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            <title>Saggio sopra gli errori popolari degli antichi</title>
            <author>Giacomo Leopardi</author>
         </titleStmt>
         <extent>566860 Kb in UTF-8</extent>
         <publicationStmt>
            <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
            <pubPlace>Roma</pubPlace>
            <date>2008</date>
            <idno>bibit000088</idno>
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               <p>Questa risorsa digitale è liberamente accessibile per uso
      personale o scientifico. Ogni uso commerciale è vietato</p>
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            <title>Collezione BibIt</title>
         </seriesStmt>
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            <bibl>
               <title>Tutte le opere</title>
               <author>Leopardi, Giacomo</author>
               <editor id="ed">Felici, Lucio</editor>
               <publisher>Lexis Progetti Editoriali</publisher>
               <pubPlace>Roma</pubPlace>
               <date>1998</date>
               <note>L'edizione elettronica fa riferimento al testo Giacomo Leopardi, Tutte le opere, a cura di W. Binni-E. Ghidetti, I, Firenze, Sansoni 1989.</note>
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            <p>Tutti i materiali paratestuali della fonte cartacea non riconducibili alla
    responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
    digitale</p>
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         <editorialDecl>
            <correction method="silent" status="medium">
               <p>Livello medio: controllo a video con collazione con edizione di
      riferimento</p>
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               <p>I simboli di citazione e di discorso diretto presenti sulla fonte cartacea
      sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
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            <hyphenation eol="none">
               <p>I trattini di sillabazione a fine riga sono stati soppressi e le parole
      ricomposte</p>
            </hyphenation>
         </editorialDecl>
         <classDecl>
            <taxonomy id="CGB">
               <bibl>Classificazione generi BibIt</bibl>
            </taxonomy>
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            <date>800</date>
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            <language id="ita">Italiano</language>
         </langUsage>
         <textClass>
            <keywords scheme="CGB">
               <term>Trattati</term>
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            <date>Data sconosciuta anteriore al 2000</date>
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            <item>Digitalizzazione</item>
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               <name>Laura Sarzi Braga</name>
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               <name>Carla Deiana</name>
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            <item>Validazione</item>
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   <text>
      <front>
         <div1>
            <head>SAGGIO SOPRA GLI ERRORI POPOLARI DEGLI ANTICHI</head>
            <opener>
               <dateline>1815</dateline>
            </opener>
            <p>
               <quote lang="grc">Ἅασα μέν οὖν κρίσις σευδὴς... μοχθηρόν.</quote>
            </p>
            <p>Plutarco, <title>Della Superstizione</title>.</p>
         </div1>
         <div1>
            <head>AL CHIARISSIMO SIGNORE ANDREA MUSTOXIDI GIACOMO LEOPARDI</head>
            <p>
               <foreign lang="grc">Ἀρετῇ τε καὶ Δόξηᾀ χαίρειν</foreign>
            </p>
            <p>Dedico al merito e alla fama vostra questa mia piccola opera. Il mio nome vi riuscirà nuovo, ed io gusto così un piacere, che a voi sarebbe impossibile di gustare, recandovi col mio nome una sorpresa, che voi col vostro non potreste recare ad alcuno. Io non conosco le vostre sembianze, bensì, per quanto è possibile, l'ingegno vostro: è qualche tempo che lo ammiro; vorrei amarlo. Per chiedervi la vostra amicizia, non uso le cerimonie volgari che disprezzo, sicuro che non ve ne offenderete, perchè questo dispregio è cagionato dalla stima. Le mie inclinazioni somigliano molto alle vostre,</p>
            <p>
               <foreign lang="lat">Si licet exemplis, in parvis, grandibus uti</foreign>.</p>
            <p>Io vo in estasi quando leggo gli scritti dei vostri cari Greci, e, ardisco dirlo, non cedo che a voi nel vivo trasporto per quegl'incantati alberghi delle muse, degnissimi di essere dispregiati da chi non può conoscerli. Io non parlerò delle vostre lodi. Voi potreste rispondermi con Ulisse:</p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="grc">
                  <l>Μή τ' ἄρ με μάλ' αἴνεε, μή τέ τι νείκει,</l>
                  <l>Εἰδόσι γάρ τοι ταῦτα μετ' Ἀργείοις ἀγορεᾣᾣύεις</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Il dono, che vi offro, è molto piccolo: non dirò che sia reso grande dal cuore con cui ve l'offro, poichè è piccolo dono anche il cuore di un uomo da nulla: ma solo che può renderlo grande il cuor vostro. Se voi lo accetterete con benevolenza sembrerà largo il donativo, e certo larghissimo ne sarà il compensamento. <foreign lang="grc">Ὑγίαινε, ὅμως Θεῷ, καί σοι, καὶ gr;αιδείᾳ, καὶ δόξῃ, καὶ Ἑλλάδι, καὶ gr;ατρίδι, καὶ hgr;ίλοις ἀεὶ διασωθῇς</foreign>.</p>
         </div1>
         <div1>
            <head>Prefazione</head>
            <p>Ho esposto il disegno di questo Saggio nel primo capo dell'Opera. Spetta al Lettore il giudicare sì di esso, che del modo in cui l'ho eseguito; e a me il render conto della mia intrapresa. Scrivendo sopra gli errori popolari degli antichi, non ho creduto far cosa già fatta. Chi mi opponesse Joubert, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Joubert</emph>, Erreurs populaires.</p>
               </note> Browne, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Browne</emph>, Pseudodoxia Epidemica: or Enquiries into very many received Tenets.</p>
               </note> Feijoò, Denesle, Lequinio, mostrerebbe di non aver vedute le loro opere, o di non aver letta la mia. Sono ben lungi dal seguire l'odioso costume di coloro, che, scrivendo sopra oggetti non nuovi, fanno un delitto ad altri scrittori di essersi esercitati sopra le stesse materie, e censurano acerbamente tutti quelli che hanno avuta la sventura di prevenirli nella esecuzione dei loro disegni, e forse anche di non lasciar loro nulla a dire di più di ciò che essi han detto. Non credo però di mostrarmi indiscreto verso gli autori che prima di me hanno trattato degli errori popolari, se dico che non ho profittato in conto alcuno delle loro fatiche, che non ho fatto alcun uso delle loro opere, che non le ho nemmeno aperte, che il piano, che ciascuno di essi ha preso ad eseguire, è affatto diverso da quello che io mi sono formato, e che finalmente, volendo scrivere dei pregiudizi popolari degli antichi, pochissimo giovamento avrei potuto trarre dalle opere di chi non ebbe quasi in vista che quelli dei moderni.</p>
            <p>L'ordine che ho seguito nel rintracciare gli antichi errori volgari, non è stato capriccioso. Quelli che posson dirsi teologici e metafisici, essendo i più interessanti, e più degni di considerazione, doveano ottenere il primo luogo. Fra i pregiudizi fisici ho presi di mira quelli che appartengono all'Astronomia, alla Geografia, alla Meteorologia, alla Storia naturale. Niuno contrasterà che il primo uomo abbia veduto il sole e le stelle, prima di vedere le nubi e i baleni, di udire il tuono ed il vento, e di sentire la terra traballare sotto i suoi piedi. L'Astronomia è dunque più antica della Meteorologia. Gli errori geografici degli antichi hanno una sì stretta correlazione cogli astronomici, che sarebbe stato quasi impossibile il separare gli uni dagli altri. Feci dunque che questi fossero seguiti da quelli, dietro ai quali posi i pregiudizi appartenenti alla Meteorologia. A quelli spettanti alla Storia naturale, che, avendo bisogno di una infinità di osservazioni per crescere e far progressi, può dirsi la più tarda di tutte le scienze, assegnai l'ultimo luogo.</p>
            <p>Più volte in questa operetta ho fatto osservare che essa non è inutile, benchè non abbia per oggetto che i pregiudizi degli antichi, ed ho avuta cura di far conoscere l'utilità che credo se ne possa ritrarre. Per renderla ancor più profittevole, ho cercato bene spesso, nel fine dei capi che la compongono, di paragonare gli antichi coi moderni, e di far vedere che taluno degli errori, dei quali avea parlato, sussisteva tuttora nel popolo. Ho giudicato che potesse essere assai vantaggioso l'applicare ai moderni ciò che avea detto degli antichi, e il far servire alla nostra istruzione i loro falli. L'antichità somministra grandi lezioni ad un filosofo, quando è considerata in un modo proprio a farci profittare dell'esempio degli antichi.</p>
            <p>Uno degli oggetti che si sono proposti alcuni tra quelli che hanno scritto degli errori popolari, è stato quello di confutarli. Scrivendo in un secolo illuminato ho creduto quasi inutile il farlo. Nondimeno, poichè molti degli errori communi una volta agli antichi non sono ancora distrutti, ho stimato bene di far parola di tratto in tratto anche di quegli scrittori antichi, che hanno condannata qualche falsa opinione, adottata generalmente nel loro secolo. Opponendo così gli antichi agli antichi, mi sono servito forse di un mezzo più valevole a convincere molte persone di tutti gli argomenti che avrei potuto addurre.</p>
            <p>Per trattare con fondamento degli antichi pregiudizi ho dovuto rimescolar molti libri e consultar molti vecchi autori. Donde infatti avrei potuto trar notizia delle opinioni volgari degli antichi, se non dagli antichi medesimi? Ragionando dei loro errori, ho giustificato il tutto con citazioni autentiche, onde il Lettore non sia obbligato a dubitare ad ogni tratto della verità di quanto asserisco, o a credermi sulla mia parola. Ho tradotti fedelmente i passi degli scrittori greci che ho dovuto allegare, recando in verso quelli dei poeti. Quanto ai latini, non mi sono contentato di dare tradotti i loro luoghi, ma ne ho anche trascritto al piè delle pagine il testo originale. In questa guisa ho cercato di corrispondere al piano che mi sono proposto, e d'impedire che il Lettore rimanga defraudato nella idea che può aver concepita di questa piccola opera.</p>
         </div1>
      </front>
      <body>
         <div1>
            <head>Capo 1</head>
            <head>IDEA DELL'OPERA</head>
            <p>Il mondo è pieno di errori, e prima cura dell'uomo deve essere quella di conoscere il vero. Una gran parte delle verità, che i filosofi hanno dovuto stabilire, sarebbe inutile se l'errore non esistesse; un'altra parte delle medesime è resa tuttora inutile per molti dagli errori che in effetti sussistono. Quante tra esse, che trovano degli ostacoli insuperabili negli errori che ne hanno occupato il luogo! quante, che facilmente potrebbono apprendersi e sono difficilissime a conoscersi per gli errori che impediscono di ravvisarle! È ben più facile insegnare una verità, che stabilirla sopra le rovine di un errore; è ben più facile l'aggiungere che il sostituire. Egli è pur deplorabile che l'uomo, che ha sì breve vita, debba impiegarne, nel disfarsi degli errori che ha concepiti, una parte maggiore di quella che gli rimane per andare in traccia del vero. Tutti convengono che fa d'uopo rinunziare ai pregiudizi, ma pochi sanno conoscerli, pochissimi sanno liberarsene, e quasi nessuno pensa a recidere il male dalla radice.</p>
            <p>Si deridono con ragione i progetti di riforma universale. Frattanto è evidente che v'ha che riformare nel mondo, e fra tutti gli abusi, quelli che riguardano l'educazione sono, dopo quelli che interessano il culto, i più perniciosi. Noi parliamo dei pregiudizi della infanzia con indifferenza. Si sa che bisogna disfarsene, che non si può esser saggi senza averli deposti. Essi però si suppongono inevitabili. Ma perchè mai deve il fanciullo crescere fra gli errori? Possiamo assicurarci che i pregiudizi della infanzia sarebbono ben pochi, se non si avesse cura di accrescerli. La natura generalmente nasconde delle verità, ma non insegna degli errori; forma dei semplici, ma non dei pregiudicati. La cattiva educazione fa ciò che non fa la natura. Essa riempie d'idee vane le deboli menti puerili: la culla del bambino è circondata da pregiudizi d'ogni sorta, e il fanciullo è allevato con questi perversi compagni. Cresciuto, fa d'uopo che egli sia sempre in armi per difendersene. Così la forza della verità è indebolita, la penetrazione degl'ingegni è inceppata, i progressi dello spirito umano sono ritardati.</p>
            <p>Egli è chiaro che il fanciullo non avrebbe avuto alcun sentore di mille ridicole opinioni, se o per imperizia, o per negligenza, o a bella posta per intimorirlo e tenerlo in freno, non se gli fossero ispirate. La forza della educazione ancor dopo la fanciullezza continua sempre ad influire sullo spirito. Non vediamo noi i selvaggi abitanti dei più orridi climi amare con trasporto le loro caverne, e disperarsi se vengano costretti a cangiare i loro geli col tepore d'Europa? Nella stessa guisa ogni uomo allevato fra i pregiudizi sente pena in distaccarsi dagli antichi compagni della sua gioventù, nè sa risolversi a riguardare come chimerico ciò che fu solito a considerare come indubitabile. La maggior parte degli uomini cresce lietamente tra le braccia dell'errore, e gode in sacrificare a quegl'idoli che ha adorati mentre era tra le fasce. Eppure non v'ha cosa più ingiuriosa allo spirito umano dei pregiudizi. Credere una cosa perchè si è udito dirla, e perchè non si è avuta cura di esaminarla, fa torto all'intelletto dell'uomo. Una tal cecità appartiene a quei secoli d'ignoranza, nei quali si stimava saggio chi obbediva al tiranno della ragione, e chi giurava sulle parole di Aristotele.</p>
            <p>Il volgo principalmente, vale a dire la massima parte del genere umano, è disposto ad imbeversi degli errori, e difficile a disingannarsi. La piccolezza del suo intendimento è incapace di comprendere la falsità di ciò che gli viene insinuato, e di valutare le prove che la dimostrano. Tenace dei suoi antichi costumi, esso lo è altresì delle sue antiche opinioni. Servo per nascita, esso lo è similmente per elezione. Le altre classi della società partecipano ancor esse agli errori del volgo, ma questi diconsi popolari, perchè regnano in singolar modo nel popolo. Quindi la Storia degli errori popolari è equivalentemente quella dei pregiudizi.</p>
            <p>Per distruggere almeno in parte questi nemici della ragione, fa d'uopo farli conoscere; per farli conoscere, fa d'uopo venirne al dettaglio. Una Storia pertanto degli errori popolari, quale da taluno si è in effetto intrapresa, può essere di grande utilità. Benchè il mondo continui sempre ad essere il medesimo dopo la pubblicazione delle opere utili ed istruttive; e benchè gli abusi universali non siano soggetti a riforme; quantità di spiriti un poco deboli, ma forniti d'intendimento e capaci di cangiare opinione, possono profittare delle cure di chi travagli a disingannarli. Qui non si volle dare che un saggio degli errori popolari degli antichi. Una storia completa di essi non si avrà forse mai, ed è anche verisimilmente impossibile l'averla. Gl'infiniti errori degli antichi sapienti, non essendo stati universali, almeno in qualche nazione, non possono porsi nel numero dei pregiudizi; oltredichè la dignità di quei venerandi bisavoli del sapere esige che i loro sistemi si confutino con Trattati, non si deridano nelle Storie. Nè sì facilmente verrebbe fatto di annoverarne gli abbagli, poichè quasi ciascuno di essi i suoi errori particolari, laddove i pregiudizi volgari furono communi a tutto un popolo, e qualcuno fra i saggi ebbe più errori che un popolo intero. Bene spesso però, come tutto giorno avviene, i dotti parteciparono ai pregiudizi del volgo, o ne accrebbero il numero, col persuaderlo di qualche nuovo errore, e sotto tale aspetto essi non debbono considerarsi separatamente dal resto del popolo.</p>
            <p>Non essendo questa operetta, siccome dissi, se non un saggio degli errori popolari degli antichi, non si deve attendere da me un completo ragguaglio degli antichi pregiudizi. Un disegno sì vasto non potrebbe effettuarsi sì di leggeri. Mio intendimento fu di presentare un quadro delle false idee popolari degli antichi, e di descrivere colla possibile esattezza qualcuno dei loro errori volgari intorno all'Ente Supremo, agli esseri subalterni e alle scienze naturali. Per eseguire questo disegno, giudicai di dovere attenermi alla scorta dei poeti. È facile distinguere quando questi scrivono a norma delle opinioni dei filosofi, o seguono un sentimento particolare. D'ordinario essi parlano il linguaggio più communemente inteso, che è quello del popolo. Quindi possono riguardarsi come interpreti dei sentimenti del volgo: ed allorquando asserii essere stato un qualche errore commune agli antichi, io mi credei in diritto di allegarli per mallevadori della verità della mia proposizione.</p>
            <p>Una volta si venerava superstiziosamente tutto ciò che venia dagli antichi; ora si disprezza da molti senza distinzione tutto ciò che loro appartiene. Dei due pregiudizi l'uno non è minore dell'altro. Si vedrà in questo Saggio che gli antichi non andarono esenti dagli errori i più grossolani; ma agevolmente si comprenderà che il volgo dei moderni non cede loro quasi in verun conto. Non pochi anzi dei pregiudizi che regnavano un tempo sono anche al presente in tutto il loro vigore. Dopo queste riflessioni, il rispetto, non altrimenti che il disprezzo per l'antichità, viene a moderarsi, le età si ravvicinano nella mente del saggio, e si comprende che l'uomo fu sempre composto degli stessi elementi.</p>
         </div1>
         <div1>
            <head>Capo 2</head>
            <head>DEGLI DEI</head>
            <p>Egli è ben doloroso il cominciare la Storia dei pregiudizi degli antichi, da quello che li perdeva senza riparo. I grossolani errori, che gli antichi ebbero intorno alla Divinità, dovrebbono esser bastanti a sollevare ogni saggio contro i malaugurati pregiudizi dei popoli. Compresi più da timore, che da un trasporto secreto verso quell'Essere, che non si può conoscere senza amare, e non si può vivere senza conoscere, i nostri avi fecero di quel culto, che appaga sì abbondantemente i cuori ragionevoli e sensibili, un oggetto di esecrazione e di sacrilegio. Negarono alla Divinità ciò che gli apparteneva, e gli attribuirono quello di cui il più abbietto degli uomini avrebbe arrossito. Ersero altari alle passioni, divinizzarono le infamie, offrirono sacrifizi ai bruti più vili. La voluttà, la libidine, il pallore, la febbre, la tempesta, ebbero tempii ed incensi. Fa meraviglia che errori sì manifesti abbiano durato universalmente, e senza interruzione pel corso di tanti secoli siano stati communi alle nazioni più colte, ai Greci, che davano il nome di barbari a tutti gli stranieri, agli Egizi padri del sapere, ai Romani forniti di spiriti sì felici; e che il solo patibolo del Rigeneratore, la sola voce dei pescatori giudei abbia potuto scioglier l'incanto.</p>
            <p>Convien confessare però che non pochi tra i poeti e i sapienti del paganesimo riconobbero manifestamente la unità del Sovrano Essere e il suo supremo dominio. Nelle antiche poesie attribuite ad Orfeo si leggevano queste parole riportate da S. Giustino. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Orpheus</emph>, ap. S. Iustin. Cohortat. ad Graec.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg>
                  <l>Uno è Giove, e Plutone, unico è il Sole,</l>
                  <l>Uno è Bacco, ed in tutto unico è Dio.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Tra i versi sibillini, al riferire dello stesso Padre, di S. Teofilo Antiocheno e di Lattanzio, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Lactantius</emph>, Divin. Institut. Lib. I, Cap. 6.</p>
               </note> contavansi i seguenti:</p>
            <quote rend="block">
               <lg>
                  <l>Unico è Dio, che sol su molti impera,</l>
                  <l>Che massimo, increato, onnipossente,</l>
                  <l>Invisibile a tutti, il tutto vede,</l>
                  <l>Nè da carne mortal visto fu mai.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Splendida testimonianza in favore della unità di Dio diè Sofocle in quei memorabili versi, conservatici da S. Giustino in due luoghi, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>S. Iustinus</emph>, Cohortato ad Graec. et de Monarchia.</p>
               </note> da Clemente <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Clemens Alexandrinus</emph>, Stromat. Lib. V, et Cohortat. ad Gentes.</p>
               </note> e da S. Cirillo Alessandrini, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>S. Cyrillus Alexandrinus</emph>, Contra Iulian. Lib. I.</p>
               </note> da Atenagora <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Athenagoras</emph>, Legat. pro Christian.</p>
               </note> e da Teodoreto: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Theodoretus</emph>, Curat. Graec. affect. Lib. VII.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg>
                  <l>Un solo invero è il Dio, che i cieli e questa,</l>
                  <l>Che calchiamo co' piè, spaziosa terra,</l>
                  <l>Che l'azzurra del mar palude immensa</l>
                  <l>Solo compose, e diede ai venti il soffio.</l>
                  <l>Ma noi mortali ahimè! da error guidati</l>
                  <l>Statue femmo agli Dei di sasso e legno</l>
                  <l>O d'eburneo lavoro o d'òr vestite:</l>
                  <l>E a queste allor che con incensi e feste</l>
                  <l>Tributo offriam di largo sangue e d'inni,</l>
                  <l>Stolti! crediam pei Dei nutrir pietade.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Non meno insigne è la testimonianza di Menandro, o Difilo, citato da S. Giustino. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Menander</emph>, ap. S. Iustin. de Monarchia.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg>
                  <l>Lui dunque, che di tutto è Rege e Padre,</l>
                  <l>D'ogni bene inventor, di tutti autore,</l>
                  <l>Solo onorar convien con culto eterno.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Vuolsi che Omero stesso, il padre della greca mitologia che fu deriso da Senofane per ciò che avea scritto intorno agli Dei, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Diogenes Laertius</emph>, in Vita Xenophan. Lib. IX, segm. 18.</p>
               </note> e la cui anima, a dire di Girolamo Istorico, fu veduta da Pitagora appesa ad un albero e circondata da serpenti in pena delle favole con cui avea osato sfigurare l'idea della Divinità, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Hieronymus</emph>, ap. eumd. in Vita Pythag. Lib. VIII, segm. 21.</p>
               </note> riconoscesse nondimeno la necessità di ammettere il supremo potere di un solo, allorchè disse: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Homerus</emph>, Iliad. Lib. II, v. 204.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg>
                  <l>È trista cosa</l>
                  <l>Moltitudin di re; sia il prence un solo.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Si può ben credere che i filosofi non tardassero più dei poeti ad avvedersi di quella manifesta necessità. L'autore di un Dialogo attribuito all'antichissimo Ermete Trismegisto scrivea, parlando della superiore Intelligenza, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Pseudo–Hermes Trismegistus</emph>, in Serm. III, ad Asclep. ap. S. Cyrill. Alexandrin. Contra Iulian. Lib. I.</p>
               </note> che <quote>«fuori di questo Essere non v'ha Dio, non Angelo, non Genio, non altra qualsivoglia sostanza, poichè egli di tutto è Signore, è Padre e Dio, fonte, vita, potenza, luce, mente, spirito, e tutto è in lui e sottoposto a lui»</quote>. Pitagora, se crediamo a S. Giustino,<note place="foot">
                  <p>
                     <emph>S. Iustinus</emph>, Cohortat. ad Graec.</p>
               </note> a Clemente <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Clemens Alexandrinus</emph>, Cohortat. ad Gent.</p>
               </note> e a S. Cirillo Alessandrini, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>S. Cyrillus Alexandrinus</emph>, Contra Iulian. Lib. I.</p>
               </note> lasciò scritte del Supremo Essere queste parole: <quote>«Dio è uno, nè esiste, come alcuni credono, fuori del mondo, ma dentro di esso; tutto in tutto il circolo, osservando tutte le generazioni. Egli è il motore di tutti i secoli, l'autore immediato dei suoi prodigi e delle sue opere, il principio di tutte le cose, il lume del cielo, il Padre, la mente, l'anima del tutto, il movimento di tutti i circoli»</quote>. Porfirio nel libro quarto della Istoria filosofica, opera che più non esiste, ma che esisteva al tempo di S. Cirillo Alessandrino, osservava che Platone avea riconosciuta e contestata nei suoi scritti la unità di Dio, sostenendo che al Sovrano Essere non poteasi dare alcun nome, che mente umana non potea comprendere i suoi attributi, e che esso impropriamente dinotavasi colle dinominazioni che diconsi <emph>a posteriori</emph>. Senofane, filosofo di Colofone, cantò, presso Clemente Alessandrino <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Clemens Alexandrinus</emph>, Strom. Lib. V.</p>
               </note> e Sesto Empirico:</p>
            <quote rend="block">
               <lg>
                  <l>Unico e sol fra gli uomini ed i Numi</l>
                  <l>Massimo è il Dio, cui di mortale il corpo</l>
                  <l>O la mente giammai non fu simile.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Egli affermava, al dir di Cicerone, che il tutto era una cosa sola, immutabile, rotonda, e che questa cosa appunto era Dio. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Unum esse omnia, neque id esse mutabile, et id esse Deum; neque natum ex eo quidquam, et conglobata figura</quote>
                     <emph>Cicero</emph>, in Lucullo.</p>
               </note> Così Sesto Empirico, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Sextus Empiricus</emph>, Pyrrhon, Hypotypos. Lib., Cap. 3.</p>
               </note> così il Laerzio, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Diogenes Laertius</emph>, in Vita Xenophanis, Lib. IX, segm. 19.</p>
               </note> così Origene. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Origenes</emph>, Philosophum. Cap. 14.</p>
               </note>
               <quote>«Vuole egli,» <seg type="inciso">dice quest'ultimo,</seg> «che Dio sia eterno, unico, somigliante per ogni parte a se stesso, infinito, rotondo, e in tutte le parti fornito di senso»</quote>.</p>
            <p>Sembra evidente che i più saggi uomini del paganesimo abbiano considerato Giove come il supremo Essere, e gli altri Dei soltanto come suoi ministri. Omero stesso, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Homerus</emph>, Iliad. Lib. VIII v. 19, seqq.</p>
               </note> per sentimento di S. Giustino, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>S. Iustinus</emph>, Cohort. ad Graec.</p>
               </note> diè a divedere di essere di questo numero, colla sublime invenzione della catena d'oro appesa alla base del trono di Giove. Non altrimenti sembra aver pensato Virgilio allorchè disse: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Vergilius</emph>, Ecl. III, v. 60.</p>
               </note>
               <quote lang="lat">
                  <emph>Ab Iove principium Musae; Iovis omnia plena</emph>
               </quote>. Nel qual verso imitò egli quelle parole di Teocrito: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Theocritus</emph>, Idyll. XVII, v. 1.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg>
                  <l>Da Giove cominciamo, abbia in lui fine,</l>
                  <l>O Muse, il vostro canto.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Disse Lucano: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Lucanus</emph>, Pharsal. Lib. IX, v. 580.</p>
               </note>
               <quote lang="lat">
                  <emph>Iuppiter est quodcumque vides, quocumque moveris:</emph>
               </quote> e Valerio Sorano citato da S. Agostino: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Valerius Soranus</emph>, ap. S. Augustin. de Civitate Dei, Lib. VII, Cap. 9.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Iuppiter omnipotens, Regum, rerumque, Deûmque</l>
                  <l>Progenitor, genitrixque Deûm, Deus unus et omnis.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Minucio Felice fu di opinione che quasi tutti i filosofi del paganesimo volessero con più nomi dinotare un solo Dio. Soleano infatti alcuni fra i Gentili, per testimonianza di Lattanzio, allegare in loro difesa che essi adoravano un solo Dio, <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Exposui opiniones omnium ferme Philosophorum, quibus illustrior gloria est, Deum unum, multis licet designasse nominibus, ut quivis arbitretur, aut Christianos nunc esse Philosophos, aut Philosophos fuisse iam tunc Christianos.</quote>
                     <emph>Minucius Felix</emph> in Octavio.</p>
               </note> ma che amavano dargli il nome di Giove. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Solent enim quidam, errores suos hac excusatione defendere, qui convicti de uno Deo, cum id negare non possunt, ipsum se colere affirmamt, sed verum hoc sibi placere, ut Iupiter nominetur.</quote>
                     <emph>Lactantius</emph>, Divin. Institut. Lib. I, Cap. 11.</p>
               </note> Massimo Madaurese, vecchio idolatra, scriveva a S. Agostino: <quote>«In verità chi può mai essere assai debole di mente e assai pazzo per non considerare come certissima verità che avvi un solo Dio, sommo, senza principio, senza prole, Padre massimo, per dir così, e magnificentissimo della natura? Noi invochiamo con differenti vocaboli gl'influssi di quest'Essere, sparsi per tutto il mondo, perchè il suo proprio e vero nome ci è ignoto»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Equidem unum esse Deum summum, sine initio, sine prole, naturae ceu patrem magnum, atque magnificum, quis tam demens, tam mente captus, neget esse certissimum? Huius nos virtutes per mundanum opus diffusas, multis vocabulis invocamus, quoniam nomen eius cuncti, proprium videlicet ignoramus.</quote>
                     <emph>Maximus Madaurensis</emph>, Epist. ad S. Augustin.</p>
               </note> Osserva Tertulliano che grande era il numero di coloro, i quali supponevano che il sommo impero della Divinità fosse proprio di un solo; che i suoi uffici appartenessero a molti. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Sic plerique disponunt Divinitatem, ut imperium summae dominationis esse penes unum, officia eius penes multos velint; ut Plato Iovem magnum in coelo comitatum exercitu describit Deorum pariter et Daemonum.</quote>
                     <emph>Tertullianus</emph>, Apolog. Cap. XXIV.</p>
               </note> Da Apuleio il Padre degli Dei, cioè Giove, appellasi <quote>«Signore ed autore di tutte le cose, esente dal soffrire e dalla necessità di operare o di adempire qualunque ministero»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Omnium rerum dominator, atque auctor solutus ab omnibus nexibus patiendi aliquid, gerendive; nulla vice ad alicuius rei munia obstrictus.</quote>
                     <emph>Apuleius</emph>, de Deo Socrat.</p>
               </note> Orosio, non altrimenti che Lattanzio poco sopra allegato, dice che i Gentili venuti alle prese coi Cristiani, e convinti, confessavano adorarsi da essi un solo Dio, ed aversi gli altri Dei in conto di ministri. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Unde etiam nunc Pagani, quos iam declarata veritas, de contumacia, magis quam de ignorantia, convincit, quum a nobis discutiuntur, non se plures Deos sequi, sed sub uno Deo magno, plures ministros venerari fatentur.</quote>
                     <emph>Paulus Orosius</emph>, Histor. Lib. VI, Cap. 1.</p>
               </note> Lungo tempo avanti Orosio e Lattanzio, il bravo Dione Crisostomo <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Dio. Chrysostomus</emph>, Orat. XIII.</p>
               </note> avea pronunciate queste parole: <quote>«Quanto poi agli Dei e alla natura generalmente, e in singolar modo al Condottiere del tutto, sommamente venerabile e concorde è la opinione che ha intorno ad essi tutto il genere umano, e che è commune sì ai Greci, che ai Barbari»</quote>. Ancor più copiosamente si espresse il profondo Massimo Tirio, contemporaneo quasi a Dione. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Maximus Tyrius</emph>, Dissertat. I, Sect. 10.</p>
               </note>
               <quote>«In così fatta dissensione e discordia e varietà di pareri,» <seg type="inciso">scrive egli,</seg> «una sola legge, un sol sentimento trovasi esser commune a tutta la terra, che v'ha cioè un Dio. Re e Padre del tutto, unitamente al quale regnano molti altri Dei suoi figliuoli. Ciò afferma il Greco, ciò il Barbaro, ciò l'abitatore del continente, ciò chi dimora nelle isole, ciò il saggio, ciò l'idiota»</quote>. Cicerone nel libro primo sulla Divinazione ci ha conservato un frammento del secondo libro sul suo Consolato, i primi versi del quale sono i seguenti:</p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Principio a etherio flammatus Iuppiter igni</l>
                  <l>Vertitur, et totum collustrat lumine mundum,</l>
                  <l>Menteque divina coelum terrasque petessit;</l>
                  <l>Quae penitus sensus hominum vitasque retentat,</l>
                  <l>AEtheris aeterni septa atque inclusa cavernis.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Sublimi sono le parole colle quali Arato diede principio al suo poema sui Fenomeni, e che da Festo Avieno così furono recate in versi latini:</p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Carminis inceptor mihi Iuppiter, auspice terras</l>
                  <l>Linquo Iove, excelsam referat dux Iuppiter aethram:</l>
                  <l>Imus in astra Iovis monitu, Iovis omine coelum,</l>
                  <l>Et Iovis imperio mortalibus aethera pando.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Della traslazione di Cicerone non si ha, fra pochi frammenti, che parte del primo verso, conservataci da lui medesimo nel secondo delle Leggi:</p>
            <p>
               <quote lang="lat">
                  <emph>Ab Iove Musarum primordia:</emph>
               </quote>
            </p>
            <p>ma di quella di Cesare Germanico si hanno con altri molti i primi quattro versi, nei quali, senza tradurre quelli di Arato, rende ancor egli testimonianza alla suprema dignità del primo degli Dei:</p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Ab Iove principium magno deduxit Aratus</l>
                  <l>Carminis: at nobis, genitor, tu maximus auctor:</l>
                  <l>Te veneror, tibi sacra fero, doctique laboris</l>
                  <l>Primitias; probat ipse Deûm rectorque satorque.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Non dissimile dal cominciamento del poema di Arato è quello della Periegesi, ossia Descrizione della terra di Dionigi, detto per questa sua opera Periegete, il quale così fu tradotto da Prisciano:</p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Naturae Genitor, quae mundum continet omnem,</l>
                  <l>Annue, rex coeli, positum telluris et undae,</l>
                  <l>In quas imperium mortalibus ipse dedisti,</l>
                  <l>Materiae tantae me promere carmine digno.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Orazio riconobbe in una maniera luminosa la sovranità di Giove in quei nobili versi: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Horatius</emph>, Carm. Lib. I, Od. 12, v. 13 seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Quid prius dicam solitis parentis</l>
                  <l>Laudibus, qui res hominum ac Deorum,</l>
                  <l>Qui mare et terras variisque mundum</l>
                  <l>Temperat horis?</l>
                  <l>Unde nil maius generatur ipso,</l>
                  <l>Nec viget quicquam simile aut secundum.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Certamente quel chiamarsi Giove dai poeti, sì spesso, padre degli uomini e degli Dei,</p>
            <p>
               <quote lang="lat">
                  <emph>Hominum sator atque Deorum,</emph>
               </quote>
            </p>
            <p>come disse Virgilio, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Vergilius</emph>, Aeneid. Lib. I, v. 258.</p>
               </note> mostra chiaramente che essi aveanlo per il supremo moderatore di tutte le cose e per il sommo tra gli Esseri. Lo stesso possiam dire di Seneca, il quale afferma, presso Lattanzio, che il Dio massimo generò altri Dei minori, ed affidò a questi la cura delle varie parti del mondo, creandoli così ministri del suo regno; <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Hic cum prima fundamenta molis pulcherrime iaceret, et hoc ordiretur, quo neque maius quidquam novit natura, nec melius; ut omnia sub ducibus suis irent, quamvis ipse per totum se corpus intenderat, tamen ministros regni sui Deos genuit.</quote>
                     <emph>Seneca</emph>, ap. Lactant. Divin. Institut. Lib. I, Cap. 5.</p>
               </note> e chiama l'Essere supremo, giudice degli uomini, regolatore del mondo, Dio degli Dei. Rettamente adunque scrisse S. Agostino che, secondo alcuni dei Pagani, Giove era re degli Dei tutti <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Non intelligis auctoritatem, ac maiestatem iudicis tui, rectorem orbis terrarum, coelique, et Deorum omnium Deum, a quo ista numina, que singula adoramus, et colimus suspensa sunt.</quote>
                     <emph>Seneca</emph>, ap. eumd. l. c.</p>
               </note> e delle Dee; che ciò voleasi indicare collo scettro che se gli poneva in mano, e col tempio capitolino situato sopra un alto colle. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Ipsum enim (Iovem,) Deorum omnium, Dearumque regem esse volunt: hoc eius indicat sceptrum, hoc in alto colle Capitolium.</quote>
                     <emph>S. Augustinus</emph>, de Civ. Dei, Lib. IV, Cap. 9.</p>
               </note> Tale era la religione dei più avveduti tra i Gentili. Gli altri più assurdi errori del paganesimo possono dunque riguardarsi come pregiudizi e superstizioni popolari, communi però ancora al volgo degli antichi dotti.</p>
            <p>Le favole, le oscenità, le infamie attribuite agli Dei, erano il soggetto delle meditazioni dei deboli e dello scherno dei savi. Ci trasmisero S. Giustino <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>S. Iustinus</emph>, de Monarchia.</p>
               </note> e Clemente Alessandrino <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Clemens Alexandrinus</emph>, Cohort. ad Gent.</p>
               </note> quei versi di Menandro:</p>
            <quote rend="block">
               <lg>
                  <l>Spiacemi un Dio, che fuor vassi a diporto</l>
                  <l>Insiem con una vecchia, e che, recando</l>
                  <l>Una tavola in man, sen va frustando</l>
                  <l>Per ogni casa: un giusto Dio fa d'uopo</l>
                  <l>Che dimorando in sua magion, salute</l>
                  <l>Rechi a color che a lui porsero offerte.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Il primo dei citati Padri ci conservò ancora questi altri versi, nei quali lo stesso Comico pone in ridicolo la ricchezza dei tempii consecrati agli Dei: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Menander</emph>, in Philoctete ap. S. Iustin. de Monarchia.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg>
                  <l>Vedete poi che del guadagno anch'essi</l>
                  <l>Son vaghi i Numi, e nei loro tempii immensa</l>
                  <l>V'ha copia d'òr, che le pupille abbaglia.</l>
                  <l>Or perchè far guadagno a te non lice?</l>
                  <l>Chi mai ti vieta esser simile ai Numi?</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>I seguenti versi dello stesso autore debbonsi a Clemente Alessandrino <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Clemens Alexandrinus</emph>, Cohort. ad Gent.</p>
               </note> e a S. Giustino:</p>
            <quote rend="block">
               <lg>
                  <l>Poichè, se l'uomo a ciò che brama il Nume</l>
                  <l>Col risuonar de' cembali trascina,</l>
                  <l>Egli è maggior di Dio, ma cieco e folle</l>
                  <l>Mortale ritrovò quegli stromenti.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Quel poeta non si stancava di spargere i suoi drammi assai applauditi di massime sì opposte ai sentimenti del volgo. In un altro frammento, serbatoci dai lodati Padri Clemente di Alessandria <note place="foot">
                  <p>Idem, l. c.</p>
               </note> e S. Giustino, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>S. Iustinus</emph>, de Monarchia.</p>
               </note> il quale non so per qual cagione lo attribuisce a Filemone comico; egli così si esprime:</p>
            <quote rend="block">
               <lg>
                  <l>Se qualcuno al Nume offrendo arieti o tori,</l>
                  <l>O di qualsiasi specie ad esso in copia</l>
                  <l>Sgozzando in sull'altar vittime pingui;</l>
                  <l>O clamidi purpuree o d'òr conteste,</l>
                  <l>O d'effigiato bue la muta immago</l>
                  <l>Sculta in avorio o di smeraldo ornata,</l>
                  <l>Tributo signoril recando al tempio;</l>
                  <l>Crede, o Pamfilo, il Dio farsi propizio;</l>
                  <l>A torto il crede, e la delusa mente</l>
                  <l>Pasce di vana speme: uopo è che onesti</l>
                  <l>Costumi serbi, ed il pudor rispetti</l>
                  <l>Delle vergini, e il letto altrui non salga,</l>
                  <l>Netto di colpa sia, netto di sangue,</l>
                  <l>Tutto altrui renda ciò che altrui si deve.</l>
                  <l>Ah no, Pamfilo mio, di veste un filo,</l>
                  <l>Un ago altrui non desiar giammai,</l>
                  <l>Che ognor presente ti riguarda il Nume.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Altra volta, presso S. Giustino, beffandosi delle favole dei poeti, egli diceva: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Menander</emph>, in Misumeno ap. eumd. l. c.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg>
                  <l>O Geta, ed in qual terra</l>
                  <l>Sì giusti rinvenir possiam gli Dei?</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Altra volta esclamava, presso lo stesso: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Idem</emph>, in Paracatatheca ap. eumd. l. c.</p>
               </note>
               <quote>
                  <emph>Pur de' Numi il giudizio ingiusto appare</emph>
               </quote>.</p>
            <p>Senofane, solito a riguardare l'Ente supremo come vestito di corpo, ma di figura diversa da quella del corpo umano, scrivea, presso Clemente Alessandrino <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Clemens Alexandrinus</emph>, Cohort. ad Gent.</p>
               </note> e Teodoreto: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Theodoretus</emph>, de Curat. Graec. affect. Lib. III.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg>
                  <l>Ma generarsi i Dei crede il mortale,</l>
                  <l>E voce e corpo aver simile al suo.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Quindi prendeva a dimostrare l'assurdità della idolatria:</p>
            <quote rend="block">
               <lg>
                  <l>Or se leone o bue pinger potesse,</l>
                  <l>Se, come a noi le diè, le mani ai bruti</l>
                  <l>Date avesse natura; i Numi in forma</l>
                  <l>Di cavalli o di buoi ritratti avrebbe</l>
                  <l>Il cavallo od il bue; del proprio corpo</l>
                  <l>Fra i bruti avria ciascun vestiti i Dei.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Luciano, che non fu un ateo, come molti credono, ma un filosofo capace di disprezzare i pregiudizi e un bello spirito voglioso di ridere a spese dei creduli suoi contemporanei, si fa beffe assai spesso delle superstiziose follie del paganesimo, e nei suoi Dialoghi introduce il sommo Giove a far la parte di un buffone, trattando gli altri Dei collo stesso rispetto. Varrone, per testimonianza di S. Agostino, chiamava scandalo ed errore l'idolatria, e gridava altamente contro questo abuso. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Hunc Iovem Varro credit etiam ab his coli, qui unum Deum solum sine simulacro colunt, sed alio nomine nuncupari. Quad si ita est, cur tam male tractatus est Romae, sicut quidem, et in caeteris gentibus, ut ei fieret simulacrum? Quod ipsi etiam Varroni ita displicet, ut cum tantae civitatis perversa consuetudine premeretur, nequaquam tamen dicere, et scribere dubitaret, quod hi, qui populis instituerunt simulacra, et metum dempserunt, et errorem addiderunt.</quote>
                     <emph>S. Augustinus</emph>, de Civ. Dei. Lib. IV, Cap. 9.</p>
               </note> Quindi Prudenzio non credè di esagerare, allorchè scrisse: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Prudentius</emph>, Apotheos. V. 186, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Ecquis in idolio recubans, inter sacra mille</l>
                  <l>Ridiculos Divos venerans sale, caespite, thure,</l>
                  <l>Non putat esse Deum summum et super omnia solum?</l>
                  <l>Quamvis Saturnis, Iunonibus et Cytheraeis</l>
                  <l>Portentisque aliis fumantes consecret aras;</l>
                  <l>Attamen in coelum quoties suspexit, in uno</l>
                  <l>Constituit ius omne Deo: cui serviat ingens</l>
                  <l>Virtutum ratio, variis instructa ministris.</l>
                  <l>Quae gens tam stolida est animis, tam barbara linguis,</l>
                  <l>Quaeve superstitio tam sordida, quae caniformem</l>
                  <l>Latrantemque throno coeli praeponat Anubem?</l>
                  <l>Nemo Cloacinae aut Eponae super astra Deabus</l>
                  <l>Dat solium, quamvis olidam persolvat acerram,</l>
                  <l>Sacrilegisque molam manibus rimetur et exta.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Men communi dunque che non si crede furono gli errori della idolatria, e le assurdità più grossolane del paganesimo, lasciate dai sapienti in eredità, per lungo tempo inalienabile, alla plebe, vittima del pregiudizio e schiava della tradizione dei suoi maggiori.</p>
            <p>
               <quote lang="lat">
                  <emph>Vana superstitio superis quae reddita divis!</emph>
               </quote>
               <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Vergilius</emph>, Aeneid. Lib. XII, v. 817. ap. Lactant. Divin. Institut. Lib. I, Cap. 11.</p>
               </note>
            </p>
         </div1>
         <div1>
            <head>Capo 3</head>
            <head>DEGLI ORACOLI</head>
            <p>La credulità fu sempre una qualità inseparabile dal volgo. Egli è per questo che dopo avere ciecamente ammesse le sorprendenti follie del paganesimo, la plebe si lasciò imporre dalla furberia dei Sacerdoti, e prestò fede agli Oracoli. Ogni errore presso gli antichi diveniva ereditario. Il primo che seppe far parlare una statua, communicò la favella a mille differenti oggetti, e il mondo fu pieno di Oracoli. Serapide in Egitto, Apolline in Grecia; Giove Ammone nella Libia, Mopso in Cilicia, gli augelli in Roma pronunciarono sentenze, e diedero risposte. La cortina di Delfo, la quercia di Dodona, i furori della Sibilla, le tenebre dell'antro di Trofonio rivelarono le cose future, e diedero dei consigli. Le minacce di Ettore <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Homerus</emph>, Iliad. Lib. XII, v. 230, seqq.</p>
               </note> non furono ripetute assai sovente, la costanza di Papirio non fu imitata da molti. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Titus Livius</emph>, Hist. Rom. Lib. X, Cap. 40.</p>
               </note> Esse avrebbono fatto impallidire i Sacerdoti, e gli Oracoli avrebbono taciuto ben presto. Ma gl'interpreti della voce degli Dei sapeano far rispettare il loro ministero, e faceano talvolta prodigiosamente discomparire i profani con mezzi più efficaci di ogni incantesimo. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Pausanias</emph>, in Boeotic. Lib. IX, Cap. 39.</p>
               </note> Così il timore congiunto alla superstizione, liberava quegli augusti ministri delle Divinità dal pericolo di cadere in qualche sospetto. Dopo ciò non abbiamo a stupirci se la mania degli oracoli ha durato sì lungo tempo, e se il torrente ha trascinato seco non pochi tra i sapienti. Il desiderio di conoscer l'avvenire sì naturale all'uomo, e l'esito talvolta conforme, almeno in apparenza, alle predizioni hanno menati i popoli in folla a render omaggio all'artifizio signore perpetuo degli animi, e han coperte d'oro le pareti dei tempii, destinati a servir di teatro alla frode. Non vi volea tanto per persuadere il volgo ignorante, e per creare appoco appoco una tradizione, che fosse capace d'imporre ancora ai saggi.</p>
            <p>So che molti Padri e moltissimi scrittori hanno attribuite a virtù diabolica le risposte date dagli Oracoli; ma so ancora che per lunghissimo tempo si è riguardato il demonio come causa di tutto ciò che appariva mirabile, e di cui non [si] conoscea la vera cagione; che Clemente Alessandrino <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Clemens Alexandrinus</emph>, Strom. Lib. III.</p>
               </note> ha riconosciuta negli Oracoli l'impostura e la malvagità dei sacerdoti; che Van–Dale <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Van–Dale</emph>, De Oraculis Ethnicorum, Dissertat. I.</p>
               </note> e M. di Fontenelle <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>M. de Fontenelle</emph>, Histoire des Oracles, Dissert. I.</p>
               </note> hanno mostrato con dei Trattati che l'astuzia dei sacerdoti è stata la miglior profetessa, e che se essi non han potuto escludere affatto il demonio dalla cooperazione alle viste secrete dei suoi ministri, hanno però dovuto illuminare molte menti intorno alla vera cagione della maggior parte degli Oracoli.</p>
            <p>Oltredichè, fra gli stessi autori Gentili si sono trovati non pochi, che hanno smascherati gl'impostori, e convinti di frode i fatidici sacerdoti. L'incanto, benchè generale, non fu sì forte, che niuno valesse a disciorlo. Attesta Eusebio che infiniti autori aveano prima di lui dimostrata la vanità dei vaticini dei pagani, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Eusebius</emph>, Praeparat. Evangel. Lib. IV, Cap. 2.</p>
               </note> e reca alcuni frammenti interessanti di Diogeniano <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Idem</emph>, l. c. Cap. 3.</p>
               </note> e di Enomao. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Idem</emph>, l. c. Lib. V, Cap. 19, seqq.</p>
               </note> M. di Fontenelle <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>M. de Fontenelle</emph>, Hist. des Oracl. Diss. I, Chap. 7.</p>
               </note> stabilisce a seicento il numero degli scrittori mentovati, siccome dissi, da Eusebio in generale: <quote lang="lat">«Eusèbe nous dit que six cents personnes d'entre les payens avoient écrit contre les Oracles»</quote>. Ma egli fu ingannato dalle versioni latine del luogo di Eusebio, nelle quali lesse <foreign lang="lat">sexcenti</foreign>, vale a dire, <emph>moltissimi</emph>, giusta la frase usata in quella lingua. Nel testo greco non si ha il numero determinato degli scrittori, ma si legge solamente, <foreign lang="grc">μυρίων δὲ ὄντων</foreign>, <emph>essendo innumerevoli</emph>. I Peripatetici, i Cinici, gli Epicurei non furono, dice Eusebio, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Eusebius</emph>, Praep. Evang. Lib. IV, Cap. 2.</p>
               </note> così folli come gli altri Greci, <quote>«ma sì gli Oracoli, fra loro eccessivamente decantati, sì le divinazioni tutte, delle quali le altre genti andavan vaghe, condannarono apertamente, siccome menzognere, inutili e perniciose»</quote>. Lo stesso, quanto ai Peripatetici e agli Epicurei, affermò Origene, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Origenes</emph>, Contra Cels. Lib. VII, Cap. 3.</p>
               </note> dicendo che egli avrebbe potuto <quote>«con gli argomenti tratti da Aristotele e dai Peripatetici disputar non poco, e gettare a terra tutto ciò che intorno a Pizia e agli altri Oracoli»</quote> erasi detto da Celso, e <quote>«mostrare coi sentimenti di Epicuro e dei suoi seguaci che v'avea avuto ancora tra i Greci chi avea provata la falsità degli Oracoli, stimati e ammirati da tutta la loro nazione»</quote>. Rigettò infatti Epicuro ogni sorta di divinazione, per testimonianza di Diogene Laerzio. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Diogenes Laertius</emph>, in Vita Epicuri, Lib. X, segm. 135.</p>
               </note> Del medesimo sentimento fu Senofane, a dire di Plutarco, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Plutarchus</emph>, De Placit. philosoph. Lib. V, Cap. 1.</p>
               </note> presso cui Colote così parla di diverse risposte dell'Oracolo di Delfo, assai celebri nella Grecia: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Colotes</emph>, ap. eumd. adversus Colot.</p>
               </note>
               <quote>«Nulla dirò della narrazione di Cherefone assai sofistica ed importuna. Importuno è ancora Platone, per tacere degli altri, il quale riportò quell'oracolo nei suoi scritti. Più importuni sono i Lacedemoni, i quali conservano registrato nelle loro antichissime memorie l'oracolo spettante a Licurgo. Sofistica fu la spiegazione della risposta dell'oracolo, colla quale Temistocle avendo persuasi gli Ateniesi ad abbandonare la città, sconfisse i barbari in battaglia navale. Molesti sono i legislatori della Grecia, che stabilirono la maggior parte e la più splendida delle sacre cerimonie a norma dell'Oracolo di Pizia»</quote>. Questo è esprimersi ben chiaramente.</p>
            <p>Luciano nel suo Giove tragico introduce Momo a burlarsi dell'ambiguità degli Oracoli, e a rimproverare ad Apolline la oscurità delle sue risposte, <quote>«sì oblique ed intralciate, e d'ordinario avvedutamente composte in maniera sì equivoca, che gli uditori han bisogno per intenderle di un'altra Pizia»</quote>. Egli scrisse ed intitolò <title>Pseudomante</title>, cioè il <title>Falso Profeta</title>, la storia di quel famoso Alessandro, che prevalendosi della mansuetudine di un serpente, a cui compose artificiosamente un capo di figura umana, stabilì nel Ponto l'Oracolo di Esculapio, che fu per qualche tempo assai celebre. Intorno a siffatti serpenti mansueti molte curiose osservazioni fece Giovanni Lami nella Dissertazione sopra i Serpenti sacri, quasi volesse verificare la favola di Cadmo, parlando della quale, disse Ovidio: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Ovidius</emph>, Metamorphos. Lib. IV.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Nunc quoque nec fugiunt hominem, nec vulnere laedunt,</l>
                  <l>Quidque prius fuerint, placidi meminere dracones.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Ma interessante in singolar modo è la descrizione fatta dall'abate Bonnaterre, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Bonnaterre</emph>, Tableau encyclopédiq. et méthodiq. des trois Royaum de la nature.</p>
               </note> del serpente detto delle Dame, che gl'Indiani prendono in mano e accarezzano, e che le Malabaresi cercano di riscaldare, servendosene anche per rinfrescarsi nel tempo dei grandi calori.</p>
            <p>Sembra che Giovenale rispettasse poco gli Oracoli, poichè non ebbe difficoltà di lasciarci quei versi sì scandalosi: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Iuvenalis</emph>, Satyr. VI, v. 553 seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Chaldaeis sed maior erit fiducia; quidquid</l>
                  <l>Dixerit Astrologus, credent a fonte relatum</l>
                  <l>Ammonis; quoniam Delphis Oracula cessant,</l>
                  <l>Et genus humanum damnat caligo futuri.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>E certamente l'esito, non sempre molto conforme ai vaticini, dovea far ripetere frequentemente ai più savi:</p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Idque Deûm sortes, id Apollinis antra dederunt</l>
                  <l>Consilium? <note place="foot">
                        <p>Prudentius, Contra Symmachum, Lib. I, v. 262, seq.</p>
                     </note>
                  </l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Frattanto può egli dirsi che il genio per gli Oracoli sia al presente del tutto estinto? Quanti creduli, che consultano delle profezie pretese, come altri consulta i Giornali, credendo impossibile che accada cosa alcuna nel mondo contraria a quelle venerande predizioni! Quanti pazzi che prestano più fede ad una femmina invasata, che al Vangelo, e pagano assai caro i vaticini di una nuova Sibilla, agitata dall'entusiasmo dell'interesse! Essi disonorano la religione che professano, seppure questa seconda madre santissima della umanità può essere disonorata da alcune talpe ostinate, essa che è tutta pura, tutta semplice e tutta grande, e che non può sopportare queste abominazioni indegne della ragione e di lei. Si è veduto, nel secolo duodecimo e nei seguenti, rinnuovato in Irlanda l'antro di Trofonio sotto il nome di Purgatorio di S. Patrizio, il quale era una piccola caverna situata nel mezzo di un'isoletta che trovasi nel lago di Derg in Irlanda, ove fu pure un Monistero detto Reglis o Ragles. In quell'antro si faceva entrare il penitente, che per otto giorni continui non si era cibato, di ventiquattro in ventiquattr'ore, che di poco pane con acqua, e dovea passare il nono giorno senza alimento di sorta alcuna. La porta della caverna si chiudeva a chiavi, nè si riapriva che dopo ventiquattr'ore. È facile immaginarsi che il penitente sortìa dalla spelonca colla mente ingombrata dalla idea di visioni orribili, colla quale si avea avuta cura di prevenirlo prima di riporlo nell'antro. Se gli diceva però che la pena intera delle sue colpe eragli totalmente rimessa. La Chiesa, che non ha mai approvata veruna superstizione, condannò ancor questa, ed Alessandro VI ordinò che il luogo fosse distrutto. Così potesse ella annientare la superstizione negli animi, come ne sterminerà sempre gli oggetti conosciuti.</p>
         </div1>
         <div1>
            <head>Capo 4</head>
            <head>DELLA MAGIA</head>
            <p>Abbia o ne esistito l'arte magica, esista o non esista tuttora, nè è qui da ricercarsi, nè è cosa da decidersi di leggeri. Wier, Godelman, Delrio, Bodin, Le Brun, Calmet, Tartarotti, Lugiati, Patuzzi, Staidel, Preati, Cavalese, Grimaldi, Mamachi, Maffei, Cauz, Carli ne hanno disputato, e nulla fino ad ora si è deciso, e si continuerà sempre a disputarne. Egli è certo che la massima parte degli antichi fu costantemente persuasa della verità di quest'arte e dei suoi terribili effetti; e qualora anche si dimostri che la Magia non è assolutamente una chimera, non potrà mai negarsi che gli errori popolari degli antichi intorno ad essa siano stati infiniti. Nè potea infatti essere altrimenti. Ogni arcano è una sorgente d'illusioni, e un effetto meraviglioso ne fa immaginare mille altri assai più sorprendenti. Se a ciò si aggiunga il terrore che ispiravano i magi colle loro notturne e spaventose operazioni, si vedrà che il popolo, stupefatto e inorridito, dovea quasi necessariamente attribuire all'arte magica una virtù illimitata.</p>
            <p>Si credè infatti che i magi avessero il potere di trar giù dal cielo la luna con incantesimi.</p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Carmina vel coelo possunt deducere lunam;</l>
                  <l>Carminibus Circe socios mutavit Ulixi;</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>disse Virgilio; <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Vergilius</emph>, Eclog. VIII, v. 69, seq.</p>
               </note> e Seneca: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Seneca</emph>, Hercul. Oetaei, Act. II, Scen. I, v. 525, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Hoc docta Mycale thessalas docuit nurus,</l>
                  <l>Unam inter omnes luna quam sequitur magam,</l>
                  <l>Astris relictis.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Orazio fa dire a Canidia: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Horatius</emph>, Epod. XVII, v. 76, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>movere cereas imagines,</l>
                  <l>Ut ipse nosti curiosus, et polo</l>
                  <l>Deripere lunam vocibus possim meis:</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>e Ovidio a Medea: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Ovidius</emph>, Metamorph. Lib. VII.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Iubeoque tremiscere montes,</l>
                  <l>Et mugire solum, manesque exire sepulchris:</l>
                  <l>Te quoque, luna, traho.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Altrove egli scrive della stessa incantatrice: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Ovidius</emph>, Heroid. Epist. 6, v. 85, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Illa reluctantem curru deducere lunam</l>
                  <l>Nititur, et tenebris abdere solis equos.</l>
                  <l>Illa refrenat aquas, obliquaque flumina sistit;</l>
                  <l>Illa loco silvas vivaque saxa movet.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Teocrito fa solamente invocare la luna alla sua maga: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Theocritus</emph>, Idyll., II, v. 9, seqq.</p>
               </note>
               <quote>
                  <emph>Ma tu più bella, o Luna, ora risplendi</emph>
               </quote>. Della quale invocazione rende ragione il suo Scoliaste. Dipoi fa ripetere alla maga più volte quelle parole. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Idem</emph>, l. c., v. 68, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg>
                  <l>O santa luna,</l>
                  <l>Intendi l'amor mio perchè si accese.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Orazio ancor egli fa invocare Diana, cioè la Luna, a Canidia: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Horatius</emph>, Epod. Od. 5, v. 51, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Nox et Diana, quae silentium regis,</l>
                  <l>Arcana cum fiunt sacra,</l>
                  <l>Nunc nunc adeste, nunc in hostiles domos</l>
                  <l>Iram atque numen vertite.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Altrove finge che la luna si nasconda per non vedere le esecrande operazioni di due maghe: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Idem</emph>, Sermon. Lib. I. Sat. 8, v. 34, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>serpentes atque videres</l>
                  <l>Infernas errare canes, lunamque rubentem,</l>
                  <l>Ne foret his testis, post magna latere sepulcra.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Egli dà l'epiteto di <foreign lang="lat">rubentem</foreign> alla luna, perchè questa appare infatti rossa al suo levarsi; e il poeta avea detto poco prima che le maghe per dar principio ai loro incantesimi aveano aspettato il sorger della luna: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Idem</emph>, l. c., v. 21, seq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Nec prohibere modo simul ac vaga luna decorum</l>
                  <l>Protulit os, quin ossa legant herbasque nocentes.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Tibullo dice dei canti magici: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Tibullus</emph>, Eleg. Lib. I, El. 8, v. 21 seq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Cantus et e curru lunam deducere tentat;</l>
                  <l>Et faceret, si non aera repulsa sonent.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Luciano fa dire a Cleodemo che gl'incantesimi sogliono d'ordinario farsi durante il crescer della luna, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Lucianus</emph>, in Philopseude.</p>
               </note> e che un mago <quote>«si trasse innanzi Ecate, che menava seco Cerbero, e svelse la luna dal cielo».</quote> Credevasi anche che i magi sapessero colla loro arte fare arrossire la luna.</p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Qualis per nubila Phoebes</l>
                  <l>Atracia rubet arte labor:</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>disse Stazio. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Statius</emph>, Thebaid. Lib. I.</p>
               </note>
            </p>
            <p>Se dunque i magi esercitavano un potere sì assoluto sopra la luna, non è meraviglia che ne esercitassero uno simile sopra le stelle, sì inferiori alla luna nella idea popolare degli antichi. Virgilio ci conta che una maga promettea di farle volgere indietro: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Vergilius</emph>, Aeneid. Lib. IV, v. 489, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Sistere aquam fluviis, et vertere sidera retro;</l>
                  <l>Nocturnosque ciet Manes; mugire videbis</l>
                  <l>Sub pedibus terram, descendere montibus ornos.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Orazio scrive di un'altra maga: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Horatius</emph>, Epod. Od. V, v. 45, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Quae sidera excantata voce Thessala</l>
                  <l>Lunamque coelo deripit.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Egli scongiura Canidia, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Idem</emph>, l. c. Epod. 17, v. 4, seq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Per... libros carminum valentium</l>
                  <l>Refixa coelo revocare sidera.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Tibullo dice di una maga: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Tibullus</emph>, Eleg. Lib. I, El. II, v. 458, seq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Hanc ego de coelo ducentem sidera vidi:</l>
                  <l>Fluminis haec rapidi carmine vertit iter.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Lucano descrivendo alcuni incantesimi canta: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Lucanus</emph>, Pharsal. Lib. VI, v. 499, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Illic et sidera primum</l>
                  <l>Praecipiti deducta polo, Phoebeque serena</l>
                  <l>Non aliter diris verborum obsessa venenis</l>
                  <l>Palluit et nigris terrenisque ignibus arsit,</l>
                  <l>Quam si fraterna prohiberet imagine tellus</l>
                  <l>Insereretque suas flammis coelestibus umbras.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Dopo queste prodezze, il cuoprire il cielo di nubi, il far muggire i tuoni senza il consenso di Giove e biancheggiar la terra di neve nel cuor della estate, il destare i venti e l'eccitare il mare a tempesta, doveano essere, ed erano infatti, un giuoco per quei possenti incantatori. Ne fa ampia testimonianza Lucano stesso in quei versi: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Idem</emph>, l. c., v. 461, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Cessavere vices rerum, dilataque longa</l>
                  <l>Haesit nocte dies; legi non paruit aether.</l>
                  <l>Torpuit et praeceps audito carmine mundus,</l>
                  <l>Axibus et rapidis impulsus Iuppiter urgens</l>
                  <l>Miratur non ire polos. Nunc omnia complent</l>
                  <l>Imbribus et calido praeducunt nubila Phoebo,</l>
                  <l>Et tonat ignaro coelum Iove; vocibus isdem</l>
                  <l>Humentes late nebulas, nimbosque solutis</l>
                  <l>Excussere comis. Ventis cessantibus, aequor</l>
                  <l>Intumuit; rursus vetitum sentire procellas</l>
                  <l>Conticuit turbante Noto, puppimque ferentes</l>
                  <l>In ventum tumuere sinus.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Tibullo, come testimonio di vista, si fa tutto atterrito a dirci cose meravigliose del potere di una maga: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Tibullus</emph>, Eleg. Lib. I, El. 2, v. 49. seq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Cum libet, haec tristi depellit nubila coelo;</l>
                  <l>Cum libet, aestivo convocat orbe nives.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Medea si vanta presso Ovidio: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Ovidius</emph>, Metamorph. Lib. VII, v. 201, seq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Stantia concutio cantu freta; nubila pello,</l>
                  <l>Nubilaque induco.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>e presso Seneca: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Seneca</emph>, Med. Act. IV, Sc. 2, v. 743, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Et evocavi nubibus siccis aquas;</l>
                  <l>Egique ad imum maria, et Oceanus graves</l>
                  <l>Interius undas, aestibus victis, dedit:</l>
                  <l>Pariterque mundus, lege confusa aetheris,</l>
                  <l>Et solem et astra vidit; et vetitum mare</l>
                  <l>Tetigistis Ursae: temporum flexi vices,</l>
                  <l>AEstiva tellus floruit cantu meo,</l>
                  <l>Messem coacta vidit hibernam Ceres.</l>
                  <l>Violenta Phasis vertit in fontem vada;</l>
                  <l>Et Ister in tot ora divisus, truces</l>
                  <l>Compressit undas, omnibus ripis piger.</l>
                  <l>Sonuere fluctus, tumuit insanum mare,</l>
                  <l>Tacente vento.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Era gran temerità l'oprar tutti questi portenti e sconvolger la natura senza il permesso di Giove. Ma turbar gli stessi Dei e perfin Giove medesimo sul suo soglio ed obbligarli a discendere dal cielo era audacia insopportabile. Chi crederebbe che gli scellerati magi fossero giunti a tanto, se non ce ne assicurasse sulla sua parola Quintiliano, il quale dice che <quote>«l'orrendo borbottare e le imperiose parole dei magi gettavano in gravi angosce gli Dei superni e gl'infernali»</quote>? Nomina Plinio certa erba, della quale spacciavasi <quote>«che i magi si servissero quando voleano evocare gli Dei»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Magos uti, cum velint Deos evocare</quote>. <emph>Plinius</emph>, Hist. nat. Lib. 24, Cap. 17.</p>
               </note> Solino afferma <quote>«esser propria dei magi l'arte di evocare gli Dei e questa esser di altro genere che la Necromanzia»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Proprium est magorum, Deos elicere, et evocare, sed in alio genere quam Necromantiae</quote>. <emph>Solinus</emph>, Polyhist.</p>
               </note> La nutrice di Medea presso Seneca schiamazza che ella ha veduta questa maga assalire gli Dei e trar giù il cielo: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Seneca</emph>, Med. Act. IV. Scen. I, v. 673, seq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Vidi furentem saepe et aggressam Deos,</l>
                  <l>Coelum trahentem.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Leggiamo in Arnobio <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Arnobius</emph>, Adversus nation. Lib. V.</p>
               </note> che v'ebbe chi insegnò,</p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Quibus in terram modis</l>
                  <l>Iuppiter possit sacrificiis elici:</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>e da Plinio impariamo che Nerone fu vago della magia, perchè <quote>«desiderava di comandare agli Dei»</quote>
               <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Imperare Diis concupivit</quote>. <emph>Plinius</emph>, Hist. nat. Lib. 30, Cap. 2.</p>
               </note> per mezzo di essa.</p>
            <p>La evocazione dei mani e delle anime dei defonti era molto commune fra i magi, ed apparteneva ad una scienza particolare, che appellavasi necromanzia, perchè <foreign lang="grc">νεκρός</foreign> tra i Greci valea <emph>morto</emph>. Orazio descrive il modo col quale due maghe pretendeano fare questa evocazione: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Horatius</emph>, Sermon. Lib. I, Sat. 8, v. 23, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Vidi egomet nigra succinctam vadere palla</l>
                  <l>Canidiam pedibus nudis passoque capillo,</l>
                  <l>Cum Sagana maiore ululantem; pallor utrasque</l>
                  <l>Fecerat horrendas adspectu. Scalpere terram</l>
                  <l>Unguibus et pullam divellere mordicus agnam</l>
                  <l>Coeperunt; cruor in fossam confusus, ut inde</l>
                  <l>Manes elicerent animas responsa daturas.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Altra volta fa dire a Canidia: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Idem</emph>, Epod. 17, v. 79.</p>
               </note>
               <quote lang="lat">
                  <emph>Possum crematos excitare mortuos</emph>
               </quote>. Virgilio canta di alcune erbe: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Vergilius</emph>, Ecl. 8, v. 97, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>His ego saepe lupum fieri et se condere silvis</l>
                  <l>Moerin, saepe animas imis excire sepulchris,</l>
                  <l>Atque satas alio vidi traducere messes.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Simili storie terribili ci conta Ovidio in quei versi: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Ovidius</emph>, Amor. Lib. I, Eleg. 8, v. 91, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Cum voluit, toto glomerantur nubila coelo,</l>
                  <l>Cum voluit, puro fulget in orbe dies.</l>
                  <l>Sanguine, si qua fides, stillantia sidera vidi:</l>
                  <l>Purpureus lunae sanguine vultus erat.</l>
                  <l>Hanc ego nocturnas versam volitare per umbras</l>
                  <l>Suspicor, et pluma corpus anile tegi.</l>
                  <l>Suspicor; et fama est. Oculis quoque popula duplex</l>
                  <l>Fulminat, et gemino lumen ab orbe venit.</l>
                  <l>Evocat antiquis proavos atavosque sepulcris,</l>
                  <l>Et solidam longo carmine findit humum.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Tibullo fra le prodezze della sua maga non ha ommesso di annoverare quella di evocare i mani: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Tibullus</emph>, Eleg. Lib. I, El. 2, v. 45, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Haec cantu finditque solum, Manesque sepulcris</l>
                  <l>Elicit, et tepido devocat ossa rogo.</l>
                  <l>Iam tenet infernas magico stridore catervas:</l>
                  <l>Iam iubet adspersas lacte referre pedem.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Egli ci parla qui del latte come di un oggetto, del quale i magi si servivano nelle loro operazioni. Properzio ci parla dell'acqua che i magi adoperavano per richiamare le ombre. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Propertius</emph>, Eleg. Lib. IV, El. 1, v. 106.</p>
               </note>
               <quote lang="lat">
                  <emph>Umbrave quae magicis mortua prodit aquis</emph>
               </quote>.</p>
            <p>Nerone atterrito dallo spettro della madre uccisa, che spesso s'immaginava di vedere, accompagnato da furie spaventose armate di flagelli; <quote>«fatti con alcuni magi degl'incantesimi», <seg type="inciso">dice Svetonio,</seg> «cercò di evocare e di scongiurare i mani della defonta»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Facto per Magos sacro evocare Manes et exorare tentavit.</quote>
                     <emph>Svetonius</emph>, Vit. XII Caes. in Vita Neron. Cap. 34.</p>
               </note> Tertulliano ci fa avvertiti che a suo tempo era già pubblicamente nota la scienza, colla quale pretendeasi richiamare dall'inferno le anime dei morti. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Publica iam literatura est, quae animas etiam iusta aetate sopitas, etiam proba morte disiunctas, etiam prompta humatione dispunctas, evocaturam se ab inferum incolatu pollicetur.</quote>
                     <emph>Tertullianus</emph>, De anima, Cap. 57.</p>
               </note> Lattanzio credè effettivamente che i magi avessero il potere di farsi venire d'innanzi le anime degli estinti, poichè confutando la opinione di Democrito, di Epicuro e di Dicearco, che stimavano l'anima mortale e soggetta a disciogliersi col corpo, si espresse in tal guisa: <quote>«È dunque falsa la opinione di Democrito, di Epicuro, di Dicearco, che ammettono il disciogliersi dell'anima: opinione che essi non avrebbono certamente ardito di sostenere alla presenza di un mago, il quale avrebbe saputo con certi canti richiamare le anime dall'inferno e trarle loro innanzi e farle vedere loro coi propri occhi e costringerle a parlare e a predire le cose future; e se avessero osato farlo, sarebbero stati convinti da prove di fatto incontrastabile e presente».</quote>
               <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Falsa est ergo Democriti et Epicuri et Dicaearchi de anime dissolutione sententia; qui profecto non auderent de interitu animarum, mago aliquo praesente, disserere, qui sciret certis carminibus ciere ab inferis animas, et adesse, et praebere se humanis oculis videndas, et loqui, et futura praedicere; et si auderent, re ipsa, et documentis praesentibus vincerentur.</quote>
                     <emph>Lactantius</emph>, Divin. Institut. Lib. VII, Cap. 13.</p>
               </note> Alcimo Avito fu di parere che il demonio facesse comparire, in luogo delle anime dei morti, alcune figure aeree, e rispondesse in loro vece alle interrogazioni dei magi: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Alcimus Avitus</emph>, De Mosaicae Historiae gestis Lib. II, v. 317 seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Nec minus his pulsat contraria cura salutis,</l>
                  <l>Angit praescitus ducti quos terminus aevi:</l>
                  <l>Cum tamen eductas infernis sedibus umbras</l>
                  <l>Colloquium miscere putent et nota referre.</l>
                  <l>Spiritus erroris sed qui bacchatur in illis,</l>
                  <l>Ad consulta parat vanis responsa figuris:</l>
                  <l>Et ne porrecto dicantur singula verbo,</l>
                  <l>Praesenti illusus, damnabitur ille perenni</l>
                  <l>Iudicio, quisquis vetitum cognoscere tentat.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Si attribuiva ancora ai magi un potere ammirabile sopra i serpenti. Essi li incantavano, dice Virgilio, li assopivano e ne ammorzavano l'ira: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Vergilius</emph>, Aeneid. Lib. VII, v. 753, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Vipereo generi et graviter spirantibus hydris</l>
                  <l>Spargere qui somnos cantuque manuque solebat,</l>
                  <l>Mulcebatque iras, et morsus arte levabat.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Simil cosa afferma Tibullo: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Tibullus</emph>, Eleg. Lib. I, El. 8, v. 19, seq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Cantus vicinis fruges traducit ab agris,</l>
                  <l>Cantus et iratae detinet anguis iter.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Orazio ci rappresenta Canidia coperta il capo di vipere intrecciate: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Horatius</emph>, Epod. Od. V, v. 15, seq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Canidia brevibus implicata viperis</l>
                  <l>Crines et incomptum caput:</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>e Lucano dice delle maghe tessale: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Lucanus</emph>, Pharsal. Lib. VI, v. 487, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Has avidae tigres et nobilis ira leonum</l>
                  <l>Ore fovent blando; gelidos his explicat orbes</l>
                  <l>Inque pruinoso coluber distenditur arvo.</l>
                  <l>Viperei coeunt abrupto corpore nodi,</l>
                  <l>Humanoque cadit serpens adflata veneno.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Seneca ci regalò della descrizione dei serpenti incantati dalla portentosa virtù di Medea: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Seneca</emph>, Med. Act. IV, Scen. I, v. 684, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Tracta magicis cantibus</l>
                  <l>Squammea latebris turba desertis adest.</l>
                  <l>Hic sera serpens corpus immensum trahit,</l>
                  <l>Trifidamque linguam exertat, et quaererens quibus</l>
                  <l>Mortifera veniat, carmine audito stupet,</l>
                  <l>Tumidumque nodis corpus aggestis plicat.</l>
                  <l>Cogitque in orbes.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Medea stessa dice, presso Ovidio: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Ovidius</emph>, Metamor. Lib. VII, v. 203.</p>
               </note>
               <quote lang="lat">
                  <emph>Vipereas rumpo verbis et carmine fauces</emph>.</quote> Alcimo Avito si trattiene ancor egli in descriverci il potere esercitato dagl'incantatori sopra i serpenti: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Alcimus Avitus</emph>, De Mosaic. Histor. gest. Lib. II, v. 303, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Hinc est laudato quod possunt carmine Marsi;</l>
                  <l>Cum tacita saevos producunt arte dracones,</l>
                  <l>Absentes et saepe iubent confligere secum.</l>
                  <l>Tunc ut quisque gravem bello praesenserit hydrum,</l>
                  <l>Aspidis aut durae clausas cognoverit aures,</l>
                  <l>Concutit interius secreti carminis arma:</l>
                  <l>Protinus et lassis, verbo luctante, venenis,</l>
                  <l>Mox impune manu coluber tractatur inermis,</l>
                  <l>Et morsus tantum, non virus in angue timetur.</l>
                  <l>Interdum perit incantans, si callida surdus</l>
                  <l>Adiuratoris contempserit murmura serpens.</l>
                  <l>Hoc quoniam de matre trahunt et origine prima,</l>
                  <l>Anguineae fraudis quod sic, linguaeque periti,</l>
                  <l>Mutua per speciem reddunt commercia fandi.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Fra le declamazioni ascritte a Quintiliano, una ve n'ha, che porta per titolo <title>Il sepolcro incantato</title>; ed ha per oggetto di difendere contra il marito una donna, cui era più volte apparso di notte il figliuolo morto, il quale cessò di farsi vedere poichè da un mago furono fatti incantesimi sopra il suo sepolcro. Ivi si legge: <quote>«Ciò mi costa più travaglio che lo svellere le stelle dal cielo, l'arrestare nel verno il corso dei fiumi, il vincere i serpenti col veleno del canto più potente del loro, e il farli scoppiare sopra i miei stromenti»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Magis mihi laborandum est, quam cum sidera mundo revelluntur, cum iubentur hiberni fluviorum stare decursus, cum potentiore carminis veneno victi, rumpuntur in mea instrumenta serpentes.</quote>
                     <emph>Quintilianus</emph>, Declamat. X.</p>
               </note> Parole rimarchevoli del venerabile Necromante. È facile lo scorgere che la persuasione in cui erano gli antichi che i magi potessero colla loro arte render mansueti i serpenti, ebbe origine dal meraviglioso impero che il suono esercita sopra quei rettili, uno dei quali fu veduto in America nel 1791 dal Sig. di Châteaubriand, uomo la di cui testimonianza non può essere sospetta, ammansato ad un tratto dal suono di uno stromento. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>M. de Châteaubriand</emph>, Génie du Christianisme, Part. 7, Liv. III, Chap. 2.</p>
               </note> Così il volgo, che cerca il mistero dappertutto, attribuì un effetto naturale ad un'arte arcana e segreta, e da un fatto certo passando alle favole, immaginò strani prodigi, che stimò oprati dai magi sopra i serpenti.</p>
            <p>Le donne tessale in singolar modo erano dagli antichi tenute in conto di espertissime maghe. <quote>«Molte Tessale», <seg type="inciso">dice Luciano,</seg>
                  <note place="foot">
                     <p>
                        <emph>Lucianus</emph>, Dial. meretric. Dial. 4, Melis. et Bacch.</p>
                  </note> «passano per incantatrici»</quote>. Platone nomina <quote>«le femmine tessale, che svelgono la luna dal cielo»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Plato</emph>, in Gorgia.</p>
               </note> Giunse a tanto questa persuasione negli antichi, che si diede alla magia il nome di arte tessala. Canta Stazio: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Statius</emph>, Thebaid. Lib. III, v. 557.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Hinc fibrae et volucrum per nubila sermo</l>
                  <l>Astrorumque vices numerataque semita lunae</l>
                  <l>Thessalicumque nefas.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Medea dice presso Seneca: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Seneca</emph>, Med. Act. IV, Sc. 2, v. 789, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Cum thessalicis</l>
                  <l>Vexata minis, coelum freno</l>
                  <l>Propiore legit:</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>e la nutrice d'Ippolito presso lo stesso Tragico: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Idem</emph>, Hippol. Act. II, Scen. I, v. 419, seq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Sic te regentem frena nocturni aetheris</l>
                  <l>Detrahere numquam thessali cantus queant.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Giovenale deride i filtri tessalici:</p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Hic magicos adfert cantus, hic thessala vendit</l>
                  <l>Philtra.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Similmente Marziale si fa beffe della scienza tessalica: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Martialis</emph>, Epigr. Lib. IX, Ep. 29.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Quae nunc thessalico lunam deducere rhombo,</l>
                  <l>Quae sciet hos illos vendere lena toros?</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Di Mercurio dice Prudenzio: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Prudentius</emph>, Contra Symmach. Lib. II, v. 89, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Nec non thessalicae doctissimus ille magiae</l>
                  <l>Traditur extinctas sumptae moderamine virgae</l>
                  <l>In lucem revocasse animas, cocytia lethi</l>
                  <l>Iura resignasse, sursum revolantibus umbris:</l>
                  <l>Ast alias damnasse neci, penitusque latenti</l>
                  <l>Immersisse Chao: facit hoc ad utrumque peritus</l>
                  <l>Ut fuerit, geminoque armârit crimine vitam.</l>
                  <l>Murmure nam magico tenues excire figuras,</l>
                  <l>Atque sepulchrales scite incantare favillas,</l>
                  <l>Vita itidem spoliare alios ars noxia novit.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Altrove egli fa dire al giudice che avea condannato S. Romano al supplizio del fuoco: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Prudentius</emph>, Peristephan. Hymn. 10, v. 864, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Quousque tandem summus hic nobis magus</l>
                  <l>Illudit... Thessalorum carmine,</l>
                  <l>Poenam peritus vertere in ludibrium?</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Al qual luogo l'antico Scoliaste fa questa annotazione: <quote>«La Tessaglia abbonda di veleni e di erbe delle quali si servono i magi nelle loro operazioni. Quivi abbondano i magi e gl'incantatori sono in gran numero. Una tra questi fu Erittone, al riferire di Lucano»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Thessalia abundans est venenis, et herbis quibus magicam faciunt magici; et ibi multi sunt magi et incantatores, e quibus Erichtho fuit, ut refert Lucanus.</quote>
                     <emph>Scholiastes Prudentii</emph>, ad l. c.</p>
               </note> Infatti Lucano impiega una gran parte del libro sesto della sua Farsaglia in descrivere le operazioni magiche di una Tessala. Orazio dice per ischerzo ad un suo amico: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Horatius</emph>, Carm. Lib. I, Od. 27, v. 21, seq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Quae saga, quis te solvere Thessalis</l>
                  <l>Magus venenis, quis poterit deus?</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Plinio parlando dell'arte magica, narra che Menandro scrisse una Commedia intitolata <title>La Tessala</title>, in cui si fe' a descrivere le operazioni di alcune femmine, che cercavano coi loro incantesimi di trar giù la luna. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Nec postea quisquam dixit, quonam modo <seg type="inciso">(magia)</seg> venisset Telmessum religiosissimam urbem, quando transisset ad thessalas urbes, quarum cognomen diu obtinuit in nostro orbe alienae gentis. Troianis itaque temporibus, Chironis medicinis contenta, et solo Marte fulminante, miror equidem, Achillis populis famam eius in tantum adhaesisse, ut Menander quoque literarum subtilitati sine aemulo genitus, Thessalam cognominarit fabulam, complexam ambages foeminarum detrahentium lunam.</quote>
                     <emph>Plinius</emph>, Hist. nat. Lib. 30, Cap. 1.</p>
               </note> Di questa Commedia è fatta menzione ancora da Giulio Polluce, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Iulius Pollux</emph>, Onomast. Lib. X, Sect. 115.</p>
               </note> da Stefano bizantino <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Stephanus Byzantinus</emph>, de Gent. art. <foreign lang="grc">θεσσαλία</foreign>.</p>
               </note> e da Stobeo. Anche l'altro famoso comico Aristofane attribuì ai Tessali l'arte magica. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Aristophanes</emph>, Nub. V. 747.</p>
               </note> Così pure Apuleio. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Apuleius</emph>, Metamorphos. sive de As. Aureo.</p>
               </note>
            </p>
            <p>Fra i terrori e i pregiudizi dei volgari non mancò nell'antichità chi si ridesse dell'arte magica e dello spavento che essa cagionava. Presso Cicerone, disse Ennio: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Ennius</emph>, ap. Cic. De Divinat. Lib. I, Cap. 58.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Non enim sunt ii aut scientia aut arte divini;</l>
                  <l>Sed superstitiosi vates impudentesque harioli,</l>
                  <l>Aut inertes, aut insani, aut quibus egestas imperat!</l>
                  <l>Qui sibi semitam non sapiunt, alteri monstrant viam:</l>
                  <l>Quibus divitias pollicentur, ab iis drachmam ipsi petunt.</l>
                  <l>De his divitiis sibi deducant drachmam, reddant caetera.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Cicerone stesso dice che <quote>«possono porsi in un fascio gli errori dei poeti, i portenti oprati dai magi, le follie degli Egiziani, che sono dello stesso genere, e le opinioni del volgo nate dalla ignoranza e dalla incertezza in cui questo si trova intorno al vero»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Cum poetarum autem errore coniungere licet portenta magorum, Aegyptiorumque in eodem genere dementiam; tum etiam vulgi opiniones, quae in maxima inconstantia veritatis ignoratione versantur.</quote>
                     <emph>Cicero</emph>, De Natura Deorum, Lib. I.</p>
               </note> Seneca, filosofo poco soggetto a terrori panici, parla degl'incantesimi assai liberamente, e si scandolezza degli antichi legislatori di Roma, che parea avesser creduto all'arte magica. <quote>«Presso noi,» <seg type="inciso">dic'egli,</seg> «è proibito dalle dodici tavole d'incantare i frutti altrui. Credeva la rozza antichità che le procelle potessero suscitarsi o allontanarsi col mezzo di alcuni canti: il che è del tutto impossibile; e questa verità è sì evidente, che per apprenderla non fa d'uopo visitar la scuola di verun filosofo».</quote>
               <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Et apud nos in Duodecim Tabulis cavetur, ne quis alienos fructus excantassit. Rudis adhuc antiquitas credebat, et attrahi imbres cantibus, et repelli; quorum nihil posse fieri tam palam est, ut huius rei causa nullius philosophi schola intranda sit.</quote>
                     <emph>Seneca</emph>, Natural. Quaest. Lib. IV, Cap. 7.</p>
               </note> Columella, che scrivendo di agricoltura senza essere agricoltore, non partecipava a tutti i pregiudizi delle genti di campagna, avverte il fattor di villa a non dar adito agli aruspici e alle streghe. <quote>«Questa sorta di gente,» <seg type="inciso">scrive egli,</seg> «col mezzo di vane superstizioni, impegna gl'inesperti prima in ispese e poscia in delitti»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Haruspices, sagasque, quae utraque genera, vana superstitione rudes animos ad impensas, et deinceps ad flagitia compellunt, ne admiserit.</quote>
                     <emph>Columella</emph>, De Re Rust. Lib. I, Cap. 8.</p>
               </note> Ippocrate dice che i magi <quote>«mostrano, più ch'altro, empietà e persuasione che non v'abbiano Dei»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Hippocrates</emph>, De morbo sacro.</p>
               </note> Plinio si dichiarò apertamente contro la opinione volgare, che facea riguardare la magia come un'arte reale. Egli la chiama ingannosissima <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Magicas vanitates saepius quidem antecedentis operis parte, ubicumque causae, locusque poscebant, coarguimus, detegimusque etiamnunc; in paucis tamen digna res est, de qua plura dicantur, vel eo ipso quod fraudulentissima artium, plurimum in toto terrarum orbe, plurimisque saeculis valuit.</quote>
                     <emph>Plinius</emph>, Hist. nat. Lib. 30, Cap. 1.</p>
               </note> e sagace in occultare le frodi: <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Occultandis fraudibus sagax.</quote>
                     <emph>Idem</emph>, l. c. Lib. 29, Cap. 3.</p>
               </note> ed esorta a tener per fermo esser la scienza dei magi <quote>«detestabile, inutile e vana, benchè abbia qualche ombra di verità, la quale appartiene alle arti venefiche, non alle magiche»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Intestabilem, irritam, inanem esse; habentem tamen quasdam veritatis umbras, sed in his veneficas artes pollere, non magicas.</quote>
                     <emph>Idem</emph>, l. c. Lib. 30. Cap. 2.</p>
               </note> Sparziano chiamò pazzia quella di Didio Giuliano, che prestava fede ai magi: <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Fuit praeterea in Iuliano haec amentia, ut per magos pleraque faceret.</quote>
                     <emph>Spartianus</emph>, in Vita Didii Iuliani.</p>
               </note> e Suida dice che appellavansi magi coloro che aveano la mente ingombra di false immaginazioni. Ammiano Marcellino ancor egli, ed Apuleio, per quanto apparisce, si fecero beffe dell'arte magica. Così Platone, M. Aurelio imperatore, Filone Ebreo, Galeno, Strabone, Luciano. C'insegna Plutarco <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Plutarchus</emph>, Praecept. Coniugal.</p>
               </note> donde ebbe origine la volgare opinione, che attribuiva alle maghe, singolarmente tessale, il potere di trar giù la luna. <quote>«Che se v'ha alcuna,» <seg type="inciso">dic'egli,</seg> «la qual prometta di svellere la luna dal cielo, ella si prende giuoco della ignoranza e della dabbenaggine delle femmine che sel credono. Poichè sa essa sicuramente qualche poco di astrologia, e ha udito dire che Aglaonice figlia di Egetore tessalo, la qual conosceva i pleniluni, in cui accadono le ecclissi, avendo preveduto il tempo nel quale la luna dovea rimanere oscurata dall'ombra, fe' credere alle femmine che essa avrebbela tolta dal cielo»</quote>. La qual cosa ripete altrove lo stesso scrittore: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Plutarchus</emph>, de Oracul. Defectu.</p>
               </note>
               <quote>«Le Tessale han fama di staccar la luna dal cielo; ma ciò fu fatto credere alle femmine dall'astuzia di Aglaonice figlia di Egetore, donna, come dicono, perita in astrologia, la quale ogni volta che la luna pativa ecclissi faceva intendere che ella con arte magica l'aveva levata dal suo luogo»</quote>.</p>
            <p>Fra gli Scrittori cristiani, benchè molti abbiano attribuiti gli effetti pretesi dell'arte magica al demonio, v'ha avuto nondimeno chi ha riguardata quest'arte come affatto inutile e ingannatrice. Tertulliano in singolar modo ne ha conosciuta la vanità. <quote>«Che cosa dunque,» <seg type="inciso">scrive egli,</seg> «diremo essere la magia? Quello che quasi tutti dicono: una chimera»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Quid ergo dicemus magiam? Quod omnes pene: fallaciam.</quote>
                     <emph>Tertullianus</emph>, De anima, Cap. 57.</p>
               </note> Arnobio chiama giuochi gl'incantesimi. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Magicarum artium ludi.</quote>
                     <emph>Arnobius</emph>, Adversus nation. Lib. I.</p>
               </note> Così S. Cipriano. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Horum autem omnium ratio est illa, que fallit, et decipit, et praestigiis caeantibus veritatem, stultum et credulum vulgus inducit... Hos et poetae daemonas norunt, et Socrates instrui se, et regi ad arbitrium Daemonis praedicabat, et Magis inde est ad perniciosa, vel ludicra potentatus.</quote>
                     <emph>S. Cyprianus</emph>, De Idolorum vanitate.</p>
               </note> Teofilo Alessandrino in un'Epistola recata in latino da S. Girolamo, cita questo passo di Origene: <quote>«Arte magica non mi sembra esser nome di alcuna cosa reale»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Ars magica non mihi videtur alicuius rei subsistentis vocabulum.</quote>
                     <emph>Origenes</emph>, ap. Theoph. Alexand.</p>
               </note> Lattanzio chiama gli effetti magici, prestigi, <quote>«che niente hanno di vero e di solido»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Quae nihil veri, ac solidi ostentant.</quote>
                     <emph>Lactantius</emph>, Divin. Institut. Lib. IV, Cap. 15.</p>
               </note> Quindi li appella frode. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Omitto nunc ipsa opera comparare, quia in secundo et superiore libro, de fraude, ac praestigiis artis magicae dixi.</quote>
                     <emph>Idem</emph>, l. c. Lib. V, Cap. 3.</p>
               </note>
            </p>
            <p>Così pensavano i saggi dell'antichità. Eppure la magia anche al presente gode del suo credito presso il volgo. V'ha chi si spaccia dotato della virtù di guarire con parole e con segni; si pretende conoscere gli stregoni e le streghe; se ne teme la presenza e lo sdegno; i loro influssi sono nocivi, il loro tocco è pernicioso, i loro sguardi sono micidiali. Quali follie! e dopo tanti secoli tuttora trionfanti della ragione e del buon senso! <quote lang="lat">
                  <emph>O miseras hominum mentes, o pectora caeca!</emph>
               </quote>
               <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Lucretius</emph>, De Rerum Natura.</p>
               </note>
            </p>
         </div1>
         <div1>
            <head>Capo 5</head>
            <head>DEI SOGNI</head>
            <p>Non v'ebbe forse pregiudizio più commune fra gli antichi di quello di riguardare i sogni come forieri di qualche avvenimento. Nell'uomo primitivo questo pregiudizio è anche degno di scusa. In quel tempo di incertezza e di timore, l'uomo oppresso dall'ignoranza, sempre inquieto sulla sua sorte, circondato da pericoli, in mezzo a una natura che non conosceva, ansioso di esaminar tutto, e incapace per la molteplicità degli oggetti di soddisfarsi, atterrito dal ruggire delle belve e dal quieto muoversi delle frondi nella foresta; verso la sera agitato dal timore che gl'infondeva il sopraggiungere delle tenebre, sentia nondimeno entro di se una forza sconosciuta, che lo invitava al riposo. Egli cerca di secondarla col coricarsi. Dopo breve tempo una calma secreta lo investe, egli obblia tutto, e non vede più nulla. Appoco appoco le immagini dei suoi timori diurni cominciano a suscitarsi. Oggetti confusi e tristi si adunano nella sua mente. Verso il mattino egli vede un sogno che l'atterrisce. Il vento, che spira leggermente sulla sua faccia, lo risveglia tutto ad un tratto. Destato di rimbalzo, egli sorge con uno spesso palpito, meravigliato di trovarsi steso sul suolo, e attonito in veder già il sole sorgere ad una gran distanza dal luogo in cui lo avea veduto coricarsi. Una belva, che passando senza esser vista fa crepitare le foglie secche nel bosco, lo richiama alle sue inquietudini. Tremando egli fugge lontano da quel luogo, e s'avvanza taciturno e sospettoso, fermandosi ad ogni passo, e guardandosi intorno. In quello stato egli si risovviene del suo sogno e delle agitazioni che ha provate durante la notte. Turbato di nuovo e intimorito, se in quel momento, ricordandosi dell'Ente Supremo, egli attribuisce il suo sogno ad una causa soprannaturale, se lo riguarda come nunzio del futuro, egli che sa solo confusamente che il futuro non può esser preveduto, è degno certamente d'ogni scusa. La sua mente non è capace d'immaginare spiegazione più esatta di una cosa che ha tutta l'apparenza di un prodigio. Qualche volta Dio si è compiaciuto di scuoprire a taluno l'avvenire col mezzo di sogni. Si credè che egli volesse farlo sempre, e il sogno divenne una cosa divina e il patrimonio degli auguri famelici e degl'interpreti.</p>
            <p>Euripide chiamò la terra madre dei sogni, perchè dalla terra, dice il suo Scoliaste, si hanno i cibi, dai cibi si genera il sonno, da questo il sogno. Cinque specie di sogni distingue Macrobio. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Omaium, quae videre sibi dormientes videntur, quinque sunt principales diversitates, et nomina. Aut enim est <foreign lang="grc">ὄνειρος</foreign> secundum Graecos, quod Latini somnium vocant; aut <foreign lang="grc">ὅραμα</foreign>, quod viso recte appellatur; aut <foreign lang="grc">χρηματισμός</foreign>, quod oraculum nuncupatur; aut est <foreign lang="grc">ἐνᾣᾣύgr;νιον</foreign>, quod insomnium dicitur; aut est <foreign lang="grc">hgr;άντασμα</foreign>, quod Cicero, quoties opus hoc nomine fuit, <emph>visum</emph> vocavit. Ultima ex his duo cum videntur, cura interpretationis indigna sunt, quia nihil divinationis apportant; <foreign lang="grc">ἐνᾣᾣύgr;νιον</foreign> dico, et <foreign lang="grc">hgr;άντασμα</foreign>. Est enim <foreign lang="grc">ἐνᾣᾣύgr;νιον</foreign> quoties cura oppressi animi vel corporis, sive fortunae, qualis vigilantem fatigaverit, talem se ingerit dormienti</quote>. <emph>Macrobius</emph>, in Somn. Scip. Lib. I, Cap. 3.</p>
               </note> Così pure Niceforo Gregora. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Nicephorus Gregoras</emph>, in Schol. ad Synes. De insomn.</p>
               </note>
               <quote>«Cinque,» <seg type="inciso">scrive egli,</seg> «diconsi essere le specie dei sogni. Quello, cioè, che chiamano <foreign lang="grc">ἐνᾣᾣύgr;νιον</foreign>; il fantasma; l'oracolo; la visione; il sogno»</quote>.</p>
            <p>Gli antichi stimarono il sogno messaggero della Divinità. <quote>
                  <emph>Un divin sogno a me scese nel sonno:</emph>
               </quote> dice Agamennone presso Omero. <quote>«Gli Dei,» <seg type="inciso">scrive Senofonte,</seg>
                  <note place="foot">
                     <p>
                        <emph>Xenophon</emph>, De Magisterio Equit.</p>
                  </note> «sanno tutto, e lo fan sapere ad altri come lor piace, o nei sacrifici, o col mezzo di augurii, della fama o dei sogni»</quote>. Canta Stazio: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Statius</emph>, Thebaid. Lib. V.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Deus has, Deus ultor in iras</l>
                  <l>Apportat, coeptisque favet, nec imago quietis</l>
                  <l>Vana meae.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Virgilio ci rappresenta i sogni soltanto come compagni del Dio Sonno: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Vergilius</emph>, Aeneid. Lib. V, v. 838, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Cum levis aethereis delapsus Somnus ab astris</l>
                  <l>Aera dimovit tenebrosum, et dispulit umbras,</l>
                  <l>Te, Palinure, petens, tibi somnia tristia portans</l>
                  <l>Insonti; puppique Deus consedit in alta.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Il Pseudo–Didimo chiama Mercurio <quote lang="grc">ὀνειροgr;ομgr;όν</quote>, cioè mandator di sogni, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Pseudo–Didymus</emph>, ad Homer. Odyss. Lib. 23.</p>
               </note> perchè gli antichi da lui ne attendeano dei fausti, e per ottenerli faceangli delle libazioni, come vedesi presso Omero, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Homerus</emph>, Odyss. Lib. VII, v. 138.</p>
               </note> Eliodoro <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Heliodorus</emph>, Aethiopic. Lib. III.</p>
               </note> e lo Scoliaste di Apollonio di Rodi, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Scholiastes Apollonii</emph>, ad Argonaut. Lib. I.</p>
               </note> il quale dice di più, che soleano gli antichi offerire a Mercurio le lingue delle vittime. Si scolpiva la di lui immagine sopra i piedi dei letti, i quali perciò in greco si chiamavano ermini, come leggesi nel grande Etimologico, <note place="foot">
                  <p>Etymologicum magnum, art. <foreign lang="grc">Ἑρμίς</foreign>.</p>
               </note> giacchè Ermete, come ognun sa, in quell'idioma vale Mercurio. Ercole anch'egli appellavasi in greco <foreign lang="grc">ὀνειροgr;ομgr;ός</foreign>, in latino <foreign lang="lat">somnialis</foreign>, siccome leggesi in una vecchia iscrizione riportata da M. di Saumaise: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Salmasius</emph>, Exercitat. Plinian.</p>
               </note>
               <quote rend="sc">V. F. CULTORES HERCULIS SOMNIALIS DECURIA I DIS MANIBUS</quote> Lo Spon <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Spon</emph>, Ignotorum, atque obscur. Deorum ar. num. 26.</p>
               </note> dice che non sa comprendere come Ercole vigilantissimo potesse esser detto <foreign lang="lat">somnialis</foreign>; ma ciò era perchè questi teneasi dagli antichi per <foreign lang="grc">ἀλεξίκακος</foreign>, cioè, protettore contro i morbi, e gl'infermi per guarire aspettavano dal loro Dio dei buoni sogni, i quali saranno stati appunto da infermi:</p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Velut aegri somnia vanae</l>
                  <l>... species. <note place="foot">
                        <p>Horatius, Art. Poetic. v. 7, seq.</p>
                     </note>
                  </l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Così quel buon Oratore adrianese, Elio Aristide il Divino, come lo chiama Eunapio, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Eunapius</emph>, in Vita Proaeres.</p>
               </note> il quale credeva ai sogni più che una femminuccia del volgo, ci conta che, essendo infermo, ebbe da Esculapio Salvatore, da Serapide e da Iside dei felici sogni, coi quali fu aiutato a ricuperare la sanità. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Aelius Aristides</emph>, in Oration. Sacr.</p>
               </note> Egli descrisse ancora, in un libro lavorato a bella posta, tutti ad uno ad uno con singolare esattezza i sogni da lui avuti durante la sua malattia, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Idem</emph>, Orat. II et IV, Sacr. <emph>Nicephorus Gregoras</emph>, in schol. ad Synes. De insomn.</p>
               </note> benchè schiamazzassero gli amici, e gli rimproverassero la sua credulità e la devozione che avea per i sogni. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Idem</emph>, Orat. I, Sacr.</p>
               </note> Questo libro con altri molti dello stesso autore si è smarrito, ed è a desiderarsi per l'onore di Aristide che non si trovi mai più.</p>
            <p>Eustazio illustrando quel luogo di Omero: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Homerus</emph>, Iliad. Lib. I, v. 63.</p>
               </note>
               <quote>
                  <emph>Poi ch'anche il sogno a noi scende da Giove</emph>
               </quote>, chiama i sogni <quote lang="grc">διόgr;εμgr;τα</quote>, cioè mandati da Giove, e <quote lang="grc">διὸς ἀγγέλους</quote>, cioè, messaggeri di Giove. Che sarebbe, dice Luciano, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Lucianus</emph>, in Bis Accusato seu For.</p>
               </note> se rammentassi <quote>«il sonno che verso tutti drizza il volo, o il sogno che pernotta col sonno, e a lui serve d'interprete? Tutto ciò operano gli Dei per l'amore che portano all'uomo, tutto ciò donano essi a ciascuno onde possa come conviene menar la vita su questa terra»</quote>. Secondo Lattanzio il sogno non è sempre indifferente: Dio, dice egli, si è riserbata la facoltà di rivelare all'uomo il futuro col mezzo di esso. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Dormiendi ergo causa, tributa est a Deo ratio somniandi, et quidem in commune universis animantibus: sed illud homini praecipue, quod cum eam rationem Deus quietis causa daret, facultatem sibi reliquit docendi hominem futura per somnium. Nam et historiae saepe testantur, extitisse somnia, quorum praesens, et admirabilis fuerit eventus; et responsa vatum nostrorum ex parte somnii constiterunt. Quare neque semper vera sunt, neque semper falsa, Vergilio teste, qui duas portas voluit esse somniorum. Sed quae falsa sunt, dormiendi causa videntur; quae vera, immittuntur a Deo, ut imminens bonum, aut malum hac revelatione discamus.</quote>
                     <emph>Lactantius</emph>, De opific. Dei, Cap. 18.</p>
               </note>
            </p>
            <p>Più che ad altri avean fede gli antichi ai sogni veduti dopo mezzanotte o verso il mattino, perchè allora, dice Acrone, l'antico scoliaste di Orazio, l'animo più libero, mentre lo stomaco è sgombro dalle pituite, è disposto a vedere sogni veritieri. Leggiadrissimi e spiranti tutta la greca ingenuità sono quei versi di Teocrito o di Mosco: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Theocritus</emph>, Idyll. XIX, v. 1, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg>
                  <l>Già Venere ad Europa, della notte</l>
                  <l>Nella terza vigilia, allor che omai</l>
                  <l>Era presso il mattino, un dolce sogno</l>
                  <l>Mandò; quando il sopor sulle palpebre</l>
                  <l>Più soave del mel siede, e le membra</l>
                  <l>Lieve rilassa, ritenendo intanto</l>
                  <l>In molle laccio avviluppati i lumi;</l>
                  <l>Mentre lo stuol dei veri Sogni errando</l>
                  <l>Sen va d'intorno ai tetti.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Gareggiano con questi di grazia quei versi di Ovidio: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Ovidius</emph>, Heroid. Epist. 19, v. 195, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Namque sub Auroram, iam dormitante lucerna,</l>
                  <l>Tempore quo cerni somnia vera solent,</l>
                  <l>Stamina de digitis cecidere, sopore remissis:</l>
                  <l>Collaque pulvino nostra ferenda dedi.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Canta Orazio: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Horatius</emph>, Sermon. Lib. I, Sat. 10, v. 31, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Atque ego cum graecos facerem natus mare citra</l>
                  <l>Versiculos, vetuit me tali voce Quirinus,</l>
                  <l>Post mediam noctem visus, cum somnia vera.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Però acconciamente il nostro grande Epico finse che la porta, donde escono i sogni mandati da Dio, si apra poco prima di quella onde esce il sole, racchiudendo questo suo pensiero in quella elegantissima stanza: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Tasso</emph>, Gerusalemme Liberata, Canto XIV, Stanza 3.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg>
                  <l>Non lunge all'auree porte, ond'esce il sole,</l>
                  <l>È cristallina porta in Oriente,</l>
                  <l>Che per costume innanzi aprir si suole</l>
                  <l>Che si dischiuda l'uscio al dì nascente:</l>
                  <l>Da questa escono i sogni, i quai Dio vuole</l>
                  <l>Mandar per grazia a pura e casta mente;</l>
                  <l>Da questa or quel, ch'al pio Buglion discende,</l>
                  <l>L'ali dorate in verso lui distende.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Leggiamo in Silio Italico: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Silius Italicus</emph>, De Bello Punico Secundo, Lib. 8.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Sub lucem ur visa secundent</l>
                  <l>Oro coelicolas, et vivo purgor in amne.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Da questo luogo apparisce che gli antichi faceano delle lustrazioni per ottenere sogni favorevoli, ciò che raccogliesi ancora da quei versi di Aristofane: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Aristophanes</emph>, in Ran.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg>
                  <l>Acqua scaldate orsù tolta dal fiume,</l>
                  <l>Veggiam se un fausto sogno ottener possa.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Siffatto costume sembra aver voluto indicare Persio allorchè disse: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Persius</emph>, Sat. II, v. 15, seq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Haec sancte ut poscas, Tiberino in gurgite mergis</l>
                  <l>Mane caput, bis terque, et noctem flumine purgas.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Così forse anche Giovenale: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Iuvenalis</emph>, Sat. VI.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Ter matutino Tiberi mergetur, et ipsis</l>
                  <l>Vorticibus timidum caput abluet.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>In Tibullo troviamo: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Tibullus</emph>, Eleg. Lib. I, El. 3, v. 13, seq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Ipse procuravi ne possent saeva nocere</l>
                  <l>Somnia, ter sancta deveneranda mola.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Perchè i sogni fossero da valutarsi, esigevano gli antichi, che essi non seguissero una troppo lauta cena, e non fossero accompagnati da troppo spessi fumi, <quote>«poichè,» <seg type="inciso">dice Artemidoro,</seg>
                  <note place="foot">
                     <p>
                        <emph>Artemidorus</emph>, De Somn. Lib. I, Cap. 7.</p>
                  </note> «un cibo smoderato non lascia vedere il vero, nemmeno presso il mattino»</quote>. Lo stesso osserva Niceforo. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Nicephorus</emph>, in. Schol. ad Synes. De insomn.</p>
               </note>
               <quote>«Si crede,» <seg type="inciso">dice Apuleio</seg>, «che il largo cibo e la crapula cagionino sogni tristi ed infausti»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Apuleius</emph>, Metamorph. sive de As. Aur. Lib. I.</p>
               </note> Perciò il pescatore Asfalione, presso Teocrito, bramoso di persuadere al suo amico che il sogno, che avea avuto, non era da disprezzarsi, gli fa osservare che esso non era stato preceduto da un troppo lauto pasto. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Theocritus</emph>, Idyll. 21, v. 40, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg>
                  <l>Ripiena al certo</l>
                  <l>Di soverchio la pancia io non avea,</l>
                  <l>Poichè, se ben sovvienti, a parca cena</l>
                  <l>Dopo il pescar noi ci assidemmo al tardi.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Rigettavano, ancora, gli antichi i sogni avuti in autunno, del che cerca render ragione Plutarco, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Plutarchus</emph>, Convival. Quaestion. Lib. VIII, quaest. 10.</p>
               </note> allegando le infermità dei corpi, sì communi in quella stagione per l'avvicinarsi del freddo, le quali devono necessariamente, dic'egli, influire ancora sugli animi.</p>
            <p>Non bastava aspettare i sogni per trarne notizia dell'avvenire. Bisognava cercare di averne. Gli antichi per ottenerli si ponevano in un tempio, o in qualche luogo sacro, a riposare sopra una pelle distesa sulla terra, e attendevano così dal Dio del luogo delle visioni.</p>
            <quote rend="block">
               <lg>
                  <l>E quei che poseran sovra una pelle</l>
                  <l>Di lanuto animal, da quella tomba</l>
                  <l>Vera risposta avranno in mezzo al sonno.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Così Licofrone: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Lycophron</emph>, in Cassandra.</p>
               </note> e Virgilio similmente: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Vergilius</emph>, Aeneid. Lib. VII, v. 85, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Hinc Italae gentes, omnisque Oenotria tellus,</l>
                  <l>In dubiis responsa petunt. Huc dona sacerdos</l>
                  <l>Cum tulit, et caesarum ovium sub nocte silenti</l>
                  <l>Pellibus incubuit stratis, somnosque petivit:</l>
                  <l>Multa modis simulacra videt volitantia miris,</l>
                  <l>Et varias audit voces, fruiturque Deorum</l>
                  <l>Colloquio, atque imis Acheronta affatur Avernis.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Sopra questo luogo scrive Servio: <quote>«<emph>Incubare</emph> propriamente si dice di quelli che dormono per ricevere risposte divine. Onde <foreign lang="lat">ille incubat Iovi</foreign> significa: quello dorme nel Campidoglio a fine di ricevere risposte da Giove»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Incubare dicuntur proprie hi, qui dormiunt ad accipienda responsa. Unde est: Ille incubat Iovi, idest, dormit in Capitolio, ut responsa possit accipere.</quote>
                     <emph>Servius</emph>, ad Verg. l. c.</p>
               </note> Ciò vale a spiegare quei versi che Plauto mette in bocca ad uno, cui venia raccontato un sogno mandato da Esculapio: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Plautus</emph>, Curcul. Act. II, Scen. 2, v. 15, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Nihil est mirandum, melius si nihil sit tibi,</l>
                  <l>Namque incubare satius te fuerat Iovi,</l>
                  <l>Qui tibi auxilium in iureiurando fuit.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Dormivasi per sognare anche nel tempio di Pasifae vicino a Sparta, siccome apparisce da un luogo di Cicerone. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Atque etiam qui praeerant Lacedaemoniis, non contenti vigilantibus curis, in Pasiphaes fano, quod est in agro propter urbem somniandi causa incubabant, quia vera quietis oracula ducebant.</quote>
                     <emph>Cicero</emph>, De Divinat. Lib. I.</p>
               </note> La costumanza di dormire sopra la pelle tratta ad un montone sacrificato era commune anche agli Ateniesi, come vedesi in Pausania. <quote>«Coloro,» <seg type="inciso">dice Strabone parlando di Calcante,</seg>
                  <note place="foot">
                     <p>
                        <emph>Strabo</emph>, Geograph. Lib. VI.</p>
                  </note> «che bramano sapere il futuro, gli sacrificano un montone nero, e si coricano sulla sua pelle»</quote>. V'avea però di quelle Divinità capricciose che in luogo di mandar sogni a quei che dormivano nei loro tempii, loro li toglievano affatto; dal che deduce Tertulliano che i demonii prendono ugualmente piacere di dare i sogni e di toglierli. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Si enim et Aristoteles, Heroem quendam Sardiniae notat incubatores fani sui visionibus privantem; erit et hoc in daemonum libidinibus, tam auferre somnia, quam inferre; ut Neronis quoque seri somniatores, et Thrasymedis insigne inde processerit.</quote>
                     <emph>Tertullianus</emph>, De anima, Cap. 49.</p>
               </note>
            </p>
            <p>Si sa che i Pitagorici si astenevano dalle fave; non si sa però con egual certezza qual fosse la cagione di questa loro astinenza. Apollonio Discolo vuol che questa fosse la soverchia attività che hanno le fave a indisporre lo stomaco e ad impedire alla mente di ricevere sogni veritieri. <quote>«Per questa,» <seg type="inciso">dic'egli,</seg>
                  <note place="foot">
                     <p>
                        <emph>Apollonius Dyscolus</emph>, Hist. Commentit. Cap. 46.</p>
                  </note> «e forse anche per altre cagioni i Pitagorici vietarono il far uso delle fave... <note place="foot">
                     <p>
                        <quote lang="lat">Iubet igitur Plato, sic ad somnum proficisci corporibus affectis, ut nihil sit, quod errorem animi, perturbationemque afferat. Ex quo Pythagoricis interdictum putatur, ne faba vescerentur, quod habet inflationem magnam is cibus, tranquillitati mentis, quaerentis vera, contrariam.</quote>
                        <emph>Cicero</emph>, De Divinat. Lib. I.</p>
                  </note> poichè esse rendono i nostri sogni turbolenti e confusi»</quote>. Cicerone e Plinio <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Hebetare sensus (fabacia) existimata, insomnia quoque facere. Ob haec Pythagorica sententia damnata.</quote>
                     <emph>Plinius</emph>, Hist. nat. Lib. 18, Cap. 12.</p>
               </note> fecero pur menzione di questa sentenza. Infatti asserisce Dioscoride <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Dioscorides</emph>, De materia medica. Lib. II, Cap. 127.</p>
               </note> che <quote>«le fave della Grecia.. turbano i sogni»</quote>; e lo stesso afferma Plutarco <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Plutarchus</emph>, Convival. Quaestion. Lib. 8, quaest. 10.</p>
               </note> aggiungendo che <quote>«a chi brama conoscere il futuro per mezzo dei sogni, suole raccomandarsi l'astinenza sì dalle fave che dalle teste dei polipi»</quote>.</p>
            <p>Dopo tanti preparativi e astinenze, venuti finalmente gli antichi alla grande operazione di dormire, e sognato che aveano nel sonno, come sognavano vegliando, se i sogni erano favorevoli se ne allegravano coi loro amici, ai quali ne faceano il racconto; se infausti, per impedir loro di avverarsi andavano a parteciparli al Sole o a qualche altra Divinità. <quote>«Soleano gli antichi,» <seg type="inciso">dice lo scoliaste di Sofocle,</seg> «veduto che aveano un sogno infausto, alla mattina contarlo subito al Sole, affinchè questo, che è contrario alla notte, facesse che l'esito fosse opposto al sogno»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Scholiastes Sophoclis</emph>, ad Helectr.</p>
               </note> Infatti Ifigenia presso Euripide, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Euripides</emph>, in Hecuba.</p>
               </note> avendo sognato che il palagio ove ella abitava era per cadere, riferisce il suo sogno al Sole. Di siffatto costume anche altrove si ha chiaro indizio presso lo stesso Tragico. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Idem</emph>, Iphigen. in Taur. V. 43, seq.</p>
               </note>
               <quote>
                  <emph>Quello, che vide in sogno, al Sol fa noto:</emph>
               </quote> dice Sofocle. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Sophocles</emph>, in Helectr.</p>
               </note> I Romani narravano i loro sogni a Vesta, come mostrano quei versi di Properzio: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Propertius</emph>, Eleg. Lib. II, El. 29, v. 27, seq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Ibat et hinc castae narratum somnia Vestae,</l>
                  <l>Neu sibi, neve mihi quae nocitura forent.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Il pescatore Asfalione, avendo avuto un buon sogno, dice, presso Teocrito, al suo amico: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Theocritus</emph>, Idyll. 21, v. 29 seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg>
                  <l>Or sappi, amico, un fausto sogno io vidi,</l>
                  <l>Nè a te celar lo vo', ma, come il pesce,</l>
                  <l>I miei sogni partir tutti vo' teco.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>In un affare così interessante come quello dei sogni, convenia consultare i periti e prevalersi, per non errare, degli altrui lumi. Gli antichi compresero tutta l'importanza di questa verità, ma per una contraddizione un poco singolare, in luogo d'interrogare sacerdoti venerandi o aruspici canuti, s'indirizzarono a delle vecchie femmine che avean fama di streghe. <quote lang="lat">
                  <emph>Quae mea non decies somnia versat anus?</emph>
               </quote> dicea Properzio. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Propertius</emph>, Eleg. Lib. II, El. 2, v. 8.</p>
               </note> V'ebbero però anche tra gli uomini degl'interpreti dei sogni. Tale è, presso Plauto, quello che fa narrarsi un sogno venuto da Esculapio. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Plautus</emph>, Curcul. Act. II, Scen. 2.</p>
               </note> Asfalione, presso Teocrito, volendo raccontare al compagno il suo sogno, comincia dall'interrogarlo: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Theocritus</emph>, Idyll. 21, v. 29 32 seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg>
                  <l>T'intendi tu dei sogni?... a niuno al certo</l>
                  <l>Cedi d'ingegno, e a giudicar de' sogni</l>
                  <l>Bravissimo è colui che un buon ingegno</l>
                  <l>Ha per maestro.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Come i Tessali per magi, così i Telmissensi passavano per abili interpreti dei sogni. <quote>«Gl'Isauri e gli Arabi,» <seg type="inciso">scrive Clemente Alessandrino,</seg>
                  <note place="foot">
                     <p>
                        <emph>Clemens Alexandrinus</emph>, Strom. Lib. I.</p>
                  </note> «coltivarono la scienza degli augurii; i Telmissensi quella che scuopre l'avvenire col mezzo dei sogni»</quote>. Di questa prerogativa dei Telmissensi si ha un cenno anche presso Tertulliano. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Tertullianus</emph>, De an. Cap. 46.</p>
               </note> Celebre infatti fu Aristandro Telmissense, interprete di sogni al servizio di Alessandro il Grande, del quale fra gli altri fa menzione Luciano. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Lucianus</emph>, Philopatr.</p>
               </note> L'arte d'interpretare i sogni fu inventata, secondo Plinio, <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Interpretationem ostentorum, et somniorum (invenit) Amphictyon.</quote>
                     <emph>Plinius</emph>, Hist. nat. Lib. VIII, Cap. 56.</p>
               </note> da Amfizione.</p>
            <p>Divenuta questa meritevole di entrare nel numero delle scienze esatte, convenne pensare a noverarne i precetti, e, per facilitarne lo studio, a comporre su di essa dei Trattati metodici. Molti dotti si presentarono in folla per rendere questo importante servigio alla umanità. Astrampsico, Artemidoro, Sinesio, Achmet figlio di Seirim, Niceforo, scrissero sui sogni. Le loro opere si conservano con rispetto nelle nostre Biblioteche, senza che alcuno ardisca toccarle. Ma infelicemente si sono smarrite quelle di Alessandro Mindio, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Artemidorus</emph>, De Somn. Lib. I, Cap. 69, Lib. II, Cap. 8 et 71.</p>
               </note> di Antifone, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Tertullianus</emph>, De an. Cap. 46. <emph>Fulgentius</emph>, Mytholog. Lib. I. <emph>Seneca</emph>, Controvers. 9. <emph>Cicero</emph>, De Divinat. Lib. I. <emph>Hermogenes</emph>, De ideis, Lib. II, Cap. 10. <emph>Lucianus</emph>, Ver. Histor. Lib. II. <emph>Suidas</emph>, in Lex. art. <quote lang="grc">Ἀντιhgr;ῶν Ἀθηναῖος ὀνειροκρίτ</quote>. <emph>Artemidorus</emph>, De Somn. Lib. II, Cap. 14.</p>
               </note> di Apollodoro Telmissense, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Idem</emph>, l. c. Lib. I, Cap. 82.</p>
               </note> di Apollonio Attalense, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Idem</emph>, l. c. Cap. 34, Lib. III, Cap. 28.</p>
               </note> di Aristarco, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Idem</emph>, l. c. Lib. IV, Cap. 25.</p>
               </note> di Artemone, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Idem</emph>, l. c. Lib. I, Cap. 1, Lib. II, Cap. 49. <emph>Tertullianus</emph>, De an. Cap. 46. <emph>Fulgentius</emph>, Mytholog. Lib. I. <emph>Eustathius</emph>, ad Hom. T. Lib. 16.</p>
               </note> di Demetrio Falereo, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Artemidorus</emph>, De Somn. Lib. II, Cap. 49.</p>
               </note> di Ermippo Berizio, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Tertullianus</emph>, De an. Cap. 46.</p>
               </note> di Filocoro, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Idem</emph>, l. c. <emph>Fulgentius</emph>, Mytholog. Lib. I.</p>
               </note> di Gemino Tirio, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Artemidorus</emph>, De Somn. Lib. Il, Cap. 49.</p>
               </note> di Oro, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Dio. Chrysostomus</emph>, Orat. XI.</p>
               </note> di Pappo Alessandrino, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Suidas</emph>, in Lex. art. <foreign lang="grc">gr;άgr;gr;ος</foreign>.</p>
               </note> di Serapione, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Tertullianus</emph>, De anima, Cap. 46. <emph>Fulgentius</emph>, Mythologic. Lib. 1.</p>
               </note> e di altri non pochi. Gli scritti onirocritici di Germano Patriarca di Costantinopoli, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Lambecius</emph>, Commentar. De Biblioth. Vindobon. Lib. V.</p>
               </note> e di Michele Paleologo <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Du Cange</emph>, Glossar. med. et infim. Graecitat.</p>
               </note> si serbano manoscritti, come tesori sepolti, nelle Biblioteche. Per saggio della maniera di pensare e di ragionare degli Onirocriti, ossia Interpreti dei sogni, basti recar qui tradotto il principio del libercolo di Astrampsico. <quote>«Il camminare sui carboni», <seg type="inciso">dice questi,</seg> «presagisce un danno cagionato dai nemici. Colui che tiene in mano un'Ape vedrà svanire le sue speranze. Il muoversi tardamente rende i viaggi calamitosi. Se ti vedrai sollevato di mente, sappi che ti conviene abitare una terra straniera. La vista degli astri è eccellente per gli uomini. Se camminerai sopra dei vasi di terra, pensa a schivare i danni che ti preparano i nemici. La vista dei buoi minaccia una cattiva avventura. Il mangiar uve indica una vicina inondazione di pioggia. I tuoni uditi nel sonno sono i discorsi degli Angeli. Il mangiar fichi denota le vane cicalate. Il latte è indizio di placidi costumi. Il latte sventa le trame degl'inimici. Se ridi nel sonno, sei di costumi difficili. Se ti vedi vecchio, attendi degli onori. Se siedi nudo, temi di perdere i tuoi beni. Un cattivo odore è segno di qualche molestia»</quote>. Ecco gli arcani dell'arte onirocritica, ecco i fonti della scienza del futuro, ecco le sublimi teorie dell'arte divinatoria. O cecità!</p>
            <p>Convien dire però, per non defraudare alcuni pochi saggi dell'onore che loro è dovuto, che fra tanti sognanti vi fu chi vegliò, e vide assai chiaro per conoscere la follia dei suoi contemporanei. Virgilio dice che i Mani spediscono sulla terra dei sogni falsi: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Vergilius</emph>, AEneid. Lib. VI, v. 897.</p>
               </note>
               <quote lang="lat">
                  <emph>Sed falsa ad coelum mittunt insomnia Manes</emph>
               </quote>. Insigne è quel luogo di Petronio: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Petronius Arbiter</emph>, in Satyric.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Somnia, quae mentes ludunt volitantibus umbris,</l>
                  <l>Non delubra Deûm, nec ab aethere Numina mittunt,</l>
                  <l>Sed sibi quisque facit; nam cum prostrata sopore</l>
                  <l>Urget membra quies, et mens sine pondere ludit,</l>
                  <l>Quidquid luce fuit, tenebris agit. Oppida bello</l>
                  <l>Qui quatit, et flammis miserandas saevit in urbes,</l>
                  <l>Tela videt, versasque acies, et funera regum,</l>
                  <l>Atque exundantes perfuso sanguine campos.</l>
                  <l>Qui causas orare solent, legesque forumque</l>
                  <l>Et pavido cernunt inclusum corde tribunal.</l>
                  <l>Condit avarus opes, defossumque invenit aurum.</l>
                  <l>Venator saltus canibus quatit: eripit undis,</l>
                  <l>Aut premit eversam periturus navita puppim.</l>
                  <l>Scribit amatori meretrix: dat adultera munus:</l>
                  <l>Et canis in somnis leporis vestigia latrat.</l>
                  <l>In noctis spatio miserorum vulnera durant.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Tibullo ancor egli ebbe poca fede ai sogni, come apparisce da quei distici: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Tibullus</emph>, Eleg. Lib. III, El. 4, v. 5 seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Divi vera monent; venturae nuntia sortis,</l>
                  <l>Vera monent tuscis exta probata viris:</l>
                  <l>Somnia fallaci ludunt temeraria nocte,</l>
                  <l>Et pavidas mentes falsa timere iubent.</l>
                  <l>Et natum in curas hominum genus omina noctis</l>
                  <l>Farre pio placant et saliente sale.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Lucano canta di Pompeo: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Lucanus</emph>, Pharsal. Lib. VII, v. 7, seq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>At nox felicis Magno pars ultima vitae</l>
                  <l>Sollicitos vana decepit imagine somnos.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Il compagno di Asfalione dice, presso Teocrito, a questo pescatore che avea veduto in sogno un pesce d'oro: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Theocritus</emph>, Idyll. 21, v. 64, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg>
                  <l>Cotesti sogni</l>
                  <l>Son fole, amico, e se vuoi gir ben desto</l>
                  <l>A rifrustar quei luoghi, ivi dei sogni</l>
                  <l>La vaga speme tua pesce di carne</l>
                  <l>Ricercar ti farà, se pur di fame</l>
                  <l>Morir tu non vorrai con pesci d'oro.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Epicuro, a dire di Tertulliano, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Tertullianus</emph>, De an. Cap. 46.</p>
               </note> stimò i sogni del tutto vani. Aristotele nel suo libro sui sogni dice dapprima che <quote>«non deesi di leggieri negare, nè credere che vi abbia una Divinazione, la qual si faccia nel sonno col mezzo dei sogni»; <note place="foot">
                     <p>
                        <emph>Aristoteles</emph>, De Divinat. per somn. Cap. I.</p>
                  </note>
                  <seg type="inciso">ma soggiunge poscia che</seg> «il non trovarsi alcuna causa adeguata, dalla quale provenga siffatta Divinazione, fa che a questa non si abbia fede. Poichè,» <seg type="inciso">segue egli,</seg> «se dicasi che i sogni mandansi da Dio, ciò, sì per altre cagioni, sì perchè è assurdo che essi siano inviati non ad uomini sommi e sapientissimi, ma a qualsivoglia persona, senza discernimento de le qualità di ciascuna, trovasi non aver luogo. Ora, tolta questa causa, cioè Dio, non sembra,» <seg type="inciso">dice Aristotele,</seg> «che possa trovarsene altra plausibile»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Idem</emph>, l. c.</p>
               </note> Cicerone disputa assai a lungo sopra i sogni, e fa vedere la piccolezza di mente di coloro che pretendeano trarne notizia dell'avvenire. <quote>«Io domando,» <seg type="inciso">dice egli,</seg> «per qual cagione Dio, se per un tratto della sua provvidenza vuole avvertirci con queste visioni, non lo fa piuttosto mentre vegliamo, che mentre dormiamo. Poichè, qualunque sia la causa che ci fa credere nel sonno di vedere, di udire, di operare, sia essa esterna, sia interna, poteva avere il suo effetto, anche nel tempo della nostra vigilia... E certamente, se la beneficenza divina volesse darci dei consigli, sarebbe più degno di essa il darceli più chiari mentre vegliamo, che più oscuri mentre sogniamo»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Illud etiam requiro, cur si Deus ista visa nobis providendi causa dat, non vigilantibus potius det, quam dormientibus: sive enim externus, et adventitius pulsus animos dormientium commovet, sive per se ipsi animi moventur, sive quae causa alia est cur secundum quietem aliquid videre, audire, agere videamur, eadem vigilantibus esse poterat... Fuit igitur divina beneficentia dignus, tum consuleret nobis, clariora visa dare vigilantibus, quam obscuriora per somnium.</quote>
                     <emph>Cicero</emph>, De Divinat. Lib. II.</p>
               </note> Leone imperatore dice che Scipione Affricano <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Leo Imperator</emph>, Tactic. Cap. 20, num. 80.</p>
               </note>
               <quote>«rigettò l'astrologia... l'arte di conoscere il futuro per mezzo dei sogni ed altre simili fogge di presagire e di giudicare, con tutto ciò che può servire di ostacolo alla utile provvidenza di un Capitano»</quote>.</p>
         </div1>
         <div1>
            <head>Capo 6</head>
            <head>DELLO STERNUTO</head>
            <p>Se la superstizione avesse dei limiti, potrebbe far meraviglia che lo sternuto abbia riscossi dagli antichi omaggi ed applausi, abbia deciso del buon esito di qualche grande intrapresa, e sia stato in procinto di farne svanire qualche altra. Ma i nostri antenati, che aveano piegato il ginocchio avanti ad una statua provveduta, per parlare, di organi tolti in prestito da un accorto sacerdote; che aveano raccapricciato all'aspetto di un destro giocoliere accompagnato da uno spirito malvagio, che risiedea nelle sue mani e nelle sue macchine; che aveano credute le loro Divinità assistenti sempre al loro letto per ammonirli coi sogni e sollazzarli colle visioni; doveano esitare a riguardar lo sternuto, che risiede nel capo e commuove la sede del pensiero, come cosa soprannaturale e divina? Essi erano troppo pii per mancare del dovuto rispetto a una cosa sovrumana. <quote>«Lo sternuto è da noi riputato Dio,»</quote> diceva Aristotele. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Aristoteles</emph>, Problem. Sect. 33, quaest. 6.</p>
               </note> Esso ispirò dunque sentimenti di venerazione e riverenza. Se questo Nume avesse avuto tempii ed altari, il fumo dei sacrifizi avrebbe talvolta fatto degno il sacerdote di esser compreso dalla divinità del Dio che onorava.</p>
            <p>Benchè mancasse di tempii, non mancò però lo sternuto di adorazioni. <quote>«Che il capo,» <seg type="inciso">dice Ateneo</seg>, <note place="foot">
                     <p>
                        <emph>Athenaeus</emph>, Deipnosophist. Lib. II.</p>
                  </note> «fosse riputato sacro, apparisce dal costume di giurare per esso e di adorare pur come sacri gli sternuti che provengono dal capo»</quote>. <quote>«Mentre egli parlava,» <seg type="inciso">scrive Senofonte</seg>, «un tale sternuta. Ciò udito, i soldati tutti unanimemente adorano il Nume»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Xenophon</emph>, De Expedit. Cyri, Lib. III.</p>
               </note> Aristotele, che chiama Dio lo sternuto, lo dice ancora sacro e santo. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Aristoteles</emph>, De Histor. animal. Lib. I, Cap. 11.</p>
               </note> Teneasi dunque dagli antichi lo sternuto per una cosa veramente divina. Come tale, esso dovea ricevere degli omaggi allorchè sortiva dal capo di qualcuno. Non si trascurò questo dovere, e il costume di salutar lo sternuto divenne quasi universale. La storia della Florida e il P. Godigno, il quale nella Vita del Sylveira racconta, come è noto, che lo sternuto del re del Monomotapa è annunziato a tutto il regno, cosa incommoda, quando egli è obbligato a sternutare più volte di seguito, mostrano che gli errori intorno allo sternuto si sparsero quasi per tutto il mondo, come il politeismo, <quote lang="lat">
                  <emph>Si licet exemplis in parvo grandibus uti</emph>
               </quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Ovidius</emph>, Trist. Lib. I, Eleg. 3, v. 25.</p>
               </note> Sognarono Polidoro Virgilio e il Sigonio, i quali stabilirono l'origine del costume di salutar chi sternuta nel tempo della pestilenza che infierì in Roma sotto S. Gregorio Magno, nel qual tempo, dice il Sigonio, molti sternutando, altri sbadigliando, veniano a morire improvvisamente; e da ciò nacque la consuetudine di far felici augurii a chi sternuta, e di segnar la bocca di chi sbadiglia col segno della croce. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Multi, cum sternutarent, alii, cum oscitarent, repente spiritum emittebant. Quod cum saepius eveniret, consuetudo inducta est, quae nunc etiam observatur, ut sternutantibus salutem precando, oscitantibus signum crucis ori admovendo praesidium quaererent</quote>. <emph>Sigonius</emph>, Hist. de Regno Ital. Lib. I, an. 590.</p>
               </note> La costumanza, che riguarda lo sternuto, è antichissima, e ne fece menzione in qualche modo Aristotele, il qual dice che all'udirsi di uno sternuto solea farsi un prospero augurio. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Aristoteles</emph>, Problem. Sect. 33, quaest. 9.</p>
               </note> Assai più chiaramente ne parlano Petronio Arbitro <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Gyton</emph>, <quote lang="lat">collectione spiritus iam plenus, continuo ita sternutavit, ut grabatum concuteret; ad quem motum Eumolpus conversus, salvere Gytona iubet.</quote>
                     <emph>Petronius Arbiter</emph>, in Satyric.</p>
               </note> ed Apuleio. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Interim acerrimo, gravique odore sulphuris, iuvenis inescatus atque obnubilatus, intercluso spiritu diffluebat; <emph>(atque ut est ingenium vivacis metalli)</emph> crebras ei sternutationes commovebat: maritus e regione mulieris accipiebat sonum sternutationis, cumque putaret ab ea sternutationem proficisci, solito sermone salutem ei precabatur.</quote>
                     <emph>Apuleius</emph>, Metamorphos., sive de As. aur. Lib. II, Cap. 15.</p>
               </note> Diceasi che Tiberio volea quando era in cocchio esser salutato al suo sternutare. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Cur sternutamentis salutamur? quod etiam Tiberium Caesarem, tristissimum, ut constat, hominum, in vehiculo exegisse tradunt. Et alii nomine quoque consalutare religiosius putant.</quote>
                     <emph>Plinius</emph>, Hist. nat. Lib. XXVIII, Cap. 2.</p>
               </note> Leggesi nell'Antologia un Epigramma di Ammiano, in cui si scherza sopra certo Proculo, che avendo un naso assai prolisso, non potea, dice il poeta, sentire il suo sternuto, giacchè questo viene dal naso: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Ammianus</emph>, in Anthol. Lib. III.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg>
                  <l>Giove, allorchè sternuta, ei non invoca,</l>
                  <l>Che del suo sternutar non ha contezza,</l>
                  <l>Troppo dal naso suo lungi è l'orecchio.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Più antica forse del costume di salutar chi sternuta, fu la consuetudine di riguardar lo sternuto come un augurio. Di questa si trova chiaro indizio presso Omero. Penelope nell'Odissea dice ad Ulisse: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Homerus</emph>, Odyss. Lib. 17, v. 545, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg>
                  <l>Vedi che il figliuol mio, mentr'io diceva,</l>
                  <l>Ad ogni tratto sternutò; dei Proci</l>
                  <l>Presso è la morte omai, nè d'essi un solo</l>
                  <l>Vivo alla possa scamperà del Fato.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>D'ordinario lo sternuto prendeasi per presagio di fausto evento, come apparisce sì da questo luogo di Omero, sì da quello di Properzio: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Propertius</emph>, Eleg. Lib. II, El. 1, v. 33, seq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Num tibi nascenti primis, mea vita, diebus</l>
                  <l>Aureus argutum sternuit omen Amor?</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Anche Teocrito fa sternutar gli Amori: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Theocritus</emph>, Idyll. 7, v. 96.</p>
               </note>
               <quote>
                  <emph>Sternutaron gli Amori a Simichida</emph>
               </quote>. Altrove egli dice di Menelao: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Idem</emph>, Idyll. 18, v. 16, seq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg>
                  <l>Certo un buon genio, o fortunato sposo,</l>
                  <l>Ti sternutò quando venisti a Sparta.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Una giovane, presso Aristeneto, avendo sternutato mentre scriveva, trae quindi argomento di sperar bene. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Aristaenetus</emph>, Epist. Amator. Lib. II, Ep. 5.</p>
               </note> Senofonte arringava l'esercito. Trattavasi di un'impresa difficile. Mentre egli parlava, un soldato sternuta. L'eloquenza dello sternuto più forte di quella di Senofonte persuade l'armata, e l'impresa si tenta. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Xenophon</emph>, De Expedit. Cyri, Lib. III</p>
               </note> Altra volta, mentre egli parlava pubblicamente in mezzo all'esercito, sternuta un soldato, Senofonte è creato Generale. Bisogna bene che egli fosse molto caro al Dio Sternuto, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Idem</emph>, l. c. Lib. VI.</p>
               </note> poichè questo compariva sì opportunamente per favorirlo.</p>
            <p>Agli augurii che traevansi dagli sternuti davasi in greco il nome di <foreign lang="grc">Σᾣᾣύμβολοι</foreign>, o <foreign lang="grc">Ξᾣᾣύμβολοι</foreign>, che è il medesimo. Lo attesta oltre Suida, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Suidas</emph>, in Lex., art. <foreign lang="grc">Σᾣᾣύμβολον</foreign>.</p>
               </note> Esichio lessicografo, allorchè dice: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Hesychius</emph>, in Lex., art. <foreign lang="grc">Σᾣᾣύμβολ</foreign>.</p>
               </note>
               <quote>« <foreign lang="grc">Ξᾣᾣύμβολοι</foreign> chiamavansi gli augurii fatti col mezzo degli sternuti. Questi si riferivano a Cerere. Altri vogliono che <foreign lang="grc">ξᾣᾣύμβολοι</foreign> sian detti i vaticini fatti col mezzo della fama, inventati da Cerere, secondo Filocoro»</quote>. Anche allo scoppiar dell'olio nel lucignolo davano gli antichi il nome di sternuto, e teneano ancor questo per favorevole indizio. Perciò Erone scrive, presso Ovidio: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Ovidius</emph>, Heroid. Epist. 19, v. 151, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Sternuit et lumen (posito nam scribimus illo:)</l>
                  <l>Sternuit, et nobis prospera signa dedit.</l>
                  <l>Ecce merum nutrix faustos instillat in ignes:</l>
                  <l>Crasque erimus plures, inquit, et ipsa bibit.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>E Macedonio dice in un Epigramma, che si ha nell'Antologia:</p>
            <quote rend="block">
               <lg>
                  <l>Di già tre volte,</l>
                  <l>Cara lucerna, sternutar ti udii.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Gli augurii però tratti dallo sternuto erano, a dir di Plinio, <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Ecce fulgurum monitus, oraculorum praescita, aruspicum praedicta, atque, etiam parva dictu in auguriis, sternutamenta, et offensiones pedum.</quote>
                     <emph>Plinius</emph>, Hist. nat. Lib. II, Cap. 7.</p>
               </note> di piccol conto. Nondimeno non si ommetteva di osservare che di due sorte erano gli sternuti, altri fausti ed altri infausti. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Scholiastes Theocriti</emph>, ad Idyll. 7, v. 96.</p>
               </note> Stimavasi prospero quello che facevasi a destra: ciò che fra gli altri nota Eustazio: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Eustathius</emph>, ad Homer., Iliad. Lib. 7.</p>
               </note> infausto quello che faceasi a sinistra. Il gran Genio di Socrate, secondo un Megarese, non era che lo sternuto; la sua filosofia e la sua ammirabile previdenza consisteano in volgersi a destra o a sinistra, <quote>«Io udii,» <seg type="inciso">dice un tale presso Plutarco,</seg>
                  <note place="foot">
                     <p>
                        <emph>Plutarchus</emph>, De Gen. Socrat.</p>
                  </note> «narrar da un Megarese, figlio di Terpsione, che il Genio di Socrate era il proprio o l'altrui sternuto: che allorchè qualcuno sternutava a destra, avanti o dietro di lui, egli si determinava a far l'azione che avea in mente, dal che si asteneva allorquando taluno sternutava a sinistra. Quanto poi ai suoi proprii sternuti, che quando egli sternutava mentre era per operare, da ciò traeva argomento di confermarsi nel suo proposito; ma quando gli occorreva di sternutare mentre operava, solea desistere dall'azione»</quote>. Un uomo assai superstizioso avendo minacciato a Diogene di spezzargli il capo con un sol colpo: bada bene, rispose questi, che io sternutandoti a sinistra posso farti tremare. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Diogenes Laertius</emph>, in Vita Diogenis, Lib. VI, segm. 48.</p>
               </note> Nel giorno della battaglia di Salamina, poco avanti la zuffa, <quote>«mentre Temistocle,» <seg type="inciso">dice Plutarco,</seg>
                  <note place="foot">
                     <p>
                        <emph>Plutarchus</emph>, in Vita Themistoclis.</p>
                  </note> «sacrificava sopra la Capitana, furongli tratti innanzi tre prigionieri bellissimi di aspetto, e coperti d'oro e di vesti preziose, i quali dicevansi esser figli di Sandauce sorella del Re e di Autarto. Poichè li ebbe veduti l'augure Eufrantide, tostochè risplendè sull'altare una grande e lucida fiamma, mentre a destra lo sternuto porgeva un prospero augurio; presa la mano di Temistocle, ordinò che quei giovani prigionieri fossero sacrificati a Bacco Omeste, e che si accompagnasse il sacrificio con preghiere alla Divinità, aggiungendo che ciò assicurerebbe ai Greci salvezza e vittoria... Il popolo allora tutto ad una voce cominciò ad invocare quel Nume, e trascinati i prigionieri innanzi all'altare, volle che come avea prescritto l'augure si facesse il sacrifizio»</quote>. Sternuta Ippia, figlio di Pisistrato, mentre dispone il suo esercito in battaglia sopra una terra nemica. La veemenza dello sternuto gli fa cadere un dente di bocca. Si cerca il dente per suo ordine, ma le ricerche benchè lunghe e diligenti sono inutili, e il dente non si trova. Allora Ippia, <quote>«Soldati,» <seg type="inciso">dice,</seg> «questa terra non ci è assegnata dal destino, e noi colle nostre armi non potremo guadagnarvi uno spazio di terreno maggiore di quello che è coperto dal dente che ho perduto»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Herodotus</emph>, in Erato, Lib. VI.</p>
               </note> Ecco un'avventura ben diversa da quella di Temistocle. Per Catullo lo sternuto a sinistra è un segno prospero, anzi che infausto: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Catullus</emph>, Carm. 43. v. 8, seq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Hoc ut dixit, Amor sinistra, ut ante,</l>
                  <l>Dextram sternuit adprobationem:</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>seppure non si ha a por virgola dopo <emph>Amor</emph>, togliendola dopo <emph>sinistra</emph>, come vuole il P. Famiano Strada. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Strada</emph>, Prolusion. Academ. Lib. III, Praelect. 4.</p>
               </note>
            </p>
            <p>Stimavansi di fausto augurio gli sternuti fatti dal mezzodì alla mezzanotte vegnente; d'infausto quelli che occorrea di fare dalla mezzanotte sino al seguente mezzogiorno: della quale opinione lasceremo render ragione ad Aristotele. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Aristoteles</emph>, Problem., Sect. 33, quaest. 11.</p>
               </note> Se sternutavano nel calzarsi, gli antichi soleano tornare in letto, come vedesi in S. Agostino. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Hinc sunt etiam illa; limen calcare, cum ante domum suam transit; redire ad lectum, si quis dum se calceat sternutaverit</quote>. <emph>S. Augustinus</emph>, De Doctr. Christ. Lib. II, Cap. 20.</p>
               </note> Era pur tenuto per cattivo augurio lo sternutare presso un sepolcro. Di questa sorta di sternuto fa menzione Macedonio in un Epigramma dell'Antologia: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Macedonius</emph>, in Antholog. Lib. II, Cap. 19, Epigr. 5.</p>
               </note>
               <quote>
                  <emph>Presso al sepolcro sternutai</emph>
               </quote>. Lo sternutare ai venti credevasi annunziare la inutilità di qualche intrapresa. <quote>
                  <emph>Ai venti sternutai</emph>
               </quote>: dice lo stesso Macedonio. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Idem</emph>, l. c.</p>
               </note>
            </p>
            <p>Allorchè voleano sternutare, volgeansi gli antichi verso il sole, perchè il calore di questo determinasse il capo allo sternuto, come vedesi in Aristotele. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Aristoteles</emph>, Problem., Sect. 33, quaest. 4 et 15.</p>
               </note>
               <quote>«Lo sternuto,» <seg type="inciso">dice Cassio medico,</seg>
                  <note place="foot">
                     <p>
                        <emph>Cassius</emph>, Problem. medic. 44.</p>
                  </note> «è occasionato da certo calore, che commuove quel luogo onde esso ha origine. Perlochè ci volgiamo verso il sole allorquando bramiamo sternutare»</quote>. Nel libro degli Orientali intitolato <title>Sadder</title>, alla Porta settima si legge: <quote>«Bisogna recitare per chi sternuta un Ahùnavar, ed un Ashûm vùhû... affine di cacciare per mezzo di queste due parole i morbi che porta il Diavolo, il quale ha luogo nel corpo umano. Poichè sappi che v'ha nel corpo certo fuoco... Quando questo fuoco per comando del Signore–Nutritore attacca il Diavolo, lo scaccia a forza dal corpo; e posto così in fuga il Demonio, rimane il corpo sano per mezzo dello sternuto»</quote>. Il timore che cagionava lo sternuto, chiamavasi dai Romani <foreign lang="lat">consternatio</foreign>, come apprendiamo da Festo.</p>
            <p>V'avea però ancora tra gli antichi di quelli che in luogo di costernarsi o di rallegrarsi al loro o all'altrui sternutare, riprendevano acremente il volgo della sua superstizione, e si mostravano increduli verso la Divinità dello sternuto. Fra le tenebre più spesse ha sempre brillato qualche mente illuminata; il pregiudizio non ha mai trionfato della ragione di tutti i filosofi; nè la terra è stata mai un deserto universale di uomini. Il buon senso, che spesso è sembrato scomparire, non ha mai abbandonata del tutto la natura; qualche uomo grande ha fiorito in ogni secolo. Forse non v'ha avuto mai pregiudizio assolutamente universale. Un saggio, rigettando degli errori, non ha saputo schivarne alcuni, che altri saggi han rigettato soccombendo ad altri pregiudizi. <quote>«E che,» <seg type="inciso">dice Cicerone,</seg> «dovremo noi dunque riguardare l'inciampar co' piedi, il rompersi di una correggia, lo sternutare, come altrettanti augurii?»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Cicero</emph>, De Divinat. Lib. II.</p>
               </note> Presso Clemente Alessandrino <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Clemens Alexandrinus</emph>, Strom. Lib. VII.</p>
               </note> e Teodoreto, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Theodoretus</emph>, De Curat. Graec. affect. Lib. VI.</p>
               </note> dice Filemone comico:</p>
            <quote rend="block">
               <lg>
                  <l>Cammina e parla e a piacer suo sternuta</l>
                  <l>Ovunque ognun di noi: che? ciò non lice</l>
                  <l>Forse in città? peran gli augurii: alfine</l>
                  <l>Tutto avverrà ciò che il Destin prefisse.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Celebre è il detto di Timoteo, generale ateniese, il quale, al riferir di Frontino, <quote>«essendo per combattere colla sua flotta contro quei di Corcira, disse al piloto della sua nave che avea cominciato a dare il segno alla flotta di rientrare nel porto, perchè uno dei marinai avea sternutato: ti meravigli tu dunque che fra molte migliaia di uomini ve n'abbia uno a cui prudano le nari?»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Classe dimicaturus adversus Corcyreos, gubernatori suo, qui proficiscenti iam classi signum receptui coeperat dare, quia ex regimibus quemdam sternutantem audierat; miraris, inquit, ex tot millibus unum perfrixisse?</quote>
                     <emph>Frontinus</emph>, Stratagem. Lib. I, Cap. 12, num. 11.</p>
               </note> Polieno <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Polyaenus</emph>, De Strategem. Lib. III, Cap. 10, num. 2.</p>
               </note> aggiunge che si rise a questo detto, e si fece vela. <quote>«Così,» <seg type="inciso">dice Leone imperatore,</seg>
                  <note place="foot">
                     <p>
                        <emph>Leo Imperator</emph>, Tactic. Cap. 20, num. 198.</p>
                  </note> «quel prudente generale, tolto dagli animi dei soldati il timore cagionato dal sinistro augurio, ispirò loro confidenza e coraggio»</quote>.</p>
            <p>Dai Cristiani della primitiva Chiesa la superstiziosa osservanza dello sternuto fu riguardata come affatto vana, e propria soltanto dei Gentili. Clemente Alessandrino, che dà alcuni avvertimenti sul modo di contenersi con urbanità nello sternutare, non giudicò neppure necessario di farne menzione, il che sarebbe stato assai naturale, se i Cristiani di quel tempo avessero riguardato lo sternuto come indizio dell'avvenire. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Clemens Alexandrinus</emph>, Paedagog. Lib. II, Cap. 7.</p>
               </note> Origene parla con disprezzo di questa opinione sì commune ai Pagani. <quote>«Se gli uccelli,» <note place="foot">
                     <p>
                        <emph>Origenes</emph>, Contra Cels. Lib. IV, Cap. 94, seq.</p>
                  </note>
                  <seg type="inciso">dic'egli,</seg> «hanno un'anima divina, e possono col mezzo dei sensi aver cognizione di Dio o degli Dei, come parla Celso; necessariamente ancor noi uomini, allorchè sternutiamo, saremo mossi a farlo da una Divinità e da una virtù profetica, che risiedano in noi e nella nostra anima: poichè anche lo sternuto è posto da molti tra gli augurii... Ma il vero spirito divino per far conoscere il futuro non si serve di animali irragionevoli, o di qualunque siasi uomo»</quote>. Nel terzo dei libri sopra Giobbe, falsamente attribuiti ad Origene stesso, trovasi pur condannata la vana osservanza dello sternuto. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Quidam autem sternutamentis adhuc observiunt, et invocationibus, atque revocationibus, et occursibus, atque volucrum vocibus, non intelligentes miseri, et spe vacui, quia a Domino gressus hominis diriguntur</quote>. <emph>Pseudo–Origenes</emph>, Commentar. in Iob. Lib. 3, ad Cap. 2, v. 13.</p>
               </note> L'autore di un Sermone sugli augurii da alcuni ascritto a S. Agostino, e da altri con più ragione a S. Cesario, chiama questa osservanza ridicola e sacrilega, ed ammonisce i Cristiani a fuggirla. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Illas vero non solum sacrilegas, sed etiam ridiculosas sternutationes considerare, et observare nolite: sed quoties vobis in quacumque parte fuerit necessitas properandi, signate vos in nomine Iesu Christi, et Symbolum, vel Orationem Dominicam fideliter dicentes, securi de Dei adiutorio iter agite</quote>. <emph>S. Caesarius</emph>, Serm. de auguriis.</p>
               </note> Lo stesso avvertimento dà ai fedeli S. Eligio vescovo di Noyon. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Similiter et auguria, vel sternutationes observare nolite nec in itinere positi, aliquas avicula cantantes adtendatis: sed sive iter, sive quodcumque opus arripitis, signate vos in nomine Christi, et Symbolum et Orationem Dominicam cum fide, et devotione dicite et nihil vobis nocere poterit inimicus</quote>. <emph>S. Eligius</emph>, De rectitud. catholic. conversat. Cap. 5.</p>
               </note> Nel secolo duodecimo v'avea in Francia chi si ridea degli augurii tratti dagli sternuti. <quote>«Che cosa mai,» <seg type="inciso">dicea Giovanni di Salisbury vescovo di Chartres,</seg> «ha che far con il successo degli affari, che taluno sternuti una o più volte?»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Quid enim refert ad consequentiam rerum, si quis semel, aut amplius sternutaverit?</quote>
                     <emph>Ioannes Sarisberiensis</emph>, Policrat. Lib. II, Cap. 1.</p>
               </note>
            </p>
         </div1>
         <div1>
            <head>Capo 7</head>
            <head>DEL MERIGGIO</head>
            <p>Tutto brilla nella natura all'istante del meriggio. L'agricoltore, che prende cibo e riposo; i buoi sdraiati e coperti d'insetti volanti, che, flagellandosi colle code per cacciarli, chinano di tratto in tratto il muso, sopra cui risplendono interrottamente spesse stille di sudore, e abboccano negligentemente e con pausa il cibo sparso innanzi ad essi; il gregge assetato, che col capo basso si affolla, e si rannicchia sotto l'ombra; la lucerta, che corre timida a rimbucarsi, strisciando rapidamente e per intervalli lungo una siepe; la cicala, che riempie l'aria di uno stridore continuo e monotono; la zanzara, che passa ronzando vicino all'orecchio; l'ape, che vola incerta, e si ferma su di un fiore, e parte, e torna al luogo donde è partita; tutto è bello, tutto è delicato e toccante.</p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Nunc etiam pecudes umbras et frigora captant;</l>
                  <l>Nunc virides etiam occultant spineta lacertos;</l>
                  <l>Thestylis et rapido fessis messoribus aestu</l>
                  <l>Allia serpyllumque herbas contundit olentes.</l>
                  <l>At mecum raucis, tua dum vestigia lustro,</l>
                  <l>Sole sub ardenti resonant arbusta cicadis. <note place="foot">
                        <p>Vergilius, Ecl. 2, v. 8, seqq.</p>
                     </note>
                  </l>
               </lg>
            </quote>
            <p>In quel momento, dice Nonno, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Nonnus</emph>, Dionysiac. Lib. 29.</p>
               </note> il sole stesso sembra imbrunire per il calore:</p>
            <quote rend="block">
               <lg>
                  <l>Allor che della terra</l>
                  <l>Era il mattin nel mezzo, e paventava</l>
                  <l>Il caldo viaggiator la sferza ardente</l>
                  <l>Del bruno Sol, che coll'acceso cocchio,</l>
                  <l>Co' destrier trafelanti era al meriggio.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Chi crederebbe che quello del mezzogiorno fosse stato per gli antichi un tempo di terrore, se essi stessi non avessero avuto cura d'informarcene con precisione?</p>
            <p>Fu sentimento antichissimo che gli Dei si lasciassero di tratto in tratto vedere dagli uomini. Nell'età d'oro, dice Catullo, quando la pietà e la virtù regnavano ancora sulla terra, soleano gli abitatori del cielo discendere spesso a visitarla: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Catullus</emph>, Carm. 64, vers. 385, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Praesentes namque ante domos invisere castas</l>
                  <l>Heroum et sese mortali ostendere coetu,</l>
                  <l>Coelicolae, nondum spreta pietate, solebant.</l>
                  <l>Saepe Pater Divûm, templo in fulgente revisens</l>
                  <l>Annua dum festis venissent sacra diebus,</l>
                  <l>Conspexit terra centum procumbere tauros.</l>
                  <l>Saepe vagus Liber Parnassi vertice summo</l>
                  <l>Thyadas effusis euantes crinibus egit:</l>
                  <l>Quum Delphi tota certatim ex urbe ruentes</l>
                  <l>Acciperent laeti Divûm fumantibus aris.</l>
                  <l>Saepe in letifero belli certamine Mavors,</l>
                  <l>Aut rapidi Tritonis era, aut Rhamnusia virgo</l>
                  <l>Armatas hominum est praesens hortata catervas.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Gli Etiopi innocenti, ancora dopo spirata l'età dell'oro, erano onorati, a dir di Omero, dalla visita di Giove, che presso loro trattenevasi a banchettare cogli altri Dei per lo spazio di dodici giorni: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Homerus</emph>, Iliad. Lib. I, v. 423, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg>
                  <l>Ier sino al mar de' puri Etiopi al suolo</l>
                  <l>Giove co' Dei recossi a mensa, e al cielo</l>
                  <l>Nel dodicesimo dì farà ritorno.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Alcinoo presso lo stesso poeta dice ad Ulisse: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Idem</emph>, Odyss. Lib. 7, v. 201, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg>
                  <l>Poichè sempre gli Dei, colle Ecatombe</l>
                  <l>Allor che gli onoriam, scoperto il volto</l>
                  <l>A noi mostrar non hanno a sdegno, e insieme</l>
                  <l>Con noi sedere ad una stessa mensa.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Introdotto il delitto nella terra le apparizioni degli Dei, dice Catullo, cessarono quasi del tutto; essi ebbero a sdegno il farsi vedere da uomini macchiati di sangue, e il visitare chi empiamente profanava i loro altari, e disprezzava i loro comandi: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Catullus</emph>, Carm. 64, v. 398, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Sed postquam tellus scelere est imbuta nefando,</l>
                  <l>Iustitiamque omnes cupida de mente fugarunt,</l>
                  <l>Perfudere manus fraterno sanguine fratres:</l>
                  <l>Destitit exstinctos natus lugere parentes:</l>
                  <l>Optavit genitor primaevi funera nati,</l>
                  <l>Liber ut innuptae poteretur flore novercae:</l>
                  <l>Ignaro mater substernens se impia nato,</l>
                  <l>Impia non verita est Divos scelerare parentes:</l>
                  <l>Omnia fanda nefanda malo permixta furore,</l>
                  <l>Iustificam nobis mentem avertere Deorum.</l>
                  <l>Quare nec tales dignantur visere coetus,</l>
                  <l>Nec se contingi patiuntur lumine claro.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Ben tosto le apparizioni, in luogo di essere desiderate, furono temute. Gli antichi tremarono al solo immaginarsi di poter vedere un Essere di cui non conoscevano la figura, e del di cui potere aveano una spaventosa idea. Raccontavasi che Pane si era qualche volta fatto vedere agli agricoltori, i quali dopo la sua apparizione erano stati sorpresi da morte improvvisa. Dice Porfirio, presso Eusebio, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Porphyrius</emph>, ap. Euseb. Praep. Evang. Lib. V, Cap. 5.</p>
               </note>
               <quote>«che Pane era servo di Bacco e uno dei buoni Geni: che egli era talvolta apparso agli agricoltori, mentre lavoravano nei campi,» <seg type="inciso">e</seg> «che quelli, i quali erano stati onorati da questa bella visione, improvvisamente erano morti»</quote>. Si diede il nome di Panici ai terrori che si credevano cagionati dal Dio Pane, ovvero, come scrive Dionigi di Alicarnasso, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Dionysius Halicarnasseus</emph>, Antiquit. Rom. Lib. V, Cap. 3.</p>
               </note> da Fauno, con spettri e voci divine. I Romani, al riferire dello stesso autore, in memoria di un terror panico, da cui erano stati colpiti, ersero un altare a Giove Fauno. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Idem</emph>, l. c. Lib. VI.</p>
               </note> Orazio, che canta un inno a Fauno, mostra di temerlo, e lo prega a non danneggiare i suoi agnelli e i suoi capretti: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Horatius</emph>, Carm. Lib. III, Od. 18, v. 1, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Faune, Nympharum fugientum amator,</l>
                  <l>Per meos fines et aprica rura</l>
                  <l>Lenis incedas abeasque parvis</l>
               </lg>
               <lg>
                  <l>Aequus alumnis,</l>
                  <l>Si tener pleno cadit haedus anno,</l>
                  <l>Larga nec desunt Veneris sodali</l>
                  <l>Vina craterae, vetus ara multo</l>
               </lg>
               <lg>
                  <l>Fumat odore.</l>
                  <l>Ludit herboso pecus omne campo,</l>
                  <l>Cum tibi Nonae redeunt decembres;</l>
                  <l>Festus in pratis vacat otioso</l>
               </lg>
               <lg>
                  <l>Cum bove pagus;</l>
                  <l>Inter audaces lupus errat agnos;</l>
                  <l>Spargit agrestes tibi silva frondes;</l>
                  <l>Gaudet invisam pepulisse fossor</l>
               </lg>
               <lg>
                  <l>Ter pede terram.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Il tempo destinato al sonno, cioè quello della quiete e del silenzio, è stato sempre il più proprio a risvegliare le chimeriche idee di fantasmi e di visioni, che quasi ogni uomo ha succhiate col latte. Si tace, si è solo, si è nelle tenebre: ecco i timori panici in folla, ecco i palpiti, ecco i sudori angosciosi, l'orecchio in aria per spiare ogni romore, i sospetti, e talvolta ancora le visioni immaginarie. Se tutto ciò è proprio dei fanciulli, noi possiamo considerar come tali gli antichi volgari, allevati in una religione che dava peso ai loro errori, e autorizzava i loro spaventi. Soleasi un tempo dormire regolarmente nell'ora del meriggio dopo il pranzo. Questo costume può sembrare antichissimo, e commune anche agli Ebrei, se voglia credersi che esso venga indicato in quelle parole del Cantico: <note place="foot">
                  <p>Canticum Canticorum, Cap. I, v. 6.</p>
               </note>
               <quote lang="lat">
                  <emph>Indica mihi, quem diligit anima mea, ubi pascas, ubi cubes in meridie, ne vagari incipiam post greges sodalium tuorum</emph>
               </quote>. Ne fece menzione Socrate, presso Platone, in quel luogo: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Plato</emph>, in Phaedro.</p>
               </note>
               <quote>«Se le cicale ci vedessero non disputare nel mezzogiorno, ma dormire, come molti altri... meritamente ci deriderebbono, stimandoci schiavi... che, come la greggia, vadano nel meriggio a prender sonno vicino al fonte»</quote>. Varrone <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Ego hic ubi nox, et dies modice. e redit, et abit, tamen aestivo die, si non diffinderem meo insititio somno meridiem, vivere non possem.</quote>
                     <emph>Varro</emph>, De Re Rust. Lib. I, Cap. 2.</p>
               </note> chiama elegantemente <foreign lang="lat">insititium</foreign> il sonno preso nel meriggio. Cicerone lo chiama <foreign lang="lat">meridiationem</foreign>: <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Nunc quidem propter intermissionem forensis operae, et lucubrationes detraxi, et meridiationes addidi, quibus uti antea non solebam; nec tam multa dormiens ullo in somnio sum admonitus, tantis praesertim de rebus</quote>. <emph>Cicero</emph>, De Divinat. Lib. II.</p>
               </note> e Svetonio riportando quel barbaro detto di Caligola, il qual si vantò colla sua moglie Cesonia di aver fatto grandi cose mentre ella dormiva nel mezzogiorno, perchè con una sola sentenza avea condannati più di quaranta infelici, appella <foreign lang="lat">meridiare</foreign> il dormir nel meriggio. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Super quadraginta reos quondam ex diversis criminibus una sententia condemnavit, gloriatusque est expergefactae somno Caesoniae, quantum egisset, dum ea meridiaret</quote>. <emph>Svetonius</emph>, Vit. XII Caes. in Vita Calig. Cap. 38.</p>
               </note> Augusto solea, a dir dello Storico, dormire egli pure dopo il pranzo. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Post cibum meridianum, ita ut vestitus calceatusque erat, retectis pedibus paulisper conquiescebat, opposita ad oculos manu</quote>. <emph>Idem</emph>, l. c. in Vita Aug. Cap. 78.</p>
               </note> Il medesimo di Alessandro Severo nota Lampridio. Plinio il vecchio <quote>«dopo il pranzo, che giusta il costume degli antichi solea prender leggero e facile nell'estate, se glielo permettevano le sue occupazioni, ponevasi a giacere, leggeva un libro, notava e ne faceva estratto»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Post cibum saepe, quem interdiu levem et facilem veterum more sumebat, aestate, si quid otii, iacebat in sole, liber legebatur, adnotabat excerpebatque</quote>. <emph>Plinius</emph>, Epist. Lib. III, Ep. 5.</p>
               </note> Dormiva pur nell'estate in tempo del meriggio il giovine Plinio: <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Dein, cum meridie (erat enim aestas) dormiturum me recepissem nec obreperet somnus, coepi reputare maximos oratores. <emph>Idem</emph>, l. c. Lib. 7, ep. 4. Ibi quoque idem quod ambulans aut iacens. Durat intentio mutatione ipse refecta: paulum redormio, dein ambulo</quote>. <emph>Idem</emph>, l. c. Lib. 9, ep. 36.</p>
               </note> ma durante il verno non usava prender sonno. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Requiris quid ex hoc in Laurentino hieme permutem. Nihil, nisi quod meridianus somnus eximitur multumque de nocte vel ante vel post diem sumitur</quote>. <emph>Idem</emph>, l. c. ep. 40.</p>
               </note> Seneca riposava pure alquanto dopo il pranzo. <quote>«Dormo pochissimo,» <seg type="inciso">scrivea egli a Lucilio;</seg> «tu sai bene qual è il mio costume. Il mio sonno è brevissimo, e non fa quasi altro che dividere il giorno. Mi basta aver cessato di vegliare. Talvolta so di aver dormito, talvolta lo sospetto»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Dormio minimum, consuetudinem meam nosti, brevissimo somno utor, et quasi interiungo. Satis est mihi vigilare desiisse. Aliquando dormisse me scio, aliquando suspicor</quote>. <emph>Seneca</emph>, Epist. 82.</p>
               </note> Sidonio Apollinare dice che Teodorico <quote>«dopo il pasto, nel mezzogiorno, dormia sempre poco, spesso nulla»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Dapibus expleto, somnus meridianus semper exiguus, saepe nullus</quote>. <emph>Sidonius Apollinaris</emph>, Epist. Lib. I, ep. 2.</p>
               </note> Altrove scrive di sè e dei suoi compagni, che scosso il torpore, ossia il sopor meridiano, aveano usato cavalcare alcun poco per ridestar l'appetito, e farlo invocare la cena. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Excusso torpore meridiano paulisper, equitabamus, quo facilius pectora marcida cibis, coenatorie fami exacueremus</quote>. <emph>Sidonius Apollinaris</emph>, l. c. Lib. II, ep. 9.</p>
               </note> Giuliano imperatore prendea ancor egli riposo dopo il pranzo, come mostrano quelle parole che si hanno in una sua lettera a Libanio: <quote>«Lessi ieri la orazione avanti il pranzo quasi intera: dopo terminai di leggerla prima di pormi a riposare»</quote>. Procopio di Cesarea parla di una congiura ordinata da Alarico, ed eseguita <quote>«verso il meriggio, mentre tutti già.... secondo il costume, prendean sonno dopo il cibo»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Procopius Caesariensis</emph>, De Bello Vandalico, Lib. I, Cap. 2.</p>
               </note> Cotesto costume sembra essere stato assai commune fra gli antichi. Esso lo era fra i Romani sin dal tempo di Plauto, il quale chiaramente ne fa menzione in quei versi: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Plautus</emph>, Mostellar. Act. III, Sc. 2, v. 3, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Prandium uxor mihi perbonum dedit,</l>
                  <l>Nunc dormitum iubet me ire. Minime.</l>
                  <l>Non mihi forte visum illico fuit,</l>
                  <l>Melius quam prandium, quam solet, dedit.</l>
                  <l>Voluit in cubiculum abducere me anus.</l>
                  <l>Non bonus somnu de prandio: apage:</l>
                  <l>Clanculum ex aedibus me edidi foras.</l>
                  <l>Tota turget mihi uxor nunc, scio, domi...</l>
                  <l>Quom magis cogito ego cum meo animo,</l>
                  <l>Si quis dotatam uxorem atque anum habet,</l>
                  <l>Neminem sollicitat sopor: omnibus</l>
                  <l>Ire dormitum odio est: velut nunc mihi</l>
                  <l>Exsequi certa res est, ut abeam</l>
                  <l>Potius hinc ad forum, quam domi cubem.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Può dunque credersi che siffatta consuetudine fomentasse in qualche modo la persuasione in cui erano gli antichi, che gli Dei e i Geni comparissero in singolar modo, e atterrissero gli uomini nel tempo del meriggio. Dissi fomentasse, perchè questa opinione sembra avere un'origine remotissima, che monti quasi al tempo di Adamo. Poichè questi peccò, dice la Scrittura, udì la voce del Signore Iddio, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Geneseos</emph>, Cap. 3, v. 8.</p>
               </note>
               <quote lang="lat">
                  <emph>deambulantis in Paradiso ad auram post meridiem</emph>
               </quote>, o, <quote lang="grc">τὸ δειλινόν</quote>, come interpretano i Settanta. I tre Angeli, che annunziarono ad Abramo la futura nascita d'Isacco e l'imminente gastigo di Sodoma, apparvero a questo Patriarca <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Geneseos</emph>, Cap. 18, v. 1.</p>
               </note>
               <quote lang="lat">
                  <emph>in convalle Mambre, sedenti in hostio tabernaculi sui in ipso fervore diei</emph>
               </quote>. La versione dei Settanta ha <foreign lang="grc">μεσημβρίας</foreign>, cioè <emph>nel meriggio</emph>: ed Origene in una Omilia sopra il Cantico, recata in latino da S. Girolamo, parla così: <quote>«Osserva diligentemente quei luoghi, nei quali vedrai fatta parola del mezzogiorno. Abramo di mezzogiorno riceve i tre Angeli in ospizio»</quote>. E che cos'altro è il Demonio meridiano mentovato nei Salmi, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Psalmus</emph>, 90, v. 6.</p>
               </note> se non il Demonio che apparisce o infierisce maggiormente nel meriggio? Aquila interpretò quel luogo della Scrittura: <foreign lang="grc">ἀgr;ὸ δηγμοῦ δαιμονίζοντος μεσημβρίας</foreign>, <quote>
                  <emph>dal morso del demonio che infuria di mezzogiorno</emph>
               </quote>. Simmaco: <foreign lang="grc">συγχᾣᾣύρημα δαιμονιῶδες μεσηβρίας</foreign>, <quote>
                  <emph>incontro col demonio nel meriggio</emph>
               </quote>. Apollinare di Laodicea parafrasollo in questa guisa: <foreign lang="grc">Οὔτε ὑgr;ὸ δαιμονίου τε μεσημβρινοῦ ἀντιόωντος.</foreign> Credevasi volgarmente, a dir di S. Girolamo, che v'avessero certi Demonii particolari, chiamati meridiani, e fra gli Ebrei è commun sentimento che la voce ***, <emph>Keteb</emph>, che si ha nel testo originale del Salmo, significhi un Demonio fierissimo, che assalisce apertamente e di giorno, mentre gli altri meno arditi si contentano di tendere insidie di notte. Non può dedursi dalle parole del Salmista che egli credesse ai folletti o agli spiriti vaganti precisamente nel tempo del meriggio, ma bensì che gli Ebrei fossero persuasi della loro esistenza. Il poeta, come han fatto anche gli altri Scrittori sacri in molti luoghi, parlava secondo il sentimento commune della sua nazione. Si trovano adunque nelle sacre carte vestigi abbastanza notabili di quella opinione, di cui chiarissimi indizi si hanno presso gli Scrittori profani.</p>
            <p>Dice Teocrito che non è lecito ai pastori suonar la fistola nel tempo del meriggio, poichè Pane allora è stanco dalla caccia, e siede burbero e di cattivo umore: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Theocritus</emph>, Idyll. 1, v. 15, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg>
                  <l>No, pastor, no, della zampogna il suono</l>
                  <l>In sul meriggio a noi destar non lice;</l>
                  <l>Di Pane abbiam timor, che su quest'ora</l>
                  <l>Dopo lungo cacciar lasso riposa.</l>
                  <l>Egli è di tristo umor, chè un'aspra bile</l>
                  <l>Inquieta entro le nari ognor gli alberga.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Degni di osservazione sono quei versi di Lucano intorno a un bosco sacro di Marsiglia: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Lucanus</emph>, Pharsal. Lib. III, v. 422, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Non illum cultu populi propiore frequentant,</l>
                  <l>Sed cessere Deis. Medio quum Phoebus in axe est</l>
                  <l>Aut coelum nox atra tenet, pavet ipse sacerdos</l>
                  <l>Accessus dominumque timet deprendere luci.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Temevano dunque gli antichi le visioni nel mezzogiorno, non altrimenti che nella notte, ciò che apparisce ancora da quel luogo di Stazio: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Statius</emph>, Thebaid. Lib. IV.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Ingentes infelix terra tumultus</l>
                  <l>Lucis adhuc medio solaque in nocte per umbras</l>
                  <l>Exspirat, nigri cum vana in proelia surgunt</l>
                  <l>Terrigenae.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Anche le ombre dei morti riputavansi comparire e andar vagando sul mezzogiorno, come vedesi sì nei citati versi di Stazio, sì presso Filostrato, il qual narra che i pastori non ardivano nel mezzogiorno avvicinarsi a Pallene, ossia Flegra, dove giacevano le ossa dei giganti, per timore degli spettri che apparivano in quel luogo facendo uno strepito spaventevole. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Philostratus</emph>, Heroic. Cap. 3.</p>
               </note>
            </p>
            <p>Quanto agli Dei, dice Porfirio che nell'ora del mezzodì essi vanno passeggiando a diporto <quote lang="grc">μεσημβριάζοντες</quote>, cioè, <foreign lang="lat">meridiantes</foreign>: ovvero, come taluno ha creduto, che essi s'incamminano allora ai tempii per dormire. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Porphyrius</emph>, De antro nympharum.</p>
               </note>
               <quote>«Quando il sole,» <seg type="inciso">così egli,</seg> «declina verso l'austro, non è lecito agli uomini entrare nei tempii. Allora passeggiano gl'Immortali. Perciò suol porsi sulla porta il segno del meriggio e dell'austro, mentre il Dio <foreign lang="grc">μεσημβριάζει</foreign>»</quote>. Veramente saria stata gran vergogna che gli Dei subalterni dormissero ancora nel meriggio, mentre Giove non dormia neppur di notte. <quote>
                  <emph>Ma del dolce sopor Giove non gusta</emph>
               </quote>: disse Omero. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Homerus</emph>, Iliad. Lib. II, v. 2.</p>
               </note> L'Ippocentauro che S. Antonio dicesi aver veduto nel deserto, mentre recavasi a visitare il primo eremita S. Paolo, gli appare, a dir di S. Girolamo, sul mezzogiorno. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Et iam media dies, coquente desuper sole, fervebat; nec tamen a coepto itinere (Antonius) abducebatur, dicens: Credo in Deum meum, quod servum suum, quem mihi promisit, ostendet. Nec plura his, conspicit hominem equo mixtum, cui opinio poetarum. Hippocentauro vocabulum indidit</quote>. <emph>S. Hieronimus</emph>, in Vita S. Pauli primi Eremit. Cap. 6.</p>
               </note> Callimaco finge che Pallade, colla Ninfa Cariclone, si lavi nel tempo del meriggio. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Callimachus</emph>, Hymn. in lavacr. Pallad.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg>
                  <l>Ambe tuffàrsi nelle limpid'acque</l>
                  <l>Del placido Ippocren, mentre sul monte</l>
                  <l>Quieta pace sedea di mezzogiorno;</l>
                  <l>Si lavavano entrambe in sul meriggio,</l>
                  <l>Mentre tranquillitade era sul monte.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Ovidio similmente dice che Diana, quando fu veduta da Atteone, si lavava nell'ora del mezzogiorno: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Ovidius</emph>, Metamorph. Lib. III.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Iamque dies medius rerum contraxerat umbras,</l>
                  <l>Et sol ex aequo meta distabat utraque.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Cirene, madre di Aristeo, promette, presso Virgilio, al suo figliuolo di condurlo sul meriggio all'antro di Proteo, che solea dormire in quel tempo: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Vergilius</emph>, Georg. Lib. V, v. 401, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Ipse ego te, medios cum sol accenderit aestus,</l>
                  <l>Cum sitiunt herbae, et pecori iam gratior umbra est,</l>
                  <l>In secreta senis ducam, quo fessus ad undis</l>
                  <l>Se recipit, facile ut somno aggrediare iacentem.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Illustrando questo luogo, scrive Servio: <quote>«<foreign lang="lat">Medios cum sol accenderit aestus</foreign>, perchè i Numi d'ordinario compariscono in quell'ora»</quote>: <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">«Medios cum sol accenderit aestus»; Fere enim Numina tum videntur</quote>. <emph>Servius</emph>, ad Vergil. l. c. vers. 401.</p>
               </note> e cita alcune parole di Lucano, che allegai alquanto sopra.</p>
            <p>È dunque evidente che gli antichi aveano del tempo del meriggio una grande idea, e lo riguardavano come sacro e terribile. Noi abbiamo a rallegrarci che di un pregiudizio una volta sì commune, e di cui si trovano vestigi nei libri più antichi, rimanga ora appena la rimembranza, essendo esso totalmente cancellato dalla mente dei popoli. Ciò non sembrerà assai ordinario a chi conosce quale influenza eserciti tuttora l'antichità sopra i costumi e gli errori del volgo. Si deridono ora i pregiudizi che si aveano anticamente intorno allo sternuto, ma la consuetudine di salutar chi sternuta sussiste anche al presente, e sussisterà sempre nelle nazioni civilizzate.</p>
         </div1>
         <div1>
            <head>Capo 8</head>
            <head>DEI TERRORI NOTTURNI</head>
            <p>Ombre, larve, spettri, fantasmi, visioni, ecco gli oggetti terribili che faceano tremare i poveri antichi, e che, convien pur dirlo, ispirano ancora a noi dello spavento. Se i pregiudizi sogliono cedere al tempo, questo, pochissimo ha perduto del suo vigore: esso può dirsi il pregiudizio dei secoli. Come è d'uopo ripetere dalla educazione la maggior parte degli errori popolari universali, quella dei fanciulli su questo punto è veramente malvagia, e ben lontana dal corrispondere al presente stato di civilizzazione. Muove la bile del filosofo il vedere con quanta cura s'istruisca un fanciullo intorno alle favole più terribili, e alle chimere più atte a fare impressione sulla sua mente. Egli sa appena balbettare e segnarsi la fronte ed il petto per mostrare di essere nato nella vera religione, che la storia dei folletti e delle apparizioni ha già occupato il suo luogo nel di lui intelletto pauroso e stupefatto. Alquanto inquieto, perchè vivace, egli era forse molesto ad una allevatrice impaziente, solita a confondere il brio colla insolenza e a chiamar bontà la dabbenaggine. La novella degli spiriti fu lo specifico sicuro per liberarla dalla importunità del fanciullo. Eccolo infatti divenuto attonito e timoroso; riguardare l'avvicinarsi della notte come un supplizio, i luoghi tenebrosi come caverne spaventevoli; palpitare nel letto angosciosamente; sudar freddo; raccogliersi pauroso sotto le lenzuola; cercar di parlare, e nel trovarsi solo inorridire da capo a piedi. L'allevatrice ha perfettamente ottenuto il suo intento. Il fanciullo durante il giorno non dimentica i suoi terrori notturni: basta minacciarlo di porlo in fondo ad un luogo oscuro, o di darlo in preda a qualche mostro per renderlo ubbidiente e sottomesso a qualunque comando. Qual barbarie! Le nutrici, o balie, che si servono di questi infami mezzi per tenere in freno i loro allievi, cospirano contro il bene della società, e si fanno ree di una specie di omicidio presso il genere umano. Esse tolgono ai fanciulli il coraggio, che è una delle doti più proprie a render meno infelice che sia possibile la vita dell'uomo. Quanti mali immaginari che il coraggio fa scomparire! Quanti mali reali, ma piccoli, che il coraggio disprezza e rende quasi insensibili! Quanti mali gravi, che il coraggio alleggerisce meravigliosamente, e che senza questo valido ostacolo farebbono soccombere lo sventurato sotto il loro peso! La sola esperienza può far conoscere pienamente di qual vantaggio sia questa inestimabile qualità, e di qual danno sia l'esserne privo. L'uomo timoroso è veramente infelice: ogni piccolo rischio lo pone in agitazione; ogni sventura lo abbatte; ogni pericolo reale lo rende incapace di riflessione. Coloro perciò che in luogo d'ispirar coraggio ai loro allievi, hanno cercato di toglierglielo, sono colpevoli di aver contribuito grandemente a render miserabile la loro vita. <quote>«Quando mai, o vecchi, finirete,» <seg type="inciso">diceva Luciano in uno dei suoi Dialoghi,</seg>
                  <note place="foot">
                     <p>
                        <emph>Lucianus</emph>, in Philopseude.</p>
                  </note> «di parlar di queste fole? Riserbatevi almeno a contarci in altro tempo queste mirabili e tremende avventure, in grazia di cotesti giovani, perchè, senza che ce ne avvediamo, non abbiano a empirsi il capo di terrori e di portenti favolosi. Certo dobbiamo aver loro riguardo, nè abbiamo a permettere che si avvezzino a udir questi prodigi, i quali li accompagnerebbono per tutta la loro vita, li turberebbono, li renderebbono soggetti a temere d'ogni strepito, li caricherebbono di superstizioni di ogni sorta»</quote>. È troppo evidente di fatto la malaugurata influenza che cotesti pregiudizi esercitano sulla mente dell'uomo durante tutta la sua vita. Un ribrezzo involontario in qualche occasione, una ripugnanza secreta ad entrar solo di notte in una camera tenebrosa, o attraversare un appartamento oscuro, è quasi commune ad ogni uomo. Noi la superiamo facilmente, ma ci avvediamo di superarla. Si rende naturale all'uomo una qualità che egli non dovrebbe mai aver conosciuta. Esso è obbligato a farsi violenza per vincere una forza interna, che è ormai, come quella delle passioni, divenuta inseparabile dal suo animo. Meraviglioso potere della educazione! Gli uomini più grandi non hanno saputo evitarne gli effetti. Voltaire, quel banderaio degli spiriti forti, quell'uomo sì ragionevole e sì nemico dei pregiudizi, tremava nelle tenebre come un fanciullo. L'esperienza ha dimostrato che i più prodi militari, soliti a bravare i pericoli e a mirare senza turbarsi l'aspetto della morte, hanno ceduto al timore degli spiriti. Non v'ha terrore che possa paragonarsi a quello che ispira la idea delle cose soprannaturali applicata a delle chimere, che nonpertanto non lasciano di essere spaventevoli per una fantasia alterata e prevenuta, come è quella di quasi tutti gli uomini. Se da fanciulli, quando erano ancora incapaci di distinguere il vero dal falso e di conoscere che cosa sia coraggio, essi non avessero avuta contezza di queste fole; cresciuti e istruiti a riflettere prima di temere, nell'udirle se ne sarebbono fatte beffe, come fa l'uomo savio tuttogiorno degli errori popolari, fra i quali non è stato allevato.</p>
            <p>È facile immaginarsi che i nostri avi, i quali vivendo in un tempo in cui le scienze erano bambine, erano bambini ancor essi, non siano stati assai forti di animo per disprezzare le Storie degli spiriti e delle ombre. In luogo delle nostre befane e degli altri nostri spauracchi, essi avevano le loro Lamie, i loro Lemuri, i loro Fauni, i loro Satiri, i loro Silvani. La notte principalmente, secondo la loro opinione, era il tempo in cui questi spiriti indiscreti prendeano piacere di comparire sulla terra turbando il riposo dei viventi. Allora, dice Stazio, <quote lang="lat">Superis terrena placent</quote>. Le ombre dei morti sceglievano il tempo della notte per uscire dai loro sepolcri. Tale era almeno la opinione universale, benchè Ovidio si mostri alquanto incredulo verso questa terribile verità: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Ovidius</emph>, Fast. Lib. II, v. 551 seqq.; v. 565, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Vix equidem credo: bustis exisse feruntur,</l>
               </lg>
               <lg>
                  <l>Et tacitae questi tempore noctis avi.</l>
                  <l>Perque vias urbis latosque ululasse per agros</l>
               </lg>
               <lg>
                  <l>Deformes animas, vulgus inane, ferunt...</l>
                  <l>Nunc animae tenues, et corpora functa sepulcris</l>
               </lg>
               <lg>
                  <l>Errant: nunc posito pascitur umbra cibo.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Virgilio la conferma, facendo dire all'ombra di Anchise apparsa di notte ad Enea che ella deve partire perchè il sole già spuntato la tormenta: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Vergilius</emph>, Aeneid. Lib. V, v. 738, seq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Iamque vale: torquet medios Nox humida cursus.</l>
                  <l>Et me saevus equis Oriens afflavit anhelis.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Properzio dice che la notte pone le ombre in libertà di andar vagando, e la luce fa che esse ritornino alle loro sedi: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Propertius</emph>, Eleg. Lib. IV, El. 7, v. 89, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Nocte vagae ferimur: nox clausas liberat umbras,</l>
                  <l>Errat et abiecta Cerberus ipse sera.</l>
                  <l>Luce iubent leges Lethaea ad stagna reverti.</l>
                  <l>Nos vehimur: vectum nauta recenset onus.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Perciò Orazio chiamò notturni i Lemuri, i quali altro non erano che le anime dei defonti: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Horatius</emph>, Epist. Lib. II, Ep. 2, v. 208 seq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Somnia, terrores magicos, miracula, sagas,</l>
                  <l>Nocturnos lemures portentaque thessala rides?</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Ovidio fa derivare la voce <foreign lang="lat">Lemures</foreign> dal nome Remo: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Ovidius</emph>, Fast. Lib. V.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Romulus obsequitur, lucemque Remuria dixit</l>
                  <l>Illam, qua positis iusta feruntur avis.</l>
                  <l>Aspera mutata est in lenem tempore longo</l>
                  <l>Littera, quae toto nomine prima fuit.</l>
                  <l>Mox etiam Lemures, animas dixere silentum:</l>
                  <l>Hic sensus verbi, vis ea vocis erat.</l>
                  <l>Fana tamen veteres illis clausere diebus:</l>
                  <l>Ut nunc ferali tempore aperta vides.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Persio fa menzione dei Lemuri in quei versi: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Persius</emph>, Sat. 5, v. 185, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Tunc nigri Lemures, ovoque pericula rupto,</l>
                  <l>Tum grandes Galli et cum sistro lusca sacerdos</l>
                  <l>Incussere Deos inflantes corpora, si non</l>
                  <l>Praedictum ter mane caput gustaveris alli.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Apuleio prega gli Dei che atterriscano il suo avversario Emiliano cogli spauracchi notturni d'ogni sorta, e scatenino contro di lui tutte le ombre dei morti, tutti i Lemuri, tutti i Mani, tutte le larve dell'inferno. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">At tibi, Aemiliane, pro isto mendacio, aut Deus iste superum, et inferum commeator, utrorumque Deorum malam gratiam, semperque obvias species mortuorum, quicquid umbrarum est usquam, quicquid lemurum, quicquid manium, quicquid larvarum oculis tuis oggerat omnia noctium occursacula, bustorum formidamina, omnia sepulchrorum terriculamenta.</quote>
                     <emph>Apuleius</emph>, Apolog. Orat. I.</p>
               </note> Platone, come nota S. Agostino, dice <quote>«che anche le anime nostre sono Geni, e divengono Lari, se hanno ben meritato; Lemuri o Larve, se hanno demeritato; e si chiamano Dei Mani, se è incerto come abbiano menata la loro vita»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Dicit quidem et animas hominum Daemones esse, et ex hominibus fieri lares, si boni meriti sunt; lemures si mali, seu larvas; manes autem Deos dici, si incertum est bonorum eos, seu malorum esse meritorum</quote>. <emph>S. Augustinus</emph>, De Civ. Dei, Lib. 9 Cap. 11.</p>
               </note>
            </p>
            <p>Altro oggetto dei terrori degli antichi erano le Lamie, o <emph>Striges</emph>. Della loro natura non siamo bene istruiti, perchè gli antichi non hanno avuto il coraggio di darcene piena contezza. Altri vuol che fossero pesci, altri uccelli, altri maghe, altri animali di strana specie. Tutto incerto, perchè nessuna fino ad ora se n'è veduta. Sappiamo però che di esse si aveva paura sin dal tempo di Lucilio, di cui questi versi serbocci Lattanzio: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Lucilius</emph>, ap. Lactant. Divin. Instit. Lib. I. Cap. 22.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Terriculas, Lamias, Fauni quas, Pompiliique</l>
                  <l>Instituere Numae, tremit has, hic omnia ponit:</l>
                  <l>Ut pueri infantes credunt signa omnia ahena</l>
                  <l>Vivere, et esse homines: et sic isti omnia ficta</l>
                  <l>Vera putant, credunt signis cor inesse in ahenis</l>
                  <l>Pergula pictorum, veri nihil, omnia ficta</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Anche Plauto, se crediamo al Meursio, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Meursius</emph>, Exercitat. critic. Par. 1 ad Plaut. Truculent. Cap. 2.</p>
               </note> fe' menzione delle Lamie in quel luogo: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Plautus</emph>,Truculent. Act. II, Scen. 2, v. 20.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <sp>
                  <speaker>AST.</speaker>
                  <l>Dignis dane.</l>
               </sp>
               <sp>
                  <speaker>ST.</speaker>
                  <l>Lamiae haec sunt, quas habes victorias.</l>
               </sp>
            </quote>
            <p>Leggevasi presso Plauto <quote lang="lat">
                  <emph>Laviniae hic sunt</emph>
               </quote>; ma il Meursio sulla fede di un vecchio Codice vuol che si legga: <quote lang="lat">
                  <emph>Lamiae haec sunt</emph>
               </quote>. Accusavansi le Lamie di succhiare il sangue dei fanciulli, di averne piena la gola, e perfino di mangiarli vivi. <quote lang="lat">
                  <emph>Neu pransae Lamiae vivum puerum extrahat alvo</emph>
               </quote>: disse Orazio del Tragico. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Horatius</emph>, Art. Poet. v. 340.</p>
               </note> Ovidio non sa bene se esse siano uccelli o vecchie streghe: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Ovidius</emph>, Fast. Lib. VI, v. 131, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Sunt avidae volucres; non quae Phineia mensis</l>
               </lg>
               <lg>
                  <l>Guttura fraudabant; sed genus inde trahunt.</l>
                  <l>Grande caput, stantes oculi, rostra apta rapinis,</l>
               </lg>
               <lg>
                  <l>Canities pennis, unguibus hamus inest.</l>
                  <l>Nocte volant, puerosque petunt nutricis egentes;</l>
               </lg>
               <lg>
                  <l>Et vitiant cunis corpora rapta suis.</l>
                  <l>Carpere dicuntur lactentia viscera rostris;</l>
               </lg>
               <lg>
                  <l>Et plenum poto sanguine guttur habent.</l>
                  <l>Est illis strigibus nomen: sed nominis huius</l>
               </lg>
               <lg>
                  <l>Causa, quod horrenda stridere nocte solent.</l>
                  <l>Sive igitur nascuntur aves, seu carmine fiunt;</l>
               </lg>
               <lg>
                  <l>Naeniaque in volucres marsa figurat anus;</l>
                  <l>In thalamos venere Procae. Proca natus in illis</l>
               </lg>
               <lg>
                  <l>Praeda recens avium quinque diebus erat.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Ecco una bestia molto simile a quei mostri, ai quali si minaccia ora i fanciulli di darli in preda. Questa era veramente assai perniciosa, perchè univa alla malvagità l'artificio, e vezzeggiava i fanciulli per divorarli poi commodamente. Perciò scrisse Sereno Sammonico: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Serenus Sammonicus</emph>, De Medicina, Cap. 60, v. 1044, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Praeterea si forte premit Strix atra puellos,</l>
                  <l>Virosa immulgens exsertis ubera labris,</l>
                  <l>Allia praecepit Titini sententia necti,</l>
                  <l>Qui veteri claras expressit more Togatas.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>S. Isidoro dice perfino che la Strige riputavasi porgere il latte ai bambini. <quote>«La Strige,» <seg type="inciso">scrive egli,</seg> «è un uccello notturno, che ha tratto il nome dal suono della sua voce, la quale non è che uno stridore. Di essa dice Lucano: <note place="foot">
                     <p>
                        <emph>Lucanus</emph>, Pharsal. Lib. VI, v. 689.</p>
                  </note>
                  <quote lang="lat">Quod trepidus bubo, quod Strix nocturna queruntur</quote>. Quest'uccello volgarmente chiamasi Amma, perchè dicesi che ama i fanciulli, e porge perfino il latte ai bambini nascenti»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Strix nocturna avis, habens nomen de sono vocis; quando enim clamat, stridet: de qua Lucanus: <emph>Quod trepidus bubo, quod Strix nocturna queruntur</emph>. Haec avis vulgo amma dicitur ab amando parvulos, unde et lac praebere fertur nascentibus.</quote>
                     <emph>S. Isidorus</emph>, Origin. Lib. XII, Cap. 7.</p>
               </note> Plinio però, più incredulo, stima favoloso cotesto amor delle Strigi per i fanciulli, e pensa che la natura di quelle bestie non sia conosciuta. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Fabulosum enim arbitror de strigibus, ubera eas infantium labris immulgere. Esse in maledictis iam antiquis strigem convenit, sed quae sit avium constare non arbitror.</quote>
                     <emph>Plinius</emph>, Hist. Natur. Lib. 11, Cap. 39.</p>
               </note> Secondo alcuni poeti la Strige era un ingrediente, di cui si facea uso nelle operazioni magiche.</p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Addidit exceptas lunae de nocte pruinas,</l>
                  <l>Et Strigis infames ipsis cum carnibus alas:</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>dice Ovidio di Medea: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Ovidius</emph>, Metamorph. Lib. VII.</p>
               </note> e Properzio di un'altra maga: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Propertius</emph>, Eleg. Lib. IV, El. 5, v. 17, seq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Consuluitque striges nostro de sanguine, et in me</l>
                  <l>Hippomanes fetae semina legit equae.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Dice Strabone che v'ha due sorte di favole, altre che allettano i fanciulli, altre che li atterriscono. Tra quelle che li atterriscono sono, dic'egli, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Strabo</emph>, Geograph. Lib. I.</p>
               </note>
               <quote>«la Lamia, la Gorgone, l'Incubo, la Mormolica»</quote>. Filostrato pone la Lamia colle larve e colle ombre; Suida ne fa una bella donna di Libia, amata da Giove; Diodoro di Sicilia parla di Lamia regina pure di Libia, bella insieme e crudele. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Diodorus Siculus</emph>, Biblioth. Histor. Lib. XX.</p>
               </note> Plutarco dice che, <quote>«secondo la favola, la Lamia dorme cieca in casa, tenendo gli occhi riposti in certo vaso; quando esce però se li adatta e vede»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Plutarchus</emph>, De curiositate.</p>
               </note> S. Isidoro scrive che le Lamie credevansi da taluno così dette a laniando, perchè spacciavasi che esse laceravano crudelmente i bambini. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Lamias, quas fabulae tradunt infantes corripere, ac laniare solitas, (aiunt) a laniando specialiter dictas.</quote>
                     <emph>S. Isidorus</emph>, Orig. Lib. 8, Cap. 11.</p>
               </note> Festo ci avverte che si dava il nome di Strigi alle femmine malefiche, le quali, aggiunge, chiamano ancora volatrici. Finalmente Carlo Magno tronca ogni litigio, e proibisce di parlar più delle Lamie o Strigi, ordinando che si condanni al supplizio capitale chiunque avesse osato spacciare che qualche uomo o qualche femmina era divenuta Strige e mangiava gli uomini; e per impedirle di far questo misfatto l'avesse bruciata o mangiata devotamente egli stesso. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Si quis a diabolo deceptus crediderit, secundum morem paganorum, virum aliquem, aut feminam strigam esse, et homines comedere, et propter hoc ipsam incenderit, vel carnem eius ad comedendum dederit, vel ipsam comederit, capitis sententia punietur</quote>. <emph>Carolus Magnus</emph>, Capitulat. de part. Saxon., Cap. 6.</p>
               </note> Dalla voce <foreign lang="lat">Striges</foreign> o <foreign lang="lat">Strigae</foreign>, è venuto il nome di Streghe, che ancora non si è dimenticato.</p>
            <p>Era cosa indegna che le ombre dei morti, o alcuni uccelli affamati turbassero di notte il riposo commune, ma che gli stessi Dei, in luogo di provvedere alla quiete dei mortali commessi alla loro cura, passeggiassero di notte e prendessero sollazzo in ispaventar chi dormiva e in molestare chi camminava per le strade, era in verità grande scandalo. Ecate metteva urli e schiamazzava per le strade in un modo infernale. <quote lang="lat">
                  <emph>Nocturnisque Hecate triviis ululata per urbes</emph>
               </quote>, dicea Didone presso Virgilio: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Vergilius</emph>, Aeneid. Lib. V, v. 609.</p>
               </note> ed Apuleio invocando la Luna, <quote>«Regina del cielo,» <seg type="inciso">esclamava,</seg> «o tu sii Cerere inclita madre delle messi... o la sorella di Febo... o Proserpina terribile per gli urli notturni»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Regina Coeli, sive tu Ceres alma frugum parens originalis... seu Phoebi soror... seu nocturnis ululatibus horrenda Proserpina.</quote>
                     <emph>Apuleius</emph>, Metamorph. sive de As. aur., Lib. 11.</p>
               </note> Una maga, presso Teocrito, dice alla Luna: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Theocritus</emph>, Idyll. 2, v. 10, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg>
                  <l>Su via splendi più bella, affin che teco</l>
                  <l>Favellar possa, e con Ecate inferna,</l>
                  <l>Che a' pavidi cagnuoli orrore ispira,</l>
                  <l>Quando di notte, d'atre faci al lume,</l>
                  <l>Va per le tombe degli estinti e il sangue.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>La cagione per cui ad Ecate, o Proserpina, si attribuiva la proprietà di urlare nella notte, era questa, secondo Servio: <quote>«Cerere,» <seg type="inciso">dic'egli,</seg> «cercando per tutto il mondo con accese faci Proserpina rapita dal padre Dite, la chiamava ad alta voce nei trivii o nei quadrivii. Perlochè nelle sue feste in certi giorni determinati le matrone urlano per i quadrivii, come si usa di fare nelle feste d'Iside»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Proserpinam raptam a Dite patre cum Ceres cum incensis faculis per orbem terrarum requireret, per trivia eam, vel quadrivia vocabat clamoribus. Unde permansit in eius sacris, ut certis diebus per compita a matronibus exerceatur ululatus, sicut in Isidis sacris.</quote>
                     <emph>Servius</emph>, ad Verg. Aeneid. Lib. 4, v. 609.</p>
               </note> Per ammansare la terribile Ecate, se gli davano per cena, dice lo Scoliaste di Teocrito, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Scholiastes Theocriti</emph>, ad Idyll. 2, v. 11.</p>
               </note> dei cani ancor teneri, perchè giovani, cibo molto gradito al suo palato. Per render vani i sogni infausti, dice Tibullo, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Tibullus</emph>, Eleg. Lib. I, El. 5, v. 15, seq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Ipse ego, velatus filo tunicisque solutis,</l>
                  <l>Vota novem Triviae nocte silente dedi.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Volendo dopo cena tornare a casa, prendeano gli antichi dalla mensa un tozzo di pane, al quale davasi il nome di apomagdalia, e lo recavano seco per preservarsi dai terrori notturni, che poteano sorprenderli nella strada. <quote>«Ciascuno,» <seg type="inciso">dice Ateneo,</seg> «portava seco l'apomagdalia a causa dei terrori notturni, che avean luogo nei trivii»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Athenaeus</emph>, Deipnosoph. Lib. IV.</p>
               </note> Aggiunge Eustazio che questi terrori credevansi cagionati da Ecate. Certamente, come bene osserva Erasmo, la precauzione usata dagli antichi di portar seco del pane nell'andar vagando di notte, era molto opportuna a causa dei cani che infestavano le strade. Altro preservativo contro i terrori notturni credevasi essere uno dei grandi denti della Iena. Di questo dobbiamo la notizia a Plinio. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Contra nocturnos pavores, umbrarumque terrorem, unus e magnis (hyaenae) dentibus lino alligatus succurrere narratur.</quote>
                     <emph>Plinius</emph>, Hist. nat. Lib. 28, Cap. 8.</p>
               </note>
            </p>
            <p>I Satiri in singolar modo, i Fauni, le Ninfe scherzose, erano oltre a ogni credere insolenti in tempo di notte, checchè ne dica Lucrezio: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Lucretius</emph>, De Rerum nat. Lib. IV.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Sex etiam, aut septem loca vidi reddere voces</l>
                  <l>Unam cum iaceres; ita colles collibus ipsis</l>
                  <l>Verba repulsantes iterabant dicta referre.</l>
                  <l>Haec loca capripedes Satyros, Nymphasque tenere</l>
                  <l>Finitimi fingunt, et Faunos esse loquuntur;</l>
                  <l>Quorum noctivago strepitu, ludoque iocanti</l>
                  <l>Adfirmant volgo taciturna silentia rumpi,</l>
                  <l>Chordarumque sonos fieri, dulcesque querelas,</l>
                  <l>Tibia quas fundit digitis pulsata canentum:</l>
                  <l>Et genus agricolûm late sentiscere, cum Pan</l>
                  <l>Pinea semiferi capitis velamina quassans,</l>
                  <l>Unco saepe labro calamos percurrit hianteis,</l>
                  <l>Fistulam silvestrem ne cesset fundere musam.</l>
                  <l>Caetera de genere hoc monstra ac portenta loquuntur,</l>
                  <l>Nec loca deserta ab divis quoque forte putentur,</l>
                  <l>Sola tenere; ideo iactant miracula dictis:</l>
                  <l>Aut aliqua ratione alia ducuntur, ut omne</l>
                  <l>Humanum genus est avidum nimis auricularum.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Marziale dice, parlando di un platano: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Martialis</emph>, Epigram. Lib. 9, Epig. 61, v. 11, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Saepe sub hac madidi luserunt arbore Fauni,</l>
               </lg>
               <lg>
                  <l>Terruit et tacitam fistula sera domum.</l>
                  <l>Dumque fugit solos nocturnum Pana per agros,</l>
               </lg>
               <lg>
                  <l>Saepe sub hac latuit rustica fronde Dryas.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Pomponio Mela, descrivendo certo luogo dell'Affrica, dice che v'ha quivi una vasta solitudine, in cui non si vede abitazione nè vestigio di uomo, che di notte però vi si veggono dei fuochi, e vi compaiono di lontano come degli accampamenti; vi si odono suoni di cembali, di timpani e di trombe, che hanno uno squillo più strepitoso di quello delle nostre. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Panum, Satyrorumque hinc opinio causae fidem cepit, quod cum in his nihil culti sit, nullae habitantium sedes, nulla vestigia, solitudo in diem vasta, et silentium vastius; nocte crebri ignes micant, et veluti castra late iacentia ostenduntur; crepant cymbala et tympana, adiunturque tibiae sonantes maius humanis.</quote>
                     <emph>Pomponius Mela</emph>, De situ Orbis, Lib. 3, Cap. 4.</p>
               </note> Il contadino di Pisa, dice Stazio, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Statius</emph>, Thebaid. Lib. 3.</p>
               </note>
               <quote lang="lat">
                  <emph>Pana Lycaonia nocturnum exaudit in umbra</emph>
               </quote>. Sembra che dei Satiri o demoni del deserto si faccia menzione in quel luogo d'Isaia: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Isaiae</emph>, Cap. 34, v. 14.</p>
               </note>
               <quote lang="lat">
                  <emph>Et occurrent daemonia Onocentauris, et Pilosus clamabit alter ad alterum: ibi cubavit Lamia, et invenit sibi requiem.</emph>
               </quote> Sul qual luogo S. Girolamo fa qualche annotazione, che merita di esser consultata. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>S. Hieronymus</emph>, Commentar. in Isai. Lib. 30, ad l. c.</p>
               </note> Dei Pelosi anche altrove si fa menzione nella Volgata d'Isaia: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Isaiae</emph>, Cap. 13, v. 21.</p>
               </note>
               <quote lang="lat">
                  <emph>Sed requiescent tibi bestiae, et replebuntur domus eorum draconibus, et habitabunt ibi struthiones, et Pilosi saltabunt ibi.</emph>
               </quote> Commentando questo passo S. Girolamo <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Pilosi saltabunt ibi, vel incubones, vel Satyros silvestres quosdam homines, quos nonnulli Faunos ficarios vocant aut daemonum genera intelligunt.</quote>
                     <emph>S. Hieronymus</emph>, Comment. in Isai. Lib. 5, ad l. c.</p>
               </note> fa menzione dei Fauni ficarii, dei quali si parla in quel luogo di Geremia: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Hieremiae</emph>, Cap. 50, v. 39.</p>
               </note>
               <quote lang="lat">
                  <emph>Propterea habitabunt dracones cum Faunis ficariis, et habitabunt in ea struthiones.</emph>
               </quote> Di essi e dei Pelosi ragiona anche S. Isidoro, <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Pilosi, qui graece Panitae, latine Incubi appellantur, sive Inui ab ineundo passim cum animalibus: unde et Incubi dicuntur ab incumbendo, hoc est, stuprando. Saepe enim improbi existunt etiam mulieribus, et earum peragunt concubitum, quos daemones Galli Dusios nuncupant, quia assidue hanc peragunt immunditiam. Quem autem vulgo incubonem vocant, hunc Romani Fannum ficarium dicunt.</quote>
                     <emph>S. Isidorus</emph>, Orig. Lib. 8, Cap. 11.</p>
               </note> il quale, come S. Gregorio Magno, <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Quinam alii Pilosi appellatione figurantur, nisi hi, quos Graeci Panas, Latini Incubos vocant?</quote>
                     <emph>S. Gregorius Magnus</emph>, Moral. Lib. 7, Cap. 15.</p>
               </note> confonde i Pelosi cogl'Incubi, e dice che i Fauni ficarii sono certi uomini silvestri, nel che segue S. Girolamo. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Dicuntur et quidam silvestres homines, quos nonnulli Faunos ficarios vocant.</quote>
                     <emph>S. Isidorus</emph>, Orig. Lib. 11, Cap. 3.</p>
               </note> Di cotesti Satiri e Fauni e Pelosi si avea paura specialmente nei deserti, e diceasi che S. Antonio ne avea veduto uno nella solitudine che S. Isidoro ci descrive, <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Satyri, homunciones sunt aduncis naribus, cornua in frontibus, et caprarum pedibus similes, qualem in solitudine Antonius sanctus vidit. Qui etiam interrogatus, Dei servo respondisse fertur: Mortalis ego sum unus ex accolis eremi, quos vario delusa errore gentilitas, Faunos, Satyrosque colit.</quote>
                     <emph>Idem</emph>, l. c.</p>
               </note> seguendo pure le orme di S. Girolamo. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>S. Hieronymus</emph>, Vit. S. Pauli primi Erem. Cap. 7.</p>
               </note> Cassiano distingue tre specie di Fauni, altri dei quali ponendosi in certi luoghi lungo le strade si contentano di prendersi giuoco dei passeggeri, spaventandoli e ridendo del loro timore; altri sono gl'Incubi, che non recano agli uomini alcun danno; altri però sono crudelissimi, si pongono in agguati, assalgono i passeggeri, li trucidano, e lacerano barbaramente i loro corpi. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Faunos... ita seductores, et ioculatores esse manifestum est, ut certa quaeque loca, seu vias iugiter obsidentes, nequaquam tormentis eorum, quos praetereuntes potuerint decipere delectentur, sed de risu tantummodo, et illusione contenti, fatigari eos potius studeant, quam nocere; quosdam solummodo innocuis incubationibus hominum pernoctare; alios ita esse furori, ac truculentiae deditos, ut non sint contenti illorum tantummodo corpora, quos suppleverint, atroci dilaceratione vexare, sed etiam irruere supereminus transeuntes, atque afficere illos saevissima caede festinent.</quote>
                     <emph>Cassianus</emph>, Collat. Patr. 7, Cap. 32.</p>
               </note> Servio fa degl'Inui, degl'Incubi, dei Fanni e del Dio Fatuo, o Fatuelo, una sola persona. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Inus autem latine appellatur graece <foreign lang="grc">gr;άν</foreign>. Item <foreign lang="grc">ἐhgr;ιάλτης</foreign> graece, latine incubus. Idem Faunus, item Fatuus Fatuelus. Dicitur autem Inus ab ineundo passim cum omnibus animalibus. Unde et incubus dicitur.</quote>
                     <emph>Servius</emph>, ad Verg. Aeneid. Lib. 6, v. 776.</p>
               </note>
            </p>
            <p>Alle puerpere si assegnavano tre Dei custodi, i quali impedivano che il Dio Silvano entrasse di notte nelle loro abitazioni, e le molestasse. Si faceano passeggiare di notte avanti la porta della casa tre uomini destinati a rappresentare i tre Dei, uno dei quali si chiamava Intercidona, l'altro Pilunno, il terzo Deverra. L'insolente Silvano, veduti gli uomini custodi, e tre segni fatti sul limitare, si asteneva prudentemente dall'entrar nella casa, ed era ben naturale che egli solo non osasse cimentarsi con tre Dei, o anche con tre uomini. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Mulieri fetae, post partum, tres Deos custodes (Varro) commemorat adhiberi, ne Silvanus deus per noctem ingrediatur, et vexet eorumque custodum significandorum causa tres homines noctu circumire limina domus, et primo limen securi ferire, postea pilo, tertio deverrere scopis; ut his datis culturae signis, deus Silvanus prohibeatur intrare;... ab his autem tribus rebus tres nuncupatos Deos, Intercidonam a securis intercisione. Pilumnum a pilo, Deverram a scopis; quibus Diis custodibus contra vim dei Silvani feta conservaretur.</quote>
                     <emph>S. Augustinus</emph>, De Civ. Dei, Lib. 6, Cap. 11.</p>
               </note>
            </p>
            <p>Così paurosi come erano essi stessi, e così carichi di superstizioni e di follie, non arrossivano gli antichi di atterrir per giuoco i fanciulli con racconti orribili o con figure spaventose. La favola della Lamia o della Strige era sempre in bocca delle balie di quei tempi. Quando i fanciulli stentavano a prender sonno, esse li trattenevano colle novelle delle torri della Lamia e dei pettini del Sole, come vedesi in Tertulliano. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Iam si et totam fabulam initietur, nonne tale aliquid dabitur te [in infantia] inter somni difficultates a nutricula audisse Lamiae turres, et pertines solis?</quote>
                     <emph>Tertullianus</emph>, Adversus Valentinian. Cap. 3.</p>
               </note> Opportunissimo veramente per intimorire i fanciulli era il momento in cui questi già coricati si preparavano a dormire, affinchè la impressione, che avrebbe fatta sui loro animi la novella udita dalla nutrice, col favor delle tenebre, del silenzio e dei sogni venisse ad accrescersi, a ingigantirsi e a divenir quasi indelebile. Lucrezio paragona i timori, che bene spesso concepiscono gli uomini per cose vane e da nulla, alle angustie che i fanciulli provano nelle tenebre: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Lucretius</emph>, De Rerum nat. Lib. 6.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Nam veluti pueri trepidant, atque omnia caecis</l>
                  <l>In tenebris metuunt; sic nos in luce timemus</l>
                  <l>Interdum, nihilo quae sunt metuenda magis quam</l>
                  <l>Quae pueri in tenebris pavitant, finguntque futura.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Ausonio esortava il suo nepote a non aver timore verso il tempo del mattino: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Ausonius</emph>, Ad nepot. Protreptic. v. 26, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Degeneres animos timor arguit; at tibi consta</l>
                  <l>Intrepidus, nec te clamor, plagaeque sonantes,</l>
                  <l>Neu matutinis agitet formido sub horis.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Forse egli intendea dire al suo nepote che non si turbasse in quell'ora, nel pensare di dover fra poco andare alla scuola, ma certo della Strige dice altrove egli stesso che ne aveano contezza anche i fanciulli: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Idem</emph>, De quibusdam fabulis, v. 7.</p>
               </note>
               <quote lang="lat">
                  <emph>Nota et parvorum cunis, muliebre scelus, Stryx</emph>
               </quote>. Dice S. Isidoro che le Larve spacciavansi essere uomini malvagi divenuti demonii, ed aver la proprietà di atterrire i fanciulli, e di gracchiare in angoli tenebrosi. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Larvas ex hominibus factos daemones aiunt, qui meriti male fuerint. Quarum natura esse dicitur terrere parvulos, et in angulis garrire tenebrosis.</quote>
                     <emph>S. Isidorus</emph>, Orig. Lib. 8, Cap. 11.</p>
               </note> Gli antichi faceano ancora artificiosamente delle figure orribili, colle quali prendeansi spasso della semplicità dei fanciulli. Tale era quel ceffo di Batavo, di cui parla Marziale: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Martialis</emph>, Epigram. Lib. 14, Epig. 176.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Sum figuli lusus russi persona Batavi.</l>
                  <l>Quae tu derides, haec timet ora puer.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Si minacciava pure ai bambini di farli divorare da qualche mostro, o da qualche fiera. Nella prima favola di Aviano si legge quel distico: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Avianus</emph>, Fab. I, v. 1, seq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Rustica deflenti puero iuraverat olim,</l>
               </lg>
               <lg>
                  <l>Ni taceat, rabido quod foret esca lupo.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Non sembra egli di ravvisare nei costumi degli antichi il ritratto dei nostri? Qual dolore per il saggio di vedere che sì antichi sono gli abusi, e che il tempo, che fa tanti danni alla società distruggendo ciò che potrebbe esserle utile, non le ha nemmeno reso il servigio di annientare ciò che è nocivo!</p>
         </div1>
         <div1>
            <head>Capo 9</head>
            <head>DEL SOLE</head>
            <p>Gli errori popolari degli antichi, che ci hanno occupati fino a questo punto, possono dirsi metafisici. Essi riguardano l'Essere supremo, gli spiriti subalterni, la pretesa scienza del futuro, degli augurii, dei sogni. Noi passiamo ora a dei pregiudizi, che potremo chiamar fisici, perchè essi riguardano la natura.</p>
            <p>Il Sig. Biot parlando nel dì 6 di gennaio dell'anno 1811 ai membri della classe fisica e matematica dell'Istituto di Francia, sopra l'influenza delle scienze sui pregiudizi popolari, si è congratulato colla umanità dei progressi che lo spirito del volgo ha fatti dopo qualche tempo, profittando, a suo giudizio, del non interrotto crescere e invigorire delle scienze, e cedendo alla ragione una parte dei suoi antichissimi errori. Egli si è rallegrato di vedere le scienze rigogliose e floride far delle conquiste che possono sperarsi stabili sopra l'antico patrimonio dell'ignoranza, e spargere i suoi influssi fin sotto al focolare dell'agricoltore canuto, che tremava una volta all'apparire di una cometa, all'oscurarsi dell'astro del giorno, o della face della notte, e all'eseguirsi qualche curiosa operazione da un furbo che si spacciava per mago. Ed oh quanti bei prognostici ha egli avventurati sulla non lontana rigenerazione degl'intelletti volgari, sul cangiamento delle opinioni del popolo, sull'annientamento degl'idoli e dei fantasmi, che lo hanno occupato per tanto tempo! Duolmi assai di aver letto poco dopo il discorso del filantropo Sig. Biot altro piccolo scritto, ove trovai raccolta ed esposta scherzosamente parte delle infinite superstizioni, che tengono tuttora robustamente incatenate le menti del volgo; duolmi di conoscerne un'altra parte non meno considerabile nè meno ridicola, o piuttosto non meno deplorabile; duolmi di sapere che tutto ciò che lessi, e tutto ciò che udii, non equivale alla somma presso che incalcolabile delle stravaganti idee popolari; duolmi di veder tollerata e propagata sempre più la costumanza di render gli almanacchi l'alimento annuale dei pregiudizi e il baluardo in qualche modo dell'errore, onde nel secolo illuminato acquista maggior credito, e fa maggior guadagno chi sa meglio ingannare con predizioni e con frodi; dorrebbemi finalmente senza misura di dover predire che la parte più grande del genere umano sarà sempre appresso a poco la medesima, sempre schiava della prevenzione, sempre intrattabile al saggio, sempre indurita nell'errore, sempre quasi del tutto insensibile al progresso delle scienze, sempre cieca, sempre in opposizione col buon senso. Lasciamo che altri faccia questi vaticini dolorosi, e rivolgiamoci agli antichi, ai quali dobbiamo una gran parte degli errori che c'inondano.</p>
            <p>Di tutte le scienze la fisica, come è naturale, fu tra gli antichi la meno conosciuta, benchè forse la più coltivata. Fra le tenebre che la circondavano, i filosofi affollati davano del capo nel muro, o si urtavano fra loro, e creavano una infinità di errori che altri errori sopravvenivano a distruggere, per lasciare ben presto il luogo ad altri abbagli. In questa situazione di cose l'influenza della classe meno rozza sopra i pregiudizi del popolo era nulla, o non facea che aumentarne il numero. La moltiplicità dei sistemi contribuiva in singolar modo a far che cotesta influenza non avesse luogo. Nei tempi più vicini al nostro un sol sistema ha tenuta d'ordinario riunita la universalità dei dotti. Aristotele, Descartes, Newton, Lavoisier hanno regnato alla loro volta ciascuno universalmente. Quando tutta la classe illuminata unanimemente marcia sotto gli stessi stendardi, la forza unita di un esempio generale può influire qualche poco sopra le menti del volgo. Ma quando le opinioni, non già momentaneamente, ma sempre, e senza speranza di conciliazione, erano divise, quando Talete, Aristotele, Zenone, Epicuro regnavano quasi nello stesso tempo sopra un piccolo numero di seguaci, quale influenza poteano esercitare delle forze piccole e separate sopra la gran massa del volgo, ovvero, perchè dovea questo lasciarsi persuadere piuttosto da Aristotele che da Platone, piuttosto da Zenone che da Epicuro? Se a ciò si aggiunga la sproporzione immensa che passava tra il numero dei filosofi e quello della classe ignorante, perchè in un tempo in cui si mancava della stampa e di tanti altri mezzi di facilitazione e d'incoraggiamento per le scienze pochissimi si applicavano allo studio, si vedrà che tra il sapere ed il volgo non potea quasi avervi veruna relazione. Quindi ciò che forma l'oggetto della fisica, siccome anche ciò che appartiene alle altre scienze, era intieramente abbandonato alla discrezione del popolo, senza che questo potesse sperare di ricever soccorso dai filosofi. Ora immaginiamoci come le scienze fossero ben trattate dalla plebaglia.</p>
            <p>L'astronomia fra le altre dovè incontrare una sorte non molto favorevole. Non v'ha scienza fisica, che sia come essa opposta ai sentimenti che ogni uomo ha concepiti nella sua infanzia. Una persona del volgo crederà facilmente che tra la calamita ed il ferro, tra la terra ed un sasso v'abbia certa forza di simpatia, che li spinga ad avvicinarsi l'uno all'altra; ma non si persuaderà giammai che i pozzi rivolti colla bocca allo ingiù non perdano per ciò una stilla della loro acqua; che la terra su cui essa posa, e di cui teme tanto le più piccole scosse, si muova tuttogiorno più velocemente di una palla da cannone; che le stelle, che sembrangli altrettanti punti, siano in effetto milioni di volte più grandi del globo che essa abita. Tutto ciò, che è esattamente vero, sembra affatto assurdo al popolo. Quindi errori e pregiudizi senza numero, che si affollano, si moltiplicano, e sono assolutamente ereditari, perchè si giudica ancora, ed è infatti, sotto qualche riguardo, poco necessario l'istruire il popolo sopra queste materie.</p>
            <p>Il sole fu il primo oggetto che attirò a sè gli occhi dell'uomo rivolti verso il cielo. Adamo innocente non tardò ad avvedersi che quest'astro non era che la base del trono di un Essere superiore: penitente, non dimenticò la verità che avea appresa nello stato della sua innocenza; ma la dimenticarono ben presto i suoi figli. Il sole era bello, era benefico, la sua luce era di una sorprendente vaghezza, la sua attività era mirabile: ciò bastava perchè i popoli lo stimassero degno di culto. Ogni nazione ha avuto i suoi Dei particolari: ma il sole è stato il Dio dell'universo. Van–Dale, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Van–Dale</emph>, De Orig. et Progr. Idololatr. Diss. I.</p>
               </note> Selden, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Selden</emph>, De Diis Syr. Prolegom. Cap. 3.</p>
               </note> Buddeo, Fourmont, Banier, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Banier</emph>, Mythologie expliquée.</p>
               </note> Shuckford, Warburton, Poupart, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Poupart</emph>, dans les Mem. de Trévoux an. 1712, mois de Septembre.</p>
               </note> Scheuchzer, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Scheuchzer</emph>, Psy. Sacr. Tab. 327, 328.</p>
               </note> Osterman, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Osterman</emph>, De Astrolatr.</p>
               </note> hanno mostrato che l'astrolatria, ossia culto degli astri, ha avuta un'origine rimotissima, ed è stata commune alle nazioni, quasi altrettanto che il politeismo. Egli è evidente che oggetto primario di questo culto fu il sole, ciò che apparisce ancora dai Trattati che Lubberto e Nettelbladt hanno scritti sopra questa materia. Macrobio è stato di opinione che tutti gli dei nella loro origine altro non fossero che il sole, e ha cercato con molte prove, in verità molto solide, di mostrare che questo suo parere era da valutarsi. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Macrobius</emph>, Saturnal. Lib. I, Cap. 17, seqq.</p>
               </note> Esso è stato intieramente, o in parte, seguito dal Braun, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Braun</emph>, Select. Sacr. Lib. 4.</p>
               </note> dal Vossio, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Vossius</emph>, De Idololatr. Lib. II.</p>
               </note> dal Cuper, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Cuper</emph>, in Harpocrate.</p>
               </note> dal Bona, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Bona</emph>, De Divina Psalmod.</p>
               </note> dal Grandis, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Grandis</emph>, dissert. De var. Dei nomin. Soli attribut.</p>
               </note> dall'Aleandro, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Aleander</emph>, Explicat. Tab. Heliac.</p>
               </note> dall'Ursino, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Ursinus</emph>, Analect. Sacr. Vol. 2, Lib. 3.</p>
               </note> dallo Spon, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Spon</emph>, Miscellan. érudit. antiq. et Recherch. des antiquit.</p>
               </note> dal Thomassin, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Thomassin</emph>, Méthode d'étudier et d'einsegner chrétiennement les lettres humaines. Part. II, Liv. I, Chap. 3 et suiv.</p>
               </note> dal Dempster. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Dempster</emph>, ad Rosin. antiquit. Roman. Lib. 2, Cap. 8.</p>
               </note> Il sole era lo stesso che Bacco, come mostrano, per tralasciare mille altre prove, sì quel verso riferito da Macrobio sotto il nome di Orfeo: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Orpheus</emph>, ap. Macrob. Saturnal. Lib. I, Cap. 18.</p>
               </note>
               <quote>
                  <emph>Il vago Sol, cui dàn di Bacco il nome:</emph>
               </quote> sì quel luogo di Virgilio: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Vergilius</emph>, Georg. Lib. I, v. 5, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Vos, o clarissima mundi</l>
                  <l>Lumina, labentem coelo quae ducitis annum,</l>
                  <l>Liber et alma Ceres; vestro si munere tellus</l>
                  <l>Chaoniam pingui glandem mutavit arista,</l>
                  <l>Poculaque inventis Acheloia miscuit uvis;...</l>
                  <l>Munera vestra cano.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Ora Ausonio confonde Bacco con molti degli antichi Numi, in quell'epigramma in cui fa dire a Bacco stesso: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Ausonius</emph>, Epigr. 30.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Ogygia me Bacchum vocat,</l>
                  <l>Osirin AEgyptus putat,</l>
                  <l>Mysi Phanacem nominant,</l>
                  <l>Dionysion Indi existimant,</l>
                  <l>Romana sacra Liberum,</l>
                  <l>Arabica gens Adoneum,</l>
                  <l>Lucaniacus Pantheum.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>L'autore di alcuni versi in lode del sole pubblicati dal Pithou nella raccolta di poesie latine dice di quest'astro:</p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Sol Liber, Sol alma Ceres, Sol Iuppiter ipse,</l>
                  <l>Sol labor et... ribice, insunt cui nomina mille.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Era sacro al sole il dito annulare della mano destra, a dire di Melampo, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Melampus</emph>, Divinat. de palpit.</p>
               </note> come lo era il pollice a Venere, l'indice a Marte, il medio a Saturno, l'auricolare a Mercurio. Può dedursi da un luogo di Apuleio che gli antichi salutassero tutte queste Divinità col portare alla bocca il dito corrispondente; poichè dice egli che adoravasi Venere portando alla bocca il pollice, che appunto a lei era consacrato. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Et admoventes oribus suis dexteram, primore digito in erectum pollicem residente: ut ipsam prorsus Deam Venerem religiosis adorationibus venerabantur.</quote>
                     <emph>Apuleius</emph>, Metamorph., sive De As. aur. Lib. 4.</p>
               </note>
            </p>
            <p>Quando si volle pronunziar qualche cosa intorno alla natura o agli effetti del sole, il numero degli errori oltrepassò di molto quello delle parole. Accorsero i filosofi in aiuto del popolo, ma Anassagora fece del sole un ferro infocato, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Diogenes Laertius</emph>, in Vita Anaxagorae, Lib. 2, segm. 8 et 12. <emph>Iosephus</emph>, Contra Apion. Lib. 2. <emph>Galenus</emph>, Hist. Philos. <emph>Origenes</emph>, Contra Cels. Lib. 5. <emph>Achilles Tatius</emph>, Isag. ad Arati Phaenom. Cap. 11 et 19. <emph>Olympiodorus</emph>, Commentar. in Aristotel. Metereolog. Lect. II. <emph>Suidas</emph>, in Lex. art. <foreign lang="grc">Ἀναξαγόρας</foreign> et <foreign lang="grc">Μᾣᾣύδρος</foreign>. <emph>Cedrenus</emph>, in Historiarum Compendio.</p>
               </note> Alcmeone lo credè una lastra, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Stobaeus</emph>, Ecl. Phys.</p>
               </note> Eraclito un battello, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Achilles Tatius</emph>, Isag. ad Arati Phaenom. Cap. 19. <emph>Plutarchus</emph>, de Placit. Philos. Lib. 2, Cap. 22.</p>
               </note> Anassimandro una ruota piena di fiamme uscenti per un orifizio, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Idem</emph>, l. c. Cap. 20. <emph>Achilles Tatius</emph>, Isag. ad Arati Phaenom. Cap. 19.</p>
               </note> Filolao un globo di vetro, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Idem</emph>, l. c. <emph>Plutarchus</emph>, De Plac. Philosoph. Lib. 2, Cap. 20.</p>
               </note> Epicuro una pomice o una sponga infiammata. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Idem</emph>, l. c. <emph>Achilles Tatius</emph>, Isagog. ad Arati Phaenom. Cap. 19.</p>
               </note> Il numero degli errori si accrebbe, e i filosofi continuarono a dire. Eraclito diè al sole un piede di diametro, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Plutarchus</emph>, De Plac. Phil. Lib. 2, Cap. 21.</p>
               </note> Epicuro lo fe' grande a un di presso come sembra a chi lo riguarda con occhio nudo, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Epicurus</emph>, ap. Diog. Laert. in Vita Epicuri Lib. 10, segm. 91. <emph>Cicero</emph>, Academic. Quaest. Lib. 4, et De fin. bon. et mal. Lib. I. <emph>Galenus</emph>, Hist. Philos. <emph>Cleomedes</emph>, Considerat. Cycl. meteor. Lib. 2, Cap. 1.</p>
               </note> Eudosso credè il suo diametro nove volte più grande di quello della luna. Non v'ebbe filosofo che non cadesse in gravi errori, e non v'ebbe quasi errore che non fosse riprovato da qualche filosofo. La filosofia degli antichi era la scienza delle contese; le scuole pubbliche che essi aveano, erano le sedi della confusione e del disordine. Aristotele condannava ciò che Platone gli aveva insegnato. Socrate si ridea di Antistene, e Zenone si scandolezzava di Epicuro. Pitagorici, Platonici, Peripatetici, Stoici, Cinici, Epicurei, Scettici, Cirenaici, Megarici, Eclettici, si accapigliavano, si faceano beffe gli uni degli altri, mentre qualche vero saggio si rideva di tutti. Il popolo, lasciato solo in questo fracasso, non rimaneva ozioso, ma lavorava tacitamente per accrescere l'enorme cumulo degli errori umani.</p>
            <p>Tutti sanno che, secondo la volgare opinione degli antichi, il sole al suo tramontare, anelante per il caldo, andava a rinfrescarsi nell'acqua del mare. Ciò forse intese dire l'autor dei versi in lode del sole, pubblicati, come dissi poco sopra, dal Pithou, allorchè scrisse: <quote lang="lat">
                  <emph>Sol, cui merenti servit maris unda teporem.</emph>
               </quote> Diè alla luce lo Scaligero quei versi di Vomano sul nascer del sole:</p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Roscida puniceo Pallantias exit amictu,</l>
               </lg>
               <lg>
                  <l>Astriferum inficiens luce oriente polum,</l>
                  <l>Sol insigne caput, radiorum ardente corona,</l>
               </lg>
               <lg>
                  <l>Promit ab aequoreis Tethyos ortus aquis;</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>e quelli di Giuliano:</p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Tithoni coniux roseo sub limine terras</l>
               </lg>
               <lg>
                  <l>Inficit, et coelum lutea sidereum:</l>
                  <l>Cum Sol igniferos currus e gurgite magno</l>
               </lg>
               <lg>
                  <l>Sustulit, et claris astra fugavit equis.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Così pure quelli di Eustenio:</p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Sol oriens, currusque suos e gurgite tollens</l>
               </lg>
               <lg>
                  <l>Oceano, claro reddidit orbe diem.</l>
                  <l>Flammiferumque iubar terraeque poloque reduxit,</l>
               </lg>
               <lg>
                  <l>Et pepulit radiis astra repente suis.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Orfeo disse similmente: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Orpheus</emph>, Argonaut.</p>
               </note>
               <quote>
                  <emph>Ma poi che in Ocean lavossi il sole.</emph>
               </quote> Così Valerio Flacco: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Valerius Flaccus</emph>, Argonaut. Lib. 3.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Ergo ubi puniceas oriens adscenderit undas,</l>
                  <l>Tu socios adhibeto sacris.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Così, Ennodio: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Ennodius</emph>, Panegyr. Theoderici.</p>
               </note> così altri moltissimi. Solean dire i poeti che l'Aurora sorgea la mattina dal letto dove avea riposato col suo marito. Licofrone dice che ella dormiva poco lontano dall'isola di Cerne: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Lycophron</emph>, in Cassandra.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg>
                  <l>L'Aurora, che Titon vicino a Cerne</l>
                  <l>Nel talamo lasciò.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Mimnermo pone il letto del sole nella Colchide, anzi espressamente nella città di Eete. A sì chiari indizi era facile il rinvenirlo, e infatti alcuni Barbari lo ritrovarono; non però nella Colchide, onde convien dire che Mimnermo abbia preso abbaglio. <quote>«Mi mostravano quei Barbari,» <seg type="inciso">dice Pitea Marsigliese presso Gemino,</seg>
                  <note place="foot">
                     <p>
                        <emph>Pytheas</emph>, ap. Gemin. Element. Astronom. Cap. 5.</p>
                  </note> «il luogo dove il sole è solito dormire. Ciò, perchè in quei luoghi la notte è assai breve, non oltrepassando per alcuni popoli lo spazio di due ore, nè per altri quello di tre: in guisa che il sole poco dopo esser tramontato, sorge per essi di nuovo»</quote>.</p>
            <p>Non sapendo dove far passare la notte al sole, e nemmen sospettando che egli potesse far parte dei suoi favori a terre e popoli inferiori ad essi, gli antichi doveano pensare a qualche espediente. I poeti e quei Barbari che furon visitati da Pitea lo provvidero di letto, onde passasse commodamente il tempo del commune riposo. Altri giudicarono che il sole alla sera tuffatosi nel mare, si estingueva, e che alla mattina una quantità di particelle ignee si riuniva per formare un nuovo sole. Questa opinione fu applaudita, e divenne in parte quella del volgo. <quote>«Il sorgere e il tramontare del sole, della luna, e de' rimanenti astri può accadere,» <seg type="inciso">dice Epicuro presso il Laerzio,</seg>
                  <note place="foot">
                     <p>
                        <emph>Epicurus</emph>, ap. Diogen. Laert. in Vita Epicuri, Lib. X, segm. 91.</p>
                  </note> «a causa del loro accendersi e del loro spegnersi alternativamente»</quote>. Può ben essere, soggiunge Lucrezio, che il sole ricomparisca alla mattina solamente: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Lucretius</emph>, De Rerum Nat. Lib. V.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>... Quia conveniunt ignes, et semina multa</l>
                  <l>Confluere ardoris consuerunt tempore certo,</l>
                  <l>Quae faciunt solis nova semper lumina gigni.</l>
                  <l>Quod genus Idaeis fama est e montibus altis</l>
                  <l>Dispersos ignes orienti lumine cerni;</l>
                  <l>Inde coire globum quasi in unum, et conficere orbem.</l>
                  <l>Nec tamen illud in his rebus mirabile debet</l>
                  <l>Esse, quod haec ignis tam certo tempore possint</l>
                  <l>Semina confluere, et solis reparare nitorem.</l>
                  <l>Multa videmus enim, certo quae tempore fiunt</l>
                  <l>Omnibus in rebus: florescunt tempore certo</l>
                  <l>Arbusta, et certo dimittunt tempore florem.</l>
                  <l>Nec minus in certo dentes cadere imperat aetas</l>
                  <l>Tempore, et impubem molli pubescere veste,</l>
                  <l>Et pariter mollem malis demittere barbam.</l>
                  <l>Fulmina postremo, nix, imbres, nubila, venti</l>
                  <l>Non nimis incertis fiunt in partibus anni.</l>
                  <l>Namque ubi sic fuerunt causarum exordia prima,</l>
                  <l>Atque uti res mundi cecidere ab origine prima,</l>
                  <l>Consequa natura'st iam rerum ex ordine certo.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Convien confessare che la cosa non potea esser meglio dimostrata. <quote>«Gli Epicurei,» <seg type="inciso">scrive Servio,</seg> «dicono che il sole non si reca ad illuminare un altro emisfero, ma che dalla parte dell'Oriente si raccolgono insieme delle scintille, le quali quotidianamente formano il globo del sole»</quote>. Di cotesta opinione di Epicuro parla a lungo Cleomede. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Cleomedes</emph>, Considerat. Cyclic. meteor. Lib. II, Cap. 1.</p>
               </note> Piacque essa anche ad Eraclito, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Aristoteles</emph>, Meteorolog. Lib. Il, Cap. 2.</p>
               </note> onde presso Platone trovasi il proverbio: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Plato</emph>, De Republ. Lib. VI.</p>
               </note>
               <quote>«si estinguono molto più presto del sole di Eraclito»</quote>. Dello stesso parere, per testimonianza di Origene, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Origenes</emph>, Philosophum, Cap. 14.</p>
               </note> fu Senofane, il quale stimò il sole composto di esalazioni, e credè che le ecclissi di quest'astro altro non fossero che il suo spegnersi; aggiunse anzi che per un intiero mese durò l'oscurità cagionata da una di queste ecclissi, non avendo il sole potuto riaccendersi. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Plutarchus</emph>, De Plac. Philos. Lib. 2, Cap. 21. <emph>Strobaeus</emph>, Ecl. Phys.</p>
               </note> Non è dunque meraviglia che dalla parte di Ponente, quando il sole tramontava si udisse una specie di stridore, cagionato dalle fiamme di questo corpo luminoso, che si tuffavano e si spegneano nell'acqua. Posidonio narra, presso Strabone, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Posidonius</emph>, ap. Strabon. Geograph. Lib. 3.</p>
               </note> di avere udito dire che in Ispagna si sentiva in effetto questo strepito quando il sole piombava al fondo del mare. <quote lang="lat">
                  <emph>Audiet herculeo stridentem gurgite solem:</emph>
               </quote> disse Giovenale: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Iuvenalis</emph>, Sat. 14.</p>
               </note> ed Ausonio: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Ausonius</emph>, Epist. 18, v. 1, seq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Condiderat iam solis equos Tarpesia Calpe,</l>
                  <l>Stridebatque freto Titan insignis Hibero.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Così ciò che noi diremmo ora per giuoco ai fanciulli, fu creduto volgarmente e tenuto per fermo dagli antichi.</p>
         </div1>
         <div1>
            <head>Capo 10</head>
            <head>DEGLI ASTRI</head>
            <p>Gli errori volgari degli antichi intorno agli Dei, alla divinazione, agli spiriti sono errori seri e deplorabili, perchè loro cagionavano danni reali e gravissimi. Quelli che riguardano la fisica, e che eran loro di poco nocumento, sono del tutto curiosi e ridicoli, e noi possiamo sollazzarci con essi senza rimorso a spese dei nostri illustri antenati.</p>
            <p>Lo spettacolo di un cielo stellato colpisce ogni uomo riflessivo. Esso avrà forse sorpresi e gettati in una dolce estasi i primi uomini. Ma il popolo non è capace di sentimenti delicati, nè questi possono in lui durare assai a lungo, quando l'oggetto che li risveglia è affatto ordinario nella natura. Ben presto cessò la meraviglia, e diè luogo alla curiosità, alla madre del sapere e degli errori. Quello dovea necessariamente esser preceduto da questi.</p>
            <p>Fu un nulla per gli antichi, dopo aver divinizzati gli astri, il supporre che qualcuno tra essi precipitasse talvolta dal cielo, con pericolo evidente di rompersi il collo. <quote lang="lat">Astra cadunt:</quote> disse Stazio: e Lucano: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Lucanus</emph>, Pharsal. Lib. I.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Lapsa per altum</l>
                  <l>Aera, dispersos traxere cadentia sulcos</l>
                  <l>Sidera:</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>e Teocrito: <quote>
                  <emph>Come quando dal ciel cadde una stella.</emph>
               </quote> Ovidio dubitò se gli astri cadessero veramente, o soltanto in apparenza: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Ovidius</emph>, Metamorph. Lib. 2.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>De coelo stella sereno,</l>
                  <l>Quae si non cecidit, potuit cecidisse videri.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Virgilio però asserì, che essi cadevano in effetto precipitosamente al soffiar del vento: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Vergilius</emph>, Georg. Lib. I, v. 365, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Saepe etiam stellas, vento impendente, videbis</l>
                  <l>Praecipites coelo labi, noctisque per umbram</l>
                  <l>Flammarum longos a tergo albescere tractus.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Ma qui egli segue la opinione del volgo, secondo Servio, il quale nega che le stelle possano cadere. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Sequitur vulgi opinionem, non enim omnia prudenter a poeta dicenda sunt. Quod autem videmus e coelo stellas quasi labi, <foreign lang="grc">ἀgr;όῤῥιαι</foreign> sunt ignis aetherii, quae fiunt cum vehementior ventus altiora conscenderit, et trahere exinde aliquas particulas coeperit, quae simulant casum stellarum. Nam stellae cadere non possunt, quarum natura est ut stent semper, unde et stellae vocantur. Sane sciendum est ab illa parte ventum flaturum, in quam ille ignis ceciderit.</quote>
                     <emph>Servius</emph>, ad Vergil. l. c. v. 366.</p>
               </note> Frattanto quella opinione, che era commune agli agricoltori dei tempi di Virgilio e di Plinio, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Plinius</emph>, Hist. nat. Lib. II, Cap. 8.</p>
               </note> il quale pure di essa fa menzione, è tuttavia quella del volgo dei giorni nostri.</p>
            <p>Men felice sorte toccò a quella sentenza antichissima, che il sole, la luna, le stelle, tutti in somma i corpi celesti si cibino quotidianamente, o si dissetino. La proposizione è veramente molto ardita, ma essa fa onore al coraggio di chi l'ha immaginata. Bisognava però determinare da qual luogo traggano cotesti corpi gli alimenti che loro sono necessari. Chi mai avrà potuto fornire alla enorme spesa che si richiedeva per provvedere di vettovaglie quegl'immensi globi, i quali correndo tutto il giorno indefessamente, e trafelando per il caldo, doveano sicuramente essere di buon appetito? Non si esitò molto sopra a questo punto, e la terra fu incaricata di somministrare tutto il necessario per il mantenimento degli astri. Il loro numero eccedente, la loro smisurata corporatura, la totale insufficienza delle piccole risorse che avea la terra, le quali sarebbono state in un momento ingoiate dalla minima fra le stelle, non furono valutate in modo alcuno, e la terra dovè sottoporsi al peso che le era stato addossato. Il mare principalmente risentì i funesti effetti di questa fatale necessità, perchè le sue acque erano state destinate ad alimentare il sole, il quale, essendo più vicino, esigeva con violenza, e senza risparmio. Disse Anacreonte: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Anacreon</emph>, Od. 19, v. 1, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg>
                  <l>Anela a bevere</l>
                  <l>La terra, e gli arbori</l>
                  <l>Bevono il suol.</l>
               </lg>
               <lg>
                  <l>La sete estinguonsi</l>
                  <l>Il mar coll'etere</l>
                  <l>Col mare il sol.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>E Lucrezio: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Lucretius</emph>, De Rerum Nat. Lib. I.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Unde mare ingenui fontes, externaque longe</l>
                  <l>Flumina suppeditant? unde aether sidera pascit?</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Altra volta disse lo stesso poeta: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Idem</emph>, l. c. Lib. V.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Ignes sive ipsi serpere possunt</l>
                  <l>Quo cuiusque cibus vocat, atque invitat euntes,</l>
                  <l>Flammea per coelum pascentes corpora passim.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>La medesima opinione sembra avere avuta in mente Virgilio, allorchè da Enea fe' dire a Didone: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Vergilius</emph>, Aeneid. Lib. I, v. 608, seq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Polus dum sidera pascet,</l>
                  <l>Semper honos nomenque tuum, laudesque manebunt.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>In cambio di <foreign lang="lat">polus</foreign>, altri legge <foreign lang="lat">palus</foreign>: e Servio, commentando questo luogo, dice esser dottrina dei Fisici <quote>«che le stelle, cioè i fuochi celesti, sieno alimentate dalle acque marine»</quote>. Lucano si spiega sopra questo soggetto assai chiaramente: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Lucanus</emph>, Pharsal. Lib. 9, v. 311, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Vel plenior alto</l>
                  <l>Olim Syrtis erat pelago penitusque natabat,</l>
                  <l>Sed rapidus Titan ponto sua lumina pascens,</l>
                  <l>AEquora subduxit zonae vicina perustae,</l>
                  <l>Et nunc pontus adhuc Phoebo siccante repugnat.</l>
                  <l>Mox ubi damnosum radios admoverit aevum,</l>
                  <l>Tellus Syrtis erit; nam iam brevis unda superne</l>
                  <l>Innatat, et late periturum deficit aequor.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Ecco in quale stato fu ridotto qualche mare dall'esorbitante dispendio a cui dovè assoggettarsi per alimentare il sole. Altrove dice lo stesso Lucano: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Lucanus</emph>, l. c. Lib. I, v. 415, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Flammiger an Titan, ut alentes hauriat undas,</l>
                  <l>Erigat Oceanum fluctusque ad sidera ducat.</l>
                  <l>Quaerite, quos agitat mundi labor.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>ed altra volta: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Lucanus</emph>, l. c. Lib. 10, v. 255, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Rumor ab Oceano, qui terras alligat omnes,</l>
                  <l>Exundante procul violentum erumpere Nilum</l>
                  <l>AEquoreosque sales longo mitescere tractu.</l>
                  <l>Nec non oceano pasci Phoebumque polosque</l>
                  <l>Credimus: hinc, calidi tetigit cum brachia Cancri,</l>
                  <l>Sol rapit, atque undae plus, quam quod digerat aer,</l>
                  <l>Tollitur; hoc noctes referunt Niloque refundunt.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Non è meraviglia che Lucano stoico scrivesse in tal guisa, poichè opinione favorita dagli Stoici fu appunto che gli astri si cibassero dei vapori sollevatisi dal nostro globo. Tengono essi, dice Diogene Laerzio, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Diogenes Laertius</emph>, in Vita Zenonis Cittiei. Lib. VII, seg. 145.</p>
               </note>
               <quote>«che cotesti corpi ignei, e, come questi, gli astri tutti, si nutrano con alimenti che il sole trae, secondo la loro opinione, dall'immenso mare, poichè egli è un fuoco fornito d'intendimento; la luna da quelle acque delle quali può beversi, poichè essa trovasi unita all'aria e vicina alla terra...; gli altri astri dal suolo»</quote>. Afferma anche Plutarco <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Plutarchus</emph>, De Plac. Philos. Lib. 2, Cap. 20.</p>
               </note> che <quote>«il sole è, secondo gli Stoici, una fiamma pensante alimentata dal mare»</quote>. Clemente Alessandrino scrive parlando del sole: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Clemens Alexandrinus</emph>, Strom. Lib. 8.</p>
               </note>
               <quote>«Vogliono gli Stoici che quest'astro sia un fuoco fornito d'intelletto, il qual riceva dalle acque marine il suo nutrimento»</quote>. Ciò infatti dice lo stoico Cleante presso Stobeo, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Cleanthes</emph>, ap. Strobaeom, Ecl. Phys. Lib. I.</p>
               </note> e Crisippo, pure stoico, afferma, presso lo stesso, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Chrysippus</emph>, ap. Stob. l. c.</p>
               </note> nutrirsi la luna <quote>«dei vapori che si alzano dalle acque potabili»</quote>. Di cotesta opinione degli Stoici parla ancora Porfirio in quel luogo: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Porphyrius</emph>, De antro Nymph.</p>
               </note>
               <quote>«Pensan gli Stoici che il sole si pasca delle esalazioni del mare; la luna di quelle dei fonti e dei fiumi; gli astri di quelle della terra, e, perciò, che il sole sia un ammasso di materia intelligente, formato dal mare, siccome la luna dalle acque dei fiumi, e le stelle dalle esalazioni della terra»</quote>. Piacque, come era naturale, l'opinione della fame degli astri anche allo stoicissimo Seneca, che fe' su di essa molte osservazioni. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Totum hoc coelum, quod igneus aether, mundi summa pars claudit; omnes hae stellae, quarum iniri non potest numerus; omnis hic coelestium coetus, et, ut alia omnia praeteream, hic tam prope a nobis agens cursum sol, omni terrarum ambitu non semel maior, alimentum ex terreno trahunt, et inter se partiuntur; nec ullo alio scilicet, quam halitu terrarum sustinentur. Hoc illis alimentum, hic pastus est.</quote>
                     <emph>Seneca</emph>, Natural. Quaest. Lib. VI, Cap. 16. — <quote lang="lat">Terra et pars est mundi, et materia. Pars quare sit non puto te interrogaturum; aut aeque interroges, quare coelum pars sit: quia scilicet non magis sine hoc, quam sine illa, universum esse non potest; quod cum his universum est, ex quibus, idest, tam ex illo, quam ex ista, alimenta omnibus animalibus, omnibus satis, omnibus stellis dividuntur. Hinc quidquid est virium singulis; hinc ipsi mundo tam multa poscenti subministratur; hinc profertur, quo sustineantur tot sidera, tam exercitata, tam avida, per diem noctemque, ut in opere ita et in pastu.</quote>
                     <emph>Idem</emph>, l. c. Lib. II, Cap. 5.</p>
               </note>
            </p>
            <p>Secondo Cornificio citato da Macrobio, Omero colla sua finzione di Giove che si era portato all'Oceano per visitare gli Etiopi, presso i quali dovea trattenersi banchettando sino al dodicesimo giorno, volle indicare il sole, il quale banchetta colle vivande somministrategli dall'Oceano. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Iovis appellatione solem intelligi Cornificius scribit, cui unda Oceani velut dapes ministrat. Ideo enim, sicut et Posidonius, et Cleanthes affirmant, solis meatus a plaga, quae usta dicitur, non recedit, quia sub ipsa currit Oceanus, qui terram ambit ac dividit. Omnium autem Physicorum assertione constat, calorem humore nutriri. Nam quod ait: <foreign lang="grc">Θεοὶ δ' ἅμα gr;άντες ἕgr;οντο</foreign>, sidera intelliguntur, quae cum eo ad occasus ortusque quotidie impetu coeli feruntur, eademque aluntur humore; <foreign lang="grc">Θεοᾣᾣύς</foreign>enim ducunt sidera, et stellas <foreign lang="grc">ἀgr;ὸ τοῦ θέειν</foreign>, idest <foreign lang="grc">τρέχειν</foreign>, quod semper in cursu sint, <foreign lang="grc">ἢ ἀgr;ὸ τοῦ θεωρεῖσθαι</foreign>.</quote>
                     <emph>Macrobius</emph>, Saturnal. Lib. I, Cap. 23.</p>
               </note> Di cotesta interpretazione che davasi all'indicato luogo di Omero, parla anche altra volta lo stesso Macrobio senza citare Cornificio. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Ignem aethereum Physici tradiderunt humore nutriri, asserentes, ideo sub zona coeli perusta, quam via solis, idest, Zodiacus occupavit, Oceanum, sicut supra descripsimus, a natura locatum, ut omnis latitudo, qua sol cum quinque vagis et luna ultro citroque discurrunt, habeat subiecti humoris alimoniam. Et hoc esse volunt, quod Homerus, divinarum omnium inventionum fons, et origo, sub poetici nube figmenti, verum sapientibus intelligi dedit, Iovem cum diis caeteris, idest, cum stellis, profectum in Oceanum, Aethiopibus eam ad epulas invitantibus. Per quam imaginem fabulosam Homerum significasse volunt, hauriri de humore nutrimenta sideribus: qui ob hoc Aethiopas reges, epularum participes coelestium dixit, quoniam circa Oceani oram nonnisi Aethiopes habitant: quos vicinia solis, usque ad Speciem nigri coloris exussit.</quote>
                     <emph>Macrobius</emph>, in Somn. Scip. Lib. 2, Cap. 10.</p>
               </note> Ippocrate, a quel che sembra, ammise egli pure la fame degli astri, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Hippocrates</emph>, De flat.</p>
               </note> della quale si parlava certamente molto prima della sua nascita, poichè Anacreonte ne fe' menzione come di cosa creduta universalmente, nel luogo che citai alquanto sopra. Aristotele si ride di questa opinione; narra però che alcuni stimarono il moto, che sembra fare il sole tra l'uno e l'altro tropico, aver luogo a causa del bisogno che esso ha di nutrirsi, e della impossibilità di trovar sempre sufficiente alimento nello stesso luogo. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Aristoteles</emph>, Meteo ol. Lib. 2, Cap. 2.</p>
               </note> Cleante dicea che il sole non ardiva oltrepassare i tropici per timore di mancare di cibo allontanandosi dall'Oceano. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Quid enim? non eisdem vobis placet, omnem ignem pastu nisi alatur? Ali autem solem, lunam, reliqua astra aquis alia dulcibus, alia marinis? Eamque causam Cleanthes affert, cur se sol referat, nec longius progrediatur solstitiali orbe, itemque brumali, ne longius recedat a cibo.</quote>
                     <emph>Cicero</emph>, De Nat. Deorum. Lib. 3.</p>
               </note> Epicuro, come si raccoglie da Diogene Laerzio, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Diogenes Laertius</emph>, in Vita Epicuri, Lib. X, segm. 93.</p>
               </note> non fu lontano dal riputare gli astri bisognosi di cibo. Senofane stimò il sole, a dire di Plutarco, <quote>«composto di fiammelle raccolte insieme col mezzo di esalazioni umide; ovvero una nube infuocata»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Plutarchus</emph>, De Plac. Philos. Lib. 2, Cap. 20.</p>
               </note>
               <quote>«Egli credè gli astri,» <seg type="inciso">dice Achille Tazio,</seg>
                  <note place="foot">
                     <p>
                        <emph>Achilles Tatius</emph>, Isag. in Arati Phaenom. Cap. 11.</p>
                  </note> «formati da nubi infiammate, e giudicò che essi si spegnessero, e si riaccendessero alternativamente, come carboni, in modo che al loro accendersi ci sembrassero sorgere, e tramontare al loro estinguersi»</quote>. Nemmeno il dotto Plinio andò esente dall'errore commune di riputare gli astri affamati, <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Sidera vero (consequitur) haud humore terreno pasci, quia orbe dimidio nonnunquam maculosa cernatur (luna), scilicet nondum suppetente ad hauriendum ultra iusta vi. Maculas enim non haliud esse quam raptas terrae cum humore sordes.</quote>
                     <emph>Plinius</emph>, Hist. nat. Lib. II, Cap. 9. — <quote lang="lat">Iam primum in dimidio computari videtur, tanquam nulla portio ipsi decidatur Oceano: qui toto circumdatus medio et omnes caeteras fundens recipiensque aquas, et quidquid exit in nubes, ac sidera ipsa tot, et tantae magnitudinis pascens, quo tandem amplitudinis spatio credatur habitare? Improba et infinita debet esse tam vastae molis possessio.</quote>
                     <emph>Idem</emph>, l. c. Cap. 68.</p>
               </note> anzi lo sostenne, e inclinò a credere che la salsedine delle acque del mare provenisse dal sole, che tutto brucia e assorbisce. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Sic mari late patenti saporem incoqui salis (accepimus), quia exhausto inde dulci tenuique, quod facillime trahat vis ignea, omne asperius, crassiusque relinquatur. Ideo summa aequorum, aqua dulciorem profundam.</quote>
                     <emph>Idem</emph>, Hist. nat. l. c. Cap. 101.</p>
               </note> Più avveduto di Plinio sembra essere stato Luciano, il qual dice scherzando, avervi avuto al suo tempo chi credeva <quote>«che gli astri bevessero acqua, e che il sole mandando giù nel mare una secchia come per una fune attingesse vapori, e questi distribuiti con saggio ordine, dasse a bere alle sue stelle»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Lucianus</emph>, in Icaromenip. sive Hyperneph.</p>
               </note> Degli Egiziani scrive Plutarco: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Plutarchus</emph>, De Iside et Osiride.</p>
               </note>
               <quote>«Non credono essi che il sole sia stato prodotto bambino dalla pianta del loto, ma così dipingono il nascer del sole per indicare che esso viene acceso dai vapori umidi»</quote>. Altrove, <quote>«Coloro,» <seg type="inciso">dice,</seg>
                  <note place="foot">
                     <p>
                        <emph>Idem</emph>, de facie in orbe lunae.</p>
                  </note> «che abitano la luna, se v'ha alcuno di cotesti, saranno verosimilmente gracili di corpo, e checchessia sarà sufficiente ad alimentarli; poichè dicono che la luna stessa, non altrimenti che il sole, il quale è un animal di fuoco molte volte maggiore della terra, si nutra degli umori di questa, e che gli umori medesimi servano pure a nutrire i rimanenti astri, tuttochè infiniti. Cotanto tenui e di sì poco cibo bisognosi reputano gli animali che abitano le regioni superiori alla terrestre»</quote>.</p>
            <p>V'ebbe anche tra i Padri chi tenne per vera la fame del sole e degli astri. S. Ambrogio <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Frequenter et solem videmus madidum, atque rorantem. In quo evidens dat indicium, quod alimentum sibi aquarum et temperiem sui sumpserit.</quote>
                     <emph>S. Ambrosius</emph>, in Hexaemer. Lib. II, Cap. 3.</p>
               </note> e S. Isidoro <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Sol dum igneus sit, prae nimio matu conversionis suae amplius incalescit. Cuius ignem dicunt philosophi aqua nutriri, et e contrario elemento virtutem luminis, et caloris accipere. Unde videmus eum saepius madidum, atque rorantem.</quote>
                     <emph>S. Isidorus</emph>, Orig. Lib. 3, Cap. 49.</p>
               </note> furono di questo numero. Forse anche dello stesso sentimento fu Mario Vittore, il quale nel suo commentario poetico sopra la Genesi disse, parlando delle acque celesti: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Marius Victor</emph>, Commentar. in Genes. Lib. I, v. 65, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Forsitan hic aliquis sic secum errore perito</l>
                  <l>Disserat; aethereis ne desint pabula flammis,</l>
                  <l>Et nimius calor ima petens alimenta sequendo,</l>
                  <l>Exurat mortale genus, coelumque coruscum</l>
                  <l>Non possint terrena pati, subiecta deorsum est</l>
                  <l>Machina firma poli, quae dum nos protegit umbra,</l>
                  <l>Interea superimpositis frigescit ab undis.</l>
                  <l>Numinis at vero divini quaerere causas</l>
                  <l>Mens fuge nostra procul. Plus sit tibi credere semper</l>
                  <l>Posse Deum quidquid fieri non posse putatur,</l>
                  <l>Et magnum pelagus super astra et sidera ferri,</l>
                  <l>Ipsorum ratione proba, qui credere nolunt,</l>
                  <l>Et mundum pendere volunt, quem conditor ipse</l>
                  <l>Gestet, et immenso constantem pondere volvat.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Beda dice che l'acqua credevasi servire di alimento al sole, ma non adotta formalmente questa sentenza. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Beda</emph>, De Natura Rerum, Cap. 19.</p>
               </note> Essa era però sì commune ancora tra il volgo, che il tempo del decrescere della luna appellavasi dai Romani quello della luna assetata, perchè credevasi che questa non potesse allora bevere a suo agio delle esalazioni dei fiumi e delle fontane. Catone parlando del letame destinato ad ingrassare i campi, <quote>
                  <emph>alteram quartam partem</emph>, <seg type="inciso">scrive,</seg>
                  <note place="foot">
                     <p>
                        <emph>Cato</emph>, De Agricultura, Cap. 29.</p>
                  </note>
                  <emph>in pratum reservato, idque tum maxime opus erit, ubi Favonius flabit. Evehito luna sitienti</emph>
               </quote>. Leggeasi, a dir vero, in questo luogo, <emph>luna silenti</emph>, ma che <emph>sitienti</emph> debba leggersi apparisce da un passo di Plinio, <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Fimum miscere terrae plurimum refert, Favonio flante, ac luna sitiente... Quocumque tempore facere libeat, curandum ut ab occasu aequinoctiali flante vento fiat, lunaque decrescente ac sicca.</quote>
                     <emph>Plinius</emph>, Hist. nat. Lib. 17, Cap. 9.</p>
               </note> in cui la luna calante è detta assetata ed arida, il che non altro significa, se non che questa nel tempo del suo decrescere rimane arida e assetata per mancanza di umori. Non so se <emph>sitientis</emph>, in luogo di <emph>silentis</emph>, debba leggersi in un altro luogo di Plinio: <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Infinitum refert et lunaris ratio, nec nisi a vicesima in tricesimam caedi volunt. Inter omnes vero convenit, utilissime in coitu eius sterni, quem diem alii interlunium alii silentis lunae appellant.</quote>
                     <emph>Idem</emph>, l. c. Lib. 16, Cap. 39.</p>
               </note> e se nello stesso modo debba emendarsi un passo di Catone. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Prata primo vere stercorato, luna silenti, quae irrigua non erunt.</quote>
                     <emph>Cato</emph>, De Agricultura, Cap. 50.</p>
               </note> Anche Properzio diede alla luna l'epiteto di arida: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Propertius</emph>, Eleg. Lib. 2, El. 17, v. 15, seq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Nunc licet in triviis sicca requiescere luna,</l>
                  <l>Aut per rimosas mittere verba fores.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Nel tempo del plenilunio, o della luna crescente, questa riputavasi abbondantemente provveduta di umori e di rinfreschi. Però Apuleio chiama <foreign lang="lat">udam</foreign> la luce che essa sparge in quel tempo. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Ista luce foeminea collustrans cuncta moena, et udis ignibus nutriens laeta semina.</quote>
                     <emph>Apuleius</emph>, Metamorph. sive De As. aur. Lib. 11.</p>
               </note> Varrone appella la luna <foreign lang="lat">aquulentam</foreign>:</p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Tu cum tremula aquulenta apud alta litora</l>
                  <l>Oriris, ac reluces nobilis omnibus.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Era ben naturale che gli astri si riputassero bisognosi di cibo e di bevanda, dacchè essi in realtà altro non sono che terribili animali, i quali si muovono di loro posta, e camminano con le loro gambe. Tutta l'antichità perfettamente unanime e concorde ce ne assicura: e chi saprebbe resistere al peso enorme di tanta autorità? A questa si aggiunge la esperienza, poichè Menippo sentì chiamarsi con voce donnesca dalla luna e ne udì varie lagnanze intorno alla soverchia curiosità dei filosofi che non le lasciavano un'ora di libertà e indagavano insolentemente tutti i fatti suoi. Converrebbe esser bene indiscreto per negar fede a un uomo di onore come Menippo, che ci racconta questa sua avventura. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Menippus</emph>, ap. Lucian. in Icaromenip. sive Hyperneph.</p>
               </note> Frattanto vediamo avvanzarsi il ceto venerabile dei nostri antichi maestri, che sulla loro parola ci fanno certi aver gli astri un'anima pensante e intelligente, la qual regola tutti i loro moti, e fa che questi corrispondano esattamente e perpetuamente alle leggi universali della natura. Talete, Pitagora, Platone <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Plato</emph>, in Epinom. et in Timaeo.</p>
               </note> brillano alla testa della folla. Achille Tazio ci mostra vicino ad essi Aristotele e Crisippo. <quote>«Che gli astri,» <seg type="inciso">dic'egli,</seg>
                  <note place="foot">
                     <p>
                        <emph>Achilles Tatius</emph>, Isag. in Arati Phaenom. Cap. 13.</p>
                  </note> «siano altrettanti animali... si afferma: da Platone nel Timeo, da Aristotele nel secondo del Cielo, e da Crisippo nel libro della Provvidenza e degli Dei»</quote>. Scrive Eusebio che <quote>«il cielo, il sole, la luna sono forniti di anima, secondo Platone»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Eusebius</emph>, Praep. Evang. Lib. 13, Cap. 18.</p>
               </note>
               <quote>«Avvi,» <seg type="inciso">dice Plutarco,</seg>
                  <note place="foot">
                     <p>
                        <emph>Plutarchus</emph>, De Plac. Phil. Lib. 5, Cap. 20.</p>
                  </note> «un trattato di Aristotele, in cui questo filosofo distingue quattro generi di animali, terrestri, acquatici, volatili e celesti»</quote>. In più luoghi infatti delle sue opere, che Gassendi <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Gassendi</emph>, Phys. sect. 2, Lib. I, Cap. 5, Lib. 3, Cap. 6.</p>
               </note> ha avuto cura di raccogliere, manifesta Aristotele la sua opinione intorno all'anima, di cui pensa che siano forniti gli astri ed i cieli. Alcmeone Crotoniate pitagorico, a dire di Clemente Alessandrino, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Clemens Alexandrinus</emph>, Cohort. ad Gent.</p>
               </note>
               <quote>«riputò gli astri non solo animati, ma Dei»</quote>. Egli asserì, per testimonianza di Diogene Laerzio, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Diogenes Laertius</emph>, in Vita Alcmaeon. Lib. 8, segm. 83.</p>
               </note>
               <quote>«esser la luna eterna per natura»</quote>. Di lui scrive M. Tullio: <quote>«Alcmeone Crotoniate, che attribuì la divinità al sole, alla luna, agli astri, e di più all'anima, non si avvidde che attribuiva l'immortalità a cose mortali»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Crotoniates autem Alcmaeo, qui soli et lunae reliquisque sideribus, animoque praeterea divinitatem dedit, non sensit, sese mortalibus rebus immortalitatem dare.</quote>
                     <emph>Cicero</emph>, De Nat. Deorum Lib. I, Cap. 11.</p>
               </note> Anche Varrone, come apparisce da S. Agostino, <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Hic (Varro) videtur quoquo modo confiteri unum Deum; sed ut plures etiam introducat, adiungit mundum dividi in duas partes, coelum et terram; et coelum bifariam, in aethera et aera; terram vero in aquam et humum: e quibus summum esse aethera, secundum aera, tertiam aquam, infimam terram: quas omnes partes quatuor, animalium esse plenas; in aethere et aere immortalium, in aqua et terra mortalium; ab summo autem circuitu coeli ad circulum lunae, aethereas animas esse astra ac stellas: eos coelestes Deos non modo intelligi esse, sed etiam videri: inter lunae vero gyrum, et nimborum, ac ventorum cacumina, aereas esse animas, sed eas animo, non oculis videri; et vocari heroas et lares et genios.</quote>
                     <emph>S. Augustinus</emph>, De Civ. Dei, Lib. 7, Cap. 6.</p>
               </note> riguardò i corpi celesti come animati e divini. Canta Ovidio: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Ovidius</emph>, Metamorphos. Lib. I, vers. 72, seq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Neu regio foret ulla suis animantibus orba,</l>
                  <l>Astra tenent caeleste solum formaeque Deorum:</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>e Scipione Affricano dice, presso Marco Tullio, che le stelle sono animate da menti divine. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Homines enim sunt hac lege generati, qui tuerentur illud globum, quem in hoc templo medium vides, quae terra dicitur: hisque animus datus est ex illis sempiternis ignibus, quae sidera, et stellas vocatis, quae globosae, et rotundae, divinis animatae mentibus, circulos suos orbesque conficiunt celeritate mirabili.</quote>
                     <emph>Cicero</emph>, Somn. Scipionis, num. III.</p>
               </note> Altrove, presso lo stesso scrittore, si legge un lungo discorso intorno all'anima degli astri. Vi si dice che il fuoco del sole è simile a quei fuochi che sono nel corpo degli animali che abitano questa terra; che sì il suolo che l'acqua e l'aria producono animali; che il fluido in cui si muovono le stelle è sottilissimo, mobilissimo, e per conseguenza attissimo a produrne ancor egli, ed anche dei buoni e di fino intendimento; che il moto regolare degli astri e l'ordine esattissimo, che conservano, non possono essere opera della natura, poichè additano un intelletto causante; non della fortuna, poichè niente v'ha di più invariabile, e però debbono necessariamente provenire dalla facoltà di pensare, d'intendere e di operare, di cui fa duopo che le stelle siano fornite. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Cicero</emph>, De Nat. Deorum, Lib. 11.</p>
               </note> Chi mai oserà far fronte a simili raziocinii? Un tal Colote ebbe quest'audacia nefanda. Se ne avvidde Plutarco: raccapricciò dapprima, poi scrisse, schiamazzò, mosse guerra terribile al bestemmiatore. <quote>«Chi combatte,» <seg type="inciso">grida egli,</seg>
                  <note place="foot">
                     <p>
                        <emph>Plutarchus</emph>, Adversus Colot.</p>
                  </note> «ciò che si è sempre creduto? chi ricusa di sottomettersi all'evidenza? Coloro che tolgono la divinazione, che negano la provvidenza degli Dei, che chiamano inanimati il sole e la luna, ai quali tutti gli uomini offrono sacrifici, fanno voti, tributano adorazioni»</quote>.</p>
            <p>Che i Gentili abbiano riguardati gli astri come forniti d'intendimento, non è meraviglioso, poichè cotesto errore è del tutto conforme al loro carattere. L'opinione degli astri animati è una conseguenza naturale, o piuttosto è il fondamento dell'astrolatria. Ma che gli Ebrei, cultori del vero Dio, che i Cristiani, che i Padri dei primi secoli siano caduti nell'errore medesimo, può sembrare alquanto singolare. V'ha qualche luogo nella Scrittura, che in apparenza favorisce questa opinione. Tale, a cagion di esempio, è quello dei Salmi intorno al sole: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Psalmus</emph>, 18, v. 6.</p>
               </note>
               <quote lang="lat">Exultavit ut gigas ad currendam viam:</quote> e quello similmente intorno allo stesso astro: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Psalmus</emph>. 103, v. 19.</p>
               </note>
               <quote lang="lat">Sol cognovit occasum suum</quote>. Ma chi pensa che la cattiva interpretazione di questi e simili passi abbia introdotta fra gli Ebrei e fra gli antichi Cristiani la opinione degli astri animati, mostra di aver fatto poche riflessioni sopra l'origine e i progressi dei pregiudizi. L'errore, che attribuiva ai corpi celesti la divinità, essendo universale fra i Gentili, esercitava della influenza anche sopra coloro che erano lontani dal riconoscere per Dei le creature. Si crederono gli astri animati, e poi si pensò che la Scrittura favorisse questo sentimento.</p>
            <p>
               <quote>«Gli astri,» <seg type="inciso">dice Filone Ebreo,</seg>
                  <note place="foot">
                     <p>
                        <emph>Philo Hebraeus</emph>, De mundi opificio.</p>
                  </note> «credonsi essere animali, e, quel che è più, animali forniti d'intelletto: ma essi debbono piuttosto riputarsi pure menti, buone in tutto, e quanto al tutto, e scevre d'ogni male»</quote>. Il famoso rabbino Mosè Maimonide, uomo, a dir degli Ebrei, non ad altri inferiore che al gran Mosè condottiere di Israello, commise il grosso fallo d'impiegare due capitoli del suo More Nevochim, ossia maestro o guida di chi dubita, in sostenere la chimera dell'anima degli astri. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Maimonides</emph>, More Nevoch. Par. II, Cap. 4, seq.</p>
               </note> Rabbi Salomone dicea che il sole cantava in ogni ora qualche inno in lode di Dio. L'Abulense confuta questo rabbino con un argomento che non ammette replica. <quote>«Dato ancora,» <seg type="inciso">dic'egli,</seg> «che il sole fosse animato esso non potrebbe cantare, perchè non avrebbe bocca, non avrebbe lingua, non gola, non trachea–arteria, in una parola, sarebbe privo degli organi della voce»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Sed adhuc dato quod corpora coelestia animata essent, et sol per se animam haberet, canere non posset, quia ad canendum requiritur potentia vocativa, aut interpretativa, ut alii vocant; corpora tamen coelestia nullam harum haberent. Ergo non possent canere, quod patet, quia ipsi philosophi, qui corpora animata dicunt coelestia, solas duas potentias ipsis animalibus tribuunt, scilicet intellectivam, et desiderativam, et ita non efficiunt corpora coelestia animalia, quamquam sint corpora animata: sed potentia vocativa pertinet ad potentias animales: ergo non est in corporibus coelestibus, unde nec formare vocem possent.</quote>
                     <emph>Tostatus</emph>, in Ios. Cap. 10, v. 12, Quaest. 13.</p>
               </note> L'osservazione è decisiva.</p>
            <p>Fra i Padri, Clemente Alessandrino scrisse <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Clemens Alexandrinus</emph>, Eclog. ex Scriptur. Prophetic. par. LV.</p>
               </note> che <quote>«gli astri son corpi spirituali, i quali hanno commune l'amministrazione delle cose cogli Angeli destinati al governo del mondo»</quote>. L'autore delle Ricognizioni fa dire a S. Pietro che il sole, la luna e gli altri corpi celesti sono forniti di senso, e godono che il Creatore venga adorato, riprovando gli onori attribuiti indebitamente alle creature. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Tu ergo adoras insensibilem, cum unusquisque habens sensum, nec ea quidem credat adoranda, quae a Deo facta sunt, et habent sensum? idest, solem, et lunam, vel stellas, omniaque, quae in coelo sunt, et super terram. Iustum enim putant, non ea, quae pro mundi ministerio facta sunt, sed ipsorum, et mundi totius creatorem debere venerari. Gaudent enim etiam haec, cum ille adoratur, et colitur: nec libenter accipiunt, ut honor creatoris, creature deferatur.</quote>
                     <emph>Pseudo–Clemens</emph>, Recognit. Lib. V.</p>
               </note> Ma niuno tra gli scrittori cristiani ha sostenuta l'opinione degli astri animati con più impegno che Origene. Egli parla a lungo sopra questa materia nel libro primo dei Principii, ove cerca <quote>«se sia lecito riputar gli astri animati e ragionevoli; se le loro anime abbiano o no esistito prima dei loro corpi; se questi debbano dopo la fine dei secoli essere abbandonati da quelle; e se abbia a credersi che siccome noi lasciamo di vivere, così gli astri debban cessare d'illuminare il mondo»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Si animantia haec (sidera) esse, et rationabilia intelligi fas est; tum deinde utrum animae ipsarum pariter cum suis corporibus extiterunt, an anteriores corporibus videantur, sed et post consummationem saeculi si intelligendum est eas relaxandas esse corporibus; et sicut nos cessamus ab hac vita, si ita etiam ipsae a mundi illuminatione cessabunt.</quote>
                     <emph>Origenes</emph>, De princip. Lib. I, Cap. 7.</p>
               </note> Nel secondo libro della stessa opera dice che le anime dei corpi celesti sono state create prima di essi, e di mala voglia sono entrate in cotesti corpi. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Idem</emph>, l. c. Lib. II, Cap. 8.</p>
               </note> Altrove <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Idem</emph>, de Orat. Cap. 7.</p>
               </note> afferma che <quote>«ancora il sole ha un tal quale libero arbitrio»</quote>, e però loda Dio insieme colla luna, giacchè è scritto: <quote lang="lat">
                  <emph>Laudate eum sol et luna</emph>
               </quote>. <quote>«È chiaro adunque,» <seg type="inciso">soggiunge,</seg> «che anche la luna, e conseguentemente tutte le stelle hanno il medesimo arbitrio, poichè si legge: <quote lang="lat">Laudate eum omnes stellae et lumen</quote>»</quote>. Anche nei libri contra Celso spaccia Origene il pernicioso dogma degli astri animati e dotati di ragione. Dice che egli tien per fermo <quote>«offrirsi dal sole, dalla luna, dalle stelle suppliche e preghiere al Dio del tutto, per mezzo del suo Figliuolo Unigenito»</quote>: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Idem</emph>, Contra Cels. Lib. V, Cap. 11.</p>
               </note> e che loda <quote>«il sole come opera eccellente di Dio, che osserva le sue leggi, e obbedisce a quel precetto: <quote lang="lat">Laudate Dominum, sol et luna</quote>»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Origenes</emph>, l. c. Lib. VIII, Cap. 66.</p>
               </note> Nondimeno altrove <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Idem</emph>, Commentar. in Ioan. Tom. I, num. 40.</p>
               </note> s'induce a sospettare che gli astri abbian peccato, e che il Redentore sia morto ancora per essi, <quote>«poichè,» <seg type="inciso">dice</seg> «neppure gli astri sono del tutto puri al cospetto di Dio, giusta quel luogo del libro di Giobbe: <quote lang="lat">Et stellae non sunt mundae in conspectu eius</quote>: seppur ciò non è detto per iperbole»</quote>.</p>
            <p>Scrivendo l'Apologia di Origene, S. Pamfilo martire aiutato da Eusebio parla della opinione che ammette l'anima degli astri, e dice che i Cristiani del suo tempo erano divisi di sentimento intorno ad essa, sostenendola altri, altri rigettandola, senza che potesse dirsi eretico chi l'avesse abbracciata. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">De luminaribus coeli diversa singuli, etiam ipsi, qui sunt in Ecclesiis sentiunt; aliis quidem opinantibus esse animantia, et rationabilium animantium; aliis vero putantibus quod irrationabilia sint, imo vero quod non solum anima, sed et omni sensu penitus careant, et sola sine spiritu, ac sensu sint corpora. Nemo tamen merito alterum eorum, qui haec ita diverse sentiunt, haereticum dixerit, propterea quod non aperte de his traditum est in apostolica praedicatione.</quote>
                     <emph>S. Pamphilus</emph>, Apolog. pro Origene. Cap. 9.</p>
               </note> S. Agostino dubitò un tempo se dovesse credere gli astri animati; <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>s. Augustinus</emph>, Enchirid. Cap. 58.</p>
               </note> ma poi depose ogni dubbio, e diè a vedere in più luoghi delle sue opere di tener gli astri per affatto inanimati e privi di ragione. Non così S. Isidoro, il quale sembra avere quasi intieramente adottata la chimerica, ma tra il volgo universale idea degli astri animati. <foreign lang="lat">
                  <emph>Salomon autem quum diceret de sole: «gyrans gyrando vadit spiritus, et in circulos suos revertitur»: ostendit ipsum solem spiritum esse, et quod animal sit, et spirat, et vigeat, et annuos, orbes suos cursu expleat, sicut et Poeta ait: Interea magnum sol circumvolvitur annum.</emph> Et alibi: <emph>Lucentemque globum lunae, Titaniaque astra/ Spiritus intus alit</emph>. Quapropter si corpora stellarum animas habent, quaerendam, quid futurae sint in resurrectione.</foreign>
               <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>S. Isidorus</emph>, De Natura Rerum, Cap. 27.</p>
               </note> Un luogo di S. Ambrogio <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>S. Ambrosius</emph>, Epist. 28, ad Horontian.</p>
               </note> ha dato occasione di sospettare che ancor egli abbia soggiaciuto all'error volgare, attribuendo alle stelle l'intendimento; ma il P. Petau mostra che questo luogo è metaforico, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Petau</emph>, Theolog. Dogm. De opific. sex dierum, Lib. I, Cap. 12. par. 11, seq.</p>
               </note> e ne adduce un altro dello stesso Dottore, in cui manifestamente si condanna l'opinione degli astri animati. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>S. Ambrosius</emph>, in Hexaem. Lib. II, Cap. 4.</p>
               </note>
            </p>
            <p>Certo la maggior parte dei Padri ha rigettato questo errore. Il Petau cita Eusebio, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Eusebius</emph>, Praep. Evang. Lib. 7, Cap. 3.</p>
               </note> S. Basilio, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>S. Basilius</emph>, in Hexaem. Homil. 3, et Homil. in Psalm. 48.</p>
               </note> S. Giovanni Crisostomo, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>S. Ioannes Chrysostomus</emph>, De Anna Homil. I, Comment. in Psalm. 148, v. 4; et in Isai. Cap. I, v. 2.</p>
               </note> Teodoreto, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Theodoretus</emph>, Commentar. in Psalm. 148, et in Isai. Cap. I, v. 2.</p>
               </note> il Pseudo–Dionigi Areopagita, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Pseudo–Dionysius Areopagita</emph>, De Divin. nomin. Cap. 48. par. 1.</p>
               </note> S. Massimo Martire suo scoliaste, S. Cirillo Alessandrino, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>S. Cyrillus Alexandrinus</emph>, Contra Iulian. Lib. II.</p>
               </note> S. Giovanni Damasceno, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>S. Ioannes Damascenus</emph>, De Orthodoxa fide. Lib. II, Cap. 6.</p>
               </note> l'epistola scritta da Giustiniano imperatore al Concilio secondo Costantinopolitano e quinto Ecumenico, sopra gli errori di Origene, Procopio di Gaza, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Procopius Gazaeus</emph>, Commentar. in Genes.</p>
               </note> Lattanzio, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Lactantius</emph>, Divin. Institut. Lib. II, Cap. 5.</p>
               </note> S. Girolamo, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>S. Hieronymus</emph>, Commentar. in Isai. Lib. I, ad Cap. 1, v. 2, Epist. 59 ad Avit.</p>
               </note> S. Pietro Crisologo, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>S. Petrus Chrysologus</emph>, Serm. 120.</p>
               </note> e S. Agostino. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>S. Augustinus</emph>, De duabus animabus, Cap. 2 et 4. Retract. Lib. II, Cap. 7. De Civ. Dei Lib. 10, Cap. 29. ad Oros. Contra Priscillianisti et Origenist. Cap. 8, seq. et 11.</p>
               </note> Io citerò Didimo, Rufino, Orosio e Fozio. Il primo di questi, nel suo scritto sopra la Trinità, che al tempo del Petau non era ancora venuto in luce, mostra chiaramente di aver gli astri per privi di ragione, allorchè scrive: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Didymus</emph>, De Trinitate Lib. II, Cap. 7, segm. 87. A.</p>
               </note>
               <quote>«Nessuno tra gli spiriti, come ho già dimostrato, è impeccabile: anzi, per servirmi di una espressione iperbolica, non lo è forse neppure veruna sostanza sfornita di ragione; poichè il cielo stesso ed il sole, paragonati colla purità di Dio, non sono irriprensibili»</quote>. Rufino, o chiunque altro è l'autore del libro <title lang="lat">De Fide</title>, che si ha sotto il suo nome, chiama opinione da stolti quella che attribuisce anima e ragione ai corpi celesti, e scellerato Origene che adottò questa sentenza. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Haec enim (coelestia lumina) nonnulli mentis errore decepti, animalia rationabilia esse dixerunt. Quorum dementiam etiam nefarius Origenes secutus est, qui cum vellet ex divina Scriptura exemplum sumere, quae ibi de luminaribus optime dicta fuerunt, haec ipse perperam, ut sibi libitum est, ausus est vertere.</quote>
                     <emph>Rufinus</emph>, De Fide. Cap. 19.</p>
               </note> Paolo Orosio tra gli errori degli Origenisti annovera quello degli astri ragionevoli: <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Creaturam quoque subiectam corruptioni non volentem, intelligendam esse dicebant, solem et lunam et stellas et haec non elementarios esse fulgores, sed rationales potestates; praebere autem servitium corruptioni, propter eum, qui subiecit in spe.</quote>
                     <emph>Paulus Orosius</emph>, Commonitor. Ad S. Augustin. de errore Priscillianist. et Origenist.</p>
               </note> e Fozio similmente, dopo aver detto che Origene nel libro primo dei Principii insegna gravi errori intorno alle tre Divine Persone, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Photius</emph>, Biblioth. Cod. 8.</p>
               </note> di più, aggiunge, <quote>«spaccia altre cose assurdissime e affatto empie, poichè ammette le fole della metempsicosi e dell'anima delle stelle ed altre tali baie»</quote>.</p>
            <p>Anche tra i Gentili v'ebbe qualche filosofo, che ricusò di sottomettersi all'errore universale, e di riconoscer le stelle per fornite d'intendimento. Tali furono Anassagora, Democrito, Epicuro. <quote>«Che gli astri siano animati,» <seg type="inciso">dice Achille Tazio,</seg> «si negò da Anassagora, da Democrito e da Epicuro nella Epitome indirizzata ad Erodoto»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Achilles Tatius</emph>, Isag. in Arati Phaenom. Cap. 13.</p>
               </note> Eppure v'ha avuto tra i Moderni chi ha rinnuovato l'errore antico, e ha fatto degli astri altrettanti animali. Il Cardinal Gaetano, scrittore di tomi in foglio del secolo decimosesto, di polverosa memoria, discorrendo sopra quelle parole che canta la Chiesa <quote lang="lat">Coeli, coelorumque virtutes</quote>, dice che per virtù celesti s'intendono le anime dei cieli e degli astri. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Quid per virtutes coelorum intelligit? num Angelos motores? sed supra Angelos recensuit, nec eos repetere debuit. Num ipsas vires coelorum? At cum ordinibus coelestibus insensata miscere non debuit, et inepta tunc fuisset oratio, si cum praestantissimis substantiis, coelorum vires, accidentiaque copulentur. Igitur ipsas coelorum astrorumque animas per virtutes coelorum intelligit.</quote>
                     <emph>Caietanus</emph>, Tract. de Indulgent.</p>
               </note> E nel secolo decimottavo un matematico e filosofo accreditato, il Bertucci, nell'opera inedita <title lang="lat">De Telluris et Siderum Vita</title>, non ha riguardati gli astri e la terra come corpi organici e viventi? non ha preteso appoggiare il suo sistema alle teorie astronomiche conosciute? non ci ha voluto quasi far sospettare che l'antica opinione degli astri animati sia stata poi tutt'altro che un errore? Io non so a qual partito si sia appigliato Giulio Cesare Lagalla nel suo scritto, in cui cerca <quote>
                  <emph>Se il cielo sia animato dell'anima che dà l'essere e costituisce la sostanza vivente, ossia, come suol dirsi, dell'anima informante</emph>
               </quote>; opuscolo ancora inedito, che l'Allacci volea pubblicare nel libro ottavo delle sue Miscellanee; ma ben posso dire però che non altrimenti che il Gaetano hanno pensato il Bodin, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Bodin</emph>, Theatr. Naturae.</p>
               </note> il Ricio, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Ricius</emph>, De an. coeli.</p>
               </note> e, quel che è più, Ticone il cittadino del cielo, Keplero il padre dell'astronomia moderna, il rigeneratore della scienza celeste, il legislatore degli astri. Terribile esempio! Esso ci farebbe quasi credere che gli errori, come le comete, abbiano un periodo; che dopo qualche secolo, quando si è cessato di declamare contro di loro, ricompariscano essi sulla scena sotto un nuovo aspetto; e che gli uomini sempre curiosi, sempre inquieti, sempre avidi di scoperte, dopo avere immaginate, adottate e rigettate successivamente opinioni e sistemi, tornino ad abbracciare ciò che aveano rifiutato, e a calcare, senza avvedersene, le pedate impresse dai loro maggiori. Questa riflessione ci condurrebbe a pensare che lo spirito umano non percorra una linea retta di cognizioni, allungata in infinito, ma un circolo limitato, e torni necessariamente di tempo in tempo sullo stesso luogo. Le osservazioni, che alcuni intelletti torbidi hanno fatte intorno alla decisa antichità di molte scoperte, obbliate poscia e ora credute recenti, potrebbono appoggiare questa deduzione, la quale maturamente ponderata, ci farebbe considerare l'idea dei progressi quotidiani dello spirito umano come illusoria, metterebbe in tutto il suo lume quel detto sì sovente ripetuto del più saggio dei Re: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Ecclesiastes</emph>, Cap. I, v. 10.</p>
               </note>
               <foreign lang="lat">Nihil sub sole novum</foreign>; ci farebbe riguardare l'accrescimento reale della massa delle cognizioni come impossibile, e menerebbe per mano i filosofi alla disperazione. Per evitare questo inconveniente dimentichiamo queste tristi immagini. In ogni caso la enumerazione degli antichi errori sarà sempre utile. Essa ci porrà in istato di paragonare le opinioni moderne con cotesti errori, e di conoscere se ciò che ora si tiene per costante sia stato mai sotto altro aspetto condannato dagli uomini; essa metterà i fabbricatori di sistemi, fuori della possibilità di rinnuovare impunemente gli errori antichi; e giacchè la dimenticanza, in cui questi cadono bene spesso, favorisce il loro risorgimento, essa impedirà che i falli dei nostri antenati vadano mai sepolti in questa fatale obblivione.</p>
         </div1>
         <div1>
            <head>Capo 11</head>
            <head>DELL'ASTROLOGIA, DELLE ECCLISSI, DELLE COMETE</head>
            <p>L'uomo avea tratto argomento di temere da tutte le cose. La Divinità non era grande per lui, se non in quanto gl'ispirava del timore. Incerto e pauroso egli si era precipitato al piede delle piante, cui la sua mano avea procacciato il nascere; e avea paventato nel mordere il prodotto di alcuna di esse di stiacciare co' denti un qualche Dio: <quote lang="lat">
                  <emph>Porrum et cepe nefas violare et frangere morsu</emph>
               </quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Iuvenalis</emph>, Sat. 15, v. 9.</p>
               </note> Ben tosto anche il cielo, che da principio non avea forse eccitata che la sua meraviglia, divenne per lui un oggetto d'inquietudine. Si pensò che i diversi movimenti di quei corpi lucidi, che brillano sopra la volta azzurra del firmamento, potessero aver qualche correlazione coll'avvenire. L'uomo avea conosciuto che la scienza del futuro una volta acquistata l'avrebbe messo in grado di evitar mille pericoli, e di ottener grandi vantaggi. La curiosità, la cupidigia, il timore lo spinsero a far delle ricerche per trovar questa scienza chimerica, e gl'impedirono di ravvisare l'assoluta insufficienza dei mezzi che egli impiegava per conseguire questo intento. Si vide che il sole col cangiar di posizione cagionava la diversità delle stagioni, lo sviluppo o l'inceppamento dei prodotti della terra, la periodica variazione della temperatura dell'aria. Convenne osservare quest'astro per conoscere fra quanto tempo la messe sarebbe stata in ordine per la ricolta, le fronde della foresta avrebbono ingiallito, il lupo sarebbe sceso urlando dalla montagna coperta di neve. Si notò che i diversi moti del sole corrispondevano esattamente alle diverse vicende che si succedeano sulla terra. Dopo ciò non si tardò molto a concludere, che tra il cielo e la terra v'avea una relazione manifesta, e che la parte inferiore del mondo dipendea manifestamente dalla superiore. Si estese la influenza, che il sole esercita sopra il nostro globo, alla luna, ai pianeti, alle stelle tutte; gli astri furon creduti gli arbitri delle cose terrene; la scienza dei loro movimenti fu riputata quella del futuro. Ecco l'origine naturale dell'astrologia. Per conoscere la vanità di quest'arte convenia aver fatto un gran numero di osservazioni, che il tempo non avea permesso di fare. Quando si potè averle fatte, quando si fu in grado di aver conosciuto che gli avvenimenti anche più considerabili non corrispondevano in verun modo alle leggi dell'astrologia e ai moti dei corpi celesti, non era più tempo di spogliare gli astrologi del loro credito e i popoli dei loro pregiudizi. Questi e quello si mantennero a dispetto della ragione e della esperienza, e la pretesa scienza dell'avvenire acquistò sempre nuovi amatori, e si propagò sotto varie forme. Si credè che il pianeta Marte, trovandosi in mezzo al cielo, ponesse qualcuno in necessità di uccidere altri col ferro: che la congiunzione del pianeta stesso con Venere cagionasse adulterii: che Mercurio, congiungendosi con Venere nella propria casa, facesse nascere pittori, e che effettuando questa congiunzione nella casa di Venere, facesse nascere istrioni. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Bardesanes</emph>, Dial. Contra fat. ap. Euseb. Praep. Evang. Lib. VI, Cap. 10. <emph>Pseudo–Clemens</emph>, Recognit. Lib. 9. <emph>S. Caesarius</emph>, Dial. II. Respons. ad Interrogat. 109.</p>
               </note> Venere in Capricorno, o in Acquario, fu riputata segno infausto per le femmine che nascevano mentre quel pianeta si trovava in questa posizione. Marte in Ariete, congiunto a Venere, fu creduto render forti insieme e delicati gli uomini che veniano al mondo nel tempo di questa congiunzione. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Idem</emph>, l. c. <emph>Bardesanes</emph>, Dial. Contra fat. ap. Eus. Praep. Evang. Lib. 6, Cap. 10. <emph>Pseudo–Clemens</emph>, Recogn. Lib. 9.</p>
               </note> Guai a chi nasceva sotto il segno malaugurato dello Scorpione. La sua vita non poteva esser felice.</p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Seu libra seu me Scorpius adspicit</l>
               </lg>
               <lg>
                  <l>Formidolosus, pars violentior</l>
                  <l>Natalis horae, seu tyrannus</l>
                  <l>Hesperiae Capricornus undae;</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>dice Orazio. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Horatius</emph>, Carm. Lib. 2, Od. 17, v. 17, seqq.</p>
               </note> Saturno era un tristo pianeta. Giove era più benigno. Perciò lo stesso Lirico scrive a Mecenate: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Idem</emph>, l. c. v. 21, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Utrumque nostrum incredibili modo</l>
                  <l>Consentit astrum. Te Iovis impio</l>
                  <l>Tutela Saturno refulgens</l>
                  <l>Eripuit, volucrisque Fati</l>
                  <l>Tardavit alas, cum populus frequens</l>
                  <l>Laetum theatris ter crepuit sonum:</l>
                  <l>Me truncus illapsus cerebro</l>
                  <l>Sustulerat, nisi Faunus ictum</l>
                  <l>Dextra levasset, mercurialium</l>
                  <l>Custos virorum.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Scipione Affricano, presso Cicerone, chiama benefico Giove, e terribile Marte. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Deinde est hominum gener prosperus et salutaris ille fulgor, qui dicitur Iovis: tum rutilus horribilisque terris, quem Martem dicitis.</quote>
                     <emph>Cicero</emph>, Somn. Scip. num. 4.</p>
               </note> Infatti questo pianeta portandosi alla casa di Venere, o ricevendo questa nella sua, o trovandosi diametralmente opposto alla luna, cagiona stragi orribili e morti di donne uccise dai loro mariti, come ci fa sapere il peritissimo astrologo Giulio Firmico. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Si Venus in domo Martis fuerit inventa, et Mars in domo Veneris, vel eius finibus fuerit collocatus, ac Lunam in suis signis, vel domibus positam, et luminibus plenam, diametra ratione respexerit, uxores suas propriis manibus interimunt mariti.</quote>
                     <emph>Iulius Firmicus</emph>, Mathes. Lib. VII, Cap. 10.</p>
               </note> Di cotesta cattiva influenza di Marte rende compiutamente ragione Macrobio. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Saturni... Martisque stellae ita non habent cum luminibus competentiam, ut tamen aliqua, vel extrema numerorum linea Saturnus ad Solem, Mars aspiciat ad Lunam. Ideo minus commodi vitae humanae existimantur, quasi cum vitae auctoribus arcta numerorum ratione non iuncti.</quote>
                     <emph>Macrobius</emph>, in Somn. Scipion. Lib. I, Cap. 19.</p>
               </note>
            </p>
            <p>Era ben naturale che gli antichi tremassero all'improvviso oscurarsi del sole e della luna, e al coprirsi la natura di tenebre tutto ad un tratto. Questo fenomeno è terribile per sè medesimo. Quando il sole è oscurato da una nuvola, si vede il corpo che ce ne toglie la luce. Ma quando esso si ecclissa, niun corpo si vede che se gli sovrapponga: il solo suo disco rimane offuscato, e sembra annerire a poco a poco a guisa di un carbone che va a spegnersi. Questa idea si presenta naturalmente a un intelletto non istruito, all'accadere di una ecclissi. Gli antichi temerono infatti che il sole e la luna si spegnessero al loro ecclissarsi, o corressero almeno pericolo di estinguersi, e questo timore non poteva esser tolto che dalla scienza. Ma questa, come era necessario, fu preceduta dalla ecclissi, e la prevenzione, che seguì il fenomeno, impedì in gran parte l'effetto della scienza, che non potè sopraggiungere così tosto. Si cessò di temere per il sole o per la luna, ma si continuò a tremare per la terra. La violenta impressione, che le ecclissi avean fatta sopra gli animi, non svanì che dalle menti dei più saggi. Il popolo, e con esso gran parte dei dotti, riguardò la ecclissi come un presagio infausto. È nota la trista avventura di Nicia, riferita da Tucidide, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Thucydides</emph>, Hist. Belli Pelopon. et Athen.</p>
               </note> da Diodoro di Sicilia, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Diodorus Siculus</emph>, Biblioth. Histor. Lib. 13.</p>
               </note> e da Plutarco. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Plutarchus</emph>, in Vita Niciae.</p>
               </note> Questo generale ateniese assediava con poco felice esito Siracusa. Per salvare la sua armata risolvè di scioglier l'assedio e di abbandonare la Sicilia. A mezza notte, mentre si è sul punto di far vela, la luna si ecclissa totalmente. Nicia, così superiore ai pregiudizi come fortunato, si spaventa, si confonde, consulta gl'indovini. Questi decidono che fa duopo differir la partenza di tre giorni, come narra Diodoro, o di ventisette, come scrive Tucidide. Si ubbidisce all'autorevole decisione: ma i nemici mostrano ben tosto che quei lunatici interpreti hanno errato nel loro calcolo. La sventura presagita dalla ecclissi arriva prima del tempo destinato alla partenza: i nemici escono dalla città, attaccano gli Ateniesi, li sconfiggono, fanno prigionieri i loro due generali Nicia e Demostene, e li condannano a morte dopo aver distrutto tutto il loro esercito.</p>
            <p>Il re Archelao era sì ignorante nelle cose della natura, dice Seneca, <quote>«che nel giorno di una ecclissi del sole chiuse la reggia, e fe' tondere il figlio, ciò che suol farsi in occasione di lutto e in tempo di calamità»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Ut quo die solis defectio fuit, regiam clauderet et filium (quod in luctu ac rebus adversis moris est) tonderet.</quote>
                     <emph>Seneca</emph>, De benefic. Lib. V, Cap. 6.</p>
               </note> Questo filosofo, parlando di Socrate, che, invitato da Archelao a recarsi presso di lui, ricusò bellamente di farlo, prende a discorrere delle ecclissi, ed espone in un modo intelligibile e facile la vera causa di questi fenomeni. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Quantum fuisset beneficium, si timentem e latebris suis extraxisset, et bonum animum habere iussisset, dicens: Non est ista solis defectio, sed duorum siderum coitus, cum luna humiliore currens via, infra ipsum solem, orbem suum posuit et illum obiectu suo abscondit: quae modo partes eius exiguas si in transcursu strinxit, obducit; modo plus tegit, si maiorem partem sui obiecit; modo excludit totius aspectum, si recto libramento inter solem terrasque media successit. Sed iam ista sidera huc et illuc diducet velocitas sua: iam recipent diem terrae, et hic ibit ordo per saecula, quae dispositos ac praedictos dies habent, quibus sol intercursu lunae vetetur omnes radios effundere. Paullum exspecta: iam emerget, iam istam velut nubem relinquet, iam exsolutus impedimentis, lucem suam libere mittet.</quote>
                     <emph>Seneca</emph>, De benefic. Lib. V, Cap. 6.</p>
               </note>
            </p>
            <p>Famosissima è stata presso gli antichi, ed è tuttora presso i moderni, la ecclissi del sole, avvenuta, secondo Bayer e Costard, nell'anno 603 avanti Gesù Cristo, secondo Newton e Riccioli, nel 585. Ne hanno parlato Erodoto, Eudemo, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Eudemus</emph>, Histor. Astrolog. ap. Clement. Alexandr. Stromat. Lib. I.</p>
               </note> Cicerone, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Cicero</emph>, De Divinat. Lib. I.</p>
               </note> Plinio, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Plinius</emph>, Hist. nat. Lib. II, Cap. 12.</p>
               </note> Temistio, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Themistius</emph>, Orat. 15.</p>
               </note> Clemente Alessandrino, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Clemens Alexandrinus</emph>, Strom. Lib. I.</p>
               </note> Malala, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Malalas</emph>, Chronograph. Lib. 6.</p>
               </note> Suida. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Suidas</emph>, in Lex. art. <foreign lang="grc">θαλῆς</foreign>.</p>
               </note> Erano cinque anni che Ciassare primo, re della Media, guerreggiava contro Aliatte re della Lidia, senza ottenere vantaggi solidi. Nel sesto anno di questa guerra, mentre le due armate erano impegnate in una battaglia, si ecclissò il sole. Gli eserciti spaventati cessarono di combattere, e si separarono vicendevolmente: si venne a un accordo, e la guerra fu terminata.</p>
            <p>Mentre però i prodi da una parte nell'atto di affrontare i pericoli, e di bravare la morte, soccombevano così vilmente alla forza dei pregiudizi; la scienza trionfava dall'altra per mezzo di un filosofo imbelle. Talete avea predetta questa ecclissi, e tutta la Grecia rimase attonita, vedendo avverarsi questa predizione.</p>
            <p>Non fu questo il solo trionfo che essa riportò sopra l'ignoranza all'avvenire delle ecclissi. Dopo che la filosofia, resa più commune tra gli uomini, cominciò ad esercitare la sua influenza sopra la classe elevata, anche dei guerrieri e dei generali seppero vincere i pregiudizi, come vincevano i loro nemici. L'esercito ateniese comandato da Pericle era per imbarcarsi. Si ecclissa il sole, e lo spavento si sparge per tutta l'armata. Pericle vede il suo piloto smarrito ed incerto che impallidisce, e si confonde. Gli getta il suo mantello sul volto, gli fa osservare che come quel mantello posto tra i suoi occhi e gli oggetti circostanti gl'impedisce di vedere questi ultimi, così la luna collocata tra i nostri occhi ed il sole ci toglie la vista di quest'astro: rassicura in tal modo l'esercito, e fa continuare le sue operazioni.</p>
            <p>Dione era vicino a partire da Zacinto colla sua armata per far guerra a Dionigi di Siracusa. Si faceano libazioni e voti ad Apollo, quando la luna, quasi volesse attraversare un'impresa sì bella, venne ad oscurarsi. Dione, che conosceva la causa di questo fenomeno, rimanea intrepido, senza dar segno di turbamento; ma i soldati comparivano attoniti e intimoriti. Milta augure si fa innanzi, incoraggisce le truppe, e le assicura che il fenomeno, lungi dall'essere infausto per esse, minaccia il tiranno, e favorisce la loro intrapresa. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Plutarchus</emph>, in Vita Dion.</p>
               </note> È più facile vincere i pregiudizi delle menti deboli, che non sanno rimanere senza qualcuno di essi, con dei nuovi errori che colla pura verità; la quale bene spesso non ha forza bastevole per persuaderle. Dione, dice Plutarco, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Idem</emph>, In Vita Niciae.</p>
               </note>
               <quote>«senza badare alla ecclissi... fece vela, e giunto in Siracusa ne cacciò il tiranno»</quote>.</p>
            <p>Poichè Agatocle con un tratto di audacia, che sarà sempre raro nelle storie, sbarcando in Affrica mentre la sua capitale era assediata dai Cartaginesi, ebbe mostrato a Scipione il modo con cui avrebbe potuto, assalendo l'Affrica, liberar l'Italia, vide il suo esercito turbato a cagione di una ecclissi avvenuta mentre esso era in mare. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Terrebat eos portenti religio, quod navigantibus eis sol defecerat.</quote>
                     <emph>Iustinus</emph>, Histor. Philippic. Lib. 22.</p>
               </note> Agatocle fu sollecito di prevenire gli effetti di questo turbamento, che potea esser fatale in un tempo in cui v'avea bisogno del più grande ardore. Egli persuase ai suoi soldati <quote>«che il prodigio, se fosse accaduto prima che essi partissero, avrebbe potuto credersi infausto per loro; ma essendo avvenuto dopo la loro partenza, dovea stimarsi sfavorevole a quelli, verso i quali era diretto il loro viaggio. Chè le ecclissi degli astri cangiavano sempre lo stato delle cose, e minacciavano coloro che si trovavano favoriti dalla fortuna. Che però il fenomeno avvenuto poco innanzi annunziava un cangiamento alla fortuna dei Cartaginesi e alle calamità dei Siracusani»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Si prius quam proficiscerentur factum esset, crediturum adversum profecturos prodigium esse; nunc quia egressis acciderit, illis, ad quos eatur, portendere. Porro defectus naturalium siderum semper praesentem rerum statum mutare, certumque esse florentibus Charthaginiensium opibus, adversisque rebus suis commutationem significari.</quote>
                     <emph>Idem</emph>, l. c.</p>
               </note> L'esercito depose ogni timore, corse ad assicurarsi del suo coraggio, incenerì le navi, e si chiuse senza mezzi di scampo in una terra nemica per trovarvi la vittoria o il sepolcro.</p>
            <p>Sulpicio Gallo fu abbastanza perito nell'astronomia. Conosceva la causa delle ecclissi, e sapeva predirle. Catone il vecchio ne fa un bell'elogio presso Marco Tullio. <quote>«Quante volte,» <seg type="inciso">dic'egli,</seg> «lo sorprese il mattino, occupato intorno a qualche operazione che avea cominciata nella notte! Quante volte lo sorprese la notte, intento a far ciò che avea cominciato nel mattino!»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Mori paene videbamus in studio dimetiendi coeli atque terrae C. Gallum familiarem patris tui, Scipio! Quoties illum lux noctu aliquid describere ingressum, quoties nox oppressit, cum mane coepisset! Quam delectabat eum defectiones solis et lunae multo nobis ante praedicere!</quote>
                     <emph>Cicero</emph>, De Senectute, num. 14.</p>
               </note> La sua scienza, dice Valerio Massimo, giovò alla Repubblica. Egli era militare e tribuno. Nella guerra contro Perseo, nella notte prima della battaglia che decise della sorte della Macedonia, la luna si ecclissò, e i Romani furono colpiti da spavento. Sulpicio fattosi innanzi, e spiegata la cagione del fenomeno, rassicurò l'esercito, che Paolo Emilio menò lieto e coraggioso alla battaglia e alla vittoria. Egli però, dice il citato istorico, non avrebbe vinti i nemici di Roma, se Sulpicio non avesse vinto il timor dei Romani. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Sulpicii Galli maximum in omni genere literarum recipiendo studium plurimum reipublicae profuit. Nam cum L. Pauli, bellum adversum regem Persen gerentis, legatus esset, ac serena nocte subito luna defecisset, eoque, veluti diro quodam monstro, perterritus exercitus noster, manus cum hoste conserendi fiduciam amisisset, de coeli ratione et siderum natura peritissime disputando, alacrem eum in aciem misit. Itaque illi inclytae Pauliane victoriae liberales artes Galli aditum dederunt, qui nisi ille metum nostrorum militum vicisset, imperator romanus vincere hostes haud potuisset.</quote>
                     <emph>Valerius Maximus</emph>, Dict. factorumque memorabil. Lib. 8, Cap. 2, num. 1.</p>
               </note> Il fatto è riferito alquanto diversamente da Tito Livio. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">C. Sulpicius Gallus tribunus militum secundae legionis, qui praetor superiore anno fuerat, consulis permissu ad concionem militibus vocatis pronunciavit, nocte proxima, ne quis id pro portento acciperet, ab hora secunda usque ad quartam horam noctis lunam defecturam esse: id quia naturali ordine statis temporibus fiat, et sciri ante et praedici posse... Nocte, quam pridie nonas Septembris insecuta est dies, edita hora luna cum defecisset, Romanis militibus Galli sapientia prope divina videri: Macedonas, ut triste prodigium, occasum regni perniciemque gentis portendens, movit; nec aliter vates. Clamor ululatusque in castris Macedonum fuit, donec luna in suam lucem emersit.</quote>
                     <emph>Titus Livius</emph>, Hist. Rom. Lib. 44, Cap. 37.</p>
               </note> Egli vuole che Sulpicio nel giorno che precedè la ecclissi si presentasse alle truppe, e per prevenir la inquietudine che il fenomeno potea cagionar loro, le facesse avvisate, che nella notte vegnente la luna si sarebbe oscurata. Con Livio accordansi Plinio <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Rationem quidem defectus utriusque primus Romani generis in vulgus extulit Sulpicius Gallus, qui consul cum M. Marcello fuit: sed tum tribunus militum, sollicitudine exercitu liberato, pridie quam Perseus superatus a Paulo est, in concionem ab imperatore productus ad praedicendam eclipsim, mox et composito volumine.</quote>
                     <emph>Plinius</emph>, Hist. nat. Lib. II, Cap. 12.</p>
               </note> e Frontino. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Lucius Sulpicius Gallus defectum lunae imminentem, ne pro ostento exciperent milites, praedixit futurum, additis rationibus causisque defectionis.</quote>
                     <emph>Frontinus</emph>, Strategem. Lib. I, Cap. 12, num. 8.</p>
               </note> Di questo fatto fa pur menzione Quintiliano. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Sulpicius ille Gallus, in exercitu L. Pauli de lunae defectione disseruit, ne velut prodigio divinitus facto, militum animi terrerentur.</quote>
                     <emph>Quintilianus</emph>, Institut. Orator. Lib. I, Cap. 10.</p>
               </note>
            </p>
            <p>In simil guisa Claudio imperatore, <quote>«dovendo,» <seg type="inciso">dice Dione,</seg>
                  <note place="foot">
                     <p>
                        <emph>Dio. Cassius</emph>, Hist. Rom. Lib. 60.</p>
                  </note> «accadere una ecclissi del sole nel giorno suo natalizio, e temendo egli che questo fenomeno non dasse occasione a qualche tumulto, poichè erano già avvenuti altri prodigi: prima che accadesse la ecclissi l'annunziò al pubblico con uno scritto, in cui non solo predisse che il sole si ecclisserebbe, e determinò il tempo, in cui ciò sarebbe avvenuto, e la durata della oscurazione; ma indicò ancora le cause, per le quali la ecclisse dovea necessariamente accadere»</quote>.</p>
            <p>Non meno durevole del timore ispirato dalle ecclissi, e più commune forse fra i dotti, è stato quello cagionato dalle comete. Un corpo luminoso di figura non ordinaria, veduto in una notte oscura nel cielo, accompagnato da una lunga e larga striscia di fuoco, o circondato di fiamme, è, quanto all'apparenza, un oggetto tristo e spaventoso. Se la scienza ha tardato tanto a darci delle nozioni certe intorno alla natura delle comete, se essa non ci ha ancora bene istruiti intorno a quella delle loro code, dobbiamo noi meravigliarci che i nostri antenati nei tempi d'ignoranza abbiano inorridito alla vista di un fenomeno notturno, il di cui aspetto ha in verità qualche cosa di terribile, e lo abbiano riguardato come un funesto presagio?</p>
            <p>Silio Italico ha preso a descrivere questi astri in quei versi: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Silius Italicus</emph>, De Bello Punico Secundo.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Crine ut flammifero terret fera regna cometes,</l>
                  <l>Sanguineum spargens ignem; vomit atra rubentes</l>
                  <l>Fax coelo radios, et saeva luce coruscum</l>
                  <l>Scintillat sidus, terrisque extrema minatur.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Claudiano li ha descritti similmente, e forse con più eleganza, in quel luogo: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Claudianus</emph>, De Raptu Proserpin. Lib. I.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Augurium qualis laturus in orbem,</l>
                  <l>Praeceps sanguineo delabitur igne cometes,</l>
                  <l>Prodigiale rubens; non illum navita tuto,</l>
                  <l>Non impune vident populi, sed crine minaci</l>
                  <l>Nuntiat aut ratibus ventos aut urbibus hostes.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Altrove egli chiama ferale la loro chioma: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Idem</emph>, De Magnete, v. 4.</p>
               </note>
               <quote lang="lat">
                  <emph>Unde rubescentes ferali crine cometae</emph>
               </quote>: ed altrove pur dice: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Idem</emph>, De Bello Getico.</p>
               </note>
               <quote lang="lat">
                  <emph>Et numquam coelo spectatum impune cometen</emph>
               </quote>. Virgilio chiama sanguigno e lugubre lo splendore delle comete: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Vergilius</emph>, Aeneid. Lib. X, v. 272. seq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Non secus ac liquida si quando nocte cometae</l>
                  <l>Sanguinei lugubre rubent.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Altra volta dice, parlando del tempo che seguì la morte di Cesare: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Idem</emph>, Georg. Lib. I, v. 487, seq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Non alias coelo ceciderunt plura sereno</l>
                  <l>Fulgura, nec diri toties arsere cometae.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Silio Italico dà alle comete il tristo nome di distruggitrici dei regni: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Silius Italicus</emph>, De Bello Punico Secundo, Lib. VIII.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Non unus crine corusco</l>
                  <l>Regnorum eversor rubuit letale cometae.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Valerio Flacco limita il loro potere a far del male ai regni ingiusti: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Valerius Flaccus</emph>, Argonautic. Lib. VI.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Acer ut autumni canis, iratoque vocati</l>
                  <l>Ab Iove, fatales ad regna iniusta cometes.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Manilio ci spaventa davvero colla descrizione degli orribili avvenimenti, che sogliono presagirsi dalle comete: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Manilius</emph>, Astronom. Lib. I.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Talia significant lucentes saepe cometae.</l>
                  <l>Funera cum facibus veniunt, terrisque minantur</l>
                  <l>Ardentes sine fine rogos, cum mundus et ipsa</l>
                  <l>AEgrotet natura, novum sortita sepulchrum.</l>
                  <l>Quin ed bella canunt, ignes subitosque tumultus</l>
                  <l>Et clandestinis surgentia fraudibus arma.</l>
                  <l>Externas modo per gentes ut foedere rupto</l>
                  <l>Cum fera ductorem rapuit Germania Varum,</l>
                  <l>Infecitque trium legionum sanguine campos;</l>
                  <l>Arserunt toto passim minitantia mundo</l>
                  <l>Lumina, et ipsa tulit bellum natura per ignes,</l>
                  <l>Opposuitque suas vires, bellumque minata est,</l>
                  <l>Nec mirere graves hominum rerumque ruinas;</l>
                  <l>Saepe domi culpa est, nescimus credere coelo.</l>
                  <l>Civiles etiam motus cognataque bella</l>
                  <l>Significant.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Canta Tibullo: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Tibullus</emph>, Eleg. Lib. II, El. 5, v. 71, seq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Hae fore dixerunt, belli mala signa, cometen,</l>
                  <l>Multus ut in terras deplueretque lapis.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>E Prudenzio: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Prudentius</emph>, Cathemerin. Hymn. 12, v. 21, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Tristis cometa intercidat,</l>
                  <l>Et si quod astrum sirio</l>
                  <l>Fervet vapore, iam Dei</l>
                  <l>Sub luce destructum cadat.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Anche Plinio partecipò, a quel che sembra, del pregiudizio popolare intorno alle comete. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Cometes nunquam in occasura parte coeli est, terrificum magna ex parte sidus, ac non leviter piatum, ut civili motu, Octavio consule, iterumque Pompeii et Caesaris bello. In nostro vero aevo, circa veneficium quo Claudius Caesar imperium reliquit Domitio Neroni, ac deinde principatu eius assiduum prope ac saevum. Referre arbitrantur, in quas partes sese iaculetur, aut cuius stellae vires accipiat, quasque similitudines reddat, et quibus in locis emicet.</quote>
                     <emph>Plinius</emph>, Hist. nat. Lib. 2, Cap. 25.</p>
               </note>
            </p>
            <p>Credeasi volgarmente che le comete presagissero la morte del sovrano che regnava nel tempo della loro apparizione, e il rovesciamento dei regni, come vedesi presso Tacito <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Inter quae et sidus cometes effulsit, de quo vulgi opinio est tamquam mutationem regis portendat.</quote>
                     <emph>Tacitus</emph>, Annal. Lib. 14, Cap. 22.</p>
               </note> e Svetonio. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Stella crinita, quae summis potestatibus exitium portendere vulgo putatur, per continuas noctes oriri coeperat.</quote>
                     <emph>Svetonius</emph>, Vit. XII Cresarum, in Vita Neronis, Cap. XXXVI.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Crinemque timendi</l>
                  <l>Sideris et terris mutantem regna cometen:</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>disse Lucano. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Lucanus</emph>, Pharsal. Lib. I, v. 528, seq.</p>
               </note> Fu veduta una cometa anche poco prima della morte di Vespasiano. Questo principe, che non era allora di umore di temere i presagi e gli augurii, disse ad alcuni che parlavano dell'apparizione di quell'astro: <quote>«Cotesta cometa non minaccia me, ma il re dei Parti. Egli ha lunga chioma, io all'opposto son calvo»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Dio. Cassius</emph>, Hist. Rom. Lib. 66.</p>
               </note> Piacque questo detto, e divenne celebre presso gli storici. Svetonio non ha trascurato di farne menzione: <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Cum inter prodigia caetera, mausoleum Caesarum de repente patuisset et stella in coelo crinita apparuisset, alterum ad Iuniam Calvinam e gente Augusti pertinere dicebat, alterum ad regem Parthorum qui capillatus esset.</quote>
                     <emph>Svetonius</emph>, Vit. XII Caes. in Vita Vespasiani, Cap. 23.</p>
               </note> e l'autore dell'Epitome <title>Della vita e dei costumi degli Imperatori Romani</title>, che si ha tra le opere di Sesto Aurelio Vittore, lo ricorda similmente. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Quippe primo cum crinitum sidus apparuisset, Istud, inquit, ad regem Persarum pertinet, cui capillus effusior.</quote> De vita et mor. Imper. Rom. Cap. 9.</p>
               </note>
            </p>
            <p>Nel secolo nono uno scrittore che ci ha lasciata la vita di Luigi I il Pio, figlio di Carlo Magno, sotto il titolo di Annali Astronomici, ebbe spirito bastevole per ridersi del timore che ispiravano le comete. Ciò è molto per un contemporaneo di Luigi il Pio, che nell'837 cadde infermo per il terrore concepito all'apparire di una cometa, e nell'840 morì di spavento dopo aver veduta una ecclissi del sole. La cometa nel 1456 apparsa in un tempo, in cui i Turchi, dopo avere schiacciato l'Impero greco, minacciavano di far provare lo stesso trattamento all'Europa, costernò gli spiriti in guisa straordinaria, e gittò gli animi in un estremo abbattimento; eppure essa era quella cometa, che ricomparendo poscia successivamente e con un determinato periodo negli anni 1531, 1607, 1682, 1759, dovea far trionfare il sistema di Newton, che considerò cotesti corpi come altrettanti astri soggetti alla legge astronomica universale della regolare rivoluzione; dovea illuminare il mondo intorno alla natura delle comete e alla vera causa del loro apparire; e dovea rassicurare tutti i saggi, e fare svanire per sempre dalla loro mente i chimerici timori, che la vista delle comete avea per tanto tempo ispirati. Così, mentre l'ignoranza esercitava da un lato il suo assoluto dominio sopra gli Europei, Regiomontano osservando dall'altro la cometa del 1456 preparava i progressi della scienza e gli effetti vantaggiosi che questi dovean produrre negli animi.</p>
            <p>Seneca, il quale non sembra avere avuta gran fatto paura delle comete, e che riconobbe e sostenne il ritorno periodico di questi astri, <quote>«qual meraviglia», <seg type="inciso">dice,</seg> «che non si conoscano ancora leggi certe del moto delle comete sì rare a vedersi, e che siano ignoti il principio e il fine della rivoluzione di quegli astri che non ritornano se non dopo lunghissimo tempo?... Verrà un'epoca, in cui il maggior numero dei secoli che saran passati e la maggior diligenza che si sarà impiegata nell'esame delle cose, faranno conoscere ciò che ora s'ignora... Verrà un'epoca, in cui i posteri nostri si meraviglieranno che noi abbiamo ignorato ciò che sembrerà ad essi chiarissimo»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Quid... miramur cometas, tam rarum mundi spectaculum, nondum teneri legibus certis, nec initia illorum finesque notescere, quorum ex ingentibus intervallis recursus est?... Veniet tempus, quo ista qua nunc latent, in lucem dies extrahat et longioris aevi diligentia... Veniet tempus, quo posteri nostri tam aperta nos nescisse mirentur.</quote>
                     <emph>Seneca</emph>, Natural. quaest. Lib. 7, Cap. 1.</p>
               </note> Alquanto dopo egli ripete: <quote>«Certamente molte cose, che noi non sappiamo, saranno note ai popoli che verranno. Molte cognizioni sono riserbate a dei secoli, nei quali la memoria di noi sarà spenta»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Et quidem multa venientis aevi populus ignota nobis sciet: multa saeculis tunc futuris, cum memoria nostra exoleverit, reservantur.</quote>
                     <emph>Idem</emph>, l. c. Cap. 31.</p>
               </note> La predizione di Seneca si è avverata. La sua opinione intorno alle comete è ora dimostrata dalla esperienza, e tenuta da tutti i dotti per vera. Ma la memoria degli antichi non è ancora spenta, come egli credea dovere avvenire. Dopo dieciotto secoli noi ci ricordiamo dei suoi detti, e rendiamo giustizia alla sua previdenza, e alla profondità delle riflessioni che egli avea fatte intorno alla natura dell'uomo. Anche la memoria dei pregiudizi del suo tempo dura peranche; anche gli effetti di questi si risentono tuttora dal popolo. Quante vestigia delle superstizioni che gli antichi aveano intorno agli astri rimangono ancora in un secolo che si chiama illuminato, e che lo è infatti quanto alla classe istruita! Quanti folli, che calcolano la quantità dei prodotti della terra, la qualità delle stagioni e l'esito persino dei grandi avvenimenti politici, sopra le predizioni di un almanacco! Quanti vili, che si danno il nome di astrologi, che hanno per patrimonio l'ignoranza commune, e che in un tempo di luce contribuiscono grandemente a mantenere le tenebre nelle menti volgari, spargendo di ridicoli presagi i loro miserabili almanacchi, avendo cura di indicare diligentemente tutte le lunazioni, profittando, per fare un sordido guadagno, dei pregiudizi che ogni uomo illuminato dovrebbe cercar di distruggere, e non arrossendo di pubblicare colle stampe cose affatto chimeriche e pazze, colla sola mira di gabbare il volgo e di trarne danaio. Quante osservazioni sopra il crescere e il calar della luna si fanno assiduamente, e si faranno forse sempre dagli agricoltori, osservazioni che M. de la Quintinié e M. Normand, peritissimi agronomi, dopo mille esperienze fatte colla possibile esattezza, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Pluche</emph>, Spectacle de la Nat. Tom. I, Part. 2, Entret. 15.</p>
               </note> e M. Rohault similmente dopo venticinque anni di costante ispezione, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Rohault</emph>, Physic. Par. 2, Cap. 27.</p>
               </note> hanno trovato essere affatto vane ed inutili! Non sembra egli che i pregiudizi siano immortali? o che gli uomini desiderino che essi lo siano?</p>
         </div1>
         <div1>
            <head>Capo 12</head>
            <head>DELLA TERRA</head>
            <p>Il viaggio degli antichi per il cielo non è stato molto prospero. Veramente il volo era ardito. Le difficoltà che attraversavano l'impresa poterono impedirne il buon esito. Vediamo se le ricerche che essi hanno fatto intorno alla terra siano state più felici. Questa finalmente è il paese dell'uomo. Possibile che i nostri antenati non abbiano conosciuto nemmeno il loro paese?</p>
            <p>I filosofi certamente non hanno mancato d'insegnar loro che cosa dovessero pensare intorno a questo oggetto, e in qual modo dovessero contenersi per iscoprire il vero. Anassimene ha assomigliata la terra a una mensa, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Plutarchus</emph>, De Plac. Philos. Lib. 3, Cap. 10. <emph>Galenus</emph>, Histor. Philos.</p>
               </note> Anassimandro, secondo Eusebio, ad un cilindro; <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Eusebius</emph>, Praep. Evang. Lib. I, Cap. 8.</p>
               </note> Leucippo ad un timpano; <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Diogenes Laertius</emph>, in Vita Leucippi Lib. IX, segm. 30. <emph>Plutarchus</emph>, De Placit. Philos. Lib. 3, Cap. 10. <emph>Galenus</emph>, Histor. Philosoph. <emph>Hesychius Milesius</emph>, De his qui eruditionis fama claruerunt.</p>
               </note> Democrito a un disco; <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Plutarchus</emph>, De Plac. Philos. Lib. 3, Cap. 10.</p>
               </note> Crate a un semicircolo; <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Agathemerus</emph>, Compendiar. Geograph. Exposit. Lib. I, Cap. 1.</p>
               </note> Posidonio a una fionda; <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Idem</emph>, l. c.</p>
               </note> altri a una piramide; <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Cleomedes</emph>, Considerat. Cyclic. meteor. Lib. I.</p>
               </note> altri l'hanno creduta quadrangolare; <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Idem</emph>, l. c.</p>
               </note> altri concava; <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Idem</emph>, l. c.</p>
               </note> altri piatta; <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Idem</emph>, l. c. <emph>Origenes</emph>, Philosophum, Cap. 9.</p>
               </note> altri cubica. Ecco il popolo bene istruito intorno alla figura della terra. Conveniva ancora spiegare in qual modo la terra, sospesa come è in mezzo al vuoto, si mantenga nel suo luogo senza precipitare per mancanza di appoggio. Qualcuno potea temere che in realtà non avessimo una volta a piombare in qualche luogo orribile insieme colla terra. Era d'uopo rassicurare i popoli e liberarli da un timore così mal fondato. Talete fe' della terra una nave. Asserì, a dir di Aristotele, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Aristoteles</emph>, De Coelo, Lib. 2, Cap. 13.</p>
               </note> che essa <quote>«nuotava sopra l'acqua e si sosteneva così, come un legno o altra cosa simile»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Thales Milesius totam terram subiecto iudicat humore portari et innatare: sive illud Oceanum vocas, sive magnum mare, sive alterius naturae simplicem adhuc aquam, et humidum elementum. Hac, inquit, unda sustinetur orbis, velut aliquod grande navigium, et grave his aquis quas premit.</quote>
                     <emph>Seneca</emph>, Nat. quaest. Lib. 6, Cap. 6.</p>
               </note> Ma questo sistema adottato, per testimonianza di Chardin, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Chardin</emph>, Voyage en Perse.</p>
               </note> anche dai Persiani, i quali credono che la terra nuoti sopra l'acqua a guisa di un cocomero, era soggetto a grandi inconvenienti, poichè era necessario spiegare come l'acqua, che sosteneva la terra, potesse sostenersi essa stessa. Senofane immaginò una ipotesi più semplice. Egli disse che la terra avea gettate profonde radici in seno all'infinito, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Aristoteles</emph>, De Coelo, Lib. 2, Cap. 13. <emph>Plutarchus</emph>, De Placit. Philos. Lib. 3, Cap. 9 et 11.</p>
               </note> e si sosteneva così come una pianta o una montagna di cui gli uomini occupavano la vetta. Il pensiero fece ridere, nè si credè che potessero assicurarci e toglierci il timore di una caduta quelle radici gettate nell'aria o nel vuoto. Empedocle fu più avveduto, e asserì che il moto circolare velocissimo del cielo impediva alla terra di cadere, come lo impedisce all'acqua contenuta in un vaso, che si faccia girare prestamente, il moto veloce di questo. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Aristoteles</emph>, De Coelo, Lib. 2, Cap. 13.</p>
               </note> Ciò ancora fu trovato poco soddisfacente. Si temè che diminuendo per qualche cagione straordinaria la velocità del moto del cielo, la terra non venisse a precipitare improvvisamente. Pindaro disse che la terra <quote>«era sostenuta da colonne, che aveano basi di diamante»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Plutarchus</emph>, De Facie in orbe lunae.</p>
               </note> Ma l'autorità di un poeta non era sufficiente per garantire alla terra questo sostegno. Molti filosofi risoluti di assegnare ad ogni patto alla terra una base sulla quale potesse posare con sicurezza, unanimemente riconobbero l'aria come suo fondamento e sostegno, giudicando impossibile il provvederla di un appoggio più solido. Anassimene, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Aristoteles</emph>, De Coelo, Lib. 2, Cap. 13. <emph>Origenes</emph>, Philosophum, Cap. 7. <emph>Eusebius</emph>, Praep. Evang. Lib. I, Cap. 8.</p>
               </note> Anassagora, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Aristoteles</emph>, De Coelo, Lib. 2, Cap. 13. <emph>Origenes</emph>, Philosophum, Cap. 8.</p>
               </note> Democrito, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Aristoteles</emph>, De Coelo, Lib. 2, Cap. 13.</p>
               </note> Epicuro <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Diogenes Laertius</emph>, in Vita Epicuri, Lib. 10, segm. 74.</p>
               </note> furono di questa opinione. Perchè la terra potesse posare sopra un maggior numero di colonne d'aria, essi appianarono la sua parte inferiore, e supposero che questa coprisse un assai grande spazio. Lucrezio, che seguì il sentimento di questi illustri filosofi, ebbe cura di osservare che la terra essendo più compatta e più pesante nella superficie che noi abitiamo, dovea poi nella parte inferiore esser composta di materia meno spessa e più leggera, e decrescere appoco appoco in proporzione della profondità: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Lucretius</emph>, De Rerum Nat. Lib. V, v. 535, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Terraque ut in media mundi regione quiescat,</l>
                  <l>Evanescere paullatim, et decrescere pondus</l>
                  <l>Convenit; atque aliam naturam subter habere</l>
                  <l>Ex ineunte aevo coniunctam, atque uniter aptam</l>
                  <l>Partibus aeriis mundi, quibus insita sidit.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Per far comprendere come l'aria potesse sostenere senza incommodo il peso della terra, questo poeta si servì di una comparazione familiare. Egli paragonò il mondo all'uomo: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Lucretius</emph>, De Rerum Nat. Lib. V, v. 535, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Propterea non est oneri, neque deprimit auras:</l>
                  <l>Et sua cuique homini nullo sunt pondere membra:</l>
                  <l>Nec caput est oneri collo, nec denique totum</l>
                  <l>Corporis in pedibus pondus sentimus inesse.</l>
                  <l>At quaecumque foris veniunt, impostaque nobis</l>
                  <l>Pondera sunt, laedunt permulto saepe minora:</l>
                  <l>Usque adeo magni refert, cui quae adiaceat res.</l>
                  <l>Sic igitur tellus non est aliena repente</l>
                  <l>Adlata, atque auris aliunde obiecta alienis:</l>
                  <l>Sed pariter prima concepta ab origine mundi;</l>
                  <l>Certaque pars eius, quasi nobis membra, videtur.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Egli trasse ancora dal tremuoto una prova del sistema da lui adottato: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Idem</emph>, l. c. v. 551, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Praeterea grandi tonitru concussa repente</l>
                  <l>Terra, supra se quae sunt, concutit omnia motu:</l>
                  <l>Quod facere haud ulla posset ratione, nisi esset</l>
                  <l>Partibus aeriis mundi, coeloque revincta:</l>
                  <l>Nam communibus inter se radicibus haerent</l>
                  <l>Ex ineunte aevo coniuncta, atque uniter apta.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Finalmente ritornando al suo esempio dell'uomo, fece vedere che la sottigliezza dell'aria non impediva che essa potesse sostenere la nostra terra, benchè alquanto grave: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Idem</emph>, l. c. v. 557, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Nonne vides etiam, quam magno pondere nobis</l>
                  <l>Sustineat corpus tenuissima vis animai,</l>
                  <l>Propterea quia tam coniuncta, atque uniter apta'st?</l>
                  <l>Denique iam saltu pernici tollere corpus</l>
                  <l>Quid potis est, nisi vis animae, quae membra gubernat?</l>
                  <l>Iamne vides quantum tenuis natura valere</l>
                  <l>Possit, ubi est coniuncta gravi cum corpore, ut aer</l>
                  <l>Coniunctus terris, et nobis est animi vis?</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Tutte queste precauzioni e tutti questi argomenti non valsero a fare accettar l'aria per base della terra. Si gridò che i filosofi impazzavano, o prendeano giuoco del popolo, che non si potea senza follia assegnare per sostegno a un corpo così massiccio come la terra, una sostanza così tenue come l'aria, che questo fondamento era appunto aereo, e che la terra colla base d'aria sarebbe stata come una statua di bronzo co' piedi di creta. I filosofi disperando di poter dare alla terra un sostegno acconcio, pensarono a rassicurare il popolo in un'altra guisa. Manilio fece osservare che in ogni modo noi non avevamo a temer nulla, poichè la nostra sorte finalmente era quella di tutto il mondo: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Manilius</emph>, Astronom. Lib. 1.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Nec vero tibi natura admiranda videri</l>
                  <l>Pendentis terrae debet, cum pendeat ipse</l>
                  <l>Mundus, et in nullo ponat vestigia fundo:</l>
                  <l>Quod patet ex ipso motu, cursuque volantis:</l>
                  <l>Cum suspensus eat Phoebus, cursumque reflectat</l>
                  <l>Huc, illuc, agiles et servet in aethere metas;</l>
                  <l>Cum luna et stellae volitent per inania mundi:</l>
                  <l>Terra quoque aerias leges imitata pependit.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Frattanto si cominciò a sospettare davvero che la terra insieme con tutto il mondo andasse continuamente cadendo e precipitasse velocissimamente giù per le vie interminabili dello spazio, senza che gli uomini potessero avvedersi in modo alcuno della caduta del mondo, muovendosi tutto insieme per una stessa direzione, e non rimanendo l'ordine delle cose sconcertato in verun conto; ed oltre ciò non incontrandosi nell'infinito alcun oggetto nuovo e visibile, il quale facesse conoscere che l'universo cangiava continuamente di luogo. Seneca rammenta questa singolare opinione. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Nemo dicere audebit mundum ferri per immensum et cadere quidem, sed non apparere an cadat, quia praecipitatio eius aeterna est, nihil habens novissimum, in quod incurrat. Hoc quidam de terra dixerunt, cum rationem nullam invenirent, propter quam pondus in aere staret. Fertur, inquiunt semper, sed non apparet an cadat, quia infinitum est in quod cadit.</quote>
                     <emph>Seneca</emph>, Natural. quaest. Lib. 7. Cap. 14.</p>
               </note> Si attribuiscono ora communemente alla terra i moti di traslazione, di rotazione e di ondulazione, ma M. De la Lande ha rinnuovato in qualche modo il pensamento antico, di cui parla Seneca, sospettando che il sole colla terra, coi pianeti, colle comete, con tutto in somma il sistema solare, si avvanzi nelle immensità degli spazi celesti verso qualche parte che egli non ha osato determinare. Herschel, che ha commentato ampiamente questo pensiero in una memoria inserita nelle Transazioni dell'Accademia Reale di Londra, ha creduto ravvisare che noi avvanziamo verso la parte della costellazione di Ercole. Sarà cosa molto piacevole l'incontrare in questo nostro viaggio qualche corpo celeste straordinario; o l'avvicinarci a qualche stella in modo che essa divenga per noi almeno per qualche tempo un secondo sole; o l'abbatterci in qualche pianeta di un altro sistema, che dall'attrazione del nostro globo sia costretto a seguirci, come una nuova luna. Quanto al sostegno della terra, i Manichei immaginarono che essa <quote>«fosse portata da certo Sacla sopra uno degli omeri, e che questo, allorchè sentivasi stanco, se la ponesse sopra un'altra spalla, cagionando così il tremuoto»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Timotheus</emph>, presbyter Constantinopolitanus, De different. eorum, qui accedunt ad puriss. nostr. fidem.</p>
               </note> Ma questa idea non trovò altri seguaci che quelli di Manete.</p>
            <p>Fu opinione popolare degli antichi che la terra presentasse una superficie concava, e per conseguenza elevata negli orli, i quali, supponendosi più alti delle restanti parti della terra, supponevansi ancor più vicini al sole e perciò più caldi. Si posero dunque la Libia, l'Etiopia e gli altri paesi arsi dal calore del sole negli orli della terra. Quindi disse Orazio: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Horatius</emph>, Carm. Lib. I, Od. 22, v. 21 seq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Pone sub curru nimium propinqui</l>
                  <l>Solis in terra domibus negata:</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>e Lucano più chiaramente: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Lucanus</emph>, Pharsal. Lib. 9, v. 351, seq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Terrarum primam Libyen, nam proxima coelo est,</l>
                  <l>Ut probat ipse calor:</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>e Silio Italico parlando dell'Affrica: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Silius Italicus</emph>, De Bello Pun. secun. Lib. 3.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Ad finem coeli medio tenduntur ab orbe</l>
                  <l>Squalentes campi.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Claudiano dice di un luogo, che par che supponga situato nella zona torrida, che quivi si sentono le sferzate che il sole dà ai suoi cavalli, quando il suo cocchio comparisce la mattina sul limitare del mondo: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Claudianus</emph>, De Phoenice, v. 2, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Primus anhelis</l>
                  <l>Sollicitatur equis, vicinaque verbera sentit,</l>
                  <l>Humida roranti resonant cum limina curru.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Anche Plinio servendosi del linguaggio del volgo dice che gli Etiopi sono bruciati dal calore del sole vicino. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Namque Aethiopes vicini sideris calore torreri... non est dubium.</quote>
                     <emph>Plinius</emph>, Histor. Natural. Lib. II, Cap. 78.</p>
               </note> Sesto Rufo chiamò le provincie orientali <quote>«sottoposte al vicino sole»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Positas sub vicino sole provincias.</quote>
                     <emph>Sextus Rufus</emph>, Breviar. Rerum gestarum pop. Rom. Cap. 10.</p>
               </note>
            </p>
            <p>Si credè volgarmente che il cielo fosse un emisfero posato a guisa di volta sopra la terra, le estremità della quale si supposero toccare gli orli di quell'emisfero. Per conseguenza si pensò che il cielo fosse vicinissimo ad alcuni paesi. Non si potè più dubitare della verità di questo pensamento dopo che il famoso astronomo Pitea, partito da Marsiglia, avendo viaggiato sino a Tule, assicurò che al di là di quest'isola non v'avea nè terra, nè mare, nè aria, ma solamente una specie di legame, che teneva unite tutte le parti dell'universo, e sospesi il mare e la terra. M. de la Mothe le Vayer parla di un anacoreta, il quale narrava di aver penetrato sino ai confini della terra, e di essersi veduto obbligato a chinare il capo e a piegare le spalle per non urtare nella gran volta del cielo, che andava a poggiare sopra la terra. Che dire contro un fatto così decisivo? Plinio, parlando forse secondo il costume del popolo, dice che la luna talora è contigua ai monti. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Iam vero humilis, et excelsa, et ne id quidem uno modo sed alias admota coelo, alias contigua montibus; nunc in Aquilonem delata, nunc in Austrum deiecta.</quote>
                     <emph>Plinius</emph>, Hist. Nat. Lib. 11, Cap. 9.</p>
               </note> Spacciavasi, al riferir di Diodoro di Sicilia, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Diodorus Siculus</emph>, Biblioth. Hist. Lib. 2, Cap. 11.</p>
               </note> che nell'isola degli Iperborei vedeasi la luna poco distante dalla terra e sparsa di prominenze: e Farnace presso Plutarco <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Plutarchus</emph>, De Facie in orbe lunae.</p>
               </note>
               <quote>«non dubita che la terra abbia a cadere, ma sente compassione degli Etiopi o dei Taprobani, che trovansi sottoposti alla rivoluzione della luna e soggetti al pericolo che questa mole sì pesante venga a cadere sopra di essi; benchè servale di aiuto per non cadere la velocità del suo girare»</quote>.</p>
            <p>Il sistema del cielo emisferico fu adottato universalmente dai Padri. <quote>«Alcuni,» <seg type="inciso">dice Procopio di Gaza,</seg>
                  <note place="foot">
                     <p>
                        <emph>Procopius Gazaeus</emph>, Commentar. in Genes.</p>
                  </note> «o per meglio dire, i più, asseriscono essere il cielo un emisfero, benchè altri lo abbiano creduto una sfera»</quote>. Poco dopo, avendo rammentato quel detto dell'Apostolo: <note place="foot">
                  <p>Ad Hebraeos, Cap. 8, v. 1, seq.</p>
               </note>
               <quote lang="lat">
                  <emph>Talem habemus Pontificem, qui consedit in dextera sedis magnitudinis in coelis, Sanctorum minister et tabernaculi veri, quod fixit Dominus, et non homo</emph>
               </quote>: <quote>«dove sono,» <seg type="inciso">soggiunge,</seg> «coloro che attribuiscono il moto e la figura sferica al cielo? Certamente dal fin qui detto apparisce la falsità di ambedue queste opinioni»</quote>. Quasi delle medesime parole si serve il Crisostomo. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>S. Ioannes Chrysostomus</emph>, Homil. 14, in Epist. ad Hebr. l. c. v. 2.</p>
               </note> Severiano vescovo Gabalense scrive similmente: <quote>«Fece il cielo non a guisa di sfera, come alcuni pazzi vanno fantasticando, ma come c'insegna il Profeta, allorchè dice: <note place="foot">
                     <p>
                        <emph>Isaiae</emph>, Cap. 40, v. 22.</p>
                  </note>
                  <foreign lang="lat">qui statuit coelum, quasi fornicem, et extendit ipsum, quasi tabernaculum</foreign>»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Severianus</emph>, Episcopus Gabalorum, De mundi creat. Orat. 3.</p>
               </note> Afferma però S. Girolamo che in questo luogo d'Isaia non si legge fornice, ma ***, cioè, polvere tenuissima. Nondimeno anche S. Atanagio commentando quel luogo dei Salmi, <quote lang="lat">
                  <emph>Extendens coelum, sicut pellem</emph>
               </quote>, <note place="foot">
                  <p>Psalmus, 103, v. 3.</p>
               </note> si serve dello stesso passo d'Isaia per mostrare che il cielo non è che un emisfero. <quote>«Una pelle,» <seg type="inciso">dic'egli,</seg> «non è una sfera, come cianciano, ma somiglia ad un cerchio, o ad un emisfero: e ciò volle indicare un altro Profeta, quando disse: <foreign lang="lat">qui statuit coelum, quasi fornicem, et extendit ipsum, quasi tabernaculum ad habitandum in terra</foreign>»</quote>. Anche S. Cesario <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>S. Caesarius</emph>, Dial. I, Respons. ad interrogat. 98.</p>
               </note> risponde con questo passo alla questione. <quote>«Il cielo è egli una sfera ovvero un emisfero, che comunichi il suo moto circolare al sole, e lo trasporti sotterra, oppure diagli il movimento in altra guisa?»</quote>. Cosma Monaco, detto Indopleuste o Indicopleuste, propone un sistema, che dice di aver imparato da certo Patrizio Matematico, con cui pretende spiegare come il sole senza partire dal nostro emisfero possa nascere e tramontare, portarsi al punto dell'equinozio e a quelli dei solstizii. Il sistema è curioso, e, malgrado la sua assurdità, può anche chiamarsi ingegnoso. Cosma suppone la terra piana, e fa poggiare le colonne del cielo sopra le sue estremità, alle quali dà alquanto di prominenza. Nel mezzo appunto della terra egli pone un monte sì alto, che supera di molto la distanza del sole da noi, e sì grande, che divide la terra in due parti uguali e rende impossibile qualunque communicazione tra l'una e l'altra di queste parti. Il sole, girando quasi orizzontalmente intorno alla terra nello spazio di ventiquattr'ore, non può esser visibile nello stesso tempo ad ambedue le parti, a cagione del monte che le separa l'una dall'altra, e che è superiore di altezza al sole medesimo. Però quando esso spunta dal monte che lo nascondeva ad una delle parti della terra, comincia per questa il giorno e per l'altra parte la notte: la quale termina per essa quando il sole viene di nuovo per l'altra ad esser coperto dal monte. Ciò non basterebbe a render ragione della varietà delle stagioni e della maggiore o minor lunghezza dei giorni e delle notti; ma l'attento Cosma ci fa osservare che il monte non è tutto della medesima grossezza, che esso va decrescendo in proporzione della sua elevazione, che è men grosso nella parte superiore che nella inferiore, che è, insomma, di figura conica. Il sole non gira sempre alla medesima distanza dalla terra, ma alzandosi regolarmente ed abbassandosi, trova il monte ora più ora meno grosso, e per conseguenza deve impiegare un tempo ora più lungo ora più breve per scorrere lo spazio che esso occupa nell'aria. Quando dunque il sole è alla sua maggiore altezza, i giorni debbono necessariamente esser più lunghi che in qualunque altro tempo dell'anno: e quando esso trovasi nella sua minor distanza dalla terra, debbono i giorni esser più brevi. Il punto di mezzo tra quelli della sua maggiore o minore elevazione è quello dell'equinozio. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Cosmas Indopleustes</emph>, in Topograph. Christiana.</p>
               </note> Ecco forse ciò che di migliore potea immaginarsi per dare alla volgare opinione, che riguardava la terra come piana, l'aspetto di un sistema.</p>
            <p>Diodoro Tarsense combatte, presso Fozio, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Diodorus Tarsensis</emph>, Contra fat. Lib. 3, ap. Phot. Biblioth. Cod. 223.</p>
               </note> il sentimento di coloro che stimavano il cielo sferico. Giovanni Filopono similmente cerca di confutare Teodoro di Mopsuestia, che tenea lo stesso parere. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Philoponus</emph>, Commentar. in Mosaic. mundi creat. Lib. 3, Cap. 9, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <p>Certo la opinione del cielo emisferico e della terra piana fu communissima fra gli antichi, e quasi tutti i poeti, per essere intesi e uniformarsi alle idee del volgo, fecero vista di adottarla, come espressamente osserva Gemino, astronomo, secondo alcuni, contemporaneo di Cicerone. <quote>«Omero,» <seg type="inciso">scrive egli,</seg>
                  <note place="foot">
                     <p>
                        <emph>Geminus</emph>, Elem. Astron. Cap. 13.</p>
                  </note> «e per dir così, quasi tutti gli antichi poeti, suppongono la terra piana,... e circondata dall'Oceano, il quale non distinguono dall'orizzonte, credendo che il nascere e il tramontare degli astri si faccia appunto in esso: e però stimando che gli Etiopi, i quali sono vicini al luogo del loro sorgere e a quello del loro coricarsi, siano bruciati dal sole»</quote>.</p>
            <p>Dopo tutto ciò è facile immaginarsi che nei tempi antichi il volgo non dovea avere alcuna idea degli antipodi. Demonatte filosofo di Cipro, contemporaneo di Epitteto, <quote>«avendo udito un fisico discorrere degli antipodi, levossi in piedi e menollo ad un pozzo, dove mostratagli l'ombra nell'acqua, tali forse, gli disse, sono i tuoi antipodi?»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Lucianus</emph>, in Vita Demonact.</p>
               </note>
               <quote>«Quale assurdità,» <seg type="inciso">esclama Teone, presso Plutarco</seg>
                  <note place="foot">
                     <p>
                        <emph>Plutarchus</emph>, De facie in orbe lunae.</p>
                  </note> «dire che tutti i corpi tendono al mezzo! Non seguirebbe da ciò che la terra è un globo, essa, che ha in sè sì grandi altezze e profondità e ineguaglianze? non si avrebbe a dedurne che essa è abitata da antipodi, i quali, a guisa di tarli o di ramarri, col corpo in giù stiano appiccati al suolo; e che noi medesimi non stiamo su di essa situati in una direzione verticale, ma obliquamente, e inclinati come ubbriachi?»</quote>. Lucrezio tratta di stolidi coloro che aveano la sventura di credere agli antipodi: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Lucretius</emph>, De Rerum Nat. Lib. I, v. 1051, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Illud in his rebus longe fuge credere, Memmi,</l>
                  <l>In medium summae, quod dicunt, omnia niti,</l>
                  <l>Atque ideo mundi naturam stare sine ullis</l>
                  <l>Ictibus externis, neque quoquam posse resolvi</l>
                  <l>Summa atque ima, quod in medium sint omnia nixa</l>
                  <l>(Ipsum si quicquam posse in se sistere credis:</l>
                  <l>Et quae pondera sunt sub terris omnia sursum</l>
                  <l>Nitier, in terraque retro requiescere posta;</l>
                  <l>Ut per aquas quae nunc rerum simulacra videmus):</l>
                  <l>Et simili ratione animalia subtu' vagari</l>
                  <l>Contendunt, neque posse e terris in loca coeli</l>
                  <l>Recidere inferiora magis, quam corpora nostra</l>
                  <l>Sponte sua possint in coeli templa volare:</l>
                  <l>Illi cum videant Solem, nos sidera noctis</l>
                  <l>Cernere, et alternis nobiscum tempora coeli</l>
                  <l>Dividere, et nocteis parileis agitare, diesque.</l>
                  <l>Sed vanus stolidis haec omnia finxerit error,</l>
                  <l>Amplexi quod habent perverse prima viai.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Lattanzio è stato uno dei più celebri nemici degli antipodi. Egli si è fatto beffe di coloro che ne sosteneano l'esistenza, e ha riguardata questa opinione come uno di quegli errori ridicoli, nei quali i filosofi sono caduti in ogni tempo. La gran ragione che egli reca innanzi per combattere questo sistema è quella che ogni antico volgare adduceva, e che adduce anche al presente ogni fanciullo che occupandosi della sfera sente per la prima volta parlar degli antipodi. Gli uomini potrebbono essi camminare co' piedi in aria e col capo allo in giù? Le piante, gli edifizi potrebbono essi rimaner capovolti colle radici o coi fondamenti più alti della cima? Le piogge, le nevi, le grandini potrebbono mai ascendere in luogo di cadere? <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Quid illi, qui esse contrarios vestigiis nostris antipodas putant, num aliquid loquuntur? aut est quisquam tam ineptus, qui credat esse homines, quorum vestigia sint superiora quam capita? aut ibi quae apud nos iacent inversa pendere? fruges et arbores deorsum versus crescere? pluvias, et nives, et grandinem, sursum versus cadere in terram? Et miratur aliquis, hortos pensiles inter septem mira narrari, cum philosophi et agros et maria et urbes et montes pensiles faciant?</quote>
                     <emph>Lactantius</emph>, Divin. Institut. Lib. III, Cap. 24.</p>
               </note> Rispondeano i filosofi esser legge della natura che tutti i corpi tendano al centro della terra da tutti i punti della sua superficie, come i raggi dai vari punti della periferia in una ruota vanno tutti a riunirsi nel di lei centro: <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Hanc esse rerum naturam, ut pondera in medium ferantur, et ad medium connexa sint omnia, sicut radios videmus in rota; quae autem levia sunt, ut nebula, fumus ignis a medio deferantur, ut coelum petant.</quote>
                     <emph>Idem</emph>, l. c.</p>
               </note> ma Lattanzio, lasciando gli scherzi, si meraviglia seriamente che essi ardiscano di addurre questa ragione in loro difesa, e protesta che non sa che dire di loro, <quote>«i quali avendo errato una volta si ostinano a perseverare nella loro follia, e con prove vane difendono le loro vane opinioni,»</quote>
               <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Qui cum semel aberraverint, constanter in stultitia perseverant et vanis vana defendunt.</quote>
                     <emph>Idem</emph>, l. c.</p>
               </note> sennonchè sospetta che essi talvolta parlino per giuoco, e a bella posta prendano a sostenere delle falsità, onde esercitare così il loro ingegno, o farne pompa malvagiamente. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Eos interdum... aut ioci causa philosophari, aut prudentes, et scios mendacia defendenda suscipere, quasi ut ingenia sua in malis rebus exerceant, vel ostentent.</quote>
                     <emph>Lactantius</emph>, Divin. Institut. Lib. III, Cap. 24.</p>
               </note> Soggiunge poi che egli potrebbe mostrare con mille argomenti non esser possibile che il cielo sia più basso della terra, ma dice che non può farlo, perchè deve chiudere il libro. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Ego multis argumentis probare possem nullo modo fieri posse, ut coelum terra sit inferius, nisi iam et liber iam concludendus esset, et adhuc aliqua restarent, quae magis sunt praesenti operi necessaria.</quote>
                     <emph>Idem</emph>, l. c.</p>
               </note> Ed ecco dimostrato che l'idea degli antipodi è una chimera.</p>
            <p>S. Agostino, miglior filosofo di Lattanzio e più abile dialettico, negando gli antipodi, non nega che essi fisicamente possano esistere: dice solo che dei medesimi non si ha notizia certa, e che d'altronde pare impossibile che i discendenti di Noè con una lunga e penosa navigazione siansi recati ad abitare un emisfero diverso dal nostro. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Quod vero et Antipodas esse fabulantur, id est, homines a contraria parte terrae, ubi sol oritut, quando occidit nobis, adversa pedibus nostris calcare vestigia, nulla ratione credendum est. Neque hic ulla historica cognitione didicisse se affirmant, sed quasi ratiocinando coniectant, eo quod intra convexa coeli terra suspensa sit, eumdemque locum mundus habeat et infimum et medium; et ex hoc opinantur alteram terrae partem, quae infra est, habitatione hominum carere non posse. Nec adtendunt, etiamsi figura conglobata et rotunda mundus esse credatur, sive aliqua ratione monstretur; non tamen esse consequens, ut etiam ex illa parte ab aquarum congerie nuda sit terra: deinde etiamsi nuda sit, neque hoc statim necesse est, ut homines habeat. Quoniam nullo modo Scriptura ista mentitur, quae narratis praeteritis facit fidem, eo quod eius praedicta complentur: nimisque absurdum est ut dicatur aliquos homines ex ac in illam partem oceani immensitate traiecta, navigare ac pervenire potuisse, ut etiam illic ex uno illo primo homine genus institueretur humanum.</quote>
                     <emph>S. Augustinus</emph>, De Civ. Dei, Lib. XVI, Cap. 9.</p>
               </note>
            </p>
            <p>S. Isidoro segue le pedate di S. Agostino, <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Iam vero hi, quo antipodes dicuntur, eo quod contrarii esse vestigiis nostris putantur, ut quasi sub terris positi, adversa pedibus nostris calcent vestigia, nulla ratione credendum est, quia nec soliditas patitur nec centrum terrae; sed neque hoc ulla historiae cognitione confirmatur, sed hoc poetae quasi ratiocinando coniectant.</quote>
                     <emph>S. Isidorus</emph>, Orig. Lib. IX, Cap. 2.</p>
               </note> e chiama favolosa l'idea degli antipodi. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Extra tres autem partes orbis, quarta pars trans oceanum interior est in meridie, quae solis ardore nobis incognita est, in cuius finibus antipodes fabulose inhabitare produntur.</quote>
                     <emph>S. Isidorus</emph>, l. c. Lib. XIV, Cap. 5.</p>
               </note> Così pure Beda. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Neque enim vel antipodarum ullatenus est fabulis accomodandus assensus, vel aliquis refert historicus vidisse, vel audisse, vel legisse se, qui meridianas in partes solem transierunt hibernum, ita ut, eo post tergum relicto, transgressis Aethiopium fervoribus, temperatas ultra eos, hinc calore, illinc rigore, atque habitabiles mortalium repererit sedes.</quote>
                     <emph>Beda</emph>, De temporum ratione, Cap. 32.</p>
               </note> S. Zaccaria papa, come privato dottore, non come capo della Cristianità, condanna certo Virgilio prete, che era stato accusato presso di lui da S. Bonifazio arcivescovo di Magonza, di sostenere <quote>«che v'avea sotterra un altro mondo con altri uomini, ovvero un altro sole e un'altra luna»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">De perversa autem et iniqua doctrina eius, si clarificatum fuerit, ita eam confiteri, quod alius mundus et alii homines sub terra sint, seu sol et luna: hunc, habito consilio, ab Ecclesia pelli, sacerdotii honore privatum.</quote>
                     <emph>S. Zacharias Papa</emph>, Epist. 10 ad Bonifac. Archiepisc.</p>
               </note> Cotesto mondo sotterraneo non sembra esser altro che l'emisfero abitato dagli antipodi. È vero che questo non è un mondo diverso dal nostro, nè chi ammetteva gli antipodi supponeva che v'avesse per essi un altro sole e un'altra luna; ma nei tempi d'ignoranza potè bene aver luogo quest'equivoco facile e naturale, benchè grossolano. Virgilio avrà insegnata l'esistenza degli antipodi, e si sarà creduto che egli insegnasse quella di un nuovo mondo. Mabillon <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Mabillon</emph>, Annal. Benedict. Saec. 3, Pars 2 in not.</p>
               </note> ed altri, confutati da Pagi <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Pagi</emph>, Critic. ad Annal. Baron. an. 746, par. 6.</p>
               </note> e da Le Cointe, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Le Cointe</emph>, Annal. Eccles. Franc. an. 748, par. 52.</p>
               </note> hanno confuso male a proposito questo Virgilio con un Santo vescovo di Salisbury dello stesso nome.</p>
            <p>Nel secolo decimoquinto, dopo la nascita di quell'Italiano che dovea schiacciare l'errore antico, superare ostacoli creduti insuperabili e portarsi attraverso il mare ad un emisfero sconosciuto per recarci poi nuove sicure dei suoi abitanti; l'Abulense esclamava contro coloro che ammettevano gli antipodi, e condannava come assolutamente falsa la loro opinione. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Tostatus</emph>, In Genes. Cap. I, v. 10, Quaest 20.</p>
               </note>
            </p>
            <p>Per render giustizia agli antichi filosofi, convien dire che la maggior parte di essi adottò il vero sistema della rotondità della terra, e conobbe la esistenza degli antipodi per mezzo del raziocinio, senza che dagl'istorici o dai viaggiatori ne avesse notizia alcuna. Seneca predisse la scoperta di nuove genti e di nuovi mondi, e comprese che Tule non era poi il confine della terra: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Seneca</emph>, Med. Act. II, sc. 3, v. 374, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Venient annis</l>
                  <l>Saecula seris, quibus Oceanus</l>
                  <l>Vincula rerum laxet, et ingens</l>
                  <l>Pateat tellus, Tiphysque novos</l>
                  <l>Detegat orbes, nec sit terris</l>
                  <l>Ultima Thule.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Dice Plinio che v'ha gran controversia intorno agli antipodi, e in questa contesa egli pone da una parte il volgo, dall'altra i dotti. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Ingens hic pugna literarum, contraque vulgi, circumfundi terrae undique homines, conversisque inter se pedibus stare, et cunctis similem esse coeli verticem, ac simili modo ex quacumque parte mediam calcari: illo quaerente cur non decidant contra siti; tanquam non et ratio praesto sit, ut nos non decidere mirentur illi</quote>. <emph>Plinius</emph>, Hist. Nat. Lib. II, Cap. 65.</p>
               </note> Anche Achille Tazio dice che <quote>«intorno ai luoghi abitati della terra, agli abitanti e ai loro nomi, v'ha gran controversia, non altrimenti che intorno agli antittoni e agli antipodi»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Achilles Tatius</emph>, Isag. in Arati Phaenom. Cap. 31.</p>
               </note> Strabone riconosce la verità di quel principio fondamentale per il sistema degli antipodi che i corpi tendono al centro. <quote>«È dimostrato,» <seg type="inciso">scrive egli,</seg>
                  <note place="foot">
                     <p>
                        <emph>Strabo</emph>, Geograph. Lib. II.</p>
                  </note> «dai fisici che il mondo e il cielo sono sferici, e che i corpi gravi tendono al mezzo»</quote>. Aristotele <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Aristoteles</emph>, De Coelo, Lib. II, Cap. 14.</p>
               </note> sostiene la medesima proposizione. Cleomede <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Cleomedes</emph>, Considerat. Cycl. meteor. Lib. I.</p>
               </note> si diffonde in provare la sfericità della terra insegnata già da Talete <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Diogenes Laertius</emph>, in Vita Taletis Lib. I, segm. 1. <emph>Plutarchus</emph>, De Plac. Philosoph. Lib. III, Cap. 10. <emph>Galenus</emph>, Hist. Philosoph.</p>
               </note> e da Parmenide. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Diogenes Laertius</emph>, in Vita Parmenidis, Lib. IX, segm. 21.</p>
               </note> Platone, se crediamo a Favorino citato dal Laerzio, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Phavorinus</emph>, Omnimod. Hist. Lib. VIII, ap. Diog. Laert. in Vita Platon. Lib. III, segm. 24.</p>
               </note>
               <quote>«fu il primo che in filosofia nominasse gli antipodi»</quote>. Nondimeno, al riferir dello stesso Laerzio, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Diogenes Laertius</emph>, in Vita Pythag. Lib. VIII, segm. 26.</p>
               </note> Pitagora avea già asserito <quote>«avervi gli antipodi, ed esser essi in una situazione opposta alla nostra»</quote>. Cicerone mostra di non dispregiare la opinione di chi credeva agli antipodi. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Nonne etiam dicitis esse e regione nobis in contraria parte terrae, qui adversis vestigiis stent contra nostra vestigia, quos antipodas vocatis? Cur mihi magis succensetis, qui ista non aspernor, quam eis qui, cum audiunt, desipere vos arbitrantur?</quote>
                     <emph>Cicero</emph>, in Lucullo.</p>
               </note> Sembra che essa non dispiacesse nemmeno a Luttazio Placido, l'antico scoliaste di Stazio, il quale avea scritto un libro sopra questa materia. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Latentem mundum, antipodas dicit (Statius).. Sed de his rebus, ut ingenio meo connectere potui, ex libris ineffabilis doctrinae Persei praeceptoris seorsum libellum composui.</quote>
                     <emph>Luctatius Placidus</emph>, Schol. ad Stat. Thebaid. Lib. VI.</p>
               </note> Gemino espressamente adotta la opinione medesima, e si fa a di mostrarne la verità. <quote>«Gli antipodi,» <seg type="inciso">egli dice,</seg>
                  <note place="foot">
                     <p>
                        <emph>Geminus</emph>, Element. Astronom. Cap. 13.</p>
                  </note> «sono quelli che abitano nella zona australe in un altro emisfero, e sono situati secondo lo stesso diametro che la terra da noi abitata. Perciò essi diconsi antipodi. Poichè tendono tutti i gravi al centro, giacchè i corpi si muovono verso il mezzo, se da qualche luogo del paese da noi abitato si tiri una retta al centro della terra, la quale si allunghi poi oltre il centro, quelli che sono posti alla estremità di questo diametro nella zona australe troverannosi essere antipodi di coloro che abitano nella zona boreale»</quote>. Ancor più a lungo parla Macrobio degli antipodi, dichiarandosi apertamente favorevole a coloro che ne ammettevano l'esistenza. Egli comincia dal dire che è ben verosimile esser le due zone temperate dell'altro emisfero abitate non altrimenti che quelle del nostro. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Eadem ratio nos non permittit ambigere quin per illam quoque superficiem terrae, quae ad nos habetur inferior, integer zonarum ambitus, quae hic temperatae sunt, eodem ductu temperatus habeatur: atque ideo illic quoque aedem duae zonae a se distantes similiter incolantur.</quote>
                     <emph>Macrobius</emph>, in Somn. Scipion. Lib. II, Cap. 5.</p>
               </note> Quindi osserva che i fenomeni, i quali han luogo nel nostro emisfero, debbono similmente aver luogo nell'altro. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Aut dicat quisquis huic fidei obviare mavult, quid sit, quod ab hac eum distinctione deterreat. Nam si nobis vivendi facultas est in hac terrarum parte, quam colimus, quia calcantes humum, coelum suspicimus super verticem, quia sol nobis et oritur et occidit, quia circumfuso fruimur aere, cuius spiramus haustum: cur non et illic aliquos vivere credamus, ubi eadem semper in promptu sunt? Nam qui ibi dicuntur morari, eandem credendi sunt spirari auram, quia eadem est in eiusdem zonalis ambitus continuatione temperies. Idem sol illis et obire dicetur cum nostro ortu et orietur cum nobis occidet. Calcabunt aeque ac nos humum, et super verticem semper coelum videbunt.</quote>
                     <emph>Idem</emph>, l. c.</p>
               </note> Previene poi la volgare obbiezione della gravità, che farebbe, dicesi, cader gli antipodi verso il cielo, e ne fa veder molto bene la insufficienza. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Nec metus erit ne de terra in coelum decidant, cum nihil unquam possit ruere sursum. Si enim nobis, quod asserere genus ioci est, deorsum habetur ubi est terra, et sursum ubi est coelum; illis quoque sursum erit quod de inferiore suspicient, ne aliquando in superna casuri sunt. Affirmaverim quoque et apud illos minus rerum peritos ita existimare de nobis, nec credere posse in quo sumus loco degere, sed opinari, si quis sub pedibus eorum tentaret stare, casurum. Numquam tamen apud nos quisquam timuit ne caderet in coelum.</quote>
                     <emph>Idem</emph>, l. c.</p>
               </note> Finalmente fa riflettere che la opposizione, che v'ha tra noi e gli antipodi, non è molto diversa da quella che v'ha tra gli Orientali e gli Occidentali. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Quis ambigat in sphaera terrae ita ea, quae inferiora dicuntur, superioribus suis esse contraria, ut est Oriens Occidenti? nam in utraque parte per diametros habetur. Cum ergo et Orientem et Occidentem similiter constet habitari, quid est, quod fidem huius quoque diversae sibi habitationis excludat?</quote>
                     <emph>Idem</emph>, l. c.</p>
               </note> Ecco ben provata la esistenza degli antipodi, per quanto era possibile in un tempo in cui non se ne aveva alcuna notizia positiva. Si credeva allora agli antipodi come si crede ora alla pluralità dei mondi. L'analogia era il fondamento dell'una, ed è tuttora quello dell'altra opinione. La congettura intorno agli antipodi si è trovata sussistente: quella intorno agli abitatori dei pianeti non può sperare la stessa sorte, seppure un nuovo Pilastre du Rosier, un Charles, un Blanchard, un Zambeccari non sarà il Colombo della luna. V'ha però motivo di temere che i viaggi di Astolfo, di Bettinelli, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Bettinelli</emph>, Mondo della luna.</p>
               </note> e i più antichi di Luciano <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Lucianus</emph>, Ver. Histor. Lib. I.</p>
               </note> e di Dinia, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Antonius Diogenes</emph>, in Incredibil. de Thule ins. ap. Phot. Biblioth., cod. 166.</p>
               </note> siano per esser gli unici nel loro genere.</p>
            <p>Tornando agli antipodi, ai quali si viaggia ora tuttogiorno senza pericolo di andare in traccia di oggetti chimerici, furono essi riconosciuti ancora da Manilio in quei versi: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Manilius</emph>, Astronomic. Lib. I.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Ex quo colligitur terrarum forma rotunda.</l>
                  <l>Hanc circum variae gentes hominum atque ferarum</l>
                  <l>Aeriaeque colunt volucres. Pars eius ad Arctos</l>
                  <l>Eminet, Austrinis pars est habitabilis horis:</l>
                  <l>Sub pedibusque iacet nostris, supraque videtur</l>
                  <l>Ipsa sibi fallente solo declivia longa,</l>
                  <l>Et pariter surgente via pariterque cadente.</l>
                  <l>Hanc ubi ad occasus nostros sol aspicit ortus,</l>
                  <l>Illic orta dies sopitas excitat urbes;</l>
                  <l>Et cum luce refert operum vadimonia terris,</l>
                  <l>Nos in nocte sumus somnosque in membra locamus.</l>
                  <l>Pontus utrosque suis distinguit et alligat undis.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Potrebbe far meraviglia che, avendo una sì distinta idea degli antipodi, gli antichi abbiano affatto trascurato di andarne in cerca; se non si conoscesse che quest'idea propria soltanto dei dotti era ignota al volgo, e bene spesso ancora ai principi e ai grandi, che soli avrebbono potuto fornire i mezzi necessari per la esecuzione di questa grande intrapresa, che il sistema degli antipodi non era nemmeno tra i filosofi adottato universalmente, e che l'arte del navigare era ancora infinitamente lontana dalla perfezione. V'ha nondimeno chi pensa che gli antichi avessero qualche idea dei popoli americani. Il conte Gianrinaldo Carli ha sostenuta questa opinione nelle sue Lettere americane sì famose. Si è parlato molto della celebre Atlantide mentovata da Platone, situata, come egli dice, di rimpetto alle colonne di Ercole, più grande dell'Affrica e dell'Asia prese insieme, e inabissata da un tremuoto orribile e da una pioggia che durò senza interruzione un giorno intero e una notte. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Plato</emph>, in Critia, et in Timaeo.</p>
               </note> Origene, Porfirio e Proclo hanno riguardata quest'isola come allegorica; Rudbeck ha ritrovata in essa la Scandinavia; <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Rudbeck</emph>, in Atlantica.</p>
               </note> Olivier v'ha ravvisata la Palestina; Ortelio, Baudrand, Sanson, Schmid, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Schmid</emph>, Orat. de America.</p>
               </note> Carli <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Carli</emph>, Lettere Americane. Par. 2, Lett. 9.</p>
               </note> hanno nella medesima riconosciuta a chiari indizi l'America. I più avveduti hanno riguardato il racconto di Platone come una favola. Lo stesso trattamento merita quello di Sileno, il quale, se crediamo a Teopompo citato da Eliano, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Theopompus</emph>, ap. Aelian. Var. Hist. Lib. III, Cap. 18.</p>
               </note> disse al re Mida <quote>«che l'Europa, l'Asia e l'Affrica sono isole circondate dall'Oceano, e che non v'ha altro continente che quella terra, la quale è situata fuori di questo mondo, ed è di grandezza infinita»</quote>. Egli contogli ancora che gli abitatori di questa terra aveano una volta tentato di venire nei nostri paesi, e che mille diecine di migliaia di cotesti viaggiatori erano giunti sino agl'Iperborei, ma avendo udito che questi erano tenuti fra noi per felicissimi, aveano stimato meglio abbandonare le nostre miserabili contrade e tornare alle loro patrie. Rammentò le due città principali di quella gran terra, Machimo ed Eusebe, cioè Bellicosa e Pia, e disse che gli uomini di quelle fortunate regioni erano del doppio più grandi di noi, ed aveano similmente una vita del doppio più lunga della nostra; passavano il tempo tra il riso e i piaceri; di raro morivano per malattia, nè poteano esser feriti dal ferro; abbondavano d'oro e d'argento in modo singolare, avendo anche a vile questi metalli per la loro copia; e riceveano spesse visite dagli Dei. Di cotesto bel mondo di Sileno fece parola anche Tertulliano, <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Satis ista de terrae nomine, in quo materia intelligi voluit, quod nomen unius elementi omnes sciunt, natura primum, deinde Scriptura docente, nisi et Sileno illi apud Midam Regem adseveranti de alio orbe credendum est, auctore Theopompo.</quote>
                     <emph>Tertullianus</emph>, Adversus Hermog. Cap. 25.</p>
               </note> il quale ricorda pure i Meropi che formavano una nazione in quella gran terra, <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Viderit Anaximander, si plures (orbes) putat. Viderit si quis uspiam alius ad Meropas, ut Silenus penes aures Midae blattit aptas sane grandioribus fabulis.</quote>
                     <emph>Idem</emph>, De Pallio, Cap. 2.</p>
               </note> come presso Eliano narra Teopompo. Di essi fece menzione anche Apollodoro presso Strabone; <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Apollodorus</emph>, ap. Strab. Geograph. Lib. VII.</p>
               </note> ma egli, a dir vero, li ebbe per favolosi. Il sentimento di Eliano non è che troppo conforme a quello di Apollodoro. <quote>«Creda pur tutto ciò,» <seg type="inciso">scrive egli,</seg> «chi tiene Teopompo per degno di fede. Io l'ho per un valorosissimo fabbricator di favole, sì in riguardo a questo, sì quanto ad altri racconti»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Aelianus</emph>, Var. Hist. Lib. III, Cap. 18.</p>
               </note> Nondimeno altri han riguardato la novella di Sileno come un monumento autentico interessantissimo per la storia poco conosciuta del paese della Cuccagna.</p>
            <p>Noi crederemo sulla parola dello Schmid <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Schmid</emph>, Orat. de America.</p>
               </note> che l'America venga divisata in quel luogo di Virgilio: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Vergilius</emph>, Aeneid. Lib. VI, v. 795, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Iacet extra sidera tellus,</l>
                  <l>Extra anni solisque vias, ubi coelifer Atlas</l>
                  <l>Axem humero torquet stellis ardentibus aptum.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Diremo solamente che un altro luogo dello stesso poeta mostra ad evidenza che in quello già riferito Virgilio intese parlare dell'Etiopia. Questo luogo, nel quale si legge perfino tutto intero l'ultimo verso del passo che ho recitato, è il seguente: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Idem</emph>, l. c. Lib. IV, v. 480, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Oceani finem iuxta solemque cadentem</l>
                  <l>Ultimus AEthiopum locus est, ubi maximus Atlas</l>
                  <l>Axem humero torquet stellis ardentibus aptum.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Con uguale acutezza lo Schmid trova l'America nell'isola deserta situata nel mare Atlantico, e scoperta dai Cartaginesi, di cui parla Aristotele: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Aristoteles</emph>, De Mirabil.</p>
               </note> ed avrebbe potuto trovarla similmente nella grande isola fortunata di Diodoro, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Diodorus Siculus</emph>, Biblioth. Histor. Lib. V, Cap. 19.</p>
               </note> poichè ravvisa il Perù nell'Ofir della Scrittura, e non dubita che la parola *** dei Paralipomeni, <note place="foot">
                  <p>Paralipomenon, Lib. II, Cap. 3, v. 6.</p>
               </note> cioè <emph>Farvajim</emph>, o <emph>Parvaijm</emph>, o, come egli vuole, <emph>Paruaim</emph>, non valga a significare quel regno.</p>
            <p>Lasciando queste favole e queste congetture mal fondate, possiamo dir quasi con certezza che gli antichi, intendendo di eccettuare dal numero di questi i primi discendenti di Noè, conobbero, solamente ragionando, l'esistenza delle terre e dei popoli dell'altro emisfero, in quella guisa in cui Aristotele conobbe esser probabile che, oltre i paesi noti al suo tempo, ve ne avessero altri non ancora scoperti. <quote>«Tutta la terra abitata,» <seg type="inciso">scrivea egli,</seg>
                  <note place="foot">
                     <p>
                        <emph>Aristoteles</emph>, De Mundo ad Alexandr. Cap. 3.</p>
                  </note> «non è che un'isola circondata dal mare, il qual dicesi Atlantico. È verosimile però che molte altre terre si trovino lungi da essa, situate al di là del mare, e opposte alla medesima: altre maggiori di essa, altre minori; tutte però, fuorchè quella che abitiamo, non ancora vedute da noi»</quote>.</p>
            <p>E certamente i confini della terra abitata fissati dagli antichi erano oltremodo angusti. Degli antipodi non si avea notizia tra il volgo. La zona torrida si credea disabitata a causa dell'eccessivo calore. Lo stesso supponevasi delle due frigide a cagione del freddo. La terra abitata si ristringeva dunque, secondo la opinione volgare, alle due zone temperate di un solo emisfero. Ma come la zona torrida, che stimavasi inaccessibile, trovasi frapposta a queste zone, si congetturava solamente che quella che trovasi al di là della torrida fosse abitata, senza che di ciò si avesse sicura notizia. Il mondo abitato pertanto, di cui si avea positiva contezza, non era maggiore, secondo gli antichi, di quelle terre che giacciono nella zona temperata settentrionale di un solo emisfero. Virgilio, parlando delle cinque zone, suppone inabitabili la torrida e le due frigide: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Vergilius</emph>, Georg. Lib. I, v. 233, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Quinque tenent coelum zonae, quarum una corusco</l>
                  <l>Semper sole rubens et torrida semper ab igni;</l>
                  <l>Quam circum extremae dextra laevaque trahuntur</l>
                  <l>Caerulea glacie concretae atque imbribus atris.</l>
                  <l>Has inter mediamque duae mortalibus aegris</l>
                  <l>Munere concessae Divum: et via secta per ambas,</l>
                  <l>Obliquus qua se signorum verteret ordo.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Così Tibullo: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Tibullus</emph>, Eleg. Lib. IV, Carm. I, v. 151, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Nam circumfuso considit in aere tellus,</l>
                  <l>Et quinque in partes toto disponitur orbe.</l>
                  <l>Atque duae gelido vastantur frigore semper.</l>
                  <l>Illic et densa tellus absconditur umbra,</l>
                  <l>Et nulla incepto perlabitur unda liquore,</l>
                  <l>Sed durata riget densam in glaciemque nivemque,</l>
                  <l>Quippe ubi non unquam Titan superingerit ortus.</l>
                  <l>At media est Phoebi semper subiecta calori,</l>
                  <l>Seu propior terris aestivum fertur in orbem,</l>
                  <l>Seu celer hibernas properat decurrere luces.</l>
                  <l>Non ergo presso tellus consurgit aratro,</l>
                  <l>Nec frugem segetes praebent, nec pabula terrae:</l>
                  <l>Non illic colit arva Deus Bacchusve Ceresve,</l>
                  <l>Nulla nec exustas habitant animalia partes.</l>
                  <l>Fertilis hanc inter posita est, interque rigentes,</l>
                  <l>Nostraque, et huic adversa solo pars altera nostro,</l>
                  <l>Quas utrinque tenens similis vicinia coeli,</l>
                  <l>Temperat, alter et alterius vires necat aer.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Così pure Ovidio: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Ovidius</emph>, Metam. Lib. I, v. 45, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Utque duae dextra coelum totidemque sinistra</l>
                  <l>Parte secant zonae, quinta est ardentior illis;</l>
                  <l>Sic onus inclusum numero distinxit eodem</l>
                  <l>Cura Dei, totidemque plagae tellure premuntur.</l>
                  <l>Quarum quae media est, non est habitabilis aestu,</l>
                  <l>Nix tegit alta duas. Totidem inter utramque locavit,</l>
                  <l>Temperiemque dedit mixta cum frigore flamma.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Lucrezio similmente dice, parlando della terra: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Lucretius</emph>, De Rerum Nat. Lib. V, 205, seq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Inde duas porro prope parteis fervidus ardor,</l>
                  <l>Assiduusque geli casus mortalibus aufert.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Anche Plinio si lagna di questa rapina del cielo. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Adde quod ex relicto plus abstulit coelum. Nam, cum sint eius quinque partes, quas vocant zonas, infesto rigore et aeterno gelu premitur omne, quidquid est subiectum duabus extremis utrinque circa vertices, hunc, qui Septentrio vocatur, eumque, qui adversus illi, Austrinus appellatur. Perpetua caligo utrobique, et alieno molliorum siderum aspertu, maligna ac pruina tantum alicans lux. Media vero terrarum, qua solis orbita est, exusta flammis et cremata, comminus vapore torretur. Circa duae tantum, inter exustam et rigentes temperantur: eaque ipsae inter se non perviae, propter incendium sideris. Ita terrae tres partes abstulit coelum.</quote>
                     <emph>Plinius</emph>, Hist. Natur. Lib. II, Cap. 68.</p>
               </note> Cicerone non fu più avveduto di lui. Egli cadde nell'errore commune, e credè le tre zone torrida e rigide sfornite di abitanti. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Cernis autem eamdem terram quasi quibusdam redimitam et circumdatam cingulis, e quibus duos maxime inter se diversos et cocli verticibus ipsis ex utraque parte subnixos obriguisse pruina vides: medium autem illum et maximum solis ardore torreri: duos habitabiles, quorum australis ille, in quo qui insistunt, adversa nobis urgent vestigia, nihil ad vestrum genus.</quote>
                     <emph>Cicero</emph>, Somn. Scipion. num. VI.</p>
               </note> Macrobio, quel voluminoso commentatore di Cicerone, fu ben lungi dall'emendare il fallo del suo autore. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Hi velut duo sunt cinguli, quibus terra redimitur, sed ambitu breves, quasi extrema cingentes. Horum uterque habitationis impatiens est, quia torpor ille glacialis, nec animali, nec frugi vitam ministrat; illo enim aere corpus alitur, quo herba nutritur. Medius cingulus, et ideo maximus, aeterno afflatu continui caloris ustus, spatium, quod et lato ambitu et prolixius occupavit, nimietate fervoris facit inhabitabile victuris. Inter extremos vero et medium duo maiores ultimis, medio minores, ex utriusque vicinitatis intemperie temperantur, hisque tantum vitales auras natura dedit incolis carpere.</quote>
                     <emph>Macrobius</emph>, in Somn. Scipion. Lib. II, Cap. 5.</p>
               </note> Egli confessa che il solo raziocinio e non positive novelle faceano conoscere che la zona temperata meridionale era abitata da qualche vivente, di cui non potea nemmeno determinarsi la natura. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Licet igitur sint hae duae mortalibus aegris munere concessae Divum, quas diximus temperatas, non tamen ambae zonae hominibus nostri generis indultae sunt, sed sola superior... incolitur ab omni quale scire possimus hominum generi: Romanive Graecive sint vel barbarae cuiusque nationis. Illa vero (inferior)... sola ratione intelligitur, quod propter similem temperiem similiter incolitur; sed a quibus non licuit unquam nobis nec licebit agnoscere. Interiecta enim torrida utrimque hominum generi commercium ad se denegat commeandi.</quote>
                     <emph>Macrobius</emph>, l. c.</p>
               </note> Questo era confessarsi bene ignoranti in geografia, e concedere al genere umano un assai ristretto spazio di terreno. Ma Macrobio mostra ancora di non saper ragionare, poichè mentre suppone quasi come certo che la zona temperata meridionale sia abitata, dice poi che la natura de' suoi abitanti è affatto sconosciuta. Egli non sapea nemmeno che essi esistessero, ma lo deducea dall'analogia: e da questa avrebbe potuto dedurre anche con maggior fondamento che quegli abitatori non altri erano che uomini. Quanto alla predizione che gli uomini delle regioni settentrionali non avrebbono potuto mai traversare la zona torrida per recarsi ai paesi meridionali, la quale Macrobio non ha temuto di avventurare, essa prova che il buon uomo non era miglior profeta che geografo o dialettico.</p>
            <p>Per conoscere l'errore commune intorno alle tre zone torrida e frigide, avria convenuto possedere delle cognizioni geografiche, che gli antichi non poteano acquistar facilmente. Però gli uomini più grandi, partecipando in ciò alla pubblica ignoranza, parteciparono ancora all'errore universale. Una vecchia tradizione insegnava che tre zone erano disabitate; non aveasi quasi notizia alcuna che facesse conoscere il contrario; quindi niuno esitava ad abbracciare la opinione commune. Non si trattava qui di ragione, ma di esperienza. Questa mancava, e vi vollero dei secoli perchè essa sopraggiungesse ad istruire i nostri padri. Anche Aristotele credè che l'estremo calore e l'eccessivo freddo rendessero le regioni polari ed equinoziale incapaci di essere abitate. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Aristoteles</emph>, Metereolog. Lib. II, Cap. 5.</p>
               </note> Diceano gli Stoici, al riferir del Laerzio, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Diogenes Laertius</emph>, in Vita Zenonis Cittiei, Lib. VII, seg. 156.</p>
               </note> che <quote>«cinque sono le zone sopra la terra. La prima settentrionale, situata al di là del circolo artico, inabitabile per il freddo: la seconda temperata: la terza chiamata torrida, inabitabile per l'ardore del caldo: la quarta temperata, posta dall'altra parte: la quinta australe, inabitabile a causa del freddo»</quote>. L'autore di una breve opera astronomica attribuita per errore ad Eratostene e anche ad Ipparco, scrive che la zona <quote>«boreale tutta elevata è inabitabile e ghiacciata... la equinoziale divisa dall'orizzonte in due parti uguali è inabitabile ed arsa... l'australe totalmente invisibile è inabitabile e fredda»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Pseudo–Eratosthenes</emph>, ad Arati Phaenom. Cap. 9.</p>
               </note> Queste medesime parole leggonsi presso Achille Tazio. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Achilles Tatius</emph>, Isag. ad Arati Phaenom. Cap. 29.</p>
               </note> Pomponio Mela, geografo certamente non dispregevole, adottò la medesima opinione. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">In duo latera, quae hemisphaeria nominantur, ab Oriente divisa (terra) ad Occasum, zonis quinque distinguitur. Mediam aestus infestat, frigus ultimas. Reliquae habitabiles, paria agunt anni tempora, verum non pariter. Antichthones alteram, alteram nos incolimus. Illius situs ob ardorem intercedentis plagae incognitus: huius dicendus est.</quote>
                     <emph>Pomponius Mela</emph>, De situ orbis, Lib. I, Cap. 1.</p>
               </note> Così Orazio, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Horatius</emph>, Carm. Lib. I, Od. 22, v. 27.</p>
               </note> che chiamò la regione torrida <foreign lang="lat">domibus negatam</foreign>: così Servio illustrando il luogo di Virgilio riferito di sopra, nel quale descrivonsi le cinque zone: <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Bene extremae addidit, ne eas intelligeremus, quae circa igneam sunt, quas constat esse temperatas vicinitate caloris et frigoris; quarum unam habitamus, alteram antipodes: ad quos hinc torrente zona, hinc frigidis ire prohibemur. Antipodes autem dicuntur, qui contra nos positi sunt contrariis vestigiis. Terram enim dicunt undique coelo et aere cingi. Per has autem duas zonas in obliquum vertitur signifer circulus, qui solis continet cursum. Unde etiam fit ut duae zonae frigidissimae sint, ad quas numquam accedit; una fervens, aqua numquam pene recedit; duae temperatae, ad quas vicissim accedit.</quote>
                     <emph>Servius</emph>, ad Vergil. Georg. Lib. I, v. 235.</p>
               </note> così tra i Padri S. Isidoro, <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Sed fingamus eas in modum dexterae nostrae ut pollex sit circulus arcticus, frigore inhabitabilis; secundus, circulus therinus, temperatus, habitabilis; medius, circulus isemerinus, torridus, inhabitabilis; quartus, circulus chimerinus, temperatus, habitabilis; quintus, circulus antarcticus, frigidus, inhabitabilis... Sed ideo equinoctialis circulus inhabitabilis est, quia sol medium coelum currens, nimium istis locis facit fervorem, ita ut nec fruges ibi nascantur propter exustam terram nec homines propter nimium ardorem habitare permittantur. At contra, septentrionalis et australis circuli sibi coniuncti, idcirco non habitantur, quia a cursu solis longe positi sunt, nimioque coeli rigore ventorumque gelidis flatibus conctabescunt.</quote>
                     <emph>S. Isidorus</emph>, De Nat. Rerum, Cap. 10.</p>
               </note> il quale recita questi versi di Varrone:</p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>At quinque aetherius zonis accingitur orbis,</l>
                  <l>Ac vastant imas hiemes mediamque calores;</l>
                  <l>Sic terrae extremas inter mediamque coluntur,</l>
                  <l>Qua solis valido nunquam rota ferveat igne.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Beda mostra di tener per abitabili le sole zone temperate, <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Ambas dicunt habitabiles, id est habitationi habiles, et nec frigoris immanitate nec caloris, mortalium a se repellentes accessum: quamvis unam solummodo probare possunt habitatam.</quote>
                     <emph>Beda</emph>, De temp. ratione. Cap. 32.</p>
               </note> e il suo scoliaste Brideferto dice espressamente <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Quinque circulis mundus dividitur, quorum distinctionibus quaedam partes temperie sua incoluntur; quaedam, immanitate frigoris aut caloris inhabitabiles existunt. Primus est septentrionalis, frigore inhabitabilis, cuius sidera nobis numquam occidunt. Secundus, solstitialis a parte signiferi excelsissima nobis ad septentrionalem versus, temperatus, habitabilis. Tertius, aequinoctialis, medio ambitu signiferi orbis incendens, torridus, inhabitabilis. Quartus australis, a parte humillima signiferi ad austrinum polum versus, temperatus, habitabilis. Quintus, australis, circa verticem austrinum, qui terra tegitur frigore inhabitabilis.</quote>
                     <emph>Bridefertus</emph>, Schol. ad Bed. l. c.</p>
               </note> che le altre zone sono inabitabili.</p>
            <p>Alcuni però tra gli antichi, alquanto più cauti, asserendo che le zone frigide erano inabitabili, non ardirono affermar lo stesso della torrida, e si contentarono almeno di lasciare in dubbio se essa lo fosse, o no. Del numero di questi fu Achille Tazio, il quale disse bensì che <quote>«due zone sono inabitabili per l'eccesso del freddo»</quote>; <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Achilles Tatius</emph>, Isag. ad Arati Phaenom. Cap. 29.</p>
               </note> ma aggiunse che la zona torrida da alcuni dicevasi inabitabile, da altri abitata: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Idem</emph>, l. c.</p>
               </note> e altrove nominò due fautori di quest'ultima sentenza, Panezio ed Eudoro. <quote>«Certuni però,» <seg type="inciso">così egli,</seg>
                  <note place="foot">
                     <p>
                        <emph>Idem</emph>, Fragm. Isag. ad Arati Phaen. Cap. 6.</p>
                  </note> «tra i quali contansi Panezio stoico ed Eudoro accademico, dicono che la zona torrida è abitata e che l'aria vi è temperata, sì perchè assai frequenti sono quivi i venti Etesii, sì perchè lo spirare di questi confonde e mesce in quei luoghi le esalazioni fresche con quelle del grande Oceano, dal che il calore rimane mitigato»</quote>. Anche Eratostene dice presso Strabone, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Strabo</emph>, Geograph. Lib. II.</p>
               </note>
               <quote>«che la regione equinoziale è temperata»</quote>: quanto però ai paesi situati nelle zone frigide, egli canta presso Achille Tazio: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Eratosthenes</emph>, in Mercur. ap. Achill. Tat. Isag. ad Arati Phaenom. Cap. 29.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg>
                  <l>Ma giaccion tristi questi luoghi e muti,</l>
                  <l>Nè di mortale il piede orma v'impresse.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Polibio scrisse un libro sopra gli abitatori delle regioni vicine alla equinoziale, in cui mostrò che questi abitatori veramente esistevano. Gemino, che cita quel libro ora perduto, si accorda con Polibio; <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Geminus</emph>, Elem. Astron. Cap. 13.</p>
               </note> ma delle zone polari scrive che esse <quote>«diconsi frigide e inabitabili a causa del freddo»</quote>: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Idem</emph>, l. c. Cap. 12.</p>
               </note> nè fa cenno di disapprovare questo sentimento. Proclo dice espressamente che quelle zone non sono abitabili: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Proclus</emph>, Sphaer. Cap. 14.</p>
               </note> della torrida quanto a ciò non fa motto. Sappiamo da Strabone <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Strabo</emph>, Geograph. Lib. II.</p>
               </note> che Posidonio asserì <quote>«essere abitabile più della metà dello spazio»</quote> compreso nella zona torrida. E molto più anticamente Pitagora pronunciò, al riferir di Plutarco, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Plutarchus</emph>, De Plac. Philos. Lib. IV, Cap. 14.</p>
               </note>
               <quote>«esser la terra corrispondentemente al globo di tutto il cielo divisa in cinque zone, cioè, l'artica, l'estiva, l'invernale, la equinoziale e l'antartica; e da quella tra queste, che tiene il luogo di mezzo, venire indicato il mezzo della terra, e perciò quella zona esser detta torrida. Questa essere abitabile e temperata, trovandosi tra la zona estiva e la invernale»</quote>.</p>
            <p>Se Pitagora trovò la regione di mezzo della terra, altri furono più fortunati, e giunsero a trovare il punto di mezzo della sua superficie. Problema veramente difficile potrà sembrare a taluno quello di trovare il punto medio sulla superficie di un globo; ma convien ricordarsi che gli antichi non si lasciavano come noi atterrire dalle difficoltà, che d'altronde essi non erano sì pazzi da attribuire alla terra la figura di una palla, che contro un fatto certo e contestato da scrittori degni di fede non valgono argomenti, e che infine, se gli uomini non erano capaci di trovare il punto desiderato, non può negarsi che Giove avesse il potere di farlo. Ora egli appunto fu quello che ritrovollo; ciò che deve chiudere la bocca agli scettici importuni. Come però lo stesso Giove onniveggente non si fidava della sua vista per determinare l'importantissimo punto, egli si appigliò all'espediente sicuro di far partire nello stesso tempo due aquile da due estremità opposte della terra e di osservare il luogo in cui esse si sarebbono incontrate insieme. L'incontro avvenne sul monte Parnaso, su cui le due aquile stanche si fermarono per riposare. Perciò Stazio dà a questo monte il nome di medio: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Statius</emph>, Thebaid. Lib. I, v. 118, seq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Audiit et medius coeli Parnasos et asper</l>
                  <l>Eurotas.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Sul qual luogo scrive Luttazio Placido: <quote>«A ragione disse <emph>medio</emph>, perciocchè il Parnaso appellasi l'umbilico della terra. Poichè Giove volendo conoscere qual fosse il luogo di mezzo del mondo, fece partire, come è fama, due aquile dall'Oriente verso l'Occidente, e queste, stanche dopo lungo volare si fermarono sulla sommità del Parnaso»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Bene medius, quia umbilicus terra Parnasus dicitur. Nam cum Iuppiter mundi medium locum vellet agnoscere, ab Ortu ad Occasum duas aquilas dimisisse fertur quae volatu lassae, in Parnasi vertice consederunt.</quote>
                     <emph>Luctatius Placidus</emph>, Schol. ad Stat. l. c.</p>
               </note> Il fatto è ricordato ancora da Pausania, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Pausanias</emph>, in Phocid. Lib. X.</p>
               </note> e da Claudiano in quei versi: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Claudianus</emph>, Prol. in Panegyr. Consulat. Manl. Theodori, v. 11, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Iuppiter, ut perhibent, spatium cum discere vellet</l>
                  <l>Naturae, regni nescius ipse sui,</l>
                  <l>Armigeros utrimque duos aequalibus alis</l>
                  <l>Misit ab Eois occiduisque plagis.</l>
                  <l>Parnasus geminos fertur iunxisse volatus,</l>
                  <l>Contulit alternas Pythius axis aves.</l>
                  <l>Princeps non aquilis terram cognoscere curat;</l>
                  <l>Certius in nobis aestimat imperium.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>La città di Delfo adunque, situata sul declivio del monte Parnaso, fu creduta occupare il luogo di mezzo della terra. Si vedeano nel suo fastoso tempio due aquile d'oro, destinate a perpetuare la memoria della grande operazione geometrica di Giove.</p>
            <quote rend="block">
               <lg>
                  <l>Ove la gran sacerdotessa un tempo</l>
                  <l>Fra l'aquile di Giove auree sedendo:</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>disse Pindaro. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Pindarus</emph>, Pyth. Od. 4, v. 6, seqq.</p>
               </note> Non altro forse che coteste aquile erano quelle che Strabone ingiuriosamente chiama <quote>«due immagini di cotesta favola»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Strabo</emph>, Geograph. Lib. IX.</p>
               </note> Malgrado la precauzione che si era avuta di fabbricare queste aquile e di collocarle presso al tripode della Pizia, le controversie intorno al memorabile avvenimento non poterono evitarsi. Taccio che molti lo trattarono di favola, tra i quali lo scellerato Epimenide, che canta presso Plutarco: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Epimenides</emph>, ap. Plutarch. De Orac. Defectu.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg>
                  <l>Non v'ha del mar, non della terra il mezzo;</l>
                  <l>E se pur un ve n'ha, questo agli Dei,</l>
                  <l>Non ai mortali è noto.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Ma non devesi ommettere che in luogo delle aquile altri supposero che Giove avesse inviati dei corvi, altri dei cigni, come leggiamo presso lo scoliaste di Pindaro, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Plutarchus</emph>, De Orac. Defec.</p>
               </note> e in quel luogo di Plutarco: <quote>«Spacciano... che certe aquile o certi cigni partiti dalle estremità della terra, venissero ad incontrarsi insieme nel suo mezzo, cioè nella Pitone, vicino a quel luogo che chiamasi umbilico»</quote>. Cotesto umbilico è mentovato anche da Pindaro.</p>
            <quote rend="block">
               <lg>
                  <l>All'umbilico della terra orrisona</l>
                  <l>Andando nel recarci al tempio Delfico:</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>dice egli cominciando un'ode: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Pindarus</emph>, Pyth. Od. 6, v. 4, seq.</p>
               </note> ed altrove: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Idem</emph>, l. c. Od. 8, v. 83, seq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg>
                  <l>Femmisi incontro, allor che della terra</l>
                  <l>Al famoso umbilico io mi recava.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Euripide afferma <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Euripides</emph>, Ion. v. 223, seq.</p>
               </note> che</p>
            <quote rend="block">
               <lg>
                  <l>In verità nella magion d'Apollo</l>
                  <l>È della terra l'umbilico:</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>e altrove canta: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Idem</emph>, l. c. v. 461, seq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg>
                  <l>Ov'è di Febo il suolo, ove nel mezzo</l>
                  <l>Dell'umbilico è la sua sede.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Egli fa dire ad Egeo da Medea: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Idem</emph>, in Medea.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg>
                  <l>E perchè della terra all'umbilico</l>
                  <l>A consultar l'oracolo n'andasti?</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Nomina Sofocle <quote>«gli oracoli che partono dal mezzo della terra, ove è l'umbilico»</quote>: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Sophocles</emph>, Oedip. Tyran. v. 468.</p>
               </note> e Cn. Manlio dice presso Tito Livio che i Galli aveano saccheggiata anche Delfo che era l'umbilico della terra. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Etiam Delphos quondam, commune humani generis oraculum, umbilicum orbis terrarum, Galli spoliaverunt.</quote>
                     <emph>Titus Livius</emph>, Hist. Rom. Lib. XXXVIII, Cap. 48.</p>
               </note> Per testimonianza di Pausania, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Pausanias</emph>, in Phoc. Lib. X.</p>
               </note> gli abitanti di Delfo mostravano anche una pietra bianca, la quale diceano essere appunto l'umbilico della terra. Questa pietra, a dir di Strabone, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Strabo</emph>, Geograph. Lib. IX.</p>
               </note> conservavasi involta in delle fasce.</p>
            <p>Siffatta ridicola opinione intorno all'umbilico terrestre non da altro ebbe origine che dall'essersi creduto il tempio di Delfo situato nel mezzo della terra, come chiaramente afferma lo stesso Strabone. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Idem</emph>, l. c.</p>
               </note>
               <quote>«Esso trovasi,» <seg type="inciso">dic'egli di quel tempio,</seg> «posto quasi nel mezzo di tutta la Grecia, computando sì quella che è al di là, sì quella che è al di qua dell'Istmo. Si è anche creduto che esso occupasse il luogo di mezzo di tutta la terra abitata, perlochè è stato chiamato Umbilico della terra»</quote>. Gli antichi, scrive Agatemero, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Agathemerus</emph>, Compendiar. Geograph. Exposit. Lib. I, Cap. 1.</p>
               </note>
               <quote>«asserirono aver la terra abitata la figura di un cilindro; nel mezzo di essa trovarsi la Grecia, e Delfo nel mezzo di questa, poichè occupa l'umbilico della terra»</quote>. Ci ha conservati Cicerone quei versi di autore il cui nome non è noto: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Cicero</emph>, De Divinat. Lib. II, Cap. 56.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>O sancte Apollo, qui umbilicum certum terrarum obsides,</l>
                  <l>Unde superstitiosa primum saeva evasit vox fera.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Sopra questo luogo scrive Varrone: <quote>«Credono che umbilico sia qui detto, perchè Delfo è il luogo di mezzo della terra, come l'umbilico lo è del corpo umano.. ciò è falso, poichè nè Delfo è situato nel mezzo della terra, nè l'umbilico occupa il luogo di mezzo del nostro corpo»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Umbilicum dictum aiunt ab umbilico nostro, quia is medius locus sit terrarum, ut umbilicus in nobis... Quod utrumque est falsum, neque hic locus est terrarum medius, neque noster umbilicus est homini medius.</quote>
                     <emph>Varro</emph>, De Ling. lat. Lib. VI, Cap. 6.</p>
               </note> Soggiunge poi: <quote lang="lat">Praeterea si quod medium, id est, umbilicus, ut pila terrae, non Delphis medium est, terrae et medium non hoc. Sed quod vocant Delphis in aede foramen, adlatum est quiddam in thesauri speciem, quod Graeci <foreign lang="grc">ὀμhgr;αλόν</foreign> umbilicum dixerunt.</quote> Ma certamente egli prende abbaglio e la favola delle due aquile e il racconto di Strabone, di Plutarco e di Pausania i quali meglio di lui erano informati delle opinioni volgari dei Greci, mostrano che questi teneano Delfo per il luogo di mezzo della Grecia, e perciò pazzamente stimavano che ivi si trovasse l'umbilico della terra: seppur non voglia conciliarsi Varrone cogli altri autori, dicendo che prima si credè dal volgo aversi in Delfo l'umbilico della terra, e poi quella città si stimò situata nel mezzo di essa appunto perchè ne possedea l'umbilico; la quale opinione sarà però sempre contraria a quella di Strabone, espressa nelle parole che riferii poco sopra.</p>
            <p>Ed egli è certo che la parola umbilico soleasi adoperare dagli antichi per significare il mezzo di qualunque cosa. Plauto ne fa uso per esprimere il meriggio: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Plautus</emph>, Menaechm. Act. I, Scen. 2, v. 45.</p>
               </note>
               <quote lang="lat">Dies quidem iam ad umbilicum est dimidiatus mortuus</quote>.</p>
            <p>Solino nomina l'umbilico di una gemma. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Zmilaces in ipso Euphratis alveo legitur, gemma ad imaginem marmoris Proconnesi, nisi quod in medio umbilico lapidis istius, glaucum, ut oculi pupilla, internitet.</quote>
                     <emph>Solinus</emph>, Polyhist. Cap. 37.</p>
               </note> Il luogo di mezzo della Sicilia appellavasi l'umbilico dell'isola, come apparisce da un passo di Cicerone. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Ex Ennensium nemore, qui locus, quod in media est insula situs, umbilicus Siciliae nominatur.</quote>
                     <emph>Cicero</emph>, in Verr. Orat. 6.</p>
               </note> Si credeva ancora di conoscere il luogo in cui trovavasi secondo il modo di parlare degli antichi, l'umbilico dell'Italia. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">In agro reatino Cutillae lacum, in quo fluctuet insula, Italiae, umbilicum esse M. Varro tradidit.</quote>
                     <emph>Plinius</emph>, Hist. nat. Lib. III, Cap. 12. Umbilicum, ut Varro tradit, in agro reatino habet Italia. <emph>Solinus</emph>, Polyhistor. Cap. 8.</p>
               </note> Nella ottava regione di Roma trovavasi, a dire di P. Vittore, <note place="foot">
                  <p>Umbilicus urbis Romae. <emph>P. Victor</emph>, De Region. urb. Rom. Reg. 8.</p>
               </note> l'umbilico di questa città. Quello della Grecia, benchè secondo la venerabile tradizione universalmente ricevuta si trovasse nella città di Delfo, vale a dire, nella Focide, fu però da alcuni collocato nell'Etolia, come vedesi presso Tito Livio. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Iam primum Aetolos, qui umbilicum Graeciae incolerent, in armis eum inventurum.</quote>
                     <emph>Titus Livius</emph>, Hist. Rom. Lib. XXXV, Cap. 18.</p>
               </note> Anche il luogo di mezzo dei tempii dei Cristiani chiamavasi l'umbilico della chiesa. <quote>«Fa egli una croce,» <seg type="inciso">scrive Marco Monaco,</seg>
                  <note place="foot">
                     <p>
                        <emph>Marcus Hieromonachus</emph>, Declarat. Dub. Typici, Cap. 16.</p>
                  </note> «d'innanzi alle porte regie, non altrimenti che nell'umbilico o sia nel mezzo del tempio»</quote>. Anastasio Bibliotecario dice che il papa Benedetto III <quote>«per cuoprire l'umbilico della confessione nella chiesa di S. Pietro fece un coperchio d'oro purissimo»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">In Ecclesia B. Petri, ad cooperiendum umbilicum confessionis, fecit cooperculum ex auro purissimo.</quote>
                     <emph>Anastasius bibliothecarius</emph>, De Vit. Rom. Pontif. in Vita Bened. III.</p>
               </note>
            </p>
            <p>Dell'umbilico della terra è fatta menzione anche nel libro di Ezechiele: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Ezechiel</emph>, Cap. 38, v. 12.</p>
               </note>
               <quote lang="lat">
                  <emph>Et super populum, qui est congregatus ex gentibus, qui possidere coepit, et esse habitator in medio terrae</emph>: <foreign lang="grc">ἐgr;ὶ τὸν ὀμhgr;αλὸν τῆς γῆς</foreign>, <emph>nell'umbilico della terra</emph>
               </quote>, come interpretano i Settanta. Questo luogo e quell'altro dello stesso profeta: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Idem</emph>, Cap. 5, v. 5.</p>
               </note>
               <quote lang="lat">
                  <emph>Ista est Hierusalem, in medio gentium posui eam, et in circuitu eius terras</emph>
               </quote>; fecero credere agli Ebrei ed ai Cristiani antichi che si raccogliesse dalla Scrittura esser Gerusalemme situata nel mezzo della terra. Piacque questa sentenza anche a S. Girolamo. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Hierusalem in medio mundi sitam hic idem propheta testatur, umbilicum terrae eam esse demonstrans. Et Psalmista nativitatem exprimens Domini, «Veritas,» inquit, «de terra orta est»: ac deinceps passionem: «Operatus est» inquit, «salutem in medio terrae». A partibus enim Orientis, cingitur plaga quae appellatur Asia; a partibus Occidentis eius, quae vocatur Europa; a Meridie et Austro, Libya et Africa; a Septentrione, Scythis, Armenia, atque Perside et cunctis Ponti nationibus. In medio igitur gentium posita est ut quia erat notus in Iudaea Deus, et in Israel magnum nomen eius, omnes in circuitu nationes illius sequerentur exempla, quae gentium circa se positarum impietatem secuta, vicit etiam ipsas in scelere suo.</quote>
                     <emph>S. Hieronymus</emph>, Commentar. in Ezechiel. Lib. II, ad l. c.</p>
               </note> Il Patriarca di Gerusalemme dice presso Eutichio ad Omar Califfo dei Saraceni che il luogo in cui Giacobbe vide dormendo la scala misteriosa trovasi nel mezzo della terra. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Eutychius Alexandrinus</emph>, Annal.</p>
               </note> Del Calvario canta S. Vittorino nel principio di un brevissimo poemetto falsamente da alcuni attribuito a S. Cipriano: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>S. Victorinus Pictaviensis</emph>, De Cruce Domini, v. 1, seq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Est locus, ex omni medium quem credimus orbe.</l>
                  <l>Golgotha Iudaei patrio cognomine dicunt.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>E l'autore del poema contro Marcione, ascritto per errore a Tertulliano: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Tertullianus</emph>, Adversus Marcionem, Lib. II, v. 196, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Golgotha... locus est, capitis calvaria quondam;</l>
                  <l>Lingua paterna prior sic illum nomine dixit,</l>
                  <l>Hic medium terrae est, hic est victoria signum.</l>
                  <l>Os magnum hic veteres nostri docuere repertum,</l>
                  <l>Hic hominem primum suscepimus esse sepultum.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Pietro Apollonio Collazio, scrittore molto più recente, dice di Gerusalemme: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Collatius</emph>, De excid. Hierosolym. Lib. III.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Celsior at cunctis, Libyae ceu montibus Atlas,</l>
                  <l>Extabat Solyme: medium telluris apertae</l>
                  <l>Credita habere locum, titulo quoque Delphica quo se</l>
                  <l>Insula iactavit magnis auctoribus olim.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Anche Marco Antonio Coccio Sabellico, contemporaneo del Collazio, scrive, parlando della nascita di Cristo, che la Giudea è situata quasi nel mezzo della terra. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Natalis terra multo aptior fuit ad mysterium in omnes gentes propagandum, quam si remotiore aliqua mundi plaga lux illa esset orta. Est Iudaea terrarum fere media.</quote>
                     <emph>Sabellicus</emph>, Ennead. VII, Lib. 1.</p>
               </note> Tra gli Ebrei, il famoso rabbino del secolo decimoterzo, David Kimchi, dice che la terra abitabile si divide in sette parti, e che Gerusalemme è situata nel mezzo di quella parte che tra queste è la media. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>David Kimchi</emph>, Commentar. in Psalm. 87.</p>
               </note> Egli stima che Ezechiele nel secondo dei luoghi addotti di sopra, dicendo che Gerusalemme è situata <foreign lang="lat">in medio gentium</foreign>, intende dire che essa trovasi nel mezzo della terra abitabile. Salomone Isaacide, altro rabbino, rende ancora più interessante la posizione di Gerusalemme, dicendo che, secondo Ezechiele, essa occupava il luogo di mezzo del mondo. Punto veramente misterioso!</p>
         </div1>
         <div1>
            <head>Capo 13</head>
            <head>DEL TUONO</head>
            <p>Si teme generalmente il tuono. Questo timore non è irragionevole come quello degli spiriti. Ma esso è inutile e dannoso. Il filosofo deve evitare tutto ciò che è tale. È vero che è impossibile far violenza alla propria ragione, ma questa stessa può presentarci dei riflessi capaci di calmare i nostri timori, e farci considerare la cosa sotto un aspetto proprio ad incoraggiarci. Il coraggio è la qualità delle anime grandi, e non è opposto alla ragione. Ora esso brilla principalmente in mezzo ai pericoli reali. È d'uopo il coraggio per superare lo spavento cagionato dalle idee chimeriche, dalla forza della fantasia e da quella di una cattiva educazione. Ma la più nobile proprietà del coraggio è quella di render l'uomo intrepido in mezzo ai pericoli veri e di togliere alla ragionata considerazione dei medesimi la forza d'intimorire e di abbattere gli animi. L'uomo coraggioso conserva la sua fermezza negl'incontri più critici, e questa stessa serve ben d'ordinario a fargli trovare lo scampo. Così, dopo aver disprezzato il pericolo, egli lo supera riportando due vantaggi dal suo coraggio, l'uno di essersi preservato dalla smaniosa azione dello spavento, e l'altro di avere colla sua presenza di spirito evitato il male che lo minacciava. Non è assai commune nei nostri climi che il tuono annunzi un pericolo reale imminente. Bene spesso il timore che esso ispira è cagionato da una lontana previdenza, a cui l'esito non corrisponde che rare volte. Assai più raramente avviene che il pericolo abbia effetto, e che alcuno sia colpito dal fulmine. Si è calcolata la quantità di quelli che in un dato tempo e in un dato numero di persone incontrano questa sorte; ed è inutile il ripetere qui che molti altri pericoli, i quali non sogliono esser temuti, sono ben più fatali al genere umano che la folgore. Non v'ha dunque mestieri di un gran coraggio per conservarsi tranquillo in mezzo alla tempesta.</p>
            <p>Io non so se una ben regolata educazione possa contribuir molto a bandir dagli animi o a diminuire il timore di quei fenomeni che hanno qualche cosa di spaventoso. Ho veduti dei fanciulli, che sapeano appena balbettare, darsi a piangere di botto allo scoppiar violento di qualche tuono, ma ciò faceano essi indifferentemente all'udire qualsivoglia strepito straordinario. Il fragore cessa di essere un oggetto di spavento per il fanciullo cresciuto e capace di qualche riflessione, il quale comincia a conoscere la causa dello strepito che ode. Ma quanto ai tuoni egli è ancora pauroso, perchè udendone la cagione, la trova terribile e capace di destare spavento. Converrebbe adunque nascondergli studiosamente la vera causa di questo fenomeno, e farglielo riguardare come un effetto naturale del tutto indifferente, appunto come si fa della pioggia e della neve, che non hanno conseguenze funeste; continuando questa condotta sino al tempo, in cui l'allievo uscito dall'età dell'ignoranza, madre della timidezza, cominci a conoscere il coraggio, e a disprezzare almeno in parte i pregiudizi dell'infanzia e le chimere che nella fanciullezza avea considerate come cose palpabili. Ogni cura però sarebbe inutile, se il fanciullo giungesse a ravvisare sul volto dei suoi educatori qualche turbamento o qualche inquietudine nel tempo della tempesta. Il silenzio stesso potrebbe destare nel loro animo dei sospetti che bisogna evitare con ogni diligenza. Fa d'uopo affettare innanzi a loro della indifferenza e una perfetta tranquillità. Vi vogliono uomini coraggiosi per far degli allievi magnanimi.</p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Fortes creantur fortibus et bonis;</l>
                  <l>Est in iuvencis, est in equis patrum</l>
                  <l>Virtus, neque imbellem feroces</l>
                  <l>Progenerant aquilae columbam:</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>disse ottimamente Orazio. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Horatius</emph>, Carm. Lib. IV, Od. 4, v. 29, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <p>Era naturale che i primi uomini, atterriti dalla folgore, e vedendola accompagnata da uno strepito maestoso e da un imponente apparato di tutto il cielo, la credessero cosa soprannaturale, e derivata immediatamente dall'Essere supremo. L'agricoltore primitivo fuggendo per una vasta campagna, mentre la pioggia sopraggiunta improvvisamente, strepita sopra le messi e rovescia con un rombo cupo sopra la sua testa; mentre il tuono, che sembra essersi innoltrato verso di lui scoppia più distintamente e gli rumoreggia d'intorno; mentre il lampo, assalendolo con una luce trista e repentina, l'obbliga di tratto in tratto a batter le palpebre; rompendo col petto la corrente di un vento romoroso che gli agita impetuosamente le vesti, e gli spinge in faccia larghe onde di acqua, vede di lontano nella foresta una quercia tocca dal fulmine. Da quel momento egli riguarda quell'albero come sacro, concepisce per esso una venerazione mista di orrore, e non ardisce più avvicinarsi al luogo ove il fulmine è caduto. Il tuono e la folgore furono annoverati fra gli attributi della Divinità e fra gl'indizi più manifesti del suo supremo potere. Quindi quelle belle parole di Orazio: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Idem</emph>, l. c. Lib. III, Od. 5, v. 1, seq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Coelo tonantem credidimus Iovem</l>
                  <l>Regnare:</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>alle quali somigliano quelle di Lucano:</p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Per fulmina tantum</l>
                  <l>Sciret adhuc solum coelo regnare Tonantem.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Pindaro sembra paragonare il tuono a un destriero velocissimo: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Pindarus</emph>, Olymp. Od. 4, v. 1, seq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg>
                  <l>O vibratore altissimo del tuono</l>
                  <l>Dall'instancabil piè, Giove sovrano.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Più communemente soleasi dai poeti riguardare il tuono come il carro di Giove. Orazio, pentito delle sue iniquità, dice che il fragore di questo terribile carro lo ha fatto ravvedere, e ha cagionata la sua conversione: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Horatius</emph>, Carm. Lib. I, Od. 34, v. 3, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Nunc retrorsum</l>
                  <l>Vela dare atque iterare cursus</l>
                  <l>Cogor relictos: namque Diespiter,</l>
                  <l>Igni corusco nubila dividens</l>
                  <l>Plerumque, per purum tonantes,</l>
                  <l>Egit equos volucremque currum</l>
                  <l>Quo bruta tellus et vaga flumina,</l>
                  <l>Quo Styx et invisi harrida Taenari</l>
                  <l>Sedes atlanteusque finis</l>
                  <l>Concutitur.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Altrove egli canta in un'apostrofe a Giove: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Idem</emph>, l. c. Od. 12, v. 58, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Tu gravi curru quaties Olympum,</l>
                  <l>Tu parum castis inimica mittes</l>
                  <l>Fulmina lucis.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Jarba, presso Virgilio, esclama parlando allo stesso Nume: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Vergilius</emph>, Aeneid. Lib. IV, v. 208, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>An te, genitor, cum fulmina torques,</l>
                  <l>Nequidquam horremus? caecique in nubibus ignes</l>
                  <l>Terrificant animos, et inania murmura miscent?</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Di cotesta opinione popolare, che facea riguardare il tuono e la folgore come cose soprannaturali, parla Cicerone, il quale la considera come un effetto del timore e della meraviglia ispirata da quei fenomeni ai primi uomini. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Nonne perspicuum est, ex prima hominum admiratione, quod tonitrua, iactusque fulminum extimuissent, credidisse ea efficere rerum omnium praepotentem Iovem?</quote>
                     <emph>Cicero</emph>, De Divinat. Lib. II.</p>
               </note> Commodiano ne fa pur menzione allorchè grida parlando ai Gentili <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Commodianus</emph>, Adversus Paganos num. 6, v. 1, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Dicitis, o stulti, Iovis tonat, fulminat ipse.</l>
                  <l>Et si parvulitas sic sensit, cur annis ducentis</l>
                  <l>Fuistis infantes, numquid et semper eritis?</l>
                  <l>Versa in maturum infantia non capit aevum.</l>
                  <l>Lusus puerilis aetas cessit; sic et corda recedant.</l>
                  <l>Moribus virilibus consilia vestra debentur.</l>
                  <l>Insipiens ergo Iovem tonitruare tu credis?</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Si credè ancora empietà l'imitare il fragore del tuono e il far mostra di scagliare il fulmine, quasi ciò fosse un attribuirsi sacrilegamente quel che era proprio della Divinità. È celebre la favola di Salmoneo re di Elide, il quale, a dir di Virgilio, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Vergilius</emph>, Aeneid. Lib. VI, v. 586, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Dum flammas Iovis et sonitus imitatur Olympi</l>
                  <l>Quatuor... invectus equis, et lampada quassans,</l>
                  <l>Per Graiûm ponulos mediaeque per Elidis urbem</l>
                  <l>Ibat ovans, Divûmque sibi poscebat honorem,</l>
                  <l>Demens, qui numbos et non imitabile fulmen</l>
                  <l>AEre et cornipedum pulsu simularet equorum.</l>
                  <l>At pater omnipotens densa inter nubila telum</l>
                  <l>Contorsit; non ille faces nec fumea taedis</l>
                  <l>Lumina; praecipitemque immani turbine adegit.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Afferma anche Plutarco <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Plutarchus</emph>, Ad Principem indoct.</p>
               </note> che <quote>«Dio si adira contro coloro i quali imitano il romoreggiare del tuono e il lanciarsi dei fulmini e dei raggi»</quote>. E trovansi pure nella Scrittura dei luoghi, nei quali poeticamente si considerano il tuono e la folgore come cose soprannaturali e immediatamente derivate da Dio. Il Signore ha tuonato, dice il Salmista, l'Altissimo ha fatta udire la sua voce; ha fatto piover grandine e carboni accesi, ha scagliate le sue saette, e ha dissipati i suoi nemici, ha raddoppiati i suoi baleni, e li ha spaventati. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Et intonuit de coelo Dominus, et Altissimus dedit vocem suam; grando et carbones ignis. Et misit sagittas suas, et dissipavit eos: fulgura multiplicavit, et conturbavit eos.</quote> Psalmus 17, vers. 14, seq.</p>
               </note> Altrove egli esclama: <quote>«La voce del Signore galleggia sopra le acque: tuonò il Signore della maestà: il Signore è sopra una gran copia di acque»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Vox Domini super aquas; Deus maiestatis intonuit; Dominus super aquas multas.</quote> Psalmus 28, vers. 3.</p>
               </note> In una bella apostrofe all'Onnipotente egli lo esorta a scender giù per il cielo inchinato verso la terra, a far fumare i monti col suo tocco, ad atterrire gli empi collo sfolgorare dei suoi lampi, e a lanciare contro di essi le sue saette. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Domine, inclina coelos tuos, et descende: tange montes, et fumigabunt. Fulgura corruscationem, et dissipabis eos; emitte sagittas tuas, et conturbabis eos.</quote> Psalmus 143, vers. 5. seq.</p>
               </note> Nel primo dei Re si legge che il Signore <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Regum</emph>, Lib. I, Cap. 7, v. 10.</p>
               </note>
               <quote lang="lat">
                  <emph>intonuit... fragore magno super Philisthim et exterruit eos, et caesi sunt a facie Israel</emph>
               </quote>: e alquanto dopo, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Ibidem</emph>, Cap. 12, v. 18.</p>
               </note> che avendo Samuele pregato Iddio, <quote lang="lat">
                  <emph>dedit Dominus voces et pluvias</emph>
               </quote>. Si dice nell'Esodo che il Signore mandò contro gli Egiziani <quote>«tuoni e grandine e baleni che scorrevano sopra il suolo»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Dominus dedit tonitrua, et grandinem, ac discurrentia fulgura super terram.</quote> Exodi, Cap. 9, v. 23.</p>
               </note>
               <quote>«Ascoltate,» <seg type="inciso">dice Eliu nel libro di Giobbe,</seg> «la voce del Signore: <note place="foot">
                     <p>
                        <emph>Iob</emph>. Cap. 37, v. 2, 4, seq.</p>
                  </note>
                  <emph>audite auditionem in terrore vocis eius et sonum de ore illius procedentem... Post eum rugiet sonitus; tonabit voce magnitudinis suae, et non investigabitur, cum audita fuerit vox eius. Tonabit Deus in voce sua mirabiliter, quia facit magna et inscrutabilia</emph>»</quote>. L'autore dell'Ecclesiastico finalmente, esaltando la potenza e la magnificenza di Dio, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Eccles.</emph>, Cap. 43, v. 18.</p>
               </note>
               <quote lang="lat">
                  <emph>vox tonitrui eius, scrive, verberabit terram, tempestas aquilonis et congregatio spiritus</emph>
               </quote>.</p>
            <p>Avendo dunque il tuono e la folgore per effetti soprannaturali, gli antichi non tardarono molto a riguardarli come presagi e come indizi del futuro. Infatti, per qual fine avrebbe dovuto Giove tuonare di tempo in tempo, se ciò non era per annunziare agli uomini il futuro? Certamente egli non lo facea sempre per punire, poichè d'ordinario allo scoppiare del tuono o non comparia la folgore, o niuno ne era tocco. Convenia dunque credere che Giove tuonasse per qualche altra cagione, e si trovò ragionevolissimo il dire che egli lo facea per dare ai mortali qualche notizia dell'avvenire. Una tale opinione è antichissima. Presso Omero <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Homerus</emph>, Iliad. Lib. VII, v. 476, seqq.</p>
               </note> l'armata greca di sera sta banchettando. Si fa festa, e si beve con allegria. Improvvisamente si ascolta un tuono. L'augurio è creduto infausto. Una mano agghiacciata stringe tutti i cuori. La gioia cessa, e al riso succede la serietà taciturna e la gravità pensierosa. Si fanno libazioni a Giove, e si prega questo Nume ad allontanare dall'esercito greco la sventura minacciata dal tuono. I fulmini o i tuoni, veduti o uditi mentre il cielo compariva sereno, teneasi in singolar modo per misteriosi e terribili.</p>
            <quote rend="block">
               <lg>
                  <l>Forte tuonasti, o Giove, eppur il cielo</l>
                  <l>È stellato tuttor, nube non veggo:</l>
                  <l>Certo a qualche mortal vuoi dare un segno:</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>dice, presso Omero, una fantesca, che di notte sta macinando sola il formento, perchè le sue compagne, dopo averne macinato per lungo tempo, stanche si sono poste a dormire. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Homerus</emph>, Odyss. Lib. 20, v. 113, seq.</p>
               </note> Svetonio <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Post necem Caesaris reverso (Augusto) ab Apollonia et ingrediente eo urbem, repente liquido ac puro sereno circulus ad speciem coelestis arcus orbem solis ambiit, ac subinde Iuliae Caesaris filiae monimentum fulmine ictum est.</quote>
                     <emph>Svetonius</emph>, Vit. XII Caes. in Vita Aug. Cap. 95.</p>
               </note> e Plinio <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Pompeiano ex municipio M. Herennius Decurio, sereno die, fulmine ictus est.</quote>
                     <emph>Plinius</emph>, Hist. Nat. Lib. 2, Cap. 51.</p>
               </note> parlano di due fulmini, caduti, come essi dicono, a ciel sereno. Canta Ovidio: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Ovidius</emph>, Fast. Lib. 3, v. 367, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Dum loquitur, totum iam sol emoverat orbem:</l>
                  <l>Et gravis aetherio venit ab axe fragor.</l>
                  <l>Ter tonuit sine nube Deus, tria fulgura misit.</l>
                  <l>Credite dicenti.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Lucano: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Lucanus</emph>, Pharsal. Lib. 1, v. 533, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Tacitum sine nubibus ullis</l>
                  <l>Fulmen et arctois rapiens e partibus ignes,</l>
                  <l>Percussit Latiare caput:</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>e Cicerone: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Cicero</emph>, De Divinat. Lib. I.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Aut cum terribili perculsus fulmine civis</l>
                  <l>Luce serenanti vitalia lumina linquit.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Gli Etruschi singolarmente erano creduti abili a predire col mezzo dei fulmini, a determinare la loro significazione e a prescrivere ciò che era necessario di fare per espiare il tristo augurio, quando il fulmine presagiva cose infauste.</p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Recto si tramite servat</l>
                  <l>Sidera Chaldaeus, novit si gramina Colchus,</l>
                  <l>Fulgura si Tuscus, si Thessalus elicit umbras,</l>
                  <l>Si Lyciae sortes sapiunt, si nostra volatu</l>
                  <l>Fata loquuntur, aves, doctis balatibus Hammon</l>
                  <l>Si sanctum sub syrte gemit, si denique verum,</l>
                  <l>Phoebe, Themis, Dodona, canis; post tempora nostra</l>
                  <l>Iulius hic Augustus erit:</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>canta Sidonio Apollinare. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Sidonius Apollinaris</emph>, Panegyr. Majoriani, v. 259, seqq.</p>
               </note> Anche altrove egli fa menzione di cotesta invidiabile arte degli Etruschi: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Idem</emph>, Excusator. Ad. V. C. Felicem vers. 189, seq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Nec quae fulmine Tuscus expiato,</l>
                  <l>Septum Numina quaerit ad bidental.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Ne fa parola ancora Lucrezio in quel luogo: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Lucretius</emph>, De Rerum Nat. Lib. VI, v. 378, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Hoc est igniferi naturam fulminis ipsam</l>
                  <l>Perspicere, et qua vi faciat rem quamque videre;</l>
                  <l>Non tyrrhena retro volventem carmina frustra</l>
                  <l>Indicia occulte Divûm perquirere mentis,</l>
                  <l>Unde volans ignis pervenerit, aut in utram se</l>
                  <l>Verterit hic partem, quo pacto per loca saepta</l>
                  <l>Insinuârit et hinc dominatus ut extulerit se,</l>
                  <l>Quidve nocere queat de coelo fulminis ictus.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Ne parlano pure Cicerone, <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Prodigia, portenta ad Etruscos et haruspices, si senatus iusserit, deferunto, Etruriaeque principes disciplinam docento, quibus Divis creverint procuranto, iidemque fulgura atque obstita pianto.</quote>
                     <emph>Cicero</emph>, De leg. Lib. 2, Cap. IX.</p>
               </note> Seneca, il quale dopo aver detto che gli Etruschi erano eccellenti nell'arte di esaminare i fulmini, <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Quibus (Tuscis) summa persequendorum fulminum est scientia.</quote>
                     <emph>Seneca</emph>, Natural. Quaest. Lib. II, Cap. 32.</p>
               </note> cita più volte questi incomparabili maestri di un'arte sì necessaria; <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Idem</emph>, l. c. Cap. 41, 45, 50.</p>
               </note> Plinio <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Plinius</emph>, Hist. Nat. Lib. II, Cap. 52.</p>
               </note> e Servio, <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">In libris Etruscorum lectum est; iactus fulminum manubias dici: et certa esse numina possidentia fulminum iactus, ut Iovem, Vulcanum, Minervam. Unde cavendum est ne aliis hoc numinibus demus.</quote>
                     <emph>Servius</emph>, ad Vergil. Aeneid. Lib. I, v. 46.</p>
               </note> i quali accennano alcuni dogmi degli Etruschi, appartenenti alla scienza dei fulmini. In Roma, al riferir di Aulo Gellio, la statua di Orazio Coclite collocata nel Comizio fu percossa da un fulmine. Gli aruspici chiamati dall'Etruria perchè esaminassero il caso, crederono poter profittare di questa occasione per vendicarsi di quel famoso vincitore dei loro antenati, ordinando che la statua di lui fosse tolta dal suo luogo. Ma la furberia fu scoperta, e si stimò bene di ammonire in un modo efficace i maligni aruspici a diportarsi meglio in seguito, privandoli di vita. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Statua in Comitio posita Horatii Coclitis fortissimi viri de coelo tacta est. Ob id fulgur piaculis luendum, haruspices ex Etruria acciti, inimico atque hostili in populum romanum animo, instituerant eam rem contrariis religionibus procurare; atque illam statuam suaserunt in inferiorem locum perperam transponi, quem sol oppositu circum undique aliarum aedium nunquam illustraret. Quod cum ita fieri persuasissent, delati ad populum proditique sunt. Et cum de perfidia confessi essent, necati sunt.</quote>
                     <emph>Aulus Gellius</emph>, Noct. Attic. Lib. 4. Cap. 5.</p>
               </note> Questo trattamento un poco severo non avrebbesi potuto ripetere assai spesso. Gli aruspici fatti accorti del pericolo dalla prudenza, più valevole della aruspicina a manifestare il futuro, sarebbono scomparsi in un momento, e profondissime tenebre avrebbono nascosto l'avvenire agli occhi dei mortali. Abbiamo a congratularci colla umanità che gli antichi non abbian dato luogo a questa orribile sventura. Narra lo scoliaste di Persio essere stato in uso che degli auguri o degli aruspici etruschi in certi tempi seppellissero sotterra dei fulmini trasformati, come egli dice, in pietre. Tagete famosissimo ed antichissimo aruspice fu Etrusco. Pare che da un luogo di Arnobio possa dedursi che egli teneasi per l'inventore della scienza dei fulmini. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Antequam Tages tuscus oras contingeret luminis, quisquam hominum sciebat aut esse noscendum condiscendomque curabat in fulminum casibus,aut extorum quid significaretur in venis?</quote>
                     <emph>Arnobius</emph>, Adversus nation. Lib. 2.</p>
               </note> Ammiano Marcellino ricorda uno dei dogmi di questa scienza tratto dai Libri Tagetici. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">lIvis fulmine mox tangendos adeo hebetari, ut nec tonitrum nec maores aliquos possint audire fragores.</quote>
                     <emph>Ammianus Marcellinus</emph>, Hist. Lib. 17, Cap. 10.</p>
               </note>
            </p>
            <p>Non fa duopo addurre gli esempi assai noti di Augusto <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Svetonius</emph>, Vit. XII Caes., in Vita Caes. Aug. Cap. 90.</p>
               </note> e di Caligola <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Idem</emph>, l. c. in Vita Calig. Cap. 51.</p>
               </note> per mostrare che gli antichi, come i moderni, avean paura dei tuoni. In alcuni di essi questo timore era anche eccessivo. S. Edwige, prima duchessa di Polonia, e poi monaca, a dir dell'autore della sua vita pubblicata dal Surio, non trovava altro rimedio all'angoscia, dalla quale era sorpresa udendo tuonare, che quello di chiamare un sacerdote, dai quale fattosi cuoprire colle mani il capo, passava in orazione tutto il tempo della tempesta. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Coruscationes et tonitrua multum formidabat, quod his elementorum commotionibus extremi diei iudicium et divinae ultionis gladium ad memoriam revocaret, eaque commemorans tota contremisceret, et cum beato Iob, quasi tumente super e fluctus, semper Dominum timeret. Nec cessavit is tremor donec accitus aliquis sacerdos sacratas manus, pro divinae protectionis scuto, eius capiti imponeret, sub quarum umbraculo, tamquam iam secura de periculo evadendo, genuflexionibus et orationibus, durante tempestate, insistebat. Tranquillitate post intemperiem reddita, pro gratiarum actione illas manus osculabatur, quas idcirco putabat posse resistere noxiae potestati, ut iram Dei avertant, vel Deum iratum concilient, quod sacratae sint.</quote> Vita S. Hedwig. Cap. 5.</p>
               </note>
            </p>
            <p>Contro i fulmini gli antichi adoperavano vari rimedi molto efficaci. Augusto quell'amabile sanguinario che osservava i sogni e i prodigi con una diligenza nauseante, e tremava quando udia tuonare, si servia per calmare i suoi timori di una pelle di vitello marino, e si chiudea in luogo nascosto. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Tonitrua et fulgura paullo infirmius expavescebat, ut semper et ubique pellem vituli marini circumferret pro remedio, atque ad omnem maioris tempestatis suspicionem, in abditum et concameratum locum se reciperet.</quote>
                     <emph>Svetonius</emph>, Vit. XII Caes., in Vita Aug. Cap. 90.</p>
               </note> Infatti osserva Plinio che i timorosi credevano sicuri dal fulmine gli antri profondi e i paviglioni fatti della pelle del vitello marino, poichè, aggiunge egli, questo solo animale fra gli acquatici non è mai tocco dalla folgore. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Altiores specus tutissimos putant, aut tabernacula e pellibus belluarum, quas vitolos marinos appellant; quoniam hoc solum anmal ex marinis non percutiat (fulmen) sicut nec e volucribus aquilam, quae ob hoc armigera huius teli fingitur.</quote>
                     <emph>Plinius</emph>, Hist. Nat. Lib. 2, Cap. 55.</p>
               </note> Si attribuiva la medesima virtù alla pelle di iena, che i naviganti poneano sulla sommità delle loro vele, come apparisce da Plutarco. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Plutarchus</emph>, Conviv. quaest. Lib. 4, qu. 2, Lib. 5, qu. 9.</p>
               </note> Altri rimedi contro i fulmini ci vengono additati da Columella: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Columella</emph>, De Re rust. Lib. 10.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Utque Iovis magni prohiberet fulmina Tarchon,</l>
                  <l>Saepe suas sedes praecinxit vitibus albis.</l>
                  <l>Hinc, Amyttaonius docuit quae plurima Chiron,</l>
                  <l>Nocturnas volucres crucibus suspendit, et altis</l>
                  <l>Culminibus vetuit feralia carmina fiere.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>L'alloro, secondo gli antichi, era esente dal pericolo di venir percosso dalla folgore. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Ex iis quae terra gignuntur, lauri fruticem non icit (fulmen).</quote>
                     <emph>Plinius</emph>, Hist. Nat. Lib. 2, Cap. 55.</p>
               </note> Plinio sospetta che questa proprietà lo abbia reso degno di comparire sulla fronte dei trionfatori. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Manu satarum receptarumque in domos fulmine sola non icitur (laurus). Ob has causas equidem crediderim honorem ei habitum in triumphis.</quote>
                     <emph>Plinius</emph>, Hist. Nat. Lib. 15, Cap. 30.</p>
               </note> Tiberio Cesare, il quale temea grandemente i tuoni, quando il cielo mostravasi corrucciato, si cingeva il capo della sua corona di alloro. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Tonitrua... praeter modum expavescebat, et turbatiore coelo nunquam non coronam lauream in capite gestavit, quod fulmine afflari negetur id genus frondis.</quote>
                     <emph>Svetonius</emph>, Vit. XII Caes. in Vita Tiber. Cap. 69. <quote lang="lat">Tiberium principem, tonante coelo, coronari ea (lauro) solitum ferunt, contra fulminum metum.</quote>
                     <emph>Plinius</emph>, l. c. Lib. 15, Cap. 30.</p>
               </note> Il fico, come vedesi in Plutarco, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Plutarchus</emph>, Convival. quaestion. Lib. 4, quaest. 2, Lib. 5, quaest. 9.</p>
               </note> credevasi partecipare al privilegio dell'alloro. Contro i tuoni stimavansi pur buoni l'aglio ed altri oggetti additati da Columella. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Plurimi etiam infra cubilium stramenta, graminis aliquid, et ramulos lauri nec minus alii capita cum clavis ferreis subiciunt, quae cuncta remedia creduntur esse adversus tonitrua, quibus vitiantur ova pullique semiformes interimuntur.</quote>
                     <emph>Columella</emph>, De Re Rust. Lib. 8, Cap. 5.</p>
               </note> Ecco gli antichi ben provveduti di preservativi contro i micidiali effetti dell'elettricismo.</p>
            <p>Alcuni però tra essi, poco persuasi della efficacia di questi, ne suggerivano altri più sicuri, quali erano l'innocenza e la regolarità dei costumi. Presso Clemente Alessandrino <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Clemens Alexandrinus</emph>, Strom. Lib. V.</p>
               </note> dice Menandro Comico, in luogo del quale S. Giustino <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>S. Iustinus</emph>, De Monarchia.</p>
               </note> cita Filemone:</p>
            <quote rend="block">
               <lg>
                  <l>No, non darti a fuggir se il tuono ascolti</l>
                  <l>Quando di niuna colpa il cuor ti accusa;</l>
                  <l>No, chè presente ti riguarda Iddio.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Giovenale considera il timore dei tuoni e delle folgori come proprio solamente degli empi: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Iuvenalis</emph>, Sat. 13, v. 223, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Hi sunt qui trepidant et ad omnia fulgura pallent,</l>
                  <l>Cum tonat, exanimes primo quoque murmure coeli;</l>
                  <l>Non quasi fortuitus nec ventorum rabie, sed</l>
                  <l>Iratus cadat in terras et iudicet ignis.</l>
                  <l>Illa nihil nocuit: cura graviore timetur</l>
                  <l>Proxima tempestas, velut hoc dilata sereno.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Seneca da bravo stoico discorre a lungo contro la paura che si ha della tempesta. <quote>«Se non volete temer nulla,» <seg type="inciso">dic'egli,</seg> «pensate alla moltiplicità delle cose che sono da temersi»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Si vultis nihil timere, cogitate omnia esse timenda.</quote>
                     <emph>Seneca</emph>, Natur. Quaest. Lib. 6, Cap. 2.</p>
               </note> Egli non può soffrire che si smanii e si palpiti in udire i tuoni mentre non si temono tanti altri pericoli quasi ugualmente gravi: <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Quid enim dementius, quam ad tonitrua succidere et sub terram correpere fulminum metu? Quid stultius, quam timere nutationem aut subitos montium lapsus, irruptiones maris extra litus eiecti, cum mors ubique praesto sit, et undique occurrat, nihilque sit tam exiguum quod non in perniciem generis humani satis valeat?</quote>
                     <emph>Idem</emph>, l. c.</p>
               </note> e combatte i pregiudizi della sua età che rendevano più terribile la idea dei fulmini, facendoli riguardare come cose soprannaturali. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Illud quoque proderit, praesumere animo nihil horum Deos facere, nec ira Numinum aut coelum concuti aut terram. Suas ista causas habent: nec ex imperio saeviunt, sed ex quibusdam vitiis, ut corpora nostra, turbantur, et tunc, cum facere videntur iniuriam, accipiunt. Nobis autem ignorantibus verum, omnia terribilia sunt, utpote quorum metum raritas auget. Levius accidunt familiaria; ex insolito formido est maior. Quare autem quidquam nobis insolitum est? quia naturam oculis, non ratione comprehendimus... Quanto satius est causa inquirere, et quidem toto in hoc intentum animo!</quote>
                     <emph>Idem</emph>, l. c.</p>
               </note> Anche Cicerone impugna la opinione del volgo che teneva i tuoni e i fulmini per effetti misteriosi appartenenti alla scienza della divinazione. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Quod igitur vi naturae, nulla constantia, nullo rato tempore videmus effici, ex eo significationem rerum consequentium quaerimus? Scilicet, si ista Iuppiter significaret, tam multa frustra fulmina emitteret! Quid enim proficit cum in medium mare fulmen iacit? quid cum in altissimos montes? quod plerumque fit: quid cum in desertas solitudines? quid cum in earum gentium oras, in quibus haec ne observantur quidem?</quote>
                     <emph>Cicero</emph>, De Divinat. Lib. II, Cap. XIX.</p>
               </note> Due generali ateniesi, Pericle e Cabria, mostrarono nella tempesta quella intrepidezza che è indispensabile in un condottiere di esercito. La storia, che ci fa conoscere la loro prodezza nel combattere i nemici della patria, ci ha ancora conservata la memoria del loro valore nell'affrontare i nemici dello spirito e della tranquillità filosofica. Il primo di essi, al riferir di Frontino, <quote>«essendo caduto un fulmine nei suoi accampamenti, e intimoritisi i soldati, adunò l'esercito e percosse, alla presenza di tutti, due pietre l'una coll'altra, e trattone il fuoco, rassicurò i soldati insegnando loro che nella stessa guisa dalla collisione delle nubi producevasi il fulmine»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Cum in castra eius fulmen decidisset terruissetque milites, advocata concione, lapidibus in conspectu omnium collisis, ignem excussit sedavitque turbationem, cum docuisset similiter nubium attritu excuti fulmen.</quote>
                     <emph>Frontinus</emph>, Strategem. Lib. I, Cap. 12, num. 10.</p>
               </note> Il secondo, a dire dello stesso scrittore, mentre era per venire ad una battaglia navale, <quote>«caduto un fulmine avanti la sua nave, e spaventati i soldati per questo prodigio, Ora appunto, esclamò, abbiamo a cominciare la pugna, poichè Giove, il massimo dei Dei, ci ha mostrato che la sua Divinità accompagna la nostra flotta»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Excusso ante navem ipsius fulmine, exterritis per tale prodigium militibus, Nunc, inquit, potissimum ineunda pugna est, cum Deorum maximus Iupiter adesse numen suum classi nostrae ostendit.</quote>
                     <emph>Idem</emph>, l. c. num. 12.</p>
               </note>
            </p>
            <p>Ma già gli antichi aveano di che consolarsi udendo i tuoni, poichè questi arricchivano le loro cene. Essi andavan ghiotti dei funghi, specialmente di quelli che nascevano sui prati; onde disse Orazio: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Horatius</emph>, Sermon. Lib. 2, Sat. 4, vers. 20, seq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Pratensibus optima fungis</l>
                  <l>Natura est; aliis male creditur.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Plinio, dopo aver detto che v'ha una sorta di funghi velenosi, e che questi avean fatto morire al suo tempo molte persone che ne aveano mangiato, esclama con certa indignazione: <quote>«Che avidità è mai questa di un cibo sì frodolento?»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Quae voluptas tanta ancipitis cibi?</quote>
                     <emph>Plinius</emph>, Hist. Nat. Lib. 22. Cap. 23.</p>
               </note> E già Eparchide avea scritto che Euripide il Tragico avea trovata alla campagna una donna con tre figliuoli, due maschi e una femmina, tutti morti per aver mangiato dei cattivi funghi. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Eparchides</emph>, ap. Athenaeum Deipnos., Lib. II.</p>
               </note> Nondimeno Difilo, presso Ateneo, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Diphilus</emph>, ap. eumd. l. c.</p>
               </note> prevedendo che ad ogni patto si sarebbe voluto far uso di questo cibo, suggerisce una preparazione acconcia ad impedire che se ne risentano gli effetti dannosi, anche qualora fossero di specie per se stessa nociva. Era naturale che, essendo così avidi dei funghi gli antichi lo fossero ancora di quell'altro frutto della terra, che i Greci chiamavano <foreign lang="grc">ὕδνον</foreign>, i Latini <emph>tuber</emph>, e noi chiamiamo <emph>tartuffo</emph>. Ora questo appunto credevasi crescere e perfezionarsi col mezzo dei tuoni, onde una stagione tempestosa riputavasi feconda di buoni tartuffi. <quote>«Questi,» <seg type="inciso">dice Ateneo,</seg> «hanno, per quanto narrasi, delle qualità tutte loro proprie. Induriscono col mezzo delle piogge autunnali e dei tuoni, i quali esercitano sopra di essi una influenza singolare, quasi cause immediate del loro crescere»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Athenaeus</emph>, Deipn. Lib. II.</p>
               </note> Lo stesso narra Apollonio Discolo <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Apollonius Dyscolus</emph>, Hist. Comment. Cap. 47.</p>
               </note> sulla fede di Teofrasto: <quote>«I tartuffi,» <seg type="inciso">così egli,</seg> «fansi più duri quando i tuoni sono più frequenti, secondo afferma Teofrasto nella Storia delle piante»</quote>. Plinio si esprime sopra questo soggetto quasi colle stesse parole che Ateneo. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">De tuberibus haec traduntur peculiariter. Cum fuerint imbres autumnales ac tonitrua crebra, tunc nasci et maxime e tonitribus.</quote>
                     <emph>Plinius</emph>, Histor. Natural. Lib. 19, Cap. 3.</p>
               </note> Giovenale dice descrivendo un convito: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Iuvenalis</emph>, Sat. 5, v. 115, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Altilis et flavi dignus ferro Meleagri</l>
                  <l>Fumat aper; post hunc tradentur tubera, si ver</l>
                  <l>Tunc erit et facient optata tonitrua coenas</l>
                  <l>Maiores.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>
               <quote>«Mentre noi cenavamo in Elide,» <seg type="inciso">dice Plutarco,</seg>
                  <note place="foot">
                     <p>
                        <emph>Plutarchus</emph>, Convival. Quaest. Lib. 4, quaest. 2.</p>
                  </note> «Agamaco ci pose innanzi dei tartuffi di singolar grossezza. Mentre i convitati ne faceano le meraviglie, Veramente proruppe uno di essi, questi fanno onore ai tuoni che abbiamo uditi non ha molto»</quote>. Plutarco cerca la cagione di cotesta singolare influenza sui tartuffi attribuita ai tuoni, e la trova nella pioggia che suole accompagnarli, dicendo che le acque fulminali hanno certa virtù loro propria di penetrare la terra, e di farle produrre quelle frutta nascoste. Restava a render ragione di questa virtù; ma Plutarco non se ne impaccia e passa ad altro. Nelle sue Questioni Naturali però si propone d'indagare <quote>«perchè le acque piovane, che cadono mentre tuona e balena, siano più atte delle altre ad irrigare i semi»</quote>; <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Plutarchus</emph>, Qaest. Natural., qu. 4.</p>
               </note> e reca di ciò varie ragioni, che, per l'onore di Plutarco e della fisica del suo tempo, lasceremo di riferire.</p>
            <p>Altro benefico effetto dei tuoni, secondo alcuni, era quello di facilitare la produzione delle perle. <quote>«Dicono,» <seg type="inciso">scrive Ateneo,</seg>
                  <note place="foot">
                     <p>
                        <emph>Athenaeus</emph>, Deipn. Lib. 3.</p>
                  </note> «che quando i tuoni sono frequenti, e copiose le piogge, le pinne concepiscono più facilmente e generano grosse perle in gran numero»</quote>. Con Ateneo si accorda lo scoliaste di Giovenale. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Tubera tonitruis dicuntur nasci ut cochleae.</quote>
                     <emph>Scholiastes Iuven.</emph>, ad Sat. V.</p>
               </note> Nondimeno, a dir di Plinio, secondo altri, i tuoni e i baleni spaventavano le conchiglie e danneggiavano grandemente le perle, rendendole altrettanti aborti. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Si fulguret, comprimi conchas (tradunt), ac pro ieiunii modo minui. Si vero et tonuerit, pavidas ac repente compressas, quae vocant physemata efficere, speciem modo inani inflatam sine corpore, hos esse concharum abortus.</quote>
                     <emph>Plinius</emph>, Hist. Nat. Lib. 9, Cap. 35.</p>
               </note> Solino abbraccia questo sentimento, nel che è seguito da Ammiano. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Concussae vero saepissime metu fulgurum inanescunt, aut debilia pariunt, aut certe vitiis diffluunt abortivis.</quote>
                     <emph>Ammianus Marcellinus</emph>, Hist. Lib. 23, Cap. 6.</p>
               </note>
            </p>
            <p>Quanto ai prognostici meteorologici che gli antichi faceano col mezzo dei tuoni e di altri effetti naturali basti udire quel luogo di Beda: <quote>«Il sole sparso di macchie nel suo nascere o coperto di nuvole, presagisce un giorno piovoso. Se apparisce rosso, annunzia un giorno sereno, tempestoso se pallido; se sembra concavo, in guisa che splendendo nel mezzo mandi i suoi raggi verso mezzogiorno e tramontana, presagisce una tempesta umida e ventosa: se tramonta pallido tra nubi nere, il vento di tramontana. Il cielo rosso verso sera annunzia un giorno sereno, e tempestoso se rosseggia nella mattina. Il baleno da tramontana, il tuono da levante minacciano tempeste e un vento impetuoso di mezzogiorno. La luna, se nel quarto suo giorno è di colore simile all'oro, annunzia vento; se ha macchie nere nella estremità del corno, un mese piovoso nel principio; se nel mezzo, un plenilunio sereno. Quando l'acqua scintilla di notte presso ai remi dei naviganti, è imminente la tempesta. Quando i delfini saltano frequentemente sopra le onde, il vento è vicino a soffiare da quella parte verso la quale essi vanno, e da quella in cui le nubi squarciate lasciano vedere il sereno»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Sol in ortu suo maculosus, vel sub nube latens, pluvium diem praesagit; si rubeat, sincerum; si palleat, tempestosum; si concavus videtur, ita ut in medio fulgens radios ad austrum et aquilonem emittat, tempestate humidam et ventosam; si pallidus in nigras nubes occidat, aquilonem ventum. Coelum si vespere rubet, serenum diem; si mane, tempestosum significat. Ab aquilone fulgur et ab euro tonitrus, tempestatem, et ab Austro flatus aestum portendit. Luna quarta, si rubeat quasi aurum, ventos ostendit; si summo in corniculo maculis nigrescit, pluvium mensis exordium; si in medio, plenilunium serenum. Item cum aqua in nocturna navigatione scintillat ad remos, tempestas erit. Et cum delphini undis saepius exiliunt, quo illi feruntur inde ventus exurget et unde nubes discussae, coelum aperiunt.</quote>
                     <emph>Beda</emph>, De Nat. Rerum, Cap. 36.</p>
               </note> Verità incontrastabili e ben degne di ricevere tuttora omaggi ed applausi da moltissime menti con profitto incalcolabile dell'agricoltura.</p>
         </div1>
         <div1>
            <head>Capo 14</head>
            <head>DEL VENTO E DEL TREMUOTO</head>
            <p>Il timore avea fatto riguardare il tuono e la folgore come cose soprannaturali. Esso fece qualche cosa di più riguardo al vento. Per sua opera si attribuì a questo la divinità. Si videro degli alberi agitarsi e crollare, mentre per l'aria udivasi un soffiar veemente e un romor forte, quasi di torrente che dall'alto precipitasse con empito. Guardando intorno, non vedeasi cosa che cagionasse quel soffio. Questo fenomeno inconcepibile colpì gli uomini primitivi. Essi si prostrarono stupefatti, e adorarono il Nume sconosciuto che passava invisibile sopra le loro teste. I venti ebbero e sacrifici <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Sanchoniathon</emph>, ap. Euseb. Praep. Evang. Lib. I, Cap. 10. <emph>Strabo</emph>, Geograph. Lib. 15. <emph>Vergilius</emph>, Aeneid. Lib. 3, v. 120. <emph>Festus</emph>, De Verb. significat. <emph>Aelianus</emph>, Hist. Animal. Lib. 7, Cap. 27.</p>
               </note> ed altari, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Plato</emph>, in Phaedro. <emph>Pausanias</emph>, in Corinthiacis, Lib. 2.</p>
               </note> e perfino dei tempii. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Seneca</emph>, Natural. Quaest. Lib. 5, Cap. 17.</p>
               </note> Essi furono dunque considerati come Dei. Quindi era ben giusto che si assegnasse un'anima a ciascuno di loro. Non si mancò a questo dovere, e i venti furono tenuti espressamente per animati. <quote lang="lat">
                  <emph>Numquid suas animas expiraverunt venti?</emph>
               </quote> dice Arnobio. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Arnobius</emph>, Adversus Nation. Lib. I.</p>
               </note> La voce <emph>anima</emph> presso gli scrittori latini è spesse volte sinonima di vento. Dice Lucrezio: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Lucretius</emph>, De Rerum Nat. Lib. 5, v. 1228, seq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Non Divûm pacem votis adit? ac prece quaesit</l>
                  <l>Ventorum pavidus paces animasque secundas?</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Altrove egli nomina le anime dell'aria: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Idem</emph>, l. c. v. 237.</p>
               </note>
               <quote lang="lat">
                  <emph>Aurarum leves animae</emph>
               </quote>: E più volte usurpa la voce <foreign lang="lat">animae</foreign>, per significar <foreign lang="lat">venti</foreign>, come fa ancora Orazio in quel luogo: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Horatius</emph>, Carm. Lib. 4. Od. 12, v. 1, seq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Iam veris comites, quae mare temperant,</l>
                  <l>Impellunt animae lintea Traciae;</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>e come fa pure Virgilio, allorchè fa dire a Venere da Vulcano: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Vergilius</emph>, Aeneid. Lib. 8, v. 401, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Quidquid in arte mea possum promittere curae,</l>
                  <l>Quod fieri ferro liquodove potest electro,</l>
                  <l>Quantum ignes animaeque valent, absiste precando</l>
                  <l>Viribus indubitare tuis.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Forse questo costume di scrivere <emph>anima</emph> per <emph>vento</emph>, ebbe origine dalla conformità della voce <emph>anima</emph> colla parola <foreign lang="grc">ἄνεμος</foreign> che in greco vale <emph>vento</emph>; come par che supponga Servio. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">«Animae»: Venti <foreign lang="grc">ἀgr;ὸ τῶν ἀνέμων</foreign>... Unde et anima dicitur, quod secundum aliquos ventus est: ut, «Atque in ventos vita recessit»</quote>. <emph>Servius</emph>, ad Vergil. l. c.</p>
               </note> Forse anche l'error popolare, che attribuiva l'anima ai venti, derivò in parte dalla medesima origine. In greco la voce <foreign lang="grc">gr;νεῦμα</foreign> vale al tempo stesso <emph>spirito</emph> e <emph>vento</emph>.</p>
            <p>Coteste buone anime, dando segno di tratto in tratto della loro presenza, somministravano agli auguri argomento di formar prognostici e di pronunciar vaticini.</p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Ne mihi tunc, moneo, lituos atque arma volenti</l>
                  <l>Obvius ire pares ventisque aut alite visa</l>
                  <l>Bellorum proferre diem:</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>dice presso Stazio ad un augure il formidabile Capaneo. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Statius</emph>, Thebaid. Lib. 3, v. 664, seqq.</p>
               </note>
               <quote>«Sogliono gli auguri,» <seg type="inciso">scrive lo scoliaste di quel poeta, Luttazio Placido,</seg> «trar notizia del futuro dal soffiare dei venti»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Solent augures ventorum flatibus futura agnocere.</quote>
                     <emph>Luctatius Placidus</emph>, Schol. ad Stat. l. c.</p>
               </note> Si avea per cattivo augurio il soffiar di un vento importuno, che in tempo del sacrificio turbasse la fiamma che sorgeva dall'altare. Se però nel bruciarsi dei cadaveri si alzava un vento propizio che animasse e dilatasse le fiamme onde ardeva il rogo, ciò prendeasi per fausto augurio: e però, dato fuoco alla pira, soleansi pregare i venti a secondarne l'azione. Achille presso Omero, vedendo che il rogo di Patroclo tarda ad ardere completamente, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Homerus</emph>, Iliad. Lib. 23, v. 194, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg>
                  <l>Con promesse e preci</l>
                  <l>Zeffiro invoca ed Aquilon, libando</l>
                  <l>Con tazza d'òr, perchè volando a un tratto</l>
                  <l>Sveglin sul rogo strepitosa fiamma,</l>
                  <l>Che il morto corpo in un momento involi.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Di siffatto costume trovasi chiaro indizio anche presso Erodiano, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Herodianus</emph>, Hist. Rom. Lib. 4.</p>
               </note> come pure in quel luogo di Properzio: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Propertius</emph>, Eleg. Lib. 4, El. 7, v. 31, seq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Cur ventos non ipse rogis, ingrate, petisti?</l>
                  <l>Cur nardo flammae non oluere meae?</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>I venti, come Mercurio, furono stimati dagli antichi Dei messaggeri. Si credè volgarmente che essi portassero le preghiere dei mortali agli orecchi dei Numi maggiori, ovvero le disperdessero per l'aria. <quote lang="lat">
                  <emph>Partem aliquam, venti divûm referatis ad aures!</emph>
               </quote> dice il pastor Dameta presso Virgilio; <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Vergilius</emph>, Ecl. 3, v. 73.</p>
               </note> e Venere presso Ovidio: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Ovidius</emph>, Metamorph. Lib. 10, v. 642, seq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Detulit aura preces ad me non invida blandas,</l>
                  <l>Motaque sum, fateor.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>All'opposto altra volta Virgilio dice di Ascanio: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Vergilius</emph>, Aeneid. Lib. 9, v. 312, seq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Multa patri mandata dabat portanda. Sed aurae</l>
                  <l>Omnia discerpunt et nubibus irrita donant.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>E Tibullo canta di se stesso: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Tibullus</emph>, Eleg. Lib. I, El. 5, v. 35, seq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Haec mihi fingebam quae nunc Eurusque Notusque</l>
                  <l>Iactat odoratos vota per Armenios.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Fu anche sentimento commune degli antichi, espresso spesse volte dai poeti, che gli Dei scorressero il mondo portati dai venti, servendosene come di destrieri. Però Giove, presso Stazio, dice a Mercurio: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Statius</emph>, Thebaid. Lib. I, v. 292, seq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Quare, impiger ales,</l>
                  <l>Portantes praecede Notos, Cyllenia proles.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Di questa opinione si hanno vestigi anche nelle sacre lettere. Il Signore, dice il Salmista, <note place="foot">
                  <p>Psalmus 17, v. 11.</p>
               </note>
               <quote lang="lat">
                  <emph>ascendit super cherubim et volavit: volavit super pennas ventorum</emph>
               </quote>. Iddio sta per comparire ad Elia. Lo precede un vento turbinoso, che spezza le pietre e squassa le rupi, ma l'Onnipotente non trovasi nel vento. Dopo questo si sente un orribile tremuoto, onde traballano i monti, ma il Signore non è nel tremuoto. Segue un fuoco devastatore, che s'avvanza menando strepito e si dilata minaccioso, ma il fuoco non è la sede di Dio. Egli viene finalmente in un venticello placido, che sibila leggermente all'orecchio di Elia. Allora questi si copre il viso col mantello e si pone sul limitare della spelonca dell'Oreb. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Et ecce Dominus transit, et spiritus grandis et fortis subvertens montes, et conterens petras ante Dominum: non in spiritu Dominus. Et post spiritum commotio: non in commotione Dominus. Et post commotionem ignis: non in igne Dominus. Et post ignem sibilus aurae tenuis. Quod cum audisset Elias, operuit vultum suum pallio, et stetit in ostio speluncae, et ecce vox ad eum.</quote> Regum Lib. 3, Cap. 19, v. 11, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <p>Fra le ammirabili prerogative dagli antichi attribuite al vento, non mancò quella di saper dissetare e far l'ufficio dei liquidi. Infatti apprendiamo da essi che nell'isola di Zacinto, quando spiravano i venti Etesii, i capri per risparmio di acqua si volgeano dalla parte di Aquilone, e si poneano colla bocca aperta ricevendo il vento fresco e abbeverandosi in questa guisa, senza curarsi poi di bere altro. Di ciò fa testimonianza Antigono Caristio, il quale visse intorno al tempo di Pirrone. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Aristocles</emph>, ap. Euseb. Praep. Ev. Lib. 14, Cap. 18.</p>
               </note> Dopo aver riferita altra cosa pur meravigliosa, cioè che nel paese dei Fillii, gente di Bitinia, le gregge non bevono che ogni cinque giorni, <quote>«più mirabile», <seg type="inciso">soggiunge,</seg>
                  <note place="foot">
                     <p>
                        <emph>Antigonus Carystius</emph>, Hist. Mir. Collect. Cap. 143.</p>
                  </note> «è ciò che accade in Zacinto. Poichè, quando spirano i venti Etesii, i capri di quell'isola si pongono colla bocca aperta rivolti verso Borea, e dopo ciò non cercano più acqua, nè bevono»</quote>.</p>
            <p>Che più? Si credè che il vento impregnasse le cavalle della Lusitania e di Cappadocia, quasi non fosse poi assai lontano dal vero ciò che narra Omero del vento Borea, che trasformato in cavallo impregnò alcune bellissime cavalle del re Erittonio, e ne ebbe dodici vaghe figliuole, sì veloci che correvano sopra le spighe senza romperle e sopra il mare senza affondarsi e senza aver bisogno di nuotare. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Homerus</emph>, Iliad. Lib. 20, v. 223, seqq.</p>
               </note> Virgilio dice delle cavalle in generale: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Vergilius</emph>, Georg. Lib. 3, v. 272, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Vere magis, quia vere calor redit ossibus, illae</l>
                  <l>Ore omnes versae in zephyrum stant rupibus altis,</l>
                  <l>Exceptantque leves auras, et saepe sine ullis</l>
                  <l>Coniugiis vento gravidae, (mirabile dictu!)</l>
                  <l>Saxa per et scopulos et depressas convalles</l>
                  <l>Diffugiunt: non, Eure, tuos, neque Solis ad ortus,</l>
                  <l>In Borean Caurumque, aut unde nigerrimus Auster</l>
                  <l>Nascitur et pluvio contristat frigore coelum.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Si può perdonare questo sproposito a un poeta che seguiva un'opinione volgare del suo tempo; ma è cosa intollerabile che un autor grave come Varrone abbia spacciata questa favola come storia certissima, e come verità di fatto incontrastabile. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">In foetura res incredibilis est in Hispania sed est vera, quod in Lusitania ad Oceanum in ea regione, ubi est oppidum Olysippo, monte Tagro, quaedam e vento certo tempore concipiunt equae, ut hic gallinae quoque solent, quarum ova hypanemia appellantur. Sed ex his equis, qui nati pulli, non plus triennium vivunt.</quote>
                     <emph>Varro</emph>, De Re Rust. Lib. II, C. 5.</p>
               </note> Columella <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Cum sit notissimum etiam in sacro monte Hispaniae, qui procurrit in occidentem iuxta oceanum, frequenter equas sine coitu ventrem pertulisse, foetumque educasse, qui tamen inutilis est, quod triennio, prius quam adolescat, morte absumitur,... dabimus operam ne circa aequinoctium vernum, equae desideriis naturalibus angantur.</quote>
                     <emph>Columella</emph>, De Re Rust. Lib. 6, Cap. 27.</p>
               </note> e Plinio <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Ab Ana ad Sacrum, Lusitani. Oppida memorabilia... in ora Olysippo, equarum e Favonio vento conceptu nobile.</quote>
                     <emph>Plinius</emph>, Hist. Nat. Lib. 4, Cap. 22. <quote lang="lat">Constat in Lusitania circa Olyssiponem oppidum et Tagum amnem equas Favonio flante obversas, animalem concipere spiritum, idque partum fieri, et gigni pernicissimum ita; sed triennium vitae non excedere.</quote>
                     <emph>Idem</emph>, l. c. Lib. 8, Cap. 43. <quote lang="lat">Primus et conceptus, flare incipiente vento Favonio, fere VI idus Feb. hoc enim maritantur vivescentia e terra, quo etiam equae in Hispania.</quote>
                     <emph>Idem</emph>, l. c. Lib. 16 Cap. 25.</p>
               </note> l'hanno ripetuta, e Servio l'ha riferita sulla fede di Varrone. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Hoc etiam Varro dicit, in Hispania ulteriore, verno tempore equas nimio ardore commotas, contra frigidiores ventos ora patefacere ad sedandum calorem, et eas exinde concipere et edere pullos, licet veloces, diu tamen minime duraturos: nam brevis admodum vitae sunt.</quote>
                     <emph>Servius</emph>, ad Verg. Georg. Lib. 3, v. 290.</p>
               </note> Tutti questi però non hanno parlato che della Lusitania. Essi si sono contentati di trattenerci sui figli del vento nati in questo paese. Ma la meraviglia non si limitò a questa provincia. Solino, il quale, da fedel seguace di Plinio avea detto che le cavalle di Lisbona concepivano allo spirare del vento Favonio, <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Olyssiponis equae... spirante Favonio vento concipiunt, et sitientes viros aurarum spiritu maritantur.</quote>
                     <emph>Solinus</emph>, Polyhist.</p>
               </note> avendo poi parlato della Cappadocia, ci assicura che <quote>«le cavalle partoriscono i puledri, dei quali le fe' gravide il vento ma che questi non vivono mai più di tre anni»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Edunt equae ex ventis conceptos, sed hi nunquam ultra triennium aevum trahunt.</quote>
                     <emph>Idem</emph>, l. c.</p>
               </note> Egli dice ciò delle cavalle in generale, ma S. Agostino credè che ciò dovesse intendersi delle cavalle di Cappadocia. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">In Cappadocia etiam vento equas concipere, eosdemque fetus non amplius triennio vivere.</quote>
                     <emph>S. Augustinus</emph>, De Civ. Dei. Lib. 20, Cap. 5.</p>
               </note> Questo Padre però fu più accorto degli altri scrittori. Egli non diede questa storia per certa. Avendola letta presso autori rispettabili, stimò che si potesse esitare a rigettarla. Disse che i luoghi ove il fatto credeasi accadere erano accessibili a tutti, e che ciascuno poteva andare a esaminar la cosa per conoscere se il racconto fosse vero. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Quo si quisquam ire voluerit et potuerit, utrum vera sint explorabit.</quote>
                     <emph>Idem</emph>, l. c.</p>
               </note> Giustino l'Istorico fu più coraggioso. Egli disprezzò assolutamente l'autorità degli scrittori che spacciavano quella favola, e credè anche potere indicare ciò che aveale dato origine. <quote>«Molti autori,» <seg type="inciso">scrive egli,</seg> «hanno detto che nella Lusitania, presso il fiume Tago, le cavalle sono impregnate dal vento. Questa favola è nata dalla fecondità delle cavalle e dalla moltitudine delle gregge di cavalli che sono in quella provincia e nella Gallecia. Questi sono sì veloci, che non senza ragione possono sembrar generati dal vento stesso»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">In Lusitanis, iuxta fluvium Tagum, vento equas fetus concipere multi auctores prodiderunt; qua fabulae ex equarum fecunditate, et gregum multitudine natae sunt; qui tanti in Gallaecia et Lusitania, ac tam pernices visuntur, ut non immerito vento ipso concepti videantur.</quote>
                     <emph>Iustinus</emph>, Hist. Philippic. Lib. 44.</p>
               </note>
            </p>
            <p>Se il vento ed il tuono furono tenuti dagli antichi per cose soprannaturali, molto più dovea esserlo il tremuoto, quello che fendeva i monti e ne diroccava le cime, che apriva abissi spaventevoli sotto ai piedi degli uomini, che facea scomparire in un istante le messi e gli armenti, rovesciando, inghiottendo e cangiando quasi ad un tratto la faccia delle cose. Qual corpo più saldo e più stabile della terra nell'idea degli antichi? E qual forza poteano essi supporre nella natura, capace di scuotere e di conquassare una sì vasta mole? Al timore adunque, che naturalmente ispira il traballare della terra, andava unito presso gli antichi quello ancora più grande, che è cagionato dalla idea di un Essere superiore e onnipotente, irritato e in atto di punire. Interdetti e confusi, non sapendo a qual Nume attribuire l'improvviso scuotimento, che rendea mal sicuro il suolo sul quale posavano, gli antichi Romani si appigliarono al partito di offrir sacrifici dopo il tremuoto alla Divinità, senza determinare il Dio che intendeano di onorare. Di questa loro prudente risoluzione ci fa consapevoli Aulo Gellio. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Veteres Romani, cum in omnibus aliis vitae officiis, tum in constituendis religionibus, atque in diis immortalibus animadvertendis castissimi cautissimique; ubi terram movisse senserant nuntiatumve erat, ferias eius rei causa edicto imperabant. Sed Dei nomen, ita ut solet, cui servari ferias oporteret, statuere et edicere quiescebant, ne alium pro alio nominando, falsa religione populum alligarent. Eas ferias si quis polluisset, piaculoque ob hanc rem remotus esset, hostiam si <hi rend="sc">DEO</hi>, si <hi rend="sc">DEAE</hi> immolabat: idque ita ex decretis Pontificum observatum esse M. Varro dicit: quoniam et qua vi, et per quem Deorum Dearumve terra tremeret, incertum esset.</quote>
                     <emph>Aulus Gellius</emph>, Noct. Attic. Lib. 2, Cap. 28.</p>
               </note> I Lacedemoni meno cauti, dopo il tremuoto correvano a offrir sacrifizi e preghiere a Nettuno, che credevano autore di quello scuotimento, frequentissimo nel loro paese. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Diodorus Siculus</emph>, Bibliothec. Historic. Lib. XI. <emph>Cicero</emph>, De Divinat. Lib. I. <emph>Plinius</emph>, Hist. nat. Lib. 2, Cap. 79. <emph>Strabo</emph>, Geograph. Lib. 8. <emph>Plutarchus</emph>, in Vita Cimon. et amator. narrat. <emph>V. Maximus Tyrius</emph>, Dissertat. 25. <emph>Pausanias</emph>, in Laconic. Lib. 3, <emph>Polyaenus</emph>, De Strategem. Lib. 1, Cap. 51, num. 3. <emph>Aelianus</emph>, Var. Histor. Lib. 6, Cap. 7, <emph>Eustathius</emph>, ad Homer. Iliad. Lib. 2, Odys. Lib. 4.</p>
               </note>
               <quote>«Sentitosi un tremuoto,» <seg type="inciso">dice Senofonte,</seg>
                  <note place="foot">
                     <p>
                        <emph>Xenophon</emph>, De Rep. Lacaedemon.</p>
                  </note> «i Lacedemoni cantarono un Peane a Nettuno, a cui nel dì vegnente Agesipoli offrì un sacrificio»</quote>. Aristofane fa dire a Diceopoli: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Aristophanes</emph>, in Acharn.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg>
                  <l>Io Sparta abborro: affè quanto godrei,</l>
                  <l>Se di Tenaro il Dio scuotendo il suolo</l>
                  <l>Tutte gettasse le sue case a terra!</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Sempronio, console romano, nella guerra contro i Picenti, <quote>«sentitosi un tremuoto nel campo, mentre combattevasi», <seg type="inciso">scrive Floro,</seg> «placò la Dea Tellure promettendogli un tempio»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Tremente inter proelium campo, Tellurem Deam promissa aede placavit.</quote>
                     <emph>Florus</emph>, Epit. Rerum Roman. Lib. I, Cap. 19.</p>
               </note> Sotto l'impero di Gordiano III, avendovi avuto un tremuoto sì terribile, a dir di Capitolino, che le città, insieme coi popoli, ne furono inghiottite, si offrirono sacrifici agli Dei, dice lo stesso autore, per tutto il mondo.</p>
            <p>Non si mancò di riguardare, secondo il solito i tremuoti come indizi del futuro. Talvolta essi erano presi per segni fausti. Narra Plutarco <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Plutarchus</emph>, in Vita Ciceron.</p>
               </note> che un tremuoto, per quanto dicevasi, avea data occasione ai vati di predire che l'esilio di Cicerone non sarebbe stato di lunga durata. D'ordinario però il tremuoto riputavasi di sinistro augurio. Dione lo annovera spesse volte tra i presagi infausti, che precederono o sembrarono annunziare qualche grave sventura. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Dio. Cassius</emph>, Hist. Rom. Lib. 37, Cap. 25; Lib. 41, Cap. 14; Lib. 42, Cap. 26; Lib. 45, Cap. 17; Lib. 55, Cap. 22; Lib. 57, Cap. 14; Lib. 77, Cap. 25.</p>
               </note> Cicerone nella terza Catilinaria, prevalendosi accortamente della superstizione di quelli ai quali parlava, fa menzione del tremuoto come di un segno funesto. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Nam, ut illa omittam, visas nocturno tempore ab occidente faces, ardoremque coeli, ut fulminum iactus, ut terrae motus relinquam, ut omittam caetera que tam multa nobis consulibus facta sunt, ut haec quae nunc fiunt canere dii immortales viderentur.</quote>
                     <emph>Cicero</emph>, in Catil. Orat. 3.</p>
               </note> Lucano descrivendo i prodigi che presagirono gli orribili disastri vicini ad aggravare la repubblica per le discordie civili di Cesare e di Pompeo, così divisa il tremuoto: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Lucanus</emph>, Pharsal. Lib. I, vers. 552, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Tum cardine tellus</l>
                  <l>Subsedit, veteremque iugis nutantibus Alpes</l>
                  <l>Discussere nivem.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Di Giuliano imperatore dice l'autor della Epitome della Storia Augusta, attribuita ad Aurelio Vittore, che non bastarono a distoglierlo dal suo pensiero di far la guerra ai Persiani i prodigi che precederono la sua infelice spedizione contro quel popolo, tra i quali contossi il tremuoto. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Ita illum cupido gloriae flagrantior pervicerat, ut neque terrae motu, neque plerisque praesagiis, quibus vetabatur petere Persidem, adductus sit finem ponere ardori.</quote> De Vita, et Mor. Imp. Rom. Epit. Cap. 43.</p>
               </note> Floro nel luogo recato poco sopra dice solo che il console Sempronio promise un tempio alla Dea Tellure, essendo sentitosi un tremuoto mentre egli combatteva contro i Picenti: ma Frontino nota che il fenomeno turbò e scoraggiò ambidue gli eserciti, e specialmente il Picente, non come effetto naturale, ma come oggetto di timore superstizioso. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">T. Sempronius Gracchus cos. acie adversus Picentes directa, cum subitus terrae motus utrasque confudisset, exhortatione confirmavit suos, et impulit ut consternatum superstitione hostem invaderent adhortatusque devicit.</quote>
                     <emph>Frontinus</emph>, Strategem. Lib. I, Cap. 12, num. 3.</p>
               </note>
            </p>
         </div1>
         <div1>
            <head>Capo 15</head>
            <head>DEI PIGMEI E DEI GIGANTI</head>
            <p>Non fa duopo rifletter molto per conchiudere in forza del solo raziocinio, che gli antichi non aveano che un'ombra di storia naturale. Viaggi, osservazioni, esperienze avvedutezza sopra tutto e diffidenza per non restare ingannati dalle relazioni vaghe ed incerte, talvolta ancora assolutamente false di pochi viaggiatori, mancavano loro quasi del tutto; e però la loro storia naturale era in gran parte un ammasso di favole. La eterna durata degli errori relativi a questa scienza, i quali nati una volta non morivano più mai, e divenivano universali anche fra i dotti e fra gli scrittori di maggior grido, mostra bene quanto deboli fossero le forze della scienza stessa, che non giungeva mai a rialzarsi dopo una caduta, e che fornita di un troppo piccol numero di verità dimostrate, non potea farle valere per liberarsi dagli errori che la opprimevano ed impedivano il suo avvanzamento. Per avere un'idea dello stato in cui trovavasi anticamente la storia naturale basti esaminare quella parte della medesima che riguarda la razza umana, la quale sembrerebbe aver dovuto essere più conosciuta delle altre.</p>
            <p>Tutto il mondo civilizzato fu nei tempi antichi persuaso della esistenza di un popolo piccolissimo composto d'individui non più alti di uno o due cubiti, ai quali si dava il nome di Pigmei. Da Omero fino al risorgimento delle scienze si è sempre creduta questa fola, che tutti i dotti hanno tenuta per verità di fatto, come si tiene al presente l'esistenza dell'America. Una vita di venti secoli per un errore è pur vergognosa agli uomini e fatale alle scienze. Oltre Erodoto, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Herodotus</emph>, in Euterpe, Lib. II, Cap. 32.</p>
               </note> Ctesia, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Ctesias</emph>, in Indicis ap. Phot. Biblioth. Cod. 72.</p>
               </note> Filostrato, Aulo Gellio, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Aulus Gellius</emph>, Noct. Attic. Lib. 9, Cap. 4.</p>
               </note> Stefano Bizantino, Stazio, Claudiano, che tutti i moderni citano quando parlano dei Pigmei, fecero menzione di questo chimerico popolo, per tacere ora di altri, Sesto Empirico, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Sextus Empiricus</emph>, Adversus Mathemat.</p>
               </note> Esichio il Lessicografo, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Hesychius</emph>, in Lex. art. <foreign lang="grc">Νῶβαι</foreign>.</p>
               </note> Antonino Liberale, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Antoninus Liberalis</emph>, Metamorphos. Cap. 16.</p>
               </note> Luciano, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Lucianus</emph>, in Hermot. sive de sect.</p>
               </note> S. Agostino, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>S. Augustinus</emph>, De Civ. Dei, Lib. 16, Cap. 8.</p>
               </note> e l'autore del poemetto sulla Fenice, attribuito a Lattanzio, in quei versi: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Lactantius</emph>, Phoen. vers. 79, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Colligit hinc succos et odores divite silva,</l>
               </lg>
               <lg>
                  <l>Quos legit Assyrius, quos opulentus Arabs,</l>
                  <l>Quos aut Pygmeae gentes, aut India carpit,</l>
               </lg>
               <lg>
                  <l>Aut molli generat terra Sabaea sinu.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Gli antichi non sono concordi tra loro nel determinare il paese dei Pigmei. Aristotele li pone vicino alle sorgenti del Nilo. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Aristoteles</emph>, Histor. Animal. Lib. 8, Cap. 12.</p>
               </note> Altri assegnano loro l'Etiopia per dimora. Altri li trasportano un poco lontano da questa regione, e li collocano nell'India. Del numero di questi è Filostrato, che li pone verso la sorgente del Gange. Solino li colloca sui monti dell'India. <note place="foot">
                  <p>Montana Pygmaei tenent. <emph>Solinus</emph>, Polyhist.</p>
               </note> Anche Plinio avea udito dire che essi abitavano su quelle montagne, <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Indus statim a Prasiorum gente, quorum in montanis Pygmaei traduntur.</quote>
                     <emph>Plinius</emph>, Hist. Nat. Lib. 6, Cap. 19. <quote lang="lat">Supra hos, extrema in parte montium Spithamaei Pygmaei narrantur, ternas spithamas longitudine, hoc est, ternos dodrantes non excedentes, salubri coelo, semperque vernante, montibus ab Aquilone oppositis.</quote>
                     <emph>Idem</emph>, l. c. Lib. 7, Cap. 2.</p>
               </note> sulle quali ce li addita anche S. Isodoro. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Est et gens ibi statura cubitali, quos Graeci a cubito pygmaeos vocant, de qua supra diximus. Hi montana Indiae tenent, quibus est vicinus Oceanus.</quote>
                     <emph>S. Isidorus</emph>, Orig. Lib. II, Cap. 3.</p>
               </note> Alcuni però, come apparisce da Plinio stesso, aveano posti i Pigmei nella Caria. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Plinius</emph>, Hist. Nat. Lib. 5, Cap. 29.</p>
               </note> Altri aveano creduto che la loro antica patria fosse stata la Tracia, ma che le gru ne li avessero cacciati. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Ubi Pygmaeorum gens fuisse proditur, quos Gatizos Barbari vocant, creduntque a gruibus fugatos.</quote>
                     <emph>Idem</emph>, l. c. Lib. 4, Cap. II.</p>
               </note>
            </p>
            <p>La statura dei Pigmei non è meno controversa. Megastene e Daimaco, presso Strabone, danno loro tre palmi di altezza. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Strabo</emph>, Georg. Lib. 2.</p>
               </note> Plinio fa pur menzione di questa sentenza. Altri autori, presso Aulo Gellio, concedono ai Pigmei due piedi circa di statura. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Pygmaeos quoque (aiunt) haud longe ab iis nasci, quorum qui longissimi sunt, non longiores esse quam pedes duos et quadrantem.</quote>
                     <emph>Aulus Gellius</emph>, Noct. Att. Lib. 9, Cap. 4.</p>
               </note> Certo il nome di Pigmei da alcuni credesi derivato dalla voce greca <foreign lang="grc">gr;ῆχυς</foreign>, che significa <emph>cubito</emph>.</p>
            <p>Sono assai celebri le guerre dei Pigmei contro le gru, descritte già da Omero, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Homerus</emph>, Iliad. Lib. 3, vers. 3, seqq.</p>
               </note> e poi da Giovenale in quei versi: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Iuvenalis</emph>, Sat. 13, v. 167, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Ad subitas Thracum volucres nubemque sonoram</l>
                  <l>Pygmaeus parvis currit bellator in armis,</l>
                  <l>Mox impar hosti rantusque per aera curvis</l>
                  <l>Unguibus a saeva fertur grue: si videas hoc</l>
                  <l>Gentibus in nostris, risu quatiare, sed illic,</l>
                  <l>Quamquam eadem assidue spectentur proelia, ridet</l>
                  <l>Nemo, ubi tota cohors pede non est altior uno.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Secondo Pomponio Mela, queste guerre erano state sì micidiali, che il popolo dei Pigmei non esisteva più al suo tempo, essendo stato distrutto dalle sue formidabili nemiche. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Fuere interius Pygmaei, minutum genus, et quod pro satis frugibus contra grues dimicando defecit.</quote>
                     <emph>Pomponius Mela</emph>, De Situ Orbis Lib. 3, Cap. 4.</p>
               </note> Da quello però che si legge in Plinio, sembra che si abbia a dedurre il contrario. <quote>«È fama,» <seg type="inciso">dic'egli,</seg> «che cavalcando arieti e capre, e armati di saette [i Pigmei] nella primavera scendano tutti insieme al mare, e distruggano le uova, e uccidano i piccoli figliuoli delle gru; il che se non facessero, non potrebbono resistere alle gregge di quegli uccelli già cresciuti: che questa spedizione si compia dopo tre mesi: che le case dei Pigmei siano fabbricate con fango, penne e gusci di uova. Aristotele narra che i Pigmei vivono nelle caverne»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Fama est, insidentes arietum caprarumque dorsis, armatos sagittis (Pygmaeos) veris tempore universo agmine ad mare descendere, et ova pullosque earum alitum consumere. Ternis expeditionem eam mensibus confici, aliter futuris gregibus non resisti. Casas eorum luto, pennisque et ovorum putaminibus construi, Aristoteles in cavernis vivere Pygmaeos tradit.</quote>
                     <emph>Plinius</emph>, Histor. Natural. Lib. VII, Cap. 2.</p>
               </note> Lo stesso Plinio dice altrove che la partenza delle gru dal paese dei Pigmei, dà a questo popolo un poco di tregua. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Inducias habet gens Pygmaea, abscessu gruum, ut diximus, cum iis dimicantium.</quote>
                     <emph>Idem</emph>, l. c. Lib. 10, Cap. 23.</p>
               </note> A dir di Ovidio, la gru è ghiotta del sangue de' Pigmei: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Ovidius</emph>, Fast. Lib. 6, v. 175, seq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Nec Latium norat, quam praebet Ionia dives,</l>
                  <l>Nec, quae Pygmaeo sanguine gaudet, avem.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Altrove questo poeta c'insegna che una Pigmea avendo contrastato con Giunone, ed essendone stata vinta in non so qual cimento, fu da quella Dea cangiata in una gru, e costretta a divenir nemica della sua propria nazione: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Idem</emph>, Metamorph. Lib. 6, v. 90, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Altera Pygmaeae fatum miserabile matris</l>
                  <l>Pars habet. Hanc Iuno victam certamine iussit</l>
                  <l>Esse gruem populisque suis indicere bellum.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Beo nella sua Ornitogonia, presso Ateneo, sembra che da questa trista avventura ripeta l'origine delle gru e della nimistà esercitata da esse contro i poveri Pigmei. Egli dice che certa Gerano, nome che in greco vale gru, <quote>«era una femmina illustre presso i Pigmei, e venerata dai suoi concittadini come una Dea, mentre essa facea poco conto dei veri Numi, specialmente di Giunone e di Diana: che Giunone perciò sdegnata la convertì in un deforme uccello, e volle che fosse acerba nemica di quegli stessi Pigmei che l'aveano onorata»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Boeus</emph>, in Omithogon. ap. Athenaeum Deipnos. Lib. 9.</p>
               </note> Se le origini degli altri uccelli indicate da Beo somigliavano quella delle gru, la sua Ornitogonia, che ora è perduta, correrebbe rischio, se sussistesse, di esser poco considerata dai Naturalisti.</p>
            <p>Sembra che Aristotele non abbia adottata la favola omerica della guerra dei Pigmei colle gru; poichè parlando sì di queste che di quelli in uno stesso luogo, non fa menzione di cotesta guerra. <quote>«Dal paese degli Sciti,» <seg type="inciso">scrive egli,</seg>
                  <note place="foot">
                     <p>
                        <emph>Aristoteles</emph>, Hist. Animal. Lib. 8, Cap. 12.</p>
                  </note> «le gru si recano alle paludi che sono al disopra dell'Egitto, onde ha origine il Nilo. Vicino a questo luogo abitano i Pigmei, poichè non è già favola, ma verità, che v'abbia quivi una razza piccola, come dicono, sì di uomini che di cavalli. Vivono essi alla foggia trogloditica»</quote> cioè, abitano nelle caverne. Aristotele ci dice dunque seriamente che il popolo dei Pigmei non è favoloso, ma esiste in realtà vicino alle sorgenti del Nilo. Egli avrà avute senza dubbio delle forti ragioni per asserirlo, ma avrebbe fatto assai bene se non le avesse taciute, affine di non dare occasione a qualche miscredente di far poco conto della sua affermazione. Nonnoso ci assicura almeno di aver veduta egli stesso nell'Etiopia, navigando per recarsi dagli Omeriti agli Auxumiti, <quote>«certa gente di figura umana, ma di statura piccolissima, di color nero, e coperta di peli per tutto il corpo. Gli uomini, secondo il suo racconto, erano accompagnati da donne simili a loro e da fanciulli ancora più piccoli di essi»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Nonnosus</emph>, Hist. Legationum suarum ap. Phot. Biblioth. cod. 3.</p>
               </note> Anche gli Arabi spacciano che un Greco narrò a Giacobbe figlio d'Isacco, come egli navigando nel mare Zingitano, era stato spinto dal vento a certa isola, ove sbarcato recossi ad una città, le di cui fabbriche saranno state sicuramente assai basse, poichè essa non era abitata che da uomini di statura cubitale, privi per la maggior parte di un occhio. Cotesti loschi uomicciattoli si affollarono intorno al forestiere, e attaccatiglisi alle gambe, lo condussero al loro re, da cui riceverono ordine di tenerlo prigione. Convien dire che quel buon Greco fosse assai paziente, poichè lasciò infatti menarsi in una specie di caverna, la quale essendo fatta per uomini non più alti di un cubito, dovea essere un carcere assai penoso per uno della nostra statura. Un giorno avendo veduto che i suoi ospiti faceano dei preparativi come per una guerra, egli udì dire da essi che il nemico avvanzava, e ben presto li avrebbe assaliti. Il nemico era l'esercito delle gru, che antecedentemente in varie battaglie avea privata di uno degli occhi la maggior parte dell'armata pigmea. Esse vennero infatti poco dopo, ma il prigioniero, dato di piglio a una verga, avventò loro delle bastonate, e le fece volar via, riempiendo d'ammirazione le truppe pigmee. Ecco un fatto degno di esser considerato più di quello di Ercole riferito da Filostrato; il quale ci narra che questo eroe stanco per il combattimento avuto con Anteo, e addormentatosi giacendo steso sul terreno, fu assediato da una quantità di Pigmei, che somigliava un formicaio. Ercole svegliatosi e strofinandosi gli occhi con una mano, stese coll'altra la pelle del Leone Nemeo, nella quale avviluppati come quagliotti i suoi nemici, li condusse così involti a pescare nel fondo del fiume Euristeo.</p>
            <p>Lasciando le favole, abbiamo a congratularci con uno scrittore, che quasi solo fra la turba immensa dei creduli osò mostrarsi poco persuaso della esistenza dei Pigmei. Questi è Strabone, il qual dice degli Etiopi, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Strabo</emph>, Geograph. Lib. 17.</p>
               </note> che <quote>«le loro gregge consistono in piccole pecore, in capre, in buoi e in cani ancor piccoli»; e che «gli stessi abitanti sono pur piccoli, ma forti e guerrieri. Forse,» <seg type="inciso">soggiunge,</seg> «la loro naturale piccolezza diè occasione d'immaginare e di fingere un popolo di Pigmei; poichè cotesto popolo non fu veduto da verun uomo degno di fede»</quote>. Non so se del popolo pigmeo ovvero dei nani abbia voluto parlar Longino nel luogo che sono per addurre. <quote>«Seppur... ciò non è favola,» <seg type="inciso">egli dice,</seg>
                  <note place="foot">
                     <p>
                        <emph>Longinus</emph>, De Sublim. Sect. 44.</p>
                  </note> «odo narrarsi che le scatole, nelle quali sono allevati coloro che si chiamano Pigmei, non solo impediscono che cresca chi vi è rinchiuso, ma serrandogli e comprimendogli il corpo, fanno ancora che diminuisca e si ristringa»</quote>. Può credersi che anche Aulo Gellio dubitasse della verità di ciò che si diceva intorno all'esistenza dei Pigmei, poichè annovera questa fola notissima tra le cose incredibili, inaudite e favolose, da lui lette in certe opere di Aristea, d'Isigono, di Ctesia, di Onesicrito, di Polistefano, di Egesia, che avea tolte a vil prezzo da un libraio nel porto di Brindisi. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Erant autem isti omnes libri graeci, miraculorum fabularumque pleni; res inauditae, incredulae.</quote>
                     <emph>Aulus Gellius</emph>, Noct. Att. Lib. 9, Cap. 4.</p>
               </note> Dopo avere riferite alcune di quelle favole, dice che altre molte ne lesse in quelle opere, ma che stimò affatto inutile il trascriverle. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Haec atque alia istiusmodi plura legimus. Sed cum ea scriberemus, tenuit nos non idoneae scripturae taedium, nihil ad ornandum iuvandumque usum vite pertinentes.</quote>
                     <emph>Idem</emph>, l. c.</p>
               </note>
            </p>
            <p>Noi siamo in un tempo in cui non fa duopo dimostrare che la razza pigmea è una chimera. Se anche ciò bisognasse, non si dovrebbe aspettare che io lo facessi. Altri lo hanno già fatto abbondantemente. Alberto Magno, Eduardo Jasone, Giobbe Ludolfo, Banier, Jablonski, Wonderart <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Wonderart</emph>, Detect. Mytholog. Graecorum in decantato Pygm. Gruum, et Perdicum bello.</p>
               </note> hanno proposte le loro opinioni intorno all'origine di questo stravagante pensamento. È a credersi che i Thurneisser, i Bartholin, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Bartholin</emph>, De Pygmaeis.</p>
               </note> i Gesner, i Schott protettori dei Pigmei, non esistano più. Si sa che quel passo di Ezechiele: <quote lang="lat">
                  <emph>Sed et Pygmaei, qui erant in turribus tuis, pharetras suas suspenderunt in muris tuis per gyrum: ipsi compleverunt pulchritudinem tuam</emph>
               </quote>, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Ezechielis</emph>, Cap. 27, vers. 11.</p>
               </note> non dee per conto alcuno riferirsi ai Pigmei omerici, benchè taluno abbia sconsigliatamente tenuto il contrario, come il Lirano. S. Girolamo esponendo quel passo neppur fa menzione del minuto popolo pigmeo. I custodi delle torri di Tiro, dic'egli, <quote>«sono pigmei, cioè guerrieri e attissimi a combattere, dalla voce greca <foreign lang="grc">gr;υγμή</foreign>, che s'interpreta <emph>combattimento</emph>»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Pygmaei, sunt, hoc est bellatores et ad bella promptissimi: <foreign lang="grc">ἀgr;ὸ τοῦ gr;υγμῆς</foreign>, quae graeco sermone in <emph>certamen</emph> vertitur.</quote>
                     <emph>S. Hieronymus</emph>, Commentar. in Ezechiel. Lib. 8, ad l. c.</p>
               </note>
            </p>
            <p>Bisogna confessare che ciò che possiam dire dei Pigmei, non possiamo con egual certezza asserire dei Giganti. Si è creduto dagli antichi, e si crede ancora da molti dei moderni, che abbiano esistito degli uomini di statura grandissima e di corporatura affatto straordinaria e meravigliosa. Tutto ciò che si è detto da più scrittori contro questa opinione, non è forse sufficiente a convincerci della sua falsità assoluta. L'ab. Francesco Donato Marini nella Lezione accademica sopra i Giganti, inserita nel volume XVII del Magazzino Toscano, ha cercato di mostrare la insufficienza delle prove che soglionsi addurre in favore di quella sentenza; eppure qualche tempo prima il P. D. Calmet, dopo aver discorso a lungo sopra i Giganti in una Dissertazione sopra questa materia avea creduto poter conchiudere che di Giganti v'avea avuto intere nazioni, intendendo per giganti uomini di statura una o due volte maggiore dell'ordinaria. Il sig. Tiburtius, proposto e curato del popolo di Wreta, in una Relazione inserita negli atti dell'Accademia di Svezia, dice che nel 1764 facendo scavare una fossa sepolcrale nel cimitero del monastero di Wreta, egli trovò uno scheletro di figura evidentemente umana con cranio e braccia, e di lunghezza e grandezza meravigliosa; che lo tolse dal luogo ove giaceva, e lo fece riporre nella chiesa per dar campo ai curiosi di osservarlo. Le ossa delle cosce di questo scheletro erano, secondo il suo rapporto, lunghe 23 pollici; l'osso della gamba, dal ginocchio sino alla curvatura del piede, 18 pollici; il piccolo cavicchio 15, e 10 le ossa delle coste, che erano alte sei pollici dal bacino delle ossa delle cosce. Il cranio era stato infranto per negligenza. Il sig. Tiburtius assicura che quelle ossa poste insieme nella loro posizione naturale, formavano uno scheletro di sorprendente lunghezza. Rolando Martin, in una breve Memoria inserita pure negli Atti dell'Accademia di Svezia, si argomenta di provare che questo fatto non è il solo che mostri aver talvolta esistito qualche uomo di statura assai maggiore della ordinaria. Tutto ciò dee sospendere il nostro giudizio intorno ai Giganti, e farci dubitare se gli antichi abbiano errato o no nell'ammetterli. Ci asterremo dunque dall'annoverare fra i pregiudizi la loro opinione sopra tale oggetto; benchè sia certo che se i Giganti non sono una chimera, moltissime ridicole idee che gli antichi aveano intorno ad essi, erano, come la favola dei Pigmei, purissime fole.</p>
         </div1>
         <div1>
            <head>Capo 16</head>
            <head>DEI CENTAURI, DEI CICLOPI, DEGLI ARIMASPI, DEI CINOCEFALI</head>
            <p>Aver popolata la terra di bambini ragionevoli; aver creduto che l'uomo, sì debole già qual noi lo vediamo, e sì sottoposto ai pericoli, potesse in certi luoghi nascere assai più impotente e più meschino, per esser così lo scherno della natura e il giuoco degli elementi, delle tempeste e degli altri animali; aver supposto che esseri pensanti fossero destinati a servire periodicamente ed annualmente di pasto a volatili rapaci fu poco per i nostri antenati. Conveniva associare alla natura umana quella dei bruti, unir questa e quella in un solo essere vivente, e immaginare alcuni mostri, il corpo dei quali somigliasse perfettamente allo spirito della maggior parte degli uomini. Questi mostri esisterono nella mente degli antichi, il corpo dell'uomo e quello del cavallo concorsero a formarli, e si diè loro il nome di Centauri.</p>
            <p>Si distinsero essi in due specie. Altri si supposero partecipare della natura dell'uomo e di quella del cavallo, altri della natura dell'uomo e di quella dell'asino. I primi furono chiamati Ippocentauri perchè <foreign lang="grc">ἵgr;gr;ος</foreign> nell'idioma greco vale <emph>cavallo</emph>; i secondi Onocentauri, perchè <foreign lang="grc">ὄνος</foreign> nella stessa lingua vale <emph>asino</emph>. Il volgo fu persuaso della esistenza di questi mostri, e moltissimi dotti furono in ciò di sentimento conforme a quello del volgo. Li ammisero, per non parlar di altri molti, Crate Pergameno, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Crates Pergamenus</emph>, ap. Elian. Hist. Animal. Lib. 17, Cap. 9.</p>
               </note> Nonno, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Nonnus</emph>, Dionysiac. Lib. 14, v. 193.</p>
               </note> Pindaro, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Pindarus</emph>, Pyth. Od. 2, v. 82 seqq.</p>
               </note> Plinio, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Plinius</emph>, Hist. Nat. Lib. 7, Cap. 3.</p>
               </note> Flegone, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Phlegon</emph>, De Mirabil. Cap. 34.</p>
               </note> S. Girolamo <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>S. Hieronymus</emph>, adversus Vigilant.</p>
               </note> e Manuele File. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Phile</emph>, De Animal. Cap. 40.</p>
               </note> Omero chiama i Centauri fiere delle montagne, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Homerus</emph>, Iliad. Lib. I, v. 268.</p>
               </note> e Virgilio descrive magistralmente due di questi mostri, che galoppando scendono dal monte: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Vergilius</emph>, Aeneid. Lib. 7, v. 684, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Ceu duo nubigenae cum vertice montis ab alto</l>
                  <l>Descendunt Centauri, Homolen Othrynque nivalem</l>
                  <l>Linquentes cursu rapido; dat euntibus ingens</l>
                  <l>Silva locum et magno cedunt virgulta fragore.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Altrove egli annovera i Centauri fra le fiere: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Idem</emph>, l. c. Lib. 6, v. 285, seq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Multaque praeterea variarum monstra ferarum,</l>
                  <l>Centauri in foribus stabulant, Scyllaeque biformes.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Così pure Teseo presso Seneca: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Seneca</emph>, Hercul. Furens, Act. III, Scen. 2, v. 777, seq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Tunc vasta trepidant monstra, Centauri truces</l>
                  <l>Lapithaeque, multo ad bella succensi mero.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Diocle narra, presso Plutarco, che un pastore giovine e di bell'aspetto mostrò a lui e a Periandro e a Talete, dentro un piccol sacco, <quote>«un bambino nato, come egli dicea, da una cavalla, il quale nella parte superiore sino al capo e alle mani era di figura umana, nella inferiore somigliava un cavallo, e vagiva poi come gli altri bambini venuti alla luce di fresco»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Plutarchus</emph>, in Conviv. septem Sapient.</p>
               </note> Talete, veduta questa meraviglia, consigliò a Periandro <quote>«di non far uso di pastori per le cavalle, o di far che essi si ammogliassero»</quote>. Infatti, a dir di Pindaro, gli Ippocentauri nacquero da un uomo chiamato Centauro e dalle cavalle di Magnesia: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Pindarus</emph>, Pyth. Od. 2, v. 85, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg>
                  <l>Meraviglioso esercito ne nacque,</l>
                  <l>Che d'ambo i genitor serba l'immago:</l>
                  <l>Ha della madre le più basse membra;</l>
                  <l>Alla faccia, alla man somiglia il padre.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Claudio imperatore lasciò scritto, a dir di Plinio, <quote>«che in Tessaglia nacque un Ippocentauro e morì nello stesso giorno. Ed io,» <seg type="inciso">soggiunge Plinio,</seg> «nel tempo del suo impero, ne vidi uno portatogli dall'Egitto nel mele»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Hippocentaurum in Tessalia natum, eodem die interiisse. Et nos principatu eius allatum illi ex Aegypto in melle vidimus.</quote>
                     <emph>Plinius</emph>, Histor. Natural. Lib. VII, Cap. 3.</p>
               </note> Di questo Ippocentauro parla più a lungo Flegone Tralliano che ce ne regala una descrizione completa. <quote>«In Saune, città dell'Arabia,» <seg type="inciso">dic'egli,</seg> «fu ritrovato un Ippocentauro su di un monte molto alto che abbonda di veleno mortifero... Il re avendo preso vivo quell'animale, lo mandò con altri doni a Cesare in Egitto. Esso cibavasi di carne, ma non potendo sopportare la mutazione dell'aria, morì ben presto. Il prefetto di Egitto, salatone il cadavere, lo spedì a Roma ove fu esposto nel palazzo imperiale. La sua fisonomia era più truce della umana. Le sue mani e le dita di queste erano pelose: i suoi fianchi si univano alle gambe d'innanzi ed al ventre. Avea unghie solide di cavallo e chioma tendente al rosso, benchè annerita alquanto dal sale, a somiglianza della cute. Non era così grande come sogliono dipingersi gl'Ippocentauri: contuttociò non potea dirsi piccolo»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Phlego</emph>, De Mirabil. Cap. 34.</p>
               </note>
            </p>
            <p>Ecco due testimonianze assai precise in favore degli Ippocentauri. Plinio dice espressamente di averne veduto uno. Flegone, che lo descrive minutamente, sembra dare a vedere che lo ha osservato con gli occhi propri. È cosa bene incommoda che il sig. Freret, fondato sopra ragioni che possono abbagliare, accusi di furberia colui che inviò l'Ippocentauro all'imperatore, e voglia farci sospettare che quell'onest'uomo abbia innestata la metà di un corpo umano sopra un cadavere di cavallo mozzo del capo, e formato così un mostro artefatto simile a quelli che si vedono ancora in alcuni gabinetti di storia naturale.</p>
            <p>Abbiamo udita una descrizione esatta dell'Ippocentauro. Udiamo ora quella dell'Onocentauro che ci offre Manuele File: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Phile</emph>, De Animal. Cap. 40.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg>
                  <l>D'uomo il volto, la chioma, il petto, il collo,</l>
                  <l>Tutto d'uomo esso avea persino al ventre,</l>
                  <l>Mani pure avea d'uomo e dita umane;</l>
                  <l>Di donna le mammelle; il dorso, il fianco,</l>
                  <l>Il ventre, i piedi d'asinina forma</l>
                  <l>Gli diè natura.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Emblema veramente espressivo per rappresentare molti uomini sarebbe stato questo animale, se il capo e tutto ciò che avea di uomo avesse avuto di asino, e ciò che avea di asino avesse avuto di uomo.</p>
            <p>Frattanto conviene osservare che i centauri non ebbero lo stesso applauso che i Pigmei, e che il numero dei saggi, derisori di questa favola, contrabbilanciò almeno quello dei dotti che la sostenevano. Senofonte mostra di dubitare della esistenza di quelle bestie. <quote>«Fra tutti gli animali,...» <seg type="inciso">fa egli dire a Crisante,</seg>
                  <note place="foot">
                     <p>
                        <emph>Xenophon</emph>, Cyropaed.</p>
                  </note> «io imito principalmente gl'Ippocentauri, seppur questi esistono»</quote>. Agatarchide, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Agatharchides</emph>, De Mari Rubro, ap. Phot. Biblioth. Cod. 250.</p>
               </note> Eraclito, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Heraclitus</emph>, De Incredibil.</p>
               </note> Palefato, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Palaephatus</emph>, De Incredibil.</p>
               </note> Diodoro, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Diodorus Siculus</emph>, Bibliothec. Historich. Lib. IV.</p>
               </note> Luciano, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Lucianus</emph>, in Hermot. sive de Sect.</p>
               </note> Artemidoro, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Artemidorus</emph>, De Somn. Lib. 4, Cap. 48.</p>
               </note> Cicerone, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Cicero</emph>, De Natura Deorum, Lib. II, Tusculan. Quaest. Lib. I.</p>
               </note> Seneca, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Seneca</emph>, Epist. 58.</p>
               </note> Celso giurisconsulto, Apostolio hanno riguardati i Centauri come esseri chimerici. Lucrezio si è distinto per il coraggio col quale ha combattuta la opinione che li ammetteva, adottata universalmente nel suo secolo. Egli afferma senza esitare: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Lucretius</emph>, De Rerum Nat. Lib. 4, v. 743, seq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>... certe ex vivo Centauri non fit imago,</l>
                  <l>Nulla fuit quoniam talis natura animalis:</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>ed altrove prende a mostrare con argomenti la sua proposizione: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Idem</emph>, De Rerum Nat. Lib. 5, v. 876, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Sed neque Centauri fuerunt, neque tempore in ullo</l>
                  <l>Esse queat duplici natura et corpore bino,</l>
                  <l>Ex alienigenis membris compacta potestas,</l>
                  <l>Hinc illinc par vis ut non sic esse potis sit.</l>
                  <l>Id licet hinc quamvis hebeti cognoscere corde.</l>
                  <l>Principio, circum tribus actis impiger annis</l>
                  <l>Floret equus: puer haudquaquam: quin saepe etiamnum</l>
                  <l>Ubera mammarum in somnis lactantia quaerit.</l>
                  <l>Post, ubi equum validae vires aetate senecta,</l>
                  <l>Membraque deficiunt fugienti languida vita;</l>
                  <l>Tum demum pueris aevo florente iuventas</l>
                  <l>Occipit et molli vestit lanugine malas:</l>
                  <l>Ne forte ex homine et veterino semine equorum</l>
                  <l>Confieri credas Centauros posse, nec esse...</l>
                  <l>Inter se quorum discordia membra videmus,</l>
                  <l>Quae neque florescunt pariter, neque robora sumunt</l>
                  <l>Corporibus, neque proiciunt aetate senecta,</l>
                  <l>Nec simili Venere ardescunt, nec moribus unis</l>
                  <l>Conveniunt, neque sune eadem iucunda per artus.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Ovidio benchè nelle sue Metamorfosi chiami i Centauri <emph>bimembres</emph>, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Ovidius</emph>, Metamorph. Lib. 12, v. 240.</p>
               </note> altrove nondimeno li annovera fra i mostri favolosi e immaginari: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Idem</emph>, Trist. Lib. 4, Eleg. 7, v. 11, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Credam prius ora Medusae</l>
                  <l>Gorgonis anguineis cincta fuisse comis:</l>
                  <l>Esse canes utero sub virginis: esse Chimaeram,</l>
                  <l>A truce quae flammis separat angue leam:</l>
                  <l>Quadrupedesque hominis cum pectore pectora iunctos;</l>
                  <l>Tergeminumque virum, tergeminumque canem;</l>
                  <l>Sphingaque, et Harpyias, serpentipedesque Gigantas,</l>
                  <l>Centimanumque Gygen, semibovemque virum.</l>
                  <l>Haec ego cunta prius, quam te, carissime, credam</l>
                  <l>Mutatum et curam deposuisse mei.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Lucano non fu di parere diverso da quello di Lucrezio e di Ovidio, poichè è manifesto che intese parlare dei Centauri in quel luogo: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Lucanus</emph>, Pharsal. Lib. 3, v. 197, seq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Tum linquitur aemus</l>
                  <l>Thracius, et populum Pholoe mentita biformem.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Plutarco considerando questi mostri come enti di ragione, dice <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Plutarchus</emph>, Virtutem doceri posse.</p>
               </note> che <quote>«gli uomini onesti esistono solo quanto al nome, non altrimenti che gl'Ippocentauri, i Giganti ed i Ciclopi»</quote>. Ma Galeno sopra tutti si è mostrato persuaso della vanità di quanto spacciavasi intorno ai Centauri; ha provato filosoficamente che non potevano esistere; ha deriso quelli che li ammettevano, chiedendo loro come avrebbono i Centauri potuto sedere, fabbricare, salire ai luoghi alti col mezzo di scale, e ha ripreso Pindaro che avea detto esser nati gl'Ippocentauri da un uomo e da alcune cavalle. <quote>«Caro Pindaro,» <seg type="inciso">scrive egli,</seg> «attendi pure a cantare e a far dei bei racconti, che te ne diamo licenza, sicuri che la tua musa non vorrà già far altro che rendere attoniti e stupefatti gli ascoltatori, senza pretendere d'istruirli. Quanto a noi, che cerchiamo la verità e non le favole, sappiamo bene che la natura umana non può assolutamente meschiarsi con quella del cavallo»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Galenus</emph>, De Usu Partium, Lib. 3, Cap. I.</p>
               </note>
            </p>
            <p>Tra i Padri Clemente Alessandrino, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Clemens Alexandrinus</emph>, Strom. Lib. 4.</p>
               </note> S. Basilio, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>S. Basilius</emph>, De vera virginitate.</p>
               </note> S. Agostino, <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Fabulae fictae sunt... de Centauris, quod equorum hominumque fuerit natura coniuncta.</quote>
                     <emph>S. Augustinus</emph>, De Civ. Dei, Lib. 18, Cap. 13.</p>
               </note> S. Isidoro <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">His temporibus fabulae fictae sunt de Triptolemo, quod, iubente Cerere, serpentium pinnis gestatus, indigentibus frumenta volando distribuerit: de Hippocentauris, quod equorum hominumque fuerint natura permixti.</quote>
                     <emph>S. Isidorus</emph>, Chronic. an. ab orbe condito 3876. <quote lang="lat">Hippocentauri fabulam esse confictam, idest, hominem equo mixtum, ad exprimendam humanae vitae velocitatem, quia equum constat esse velocissimum.</quote>
                     <emph>Idem</emph>, Orig. Lib. I Cap. 40.</p>
               </note> ebbero la favola dei Centauri per una finzione dei Gentili. Lo stesso S. Girolamo, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>S. Hieronymus</emph>, Adversus Vigilantium.</p>
               </note> che sembra adottarla o rimanere indeciso su di essa in qualche luogo, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Idem</emph>, Vit. S. Pauli Primi eremit. Cap. 6.</p>
               </note> in altri la chiama favola e invenzione dei Pagani. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Pro Onocentauris quoque, quos soli LXX interpretati sunt, imitantes Gentilium fabulas, qui dicunt fuisse Hippocentauros, tres reliqui interpretes ipsum posuere verbom Hebraicum , quod nos in ululas vertimus.</quote>
                     <emph>Idem</emph>, Commentar. in Isai. Lib. 6, ad Cap. 14, v. 4. — <quote lang="lat">Cum multo incredibiliora et Graecae et Romanae historiae accidisse hominibus prodiderint; Scyllam quoque et Chimaeram, Hydram atque Centauros, aves et feras et flores et arbores factos ex hominibus narrant fabulae; quid mirum est, si ad ostendendam potentiam Dei, et humiliandam regum superbiam, hoc dei iudicio, sit patratum?</quote>
                     <emph>Idem</emph>, Comment. in Daniel Lib. I, ad Cap. 4, v. 1.</p>
               </note> Elia Cretese similmente pone gl'Ippocentauri tra gli esseri favolosi e poetici, insieme colle sirene. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Nonnumquam (cogitatio) usurpatur de eo, quod non existit; ut quum id, quod non existit, fingitur, sola delineatione mentis et immaginatione expressum: cuiusmodi multa fabularum auctores et pictores, ad excitandam spectatorum admirationem praestigiose effingunt. Talis est hippocentaurorum, ac Sirenum, fabulosa effictio.</quote>
                     <emph>Elias Cretensi</emph>, Schol. ad S. Greg. Naz. Or. III cont. Eunomian.</p>
               </note>
            </p>
            <p>Molti antichi dotti hanno creduto che l'abilità che aveano i Tessali nel domar i cavalli e il lor costume di combattere a cavallo, abbia data origine alla favola dei Centauri. Ciò era ben naturale, e si sa che gli Americani in simil guisa presero i cavalieri spagnuoli per mostri biformi. La storia c'insegna che i Tessali si resero in realtà famosi per la loro perizia nella equitazione.</p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Frena Pelethronii Lapithae gyrosque dedere</l>
                  <l>Impositi dorso, atque equitem docuere sub armis</l>
                  <l>Insultare solo, et gressus glomorare superbos:</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>disse Virgilio; <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Vergilius</emph>, Georg. Lib. 3, v. 115, seqq.</p>
               </note> e Lucano: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Lucanus</emph>, Pharsal. Lib. 6, v. 396, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Primus ab aequorea percussis cuspide saxis</l>
                  <l>Thessalicus sonipes, bellis feralibus omen,</l>
                  <l>Exiluit; primus chalibem frenosque momordit</l>
                  <l>Spumavitque novis Lapithae domitoris habenis.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Ora la favola popolò appunto di Centauri il monte Pelio, che è nella Tessaglia. Però <quote>«secondo alcuni, <seg type="inciso">dice Diodoro di Sicilia,</seg>
                  <note place="foot">
                     <p>
                        <emph>Diodorus Siculus</emph>, Biblioth. Histor. Lib. 4, Cap. 8.</p>
                  </note> «i Centauri... essendo stati i primi a cavalcare, furono chiamati Ippocentauri, e diedero occasione d'immaginare la favola che li finge biformi»</quote>. Di questa opinione fa in qualche modo menzione ancor Plinio, <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Pugnare ex equo Thessalos (invenisse aiunt) qui Centauri appellati sunt, habitantes secundum Pelium montem,</quote>
                     <emph>Plinius</emph>, Hist. Nat. Lib. 7, Cap. 56.</p>
               </note> e assai più chiaramente ne parla Servio illustrando il luogo di Virgilio che ho riferito. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Pelethronium, oppidum est Thessaliae, ubi primum domandorum equorum repertus est usus. Nam cum quidam Thessalus rex, bobus oestro agitatis, satellites suos ad eos revocandos ire iussisset, illique cursu non sufficerent, ascenderunt equos et eorum velocitate boves secuti, eos stimulis ad tecta revocarunt. Sed hi visi aut cum irent velociter, aut cum eorum equi circa flumen Peneon potarent capitibus inclinatis, locum fabulae dederunt, ut centauri esse crederentur, qui dicti sunt centauri <foreign lang="grc">ἀgr;ὸ τοῦ κεντᾶν τοὺς ταᾣᾣύρους</foreign>. Alii dicunt Centaurorum fabulam esse confictam ad exprimendam humanae vitae velocitatem, quia equum constat esse velocissimum.</quote>
                     <emph>Servius</emph>, ad Vergil. Georg. Lib. III, v. 115.</p>
               </note> La ricordano pure Paolo Orosio <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Thessalos Palaephatus in libro primo Incredibilium prodit ipsos a Lapithis creditos dictosque fuisse Centauros, eo quod discurrentes in bello equites veluti unum corpus equorum et hominum viderentur.</quote>
                     <emph>Paulus Orosius</emph>, Hist. Lib. I, Cap. 13.</p>
               </note> e S. Isidoro. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Centauris autem, idest, hominibus equo mixtis, species vocabulum dedit, quos quidam fuisse equites Thessalorum dicunt, sed quod discurrentes in bello, velut unum corpus equorum et hominum viderentur, inde Centauros fictos asseverant.</quote>
                     <emph>S. Isidorus</emph>, Orig. Lib. 11, Cap. 3.</p>
               </note> Eliano dopo aver parlato di un preteso mostro detto Mare, in parte cavallo e in parte uomo, il quale visse, come diceasi, per molto tempo in Italia, <quote>«io penso», <seg type="inciso">scrive,</seg> «che questi sia stato il primo a montare un cavallo e a porgli il freno, e che perciò siasi creduto che egli partecipasse di due nature»</quote>
               <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Aelianus</emph>, Var. Hist. Lib. 9, Cap. 16.</p>
               </note>.</p>
            <p>Altri mostri ingiuriosi alla natura umana, immaginati dagli antichi furono i Ciclopi, che si crederono, come ognun sa, uomaccioni altissimi, forniti di un sol occhio situato in mezzo alla fronte. Una moltitudine di Ciclopi era veramente, a dir di Virgilio, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Vergilius</emph>, Aeneid. Lib. 3, v. 679, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Concilium horrendum; quales cum vertice celso</l>
                  <l>Aeriae quercus aut coniferae cyparissi</l>
                  <l>Constiterunt, silva alta Iovis lucusve Dianae.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Il pittore Parrasio dipingendo un Ciclope in un piccolo quadro, usò un bell'artifizio per far conoscere la sua grandezza. Egli gli pose a lato dei satiri che col tirso misuravano il suo pollice. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Sunt et alia ingenii eius exemplaria, veluti Cyclops dormiens in parvula tabella, cuius et sic magnitudinem exprimere cupiens, pinxit iuxta Satyros, thyrso pollicem eius metientes.</quote>
                     <emph>Plinius</emph>, Hist. Nat. Lib. 35, Cap. 10.</p>
               </note>
            </p>
            <p>Quanto all'occhio dei Ciclopi, questo dovea esser ben grande per corrispondere a quella smisurata corporatura e per servire di guida a quella vasta mole. Infatti esso, dice Virgilio, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Vergilius</emph>, Aeneid. Lib. 3, v. 636, seq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Ingens... torva solum sub fronte latebat,</l>
                  <l>Argolici clypei aut phoebeae lampadis instar.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Credevano alcuni, per testimonianza di Servio, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Servius</emph>, ad Verg. l. c. v. 636.</p>
               </note> che Polifemo avesse avuti due occhi, altri che ne avesse avuti tre, ma la commune opinione non assegnava ai Ciclopi più di un occhio.</p>
            <quote rend="block">
               <lg>
                  <l>Somigliavano i Numi, e un occhio solo</l>
                  <l>Avean nel mezzo della fronte, un occhio</l>
                  <l>Rotondo, ond'ebber di Ciclopi il nome:</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>dice Esiodo. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Hesiodus</emph>, Theogon. v. 142, seqq.</p>
               </note> E Teocrito similmente dà un sol occhio a Polifemo. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Theocritus</emph>, Idill. 11.</p>
               </note> Così pure Ovidio: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Ovidius</emph>, Metamorph. Lib. XIII, v. 772, seq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Terribilem Polyphemon adit, «Lumenque, quod unum</l>
                  <l>Fronte geris media, rapiet tibi,» dixit, «Ulixes».</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>I Ciclopi erano perciò chiamati loschi o <emph>coclites</emph>, a dir di S. Isidoro. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Cyclopas, coclites legimus dictos, qui unum oculum habuisse perhibentur.</quote>
                     <emph>S. Isidorus</emph>, Orig. Lib. 10, art. Luscus.</p>
               </note>
            </p>
            <p>Patria di questi mostri stimavasi volgarmente la Sicilia. Virgilio, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Vergilius</emph>, Aeneid. Lib. III.</p>
               </note> Ovidio <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Ovidius</emph>, Metamorph. Lib. XIII, seq.</p>
               </note> li collocano in quest'isola.</p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Cyclopia regna</l>
                  <l>Vomere verterunt primum nova rura Sicani:</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>cantò Silio Italico; <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Silius Italicus</emph>, De Bello Pun. secun. Lib. XIV.</p>
               </note> e Valerio Flacco: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Valerius Flaccus</emph>, Argonaut. Lib. IV.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>AEtnaeis rabidi Cyclopes in antris</l>
                  <l>Nocte sub hiberna servant freta, sicubi saevis</l>
                  <l>Advectet ratis acta Notis, tibi pabula dira,</l>
                  <l>Et miseras, Polypheme, dapes.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Non solo i poeti, ma anche autori gravi e storici accreditati considerarono i Ciclopi come gli antichi abitatori della Sicilia, dal che apparisce che questi mostri non furono solamente esseri poetici, ma costituirono l'oggetto di un vero error popolare. Tucidide assegna loro una parte di quell'isola. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Thucydides</emph>, Hist. Bel. Pelopon. et Athen. Lib. 6.</p>
               </note> Pomponio Mela afferma francamente che l'Etna produsse una volta Ciclopi. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Cyclopas olim tulit, nunc assiduis ignibus flagrat.</quote>
                     <emph>Pomponius Mela</emph>, De situ orb. Lib. 2, Cap. 5.</p>
               </note> Plinio non fu più sospettoso. Egli tenne per certo che i Ciclopi avessero abitata la Sicilia. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Esse Scytharum genera, et quidem plura, quae corporibus humanis vescerentur, indicavimus. Id ipsum incredibile fortasae, ni cogitemus in medio orbe terrarum, ac Sicilia et Italia fuisse gentes huius monstri, Cyclopas et Laestrigonas.</quote>
                     <emph>Plinius</emph>, Hist. Nat. Lib. 7, Cap. 2.</p>
               </note> Giustino l'Istorico, <quote>«la Sicilia,» <seg type="inciso">dice,</seg> «ebbe dapprima il nome di Trinacria, quindi fu detta Sicania. Questa da principio fu la patria dei Ciclopi, estinta la razza dei quali, Cocalo s'impadronì dell'isola»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Siliciae primo Trinacriae nomen fuit; postea Sicania cognominata est. Haec a principio patria Cyclopum fuit, quibus extinctis, Cocalus regnum insulae occupavit.</quote>
                     <emph>Iustinus</emph>, Hist. Philippic. Lib. 4.</p>
               </note> Paolo Orosio segue le pedate di Giustino. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Sicilia ab initio patria Cyclopum, et post eos semper nutrix tyrannorum fuit.</quote>
                     <emph>Paulus Orosius</emph>, Hist. Lib. 2, Cap. 14.</p>
               </note> Solino asserisce che si vedeano in Sicilia delle caverne, le quali faceano fede del soggiorno dei Ciclopi nell'isola. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Gentem Cyclopum vasti testantur specus.</quote>
                     <emph>Solinus</emph>, Polyhist.</p>
               </note> Nonno fu più cauto. Egli si contentò di dire che i Ciclopi credeansi avere abitato presso alle montagne della Sicilia senza pronunziare il suo giudizio sopra questa opinione. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Nonnus</emph>, in S. Gregor. Nazianzen. Orat. I, in Iulian. Histor. 62.</p>
               </note> S. Isidoro colloca quei mostri nell'India. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Cyclopes quoque eadem India gignit, et dicti Cyclopes, eo quod unum oculum in fronte media habere perhibentur. Hi et <foreign lang="grc">ἀγριοhgr;αγῖται</foreign> dicuntur, propter quod solas ferarum carnes edunt.</quote>
                     <emph>S. Isidorus</emph>, Orig. Lib. 9, Cap. 3.</p>
               </note>
            </p>
            <p>Simili ai Ciclopi nella idea degli antichi erano gli Arimaspi, sorta di Sciti, che supponevansi non avere più di un occhio. Ne parlarono, fra gli altri, Pomponio Mela, <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Hominum primi sunt Scythae, Scytharumque, queis singuli oculi esse dicuntur, Arimaspae.</quote>
                     <emph>Pomponius Mela</emph>, De Situ orb. Lib. 2, Cap. I.</p>
               </note> Plinio, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Plinius</emph>, Hist. Nat. Lib. 4, Cap. 12; Lib. 6, Cap. 2 et 17.</p>
               </note> Solino. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Arimaspi circa Gesglithron positi, unocula gens est.</quote>
                     <emph>Solinus</emph>, Polyhist.</p>
               </note> Forse colui che inventò o diffuse almeno fra i Greci la novella degli Arimaspi mancanti di un occhio fu certo Aristea o Aristeo Proconnesio, scrittore antichissimo e anteriore ad Omero, secondo Taziano, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Tatianus</emph>, Orat. Contra Graec. Cap. 41.</p>
               </note> secondo altri, suo maestro, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Strabo</emph>, Geograph. Lib. 14. <emph>Eustathius</emph>, ad Homer. Iliad. Lib. 2.</p>
               </note> secondo Vossio, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Vossius</emph>, De Historic. Graec. Lib. 4, Cap. 2.</p>
               </note> contemporaneo di Creso, e di Ciro. Quest'uomo fu assai bizzarro. Egli prendea piacere di far credere che la sua anima <quote>«uscisse dal corpo e vi tornasse a suo talento»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Hesychius Milesius</emph>, De his qui erudit, fama claruerunt.</p>
               </note> Raccontavasi <quote>«che, essendo egli morto nella officina di un tintore nel Proconneso, fu veduto da molti nello stesso giorno e nella stessa ora insegnar le lettere nella Sicilia. Il che essendo avvenuto più volte ed essendosi egli lasciato vedere per molti anni, comparendo principalmente in Sicilia, gli abitanti dell'Isola gli alzarono un tempio e gli offrirono sacrifici come ad eroe»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Apollonius Dyscolus</emph>, Histor. Commentit. Cap. 2.</p>
               </note> Quest'avventura divenne celebre. Ne parlarono Plinio, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Plinius</emph>, Hist. Nat. Lib. 7, Cap. 52.</p>
               </note> Massimo Tirio, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Maximus Tyrius</emph>, Dissert. 22 et 28.</p>
               </note> Celso, Origene, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Origenes</emph>, Contra Cels. Lib. 3, Cap. 26, seqq.</p>
               </note> Plutarco, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Plutarchus</emph>, in Vita Romuli.</p>
               </note> Tzetze. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Tzetzes</emph>, Chil. 2.</p>
               </note> Era fama a dir di Erodoto <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Herodotus</emph>, in Melpom. Lib. 4.</p>
               </note> e di Enea di Gaza, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Aeneas Gazaeus</emph>, in Theophrasto.</p>
               </note> che lo stesso Aristea comparso ai Metapontini loro avesse ingiunto di fabbricargli un altare e di offrirgli dei sacrifici, e che questi, consultato l'oracolo di Delfo, si fossero determinati ad alzargli una statua, siccome fecero circondandola di lauri. Se vogliamo attenerci a ciò che si legge in Ateneo, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Athenaeus</emph>, Deipnos. Lib. 13.</p>
               </note> par che dobbiam dire essersi alzata quella statua dai Metapontini dopo che Aristea tornò, come egli diceva, dal paese degl'Iperborei. Questo personaggio singolare era ben degno di servir di storico agli Arimaspi. Fu dopo una delle sue apparizioni, al riferir di Tzetze, che egli scrisse un poema che gli antichi chiamano <foreign lang="grc">Ἀριμάσgr;εια</foreign>, ossia versi arimaspei. Cotesti versi sono rammentati da Strabone, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Strabo</emph>, Geogr. Lib. I.</p>
               </note> da Taziano, da Pausania, da Suida, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Suidas</emph>, in Lex. Art. <foreign lang="grc">Ἀριστέας</foreign>.</p>
               </note> e da altri. Dionigi d'Alicarnasso li giudicò apocrifi. Ce ne rimangono ora ben pochi, conservatici in parte da Longino in parte da Tzetze. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Tzetzes</emph>, Chil. 7, vers. 688, seqq.</p>
               </note> In quelli riferiti da Longino, l'autore parla di una cosa stupenda e inaudita, e ne fa le meraviglie. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Aristeas</emph>, Arimasp. ap. Longin. de Sublim. Sect. 10.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg>
                  <l>Stupimmo a quella vista; in mezzo al mare,</l>
                  <l>Dalla terra lontan, giaccion nell'acqua</l>
                  <l>Misere genti dal travaglio oppresse:</l>
                  <l>Gli occhi han fissi negli astri, in mare han l'alma:</l>
                  <l>Supplici ai sommi Dei tendon le mani,</l>
                  <l>Mentre lor balza il cor pavido in petto.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Da Erodoto e da Plinio apprendiamo quali fossero le imprese degli Arimaspi, che Aristea celebrava nel suo poema. Egli cantava le guerre, che quel popolo avea coi Grifoni, i quali traevano l'oro dalle miniere e lo custodivano gelosamente senza voler farne parte agli Arimaspi. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Sed et iuxta eos, qui sunt ad Septentrionem versi, haud procul ab ipso Aquilonis exortu, specuque eius dicto, quem locum Gesclitron appellant, produntur Arimaspi, quos diximus uno oculo in fronte media insignes, quibus assidue bellum esse circa metalla cum Gryphis, ferarum volucri genere, quale vulgo traditur, eruente ex cuniculis aurum mira cupiditate et feris custodientibus et Arimaspis rapientibus, multi, sed maxime illustres. Herodotus, et Aristeas Proconnesius scribunt.</quote>
                     <emph>Plinius</emph>, Hist. Nat. Lib. 7, Cap. 2.</p>
               </note> Questi dunque erano in guerra coi Grifoni, come i Pigmei colle gru. Meravigliosa analogia dei costumi! Di cotesta guerra degli Arimaspi fa menzione anche Solino <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">In Asiatica Scythica, terrae sunt locupletes inhabitabiles. Nam cum auro et gemmis affluant, gryphes tenent universa, alites ferocissimae et ultra omnem rabiem saevientes, quarum immanitate obsistente, advenis accessus difficilis ac rarus est... Arimaspi cum his dimicant ut intercipiant lapides.</quote>
                     <emph>Solinus</emph>, Polyhist.</p>
               </note> di cui Beda non ha difficoltà di trascrivere le parole. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Beda</emph>, Explanat. in Apocalyps. Cap. XXI, vers. 19.</p>
               </note> Diceva Aristea nella sua opera che Aulo Gellio avea avuta occasione di leggere, <quote>«avervi degli uomini detti Arimaspi, che hanno un sol occhio in mezzo alla fronte, come i Ciclopi nel linguaggio dei poeti»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Esse homines unum oculum habentes in frontis medio, qui appellantur Arimaspi, qua facie fuisse <foreign lang="grc">κᾣᾣύκλωgr;ας</foreign> poetae ferunt.</quote>
                     <emph>Aulus Gellius</emph>, Noct. Att. Lib. 9, Cap. 4.</p>
               </note> Secondo Erodoto, gli Arimaspi furono chiamati così, <quote>«perchè la voce <emph>arima</emph> presso gli Sciti vale <emph>solo</emph>, e la voce <emph>spu, occhio</emph>»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Herodotus</emph>, in Melpom. Lib. 4, Cap. 27.</p>
               </note> Eschilo li chiama <foreign lang="grc">μονῶgr;ες</foreign> cioè <emph>unocoli</emph>, ed Orfeo <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Orpheus</emph>, Argonaut. vers. 1061.</p>
               </note>
               <quote lang="grc">ἄρσωgr;ες</quote>, come legge l'Holstenio, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Holstenius</emph>, Ad Steph. Byzantin. de gent.</p>
               </note>
               <foreign lang="grc">ἄργωgr;ες</foreign>.</p>
            <p>Se crediamo ad Eustazio, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Eustathius</emph>, Ad Dionys. Perieges. vers. 31.</p>
               </note> gli Arimaspi erano abilissimi nel trar d'arco, e per porlo nella giusta direzione, soleano chiudere uno degli occhi, ciò che potè dare origine alla favola che li fingea forniti di un sol occhio.</p>
            <p>Alcune scimie dell'Affrica diedero occasione a un'altra favola non meno conosciuta, che attribuiva a nazioni intere la testa di cane. Filostrato ed Agatarchide pongono questa mostruosa gente, che chiamavasi dei Cinocefali, in Etiopia ove appunto trovansi in gran copia, a dir di Solino, le scimie che portano lo stesso nome. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Cynocephali et ipsi... e numero simiarum... violenti ad saltum, feri morsu, nunquam ita mansueti ut non sint magis rabidi.</quote>
                     <emph>Solinus</emph>, Polyhist.</p>
               </note> Del latte di queste si nutrivano i Nomadi, per testimonianza dello stesso Solino e di Plinio, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Plinius</emph>, Hist. Nat. Lib. 6, Cap. 30.</p>
               </note> il quale pure annovera fra le scimie i cinocefali, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Idem</emph>, l. c. Lib. 8, Cap. 54.</p>
               </note> come fa ancora Filostorgio. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Philostorgius</emph>, Epit. ex Hist. Eccl. Lib. 3, Cap. II.</p>
               </note> S. Isidoro scrisse che essi sono <quote>«simili alle scimie, ma hanno la faccia come quella del cane, da cui trassero il nome»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Similes simiis, sed facie ad modum canis, unde et nuncupati.</quote>
                     <emph>S. Isidorus</emph>, Orig. Lib. 12, Cap. 2.</p>
               </note> Egli stesso però collocò nell'India dei mostri simili agli uomini con testa di cane. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Cynocephali appellantur, eo quod canina capita habeant, quosque ipse latratus magis bestias quam homines confitetur.</quote>
                     <emph>Idem</emph>, l. c. Lib. II, Cap. 3.</p>
               </note> S. Agostino prima di lui avea fatta menzione di cotesti Cinocefali, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>S. Augustinus</emph>, De Civ. Dei, Lib. 16, Cap. 8.</p>
               </note> e, lungo tempo avanti S. Agostino, Megastene citato da Solino li aveva descritti come armati di unghie e inabili a parlare altrimenti che coi latrati. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Per diversos Indiae montes esse... nationes capitibus caninis, armatas unguibus, amictas vestitu tergorum, sed ad sermonem humanum nulla voce, sed latratibus tantum sonantes asperis rictibus.</quote>
                     <emph>Megasthenes</emph>, ap. Solin. Polyhist.</p>
               </note> Essi si sostentavano col mezzo della caccia, secondo alcuni scrittori di gran conto consultati da Aulo Gellio, i quali come Megastene, poneano i Cinocefali sui monti dell'India. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Esse in montibus terrae Indiae homines caninis capitibus et latratibus; eosque vesci avium et ferarum venatibus.</quote>
                     <emph>Aulus Gellius</emph>, Noct. Att. Lib. 9. Cap. 4.</p>
               </note> Gl'Indiani, a dir di Ctesia, davano a questi formidabili uomini canini il nome di calistrii. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Ctesias</emph>, in ladicis ap. Phot. Biblioth. Cod. 72.</p>
               </note>
            </p>
            <p>Mille altri mostri semiumani immaginarono gli antichi. Ne annoverano non pochi Plinio, Solino, Gellio, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Aulus Gellius</emph>, Noct. Att. Lib. 98, Cap. 4.</p>
               </note> S. Agostino, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>S. Augustinus</emph>, De Civ. Dei, Lib. 16, Cap. 8.</p>
               </note> S. Isidoro. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>S. Isidorus</emph>, Orig. Lib. II, Cap. 3.</p>
               </note> Il popolo estatico accolse con riverenza le relazioni insulse dei viaggiatori bramosi d'imporre ai creduli, di dar peso alle loro scoperte poco considerabili e di satollare col racconto di cose mirabili e non mai udite l'avidità dei curiosi. Nazioni intere di mostri ottennero luoghi onorevoli nella geografia degli antichi. Vi voleano dei secoli perchè nuovi viaggi e nuove osservazioni più esatte facessero conoscere ai dotti la insussistenza di quanto erasi detto intorno a qualcuna di esse. Presso il popolo esente dal partecipare a questo disinganno l'errore continuava senza temere scosse, e altri secoli non bastavano a distruggerlo.</p>
         </div1>
         <div1>
            <head>Capo 17</head>
            <head>DELLA FENICE</head>
            <p>Non è gran tempo che la Favola della Fenice è divenuta lo scherno dei dotti. Nel secolo decimosesto Scaligero, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Scaliger</emph>, Exercitat. 233, in Cardan.</p>
               </note> Turriano, de Pamele crederono a quell'animale. È veramente stolto quel detto di Patrizio Giunio, scrittore dello stesso secolo: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Iunius</emph>, Ad S. Clem. Pap. Ep. I, ad Corinth.</p>
               </note> io voglio piuttosto errare con S. Clemente Papa, con Tertulliano, con Origene, con S. Cirillo di Gerusalemme che seguire la opinione di chi si dichiara contro questi Padri; quasi si trattasse qui di un punto di fede da decidersi col mezzo della veneranda tradizione, e non di una cosa che tutti quei Padri, senza eccettuarne pur uno, hanno appresa dagli scrittori Gentili, e che niuno di essi ha cercato di verificare. Quanto a me, dice il Bochart, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Bochart</emph>, Hierozoic. Par. 2, Lib. 6, Cap. 5.</p>
               </note> amo meglio seguire la verità col volgo, che l'errore coi più dotti uomini dell'universo. Il suo detto è altrettanto saggio, quanto quello del Giunio è indegno di un animale pensante. Aldrovandi Gesner, Deusingio, Schott, Le Brun <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Le Brun</emph>, Hist. Critiq. Des Prat. Superstit. Liv. I, Chap. 5, par. 1, seqq.</p>
               </note> non sono stati intorno alla Fenice di sentimento diverso da quello del Bochart, dopo il quale pochissimi hanno ardito prestar fede a ciò che gli antichi autori ci hanno detto di quell'uccello.</p>
            <p>Rarissimi tra questi per lo contrario sono stati quelli che hanno osato calpestare con generosità il pregiudizio universale e trattar francamente da favola la novella della Fenice. Innumerabili scrittori, soccombendo alla forza della prevenzione e assoggettandosi all'impero dell'autorità, adottarono l'idea chimerica che ammetteva la durata lunghissima della vita e la risurrezione periodica di un uccello unico e pellegrino. Fra gli altri fecero menzione della Fenice Erodoto, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Herodotus</emph>, in Euterpe, L. II.</p>
               </note> Oro Apolline, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Horus Apollo</emph>, De Hieroglyph. Egypt. Lib. 2, Cap. 57.</p>
               </note> Filostrato, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Philostratus</emph>, in Vita Apollon. Tyan.</p>
               </note> Luciano, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Lucianus</emph>, in Hermot., sive de sect. et de morte Peregrini.</p>
               </note> Pomponio Mela, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Pomponius Mela</emph>, De Situ Orb. Lib. 3, Cap. 4.</p>
               </note> Solino, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Solinus</emph>, Polyhist. Cap. 36.</p>
               </note> Eliano, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Aelianus</emph>, Hist. Animal. Lib. 6, Cap. 58.</p>
               </note> Artemidoro, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Arthemidorus</emph>, De Somn.</p>
               </note> Aristide, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Aelius Aristides</emph>, Orat. Platon. I de Rhetor.</p>
               </note> Tacito, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Tacitus</emph>, Annal. Lib. 6, Cap. 28.</p>
               </note> Dione Cassio, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Dio. Cassius</emph>, Hist. Rom. Lib. 58, Cap. 27.</p>
               </note> Sesto Aurelio Vittore <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Aurelius Victor</emph>, de Caesar. Cap. 4.</p>
               </note> e l'autor della Epitome che si ha sotto il suo nome, <note place="foot">
                  <p>De Vita et Mor. Imp. Rom. Epit. Cap. 4.</p>
               </note> Lampridio, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Lampridius</emph>, in Vita Heliogabali.</p>
               </note> Achille Tazio, Libanio, S. Clemente Papa, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>S. Clemens Papa</emph>, Ep. I ad Corinth. num. 25.</p>
               </note> l'autore delle Costituzioni Apostoliche attribuite a questo Pontefice, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Pseudo–Clemens</emph>, Constit. Apostol. Lib. 5, Cap. 6.</p>
               </note> Clemente Alessandrino, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Clemens Alexandrinus</emph>, Strom. Lib. 6.</p>
               </note> Tertulliano, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Tertullianus</emph>, de Resurrect. Cap. 13.</p>
               </note> Lattanzio o Simposio negli Enigmi, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Lactantius</emph>, Aenigm. 31.</p>
               </note> Eusebio, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Eusebius</emph>, De Vita Constantini Lib. 4, Cap. 72.</p>
               </note> S. Gregorio Nazianzeno, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>S. Gregorius Nazianzenus</emph>, Praecept. ad Verg. et Orat. 37.</p>
               </note> S. Ambrogio, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>S. Ambrosius</emph>, in Hexaem. L. 5, Cap. 23. Enarrat. in Psalm. 118. Octonar. 19, vers. 145. De Fide Resurrect.</p>
               </note> Rufino, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Rufinus</emph>, Exposit. in Symb. Apostol.</p>
               </note> Eustazio Antiocheno, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Eustathius Antiochenus</emph>, in Hexaemer.</p>
               </note> S. Cirillo Gerosolimitano, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>S. Cirillus Hierosolymitanus</emph>, Cateches. 18, Cap. 8.</p>
               </note> S. Epifanio, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>S. Epiphanius</emph>, Ancorat. Cap. 80. Physiol. Cap. 8.</p>
               </note> Enea di Gaza, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Aeneas Gazaeus</emph>, in Theophrasto.</p>
               </note> Sinesio, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Synesius</emph>, in Dione, vel de ipsius vit. instit.</p>
               </note> S. Isidoro, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>S. Isidorus</emph>, Orig. Lib. 12, Cap. 7, Lib. 17, Cap. 7.</p>
               </note> Alcimo Avito, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Alcimus Avitus</emph>, De Mosaic. Histor. Gestis I, vers. 239, seqq.</p>
               </note> Beda, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Beda</emph>, Exposit. Allegor. in Iob. Cap. 12, ad Cap. 29, vers. 18.</p>
               </note> Giorgio Piside, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Pisides</emph>, Hexaem. vers. 1118, seqq.</p>
               </note> Suida, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Suidas</emph>, in Lex. Art. <foreign lang="grc">hgr;οῖνιξ</foreign>.</p>
               </note> Alberto Magno.</p>
            <p>Tutti cotesti autori, e gli altri molti che parlano della Fenice, sono tra loro perfettamente d'accordo intorno a tutto ciò che riguarda questo animale. Basta consultarli per averne notizia certa e positiva della durata della sua vita. Erodoto avea inteso dire che esso compariva ogni cinquecento anni in Eliopoli dopo la morte di suo padre, e Ovidio similmente gli attribuisce cinque secoli di vita: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Ovidius</emph>, Metam. Lib. 15, v. 395, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Haec ubi quinque suae complevit saecula vitae,</l>
                  <l>Ilicis in ramis tremulaeve cacumine palmae</l>
                  <l>Unguibus et puro nidum sibi construit ore.</l>
                  <l>Quo simul ac casias et nardi lenis aristas</l>
                  <l>Quassaque cum fulva substravit cinnama murha,</l>
                  <l>Se super imponit finitque in odoribus aevum.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Anche S. Epifanio afferma che la Fenice <quote>«vive cinquecento anni circa sopra i cedri del Libano, senza cibarsi e senza bere, nutrendosi solo di vento»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>S. Epiphanius</emph>, Physiol. Cap. II.</p>
               </note> Mela, Seneca <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Seneca</emph>, Epist. 42.</p>
               </note> ed altri autori sono pure di questa opinione. Presso Enea di Gaza la vita della Fenice si allunga di qualche poco. Vi si legge che essa dura più di cinquecento anni. Solino vuol che essa duri quarant'anni più dei cinque secoli, anzi dice che la cosa è dimostrata. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Solinus</emph>, Polyhist. Cap. 36.</p>
               </note> Sin qui la differenza delle opinioni è di poco conto. Essa potrebbe anche sembrar tale, malgrado ciò che dice Manilio presso Plinio, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Plinius</emph>, Hist. Nat. Lib. 10, Cap. 2.</p>
               </note> che la Fenice vive cinquecento e sessant'anni. Ma essa cresce daddovero quando Nonno <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Nonnus</emph>, Dionysiac. Lib. 40.</p>
               </note> e Giovanni di Gaza <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Ioannes Gazaeus</emph>, Descript. Tabul. Mundi.</p>
               </note> chiamano la Fenice uccello dai mille anni; quando Marziale ci fa intendere che essa vive infatti dieci secoli: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Martialis</emph>, Epigram. Lib. 5, Epig. 7, vers. 1, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Qualiter Assyrios renovant incendia nidos,</l>
                  <l>Una decem quoties saecula vixit avis;</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>quando Ausonio ci si mostra seguace della stessa opinione: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Ausonius</emph>, Epist. 19, vers. 9, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Nec quia mille annos vivit gangeticus ales,</l>
                  <l>Vincit centum oculos, regia pavo, tuos:</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>quando l'autore del poemetto sulla Fenice attribuito a Lattanzio vi aggiunge peso col suo voto: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Lactantius</emph>, Phoenice, v. 59, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Quae postquam vitae iam mille peregerit annos,</l>
                  <l>Ac se reddiderint tempora longa gravem;</l>
                  <l>Ut reparet lapsum fatis urgentibus aevum,</l>
                  <l>Assueti nemoris dulce cubile fugit:</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>quando finalmente Claudiano si dichiara per la medesima sentenza, e assegna alla Fenice non meno di mille anni di vita: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Claudianus</emph>, De Phoenice, vers. 27, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Namque ubi mille vias longinqua retorserit aestas</l>
                  <l>Tot fuerint hiemes, toties ver cursibus actum,</l>
                  <l>Quas tulit autumnus dederit cultoribus umbras:</l>
                  <l>Tunc multis gravior tandem subiungitur annis,</l>
                  <l>Lustrorum numero victus.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>L'affare si fa molto più serio quando Cheremone, citato da Giovanni Tzetze, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Tzetzes</emph>, Chil. 5, vers. 395, seqq.</p>
               </note> ci dice che la Fenice vive sei o sette mila anni. È cosa ben dispiacevole che il mondo abbia appena durato tanto, quanto dee vivere cotesto uccello. Frattanto però noi ci troviamo nell'oscurità intorno alla vera durata della sua vita. Converrà desistere dal ricercarla e contentarci d'ignorare la verità quanto a questo punto. Forse le ricerche che faremo intorno alla patria della Fenice e al luogo della sua dimora ordinaria saranno più fortunate.</p>
            <p>Erodoto ci narra che, secondo una tradizione ricevuta tra gli Egiziani, questo uccello veniva in Eliopoli dall'Arabia. Anche a Plinio si era detto che la Fenice era animale arabo. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Plinius</emph>, Hist. Nat. Lib. 10, Cap. 2.</p>
               </note> Tale infatti era la opinione di alcuni, come vedesi pure presso Tacito. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Tacitus</emph>, Annal. Lib. 6, Cap. 28.</p>
               </note> Essa fu abbracciata da Solino. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Solinus</emph>, Polyhist. Cap. 36.</p>
               </note> Il così detto Lattanzio sembra divisare l'Arabia Felice, allorchè descrive il paese dell'uccello redivivo. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Lactantius</emph>, Phoen. vers. 1, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Est locus in primo felix Oriente remotus,</l>
                  <l>Qua patet aeterni maxima porta poli:</l>
                  <l>Nec tamen aestivos, hiemisque propinquus ad ortus,</l>
                  <l>Sed qua sol verno fundit ab axe diem.</l>
                  <l>Illic planities tractus diffundit apertos,</l>
                  <l>Nec tumulus crescit, nec cava vallis hiat.</l>
                  <l>Sed nostros montes, quorum iuga celsa putantur;</l>
                  <l>Per bis sex ulnas eminet ille locus.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>S. Isidoro chiama ancor egli la Fenice uccello di Arabia. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Phoenix, Arabiae avis dicta, quod colorem phoeniceum habeat, vel quod sit toto corpore singularis et unica.</quote>
                     <emph>S. Isidorus</emph>, Orig. Lib. 12, Cap. 7.</p>
               </note> S. Clemente Papa <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>S. Clemens Papa</emph>, Ep. I, ad Corinth. num. 25.</p>
               </note> e S. Ambrogio collocano pure la Fenice in Arabia. Nondimeno Ovidio sembra farla assiria. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Ovidius</emph>, Metamorph. Lib. 15, v. 392, seq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Una est quae reparet, seque ipsa reseminet, ales:</l>
                  <l>Assyrii Phoenica vocant.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Così anche Marziale, Ausonio, Aristide, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Aelius Aristides</emph>, Orat. Platon. I, de Rhetor.</p>
               </note> Filostrato <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Philostratus</emph>, Ep. 46.</p>
               </note> la fanno indiana. S. Epifanio dice che essa <quote>«abita vicino all'India»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>S. Epiphanius</emph>, Physiol. Cap. II.</p>
               </note> Altrove però la chiama arabica. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Idem</emph>, Ancorat. Cap. 80.</p>
               </note> Claudiano descrive il luogo della sua dimora in questa guisa: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Claudianus</emph>, De Phoen. v. 1, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Oceani summo circumfluus aequore lucus</l>
                  <l>Trans Indos Eurumque viret, qui primus anhelis</l>
                  <l>Sollicitatur equis vicinaque verbera sentit,</l>
                  <l>Humida roranti resonant cum limina curru;</l>
                  <l>Unde rubet ventura dies, longeque coruscis</l>
                  <l>Nox afflata rotis refugo pallescit amictu.</l>
                  <l>Haec fortunatus nimium Titanius ales</l>
                  <l>Regna colit, solusque plaga defensus iniqua</l>
                  <l>Possidet intactas aegris animalibus oras,</l>
                  <l>Saeva nec humani patitur contagia mundi.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Alcuni spacciavano, a dire di Antifane citato da Ateneo, che la Fenice nascea in Eliopoli città famosa di Egitto: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Antiphanes</emph>, in Conterraneis ap. Athenaeum Deipnosoph. Lib. 14.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg>
                  <l>Le Fenici in Eliopoli, in Atene</l>
                  <l>Fama è che nascan le civette, in Cipro</l>
                  <l>Nascan colombe, ed a Giunon produca</l>
                  <l>L'augel dorato, il vagheggiato augello,</l>
                  <l>Il leggiadro pavon Samo feconda.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Ecco la Fenice trasportata dall'Asia all'Affrica. Almeno potesse ella trattenersi in pace in questa parte del mondo giacchè nell'Asia ha dovuto cangiare tante volte di luogo. Ma ecco che un re di Etiopia, scrivendo al sommo Pontefice, la fa venire nel suo regno, e si vanta di possederla. E forse degli Etiopi intende parlare Filostorgio allorchè dice: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Philostorgius</emph>, Epit. ex. Hist. Eccl. Lib. 3, Cap. II.</p>
               </note>
               <quote>«Anche quel rinomato uccello, a cui si dà il nome di Fenice, trovasi presso di essi»</quote>. Questo luogo trovasi trascritto da Niceforo. Eccoci dunque in una piena incertezza anche quanto al paese della Fenice.</p>
            <p>Defraudati ancora questa volta nelle nostre speranze, non possiamo lusingarci di essere molto bene istruiti dagli antichi intorno al modo in cui quell'uccello muore e risorge. È vero che la maggior parte degli scrittori la fa morir bruciata e risorgere dalle proprie ceneri: <quote lang="lat">
                  <emph>Aut cinis eoa positi Phoenicis in ara</emph>
               </quote>: disse Lucano: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Lucanus</emph>, Pharsal. Lib. 6, v. 680.</p>
               </note> e l'autore del poemetto sul giudizio di Dio attribuito a Tertulliano: <note place="foot">
                  <p>De iudicio Domini, v. 133, seq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Et renovata suo vivit fuligine Phoenix,</l>
                  <l>Et sua mox volucris, mirum! post busta resurgit.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Giunto il tempo in cui la Fenice omai vecchia deve ringiovanire, il sole, dice Claudiano, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Claudianus</emph>, De Phoen. v. 55, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Propere flavis e crinibus unum</l>
                  <l>Concussa cervice iacit, missoque volentem</l>
                  <l>Vitali fulgore ferit: nam sponte crematur,</l>
                  <l>Ut redeat gaudetque mori festinus in ortum.</l>
                  <l>Fervet odoratus telis coelestibus agger</l>
                  <l>Consumitque senem: nitidos stupefacta iuvencos</l>
                  <l>Luna premit, pigrosque polus non concitat axes.</l>
                  <l>Parturiente rogo, curis natura laborat,</l>
                  <l>AEternam ne perdat avem, flammasque fideles</l>
                  <l>Admonet ut rerum decus immortale remittant.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Teofilatto arcivescovo di Bulgària scrive che <quote>«la Fenice figlia del Sole risorge dalle ceneri in cui si ridusse»</quote>; <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Theophylactus Archiepiscopus Bulgariae</emph>, Epist. 72.</p>
               </note> e S. Gregorio Nazianzeno fa pure che essa sia ravvivata dalle fiamme. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>S. Gregorius Nazianzenus</emph>, Praecep. ad Virgin.</p>
               </note> Par che Solino voglia dir lo stesso quando chiama rogo il cumulo di rami e di erbe odorifere, sopra il quale la Fenice si pone per morire. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Rogos suos struit cinnamis, quos prope Panchaiam concinnat in solis urbe, strue altaribus superposita.</quote>
                     <emph>Solinus</emph>, Polyhist. Cap. 36.</p>
               </note>
            </p>
            <p>Nondimeno la narrazione di molti autori è ben differente. Essi vogliono che il corpo della Fenice rinchiuso in una specie di sepolcro imputridisca, e produca un verme, il quale si cangi in uccello, e acquisti la figura della Fenice. Tale è il racconto di Manilio. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Ex ossibus... et medullis eius nasci primo ceu vermiculum; inde fieri pullum, principioque iusta funera priori reddere, et totum deferre nidum prope Panchaiam in solis urbem, et in ara ibi deponere.</quote>
                     <emph>Manilius</emph>, ap. Plin. Hist. Nat. Lib. 108, Cap. 2.</p>
               </note> Erodoto avea inteso dire che la Fenice risorta, o piuttosto la nuova Fenice, composta una massa di mirra grande in modo che essa valesse a portarla, vi faceva uno scavo, entro cui riponeva il corpo del padre, e chiusa l'apertura similmente con mirra, portava quell'invoglio in Eliopoli, e lo deponeva nel tempio del sole. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Herodotus</emph>, in Euterpe, Lib. II.</p>
               </note> S. Clemente Papa, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>S. Clemens Papa</emph>, Ep. I, ad Corinth. num. 25.</p>
               </note> seguìto da S. Cirillo Gerosolimitano, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>S. Cyrillus Hierosolymitanus</emph>, Catech. n. 18, Cap. 8.</p>
               </note> scrive che la Fenice <quote>«vicina a morire si fabbrica un sepolcro con incenso, mirra ed altri aromi, nel quale entra al tempo prefisso e muore. Dalla sua carne imputridita,» <seg type="inciso">segue il Santo Pontefice,</seg> «nasce un verme, che si nutre dell'umore del defonto animale e si veste di piume. Quindi fatto più vigoroso prende il sepolcro, ove sono le ossa del suo antecessore, e partendo dall'Arabia, lo trasporta in Egitto ove di giorno, alla presenza di tutti, lo depone sopra l'altare del sole in Eliopoli. Ciò fatto, ritorna al luogo della sua dimora»</quote>. Pomponio Mela non fa menzione del verme, nato dal corpo corrotto della Fenice; ma dice che questa, morta e imputridita, si concepisce essa stessa. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Ubi quingentorum annorum aevo perpetuo duravit, super exageratam variis odoribus struem sibi ipsa incubat solviturque; deinde putrescentium membrorum tabe concrescens, ipsa se concipit, atque ex se rursus renascitur.</quote>
                     <emph>Pomponius Mela</emph>, De Situ Orbe, Lib. 3, Cap. 4.</p>
               </note> S. Ambrogio non è d'accordo con se medesimo, poichè altra volta la fa morire naturalmente e risorgere nel verme prodotto dall'umore delle sue carni, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>S. Ambrosius</emph>, in Hexaem. Lib. 5, Cap. 23, De Fide Resurrect.</p>
               </note> altra volta la fa uccidere dalle fiamme e rinascere dalle proprie ceneri. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Idem</emph>, Enarrat. in Psalm. 118, Octonar. 19, v. 145.</p>
               </note> Ovidio nulla ha del verme, nulla della putrefazione, nulla pure delle fiamme. Egli si contenta di dire: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Ovidius</emph>, Metam. Lib. 15, v. 401.</p>
               </note>
               <quote lang="lat">
                  <emph>Corpore de patrio parvum Phoenica renasci</emph>
               </quote>: senza curarsi d'indicare in qual modo ciò avvenga. Elia Cretese fa nascere il verme non dal corpo putrefatto, ma dalle ceneri della Fenice. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Phoenicem (avis hoc est indicae nomen) aiunt, multis vivendo annis exactis aromaticis sarmentis insilientem, eaque per solis radios incendentem exuri. Deinde vermen ex ipsius cineribus nasci, qui non multo post alas nactus, in phoenicem restituatur.</quote>
                     <emph>Elias Cretensis</emph>, Schol. ad S. Gregor. Nazianzen. Orat. 2, contra Eunomian. — <quote lang="lat">Tale quiddam de Phoenice ave indica narratur, qui post multos annos in aromaticos fasciculos illapsus, iisque per solares radios accensis exuritur. Hinc de cinere suo vermen gignit, qui non multo post alas nanciscitur, et rursus in Phoenicem restituitur.</quote>
                     <emph>Idem</emph>, Scol. ad S. Greg. Naz. Orat. 6, contra Macedonian.</p>
               </note> S. Epifanio scrive che questa <quote>«percuotendosi più volte il petto colle ali, fa uscire dal suo corpo del fuoco, il quale accende la materia sottoposta, e così rimane essa interamente incenerita»</quote>. Che quindi, per effetto della divina provvidenza, una pioggia opportuna estingue la fiamma, e dagli avvanzi del corpo bruciato sorge un verme, il quale ben tosto si veste di piume, e diviene un piccolo uccello che, fatto più grande al terzo giorno, si fa vedere agli abitanti del luogo. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>S. Epiphanius</emph>, Ancorat. Cap. 80.</p>
               </note> L'autore del poemetto sulla Fenice, suppone che dal corpo di questo uccello già morto esca una fiamma che lo consumi: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Lactantius</emph>, Phoen., v. 95, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Interea corpus genitali morte peremptum</l>
                  <l>AEstuat, et flammam parturit ipse calor;</l>
                  <l>AEtherioque procul de lumine concipit ignem,</l>
                  <l>Flagrat, et ambustum solvitur in cinerem.</l>
                  <l>Quos velut in massam cineres in morte coactos</l>
                  <l>Conflat, et effectum seminis instar habet.</l>
                  <l>Hinc animal primum sine membris fertur oriri,</l>
                  <l>Sed fertur vermis lacteus esse color.</l>
                  <l>Crevit in immensum subito cum tempore certo.</l>
                  <l>Seque ovi teretis colligit in speciem:</l>
                  <l>Inde reformatur qualis fuit ante figura;</l>
                  <l>Et Phoenix ruptis pullulat exuviis.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Fra tanta confusione e diversità di pareri, converrà determinarsi ad un partito. Alcuni fra gli antichi stessi ce ne additano uno che è fuor di dubbio il più sicuro.</p>
            <p>Al tempo di Aristotele si parlava certamente in Grecia della Fenice, poichè Erodoto ne avea ragionato a lungo nella sua Euterpe. Eppure quel filosofo, nella sua storia degli animali, non fece motto di questo uccello, il che mostra che egli lo tenea per favoloso. Molto tempo dopo di lui, quando tutti conoscevano la novella della Fenice, Strabone parlando dell'Arabia, dell'India, dell'Etiopia, e annoverando gli animali che queste regioni producevano, trascurò del tutto quel preteso portento della natura, che solo sarebbe stato capace di render celebre un paese. Plinio, avendo a parlare della Fenice, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Plinius</emph>, Hist. Nat. Lib. 10, Cap. 2</p>
               </note> protesta dapprima che non sa se meriti fede ciò che se ne racconta; e altrove dice espressamente che la lunga vita della Fenice ha molto del favoloso. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Et reliqua fabulosius in Phoenice ac Nymphis.</quote>
                     <emph>Idem</emph>, l. c. Lib. 7, Cap. 48.</p>
               </note> S. Agostino non par molto persuaso della verità della sua risurrezione, <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Quod enim de Phoenice loqueris, ad rem de qua agitur, omnino non pertinet. Resurrectionem quippe illa significat corporum, non sexum destruit animarum: si tamen, ut creditur, de sua morte renascitur.</quote>
                     <emph>S. Augustinus</emph>, De Anima, et Eius Orig. Lib. 4, Cap. 10.</p>
               </note> e Fozio crede che S. Clemente sia degno di riprensione, perchè nella epistola prima ai Corintii <quote>«si serve dell'esempio della Fenice come di cosa verissima»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Photius</emph>, Biblioth. Cod. 126.</p>
               </note> E convien dire che nei secoli meno felici per la letteratura, la storia della Fenice avesse nondimeno perduto molto del suo credito presso i Greci, poichè S. Massimo Martire, scrittore del secolo settimo, non solamente combatte l'errore di chi teneala per vera, ma arrossisce anche e teme di rendersi ridicolo, di sembrar pazzo e di giostrare all'aria, combattendo quella favola, quasi tutti gli uomini sensati l'avessero già riconosciuta per tale. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>S. Maximus Martyr</emph>, Adversus Dogm. Severi ad Petrum illustrem.</p>
               </note>
            </p>
         </div1>
         <div1>
            <head>Capo 18</head>
            <head>DELLA LINCE</head>
            <p>Si spacciò nel secolo decimosettimo, che un detenuto in Anversa vedea tutto ciò che era nascosto sotto qualunque sorta di panni o di vestimenta, purchè in queste non fosse nulla di rosso. Il matematico Huyghens, che probabilmente non credeva a questa fola, ne diede conto nondimeno in tuono serio al P. Mersenne, forse per prendersene giuoco. Nel 1725 si divulgò che vivea in Lisbona una donna fornita di una vista molto più singolare. Era fama che essa scuoprisse col solo aiuto dei suoi occhi le acque sotterranee, e vedesse il sangue e tutto ciò che è nell'interno del corpo umano. Nel settembre di quell'anno il Mercurio di Francia pubblicò una lunga lettera sopra questa meraviglia. I dotti si ricordarono allora della Lince, alla quale gli antichi aveano attribuita la proprietà di vedere attraverso le muraglie e i ripari più spessi.</p>
            <p>La Lince non è un animale del tutto immaginario come la Fenice: essa può chiamarsi favolosa per metà. Tutte le nozioni che gli antichi ce ne hanno date, prese insieme, ci presentano l'idea di un quadrupede che non ha mai esistito. Conviene dunque rigettarne alcune come false, applicando le altre a quello fra gli animali conosciuti che si trovi avere la massima correlazione possibile colla Lince degli antichi. L'Accademia Reale delle Scienze di Parigi ha trovato che questo animale è il lupo cerviero, quadrupede di figura molto simile a quella del gatto, che ha una pelle macchiata, ed abita principalmente nei paesi freddi, come nella Moscovia, nella Siberia, nella Lituania, nelle parti settentrionali della Germania e nel Canadà, ove essi sono più piccoli e più bianchi che in Europa. Le pellicce che somministrano questi animali sono conosciute anche tra noi. Bochart <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Bochart</emph>, Hierozoic. Par. 1, Lib. 3, Cap. 8.</p>
               </note> avea creduto dover porre la Lince nella classe delle pantere; ma queste, benchè siano macchiate come il nostro quadrupede, sono ben differenti da esso nelle orecchie, nella coda che hanno lunghissima, mentre quella della Lince è molto corta, e nella pelle che non hanno coperta di lunghi peli, come l'animale di cui parlo.</p>
            <p>Sembra che alcuni anche tra gli antichi abbiano considerata la Lince come un quadrupede semi–favoloso. Plinio la pone insieme colla sfinge, coi cavalli alati e cornuti, e con altri simili mostri; <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Plinius</emph>, Hist. Nat. Lib. 8, Cap. 28.</p>
               </note> e Ovidio e Servio ci raccontano la sua origine affatto mitologica. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Lyncus rex Scythiae fuit qui missum a Cerere Triptolemum, ut hominibus frumenta monstraret, susceptum hospitio, ut in se gloria tanta migraret, interimere cogitavit, ob quam rem irata Ceres, eum convertit in lynceam feram varii coloris, ut ipse variae mentis extiterat.</quote>
                     <emph>Servius</emph>, ad Vergil. Aen. Lib. I, v. 327.</p>
               </note> Si facea uso delle viscere della Lince nelle operazioni magiche.</p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Non spuma canum, quibus unda timori,</l>
                  <l>Viscera non Lyncis, non dirae nodus hyaenae</l>
                  <l>Defuit:</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>dice Lucano descrivendo gl'incantesimi della sua Tessala. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Lucanus</emph>, Pharsal. Lib. 6, v. 6718, seqq.</p>
               </note> Si tenea la Lince per animale sacro a Bacco, e destinato al suo servigio. Ovidio canta in un'apostrofe a questo Dio: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Ovidius</emph>, Metam. Lib. 4, v. 24, seq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Tu biiugum pictis insignia frenis</l>
                  <l>Colla premis Lyncum.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>ed altrove: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Idem</emph>, l. c. Lib. 3, v. 666, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Ipse racemiferis frontem circumdatus uvis</l>
                  <l>Pampineis agitat velatam frondibus hastam.</l>
                  <l>Quem circa tigres simulacraque inania Lyncum</l>
                  <l>Pictarumque iacent fera corpora pantherarum.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Nemesiano dice di Bacco: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Nemesianus</emph>, Ecl. 3.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Quin etiam Deus ille, Deus, Iove prosatus ipso,</l>
                  <l>Et plantis uvas premit, et de vitibus hastas</l>
                  <l>Ingerit, et Lynci praebet cratera bibenti.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Celebri sono quei gonfi versi di poeta incerto deriso da Persio: <note place="foot">
                  <p>Auctor incertus, ap. Pers. Sat. I, v. 100, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Torva Mimalloneis implerunt cornua bombis,</l>
                  <l>Et raptum vitulo caput ablatura superbo</l>
                  <l>Bassaris, et Lyncem Maenas flexura corymbis,</l>
                  <l>Evion ingeminat, reparabilis adsonat Echo.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>L'Etiopia fu creduta da Plinio la patria delle Linci. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Plinius</emph>, Hist. Nat. Lib. 8, Cap. 21.</p>
               </note> Ovidio le fa derivare dall'India: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Ovidius</emph>, Metam. Lib. 15, v. 413.</p>
               </note>
               <quote lang="lat">
                  <emph>Victa racemifero Lyncas dedit India Baccho</emph>
               </quote>. Ma Buffon vuole che esse siano almeno rarissime nei paesi caldi, e riprende Klein, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Klein</emph>, De Quadrup.</p>
               </note> che avea asserito trovarsene delle assai belle in Asia e in Affrica e singolarmente in Persia, narrando di averne veduta una in Dresda molto ben moscata, e di gambe alte, venuta dall'Affrica; e Kolbe, che le avea credute communi nel Capo di Buona–Speranza.</p>
            <p>Gli antichi ci hanno rappresentata la Lince come un animale timido.</p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Nec curat Orion leones</l>
                  <l>Aut timidos agitare Lyncas,</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>disse Orazio <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Horatius</emph>, Carm. Lib. 2, Ode 13, v. 39, seq.</p>
               </note> che altrove la chiama fugace: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Idem</emph>, l. c. Lib. 4, Od. 6, v. 33, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Deliae tutela deae, fugaces</l>
                  <l>Lyncas et cervos cohibentis arcu,</l>
                  <l>Lesbium servate pedem meique</l>
                  <l>Pollicis ictum.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Achille presso Stazio dice di Chirone:</p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Numquam ille imbelles Ossaea per avia Lynces</l>
                  <l>Sectari, aut timidos passus me cuspide dammas</l>
                  <l>Sternere.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Questa idea è falsa. La Lince vive di caccia, assalta i gatti selvaggi, le martore, gli ermellini, gli scoiattoli, le lepri, i caprioli e perfino i cervi; insegue la sua preda infaticabilmente, anche sulla cima degli alberi; le succhia il sangue e gli apre il cranio per divorargli il cervello. Charlevoix <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Charlevoix</emph>, Hist. et Descript. Génér. de la Nouv. France.</p>
               </note> dice che la Lince del Canadà non vive che di selvaggiume. Benchè non molto crudele, scrive Leclerc, la Lince è terribile a vedersi. Quella della Norvegia, secondo il rapporto di Pontoppidan, se viene assalita da un cane, si pone supina, e colle unghie, che ha lunghe a somiglianza del gatto, si difende in modo che giunge ben tosto a respingere l'assalitore. Certamente anche nei tempi antichi sembra avervi avuto chi riguardasse la Lince come un animale feroce, poichè Virgilio parlando del furore che concepiscono le cavalle innamorate, Che cosa, dice hanno che fare con queste le Linci, i lupi, i cani? <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Vergilius</emph>, Geor. Lib. 3, v. 264, seq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Quid Lynces Bacchi variae, et genus acre luporum</l>
                  <l>Atque canum?</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Fuor di dubbio, soggiunge, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Idem</emph>, l. c. v. 266.</p>
               </note>
               <quote lang="lat">
                  <emph>Ante omnes furor est insignis equarum</emph>
               </quote>.</p>
            <p>Di raro la Lince torna per la seconda volta ad una preda: perciò forse si credè communemente che essa fosse di cattivissima memoria. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Natura Lynces insitum habent, ne post tergum respicientes, meminerint peiorum, et mens perdat quod oculi videre desierint.</quote>
                     <emph>S. Hieronymus</emph>, Epist. 44.</p>
               </note>
            </p>
            <p>Gli antichi teneano la Lince per animale di color vario e sparso di macchie, nel che non erravano. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Lynx, dictus, quia in luporum genere numeratur; bestia maculis terga distincta, ut pardus, sed similis lupo.</quote>
                     <emph>S. Isidorus</emph>, Orig. Lib. 12, Cap. 2.</p>
               </note> Euripide chiama le linci macchiate; <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Euripides</emph>, in Alceste.</p>
               </note> e Virgilio fa dire da Venere ad Enea e al suo compagno Acate: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Vergilius</emph>, Aen. Lib. I, v. 321, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Heus... iuvenes, monstrate, mearum</l>
                  <l>Vidistis si quam hic errantem forte sororum</l>
                  <l>Succinctam pharetra et maculosae tegmine Lyncis.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Alcuni codici hanno <foreign lang="grc">λυγγός</foreign> in luogo di <foreign lang="grc">σhgr;ιγγός</foreign> in quel verso citato da Plutarco: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Plutarchus</emph>, De Audiend. Poet.</p>
               </note>
               <quote lang="lat">
                  <emph>O ingannatrice, varia più di Lince</emph>
               </quote>. Che gli antichi avessero qualche cognizione dell'uso delle pellicce che somministrano le Linci, può dedursi sì dal luogo di Virgilio che ora ho riferito, sì da quei versi di Stazio, nei quali si descrive un cavallo montato dal cavaliere: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Statius</emph>, Thebaid. Lib. 4, v. 271, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Cornipedem trepidos suetum praevertere cervos</l>
                  <l>Velatum geminae deiectu Lyncis et arma</l>
                  <l>Mirantem gravioris eri sublimis agebat.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Favola molto nota e molto divulgata presso gli antichi fu quella del lincurio, sorta di pietra, o gemma, che si credè essere la orina della Lince addensata o indurata. Questo animale ha, come il gatto, la pulitezza di cuoprire la sua orina di terra, del quale onesto costume fa menzione anche Plutarco. <quote>«Antipatro,» <seg type="inciso">dic'egli,</seg> «che accusa di poca mondezza gli asini e le pecore, non so perchè non abbia fatta parola delle Linci e delle rondini, delle quali quelle trasportan via e cuoprono e nascondono i loro escrementi, e queste insegnano ai loro figliuolini a sgravarsi collocandosi in guisa da sporgere al di fuori del nido»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Plutarchus</emph>, <quote lang="lat">Terrestria ne, an aquatil. animal. sint callidiora.</quote>
                  </p>
               </note> Fu dunque questa costumanza della Lince che fece sospettare non forse qualche cosa di prezioso fosse ciò che essa avea tanta cura di celare. Chi il crederebbe? Quel povero animale fu chiamato invidioso e maligno, e fu accusato di volere impedire che gli uomini profittassero delle gemme che si formavano dalla sua orina. Uno dei suoi accusatori fu Teofrasto, che Solino cita a questo proposito. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Urinas (Lyncum) coire in duritiem pretiosi calculi fatentur qui naturas lapidum exquisitius sunt persecuti. Istud etiam ipsas Lynces persentiscere hoc argumento probatur, quod egestum liquorem illico arenarum cumulis, quantum valent, contegunt, invidia scilicet, ne talis egeries transeat in nostrum usum, ut Theophrastus perhibet.</quote>
                     <emph>Solinus</emph>, Polyhist.</p>
               </note> Demostrato, presso Plinio, distingue due sorte di lincuri, gli uni formati dalla orina dei maschi, e gli altri da quella delle femmine tra le Linci. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Lyncurion... fieri ex urina Lyncum bestiarum, e maribus fulvum et igneum, e foeminis languidius atque candidum.</quote>
                     <emph>Demostratus</emph>, ap. Plin. Hist. Nat. Lib. 37, Cap. 2.</p>
               </note> S. Isidoro rimette in campo l'invidia delle Linci. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Huius urinam converti in duritiem pretiosi lapidis, qui lyncurius appellatur, quod et ipsos Lynces sentire hoc documento probatur. Nam egestum liquorem arenis, in quantum potuerint, contegunt, invidia quadam naturae, ne talis egestio transeat in usum humanum.</quote>
                     <emph>S. Isidorus</emph>, Orig. Lib. 12, Cap. 2.</p>
               </note> Plinio però poco credulo e niente persuaso della singolare virtù della orina di questi animali e della loro invidia, giudica bene negare assolutamente l'esistenza del lincurio. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Ego falsum id totum arbitror, nec visam in aevo nostro gemmam ullam ea appellatione.</quote>
                     <emph>Plinius</emph>, Hist. Nat. Lib. 37, Cap. 3.</p>
               </note> Diocle, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Diocles</emph>, ap. eumd. l. c.</p>
               </note> Metrodoro, Dioscoride, Eliano, Strabone, Giuseppe Ebreo, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Iosephus</emph>, Antiq. Iudaic. Lib. 3, Cap. 7.</p>
               </note> S. Girolamo, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>S. Hieronymus</emph>, Epist. 128.</p>
               </note> hanno parlato di cotesta pietra, e ne è fatta pure menzione nella Volgata della Scrittura, e nella versione dei Settanta. <note place="foot">
                  <p>Exodi Cap. 28, v. 19; Cap. 39, v. 12.</p>
               </note> Si ha nelle Transazioni della Società Reale di Londra una Memoria del sig. Guglielmo Watsa, appartenente all'anno 1759, sopra il lincurio degli antichi. L'autore vi rigetta le opinioni di Woodward e di Geoffroi, il primo dei quali avea creduto che quella pietra fosse una specie di belennite: il secondo che non fosse diversa dall'ambra. Egli pensa che il lincurio non sia altro che la pietra del Ceylan. S. Epifanio crede che il lincurio, o ligurio della Scrittura, possa prendersi per il giacinto. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>S. Epiphanius</emph>, De 12 Gem. quae sunt in veste Aaron. Cap. 7.</p>
               </note>
            </p>
            <p>Il cavalier Carlo Antonio Napione in una memoria sul lincurio, pubblicata in Roma nel 1795, cerca di provare che questa gemma è una specie di elettro, che essa fu dapprima detta ligurio dalla Liguria, e poscia corrottamente lincurio, e che da questa corruzione nacque la favola della orina della lince addensata.</p>
            <p>La Lince è celebre principalmente per la vista meravigliosa che gli antichi gli attribuivano. Si credea che essa giungesse a vedere gli oggetti posti dietro ad altri oggetti, qualità che riuscirebbe molto incommoda, se ne fosse provveduto qualcuno che sapesse profittarne. Per fortuna, malgrado i racconti dell'Huyghens e del Mercurio di Francia, che ho accennati di sopra, nessuno si è trovato fino ad ora che ne fosse fornito. In verità la Lince ha gli occhi vivi e la guardatura dolce, ciò che ha notato ancora Oppiano. Quella della Norvegia ha la vista acuta, e scorge la preda molto di lontano, al riferire di Pontoppidan. Non credo però che questo ci autorizzi a prestar fede a quel detto di Plinio, che le Linci <quote>«vedono meglio di ogni quadrupede»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Clarissime omnium quadrupendum cernunt.</quote>
                     <emph>Plinius</emph>, Hist. Nat. Lib. 28, Cap. 8.</p>
               </note> Oppiano chiama questi animali, <foreign lang="grc">εὐγλήνους</foreign> cioè, <emph>di buon occhi</emph>. Gli occhi della Lince passarono in proverbio, e significarono vista ottima ed acutissima, ovvero diligenza o penetrazione. Orazio fa uso di questo modo di esprimersi: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Horatius</emph>, Sermon. Lib. I, Sat. 2, v. 908, seqq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Ne corporis optima Lynceis</l>
                  <l>Contemplere oculis; Hypsaea caecior, illa,</l>
                  <l>Quae mala sunt, spectes.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Non so se anteriore o posteriore alla favola delle Linci debba dirsi quella di Linceo, e se questo abbia tratta dalle Linci la sua denominazione, o le Linci debbano a lui la chimerica idea che si concepì della loro vista. Ognuno sa che Linceo, secondo la venerabile antichità, era un valentuomo che avea seduto sulla barca degli Argonauti, e avea superati per la prima volta coi suoi compagni gli ostacoli che l'acqua frapponeva ad un assassinio. Questo bravo navigatore avea una vista sì perfetta, che vedea sotterra le miniere, e facea altre prove da non credere. Basti dire che scoprì Castore e Polluce nascosti dentro una quercia scavata; che da una riva del mare vedea tutto ciò che si facea sulla riva opposta; che dalla sommità del Taigeto, monte della Laconia vicino a Sparta, scorreva cogli occhi tutto il Peloponneso; e che stando in Sicilia vide distintamente la flotta punica che salpava dal porto di Cartagine, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Plutarchus</emph>, De Commun. Notit. adversus Stoic.</p>
               </note> e ne contò le navi ad una ad una.</p>
            <quote rend="block">
               <lg>
                  <l>Dall'alto del Taigeto di lontano,</l>
                  <l>Sul tronco di una quercia il vide assiso</l>
                  <l>Linceo, quel che spingea sì lungi il guardo,</l>
                  <l>Che simil tra i mortali alcun non ebbe;</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>dice Pindaro di Castore. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Pindarus</emph>, Nem. Od. I, v. 114, seqq.</p>
               </note> Teocrito chiama Linceo, <foreign lang="grc">ἀκριβῆ ὄμμασι</foreign>, cioè, <emph>dal guardo acuto</emph>: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Theocritus</emph>, Idyll. 23, v. 193.</p>
               </note> e Seneca fa dire a Medea: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Seneca</emph>, Med. Act. 2, Sc. 2, v. 231, seq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Trans Pontum quoque</l>
                  <l>Summota Lynceus lumine immisso videt.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Secondo la favola, scrive S. Girolamo, <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Lynceus, ut fabulae ferunt, videbat trans parietem.</quote>
                     <emph>S. Hieronymus</emph>, Epist. 61, adversus error. Ioan. Hierosolym.</p>
               </note> Linceo vedeva attraverso le muraglie. Egli <quote>«era di vista sì acuta,» <seg type="inciso">dice lo scoliaste di Luciano,</seg>
                  <note place="foot">
                     <p>
                        <emph>Scholiastes Luciani</emph>, ad Icaromenip. sive Hyperneph.</p>
                  </note> «che vedea perfino sotterra»</quote>. Non è dunque meraviglia che gli antichi ripetessero sì sovente il nome di Linceo, quando parlavano di qualche uomo di buona vista, ovvero se ne servissero metaforicamente per significare la sottigliezza di chi esamina con diligenza, o la sagacità e la finezza dell'ingegno di qualcuno. <quote>«Tu certamente,» <seg type="inciso">dice Luciano ad Ermotimo,</seg> «ci sembri più perspicace di Linceo»</quote>. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Lucianus</emph>, in Hermot. sive De Sect.</p>
               </note> Egli si serve più volte di questo nome per simili usi. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Idem</emph>, in Tim. sive Misanth. in Dial. Menip. et Tires. Pro. Imagin. et in Icaromenip. sive Hypernereph.</p>
               </note> Benchè l'uomo abbia tutti i sensi, scrive Seneca, <note place="foot">
                  <p>
                     <quote lang="lat">Homo omnes sensus habet, nec ideo tamen omnes homines aciem habent Lynceo similem.</quote>
                     <emph>Seneca</emph>, De Benef. Lib. 4, Cap. 27.</p>
               </note> non tutti gli uomini hanno gli occhi come quelli di Linceo. Tu certo, dicea Orazio a Mecenate, non speri di vedere come Linceo; nondimeno non lasci di medicarti gli occhi, quando li hai lacrimosi e mal disposti: <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Horatius</emph>, Epist. Lib. I, Epist. I, v. 28, seq.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>Non possis oculis quantum contendere Lynceus,</l>
                  <l>Non tamen idcirco contemnas lippus inungi.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>La vista di Linceo era dunque presso gli antichi la materia di un proverbio fondato, come tanti altri, sulla favola. A questa pensano alcuni che abbia dato luogo la sufficienza in astronomia di quel buon Argonauta che vuolsi provare con un passo di Plinio, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Plinius</emph>, Hist. Nat. Lib. 2, Cap. 17.</p>
               </note> e che potrebbesi anche dedurre da quei versi di Valerio Flacco. <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Valerius Flaccus</emph>, Argonaut. Lib. I.</p>
               </note>
            </p>
            <quote rend="block">
               <lg lang="lat">
                  <l>At frater magnos Lynceus servatur in usus,</l>
                  <l>Quem tulit Arene, possit qui rumpere terras,</l>
                  <l>Et Styga transmisso tacitam deprendere visu.</l>
                  <l>Fluctibus e mediis terras dabit ille magistro,</l>
                  <l>Et dabit astra rati, cumque aethera Iupiter umbra</l>
                  <l>Perdiderit, solum transibit nubila Lynceus.</l>
               </lg>
            </quote>
            <p>Tzetze <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Tzetzes</emph>, Schol. ad Lycophron. Cassandr.</p>
               </note> pensa che Linceo sia stato il primo scopritore delle miniere, e che ciò gli abbia procurata la fama di uomo acutissimo di vista; piccolo compenso per un merito reale, convertito così in una qualità favolosa se pure fu merito il far conoscere ciò che sconosciuto niuno avrebbe desiderato, e che scoperto tutti desiderano, e spesso senza potere ottenere.</p>
         </div1>
         <div1>
            <head>Capo 19</head>
            <head>RICAPITOLAZIONE</head>
            <p>La storia degli errori è lunga come quella dell'uomo. Il pregiudizio, nel senso in cui qui si usurpa questa parola, è ben differente dall'errore; poichè questo può nascere insieme e spirare, opporsi alle idee generalmente ricevute, esser commune a pochi ed anche esser proprio di un solo; quello è necessariamente durevole, la sua vita di raro si limita ad una sola generazione, esso è il sentimento del popolo e regna nella massima parte degli uomini, o almeno di qualche nazione. Ogni pregiudizio è un errore, ma non ogni errore è un pregiudizio. Ciò è evidente. Noi dunque ristringendoci a considerare i pregiudizi, abbiamo assunto l'incarico di esaminare appena una decima parte degli errori; limitandoci a riandar col pensiero i pregiudizi degli antichi, abbiamo fatto oggetto delle nostre ricerche appena una terza parte dei pregiudizi. Molti errori popolari dei nostri avi si sono presentati successivamente e con ordine al nostro sguardo. La teologia, la pretesa scienza del futuro, la pneumatologia, l'astronomia, la geografia, la meteorologia, la storia naturale dell'uomo, la zoologia degli antichi ci hanno somministrato argomento di ridere e di riflettere. La materia però è ben lungi dall'essere esaurita. Frattanto dalle ricerche, che abbiamo fatte fino ad ora, possiamo trarre quella utilità che il filosofo deve cercare dappertutto. Analizzando, quanto all'errore lo spirito del volgo, possiamo distinguere in classi alcuni dei suoi pregiudizi venendo con ciò a conoscere qualcuna tra le sorgenti dalle quali questi derivano.</p>
            <p>La superstizione è una gran fonte di errori in materia di Religione, vale a dire in quella materia nella quale gli errori sono più perniciosi, e sarebbono anche più durevoli, se un Essere, che può tutto, non prendesse cura di distruggerli. La superstizione dice Teofrasto, <note place="foot">
                  <p>
                     <emph>Theophrastus</emph>, Caracter. Cap. 16.</p>
               </note> è un timore mal regolato della Divinità. Questa definizione non conviene all'uopo nostro. Più opportuna è quella di un moderno: La superstizione è un abuso della Religione nato dall'ignoranza. Avrebbe potuto dire, è un effetto dell'ignoranza di chi pratica la Religione. Il volgo è naturalmente religioso. Questa qualità è ottima. Ma quasi nessuna delle buone qualità del volgo si contiene dentro i suoi limiti e tutto ciò che eccede i suoi limiti è cattivo in quanto li eccede. La sola scienza può fissare il punto preciso, oltre il quale non debbono estendersi gli effetti di una virtù o di una prevenzione giusta ed opportuna. È impossibile che l'ignoranza conosca questo punto, e per conseguenza è quasi impossibile che le stesse buone qualità del volgo non producano qualche cattivo effetto. La Religione ha prodotta la superstizione; e poichè il male che nasce da un gran bene suol esser grande ancor esso, è evidente che la superstizione deve essere un male considerabilissimo, poichè la Religione è il più grande di tutti i beni, ed essa corrompe la Religione. Il rispetto giustissimo, che si ha per questa augusta madre della umanità, applicato a cose chimeriche rende difficilissimo al saggio il guarire i popoli dalla superstizione. Massime erronee si venerano come quelle che insegna la più pura delle dottrine, si vuole che esse facciano causa commune colla Religione, e si crederebbe, rigettando quelle, mancare a questa. Il popolo reputa empio chi disprezza l'oggetto delle sue superstizioni: un uomo nemico dei pregiudizi è, secondo lui, un irreligioso. Quindi la Religione più pura è nel linguaggio del volgo un'empietà; quindi obbligarlo ad esser pio, secondo le regole della pietà vera, è un constringerlo a divenire infedele; quindi spogliarlo dei pregiudizi più perniciosi, è un cercar di sedurlo e di perderlo. Effetti terribili della superstizione! E quanti scellerati, che confondendo la verità coll'abuso che se ne è sempre fatto, hanno rese indifferentemente la Religione e la superstizione gli oggetti dei loro motteggi, credendo in vista di questa aver diritto di ridersi di quella! La superstizione è dunque dannosa per ogni verso; sì perchè ne è violata la purità della Religione; sì perchè trae i popoli in errore sopra un punto che essenzialmente non può ammetterli; sì perchè offuscando loro la mente, e ravvolgendo fra le tenebre del pregiudizio i dogmi più santi, impedisce loro di conoscere e di praticare ciò che è assolutamente necessario; sì ancora perchè dà occasione agli empi di schernire le verità più venerabili e di pervertire i deboli con questo mezzo. Appartiene alla superstizione ciò che abbiamo detto degli errori che gli antichi ebbero intorno agli Dei, agli oracoli, alla magia, ai sogni, allo sternuto, agli spiriti subalterni, alle ecclissi, alle comete, al tuono, alla folgore, al vento, al tremuoto. Essi sono stati le vittime di questi errori: e tanti milioni di eretici, educati tra massime false, che crederebbono empietà il disprezzare, sono anche al presente le vittime dei pregiudizi di Religione che hanno succhiati col latte. Il vivere nella vera Chiesa è il solo rimedio contro la superstizione. Un errore considerabile non può nascere e propagarsi nel seno di questa senza essere ben tosto esaminato e schiacciato, o almeno reso manifesto e dichiarato errore in faccia all'universo. Soltanto leggieri pregiudizi e superstizioni poco pericolose possono allignare in una Chiesa, che è la sede dell'ordine e dell'unità, capitale nemica dell'errore.</p>
            <p>La credulità è, e sarà sempre, come sempre è stata, una sorgente inesauribile di pregiudizi popolari. Sorgente abbondantissima, alla quale si possono quasi ridurre tutte le altre sorgenti di pregiudizi, poichè nessun errore è nato tutto ad un tratto nella mente di tutti. Qualcuno ne ha concepita l'idea, e questa aiutata dalla credulità si è propagata appoco appoco e si è resa commune a popoli interi. La credulità popolare non ha rimedio. Essa durerà fino a che il volgo sarà ignorante, vale a dire, fino a che sarà volgo. Un uomo ignorante, e che nella maggior parte delle cose non presume di sapere più di un altro crederà sempre tutto ciò che gli verrà detto, e stimerà effetto di folle arroganza ed anche di stupidità il dubitarne. Si sarà sempre credulo finchè non si saprà esaminare, o almeno non si ardirà tentare di farlo, e per conseguenza fino a che durerà l'ignoranza, che sarà necessariamente il patrimonio eterno del volgo.</p>
            <p>Accade però bene spesso che gl'ignoranti non siano assai docili, e non prestino fede facilmente a chi vuol persuaderli di qualche verità. Ciò avviene d'ordinario quando questa si trova in opposizione con qualche errore che essi hanno abbracciato molto prima, e che si confà molto più al temperamento del loro intelletto. Vuolsi persuadere ad un uomo di campagna a lasciar di credere alle streghe, di far uso egli medesimo d'incantesimi per allontanare dai suoi campi delle disgrazie, di regolarsi nelle sue operazioni campestri colle diverse fasi della luna? Ciò riuscirà diffficilissimo e quasi impossibile. L'affezione che quell'uomo ha per le antichissime opinioni e per le vecchie costumanze delle genti di villa; la profonda venerazione che conserva per i suoi maggiori che gliele hanno trasmesse e raccomandate caldamente; l'uso continuo di riguardarle come cose evidentemente vere e necessarie, cominciato sin dall'infanzia, e consolidato dalla forza potentissima di un'educazione rozzamente condotta; l'inclinazione per il meraviglioso, naturale a tutti gli uomini; altrettante sorgenti di errori popolari inespugnabili; renderanno inutili le cure di chi travaglierà a disingannarlo. La credulità, trovandosi allora in opposizione colla credulità, farà che rimangano vittoriose quelle opinioni che hanno gettate già nell'animo dell'uomo campestre profonde radici.</p>
            <p>La mancanza di esame, di critica e di ciò che è necessario per giudicare, la negligenza che impedisce di riflettere, e fa che non si abbia cura di accertarsi di una cosa prima di crederla; ben di rado vanno disgiunte dalla credulità. Gli errori degli antichi intorno ai Pigmei, ai Centauri e agli altri mostri semiumani, alla Fenice, alle Linci, in una parola tutti gli errori che possono chiamarsi istorici o geografici, tutti quelli che non aveano altro fondamento che una fama vaga e una tradizione incerta, di cui non conosceasi l'origine, ovvero la testimonianza di qualche viaggiatore o di qualche scrittore indegno di fede, amplificata poi anche e sfigurata, derivavano da queste sorgenti.</p>
            <p>L'ignoranza delle cause è, principalmente quanto alle cose naturali, una fonte grandissima di errori. Si vede un effetto meraviglioso, e come avviene bene spesso, se ne ignora la cagione. Gli uomini primitivi la ignoravano quasi sempre. Ciò bastava per far nascere un pregiudizio, poichè l'uomo non si contenta di osservare un effetto, rimanendo nella sua mente affatto incerto intorno alla causa di esso. Sovente egli si forma subito nel suo intelletto un'idea ordinariamente falsa di ciò che può produrlo. Questa idea communicata ad altri, o concepita da molti in particolare, il che qualche volta avviene in riguardo ad alcune cose, diveniva tosto presso gli antichi, naturalmente ignoranti nella fisica, l'oggetto di un pregiudizio universale. Le stelle si vedevano muoversi regolarmente e con ordine invariabile: esse si crederono animate. Si vide che il sole illuminava e riscaldava. Il fuoco produceva ambedue questi effetti, ed esso non potea sussistere senza alimento. Si stimò dunque che il sole avesse bisogno di pascolo. Quest'astro non risplendeva durante la notte per una parte della terra. Si credè che esso si estinguesse al finire del giorno, poichè un lume è spento quando non risplende. Da che sono nati tutti questi errori, se non dall'ignoranza delle cause? Abbiam veduto che da questa ebbe pure origine l'astrologia.</p>
            <p>Ecco molte fonti di errori, ecco molti scogli, nei quali la ragione va ad urtare, ecco molti abissi, nei quali essa piomba e si perde. La sua face si spegne, e la verità ci scomparisce dagli occhi. Quanto è frequente per l'uomo questa sventura! Quanto è raro che egli la tema! Noi dormiamo tranquillamente mentre l'errore ci è sopra e ci preme le pupille. Fin la filosofia è divenuta per noi una sorgente di errori. Fin l'incredulità è divenuta madre di pregiudizi più perniciosi di quelli che la credulità ha mai prodotti. Ad onta eterna del nostro secolo, che ha saputo render malvagio ciò che l'uomo può colle sue qualità naturali procacciarsi di più grande e di più bello, il nome di Filosofo è divenuto odioso alla più sana parte degli uomini. Omai esso non significa più che infedele; esso non significa che uomo nemico dei suoi doveri, della Religione, della patria, dello stato; esso non significa che uomo carico degli errori i più grossolani, i più contrari al bene della società, alla felicità del genere umano. Sì, dice Bacone, una tintura di filosofia allontana gli uomini dalla Religione. Verità terribile, ma della quale possiamo consolarci con ciò che soggiunge quel gran conoscitore dello spirito umano: una cognizione soda della filosofia li riconduce al suo seno. Religione amabilissima! è pur dolce poter terminare col parlare di te ciò che si è cominciato per far qualche bene a quelli che tu benefichi tutto giorno; è pur dolce poter concludere con animo fermo e sicuro che non è filosofo chi non ti segue e non ti rispetta, e non v'ha chi ti segua e ti rispetti, che non sia filosofo.</p>
            <p>Oso pur dire che non ha cuore, che non sente i dolci fremiti di un amor tenero che soddisfa e rapisce, che non conosce le estasi in cui getta una meditazione soave e toccante, chi non ti ama con trasporto, chi non si sente trascinare verso l'oggetto ineffabile del culto che tu c'insegni. Comparendo nella notte dell'ignoranza, tu hai fulminato l'errore, tu hai assicurata alla ragione e alla verità una sede che non perderanno giammai. Tu vivrai sempre, e l'errore non vivrà mai teco. Quando esso ci assalirà, quando cuoprendoci gli occhi con una mano tenebrosa minaccerà di sprofondarci negli abissi oscuri che l'ignoranza spalanca avanti ai nostri piedi, noi ci volgeremo a te, e troveremo la verità sotto il tuo manto. L'errore fuggirà come il lupo della montagna inseguito dal pastore, e la tua mano ci condurrà alla salvezza.</p>
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      </body>
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</TEI.2>