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      <title>Relazione di Francia di Alvise Mocenigo</title>
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      <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
      <pubPlace>Roma</pubPlace>
      <date>2005</date>
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        <title>Relazioni di ambasciatori veneti al Senato : tratte dalle migliori edizioni disponibili e ordinate cronologicamente</title>
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        <author>Firpo, Luigi</author>
        <publisher>Bottega d'Erasmo</publisher>
        <pubPlace>Torino</pubPlace>
        <date>1965</date>
        <note>Il settimo volume va dal 1659 al 1792.</note>
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                      responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
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<div1 n="Relazione di Alvise Mocenigo.">
<opener><salute><hi rend="italic">Serenissimo Principe</hi>, </salute></opener>
<p>Per chiudere colla più esatta rassegnazione il ministero addossatomi d'ambasciatore al Re Cristianissimo, per ubbidire alle venerate 
leggi, e seguire le più lodevoli consuetudini, mi onoro di rassegnare, 
in tributo di profondissimo ossequio alla Serenità Vostra, questa succinta raccolta di lumi procuratimi durante la mia permanenza in Parigi 
per il corso di quattr'anni quasi compiti. </p>
<p>Il grand'oggetto del pubblico venerato servizio, che tutte ha in sé 
raccolte le mire dell'umile persona mia e le disposizioni de' mediocri 
talenti miei, sarà il solo che regnerà in questa relazione per accennare, e del materiale del Regno, e del formale della Corte di Francia 
quelle sole cose, che possono essere di lume e di giusta curiosità dell'eccellentissimo Senato. </p>
<p>L'antico e nobile Regno di Francia, che nel vasto giro di 2 mila miglia comprende molte città illustri e grandi, nutrisce milioni d'uomeni, che per buona taglia, per ingegno vivace, per temperamento 
tutto di fuoco, e per coltura d'arti e di scienze costituiscono una delle 
più potenti e gloriose nazioni dell'universo. </p>
<p>Nacque in seno a questo la seconda epoca dell'impero Cristiano 
con la coronazione di Carlo Magno, la di cui discendenza avendolo ben 
presto lasciato passare nella Germania, trasse l'origine quella forte gelosia, che tuttavia corre fra queste due nazioni, senza che né la più 
favorevole, né la più avversa fortuna abbiano, sin'ora, potuto estinguerla. Quindi furono sempre acutissimi, ed ora più che mai lo sono, 
quei forti stimoli, che spronano il Regno di Francia alla guerra, e che 
nutriscono l'indole bellicosa della sua nobiltà, il di cui maggior numero 
costituito da cadetti non riconosce quasi appanaggio, che dalle dignità ecclesiastiche, e dall'armi, limitatissimo essendo quello delle cariche civili 
nei Parlamenti. </p>
<p>Dopo rassegnate le notizie sopra l'antichità del Regno, passerò 
ad informare l'eccellentissimo Senato dell'altre due prerogative, che 
definiscono la nobiltà del medesimo, vale a dire la ricchezza e la forza. </p>
<p>Le rendite annuali del Regno montano, in circa, a duecento sei milioni di lire di Francia, che con il ragguaglio presente alla moneta nostra 
di Venezia importano sessanta sei milioni e mezzo di ducati correnti 
all'anno. Somma sì riguardevole viene quasi pareggiata dalla 
distribuzione generale della spesa, come Vostre Eccellenze potranno distinta-
mente rilevare dal conto, che qui annesso m'onoro di rassegnare. 
E però chiaramente apparisce, che a riserva di qualche somma, che nel 
regio tesoro rimanesse stagnata da vantaggiosi profitti raccolti dall'ultimo defonto Reggente, tutto il grave ed estraordinario peso della 
guerra d'oggigiorno non può riconoscere altra sorgente, che l'ipoteca 
dei regî fondi, già vincolati altre volte, e da pochi anni in qua in parte 
liberati con la pacifica economia del cardinale di Fleurj primo ministro. 
Venti e più anni di pace (che non la vide da secoli sì lunga quel Regno 
fertilissimo ne' suoi raccolti, abbondantissimo di commercio, industriosissimo, ed in oggi moderato assai nelle spese di puro fasto) non hanno 
potuto concedere l'intera estinzione delle obligazioni contratte nell'ultima passata guerra. </p>
<p>Abbenché siano rimasti estinti molti e molti milioni, che dall'industria de' ministri, e dalla necessità del Regno erano stati con manifesto 
arbitrio ridotti in carta a grave pregiudizio di non picciolo numero 
di famiglie; molti depositi sussistono ancora, sopra de' quali annualmente pagansi dall'erario regio, in conto di prò, quasi cinquantacinque milioni di lire di Francia, cioè poco meno di nove milioni di ducati con tutto che più d'altrettanti ne siano stati affrancati sin'ora. 
E posso ben assicurare l'eccellentissimo Senato per tutte le cognizioni 
che ho potute raccogliere in quella Corte; che di tutti gl'altri potentati e governi, non potrebbe assegnarsene uno solo in Europa, il quale 
oggidì si trovasse a miglior condizione nella sua economia. </p>
<p>Per la Corte di Francia, come per tutte l'altre, non vi è che la buona 
fede del Ministero, e l'opulenza de' popoli, necessaria conseguenza del 
commercio, su di cui si possa calcolare per fondo vero e fecondo della 
guerra, e questa, secondo tutte le apparenze, ivi è più che altrove ben 
stabilita e sicura. </p>
<p>Chi non ha in mente il gran numero di piazze reali, fortezze, e castelli, che tiene sempre presidiati la Francia, sia negl'estesi confini, sia 
nell'interno medesimo delle vaste sue provincie, malagevolmente potrà 
persuadersi de il gran numero di milizie, che con piano fisso vengono 
sempre mantenute da sessant'anni in qua, anche in tempo di pace. </p>
<p>Questa milizia si distingue in milizia di terra, e di mare. La prima 
si compone da truppe regolate e da truppe a guisa di cernide, che sono 
coltivate e predilette a segno, che ad ogni minimo cenno vi è concorrenza fra loro per entrare nel servizio, e niuna cosa è più facile in quel 
Regno, quanto il porre centomille uomini insieme di tal sorte di gente, 
a cui quando s'aggiunga una campagna d'esercizio alla disciplina, che 
di tempo in tempo se le dà, riescono buone truppe, ugualmente per sostituirsi nelle guarnigioni, che per comparire in un esercito in campo. </p>
<p>Il piano di truppe regolate in tempo di pace suol essere: d'infanteria, il numero di centoventi milla uomini, di dragoni ottomilla, di 
cavalleria venticinque milla, onde, comprese le guardie del Corpo ed 
i reggimenti d'artiglieria, montano in tutti al numero di duecento e 
venti milla. E questo in tempo di guerra secondo le congionture si 
accresce, o compindo i battaglioni ed aumentando i squadroni, o formandone de' nuovi di pianta, i quali poi sono soggetti colla pace alle 
riforme. </p>
<p>Vi è poi un altro corpo di milizia rispettabile, e numerosa, che non 
si muove se non nel caso, che il Re in persona marchi in campagna, 
e ne' casi di maggiore importanza, e si chiama <hi rend="italic">Le Band</hi>, e l'<hi rend="italic">Arriereband</hi>. 
Egli è composto di tutta la nobiltà del Regno, che possede beni feudati, 
come generalmente sono quelli di Francia, ed ogni uno di questi gentiluomini conducendo seco a misura de' suoi feudi buon numero d'uomini 
d'arme, vengono poi a costituire un Corpo d'Armata, che, nelle maggiori 
estremità, fu sempre il sostegno della Francia, e ciò più assai per l'apprensione e rispetto, ch'ha dato sempre agl'inimici, che per le grandi 
azioni da lui eseguite. Imperocché tutto il valore ed il fuoco di quella 
nobiltà non è sempre sostenuto da quella esatta disciplina, che può 
assicurare agli eserciti i più fortunati successi. </p>
<p>La milizia da mare comprende ugualmente truppe regolate e proprie per combattere su le navi e sulle galere, e tutta la marinareccia. 
Questa vien coltivata con tal ordine, che di rado ponno mancare i marinari per coprire abbondantemente una flotta numerosa con tutta la 
sollecitudine. Tanto ne' porti del Mediterraneo, quanto dell'Oceano 
osservasi religiosamente la legge di tenere il registro di tutti i marinari 
del Regno, e di tenerli tutti all'obbedienza del Re per tutto il corso 
della loro vita, sia in guerra, sia in pace. </p>
<p>In tempo di guerra servono su le flotte, di cui è grande ammiraglio 
il conte di Tolosa, figliuolo legittimato del Re Lodovico XIV, ed allora sono pagati dalla cassa regia, come appresso tutti gli altri potentati. </p>
<p>In tempo di pace servono sulle navi mercantili, mercecché in quel 
Regno ogni mercante, che voglia formare l'equipaggio delle sue navi, 
è obbligato non solo di prendere tutta l'officialità della nave dalla sua 
nazione, ma di prendere almeno due terzi di marinari francesi ed un 
terzo di forastieri. </p>
<p>A questo fine ricorre il mercante all'officio della marina, da cui gli 
vengono assegnati i marinari ed officiali, che vengono pagati dal capitano e mercante per tutto il tempo che servono sopra il suo bastimento. Ma in qualunque disgrazia che potesse accadere a' marinari, 
o per naufragio, o per schiavitù, gli ordini sono dati a tutti i consoli, 
per raccoglierli, riscattarli, provederli, e somministrar loro danari e 
mezzi per ripatriare a spese del Re. </p>
<p>In oltre godono i marinari francesi altri considerabili vantaggi, e 
sono l'avanzamento, o sia ottazione di grado in grado, tanto quando 
servono su le navi del Re quanto allorché servono su le mercantili, e 
ciò perchè su l'une, e su l'altre vi sono collocati dalla mano dell'officio 
stesso della marina. Ognuno di loro, che sfortunatamente per ferita, 
o per infermità, o per etade ancora rimanga inabile al servizio, gode 
per il rimanente de' giorni suoi la mezza paga, e perseverando nell'infermità, viene raccolto negli ospitali regî. E tutto ciò ugualmente 
servendo, o nella mercatura o nella guerra. Ecco onde si produce quella 
grande affluenza di marinari all'armo delle flotte francesi, nelle quali 
si preferisce di gran lunga il numero d'essi, a quello de' soldati addottrinati dalla propria sperienza, e da quella di tutte l'altre potenze 
marittime. Né creda la Serenità Vostra, che con tal metodo, anche in 
tempo di pace, resti mai gran numero di marinari inoperoso ne' porti 
della Francia, imperocché, oltre le navi del Re, che si tengono armate 
anche in tempo di pace, ora più, ora meno, ed oltre le numerose navi 
che commerciano al servizio della Compagnia delle Indie, tanti sono 
i bastimenti mercantili, che piuttosto occorre sempre a' mercanti condurne de' forestieri, che per lo più vengono anche naturalizati nel paese 
per godere de' vantaggi della marinareccia francese; ed è in tal maniera, che, senza considerabile aggravio del Re, egli ha sempre proveduti di esperti marinari le sue flotte in tempo di guerra, risparmiando 
con questa lodevole istituzione tutte quelle rilevantissime summe, che 
molte altre potenze sono costrette a profondere nelle urgenti necessità 
d'armare senza potersi promettere di conseguire l'ottimo servizio da 
gente tutta nuova e colletizia. È anche osservabile, che questi marinari 
essendo quasi tutti della nazione o naturalizati almeno, sono anche 
impegnati con più fedeltà combattendo e servendo per la Patria, per 
i beni, e per le loro proprie famiglie. </p>
<p>La milizia da mare va su lo stesso piede con quella di terra e costituisce alcuni reggimenti, che portano il nome di guardie marine. Servono queste ugualmente sul mare, e per terra come l'occasione lo ricerca, ed in tutti gl'incontri hanno dati saggi di singolar valore, e 
d'ardire ne' più disperati cimenti. Da' porti del Mediterraneo, e da 
quei dell'Oceano può la Francia oggidì con facilità e sollecitudine formare una flotta di trenta e più buone navi da guerra, come ho potuto 
raccogliere da più diligenti esami. </p>
<p>Per quello poi che riguarda la distribuzione delle cariche nell'armata navale, osservasi dalla Corte di Francia un metodo semplicissimo 
naturale, che non aggrava molto l'erario per la moltitudine e varietà 
de' stipendî. Dal corpo delle guardie marine, vengono scelti gl'alfieri, 
da questi i tenenti delle compagnie, e dai tenenti i capitani, che comandano le navi. Dal corpo de' capitani scielgonsi i capi squadra, 
e da questi i tenenti generali, che passano poi ad essere marescialli. 
Uno di questi marescialli da mare ha il titolo di viceammiraglio, a cui 
s'appartiene il supremo comando, ogni volta che manchi il grand'Ammiraglio. </p>
<p>Oltre le navi potrebbe avere ancora la Francia con somma facilità 
quindeci, o venti galere, se ne facesse qualche conto, sul mare. Con tutto 
ciò negl'ultimi anni della vita di Lodovico XIV come la marina decadette molto in Francia per essere un'aperta voragine di soldo, così 
da quel tempo in qua tanto gli arsenali della Provenza, quanto quelli 
della Bretagna non sono più in quel fiore, in cui erano stati condotti 
ne' tempi fortunati di quel Regno. Con tutto questo le loro navi sono 
sempre di perfetta e robusta struttura, del pari con quelle d'Inghilterra, né vi ho scoperto altra differenza da quelle si fabbricano nell'arsenale di Vostre Eccellenze, se non che non sono di bordo sì alto, né 
di tratta simile. </p>
<p>Un altro gran punto, a cui ho fissate le mie applicazioni, si è il commercio, che in oggi fiorisce molto in Francia, da che i mercanti vi sono 
prediletti, favoriti, ed onorati ancora, e ch'essi formano un corpo rispettabile quasi in ogni città. </p>
<p>Essi occupano, o come principali, o come interessati, gran parte 
del commercio di Levante, e buona parte ancora dell'Indie Occidentali. 
Essi vi trafficano assai: ma vorrei dire, che ostentano infatti più vantaggi 
di quelli, ch'essi ne ritraggono ne' tempi presenti. </p>
<p>Comunque sia, il negozio fa fiorire le manifatture del Regno tanto 
più che l'universale della nazione, prevenuto in favore della sua propria 
abilità apprezza sempre più l'opere sue, che le straniere, ed ha la buona 
sorte e la cautela di persuaderne ancora l'altre nazioni. </p>
<p>I dazi sono tutti appaltati, e quegl'impresari godono una specie 
di sovranità nelle loro ispezioni, appoggiati sempre dal braccio regio 
senza distinzione di persone. Infatti è cosa comune il vedere i partitanti arricchirsi in momenti, e talora soggetti ancora a revisioni fatali, 
dalle quali tentano di sottrarsi, prendendo alleanze colle case potenti 
e nobili, mediante ricchissime doti. </p>
<p>I ragionati loro, che chiamano commessi, sono eccellenti nel conteggiare sopra quelli d'ogni altro paese, e vi ponno anche più facilmente 
riuscire per la chiarezza colla quale si tengono i libri pubblici. Il Re 
non ha che una cassa sola, ove tutto entra e donde tutto esce. Così 
propriamente si può dire non esservi che un solo libro, su di cui si registrano di confronto tutte le partite del dare e dell'avere. Questo viene 
formato da due altri, uno dei quali contiene tutto ciò che deve annualmente entrare, ed a confronto ciò, che di tal ragione è entrato. L'altro 
contiene tutto ciò, che deve annualmente uscire, ed a confronto ciò, 
che di tal ragione è uscito. Ogni appalto, ed ogni ufficio ha poi i libri 
suoi particolari, de' quali le somme si riportano ne' primi due, e da 
questi nel libro maestro, di tre mesi in tre mesi immancabilmente. 
Così è che in brevi momenti formano i loro bilanci, rischiarono i loro 
sospetti, rimosse da questa chiarezza e facilità tutte le frodi, ed i sbagli 
de' ministri inesperti e maliziosi. </p>
<p>Nel mio ingresso alla Corte, trovai che il Regno di Francia era 
governato, per così dire, dispoticamente dal primo ministro il cardinale 
di Fleury, già escluso affatto dal governo il Duca di Burbon, e seco 
lui tutti i Principi del sangue tanto legitimi, quanto legitimati. </p>
<p>Questo distinto ministro era riuscito a persuadere al Re, che sempre 
il suo trono non aveva avuti maggiori nemici de' Principi del sangue; 
che ritraeva egli forti argomenti dall'età passate, e ne raccolse di più 
forti ancora da que' momenti che il Duca di Burbon tenne le redini 
del governo. Dirò ancora alla Serenità Vostra ed a Vostre Eccellenze 
che, oltre queste ragioni, s'aggiunse per determinarvi la Maestà del Re 
Cristianissimo, anche quel pieno possesso, che si è acquistato il Cardinale, della mente e del cuore del Re. </p>
<p>Infatti suo precettore dalla più tenera età, celebrato per dottrina 
fra i più letterati, annoverato per integrità di costumi e per una inviolata probità fra le persone le più dabbene, ed ornato d'una sincerità e dolcezza incomparabile, non poteva meritar meno, che la piena 
fiducia del Re suo patrone, l'approvazione di tutto il Regno, e l'ammirazione di tutta l'Europa. Questo complesso di grandi e lucide virtù 
non puote però sottrarlo alla gelosia del partito de' Principi del sangue, 
i quali per colorire con qualche specioso pretesto i loro particolari dissapori, ingrandirono molto la parsimonia del cardinale che infatti non 
piegò mai soverchiamente a farsi creature con la generosità, anzi preso 
di mira l'interesse del Re, e propostosi d'estinguere i vasti fondi obligati per le guerre sostenute in passato, andava restringendo a più potere 
tutte le spese di solo fasto e molte ancora per qualche apparenza convenienti. Con questo lodevole oggetto, egli accarezzava la pace, come 
quel solo stato, in cui poteva vedere effettuati i suoi disegni. Ma questa 
tanto più feriva il gran numero de' cadetti, disobbligati dal restringimento delle pensioni, e dall'allontanamento della grande sorgente 
degli onori e de' vantaggi, ch'è la guerra viva. </p>
<p>Infatti dicevasi apertamente, ch'egli sacrificasse tutto alla pace, 
sino l'onore e la gloria del Re e di tutta la nazione: naturali conseguenze 
d'una troppo esatta economia. </p>
<p>Egli nonostante, come veramente grande in sé stesso, e superiore 
ad ogni altro, non veniva punto commosso da tutto quello si potesse 
dire di lui, sia nell'interno del Regno, sia della Spagna, troppo facile 
a promettersi vantaggi dalle rivoluzioni militari, ed averebbe perseverato tuttavia con le medesime direzioni se l'età sua avanzatissima, 
indebolita da que' incomodi, che sono alla medesima inseparabili, e 
principalmente nella viva premura di far grande il guardasigilli signore di Chauvelin, non l'avessero condotto a sollevarsi dall'intero 
peso, ripartindolo con questa creatura sua. </p>
<p>Quindi abbiamo veduta alterata nell'anno decorso la grande massima pacifica del cardinale, ed in tale maniera aperto l'adito al guardasigilli d'assicurare la propria fortuna promossa così favorevolmente dal 
suo principale. Questo nuovo ministro, che per estrazione non è più 
che semplice gentiluomo, incominciò a presentarsi al mondo nella 
robba col titolo di presidente a Mortier, nel Parlamento di Parigi, 
donde passò ad essere guardasigilli, mediante la protezione del cardinale di Fleury, procuratagli da Madama di Verrua, madre della Principessa di Carignano, la quale altre volte era molto più di quello ora sia 
nella grazia del signor cardinale. Indi giunse ad essere ministro di Stato 
per gl'affari stranieri, unendo questo all'altro officio, cosa veduta per 
la prima volta nella persona del signor di Chauvelin, che da lunga 
mano ha saputo preoccupare in suo favore lo spirito del cardinale 
di Fleury, con le maniere tutte le più insinuanti, e non uniformi al suo 
temperamento, che inclina all'elato, amando che tutto pieghi sotto di 
lui. Non si è però veduto ancora mal usare della sua grandezza, anzi 
non ambirla, né procurarsi vantaggi, che per darsi campo più spacioso 
a beneficare, e ad inalzare quei che non osano competerla con lui. 
Soleva egli dire, che niuna altra cosa l'inquietava tanto, quanto il 
vedere il cardinale nell'età sua avanzata opprimersi dalle fatiche, 
senza poter egli sacrificarsi in sollevarlo. Ch'egli più volte averebbe 
voluto offerirsi a lui, ma ne fu sempre trattenuto dal timore, che il 
signor cardinale attribuisse ad interesse ciò che non era che un puro 
effetto d'amore e di tenerissima riconoscenza. Io non voglio niente 
diceva egli; io non sarò mai niente dopo di Voi, che già non saprei 
essere senza di Voi. </p>
<p>Con queste fortissime espressioni, a cui corrispondettero fedelmente 
le azioni e le attenzioni del signor di Chauvelin, restò talmente convinto il cardinale, che non dubitò di dire egli stesso al Re, non esservi 
persona, che dopo la sua morte vaglia a meglio servirlo, quanto il signor guardasigilli, ed è molto universale dall'apparenze, che il Re 
ne sia persuaso, e che niun oltre questo, abbia a succedere al signor cardinale. Tanto più ch'egli ha avuto ingegno, e sorte bastante per conciliarsi l'affetto de' Principi legittimi del sangue, e per riconciliarli col cardinale istesso. In tale maniera egli si è non solamente tolto il più forte 
ostacolo al suo stabilimento, ma se n'è fatto un validissimo appoggio, 
valendosi opportunemente delle congionture favorevoli. </p>
<p>Coll'aprirsi di primavera nell'anno 1732 fu egli dichiarito associato 
nel Ministero al signor cardinale, e per così dire accennato per suo successore. </p>
<p>Infatti molti avevano creduto allora indicato il ritiro intero del 
cardinale molto avanzato in età, ed aggravato dagli affari di quel vasto 
Regno. Ma questi, e tutti gl'altri privati riguardi non potevano bilanciare nel cuore del gran cardinale il vivo e tenerissimo affetto, ch'egli 
ha per il Re suo Sovrano, da esso lui amato a guisa di vero figliuolo, 
da cui non potrà mai staccarlo che la sola mano suprema dell'Onnipotente, come più volte s'espresse meco. 
Non fece dunque il signor guardasigilli, che sollevare il cardinale; 
peraltro non passano affari per le sue mani, senza ch'egli se ne rapporti 
intieramente al parere del suo principale, e non dispone, se non in 
quanto il signor cardinale rimette le cose al suo giudizio. </p>
<p>Dopo di lui vengono gli altri tre ministri di Stato, e sono il signor D'Angervilliers, che presiede agli affari della guerra, il signor Maurepas 
agli affari della marina, ed il signor d'Ory controleur generale, vale 
a dire presidente alle finanze del Regno. Dalle conferenze di tutti e 
quattro riassume il signor di Chauvelin le cose importanti, le comunica 
al signor cardinale, rimettendo poi le altre al Consiglio di Stato, dove il 
signore di Chauvelin le propone. </p>
<p>Così risulterà alla Serenità Vostra ed a Vostre Eccellenze, che la persona del signor guardasigilli è il gran canale per tutti gli affari 
d'importanza che ponno vertire nella Corte di Francia. Infatti non posso 
esprimere quanto egli sia universalmente coltivato da tutti i ministri, 
da' Principi, e quanti riguardi abbiano tutti per lui. Il suo debole è 
l'onore, né sarebbe da dimenticarsi l'usar seco di tutte quelle testimonianze, che vagliano a dimostrare la pienissima stima, che si fa della 
sua persona. Quest'è la via per renderselo favorevole, e col di lui favore non manca quello del signor cardinale, e si ottiene quello del Re. </p>
<p>Questo giovine Monarca è ben fatto nella sua persona. Ugualissimo 
nelle sue maniere: senza alterigia, e senza familiarità; ottimo marito; 
ed il miglior Re del mondo, per la scelta così prudentemente fatta de' ministri, che governano i suoi Stati con fortezza ugualmente e con soavità. Egli non ha mai dati saggi sin'ora d'essere soggetto a passioni 
violente, né il signor cardinale prova molta fatica nel condurlo a quelle 
cose, che gli convengono; e come il temperamento della Maestà Sua 
non permette fare pronostici dell'avvenire, credo per tal ragione miglior 
partito accertare l'eccellentissimo Senato, che solo dopo la morte 
del cardinale potrà essere osservabile il momento per formar giudizio 
di un tal Principe. </p>
<p>La Regina è una principessa, che la Providenza ha ornato delle 
doti più riguardevoli nell'interno e nell'esteriore della sua persona per 
farla degna dell'amore del Re suo sposo, e della venerazione di tutti 
quelli, che hanno l'onore di conoscerla. Ell'è dolce ed affabile con 
maestà. Ella si è sempre contenuta per non entrare negli affari del 
Regno, se non nell'ultima congiontura di rimettere sul trono della Polonia il Re Stanislao suo padre, e si può dire entrandovi con altretanta 
riserva, con quanta convenevolezza in un affare, che la toccava così 
da vicino. Infatti ella può riguardarsi come il motivo prossimo negli 
affari, che agitano presentemente tutta l'Europa: e non dubiterei 
d'assicurare la Serenità Vostra, che senza le brevi, ma calde istanze 
della Regina, il cardinale si fosse mai condotto ad aderire alla guerra. </p>
<p>Del resto della Casa Reale, cioè de' principi legitimi del sangue, 
e de' legitimati non parlo, perché questi non hanno parte, e forse non 
l'averanno più durante la vita del Re (che Iddio lungamente conservi) 
negli affari di Stato. </p>
<p>Passo immediatamente alla seconda parte, che riguarda il rassegnare 
all'eccellentissimo Senato un piano degli affari politici, per servire 
di base a tutti que' successi, che vediamo oggidì e che forse daranno 
un nuovo sesto all'Europa tutta, e specialmente all'Italia. In adempimento del quale assunto mi converrà toccar di passaggio qualche cosa 
delle relazioni, che hanno le altre Corti con quella di Francia per far 
conoscere che questa ha avuto sin ora tanta parte per la guerra e per 
la pace d'Europa. </p>
<p>Per farmi strada nell'esecuzione di quest'assunto credo necessario 
dar principio col dire, che il trattato conchiuso nel 1725 tra le Corti 
di Vienna e di Madrid diede motivo a quello stabilito in Annover per la 
quadruplice alleanza tra la Francia, l'Inghilterra, la Prussia, e poi 
l'Olanda, e quest'ultimo avendo sdegnata la Spagna contro 
l'Inghilterra, fu intrapreso l'attacco di Gibraltar, d'onde poi originate furono 
le lunghe e sempre inutili conferenze di Soissons: dico inutili, perché 
non furono mai valevoli ad acquietare gli animi esacerbati, quantunque 
in capo quasi ad un anno ivi si proponesse di mettere seimila spagnoli nelle 
piazze di Toscana e di Parma, per assicurarne la successione all'Infante don Carlo: proposta tanto più opportunemente fatta, quantoché 
due anni dopo mancò di vita il Duca Antonio Farnese, e fu publicato 
il trattato di famiglia conchiuso tra la Spagna ed il Gran Duca per 
chiamare alla successione de' Stati della Toscana il sopracennato Infante. </p>
<p>La Corte di Vienna, sdegnata che i Principi si fossero avanzati 
sino a promettere d'introdurre i Spagnoli colla forza, se non avessero 
bastate le persuasioni, fece gagliardi preparativi in Italia, contro de' quali 
niuno volendo mai essere il primo a cimentarsi, corse con varie vicende 
un anno sin tanto che la Spagna, irritata di tanta dilazione, ruppe 
ogni trattato, e rinunziò agli aiuti promessigli dalle potenze con le 
due note proteste fatte dal marchese di Castellara in Parigi nel mese 
di novembre 1730, e nel gennaio seguente 1731, ambidue non 
curate dalla Corte di Francia. </p>
<p>Ma l'Inghilterra preferendo i grandi vantaggi, che poteva conseguire 
dalla Spagna per il suo commercio, a' riguardi dell'altre potenze collegate, maneggiò nel tempo stesso due trattati, l'uno in Vienna, e l'altro 
in Madrid; nel primo accordando la garanzia della Prammatica Sancione, per contracambiarla con la facoltà d'introdurre senza contrasto li 
seimila Spagnoli in Italia: e nel secondo offerendo alla Spagna l'introduzione di queste truppe per conseguire in iscambio tutti gli avantaggi 
brama i del commercio nell'Indie. E quindi fu conchiuso il noto trattato di Vienna segnato li 16 marzo 1731, a cui aderì poi nel giugno seguente anche il Re Cattolico, onde l'Imperatore, la Spagna, e l'Inghilterra parvero stabilmente riconciliati. Ora questo stesso maneggio 
seguìto senza partecipazione della Francia, alienò l'animo di quella 
Corte da' contraenti, e particolarmente dall'Inghilterra, onde stava 
spettatrice sdegnosa delle vicende, che prevedeva imminenti. Infatti introdotti dalla flotta combinata d'Inghilterra e di Spagna li seimila Spagnoli 
in Toscana, e morto appunto in quelle vertenze il Duca Antonio di Parma, 
vide, col pretesto della gravidanza della Duchessa Enrichetta ultima 
vedova, invadersi dagl'Imperiali Piacenza e Parma, senza dimostrare 
immaginabile premura di vendicare una tale violenza. Ciò non ostante 
dissipatasi la supposta gravidanza, e l'Inghilterra stimolata dalla Spagna, insistendo alla Corte di Vienna, furono evacuati gli Stati di Parma, 
nel medesimo tempo che l'Imperatore non lasciava cadere occasione 
di manifestare quanto amara gli fosse la venuta dell'Infante in Italia, 
rimproverando al Gran Duca il trattato di famiglia, e negando assolutamente all'Infante il titolo di Gran Principe: come presuntivo erede 
degli Stati della Toscana.</p>
<p>Erano su questo piede gli affari, quando sopraggiunta, contro d'ogni 
apettazione, la morte del Re Augusto di Polonia, s'aprì un nuovo 
teatro a tutta l'Europa. </p>
<p>Questo fu il gran colpo, che scosse la Francia, perché impegnata 
a sostenere il Re Stanislao, quanto la Corte di Vienna per le sue mire 
con la Casa di Sassonia ad escluderlo. La prima cosa che fece la Francia, 
da cui il cardinale voleva a più potere allontanare la guerra, si fu lo 
spedire gran somme di danaro per guadagnare i votanti nell'elezione 
del nuovo Re di Polonia; e fu in questa congiontura, che tanto si distinse il signor guardasigilli, imperocché il signor cardinale non volendo spedire che tre soli milioni, il signor di Chauvelin non dubitò 
di costituirsi mallevadore, e pieggio con tutti i suoi averi, presso al 
celebre banchiere Samuele Bernard per spedirne altri cinque, onde 
furono in tutto otto milioni di franchi fatti passare in Polonia. Quest'atto di magnanimità lo riconciliò perfettamente co' Principi legitimi 
del sangue, e principalmente col signor Duca di Borbon, il quale durante 
il suo Ministero, avendo egli fatto il matrimonio della Regina, era 
sopra ogn'altro impegnatissimo a sostenere il Re Stanislao di lei padre. 
La Regina stessa ne aveva fatte al Re medesimo, ed al Duca le raccomandazioni più forti, ma finalmente per animare lo stesso cardinale 
parlò ne termini i più pressanti, e non trascurò di farlo sollecitare anche 
dal signor guardasigilli. </p>
<p>Intanto l'Imperatore, per guadagnare a sé ed alla sua Prammatica 
Sanzione la Casa di Sassonia, giudicando necessario di costituirsi in 
certa maniera dispositore del Regno di Polonia, e trovandosi più facile 
di farlo per la via del timore, che per l'allettamento dei danari, de' quali 
rare volte la Corte di Vienna fu ben proveduta, stabilì tosto un trattato d'alleanza colla Moscovia e con la Prussia, e cominciò a disporre 
un campo nella Slesia per spaventare i Polacchi. La Francia per rompere questi disegni fece la nota dichiarazione di marzo 1733 alla quale 
rispose con termini molto elati la Corte di Vienna, anzi proseguindo 
i suoi maneggi con la Sassonia seco lei stipulando il trattato dei 16 luglio, 
per cui promettendo l'Imperatore di sostenere sul capo dell'elettore 
la Corona di Polonia, ottenne la garanzia della Prammatica Sanzione, 
ed una replicata e formalissima rinunzia a tutte le pretese per le ragioni 
nell'Elettrice, Arciduchessa primogenita di Giuseppe. </p>
<p>La Francia dal canto suo contrapose forza a forza, facendo unire 
tutte le truppe sul Reno, e minacciando d'attaccare l'Imperatore, 
ogni volta ch'esso o gli alleati suoi fossero entrati in Polonia: anzi 
per assicurare la Corte di Vienna, che si voleva operare da vero, si 
tennero frequenti conferenze col signor marchese di Castellara, il quale 
rispondeva sempre che, qualunque volta la Francia avesse attaccato 
l'Imperatore, la Spagna l'averebbe secondata, attaccandolo in Italia: 
ed infatti su questi soli discorsi il Re Filippo differì la sua rinunzia alla 
Corona, e si pensò seriamente d'allestire quell'armamento di cui parlavasi in Europa. Con tutto ciò il consiglio di Francia non fece mai gran 
fondo sul Gabinetto di Spagna diretto dalla Regina; tanto è ciò vero, 
che preferì da principio nell'alleanza sua la Corte di Torino, come appunto si fece nel passato mese di settembre. </p>
<p>Le potenze marittime poco inclinate alla guerra, e disgustate nel 
vedere che la Corte di Vienna sacrificava la tranquillità d'Europa 
alle mire sue particolari della Prammatica Sanzione, cercarono molti 
espedienti per calmare gli animi irritati. L'Olanda per allontanare 
i tumulti della Barriera, s'appigliò alla neutralità, e, dopo vigorose 
rimostranze fatte all'Imperatore perché desistesse dalla sua impresa 
verso la Polonia, dette mano al trattato della neutralità, che Vostra Serenità ha poco fa inteso conchiuso, e segnato, ad onta delle più forti 
istanze della Corte di Vienna. L'Inghilterra rimostrò anch'essa all'Imperatore i gravi pericoli, ne' quali andava a precipitarsi, e tentava ogni 
via di sospendere gli attacchi della Spagna, persistendo a maneggiare 
un positivo accomodamento fra il Re Cattolico e l'Imperatore. Essa vi 
era quasi riuscita, quando la Corte di Vienna avendo alterato il piano 
proposto, pose in tale maniera la Spagna in libertà di rompere tutti 
i trattati, come fece nella protesta presentata dall'ambasciatore Montijo 
al gabinetto di Londra. </p>
<p>Subito il Re Giorgio d'Inghilterra si scosse, e dimostrava qualche 
parzialità per l'Imperatore, ma poco a poco prevalendo i giusti riguardi del commercio nella nazione, restarono sospesi tutti i consigli 
impetuosi, tanto più che perseverando la Spagna ad accarezzare l'Inghilterra, e questa internamente occupata da varie dissensioni, sul 
punto d'estinguersi l'attuale Parlamento, e di elegersene un nuovo, 
le premure della Corte di Vienna parvero molto illanguidite. </p>
<p>La Francia nello stesso tempo vedendo accostarsi il tempo proposto 
per l'elezione del nuovo Re di Polonia, e già vicine le truppe moscovite 
ad invaderla, conobbe di dover por mano all'opera, e volle prevenire 
in suo favore gli altri Potentati. Ella fece dunque assicurare le potenze 
marittime, che in ogni caso d'attaccare l'Imperatore non averebbe 
mai rotta seco la pace, quando si fossero conservate neutrali. Fece 
anche passare il signor della Chetardie a Berlino per maneggiare la 
Corte di Prussia, dove certamente sin'ora non ha mal riuscito, come 
lo manifesta il passaggio accordato secretamente per i suoi stati alla 
persona del Re Stanislao. Strinse anche maneggi fortissimi colla Casa 
di Baviera, e cogli altri Principi della Germania, e dispose le cose con 
tanto vantaggio suo, che la Corte di Vienna non v'ha potuto, sin ora 
trovare il suo conto. Le due potenze del Nort, la Svezia e la Danimarca 
furono anche coltivate da lunga mano, e sarei molto ingannato se 
queste volessero per ora aderire a' disegni della Corte di Vienna. Ma 
principalmente studiò il Ministero di Francia di calmare tutti i sospetti, che poteva prendersi l'Impero del suo grande esercito sul Reno 
non solo col non progredire negl'acquisti dopo la resa del forte di Kel,
ma con ritirare le sue truppe stesse, e ripartirle in varî luoghi, sino a 
farne passare gran numero in Italia, con quel successo ch'è ben noto 
all'eccellentissimo Senato sino dall'apertura di questa nuova guerra. </p>
<p>Condottavi dunque, e direi quasi a suo dispetto la Francia si pensò 
giacché avevasi sfoderata la spada di decidere un altro importantissimo 
punto, che da lungo tempo stava sul cuore della Francia, e che fu sempre connesso al grand'oggetto di frastornare la Prammatica Sanzione. </p>
<p>Quest'è l'elezione del Re de' Romani, onore che la Corte di Vienna 
si sforza di far cadere sopra la persona del Duca di Lorena, col matrimonio dell'Arciduchessa primogenita. </p>
<p>La gelosia, che sempre la Corte di Francia ha presa della famiglia 
di Lorena per il di lei attaccamento alla Casa d'Austria; la situazione 
de' suoi Stati per così dire nel cuore della Francia, e le pretese antiche 
vantate sopra di loro, non le permettono di mirare con ciglio sereno 
l'inalzamento del Duca presente al supremo posto d'onore in Europa, 
e forse al grado maggiore di potenza. Quindi pare inevitabile, che quel 
Duca possa tranquillamente ascendervi senza rinunziare a' Stati suoi 
patrimoniali, abbandonandoli alla Francia. Ma perché sono questi ereditarî nella famiglia, e la dignità Imperiale elettiva, fu da qualche 
tempo progettato di concambiarli colla contea di Fiandra, da doversene investire il Principe fratello del Duca, se questa proposizione convenisse co' riguardi dell'Imperatore, e principalmente con quei dell'Olanda per la sua Barriera. Con tutto ciò nulla compariva di stabile 
su questo punto, che infallibilmente dovrà decidersi, mediante la presente guerra ne' trattati della susseguente pace. </p>
<p>Fin qui io mi sono dato l'onore di esponere a Vostra Serenità ed 
a Vostre Eccellenze il piano degli affari, che vertirono nel gabinetto 
di Francia, sino al chiudersi del mio ministero. Ma temerei di mancare 
al principal mio dovere se da questo sincerissimo racconto, non mi 
affaticassi di raccoglierne il frutto nel presagire, per quanto si può, 
i venturi successi dipendentemente dalle rimarcate disposizioni. </p>
<p>Questa guerra, che da principio non può negarsi aver qualche cosa 
di violento, è probabile che ne porti anche le conseguenze con prontamente terminarsi. </p>
<p>Il Re Stanislao è principe già vecchio e cagionevole, e basta per suo 
vantaggio, che i Principi non siano apertamente nemici suoi. Lo appoggiano ugualmente gli alleati ed i neutrali, che non prestano riguardevoli aiuti al Sassone ed all'Imperatore. </p>
<p>La Francia non ha mire particolari d'estension di dominio, e, ben 
lontana dal prendere grande interesse per estendere quello dello Spagna, 
non pensa in guerra che a cancellare le traccie istesse dell'affronto ricevuto dall'Imperatore nell'esclusiva data al Re Stanislao, ad umiliare l'orgoglioso fasto della Corte di Vienna, e prevenire l'esorbitante 
alzamento della casa di Lorena, nel che concorre con la massima di 
tant'altre corti d'Europa, e dell'Impero ancora, il quale non vede 
mal volentieri torsi dinanzi all'armi forastiere questi disgustevoli oggetti, senza che ad esso lui molto ne costi, essendo tali i sentimenti che 
publicamente uscivano da quella Corte. </p>
<p>Il genio pacifìco del signor cardinale di Fleury, troppo lontano 
per temperamento e per virtù dal portare all'estremo una vendetta, 
ed interessatissimo per chiudere i giorni suoi con pace, e lasciare ben 
in assetto l'economia del Regno, non ricuserà mai di dar orecchio ad 
onesti trattati, stabilito che sia il Re Stanislao sul trono. Anzi ne' forti 
stimoli, co' quali sprona la Porta ad attaccare la Russia, e l'Ungheria 
non riconosce altro fine, che quello di rendere più mansueta la Corte 
di Vienna, e condurla tosto a trattati d'onesta e durevole pace. 
Le potenze marittime, la Danimarca, e la Svezia, ben lungi d'aver 
alcun interesse a sostenere l'Imperatore ed il Sassone, hanno molte 
convenienze in favor del Re Stanislao, alla di cui difesa non solo sono 
state chiamate dal Primate con stringenti lettere, ma vi sono anche 
impegnate con le forti rimostranze fatte alla Corte di Vienna. L'Inghilterra in particolare non è senza occupazioni intestine, ed essa ugualmente come l'Olanda già contenta della sua Barriera risentono vive 
ancora le cicatrici dell'ultime passate vicende. </p>
<p>La Corte di Prussia va stringendo forti legami con la Francia, non 
solo per i comuni confini degli Stati di Neufchatel, e degl'altri feudi 
dell'eredità d'Oranges: ma perché risente nella propria potenza, che 
tolto di mezzo il Duca di Lorena, coll'esclusiva che gli dà la Francia 
nell'elezione di Re de' Romani, la Reale Famiglia potrebbe far valere 
le migliori pretese nel collegio elettorale, tanto più che il suo primogenito ha il credito generalmente d'essere il più saggio, e più compito principe della Germania, e che suol poco sturbare la politica de' Principi 
il cambiamento di religione, quando si faccia in meglio. </p>
<p>La Corte di Vienna avvedutasi del pericoloso cimento a cui s'è 
esposta, non può ricevere soccorso dall'alleanza del Sassone pur troppo 
occupato in Polonia, e non ne ha voluto sin ora dalla Russia, per non 
avezzare i Moscoviti a combattere nell'Impero. Onde malagevolmente 
è in istato di resistere sola a' collegati in varie parti principalmente 
sussistendo i timori delle mosse degli Ottomani. Nel medesimo tempo 
gelosa all'ultimo segno della Spagna, che vede risoluta di ricuperare 
i Stati tutti d'Italia, dopo aversi assicurato il possesso di quelli di Toscana e di Parma, anzi dopo averla concitata con tanti saggi di mal 
animo non può lusingarsi di riuscire ne' tentativi di rapacificarla, tanto 
più che al matrimonio della seconda Arciduchessa coll'Infante Don Carlo 
resistono validamente molt'altre Corti ancora, e però interchiusa con 
essa la via d'un probabile accomodamento, non gli resta, che indirizzarsi 
alla Corte di Francia, sia perché ivi le disposizioni sono più favorevoli, 
perché l'interessi vi fanno minor resistenza, e perché ivi le condizioni 
ponno molto più facilitarsi. </p>
<p>Esposte sin qui alla Serenità Vostra le disposizioni osservate sino 
al mio partire, non mi conviene far cenno dell'apertura della guerra 
già nota all'eccellentissimo Senato, come pure i risentimenti e progetti 
della Corte di Vienna. Molto meno ardirò di toccare i successi venturi, 
che ponno molto meglio argomentarsi dalla somma penetrazione di 
Vostre Eccellenze, ch'esporsi dall'insufficienza mia. </p>
<p>Per quello poi che spetta agli affari della Chiesa Gallicana, ed a' maneggi particolari appoggiatimi, ha l'eccellentissimo Senato nella serie 
degli umilissimi miei dispacci riunite tutte quelle notizie, che ho sapute raccogliere, e che reputo noioso di ripetere in questa pur troppo 
estesa relazione. </p>
<p>Qualunque ella sia, ella sarà sempre una costante testimonianza 
d'umilissimo ossequio e d'ardentissimo zelo, che compisce e chiude il 
mio ministero d'ambasciatore alla Corte di Francia, e che n'apre l'adito 
a quello di Roma, ove io mi rassegno sotto gli auspicî augusti della Serenità Vostra e di Vostre Eccellenze. </p>
<p>Nel corso dell'ambasciata servì in qualità di segretario regio il 
fedelissimo Baldissera Torniello. I talenti da esso lui sempre lodevolmente impiegati nell'antecedente ambasciata, e nel tempo che fu vi-
cino a me, rendono testimonianza, non meno alla di lui probità e zelo, 
che alla sufficienza sua nell'importante ministero. Infatti è con questi 
fondamenti, ch'egli si è indotto a sorpassare qualunque domestico riguardo per rassegnarsi a' pubblici sovrani comandi, fermandosi tuttavia 
coll'eccellentissimo successore. La munificenza dell'eccellentissimo Senato si è già diffusa in beneficienze sopra di lui, onde tutto deve promettersi, perché la benemerita sua persona e famiglia si rendano sempre 
più meritevoli del pubblico aggradimento. </p>
<p>In quanto finalmente al mio divoto particolare, Principe Serenissimo, 
eccellentissimi Padri, non saprei che supplicar la clemenza dell'eccellentissimo Senato di rivolgere uno sguardo favorevole sopra l'umile mia 
persona e l'ossequiosa mia famiglia per supplire generosamente a tutte 
le passate mie insufficienze, e per animarmi e confortarmi nella continuazione del mio ministero: poiché solamente in tale maniera può 
farsi lodevole tutto il passato a' piedi di Vostra Serenità, e sperarsi 
tutto l'avvenire glorioso, illustrato da' raggi, che si diffondono da questo 
trono augusto, sopra di quei cittadini, che come tutto riconoscono 
dalla mano autorevole del proprio Principe, tutto anche consentono 
di sacrificargli. Grazie. </p>
<closer><dateline>ALVISE MOCENIGO, Cavalier. </dateline></closer></div1></body></text></TEI.2>
