non vorrei però tralasciare di dirvi appresso alcuna parte della magnificenza di questo Principe nel donare regiamente, ch’egli usava; ma non so bene se, favellandone, mi sia per accusarlo o lodarlo. Parlerò teco, o anima grande. Donavi tu, o rapivi tu? eri tu donatore, o usurpatore? Donavi oro, ostro e gemme, e ciò che a te fortuna concedeva: ma che? rubavi intanto grido, fama, gloria; cambio troppo diseguale. Donavi vestimenti, onori, palagi, cose tutte cadenti a l’empito del tempo e della sorte: ma che? ritenevi per te la magnificenza, la grandezza dell’animo, l’eroica virtù; pregi sopra tutti li pregi eccelsi, e pregi divini.</p>
<p>Ma ben era, ascoltatori, il Principe magnifico e grande, che questi pregi ancora, la fama, il grido, la gloria e l’altezza dell’animo, e la magnificenza, e l’eroica virtù averia altrui donato; ma chi era che ricever la potesse? chi v’era in cui capissero? Di niun altro, che di lui medesimo, furono questi pregi propri; propri ad esser capiti da la sola vastità dell’animo suo. E vastità di animo in Luigi l’hai ben ritrovata tu, o fortuna felice, nette proprie azioni sue. Se ne vive egli: ed ecco fortuna ingiuriosa co ’l veleno della sua perversità tentò d’inanimare lo stato suo. Ecco destata da complessione indebolita, non per intemperanza (ch’egli fu sempre temperato), ma dirò fuor d’infermo orribil infermità, che le membra tutte l’oppresse ed impedì. Ma, fiera fortuna e invidiosa, le tue saette non offendono gli animi degli Eroi. Suole in membra inferme starsi l’animo non altrimente che su duro e pungente letto delicata persona, la quale, non potendo ritrovar posa nè di qua nè di là, si ritorce, si dibatte: e l’animo parimente in corpo afflitto punta e ripunta di qua e di là, impaziente rinunzia a l’affabilità, e torcendosi in varie disperazioni, aspro e selvaggio diviene. Ma in Luigi, mirabil cosa a vedere! anima viva in morte membra; anima piena d’affabilissima benignità in membra tormentose; anima nata agl’Imperi, sostener con incredibil pazienza il freno di membra serve e soggette a fastidioso imperio di medica mano: e tutto questo, che cosa lo fa? se non l’avere già tanto tempo, o almeno da che nacque, sopra il mortale l’animo innalzato; sì che da mortal afflizione egli più non potess’essere punto e oppresso.</p>
<p>Da te, o gran Luigi, imparino a credere le maraviglie: da te, o gran Luigi, prenda il senso degli ostinati filosofi la dimostrazione che l’anima sia immortale, e nulla soggetta a le membra terrene: da te, o gran Luigi, s’apprenda la sofferenza; da te la magnanimità; da te l’eccellenze soprane d’anima forte e intrepida. Io, se vorrò seguire i gran pregi tuoi, appressandomi al vivo Sole delle supreme tue dignità, vedrommi, ardendo le piume incerate della mia povera eloquenza, cader a terra incenerito. Imita tu ancora in quella parte, come nell’ineffabile beneficenza hai sovranamente imitato l’alto e incomparabile Iddio, il quale volendo talora di sua vista alcuni de’ suoi più cari riconsolare, detesti li raggi della sua luce infinita, o in nube o in fuoco o in umana figura loro si concedeva d’esser veduto; poichè io non vaglio a capire te nella sommità de’ tuoi divini ornamenti. Diminuisci tu della grandezza tua, e adombra i raggi dello splendore dell’eccellenze tue; acciò che io non m’abbagli, o più tosto non m’acciechi in affissando gli occhi del mio debolissimo ingegno in tanta luce: e consenti che picciola parte delle tue meraviglie io dipinga, se non pittore degno di ritrarsi come Apelle d’Alessandro, almeno devoto pittore, ardente pittore di vivo zelo d’abbozzare anch’io fra tanti simulacri coloriti da maestra mano a gloria tua, co ’l rozzo pennello di questa mia indotta lingua, una sembianza del tuo valore. Maravigliosi noi certo mireremo questo grande Cardinale, se ci rivolgeremo a risguardare qual egli sia stato nelle turbolenze degli affari civili. Non fu veduto mai negli alti negozi più felice intendimento, più avventurata veracità, più saldo consiglio, più risoluta prudenza, e, penetrando nei minori, più gentile mansuetudine, affabilità più dolce, cortesia più singolare. Si riconobbe in Luigi quella concordia la quale è sì rara nel mondo, e si richiede da cui debba navigare il golfo agitato sempre e perturbato da gli affanni della città: io dico la severità di senno matura, congiunta con facil umanità di costumi reali.</p>
<p>Sentite, e imparate prudenza, o ascoltatori. Non vola il Sole, il gran negoziatore delle cose della natura, così frettolosamente al suo proprio viaggio, che non lasci da la prima sorvolante sfera rapirsi alquanto, al certo repugnante, nè tanto si lascia da quella distornare, che non segua pur l’impeto naturale, con tal movimento; e con quest’arte, arte divina imparata da l’Angelico suo motore nel libro fatale della gran sapienza del sommo Provveditore, Dio, diviene felice reggitore del nostro mondo; la cui mercede così bene li bisbigli, tutto il dì iterati per la continua nemistà degli elementi, vengono corretti e regolati di sorte, che in lui veggiamo questa leggiadra sembianza, della qual egli va imitando le grandezze di quel nobilissimo primo mondo, formato nella chiarezza del divino intelletto. Non altrimente Luigi, gran navigatore d’ogni pelago più tumultuoso di qualsivoglia più ravviluppato civile trattamento, che pure si sa in quanti e quanti gradi egli si fosse a tutte l’ore impiegato, avendo sempre a l’esito profittevole e condecente rivolto il pensiero, a questo solo portato da l’impeto d’una abituata elezione, correndo una lodata rigidezza; lasciava però, dove l’occasione richiedeva, trasportarsi a l’affabilità di consentire a le voglie talora pertinaci di chi, più agitato da le cupidità che eretto dal dolore, nel medesimo affare seco concorresse; tutto quello che del diretto non fosse direttamente inimico; tutto quello che, conceduto, non disviasse dal conseguimento di quell’onesto fine al qual esso camminava. E con quest’arte peregrina, imparata da quel sublime ingegno nelle scuole di magnanima esperienza, accadeva che, temperando le dissonanze di tutte le più disordinate e raggirate sentenze, non sol in fine reggeva egli, secondo l’arbitrio del suo sapere, tutte l’azioni nelle quali egli si fosse interposto; ma assoluto signore dell’altrui volere ne diveniva. E s’è egli bene questo celeste privilegio in lui non pure riconosciuto; ma tutti quegli, i quali a beneficio proprio hanno adoperato in qualsivoglia occorrenza il suo saggio e benefico senno. E chi non l’ha adoperato? Ognuno, salvo chi non l’ha voluto. Alcuno non fu già ritardato da diffidenza, perch’egli invitava con la mansuetudine, con la benignità; e più con l’essere larghissimo conceditore a le richieste di tutti gli animi. Chi non l’ha adoperato, è reo di grandissima colpa: ha ingiuriato quella clemenza immensa, e dannificato se stesso.</p>
<p>Ma che parlo? che vaneggio? Lo sa ben Roma, lo sa il mondo, che il più dell’ore era egli ad altri vivuto e non a se medesimo; che chiunque fosse in pericolo di gran naufragio, a quest’aurora sicurissima di Luigi Cardinale fortunatamente rifuggiva. Io ho detto poco, e prendo consiglio di far fine; chè non voglio entrare nell’immenso delle virtù che risplendettero in quell’animo augustissimo, anzi vasto. Non ho orazione o concetti bastevoli ad infinità cotanto immensa, ad immensità cotanto infinita. Non ti sdegnare o illustrissimo mio Signore, che, volentieri confessando la debolezza mia, paghi per quello intero questo poco; poichè a quel tanto ch’io dovrei pagare, non vaglio a pagar più a cotanti tuoi meriti. E giacchè questa degna adunanza della Nobiltà della tua amata Ferrara, la vece della quale io indegnamente sostengo in quest’ufficio, desidera che per la mia lingua ti sia pagato, in segno della riverenza dianzi sempre a te vivente, ed ora pur anche a le tue memorande ceneri dovuta e avuta; ascolta da lei sola questa voce. Ammirabile, ammirabile è stato sempre il Principe Luigi; ammirabile nascendo, ammirabile morendo. Se s’ammira l’intrepidezza d’animo di Catone, il quale avendo della morte deliberato, procurasse con sollecita cura la salvezza degli amici; se Socrate ammirabil’è reputato perchè continuò fino a l’ultimo punto filosofici ragionamenti; se Focione ha così gran grido per essersi fatto con mente così salda incontro a la morte; è ben ragione che s’ammiri Luigi, il quale morendo, per lo beneficio degli amici suoi tuttavia ragionava, consultava e deliberava: e sentendosi pure chiamato dal Re onnipotente Dio a deporre l’eccelsa soma regale della protezione del Regno di Francia, ch’egli sosteneva sulle spalle del suo invitto consiglio, serbò l’importanze commesse al secreto della sua fede, da scuoprirle a quel punto al regio Ambasciatore; chè sarebbe stato il tacerle ruinosa segretezza.</p>
<p>O fede! o grazie divine! In braccio a la morte deliberare con quel senno che appena fanno li più saldi nello stato della maggior tranquillità: in braccio a la morte avvivare li pensieri dell’obligo e della fede: in braccio a la morte antivedere la vita e la felicità de’ regni creduti a la sua cura. Non è meraviglia se a meriti cotanti, sì mirabile feretro di mirabil pompa ha Roma apparecchiato: se a l’onorare dell’ultimo comiato ossa sì venerande sono corsi a gara, e se lo sono riputati a grandezza e decoro grande, tanti Principi romani e Cardinali e Prelati di Santa Chiesa; che non ha nella memoria degli uomini o nelle carte de’ scrittori funebre pompa la più onorata, la più superba, la più sublime. Ma tu, o vedova Francia di questo Eroe, dignissimo delle moli superbe e delle piramidi, s’egli non fosse per sdegnarle come vero Eroe di Cristo, hai bene a celebrare il funerale uffizio, non so se più augusto o più lacrimevole: augusto sì a’ meriti augusti; augusto sì ad augusta virtù; augusto sì con chi fu sempre con ciascuno, e teco particolarmente, d’animo augusto: ma lacrimevole per aver perduto un porto così sicuro de’ tuoi desiderii, un polo così chiaro delle tue navigazioni, un sostegno così saldo delle tue fortune. Sei tu grande per li tuoi Re, per tanti Principi e Baroni, per tanti dependenti da lo scettro tuo. Non mancherà peraventura a cui commetta la protezione tua: ma chi con molta autorità abbia congiunta molta fede, con mirabil prudenza incredibile amore, con alto sapere avveduta sapienza, che ti porti scolpita nel cuore come Luigi, non lo troverai già tu. Tralascio io di raccontar ciò che egli abbia co ’l provido consiglio e co’ fatti eccelsi operato. Ne’ tumulti novelli di questa Provincia ha egli fatto quanto convenuto di fare a fede incorrotta; a divozione non meno amata per interesse, a ragione non distorta per affetto: ha egli fatto quanto è convenuto ad animo Estense, cioè ad animo semideo, invogliato al divino onore. L’averia egli certo dato a divedere al mondo con divinissimo accrescimento della gloria sua, con effetti tutti di sovrana prudenza, di sagacissimo accorgimento, di sollicitissima sollecitudine, se tu, morte, non frapponevi la tua crudeltà; chè così semivivo come egli era, così di tutta la persona impedito, il vivo amore ch’ei nell’animo custodiva verso il suo Re, averia a lui, per finire le difficili vie, somministrato il vigore. Disegnò di correre in Francia: e vi fosse egli corso! come non poteva se non portarle quiete e stabilimento!</p>
<p>A te tante doti dell’animo saggio ed eccelso, le quali di sopra v’accennai, così potenti per ridurre anco al fine desiderato qualsivoglia più turbulente negozio o affare, s’aggiungeva la regal maestà del volto, con la quale persuadeva tacendo, otteneva non dimandando, e solo mirando sforzava e rapiva gli animi altrui. Lo dissero i filosofi, ed i più grandi, che si compiace talor il fattore Dio di vestir anima degna di membra illustri e venerande. Il vero di tal sentenza si discerneva chiaro e aperto nel Cardinale Luigi. Chi ebbe mai più concordevole animo e aspetto degno d’impero? Riluceva il volto della chiarezza dell’animo; e l’anima si rendeva più lampeggiante nella maestà del volto; sì come talora, quando il Sole fiammeggia con la sua luce dorata in preziosa conca, ravviva e riabbellisce il seno di porpora e di perle; e fra la porpora e le perle rende egli più vago l’oro del suo bel lume; e fra quell’oro più risplendenti ne divengono la porpora e le perle. Così pregiato dono, e così gradito, brev’ora oggi ci toglie: e così viva immagine di splendor divino oggi ingombran le nubi della morte: e pianta produttrice di così degni frutti a tanto beneficio del mondo il fiero Borea della fatale necessità oggi sfronda, stirpa e divelle.</p>
<p>Infelicissimo stato, o ascoltatori, è lo stato della vita umana. Un sereno instabile e dubbioso sono li favori fattici o da fortuna o da natura; poca nebbia ce gl’ingombra. Va d’intorno il tempo inesorabile rotando l’avido ferro della sua voracità, aguzzato a la rigida cote dell’immutabilità de’ fati; e recide nel mezzo le gioie e le speranze degli uomini. Penetra egli non pure là nelle capanne de’ bifolchi avvolti nelle durezze delle fatiche e dell’asprezze de’ disagi, ma nelle regie de’ Principi; e miete o in erba o mature, a suo talento, le vite loro. Penetra egli là nel mezzo dell’armate schiere, e degl’Imperatori cinti del ferro d’innumerabile esercito, assale, uccide e disperde; e la severità di cotanto imperio, stabilita negli annali dell’Eternità, è inevitabile a chiunque va vestito del frale di questa terra. Moriam nascendo, disse quel Saggio: e disse bene. Ma non sono io già concorde nella sentenza con quello che loda la morte come fine d’oscura prigione, come porto delle miserie, come tramontana de’ naufragii di questo mondo. Dura legge è questa, o ascoltatori, del morire: legge crudele, legge spietatissima. Lo dicono le Sacre Carte per la veracissima mano dello Spirito Santo, e ineffabile d’Iddio. Fece la divina Bontà, allora quando formò e dipinse questa bella sembianza delle bellezze del Paradiso, la qual noi mondo addimandiamo, l’uom ripieno di tutte le grazie, a cui diede soggette e servitrici tutte le creature. Maturava a lui la mèsse in campo non coltivato, e pruduceva a lui le frutte soavissime e odorate spontaneamente, non tocche mai da silvestre mano d’agricoltore. Fu l’uomo, in somma, allora da ch’egli fu creato, riposto da Dio benedetto benefattore tra le delizie, come lungi da le gravezze e da gli affanni della mortalità, e sicuro da la falce della morte. Peccò la vile donna e l’uomo. Di subito entrò la morte in campo, come punitrice della trasgressione: per tanto, non della bontà di Dio, come tutte l’altre leggi onde il mondo è governato; ma legge di morte, ch’è legge dell’ira di Dio; aspra legge, malnata legge, rigida legge, e tanto più obliqua e crudele, quanto più indifferente. Loditi pur, o mostro nefando, chi ti vuol lodare perchè adegui l’umane disuguaglianze. Anzi a me dispiaci tu; chè mi par ella pur troppo dura cosa e cosa troppo dannosa, che muoiano sotto l’istessa legge universale di ciascun altro, e sovente anzi tempo, quelli da la cui vita dipendono le vite d’infiniti. Anzi ho stimato io, ascoltatori, che l’un de’ modi di providenza, nell’inaccessibile altezza della divina Bontà, siano gli uomini soprani, li quali co ’l tempo, e co ’l consiglio, e con l’esempio di santa vita, e con l’opere della virtù, sono li pastori degli altri, e reggitori di guidarli per la via della salute. Ora, che a questi tali di vita sì fruttuosa, egualmente come a gli altri della schiera popolare, non perdoni la morte, mi risembreria (umiltà mi perdoni) temerario adeguamento di disuguaglianza, se non fosse che troppo sono profondi li misteri del consiglio di quello Uno e santissimo Senato della Trinità onnipotente.</p>
<p>Ma l’ire di Dio son ire di bontà, di salute: li decreti di Dio sono decreti di giustizia e di pietà; sebbene sotto contrario manto si danno a divedere a l’occhio delle nostre menti, lippo e infermo; e se da l’un lato rassembra inquieto il privare quaggiuso li popoli interi di guida e di sostegno con la morte d’uomo eminentissimo e soprano; da l’altro lato il privare lungo tempo l’uomo soprano della meritata corona della celeste felicità, sarebbe peraventura effetto di barbaro e tiranno reggimento. Errai io, ascoltatori, a poner così baldanzosa la lingua in cielo. Egli è convenevol cosa umiliare la superbia de’ nostri vaneggiamenti a la sapienza di Dio, e stimare che non senza profittevol pensamento del prevedere, questa morte così dolorosa, oggi accaduta nella persona di cotanto ammirabil Principe, sia accaduta. Egli è ben vero ch’io non voglio vietarvi il dolore. Doletevi solamente tanto, e lacrimate solamente tanto, che sia il vostro dolore, siano le lacrime vostre dolore e lacrime non di disperazione, ma d’amore. Doletevi di Luigi morto perch’amaste Luigi vivo; e così vi dorrete quanto è lecito, contraponendo la perdita che voi avete fatta di lui, ogni volta che rivolgiate l’animo, a tanto bene venuto a lui per la partita ch’egli ha fatta da voi. Lacrimate, dunque, e doletevi; ma sia mescolato co ’l dolore di questo effetto di carità, non dolor ostinato, ma dolor consolato. Sta egli, lo vegg’io, in quella guisa che nel fiorire, che si vede presente, si riconosce di lontano il maturare del pomo, favorito da le rugiade e da’ raggi temperati del Sole. Lo rivegg’io ora, e lo rivedete voi parimente, rimirando dietro nell’opere sante e divine le quali egli ha operato, mentr’è vissuto in questo mondo, ch’egli se ne sta nel Paradiso, fra gli altri divi, in seggio felice, là presso a Dio. Altro di lui non abbiamo perduto, che la vita e la voce mortale. Egli di lassù, con occhio immortale, risguarda e rimira pietosamente li nostri errori e le nostre turbolenze: però giurerei ancora, ch’egli sovente, con quella muta favella che s’usa là fra quell’anime felicissime, faccia di noi parole seco medesimo: e se potessero le sue voci divine esser intese da noi, scenderebbe egli talora (tanto ci ama!) a favellar con noi. Ma volete voi divenire intendenti di quella beata eloquenza, e potere da questo amatissimo Principe ricevere e render a lui amorosi ragionamenti? cercate di farvi, con l’imitazione dell’opere di lui, cittadini dell’istessa città. </p></div1></body></text></TEI.2>
