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<!DOCTYPE TEI.2 SYSTEM "http://bibliotecaitaliana.it/dtd/bibit.dtd">
<TEI.2>
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      <fileDesc>
         <titleStmt>
            <title>Epistolario</title>
            <author>Giacomo Leopardi</author>
         </titleStmt>
         <extent>4515750 Kb in UTF-8</extent>
         <publicationStmt>
            <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
            <pubPlace>Roma</pubPlace>
            <date>2008</date>
            <idno>bibit000098</idno>
            <availability>
               <p>Questa risorsa digitale è liberamente accessibile per uso
                        personale o scientifico. Ogni uso commerciale è vietato</p>
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            <title>Collezione BibIt</title>
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            <bibl>
               <title>Tutte le opere</title>
               <author>Leopardi, Giacomo</author>
               <editor id="ed">Felici, Lucio</editor>
               <publisher>Lexis Progetti Editoriali</publisher>
               <pubPlace>Roma</pubPlace>
               <date>1998</date>
               <note>L'edizione elettronica fa riferimento ai testi: 1) Giacomo Leopardi, Epistolario, a cura di F. Moroncini e G. Ferretti, Firenze, Le Monnier, 1934-1941, 7 voll. (con le lettere dei corrispondenti); 2) Le lettere, vol. V di Tutte le opere di Giacomo Leopardi, a cura di F. Flora, Milano, Mondadori, 1963.</note>
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         <samplingDecl>
            <p>Tutti i materiali paratestuali della fonte cartacea non riconducibili alla
                responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
                digitale</p>
         </samplingDecl>
         <editorialDecl>
            <correction method="silent" status="medium">
               <p>Livello medio: controllo a video con collazione con edizione di
                        riferimento</p>
            </correction>
            <quotation form="data" marks="all">
               <p>I simboli di citazione e di discorso diretto presenti sulla fonte cartacea
                        sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
            </quotation>
            <hyphenation eol="none">
               <p>I trattini di sillabazione a fine riga sono stati soppressi e le parole
                        ricomposte</p>
            </hyphenation>
         </editorialDecl>
         <classDecl>
            <taxonomy id="CGB">
               <bibl>Classificazione generi BibIt</bibl>
            </taxonomy>
         </classDecl>
      </encodingDesc>
      <profileDesc>
         <creation>
            <date>800</date>
         </creation>
         <langUsage>
            <language id="ita">Italiano</language>
         </langUsage>
         <textClass>
            <keywords scheme="CGB">
               <term>Lettere ed epistolari</term>
            </keywords>
         </textClass>
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            <date>Data sconosciuta anteriore al 2000</date>
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               <name>LEXIS</name>
            </respStmt>
            <item>Digitalizzazione</item>
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            <date>Data sconosciuta anteriore al 2000</date>
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            <item>Correzione linguistica</item>
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            <date>2005-02-24T00:00:00.000+01:00</date>
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               <name>Carla Deiana</name>
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            <date>2007-11-14T00:00:00.000+01:00</date>
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               <name>Carla Deiana</name>
               <name>BIBIT</name>
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            <item>Validazione</item>
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   <text>
      <body>
         <div1 n="A Monaldo L. (1807)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI</hi>
               </salute>
               <date>
                  <add resp="ed">Recanati 1807</add>
               </date>
            </opener>
            <p lang="lat">Quatuor sunt dies ex quo iterum summa nostra laetitia studia incepimus, quae utinam juxta tui, ac Praeceptoris desiderium evenirent. In haec incumbere toto animo volo, et erit gratius mihi studium, quam ludus. Tamen cupio etiam interdum animum relaxare, et tu cogitare debes mihi indulgere. Hoc spero, quia scio quantum me amas, et vellem posse respondere, sicut debeo, benevolentiae, quam mihi demonstras. Hoc, Deo auxiliante, faciam; interim curam habe de tua valetudine, ut cito redire possis mecum ad convivendum, et cum aliis omnibus domesticis, qui ex corde te salutant. Sine me osculari manum tuam, et demisse me subscribere
Tui Pater dilectissime</p>
            <p lang="lat">Recineti postridie idus Octobris millesimo<pb/>
octingentesimo<pb/>
septimo<pb/>
            </p>
            <closer>
               <signed>
                  <foreign lang="lat">Umil.mus obb.mus Filius Iacobus</foreign>
               </signed>
            </closer>
         </div1>
         <div1 n="Alla marchesa Roberti (1810)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">ALLA SIGNORA MARCHESA ROBERTI.</hi>
               </salute>
               <date>(a mano) <add resp="ed">s.d., ma Recanati, Epifania del 1810?</add>.</date>
            </opener>
            <p>Carissima Signora. Giacchè mi trovo in viaggio volevo fare una visita a Voi e a tutti li Signori Ragazzi della Vostra Conversazione, ma la Neve mi ha rotto le tappe e non mi posso trattenere. Ho pensato dunque di fermarmi un momento per fare la Piscia nel vostro Portone, e poi tirare avanti il mio viaggio. Bensì vi mando certe bagattelle per cotesti figliuoli, acciocchè siano buoni ma ditegli che se sentirò cattive relazioni di loro, quest'altro Anno gli porterò un po' di Merda. Veramente io volevo destinare a ognuno il suo regalo, per esempio a chi un corno, a chi un altro, ma ho temuto di dimostrare parzialità, e che quello il quale avesse li corni curti invidiasse li corni lunghi. Ho pensato dunque di rimettere le cose alla ventura, e farete così. Dentro l'anessa cartina trovarete tanti biglietti con altrettanti Numeri. Mettete tutti questi biglietti dentro un Orinale, e mischiateli bene bene con le vostre mani. Poi ognuno pigli il suo biglietto, e veda il suo numero. Poi con l'anessa chiave aprite il Baulle. Prima di tutto ci trovarete certa cosetta da godere in comune e credo che cotesti Signori la gradiranno perchè sono un branco di ghiotti. Poi ci trovarete tutti li corni segnati col rispettivo numero. Ognuno pigli il suo, e vada in pace. Chi non è contento del Corno che gli tocca faccia a baratto con li Corni delli Compagni. Se avvanza qualche corno lo riprenderò al mio ritorno. Un altr'Anno poi si vedrà di far meglio.</p>
            <p>Voi poi Signora Carissima avvertite in tutto quest'Anno di trattare bene cotesti Signori, non solo col Caffè chè già si intende, ma ancora con Pasticci, Crostate, Cialde, Cialdoni, ed altri regali, e non siate stitica, e non vi fate pregare, perchè chi vuole la conversazione deve allargare la mano, e se darete un Pasticcio per sera sarete meglio lodata, e la vostra Conversazione si chiamarà la Conversazione del Pasticcio. Fra tanto state allegri, e andate tutti dove io vi mando, e restateci finchè non torno ghiotti, indiscreti, somari scrocconi dal primo fino all'ultimo.</p>
            <p>La Befana.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di S.Sanchini (1810)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI SEBASTIANO SANCHINI</hi>
               </byline>
               <date>
                  <hi rend="italic">
                     <foreign lang="lat">Mondaini, Kalendis octobris 1810.</foreign>
                  </hi>
               </date>
               <salute>
                  <hi rend="italic">
                     <foreign lang="lat">Jacobo Carolo Paulinae Aloysio Leopardi Sebastianus Sanchinius S.P.D.</foreign>
                  </hi>
               </salute>
            </opener>
            <p lang="lat">Quatuor epistulas in unam accepi, quibus quamlibenter, sicut illas cursim perlegi, respondere sic ex amici pharmacopea placet. Laetor primum de te, Jacobe, quod recte valeas; meique valetudo ita prospera est, ut meliorem haud ullo tempore cuperem. Nunc, nunc rus aegre relinquendum erit, tuaeque domui remeabo, et denuo quaestionibus philosophicis operam dabimus. Operae pretium est in id studium totis viribus incumbere, secus tamquam nihil profectum erit. Memento multos sibi nomen philosophi vindicare, ast paene omnes mentiuntur, quia vix unus inter tantos merito sic appellatur. Fac inter paucos te recenseri, propterea laboris non te pigeat, sciens virtutem sibimet praemium esse quam maximum. Vale.</p>
            <p lang="lat">Gratias tibi ago, Carole, quod mei recordatus es, et quod bene te habeas, sommopere gaudeo. Audire te studio vacare sedulo, mihi libuisset, ast animus tuus est peregre, sicuti semper. De hoc antea certiorem me fecit diuturna experientia, postremo tui ipsius confessio. Ignaviam compesce, ne futilis evadas, tuorum parentum nec fallere expectationem. Cito revertar, et forsan huius epistolae citius. Intellectum ad captum praepara, et ad laborem ingenium. Studendum est, quia sic homo fit compos sui. Disce obtemperare; fac quod est bonum; et optimum semper inquire. Vale.</p>
            <p lang="lat">Mulier invite Latii sermone litteras exarandas me trado. Mos invaluit, has fusum et colum tractare debere. At de te, Paulina, erit fortasse dissimiliter, nisi desidia marcescere voles. Perpende, mulier sicuti nata es, semper mulier eris; propterea muliebres facultates quoque ediscendae sunt, et ex istis magis quam ex illis maior eris. Sed de hoc satis ne aliquis dicat: "sutor, ne ultra crepidas". Cura valetudinem tuam. Vale.</p>
            <p lang="lat">Parvulo Aloysio tandem sit salus, fames, somnus quantum sufficit, et silentium, quies, requies ultra quam satis. Sciat appropinquare vocationis finem, et initium doloris erit reditus mei. Ne formidas: hoc anno levius erit labor, si studendi voluntas promptior erit. Dic Patri optimo tuo, Matrique, in bonis omnibus vigili, nec non Aviae sanctissimae, caeterisque omnibus socialibus spectatissimis, me valere, etiam proficisci parare, quia ultra permanendi et huc illuc cursitare nummi deficiunt. Vale. All'ornatissimo Sig. Giacomo Leopardi Recanati</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1810)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>
                  <add resp="ed">Recanati</add> Di casa ai 24 Decembre 1810.</date>
            </opener>
            <p>Carissimo e Stimatissimo Signor Padre. Il ritrovarmi in quest'anno colle mani vuote non m'impedisce di venire a testificarle la mia gratitudine augurandogli ogni bene dal Cielo nelle prossime festive ricorrenze. Certo, che ella saprà compatirmi per la mia sventura lo faccio colla stessa animosità, colla quale solea farlo negli anni trascorsi. Crescendo la età crebbe l'audacia, ma non crebbe il tempo dell'applicazione. Ardii intraprendere opere più vaste, ma il breve spazio, che mi è dato di occupare nello studio fece, che laddove altra volta compiva i miei libercoli nella estensione di un mese, ora per condurli a termine ho d'uopo di anni. Quindi è che malgrado le mie speranze, e ad onta del mio desiderio, non mi fu possibile di terminare veruno di quelli, che mi ritrovo avere cominciati. Tuttochè però mi vedessi inabile ad adempire all'atto di dovere, che la costumanza fra noi da qualche tempo addottata ha congiunto alla Sacra vicina festività; fece nondimeno la viva gratitudine ai di lei benefici da me gelosamente serbata nell'animo, che osassi anche in quest'anno di presentarmi a lei per augurarle a viva voce quella prosperità che di continuo le auguro nel mio cuore. I vantaggi da lei proccuratimi in ogni genere, ma specialmente in riguardo a quella occupazione, che forma l'oggetto del mio trastullo, mi ha riempito l'animo di una giusta gratitudine, che non posso non affrettarmi a testimoniarle. Conosco la cura grande, che ella compiacesi di avere pei miei vantaggi, e dietro alla chiara cognizione, viene come indivisibile compagna la riconoscenza. Se ella non conobbe fin qui questo reale sentimento del mio cuore, a me certo se ne deve il rimprovero, sì come a quello, che non seppe verso la sua persona mostrarsi così ossequioso come ad un figlio sì beneficato era convenevole di fare con un Padre sì benefico. Amerei, che ella illustrato da un lume negato dalla natura a tutti gli uomini potesse nel mio cuore leggere a chiare note quei sentimenti, che cerco di esprimerle colle parole. Non v'ha in esse, nè esagerazione, nè menzogna. Non potendo ella penetrare nel mio interno può sicuramente riposare sulla testimonianza della mia penna.</p>
            <p>Rinnuovati i voti sinceri per la sua perpetua felicità mi dichiaro col più vivo sentimento Suo umilissimo obbligatissimo figlio Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1811)">
            <opener>
               <salute lang="fra">
                  <hi rend="italic">A MONSIEUR LE COMTE MONALDE LEOPARDI. A LA MAISON</hi>
               </salute>
               <date>
                  <add resp="ed">Recanati</add> De la Maison 24 Decembre 1811.</date>
            </opener>
            <p>
               <foreign lang="fra">Tre-cher Pere. Encouragé par vôtre éxemple je ai entrepris d'ecrire une Tragedie. Elle est cette, que je vous present. Je ne ai pas moins profité des vôtres oeuvres que du vôtre exemple. En effet il paroît dans la premiere des vôtres Tragedies un Monarque des Indies occidentelles, et un Monarque des Indies orientelles paroît dans la mienne. Un Prince Roïal est le principal auteur du second entre les vôtres Tragedies, et un Prince Roïal soutient de le même la partie plus interessant de la mienne. Une Trahison est particulierement l'objet de la troisieme, et elle est pareillement le but de ma Tragedie. Si je sois bien, ou mal reussi en ce genre de poesie, ceci est cet, que vous devez juger. Contraire, ou favorable que soit le jugement, je serais toujours Votre tre-humble fils Jacques.</foreign>
            </p>
         </div1>
         <div1 n="A Paolina L. (1812)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A DON PAOLO <add resp="ed">PAOLINA</add> LEOPARDI - CASA.</hi>
               </salute>
               <date>
                  <add resp="ed">Recanati</add> 28 Gennaio 1812.</date>
            </opener>
            <p>Amico carissimo. Ricevo in questo momento il plico che voi m'inviate accompagnato da una obbligantissima lettera. Essa è ben degna per la sua brevità di esser commendata da' Lacedemoni, e dagli altri popoli della Grecia, i quali dovendo rispondere in lettera ad alcuna inchiesta noh iscrivevano talvolta, che la semplice parola "nò". Il piacere che voi mi avete fatto col torre a copiare il mio picciol <hi rend="italic">Compendio di logica</hi> non vi sembrerà forse sì grande quanto lo è in realtà. Un buon copista è assai raro, ed io non reputo lieve vantaggio l'averne ritrovato uno che sia conforme al mio desiderio. Il restauratore dell'Italiana Poesia Francesco Petrarca lamentavasi che avendo egli in poche settimane condotto a fine il suo libro latino <hi rend="italic">De Fortuna</hi> etc. non potea dopo più anni averne copia, che pienamente il soddisfacesse poichè di mille errori eran ripiene tutte quelle, che egli avea avute da' vari copisti. Se io fossi vissuto al tempo di Petrarca, e l'avessi udito lamentarsi meco in tal modo avrei facilmente appacificate, ed acquietate le sue querele coll'insinuargli di darvi a copiar la sua opera, e son certo, che malgrado la sua delicatezza in questa materia egli ne sarebbe rimasto soddisfatto. Nè crediate, che il mestier del copista sia da disprezzarsi. Teodosio uno de' più grandi Imperatori d'Oriente s'impiegava ancor egli nel copiare gli altrui scritti, e non vivea che del danaro ricavato da questa non ignobil fatica. Voi potrete dirmi, che Teodosio non operava in tal modo perchè di se degno riputasse un tal genere di lavoro, ma solamente per un effetto della sua profonda umiltà, e virtù Cristiana, ma io per convincervi di quanto ho preso a dimostrarvi vi apporterò un altro esempio. Non ci dipartiam dal Petrarca. Egli avendo intrapreso di fare un viaggio, non ben mi rammento per qual fine, e ritrovata cammin facendo un'opera di Cicerone, di cui non avea per anche contezza, non istimò cosa vile il copiarlo da capo a fondo. Ma è omai tempo di finirla poichè mi avvedo che avendo fatto l'elogio dello stile laconico sto per cadere nei difetti dello stile Asiatico. Sono affezionatissimo per servirvi di cuore, Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di T.Mamiani (1814)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI TERENZIO MAMIANI</hi>
               </byline>
               <date>Pesaro 24 Ottobre 1814.</date>
            </opener>
            <p>Stimatissimo Signore. Nuovi al certo, o Signore, comparirangli codesti caratteri, nè capaci in niun modo di scusarsi della loro audacia. Pure lo accerto che la apparente temerità vien provenuta dalla debita, e viva ammirazione sincera ch'io nutro verso a i suoi preclari talenti, e alla sua (direi quasi) non ordinaria dottrina; la fama di entrambi, e gli elogi che ognora da questi ridondano mi avean fatti conoscere i pregi della di Lei persona. Il desiderio che m'anima di farmi noti, ed amici gli vuomini dabene, e tutti i saggi, che tentano e s'affatican di accrescere il comune patrimonio dell'arti e delle scienze, per l'intiera Letteraria Republica, furono i primi impulsi e le prime cagioni, che mi spingeano a rendergli manifesti i miei sentimenti. I vincoli poscia indissolubili, e sacri, di una a me ignota, ma avventurosissima parentela, che fortunato a Lei mi congiunge, mi fecero in sull'istante troncare ogn'importuno ritegno, e con ragione importuno e intempestivo lo credo, giacchè conscio pur sono del suo gentile carattere, e del dolce, pacifico suo Genio. S'io scrivere dovuto avessi ad un Politico, o ad un Guerriero, mi sarei contentato di profumare il primo con lodi esagerate e bugiarde proclamandolo saggio in mezzo ai vizi che circondano il Trono, e in mezzo alle brame dei cortigiani gabinetti; e paragonato avrei il secondo al sapiente <hi rend="italic">Voban</hi>, che vince col silenzio dello studio d'Archimede, e a Montecuccoli, e a Turrena terribili Scipioni in campo illustre di Marte, e magnifici Luculli nei cari ozi della pace. Se poi ad un Principe, o ad un Federico, mi sarebbe stato d'uopo colla penna di <hi rend="italic">Racine</hi>, con quella medesima penna che fu la delizia della Corte di Luigi XIV, ritrattar questo Sovrano come il Filosofo del suo Secolo, e come lo specchio dei Principi agl'occhi puranco del più rigido Aristarco; in ciò oh! la strana vilenza, che avrebbe soferta la mia indole, e il buon senso! Qual vasto apparato di favole milesie, o di gotica barbarie avrei dovuto pingere con affettati colori per far scender Tersite dalla stirpe d'Achille, e Marsano dal sangue di Rinaldo! Ma io scrivo ad un giovane valoroso, che spinge rapidi e franchi i nobili suoi passi, per la cariera di Minerva ed Appolline, traendo i suoi giorni fra il lume, che trasparve un dì dalle selve del Tuscolo, ed Arcadia; io scrivo ad un Genio, che tutte abborrisce le lodi cortigiane, e fallaci, e tutta comprende l'effemminata galanteria dei nostri <hi rend="italic">petis Maitres</hi> piena d'inutili smorfie, di simulate espressioni, e insieme di mordaci censure per <hi rend="italic">Madama</hi>, e per <hi rend="italic">Monsieur</hi>. Laonde gli dovrei dire con Orazio,
<quote rend="block">
                  <lg lang="lat">
                     <l>Si potes arcaicis conviva recumbere lectis,</l>
                     <l>Nec modica cenare times olus omne patella</l>
                     <l>Supremo te Sole domi, Torquate, manebo.</l>
                  </lg>
               </quote>

Invito capace a lusingare puranche lo stoico Epitteto. Ma io ancor non son degno di un discorso così famigliare, e sol mi appago per ora di nuovamente rinovar le proteste di rispetto, e di stima, che sincero il mio animo a Lei tributa; assai felice se potrò ottenere il suffragio di Colui, che nei più alti gradi della scienza umana avrà meritato un giorno l'ammirazione, e l'applauso di tutta l'Europa. Suo devotissimo Servitore.</p>
         </div1>
         <div1 n="A F.Cancellieri (1815)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A FRANCESCO CANCELLIERI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 15 Aprile 1815.</date>
            </opener>
            <p>Stimatissimo Signore. Avendo inteso ch'ella si era compiaciuta di destinarmi in dono una sua nuovissima opera, io mi disponeva a renderle somme grazie di questo inaspettato favore, ed attendea con impazienza il libro, per gustare il piacere della sua lettura. Io non avrei mai osato d'imaginarmi di vedere in esso parola di me. Di gratissima sorpresa mi fu il ricevere la desiderata opera, ma nel trovarla accompagnata da una obbligantissima lettera, e nel ravvisarvi entro il mio nome io fui confuso e sopraffatto di riconoscenza. Un uomo affatto sconosciuto, e che non può attendere una miglior sorte, vedendosi onorevolmente rammemorato in un'egregia opera, non può non concepire sentimenti di gratitudine verso il benevolo autore. Egli ha diritto di sperare che il suo nome giunga alla posterità con quello dell'insigne scrittore che ne ha fatta menzione. Noi non conosceremmo Achille, se Omero non ne avesse parlato; ma la immortalità del poeta garantisce quella dell'eroe. Io mi veggo così assicurato di vivere alla posterità nei suoi scritti, come i grandi uomini vivono nei propri. Ma io nomino Achille, e dovrei piuttosto rammentare Tersite. Non altro in fatti che il luogo di questo infimo Greco mi conviene nella sua opera, in cui infiniti esempi di prodigiosa dottrina ricercati con ammirabile diligenza e verificati con esattezza geometrica s'incontrano ad ogni tratto. Io mi anniento nel vedermi innanzi a quei grandi personaggi, che abbracciavano tutto lo scibile coll'estensione del loro sapere, e che la natura suol lasciare nel loro secolo senza competitore, in quella guisa che tolse Lucrezio dal mondo nel giorno, in cui Virgilio depose la pretesta, e Galilei nell'anno della nascita di Newton. Io ho divorato il suo libro, che non può essere letto altrimenti, come il <hi rend="italic">librorum helluo</hi>, di cui ella parla. Ogni linea mi è sembrata preziosa, ad eccezione di quelle in cui è fatta menzione di me. Non altri che il suo buon cuore potè farle dar qualche prezzo alle mie tenui fatiche, che non poteano attendere se non di esser sepolte nell'obblivione, e non altri che un insensato potrebbe dimenticare la gratitudine che le debbo. Frattanto, poichè si è compiaciuta già di farmene l'apertura, desidero che ella mi accordi il diritto d'incomodarla ancora qualche volta. Il commercio co' dotti non mi è solamente utile, ma necessario, ed io cercherò con ogni studio di profittare delle istruzioni che ne riceverò. Sommo favore mi farà ella, se vorrà significare all'illustre sig. cav. Akerblad i miei più vivi ringraziamenti per l'esame che ha preso cura di fare del mio libro, e per il giudizio veramente giusto e sensato, che non ha sdegnato di pronunciarne. Ella mi creda, che conserverò verso di lui, egualmente che verso la sua persona, una gratitudine immortale, e desidero che la mia età possa garantirmi dal sospetto di simulato. Spero che ella, e l'egregio sig. cav. non avranno a noia di esaminare similmente qualche altra debole produzione, che sarei in grado d'inviar loro. Il mio signor Padre, ch'ella m'impose di salutare nella sua compitissima, le ritorna i suoi più distinti ossequi, e si unisce meco a renderle grazie di ciò che ella ha voluto fare in mio favore. Se vorrà onorarmi dei suoi comandi, io profitterò con trasporto della occasione per accertarla della verità delle mie espressioni, e della profonda stima, con cui mi dichiaro di lei, stimatissimo Signore, devotissimo obbligatissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A F.Cancellieri (1815)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A FRANCESCO CANCELLIERI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 15 Luglio 1815.</date>
            </opener>
            <p>Stimatissimo Signore. Era gran tempo che cercava l'occasione di richiamarmi in qualche modo alla sua memoria, giacchè ella non era partito mai dalla mia. Il timore di incomodarla, e di turbare indiscretamente i suoi troppo gravi studi, fece che io dilazionassi fino al momento, in cui giudicai di dovermi far superiore ad ogni scrupolo, pensando che avea finalmente a fare con un uomo, il quale fra tante aveva anche imparato a sopportare le molestie senza impazienza. Riceverà dal mio sig. zio Cav. Carlo Antici, in mio nome, il disegno in abbozzo di una lapide con iscrizione mutilata. L'originale in marmo è qui presso di noi. La parola "Iustinian" che vi si legge, e la seguente semiparola "... eratore" che significherà, se non erro, "Imperatore", mostrano che abbiamo in essa un'iscrizione del medio-evo. Come tale infatti essa manca totalmente di quello che il Card. Garampi chiamava legittimo sapore di sasso, e di bronzo. Non di meno avrebbe potuto esser grata al raccoglitore delle iscrizioni di quel tempo il sig. Du Fresne. Tre lettere basteranno per racconciare la parola di cui nell'iscrizione si legge solamente "... oria". Leggeremo dunque "Memoria"; poichè alla prima parola della linea seguente mancano pure tre lettere "Imp" se volessimo prendere la parola "Dificatus" in significato di "Deificatus" non ci mancherebbero argomenti per appoggiare la nostra congettura. Nella lapide stessa avremmo l'Aquila, il famoso segno della consecrazione. Potremmo osservare, ciò che è già molto noto, che si continuò a divinizzare anche sotto gl'Imperatori Cristiani. Se gli esempi di questo costume che il Panvini ha raccolti non vanno più oltre dell'impero di Graziano, ciò non mostra che dopo il tempo di questo imperatore la consuetudine rimanesse abolita, ma solo che il Panvini non ebbe monumenti per continuare la sua serie. Curioso sarebbe il rimarcare che il furbo Giurisconsulto Triboniano dava ad intendere appunto a Giustiniano, che egli non morrebbe, ma in carne ed ossa sarebbe trasportato in cielo a guida degli antichi semidei; il che equivale ad una specie di Divinizzazione. La cosa è riferita da Esichio Milesio, che vivea al tempo dello stesso Giustiniano. Ma forse tutte queste prove poco varrebbero, poichè probabilmente "dificatus" non è che una semiparola e deve leggersi "edificatus" prendendo la <hi rend="italic">e</hi> dalla precedente semiparola "... eratore". Ella deciderà con un'occhiata, e scioglierà in un momento que' dubbi che io non potrei porre in chiaro con un mese di studio. La lapide non mostra segni di contraffazione. Essa ci fu portata da un uomo di campagna e il prezzo che questi ne richiese fece vedere che nè egli nè alcun suo corrispondente l'avea contraffatta. È coperta di quel leggero strato o patina come vogliam dire, che caratterizza i monumenti antichi, e manda odore disgustoso il quale sembra mostrare che essa è stata dissotterrata. Ella farà della copia di questa lapide quell'uso che più le piacerà. Forse essa non avrà nessun pregio e sarà solamente atta a far inarcare le ciglia alle genti di provincia. In ogni caso io gli sarò sempre tenuto per avermi data occasione di trattenermi qualche momento colla sua persona benchè di lontano io apprenderò da lei a giudicar meglio delle cose, e in cambio della insulsa iscrizione, riceverò dei solidi ammaestramenti e delle utili istruzioni. La prego dei miei distintissimi ossequi al sig. Akerblad, di cui con conosco che il nome, la fama e la bontà che ha usata verso di me. Ella può credere che non dimenticherò mai i sentimenti giustissimi che per lei ho concepiti, e che non in parola, ma in realtà sarò sempre di lei stimatissimo signore, devotissimo obbligatissimo servo Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1815)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - MACERATA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 12 Agosto <add resp="ed">1815</add>.</date>
            </opener>
            <p>Signor Padre mio carissimo. Non avendo l'altra volta potuto risponderle come desiderava, voglio farlo adesso, per non defraudarmi di una soddisfazione che mi dispiacque di non aver potuto proccurarmi.</p>
            <p>Il piacere che suo figlio prova nel trattenersi con lei può esser compreso solamente da un padre com'ella.</p>
            <p>La sua assenza che lascia un gran vuoto nella mia vita ordinaria mi affliggerebbe sensibilmente, e dopo qualche tempo mi riuscirebbe intollerabile, se non conoscessi ciò, che la cagiona. Vedendo che essa ha per oggetto di produrre dei veri, e sodi vantaggi per i nostri amatissimi simili, che esiggono dal nostro cuore, e dalla nostra buona volontà i più grandi sacrifizi, mi consolo di una cosa, che mi amareggerebbe, mentre rifletto ancora che tutti quelli che hanno voluto travagliare per il bene dello stato, o per farsi un nome che viva onorato, e caro nella memoria dei posteri, hanno dovuto far sacrifici molto maggiori. L'interesse vivissimo che io prendo per tutto ciò che riguarda il bene della sua persona non le può essere ignoto. Io dubito se ella stessa ne abbia tanto per se medesima. Ella conoscerà che io non esagero quando le dico, che ciò che le avviene di dispiacevole, e che giunge a mia cognizione mi rende inquietissimo, e mi turba grandissimamente. Sarei bene afflitto se potessi sospettare che ella dubitasse della mia corrispondenza alla tenerezza, che ella ha per noi. Il solo ricordarmi questo mio dovere è un rimprovero per me, mentre mi fa credere di aver dato luogo a qualche sospetto sopra materia troppo gelosa. Ciò mi avverte però ad esser più cauto nell'avvenire.</p>
            <p>La posso assicurare che i sentimenti che le ho espressi sono communi a tutti i miei fratelli, in ispecie a quello che io conosco più intimamente, nè infatti si può aspirare a divenir saggio senza pensare in questa guisa. Essi m'impongono di salutarla da parte loro, e di baciarle la mano, ciò che io faccio in loro e in mio nome, pregandola a credermi immutabilmente suo affezionatissimo figlio Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Al card. Mattei (1815)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AL CARDINALE <add resp="ed">MATTEI</add> - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 28 Decembre 1815.</date>
            </opener>
            <p>Eminentissimo Principe. Il fregiare le opere proprie col nome di personaggio illustre fu spesso orgoglio, interesse, costume. L'umiliare all'Em.za v.ra R.ma questo mio componimento è rispetto amore riconoscenza. Rispetto l'augusto e sacro carattere che la veste, amo le virtù somme che ne la rendono degna, e professo devota gratitudine alla parzialità con cui le è sempre piaciuto di riguardare me stesso, e la mia Famiglia. A compatire la piccola opera mia la ecciterà il riflesso alla mia età poco più che trilustre, e a perdonarmi il coraggio di dedicargliela le sarà scorta quella abituale bontà che la rende amabile a tutti. Io chiamerò compensate le primizie dei miei travagli, e fausti gli esordii della mia letteraria carriera, avendone potuta desumere l'opportunità di umiliarmi al bacio della Sacra Porpora, e segnarmi con profonda venerazione. Dell'Eminenza vostra Reverendissima umilissimo devotissimo obbligatissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A F.Cancellieri (1816)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A FRANCESCO CANCELLIERI - ROMA</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 6 Aprile 1816.</date>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo Signore. Il mio signor Zio mi ha communicata la di lei lettera che in parte riguarda me. Da essa ho appreso che ella soffre ancora molti incomodi di salute. L'accerto che io sento di ciò un vivissimo dispiacere, e con ribrezzo m'induco a molestarla, sperando però che ella non vorrà prendersi per l'incommodo che le do maggior briga di quella che richiede l'affare, per se stesso molto poco interessante. Ella dice che non può determinarsi nulla intorno ai Codici Vaticani se non se ne sa la qualità, ciò ch'è evidente, e molto più, se non si sa in qual lingua siano. I Codici dunque dei quali desidero la collazione, sono Greci, come ella aveva preveduto, e contengono i così detti <hi rend="italic">Cesti</hi> di Giulio Africano, quell'opera guasta e corrotta in modo, che il Boivin, il Puchard, lo svezzese Norrel e il Lami, avendo anche messe le mani all'opera, giudicarono impossibile di tradurre, e d'intendere: opera nondimeno, che, come i dotti hanno osservato, contiene cose affatto singolari, e quasi ignote non essendosene potuto far uso per la somma difficoltà che si trova nel leggerne un solo periodo. Io avendo raccolte tutte le opere e i frammenti di quell'Autore, se non erro, poco conosciuto, avendole emendate, e fornite di note perpetue, avendo scritto, colla esattezza che mi è stato possibile d'impiegare, un commentario latino sulla vita e gli scritti di Africano, ho preso ad esaminare i così detti suoi <hi rend="italic">Cesti</hi>, e coll'aiuto di cinque o sei Codici, dei quali il Lami ha poste le varianti nella edizione greca che ne ha data, ho tradotti ed emendati quasi intieramente i primi capi 27 dell'opera, che sono i più corrotti, e i più difficili. So che le biblioteche di Europa possono somministrarmi grandi aiuti; che i <hi rend="italic">Cesti</hi> esistono a Milano, in Inghilterra, in Irlanda, in Baviera; e, forse con buona suppellettile di varianti e d'illustrazioni, in Amburgo. Ma io riserbo a far tutto per procacciarmene la collazione in un tempo in cui questo mi sia possibile. Mi rivolgo ora solo alla biblioteca Vaticana, dove, se non m'inganno, i <hi rend="italic">Cesti</hi> di Africano si trovano in due Codici: l'uno, come credo, Vaticano propriamente detto, l'altro della fu biblioteca di Cristina di Svezia. Non posso darle alcuna notizia più precisa intorno ad essi, perchè null'altro ne so io medesimo. Ella, ed i Bibliotecari della Vaticana saranno assai meglio informati. Potrebbe darsi che io prendessi qualche grosso abbaglio, perchè gli autori, che mi han data notizia di quei Codici non sono molto esatti. Ella corregga i miei errori, e mi accordi perdono. La collazione dei Codici, qualora esistano, come ho detto, potrà esser fatta sopra il tomo VII delle opere del Meursio stampate in Firenze, che contiene i <hi rend="italic">Cesti</hi> di Africano; ovvero sopra l'edizione dei Matematici antichi di Thevenot, fatta in Parigi nel 1693 in foglio. Benchè l'opera sia appena leggibile, la collazione non dovrebbe esserne molto difficile, poichè io non bramo sapere se non la pura lezione del Codice, tuttochè viziosa anche più di quella dell'edizione. Ad ogni modo, o la collazione abbia ad essere facile o difficile, la prego ad informarmi esattamente di tutto quello che è necessario per averla senza danno o incomodo di alcuno.</p>
            <p>Sopra tutto la scongiuro a fare ogni cosa come e quando le piacerà con tutto il suo commodo, e a lasciare anche da banda l'affare che le ho raccomandato, quando avesse a riuscirle troppo molesto. La sua salute è preziosa. Ella ne abbia tutta la cura possibile, e rifletta che una persona di gran corporatura è malata insieme con lei, vale a dire la Repubblica letteraria. Ardisco lusingarmi che ella non avrà a farsi violenza per persuadersi che io sono e sarò sempre di lei, pregiatissimo Signore, devotissimo obbligatissimo servo Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Mai (1816)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANGELO MAI - MILANO.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati <add resp="ed">s.d., ma Maggio 1816</add>.</date>
            </opener>
            <p>Altri donano dedicando; io vi dedico un dono, che voi mi avete fatto. Frontone è vostro, e ovunque si ragionerà di lui, si parlerà anche di voi. La vostra fama non morrà, ove non muoia quella del secondo fra gli Oratori Romani. È pur bella cosa aver reso il suo nome inseparabile da quello di uno dei più grandi uomini, che i secoli abbiano ammirati! Rallegratevene; avete bastantemente provveduto alla vostra gloria. Io, nella età in cui mi trovo, non posso averlo fatto, e con un ingegno sì piccolo non posso sperare di farlo. Tuttavolta ho cercato di servire la mia patria come ho potuto, e di fare, se a me tanto è possibile, che l'Italia conosca il prezzo del dono, che ha ricevuto da voi; l'Italia; poichè, ne son certo, le altre nazioni l'hanno già conosciuto, o lo conosceranno di corto. Il vostro dono è caro a me in singolar guisa, di che saprete la cagione se non vi recherete a noia il leggere la Vita di Frontone, che ho ardito scrivere dopo di voi. Altri potrà fare della vostra scoperta miglior uso di quello che io ne ho fatto, ma sentirne gioia più grande che non io, nessuno.</p>
            <p>Ricevete questo piccolo presente, e siate certo che non potrò mai rendervi giusto cambio del piacere che mi avete dato.</p>
         </div1>
         <div1 n="A F.Cancellieri (1816)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A FRANCESCO CANCELLIERI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 19 Maggio 1816.</date>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo Signore. Per mezzo del mio Sig. Zio Antici le inviai, sono già molti ordinari, una mia lunga lettera, in cui ardiva pregarla di qualche favore. Supponendo che essa si sia smarrita, e vedendomi sul punto di spedire a Milano il mio Frontone, la supplico a darmi le notizie che può, sopra il <hi rend="italic">Programma di M. Cor. Frontone</hi> di Freytag, che Ella mi accennò in una lettera indirizzata al mio Sig. Zio. Mai non ne ha fatta parola nella sua edizione latina: ed io però le sarò sommamente tenuto, se potrò per suo mezzo venire in cognizione di questo qualunque siasi opuscolo, dal cui titolo non mi è possibile rilevarne il contenuto. Ella cominci a comandarmi, e continui ad avermi per suo devotissimo obbligatissimo servo Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A F.Solari (1816)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A FILIPPO SOLARI - LORETO.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 13 Giugno 1816.</date>
            </opener>
            <p>Sig. Filippo padrone mio pregiatissimo. Ho intesa la sua partenza prossima per Roma, e me ne condolgo con noi, rallegrandomene con lei. Mi spiace assai di non aver potuto vederla ieri, e cerco di supplire con questa lettera al piacere che non ho avuto della sua visita. Rimando con mille sincerissimi ringraziamenti il volume del Mai che mi ha dato maggior luogo di ammirare non so se più la dottrina o la fortuna di quell'Erudito, e le bellissime stampe di Milano che omai non cedono in nulla alle Bodoniane. Ringraziando di un favore, prego di un altro, cosa solita per chi da se stesso non è buono a nulla, ed ha avuta occasione di conoscere la cortesia in persona. Ella si ricorderà forse che nel farle leggere la mia traduzione di qualche Epistola Greca di Frontone, le feci osservare in una nota, un passo in cui prometteva la edizione di tutte le opere di Giulio Affricano, e singolarmente della militare che ha per titolo i Cesti, la quale molti dotti d'Italia e d'oltremonte aveano tentato in vano di tradurre dal greco, impresa nella quale io con un poco di fatica comunque era riuscito. Il Frontone è già partito e giunto a Milano. Io avea commessa in Roma la totale collazione di quell'opera di Affricano con alcuni Codici Vaticani; e fra le altre belle cose, non si è potuto trovare in tutta Roma il testo di quell'opera: ma d'altra parte mi si è fatto sapere che il Cav. Luigi Marini già Computista di Buongoverno, ed anche ora impiegato, se non fallo, Editore dell'architettura militare del Marchi, ha fatta fare la stessa collazione e vuol pubblicare l'opera; onde, mi si scrive da Roma, non occorre pensare ad altro. Con buona grazia però degli Ecc.mi Sigg. Romani, la mia fatica si trova tanto inoltrata che a mio parere non è molto facile che il Cav. Marini, il quale secondo alcune relazioni, non sa di greco, abbia fatto quanto io a forza di tempo ho potuto eseguire. Avrei voluto scrivere a quel Sig. Cav. proponendogli o di accettare da me tutto il frutto delle mie fatiche e servirsene nella sua Edizione; o di communicarmi quello delle proprie, senza pericolo di perderne cosa alcuna, poichè io servendomene, avrei sempre fatta menzione di esso nè avrei certamente usurpato l'altrui; o in somma a fare in modo che non escissero dallo Stato Pontificio due Edizioni della stessa opera a un tempo solo, cosa inutile, e dannosa ad ambedue. Non conoscendo però il carattere di quel Sig. Cav. ho sospeso tutto, e sino ad ora non ho eseguito nulla. L'opera mia qualunque, abbracciando tutti gli scritti di Affricano, con moltissime note e prolegomeni, potrà riempire un tomo in foglio o due tomi in quarto, che a Milano sarebbe facile pubblicare; nè io credo che quella del Marini sia così ampia. Ad ogni modo, ardisco pregar lei d'informarmi se può, e se non le è troppo gravoso, del carattere di quel Signore, o della qualità della sua opera, o dell'effetto che potrebbe fare su di lui la mia proposta. Mi rincrescerebbe di perdere interamente il profitto del mio probabilmente imperfettissimo, ma pure indefesso lavoro. Consento nondimeno a perderlo tutto, quando debba recarle incomodo il soddisfarmi. Le auguro di cuore, carissimo Sig. Filippo, un ottimo viaggio, e una veramente felice permanenza, accompagnata, se è possibile, dalla memoria del suo devotissimo obbligatissimo servo Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di F.Solari (1816)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI FILIPPO SOLARI</hi>
               </byline>
               <date>Loreto 14 Giugno 1816.</date>
            </opener>
            <p>Veneratissimo Signor Conte Padrone ed Amico. Le rendo grazie distinte delle cortesi espressioni che si degna usar meco. Giunto in Roma non lasciarò d'informarmi del carattere del Marini, analogamente a quanto mi viene da Lei motivato. Desidero vivamente di poterla servire e dare a conoscere il conto che faccio della sua degnissima persona.</p>
            <p>Le auguro di vero cuore che la fama dei suoi tanti talenti, già percorsa nella Capitale, venga accresciuta dalla sua presenza. La prego infine di salutarmi il Signor Conte Carlo e di credermi immutabilmente il suo Devot.mo obbl.mo Servitore F. SOLARI.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Mai (1816)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANGELO MAI</hi>
               </byline>
               <date>Milano 21 Luglio 1816.</date>
            </opener>
            <p>Chiarissimo pregiatissimo Sig.r Conte Leopardi. Ho letto con vero piacere e degna ammirazione l'egregio di Lei lavoro intorno alle Opere di Frontone. Non mi poteva cadere in mente che dentro sì stretto tempo potesse condursene a capo una intiera traduzione con note: se non che il genio è superiore alla volgare espettazione. Il Discorso di Lei sopra Frontone è veramente eruditissimo, pieno di savii riflessi e di nuove cose. La Traduzione, benchè forse sia tuttavia capace di qualche lieve abbellimento od emenda (e di quale scritto non può ciò dirsi?), le fa certamente distintissimo onore. Le gentili espressioni della Dedica potrebbero lusingare l'amor proprio di chiunque: ma conoscendo io di essere troppo inferiore a quelle lodi, non saprei che pregarlo (nella ipotesi che il libro si pubblicasse, e che Ella a me lo indirizzasse) di moderarne, anzi toglierne ogni cosa che a me fosse occasione di rossore.</p>
            <p>Avendomi detto il Sig.r Stella, che la S.V. desiderava che io facessi qualche esame del suo lavoro, io ho steso alcune brevi osservazioni, che le mando acciocchè Ella ne faccia quel conto che le sarà in grado. Devo però dirle che io bensì ho letto tutto il di Lei libro, ma per le gravi straordinarie occupazioni di una stampa non ho potuto per lo più collazionare il testo latino e greco colla italiana Traduzione, nè verificare (se mai in alcuna cosa avessene uopo) ciò che si chiama affare di erudizione. Ella però, prima di pubblicar l'Opera, vorrà, credo, rivederla, e supplirà molto meglio che non avrei saputo far io. Intanto facendole le mie più fervide congratulazioni pe' suoi studi tanto ampi e gloriosi e per le eccelse speranze che Ella di sè fa concepire di Opere anche maggiori, e per parte mia ringraziandola vivamente delle urbanissime maniere che verso di me usa, troppo anche lusinghiere, passo a dirmi, con la più distinta e ben dovuta stima e venerazione, di Lei dottissimo e gentilissimo Sig.r Conte Servo umile obblig.mo L'Ab. ANGELO MAI.</p>
            <p>EDIZIONE MILANESE DI FRONTONE.</p>
            <p>p. 48. v. 10. - Altro è il senso del passo <foreign lang="lat">en cum quo in tenebris mices</foreign>. Si consultino i Lessici alla voce <hi rend="italic">mico, as</hi>.</p>
            <p>p. 50. v. 13. - <foreign lang="lat">Hospitantur</foreign> parmi doversi qui tradurre <hi rend="italic">abitano</hi>.</p>
            <p>p. 55. v. 7. - <foreign lang="lat">Cito, oro, perscribe mihi</foreign> tradurrei: <hi rend="italic">scrivi tosto di grazia</hi>.</p>
            <p>p. 109. v. 9. - <foreign lang="lat">Ex litteris a me scriptis</foreign>: <hi rend="italic">dalle lettere a me scritte</hi>.</p>
            <p>p. 121. v. 10. - <foreign lang="lat">Gracchus locabat Asiam</foreign>: <hi rend="italic">Gracco affittava l'Asia</hi>. Vedasi la storia e la legge agraria Sempronia. E così si rettifichi anche ciò che segue di Cartagine.</p>
            <p>p. 133. v. 9. - <foreign lang="lat">Ita generatus est</foreign> tradurrei, <hi rend="italic">egli è di questa indole</hi>.</p>
            <p>p. 143. v. 6. - <foreign lang="lat">Minus valentem</foreign> tradurrei, <hi rend="italic">infermiccio</hi>.</p>
            <p>p. 200. v. 5. - <foreign lang="lat">Vesperi loto mihi</foreign> è <hi rend="italic">la sera dopo il bagno</hi>. Onde è da togliersi anche la nota del Traduttore. <hi rend="italic">Loto</hi> è <hi rend="italic">lauto, lavato</hi>.</p>
            <p>p. 212. v. 4. - <foreign lang="lat">Blandiri</foreign> è <hi rend="italic">lusingare</hi>.</p>
            <p>p. 224. v. 15. - <foreign lang="lat">Ipsi ipsi Platoni</foreign> tradurrei <hi rend="italic">lo stesso Platone eziandio</hi>.</p>
            <p>p. 250. v. 11. - <foreign lang="lat">Herculis aerumna</foreign> direi <hi rend="italic">fatica di Ercole</hi>.</p>
            <p>p. 252. v. 5. - <foreign lang="lat">Modulate collocata</foreign> direi <hi rend="italic">con affettata armonia o disposizione</hi>.</p>
            <p>ib. v. 8. - <hi rend="italic">Clipeo Achillis</hi> direi <hi rend="italic">collo scudo di Achille</hi>.</p>
            <p>p. 253. v. 7. - Dubito alquanto della retta traduzione del passo <hi rend="italic">An maiorem tragoediam</hi> etc.</p>
            <p>p. 314 e 315. - Que' due Frammenti di lettere devono collocarsi tra le lettere a M. Aurelio p. es. in fine del 2° libro.</p>
            <p>p. 315. - È certissimo che gli Estratti di Sallustio appertengono a qualche lavoro di M. Aurelio o di Frontone, poichè sono chiusi tra parole o sentimenti degli accennati personaggi, nella stessa pagina o foglio.</p>
            <p>p. 338. v. 13. - <foreign lang="lat">Nomen haudumquam contemnendum</foreign> direi <hi rend="italic">nome non mai spregevole</hi>.</p>
            <p>p. 347. v. 3. - Non mi pare ben tradotto <hi rend="italic">alto mari cernuantis</hi>.</p>
            <p>p. 386. v. 3. - <foreign lang="grc">Οἱ κακῶς Πράττοντες</foreign> senza dubbio sono <hi rend="italic">i miseri</hi>, come dirà ogni buon lessico. Onde può risparmiarsi anche la nota.</p>
            <p>p. 390. v. 14. - Non è tradotto l'<foreign lang="grc">ἄλλως</foreign>.</p>
            <p>p. 403 nella nota. - Il Busbeg è stato citato anche dall'Editore.</p>
            <p>p. 414. v. 3. - <foreign lang="grc">Οῖος ὁ τῶν Μουσῶν</foreign> etc. Dubito se sia ben tradotto in italiano.</p>
            <p>p. 419. v. 4. - Anche l'Editore mostra ivi d'inclinare a credere che quel frammento di greca lettera sia piuttosto di M. Aurelio.</p>
            <p>p. 426. v. 16 e 434. v. 8. - L'Editore ammette per vero ciò che il ch. Traduttore dice nelle note quanto all'<foreign lang="grc">ὑποδίδωμι</foreign> ed al <foreign lang="grc">σιδηρὰ</foreign> (benchè l'Editore non abbia fatto esame di quelle autorità). Solo ricorda che egli nel Commentario previo p. XCIX ha prevenuto i lettori di non dare que' vocaboli per infallibilmente nuovi.</p>
            <p>p. 436. v. 13. - Pare che sia da dirsi: <hi rend="italic">Non si dee dimostrare quello che si cerca con ciò medesimo che è in controversia</hi>.</p>
            <p>ib. v. 21. - Direi <hi rend="italic">Lascierai nella classe delle cose controverse</hi>.</p>
            <p>PREFAZIONE DEL CHIARISSIMO SIGNOR CONTE LEOPARDI.</p>
            <p>p. XII. v. 16. - Frontone Cazio fu celebre oratore e distinto dal nostro Cirtese. Vedasi l'Edizione latina Milanese p. 151, nella nota.</p>
            <p>p. XIII. v. 13. - L'Editore ha conosciuto il Frontone di Emesa ed ha citato Suida nel Commentario previo p. VII.</p>
            <p>p. XX. v. 3. - L'Editore non ha mai detto se non <hi rend="italic">questione</hi> l'altro consolato di Frontone.</p>
            <p>ib. v. 10. - La traduzione latina del passo di Eliano non è dell'editore, ma è stata da lui presa dalla edizione antica di Zurigo dell'anno <hi rend="italic">1556</hi>, e l'ha ritenuta appunto a fine di non sembrare d'alterare il senso del passo a suo favore.</p>
            <p>p. XXII v. 2. - L'Editore nel Commentario previo p. CVIII, nella nota, ha detto che Gellio potè chiamar Frontone <foreign lang="grc">προληπτικῶς</foreign>
               <hi rend="italic">uomo consolare</hi>, e dichiarato di non attirare a Frontone quel passo di Eliano senza dubitarne.</p>
            <p>p. XXIV - Piace all'Editore l'opinione del ch. Traduttore intorno al piccolo Frontone di cui forse si parla nella XII ad Antonino Pio. Tuttavia riflette, che quando l'Oratore Frontone perdette il piccol Nipote, egli era vecchissimo (ed. lat. p. 207. v. 6 e 209. 4. 11). Dunque nè questi nè il di lui Fratello, che altresì, quando quegli morì, pare che fosse piccino, sembra che fossero fanciulli sotto Antonino Pio. Onde anche l'Olivieri <hi rend="italic">Marm.</hi> p. 160, pensò che M. Aurelio imperatore avesse conciliate le nozze tra la figlia di Frontone e Vittorino.</p>
            <p>DEDICA DEL CH. TRADUTTORE.</p>
            <p>L'Editore non ha titolo di <hi rend="italic">Scrittore di lingue Orientali</hi>, ma è semplicemente <hi rend="italic">Dottore del Collegio Ambrosiano</hi>.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Mai (1816)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANGELO MAI - MILANO</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 31 Agosto 1816.</date>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo Signore. Non prima del 27 spirante ho ricevuto dalle mani del Sig. Stella la sua cortesissima lettera, colla quale, se quanto si fa per lo sapere potesse chiamarsi fatica, e se ciò che ho fatto io per la gloria di Frontone potesse servire ad altro che ad oscurarla, ella me ne avrebbe ricompensato abbondantemente. Ma pur troppo e nella traduzione e nelle illustrazioni e nei preliminari avrà ella ravvisato il lavoro precipitoso e compito due mesi prima di venirle nelle mani. Tutto abbisognerà di emendamento, ma quanto alla Dedica, non rimproverandomi la mia coscenza se non di aver detto troppo poco, la supplico a permettere che la si rimanga qual è, e l'assicuro che non ho ancora appreso ad adulare; e già vi vorrebbe molto, perchè le lodi date alla sua insigne e veramente esemplare <foreign lang="grc">φιλοπονία</foreign>, ed alla sua, per nostra mala ventura, straordinaria dottrina, fossero adulazioni.</p>
            <p>Ben graditissime ed utili sopra modo sonomi riuscite le osservazioni che ella non ha sdegnato di fare sopra il mio lavoro, e se io ne abbia cavato profitto ella ne giudicherà, esaminato il foglio che le acchiudo. Assai mi duole che le siano troppo poche, e più mi dorrebbe se oltre il desiderio grandissimo che ho io di riceverne delle altre dalle quali possa ugualmente trar vantaggio, vedessi defraudata la speranza datamene dal Sig. Stella, il quale mi ha detto, che ella andava disaminando più minutamente il mio scritto. Giudice assoluto io le costituisco dell'opera mia, e se ella vorrà compiacersi di continuare e condurre a fine le sue savissime osservazioni, e pigliarsi la briga di porre ai loro luoghi i cambiamenti che le invio, fatti dietro i suoi avvisi, io reputerò che l'opera non abbia mestieri d'altro esame, e che quanto è emendabile, sia già emendata. Veggo bene che io usurpo momenti che dovrebbono esser sacri a tutta la Repubblica delle lettere, svolgendola da occupazioni utili alla universale letteratura, e ne ho rimorso; ma che debbo io dirle? L'amor proprio è assai potente, e fa che si desideri per sè solo quello che dovrebbe impiegarsi pel bene di tutti. Tanto io mi lusingo del favore, che le ne riferisco anticipatamente grazie senza numero; e se la lusinga è vana, ella le accetterà per quello che già mi ha fatto e per le gentilissime espressioni che le è piaciuto di usar meco, e ad un tempo mi riconoscerà pel di Lei, Chiarissimo e pregiatissimo Signore, devotissimo obbedientissimo servo Giacomo Leopardi.</p>
            <p>- EDIZIONE MILANESE.</p>
            <p>p. 48. v. 10. - Il Traduttore credendo nuovo il proverbio e però ignoto il suo significato per non aver consultati i dizionari nè atteso alla nota dell'Autore, ha tradotte alla lettera le parole che dovranno ora voltarsi così: "<hi rend="italic">Guarda in chi mai ti fidi a chius'occhi</hi>".</p>
            <p>P. 50. v. 13. - Il Traduttore ha creduto che <foreign lang="lat">hospitantur</foreign> avesse qui un significato particolare, e dovesse ridursi al suo primo valore derivato da <foreign lang="lat">hospes</foreign>, e però valesse il medesimo che <hi rend="italic">trovarsi come ospiti</hi> non come abitanti presso Matidia, sembrandogli rilevarsi questo dal rimanente della lettera e specialmente dalla parola <foreign lang="lat">nunc</foreign> premessa.</p>
            <p>p. 55 v. 5. - <foreign lang="lat">Et si ad aquas</foreign> ec. Tutta la traduzione del luogo è falsa non solamente nella unione del <hi rend="italic">cito</hi> col precedente membro del periodo, ripreso dall'Editore, e cagionata in parte dalla mancanza d'interpunzione dopo <hi rend="italic">agas</hi>, ma anche nel rimanente. Bisogna porre: <hi rend="italic">Scrivimi, di grazia, senza indugio, se e quando vai a prender le acque e come ora ti senta perchè torni</hi> etc.</p>
            <p>p. 109. v. 9. - Non intendo la osservazione del Ch. Editore. <foreign lang="lat">Ex litteris a me scriptis</foreign>, dic'egli, <hi rend="italic">dalle lettere a me scritte. A me</hi> latino, non vale <hi rend="italic">a me</hi> italiano, ma son certo che <hi rend="italic">a me</hi>, nella Edizione, sia errore di stampa per <hi rend="italic">ad me</hi>, e però tradussi: <hi rend="italic">dalle lettere che mi scrissero i generali</hi> ec. nè credo che questa traduzione abbisogni di emenda.</p>
            <p>p. 121. V. 10. - Convien tradurre: <hi rend="italic">Già Gracco dava l'Asia a fitto e partiva Cartagine per teste</hi>, secondo l'ottima osservazione dell'Editore.</p>
            <p>p. 133. V. 9. - Piace al traduttore di scrivere <hi rend="italic">tale è la sua indole</hi>, giusta il parere dell'Editore, sebbene trattandosi nel fine della lettera di una malattia di Montano, avesse dapprima creduto che le parole <foreign lang="lat">ita generatus est</foreign> appartenessero al fisico piuttosto che al morale.</p>
            <p>p. 143. V. 6 - Senza dubbio secondo l'osservazione del Ch. Editore dee tradursi: <hi rend="italic">Anche a me essendo venuto a trovarmi nella mia villa suburbana, in tempo che mi sentia men bene</hi>, frase del Boccaccio, <hi rend="italic">non la finì mai</hi> ec.</p>
            <p>p. 200. V. 5. - Il traduttore riconosce il suo errore nato principalmente dall'aver egli considerata la parola <hi rend="italic">vesperi</hi> piuttosto come genitivo che come ablativo, e però cancella la nota, e ripone: <hi rend="italic">perchè dopo il bagno della sera la si trovava mal ferma</hi>.</p>
            <p>p. 212. V. 4. - Conviene emendare la inavvertenza che ha fatto porre <hi rend="italic">lusingato</hi> per <hi rend="italic">lusingare</hi>, quasi <hi rend="italic">blandiri</hi> fosse verbo attivo.</p>
            <p>p. 224. lin. 15. Piace al traduttore come al Ch. Editore di emendare il luogo in tal guisa: <hi rend="italic">Sì sì anche lo stesso Platone sino al fine estremo della vita si cuoprirà del mantello</hi> ec. Il Traduttore avea creduto che Platone si prendesse per la setta, come spessissimo avviene presso gli Scrittori Greci e Latini, ma quel doppio <foreign lang="lat">ipsi</foreign> ben considerato gli persuade che qui si parli del solo Platone.</p>
            <p>p. 250. v. 11. - <hi rend="italic">Fatica</hi> dee veramente porsi in vece di <hi rend="italic">sventura</hi>.</p>
            <p>p. 252. v. 5. - Si accorda il traduttore col Ch. Editore in credere che sia bene porre: <hi rend="italic">della loro affettatamente armoniosa disposizione</hi>.</p>
            <p>ivi v. 8. - Il traduttore non ha mai posta la preposizione o il segnacaso alle parole che nel testo si trovano tra lagune, in ablativo o dativo simile, perchè era impossibile sapere il loro vero significato. Qui però egli conosce come l'esimio Editore che <hi rend="italic">clipeo</hi> vale <hi rend="italic">collo scudo</hi> e però rifabbrica il luogo così: <hi rend="italic">questo genere di eloquenza. T'è mestieri combattere nelle orazioni... "molto"... collo scudo di Achille, non agitar la piccola targa</hi> etc.</p>
            <p>p. 253. v. 7. - Il Traduttore dubita anch'egli col Ch. Editore della retta traduzione del passo: <foreign lang="lat">An maiorem tragaediam</foreign> ec.; ma trovandolo molto oscuro e non sapendo rinvenire altra traduzione che soddisfacciagli prega moltissimo e supplica il Ch. Editore a manifestargli la sua opinione o congettura sopra quel luogo, o almeno fargli vedere, ove ciò sia vero, che egli non è il solo che non l'intenda.</p>
            <p>p. 314. 315. - Il traduttore non ha creduto che molto importasse il trasportare questi frammenti, e loro ha lasciato il luogo che occupavano nella edizione latina. Potranno però esser collocati in fine del 2. do libro <foreign lang="lat">ad Marcum</foreign>, ove il Ch. Editore lo giudichi a proposito.</p>
            <p>p. 315. - Credeva il Traduttore che si potesse dubitare che quelle stesse parole che si leggono frammischiate agli estratti da Sallustio fossero d'altri che di Frontone o di M. Aurelio, ma accertato del contrario dall'Editore toglie via la nota.</p>
            <p>p. 338. v. 15. - Il traduttore benchè avesse creduto che le parole <foreign lang="lat">haud umquam contemnendum</foreign> dovessero riferirsi ai pericoli che portava seco il nome di nemici de' Romani, e però il luogo significasse <hi rend="italic">nome da non contarsi per poco, da non prendersi per un nulla, da non aversi per cosa facile a sostenere</hi>, s'induce volontieri, persuaso dal Ch. Editore, a scrivere: <hi rend="italic">il mai dispregevol nome</hi>.</p>
            <p>p. 347. v. 3. - Il traduttore desidera grandissimamente d'intendere il parere del Ch. Editore intorno alle parole: <foreign lang="lat">eas eludere alto mari cernuantis</foreign>, che crede bensì di aver mal tradotte, ma che forse non tradurrebbe ora meglio.</p>
            <p>p. 386. v. 3. - Vede il trad. di aver preso equivoco con <foreign lang="grc">οὶ κακὰ Πράττοντες</foreign> ed <foreign lang="grc">οὶ κακῶς Πράττοντες</foreign> (che qui avrebbesi piuttosto dovuto dire <foreign lang="grc">πράξαντες</foreign>) e cancellata la nota, ripone <hi rend="italic">altri dagl'infelici che desiderano esser liberati dai mali loro</hi>.</p>
            <p>p. 390. v. 14. - Frontone ha posto l'<foreign lang="grc">ἄλλως</foreign> per distinguere i semplici naviganti dai nocchieri, padroni, mercadanti ec. e quando dopo aver nominato tutti codesti, si è tradotto: <hi rend="italic">e tutti coloro che navigano</hi>, non si è egli reso anche l'<foreign lang="grc">ἄλλως</foreign>? Se dicasi che di lustro a un tempio sono i sacerdoti che ministrano, i maestrati che assistono, <hi rend="italic">e tutti coloro che vi si trovano</hi>, non si comprende tosto, che vuolsi parlare del popolo, e sarà forse necessario dire <hi rend="italic">e tutti quelli che in qualunque altra guisa vi si trovano</hi>? Frontone dicendo <foreign lang="grc">καὶ Πάντες οὶ Πλέοντες</foreign> in luogo di <foreign lang="grc">καὶ οἱ ἄλλως Πλέοντες</foreign> non avrebbe egli detto lo stesso?</p>
            <p>p. 403. - Convien togliere dalla nota la citazione del Busbec.</p>
            <p>p. 414. v. 7. - In realtà è meglio tradurre più alla lettera: <hi rend="italic">come la fama del coro delle muse venendo da una sola arte, è divisa per ciascuna di loro</hi>.</p>
            <p>p. 426. v. 16 e 424. - Le autorità allegate intorno alle voci <foreign lang="grc">ᾣύποδίδωμι</foreign> e <foreign lang="grc">σιδηρὸς</foreign> (tranne quella di Dione, di Affricano, e delle Costituzioni Apostoliche, oltre i Dizionari citati, e le osservaz. sulla voce di Frontone, che senza dubbio non deriva da <foreign lang="grc">σιδηρὸς</foreign> ma da <foreign lang="grc">σδηρέος</foreign>) sono di scrittori di bassi tempi; ma valgono a mostrarne l'uso, e può osservarsi che il Du Fresne, il quale pur si servì degli autori allegati, non pose già l'addiettivo <foreign lang="grc">σιδηρὸς</foreign> tra le voci greco-barbare.</p>
            <p>p. 436. v. 13. - Vuolsi far più esatta la traduz. così: <hi rend="italic">Pur tu medesimo affermerai non doversi ciò che si ricerca dimostrare con quello appunto che è in controversia</hi>.</p>
            <p>ivi. v. 21. - Si ripone: <hi rend="italic">Lascerai la questionata consuetudine di quest'ultime fra le cose controverse. Controverso</hi> in verità, secondo l'esempio addotto dalla Crusca, vale <hi rend="italic">contrario</hi>, ma usandosi dagli autori approvati il verbo <hi rend="italic">controvertere</hi> nel senso di <hi rend="italic">disputare</hi> sembra che il participio <hi rend="italic">controverso</hi> debba avere lo stesso significato.</p>
            <p>DISCORSO PRELIMINARE.</p>
            <p>p. XII. v. 16. - Dopo le parole: <hi rend="italic">e capace di fare onore alla stirpe di Frontone</hi>, sarà espediente aggiungere, giusta l'ottima osservazione del Ch. Editore: <hi rend="italic">ove non voglia citarsi un Frontone Cazio più antico del nostro, mentovato solo dal giovine Plinio</hi>.</p>
            <p>p. XIII. V. 13. - Il traduttore sapea ottimam. che il Ch. Editore avea conosciuto Frontone di Emesa e citato Suida, e però ha detto solo che egli non ha fatta parola dell'errore di chi lo ha confuso col nostro, omissione di cosa non necessaria, che il traduttore non ha notata, se non per far vedere che egli non ripeteva, ma come che sia, aggiungea.</p>
            <p>p. XX. V. 10. - Essendo costume degli eruditi (ora con ragione trasandato dai Tedeschi e dagl'Inglesi, ma necessario in Italia) quando usano passi greci, di apporvi la propria trad. e non l'altrui ovvero di citarne l'autore, credè il trad. che la versione del passo di Eliano fosse dell'Ed. Vede ora di essersi ingannato, ma certo quella trad., benchè non prescelta a bella posta, favorisce più che non deve la sentenza di chi ne fa uso, a differenza di quella di Teodoro Gaza la quale ha <foreign lang="lat">et Frontini nostrae aetatis viri consularis</foreign>. Converrà però cangiare il passo del trad. in questa guisa: <hi rend="italic">L'Ed. lo reca tradotto dal Robortello così</hi>. Volonterosamente il trad. modera nella stessa pag. le sue espressioni scrivendo: <hi rend="italic">che come egli inclina a credere, esercitò Front. sotto Adriano. Due sono gli argomenti che adduce in favore della sua congettura</hi>.</p>
            <p>p. XXIV - Sembra che l'essere stato Frontone vecchissimo quando scrisse la lettera <foreign lang="lat">de Nep. amisso</foreign> non provi nulla. Che vale cercare le epoche della sua vita quando si conosce la data della sua lettera? Tutta la sua vecchiezza non può fare avanzare questa data di un passo. Riman sempre certo quello che il trad. ha osservato che se la lettera fu scritta al tempo della spedizione contro i Catti, il nipote di Frontone supposto avere sei o sette anni verso il fine dell'impero d'Antonino Pio ne aveva allora circa dieci, e se fu scritta al tempo della guerra Marcomannica (che è men verosimile per la ragione accennata nel Discorso) ne aveva circa quindici. Se il Ch. Ed. pensa che egli ne avesse di più, viene a dire conseguentemente che egli era fanciullo al tempo di Antonino Pio; se di meno, non ha ragione per farlo perchè le espressioni di Frontone (p. 208. v. 4.) non ve lo spingono in verun modo. L'epoca del Consolato di questo Nepote concorda benissimo, come si è dimostrato, con quella della sua nascita: e quanto alla congettura dell'Olivieri non è da farne caso.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Acerbi (1816)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIUSEPPE ACERBI</hi>
               </byline>
               <date>Milano li 9 Novembre 1816.</date>
            </opener>
            <p>Stimatissimo Sig.r Conte. La sua lettera di risposta all'articolo di Madama di Staël in data 18 Luglio p. mi fece conoscere a chi io dovea l'obbligazione di un'altra in data 7 Maggio sottosegnata dalle sole iniziali G.L. Io non feci uso di questa perchè trattava di cose piccole e perchè conteneva de' confronti e delle lodi di un nostro Collega, le quali avrebbero dato all'articolo un'aria di sospetta parzialità. Non abbiamo fatto uso di quella sopra Madama di Staël perchè tali risposte crebbero a tal numero e tutte versavano talmente sulle stesse cose, che noi credemmo opportuno ometterle tutte, e per non offendere l'amor proprio di alcuno e per non abusare della pazienza del pubblico: tanto più che pochi giorni prima fummo prevenuti dalla lettera che qui stampò separatamente certo sig.r Londonio sull'istesso argomento.</p>
            <p>Spero ch'Ella rimarrà persuasa di queste ragioni e che vorrà credere ai sentimenti di stima colla quale ho l'onore di essere di Lei, stimatissimo Sig.r Conte, Umill.mo Devot.mo Servitore Il DIRETTORE della <hi rend="italic">Biblioteca Italiana</hi>.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.F.Stella (1816)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO FORTUNATO STELLA - MILANO.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 15 Novembre 1816.</date>
            </opener>
            <p>Ornatissimo Signore. Non so se le abbia dato nel genio l'articolo sopra il <title>Salterio</title> italianizzato, ch'ebbi il piacere di prometterle a voce e che ho poi veduto inserito nello <title>Spettatore</title>. Se non le spiacciono i miei articoli, eccolene un altro già fatto, e sarò pronto a servirla anche di altri, solo ch'ella mi mostri di desiderarli, e mi accenni gli argomenti sopra i quali le occorrebbero. Siccome io non ho rigettato che il saggio di traduzione annesso al Mosco, converrà o dopo terminato l'inserimento della <title>Batracomiomachia</title>, o quando meglio tornerà, porre nello <title>Spettatore</title> l'epigramma sopra Amore errante, e l'Idillio che ha per titolo il <title>Bifolchetto</title>, le quali due cose sono nel libretto del Mosco prima dell'indicato saggio. È necessario pubblicarle perchè mancano al compimento delle poesie di Mosco, e sono state promesse da me nel discorso preliminare inserito nel n. 57 dello <title>Spettatore</title>. Se il sig. Tosi si compiacesse, per mantenere la nostra amicizia, e per istruirci dei tanti aneddoti e notizie letterarie che egli conosce, di scriverci qualche lettera, ci farebbe cosa molto gradita. Le scrivo a piedi il titolo di un libro che si desidera. Ella mi creda suo vero servo ed amico Giacomo Leopardi.</p>
            <p>Titolo del libro che si desidera prontamente per ispedizione al prezzo medio dei tre annunziati; <hi rend="italic">Porphyrii, Eusebii, Philonis Judaei Opera et Fragmenta novissime detecta</hi>. Mediolani, typis regiis, 1816.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Acerbi (1816)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIUSEPPE ACERBI - MILANO.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 17 Novembre 1816.</date>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo Signore. Avendo io sempre non solo stimato come ogni savio, ma anche amato per certa mia particolare inclinazione la <hi rend="italic">Biblioteca Italiana</hi>, m'è stata cosa gratissima il ricevere cortese lettera dal Direttore di lei. L'articolo sopra il Bellini fu scritto da me in tempo che non sapea dell'autore di quelle Conversazioni d'Eliso che, come è conveniente trattandosi di morti, puzzano tanto di sepolcro e d'obblio, per cagion delle quali veggo bene che giusta prudenza le vietava di farlo pubblico. Lodai il Monti perchè avendolo veduto lodato in qualche articolo della <hi rend="italic">Biblioteca Italiana</hi>, come in quello di Mad. di Staël e nella Lettera al Bettoni sopra i Ritratti degl'illustri Italiani viventi, l'avea riputato maggior dell'invidia. Scrissi l'altro articolo, mosso ad ira non tanto dalle opinioni della Dama quanto dalla miseria de' suoi nemici. Ma già prevedea che di simili articoli sarebbe stata gran folla, ed Elleno ottimamente hanno avvisato di sopprimere quella quistione che agl'indifferenti venia in fastidio, e all'Italia non facea onore. Perciò Ella non ha potuto mandar fuori veruno de' miei articoli, ma molto più per quello che Ella non dice e debbo dir io, cioè che ambedue erano indegni di venire in luce nella sua preclarissima <hi rend="italic">Biblioteca</hi>. Le rendo grazie della obbligante maniera che ha voluto usar meco, e se co' miei scritti potrò recar mai qualche minimo giovamento al suo Giornale, benchè io sia persuaso di nol poter meglio in altra guisa che tacendo, farò quanto sarà in me per mostrarle sempre più chiaro che sono di Lei Pregiatissimo Signore umilissimo obbedientissimo servo Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A F.Cancellieri (1816)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A FRANCESCO CANCELLIERI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 25 Novembre 1816.</date>
            </opener>
            <p>Stimatissimo Signore. Il Cav. Antici mi ha fatto leggere il paragrafo della Sua lettera ultima che riguarda me, pel quale e per la memoria che di me conserva le debbo già infinitamente. E nondimeno, invece di sminuire il mio debito, vengo ad aumentarlo col supplicarla di nuovo favore.</p>
            <p>Ella mi dice quello che io già prevedea, che in cotesta città nessuno Stampatore può mettersi all'impresa di stampare un libro a suo conto. Ora io vorrei servirmi dell'altro mezzo che suol valere per tutto, ed è quello dei contanti, e però prendo a incomodarla. Bramerei che Ella si compiacesse dirmi precisamente quanta spesa si richiederebbe a fare stampare costì il <hi rend="italic">Libretto delle Inscrizioni Triopee</hi> che le faccio tenere dalla stamperia che Ella giudicherà a proposito, senza gran lusso, con decente carta e caratteri specialmente greci che vorrei buoni e corretti, nel sesto presso a poco del manoscritto, o in quello che le parrà più opportuno. Non desidero che se ne tirino più di 250 copie, o all'intorno. Saputo a queste condizioni il prezzo preciso del lavoro, se Ella vorrà notificarmelo, io mi regolerò dietro il suo indizio.</p>
            <p>Condoni quest'altra noia e la consideri come testimonio della confidenza che ho nella sua bontà, già tante volte sperimentata. Bramo grandemente migliori nuove della sua salute, di quelle che ha date al Cav. Antici. La prego non le sia grave d'informarmene quando mi onori di sua lettera, e se m'è possibile di ricambiarle in alcun modo le sue grazie, la supplico a comandarmi, e mi troverà sempre il suo devotissimo obbligatissimo servo Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.F.Stella (1816)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
               <date>Milano 27 Novembre 1816.</date>
            </opener>
            <p>Sig.r Conte G.L. Rispondo alla p.ma sua 15 corr. e fo anche lo parti del Tosi, il quale le presenta i suoi ossequi, ed è assediato di faccende in guisa da non poter dare di piglio alla penna.</p>
            <p>Ho inserito con molto piacere il suo giudizio sul <title>Salterio</title> italianizzato, perchè mi parve assai bello ed assennato. Ho letto con pari sodisfazione il suo <hi rend="italic">Discorso sulla fama avuta da Orazio</hi>, che veramente è squisito. Tutte le composizioni di cui ella mi gratificherà, saranno a me sommamente accette perchè il suo nobile ed acuto ingegno si manifesta in ogni sua scrittura. Gli articoli ch'io amerei di preferenza, poichè tanta è la sua gentilezza da volersi prendere questo fastidio, sono quelli che presentano l'analisi critica di qualche opera di merito, specialmente di lingue antiche. Per esempio, non so s'Ella conosce la <hi rend="italic">Traduzione di tutti i poeti classici greci</hi> di Bernardo Bellini, di cui è già uscito tutto il <hi rend="italic">Callimaco</hi>. Essa offrirebbe materia ad un articolo di buona e ragionata critica. Se troppa non fosse la lontananza, più facil cosa sarebbe l'andar intesi in questa materia; ma come le dissi, tutto ciò che da lei mi viene, mi è pregiato, e cari sommamente mi riusciranno gli articoli da porre nella <hi rend="italic">Rivista letteraria</hi>.</p>
            <p>Nel prossimo <title>Spettatore</title> ci sarà la sua versione della <title>Batracomiomachia</title> per intero: ho da tutte parti ricevuto elogi delle sue traduzioni. Le dirò a questo rispetto che se io fossi in grado di dare ad alcuno consigli, darei a Lei quello di voltare in bel verso toscano l'Apollonio Rodio, ch'è forse il solo de' poeti greci, il quale essendo suscettivo di far ottima comparsa nella nostra leggiadra favella, non ci si mostra che nelle trascurate e ineleganti spoglie in che il Flangioni l'avvolse. So che anche il Pindaro mal si contenta dell'Adimari e del Gautier; ma chi osa voltare il corso di quel maestoso ed irresistibile fiume?</p>
            <p>Apollonio Rodio le offre un'impresa ben degna della sua colta e fervida giovanezza. Ella la tenti, e ne avrà larga fama. Io me le offro per inserirla nel mio Giornale a misura che sarà da lei condotta innanzi.</p>
            <p>Ella riceverà quanto prima il libro da lei chiesto. Insieme con esso le manderò tre giornali inglesi i quali contengono come segue: Monthly Repertory N. 45 pag. 52 Crabbe's Corough, Poem. "47" 271 Reliques of Burns. "48" 409 Woman, Poem. "48" 412 Seward, poetical works. "48" 439 Reliques of Burns.</p>
            <p>Questi giornali sono destinati al suo S.r fratello il quale si diletta d'inglese. Parmi che sarebbe bell'occupazione per lui il tradurre, o meglio ancora il ridurre in italiano questi articoli voltando in verso il verso, con che si verrebbe a dare una interessante idea della letteratura inglese moderna; i quali articoli io verrei inserendo di mano in mano che mi verrebber trasmessi.</p>
            <p>Ella vede che largamente io uso della benevola disposizione in cui sono le LL. SS. a mio favore.</p>
            <p>Ella per conto suo mi regali di qualche suo comando, onde possa dimostrarle con qual pienezza di ossequio io sia suo devotissimo servitore A.F.S.</p>
            <p>Mille cordiali saluti a tutta l'egregia sua famiglia.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di F.Cancellieri (1816)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DELL'ABATE FRANCESCO CANCELLIERI</hi>
               </byline>
               <date>Roma 4 Decembre 1816.</date>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo Sig.r Conte. La di lei graditissima lettera ricevuta con l'aureo suo libretto della traduzione delle Iscrizioni Triopee, che a prima vista mi è sembrato di già stampato, per la somma nitidezza con la quale è scritto, mi ha trovato in letto, dove pur mi trovò l'amabilissimo Sig.r Cav.r Antici. Le mie piaghe non mi danno veruna speranza di guarigione. Onde purtroppo dovrò passarvi tutto il Decembre, se pur basterà, come vi ho già passato il Novembre. Nondimeno subito ho letto il suo nobil lavoro, e mi rallegro con lei, non solo dell'elegante traduzione, ma eziandio dell'eruditissima Prefazione, che le farà grande onore, facendola comparir superiore all'Ennio celebratissimo della nostra età.</p>
            <p>Gio. Meursio ha parlato dell'edizione Goslariense, com'Ella ben avverte, nel T. VII. col. 875-876, ed anche nel T. XI. col. 171-173.</p>
            <p>Monsieur Boivin nel T. 11. <hi rend="italic">Mem. des Inscript. et B.L.</hi> p. 197 conviene col Visconti p. 74. lin. 7. che Marcello sia il Poeta rinomato, che si loda da S. Girolamo, da Suida, e da Eudocia; e che la prosapia di Regilla provenga dal ceppo della Gente Giulia, come dimostra il Visconti p. 76. lin. 25.</p>
            <p>Monsignor De Magistris, immediato mio antecessore nella Soprintendenza della Stamperia di Propaganda, nella sua Opera in fol. intitolata <hi rend="italic">Acta Martyrum ad Ostia Tiberina</hi>, è di opinione che Erode Attico fosse detto <hi rend="italic">Metallario</hi> dal Tesoro etc.</p>
            <p>Alla pag. 72. lin. 2. in vece di <foreign lang="grc">ΔΩϚΕΙ</foreign> sembra che vada letto piuttosto <foreign lang="grc">ΘΗϚ</foreign>.</p>
            <p>Nel Codice Palatino-Vatic. 1907, che contiene Lettere originali di Uomini Letteratissimi al Grutero, ve n'ha una di Davide Hoeschelio in data de' 29 di Giugno del 1608, nella quale parla della stampa fatta in Goslar delle Iscrizioni Triopee ed osserva che in essa manca il verso 13, e dice: "u. P. nihil arbitror mutandum, sed litteram <foreign lang="grc">ν</foreign> dumtaxat in Lapide, ut fit, vetustate consumptam et detritam extremae dictioni adiiciendum <foreign lang="grc">ἐν ἀθανάτοις ἀλεγίασθεν</foreign>, id est, <hi rend="italic">inter immortales recenserem</hi>. Ita enim verbo hoc utitur Pindarus Ode 11. Olymp. eadem prorsus significatione. Sic v. 23 retinendam censeo Lapidis Lectionem <foreign lang="grc">χλῶρα θέοσαν</foreign>; eodem nempe modo et Hesiodus in Scuto Herculis v. 146 <foreign lang="grc">λευκὰ θεόντων</foreign>".</p>
            <p>Ma Ella potrà dir giustamente <hi rend="italic">Sus Minervam</hi>. Nondimeno avendo io fatte queste picciole osservazioni su queste Iscrizioni, allorchè ne fu fatta la stampa, che forse può dirsi la più bella di quante ne sono uscite recentemente da' nostri torchi, ho voluto farlene parte, affinchè se vorrà aggiugnerle nella sua edizione, possa servirsene, godendo io di contribuire, per quanto posso con la mia insufficienza, a tutte le dotte sue produzioni.</p>
            <p>Ho mandato il di Lei Ms. al Sig.r Lino Contedini, che ha stampato il Longo, ed un Libro Medico, di cui le trasmetto a parte un foglietto, per saggio de' Caratteri. Egli mi ha risposto, che volendone fare una pulita edizione nel sesto a un dipresso del ms., potranno venire in circa tre fogli e mezzo di stampa. Volendosi carta real fina, costerà due baiocchi il foglio. Per 300 copie, importerebbero Scudi ventuno. Per la composizione di ogni Foglio, Scudi 01.20; per la tiratura bai. 60. Per logoro, inchiostro, e mettitura insieme, 01.20. Onde per altri tre scudi il foglio di spesa, occorrerebbero altri dieci Scudi e mezzo; in tutto Scudi 31.50 senza le Legature.</p>
            <p>Procurerò di far deputare per Revisore il Sig.r Abate Amati, pregandolo d'incaricarsi della correzione, giacchè io sarei incapace di farla per la mia imperizia nell'idioma Greco. Per corrispondere poi al suo incommodo, converrebbe regalargliene almeno 10 o 12 Copie.</p>
            <p>Finita la stampa e le Legature, neppure io potrei pensare alla distribuzione che volesse farne, non potendo uscire neppure dal letto, e molto meno di casa. Onde potrà pregarne l'ottimo suo Zio, che lo farà molto meglio di qualunque altro.</p>
            <p>Ho fatto interpellare anche il Sig. De Romanis; ma egli non ha che i due caratteri Greci, <hi rend="italic">Silvio</hi> e <hi rend="italic">Garamone</hi>, ma senza accenti; ed avendo veduto il di Lei ms. accentato, ha creduto che non siano a proposito, e non mi ha mandato il richiesto scandaglio della spesa.</p>
            <p>Voglio soggiugnerle che il Morcelli <hi rend="italic">De Stylo Inscriptionum Latinarum</hi>, p. 462, col. 2, dice che "antiquitatis olim representandae caussa quosdam fuisse, qui Litterarum formas revocarent priscis tantum usurpatas temporibus; ut Herodes ille Atticus in Villa sua Triopia fecit, quam propter Appiam habebat ad tertium ab Urbe lapidem"; e che L. Castillon nel <hi rend="italic">Recueil de la Société Typograph. de Bovillon</hi>, p. 39, ha pubblicata l'<hi rend="italic">Apothéose</hi> d'Homère imitée des soirées antiques d'Herodes Atticus, dans ses Jardins de Céphise: Manuscript recemment decouvert.</p>
            <p>Gradisca la premura che ho di servirla, benchè mi trovi in uno stato così infelice, mi riverisca distintamente i suoi degnissimi Genitori, Zio, e Fratello, e mi creda sempre con la più distinta e sincera stima suo D.mo Obbl.mo Serv.e</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - È venuto da me per altra ragione il Sig. De Romanis, ed avendolo ripregato a dirmi quanto occorrerebbe per la stampa del suo Opuscolo in carattere <hi rend="italic">Silvio</hi>, benchè senza accenti, ha fatta questa nota. Per 300 Copie di Carta real fina.... Scudi 03. Per Composizione.... Sc. 02. Per Tiratura.... Sc. 70 Per Logoro, Inchiostro, mettitura insieme.... Sc. 1.50 07.20</p>
            <p>Egli però, a differenza del Sig.r Contedini, crede che verrebbero due fogli e mezzo in circa. Ella dunque risolva ciò che più le aggrada, e mi dia i suoi ordini, perchè possa eseguirli, lasciando il pensiero della Legatura, del pagamento e della distribuzione ai Sig. Cav.r Antici, o a chiunque altro vorrà affidarlo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.F.Stella (1816)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO FORTUNATO STELLA - MILANO.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 6 Decembre 1816.</date>
            </opener>
            <p>Stimatissimo Signore. In risposta alla sua gratissima del 27 corso le ritorno i miei saluti per il sig. Tosi, e la ringrazio di ciò che cortesemente mi dice intorno all'articolo sul <title>Salterio</title> e al <hi rend="italic">Discorso sopra la fama di Orazio</hi>. Il suo favorevole giudizio sarà certamente opera della sua gentilezza, non del mio merito; e lo stesso dico delle lodi ch'ella scrive di aver ricevute delle mie traduzioni, le quali, a dirle schiettissimamente il mio vero e immutabile parere, che non nascondo a veruno, eccetto quella del primo canto dell'<title>Odissea</title>  , che ritoccata potrà passare, sono tutte cattive e pessime; e intendo parlare anco dei due discorsi preliminari, che in fatto di lingua sono esecrabili. Quello sopra Orazio sarà più corretto, e così sempre ogni mia cosa appresso. Farò quel che potrò intorno agli articoli che ella bramerebbe per la sua Rivista letteraria. Quello sopra la traduzione del Bellini, che ella mi accenna, sarebbe appunto della mia sfera, e sappia che io ho sempre riguardata quella traduzione come opportunissima a farmi prender la penna, e che ho anche in pronto i materiali di un lungo articolo sopra il progetto del Bellini mandato da me il maggio p.p. alla <hi rend="italic">Biblioteca italiana</hi>, ma non pubblicato, per ragioni indicatemi dall'Acerbi in una sua lettera. Ma, come ella vede, per questa sorta di articoli sarebbe necessario un gran numero di commissioni, non potendo io avere quei libri, qualunque si fossero, che facendoli venire espressamente per me, colla sicurezza che, fatto l'articolo, mi diverrebbono inutili. E quanto al Bellini si aggiunge l'altra difficoltà che nella nostra libreria nè altrove, in questa miserabile città e provincia, si trova il testo greco di Callimaco. Pure, come le ho detto, farò quanto potrò e poichè Ella sarebbe contenta principalmente di qualche articolo sopra opere spettanti a lingue antiche, ne farò forse uno sopra l'Alicarnasseo del Mai, o sopra il Porfirio, Eusebio ec. dello stesso. Dico forse, perchè nè P. Alicarnasseo nè il Porfirio nè tutta la spedizione del 9 corso ci è pervenuta, e noi la stiamo attendendo con grandissima impazienza, ma non di giorno in giorno perchè ancora non ne abbiamo avuto riscontro da veruna parte.</p>
            <p>Ancora non si son potuti ritirare dalle branche della polizia anconetana i tre poveri tomi del Pradt. Pur la cosa non si vuol far disperata.</p>
            <p>Porrò a calcolo i consigli datimi da lei intorno all'Apollonio Rodio. Ma poichè ella si compiace di entrar meco in discussioni letterarie, le dirò che, se si tratta di acquistar fama, certe imprese non mai tentate non sono le più proprie per questo effetto, poichè, sebbene le difficoltà sian grandi e si riesca a superarle perfettamente, il pubblico non le calcola, perchè non ha l'esempio di qualcun altro che vi si sia arenato. Così ella vede che il Monti è assai più famoso per l'<title>Iliade</title> che pel <hi rend="italic">Persio</hi>. Però il mio amor proprio mi consiglia piuttosto di mandar innanzi l'<title>Odissea</title>  , della quale come avrò terminato altro canto, lo porrò a sua disposizione. Pindaro a mio giudizio non si può assolutamente tradurre in italiano: oltrechè so che il Mazza già da qualche tempo ne avea pronta per la stampa una traduzione, credo intera.</p>
            <p>Amerei grandemente che la stampa del secondo libro della <title>Eneide</title> fosse compita colla possibile sollecitudine. Sono impaziente di veder l'esito di quella mia traduzione, sopra la quale le confido così a quattr'occhi che io fondo molte speranze. Mio fratello attende il <hi rend="italic">Monthly Repertory</hi> da lei speditogli, e, trovandovi cosa opportuna, farà quanto ella gli suggerisce. Le ritorno i sincerissimi saluti della mia famiglia, e mi dichiaro invariabilmente suo devotissimo obbligatissimo servo ed amico Giacomo Leopardi.</p>
            <p>P.S. - Mio padre desidera che ella mi mandi il Catalogo delle stampe del 1400, che le piacerebbe di cambiare con qualcuno de' suoi libri. In altra occasione le farò avere la collazione di una o due scene di Seneca, fatta sul codice che ella vide presso di noi, e di cui mostrò desiderio di conoscere l'importanza. Le dico ora che vi ho trovato non poche varianti, oltre gli scoli antichi che contiene, a quanto credo, inediti; e però se a lei piacesse di possederlo, facilmente n'andremo intesi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A F.Cancellieri (1816)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A FRANCESCO CANCELLIERI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 9 Decembre 1816.</date>
            </opener>
            <p>Stimatissimo Signore. Non ho termini che bastino per ringraziarla della grandissima premura che si è presa di favorirmi in mezzo alle sue indisposizioni che con molto dispiacere sento che ancora continuano. Provo rimorso di averla infastidita in questo suo stato, e desidererei poterla in qualche modo compensare e sollevare. Il suo vero amore per le lettere e la sua forza d'animo le varranno per soccorso contro gl'incommodi naturali.</p>
            <p>Le sono veramente tenuto delle notizie che così liberalmente si è compiaciuto di comunicarmi intorno alle <hi rend="italic">Inscrizioni Triopee</hi>, e siccome esse per la maggior parte appartengono ad Erode Attico, le porrò a parte per altra mia operetta, dove mi occorre parlare di quel Retore, affine di non ingombrare ora il Ms. con pericolo di errori per parte dello Stampatore.</p>
            <p>Ho avvertito che le due emendazioni dell'Heschelio che Ella ha ritrovate nel Cod. Vaticano sono appunto quelle che si contengono in due postille dello stesso autore, le quali sono appiedi della Iscrizione del tomo VII del Meursio da me citato, come anche in una lettera dell'Heschelio al Meursio mentovata pure da me nella prefazione. Questa lettera fu scritta soli tre giorni prima di quella di Grutero da lei veduta.</p>
            <p>Il prezzo della stampa che si richiede dal Contedino mi avea già distolto dall'impresa, quando ho veduto quello che si cerca dal Sig. De Romanis del quale sono contentissimo, e tanto, che mi sono sopraggiunti alcuni dubbi, che Ella rileverà dalla lettera che le acchiudo e che la prego di far avere al nominato signore. Se questi dubbi son vani, Ella potrà immediatamente far cominciare l'edizione, intorno alla quale non mi resta a raccomandarle altro che la sollecitudine per parte della Stamperia, e l'accurata revisione delle copie che come Ella può insegnarmi in queste sorte di opere è di somma necessità. Ma di questa non temo, essendo in troppo buone mani. Se il Sig. Ab. Amati vorrà incaricarsene, farò che in dimostrazione di gratitudine gli siano consegnate 15 copie dell'opuscolo, ed altrettante prego ora Lei ad accettarne quando saranno in istato, per mezzo di mio zio Antici, al quale scriverò a questo effetto. Saranno a Lei di puro imbarazzo, ma la sua avarizia di comandi non mi lascia altro modo di attestarle la mia sincerissima riconoscenza. Il nominato mio Zio s'incaricherà a mia istanza della distribuzione e del pagamento, ma della Legatura non potrebbe, non avendo pratica di queste cose, e però Ella mi farà sommo favore se vorrà pregare il Sig. abate Amati, o lo stesso Tipografo a prendersene cura, il che sarà molto facile, non volendo io altra legatura che l'ordinaria e del solito minor prezzo. Debbo anche supplicarla di due correzioni che bramerei facesse nel Ms. La prima nella seconda Iscrizione, terzina 17 della versione, verso primo, dove è scritto: <hi rend="italic">offrirgli</hi>, che come Ella vedrà, è errore, parlandosi di donna, e bisogna porre <hi rend="italic">offrirle</hi>. L'altra è nelle varietà di Lezione che sono appiè del volumetto dove io giunto alle varietà del nono verso della Iscrizione ho posto una linea così: 9 <foreign lang="grc">ὣς</foreign> / <foreign lang="grc">ὡς</foreign> III.</p>
            <p>Questo è necessario cancellare interamente, perchè la varietà che consiste nei soli accenti non ha più luogo, stampandosi il Libro senza accenti. Se però il Libro non dovesse stamparsi dal De Romanis, questa correzione non dovrà farsi.</p>
            <p>Ho grandissima ripugnanza d'incommodarla, e per diminuirle in qualche modo il fastidio, ho scritto direttamente al De Romanis la lettera che riceverà con questa. La prego con tutto il cuore a tener gran conto della sua salute, che desidero ardentemente migliorata molto e presto, e se le fosse possibile di onorarmi una volta di un suo ordine, la supplico a non risparmiarmi mai in verun modo. Le ritorno gli ossequi dei miei, Padre, Zio e Fratello, ai quali ho presentati i suoi graditissimi saluti. Tutta la mia riconoscenza e la mia stima mi vengono ora nella mente e sulla penna per dirle che io sono e sarò sempre Suo devotissimo obbligatissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A M.De Romanis (1816)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MARIANO DE ROMANIS - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 9 Decembre 1816.</date>
            </opener>
            <p>Stimatissimo Signore. Dal Sig. Ab. Francesco Cancellieri ho ricevuta come stesa da lei, una nota delle spese occorrenti per la stampa del mio Libretto delle Iscrizioni Triopee da lei veduto, la quale è concepita precisamente in questi termini:</p>
            <p>Per Copie 300 di Carta real fina <add resp="ed">Scudi</add> 03</p>
            <p>Per composizione 02</p>
            <p>Per tiratura 0070</p>
            <p>Per logoro inchiostro mettitura insieme ec. 0150</p>
            <p>
               <add resp="ed">Scudi</add> 07.20 Non ben comprendo se voglia intendersi che questa spesa sia necessaria per il totale della stampa senza la legatura, ovvero solamente per ogni cento Copie, o per ogni foglio di stampa, che come mi avverte lo stesso Sig. Ab., Ella crede dover essere due e mezzo circa. Quando sia nel primo modo, Ella potrà al momento far cominciare la stampa notificandolo al Sig. Ab. Francesco Cancellieri mentovato, quando poi sia nel secondo, desidererei che Ella si compiacesse di farmelo sapere o direttamente con sua lettera, o dicendolo a voce al nominato Sig. Ab. poichè in questo caso io disegno di rinunziare al vantaggio della scelta Carta, e di prendere altre misure delle quali lo farei avvertito. Son certo che la bellezza de' suoi caratteri supplirebbe al difetto di bellezza della Carta.</p>
            <p>Mi rallegro di aver questa occasione di riverirla per la prima volta, e di protestarmele con piena e sincera stima Suo devotissimo obbligatissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di F.Cancellieri (1816)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">DELL'ABATE FRANCESCO CANCELLIERI</hi>
               </salute>
               <date>Roma 14 Decembre 1816.</date>
            </opener>
            <p>Amabilissimo, e Pregiatissimo S.r Conte. Mi sono astenuto dall'inviare al S.r De Romanis la di Lei lettera, perchè essendo un uomo focoso, si sarebbe potuto inquietare, vedendo ch'Ella abbia supposto che possa farsi la stampa in carta real fina, con caratteri greci, di due fogli e mezzo, a 300 copie per ciaschedun foglio, avendo calcolato tutte le altre spese, a tre scudi il foglio, e la carta a 2 bai. il foglio. De Romanis fra tutto avea domandato scudi 07.20 per foglio, col divario di un foglio di meno di stampa, che forse proverrebbe dalla minutezza de' suoi caratteri Greci, maggiore di quelli di cui le ha mandata la mostra il Contedini. Ma se prevalendosi di questo avrebbe dovuto spendere più di trenta scudi, con l'altro avrebbe importato una ventina di scudi, purchè realmente la stampa non avesse oltrepassato i due fogli e mezzo, secondo il suo scandaglio. Giacchè dunque ella non è disposta a fare nè l'una nè l'altra spesa, di cui certamente non potrebbe rivalersi perchè qui appena si leggono le Gazzette, io la consiglio a deporne il pensiere, e ad inviare piuttosto il suo nitidissimo Manoscritto, che ad ogni suo avviso potrò rimandare al S.r Cav.e suo Zio, allo <title>Spettatore</title> di Milano, che con tanta sua lode ha stampata la sua elegantissima traduzione dell'<title>Idillio</title> di Mosco. È inutile di rivolgersi ai nostri Stampatori, se uno non è disposto a sacrificare in circa otto scudi per foglio di qualunque stampa, come ho fatto io, che mi sono rovinato nell'interesse, nella salute, e nella riputazione, per questo vizio, preso appunto fin dall'età consimile alla sua, e da cui, ad onta di tanti pregiudizi, neppur adesso posso emendarmi. Chi può mandare i suoi mss. chiari e corretti, come sono quelli ch'Ella mi ha spediti, può diriggersi ove si pregiano i buoni studi e le dotte produzioni, con la sicurezza di vederli ben eseguiti, e con assai minor dispendio che non farebbe in questa Città.</p>
            <p>Stando in letto, non posso consultar verun libro, nè suggerire niente che valga. Ella dunque mi scuserà delle inutili notizie, che le avea indicate, e che eran già note alla sua vastissima erudizione. Auguro non meno a Lei, che a' suoi degnissimi Signori Padre, Zio, e Fratello le maggiori prosperità nelle prossime Feste; e pieno di altissima stima mi protesto suo D.mo Obbl.mo Servitore.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.F.Stella (1816)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
               <date>Milano 18 Decembre 1816.</date>
            </opener>
            <p>S.r Conte. Mi pregio di riscontrare il riverito di Lei foglio del 6 and.te - L'opinione ch'Ella porta sulle di lei produzioni discorda con quella delle più colte persone, quali concordemente ravvisano in esse molti e rari pregi. Io non pertanto godo di questa di Lei incontentabilità, quale non può ridondare che a rendere semprepiù perfette le di Lei opere, che in mio particolare ho in sommo pregio.</p>
            <p>Approfittando della di Lei buona disposizione per qualche lavoro sull'opera del Bellini, mi sono fatto un piacere di spedirle dal 1° al 6° quaderno, come rileverà dall'appiedi fattura N. 8.</p>
            <p>Gli straordinari lavori della mia stamperia non hanno fino a questo momento permesso di metter mano alla stampa del secondo Libro dell'<title>Eneide</title>, ma ciò succederà in breve, anzi fra qualche giorno.</p>
            <p>Rispetto al Catalogo delle stampe del 1400 che il degnissimo Sig.r Conte di Lei Padre mi ha trasmesso, non ho rinvenuto che potesse convenirmi altro che il <hi rend="italic">Prisciani opera</hi>. Nel resto mi riporto a quanto espressi nella preced.te mia del 6 scorso 9.mbre diretta al prelodato di Lei S.r Padre circa a rilevare tutto il Corpo descritto nel Catalogo.</p>
            <p>Le due Scene di Seneca ch'Ella gentilmente mi promette le riceverò con sommo piacere, e saranno un nuovo vincolo alla mia riconoscenza per le tante cortesie che si degna usarmi.</p>
            <p>Pregandola de' miei convenevoli a tutta la rispettabile di Lei famiglia, ed offrendole la devota mia servitù, passo a rassegnarmele con ossequiosa considerazione devotiss.o obb.o serv.e A.F.S.</p>
         </div1>
         <div1 n="A F.Cancellieri (1816)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A FRANCESCO CANCELLIERI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 20 Decembre 1816.</date>
            </opener>
            <p>Mio pregiatissimo sig. Padrone ed Amico. Anche a me pareva impossibilissimo che la stampa del mio libretto potesse farsi per soli scudi 07,20, e solamente il non avere il sig. de Romanis parlato di fogli o d'altro nella sua nota, al contrario di quanto avea fatto Ella dandomi quella del Contedini, mi avea mosso a dubitarne.</p>
            <p>Io avea spedito costà il mio opuscolo sperando che la spesa per la stampa non avesse a montare a più di una dozzina circa di scudi. Ma quello che si chiede da cotesti stampatori, forma una somma di cui non conviene che io disponga, e però debbo consentire che il mio libretto rientri nell'oblio, e vi resti, se sarà necessario, in eterno. Prego però Lei a farlo avere al zio Antici, che troverà mezzo di rimettermelo.</p>
            <p>Volgersi ad altra parte sarebbe inutilissimo. Ci vuol la presenza, caro sig. Cancellieri, e senza la presenza non si fa nulla. A Milano si stampa quel che si vuole da chi ha la fortuna di trovarvisi, e tutto a conto degli Stampatori o con sicurezza dell'esito. Il Mai nel corso di dodici mesi, scrivendo infaticabilmente e stampando appena ha scritto, ha pubblicato sette o otto opere una dopo l'altra in superbissime carte, dalla prima Tipografia di Milano e d'Italia, eccetto quella di Bodoni che forse non la supera. Io so di un altro giovane, disprezzato anche comunemente dai letterati, il quale non è in istato di rimettere in un'impresa, e stampa continuamente col più gran lusso, e torna sempre a stampare alzando il prezzo delle sue cose invece di diminuirlo. Solamente le opere vastissime si stampano in Milano per associazione, le altre d'ordinario a tutto rischio dell'intraprendente: e le associazioni poi si trovano così facilmente, che in quest'ultimi mesi il Fiocchi (il quale so per relazioni a voce, essere un uomo disprezzato da tutta Milano), volendo pubblicare la sua pessima traduzione dell'<title>Iliade</title>, e non avendo il Sonzogno voluta prenderne l'impresa se non assicurato da un'associazione, questa si è trovata in un momento, e l'opera è già uscita tutta colla più grande eleganza. Tutti stampano, e solamente a noi miserabili non è concesso di stampare nulla. Quando abbiamo scritta e copiata un'opera, non abbiam fatto niente. Convien languire anni interi, e poi gettarla sul fuoco. Sono otto mesi che ho spedito a Milano due lunghe opere a chi mi aveva promesso di stamparle a suo conto. So che le ha ricevute e che le tiene sul suo tavolino, ma non altro, e son per iscrivergli che il freddo mi obbliga a ridomandargliele per servigio del focolare domestico.</p>
            <p>Non un solo Idillio di Mosco da me tradotto, ma l'intera traduzione delle sue poesie, come anche della <hi rend="italic">Batracomiomachia</hi>, con due lunghissimi discorsi preliminari e con un articolo anonimo, ha pubblicato del mio lo <title>Spettatore</title>, ma il discredito in cui è caduto quel Giornale ora veramente pessimo e diretto da uno dei più meschini letterati di Milano, senza giudizio e senza scelta, fa che tutto quello che vi comparisca cada in dimenticanza il giorno dopo; e però io, potendo farvi inserire quel che voglio, non vi mando se non le cose di cui poco mi curo, amando meglio che le altre restino inedite di quello che sieno così strapazzate.</p>
            <p>Augurii infiniti e sincerissimi di felici feste le ritorno anche da parte di quelli, ai quali si è compiaciuto d'inviarli per mezzo mio. Il zio Antici vuol che le scriva che egli spera di presto riverirla in persona. Ringraziandola di nuovo interminabilmente della gran bontà che ha avuta per me, la supplico a ricordarsi del peso che m'hanno imposto i suoi favori, e mi dichiaro suo devotissimo obbligatissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.F.Stella (1816)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO FORTUNATO STELLA - MILANO.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 27 Decembre 1816.</date>
            </opener>
            <p>Stimatissimo Signore. Il 21 dell'andante ricevemmo il pacco n. 7 intiero ed in buono stato. Le faccio avvertire però che non ci è stato mai spedito il T.23 della <hi rend="italic">Raccolta di Viaggi</hi>, perchè la Spedizione n. 6 non giungeva che al T.22, mancando dei 19 e 20 che nella seguente si sono suppliti coll'aggiunta del T.24 restando così fuori il 23 che la prego trasmettermi insieme coi Libri che le noto a tergo. Quando non abbia a farne più uso, potrà insieme farmi riavere i Mss. della traduzione di <title>Frontone</title> e del <hi rend="italic">Saggio sopra gli Errori popolari degli antichi</hi>. Le sarò ancora infinitamente tenuto se vorrà favorirmi i fogli dei giornali stranieri nei quali si parla del <title>Frontone</title>, o di qualunque altra scoperta del Mai, siano pure in qualsisia lingua, che troverò modo di farmeli interpretare. A norma di quanto si brama dall'Acerbi, la prego a confermare la nostra associazione alla <hi rend="italic">Biblioteca Italiana</hi>: e le avviso poi che nella Fattura n. 8 che Ella ha avuto la bontà di trasmettermi nella sua del 18 cadente, non si è notato il prezzo del Bellini, sopra il quale ben volentieri la servirò del più ragionato articolo che mi permetteranno le mie forze.</p>
            <p>Le acchiudo una mia piccola traduzione della quale farà l'uso che le piacerà, con appiedi alcune Correzioni che le raccomando caldamente, da porsi ai loro luoghi nel II libro dell'<title>Eneide</title>, o non giungendo in tempo, nell'<hi rend="italic">Errata</hi>. Spedisco pure la collazione di tre scene di Seneca che sono le prime di tre tragedie consecutive, perchè non si credesse che a bella posta io abbia scelte quelle che offrivano maggior varietà di lezione. L'edizione di cui mi son servito è buona e corretta, ma non è delle ultime, perchè migliore non ne ho. Il Fabricio la chiama, edizione non dispregevole.</p>
            <p>Augurandomi fausti incontri per servirla, e desiderandole anche da parte della mia famiglia, felicissimo il principio e il fine del nuovo anno, me le protesto Suo devotissimo obbligatissimo servo ed amico Giacomo Leopardi.</p>
            <p>1. <hi rend="italic">Plauti fragmenta, in Terentium commentationes, Isaei et Themisti opera inedita,</hi> inventore Angelo Maio.</p>
            <p>2. Forcellini. <hi rend="italic">Lexicon totius latinitatis.</hi> Patavii 1805.</p>
            <p>3. <hi rend="italic">Appendix ad Lexicon Aegidii Forcellini</hi>: carta commune.</p>
            <p>4. Un Callimaco col testo greco, se è possibile, dell'ultima edizione, se no della migliore che potrà trovarsi.</p>
            <p>5. <hi rend="italic">Porphyrii Philonis Eusebii opera novissime detecta</hi>: al prezzo medio dei tre indicati: se non è già spedito dietro la mia ordinazione del 15 Novembre p.p.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.F.Stella (1817)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
               <date>Milano li 8 del 1817.</date>
            </opener>
            <p>S.r Conte. Formo doveroso riscontro al pregiat.o foglio che mi ha fatto l'onore di scrivermi in data 27 (decembre) p.p.</p>
            <p>Qui sotto le rassegno fattura di quanto vado a spedirle in conseguenza de' venerati di lei ordini. Il ritardo di qualche giorno alla recezione la lo attribuisca al desiderio di unirle le Copie legate del II Libro dell'<title>Eneide</title> di cui avrà poi il conto.</p>
            <p>Ritorno il Ms. del <title>Frontone</title>, ma tengo ancora presso di me gli <hi rend="italic">Errori popolari</hi>, per le ragioni che poi le subordinerò.</p>
            <p>Il Giornale che parla del <title>Frontone</title> è quello di Lipsia in tedesco, del quale in Milano non ne ha copia che la Biblioteca di Brera a cui io stesso lo procuro. Sono pertanto nella dispiacenza di non potere, come avrei desiderato, soddisfare le di lei brame.</p>
            <p>Della traduzione di cui mi ha regalato, ne vedrà il buon uso che ne ho fatto: le correzioni da lei desiderate hanno avuto effetto.</p>
            <p>La collazione poi delle tre Scene di Seneca avrò io stesso il piacere di portarla al S.r D.r Mai.</p>
            <p>Per mera regolarità mercantile qui le compiego il di Lei contarello di fin d'anno, il di cui estremo, compreso l'ammontare della suaccennata fattura, è di L. 391.42.</p>
            <p>Mi continui, veneratis.o Sig. Conte, il prezioso onore de' di Lei comandi, e mi creda con distinta considerazione ed ossequio devot.o osseq.o serv.re A.F.S.</p>
            <p>Bisogna non solo soffrire ma anche aggradire certe sopraffazioni quando vengono fatte con tanta gentilezza com'è quella che usa meco il S.r Conte Monaldo, che per due magri stracchini mi manda una copiosa derrata. Io lo ringrazio e l'assicuro che la gusterò con gran piacere.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.F.Stella (1817)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO FORTUNATO STELLA - MILANO.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 24 del 1817.</date>
            </opener>
            <p>Stimatissimo Signore. Il 27 decembre p.p. le scrissi mandandole la collazione di tre scene del Seneca fatta sul noto Codice, e una mia traduzioncella, con alcune correzioni pel secondo libro dell'<title>Eneide</title>. Ora le aggiungo che avendo io trovato bello e degnissimo d'essere conosciuto e letto in Italia <hi rend="italic">l'Alicarnasseo</hi> del Mai al paro degli altri Classici, non così pieno di lagune come le altre cose dateci dallo stesso editore, e più dilettevole e facile ad essere ben accolto dal pubblico per essere storico e non oratore, nè scrittor d'epistole, nè filosofo, ne ho fatta una traduzione accompagnata da qualche nota, che contiene quasi sempre nuove osservazioni, o correggendo inavvertenze, o indicando omissioni, nelle quali mi par che sia caduto il per altro diligentissimo Mai. Se ella trovasse opportuno di assumer la stampa di questa traduzione, io le la manderei prontamente, accettando volenterissimo che, qualora ella non si contenti di esaminarla da sè, che ben lo potrebbe, la sottometta immediatamente alla censura dei signori Compilatori della <hi rend="italic">Biblioteca Italiana</hi>. L'impresa non sarà grande, perchè, secondo il mio scandaglio, appresso a poco la mia traduzione non porterà più di quattro fogli circa di stampa facendosi in ottavo; poichè, tolte all'edizione latina le note, la versione, i prolegomeni, le appendici, resta ben poco di testo. Se mi è lecito parlarle della mia traduzione, le dirò che la ho fatta con tutto il possibile studio, non avanzando una parola senza averla maturamente ponderata, e con tutta la cognizione delle due lingue di cui io sono capace. Credo che poco di meglio possa uscire dalla mia povera penna, e a me pare di esserne soddisfatto, che non è solito. Quando le piacesse di farne uso, vorrei che mi sapesse dire se le par conveniente il porle a fronte il testo greco che riuscirebbe utilissimo, avendolo il Mai dato in lettere maiuscole, in modo che non si può leggere senza infinito incomodo. Allora accanto alla mia traduzione io le manderei il testo scritto leggibilissimo e chiaro di mio pugno in lettere ordinarie cogli accenti. Ma in ogni modo il testo non è di necessità. Se ella non troverà l'impresa di sua convenienza, bramerei si compiacesse dirmi a qual parte potrei rivolgermi con isperanza di buon esito.</p>
            <p>La prego a darmi qualche buona nuova del secondo libro della <title>Eneide</title> speditole il settembre passato. Condoni questa importunità a chi non ha altri pensieri nè piaceri in tutta quanta la vita che questi, e tra la speranza e il timore per la sorte de' suoi figli prova tutti i furori e le smanie dell'impazienza. Le accludo le correzioni per lo stesso libro mandatele nella sopraccennata mia lettera, le quali, se non giungessero in tempo pel contesto, dovranno porsi nell'errata. Pieno di riconoscenza e di stima, salutandola cordialmente da parte della mia famiglia, mi dichiaro tutto suo Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A N.N. (1817)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A N. N. - RIMINI.</hi>
               </salute>
               <date>
                  <add resp="ed">s.d., ma Recanati 2 febbraio 1817.</add>
               </date>
            </opener>
            <p>Dal signor Antonio Fortunato Stella di Milano fu spedito il 14 Decembre passato, al negozio Marsoner e Grandi un pacco di libri per la solita via mercantile, colla direzione al Conte Monaldo Leopardi, affinchè essi per la stessa via di vetturali e spedizionieri, lo facessero pervenire a Recanati. Sono, come vedete, cinquanta giorni che i libri partirono da Milano, quando regolarmente una spedizione per arrivare da Milano a Recanati vi mette meno di un mese. Il Conte Monaldo ha scritto al negozio Marsoner e Grandi, senza che si siano degnati di rispondergli. Fatemi dunque il piacere di riscotere il pacco a cotesto negozio, e di spedirlo colla prima occasione a Pesaro in Casa Mosca a D. Giovanni Pantaleoni, a cui scrivo contemporaneamente. Se poteste trovare un'occasione per Ancona, potreste mandarlo al Sig. Filippo Pacini in Casa Candelari, ma bisognerebbe che fosse pronta, diversamente fate come già vi ho detto. Informatevi della spesa che occorrerà per riscotere il pacco, e così pure se ne bisognasse qualcheduna per mandarlo a Pesaro, o in Ancona. Vi raccomando soprattutto la prontezza, perchè è gran tempo che i libri si aspettano, e sin da quando furono ordinati a Milano, si avea gran premura di averli presto. Scusate.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.F.Stella (1817)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO FORTUNATO STELLA - MILANO.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 21 Febbraio 1817.</date>
            </opener>
            <p>Stimatissimo Signore. Dall'ultima sua pregiatissima e prima dallo <title>Spettatore</title> rilevai la vanità de' miei dubbi intorno allo smarrimento della mia lettera. Scusi però la noiosa ripetizione che le ne feci nell'altra mia.</p>
            <p>La ringrazio delle copie della <title>Batracomiomachia</title> di cui vedo annunziata la II edizione: cosa che non avrei mai sognata quando anche la prima era troppo ad un'opera degna di perpetue tenebre. Infinite grazie le rendo poi delle cure che si prese per la stampa del II della <title>Eneide</title>, e di quelle che, conforme si compiacque scriverci, spero vorrà prendersi per lo spaccio del medesimo, il quale, se non fosse la sua gentilezza, stampato e non divulgato nè annunziato in verun luogo, si varrebbe nè più nè meno come se restasse manoscritto.</p>
            <p>La prego a farmi avere non per ispedizione, ma per la posta sotto fascia, il libro sottonotato. Di più a mandare in mio nome una copia del II dell'<title>Eneide</title> per ciascuno, al dottor Mai, al cav. Monti, e al signor Pietro Giordani, ai quali scrivo contemporaneamente. Questi nuovi incomodi come i tanti passati spero che la di Lei cortesia mi perdonerà.</p>
            <p>Verissimo e grandissimo dispiacere provo per non poterla servire del promesso articolo sopra il Bellini, i cui fascicoli le piacque spedirmi il 14 decembre p. pel mezzo Marsoner e Grandi: poichè dopo settanta giorni la spedizione per noi è come non fatta. Disperati abbiamo scritto è già un mese al negozio Marsoner senza che ci abbia degnato di risposta, onde sarebbe pazzia lo sperar più di ricevere il pacco. La prego a darsi qualche carico di simili rimostranze, perchè sino ad ora i libri ci sono giunti quando o perchè erano già descritti nei Giornali, o per lo stesso ritardo, o per altre cagioni la curiosità e il piacere di leggerli era molto diminuito. Ma ora non ci giungono più, e diviene di necessità fisica il deporre il pensiero delle ordinazioni, e privarsi dei mezzi indispensabili per continuare la carriera letteraria. Poichè dunque anche ricevendo per miracolo il Bellini non potrei cominciare l'articolo prima di avere il Callimaco contenuto nella spedizione seguente del 15 gennaio p., la prego a dirmi il nome della città ove dimora il signor Biraghi per mezzo del quale Ella la ha fatta, onde almeno possiamo scongiurarlo quando, come certamente sarà, i libri non ci giungano prima della di Lei risposta.</p>
            <p>Se non le conviene stampare per suo conto il ms. che riceverà insieme con questa, La prego ad avvertirmene immediatamente. Scorrendo la prefazione vedrà per qual motivo la cosa non soffra indugio.</p>
            <p>Perchè le lettere non abbiano ad incrociarsi, io non le darò più l'incomodo di una mia se prima non avrò ricevuto risposta alla presente.</p>
            <p>Di molte cose la ho pregata in questa lettera, ma ora soprattutto la prego a conservarmi la sua amicizia, e darmi occasione di provarle col fatto che sono suo devotissimo obbligatissimo servo ed amico Giacomo Leopardi.</p>
            <p>Osservazioni del Ciampi sopra l'<hi rend="italic">Epitome delle antichità romane di Dionigi Alicarnasseo</hi>.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Mai (1817)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANGELO MAI - MILANO.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 21 Febbraio 1817.</date>
            </opener>
            <p>Stimatissimo Signore. Sarei pazzo se avendo avuto il passato anno la buona ventura di conoscere i suoi caratteri e la sua cortesia, non istudiassi quanto è a me di prolungarne gli effetti. Il mio <title>Frontone</title>, indegno di veder la luce, torna a me, e starà per innanzi in tenebre eternamente. Può dir altri che io ho gettato quella grossa fatica, ma io non reputo inutile un libro che mi ha fatto noto al Mai. L'opericciuola che per mia parte riceverà dal sig. Stella mi ha dato occasione di riscriverle. Non presumo che la legga, chè sarebbe dargliela ad usura, ma solo che la serbi a memoria non affatto sgradita del suo devotissimo obbedientissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A V.Monti (1817)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A VINCENZO MONTI - MILANO.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 21 Febbraio 1817.</date>
            </opener>
            <p>Stimatissimo sig. Cavaliere. Se è colpa ad uomo piccolo lo scrivere non provocato a letterato grande, colpevolissimo sono io, perchè a noi si convengono i superlativi delle due qualità. Nè altro posso allegare a mia scusa che la smania incomprensibile di farmi noto al mio principe (poichè suddito le sono io certo, come amatore quale che sia delle lettere), e il tremito che provo scrivendo a lei, che scrivendo a re non mi avverrebbe di provare. Riceverà per mia parte dal sig. Stella, miserabilissimo dono, la mia traduzione del secondo libro della <title>Eneide</title>, anzi non dono, ma argomento di riso al traduttore della <title>Iliade</title> primo in Europa, e al grande emulo del grande Annibal Caro. Ed ella rida, chè il suo riso sarà di compassione, e la sua compassione più grata ed onorevole a me che l'invidia di mille altri. Non la prego che legga il mio libro, ma che non lo rifiuti; ed accettandolo, mi faccia chiaro che ella non si tiene offeso dal mio ardimento, con che verrà a cavarmi di grande ansietà. Ed io le ne saprò grado assaissimo, e riputandomi suo debitore, cercherò via di mostrarmele veramente umilissimo devotissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Giordani (1817)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO GIORDANI - MILANO.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 21 Febbraio 1817.</date>
            </opener>
            <p>Stimatissimo Signore. Odiando io fieramente il mezzano in letteratura (con che non vengo a odiare me stesso che sono infimo), ben so che appena a due o tre altri potrei rivolgermi in Italia se non mi volgessi a lei. Il che è gran tempo che bramo di fare, ma non ho ardito mai, ed ora fo con tema pigliandone l'opportunità dal libro che le sarà offerto in mio nome dal sig. Stella. E per prima cosa la prego caldissimamente che mi perdoni l'audacia di scriverle il primo e d'aggiugnerle il carico di un libro, nè voglia punirmene con recarsela ad offesa. Il libro stesso, mostrandole la mia miseria, mi punirà. Tolga Iddio ch'io le ricerchi il suo giudizio su di esso. Ben le dico quanto si può sinceramente quello che già le sarà notissimo avvenire come a me a molti altri, che io, sapendo sopra qualunque opera letteraria il parere anco di venti letterati, fo conto di non saper nulla quando non so il suo. Nè sono sì scempio che non conosca valere assai più una sua riprensione, che la lode di cento altri; ma anco per riprendere bisogna leggere, e la lettura di un migliaio di versi cattivi è supplicio intollerabile ad un vero letterato. Se le piacerà di non rigettare la mia povera offerta, io potrò, ricordandomene, dir qualche volta per vanto che il dono di un mio libro fu accettato da lei. Che se mi è lecito chiederle altro favore, la supplico che non isdegni di tenermi sempre per innanzi di lei, stimatissimo Signore, umilissimo devotissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di F.Podalirj Antici (1817)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI FRANCESCO PODALIRJ ANTICI</hi>
               </byline>
               <date>
                  <add resp="ed">s.d. nè provenienza; ma Recanati, 2a metà di febbraio 1817</add>
               </date>
            </opener>
            <p>Stim.o Sig.r Conte. Ho letto veramente con piacere, S.r Conte, il suo viglietto, e la ringrazio Non conosco altrimenti l'Opuscolo, di cui Ella mi fa graziosamente menzione: gradirò però moltissimo di vederlo, assicurandola che lo avrò per cosa veramente grata.</p>
            <p>In quanto allo Schiassi non v'ha dubbio che, dopo il Morcelli, il primo sia fra gli Scrittori lapidari. Il suo stile Italiano è certo alquanto servile ed affettato: ma ha egli voluto secondare il suo genio col metter più studio nello scriver Latino.</p>
            <p>Intorno poi al D.r Tedaldi-Fores solo le dirò ch'è uno de' miei amici: ma ciò non esclude ch'Ella possa pur francamente dire la sua opinione, che io stimo e valuto moltissimo. Ho per massima che la verità sia il primo tributo, che render si debba all'amicizia. Ciò posto, Le sarò gratissimo se mi favorirà del suo sincero e leale giudizio per mio piacere, e per mia istruzione.</p>
            <p>Non ho mai avuta notizia alcuna del S.r Bellini, di cui Ella mi fa parola, nè tampoco della sua traduzione di Callimaco.</p>
            <p>Ecco quanto mi occorre significarle in risposta del grato suo foglio.</p>
            <p>In questo incontro debbo chiederle scusa se mi sono permesso di trasmettere all'amico Tedaldi copia della Traduzione del II Lib. dell'<title>Eneide</title> di Virgilio, ch'Ella ha di recente data alla luce con tanto onore.</p>
            <p>Se mi crede buono in qualche cosa, non mi ricusi, S.r Conte, il piacere di servirla. Ella intanto mi creda co' sentimenti di vera stima Suo Dev.mo Servo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.A.Vogel (1817)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DEL CANONICO GIUSEPPE ANTONIO VOGEL</hi>
               </byline>
               <date>Loreto 4 Marzo 1817.</date>
            </opener>
            <p>Sig.r Conte Padrone stimatissimo. Rimando il n. 68 dello <title>Spettatore</title>, e il 12 della <hi rend="italic">Biblioteca Italiana</hi> colle altre cose che Ella mi ha favorito per mezzo del Sig.r D. Natanaele. I miei incommodi di salute mi hanno costretto di ritenerli finora, e quindi spero che iscuserà il mio ritardo. Io Le rendo mille grazie per avermi proccurato il piacere di leggere le sue traduzioni metriche e di <title>Omero</title>, e di <hi rend="italic">Mosco</hi>, e del <hi rend="italic">Moreto</hi>, colla dissertazione sull'epoca e l'autore della <title>Batracomiomachia</title>, ammirando la di Lei fecondità ed insieme l'eleganza e l'esattezza delle versioni. Nella dissertazione dove accenna i suoi predecessori, autori di batracomiomachie Italiane, Le è sfuggita la più recente data in luce a Venezia nel 1776 insieme coll'<title>Iliade</title> da Cristoforo Ridolfi. Aspetto dalla di Lei bontà il contento di poter leggere la sua contenuta negli <hi rend="italic">Spettatori</hi> che non ho avuti.</p>
            <p>Il Sig.r Fucili m'ha detto, che Ella desiderava il mio sentimento sulla censura o recensione del <title>Salterio</title> di Venturi. Egli è difficile di giudicare di un'opera che non si conosce. Con tutto ciò Le debbo dire che le di Lei osservazioni mi sembrano giuste. Il Sig.r Venturi avendo adottato per base del suo lavoro il testo ebraico masoretico con punti, doveva prefiggere questo alla sua traduzione. Un testo senza punti nel suo libro è un'assurdità e contradizione. Ella sa che in molti luoghi si può leggere con vocaboli che danno un senso assai diverso da quello che rappresentano i punti. Per es. il verso del salmo 4 da Lei citato con una semplice variazione delle vocali ed il cangiamento di un caph in un beth è stato interpretato diversamente dai 70 e dal Vulgato in luogo di *** leggendo ***.... usquequò.... <hi rend="italic">graves corde</hi>? usquequò diligetis vanitatem etc. Si potrebbero citare molti esempi simili. Ma per dirle il mio qualsisia parere intiero, mi sembra che il Sig.r Venturi non dovea seguire nè il testo puntuato nè il non puntuato, ma che secondo i lumi della critica più recente, dietro i lavori di Kennicott e de Rossi, dovea prima di tutto emendare il testo, e poi per interpretarlo consultare le antiche versioni orientali, come fecero il nostro Ducontant de la Mollette, e l'Italiano Saverio Mattei. Quanto poi alla traduzion poetica, si crede in oggi generalmente, che i salmi essendo in molte parti intraducibili letteralmente, conviene piuttosto sforzarsi di tradurre per così dire lo spirito, che le parole dei Salmisti.</p>
            <p>La prego di favorirmi altri libri per potermi occupare in questa solitudine Loretana. Io gliene professerò un'eterna gratitudine; e presentando i miei rispetti ai signori Genitori, sono con vera stima e attaccamento il di Lei um.o e div.mo servitore.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1817)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>Milano 5 Marzo <add resp="ed">1817</add>.</date>
            </opener>
            <p>Illustrissimo e pregiatissimo signor Conte. Che VS. Illustrissima fosse ricca d'ingegno e di buoni studi già lo sapevo, non solamente credendolo a molti ma pure a me stesso, per aver letto parecchie delle sue cose, che mi diedero a vedere VS. già molto avanzata per una via, che dal volgo de' nobili e dei dotti è abbandonata. Ora l'è piaciuto mostrarmi che una fina e rara cortesia in lei si accompagna alle altre virtù. Se non che vedendo la soprascritta della sua lettera di mano diversa dall'interno; e tutta la lettera sì poco proporzionata alla piccolezza ed oscurità mia; dovrei credere che, indirizzata a me per errore, non mi sia lecito di accettarla. E veramente non accetto le tante cose che dovrebbero far arrossire anche uno che molto e molto più di me valesse, che sono e sarò e voglio esser nulla. Ma non perciò mi piace rifiutare un tal dono com'è un suo libro: pel quale anzi sono andato subito dallo Stella; ed èmmi forte doluto che quegli ancora non lo avesse. Io son certo che non ho meritato in alcun modo tal favore da VS.; e però tanto più sono obbligato ad una cortesia tutta gratuita e spontanea. Solo mi duole di non sapere come dimostrarne a VS. la vera mia riconoscenza. Vorrei che il libro arrivasse presto; benchè io sappia che nol potrò presto leggere: ma vorrei almeno possederlo subito, e averlo alle mani. Non sono mai mancate tribolazioni e fastidi alla mia vita: ma in quest'anno ne ho di nuove ed insolite: perchè appena tornato da casa, dove fui a trovare mio padre ammalato, ricevo avviso ch'egli peggiora; e forse presto riceverò avvisi più gravi; che m'involgeranno (come suole) in cure fastidiose. Dalle quali appena potrò svilupparmi, cercherò occupazione dilettevole e utile nella lettura della sua opera. VS. non abbisogna delle mie lodi; nè potrebbe farne gran conto. Nondimeno io voglio congratularmi seco, e coll'Italia, che VS. con cotanto amore eserciti i buoni studi: de' quali io tengo che non potranno mai prosperare ed essere pubblicamente utili, se non quando saranno amati e praticati dalla nobiltà. VS. ne dà un bello e necessario esempio: ed io la riverisco e l'amo e la ringrazio per ciò. Non oso ringraziarla di quegli eccessi di cortesia che mi scrive; perchè ripeto che sarei fuor di senno se accettassi e riconoscessi ciò che mi suppone non pur maggiore di me stesso, ma un tutt'altro da quel che sono. Ben la ringrazio che siasi degnata di conoscere il mio nome, e scrivermi, e farmi sì bel regalo: e molto ancora mi crescerà debito di ringraziarla, se le piacerà di ricevere colla stessa bontà l'inutile ma cordiale ossequio col quale sinceramente me le offerisco devotissimo e gratissimo servo.</p>
            <p>Solo iersera tardi ho ricevuto dalla posta la sua carissima e pregiatissima, benchè dei 21 febbraio.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Fatta e chiusa la lettera (che perciò riapro), ho riveduto lo Stella, e da lui avuto il libro di VS., di che ripeto i più cordiali ringraziamenti. Non tarderò a leggerlo: perchè tanto ingegno, tanti studi, in cavaliere, e sì giovane, m'innamorano. Leggerò, benchè la mia mente, ingombra e stanca di cruciosi pensieri, pochissimo sia atta a ricever bellezze di poetico stile. Del quale poi anche ne' giorni miei meno funesti non sono abile a portar giudizio, non avendoci naturale nè esercizio alcuno. Ma leggerò con gran piacere, come cosa di sì valente e buon signore, che già tanto ha fatto in quella età nella quale degli altri (anche migliori) appena si comincia a sperare. E con tutto l'affetto la riverisco.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.F.Stella (1817)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
               <date>Milano 5 Marzo 1817.</date>
            </opener>
            <p>Sono debitore di riscontro a due veneratissime di Lei Lettere del 24 Genn.o e 21 Febb.o p.p., l'ultima delle quali è pure fregiata di una postilla del sig. Conte di Lei Padre.</p>
            <p>Sorpasserò al contenuto nella prima essendo, com'Ella mi significa, una ripetizione della anteced.te del 27 Decembre ch'Ella suppose smarrita, ed alla quale riscontrai scrivendo al Sig. Conte Monaldo in data dell'8 Gennaio p.p.</p>
            <p>Voglio sperare avrà a quest'ora ricuperate le due spedizioni N. 8 e 9: l'avere rimesso la prima per commissione di Marsonner a questi SS.ri Sonzogno deve avere cagionato qualche ritardo. - Ora che ho stabilite delle solide relazioni coi SS.i fratelli Passini di Macerata, tengo fermo che più non accaderanno i passati mostruosi ritardi: d'altronde mi regolerò in modo nelle successive spedizioni, che Ella riceverà assai speditamente; quindi non si trattenga dall'onorarmi delle di Lei commissioni pel suaccennato titolo di ritardo.</p>
            <p>Sotto fascia e per mezzo posta, com'Ella mi ordina, le spedisco quest'oggi la copia Ciampi, Osservaz.i sopra Dionisio sotto N. 10, e per essa e per l'affrancazione fino ai confini si degnerà notarmi a credito L. 1,20.</p>
            <p>La prego di significare al S.r Conte Padre che ho ricevuto or ora il bariletto fichi. Esso è stato in viaggio soli <hi rend="italic">64 giorni</hi>! da ciò possiamo inferire che anche gli spedizionieri di codeste contrade risentono del torpore dei nostri di Milano, e sì che nella di Lei missione la Censura non ha avuto parte!</p>
            <p>Ho ricevuto il Ms. annesso alla Lettera del 21 febbraio e sarò a maggiormente diffondermi su di esso col primo ordinario.</p>
            <p>I volumi che le mancavano della Raccolta de' Viaggi li riceverà nella Spediz.e N. 9.</p>
            <p>Le acchiudo manuscritto l'estratto di un articolo inserito nel N. 23 del <hi rend="italic">Giornale dell'Italiana Letteratura</hi>, e le confesso che ho provata tutta la compiacenza in vedere resa la dovuta giustizia al reale di Lei merito, e vieppiù vado glorioso dell'onore della di lei conoscenza come di persona che forma uno de' più belli ornamenti della colta Italia. Beato si può dire il padre di tal prole! e beati pure quelli ch'Ella degnasi onorare del lusinghiero titolo di amici, al quale accoppiandovi io quello di suo buon servitore, la prego di rammentarmi al degnissimo Sig. Conte Monaldo, ed assicurarlo come io faccio con lei della mia più ossequiosa considerazione.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Lo <title>Spettatore</title> si raccomanda per essere adornato d'altri suoi lavori. Il Ms. ch'Ella mi accenna non l'ho ancor ricevuto. Ne farò ricerca e le darò tosto risposta. Di sopra son accennati i fichi che i miei figliuoletti hanno già cominciato a gustare, e rendon grazie essi pure; ma non si è parlato dell'oglio ch'è ancora a Bologna per non esser permessa l'estrazione; ma troverò la via, se non l'ho già trovata, per accomodar questa cosa.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Mai (1817)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANGELO MAI</hi>
               </byline>
               <date>Milano 8 Marzo 1817.</date>
            </opener>
            <p>Caro egregio ornatissimo Sig.r Conte. La di Lei lettera del 21 Febbraio mi è venuta in mano alquanto tardi perchè nella soprascritta mancava la direzione alla Biblioteca Ambrosiana. L'ho però ricevuta ieri, e subito ho mandato prendere dal Sig.r Stella il prezioso volumetto ch'Ella, per sua mercè, mi dona. Ieri io guardai tutto il dì il letto per una fortissima infreddatura. Oggi però prima di ogni altra cosa ho fatta la lettura della sua lodevolissima Traduzione, per cui le fo le mie più sincere e dovute congratulazioni. Prudentissima è la Prefazione, se non che pecca alquanto di eccessiva modestia. Ella ha levato qui da qualche tempo fama chiarissima di colto e valente giovane, e di aspettazione maravigliosa. Io poi non so comprendere come Ella travagli tanto e con tanta rapidità, e tante cose abbia imparato in paese forse non proveduto a dovizia di aiuti e di mezzi per gli alti studi. Perciò non posso che ripetere i miei verissimi sentimenti di congratulazione, e desiderare che si trasferisca (lasciando intatta la gloria e la stima di Recanati) in un teatro più degno della sua persona.</p>
            <p>Venendo ora al <title>Frontone</title>, intendo da Lei con dispiacere che abbia deposto il pensiero di pubblicarlo. Io ho sempre parlato con vera stima del suo lavoro, e speravane la stampa, ed aveva avvisato lo Stella che io teneva presso di me certe mutazioni da farvi per ordine dell'Autore, ed era la lista da Lei inviatami. Ella però facilmente si persuaderà che gli stampatori e librai non guardano nel loro mestiere che l'interesse, e se nei loro calcoli un libercolo dà più utile di un Classico, quello senza dubbio preferiscono. Ella però non istia a dubitare che il suo <title>Frontone</title> non fosse degno della luce. Già i Tedeschi lo hanno stampato pure in loro lingua, ed un Berlinese ne <add resp="ed">ha</add> fatto la più stravagante ed indegna edizione che possa immaginarsi da uomo. Egli tutto lo ha capovolto: le parti della stessa pagina e talvolta verso del codice, ha sognato che appartenessero ad altri luoghi, a cui le ha trasportate ecc. ecc. Insomma se io non fossi assai alieno e dal prender briga con chicchessia e dal gittare con poco frutto il tempo confutando assurde cose, si vedrebbe un bello Articolo sulla edizione Berlinese di Frontone. Nè meno è strano il disprezzo con cui vi si parla dello ingegno e stile di Frontone, in contraddizione perfetta coi discorsi mio e di Lei sopra questo Autore celebratissimo dagli antichi e tacciato di niun vizio. Anche di Francoforte ho meco un'edizione di Frontone, ma questa è fatta esattamente secondo l'edizione Milanese, conservando perfino le pagine e le stesse mende.</p>
            <p>Il piacere di parlare con Lei mi tira soverchiamente in lungo, e perciò farò fine pregandola di non deporre del tutto il pensiero del suo <title>Frontone</title>, e di conservarmi intanto la preziosa sua grazia e di avermi in conto di suo sincerissimo e leale Servo amico ed ammiratore.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di V.Monti (1817)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI VINCENZO MONTI</hi>
               </byline>
               <date>Milano 8 Marzo 1817.</date>
            </opener>
            <p>Egregio e carissimo Sig.r Conte. Dirò cosa alquanto strana, ma vera. Mi si gela il cuore tutte le volte che mi accade di ricevere il dono di qualche libro, e non so mai trovare la via di rispondere al donatore, perchè le novantanove per cento la coscienza è in conflitto colla creanza. Sia lode al cielo, e a tutte le sante Muse che questa volta la creanza è d'accordo colla coscienza, e che ambedue si abbracciano come la Giustizia e la Pace del Salmista. Voglio dire ringraziato sia Dio che posso lodarvi senza gravarmi di alcun peccato. Dico adunque, e il dico sinceramente, che la vostra versione del secondo dell'<title>Eneide</title> mi è piaciuta e mi piace sopra ogni credere. Nè per questo giurerò che ella sia senza difetti: chè anzi non pochi me ne saltano agli occhi, e qualcuno ancora non lieve. Ma le bellezze diffuse per tutto il corpo del vostro lavoro son tante, e tale è l'impasto del vostro stile, che la ragione della Critica o non ha tempo o non ardisce di fermarsi sopra le mende: delle quali col maturarsi degli anni, e coll'internarvi sempre più nei segreti dell'arte voi stesso un giorno vi accorgerete, e vi farete ottimo castigatore di voi medesimo. Intanto siate contento anzi superbo dei primi passi che avete fatti in una carriera che al volgo sembra sì facile, e a chi bene intende è la più ardua di quante mai possa correre l'umano intelletto. E state sano. Vostro Obb.mo Serv.e ed Amico.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Avvertite lo Stella che nella stampa sono trascorsi parecchi errori e non lievi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1817)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>Milano 12 Marzo <add resp="ed">1817</add>.</date>
            </opener>
            <p>Signor Contino pregiatissimo. Non si meravigli di ricevere così presto una mia seconda lettera. Quando ebbi la sua gentilissima 21 febraio, sapevo ch'ella era un signore, d'ingegno e di studi raro; ma non sapevo la sua età: però sinceramente credetti che quella lettera o per isbaglio mi fosse inviata dal suo segretario, quando VS. l'avesse destinata ad altr'uomo; o che VS. volesse burlarsi di me. Quindi risposi con animo alquanto sospeso; vergognandomi di riconoscere quelle tante lodi, che o non erano a me dirette, o certamente non mi convenivano. Ma avendo poi saputo la sua gioventù, non ho più dubitato che VS. e a me proprio, e non da beffa scrivesse: avendo io potuto imparare che i giovani sono buoni, leali, e facilmente affettuosi: e non dovette parermi nè impossibile nè strano che, essendo per avventura venuto a notizia di VS. che io amo gli studi amati da lei, e che forse più da una grande malignità di fortuna che da natura fui impedito di fare in essi qualche cosa; ella mi pigliasse affetto, e coll'affetto stranamente ingrandisse il mio piccolo valore. Onde non devo ricusare sì generoso affetto; ma accettandolo restargliene grato ed obligato.</p>
            <p>Maggior consolazione ricevo da quello che riconosco di publico bene nell'essere in sì pochi anni venuto a sì alto segno di sapere un signore come lei. Di questo voglio con tutto il cuore ringraziarla, e pregarla istantemente che prosiegua; animandosi a ciò da un pensiere ch'io non so se finora sarà stato avvertito da lei, e che a me giace in mente dacchè ho potuto conoscere il fondo delle cose umane. Ella vede a che stato miserabile sono caduti gli studi nella povera Italia. Sperare che li rialzi il favore de' prìncipi è speranza stoltissima: niente il vogliono; e poco ancora il potrebbono. La sola speranza ragionevole è nella nobiltà italiana. Se in ogni parte non pochi signori cospireranno ad abbracciare con forte amore, e promuovere fervorosamente gli studi, non passeranno quindici o vent'anni, che l'Italia ritornerà grande e gloriosa. Mi diletta il pensare che nel novecento il Conte Leopardi (che già amo) sarà numerato tra' primi che alla patria ricuperarono il male perduto suo onore. Anch'ella s'imbeva di questo pensiero; e le allevierà le fatiche, e le addolcirà le amarezze che negli studi anche a' signori (benchè meno che agli altri) si attraversano.</p>
            <p>Ho letto il suo libro: e non gliene dirò nulla di mio. So che gliene hanno scritto due uomini sommi, e miei amicissimi, Monti e Mai. VS. dee lor credere; perchè sono sinceri quanto son grandi; e parlando meco dicon di lei forse più di quello che scrivono: e certo con gran ragione. E io voglio congratularmi seco di due cose che mi promettono che VS., essendo giunta in sì pochi anni a tal segno che mai forse in pari età non fu tocco da altro ingegno; salirà ancora, e arriverà ad altezza affatto sublime. Ne piglio argomento da quel caldo amore che vedo in lei per gl'ingegni grandi, che oggidì son pochi; e mi apparisce da ciò ch'ella scrive al Monti e al Mai, degnissimi d'esser da lei tanto riveriti, e di tanto amar lei. In secondo luogo mi rallegra che VS., non contenta di molto leggere i classici, anche si eserciti a tradurne: esercizio che mi pare affatto necessario a divenir grande scrittore, e proprio all'età giovane: onde fa pietà il povero Alfieri, accortosene tardi, e postosi di cinquant'anni a quell'opera che sarebbegli stata utilissima trent'anni innanzi. Vede VS. i pittori, come siano impossessati de' principii, darsi a copiare le tavole de' maestri più eccellenti; per imparare in qual modo la natura meglio s'imiti e si esprima. Così agli scrittori bisogna; e saviamente col suo maturo giudizio lo ha presto inteso VS., la quale ben presto sarà un onore d'Italia; come già è un miracolo di Recanati. Non pensa VS. di fare per l'Italia un giro, per conoscere quel moltissimo che vi è di cose belle, e quel poco che abbiamo d'uomini valenti? Milano ha pure il Monti e il Mai, che meriterebbero anche assai più lungo viaggio. Si è qui stampato ora un libretto raccogliendo alcune cosette mie vecchie. Appunto perchè è cosa forse da vergognarsene, e certo da non superbirne, voglio mandarlo a VS. in segno di confidenza; e come piccolissima mole gliel mando per la posta: ma perchè le poste si dilettano di confische, gradirò un cenno di VS. che le sia arrivato.</p>
            <p>Mi perdoni la prolissità di queste ciancie; colle quali temo d'averla fastidita, mentre volevo pur mostrarle che non per animo cupo, ma per cautela ragionevole fu meno aperto il mio primo scrivere. E per fine con affettuosissima riverenza me le do e dono, mio bravissimo e amabile signor Contino, suo cordial servo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Acerbi (1817)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIUSEPPE ACERBI</hi>
               </byline>
               <date>Milano 12 Marzo 1817.</date>
            </opener>
            <p>Stimatissimo Signore. Coll'ultimo corso di posta ho ricevuto a me diretto il nitidissimo manoscritto dell'<hi rend="italic">Inno</hi> a Nettuno che subito letto ed esaminato attentamente ho giudicato degnissimo della <hi rend="italic">Biblioteca Italiana</hi> e destinato ad ornarne il fascicolo del prossimo Aprile. Io la ringrazio perciò infinitamente e la supplico a volermi graziare di altri consimili favori, sperando ch'io sarò il primo a pubblicarlo e ch'Ella non l'avrà dato a nessun altro contemporaneamente, della qual cosa la pregherei avvisarmene. Spero ancora che il ritrovamento del Codice non sia uno de' soliti pretesti per dar pregio alla poetica composizione, ed Ella mi farebbe cosa gratissima col primo corso di posta a spedirmi almeno una dozzina di versi greci cominciando dal primo, qualora non fosse indiscreto il chiederglieli tutti; il primo e l'ultimo ch'Ella cita essendo tali da potersi fare anche da chi si fosse dilettato d'imporne. Valendomi del giudizio di un grandissimo Maestro, le confiderò che l'<hi rend="italic">Inno</hi> per sè non fu giudicato di sommo merito, e quindi inferiore a que' di Callimaco e de' supposti di Omero. Si pensa che sia un esercizio scolastico di qualche grammatico o rapsoda e vi si vede troppo la imitazione fredda e servile. Ma la sua traduzione fu lodata ed ha tutta la fisonomia di fedeltà. Una dozzina di versi originali ce ne darà ancora più la prova. Anche le due anacreontiche sono state applaudite, e il tutto insieme è gratissimo e gentilissimo dono. Io gliene ripeto le espressioni della mia gratitudine e me le offro ove posso di cuore, dichiarandomi con tutta la stima tutto suo devot.mo Servo.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Mi farò un pregio di mandarle 40 Copie del suo libretto se Ella le aggradisce.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Giordani (1817)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO GIORDANI - MILANO.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 21 Marzo 1817.</date>
            </opener>
            <p>Stimatissimo e carissimo Signore. Che io veda e legga i caratteri del Giordani, che egli scriva a me, che io possa sperare d'averlo d'ora innanzi a maestro, son cose che appena posso credere. Nè Ella se ne meraviglierebbe se sapesse per quanto tempo e con quanto amore io abbia vagheggiata questa idea, perchè le cose desideratissime paiono impossibili quando sono presenti. Voglio che a tutto quanto le scriverò ora e poi Ella presti intiera fede, anche alle piccolissime frasi, perchè tutte, e le lo prometto, verranno dal cuore. Questo voglio: di tutto l'altro la pregherò. La mia prima lettera fu opera più del rispetto che dell'affetto, perchè questo, grato ed onorevole cogli eguali, spesso è ingiurioso co' superiori. Ora che Ella con due carissime lettere me ne dà licenza, sia certa che con tutto l'affetto le parlerò. Del quale Ella ben s'appone che sia stata causa la sua eccellenza negli studi amati da me. Di Lei non mi ha parlato altri che i suoi scritti, perchè qui dove sono io, non è anima viva che parli di Letterati. Ma io non so come si possa ammirare le virtù di uno, singolarmente quando sono grandi ed insigni, senza pigliare affetto alla persona. Quando leggo Virgilio, m'innamoro di lui; e quando i grandi viventi, anche più caldamente. I quali Ella ottimamente dice che sono pochissimi, e però tanto più intenso è l'affetto diviso fra tre o quattro solo. Ella che sa quanta sia la rarità e il prezzo di un uomo grande, non si meraviglierà di quello che scrivo al Monti e al Mai, nè penserà che io non senta quello che scrivo, nè che volessi umiliarmi e annientarmi innanzi a loro, se fermamente non credessi di doverlo fare: e certo in farlo provo quel piacere che l'uomo naturalmente prova in fare il suo debito. Non so dirle con quanta necessità, stomacato e scoraggiato dalla mediocrità che n'assedia, e n'affoga, dopo la lettura de' Giornali e d'altri scrittacci moderni (chè i vecchi non leggo, facendomi avvisato della piccolezza loro il silenzio della fama) credendo quasi che le lettere non diano più cosa bella, mi rivolga ai Classici tra i morti, e a Lei e a' suoi grandi amici tra i vivi, co' quali principalmente mi consolo e mi rinforzo vedendo ch'è pur viva la vera letteratura. Quando scrivendo o rileggendo cose che abbia in animo di pubblicare m'avvengo a qualche passo che mi dia nel genio (e qui le ricordo la promessa fattale di parlarle sinceramente) mi domando come naturalmente, che ne diranno il Monti, il Giordani? perchè al giudizio de' non sommi io non so stare, nè mi curerei che altri lodasse quello che a Lei dispiacesse, anzi lo reputerei cattivo. E quando qualche cosa che a me piace non va a gusto ai pochi ai quali la fo leggere, appello alla sentenza di Lei e dell'amico suo, e per vero dire sono ostinato; nè quasi mai è accaduto che alcuno in fatto di scritture abbia cangiato il parer mio. Spesso m'è avvenuto di compatire all'Alfieri, il cui stile tragico, in quei tempi di universale corruzione, parea intollerabile, nè so cosa sentisse quel sommo italiano, vedendo il suo stile condannarsi da tutti, i letterati più famosi disapprovarlo, il Cesarotti, allora tanto lodato, pregar lui pubblicamente che lo dovesse cangiare; nè come potesse tenersi saldo nel buon proposito, e rimettersi nel giudizio della posterità, che ora è pronunciato, e le sue tragedie dice immortali. Certo quel trovarsi solo in una sentenza vera fa paura, e a noi medesimi spesso la costanza par caponaggine, la noncuranza degli sciocchi giudizi, superbia, il credere d'intenderla meglio degli altri, presunzione. Buon per l'Alfieri che tenne duro, se non l'avesse fatto, ora sarebbe di lui quel ch'è de' suoi giudici.</p>
            <p>Io ho grandissimo, forse smoderato e insolente desiderio di gloria, ma non posso soffrire che le cose mie che a me non piacciono, siano lodate, nè so perchè si ristampino con più danno mio, che utile di chi senza mia saputa le ridà fuori. Le quali cose Ella leggendo, avrà riso, ma quel riso certo non fu maligno, e di ciò son contento. E perchè mi perdoni la pazzia d'averle messe in luce, le dico che quasi tutto il pubblicato da me, non si rivedrà mai più, consentendo io, e che altre due veramente grosse (non grandi) opere già preparate e mandate alla stampa ho condannato alle tenebre.</p>
            <p>Del secondo dell'<title>Eneide</title> che ancora non ho sentenziato, non ha da me avuto esemplare altro Letterato che i tre a Lei noti. A questi soli e con effusione di cuore ho scritto, soddisfacendo, benchè con alquanto palpito, a un vecchio e vivo desiderio. Che il mio libro avesse molti i difetti lo credea prima, ora lo giurerei perchè me lo ha detto il Monti; carissimo e desideratissimo detto. A lui non iscrivo perchè temo d'increscergli, ma Lei prego che ne lo ringrazi in mio nome caldamente. Ma ad un cieco è poca cosa dire Tu esci di strada; se non se gli aggiunge Piega a questa banda. Niente m'è tanto caro quanto l'intendere i difetti di una cosa mia, perchè ne conosco l'immensa utilità, e mi pare che visto una volta e notato un vizio, abbia poi sempre in mente di schivarlo.</p>
            <p>Ma a niuno ardisco chiedere che me li mostri, perchè so esser cosa molestissima il ripescare i difetti di un'opera singolarmente quando il cattivo è più del buono. Intanto Ella sappia che una copia del mio libro è già tutta carica di correzioni e cangiamenti. Vorrei qualche volta essermi apposto e aver levato via quello che a Lei e al Monti dispiace, ma non lo spero. Ella dice da Maestro che il tradurre è utilissimo nella età mia, cosa certa e che la pratica a me rende manifestissima. Perchè quando ho letto qualche Classico, la mia mente tumultua e si confonde. Allora prendo a tradurre il meglio, e quelle bellezze per necessità esaminate e rimenate a una a una, piglian posto nella mia mente, e l'arricchiscono e mi lasciano in pace. Il suo giudizio m'inanimisce e mi conforta a proseguire.</p>
            <p>Di Recanati non mi parli. M'è tanto cara che mi somministrerebbe le belle idee per un trattato dell'Odio della patria, per la quale se Codro non fu <foreign lang="lat">timidus mori</foreign> io sarei <hi rend="italic">timidissimus vivere</hi>. Ma mia patria è l'Italia per la quale ardo d'amore, ringraziando il cielo d'avermi fatto Italiano, perchè alla fine la nostra letteratura, sia pur poco coltivata, è la sola figlia legittima delle due sole vere tra le antiche, nè certo Ella vorrebbe che la fortuna l'avesse costretto a farsi grande col Francese o col Tedesco, e internandosi ne' misteri della nostra lingua compatirà alle altre e agli scrittori a' quali bisogna usarle; come spessissimo è avvenuto a me, che tanto meno di lei conosco la mia lingua, la quale se mi si vietasse di adoperare con darmisi pieno possedimento di una straniera, io credo che porrei la speranza di divenir qualche cosa nella vera letteratura, e lascerei gli studi.</p>
            <p>Quello ch'Ella dice del bene che i nobili potrebbon fare alle lettere, è verissimo, e desidero ardentemente che il fatto lo mostri una volta. Il suo dire m'infiamma e mi lusinga: ma io non credo di poter vincere la mia natura e l'altrui. Nondimeno Ella può esser certa che se io vivrò, vivrò alle Lettere, perchè ad altro non voglio nè potrei vivere.</p>
            <p>Ma per le lettere mi dà grandissima speranza il suo Libro, dono grato a me quanto sarebbe stato una nuova opera del Boccaccio o del Casa, e tanto più che de' suoi scritti con niun danno suo e moltissimo nostro Ella è sempre stata avara col pubblico. Ho già cominciato a leggerlo, nè posso credere che con questi esempi innanzi agli occhi la gioventù Italiana voglia seguitare a scriver male. A ogni modo s'è guadagnato assai, e niuno ora vorrebbe tornare alla metà o al fine del settecento. Dagli altri suoi scritti avea argomentato la dilicatezza del suo cuore e la finezza rarissima della sua tempera: ma in questi e nelle sue carissime lettere ne veggo leggiadrissime dipinture. Niente dico dell'avvenenza dello scrivere, perchè queste cose mi paion sacre e da non profanarsi col parlarne a sproposito.</p>
            <p>Tanto ho ciarlato che le avrò fatto venir sonno. Le sue Lettere m'han dato animo. Ho veduto ch'Ella è un signore da sopportarmi, e da acconciarsi anche ad istruirmi. E perchè vedesse quanto io confidi nella bontà sua, ho scritto allo Stella che le mandi un mio manoscritto. Vorrei che lo esaminasse, e prima di tutto mi dicesse se le par buono per le fiamme, alle quali io lo consegnerei di buon cuore immantinente. È brevissimo, ma non voglio che s'affanni a leggerlo e molto meno a rispondermi. Mi brillerà il cuore ogni volta che mi giungerà una sua lettera, ma l'aspettazione e il sapere ch'Ella ha scritto a suo bell'agio m'accresceranno il piacere. Con tutta l'anima la prego che mi creda e mi porga occasione di mostrarmele vero e affettuosissimo servo Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.F.Stella (1817)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO FORTUNATO STELLA - MILANO.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 21 Marzo 1817.</date>
            </opener>
            <p>Stimatissimo Signore. Il primo del corrente ci giunse in perfetto stato la sua spedizione n. 9. L'altra n. 8 pel mezzo Marsoner e Grandi le ripeto che è smarrita. Dei caratteri, carta del secondo dell'<title>Eneide</title> son rimasto soddisfattissimo, e ne la ringrazio di nuovo. V'ho trovato vari errori, dei quali mi ha ammonito anche il Monti in una sua lettera: ed alcuni cangiamenti fatti a bello studio non so da chi. Può essere che io erri, ma il correggere tutti i miei errori sarebbe troppo grave impresa. Perciò prego Lei che per l'avvenire impedisca questo strano costume di emendare i libri altrui. Ho pure ricevute per la posta le osservazioni del Ciampi sopra il <hi rend="italic">Dionisio</hi>, in n. 10.</p>
            <p>Il Bariletto d'Olio e cassa di fichi non le fu già spedito, come Ella crede, 64 giorni prima che le arrivasse. Per causa dell'Olio convenne aspettare assai, e la spedizione fu fatta agli 11 febbraio. A Lei giunse il 1° corrente, laonde fece il suo corso in soli solissimi 18 giorni, fortuna che noi non abbiamo mai sognato di avere nelle sue spedizioni. Ella veda che cosa han che fare 18 giorni coi 45 dopo i quali <hi rend="italic">non</hi> ci è giunta la spedizione n. 9. Ella renda dunque il dovuto onore agli spedizionieri di queste parti.</p>
            <p>Colla spedizione n. 9 ho ricevuto il Callimaco, ma il Bellini essendo nell'altra n. 8, non posso ancora servirla del noto articolo. Ma un altro spero che potrò mandarle pel n. 3 dello <hi rend="italic">Spettatore italiano</hi>, e questo potrebbe anche essere seguito da un altro.</p>
            <p>L'interessantissimo ms. che io le accennai colla mia 21 febbraio, spedito a Lei lo stesso giorno, non so per quale strano accidente è andato in mano dell'Acerbi, direttore della <hi rend="italic">Biblioteca Italiana</hi>. Egli credendo che lo avessi mandato a lui pel suo Giornale, mi ha scritto obbligantemente dicendomi che lo avrebbe inserito nel fascicolo d'aprile, e me ne avrebbe spedite 40 copie. Io però avendolo spedito a Lei, ho risposto informandolo della cosa. La prego dunque a ricuperarlo subito e a rispondermi immediatamente quello che le chiedeva nella mia 21 febbraio, cioè se le conviene di pubblicarlo per suo conto.</p>
            <p>Nella mia 24 gennaio le ripeteva bensì alcune cose scrittele nella precedente 27 decembre p., ma aggiungeva però un importante paragrafo sopra il <hi rend="italic">Dionigi di Alicarnasso</hi>, sul quale Ella non mi risponde. Però la prego a pigliare in mano quella lettera e rispondermi a questo articolo categoricamente, e non ad altro. Ecco le due cose, voglio dire il ms. e questo paragrafo, sulle quali mi premerebbe assai d'avere pronto riscontro.</p>
            <p>Le spedisco con questo ordinario un altro ms. il quale vorrei, posto a conto la spesa di porto che ci vorrà per riscuoterlo dalla posta, facesse subito avere al sig. Pietro Giordani al quale ne ho già dato notizia. Perchè anche questa volta non accadano confusioni, ho posta la direzione a Lei sopra la stessa coperta del libro.</p>
            <p>Scrivo a tergo alcune ordinazioni. Dell'articolo sopra la <title>Batracomiomachia</title> che l'è piaciuto di farmi avere la ringrazio cordialmente, perchè da esso ricavo la premura non meritata che Ella ha per me, e per questa e per l'articolo stesso le sono veramente gratissimo. Non dubiti mai de' sentimenti miei e di tutta la famiglia mia verso la sua degnissima persona, alla quale sinceramente mi protesto devotissimo obbligatissimo servo ed amico Giacomo Leopardi.</p>
            <p>Parolini, <hi rend="italic">Incontro di Laura</hi>, ec.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">Vita di Fox</hi>, traduzione dall'inglese.</p>
            <p>Lucano, <hi rend="italic">Farsaglia</hi>, tradotta dal Boccella. Pisa 1804.</p>
            <p>Mabil, Livio, tomo 1, 2, 3 e tutti gli altri dopo il 12 esclusivamente, per commissione di un amico, se si possono avere così.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Acerbi (1817)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIUSEPPE ACERBI - MILANO.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 21 Marzo 1817.</date>
            </opener>
            <p>Stimatissimo Signore. La sua pregiatissima dei 12 corrente mi presenta un enimma che non so diciferare. È oggi un mese che ho mandato alla posta l'<hi rend="italic">Inno a Nettuno</hi> indirizzato non a Lei, ma al signor A.F. Stella, e veggo bene che d'ora innanzi perchè le Lettere e altre cose vadano, e dove debbono, bisogna montare in posta e portarle da sè, e tenerle ben chiuse in tasca, che non ti si rubino. L'indirizzo fu scritto sotto i miei occhi, ed io lo lessi, nè so nè posso comprendere a qual bizzarra mente sia venuta la fantasticheria di cangiarlo. Nondimeno questa volta la fortuna invece di nuocermi mi avrebbe favorito se io potessi senza offendere la probità togliere il ms. allo Stella per darlo alla <hi rend="italic">Biblioteca Italiana</hi>. Io vi farei molto guadagno, e le dico sinceramente che il vedere la mia traduzione nel suo Giornale mi farebbe andar superbo, e certo quella ne trarrebbe grandissimo onore. Questo sarebbe utile mio. Utile pubblico sarebbe il divulgarsi e propagarsi prontamente la scoperta col mezzo di un Giornale divulgato e lodato come il suo. Ella vede di quanti vantaggi è forza ch'io mi privi. Tutto questo conosco benissimo, e mi duole assai di aver creduto che dalla <hi rend="italic">Biblioteca Italiana</hi> fossero escluse per massima le poesie, da che niuna mai ve n'era comparsa. Ora m'avveggo dell'errore ma tardi e per un accidente che quasi mi pone in mano quello che mi bisogna rifiutare.</p>
            <p>Ella vorrà, spero, credere che io non le avrei mai spedito un lungo ms. così seccamente senza accompagnarlo con una lettera: e lo Stella potrà mostrarle una mia del 21 Febbraio in cui gli annunziava la spedizione del ms. al che egli rispose il 5 corrente dicendomi che non gli era ancora giunto. Scrivo con questo corso di posta anche a lui informandolo della cosa.</p>
            <p>Non posso esprimerle la gratitudine che m'ispirano le sue cortesissime e graditissime offerte che non ho e vorrei aver meritate. In modo singolarissimo le rendo grazie del giudizio comunicatomi intorno al valore dell'<hi rend="italic">Inno</hi> e dell'autor suo. È manifesto che l'<hi rend="italic">Inno</hi> è inferiore ai divini di Callimaco: agli Omerici non mi parea, almeno non a tutti, nè sarebbe meraviglia, giudicandosi anche quelli da' Critici, fredda e servile imitazione. Ma se il sommo maestro ch'Ella allega è quegli ch'io mi vado figurando, e se a lui par così, io dico che così è, perchè a lui mi prostro e mi prostrerò sempre non pur colla volontà, ma coll'intelletto.</p>
            <p>E ringraziandola e pregandola che perdoni al mio ms. l'incomodo mal di lui grado recatole, e offrendomi per quanto vaglio a Lei e al suo celebrato Giornale, mi dico suo devotissimo obbligatissimo servo Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.F.Stella (1817)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
               <date>Milano 2 Aprile 1817.</date>
            </opener>
            <p>Mio veneratiss.o Sig. Conte. Ho ricevuto il pregiato foglio, che mi ha fatto l'onore di scrivermi in data del 21 spirato marzo.</p>
            <p>Con questo corso di posta ho di bel nuovo scritto ai SS.ri Marsonner e Grandi di Rimini per farmi render conto della nota Spedizione N° 8 quale voglio sperare non sarà smarrita, ma soltanto sviata. Condoni Ella frattanto questo mostruoso ritardo, però affatto innocente per parte mia.</p>
            <p>Accolgo, e col massimo piacere, la graziosa proposizione che mi fa del Ms. della traduzione dell'<hi rend="italic">Alicarnasso</hi>, e pregola spedirmela unitamente al testo scritto in lettere ordinarie cogli accenti, che, previo esame, le saprò poi dire se meglio convenga aggiungerlo o no alla versione.</p>
            <p>Circa all'altro Ms. caduto nelle mani del Sig. Acerbi mandai tosto per ricuperarlo, ma essendo assente il detto S.r Acerbi non potrò riaverlo che al di lui ritorno, che sarà nell'entrante settimana.</p>
            <p>Faccio allestire quanto si è degnato ordinarmi, e procurerò pronta e sicura occasione per fargliene la spedizione. Frattanto pregandola de' miei ossequi al veneratiss.o S.r Conte di Lei Padre, passo a rassegnarmele con devota stima dev.o obb.o serv.e A.F.S.</p>
            <p>Cordialissimi saluti al suo signor padre e a tutta l'egregia famiglia.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1817)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>Milano il dì di Pasqua <add resp="ed">1817</add>.</date>
            </opener>
            <p>Signor Contino amatissimo. Se io volessi dirle tutto quello che mi pone in cuore la sua dei 21 marzo, io non finirei, dio sa quando. E anche volendo frenarmi e temperarmi, ell'avrà pur bisogno di perdonare al molto affetto mio una poco discreta prolissità. Primieramente le dirò che il Monti la ringrazia de' suoi cari saluti. Io poi non mi sazio di una dolcezza che gusto parlando frequentissimamente di lei col Monti, che non è men buono che grande, e con quel vero Angelo del Mai, sommamente valoroso e amabile. Pensando io spessissimo con vero stupore e molta tenerezza al sapere di VS. (del quale e il Monti e il Mai, che non deono maravigliarsi per poco, sogliono al pari di me stupirsi), sono entrato in un timore, nel quale pur troppo lo Stella mi ha poi confermato. Ho dunque temuto che VS. abbia dalla natura una complessione delicata, senza che non potrebbe avere così fino ingegno: ed ho temuto che a questa delicatezza abbia VS. poco rispetto con un soverchio di fatiche. Per quanto ell'ha di caro al mondo, contino mio, e per questi medesimi studi ne' quali è innamorato, si lasci pregare e supplicare da un suo affezionatissimo: per carità di sè e di tutti quelli che già l'ammirano, e tanto aspettano da lei, riconosca e senta e osservi la necessità di moderarsi nello studio. Chi vuol esser liberale, non dee gittare il patrimonio, e distruggere i mezzi della liberalità. Poich'ella sì nobilmente si è dedicato agli studi, pensi a poter sempre studiare. Ma s'ella si rovina, come potrà poi continuare? e quando non potrà più studiare, come potrà sopportare la vita? Il soverchio studio rintuzza l'ingegno, e lo fiacca; distrugge la sanità. S'ella in questa giovinezza studia più di sei ore al giorno, mi creda che fa male, e male grande. Ella verrà presto in cattivo stato. La supplico dunque ad interrompere gli studi con quegli esercizi che dando vigore al corpo svegliano la mente: passeggiare, cavalcare, schermire, nuotare, ballare, giocare al pallone, a palla e maglio. L'incessante studio rovina lo stomaco, rovina la testa, cresce la malinconia, scema le forze della mente. Non cesserò mai di pregarla che in questa tenera giovinezza studi in maniera che non si tolga di poter proseguire. Perdoni all'amore, che già grande io le porto e le dichiaro, se con tanto libera fiducia la prego di cosa che a lei, e all'onor degli studi tanto importa. E in questo son certo ch'ella vede come io ho ragione evidente. Dell'amor della gloria non le voglio parlare ora: chè richiederebbe discorso lungo; al quale aspetto una confidenza tra noi più adulta e confermata. Ma dell'amore alla patria sin da ora posso dirle l'animo mio. Grandemente mi consola quella sua nobile parola di aversi riconosciuta per patria l'Italia. Oh se di molti suoi pari fosse questo santo pensiero, già sarebbe l'Italia - donna di provincie, e non bordello - nè sarebbe ostello di dolore - e sarebbe nave ben corredata che non temerebbe tempeste. - Ma parmi che al savio convenga amare il suo luogo nativo; e parmi ch'ell'abbia cagioni di amare il suo Recanati. L'Alfieri, da lei giustamente ammirato, veda che si pregiava di Asti: nè il Piemonte vale più del Piceno; nè Recanati meno di Asti. Io ho fatto per tutta l'Italia sperimento di grandi città e di piccole: e mi pare che l'uomo studioso possa vivere forse meglio nelle piccole che nelle grandi. La sua terra natale è posta in sito salubre ed ameno: ell'ha in casa tali comodi per gli studi, che più non potrebbe avere altrove. Ma in Recanati, appunto perchè non grande, ha una felicità della quale in Milano o in Venezia o in Roma o in Napoli sarebbe privo. Ella costì ha pochissimi eguali o niun superiore di nobiltà e di ricchezza: così in Recanati ha un'autorità, una facoltà di far del bene grandissima. I signori in gran parte sono scostumati; e in maggior parte ignoranti e superbi. S'imagini dunque che nelle grandi città quasi tutti i suoi pari disprezzino ciò ch'ella ama: s'imagini che vita farebbe VS. con loro. Ma costì coll'esempio, coll'autorità che le ricchezze e la nascita recan seco, ella può trarre dietro al suo esempio non pochi de' nobili, può aiutare alcuno degl'inferiori; e in dieci anni può forse VS. conseguire la consolazione e la vera gloria di aver fatto un grandissimo bene, promovendo e propagando i buoni studi: ciò che sarebbe farsi vero dittatore e principe, regnando coi benefizi e la virtù, al proprio paese. Laddove in un'ampia città per non esser disturbata ella da' suoi studi, le converrebbe farsi romito. Consideri, signor Contino mio; gli antichi nobili per amor di regnare stavano nelle loro Castella, e fuggivano le città. Nè noi lodiamo quella ferocia, e quel genere di ambizione. Ma un'ambizione savia e lodevole di far del bene, dovrebbe a un savio signore far amare più una piccola città che una metropoli. Ella mi dirà: in Recanati son pochi dotti. Oh cred'ella che ne siano molti nelle Capitali? Ell'ha un padre letteratissimo, e una libreria copiosa: ha dunque due cose che pur pochissimi hanno. - Ma vorrei consigli ed aiuti negli studi. - Oh ell'ha già avuto (ella sa da chi, e ne ringrazi mille volte Iddio) quel che è più necessario e più difficile, il consiglio di mettersi nella via vera e buona. Ell'ha già avuto il tutto. Quel che rimane lo farà da sè, nè potrebbe farlo se non da per sè.</p>
            <p>Quando il Monti le dice che siano alcuni piccoli nèi nelle sue composizioni, non se ne pigli cura più che della polve che le cade sui vestiti nuovi di panno fino, che una scosserella li rende puliti. La disgrazia è di coloro che hanno cenci indosso, e pannacci, e abiti d'arlecchino. Ell'ha i principii ottimissimi e classici: non ha da far altro che seguitare. Io non ho mai veduto cosa simile di dieciott'anni. Sono andato subito dallo Stella a prendere il manoscritto: lo leggerò, e gliene scriverò. Sarò diligentissimo nel tempo avvenire a scriverle, mio caro signor Contino; perchè sono innamorato veramente delle sue rarissime virtù. Ma per quest'anno ella mi dee condonare un poco, non di negligenza, ma di minore puntualità. Ho molti imbrogli, dai quali cerco di svilupparmi: e mi si aggiunge per la recente morte del padre il dovermi impigliare di affari domestici, che sono per me insolito e grande fastidio. Spero che l'anno venturo avrò ordinate a maggior quiete e libertà le cose mie: e se il signor Contino vorrà favorirmi, sarò diligentissimo. Nè perciò voglio mancare in quest'anno del piacere di scriverle spesso; ma domando perdono se non sarò ogni volta così puntuale. Io non saprei dove cominciare, e meno saprei dove finire a ringraziarla dell'amorevolezza colla quale mi scrive. E di questa ho debito non minore verso il signor Conte suo padre: al quale, non per esser ingrato, ma riverente, non rispondo; pregando e sperando ch'ella si degni fare questo ufficio per me. E veramente sono confuso che lor due signori abbiano tanto di bontà per un lontano ed ignoto ed oscuro, e per verità piccolo uomo. Onde io sempre più mi raffermo nella stima e nell'amore degli studi che possono anche ai signori istillare tanta umanità; e a me non molto fortunato procurano questa fortuna, che è pur la sola che io apprezzo. E di questi cari studi (che pur mi paiono o l'unico o il maggior bene del mondo) andremo parlando insieme, caro signor Contino; e tanto più volentieri poichè siamo conformi nelle massime. Le mando per la posta un libretto delle prose italiane del Palcani, da niun altro prima raccolte, e da me fatte stampare. Ella dice benissimo che il mondo è oggi inondato e ammorbato di cattivi libri. Io ho pensato che il gridare contro i cattivi libri è fatica smisurata, inutile, pericolosa. Però mi sono appigliato ad un più cheto e sicuro benchè lento rimedio: di andar divulgando e lodando libri buoni, che per lo più giacciono dimentichi. E ho qui uno stampatore che non mi rifiuta per consigliero. Ma il principale e necessario consiglio lo prendono gli stampatori dal guadagno e dallo spaccio. Però amerei che il Silvestri assaggiasse ne' principii ch'io nol consiglio a danno: e vorrei che il mio caro signor Contino costì e ne' contorni procurasse compratori a questo Palcani, scrittore elegante, e di poco prezzo a comprare. M'imagino che già lo conosceva; e quindi gradirà che io abbia unito le sue operette che andavano disperse e difficilmente si trovavano. S'ella ne farà inchieste allo Stella, ne sarà subito provveduto. Confesso che mi ha fatto meraviglia ch'ella già avesse notizie delle cosette mie, delle quali sì pochi esemplari erano a stampa: e vorrei sapere se le aveva vedute tutte; e s'ell'ha il <hi rend="italic">Panegirico</hi>. Ma ormai mi vergogno d'essere tanto trascorso colle ciancie. Per carità mi perdoni. Riverisca e ringrazi per me un milion di volte il suo Signor Padre: io non so se prima con lui debba congratularmi di un tal figlio, o con lei di un tal padre. Certo è una rarissima grazia di Dio ad ambidue. Accettino dunque benignamente l'affettuosissima riverenza del loro cordial servo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Acerbi (1817)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIUSEPPE ACERBI</hi>
               </byline>
               <date>Milano 8 Aprile 1817.</date>
            </opener>
            <p>Stimatissimo Signore. Le mando inclusa la fascia che ravvolgeva il suo manoscritto dell'<hi rend="italic">Inno a Nettuno</hi>, perchè esaminando il carattere dell'indirizzo Ella verifichi se è quello stesso che <hi rend="italic">fu scritto sotto i suoi occhi, e che Ella lesse</hi>, com'Ella scrive con tanta sicurezza nella sua lettera. Così spiegherà Ella stessa questo enimma che a me non è dato di poterle diciferare. Aderendo però alla preg.ma Sua 21 p.o p.o, rimetterò al Sig.r Stella il manuscritto e metterò in conto di lui l'importo della spesa di posta.</p>
            <p>Creda ai sentimenti della sincerissima stima, colla quale ho l'onore di essere, di Lei stimatis.mo Signore Umil.mo ed Obb.mo Servitore Il DIRETTORE della <hi rend="italic">Biblioteca Italiana</hi>.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.F.Stella (1817)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
               <date>Milano 9 Aprile 1817.</date>
            </opener>
            <p>Sig.r Conte riveritissimo. Aggiungo la presente all'ultima mia del 2 corr.te onde prevenirla che oggi soltanto il S.r Acerbi mi consegnò il ms. pel quale ho sborsato due lire italiane per spese da lui incontrate nel ritirarlo dalla posta. Questo bell'Inno si stamperà subito nel mio <title>Spettatore</title>, e si farà contemporaneamente un'edizione a parte, della quale Ella avrà le 40 copie che ricerca.</p>
            <p>In attesa di ambiti di Lei comandi, pregandola di riverirmi il gentiliss.o S.r Conte di Lei Padre, ho il piacere di dichiararmi suo d.mo obb.mo serv.e. A.F.S.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.F.Stella (1817)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO FORTUNATO STELLA - MILANO.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 11 Aprile 1817.</date>
            </opener>
            <p>Stimatissimo Signore. Riscontro la sua carissima del 2 corrente. Riceverà fra poco la versione dell'Alicarnasseo che si sta copiando. Siccome quello che Ella mi scrive intorno alla nota spedizione n. 8 mi dà speranza di riceverla finalmente, e ricevutala io debbo subito por mano al promessole articolo sul Bellini, vorrei che Ella si compiacesse dirmi in quattro parole se costì si pubblicano ancora i <hi rend="italic">Dialoghi d'Eliso</hi>, e se il Bellini continua la sua impresa di tradurre tutti i poeti Classici greci affinchè io possa regolarmi nel tuono che ho da prendere per non dare aspetto di novità a una cosa già vecchia è dimenticata.</p>
            <p>Come Ella abbia ricevuto dall'Acerbi il noto Ms. mi farà gran favore indicandomi quello che relativamente ad esso le chiedeva appiedi della mia 21 Febbraio, come pure, se non erro, nella seguente 21 Marzo.</p>
            <p>In quest'ultima le annunziai la spedizione per la posta di un altro mio Ms. il quale perchè non accadano equivoci, è in forma di 12° a differenza di quello caduto in mano dell'Acerbi che è in-8°. Ora quello in-12° vorrei che Ella mi dicesse se le è giunto, e che giuntole lo facesse avere al Signor Pietro Giordani, posto a conto la spesa del porto come le accennai nell'ultima mia.</p>
            <p>Accludo l'articolo per lo <title>Spettatore</title> del quale pure nell'ultima mia le feci parola. Ella ne farà l'uso che le sarà a grado.</p>
            <p>Le rendo i sincerissimi saluti de' miei Genitori e Fratelli, ai quali unendo di cuore le mie proteste di affettuosissima stima e riconoscenza, me le dichiaro invariabilmente suo devotissimo obbligatissimo servitore ed amico Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1817)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>Milano 15 Aprile <add resp="ed">1817</add>.</date>
            </opener>
            <p>Signor Contino carissimo. Questa le parlerà de' nostri studi: non per <hi rend="italic">fare il maestro</hi>: chè starei piuttosto eternamente muto: ma per amor di lei e degli studi e di me, giova cercare in comune quali opinioni possono esserci più utili. Dico dunque che mi pare che a divenire scrittore bisogni prima tradurre che comporre; e prima comporre in prosa che in versi. Ella vede anche in pittura che prima di comporre si copiano lungamente i disegni e i dipinti de' maestri. La principal cosa nello scrivere mi pare la <hi rend="italic">proprietà</hi> sì de' concetti e sì dell'espressioni. Questa proprietà è più difficile a mantenere nello stile che deve abbondar di modi figurati, come il poetico, che nel più semplice e naturale, com'è il prosaico: e però stimo da premettere al tentar la poesia un lungo esercizio di prosare. Questa <hi rend="italic">proprietà</hi> anche nella prosa domanda lunga consuetudine di concepir con precisione, e di trovare a' precisi concetti le parole e le frasi che a punto rispondano. E perciò parmi necessario di aver molto meditato gli scrittori che più furono perfetti; e per appropriarsi la loro virtù farsi loro interpreti. Ella vedrà spessissimo accadere che un debole e mediocre scrittore voleva dire una cosa, e non riesce a dirla; voleva dire una cosa, e ne dice un'altra. E come siam facili ad ingannare volontariamente noi stessi, perchè abbiam detto quel che potemmo, crediamo di aver detto ciò che volevamo. Ma chi traduce, ha innanzi il suo originale, che lo convince e lo disinganna; e persevera (se è di buona volontà) finchè abbia nettamente e interamente espresso il concetto del suo autore. VS. mi ha dato già segno di ottimo giudizio significandomi di non volersi ingombrare e contaminare la mente con letture moderne di nessuno da un secolo in qua: e fa benissimo. Io poi vorrei pregarla a leggere e tradurre de' prosatori greci più antichi, Erodoto, Tucidide, Senofonte, Demostene, che sono candidissimi e ottimi fra tutti; e per aver colori da imitare quella loro pittura, leggere i trecentisti. Spero ch'ella sia persuasa che l'ottimo scrivere italiano non possa farsi se non con lingua del trecento, e stile greco. Chi forma il proprio stile sui latini, lo avrà sempre meno fluido, meno semplice, meno gentile, meno tenero, meno pieghevole, meno dolce, meno affettuoso, meno vario. E poi ella si accorgerà facilmente quanto maggior amicizia e parentela abbia colla nostra lingua la greca che la latina: e dove i latinismi per lo più ci riescono duri e strani, una grandissima quantità di maniere greche ci verrebbero spontanee, naturali, avvenentissime. Io ho fatta molte volte questa considerazione: e sonmi maravigliato e doluto che non la facessero nel cinquecento que' tanti che sapevan bene l'una e l'altra lingua, e vollero piuttosto latinizzare, con pochissimo profitto del nostro idioma. Pensi un poco quanta ricchezza di bello, e quanta gloria acquisterebbe chi sapesse mescere gli spiriti e le grazie greche al nostro sermone; non la dura scorza esterna, come pedantescamente il Chiabrera. Ci pensi un poco: e spero che mi acconsentirà.</p>
            <p>Ho letto la sua cantica; la quale renderò allo Stella: e a VS. ne parlerò sinceramente come a me stesso. Primieramente mi ha molto contristato un timore che la sua delicata complessione abbia patito dal soverchio delle fatiche, e le dia quelle tante malinconie. Le ripeto dunque le preghiere fatte nella mia ultima, e le ripeto con fervidissima istanza; che pensi di acquistar vigore al corpo, senza il qual vigore non si può gran viaggio fare negli studi: pensi a procurarsi robustezza e giocondità di spiriti, e prontezza di umori, cogli esercizi corporali e coi divertimenti. È da filosofo non amar la vita e non temere la morte più del giusto: ma fissarsi nel pensier continuo della morte cotanto spazio quanto ne vuole il componimento di quella cantica, non mi par cosa da giovinetto di dieciotto anni, al quale la natura consente di viverne bene ancora sessanta, e l'ingegno promette di empierli di studii gloriosi. Pensi dunque, io la supplico, a rallegrarsi e invigorirsi: e invece di allettare i pensieri malinconici, li sfugga. L'indole malinconica in atto di allegria è quel temperamento d'ingegno che può produrre le belle cose: ma l'attuale malinconia è un veleno, che più o meno distrugge la possa della mente. Io poi non sono giudice di poesie, se non come quel ciabattino giudicava le pitture. Nondimeno come uno del popolo dirolle, che questa cantica non mi pare certamente <hi rend="italic">da bruciare</hi>; e nè anche però la stamperei così subito. Credo che VS. rileggendola dopo alquanti mesi vi troverà forse molti segni di felicissimo ingegno; e forse ancora qualche lunghezza, qualche durezza, qualche oscurità. Il far conoscere quanto ella sia grande straordinariamente di dieciott'anni lo ha già conseguito, e già tutti lo sanno. Ora ella può pretendere di non metter fuora se non lavori che non abbisognino non dico di scusarsi ma neppure di lodarsi per la poca età. Ella così presto è giunta a poter intendere ed amare e volere la perfezione; e per pochissimo ch'ella si prenda di tempo VS. l'avrà posseduta. VS. è già a tal segno che parlando con lei dell'arte si può entrare nelle minuzie, senza darle noia, o perder tempo. E forse cominciando ella a rileggere la sua Cantica, incomincerà a considerare sin dal primo verso, e non contentarsi il suo orecchio di quel <hi rend="italic">la la</hi> che nasce dal <hi rend="italic">la lampa</hi>: e meno soddisfarsi di aver detto "Era morta la lampa in occidente" per dire - Era caduto il sole in occidente: - perchè i principii sopra tutto conviene che siano limpidissimi e lucidi, e perciò espressi con la massima proprietà: e se forse in altro luogo poteva comportarsi <hi rend="italic">lampa</hi> per <hi rend="italic">sole</hi>, parralle che meno convenisse nel principio, che l'uom non sa ancora di che si parla, e però bisogna parlargli chiarissimo: e il cominciamento, oltre la massima evidenza, debb'anche avere nel semplice la possibile nobiltà: e perchè <hi rend="italic">lampa</hi> impiccolisce molto il concetto del sole, pare che al concetto scemi tanto di apparente nobiltà quanto di vera grandezza. Seguitando VS. a rileggere il suo poema con queste minute considerazioni, troverà molti versi bellissimi, e assai cose che le compiacciano; e forse alcune che voglia mutare, e qualcuna cancellare. E forse troverà che io stiticamente e falsamente ho considerato questo primo verso (perchè non sono intelligente di poesia), e per non moltiplicare in errori mi taccio: bastandomi aver dato saggio che non taccio perchè creda insincera la modestia di VS., e il suo desiderio di udir libere parole.</p>
            <p>Ella senza dubbio conoscerà il nome del P. Cesari di Verona, tanto benemerito della nostra lingua. Questo valentissimo uomo è mio particolare amico. A mia istanza egli s'induce (come già ristampò le preziossime <hi rend="italic">Vite de' Santi Padri</hi>) a ristampare un aureo e raro libretto di Feo Belcari, testo di lingua e di stile simile a quelle perfettissime <hi rend="italic">Vite</hi>. Questa operetta è la <hi rend="italic">Vita del Beato Colombino e de' primi Gesuati</hi>: libretto che o per amore dell'ottimo scrivere, o per amore della devozione dev'essere gradito da molti, se non fosse così difficile a trovarsi. Il P. Cesari non imprende la stampa se non è sicuro di un sufficiente numero di associati. E io mi vo travagliando di fargliene da ogni parte: e perciò anche alla gentilezza di VS. mi raccomando, che per la Marca voglia procurarne. Gli amatori dell'ottima lingua saranno pochi: lo so; siamo <hi rend="italic">pusillus grex</hi>: ma non pochi saranno i devoti; e questi deono più volentieri leggere un libro bene scritto, che certi libri scritti malamente. Però confido che il mio signor Contino mi rimanderà (a suo agio) con parecchi nomi l'acchiusa cartina: se pur non gli piacesse di mandarla dirittamente a Verona al Padre Antonio Cesari dell'oratorio; o già suo amico; o valendosi di questa occasione per entrargli in amicizia: certamente quell'uomo è degno di riverenza e di amore da chiunque tien cari i buoni studi. Egli da molti anni sostiene l'onore della lingua: e in quel veneto tanto contaminato ha pur fatto di molte conversioni. Ha veduto VS. il suo <hi rend="italic">Terenzio</hi> tradotto in prosa fiorentina? a me pare tutto quel che si può far di bello in quel genere.</p>
            <p>Già ho passato i confini della discrezione scrivendo: la somma cortesia del mio caro signor Contino si degni di perdonarmi. La prego di rappresentare la mia divota servitù al suo signor Padre, e di gradire l'affetto mio riverente e cordiale. Ed augurandole ogni più cara consolazione, desidero che si ricordi che sono e sarò sempre suo affezionatissimo servitore.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Ad una libreria come quella de' Conti Leopardi non dee mancare un'opera insigne, e nel suo genere classica, qual'è la <hi rend="italic">Storia della scultura</hi> scritta dal celebre conte Cicognara, e stampata recentemente in Venezia. Probabilmente VS. la conosce e la possiede già: se non l'avesse o non le fosse nota, ne gradirà o il ricordo o l'avviso.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Acerbi (1817)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIUSEPPE ACERBI - MILANO.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 17 Aprile 1817.</date>
            </opener>
            <p>Stimatissimo Signore. Dalla sua pregiatissima dell'8 corrente raccolgo che Ella non è ben persuasa della verità di quanto le scrissi nella mia del 21 Marzo. Mi parea di averle parlato con tanta schiettezza da non lasciar luogo a sospetti. Ma poichè a Lei non è paruto così, mi permetterà che io da capo dia di mano alla penna e discenda anche a certe minuzie per chiarirla che veramente l'<hi rend="italic">Inno a Nettuno</hi> fu spedito da me non a Lei ma al signor Stella.</p>
            <p>Cavo la prima prova dalla fascia che le è piaciuto di mandarmi e che le ritorno. Quivi sopra non è la stampiglia di Recanati. Ora Ella saprà che la nostra posta non trasporta oggetto che non accusi da sè il luogo onde viene, ed io so che lo stesso accade in Lombardia. Dunque cotesta fascia non partì da Recanati.</p>
            <p>Altra prova mi somministra la stampiglia di Firenze che è sopra la fascia. Ella saprà pure che il corso di posta da Recanati a Milano non tocca Firenze. Dunque l'indirizzo venne da Firenze e non è quello che <hi rend="italic">fu scritto sotto i miei occhi</hi> e che <hi rend="italic">io lessi</hi>. Vorrà Ella credere che io abbia mandato il ms. a Firenze? A che fine? di nascondere a Lei la mia patria che Ella conosceva, e che si legge nel frontespizio del manoscritto? di far vedere il manoscritto a qualche amico? Questo non è vero perchè io lo spedii da Recanati a Milano a dirittura: ma se fosse, Ella, spero, crederebbe più agevolmente che l'amico avesse male intesa o dimenticata la volontà mia e scambiato l'indirizzo, di quello che un galantuomo abbia voluto dirle una furia di bugie.</p>
            <p>Piglio la terza prova dalla bizzarria della scrittura che è sopra la fascia. In altre due lettere che ho avuto l'onore di scriverle, e in questa medesima, Ella può vedere come il mio Segretario usi scrivere il suo indirizzo. Il qual Segretario scrive ora la presente e fece la soprascritta dell'Inno. Ella vedrà che divario è da questo carattere a quello della fascia.</p>
            <p>Le parole: <hi rend="italic">Un foglio di stampa</hi> che appaiono nella fascia, cassate poi da altra mano, facciano la quarta prova. Ignorava io forse che il manoscritto era manoscritto? e la sua misura rispondeva forse a un foglio di stampa?</p>
            <p>Aggiunga, se le piace, la quinta prova, e sarà l'aver Lei ricevuto l'Inno asciutto asciutto senza due righe di lettera che le dicessero il perchè il come il quando le era stato spedito: aggiunga la sesta e sarà una mia lettera del 21 Febbraio, che annunziava allo Stella la spedizione del manoscritto, e questa lettera che io le allegava anche nella mia del 21 Marzo, lo Stella medesimo potrà mostrarle.</p>
            <p>Quanto all'enimma, che vuole che le dica io mai? Si vede che il manoscritto per favore delle nostre sollazzevoli poste ha diviato, si vede che a Firenze è stato aperto e verisimilmente letto; da chi non posso dirle, non sapendo strologia. Questa finalmente è una bagattella, ma non son bagattelle la lealtà e la buona fede le quali io avrei violato sozzamente e mattamente se, spedito il manoscritto a Lei, avessi poi, non si sa perchè, voluto che fosse dello Stella: ed io sopporterò ch'Ella m'abbia se vuole, per ignorante e goffo e che so io, ma per falso e aggiratore non vorrei davvero.</p>
            <p>Mi perdoni la noia che le avrà portato questa lettera la quale in verità non serve ad altro che a scagionarmi, mi conservi la sua benevolenza e mi creda suo devotissimo obbligatissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A F.Cassi (1817)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">A FRANCESCO CASSI - PESARO.</hi>
               </byline>
               <date>Recanati 18 Aprile 1817.</date>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo Signor Conte. Nel quaderno 59 dello <title>Spettatore</title> lessi il suo articolo sopra un poema epico di argomento moderno, dove ella urbanamente scherzava sopra il mio Saggio di traduzione dell'<title>Odissea</title>  . Non vi badai allora più che tanto; ma poco dopo balzatami la palla, diedi a vedere con quattro parole d'essermene accorto: e fu nella prefazione d'una mia traduzioncella che feci stampare in Milano. Non mi era pur passato per la mente ch'Ella fosse autrice di quell'articolo. Ora l'ho saputo, ma solo per forza di divinazione, sì che potrei anche pigliare un granchio, ma la conghiettura ha buon fondamento, e credo d'essermi apposto. Ed appena l'ho saputo, che ho deliberato di mandarle il mio libro, perchè Ella mi scusi, e sappia che io non avrei nemmeno gittate quelle poche parole se avessi potuto immaginarmi quello che era. Le quali poi non credo che sieno tali da offendere anima nata, nè da impedir Lei di concedermi la sua amicizia che le domando. Mi farà gran favore se vorrà salutare da mia parte reverentemente e singolarissimamente il signor conte Giulio Perticari, il quale come mi ha avuto e mi avrà avido e voglioso lettore, così vorrei che mi avesse per buono e devoto servo.</p>
            <p>E Lei similmente prego che mi creda suo devotissimo obbligatissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.F.Stella (1817)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
               <date>Milano 19 Aprile 1817.</date>
            </opener>
            <p>Ho ricevuto il pregiatiss. di lei foglio del 11 and.te. Dal precedente mio del 10 Ella avrà rilevato che ho ritirato il Ms. che per isbaglio era andato al Sig. Acerbi, e che sto occupandomi di farlo stampare nel mio <title>Spettatore</title>.</p>
            <p>I SS.ri Marsoner e Grandi ai quali scrissi di buon inchiostro sul mostruoso ritardo della spedizione N. 8, mi riscontrarono ne' seguenti termini in data 15 corr.te:</p>
            <p>"Ci sorprende sentire che il Sig. Conte Leopardi non abbia ancora ricevuto il pacco che ci avete rimesso unitamente alla nostra spedizione N. 25 dei 15 dicembre, mentre possiamo assicurarvi che al medesimo fu da noi innoltrato senza ritardo col mezzo del Sig. Sebastiano Casaretti d'Ancona, ed anche lo stesso ci assicura di avere eseguita la più sollecita spedizione, onde si piacerà accreditare la nostra partita di L.... per spese ec., come pure non abbiamo mancato di scrivere in proposito allo stesso Sig.r Conte, acciò ne faccia ricerca, e nel tempo stesso l'abbiamo avvisato che presso di noi esiste l'altro pacco che abbiamo trovato inserto nella spediz.e dell'8 marzo".</p>
            <p>I <hi rend="italic">Dialoghi dell'Eliso</hi> fanno da molto tempo tregua, nè pare siano per ricomparire. L'impresa della traduzione di tutti i Poeti Classici greci continua ma con una edizione in-8° invece di quella in-4°. Ora si pubblicherà il 1° volume, ossia fascicolo, che conterrà Teocrito.</p>
            <p>Il Ms. annunziatomi nella di Lei Lettera 21 marzo lo ritirai dalla posta e tosto lo consegnai al Sig. Profess.e Giordani, il quale lo ha letto e me l'ha ritornato, e sta qui a sua disposizione.</p>
            <p>Pregola dei miei ossequi al veneratiss.o Sig. Conte Genitore, ed ai Sig. Contini Fratelli, ed Ella mi abbia sempre quale mi pregio esserle dev.o obb.o servitore vero A.F.S.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Giordani (1817)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO GIORDANI - MILANO.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 30 Aprile 1817.</date>
            </opener>
            <p>Oh quante volte, carissimo e desideratissimo Signor Giordani mio, ho supplicato il cielo che mi facesse trovare un uomo di cuore d'ingegno e di dottrina straordinario, il quale trovato potessi pregare che si degnasse di concedermi l'amicizia sua. E in verità credeva che non sarei stato esaudito, perchè queste tre cose, tanto rare a trovarsi ciascuna da sè, appena stimava possibile che fossero tutte insieme. O sia benedetto Iddio (e con pieno spargimento di cuore lo dico) che mi ha conceduto quello che domandava, e fatto conoscere l'error mio. E però sia stretta, la prego, fin da ora tra noi interissima confidenza, rispettosa per altro in me come si conviene a minore, e liberissima in Lei. Ella mi raccomanda la temperanza nello studio con tanto calore e come cosa che le prema tanto, che io vorrei poterle mostrare il cuor mio perchè vedesse gli affetti che v'ha destati la lettura delle sue parole, i quali se 'l cuore non muta forma e materia, non periranno mai, certo non mai. E per rispondere come posso a tanta amorevolezza, dirolle che veramente la mia complessione non è debole ma debolissima, e non istarò a negarle che ella si sia un po' risentita delle fatiche che le ho fatto portare per sei anni. Ora però le ho moderate assaissimo, non istudio più di sei ore il giorno, spessissimo meno, non iscrivo quasi niente, fo la mia lettura regolata dei Classici delle tre lingue in volumi di piccola forma, che si portano in mano agevolmente, sì che studio quasi sempre all'uso de' Peripatetici, e, <hi rend="italic">quod maximum dictu est</hi>, sopporto spesso per molte e molte ore l'orribile supplizio di stare colle mani alla cintola. O chi avrebbe mai pensato che il Giordani dovesse pigliar le difese di Recanati? O carissimo Sig. Giordani mio, questo mi fa ricordare il <hi rend="italic">si Pergama dextrâ</hi>. La causa è tanto disperata che non le basta il buono avvocato nè le ne basterebbero cento. È un bel dire: Plutarco, l'Alfieri amavano Cheronea ed Asti. Le amavano e non vi stavano. A questo modo amerò ancor io la mia patria quando ne sarò lontano; ora dico di odiarla perchè vi son dentro, chè finalmente questa povera città non è rea d'altro che di non avermi fatto un bene al mondo, dalla mia famiglia in fuori. Del luogo dove s'è passata l'infanzia è bellissima e dolcissima cosa il ricordarsi. È un bellissimo dire, qui sei nato, qui ti vuole la provvidenza; dite a un malato: se tu cerchi di guarire, la pigli colla provvidenza; dite a un povero: se tu cerchi d'avvantaggiarti, fai testa alla provvidenza; dite a un Turco: non ti salti in capo di pigliare il battesimo, chè la provvidenza t'ha fatto Turco. Questa massima è sorella carnale del Fatalismo. Ma qui tu sei dei primi, in città più grande saresti dei quarti e dei quinti. Questa mi par superbia vilissima e indegnissima d'animo grande. Colla virtù e coll'ingegno si vuol primeggiare, e questi chi negherà che nelle città grandi risplendano infinitamente più che nelle piccole? Voler primeggiare colle fortune, e contentarsi di far senza infiniti piaceri, non dirò del corpo del quale non mi preme, ma dell'animo, per amore di comando e per non istare a manca, questa mi par cosa da tempi barbari e da farmi ruggire e inferocire. Ma qui puoi esser utile più che altrove. La prima cosa, a me non va di dar la vita per questi pochissimi, nè di rinunziare a tutto per vivere e morire a pro loro in una tana. Non credo che la natura m'abbia fatto per questo, nè che la virtù voglia da me un sacrifizio tanto spaventoso. In secondo luogo, ma che crede Ella mai? Che la Marca e 'l mezzogiorno dello Stato Romano sia come la Romagna e 'l settentrione d'Italia? Costì il nome di letteratura si sente spessissimo: costì giornali accademie conversazioni librai in grandissimo numero. I Signori leggono un poco. L'ignoranza è nel volgo, il quale se no, non sarebbe più volgo: ma moltissimi s'ingegnano di studiare, moltissimi si credono poeti filosofi che so io. Sono tutt'altro, ma pure vorrebbero esserlo. Quasi tutti si tengono buoni a dar giudizio sopra le cose di letteratura. Le matte sentenze che profferiscono svegliano l'emulazione, fanno disputare parlare ridere sopra gli studi. Un grand'ingegno si fa largo: v'è chi l'ammira e lo stima, v'è chi l'invidia e vorrebbe deprimerlo, v'è una turba che dà loco e conosce di darlo. Costì il promuovere la letteratura è opera utile, il regnare coll'ingegno è scopo di bella ambizione. Qui, amabilissimo Signore mio, tutto è morte, tutto è insensataggine e stupidità. Si meravigliano i forestieri di questo silenzio, di questo sonno universale. Letteratura è vocabolo inudito. I nomi del Parini dell'Alfieri del Monti, e del Tasso, e dell'Ariosto e di tutti gli altri han bisogno di commento. Non c'è uno che si curi d'essere qualche cosa, non c'è uno a cui il nome d'ignorante paia strano. Se lo danno da loro sinceramente e sanno di dire il vero. Crede Ella che un grande ingegno qui sarebbe apprezzato? Come la gemma nel letamaio. Ella ha detto benissimo (e saprà ben dove) che gli studi come più sono rari meno si stimano, perchè meno se ne conosce il valore. Così appuntino accade in Recanati e in queste provincie dove l'ingegno non si conta fra i doni della natura. Io non sono certo una gran cosa: ma tuttavia ho qualche amico in Milano, fo venire i Giornali, ordino libri, fo stampare qualche mia cosa: tutto questo non ha fatto mai altro recanatese <hi rend="italic">a Recineto condito</hi>. Parrebbe che molti dovessero essermi intorno, domandarmi i giornali, voler leggere le mie coserelle, chiedermi notizia dei letterati della età nostra. Per appunto. I Giornali come sono stati letti nella mia famiglia, vanno a dormire nelle scansie. Delle mie cose nessuno si cura e questo va bene; degli altri libri molto meno: anzi le dirò senza superbia che la libreria nostra non ha eguale nella provincia, e due sole inferiori. Sulla porta ci sta scritto ch'ella è fatta anche per li cittadini e sarebbe aperta a tutti. Ora quanti pensa Ella che la frequentino? Nessuno mai. Oh veda Ella se questo è terreno da seminarci. Ma e gli studi, le pare che qui si possano far bene? Non dirò che con tutta la libreria io manco spessissimo di libri, non pure che mi piacerebbe di leggere, ma che mi sarebbero necessari; e però Ella non si meravigli se talvolta si accorgerà che io sia senza qualche Classico. Se si vuol leggere un libro che non si ha, se si vuol vederlo anche per un solo momento bisogna procacciarselo col suo danaro, farlo venire di lontano, senza potere scegliere nè conoscere prima di comperare, con mille difficoltà per via. Qui niun altro fa venir libri, non si può torre in prestito, non si può andare da un libraio, pigliare un libro, vedere quello che fa al caso e posarlo: sì che la spesa non è divisa, ma è tutta sopra noi soli. Si spende continuamente in libri, ma la spesa è infinita, l'impresa di procacciarsi tutto è disperata. Ma quel non avere un letterato con cui trattenersi, quel serbarsi tutti i pensieri per sè, quel non potere sventolare e dibattere le proprie opinioni, far pompa innocente de' propri studi, chiedere aiuto e consiglio, pigliar coraggio in tante ore e giorni di sfinimento e svogliatezza, le par che sia un bel sollazzo? Io da principio avea pieno il capo delle massime moderne, disprezzava, anzi calpestava, lo studio della lingua nostra, tutti i miei scrittacci originali erano traduzioni dal Francese, disprezzava Omero Dante tutti i Classici, non volea leggerli, mi diguazzava nella lettura che ora detesto: chi mi ha fatto mutar tuono? la grazia di Dio ma niun uomo certamente. Chi m'ha fatto strada a imparare le lingue che m'erano necessarie? la grazia di Dio. Chi m'assicura ch'io non ci pigli un granchio a ogni tratto? Nessuno. Ma pognamo che tutto questo sia nulla. Che cosa è in Recanati di bello? che l'uomo si curi di vedere o d'imparare? niente. Ora Iddio ha fatto tanto bello questo nostro mondo, tante cose belle ci hanno fatto gli uomini, tanti uomini ci sono che chi non è insensato arde di vedere e di conoscere, la terra è piena di meraviglie, ed io di dieciott'anni potrò dire, in questa caverna vivrò e morrò dove sono nato? Le pare che questi desideri si possano frenare? che siano ingiusti soverchi sterminati? che sia pazzia il non contentarsi di non veder nulla, il non contentarsi di Recanati? L'aria di questa città l'è stato mal detto che sia salubre. È mutabilissima, umida, salmastra, crudele ai nervi e per la sua sottigliezza niente buona a certe complessioni. A tutto questo aggiunga l'ostinata nera orrenda barbara malinconia che mi lima e mi divora, e collo studio s'alimenta e senza studio s'accresce. So ben io qual è, e l'ho provata, ma ora non la provo più, quella dolce malinconia che partorisce le belle cose, più dolce dell'allegria, la quale, se m'è permesso di dir così, è come il crepuscolo, dove questa è notte fittissima e orribile, è veleno, come Ella dice, che distrugge le forze del corpo e dello spirito. Ora come andarne libero non facendo altro che pensare e vivendo di pensieri senza una distrazione al mondo? e come far che cessi l'effetto se dura la causa? Che parla Ella di divertimenti? Unico divertimento in Recanati è lo studio: unico divertimento è quello che mi ammazza: tutto il resto è noia. So che la noia può farmi manco male che la fatica, e però spesso mi piglio la noia, ma questa mi cresce, com'è naturale, la malinconia, e quando io ho avuto la disgrazia di conversare con questa gente, che succede di raro, torno pieno di tristissimi pensieri agli studi miei, o mi vo covando in mente e ruminando quella nerissima materia. Non m'è possibile rimediare a questo nè fare che la mia salute debolissima non si rovini, senza uscire di un luogo che ha dato origine al mal e lo fomenta e l'accresce ogni dì più, e a chi pensa non concede nessun ricreamento. Veggo ben io che per poter continuare gli studi bisogna interromperli tratto tratto e darsi un poco a quelle cose che chiamano mondane, ma per far questo io voglio un mondo che m'alletti e mi sorrida, un mondo che splenda (sia pure di luce falsa) ed abbia tanta forza da farmi dimenticare per qualche momento quello che soprattutto mi sta a cuore, non un mondo che mi faccia dare indietro a prima giunta, e mi sconvolga lo stomaco e mi muova la rabbia e m'attristi e mi forzi di ricorrere per consolarmi a quello da cui volea fuggire. Ma già Ella sa benissimo che io ho ragione, e me lo mostra la sua seconda lettera, nella quale di proprio moto mi esortava a fare un giro per l'Italia, benchè poi (e so ben io perchè) con lodevolissima intenzione della quale le sono sinceramente grato, abbia voluto parlarmi in altra guisa. Laonde ho cianciato tanto per mostrarle che io ho per certissimo quello che Ella ha per certissimo.</p>
            <p>Le dirò sinceramente, poichè mel chiede, in qual maniera il cielo (che per questo ringrazio di cuore) m'abbia fatto conoscere Lei e desiderare ch'Ella lo sapesse. Il povero Marchese Benedetto Mosca (il quale so che ella amava) Cugino carnale di mio padre, venne un giorno a fare una visita di sfuggita ai suoi parenti, e quell'unica volta noi due parlammo insieme, dico parlammo, perchè quando io era piccino ed egli fanciullo avevamo bamboleggiato insieme qui in Recanati per molto tempo, ed allora io gli avrò cinguettato. Dopo non l'ho veduto più, ma so che m'amava e volea rivedermi, e forse presto ci saremmo riveduti, per lettere certamente, perchè io appunto ne preparava una per lui che sarebbe stata la prima, quando seppi la sua morte, e di questa morte che ha troncato tanto non posso pensare senza spasimo e convulsione dell'animo mio. Mi disse dunque di Lei questo solo: che conosceva e, se non fallo, avea avuto maestro il Giordani il quale, soggiunse, (ed io ripeto le sue stesse parole, e la sua modestia sel soffra per questa volta) è adesso <hi rend="italic">il primo scrittore l'Italia</hi>. O pensi Ella se i primi scrittori d'Italia si conoscevano in Recanati. Io avea allora 15 anni, e stava dietro a studi grossi, Grammatiche, Dizionari greci ebraici e cose simili tediose, ma necessarie. Non vi badai proprio niente. Ma nel cominciare dell'anno passato, visto il suo nome appiè del manifesto della <hi rend="italic">Biblioteca Italiana</hi>, mi ricordai di quelle parole, e avuti i volumetti della <hi rend="italic">Biblioteca</hi>, seppi quali fossero gli articoli suoi prima per conghiettura e poi con certezza quanto a uno o due e questo mi bastò per ravvisarli poi tutti. Ora che vuole che le dica io? Se le dirò che essi diedero stabilità e forza alla mia conversione che era appunto sul cominciare, che gustato quel cibo, le altre cose moderne che prima mi pareano squisite, mi parvero schifissime, che attendea la <hi rend="italic">Biblioteca</hi> con infinito desiderio e ricevutala la leggea con avidità da affamato, che avrò letti e riletti i suoi articoli una diecina di volte, che ora che non ci son più mi vien voglia di gittar via i quaderni di quel giornale, ogni volta che ricevendoli non vi trovo niente che faccia per me, la sua modestia s'irriterà. Le confesserò candidamente che non so se non i titoli e di due sole delle sue opere, voglio dire della versione di Giovenale e del <hi rend="italic">Panegirico</hi>, e colla stessa schiettezza le dirò che io pensava di procacciarmi qualche sua cosa, quando ricevetti da Lei veramente graditissime le sue prose tutte d'oro, sulle quali ho certe cose da dirle, ma perchè poco vagliono certamente, e la lettera è già lunga assai e m'ha cera di voler esser lunghissima, le serberò a un'altra volta.</p>
            <p>Vedo con esultazione che Ella nella soavissima sua dei 15 Aprile discende a parlarmi degli studi. Risponderò a quanto Ella mi scrive, dicendole sinceramente quando le sue opinioni si siano scontrate nella mia mente con opinioni diverse, acciocchè Ella veda quanto io abbia bisogno ch'Ella mi faccia veramente da maestro, e compatendo alla debolezza e piccolezza de' pensieri miei si voglia impacciare di provvederci. Che la proprietà de' concetti e delle espressioni sia appunto quella cosa che discerne lo scrittor Classico dal dozzinale, e tanto più sia difficile a conservare nell'espressioni, quanto la lingua è più ricca, è verità tanto evidente che fu la prima di cui io m'accorsi quando cominciai a riflettere seriamente sulla letteratura: e dopo questo facilmente vidi che il mezzo più spedito e sicuro di ottenere questa proprietà era il trasportare d'una in altra lingua i buoni scrittori. Ma che quando l'intelletto è giunto a certa sodezza e maturità e a poter conoscere con qualche sicurezza a qual parte la natura lo chiami, si debba di necessità comporre prima in prosa che in verso, questo le dirò schiettamente che a me non parea. Parlando di me posso ingannarmi, ma io le racconterò, come a me sembra che sia, quello che m'è avvenuto e m'avviene. Da che ho cominciato a conoscere un poco il bello, a me quel calore e quel desiderio ardentissimo di tradurre e far mio quello che leggo, non han dato altri che i poeti? e quella smania violentissima di comporre, non altri che la natura e le passioni, ma in modo forte ed elevato, facendomi quasi ingigantire l'anima in tutte le sue parti, e dire, fra me: questa è poesia, e per esprimere quello che io sento ci voglion versi e non prosa, e darmi a far versi. Non mi concede Ella di leggere ora Omero Virgilio Dante e gli altri sommi? Io non so se potrei astenermene perchè leggendoli provo un diletto da non esprimere con parole, e spessissimo mi succede di starmene tranquillo e pensando a tutt'altro, sentire qualche verso di autor classico che qualcuno della mia famiglia mi recita a caso, palpitare immantinente e vedermi forzato di tener dietro a quella poesia. E m'è pure avvenuto di trovarmi solo nel mio gabinetto colla mente placida e libera, in ora amicissima alle muse, pigliare in mano Cicerone, e leggendolo sentire la mia mente far tali sforzi per sollevarsi, ed esser tormentato dalla lentezza e gravità di quella prosa per modo che volendo seguitare, non potei, e diedi di mano a Orazio. E se Ella mi concede quella lettura, come vuole che io conosca quei grandi e ne assaggi e ne assapori e ne consideri a parte a parte le bellezze, e poi mi tenga di non lanciarmi dietro a loro? Quando io vedo la natura in questi luoghi che veramente sono ameni (unica cosa buona che abbia la mia patria) e in questi tempi spezialmente, mi sento così trasportare fuor di me stesso, che mi parrebbe di far peccato mortale a non curarmene, e a lasciar passare questo ardore di gioventù, e a voler divenire buon prosatore, e aspettare una ventina d'anni per darmi alla poesia, dopo i quali, primo, non vivrò, secondo, questi pensieri saranno iti; e la mente sarà più fredda o certo meno calda che non è ora. Non voglio già dire che secondo me, se la natura ti chiama alla poesia, tu abbi a seguitarla senza curarti d'altro, anzi ho per certissimo ed evidentissimo che la poesia vuole infinito studio e fatica, e che l'arte poetica è tanto profonda che come più vi si va innanzi più si conosce che la perfezione sta in un luogo al quale da principio nè pure si pensava. Solo mi pare che l'arte non debba affogare la natura e quell'andare per gradi e voler prima essere buon prosatore e poi poeta, mi par che sia contro la natura la quale anzi prima ti fa poeta e poi col raffreddarsi dell'età ti concede la maturità e posatezza necessaria alla prosa. Non dona Ella niente niente a quella <hi rend="italic">mens divinior</hi> di Orazio? Se sì, come vuole ch'ella stia nascosta e che chi l'ha non se n'accorga nel fervor degli anni alla vista della natura, alla lettura dei poeti! e accortosene com'è possibile che dubiti e metta tempo in mezzo e voglia prima divenire buon prosatore, e poi tentare com'Ella dice, quasi con incertezza e paura, la poesia? O vuol Ella che quella mente divina sia una favola o se ne sia perduta la razza? e quale è dunque il vero poeta? Chi ha studiato più? E perchè non tutti che hanno studiato ed hanno un grande ingegno sono poeti? Non credo che si possa citare esempio di vero poeta il quale non abbia cominciato a poetare da giovanetto; nè che molti poeti si possano addurre i quali siano giunti all'eccellenza, anche nella prosa, e in questi pochissimi, mi par di vedere che prima sono stati poeti e poi prosatori. E in fatti a me parea che quanto alle parole e alla lingua, fosse più difficile assai il conservare quella proprietà senza affettazione e con piena scioltezza e disinvoltura nella prosa che nel verso, perchè nella prosa l'affettazione e lo stento si vedono (dirò alla fiorentina) come un bufalo nella neve, e nella poesia non così facilmente, primo, perchè moltissime cose sono affettazioni e stiracchiature nella prosa, e nella poesia no, e pochissime che nella prosa nol sono, lo sono in poesia, secondo, perchè anche quelle che in poesia sono veramente affettazioni, dall'armonia e dal linguaggio poetico son celate facilmente, tanto che appena si travedono. Io certo quando traduco versi, facilmente riesco (facendo anche quanto posso per conservare all'espressioni la forza che hanno nel testo) a dare alla traduzione un'aria d'originale, e a velare lo studio; ma traducendo in prosa, per ottener questo, sudo infinitamente più, e alla fine probabilmente non l'ottengo. Però io avea conchiuso tra me che per tradur poesia vi vuole un'anima grande e poetica e mille e mille altre cose, ma per tradurre in prosa un più lungo esercizio ed assai più lettura, e forse anche (che a me pare necessarissimo) qualche anno di dimora in paese dove si parli la buona lingua, qualche anno di dimora in Firenze. E similmente componendo, se io vorrò seguir Dante, forse mi riuscirà di farmi proprio quel linguaggio e vestirne i pensieri miei e far versi de' quali non si possa dire, almeno non così subito, questa è imitazione, ma se vorrò mettermi a emulare una lettera del Caro, non sarà così. Per carità, Sig. Giordani mio, non mi voglia credere un temerario, perchè le ho detto sì francamente e con tanto poco riguardo alla piccolezza mia, quello che sentiva. Non isdegni di persuadermi. Questa sarà opera piccola per sè, ma sarà opera di misericordia, e degna del suo bel cuore.</p>
            <p>Della mia Cantica, e dell'affinità del Greco coll'Italiano, e dell'utilissimo consiglio ch'Ella mi dà ed io presto metterò in pratica di leggere e tradurre Erodoto e gli altri tre, avrei mille cose da dirle, ma vedendo con affanno che questa lettera è eterna, e vergognandomi fieramente della mia sterminata indiscretezza, le lascio per un'altra volta, m'affretto di dirle che la ringrazierei se trovassi parole, dell'esame che ha fatto della mia Cantica, e il manoscritto non occorre che lo renda allo Stella, il quale non ne ha da far niente, ma se Ella crede che sia costì qualche suo amico il quale non isdegnerebbe di esaminarlo, Ella potrà darglielo o no secondo che giudicherà opportuno: che del <hi rend="italic">Terenzio</hi> del Cesari non ho veduto altro che il titolo, e che vorrei sapere, se Ella crede che l'opera del Cicognara mi possa esser utile, perchè io oramai non mi curo di leggere nè di vedere se non quello che mi può esser utile veramente, perchè il tempo è corto e la messe vastissima.</p>
            <p>Quanto al Belcari io mi struggo di proccurarle associati e di mostrarle il desiderio ardentissimo che ho di servirla come posso. Scrivo e fo scrivere a Macerata, a Tolentino a Roma e ad altri luoghi, raccomandando caldamente la cosa. Intendo però che molti domandano del prezzo, il quale vorrei che Ella a un di presso mi potesse dire. Farò il possibile, ma con gran dolore le dico, che ci spero poco: perchè quanto agli amatori della buona lingua, se di questa io parlassi ad alcuno qui, crederebbero che s'intendesse di qualche brava lingua di porco; e quanto ai devoti i quali Ella dice che vorranno piuttosto leggere una cosa bene che male scritta, questo m'arrischio a dirle che non è vero. Io con tutta la poca età, ho molta pratica di devoti, e so che anzi amano molto singolarmente i libri che a noi fanno stomaco, prima per un loro gusto particolare, del quale la sperienza m'ha chiarito che c'è veramente e non è favola; poi perchè a certi concetti non già alti ma che non vanno proprio terra terra, non arrivano i poveretti, in fine (e questa è ragione onnipotente) perchè se la lingua ha punto punto del non triviale, è come se 'l libro fosse in Ebraico, non s'intendendo nessun devoto di Dantesco, perchè bisogna sapere che qui tutto quello che non è brodo o se è brodo non è tanto lungo, si chiama Dantesco; sì che il Salvini, per esempio, è Dantesco; il Segneri, il Bartoli, e tutti i non cattivi sono Danteschi, ed oltre i non cattivi, fino la mia traduzione di Virgilio. E queste opinioni non sono già della plebe, ma dei dottissimi e letteratissimi, tanto che nella capitale della <hi rend="italic">molto excellentissima et magnifica provintia</hi> nostra, è un cotal letteratone che ne' suoi scritti per tutto toscanesimo ha l'e', che quando ci capita il <hi rend="italic">mi pare</hi> immancabilmente gli fa da lacchè, e tutti hanno che dire sul suo stile che ha troppo dell'esquisito, al che egli risponde modestamente che lo stile del cinquecento è un bello stile. O qui sì che le raccomando di tenersi bene i fianchi, se non vuol fare la morte di Margutte. Ma come credono che Belcari e Scaramelli e Ligorio sieno cose simili, così finattantochè il libro non si vede e' se la berranno. Basta: farò quanto potrò, e lo stesso pel suo Palcani, il quale con vero piacere ho letto come cosa piaciuta a Lei e che viene da Lei, e di eleganza certo rarissima in materie scientifiche, le quali trattate così, sarebbero veramente piacevoli, dove ora sono ispide e orribili.</p>
            <p>Mio Padre la ringrazia de' saluti suoi, e caramente la risaluta lo poi che le dirò, caro Sig. Giordani mio, per consolarla della disgrazia che l'affligge? se non che questa a me pure passa l'anima, e che prego Dio acciocchè il più ch'è possibile in questo mondo la faccia lieta?</p>
            <p>Consolazione non le posso dar io con questa mia eloquenza d'accattone. Gliela daran certo e copiosa il suo gran sapere e la sua vera filosofia. A scrivere a me (se vuol continuarmi questo favore) non pensi se non nei momenti di ozio, e in questi pure solo quando le torni comodo. In somma non se ne pigli pensiero più che delle cose minime, perchè se vedrò ch'Ella faccia altrimenti, mi terrò dallo scriverle io, e così sarò privo anche di questo piacere. In verità mi dorrebbe assai ch'Ella volesse stare sul puntuale, primieramente con me, di poi in cosa che non lo merita, anzi non lo comporta.</p>
            <p>Come farò, signor Giordani mio, a domandarle perdono dell'averle scritto un tomo in vece di una lettera? Veramente ne arrossisco e non so che mi dire, e contuttociò gliene domando perdono. La sua terza lettera m'avea destato in mente un tumulto di pensieri, la quarta me lo ha raddoppiato. Mi sono indugiato di rispondere per non infastidirla tanto spesso, ma pigliata in mano la penna non ho potuto tenermi più. Ho risposto a un foglietto de' suoi con un foglione de' miei. Questa è la prima volta che le apro il mio cuore: come reprimere la piena de' pensieri? Un'altra volta sarò più breve, ma più breve assaissimo. Non vorrei ch'Ella s'irritasse per tanta mia indiscretezza: certo l'ira sarebbe giustissima, ma confido nella bontà del suo cuore. Mi perdoni di nuovo, caro Signor mio, e sappia che sempre pensa di Lei il suo desiderantissimo servo Giacomo Leopardi</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.F.Stella (1817)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
               <date>Mil. 7 mag.o 1817.</date>
            </opener>
            <p>Ill.mo Sig.r Co. Ho l'onore di confermarle l'ultima mia 19 scorso aprile. Qui sotto le do la fatturetta n° 12 di quanto le spedisco a sfogo delle precedenti sue ordinazioni. Essa ammonta a L. 75 di cui si compiacerà accreditarmi.</p>
            <p>Rimango in attenzione di graditi di lei comandi e con pienezza di stima e d'ossequio la riverisco distintamente. Aff.mo ed obb. Servitor di cuore ANT.O FORT.O STELLA.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.F.Stella (1817)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO FORTUNATO STELLA - MILANO.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 12 Maggio 1817.</date>
            </opener>
            <p>Stimatissimo Signore. Col mezzo delle pratiche fatte da lei e da me sono giunto a scoprire che il noto pacco n. 8 è stato trattenuto dai Marsoner e Grandi un mese e mezzo appunto e dal Casaretti di Ancona tre intieri mesi. Finalmente l'ho ricevuto, e in esso il Bellini. Il quale siccome è cosa ridicola anzi compassionevole, nè potrei parlarne senza dirne il peggio possibile, e altronde dal suo pregiatissimo foglio del 19 Aprile rilevo che i romori intorno al Bellini sono cessati; per timore di destare il fuoco già sopito e parere importuno risuscitando cose rancide, non iscriverò il noto articolo se Ella non mi dirà di giudicarlo ancora a tempo, sopra il qual giudizio favorevole ben volentieri porrò mano all'opera. Ho pure ricevuto il pacco n. 11, nella cui fattura rimessami da Lei trovo per isbaglio detto che il T. 4 del Cook era computato nella Spedizione n. 9 e però non ne trovo il prezzo. Bensì nella Spedizione n. 8 era compreso il fasc. IV <hi rend="italic">Salterio Ebraico</hi>, il quale però giuntomi duplicato, le ne ho rispedito una copia per occasione col mezzo Marsoner. Mio fratello desidererebbe che Ella facesse il favore di procacciargli il testo inglese dell'opera di Warden sopra Bonaparte a Sant'Elena, e che avutolo, si compiacesse spedirlo il più presto possibile per la posta. Forse il signor prof. Giordani tornerà a riprendere il ms. che le spedii per lui, ma ad ogni modo Ella mi farà favore, quando ciò non le sia d'incomodo, serbandolo fino a nuovo avviso.</p>
            <p>Le accludo l'Errata dell'<hi rend="italic">Inno a Nettuno</hi> stampato nel suo <title>Spettatore</title>. Da sì gran numero di errori spesso rilevantissimi Ella vedrà quanto fieramente sia danneggiato l'onor dell'autore, e però la supplico quanto so e posso che se Ella fa eseguire l'altra edizione di cui mi parlò nella sua 9 Aprile, voglia sottometterla quanto al Greco ad un correttore speziale che emendi gli errori, i quali anche nelle ottime stamperie deformano inevitabilmente quelle edizioni a cui non presiede l'autore, come sarebbe necessarissimo, o almeno qualche intelligente che ne pigli cura particolare. Di questa Edizione (ove si faccia) io non ho già voluto chiederle 40 copie, come Ella rileggendo la mia lettera potrà vedere, anzi le dico sinceramente che non avendo quaggiù amico il quale si curi di queste cose, esse mi sarebbero affatto superflue. Gradirò bensì che Ella me ne ponga in conto una diecina e non più.</p>
            <p>Le acchiudo pure cinque Sonetti in istile Fiorentino i quali Ella mi farà gran favore se vorrà compiacersi d'inserire nel prossimo quaderno dello <hi rend="italic">Spettatore Italiano</hi>, perchè il ritardo li renderebbe quasi inutili. Avrò caro anche che Ella non iscuopra per ora il nome dell'autore, il quale a suo tempo si manifesterà.</p>
            <p>Accetti i sinceri saluti de' miei Genitori e fratelli e di tutta la mia famiglia, e le mie proteste particolari di stima e cordiale amicizia, e mi creda sempre devotissimo obbligatissimo servitore ed amico Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1817)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>Milano il dì dell'Ascensione <add resp="ed">1817</add>.</date>
            </opener>
            <p>Mio carissimo signor Contino. Se Dio non le ispirava di scrivermi il dì 30 aprile, sa ella che mi si prolungava una pungente pena? perchè sapendo io quanto è VS. cortese, e non vedendo risposta a due mie, ero forzato a temere o che in esse qualcosa (contro mia volontà e saputa) l'avesse offesa; o che la salute delicata di VS. avesse patito. E in questo timore mi premeva di più l'aver letto il suo <hi rend="italic">Inno a Nettuno</hi>, accompagnato di tanto eruditissime note: parendomi impossibile che tanta erudizione, ch'io nè vidi nè lessi mai in alcuno della sua età, non possa aversi senza danno grave d'una salute anche più vigorosa e gagliarda della sua. E io insisterò sempre a pregarla e scongiurarla di aver cura di questa salute. Non basta, mio caro signor Contino, cessare talora dallo studio: comprendo benissimo dover essere ciò ch'ella mi dice, che interrotta la fatica dell'applicarsi, la travagli una molestia nè men grave nè men perniziosa della malinconia. E perciò vorrei che non potendo costì aver piacevoli conversazioni, tanto più frequentasse gli esercizi corporali; che già sono necessarissimi; dai quali acquisterebbe vigore allo stomaco, alacrità alla testa, robustezza alle membra, serenità all'animo. Non so se a lei piaccia il ballo; che pure sta bene a un cavaliere: non so se ella non siasi già tanto indebolito che non possa sopportare la scherma: ma il cavalcare, il nuotare, il passeggiare, la prego che non le rincrescano: e se io fossi di qualche autorità presso lei, gliele vorrei comandare. Io sono intendentissimo di malinconie; e n'ebbi tanta nella puerizia e nell'adolescenza, che credetti doverne impazzire o rimanere stupido. La mia complessione fu debolissima; nacqui moribondo, e sin dopo i vent'anni non potei mai promettermi due settimane di vita. E se ora ho comportabile sanità (non vigore), lo debbo all'aver fatto esercizio. Però le raccomando fervidamente che non voglia mancare a se stesso. Non so contraddire a molte cose che facondissimamente mi dice della sua situazione. Nondimeno pensi ch'ella ha pure un gran vantaggio: quel padre amoroso e savio, quella copiosa libreria, quell'amor degli studi ch'ella ha, molti nobili non l'hanno. E a questi che giova esser nati in Milano, o Venezia, o Napoli; se non di avere maggior numero di testimoni che disprezzino il loro poco valore? Consideri qui quanto è prezioso privilegio esser nato nella ricchezza; non mancar delle cose bisognevoli e comode; non dovere aver mai bisogno degli uomini; che tanto sono duri, ingiusti, crudeli, insolenti, stolidi! Oh, se ella potesse intender bene questa cosa! che giova nascer in una metropoli; ed aver bisogno degli uomini? Erami venuto in mente, tanto mi sento affezionato a lei, che l'anno venturo se mi riuscisse di aver accomodato le cose mie domestiche, non mi rincrescerebbe di stare per qualche tempo in quel Recanati dov'ella tanto si annoia; o starvi unicamente per interrompere un poco i suoi studi; darle un orecchio e un cuore che volentierissimo ricevessero le sue parole; forzarla a lunghe e frequenti passeggiate per cotesti colli Piceni; e distrarla un poco dalla fissazione delle malinconie. Io credo che in Recanati troverei una dozzina sufficiente; poichè a me basta <hi rend="italic">amorevolezza</hi> e <hi rend="italic">nettezza</hi> negli ospiti, e una sufficiente comodità: grandi lautezze non mi abbisognano: volentieri mi accomodo alla semplicità; e le grandezze che ho provate (fuori di casa mia), mi sono col provarle assicurato che non sono mai necessarie, talora a me fastidiose. Veda ella dunque in qual modo io pensi a lei. E certo ho un grande e continuo desiderio di conoscerla di persona, come rarissimo, se non unico signore; e di poterla in qualche cosuccia, secondo il mio niente, servire.</p>
            <p>Nè di Benedetto Mosca, nè di niun altro sono mai stato, nè mai vorrò essere <hi rend="italic">maestro</hi>: parola, che mi fa nausea ed ira. Ma ben conobbi quel bravo giovane, e l'ho amato molto, e l'amerò sempre con desiderio: perchè mi pare che avrebbe fatto del bene; e sommamente mi è doluta una tanto impensata ed immatura perdita. Era un buono e valente signore; del quale mi pareva che si dovesse sperare assai: ed è andato così giovane!</p>
            <p>Il traduttore di Giovenale non mi appartiene punto; nol vidi, nè 'l conobbi mai; e parmi che tanto di gusto negli studi come in tutto il resto mi fosse dissomigliante. Era un vecchio gesuita pavese; che morì qualche anno fa. Del mio <hi rend="italic">Panegirico</hi> mi dica s'ella ne ha curiosità, e come glielo potrei spedire.</p>
            <p>Le sarò gratissimo se, per quanto si può, aiuterà il Cesari nella ristampa del Belcari. Ho riso alla saporita descrizione che mi fa della letteratura Picena. Ma il Belcari non è <hi rend="italic">dantesco</hi> nel senso che dispiacerebbe costì! È uno scrittor purissimo, e di umilissima semplicità; come le <hi rend="italic">Vite de' santi Padri</hi>, ch'ell'avrà, o della edizione del Manni, o di quella del Cesari; e ch'io la prego di leggere, come la prosa che a me è paruta la più bella e soave d'Italia. L'opera del Cicognara mi pare degnissima e necessaria ad una libreria come la sua. Io non dirò ch'ella debba leggerla ora; ma certo una tale raccolta de' monumenti perfettissimi d'arte è una gran cosa: e il non poter nulla giudicare o gustare nelle belle Arti sarebbe grande infelicità; e bellissima cosa avere per giudicarne una guida tanto intelligente come il Cicognara.</p>
            <p>Negli studi credo che principalmente l'uom debba seguire il proprio genio. E s'ella più ama la poesia, bene sta: Dante adunque sia sempre nelle sue mani; che a me pare il miglior maestro e de' poeti e nientemeno de' prosatori. L'evidenza, la proprietà, l'efficacia di Dante mi paiono uniche. Ella si sente raffreddare e rallentare da Cicerone: a me per contrario, Cicerone, Tacito, Livio, Demostene, Tucidide fanno non minor calore che i più caldi poeti. Ma questo non fa nulla: quel che importa è addomesticarsi solo cogli ottimi in ciascun genere. La prego a volermi liberissimamente e prolissamente dire quanto ha notato ne' miei opuscoli. Questo è il frutto degli studi e delle amicizie sincere. Veda come io liberamente le scrivo: son degno ch'ella mi corrisponda.</p>
            <p>Mi tenga ricordato come servitor devoto al signor Conte suo padre: e a se stessa non lasci dimenticare che io l'ammiro e la reverisco e l'amo con tutto il mio cuore affettuosissimamente; e sappia ch'ella mi dà la più cara consolazione quando mi dice di volermi bene. Per quanto io l'amo curi la sua salute; e quando senza disagio può, mi scriva; chè tanto mi sono soavi le sue lettere, quanto belle, e veramente di felicissima e rarissima vena. Signor Contino mio, mi fo forza per finire: ma senza fine sono suo cordialissimamente.</p>
            <p>M'accorgo d'avere dimenticata una cosa che può importare alla sua quiete. Ella desidera di veder Firenze; ed ha ragione. È la culla, la madre, la scuola delle belle Arti: ne è piena, e mirabilmente splendida. Per questa cagione, Ella (quando che sia) vedrà Firenze; e farà bene. VS. pensa poi ragionevolmente che la consuetudine de' buoni parlatori sia giovevolissima, anzi necessaria a scriver bene: ell'ha ragione in massima: nel caso nostro però il fatto è tutto diverso. Non ci è paese in tutta Italia dove si scriva peggio che in Toscana e in Firenze; perchè non ci è paese dove meno si studi la lingua, e si studino i maestri scrittori di essa (senza di che in nessuno si potrà mai scriver bene); ed oltre a ciò non è paese che parli meno italiano di Firenze. Non hanno di buona favella niente fuorchè l'accento: i vocaboli, le frasi vi sono molto più barbare che altrove. Perchè ivi non si leggono se non che libri stranieri. Chiunque in Toscana sa leggere, dee VS. tenere per certissimo che non parla italiano: e questo rimane solo a quei più poveri e rozzi che non sanno punto leggere: ma la conversazione di questi nulla potrebbe giovare a chi vuol farsi scrittore. Io non gliene parlo in aria; ma per molta esperienza con sicurezza. E di nuovo la riverisco ed abbraccio col cuore.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Acerbi (1817)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIUSEPPE ACERBI - MILANO.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 19 Maggio 1817.</date>
            </opener>
            <p>Stimatissimo Signore. Le mando per la posta un mio libretto, facendo scrivere il suo indirizzo sulla stessa coperta perchè questa volta non accadano sbagli. Vorrei che non le fosse inutile, e mi sarebbe occasione di superbia il vedere che Ella lo reputasse buono a qualche cosa. Il dono è tanto piccolo che è nulla, anzi forse più tosto che dono sarà molestia. E però se Ella lo giudicherà indegno di pigliar posto nel suo Giornale, acciocchè Ella non abbia a soffrire incomodo per mia cagione, desidero che consegnando il Libro allo Stella perchè me lo ritorni, si faccia rifare da lui la spesa occorsa per riscuoterlo dalla posta, ordinandogli da mia parte che la ponga in mio conto. A ogni modo la prego che guardando più all'animo che al dono, voglia accettarlo gradevolmente, e averlo per testimonio di vera stima e venerazione. Con cui me le dichiaro suo devotissimo obbligatissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.F.Stella (1817)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
               <date>Milano 21 Maggio 1817.</date>
            </opener>
            <p>Ill.mo Sig.r Conte. Riscontro il di Lei pregiato foglio 12 corr.te. Riguardo al Bellini, sono anch'io di sentimento ch'è assai meglio lasciarlo nell'obblivione in cui ora giace, giacchè troppo onore gliene risulterebbe, se si avesse a nominarlo ancora, quantunque con un articolo di critica.</p>
            <p>Il tomo 4° Cook fu precisamente addebitato nella fattura unitam.e al 2° e 3° volume, come ella stessa può vedere. Il Warden in Inglese non sarà così facile l'averlo, massimamente perchè qui non ne sarà permessa l'introduzione. Il Prof. Giordani nulla mi ha ricercato ancora. Mi ha consegnato bensì un pacchetto, che gli trasmetterò a prima occasione. La correzione per la parte greca del suo <hi rend="italic">Inno</hi> fu affidata da me a quell'istesso correttore, a cui fu affidato l'Omero di Bodoni. La seconda ediz.e sarà emendata colle correzioni da lei segnate. Eseguirò pure gli ordini suoi riguardo al numero di copie dello stesso che devono servire per Lei. Non posso assicurarla d'inserire nel primo numero dello <title>Spettatore</title> i Sonetti ch'ella si compiacque trasmettermi, ma farò il possibile acciò vi possano entrare.</p>
            <p>Nel N° 77 troverà la <hi rend="italic">Titanomachia</hi> di Esiodo, che mi ha favorito.</p>
            <p>La prego di ricambiare i miei cordiali complimenti al gentilissimo S.r Conte di Lei Padre, e con pienezza di stima mi protesto aff.mo ed obb.mo servitore di cuore.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Suppongo che cogli altri libri avrà ricevuto pure i giornali inglesi. Ora spero che il S.r Conte suo fratello che riverisco di cuore, ne farà uso per profitto dello <title>Spettatore</title>.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Giordani (1817)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO GIORDANI - MILANO.</hi>
               </salute>
               <date>
                  <add resp="ed">Recanati 30 Maggio 1817.</add>
               </date>
            </opener>
            <p>Signore mio carissimo. L'Erudizione che Ella ha trovato nelle note all'<hi rend="italic">Inno a Nettuno</hi>, in verità è molto volgare, e a me è paruto di scrivere quelle note in Italia, ma in Germania o in Inghilterra me ne sarei vergognato. Io sono andato un pezzo in traccia della erudizione più pellegrina e recondita, e dai 13 anni ai 17 ho dato dentro a questo studio profondamente, tanto che ho scritto da sei o sette tomi non piccoli sopra cosa erudite (la qual fatica appunto è quella che mi ha rovinato) e qualche Letterato straniero che è in Roma e che io non conosco, veduto alcuno degli scritti miei, non li disapprovava, e mi facea esortare a divenire, diceva egli, gran filologo. È un anno e mezzo che io quasi senza avvedermene mi son dato alle lettere belle che prima non curava, e tutte le cose mie che Ella ha vedute, ed altre che non ha vedute, sono state fatte in questo tempo, sì che avendo sempre badato ai rami, non ho fatto come la quercia che <hi rend="italic">A vieppiù radicarsi il succo gira, Per poi schernir d'Austro e di Borea l'onte</hi> a fare il che mi sono adesso rivolto tutto. E l'<hi rend="italic">Inno</hi> però e le note col resto, l'ho scritto appunto un anno fa: in questi mesi non avrei potuto reggere a quella fatica. Da questo Ella vedrà, se non l'ha già veduto, che quanto io spaccio della scoperta dell'Inno, è una novella. Innamorato della poesia greca, volli fare come Michel Angelo che sotterrò il suo Cupido, e a chi dissotterrato lo credea d'antico, portò il braccio mancante. E mi scordava che se egli era Michel Angelo io sono Calandrino; oltrechè la stretta necessità d'imitare, o meglio di copiare e di rimuovere dal componimento l'aria di robusto e originale, perchè come un velo rado rado, anzi una rete soprapposta all'immaginario testo, ne lasciasse vedere tutti i muscoli e i lineamenti, e in somma lo lasciasse pressochè nudo a fine d'ingannare, m'impastoiò e rallentò per modo la mente che senza dubbio io ho fatto tutt'altro che poesia. Avrei caro di sapere che cosa Ella pensi dell'Inno e delle due <hi rend="italic">Odi</hi>, e che cosa se ne pensi costì, perchè io tra le altre fortune ho quella di fare stampare le cose mie e non saper mai che cosa se ne dica, se piacciano se non piacciano, se si stimino mediocri se pessime, in guisa che un mio libro stampato è per me come se fosse manoscritto, se non che così è senza errori di scrittura, e stampato ne formica, perchè io per la distanza non posso presiedere alla stampa. E in verità i 54 spropositi di cui hanno ornato il mio libretto m'hanno fatto arrossire pel povero onor mio, e m'hanno disgustato gravemente. Nè io avrei mai dato il mio manoscritto allo Stella perchè me lo crocifiggesse fra quelle tante schifezze del suo giornale, se egli non mi avesse promesso a chiare note di farne fare al tempo stesso un'altra edizione da parte, la quale poi si risolverà in nonnulla. Ma nel dubbio, perchè egli non abbia a soffrir danno per cagion mia, se la frode costì è nota comunemente (come credo che sia, perchè questi artifizi sanno di stantio e non fanno più effetto) non accade altro; se no, vorrei che Ella si contentasse di non manifestarla per ora, che le sarà facile perchè niuno si curerà parlare di quella miseria. Avrà notato nelle <hi rend="italic">Odi</hi> fra gli altri errori <foreign lang="grc">Ηἰς</foreign> per <foreign lang="grc">Εὶς</foreign>, <foreign lang="grc">Θ ὁδοὐς σὲ</foreign> per <foreign lang="grc">ὁδοᾣύς τε, Ρολιὸν</foreign> per <foreign lang="grc">Πολιὸν, Πᾶν τὸ</foreign> per <foreign lang="grc">Πάντα</foreign>.</p>
            <p>Non dovrei desiderare che Ella mi conoscesse di persona, perchè certo mi troverà minore assai che forse non pensa: ma io tanto veramente e grandemente la amo che mi fa dare in pazzie il solo pensare, che l'anno vegnente, se la speranza ch'Ella mi ha dato non è vana, io vedrò Lei e le parlerò. E parimente non dovrei desiderare, che una persona che amo tanto, venisse a cercar tedio e nausea per me, ma tutte queste considerazioni non possono fare che io non lo desideri caldamente, anzi la preghi quanto posso che meni ad effetto il suo pio disegno. La dozzina mi piglierò cura di trovargliela io, e credo che quanto all'amorevolezza degli Ospiti Ella non istarà male, e quanto a <hi rend="italic">nettezza</hi> s'adopreranno a poter loro. Non ci deluda, Signor mio caro, e non fraudi l'aspettazione mia e di mio padre che la saluta, e la brama vivamente.</p>
            <p>Se il nome di maestro le dà tanta noia com'Ella dice, non gliel darò più. Io volea dire, Consigliere e guida negli studi, e spero ch'Ella non rifiuterà quest'ufficio in favor mio, se rifiuta quel nome. Mi dolgo assai quando penso che forse le avrò fatto stomaco attribuendole la traduzione di Giovenale. Ma non avendola nè letta nè anco veduta, non potea sapere che fosse indegna di Lei, e la memoria mi ha ingannato circa il nome dell'autore. Dunque Ella m'abbia per iscusato. Quella versione sarebbe forse di Luigi Uberto Giordani? Una lettera sopra il Libro di Giobbe che ho veduto di lui, m'è parsa molto bella e giudiziosa. Del <hi rend="italic">Panegirico</hi> e delle altre cose sue, se Ella ne ha, ho curiosità certo, anzi desiderio grande. Non so se siano di tanta mole che non si possano spedire per la posta. Se sono, quando Ella voglia farmi sì pregiato regalo, potrà consegnarlo allo Stella che me lo spedisca con altre cose che gli ordinerò.</p>
            <p>Quando le ho detto che Cicerone una volta che la mia mente si trovava, come accade, in certa disposizione da bramare impressioni vive e gagliarde, mi parve (e fu in un trattato filosofico) più lento e grave che non si conveniva al mio desiderio di quel momento, non ho già voluto dire che questo e gli altri sommi prosatori mi raffreddino e rallentino. Sarebbe questa la grande infelicità o più veramente stupidità. Io comechè, forse per inclinazione di natura, ami con certa parzialità la poesia, pure leggo e studio, come posso, i prosatori, e in leggerli non mi fo forza, ma provo un diletto infinito e squisitissimo. E benchè creda che non si debba cercare di divenire eccellente in molti generi, non per questo mi pare che io anche coltivando la poesia, abbia a lasciar da banda la prosa, perchè sarebbe bene meschino letterato quegli che non sapesse scrivere altro che versi. E però io mi studio di coltivare ambedue i generi di scrittura insieme, e quasi con pari sollecitudine. Quello che io le cianciava nell'ultima mia intorno alla <hi rend="italic">divina mente</hi> di Orazio, ho poi pensato che per la maniera in cui l'ho posto, avrebbe potuto muoverle ira, e nausea giustissimamente. È vero che io fino allora avea parlato di me in particolare, ma quivi tornava al generale, che tanto ha che far la mia mente con quella intesa e voluta da Orazio quanto la luna co' granchi e l'asino colla lira. Dopo che Ella mi ha fatto notare l'amicizia che è tra la lingua nostra e la greca, ho preso a riflettervi sopra seriamente e aperto qualche prosatore greco, ho trovato con grandissimo piacere che la sua osservazione è verissima e maestrevole, tantochè qualche passo di autor trecentista mi è paruto aver sembianza di traduzione dal greco. Non è maraviglia che io non mi sia accorto prima di questa parentela tanto evidente (e già probabilmente l'ingegno mio senza il suo avviso non se ne sarebbe accorto mai) perchè fin qui de' prosatori nostri ho avuto per le mani piuttosto i cinquecentisti e gli altri che i trecentisti. Della maniera dei quali, che mi pare la stessa candidezza, e soavità, come avrò potuto farmi un po' di capitale in mente, voglio subito porre ad effetto il consiglio ch'Ella mi ha dato di studiare di proposito e tradurre alcuno dei più antichi prosatori greci che mi pare debba essere opera di singolare diletto e utilità.</p>
            <p>Le cose che io volea dirle sopra i suoi opuscoli, vagliono tanto poco che io mi vergogno a cacciarle fuora. Perchè Ella me lo comanda, lo farò, ma non si aspetti poi altro che qualche nulla. Ella una volta ha usato <hi rend="italic">non per tanto</hi> negativo senza l'aggiunta del secondo <hi rend="italic">non</hi>. Io mi ricordo di aver letto che <hi rend="italic">non per tanto</hi> non nega senza un altro <hi rend="italic">non</hi>, appunto come non può dire: <hi rend="italic">nondimeno egli è</hi>, chi vuol negare che sia. Ma l'avrò letto presso qualche grammaticaccio da nulla, e a ogni modo Ella vegga la bella osservazione che è questa mia. Ho notato che Ella, come mille altri de' buoni, usa nominando le persone pel solo cognome lasciare l'articolo. Ora da qualcuno vissuto certo tempo in Toscana, ho sentito che questo là non si fa, e non si vuol che si faccia, perchè, dicono, il cognome è aggettivo e non può stare da sè, valendo quanto il patronimico dei greci; onde come non si dice, per esempio, Pelide assolutamente ma, il Pelide, così non si può dire, Salviati Valori Strozzi, ma il Salviati il Valori lo Strozzi. Questa ragione a me quadra e può stare che negli antichi non si trovino molti esempi contrari. Veda Ella se le par buona. Fra le sue prose in modo singolarissimo mi è piaciuta quella sopra un dipinto del Camuccini e uno del Landi, dove ho ammirato la leggiadria e morbidezza straordinaria, e quella proprietà e forza tanto necessarissima e difficilissima per descrivere colle parole e mettere innanzi agli occhi un quadro. Cimento proprio terribile, e da spaventare ogni men prode e potente di Lei, mettere così apertamente alle prese l'arte di scrivere colla pittura. Ed Ella è riuscita mirabilmente. In questa tanto squisita prosa ho trovato un'opinione sopra la quale avrei qualcosa che dire Ella ricorda in generale ai giovani pittori che senza stringente necessità della storia (e anche allora con buon giudizio e garbo) non si dee mai figurare il brutto. Poichè, soggiugne, l'ufficio delle belle arti è pur di moltiplicare e perpetuare le imagini di quelle cose o di quelle azioni cui la natura o gli uomini producono più vaghe e desiderabili: e quale consiglio o qual diletto crescere il numero o la durata delle cose moleste di che già troppo abbonda la terra? A me parrebbe che l'ufficio delle belle arti sia d'imitare la natura nel verisimile. E come le massime astratte e generali che vagliono per la pittura denno anche valere per la poesia, così, secondo la sua sentenza, Omero Virgilio e gli altri grandi avrebbero errato infinite volte, e Dante sopra tutti che ha figurato il brutto così sovente. Perocchè le tempeste le morti e cento e mille calamità che sono altro se non cose moleste anzi dolorosissime? E queste così innumerevoli pitture hanno moltiplicato e perpetuato i sommi poeti. E la tragedia sarebbe condannabile quasi intieramente di natura sua. Certamente le arti hanno da dilettare, ma chi può negare che il piagnere il palpitare l'inorridire alla lettura di un poeta non sia dilettoso? anzi chi non sa che è dilettosissimo! Perchè il diletto nasce appunto dalla maraviglia di vedere così bene imitata la natura, che ci paia vivo e presente quello che è o nulla o morto o lontano. Ond'è che il bello il quale veduto nella natura, vale a dire nella realtà, non ci diletta più che tanto, veduto in poesia o in pittura, vale a dire in imagine, ci reca piacere infinito. E così il brutto imitato dall'arte, da questa imitazione piglia facoltà di dilettare. Se un uomo è di deformità incredibile, ritrar questa non sarebbe sano consiglio, benchè vera, perchè le arti debbono persuadere e far credere che il finto sia reale, e l'incredibile non si può far credere. Ma se la deformità è nel verisimile, a me pare che il vederla ritratta al naturale debba dilettare non poco. E già s'intende che sia nel luogo suo, perchè se è fuor di luogo, come sarà nel quadro di cui Ella ragiona, non c'è più da discorrere. Ho detto tutto questo per ubbidienza, e perchè Ella impari a non comandarmi più di queste cose. E se ho usato parole ardite e non convenienti, Ella me ne riprenda, come è dovere.</p>
            <p>Io sapeva appuntino quanto Ella mi dice dei non idioti fiorentini e toscani, e lo sapea non solo per gli scritti loro, ma anco per altre cose. Facea conto però d'imparare dagli idioti o piuttosto di rendermi famigliare col mezzo loro quella infinità di modi volgari che spessissimo stanno tanto bene nelle scritture, e quella proprietà ed efficacia che la plebe per natura sua conserva tanto mirabilmente nelle parole: pensando a Platone che dice il volgo essere stato ad Alcibiade e dover essere maestro del buon favellare, e alla donnicciuola ateniese che alla parlata conobbe Teofrasto per forestiere, e al Varchi che dice come anche al suo tempo per imparare la favella Fiorentina bisognava tratto tratto <hi rend="italic">rimescolarsi colla feccia del popolazzo</hi> di Firenze. Ma poichè Ella non crede che gl'idioti Fiorentini mi possano insegnar niente di buono, mi acquieto alla sua sentenza. E quanto all'accento le dirò del mio Recanati cosa che Ella dovrà credere a me: perchè della patria potrò per tropp'odio dir troppo male (e non so se questo pur possa), ma dir troppo bene per troppo amore non posso certo. Ella non può figurarsi quanto la pronunzia di questa città sia bella. È così piana e naturale e lontana da ogni ombra d'affettazione che i Toscani mi pare, pel pochissimo che ho potuto osservare parlando con alcuni, che favellino molto più affettato, e i Romani senza paragone. Certo i pochi forestieri che si fermano qui riconoscono questa cosa e se ne maravigliano. E questa pronunzia che non tiene punto nè della leziosaggine toscana nè della superbia romana, è così propria di Recanati, che basta uscir due passi del suo territorio per accorgersi di una notabile differenza, la quale in più luoghi pochissimo distanti, non che notabile è somma. Ma quello che mi pare più degno d'osservazione è che la nostra favella comune abbonda di frasi e motti e proverbi pretti toscani sì fattamente che io mi maraviglio trovando negli Scrittori una grandissima quantità di questi modi e idiotismi che ho imparati da fanciullo. E non mi fa meno stupore il sentire in bocca de' contadini e della plebe minuta parole che noi non usiamo nel favellare per fuggire l'affettazione stimandole proprie dei soli Scrittori, come <hi rend="italic">mentovato ingombro recare ragionare</hi> ed altre molte ed alcune anche più singolari di cui non mi sovviene. Questi modi e queste parole, caro Signor mio, con singolare mio diletto le farò osservare se Ella adempierà la bella speranza che mi ha data; e sarà questa una delle pochissime o niune cose (mi perdoni questo barbarismo) che le potrò mostrare in Recanati. E potrebbe essere benissimo, perchè io non sono uscito mai del mio nido, che quello che io credo proprio di Recanati sia comune a tutta l'Italia o a molte sue parti, ed allora Ella mi disangannerebbe.</p>
            <p>Con questa speranza, benchè lontana, la lascio, Signore mio Carissimo, e spero che non avrò bisogno di ricordarle che sono, ma con tutto il cuore, il suo attaccatissimo Giacomo Leopardi.</p>
            <p>Mi scrive lo Stella che ha ricevuto da Lei un involto per me. Se contiene come spero qualche suo scritto, gliene rendo un milione di grazie, e le prometto che leggendolo subito, farò conto di trattenermi con Lei presente e parlante, pensiero che mi sarà soavissimo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.F.Stella (1817)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO FORTUNATO STELLA - MILANO.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 30 Maggio 1817.</date>
            </opener>
            <p>Stimatissimo Signore. Rispondo alle sue pregiatissime 7 e 21 spirante. Comprendo bene che il sorprendente numero di Errori scorsi nell'<hi rend="italic">Inno a Nettuno</hi> proverrà dalla fretta colla quale per inevitabile necessità bisogna stampare i Giornali, e non dovrà niente attribuirsi al Correttore, il quale son persuasissimo che sia della maggiore abilità. La prego di aggiugnere alla <foreign lang="lat">Errata</foreign> che le ho inviata quest'errore anch'esso della stampa, di cui mi sono avveduto dopo.</p>
            <p>p. 163 v. 15 <hi rend="italic">Aristodemo</hi> Correggi <hi rend="italic">Crisostomo</hi>
            </p>
            <p>Del t. 4 Cook ho veduto che Ella ha ragione. Le accuserò la ricevuta della sua Sped. n. 12 del 5 Maggio, quando l'avrò ricevuta. Segno appiedi le commissioni di alcuni libri ai quali potrà unire il pacchetto consegnatole dal Prof. Giordani. Mio fratello si sta occupando dei giornali inglesi per servirla il meglio che potrà. Ma le fa osservare che l'articolo "Reliques of Burns", che è uno dei segnati da Lei nella sua 27 Novembre pp., è stato già dato all'Italia negli <hi rend="italic">Annali di Scienze e Lettere</hi>, luglio 1811, n. 19. Egli e mio Padre e tutta la mia famiglia cordialmente la salutano, come fo ancor io protestandomi suo devotissimo servitore ed amico Giacomo Leopardi.</p>
            <p>P.S. Vorrei che alla sopraccennata <foreign lang="lat">Errata</foreign> del noto <hi rend="italic">Inno</hi> si compiacesse aggiugnere oltre il già detto errore, anche quest'altro che rilevo esser corso non so come, anche nel manoscritto.</p>
            <p>pag. 165 v. 3 <foreign lang="grc">Πᾶν τὸ</foreign>. Correggi <foreign lang="grc">Πᾶντα.</foreign>.</p>
            <p>1. <hi rend="italic">Tucidide</hi> in greco e latino. La migliore edizione che sia costì. Vorrei che fosse l'ultima o quasi l'ultima, o almeno almeno posteriore a quella di Wasse e Duker, Amsterdam, 1731, perchè se fosse anteriore non mi farebbe.</p>
            <p>2. <hi rend="italic">Vite de' Santi Padri</hi> pubblicate per cura del Cesari.</p>
            <p>3. Pandolfini, <hi rend="italic">Trattato del Governo della famiglia</hi>.</p>
            <p>4. Gioia, <hi rend="italic">Economia</hi>, ec., vol. VI.</p>
            <p>5. Dandolo, <hi rend="italic">Buon governo de' bachi da seta</hi>. Sonzogno, 1816.</p>
            <p>6. Idem, <hi rend="italic">Storia de' bachi da seta governati coi nuovi metodi</hi>, ec.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di F.Cassi (1817)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI FRANCESCO CASSI</hi>
               </byline>
               <date>
                  <add resp="ed">Pesaro 30 Maggio 1817.</add>
               </date>
            </opener>
            <p>Carissimo Amico, e Cugino. Stimando che sia meglio adoperare fra congiunti il linguaggio del cuore, piuttosto che ogni altra maniera di esprimersi, sbandisco da questo foglio titoli e complimenti, e sinceramente vi ringrazio del cortese ufficio a me pratticato nella vostra lettera 18 Aprile p.p. che per uno de' soliti errori postali io non ho ricevuta che l'altro dì assieme colla traduzione vostra del secondo della <title>Eneide</title> da voi gentilmente donatami.</p>
            <p>E siccome dall'affibbiatami calunnia mi è derivato il bene di ricevere i vostri caratteri, punto non me ne dolgo: ed anzi sono grato a' miei calunniatori, i quali mi aprono la via onde giungere all'acquisto della preziosa amicizia vostra.</p>
            <p>Non ho duopo di molte parole per provarvi che è inganno il reputarmi autore dell'articolo inserito nel LIX quaderno dello <title>Spettatore</title>. Non havvi in Pesaro persona che sia posseditrice di questo Giornale. Laonde io non solamente ignoro la critica, ma non conosco neppure l'opera criticata. Se a vostro agio mi rimetterete sì l'una, che l'altra, mi farete cosa gratissima, desiderando io di conoscere la mia supposta reità.</p>
            <p>Giulio Perticari è stato sensibilissimo alle vostre espressioni a di lui riguardo, e vi ringrazia, e vi saluta con tutta la tenerezza dell'ottimo di lui cuore.</p>
            <p>Piaccia a voi di ricordarmi a tutti di casa, verso i quali tutti professo stima, rispetto, ed amore. E voi non vi stancate nella coltura de' vostri crescenti allori. E se dalle radici del sacro Monte, che per me non furono mai superate, potrò un giorno vedervi asceso alla cima, ne sarò beatissimo, e meco lo saranno tutti coloro che amano la gloria nazionale, e la lingua degli dei. Amatemi, e credetemi sempre il Vostro Aff.mo Amico e Cugino.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1817)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>Milano 1° Giugno <add resp="ed">1817</add>.</date>
            </opener>
            <p>Mio carissimo signor Contino. Alla sua dei 30 aprile risposi: e consegnai il mio <hi rend="italic">Panegirico</hi> allo Stella, che mi dice di averglielo spedito. Per la posta le mando un mio libretto in difesa del <hi rend="italic">Dionigi</hi> del Mai, impugnato dal Ciampi. Ella mi destò desiderio di sapere ciò ch'ella aveva notato nelle mie prose; e spero che la sua cortesia me ne compiacerà. Le raccomando sempre sempre la sua salute. Ricordi la mia servitù al signor Conte suo padre; e mi tenga per suo affezionatissimo di cuore. - La prego a ricordarsi del Colombino.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Mai (1817)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANGELO MAI - MILANO.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 2 Giugno 1817.</date>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo e Carissimo Signore. La sua carissima delli 8 Marzo non essendo di quelle che domandano risposta, io non risposi allora per non infastidirla, ma adesso che mi si dà occasione di scriverle nuovamente rispondo che la mia traduzione di <title>Frontone</title>, non tanto per la svogliatezza dello Stella, quanto per mia assoluta volontà, perchè non posso più approvarla, si rimane e rimarrà nelle tenebre. Quanto all'edizione Berlinese, se io volessi dar consigli a Lei, farei come la porca a Minerva, ma senza pretendere di consigliarla piglio sicurtà di dirle che secondo me Ella savissimamente fa a non darsi pensiero di quello che altri si cianci delle cose sue, ma per amore del vero e perchè gli altri non restino ingannati, trattandosi di cosa di fatto, mi parrebbe che stesse bene alla umanità sua di porre le cose in chiaro quanto alla giacitura materiale degli scritti nel Codice in modo che i Tedeschi e gli altri stranieri, vedendo le matte congetture di quell'Editore, non abbiano a pigliarle per verità, o credere che il fatto non istia come sta veramente, o almeno dubitare di una cosa più che certa. Se non che Ella che ha sotto gli occhi quella edizione, saprà forse che queste cure sarebbero soverchie, e che la stoltezza di quelle congetture parla da sè.</p>
            <p>Ma lasciando <title>Frontone</title> e venendo al caso mio, dirò che oggetto di questa è farle sapere che io messo da parte il <title>Frontone</title> italiano per naturale ripugnanza a tornare sopra cose che disapprovo interamente, e insomma rifare uno scritto da capo a piede, ho pigliato in mano il suo <hi rend="italic">Alicarnasseo</hi>, e questo con molto più fatica e cura che non avea posto nel <title>Frontone</title>, ho tradotto, aggiuntevi alcune poche, e però forse meno vane, postille. E però ho voluto vedere quello che il Ciampi ha messo fuori intorno al <hi rend="italic">Dionigi</hi>, e alle sue ragioni disegno di rispondere nella prefazione con altre ragioni se non buone, certo migliori delle sue, che ragioni appena si possono dire. Ma per esser sicuro della vittoria, vorrei stringere alleanza con Lei, e sapere le risposte che Ella certo avrà fatte tra sè a quelle opposizioni. E questo è insomma il fine per cui le scrivo, pregarla che mi voglia somministrare il modo di rispondere al Ciampi, benchè io già in parte sia preparato a questa battaglia. Ma perchè pare che Ella rifiuti qualunque briga letteraria, io le prometto che tacerò, se le piace, il suo nome, e porrò, quando voglia, le sue ragioni come se fossero mie. La supplico, pregiatissimo e carissimo Signor mio, che mi perdoni questo fastidio, e mi serbi la sua benevolenza che m'è dolcissima, e avrò caro che questa serva se non altro a rinfrescarle la memoria del suo devotissimo ed affezionatissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A F.Cassi (1817)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A FRANCESCO CASSI - PESARO.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati <add resp="ed">5 Giugno</add> 1817.</date>
            </opener>
            <p>Amico e Cugino carissimo. Tengo ben volontieri l'invito che mi fate di lasciar da parte le cerimonie parlando con voi, e però non vi domando scusa dell'errore che ho preso con un giudizio troppo precipitato, non però calunnioso, come voi dite scambiando un poco i vocaboli, perchè oltre che 'l dir male di me non sarebbe stato pur peccato veniale, lo scherzare così urbanamente come si facea in quell'articolo, e con così poche parole e sopra cosa da nulla non potea fare che persona del mondo se ne offendesse. Vi esporrò sinceramente le cagioni dell'error mio. Primieramente io non mi potea figurare che lo <title>Spettatore</title> non si trovasse, nè anco fosse noto in città bella e colta come la vostra, essendo noto per tutta Italia da Torino a Napoli. L'articolo poi che v'ho citato (come pure un altro sulla stessa materia) era sottoscritto con le iniziali F.C. che sono anche le vostre. Ma questo argomento è nulla a petto a quello che io cavava da un altro articolo stampato nello stesso Giornale, in cui si dicea molto bene del <hi rend="italic">Prigioniero apostolico</hi> del vostro Conte Perticari, e che appiedi avea appunto l'F.C. Vedete quale è stato il fondamento della mia falsa congettura la quale non crediate che sia stata d'altri che di me, perchè qui si parla sempre di miseria e poi di miseria, e di letteratura, pensate voi. Vi ripeto però che non ve ne domando scusa, perchè poi anch'io e con più ragione di voi me ne chiamo contento, avendomi data occasione di scrivervi la prima volta. Salutatemi, se vi piace, la vostra rispettabile famiglia alla quale avrò caro che mi facciate conoscere di nome prima che di vista (se pure sarà mai che mi tocchi il bene di questa seconda conoscenza) e risalutatemi il Conte Perticari, al quale dite che non m'arrischio di scrivergli il primo, ma che se egli non isdegnasse di farlo io corrisponderei a poter mio, certo con molto e sincero affetto. E se fate qualche nuovo viaggio per l'insù di Parnaso lasciandovi sotto le radici alle quali mi vorreste dar bere che vi siete impantanato, non abbiate a noia di farmelo sapere. Credete che sono con tutto il cuore vostro affezionatissimo Amico e Cugino Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1817)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>Milano 10 Giugno <add resp="ed">1817</add>.</date>
            </opener>
            <p>Mio carissimo Signor Contino. Quanto più ella mi scrive, più mi dà cagione di amarla e di ammirarla. Oh chi potrebbe oggi in Italia far tali scherzi; e inni greci e odi anacreontiche! Ma tutto questo mi fa sempre sospirare per la sua salute. Ella non mi dice mai se ascolta le mie preghiere, se nuota, se cavalca, se almeno passeggia. Se Dio mi concederà ch'io venga in cotesti paesi, sono già risoluto di usarle cortese violenza; e di obligarla a camminar molto, e fare esercizio. Di questo ell'ha bisogno, e non di studio. S'ella vuol salire le ultime cime del sapere, eserciti molto il suo corpo; non le manca più altro. Circa il mio venire è sincerissimo il mio desiderio. E in prova di ciò le dico molto innanzi che parmi avere ben inteso un tratto delicatissimo della sua lettera, ma che mi sarebbe impossibile accettar altro che di goder la sua compagnia, e usar della sua libreria: nè ho sì stretto parente o amico dal quale mi inducessi ad accettar altro. Lei mi sarebbe gran servizio s'ella mi trovasse una <hi rend="italic">dozzina</hi> quieta pulita ed amorevole.</p>
            <p>Tornando alle sue composizioni, è naturale il suo desiderio di sapere che se ne dica qui: il che non posso saper io, che vivo in Milano come in una campagna; poichè dovunque io fuggo gli uomini, che troppo conosco. Ma parlando per congettura, stimo che pochi parlino degli studi suoi così alieni dal volgo. Mio caro Contino, qui gli uomini sono come altrove. Quelli che più potrebbero e dovrebbero leggere, i nobili e i preti, sono in Lombardia come nella Marca e in tutto il mondo. Poco si legge; e quel poco, di frivolezze. Io poi non ho usanza se non del Monti, del Rosmini e del Mai: coi quali parlo di lei; e più spesso coll'ultimo ch'è di lei ammiratissimo quanto sono io. E un cenno di quel che io ne pensi lo darò pubblicamente alla prima occasione.</p>
            <p>Luigi Uberto Giordani è di Parma, e mio cugino; buono scrittore di versi. Ma il traduttor di Giovenale era un gesuita pavese. Per la posta le ho mandato una mia difesa del <hi rend="italic">Dionigi</hi> del Mai. Allo Stella consegnai il mio <hi rend="italic">Panegirico</hi>, grosso volume.</p>
            <p>Giustissima è la sua osservazione che la stretta affinità della lingua italiana colla greca, tanto manifesta ne' trecentisti, non poteva sentirsi ne' cinquecentisti. Lodo sommamente ch'ella s'innamori de' trecentisti; e col capitale loro voglia tradurre prose greche. Ella che ha letto Demostene e il Segneri, ha notato come la <hi rend="italic">maniera</hi> della loro <hi rend="italic">eloquenza</hi> è tutta tutta la stessa, benchè io creda che il buon Segneri non sapesse punto di greco? Quel <foreign lang="grc">τί ἐστι τοῦτο</foreign> sì frequente in Demostene, è una maniera frequente del predicatore: e poi in tutto paiono gemelli. Poich'ella è risoluta di conoscer bene i trecentisti, e non ricusa le utili fatiche, le consiglierei di leggere tutte le croniche italiane antiche le quali sono nella grande raccolta del Muratori <hi rend="italic">Rerum Italicarum</hi>; e nei due tomi aggiuntivi in Firenze. Sono un gran capitale di lingua; un tesoro di fatti e di costumi onorevoli all'Italia quando la era giovane e forte. Son certo ch'ella se ne troverebbe contentissima. Quanto alla lingua familiare e popolare, ch'ella desidera apprendere, oltrechè moltissimo se ne trova ne' trecentisti, vi aggiunga il teatro comico Fiorentino, e la <hi rend="italic">Tancia</hi> e la <hi rend="italic">Fiera</hi> del Buonarroti; le <hi rend="italic">Filippiche</hi> di Cicerone e di Demostene paionmi calde e ardenti quanto qualsivoglia poesia.</p>
            <p>La ringrazio delle osservazioni su' miei opuscoli. L'omettere l'articolo ai cognomi è mio errore, nato dalla mala consuetudine universale del franceseggiare in questo secolo, che l'uomo talora non se ne accorge. Nel <hi rend="italic">non pertanto</hi> come l'ho usato io nella Giorgi, ho seguitato l'autorità del 2° e dell'ultimo esempio della Crusca a quella voce. Nel primo, nel terzo e nel quarto è nel vero senso di <hi rend="italic">nondimeno</hi>: negli altri due e nel caso mio è nel senso di <hi rend="italic">non per questa cagione</hi>; ed è senso ben diverso; com'ella intenderà bene, considerandovi un poco.</p>
            <p>Chi mai degli eruditi potrebbe filosofare con tanta e sottigliezza e delicatezza e sodezza com'ella fa sopra l'introdurre il brutto nelle imitazioni che fanno le arti? Ecco la mia opinione. Vorrei che le Arti si proponessero solamente di moltiplicare le imagini del bello, che naturalmente è raro; e di perpetuarle, poichè naturalmente sono transitorie. E il bello considero nei volti e nelle membra umane, nelle azioni degli uomini: chè la bellezza e la virtù sono le più rare e le più care cose del mondo. E gran benefizio delle arti è moltiplicarne le imagini, e prolungarne la durata. Una delle arti che è la poesia può talora anche ritrarre il contrario del bello morale; ma al solo fine di <hi rend="italic">purgare l'animo</hi>. Sonvi però certe bruttezze <hi rend="italic">deformi</hi> e <hi rend="italic">vili</hi>, che anche il poeta dee sfuggire d'imitare. Veda in Omero; ci sono molti vizi magnanimi, ire, ambizioni, amori: volendo dipingere il quadro della vita, bisognava non restarsi alle sole virtù. Ma della abietta e nauseosa viltà di un Tersite veda che si passò di un solo esempio. Molte cose orrende atroci in Dante. Ma osservi che per voler dare un saggio di tutte le cose umane, pone anche un diverbio di quei due vilissimi idropici nell'Inferno: e per mostrare il suo purgato giudizio, e la nobiltà dell'animo e della educazion sua, si fa riprendere da Virgilio d'essersi fermato ad ascoltarli, "Chè voler ciò udire è <hi rend="italic">bassa voglia</hi>". La viltà è verisimile; il bene imitarla è pregio di arte: ma l'arte dee cercare degni e non indegni soggetti. Il mio pensiero è che il brutto rare volte, e solo per grande utilità e per necessarie cagioni s'introduca nelle belle arti; alla cui bellezza non si può negare che molto conferisca il suggetto. Questo è il mio pensiero: il quale va modificato secondo le savissime e verissime considerazioni ch'ella mi fa. E io dico che se la tragedia trovata in Atene non avesse avuto il motivo importantissimo di far odiare i tiranni, come insopportabili agli uomini e odiosi agli dei; la tragedia sarebbe una follia detestabile: e la commedia se non isperasse di correggere i minori vizi, col contraffarli e proporli alla publica derisione, la commedia sarebbe una maligna scurrilità. La lirica e l'epica, le quali si propongono i fatti e gli affetti o virtuosi o simiglianti a virtù, sono l'anima e il cuore della poesia.</p>
            <p>Aspetto qualcosa pel <hi rend="italic">Colombino</hi>. Più di cento associati ho già fatti per l'Italia: e nel paese de' preti non troverà un amatore, se non la buona lingua, almeno la devozione?</p>
            <p>Con tutto il cuore riverisco ed abbraccio il mio carissimo signor Contino, al quale senza fine raccomando di curar la sua salute, e di rammentare la mia devota servitù al signor Conte suo padre. E Dio la riempia di allegrezza.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Mai (1817)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANGELO MAI</hi>
               </byline>
               <date>Milano 11 Giugno 1817.</date>
            </opener>
            <p>Mio carissimo ed egregio Sig.r Conte. Ella dice ottimamente in proposito del fare una qualunque risposta alla falsificazione Berlinese del <title>Frontone</title>, e forse ve ne sarà qualche occasione, benchè ciò mi dia grandissima pena e per lo tempo che si gitta, e per lo dispiacere che comunemente si cagiona a chi per altro lo merita. Ma si userebbe somma moderazione, malgrado che quel libro sia non solamente erroneo, ma grandemente inurbano fino alla stravaganza.</p>
            <p>Or venendo al <hi rend="italic">Dionigi</hi>, Ella avrà credo già in mano il bel libro di apologia scritto dalla valentissima penna del Sig.r Giordani, il quale mi disse che a Lei spedivalo sotto fascia per la posta. Ella potrebbe farne ottimo uso nella sua prefazione, ed in tal caso, meglio sarebbe mettere in due colonne i lunghi saggi della Epitome, cioè a destra l'Epitome ed a sinistra la Storia, lasciando a destra in bianco dove l'Epitome manca. Così la cosa sarebbe più evidente. Così dove Giordani a p. 76 cita l'esempio recente del Pallavicini, si potrebbe premettere l'antico di Lattanzio che epitomò le sue istituzioni. Benchè io non ho considerato il Lattanzio, ed Ella dovrebbe vedere se fa a proposito per la somiglianza del lavoro ecc. Ma di grazia, come può il Sig.r Conte fare tanti e sì be' lavori? Ella è una maraviglia della nostra Italia, nè già le penne degli scrittori potranno più contenersi di non farne pubblici e solenni elogi. Le scrivo in mezzo foglio per economia di posta. Sono, pieno di ammirazione ed affetto, Servo ed Amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Giordani (1817)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO GIORDANI - MILANO.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 20 Giugno 1817.</date>
            </opener>
            <p>Signore mio Carissimo. Poco per questa, perchè immediate metto mano a un'altra in cui le renderò conto delle osservazioni che ho fatto sopra il suo caro libro in difesa del <hi rend="italic">Dionigi</hi>. Disegno di premetterla alla mia traduzione (della quale non le dico niente perchè mi figuro che il Mai al quale ne ho scritto ne l'avrà parlato) con questo che Ella me ne dia licenza espressa e me ne dica con sincerità ma intera e perfetta, la sua opinione così quanto alle cose come quanto alle parole. La pubblicherò tale quale gliel'avrò spedita, salvo quello che vi potrà mutare il suo giudizio o la mia revisione, perchè la fretta del dettare mi può bene cavar di bocca molte cose che non reggano alla stampa. In essa lettera la tratterò col Voi (perchè la terza persona mi pare grand'impaccio allo stile) il che farei sempre se non temessi di non aver corrispondenza, perchè in verità quando le parlo, vorrei parlarle a quattr'occhi e che non ci fosse sempre la Signoria in mezzo che mi sentisse. Se Ella mi promette di corrispondermi, le prometto anch'io che quanto a Lei farò un crocione alla Signoria. Son persuaso che in queste baie non istà l'amicizia, ma quando un uso porta più comodi e vantaggi che un altro mi par che sta da preferire.</p>
            <p>I consigli che Ella mi dà intorno al curare la mia salute sia certa che gli ascolto e ne fo grandissimo conto e li seguo il più che m'è possibile. Della dozzina spero che ci accorderemo. Basta che Ella si risolva di venire e il più presto che potrà, il che mio padre (che la saluta) vuol che le raccomandi ogni volta che le scrivo. Mi rallegra il sapere che Luigi Uberto Giordani le sia congiunto di sangue. È molto tempo ch'io l'ho per uno del piccol gregge, ma non m'era mai riuscito avendone chiesto a molti, d'aver notizia della sua persona.</p>
            <p>Con quest'altra spero che sarà la sua cartuccia d'associazione alla ristampa del Belcari, per la quale ho creato otto cercatori in diverse città, e tuttavia mi vergogno a pensare che avendole promesso pochissimo le darò molto meno. Ma che vuol che le dica mai se qualche cercatore s'è scordato di cercare non ch'altro nella sua borsa? Non vorrei però ch'Ella si ritenesse dal comandarmi, perchè spero che un'altra volta forse con non maggior premura avrò maggior fortuna. Le sottoscrizioni essendo in più carte, ne le manderò solamente copia, riserbandomi di mandare gli originali a Lei o al Cesari, quando Ella m'abbia detto che sieno necessari, e come potrei fare per non iscomodare il Cesari mandandoli per la posta. Caro Signor Giordani, seguiti a voler bene al suo amantissimo Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Acerbi (1817)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIUSEPPE ACERBI</hi>
               </byline>
               <date>Milano 25 Giugno 1817.</date>
            </opener>
            <p>Stimat.mo Signore. Ho ricevuto l'opuscolo manoscritto ch'Ella mi ha fatto l'onore di spedirmi colla pregiat.ma sua in data 19 Maggio p.o p.o, e non ho risposto prima perchè trattandosi di cosa non inedita e non nuova, sono rimasto in dubbio di accettarlo. Il pregio però della sua traduzione e la gentilezza colla quale Ella ha voluto offrirmelo mi vi hanno determinato. Ella non si farà meraviglia di questa mia sospensione. Ella converrà meco che gli ellenisti non sono il maggior numero de' nostri lettori, e il primo obbligo nostro è quello di soddisfare al gusto ed al bisogno dei più. L'<hi rend="italic">Inno a Nettuno</hi> oltre il merito della traduzione avea quello ancora di essere cosa inedita. Accetti dunque i miei più sinceri ringraziamenti e aggradisca le espressioni della sincera mia stima colla quale mi pregio di essere Suo devot.mo Servitore.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1817)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>Piacenza 3 Luglio <add resp="ed">1817</add>.</date>
            </opener>
            <p>Mio carissimo signor Contino. Son qui per affari domestici: e qui da Milano ricevo la sua gentilissima dei 20 Luglio. Ritenga presso di sè le soscrizioni originali degli associati al <hi rend="italic">Colombino</hi>; e mi mandi in una sola nota i nomi di tutti, che io li spedirò al Cesari. Mi avvisi quando avrà ricevuto il mio <hi rend="italic">Panegirico</hi>, il quale consegnai allo Stella.</p>
            <p>Io voglio fare tutto quello che piace al mio Contino, che singolarissimamente amo: però se le piace diamoci del <hi rend="italic">voi</hi>. Per quest'anno mi sarà impossibile di soddisfare al gran desiderio che ho di venire a Recanati per voi. Ma spero bene che l'anno venturo, poichè sarò stato in primavera a visitare Canova, passerò l'estate a visitarvi; chè ho tante e tantissime cose da dirvi. Riveritemi e ringraziatemi parzialissimamente il vostro signor Padre. Lasciatemi raccomandarvi sempre la vostra salute. Se sapeste quanto mi preme; e quali speranze vi fondo sopra per la nostra Italia! Per carità, fate moto ed esercizio. Desidero le vostre osservazioni sul mio libretto Dionisiano. Degnatevi di scrivermi subito a Piacenza, perchè poi dovrò andare a Venezia e a Vicenza; e le vostre lettere si smarrirebbero. Vi riverisco ed abbraccio con tutta l'anima, mio carissimo Contino. Addio, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Giordani (1817)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO GIORDANI - PIACENZA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 14 Luglio <add resp="ed">1817</add>.</date>
            </opener>
            <p>Vi ringrazio del bando dato alla Signoria. Carissimo Giordani, tenerissimamente vi amo. Sapeva la vostra andata a Piacenza, e sapete da che? dalla gazzetta dove sempre do un'occhiata alle <hi rend="italic">Partenze</hi> per voi. Nondimeno avea creduto più sicuro di spedirvi a Milano il mio parere sul <hi rend="italic">Dionigi</hi>, come ho fatto in una lunga lettera insieme colla nota degli associati al Belcari, agli 11 di questo, pochi momenti prima di ricevere la vostra dei 3. Mando questa pel primo ordinario, ma dubito ch'ella vi trovi a Piacenza, perchè la vostra, come vedete, m'è giunta tardi. Avrei bramato che leggeste subito l'altra mia, ma vedo che subito non l'avrete. Non ho ricevuto il <hi rend="italic">Panegirico</hi>, ma non ve ne maravigliate, perchè qui a ricevere un libro da Milano fuori di posta, dopo ch'è spedito, bisognano spessissimo due o tre quaresime di preparazione, non mai meno di una. Dunque bisognerà aspettare un anno prima di vedervi. Caro Giordani, se io fossi mio, le catene e le inferriate non mi terrebbero che non volassi a voi. Ma io sono come la montagna di Maometto, che tutto si può muovere eccetto lei, e bisogna venirla a trovare. Speranze non fondate sopra di me, che oltrechè non son terreno per questo non vogliate far della mia vita più capitale che non ne fo io, che ogni giorno lo conto per guadagnato. Addio, Giordani mio. M'è gran conforto il pensare a voi in questa mia per più cagioni da qualche tempo infelicissima e orrenda vita. <hi rend="italic">Di, meliora piis</hi>: miglior vita al mio dolcissimo Giordani! Il vostro Leopardi.</p>
            <p>L'<hi rend="italic">Inno a Nettuno</hi> ha avuto fortuna a Roma dove meno dovea. S'arrabattano per trovare quel Ciamberlano, il quale per la paura è corso subito a intanarsi, e rannicchiarsi in me di maniera che siamo diventati tutt'uno. E sì come lassù il saper leggere non è da tutti, credono che la Vaticana m'abbia somministrato l'inno (quando io a bello studio ho detto ch'è stata una piccola libreria di pochissimi manoscritti) e il Custode di quella biblioteca giura che scoprirà chi ne l'abbia cavato senza saputa sua.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1817)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>Piacenza 24 Luglio <add resp="ed">1817</add>.</date>
            </opener>
            <p>Mio adorato Contino. Gran piacere certamente ricevo dalla vostra amabilissima dei 14: ma anche assai dolore. Oh che è questa vita vostra <hi rend="italic">infelicissima ed orrenda</hi>? Perdio mi lacerate il cuore. Non so indovinare ciò che vi molesti: ma troppo chiaro veggo che non siete sano, o almeno vigoroso. Per carità abbiatevi ogni possibil cura. Esercitatevi, divertitevi. Io fermamente mi son posto in cuore che voi dovete essere (e voi solo, ch'io sappia, potete essere) <hi rend="italic">il perfetto scrittore italiano</hi>, che nell'animo mio avevo disegnato da gran tempo, a una certa foggia romanzesca, come il re di Senofonte, e l'orator di Cicerone, e tenni per verificato in voi, appena vi conobbi. Dunque non mancate a tanta gloria vostra, ed onor d'Italia, e consolazion mia. Vi scriverei molto lungamente su questo: ma sono maledettamente affrettato da importune brighe. Nulla ricevo da Milano della vostra lettera col parere sul <hi rend="italic">Dionigi</hi>, e gli associati al Colombini: oh dorrebbemi pur assai che fosse smarrita. Se dopo ricevuta questa vi occorresse scrivermi, dirigete a Venezia per più sicurezza; poichè io (non so quando) ma pur di qua partendo debbo rivolgermi a quella parte. Oh se mi fosse conceduto di venirvi a visitare! ma è impossibile ora. Vogliatemi ricordare servo al signor Conte vostro padre: amatemi, e sopratutto conservatevi: ve ne supplico e ve ne scongiuro. Addio, caro e adorabile mio Contino. Vi abbraccio e riverisco mille volte con tutta l'anima. Perdonate il goffo e frettoloso scrivere. Addio addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Agli Accademici di Viterbo (1817)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AGLI ACCADEMICI DI SCIENZE ED ARTI - VITERBO.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 25 Luglio 1817.</date>
            </opener>
            <p>Signori. Benchè non possa approvare la scelta che avete fatta di me a vostro Socio Corrispondente, nondimeno bisogna che ve ne ringrazi, e tanto più quanto meno posso approvarla: perchè vedendo che nè virtù nè alcuno merito mio nè anche istanza che io ve n'abbia fatta, le ha dato motivo resta che l'attribuisca alla bontà vostra e al desiderio nobilissimo che avete d'incoraggire anche quelli che poca o niuna speranza danno di sè. Però sincerissimamente ve ne ringrazio, e delle cure vostre mi rallegro colla mia nazione, alla quale resta tanto poco del vero amore non dirò delle patrie particolari, ma della nostra comune gloriosissima e sovrana patria che è l'Italia. Con infinito piacere ho veduto nel Libro delle vostre Leggi, che il primo Officio di una delle Classi alle quali v'è piaciuto di scrivermi, è aver cura di mantener bella e incorrotta la nostra lingua. Degnissimo scopo delle fatiche vostre, conservare all'Italia questo tesoro a malgrado degli stranieri e soprattutto della scioperaggine e noncuranza degl'Italiani, la quale dopo averci tolto quanto ha potuto, vorrebbe anche insozzarci e guastarci e quasi toglierci affatto questo prezioso avere della lingua Regina di tutte le lingue viventi, e delle morte se non Regina, certo non suddita. Per cooperare a questa gloriosa impresa io farò quanto potrò, che pure sarà pochissimo, e spero che l'amore che porto ardentissimo alla nostra patria, e la gratitudine e la corrispondenza che debbo all'onore che Voi mi avete fatto, aiuteranno la debolezza e piccolezza mia a far quello che da sè non potrebbe.</p>
            <p>Sono, o Signori, con somma stima e gratissimo animo vostro umilissimo e obbligatissimo servo Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1817)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>Piacenza 27 Luglio <add resp="ed">1817</add>.</date>
            </opener>
            <p>Contino mio infinitissimamente caro. Oggi ricevo da Milano la vostra dei 7, e gli associati Colombini. All'ultima vostra risposi subito: degli associati vi ringrazio tanto tanto; e gli spedisco al Cesari. Della dissertazioncella vi dico di cuore ch'ella mi riesce stupendissima, per ogni verso; nè io pur so come ripugnare alla vostra opinione, che avete poi dichiarata con tanto e ingegno e giudizio, e pellegrina e fina erudizione. Solo crederei che non faceste caso di quell'<foreign lang="grc">απεστρεγον τας ακμασ</foreign>. Io lo tradussi <hi rend="italic">raddrizzavano</hi>; per esprimere con una sola parola, a chi non era informato di quegli usi barbari, che le spade prima si <hi rend="italic">curvavano</hi>, e poi si <hi rend="italic">rivolgevano</hi> al primiero stato. Ma vedete, che ammessa la prima notizia, sta benissimo il vocabolo dionisiano <hi rend="italic">rivoltavano</hi>; nè ci è bisogno del Poliziano.</p>
            <p>Tutto va bene della erudizione e degli studi. Ma della salute voi mi fate spasimare. Che è questa <hi rend="italic">lunghezza</hi> e <hi rend="italic">frequenza d'incomodi</hi>? e quali <hi rend="italic">incomodi</hi>? Per carità: o ubbiditemi, o non mi scrivete mai più. Se non volete scemare (e bisognando, anche cessare per un pezzo) le fatiche mentali; divertirvi; esercitare il corpo: se vi ostinate a volervi o ammazzare o incadaverire; fatemi la carità, scordatevi di me, non mi dite più niente; e risparmiatemi questa pungentissima afflizione. Quasi patirei meno vedendovi rovinare ne' vizi (come fanno milioni di pari vostri) che vedere un eccesso di virtù condurre a perdizione un miracol di natura. Vel dico davvero; non mi regge il cuore di restarvi amico, se non attendete (ma da senno) a conservarvi. Voi mi date una gran tortura, accennandomi mali, e tristezze <hi rend="italic">orrende</hi>; e non dicendomi quali. Oh Contino mio, se conoscete l'amicizia (bench'ella sia rara al mondo, pur ce n'è), abbiate qualche cura e di voi e di me. Scusate l'estrema fretta colla quale vi scrivo. Mille ossequi al signor Conte vostro Padre. Oh se potessi venir volando a vedervi! Addio: v'abbraccio col cuore, e vi raccomando voi stesso e me, che voglio (quanto posso) esser uno con voi. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Giordani (1817)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO GIORDANI - VENEZIA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 8 Agosto <add resp="ed">1817</add>.</date>
            </opener>
            <p>Quando un giovane, Carissimo mio, dice d'essere infelice, d'ordinario s'immaginano certe cose che io non vorrei che s'immaginassero di me, singolarissimamente dal mio Giordani, per il quale solo io vorrei essere virtuoso quando bene non ci avesse altro Spettatore nè alcun premio della virtù. Però vi voglio dire che benchè io desideri molte cose, e anche ardentemente, come è naturale ai giovani, nessun desiderio mi ha fatto mai nè mi può fare infelice, nè anche quello della gloria, perchè credo che certissimamente io mi riderei dell'infamia, quando non l'avessi meritata, come già da qualche tempo ho cominciato a disprezzare il disprezzo altrui, il quale non crediate che mi possa mancare. Ma mi fa infelice primieramente l'assenza della salute, perchè, oltrechè io non sono quel filosofo che non mi curi della vita, mi vedo forzato a star lontano dall'amor mio che è lo studio. Ahi, mio caro Giordani, che credete voi che io faccia ora? Alzarmi la mattina e tardi, perchè ora, cosa diabolica! amo più il dormire che il vegliare. Poi mettermi immediatamente a passeggiare, <hi rend="italic">e passeggiar sempre senza</hi> MAI <hi rend="italic">aprir bocca nè veder libro</hi> sino al desinare. Desinato, passeggiar sempre nello stesso modo sino alla cena: se non che fo, e spesso sforzandomi e spesso interrompendomi e talvolta abbandonandola, una lettura di un'ora. Così vivo e son vissuto coi pochissimi intervalli per sei mesi. L'altra cosa che mi fa infelice è il pensiero. Io credo che voi sappiate, ma spero che non abbiate provato, in che modo il pensiero possa cruciare e martirizzare una persona che pensi alquanto diversamente dagli altri, quando l'ha in balia, voglio dire quando la persona non ha alcuno svagamento e distrazione o solamente lo studio, il quale perchè fissa la mente e la ritiene immobile, più nuoce di quello che giovi. A me il pensiero ha dato per lunghissimo tempo e dà tali martirii, per questo solo che m'ha avuto sempre e m'ha intieramente in balia (e vi ripeto, senza alcun desiderio) che m'ha pregiudicato evidentemente, e m'ucciderà se io prima non muterò condizione. Abbiate per certissimo che io stando come sto, non mi posso divertire più di quello che fo, che non mi diverto niente. In somma la solitudine non è fatta per quelli che si bruciano e si consumano da loro stessi. In questi giorni passati sono stato molto meglio (di maniera però che chiunque sta bene, cadendo in questo meglio, si terrebbe morto) ma è la solita tregua che dopo una lunga assenza è tornata, e già pare che si licenzi, e così sarà sempre che io durerò in questo stato, e n'ho l'esperienza continuata di sei mesi e interrotta di due anni. Nondimeno questa tregua m'avea data qualche speranza di potermi rifare mutando vita. Ma la vita non si muta, e la tregua parte, e io torno o più veramente resto qual era. Lasciamo queste ciarle e non accade che mi rispondiate sopra questo argomento, del quale è noioso e soprattutto eccessivamente inutile a ragionare.</p>
            <p>Avrei carissimo che mi definiste il vostro <hi rend="italic">perfetto scrittore italiano</hi>, perchè sono persuaso che per diventar mediocre bisogni mirare all'ottimo. Ma che cosa non avrei caro di sentire da voi, specialmente intorno alle nostre care Lettere belle, alle quali pensando dì e notte, non ho persona a cui dirne una parola quando tutti gli uomini naturalmente desiderano di parlare di quello che loro importa, e spesso come io fo, disprezzano tutti gli altri discorsi. Credo che se ci vedremo, io starò qualche giorno senza dirvi niente, per non sapere da che cominciare. Non sarà poco se vi darò spazio di mangiare e di dormire, che non v'assedi del continuo col mio favellare. Sto ora quanto posso coi trecentisti, innamorato di quello scrivere, e non che comprenda, ma vedo e tocco con mano, che come lo stile latino trasportato in questa lingua, non vi può star se non durissimo, e come diciamo volgarmente, tutto d'un pezzo, così lo stile greco vi si adatta e piega, e vi sta così molle così dolce, naturale, facile, svelto, che in somma sta nel luogo suo e par fatto a posta per questa lingua. Ecco qui un nembo e una furia di pensieri, che vi vorrei dire: li serbo per quando ci vedremo. Molto vi compatisco nelle vostre brighe e molestie. Cotesti sono quelli che i Greci chiamavano <foreign lang="grc">ἄθλους</foreign>. Spesso mi viene in bocca e mi piace assai questa parola ora che uno <foreign lang="grc">ἄθλος</foreign> che io facessi, sarebbe l'ultimo. Se non che questo pure è un terribile <foreign lang="grc">ἄθλος</foreign> d'ingoiarsi così i giorni e i mesi come fo io. Con qual parola italiana renderemmo questa greca? <hi rend="italic">Travaglio</hi> ha il disgustoso ma non il grande e il vasto. Non per tanto io non m'arrischio di affermare che questa parola non si possa rendere in italiano, tanto poco mi fido di conoscere questa nostra lingua sovrana immensa onnipotente. Mi dispiace che non abbiate ricevuta la mia sopra il <hi rend="italic">Dionigi</hi>, solamente perchè in essa per mettere in chiaro la quistione, recava certi confronti nuovi, che non vorrei che qualche straniero li mettesse fuori prima degl'italiani, nè anco che venissero in mente al Visconti, il quale sinceramente vi dico che io non amo niente affatto, perchè mi pare che si sia scordato dell'Italia, (a cui, lasciando stare che è sua patria, di che non è tenuto un antiquario?) avendone abbandonato non solo la terra ma la lingua. Mi direte che scrive le sue cose in francese, perchè tutti l'intendano. Rispondo che queste cose che hanno a essere Europee, non vanno scritte nè in francese nè in italiano (come facea il Visconti quando era in Italia) ma in latino, e ve n'addurrei molte prove, ma voi già le saprete, ed io non voglio esser troppo lungo. Vi rimando la nota degli associati al Belcari, ma mi dispiace che l'abbiate senza l'altra mia, dove nuovamente vi scongiurava a perdonarmi la scarsezza del numero che m'è scemato crudelmente fra le mani. Perchè intanto voi non avete avuto da me alcun ringraziamento pel vostro libro sul <hi rend="italic">Dionigi</hi>, vi dico che ve n'ho sommo obbligo, e che m'è infinitamente piaciuto, tanto che l'ho letto due volte da capo a piè, e molte altre sparsamente qua e là, e che nell'altra mia vi ringraziava singolarmente della cura che avevate avuta di mandarmelo così subito pubblicato. Mio padre vi saluta molto caramente. Ed io v'abbraccio e vi lascio, o mio Giordani. Il vostro cuore vi dica quanto io v'ami. Credo che se non è quanto meritate, che solamente sia perchè tanto non si possa. Addio, mio caro e soavissimo Giordani. Sono il vostro buon Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Giordani (1817)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO GIORDANI - VENEZIA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 11 Agosto <add resp="ed">1817</add>.</date>
            </opener>
            <p>Mio dilettissimo Giordani. Come volete che io non conosca l'amicizia, leggendo le lettere vostre e considerando il cuor mio? Se le ho avuto poco riguardo parlandovi di me in maniera indiscreta, perdonatemi. Già rispondendo alla vostra dei 24 Luglio, v'ho detto quello che potevate bramare del mio modo di vivere. Non temete, caro Giordani, che v'ubbidisco: siatene sicuro. Oh credete forse che non vi ami? o che non mi ami? E se non lo credete, perchè volete credere che mi ostini in far quello che mi nuocerebbe? E che prova ne avete? Stando in Recanati e come ci sto io, niente mi può consolare della privazione degli studi, e nondimeno perchè vedo che mi bisogna stare un pezzo senza studiare e per ubbidire a voi, non istudio, e così fo da molto molto tempo. Sappiate che sono sei mesi che io non iscrivo, e leggo così poco che si può dir niente: la traduzione di <hi rend="italic">Dionigi</hi> la feci nel Gennaio passato. Dettare una lettera poi, caro Giordani, non è gran cosa. Dunque non crediate che io sia disubbidiente con voi. Della dissertazioncella voglio che mi diciate sinceramente se credete bene, che fattovi qualche cangiamento e troncamento, si stampi, o vero stimate che anche posto che la mia opinione sia vera, volendola pubblicare, bisogni esporla in altro modo: perchè io la pubblicherei nello <title>Spettatore</title> per la ragione che v'ho detta nell'ultima mia. Povero mio Giordani, mi par di vedervi travagliato da affanni e noie. Non vorrei già aumentarvegli io; però rispondetemi brevemente, che benchè d'ordinario la sola brevità mi possa dispiacere nelle vostre lettere, adesso mi ci piacerà molto. La tregua di cui vi parlava nell'ultima mia, non è passata, sì che non v'affliggete per me. Oh possibile che v'abbia ad esser cagione d'affliggervi io, che vorrei esser sempre afflitto perchè voi foste sempre lieto? Lieto lietissimo vi voglio sempre o mio Giordani, che a questo ci hanno a servire gli studi, e la considerazione del Bello che tutto giorno ci sforziamo d'imitare. Mio padre vi saluta. Addio addio mio incomparabilissimo Giordani. Il vostro Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1817)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>Piacenza 20 Agosto <add resp="ed">1817</add>.</date>
            </opener>
            <p>Mio carissimo Contino. Ebbi la vostra bellissima anzi stupenda lettera sul mio opuscolo Dionisiano: e subito ve ne risposi. Ora vi scrivo; perchè non posso andare così presto a Venezia, come credevo, e vi avevo detto. Ma rimarrò qui tutto questo mese, e più ancora; però mi fareste gran regalo se mi scriveste qualche cosa della salute e dell'umor vostro; di che mi avete lasciato, con poche parole, una pena incomportabile. Ditemi dunque, per carità, come ve la passate. Almeno sfogatevi meco. Mandai la vostra Dissertazioncella all'ottimo Mai, che l'ha molto lodata. Da lui intendo che il Ciampi meni rumore, e voglia strepitare ne' giornali, contro Mai, contro me: di che mi curo meno che del nulla. Vorrei intendere che il mio Contino fosse sano e lieto: questo mi preme sopra ogni cosa: per carità scrivetemene. Ditemi se mai vi è giunto il mio <hi rend="italic">Panegirico</hi>. Ricordatemi servitore al vostro signor Padre. Io sto qui brigandomi di fabricarmi la mia indipendenza coll'accomodare il mio patrimonio: ma l'incredibile difficoltà di vender terreni mi fa disperare. Addio, amatissimo Contino mio: state sano, amatemi e scrivetemi. Vi amo e vi abbraccio con tutto il cuore. Addio.</p>
            <p>Il Cesari di Verona, al quale ho scritto molto di voi, mi risponde che io vi faccia sapere ch'egli vi stima ed ama assai.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Giordani (1817)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO GIORDANI - PIACENZA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati <add resp="ed">29 Agosto 1817</add>.</date>
            </opener>
            <p>Caro Carissimo Dilettissimo Giordani. Due lettere io v'avea indirizzate a Venezia prima di ricevere la vostra dei 10. Non crediate che potessi stare tanto tempo senza scrivervi. Nella prima vi pregava che non pensaste di me quello che con poco pericolo di sbagliare si pensa dei giovani, quando dicono di essere infelici; vi diceva che benchè io abbia molti desideri nessuno ha potuto mai nè potrà farmi infelice; che tale mi fa l'assenza della salute, che togliendomi lo studio in Recanati mi toglie tutto, oltre al pensiero, che è stato sempre il mio carnefice e sarà il mio distruttore s'io durerò in poter suo in questa solitudine; vi descriveva la mia vita che da sette mesi in qua consiste in passeggiare solitariamente, potendo appena fare un'ora di lettura al giorno; vi pregava che aveste per certissimo che io stando come sto, non posso più divertirmi di quello che fo, che non mi diverto niente; aggiungeva che per essere stato alquanti giorni meglio della salute, era entrato in molta speranza di potermi rifare mutando vita la quale non si muta perchè questo non istà in me; facea qualche castello in aria sopra la vostra visita tanto desiderata; vi dicea qualche bagattella sopra i trecentisti; e vi compativa come fo nelle vostre brighe e noie, confortandovi ad aver pazienza. Nell'altra lettera mi sforzava di placare la pietosa ira con cui mi avevate scritto il 27 Luglio, assicurandovi che io non sono ostinato, ma vi ubbidisco veramente avendo passato sette mesi senza scrivere si può dir niente, e con leggere più che pochissimo, ed essendo poca cosa l'aver dettata una lettera. In ultimo vi pregava come vi prego anzi vi scongiuro e vi comando, di non v'affliggere in nessun modo per me, che volentieri sarei sempre afflitto perchè voi foste sempre lieto. Quanto al mal presente, bisogna far grand'animo e sopportarlo, e quanto al danno che ne potrà venire, che ci s'ha a fare? Basta ch'io non ci avrò colpa. Vedete che non posso dire di esser sano: ma lieto mi sforzo di essere per amor vostro. Avrei sommo bisogno di distrazioni, ma non ne ho: oimè mi ridarebbero la salute e la vita. Intanto la tregua che m'hanno conceduta i miei incomodi non è stata breve. Voi state lieto e amatemi, chè così sarò lieto ancor io. Alla dissertazione levo alcune cose, altre ne aggiungo, e la mando allo <title>Spettatore</title>. Ditemi se fo bene o male. Del Ciampi rideremo. Non so come si possa strepitare essendo stato trattato così bene, s'abbia ragione o no. Che gente! Ristringiamoci tra noi, caro Giordani, che siamo ben pochi al mondo di buon cuore, e siete ben pochi di buona testa. Aspetto a braccia aperte il vostro <hi rend="italic">Panegirico</hi>, che mi deve essere stato spedito tre mesi fa. Un altro piego di libri speditomi da Milano quattro mesi addietro ancora non mi è giunto. Di un'ordinazione che feci tre mesi sono non ho nuova. In somma si sta tra animali e non si può pure arrivare a sapere quello che la gente scriva. Assicuratevi che è una disperazione. Scrivendo al Mai e al Cesari salutatemeli caramente. Vorrei vedere i nuovi opuscoli del Mai, vorrei vedere le Lezioni del Cesari, ma non giova pure a ordinarle. Le leggerò a Milano, se Dio vorrà che ci venga mai. A Recanati posso morire; certo è che non ci vivrò. Mio padre vi saluta. Ditemi se, l'articolo sopra il giudizio del Visconti nello <title>Spettatore</title> è veramente vostro come io ho creduto. Ho ricevuta l'ultima vostra dopo 15 giorni. Le lettere di Milano mi giungono in cinque. Forse sarà meglio che l'indirizzo lo facciate a Recanati a dirittura. Addio, caro Giordani. <hi rend="italic">Sufficit talem amicum habuisse</hi>. Oh mel conservi Iddio, che sarebbe una morte per me qualunque sciagura sua. Addio addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1817)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>Piacenza 1° Settembre <add resp="ed">1817</add>.</date>
            </opener>
            <p>Mio carissimo Contino. È gran pezzo che non ho nuove di voi: e a me bisogna darvene delle mie. V'avevo scritto che sarei andato a Venezia; e che potevate là scrivermi. Ma perchè non è ancora il tempo ch'io possa fare quello che più vorrei, son forzato mancare a Cicognara e a mio fratello, a' quali avevo promesso, anzi a me stesso, e rimanermi qui; d'onde non mi muoverò certamente fino alla calda stagione dell'anno venturo: salvo una breve corsa che dovrò fare a Milano in novembre. Del resto, eccomi veramente incardinato in Piacenza, dove mi fa star volentieri l'esperimento preso di molti altri paesi. E voi come state, mio dilettissimo Contino? datemi vostre nuove; datemene, ve ne prego; e ditemi della vostra salute; della quale son sempre ansioso. Ho passati ultimamente alcuni giorni a Milano, e molto si parlò di voi col raro Mai, e della vostra stupenda Dissertazione sul <hi rend="italic">Dionigi</hi>; la quale ho lasciata in mano del Mai; che ve ne scriverà. Io vivo e vivrò qui; dove sono molte miserie, molta ignoranza, alcuni uomini eccellenti e rarissimi. Se non ci fosse una miserabile e vergognosa penuria di libri, di nulla mi dorrei. Ma se mancano per istudi profondi, bastano per passare in qualche modo il tempo: nè io voglio far altro. Conservatevi diligentemente sano e lieto, mio amatissimo Contino; amatemi e scrivetemi, e ricordate la mia servitù signor Conte vostro padre. V'abbraccio col cuore.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Mai (1817)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANGELO MAI - MILANO.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 5 Settembre 1817.</date>
            </opener>
            <p>Stimatissimo e Carissimo Signore mio. La ringrazio della sua gentilissima tanto più cara perchè m'è giunta improvvisa, non credendo io che quel mio povero scritto m'avesse a fruttare questo piacere. De' modi che usa meco e delle cose che mi scrive non le so dire se non che non potendo con altro, le corrispondo colla gratitudine e coll'affetto vivo e sincerissimo quanto altri potrebbe mai. Le lodi che le piace di dare al mio scritto, già si sa che non le posso accettare se non per testimonio della benignità sua. In verità io non ho voluto dire che nel <hi rend="italic">Dionigi</hi> fosse turbato l'ordine dei tempi: anzi Ella vede come mi sono sforzato di provare che l'ordine che vi si trova non gli vale a farsi credere un Compendio. Ma debbo avere usato qualche parola equivoca con cui però ho voluto significare interrompimento e non isconvolgimento della serie. Nè anche mi pare di aver detto che il compilator dell'Estratto sia stato di poco giudizio: perchè tutto il male che ho detto dell'Opera pigliata per Compendio, se questa si pigli per Estratto, viene a essere come non detto. Anzi se ho a dire il vero, mi pare che chi fece l'Estratto fosse giudizioso ed intendesse bene l'autore, cosa che Ella sa quanto spesso si desideri in questi tali. Ma rivederò il mio scritto, e trovandovi questi errori, li correggerò. Io dubitava che certe mie parole intorno al Ciampi potessero parer troppo gravi: ora ch'Ella me n'ammonisce, le muterò. Forse la Lettera si pubblicherà tra non molto, come ho scritto al nostro Giordani prima a Venezia poi a Piacenza non sapendo che fosse tornato a Milano. Ella si figuri con quanto piacere e gratitudine riceverò il <hi rend="italic">Sibillino</hi> che Ella ha pubblicato e vuol donarmi. Senz'altro i posteri peneranno a credere che Ella abbia potuto fare tante cose tanto belle in tanto poco tempo. Ora quanto non mi debbo rallegrare io che un uomo come lei non isdegni di pensare a me e scrivermi e mostrarmi tanta benevolenza? Non le sia grave poichè ha cominciato, di seguitare, avendo per cosa infallibile che io come sono così sempre di cuore sarò Suo devotissimo e affettuosissimo servo Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1817)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>Piacenza 9 Settembre <add resp="ed">1817</add>.</date>
            </opener>
            <p>Contino mio amatissimo. Vi scrissi pochi giorni sono, per avvisarvi che di qua non posso muovermi, nè andare a Venezia e a Vicenza. Ora rispondo alla vostra carissima dei 29 Agosto. Spero certamente che da Venezia il mio amico Cicognara mi rimanderà le vostre due. Non mancai di salutare per voi il Cesari ed il Mai, che già vi stimano e vi amano assai. Se stampate la lettera Dionisiana, credo che debba farvi grandissimo onore: e molto l'ammirò anche il Mai, col quale ne ho parlato ultimamente in Milano; come vi scrissi. L'articolo sul giudizio viscontiano fu scritto da me; ma nella stampa mutato. Io non mi muoverò di qua; se non forse un poco in Novembre, per andare pochi giorni a Milano. Però scrivetemi qua, ognora che senza disagio il potete, per consolarmi. Duolmi assai assai della vostra salute; che non cesserò mai di raccomandarvi. Gran rimedio, e unico, sarebbe muovervi, distrarvi, cercar un poco di nuovo paese: e comincierei da Roma. Penso che il vostro signor Padre avrà cura di un sì prezioso figlio; e penserà non poter meglio usare la sua fortuna che nel conservarvi sano e lieto, e mantenervi a quelle uniche e rarissime speranze che di voi ha l'Italia.</p>
            <p>Quanto siete buono, Contino mio caro! Ma toglietevi affatto dall'affliggervi o inquietarvi mai per me. Sappiate che io sono indurato ai mali; e difficilmente può accadermi cosa alla quale non basti la mia pazienza. Ora però sto bene; e non posso lamentarmi di nulla. Se i miei impeti di studio non fossero rarissimi e brevissimi, piglierebbemi voglia di scappare da questo povero paesaccio, dov'è propriamente miserabile e vergognosa la penuria de' libri anche più usuali. Ma poichè io non voglio leggere se non per riguadagnare il sonno, ch'è l'elemento della mia vita, posso facilmente tollerare questa miseria. In tutto il resto ho cagione di esser contento. Qui (come altrove), nobiltà ignorante e superba; preti ignoranti e fanatici; moltitudine infinita di sciocchi; miserie e vizi; un governo che fa pietà: ma alcuni uomini eccellenti e rarissimi; dai quali posso continuamente imparare; amici fedelissimi e cari; qualche donna amabile; molta libertà di pensare e di parlare. Le mie cose spero d'accomodarle in modo d'averne indipendenza e qualche agiatezza. Gran consolazione mi dà la sorella, che è il miglior cuore del mondo; d'una ingenuità soavissima; affezionata a me quanto mai si può. Mi diverto ad esercitare pazienza colla mia buona madre, che è la più sublime e la più incomoda santa della terra: mi diverte il potermi vantare di sopportare una santità che impazientirebbe gli apostoli e i profeti. Mio fratello, diligentissimo nei danari, ma del restante buon uomo, vive lontano; va seminando evangelio per coglier pecunia (la quale saviamente pensa che non è mai troppa) e viviamo concordissimi. E io vivo quieto, libero, contento: poichè bisogna pur contentarsi del mediocre: <hi rend="italic">facilem amo vitam parabilemque</hi>. Dunque Contino mio, di me non vi prendete mai pena. Oh se io potessi venirvi a trovare, e consolarvi un poco! Ma vedete che debbo pur mancare della promessa al fratello, e all'amico Cicognara. Spero che l'anno venturo vi vedrò sicuramente. Ponete ogni vostro pensiero a conservarvi. Perchè non cavalcate? ciò dovrebbe pure giovarvi. Lo studio v'è nocivo; ma l'ozio noioso vi tormenterà: procacciatevi dunque (ve ne prego) qualche salubre esercizio. Non potete credere quanto mi punge il pensiero d'una salute sì preziosa. Addio, carissimo: v'abbraccio cordialissimamente: riveritemi il vostro signor Padre; e seguitate a volermi bene, poichè io sono tutto vostro. Addio, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.M.Silvestrini (1817)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIUSEPPE MARIA SILVESTRINI</hi>
               </byline>
               <date>Roma-Minerva-Ospizio 10 Settembre 1817.</date>
            </opener>
            <p>Stim.o Sig.r Conte mio Padrone. Il carissimo Sig. D. Natanaele Fucili mi ha favorito a di Lei nome il prezioso dono della traduzione del lib. 2° dell'<title>Eneide</title> di Virgilio: veramente preziosa per la purezza ed eleganza dello stile, e per la proprietà esatta e fedele e concisa de' sentimenti del sempre grande Autore. Ad altri l'ho communicata, e tutti encomiandola fino alle stelle bramano dalla di Lei felice penna la traduzione degli altri libri, che si lagnano d'essere dimenticati. Lo bramo anch'io, e frattanto la ringrazio di tanta bontà e considerazione che non meritavo.</p>
            <p>Al P. Taylor ho consegnato la di Lei pagella. Anch'egli stenta alcun poco a determinare i vocaboli tecnici di marineria, ma è già a buon termine. Subito che avrà compito il lavoro, mi farò un dovere di trasmetterlo o direttamente, o per mezzo di D. Natanaele.</p>
            <p>La prego de' miei rispetti a' Signori di sua Casa, e specialmente al Sig. Decano degnissimo, e alla Sig.a Masucci, o Sig. Marchese Melchiori, i quali ebbi la sorte d'inchinare più volte nelle terme Umanatensi. La prego altresì dell'onore de' suoi comandi, considerandomi per suo dev.mo obb.mo servitore.</p>
            <p>Ad eccitamento ulteriore le sia la ristampa della traduzione di Annibal Caro che si sta preparando nobilissima a spese della Principessa di Galles.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Acerbi (1817)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIUSEPPE ACERBI - MILANO.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 12 Settembre 1817.</date>
            </opener>
            <p>Stimatissimo Signore. Le spedisco per la posta una brevissima Dissertazione in forma di lettera sopra il <hi rend="italic">Dionigi</hi> del Mai, della quale avendomi scritto lo stesso Mai ed altri con certa approvazione, ho creduto che non per il merito suo, ma per l'importanza dell'argomento non le dovesse esser discaro di averla. Desidererei sapere se Ella l'accetta, perchè intendo che il Ciampi porti di mal animo quello che è stato scritto sopra il suo libro contro il Dionigi, e voglia rispondere, la qual risposta mi sarebbe molto molesto che fosse già divulgata pubblicandosi la mia lettera, perchè parrebbe che io dovessi prendere a esaminarla il che per molte ragioni non voglio fare. Già son certissimo che l'essere stato più volte lodato il Ciampi nella sua <hi rend="italic">Biblioteca</hi> non fa caso perchè non v'entrino opinioni diverse dalle sue. Mi perdoni il fastidio e mi creda perpetuamente suo devotissimo obbligatissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Silvestrini (1817)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIUSEPPE M. SILVESTRINI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 19 Settembre 1817.</date>
            </opener>
            <p>Signor mio pregiatissimo. Ella mi ringrazia del piccolissimo dono in maniera che io stesso resto in obbligo di ringraziarla. Ella veda che fa, quando mi esorta a continuare la traduzione di Virgilio. Non è da me il vincere un traduttore così grande come è il Caro, e se non lo vincessi, ritraducendo l'Eneide, <hi rend="italic">actum agerem</hi>: oltrechè da pochi versi, posto che non sieno pessimi, non si può argomentare che io sia buono a tradurre un gran poema. Ma la sua bontà per me, non l'ha lasciata considerare queste ragioni. Le domande al P. Taylor non sono mie ma di mio fratello Carlo, che avrà molto obbligo così a Lei come al nominato Padre dello scioglimento di quei dubbi che gli bisognerebbe per compire una sua traduzione delle lettere sopra Buonaparte a Santelena di Guglielmo Warden, le quali non so se ella abbia vedute costì, essendo rarissime in Italia, e non trovandosi vendibili nè anche a Milano. Con piacere vedrei il manifesto della nuova edizione del Caro, la quale mi par difficile che riesca meglio di quella che s'è fatta in Milano l'anno passato colle belle stampe del Sonzogno, e colle cure fra gli altri del sommo poeta italiano de' nostri tempi, voglio dire Vincenzo Monti. Avendo in mano qualche copia di cotesto manifesto mi farebbe favore trasmettendomela o direttamente o per mezzo di D. Natanaele. Capitandomi l'occasione ben volentieri adempirò quel che Ella m'ingiunge colla Signora Masucci, e col Marchese Melchiori, che ora passano la più parte dell'anno in campagna. I miei di casa la risalutano cordialmente. Avrò molto caro che Ella mi conservi la sua benevolenza e mi dia occasione di mostrarmele devotissimo obbligatissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1817)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>Piacenza 21 Settembre <add resp="ed">1817</add>.</date>
            </opener>
            <p>Mio carissimo Contino. Ricevo da Venezia le vostre 8 e 11 agosto. Che volete? è un pezzo ch'io l'ho detto a me stesso, e l'ho detto a molti; ora non posso tenermi che nol gridi a voi medesimo: <hi rend="italic">Inveni hominem</hi>. Appena lo credo a me proprio; ma è vero. Che ingegno! che bontà! E in un giovinetto! e in un nobile e ricco! e nella Marca! Per pietà, per tutte le care cose di questo mondo e dell'altro, ponete, mio carissimo Contino, ogni possibile studio a conservarvi la salute. La natura lo ha creato, voi l'avete in grandissima parte lavorato quel <hi rend="italic">perfetto scrittore italiano</hi> che io ho in mente. Per dio, non me lo ammazzate. Dovete sapere che nella mia mente è fisso che il perfetto scrittore d'Italia debba necessariamente esser nobile e ricco. Nè crediate che sia adulazione: chè anzi la vostra dolcezza si spaventerebbe se sapesse a qual segno io fierissimamente disprezzo più d'ogni altra canaglia i nobili, quando sono asini e superbi. Ma per molte ragioni, che un giorno dirò a stampa, io vorrei che la maggior parte de' nobili fosse virtuosa e culta; parendomi questa l'unica ragionevole speranza di salute all'Italia. E poi tante cose dee sapere e potere e volere lo scrittore perfetto che non può volere e potere e sapere se di nobiltà e ricchezza non è munito. Io poi lo voglio ingegnosissimo: e non conosco (benchè tanti ne conosca) un ingegno maggior del vostro. Lo voglio di costumi innocentissimi; lo voglio innamorato d'ogni genere di bello; lo voglio di cuor pietoso, e di animo alto e forte. Ed ora voi mi consolate tutto, accertandomi che sapete disprezzare gl'ingiusti disprezzi, e che della infamia temereste solo il meritarla. Oh bravo! tutte quelle sopradette perfezioni già le avevo in voi notate. Lo voglio erudito, lo voglio dottissimo di greco e di latino: e in queste cose non trovo in tutta Italia un uom maturo da paragonare a voi così garzonetto. Lo voglio innamorato del trecento; lo voglio persuaso che il solo scriver bello italiano può conseguirsi coll'unire lingua del trecento a stile greco. Ed eccomi appunto dalla vostra degli 8 assicurato che voi intendete a fondo e la necessità e la possibilità di questa unione. La qual cosa avendo voi intesa, non vedo che altro vi resti da intendere. Dunque per l'amore d'ogni cosa amabile, fate, Giacomino mio adoratissimo, di tener vivo all'Italia il suo perfetto scrittore, ch'io vedo in voi e in voi solo. Non vi avviliscano le malinconie, le languidezze presenti, i <hi rend="italic">martirii del pensiero</hi>: io le ho provate tutte nella vostra età: e sono sopravvissuto. Io sino ai venti anni sono stato così moribondo che nè io nè altri potesse di dì in dì promettermi una settimana di vita: ed ho avuto molte altre calamità, che voi Dio grazia non avete. Dunque confidatevi: amatevi, curatevi. Conservate la vostra vita, come se l'aveste in deposito dall'Italia, e come se nel deposito si conservassero grandissime speranze di gloria e di felicità nazionale. S'io fossi nato nobile e ricco e robusto, sarei stato il vostro precursore; ed avrei mostrato all'Italia ch'ella poteva (in questo merdoso secolo) avere uno scrittor buono, e sperarne un ottimo. Figuratevi dunque con quanta ansietà guardo voi, l'unico del quale io speri che sia ciò che io non potei essere, e ciò che tanti e tanti neppur sanno desiderare di essere. Io ho innanzi agli occhi tutta la vostra futura gloria immortale: al che nulla vi bisogna fuorchè vivere. Per l'Italia nostra, mio Giacomino, per la nostra sfortunata e cara madre, sappiate vivere. A ciò solo pensate: <hi rend="italic">reliqua omnia adiicientur tibi</hi>. Della vostra lettera dionisiana già vi scrissi come a me e al Mai (che l'ha nelle mani) parve maravigliosamente bella; e vi ripeto che la stampiate pure. Riveritemi assai assai il vostro signor Padre; scrivetemi spesso: volete me' ch'io non vi chieda che mi vogliate bene: lo so, lo so che me ne volete, e dovete volermene. Come non amereste un uomo, che amando pochissimi, voi ama singolarmente e smisuratamente? Addio, deliziosissimo e miracoloso Giacomino mio. Vi ama con tutto il cuore il vostro Giordani.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Giordani (1817)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO GIORDANI - PIACENZA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 26 Settembre 1817.</date>
            </opener>
            <p>Mio carissimo. Rispondo alle vostre dell'1 e del 9. Il nostro buon Mai mi ha scritto con quella cortesia che suole. Ho risposto: ma non avrà ricevuta la lettera se ha intrapreso il viaggetto che mi diceva. Veramente è un bel vezzo quello dello <title>Spettatore</title> di mutare a beneplacito gli scritti altrui. A me pure ha fatto tante volte questo servigio, che ho giurato di non fargli aver più sillaba del mio; ma perchè è pure una cosa comoda quell'avere un giornale a sua posta, come questo finora m'è stato, temo di non diventare spergiuro una volta o l'altra. La salute in questi giorni potrebbe andar peggio. Di muoversi di qua nè anche si sogna. A voi succede quello che succederà a me se mai vedrò il mondo; di averlo a noia. Allora forse non mi dispiacerà e fors'anche mi piacerà quest'eremo che ora abborro. E quando dico mondo, intendo questo mondo ordinario, perchè forse volendo non otterrei, ma certo non voglio nè titoli, nè onori nè cariche, e Dio mi scampi poi dalle prelature che mi vorrebbero gittar sul muso, Dio mi scampi da Giustiniano e dal <hi rend="italic">Digesto</hi> che non potrei digerire in eterno. Certo che non voglio vivere tra la turba; la mediocrità mi fa una paura mortale; ma io voglio alzarmi e farmi grande ed eterno coll'ingegno e collo studio: impresa ardua e forse vanissima per me, ma agli uomini bisogna non disanimarsi nè disperare di loro stessi. Se però vi concedo di essere stanco del mondo, non vi concedo già di essere stanco nè punto meno ardente negli studi, ne' quali vi voglio sempre caldissimo e ardentissimo anche per me, che tutte le forze in questa maladetta città bisogna che le pigli dall'animo mio e dalle lettere vostre. Però non mi parlate di queste cose con isvogliatezza, chè mi scoraggite. Non accade incolpare la penuria di libri. Già non è per voi l'apprendere, ma il far fruttare l'appreso. Se credete che io stia molto bene a libri, v'ingannate ma assai. Se sapeste che Classici mi mancano. Uno che ve ne nominassi vi farebbe arrossire per me: e certo mi darete della bestia pel capo quando verrete qua. Ma le mie entrate non bastano per comperarli: e delle altrui io non mi voglio servire più che tanto. Credo che sarete persuasissimo che qui nè per governo, nè per nessun'altra cosa non si stia meglio che a Piacenza. Questa poi è la capitale de' poveri e de' ladri: ma i vizi mancano (eccetto questo di rubare) perchè anche le virtù. Ditemi di grazia almeno i nomi di cotesti uomini insigni che avete in patria. Qui ne abbiamo da sette mila tutti insigni per la pazienza che hanno di stare a Recanati, la quale molti Nobili vanno perdendo. Le donne poco più hanno di quello che si son portate dalla natura, se non vogliamo dire un poco meno, il che si può bene della più parte. Non credo che le grazie sieno state qui mai, nè pure di sfuggita all'osteria. Nella mia brigata domestica, che non è poca, se ne sentono alla giornata delle così belle che è una maraviglia. Ma io ci ho fatto il callo e non mi fanno più male. Eccettochè adesso per queste febbri putride che corrono, qualche volta temo che non mi facciano qualche scherzo e non mi guastino lo stomaco: ma confido che questo com'è stato così sempre starà saldo, non meno pel morale che pel fisico. De' molti fratelli ne ho uno con cui sono stato allevato fin da bambino (essendo minore di me di un solo anno) onde è un altro me stesso e sarà sempre insieme con voi la più cara cosa che m'abbia al mondo; e con un cuore eccellentissimo; e ingegno e studio di cui potrei dire molte cose se mi stesse bene, è il mio confidente universale, e partecipe tanto o quanto degli studi e delle letture mie; dico tanto o quanto, perchè discordiamo molto non per l'inclinazione amando lui gli stessi studi che io, ma per le opinioni. Questi vi ama come è naturale, solo che altri vi conosca in qualche modo, e questi è il solo solissimo con cui apro bocca per parlare degli studi; il che spesso si fa e più spesso si farebbe se si potesse senza disputa, le quali sono fratellevoli ma calde. Mi duole fieramente del vostro <hi rend="italic">Penegirico</hi> che ancora è per la strada. Oh qua bisognerebbe che venissero gl'impazienti e quelli che quando desiderano una cosa ardentemente non sanno soffrire indugio. Io pure una volta avea questi vizi, ma vi so dir io che questo inferno doma tutte le passioni. Il cavalcare che mi consigliate certo mi gioverebbe, ed è uno dei pochi esercizi che io potrei fare, dei quali non è nè il nuotare nè il giuocare a palla nè altro tale che non molto fa mi avrebbe dato la vita ed ora mi ammazzerebbe, quando io mi ci potessi provare, che è impossibilissimo. Potrei, dico, cavalcare se avessi <hi rend="italic">molte cose</hi> che non ho.</p>
            <p>Vo contando, mio caro, i giorni e i mesi che mi bisogna passare prima di vedervi. Intanto scrivetemi spesso, come fate, per confortarmi e rallegrarmi, e se potete a lungo. La materia non vi può mancare sapendo quanto io brami di sentirvi parlare dei nostri cari studi. Ma se le vostre brighe ancora durano, scrivetemi brevemente. Addio carissimo. Mio padre, al quale bastò di leggere due o tre delle vostre operette per prendervi perpetuo amore, vi saluta. Io vi abbraccio con tutta l'anima. Addio.</p>
            <p>Non so se sappiate che a Roma si prepara una ristampa magnifica dell'<title>Eneide</title> del Caro, a spese della Principessa di Galles. Ditemi che cosa pensate dell'edizione del Sonzogno, e se voi ci avete avuta veruna parte. Appena ho scritto che venute le gazzette di Roma, vedo Devonshire invece di Galles, e la vanità di questo mio darvi una nuova che è già pubblica. Vedo anche promesse le stampe del <hi rend="italic">Dittamondo</hi> e della traduzione di Quinto Calabro del Baldi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.F.Stella (1817)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO FORTUNATO STELLA - MILANO.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 30 Settembre 1817.</date>
            </opener>
            <p>Non ho potuto prima d'ora adempiere al dovere di ringraziarla dell'<hi rend="italic">Inno a Nettuno</hi>, come faccio adesso, tanto più distintamente che nella seconda edizione, eccetto una carta che è restata com'era nella prima, tutto il resto è corretto in maniera che di pochi altri libri stampati lontano dall'autore si potrà dire altrettanto. Non so se Ella gradisca da me qualche articolo per lo <title>Spettatore</title> come faceva qualche tempo addietro. Ne acchiudo uno del quale ella si servirà a suo piacere: e forse anche presto ne avrò altri che le manderò se non le dispiaceranno. Solamente la prego a volere impedire che in questo che le mando sia fatto verun cambiamento, e quando ci si volessero fare, a lasciar d'inserirlo.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Giordani (1817)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO GIORDANI - PIACENZA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 10 Ottobre 1817.</date>
            </opener>
            <p>
               <hi rend="italic">Quod bonum faustumque sit</hi>, ho finalmente il vostro <hi rend="italic">Panegirico</hi>, dono veramente e pel di dentro e pel di fuori splendido e magnifico. Come ve ne pagherò? Coll'accrescere l'affetto e la gratitudine verso di voi? Ben volentieri se si potesse: ma non si può. Credo che vogliate, col dirvi sinceramente il mio parere sopra la vostra opera. Ubbidirò: benchè vorrei potervene pagare in altra maniera, e perchè il dirvi il mio giudizio mi costa più che qualunque altra cosa, e perchè a voi ne viene pochissimo utile: ma insomma ubbidirò. Veramente io non credo che l'Italia abbia altra opera di questo genere così bella. Dico bella per le cose e per le parole o pel modo di esporre le cose. Per le cose, perchè è singolarissimo quel vostro possedere la storia di ogni paese in modo da poterla adoperare sempre che vi torna bene e allegare con tanta franchezza in conferma delle vostre sentenze, il che dà a vedere una cognizione non leggera e confusa di molti fatti separati, ma profondissima vastissima e chiarissima delle viscere e della parte, come si dice, scientifica dell'istoria, voglio dire non meno de' fatti che del concatenamento loro, e dell'uso che l'uomo può e dee fare della sperienza dei passati; perchè è mirabile la vostra filosofia e la cognizione degli uomini e delle cose pubbliche e del modo come cammina questo nostro mondo; perchè in tutta la vostra opera risplende vivissimente cotesto sviscerato amore della patria e degli uomini, e cotesta squisita bontà di cuore che di necessità innamora e commuove gli animi; perchè l'opera è tutta piena di riflessioni e di verità utilissime o nuove, o che paiono, e finalmente per cento altri pregi d'ogni ragione. Bella per le parole, perchè lasciando la lingua, lo stile è al vostro solito, dignitosissimo e, come voi amate chiamarlo, verecondo, ma di quella verecondia che conviene a questo genere di orazione, cioè verecondia non di verginella ma di matrona; perchè vi si scorge cotesta bellissima unione della figura greca coi colori del trecento, o sia della venustà, naturalezza, proprietà, efficacia della lingua colla semplicissima e graziosissima nobiltà dello stile; perchè questo si piega secondo il bisogno ad ogni modo d'eloquenza, e in somma è sempre quale debb'essere: e voi forse riderete di queste lodi così grossolane, ma oltrechè probabilmente io non comprendo certe finezze, se volessi discendere ai particolari non la finirei più. Pure bisogna che noti come singolarmente belli ed eloquenti quel luogo della f. 44, dove narrate quel fatto atroce di Vespasiano, e quell'altro dove provate che bisogna difendere da sè il proprio paese, e tutta la chiusa dove da par vostro toccate certi tasti e usate un certo tuono il quale è forza che commuova. E perchè vediate che vi dico sinceramente il mio parere (e voi pigliatelo per quel che vale) aggiungo che non mi par vero quello che voi dite, f. 33, che i bravi antichi aveano in dispetto la pazienza: almeno si sa degli Spartani (i quali senz'altro erano de' più bravi) che domandavano agli Dei forza di sopportare le superchierie: la qual preghiera, e quel detto di Talete, che la cosa più rara è un tiranno che invecchi, mi paiono sublimissimi effetti della forza così generale come individuale del popolo, dove ciascuno sapea di potersi vendicare, e domandava pazienza per non farlo. Adesso farebbe ridere chi pregasse Dio che gli desse pazienza per sopportare le tirannie. Se poi per disgrazia qualche tiranno non invecchia, certo non succede per colpa nostra. M'è anche paruto una o due volte che l'abbondanza della vostra erudizione si trasportasse un tantino oltre il dovere, e che quell'accumulare esempi e paragoni desse all'orazione una cert'aria di sofistico, avvicinandola alla maniera di Temistio e di Libanio presso i quali l'erudizione e i paragoni stiracchiati spesso stanno in vece di eloquenza. Ma questo in uno o due luoghi al più. Ogni altra volta la storia arriva opportunissima e naturalissima e dà campo a infinite bellezze di lingua e di sentenza. Tutto questo sarà detto pur troppo come Dio vuole: ma voi, carissimo, guarderete al buon volere.</p>
            <p>Ho anche ricevuto benchè tardissimo la vostra dei 21 Settembre. Oh quanto mi duole che venendo qua m'abbiate a perdere tanta parte della vostra stima! Perchè io tengo per certissimo e infallibile che voi conoscerete di esservi sterminatamente ingannato nel figurarvi di me quello che mi scrivete. Però vi prego ma di cuore che vogliate mettervi bene in animo e tenere per sicurissimo di dover mutare opinione quando mi avrete conosciuto; acciocchè allora ne venga meno dispiacere a voi e meno confusione a me: che io non so se ci sia vergogna maggiore che quella di chi conosce di aver mancato all'aspettazione. E questo della stima. Ma dell'affetto ben altro. Io veramente non ardisco dire che il cuor mio sia così buono com'è il vostro, unico propriamente. Ma tuttavia è buono, e merita che il vostro affetto per me non iscemi mai. Addio dilettissimo Giordani mio. Vi ringrazio cordialmente del vostro <hi rend="italic">Panegirico</hi>. Se l'avervene detto sinceramente il mio povero parere vi sembra, com'è, poca cosa, io non so come rimunerarvene. Statemi sempre lieto. Addio, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A F.Cassi (1817)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A FRANCESCO CASSI - PESARO.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 17 Ottobre 1817.</date>
            </opener>
            <p>Carissimo Cugino. Avendo avuta occasione di pubblicare un <hi rend="italic">Inno a Nettuno</hi>, e ricordandomi di quello che voi scriveste sulla medesima divinità per le nozze Perticari e Monti, ho voluto mandarvi una copia del mio opuscolo, non già perchè lo paragonaste col vostro, ma perchè aveste il diletto di vedervi vincitore senza combattere. La copia che vi mando è della seconda edizione molto più corretta della prima che è stata fatta l'Aprile passato. Come vedete, la cosa non è di questi giorni, ed io già ci vedo mille difetti; sì che a voi che per l'amicizia me li perdonerete, volentieri la mando in segno di confidenza, ma non vorrei che la mostraste alle persone di buon giudizio. Più tosto avrò ben caro che me ne diciate sinceramente e anche severamente il vostro parere. Siate certissimo che mi farete sommo favore dicendomene tutto il male che meriterà. Salutate, vi prego, e riverite da mia parte il Conte Perticari. Ho veduto in questi giorni l'annunzio della stampa e l'indice del suo <hi rend="italic">Trattato sulla lingua del trecento</hi>. Certo è opera importantissima e quasi necessaria ai nostri tempi, e dove bisogna veramente esser profondo e ingegnosissimo, di gran lettura, e d'infinito giudizio. Salutatelo cordialmente, ma non gli mostrate il mio opuscolo, che non è da lui, nè anche è da voi, se non per le ragioni che vi ho dette. Scrivo senza cerimonie, da parente e da amico perchè m'avete mostrato che così vi piace. E a me pure sarà gratissimo di avere spesso occasione di mostrarmi vostro affezionatissimo Cugino e Amico Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Acerbi (1817)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIUSEPPE ACERBI - MILANO.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 20 Ottobre 1817.</date>
            </opener>
            <p>Stimatissimo Signore. Più di un mese fa, cioè ai 15 di Settembre, le mandai per la posta una mia dissertazioncella sopra il <hi rend="italic">Dionigi</hi> del Mai, in compagnia di una lettera. Premendomi molto di averne notizia e per la ragione che le indicai nella lettera, e perchè l'opuscolo col tempo va perdendo gran parte della sua importanza, la prego istantemente (quando non sia indiscretezza) a volermi onorare di pronta risposta; e se rigetta, come credo, la mia offerta, a volerla fare avere al sig. Stella, al quale ne scriverò subito che avrò ricevuto di Lei risposta. In questa occasione, supponendo che Ella abbia abbandonato il pensiero di volersi servire, come mi scrisse, delle <hi rend="italic">Inscrizioni Triopee</hi> che le mandai il maggio passato, la prego che si compiaccia di rimandarmi il manoscritto, perchè non trovandosi qui scrivani di greco fu bisogno che io copiassi l'opuscolo di mia mano, la qual fatica non potrei rifare adesso. Questo, quando il manoscritto si possa ripescare senza incomodo, e il rimandarlo non sia contro il costume; altrimenti questa domanda sarà come non fatta. Scusi questa noia, assicurandosi che è l'ultima che le reco, e mi creda pronto ai suoi comandi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Giordani (1817)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO GIORDANI - PIACENZA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 27 Ottobre 1817.</date>
            </opener>
            <p>Risposi alla vostra dei 9 settembre il 26 dello stesso, e poi il 10 di questo all'altra dei 21 Settembre, dopo la quale (che penò quindici giorni ad arrivare) non ho avuto altra vostra. Per amor di Dio non lasciate di scrivermi, chè mi fate stare sulle spine. Benchè credo che la colpa sia di queste maladette poste, che pare che comincino adesso a girare pel mondo. Perchè m'avete detto che sareste andato a Milano questo Novembre, il quale è alle porte, non m'indugio a riscrivervi acciocchè la lettera non vi trovi partito di Piacenza. Quando sarete a Milano, avrei caro che mi cercaste un Senofonte che io potessi comperare, e trovatolo, me n'avvisaste, che io scriverei a chi bisognasse per averlo. Non iscrivo di presente perchè mi manderebbero il primo che capitasse, e bisognerebbe tenerselo tale quale. Soprattutto non vorrei che fosse in foglio, per cagione della mia vista, la quale mercè di Dio è forte e buona, ma corta, e non arriva a leggere più che tanto discosto, sì che mi bisogna incombere sulla carta quando la è troppo lunga; e appunto questo non posso fare. Se poi fosse tale che si potesse portare in mano agevolmente e leggere passeggiando, <hi rend="italic">omne ferret punctum</hi>, purchè il greco non fosse asciutto asciutto senza niente nè di versione nè di chiosa. Non mi curo che la stampa sia freschissima: già s'intende che manco vorrebbe essere del cinquecento o lì presso. In somma me ne rimetto a voi; ma ad ogni modo: vorrei un Senofonte, che è vergogna che ancora non l'abbia. Se ci fosse vendibile qualcuna delle tante collezioni di Classici greci stampati in Germania o altrove, la torrei più che volentieri, massime se fosse di forma piccola, e con qualche dilucidazione, tanto che io potessi leggere il testo speditamente senza fermarmi nelle difficoltà a cercare altri libri. Caso che questa vi trovasse in sul partire per Milano, aspettate di rispondermi quando sarete là, chè così verrete a guadagnare dieci giorni, perchè le lettere da Milano mi giungono in cinque e da Piacenza in quindici come v'ho detto. Nell'ultima mia v'ho favellato del vostro <hi rend="italic">Panegirico</hi>, ma non ho detto la metà di quello che vorrei. Dio faccia che noi ci troviamo insieme una volta, chè allora ne parleremo a lungo. Addio carissimo. Amatemi sempre, e scrivetemi, e state sano e allegro. Il vostro Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1817)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>Piacenza 1 Novembre <add resp="ed">1817</add>.</date>
            </opener>
            <p>Tardo risponditore sono a due dolcissime del mio infinitamente caro contino, del 26 settembre e 20 ottobre: ma la sua bontà mi assicura di perdono, perch'io fui lungamente in villa, e pieno di fastidi: ed ugualmente perdonerà la lunghezza di questa risposta, poichè ne' libri divini ed umani, negli antichi e ne' moderni sta scritto che molte cose al nostro amore sono perdonate. E puossi amare più di quel che io vi amo? nò, nò certissimamente.</p>
            <p>Prima di tutto vi raccomando sempre la vostra delicata salute, per la quale vivo in continua ansietà. Poi ringrazio e il padre e il fratel vostro della loro cortese benevolenza. Voi non ringrazio punto dell'amor che mi donate; perchè vi avrei per ingiusto e per isnaturato se non mi riamaste. Libero vi fu dapprincipio amarmi o disprezzarmi. Se ora non rispondeste a tanto amor mio, fareste a voi più che a me ingiuria. Però vi amo, con quanto amore si può; ma nulla vi ringrazio: il che vuol dire che accetto l'amor vostro non in dono ma in paga, risoluto di amarvi infinitamente sinchè sarò vivo. Non mi dite, e voglia mi ponete di sapere, quali sieno le differenze di opinioni che avete col vostro fratellino: ma quando e d'animo e d'ingegno è tanto buono, ed amatore è dei medesimi studi, potete ben disputare ma non contendere: <hi rend="italic">Vivitis indigni fraternum rumpere foedus</hi>. Esponetemi le vostre differenze; e fatemene arbitro.</p>
            <p>L'<title>Eneide</title> ristampata dal Sonzogno fu corretta diligentemente dal Monti, che mi disse d'averla purgata di moltissimi errori che si erano mantenuti villanamente in tutte l'edizioni; e di avervi adoperato quanto ha di poetico giudizio e di sperienza in Virgilio e nel Caro. Poi con libera amicizia mi chiese che scrivessi io due righe a nome dello stampatore, che voleva dedicargliela; e questo affinchè non lo vituperassero con lodi grossolane e sconce; come suole.</p>
            <p>Anche io da gran tempo son desideroso del <hi rend="italic">Dittamondo</hi>, nel quale han faticato e il Monti e suo genero, per emendarlo, e per illustrarlo: credo che riuscirà una cosa bella e degna. Del Baldi si voleva anco stampare una <hi rend="italic">Vita</hi> di Guidubaldo il vecchio Duca d'Urbino, ch'io lessi manoscritta in Pesaro; ed è lodevole. Quel Baldi fu di vastissima dottrina; e buono scrittore. In quella <hi rend="italic">Vita</hi> cercò di esprimere la facondia liviana.</p>
            <p>Molto mi piace che non vogliate ora impigliarvi in prelature; e che stimiate più l'esser grande per voi stesso, che per i nomi e per le vesti che altri può dare e togliere. Inoltre penso che l'uomo non debba prima de' trent'anni pigliare niuna di quelle risoluzioni che non ammettono pentimento, come prete, matrimonio, e simili. Vorrei similmente che potesse parervi vano e pericoloso il desiderio della gloria: ma come persuadere tal cosa a tanto ingegno in tale giovinezza? La gloria non suole mancare agli eccellenti: ma cercarla, amarla, costa assai più che non giova. Ma ora è troppo presto per questa dura filosofia.</p>
            <p>In questo mio paese non mancano uomini da pregiare; ma due sono eccellenti: ed uno tanto, che io non gli ho trovato mai l'eguale tra' viventi nè il simile; e benchè lo conosca molto domesticamente, sempre mi è di stupore. Questi è il bibliotecario Giuseppe Gervasi, d'oltre a cinquant'anni. Sarebbe fatica trovar cosa ch'egli non sappia, dalla matematica più sublime, da tutte le scienze naturali, dalla medicina, dalla giurisprudenza, da ogni genere d'erudizione, dalla metafisica più sottile, dalla più squisita letteratura, sino alle arti meccaniche, e alle minutezze dell'amministrazione civile. È un vero miracolo. Ingegno senza confini, lucidissimo poi e portatore di chiarezza a qualunque sia la materia de' suoi discorsi; di conversazione piacevolissima, d'animo alto e incorruttibile, di costumi umanissimi; senza passioni umane; tutto intelletto: un Paolo Sarpi, ma meno serio. E come quegli non curante la fama; scrivendo sempre or di matematica, or di metafisica; e nascondente gli scritti, non che al pubblico, ai famigliari. Io trovo in lui un raccolto di dieci o dodici de' più insigni maestri, che appena potrei trovare correndo una gran parte di Europa. L'altro è il prete Giuseppe Veneziani Professore di Fisica, nella quale ha tanta e sì lucida scienza, che non vidi chi lo agguagliasse, ma certo non credo che altri il possa vincere. Di cuore poi è sommamente dolce e sincero. Se tutti i preti lo somigliassero, il mondo muterebbe faccia. Se mai verrete a queste parti, vedrete ch'io appena vi ho adombrate scarsissimamente queste due rarità. Eccovi soddisfatto alla prima vostra lettera: vengo all'altra.</p>
            <p>Con molto amore parlate del <hi rend="italic">Panegirico</hi>; e ve ne ringrazio. Giustissima è l'osservazion vostra, che la erudizione vi soverchia. Ma sappiate che questo non fu peccato d'immaturità giovanile, ma necessaria elezione d'animo sdegnato. Vedrete infatti tutte le altre coserelle mie magrissime, contente solo del pochissimo di materia che lor porgeva il soggetto; e niente impinguate d'erudizione, che pur facilmente poteva rammassarsi. Ma dovete sapere che il favor di amici più affettuosi che giudiziosi aveami portato ad un impiego lucroso ed ambizioso nel governo; ma non buono per me, che fui sempre inettissimo ad ogni politica: però a dispetto di tutti volli rinunziare; e per un anno recitai la parte di professor d'eloquenza nell'università di Bologna; essendomi promesso che quella cattedra mi resterebbe. Ma invece ne fui cacciato con ignominia, come ignorantissimo. Ciò mi accadde e in odio di un amico mio, la cui potenza era allora molto combattuta dai briganti nel governo; e poi anche per timore di alcuni che forse io studiando potessi divenir qualche cosa. Parve dunque bene togliermi e riputazione, e pane, di che allora bisognavo, e senza che non si può studiare. Era veramente cosa da disperarsi, di tanto crudele ingiustizia; perchè sebbene io era un ignorantello (e che potevo esser di più in quella età, colla poca salute e tanti impedimenti che sino allora avevo avuti a studiare?), avevo però quanto bastava a far molto buona figura, e parere molto più valente di tutti gli asini che mi perseguitavano, cominciando dall'asinissimo ministro dell'interno. Il mio raro e prezioso amico il marchese di Montrone mi trasse a fare e pubblicare quel <hi rend="italic">Panegirico</hi>: e in quella occasione, come resistere alla tentazione di confondere i miei calunniatori, tanto facili ad essere confutati? Mi proposi dunque che quella scrittura divenisse testimonio di quel che sapevo; e potesse ai futuri dar indizio di quanto si sapeva dal nostro secolo. M'ingegnai bene che ogni cosa o erudita o scientifica avesse buona cagione di starvi; o come prova e confermazione delle mie proposizioni, o almeno come illustrazione o come ornamento non inutile. Ma poichè la vera origine era pure uno sdegno ambizioso, non è maraviglia che pur l'originale peccato vi si scorga. Vero è che se guastai il lavoro, feci compita la mia vendetta; poichè quel lago di pedanteria rovesciato sulle teste dei calunniatori, li ammutolì; e mai più credettero di potermi accusare d'ignoranza. Ma è anche vero che questa vittoria niente giova. Ogni volta che si presenta un uom nuovo su questo mondo, e cerca di prendervi un posto (non trovandosel già preparato da' suoi maggiori, come hanno per fortuna i figli de' nobili e de' ricchi), tutti gli gridan contro; e gridano che è un minchione. A ciò si può risponder facilmente: si mette fuori un libro, una statua, una pittura, una macchina; e si prova il contrario. Ma non basta. Sopita l'accusa di minchionaggine, sorge quella di tristizia; alla quale è più difficile il rispondere. Perchè tutto ad un tratto potete convincere il publico che sapete far qualche cosa. Ma come si arriva a persuadere ad uno ad uno molti uomini che siete galantuomo? Io poichè non volli accettare quel bel decreto di asinità, e tutta quella potenza non potè sostenerlo, divenni poi un uomo di opinioni cattive e di umore bisbetico. Questa seconda persecuzione ha continuato a darmi qualche molestia; finchè son giunto a questa presente beatitudine; la quale nè togliermi per dio nè turbarmi potrebbero non solo i nemici, ma neppure gli amici.</p>
            <p>Avete le opere di Torquato Tasso? avete lette le sue prose? leggetele, per amor mio, e per vedere il meglio che io conosca di italiana eloquenza. Ma non tutte; chè vi sono insopportabili noie in quelle sue spinosissime seccature e tenebre peripatetiche. Tutte quante le lettere però, il <hi rend="italic">Dialogo del Padre di famiglia</hi>, la lettera a Scipione Gonzaga sopra vari accidenti della sua vita, la <hi rend="italic">Risposta di Roma a Plutarco</hi>, desidero vivamente che le leggiate: e desidero di sapere come le avrete gustate. Oh, bisogna finire queste ciancie; e finisco abbracciandovi affettuosissimamente; e pregandovi che seguitiate ad amarmi e a scrivermi. Addio carissimo Contino: v'amo con tutto il cuore.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1817)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>Piacenza 6 Novembre <add resp="ed">1817</add>.</date>
            </opener>
            <p>Mio caro Contino. L'altro dì risposi lungamente con una alle vostre 26 settembre e 10 ottobre, scusando la tardanza. Ieri ho avuta la vostra 27 ottobre. A Milano andrò circa la metà del mese o poco dopo: e penso rimanervi pochissimo. Però là non mi scrivete; ma sempre a Piacenza. Cercherò diligentissimamente del <title>Senofonte</title>; e vi avviserò il successo. Intanto curate di star sano, e di volermi bene: e al Padre e al fratello ricordatemi servitore. Io con tutto il cuore vi abbraccio e vi saluto senza fine. Addio addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Mai (1817)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANGELO MAI - MILANO.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 10 Novembre 1817.</date>
            </opener>
            <p>Stimatissimo Signore. Oggi sono cinquanta giorni che il nostro Giordani mi ha scritta la sua ultima lettera, e in questo tempo io gliene ho scritte tre, alle quali non ho risposta, non ho risposta da lui, che nè pure aspettava le mie lettere per iscrivermi, tanto ch'io spesso per una delle mie, ne aveva due o tre delle sue. Io sono in un'angoscia che non posso esprimere, perchè conoscendo come fo l'affetto e la premura incredibile ch'egli aveva per me, non so immaginare cosa che cagioni questo silenzio, altro che tristissima, la quale se fosse, lascio pensare a Lei che sarebbe di me. Avendo scritto tre volte a lui inutilmente come ho detto, non ho saputo a chi ricorrere per averne nuova, fuori che a Lei; e però la prego che mi scusi di questo fastidio così improvviso, avendo compassione di quest'ansietà crudelissima in cui mi trovo, e mi dica di lui quello che sa, e quando avesse (che Dio non voglia) qualche cattiva nuova da darmi, non guardi perchè questa mi sbranerà il cuore, che già me lo strazia barbaramente l'istesso sospetto, ma me la dica tale qual'ella è. Sto aspettando la sua risposta con un batticore indicibile. Quanto più presto Ella mi scriverà, tanto più mi farà favore, che o verrà a levarmi affatto di questa pena che non mi lascia nè dì nè notte, o nell'eccesso del cordoglio mi farà acquietare. Di nuovo le domando perdono di quest'arditezza mia, della quale appena mi accorgo in questo turbamento, e con tutto il cuore mi dico suo devotissimo obbligatissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.F.Stella (1817)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO FORTUNATO STELLA - MILANO.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 14 Novembre 1817.</date>
            </opener>
            <p>Stimatissimo Signore. Il Sig. Acerbi il Direttore della <hi rend="italic">Biblioteca Italiana</hi> le deve di mio una breve dissertazione in forma di lettera sopra il <hi rend="italic">Dionigi</hi> del Mai, la quale non per merito mio ma per la natura del soggetto e la novità delle osservazioni che contiene, mi persuado che sia veramente importante, e così ha giudicato, fra gli altri, lo stesso Mai che ne ha copia manoscritta e che, certo per sua bontà contro il mio vero merito, me ne ha scritto lodi eccessive, desiderando molto che si pubblicasse. Non so se Ella, ricuperandola subito dall'Acerbi, possa farla inserire nel prossimo Quaderno dello <hi rend="italic">Spettatore Italiano</hi>. Certo è che essa va perdendo molta parte della sua importanza col tardare ad essere pubblicata. Ma Ella farà quello che le piacerà, ed io la metto a sua disposizione. Bensì la prego che voglia darsi pensiero di ritirarla subito, e di fare che il poco di greco che v'è, sia eseguito con diligenza, perchè consistendo in piccoli passi e in minute emendazioni di qualche sillaba o lettera, ogni piccolo errore verrebbe a rendere inintelligibili interi periodi. L'assicuro poi che se io scriverò, come penso, altra simile dissertazione sopra un'altra delle più importanti scoperte del Mai, la metterò subito in di Lei potere.</p>
            <p>Mio padre ha ricevuta la sua pregiatissima del 25 ottobre. Delle copie che restano del secondo <title>Eneide</title>, essendosene esitate così poche, la prego quanto so e posso, che affinchè non sia affatto inutile la stampa, voglia fare in modo che si spargano, senza tener conto di quella bagattella che potrebbe portare il valore, e però anche donarne o fare comunque sia purchè si divulghino. In particolare la pregherei che volesse offrirne una da mia parte a quel suo Mezio, che io non conosco se non dagli articoli pubblicati nello <title>Spettatore</title> e però non ne so nè pure il vero nome, ma da quegli articoli lo conosco per un valentuomo di giudizio ben acuto e sano.</p>
            <p>Mio padre e la mia famiglia la riveriscono e salutano cordialmente. Lo stesso e più distintamente fo io, pregandola che mi tenga sempre in conto di suo devotissimo obbligatissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
            <p>Il Sig. Acerbi ha già una mia lettera in data dei 20 ottobre pp., in cui gli dico che le consegni la dissertazione sopraddetta.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Giordani (1817)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO GIORDANI - PIACENZA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 21 Novembre 1817.</date>
            </opener>
            <p>O carissimo e dolcissimo Giordani mio, vi riabbraccio con tutto il cuore e l'anima. Che è questa nuova maniera di cominciare? O Dio! voi non sapete in che pena sono stato questi giorni per voi. La cagione potete immaginarvela. Dal giorno in cui vi scrissi l'ultima mia, finoattantochè non ho ricevute le vostre dell'1 e del 6 (che le ho ricevute unitamente) sono stato, non vedendo vostra lettera, in un'ansietà spaventosa. In somma ho pensato di voi quelle più acerbe cose che si possono pensare di persona più cara che la vita propria. Ho provato strette di cuore così dolorose che altre tali non mi ricordo di avere mai provato in mia vita. E perchè in questi ultimi mesi la salute è andata molto meglio, mi disperava che due sole cose essendoci che mi possano toglier la pace, dico la infermità in me, e le disgrazie de' miei cari, io uscendo in certo modo da quella cadessi subito in quest'altra infelicità, la quale m'era tanto più grave quanto in quella, se non aveva, almeno poteva avere qualche sollazzo; ma in questa se gli avessi avuti, gli avrei abbandonati, perchè ogni ombra di rilassamento mi facea nausea e dolore. Per liberarmi da questo strazio, avendo scritto a voi tre lettere, e non potendo far altro (che avrei fatto quanto avessi potuto) scrissi al Mai una lettera piena d'angoscia, scongiurandolo che mi desse subito nuove di voi: non ho risposta perchè la scrissi per l'ordinario dietro a quello che mi portò le vostre ultime. E forse il Mai si riderà di me, e mi darà della femminetta e del bamboccio, e chi sa che anche voi non facciate così: ma se lo fate, pensate che io non sono tale nè sono stato se non per voi solo. Ma non poteva immaginarmi quello che era? non poteva pensare che voi foste in villa? poteva e l'ho pensato, ma questo pensiero non mi bastava. Perdonate all'amor mio se ho creduto che anche in villa, voi non vi sareste scordato di me e m'avreste scritto. E quanto alla prima cosa, son certo che non mi sono ingannato: quanto alla seconda, non mi lagno già di voi che non l'abbiate fatto: non mi posso lagnare altro che di questo amor mio, che le cose più ordinarie e naturali se le figura stranissime e miracolose. Ma se di voi non posso, di questo non mi voglio lagnare, e parimente non mi lagno del travaglio passato poichè è stato per voi, e soprattutto poichè è stato vano. Or Dio sia benedetto poichè voi siete mio: e in verità quando ho ricevute le vostre lettere, ho sfidato tutte le sciagure del mondo a venirmi addosso e a scuotermi se potevano. Perchè certo io vivo sempre con voi, e ne' miei pensieri mi trattengo con voi, e studio per piacere a voi, e già per questo miserabile sospetto, mi parea di non avere più motivo di studiare, e pensando al futuro non vedea come potessi vivere altrimenti che in uno stato simile a quello dell'anima divisa dal corpo il quale dicono i filosofi che sia violento. Ora dunque che io sono fuori di questo affanno vi prego per Dio a pensare che io non sono più io che voi, di maniera che non ci può essere disgrazia vostra che non sia altrettanto mia, e che se tanto ha potuto il sospetto solo, non si può dire quanto potrebbe la certezza. Però abbiate cura di chi vi ama più che se stesso, e se non volete, che muoia, vivete, e se non volete che viva infelicissimo vivete felice. Questo vi dico da senno, perchè non vorrei ricadere nell'afflizione passata.</p>
            <p>Non vi togliete la briga di aggiustare le differenze tra mio fratello e me, che non ne uscireste a buon termine. Sappiate che questo scellerato non vuol sentire il nome di differenze, nè anche mi concede che tra noi veramente ci sieno; vedete quanto andiamo d'accordo. Le stesse controversie non vi si possono scrivere, perchè sono infinite, e ne nasce tutto giorno come i funghi. Basterà che sappiate che le cagioni dalla parte di Carlo sono poco amore della patria, poco degli antichi, molto degli stranieri, moltissimo dei Francesi. Dalla parte mia ditelo voi. Quanto al verso che mi soggiugnete, come non credo che vi sia uscito di mente quello che io vi diceva del nostro scambievole amor fraterno, così non reputo che sia niente da rispondere.</p>
            <p>La dedica del Caro mi pareva allo stile che dovesse esser vostra: però vi feci quella domanda. Non per tanto la mia congettura era timida, e però non ve la dichiarai. Ma ora che vedo d'essermi apposto, mi tengo da qualche cosa, e metto pegno che non verreste a capo di nascondermivi nelle scritture vostre. Del <hi rend="italic">Dittamondo</hi>, comechè lo sentissi dire, non era persuaso che valesse tanto: e credeva che de' poeti trecentisti, salvo i due sovrani, nessuno fosse buono per altro che pel vocabolario.</p>
            <p>Della scelta dello stato conveniamo così bene insieme che meglio non si potrebbe. È un pezzo che mi sono risoluto di non risolvermi se non Dio sa quando. Dell'amor della gloria la mia massima è questa: ama la gloria: ma, primo, la sola vera: e però le lodi non meritate e molto più le finte, non solamente non le accettare ma le rigetta, non solamente non le amare ma le abbomina: secondo, abbi per fermo che in questa età facendo bene sarai lodato da pochissimi, e studiati sempre di piacere a questi pochissimi, lasciando che altri piaccia alla moltitudine e sia affogato dalle lodi: terzo, delle critiche delle maldicenze delle ingiurie dei disprezzi delle persecuzioni ingiuste fa quel conto che fai delle cose che non sono, delle giuste non ti affliggere più che dell'averle meritate: quarto, gli uomini più grandi e più famosi di te non che invidiarli, stimali e lodali a tuo potere, e inoltre amali sinceramente e gagliardamente. Con queste condizioni l'amor della gloria non mi sembra pericoloso. <foreign lang="grc">Κᾄγὼ μὲν οὔτω Πως ὑπείληφα</foreign>. Voi però quando avrete tempo ditemi il vostro parere, e contuttochè io sia giovane, pensate che per apprendere e seguire gli ammaestramenti vostri, mi sforzerò di parer maturo.</p>
            <p>Poco prima di ricevere le vostre ultime, avea cominciato a leggere il Tasso, e il vostro consiglio intorno alle prose che vanno lette, m'è arrivato opportunissimo, perchè già quelle sue scolasticherie e sofisticherie mi facevano dare indietro. Ve ne ringrazio e me ne servirò.</p>
            <p>Ora sono con Demostene con Cicerone col Segneri e col vostro Tasso. Bella e deliziosissima compagnia, ma ci mancate voi. <hi rend="italic">Erit ne quam te videbo?</hi> Senz'altro spero che sì: nè lo spererei se stesse in me: ma poichè ora sta in voi solo, bisogna che mi contenti di sperarlo. Se mi amate, pensate a consolarmi. Mio padre e Carlo vi salutano. Addio addio.</p>
            <p>So che voi dovevate scrivere una di quelle vite degl'Italiani illustri che si stampano dal Bettoni. Ditemi se l'avete scritta e quale.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1817)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>Piacenza 22 Novembre <add resp="ed">1817</add>.</date>
            </opener>
            <p>Mio carissimo Giacomino. Sul fine di questo o sul principio del venturo andrò a Milano; e certo non dimenticherò il vostro <title>Senofonte</title>. Voi seguirete a scrivermi sempre a Piacenza. Avendo risposto sempre ad ognuna delle vostre, voglio qualche volta esser primo a scrivervi. Senza dubbio vi sarà noto l'Arici, mio amico, ed autore della bellissima <hi rend="italic">Pastorizia</hi>. Egli vuole stampare in sei tometti le sue poesie, a 3 franchi il volume Mi si raccomanda per associati. Non voglio che voi abbiate noia di cercarne in cotesti paesi difficili: ma io mi sono assicurato di spendere il vostro nome; sapendo che amate le cose buone, e di giovare in ogni maniera agli studi; e che la spesa tenue e divisa non può gravarvi. Nullameno se non approvate il fatto mio, ditel pure sicurissimamente, chè nulla mi costerà il rimediare senza parere di disdirmi.</p>
            <p>Come state, Giacomino caro? come sta il fratellino? e quando mi direte quali siano le opinioni in che dissentite? già vi scrissi che voglio essere il concordatore tra voi due. Che lavorate ora di bello? Io sto benonissimo, e non fo nulla: vado sempre in fine della mia giornata senza noia; e basta. Ricordatemi servo al vostro signor Padre e al fratello. Io vo contando i giorni, e anticipando alla mente quel tempo che sarò in Recanati, e vedrò il mio miracoloso Contino. Fate dunque che io vi trovi prosperoso e lieto. Se da Roma avete novità letterarie, mandatemene; perchè in questo cimitero io vivo al buio. Addio caro; vi abbraccio con tutto il cuore le mille volte.</p>
            <p>Nei volumi che stamperà l'Arici sarà la <hi rend="italic">Pastorizia</hi> (com'egli mi scrive) emendata.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1817)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>Piacenza 30 Novembre <add resp="ed">1817</add>.</date>
            </opener>
            <p>Mio amatissimo Giacomino. Dopo che mi avete scritta quella vostra amorosissima dei 2, ricevuta da me ieri, dovete averne voi avuta un'altra mia. E di quella vostra io debbo ringraziarvi senza fine: ma pur in due cose dolermi di voi. Che mi amiate molto mi è caro, poichè io tanto vi amo. Ma non voglio che vi prendiate affanno soverchio, se pur m'incogliesse qualche male, come a tutti ne può sopraggiungere, e io non son nuovo a sopportarne. Meno poi voglio che prendiate timore e pena di mali possibili, chè sarebbe cosa infinita, e spesso vana. Acquetatevi pure, Giacomino mio: ora io sto bene in ogni maniera; e se mi avvenisse di stare men bene, converrebbe pure di averne pazienza. Ma io non mi acquieto di una parola che dite, ch'io possa ridere delle inquietudini e dell'amor vostro. Oh! spero bene che non direte mai tal cosa quando mi avrete conosciuto. Veramente bisognerebbe essere un mostro a ridere di chi ci ama, e per amarci patisce. E non solamente io non sono un mostro: ma sappiate bene che nella vostra età io era tutto come voi: e se ora l'aver vissuto e troppo conosciuto gli uomini ha moderato il mio cuore, non lo ha però molto cangiato. Onde a rider di voi, dovrei ridere di me stesso. Ma ci vedremo, io spero certo, fra pochi mesi: e dopo esserci veduti, credo non bisogneranno più spiegazioni.</p>
            <p>Così saviamente mi spiegate e circoscrivete il vostro amore per la gloria, che ve lo concedo: cioè mi liberate da ogni timore che possano provenirvene dispiaceri. Nè anche temo più delle <hi rend="italic">differenze</hi> con Carlino: e quasi inclino a concedergli che non siano vere differenze tra voi. Abbracciatelo caramente; chè io già lo amo, e come vostro, e come degno di voi. Al signor padre ricordate la mia servitù.</p>
            <p>Avrò piacere che lette <hi rend="italic">tutte le lettere</hi> e le altre prose che vi nominai del Tasso, mi diciate come vi sia piaciuto. Parmi singolare per una sua propria dignità e quasi maestà di stile. Avete nessuna opera di Daniello Bartoli? ma voglio dire particolarmente le <hi rend="italic">storiche</hi>; poichè in queste è maraviglioso lo stile; nelle <hi rend="italic">morali</hi> è pazzo. Se tra le storiche poteste leggere la <hi rend="italic">Cina</hi> (sopra tutte) o l'<hi rend="italic">Asia o il Giappone</hi>, vedrete un mirabilissimo scrittore; un artefice incomparabile.</p>
            <p>Nel <hi rend="italic">Dittamondo</hi> a me pare che non sia da trovar altro che erudizione di lingua; e ciò quando ne avremo una edizione corretta; poichè le due antiche e rare sono bestiali. Del resto, di poesia non ci trovo nulla: e la sua erudizione a questi tempi riesce miserabile. Ben vorrei che leggeste il <hi rend="italic">Tesoro</hi> di Brunetto, come la <hi rend="italic">Enciclopedia</hi> di quel secolo. Niuna vita ho fatto nè farò pel Bettoni; che è un tristo ciarlatano. E io che abborrisco la fatica, e non voglio far niente per me, figuratevi se voglio far qualche cosa per altri.</p>
            <p>Fra poco partirò per Milano; e anche di là vi scriverò: ma voi per più sicurezza scrivetemi sempre a Piacenza. Conservatevi la salute, per quanto mi volete bene, e io ne voglio a voi. Mi fareste disperare, se non foste sano e vigoroso. Vi abbraccio con tutto il cuore mille e mille volte. Addio amatissimo e preziosissimo Giacomino. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Giordani (1817)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO GIORDANI - PIACENZA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 5 Dicembre 1817.</date>
            </opener>
            <p>Mio carissimo. Alle due vostre dell'1 e 6 Novembre risposi con una lunga mia, e adesso rispondo all'altra vostra del 22. Del fratellone (non fratellino come voi lo chiamate, ch'egli è alto e fatticcione da metter paura a un scriatello e sottilissimo) v'ho parlato nell'ultima mia. Dei lavori miei presenti de' quali mi domandate, non vi posso dire altro se non che ora rimessomi alla peggio in un po' di trista salute, vo leggendo i miei Classici, Greci la mattina, Latini dopo pranzo, Italiani la sera; e così penso di durare un altro annetto, non iscrivendo fuori che qualche bagattella che ho in testa, e limandone due o tre altre già fatte, dopo il quale impratichitomi bene del greco e arricchitomi dell'oro dei Classici, fo conto di uscire in campo con una solenne traduzione (tanto solenne quanto posso darla io) e poi lasciar fare alla inclinazione e alla fortuna. Ma questo è veramente un fare il conto senza l'oste, e bisognerebbe che mutassero natura due cose in me variabilissime, la salute e il volere. Il Luglio passato, la lettura de' trecentisti m'invogliò di scrivere un trattato del quale anni sono avea preparati e ordinati e abbandonati i materiali. Ne scrissi il principio e poi lo lasciai per miglior tempo. Se questa avesse potuto trovarvi prima che partiste per Milano, v'avrei pregato che vi faceste dare dallo Stella qualche copia del Secondo dell'<title>Eneide</title> da donare a qualcuno degli amici vostri, avvertendoli ch'ella è opera non limata dove l'autore ha corretti dopo la stampa e mutati infiniti luoghi, e in ispecie cancellata tutta quanta la stentatissima prefazione. Certo è che ora pochissimi sanno il nome mio, ma questi pochissimi non conoscono altro che quelle mie cosacce delle quali m'ho a vergognare; ed io quando s'abbia a conoscere qualche mia cosa, non mi curo che sia conosciuta altra che questa così imperfetta com'ella è. Ma questa appunto, perchè tutto vada secondo il mio desiderio, posso dire con verità che l'averla fatta stampare non m'ha giovato ad altro che a donarne tre copie in tutto e per tutto, non contando io per niente quel mezzo centinaio che n'ho fatto seminare tra questa vilissima plebe Marchegiana e Romana. In somma ella è perfettissimamente ignota da coteste parti, dove pur vedo che si parla di cento altre traduzioni, che in coscienza non posso dire che sieno migliori. E questo viene che io non avendo nessunissimo commercio letterario con nessuno, non posso da me stesso spargere nessuna opera nè mia nè altrui nè anche donandola. E lo Stella che, non potendo io donare per la ragione che ho detto, avea promesso di badare allo spaccio di quel libercolo come di cosa propria, lo lascia dormire a suo agio, com'è naturale e come ho veduto in una nota ch'ei m'ha mandata. E dorma in pace, ch'è meglio ch'io non v'abbia potuto dare questa briga.</p>
            <p>Dell'Arici, avete fatto benissimo. Sappiate che io non ho un baiocco da spendere, ma mio padre mi provvede di tutto quello ch'io gli domando, e brama e vuole ch'io gli domandi quello che desidero. E io tra il non avere e il domandare, scelgo il non avere, eccetto se la necessità de' miei studi o la voglia troppo ardente di leggere qualche libro non mi fa forza. E dico, la voglia di qualche libro, perchè niente altro che libri io gli ho domandato mai, fuor solamente un paio e mezzo di cavalli di posta, ch'egli non mi dà, perchè s'è persuaso d'una cosa che non mi sono persuaso io, cioè che io abbia a fare il galantuomo in casa sua. Ma tornando ai libri, quando mi s'offre occasione spontanea di domandarne, come è questa che voi m'avete somministrata, io non ci ho nessuna ripugnanza; e però ogni volta che vi accaderà di spendere così il mio nome, voi farete piacere a me che avrò un bel libro di più da leggere, e nessunissimo dispiacere a mio padre. Ben volentieri m'adoprerei per trovarvi associati, se potessi. E non voglio lasciar di dirvi che questi paesi in verità sono sterili e difficili, ma qualunque altro colla metà della mia premura ne potrebbe pur cavare assai più ch'io non potrei. Alla fine io sono un fanciullo e trattato da fanciullo, non dico in casa, dove mi trattano da bambino, ma fuori, chiunque ha qualche notizia della mia famiglia, ricevendo una mia lettera, e vedendo questo nuovo Giacomo, se pure non mi piglia per l'anima di mio Nonno morto 35 anni fa, che portò questo nome, s'appone ch'io sia uno de' fantocci di casa, e considera che rispondendo egli uomo fatto (fosse ancora un castaldo) a me ragazzo, mi fa un favore, e però con due righe mi spaccia, delle quali l'una contiene i saluti per mio padre. In Recanati poi io son tenuto quello che sono, un vero e pretto ragazzo, e i più ci aggiungono i titoli di saccentuzzo di filosofo d'eremita e che so io. Di maniera che s'io m'arrischio di confortare chicchessia a comperare un libro, o mi risponde con una risata, o mi si mette in sul serio e mi dice che non è più quel tempo, che venga avanti e vedrò io, che anch'egli dell'età mia avea questo genio di comprar libri il quale se n'è ito venendo il giudizio, che il medesimo succederà a me: e allora io ragazzo non posso alzar la voce e gridare: razza d'asini, se vi pensate ch'io m'abbia a venire simile a voi altri, v'ingannate a partito; che io non lascerò d'amare i libri se non quando mi lascerà il giudizio, il quale voi non avete avuto mai, non ch'egli vi sia venuto quando avete lasciato di amare i libri. Vedete dunque, oltre al ritratto della mia felicità presente, come io sono inettissimo a servir voi e le lettere in questo particolare e in altri tali.</p>
            <p>Quanta stima io faccia dell'Arici potete vederlo leggendo la bruttissima prosa ch'io misi innanzi alla <hi rend="italic">Titanomachia</hi> d'Esiodo pubblicata mesi sono nello <title>Spettatore</title>. Nondimeno vi dirò sinceramente che nè quella sua Epistola malinconica tutta versi e imitazione del Pindemonte, che è nella <hi rend="italic">Biblioteca Italiana</hi>, nè il suo discorso sull'Epopea, grettissimo e miserello quant'altro mai, nè quel suo disegno di poema epico sopra un argomento cercato col fuscellino, che nè per se stesso, umanamente parlando, importa molto, nè suscita, secondo me, gran calore in chi legge la storia, non mi vanno punto pel sangue. Intorno ai vostri articoli sulla <hi rend="italic">Pastorizia</hi>, come pure a qualchedun altro degli stampati nella <hi rend="italic">Biblioteca Italiana</hi>, avea segnate prima di amarvi quanto ora v'amo, (che amato v'ho come prima ne' vostri scritti v'ho conosciuto) alcune coserelle che vi scriverò o vi dirò, <hi rend="italic">si tanti</hi>, quando saremo insieme. Vi lascio, o mio caro, abbracciandovi con tutta l'anima. Addio addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A N.Capurro (1817)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A NICCOLÒ CAPURRO - PISA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 5 Decembre 1817.</date>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo Signore. È qui un mio conoscente il quale si trova avere in pronto in un pulito ms. la traduzione delle Lettere sopra la condotta di Bonaparte a Sant'Elena del Chirurgo Warden, fatta sopra l'originale inglese della 5.ta edizione di Londra 1816: e sapendo che io ho qualche corrispondenza coi principali esercenti l'arte libraria in Italia, mi ha pregato di proporne io medesimo la stampa a qualcuno. Onde io conoscendo V.S. per uno dei primari, contuttochè non avessi il bene della sua conoscenza, tuttavia per soddisfare al possessore del ms., ho giudicato opportuno di rivolgermi a Lei prima di ogni altro, offerendoglielo. Essendo io affatto digiuno di lingua inglese, non le posso dare il mio giudizio sul merito della traduzione, della quale anche posso dirle con verità di non aver letto se non alcuni squarci da cui rilevo che, quanto allo stile, ella si distingue dalla maggior parte delle traduzioni usuali e frettolose, tanto comuni ai giorni nostri. Intendo pure che sia fatta con molta fedeltà e diligenza, e che ne' pochi pezzi di quest'opera che si son veduti nelle gazzette italiane e tedesche, a stento si ravvisi quello che leggesi nel testo e che comparisce in questa traduzione. Il possessore non vorrebbe andare al di sotto delle spese che sono state necessarie per condurla a fine, come quella di dettatura e copiatura, oltre l'essersi fatto, dopo aver tentato altre strade, venir l'originale da Parigi, donde fu assicurato da chi glie lo procurò, che esso era rarissimo. In una parola mi sembra ch'egli desideri qualche compenso della sua fatica, avendola fatta a solo fine di dare il suo ms. a chi volesse profittarne, ma è di facile contentatura, e credo ch'alla prima proposizione, resterà pago. Bisogna ch'io le faccia avvertire che l'Originale ha tre rami, l'uno de' quali è il ritratto recentissimo di Bonaparte, l'altro rappresenta una sua medaglia, e il terzo il suo carattere. Però in caso che V.S. accettasse il partito ch'io le propongo, converrebbe che mi indicasse se vuol far uso di questi rami, i quali si possono benissimo tralasciare, perchè allora se le rimetterebbe lo stesso originale, insieme col ms. In ultimo osserverò per sua norma che l'Originale è in ottavo, con margine, carattere grande, pag. 219. Quando poi Ella non trovi di sua convenienza l'offerta del ms. gradirei che si compiacesse di farmene un cenno per mio regolamento. A ogni modo mi rallegrerò di aver avuto occasione di protestarle la mia piena e sincera stima, e dichiararmi con verità e senza riserva alcuna suo devotissimo obbligatissimo servitore Giacomo conte Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1817)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>
                  <add resp="ed">Milano</add> 13 Decembre <add resp="ed">1817</add>.</date>
            </opener>
            <p>Eccomi in Milano: e di qua distendo con ismisurato desiderio le mani per abbracciare il mio amatissimo Giacomino: il quale dee scrivere al Sartori libraio di Ancona, che appena gli giungerà dal libraio piacentino Del-Maino un plico di libri, o ve lo mandi, o ve ne avvisi; secondo che voi volete. - Che sono questi libri? - Sono due opuscoletti che vi manda in dono il nostro Mai: e 4 volumi in 8° le opere di Senofonte recentemente stampate in Germania. Questa edizione ha la comodità del sesto, che bramavate. Imaginate poi che sia delle meno sozze carte e stampe che oggidì si usino in quella provincia, che della dottrina fa mercato. E guardate se torna conto impacciarsi in tali porcherie. Il Senofonte non l'ho ricusato, non trovandone altro. Dovrete esser contento del prezzo; che il buon Mai ha tirato al possibile. Egli ancora ha fatto esaminar bene i volumi, se nulla manca; il che vedrete dall'unita carta di quegli che nell'Ambrosiana fece l'esame. In somma spero che restiate soddisfatto. Se volessi donarvi Senofonte, non vorreste; dunque me lo pagherete; ma in Recanati. Per ora basterà che al Sartorio paghiate ciò che in porto e dazio avranno speso egli da Piacenza ad Ancona, e Del-Maino da Milano a Piacenza. Ho creduto bene di farvi io la spedizione; acciò non aveste a languire per le insopportabili e consuete lentezze.</p>
            <p>Ero venuto qui per pochi giorni; e (forse) ci starò fino a pasqua, volendo leggere varie opere che solo qui posso avere. Presto uscirà qualche nuova scoperta del Mai. Il Borghesi di Savignano (dotto antiquario; e credo lo conosciate) è venuto qui per illustrare i frammenti de' <hi rend="italic">Fasti Capitolini</hi> trovati l'anno scorso in Roma, dove però a lui mancavano i libri necessari al suo lavoro. Vedete! Milano è il meglio paese di tutta Italia per libri. L'opera di Monti verrà in 4 volumi; e i due primi usciranno insieme. Il mio Mai vi saluta ben tanto. Io vi abbraccio con tutta l'anima; e vi prego di riverirmi il signor Padre, e ricordarmi a Carlino vostro. Addio, <hi rend="italic">dulcissime rerum</hi>. Addio. Scrivetemi a Milano.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1817)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>Milano 17 Decembre <add resp="ed">1817</add>.</date>
            </opener>
            <p>Mio carissimo Giacomino, l'altro dì v'ho scritto del Senofonte, che iermattina spedii a Piacenza, perchè di là venga inviato al libraio Sartorio d'Ancona. L'ho fatto comprare all'ottimo Mai; perchè più sicuramente foste bene servito. La stessa edizione hanno nell'Ambrosiana. Vedete ch'erano promessi due altri volumi, cioè indici, e altre ciarpe; i quali non sono mai usciti. Ma ne' 4 si comprendono tutte l'opere. Il fatto è poi che a volere un Senofonte maneggiabile, e di tollerabil prezzo, non ce n'era altro.</p>
            <p>Rispondo ora alla vostra carissima dei 5, che mi viene da Piacenza. E vi dico prima che io credo di star qui fino a pasqua; leggendomi quietamente diverse opere, che fuor di qui non potrei trovare. Quella vostra lettura, così distribuita, di classici greci, latini, italiani, mi piace infinitamente; purchè sopra tutto abbiate cura della salute, che sopra tutto importa. Per amor di Dio, ve la raccomando, e temo sempre che non mi ascoltiate a bastanza.</p>
            <p>Che altri vi tratti tuttavia da ragazzo, non s'accorgendo quale e quanto uomo siate già; e che altrove non si faccia ancora gran romore de' vostri studi; pigliatelo ridendo. Non mancherà di venir tempo, e non tarderà molto che sarete conosciuto e predicato: nè però sarete più felice che ora; se non quanto saprete da voi stesso godere di voi stesso. Oh crediatemi Giacomino, che il mondaccio è pure una trista vanità. E non vi parlo come bigotto; ma come uomo.</p>
            <p>M'avete messo in gran voglia di sapere qual sarà la <hi rend="italic">solenne traduzione</hi>, e qual sarà il <title>Trattato</title> cominciato e poi <hi rend="italic">abbandonato</hi>. Oh scrivetemelo. Dell'epistola malinconica e del discorso sul poema epico penso lo stessissimo che voi. <hi rend="italic">Pudet, pigetque</hi>. Ma del Poema vidi <hi rend="italic">sei</hi> canti manoscritti, e mi piacquero grandissimamente. Discordo da voi in una cosa sostanziale; nella quale però vedo che con tutta la tenerezza di vostra età siete accortissimo politico: e va bene cogli uominacci: ma io che sono a rovescio del comune, non posso combinarmi colla comune prudenza: con me bisogna esser naturale. Voi dite che prima di amarmi come ora, notaste varie cose ne' miei articoli sulla <hi rend="italic">Pastorizia</hi>, e in altri: come voleste dire che ora amandomi più o non vorreste cercare i miei errori, o non dirli. Ma, caro Giacomino, credete voi che dieci, o venti, o cento errori letterarii mi facciano essere meno galantuomo, o anche meno valente uomo di quello che sono in realtà? È vero che è di molti il voler quasi parere infallibili: e però insegna la prudenza a non farsi accorto de' loro errori. Ma quello parmi errore goffissimo. Non è l'errare, cioè il pensar male, che disonori; ma il non aver forza di pensare. Io anzi coi soli amici che più amo tengo conto di quelle opinioni loro che non mi persuadono; e le dico loro, e cerco di trovare se più essi o io ci accostiamo al vero, o al verisimile. Però se ora più mi amate, più liberamente dovete dirmi dove sembravi che dalla somiglianza del vero le mie opinioni si discostino. Perchè se anche mi diceste che alcun mio pensiero vi paresse privo d'ogni somiglianza al vero; non mi direste già per questo ch'io sia una bestia, o meno degno del vostro amore. Quante volte l'uomo discorda da se stesso! s'ama egli perciò meno, o meno si stima? Di qui prese una finissima parola Sant'Agostino nelle <hi rend="italic">Confessioni</hi>, per esprimere le amorevolissime dispute cogli amici: <hi rend="italic">Dissentire interdum, velut ipse homo secum</hi>. Ditemi dunque, e via disputiamo amichevolissimamente. Oh io sono amicissimo di persone, che pur sinceramente mi credono un c...e: figuratevi se può offendermi alcuno per non adottare un qualche mio pensieruzzo. Avete poi fatto bene a narrarmi così lepidamente lo stato vostro: onde eviterete che io vi dia brighe, come avrei sempre fatto, credendovi l'oracolo della Marca: ma anche il Messia quando era piccolino, non era molto ascoltato da' suoi patriotti.</p>
            <p>Riveritemi il signor Padre, salutatemi il fratelloccio; curate molto la salute, vogliatemi bene, e scrivetemi: io sono impazientissimo di vedervi; e con desiderio inestinguibile vi abbraccio: addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Giordani (1817)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO GIORDANI - MILANO.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 22 Decembre 1817.</date>
            </opener>
            <p>Mio Carissimo. Mi consolate assai quando mi dite che fra pochi mesi ci vedremo. Oh mi bisogna, o mio caro, la presenza vostra più che forse non vi figurate. La salute adesso mi lascia far qualche cosa, ed io son tornato alle mie vecchie malinconie, e mi rallegro di potermi pur affliggere per altro che per la infermità, che è bene un'afflizione sterile e sgradita. Del Tasso ancora non vi so dir niente, perchè questi giorni ho avuto da leggere alcune altre opericciuole che m'han rubato molto tempo: oltrechè ho voluto anche dare un'occhiataccia a quelle Cruscate e Stacciate e 'nfarinature e 'nferrignerie che stanno dintorno alla <hi rend="italic">Gerusalemme</hi>, la qual cosa m'ha portato più avanti ch'io non credea nè volea. E liberatomi da questa noia, m'è accaduto per la prima volta in mia vita d'essere alcuni giorni per cagione non del corpo ma dell'animo, incapace e noncurante degli studi in questa mia solitudine. Nondimeno tornerò, benchè con isvogliatezza, al Tasso, e alle altre mie letture; anzi già facendomi violenza, ci sono quasi tornato e ve ne scriverò. Del Bartoli ho le opere morali, ma una sola istorica, cioè <hi rend="italic">L'Inghilterra</hi>. Non so se vada letta, e me lo saprete dir voi.</p>
            <p>Ai 15 di settembre spedii all'Acerbi (col quale aveva già avuto in altre occasioni un certo commercio di qualche lettera) la dissertazioncella sopra il <hi rend="italic">Dionigi</hi> del Mai, la quale, avendo al mio solito contrattata con un pizzicagnolo la traduzione italiana di tutto il <hi rend="italic">Dionigi</hi>, aveva arricchito di molte osservazioncelle sopra alcuni particolari dell'opera, cavate dalle postille fatte alla traduzione, e sgomberatala di parecchie inezie e lungagnole, in maniera da ridurla quel più importante che si poteva. Aspettata un mese e più la risposta che avea pregato l'Acerbi che me la desse presto, portandogli le mie ragioni, riscrissi ai 20 d'Ottobre supplicandolo umilmente che si degnasse di dirmi se quella tal mio dissertazione l'accettava o no; chè questa era in sostanza la solissima risposta ch'io domandava. Aggiunsi che quando non l'accettasse, m'avrebbe fatto favore mandandola allo Stella, al quale n'avrei scritto. Ai 14 di Novembre, non avendo risposta dall'Acerbi, scrissi allo Stella, che si facesse dare quello scritto e che avrebbe potuto stamparlo nello <title>Spettatore</title> (come già aveva fatto dell'<hi rend="italic">Inno a Nettuno</hi> caduto per un error di posta in mano dell'Acerbi, dal quale egli se lo fece rendere). Ma lo Stella che pure ha per costume di rispondermi, questa volta s'è incocciato di non fiatare; e credo che si sieno accordati fra loro di fare i sordi e di star zitti zitti, e lasciarmi urlare a voto, come io fo qualche volta quando sono di mal umore con un mio fratelluccio che ha quindici anni meno di me. E arrivatomi l'ultimo quaderno della <hi rend="italic">Biblioteca Italiana</hi>, e veduto nell'Indice: Sul <hi rend="italic">Dionigi</hi> del Mai, credetti da prima che fosse la mia dissertazione, poi che almeno ne avrebbero fatto un motto, e finalmente m'accorsi che m'era ingannato; e poi mi sono risoluto di mandar quello scritto in malora, giacchè ad ogni patto ci vuol andare, e di non pensarci più. In verità ne' giorni addietro, vedendomi così fuor del mondo letterato, colle mani legate, senza, per così dire, potermi voltare da nessuna banda, scrivendo lettere inutilmente, interrogando senza risposta, mandando, nè sapendo chi nè se nè quando nè come diascolo riceva, pigliavami una rabbia ch'io n'indiavolava. Ma ora nè di biblioteche nè di dissertazioni nè di furori nè d'altre tali cose non mi cale nè mi può calere nè poco nè punto.</p>
            <p>Vorrei che mi diceste se del Tasso van letti i discorsi del poema eroico che hanno messi nella raccolta de' Classici italiani.</p>
            <p>Alla vostra dei 22 Novembre risposi ai 5 di questo con una lunghetta che mandai a Piacenza, come mi dicevate. E perchè nell'altra vostra dei 30 Novembre alla quale ho risposto di sopra, mi promettevate di scrivermi da Milano, non ho voluto mandar questa prima di ricevere vostra lettera di costà. L'ho ricevuta, e vengo dunque alla vostra dei 13. Avete fatto quanto al Senofonte più assai ch'io non domandava; e ve ne ringrazio senza fine. Dal vedere che non farete stiticherie intorno al dirmene e ripigliarvene il prezzo, argomento che non vi sia discaro il farmi di questi servigi, e ch'io potrò domandarvene qualche altra volta. Quando poi al tutto non vogliate ch'io vi rimborsi se non in Recanati, bisognerà che m'accomodi al voler vostro. Salutate da mia parte il nostro Mai, e ringraziatelo caldamente così dell'opera prestatami pel Senofonte, come dei libri che mi regala. Subito che gli avrò ricevuti, gli scriverò, com'è dovere, per ringraziarlo io: non iscrivo adesso, perchè non sapendo che libri sieno, converrebbe che lo ringraziassi troppo asciuttamente. Fate dunque le mie parti voi che siete un altro me. L'opera del Monti penso di farmela venire. Del Borghesi, se intendete dire che io lo conosca di nome e di fama, vi siete apposto, se di persona, no. Della carestia di libri a Roma era bene informato. Ho certe opere io nella mia porca bicoccaccia che non si sono potute trovare in tutta la nostra veneranda arcidottissima capitale, avendocele fatte cercare. Addio, carissimo e dilettissimo mio. Vogliatemi bene e conservatevi al più ardente e smanioso degli amici vostri: il quale così potesse esser felice e beato in voi, come in se stesso sarà sempre infelice, e andrà tuttavia <hi rend="italic">Lamentando il suo fato ed il perduto Fior de la forte gioventù</hi>. Vi ringrazio di nuovo con tutta l'anima. Addio. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Giordani (1817)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO GIORDANI - MILANO.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati li 29 Decembre 1817.</date>
            </opener>
            <p>Avendo risposto alla vostra dei 13, non m'accade quanto al Senofonte altro che ripetere i ringraziamenti e di nuovo pregarvi che salutiate da mia parte il nostro caro Mai. Della traduzione di cui mi domandate, <hi rend="italic">nondum matura res est</hi>, io non dico dell'opera che nè meno è cominciata, ma del pensiero, laonde non ve ne posso dir nulla, non essendo pure ben risoluto di quello che tradurrei. E in oltre mi pare d'essermi accorto che il tradurre così per esercizio vada veramente fatto innanzi al comporre, e o bisogni o giovi assai per divenire insigne scrittore, ma che per divenire insigne traduttore convenga prima aver composto ed essere bravo scrittore e che in somma una traduzione perfetta sia opera più tosto da vecchio che da giovane. Sì che vedete che non sono manco ben certo se tradurrò. Il trattato cominciato e poi piantato era <hi rend="italic">degli errori popolari degli antichi</hi>, intorno ai quali ho un tomo di materiali accozzati qualche anno fa: ma questo è poco o nulla, perchè quasi mi dovrà essere più difficile lo scegliere che non fu l'accumulare. Del trattato proprio non ho scritto altro che poche carte.</p>
            <p>Seguita la difesa di Giacomo Leopardi accusato di politica ragazzesca verso un amico. Io non so veramente come domine vi sia potuto cascare in testa di mettervi in parata per una frase innocentissima ch'io aveva usata nè più nè meno per significare il tempo in cui avea segnate quelle cosucce ne' vostri articoli. Mettetevi un poco ne' miei panni e siate contento di dirmi come avreste scritto voi per esprimere questo tempo. <hi rend="italic">Quando io non vi conosceva</hi>, no, perchè di persona nè anche adesso vi conosco, di fama e di scritti anche allora vi conosceva. <hi rend="italic">Quando io non v'amava</hi>, nè pure, perchè sarebbe stata una bugia, avendovi amato così tosto come vi conobbi. Come dunque? <hi rend="italic">Quando voi non mi amavate</hi>, o <hi rend="italic">prima ch'io vi scrivessi</hi>, o <hi rend="italic">prima di ricevere la vostra prima lettera</hi>? Sarebbero state frasi, più goffe ch'io non so dire. Dunque scrissi: <hi rend="italic">quando io v'amava meno che ora non fo</hi>: e vi prometto che appunto questo discorso che v'ho raccontato fece l'intelletto mio nello scegliere questa frase. Ma quando mi fosse dispiaciuto, come voi credete, d'aver notati quei vostri (che voi chiamate) errori, vorrei pur sapere che cosa mi forzava di confessarvi questo peccato, e per soprappiù di promettervi che quelle osservazioncelle ve le avrei o scritte o dette a voce. Ora giacchè mi predicate tanto la schiettezza e la libertà cogli amici, sappiate ch'io riprendo in quel paragrafo della vostra lettera molte cose. Primieramente quello stesso vizio di cui m'accusate voi, dico la troppa prudenza cogli amici. Voi mi chiamate <hi rend="italic">accortissimo politico</hi> per un detto che a intenderlo come l'intendevate voi, era una bambinaggine per non dir peggio. In verità che questo sarebbe un bel complimento da farsi a un amico: Sappiate, mio caro, che quando io non v'amava, tenea conto de' vostri errori, ma al presente, tolga Iddio! In secondo luogo riprendo che vi mettiate di proposito a provarmi certe cose, delle quali se non credete ch'io sia persuaso quant'uomo del mondo, fate male ad amarmi. Poi, che abbiate così facilmente creduto il vostro amico o sciocco o vano o scortese, e pigliato ombra per così poco. In oltre che vi chiamiate amicissimo di gente che vi reputa tutt'altro da quello che siete, di maniera che è o balorda o maligna, e non è possibile che voi la stimiate: ora io non posso nè credo che un par vostro possa amare persona che altresì non istimi; e però stimando pochissimi, amo tanto pochi che a volerli contare colle dita, una mano sarebbe d'avanzo. Del resto è più che vero quello che voi dite del disputare cogli amici. Anzi io credo che cogli amici soli, o con quelli che facilmente ci potrebbero essere amici, sia ragionevole e utile il disputare. Dice santamente il mio caro Alfieri nella sua <hi rend="italic">Vita</hi>, ch'egli non disputava mai con nessuno con cui non fosse d'accordo nelle massime. E questa credo che sia la pratica dei veri savi: onde io studiandomi di diventar savio, e in Recanati non andando d'accordo nelle massime con nessuno, non disputo mai, ed ostinatissimamente mi lascio spiattellare in faccia spropositi da stomacare i cani, senza mai aprir bocca; del che tutti, com'è naturale, mi riprendono, e dicono che bisogna dire il proprio parere, e altre cose belle; ma predicano ai porri.</p>
            <p>Le mie noterelle sui vostri articoli ve le scriverò una volta che la carta sia men piena. Ma sono bazzecole, quando sopra una paroluzza, quando sopra un verso, e andate discorrendo; sì che non v'aspettate il parto della montagna. Se non temessi che vi dovesse parere una curiosità fanciullesca, vi domanderei quali sieno i libri che state leggendo, e che hanno forza di ritenervi a Milano; e il saper questo mi servirebbe anche di regola per le mie letture. Addio, Carissimo. State lieto voi, e amatemi e scrivetemi per far lieto me. Scriverò, finito il mese, al Sartori. Addio, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1817)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>
                  <add resp="ed">Milano</add> l'ultimo dì dell'anno <add resp="ed">1817</add>.</date>
            </opener>
            <p>Mio caro Giacomino, questa sarà per darvi il buon anno, e rispondere alla vostra dei 22.</p>
            <p>La migliore delle storie del Bartoli a me pare la <hi rend="italic">Cina</hi>, e la più dilettevole anche a leggere; poi l'<hi rend="italic">Asia</hi> e il <hi rend="italic">Giappone</hi>. L'<hi rend="italic">Inghilterra</hi> mi pare inferiore di stile, come troppo lavorato e contorto. Inoltre non vorrei che la leggeste; tanto è piena di atroci e disumani supplizi, che vi contristerebbero insanabilmente. A un più duro cuore lascerei leggerla; e potrebbe ricavarne riflessioni filosofiche, ma pur tristi. Le sue opere morali sono di stile delirante, e di confuso e indigesto disegno: piene però, anzi traboccanti di erudizione; e ci è da guadagnare anche di vocaboli belli e proprii, massime nelle arti materiali.</p>
            <p>Spiacemi che vogliate perdere il tempo, e ingombrare e stancare la testa in quelle spinose goffaggini de' critici del Tasso; de' quali non si possono sopportare se non i sette libri di Paolo Beni, molto bene scritti; e pieni ancora di cose buone. Del Tasso medesimo non approverei se leggeste altre prose che le indicatevi da me. Ma quelle vorrei che ben consideraste; parendomi notabilissime di uno stile nobilissimo, tutto suo. I suoi discorsi sul poema contengono cose belle, miste a scolasticaggini fastidiose e più che inutili.</p>
            <p>Che facciate esercizio di pazienza collo Stella, può essere scusato dalla necessità. Ma che diavolo andate ad infangarvi col più infame diffamato mascalzone di quell'Acerbi, che tutti predicano per spia pubblica; ed è questo il minimo de' suoi vituperi? Ringraziate dio ch'egli non vi scriva; e non contamini una così pura e nobil fama come la vostra, con quella sua tanto divulgata e abominata infamia. Eh lasciate al diavolo la <hi rend="italic">Biblioteca</hi>; la quale è tanto screditata, e tanto va scemando di compratori, che tra non molto si spegnerà, e vedrete <hi rend="italic">multo non sine risu dilapsam in cineres facem</hi>. Ben vedrei volentieri stampata nello <title>Spettatore</title> quella vostra lettera Dionisiana, che era veramente bellissima; e tanto più arricchita come l'avete di buone annotazioni. Fate che lo Stella la ricuperi dall'Acerbi. Io dico a voi di scriverne; perchè non voglio impacciarmi con loro. Farò domattina le vostre parti coll'aureo Mai. Intanto vi abbraccio cordialmente, pregandovi di riverirmi il signor padre, e volermi sempre bene.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1818)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>Milano 7 Gennaio <add resp="ed">1818</add>.</date>
            </opener>
            <p>Giacomino mio adorabile. Se io vi dico che la vostra dei 29 mi diletta anche sovra le altre vostre, che tutte mi sono carissime; non l'abbiano le altre per male. Lascerò s'ella sia più bella: certamente è più allegra; e questo mi empie di consolazione. È pur ingegnosa! è pur giudiziosa! è pur deliziosa! Ma il bello è che tutte le altre mostran voi rarissimo d'ingegno e di giudizio (e giuro che dico assai meno di quel che penso): questa dimostra me un rarissimo balordo; e lo mostra con tanta grazia, che non posso riprender me, e quasi non posso dolermi dalla mia rara balordaggine. E pure è vero ch'io stoltamente intesi quel vostro <hi rend="italic">quando</hi>; e stoltissimamente risposi. Ma come dolersi di stoltezza che nulla nocque? anzi giovò; facendo che scriveste così graziosi e cari argomenti. Mi avete fatto saporitissimamente ridere di me stesso; e ho dovuto dire: Ve' che non sapevo di poter essere tanto minchione. Dandovi però ragione in tutto e per tutto, nego una sola cosa: nego che non si possano amare se non persone <hi rend="italic">stimabili</hi>, se mai voleste soggiungere che non si possono stimare se non persone d'ingegno. Una vera e buona semplicità mi pare amabilissima, e anche stimabile: e così amarsi possa un ragazzo, una contadinella. Ma già credo che saremo d'accordo.</p>
            <p>Sul <hi rend="italic">tradurre</hi>, e sul disputare solamente cogli amici, pensate savissimamente; e tanto, che un bravissimo uomo di quarant'anni non potrebbe meglio del mio sì giovinetto Giacomino.</p>
            <p>Oh non vi lasciate mai venir in mente che le vostre lettere possano esser lunghe. Scrivetemi dunque ciò che notaste ne' miei opuscoli. Quasi è certo che dovrò darvi ragione: e se anche in qualche cosuccia non fossi persuaso, è pur bene l'esaminare.</p>
            <p>Sappiate che per mezzo dell'aureo Mai ho potuta redimere dalle sozze mani Acerbiane la vostra preziosa lettera Dionisiana. Ora se volete che la stampi lo <title>Spettatore</title>, fatene due righe allo Stella, e acchiudetele a me, che gliele darò col manoscritto.</p>
            <p>Non è <hi rend="italic">fanciullesca</hi> domanda delle mie letture: bensì riderete al sentir tale farraggine. Ho letto il <hi rend="italic">Giove Olimpico</hi> di Quatremère e la <hi rend="italic">Iconografia greca</hi> del Visconti; e con sommo piacere. Ora mi annoio cogli <hi rend="italic">scrittori d'Alessandro Magno</hi> del Sainte-Croix. Ma diletterommi leggendo il <hi rend="italic">Museo Capitolino</hi>, e il <hi rend="italic">Vaticano</hi>, e i <hi rend="italic">Vasi Amiltoniani</hi> di Dancheville, e i <hi rend="italic">Monumenti d'Egitto</hi>; poi le lettere di Bailly sull'<hi rend="italic">Atlantica</hi>, l'<hi rend="italic">Anarchia di Polonia</hi> di Rulchiere, la <hi rend="italic">Guerra dei trent'anni</hi> di Schiller, il <hi rend="italic">Teatro</hi> di Shakespeare. Oh vedete che folla: ma nella testa poi ogni cosa va a suo posto. Non imitatemi però: perchè io penso solo ad ingannare il tempo e la malinconia; voi dovete nutrirvi a grandi e splendidi lavori. Addio carissimo Giacomino: avvisatemi dell'arrivo di Senofonte: riveritemi il papà, e vogliatemi bene. Io vi abbraccio di cuore, e vi raccomando la salute.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Giordani (1818)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO GIORDANI - MILANO.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 16 Gennaio 1818.</date>
            </opener>
            <p>Mio Carissimo. Debbo risposta alle due vostre dei 31 Decembre e dei 7 di questo. Oh non crediate ch'io mi sia voluto impantanare in quel pelagaccio dei Critici del Tasso. Fate conto che ogni mezzo tomo non m'abbia rubato più di una o due sere, e che io non ci abbia cercato altro che lingua e poi lingua. Mi vergogno assai d'aver giudicato così alla sfuggita i discorsi del Beni una delle peggiori cose di quel criticume. Vedete con che giudizio leggeva, o meglio, quanto è il giudizio mio. Tra la <hi rend="italic">Biblioteca</hi> e lo <title>Spettatore</title> che m'è parso sempre un mucchio di letame, io avea creduto meglio quella, se non altro perchè lo <title>Spettatore</title> ha paura di patire il freddo dell'Alpi; e della <hi rend="italic">Biblioteca</hi> qualche copia ne scappa pure come Dio vuole fuori d'Italia. M'immaginava poi che chi avesse letta la mia dissertazioncella, per giudicarne, non avrebbe mica fatto il processo della vita dell'Acerbi. Questo Signore io lo tenea veramente per un di quei galantuomini in chermisì, anche prima della vostra lettera, se ben era un giudizio temerario. Ma per Dio non crediate ch'io abbia usata con costui una parola di cui mi possa vergognare. Io che sdegno di domandar baiocchi a mio padre, pensate se avrei per cosa del mondo voluto inchinarmi a un giornalista. Fatevi pur certo che le lettere ch'io gli ho scritte pochissime e brevissime, si potevano scrivere senza scrupolo a chicchessia. È un pezzo, o mio caro, ch'io mi reputo immeritevole di commettere azioni basse, ma in questi ultimi giorni ho cominciato a riputarmi più che mai tale, avendo provato cotal vicenda d'animo, per cui m'è parso d'accorgermi ch'io sia qualcosa meglio che non credeva, e ogni ora mi par mille, o carissimo, ch'io v'abbracci strettissimamente, e versi nel vostro il mio cuore, del quale oramai ardisco pur dire che poche cose son degne. Del resto l'Acerbi lo raccomandava già al diavolo <hi rend="italic">conceptis verbis</hi> nella seconda lettera che gli scrissi sulla mia dissertazione, sì che quanto è a lui sono già al sicuro. Vi ringrazio assai della ricuperazione del manoscritto. Se mi vorrete dire quello ch'è paruto a voi e al Mai delle giunterelle che ci ho fatte, n'avrò piacere. Vedete bene che sono inezie. Ho deliberato già parecchi mesi di scrivervi un'altra lettera forse più lunga, sopra un'altra delle scoperte del Mai. Fino ad ora, o per non potere o per non volere, non ne ho fatto nulla, ma quest'altro mese mi ci voglio mettere a ogni patto, e spero che ve la potrò mandare prima che partiate di Milano. Non ci vorrebbe molto a fare stampare queste due lettere da sè, senza impacciarsi con <hi rend="italic">Biblioteche</hi> nè <hi rend="italic">Spettatori</hi>. Ma che varrebbe? A spese mie (dovea dir di mio padre) sarebbe facile ma inutilissimo, perchè per farle leggere a due o tre non accade farle stampare. E quanto al darle a un libraio, nè credo che si troverebbe chi le volesse, nè, posto che si potesse trovare, lo saprei o potrei trovar io. Ma queste cose perchè le scrivo? Eh via che nè la nostra virtù, nè la dilicatezza del cuor nostro, nè la sublimità della mente nostra, nè la nostra grandezza non dipendono da queste miserie, nè io sarò meno virtuoso nè meno magnanimo (dove ora sia tale) perchè un asino di libraio non mi voglia stampare un libro, o una schiuma di giornalista parlarne. Oramai comincio, o mio caro, anch'io a disprezzare la gloria, comincio a intendere insieme con voi che cosa sia contentarsi di se medesimo e mettersi colla mente più in su della fama e della gloria e degli uomini e di tutto il mondo. Ha sentito qualche cosa questo mio cuore per la quale mi par pure ch'egli sia nobile, e mi parete pure una vil cosa voi altri uomini, ai quali se per aver gloria bisogna che m'abbassi a domandarla, non la voglio; chè posso ben io farmi glorioso presso me stesso, avendo ogni cosa in me, e più assai che voi non mi potete in nessunissimo modo dare.</p>
            <p>Acchiudo dunque, secondochè m'avete scritto, la lettera per lo Stella, acciocchè stampi, se vuole, la dissertazione nello <title>Spettatore</title>. Segnerò a piè di questa alcune correzioncelle che vorrei che faceste nel manoscritto. Ma se questo vi darà troppa noia, o crederete che debbano imbrogliare lo stampatore fatemi la grazia, lasciatele stare, che la mia sempiterna incontentabilità non merita che se le dia più che tanto retta. Se in questa non vedete le mie osservazioncine sui vostri articoli, non crediate ch'io non l'abbia messe per fare il modesto o il ritroso, che in verità sarebbe una sguaiataggine. Confesso il vero che le ho tralasciate per comodo mio, temendo quello che certo sarebbe accaduto, che non mi menassero troppo in lungo. E adesso io fo risparmio di giorni per arrivare a finire quella lettera che di sopra v'ho detto, e farla copiare e mandarvela prima che partiate di costà. Direte: ancora non siamo in quaresima, e vi dà da pensare il finire una lettera prima di pasqua? Ma bisogna ch'io vada a rilento con questa mia salute, e certe letture che conviene ch'io faccia prima di mettermi a scrivere, senza interrompere i miei esercizi ordinari, non ispero di poterle finire dentro questo mese. E così per quello ch'una volta mi bastava un giorno, ora mi ci vuole una settimana. Lascio stare che allora io facea roba da durare un giorno, e adesso poi ne fo da durare una settimana intera intera. Già voi dite che una vera e pura semplicità è in certo modo stimabile, e così è: e così altri senza molto ingegno può avere molte e belle virtù che lo facciano e stimare ed amare. In oltre io parlava non tanto d'amore in genere, quanto d'amicizia o d'altro affetto che le somigli, quale nè per un fanciulletto nè per una villanella non mi pare che si possa sentire. So poi bene che si può amare anche una persona che si disprezzi, ma non credo d'altro amore che doloroso a sè e compassionevole agli altri.</p>
            <p>Ditemi un poco se il nostro Mai essendo a Verona questo novembre, ha fatto nessuna bella osservazione sopra quei Codici riscritti; e se è vero che il Monti stia cantando la morte dell'Appiani. Addio carissimo. Salutate per me il valoroso Mai. Del piego scrissi al Sartori. Rispose una settimana fa che l'avrebbe mandato subito giunto, ma non aveva avuto nessun avviso. Riposerà, secondo l'usato, a Piacenza. V'abbraccio cordialissimamente e vi lascio. Addio.</p>
            <p>Ho poi pensato che vi potrebbe forse dispiacere ch'altri vedesse il vostro carattere nella copia d'una lettera scritta a voi, benchè vi potreste anche servire d'un'altra mano, ma questo sarebbe un impiccio lungo, massime che ci bisognerebbe anco scrivere qualche riga di greco. Basterà dunque che cancelliate i luoghi segnati qui sotto; e che nella cartina acchiusa, in capo a quelle due o tre cosette che vorrei aggiunte, notiate la pagina e la linea del manoscritto: poi diate la cartina allo Stella, che anche altre volte m'ha servito bene quanto al far mettere ai luoghi loro certe correzioni o giunte che gli ho mandate. Questo, casochè sia vero quello che ho detto di sopra; e come si sia, fate a senno vostro.</p>
            <p>Nella parte della lettera aggiunta da me dopo avervi mandata la prima copia, non lontano dal principio, cancellate dalle parole: <hi rend="italic">Demostene (in Midiam)</hi> ec. sino alle altre: <hi rend="italic">E così più frequentemente</hi> ec. esclusive: perchè a quegli esempi che mi erano capitati qua e là in vari libri, senza andare ai fonti, ne sostituisco nella cartina altri venutimi sotto gli occhi leggendo quegli stessi autori che cito.</p>
            <p>In secondo luogo cancellate più avanti dalle parole: <hi rend="italic">Da quel luogo del Capo 14</hi>: <foreign lang="grc">συλλαβόντες αὐτὸν</foreign> ec. sino a <hi rend="italic">ciuffare</hi>: perchè ripigliata la lettura dei greci, ho veduto primieramente che <foreign lang="grc">συλλαμβάνειν</foreign> per <hi rend="italic">comprehendere</hi>, ama di starsi col suo caso da sè, e questo lo sapeva anche prima; e in oltre che <foreign lang="grc">ὠθεῖν</foreign> (e così i suoi composti) ricevono facilmente dopo di sè una preposizione col suo caso. Luciano, <hi rend="italic">Dial. de' morti, Antistene, Diogene e Crate</hi>: <foreign lang="grc">καὶ ἐπὶ τράχηλον ωθοῦντος τοῦ Ἐρμοῦ</foreign>: il qual luogo è gemello di quel di Dionigi. Sì che convengo in tutto e per tutto col Mai.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Giordani (1818)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO GIORDANI - MILANO.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 13 Febbraio 1818.</date>
            </opener>
            <p>Perchè avete lasciato di scrivermi, o carissimo? V'ha forse dispiaciuto qualche cosa nell'ultima mia? Se così è, già sapete di certo ch'ella dispiace molto meno a voi che a me; ma io non so che cosa possa essere stata: questo so, che nè voi senza ragione adirarvi, nè io se non contro il volere e l'opinione mia v'ho potuto offendere. Ma non perdonerete voi un primo fallo o anche un terzo e un quarto ad un amico? e ad un amico come son io? e un fallo poi senza dubbio involontario, poichè nè pure congetturando posso conoscere nè come nè se io abbia fallato. Ma se anche volete punirmi, punitemi altrimenti che col silenzio, e non vogliate usare con me l'estremo del rigore. M'abbandonerete anche voi così solo e abbandonato come sono? e quando ho bisogno di conforto per sostenere questa infelice vita, voi seguitando a tacere, seguiterete a sconfortarmi infinitamente come fate? O vi sono improvvisamente uscito della memoria, ed è possibile che vi siate scordato affatto di uno, il quale sapete che se morendo potrà ricordarsi, morendo si ricorderà di voi? O c'è forse qualche altra ragione del vostro silenzio? Per amor di Dio, scrivetemelo, e subito: e qualunque cosa e comunque sia, scrivetemi, e fatelo come vi piace, che purchè mi scriviate, sarò contento.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1818)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>Milano 21 Febraio <add resp="ed">1818</add>.</date>
            </opener>
            <p>Mio carissimo Giacomino. Per pietà non mi scrivete mai più lettere come quest'ultima dei 13, alla quale subito rispondo. Non potete imaginare quanto di confusione e dolore provo per avere (involontariamente) rattristato un angelo come voi, che io adoro. Ma inchiodatevi bene bene in testa, che è affatto impossibile che io mi dimentichi di voi; se non muoio, o non divento matto, o in qualunque altro modo non mi dimentico prima di me stesso. Un altro impossibilissimo è che da voi esca mai niente che mi dispiaccia. Se voi anche mi bastonaste, io (come i veri innamorati) lo avrei caro da voi. Figuratevi poi, essendo voi d'una bontà e dolcezza sovrumana. Dovrei essere una gran bestia, se mai mi disgustassi con voi. Mio caro: io ho gran disprezzo, e molto abborrimento della razza umana in generale; perchè la conosco. Ma crediatemi che i pochissimi buoni li so conoscere, e so adorarli come cose divine. - Ma dunque perchè non risposi alla vostra dei 16 gennaio? - Oh qui bisogna che siate buono e indulgente; e perdoniate. Ho sempre avuto desiderio di scrivervi: ma figuratevi quante brighe ha, chi abita un paese grande; e riceve molte incumbenze da molti abitatori di piccoli paesi. Volevo anche combinare qualche cosa sulla vostra lettera dionisiaca; e combinare con Mai; che prima è stato lungamente ammalato, poi occupatissimo. - Ma dovevo scrivervi almeno due righe. - Non mi difendo d'aver torto: ma perdonate qualche tardanza, a chi è debole di salute, bisognoso di molto sonno, e di molto camminare, e pieno di brighe: perdonate a chi vi ama infinitamente: <hi rend="italic">remittuntur multa ei qui diligit multum</hi>. Mi accorate, mostrandomivi così malinconico. Oh se io potessi rallegrarvi! Per carità fatevi coraggio: voi mi atterrate, quando mi vi mostrate in languore e patimento. Credevo di vedervi in maggio: ma bisogna soddisfare a mio fratello; che non vuole aspettare; e bisogna andar prima a Venezia. Ad ogni modo ci vedremo in quest'anno; e sarò prima da voi che in Roma, e per questa sola cagione passerò per la via di Loreto, e non per la più breve di Toscana. Fatevi dunque animo: fate che io vi trovi prosperoso. Come va la salute, che non me ne dite niente? Oh abbiatene gran cura. È pur corsa una stagione favorevole. Fate moto? Camminate molto? Se vi ostinate a non aiutarvi, e conservarvi, io perdo pazienza. Sono giunti i Colombini? il Senofonte? che da Piacenza mi giurano spedito da tanto tempo. Che è quella seconda lettera erudita, che mi accennaste? ditemene almeno il soggetto. Caro Giacomino, vi raccomando la salute, e l'allegria. Se alla salute è indispensabile assolutamente l'uscire un poco di costì, m'inginocchierò a vostro padre; e forse si troverà modo a conseguirne questa grazia. Intanto non vi abbandonate così alla tristezza. Eh, se vi toccasse di patire quel che ho patito io, e tanti altri; che fareste allora? Sappiate godere tanti vantaggi che avete. Amatemi, e non dubitate mai di me; che v'assicuro, mi fareste grande ingiuria. Non crediate che io sia egoista, come i più. Benchè lontano, benchè non prima veduto, vi amo tenerissimamente; e vi amerò costantissimamente. Così potesse rallegrarvi e giovarvi il mio amore. Addio addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.M.Silvestrini (1818)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIUSEPPE MARIA SILVESTRINI</hi>
               </byline>
               <date>Roma-Minerva-Ospizio 24 Febbraio 1818.</date>
            </opener>
            <p>Stimatiss.o Sig. Conte. <hi rend="italic">Tandem aliquando</hi> dal P. M. Taylor ricevo la sospirata risposta che accludo. Si assicuri, che ho insistito almeno per cinquanta volte, onde non è mia la colpa di tanta tardanza.</p>
            <p>Si prosegue l'edizione dell'<hi rend="italic">Annibal Caro</hi> a spese della Duchessa di Dewonshire, la quale dicesi che accorderà premio a chi trovi errore nella stampa del de Romanis, la quale sarà senza meno superiore a quella di Milano. Equivocai tra la suddetta signora, e la Principessa di Galles. Il Ministro di Portogallo ha regalato alla nostra Libreria una copia della bellissima ristampa della <hi rend="italic">Lusiade</hi> del Camoens, con molti rami veramente superbi, e bulini diversi co' tipi di Firmino Didot.</p>
            <p>La prego de' miei complimenti al Sig. Decano Zio, e Sig. Fratello, e pronto a' di Lei pregiati comandi ho l'onore di ripetermi di V.S. Ill.a D.mo Obb.o Servitore.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Il Sig. D. Giovanni Nina di Recanati questa mattina si è fatto molto onore nell'esame dinanzi all'ec.mo Vicario, ed è stato approvato e dichiarato Parroco di S.a Cecilia in Trastevere.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Giordani (1818)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO GIORDANI - MILANO.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 2 Marzo 1818.</date>
            </opener>
            <p>Non guardate, o mio Carissimo, a quello che la malinconia e molto più l'amore immenso m'ha potuto far dire, e per l'avanti scrivetemi a vostro agio e brevemente e come vi piace: non voglio che l'amicizia mia v'accresca le brighe e le molestie che vi dovrebbe scemare se potesse. Il piego arrivò in Ancona il 17 di Febbraio: n'ebbi subito avviso, ma mio padre, mandandola d'oggi in domani, ancora non l'ha fatto venire: venuto che sarà ne scriverò a voi e al Mai che probabilmente infastidirò; pure non mi voglio mostrare ingrato. Dei Belcari, se non sono col Senofonte, che non credo perchè voi non me n'avvertiste, non ho notizia. Se consegnerete allo Stella la lettera sul <hi rend="italic">Dionigi</hi>, vorrei che me n'avvisaste, se non crederete più bene di consegnargliela, per qualunque cagione sia, non accade che me ne parliate, e fate come vi pare. Mi domandate del soggetto di quell'altra lettera lunga ch'io diceva di volervi scrivere. Ma sapete che siete un curiosaccio? Nondimeno perchè l'incertezza produce o accresce l'aspettazione, e io temo sempre il <hi rend="italic">Parturient montes</hi>, ve lo dirò: è il <title>Frontone</title>. Della salute <hi rend="italic">sic habeto</hi>. Io per lunghissimo tempo ho creduto fermamente di dover morire alla più lunga fra due o tre anni. Ma di qua ad otto mesi addietro, cioè presso a poco da quel giorno ch'io misi piede nel mio ventesimo anno, <foreign lang="grc">ἵνα τι καὶ δαιμόνιον ἔνθω τῶ Πράγματι</foreign>, ho potuto accorgermi e persuadermi, non lusingandomi, o caro, nè ingannandomi, che il lusingarmi e l'ingannarmi pur troppo m'è impossibile, che in me veramente non è cagione necessaria di morir presto, e purchè m'abbia infinita cura, potrò vivere, bensì strascinando la vita coi denti, e servendomi di me stesso appena per la metà di quello che facciano gli altri uomini, e sempre in pericolo che ogni piccolo accidente e ogni minimo sproposito mi pregiudichi o mi uccida: perchè in somma io mi sono rovinato con sette anni di studio matto e disperatissimo in quel tempo che mi s'andava formando e mi si doveva assodare la complessione. E mi sono rovinato infelicemente e senza rimedio per tutta la vita, e rendutomi l'aspetto miserabile, e dispregevolissima tutta quella gran parte dell'uomo, che è la sola a cui guardino i più; e coi più bisogna conversare in questo mondo: e non solamente i più, ma chicchessia è costretto a desiderare che la virtù non sia senza qualche ornamento esteriore, e trovandonela nuda affatto, s'attrista, e per forza di natura che nessuna sapienza può vincere, quasi non ha coraggio d'amare quel virtuoso in cui niente è bello fuorchè l'anima. Questa ed altre misere circostanze ha posto la fortuna intorno alla mia vita, dandomi una cotale apertura d'intelletto perch'io le vedessi chiaramente, e m'accorgessi di quello che sono, e di cuore perch'egli conoscesse che a lui non si conviene l'allegria, e quasi vestendosi a lutto, si togliesse la malinconia per compagna eterna e inseparabile. Io so dunque e vedo che la mia vita non può essere altro che infelice: tuttavia non mi spavento, e così potesse ella esser utile a qualche cosa, come io proccurerò di sostenerla senza viltà. Ho passato anni così acerbi, che peggio non par che mi possa sopravvenire: contuttociò non dispero di soffirire anche di più: non ho ancora veduto il mondo, e come prima lo vedrò, e sperimenterò gli uomini, certo mi dovrò rannicchiare amaramente in me stesso, non già per le disgrazie che potranno accadere a me, per le quali mi pare d'essere armato di una pertinace e gagliarda noncuranza, nè anche per quelle infinite cose che mi offenderanno l'amor proprio, perchè io sono risolutissimo e quasi certo che non m'inchinerò mai a persona del mondo, e che la mia vita sarà un continuo disprezzo di disprezzi e derisione di derisioni; ma per quelle cose che mi offenderanno il cuore: e massimamente soffirirò quando con tutte quelle mie circostanze che ho dette, mi succederà, come necessarissimamente mi deve succedere, e già in parte m'è succeduta una cosa più fiera di tutte, della quale adesso non vi parlo. Quanto alla necessità d'uscire di qua; con quel medesimo studio che m'ha voluto uccidere, con quello tenermi chiuso a solo a solo, vedete come sia prudenza, e lasciarmi alla malinconia, e lasciarmi a me stesso che sono il mio spietatissimo carnefice. Ma sopporterò, poichè sono nato per sopportare, e sopporterò, poichè ho perduto il vigore particolare del corpo, di perdere anche il comune della gioventù: e mi consolerò con voi e col pensiero d'aver trovato un vero amico a questo mondo, cosa che ho prima conseguita che sperata. L'ultima vostra ha in data quello stesso giorno ch'io l'anno addietro vi scrissi la prima mia. È finito dunque un anno della nostra amicizia, che se noi non mutiamo natura affatto, non potrà essere sciolta fuorchè da quello che tutto scioglie. Conservatemi la mia consolazione in voi, e pensate che non essendo voi più vostro che mio, non v'è lecito, se m'amate, d'avervi poca cura. Starò aspettando la vostra visita, la quale giacchè non può più essere in Maggio, pazienza: ma spero che mi compenserete il ritardo con una maggior durata. E visto che v'avrò, potrò dire che non tutti quei desiderii più focosi ch'io ho sentiti in mia vita, sono stati vani. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Silvestrini (1818)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIUSEPPE M. SILVESTRINI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 6 Febbraio <add resp="ed">ma 6 Marzo</add> 1818.</date>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo signore e padrone. Le debbo infinite grazie per la premura datasi prima di sollecitare e poi di spedirmi la risposta ai noti quesiti. L'ho data a mio fratello al quale apparteneva, e ne resta obbligatissimo così a Lei come al P. Taylor al quale a parte ha reso grazie, incaricandomi di fare i suoi doveri con Lei.</p>
            <p>Parimente le sono tenutissimo delle notizie che mi comunica e ho molto piacere che la stampa dell'Annibal Caro debba riuscir così bella come sento, e superiore senza dubbio a quella di Milano la quale non è di lusso ma di semplice uso, bensì tanto corretta che io credo che cotesti editori la sceglieranno per testo della loro ristampa.</p>
            <p>Le ritorno i complimenti di mio Zio, e le debbo anche i saluti della Contessa Mazzagalli che me n'ha incaricato spontaneamente.</p>
            <p>Mi conservi la sua padronanza, e mi creda desideroso de' suoi comandi. Suo devotissimo obbligatissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1818)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>Milano 8 Marzo <add resp="ed">1818</add>.</date>
            </opener>
            <p>Mio caro Giacomino. Dopo la metà del mese partirò di qua; e stato alquanto a casa, me n'andrò da mio fratello. In questo intervallo che ci rimane ancora al vederci, se vi occorresse di scrivermi, sarà più sicuro che diriggiate a Piacenza; chè non si smarriranno le lettere, o ivi fermandosi, o ivi imparando ove mi possano trovare. Vi ripeterò quanto vi scrissi nell'ultima. O in Milano, o in Piacenza voglio fare stampare un libretto delle vostre composizioni; le quali così unite vi faranno più diffuso e più durabile onore. Pensate intanto a raccoglierle, e accomodarle al vostro modo: chè quando sarò costi ne parleremo e disporremo la cosa alla esecuzione. È un pezzo che non ho vostre lettere: non vorrei che foste vinto dalla malinconia. Fatevi coraggio. Nè guai di corpo nè guai di animo sono mancati a me: e nondimeno sopportando ho passato le burrasche, e sono giunto a un lido, se non molto ameno, pur sicuro e tranquillo. Or voi avete tante migliori condizioni; non vi abbandonate. A rivederci, forse in Luglio, o al più tardi in Agosto. Conservatevi ben sano, e ben affezionato al vostro affezionatissimo Giordani. Addio, caro Giacomino, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1818)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>Milano 16 Marzo <add resp="ed">1818</add>.</date>
            </opener>
            <p>Mio carissimo Giacomino. Vorrei che per un poco di tempo voi aveste meno ingegno e meno eloquenza; acciocchè meno di forza avesse la vostra malinconia, e io dall'espressione di lei meno dolore. La vostra dei 2 marzo mi fa pensare e parlare così. Ad ogni modo, contra questo male, che è il più fiero di tutti, bisogna armarsi; e resistergli, e impedirgli i progressi, e vincerlo (chè è vincibile) e liberarsene. Ma, come fare? direte voi. Benchè io sia stato malinconico al pari di voi, ed ora non sia allegro; ho nondimeno grande speranza di potervi confortare e consolare, e farvi trovare il vigore per superare questa malattia. Una certa disposizione malinconica è naturale agli ingegni, ed è necessaria al far cose non ordinarie: ma l'eccesso uccide. E dovrebb'esser cura degli educatori l'impedirla; chè per lo più l'educazione la fa germogliare, o anche la inserisce negli animi. Nulladimeno è manco male che abbiate a combattere una malattia piuttosto che de' vizi. Crediatemi che guarirete; e tanto, che vi ricorderete poi con maraviglia il passato. Intanto abbiatevi cura: fate moto, prendete aria; e non v'immergete tanto negli amari pensieri. Certo il muovervi di costà un poco mi pare necessario: vedremo se si potrà ottenerlo. Non v'ingannate no credendomi cordialissimo ed immutabile amico, secondo tutto il valore ch'ebbe questa parola in altri tempi. Io vi sarò amico per tutta la vita: e non lascierò altro che l'impossibile a tentare, di tutto quello che potesse giovarvi, o ragionevolmente piacervi. E quantunque io sappia ch'io non posso niente, e voi meritate ogni cosa; nondimeno così conosco gli uomini, ch'io vi riputerei di rara fortuna se in trent'anni trovaste altri due amici d'animo uguale. Ma io spero che piglierete tanto vigore, che basterete a voi stesso. Bisogna ora sopra tutte le cose cercare forze al corpo; la cui debolezza atterra gli spiriti.</p>
            <p>Parlando col Mai della vostra lettera Dionisiana, mi disse che l'Acerbi non pensava di poterla stampare per la copia di greco; e che questa ragione distorrebbe anche lo Stella, il cui stampatore è sprovvedutissimo di que' caratteri: e poi s'imbrogliano i compositori che niente non sanno. Io ho pensato che nè questa nè tante altre fatiche vostre bellissime debbano seppellirsi. Quando saremo insieme vi esporrò il mio disegno, di raccoglierle tutte, e rivederle con voi; io poi avrò cura di farle stampare unite, come saggio di maravigliosi studi d'un giovine: e faremo un libretto rispettabile, e non perituro. Ne discorreremo insieme; e spero che sarà con vostra soddisfazione.</p>
            <p>Mi rattrista la necessità di tardare la mia venuta; e di non potere correr subito portando un poco di refrigerio al purgatorio d'un'anima dolcissima. Tanto è l'amore e il desiderio, che mi fa credere dovervi pur essere di consolazione la mia presenza. Oh Giacomino mio, quanto sospiro di vedervi, o di potervi guarire. Crediatemi che si guarisce di gran mali: e io l'ho provato. Ricordate la mia servitù al signor Padre, e al fratello. De' Colombini non so perchè il Cesari non li abbia mandati al libraio che gl'indicai: ma è un pezzo che non mi scrive. Addio, amatissimo e desideratissimo Giacomino. Crediatemi che vi amo con tutto il cuore. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Mai (1818)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANGELO MAI - MILANO.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 20 Marzo 1818.</date>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo Signore. Ricevute finalmente le sue preziose operette, le scrivo per fare io stesso quello che ho già pregato il nostro Giordani di fare in nome mio, e ringraziarla così della memoria che conserva di me, come dello stesso dono, nel quale massimamente m'è stata cara la sua Difesa del <title>Frontone</title>, dove con tanta dignità e forza si schermisce da quei cani stranieri. Io per me domanderei volentieri al Signor Niebuhr perchè mai stimando <title>Frontone</title>, com'egli dice, uno scrittoraccio vile e da nulla, si sia scomodato a curarlo, e fasciargli, secondo ch'egli scrive, le piaghe, con applicarci quelle sue chiarate che invece erano vescicatorii. Ei non potrebbe negare che in questo modo non si sia dimostrato vero e schietto pedante, facendo per un libro antico quello che avrebbe deriso in chiunque, trovata qualche operaccia moderna male stampata, ci avesse faticato sopra per cerreggerla e farla ristampare. Ma più tosto si dee dire che si sia portato peggio che da pedante, perchè quando un pedante suda sopra un'opera cattiva, o non vede quello che gli altri vedono, e si persuade che quella che non vale a niente, vaglia a qualche cosa; o anche persuaso che non vaglia, si sforza di persuadere agli altri che vaglia, o alla più trista non confessa quello che è. Pigliarsi poi formalmente l'assunto di provare che quella tale opera non abbia nessun pregio, dire in sostanza a chiare note: Eccovi, o lettori, un libro immeritevole che voi gli diate un'occhiata, il quale ho fatto che si ristampasse correttamente ridottolo con molto studio in buon ordine, e cose simili, questo non si può chiamare altro che pazzia. Se non ch'egli mi potrebbe rispondere che quella razza di fatica ch'egli ha fatto, sta molto bene a un libro da niente, anzi non ad altro ch'a un libro da niente poteva essere adattata.</p>
            <p>Ma io già nel mettermi a scrivere ho deliberato d'esser breve, sapendo quante occupazioni la circondino, le quali con ragione mi fo coscienza disturbare, considerando come sien utili. Non però tralascio di ringraziarla della memoria che ha voluto far di me, come anche della cura che si è presa pel Senofonte, ch'è proprio quale io desiderava. Seguiti ad avermi per suo, ed anche se non mi crede inetto a qualunque cosa, provi di darmi qualche comando, che troverà molti più capaci, ma nessuno più volenteroso di servirla che il suo devotissimo e gratissimo servo Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.F.Stella (1818)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO FORTUNATO STELLA - MILANO.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 27 Marzo 1818.</date>
            </opener>
            <p>Stimatissimo Signore. Le spedisco per la posta sotto fascia e involtata in carta stampata la prima parte di un Discorso sopra le <hi rend="italic">Osservazioni del Cavaliere Lodovico di Breme intorno alla poesia moderna</hi>, pubblicate nel di Lei <title>Spettatore</title>. Ella che bene intende, vede che per trattare queste materie profondamente come ha fatto il Cavaliere, e non superficialmente come fanno i più, i quali perciò riescono facilmente a scrivere e stampare in un istante, è necessario del tempo; e per questa cagione non ho potuto spedirle il Discorso intiero. Ma la continuazione le sarà spedita sollecitamente, se questa prima parte non le dispiacerà. Mi lusingo che Ella s'avvedrà del sommo riguardo che ho avuto al Cavaliere, e degli elogi che gli ho fatti, e della possibile avvertenza che ho avuta perchè il discorso non uscisse nemmeno un punto dai termini di un affare puramente letterario. Se Ella mi onorerà di un suo riscontro, comprenderò se questa prima parte le sia stata gradita, e se ne desideri la continuazione.</p>
            <p>Mio padre che la saluta con ogni distinzione, scrisse il 27 Febbraio p.p. alla sua Ditta, ma la lettera non ebbe effetto. La prego a comandarmi, e considerarmi invariabilmente con piena e perfetta stima e riconoscenza suo devotissimo obbligatissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Giordani (1818)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO GIORDANI - MILANO.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 3 Aprile 1818.</date>
            </opener>
            <p>Ho ricevuto giorni addietro il Senofonte e scritto al Mai per ringraziarlo delle sue belle operette. Quanto al Senofonte sappiate che m'ha dato propriamente nel genio, tanto che ho solamente un altro greco stampato in maniera che mi piaccia altrettanto, cioè stampato appresso a poco come il Senofonte, dove non si potrebbe desiderare altro che qualche nota, che però difficilmente poteva stare con quella forma ch'io voleva. Dico che mi piace per la comodità, perchè della carta e stampa non fo caso, e m'è parso sempre meglio con un zecchino comprare due o tre libretti stampati male, che uno stampato bene.</p>
            <p>Fate quello che vi piace della Lettera Dionisiana, per la quale, come per gli altri miei scarabocchi, se ogni cosa sarebbe troppo, molto più saranno soprabbondanti le cure vostre e quello che dite di volerne fare.</p>
            <p>Vorrei sapere chi sia l'autore dell'articolo sul <title>Frontone</title> che sta nella <hi rend="italic">Biblioteca Italiana</hi>. Io per parecchi spropositi formali di greco che non li farebbe un ragazzo, e per altre sciocchezze che dice l'avea giudicato già <hi rend="italic">ab antico</hi> uno de' soliti asini. Vedo poi che il Mai lo chiama <hi rend="italic">italum praestantissimum</hi>, e ne fo segni di croce. Voi mi chiarirete.</p>
            <p>Non dubito che quando partiate di costà non me ne dobbiate avvisare. Vi ringrazio del Senofonte il quale vengo leggendo e trovo oh quanto simile ai trecentisti! Non ha niente che fare coi tanti scrittori del suo secolo, il quale poi non era il Trecento della Grecia, nè anche per lo stile. È una semplicità veramente Omerica e Ionica e maravigliosa. Addio, carissimo. State sano e amatemi, come fate, <foreign lang="grc">ἀφελῶς τε καὶ ἁπλῶς κατὰ Ξενοφῶντα</foreign>.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.F.Stella (1818)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO FORTUNATO STELLA - MILANO.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 20 Aprile 1818.</date>
            </opener>
            <p>Stimatissimo Signore. Avendole spedito per la posta molti giorni sono un piccolo manoscritto sotto fascia, non ho da Lei nessun riscontro, dal che argomento ch'Ella non l'abbia gradito, e mi dispiace non pel ms. in se stesso, ma perchè non ho saputo far cosa di suo genio. Questa le scrivo per commissione di mio padre il quale pregato dal Dott. Berti primo Chirurgo di questa città a procurargli da Milano una boccetta di pus vaccino del migliore e più accreditato, è, ricordandosi dell'amicizia sua per lui, e dei favori che ha ricevuti dalla di Lei gentilezza, non ha saputo rivolgersi altro che a Lei per pregarla di volerle proccurare quest'oggetto, assicurandola della obbligazione che le ne avrà. In caso che Ella si compiaccia di favorirlo, potrà diriggere la boccetta per la posta a mio padre o a me, con avvertirci della spesa che occorrerà, e per l'oggetto medesimo e per la impostazione. L'accerto anch'io della riconoscenza che le ne professerò, e pregandola a condonarmi questo fastidio che le reco, con presentarle i saluti distinti di mio padre e della mia famiglia ho il vantaggio di dichiararmi Suo Devotissimo Obbligatissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1818)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>Milano 22 Aprile <add resp="ed">1818</add>.</date>
            </opener>
            <p>Mio caro Giacomino. Oh è pur venuta adagio la vostra dei 3, arrivata solamente la sera dei 17. Dovrebb'esservi giunta un'altra mia che vi avvisava il mio presto partire da Milano per Piacenza, e quindi il muovermi verso Venezia: dopo che, vedrò pure il mio tanto desiderato Giacomino. Che se in questo intervallo vi occorre di scrivermi, mandate sempre per più sicurezza di non ismarrirmi al quartier generale di Piacenza.</p>
            <p>L'autore di quell'articolo frontoniano è l'Abate Peyron di Torino, ed ivi (credo) professore e bibliotecario, che ha riputazione di principale grecista, e di molto dotto; e sa anche alcune lingue orientali. Peccadigli di greco parve anche a me di vederne; ma di grossi non me ne accorsi: ben mi parve trovarne di badiali in latino. Ma così è, mio caro Giacomino. Fu vero anche assai prima che lo dicesse Giusto Lipsio, e sarà vero sempre, che <hi rend="italic">Alii habent, alii merentur famam</hi>. Vedete dunque sino a qual segno se ne dee far conto. Grandissimo conto e cura dovete far voi della salute, e non cessar mai di raccomandarvela. Avete avuto l'opera di Monti sulla lingua, della quale è uscito l'altro dì anche il secondo tomo? Riveritemi il signor Padre e il fratello. Io ho pure una grande consolazione pensando che in luglio vi vedrò, e ci parleremo assai. Addio, carissimo ed ottimo e desideratissimo Giacomino. Addio, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Giordani (1818)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO GIORDANI - PIACENZA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 24 Aprile 1818.</date>
            </opener>
            <p>Mio Carissimo. Vi scrivo, come mi dite, a Piacenza per darvi il buon viaggio, e ringraziarvi del pensiero che avete di raccogliere le mie povere coserelle giovanili, a cui darò un'occhiata, e metterò da parte quelle che crederò che si possano ristampare, cioè meno della metà, come penso che giudicherete anche voi, aggiuntaci però se vorrete qualche bagattella inedita. Ma quanto al rivederle farò poco o niente perchè spero che le rivedremo insieme, o che le rivedrete voi, e questo sarà per cento revisioni mie. Dovete certo avere ricevuta una mia dei 3, poco dopo scritta la vostra degli 8. Mi vo confortando e rallegrando colla non più speranza ma aspettazione della vostra visita, che sarà come l'aurora alle tenebre. Addio. Vi abbraccio con tutta l'anima e vi aspetto, ma prima di voi, giacchè c'è ancora qualche mese prima ch'io vi veda, aspetto, e desidero, purchè abbiate agio di scrivermi, qualche vostra lettera. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di C.Antici (1818)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO ANTICI</hi>
               </byline>
               <date>Roma 6 Maggio 1818.</date>
            </opener>
            <p>Mio Carissimo Nepote. Li tre quaderni dello <title>Spettatore</title> contenenti il 1° Canto dell'<title>Odissea</title>   e la <title>Batracomiomachia</title> furono da me recati alla Duchessa di Devonshire, e nel tempo stesso il 2° Canto dell'<title>Eneide</title>, che le offrivate in dono, come un piccol saggio delle vostre giovanili fatiche. Promise di leggere con molta attenzione i vostri lavori, e sentì con molto piacere che voi facendo gran conto del suo parere, vi eravate deciso a darci un'<hi rend="italic">Odissea Italiana</hi>. Il Cav. Ackerblad ivi presente, e che vi riguarda come una sua antica conoscenza, mi domandò cosa avevate fatto della vita di Porfirio, e si rallegrò di sentirvi tanto inoltrato nei vostri studj, e risoluto di accingervi ad un'impresa, che certamente vi procurerà un seggio distinto nel tempio della fama.</p>
            <p>Avrò molto piacere di conoscere il coltissimo Giordani, e l'edizione delle vostre migliori cose da lui promossa è un'idea felice, di cui pruovo sincera compiacenza. Già s'intende che non potete a meno di donare un esemplare di quel volume alla Devonshire, altro ad Ackerblad, altro a Cancellieri, ed altro a me. Chi stampa, come fate voi, per vaghezza di gloria, si trova impegnato a queste attenzioni.</p>
            <p>Pregai il vostro Sig.r Padre di far commettere presso Stella col vostro mezzo, o quando per altri motivi avevate da scrivergli, l'<title>Eneide</title> di Annibal Caro. Vi rammento questa commissione per indicarvi che io lo voglio in quel grazioso formato di 16° in 2 <hi rend="italic">Vol.</hi>: come appunto è l'<title>Iliade</title> di Monti, che avevate l'anno scorso o due anni sono fra le mani. Altra edizione non fa al caso mio.</p>
            <p>Fate i miei più teneri saluti ai Vostri amatissimi genitori, e crediatemi con tutto l'animo il V. Aff.mo Zio Carlo Antici.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1818)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>Piacenza 10 Maggio <add resp="ed">1818</add>.</date>
            </opener>
            <p>Mio caro carissimo Giacomino. Finalmente finalmente son pure distaccato da Milano; che è una gran cosa potentemente attaccaticcia. Qui mi terranno alcuni giorni i miei interessi. Poi mi chiama a Venezia Cicognara che vuol partire per Vienna. Rispondo cordialmente ringraziando alla vostra 24 aprile. Il bravo Mai procede molto bene innanzi nella sua grande opera dell'<title>Eusebio</title>: tra quattro mesi potrà il mondo ammirarla. Leggeremo insieme le vostre operette; che assolutamente voglio raccogliere e stampare; onde il mondo vi conosca. Quando vogliate regalarmi di vostre lettere, dirigetele a <hi rend="italic">Vicenza</hi>, dove mio fratello ne avrà cura. Ricordatemi buon servitore al signor Padre e al fratello. Vi raccomando sempre sempre e molto la cura della salute; svagamento ed esercizio di corpo. Vogliatemi bene; e pensate che io vi amo di cuore; e mi struggo di voglia di vedervi ed abbracciarvi. Addio, Giacomino mio prezioso.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1818)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>Piacenza 17 Maggio <add resp="ed">1818</add>.</date>
            </opener>
            <p>Mio caro Giacomino. Avete mai sentito di dame <hi rend="italic">Agronome</hi>? Io molto girando non ne avevo mai incontrate e qui ne trovo una; che per giunta è mia parente: e per contentarla vi scrivo. (L'altro dì vi scrissi per darvi mie nuove). Questa marchesa agronoma ha trovato nel 2° volume dei <hi rend="italic">Nuovi elementi d'agricoltura del cav. Filippo Re</hi>, e nel suo libro <hi rend="italic">de' Letami</hi>, che l'<hi rend="italic">Hedisarum coronarium</hi>, volgarmente <hi rend="italic">Erba Sulla</hi> e detta anche <hi rend="italic">Lubaco</hi>, si coltiva anche nella Marca. Le è venuto desiderio di poterne far pranzare i suoi cavalli; e si raccomanda a me, che ho conoscenti in molte parti, di trovargliene un poco di semente, e istruzione per coltivarla; qual natura di terreno ami; se voglia irrigazione, ec. Se nei terreni di vostro Padre, o di qualche vostro vicino è coltivata quest'erba; avvisatemene scrivendomi - a Vicenza, fermo in posta; - e tanto basterà per ora. Del resto parleremo in Recanati. Vi do questa briga, come una distrazione utile a togliervi da tanta eccessiva assiduità di studi. Ma la briga sarebbe troppa, se doveste perciò uscire di casa, o del vicinato; e allora non ve la do. Addio, carissimo Giacomino: raccomandatemi al signor Padre, e al fratello: e vogliatemi un gran bene; poichè io ve ne voglio tanto tanto. Addio mille volte.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Giordani (1818)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO GIORDANI - VICENZA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 25 Maggio 1818.</date>
            </opener>
            <p>Mio Carissimo. Rispondo alle due vostre dei 22 del passato e dei 10 di questo. Io conosceva di nome l'Ab. Peyron, che volle sottoscrivere il suo articolo coll'<foreign lang="grc">Ω</foreign>. Se ci metteva anche l'A, non mi dava mica ad intendere che fosse un'Alpha et Omega. I suoi spropositi di greco sono in cose leggere, e non fanno gran guasto, ma a me paiono tanto più grossi quanto più sono triviali e fanciulleschi. Mi domandate se ho ricevuto l'opera del Monti, <hi rend="italic">della quale</hi>, mi dite, <hi rend="italic">è uscito l'</hi>ALTRO DÌ <hi rend="italic">anche il secondo tomo</hi>. Appunto una stampa uscita l'altro dì la debbo aver già ricevuto io, che aspetto un piego spedito da Milano il Decembre passato, e un altro spedito l'Agosto l'ho ricevuto poco fa. L'opera del Monti nè pure l'ho commessa, e mio padre ha rotto ogni commercio collo Stella, e io qui comincerei la solita canzone con rabbia mia e tedio vostro: ma nell'ultima Lettera mi pare di vedervi allegro, e voglio essere allegro anch'io. Dal Perticari, con tutto il giudizio del Monti e del Mustoxidi e del Rosmini e vostro, vedete che temerità, disconvengo in certe opinioni, non dico fondamentali ma sostanziali; quanto però le ho potute vedere o argomentare dai giornali, non avendo avuto il <title>Trattato</title>, e non essendone in questi paesi nè pur l'odore. E giacchè siamo sul farla da temerari, e sul giudicare senza aver letto, e in somma sul dire spropositi, diciamone un altro. La scoperta dell'<title>Eusebio</title> parve a me pure una gran cosa quando la vidi annunziata nei giornali. Ma letto il sommario o indice pubblicato dal Mai, non mi parve più quella, parte perchè intorno alla metà, se mi ricordo bene, di quei frammenti di scrittori antichi, che fanno quasi tutta l'opera, già si avevano, e nella lingua loro, cioè la greca, onde l'Armeno è quasi inutile; parte perchè tutto il metodo e il complesso del primo libro ch'è il nuovo, mi par tale da non poter giovare più che tanto. Crederei più notabile il <hi rend="italic">Canone</hi>, s'è vero che differisca non poco dal Geronimiano. Mi rallegro che Milano v'invischi. Segno che non siete un uccello tanto salvatico. Mando questa a Vicenza, come mi dite, ma scommetto che se la mandassi a Piacenza, vi troverebbe più presto, perchè vedo che quanto prima dite di muovervi, tanto più tardi vi movete, se bene Piacenza non è così appiccaticcia come Milano. Siamo alla fine di Maggio, e fra Luglio e questo c'è solamente un mese. Che? non verrete più in Luglio? Ho paura che non tocchi a me a pagar la spesa delle vostre tardanze, e a proporzione che guadagna la Lombardia, perda la Marca. Per Dio non fate che sia vero, chè non è giusto. Anzi vorrei che quando sarete qui vi crescesse la poltroneria. State sano e vogliatemi bene e viaggiate allegramente. Addio. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Giordani (1818)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO GIORDANI - VICENZA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 1° Giugno 1818.</date>
            </opener>
            <p>Mio Carissimo. Non volete ch'io esca di casa per voi e per una dama, e questa raccomandata da voi e parente vostra? Io poi n'anderei sul fuoco, non che n'uscissi di casa, massime stando in questa così volentieri come sapete. Ho domandato dell'erba <hi rend="italic">sulla</hi>, ho domandato del <hi rend="italic">lubaco</hi>, ho domandato della <hi rend="italic">lupinella</hi>, che da molti è confusa colla vostra erba come dice anche il Cav. Filippo Re, e nessuna persona di qui me n'ha saputo dir niente. Tutti m'uscivano fuori coll'erba <hi rend="italic">crocetta</hi>, ch'è la vera lupinella o sano fieno. Il Re cita i suoi <hi rend="italic">Annali di Agricoltura</hi>. Se gli avessi, forse potrei vedere in che parte della Marca s'abbia la <hi rend="italic">sulla</hi>, ma non gli ho. Sì che quanto alla Marca il caso è pressochè disperato. Ma io vedendo appresso Filippo Re che la <hi rend="italic">sulla</hi> si coltiva anche nell'Urbinate, ho interrogato una persona di quelle parti, nelle quali è così comune quanto qualunque altra pianta nostrale; e questa me n'ha detto quello che ho voluto, e ne avrete quanto più sementa vi piacerà, o qui in Recanati o vero in Piacenza, se volete ch'io ce la faccia portare a dirittura dalla Romagna: e ditemi a chi la dovrò mandare. Prova massimamente nell'Urbinate e nel Pesarese; vuol terre sode cretose e bianche, e questo lo nota parimente Filippo Re; ama l'assolatìo; nella Romagna è perpetua, benchè altrove non soglia durare oltre ai quarant'anni; ma nascendo, come sapete, nei luoghi messi a grano, si fa vedere un anno sì, un altro no, perchè l'anno del grano, così quivi come dovunque, appena spunta. Dopo la mietitura vorrebbe il tempo piovoso, ma non s'adacqua nè se le fa intorno altro lavoro che tagliarla. Si taglia sul fine di maggio, se bene il Re dice l'Aprile, ma ho letto altrove che in alcuni luoghi la cominciano a segare nel maggio com'ella è in fiore, e durano tutto giugno. I romagnuoli non costumano darla fresca, ma ne fanno pagliai come dell'altro fieno e la danno l'inverno. Vedete bene che qui non c'è luogo per quest'erba, perchè le terre non si lasciano mai riposare: solamente, come saprete, si divide e si alterna: un anno grano, un anno formentone e altre biade. Quanto al seminarla, in Romagna essendo perpetua, non saprei come facessero, volendola avviare in qualche terreno. Altrove sento che si semini intorno alla mietitura, o prima o dopo; ma prima di bruciare le stoppie; e basti spargere la sementa per terra: poi si brucino le stoppie, le cui ceneri cuoprano bastantemente il seme senz'altro lavoro. Si come mi domandate istruzione per coltivarla, così, quando queste cose che io v'ho dette, e quelle che dice il Re, che non sono molte, non vi bastassero, potrei farvene copiare da altri libri che ne parlano più lungamente, e mandarvene, ma mi vergogno di farlo, perchè m'immagino che cotesta Dama studiosa dell'agricoltura non abbia già solamente le opere di Filippo Re, ma molte altre, e quando anche non ne avesse, ed ella e voi siete in paesi, dove c'è altra copia di libri che non in Recanati.</p>
            <p>Vi ho scritto una settimana addietro, indirizzando costà, vale a dire a Vicenza. Addio. Vi aspetto: con che desiderio? se potete, figuratevelo. State sano e contento, e pensate a venire. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1818)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>Vicenza 16 Giugno <add resp="ed">1818</add>
               </date>
            </opener>
            <p>Mio carissimo Giacomino. Mille ringraziamenti per la vostra del primo, sì copiosa e diligente nell'informarmi della <hi rend="italic">Sulla</hi>. Circa la semente parleremo in presenza. Intanto ho mandata la bellissima istruzione a mia cugina, e ve ne ringrazio molto molto per me e per lei. Sono stato a Venezia dodici giorni: ho goduto assai in quella città, piena di forestieri inglesi e russi, e piena di amici e conoscenti miei. Mi è riuscita mirabil cosa, e quasi nuova, benchè la vedessi per la terza volta. Sul partire ebbi la vostra 25 maggio; e ben faceste di credermi, e mandarmela direttamente qua; poichè io da Piacenza partii il 22. Di tutte quelle cose letterarie delle quali ivi mi parlate, non vi dirò nulla; serbandole ai nostri lunghi colloqui di costì: dove io tengo che sarò certamente entro luglio; e ne' principii di quel mese in Bologna. Appena posso passare in qualche luogo, che non vi rimanga trattenuto. Noi ci vedremo dunque, mio caro, e saremo insieme, e d'infinite cose parleremo lungamente. Intanto seguite a curare la vostra salute, e a volermi bene. Ricordatemi al Signor Padre e al fratello. Non credo che vi bisogni di scrivermi; ma se mai bisognasse in questo frattempo, considerando la gran lentezza delle poste, sarebbe meglio che le dirigeste a Bologna, ferme in posta. Addio carissimo Giacomino: v'abbraccio col cuore. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1818)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>Vicenza 15 Luglio <add resp="ed">1818</add>.</date>
            </opener>
            <p>Mio carissimo Giacomino. È un pezzo che non vi scrivo, nè ricevo lettere da voi. Non voglio però che di me vi dimentichiate, nè vi crediate dimenticato da me. Circa la metà di agosto, penso di vedervi ed abbracciarvi: sul fine di questo sarò in Bologna: là scrivetemi, se vi piace; e fate <hi rend="italic">raccomandare</hi> la lettera al <hi rend="italic">Sig. Avvocato Pietro Brighenti</hi>. Non so esprimervi con quale e quanto animo desidero di vedervi e di potervi fare contento della mia visita. Certo sareste di tutti i mortali felicissimo, se il vostro bene potesse esser opera mia. Caro Giacomino; crediate che di cuor vi amo grandissimamente. Ricordatemi servitore al signor Padre, e al fratello; e voi vogliatemi bene, poichè tanto vi amo. Addio caro Giacomino; addio, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.B.Sonzogno (1818)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIAMBATTISTA SONZOGNO</hi>
               </byline>
               <date>Milano li 18 di Luglio 1818.</date>
            </opener>
            <p>Sig.r Conte Ven.mo. Dal Manifesto, che ho l'onore di qui unirle, Ella, Sig. Conte ven.mo, vedrà essere io per dare esecuzione ad una bella impresa, che da alcun tempo desideravasi dal pubblico Italiano, quella della <hi rend="italic">Collana</hi> degli antichi Storici Greci volgarizzati.</p>
            <p>Ma nell'intraprendere la stampa di questa <hi rend="italic">Collana</hi> io non mi sono proposto soltanto di fare il bene, che non fecero quelli che mi hanno preceduto, ma di rendere inoltre la mia Edizione più che per me si potesse degna dell'approvazione delle colte e discrete persone. E con tale intendimento mi sono rivolto ad alcuni valentuomini, eruditi nella greca letteratura, onde avere da essi e consiglio ed aiuto in una sì vasta mole di oggetti.</p>
            <p>Ella fra quelli che si distinguono nella cognizione di greci autori, e in ogni parte di buon gusto, tiene un assai distinto luogo; ed a giusta ragione ha qui come altrove sinceri ammiratori. A lei adunque con singolare fiducia mi dirigo per avere il favor suo, e per ornare la mia edizione del giustamente commendato suo nome. E ciò con tanto più coraggio, quanto non solo mi è nota la naturale sua gentilezza, ma vengo assicurato, ch'Ella abbia ne' suoi studi materia atta ad entrare nel piano dell'Opera propostami, sia essa di emendazione, o d'illustrazione di Greci Storici, sia traduzione o nuova, scritta da lei, o vecchia da lei corretta e migliorata. Dovendomi per ogni giusto riguardo astenere da tutto ciò che in proposito potesse precisare incomodamente la cosa, preferisco di lasciare a lei liberissima l'indicazione di tutto ciò che più le convenga, riserbandomi di discendere a concertare d'accordo con lei quanto Ella per avventura credesse opportuno dopo questa mia esposizione, sulla sincerità della quale due sole cose mi prendo la libertà di significarle. La prima è, che procurerò in ogni maniera ch'Ella, nel caso, resti soddisfatta della mia riconoscenza, se non quanto sia per doverle, almeno quanto per me e per le circostanze mie si possa: del che sono certo che miglior giudice non potrei avere della discretezza di lei medesima. Ed è la seconda, che nulla mi ha sturbato dalla mia impresa un Manifesto ultimamente uscito di Venezia, col quale si promette una Edizione dello stesso argomento; ma che per ogni buona ragione finirà come molti altri Manifesti della stessa Ditta. Imperocchè quantunque sia un bel nome quello con cui si è voluto dar credito alla impresa in quel Manifesto annunziata, io sono certo per la piena comprensione delle cose e delle persone, che si farà in ogni caso di molto stampando l'<hi rend="italic">Erodoto</hi>, solo lavoro che colà s'abbia, e forse non tutto, in pronto; ed al quale infine non sarà difficile trovare equivalenti, lasciando che nel piano mio di ciò che di singolare possa essere nella versione che si è promessa, quella che io pubblicherò potrà essere abbellita senza offesa degli altrui diritti.</p>
            <p>Aspetto intanto, ven.mo Sig.r Conte, con somma impazienza un suo riscontro, mercè il quale, dietro le dichiarazioni ch'Ella sarà per farmi, spero che in pochi tratti di penna concerteremo quanto le parrà più al caso. E senza oltre intrattenerla mi do l'onore di confermarle i sensi sincerissimi della mia più distinta e rispettosa stima e considerazione, Um.o Dev.o Servitore.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.B.Sonzogno (1818)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIAMBATTISTA SONZOGNO - MILANO.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 27 Luglio 1818.</date>
            </opener>
            <p>Stimatissimo Signore. Sono molto tenuto a V.S. della buona opinione ch'ella ha di me senza mio merito, e ringraziandola, vengo subito al punto della materia adattata ad entrare nella sua <hi rend="italic">Collana degli Storici greci volgarizzati</hi>, ch'Ella crede che possa essere nelle mie carte. Io non trovo altro che faccia al caso, eccetto una mia traduzione italiana dei nuovi frammenti di Dionigi d'Alicarnasso scoperti dal Mai, scritta però con tale affettazione che ambedue ci faremmo ridicoli divulgandola: tanto che quantunque da principio avessi in animo di pubblicarla, consideratala meglio la misi da parte e fo conto d'averla scritta per mero esercizio nè m'indurrei per cosa del mondo a mostrarla a chicchessia. Ci sarebbe anche una Lettera che contiene l'esposizione e le prove di un mio parere intorno ai detti frammenti, con parecchie emendazioni del testo greco, scritta dopo gli opuscoli del Ciampi e del Giordani in questo proposito; il qual mio parere hanno creduto il Giordani e il Mai che non sia lontano dal vero: ma nè pur questa la posso rilasciare in proprietà dovendosi forse collocare in una piccola Raccolta di varie mie bagattelle. Nondimeno in caso ch'ella desiderasse, potrei mandarnele una copia acciocch'ella ne facesse il piacer suo, ritenendola o pubblicandola prima o dopo la stampa della mia Raccolta che non può comparire se non di qui a parecchi mesi.</p>
            <p>Mi dispiace di non aver altro da poterla compiacere, tanto per cagion sua, quanto perchè l'opera mi par bella e utile e onorevole all'Italia: e per mostrarle che avrei caro di soddisfarla purch'io potessi, le dirò che ho qualche intenzione di tradurre in volgare il trattato di Luciano del <hi rend="italic">Come vada scritta la storia</hi>, il quale dall'un canto mi pare che converrebbe alla sua Collezione giovando a mettere in chiaro le opinioni dei greci intorno alla maniera di scrivere l'istoria, ma dall'altro canto non vedo che si possa collocare fuorchè avanti a tutto il resto nel primo tomo, ch'Ella forse avrà già pubblicato o starà per pubblicare; nè io potrei metter mano a questa traduzione prima dell'anno venturo. A ogni modo, s'Ella crederà di poterne far uso, e parimente, se in questo mezzo ch'Ella farà stampare la sua <hi rend="italic">Collana</hi>, m'accaderà di scrivere qualche cosa che venga in acconcio, sarò molto contento di metterla in suo potere. In oltre s'ella vorrà specificarmi quello che l'è stato riferito in proposito mio, come può fare liberissimamente, forse potrò risponderle più preciso. E intanto desiderando occasioni di certificarla da vantaggio della mia piena e sincera stima, ho il bene d'affermarmi suo devotissimo obbligatissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Giordani (1818)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO GIORDANI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 31 Luglio 1818.</date>
            </opener>
            <p>Mio Carissimo. Ricevuta la vostra dei 16 del passato, dieci o dodici giorni dopo, non vi scrissi nè a Vicenza perchè mi dicevate che sareste stato a Bologna ai primi di questo, nè a Bologna perchè in mezzo al viaggio non avea cuore di molestarvi con una mia. Ora provocato da voi, mando questa ad aspettarvi costì; nè ho cosa alcuna da scrivervi, ma vi scrivo questo stesso, e quello che già sapete, ma bisogna nè più nè meno ch'io vi ripeta come se non sapeste, che v'amo e v'aspetto. <hi rend="italic">Quis desiderio sit pudor aut molus tam cari capitis</hi>? Se non potete con vostro agio, non mi rispondete per lettera, e fate di rispondermi presto a voce. Se potete, avrò caro di sapere quando sarete vicino, chè mi conviene aspettarvi fra poco e uscire di me stesso. Addio addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1818)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>Bologna 6 Agosto <add resp="ed">1818</add>.</date>
            </opener>
            <p>Mio caro Giacomino. Avete ricevuta la mia ultima da Vicenza, di circa due settimane fa? Ora sono in Bologna: ma verso la fine del mese voglio essere in Recanati, e vedere il mio Giacomino. Come state? Io sto benissimo; e sarammi un poco di fatica lasciare Bologna. Quanto mi fareste piacere se mi mandaste qua delle vostre nuove; poichè da sì gran tempo ne son privo! Ricordatemi al Signor Padre, e al fratello; ricordatemi a voi stesso; poichè v'amo, vi desidero e vi abbraccio con tutto il cuore.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Giordani (1818)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO GIORDANI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 14 Agosto 1818.</date>
            </opener>
            <p>Mio Carissimo. Mi fa maraviglia che ai 6 non aveste ricevuta ancora una mia dell'ultimo del passato che indirizzai costà raccomandata al Sig. Avvocato Brighenti come m'ingiungevate. Non faceva altro che salutarvi e pregarvi, che, semprech'aveste potuto senza disagio, quando foste stato vicino, mi aveste avvisato. Io v'aspetto impazientissimamente, mangiato dalla malinconia, zeppo di desiderii, attediato, arrabbiato, bevendomi questi giorni o amari o scipitissimi, senza un filo di dolce nè d'altro sapore che possa andare a sangue a nessuno. Certo ch'avendo aspettato tanto tempo la vostra visita, adesso ch'è vicina, ogni giorno mi pare un secolo, nè sapendo come riempierli, (e quando anche per l'ordinario sapessi, ogni cosa mi dee parer vana rispetto alla conversazione vostra) sudo il core a sgozzarli. Direte: e lo studio? In questi giorni io sono come chi ha l'ossa peste dalla fatica o dal bastone: tanto ho l'animo fiacco e rotto, che non son buono a checchessia. Godo che Bologna vi piaccia ancora tanto da non sapere come ve ne staccherete. Fate conto che sia Recanati. Allora <hi rend="italic">Il pigliarvene subito un puleggio, Un zucchero parravvi di tre cotte</hi>. Ma quando sarete a Recanati, fate conto che sia Bologna. Intanto amatemi, e, come vi ho detto, se potete senza fastidio, prima di arrivare scrivetemi. Addio. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1818)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>Bologna 15 Agosto <add resp="ed">1818</add>.</date>
            </opener>
            <p>Giacomino caro. Vi scrissi prima di partire da Vicenza: vi ho scritto due righe anche di qua. Mi è grave non veder pure una vostra parola. Che è mai questo? Fatemi grazia di scrivermi, o di farmi scriver subito da qualcuno un motto: perchè se mai fosse mutata la vostra intenzione, e più non vi calesse che io venga da voi, io me ne andrei a Roma dalla parte di Toscana, dove molte cagioni mi chiamano, le quali io posponevo unicamente al gran desiderio mio (che credevo anche vostro) di essere con voi. Dunque, per l'amor che vi porto, mandatemi una riga subito: fatemi sapere di vostra salute; fatemi sicuro che mi vogliate bene, quantunque io non sappia dubitarne, poichè io sento pure in qual modo io vi amo. Se voi non avete mutato animo, tengo di vedervi prima che agosto sia del tutto passato. Ricordatemi al signor padre, e al fratello: ricordatemi a voi stesso; che pur non dovreste dimenticarvi chi tanto di cuore vi ama. Addio, Giacomino dilettissimo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.B.Sonzogno (1818)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIAMBATTISTA SONZOGNO</hi>
               </byline>
               <date>Milano il 15 Agosto 1818.</date>
            </opener>
            <p>Sig. Conte Giacomo Leopardi. Non mi aspettava dalla Sua nobile cortesia meno di quanto l'è piaciuto di rispondermi sulle rispettose proposte, che mi presi la libertà di farle; ed a riscontro della leale e candida esposizione sua, chieggo la grazia che mi permetta di aggiungere quanto segue.</p>
            <p>Primieramente, per ciò che riguarda i frammenti di Dionigi di Alicarnasso, io reputo buona avventura per le lettere, e per la mia Collana, ch'essa abbia lavorato già intorno ai medesimi. Perciocchè ho tanta fidanza nell'ottimo suo cuore, e nel suo zelo per le buone lettere, che non dubito punto ch'ella non voglia fare il sagrifizio, che instantemente le chieggo, di dare cioè alla sua traduzione quella forma, che più le paia opportuna per renderla pubblica. Nel che, se ad onta delle cose ch'ella accenna io insisto, lo fo sulla sincera idea, che tal lavoro non sia per esserle nè aspro, nè malagevole, avendo ella già fatto il più. Così poi non lascierò di far uso anche di quante illustrazioni Ella possa credere conveniente cosa pubblicare in proposito, se ciò le aggrada, quando pur fossero di tale natura da non collegarsi coll'indole della Collana, riguardata rigorosamente. Nè occorre che si faccia alcun obbietto sulla proprietà di tali sue composizioni, perciocchè queste saranno sempre sue pienamente, e a me basterà il grazioso uso che me ne permetta. Tengo adunque che pei suddetti frammenti voglia ella favorirmi; rimettendomi a lei pel tempo, il quale però desidererei che non fosse oltre tre o quattro mesi all'incirca.</p>
            <p>Così potessi dirle del trattatello di Luciano sul come vada scritta l'istoria; il quale da chi mi assiste nella Impresa si era già proposto di porre nel primo volume; onde non avendolo ella pronto, e volendo io pubblicare il primo volume, se posso, in Ottobre, sarà d'uopo che si provveda altrimenti.</p>
            <p>Siccome poi Ella amorevolmente mi dice, che io concreti con maggior precisione alcun altro mio desiderio; giacchè si è parlato della traduzione di frammenti di Dionigi d'Alicarnasso, parlerò volentieri di quella della intera Opera. Quindi è, che vengo a proporle di voler emendare, e migliorare alcune delle meno cattive traduzioni di questo Autore, quale a lei piaccia di scegliere. Il qual lavoro voglio sperare che per la stretta connessione che ha con quello de' frammenti, le sarà più gradito.</p>
            <p>Così poi assumendo questo carico, potrà mutarsi la misura del tempo, che per quelli ho di sopra indicata; mettendola arbitra del medesimo, ben persuaso che discretamente combinerà il comodo suo e le mie necessità.</p>
            <p>E qui riconfermandole, che di quanto si vorrà dare la pena di fare per amor mio, mi farò impegno che s'abbia prova di mia riconoscenza; pronto altrimenti ad udire ciò che in proposito ella credesse di aggiungere, con veracissima e rispettosa stima mi confermo Umil.mo Dev.mo Servitore.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Giordani (1818)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO GIORDANI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 21 Agosto 1818.</date>
            </opener>
            <p>Questa è la terza che vi scrivo costà; la prima raccomandata al Sig. Avv. Brighenti in risposta alla vostra ultima di Vicenza, la seconda in risposta all'altra dei 6, questa dietro all'ultima dei 15, alla quale rispondo prima ch'io posso come ho fatto alle due precedenti. Che vi lagniate di me, credendo ch'io non v'abbia scritto, non mi duole, anzi mi piace. Ma mi dispiacerebbe da vero che questa non vi arrivasse, e temendo forte che non succeda, la mando alla posta di Loreto, perchè intendo che questo sia il più sicuro. Per amor di Dio, che minacce son quelle che mi fate nella ultima vostra? Che vi lagniate di me innocente, come ho detto, non mi dispiace, ma queste minacce mi spaventano. Se il disagio che vi dee costare a far la via della Marca più tosto che di Toscana, è grave, non fate più caso del dolor mio, che dell'incomodo vostro; s'è leggero, non v'amo tanto poco ch'io non vi preghi e scongiuri a sostenerlo perch'io non sia privo di questa infinita consolazione di vedervi. Potrei lamentarmi di voi che abbiate voluto accorarmi e atterrirmi per un sospetto che non vi dovea per nessunissima guisa entrare in mente, quando prima non aveste saputo ch'io fossi impazzito. Potrei ricordarvi le promesse vostre tali e tante, che non le potete mandare a male per qualsivoglia motivo, senza bruttare la vostra fede. Ma quelle cose ch'io potrei dire le lascio pensare a voi. Comunque procederete, non potrete fare ch'io non v'ami, e sempre, e ardentemente. Passato Agosto, quando io non v'abbia veduto, aspettatevi una mia lettera a Roma. Addio. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1818)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>Bologna 26 Agosto <add resp="ed">1818</add>.</date>
            </opener>
            <p>Perdóno, perdóno, carissimo Giacomino; perdonatemi, perdonatemi. Oh come avrei creduto di poter dare disgusto al mio Giacomino! Ma come anco è divenuto possibile che le vostre lettere, le quali non si smarrivano di venirmi cercando per ogni lato di Lombardia, per ogni parte del Veneziano, abbiano perduta la strada in casa propria: e non abbiano saputo venire da Recanati a Bologna! e due n'ho perdute: e se non ricevevo questa dei 21, non credevo già voi <hi rend="italic">impazzito</hi>, ma ne impazzavo io, non sapendo più persuadermi che il mio Giacomino non mi disamasse; e non potendo pensarne alcuna cagione. Io però vi ringrazio ora, che parmi di avervi (oh con quanta consolazione!) ricuperato, senza mai avervi perduto: e da capo vi prego che mi perdoniate: sarei imperdonabile se avessi dubitato di voi: ma se generalmente non mi rassicuro della razza umana, ho troppe ragioni. Lasciamo le querimonie. Se non muoio tra pochi dì, tra pochi dì ci vedremo; in principio di settembre; qualche giorno più tardi che non avrei creduto: mi ritiene grave malattia d'un'amica amabilissima; dalla quale non so allontanarmi senza lasciarla incamminata al guarire. Sopportate questo poco indugio con quella bontà che vi fa compatire a' mali altrui, e giustifica chiunque li compatisce. Basterà assai il tempo acciò ch'io possa ricevere qui anche una vostra letterina; e io ferventemente la desidero, e istantemente ve la chiedo; perchè voglio esser quieto e sicuro che siavi giunta questa mia a sgombrarvi d'ogni amarezza, e purgare presso voi il mio cordiale affetto. Addio, Giacomino dilettissimo: ricordatemi al Signor Padre, e al fratello; e vogliatemi bene quanto io vi amo: addio addio senza fine, e con tutta l'anima. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Giordani (1818)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO GIORDANI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 31 Agosto 1818.</date>
            </opener>
            <p>Vi perdono, o Carissimo, che non avendomi ancora veduto, nè perciò conosciuto bene, abbiate dubitato ch'io non fossi stanco d'amarvi: giacchè sono certissimo che veduto e conosciuto che m'avrete, quando anche v'occorresse di passare un anno intiero senza mie lettere, quando anche, pregando scongiurando minacciando, non arrivaste a vedere una parola di risposta, prima crederete tutte le cose impossibili, di quello che sia cambiata punto la mia volontà verso voi. Nei mali o vostri o di un'amica vostra io non compatisco ma patisco, sì che per quanto arda e spasimi di vedervi, per quanto, come vi diceva in una delle perdute, sia fatto impazientissimo, e i giorni mi paiano secoli, e proprio non sappia come ingoiarli, contuttociò non vi posso pregare che v'affrettiate di consolarmi. Basterà che quando potrete, vi ricordiate dell'amor mio, ed ascoltiate l'amor vostro. Fra tanto v'aspetterò io, e con me un opuscolo molto sudato, che sebbene, dovendo uscire alla luce, non vorrebbe aspettar tanto, e anche mi preme a bastanza, a ogni modo non lo voglio nè pur toccare se prima non ne ho sentito il giudizio vostro e consultato con voi se si debba pubblicare o no. State lieto e vogliatemi bene; che non c'è persona al mondo che lo meriti quanto io; nè ci sarà, perchè, mio Carissimo, quale io sono presentemente, tale sarò fino alla morte, e se dopo la morte dura l'amore verso i nostri, sarò tale in eterno. E chiamo voi medesimo in testimonio che un'altra persona che v'amasse ardentemente e immutabilmente come fo io, non l'avete ancora trovata nè sperate di trovarla: ed io come bramerei che ci fosse, non altrimenti, considerando me stesso, mi persuado affatto affatto che non si trova. Più lungamente spero, secondochè voi mi dite, che discorreremo fra pochi giorni. Per ora vi lascio e v'abbraccio. Addio. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.B.Sonzogno (1818)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIAMBATTISTA SONZOGNO - MILANO.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati, 4 Settembre 1818.</date>
            </opener>
            <p>Stimatissimo Signore. Come seguo ad aver grand'obbligo a V.S. del conto in cui mostra di tenermi, così mi dispiace di non poterla in nessun modo contraccambiare per molto ch'io lo desideri: giacchè quello che spetta ai nuovi frammenti di Dionigi Alicarnasseo non è fattibile per due ragioni. L'una, che il mio volgarizzamento già fatto essendo inutilissimo, come direbbe non solamente Ella ma chiunque ne leggesse una sola pagina, converrebbe rifarlo tutto quanto da capo. Ora, lasciando stare il contraggenio che tutti sogliono avere a queste tali fatiche, i detti frammenti, secondo ch'io penso e fu parimente opinione del sommo Ennio Quirino Visconti, non sono altro che un vero e formale Estratto o Spoglio dell'opera grande di Dionigi, fatto ne' tempi bassi da qualche studioso che certo fu di pochissima levatura, abbreviando mutando ritenendo le stesse parole, mettendo ora una storiella ora una frase ora una sentenza di mano in mano che veniva leggendo e segnando nel suo scartafaccio, come allora si costumava, e se ne hanno parecchi altri esempi. Laonde il tradurre un'opera di questa sorta, non solamente non porterebbe nessuna gloria al traduttore, ma nè anche nessun diletto ai lettori; anzi si può affermare per certo che una traduzione tale non sarebbe letta da veruno: tanto ch'io stimo che poco o nulla potrebbe servire alla sua stessa Collana e a qualunque altra opera che non sia fatta per gli eruditi. L'altra ragione è che io prima dell'anno futuro, come le scrissi nell'altra mia, non posso onninamente nè pur pensare a nessun altro lavoro eccetto quelli che ho fra le mani. Il che, richiedendo l'impresa di V.S. molto maggior prontezza, mi toglie ogni facoltà di soddisfarla anche rispetto all'altra proposta ch'Ella mi fa, di tradurre o emendare qualche vecchia traduzione di tutta la storia di Dionigi. Oltredichè, il primo lavoro, cioè di ritradurre, è troppo vasto, ed io, quando anche mi ci potessi mettere immediatamente, non lo saprei condurre a fine se non dopo lunghissimo tempo. All'altro lavoro, cioè di correggere qualche traduzione altrui, conosco di essere totalmente disadatto. Con tutto questo, la prego a guardare più tosto ai detti che sono liberi, di quello che al fatto ch'è necessario, vale a dire che quantunque presentemente io non possa contentarla come vorrei, contuttociò mi tenga per disposto a farlo quando io possa, e desideroso di mostrarle il mio buon volere. E mi ripeto con intera e verace stima Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Brighenti (1818)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO BRIGHENTI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 21 Settembre 1818.</date>
            </opener>
            <p>Stimatissimo Signore. Per quante premure io abbia fatte al nostro Giordani, non m'è stato possibile di ritenerlo qui più di cinque giorni, di modo che la sua lettera m'è giunta dopo ch'egli era partito. Ma mi farò un piacere di usare ogni diligenza perchè la riceva sollecitamente e sicuramente. Intanto mi rallegro di avere avuto questa occasione di conoscerla e di servirla, e desiderando ch'ella mi continui l'onore de' suoi comandi, mi dichiaro devotissimo obbligatissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1818)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>Bologna 1° Ottobre <add resp="ed">1818</add>.</date>
            </opener>
            <p>Sia comune a voi, mio carissimo Giacomino, e all'amabilissimo e bravissimo nostro Carlino questa lettera; che vi avvisa come io giunto a Macerata, e dalla cattiva stagione, e da qualche lettera che vi trovai, fui persuaso a differire l'andata a Roma. Starò qui non molto, benchè ci stia benissimo: ma prima di partire vi scriverò. Se voi tardate oltre la metà del mese a scrivermi, dirigete a <hi rend="italic">Piacenza fermo in posta</hi>. Intanto io vi prego che presentiate i miei più cordiali rispetti e ringraziamenti a' vostri genitori, a' quali perpetuamente mi professerò obligatissimo, e pieno di stima affettuosa, ed offero i miei deboli servigi, per qualunque cosa io potessi. Non dimenticate di riverirmi e ringraziarmi tanto il gentilissimo vostro zio. Riverisco la Contessina Paolina: e avendo promesso una riga a Pieruccio, sia per lui questa riga, che lo abbraccia caramente, e si rallegra seco di quella viva indole, dalla quale si può moltissimo sperare. A voi due (oh rari, ed ottimi e carissimi giovani!) desidero ogni più degno premio a tante virtù, e occasioni di farne prova con vostro onore e pubblica utilità; e come preziosissime e amatissime cose vi abbraccio con riverenza devota, e vi bacio, e vi supplico che sempre mi vogliate bene, e spesso mi diate vostre nuove.</p>
            <p>Se v'invoglierete de' libri proposti, non avrete che a ricercarli in Bologna al signor avvocato Pietro Brighenti. Addio cari cari; addio con tutto l'animo, addio senza fine.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1818)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>Bologna 14 Ottobre <add resp="ed">1818</add>.</date>
            </opener>
            <p>Mio carissimo Giacomino. Ricevo la vostra 28 settembre, e l'altra corrente. Della prima non farò altro che ringraziarvene molto. Quanto alla seconda, devo prima d'ogni cosa pregarvi che molto ringraziate per me la bontà del vostro signor Padre, che si è compiaciuto di scrivermi così amichevolmente; e a lui e alla contessa madre certifichiate ch'io sarò sempre obligato ed affezionato. Abbracciatevi poi per amor mio col carissimo fratello Carlo: baciate Pieruccino, e l'altro, riveritemi la Contessa Paolina, e il Marchese Zio. Ho avuto la lettera di Brighenti, e quella del Perticari. Delle lettere mandatevi da Canova ricevo una di mio fratello: dunque un'altra s'è perduta. Qualunque ne abbiate, o vi capiti, fatemi grazia di mandarmele a Piacenza <hi rend="italic">fermo in posta</hi>. Io parto domani; e dopo breve dimora in Parma, vo a seppellirmi nel mio cimitero di Piacenza: di là vi scriverò: là spero che vengano a trovarmi vostre lettere, che sempre mi saranno desideratissima consolazione. Vi raccomando con tutta l'anima che abbiate cura della salute, e non vi affatichiate soverchio. Non egualmente vi raccomando che mi amiate; parendomi fare ingiuria a tanta bontà con parole superflue, e quasi d'animo non sicuro. So che dovete amare chi vi ama tanto tanto, e vi desidera ogni maggior bene. Abbraccio cordialissimamente e voi e Carlino: oh possa io rallegrarmi di vedervi così lieti e felici, così pieni di contentezza e di onore come è degno a tante virtù vostre. Addio, dolcissimi amici; v'ama pur più che non sappia e possa dirlo il vostro Giordani.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Giordani (1818)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO GIORDANI - PIACENZA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 19 Ottobre 1818.</date>
            </opener>
            <p>Già non dubito che la mia dei 5 indirizzata a Bologna, dov'erano i saluti del Marchese Antici e massimamente di Carlo, e due righe di mio padre, non sia rimasa per la strada secondo il solito. Ma ditemi: due lettere del Canova ch'io spedii parimente a Bologna per lo stesso ordinario, e non le acclusi, prevedendo il rischio che avrebbero corso, acciocchè perdendosi l'una, le altre si potessero salvare, nè anche queste vi sono arrivate? Nella mia vi avvisava che poco prima di ricevere l'ultima vostra del primo, v'avea spedito a Roma due altre lettere, l'una del Brighenti, l'altra del Perticari inchiuse in un'altra mia, le quali sperava che non sarebbero andate a male, avendole raccomandate al Canova. Mi dicevate nell'ultima vostra che volendovi scrivere dopo la metà del mese, indirizzassi a Piacenza. Così fo dunque; e giacch'è stata vana quella che vi scrissi a Bologna, ripeto i saluti di mio zio, ripeto i saluti di mio padre, ripeto e rinnuovo gli abbracciamenti di Carlo, e aggiungo i saluti di Pieruccio e di Paolina la quale me gli avea dati anche per l'altra, ma me gli scordai, che le dispiacque e me ne sgridò. Con questa riceverete un mio libricciuolo manoscritto. Vorrei che lo faceste stampare costì o dove meglio crederete, ma in-12° o altro sesto piccolo, perchè la spesa dovendosi fare dal mio privato erario, bisogna che sia molto sottile, a volernela spremere: e vedrete che o grande o piccolo che sia il sesto, il numero delle pagine non può essere altro che uno. Vedrete similmente ch'io dedico il libricciuolo al Monti. Vorrei che gli scriveste perchè me ne desse licenza. Io gli scriverò nel mandargli copia del libercoletto stampato che sarà. La carta vorrei che fosse mezzana. Giudicherete voi se sia bene fare stampare qualche copia in carta velina o simile. Perdonatemi di questo fastidio che vi do. Volea dire: datemene anche voi; ma non potete, perchè sarebbe per me non un fastidio ma un diletto grandissimo il servirvi in qualche cosa. Eccetto ch'io non son buono a nulla, come avete veduto qualche volta per esperienza. Io sono più che invogliatissimo dei libri che mi avete segnati. Ma quanto a me, credo che Belisario fosse più ricco (se però è vero quello che si racconta di lui, che non voglio che mi diate dell'ignorante) e circa a mio padre, io mi son fatto durissimo al domandare, e non mi ci so più risolvere a nessun patto.</p>
            <p>Le cose nostre vanno di male in peggio, e avendo provato di mandare a effetto quel disegno che avevamo formato insieme del modo di andare a Roma, e proposto un espediente così facile che a volerci fingere una difficoltà non parea che fosse possibile, da quelli che avevamo pregato di parlarne a nostro padre, e che doveano avere più premura di giovarci, ed erano quegli stessi che voi ci consigliavate, ci siamo visti abbandonati scherniti, trattati, da ignoranti da pazzarelli da scellerati, e da nostro padre derisi tranquillamente come fanciulli, in maniera che persuasi finalmente che bisogna farla da disperati e confidare in noi soli solissimi al mondo, siamo oramai risoluti di vedere che cosa potremo. Vogliateci bene, o carissimo, e concedeteci quello che non costa punto, e tuttavia non l'abbiamo nè qui nè altrove, se non da voi, da anima nata; io dico la compassione. Vi abbracciamo con tutto il cuore. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1818)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>Piacenza 29 Ottobre <add resp="ed">1818</add>.</date>
            </opener>
            <p>Miei carissimi Giacomino e Carlino. Da Bologna risposi alla vostra ultima, e alle cortesissime parole del vostro Signor Padre, cordialmente ringraziando. Ora vi avviso che son qui; e qui solitario passerò l'inverno leggendo, o fors'anche scrivendo. Come io penserò molto e affettuosissimamente a voi, così voi prego che vi ricordiate di me; e qualche volta mi mandiate di vostre nuove. Se avete costì lettere per me, indirizzatele senza indugio a Piacenza. Io sto benissimo, pieno di sanità, pieno di vigore anche straordinario. Desidero che possiate darmi ottime e liete nuove di voi. Ricordatemi parzialissimamente al Papà, alla mamma, al zio Marchese Carlo: salutatemi la sorellina, e i minori fratelli: ch'io vi amo e vi abbraccio di cuore.</p>
            <p>Ho letta l'opera postuma di Madama Staël; e mi è piaciuta moltissimo. Vostro zio troverà in quella i suoi sentimenti, e dovrà piacersene. Addio addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Giordani (1818)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO GIORDANI - PIACENZA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 9 Novembre 1818.</date>
            </opener>
            <p>Risposi il 19 del passato alla vostra ultima di Bologna, mandandovi un libricciuolo manoscritto il quale m'accorgo dalla vostra di Piacenza del 29 ottobre che non l'avete ricevuto come nè anche la lettera. Mi date due buone nuove che mi rallegrano assai, l'una che state benissimo, specialmente di salute, anche oltre all'ordinario, intorno alla quale vi dirò che quando anche mi scriveste di trovarvi meglio che qualunque persona del mondo, non vi dovreste mica aspettare ch'io pregassi Dio, come Filippo, a voler mescolare un pochino di male alle vostre fortune. L'altra nuova è che forse questo inverno lo passerete scrivendo. E come quella mi rallegra per cagion vostra, così questa per cagione tanto mia quanto di molti. Potete stimare con che gusto saprei di che siete per iscrivere: ma non m'arrischio di domandarvelo. Vi ricordate ch'essendo qui vi dissi ch'io teneva per sicuro, quantunque a non guardarla sottilmente dovesse parer cosa sofistica e ridicola, che la voce latina <hi rend="italic">somnus</hi> derivasse dalla greca <foreign lang="grc">ὕπνος</foreign>? Il che volendovi dimostrare, voi ve ne rideste: io aggiunsi che non che ne fossi persuasissimo, nè anche dubitava che questa derivazione non fosse stata già notata e data per certa dagli etimologisti, ancorchè non mi fosse capitato di vederla appresso veruno. E così voi stimandola un sogno, io verità di fede, passammo ad altro. Ora vedete che cosa io trovai presso Gellio poco dopo partito voi. Sta nel Libro 13, capitolo 9: <hi rend="italic">Quod Graeci</hi>
               <foreign lang="grc">ὑπὲρ</foreign>, <hi rend="italic">nos</hi> SUPER <hi rend="italic">dicimus; quod item illi</hi>
               <foreign lang="grc">ὕπνος</foreign>
               <hi rend="italic">, nos primo</hi> SYPNUS, <hi rend="italic">deinde per</hi>
               <foreign lang="grc">Υ</foreign>
               <hi rend="italic">Graecae Latinaeque litterae cognationem</hi> SOMNUS. In un'altra edizione trovo: <hi rend="italic">latinaeque o litterae</hi>; in un altra: <hi rend="italic">deinde per</hi>
               <foreign lang="grc">Υ</foreign>  etc. SUMPNUS; come appunto io vi diceva che doveano avere scritto anticamente; <hi rend="italic">sumnus o sumpnus</hi> che è tutt'uno (come <hi rend="italic">dompnus</hi> de' tempi barbari è lo stesso che <hi rend="italic">domnus)</hi> in vece di <hi rend="italic">somnus</hi> venuto poi, come <hi rend="italic">volgus</hi> per <hi rend="italic">vulgus</hi>, che forse <hi rend="italic">vulgus</hi> è più antico di <hi rend="italic">volgus</hi>, comunque si creda l'opposto; ma checchè sia non rileva presentemente. Questo perchè crediate alla ispirazione indovinatoria, e a quella certezza intima, che per quanto non si possa trasfondere facilmente in altrui, con tutto questo è fortissima, e nasce da una gagliarda apprensione di certe probabilità, la quale ci farebbe giurare che la cosa sta così, nonostante che non se ne possa portare nessuna prova irrepugnabile.</p>
            <p>Noi stiamo qui meno scontenti di quello ch'io vi scriveva nell'ultima che non v'è capitata, perchè nostro padre ha fatto men cattiva cera che non avevamo creduto al nostro disegno, il quale ancora non si può dire che sia disperato; io dico quello del quale parlammo insieme. Il Marchese Antici è tornato a Roma con tutta la sua famiglia, e tutti i fratelli, e la sorella vedova, e tutta la famiglia e tutti i figli della sorella che lasciando Recanati hanno pianto di cuore. Così va bene. Addio carissimo. Perdonate la lunghezza di questa lettera. Nè pregarvi che ci amiate nè dirvi che v'amiamo supremamente, non può essere altro che superfluo. Addio.</p>
            <p>P.S. La mia dei 19 Ottobre non rispondeva alla vostra ultima di Bologna, come è detto di sopra, ma la scrissi e mandai alla posta, poco avanti che m'arrivasse la vostra ritardata.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1818)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>Piacenza 15 Novembre <add resp="ed">1818</add>.</date>
            </opener>
            <p>Miei amatissimi Giacomino e Carlino. Dopo la lettera vostra, alla quale si degnò di aggiungere il vostro Signor Padre, e alla quale risposi subito, non ho più nulla da voi: benchè io v'abbia poi scritto da questo <hi rend="italic">cimitero</hi>, cioè da Piacenza; e qui abbia ricevuto due lettere di Canova già indirizzate a Recanati. Miracolo che non avessero di compagnia due righe vostre. Fatemi dunque sapere che state bene e voi, e tutta la famiglia, e che seguitate a volermi bene.</p>
            <p>Io sto benissimo: ma se mi mancassero lungamente le vostre nuove, crediatemi che ne avrei grave molestia. Ricordatemi dunque al papà, alla mamma, alla sorellina, allo zio. Confido che di essere ricordato a voi due non mi bisogni; poichè tanto vi amo, e voi siete così buoni che certamente mi riamate. Che leggerete di bello questo inverno? Io fra l'altre cose leggerò l'<hi rend="italic">Africa Cristiana</hi> del Morcelli. Avete veduto la <hi rend="italic">Vita di Mecenate</hi> dell'avvocato Vida, stampata in Roma? Qua è giunta ora; e il titolo, e 'l volume non grosso m'invogliano di donarle un paio d'ore. Dolcissimi e carissimi giovani; v'amo e v'abbraccio con tutta l'anima: amatemi, e qualche volta scrivetemi un poco. Che vuol dire o Giacomino che dappoichè ci vedemmo siete assai più scarso di scrivermi? Oh il farmivi conoscere mi nocque! Ma bisogna nell'amicizia tenersi più alla liberalità che alla giustizia. Via via; io non voglio far tante ragioni: io vi amo, io vi scrivo: e voi dovete amarmi e dovete scrivermi. Scommetto che Carlino tiene da me, e vi prega che non siate tanto severo col vostro amicissimo Giordani. Addio addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1818)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>Piacenza 19 Novembre <add resp="ed">1818</add>.</date>
            </opener>
            <p>Mio amatissimo Giacomino. Già una mia di parecchi giorni fa dovrebbe essere arrivata a dirvi quanto mi rattristava il vostro lungo silenzio, e farvi imaginare la consolazione recatami dalla vostra dei 9, che ricevetti ieri. Ma questa dolcezza fu mista d'amaro, per la certezza di aver dunque perduto la vostra dei 19 ottobre, e il <hi rend="italic">manoscritto</hi>. Figuratevi se me ne duole, e se non bisogna maledire le poste. Ma che era quel manoscritto? Vi prego a dirmelo.</p>
            <p>Anche mi consola quel poco di speranza di vedere compiuti i vostri giustissimi desiderii: al che se potessi per un poco giovar io col desiderarvelo infinitamente, sarei beato. E di ogni minimo movimento di questa cosa vi prego tenermi avvisato: perchè io l'ho a cuore mille volte più che se toccasse la mia persona, omai fastidita di tutto questo mondaccio. Quel vigor che avevo nella mente, è svanito al comparire della stagione fredda e nuvolosa; nè posso sperare che mi ritorni, se non co' tiepidi e lieti soli. Passerò l'inverno leggendo: già ho cominciata l'<hi rend="italic">Africa Cristiana</hi>; e la mia malinconia si accresce anche di questa lettura; che mi dimostra sì poco felici e sì perversi quegli uomini ancora che ci si danno per angioli. Benchè non è questa la intenzione del buon Morcelli: ma i fatti parlan chiaro a chi non ricusa d'intendere. E io fui una bestia quando (non so come) vi resistevo intorno all'<foreign lang="grc">ὕπνος</foreign>, di che voi avete assai manifesta ragione.</p>
            <p>Ho sempre voglia di fare una brevissima scappata a Milano; e di là tornato vi scriverò. Abbracciatemi affettuosissimamente il nostro Carlino. Riveritemi parzialmente il papà e la mamma, e la sorellina: e io tanto più volentieri vi prego che mi amiate, quanto la bontà vostra mi rende per avventura <hi rend="italic">superflua</hi> questa preghiera. Addio addio, Giacomino carissimo: come farete a tenervi lieto in questa lugubre stagione, che ammazza anche me di malinconia? Facciam l'impossibile, e poi amiamoci. Addio addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Giordani (1818)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO GIORDANI - PIACENZA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 27 Novembre 1818.</date>
            </opener>
            <p>In somma è un pezzo che mi sono avveduto ch'io sono disgraziatissimo in tutto e per tutto, e non c'è cosa che mi prema e non mi vada a rovescio. Ecco che mentre la mia mala fortuna vuole che noi stiamo così lontani, di maniera che non possiamo alimentare l'amicizia nostra fuorchè con lettere, l'arcimaledettissima negligenza delle poste mi leva quest'unico modo, e io mi dispero proprio, che oltre che mi tocca di vivere in questo carcere, mi veda oramai chiudere quella sola finestra che mi potea dare alquanto d'aria e di luce, e così mi convenga finalmente passarmela in un buio perfettissimo. Vi scrissi il 19 del passato una lettera che mi premeva, perch'era accompagnata da un certo manoscritto e questa so di certo ch'è perduta. Un'altra ve ne scrissi il 9 del corrente e questa non so se sia perduta, so bene che sei giorni dopo, cioè il 15 quando mi scrivevate l'ultima vostra non v'era arrivata. Manco male che le poste rispettano tutte le vostre, sicchè poco mi dorrebbe che le mie se n'andassero al diavolo, se questo non vi desse materia di sospettare, e di rimproverarmi che da poi che v'ho conosciuto di persona, mi son fatto più scarso nello scrivervi. Ora se voi conterete le vostre due di Bologna e due di Piacenza, e dall'altra parte la mia scrittavi a Roma e giuntavi a Bologna, l'altra indirizzata a Bologna, le due scritte a Piacenza, e questa ch'è la quinta, troverete ch'io sono in credito di una lettera. E se oltre l'aritmetica vorrete dare una ripassata alla geometria per poter misurare le nostre lettere, vedrete chiaramente che ciascuna delle mie fa per tre delle vostre, sicchè il mio credito è tale che s'io l'esigessi a rigore vi spianterei, perchè in sostanza le vostre paiono zuccherini che si struggono in bocca e non hanno tempo d'arrivare fino alla gola, dove le mie riempiono lo stomaco. Confessate dunque formalmente nella prima che mi scriverete d'esservi sbagliato nel sospettare ch'io fossi fatto più severo, e tali baie, se no, aspettatevi infallibilmente tre o quattro mie per ogni ordinario, che vi faranno domandar misericordia o vi seppelliranno vivo sotto un mucchio di carte. Le due lettere del Canova io le mandai a Bologna e ve ne scrissi per lo stesso ordinario parimente a Bologna: voi riceveste la mia, e nell'ultima vostra di colà mi diceste che quelle del Canova s'erano smarrite: ora poi che vi sono state rendute a Piacenza, fate i miracoli perchè non sono accompagnate da una mia. Il manoscritto ch'io vi mandava era dedicato al Monti, e vi pregava di farlo stampare costì, e scrivere al Monti perchè mi concedesse d'intitolarglielo, aggiungendo ch'io gli avrei scritto, stampato che fosse, nel mandargliene copia. Il manoscritto s'è perduto insieme colla lettera. <hi rend="italic">Sic te servavit Apollo</hi>, ma solamente quanto al farlo stampare, giacchè vi prego di nuovo che scriviate al Monti, avendo fatto ricopiare il libricciuolo e mandatolo a Roma, dove non lo farò pubblicare, se prima non saprò che m'abbiate impetrata la licenza che ho detto.</p>
            <p>Del Vida credo che vi sarete pentito d'averci speso quel paio d'ore che mi dicevate: ma non l'ho letto, e parlo secondo quello che n'ho sentito. Mi domandate che leggerò questo inverno: <hi rend="italic">scilicet</hi>, libri antichi, perchè i moderni qua non arrivano, e io presentemente leggendo sempre, sto in una totale ignoranza delle cose del mondo letterario. Ma nei Classici greci latini italiani m'immergerò fino alla gola. Se questa non fosse già troppo lunga vi direi di certi disegni che ho concepiti. Ora vi dirò solamente che quanto più leggo i latini e i greci, tanto più mi s'impiccoliscono i nostri anche degli ottimi secoli, e vedo che non solamente la nostra eloquenza ma la nostra filosofia, e in tutto e per tutto tanto il di fuori quanto il di dentro della nostra prosa, bisogna crearlo. Gran campo, dov'entreremo se non con molta forza, certamente con coraggio e amor di patria.</p>
            <p>Vogliatemi bene, e non m'uscite più con quelle lagnanze, che dopo che mi avete conosciuto, non sono mica più così facile a perdonarvele. Carlo vi abbraccia, e tutti due vi salutiamo di cuore, e desideriamo che seguitiate a star bene. Addio, addio.</p>
            <p>Mia sorella mi si raccomanda ch'io vi saluti in nome suo. Già lo feci in quella che s'è smarrita. Ora saputo si caso, ha voluto ch'io ci rimedi in quest'altra.</p>
         </div1>
         <div1 n="A F.Cancellieri (1818)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A FRANCESCO CANCELLIERI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 30 Novembre 1818.</date>
            </opener>
            <p>Stimatissimo Signore e Padrone. Quantunque sia molto tempo ch'io non le scrivo, tuttavia, come non mi sono dimenticato delle tante gentilezze che l'è piaciuto di praticare verso di me, così non sono mai sazio d'incomodarla. Con questa sarà un mio piccolo Ms.to, il quale desiderando che si stampi costì, ricorro alla usata benignità di Lei perchè si voglia compiacere di darlo ad imprimere a mie spese. La carta vorrei che fosse mezzana, eccetto due o tre copie che bramerei stampate in carta velina o di simile qualità. Il sesto per risparmio di spesa vorrebb'essere di 16 o altro tale, di maniera che la stampa non passasse o passasse di poco un foglio, giacchè, com'Ella vedrà, il numero delle pagine non può essere maggiore nè minore di quello ch'è nel M.to, onde qualunque ampiezza di sesto accrescerebbe la spesa. E quanto ai caratteri, s'Ella non giudica altrimenti, desidererei che fossero del De Romanis. Ma in modo particolarissimo ardisco pregarla che voglia commettere la correzione della stampa a persona diligente, e che non trascuri nè anche la punteggiatura del Ms.to, poich'Ella conosce ottimamente che in un libricciuolo così breve, anche i piccoli sbagli sarebbero vergognosi, e ridonderebbero in poco onor dell'autore. Quello però di cui la prego soprattutto, è ch'Ella non si dia per tutto questo maggior fastidio che quanto per un affare dell'ultimo de' suoi servitori, e che voglia scusare la mia perpetua importunità. Parimente Ella mi farebbe sommo favore se si compiacesse di darmi notizie della sua salute che sebbene è preziosa a moltissimi, dee premere a me in particolare. Io credo, anzi so di non esser buono a servirla compitamente in nulla: nondimeno s'Ella non isdegnasse di servirsi dell'opera mia, avrei ben caro di mostrarle così imperfettamente come posso, con quanto viva riconoscenza, e con quanto affettuosa stima, io sia, come sarò costantemente suo devotissimo obbligatissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di F.Cancellieri (1818)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI FRANCESCO CANCELLIERI</hi>
               </byline>
               <date>Roma 9 Dicembre 1818.</date>
            </opener>
            <p>Veneratissimo Sig.r Marchese. Per non perder tempo, e per tentare di servirla prima delle imminenti Feste, che auguro felicissime non meno a Lei che al suo degnissimo Genitore ed ottimo Fratello, ho mandato a rivedere al R.mo P. Maestro del S.P. il Manoscritto delle due Odi da Lei trasmessemi. Se non si incontrerà alcuna opposizione, di che assai temo per quello che dice contro la Francia ed a favore della libertà Italiana, subito si porrà mano alla stampa a Propaganda, con un carattere nuovo Bodoniano, adattato a farne un'edizione consimile al sesto del Ms. ed allo stesso numero di pagine. Frattanto mi sono informato dell'ultimo prezzo: per copie 300 in tutta carta Velina Reale, Scudi 04.50; per copie 500, Scudi 07.50. De Romanis è molto più carestoso, e da niuno può aversi l'agevolezza che può far Propaganda, che non paga pigione, nè attrezzi, come tutti gli altri. Attendo dunque da Lei l'ordine del numero che ne desidera. Se ne vorrà qualcuna in carta cerulea, sarà un picciolo aumento di spesa. Per la correzione, benchè io sia carico di occupazioni, pure per amor suo ne assumerò io stesso tutto il pensiere, e procurerò che la stampa sia fatta sul modello, e con la stessa ortografia dell'Originale. Convien che mi scriva ancora se le vuol far piegare, e coprire con qualche carta gialla semplice, turchina, rossa, o verde, o se vuole che ne consegni l'involto di tutte le copie sciolte al Sig.r Marchese Antici suo Zio, che penserà alla distribuzione, di cui io non posso incaricarmi, non potendo girare per le dolorosissime piaghe delle mie gambe. Sia pur certa di tutta la mia premura di eseguire la sua commissione con la massima diligenza, per poterle dare questa conferma della rispettosa stima, pieno di cui, rallegrandomi di cuore de' suoi nobilissimi Versi, e del suo caldo nazionale entusiasmo, mi pregierò sempre di professarmi suo D.mo Obbl.mo Serv. ed Amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di C.Antici (1818)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO ANTICI</hi>
               </byline>
               <date>Roma 9 Decembre 1818.</date>
            </opener>
            <p>Mio Car.mo Nepote. Scusate se affido ad altrui mano l'incarico di tracciarvi i miei pensieri: così voi nel leggermi ed io nello scrivervi avremo minor fatica, senza porre nel menomo dubbio la segretezza dei nostri trattenimenti. Dopo le più appurate indagini, ho verificato che nella Biblioteca Vaticana non vaca alcun posto secondario, vaca bensì il primo il di cui emolumento si ristringe all'alloggio ed a scudi venticinque il mese. Molti uomini di età provetta, e che qui si sono fatti un nome, vi concorrono, ma il Governo lo ha offerto al vostro Mai. Questo cerca di negoziare assai bene il nome che si è fatto colla scoperta dei noti Codici, e forse non saranno rigettate le sue domande. Ma quando ancora il Governo le trovasse inammissibili, io non saprei consigliarvi di esporvi al concorso cogli altri per le seguenti ragioni. Costoro o sono già da molti anni impiegati nella Vaticana, o sono qui in fama di molta esperienza nelle materiali cognizioni dei Codici polverosi e delle squallide pergamene. Avranno essi un corredo di erudizione e di lettura assai inferiore della vostra, ancorchè essi triplichino la vostra età; ma hanno a favor loro appunto la prevenzione dell'età che è tutta contro di voi, e la prattica della professione, che se non può mettersi in alcun confronto coll'importanza ed elevatezza dei vostri studi, somministra peraltro i mezzi opportuni per ben corrispondere all'incarico. Quando io ho voluto un esperto Fattore per presiedere ai beni di S.a M.a in Potenza che tengo in affitto, non vi ho chiamato nè il P. Casser, nè il P. Colizzi, ma F. Matteo Conocchiaro. Temerei perciò che se io vi suggerissi di porvi fra gli aspiranti all'impiego di Custode della Vaticana, vi esponessi ad una sicura ripulsa. Piuttosto io credo di rendervi maggior servizio, stando in attesa della vacanza di un secondo posto nella Vaticana per avvisarvi a domandarlo, indicandovi ancora i mezzi che mi sembrano efficaci all'intento. Volete però intanto aprirvene la strada ampia e sicura? lasciate ogn'altra vostra letteraria fatica, e ponete soltanto ogni cura a continuare l'incominciata traduzione dell'<title>Odissea</title>  . Questo lavoro merita ogni vostro sforzo, e può procurarvi quella fama, che da cento altri non potete assolutamente sperare. Cedete una volta alle insinuazioni di chi vi parla con ingenua amorevolezza, e col sentimento di avveduti letterati.</p>
            <p>Dite al nostro Carlo (il Lamotte della letteratura moderna, come voi siete il Dacier, o la Dacier dell'antica), ditegli che l'ottenere il permesso per la stampa della sua traduzione dall'Inglese, è impresa ineseguibile. Il Protagonista dell'opera divenuto da Padrone lo spavento di Europa, vi è rappresentato con colori troppo contrari agli interessi dei Governi ed alla tranquillità delle Nazioni. Lo stampatore della traduzione francese pagò con una grossa multa e col carcere la sua imprudenza, e perderebbe almeno il suo posto, autorizzandone qui la stampa, il Maestro dei SS. Palazzi "Arcivagliatore della letteraria mondiglia", come il chiamava Mariottini nel N.° 1° del suo <hi rend="italic">Zibaldone</hi>, che fu soppresso al N.° 2°, e che vi farò leggere al mio ritorno.</p>
            <p>La mia Marietta scrisse, poco dopo il nostro arrivo, alla vostra Paolina, e vedendosi tuttora priva di risposta, crede la sua lettera inabissata nei gorghi postali. Cresce la di lei inquietezza per siffatto incidente, dopo aver veduto che Pietruccio a Tommasino, e Luigi a Ruggiero hanno scritte due leggiadrissime lettere. Pietruccio vi comparisce un mostro d'ingegno, poichè lo stesso Sterne si farebbe un vanto di aver scritta quella lettera, ed anche Luigi ha stesa la sua in modo da far conoscere che se impiega gran parte del giorno nelle arti meccaniche, non impiega minor parte della notte negli studi liberali. Tanto merito per altro di quelle lettere ha posto i miei Figli nel maggiore imbarazzo, e per riscontrarle in qualunque modo, han dovuto ricorrere al buon Zio Girolamo.</p>
            <p>Baciate per me con tenerezza le mani alla vostra carissima Mamà, e la fronte al vostro non men caro Papà: baciate le gote "che esistono vermiglie" ai tre vostri fratelli, e fate una riverenza alla Sig.ra Nonna ed alla Sorella. Ritirate poi dall'Ufficio Postale, franchi di porto, amplessi e riverenze di tutti questi Congiunti con l'intesa che ne passiate, secondo le rispettive classi, una buona dose ai Vostri.</p>
            <p>Avvertite Carlo che la celebre <hi rend="italic">Storia</hi> di Hume ha trovato già in Lombardia il traduttore, che si nomina nel frontespizio, e che adesso non l'ho presente alla memoria. Perciò ancor egli lasci le bagattelle e ci dia in nobile stile Italiano (non Fiorentino) la traduzione di qualche classico Inglese, scegliendolo fra quei Biografi, di cui due anni addietro gli rimisi nota. M'incontrai appunto ieri ad imparare da un libro Tedesco che è celebre la <hi rend="italic">Storia di Federico II di Prussia</hi> dell'Inglese Gillies. Simili traduzioni producono piacere e fama a chi le intraprende e nuova ricchezza alla propria Nazione. Dunque, cari Nepoti, lasciate tante fatiche per oggetti ingrati, ed indegni delle vostre forze. Ponete mano per ora ai lavori che vi ho raccomandati, e trarrete così vero profitto dalla felice situazione in cui siete di sentire una viva passione per gli ameni studi, e di aver l'animo sgombro, e i giorni liberi dalle moleste cure di pubblica o di domestica amministrazione.</p>
            <p>Perdóno della mia prolissità, che trova amplissima scusa nella rarità delle nostre lettere. Vi abbraccio e sono di cuore il V.o Aff.mo Zio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Giordani (1818)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO GIORDANI - PIACENZA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 14 Dicembre 1818.</date>
            </opener>
            <p>Mio Carissimo. Ho ricevuto la vostra dei 19 del passato, scritta e spedita la mia dei 27 dalla quale avrete veduto che cosa sia quel Ms. di cui mi domandavate. Ora avendolo mandato a Roma a stampare a mie proprie spese, e però dovendone essere tutte le copie in poter mio, nè volendone fare distribuire a Roma altro che pochissime avrei caro di sapere da voi come si possano mettere in giro principalmente in Lombardia, nelle mani de' librai e cose tali, non già per rifarmi punto della spesa, ma semplicemente per ottenere il fine della stampa, cioè farle andare <hi rend="italic">per manus hominum</hi>. Io sono ignorantissimo di queste cose, non ho commercio letterario con nessuno, e con tutte queste copie in poter mio, non volendone un mezzo soldo, non so che diavolo me ne fare. Vorrei che me ne diceste due parole, ch'io farò che aspettino a Roma tanto che voi mi abbiate risposto così circa questo particolare, come circa quello ch'io vi scrissi del Monti nell'ultima mia. E perch'io vorrei servirmi di questa occasione per entrare nella conoscenza di qualcuno de' più bravi italiani vostri amici, vorrei che mi diceste dove si trovino presentemente il Rosmini, il Mustoxidi e lo Strocchi, dei quali non so di certo.</p>
            <p>Siccome però mi scrivono da Roma che il manoscritto quantunque piccolissimo tuttavia si potrebbe dare il caso che non potesse passare per il buco della censura (e non sarebbe questo l'ultimo mio che non passasse, per la censura di Roma) così scrivo colà, che non passando, lo spediscano a dirittura a voi. Ecco dunque che succedendo questo io torno a infastidirvi, e ripetervi quello che vi dicea nella mia che si smarrì, che la spesa dovendosi fare del mio privato erario, il sesto, il numero delle copie e la carta vorrebbero esser tali ch'ella non passasse le 35 o 40 lire, massime che il numero delle facce non potendo essere altro che uno, tanto quanto s'ingrandisse il sesto, si crescerebbe la spesa. Alcune poche copie mi piacerebbe che fossero in carta velina o cerulea o simile, le altre di quella miglior qualità che potrà comportare la strettezza della spesa; la stampa di costì o di dove vi piace. Perdonatemi di questo fastidio, e caso che il Ms. vi giunga, non ve ne date maggior pensiero che di quel negozio che vi preme il meno di tutti.</p>
            <p>Nell'ultima vostra vi vedo molto malinconico, e potete credere che non so come consolarvi, se non pregandovi a concedere qualche cosa alle illusioni che vengono sostanzialmente dalla natura benefattrice universale, dove la ragione è la carnefice del genere umano, è una fiaccola che deve illuminare ma non incendiare, come pur troppo fa. Vorrei bene che vi potesse confortare l'amor nostro, che se voi doveste esser lieto a proporzione che questo è grande, non so se persona del mondo, sarebbe più lieta di voi. Quanto a noi due miserabili, quel tenuissimo raggio s'è dileguato, e non ci resta niente a sperare da anima viva fuorchè da noi stessi. Amateci, o caro, che noi saremo sempre vostri in qualunque condizione. Addio. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A F.Cancellieri (1818)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A FRANCESCO CANCELLIERI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 14 Decembre 1818.</date>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo Sig. Padrone e Amico. Non posso esprimerle abbastanza con parole la mia gratitudine per la tanta premura e cortesia con cui Ella si compiace di riscontrare il mio foglio relativo al noto ms. Dello Stampatore e del prezzo non posso essere se non soddisfattissimo. Quanto al numero delle copie, a me ne basteranno 300. Del restante Ella mi farà gran favore, se vorrà ordinare che se ne imprima una mezza dozzina in carta cerulea, e far piegare e coprire tutti i fogli costì con carta gialla, o come meglio le paia. Circa alla distribuzione, non volendo farne spargere costì se non poche copie, e far passare il rimanente in Lombardia, basterà ch'Ella si voglia compiacere di spedirmene per la posta, come il libricciuolo sarà stampato, e di accettarne Ella una dozzina in povero contrassegno della mia vivissima riconoscenza, che vorrei di tutto cuore poterle dimostrare con cose meno frivole. Il resto, frattanto ch'io attendo risposta di Lombardia, s'Ella non crederà che stia sicuro presso lo Stampatore, potrà ordinare che si consegni nel Collegio Capranica al Vicerettore Don Natanaele Fucili, il quale ne avrà cura, secondo ch'io gli scriverò. Ma già sino da quando io le spediva il Ms., era e sono anche presentemente nello stesso timore con Lei per rispetto alla Censura, la quale in caso che non volesse passarlo, o vi ordinasse qualche minimo cambiamento, prego Lei a volerlo spedire direttamente per la posta sotto fascia al sig. Pietro Giordani a Piacenza. Come mi confonde ciò ch'Ella mi dice di volersi incaricare Ella stessa della correzione, così mi attrista fortemente la notizia della continuazione de' suoi dolori, dei quali benchè Ella sappia sostenerli eroicamente, non può non affliggersi chiunque conosce l'importanza della sua preziosa salute per il bene delle lettere, e la incredibile bontà del suo cuore. Ritornandole i saluti affettuosissimi di mio padre e di mio fratello, io le auguro con tutta l'anima il fine delle sue sofferenze, ed ogni più cara consolazione e prosperità nel corso delle prossime Feste, ed auguro a me stesso di potermi dare a vedere effettivamente suo devotissimo obbligatissimo servitore ed amico Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Giordani (1818)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO GIORDANI - MILANO.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati il giorno di Natale 1818.</date>
            </opener>
            <p>Mio Carissimo. Sapendo che siete costì, e avendovi scritto circa un mese addietro, cioè il 27 del passato, ricevuta la vostra dei 15; e non vedendo risposta, vi scrivo per ripetervi una delle cose contenute in quella lettera, la quale dubito che sia smarrita. Ed è che il Ms. parimente smarrito del quale vi parlava in una delle passate, era un piccolissimo libricciuolo ch'io vi pregava che faceste stampare a Piacenza o dove meglio vi fosse paruto, e siccome era dedicato al Monti, che m'otteneste licenza da lui di pubblicarlo così, che io gliene avrei scritto, stampato che fosse, nel mandargliene copia. La negligenza delle poste v'ha liberato dal fastidio del primo uffizio, ma non del secondo, perch'io fatto ricopiare il libricciuolo, l'ho mandato a Roma, dove credo che sia stampato, a cagione che, come vedete, è molto tempo che ve n'ho scritto. Ma in tutti i modi, non farò che si pubblichi, se prima non avrò risposta da voi su questo particolare del Monti. Vorrei ancora che mi diceste, se ottenendo la licenza che ho detto, conviene che gliene mandi copia per la posta, o vero in qualche altro modo, e se una o più, perchè io di tutte le cose librarie, e degli uffizi letterari sono più che ignorantissimo. Altre cose che vorrei sapere in ordine a questo Ms. ve le ho specificate già fastidiosamente in una mia dei 14 che risponde alla vostra dei 19 del passato; le quali non replico perchè spero che questa seconda lettera vi debba aspettare a Piacenza, o vi sia stata renduta costì.</p>
            <p>Carlo e oltre a lui, mia sorella vi salutano cordialmente e vi desiderano il buon anno. Io v'amo e v'abbraccio. Godetevi cotesta città, e vi giovi, se può, a spogliarvi della malinconia, come avrei ben caro. Addio. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di C.Antici (1818)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO ANTICI</hi>
               </byline>
               <date>Roma 26 Decembre 1818.</date>
            </opener>
            <p>Caro Nepote. La vostra lettera dei 18 corrente rende troppo palese la verità dell'assioma che "la nostra immaginazione è la fucina dei nostri tormenti". Tale però essa diviene ove la ragione poco coltivata non ha forze per dominarla. Come mai dunque si avvera il fatto anco in voi, che con tanti presidj di buoni studi l'avete coltivata fin dall'infanzia? Io vi confesso, caro Nepote, che non so come spiegare questo fenomeno se non coll'altro parimenti assai conosciuto, che "l'uomo è un impasto di contradizzione". L'abbattimento del vostro spirito per trovarvi ancora fra le mura domestiche, ed in un soggiorno ove manca alimento al cambio verbale delle idee scientifiche, e teatro alla fama letteraria, è in verità una malattia morale funestissima, di cui peraltro troverete in voi medesimo i più pronti ed efficaci rimedi, se vorrete farne uso. Cosa importa difatti la privazione del consorzio con letterati viventi a chi, come voi, sa procurarselo con i trapassati più grandi di tutte le età e lingue, nei di cui scritti abbiamo il deposito e la quintessenza del loro sublime ingegno? I letterati viventi sono, la maggior parte, pieni di boria e d'irritabile vanità, e mal disposti a comunicarsi agli altri, se non quando son sicuri di riceverne applausi ed incenso. All'opposto le produzioni consegnate ai libri stanno sempre ai nostri cenni, e ci lasciano nel pieno arbitrio di farne la scelta secondo i nostri momentanei gusti e bisogni. Voi credete di perder tempo non venendo qua sollecitamente, ed io vi assicuro che lo guadagnate trattenendovi ancora qualch'altro tempo costì. A me non conviene il simular con voi, ed ho l'obbligo e il diritto di parlarvi la verità. Voi avete per la vostra giovanile età cognizioni infinite di lingue classiche, di letteratura, di erudizione, e di cose antiche. Ma possedete la storia della Chiesa, degl'Imperi delle Arti, delle Scienze? Avete sviscerati i grandi Scrittori della Francia e dell'Inghilterra? Avete approfondate le teorie del gusto e del bello secondo i Batteux, i Blair, i Condillac, i Laharpe etc. per poter girare uno sguardo sicuro sui vasti campi della amena letteratura? - Voi avete fatto un corso di Filosofia, ma se non lo rifate secondo i principj più saldi dei moderni pensatori appruovati, specialmente nella Fisica, Metafisica ed Etica, voi non potete dire di conoscere Filosofia, e senza questa il grande Erudito non può esser mai un vero Letterato. Ma voi dovete conoscere ancora e farvi propri i principali teoremi della Teologia, del Dritto delle Genti, e dell'Economia pubblica, non che delle leggi Civili e Canoniche, giacchè un uomo di Lettere privo di questi sussidi, potrà essere un erudito, un traduttore, compilatore e glossatore, ma non diverrà mai quell'uomo, le di cui opere meritino di galleggiare sopra le onde del tempo, che continuamente ingoiano tante migliaia di mediocri produzioni. A coltivar di proposito questi studj vi è assai più opportuno il tranquillo ritiro della casa paterna, che il divagante soggiorno di Roma, tanto più che dovreste associarvi il fratello Carlo: e se avete saputo senza maestro divenire egregi, voi nell'arido e laboriosissimo studio delle Lingue Ebraica e Greca, egli nella francese ed inglese, molto più diverrete tali nei nobilissimi ed amenissimi studi da me indicativi, e per i quali la bella biblioteca dell'ottimo vostro Genitore vi offre i soccorsi necessari.</p>
            <p>Voi siete poi nella persuasione, che per trovarvi in codesta piccola città, siano riuscite vane tutte le vostre fatiche letterarie ad acquistarvi quella fama, che in Roma avreste potuto acquistare; e siete pure in gravissimo errore. Sono qui in Roma moltissimi Soggetti che fuori di Roma non si conoscono, e che in Roma, benchè conosciuti, son poco valutati, i quali colle stampe e colle recite pompose nelle letterarie adunanze si sono mostrati valenti Poeti, Eruditi, e Critici. In questa folla di non celebrati Celebri, verreste a perdervi ancor voi, se vi trovaste in Roma, perchè può applicarsi anche alla rinomanza letteraria la sentenza di Tacito "esser tanto più rispettata l'autorità quanto è più lontana dalla nostra vista". All'opposto, per esser voi in una piccola città, d'onde non sfolgora alcun raggio di luce scientifica, e dove non vi fa guerra l'altrui competenza, avete ottenuti elogj in qualche giornale lontano, e si legge di voi in una recentissima stampa dell'Ab.e Cancellieri, diretta a Mons.r Calcagnini, in una nota richiamata dal nome di Monti, il seguente significantissimo encomio: "Il Principe dei nostri Poeti merita gli omaggi ed il culto di tutti gli altri. Ora ho avuta la compiacenza di essere incaricato dal Ch. Sig.r C.te Giacomo Leopardi di Recanati, Fenice dell'età nostra, da me celebrato negli <hi rend="italic">Uomini di gran memoria</hi> p. 88, di accudire alla stampa di due nobilissime sue Canzoni sull'Italia e sul Monumento di Dante che si prepara in Firenze, dedicate al suo gloriosissimo nome". Credete voi, caro Nepote, che mettendovi qui così presto a contatto cogli altri letterati, veniste da loro dichiarato "la Fenice dell'età nostra" subito che arrivaste quà senza esser fornito di quelle cognizioni che vi ho suggerito di farvi proprie nel placido e beato ritiro della casa paterna? Lasciatemi parlare ancora con più chiarezza. Voi nel coltivare assai lo spirito, avete estremamente trascurato il corpo, e vi sarebbe a temere qui lo stesso giudizio portato già dagli Egiziani allorchè viddero il famoso Agesilao. Ma non solo il corpo avete troppo trascurato, bensì ancora l'importantissima qualità di un discorso facile ed interessante, che dia anima ai vostri pensieri, e faccia impressione su chi vi ascolta. Questa privazione farà gran torto nel commercio degli uomini alla celebrità di cui fate acquisto colle meditazioni del gabinetto, ma potrete correggerla se durante il vostro ulterior soggiorno costì, vincendo la vostra, non lodevole, taciturnità, vi eserciterete con i vostri di Casa, e con chiunque altro v'incontriate, ad un naturale, fluido e ben seguito discorso, anche sopra materie ovvie e giornaliere. Demostene, che si fece oratore così grande a forza di combattere le sue fisiche imperfezioni, declamava, come sapete, sulla spiaggia del mare per assuefarsi a declamar poi sulla fluttuante moltitudine di Atene.</p>
            <p>Questo mio cicaleggio è assai lungo per la noia che vi arrecherà, ma è brevissimo in confronto dei tanti altri riflessi che potrei farvi, onde dimostrare l'irragionevolezza e la deformità della vostra malinconia, e della vostra prematura ansietà di cambiar soggiorno. Datevi allo studio delle cose che si riferiscono a Dio, all'Uomo, al cittadino. Dopo tante obblazioni recate alle Muse piacevoli, sagrificate alle Muse severe. Lasciate l'intensa occupazione delle belle Lettere, per applicarvi alle buone Lettere, giacchè le prime han da servire di ornato alle seconde, ed il dolce allora merita plauso, quando è unito all'utile. Se voi amate la vera gloria, molto vi resta ancora a fare per lei. La vera gloria di un letterato Cristiano consiste nelle produzioni che contribuiscono realmente alla maggiore moralità, ed agiatezza dei suoi simili. Quel multiplicar libri sopra libri per prurito di farsi un nome, è una vanità di cui non solo Dio, ma financo l'uomo ricusa la mercede. Profittate dunque di tanti studi finora fatti e della verde vostra età, per far meglio quelli che ancora vi restano a fare. Rinvigorite la vostra salute col moto, colla proprietà, e con il gioviale discorso. Lasciate l'insoffribile pedantismo di questi enucleatori delle Greche e Latine antichità, già illustrate fino al voltastomaco da tanti insigni e pazientissimi indagatori. Discendete dalla vetta del Parnaso, ed internatevi entro le cose che muovono gli uomini in questa valle di lacrime. Leggete con attenzione ed interesse nei pubblici fogli gli avvenimenti del tempo nostro, giacchè poco gioverà a voi ed ai vostri simili che abbiate trovata la forma vera del peplo di Ecuba, e dell'orinale di Anchise, quando neppur sappiate qual'è la situazione dei vostri contemporanei, e le operazioni dei diversi governi. "Nisi utile est quod facimus, stulta est gloria". Questa massima mi veniva spesso ripetuta dal Cardinal mio Zio e vostro Pro-Zio, ed io non posso abbastanza inculcarla a voi. La prima utilità degli studi da voi fatti sia quella di essere di consolazione e di delizia ai vostri eccellenti ed amantissimi Genitori. Siate ilare, discorrete apertamente con loro, e confidate ad essi tutte le vostre perplessità. Dove mai potete trovare amici migliori di loro? Oh se sapeste cos'è l'amor di Padre e di Madre! Se sapeste come si trova l'uomo sensibile ed onesto, quando è lontano dalla Casa paterna, voi non avreste perduto finora la fortunata occasione di render felici i vostri giorni, ed i loro! Deponete per sempre quel volto tetro; alzate quella testa incurvata; aprite quella bocca tenacemente chiusa tutte le volte che state in compagnia dei vostri, o che in compagnia di altri non si parla di letteratura. Voglio confidarvi che io cessai affatto di più assistere alla vostra tavola, dacchè mi accorsi che voi e Carlo ostinatamente resistevate agli impulsi che vi davo di parlare. Se tanto ributtante riuscì a me questo vostro contegno, immaginatevi quanto affligente dovrà riuscire ai degni vostri Genitori, che invece di trovare nella compagnia dei Figli, tanto colti e letterati, un piacevole divagamento alle proprie cure, dovran purtroppo trovarvi un continuo pascolo alla più decisa tristezza.</p>
            <p>Quanto vi ho scritto con franca penna è dettato dal vero bene che vi desidero, ed il motivo renderà scusabile presso voi il mio assunto. Non temete peraltro che più vi molesti con sì fatte osservazioni, poichè o esse vi convincono, e non ne occorrono altre; o esse son da voi disprezzate, e non vorrei più gettar tempo e fatica per meritarmi il vostro disprezzo. Vi abbraccio, e mi ripeto con sincero attaccamento il V. Aff.mo Zio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1819)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>Piacenza 5 Gennaio <add resp="ed">1819</add>.</date>
            </opener>
            <p>Prima che io parli coi miei carissimi Giacomino e Carlino, ai quali ho pur da dire tante cose, devo salutare e ringraziare infinitamente la loro cortesissima ed amabile sorellina: che si è degnata ricordarsi di me, e mandarmi dei saluti; e non permise che io rimanessi in danno, per quelli che andarono dispersi dalla malignità delle poste, e me li fece ripetere. Io ho sempre innanzi agli occhi quel suo volto modesto e soave; ma la voce non so di che color sia, chè non credo averne mai udito tanto da potermene formare idea: e vorrei che mi diceste il nome di lei. Ma sopra tutta ringraziatela molto e molto di questa sua bontà, della quale io le sarò sempre gratissimo, e sempre le serberò l'obligo nel cuor mio.</p>
            <p>Ora vengo a voi due, miei dolcissimi amici. Sappiate dunque che il giorno 12 decembre io mi partii per Milano, non tanto per cedere ai continui e vivissimi stimoli degli amici, quanto per respirare un poco, allontanandomi alquanto dalla cagione della malinconia fierissima che mi trucidava. E parmi bene che io vi scrivessi del mio vicino partire. Io volevo stare pochissimi giorni a Milano, perchè i miei affari mi volevano qui: ma con grandissima fatica mi è stato possibile il partir tardi, dopo mille giuri di ritornarvi. Qui trovo due vostre carissime. La prima dei 27 novembre, se non tardava 15 giorni per la strada, vedete ch'io potevo riceverla prima di partire: l'altra è dei 14 decembre.</p>
            <p>Del Manoscritto voi mi parlate è vero, ma non dite mai che cosa sia. Vero è che dite esser breve; ed argomento quindi che sia poesia; come vostro poi, so di certo dover esser bello. Circa il dedicarlo a Monti, non aspettate già la espressa licenza. Io gliene scrivo: ma so che senza alcun limite posso disporre di lui; onde avendo questa licenza da me, fate conto esser più che se l'aveste da lui stesso; nè perciò state a perder tempo. Nella seconda lettera mi accennate che se il manoscritto non passa a Roma, lo manderete a me. Qui dai 14 decembre in qua non si è veduto nulla. Come va dunque la cosa? È passato in Roma? è tornato a smarrirsi sulla infausta via per Piacenza? Circa il diffonderlo per l'Italia, vi scriverò quando mi direte che sia stato stampato, e dove.</p>
            <p>Il Cavaliere Dionigi Strocchi sta l'inverno in Bologna, e l'estate in una sua villa del Faentino. Il cavaliere Andrea Mustoxidi intesi a Milano che ora sia a Vienna. Il cavaliere Carlo Rosmini è sempre in Milano. In Milano potrete anche cercare la corrispondenza dell'avvocato Francesco Reina (l'editore del Parini) possessore di una superba libreria, cortese persona e cólta. In Bologna il marchese Massimiliano Angelelli, il Professore Filippo Schiassi, il Bibliotecario Giuseppe Mezzofanti, il conte Giovanni Marchetti; in Cesena il Conte Giovanni Roverella; in Roma il Conte Giulio Perticari, Bartolommeo Borghesi (il primo antiquario d'Italia), in Firenze G.B. Nicolini Segretario dell'Accademia di Belle Arti, in Torino l'abate Peyron, e il signor Grassi; son tutte persone valenti, e degne che la conoscenza loro sia desiderata: in Vicenza il Conte Leonardo Trissino; al quale ho parlato moltissimo di voi.</p>
            <p>De' miei dubbi e lamenti che poco mi amaste e mi curaste, ne abbia pur tutto l'odio il vero colpevole, cioè la posta. Io confesso che errai mostrandomi <hi rend="italic">modicae fidei</hi>. Ma vedete bene che con un poco di modestia non può l'uomo credersi necessariamente amabile. Vero è che seguitando a fondarmi poco sui meriti miei, devo e voglio avere infinita fiducia nella vostra bontà. Dunque su di questo sia fatta ed immutabile la nostra pace: ed amiamoci sempre senza dubbii, senza querele: e in ogni caso siano bestemmiate le poste maledette, nè mai si dubiti della fede e dell'amore tra noi.</p>
            <p>In mezzo alla vostra rea fortuna reputo ancora il minor male che vi manchino libri moderni, poichè sapete con tanto animo <hi rend="italic">immergervi</hi> nei classici. E ben vorrei che mi aveste mantenuto la promessa fattami nella lettera 27 novembre (poichè dovete abondare d'ozio) di spiegarmi i vostri <hi rend="italic">disegni</hi> circa il creare di nuovo l'interno e l'<hi rend="italic">esterno</hi> della nostra prosa: perchè io già sono in tutto della vostra opinione; e vedrei molto volentieri confermarla dalle vostre ragioni: e son certo certissimo che voi un qualche dì la confermerete anche meglio col fatto de' vostri propri scritti.</p>
            <p>La vostra 9 novembre mi giunse; e io vi risposi.</p>
            <p>Mi duole assai, e vedo bisognarvi tutta la vostra costanza, per la mala riuscita di quelle speranze che si avevano di Roma. E nondimeno conviene perseverare; perchè parmi che nè altrove possiate sperare di andare, se non a Roma, e il non uscire un poco di Recanati, sarebbe non vivere. Non credo che Mai s'induca di accettar mai l'offerta Romana. Senza adulazione vi dico, che voi Giacomino non siete punto inferiore a qualunque più alto luogo possa darsi all'ingegno e al sapere; ma confesso che la obiezione degli anni è impossibile a vincere: e chi vorrà credere che di 20 anni uno sappia quanto i dottissimi di 40? Dunque non si può pensare alla Vaticana. Circa al <hi rend="italic">minutare in segretaria</hi> mi fanno ridere le due prime <hi rend="italic">impotenze</hi> obiettate; la <hi rend="italic">fisica</hi> e la <hi rend="italic">morale</hi>. Diamine; non dovete spaccar legne, che ci vogliano le forze di un facchino; quanto alla <hi rend="italic">morale</hi>, figuratevi se rispondo. Ma può forse esser vera l'impotenza <hi rend="italic">economica</hi>. Ma quando la casa non abbia che darvi, e fintantochè l'impiego non diventi lucroso, non potreste mantenervi in Roma con un qualche <hi rend="italic">benefizio semplice</hi>, con una qualche pensione (delle quali l'attual governo papale è così prodigo)? Il cardinal Mattei che può tanto per far del male, non potrà per far un bene, che infine gli sarebbe gloriosissimo? Circa la facilità mirabile di aver pensioni gratuite dal Governo Romano (ma in Roma) ne so esempi curiosissimi. E poi non si è finalmente attivato (dopo tanti indugi, e dopo quasi una disperazione), il <hi rend="italic">Giornale scientifico e letterario</hi>? Questo mi parrebbe ottima occasione. Monsignor Mauri che tanto lo protegge potrebbe ottenervi una pensione, perchè poteste lavorare in Roma nel giornale. Se credete che io debba scriverne a Perticari e a Borghesi (che molto vagliono presso il Mauri) lo farò fervidissimamente; ma non devo farlo senza vostro consenso.</p>
            <p>Quanto all'affare di Carlino, non vedo che potergli opporre: troppo vere e forti mi paiono le sue ragioni. Mettersi al collo, di 20 anni, un laccio eterno indissolubile non è da savio certamente, peggio poi un laccio non voluto, abborrito. Ma Carlino, non potrebbe ottenere di andare a Roma a studiar leggi? che pur sarebbe un partito da non dover dispiacere ai genitori? Oh non potete credere quanto mi affliggono e macerano le pene di due giovani così buoni e rari! Ma poichè avete un eccellente ingegno, fatevi coraggio a tolerare: a buon conto niuna contraddizione di fortuna può farvi diventare idioti. Se la cosa fosse possibile dalla parte della famiglia, io crederei poter ottenere a Carlino (se lo volesse) impiego militare a Torino, paese e corte seria, e divota, da non dover dispiacere ai vostri; e nondimeno via assai buona per conoscere un po' il mondo, e promuoversi a qualche fortuna.</p>
            <p>Poichè siamo sul parlarci intimamente, ditemi: vogliono maritar la sorella? certamente non ripugneranno a maritarla anche lontano: poichè in paese, o d'appresso non ci è molta speranza. Sarebbero rigorosi in punto di nobiltà molto, o poco? che dote darebbero? Io dico questo, senza alcun fine certo al presente: ma per esser apparecchiato, se mai qualche occasione nascesse, che io potessi pur di qualche cosa servirvi.</p>
            <p>Oh andate a dire che questa lettera sia corta! dite ch'ella è greve, goffa, straccurata. Ma sappiate ch'io n'ho trovato qui tal fascio, tornando; e poi tanto cumulo di brighe, che sono stracco e confuso: sicchè perdonatemi, e guardate solamente al cuore, che è tutto per voi. Ricordatemi divoto servo al papà e alla mamma (non ve ne dimenticate; vel raccomando): baciate per me il piccolo fratellino: ripetete alla sorella i miei cordiali ringraziamenti: e voi amatissimi Giacomino e Carlino accettate dal vostro affettuosissimo e immutabile amico mille baci. Addio addio dolcissime anime: addio addio. Fatemi certo che questa povera lettera non sia stata rapita dal cacodemone; ma giunta alle mani de' miei dilettissimi. Addio.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Mi viene in mente di scrivere a Mai, ch'egli scriva a Roma per voi, Giacomino; parendomi certo che l'autorità di tanto uomo se anco non potesse ottenervi nulla per ora, debba certamente mettervi colà in gran pregio; il che potrebbe pur qualche volta giovare.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di F.Cancellieri (1819)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI FRANCESCO CANCELLIERI</hi>
               </byline>
               <date>Roma 6 Gennaio 1818 <add resp="ed">ma 1819</add>.</date>
            </opener>
            <p>Veneratissimo Sig.r Conte. Per mezzo della Posta de' Franchi Le trasmetto le due prime copie delle sue maravigliose Odi, avendo dato frattanto a piegare, ed a coprire con carta gialla, rossa, verde, e turchina, le Copie 312 che consegnerò in un pacchetto ben custodito al Sig.r D. Natanaele Fucili Vice Rettore del Collegio Capranica, com'Ella mi ha ingiunto. Non ho mancato di usare la più scrupolosa attenzione per la correzione della stampa, secondo la scorta dell'Originale, che si è dovuto restituire al P. Maestro del s. Palazzo. Ma siccome non v'ha diligenza che basti per evitare ogni errore, così, se mai ne fosse sfuggito qualcuno, La prego ad avermi per iscusato. Poscia le spedirò il conto di tutta la spesa fatta con lo Stampatore e col Legatore. Frattanto riceverà pure franco di posta, ed unito alle due copie delle sue Odi, una da ritenersi per sè, e l'altra da potersi subito spedire a Milano, se così Le piacerà, un mio Elogio del famoso letterato Ferrarese Celio Calcagnini, che mi sono assai compiaciuto di avere l'inaspettata occasione di opportunamente abbellire col glorioso di Lei nome. Ma quanto io debbo arrossirmi di sottoporre al di Lei finissimo sguardo un lavoro per ogni parte debole ed imperfetto? Una delle sue robustissime, e veramente portentose Odi vale assai più di tutte le numerose fanfaluche, da me pubblicate. Ma <hi rend="italic">non omnia possumus omnes</hi>, e non a tutti è concesso un talento straordinario e sublime come il suo, e la forza di spiccare de' voli così alti e inarrivabili. Beata Lei, che in sì fresca età può emulare le glorie de' più provetti e consumati scrittori, in versi ed in prosa, in latino ed in greco non men che nell'italiano! Io sarò sempre uno de' suoi più appassionati ammiratori e panegiristi, e mi augurerò sempre nuove occasioni di convincerla dell'altissima stima, pieno di cui, ringraziandola senza fine della dozzina di copie delle sue Odi, che mi permette di ritenermi, mi pregio di professarmi di Lei Veneratissimo Sig.r Conte D.mo Obbl.mo Servitore ed Amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="A F.Cancellieri (1819)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A FRANCESCO CANCELLIERI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 8 Gennaio 1819.</date>
            </opener>
            <p>Veneratissimo Signore Padrone ed Amico. Alla sua gentilissima dei 9 del passato risposi immediatamente il 14 dello stesso, ringraziandola come seppi di tanta cortesia, e pregandola che del noto manoscritto volesse fare stampare trecento copie, delle quali una mezza dozzina in carta cerulea, e fare che si legassero in carta gialla o simile. Non vedendo riscontro, temo forte che la mia lettera non sia smarrita per uno degli errori di posta tanto ordinari, particolarmente nelle lettere di questo povero paese, dove si può dire con piena verità che commettendo qualunque oggetto alla posta con qualunque direzione, si commettono intieramente al caso. Ora perchè mi dorrebbe soprammodo ch'Ella dovesse stimarmi così negligente e inurbano da lasciare per sì lungo tempo senza risposta una lettera tanto cortese, per questo solo motivo torno a scriverle, e ripeto quello che le diceva nell'altra mia, che eccetto dodici copie, le quali prendo ardire di supplicarla che voglia accettare per un minimo contrassegno della mia vivissima gratitudine, non guardando alla viltà del dono, le altre mi farà grazia ordinando che si consegnino nel Collegio Capranica al Vicerettore sig. D. Natanaele Fucili, al quale ne scriverò. Ma temendo Lei, e temendo io parimente che la stampa non incontri opposizione per parte della Censura, la prego che venendo impedita, o volendosi alterare in qualunque minima cosa il manoscritto, si compiaccia di spedirlo direttamente per la posta sotto fascia al sig. Pietro Giordani a Piacenza. Mi perdoni questo nuovo fastidio, mi dia notizie della sua salute delle quali possa rallegrarmi, e augurandole insieme colla mia famiglia un felicissimo capo d'anno, mi dichiaro invariabilmente suo devotissimo obbligatissimo servitore ed amico Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A F.Cancellieri (1819)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A FRANCESCO CANCELLIERI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 11 Gennaio 1819.</date>
            </opener>
            <p>Veneratissimo Signore Padrone ed Amico. Poche ore dopo averle spedita la mia degli 8 del corrente, colla quale mi dispiace d'averla inutilmente incomodata, ricevetti la sua gentilissima dei 6 piena di sentimenti capaci di confondere qualunque persona molto più degna di me, ed insieme il libro ch'Ella si compiace di donarmi, e le due copie della stampa emendata da Lei con sì penosa diligenza, in somma tanti e tali lavori ch'io non so donde incominciare per ringraziarla. Se non che mi sembra che il maggiore essendo il dono del suo libro, mi convenga ringraziarla principalmente di questo, aggiungendo che non ho voluto tardare un momento a leggerlo, per arricchirmi delle infinite cognizioni ch'Ella sparge in questa come nelle altre sue opere con abbondanza e dovizia del tutto nuova e senza esempio. Ella scherza quando antepone le mie povere Odi al suo libro, al quale se fossero solamente poco inferiori, come per lo contrario lo sono di grandissima lunga, si dovrebbero lusingare d'acquistar fama chiara e durevole al loro autore. Se io dovessi riprendere alcuna cosa nel suo scritto, sarebbe la macchia ch'Ella ha voluto fare ad una pagina coll'inserirvi il mio nome; e similmente dovrei condannare quelle espressioni della sua lettera che le ha suggerite una somma, e dirò anche strabocchevole cordialità, dove però se riprendo il giudizio, lodo e ringrazio caldamente la benignità che negli animi ben fatti spesso offusca il giudizio lodevolmente. Ed io non posso se non raccomandarmi a questa stessa benignità, perchè mi perdoni se la soprabbondanza dei benefici mi toglie i mezzi di renderle grazie proporzionate. Ma se mi toglie i mezzi di ciò, non mi toglie il desiderio di mostrarmele grato e di corrispondere il meglio ch'io sappia, nè quella ardentissima riconoscenza che mi farà essere costantemente fin ch'io viva, quale sono presentemente, aspettando come nuovo favore la nota della spesa ch'Ella si compiace di promettermi, il suo devotissimo obbligatissimo servitore ed amico Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di F.Cancellieri (1819)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI FRANCESCO CANCELLIERI</hi>
               </byline>
               <date>Roma 13 Gennaio 1819.</date>
            </opener>
            <p>Veneratissimo Sig.r Conte. Dopo aver passato molte notti nella maggiore inquietudine pel timore di non riuscirvi, son giunto a poter consegnare al S.r Vice Rettore del Collegio Capranica l'involto di copie 295 del suo libretto legato in carta colorata, cioè 285 in carta ordinaria, ed altre 10 in carta velina. Le altre 14 in carta uguale sono state distribuite, due per la Posta a Lei, e 12 ritenute da me, che mi son fatto un dovere di andare a presentarne una al virtuosissimo Sig.r Marchese Antici suo Zio, e che manderò le altre fuori di Roma, per non divulgarne qui verun'altra.</p>
            <p>Le altre 15 in carta ordinaria sono andate per le solite distribuzioni, cioè 6 al Maestro del S.P., al Revisore, Biblioteca della Sapienza e di Bologna, Card. Litta Prefetto, Mons. Pedicini Segretario, Gambini mio Coadiutore, Ministro della Stamperia Compositore, e Torcoliere. Fuori di questo ristretto numero che ne circolerà, e che non dovrebbe far chiasso, godo che tutte le altre vadano fuori.</p>
            <p>Il Sig.r Fucili ha mostrato di non essere stato da Lei prevenuto dell'incombenza di trasmetterle l'involto, e molto meno di rimborsarmi del Conto trasmessogli, con le ricevute dello Stampatore e del Legatore. Ma egli ciò non ostante non ha ricusato di ritenere l'involto, che Le spedirà.</p>
            <p>Il Conto è questo: Per copie 300 bianche, e 24 in Carta velina, a Sc. 3.40 importano.... Sc. 06.80 Per la carta di copie 24.... Sc. 80 Al Compositore e Torcoliere per mancia.... Sc. 60 Per Carta colorata.... Sc. 03 Per legatura di 324 copie.... Sc. 01.50 Sc. 12.70</p>
            <p>Ella a suo commodo favorirà di rimborsarmene per quella strada che più Le piacerà.</p>
            <p>Io torno a rallegrarmi con Lei delle sue ammirabili Canzoni, e sfido lo stesso Cigno dell'Eridano a cantare con maggior forza, ed a spiccare voli più sublimi. Se fossi capace di fare una sola Canzone simile ad una delle sue, vi cambierei tutta la farragine delle mie ridicole e miserabili produzioni, di cui ho tutto il motivo di arrossire.</p>
            <p>Io l'ho servita, ma appena lo credo; tante sono state le difficoltà e i pericoli incontrati! Gradisca questa mia premura, a costo non lieve della mia quiete, nell'avanzata mia età, e nella mia rovinata salute; mi riverisca i suoi degnissimi Genitori e Fratello; e mi creda sempre con la più alta stima suo D.mo Obbl.mo Serv. ed Amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Giordani (1819)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO GIORDANI - PIACENZA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 18 Gennaio 1819.</date>
            </opener>
            <p>Mio carissimo. Potete immaginare quanto m'abbia consolato dopo il vostro lungo silenzio la vostra dei 5. Del Ms. vi mando una copia stampata in Roma, ed è quella che mi son fatta venire per la posta così slegata come vedete, perchè le altre legate le aspetto di giorno in giorno ma per anche non sono arrivate. E arrivate che saranno io le consegnerò immediatamente in anima e in corpo al pizzicagnolo, non volendo che nessuno veda quest'obbrobrio di stampa nella quale io medesimo leggendo i miei poveri versi, me ne vergogno, che mi paiono, così vestiti di stracci, anche peggio che non sono. E aggiungete che in questa carta non hanno stampato se non 24 copie, chiamandola carta velina reale, il rimanente è in carta ordinaria, la quale io aspetto di vedere come possa essere più scellerata. E la spesa è stata maggiore a più doppi di quello ch'io mi pensava e che m'aveano detto, in maniera ch'essendosi fatta delle mie proprie facoltà, che sono così laute come sapete, m'ha spiantato affatto, lasciandomi questi versi inediti, giacch'io voglio assai prima non esser letto ch'esser letto in questa sucida forma da fare scomparire qualunque composizione angelica non che mia. E voi potrete far conto che questa copia ch'io vi mando sia manoscritta, e quando abbiate significato qualche cosa al Monti, scusarmi con lui se non do effetto al mio disegno, poichè, se voi non giudicate altrimenti, sono deliberato di non dovermi vergognare d'aver dato a leggere il suo nome così bruttamente scritto.</p>
            <p>Dei miei disegni intorno alla prosa italiana vi scriverò forse altra volta se avrete pazienza di leggermi. Delle profferte che mi fate di scrivere in mia raccomandazione al Mai, e parimente di scrivere al Borghesi e al Perticari perchè mi raccomandino al Mauri, non vi ringrazio per non mostrare o d'essermi aspettato meno dall'amor vostro, o di credere ch'io possa con qualsivoglia ringraziamento compensare il benefizio. Mi chiedete il mio consenso, il quale è intero, e noi dal canto nostro proccureremo di valerci de' vostri uffici, e di secondarli colle pratiche che saranno convenienti. Non potete credere quanto io sia sconosciuto in Roma; e non dico di non meritarlo, dico bene che infiniti altri che lo meritano quanto me, sono senza paragone più noti e stimati e lodati e riveriti che non son io, la qual cosa non mi muove punto nè mi dee muovere per se stessa, ma mi pregiudica in questo ch'io non avendo nessuna fama, non ne posso cavare quelle utilità reali che ne cavano coloro che n'hanno, comunque se l'abbiano. Sicchè non è dubbio che i vostri uffici non mi possano giovare assaissimo.</p>
            <p>Dite voi, non ci sarebbe il Card. Mattei? non si potrebbe? non sarebbe facile? Se ci fosse volontà sincera ed efficace in uno solo di quelli che ci hanno in potere, certo che non sarebbe impossibile a noi quello ch'è facile a venti altri di questa medesima città, e a mille di questa provincia, che con sostanze e onestà di nascita e conoscenze molto ma molto inferiori alle nostre, si mantengono o mantengono i loro figli in Roma. In somma solamente che avesse voluto chi dovrebbe volere, e non volendo dice agli altri ed anche a se stesso di non potere, è cosa palpabile che da gran tempo avremmo ottenuto il nostro desiderio. Ma non vogliono nè vorranno mai se non quanto noi gli sforzeremo, sono contenti di vederci in questo stato, in questo vorrebbero di tutto cuore che morissimo, si pentono d'averci lasciato studiare, dicono formalmente in presenza nostra che hanno conosciuto i danni del sapere, al nostro fratello minore danno appostatamente e palesemente educazione e genio e strumenti da falegname, e i nostri desideri paiono stravaganze, e voglie pazze e intollerabili, a chi? non parlo degli altri che sono vissuti e vivono essi come vorrebbero che vivessimo noi, dico a quel nostro zio che di dodici anni andò paggio alla corte di Baviera, tornato di diciotto visse per lo più in Roma finattanto che deputato dalla provincia a Napoleone e proposto per senatore, fatto cavaliere poi barone poi ciamberlano, andò due volte a Parigi e alla corte, ora ha stabilito il suo domicilio in Roma, trasferitaci tutta la sua famiglia, e persuasi a trasferircisi tutti i suoi fratelli e tutta la famiglia di una sorella assai meno comoda della nostra, ed ha avuto la sfacciataggine di dirmi più volte spontaneamente che sapeva di non potere educar bene i suoi figli se non fuori di qui, e poi scrivermi una lunga lettera per provarmi ch'io la fo da ignorante e da stolto pensando solamente d'uscire di Recanati.</p>
            <p>Il progetto della milizia torinese è appunto quello che Carlo da un pezzo stima il solo che faccia per lui, ed ha intenzione di manifestarlo quando con un rifiuto virile e pertinace avrà certificato suo padre ancora tacente e persuaso di poterlo con una parola rimuovere dal suo proposito, che in tutti i modi gli bisogna abbandonare qualunque speranza fondata sul sacrifizio della libertà e della felicità di suo figlio.</p>
            <p>Mia sorella vi risaluta, e, poichè me lo domandate, ha nome Paolina. Quanto al maritarla in paese lontano, credo che non faranno difficoltà nessuna; e parimente non istaranno gran fatto sul punto della nobiltà, come nè anche lo trascureranno del tutto; ma trattandosi di femmina ch'esce di casa, si contenteranno di una civiltà competente, laddove se qualcuna ci dovesse entrare, sarebbero scrupolosissimi. Di dote non credo che facciano conto di darle più che un quarantamila lire, ma queste fanno pensiero di pigliarle dalla dote della sposa di Carlo, la quale come sarà ita in fumo, non so in che modo rimedieranno. Certo però che venendovi alle mani qualche buona occasione, non ci fareste altro che gran favore avvisandoci, che noi vedremmo pure di cavarne qualche costrutto. Addio, carissimo. Se ci volete bene, scriveteci spesso, e quando non crediate di potervi trattenere con noi quanto nell'ultima vostra, fate come vi piace, che ci soddisferemo anche del poco. V'amano v'abbracciano e vi salutano i due vostri amicissimi. Addio, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A F.Cancellieri (1819)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A FRANCESCO CANCELLIERI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 18 Gennaio 1819.</date>
            </opener>
            <p>Veneratissimo Signor Padrone ed Amico. Molto dolore mi ha recato la sua graziosissima del 13, dov'Ella mi accenna quante difficoltà abbia dovuto superare per la stampa del mio libricciuolo, le quali se ciò mi fossi potuto immaginare, prima avrei dato alle fiamme lo sciagurato manoscritto, che supplicarla ad aggravarsi un carico sì faticoso. E quanto è maggior l'incomodo che io le ho recato, tanto mi cresce l'obbligo alla sua squisita gentilezza e il dovere di chiederle infinite scuse della mia poca discrezione. Il Fucili dovè ricevere la lettera d'avviso pochi momenti dopo la consegna delle note copie. Per più pronta occasione mi darò la massima premura di farle avere la somma di Sc. 14,70 che risulta dal suo conto. Quando io le dissi che non intendeva far distribuire costì se non poche copie, non lo dissi perchè mi premesse punto d'impedire la circolazione del libricciuolo in cotesta capitale, intorno al che io sono indifferentissimo, ma unicamente perchè in una città dove, com'Ella mi scrisse altra volta, appena si leggono le gazzette, non mi curava che le mie cose si spargessero. Ma i veri letterati che certamente non mancano neppure in Roma, mi farebbero un grande onore se si occupassero di leggere i miei poveri versi e non potendo niuno senza fallo conoscerli meglio di Lei, s'Ella vorrà distribuire fra loro le poche copie che si è compiaciuto di accettare non mi farà se non un favore, quando però non vi sia nessun pericolo per lei, giacchè dalle espressioni della sua lettera mi pare di comprendere ch'Ella consideri come pericoloso il diffondere simili composizioni in cotesta metropoli. Ma la prego caldamente di astenersi per l'avvenire da quel mortificantissimo paragone in cui Ella si prende piacere d'insistere, fra le mie miserabili produzioni e l'opere sue, quasi che quelle potessero mai venire a competenza con queste, dico e non poi esser preferite il quale assurdo non può star bene se non in bocca di chi mostra nel pronunciarle una somma modestia riguardo a sè, ed una infinita benegnità verso altri. Ella non deve altro che comandarmi, e io non son altro rispetto a Lei, che quale mi fo e mi farà costantemente un pregio e un dovere di dichiararmi suo devotissimo obbligatissimo servitore ed amico Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1819)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>Piacenza l'ultimo di Gennaio <add resp="ed">1819</add>.</date>
            </opener>
            <p>Son pieno di brighe, di liti, di malinconie. Scriverò dunque breve e noioso; ma certo riscriverò alla carissima dei 18 del mio Giacomino. Or vedete ostinatissima perfidia di poste! ricevo la lettera: ma la stampa dov'è? Oh che diamine di congiura è questa, che quei poveri versi mai in nessuna maniera, sotto niuna forma, m'abbiano da poter arrivare? Abbiate pazienza di mandarmene un'altra copia stampata, e mandatela <hi rend="italic">sotto fascia</hi> (per minore spesa mia e vostra), sicchè appaia che sono stampe: ed ostinatevi a mandare sinchè una di cento o ducento ne giunga; ed abbiate anche pazienza di mandarle emendate di pugno; acciò gli errori mai non mi togliessero l'intendere. Mi farete cosa gratissima se mi scriverete distesamente sulla <hi rend="italic">prosa italiana</hi>: pigliatevi volentieri questa fatica, non tanto per farne piacere a me, quanto per distrarre voi stesso da più molesti pensieri.</p>
            <p>Scrissi al Mai, già è un pezzo: mi rispose degnissimamente di voi; ma di non aver adito a potersi interporre con qualche efficacia. Scrivo a Borghesi e Perticari, che una volta erano cosa del Mauri. Se non altro si romperà la nebbia che si frappone fra tanta luce vostra e gli occhi altrui. Il non volere di chi potrebbe è certamente cosa ben dolorosa. <hi rend="italic">Durum: sed patientia fit levius quidquid corripere est nefas</hi>.</p>
            <p>Salutatemi caramente Paolina: abbracciatevi per me cordialmente con Carlino: ditemi che studi fate intanto e voi ed egli. Ricordatemi servitore a papà e alla mamma; e vogliate sempre bene al vostro amicissimo, che vi ama fortissimamente. Addio, carissime e adorabili anime; addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1819)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>Piacenza 3 Febbraio <add resp="ed">1819</add>.</date>
            </opener>
            <p>Mio carissimo Giacomino. L'altro dì risposi all'ultima vostra 18 gennaio. Stamane mi arrivano i tanto sospirati versi. Ve ne avviso subito, perchè non dobbiate avere altra sollecitudine di mandarmeli; e perchè siate ringraziato del grandissimo piacere che ho provato leggendo. Oh nobilissima e altissima e fortissima anima! Così, e non altrimenti vorrei la lirica. <hi rend="italic">Macte animo</hi>, mio carissimo Giacomino. Non dubitate; con tale ingegno non potrete rimanere oscuro, nè sempre sfortunato. Ho scritto a Perticari e a Borghesi per voi. Abbracciatemi affettuosissimamente Carlino; salutatemi caramente Paolina: vogliatemi sempre bene. Addio addio. Scrivetemi (vi supplico) molto distesamente sulla <hi rend="italic">prosa italiana</hi>: lo desidero molto. Avete mai letta l'<hi rend="italic">Apologia</hi> di Lorenzino de' Medici? Per me quella brevissima scrittura è la sola cosa eloquente che abbia la nostra lingua. Procuratevela da Lucca; dove (a mia petizione) fu stampata in fondo alla <hi rend="italic">Vita del Giacomini</hi> scritta da Iacopo Nardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di N.Fucili (1819)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI NATANAELE FUCILI</hi>
               </byline>
               <date>Roma, Febbraro 3 del 1819.</date>
            </opener>
            <p>Sti.mo Sig. Conte. In questa mattina è partito Bocchino vetturino per Recanati, il quale porta il pacco de' libri ch'Ella richiedeva.</p>
            <p>Ho già dispensato delle copie a diversi amici massime al p. Parchetti ed al chiarissimo poeta d. Loreto Santucci Pio Custode dell'Arcadia ed uno dei primi minutanti di Segretaria di Stato; i quali li hanno molto graditi. Il p. Parchetti bramerebbe una copia di un poema stampato a Milano di recente, che non sa il titolo; ma ha inteso molto commendare, e che in fronte porta il suo nome. Così se Ella volesse graziarmi di mandarmi ad opportuna occasione due copie della traduzione di Virgilio nel 2° libro dell'<title>Eneide</title>, coll'altra dell'<hi rend="italic">Inno a Nettuno</hi>, le sarei molto tenuto. Potrà farle avere a mio padre, che più facilmente trova il modo di mandarmele con sollecitudine.</p>
            <p>In questo incontro a Lei scrivo invece che al Suo sig. fratello, perchè quello che dico Le riguarda parzialmente e per avere anche il bene di vedere almeno una volta li Suoi caratteri che tanto desidero fin da gran tempo insieme a quelli del prelodato suo fratello.</p>
            <p>Antici già ha ricevuto le 16 copie che mi ha ordinato consegnargli.</p>
            <p>Il sig. Fracassetti riverisce tanto Lei che il Suo sig. fratello.</p>
            <p>Sono molto inquieto per la inesattezza della posta, che non so esprimerlo. <hi rend="italic">L'ultima lettera che ho ricevuto dal Suo sig. fratello era aperta. Convien credere che vi sieno dei curiosi, e che i nostri caratteri sieno conosciuti</hi>. Io Le raccomando di sigillarle bene, come egualmente farò io, e prima di aprirle osservare se sono state aperte.</p>
            <p>Avranno la licenza per leggere i libri proibiti, quando si prenderanno l'incommodo di mandarmi una minuta della petizione, indicando l'età, ed i studi fatti, a scanso di equivoci. Potrà farlo nella medesima lettera che mi scrive, nella pagina posteriore.</p>
            <p>Farà la grazia d'ossequiare da mia parte tutti li Signori di Sua casa ed in specie il Suo sig. fratello. Mi onori de' Suoi comandi una volta, e mi creda Suo U.mo D.mo Obb.mo Servo NATANAELE FUCILI.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1819)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>Piacenza 5 Febbraio <add resp="ed">1819</add>.</date>
            </opener>
            <p>Giacomino mio. Vi scrissi l'altro dì, avvisandovi l'arrivo finalmente delle canzoni, e com'elle m'erano riuscite stupende. Ma oggi voglio partecipare con voi una consolazione che ho sentita grandissima: perchè avendo mostrata quella poesia a diversi, ed intelligenti, e non facili a lodare; ella è stata esaltata con tante e tante lodi, e voi ammirato con tanta venerazione, che a Dante non si potrebbe di più. Pareano veramente fuori di se stessi; e infiammati dentro da quel fuoco potentissimo che vi fece abile a scriverle. Però io vorrei pregarvi che non gittaste le stampe; ma aveste pazienza di correggerle attentamente a mano; e le mandaste attorno, e specialmente a quelle persone che in altra mia v'indicai: perchè nè voi dovete più rimanere così mezzo sconosciuto; e a fare un gran romore per tutta Italia, bastano queste due miracolose canzoni. Anche mi piacerebbe che poi vi applicaste a ordinare un raccolto di tante vostre operette bellissime; che pur bisognerebbe darle fuora. Mio caro, voi da cotesta solitudine che vi ha formato sì grande uscirete e col nome e colla persona grande e maestoso, come un Sole. Non dubitate.</p>
            <p>Nella seconda Canzone strofa 6 non posso cogliere il senso dei versi 12 e 13. Sono male stampati? mandatemi la vera lezione; o fatemeli capire, se già sono bene stampati. Oh mio Giacomino, che grande e stupendo uomo siete voi già? quale onore e forse ancora quanto bene siete destinato a fare alla nostra povera Madre Italia! Coraggio, coraggio. Abbracciatevi per me carissimamente col nostro Carlino: ricordatemi alla gentile Paolina; ma prima al Papà e alla Mamma. Io vi abbraccio con vera devozione, come un sacrosanto ingegno, e un amabilissimo. Addio addio.</p>
            <p>Fra le molte copie che dovete distribuire delle canzoni, mandatene una al Chiarissimo Professore Giuseppe Montani - Lodi. - Ditegli che ve l'ho detto io. È proprio degnissimo di leggervi e di amarvi.</p>
            <p>Fate anche una cosa a modo mio: quando sarete conosciuto da tutto il mondo (che sarà presto), allora gittate via (come fece l'Alfieri) quel titolo di Conte, che nulla serve ad un nome celebre. Ma per ora vorrei che tutti venissero sapendo che tanta altezza e grandezza d'ingegno e di studi si trova pure in un Conte. Ai bravi è una consolazione trovare un nume tra tante bestie: appo i c...i mette in qualche credito gli studi il vedere che un Conte non se ne sdegna. Fate a modo mio.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Oh la è una cosa grande. Giacomino mio, e che non finisce mai. Le vostre canzoni girano per questa città come fuoco elettrico: tutti le vogliono, tutti ne sono invasati. Non ho mai (mai mai) veduto nè poesia nè prosa, nè cosa alcuna d'ingegno tanto ammirata ed esaltata. Si esclama di voi, come di un miracolo. Capisco che questo mio povero paese non è l'ultimo del mondo, poichè pur conosce il bello e raro. Oh fui pure sciocco io quando (conoscendovi anche poco) vi consigliavo ad esercitarvi prima nella prosa che nei versi: ve ne ricordate? Oh fate quel che volete: ogni bella e grande cosa è per voi: voi siete uguale a qualunque altissima impresa. Oh quanto onore avrà da voi la povera Italia; e forse ancora quanto bene. Vi abbraccio con tutta l'anima. Ribaciate Carlino.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Perticari (1819)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIULIO PERTICARI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 8 Febbraio 1819.</date>
            </opener>
            <p>Stimatissimo Signor Conte. M'è accaduto parecchie volte di parlare con persone che sapendo quanto ardentemente io desideri, non dico l'amicizia che dev'essere fra gli uguali, ma la conoscenza di quei rarissimi italiani viventi che dalla posterità saranno messi nella gloria delle lettere a paro cogli antichi, m'hanno domandato s'io le avessi mai scritto, e si sono maravigliati della negativa, e molto più sentendo ch'io n'aveva infinito desiderio; perchè siccom'erano consapevoli della soavità de' suoi costumi, e particolarmente dell'eccellenza del suo cuore, non vedevano che cosa mi potesse ritenere dal soddisfarmi. Onde io finalmente mi sono vergognato che avesse più forza in me la considerazione della bassezza mia che della sua benignità, ed ho creduto di farle ingiuria, stimando quella tanto grande che questa non fosse maggiore. E per non mostrar diffidenza non ho voluto indugiare più lungo tempo a scriverle, assicurandomi che V.S. non si saprà sdegnare che chi dalla forza del vero sarebbe costretto ad ammirarla quando anche ripugnasse, dalla inclinazione sia spinto ad amarla riverentemente e desiderare di conoscerla meglio che finora non ha potuto. E ciò non solo quanto all'ingegno, il quale si dimostra massimamente negli scritti pubblici, ma rispetto alla bontà del cuore, che se bene si dichiara grandemente anche nei libri che si divulgano, tuttavia non è dubbio che non risplenda soprattutto negli uffici privati. Ora se io mi facessi animo di profferire una sola parola in sua lode, non avrei cosa che mi scusasse; e forse la sua stessa benignità non basterebbe a impedirle che non m'avesse per l'uomo della più stolida presunzione che si possa pensare. Se bene agli scrittori e artefici insigni spesso vennero non discare, e talvolta desiderate le lodi anche dell'ultima plebe; e io non per lodare, ma per mia propria consolazione e sfogo, direi quant'allegrezza m'abbia cagionato il suo libro sulla lingua, non solamente per infiniti altri capi, ma in particolare per ch'in esso vediamo già reale e presente il risorgimento o piuttosto il nascimento dell'eloquenza italiana, della quale non avemmo in nessun tempo altro che il nome e l'ombra, ma quest'ancora negli ultimi anni era perduta. E l'eloquenza ch'io dico, benchè m'abbia commosso oltremodo, non l'ho potuta sentire fuorchè ne' pochi e sparsi frammenti riportati ne' giornali, perch'è tale la misera condizione di questo luogo, che non basta il danaro e la volontà per provvedersi di libri forestieri. Ma nè lodarla nè ringraziarla nè confortarla a quelle splendide imprese alle quali è tratta dall'animo suo molto più che dalle parole di chi si voglia, non è da me verso niuno, ma verso Lei sarebbe onninamente assurdo. Resta ch'io mi scusi, anche pel miserabile dono che sarà con questa presente, del quale purch'Ella non si chiami offesa, giudicherò che m'abbia dato subito non mediocre indizio della sua benignità, e mi crederò più tenuto che per l'addietro d'esserle sempre singolarissimamente devotissimo obbligatissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Grassi (1819)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIUSEPPE GRASSI - TORINO.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 8 Febbraio 1819.</date>
            </opener>
            <p>Stimatissimo Signore. Il mio nome sarà nuovo senza fallo a V.S., ma perchè il suo non potrebbe arrivar nuovo a nessun italiano, per questo io, desiderando vivamente da molto tempo la sua conoscenza, alla fine mi sono indotto a scriverle, vincendo il timore e la ripugnanza che mi dava la cognizione della mia piccolezza, e sperando che la bontà, la quale so che in V.S. sta del pari colla dottrina, mi perdonerà e fors'anche gradirà questa mia confidenza ch'è nata dalla considerazione della sua cortesia. Non nego, anzi confesso distintamente, che ho sommo bisogno di questa sua cortesia, perch'Ella non si rechi ad offesa la mia presunzione, giacchè non ho avuto altro motivo d'infastidirla che le sue virtù e la fama singolare, segnatamente nelle lettere; in maniera che m'ha servito di sprone quello stesso che m'avrebbe dovuto ritenere. Ma s'io non ho saputo resistere al desiderio d'essere testimonio più speciale delle sue virtù, e godere dell'ingegno di V.S. più particolarmente che non ne gode il comune degl'Italiani, non posso fuorchè pregarla che mi scusi in rispetto della sua benignità, ed anche voglia attribuire qualche parte della colpa a sè medesima, perch'io non avrei pensato a disturbarla se V.S. si fosse contentata di tanto merito quanto avesse potuto restare, non dico ignoto, ma senza quel grido che è penetrato ancora in questo mio romitaggio, o piuttosto serraglio, dove mancano egualmente e i diletti della società civile, e i vantaggi della vita solitaria. Quanto spetta al libricciuolo che sarà con questa, V.S. dovrebbe giudicarmi poco perito dell'uso de' vocaboli s'io lo chiamassi dono. Ma quantunque non sia dono, Ella s'accerti che nemmeno è capitale dato ad usura, come sogliono dare i libri loro la maggior parte delle persone, esigendo se non altro che siano letti. Ora io so bene che non potrei chiedere a' pari suoi cosa più grave che la lettura di un mio scritto. Perciò non le domando se non ch'Ella si compiaccia di non rigettarlo, e di tenerlo piuttosto come segno di riverenza che d'ardire usato nell'offrirle cosa tanto spregevole. E l'obbligo mio crescerà infinitamente, se insieme colla stampa V.S. non si sdegnerà d'accettare anche me per quello che già le sono da molto in qua col desiderio, e sarò per l'avvenire coll'effetto, purchè Ella me lo consenta; io dico per suo devotissimo obbligatissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A V.Monti (1819)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AL CH. SIG. CAVALIERE VINCENZO MONTI.</hi>
               </salute>
               <date>
                  <add resp="ed">Recanati 12 Febbraio 1819</add>.</date>
            </opener>
            <p>Quando mi risolsi di pubblicare queste canzoni, come non mi sarei lasciato condurre da nessuna cosa del mondo a intitolarle a verun potente, così mi parve dolce e beato il consacrarle a voi, Signor Cavaliere. Stante che oggidì chiunque deplora o esorta la patria nostra, non può fare che non si ricordi con infinita consolazione di voi che insieme con quegli altri pochissimi, i quali tacendo non vengo a dinotare niente meno di quello che farei nominando, sostenete l'ultima gloria nostra, io dico quella che deriva dagli studi, e singolarmente delle lettere e arti belle, tanto che per anche non si può dire che l'Italia sia morta. Di queste canzoni, se uguaglino il soggetto, che quando lo uguagliassero, non mancherebbe loro nè grandiosità nè veemenza, sarà giudizio non tanto dell'universale quanto vostro; giacchè da quando veniste in quella fama che dovevate, si può dire che nessuno scrittore italiano, se non altro, di quanti non ebbero la vista impedita nè da scarsezza d'intelletto nè da presunzione e amore di se medesimi, stimò che valessero punto a rifarlo delle riprensioni vostre le lodi dell'altra gente, o lodato da voi riputò mal pagate le sue fatiche, o si curò de' biasimi o dello spregio del popolo. Basterà che intorno al canto di Simonide che sta nella prima canzone io significhi, non per voi, ma per li più de' lettori, e domandandovi perdono di questo, ch'io mi fo coraggio e non mi vergogno di scriverlo a voi, che quel gran fatto delle Termopile fu celebrato realmente da un poeta greco di molta fama, e quel ch'è più, vissuto in quei medesimi tempi, cioè Simonide, come si vede appresso Diodoro nell'undecimo libro, dove recita anche certe parole di esso poeta; lasciando l'epitaffio riportato da Cicerone e da altri. Due o tre delle quali parole recate da Diodoro sono espresse nel quinto verso dell'ultima strofe. Ora io giudicava che a nessun altro poeta lirico nè prima nè dopo toccasse mai verun soggetto così grande nè conveniente. Imperocchè quello che raccontato o letto dopo ventitre secoli, tuttavia spreme da occhi stranieri le lagrime a viva forza, pare che quasi veduto, e certamente udito a magnificare da chicchessia, nello stesso fervore della Grecia vincitrice di un'armata quale non si vide in Europa se non allora, fra le maraviglie i tripudi gli applausi le lagrime di tutta una eccellentissima nazione sublimata oltre a quanto si può dire o pensare dalla coscienza della gloria acquistata, e da quell'amore incredibile della patria ch'è passato in compagnia de' secoli antichi, dovesse ispirare in qualsivoglia Greco, massimamente poeta, affetto e furore onninamente indicibile e sovrumano. Per la qual cosa dolendomi assai che il sopraddetto componimento fosse perduto, alla fine presi cuore di mettermi, come si dice, nei panni di Simonide, e così, quanto portava la mediocrità mia, rifare il suo canto, del quale non dubito di affermare, che se non fu maraviglioso, allora e la fama di Simonide fu vano rumore, e gli scritti consumati degnamente dal tempo. Di questo mio fatto, se sia stato coraggio o temerità, sentenzierete voi, Signor Cavaliere, e altresì, quando vi paia da tanto, giudicherete della seconda canzone, la quale io v'offro umilmente e semplicemente insieme coll'altra, acceso d'amore verso la povera Italia, e quindi animato di vivissimo affetto e gratitudine e riverenza verso cotesto numero presso ch'impercettibile d'Italiani che sopravvive. Nè temo se non ch'altri mi vituperi e schernisca della indegnità e miseria del donativo; che quanto a voi non ignoro che siccome l'eccellenza del vostro ingegno vi dimostrerà necessariamente a prima vista la qualità dell'offerta, così la dolcezza del cuor vostro vi sforzerà d'accettarla, per molto ch'ella sia povera e vile, e conoscendo la vanità del dono, a ogni modo proccurerete di scusare la confidenza del donatore, forse anche vi sarà grato quello che non ostante la benignità vostra, vi converrà tenere per dispregevole.</p>
         </div1>
         <div1 n="A V.Monti (1819)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A VINCENZO MONTI - MILANO.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 12 Febbraio 1819.</date>
            </opener>
            <p>Stimatissimo signor Cavaliere. Dei motivi d'intitolare a V.S. le canzoni che saranno con questa, avendo parlato nella lettera dedicatoria, non accade ch'io le tenga altro discorso; è, ripetendo le scuse, e allungando oltre al necessario quest'altra lettera che tanto meno sarà molesta quanto più breve, faccia uffizio piuttosto importuno che riverente. Dirò solo che non volendomi arrischiare in nessuna maniera di porre il suo nome in fronte al mio libricciuolo senza sua licenza, scrissi al Giordani acciò con meno fastidio di V.S. me l'impetrasse, scrivendole in mia vece. Ma smarrita la lettera, e mentre ch'io replicava indirizzando a Piacenza, venuto il Giordani a Milano, dopo molto tempo mi rispose che scriveva in questo proposito a V.S.; ma fra tanto io mi poteva fidare di far quello che avessi creduto, nello stesso modo che se avessi impetrato effettivamente il consenso ch'io domandava, e ch'egli considerando la bontà e l'amicizia di V.S. s'assicurava che non gli potesse mancare. Dopo di che, avendo atteso molti altri giorni, non ho avuto da lui nessun'altra risposta in questo particolare. Per tanto userò quella stessa confidenza c'ho usata nel dedicarle cosa tanto sproporzionata alla dignità di V.S., e mi farò animo di spedirle copia delle mie canzoni prima di averne ottenuto licenza formale; nè avendo altro mezzo adattato, la manderò per la posta. In verità che l'offerta è la più piccola cosa che si possa immaginare; ma io vorrei ch'Ella pensasse, e stimo che facilmente si persuaderà, che l'ingegno del donatore non sia più grande per nessun verso. E io mi rincuoro considerando che in parte è uffizio di noi piccoli il fare che risplendano le virtù de' pari suoi non solo per l'evidenza che nasce dal confronto, ma per le occasioni che non può somministrare altri che noi, senza le quali molte delle loro nobilissime qualità resterebbero poco meno che sconosciute. Come presentemente, s'io le offrissi cosa degna di Lei, non avrebbe luogo a manifestarsi la sua benignità, la quale si dimostrerà splendidamente se V.S. non rifiuterà un dono così volgare di un povero come son io. E tanto più s'Ella non si sdegnerà ch'io, quantunque povero, mi tenga per cosa sua, nè mi vieterà di chiamarmi suo devotissimo obbligatissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Giordani (1819)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO GIORDANI - PIACENZA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 12 Febbraio 1819.</date>
            </opener>
            <p>Mi dolgono eccessivamente, o mio carissimo, le vostre brighe, e più le malinconie, ch'io non vi vorrei mica accrescere colla noia delle mie lettere. Perciò sarò breve, massimamente che quello ch'io vi voleva scrivere, non era tanto in generale della prosa italiana, quanto in particolare di alcuni miei disegni intorno al comporre certe operette, <foreign lang="grc">ἀλλ' οἶμαι ἐλευθεριωτέρας ἤ ὧς ἀσφαλὲς εἶναι Περὶ αὺτῶν σαφῶς ἑπιστέλλειν</foreign>. E già quello stesso libretto ch'io v'ho spedito due volte inutilmente, appena mi si lascia credere che si sia smarrito l'una e l'altra volta, quando so che a Roma s'è dovuto stentare assai per carpirgli un <hi rend="italic">imprimatur</hi>. Non so se avrò fatto niente mandandone un'altra copia a Milano per voi, che di là vi sia spedita a Piacenza. Ma caso che questo non giovi, troverò, anzi ho già trovato un altro mezzo di farvene avere a dispetto del diavolo. Sotto fascia erano e la copia stampata slegata e scoperta, e il Ms. coperto in forma di stampa.</p>
            <p>Errori si può dire che non ce ne sono, salvo parecchie scorrezioncelle venute dalla maniera di scrivere di un letterato Romano che ha emendato la stampa. Ma le ho tolte via di mio pugno, secondo che mi dite. Siccome, contro quello che vi scrissi l'ultima volta, mi sono risoluto di pubblicare i miei versi, parte perchè venute da Roma alcune copie legate, non mi sono parse tanto vergognose, e ho trovato che le copie in carta velina erano tutt'altra cosa da quella che m'aveano mandata per tale, e ch'io v'aveva spedita; parte perchè avendo saputo che la stampa era disseminata in Roma, e venuta nelle mani del Perticari, non ho potuto fare a meno di mandarla al Monti; così vorrei che m'insegnaste quello ch'io vi pregava nella mia dei 14 decembre, cioè che cosa potrei fare delle copie le quali fo che aspettino in Roma, eccetto alquante che mi son fatte venire, come ho detto, e in che modo potrei conseguire il fine della stampa, ch'è il divulgarle.</p>
            <p>I miei studi, giacchè me ne domandate, sono gli ordinari. Questi ultimi giorni ho voluto leggere la <hi rend="italic">Medicina</hi> di Celso che m'è piaciuta assai per quella chiarezza, e sprezzatura elegante, e facilità di esprimer cose difficilissime a dare ad intendere. Ma ho detto di voler esser breve, e seguito a cianciare secondo il mio solito. Così accade a chi discorre con voi. Carlo e Paolina vi salutano caramente. Degli uffizi che avete fatti col Borghesi col Perticari col Mai, che vi dirò? Già v'ho detto che non vi posso ringraziare. Ripeterò per la millesima volta ch'io v'amo e v'amerò unicamente finch'io viva. Addio. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Mai (1819)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANGELO MAI - MILANO.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 15 Febbraio 1819.</date>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo Signore. Nè le sue occupazioni son tali che le lascino tempo da spendere in commerci inutili, nè io son quello che possa frastornarla piacevolmente colle mie lettere. Perciò, standomi a cuore infinitamente di conservarmi come e più che un tesoro la sua benevolenza, tuttavia non ardisco provocarla a darmene verun segno oltre ai passati, fuorchè sopravvenendo qualche opportunità, conforme è questa di un libricciuolo che m'è occorso di pubblicare, e che ho voluto mandarle solamente per ritornarmele alla memoria, e dimostrarle come Ella viva indelebilmente nella mia. E il segno di che le domando, è ch'Ella si degni d'accettarlo, e mi perdoni il fastidio che le porta così esso come questa. Del che le sarò tenuto estremamente, e soprattutto s'Ella in oltre vorrà credermi, e ancora, quando mi stimi da tanto, adoperarmi per suo devotissimo e obbligatissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A B.Borghesi (1819)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A BARTOLOMEO BORGHESI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 16 Febbraio 1819.</date>
            </opener>
            <p>Stimatissimo Signore. Per molti rispetti è grave e fastidiosa la chiarezza del nome, fra i quali, s'io non m'inganno, si dee riporre massimamente la molestia di tante lettere e tanti donativi importuni, che non può mai cadere in persona oscura. E forse V.S. si dovrà pentire d'essersi fatta nota e famosa in tutta l'Italia, ricevendo questa presente e il libricciuolo che l'accompagna; il qual fastidio non le avrebbe potuto sopravvenire se il nome suo non andasse per le bocche degl'italiani, e così venendo necessariamente alle orecchie mie, non avesse commosso il desiderio vivissimo ch'io porto da molto tempo di conoscere e riverire, potendo, colla persona, e quando no, almeno con lettere e cogli uffici che si costumano fra lontani, quei rarissimi ingegni, che sostenendo in questa misera età l'ultimo avanzo della gloria italiana, danno speranza di vederla forse anche per loro aiuto riaversi e tornare in fiore. Compiacendo al qual desiderio, e prendendo cuore di scriverle e aggiungere l'impaccio di una mia stampa, se l'avrò molestata, la prego e spero che voglia perdonarmi, considerando la cagione di questa noia, ch'è stata la sua fama. E par conveniente che quello ch'è il frutto delle fatiche e dei sudori de' magnanimi, faccia tollerabili gli effetti suoi quando anche sieno rincrescevoli per se stessi. Ora s'Ella scuserà la mia presunzione di farmele innanzi spontaneamente con un dono sì povero, e non si chiamerà oltraggiata dell'offerta della mia servitù, mostrerà che non le dispiaccia che insieme colla sua riputazione si sparga fra gli uomini il desiderio di conoscerla in modo particolare, e farle ossequio proprio e distinto da quello che le rende l'universale della nazione. E io che già l'era obbligato oltremodo, e anche rispettosamente affezionato come italiano, avrò per l'avanti la consolazione d'esserle più specialmente devotissimo e obbligatissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Brighenti (1819)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO BRIGHENTI</hi>
               </byline>
               <date>Bologna 17 Febbraio 1819.</date>
            </opener>
            <p>Ill.mo e Nobilissimo Signore. Il celebre sig. Abate Mai mi ha incaricato di distribuire a diversi associati la sua Opera dell'<title>Eusebio</title>, uno dei quali mi avvisa essere V.S. Illustrissima. Io ho cercato occasione opportuna di spedire sino in Ancona quella copia che appartiene a Lei, Nobile Signore, e spero che le giugnerà prontamente. Il prezzo dell'<hi rend="italic">Eusebio</hi> è fissato dal Sig. Mai in italiane L. 27,70, cioè L. 27,20 per N. 68 fogli di stampa a centesimi 40, come segnava il manifesto, e centesimi 50 per la legatura oltre le spese di porto. Le L. 27,70 it. sono romani.... Sc. 5.16 Le spese di porto, dazio, ecc. da Milano a Bologna.... Sc. 0.19 In tutto Sc. 5.35</p>
            <p>A momenti spero di spedirle una copia dell'<hi rend="italic">Innocenzo da Imola</hi> del nostro ottimo ed egregio Giordani, ma benchè questo libro sia in ispedizione sino dal giorno 6 corrente, non emmi ancora giunto. L'autore mi ha incaricato con premura che un esemplare sia tosto spedito a V.S. Illustrissima, e io non mancherò certo di puntualità nella commissione.</p>
            <p>Io la supplico, degnissimo Sig. Conte, d'onorarmi de' suoi comandi, de' quali in attenzione, con tutto il rispetto, passo a professarmi devotamente suo umilissimo e devotissimo servitore vero.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Giordani (1819)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO GIORDANI - PIACENZA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 19 Febbraio 1819.</date>
            </opener>
            <p>Risponderò con una alle vostre carissime dei 3 e dei 5, e prima vi ringrazierò della amorevolezza con cui parlate delle mie Canzoni, per la quale mi crescerebbe l'obbligo ch'io vi ho, se potesse crescere. Ma essendo arrivato al sommo, non può più crescere. Solamente può radicarsi e fortificarsi da vantaggio per durare, come durerà, eternamente. Risposi il 12 di questo alla vostra dell'ultimo del passato. Quella dei 3 del corrente è arrivata in tempo perch'io non vi dessi altro impaccio di spedir copia delle Canzoni a Milano per voi come vi diceva. L'occasione più sicura di farvene avere ch'io vi accennava, sarà fra pochi giorni, ma non so s'io me ne prevarrò per molestarvi con qualche altra copia legata e corretta. Vi scrissi la cagione che m'impediva di esercitarvi la pazienza coll'informarvi, secondo che volevate, dei miei disegni d'opere in prosa. In quello ch'appartiene alla prosa italiana in genere, i pochi pensieri che ho concepiti sono ancora indigesti e disordinati, in maniera che non potrei mettergli in carta senza studio, come ho proposto di fare in un trattato <hi rend="italic">Della condizione presente delle lettere italiane</hi>, che dovrebb'essere il fondamento e la norma di qualunque cosa m'avvenisse poi di comporre. Ma sarebbe opera di gran fatica, e infinite letture anche di libri stranieri, e molti paragoni, e però da non poterci metter mano così presto, lasciando poi stare che vorrebbe altro ingegno. L'<hi rend="italic">Apologia</hi> di Lorenzino de' Medici colla <hi rend="italic">Vita</hi> del Giacomini, voglio vedere di procurarmela in tutti i modi. Ho gran voglia di leggerla; segno che probabilmente non mi verrà fatto. Quei versi nella strofe sesta della seconda canzone,
<quote rend="block">
                  <lg>
                     <l>Mostrar chi si rincora</l>
                     <l>Il mal ch'e' fia gran che, s'udendo il credi?</l>
                  </lg>
               </quote>

m'accorgo bene, che debbon essere oscurissimi quando a voi non è bastato l'animo d'intenderli. Errore di stampa c'era effettivamente perchè si leggeva, <hi rend="italic">è</hi> coll'accento, invece d'<hi rend="italic">e'</hi> coll'apostrofo; ma nella copia che vi mandai credo ch'io lo togliessi. Ecco il senso, cioè quello ch'io voleva dire: <hi rend="italic">Chi si fiderà di rappresentarvi degnamente quelle sventure, le quali non sarà poco se, udite, le crederai? Rincorarsi</hi> in questo significato si trova nel Dati, <hi rend="italic">Vite de' pittori antichi</hi>, edizione del 1667 di Firenze, pagina 23: <hi rend="italic">Ond'io sarò molto degno di scusa, se non mi</hi> RINCUORO <hi rend="italic">di spiegarlo a bastanza</hi>, e nel <hi rend="italic">Girone</hi> dell'Alamanni, canto 6, stanza 43: <hi rend="italic">E dice a Danaino Che se dell'un combatter si</hi> RINCUORA <hi rend="italic">Lasci a lui la fatica del secondo</hi>. E nel Lombardelli Senese, <hi rend="italic">Discorso intorno alla Gerusalemme: Giacchè non</hi> SI RINCUORAN<hi rend="italic"> di poter purgarla dell'amarognolo</hi>. Vedi <hi rend="italic">rincorare</hi> in questo senso nel Caro lett. 205, t. 2°, pag. 349 fine, ed. Comin. -<hi rend="italic">feci loro animo e dissi che non dubitassero ma che mi ubbidissero, essendochè io mi rincorava di riavere il detto metallo</hi>: Cellini, <hi rend="italic">Tr. sopra la Scult.</hi>, c. 2. Milano, 1811, pag. 180, fine. - <hi rend="italic">pur mi rincoravo di superare ogni impedimento</hi>: c. 5, p. 208. Vedi Caro lett. 62, vol. 1, principio. Ma o questa frase abbia dello strano, o vero, com'io credo, il secondo verso riesca troppo intralciato, non dubito che il luogo, siccom'è impossibile a intendere, non vada cambiato onninamente. Molti altri errori avrete ritrovati nelle Canzoni, ma lasciate ch'io vi scusi un luogo che vi dee parer vizioso, e poi cantatemi il proverbio: <hi rend="italic">Scusa non richiesta</hi>. Dice la nona strofa della seconda canzone:
<quote rend="block">
                  <lg>
                     <l>Morìan fra le rutene</l>
                     <l>Orride piagge ecc.</l>
                  </lg>
               </quote>
            </p>
            <p>Mi ricordo che in uno dei vostri articoli sulla <hi rend="italic">Pastorizia</hi> dell'Arici riprendete l'uso di questa preposizione <hi rend="italic">fra</hi> in senso d'<hi rend="italic">in</hi> o <hi rend="italic">sopra</hi>. Contuttociò, perchè <hi rend="italic">Morian ne le rutene</hi>, considerato lo scontro delle due <hi rend="italic">n</hi>, riusciva duro, e su <hi rend="italic">le rutene</hi> non mi garbava, mi servii del <hi rend="italic">fra</hi>, e m'arrischiai d'allontanarmi dal parer vostro con questa difesa, che gli antichi, secondo me, hanno costumato realmente di adoperare essa preposizione parlando della parte interiore di qualunque superficie, onde disse il Boccaccio: <hi rend="italic">Un dì ad andare</hi> FRA L'ISOLA <hi rend="italic">si mise</hi>, e altrove: <hi rend="italic">Parecchi miglia, quasi senza accorgersene, n'andarono</hi> INFRA MARE, e Giovanni Villani: <hi rend="italic">Se n'andaro tutti in Granata</hi> FRA TERRA. Non so se questa ragione vi parrà buona. Ho saputo che il Conte Perticari, avendo letto il mio libricciuolo, non ha disapprovato i versi, ma sì bene la prosa. Come amico, e unico amico, e uomo singolarissimo nella amicizia, ditemi sinceramente e distintamente i difetti di questa prosa, giacch'è manifesto ch'io da me stesso non li conosco, perchè se gli avessi conosciuti avrei proccurato di schivarli. E così farò per l'innanzi, se me li mostrerete.</p>
            <p>Quanto alla lirica, io dopo essermi annoiato parecchi giorni colla lettura de' nostri lirici più famosi, mi sono certificato coll'esperienza di quello che parve al Parini, e pare a voi, secondo che mi diceste a voce, e credo che oramai sia divenuta sentenza comune, se non altro, degli intelligenti, che anche questo genere capitalissimo di componimento abbia tuttavia da nascere in Italia, e convenga crearlo. Ma fra i quattro principali che sono il Chiabrera il Testi il Filicaia il Guidi, io metto questi due molto ma molto sotto i due primi; e nominatamente del Guidi mi maraviglio come abbia potuto venire in tanta fama che anche presentemente si ristampi con diligenza e più volte. E perchè il Chiabrera con molti bellissimi pezzi, non ha solamente un'Ode che si possa lodare per ogni parte, anzi in gran parte non vada biasimata, perciò non dubito di dar la palma al Testi; il quale giudico che se fosse venuto in età meno barbara, e avesse avuto agio di coltivare l'ingegno suo più che non fece, sarebbe stato senza controversia il nostro Orazio, e forse più caldo e veemente e sublime del latino. Ma non è maraviglia che l'Italia non abbia lirica, non avendo eloquenza, la quale è necessaria alla lirica a segno che se alcuno m'interrogasse qual composizione mi paia la più eloquente fra le italiane, risponderei senza indugiare, le sole composizioni liriche italiane che si meritino questo nome, cioè le tre Canzoni del Petrarca, <hi rend="italic">O aspettata, Spirto gentil, Italia mia</hi>.</p>
            <p>Del raccogliere le mie coserelle farò quello che mi consiglierete. Del titolo, mi par tanto piccola cosa che non sia nè modestia il tacerlo, nè superbia il manifestarlo. Ma vi ubbidirò, anche per li motivi che mi proponete.</p>
            <p>Ma che? Lo dico, o taccio? Sicuramente che voglio dirlo. Ho io da sapere che abbiate pubblicata un'opera nuova prima d'averla in mano? e saperlo da altri che da voi? Non mi porto io così, che avendo pubblicata quella bazzecola, ve n'ho scritto più volte e più cose ch'io non arrivo a contarne. Basta: aspetto da voi il <hi rend="italic">primo discorso sui dipinti d'Innocenzo Francucci</hi>. Sapete bene qual è la condizione di questo luogo, che s'io lo commettessi a Milano passerebbero mesi e anni prima ch'io lo ricevessi. Però l'aspetto da voi.</p>
            <p>Manderò la copia che mi dite al professor Montani. Paolina vi risaluta di cuore. Io m'avvedo ch'è tempo di finirla, e non mi ci so ridurre. Conviene ch'io mi faccia forza, ed è già tardi, perchè se la vostra pazienza non è soprumana, io senza fallo debbo averla stancata.</p>
            <p>V'abbraccio strettamente anche da parte di Carlo, e resto il vostro svisceratissimo e ardentissimo amico. Addio, addio.</p>
            <p>In questo punto ho da Roma una nuova che mi contrista assaissimo, recando la morte subitanea dello svedese Acherblad, che già conoscerete per l'uomo più dotto che fosse colà, dal quale, avendo qualche amicizia con lui, poteva sperare d'imparar molte cose.</p>
         </div1>
         <div1 n="A M.Angelelli (1819)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MASSIMILIANO ANGELELLI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 19 Febbraio 1819.</date>
            </opener>
            <p>Veneratissimo signor marchese. Il signor Pietro Giordani, come suo così anche mio stretto amico, mi scrive ch'io mandi copia a V.S. de' pochi versi che saranno con questa, assicurandomi ch'Ella non se ne sdegnerà, ma piuttosto l'accetterà benignamente, ancorchè il dono sia poverissimo, e il donatore sconosciuto a V.S. Non dubito ch'egli sapendo, come sa, tutto questo, non abbia giudicato che l'umanità di V.S. bastasse a compensare questi difetti, e per tanto mi fo animo a seguitare il suo consiglio, massimamente ch'Ella, quando la mia piccolezza superi la sua cortesia, non potrà querelarsi di me che ho fatto il volere di un suo amico, e dovrà perdonarmi questo fastidio in riguardo dell'amicizia. E quanto al dono, V.S. farà quello che le piacerà. Ma se questo le riuscirà malgradito, e l'ingegno del donatore le parrà dispregevole, a ogni modo non vorrei ch'Ella rifiutasse il mio povero ossequio; anzi la prego fervidamente che si compiaccia d'avermi sempre per l'avvenire in conto di suo devotissimo obbligatissimo servo Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A F.Schiassi (1819)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A FILIPPO SCHIASSI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 19 Febbraio 1819.</date>
            </opener>
            <p>Stimatissimo Sig. Professore. Il mio nome sarà nuovo senza fallo a V.S. ma perchè il suo non potrebbe arrivar nuovo a nessun italiano, per questo io, desiderando vivamente da molto tempo la sua conoscenza, alla fine mi sono indotto a scriverle, vincendo il timore e la ripugnanza che mi dava la cognizione della mia piccolezza, e sperando che la bontà, la quale so che in V.S. sta del pari colla dottrina, mi perdonerà e forse anche gradirà questa mia confidenza ch'è nata dalla considerazione della sua cortesia. Non nego, anzi confesso distintamente che ho sommo bisogno di questa sua cortesia perch'Ella non si rechi ad offesa la mia presunzione, giacchè non ho avuto altro motivo d'infastidirla che le sue virtù e la fama singolare, segnatamente nelle lettere; in maniera che m'ha servito di sprone quello stesso che m'avrebbe dovuto ritenere. Ma s'io non ho saputo resistere al desiderio d'esser testimonio più speciale delle sue virtù, e godere dell'ingegno di V.S. più particolarmente che non ne gode il comune degl'italiani, non posso fuorchè pregarla che mi scusi in rispetto della sua benignità, ed anche voglia attribuire qualche parte della colpa a se medesima, perchè io non avrei pensato a disturbarla se V.S. si fosse contentata di tanto merito quanto avesse potuto restare, non dico ignoto, ma senza quel grido che è penetrato ancora in questo mio romitaggio o piuttosto serraglio, dove mancano egualmente e i diletti della società civile, e i vantaggi della vita solitaria.</p>
            <p>Quanto spetta al libricciuolo che sarà con questa, V.S. dovrebbe giudicarmi poco perito dell'uso de' vocaboli s'io lo chiamassi dono. Ma quantunque non sia dono, Ella s'accerti che nemmeno è capitale dato ad usura, come sogliono dare i libri loro la maggior parte delle persone, esigendo, se non altro, che siano letti. Ora io so bene che non potrei chiedere a' pari suoi cosa più grave che la lettura d'un mio scritto. Perciò non le domando se non ch'Ella si compiaccia di non rigettarlo, e di tenerlo piuttosto come segno di riverenza che d'ardire usato nell'offrirle cosa tanto spregevole. E l'obbligo mio crescerà infinitamente se insieme colla stampa V.S. non si sdegnerà d'accettare anche me per quello che già le sono da molto in poi col desiderio, e sarò per l'avvenire coll'effetto, quando Ella me lo consenta; io dico per suo devotissimo obbligatissimo servitore Giacomo Leopardi</p>
         </div1>
         <div1 n="Di F.Cancellieri (1819)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI FRANCESCO CANCELLIERI</hi>
               </byline>
               <date>Roma 20 Febbraio 1819.</date>
            </opener>
            <p>Veneratissimo Sig.r Conte. Il Dottor Giovanni Labus, a cui trasmisi le di Lei canzoni, mi scrive da Milano di essere stato il primo a presentarle al Cav.r Monti, il quale le ha gradite moltissimo, e volle che le leggesse nel crocchio del Sig.r Conte Porro, ove si trovarono a pranzo Rosmini, Breislak, Tassoni, Caluppi, Poggiolini, ed altri, che le applaudirono al maggior segno, avendo ammirata la forza e l'efficacia di quello scrivere alto e sublime. E perciò mi ha commesso di farne con lei le più sincere congratulazioni, assicurandola che ha in lui da gran tempo un caldo ammiratore e panegirista. Fino a' 17 del corrente mi avvisa che il Cav.r Monti non avea ancora ricevute le di Lei Canzoni. Onde se io non ne avessi spedita per la Posta quella copia, ancora non le avrebbe lette. Io non ho voluto defraudarla del piacere di queste notizie, sicuro che sarà per esserle molto grato il favorevole giudizio formatone da quegl'insigni letterati. Mi conservi la sua grazia, mi riverisca il degnissimo Sig.r Conte suo Padre, e l'amabilissimo suo Sig.r Fratello, e mi creda sempre con la più alta stima di Lei, veneratissimo Sig.r Conte, Dev.mo Obbl.mo Serv. ed Amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di V.Monti (1819)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI VINCENZO MONTI</hi>
               </byline>
               <date>Milano 20 Febbraio 1819.</date>
            </opener>
            <p>Stimatissimo signor Conte ed Amico. È già poco meno d'un mese, che da Roma ebbi le vostre belle e veramente italiane canzoni: del caro dono delle quali il nostro Giordani mi avea già dato l'avviso. Io le ho lette e rilette con piacere incredibile: e non so vedervi altro difetto che l'averle voi intitolate a chi meno lo meritava. Lodo il nobile vostro proponimento di non dedicarle a verun potente; ma temo non vi torni a lode egualmente l'averle sacrificate a un meschino quale sono io. Pel vero amore che i vostri talenti m'ispirano io desidero che niuno vi biasimi di questa tanta gentilezza e benevolenza. Ben vi dico che dell'onor fattomi vi ringrazio, e che il core mi gode nel veder sorgere nel nostro Parnaso una stella, la quale se manda nel nascere tanta luce, che sarà nella sua maggior ascensione? State sano e credete vera l'espressione della mia stima ed amicizia.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Grassi (1819)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIUSEPPE GRASSI</hi>
               </byline>
               <date>Torino 20 Febbraio 1819.</date>
            </opener>
            <p>Ill.mo Signore. Nessuna cosa poteva riuscirmi più grata quanto l'inaspettato favore che V.S. Ill.ma mi ha fatto d'una Sua gentilissima lettera, e de' suoi versi. Colla prima Ella mi fa certo dell'amor suo, dai secondi io argomento che questa nostra comune Patria ha ancora figliuoli degni di lei.</p>
            <p>I pochi amici ai quali ho fatto leggere le sue odi s'accordano nel dire che esse sono calde d'amor patrio, ardite ne' voli e nelle immagini, maestrevolmente verseggiate, e d'una semplicità tutta greca nell'andamento. Io poi nel riconoscere cogli altri tutti questi pregi amo, e principalmente nella prima, quel santo foco col quale vengono a manifestarsi i sentimenti purissimi d'un vero italiano.</p>
            <p>Ho veduto con piacere che V.S. Ill.ma conosce l'ottimo amico mio Vincenzo Monti; sarà questo un motivo di più perchè ella mi confermi nel numero de' Suoi.</p>
            <p>La prego di credere alla sincerità delle mie espressioni e di valersi di me come di suo devoto.</p>
            <p>Ho intanto l'onore di protestarmi di V.S. Ill.ma umil.mo e dev.mo Ser.re GRASSI.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.B.Niccolini (1819)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIAMBATTISTA NICCOLINI</hi>
               </byline>
               <date>Firenze 22 Febbraio 1819.</date>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo Signore. Attribuisco alla sua bontà le lodi delle quali V.S. m'è sì cortese nella sua lettera, e alla sua modestia il sentire tanto umilmente di se stesso. Il mio nome, e con ragione, risuona così poco in Italia, che non so come possa essere giunto costà, se non portatovi dalla gentilezza di qualche amico: prenderò quindi i suoi elogi per augùri, e m'affaticherò per avverargli quando che sia. Io gli sono obbligatissimo del suo libro: e l'orgoglio sarebbe uguale in me all'ingratitudine s'io non l'avessi letto. Ah signore, la mia coscienza letteraria non mi concede d'essere tanto superbo: e foss'io quello che pur troppo io so di non essere, me lo vieterebbe sempre il mio cuore. Le dico dunque che ho letto e con sommo piacere le sue Canzoni, e particolarmente nella prima di esse, il Canto di Simonide: parmi che la bellezza dello stile s'accoppi mirabilmente nei suoi versi alla dignità dei sentimenti. Gli applaudirà con tutta l'anima ogni generoso Italiano. Vorrei dirle di più su questo proposito: ma finirò con questo verso di Dante <hi rend="italic">Se' savio, e intendi me' ch'io non ragiono.</hi>
            </p>
            <p>Io mi pregierò sempre d'essere Suo Obbl.mo Servo ed ammiratore.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Perticari (1819)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIULIO PERTICARI</hi>
               </byline>
               <date>Di Roma al 1° di Marzo del 1819.</date>
            </opener>
            <p>E<add resp="ed">ccellentissimo</add> Sig. ed amico. Io v'amo e v'onoro da molto tempo e il nostro cugino Francesco Cassi vi può dire con quale affetto io abbia sempre parlato di voi e delle opere vostre. Lasciate dunque che gitti da banda le formole de' complimenti: e vi parli secondo il modo mio: cioè come vuole la schietta e liberissima mia natura. Mi piacciono assai i vostri versi all'Italia, e ne lodo i concetti, lo stile, l'ordine, e tutto: ma sopra tutto quel gentilissimo amore per questa povera e stracciata patria. Onde mi siete veramente carissimo: e ve ne voglio tanto bene che le parole non bastano. Alcune però ne diremo nel <hi rend="italic">Giornale Arcadico</hi>: le quali non potranno già essere secondo il merito vostro e l'alto concetto mio, perchè bisognerà che le sieno secondo la rigida e paurosa censura della nostra Corte. Ma io ne scriverò quel che più potrassi e voi farete ragione che il rimanente, comecchè sarà cancellato dalle pubbliche carte, non di meno rimarrà impresso nell'animo mio, e in quello di tutti i buoni. E perchè mi son fatto a parlarvi del <hi rend="italic">Giornale</hi>, ditemi voi. Amereste di trovarvi in compagnia di alcuni leggiadrissimi spiriti; che s'uniscono alla nostra impresa col nome di <hi rend="italic">Collaboratori Corrispondenti?</hi>
            </p>
            <p>Ve n'ha per tutta Italia da Napoli a Milano. E la sola Marca non ce ne dona pur uno. Colpa il poco amore agli studi in questi luoghi. Lo quale parmi non picciola vergogna della vostra provincia. A voi dunque tocca il purgarla: a voi nato per vendicare il luogo nativo da tanta e sì lunga ingiuria, riconducendolo in quella fama, in cui lo pose il Caro: il gentilissimo di quanti scrittori splendono per Italia.</p>
            <p>Quest'opera del giornale, pensata per ristorare l'Arcadia e Roma in cui le lettere erano più guaste e cadute che in ogni altro luogo, è opera piena di pericoli e di sudore: che vuole coltivatori franchi e valenti: e voi dunque aiutatela, mio carissimo, che sì bene il potrete. Prendete ad esame alcun libro recente che vi venisse alle mani; e fatene estratto: e mandatelo, che il daremo in luce: dico de' libri buoni perchè non ci par degno il consumarci sovra le opere de' meschinelli: e d'ingiurie non vogliamo sapere: nè parlar de' cattivi: affinchè la mala semenza se ne estingua per l'oblio. Scrivetemi dunque con quella intera libertà, di cui vi do esempio. La quale principalmente conviene agli amatori del vero e della sapienza; che debbono al tutto dividersi dal misero modo di coloro, che fondano le loro glorie in parole ipocrite, che appellano <hi rend="italic">ceremonia</hi>: sacra voce che si vuol lasciare a servigio de' soli altari. Siate intanto contento d'avermi per costante e candido amico: anzi per cosa tutta vostra GIULIO PERTICARI.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Brighenti (1819)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO BRIGHENTI</hi>
               </byline>
               <date>Bologna 3 Marzo 1819.</date>
            </opener>
            <p>Illustrissimo e chiarissimo Signore. Tempo fa rimisi in Ancona col mezzo di persona, che di qui partì a quella volta, un esemplare dell'<title>Eusebio</title> del sig. Abate Mai, che l'Autore m'incaricò di far giungere a V.S. Illustrissima, uno degli associati. La persona suddetta promise che si sarebbe data premura di farle pervenire il riferito esemplare dell'<hi rend="italic">Eusebio</hi>. Supplico adunque la di Lei bontà a volermi informare se la commissione è stata adempita.</p>
            <p>Il nostro ottimo Giordani mi ha spedito diverse copie del nuovo suo discorso sull'<hi rend="italic">Innocenzo da Imola</hi>, destinandone una per V.S. illustrissima, a cui la offre. Io ho creduto di incontrare il di Lei volere, spedendolo in giornata per la posta, <hi rend="italic">sotto fascia</hi>, onde le arrivi sicuramente e con tutta sollecitudine.</p>
            <p>Riguardo questa commissione per me fortunatissima, poichè mi procura l'onore di rinnovarle la perfetta mia servitù, mentre pieno d'ammirazione e di riverenza le mi ripeto umilissimo devotissimo ossequiosissimo servitore.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di M.Angelelli (1819)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI MASSIMILIANO ANGELELLI</hi>
               </byline>
               <date>Bologna 6 Marzo 1819.</date>
            </opener>
            <p>Sti.mo Signore. Benchè non abbia trovati uniti alla sua lettera dei 19 del passato i versi dei quali mi parla, pure è dovere che intanto io le renda moltissime grazie dell'avere seguitato il consiglio dell'ottimo e cortese Giordani. Questi versi deggiono essere belli, perchè so che li hanno giudicati degni di molta lode il Cavaliere Strocchi, Paolo Costa, ed altri amici delle Muse e delle lettere. Per la qual cosa Ella può argomentare che a me saranno gratissimi, e che mi è grande favore sopra ogni altro questo che Le piace di compartirmi. Accolga dunque i sentimenti della mia gratitudine, e particolare stima.</p>
            <p>Dev.mo e o.mo Servitore M. ANGELELLI.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1819)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>Piacenza 7 Marzo <add resp="ed">1819</add>.</date>
            </opener>
            <p>Mio amatissimo. Ho tardato la risposta alla vostra 12 febraio, perchè mi tenevo sicuro che d'ordinario in ordinario non mi mancasse il vostro replicare a due mie, immediatamente scrittevi dopo quella, alla quale rispondete coll'ultima vostra sopradetta dei 12. Ma oh dio, sono pur dunque dolorose e maledette e poste: o si divorarono quelle mie due lettere, o le vostre risposte: e non so qual mi debba più dolere. In ogni altro caso mi dorrebbe senza paragone più d'aver perdute le vostre: ma questa volta mi duole sommamente la perdita delle mie, che vi recavano grati avvisi. Perchè le vostre stupende canzoni, non giuntemi mai più nè prima nè dopo per nessun'altra via, pur mi giunsero quella volta, di che subito vi scrissi, dicendovi com'elle m'erano piaciute assaissimo. Ma un ordinario appresso dovetti dirvi ch'ell'erano piaciute tanto e tanto a un infinito numero di gente in questo paese: e anche ora che io vi scrivo sono tuttavia in giro, perchè ognuno (e sino le donne) vogliono copiarle; e io dopo quel primo momento, non le ho mai più potute ricuperare. Di voi si parla come d'un dio, e di quelle canzoni come di un miracolo: potete imaginarvi con quanta consolazione del vostro amicissimo. Ma io ho ben poi una grandissima amarezza, passandomi già quasi un mese senza che mi scriviate. E peggio ancora che la vostra ultima, con logica non diritta (per quanto a me pare) ma certo con mio gravissimo danno, dalle mie malinconie conchiude di dovermi scriver breve; dove anzi dal mio bisogno d'essere confortato, e dal conforto sommo che di voi e delle vostre lettere prendo, era da conchiudere che amorevolmente sosteneste, per mia consolazione, la fatica di scrivermi a lungo. E spero certo che lo farete, se la maledetta fortuna non impedirà di giugnervi a questa mia preghiera.</p>
            <p>Da Borghesi e da Perticari non ho mai lettere; e stupiscone: e so che anche altri loro amici ne mancano. Non capisco niente. Il Mai ha avuto ultimamente una vostra lettera, ma non le canzoni. Vi scriverà; e mi dice di salutarvi infinitamente. Ma quelle canzoni bisogna diffonderle. Si troverebbero anche compratori; ma come si farebbe a ricuperare i danari in partite sì minute? e di chi fidarsi? Dunque per questa volta cominciate dal donarle: perchè quello che prima importa è che siano diffuse, e conosciuto universalmente un facitore di simili maraviglie. Già v'indicai persone a cui indirizzarle. Ora ripeto, e aggiungo, se non vi dispiace il mio consiglio: potreste mandarle (e ne farete piacere anche a me):</p>
            <p>In Piacenza, al conte Alessandro Calciati, al conte Ettore Pallastrelli (non mancate).</p>
            <p>In Parma, al conte professor Giacomo Sanvitali, al professor Angelo Pezzana, Ducale bibliotecario.</p>
            <p>In Bologna, al conte Giovanni Marchetti, al cavaliere Dionigi Strocchi.</p>
            <p>In Imola, al conte avvocato Giovanni Codronchi.</p>
            <p>In Faenza, al conte Giovanni Gucci, Bibliotecario.</p>
            <p>In Forlì, all'avvocato Luigi Baldini.</p>
            <p>In Cesena, al conte Giovanni Roverella (e ve lo raccomando molto).</p>
            <p>In Ravenna, al professore abate Farini.</p>
            <p>In Ancona, al conte Andrea Malacari.</p>
            <p>In Firenze, al signor Michele Leoni.</p>
            <p>In Venezia, al conte Giuseppe Rangoni.</p>
            <p>In Vicenza, al conte Leonardo Trissino.</p>
            <p>In Milano, al cavaliere Carlo Rosmini, all'avvocato Francesco Reina.</p>
            <p>In Como, al professore abate Niccolò Pasqualigo.</p>
            <p>In Brescia, all'abate Giuseppe Taverna.</p>
            <p>In Napoli al marchese di Montrone.</p>
            <p>In Genova per Alassio, al signor Giambattista De Cutis.</p>
            <p>In Lodi, al professore Giuseppe Montani (e ve lo raccomando).</p>
            <p>In Cremona, al dottor Carlo Tedaldi Fores, al marchese Bartolommeo Vidoni.</p>
            <p>In Pesaro, al marchese Antaldo Antaldi.</p>
            <p>In Torino, al signor Giuseppe Grassi, membro dell'Accademia.</p>
            <p>Se il libraio d'Ancona assumesse lealmente di spargerle con efficacia, e ritirarne il danaro, e darvelo, crediatemi che se ne venderebbero molte, dovunque le mandasse. Ma questo è l'unico mezzo di cavarne qualche profitto; che un solo, e vicino, e sicuro s'incarichi del tutto. La gloria certo non vi mancherà; chè altrui negligenza nè avarizia non potrà togliervela.</p>
            <p>Da Bologna il mio amicissimo <hi rend="italic">Avvocato Pietro Brighenti</hi> vi manda il mio <hi rend="italic">primo discorso</hi> sopra Innocenzo da Imola, fatemi la grazia di avvisare lui e me del ricevuto, per nostra quiete.</p>
            <p>Persuadetevi che le poste son felle per maledettissima stracuraggine, non per sospetto. Dunque non dubitate a scrivermi liberamente <foreign lang="grc">τὰ νοήματα σοῦ, καὶ ἂν ἐλευθερώτατα, οὐδεὶς γὰρ ἔσται κίνδυνος</foreign>. Mi farete un grandissimo piacere. Trovo il vostro finissimo e sicurissimo giudizio anche nell'esservi piaciuto il candidissimo Celso. Salutatemi caramente Paolina: abbracciatemi il carissimo Carlo, baciatelo per me amorosissimamente. Riveritemi il papà e la mamma (vi prego, non ve ne scordate). Scrivetemi il più che potete; e amatemi sempre, perchè io vi adoro. Addio addio. Toglietemi di pena, facendomi saper subito che questa vi sia arrivata.</p>
            <p>Se trovate modo di mandare un buon plico delle vostre canzoni al signor Brighenti sopradetto mio amicissimo, non dubitate che ve le venderà bene, perchè io glielo raccomando; e vi farà avere il danaro, almeno in Ancona.</p>
         </div1>
         <div1 n="A C.Arici (1819)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CESARE ARICI - BRESCIA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 8 Marzo 1819.</date>
            </opener>
            <p>Stimatissimo Sig. Professore. Non verun amico di V.S. ma semplicemente la fama comune e parecchi de' suoi versi m'hanno informato del suo valore: e questo medesimo ch'io scrivo presentemente a lei per combattere la sua modestia, lo scrissi due anni fa per prevenire i sospetti soliti a nascere in queste tali occasioni. E fu in una nota a quell'articolo dove m'accadde far memoria di V.S. ch'Ella lesse, poichè mi scrive d'averlo letto, nello <hi rend="italic">Spettatore italiano</hi>. Ma la nota, siccom'era piuttosto franca e risentita, parve allo <title>Spettatore</title> di tralasciarla, e in vece ne mise una propria, dove diceva il contrario. Dell'<title>Eneide</title> Ella mi dà una carissima notizia avvisandomi che l'ha quasi finita di tradurre, il che mi riesce tanto più caro quanto nuovo, perch'io non sapea dell'<title>Eneide</title> , ma solamente delle <hi rend="italic">Georgiche</hi>, e di queste dissi in quell'articolo, e ora avrei per somma grazia di sapere s'Ella abbia in animo di pubblicarle, e quando. Concorro totalmente nell'opinione di V.S. che il poema del Caro, com'è bellissimo per se stesso, così non passi il mediocre in quanto è traduzione dell'<title>Eneide</title> latina, anzi abbia scambiato formalmente il carattere dello stile Virgiliano ch'Ella conosce ed esprime ne' suoi versi con tanta perfezione. Io non so perchè, avendomi avvertito il Giordani molti mesi addietro d'avermi fatto ascrivere alla stampa delle opere di V.S. non solamente il quarto volume, di cui Ella mi parla, ma nemmeno il primo mi sia stato ancora spedito, ch'io sappia. Tuttavia comprendo dalle parole di V.S. ch'Ella ha pubblicato il principio della sua <hi rend="italic">Gerusalemme</hi>, e non si faccia maraviglia ch'io non lo sapessi per altra parte, giacchè presentemente mi trovo senza Giornali in un buio spaventevole. Il carico è grave effettivamente, com'Ella dice, ma le sue forze non son da meno; e per quello che ho sentito dire a chi avea letto qualcheduno de' suoi Canti scritti a penna, io congetturo che siccome per lo passato si costumava di nominar la <hi rend="italic">Gerusalemme</hi> senz'altro aggiunto, volendo dir quella del Tasso, e questo a cagione dell'eccellenza che l'assicurava dal potersi confondere con nessun'altra <hi rend="italic">Gerusalemme</hi>, così per l'innanzi converrà nominar distesamente la <hi rend="italic">Gerusalemme liberata</hi> per distinguerla dalla sua. Certo ch'io per la gloria di questa nostra patria, avrei molto caro di poterla incoraggire, ma vedo bene che un uomo da nulla come son io non le può far animo con esortarla nè lodarla; oltre che non dubito, e anche m'accorgo da ciò che V.S. mi scrive, ch'Ell'ha in se stessa tanto vigore e coraggio quanto non le potrebbe derivare dalle parole di nessun altro, non che mie. Nondimeno ho pensato un'altra maniera d'inanimarla e rinvigorirla, che avendo sperimentata profittevole a me, vorrei che riuscisse altrettanto a Lei. Perchè quando m'avviene d'apparecchiarmi a qualche fatica in genere di scritture, che abbia somiglianza con quella di qualcun altro giudicata di poco pregio, avanti di por mano all'opera mia, leggo quest'altra, e in quella facilità di far meglio trovo lena e stimoli di mettermi all'impresa; e quei difetti che osservo mi riscaldano e persuadono ch'io farò ben altro e n'avrò lode. Acciò pertanto ch'Ell'abbia quest'opera di nessun valore da mettersi avanti agli occhi, somigliante alla sua nel resto, e di più recentissima, ho determinato di spedirle con questa presente per la posta una mia traduzione del secondo libro dell'Eneide stampata due anni sono, ch'Ella certamente non ha letta nè sentita nominare perchè non fu vista se non da pochissimi. Non ostante però ch'io le mandi questo libercolo a effetto ch'Ella prenda nuove forze dal paragone della mia debolezza, contuttociò non vorrei che mi tornasse a troppa vergogna la prefazione, ch'è in uno stile infernale, e al tutto da fanciullo; e però la prego istantemente che si compiaccia di saltarla di netto e non darle neppure un'occhiata. Del restante faccia quello che le sarà in grado.</p>
            <p>Che quando V.S. scriveva non le fosse ancora capitato il libricciuolo ch'io le mandai coll'altra mia parimente per la posta, non mi fa maraviglia, non essendoci posta più sregolata di quella che porta i dispacci di questa provincia. Che quando le sarà giunto, se però non è smarrito, si voglia dar pensiero di scrivermene, lo riconosco fin d'adesso dalla sua cortesia. Alla quale mi raccomando perchè V.S. mi conservi la sua benevolenza, e mi perdoni la lunghezza di queste ciance, incolpandone piuttosto che nessun'altra cosa, la stima segnalatissima e la affezione che mi fanno suo devotissimo obbligatissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Perticari (1819)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic"> A GIULIO PERTICARI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 12 Marzo 1819.</date>
            </opener>
            <p>Signor Conte mio Carissimo. Io non so veramente se mi convenga di usurparmi quella licenza, che in voi con me non è altro che diritto, dico di trattarvi con quella familiarità colla quale vedete che incomincio. Ma comandandomi ch'io vi scriva liberamente, e mostrandovi così nemico delle cerimonie, s'io mi tenessi soltanto alla verecondia, credo che vi parrei disubbidiente e fastidioso, e quel ch'è peggio vi darei in questi principii cattivo segno del cuore e dell'indole mia. E questo anche sarebbe falso, mentre io, fuor ch'a voi se volete non cedo a nessun altro in odiare queste sciagurate cerimonie che ci tolgono o difficultano l'una delle massime consolazioni che ci sieno concesse in questa misera vita, e voglio dir quella del manifestarsi e diffondersi i cuori sensitivi gli uni negli altri. Dei quali ben voi sapete quanti n'occorrano in questi tempi, conte mio caro, poichè non solamente l'ingegno, ma il cuore eziandio v'è toccato de' rarissimi e preziosi, certo che mi perdonerete, se considerando la soavità e l'affetto del vostro scrivere, non ho potuto far che l'amore non prevalesse alla riverenza, nè tenermi ch'io non corra ad abbracciarvi strettissimamente, e pregarvi che mi vogliate essere amico, già ch'io, posto ancora che non voleste, bisognerebbe pur che fossi vostro fin ch'io vivessi.</p>
            <p>Che vogliate dir qualche cosa delle mie povere canzoni nel vostro giornale, non posso altro che ringraziarvene caramente. S'io vi dicessi che non lo meritano di gran lunga, direi quello ch'è vero, ma forse non parrebbe che parlassi di cuore. E lasciando questo, io non sono tant'oltre colla filosofia che mi basti l'animo di rifiutar l'onore che mi verrà dall'aver dato a voi materia di scrivere, o a qualcheduno de' vostri amici, ch'essendo tale, sarà certamente da molto più che non è degno il mio libricciuolo.</p>
            <p>In ordine a quello che mi scrivete, ch'io dia mano al vostro giornale, voi siete padrone di me, laonde abbiatemi per deliberato a far sempre il piacer vostro. Ma non mai per amor della Marca, giacchè quanto è l'affetto ch'io porto a questa nostra patria comune ch'è l'Italia, tanto bisogna che mi lasciate odiare intensamente questa vilissima zolla dov'io son nato: della quale vorrei che vi faceste in mente questo concetto, che non potete mai stando lontano pensarne tanto male che da presso non foste per trovarla peggiore. Non credo solamente a voi, ma posso dir vedo e tocco con mano che il rimettere i buoni studi in Roma è fatica smisurata ed erculea, massimamente che non basterà farsi dal seminare, ma prima converrà mondarla di quelle piantacce che la inselvano, e mi paiono infinite e radicatissime. D'aiutarvi in quest'opera so bene ch'io non ho forze, ma quanto al volere, già v'ho detto che son cosa vostra; per tanto farò tutto quello che vi sarà in grado. Ma bisogna ch'io vi preghi di due cose. La prima che mi facciate mettere fra gli associati al vostro giornale che ancora non m'è capitato, acciò ch'io possa conoscere addentro e totalmente il vostro proposito, e regolarmi secondo quello. L'altra che non vi facciate maraviglia se alle volte io vi parrò non solamente trascurato, ma dimentico affatto della vostra impresa. E questo primieramente perchè qui, eccettuato me solo, (vi dico la pura e netta verità, piuttosto con vergogna che con superbia) nessuno fa venir libri di nessunissima sorta da nessun luogo, di maniera ch'io non posso vedere se non quel tanto ch'io commetto appostatamente. Ma questo sarebbe un nulla rispetto alla seconda cagione, ed è che qualunque libro io commetta, poniamo caso, a Milano, mi conviene aspettarlo da ch'è spedito, senza una menoma esagerazione, quattro, sei, otto mesi, un anno e più; cosa che m'ha scorato a segno ch'io non commetto più niente. E basti dire (e ve lo dico sincerissimamente, senz'ombra nata d'adulazione) ch'io non ho desiderato mai tanto di leggere nessun'altra opera quanto l'ultima vostra, e con tutto ciò non l'ho voluta commettere, giudicando che non servirebbe ad altro che a farmi morire di febbre lenta o di rabbia colla speranza sempre vana di riceverla da un giorno all'altro. E in questa maniera è accaduto quello ch'io vi diceva, cioè che non avendola commessa io, non l'ho nè letta nè vista, ed è ignoto a me quello che è noto a tutta l'Italia. Ora se per giunta vorrete considerare quanto di rado ai tempi nostri venga fuori in Italia un libro che si possa dir buono, e che voi ragionevolissimamente non volete che si parli dei cattivi, troverete che appena avrò mai per le mani un libro adattato al vostro giornale, e stimerete che il mio silenzio non sarà colpa mia, ma di quello che mi tiene in questo luogo pieno e stivato di maledizioni.</p>
            <p>Fra tanto se vi piacerà, Conte mio carissimo, voi mi amerete ed io v'amerò caldissimamente, e tutto quello che si potrà fare per questa povera patria, lo faremo di cuore, voi certamente con frutto, ed io non senza qualche speranza, se lo farò col consiglio e l'aiuto vostro. Poco fa m'è arrivato un libricciuolo, del quale si potrebbe dare che io scrivessi qualche cosa, e quando fosse da tanto, ve lo mandassi. Vi prego che salutiate a mio nome il Borghesi ringraziandolo delle cose molto gentili che mi scrive. E tenetemi per vostro ferventissimo e invariabile amico Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di F.Schiassi (1819)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI FILIPPO SCHIASSI</hi>
               </byline>
               <date>Bologna 12 Marzo 1819.</date>
            </opener>
            <p>Ill.mo Signore. Io non merito per nessun conto nè sì bel dono, nè sì gentil lettera. Ben le son grato dell'uno e dell'altra. E del dono poi, oltre al ringraziarla, siccome fo vivamente, mi congratulo con Lei assaissimo. Altezza di pensieri, grandezza e vivacità d'immagini, stile poetico, felicità di condotta a mio giudizio vi campeggiano a meraviglia. Nuovamente me ne rallegro, mentre con vera stima e riconoscenza mi pregio di dichiararmi di V.S. Ill.ma dev.mo e obblig.mo Serv.e FILIPPO SCHIASSI.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1819)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>Piacenza 13 Marzo <add resp="ed">1819</add>.</date>
            </opener>
            <p>Dunque è inchiodato un qualche maledetto destino che dopo l'ultima 12 febraio niuna vostra lettera possa arrivarmi? Certo mi sarà sempre impossibile che voi stiate un mese senza scrivermi; e che tre lettere mie non vi impietosiscano di mandarmi una riga. Oh quanta invitta pazienza ci bisogna! Io sarei tanto consolato delle vostre lettere, nè a voi sono discare le mie; e il bel governo ci fa disperare! Se questa mia non se la porta il diavolo, ci troverete dentro una parola detta di voi dal Mai; ma degna e di voi e di lui. Vi mando la lettera da lui scrittami dopo aver ricevute le vostre stupendissime canzoni. Finalmente oggi m'arriva una lettera del 1° da Perticari; al quale avevo scritto (come vi dissi) per voi: dal Borghesi non ancora risposta. Ma certamente la colpa non è sua: forse non ebbe la mia lettera, perchè mi manda saluti, e nulla d'aver avuto lettera. Perticari con lunga e troppo vera enumerazione mi dimostra che tutti i buoni impieghi in Roma sono dei preti: e conchiude che il solo luogo non disconvenevole a voi sarebbe l'Accademia ecclesiastica: perchè ivi si vive in comune con 14 scudi al mese; si gode molta libertà, si occupa sol qualche ora del mattino allo studio delle leggi, non ci è di prete altro che l'abito: e nondimeno è luogo di grandi speranze, perchè di lì il Governo trae nunzi, e prelati ec. Non so se queste ragioni potessero indurre vostro Padre. A voi certo basterebbe in qualche modo uscire di Recanati, vivere al largo in una gran Roma, conoscere e farvi conoscere da molti.</p>
            <p>Oh quanto io sospiro per voi! ma che vale? Non vi parlerò ancora delle vostre canzoni, avendovene parlato nelle altre tre lettere: benchè vi giuro che nè la gente finisce mai di ammirare, nè io potrei finire se volessi ripetere tutto quello che se ne dice. Ma voi non avete bisogno che vi si dica quello che sapete fare: avreste bisogno che vi si desse mezzi e libertà di fare. Ma questo donde lo prenderem noi? oh dio! Vi supplico, se mai (che appena lo credo) io manco di vostre lettere perchè voi non mi scrivete, per pietà interrompete questo silenzio almeno con una riga: perchè non posso pensare che voi mi disamiate: non vorrei pensare che non istiate bene; e allora pur Carlino dovrebbe darmi un cenno. Penso tutto il mal possibile delle poste: ma questo pensiero non vale ad altro che ad arrabbiare. Il Brighenti mi scrive da Bologna d'avervi spedito il mio <hi rend="italic">Innocenzo</hi>, raccomandato non so a qual corriere, che gliene promise particolar cura. Ricordate la mia servitù al papà e alla mamma. Salutatemi caramente Paolina, abbracciatevi per me con Carlino; e vogliatemi bene, e per carità scrivetemi. Addio carissimo, addio con tutta quanta l'anima: addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A F.Cassi (1819)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A FRANCESCO CASSI - PESARO.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 15 Marzo 1819.</date>
            </opener>
            <p>Carissimo cugino. Ho aspettato lungo tempo che mi si offerisse un'occasione di spedirvi il libricciuolo che sarà con questa presente, non fidandomi in nessun conto della posta. Ma non essendo mai capitata, non ho voluto dal canto mio perder questa opportunità di ridurmi alla vostra memoria, e perciò vi scrivo per la posta, rassegnandomi, secondo il consueto dei nostri lepidissimi corrieri, a non saper che cosa sia accaduto nè della lettera, nè della stampa. Caso che questa v'arrivi, abbiatela per segno di confidenza insieme col libricciuolo, e nel leggere i miei poveri versi, se vorrete arrivare al fine abbiate più riguardo all'amicizia che al merito loro.</p>
            <p>E credetemi vostro affezionatissimo cugino Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Brighenti (1819)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO BRIGHENTI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 15 Marzo 1819.</date>
            </opener>
            <p>Stimatissimo Signore. Risposi il 26 del passato alla sua gentilissima dei 17. Ma dall'altra sua dei 3 del corrente m'avvedo ch'Ella non ha ricevuto la mia, la qual cosa non mi fa maraviglia, giacchè delle lettere che partono di qui per costà, sono molto più rare quelle che hanno buon recapito, di quelle che si perdono: bensì mi duole assai, non sapendo come far giungere a V.S. i miei ringraziamenti sì per la nuova operetta del Giordani arrivatami insieme colla sua ultima, sì per l'<title>Eusebio</title>  del Mai recatomi d'Ancona parecchi giorni fa. Cercherò con ogni premura occasione di soddisfare appresso Lei al mio debito di scudi 5,19, indicatomi nella sua dei 17 Febbraio. Intanto per assicurarmi alla meglio che questa mia non si smarrisca, come la precedente, la mando alla posta di Loreto, il qual mezzo intendo che spesso, non però sempre, abbia buon effetto. La prego, se mi giudica atto a servirla, a valersi di me, e credermi quale mi dichiaro colla più distinta e sincera stima suo devotissimo obbligatissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Giordani (1819)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO GIORDANI - PIACENZA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 15 Marzo 1819.</date>
            </opener>
            <p>Aspettava la consolazione di qualche vostra parola dopo le molte anzi troppe mie dei 12 e 19 del passato. Ma non vedendone, non voglio star più a ringraziarvi del vostro soavissimo <hi rend="italic">Discorso</hi> arrivatomi da Bologna col penultimo ordinario. Non mi distenderò in dirvi quanto m'abbia dilettato, potendo già figurarvelo. Basti dire che dove prima di leggerlo mi lamentava che dovessi aspettarlo troppo, ora quasi mi duole che non abbia indugiato da vantaggio, atteso che non ha bastato punto a saziarmi, anzi non ha fatto altro che accrescermi l'impazienza pel desiderio degli altri due. Solamente soggiungerò che m'hanno fatto gran colpo quelle due gravissime conversioni delle pagine 10 e seguenti, e 62 e seguenti. O mio carissimo, <foreign lang="grc">Βάλλ' οὕτως, αἴ κέν τι Φόως Λαναοῖσι γένηαι</foreign>. Paolina e Carlo vi salutano caramente, ed io mentre che v'abbraccio, vi prego a non lasciarmi senza vostre lettere quando possiate senza troppa molestia. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Giordani (1819)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO GIORDANI - PIACENZA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 19 Marzo 1819.</date>
            </opener>
            <p>Mio caro carissimo. Se la posta ha perdonato alla mia dell'ultimo ordinario, vi sarete accorto ch'io non ho mancato di rispondere alle vostre amorevolissime dei 3 e dei 5 di febbraio, anzi risposi a lunghissimo, e mi parea d'essere stato indiscreto. Voi mi rassicurate ch'io non lo creda, anzi volete ch'io mi distenda più ch'io posso: e però siccome quella povera lettera, contenendo come vedete, parecchi testi raccolti qua e là, e cose tali, la feci copiare, così l'avrete qui sotto tutta quanta. La mia dell'ordinario passato (la quale resta raccomandata alla clemenza del caso) era scritta appostatamente per ringraziarvi del vostro dolcissimo <hi rend="italic">Discorso</hi> giuntomi da Bologna con lettera del Brighenti, giacchè le poste non fanno oltraggio fuor ch'ai dispacci che vanno di qua, non a quelli che vengono; del che le ringrazierei di cuore, non avendomi sperduto nessuna delle lettere vostre, se col nascondervi le mie risposte non mi mettessero in pericolo di parere ingrato. Della noterella che mi mandate vi rendo quelle più vive grazie ch'io so, e per ubbidirvi spedirò le mie canzoni, se non a tutti, almeno a qualcuno di quelli che mi segnate, e massime a coloro che mi raccomandate più specialmente; ma sarà inutile, perchè, o mio carissimo, non basta ch'io viva nella più stupida città e provincia d'Italia, bisogna per soprappiù che questa sia la sola città e provincia d'Italia anzi d'Europa, che non possa aver commercio col resto del mondo. A Bologna mandai le mie canzoni, secondo che mi scrivevate, allo Strocchi e allo Schiassi con lettere: non m'hanno risposto. All'Angelelli: mi risponde mezzo mese dopo che ha ricevuto la lettera ma non le Canzoni. A Lodi al Montani, dicendogli che voi me l'ingiungevate (poichè mi scriveste di dirglielo): non ho risposta. A Vicenza al Trissino senza pro. A Milano al Rosmini, e al Reina con lettere come a tutti gli altri. Nessuno mi risponde, benchè mi risponda il Mai, ch'ebbe anche le canzoni alquanto ritardate; e pure gliele spedii per lo stesso ordinario che agli altri due. A Brescia all'Arici: mi risponde che le Canzoni mancano. E perch'io credo che da un giorno all'altro vi debba arrivare un pieghetto con sei copie de' miei versi, e una in carta fina, speditovi tempo fa con una buona occasione, perciò vi prego che ricevendole, troviate mezzo di farne aver una all'Arici. In somma quei poveri versi non sono arrivati, oltre al Mai, se non al Monti, al Grassi che mi risponde con tutta gentilezza, e al Niccolini che mi risponde umanamente, ma in quel modo ch'io credo che scriverebbe il mio fratellino piccolo; e però vorrei che mi diceste se Giambattista Niccolini fiorentino che pubblicò uno o due anni addietro la versione dei <hi rend="italic">Sette a Tebe</hi> d'Eschilo, sia quel Segretario dell'Accademia di Belle Arti di Firenze, giacchè temo forte d'essermi sbagliato, mentre voi non mi dicevate il nome. Il Borghesi e il Perticari m'hanno risposto molto cortesemente e dato indizio d'avere avuto lettere vostre in mio favore. E quanto al Perticari, m'esorta a <hi rend="italic">mandargli</hi> articoli pel suo Giornale Arcadico.</p>
            <p>Già questa, o mio caro, è stralunga, e avrete poi la giunta della mia dei 19, che dovrà certamente annoiarvi, e però credo che di buon cuore mi perdonerete, se neppur questa volta vi scrivo de' miei disegni d'opere in prosa. Sto dietro a considerare l'<title>Eusebio</title>  del Mai giuntomi poco fa, e ci trovo una gran messe d'osservazioncelle che vorrei disporre in una lettera su questo particolare. E dovrebb'esser compagna di quella sul <hi rend="italic">Dionigi</hi>, di due sul <title>Frontone</title>, l'una letteraria già cominciata, e l'altra critica, e di una sul resto delle scoperte del Mai. Con tutti questi disegni e cogli altri molti che ho in testa, io sono un poltrone che perdo mezza giornata in dormire, e volendo (come vorrei) scrivere un articolo sul vostro <hi rend="italic">Discorso</hi> da mandarlo al Perticari, vi so dir che il tempo mi vien proprio meno. Mio carissimo, cogliatemi bene, ch'io ve ne voglio infinito, e così Carlo. Mio padre mia madre e Paolina vi risalutano di tutto cuore. Manderò, secondo che mi dite, al Brighenti un involto delle Canzoni, e quanto al danaro, mi giunga o no, poco monta. Addio mio carissimo, e v'abbraccio tenerissimamente. Addio, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Calciati (1819)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ALESSANDRO CALCIATI - PIACENZA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 22 Marzo 1819.</date>
            </opener>
            <p>Stimatissimo Signor Conte. Bench'io non sia noto a V.S., nondimeno Ella non deve credere di non esser conosciuto se non da coloro ch'Ella conosce, essendo proprio della virtù il farsi nota ancora a quegli di cui Ella non ha contezza, stante il poco merito loro. Piuttosto si dovrà maravigliare ch'io, senza altro motivo che questo della sua virtù, abbia preso coraggio d'offerirmele spontaneamente per servitore, e di più recarle un dono così miserabile com'è quello dei versi che saranno con questa presente. Ma io non ho dubitato che al valore di V.S., particolarmente nelle lettere, non s'unisse una squisita cortesia, la quale è ragione che non sia trascurata dai cultori di tali studi; e in lei non solamente credo, ma so in effetto ch'è singolare e tanta, che forse V.S. non isdegnerà d'accettarmi per suo, così poco meritevole com'io sono; e in ogni modo mi perdonerà la confidenza ch'io mi son presa. Colla quale speranza, assicurandola ch'io le avrò sommo obbligo di questa sua benignità come di un gran favore, mi fo ardito a dichiararmi suo devotissimo obbligatissimo servo Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di F.Cassi (1819)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI FRANCESCO CASSI</hi>
               </byline>
               <date>Pesaro 25 Marzo 1819.</date>
            </opener>
            <p>Mio carissimo Cugino. Vi sono gratissimo per la dolce memoria che di me conservate, e pel prezioso dono che vi è piaciuto di farmi. Ho letto con vero piacere le due belle vostre canzoni: e ho dedotto da esse che l'anima vostra è tutta accesa nella sacra fiamma della patria; e che voi già correte a gran passi dietro le santissime orme de' nostri primi maestri. Per lo che io sento piena allegrezza; e vi conforto a non cessare da' nobili studi de' classici, pe' quali soli è ancora grande questa terra latina.</p>
            <p>E perchè non paia che l'adulazione entri a parte delle giuste lodi che vi si denno, non vi nasconderò che sarebbe mio desiderio che voi poneste mano alla lima, onde riforbire queste due poesie, col toglier loro alcuni pochissimi nèi, che, a mio parere, mal si locano in mezzo a tant'oro; e vorrei sbandirne que' poco dolci, e poco nobili vocaboli di <hi rend="italic">procombere</hi>, di <hi rend="italic">scalpro</hi>, di <hi rend="italic">smozzicare</hi>, di <hi rend="italic">evviva evviva</hi>, e di <hi rend="italic">sollazzo</hi>. Sarebbe pure mio avviso di donare a' componimenti suddetti una qualche maggiore varietà, da cui ne verrebbe assai più splendore al tutto; e quindi mi farei a togliere la frequenza delle interrogazioni, che ponno indurre nel lettore una sensazione troppo uguale, a danno dell'effetto che ne dovrebbe seguire.</p>
            <p>Ma voi dovete valutar per nulla questo mio parere; giacchè io non potrò giammai dar sano giudizio intorno alle opere di coloro, vecchi o giovani ch'essi sieno, i quali hanno consecrato allo studio delle lettere que' giorni, che io ho speso in ozi e in deliri.</p>
            <p>Vi piaccia di ricordarmi alla mia buona e rispettabile Zia, e di baciarle per me la mano. Salutatemi i vostri Genitori, e tutti i vostri fratelli. Amatemi e credetemi sempre il vostro Cassi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Giordani (1819)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO GIORDANI - PIACENZA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 26 Marzo 1819.</date>
            </opener>
            <p>Mio dilettissimo. State saldo in attribuir la colpa di tutto alle poste esecrande e sputacchievoli, per dirlo alla Demostenica. E se avete dubitato alquanto di me, benchè non mostrate di farlo, vi serva d'esempio per assicurarvi, non ostante che che si voglia, ch'io sarò sempre verso voi quel più diligente e premuroso che si può essere al mondo, e nel replicare alle vostre lettere, puntuale quanto indubitatamente nessun altro. E quando io non potessi per malattia, Carlo senz'altro farebbe per me, come voi dite. Vi scrissi il 19 del passato rispondendo alle care vostre dei 3 e dei 5. Non vedendo replica, il 15 di questo riscrissi per ringraziarvi del vostro amabilissimo <hi rend="italic">Discorso</hi>, del quale scrissi pure al Brighenti. L'istesso giorno m'arrivò la vostra dei 7, e risposi a lunghissimo il 19, e arrivatami l'altra dei 13, rispondo presentemente. Ora di queste quattro lettere la prima so ch'è perduta, ma delle tre altre non credo che il Diavolo possa fare che nessuna v'arrivi. Intanto, o mio caro, non temete per le vostre, giacchè neppur una mercè di Dio se n'è smarrita finora. E ubbidendo all'amorosissima dei 7 ho già scritto a cotesti Conti Pallastrelli e Calciati, e al Conte Roverella a Cesena, e mandato le Canzoni. Ultimamente mi risponde lo Schiassi avendo ricevuto la lettera e i versi. Dalla risposta dell'Angelelli vedo che anche lo Strocchi dovrebbe avergli avuti, e il non rispondermi dopo un mese e mezzo, l'attribuisco a mio demerito: dico demerito assolutamente, non già rispetto a lui, perch'io non penso ch'altri possa scrivergli più riverentemente e umilmente ch'io non feci. Lo stesso dirò del Rosmini, del Reina del Trissino del Montani. Vi ringrazio della lettera dell'ottimo nostro Mai. Ditemi se l'ho da rimandare.</p>
            <p>Ma la vostra dei 13 è tanto affettuosa ch'io non intendo come abbia potuto guadagnarmi tanto amor vostro. Se non che mi si scema qualche poco la maraviglia considerando quello ch'io vi porto, e le angosce che ho provato parecchie volte che le vostre lettere hanno indugiato più dell'ordinario. In somma io vi cedo in tutto, ma in questo no sicurissimamente, non crediate ch'io ceda nè possa mai cedere a voi nè a chiunque si voglia.</p>
            <p>Dirà bene il Perticari e son persuaso ancor io che tutto il buono a Roma sia per li preti. Ma non capisco poi quello che soggiunge. Forse che a Roma io cerco stanza da dimorare? e intanto non esco di Recanati in quanto fuori mi manca luogo? o se mi trovassi tanto danaro quanto bisogna per vivere nell'Accademia Ecclesiastica, vorrei scemarmi la libertà, potendo goderla intera? E quanto alle speranze, siamo da capo, giacchè nunziature e cose tali, si dieno pure a quegli accademici, saranno sempre per li preti. Ora il vivere in quell'accademia non costa poco, mentre coi 14 scudi il mese non hanno appena la metà del bisognevole, e del resto conviene che si provvedano con altra spesa, che porta a tutti quasi il doppio, e a molti assai di più. Ma quando eziandio costasse il meno che si possa immaginare, questo non è il caso mio, cercare il dove, ma il come. Mio padre è stradeliberato di non darmi un mezzo baiocco fuori di casa, vale a dire in nessun luogo, stante che neppur qui mi dà mai danaro, ma solamente mi fornisce del necessario come il resto della famiglia. Mi permette sibbene ch'io cerchi maniera d'uscir di qua senza una sua minima spesa; e dico mi permette, già ch'egli non muove un dito per aiutarmi; piuttosto si moverebbe tutto quanto per impedirmi. Ora vedete che cosa posso far io, non conosciuto da nessuno, vissuto sempre in un luogo che senza il Dizionario non sapresti dove sia messo, disprezzato come fanciullo, avendo per favore segnalatissimo una riga di risposta dove mi dicano che non hanno tempo da badarmi. Dirò un'altra cosa. L'esser tutto il meglio per li preti, mi par che mi faccia piuttosto in favore che contro, atteso ch'io certo non voglio esser prete, ma l'abito, come l'ho portato finora, così posso continuare a portarlo qualche altro tempo, e a Roma, particolarmente nei principii, non si domanda altro che l'abito. Il fatto sta che qualunque luogo mi dia tanto da vivere mediocrissimamente sarà convenientissimo per me, nè io penso di poter uscire di questa caverna senza spogliarmi di molte comodità che non mi vagliono a niente senza l'aria e la luce aperta; io voglio dire la vista e il commercio di quel mondo e di quegli uomini fra' quali io son nato, e la conversazione di gente che dia mostra di vivere, e quel ch'è più, d'avere intelletto, il quale se in pochi sarà splendido, certo in niuno può esser così rugginoso e negletto com'è fra noi.</p>
            <p>Carlo vorrebbe sapere, non già precisamente, che questo s'intende bene che non lo potete sapere nemmen voi, ma in genere se stimate che la milizia di Torino che gli proponevate poco addietro, possa provvederlo subito di tanto che basti per vivere, benchè strettissimamente, a ogni modo senza mancare del bisognevole. Ma oramai mi vergogno di parlar tanto di noi. Delle vostre brighe e malinconie vorrei che mi diceste come vadano. Mio caro, io sento riaprirmi l'anima al ritorno della primavera, che certo due mesi addietro, era stupido oppresso insensato in modo, ch'io mi facea maraviglia a me stesso, e disperava di provar più consolazione in questo mondo. Senza fallo io spero che vi sentiate meglio anche voi, contemplando questa natura innocente, fra la malvagità degli uomini, dei quali, o mio dolcissimo, io non vedo poi che vi dobbiate dar tanto pensiero se vogliono essere scellerati. Basta che voi siate più diverso da costoro che la luce dal buio, nè vi manca uno che amandovi più di se stesso, è risoluto mentre viva d'imitarvi. Così Dio lo salvi dalla pestilenza, e non si guasti col tempo quello che dovrebbe prosperare, io dico i semi della virtù che s'è studiato di raccorre nella giovinezza. Del vostro <hi rend="italic">Discorso</hi> non vi scrissi più che tanto perchè da un giorno all'altro voglio metter mano a dirne quel che saprò in un articolo da mandarlo, come vi dissi, a Roma al Perticari, che mi vuole nel numero de' corrispondenti del suo Giornale. Tra il sonno e gli studi non m'avanza un momento di tempo, ed io son fatto proprio un Isocrate, in questo però solamente, ch'io scrivo due righe in una giornata faticandoci di continuo. Paolina vi saluta caramente. Addio carissimo. Avvisatemi se sono arrivate costì le lettere e i versi che v'ho detto. Addio: finalmente bisogna ch'io vi lasci, ma v'abbraccio tenerissimamente come uomo incomparabile e unico. Non son degno che m'amiate, ma l'amore non è governato dalla ragione. Per tanto amatemi già che avete incominciato. Addio. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Brighenti (1819)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO BRIGHENTI</hi>
               </byline>
               <date>Bologna 26 Marzo 1819.</date>
            </opener>
            <p>Illustrissimo e chiarissimo Signore. Ho avuto con l'ultimo corriere il veneratissimo di Lei foglio 15 corrente, ma non mai emmi arrivato il precedente, che dice avermi indirizzato. Spiacemi che sia andato smarrito, e molto più se io avessi perduto l'incontro di servire a qualche suo comando.</p>
            <p>Quanto all'importo dell'<title>Eusebio</title>  del signore Abate Maj, se Ella non avesse altro mezzo potrà, se le piace, far versare gli scudi 5,35 al signor Giovanni Cisterni di Ancona, il quale ne riconosca il signor Avvocato Luigi Baldini di Forlì.</p>
            <p>L'amico Giordani che la riverisce, mi ha ricercate notizie di Lei, e mi parla molto del dispiacere di essere privo de' suoi caratteri.</p>
            <p>Mi tenga, o signore, nella preziosa di Lei grazia, e mi creda sempre con tutto l'ossequio suo devotissimo obbligatissimo servitore.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Brighenti (1819)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO BRIGHENTI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 26 Marzo 1819.</date>
            </opener>
            <p>Stimatissimo Signore. Non essendosi data altra occasione, mando con quest'ordinario a V.S. gli scudi 5,19 di mio debito per l'<title>Eusebio</title>  del Mai, secondo che mi accenna la sua gentilissima dei 17 del passato. Aggiungo paoli 7 per li quali avrei caro che V.S. si compiacesse di farmi avere la <hi rend="italic">Congiura de' Baroni di Napoli</hi> di Camillo Porzio. Mi scrive il nostro Giordani che s'io manderò a V.S. qualche numero di copie d'alcuni miei versi pubblicati recentemente, Ella mi farà il favore di proccurarne la diffusione. Trovandosi le copie a Roma, ho scritto colà perchè le ne spediscano sollecitamente cinquanta. Quando V.S. mi voglia favorire, Ella può esser certa ch'io le ne avrò infinita e vivissima obbligazione. Il poco danaro che se ne potesse ritrarre, non accade ch'Ella si dia pensiero di spedirlo qua, ma si compiaccia di ritenerlo per le spese che occorreranno, e in caso che n'avanzasse, per libri ch'io la pregherei d'inviarmi, o per cose tali. Risposi alla sua cortesissima dei 17 febbraio, e quindi all'altra dei 3 cadente, dandole notizia e ringraziandola d'aver ricevuto per suo mezzo il <hi rend="italic">Discorso</hi> del nostro amicissimo Giordani. Ma dalla seconda di Lei compresi ch'Ella non avea ricevuta la mia risposta alla prima, e per maggior sicurezza mandai la mia seconda risposta a Loreto. Essendo la posta che parte di questa provincia, la più negligente forse dell'Italia, non so se le sia giunta veruna mia, nè se questa le perverrà. Quando scampi al solito naufragio, la prego ad accettar di nuovo i miei ringraziamenti, e considerarmi sempre per quello ch'io sono con distintissima stima suo devotissimo obbligatissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
            <p>P.S. Non avendo avuto risposta da Roma, non posso assicurarla che le copie sieno spedite, bench'io raccomandassi la sollecitudine. V.S. oltre quello ch'ho accennato di sopra, riceverà parimente per la posta baiocchi 95, cioè 60 per la <hi rend="italic">Vita del Giacomini</hi> scritta dal Nardi, e 35 per le <hi rend="italic">Avventure di Saffo</hi> del Verri, che la prego ad unire alla <hi rend="italic">Storia</hi> sopraddetta del Porzio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di C.Antici (1819)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO ANTICI</hi>
               </byline>
               <date>Roma 27 Marzo 1819.</date>
            </opener>
            <p>Nipote carissimo. Ho riveduti con sommo piacere i vostri graditi caratteri nella lettera dei 19. Con sincerissima soddisfazione vi scorgo l'applauso che han fatto in Lombardia alle due vostre canzoni, e gli elogi che ve ne han diretti alcuni letterati. Non poteva essere diversamente, subito che la nobiltà dei pensieri, vestiti in armoniosi versi, ed il caldo amor patrio campeggiano in quelle produzioni. Ancor qui mi hanno esternata la loro approvazione quelli ai quali ne ho fatto dono. Il cav. Pellicani spedì subito un esemplare al suo nipote nel Tolomei di Siena affinchè dal vostro esempio s'infiammasse per gli studi. Dovete per altro persuadervi che l'argomento delle vostre produzioni ha maggiori attrattive per gl'Italiani del piccol Reno, del Po, e della Brenta, che per quelli dell'Arno, del Tevere e del Garigliano. La pace, la sicurezza dei giudizi, i buoni ordini di Polizia sono quei maggiori beni che si vogliono dagli uomini riuniti in società. E tutti sanno, che quei tempi di cui richiamate la gloria, quei tempi in cui scrivevano Dante, e Petrarca, e poi Macchiavello, Ariosto e Tasso, quei tempi in cui fiorivano i Buonarroti ed i Raffaelli ed armeggiavano i Trivulzi ed i Castrucci, l'Italia era in preda ai Bianchi ed ai Neri, ai Guelfi e Ghibellini, agli Eccelini, agli Oliverotti, ai Valentini, ed a tanti altri simili mostri che colle armi loro ed altrui facevano di questa Italia un soggiorno infernale. Vi esterno dunque il mio cordiale e ponderato voto, che voi diriggiate i tanti talenti e le tante cognizioni di cui Dio vi ha favorito, non a piangere con altri fantastici e sibaritici poeti il supposto valore e la non perduta gloria letteraria dei secoli anteriori, ma a far guerra ai vizj che imbrattano il secolo presente, ed a concorrere con gli uomini di buona volontà ad intrecciare fra i rami della nostra perfezionata civilizzazione gl'indefettibili appoggi del Cristianesimo. Se voi girate lo sguardo intorno a voi gettandolo sopra le più belle contrade di Europa, troverete che gli uomini, imbevuti delle idee rivoluzionarie, sono fuori di strada, e che la civil società, per questo solo, è ancora in uno stato oscillante. Il genio del male lotta con quello del bene, e voi dovete aguzzare i vostri talenti per combattere sotto i vessilli di questo. La vittoria è certa ed assicura palme immortali. Lasciate ogni piccola occupazione ai poveri di senno, che colle loro caduche fatiche non fanno che portar legna al bosco, empir l'aria di vano rimbombo, senza speranza di premio vero.</p>
            <p>L'Ab. Cancellieri non ha ancora riscossi li <hi rend="italic">scudi 13.75</hi> spesi per la stampa del vostro libro, ma quanto prima li avrà, ed io gli ho fatto leggere il vostro corrispondente paragrafo onde resti giustificato il ritardo del pagamento.</p>
            <p>Dall'Ab. Fucili ho ritirate tutte le copie presso lui esistenti della vostra stampa. Venderne in Roma una certa quantità non è possibile, perchè quelli che si dilettano di tali prodotti, la posseggono già mediante le distribuzioni fatte da Cancellieri, da Fucili e da me. Mordacchini col di cui mezzo voi sperate di farle rimettere nell'alta Italia non è un libraio, ma un semplice stampatore di libri, e perciò non può corrispondere alle vostre viste. Se fosse possibile di trovare altro soggetto che s'incaricasse di mandarne cinquanta copie a Napoli, e 50 a Firenze, me ne chiamerei fortunato, e ne farò prattica. Colla prima occasione ne manderò 50 a voi affinchè l'Ab. Balietti le consegni a Sartori in Ancona per spacciarle fra i suoi corrispondenti. Terrò pronto il pacco per l'Av. Pietro Brighenti, ma chi sa quando avrò l'opportunità di spedirlo. Già immaginerete, caro Nipote, che più di un paolo non potrà ricavarsi da ciascuna copia, e che lento ne sarà lo smercio, e più lenta la vostra riscossione. Tuttavia siccome il vostro primo scopo è quello di farvi conoscere, poco sentirete il discapito nell'interesse.</p>
            <p>Avete ragione di compiangere la morte del dotto Ackerblad, non per le lettere, a di cui beneficio nulla ha fatto, ma per la terribile irreparabile sciagura di lui medesimo, se l'infinita misericordia di Dio non lo assistette negli ultimi momenti. Quell'infelice, in mezzo a tanta dottrina, non vedea quella luce che risplende agli occhi dei più ignoranti, purchè non siano schiavi della sensualità e della superbia. Cancellieri che il conosceva intimamente mi fece questa spaventosa confidenza. <hi rend="italic">Quid prodest</hi> tutto il resto?</p>
            <p>Ai cari vostri Congiunti mille amorevoli saluti, e crediatemi Il V.o Aff.o Zio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1819)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>Piacenza 28 Marzo <add resp="ed">1819</add>.</date>
            </opener>
            <p>Giacomino amatissimo. Dopo la vostra 12 febraio sono stato sempre in grandissima pena, avendovi scritto 5 volte, e nulla ricevuto da voi, tranne le poche righe del 15 marzo. Dopo le quali vien finalmente ieri la vostra 19 marzo a consolarmi un poco. Io per disperazione avevo ultimamente raccomandato al Brighenti, che tentasse di farvi in qualche modo sapere che io vi scrivevo sempre, e sempre indarno. Gli ho detto ancora che vi mandi la <hi rend="italic">Congiura dei Baroni napolitani</hi> di Camillo Porzio - la <hi rend="italic">Vita del Giacomini</hi> coll'<hi rend="italic">Apologia</hi> di Lorenzino Medici - le <hi rend="italic">Prose</hi> del Palcani - l'<hi rend="italic">Introduzione</hi> del Scinà alla Fisica - libretti veramente ottimi. Il Nicolini facitore e traduttore di tragedie è proprio il segretario dell'Accademia di Belle Arti: nol conosco di persona: l'avevo sentito lodare. Ora il vostro racconto mi riconferma il dogma di Lipsio: <hi rend="italic">alii habent, alii merentur famam</hi>. Del Montani di Lodi la sola scellerata posta vi può frodare qualche lettera di tutta eleganza e gentilezza: ma egli è de' migliori e più cari uomini che io conosca. Passando nell'andare a Milano cercherollo e parlerògli di voi. Credete pure ch'egli è fatto per innamorarsi di voi. Arici è perfetto egoista, e sprezzatore: il suo meglio sono i suoi versi. Vi sono obbligatissimo che abbiate sì cortesemente scritto al mio buon Pallastrelli. Se Trissino ha ricevute le vostre canzoni, non dubitate che gli siano carissime, e vi risponda con molti ringraziamenti. È de' pochissimi gran nobili d'Italia che abbiano il mio amore. Già lo vedrò presto, e saprò com'è la cosa. Circa la lirica sono al tutto nella vostra sentenza: salvo che stimo poco il Testi; e non credo che mai avesse potuto fare gran cosa. Mi persuadete che fu mio errore biasimare "FRA le piagge" e ogni altra simil frase. Ma che volete: non s'impara mai bene la lingua, che è sempre infinita. Non so qual difetto possa trovare nella vostra prosa il Perticari; se non fosse un piccolissimo che pare a me di sentirvi ed è tale appunto che non può accorgersene l'autore: cioè che non sia abbastanza sciolta e fluida. Del resto ha tutte (secondo me) le buone qualità. Ed avrà facilmente anche questa fra breve, con un poco d'esercizio. Datemi, vi prego, cenno <hi rend="italic">a Milano</hi> d'aver avuto questa mia. Mille affettuosi rispetti al papà e alla mamma, e saluti a quell'angioletto di Paolina. Voi e Carlo abbraccio mille volte con tutto l'animo, e voglio che sempre vogliate bene a chi vi ama tanto tanto. Addio addio.</p>
            <p>Anche il contino Calciati, aureo giovane, ha ricevuto le canzoni, e mi ha mostrato la vostra lettera. Vi ringrazierà egli stesso: ma io intanto vi ringrazio e vi abbraccio con tutto il cuore.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Roverella (1819)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIANNANTONIO ROVERELLA</hi>
               </byline>
               <date>Di Cesena li 31 Marzo 1819.</date>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo Sig.re Conte. Debbo prima d'ogni altra cosa chiederle perdono se tardi rispondo alla pregiatissima sua lettera del 22 cadente mese, e significarle (onde non meritare taccia di negligente e mal creato) che qua giunse mentre erami recato a Ravenna, e soltanto ieri al mio ritorno l'ho trovata assieme alle due Canzoni, delle quali V.S. ha voluto farmi spontaneo dono. Più gradito certamente essere non mi poteva e per i franchi italiani concetti in quelle espressi con versi nobilissimi, e per aver in V.S. per essi conosciuto un felice coltivatore di sì bell'arte ed uno di que' pochissimi, cui non vano nome è la nostra comune Patria, miserissima per nequizia de' tempi e per viltade di tanti ingannati e ingannatori. Le ne rendo sincere grazie; e altrettante ne renderò al mio amicissimo Pietro Giordani, cui debbo il favore della conoscenza di V.S. e delle poesie, delle quali mi è stato cortese. La prego, scrivendo (siccome desidero) altri versi, di non essermene avaro: di credermi uno de' suoi ammiratori, nell'atto che con stima e gratitudine mi dichiaro di Lei pregiatiss.o Sig.re Conte dev.mo obblig.mo Servidore.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di E.Pallastrelli (1819)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ETTORE PALLASTRELLI</hi>
               </byline>
               <date>Piacenza 1° Aprile 1819.</date>
            </opener>
            <p>Sig.r Leopardi stimatissimo. Mi è stata gratissima la copia delle di lei canzoni, ed il gentile foglio che le accompagnava: aggradisca ella egualmente la mia parte d'ammirazione per sì maravigliosi versi, veramante tutti spiranti apollineo fuoco, e patrio amore, onde rallegromi seco lei nella certezza che la squallida Italia trarrà qualche conforto dal sublime pianto di sì amoroso figlio nelle sventure sue.</p>
            <p>Desidero ch'ella mi rinnovi il piacere d'ammirare i di lei componimenti, e frattanto colgo volentieri quest'occasione per protestarmi con somma considerazione e riconoscenza il suo dev.mo Servitore.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Calciati (1819)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ALESSANDRO CALCIATI</hi>
               </byline>
               <date>Piacenza 1° Aprile 1819.</date>
            </opener>
            <p>Stimatissimo Sig. Conte. Sono grato al Sig. Giordani che m'abbia procurata la di lei conoscenza, siccome gratissimo a lei che mi tenga nel numero di quelli che sanno pregiare le di lei virtù. Più volte s'era di lei parlato coll'amico comune, e fatta parola singolarmente della somma di lei dottrina e intelligenza del greco linguaggio. Ora però la di lei benignità verso di me m'è stata cagione ch'io in lei conosca un nuovo merito, quello cioè di un alto valor poetico, come me n'hanno data certa prova le bellissime di lei canzoni.</p>
            <p>M'auguro il piacere d'ammirare personalmente i rari di lei talenti; ma intanto desidero ch'Ella mi onori di qualche suo comando e mi creda immutabilmente Suo dev.mo obb.mo Servitore.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1819)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>Milano 10 Aprile <add resp="ed">1819</add>.</date>
            </opener>
            <p>O mio rarissimo Giacomino. Perdonami se io pur comincio a scriverti di questa maniera che non è lecita se non coi più intimi. Io non so altro modo per ringraziarti di tanta amorevolezza che è nella tua del 28 marzo: e poichè io non amo nessuno più di te, siami dunque lecito appellarti a quel modo che i più cari. Son certo che non ti dispiacerà nè che io ti ami tanto, nè che io parlandoti usi tutti i modi dell'amore.</p>
            <p>La tua dei 28 mi vien dunque da Piacenza a Milano; dove io sto pochissimi giorni: vado a Vicenza presso mio fratello: vi rimarrò tutto aprile, e forse un poco di maggio: ritornato qua ci resterò un pezzo. Vorrei sperare che la nostra corrispondenza di qua sia meno sfortunata. La tua ultima però aveva segni evidentissimi di rottura; del che non mi sono mai accorto nè in tue lettere nè in altrui. Ma poco m'importa che altri si soddisfaccia delle nostre lettere; purchè non manchino a noi. Calciati e Pallastrelli ebbero le canzoni; e ti risposero: se le lettere non ti arriveranno sarà colpa della poste nefandissime. Io m'ero immaginato che sarebbero potute mancare a Montani, ottimo e amabilissimo uomo: e però presi meco l'esemplare di Calciati in prestito, per lasciarglielo nel mio passaggio di Lodi. E infatti egli non aveva avute le canzoni già da me annunziategli, e da lui molto desiderate. Egli intanto le leggerà, e manderà a restituirle a Calciati, aspettando poi che da Recanati gliene venga il poterle possedere.</p>
            <p>Puoi tenere la lettera di Mai; il quale ti ha risposto ringraziandoti delle canzoni, piaciutegli moltissimo. Anche son piaciute molto al mio buon Monti. che ti ha risposto. (Non devi credere di essere tenuto per un <hi rend="italic">fanciullo</hi>. Di' piuttosto che non sei ancora tanto universalmente conosciuto quanto dovresti. Ma già son molti quelli che ti tengono per <hi rend="italic">uomo</hi> e grandissimo e rarissimo). Presto vedrò Trissino in Vicenza: ma credimi che s'egli e Roverella non ti hanno risposto, è certissimo peccato delle poste, che le tue o le loro lettere si sono divorate: perchè quei due sono dei più cortesi che vivano, e miei amicissimi, e fortemente italianissimi, e di natura da doverti adorare. Così mi pare impossibile che il gentilissimo Strocchi ti manchi. Coltiva la corrispondenza di Perticari e di Borghesi, che sono bravissime persone e assai buone. Mi piace assai che tu scriva nell'<hi rend="italic">Arcadico</hi>: la compagnia è buona; e servirà a farti più conoscere. Mi dispera quel non poterti cavare di cotesto speco senza spesa; perchè dove si può trovar subito un lucro che basti? Della milizia piemontese ho voluto saper meglio ciò che già non mi era ignoto. Non è facile, ma non è impossibile agli stranieri l'entrarvi; e mezzi buoni si troverebbero. Ma bisogna pure spesa non piccola nell'apparecchio; e poi bisogna anche avere del proprio; e massime ne' principii, che i gradi infimi (dai quali bisogna cominciare) non sono lucrosi. Oh non puoi credere la continua puntura che ho profondamente da questo pensiero di te e di Carlo. Ma come fare? Ci penso sempre: ma in questo secolo privo affatto d'anime nobili, non ci trovo il verso. Scriverò più a lungo con più comodo. Se a scrivermi puoi aspettare il mio ritorno a Milano, è forse più sicuro. Abbracciami Carlino, saluta caramente Paolina; ricòrdati di volermi bene, e pensa che io ti amo quanto amar si può da un cuore come il mio. Addio ottimo e amatissimo. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Brighenti (1819)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO BRIGHENTI</hi>
               </byline>
               <date>Bologna 14 Aprile 1819.</date>
            </opener>
            <p>Veneratissimo signor Conte. Non risposi subito alla favorita sua del 26 scorso mese, perchè voleva renderla informata dell'arrivo del denaro da Lei speditomi, ma debbo prevenirla che dopo ricevuta la detta sua, sono corsi quattro ordinari senza che a questa posta si trovi alcun gruppo alla mia direzione. Ciò le sia di norma a scanso di smarrimenti troppo facili in questo benedetto giro di poste così incerto. E perchè vedo benissimo che delle nostre lettere ne sono andate smarrite, singolarmente una mia nella quale io le spediva uno squarcio di lettera dell'amico Giordani, così ho determinato di spedirle la presente per consegna, essendo questo il modo più cauto per poter ottenere che il carteggio vada con qualche sicurezza.</p>
            <p>I libri da Lei commessimi furono in pacchettino alla di Lei direzione spediti al signor Marchese Antaldo Antaldi di Pesaro, che ho pregato di volersi incaricare della spedizione sino a Recanati.</p>
            <p>Attenderò la rimessa delle 50 copie delle sue applauditissime poesie, e mi occuperò con premura della vendita delle medesime, tenendo il danaro a di Lei disposizione, conforme mi ordina.</p>
            <p>Il nostro buon amico Giordani è partito per Vicenza; egli mi scrive sempre, che lo ricordi a V.S. e che le significhi la sua pena di non poter ricevere così spesso, come bramerebbe, le di Lei notizie.</p>
            <p>Le rassegno, o Signore, gli atti del mio profondissimo ossequio, e del mio vivo desiderio di impiegarmi in cose di suo comando, e pieno di riverenza mi rinnovo di V.S. illustrissima umilissimo devotissimo ossequiosissimo servitore.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Brighenti (1819)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO BRIGHENTI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 19 Aprile 1819.</date>
            </opener>
            <p>Stimatissimo Signore. Secondo il suo avviso de' 14 del corrente, farò le diligenze necessarie pel recapito costà del danaro speditole per la posta, avendo già immediatamente scoperta la cagione del ritardo. Mi sono avveduto di un errore nella spedizione del danaro per l'<title>Eusebio</title>  del Mai, consistente in scudi 5,19, mentre la somma dovea essere di 5,35, al che rimedierò colla prima occasione. Delle sue, dopo le riscontrate non ho ricevuto altra che quella in data dei 26 Marzo come appunto l'ultima mia; dove non trovai lo squarcio di lettera del Giordani ch'Ella mi nomina, e che perciò doveva essere in altra lettera smarrita. So da Roma che le copie delle <hi rend="italic">Canzoni</hi> non sono ancora spedite, ma le attendo di giorno in giorno, per ispedirle io medesimo e profittare delle sue gentilissime esibizioni. Il nostro amatissimo Giordani ha ricevuto finalmente le mie lettere ch'io non ho mai lasciato di scrivere. Nondimeno Ella mi farà gran favore se vorrà salutarlo caramente in mio nome, e notificargli ch'io gli scrivo anche a Vicenza.</p>
            <p>Desidero occasione di servirla, e ch'Ella intanto mi tenga per suo devotissimo obbligatissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Giordani (1819)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO GIORDANI - VICENZA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 19 Aprile 1819.</date>
            </opener>
            <p>Mio dilettissimo ed unico amico. Forse non ti sarà discaro ch'io non abbia aspettato il tuo ritorno a Milano per rispondere alle tue de' 28 del passato e 10 di questo, e ringraziarti della nuova maniera con cui mi dimostri il tuo caro amore, ch'è il solo ch'io abbia dagli uomini, e mi basta, e mi consola del disamore di tutti gli altri. Le lettere de' Conti Pallastrelli e Calciati m'arrivarono, come anche una cortesissima del Conte Roverella. Al Montani scriverò nuovamente e rimanderò le <hi rend="italic">Canzoni</hi>, perchè quello che tu mi racconti di lui, m'invoglia fortemente della sua conoscenza. Per quello che spetta all'<hi rend="italic">Arcadico</hi>, mi scrisse il Perticari, e fu la sua prima ed unica lettera, s'io voleva essere di quelli che corrispondono con quel Giornale. Risposi da un mese e mezzo addietro che volea fare il piacer suo. Dopo di che non so altro. Ti ringrazio molto della commissione data per me al Brighenti, il quale mi scrive di te, ma anche mi avverte che una sua, dentrovi un passo d'una tua lettera, ha fatto il solito naufragio. Delle contezze in ordine alla milizia piemontese, e delle espressioni d'infinita amorevolezza, non presumiamo di poterti ringraziare, ma compensarti sì bene, se l'amore si compensa bastantemente coll'amore. Ti lascio coi saluti di Paolina e di Carlo, stringendoti fra le braccia, e pregandoti quella felicità che tu desideri invano al tuo sviscerato amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Montani (1819)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIUSEPPE MONTANI - LODI.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 19 Aprile 1819.</date>
            </opener>
            <p>Stimatissimo Signor Professore. Dal nostro comune amico il Signor Pietro Giordani fui ragguagliato così delle rarissime qualità di V.S. come particolarmente di questo, che se le avessi mandato alcuni pochi miei versi pubblicati recentemente Ella non gli avrebbe rigettati, non ostante la piccolezza del dono e del donatore. E m'esortava a mandargli, e a ricercare in tutti i modi la sua conoscenza, come cosa onninamente desiderabile e preziosa. Feci quanto mi consigliava, e le scrissi, e mandai copia de' versi; dopo di che, non perch'io mi fidassi del merito mio, ma della sua benignità, stava aspettando risposta. E aspettatala molto tempo indarno, avrei voluto replicare pel gran desiderio di procacciarmi, s'io avessi potuto, la sua benevolenza, ma dubitando se la mia lettera colla stampa le fosse giunta, non volea pormi a rischio di molestarla un'altra volta. Ora il Giordani m'assicura che la posta s'è divorato il tutto ed io torno ad avventurare un'altra lettera, e un altro esemplare de' versi per vedere se mi sarà possibile di farle noto l'amore che mi ha destato il racconto delle sue virtù, e il desiderio che s'Ella disprezzerà il mio povero dono in quanto è cosa piccola e vile, non lo rifiuti in quanto viene da un cuore affettuoso, e deliberato di servirla diligentemente in tutto quello ch'io possa. Il che se mi verrà fatto, spero che V.S. non se ne sdegnerà, e vorrà tenermi, com'io la prego, per suo devotissimo obbligatissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1819)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>Vicenza 20 Aprile <add resp="ed">1819</add>.</date>
            </opener>
            <p>Mio caro Giacomino: v'ho scritto l'altro dì da Milano. Io qui rimarrò certamente sin dopo la metà di maggio: più ancora, e non so quanto, se sarà vero che di qua passi Canova per andare al suo nativo Possagno. Io gli scrivo che mi faccia sapere il preciso; e son risoluto d'aspettarlo un buon pezzo.</p>
            <p>Io vo sempre parlando di voi, come di cosa amatissima e rarissima. Il conte Leonardo Trissino (ben l'imaginavo) non ha avute le vostre canzoni: tentate dunque di mandargliene un'altra copia: perch'io vorrei pure ch'egli e i buoni ingegni di questa città vedessero e sapessero quale e quanto miracolo è il mio Giacomino. Poichè sto qui un pezzo, spero che mi scriverete. Credo impossibile che usciate mai di Recanati, se non per l'Accademia ecclesiastica di Roma; la quale mi sembra la cosa la meno impossibile di persuadere a vostro padre. Quello che importa è l'uscire. Dopo questo primo passo gli altri sarebbero tanto più agevoli. A questo porrei ogni cura; se pure è al mondo alcuno che possa, con ragioni o con preghi, ottenere qualche cosa da vostro padre. Perchè trovar fuori di paese di botto un impiego che dia abbastanza da vivere, in questo mondo e in questi tempi è più che impossibilissimo. Credete voi che io, che ho già vissuto degli anni, e sono conosciuto da molti, e in molti luoghi, se io domandassi non qualche grande o mezzana cosa, ma solo d'esser preso per pedagogo di un cane, vi giuro per il paradiso e per l'inferno, che nol potrei mai ottenere. Credete che questo mondo è una maledetta cosa. E io vedo che avete pur bisogno di campo, e di luce: niente altro vi manca per esser sommo ed immortale. Io vo gridando di voi dolentemente come di un miracolo infelice: ma che giova? Abbracciate carissimamente Carlo: salutate Paolina: e vogliatemi bene. Parlerò di voi con Canova: e tenterò se egli che ha più mezzi d'ogni altro uomo al mondo, ed è il miglior cuore di tutti i viventi, possa far nulla di vostro bene. V'abbraccio con tutta l'anima, e vi amo quanto non so esprimere. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Giordani (1819)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO GIORDANI - VICENZA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 26 Aprile 1819.</date>
            </opener>
            <p>Mio dolcissimo. Viene a consolarmi la tua dei 20 dopo l'altra dei 10, alla quale risposi costà il 19. O mio caro, sei pur sempre quell'uomo imparagonabile e unico, quali io mi figurava tutti gli uomini qualche anno addietro, ora appena mi par credibile che veramente uno se ne ritrovi. Ma quanto a me non ti dare altro pensiero che d'amarmi, giacchè in questo è collocata la mia consolazione e nella speranza della morte che mi pare la sola uscita di questa miseria. Perch'eccetto queste, io non trovo cosa desiderabile in questa vita, se non i diletti del cuore, e la contemplazione della bellezza, la quale m'è negata affatto in questa misera condizione. Oltre ch'i libri, e particolarmente i vostri, mi scorano insegnandomi che la bellezza appena è mai che si trovi insieme colla virtù, non ostante che sembri compagna e sorella. Il che mi fa spasimare e disperare. Ma questa medesima virtù quante volte io sono quasi strascinato di malissimo grado a bestemmiare con Bruto moribondo. Infelice, che per quel detto si rivolge in dubbio la sua virtù, quand'io veggo per esperienza e mi persuado che sia la prova più forte che ne potesse dar egli, e noi recare in favor suo.</p>
            <p>Poich'il trovar da vivere a primo tratto uscendo di qua, non è cosa possibile, come voi mi fate certo, assicuratevi e abbiate per articolo di fede ch'io mai e poi mai non uscirò di Recanati altro che mendicando, prima della morte di mio padre, la quale io non desidero avanti la mia. Questo abbiatelo per indubitato quanto l'amore ch'io vi porto, che nè la vostra eloquenza, nè di Pericle di Demostene di Cicerone di qualunque massimo Oratore; nè della stessa Persuasione non rimoverebbe mio padre dal suo proposito. E l'Accademia Ecclesiastica, ricercando maggiore spesa che a me non bisognerebbe in altro luogo, è, se nel superlativo si dà comparativo, il partito più disperato: mentre quello stesso ch'io domando, che non è di vivere da Signore, nè comodamente nè senza disagio, ma sol tanto di vivere fuori di qui, non è pure immaginabile d'ottenerlo.</p>
            <p>Ti salutano di cuore i miei due fratelli. Addio, cara e bell'anima. Riscrivo al Trissino, come ti piace.</p>
         </div1>
         <div1 n="A L.Trissino (1819)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A LEONARDO TRISSINO - VICENZA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 26 Aprile 1819.</date>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo Sig. Conte. M'era fatto animo di scrivere a V.S. mandando copia d'alcuni miei versi, non mosso da altro che dal racconto delle sue virtù singolari fattomi dal Sig. Pietro Giordani nostro comune amico, il quale ora m'accerta che niente l'è stato renduto. Con che liberato dal timore di recarle una nuova molestia che fin qui m'avea ritenuto dal replicare, torno a commettermi alle poste, rimandando copia de' versi per non mostrare di pentirmi della confidenza avuta da principio nella bontà di V.S. La quale è stata così grande com'Ella può stimare che sia quella che m'ha indotto a ricercare la sua conoscenza per la sola considerazione del suo merito, ch'è appunto una di quelle cose che la fanno più specialmente superiore sì a me sì al comune degli uomini. Di questa insigne confidenza presumo ch'Ella mi sia grata, e per rispetto suo mi perdoni e la povertà del donativo e quella del donatore e il fastidio ch'io le reco, e mi accetti per suo devotissimo obbligatissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Perticari (1819)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIULIO PERTICARI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 26 Aprile 1819.</date>
            </opener>
            <p>Signor Conte mio carissimo. Il 12 del passato risposi molto diffusamente alla vostra del 1°. Non presumeva già che vi deste pensiero di replicare, ma pregandovi che mi faceste spedire i primi quaderni del vostro Giornale come a un associato, ch'io voleva essere, sperava che m'avreste favorito di questa preghiera. Contuttociò, non vedendone, e dubitando che la mia lettera non sia smarrita, vi scrivo solamente perchè sappiate ch'io non lasciai quella vostra amorevolissima e gentilissima senza risposta, anzi volli prima abbondare e mettermi a rischio di parervi molesto, che poco grato alla vostra cortesia. Che se quella in effetto vi giunse e v'annoiò, e questa parimente vi riesce fastidiosa, perdonatemi, e non lasciate perciò di volermi bene, ch'io sono il vostro buon servitore ed amico Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Brighenti (1819)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO BRIGHENTI</hi>
               </byline>
               <date>Bologna 28 Aprile 1819.</date>
            </opener>
            <p>Veneratissimo signore Conte. Questa mattina dall'uffizio postale delle lettere mi sono stati pagati per di Lei ordine scudi 6,84 con che rimane saldato il noto conticino, nè Ella si prenda ulteriore pensiero del piccolo divario dei baiocchi 16. Tosto che mi giungeranno le di Lei applaudite Poesie, non mancherò di procurarne la vendita.</p>
            <p>Lo squarcio di lettera del nostro Giordani era chiuso in una mia, che le doveva essere recapitato col mezzo della Delegazione di Governo, avendone io pregato un personaggio in carica, affine le giugnesse con sicurezza.</p>
            <p>Le mi offro, o signore, dove mai le potesse servire, la insufficienza mia. Le rassegno i saluti del buon Giordani, che di lei amorosissimamente mi scrive in data di Vicenza. E col più profondo rispetto mi rassegno di nuovo suo umilissimo devotissimo obbl.mo servitore.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Montani (1819)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIUSEPPE MONTANI</hi>
               </byline>
               <date>Lodi 5 Maggio 1819.</date>
            </opener>
            <p>Egregio Sig. Conte. Senza la sollecitudine del buon Giordani, io vivrei ancora nel desiderio delle sue magnanime Canzoni, che quasi sapessero d'aver presa falsa via, non vollero ubbidirla e venire sino a me. Strascinate però da tal uomo, si lasciarono vedere per un momento; e tanto bastommi perch'io ne rimanessi infiammatissimo, e prendessi ad amarne altamente l'Autore. Lascio tutte le doti poetiche, che in loro si trovano, e il linguaggio gravissimo or quasi più non conosciuto fra noi. Ciò che parmi in esse ancor più raro è la patria carità che le spira, e mi conferma nella opinione, che allora avremo grandi poeti quando avremo gran cittadini. Ma questo tempo felice, di cui abbiamo veduto comparire e scomparir tosto l'aurora, è più che mai lontano da noi. Però tanto più ammirabile chi nella presente bassezza fa udir voci generose, e piange, altro non potendo, la nostra indegnissima servitù, sicchè a tutti ne incresca e andiamo almeno assoluti dalle colpe della Fortuna!</p>
            <p>Ella ha ancora una lunga carriera a percorrere; nè potea cominciarla, per ciò che riguarda la sua fama, con migliori auspici. La poesia è oggi più che mai chiamata ad adempiere un difficile e glorioso ministero. Ella ha mostrato di intenderlo ottimamente, e credo che tutti il sentiranno al pari di me. Ad abbellire i piaceri di un serraglio basteranno voci d'eunuchi; a nazioni memori della loro libertà e tendenti a ricuperarla voglionsi accenti maschi, che le rinnovino e ne risveglino le virtù. Ciò da tutti si comprende, ma da pochissimi si ardisce sovvenire a così grave bisogno, sia che le tristi esperienze non lascino alfine veruna speranza, sia che il diuturno giogo comprima ogni nobile movimento. La gioventù più confidente, e tutta intera nelle sue forze, anzi ricca di quelle accumulate dal tempo antecedente, deve sottentrar nell'impresa, e guadagnar coll'impeto egualmente che colla fermezza. Ella si ricordi che a nessuno, quasi, staremo così attenti come a Lei.</p>
            <p>Io la conosceva da qualche anno per varie pulite versioni dal greco portate ne' nostri giornali. Ma oltrechè a simili cose, ove altro non le raccomandi, si bada oggi assai mediocremente; quella tanta dottrina delle note avea a me indottissimo fatto spavento; e chi potea poi indovinarne il giovane quadrilustre, che or ci canta dell'Italia e di Dante coi modi, onde questi sariesi all'Italia fatto ascoltare? Quest'accoppiamento di età e di pregi, in disproporzione con essa e quasi in opposizione fra loro, mi riesce veramente meraviglioso; nè Giordani potea darmi più vera prova d'amicizia, che avvicinandomi a chi egli stesso ammiratissimo così ama ed ammira.</p>
            <p>Bramo che queste poche linee vengano a farle testimonianza de' miei sentimenti e della mia gratitudine, a cui il dispiacevole accidente, che mi priva dell'onor del suo dono, scema appena la vivacità, e sopratutto mi auguro che le future lettere, di cui volesse essermi cortese, camminino così sicure, come sono desiderate dal suo obbl.mo e aff.mo Servitore.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di L.Trissino (1819)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI LEONARDO TRISSINO</hi>
               </byline>
               <date>Vicenza 5 Maggio 1819.</date>
            </opener>
            <p>Stimatissimo signor Conte. Che io dovessi all'amicizia del signor Pietro Giordani infinitamente, si sapea da me assai. Ma per cosa del mondo non avrei potuto immaginare che in grazia di Lui mi venisse il segno di cortesia distinta, col quale V.S. mi rende confuso e contentissimo. Non posso, quale purtroppo io sono, che offerire animo grato all'uno e all'altro per sempre; ma sono certo che all'impegno mio io non verrò mai meno. Il signor Giordani mi avea comandato da molto tempo di rispettare il nome di V.S. come uno de' più begl'ingegni d'Italia, la quale, dicea, dee promettersene assai; e la qualità del giudice valea bene qualunque prova. I giorni, a' quali viviamo, non sono degni de' versi cantati da Lei, signor Conte. E l'autore di essi meritava sicuramente stagione migliore. Ma noi dobbiamo confortarci molto di possederlo. Il signor Giordani sta bene. Oggi otto piangerà pubblicamente la morte di un suo amico caduto giovine affatto. Mi fo coraggio pregare V.S. di non faticare così negli studi che ne potesse venir danno alla sua salute preziosa. L'ingegno suo, ancorchè non fosse bello d'altro, basterebbe per sè solo a farsi famoso. Vivo tranquillo, nè senza superbia, che V.S. vorrà conservarmi l'amorevolezza che generosamente mi ha conceduta; e che tratto tratto mi verrà segno di essa colle notizie sue, delle quali io sarò sempre in desiderio grandissimo, e le quali mi saranno da questo momento cosa necessaria, perch'Ella ha voluto che io sia, e io vorrò essere sempre col maggior sentimento di estimazione Suo obb.mo aff.mo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Brighenti (1819)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO BRIGHENTI</hi>
               </byline>
               <date>Bologna 12 Maggio 1819.</date>
            </opener>
            <p>Veneratissimo signor Conte. Mi trovo sempre nel dispiacere di mancare di quelle sue poesie, che sento d'ogni dove applaudite, e che tanto mi desidero. Voglia dunque degnarsi di farmele spedire, chè mi sarà gratissimo il poterle divulgare, e per quanto è in me gustarle ancora.</p>
            <p>Ho spedito a Pesaro, raccomandato al signor marchese Antaldi, un pacchetto contenente un esemplare della <hi rend="italic">Cronica</hi> di Dino Compagni, e diretto a V.S. Illustrissima. Ella favorirà accreditarmi di romani paoli otto.</p>
            <p>Il nostro amicissimo P. Giordani mi incarica sempre di riverirla, e di dirle tutto quel molto che egli le conserva di ammirazione e di affetto. Si trova a Vicenza, da cui mi scrisse nell'ultimo ordinario.</p>
            <p>Se vaglio, mio signore, mi comandi, e per sempre mi riguardi il suo devotissimo obbl.mo servo e amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Brighenti (1819)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO BRIGHENTI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 21 Maggio 1819.</date>
            </opener>
            <p>Stimatissimo Signore. Non ho ancora potuto spedirle gli esemplari delle mie poesie, perchè non avendo veruna corrispondenza co' librai di Roma, le persone ch'io aveva incaricate di far le mie veci, non me ne seppero trovar uno che si volesse dare il pensiero di questa spedizione. Laonde ho dovuto farli venire in questo misero paesaccio, dov'Ella si può immaginare come debbano esser frequenti le occasioni per luoghi alquanto lontani. Fra tanto, mentre vo facendo le ricerche necessarie, vedendo che V.S. così amorevolmente mi si mostra desiderosa di leggere le mie povere <hi rend="italic">Canzoni</hi>, mi fo un pregio di spedirlene una copia per la posta, in segno della mia vera stima e gratitudine.</p>
            <p>Dal nostro Giordani manco di risposta a due scritte a Vicenza. Ella mi favorirà molto salutandolo amorosamente in mio nome.</p>
            <p>Desidero occasioni di servirla, e di potermele mostrare pienamente ed efficacemente devotissimo obbligatissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
            <p>P.S. Avrei caro ch'Ella si compiacesse di spedirmi per la posta una copia delle <hi rend="italic">Prose</hi> di Giordani, aggiungendo i paoli 3 di suo valore al mio debito per la <hi rend="italic">Cronica</hi> del Compagni, che attendo da Pesaro insieme cogli altri libretti non ancora ricapitati.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Montani (1819)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIUSEPPE MONTANI - LODI.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 21 Maggio 1819.</date>
            </opener>
            <p>Stimatissimo Signor Professore. Benchè la sua leggiadrissima dei 5 non sia di quelle che domandano risposta onninamente, a ogni modo avendo trovato uno scrittore così gentile e amatore così fervido di questa povera terra, non mi so dar pace s'io non m'adopro quanto più posso per confermarmi la sua benevolenza. Quando bene io fossi stato di ghiaccio verso la patria, le parole di V.S. m'avrebbero infiammato: nè certamente io presumo di potere altro che pochissimo: tuttavia non lascerò che si desideri niente di quello ch'io possa, nè mancherò all'esortazioni di V.S. Secondo me non è cosa che l'Italia possa sperare finattanto ch'ella non abbia libri adattati al tempo, letti ed intesi dal comune de' lettori, e che corrano dall'un capo all'altro di lei; cosa tanto frequente fra gli stranieri quanto inaudita in Italia. E mi pare che l'esempio recentissimo delle altre nazioni ci mostri chiaro quanto possano in questo secolo i libri veramente nazionali a destare gli spiriti addormentati di un popolo e produrre grandi avvenimenti. Ma per corona de' nostri mali, dal seicento in poi s'è levato un muro fra i letterati ed il popolo, che sempre più s'alza, ed è cosa sconosciuta appresso le altre nazioni. E mentre amiamo tanto i classici, non vogliamo vedere che tutti i classici greci tutti i classici latini tutti gl'italiani antichi hanno scritto pel tempo loro, e secondo i bisogni i desideri i costumi e sopra tutto, il sapere e l'intelligenza de' loro compatriotti e contemporanei. E com'essi non sarebbero stati classici facendo altrimenti, così nè anche noi saremo tali mai, se non gl'imiteremo in questo ch'è sostanziale e necessario, molto più che in cento altre minuzie nelle quali poniamo lo studio principale. E fra tanto l'eloquenza italiana, e la poesia veramente calda e gravida di sentimenti e di affetti sono cose ignote, e non si trova letterato italiano ch'abbia fama oltre l'alpi, quando sentiamo di tanti stranieri famosi in tutta l'Europa. Ma V.S. dice ottimamente che allora avremo gran poeti quando avremo gran cittadini, ed io soggiungo che allora parimente avremo eloquenza, e quando avremo eloquenza e libri propriamente italiani e cari a tutta la nazione, allora ci sarà concessa qualche speranza. Ora in tanta rarità di cittadini e però di persone atte all'eloquenza e alla poesia fervida e generosa io non vorrei che V.S. che mi si dimostra l'uno de' principali, tenesse oziosa la sua penna quando ogni nostra confidenza è riposta negli scritti. E s'accerti V.S. che se m'hanno riscaldato le sue sole parole, non potrà fare che l'esempio non m'accenda. Il quale desidero ardentemente e supplico V.S. che mi faccia vedere, e vedutolo, bramo che venga seguitato da molti, perchè quanto maggiore sarà il numero degli scrittori tanto le speranze saranno più ragionevoli: ma da uno solo o da pochi per quanto siano eccellenti non è facile che nascano grandi effetti.</p>
            <p>V.S. nella gentilissima sua m'ha quasi invitato ch'io le tornassi a scrivere, e da questa s'avvedrà ch'io non ho fatto il sordo anzi sono stato molto diligente in raccogliere e interpretare le sue parole. Ma quando franchezza e noia della presente la sforzassero a pentirsi dell'invito fattomi, la prego almeno che non si penta dell'amore che m'ha concesso e non lasci per nessuna cagione d'avermi in conto di suo.</p>
         </div1>
         <div1 n="A M.Leoni (1819)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A M. L. <add resp="ed">MICHELE LEONI</add> - FIRENZE.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 21 Maggio 1819.</date>
            </opener>
            <p>Stimatissimo Signore. La fama singolare di V.S. m'avea già mosso da molto tempo a desiderare la sua conoscenza, ma non a ricercarla, trattenendomi la cognizione del mio poco valore. Finalmente il desiderio vince ogni altra considerazione, e io mi risolvo a tentare la benignità di V.S. con questa lettera e colla stampa che l'accompagna. Dalle quali Ella potrà stimare quanto io mi sia confidato nella sua cortesia, e forse non le sarà discaro che la fama che divulga le altre sue virtù, non taccia nè anche di questa. Io non vorrei, ma temo di essermene abusato colla licenza che mi son presa; e perciò mi volgo a pregare V.S. che mi perdoni, e se a questo effetto è necessaria maggior benignità che non vuole negli altri casi, non isdegni d'adoperarla con me, che sono e desidero che Ella mi conosca e mi tenga per suo devotissimo obbligatissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1819)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>Vicenza 24 Maggio <add resp="ed">1819</add>.</date>
            </opener>
            <p>Mio carissimo. Ti scrissi poco dopo il mio arrivo qui; cioè poco dopo la metà di Aprile. Nè so ancora se quella mia ti è arrivata. Qui arrivarono finalmente le tue canzoni al conte Trissino; che ti rispose. Elle sono piaciute anche qui, come dappertutto piaceranno, maravigliosamente e tutti dicono quel che dico io, che tu sei un miracolo. Ma; questo che giova alla felicità?</p>
            <p>Ho avute le tue 19 e 26 aprile: anzi ora rileggendo quest'ultima vedo che pur ti giunse la mia venti aprile. Dimmi se l'ottimo Montani ti ha scritto; o tu a lui. Il buon Roverella e Mai ti mandano carissimi saluti. Io sono stato qui occupatissimo; e l'eccesso di fatica, ch'io non posso mai sopportare, mi rovinò la salute: e tuttavia son debole. Perdonami dunque se non ti ho scritto. Io rimarrò qui almeno tutto giugno: e son certo che tu mi scriverai. Vivo nella speranza che possa passare di qua Canova, andando al suo paese; e ti ripeto che gli parlerò molto di te. Oh se potessi, a qualunque costo, portare qualche sollievo alla vostra condizione, che mi lacera il cuore. In questo intervallo che non ho potuto scriverti, raccomandai a Brighenti d'avvisarti l'arrivo della tua 19 aprile, e che poi ti avrei scritto. Procura di sopire, o mio caro, cogli studi e colle speranze d'un possibile futuro migliore, le pene presenti. Scrivimi; poichè in me, se non altro, hai pur uno che ti ascolti con amore e desiderio infinito, e compassione profonda. Dimmi di quali studi ti occupi presentemente. Abbraccia Carlo per me, e saluta Paolina caramente. Io ti abbraccio con tutto il cuore. Perdonami se ti scrivo poco (non imitare questa mia brevità); ma ricordati che ti amo senza fine, e quanto mai amare si può. Addio addio, mille volte addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Giordani (1819)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO GIORDANI - VICENZA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 28 Maggio 1819.</date>
            </opener>
            <p>Oh oh quest'è un silenzio troppo lungo, ch'è più d'un mese ch'io non vedo lettere vostre. Seppi dal Trissino d'una disgrazia accadutavi, e forse potete immaginarvi con quanto mio dolore. Ma mi disse in generale d'un giovane vostro amico, e che dovevate piangerlo pubblicamente. Se non v'è troppo amaro, ditemi chi sia, perch'io lo pianga insieme con voi. Ho scritto costà due volte il 19 e il 26 del passato. Non so se le lettere vi sieno arrivate, ma in ogni modo non ho voluto star più a replicare. Favoritemi di salutare amorosamente in mio nome il Conte Trissino, e darmi nuove di lui, già ch'egli così gentilmente mi dice di desiderare le mie che sono le ordinarie. Mio caro, se puoi, non lasciarmi tanto tempo senza tue lettere che sono l'unica mia consolazione. Vivo sempre mezzo disperato, ma quando finalmente è venuto il giorno che mi dovrebbe portare qualche tua parola, ed io sto sospirando la posta, e venuta, trovo che non ha niente, pensa tu com'io rimanga. Addio, carissimo, addio. Ti salutano i miei fratelli.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Brighenti (1819)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO BRIGHENTI</hi>
               </byline>
               <date>Bologna 29 Maggio 1819.</date>
            </opener>
            <p>Veneratissimo signor Conte. Ella mi ha fatto un prezioso regalo, spedendomi un esemplare delle sue veramente bellissime canzoni. Qui sono molto ammirate dagl'intelligenti, ed è da augurare all'Italia che quelle due siano seguite da molte altre, siccome voglio lusingarmi. Quando Ella potrà avere occasione di inviarmene il pacchetto, che mi dice avere presso di sè, io cercherò di tosto divulgarlo, e procurarne lo smercio.</p>
            <p>Per la posta, e sotto fascia le spedisco l'unico esemplare che io aveva delle prose Giordani. È tagliato, perchè lo aveva riserbato per me. Ne ho ordinate a Milano altre copie, che presto mi arriveranno.</p>
            <p>Ho scritto di nuovo a Pesaro, perchè non si manchi d'inviarle quegli altri libri, che io aveva colà raccomandato al signor marchese Antaldo Antaldi. Gradirò poi che mi avvisi se le sono giunti.</p>
            <p>E con pienissima stima ed ammirazione mi ripeto suo devotissimo obbligatissimo servitore vero.</p>
            <p>Ho scritto al nostro Giordani e gli ho partecipati i di Lei saluti.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Sartori (1819)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ARCANGELO SARTORI</hi>
               </byline>
               <date>Ancona 3 Giugno 1819.</date>
            </opener>
            <p>Le accuso la ricevuta delle 130 Copie Canzoni che ne procurerò lo smercio possibile a quel prezzo che potrò, ed al primo riscontro ne spedirò anche in Bologna, ed altre parti.</p>
            <p>Tanto mi accade di dirle, ed ho il bene di protestarmi d.mo servo A. SARTORI.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1819)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>Vicenza 4 Giugno <add resp="ed">1819</add>.</date>
            </opener>
            <p>Mio amatissimo. Alle tue carissime 19 e 26 aprile risposi con una: ebbi tuoi saluti dall'ottimo Brighenti; e due volte l'ho pregato a salutarti per me. Ricevo oggi la tua 28 maggio. Mi continua quella gran debolezza di nervi, della quale ti scrissi; e non posso riavermi; e non posso far niente della mia testa. Sto qui aspettando tuttavia se Canova viene: e neppur so se veramente verrà. Il giovine che pochi mesi sono morì di 25 anni, si chiamava conte Pompeo dal Toso. Era amatissimo da mio fratello; e caro a tutti che lo conoscevano; caro anche a me, chè molta affezione mi dimostrava: era studioso assai, desideroso di conoscere il bene, e di farlo; giudizioso d'intelletto, ed animoso: e sarebbe riuscito assai bravo uomo; ed utile al pubblico, se mai venivano tempi che si potesse far qualche bene. Gli avevo tanto parlato di te, come fo con tutti: ed era divenuto ansiosissimo di poterti vedere; e fatto geloso, temendo che non potessi voler bene a lui dopo aver conosciuto un tuo pari. M'è doluto assai nella sua morte tanto impensata: e qui dove tante cose ogni dì me lo rappresentano mi pare appena vero che non sia più vivo. Gli amici gli han fatto un funerale onorario; ed essi e mio fratello han voluto che parlassi di lui; e l'ho fatto di cuore: ma nel mentre scrivevo mi oppresse quell'estrema debolezza che ti dissi. Io non so dirti quanto mi dolga la tua condizione infelice: ma sei tanto giovane, che il più ragionevol partito è aspettare qualche compenso dal tempo. <hi rend="italic">Durate, et rebus vosmet servate secundis</hi>. Per carità abbi cura della salute; e di non ti rovinare faticando troppo. Vedi cosa è accaduto a me. Saluta carissimamente Carlino e Paolina. Io ti abbraccio con tutto il cuore, e ti auguro ogni bene. Scrivimi le tue presenti occupazioni. Consolami col dirmi che mi vuoi bene, e che hai cura di te. Addio caro caro: addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Giordani (1819)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO GIORDANI - VICENZA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 4 Giugno 1819.</date>
            </opener>
            <p>Non occorre ch'io ti dica se m'abbia contristato la tua de' 24 di Maggio. Per amor di Dio, scrivimi o fammi scrivere come ti senta, ed abbiti quel riguardo che si può maggiore, che l'avrai non a te solo, ma istessissimamente a me pure. Già ti scrissi altra volta che non ti può accader cosa nè lieta nè grave che non accada in un medesimo tempo al tuo buon amico: però se mi vuoi bene guarda quanto sai che non t'accada mai cosa dispiacevole, che daresti argomento di sommo dolore a me, al quale so che vorresti dare ogni materia di soddisfazione. Tu non ignori quanto mi sappiano squisitissimi i frutti de' tuoi studi; ma sai pure ch'io molto più ti voglio sano e felice (quanto può l'uomo, e tu che non sei fatto per questo) di quello che non desidero il diletto che le tue fatiche mi partoriscono.</p>
            <p>Ti scrissi il 28 del passato collo stesso ordinario che mi portò l'ultima tua. Scrivendo al Roverella ed al Mai, e parlando col Trissino, non ti dimenticare di salutarmegli amorosamente il più che puoi; fammi questo piacere. Il Montani credo che avesse la mia seconda lettera: so che non ebbe nè anche il secondo esemplare delle <hi rend="italic">Canzoni</hi>. Mi scrisse molto leggiadramente e con dimostrazioni di fervidissimo amor patrio; sicchè ti ringrazio della sua conoscenza, ch'effettivamente è degno con pochi d'esser conosciuto ed amato, ed uno di quelli ch'io vo cercando. Replicai poco dopo, e spero che non isdegnerà il mio commercio. Dal Brighenti in questo mezzo ho avuto parecchie lettere dove m'accenna quello che tu gli scrivi di me.</p>
            <p>Domandi notizia de' miei studi, ma sono due mesi ch'io non istudio, nè leggo più niente, per malattia d'occhi, e la mia vita si consuma sedendo colle braccia in croce, o passeggiando per le stanze. I disegni mi s'accumulano in testa, ma non posso appena raccorgli frettolosamente in carta perchè non mi cadano dalla memoria. Ti ripeto che sto sospirando nuove di te: non me le fare aspettare gran tempo. Ma non voglio che t'affanni a scrivermi: benchè non mi resti altra consolazione che questa, due righe mi basteranno. Addio. Carlo e Paolina ti risalutano e sai con che cuore. Addio. Sto qui non solamente senza un Giornale ma senza pure una gazzetta. Ho sentito ch'un giornale di Lombardia, credo la <hi rend="italic">Biblioteca italiana</hi> di cui mi manca tutto il diciotto e il corrente, abbia sparlato di me. Rileva ben poco, ma in ogni modo se ne sai niente, avrò caro che me lo scriva in due parole.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Giordani (1819)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO GIORDANI - VICENZA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 21 Giugno 1819.</date>
            </opener>
            <p>Mio dilettissimo. Alla tua cara dei 4, il qual giorno risposi alla tua de' 24 di Maggio. Seguito a supplicarti che per misericordia di me abbi cura della tua salute quanta puoi maggiore. Nelle ultime righe della tua lettera m'è paruto che la forma de' caratteri dimostrasse un certo stento. Sai pur bene com'io desideri le tue lettere: ma se lo scrivere ti dà pena, fammi questo favore, non soffrirla per mia cagione: basterà ch'io sappia le tue nuove il meglio che si potrà. Non è volta ch'io scriva al Brighenti, e non gli parli di te, ma certo non credo ch'egli t'abbia renduti fedelmente tutti i saluti ch'io ti mandava per mezzo suo. Della salute ho cura più che non merita nè la mia nè quella di nessun uomo. Da Marzo in qua mi perseguita un'ostinatissima debolezza de' nervi oculari che m'impedisce non solamente ogni lettura, ma anche ogni contenzione di mente. Nel resto mi trovo bene del corpo, e dell'animo, ardentissimo e disperato quanto mai fossi, in maniera che ne mangerei questa carta dov'io scrivo. E quel tuo povero amico? tristi noi, tristi noi! Non ho più pace, nè mi curo d'averne. Farò mai niente di grande? nè anche adesso che mi vo sbattendo per questa gabbia come un orso? In questo paese di frati, dico proprio questo particolarmente, e in questa maledetta casa, dove pagherebbero un tesoro perchè mi facessi frate ancor io, mentre, volere o non volere, tutti i patti mi fanno viver da frate, e in età di ventun anno, e con questo cuore ch'io mi trovo, fatevi certo: ch'in brevissimo io scoppierò, se di frate non mi converto in apostolo, e non fuggo di qua mendicando, come la cosa finirà certissimamente.</p>
            <p>Alcuni giorni fa m'arrivarono da Bologna la <hi rend="italic">Cronica</hi> del Compagni, la <hi rend="italic">Vita del Giacomini</hi>, e la <hi rend="italic">Congiura di Napoli</hi>. Ma quanto a leggergli è tutt'uno. Solamente a forza di dolore sono riuscito a leggere l'<hi rend="italic">Apologia</hi> di Lorenzino de' Medici, e confermatomi nel parere che le scritture e i luoghi più eloquenti sieno dov'altri parla di se medesimo. Vedete se questi pare contemporaneo di quei miserabili cinquecentisti ch'ebbero fama d'eloquenti in Italia al tempo loro e dopo, e se par credibile che l'uno e gli altri abbiano seguito la stessa forma d'eloquenza. Dico la greca e latina che quei poverelli a forza di sudori e d'affanni trasportavano negli scritti loro così a spizzico e alla stentata ch'era uno sfinimento, laddove costui ce la porta tutta di peso, bella e viva, e la signoreggia e l'adopera da maestro, con una disinvoltura e facilità negli artifizi più sottili, nella disposizione, nei passaggi, negli ornamenti, negli affetti, e nello stile, e nella lingua (tanto arrabbiata e dura presso quegli altri per gli affettatissimi latinismi) che pare ed è non meno originale di quegli antichi, ai quali tuttavia si rassomiglia come uovo ad uovo, non solamente nelle virtù, ma in ciascuna qualità di esse. Perchè quegli che parla di se medesimo non ha tempo nè voglia di fare il sofista, e cercar luoghi comuni, chè allora ogni vena più scarsa mette acqua che basta, e lo scrittore cava tutto da sè, non lo deriva da lontano, sicchè riesce spontaneo ed accomodato al soggetto, e in oltre caldo e veemente, nè lo studio lo può raffreddare, ma conformare e abbellire, come ha fatto nel caso nostro.</p>
            <p>Mio caro e solo amico, voglimi bene, abbiti rispetto, salutami il conte Trissino, e non ti curare ch'io ti dica s'io t'amo, e se Carlo e Paolina si ricordano di te.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1819)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </salute>
               <date>Vicenza 2 Luglio <add resp="ed">1819</add>.</date>
            </opener>
            <p>Mio carissimo. Ricevo stamattina la tua amorevole e dolente dei 21 giugno. Domattina vado a Possagno a trovare Canova, e star seco alcun giorno. Poi egli partirà; non so se per tornare a Roma subito: io andrò girando qua intorno un poco; poi andrommi a fermare a Milano. Il più sicuro è che tu mi scriva là; perchè parmi che meno si perdano le lettere colà dirette. Per tema che questa mia non ti giunga, prego Brighenti di farti almen sapere che ho ricevuto la tua, e subito fatta questa breve risposta. Ma che vuoi? se anche di Brighenti in pochi dì ho perduto due lettere! Oh poste insopportabili! Io vivo sempre in questa gran debolezza e tremore de' nervi: però uso la licenza amorevole che mi dài di scriverti poco. Sento nel cuore la tua stranissima e dolorosissima situazione: oh dio! è pure una gran cosa! Nondimeno, fàtti coraggio (quanto il concede la salute) a seguitare negli studi: mi pare impossibile non venga un qualche giorno che ti sia di giovamento e conforto. Io lo desidero tanto tanto, che non mi posso indurre a disperarne. Ottimamente dici dell'<hi rend="italic">Apologia</hi> di Lorenzino; che a me pare la sola cosa veramente eloquente della lingua nostra. Troverai molto meno robusta e vibrata la <hi rend="italic">Congiura de' Baroni</hi>; ma polita assai, benissimo condotta; e piena di cose utili, e che fanno pensare ai casi umani, ai re, ai popoli. Abbraccia carissimamente per me Carlino, e salutami infinitamente Paolina. Io ti abbraccio con tutto il cuore senza fine: abbracciamoci: sono malsano, e oltre ogni dire malinconico anch'io: ma tu giovanissimo, e grandissimo ingegno. Spero certo che <hi rend="italic">aliquando fata aspera rumpes</hi>. Addio caro caro. Da Milano ti scriverò: e tu là (verso il finir di luglio) mi manderai avviso d'aver ricevuto la presente. Addio con tutta l'anima.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Brighenti (1819)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO BRIGHENTI</hi>
               </byline>
               <date>Bologna 12 Luglio 1819.</date>
            </opener>
            <p>Signor conte padrone veneratissimo. Dopo la compitissima sua del 21 maggio, io non ho più ricevuto alcuna sua lettera, e sono sempre in desiderio di sentire se ha ricevuto il <hi rend="italic">Dino</hi>, e per la posta le prose di Giordani. La prevengo che io ebbi N. 50 copie delle di Lei sublimi canzoni, e che mi occorre si degni di dirmene il prezzo, onde io possa farne seguire la vendita secondo è di sua intenzione.</p>
            <p>Il nostro buon Giordani mi dice di riverirla, e di significarle quanto segue:</p>
            <p>"Ditegli che oggi (2 luglio) ricevo la sua 21 giugno, e gli rispondo subito due righe. Ma la sua 9 giugno andò perduta.... Ditegli che per l'avvenire mi scriva a Milano".</p>
            <p>Io mi offro, signor conte, a suoi veneratissimi comandi, e pieno di ammirazione mi professo suo devotissimo obbligatissimo servitore.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Giordani (1819)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO GIORDANI - MILANO.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 26 Luglio 1819.</date>
            </opener>
            <p>Dalla tua del secondo di questo, e da una del nostro Brighenti vedo che colla mia de' 4 di Giugno si smarrì la notizia ch'io ti dava di avere avuto lettera dal Montani, e trovatala molto leggiadra e piena d'amor patrio. Risposi, ma non ho avuto mai replica, e sono due mesi e più. Colpa o delle poste, o come sospetto, di una censura domestica istituita novellamente per le lettere che vanno; e questo perchè <hi rend="italic">cum horrore et tremore</hi> si sono accorti che io <foreign lang="grc">ἐλεᾣύθερα Φρονῶ Περὶ τῶν κοινῶν</foreign>. - Mi conforti ch'io non lasci gli studi. Ma sono quattro mesi che m'hanno lasciato essi per debolezza d'occhi, e la mia vita è spaventevole. Nell'età che le complessioni ordinariamente si rassodano, io vo scemando ogni giorno di vigore, e le facoltà corporali mi abbandonano a una a una. Questo mi consola, perchè m'ha fatto disperare di me stesso, e conoscere che la mia vita non valendo più nulla, posso gittarla, come farò in breve, perchè non potendo vivere se non in questa condizione e con questa salute, non voglio vivere, e potendo vivere altrimenti, bisogna tentare. E il tentare così com'io posso, cioè disperatamente e alla cieca, non mi costa più niente, ora che le antiche illusioni sul mio valore, e sulle speranze della vita futura, e sul bene ch'io potea fare, e le imprese da togliere, e la gloria da conseguire, mi sono sparite dagli occhi, e non mi stimo più nulla, e mi conosco assai da meno di tanti miei cittadini, ch'io disprezzava così profondamente.</p>
            <p>Ma quello che mi turba è il sentirti ancora travagliato della salute. Già non ti posso raccomandare che t'abbi rispetto più di quello ch'io facessi nell'ultima e in quella che s'è perduta. Voglia Dio che tutti i mali vengano sopra di me già fatto inutile a tutti, e perdonino al solo uomo ch'io conosco. Seguita ad amarmi, e accetta i saluti di Carlo e di Paolina che non ti scordano mai nè ti scorderanno. Se scrivi al Trissino, e parli al Mai, salutali da mia parte. Il Porzio di cui mi scrivi nella tua lettera, come anche il Nardi e il Compagni restano ancora intatti, perch'io non posso leggere nè scrivere nè comporre una pagina senza dolore.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di S.Broglio d´Ajano (1819)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI SAVERIO BROGLIO D'AJANO</hi>
               </byline>
               <date>Macerata 27 Luglio 1819.</date>
            </opener>
            <p>Mio gentilissimo Padrone ed Amico: Padrone, pel diritto che avete sempre e che vi prego ad esercitare di comandarmi ove a nulla valessi mai. Amico, pel diritto acquisito e non mai interrotto che ho io ed hanno avuto i miei maggiori fìn da quattro ed anzi cinque generazioni Leopardi all'amicizia di ogni individuo della vostra famiglia. Padrone quindi ed amico, perdonerete la familiarità con cui vi scrivo.</p>
            <p>Il rettore della Università di Perugia mio amicissimo, ed un Professor della Università medesima, autore di una nuova opera sopra a Pindaro, m'impegnano alla difficil sempre ma a' dì presenti difficilissima impresa di trovargli qualche associato. A voi, così poco in età ma con general sorpresa e lode tanto avanzato nelle greche lettere, ne compiego il Manifesto, che mi farete poi grazia di rimandarmi. Se crederete che vi convenga, dietro l'assenso del vostro Sig.r Padre e suo piacere di fornirne la sua bella libreria, me lo rimanderete colla sottoscrizione di uno di voi due. Se non lo trovate al vostro caso, me lo rimanderete per proseguirne qui le diligenze, alle quali peraltro soglio essere inetto e poco felice.</p>
            <p>Serva questa intanto a rinnovarvi la mia stima, grande per le vostre proprie e particolari qualità, più grande pel vostro genial trasporto e felice riuscita in ogni genere di dotta e bella letteratura. Siate però un poco più economo di voi stesso, e non fate che una soverchia (come sento) applicazione arresti nel più bello il corso de' vostri luminosi progressi, e privandovi poi di tanto geniale esercizio vi renda, come con non rattemprato ardore senza dubbio vi renderebbe, tutto il resto de' giorni vostri tormentoso e infelice.</p>
            <p>Fate i miei ossequi ai vostri degnissimi Genitori, ai fratelli, e ad ognuno di vostra e a me carissima famiglia; e crediatemi di vero cuore obb.mo S.re ed Amico.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Se nella vostra paterna Biblioteca vi fosse una Raccolta "Delle più illustri Rimatrici di ogni secolo" pubblicata da Luisa Bergalli (rimatrice anch'essa) nel 1726 (facilmente dovrebbe essere fra que' libri che il Conte Monaldo acquistò da Don.... Pintucci), gradirei di farvi un riscontro.</p>
         </div1>
         <div1 n="A S.Broglio d´Ajano (1819)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A SAVERIO BROGLIO D'AJANO - MACERATA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 29 Luglio 1819.</date>
            </opener>
            <p>Conte mio stimatissimo. Vorrei potervi servire in cosa di maggior momento che non è questa di cui mi scrivete con tanta gentilezza. Vi rimando il manifesto del Pindaro colla mia sottoscrizione, e mi dispiace grandemente di non potervi unire la raccolta della Bergalli che ho cercata inutilmente fra i nostri libri. Vi sono gratissimo dell'amorevole premura con cui mi consigliate la moderazione negli studi: la quale però essendo mancata a suo tempo, ora non ha più luogo, perch'io da molti mesi per debolezza d'occhi son privo d'ogni qualunque sorta di studio o di lettura.</p>
            <p>Per dimostrarvi quanto io faccia caso della preziosa amicizia vostra che mi offerite, voglio essere il primo a profittarne. Io non so se per ottenere da cotesta Delegazione un passaporto per il Regno Lombardo-Veneto, ovvero, quando bisogni specificare il luogo, per Milano, sia necessaria la presenza personale, o qualche documento, e di che sorta. In caso che si possa avere senza ciò, vi pregherei a proccurarmene uno, e spedirmelo avvisandomi della spesa occorsa. Nel caso contrario, mi fareste somma grazia informandomi del bisognevole. Quando poi si potesse aver subito un passaporto per l'interno, senza bisogno dei detti mezzi, gradirei di averlo, giacchè con esso non sarà difficile, io credo, di ottener l'altro ai confini.</p>
            <p>La mia famiglia vi rende i più distinti e cordiali saluti, e mio padre in particolare, il quale vi sarà tenuto ancor egli del favore ch'io vi domando. Perdonatemi questo primo fastidio che vi ha proccurato la vostra gentilezza, e in ricambio comandatemi, se mi stimate buono a servirvi in nulla, ma sopra tutto credetemi di vero cuore vostro obbligatissimo affettuosissimo servitore ed amico Giacomo Leopardi.</p>
            <p>P.S. Il passaporto (s'io non mi son ben espresso) dev'essere per me.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di S.Broglio d´Ajano (1819)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI SAVERIO BROGLIO D'AJANO</hi>
               </byline>
               <date>Macerata 31 Luglio 1819.</date>
            </opener>
            <p>Mio amatissimo conte Giacomo. In fretta perchè il messo vuol partire, e mi è trascorso il tempo coll'andare in Direzione di Polizia per servirvi. Eccovene il risultato e le massime. Per l'interno non vi occorre passaporto, ma "carta di circolazione per lo stato". Per l'estero il Passaporto in regola di cui vi è necessità indispensabile per escirne. Vi consiglio di far di meno del primo, del quale non può aver bisogno mai un <hi rend="italic">Conte Leopardi</hi>, noto e riconoscibile in ogni parte dello stato, e prendere il secondo che è il necessario e (come i scolastici dicono) <hi rend="italic">sine quo non</hi>, e che <hi rend="italic">forse</hi> ai confini vi sarebbe negato senza la suddetta <hi rend="italic">carta di circolazione</hi>: di più quasi raddoppierebbe la inutile spesa importando tal <hi rend="italic">carta</hi> uno scudo, ed uno scudo e mezzo il passaporto, il quale nel vostro caso serve e per l'oggetto di viaggio estero e per la circolazione nell'interno. Prenderei dunque ed avrei preso ed inviatovi il passaporto anche senza la vostra personale presenza; ma vi è essenziale nello spedirlo di averne e segnarne i connotati della persona; val dire età, statura, occhi, bocca, naso, mento, capelli o parrucca, ec., insomma tutto ciò che è solito di questa formalità. Voi <hi rend="italic">domani</hi> speditemi la nota di questi connotati (e credo che sulla mia assertiva non vi sarà sicuramente bisogno di far costare queste corbellerie o per mezzo del Gonfaloniere o per altro atto autentico), e con essa nota io sicuramente avrò, e voi col ritorno di chi mi spedirete, avrete il passaporto per <hi rend="italic">Milano</hi>, giacchè è necessario un luogo determinato, non rilasciandosi in genere per uno stato estero.</p>
            <p>Tanti saluti al conte Monaldo ed a tutti, e mi ripeto servo ed amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Carlo L. (1819)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>
                  <add resp="ed">Recanati: s.d., ma fine di Luglio 1819</add>.</date>
            </opener>
            <p>Mio caro. Parto di qua senz'avertene detto niente, prima perchè tu non sia responsabile della mia partenza presso veruno; poi perchè il consiglio giova all'uomo irresoluto, ma al risoluto non può altro che nuocere: ed io sapeva che tu avresti disapprovata la mia risoluzione, e postomi in nuove angustie col cercare di distormene. Sono stanco della prudenza, che non ci poteva condurre se non a perdere la nostra gioventù, ch'è un bene che più non si racquista. Mi rivolgo all'ardire, e vedrò se da lui potrò cavare maggior vantaggio. Tuttavia questa deliberazione non è repentina; benchè fatta nel calore, ho lasciato passare molti giorni per maturarla; e non ho avuto mai motivo di pentirmene. Però la eseguisco. Era troppo evidente che se non volevamo durar sempre in quello stato che abborrivamo, ci conveniva prendere questo partito; e tutto il tempo ch'è scorso non è stato altro che mero indugio. Altro mezzo che questo non c'era: convenia scegliere, e la scelta ben sapete che non poteva esser dubbiosa. Ora che la legge mi fa padrone di me stesso, non ho voluto più differire quello ch'era indispensabile secondo i nostri principii. Due cagioni m'hanno determinato immediatamente, la noia orribile derivata dall'impossibilità dello studio, sola occupazione che mi potesse trattenere in questo paese; ed un altro motivo che non voglio esprimere, ma tu potrai facilmente indovinare. E questo secondo, che per le mie qualità sì mentali come fisiche, era capace di condurmi alle ultime disperazioni, e mi facea compiacere sovranamente nell'idea del suicidio, pensa tu se non dovea potermi portare ad abbandonarmi a occhi chiusi nelle mani della fortuna. Sta bene, mio caro, e a riguardo mio sta' lieto, ch'io fo quello che doveva fare da molto tempo, e che solo mi può condurre ad una vita se non contenta, almeno più riposata. Laonde se m'ami, ti devi rallegrare: e quando io non guadagnassi altro che d'esser pienamente infelice, sarei soddisfatto, perchè sai che la mediocrità non è per noi. Porto con me le mie carte, ma potendo avvenire che fossero esaminate, non voglio comprometter me, e molto meno le persone che mi hanno scritto, col portarne qualcuna che sia sospetta. Ho separate tutte quelle di questo genere, sì mie, che altrui (cioè lettere scrittemi) e postele tutte insieme sul comò della nostra stanza. Ve ne sono anche di quelle che non ho voluto portare perchè non mi servivano. Te le raccomando: abbine cura e difendile: sai che non ho cosa più preziosa che i parti della mia mente e del mio cuore, unico bene che la natura m'abbia concesso.</p>
            <p>Se verranno lettere del mio Giordani per me, aprile e rispondi, e salutalo per mio nome, e informalo della mia risoluzione. Al Brighenti si debbono paoli 8 per la <hi rend="italic">Cronica</hi> del Compagni, paoli 3 per le <hi rend="italic">Prose</hi> del Giordani, e baiocchi 16 di errore nella spedizione del danaro per l'<title>Eusebio</title>. In tutto 1 e 36. Proccura che sia soddisfatto, e domanda perdono a Paolina se i 3 paoli che mi diede pel Giordani, e i baiocchi 16 per l'uso detto di sopra, gli ho portati con me, sperando ch'Ella non avrebbe negato quest'ultimo dono al suo fratello se glielo avesse chiesto. Oh quanto avrei caro che il mio esempio servisse a illuminare i nostri genitori intorno a te ed agli altri nostri fratelli! Certissimamente ho speranza che tu sarai meno infelice di me. Addio, salutami Paolina e gli altri. Poco mi curo dell'opinione degli uomini, ma se ti si darà occasione, discolpami. Voglimi eternamente bene, che di me puoi esser sicuro sino alla morte mia. Quando mi trovi in luogo adattato a darti mie nuove, ti scriverò. Addio. Abbraccia questo sventurato. Non dubitare, non sarai tu così. Oh quanto meriti più di me! Che sono io? Un uomo proprio da nulla. Lo vedo e sento vivissimamente, e questo pure m'ha determinato a far quello che son per fare, affine di fuggire la considerazione di me stesso, che mi fa nausea. Finattantochè mi sono stimato, sono stato più cauto; ora che mi disprezzo, non trovo altro conforto che di gittarmi alla ventura, e cercar pericoli, come cosa di niun valore. Consegna l'inclusa a mio padre. Domanda perdono a lui, domanda perdono a mia madre in mio nome. Fallo di cuore, che te ne prego, e così fo io collo spirito. Era meglio (umanamente parlando) per loro e per me, ch'io non fossi nato, o fossi morto assai prima d'ora. Così ha voluto la nostra disgrazia. Addio, caro, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1819)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>
                  <add resp="ed">Recanati: s.d., ma fine di Luglio 1819</add>.</date>
            </opener>
            <p>Mio Signor Padre. Sebbene dopo aver saputo quello ch'io avrò fatto, questo foglio le possa parere indegno di esser letto, a ogni modo spero nella sua benignità che non vorrà ricusare di sentir le prime e ultime voci di un figlio che l'ha sempre amata e l'ama, e si duole infinitamente di doverle dispiacere. Ella conosce me, e conosce la condotta ch'io ho tenuta fino ad ora, e forse quando voglia spogliarsi d'ogni considerazione locale, vedrà che in tutta l'Italia, e sto per dire in tutta l'Europa, non si troverà altro giovane, che nella mia condizione, in età anche molto minore, forse anche con doni intellettuali competentemente inferiori ai miei, abbia usato la metà di quella prudenza, astinenza da ogni piacer giovanile, ubbidienza e sommessione ai suoi genitori ch'ho usata io. Per quanto Ella possa aver cattiva opinione di quei pochi talenti che il cielo mi ha conceduti, Ella non potrà negar fede intieramente a quanti uomini stimabili e famosi mi hanno conosciuto ed hanno portato di me quel giudizio ch'Ella sa, e ch'io non debbo ripetere. Ella non ignora che quanti hanno avuto notizia di me, ancor quelli che combinano perfettamente colle sue massime, hanno giudicato ch'io dovessi riuscir qualche cosa non affatto ordinaria, se mi si fossero dati quei mezzi che nella presente costituzione del mondo, e in tutti gli altri tempi, sono stati indispensabili per fare riuscire un giovane che desse anche mediocri speranze di se. Era cosa mirabile come ognuno che avesse avuto anche momentanea cognizione di me, immancabilmente si maravigliasse ch'io vivessi tuttavia in questa città, e com'Ella sola fra tutti, fosse di contraria opinione, e persistesse in quella irremovibilmente. Certamente non l'è ignoto che non solo in qualunque città alquanto viva, ma in questa medesima, non è quasi giovane di 17 anni che dai suoi genitori non sia preso di mira, affine di collocarlo in quel modo che più gli conviene: e taccio poi della libertà ch'essi <hi rend="italic">tutti</hi> hanno in quell'età nella mia condizione, libertà di cui non era appena un terzo quella che mi s'accordava ai 21 anno. Ma lasciando questo, benchè io avessi dato saggi di me, s'io non m'inganno, abbastanza rari e precoci, nondimeno solamente molto dopo l'età consueta, cominciai a manifestare il mio desiderio ch'Ella provvedesse al mio destino, e al bene della mia vita futura nel modo che le indicava la voce di tutti. Io vedeva parecchie famiglie di questa medesima città, molto, anzi senza paragone meno agiate della nostra, e sapeva poi d'infinite altre straniere, che per qualche leggero barlume d'ingegno veduto in qualche giovane loro individuo, non esitavano a far gravissimi sacrifici affine di collocarlo in maniera atta a farlo profittare de' suoi talenti. Contuttochè si credesse da molti che il mio intelletto spargesse alquanto più che un barlume, Ella tuttavia mi giudicò indegno che un padre dovesse far sacrifizi per me, nè le parve che il bene della mia vita presente e futura valesse qualche alterazione al suo piano di famiglia. Io vedeva i miei parenti scherzare cogl'impieghi che ottenevano dal sovrano, e sperando che avrebbero potuto impegnarsi con effetto anche per me, domandai che per lo meno mi si procacciasse qualche mezzo di vivere in maniera adattata alle mie circostanze, senza che perciò fossi a carico della mia famiglia. Fui accolto colle risa, ed Ella non credè che le sue relazioni, in somma le sue cure si dovessero neppur esse impiegare per uno stabilimento competente di questo suo figlio. Io sapeva bene i progetti ch'Ella formava su di noi, e come per assicurare la felicità di una cosa ch'io non conosco, ma sento chiamar casa e famiglia, Ella esigeva da noi <hi rend="italic">due</hi> il sacrifizio, non di roba nè di cure, ma delle nostre inclinazioni, della gioventù, e di tutta la nostra vita. Il quale essendo io certo ch'Ella nè da Carlo nè da me avrebbe mai potuto ottenere, non mi restava nessuna considerazione a fare su questi progetti, e non potea prenderli per mia norma in verun modo. Ella conosceva ancora la miserabilissima vita ch'io menava per le orribili malinconie, ed i tormenti di nuovo genere che mi proccurava la mia strana immaginazione, e non poteva ignorare quello ch'era più ch'evidente, cioè che a questo, ed alla mia salute che ne soffriva visibilissimamente, e ne sofferse sino da quando mi si formò questa misera complessione, non v'era assolutamente altro rimedio che distrazioni potenti e tutto quello che in Recanati non si poteva mai ritrovare. Contuttociò Ella lasciava per tanti anni un uomo del mio carattere, o a consumarsi affatto in istudi micidiali o a seppellirsi nella più terribile noia, e per conseguenza, malinconia, derivata dalla necessaria solitudine e dalla vita affatto disoccupata, come massimamente negli ultimi mesi. Non tardai molto ad avvedermi che qualunque possibile e immaginabile ragione era inutilissima a rimuoverla dal suo proposito, e che la fermezza straordinaria del suo carattere, coperta da una costantissima dissimulazione, e apparenza di cedere, era tale da non lasciar la minima ombra di speranza. Tutto questo e le riflessioni fatte sulla natura degli uomini, mi persuasero ch'io benchè sprovveduto di tutto, non dovea confidare se non in me stesso. Ed ora che la legge mi ha già fatto padrone di me, non ho voluto più tardare a incaricarmi della mia sorte. Io so che la felicità dell'uomo consiste nell'esser contento, e però più facilmente potrò esser felice mendicando, che in mezzo a quanti agi corporali possa godere in questo luogo. Odio la vile prudenza che ci agghiaccia e lega e rende incapaci d'ogni grande azione, riducendoci come animali che attendono tranquillamente alla conservazione di questa infelice vita senz'altro pensiero. So che sarò stimato pazzo, come so ancora che tutti gli uomini grandi hanno avuto questo nome. E perchè la carriera di quasi ogni uomo di gran genio è cominciata dalla disperazione, perciò non mi sgomenta che la mia cominci così. Voglio piuttosto essere infelice che piccolo, e soffrire piuttosto che annoiarmi, tanto più che la noia, madre per me di mortifere malinconie, mi nuoce assai più che ogni disagio del corpo. I padri sogliono giudicare dei loro figli più favorevolmente degli altri, ma Ella per lo contrario ne giudica più sfavorevolmente d'ogni altra persona, e quindi non ha mai creduto che noi fossimo nati a niente di grande: forse anche non riconosce altra grandezza che quella che si misura coi calcoli, e colle norme geometriche. Ma quanto a ciò molti sono d'altra opinione; quanto a noi, siccome il disperare di se stessi non può altro che nuocere, così non mi sono mai creduto fatto per vivere e morire come i miei antenati.</p>
            <p>Avendole reso quelle ragioni che ho saputo della mia risoluzione, resta ch'io le domandi perdono del disturbo che le vengo a recare con questa medesima e con quello ch'io porto meco. Se la mia salute fosse stata meno incerta avrei voluto piuttosto andar mendicando di casa in casa che toccare una spilla del suo. Ma essendo così debole come io sono, e non potendo sperar più nulla da Lei, per l'espressioni ch'Ella si è lasciato a bella posta più volte uscire disinvoltamente di bocca in questo proposito, mi son veduto obbligato, per non espormi alla certezza di morire di disagio in mezzo al sentiero il secondo giorno, di portarmi nel modo che ho fatto. Me ne duole sovranamente, e questa è la sola cosa che mi turba nella mia deliberazione, pensando di far dispiacere a Lei, di cui conosco la somma bontà di cuore, e le premure datesi per farci viver soddisfatti nella nostra situazione. Alle quali io son grato sino all'estremo dell'anima, e mi pesa infinitamente di parere infetto di quel vizio che abborro quasi sopra tutti, cioè l'ingratitudine. La sola differenza di principii, che non era in verun modo appianabile, e che dovea necessariamente condurmi o a morir qui di disperazione, o a questo passo ch'io fo, è stata cagione della mia disavventura. È piaciuto al cielo per nostro gastigo che i soli giovani di questa città che avessero pensieri alquanto più che Recanatesi, toccassero a Lei per esercizio di pazienza, e che il solo padre che riguardasse questi figli come una disgrazia, toccasse a noi. Quello che mi consola è il pensare che questa è l'ultima molestia ch'io le reco, e che serve a liberarla dal continuo fastidio della mia presenza, e dai tanti altri disturbi che la mia persona le ha recati, e molto più le recherebbe per l'avvenire, Mio caro Signor Padre, se mi permette di chiamarla con questo nome, io m'inginocchio per pregarla di perdonare a questo infelice per natura e per circostanze. Vorrei che la mia infelicità fosse stata tutta mia, e nessuno avesse dovuto risentirsene, e così spero che sarà d'ora innanzi. Se la fortuna mi farà mai padrone di nulla, il mio primo pensiero sarà di rendere quello di cui ora la necessità mi costringe a servirmi. L'ultimo favore ch'io le domando, è che se mai le si desterà la ricordanza di questo figlio che l'ha sempre venerata ed amata, non la rigetti come odiosa, nè la maledica; e se la sorte non ha voluto ch'Ella si possa lodare di lui, non ricusi di concedergli quella compassione che non si nega neanche ai malfattori.</p>
         </div1>
         <div1 n="A S.Broglio d´Ajano (1819)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A SAVERIO BROGLIO D'AJANO - MACERATA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 1° Agosto 1819.</date>
            </opener>
            <p>Conte mio gentilissimo. Con infiniti ringraziamenti per la noia datavi d'informarmi così minutamente, e altrettanti anticipati per il séguito del favore che vi compiacete di promettermi, accludo lo scudo uno e mezzo e i connotati. Non avendo presso di me verun passaporto, non so se la lista sarà esatta; ma ho cercato di soprabbondare piuttosto che mancare. Vi ritorno i cordiali saluti di tutti i miei, e con piena amicizia e gratitudine mi dichiaro servo vero ed amico Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1819)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>Milano 1° Agosto <add resp="ed">1819</add>.</date>
            </opener>
            <p>Mio carissimo. Ai 2 luglio risposi alla tua 21 giugno; che fu l'ultima ch'io avessi. Poi t'avvisai la mia partita da Vicenza, e 'l mio venire a Milano: e sempre dubitando delle scellerate poste, raccomandai più d'una volta a Brighenti che te ne avvisasse anch'egli. Pareva che da Recanati a Milano solessero naufragar meno le lettere. Però ti prego a non privarmene: e dimmi se avesti quelle due mie; e dimmi come stai, e che fai. Io sto meglio di salute; dacchè moltissimo consolai l'animo, e molto esercitai il corpo andando a Possagno a visitare il mio adorato Canova; e tuttavia ho una salute sufficiente. E tu mio caro? ti converrebbe fare esercizio, bagni di mare, e cose simili: ma forse non vorrai, o forse non potrai niente di tutto questo: e sempre ti macererai ne' dolorosi pensieri. Oh come ne ho dolente e insanguinato il cuore! Ma non durare in questo silenzio: non vedi quanto è dal 21 giugno!</p>
            <p>Hai veduto i 6 canti del poema d'Arici bresciano sulla <hi rend="italic">Gerusalemme distrutta</hi>? Vorrei che li vedesti. Il 4° di Monti ritarda a stamparsi, perchè aspetta da Perticari il compimento d'una dissertazione sull'amor ch'ebbe Dante per la patria. Che fa Paolina? e Carlino? Salutali tanto caramente. Che leggi ora? che pensi? Fanne parte al tuo costantissimo e ferventissimo amico, che ti abbraccia con tutta l'anima. Addio mio prezioso Giacomino: Addio.</p>
            <p>4 agosto. Ricevo la tua 26 luglio. Dunque si è perduta veramente quella che mi scrivesti il 4 giugno; e quella che pur mandasti al buon Montani a Lodi. Egli fu ieri da me; passando ad abitare da Lodi a Varese; parlammo di te; e si doleva non aver mai avuto risposta. Io lo assicurai che la colpa fosse delle abominevoli poste: non dubitare che gli scriverò per te. Mi rompe il cuore questa tua ultima. Vedo anch'io ch'è impossibile star sani in mezzo a tali e tante malinconie: l'un male aggrava l'altro a vicenda. Nondimeno, poichè io nulla posso per te, voglio pregarti colla mia propria esperienza, che non disperi. E di debolezza fisica, e di miserie domestiche non ti sono stato niente inferiore: credimelo, te lo giuro. Eppure, comechè sia stato l'esito, è meno orrendo e miserabile de' principii. Ma per carità pensa prima di tutto alla salute, senza la quale niente si può. Non ti affaticare a scrivermi di tua mano; benchè io sia smaniosissimo di tue nuove. Prega Carlino che mi scriva: nè di te solo, chè anche di lui vorrei sapere che faccia, e che speri. Abbraccialo caramente, e saluta Paolina. Saluterò il buon Mai; che quando avrà publicato l'<title>Omero</title>, andrà a Roma custode della Vaticana. È vacante la Marciana di Venezia, per la morte di Morelli: l'Imperatore conosce personalmente Mai, del quale è piena l'Europa letterata; e non si cura di ritenerlo! Caro Giacomino, fàtti coraggio, per carità. Assicùrati che io ti amo con tutto il cuore: oh perchè ti sono io così inutile? Addio caro.</p>
         </div1>
         <div1 n="A S.Broglio d´Ajano (1819)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A SAVERIO BROGLIO D'AJANO - MACERATA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 13 Agosto 1819.</date>
            </opener>
            <p>Conte Xaverio amabilissimo. Avendo motivo di credere che quello che sto per narrarvi, vi sia pervenuto alle orecchie per altra parte, ed essendovi interessata la mia buona opinione, ho voluto scrivervi perchè le relazioni altrui non vi facessero pensare diversamente dal vero. Io credo certo che voi già sappiate ch'io v'ingannai, quando finsi che il passaporto ch'io vi chiedeva, fosse desiderato anche da mio padre. Chiedendovelo altrimenti io sapeva che avrei manifestata la mia intenzione a mio padre, a cui voi subito ne avreste scritto. Se l'avervi fatto una sorpresa senza alcun danno vostro, e poco o niente d'altrui, è colpa in un povero giovane, che in altra guisa non potea sperare aiuto da persona vivente, confesso ch'io sono colpevole: ma vi domando perdono, e lo spero dalla vostra benignità.</p>
            <p>Conte mio, quantunque il destino mi condanni ad avervi necessariamente per contrario, io non dispero di farvi conoscere la crudeltà di questo destino. La risoluzione ch'io aveva presa non era nè immatura nè nuova. Io l'avea fissata già da un mese, e l'avea concepita fin da quando conobbi la mia condizione, e i principii immutabili di mio padre, cioè da parecchi anni. Io non sono nè pentito nè cangiato. Ho desistito dal mio progetto per ora, non forzato, nè persuaso, ma commosso e ingannato. Persuaso non poteva essere, come nè anche persuadere, perchè le nostre massime sono opposte, e perciò fuggo ogni discorso su questa materia, giacchè il discorso non può esser concorde quando i fondamenti sono discordi. Se mi opporranno la forza, io vincerò, perchè chi è risoluto di ritrovare o la morte o una vita migliore, ha la vittoria nelle sue mani. Le mie risoluzioni non sono passeggere, come quelle degli altri, e come mio padre stimo che si persuada, per dormire i suoi sonni in pace, come suol dire. Io non voglio vivere in Recanati. Se mio padre mi procurerà i mezzi di uscire, come mi ha promesso, io vivrò grato e rispettoso, come qualunque ottimo figlio, se no, quello che doveva accadere e non è accaduto, non è altro che differito.</p>
            <p>Mio padre crede ch'io da giovanastro inesperto non conosca gli uomini. Vorrei non conoscerli, così scellerati come sono. Ma forse sono più avanti ch'egli non s'immagina. Non creda d'ingannarmi. Se la sua dissimulazione è profonda ed eterna, sappia però ch'io non mi fido di lui, più di quello ch'egli si fidi di me. Si vanti, se vuole, d'avermi ingannato, dicendomi a chiare note, ch'egli non volendomi forzare in nessunissima guisa, non facea nessun passo per intercettarmi il passaporto. Mi parve di vedergli il cuore sulle labbra, e feci quello che non avea fatto da molti anni: gli prestai fede, fui ingannato, e per l'ultima volta. Ma conviene ch'egli mi creda ben rozzo, se giudicò che dovesse durare un inganno così grossolano, che si manifestava da sè, e ch'io non m'avvedessi che il vostro mandare il passaporto a mio padre, non fu caso ma concerto. Tanto più che quantunque la vostra lettera fosse fatta a bella posta in maniera ostensibile, egli non me ne mostrò se non parte, quattro giorni dopo ricevuta, e solamente per la necessità di procurare che alcuni sutterfugi da lui usati con altri per salvare non la mia ma la sua fama intorno a questo fatto, combinassero colle risposte ch'io poteva dare in questo proposito. Quanto al passaporto, non me lo diede e se lo ritiene. Ed io ne sono contento perchè in mia mano m'era più inutile, che non è ora sotto cento chiavi e mi legava irresolubilmente colla buona fede, dalla quale ora son libero. Voglio parimente che sappiate ch'io non ignoro che voi manderete questa lettera a mio padre, o lo ragguaglierete del contenuto. Nè mi dispiace, nè temo i nuovi impedimenti ch'ei potrà mettere ai miei disegni: anzi io non esco s'egli m'apre le porte, ma se me le chiude: e mio padre se ne è bene avveduto, e perciò mostra di non oppormi nessun ostacolo. Ma il cercare d'ingannarmi non è aprirmi le porte, ed io lo considero fin da ora come un nuovo chiavistello.</p>
            <p>Quello che mi duole più di tutto, è il sapere che si vanno incolpando di questa mia risoluzione antichissima, alcuni letterati ch'io conosco da poco tempo. S'è lecito in questo caso, io vi giuro per tutto quello che v'ha di più santo, che nessuno d'essi ha mai sognato di darmi questo consiglio. Anzi s'io avessi manifestata loro la mia deliberazione son certissimo che me ne avrebbero dissuaso con tutte le loro forze. Io m'offro di far leggere a mio padre tutte quante le lettere che m'hanno scritto a una a una. Bisogna ben che mio padre si stimi il solo prudente della terra, poichè crede che persone navigate e praticissime del mondo, si vogliano impacciare negli affari di una famiglia altrui, e tirarsi addosso l'odio di un terzo per qualunque vantaggio ne potesse derivare a un loro amico. Massimamente che saprebbero bene, e sanno, ch'io partendo di qui, mi priverei d'ogni avere; sicchè tornerebbe loro molto meglio il conto, ch'io me ne stessi qui aspettando e soffrendo, poich'essi non soffrirebbero già nulla con me. Quanto ai loro principii, io non m'inganno, ma li conosco, tanto che anch'io li professo. Non ignoro che possono aver delle mire interessate, ma io distinguo le cagioni dagli effetti, e quanto a questi, cioè alle massime, se non si sono avveduti ch'erano mie fin da quando io non sapeva neppure il nome di questi letterati, (che non pensando come i marchegiani è naturale che siano scelleratissimi) non si vantino di quella fina conoscenza degli uomini di cui fanno tanta pompa.</p>
            <p>È ben curioso che si voglia credere ch'io, se non <hi rend="italic">messo su</hi>, come dicono, dai letterati, non fossi capace di una determinazione, che qualunque savio nel mio caso vedrebbe esser la sola che mi rimanga. Conte mio, voi conoscete il mondo: trovatemi un altro giovane in qual paese vi piace, che sia pervenuto all'età di 21 anno con quella condotta che ho tenuto io. Crede mio padre che con un carattere ardente, con un cuore estremamente sensibile come il mio, non mi sia mai accaduto di provare quei desideri e quegli affetti che provano e seguono tutti i giovani della terra? crede che non mi sia accaduto e molto più spesso e più violentemente degli altri? crede che non fossero capaci di spingermi alle più formidabili risoluzioni? crede che s'io ho menato fin qui quella vita che non si ricercherebbe da un cappuccino di 70 anni in tutto il rigore della espressione (e me n'appello a tutta Recanati che se ne maraviglia e allo stesso mio padre) ciò sia provenuto dalla freddezza della mia natura? Domando se questo è il premio che mi dovea aspettare: domando se c'è un altro padre nella stessa Recanati in circostanze molto più incomode del mio, che avendo un figlio delle speranze ch'io dava, non avesse fatto tutti gli sforzi possibili per procurargli quello che a chiunque mi conosce è sembrato naturale e necessario fuorchè a mio padre: domando se i Galamini, se i Giaccherini, se gli altri tanti di questa specie che di 16 anni ebbero già più libertà che non ho io di 21, sono migliori di me: domando se io ho perduto il fiore della mia gioventù, spargendo fatiche e sudori incredibili, fuggendo ogni altro piacere, rovinandomi assolutamente e per sempre la salute negli studi, per vivere in Recanati e ottener quello che ottengono tutti i miei compatrioti: domando se io dopo tanti travagli e danni, non debbo formare sulla mia vita futura altra speranza che quella che resta ai Galamini e ai Giaccherini, che menano la loro gioventù come ognun vede. E se mio padre aborrendo ogn'idea di grande e di straordinario si pente d'avermi lasciato studiare, si duole che il cielo non m'abbia fatto una talpa, e in ogni modo, non solamente non mi concede niente di straordinario ma mi nega quello che qualunque padre in qualunque luogo si fa un dovere di concedere a que' figli che mostrano un solo barlume d'ingegno, e vuole risolutamente ch'io viva e muoia come i suoi maggiori, sarà ribellione di un figlio il non sottoporsi a questa legge? Se non credete che mio padre abbia intorno a me le intenzioni che ho dette, assicuratevi che così sta la cosa, e s'egli vi mostra diversamente credetemi che v'inganna, credetemi che inganna anche altri, sapendo che pochi convengono interamente alle sue massime, credete a un giovane che benchè tale, conosce profondamente il carattere delle persone colle quali è convissuto fin dalla nascita. Ed io so di certo ch'egli ha protestato che noi non usciremo di qui finch'egli viva. Ora io che voglio ch'ei viva, e voglio vivere anch'io, e questo da giovane e non da vecchio quando sarò inutile a tutti e a me stesso, mi gitterò disperatamente nelle mani della fortuna, e se questa mi sarà contraria come non dubito, sarò un altr'uomo perduto, e il milionesimo esempio della malvagità degli uomini.</p>
            <p>Aggiungete le infinite e micidiali malinconie inevitabili nel mio carattere e in una vita come quella ch'io son costretto a menare. Le quali mi rovinano la salute in modo che qualunque male mi sopravvenga una volta, non mi parte mai più, per la somma forza di un animo tutto angustiato e ristretto nella sua tristezza, sopra un corpo debolissimo e travagliato; al che ognun vede non potersi dare altro rimedio se non distrazioni potenti, e capaci di far contrarre allo spirito un'abitudine diversa dalla passata.</p>
            <p>Dirò in ultimo un'altra cosa. Io sono stato sempre spasimato della virtù: quello ch'io volea eseguire non era delitto: ma io son capace anche della colpa. Si vergognino ch'io possa dire che la virtù m'è stata sempre inutile. Il calore e la forza de' miei sentimenti si poteano diriggere a bene, ma se vorranno rivolgergli a male, l'otterranno. È gran tempo ch'io so qual è la via d'esser meno infelice in questo mondo, e ne vedo gli esempi in questa stessa città. Non mi costringano a entrarvi. Non fo gran conto di me: pur mi parrà sempre formidabile chi avendo amata la virtù da che nacque, si consegna disperatamente alla colpa.</p>
            <p>Perdonatemi il tuono che ho preso per la prima volta in questa lettera, e che in parte mi pento d'avere usato. Io non vorrei mai scordarmi de' miei doveri, io vorrei essere infelice io solo, e vi giuro che se qualche cosa mi turbava nella risoluzione ch'io aveva formata, non erano nè i pericoli a cui m'esponeva, nè i biasimi altrui, de' quali non fo nessun conto, nè la morte che i disagi e la povertà m'avrebbero proccurata ben presto con mia consolazione, ma il solo pensiero di dar disgusto ai miei genitori. Io ho sempre amato mio padre e l'amerò: e mi duole che voglia trattarmi come gli altri uomini, e creda l'inganno più vantaggioso con me della schiettezza, mentre mi sembra d'aver dato prove sufficienti del contrario. Ripeto ch'io non desidero se non d'essergli sempre riconoscente e rispettoso, e certamente sarò tale nel fatto, se non potrò anche nelle apparenze. Io non mi pento della condotta passata, nè bramo cangiarla. Solamente prego che voglia aver qualche riguardo alle inclinazioni mie, che ora non sono più mutabili naturalmente, e contrariate mi faranno infelice fin ch'io viva, e forse peggio ch'infelice. Perdonatemi il tedio che v'ho recato con tanta lunghezza, e lo scriver frettoloso e scomposto a cagione della difficoltà somma ch'io provo ad ogni sorta di applicazione. Se non vi sdegnerete d'essermi amico, io seguirò sempre ad amarvi, non pretendendo perciò che vi astenghiate per nessun modo dal contrariarmi in tutto ciò che vi potesse occorrere per la necessità della prudenza ricevuta fra gli uomini, e dell'amicizia che vi lega a mio padre. Credetemi vostro obbligatissimo devotissimo servitore ed amico Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Brighenti (1819)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO BRIGHENTI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 16 Agosto 1819.</date>
            </opener>
            <p>Stimatissimo Signore. Rispondendo molti giorni addietro alla sua gentilissima 12 Luglio, le annunziai lo smarrimento di una mia di risposta all'altra sua 29 Maggio, colla quale le accusava la ricevuta della <hi rend="italic">Cronica</hi> del Dino, <hi rend="italic">Congiura di Napoli, Vita del Giacomini</hi>, <hi rend="italic">Avventure di Saffo</hi>, come anche per la posta delle <hi rend="italic">Prose Giordani</hi>. E rispetto alle note 50 Copie delle <hi rend="italic">Canzoni</hi>, ch'Ella mi avvisava di aver ricevute, la pregava di regolarne il prezzo a suo talento, avendo più riguardo alla facilitazione dello smercio, che alla maggior quantità della somma da ritrarsene, che è cosa, com'Ella vede, di pochissimo momento.</p>
            <p>Non vedendo riscontro neppure a quest'ultima, non so s'Ella abbia giudicato che non meritasse risposta, come può aver fatto ragionevolmente, non essendovi cosa che la esigesse; ovvero se la posta se la sia divorata al suo solito. Nel dubbio, ho preso il partito di scriverle questa assicurata, per certificarmi ch'Ella sia prevenuta di quanto ebbi a significarle, ed abbia nuove proteste della perfetta stima con cui mi dichiaro suo devotissimo obbligatissimo servitore ed amico Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Montani (1819)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIUSEPPE MONTANI - VARESE.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 20 Agosto 1819.</date>
            </opener>
            <p>Stimatissimo Signor Professore. In somma, benchè V.S. non ostante il mio poco merito, non isdegni il commercio delle mie lettere, le poste fanno quello che non ha potuto fare la mia piccolezza, non lasciando che nessuna mia le possa arrivare alle mani. Io risposi fino dai 21 di maggio alla sua leggiadrissima dei 5 dello stesso, e non vedendo mai replica, pensai che la mia lettera fosse smarrita, come poi m'ha certificato il nostro Giordani. Poco mi dorrebbe delle mie, se la perdita loro non mi privasse delle sue: per la qual cosa la forza del desiderio m'impedisce ch'io mi disperi, e mi conduce a tentare un'altra volta queste maledette poste, se per disgrazia venisse fatto a qualche mio foglio di penetrare sino costà.</p>
            <p>Verrò alla meglio riandando le cose ch'io le scriveva nella sopradetta mia.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Giordani (1819)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO GIORDANI - MILANO.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 20 Agosto 1819.</date>
            </opener>
            <p>Poco sento ora i miei travagli, poichè intendo che i tuoi sono alquanto scemati. Vedi più che puoi di darmi sempre nuove migliori. Puoi pensare che i sei canti dell'Arici nè gli ho io, nè si trovano qui, dove non si sa neppure chi sia questo Arici, nè quando si trovassero, io ne potrei far niente, essendo inetto a ogni lettura. Lo stesso dico dell'opera del Monti, e non solo del terzo volume, ma di tutti i passati de' quali nessun Recanatese ha veduto il frontispizio. Al Perticari scrissi spontaneamente questo febbraio coll'occasione dei pochi versi che pubblicai. Un <hi rend="italic">mese</hi> dopo mi rispose molto amorevolmente, e credei d'averlo acquistato per amico. M'invitava a replicare, e così feci; nè vedendo risposta, dopo un mese e mezzo riscrissi, e parimente invano. Da quel tempo non l'ho più voluto infastidire. Son tornato a scrivere al Montani a Varese, per vedere se le poste si scordassero di mandare a male qualche mia lettera.</p>
            <p>Io fuggiva di qua per sempre e m'hanno scoperto. Non è piaciuto a Dio che usassero la forza: hanno usato le preghiere e il dolore. Non ispero più niente, benchè m'abbiano promesso molto: ma io confidava in me solo, e ora che son tolto a me stesso non confido in veruno. A Carlo rimangono le stesse speranze, forse anche minori, perchè in lui non hanno ancora conosciuta una disperazione capace di risolversi in qualche fatto dispiacevole. Ma poco staranno ad avvedersene.</p>
            <p>Se ti piace, salutami caramente il nostro Mai. Dammi nuove di te, massimamente de' tuoi pensieri, e della salute come ti senta. Paolina e Carlo ti pregano ogni cagione d'allegrezza. Io sono quello che sarò sempre il tuo principalissimo ammiratore, e più che vo conoscendo gli uomini e gli studiosi, più ti ammiro e ti pregio, e t'amo come cosa carissima e ch'io non meritava, se non forse per questo stesso amore che nessuno al mondo può superare. Addio. Voglimi bene.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di V.Broglio d´Ajano (1819)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI VENANZIO BROGLIO D'AJANO</hi>
               </byline>
               <date>Recanati 20 Agosto 1819.</date>
            </opener>
            <p>Amabilissimo Contino. Questo, che vi mando, è tutto parto Recanatese. Ieri l'incominciai; in questo punto l'ho finito; e sollecitato propriamente per assoggettarlo, innanzi io partissi, alla vostra sana illuminata critica. Ve lo mando come abbozzo di scolare al ripulimento, avvivamento del Maestro. Finito l'ultimo verso, non ho riveduta nemmeno la virgola il punto. Stanco d'occhi, e di mente, non vi potrei dire molte cose, mai saprei dirvene belle; siccome assai ben collocate sarebbero in una lettera scritta ad un letterato vostro pari. Eccovi, dico semplicemente, le mie sestine. Certo ho sbagliato metro, mi sembrano stentate, trascurato lo stile, stroppiata la condotta dalla fretta; e da quella maledetta brevità che impongono crudelmente i Censori di Accademie. Correggetele con ogni libertà; laceratele, credute indegne di presentarsi al pubblico. L'avermi destata infinita ammirazione, ed istruito co' vostri discorsi nelle poche volte ch'ebbi la fortuna d'interrogarvi, mi fanno passare lecitamente per vostro discepolo: con libertà maneggiate la vostra disciplina, purchè ammettiate fra' vostri amici VENANZIO BROGLIO D'AJANO.</p>
         </div1>
         <div1 n="A V.Broglio d´Ajano (1819)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A VENANZIO BROGLIO D'AJANO - S. M.</hi>
               </salute>
               <date>
                  <add resp="ed">Recanati</add> 21 Agosto <add resp="ed">1819</add>.</date>
            </opener>
            <p>Conte mio carissimo. Solamente al tardi, tornato a casa, ebbi ieri la vostra lettera, e quando era in casa Roberti, non sapeva ancora che me ne aveste onorato. Volea vedervi al casino, ma, benchè passeggiassi ieri sera lungamente per la piazza, la compagnia che m'era al fianco, non mi permise di soddisfarmi. Venni a bella posta in casa Roberti, dove aspettatovi un buon pezzo, finalmente appena arrivato vi vidi costretto al giuoco dalla nostra Marchesa, che per conservare alla sua spiritosa conversazione quell'amabilissimo matto di Bastiano Flamini, ha cura di attaccarlo subito al primo che gli venga alle mani, proponendo una partita di scacchi, ch'è il gran pascolo di quel povero scimunito. Anche a me una volta era destinato il nobile uffizio di servire a quella mignatta, <hi rend="italic">non missura cutem</hi> ec. Previdi che l'ora essendo tarda, e la partita non potendo esser breve, non mi sarebbe avanzato un momento per parlarvi, e fuggii da quella noia. Se avessi saputo nulla del vostro foglio, potete pensare che in tutti i modi avrei proccurato di ringraziarvene. Supplisco ora con questa, dove accludo le vostre Sestine, che ho lette con molto piacere. Ci trovo molta forza d'immagini, molta evidenza, molta efficacia, colla conveniente nobiltà ed eleganza. Ammiro che in così poco tempo sappiate scriver così. Uno o due giorni a me non basterebbero per abbozzare quello, che voi nello stesso spazio avete perfezionato. Se la vostra poesia mostrasse in veruna cosa la fretta del poeta, sarebbe in qualche oscurità, che m'è paruto qua e là di scorgere. Per esempio, nella quarta stanza, dove dite:
<quote rend="block">
                  <lg>
                     <l>E qual morendo nuvoletta suole</l>
                     <l>Empir di luce, di lontano acceso</l>
                     <l>Offre ec.</l>
                  </lg>
               </quote>

i lettori, se non fallo, crederanno da principio che quella <hi rend="italic">nuvoletta</hi> sia primo caso, e non quarto, onde riportando l'azione dell'<hi rend="italic">empir di luce</hi> alla <hi rend="italic">nuvoletta</hi>, e non al <hi rend="italic">sole</hi>, ne nascerà una confusione, da cui non sapranno distrigarsi se non dopo la seconda o la terza lettura. Così almeno è accaduto a me, ed io vi porto l'esempio mio come quello di uno del volgo, per cui deve scrivere, come ben sapete, il poeta. Se vi piacesse, direi:
<quote rend="block">
                  <lg>
                     <l>E come far di nuvoletta suole,</l>
                     <l>Tal degli estremi rai da lunge acceso,</l>
                     <l>Offre ec.</l>
                  </lg>
               </quote>

Voi scherzate certamente nei nomi e nelle qualità, che mi attribuite. Potete valervi di me come il Molière si valeva di quella vecchierella, a cui leggeva le sue commedie. In questo ufficio posso servirvi, in tutt'altro sono incapace, benchè desideri grandemente di mostrarmi col fatto vostro sincero amico Giacomo Leopardi.</p>
            <p>P.S. - So che voi questa volta siete informato a mio riguardo di alcune cose che ignoravate quando vi portaste qua pochi giorni addietro. Non sapendo le mie ragioni, vi prego a sospendere il vostro giudizio. Ho scritto lungamente al conte Saverio, e s'egli vorrà mostrarvi la mia lettera, potrete intendere come io abbia pensato e pensi; se non vorrà, spero che non perciò mi farete torto nella vostra opinione, senza conoscere la natura della cosa se non per la relazione di una sola parte. Io desidero di conservarmi tutta intera la vostra stima.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di V.Broglio d´Ajano (1819)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI VENANZIO BROGLIO D'AJANO</hi>
               </byline>
               <date>
                  <add resp="ed">Recanati</add> Li 21 Agosto 1819.</date>
            </opener>
            <p>Mio caro Contino, io parto a momenti. Ieri sera mi sfuggiste, onde non seppi quanto avevate posto di generosità sul mio franco procedere. Forse troppo vil cosa offrii al vostro esame. In ogni modo perdonatemi. Di quelle sestine non ho pure una copia; nè posso molto ritardare di offrirle alla Censura, e loro dar luogo nel Prospetto, che per l'ordine dell'Accademia viene stampato. Se vi piace, rimandatemele, ond'io meco le porti a Macerata; o trattenendole, fate, vi prego, ch'io le riabbia al principio della settimana ventura. Rimando al Contino Carlo le sue grammatiche inglesi; lo ringrazio di core; lo saluto con infinita stima. Se a voi piace contarmi fra' vostri ammiratori, io sarò eternamente vostro aff. Serv.re ed Amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di S.Broglio d´Ajano (1819)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI SAVERIO BROGLIO D'AJANO</hi>
               </byline>
               <date>Macerata 23 Agosto 1819.</date>
            </opener>
            <p>Mio carissimo conte Giacomo. La vostra carissima data li 13 corrente non mi trovò in Macerata. Ritornatovi la sera de' 18 mi convenne prendere e guardare per alcuni giorni il letto per colpo di aria mal preso e di cui il poco felice mio petto risente ancora. Sia ciò di giustificazione all'involontario ritardo di questa risposta.</p>
            <p>La carissima vostra è scritta con franchezza ed a cuore aperto, ciò che ad onta dell'amaro argomento ho gradito moltissimo come prova della vostra bontà per me, e ve ne ringrazio di tutta l'anima. Sono poi nella stessa bontà vostra sicuro che non vorrete offendervi se con pari ingenuità e franchezza prendo a rispondervi.</p>
            <p>Voi dite bene che se avessi potuto sospettare la vostra domanda priva di consentimento paterno, o non avrei impiegato le mie premure ad ottenervi il noto passaporto, o sospendendone l'impegno, avrei pregato voi (e non altri che voi) a farmene avere l'assenso del vostro sig.r Padre, senza del quale nè io avrei avventurato mai la mia opera, nè trattandosi della vostra età e stato di figlio di famiglia, la Superiorità medesima ve lo avrebbe accordato. Io lo richiesi per voi con buona fede, perchè me ne assicuraste il paterno piacere; il Governo me lo accordò sulle assertive mie dopo quanto me ne scrivevate che vi concorreva il suddetto consenso. E senza que' giri di simulazione e di secrete manovre, delle quali è affatto incapace il ben noto carattere mio, e che mi sembrano ingiustamente passarvi forse per l'animo; della buona fede mia siavi appunto riprova l'avere accluso il passaporto allo stesso Conte Monaldo in occasione che ebbi di scrivergli, supponendolo, come io dovevo supporlo, ed avendomene assicurato voi, inteso e contento. L'affare, senza che altrimenti ne pensiate, è andato naturalmente per mia parte così. E sebbene da voi stesso rilevo che per parte vostra e sulle vostre assertive ho corso rischio di compromettermi col Governo, e ciò che più mi dispiace, di perder l'antica e non mai alterata amicizia del vostro sig.r Padre, non nego di provarne pena, ma non ve ne fo rimprovero, soddisfatto di quanto in questo proposito graziosamente mi esprimete, e compassionando una inavveduta mossa giovanile che altrimenti avea ragion di temere che non sarebbe riuscita nell'intento. Dunque di ciò non se ne parli più, nè ve ne avrei io parlato giammai se non me ne avesse portato il dovere a rispondervene.</p>
            <p>Che poi avrò io a rispondere da uomo onesto ed amico al resto della lettera vostra? Non vi sarà, spero, caduto in mente di scrivermi colla idea che io ne avessi a far poi comunicazione al Conte Monaldo. Caro Contino, sono io e so quanto voglia dire esser Padre: guardimi il Cielo di portare un pugnale in petto al vostro: ed un pugnal sarebbe al suo cuore quanto voi mi scrivete: egli ama i suoi figli; li ama all'eccesso, e voi giustamente forse più di ogni altro: ciò è noto a tutti quanti lo conoscono: è noto a voi, e dovete esserne per ogni titolo persuaso. Perchè dunque interpretare in istrana e contraria maniera, se egli desideroso per suo carattere di compiacervi in ogni vostro equo desiderio, per ora sospendesse il suo consenso di allontanarvi da lui? Io ne ignoro i motivi; ma potrebbono esser tanti e tali, da trovare ragione particolarmente presso un figlio che lo conosce e che infinitamente riamato lo ama, come dite voi stesso. Non potrebbe esserne uno la vostra ancor troppo tenera età esposta così ai rischi ed eventuali e morali di un viaggio senza compagnia e senza guida? la vostra salute che le vostre straordinarie applicazioni hanno reso poco felice e che voi credete anche forse più rovinata di quel che lo sia? e senza entrar (chè io non so e non debbo) nell'economico di vostra famiglia, la spesa per cui sono necessarii e il tempo e l'accozzar de' mezzi per equipaggiarvi alla decenza e al bisogno? Laddove ed a proposito di quest'ultimo oggetto, come partivate voi, se non foste stato almen per ora trattenuto? con quai denari? con qual corredo? a quali estremi vi sareste in breve ridotto? quali provereste le conseguenze di una precipitosa irreflessiva e non maturata risoluzione?</p>
            <p>E donate alla franchezza che mi sono imposta fin da principio, e non vi offenda, se io dico e non trovo nè maturità nè riflessione nella risoluzione vostra. Lascio e non ardisco di analizzare nè le massime nè i principii che vi han mosso a formarla. Conosco voi: voi siete dotto anche superiormente all'età, ed egualmente siete con tutta la diligenza educato per discutere, distinguere, e sapere quel che vi conviene. Ottime quindi saranno, anzi sicuramente per tali io tengo le vostre intenzioni. Voi conoscete il mondo; ma lo conoscete soltanto sui libri: ma di quanto è diversa da quella che ne danno i libri la cognizione del mondo in prattica! e quanto perciò è compatibile e giusta la trepidazione di un Padre! Voi perciò dovrete dopo le tante acquistate cognizioni conoscer meglio il mondo e conoscerlo pratticamente: nessuno ve ne contrasterà la giusta e ragionevole idea. Ma a farne il primo pericoloso passo avete bisogno di consultarne in prevenzione chi lo conosce meglio di voi, un amico fedele, un che abbia per voi un vero e leale interesse. E chi più interessato per voi, chi maggiore e miglior vostro amico del vostro stesso Padre?</p>
            <p>No, Giacomino mio, non vi fate trasportare da quella nera malinconia che purtroppo v'investe l'anima e i sensi, che tutta si mostra in quanto m'avete scritto, e che fino ad una trascendente e terribile misantropia sembra avanzare a gran passi. Ricomponete il vostro spirito: senza illusione senza entusiasmo riconoscete il maggiore il migliore amico nel Padre vostro: egli lo è e non può esserlo diversamente: apritevi con candore e con fiducia con lui: ove non credeste di poter farvi a un primo incontro superiore all'umor triste che sventuratamente vi occupa, fatevi strada a lui per mezzo del vostro maggior Zio materno: egli lo ascolta, e il Cavaliere è troppo saggio per metter voi nelle vie della prudenza, e combinare col vostro sig.r Padre le più convenevoli e prudenti misure a rendervi un giorno, nel miglior modo possibile e regolare, soddisfatto nel presente desiderio vostro e con reciproca armonia di famiglia, pienamente contento. Questo è il mio consiglio nel vostro caso, e ne giurerei il buon effetto. Voi perdonatene il suggerimento e la libertà a chi vi è obbligatissimo servitore ed amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="A L.Trissino (1819)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A LEONARDO TRISSINO - VICENZA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 23 Agosto 1819.</date>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo signor Conte. Finattantochè il nostro Giordani s'è trattenuto costì, non ho mancato ogni volta ch'io gli ho scritto di domandargli nuove di V.S., nè di pregarlo che le facesse riverenza in mio nome. Ora ch'egli è partito, desiderando pur sempre d'aver notizia di V.S., conviene ch'io preghi Lei stessa a volermene soddisfare per sua gentilezza. Anche avrò caro ch'Ella mi dica se ha più nessuna memoria di questo ch'Ella accettò così benignamente per servitore, e se mi conserva quella benevolenza che si compiacque di significarmi non ostante il mio demerito. Io non mi posso dimenticare di un giovane signore italiano così amorevole, nè di sentimenti così magnanimi, nè di tanti pregi e virtù d'ogni sorta, che se fossero meno singolari in questa povera terra, non sarebbe stoltezza lo sperar della nostra patria. Desidero che questa le riesca meno fastidiosa che può, e ch'Ella prenda in grado la sollecitudine ch'io porto di restarle sempre in concetto di suo devotissimo obbligatissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di L.Trissino (1819)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI LEONARDO TRISSINO</hi>
               </byline>
               <date>Vicenza 10 Settembre 1819.</date>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo Signor Conte. Una delle maggiori privazioni, fra le molte che provo di trovarmi lontan dal nostro Giordani, è quella di non sentire parlar sempre, come mi piacea tanto, del maraviglioso ingegno del signor Conte Leopardi. Giordani ed io eravamo contentissimi quando giungevano notizie di Lei; e vivo sicuro che dalle lettere dell'amico nostro Ell'avrà inteso più volte quanto io le sia affezionato rispettosamente. Senz'altro anche l'ultima lettera ch'Ella ha voluto scrivermi con tanta benignità di cuore, basterebbe a dire che animo gentile sia il suo. Li miei debiti con Lei si fanno sempre maggiori, nè mi peseranno mai, anche nella disperazione che io sia uomo da non potermele mostrar riconoscente che a parole. Che io fossi in parte come dovrebb'essere chi Ella consola delle sue lettere così spontaneamente! Il suo silenzio sopra la sua salute mi fa sperar bene. Non prego altro che di sentirla sano e contento in ogni proposito. Eppure la sua lettera mi ha lasciato qualche desiderio. Che sono a questo momento, rispettabilissimo Signor Conte, i profondi suoi studi? E quai doni promette Ella a chi ha tutto il diritto di aspettarne da Lei? E quanto dovranno essere aspettati? Si ricordi, che della Italia presente la storia non potrà far discorso che di sculture, e di un po' di lettere. Queste sperano in Lei fortemente: guai se fossero tradite.</p>
            <p>Giordani dopo ch'è a Milano non mi ha scritto un verso. Il dovere di non fastidirlo con lettere mie mi conforta più poco.</p>
            <p>Niente che possa essere riferito a Lei da questo paese neghittoso affatto.</p>
            <p>Ella mi si mostra pure di cuore tanto buono che non posso tacerle una mia contentezza. Tutta la mia vita fu travagliata da erpete rabbiosissimo, e di natura nuova propriamente. Da due anni mi dava tregua. Quasi credesse che lo avessi dimenticato, ne' giorni passati si fece vedere più brutto che mai. Ma si contentò di poco; scomparve, e ora sono nella sanità di prima.</p>
            <p>La sua lettera cortesissima del 23 agosto non mi è stata data dalla posta che ieri sera.</p>
            <p>Si degni di continuarmi la sua amorevolezza, tanto più cara a chi sa di esser nulla; e che non è buono che di rassegnarsi sincerissimamente col più affettuoso ossequio Suo obb.mo aff.mo Servitore.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Brighenti (1819)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO BRIGHENTI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 10 Settembre 1819.</date>
            </opener>
            <p>Stimatissimo Signore. Non vorrei essere importuno, ma temo di parere incivile coll'aver taciuto fino ad ora alle sue ultime. Ora Ella sappia che io Le ho sempre risposto e accorgendomi dalle sue, che le mie lettere erano smarrite, ho replicato, e finalmente ai 16 di Agosto p. le scrissi dicendole che non trovando altro mezzo, avea preso il partito di assicurar quella lettera. Ma essa per isbaglio del Direttore di posta, in cambio di essere assicurata, fu solamente affrancata, e il non vederne alcun riscontro mi persuade che abbia corso la sorte delle altre. Perciò torno a scriverle, e assicuro la presente, ripetendo quello ch'io mi trovo averle scritto, non mi sovviene oramai quante volte, cioè ch'io ricevei molto tempo fa, tanto la <hi rend="italic">Congiura di Napoli</hi>, le <hi rend="italic">Avventure di Saffo</hi>, la <hi rend="italic">Cronica</hi> del Compagni, la <hi rend="italic">Vita del Giacomini</hi>, quanto per la posta le <hi rend="italic">Prose Giordani</hi>. E che riguardo al prezzo delle note 50 copie delle mie <hi rend="italic">Canzoni</hi>, di cui Ella m'interroga, la prego a regolarlo intieramente a suo talento, e in ciò ad avere solamente in mira la facilitazione dello smercio, essendo il danaro che in ogni modo se ne potrebbe ritrarre, cosa di troppo poco momento.</p>
            <p>Se questa avrà la fortuna di pervenirle, desidero che le attesti nuovamente la mia sincera stima. Se anche le altre le erano pervenute, ed Ella non le giudicò meritevoli di risposta, scusi la mia importunità, e seguiti ad avermi costantemente in considerazione di suo devotissimo obbligatissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Giordani (1819)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO GIORDANI - MILANO.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 13 Settembre 1819.</date>
            </opener>
            <p>Il 20 del passato risposi alla tua cara del 4, e volli tornare a scrivere al nostro Montani a Varese. Non vedo risposta nè all'una nè all'altra lettera, ma della seconda mi dispiace, della prima sto con dolore, e per alleggerirlo ti scrivo nuovamente, essendo deliberato d'ora innanzi di tentare le poste solamente per te, stante ch'eccetto in questo commercio che si vuol mantenere anche coi mezzi più disperati, non voglio gettar più carta nè fatica. Se questa ti arriverà, sappi ch'io vivo, o piuttosto non vivo, al mio solito, che ti amo come sempre, e mi struggo d'aver nuove di te, mancandone da più d'un mese in poi. Carlo e Paolina ti amano e ti salutano. Al Brighenti non mi sovviene più quante lettere ho scritte in questi giorni senza risposta. Voglimi bene ch'io sono il tuo povero amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1819)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>Milano 22 Settembre <add resp="ed">1819</add>.</date>
            </opener>
            <p>Mio amatissimo. Non vedendo alcuna tua lettera, dopo quella 26 luglio, alla quale avevo risposto il 4 agosto; io ti scrissi il 10 di questo settembre. Ora ricevo la breve dei 13 da te, e da Carlino: ma quella dei 20 agosto che mi scriveste in comune è dunque smarrita. Oh pazienza! o anzi oh disperazione di maledette poste! E nondimeno bisogna perseverare a scriverci; tanto che almeno sappiamo reciprocamente d'esser vivi. Credi pure che se Montani e Brighenti non rispondono è segno che non ricevono le lettere: perchè sono ottime persone, e non mancherebbero. Ma vedo quanto dolorosa anzi disperata dev'essere la vostra situazione. Oh non potete imaginare come il mio cuore n'è tormentato: e non poterci trovare rimedio! altro che sforzarsi alla pazienza.</p>
            <p>L'affare della milizia piemontese era difficile sin da principio a' forestieri; ora infinitamente più; crescendo ogni dì il numero de' nazionali che devono impiegarsi: essendo ivi numerosa e povera la nobiltà; perchè, restituiti i fedecommessi, i cadetti non hanno niente; e tutti corrono alla milizia per farsi uno stato. Ci vuole poi una spesa non piccola: e a questa come s'indurrebbe mai vostro padre, già ripugnante a lasciarvi uscir di casa? e so che la spesa è forte, perchè anni sono un mio cugino potè ottenere di entrare nel reggimento di Carignano: ma per un pezzo bisogna che ancora si mantengano da sè come cadetti. Onde vedi, Carlino, che questo partito non può riuscire senza grande opera di vostro padre: e come indurlo? Mai andrà a Roma in principio d'inverno, avendo accettato d'esser custode della Vaticana. Non so se ivi potrà giovare a Giacomino: certo gliene parlerò: e Giacomino quando sarà a Roma può scrivergli; per tentare se si potesse uscire. Ma oh dio: questo mondo è pieno di miserie e difficoltà. Io vi prego tutti due, miei amatissimi amici, che sforzandovi a tener forte l'animo procuriate di conservarvi almeno la salute: senza la quale non si può far nulla. Saluto caramente Paolina: e voi due Giacomino e Carlino abbraccio col cuor pieno d'amore e di dolore: addio carissimi, bravissimi, sfortunatissimi: addio addio. Anch'io sono infelice molto: ma non ci penso: so potessi sentire una buona nuova di voi, sarei tutto racconsolato. Oh mondo reo abominabile. Addio addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Brighenti (1819)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO BRIGHENTI</hi>
               </byline>
               <date>Bologna 25 Settembre 1819.</date>
            </opener>
            <p>Veneratissimo signor Conte. Mi trovo onorato di una composizione sua del 10 arrivata alla posta di Bologna il 19 corrente, e venuta per <hi rend="italic">consegna</hi>. Egualmente per consegna le spedisco la presente, giacchè vedo che alcune nostre lettere sono andate smarrite, potendola assicurare che io ho sempre risposto ai suoi fogli, e non solo perchè lo esigeva il dovere, ma perchè emmi graditissimo trattenermi con Lei, e sono a ragione ambizioso de' suoi caratteri. Così la fortuna, che d'ogni intorno mi perseguita, non mi togliesse anche questo bene di poterla conoscere di persona, come la venero, e l'ammiro per la singolarità de' suoi talenti, e la gentilezza dell'animo.</p>
            <p>Il nostro Giordani mi scrive di Lei quanto Ella merita e può immaginarsi, incaricandomi di salutarla a suo nome, e avvertirla che nella data del 21 corrente le ha scritto rispondendo alla sua del 13 e non a quella del 20 agosto, la quale egli non ha avuta.</p>
            <p>Ho già impiegata la metà delle cinquanta copie delle sue Canzoni, per le quali ho creduto di addebitarne i librai in paoli uno per copia, giacchè la stampa non essendo che di dodici fogli, non potranno essi venderle che al più baiocchi 15 e debbono rifarsi delle spese, e averci un poco di guadagno. Così le sono debitore di paoli 25 romani, di cui la ho accreditata.</p>
            <p>Lessi alcun tempo fa un certo mio discorsetto a quest'Accademia di musica in occasione della distribuzione de' premi, e poichè potrebbe darsi che venisse stampato mi prenderò la libertà di rassegnargliene un esemplare, se pur Ella ha avuto qualche volta ozio per donare un momento alla musica, arte che a' nostri dì s'insegna assai male, e a cui per inclinazione vivissima io mi sono dedicato quanto ho potuto.</p>
            <p>Godo moltissimo che le giugnessero poi i libri ordinatimi da V.S. e mi desidero l'onore de' suoi comandi, e in questo rapporto e in qualunque altro in cui meritassi il favore di poterla obbedire.</p>
            <p>Qui non abbiamo al presente novità librarie, fuori della pubblicazione del primo fascicolo del <hi rend="italic">Dizionario della lingua italiana</hi>, che gli Editori avevano prima intitolato <hi rend="italic">Gran Dizionario</hi>, e che ora, mercè i suggerimenti di qualche letterato, si è chiamato soltanto <hi rend="italic">Dizionario</hi> senza quel <hi rend="italic">gran</hi>. Deve anche essere uscito (ma non l'ho visto) il primo fascicolo della nuova edizione della <hi rend="italic">Divina Commedia</hi>, con note e rami, dai tipi di quest'Arcivescovado.</p>
            <p>Ma io l'avrò infastidita con sì lunga mia lettera, e le tolgo un tempo ch'Ella dottamente impiega a migliori cure. Mi scusi della indiscretezza, siccome del non averle risposto mercoledì scorso, essendo ciò derivato da qualche incomodo di salute, che mi ha tenuto in letto fino a ieri. Con tutto l'ossequio mi rinnovo, signor Conte veneratissimo, il suo umilissimo devotissimo servitore.</p>
         </div1>
         <div1 n="A L.Trissino (1819)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A LEONARDO TRISSINO - VICENZA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 27 Settembre 1819.</date>
            </opener>
            <p>Mio stimatissimo e carissimo Signor Conte. V.S. non mi poteva dare altra maggior consolazione di quella che m'abbia data colla notizia del buono andamento della sua strana e tormentosa malattia, che il nostro Giordani mi raccontò quando fu in Recanati, ed io ne stava con grande ansietà, non ostante che non mi arrischiassi di domandarle espressamente di questo. V.S. mi consola spontaneamente, ed io la ringrazio di tutto cuore, e me ne rallegro il più ch'io possa, come anche desidero ch'Ella seguiti a favorirmi d'altre tali notizie.</p>
            <p>V.S. mi scrive con un affetto che m'innamora. Quanto più conosco la scelleratezza e la viltà degli uomini, tanto più divento animato e fervoroso verso i cuori nobili e buoni come il suo, stimando somma e rarissima fortuna il trovarne, e molto più l'esser degnato dell'amor loro. Se V.S. vorrà guardare a qualunque altro pregio, le converrà cercare altre persone da collocare l'affetto suo, ma un cuore schietto e palpitante e infiammato come questo, e certo di ricambiarla con altrettanto e maggiore affetto, non le verrà trovato così facilmente e per questo capo io non mi stimo indegno ch'Ella abbia cominciato ad amarmi, e la prego ardentemente a seguitare.</p>
            <p>Rispetto alle cose che V.S. mi domanda, io voglio ch'Ella si persuada, e tenga per certissimo, non solamente ch'io poco vaglio, ma che per quanto io desideri intensamente di adoperare tutto questo poco in benefizio della mia povera patria, la fortuna senza nessunissimo dubbio me lo impedirà. Così ha cominciato a fare sino dal principio della mia vita con ogni sorta di ostacoli domestici locali corporali e quanti altri si possono immaginare. Ma da sei mesi in qua mi ha levato ogni uso degli occhi e della mente per una somma debolezza de' nervi oculari, che m'impedisce non solamente qualunque lettura o studio, ma ogni minima contenzione del pensiero. E così spogliato del solo conforto che mi restasse in una città come questa, e nella mia condizione, può pensare V.S. che vita sia questa ch'io vo menando. Fui per cedere alla fortuna, dando effetto a una risoluzione che m'avrebbe condotto in breve alla fine comune di tutti i mali, ma fui scoperto, e impedito, non colla forza che non valeva, ma colle preghiere.</p>
            <p>Del nostro Giordani sto in gran sollecitudine anch'io, non avendone più nuova dai 4 d'Agosto in poi. V.S. mi continui ad avere nel numero de' suoi affezionati, e mi rallegri colle sue lettere, e colle testimonianze del suo caro amore, che se potrò certificarmi d'avere ottenuto e di potermi conservare, giudicherò che in questo la mia fortuna abbia tralasciata la sua consuetudine. Il suo gratissimo e affettuosissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Giordani (1819)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO GIORDANI - MILANO.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 1° Ottobre <add resp="ed">1819</add>.</date>
            </opener>
            <p>Mi arriva regolarmente la tua de' 22 del passato, ma l'altra dei 10 andò perduta. Questa è la prima, non solo tua, ma di qualunque altro, che venendo a me, sia rimasta per via: fin qui la maledizione era sempre stata solamente per le lettere che partivano di qua. Carlo ora, ed io già prima che ti scrivesse, era persuasissimo che quello ch'egli cercava fosse impossibile a conseguire, massimamente nella sua condizione. Ma tu mi dici d'esser molto infelice. Oh non vorrai tu raccontarmi le tue sventure se sono nuove, e ricordarmele se sono antiche? Vedi che non ci resta altro che la comunione de' nostri mali. Rinfrescando la stagione ho ripigliato alquanto vigore, ma l'imbecillità degli occhi, e però la miseria della mia vita, è sempre la stessa e maggiore. Nella mia de' 20 d'Agosto ti raccontava la risoluzione che avea fatta d'abbandonarmi alla fortuna, fuggendo di qua; e cominciatala ad eseguire; e come nel venirmi il passaporto da Macerata, fui scoperto; e non essendo piaciuto a Dio che usassero la forza, le preghiere e il dolore mi legarono al mio patibolo irresolubilmente.</p>
            <p>Il Trissino scrivendomi sui principii del passato, si lagnava che non avea notizia di te da poi ch'eri partito per Milano. Scrivigli se non l'hai fatto: io vedo, e tu sai che lo merita. Seguitiamo ad amarci, e tu vivi meno infelice che puoi. Ti salutano Carlo e Paolina. Scrivimi quello che ti molesta, dammi nuove della salute, procuriamo di piangere insieme giacchè la fortuna tanto nemica in ogni altra cosa ci ha favoriti oltre all'ordinario in questo, che avessimo dove riporre sicuramente il nostro amore.</p>
            <p>Cominciai questa presente il giorno che sta nella data, ma per una malattia degli occhi sopravvenuta alla solita debolezza, non l'ho potuta finire se non oggi che siamo ai 22.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1819)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>Milano 1° Novembre <add resp="ed">1819</add>.</date>
            </opener>
            <p>Mio carissimo e sfortunato. La fortuna ha perdonato a me e alla tua 22 ottobre, lasciandomela arrivare. Rendo mille saluti di cuore a Carlo e Paolina. Essi devono soccorrere a' tuoi occhi, e risparmiarteli, facendoti servigio di leggerti. Io ti raccomando questa cosa indicibilmente: pensa bene che orrore sarebbe se crescesse e si perpetuasse quel male: dunque àbbici una somma diligenza a non irritarlo. Io parlo spessissimo di te, con amore infinito e dolor grande, a chiunque può intender queste cose. Domenica mattina è partito Mai per Roma. È qui il bravo Grassi, segretario dell'Accademia di Torino: mi chiese di te; mi dice che ricevette le tue belle Canzoni, che le fece conoscere in Torino, che ti rispose: e ti saluta molto.</p>
            <p>Non volere o mio caro ch'io ti parli delle mie pene: ne ho di vecchie e di recenti: ma che importa? io sono indurito ai mali; e infine ho già vissuto. Non avermi neppur compassione: perch'io sono sì infastidito e sì irritato di questo abominabil mondo, che non ho più tenerezza nessuna per me stesso. Parliamo di te. Reputo gran ventura che sia stato disturbato il tuo doloroso disegno. Non ti biasimo che tu l'abbi avuto in mente: ma reputo bene, o assai minor male non averlo potuto eseguire. Non credere, o mio caro, che io non intenda la tua dolorosa situazione: figùrati che io ho provato altrettanto e forse peggio: peggio in salute: peggio in schiavitù domestica: peggio in spasimo dell'animo. Ma facciamo un po' i conti spassionatamente: vedrai che andavi a peggiorare. Ti manca una conoscenza materiale del mondo; ti manca il modo di farti meglio conoscere. Ma in sì pochi anni sei già conosciuto non poco; e quel che più vale, hai d'ingegno e di sapere quel che in tutta Italia hanno ben pochissimi. Hai i comodi della vita corporale; cosa importantissima ad una complessione così delicata: hai sufficienti mezzi per occupare il tuo intelletto: e la speranza della gloria non ti è poi tolta: perchè vedi quanto ti resta a vivere: e il tempo suol portare seco non pochi favori. All'incontro, come esporti così all'azzardo? con una complessione delicata? senza un fine certo? senza mezzi sicuri? in un mondo in un secolo il più egoista che mai fosse. In chi sperare, e che? Io capisco tutto quel che devi soffrire in casa: ma per mia propria esperienza ne ho la misura. All'incontro mi spaventa l'indefinito de' mali a cui andresti incontro uscendo così alla disperata. La tua condizione non è felice: ma uno sforzo di filosofia la può sopportare. Figùrati d'essere un carcerato: ma ariosa prigione e salubre; buon letto, buona tavola, assai libri: oh dio; ciò è ancora meno male che non saper dove mangiare, nè dove dormire. Chi sa; forse un qualche giorno tuo padre si piegherà: se io sapessi qual santo potesse fare questo miracolo, certamente lo invocherei. Ma frattanto invoco la tua pazienza, la tua prudenza. Cura la salute: questo è il capo principale. Séguita tranquillamente i tuoi studi: non dubitare che un qualche dì salterai fuori con qualche lavoro, che ti farà conoscere da tutti per quel vero miracolo che già sei. Ottieni da te stesso di poter sopportare il male, e ti si farà men crudele. Un rimedio violento, credimi, nol guarirebbe. Credilo a me; che ho esperienza di queste miserie. Scrivimi o carissimo: o piuttosto fammi scrivere da Carlino, per non ti affaticare. Salutami tanto tanto e lui e Paolina. Fatevi amorevol compagnia; e qualche volta ricordatevi di me. Io ti abbraccio con tutta l'anima senza fine. Addio amatissimo Giacomino.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Giordani (1819)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO GIORDANI - MILANO.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 19 Novembre <add resp="ed">1819</add>.</date>
            </opener>
            <p>Sono così stordito del niente che mi circonda, che non so come abbia forza di prender la penna per rispondere alla tua del primo. Se in questo momento impazzissi, io credo che la mia pazzia sarebbe di seder sempre cogli occhi attoniti, colla bocca aperta, colle mani tra le ginocchia, senza nè ridere nè piangere, nè muovermi altro che per forza dal luogo dove mi trovassi. Non ho più lena di concepire nessun desiderio, neanche della morte, non perch'io la tema in nessun conto, ma non vedo più divario tra la morte e questa mia vita, dove non viene più a consolarmi neppure il dolore. Questa è la prima volta che la noia non solamente mi opprime e stanca, ma mi affanna e lacera come un dolor gravissimo; e sono così spaventato della vanità di tutte le cose, è della condizione degli uomini, morte tutte le passioni, come sono spente nell'animo mio, che ne vo fuori di me, considerando ch'è un niente anche la mia disperazione.</p>
            <p>Gli studi che tu mi solleciti amorosamente a continuare, non so da otto mesi in poi che cosa sieno, trovandomi i nervi degli occhi e della testa indeboliti in maniera, che non posso non solamente leggere nè prestare attenzione a chi mi legga checchè si voglia, ma fissar la mente in nessun pensiero di molto o poco rilievo.</p>
            <p>Mio caro, bench'io non intenda più i nomi d'amicizia e d'amore, pur ti prego a volermi bene come fai, ed a ricordarti di me, e credere ch'io, come posso, ti amo, e ti amerò sempre, e desidero che tu mi scriva. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1819)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>Milano 25 Novembre <add resp="ed">1819</add>.</date>
            </opener>
            <p>Mio amatissimo. Alla tua dei 22 ottobre risposi il 1° novembre, confortandoti alla meglio di tolerare colla possibil pazienza la tua presente condizione: considerando che almeno hai le comodità necessarie alla vita, e la possibilità di pascer l'intelletto con letture e con meditazioni: cose che ti mancherebbero gittandoti alla fortuna; poichè il secolo è sommamente egoista, e crudele agli ingegni. Ti raccomandavo ancora di farti aiutare da Carlo e da Paolina nel leggere, per non ammazzar gli occhi, che vogliono esser trattati con grandissimo rispetto. Non so se quella mia povera lettera avrà avuto fortuna di arrivarti. Ora ti avviso che fra pochi dì sarò nel mio lugubre sepolcro di Piacenza, dove resterò un pezzo. Son certo che là mi manderai talvolta delle tue nuove, che io desidero tanto: benchè sinora siano più per <hi rend="italic">piangere insieme</hi> (come troppo veramente tu dici) che per rallegrarci. Mille cari saluti a Carlino e a Paolina: e con tutto il cuore ti abbraccio. Addio addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di F.Melchiorri (1819)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">DELLA ZIA FERDINANDA MELCHIORRI</hi>
               </salute>
               <date>Roma 27 Novembre 1819.</date>
            </opener>
            <p>Caro Nepote. È di mio doveroso piacere il mantenervi la parola; vi promisi prima di partire di scrivervi, ed ora lo fo. Non potete credere, mio caro Giacomo, quanto voi m'interessate, e quanto gradirò di avere nel vostro cuore un posto distinto. Le vostre buone qualità, l'amabili vostre maniere, il vostro sensato pensare, il vostro sensibile cuore, sono tutti stimoli per cattivarvi l'affetto di ogni persona, più poi di chi vi appartiene per sangue. Vi assicuro che nel tempo che ho goduto la vostra compagnia, avete interessato il mio cuore totalmente, e vorrei potervi esser utile a qualunque mio costo. Conosco, però pur troppo la mia insufficienza per lusingarmi di poter mai giugnere al compimento di questo mio desiderio. Mi lusingo pertanto che voi lo gradirete, anche senza che esso abbia il suo efletto. Conoscendolo voi e credendo di poter profittare della mia amicizia, non avete che a parlare. Io intanto desidero essere ragguagliata minutamente della vostra salute tanto a me cara. Le nuove della mia e di tutti di mia casa sono ottime. Il cavaliere, Nanna, Peppe vi salutano ben di cuore; voi fate altrettanto in mio nome prima a Nonna, come a me più interessante, dicendole che non le scrivo in quest'ordinario, onde non moltiplicar lettere; a' vostri Genitori e fratelli, tra' quali intendo la sorella ancora. Addio, mio caro Giacomo. Vogliatemi bene, e credetemi a tutte prove la vostra affezionatissima Zia. Salutate ancora don Sebastiano e don Vincenzo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1819)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>Milano 8 Decembre <add resp="ed">1819</add>.</date>
            </opener>
            <p>Mio povero Giacomino. Ti scrissi il 25 novembre. Domani parto per Piacenza; dove starò un pezzo. Prima di partire rispondo alla tua ultima 19 novembre. Oh mio Giacomino; che lettera! ma purtroppo era inevitabile che una sì lunga violenza a un animo forte in un corpo delicato finisse così. Io conosco, io sento la tua situazione: io me ne dispero. Ma che si ha a fare? Io mi raccomando a Carlino a Paolina, che ti consolino a quel modo che si può: e si uniscano a me in pregarti che tu non abbandoni il voler bene a te stesso, e l'aiutarti quanto puoi colla speranza de' possibili, colla pazienza, coll'altezza della mente, che si sdegni di soccombere alle ingiurie della fortuna. In tanta gioventù, è troppo presto e non è prudente l'abbandonarsi. Che io ti ami, anzi ti adori sempre; non devi dubitarne. E credimi che il caso tuo non è piccola parte delle mie rabbiose malinconie, e delle infinite maledizioni ch'io gitto a questo mondo; il quale solamente può parer tolerabile non che lodevole agli stolidi e ai maledetti egoisti.</p>
            <p>Mio caro Giacomino: io non so che dirti; e il caso tuo non è più da parole. E vedi bene che io nulla posso. Ma posso amarti e compiangerti; e credimi che il cuor mi si rompe de' tuoi guai. Con sospiri infiniti e con amore immenso ti abbraccio: e Carlino e Paolina saluto caramente le mille volte. Oh mondo detestabile! Addio care anime: addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Giordani (1819)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO GIORDANI - PIACENZA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 10 Decembre <add resp="ed">1819</add>.</date>
            </opener>
            <p>Alla tua del primo del passato risposi il 19 a Milano. Questa viene a Piacenza per la tua de' 25. Carlo e Paolina ti amano e ti salutano, e stanno bene. Io sto all'ordinario. Non ti stancare di scrivermi più spesso che puoi. Dimmi che cosa pensi dell'<title>Omero</title> del Mai, voglio dire massimamente delle nuove letture de' frammenti dell'<title>Iliade</title>, se sieno di considerazione per un letterato non per un erudito. Dimmi se l'opera del Monti va innanzi e il poema dell'Arici se lo stimi da qualche cosa. Io non l'ho già veduto, eccetto alcuni versi. Dico sinceramente che m'hanno confermato nell'opinione ch'io n'avea. In sostanza Omero, Virgilio, l'Ariosto, il Tasso hanno scritto poemi eroici, e fatta una strada. Qualunque italiano si mette alla stessa impresa già non pensa neppure in sogno di correre un altro sentiero. E non dico solamente un altro sentiero in grande, ma neanche nelle minuzie. E quando l'Arici arrivasse anche a darci un altro Tasso, non bastava quello che avevamo? Anche Giusto de' Conti ci diede quasi un altro Petrarca, e il Sanazzaro un altro Virgilio, ma tutti si contentano di quel Petrarca e di quel Virgilio che c'era prima. In Italia è morta anche la facoltà d'inventare e d'immaginare che pareva e pare tuttavia così propria della nostra nazione. Seguita ad amarmi e a ricordarti del tuo buono amico. Addio.</p>
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         <div1 n="A P.Giordani (1819)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO GIORDANI - PIACENZA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 17 Decembre 1819.</date>
            </opener>
            <p>Credeva che la facoltà di amare come quella di odiare fosse spenta nell'animo mio. Ora mi accorgo per la tua lettera ch'ella ancor vive ed opera. Bisogna pure che il mondo sia qualche cosa, e ch'io non sia del tutto morto, poichè mi sento infervorato d'affetto verso cotesto bel cuore. Dimmi, dove troverò uno che ti somigli? dimmi, dove troverò un altro ch'io possa amare a par di te? O cara anima, o sola <hi rend="italic">infandos miserata labores</hi> di questo sventurato, credi forse ch'io sia commosso della pietà che mi dimostri perch'ella è rivolta sopra di me? Or io ne son tocco perchè non vedo altra vita che le lagrime e la pietà; e se qualche volta io mi trovo alquanto più confortato, allora ho forza di piangere, e piango perchè sono più lieto, e piango la miseria degli uomini e la nullità delle cose. Era un tempo che la malvagità umana e le sciagure della virtù mi movevano a sdegno, e il mio dolore nasceva dalla considerazione della scelleraggine. Ma ora io piango l'infelicità degli schiavi e de' tiranni, degli oppressi e degli oppressori, de' buoni e de' cattivi, e nella mia tristezza non è più scintilla d'ira, e questa vita non mi par più degna d'esser contesa. E molto meno ho forza di conservar mal animo contro gli sciocchi e gl'ignoranti coi quali anzi proccuro di confondermi; e perchè l'andamento e le usanze e gli avvenimenti e i luoghi di questa mia vita sono ancora infantili, io tengo afferrati con ambe le mani questi ultimi avanzi e queste ombre di quel benedetto e beato tempo, dov'io sperava e sognava la felicità, e sperando e sognando la godeva, ed è passato nè tornerà mai più, certo mai più; vedendo con eccessivo terrore che insieme colla fanciullezza è finito il mondo e la vita per me e per tutti quelli che pensano e sentono; sicchè non vivono fino alla morte se non quei molti che restano fanciulli tutta la vita. Mio caro amico, sola persona ch'io veda in questo formidabile deserto del mondo, io già sento d'esser morto, e quantunque mi sia sempre stimato buono a qualche cosa non ordinaria, non ho mai creduto che la fortuna mi avrebbe lasciato esser nulla. Sicchè non ti affannare per me, chè dove manca la speranza non resta più luogo all'inquietudine, ma piuttosto amami tranquillamente come non destinato a veruna cosa, anzi certo d'esser già vissuto. Ed io ti amerò con tutto quel calore che avanza a quest'anima assiderata e abbrividita. Carlo e Paolina ti salutano di cuore. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di F.Melchiorri (1819)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI FERDINANDA MELCHIORRI</hi>
               </byline>
               <date>Roma 18 Decembre 1819.</date>
            </opener>
            <p>Caro il mio Giacomo. Non voglio che così presto venga il nostro carteggio trascurato. Troppo mi è caro il trattenermi con voi qualche tempo per privarmi di questo piacere; tanto più poi che voi medesimo me ne avete dato impulso collo scrivermi; senza sapere che io il facessi contemporaneamente, e assicurarmi che vi rallegrerebbero le mie risposte. Voglio perciò rispondere a tutti gli articoli della cara vostra lettera, quale ho più volte riletta, e ho trovata analoga al vostro carattere, ed a quel giudizio che meco stessa avevo di voi formato. Mi consola pertanto l'idea di poter essere io una di quello poche persone, colle quali il mio caro Giacomo potrà aprire il suo cuore, perchè non tanto dissimile troverà da' suoi sentimenti il cuor della Zia. Essa non ha studiato, ma ha sortito dalla natura una sensibilità che, anzichè indebolire cogli anni, sembra acquistar da essi maggior fondamento. Voi non avete sbagliato affatto, allorchè avete congetturato, che il mio allegro aspetto non sempre si accordasse coll'allegrezza dell'animo. Eccovi il mio cuore svelato; io vivo quasi sempre sola, e non già sola di persona, perchè o in famiglia, o per incidenza necessitata di trattare, ma sola, perchè quasi mai m'incontro con persone che possano compiacere il mio animo; e se qualche volta nel corso della mia vita mi sono incontrata di trovarne qualcuna, caro Nepote, ho dovuto porvi un argine, perchè il cuor nostro è troppo debole per potersi contenere, e non rendere veleno quello che sarebbe in sua natura stato un antidoto. In questa solitudine dunque, quali esser possono li motivi, che rallegrino e sollevino il mio spirito? Pur ne ho trovati, ma molto lontani dai mezzi umani, giacchè nella sola Religione ho saputo consolarmi dalle mie perdite, dalle mie amarezze, da' miei guai. Con essa sono arrivata ad acquistare una certa indifferenza su tutte le cose che mi affliggevano; chè finalmente ho trionfato, dirò così, di me stessa, ed ho acquistata una certa pace, che mi fa poi essere allegra allorchè sono in compagnia, e mi fa piacere di rallegrar gli altri, sebbene non sia io poi tanto tranquilla come lo sembro. A questo mio discorso io non trovo combinabile la vostra estrema malinconia, il poco prezzo in cui tenete la vostra persona, e la proposizione vostra colla quale mi dite esser <hi rend="italic">opera da savio porre un argine alla ragione, che è il supplizio della nostra vita</hi>. No, caro Giacomo, io non mi accordo con voi in questo. La malinconia è ancora effetto di un alterato fisico, e per questo rimediateci con procurarvi qualche sollievo, ancorchè a principio troviate nel sollievo medesimo della noia. A poco a poco ci assuefacciamo a scordarci de' nostri mali col trascurarli, o con il lasciare di coltivarne continuamente l'immagine; è la ragione poi quella che deve a ciò persuaderci, e di essa ci dobbiamo prevalere per felicitarci, non per il contrario. Sono però persuasa che voi medesimo convenite meco, non doverci per sistema rendere infelici, ma sopportar con coraggio i mali della vita, sperandone sempre il fine. Il vostro bell'animo vi darà pur troppo dei motivi di dolore, se estenderete la vostra sensibilità senza freno; ma questa, trattenuta nei limiti, vi darà motivo di compiacervene bene spesso. Spero che il Cielo pietoso vorrà addolcire la vostra sorte, e che vi renderà più quieto, cambiando le circostanze e ponendovi in un sistema meno coartato. Intanto, caro Giacomo, fate uso della vostra filosofia, e cercate rallegrarvi. Io sono rimasta assai disgustata di dovermi allontanare da voi. Conoscevo che qualche volta restava il vostro cuore sollevato dalle mie leggerezze; e quanto volentieri avrei voluto farvi vedere l'interesse che di voi io mi prendevo! Ma non ho avuto mai il coraggio di farlo, non sapendo se ciò poteva piacervi. Ora vi parlo senza velo; se posso io esser utile al vostro bene, conoscetemi e impiegatemi. Amatemi, chè io vi amo e desidero vedervi e sapervi felice. Datemi le vostre nuove. Io sto bene; Nanna, il cavaliere altrettanto. Salutate tutti, in specie la mia cara Mamma, chè ve la raccomando, e vostro Padre che merita tutto il vostro affetto. Dite alla prima che non le scrivo per non moltiplicar lettere, che è falsa la voce di esservi qui dell'influenza, e non ho inteso esservi a Terracina. Addio, caro Giacomo; credete che io sono la vostra Zia affezionatissima.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1819)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>Piacenza 20 Decembre <add resp="ed">1819</add>.</date>
            </opener>
            <p>Mio caro Giacomino. Dopo averti scritto il 25 novembre ebbi la tua dolorosa del 19 novembre: alla quale risposi l'8 decembre un giorno prima di partire da Milano. Ora sono qui; e ci rimarrò lungamente. Desidero aver tue nuove: oh dio, ma non dammi nuove sì lugubri. Io raccomando a Carlino e a Paolina che ti consolino a quel modo che si può. Perchè non posso io essere costì: e se è impossibile consolarti, almeno a sospirar teco. Mio caro Giacomino: sei tanto giovane; non ti abbandonare ancora. Salutami carissimamente il fratello e la sorella. E quanto all'amarti di cuore, non credere che ciò possa mai mancare. Così potessi cavarti da tanto pene. Oh che sciaurato mondo è mai questo. Addio, carissimo e troppo bravo Giacomino. Addio, ti abbraccio con dolore e amore indicibile. Addio addio. Addio Carlino, addio Paolina: consolate il povero Giacomino: consolatelo e amatelo anche per me. Addio. 22.</p>
            <p>Mio caro. Mi giunge la tua del 10 molto bisunta e saccocciata. Mi ristora e consola, parendomi che tu sia un poco più sollevato. Ringrazio cordialmente Carlino e Paolina della memoria, e ti prego di abbracciarli e di amarli anche per me.</p>
            <p>L'opera del Monti è ritardata dal lungo aspettare il compimento di una dissertazione che dee mandargli Perticari: onde non so quando potrà uscire. Arici ha felicissimo organo per la versificazione. Ma la grandezza della vera <hi rend="italic">invenzione</hi> poetica dici bene che oggi è perduta in Italia.</p>
            <p>I <hi rend="italic">frammenti</hi> omerici trovati dal Mai (circa 700 versi) hanno il pregio di un'antichità di 600 anni maggiore di qualunque più antico manoscritto omerico. E questa grande antichità accresce molta autorità alla <hi rend="italic">volgata</hi> lezione; dalla quale poco o nulla discordano. Le 58 pitture interessano la storia delle arti cadenti, e conservano molte vestigia dei costumi antichi. Il più importante sono i commenti da lui trovati in altri codici. Sai che Villoison che trovò i commenti all'<title>Iliade</title>  nella Marciana, girò invano il levante, e non potè mai trovar nulla sulla <title>Odissea</title>  : questi commenti trovati dal Mai, che sono estratti o compendii di commenti più ampii, e portano di mano in mano i nomi de' loro primi autori, si vedono fatti da quegli stessi celebri e dotti membri dell'Accademia Alessandrina ne' tempi de' Tolomei, innanzi a Cristo, da' quali autori fu similmente commentata l'<hi rend="italic">Iliade.</hi>   Vedi l'antichità, la bontà, l'autorità de' commenti: parte risguardano la lingua e la grammatica; parte la poetica e la favola, parte la storia e la erudizione. Mai ne ha dato il solo testo greco; purgandolo però; come fece per la <title>Iliade</title>   il Villoison. Certo sono utili agli studiosi d'Omero. Bellissima poi, e piena di varia dottrina è la sua dissertazione preliminare.</p>
            <p>Rallegromi che tu abbia ancora applicato l'animo alla consolazione degli studi; unica, che non ci possa mancare. Io ti scriverò sempre; e tu scrivimi: e voglimi bene, chè io con tutto il cuore ti amo, e ti amerò sempre. Addio carissimo Giacomino: addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Gaddi (1819)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GADDI</hi>
               </byline>
               <date>Porto di Fermo 30 Decembre <add resp="ed">1819</add>.</date>
            </opener>
            <p>Perchè ho assai graditi gli augurii che voi carissimo amico mi avete spinti, ed acciò conosciate quanto io vi corrisponda, scrivo dal letto e con mano tremante da che un forte insulto nervoso che per due giorni minacciò la mia vita, mi obbliga ancora a somma cautela; sono perciò debolissimo di fisico, e di mente, nè posso scrivervi quanto vorrei. In mezzo a ciò, ed ai gravi dispiaceri che soffro, e che vostro Padre ha già dimenticati, procuro di rassegnarmi a ciò che non dipende da me, e vivo tranquillo quanto lo permette la misera condizione umana, e l'ordine delle cose troppo moderne per chi ha provato il mondo vecchio assai più conveniente all'uom d'onore e di carattere. Voi siete assai giovine, ed io m'investo dal vostro ardore per il ben pubblico, nè disapprovo la malinconia che soffrite per non potere esercitare quell'attività alla quale aspirate: dall'altra parte se considero le circostanze dei tempi, quelle della famiglia, e specialmente lo stato della vostra salute, vi confesso che non vedo come potreste aspirare alle pubbliche cose, senza esporvi a risultati molto più funesti della noia che vi divora. Un'anima come la vostra ha mille risorse in se stessa, nè può, se vuole, annoiarsi giammai, e dirò di più, che se anche vi trovaste in mezzo al vortice del mondo, oltre le fatiche, i disgusti, e le spese, provereste noie maggiori nel commercio di egoisti, che col pretesto d'illuminare e riformare, altro non cercano che l'ambizione di comandare, e di far fortuna a danno della Società, che turbano con mille illusorie chimere. D'altronde quali sono i Governi che possano compensare le fatiche secondo il vero merito? e quale poi sia la misura di questo merito è un problema tale, che non è così facile a spiegarlo: vi dirò di più, che nel conflitto delle nuove idee colle massime dei Governi, vedo che li così detti zelanti per illuminare si sono resi giustamente odiosi, e se non sono puniti e raffrenati, sono però sospettissimi, e sorvegliati.</p>
            <p>Nominatemi uno solo il quale coll'opinione di uomo di lettere, goda quella di uomo da bene, e la stima universale. Eppure questa è l'unica ambizione a cui voi certamente aspirerete: e come vi trovereste in mezzo ad essi? non vedete dalle stesse loro produzioni quanto sieno nemici uno dell'altro? Credetemi, Amico mio, e perdonate se azzardo consigli a chi mi apre il cuore. Il mondo d'oggi si risente troppo delle passate rivoluzioni, e sinchè siasi meglio sistemato, non v'è da sperare d'esser utile. E perchè stando in casa vostra non potete occuparvi meglio? Orazio nei tempi simili ai nostri, cosa faceva? E quanti sommi uomini hanno illustrato il loro nome vivendo a se stessi? leggete gli antichi, i Plutarchi, li Montesquieu, e tanti altri, e seguite i loro esempi: le loro Opere hanno acquistata l'immortalità, e sono utilissime. Al contrario li moderni Italiani come l'Alfieri, il Voltaire in Francia ed altri, qual nome hanno lasciato unito alla celebrità de' loro scritti, in confronto del moralissimo Metastasio, dei Racine, e simili?</p>
            <p>Chi assume qualunque cosa, deve prima calcolarne il fine che ne risulterà, altrimenti si troverà burlato. I pubblici altari sono sempre pericolosi, e turbano l'anima: al contrario il vivere a sè produce una certa tranquillità che lascia all'uomo pensatore mille risorse di occuparsi anche utilmente per il pubblico bene, perchè non essendo in ballo, vede il mondo e le cose senza passione e prevenzioni, e può scrivere più utilmente. La gioventù si forma dei ideali che la sola esperienza può smentire, ed io sono persuaso che se voi aveste carteggiato con persone che adulandovi altro non cercavano che vittime del loro gusto, sareste molto più tranquillo. Li loro scritti illudono, e vi confesso che mi divertano qualche momento; ma qual è poi il bene che ne risulta?</p>
            <p>Ho moralizzato abbastanza, e solo voglio parlarvi dell'amicizia. Il cuore di un giovine s'accende con questo dolce sentimento, ed io vi sono grato per credermene capace, siccome sono certo che mi amate. Mi amerete poi sempre? e non vi avrò forse alienato con queste mie ciarle? Così, e peggio succede coi più; l'amicizia è un dono dell'anima riservato a pochissime combinazioni della vita, e se influisce al sollievo momentaneo, produce pentimenti luttuosi. Io ne ho molte prove, e vi confesso che dopo averne perduto uno morto già da qualche anno, non trovo alcuno che s'investa delle cose mie, come io farei delle loro.</p>
            <p>Finisco salutando il fratello a cui credo che renderete ostensibile questa diceria nella quale mi sono esteso più di quel che speravo dalle mie forze: cercate di distorlo dalle idee di fare il militare in quest'epoca; egli deve occuparsi dei affari domestici, e sarà assai meglio ricompensato. Se non trovate in Patria soggetti capaci di soddisfare il vostro spirito, non li troverete altrove. Il mondo è corrotto, e li divertimenti che somministra, sono assai inferiori al sollievo di coloro, che sanno trovarli in se stessi. Vi abbraccio di cuore, e sono il vostro GADDI.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Suppongo che la Zia Ferdinanda vi abbia letta altra mia direttale a Recanati, e desidero di sentirvi più calmo. Talora succede che aprendo il cuore ad un amico col sfogarsi, passano le tormentose noie, ed esponendogli dei fatti e dei progetti, si riceve conforto, e consiglio. Io benchè debolissimo, mi offro volentieri, se mi credete capace; ma non parlate genericamente, poichè io dovrei ripetere li stessi pensieri, che e in Recanati, ed in questo foglio vi ho esternati. Analizzando i fatti, e li desiderii, e facendo confronti, cade spesso ogni progetto, e lo spirito si tranquillizza.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Mai (1820)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANGELO MAI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 10 Gennaio 1820.</date>
            </opener>
            <p>Signor mio Pregiatissimo. Dopo la sua venuta in Roma ho desiderato più volte di significarle com'io fossi contento d'averla ora più vicina che per l'addietro, e rinnovarle la memoria di questo suo buono ammiratore e servo. Ma il timore d'importunarla, e distorla da migliori occupazioni me n'ha sempre dissuaso. Finalmente il grido delle nuove maraviglie che V.S. sta operando non mi lascia più forza di contenermi, nè mentre tutta l'Europa sta per celebrare la sua preziosa scoperta, mi basta il cuore d'essere degli ultimi a rallegrarmene seco lei, e dimostrare la gioia che ne sento, non solo in comune con tutti gli studiosi, ma anche in particolare per la stima e rispettosa affezione che professo singolarmente a V.S. Ella è proprio un miracolo di mille cose, d'ingegno di gusto di dottrina di diligenza di studio infatigabile, di fortuna tutta nuova ed unica. In somma V.S. ci fa tornare ai tempi dei Petrarca e dei Poggi, quando ogni giorno era illustrato da una nuova scoperta classica, e la maraviglia e la gioia de' letterati non trovava riposo. Ma ora in tanta luce d'erudizione e di critica, in tanta copia di biblioteche, in tanta folla di filologi, V.S. sola, in codici esposti da più secoli alle ricerche di qualunque studioso, in librerie frequentate da ogni sorta di dotti, scoprir tesori che si piangeano per ismarriti senza riparo sin dal primo rinascimento delle lettere, e il cui ritrovamento non ha avuto mai luogo neppure nelle più vane e passeggere speranze de' letterati, è un prodigio che vince tutte le maraviglie del trecento e del quattrocento.</p>
            <p>È gran tempo ch'io avea preparato con grande amore e studio i materiali d'alcune lettere per dimostrare in maniera se non bella nè buona, almeno mia propria, le vere ed intime utilità e pregi delle sue scoperte, con una quantità di osservazioni critiche sui particolari di ciascheduna. Ma la mia salute intieramente disfatta, e da nove mesi un'estrema imbecillità de' nervi degli occhi e della testa, che fino m'impedisce il fissar la mente in qualunque pensiero, m'ha levato il poter dar effetto ai miei disegni. A ogni modo, perchè lo strepito e lo splendore dell'ultima sua scoperta è tale da risvegliare i più sonnacchiosi e deboli, mi sono sentito anch'io stimolare dal desiderio di non restar negligente in un successo così felice. Ed essendo pur deliberato di raccogliere tutte le mie forze quasi spente per un qualche (forse l'ultimo) lavoro intorno alla grand'opera che V.S. sta per pubblicare, mi fo animo di farle una domanda che a V.S. non parrà verisimile, fuorchè volendo considerare la confidenza che m'ispira la sua straordinaria benignità, e le molte prove d'affetto ch'Ella non s'è sdegnata di darmi in vari tempi: ed è che V.S. si voglia compiacere, quando l'opera starà sotto i torchi, di spedirmene i fogli di mano in mano, acciò che la mia fatica abbia più spazio, non potendo essere altro che lentissima per le cagioni che ho dette. E quand'io per questo mezzo arrivassi a far qualche cosa, sempre salvo il sottoporla all'esame e al giudizio di V.S. Ella si può immaginare come ne debba crescere l'infinita riconoscenza ch'io le professo. Ma ella crescerà nella stessa guisa, se V.S. non giudicando di soddisfarmi in questo, me lo significherà francamente assicurandomi così ch'Ella mi tiene ancora per suo speciale servitore ed amico.</p>
            <p>Avrei ben caro di trovare occasione di certificarle come questo mio ultimo desiderio sia giusto, e voglio dire com'io resti sempre quello che le sono stato dal primo momento che la conobbi. V.S. mi favorisca di proccurarmela, e di perdonarmi la mia temerità. Il suo devotissimo obbligatissimo servo vero Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Giordani (1820)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO GIORDANI - PIACENZA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 14 Gennaio 1820.</date>
            </opener>
            <p>La mia de' 11 di Decembre che rispondeva alla tua così amorosa degli otto, non ti deve essere stata ricapitata, giacchè non vedo replica. Neanche questa povera consolazione di parlar teco delle nostre miserie; col solo che mi sappia intendere. Con questa rispondo alla tua de' 22. Dici troppo bene ch'io forse non mi accorgerei, certamente non sentirei tutta la nullità umana, se potessi ancora trattenermi negli studi. Non ho mai trovata sorgente più durevole e certa di distrazione e dimenticanza, nè illusione meno passeggera. Le parole dell'ultima tua mi confermano tuttavia maggiormente nel concetto ch'ebbi sempre del tuo cuore impareggiabile. Non accade ch'io ti parli di me. Non saresti quell'uomo che sei, se potessi dubitare dell'amor mio sempre più vivo ed intenso. Vorrei ben dimostrartelo coi fatti, ma questa dimostrazione è tolta dalla fortuna ad ambedue. Contentiamoci delle parole e della certezza scambievole del nostro affetto. Paolina e Carlo ti rendono i tuoi cari saluti. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Mai (1820)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANGELO MAI</hi>
               </byline>
               <date>Roma 20 del 1820.</date>
            </opener>
            <p>Sig.r Conte pregiatissimo. Mi è un vero regalo la sua gratissima lettera del 10 corrente. Quante volte aveva io di Lei discorso in Milano, e quante volte vi aveva pensato in Roma! Della sua debole salute io già pur troppo sapeva; ed ora che Ella medesima con amichevole domestichezza me ne parla, mi prendo la fiducia di pregarla con i <add resp="ed">più cari?</add> modi che Ella per carità si curi; abbandoni per mesi e se bisogna anche <add resp="ed">per anni?</add> le occupazioni letterarie e si ristabilisca. Essendo Ella assai giovane, può certamente rimediarvi. Anch'io anni fa per la troppa occupazione, mi era stranamente indebolito, ed era magrissimo; ma con diligente cura, e con mezzo anno di distrazione mi risanai egregiamente. Ella ben vede che le virtù morali ci gioveranno anche nell'altra vita; ma che i pregi letterarii veramente finiscono con questa passeggiera esistenza, e che tutto si seppellisce nella tomba quanto si è imparato e acquistato. Perciò di grazia non si occupi presentemente, come oltre me ne la pregheranno e consiglieranno tutti gli amici.</p>
            <p>Quanto alle lettere che V.S. mi annunzia sopra le piccole mie cose (benchè mi sia estremamente lusinghiero che un tal ingegno come la S.V. se ne voglia occupare), io di nuovo la prego a non occuparsi innanzi che stia meglio. Io pure tengo i miei esemplari postillati, con correzioni, variazioni, giunte ecc., ciò che in parte coinciderà con le di Lei osservazioni. Sono tuttavia persuaso che Ella abbia de' bei pensieri, e tutto degni dell'eminente di Lei ingegno. I miei pochi scritti si ristamperanno, e tutto vi sarà migliorato.</p>
            <p>Vengo alla di Lei richiesta. Io non so bene ancora se le mie cose romane si stamperanno a conto del Governo, o di privato stampatore, o mio. In tale incertezza è impossibile che io me le offerisca di mandarle i fogli sciolti; oltrecchè non so ancora quando si comincerà. La S.V. vede per sè evidentemente l'ostacolo ossia l'impossibilità della esibizione nel punto presente; ma di ciò si potrà discorrere in appresso. Gradisca intanto i miei più affettuosi ossequi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Odescalchi (1820)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO ODESCALCHI</hi>
               </byline>
               <date>Roma li 2 Febraro 1820.</date>
            </opener>
            <p>Signore. La società dei compilatori del <hi rend="italic">Giornale Arcadico</hi> di Roma, è venuta nella determinazione di formare un Elenco di Collaboratori, Esteri per la loro Patria ma Italiani, e ciò per desiderio di unire tutti i più celebri letterati, ed invitarli tutti a concorrere alla gloria di detto Giornale. Ella, che meritamente per i suoi talenti, e per la fama che nella letteraria Repubblica si è già procurata, gode della più estesa e nobile reputazione, è stata dalla società designata a far parte di questo Elenco, ed ha incaricato me come Direttore di renderla avvertita di questo suo desiderio, e di dimandarle il permesso di poter stampare il di lei nome unitamente a quello degli altri letterati Italiani, che gentilmente e graziosamente non hanno disdegnato di acconsentire al voto di questa nostra società. Le chiedo in grazia di significarmi più presto che può la sua volontà, come la prego di prevalersi di questo giornale se avesse qualche memoria, o estratto da publicare, e tanto i miei Compagni che me ascriveressimo ad onore e a gloria se potessimo vantare di avere inserito nei nostri fogli un qualche dotto suo lavoro.</p>
            <p>Profitto di questo incontro per protestarle la verace mia stima, e la sincera mia devozione.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di F.Melchiorri (1820)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI FERDINANDA MELCHIORRI</hi>
               </byline>
               <date>Roma 2 Febbraio 1820.</date>
            </opener>
            <p>Caro Nepote. Ho tardato questa volta a scrivervi, ma sapete che sono stata in questo intervallo di tempo poco bene, e poi ne' scorsi ordinarii assai occupata da lettere, che a dirvi il vero, non so neppur io come, ma tutte assieme mi hanno assalita di modo, che l'altro ordinario ne scrissi sino a dieci, e quasi tutte in risposta. Sapete pure che li miei occhi hanno coi vostri una certa relazione, e per conseguenza soffrono alla soverchia applicazione; quindi non ho potuto attendere a scrivere a voi, come ne avrei avuto il più gran piacere. Ora che ho dato sfogo a tutto ciò che è convenienza, voglio darlo un poco al mio cuore e scrivendo a voi, mio caro Giacomo, rallegrarmi. Sì, mi rallegro allorchè mi trattengo con un'anima sensibile come la vostra, e con una persona che sente la dolce attrattiva dell'amicizia. Sebbene io non vi ho scritto da qualche tempo, pure non ho mancato di chieder sempre le vostre notizie, e d'interessarmi ben di cuore della vostra persona. Ho inteso con mio gran piacere che siete da qualche tempo un poco più sollevato, che sortite un poco di casa, che scuotete un poco quella lagrimevole malinconia che vi opprimeva. Quanto il mio cuore ne sia stato consolato non so dirvelo; parevami che anche a me si comunicasse parte di quel poco di sollievo che voi ne provate, e in certo modo nella mia solitudine godevo di farvi compagnia, venendo con voi e accompagnandovi fuori di casa, come se personalmente fossi con voi. Ciò spero produrrà del vantaggio anche alla vostra salute, la quale verrà meno a soffrire con il divagamento della vostra mente. Vorrei potermi assicurare però che non voleste da voi stesso tormentarvi, e che procuraste dal canto vostro di non rendervi infelice. Caro Giacomo, io mi dolgo di non avere ingegno a sufficienza per adeguatamente rispondere alla vostra lettera ed alle filosofiche vostre riflessioni; io non saprei risponderci per persuadervi, ma non sono persuasa da ciò che voi mi dite. Io tengo un principio, che la Provvidenza, la quale regola tutte le cose, non può averci fatto che per la felicità; quindi i mezzi per giugnere ad essa non possono avere che de' principii veri e reali, e l'illusione non può essere che in quelle cose che da questa felicità ci allontanano. Dacchè l'Eterna Verità ha parlato e ci ha insegnata una strada che alla vera felicità ci conduce, non posso a meno di credere che se siamo infelici, è perchè ci allontaniamo da questa verità. Quindi amerei meglio che si studiasse da noi il modo di uniformare alla verità li nostri sentimenti, che di angustiarci con tante ricerche. Caro amico, credetemi, siamo infelici molte volte, perchè non sappiamo risolverci ad abbandonare qualche sentimento che ci rende infelici; ma l'uomo virtuoso non può essere infelice; l'Uomo Cristiano dee essere felice, perchè fonda la sua felicità sulle parole della Verità Eterna.... Giacomo mio, io rido con me stessa perchè mi pongo a trattar di certa materia che non è da me; ma voi mi siete tanto a cuore che per non sentirvi infelice divengo filosofo, teologo e tuttociò che a questo scopo può bisognare. Basta, quello che non fo io, farà Colui che ci ha creati per esser felici, e vuole che tutti lo siamo. Intanto, mio caro amico, non vi scordate di me, che ho per voi tutta la possibile tenerezza. Salutate la mia cara Mamma, li vostri Genitori, Fratelli e ciascuno di casa. Gradite li saluti di mio Marito, Figlia e Figlio Peppe. Amatemi e credetemi vostra affezionatissima Zia.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Brighenti (1820)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO BRIGHENTI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 4 Febbraio 1820.</date>
            </opener>
            <p>Stimatissimo Signore. Sino dall'Ottobre p.p. credendo più sicura un'occasione a mano, che la posta, consegnai una lettera per V.S. ad un Signore di qui, che partendo per costà mi promise di ricapitargliela; ma non avendo mai veduto riscontro, credo che si sia dimenticato della sua parola. Ora sono ad annoiarla con una preghiera che la sola sua gentilezza mi dà animo di farle. Con questa sarà un mio piccolo manoscritto che le invio per la posta, assicurato. Desidererei il favore che V.S. si compiacesse di darlo a stampare a mio conto in cotesta città, nel formato di 12 o 16 in maniera che non eccedesse i due fogli di stampa, in carta mediocre, eccetto una dozzina che bramerei stampata in carta di buona qualità, sia velina, sia com'Ella giudicherà più a proposito; e quanto al numero delle copie in tutto, non vorrei che uscissero dalle duecento alle trecento. E la legatura, desidererei che V.S. la facesse eseguire in carta colorata, ovvero in carta bianca stampata, come le parrà meglio. Ma soprattutto, dovendosi far la stampa in mia lontananza, la pregherei a volermi favorire di dar l'incarico della revisione a persona che vi adoperasse tutta la diligenza ch'è necessaria in queste piccole edizioni, dove ogni minimo errore riesce vergognoso, e spesso anche fa gran danno al componimento, e all'onor dell'autore. E perciò, che il revisore non trascurasse neanche la punteggiatura ch'io ho cercato di regolare nel ms. con ogni esattezza, parendomi che anch'essa faccia non piccola parte della buona o cattiva qualità dello stile, massimamente in questa sorta di scritti.</p>
            <p>Quando V.S. si voglia compiacere di favorirmi, ragguagliandomi poi della spesa, me ne crescerà infinitamente la riconoscenza ch'io le professo. Ma desidero principalmente, ch'Ella scusi il mio ardire, attribuendolo alla confidenza che ho nella sua cortesia. E con grande e sincera stima ho il bene di dichiararmi suo devotissimo obbligatissimo servitore ed amico Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Brighenti (1820)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO BRIGHENTI</hi>
               </byline>
               <date>Bologna 10 Febbraro 1820.</date>
            </opener>
            <p>Veneratissimo Signor Conte Padrone osservandissimo. Ricevei ieri la onorevole sua del 4. Io avrò sempre come una grazia qualunque comando le piacerà di abbassarmi. Nel pochissimo che io vaglio, il mio animo si trova soddisfattissimo di avere incontri da ubbidire persone, che tanto sono degne di riverenza e di affetto, qual'è V.S. Illustrissima.</p>
            <p>A monte adunque, la supplico, ogni cerimonioso riguardo, che a me non puote competere, e dove mai possa, si compiaccia di disporre liberamente della mia servitù.</p>
            <p>L'ultima lettera che io ricevei da V.S. porta la data del 10 settembre: e mi giunse per via della posta di Loreto. Io risposi a questa lettera e la spedii per consegna. Nessun'altra sua mi è più giunta dopo quell'epoca, e però la persona, a cui ella affidò in ottobre il di Lei foglio per me, lo avrà trascurato.</p>
            <p>Permetta, o Signore, che io con tutto il cuore mi consoli delle bellissime sue <hi rend="italic">Canzoni</hi>. Io vedo bene che V.S. va ad oscurare ogni rinomanza anche dei primi che si tenevano sicuri della immortalità. Io mi sono immediatamente abboccato con uno stampatore mio conoscente, per combinare la stampa di queste <hi rend="italic">Canzoni</hi>. Lo stampatore stesso le ha immediatamente rimesse alla Censura. In fine di questa mia le segnerò la risposta avuta dai Revisori, e poichè ritengo che nulla osterà alla stampa, così spero che in breve Ella sarà servita.</p>
            <p>Le accludo una mostra di caratteri, e di carta. Direi che in tale forma converrebbe fare la edizione delle dette <hi rend="italic">Canzoni</hi>, anche perchè sono di un sesto quasi uguale alle altre di V.S., e chi possederà queste e quelle potrà unirle insieme e farne un volumetto.</p>
            <p>I caratteri sono <hi rend="italic">nuovi</hi>, della fonderia Amoretti di Parma. La carta è velina, non finissima, pur sempre velina. Quanto alla correzione, si starà attaccati onninamente, e scrupolosamente al testo, e si faranno vedere le prove a più di una persona dotta e capace. Le dette <hi rend="italic">Canzoni</hi> si potrebbono comprendere in due fogli soli di stampa; ma conviene che le osservi, che dovendosi curare di mettere una sola strofa per ogni pagina, come Ella ha fatto benissimo nel manoscritto, il numero delle pagine a stampa sarà in punto quello del manoscritto medesimo, cioè 44. E bisogna fare la edizione in 8°, e non in 12°, mentre in questo caso la forma del libretto verrebbe goffa, e troppo stretta. Occorrono adunque fogli 2 e 3/4 e però s'impiegheranno fogli tre. Il numero delle copie sarà 240, cioè di mezza risma. I nostri stampatori contrattano ordinariamente a risme, e mezze risme. Per cartoncino metteranno una carta colorata, e stampata in modo che il libro sarà elegante. Oltre le 240 se ne tireranno 16 copie in carta velina, soprafina. Se ella amerà che di queste ne faccia legare alcuna in marocchino rosso, o verde, o in pelle, o, insomma, nel modo che potesse piacerle, io ho un legatore di libri, da cui mi servo, e che fa assai bene i lavori. Il prezzo di queste legature dipende dalla minore o maggiore sfarzosità che si richiede. Per tutto il resto, compreso le legature in cartina colorita, o stampata, il prezzo sarà di scudi venti, che lo stampatore mi dice essere il ristretto. Spero però che risparmieremo qualche cosa, e io non mancherò d'insistere per questo. Ella intanto abbia la bontà di dirmi il suo sentimento, giacchè non amo davvero il consiglio di quelli, che dispongono del denaro altrui, senza averli interpellati; ed è troppo doveroso che io adempia anche la di Lei ricerca di ragguagliarla della spesa. La pregherò ancora di dirmi se vuole che le spedisca costì tutte le copie, oppure se vuole ordinarmi, che io ne disponga una parte per persone di questa, o di altra città alla portata di Bologna. Io adempirò i di Lei cenni con la premura che si deve, e con lo zelo che mi detta il sommo mio desiderio di meritarmi la continuazione della sua grazia.</p>
            <p>Abbia poi la degnazione di perdonarmi tante parole, ma io credo sempre gli uomini con le mie inclinazioni, e so che dando delle commissioni, m'inquieto se la risposta non è così dettagliata, come vorrei.</p>
            <p>Non so se Ella intenda di mettere in commercio la di Lei edizione; ma in caso la pregherò di avere la compiacenza di dirmi a quale prezzo intende che ogni esemplare sia venduto.</p>
            <p>Sta per partire la posta, e il di Lei manoscritto non è ancora ritornato dai Revisori. La ragguaglierò dunque nel prossimo ordinario.</p>
            <p>Ella mi comandi sempre, e mi ami, chè io me le professo con tutta la riverenza umilissimo devotissimo ossequiosissimo servitore.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Giordani (1820)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO GIORDANI - PIACENZA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 14 Febbraio 1820.</date>
            </opener>
            <p>Dopo la tua de' 22 Dicembre alla quale risposi, nessun'altra è venuta a rallegrarmi. Laonde torno a scriverti, perchè desidero le tue nuove ardentemente, e non posso durar tanto tempo senza sentirne. Capisco che la mia de' 17 di Dicembre e l'altra de' 14 di Gennaio saranno smarrite. Ma tu solevi essere più diligente a scrivermi, quando anche non vedessi mie lettere, perch'eri persuaso che fosse più colpa delle poste che mia. Ti prego a ripigliare il primo costume, perch'io posso bene scriverti spesso, ma non farti aver le mie lettere quando mi piaccia, e non vorrei per questa disgrazia, cadere anche nell'altra di restar privo delle tue. Carlo e Paolina stanno bene, e ti salutano. Amami, e ricordati del mio sviscerato amore. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1820)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>Piacenza 15 Febraio 1820.</date>
            </opener>
            <p>Mio carissimo. Alla tua del 10 Decembre risposi il 22. L'hai avuta? ma dopo quel tempo si è taciuto. Già troppo è questo silenzio. E sai quanti mi domandano che è del Conte Leopardi? Oh credimi che molti ti conoscono, benchè tu vivi sepolto, e ti ammirano, e ti vorrebbero felice. Per carità ti prego; dammi nuove di tua salute; e se ti grava lo scrivere fammele dare dal nostro Carlino, che volentieri farà a te e a me questo desideratissimo servigio. E ti prego di abbracciarlo affettuosissimamente per me; e di salutarmi tanto l'amabile Paolina. Dimmi dunque se hai ricuperato un po' di vigore negli occhi, un po' di serenità nell'animo; se puoi confortarti negli studi, e dimenticarvi un poco le amarezze della vita.</p>
            <p>Io son sano; ma tutto contristato e intenebrato dalla brutta stagione; aspettando ansiosamente il dolce sol di primavera, perchè anche le facoltà intellettuali mi si sciolgano dal gelo. Mi affatico per introdurre in questo paese un po' d'unione letteraria: s'incontrano ostacoli assurdissimi e impudentissime calunnie dai preti; i quali gridano disperatamente contro l'abominabile empietà di volere introdurre in Piacenza qualche gazzetta e qualche giornale scientifico: ma non ostante i loro santissimi e savissimi clamori, la cosa anderà! Oh che mondo, che uomini, mio caro Giacomino! Son pure una razza portentosa i nobili e i preti. Essi dicono che Dio ha fatto il mondo per loro; che senza loro non potrebbe stare. Noi siamo fango; troppo onorati se si degnano di calpestarci. Vero è che la metà del mondo, e più, si ride di questa loro demente insolenza: ma essi imperturbabili seguitano il loro cammino; e noi ancora seguiteremo il nostro.</p>
            <p>Addio carissimo Giacomino: per pietà dammi qualche notizia di te e de' fratelli: vedi che son più di due mesi che io ne manco. Ti abbraccio con desiderio ed amore insaziabile. Addio addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Brighenti (1820)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO BRIGHENTI</hi>
               </byline>
               <date>Bologna 19 Febbraro 1820.</date>
            </opener>
            <p>Veneratissimo Signor Conte Padrone osservandissimo. Sono otto giorni, che io risposi già alla venerata sua, con la quale m'incaricava di far seguire la stampa delle pregiate sue <hi rend="italic">Canzoni</hi>. Rimango sempre in dubbio se quella mia risposta le sia giunta, onde credo opportuno di spedirle questa mia col mezzo postale della <hi rend="italic">consegna</hi>. Ieri sera ebbi finalmente il manuscritto approvato da chiunque occorre. Esso aveva incontrato qualche ostacolo alla Polizia, giacchè la prima canzone ha per argomento un fatto, il quale è accaduto qui giorni sono, ma con altre circostanze. Però mi recai di persona dal signor Direttore, e dati gli analoghi schiarimenti il ms. venne firmato. Nella precitata mia dello scorso sabbato 12 andante io l'aveva informata delle diverse particolarità della edizione, non che del prezzo che per ultimo ristretto mi venne dal Libraio fissato in scudi 20 compreso stampa, cartoncini ecc. Ora sentirò da V.S. Illustrissima le di lei rissoluzioni in proposito: ritenuto sempre che le copie saranno 240, e più 16 in carta velina soprafina.</p>
            <p>Allo stampatore sarebbe venuto in pensiero di tirarne altre 250 copie per proprio conto, aggiugnendovi le due precedenti canzoni già da Lei pubblicate con le stampe di Roma. Ciò per altro dipenderà dal permesso ch'Ella fosse per concedere, giacchè non essendovi questo, non si eccederà minimamente la commissione.</p>
            <p>Io attenderò i di Lei ordini, mentre pieno di riverenza mi rinnovo suo umilissimo devotissimo servitore e amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Brighenti (1820)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO BRIGHENTI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 21 Febbraio 1820.</date>
            </opener>
            <p>Illustrissimo signor Avvocato Padrone ed Amico. Non ho risposto coll'ordinario scorso alla sua graziosissima de' 10 corrente, perchè attendeva la notizia che V.S. si compiaceva di promettermi per esso ordinario. Ma sia per ritardo di posta, sia per qualunque cagione, non avendo veduto altra lettera, non voglio più tardare a ringraziarla vivamente dell'infinita cordialità che V.S. mi dimostra, con protestarmele obbligato in perpetuo. Lodo e approvo tuttociò che Ella riflette intorno al formato della edizione, e parimente non posso non essere soddisfatto della carta e de' caratteri, e così del prezzo, eccetto potendosi risparmiare qualche cosa, com'Ella mi dà speranza, nel qual caso sarò ancora assai tenuto alla sua premura. Quanto alle legature particolari di qualche copia in carta soprafina, se desidererò che V.S. mi voglia favorire anche in questa parte di farle eseguire costì, le ne scriverò con altro ordinario. Circa l'uso delle copie, bramerei che V.S. me ne spedisse una per la posta, legate che saranno; e poi per li mezzi ordinari, cinquanta in carta mezzana, e dieci delle soprafine. Le scriverò poi dove desidererò che V.S. impieghi la sua solita gentilezza col farne avere qualche copia a persone di costì, o di altri luoghi alla portata di Bologna. Il resto se V.S. vorrà darsi il pensiero di proccurarne lo smercio, mi farà un altro vero e segnalato favore, con regolarne il prezzo a suo pieno arbitrio, assicurandola io che non desidero se non la facilità della vendita, e per conseguenza della circolazione di quei pochi miei versi, e non l'altezza del prezzo. Nelle legature di tutte le copie sono parimente contentissimo di quanto Ella mi dice. E confidandomi riguardo alla correzione alla sua nota cordialità, la prego credere ch'io resto con forte desiderio di mostrarle col fatto la mia sincera gratitudine Suo devotissimo obbligatissimo servitore ed amico Giacomo Leopardi.</p>
            <p>P.S. Se Ella ha notizia del nostro Giordani delle cui lettere manco da due intieri mesi, mi farebbe un vero piacere communicandomela. E così anche s'Ella avrà occasione di fargli avere prontamente una copia della mia stampa, me ne crescerà il grand'obbligo che le professo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1820)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>Piacenza 23 Febraio <add resp="ed">1820</add>.</date>
            </opener>
            <p>Mio amatissimo. Oh maledetta e infinitamente abominabile ostinazione delle poste! Ecco anche le tue 17 Decembre e 14 Gennaio perdute! Io addolorato di sì lungo silenzio (poichè nulla più avevo da te dopo il 10 Decembre) ti scrissi il 15 Febraio. Eccomi una stilla in tanta arsura; mi giungono le tue poche righe del 14 Febraio.</p>
            <p>Non mi dici nulla della tua salute: io sto piuttosto bene; quanto comporta quest'orrido inverno. Brighenti mi scrisse che tu hai mandato a stampare tre nuove <hi rend="italic">Canzoni</hi>: e tu non me ne parli: io (sicurandomi della tua cortesia) gliene ho chieste tre copie; premendomi di farle godere a quel maggior numero di buoni ch'io potrò. Salutami carissimamente Carlino e Paolina; i quali cordialmente ringrazio della memoria: e io sempre penso a loro.</p>
            <p>Ti scrissi, che in mezzo alle strida calunniose de' nobili e de' preti, si va raccozzando qui una unione di galantuomini per formare un <hi rend="italic">Gabinetto letterario</hi>; cioè provveder gazzette, e giornali scientifici da leggere; tanto per sapere quel che si fa e che si pensa nel mondo. Ciò pare grande empietà ai nostri nobili, e ai nostri preti: non veramente a tutti tutti, ma quasi a tutti. Li lasciam dire, e si va innanzi.</p>
            <p>Io, essendomi l'inverno contrario al comporre, ed avendo qui estrema penuria di libri, vo rileggendo varie <hi rend="italic">orazioni</hi> del cinquecento; e sempre più m'agghiaccio a tanta povertà di vera eloquenza in Italia. E tu che leggi, che scrivi, mio adorato Giacomino? Sopra tutto abbi gran cura della tua dilicata e preziosa salute. Che tu mi ricordi di amarmi (a me che t'adoro indicibilmente) m'è caro come significazione di desiderio, non di dubbio. E con tutta l'anima ti abbraccio, e ti bacio. Tiemmi raccomandato al fratello e alla sorella dolcissime e amabilissime creature. Addio.</p>
            <p>Avrai inteso de' frammenti della <title>Repubblica</title> di Cicerone, trovati dal nostro Mai in un palimpsesto bobbiese della Vaticana; ma la stampa appena uscirà entro quest'anno. Addio addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Brighenti (1820)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO BRIGHENTI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 25 Febbraio 1820.</date>
            </opener>
            <p>Stimatissimo Signor Avvocato Padrone ed Amico. Alla sua compitissima de' 12 andante risposi l'ordinario passato per mezzo della consegna in data 21 Febbraio. Mi giunge ora l'altra de' 19, per la quale e per l'impegno da Lei preso in ordine alla polizia circa l'esame del manoscritto, ripeto i miei vivi e sinceri ringraziamenti. Relativamente a tutto il resto, non ho che aggiungere all'indicata mia de' 21, la quale credo ch'Ella avrà già nelle mani. A riguardo poi di quello che V.S. mi dice del desiderio di cotesto stampatore, io non solo intendo di soddisfarlo, ma quando la stampa non fosse ancora incominciata, ed egli volesse assumerla tutta per suo conto, tirandone quel numero di copie che gli piacerà, io la cedo a lui di buon grado, non avendo punto in mira l'interesse dell'edizione, ma solamente di averne una certa quantità di copie da regalare a' miei amici, e di divulgare le rimanenti. E perciò V.S. potrà assicurare lo stampatore, che incaricandosi egli dell'edizione, io ne comprerò 50 copie al prezzo a cui le porrà in vendita, oltre alcune in carta soprafina, se egli vorrà tirarne.</p>
            <p>Ma forse lo stampatore non vorrà assumere tutta l'impresa, e forse la stampa per mio conto sarà già cominciata in maniera che non si possa dar effetto a quello che ho detto di sopra. In ambedue questi casi V.S. facendo continuare l'edizione per mio conto nel modo in cui siamo convenuti, e concedendo nello stesso tempo pienamente allo stampatore la facoltà che domanda, tanto per le canzoni edite che per le inedite, potrebbe vedere di proporgli per condizione la compra di 100 copie della mia stampa al prezzo non maggiore di un paolo romano l'una, o anche minore a di Lei arbitrio. Come anche sarà in di Lei disposizione il minorare il numero di esse copie da vendersi allo stampatore. Quando però egli ricusasse anche questa condizione, V.S. gli accorderà tuttavia intieramente quanto egli richiede. E in ogni modo Ella mi farà sommo favore facilitando al possibile per mia parte l'impresa dello stampatore, giacchè ripeto ch'io non desidero se non di divulgare quei miei pochi versi, e non ho punto in pensiero quel nullo o piccolissimo interesse di tali edizioni fatte per conto particolare, dove anzi ciascheduno, specialmente in Italia, si suol proporre di rimettere intieramente tutte le spese. E stimo che col mezzo di una stampa fatta anche per conto altrui, otterrò più facilmente il mio fine, che se fosse solamente per conto mio.</p>
            <p>Siccome poi Ella mi dice che l'intenzione dello stampatore sarebbe di unire alle Canzoni inedite anche le due già stampate, per questo motivo le spedisco franco per più sicurezza un esemplare a stampa di esse Canzoni, riveduto e corretto e migliorato in alcuni luoghi. Sia che la stampa si eseguisca tutta per conto dello stampatore, sia solamente in parte, intendo ch'egli si serva di questo esemplare, e dipenda assolutamente da V.S. o da chiunque Ella gl'indicherà per la revisione e correzione della stampa, tanto delle seconde canzoni che delle prime, bastantemente maltrattate nella stampa di Roma. E anche per queste torno a raccomandarmi alla rara cordialità di V.S. perchè voglia compiacersi di proccurarne, in caso che si ristampino, la più esatta correzione possibile. Ho apposto una nota alla prima pagina della Dedica, dove si dice che le due prime Canzoni erano già stampate. Io non so se lo stampatore volesse farle passare per inedite, come in parte potrebbe, non essendosi divulgate, ch'io sappia, se non appresso a poco tra' miei amici. Ma d'altra parte, stante che anche le altre tre canzoni portano a piedi un'altra dedica, mi par necessario di notare quella circostanza, altrimenti si vedrebbe un libro con due dediche, l'una in principio e l'altra in fine. Perciò relativamente a quella nota mi rimetto al di Lei giudizio. Come anche riguardo al titolo del libro, Ella giudicherà, se in caso che si stampino tutte le cinque canzoni insieme, sia bene di porre nel frontispizio gli argomenti di ciascheduna, come io avea fatto ne' due libretti separati, ovvero semplicemente il titolo di <hi rend="italic">Canzoni</hi> ec.</p>
            <p>Mi perdoni questa lunga e importuna diceria, e si accerti della mia profonda riconoscenza, anzi della maraviglia ch'io provo nel trovar tanta cordialità, essendo cosa nel mondo così straordinaria. E mi creda di vero cuore Suo devotissimo obbligatissimo servitore ed amico Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Odescalchi (1820)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO ODESCALCHI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 3 Marzo 1820.</date>
            </opener>
            <p>Eccellenza. Se l'invito fattomi da V.E. per cotesto giornale Arcadico, non mi stimolasse a proccurare con tutte le mie forze di rendermi degno dell'onore ch'Ella mi profferisce, dovrebbe farmi dolere e vergognare del mio poco merito in comparazione della fama degli altri aggregati a quell'impresa. Ma perchè l'onore anche non meritato può servire agl'ingegni più tardi per isvegliarli, e da un altro canto il favore usatomi da V.E. e da' suoi compagni mi dimostra apertamente la benignità loro verso di me, non posso fare ch'io non la ringrazi vivamente, e non mi offra, in quanto io vaglio, ai servigi di V.E. e della sua compagnia. Laonde per quello che appartiene allo stampare il mio nome insieme cogli altri, quantunque la sproporzione mi spaventi, e la nobiltà de' compagni debba accrescere l'oscurità mia, con tutto questo non posso negar cosa che piaccia a V.S. di domandarmi. E quello ch'io desidero principalmente è di acquistare tanta lena nel cammino delle lettere, che le mie fatiche arrivino a giovare in qualche modo a cotesto Giornale, o se non altro, ch'io possa mostrarmi grato alla liberalità di V.E. La quale essendosi abbassata a ricercare la mia piccolezza, non si dovrà maravigliare se i frutti de' miei studi corrisponderanno alla scarsezza delle mie facoltà. In ogni modo vorrei ch'Ella fosse persuasa ch'io tenterò tutte le strade per riuscire, e cominciasse a tenermi per quello ch'io con profonda riverenza mi professo di V.E. umilissimo obbligatissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
            <p>P.S. La sua pregiatissima del 2 del passato essendomi giunta coll'ultimo ordinario, non ho potuto soddisfare colla risposta al dover mio prima d'oggi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Brighenti (1820)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO BRIGHENTI</hi>
               </byline>
               <date>
                  <add resp="ed">Bologna, primi di Marzo 1820</add>.</date>
            </opener>
            <p>Signor Conte Amico veneratissimo. Prima di ogni altra cosa debbo avvertirla, che a pagina 40 del di Lei manoscritto, strofa decima, verso 4, si legge così: "Tutti tuoi pari andran fra morti". Questo verso mancherebbe di misura. Sarebbe mai, che dovesse dire <hi rend="italic">"Tutti tutti i tuoi pari andran fra morti"?</hi> Ella abbia la bontà d'istruirmi su questo particolare.</p>
            <p>Vengo ora alla compitissima sua del 25 scorso mese, da me ricevuta col corriere ultimo. Io credo che potrò assolutamente combinare in modo di sua piena soddisfazione. Ho già parlato con lo stampatore per le sue <hi rend="italic">Canzoni</hi>, onde liberarla dalla noja dell'esito, procurando che il medesimo si addossi a proprio conto la edizione. Vedo che quante volte Ella si incarichi, come mi scrive, di acquistarne un numero di copie, l'affare va a combinarsi. Intanto Ella avrà il vantaggio di avere ristampate anche le altre due, e sarà certa che la edizione circolerà per l'Italia, com'è troppo giusto. Non si è ancora stampato alcun foglio, perchè si aspetta una rimessa di bella carta: essendochè in Bologna non si fabbrica che carta dozzinale, e non velina. Ella non dubiti però che io non abbia tutta la premura per servirla il più prontamente che sarà possibile, e con la maggiore diligenza. Le dirò di mano in mano lo stato della edizione, e appena compiuta gliene manderò un esemplare per la posta <hi rend="italic">sotto fascia</hi>.</p>
            <p>Il mio divino Giordani m'incarica di scriverle che l'ama sempre, e la venera come si merita, cioè infinitamente.</p>
            <p>Le deve esser giunto il primo numero di un foglietto letterario intitolato <hi rend="italic">L'Abbreviatore</hi>. Si vorrebbe dar buon corso a questa operetta, la quale in sostanza dovrà essere una gazzetta delle notizie letterarie; cosa che in molti paesi sarà accolta volentieri da chi ama di tenersi in giornata su queste materie. Ma nei primi numeri almeno ci occorre un <hi rend="italic">po' di polvere</hi>, come suol dirsi, e lo stampatore mi ha incaricato di procurargli qualche articolo fatto come va. Qui in Bologna ha già ottenuto l'appoggio di alcun Letterato distinto. Se Ella volesse farmi grazia di un suo articolo, mi farebbe cosa al sommo gradita: e spero vorrà degnarsi di compiacermi, trattandosi di cosa che debb'essere brevissima, onde spererei non fosse per arrecarle soverchio disturbo. In detto foglio vi è un avviso per la edizione delle opere Albergati, che è libro molto piacevole a chi ama la lettura per semplice diletto. Se costì potrà trovarmi qualche associato, le ne sarò obbligatissimo, mentre è affare che io intraprendo per necessità di migliorare la ristrettezza di mia famiglia in questi tempi, ne' quali mancano migliori occupazioni. Le accludo uno di detti manifesti, se mai non le fosse giunto il giornale.</p>
            <p>Perdoni bene tanto ardir mio, e dove, e quanto vaglia, si degni d'impiegare senza riserbo la mia nullità: alla quale vedo che la di Lei gentilezza vuol dare soverchio pregio, mentre in verità non ho che del buon volere, e quella sincerità di attaccamento, che certo professo invariabile, e che mi sarà sempre un debito sacro verso la di Lei degna persona, a cui mi inchino.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">D.S.</hi> - Nella ristampa delle due <hi rend="italic">Canzoni</hi> saranno fedelmente osservate le correzioni da Lei inviatemi nella copia a stampa che ebbi per la posta. Il frontespizio sarà senza la enumerazione del titolo delle <hi rend="italic">Canzoni</hi>. Vi sarà invece il suo indice. La prevengo che ho di tutto istruito l'amicissimo Giordani.</p>
            <p>Gli associati all'Albergati, che si sottoscrivono col mezzo dei miei amici nell'acclusa carta, pagano l'opera 5 baiocchi il foglio in vece di sei, perchè mi risparmiano le provvisioni ai librai.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Giordani (1820)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO GIORDANI. PIACENZA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 6 Marzo 1820.</date>
            </opener>
            <p>Mio carissimo. Dopo i 10 di Dicembre io ti ho scritto costà due lettere invano: della terza non so, perchè ai 15 di Febbraio quando mi scrivesti l'ultima volta, non ti poteva essere arrivata. Sto anch'io sospirando caldamente la bella primavera come l'unica speranza di medicina che rimanga allo sfinimento dell'animo mio; e poche sere addietro, prima di coricarmi, aperta la finestra della mia stanza, e vedendo un cielo puro e un bel raggio di luna, e sentendo un'aria tepida e certi cani che abbaiavano da lontano, mi si svegliarono alcune immagini antiche, e mi parve di sentire un moto nel cuore, onde mi posi a gridare come un forsennato, domandando misericordia alla natura, la cui voce mi pareva di udire dopo tanto tempo. E in quel momento dando uno sguardo alla mia condizione passata, alla quale era certo di ritornare subito dopo, com'è seguito, m'agghiacciai dallo spavento, non arrivando a comprendere come si possa tollerare la vita senza illusioni e affetti vivi, e senza immaginazione ed entusiasmo, delle quali cose un anno addietro si componeva tutto il mio tempo, e mi faceano così beato non ostante i miei travagli. Ora sono stecchito e inaridito come una canna secca, e nessuna passione trova più l'entrata di questa povera anima, e la stessa onnipotenza eterna e sovrana dell'amore è annullata a rispetto mio nell'età in cui mi trovo. Intanto io ti fo questi racconti che non farei a verun altro, in quanto mi rendo certo che non gli avrai per romanzeschi, sapendo com'io detesti sopra ogni cosa la maledetta affettazione corruttrice di tutto il bello di questo mondo, e che tu sei la sola persona che mi possa intendere, e perciò non potendo con altri, discorro con te di questi miei sentimenti, che per la prima volta non chiamo vani. Perchè questa è la miserabile condizione dell'uomo, e il barbaro insegnamento della ragione, che i piaceri e i dolori umani essendo meri inganni, quel travaglio che deriva dalla certezza della nullità delle cose, sia sempre e solamente giusto e vero. E se bene regolando tutta quanta la nostra vita secondo il sentimento di questa nullità, finirebbe il mondo e giustamente saremmo chiamati pazzi, a ogni modo è formalmente certo che questa sarebbe una pazzia ragionevole per ogni verso, anzi che a petto suo tutte le saviezze sarebbero pazzie, giacchè tutto a questo mondo si fa per la semplice e continua dimenticanza di quella verità universale, che tutto è nulla. Queste considerazioni io vorrei che facessero arrossire quei poveri filosofastri che si consolano dello smisurato accrescimento della ragione, e pensano che la felicità umana sia riposta nella cognizione del vero, quando non c'è altro vero che il nulla, e questo pensiero, ed averlo continuamente nell'animo, come la ragion vorrebbe, ci dee condurre necessariamente e dirittamente a quella disposizione che ho detto, la quale sarebbe pazzia secondo la natura, e saviezza assoluta e perfetta secondo la ragione.</p>
            <p>I miei nervi stanno all'ordinario. Ti abbraccio e ti bacio, e prego buon fine alle tue fatiche per mettere alquanto più vita in cotesta tua patria. Addio. Paolina e Carlo ti amano e ti salutano.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Brighenti (1820)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO BRIGHENTI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 13 Marzo 1820.</date>
            </opener>
            <p>Stimatissimo Signor Avvocato Padrone ed Amico. Alle sue compitissime e graziosissime dei 12 e 19 Febbraio p.p. risposi per mezzo della consegna a quest'uffizio postale. Sono parecchi ordinari, e non vedendo alcun riscontro, stimo che non ostante la consegna, le mie lettere sieno andate smarrite. Non voglio tardar più a replicare per mezzo della consegna alla posta di Loreto, chiedendo scusa di questo ritardo avvenuto senza mia colpa. Riprenderò tutti i capi delle sopraddette mie.</p>
            <p>Alla sua dei 12, ringraziandola cordialmente della somma e affettuosissima premura che V.S. si compiaceva di dimostrarmi, risposi e rispondo d'essere intieramente soddisfatto sì dei caratteri e della carta tanto mezzana che sopraffina, come del numero delle copie, e del prezzo, e della stampa in ottavo piuttosto che in 12, e parimente delle legature in cartoncino colorito e stampato, e delle 16 copie in velino sopraffino. Mi affidava alla di Lei cordialità per la revisione e correzione delle prove; e quanto all'uso delle copie, la pregava a volermene spedire una per la posta, legate che fossero; e quindi per li mezzi ordinari, cinquanta in carta mezzana, e dieci delle sopraffine. Delle altre, quando V.S. si volesse compiacere di porle in commercio, la pregava a regolarne il prezzo a suo pieno arbitrio, assicurandola ch'io non desiderava se non di divulgarle facilmente, e però l'altezza del prezzo non era certamente cosa ch'io bramassi. E circa le legature particolari di qualche copia sopraffina, le soggiungeva che quando avessi desiderato di prevalermi anche in ciò della sua cortesia, glielo avrei significato in seguito.</p>
            <p>All'altra dei 19 rinnuovando i miei vivissimi ringraziamenti, in particolare per l'impegno da Lei usato in mio favore presso cotesta Polizia, mi rimetteva, come mi rimetto presentemente, a tutto il detto nella mia precedente, ricapitolata qui sopra. Quanto poi al desiderio che V.S. mi dice di cotesto stampatore di tirare altre 250 copie delle mie canzoni per suo conto, aggiungeva ch'io non solo aderisco ben volentieri a questo desiderio, ma quando esso stampatore volesse assumere per suo conto tutta l'edizione, tirandone quel numero di copie che gli piacesse, io la cederei a lui e la cedo di buon grado, assicurandolo di comperarne 50 copie al prezzo a cui egli le porrà in vendita, più qualcuna in carta sopraffina, s'egli vorrà tirarne. Ma forse lo stampatore non vorrà tutta l'edizione a suo rischio, e forse la stampa per mio conto potrà trovarsi già cominciata in modo che quello che ho detto non abbia più luogo. In ambedue i casi V.S. accordando intieramente allo stampatore la facoltà che domanda, potrebbe vedere di proporgli per condizione la compra di 100 copie della mia stampa al prezzo non maggiore di un <hi rend="italic">paolo</hi> l'una, o anche minore a di Lei puro arbitrio, come anche sarebbe in sua libertà il minorare il numero di queste copie da vendersi allo stampatore. Quando egli non acconsentisse neppure a ciò, Ella tuttavia gli accorderà intieramente per mia parte quanto richiede, e mi farà sommo favore in qualunque caso facilitando al possibile la di lui impresa, giacchè io non ho in mira se non il maggior divulgamento dei miei pochi versi. E stimo che otterrò più facilmente questo fine mediante una stampa fatta anche per conto altrui, che se fosse solamente per conto mio.</p>
            <p>Siccome poi V.S. mi scrive che l'intenzione dello stampatore sarebbe di ristampare anche le mie due prime Canzoni insieme colle altre, perciò le spediva, e torno a spedirle un esemplare a stampa delle dette due canzoni, corrette e migliorate in parecchi luoghi. Sia nel caso che lo stampatore volesse assumere tutta la stampa a suo conto, sia solamente in parte, intendo ch'egli si debba servire di questo esemplare ch'io le spedisco, e dipenda intieramente da V.S. o dalle persone ch'Ella gl'indicherà per la revisione e correzione tanto delle Canzoni inedite che di queste due, sufficientemente maltrattate nella stampa di Roma. Circa le quali torno a raccomandarmi alla sua sperimentata gentilezza per la migliore emendazione possibile dalla ristampa, in caso che si eseguisca. Ho aggiunto alla dedica una postilla dove si dice che quelle due prime canzoni erano già pubblicate. Io non so se lo stampatore volesse farle passare per inedite, come in parte potrebbe, non essendosi divulgate appresso a poco, ch'io sappia, se non tra' miei amici. Ma bisogna riflettere che trovandosi un'altra dedica appiedi alle tre Canzoni inedite, senza questa nota dichiarativa, si vedrebbe un libro con due dediche, l'una in principio e l'altra in fine. Perciò quanto alla detta postilla mi rimetto al suo giudizio. Come anche, Ella giudicherà se in caso che si stampino tutte le 5 canzoni insieme, sia bene di mettere nel titolo gli argomenti di ciascuna, come io aveva fatto ne' due libretti separati, ovvero semplicemente <hi rend="italic">Canzoni</hi> ec.</p>
            <p>Giordani mi scrive di averle chiesto alcune copie delle mie Canzoni quando saranno stampate. Ella mi farà molta grazia facendogliene avere cinque copie, tanto stampandosi a conto mio, quanto nel caso che si stampassero a tutto rischio di cotesto stampatore, togliendole in questo caso dalle cinquanta ch'io la prego di torre in vendita per conto mio da esso stampatore, come ho detto di sopra. E quanto all'uso delle altre copie comperate, posto sempre il caso della stampa per conto altrui, le scriverò quando V.S. m'abbia favorito di riscontro in proposito.</p>
            <p>Mi perdoni questa lunghissima e incomoda diceria, e s'accerti della mia sincera e vivissima gratitudine, e del mio sommo desiderio di avere incontri di servirla. E resto con piena considerazione e stima suo devotissimo obbligatissimo servitore ed amico Giacomo Leopardi.</p>
            <p>P.S. Con questa saranno paoli 10 franchi di posta per un semestre di associazione all'<hi rend="italic">Abbreviatore</hi>, che prego V.S. a compiacersi di proccurarmi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Brighenti (1820)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO BRIGHENTI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 17 Marzo 1820.</date>
            </opener>
            <p>Stimatissimo Signor Avvocato Padrone ed Amico. Per lo stesso ordinario con cui mi giunse la sua ultima cioè pel prossimo passato, io era tornato a scriverle, credendo che le mie due assicurate l'una dei 21 Febbraio, l'altra dei 25 dello stesso fossero smarrite. E in fatti dalla sua ultima non rilevo che le sia giunta se non quella dei 25, e questa molto ritardata, e non so se per consegna. Tornava anche a spedirle un esemplare a stampa delle due prime Canzoni, corretto, il quale quando le sia giunto in tempo, desidero che serva alla ristampa piuttosto che il primo. In caso diverso, la cosa è di poca importanza. Finalmente le spediva franchi, paoli 10 per un semestre dell'<hi rend="italic">Abbreviatore</hi>, del quale ho ricevuto il primo numero. E quanto all'articolo che V.S. gentilmente mi domanda, io mancando da qualche tempo de' libri della giornata, non so se sarei al caso di servirla come converrebbe. Tuttavia cercherò ben volentieri occasione di soddisfarla, quando anche non avessi disposizione sufficiente per questo genere. Dell'associazione all'Albergati, io mi darei ben di cuore, e mi darò tutta la premura possibile, ma con troppo poca speranza, non essendoci paese in Europa che si curi di leggere meno di questo, anche libri di puro divertimento. Fratanto V.S. mi farà favore ponendomi tra gli associati.</p>
            <p>L'errore corso nel mio manoscritto pag. 40 di cui Ella mi favorisce d'avvertirmi, va corretto così:</p>
            <p>
               <hi rend="italic">Tutti tuoi pari andran tosto</hi> fra' morti.</p>
            <p>Desidererei ancora che a pag. 43, dove si legge, <hi rend="italic">non voglio che queste Canzoni sieno intitolate ad altri che a voi</hi>; Ella si compiacesse di scrivere in vece così, <hi rend="italic">voglio che questa Canzone vi sia dedicata in maniera anche più speciale</hi>. Nella mia dello scorso ordinario 13 corrente Ella troverà alcune cose intorno al nostro rarissimo Giordani. Del combinare collo stampatore, mediante il rilevare quel numero di copie che ho detto nelle mie passate, io le sarò tenutissimo, e desidero ch'Ella sia persuasa della viva e sincera obbligazione colla quale di cuore mi dico suo devotissimo obbligatissimo servitore ed amico Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Giordani (1820)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO GIORDANI - PIACENZA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 20 Marzo 1820.</date>
            </opener>
            <p>Mio carissimo. Rispondo alla tua de' 23 del passato avendo già risposto all'altra dei 15 il 6 di questo. Mi rallegro del bene che tu proccuri di fare a cotesta tua patria, e desidero ardentemente che i tuoi disegni riescano a buon effetto. Sapeva de' libri della <title>Repubblica</title>, e quanto alla nullità della eloquenza italiana di cui tu mi scrivi, che posso dire? Tante cose restano da creare in Italia, ch'io sospiro in vedermi così stretto e incatenato dalla cattiva fortuna, che le mie poche forze non si possano adoperare in nessuna cosa. Ma quanto ai disegni chi può contarli? La lirica da creare (e questa presso tutte le nazioni, perchè anche i francesi dicono che l'ode è la sonata della letteratura), tanti generi della tragedia, perchè dall'Alfieri n'abbiamo uno solo; l'eloquenza poetica, letteraria e politica, la filosofia propria del tempo, la satira, la poesia d'ogni genere accomodata all'età nostra; fino a una lingua e a uno stile ch'essendo classico e antico, paia moderno e sia facile a intendere e dilettevole così al volgo come ai letterati. In somma lo stadio da correre è infinito; e io che forse dalla natura avea ricevuto qualche poco di lena per mettermi nella carriera, e giungere a un certo termine, sono sempre rattenuto nelle carceri dalla fortuna, e oramai privo della speranza di mostrare all'Italia qualche cosa ch'ella presentemente non si sappia neanche sognare. Ma tu, mio carissimo, fatti coraggio, e ti conforti il paragone della tua ricchezza colla miseria altrui, e la vista dell'immenso campo che hai dinanzi, e tutto voto. Mi domandi che cosa io pensi e che scriva. Ma io da gran tempo non penso nè scrivo nè leggo cosa veruna, per l'ostinata imbecillità de' nervi degli occhi e della testa: e forse non lascerò altro che gli schizzi delle opere ch'io vo meditando, e ne' quali sono anelato esercitando alla meglio la facoltà dell'invenzione che ora è spenta negl'ingegni italiani. E per quanto io conosca la piccola cosa ch'io sono, tuttavia mi spaventa il dover lasciare senza effetto quanto avea concepito. Ma ora propriamente son diventato inetto a checchessia, mi disprezzo, mi odierei m'abborrirei se avessi forza, ma l'odio è una passione, e io non provo più passioni. E non trovo altra cagione che questa perch'io non mi sia strappato il cuore dal petto mille volte. Vedo che tutto mi contraddice, e sono respinto da ogni parte, e basta ch'io desideri una cosa perchè succeda il rovescio; io non so quello che fo in questo mondo.</p>
            <p>Delle <hi rend="italic">Canzoni</hi> di cui mi domandi, la prima e l'ultima sono scritte un anno addietro, e per questo i miei sentimenti d'oggidì non gli troverai fuorchè nella seconda, uscitami per miracolo dalla penna in questi ultimi giorni. Ho scritto al nostro Brighenti che ti mandi le tre copie che m'hai favorito di ricercargli, e altre due che ti prego di far avere in mio nome a cotesti Conti Pallastrelli e Calciati. E quante altre ne desiderassi, mi farai grazia avvisando lo stesso Brighenti. Paolina e Carlo stanno bene e pieni del desiderio di te. Non dubito che non sia vano il pregarti che seguiti ad amarmi, e credo che parimente sia soverchio il significarti ch'io t'amo sopra ogni altro. Addio</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Brighenti (1820)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO BRIGHENTI</hi>
               </byline>
               <date>Bologna 22 Marzo 1820.</date>
            </opener>
            <p>Veneratissimo Signore ed Amico. Con il corriere di domenica ebbi la gradita sua del 13 andante: e in questo momento ho ricevuto l'altra del 17. Rispondo immediatamente ad amendue.</p>
            <p>Il nostro buon Giordani in data 15 andante mi scrive di Lei quanto segue: "Perchè siete più fortunato di me nel carteggio con Leopardi, fatemi questa carità di avvisarlo che dopo quelle sue poche parole dei 14 febbraro, alle quali risposi il 23, non ho più avuto nulla. Ma prima gli avevo scritto diverse volte. Chi può sapere se le sue, o le mie si perdano; o tutte vadano alla malora? Che rabbiosa maledizione è mai questa delle poste! Salutatemi infinitamente quel rarissimo giovane, salutatelo quanto mai si può. Fate che al più presto possiamo vedere le sue <hi rend="italic">Canzoni</hi>".</p>
            <p>Ella non dubiti, che appena stampate le dette <hi rend="italic">Canzoni</hi> io ne spedirò al detto nostro amicissimo le cinque copie da Lei commessemi. Ma debbo avvertirla, che l'ottenere da Bologna delle cose ben fatte, con la pazienza, e le sollecitudini, si riesce, ma l'ottenere delle cose fatte presto, è impossibile affatto; onde La prego a non formalizzarsi del ritardo, assicurandola però che io farò quanto posso per renderla ben servita, e anche perchè la edizione venga conosciuta in Italia, e non rimanga oziosa appresso pochi.</p>
            <p>Il frontespizio del suo libro dirà solamente <hi rend="italic">Canzoni del Conte Giacomo Leopardi</hi>. Gli argomenti delle <hi rend="italic">Canzoni</hi> saranno posti a ciascuna, e inoltre si darà il suo indice in fine. La Lettera dedicatoria a Monti sarà ristampata, e nella medesima la noterellina, che ella ci ha posta. Io sono d'opinione che in qualunque modo le convenga di fare la edizione unita delle <hi rend="italic">Canzoni</hi> edite con le inedite; e la ragione si è che se si pone in vendita un libretto estremamente piccolo, viene considerato come una semplice operetta <hi rend="italic">volante</hi>, e non si trova da esitarlo. Le correzioni da Lei fatte alle <hi rend="italic">Canzoni</hi> stampate, saranno osservate religiosamente.</p>
            <p>È stato adesso da me lo stampatore. Ho veduto che non si sarebbe più concluso l'affare di addossargliene la edizione, perchè egli avrebbe voluto il diritto di poter fare una <hi rend="italic">dedica</hi>, che non è compatibile con le due prose da Lei poste in dette poesie: oltre che è forse contraria anche alle di Lei massime. Volendo adunque definire il tutto stabilmente, la prevengo che la edizione di copie 250, comprese 16 in carta soprafina, e le altre in carta velina, nel modo e forma già descrittale, importerà scudi ventisei. Lo stampatore non crede di caricarsi delle cento copie, ma io le troverò qui alcun altro che le pigli al prezzo di un paolo l'una, quando saranno stampate. A Milano, Firenze, Roma, e Venezia troveremo da collocarne altre 100. Ciò farà il totale di scudi 20. Le altre 50 fra cui sedici in carta velina saranno a sua disposizione. Direi che il prezzo dovesse annunziarsi in baiocchi 20 per esemplare, da cui levato il quarto in profitto dei librai, e qualche altra agevolezza, che bisogna fare per facilitare il negozio, si viene appunto ai dodici baiocchi. Ma io, o signore, debbo aprirle sibbene con rossore, l'animo mio, e confessarle, con l'amicizia di cui mi onora, la mia tristissima situazione. Vedo dalle sue <hi rend="italic">Canzoni</hi> il suo cuore, e certo Ella non è in caso di meravigliarsi delle sventure che tormentano la misera razza umana in questo mondo. Ho fatto quanto ho potuto, ma non mi è riuscito di aver disponibile la somma che occorre a questa edizione. Se Ella potesse mandare una ventina di scudi, io sarò a rendergliene il debito conto; e le chiedo scusa di questo sfogo, al quale avrei preferito in altri tempi ogni dispiacere, anzi che farlo: ma non avvi sventura, che non mi voglia angustiare.</p>
            <p>Ella non doveva rimettermi l'associazione dell'<hi rend="italic">Abbreviatore</hi>, ricordandosi che ho seco lei un debito. È questo di scudi 4 per <hi rend="italic">Canzoni</hi> vendute, delle quali ne posseggo ancora 14 copie, che ora rimarranno inutili. Le darò adunque conto dei detti quattro scudi nella edizione presente, e ne minoreranno il riferito importare di scudi 26. Non privi, La supplico, l'<hi rend="italic">Abbreviatore</hi> di qualche suo piccolo lavoro; anche una lettera, tutto fa, quando è lavoro di pari suoi.</p>
            <p>Con sensi di vera ammirazione, e di candida amicizia, rispettosamente mi professo suo umil.mo dev.mo servitore ed amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Brighenti (1820)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">A PIETRO BRIGHENTI - BOLOGNA.</hi>
               </byline>
               <date>Recanati 7 Aprile 1820.</date>
            </opener>
            <p>Stimatissimo Signore, Padrone ed Amico. Sarebbe sempre la massima indiscretezza, e molto più in questi tempi, l'esigere da un amico l'impronto di qualunque somma. E perciò era mia intenzione di spedirle, com'era dovere, anticipatamente la somma necessaria per la nota edizione, quando avessi saputo stabilmente che si dovesse eseguire per conto mio. Ma V.S. forse saprà ch'io sono figlio di famiglia, e quando da principio la pregai di questa edizione non possedeva ancora effettivamente il danaro bisognevole, ma era persuaso che l'avrei ogni volta che avessi voluto, e a tutti quelli che mi conoscono qui o altrove, credo che dovesse parere il medesimo. Dopo la sua compitissima dei 22 p.p. ho conosciuto di essermi ingannato, non avendo in nessun modo potuto riuscire ad accumulare la somma intiera. Abbassarmi non voglio, e non è stato mio costume mai da quando la disgrazia volle mettermi in questo mondo. E potrà anche far la fortuna che mi manchi il vitto e il vestire, ma non costringermi a domandarlo neppure alla mia famiglia. Perciò rinunzio intieramente a qualunque progetto così relativamente a questa, come a qualunque altra edizione; e perchè il mio ingegno è scarsissimo, e per grande che sia qualunque ingegno, non giova mai nulla in questo mondo, son risoluto di sacrificarlo totalmente all'immutabile ed eterna scelleratezza della fortuna, col seppellirmi sempre più nell'orribile nulla nel quale son vissuto fino ad ora. Prego V.S. che non pensi più a me se non come all'uomo il più disperato che si trovi in questa terra, e che non è lontano altro che un punto dal sottrarsi per sempre alla perpetua infelicità di questa mia maledetta vita. E ringrazio sommamente il cielo d'essermi convinto dell'impotenza mia, prima che un amico qual è V.S. avesse ancora intrapreso nulla per me, che mi togliesse la possibilità di troncar l'affare come fo presentemente.</p>
            <p>Il nostro caro Giordani, il quale ancora dev'esser testimonio della crudeltà di questa furia infernale della mia fortuna in tutto quello che mi appartiene, fino al commercio delle poste, desidero che sappia da V.S. che oltre alle mie già perdute di cui l'avvisai questo Febbraio, m'avvedo che s'è smarrita parimente un'altra ch'io gli avea scritto ai 6 del passato, e credo che avverrà la stessa cosa all'ultima ch'io gli ho scritto ai 20 dello stesso. Ma che le sue non si perdono, almeno in quelle che vengo ricevendo non trovo indizio d'altre perdute. E come ho già rotto il mio commercio con qualunque altro, così vedo che non io ma le poste lo romperanno intieramente anche con lui.</p>
            <p>Degli scudi 4 di cui Ella dice di essermi debitore, io le debbo paoli 8 per la Cronica di Dino Compagni, paoli 3 per le prose Giordani da Lei speditemi tempo fa, e baiocchi 16 di errore nella spedizione dell'importo dell'Eusebio: in tutti scudi 1,26. Sicchè il mio credito si riduce a scudi 2,74.</p>
            <p>Quanto alla dedica immaginata dallo stampatore, per dirle una parola anche di questo, io non troverei difficoltà di accordargliene il diritto, quando 1° la bassezza ricadesse tutta sopra di lui, vale a dire la dedica fosse fatta intieramente a suo nome, 2° non pregiudicasse alle mie prose, delle quali la prima non può fare ostacolo, essendo una dedicatoria di un'altra edizione, e qui solamente ristampata come si costuma, e la seconda neanche, essendo una dedica particolare dell'ultima <hi rend="italic">canzone</hi> (secondo la correzione ch'io le raccomandai nell'ultima mia 17 p.p.) fatta dall'autore e non dallo stampatore, anzi come una lettera di accompagnamento. Quando per questo lato l'affare si combinasse, io le potrei spedir subito i 10 o più scudi necessari per la compra delle 50 copie ch'io ne torrei. Nel caso contrario ch'è il più naturale, quanto agli esemplari a stampa corretti, e al manoscritto, io la prego a bruciarli o a farne quello che le sarà in grado, essendo chiaro che differendosi la stampa non servono più a nulla, perchè le <hi rend="italic">canzoni</hi> sono per la maggior parte adattate al momento, e massime quella al Mai che doveva uscire mentre è calda la fama della sua ultima e più strepitosa scoperta.</p>
            <p>La prego a scusarmi dell'incomodo recatole, ringraziandola caldamente della viva e non meritata premura che V.S. mi dimostra, l'accerto della mia costante amorosa riconoscenza. Suo devotissimo obbligatissimo servitore ed amico Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di F.Melchiorri (1820)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI FERDINANDA MELCHIORRI</hi>
               </byline>
               <date>Roma 8 Aprile 1820.</date>
            </opener>
            <p>Caro Giacomo. Sarà ora alla fine di terminare questo lungo e disgustoso silenzio. Perdonatemi, Giacomo mio, ma la premura di scrivervi un poco a lungo e senza brighe e con libertà, mi ha distolta. Conoscendo per altro che rare volte mi accade di avere questo tempo lungo, libero e tranquillo, mi pongo a scrivere, e senza la menoma ricercatezza, giacchè di questa non so usar mai allorchè parlo con chi amo. Ripeto mille volte gli stessi sentimenti che altre volte vi ho espressi, che mi siete cioè carissimo, e che la vostra felicità m'interessa all'estremo. Sento dalla vostra ultima che quasi vi parrebbero esagerati li miei sentimenti cordiali per voi, se non conosceste il mio cuore. Mi è piaciuta questa espressione, ma mi è piaciuto ancora che conosciate nel cuor mio un fondo di sincerità, incapace di dettare alla penna ciò che esso non sente. Sì, caro Giacomo, avete detto bene; io non potrei dire alcuna cosa obbligante, se il cuor mio ripugnasse a tale espressione. Non dico già che talora non mi convenga adattare il mio stile, allorchè si tratta di quel parlar sociale che chiamasi complimento; lo debbo fare, e lo fo, ma con tanta parsimonia e dispiacere che, vi assicuro, duro gran pena a non far conoscere che mi secca. Allorchè poi trattasi di far palese il cuor mio ad un cuor sensibile e ben fatto, e del quale fo assolutamente stima, non duro alcuna fatica, e i miei sentimenti escono dal cuore, vanno alla penna, alla carta, come un vaso di acqua posto in pendenza versa ciò che contiene entro sè stesso. Voi potrete rilevarlo senza stento, giacchè sembrami possediate lo stesso dono di natura. Sono dunque estremamente confusa vedendo di essere stata tanto tempo senza scrivervi, poichè so il ricever mie lettere vi serve di sollievo. E perchè io non dovevo farlo se ho tanta premura per voi? Ma se ho mancato, mi sono fatta più danno a me stessa, perchè non meno del vostro è il piacere che io provo e scrivendovi e ricevendo vostre lettere. Vi assicuro però che questo danno non voglio ce lo facciamo più, giacchè voglio scrivervi spesso, e voglio che voi lo facciate sebbene non provocato da me. Insomma, Giacomo mio, come state? Ciò mi dà gran pensiero. La vostra salute mi è carissima; datemene dunque li più minuti dettagli. Voglio anche sapere se niente vi siate rimesso dal vostro malinconico sistema, e se qualche sollievo provi l'animo vostro. Insomma ragguagliatemi di tutto ciò che vi appartiene, perchè avendo io diritto alla vostra sensibilità, posso averlo ad essere a parte e delle vostre afflizioni e delle vostre occupazioni e de' vostri sollievi. Per rendervi la pariglia vi dirò che io sto bene di salute, meno l'incomodo della vista che mi priva del piacere di leggere, che pure una volta era per me un gran diversivo, e di lavorar qualche cosa piacevole, che anche questa era cosa di mio gran genio. Da qualche giorno ho cominciato a prender tabacco, e pare mi giovi un poco. Vedremo in seguito; intanto ci vuol pazienza. Ho molto goduto nella scorsa Quaresima a sentire, sempre che ho potuto, il padre Pacifico predicatore in Aracoeli, uomo di molta dottrina e di singolare maniera nel predicare. Ora sono incominciati li Teatri, ma io ancora non ci sono mai stata; non sento lodar niente. Caro Giacomo, vogliatemi bene; gradite li saluti di tutti di mia casa, e salutate tutti di casa e vostra e insieme mia, chè tali siete tutti per esser meco tanto stretti di sangue e di genio. Addio, caro Nepote. Vi raccomando la mia cara Mamma; baciatele per me la mano, e datele li più affettuosi saluti. Credetemi col più vivo sentimento vostra affezionatissima Zia.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Brighenti (1820)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO BRIGHENTI</hi>
               </byline>
               <date>Bologna 12 Aprile 1820.</date>
            </opener>
            <p>Veneratiss. Sig.re Conte Padrone ed Amico osserv. Ricevo oggi la sua pregiata del 7 and.e. Io mi figuro che a quest'ora avrà saputo averne io ricevuta una anche dal suo Sig. Padre, che mi ricchiedeva di quale stampa fossi incaricato per parte di V.S. Gli ho risposto ingenuamente il vero, cioè che io era incaricato di stampare tre sue <hi rend="italic">Canzoni</hi>, alle quali <hi rend="italic">io</hi> aveva dato il suggerimento di unire le altre due già impresse in Roma. Dal contesto delle espressioni del Sig. Co. Monaldo io ho rilevato che questo Signore non approva tale impressione, temendo che a questi tempi vengano le <hi rend="italic">Canzoni</hi> interpretate per insegna di qualche fazione. Non ho mancato di rispondergli esponendo tutte quelle ragioni per le quali e io, e altri di me più valenti, non hanno punto sospettato questa interpretazione. Vedrò cosa mi risponde. Intanto Ella mio Signore, non si dia pena di questo. Non posso esprimerle il cordoglio che mi ha recato la sua lettera, poichè vedo ch'Ella è agitatissima. Nella sua gioventù avrà conosciuto i mali di questo disgraziatissimo globo, e della sventuratissima razza umana, ma la impressione ch'Ella ne sente è al disopra non del vero, ma della feroce necessità, che è la regina di questo mondo. E appunto in giovinezza il cuore buono ha un filo di speranza, che o le traversie che ci toccano sieno le maggiori o le traversie finiscano; ma pur troppo campando la vita s'impara, come ho imparato io a mie spese, che i mali si succedono gli uni agli altri, e che ogni età e ogni condizione ne ha la sua grandissima dose. La filosofia non varrebbe nulla se non ci aiutasse della indispensabile costanza. Senza di questa io sarei non solo del tutto avvilito, ma disperato. Dopo di essere vissuto assai bene in gioventù per le cure de' miei poveri parenti, che fecero ogni sforzo a darmi conveniente educazione, io di 21 anni ebbi un posto luminoso: corsi per 17 anni d'impiego in impiego: ebbi orrendi infortuni, ma finii sempre col vedermi accarezzato e riverito, e ciò che più importa con mezzi anche larghi da mantenere me e la mia famaglia. Tutto è sparito, come un lampo. Dalle comodità e dagli agi io sono disceso fino a trovarmi senza pane. Questa situazione spaventosa ad un capo di casa che ha la moglie inferma da tre anni, e due figliuole di 13 e di 16 anni, è veramente da fare ribrezzo. E senza la qualità di marito e di padre, certamente che sarebbe da spignere agli eccessi; pure io vado lottando con la rea fortuna, e mi tengo quanto posso tranquillo, e fermo con la massima che siccome non dura la prospera, così anche la contraria fortuna deve pure avere un termine: e già sono otto anni che io non ho un'ora di bene. Lo sa il nostro Giordani, le cui lettere mi sono di conforto, e nel cui seno, come di amico di venti anni, io vado disfogando l'acerbità della mia situazione. Ella è giovane e ricco, Ella è pieno d'ingegno e di dottrina. Non si sconforti della sua carriera. Verrà il tempo ch'Ella riporti il guiderdone dovuto alle menti superiori.</p>
            <p>Intanto il suo Sig. Padre ha avuto la bontà di scrivermi lungamente, e se non erro, parmi ch'Egli sia disposto a credere alle mie parole, le quali per vero saranno sempre quelle dell'uomo d'onore, e del fedele e sincero amico. Chi sa che io stesso non possa addivenir mezzo, onde Ella si trovi più soddisfatta, e il suo Signor Padre più tranquillo di certe ombre, che lo molestano: mentre mi pare che tutta la sua pena sia che i di Lui signori figli potessero essere sospettati aderenti, o vaghi di novità politiche. Io per la verità ho dovuto accertarlo che anzi qui in Bologna la di Lei canzone sul Dante fu presa in sinistro, e gli uomini dai princìpi liberali non la sentirono troppo volentieri.</p>
            <p>Io vorrei dirle, o Signore, un mondo di altre cose, ma le riserberò a migliore incontro: e poi è sempre malagevole intrapresa l'interloquire con persone, che non si conoscono che di fama, e sopra affari de' quali io mi professo all'oscuro. Per quella esperienza che ho del mondo, parmi però di averne concepito una qualche idea, ed è per questo che mi sono preso l'ardire di supplicarla a calmarsi, e a porre in calma me stesso con migliori notizie della sua tranquillità.</p>
            <p>Dimattina spedisco a Giordani il paragrafo di lettera, che lo riguarda, ma Ella non lasci nè me nè lui senza il favore di suoi caratteri. Spero che la presente mia le giungerà, come le giunsero le altre. Se un'amicizia leale e cordialissima di un povero uomo, qual'io sono, può confortare un ricco e nobile signore, com'è V.S., io gliela offro interamente, e per sua sigurtà le ricordo del mio modo di amare gli amici quanto stampò di me lo stesso Giordani nel suo <hi rend="italic">Discorso</hi> sulle poesie del M.se di Montrone che forse Ella conoscerà.</p>
            <p>Debbo aggiungerle che le lettere del suo Sig. Padre sono pienissime di affetto e di stima per Lei. Mi confermo sempre il suo dev.mo serv.re e amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1820)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>Piacenza 18 Aprile <add resp="ed">1820</add>.</date>
            </opener>
            <p>Mio amatissimo. Dopo la tua (troppo breve) del 14 febraio, alla quale subito risposi il dì 23, non mi è venuta altra tua che quest'ultima del 20 marzo. Dunque le maledette poste si son divorata quella dei 6 marzo, che mi accenni.</p>
            <p>In tanto digiuno di tue nuove, sempre son venuto chiedendone a Brighenti, come quello cui riesca meglio che a me di poterne avere. Ma ahimè, che sempre le ho avute tristi. Oh rarissimo e sfortunatissimo giovane! quando mai <hi rend="italic">fata aspera rumpes</hi>? Quando l'Italia tutta potrà conoscerti? Io non so come confortarti. Imagino ben io la gran pena che devi avere di vederti tolto l'eseguire tante belle opere che la tua mente vastissima e splendidissima sa così ben disegnare. Pur ostìnati a sopportare tante avversità; ostìnati a sperare (non so neppur io come, ma pur è possibile) un miglior tempo. Io mi trovo da molti giorni caduto in quella malattia che l'anno passato (cominciatami in Maggio) mi tenne tre mesi in pessimo stato, e altri cinque incapace d'ogni opera della mente. Ora l'applicazione mi è affatto proibita dai medici; e molto più dalla impossibilità: mi è ordinato l'ozio, la campagna, il moto. Ben mi gioverebbe poter fare un viaggetto; e con quel moto, con quel variar d'aria, di vita, di luogo, col riveder tanti amici conforterei l'animo, e son quasi certo che ristorerei il corpo: ma il non aver denari m'incatena a marcir qui molto noiosamente. Vedi che vita ci tocca. Oh mio carissimo: abbi gran fortezza di sostenere i tuoi mali; abbi gran cura della salute: non affaticar gli occhi; fàtti leggere; perchè senza niuna lettura, la malinconia ti soffocherebbe. Salutami carissimamente Carlo e Paolina. A loro raccomando di amarti e farti compagnia, e consolarti anche per me. Io ti abbraccio con tutta l'anima insaziabilmente; e <hi rend="italic">non</hi> ti prego di amarmi, perchè son certo che lo fai; e ti ripeto che io ti amo e ti compiango senza fine. Oh mio adorato Giacomino, addio addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Brighenti (1820)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO BRIGHENTI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 21 Aprile 1820.</date>
            </opener>
            <p>Stimatissimo Signor Avvocato, Padrone ed Amico. Prima di ricevere la sua gratissima dei 12 corrente, io non sapeva nulla della lettera di mio padre, come neanche presentemente ne so più che quanto Ella mi scrive. Neanche vedo come mio padre possa aver saputo quello di cui non ho mai parlato nè a lui nè a verun altro (avendo pochi amici fuori, e nessuno in questo barbaro paese), eccetto il caso che abbia rimescolate le mie carte, del che non mi maraviglio, nè mi lagno, perchè ciascuno segue i suoi principii. Quanto ai dubbi di mio padre, rispondo che io come sarò sempre quello che mi piacerà, così voglio parere a tutti quello che sono; e di non esser costretto a fare altrimenti, sono sicuro per lo stesso motivo a un di presso, per cui Catone era sicuro in Utica della sua libertà. Ma io ho la fortuna di parere un coglione a tutti quelli che mi trattano giornalmente, e credono ch'io del mondo e degli uomini non conosca altro che il colore, e non sappia quello che fo, ma mi lasci condurre dalle persone ch'essi dicono, senza capire dove mi menano. Perciò stimano di dovermi illuminare e sorvegliare. E quanto alla <hi rend="italic">illuminazione</hi>, li ringrazio cordialmente; quanto alla sorveglianza, li posso accertare che cavano acqua col crivello.</p>
            <p>Circa le mie <hi rend="italic">canzoni</hi>, io le metto nel gran fascio di tutti i miei detti o fatti o scritti dalla mia nascita in poi, che il mio esecrando destino ha improntato di perpetua inutilità. Io ho rinunziato a tutti i piaceri de' giovani. Dai 10 ai 21 anno io mi sono ristretto meco stesso a meditare e scrivere e studiare i libri e le cose. Non solamente non ho mai chiesto un'ora di sollievo, ma gli stessi studi miei non ho domandato nè ottenuto mai che avessero altro aiuto che la mia pazienza e il mio proprio travaglio. Il frutto delle mie fatiche è l'esser disprezzato in maniera straordinaria alla mia condizione, massimamente in un piccolo paese. Dopo che tutti mi hanno abbandonato, anche la salute ha preso piacere di seguirli. In 21 anno, avendo cominciato a pensare e soffrire da fanciullo, ho compito il corso delle disgrazie di una lunga vita, e sono moralmente vecchio, anzi decrepito, perchè fino il sentimento e l'entusiasmo ch'era il compagno e l'alimento della mia vita, è dileguato per me in un modo che mi raccapriccia. È tempo di morire. È tempo di cedere alla fortuna; la più orrenda cosa che possa fare il giovane, ordinariamente pieno di belle speranze, ma il solo piacere che rimanga a chi dopo lunghi sforzi, finalmente s'accorga d'esser nato colla sacra e indelebile maledizione del destino.</p>
            <p>Io la prego al possibile di non mandare il ms. a mio padre. Se già l'avesse mandato, ed egli lo rimandasse per farlo stampare con qualunque benchè minima alterazione, io con quanta autorità posso avere sopra gli scritti che pur mi paiono miei, la prego e supplico a rispondere ch'io ho intieramente rinunziato al pensiero di pubblicare quelle <hi rend="italic">canzoni</hi>, e che l'ho significato a V.S. nel modo più preciso. Quando poi egli le rimandasse senza variazione, o quando senza averle vedute, le scrivesse di farle stampare, Ella farà quello che le piacerà, essendo io in questo caso del tutto indifferente.</p>
            <p>Quelli che presero in sinistro la mia <hi rend="italic">Canzone</hi> sul Dante, fecero male, secondo me, perchè le dico espressamente <hi rend="italic">ch'io non la scrissi per dispiacere a queste tali persone</hi>, ma parte per amor del puro e semplice vero, e odio delle vane parzialità e prevenzioni; parte perchè non potendo nominar quelli che queste persone avrebbero voluto, io metteva in iscena altri attori come per pretesto e figura.</p>
            <p>Pel mio Giordani io mi getterei nelle fiamme, ma sono così spaventato della inutilità delle azioni ch'è stata la mia condanna da quando nacqui, che appena mi resta forza di tornargli a scrivere. Ma lo farò certamente, se bene indarno, e non cederò in questa parte alla mia disgrazia.</p>
            <p>Quanto mi consola l'amabile offerta della sua amicizia, tanto mi rattrista il racconto delle sue sventure. In somma in questo mondo basta essere immeritevole del male per abbondarne. Io sono inutile anche a me stesso, ma se la mia sorte mi concedesse di poterla mai o giovare o confortare in alcun modo, ella può esser certa ch'io ne ringrazierei la fortuna di cuore, e me ne prevarrei con quanta lena mi rimanesse. V.S. mi ami e si assicuri della mia corrispondenza, e mi scusi del disturbo che le avrò recato con questo affare. Andrà anche questo a cader nel nulla con tutte le cose mie, e con me stesso. Suo devotissimo servitore ed amico Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Brighenti (1820)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO BRIGHENTI</hi>
               </byline>
               <date>Bologna 22 Aprile 1820.</date>
            </opener>
            <p>Veneratissimo Sig. Conte. Non ebbi torto a scriverle nell'ultima mia del 12 and. che il suo sig. Padre era desideroso di mostrarle in ogni incontro il suo affetto, e la sua stima. Egli mi ha scritto che non vorrebbe si ristampassero in questi tempi di burrasche politiche le due canzoni <hi rend="italic">All'Italia</hi> e <hi rend="italic">Per il Dante</hi>, ma che lascia al mio arbitrio di stampare le tre inedite, benchè quella della <hi rend="italic">Donna morta col suo portato</hi>, Egli non gradirebbe che si pubblicasse per varie ragioni assai buone, ch'Egli mi ha scritte. E perchè (a parlarle con la libertà che inspira l'affetto, e la riverenza che le professo) non credo che questa sia quella delle tre canzoni, che superi le bellezze delle sorelle, e perchè io ho sempre praticato che a un atto di cortesia si debba renderne un altro, io direi, che essendo Ella libero di farle stampare tutte e tre, ne stampasse due sole; cioè quella <hi rend="italic">al Mai</hi>, e quella <hi rend="italic">per malattia</hi>. Su di che io attenderò le savie sue risoluzioni. La spesa in questo caso sarebbe della metà, e anzi di qualche cosa di meno della metà di quanto le avevo detto. E se gradisse che fossero unite all'<hi rend="italic">Abbreviatore</hi> lo farò, poichè vedrà che vi si uniscono i lavori di altri ingegni illustri, e nel numero secondo che le spedisco unito al terzo, vi leggerà un discorso del nostro Giordani. Nel fascicolo 2° vi sarà un articolo del Prof. Costa, e una canzone inedita del Conte Marchetti, che ieri sera me ne diede promessa cortesemente.</p>
            <p>Oh! quanto bramerei ch'Ella conoscesse Bologna e questi letterati, i Mezzofanti, gli Strocchi, i Marchetti ecc. presso i quali mi farei un debito di esserle guida. E io avrei la consolazione di conoscerla di persona, il che desidero con tutto l'ardore. Non so s'Ella ami la musica e il teatro. Avremo qui a momenti un grandioso spettacolo. Certo Ella ama la grave e sublime letteratura, e questa pure si trova in Bologna, e sono sicuro che si troverebbe contento di questa gita.</p>
            <p>Ma io la importuno con parole, che saranno vane, e gliene chiedo perdono. La mia brama di parlarle in voce, e la mia impossibilità di recarmi da Lei, mi facevano obbliare, ch'Ella conosce il meglio di questi letterati conoscendone gli scritti, e che degli spettacoli non saprebbe forse cosa farne. Ma Ella sa, che noi crediamo che tutti abbiano le nostre inclinazioni, e la musica è per me la prima e la più grande di tutte le piacevoli risorse. L'ho coltivata male da giovane: volli conoscerla meglio da vecchio, e affrontar di quasi quarant'anni degli studi che si fanno fare a dei fanciulli di 18, sotto il gran Babini, di cui fui amicissimo, e che perito tre anni fa, io ne onorai come mi fu possibile la memoria con un discorso, che lessi l'anno scorso, all'occasione della pubblica distribuzione de' premi del Governo, e che avrei stampato, se me lo avessero permesso le mie finanze.</p>
            <p>Il nostro Giordani m'impone di riverirla. Io con tutto l'animo mi rinnovo per sempre il suo dev.mo obb.mo serv.re e amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Giordani (1820)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO GIORDANI - PIACENZA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 24 Aprile <add resp="ed">1820</add>.</date>
            </opener>
            <p>In somma io vengo imbrattando la carta inutilmente, quand'io ti scrivo, e credo che da Brighenti avrai saputo quante altre volte io l'abbia fatto in vano. Ma di questa sola cosa non mi voglio stancare. Se noi fossimo antichi, tu avresti spavento di me, vedendomi così perpetuamente maledetto dalla fortuna, e mi crederesti il più scellerato uomo del mondo. Io mi getto e mi ravvolgo per terra, domandando quanto mi resta ancora da vivere. La mia disgrazia è assicurata per sempre: quanto mi resterà da portarla? quanto? Poco manca ch'io non bestemmi il cielo e la natura che par che m'abbiano messo in questa vita a bella posta perch'io soffrissi. Mi par quasi impossibile che tu m'ami. A ogni modo mi fo violenza per crederlo, e in riguardo tuo non ne posso dubitare, ma solamente rispetto alla mia sfortuna. Che certo se tu m'ami, sei l'unico in questa terra. Brighenti mi scrive di un tuo Discorso intorno alle poesie del Marchese di Montrone. Non so niente se sia vecchio o nuovo. S'è vecchio perchè non me n'hai parlato mai? s'è nuovo perchè non me lo mandi? Ma forse t'accorgi ch'io son diventato meno del nulla, e peggio che morto, e non mi si convengono più gli uffizi che si fanno ai vivi. Paolina e Carlo ti salutano e ti amano molto, ed io con quanto fiato mi resta. Dov'è l'uomo più disperato di me? che piacere ho goduto in questo mondo? che speranza mi rimane? che cosa è la virtù? non capisco più niente. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Brighenti (1820)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO BRIGHENTI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 28 Aprile 1820.</date>
            </opener>
            <p>Stimatissimo Signor Avvocato, Padrone ed Amico. Riscontro la sua pregiatissima 22 spirante. Io ringrazio mio padre (che ho sempre riverito ed amato da vero) del permesso che mi concede di stampare le <hi rend="italic">mie</hi> canzoni. Ma le due di Roma non vuole che si ristampino. Dice benissimo. Ha voluto saper da Lei i titoli delle inedite. Ha fatto benissimo. Non vuole che si stampi la prima. Parimente benissimo, non già secondo me, ma è ben giusto che <hi rend="italic">negli scritti miei</hi> prevalga la sua opinione, perch'io sono e sarò sempre fanciullo, e incapace di regolarmi. Restano due canzoni. Per queste, per cui finalmente e a caso tocca a parlare a me, dico che non occorre incomodare gli stampatori, e così finisca quest'affare, e la noia ch'io le avrò recata.</p>
            <p>Mio padre non ha veduto se non il titolo della prima inedita, come lo avea veduto per accidente ancor qui, mentre io la scriveva, un anno fa; e s'immaginò subito mille sozzure nell'esecuzione, e mille sconvenienze del soggetto, che possono venire in mente a chi non mancando di molto ingegno e sufficiente lettura, non ha però nessuna idea del mondo letterario. Il titolo della seconda inedita si è trovato fortunatamente innocentissimo. Si tratta di un Monsignore. Ma mio padre non s'immagina che vi sia qualcuno che da tutti i soggetti sa trarre occasione di parlar di quello che più gl'importa, e non sospetta punto che sotto quel titolo si nasconda una Canzone piena di orribile fanatismo.</p>
            <p>La ringrazio dell'offerta di stampare le mie <hi rend="italic">canzoni</hi>, o sia l'avanzo di esse, nell'<hi rend="italic">Abbreviatore</hi>. Ma io ho fatta sempre cattiva esperienza del pubblicare nei giornali le cose che non sono scritte espressamente per essi, e ho veduto che son lette da pochissimi, e lette o non lette sono subito dimenticate. V.S. farà quello che le piace del manoscritto senza rimandarmelo, tanto più che oramai comincio ad accordarmi anch'io coll'universale che mi disprezza, e a credere di aver gittato il travaglio di tanti anni in questa più bella età mia, e perduto invano, benchè irreparabilmente, tutti i beni di questa vita, per giungere a scriver cose che non vagliono un fico. Ciò ch'Ella mi dice per suo proprio conto in proposito della mia canzone <hi rend="italic">Nello strazio di una giovane</hi>, come lo tengo per giustissimo, e ne la ringrazio sopra tutto il resto, così lo riguardo per una prova certa di quello che ho detto; perchè il mio povero giudizio, e l'esperienze fatte di quella canzone sopra donne e persone non letterate, secondo il mio costume, e riuscitemi assai più felicemente delle altre, mi aveano persuaso del contrario. Mi avvedo ora di essermi ingannato.</p>
            <p>Le sono gratissimo degli amorevoli inviti che V.S. mi fa di recarmi in cotesta bella e dotta città. Ma in che cosa consisterebbe la mia infelicità particolare (dico particolare, perchè delle comuni nessuno va esente, e molto meno io che sono nato per pascermene) s'io fossi libero di me stesso, e padrone di portarmi dove mi piacesse? Ella non conoscerà Recanati, ma saprà che la Marca è la più ignorante ed incolta provincia dell'Italia. Ora per confessione anche di tutti i Recanatesi, la mia città è la più incolta e morta di tutta la Marca, e fuori di qui non s'ha idea della vita che vi si mena. Ella sappia dunque ch'io non sono mai uscito nè uscirò da Recanati, non conosco nessun uomo celebre, salvo il povero Giordani che venne a visitarmi a posta, e per conseguenza son certo di non poter mai conseguire neppur quella fama a cui si levano i più piccoli scrittorelli, e che non si ottiene se non per mezzo di conoscenze, e di una vita menata in mezzo al mondo, e non del tutto fuori. Essendo pur troppo vero che l'ingegno il più raro e il più sublime (quando anche io ne avessi punto) non basta neppure a far conoscere il proprio nome, senza l'aiuto di circostanze indispensabili. La musica se non è la mia prima, è certo una mia gran passione, e dev'esserlo di tutte le anime capaci d'entusiasmo. I divertimenti e le distrazioni, se anche non fossero di mio genio, sono per sentimento di tutti quelli che mi conoscono il solo rimedio che resti alla mia salute già distrutta, senza il quale io vo a perire e consumarmi inevitabilmente fra poco.</p>
            <p>V.S. mi ami e si conservi, e mi saluti caramente il nostro Giordani. Resto Suo devotissimo servitore ed amico Giacomo Leopardi.</p>
            <p>Alle ragioni di mio padre contro la mia prima canzone inedita rispondo con un solo esempio fra i milioni che se ne trovano, e che avrei anche in mente. Il <hi rend="italic">Verter</hi> di Goethe versa sopra un fatto ch'era conosciutissimo in Germania, e la Carolina e il marito erano vivi e verdi, quando quell'opera famosa fu pubblicata. Ebbene? Ma se volessimo seguire i gran principii prudenziali e marchegiani di mio padre, il quale, come ho detto, non ha niente di mondo letterario, scriveremmo sempre sopra gli argomenti del secolo di Aronne, e i nostri scritti reggerebbero anche alla censura della <hi rend="italic">quondam</hi> Inquisizione di Spagna. Il mio intelletto è stanco delle catene domestiche ed estranee.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Giordani (1820)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO GIORDANI - PIACENZA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 12 Maggio 1820.</date>
            </opener>
            <p>Mio dolcissimo. Il 24 del passato ti scrissi spontaneamente. Con questa rispondo alla tua del 18. Mi passa l'anima l'infermità nella quale sei ricaduto, e vedo per prova quanto sia grave, spogliandoci dell'unico sollievo nostro ch'è lo studio. Ma quantunque tu mi dica di non potere, a ogni modo voglio sperare che troverai la maniera di fare un viaggetto, e che questo ti gioverà, perchè mi pare la più certa medicina di questi mali. Dove l'infermità dell'animo se non produce, almeno aggrava quella del corpo. Dammi nuove di te, ch'io le desidero sopra tutto, ma scrivimi pur brevemente, ch'io non voglio che l'applicazione dell'animo ti pregiudichi. E per te come per me non ci vuol altro che divagamenti e passatempi.</p>
            <p>Dell'amor mio non devi dubitare se non dubiti del sole che vedi. Paolina e Carlo non si scordano di te, e vogliono ch'io ti saluti e preghi ad averti riguardo, e mandarci nuove migliori. Per una mia curiosità vorrei sapere chi sia quel letterato che scrivendo al Capurro lodò il cambiare la puntatura del Guicciardini. Anche a me pare una buona impresa, e stimo che quasi tutti i cinquecentisti avrebbero bisogno di questo uffizio, e senza grave difficoltà e nessuna alterazione del testo, laddove ora non paiono leggibili alla più parte, diverrebbero facili a chicchessia. L'arte di rompere il discorso, senza però slegarlo, come fanno i francesi, conviene impararla dai greci e dai trecentisti, ma i cinquecentisti non pensarono che si trovasse, nè che volendo esser letti, bisognasse adoperarla. E i latini in questo benchè più discreti e avveduti (che alla fine erano altri uomini) tuttavia non hanno gran lode, ma s'è rimediato facilmente coll'interpunzione, come si dovrebbe fare ne' cinquecentisti. Io per me, sapendo che la chiarezza è il primo debito dello scrittore, non ho mai lodata l'avarizia de' segni, e vedo che spesse volte una sola virgola ben messa, dà luce a tutt'un periodo. Oltre che il tedio e la stanchezza del povero lettore che si sfiata a ogni pagina, quando anche non penasse a capire, nuoce ai più begli effetti di qualunque scrittura. Voglimi bene, e divertiti per amor mio. Ti abbraccio e ti bacio. Addio addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Brighenti (1820)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO BRIGHENTI</hi>
               </byline>
               <date>Bologna 17 Maggio 1820.</date>
            </opener>
            <p>Signor Conte Padrone veneratissimo. Avevo già disposto una lunga lettera, che ho poi deliberato di non inviarle. Risponderò invece più brevemente che posso alle due favorite sue 21 e 28 scorso mese. Io voglio lusingarmi ch'Ella avrà ripreso la sua tranquillità, e non vorrà mai rattristare nè se stesso, nè gli amici e ammiratori, ch'Ella ha in Italia, con tenersi fermo alle idee delle quali si degnò di farmi confidenza. Delle quali più a lungo voleva parlarle, ma la sua del 28 mi ha fatto accorto, che io forse ho nel momento alcun poco perduto della sua grazia. Signore, io penserò male, e mi esprimerò peggio: debbo però a lode del vero, e per giusta soddisfazione dell'animo mio, sincerarla, che ciò che le scrissi, era ciò che ogni altro uomo di onore, e desideroso di vederla contenta, avrebbe scritto. Le chiedo bensì umilmente scusa, ove io avessi ecceduto in libertà di sentimenti, e di parole. Che se Ella suppone che io mi sia permesso di giudicare della canzone sua <hi rend="italic">sullo strazio</hi> ecc. sono certo, che mi sarò espresso in modo a me conveniente, o almeno che tale era la mia intenzione. Non sono poeta, non erudito, non letterato, e non pretendo ad alcun diritto in tutto quanto è lungo e largo lo scibile umano. La necessità in cui credei di essermi trovato di proporre un temperamento che conciliasse davvero V.S. e il Sig. Conte Monaldo mi trasportò ad esprimere la mia predilezione alle altre due canzoni. Ma Ella mi perdoni, mi ha mortificato, scrivendomene in guisa che sembra che io davvero abbia mancato di riverenza facendomi giudice delle opere sue. Quanto ai manoscritti delle tre canzoni, essi sono presso di me; e giammai non ne partirono, nè io li avrei consegnati ad alcuno senza un ordine di V.S. Ella dice che non se ne stampi più alcuna, e sarà obbedita. Mi pareva però che io le avessi detto che il suo Sig. Padre le permetteva tutte e tre, e solo <hi rend="italic">desiderava</hi> che si fosse ommessa quella dello <hi rend="italic">strazio</hi>. Io ho disdetta la commissione allo stampatore. Mi dispiace che io ebbi poi dal signor Mataloni di Pioraco la carta velina espressamente ordinata per le sue <hi rend="italic">Canzoni</hi>, e che non so come ora impiegare. Lo stampatore che aveva già disposto il lavoro, che aveva rinunziato un altro impegno per servirla, venne da me l'altro dì, e lamentavasi di questo contrordine. Ma ciò non farà difetto. Vedrò di accomodare le cose come si potrà, molto più che in questo affare io ho ben veduto di avere compromesso e forse perduto quell'affetto, ch'Ella mi accordava, e per giunta il di Lei sig. Padre non si è più degnato di rispondere alle mie lettere, e anzi con l'ordinario d'oggi gli scrivo chiedendo spiegazione di un silenzio che non potendo nascere da volontà di commettere un'increanza, nascerà chi sa mai da quale più serio motivo.</p>
            <p>Ritornando a Lei, Le offersi di recarsi a Bologna, e questo suggerimento fu prima collaudato dall'amico Giordani, che anzi mi scrisse che io facessi il possibile di trarla di costì, e farla un poco divagare nelle risorse che offre questa città singolarmente per gl'ingegni elevati. La supplico a credere, Sig. Conte veneratissimo, che io non avrei per me stesso azzardato una sillaba sul di Lei conto, se l'amico suddetto non me ne avesse fatto ardito, per desiderio di offerirle un qualche utile servigio. Nel resto la supplico di volermi ridonare la sua grazia, di volermi comandare dove e come mai fossi capace di obbedirla, gloriandomi di ripetermi a prova suo devotissimo servitore ed amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1820)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>Piacenza 25 Maggio <add resp="ed">1820</add>.</date>
            </opener>
            <p>Tardi rispondo, mio infelicissimo e amatissimo Giacomino, alla tua 24 aprile; sola che io abbia ricevuta, dopo quella del 20 marzo, alla quale risposi il 18 aprile. Mi disanima e mi addolora questa maledizione del perdersi anco le lettere; unico e miserabil conforto della nostra sventurata amicizia. Ma quando anche tutte le lettere si smarrissero, e sprofondasse tutta la terra che s'interpone tra te e me; e fosse tolta ogni strada a ravvicinare le nostre persone, e far passare i nostri pensieri; non devi creder mai che io possa cessare di amarti sommamente. Certo non crederò mai di esser solo ad amarti; poichè non son solo a conoscerti: ma ben credo che niuno ti ami più che io, nè altrettanto. Come può passarti per mente, nè anco in sogno, che io ti debba disamare perchè sei tanto infelice? se anzi questa è fortissima cagione che io con più affetto, anzi spasimo, ti ami?</p>
            <p>Oh così potesse giovarti a qualche cosa l'immenso amor mio: ma nulla a te giova, e me tormenta: e appunto per ciò sarò anche più ostinato e più ardente in amarti. Veramente tutta questa vita è un crudele e orrendo e abominevol mistero.</p>
            <p>Quel mio discorso sulle poesie di Montrone è cosa giovenile ed immatura: però non fu degno che mai te ne parlassi. Io da tre mesi son caduto, quando meno l'aspettavo, in quella malattia di nervi, che mi sorprese l'anno passato in maggio, e mi tenne tre mesi assai infermo; e per altri cinque incapace d'ogni studio. Così anche ora sono inetto alla più piccola e breve applicazione, e spesso ancora travagliato nel corpo ed afflitto da questo male inesplicabile, a cui non si trova rimedio. Figùrati come vivo, privato di quel solo conforto che avrei di munirmi con qualche miglior pensiero ad allontanare almeno per poco tanti pensieri dolorosi.</p>
            <p>Caro Giacomino dammi di tue nuove; delle quali vedi che io manco da un mese: e quelle ultime furono pur sì dolorose. Oh mio povero Giacomino, tanto bravo, e tanto infelice: come il cuor mi manca a tanti tuoi guai! io non posso altro che amarti e pianger di te! Salutami infinitamente Carlino e Paolina. Anche Brighenti (sfortunatissimo anch'egli) da un pezzo non mi dice nulla di te. Oh dio, ostiniamoci a scrivere; se pur una qualche lettera può scampare alla disavventura. Addio caro: ti abbraccio con amore e dolore ineffabile. Addio senza fine. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Brighenti (1820)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO BRIGHENTI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 26 Maggio 1820.</date>
            </opener>
            <p>Mio Carissimo Signore. Oh no per Dio, V.S. non mi scriva ch'io mi sia raffreddato nell'amicizia verso di lei. Io scrivo con un cuore così chiuso e palpitante dalla disperazione, che non so quello ch'io mi ponga sulla carta, e premetto questo perchè V.S. mi scusi da qualunque inavvertenza potessi commettere. Tornando al proposito, s'io le scrissi amaramente, non mi venne mai nel pensiero che l'amarezza dovesse cadere sopra di Lei, ma sopra quelli di cui le parlava. Quanto al giudizio sopra la mia canzone <hi rend="italic">Nello strazio</hi>, ec., io non so come Ella abbia dovuto credere ch'io volessi riprenderla, o dolermi di Lei. Quanto io voglia deferire agli amici in tutto quello ch'io scrivo, le può far testimonio il nostro Giordani, il quale sa ch'a un suo cenno di disapprovazione ho gettato da canto degli scritti già compiuti, che m'aveano costato lunghissime fatiche. Bensì le dirò con ischiettezza che avendo per quella canzone un certo particolare affetto, il vedere che non riusciva presso di Lei, mi dispiacque, ma nella stessa maniera in cui ci dispiace se una grandine ci porta via un capitale, nel qual caso non ci lamentiamo di veruno, se non siamo pazzi, perchè non è cosa che dipenda dalla volontà. Io la ringraziai di avermi palesato il suo parere, e lo feci con verità e cordialmente, perchè gli amici non possono farmi maggior favore, che manifestarmi i difetti delle mie produzioncelle, o anche la vanità di tutte.</p>
            <p>Del cortese invito di recarmi costà, che altro le risposi io, se non ch'io era sempre incatenato qui in Recanati dalla volontà de' miei? Con che non mi pareva di offenderla in nessun modo, anzi per segno di confidenza e gratitudine, entrava con Lei in un certo dettaglio di questa mia barbara situazione. E come aveva io da dolermi di una sua affettuosa premura? di cui sono gratissimo così a Lei come al nostro Giordani, il quale per altro sa già da gran tempo com'io possa disporre di me.</p>
            <p>Non si maravigli se mio padre non le risponde. Non lo fa per voler commettere una inciviltà, ma per pigrizia, e perchè suol cominciare le cose con calore, e lasciarle per freddezza. Come la sua, così ha tralasciato la corrispondenza di cento altre persone indegnissime di questa trascuraggine. Ed è suo vecchio costume, che quando ha omesso una o due volte di rispondere, allora sentendosi in colpa, neanche apre più le lettere di quella tal persona, volendo <hi rend="italic">godere</hi> in tutto e per tutto della sua <hi rend="italic">santa pace</hi>. Per la qual <hi rend="italic">santa pace</hi> fa <hi rend="italic">godere</hi> a me questa spaventosa vita.</p>
            <p>Ho veduto con gran dispiacere che il ritiro della mia commissione le reca disturbo. Che però io non potessi prevederlo, V.S. consideri. Ella non faceva difficoltà di dimezzare, anzi più che dimezzare l'edizione, nel qual caso, se la difficoltà non doveva essere intera, almeno pareva che dovesse restarne gran parte. Di più V.S. mi proponeva gentilmente di pubblicare le mie <hi rend="italic">canzoni</hi> nell'<hi rend="italic">Abbreviatore</hi>, e per conseguenza di rinunziare a una stampa a parte. Onde io mi credei tuttora in tempo da disdire la commissione. Ma ora che V.S. mi avverte dell'incomodo ch'Ella ne soffre, io rifletto che la canzone <hi rend="italic">Nello strazio</hi> ec. non la posso pubblicare in opposizione al desiderio di mio padre, e molto meno col di lui danaro. Dall'altro lato se anche la Canzone è di poco merito, ella è venuta dal cuore, e io non voglio abbassarmi a chieder danaro a mio padre, per le altre due, dopo ch'egli ha fatto strage delle tre prime, e questo per paure da fanciulli, e per massime da duecentisti. Rimane ch'io stampi col mio danaro la Canzone al Mai, e per questo motivo la prego a ragguagliarmi della spesa occorrente per pubblicarla nella forma e condizioni già convenute per le altre, con premettervi la Lettera che le accludo. E dietro la sua risposta, io credo di poterle spedire il danaro a posta corrente. V.S. potrebbe farne tirare un numero di copie sopraffine maggiore del convenuto per l'addietro, affine d'impiegare la carta provveduta per una stampa più considerabile. Il titolo sarà, <hi rend="italic">Canzone di Giacomo Leopardi ad Angelo Mai</hi>, e dietro al frontespizio verrà la detta Lettera che le includo. Ma la prego ancora a compiacersi di voler fare alla Canzone le seguenti correzioncelle. Nella quinta strofe vorrei che si scrivesse
<quote rend="block">
                  <lg>
                     <l>E le tue dolci corde</l>
                     <l>
                        <hi rend="italic">Tremolavano</hi> ancora</l>
                     <l>
                        <hi rend="italic">Dal</hi> tocco di tua destra</l>
                  </lg>
               </quote>
E poco sotto
<quote rend="block">
                  <lg>
                     <l>E pur men <hi rend="italic">grava</hi> e morde</l>
                  </lg>
               </quote>

Nell'ottava strofe
<quote rend="block">
                  <lg>
                     <l>
                        <hi rend="italic">Che</hi> in età della nostra assai men trista</l>
                  </lg>
               </quote>

E nella decima
<quote rend="block">
                  <lg>
                     <l>Se 'l grande e 'l raro</l>
                     <l>
                        <hi rend="italic">Ha nome di</hi> follia.</l>
                  </lg>
               </quote>
            </p>
            <p>V.S. mi scusi di tanti fastidi, de' quali io non so rendere nessun compenso. Ma Ella mi ami, ch'io la amo, e di cuore, ed essendo così sfortunato, sarei anche folle se volessi perdere per mia colpa quelle pochissime vere amicizie che la fortuna mi offre in qualche momento di sua distrazione, in cui forse lascia di pensare a me, per attendere a fare infelice qualche persona di straordinaria virtù. Il suo vero e immutabile amico Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A L.Trissino (1820)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A LEONARDO TRISSINO.</hi>
               </salute>
               <date>
                  <add resp="ed">s.d.</add>
               </date>
            </opener>
            <p>Voi per animarmi a scrivere mi solete ricordare che le storie de' nostri tempi non daranno altra lode agl'italiani fuorchè di lettere e di sculture. Ma eziandio nelle lettere siamo fatti servi e tributari; e io non vedo in che pregio ne dovremo esser tenuti dai posteri, considerando che la facoltà dell'immaginare e del ritrovare è spenta in Italia, ancorchè gli stranieri ce l'attribuiscano tuttavia come nostra speciale e primaria qualità, ed è secca ogni vena di affetto e di vera eloquenza. E contuttociò quello che gli antichi adoperavano in luogo di passatempo, a noi resta in luogo di affare. Sicchè diamoci alle lettere quanto portano le nostre forze, e applichiamo l'ingegno a dilettare colle parole, giacchè la fortuna ci toglie il giovare co' fatti com'era usanza di qualunque de' nostri maggiori volse l'animo alla gloria. E voi non isdegnate questi pochi versi ch'io vi mando. Ma ricordatevi ch'ai disgraziati si conviene il vestire a lutto, ed è forza che le nostre canzoni rassomiglino ai versi funebri. Diceva il Petrarca, <hi rend="italic">ed io son un di quei che 'l pianger giova</hi>. Io non dirò che il piangere sia natura mia propria, ma necessità de' tempi e della fortuna.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Brighenti (1820)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO BRIGHENTI</hi>
               </byline>
               <date>Bologna 1 Giugno 1820.</date>
            </opener>
            <p>Veneratissimo Signor Conte. Dimattina spero di partire per la Romagna, dove mi tratterrò 5 o 6 giorni. Credo che in questa occasione conoscerò di persona Lord Byron a Ravenna. Io intanto le accuso ricevuta della sua ultima cortesissima di cui le rendo grazie senza fine, e (se mi fosse permesso) aggiugnerei affettuosamente, e abbracciandola con tutta l'amicizia. Anche il di Lei signor Padre mi ha risposto. È verissimo che io le aveva parlato di stampare le di Lei canzoni nel giornale, e in questo caso non si sarebbe usato la carta, nè posta a profitto alcuno la intelligenza avuta col tipografo; ma debbo confidarle, che sino dalla prima lettera il suo signor Padre mi aveva esibito di compensare qualunque spesa o danno, la quale promessa se io calcolai per agire con massima libertà nel trattare l'accomodo di questa contrastata edizione, mi guardai bene di darmene per inteso con lo stesso signor Conte Monaldo, e credei ch'Ella avrebbe gradito, che io piuttosto a Lei ne parlassi, siccome ho fatto, quando siamo stati al caso. Io ho sul momento combinata la stampa della sua canzone, e ho mandata ai Revisori la lettera dedicatoria al signor conte Trissino, il quale ben merita da Lei questa distinzione. Io sono in corrispondenza con questo Signore, e lo conosco per notizia avutane da molti soggetti distinti, e so essere degnissimo Cavaliere. E al proposito di questa dedicatoria voglio arbitrarmi a dirle una cosa ch'Ella donerà alla confidenza dell'amicizia. Ma prima le ripeto che io nè sono, nè sogno di riguardarmi letterato, ma pretendo di avere fatta molta pratica a giudicare ciò che piace o non piace, e ciò che sarà accolto o trascurato. Io dunque sono per dirle che Ella non solo è poeta in tutta la grandezza del termine, ma è scrittore di lettere tali, che io non crederei che l'Italia potesse presentare altri che la vinca in questo genere, compresi i più acclamati e riveriti. Le dirò inoltre che avendo fatto vedere questa sua dedicatoria ad un illustre letterato, è questi pienamente convenuto nella mia opinione. Io vorrei dunque supplicarla di regalarne un tomo almeno all'Italia. Ma se il mio ardire è soverchio, la prego di cuore a condonarlo. Io desidero la di Lei gloria, e se mancassi nel giudizio, non manco certo nella retta intenzione.</p>
            <p>Venendo alla stampa della sua canzone, tutte le copie saranno tirate in carta velina, e saranno 500, delle quali vedremo poi di collocarne in vendita alcune. La edizione sarà nitida, in caratteri nuovi, e io ho già fatto al manoscritto le debite correzioni da Lei suggeritemi. Compreso la legatura, carta, ecc., insomma tutto, sono scudi dieci, come ieri mi disse lo stampatore. Da questi ella defalcherà scudi 2,40 mio debito con Lei come segue, e dunque la spesa rimarrebbe di scudi 7,60.</p>
            <p>Io ho venduto copie 35 delle sue Canzoni scudi 3,50</p>
            <p>Una copia Dino baiocchi 80, una Giordani 30. 1,10</p>
            <p>Resto debitore di scudi 2,40 Tengo poi 15 copie delle dette <hi rend="italic">Canzoni</hi> appresso di me a sua disposizione.</p>
            <p>Io la supplico con tutto l'animo a darmi nuove migliori della di Lei tranquillità, perchè non so dirle come io peni di saperla così malcontenta. Il suo signor Padre si duole di un tale (che non nomina) al quale pare ch'Egli attribuisca tutto il malumore che è nato nella famiglia. Ella saprà chi è, e potrà regolarsi. Io certo non saprei immaginarlo.</p>
            <p>A suoi comandi, e supplicandola di conservarmi la preziosa sua grazia, in fretta in fretta mi riprotesto il suo devotissimo servitore ed amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Brighenti (1820)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO BRIGHENTI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 9 Giugno 1820.</date>
            </opener>
            <p>Stimatissimo Signore e carissimo Amico. Spedisco con questa franchi gli scudi 7.60 che V.S. mi accenna nella sua del primo corrente, arrivatami coll'ultimo ordinario. Desidererei, se fosse possibile, che V.S. facesse tirare 6 copie della mia canzone in quarto, o nella stessa carta velina, o in qualunque altra di scelta qualità, compiacendosi poi di significarmi l'aumento della spesa che dovrà occorrerne.</p>
            <p>L'uomo di cui mio padre si lagna, è tale che neppur io ardisco di nominarlo pel rispetto e l'amore ch'io gli debbo. Ma mio padre se voleva dei figli contenti in questo stato, dovea generarli d'altra natura, ed ora non dovrebbe imputare a persone venerabili e rinomate in tutta l'Italia, quello ch'è necessità delle cose evidentissima a tutti, fuorchè a lui solo.</p>
            <p>Io la ringrazio di cuore dell'affetto che V.S. mi dimostra consigliandomi graziosamente di pubblicare un tomo di lettere. Io non so se Ella intenda delle già fatte, o di altre da farsi a posta; perchè le già fatte, quantunque io ne abbia in qualche numero scritte con una certa attenzione, non so se quelli a cui le ho indirizzate mi saprebbero buon grado s'io le pubblicassi. E generalmente suol esser pericoloso il pubblicar le lettere troppo recenti, o a motivo delle persone che vi si nominano, o per altri rispetti. Nè la mia età mi permette di averne se non recenti.</p>
            <p>Io la felicito del suo viaggio in Romagna, e molto più della conoscenza ch'Ella avrà fatta con Lord Byron, uomo certamente segnalato. Supponendo che questa lettera la troverà di ritorno, voglio che le dia il ben tornato, e l'accerti di nuovo della mia costantissima stima ed amicizia. Mi saluti il nostro Giordani, del quale ho ricevuto una lettera dei 25 Maggio che mi contrista assaissimo per le cattive nuove della sua salute. Gli scrissi già il 12 Maggio rispondendo alla sua del 18 Aprile. Credo che invano al solito. Gli scrivo anche oggi. La prego ad abbracciarlo per me con tutta l'anima. Il Suo cordiale servo ed amico Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Giordani (1820)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO GIORDANI - PIACENZA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 9 Giugno 1820.</date>
            </opener>
            <p>Risposi ai 12 del passato alla tua dei 18 di Aprile; ora alla tua dei 25 di Maggio. Non ti puoi figurare quanto mi attristi la tua condizione, altro che immaginando l'amore ch'io ti porto. Replicherò quello ch'io ti scriveva nella sopraddetta lettera: io voglio sperare che tu potrai fare un viaggetto, e m'assicuro che a questi mali non si trovi altro rimedio che un divertimento straordinario dell'animo e del corpo. Non ti curare delle mie nuove, che già non possono esser felici, ma io non mi ricordo più di niente, quand'io penso che tu sei travagliato, e questo oltre all'ordinario. Se noi potessimo rivederci e riabbracciarci, chi sa che questo non ci consolasse? Certo che troveresti un cuore infiammato di affetto e di compassione, e questo suol essere un conforto caro e desiderato nelle sventure, nelle quali non è cosa di maggior disperazione che il vedersi tutto solo, e quasi maledetto dal cielo e non curato dalla terra. Io non mi fido già di questo mio parere, giacchè oramai credo che tutto sia falso in questo mondo, anche la virtù, anche la facoltà sensitiva, anche l'amore. Ma tuttavia perchè siamo lontani, mi pare che se fossimo vicini ci consoleremmo scambievolmente. Caso che questa e la passata mia si smarrissero, scrivo a Brighenti che ti avvisi di tutte due. Paolina e Carlo ti amano e compatiscono sommamente. Non ti affaticare a scrivermi, ma semplicemente fammi arrivare delle tue nuove. O mio caro e diletto amico già non eravamo fatti per la felicità. Ma tu scordati un momento delle tue disgrazie in questo amplesso che ti dà con tutta l'anima un povero e sciagurato e amorosissimo giovane, incerto di ogni altra cosa fuorchè d'esser sempre infelicissimo e di amarti perpetuamente. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Brighenti (1820)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO BRIGHENTI</hi>
               </byline>
               <date>Bologna 17 Giugno 1820.</date>
            </opener>
            <p>Signor Conte Padrone e Amico veneratissimo. Coll'ordinario ultimo ho ricevuto la pregiata sua del 9, unitamente agli scudi 7,60 per la edizione della sua canzone, la quale lo stampatore ha subito intrapreso di stampare. Vi saranno le 6 copie in quarto com'Ella desidera. Ho fatto i di Lei saluti all'amico Giordani, a cui ho scritto.</p>
            <p>Riguardo alle lettere che io proposi ch'Ella volesse pubblicare, potrebbero essere tanto delle già scritte, quanto di altre ch'Ella appostatamente si volesse dare la pena di scrivere; e riguardo alle prime, chi sa che Ella non potesse ridurle in guisa, da non dispiacere alle persone che vi si nominano. Intanto le rinnovo le mie scuse dell'ardir mio, e tutto attribuisca al desiderio che ho della sua gloria.</p>
            <p>Mi perdoni, se scrivo poche righe. Sono da tre giorni incomodato di salute, e ora la febbre (di costipazione) non mi ha ancora lasciato del tutto! Spero che le invierò quanto prima una copia della canzone. Mi ripeto in fretta, e con tutto l'animo, il suo devotissimo servitore ed amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1820)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>Piacenza 18 Giugno <add resp="ed">1820</add>.</date>
            </opener>
            <p>Mio sfortunatissimo e amatissimo Giacomino. Anche la tua 12 maggio si è perduta! Lo veggo da questa dei 9 giugno, che mi ti mostra sempre affettuoso, e sempre infelice. Caro Giacomino: possiamo amarci; poichè qual forza vince gli animi? Consolarci non possiamo già: e se pur fossimo insieme, insieme piangeremmo di questa immensità di delitti e di guai, che fa detestabile ed insopportabile la vita a chi non è scellerato. Io lo veggo e lo sento che i tuoi mali non hanno misura, non hanno fine, non rimedio, non sollievo. Solo posso dirti che quando Iddio ti manderà la morte, l'accetti come un bene; e ti persuadi di non perder nulla perdendo la vita. Io ho vissuto assai più di te; e credimi che al mondo non ci è un bene per chi non è cattivo. <hi rend="italic">Quid sumus? et quidnam victuri gignimur?</hi>... Il cattivo può rispondere che è mandato a tormentare i buoni: ma il buono a che fine dee patir tanto tanto? Io ho rinunciato alla speranza della sanità, come ad ogni altro ben pubblico o privato: abbandono la barca in alto a discrezione delle tempeste. Quanto a' mali miei, che oltre la salute, pur ne ho, son di vero sasso: ma son molle e mi consumo di afflizione per gli altrui. E per i tuoi, mio Giacomino, non credi tu che io spasimi e mi disperi? Oh sì sì: ma che giova? Salutami tanto Paolina e Carlino, e ringraziali della memoria. Ostiniamoci a scriverci, a dispetto o degli uomini o del caso, che tanto ci contrasta. Non abbiamo altro che sospiri e gemiti da mandarci; non conforti, non speranze: pur è qualche cosa che l'uno e l'altro di noi non sia solitario e affatto separato nelle sue angosce. Io ti feci coraggio, ti raccomandai lo sperare finchè potei. Ora non ho altro che una parola da dire: pazienza pazienza: e che altro fare contro i mali irrimediabili inevitabili? Credimi: tutto questo mondo non è altro che un immenso male. Che ci possiam noi, piccoli, e (che peggio è) buoni? Non possiam altro che patir insieme, e amarci: e questo si faccia sino all'ultima ora; che a me e a te (come ad infelicissimo ed amatissimo) auguro non lontana. Addio carissimo Giacomino: addio addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Giordani (1820)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO GIORDANI - PIACENZA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 30 Giugno 1820.</date>
            </opener>
            <p>O mio caro e doloroso amico. La tua dei 18 mi sconsola perch'io m'accorgo che tu sei caduto in quella stessa malattia d'animo che mi afflisse questi mesi passati, e dalla quale non ch'io sia veramente risorto, ma tuttavia conosco e sento che si può risorgere. E le cagioni erano quelle stesse che ora producono in te il medesimo effetto: debolezza somma di tutto il corpo e segnatamente dei nervi, e totale uniformità, disoccupazione e solitudine forzata, e nullità di tutta la vita. Le quali cagioni operavano ch'io non credessi ma sentissi la vanità e noia delle cose, e disperassi affatto del mondo e di me stesso. Ma se bene anche oggi io mi sento il cuore come uno stecco o uno spino, contuttociò sono migliorato in questo ch'io giudico risolutamente di poter guarire, e che il mio travaglio deriva più dal sentimento dell'infelicità mia particolare, che dalla certezza dell'infelicità universale e necessaria. Io credo che nessun uomo al mondo in nessuna congiuntura debba mai disperare il ritorno delle illusioni, perchè queste non sono opera dell'arte o della ragione, ma della natura, la quale <hi rend="italic">expellas furca, tamen usque recurret, Et</hi> MALA <hi rend="italic">perrumpet furtim</hi> FASTIDIA <hi rend="italic">victrix</hi>. Che farò, mio povero amico, per te, o che posso far io? Tramutare il mondo? ma neanche consolarti? Se non altro posso amarti, e questo infinitamente, come fo. Io ritorno fanciullo, e considero che l'amore sia la più bella cosa della terra, e mi pasco di vane immagini. Che cosa è barbarie se non quella condizione dove la natura non ha più forza negli uomini? Io non tengo le illusioni per mere vanità, ma per cose in certo modo sostanziali, giacchè non sono capricci particolari di questo o di quello, ma naturali e ingenite essenzialmente in ciascheduno; e compongono tutta la nostra vita. Come penseremo di traviare seguendo la natura? E perchè vogliamo piuttosto ribellarci a costei che ce le ha date, e ha voluto che vivessimo di queste, come vivono tutti gli altri animali, anzi in certa maniera tutte le cose? giacchè tutto quello che è, non è scontento di essere, eccetto noi che non siamo più quello che dovevamo e ch'eravamo da principio. Seneca diceva che la ragione ha da osservare e consultar la natura, e che il viver beato, e secondo natura, è tutta una cosa. Ma la ragione moderna, all'opposto della ragione antica, non osserva nè consulta se non il vero, ben altra cosa che la natura.</p>
            <p>Io non credo che i tristi vivano meglio di noi. Se la felicità vera si potesse conseguire in qualunque modo, la realtà delle cose non sarebbe così formidabile. Ma buoni e tristi nuotano affannosamente in questo mare di travagli, dove non trovi altro porto che quello de' fantasmi e delle immaginazioni. E per questo capo mi pare che la condizione de' buoni sia migliore di quella de' cattivi, perchè le grandi e splendide illusioni non appartengono a questa gente: sicchè ristretti alla verità e nudità delle cose, che altro si deggiono aspettare se non tedio infinito ed eterno?</p>
            <p>Vedi che io disperatissimo come sono, tuttavia mi assumo l'ufficio di consolatore. Dalla qual cosa misurerai l'amore ch'io ti porto. Ma effettivamente io parlo di cuore e non fingo; anzi presumo che tu mi debba dare ascolto più che a qualunque altro, perchè quelli che non hanno esperienza di sciagure, o motivo speciale e presente di tristezza, si figurano il mondo come una bella cosa, e stimano che ciascheduno pensi o debba pensare quello che fanno essi in quel tempo. Ma io giaccio immobilmente sotto un cumulo di sventure, dove non traluce nessun raggio di speranza. Paolina e Carlo ti scongiurano che ti vogli consolare, ed aver cura di te e di noi. Cedi alle preghiere nostre. Vedi ch'io piango per te. Anche il pianto è una consolazione delle disgrazie, e io vorrei che tu la potessi provare insieme con noi. Dammi nuove della salute, abbracciami, e pensa di me spesse volte, ma questo solo, ch'io t'amo sommamente e unicamente.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Zacchia (1820)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI MONS. G. ZACCHIA</hi>
               </byline>
               <date>Ascoli 4 Luglio 1820.</date>
            </opener>
            <p>Chiarissimo Signore. La molta stima, che a ragione io nutro per V.S. Ill.ma, ed il profondo sapere di Lei, mi hanno determinato a porgergliene un attestato con aggregarla in qualità di Socio Corrispondente a quest'Accademia Truentina, tornata non ha guari, mercè delle mie cure, nell'antico suo splendore. Si terrà essa forte onorata, se vorrà Ella aggradire coll'usata Sua gentilezza questo piccolo sì, ma ingenuo argomento di particolare osservanza, che gli Accademici ed io le professiamo; e ciò tanto più perchè ragguardevoli ingegni di oltremonti, ed i più valenti scienziati della bella Italia, fanno già parte di questo scientifico Stabilimento.</p>
            <p>Nell'atto pertanto che mi affretto d'inviarle la consueta Patente, la prego a voler giovare co' Suoi lumi, e co' nobili parti del Suo fecondo ingegno l'Accademia suddetta, che a buon diritto si ripromette ogni lustro e decoro da un collaboratore cotanto chiaro nella Letteraria Repubblica.</p>
            <p>Mi piaccio di salutarla con distinta considerazione.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Brighenti (1820)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO BRIGHENTI</hi>
               </byline>
               <date>Bologna 8 Luglio 1820.</date>
            </opener>
            <p>Signor Conte Padrone e Amico veneratissimo. A forma di quanto l'avvertii colla mia 17 giugno, responsiva alla pregiata sua 9 detto, io feci intraprendere la stampa della bellissima sua canzone all'Abate Mai, con la lettera al Conte Trissino. Mi faccio un dovere di spedirle un esemplare di detta canzone, che riceverà <hi rend="italic">per consegna</hi> a maggiore sicurezza che non si smarrisca. Io attenderò i di Lei ordini per disporre delle altre copie, che sono in pronto.</p>
            <p>Scrivo in fretta e sempre infermiccio, e di malumore. Lo spettacolo delle umane miserie, e per quelle che provo io, e per quelle che provano gli altri, mi tiene in un continuo senso di tanta amarezza, che forse è cagione della mia mala salute. Basta: tirerò innanzi fino che si potrà.</p>
            <p>Desidero che la edizione della canzone la soddisfi. Attenderò che mi dica come regolarmi per la loro distribuzione, prevenendola, che ciascuna avrà la sua cartina colorata.</p>
            <p>Sono intanto coi maggiori sentimenti dell'animo il suo devotissimo servo ed amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Zacchia (1820)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A G. ZACCHIA - ASCOLI.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 10 Luglio 1820.</date>
            </opener>
            <p>Eccellenza reverendissima. Quando è piaciuto a V. E. reverendissima e a cotesti illustri Accademici di ascrivermi al loro collegio, non hanno fatto cosa che disdicesse alla benignità loro, ma sibbene al merito mio. Forse però hanno giudicato che la squisitezza della cortesia debba risplendere tanto più quanto si dimostra in persona di più basso affare. Perchè non è strano che si onorino le virtù e le dottrine insigni, ma il ricercare spontaneamente i piccoli e oscuri è segno certo di singolare umanità. Laonde l'obbligo ch'io porto a V.E. reverendissima e a codesti signori Accademici, cresce in proporzione della mia bassezza. Io prego V.E. reverendissima che si voglia compiacere di esser testimonio a cotesti signori della mia somma gratitudine verso loro, oltre alle obbligazioni speciali ch'io debbo e professo in particolare a V.E. reverendissima. Resterà ch'io mi sforzi di mostrarmi riconoscente alle SS. LL. col fatto, vincendo la mediocrità mia, perchè l'onore che mi hanno conferito non mi ridondi piuttosto in vergogna che in ornamento. Di V.E. Reverendissima umilissimo devotissimo e gratissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Brighenti (1820)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO BRIGHENTI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 10 Luglio 1820.</date>
            </opener>
            <p>Signor Avvocato Padrone ed amico stimatissimo. Non risposi subito alla sua 17 p.p. perchè aspettava da un ordinario all'altro una copia della nota stampa ch'Ella avea la bontà di promettermi fra poco. Ora non vedendola, e ricordandomi che V.S. nella sopraddetta lettera mi avvisava di un suo incomodo di salute, vivo in molta angustia, temendo che questo possa essere accresciuto, e sia forse la cagione che m'impedisce di rivedere i suoi caratteri. La prego in tutti i modi a darmi o farmi dar notizie di Lei, perchè il mancarne in questo dubbio presente, mi riesce di molta pena. Sono anche molto affannato per l'ultima lettera del povero Giordani, dalla quale rilevai uno straordinario scoraggimento. Non ostante che tutti i buoni si trovino in questa condizione, tuttavia mi rattrista infinitamente il saperlo de' miei cari amici. Se Ella avesse occasione di scrivergli, mi farebbe somma grazia informandolo ch'io gli risposi ai 30 del passato, con quell'affetto, di cui sa ch'io sono capace. V.S. mi ami, e potendo, come spero, mi scriva, e m'abbia sempre per suo devotissimo servo ed amico Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di F.Melchiorri (1820)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI FERDINANDA MELCHIORRI</hi>
               </byline>
               <date>Roma 15 Luglio 1820.</date>
            </opener>
            <p>Mio caro Nepote. Sono secoli che non ci scriviamo, e ciò per qual motivo? In me prevale un poco di pigrizia, e il più delle volte una vera impotenza, perchè ne' giorni di Posta mi trovo con tante lettere, che assolutamente il proposito fatto di scrivervi in quel giorno se ne va a monte. In voi poi temo che sia effetto di quella malinconia che domina l'animo vostro, la quale vi toglie a voi ed agli amici. Voi non volete sollevarvi nè essere sollevato, e però non ve ne procurate alcun mezzo. Mi avete assicurata che la mia amicizia vi è cara, vi solleva, vi piace; dunque debbo credere che vi serva di piacere lo scrivermi. Non lo fate? Dunque conosco esser voi che alimentate le vostre tristezze. Caro Giacomo, scuotetevi; io voglio che mi scriviate qualche volta; e se non servirà ad altro, servirà per dire a me che vi ricordate della vostra Zia amorosa, e per sentire da me che mi siete carissimo. Ciò è tanto vero quanto è vero che esisto, e se potessi rendervi felice, lo farei a costo di qualunque mio interesse non solo, ma sacrificio di qualunque cosa. E voi non potete a me sacrificare alcuna cosa? - E che cosa mai? - sono certa che mi rispondete. - Eccolo: il sacrificio di quella tristezza che vi accompagna, se non sempre, almeno in qualche ora del giorno. Intendi di compiacere tua Zia? sollèvati per quanto puoi per amor mio. Provo una dolce lusinga che lo farete, e ciò mi consola. Allorchè mi darete le vostre nuove, ragguagliatemi di vostra salute perfettamente. Mamma mi fa sperare che anderete in campagna qualche giorno. Ah quanto volentieri io mi ci troverei! Assicuratevi, mio caro Giacomo, che io non ho fatto mai sacrificio più grande, quanto ne fo in quest'anno non venendo a trovarvi. Si riunirebbero tante cose gradite al mio cuore, venendo in Recanati, che io proverei un vero contento; ma per quest'anno il mio destino è di bruciare tra queste quattro <hi rend="italic">grandiose</hi> mura, ma ardenti; e ardenti in modo che si stupidisce lo spirito, il quale non sente che la fiacchezza della stagione. Se Dio mi dà vita, l'anno venturo voglio esser fra voi; allora dirò tante cose in voce, che in iscritto non saprei. Basta, voi mantenetemi la vostra amicizia, che io valuto più di quello che potiate credere e datemene qualche prova coll'impiegarmi in cose di vostra utilità. Salutate li Genitori e li Fratelli, compresa la mia Paolina. Il Cavaliere e mia Figlia vi salutano. Vogliatemi bene davvero, e credete che io sono ben di cuore la vostra affezionatissima Zia.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Brighenti (1820)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO BRIGHENTI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 17 Luglio 1820.</date>
            </opener>
            <p>Signor Avvocato Padrone ed Amico stimatissimo. Coll'ultimo ordinario ho ricevuta la sua gentilissima 8 corrente insieme colla nota stampa, della quale sono soddisfattissimo, e la ringrazio cordialmente, in particolare per la correzione che ho trovato esattissima, eccetto in un solo luogo, cioè nell'ottavo verso dell'ultima strofe, dove si legge <hi rend="italic">seco è 'l sapiente</hi>, dovendo dire, <hi rend="italic">sceso è 'l sapiente</hi>. Siccome questo errore impedisce affatto d'indovinare il mio sentimento, perciò mi prenderei l'ardire di pregarla, a volerlo far correggere a mano, non dico in tutte, ma in un certo numero di copie. In quelle che V.S. si compiacerà di spedire a me, come son per dirle, lo correggerò io stesso, e perciò non accade ch'Ella se ne dia carico.</p>
            <p>Riguardo all'uso delle dette copie, io desidererei che V.S. mi facesse il favore di farne aver cinque al nostro Giordani, com'eravamo convenuti altra volta. Cinque altre la supplicherei a volerne mandare in mio nome costì in Bologna ai Signori Conte G. Marchetti, Prof. Costa, Prof. Schiassi, March. M. Angelelli, e Cav. Strocchi.</p>
            <p>La prima volta che V.S. mi scrisse intorno a questa edizione, si compiacque di esibirmi l'opera sua per qualche legatura se occorresse. Ella veda ch'io non lascio di profittare d'ogni sua gentilezza. Le spedisco franche per la posta quattro copie delle mie due prime canzoni in carta velina, perchè V.S. mi voglia favorire di farle legare costì, con una <hi rend="italic">semplicità elegante</hi>, come meglio nel resto crederà, insieme con altrettante della nuova canzone; vale a dire ciascuna copia delle prime con un'altra della seconda. E si compiacerà poi di ragguagliarmi della spesa che sarà occorsa, così per questo, come per qualunque altra delle cose dette o che son per dire.</p>
            <p>Io non so se la signora Martinetti si trovi ora costì. Trovandosi, prego V.S. che le voglia fare avere per mia parte una di queste copie legate, in segno dell'ossequio di uno straniero infelice e sconosciuto, alle sue virtù singolari nelle donne italiane.</p>
            <p>V.S. mi scrisse che era in corrispondenza col Conte Trissino. La posta sempre ostinata in perseguitarmi, mi fa disperare ogni volta ch'io scrivo a questo Signore o a qualunqu'altro. Desidererei esser sicuro ch'egli riceva una copia della mia Canzone ch'è indirizzata a lui. Perciò mi fo animo di pregarla anche di questo favore, che V.S. gli voglia spedire di costà una delle sei copie, le quali V.S. mi scrisse che avrebbe fatto tirare in quarto. Se questo non avesse avuto effetto, una delle copie semplici. E avendo occasione di scrivergli, mi farà somma grazia avvisandolo, ch'io gli scrivo di qua, e se non riceverà la lettera, come è verisimile, non sarà mia colpa ma delle poste.</p>
            <p>Altre due copie in quarto con le tre legate che resteranno, e con 50 delle semplici desidererei che V.S. mi spedisse per li mezzi ordinari, e si compiacesse di unirvi, Foscolo, Poesie Faenza 1819. <hi rend="italic">Genlis-Saintclair o la vittima delle scienze</hi> ec. de' quali libri io le spedirò il prezzo tosto ch'Ella mi avrà informato dell'occorso per le altre cose sopraddette.</p>
            <p>Resteranno tre copie in quarto, a sua disposizione. Di queste e delle altre semplici che rimarranno, se V.S. giudicherà di porne qualcuna in vendita al prezzo più facile e basso che stimerà conveniente, si regolerà a suo piacere, ed io le sarò tenutissimo. Delle rimanenti disporrà a suo pieno arbitrio, donandone, se le piacerà, a' suoi amici, o a chiunque Ella crederà che non sia per disaggradirle.</p>
            <p>Le chieggo infinite scuse di tante noie e fastidi. Dalla mia dei 10 avrà rilevato come mi debba avere afflitto il saper poi effettivamente, ch'Ella non è ancora ben ristabilita. La supplico con tutta l'anima ad aversi riguardo, e conservarsi all'amicizia mia, e di quelli ne' quali se potrà esser più intima a cagione della conoscenza, non potrà certo essere più cordiale. Sono con somma gratitudine e affetto il suo devotissimo obbligatissimo servitore ed amico Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Brighenti (1820)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO BRIGHENTI</hi>
               </byline>
               <date>Bologna 22 Luglio 1820.</date>
            </opener>
            <p>Sig. Conte Padrone e Amico veneratissimo. Ricevei la favorita sua del 10 andante. Non ho parole per ringraziarla delle amorose premure sue intorno la mia salute. E realmente essa è stata poco buona, e mi sono trovato con tale spossatezza di forze, che sono stato più giorni senza potere far nulla. Ora va meglio, e se il caldo della stagione si modererà, spero di riavermi. Ma le amarezze mie, che sono la prima cagione de' miei incomodi di salute, non saranno per essere vinte da nessuna vicenda della stagione, e le giuro che queste sono del tutto inique e disperatissime. Se almeno avessi la moglie sana e robusta, prenderei una qualche risoluzione, e tenterei di vincere la fortuna coll'andare in qualche altro paese a provare se tutto il mondo è finito per me: ma io ho questa infelicissima e savissima donna quasi sempre in letto, e spesso lottante fra la vita e la morte. Ma Ella non ha certo bisogno di sentire delle melanconie, onde lasciamo le mie da una parte, e veniamo alla sua canzone, la quale le dirò che qui è piaciuta assai, benchè finora veduta da pochissimi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Brighenti (1820)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO BRIGHENTI</hi>
               </byline>
               <date>
                  <add resp="ed">Bologna</add> 25 Luglio 1820.</date>
            </opener>
            <p>Aveva scritto le poche righe di sopra, quando mi giugneva la favorita sua del 17 andante. Tosto mi occupo di dare esecuzione alle di lei commissioni. Mi è molto dispiaciuto quell'errore di stampa accaduto nell'ultima strofa. Il correggerlo a mano non istava bene. Ho dunque fatto stampare un errata corrige, il quale sarà unito in fine a ciascuna copia, e così l'affare andrà meno male. Non posso servirla di presentare la copia commessami per la signora Cornelia Martinetti, la quale non è in Bologna, e anzi intesi che da Roma era partita per Napoli. Usando della libertà dell'amicizia le confido che, avendo io conosciuta davvicino questa donna, ho dovuto formarne una opinione assai diversa da quella che ne ha concepita V.S., e che naturalmente sarà l'effetto di notizie a lei comunicate da altri: ma pur troppo è donna di testa stortissima e di cuor duro come il marmo: due doti che al nostro felicissimo secolo non sono purtroppo nè il distintivo d'una sola donna, nè il distintivo di pochi uomini, come V.S. ha già elegantemente rimarcato nella sua canzone: <hi rend="italic">"Se fuor che di se stesso altri non cura".</hi>
            </p>
            <p>Ho già incaricato il libraio di vendere le di Lei <hi rend="italic">Canzoni</hi> al prezzo di bai. 5, onde facilitarne lo smercio. Spererei che fossero acquistate.</p>
            <p>Scrivo in giornata al Sig. Conte Trissino, e gli mando copia del paragrafo di sua lettera a lui relativo. Del nostro Giordani le darò migliori nuove, chè ora è in campagna, e mi scrive che trovasi più sollevato, e meno inquietato dalle profonde sue malinconie: ma pur troppo non istà bene, e io anche di Lui e per Lui sono sempre agitatissimo.</p>
            <p>Al Conte Trissino credo bene, oltre una copia in 4°, di mandarne 6 copie in 8°, affinchè Egli abbia campo di far conoscere a' suoi amici questa bella canzone.</p>
            <p>Io profitto poi della di Lei cortese licenza, e mi prenderò la libertà di disporre di un numero di copie della stessa canzone per alcuni miei amici, che essendo in più luoghi, e alcuno fuori d'Italia, avranno luogo di fare ammirare anche ai lontani il di Lei singolare valore, e la sublime sua filosofia.</p>
            <p>Della esecuzione delle sue incombenze le darò sfogo in seguito. Sono un po' imbarazzato di trovare un mezzo particolare per spignere a Lei le canzoni, che desidera di avere in Recanati, perchè per codesta città non sono frequenti le occasioni: ma farò ogni possibile perchè sia servita al più presto. Il <hi rend="italic">Foscolo</hi> è già preparato. Cercherò il <hi rend="italic">Romanzo della Sainte Claire</hi>, che è stato tradotto da una signora mia amica vent'anni sono, e allora grandissima galante, e ora non so poi per quale strana metamorfosi cangiatasi in <hi rend="italic">traduttrice</hi>. Grande smania hanno le donne di far parlare di loro, o bene o male che se ne abbia a dire. Ma la colpa è nostra che tanto stoltamente le educhiamo.</p>
            <p>Mi conservi la sua grazia, pregiatissimo Sig. Conte, e se, come spero, Ella mi onora della sua amicizia, lasci da parte ogni complimento, e mi scriva alla buona, e mi comandi senza alcuna cerimonia o riguardo. Io non sono da Lei conosciuto, ma ritenga che io sono uomo del tutto tagliato alla semplice, e il mio cuore diventa tanto fatto quando ritrovo chi mi tratta con confidenza e con libertà. Quando ero ragazzo usavano ancora i costumi italiani, voce forte, abbracci sgarbati, parole schiette e animo apertissimo. Adesso abbiamo le civiltà francesi che consistono in voci da etici, in sillabe fra' denti, in inchini e cerimonie, e falsità molte, e in cuori che non palpitano mai che per il corpo a cui sono attaccati. L'amicizia che io sento e cerco è d'altra tempra. Nonostante non mancherò per questo, in quanto sappia, anche all'esteriore non della vana etichetta, ma del vero e debito rispetto al grado, e soprattutto all'ingegno, e sopra questo ancora alle virtù. Veneratissimo Sig. Conte, io mi confermo per sempre il suo dev.mo servitore ed amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di L.Trissino (1820)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI LEONARDO TRISSINO</hi>
               </byline>
               <date>Vicenza 28 Luglio 1820.</date>
            </opener>
            <p>Stimatissimo Signor Conte. In questo stesso momento ho ricevuto una lettera del Signor Pietro Brighenti. Ella intende, Signor Conte, cosa si sa da me presentemente. Credo con difficoltà, ch'Ella possa persuadersi di quanto confuso e maravigliato mi trovo. Nessuna espressione mia basterebbe a dirlo. D'altronde ho speranza che la generosità del suo animo voglia gradire che io me le confermi servitore ed amico per tutta la vita. Di un tanto dono non meritato per niente sarebbe delitto anche un po' di compiacenza. Che mi resta dunque? Di essere grato senza fine. Lo sarò esattamente.</p>
            <p>Due lettere mie, che credo andate perdute, mi sono state quasi avviso, che io non dovessi disturbare V.S. Eppure ogni ordinario io mi augurava notizie della preziosa salute di Lei, e di ogni altra cosa di appartenenza sua. Con desiderio sommo aspetto novelle lettere del Signor Brighenti gentilissimo. La prossima partenza della posta non mi lascia scrivere di più; anzi domando scusa della fretta.</p>
            <p>Mi fa piacere di essere a Lei obbligato tanto; ma vorrei anche potermi rassegnare spontaneamente a qualunque prova, Suo obbligatissimo affezionatissimo servitore.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di C.Antici (1820)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO ANTICI</hi>
               </byline>
               <date>Roma li 29 Luglio 1820.</date>
            </opener>
            <p>Caro Nepote. Cadutomi sott'occhio il presente Programma, l'ho fatto copiare per inoltrarlo a voi, supponendo che vi deciderete a concorrere. L'argomento è tutto erudito letterario nazionale, e sembra precisamente immaginato per combinare colle vostre inclinazioni, la vostra fama, ed il vostro interesse. Dunque impugnate da valoroso la penna, e prima di tre anni spedite ai giudici il vostro lavoro con fondata speranza di veder cinte le vostre giovani tempie dell'alloro di Pindo, e riempito il vostro vergine scrigno di metallo del Potosi.</p>
            <p>Dite all'atletico Carlo, che non poltrisca nell'ozio, e che imiti un giovane signore Tedesco addetto alla legazione di Parigi, il quale ha arricchita la sua Patria con una bella traduzione dell'opera acclamatissima <hi rend="italic">Sull'Indifferenza nella Religione</hi>. Saluti cordialissimi a tutti, e credetemi di cuore il vostro affezionatissimo Zio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A L.Trissino (1820)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A LEONARDO TRISSINO - VICENZA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 31 Luglio 1820.</date>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo signor Conte. All'ultima sua gentilissima del Settembre passato, risposi com'era dovere, e soprattutto la ringraziai che mi avesse voluto consolare, dandomi parte delle buone notizie intorno alla sua salute. Credo che quella lettera sarà stata ingoiata dalle poste secondo il solito. Forse oramai le saranno giunti o staranno per giungere da Bologna alcuni esemplari a stampa di una mia canzone intitolata a V.S. Se il nostro commercio epistolare non fosse tanto difficile per la negligenza de' mezzi, non mi sarei mai deliberato a stampare il suo nome senza suo beneplacito espresso. Ma stante questa difficoltà, e considerando l'infinita gentilezza e l'affetto dimostratomi in altre occasioni da V.S., ho preso confidenza, e sperato ch'ella mi perdonerebbe tanto la libertà quanto la piccolezza del dono. Oltracciò V.S. mi dovrà perdonare se nella dedica io l'ho trattata con quella certa famigliarità che si costuma nelle lettere, alle quali non par che s'adattino le cerimonie che richiede il commercio civile. V.S. s'accorgerà che nel principio della dedica ho adoperato un sentimento che V.S. mi significava nell'ultima sua. Torno a raccomandarmi alla benignità di V.S. perch'ella mi perdoni, e non si voglia chiamare offesa della mia franchezza; e se giudicherà di riprendermi, lo faccia, ch'io mi pentirò dell'ardire, ma confiderò che V.S. non m'abbia privato per questo della sua benevolenza, nè lasciato di tenermi per suo devotissimo obbligatissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Brighenti (1820)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO BRIGHENTI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 4 Agosto 1820.</date>
            </opener>
            <p>Mio carissimo. Vi obbedisco e vi tratto, come vedete, confidentemente, lasciando le cerimonie. Ma voi pure fate lo stesso con me nè più nè meno, se volete ch'io seguiti in questo tenore. Tutto quello che impedisce l'espression vera del cuore, potete credere che riesce odioso anche a me, giacchè non ho altro di buono appunto se non il mio cuore, che non giova a nulla. Nè potete immaginare quanto mi affligga il racconto delle vostre angustie. Già ve lo scrissi altra volta: oramai la conoscenza degli uomini di merito mi dà pena, perchè li trovo sempre infelici, e mi sconfortano colla considerazione che tutti quelli ch'io amo debbano essere sventurati. Qual consolazione vi potrò dar io? Bensì non ho altro desiderio che questo di consolarvi, e fare che l'amicizia mia vi debba giovare a qualche cosa.</p>
            <p>Se io ben intendo le vostre parole, avete spedito al Conte Trissino, oltre una copia in quarto, altre sei copie della Canzone in ottavo. Avete fatto ottimamente, e ve ne ringrazio. Se gli scrivete, fatemi questo favore di avvertirlo che ho ricevuto la sua troppo gentile dei 28 Luglio, e che prima di riceverla, ai 31, gli aveva già scritto. Ma che le altre due lettere di cui mi parla, sono andate certamente smarrite, e non mi sono mai giunte. Tant'è: s'io voglio mantenere qualche minima corrispondenza coi lontani, bisogna che mi raccomandi a voi, perchè le poste si sdegnano di servirmi.</p>
            <p>Del prezzo che avete fatto mettere alla mia Canzone dell'Errata, delle copie che ne volete spedire a' vostri amici, delle nuove che mi date di Giordani, e di quelle della Martinetti, vi sono tenuto senza fine. Di questa Signora mi avevano detto mari e monti, e chi non vede, facilmente può esser tratto in errore.</p>
            <p>Le copie ch'io desidererei qui in Recanati, sono ben persuaso che non si possano spedir qua direttamente. Ma basterebbe che le spediste in Ancona, da dove me le spediscano qua, o mi scrivano perch'io le faccia ritirare. Ma voi mi dovete perdonare tanti fastidi.</p>
            <p>Ricevo anche la vostra 29 Luglio. Non solamente per la vostra raccomandazione, ma anche di mio proprio moto, m'indurrei a far quello ch'io potessi, per aver qui piuttosto un letterato che un uomo da nulla, come sono tutti gli altri concorrenti. Ma io non sono di Consiglio, perchè la legge come sapete, mi esclude da quest'alto onore, che non può appartenere a padre e figlio nello stesso tempo. I principii di mio padre non sono molto favorevoli al vostro raccomandato, perchè egli vorrebbe un prete, e uno che ec. ec. ec. E siccome il suo parere nel Consiglio ordinariamente prevale, così mi resta poca speranza. Intendo che anche gli altri consiglieri si son fitti in questo di volere un prete. Il Consiglio poi crederebbe di fare un grande sforzo, dando la preferenza a un letterato <hi rend="italic">forestiero</hi> sopra questi asini piceni, e l'indurlo a questo sarà il <hi rend="italic">non plus ultra</hi>, laonde resterebbe assai maravigliato se oltracciò si ardisse di proporgli l'accrescimento dell'onorario in favore di questo forestiero. Caro Brighenti, credetemi che se Monti o Giordani concorressero in Recanati, soffrirebbero le stesse difficoltà.</p>
            <p>Amatemi, e adoperatemi in quello ch'io possa, che sebbene è molto poco, tuttavia potrà parer qualche cosa di più, a cagione del buon volere. Datemi nuove della vostra salute, se sia pienamente ristabilita, come ho gran desiderio; salutatemi Giordani, e credetemi di vero cuore il vostro buon amico Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Brighenti (1820)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO BRIGHENTI</hi>
               </byline>
               <date>Bologna 9 Agosto 1820.</date>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo Signore ed Amico. Non è mio costume di prendermi la libertà di dare del <hi rend="italic">voi</hi> a persona titolata, e molto meno a persone che ai titoli cavallereschi, uniscono i più pregevoli distintivi dell'ingegno: ma voi, o Signore, mi minacciate di cangiarmi il <hi rend="italic">voi</hi> in Lei, se io non v'imito e però tostamente lascio da parte ogni cerimoniale, e vi scrivo coi termini della più confidente amicizia.</p>
            <p>Ebbi io stesso lettera dal Conte Trissino, il quale è rimasto contentissimo, anzi confuso, e sorpreso dell'onore che gli avete fatto indirizzandogli la vostra canzone sull'Abate Mai. Egli me ne chiese tosto una copia per la posta, e gliela mandai: ho poscia spedito al medesimo anche le 6 copie in 8° e l'una copia in 4° che vi dissi, col mezzo di questo Conte Senatore Bologna. Le quattro copie delle <hi rend="italic">Canzoni</hi> da voi rimessemi, unite all'ultima del Mai, le ho già fatte legare, e sono pronte: ma non sono rimasto troppo contento. Sono legate pulitamente, e a poco prezzo, ma io voleva qualche cosa di meglio. Voi le vedrete, e se troverete voi stesso, che dovessero essere più splendide, me ne rimetterete altre copie, e le farò legare con più doratura, e se vi piacesse in color rosso; queste sono in color verde, coperte di quella carta francese che pare marocchino, e che è di molto uso. Ho speso 15 baiocchi l'una. Lo stampatore non mi ha dato il conto dell'errata corrige; ma queste sono piccolissime cose. Io cercherò occasione per spedire in Ancona il pacchetto, conforme mi dite: e vi unisco Foscolo <hi rend="italic">Rime</hi>, ma non quel romanzetto di <hi rend="italic">Sainte Claire</hi>, perchè qui non l'ho trovato. Spero che vi piacerà assai la edizione delle vostre <hi rend="italic">Canzoni</hi>, perchè la copia che vi spedii era rozza, ma queste altre che ho fatte soppressare accuratamente sono assai eleganti.</p>
            <p>Credete pure a me, che la Martinetti è precisamente quella che io vi ho descritta. Pochi uomini al mondo sono buoni, pochissime donne sono buone, meno poi quella Signora nudrita e sozza di tutte le vanità immaginabili del bel Mondo, e del <hi rend="italic">bon ton</hi>.</p>
            <p>Scriverò al Trissino con il prossimo corriere, e gli dirò quanto mi incaricate. Anche Giordani mi dice di salutarvi, e di farvi la seguente ambasciata che io copio letteralmente.</p>
            <p>"Quando scrivete a Leopardi ditegli che io gli scrissi il 18 giugno: ma è una vera disperazione con queste benedette lettere, che quasi tutte si perdono. Domandategli un poco, se suo padre gli acconsentirebbe di accettare una cattedra in Lombardia (che appena il credo), e se gli farebbe un assegno di dieci scudi il mese; tanto che con questo, e col mediocre stipendio potesse vivere tollerabilmente: contando per grande profitto il respirare un poco da quella prigione".</p>
            <p>Strocchi è in campagna, onde gli spedisco col mezzo di un amico di Faenza la vostra canzone. Ai Costa, Angelelli, Marchetti, e Schiassi fu già recapitata, e Marchetti (il quale vedo spesso) mi disse di ringraziarvene e di farvi i suoi rallegramenti; che partiva per la campagna, come di fatto partì, e che di là vi avrebbe scritto.</p>
            <p>Vi sono obbligato delle buone vostre disposizioni per l'amico Lorenzoni: io vi scrissi, perchè non dovevo ricusare la mia opera ad un disgraziato, ma era ben persuaso che sarebbe stata vana: perchè conosco l'umore dei Consigli comunali, ai quali mi è toccato di presiedere per dieci o undici anni, e so che difficilmente si conducono ad una deliberazione, che piegasse un poco a vincere le sciocchissime e servili massime dei loro vecchi, fra le quali imperiosa quella di affidare la educazione piuttosto a preti ignoranti, che a secolari dottissimi: e dite bene che se Giordani fosse proposto per professore di eloquenza avrebbe meno voti di ogni altro. Desistete però da ogni ufficio, giacchè l'amico è persuaso che non gli convenga il concorrere.</p>
            <p>Questa volta la posta ha fatto un miracolo portandomi la vostra lettera in soli cinque giorni: così spero che questa mia vi arriverà domenica.</p>
            <p>La mia salute è migliorata; ma ogni tanto mi assalgono i miei soliti incomodi, e allora io cado in tale prostrazione di forze, e in sì cupa melanconia, che non vi so dire come mi maltratti, e mi renda inutile e noioso. Sicuramente che le avversità della fortuna ne hanno la colpa, e non mi è possibile di vincerle, per quanto io tenti ogni sforzo, e ponga alla tortura il cervello. Guai a me se alcuni princìpi di buona filosofia non diriggessero la sdrucita barchetta della mia testa, io sarei già naufragato. Si dice che i mali non durano sempre, ma io li soffro da otto anni penosissimamente. Parrebbe adunque che dovessero omai aver fine.</p>
            <p>Ma io non finirei mai d'annoiarvi, rispettabile Amico, se non sapessi che voi finireste di leggere. Vi prego a conservarmi la grazia vostra, e ad amarmi, ch'io vi amo, e vi stimo quanto mai so e posso. Addio addio, e sono il vostro aff.mo servo e amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Brighenti (1820)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO BRIGHENTI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 14 Agosto 1820.</date>
            </opener>
            <p>Mio carissimo. Vi lodo e vi ringrazio che mi abbiate ubbidito. Non sarebbe da onestuomo il voler esser trattato familiarmente senza rendere il contraccambio.</p>
            <p>Delle mie prime canzoni non mi restavano altre copie in buona carta, che quelle ch'io vi spedii. Ma sappiate ch'io mi contento facilmente, e senza dubbio mi contenterò delle legature che avete fatte eseguire.</p>
            <p>Quando mi avrete informato delle altre spese occorse, vi spedirò l'importo del Foscolo, delle legature, e del 2° semestre di associazione all'Abbreviatore.</p>
            <p>Il piego diretto in Ancona credo che lo manderete per mezzo degli spedizionieri. Già s'intende che le occasioni particolari non sono comuni, nè facili a trovarsi.</p>
            <p>Fatemi la grazia di dire al nostro Giordani che alla sua ultima dei 18 di Giugno risposi con una lunga lettera smarrita al solito. Ma che le sue non vanno a male; e perciò, se non gli è grave, me ne consoli di quando in quando. Che gli scrivo oggi, e perchè verisimilmente non riceverà la lettera, lo avverto per mezzo vostro, che mio padre non mi sconsentirebbe la cattedra in Lombardia, e probabilmente neanche l'assegno. Che io poi, dovendo continuare a vivere, non ho altro desiderio che di uscir di qua, in qualunque modo, e questa via ch'egli mi propone, è adattatissima. Sicchè ringraziandolo del pensiero, aspetterò da lui qualche nuova in questo particolare.</p>
            <p>Non dimenticate, vi prego, di fargli aver copia della mia Canzone, è, se potete, le cinque che vi scrissi.</p>
            <p>Eccomi sempre a domandare e a darvi noia. Come vi contraccambierò? Questa è la quistione ch'io vo meditando tutto il giorno. Mio caro amico, mi consolo della salute migliorata, e mi dolgo della sventura che ti perseguita. Bisogna farsi core alla meglio, e conservare la speranza. Finalmente questo mondo è un nulla, e tutto il bene consiste nelle care illusioni. La speranza è una delle più belle, e la misericordia della natura, ce ne ha forniti in modo, che difficilmente possiamo perderla. A me resta solamente per forza di natura. Secondo la ragione dovrei mancarne affatto. Ma viviamo giacchè dobbiamo vivere, e confortiamoci scambievolmente, e amiamoci di cuore, che forse è la miglior fortuna di questo mondo. La freddezza e l'egoismo d'oggidì; l'ambizione, l'interesse, la perfidia, l'insensibilità delle donne che io definisco, <hi rend="italic">un animale senza cuore</hi>, sono cose che mi spaventano. Amatemi, ma da vero. Non sono fatto della stessa pasta degli altri. Addio, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Giordani (1820)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO GIORDANI - PIACENZA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 14 Agosto 1820.</date>
            </opener>
            <p>Mio carissimo. Risposi lungamente e con quanto affetto io sapeva alla tua dolorosa dei 18 di Giugno. Intendo che le poste hanno fatto ch'io avessi gittato l'opera. Brighenti m'è venuto consolando con darmi della tua condizione qualche ragguaglio meno infelice. Dio voglia che durino. Coll'ultimo ordinario mi scrive in tuo nome sopra l'accettare una cattedra in Lombardia. Nè mio padre me lo impedirebbe, nè credo che fosse per negarmi l'assegnamento che tu dici; anzi stimo che in questo s'indurrebbe facilmente al mio desiderio. Quanto a me, s'io potessi trovare qualche provvisione in coteste parti, l'avrei caro più della vita, che in questa condizione è più tosto una morte. E perciò ti ringrazio caldamente della proposta; e se potrai mandarla ad effetto per parte tua, fa' conto che mi rileverai dal sepolcro. Per parte mia, vale a dire in quello che spetta ai miei, non ho quasi dubbio di non riuscire. Scrivimi, se non ti è molesto, giacchè le tue non pare che si smarriscano. Se le mie non ti arriveranno, farò che Brighenti risponda per me. Dammi nuove della salute e dell'animo. Paolina e Carlo stanno bene e ti salutano. Io tanto più son caldo in amarti e desiderarti, quanto maggiore spazio sono stato privo delle tue lettere. Addio addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Brighenti (1820)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO BRIGHENTI</hi>
               </byline>
               <date>Bologna 20 Agosto 1820.</date>
            </opener>
            <p>Mio egregio Signore ed Amico. In questa mattina ho ricevuto la vostra gratissima del 14 corrente, e subito ho scritto all'amico Giordani, comunicandogli il paragrafo della detta vostra che lo riguarda, e che serve di risposta alla proposizione della cattedra. Io mi consolo molto, che voi possiate aver mezzo di venire da queste nostre parti, e che una cattedra non vi verrebbe scontradetta. In questo caso, perchè, caro amico, non fate che il signor vostro Padre (il quale mi pare che debba essere degli accettissimi al governo) si adopri onde procurarvi la cattedra di eloquenza in Bologna, che è ora coperta da un asino di altissima sfera, disprezzato dai Sapienti, e messo in ridicolo con ogni sorta di impertinenze dagli Scolari? E vi dico di più in confidenza, che mesi sono era stato interpellato se l'avesse voluta un letterato mio amico, il quale non ha creduto di accettarla, perchè non si è voluto indossare quella fatica, ma del resto il Governo stesso era disposto a conferirgliela, vergognandosi di quel <hi rend="italic">Grilli</hi> che ora la tiene, e al quale sarà dato un altro posto. La città è buonissima, e quando sapeste disprezzare le ciance di uno di quelli (che ora non nomino) a cui spediste la canzone, e che sebbene d'ingegno e di abilità, è poi un matto inquietissimo, voi del resto non avreste chi non vi portasse in palma di mano. Tutto ciò sia detto fra noi in amicizia, e per desiderio che io avrei e di vedervi contento, e di vedervi a me vicino.</p>
            <p>Sì, caro amico, accettai, e con piacere, la licenza di scrivervi con la libertà e le parole degli amici. Vi accerto però che io per questo non mi allontanerò mai dal rispetto che vi debbo, e non solo perchè siete un <hi rend="italic">conte</hi>, ma perchè siete un angelo di bontà e di perfezione. Ma anche coi nobili io tengo un metodo, che sembrerà forse contradditorio, e che vi giuro non è. Io disprezzo e odio la nobiltà, come uno dei più perniciosi flagelli dei nostri paesi: non lascio mai occasione alcuna di rivoltarmi contro la nobiltà, come mai so e posso: e nel tempo istesso non è possibile che io manchi avvertitamente ad alcuna delle urbanità che i cittadini professano ai nobili, quando si ha l'incontro di trattarli. Nè in ciò vi è viltà, o falsità, o corbellatura. La società accorda ai nobili delle distinzioni, e però io credo che turbi l'ordine, e si mostri villano e malcreato chi vi contraddice; e io temo assai la taccia di villano e di malcreato. Credo adunque di dovere io stesso riverenza ai nobili, come uomo cittadino, come pensator libero, credo egualmente di avere il diritto di scatenarmi contro una classe di oziosi, che sono il corpo morto delle popolazioni, <hi rend="italic">giacchè per la massima parte</hi> non fanno nulla, e assorbono il meglio. Scusate le cassature, perchè ho la testa imbrogliatissima, e sentitene la cagione. Io andai lunedì a trovare alla campagna il conte Marchetti, e colà erano altri, e (come si usa in villa) tutti lieti e volenterosi di bizzarrie, fra le quali si propose di andare al bagno, che è attaccato al Casino, e costruito in un canale di acqua corrente. Io che non ricuso mai di secondare le brigate, nelle quali mi trovo, mi bagnai io stesso, e il dì dopo incominciò a manifestarmisi una costipazione di testa, di gola, e di petto, che non sono più uscito di casa, e oggi è il primo dì che mi sento meglio, perchè la gola è libera, e solo mi rimane attaccato il capo e il petto.</p>
            <p>Vi prevengo che ho pensato di mandare una copia della vostra canzone all'Abate Pellegrino Farini direttore del collegio di Ravenna, uno di quei rarissimi uomini, che meritano la riverenza più grande per bontà e per ingegno. Non so se voi conosciate questo soggetto, ma ritenete che è molto stimato anche da Giordani. È proprio un peccato, che quest'uomo sia malaticcio, e molto decaduto. Il conte Trissino non ha avuta risposta alla sua del 28 Luglio, della quale voi mi parlaste, e vi serva di regola.</p>
            <p>Per mezzo dello speditore Bolognese signor Teodoro Pozzi vi ho spedito il pacco delle vostre <hi rend="italic">Canzoni</hi>. Il <hi rend="italic">Foscolo</hi> non è nel pacco, perchè è nato un curioso accidente che me ne ha privato, dopo che mi era stato promesso. Ho scritto subito a Cesena a quel mio amico Zefirino Re, che ne fu l'editore, onde ve ne spedisca una copia <hi rend="italic">sotto fascia</hi> per la posta. Spero che l'avrete a momenti. Se io non fossi tutto rovinato dalla maledetta costipazione, vi prenderei in parola dei cenni fattimi sulle donne, di cui ho fatto tanta amara esperienza, che un dì (se avrò ozio) ne farò commedia, e romanzo. L'ultima mia fiamma morì il Sabbato Santo del sedici, e debbo a questa donna l'essermi diviso per sempre da tutta la metà femminile della razza umana. Oh che scellerata cosa era questo mio idolo!</p>
            <p>Io vi abbraccio, mio illustre amico, e vi prego a scusare le disadorne lettere, perchè poi sono di tale che vi ama e vi apprezza come meritate. Datemi sempre vostri comandi, con la libertà che li dareste a voi stesso.</p>
            <p>A Giordani ho già spedito le copie delle vostre <hi rend="italic">Canzoni</hi>, e le deve aver ricevute. Fate bene a spaventarvi delle donne, e dovete farlo voi che siete giovane. Per me sono già reso impassibile, e poi quando si hanno 45 anni se non si fugge da esse, elleno fuggono: ma alla gioventù costoro si attaccano come vischio. Addio, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1820)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>
                  <add resp="ed">Piacenza</add> 23 Agosto <add resp="ed">1820</add>.</date>
            </opener>
            <p>Mio caro. La è pure una orrenda maledizione questa delle poste!! Io non ho avuto niente di quello che rispondesti alla mia 18 giugno. Ricevo questa dei 14 agosto. Ti rispondo: brevemente; perchè lo scrivere mi è fatica. Ripeto le stesse cose a Brighenti; per rimedio se mai la mia presente si perdesse. Intendo volentieri che non ricuserai, e potrai accettare se si potrà conseguirla, una cattedra in Lombardia: e per sì sospirato effetto scrivo a Milano. Se io lo desideri smisuratamente, devi immaginartelo: come saprei io esprimertelo? Ma certo devi figurarti se un divoto brama di liberare una santa anima dal purgatorio.</p>
            <p>Salutami tanto tanto Paolina e Carlo. È una gran disperazione per me il perdere le lettere che tu mi scrivi <hi rend="italic">lunghe e affettuose</hi>: e appena averne qualcuna breve. Oh se tu potessi uscir di pene! avvicinarti a me, vederti io spesso, spessissimo averne lettere sicuramente, e tu con largo e riposato animo gittarti ne' tuoi studi, e farti immortale con profitto e onore d'Italia! Mio carissimo Giacomino, t'abbraccio con amore ineffabile. Addio addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Brighenti (1820)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO BRIGHENTI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 28 Agosto 1820.</date>
            </opener>
            <p>Mio Carissimo. Mi rincresce molto il nuovo incomodo di salute che vi molesta. Abbiatevi riguardo, e un'altra volta secondate meno le brigate, e se v'invitano al bagno, rispondete come quella Signora inglese invitata alla caccia della tigre, dove avea già corso un gran pericolo, <hi rend="italic">ci sono stata</hi>.</p>
            <p>Quanto alla cattedra di Bologna, vi dico che non avete idea di mio padre. Non c'è affare che lo interessi così poco, quanto quelli che lo riguardano. Non vuol mantenermi fuori di qui a sue sole spese, ma non moverebbe una paglia per proccurarmi altrove un mezzo di sussistenza che mi togliesse da questa disperazione. Non ho dubbio di ottenere il suo consenso a cose fatte, ma sarebbe più facile di smuovere una montagna, che d'indurlo a fare egli stesso qualche cosa per me. Questa sua strana indolenza è conosciuta, ammirata, e dimostrata da milioni di sperimenti. Tuttavia favorite di dirmi qual sia l'emolumento di cotesta cattedra, e da chi dipenda principalmente il conferirla.</p>
            <p>Dite benissimo dei nobili, che sono il corpo morto della società. Ma pur troppo io non vedo quale si possa chiamare il corpo vivo oggidì; perchè tutte le classi sono appestate dall'egoismo distruttore di tutto il bello e di tutto il grande; e il mondo senza entusiasmo, senza magnanimità di pensieri, senza nobiltà di azioni, è cosa piuttosto morta che viva.</p>
            <p>Dell'Abate Farini mi parlò anche Giordani con molta lode. Fatemi il piacere, ditemi il nome di quello che ricevè la mia Canzone, e del quale dovrei disprezzare le ciarle. E vorrei sapere se mi scrivete questo in genere, o perchè abbia parlato sinistramente di me, ed in che modo. Vi dico sinceramente ch'io non credo d'incontrare odi o nimicizie, perchè questi si esercitano cogli uguali, e nessuno vorrà degnarsi di credermi suo uguale; ma disprezzi e scherni gli aspetto, e li ricevo da tutti quelli che tratto o vedo; laonde qualunque cosa mi raccontaste, non mi potrebbe fare impressione; e desidero di saperla per mera curiosità e divertimento.</p>
            <p>Mi avvisate che il Conte Trissino non ha ricevuto la mia risposta alla sua 28 Luglio. Ma bisogna ch'io vi confidi un timore che mi passa per la mente. Nella dedica io trattai quell'ottimo Signore, con una certa familiarità che par che si costumi nelle cose letterarie. La sua de' 28 Luglio era piena di estrema gentilezza. Ma egli non aveva ancora ricevuto il mio libretto. Mi affanna il pensare che vedutolo, egli possa aver trovata eccessiva la mia confidenza. Gli domandai già perdono scrivendogli, e torno a scrivergli. Ma perchè facilmente la mia lettera andrà smarrita, fatemi il favore d'informarlo di questi miei sentimenti, e domandategli perdono in mio nome.</p>
            <p>La scelleraggine delle donne mi spaventa, non già per me, ma perchè vedo la miseria del mondo. S'io divenissi ricco o potente, ch'è impossibile, perchè ho troppo pochi vizi, le donne senza fallo cercherebbero di allacciarmi. Ma in questa mia condizione, disprezzato e schernito da tutti, non ho nessun merito per attirarmi le loro lusinghe. Oltre che ho l'animo così agghiacciato e appassito dalla continua infelicità, ed anche dalla misera cognizione del vero, che prima di avere amato, ho perduto la facoltà di amare, e un Angelo di bellezza e di grazia non basterebbe ad accendermi: tanto che così giovane, potrei servir da Eunuco in qualunque serraglio.</p>
            <p>Addio, vogliatemi bene, e datemi nuove della salute. Vi amo e vi abbraccio. Ditemi a chi debbo spedire il prezzo del <hi rend="italic">Foscolo</hi>.</p>
         </div1>
         <div1 n="A L.Trissino (1820)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A LEONARDO TRISSINO - VICENZA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 28 Agosto 1820.</date>
            </opener>
            <p>Intendo dall'Avv. Brighenti che V.S. non ha ricevuto la mia risposta alla sua cortesissima dei 28 di Luglio. Neanche m'accerto che le sia stata renduta la mia de' 31 dello stesso nella quale domandava perdono a V.S. tanto della presunzione avuta di stampare il suo nome in fronte a così piccola cosa, quanto della familiarità usata nella lettera dedicatoria. Riconosco dalla benignità di V.S. che m'abbia voluto scrivere in modo, come se la mia confidenza fosse piuttosto degna di ringraziamento che bisognosa di perdono. Ma ora ch'Ella ha veduto il mio libricciuolo, temo forte che non mi condanni di troppo ardire e d'essermi abusato della libertà che si concede nelle cose letterarie. V.S. si compiaccia di perdonarmi o di riprendermi. Solamente vorrei che mi favorisse di un cenno dal quale potessi intendere ch'Ella in qualunque modo non mi abbia scancellato dal numero de' suoi servitori. E anche desidero vivamente qualche ragguaglio intorno alla salute di V.S. La quale mi onorerebbe e consolerebbe infinitamente, se mi desse occasione di mostrarmi col fatto Suo devotissimo obbligatissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di L.Trissino (1820)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI LEONARDO TRISSINO</hi>
               </byline>
               <date>
                  <add resp="ed">Vicenza</add> primo Settembre 1820.</date>
            </opener>
            <p>Che il Signor Conte Leopardi mi dica importuno, e mai poco grato. A darle il disturbo di questa lettera io volea pazientare di avermi godute compiutamente le sue grazie. Ma la sorte vuole travagliato anche questo piacere, grande sì, ma innocente. Non mi sia tolto almeno l'obbligo e la compiacenza di ringraziarla della umanissima lettera sua del 31 luglio. E la ringrazio sommamente, e di tutto. L'Amico nostro, ch'Ella sa, a istanza mia, mise alla posta due volte uno esemplare di que' versi tanto desiderati. Questi non giunsero mai alle mie mani; e ho fondato sospetto che mezzo simile sarà sempre inutile. Non so quando il cielo vorrà consolare la mia sofferenza. Si aggiunga, che per accidente bellissimo io trovai la sua lettera aperta. Non si facciano de' commenti. L'altra lettera, ch'Ella ebbe la benevolenza di dirigermi il settembre passato, quella credo veramente l'avrà ingojata la posta. E così a me una mortificazione di più, perchè del Signor Conte Leopardi io sarei felice di sapere spesso, e ogni cosa. Chi sa quai belle ne contenea quella lettera; mentre io ricordo la mia domanda.</p>
            <p>La tanta amorevolezza, che mi si concede da Lei ispira confidenza. E io la supplico, qualunque volta mi volesse beneficare di scrivermi, di usare la familiarità che conviene a quella amicizia, ch'è suo dono prezioso e generoso. E sicuramente non sentirà mai di cerimonia il sentimento di rispettosa affezione, e grandissima stima, che mi fa essere per sempre tutto suo.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Giordani (1820)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO GIORDANI - PIACENZA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 4 Settembre 1820.</date>
            </opener>
            <p>Ricevo la tua de' 23 del passato la quale mi addolora e mi straccia l'anima, dimostrandomi come sei tuttavia travagliato nella salute. Vorrei dolermi della fortuna per qualunque altra cosa piuttosto che per le sventure degli amici; massimamente per le tue. Non sarebbe leggero conforto al dolore ch'io provo, se potessi, come tu dici, venirti più da vicino, vederti spesso, ragionar teco, e se non rallegrarti nè consolarti, almeno alleggerire i tuoi mali colla presenza dell'amicizia e dell'amore. Seguirà quello che disporrà la mia trista fortuna. Già non devi stimare che sia giorno della mia vita, dove la ricordanza delle virtù e delle sciagure tue non mi stringa il cuore di affetto e di compassione.</p>
            <p>Brighenti mi scrisse che ti aveva spedito, secondo ch'io lo pregai, certe copie d'una mia canzone; e si persuadeva che già le avessi ricevute. Ma forse in questo s'ingannava, o tu non hai potuto leggere. Se ti sono arrivate, o quando ti arriveranno, vorrei che ne facessi avere ai Conti Pallastrelli e Calciati una per ciascheduno, in memoria della benevolenza che mi significarono quest'anno addietro.</p>
            <p>Voglimi bene. Consoliamoci della indegnità della fortuna. In questi giorni, quasi per vendicarmi del mondo, e quasi anche della virtù, ho immaginato e abbozzato certe prosette satiriche. Vedi che cosa mi viene in pensiero di scriverti. Non per altra cagione eccetto di conversare più lungamente con te. Addio addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di L.Trissino (1820)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI LEONARDO TRISSINO</hi>
               </byline>
               <date>Vicenza 6 Settembre 1820.</date>
            </opener>
            <p>Stimatissimo Signor Conte. Il Signor Marchese Ricci di Macerata è di molta mia conoscenza. Egli mi ha fatto grazia della promessa, che nel suo passare per Recanati verrebbe alla casa di V.S., e a nome mio le presenterebbe tanti ringraziamenti, e tanti rispettosi saluti. Se io abbia invidia al Marchese Ricci, che compirà questo ufficio, non è da dire.</p>
            <p>L'altro giorno mi è giunta la pregiatissima sua del 28 agosto. Così sono due le lettere ricevute da Lei in questi ultimi tempi; quella del 31 luglio, e l'altra detta, dalla quale ultima pare, che una terza lettera mi si scrivesse dopo che a V.S. era pervenuta la mia del 28 luglio; e in tal caso, questa non è arrivata. Col mezzo della posta io ho scritto di nuovo il primo di questo mese. E se la lettera avrà fatto il suo viaggio, si sarà compreso da V.S. che io era sospettoso che il libro fosse impedito di venire alle mie mani. Ora questa è certezza. Il nostro Principe Vice-Re egli stesso ha <hi rend="italic">severamente proibita</hi> quella canzone; e queste Polizie sono ordinate di sorvegliare perchè non venghi conosciuta.</p>
            <p>V.S. non mi fa regalo di dirmi della salute sua, e colla solita cortesia domanda della mia, la quale da più di due anni è buonissima; ma nè anche per questo è meno inutile la vita che si conduce.</p>
            <p>Colla venuta costà del Marchese Ricci avrei voluto presentarla di qualche libricciuolo poetico di queste parti; ma giuro non ve ne ha uno che meriti l'onore del viaggio, e quello più grande di essere letto da Lei. I due soli uomini, da' quali si potrebbe trarre qualche cosa, Giacomo Vittorelli a Bassano, e Ippolito Pindemonte a Verona, sono silenziosi.</p>
            <p>Appena ebbi avviso del suo dono generoso, che pensai, giunto che fosse, di rompere un lunghissimo silenzio con Pietro Giordani (che mi volle tanto castigato senza che io ne sappia la colpa), e pregarlo che gli piacesse di scrivere a V.S. per me; chè allora io avrei avuta certezza ch'Ella almeno sarebbe stata ringraziata convenientemente. Ora non ardisco di scrivere a Lui, chè temo la eloquente risposta a me, la quale so troppo che si vedrebbe prima da altri.</p>
            <p>Io mi pregio infinitamente di protestarmele, sempre allo stesso modo, obb.mo aff.mo servitore ed amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di L.Trissino (1820)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI LEONARDO TRISSINO</hi>
               </byline>
               <date>Vicenza 8 Settembre 1820.</date>
            </opener>
            <p>Stimatissimo Signor Conte. Ho scritto a Lei anche la settimana passata. Lo fo in questa ancora per ringraziarla della sua lettera tanto cortese del 28 agosto. Essa mi è stata gratissima quanto l'altra del 31 luglio; nè altre lettere sue ho io ricevute in questi tempi ultimi.</p>
            <p>Il libro, di che in ambedue le dette lettere Ella mi parla, è stato severamente proibito per volontà espressa del nostro Principe Vice-Re, e comandata la perquisizione di esso. Chi lo abbia veduto io non lo so.</p>
            <p>Il suo silenzio della sua salute mi fa sperare ottimamente. S'Ella vorrà confermare la speranza mia e il mio desiderio, io avrò l'animo contentissimo. La salute mia è la cosa della quale non ho motivo di lagnarmi niente.</p>
            <p>La mia maggior soddisfazione è di essere creduto da Lei sincerissimamente con tutta stima e gratitudine suo aff.mo obb.mo servitore.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Brighenti (1820)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO BRIGHENTI</hi>
               </byline>
               <date>Bologna 13 Settembre 1820.</date>
            </opener>
            <p>Mio Signore ed Amico. Rispondo alla cara vostra del 28 scorso mese. Vi prevengo in confidenza che la vostra canzone è stata proibita nel regno lombardo-veneto, per ordine del Vicerè. Così mi scrive il conte Trissino, il quale per questa ragione non ha potuto averla. Essa però è diramata, e so che ha fatto grandissimo incontro. Io l'ho fatta tenere a tutti i socj dell'<hi rend="italic">Abbreviatore</hi>, che l'hanno gradita, almeno quelli che io conosco. E così ne ho distribuite anche ad altri. Voi avrete già ricevuto il pacchetto, che vi spedii per Ancona, oltre quella che vi rimisi coll'<hi rend="italic">Abbreviatore</hi>. Ne ho disseminate circa 340. Il resto è qui. Giordani mi dice di voi quanto segue: "Ho letta la canzone del mio Giacomino. Perchè i miei sensi gli giungano e non vadano perduti per via, raccomando a voi fervorosissimamente di fargli sapere che quella sua canzone a me pare stupendissima, piena di nobilissimo e cocentissimo fuoco, piena di altissimi e fortissimi concetti. Io ne sono incantato, e innamorato. Della possibilità del Liceo di Lodi, rimane qualche languida speranza. Darò a Del Majno (lo stampatore) le 6 copie della canzone, perchè cerchi di venderle, a un paolo l'una. Ringraziate tanto il mio Giacomo delle 6 copie, che mi dona. Le farò conoscere a Milano, dove molto più che in queste tenebre si troverà chi la senta, ed apprezzi. Aggiugnete a Leopardi a nome mio, che si faccia ostinato coraggio contro l'ostinazione dell'avversità, perch'Egli può farsi un nome sommo, ed immortale. L'Italia non ha degna lirica: egli può darcela".</p>
            <p>Vi debbo rimarcare, mio egregio Amico, che Giordani mi chiede le vostre due canzoni inedite, perchè vorrebbe tentare di stamparle nel Milanese, o a Napoli. Ciò dipenderà dalla vostra volontà. Intanto egli mi dice, che se non altro desidera di leggerle, e per questo le faccio copiare, e gliele spedisco, avvertendolo però che prima di farle stampare, attenda gli ordini vostri. Veniamo a noi.</p>
            <p>Mi sono rimesso da quella bestiale costipazione, che mi aveva rovinato il petto e la gola, la quale a me che ho fatto <hi rend="italic">stravizj</hi> nel canto è sempre in pericolo di grandi infiammazioni. - Il briccone letterato, di cui vi feci cenno, è il signor Paolo Costa, che non so veramente che abbia detto alcun male della vostra canzone, ma che è una lingua da tenaglie, e ha un cuore di volpe e di coccodrillo. Ritenete poi che vi scrissi di lui in <hi rend="italic">genere</hi>, perchè ora ha fatto una tale azione a un certo Cardinali suo collega nella compilazione del pessimo <hi rend="italic">Dizionario della lingua italiana</hi>, che se l'avesse fatta a me lo vorrei dispensare per sempre da tutti gl'impicci di questo mondo. Lo ha fatto cacciar via dalla detta compilazione, ed è rimasto senza pane da porsi in bocca, e la povera moglie era giorni sono in grandi lagrime e disperazione. Ah! perdio se la scienza dell'analisi delle idee (che è la sua manìa) può formare dei Costa, bisogna maledire tutte le metafisiche. Non posso dirvi lo stipendio del professore di eloquenza in Bologna, perchè quel Grilli, che la copre, non lo conosco, e non saprei a chi domandarlo, ma sento che il più e il meno si misura secondo le persone che si cercano. A un Bolognese daranno 200 scudi, a un forestiero ne daranno tre, quattrocento, e più se occorre. Credetemi che sarebbe il vostro nicchio per tutte le ragioni in questo momento. Non conoscete a Roma alcun <hi rend="italic">potente</hi>? Chi conferisce questo posto è il Papa, col mezzo del Segretario di Stato, assistito da un Deputato agli studî, che sta in Roma, e che io ignoro del tutto chi sia. Mi ha dispiaciuto nell'anima sentire che il vostro signor Padre non si muoverebbe per questo: eppure egli potrebbe tutto. Io ho prova che i pari suoi, quando parlano davvero, ottengono ciò che vogliono. - Vi ho già detto che il conte Trissino per la proibizione della vostra canzone, non l'ha ancora ricevuta. Il vostro scrupolo è dunque vano, e già mi pareva impossibile, perchè i nobili veneti sono correntissimi, e io mi trovo in corrispondenza con alcuni che si lamentano sempre perchè non iscrivo loro in <hi rend="italic">Voi</hi>. Io scrivo al Trissino con il prossimo Corriere, e non mancherò di fare le vostre parti. - Mi riserbo a parlarvi delle donne a migliore momento. Sono pieno di fastidj per un certo lavoro commessomi in oggetto di avvocatura, che è l'argomento per me il più noioso e stucchevole, e che io riguardo ancora come detestabile, giacchè l'arte avvocatesca è una delle piaghe dei moderni Egitti, e se mai non ne foste persuaso, per questa volta credetelo al vecchiaccio del vostro amico. - Ricordatevi però che non voglio sentirvi con l'animo <hi rend="italic">agghiacciato</hi>. Io de' vostri anni non era tale. Ora poi le disgrazie e le bastonate del mondo mi hanno ridotto con le orecchie basse, melanconico e lento, come sono gli asini de' villani, che erano sì lieti e vispi, quando furono somarelli.... Che bel paragone! Oh sì! A me va benissimo.</p>
            <p>Addio, egregio Signore. Io vi abbraccio con il più tenero affetto, e vi riverisco con tutto l'ossequio che meritano le vostre virtù.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Brighenti (1820)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO BRIGHENTI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 18 Settembre 1820.</date>
            </opener>
            <p>Mio caro amico. Mi consolo e congratulo della salute ricuperata, e ve la raccomando per l'avvenire. Di quello che mi dite, e che avete fatto intorno alla mia Canzone, vi ringrazio cordialmente. Il pacco che mi avete mandato non è ancora giunto. Se sapessi a chi l'abbia indirizzato il Pozzi in Ancona, potrei farne ricerca. Voi non mi dite a chi debbo spedire il prezzo del <hi rend="italic">Foscolo</hi>. Fate ch'io sappia l'intero di quello ch'io debbo presentemente, acciocchè ve lo possa spedire insieme col nuovo semestre di associazione all'<hi rend="italic">Abbreviatore</hi>. Ho ricevuto ultimamente due lettere del Conte Trissino, che mi hanno levato di quel sospetto ch'io aveva. Gli rispondo oggi.</p>
            <p>Favoritemi di dire a Giordani che le due Canzoni inedite restano del tutto in sua balìa, ma stimo che non gli parranno di rilievo, e se forse potrebbero star bene insieme colle altre, forse anche non converrebbe che uscissero sole. Mille saluti e abbracciamenti, e ditegli che ai 4 di questo risposi alla sua de' 25 del passato.</p>
            <p>Oh! Costa? Costa? già me lo ero immaginato. L'analisi delle idee starebbe molto male se non avesse altri coltivatori che i Costa. Ci vuol ben altra profondità di mente per dir cose nuove in metafisica. La sua filosofia non dimostra altro che la gran miseria degl'Italiani in questo particolare, come in tutti gli altri.</p>
            <p>Son deliberato di tentar l'affare di cotesta cattedra. Siete amico di nessun letterato in Roma, al quale poteste scriverne, e che potesse dar notizia di me a quel deputato agli studi, chiunque sia? Se poteste farlo vi sarei molto tenuto, perch'io son poco noto altrove, e pochissimo in Roma. De' potenti ne conosco, ma non si muovono per me se mio padre non li prega. A ogni modo farò qualche cosa, e non dispero affatto.</p>
            <p>Era ben certo che un uomo del vostro talento non potesse portare intorno all'avvocatura altra opinione da quella che mi avete manifestata. Quante miserie, quante pazzie, quanti intrighi in questo povero mondo. Come se avessimo felicità d'avanzo, e bisognasse minorarla colla barbarie delle istituzioni sociali. Vogliatemi bene, servitevi di me, s'io posso servirvi a nulla. Addio. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A L.Trissino (1820)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A LEONARDO TRISSINO - VICENZA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 18 Settembre 1820.</date>
            </opener>
            <p>Rispondo alle due pregiatissime di V.S. l'una del primo, e l'altra degli 8, dalle quali vedo che il libricciuolo non le è giunto nè giungerà. Per l'una parte me ne duole assaissimo, per l'altra mi debbo confortare che V.S. non sarà testimonio della mia poca sufficienza. Della salute di V.S. mi consolo infinitamente, e desidero e spero ch'Ella se n'abbia sempre a lodare nella stessa forma. La mia, giacchè si compiace d'interrogarmene, è cattiva all'ordinario. Contuttociò non sono totalmente inetto alle applicazioni della mente, come sono stato un anno e mezzo. V.S. conservi memoria di me per adoprarmi dov'io possa in cose di suo servizio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di L.Trissino (1820)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI LEONARDO TRISSINO</hi>
               </byline>
               <date>Vicenza 29 Settembre 1820.</date>
            </opener>
            <p>Stimatissimo Signor Conte. Ringrazio sommamente V.S. della lettera del 18. Sono mortificatissimo di sentire poco buona la sua salute, e che una tal cosa non sia essa straordinaria. Vorrei prendere conforto per l'avvenire dalla confessione, che si trovi Ella a questo momento meno male. So ben io di quanto sollevamento le sarà potendosi donare alle gradevoli sue applicazioni. Quanta moltitudine di salute infruttuosa io veggo ora passare da queste finestre! E il Signor Conte Leopardi è malcontento della propria? E per un anno e mezzo è egli stato inetto agli studj! Sciagura grande per V.S.; e non poca pel nostro paese, che dee onorarsi tanto dello ingegno suo, il quale non dovrebbe avere impedimento di nessuna maniera.</p>
            <p>Io sono stato lontano da casa vari giorni. Ne ho passati alcuni a Verona, gli altri in una villeggiatura del ferrarese, sempre presso de' miei parenti. Il mio ritorno è stato regalato di un bellissimo dono. Qui ho ritrovato ospite in casa nostra Antonio Cesari, ch'Ella conoscerà per fama. Dopo letti i versi di V.S., il Cesari li domandò per sè; nè potei compiacerlo intieramente perchè delle <hi rend="italic">Canzoni</hi> stampate a Roma due anni sono non so che vi abbia a queste parti che l'esemplare mandato a me dalla cortesia sua. Altrettanto mi avea chiesto, e io avea risposto a Verona al cavaliere Pindemonte. Questo signore mi parlò da uomo geloso di alcume traduzioni fatte da V.S. Io confido tanto nella spontanea amorevolezza sua per me, che non so temere che mi voglia lasciar povero di qualunque produzione del suo bellissimo ingegno; e una tal cosa dopo avermi tanto beneficato. Si ricordi che io sono contento che crescano gli obblighi miei colle poche persone che affettuosamente riverisco.</p>
            <p>Signor Conte, è vero, ho detto, che chi dirà di questi giorni non potrà encomiarci che nelle lettere e nelle scolture; e io avea l'occhio alle cose sue e di Canova; e sempre più ho ragione di confermarmi nella mia sentenza. Le lagnanze che da Lei si fanno, che perduta sia qualunque speranza di potere immaginare novellamente, e che più non si sappia nè di affetto, nè di eloquenza, non troveranno maggiori obbiezioni che nelle stesse scritture sue. Mi rincresce il divieto fatto alla canzone più che per altro per quelli che si compiacciono delle nostre lettere amene. Chi sa che le cose, che appartenevano a queste esclusivamente, abbiano ricevuta una interpretazione diversa di molto. Ma ad ogni modo la situazione del popolo si conosce dalle leggi che lo comandano.</p>
            <p>Qui si vive quietissimamente. Ogni giorno passaggio di novella truppa. Non so se verrà essa a farsi vedere in cotesti paesi ancora.</p>
            <p>Con sincerissimo animo le prego salute perfetta e pace, onde possa Ella con vantaggio pure di molti deliziarsi di que' vetusti divini a cui natura parlò senza svelarsi, e a' quali Ella si fa d'appresso con tanto diritto.</p>
            <p>Mi confermo sempre allo stesso modo, con grandissima estimazione ed ossequio, suo oss.mo aff.mo servitore.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di F.Melchiorri (1820)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI FERDINANDA MELCHIORRI</hi>
               </byline>
               <date>Tivoli 30 Settembre 1820.</date>
            </opener>
            <p>Caro Nepote. Veramente mi sono fatta pregare un poco per scrivervi, è vero, ma alla fine mi ci sono indotta. Il caldo, l'occupazioni, la vista, sono tutte scuse pur troppo vere, ma da non valutarsi tanto allorchè il cuore è interessato. Caro Giacomo, credetelo che vi scriverei ogni ordinario, se non credessi di annoiarvi, e se avessi a persuadervi della sensibilità del cuor mio per voi. Quello potrebbe succedere, questo credo sarebbe inutile, giacchè voi dovete esserne persuaso. Comunque sia però, io mi lamento di voi per due cose, la prima che nelle vostre lettere pare titubiate sulla mia affezione, vi date a credere di non meritarla. Ed io vi assicuro che assolutamente avete tutto ciò che può conciliare della stima e dell'affetto, ma la vostra malinconìa vi fa credere tutto l'opposto; dunque credetemi che le mie espressioni non sono esagerate, e che il mio affetto per voi è sincerissimo. L'altra cosa di che devo lagnarmi, è il non sentire in punto alcuno scossa la vostra tristezza, anzi accresciuta da voi medesimo, ad onta delle insinuazioni di que' che vi amano. E perchè mai ostinarvi ad essere il vostro nemico, a voler coltivare una malinconia che vi rovina, che vi toglie la salute, che vi rende sempre più pesante a voi stesso? Voi mi assicurate in una vostra che vivete per le persone che vi amano, che tra queste contate me e la vostra buona Nonna; e poi ci affliggete ambedue col voler coltivare un malumore che ridonda tutto in vostro danno. Capisco che non trovate cosa che vi sollievi; ma, caro Giacomo, tante volte questa nostra fantasia ci dipinge delle immagini tanto nere, che poi non lo sono in sostanza, e se volessimo aprire gli occhi, vedressimo che non è effetto della cosa in sè, ma de' nostri sguardi già ottenebrati. Cercate in qualunque modo di svariarvi. Nella natura troverete delle delizie che non troverete mai nel silenzio di una camera. Procurate di andare qualche volta in campagna, fate del moto; insomma, Figlio mio, non vi avvilite, e pensate che la vita è un bene, ma se ce la rendiamo così pesante, diviene un tormento. La Religione di cui voi certamente siete provveduto vi darà lumi onde soffrire la situazione vostra con rassegnazione, ed in essa troverete compensi che fuori di essa non troverete mai. Non vi ostinate, Giacomo mio, contro voi medesimo, ed obbedite a chi vi ama di cuore. Vogliatemi bene, e non mi date il dispiacere di sentirvi malato. Sperate nella Provvidenza che la vostra situazione si cambierà, e consolatevi con questa dolce lusinga. Rispondetemi pure a Roma, da dove le lettere mi vengono subito, e non tardate a farlo. Li miei occhi stanno piuttosto male, e l'applicazione mi nuoce assai, e mi toglie per conseguenza le più belle risorse che io avessi, il leggere, lo scrivere, e così accostarmi agli amici, il lavoro, mio grandissimo sollievo; per cui mi trovo talvolta e stranita e sperduta. Ma che volete fare? Conviene piegare il capo, e tirar via. Non mi avvilisco però; cerco sollievi ove posso, e vi dico il vero, tiro a campare (malgrado che avrei tante cose che mi affliggono) meno male che si può. Fate voi altrettanto e ve ne troverete bene. Addio, Amico, Nepote, tutto quello che volete. Vogliatemi bene e fatemelo vedere coll'obbedirmi. Addio. Sono la vostra affezionatissima Zia.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Salutate tutti di Casa, in specie la mia cara Mamma e la Sorella vostra.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di F.Melchiorri (1820)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI FERDINANDA MELCHIORRI</hi>
               </byline>
               <date>Tivoli 7 Ottobre 1820.</date>
            </opener>
            <p>Caro Nepote. Le nostre lettere si sono incontrate per istrada. Ho piacere, è segno che anche li nostri cuori se l'intendevano, e io a voi, mentre voi a me pensavate, pensavo. Eccomi dunque a rispondere alla carissima vostra. È molto tempo che io conoscevo la situazione vostra, e mi faceva molta compassione il vostro stato, talchè, contro il mio sistema di non impicciarmi mai ne' fatti altrui, avevo sino da qualche mese pregato vostro Padre a volervi far venire in Roma in mia casa per qualche tempo, lusingandomi che la dimora in questa Città vi fosse di vantaggio. Esso mi ha fatto qualche riflessione, ma non mi ha negato questo favore; e avrei sperato riuscirvi, se voi stesso col progetto che mi fate, non mi toglieste la lusinga di acconsentirvi. Eccovi però il mio sentimento. L'andare a Bologna, coprirvi una carica, sarà forse facile l'ottenerlo; ma la vostra salute poi vi resisterà? Voi poco ci vedete, Bologna è un'aria pessima per gli occhi, e qual compenso se vi rovinate anche di peggio? Siete ancora molto giovane, non siete mai sortito di casa, mettervi in questa carriera così di sbalzo non so se sarà a proposito. Al contrario, venendo in Roma cominciate a sciogliere anche il vostro tratto, prendete delle relazioni, e da voi stesso potete poi procurarvi un impiego in Roma, ove tante cose di più mi sembrano favorirvi. Riflettete bene, caro Giacomo, che è bene prender delle misure prima di fare un passo, affine di non sbagliarlo. Crederete che parli per mio interesse, e che il desiderio di avervi a me vicino mi sorprenda; ma no, assicuratevi che dove vedessi il vostro maggior vantaggio, a costo di qualunque mio dispiacere, vi consiglierei anch'io ad abbracciarlo. Tuttavia io vi assicuro che dove è d'uopo dell'opera mia e dove io possa giovarvi, lo farò ben volentieri. Scrivo oggi stesso a vostro Padre, gli fo noto il vostro desiderio, gli dico avervi comunicato il mio progetto, che gli avevo detto di non dirvi io stessa, sino che non sapevo la sua volontà. Voi veniteci a discorso, e assicuratevi che Esso non è per voi disamorato, ma gli fa dispiacere il vedere la niuna confidenza che avete in Lui. Esso certo penserà al vostro bene, non ne dubitate; intanto state tranquillo, e l'idea di sortire da una situazione che tanto vi pesa, vi rallegri. Vi spiacerebbe dunque di venire a star qualche poco con me, provveder così a' vostri interessi, e mettervi in istato da saper decidere da voi medesimo con mente tranquilla a ciò che vi deve e può competere? Assicuratevi del mio amore, e spendetemi come volete, e per quello che io sono, cioè la vostra amorosa Zia.</p>
            <p>La Figlia, il Cavaliere vi salutano.</p>
         </div1>
         <div1 n="A L.Trissino (1820)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A LEONARDO TRISSINO - VICENZA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 13 Ottobre 1820.</date>
            </opener>
            <p>Stimatissimo Signor Conte. Risposi a' 18 del passato alla graziosissima sua degli 8. Ora il marchese Ricci mi favorisce dell'altra dei 6. Non voglio tralasciare di ringraziarla caldamente anche di questa, e torno a rallegrarmi di tutto cuore seco lei della sua prospera salute. Ma quello che V.S. soggiunge in questo proposito, è pur troppo vero in tutti noi. Della salute mia, della quale si compiace di domandarmi, considerando la sua gentilezza, ripeterò quello ch'io diceva nella sopraddetta mia, caso che questa fosse smarrita, come dubito. Ed era che la mia salute prosegue il suo cattivo andamento secondo il solito, eccetto che la mia povera testa ha ripreso tanto di forza da poter essere applicata di tratto in tratto a qualche cosa, laddove finora, un anno e più, non ha potuto comportare la menoma occupazione o attenzione a checchessia. La benignità che V.S. non si sdegna di mostrarmi scrivendo, mi fa coraggio ch'io la preghi ad amarmi, e aver memoria di questo buon servitore, che le promette fedelissimo e pienissimo e perpetuo contraccambio. E se V.S. di tanto in tanto mi vorrà graziare di qualche sua lettera, serviranno a consolarmi, e darmi occasione di ripetermi Suo devotissimo obbligatissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Giordani (1820)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO GIORDANI - MILANO.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 20 Ottobre 1820.</date>
            </opener>
            <p>Oimè: certo che questo silenzio è troppo lungo. Ed è più di un mese che neanche da Brighenti ho notizie di te, nè lettere di sorta alcuna. Quantunque l'amicizia non si possa interrompere, con tuttociò mi duole ch'ella sia muta e inoperosa per sì grande intervallo. Desidero nuove della salute e dell'animo tuo. Di me non ti dirò altro se non che la consuetudine mi fa di giorno in giorno più mansueto e paziente delle disgrazie. Questi mesi ultimi ho potuto adoperare la mente di quando in quando, e scritto molte cose, ma tutte informi, e non altro che materia da porre in opera non so quando. O che la fatica mi ha pregiudicato, se bene è stata moderatissima o per qualunque altra cagione, sento che la mia povera testa ricade nella debolezza passata. La mia de' 4 di Settembre, colla quale risposi all'ultima tua de' 23 Agosto, sarà smarrita. Amami e scrivimi. Ti amo quanto mai facessi o potessi fare. Addio addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Brighenti (1820)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO BRIGHENTI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 20 Ottobre 1820.</date>
            </opener>
            <p>E così? che diavolo è cotesto? Siete vivo, o siete morto? Non vi è giunta l'ultima mia del 18 Settembre? Mi pare impossibile perch'io l'assicurai, come tutte le altre. Perchè dunque non mi date un cenno di riscontro? Soffrirei con pazienza di restar privo delle lettere degli amici, se non si trattasse di altro che della privazione del piacere, e del danno che me ne viene. Ma le angustie, i dubbi, che vi possa essere accaduta qualche cosa, ch'io abbia potuto dispiacere, e tali altri, non li posso tollerare. Per Dio, scrivetemi subito, e levatemi dalle spine. Basterà una riga, ma ch'io sappia almeno qualche notizia da voi.</p>
            <p>Le copie della canzone, che spediste in Ancona, mi giunsero l'altro ieri. Non vedo più i numeri dell'<hi rend="italic">Abbreviatore</hi>, sebbene io stia tuttora fra gli associati, come vi scrissi, pregandovi di farmi sapere precisamente il mio debito con voi, acciò ve lo potessi spedire tutto unitamente, cioè compresovi il secondo semestre della detta associazione.</p>
            <p>S'io non mi dimentico di voi, non vogliate essere il primo a dimenticarmi. Qualunque cosa vi possa avere impedito di rispondermi, fate che io lo sappia, per togliermi dall'agitazione, dal dubbio e dal timore che mi fa nascere il vostro silenzio. Vogliatemi bene e credetemi il vostro affezionatissimo amico Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A L.Trissino (1820)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A LEONARDO TRISSINO - VICENZA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 23 Ottobre 1820.</date>
            </opener>
            <p>Quasi appena ho risposto alla sua leggiadrissima de' 6 di Settembre favoritami questi giorni passati dal Marchese Ricci, mi giunge l'altra dei 29. V.S. seguita a dimostrare splendidamente la benignità dell'animo suo in tutto quello che mi scrive. Quanto alla salute, V.S. si persuada che la natura e la fortuna cospirarono a danno mio quando nacqui. La natura mi diede poco valore; la fortuna m'ha impedito sempre e sempre m'impedirà ch'io non possa mettere in opera neanche questo poco.</p>
            <p>Io non so quali scritti miei possano ingelosire un Ippolito Pindemonte. Stimo che avrà voluto intendere la traduzione dell'<title>Odissea</title>  , della quale diedi fuori il primo Canto quattro anni fa, quand'io non conosceva altro della poesia che il nome. La qual traduzione l'ho tralasciata e dimenticata fin da quel tempo. Io non ho mai veduto nessuna parte dell'<title>Odissea</title>     del Pindemonte. Non so neppure se l'abbia tradotta e pubblicata tutta, o solamente quel saggio che stampò alcuni anni prima del mio. So ben questo, che la sua traduzione si potrebbe paragonare alla mia così bene come una gemma a un ciottolo.</p>
            <p>Avrei per onorevole di mandar copia de' versi stampati in Roma all'Ab. Cesari, giacchè non ha sdegnato di mostrarne desiderio. Ma credo per certo che non gli arriverebbero. Tutte le coserelle ch'io era venuto pubblicando prima di questi per vanità giovanile, vagliono anche meno di loro: e se V.S. non crede a me, ne domandi chiunque sia di buon giudizio e le abbia lette. A ogni modo vorrei dare all'amorevolezza di V.S. quest'altro segno di confidenza, mandandole cose già riprovate e abbandonate. Ma tutti gli esemplari ch'io n'aveva, sono spariti; e così m'è tolto anche materialmente il poter soddisfare alla sua benevola richiesta.</p>
            <p>Della quale, come di tutto l'altro mi corre l'obbligo di ringraziarla specialissimamente, e offerirmele per servitore tutta la vita. V.S. mi continui la cordialità e se non l'è grave, anche il favore delle sue lettere.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Brighenti (1820)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO BRIGHENTI</hi>
               </byline>
               <date>Bologna 25 Ottobre 1820.</date>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo e amatissimo Amico. In questo punto ricevo la cara vostra del 20 corrente. "Io risposi alla precedente 18 settembre sotto la data del 4 ottobre. Se voi non la riceveste sin qui, bisogna credere che sia andata smarrita, e tanto più lo credo, perchè la vostra 18 settembre mi giunse tutta lacera ne' sigilli, dimodochè si conosceva essere stata aperta senza riguardo, e poi rifermata alla peggio. Vi ringrazio della vostra impazienza per le mie notizie: io purtroppo non merito tanto amor vostro, e sono veramente confuso di trovarmene onorato. Che se il corrispondervi con tutto il cuore può mai essere una adeguata retribuzione, vi prego a credere che voi vivete nell'animo mio, come ne ha diritto chi a sì alto ingegno unisce le più invidiabili virtù, fra cui quel vostro ardore nell'amicizia, che è in quasi ogni altro spento. - Del <hi rend="italic">Foscolo</hi> non mi dovete nulla. Chi lo ha spedito a voi, ne ha fatto a me un dono, onde non occorre altro.</p>
            <p>La stampa delle vostre <hi rend="italic">Canzoni</hi> fu accordata in scudi dieci, io indussi poi lo stampatore a contentarsi di scudi.... 8</p>
            <p>Per l'errata corrige.... 0,75</p>
            <p>Legatura di copie 400.... 3,20</p>
            <p>Legatura di copie 4 (salvo errore non bene ricordandomi).... 0,48</p>
            <p>12,43</p>
            <p>Avuti a conto scudi 10</p>
            <p>Per ricavo di <hi rend="italic">Canzoni</hi> vendute 0,60.... 10,60</p>
            <p>Resta il vostro debito sc. 1.83 a cui aggiugnerete scudo 1 per il secondo semestre dell'<hi rend="italic">Abbreviatore</hi>. Questo foglio ha sofferto strane vicende, e però è rimasto in sospeso, ma ora ne segue la stampa e a momenti sarà posto in pieno corso. Vi scrissi già che anche la vostra canzone è stata confiscata per tutto il regno Lombardo-veneto, onde le molte copie spedite colà sono andate al diavolo. Tuttavia quelle che spedii al conte Trissino, sono pur arrivate in sue mani, dopo molte difficoltà per trovare chi le portasse, ed Egli me ne ha già accusato ricevuta, e m'incarica di riverirvi, e di ringraziarvene.</p>
            <p>Io non vi tacerò che vado vegetando alla peggio, con mille chimere tristissime per la mente, cagionatemi dal vedere quanti ostacoli impediscano oggidì ogni risorsa a un galantuomo, a cui la fatica non fa paura, e non trova onde impiegarsi. Tuttavia l'affetto alla mia famiglia mi mantiene la pazienza necessaria alla mia situazione. Dio voglia che duri sempre.</p>
            <p>Sono da qualche tempo senza notizie di Giordani. So peraltro che è in Milano, e che presto dovrebbe essere di nuovo a Piacenza. Non avrete forse veduto il suo Discorso sul Cardinale Pallavicini. Lo vedrete nell'<hi rend="italic">Abbreviatore</hi>: ma ho dovuto mandare a stamparlo a Modena.</p>
            <p>Vi replico quanto vi risposi nella sopracitata mia del 4 andante intorno alla dimanda che mi facevate, se conoscevo letterati in Roma; io non ne conosco alcuno: ma ne avvertii Giordani, che ne conoscerà certamente, e potrà esservi utile nell'affare di questa cattedra di eloquenza, la quale assolutamente sarebbe il vostro posto: ma non conoscete voi Monti e Perticari? Questi, e massime per la molta influenza di Perticari, potrebbono servirvi più di ogni altro. Vedete che Perticari ha ottenuto di essere giudice a Pesaro, senza che abbia egli mai fatto carriera legale: molto più dovrebbe potere collocare un letterato ad un posto di Letteratura.</p>
            <p>Vorrei che mi diceste con la libertà dell'amicizia, se in caso di pregarvi ad accogliere la dedica della ristampa di una qualche prosa di Giordani, voi sareste per aderirvi. Sappiate che vi sarebbe progetto di una raccolta intera di tutte le cose di Giordani, indirizzandone ciascuna in particolare a qualche degna e brava persona, giacchè non essendovi paese che permetta la stampa di tutte, si farebbono eseguire qua e là isolatamente, e poi si raccoglierebbono dopo in varj tomi. Spero che qualunque sia in proposito il pensiero vostro, vorrete compiacervi di non comunicare ad alcuno questo progetto, che dovrebbe eseguirsi con tutta secretezza.</p>
            <p>Addio, mio degno amico, e Signore. Siate certo che io vi amo, e vi stimo, e che l'amarvi e lo stimarvi è un bisogno del mio cuore, che non cesserà mai. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Mai (1820)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANGELO MAI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 27 Ottobre 1820.</date>
            </opener>
            <p>Con questa saranno due copie di una mia canzone indirizzata a V.S. le quali avrei mandate prima, se non fossero state molti giorni ad arrivarmi. V.S. conoscerà ch'io non son degno cantore delle sue lodi; ma compenserà il difetto dell'ingegno colla riverenza e amorevolezza verso Lei, nelle quali presumo di non cedere a nessun altro. La canzone fu scritta nei primi giorni di quest'anno, mentre ferveva la fama del suo magnifico ritrovato ciceroniano. E certo che i versi miei non sarebbero dispregevoli se avessero corrisposto al sentimento, alla maraviglia e all'intenzione. V.S. m'adopri, non dirò quanto io vaglia, ma secondo la misura del mio desiderio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Brighenti (1820)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO BRIGHENTI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 30 Ottobre 1820.</date>
            </opener>
            <p>Caro Amico. Ricevo l'amata vostra dei 25, la quale mi consola per una parte, e mi attrista per l'altra, informandomi della continuazione delle vostre avversità. È ben duro per me il non potervi offrire altro conforto che quello che potrete trovare nella sincerità, intensità e costanza eterna dell'amicizia. In questa mia condizione presente, le parole sono la sola cosa che mi resti (e appena mi resta), ma tutti i fatti mi sono impediti.</p>
            <p>Mando gli scudi 2.83, franchi per la posta. Il conte Trissino ha scritto anche a me, e vi ringrazio caldamente della premura usata pel noto effetto.</p>
            <p>Così anche vi ringrazio del buon consiglio in ordine a Monti e a Perticari. Son persuaso di quello che dite; sono anche assicurato dall'esperienza che ciascuno s'adopera per sè, pochissimi per gli altri, e nessuno ha mai voluto adoprarsi per me. A ogni modo proverò.</p>
            <p>Circa la dedica vi risponderò, come voi mi comandate, colla libertà dell'amicizia. In tutti i casi ella è un onore ch'io non merito, ma che non saprei rifiutare per altre cagioni se non per queste che vi soggiungo. Se si tratta di una Dedica amichevole, come la mia al Conte Trissino, voi siete padrone di disporre del mio nome, e porlo in fronte a qualunque cosa vi aggradi; dico a <hi rend="italic">qualunque senza eccezione veruna</hi>, perch'io non ho difficoltà di nessuna sorta in questo proposito. Ma se la dedica sarà di altro genere, voi sapete, caro amico, che avendo voluto stampare le mie <hi rend="italic">Canzoni</hi> tutte insieme, non ho potuto per mancanza di danaro. Sapete che mio padre è di principii differentissimi dai miei; e che d'altra parte, s'io non gli domanderei neppure il pan da mangiare, molto meno cose non necessarie. Questi miei detti potrebbero far credere a un altro, ch'io fossi uno de' soliti amici, fervidissimi in parole, e incapaci di verun fatto; ma voi caro amico, non lo crederete, perchè conoscete tanto la mia situazione, quanto l'animo mio. Del resto, vi ringrazio moltissimo di questo pensiero, e sarei contentissimo poi, che la cosa in genere avesse effetto. Di quello che mi raccomandate in questo particolare, non dovete avere il menomissimo dubbio. State bene, amatemi, e consoliamoci scambievolmente più che possiamo. Il 20 ho scritto a Giordani a Milano dopo lunghissimo silenzio, e aspetto risposta. Se gli scrivete, salutatelo per mia parte.</p>
            <p>Ripeto, non mi credete un amico di parole. No per Dio: forse ve ne ridireste una volta, s'io diverrò mai padrone di me stesso, e delle mie facoltà, se non altro, naturali. Il vostro Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Perticari (1820)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIULIO PERTICARI - PESARO.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 30 Ottobre 1820.</date>
            </opener>
            <p>Signor Conte mio carissimo e stimatissimo. Poco dopo la mia prima lettera alla quale rispondeste graziosamente quest'anno passato, io ve ne scrissi altre due, alle quali non rispondeste. Ma non mi dolgo che non voleste gittare in benefizio d'un solo quel tempo che spendevate in vantaggio di molti. Non so già se voi siate ora meno occupato. So bene ch'io non ho minor desiderio delle vostre lettere, nè minor disposizione di sopportare il vostro silenzio, e rassegnarmi al piacer vostro quando non me ne vogliate soddisfare. Vi mando pochi versi che ho pubblicati recentemente. Nel che non vedrete altro che la memoria che ho di voi. Se bene avrei caro che foste obbligato a ricordarvi di me per altri motivi, a ogni modo, giacchè mancano tutti gli altri, sovvenitevi di me per questo solo, ch'io non mi dimentico di voi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A F.Cassi (1820)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A FRANCESCO CASSI - PESARO.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 30 Ottobre 1820.</date>
            </opener>
            <p>Carissimo cugino. Leggerete i pochi versi che saranno con questa, non per merito loro, ma per amor mio. E vi ricorderete di me che vi amo ed onoro, e desidero notizie di voi. M'era già risoluto a sgridarvi d'una certa cosa, ma il nostro Lazzari mi chiuse la bocca per parte vostra. Bene, ma starò aspettando. E considerate che se forse io v'annoio con questa domanda, non è tanto il fastidio vostro, quanto sarà il diletto mio, leggendo le cose vostre. Addio. Vostro affezionatissimo cugino Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Grassi (1820)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIUSEPPE GRASSI - TORINO.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 3 Novembre 1820.</date>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo Signore. L'anno addietro ebbi occasione di scrivere per la prima volta a V.S. e come la gentilezza della risposta mi diede animo a credere ch'io mi potessi vantare della sua benevolenza, così mi stava a cuore che questa non si scemasse o mancasse per disuso e obblivione. Tanto che ho sempre desiderato e aspettato che sopraggiungesse l'opportunità di confermarla. Ora mi si dà un'occorrenza simile alla passata, e mando a V.S. pochi miei versi, ch'Ella giudicherà secondo il merito loro, ma gradirà secondo l'amorevolezza sua. E le ridurranno a memoria questo buon servitore che quantunque lontano e sconosciuto di persona, proccura di rendere alle virtù di V.S. quell'ossequio che può. S'Ella non prese in mala parte ch'io ricercassi da principio la sua conoscenza, neanche si sdegnerà ch'io m'adopri di conservare l'acquisto fatto, nè rifiuterà di riconoscermi per suo Devotissimo Obbligatissimo Servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1820)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>Piacenza 5 Novembre <add resp="ed">1820</add>.</date>
            </opener>
            <p>Mio amatissimo. Ho ricevuta in Milano la tua 20 Ottobre. Ma non so quale diabolico destino vuole che ogni tua mi annunzi sempre qualche perdita; e per più dispetto mi lascia venir solo le tue brevissime, e mi ruba le meno brevi: così accresce a te la vana fatica, e a me il dolore. Ecco perduta anche la tua 4 Settembre: nè altra n'ebbi dopo quella dei 14 Agosto. Oh poste abominabili! Ma bisogna indurarsi nella pazienza contro i mali che non hanno altro rimedio. T'avverto ch'io starò qui immobile tutto l'inverno, <hi rend="italic">et ultra</hi>; e ci andremo scrivendo.</p>
            <p>Ti ringrazio cordialissimamente di questa tua letterina carissima, benchè breve. Ti raccomando e ti supplico di avere gelosa cura della salute: non affaticarti e non istancarti: sappiti conservare, se vuoi poter avere negli studi una consolazione alle indegne miserie. Io sto alquanto meglio: ma non mi assicuro di poter reggere a niuno studio.</p>
            <p>Ti scrivo breve e in fretta, perchè tornato da Milano ho trovato qui un gran fascio di lettere, e moltissime noiose brighe di affari domestici. Poi ci scriveremo più comodamente e più largamente. Ti scrissi che il liceo di Lodi non si farà certamente nel 21; e chi sa anche se mai più. Brighenti mi disse di averti consigliato a ricercare la cattedra di eloquenza che dee vacare in Bologna. Oh quanto te la desidero! In Milano feci ristampare l'<hi rend="italic">Arte della perfezion cristiana</hi> del cardinal Pallavicini; e vi premisi un discorso sulla vita e le opere dell'Autore. Quell'opera è scritta eccellentissimamente: fattela mandare da Bologna, dove deono esserne copie. Salutami carissimamente Paolina e Carlino. Io ti abbraccio e ti amo con tutto il cuore, quanto non si può esprimere. Addio amatissimo. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Mai (1820)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANGELO MAI</hi>
               </byline>
               <date>Roma 7 Novembre 1820.</date>
            </opener>
            <p>Sig.r Conte pregiatissimo Padrone ed Amico mio Col.mo. Ho ricevuto i due esemplari de' quali V.S. mi ha voluto onorare, ed uno ne ho deposto nella Vaticana. Quanto io stimi i rari di Lei talenti e ne ami la persona, credo che già lo sappia, e desidero avere occasioni di darlene indizi anche maggiori. Se qui in Roma io la posso servire in qualche di Lei desiderio letterario, qualunque esso siasi, mi comandi con certezza di farmi piacere.</p>
            <p>Scrivendo questa, mi ricorre alla mente ciò che V.S. mi scrisse già, cioè che avesse delle dotte osservazioni sopra i pochi miei libri. Se V.S. non si aggravasse di comunicarmele in modo privato, io farei del suo manoscritto quell'uso onorifico a Lei che le piacesse di accennarmi, ed avrei così occasione di darle pubblica testimonianza, come desidero, della somma stima che fo di tanto ingegno che Dio le ha dato e di tanto studio con che ha aumentato straordinariamente le sue cognizioni. Augurandole la più prospera salute, ed a me il vantaggio de' suoi riscontri, e del suo stimabilissimo carteggio, se non le sarà grave, mi riprotesto servo ed amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di T.Fusconi (1820)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">DELL'AVV. TEODORO FUSCONI</hi>
               </salute>
               <date>Fiastra 9 Novembre 1820.</date>
            </opener>
            <p>Gentilissimo Sig.r Conte Padrone. La ringrazio assai delle sue dotte osservazioni, e sicuramente ne profitterò all'occasione di rivedere la mia dissertazione. Io convengo nella sua massima, che un argomento sterile debba esser trattato con una discussione briosa; ciò peraltro quando siamo nella nostra libertà. Ma se l'uso e l'osservanza ci condanna ad esser più prolissi, qual partito si potrà prendere? Forse <hi rend="italic">medio tutissimus ibis</hi>; ma non so neppure io questo mezzo, distratto finora da altre brighe forensi. So bene però, che le mie obbligazioni sono grandissime, e che io sarò contentissimo se io potrò rimostrargliele coll'esecuzione de' suoi comandi, in attenzione de' quali ho l'onore di raffermarmi costantemente suo d.mo ed obb.mo servitore.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Roverella (1820)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIANNANTONIO ROVERELLA</hi>
               </byline>
               <date>Di Cesena questo dì 12 Novembre 1820.</date>
            </opener>
            <p>Stim.o Sig.re Conte. Iersera mi giunse l'amorevole sua lettera del 6 corrente, e con essa un esemplare della canzone al Mai, di che Le è piaciuto farmi dono. Ne la ringrazio di cuore, e mi rallegro sinceramente che l'amore per questa sventurata e travagliata comune nostra Patria, l'Italia, abbiale inspirato sì nobili e generosi concetti, e dato animo in questi tempi renderli di pubblico diritto. Da alcun tempo posseggo alcune copie de' suoi versi inviatemi da Bologna, che poscia agli amici miei donai; ed essi con meco presi furono da maraviglia che i rigidi Censori Bolognesi ne avessero permessa la pubblicazione. So ch'altra sua canzone doveasi stampare, e che non avvenne per volontà del Genitor suo: mi giova sperare che non tarderà molto a vedersi andar attorno in compagnia delle due sorelle. La benevolenza, ch'Ella mi dimostra, mi onora e mi è cara; e non so in qual modo dimostrarle la mia gratitudine, e il desiderio che ho di conoscerla di persona.</p>
            <p>Ardisco inviarle pochi versi, che pubblicai nell'Agosto alle nozze del Fratello del ch. mio amico e concittadino Cav.e Eduardo Fabbri, cui piacque intitolarmi la sua prima Tragedia "l'Ifigenia in Aulide", che non so s'Ella abbia veduto e che ad ogni suo cenno potrò mandarle. In tanta angustia di stagione e di tempo (chè in soli otto giorni fu conchiuso in Milano il maritaggio suddetto) non mi fu concesso offerire all'amico cosa più degna: e pensai, facendo dono di quella <hi rend="italic">Conocchia</hi> di Teocrito alla Sposa novella, darle senza parlare un buon insegnamento, e farle considerare che alla buona femmina si conviene l'assiduo lavoro e la cura delle cose domestiche. Ella s'abbia adunque que' pochi versi come attestato della stima che le professo, e della mia fiducia che sieno da Lei cortesemente accolti, guardando al buon volere soltanto.</p>
            <p>Ella stia sano; e mi creda sinceramente suo dev.mo servidore ed amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.B.Niccolini (1820)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIAMBATTISTA NICCOLINI</hi>
               </byline>
               <date>Firenze 15 Novembre 1820.</date>
            </opener>
            <p>Ch.mo Sig.re. Mi era toccato in sorte di leggere la sua nobilissima canzone prima che, dalle sue mani inviatomi, grato me ne giungesse il dono. Io posso accertarla che quanti hanno qua avuto sott'occhio il Suo poetico lavoro vi hanno ammirato la robustezza dello stile che ben risponde alla dignità e altezza delle idee. Ella richiama la Poesia al suo vero ufficio che si è quello d'ispirare sentimenti generosi: ed io non posso che tenermi onorato sommamente dell'amicizia di chi scrive e pensa come V.S. Quello ch'io le dico non è un vano complimento, ma parte dal profondo del mio animo, onde io la prego a credermi, pieno di stima e d'ammirazione, Suo dev.mo servo ed amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Grassi (1820)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIUSEPPE GRASSI</hi>
               </byline>
               <date>Torino 17 Novembre 1820.</date>
            </opener>
            <p>Io mi vedo tanto gentilmente favorito dalla S.V., che non so come ricambiarla, non dirò dell'affetto nel quale son certo di pareggiarla, ma nelle dimostrazioni ch'ella me ne dà continue. L'assicurarla della mia riconoscenza è poco, l'augurarmi un'occasione per attestargliela sarebbe più, se l'occasione fosse probabile; tocca a lei ad aggiunger questo agli altri favori, e a darmi opportunità di sdebitarmi con V.S.</p>
            <p>Che le dirò della bella poesia che V.S. mi ha mandato? L'ho letta qui a pochi, ma buoni e caldi e dotti italiani, e tutti ad una voce sono, come io, rimasti sorpresi dalla forza, anzi dall'energia del pensiero; ora essa corre per le mani di molta gente e ne ritrae quell'onore che le è dovuto. Come concittadino dell'Allobrogo, io la ringrazio particolarmente della lode che gli dà e che torna sì bella su questa parte d'Italia che è luogo natio dell'Alfieri, avendo poi tutti una patria comune, che è l'Italia.</p>
            <p>Vedo bene che la noia non ha nel suo cuore quel dominio mortale, che esercita sulle cose, poichè essa non le impedisce di mostrarne grave disdegno. Il nobile pensiero che dettava i suoi versi è degno d'ogni alto animo, e come italiano ho l'orgoglio di parteciparvi. Questa unione di pensiero, anzi di sentimento, dee convincerla ch'io non potrò dimenticarmi di lei giammai, quando bene mi mancassero le occasioni di farnela sicura.</p>
            <p>Non so se le poste d'Italia daranno facile via ad una cattiva dissertazione accademica, che ho stampato alcun tempo fa, e che ardisco mandarle, acciò veda che, sempre fisso nell'idea di dare una lingua militare all'Italia, ho dovuto ricorrere a quegli Italiani, che già tennero il campo, e che or sono posti in dimenticanza. Ho perciò procurato una buona edizione di tutte le opere militari del nostro Montecuccoli, la quale uscirà fra un mese alla luce. La dissertazione, che la prego di accettare, è relativa ad una parte di questa nuova edizione; l'accolga ella come cosa che le viene da un suo leale e sincero servitore ed amico, chè tale io voglio pur essere, se ella mi vuol far l'onore d'accettarmi; avrò per garante il comune amico Giordani.</p>
            <p>Sono colla più alta stima suo devotissimo ed obbligatissimo servitore.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Roverella (1820)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIANNANTONIO ROVERELLA - CESENA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 20 Novembre 1820.</date>
            </opener>
            <p>V.S. mi scrive della mia canzone molto amorosamente, e nello stesso tempo mi regala una sua traduzione, in maniera ch'io non so di qual cosa io la ringrazi da vantaggio. Ma il diletto che m'hanno recato i suoi versi puri, facili, delicati, supera ogni altro riguardo; e io la ringrazio sopra tutto di questo dono carissimo e graziosissimo. Non ho mai veduto la tragedia che V.S. mi significa, relegato come sono, fuori del mondo civile e letterario, in questa città senza lettere, senza commercio scambievole, senza operosità, senza vita di sorta alcuna, dov'io non albergo se non come si farebbe in un romitaggio. V.S. si mostra informata che mio padre impedì che non si stampasse un'altra mia canzone. Avrebbe impedito anche questa se l'avesse veduta. Oltracciò ella è stata interdetta e sequestrata per comando supremo in tutta la Lombardia e la Venezia: e in questo medesimo Stato, de' pochi esemplari che n'ho spedito in diverse parti, io non credo ch'abbia avuto ricapito se non quello c'ho mandato a V.S. <hi rend="italic">Insere nunc, Meliboee, piros, pone ordine vites</hi>. Ella mi voglia bene, m'adopri, e mi creda Suo devotissimo obbligatissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Giordani (1820)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO GIORDANI - PIACENZA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 20 Novembre 1820.</date>
            </opener>
            <p>La tua de' 5 mi consola alquanto perchè mi ti mostra un po' meno travagliato. Brighenti m'aveva già scritto della tua nuova stampa, e me l'aveva promessa. Quando potrai, desidero che tu mi scriva più largamente, come in quest'ultima dici di voler fare, perchè ogni volta che mi mancano le tue novelle, e il conforto e l'aiuto della tua conversazione, io rassomiglio a chi si trova solo e senza stella in un mare infinito, ma ostinatamente e affannosamente immobile, sicchè neppur la tempesta interrompa il silenzio e la noia. Vengo leggendo e scrivacchiando stentatamente, e gli studi miei non cadono oramai sulle parole, ma sulle cose. Nè mi pento di aver prima studiato di proposito a parlare, e dopo a pensare, contro quello che gli altri fanno; tanto che se adesso ho qualche cosa da dire, sappia come va detta, e non l'abbia da mettere in serbo, aspettando ch'io abbia imparato a poterla significare. Oltre che la facoltà della parola aiuta incredibilmente la facoltà del pensiero, e le spiana ed accorcia la strada. Anzi mi sono avveduto per prova, che anche la notizia di più lingue conferisce mirabilmente alla facilità, chiarezza e precisione del concepire. La poesia l'ho quasi dimenticata, perch'io vedo ma non sento più nulla. Carlo e Paolina ti risalutano caramente. Stammi bene, ed amami più che puoi. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Mai (1820)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANGELO MAI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 24 Novembre 1820.</date>
            </opener>
            <p>V.S. non si sdegna di ricordarsi ch'io le scrissi di parecchie osservazioni che aveva preparato intorno alle sue scoperte; e oltracciò si compiace di domandarmele. Ma il mal essere corporale, e gli altri mille impedimenti che frastornano gli studi miei, non me le hanno ancora lasciate mettere insieme, nè stendere e disporre in maniera che si possano leggere, o se ne possa cavare nessun costrutto. Solamente questi mesi addietro son venuto a capo di una lettera abbastanza lunga sopra l'<hi rend="italic">Eusebio</hi>, che nessuno ancora ha veduta, e della quale immediatamente e pienamente la farei padrona. Ma prima bisogna ch'io sostenga la fatica di copiarla, non trovandosi in questi paesi chi sappia trascriver greco o latino, dove appena si trova chi sappia trascrivere l'italiano. Ringrazio di tutto cuore V.S. della richiesta gentile e onorevole, e la prego che seguiti ad amarmi, e si prevalga di me come di cosa tutta sua.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di F.Melchiorri (1820)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI FERDINANDA MELCHIORRI</hi>
               </byline>
               <date>Roma 25 Novembre 1820.</date>
            </opener>
            <p>Caro Giacomo. Vostro Padre mi ha risposto. Esso non contradice apertamente il vostro progetto, anzi mi dice che non si offenderà se i suoi Figli cercheranno qualche loro vantaggio (sebbene esso non ne veda in questo propostovi), e nè tampoco se a farlo conseguire impegneranno gli amici. Poco però si persuade che possiate trovarvi contento fuori di casa, ove non vi manca cosa alcuna; e teme che vi pentirete se giugnete a escire dalla casa paterna; accudirebbe più volentieri a qualche impiego in Roma, piuttosto che a Bologna. Vede poi con dispiacere che voi non vogliate parlargli; esso vi ama, dunque non trova ragione nel vostro silenzio. Io gli ho risposto di nuovo, e dopo avergli detto molto sul vostro proposito, lo prego di nuovo a mandarvi in mia compagnia per qualche mese in Roma. In questo caso voi potreste procurar da voi ciò che vi pare più opportuno, e facendovi conoscere, spero ci riuscirete. Caro Giacomo, e perchè non rompere questo ghiaccio? Perchè non parlare a vostro Padre? Perchè non procurar da voi medesimo di ottenere questo permesso? Mi dite sempre di aver tanto affetto per me; se è vero, dimostratemelo, vincetevi; ecco il momento da farmelo vedere. Ottenete di venire in Roma, e spero che non ne resterete malcontento. Assicuratevi che in me troverete una Madre affettuosa, che non lascerò niente intentato onde compiacervi. Infine non potrà dispiacervi di cambiare per qualche tempo il soggiorno di Recanati con quello di Roma, e quindi procurare li vostri vantaggi. Sono certa che mio Fratello vi condiscenderà, almeno me ne lusingo. Non vi dico altro; amatemi e credetemi la vostra affettuosa Zia.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.B.Sonzogno (1820)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIAMBATTISTA SONZOGNO - MILANO.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 27 Novembre 1820.</date>
            </opener>
            <p>Io mi ricordo che due anni fa V.S. si compiacque di ragguagliarmi che prendeva a stampare la Collana degli Storici Greci, e domandarmi s'io mi trovava nessuna cosa che facesse all'occorrenza. Dovetti rispondere, qual era vero, ch'io non mi trovava nulla. Adesso ch'ella ha già messo mano alla sua bella intrapresa, vorrei darle un segno della mia buona volontà verso lei, traducendo a posta i sette libri di Senofonte <hi rend="italic">della Salita di Ciro</hi>, e premettendoci forse alcune sobrie considerazioni. Io desidero in primo luogo intendere da V.S. se questo volgarizzamento conviene al suo bisogno; vale a dire se intorno alla traduzione della detta opera ella ha già provveduto o no. In secondo luogo desidero che V.S. mi possa dare tanto spazio di tempo che basti al lavoro, il quale io non comincio finattanto ch'ella non m'abbia favorito della risposta. Dico uno spazio mediocre ma competente. In ogni modo avrò caro che V.S. sia contenta del buon animo, e che mi tenga per suo devotissimo obbligatissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Brighenti (1820)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO BRIGHENTI</hi>
               </byline>
               <date>Bologna 29 Novembre 1820.</date>
            </opener>
            <p>Mio Signore ed Amico carissimo. È lungo tempo che io non vi ho scritto. Ma io sto disperatamente lottando con la perversa fortuna, e non so per vero, quale scampo mi rimanga a superarla. Basta: quando ogni mio sforzo si sarà reso inutile ed inefficace, farò ancor io quello che mi si aspetta.</p>
            <p>Ebbi la cara vostra del 30 ott. e gli unitivi scudi 2,83 de' quali vi ringrazio. I nostri conti rimangono saldati; che ciò vi serva di debito riscontro.</p>
            <p>La dedicatoria, che io vi offerii, non era diretta ad alcuna vista di mercede. Essa non dovrebb'essere che un attestato di riverenza che io do a voi, come avrei in animo darla a diversi altri degnissimi uomini, fra' quali all'Abate Molina, che vive qui (oh abominio!) miserabile e cencioso. Questo nome vi sia di sicurezza che quando vi rispondo che non ebbi vista d'interesse a pregarvi di accogliere la dedica, ciò era in realtà più che verissimo. Ma di questa cosa avrò a scrivervi altra volta. Io ora raccolgo tutte le opere di Giordani, e soprattutto sono occupato a sistemare il modo da fare ristampare il <hi rend="italic">Panegirico</hi>; chè è opera un po' scabrosa da vincere le revisioni; ma in qualche paese lo stamperò. Aspetto intanto una decisione da Firenze.</p>
            <p>Ho avuta da Fermo una traduzione in latino della vostra canzone all'abate Mai. L'autore si è un certo Canonico Guerrieri. Io la farò esaminare, e se sarà giudicata degna di voi, la stamperò nell'<hi rend="italic">Abbreviatore</hi>.</p>
            <p>Il nostro Giordani è a Piacenza. Mi dice che vi saluti; che vi avvisi di avere avuta in Milano la vostra del 20 ottobre, e di avervi risposto il 5 novembre.</p>
            <p>Finisco, abbracciandovi con tutto l'affetto, e protestandomi per sempre devotissimo servo ed amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Roverella (1820)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIANNANTONIO ROVERELLA</hi>
               </byline>
               <date>Di Cesena a' 29 di Novembre 1820.</date>
            </opener>
            <p>Pregiatiss.o Sig.re Conte. Le rendo sincere grazie dell'accoglimento amorevole fatto alla mia <hi rend="italic">Conocchia</hi>, di che me ne fa fede la gentile sua lettera del 20 spirante. Essa, poverella com'è, può viaggiare securamente senza temere lo sdegno e la persecuzione d'un inquisitore o d'un re. La sua canzone, che racchiude quanto da quelli si teme, massime in questi tempi, doveva esser proibita qual merce contagiosa in Lombardia, nè si stupirebbe, se fossero fulminati d'anatema coloro che la posseggono. Forse altrettanto accadrebbe se altri versi pubblicasse l'autore di quell'<title>Idillio</title>, però senza questo esperimento abbastanza inviso: non basta esser reso cittadino passivo, starsene nella propria stanza, conversar co' libri onde non dimenticare il leggere, per vivere tranquillo.</p>
            <p>Riceverà un esemplare della Tragedia del mio amico Fabbri, che mi dice esser stato in sua casa accompagnando a Roma lo Zio Cardinale Riganti, e che V.S. giuocava: spiacemi che non siensi conosciuti da vicino. Forse stupirà che siasi permessa in Forlì la stampa della lettera a me diretta, e alcun che nella Tragedia, che spero non le increscerà, come non spiacque a Monti, a Costa, a Strocchi.</p>
            <p>Ella dovrebbe fare una corsa in Romagna: le farei conoscere di persona molti ottimi e valenti amici miei. Son con stima suo aff.mo servitore ed amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Grassi (1820)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIUSEPPE GRASSI - TORINO.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 1° Dicembre 1820.</date>
            </opener>
            <p>Ricevo coll'ultimo ordinario la sua carissima dei 17 del passato, e avea già ricevuto col precedente il regalo di cui V.S. m'ha voluto onorare, dove risplende quella purità e gentilezza di lingua, dignità e gastigatezza di stile, nobiltà e gravità di materia, che suole ornare e contrassegnare tutti i suoi scritti. Del suo valoroso e benefico assunto d'insegnare un'altra volta la lingua militare all'Italia che l'ha disimparata, che altro posso io, se non confortarla caldissimamente a proseguire la sua magnanima impresa, che ha sì degnamente incominciata, anzi condotta in buoni termini col suo dizionario?</p>
            <p>La noia, se bene mi lascia ancora tanta lena ch'io possa parlare comunque sia, non è per questo che non mi opprima spaventosamente, e forse peggio che qualunque altro... Io spero che V.S. vorrà farmi coraggio colla sua benevolenza e colle sue lettere. Anzi la prego istantemente a questo fine, perch'io non vedo che altro conforto mi debba restare, se mi manca il conforto dell'amicizia. L'amore di V.S. non sarà mal collocato quanto al fervore e alla costanza dell'affetto e delle facoltà del cuore, ma pessimamente in ordine a qualunque altra cosa, e massime alla fortuna. Ma Ella è degna di ricercare e coltivare l'amicizia di un infelicissimo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.B.Sonzogno (1820)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIAMBATTISTA SONZOGNO</hi>
               </byline>
               <date>Milano il 6 Decembre 1820.</date>
            </opener>
            <p>Sig.r Giacomo Leopardi. Devo essere gratissimo alla inclinazione di favorirmi dimostratami con la grata sua 27 decorso, ma mi dispiace che non avendo potuto calcolare dietro la prima scrittami, ho già stabilito la stampa del <title>Senofonte</title> senza che possa più occorrermi per esso alcuna traduzione. Mi serve la traduzione del Regis per la <hi rend="italic">Ciropedia</hi>; quella del Iacomelli per i <title>Detti memorabili di Socrate</title>, e il Professore Boucheron di Torino lavora intorno alla <hi rend="italic">Ritirata dei diecimila</hi>. Non posso però che bramare che ella con tutto comodo si trovi in caso di favorirmi per qualche autore, segnandole in piedi quelli per i quali ho già disposto il lavoro, e spero di andar presentando al pubblico una Collana che lo soddisfi, e ne ho le prove con le molte ricerche, atteso anco la qualità dell'Edizione, in cui faccio avere la maggior tipografica diligenza.</p>
            <p>Ella mi credi <hi rend="italic">(sic)</hi> con ogni sentimento di stima, e mi segno.</p>
            <p>Volumi pubblicati fin'ora.</p>
            <p>
               <title>Ditti e Darete</title> tradotto dal Caval.e Compagnoni.</p>
            <p>Vol. 1°, 2° e 3° del <title>Diodoro Siculo</title> tradotto dal suddetto.</p>
            <p>Vol. 1° dell'<title>Erodoto</title> tradotto dal Cav.e Andrea Mustoxidi. Questi autori saranno completamente finiti dai medesimi.</p>
            <p>Il <title>Pausania</title> sarà tradotto dal Prof. Ciampi a Varsavia.</p>
            <p>L'<title>Erodiano</title> dal Manzi di Roma.</p>
            <p>Il <title>Tucidide</title> dal Padovani Professore a Pavia.</p>
            <p>Lo <title>Strabone</title> sarà comentato dal Cav.e Mustoxidi.</p>
            <p>Il <title>Polibio</title> è in lavoro da persona letterata che non nomino perchè mi riservai di accettare o ricusare il lavoro se non mi piacesse.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Roverella (1820)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIANNANTONIO ROVERELLA - CESENA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 8 Dicembre 1820.</date>
            </opener>
            <p>V.S. seguita a consolarmi e onorarmi dandomi nuovi segni della sua benevolenza. Le ho somma obbligazione della tragedia di cotesto cav. Fabbri, notabilissima per la maestà de' sentimenti, e la virilità della verseggiatura e dello stile. Ma io non ho la buona fortuna di conoscere il cav. Fabbri di veduta. Quegli che lo vide giocando, fu l'uno de' miei fratelli, e mi parlò di lui. Avrò ben caro che V.S. si compiaccia di riverire a nome mio cotesto signore, e pregarlo che m'abbia nel numero de' suoi.</p>
            <p>Ella, a quanto mi scrive, se la passa leggendo e studiando. E che altro ci può consolare della indegnità della fortuna, e della perversità di questi scellerati secoli? Manco male se almeno i libri e gli studi nostri ci restassero intatti e sicuri.</p>
            <p>Al grazioso invito di dare una corsa in coteste parti, risponderò solamente, ch'io lo desidero; e V.S. concluda che mi manca il potere. Perchè da quand'io nacqui, non ho mai conseguito nessun desiderio; e desiderare e non potere è stata sempre la cosa stessa nella mia vita. Ma spero che V.S. mi vorrà soddisfare nel desiderio che ho di servirla, e non rivocherà il dono che m'ha fatto dell'amor suo.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Brighenti (1820)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO BRIGHENTI - BOLOGNA</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 8 Dicembre 1820.</date>
            </opener>
            <p>Mio carissimo. Ricevo la graditissima vostra 29 Novembre. Che dirò delle vostre sventure, se non che mi attristano al pari di voi? Ben vi prego con tutto il cuore a farvi coraggio; e considerare che le calamità sono la sola cosa che vi convenga, essendo virtuoso: tanto che se io non sapessi delle vostre disgrazie, me le immaginerei spontaneamente, sapendo che voi siete un degno e stimabile uomo. Chi sa che una volta non possiamo conversare insieme, e consolarci, se non altro colla compagnia delle sventure, e il contraccambio della compassione?</p>
            <p>Della dedica vi ringrazio cordialmente, e dal canto mio vi prego quanto posso, a proseguire la vostra bella impresa; se anche non si potesse ristampare il <title>Penegirico</title>, siccome è opera abbastanza voluminosa, e può far corpo da se medesima, così non vorrei che per ciò desisteste dal vostro disegno. Ricevei la lettera di Giordani de' 5 Novembre, e gli risposi il 20. Fate ch'ei lo sappia, se mi volete bene. Scrivendo al conte Trissino, favoritemi di riverirlo da mia parte, e dirgli ch'io gli scrissi il 13 e il 23 d'Ottobre, ma non so se le poste abbiano risparmiate quelle lettere.</p>
            <p>Della traduzione latina della mia Canzone, crederete facilmente che la notizia che voi me ne date, è la prima che ne sento. Ne farete, quanto a me, quello che vi piacerà; giacchè non si tratta di una traduzione dalla quale si debba giudicare dell'originale, non essendo fatta in una lingua viva, nè per quelli che non intendono l'italiano.</p>
            <p>Io vi abbraccio con l'animo; e vi accerto che non mi dimentico di voi, nè mi dimenticherò finch'io viva. Il vostro Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1820)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>Piacenza 24 Decembre <add resp="ed">1820</add>.</date>
            </opener>
            <p>Mio carissimo. La tua ultima (e breve) fu dei 20 ottobre; alla quale risposi il 5 novembre. T'ho mandato poi de' saluti per Brighenti. Forse quella mia andò perduta? S'è perduta alcun'altra tua? Perchè non mi pare possibile che sii stato due mesi senza scrivermi. Tento d'interrompere con poche righe questo lungo e crudele silenzio. Che vale che il cuor parli sempre, se le sue voci e i sospiri vanno dispersi dalla malignità di fortuna? Oh mondo reo, invidioso d'ogni consolazione agli sfortunati! Come stai, mio caro? Che fai? Io dopo quei 31 mesi di penoso languore, ho due mesi di sufficiente salute: ma così poco me ne assicuro, che io la uso tremando, come farei una tela di ragno. Vivo in continui affanni di mali altrui; non avendo nè tempo nè voglia di pur pensare a' miei. In tale stato vo lentamente frugando certe carte vecchie, e informi, per cavarne pur qualche cosuccia. Se qualche cosuccia ne uscirà, e tu la vedrai. Ma tu che fai, mio caro? Dammi di tue nuove, per carità. Dèi pur sapere quanta parte della mia vita sia continuamente il pensare a te, e di te. Ricordami caramente a Carlino, a Paolina: ricordami a te stesso, se non ti è vile l'essere amato con tutto il cuore dal tuo sviscerato ed immutabile amico. Addio, addio senza fine.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di F.Melchiorri (1820)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI FERDINANDA MELCHIORRI</hi>
               </byline>
               <date>Roma 30 Dicembre 1820.</date>
            </opener>
            <p>Caro Nepote. Ero persuasa della parte che prendeva il vostro cuore nel mio dolore. Sì, caro Giacomo, esso è stato ed è tale che il mio cuore non può consolarsi. Conosco tutto, vedo tutto, esamino la necessità, il dovere di darsi pace; ma chi può comandare al cuore? Egli è un tiranno che non sente legge, e fa strazio di un'anima sensibile. Ad ogni istante la rimembranza di quella cara persona mi è presente, e mi tiene nella più dolorosa oppressione. Cerco sollevarmi perchè così esige il mio stato, il mio dovere, ma è inutile. Ho creduto qualche momento di soccombere io stessa, e seguire la mia cara Madre; ma vedo che il Signore vuol che io viva per somigliarla in qualche modo, giacchè sin'ora non ho fatto nulla di quel tanto ha fatto essa. Spero che di lassù ella non disprezzi le mie lagrime, quali sono spremute dal più fiero dolore bensì, ma al tempo stesso dalla più viva e tenera riconoscenza al suo amore. Ah! caro Giacomo, non la dimenticate giammai; il vostro cuore senta quello che sente il mio, ed io avrò per voi tutta la gratitudine. Siate però sicuro che non trascuro la mia salute. Essa non è più così florida, come lo era al momento di questa sciagura, ma spero che tornerà ad esserlo, se così piacerà a Dio. Attenderò altra vostra lettera, come mi dite. Intanto, amico mio, state sano, e non vi scordate che io vi amo.</p>
            <p>Salutate ciascuno di Casa, e Dio vi conceda un anno felice, e tanti in seguito sempre sereni. Addio. Gradite li saluti di mio Marito e Figlia, e credetemi la vostra affezionatissima Zia.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Giordani (1821)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO GIORDANI - PIACENZA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 5 Gennaio 1821.</date>
            </opener>
            <p>Mio carissimo. La tua de' 24 del passato mi rende certo di quello ch'io congetturava, che fosse perduta quella mia che rispondeva all'altra tua de' 5 di Novembre. Mando questa a Brighenti, e lo prego che te la faccia capitare per la posta di Bologna.</p>
            <p>Non mi potevi ragguagliare di cosa che tanto mi consolasse quanto della salute migliorata. Ma non volerla usare mentre sarà facile che te n'abusi. Aspetta ch'ella sia confermata, anche se dall'ozio e dal tedio. Te ne prego e supplico istantemente.</p>
            <p>Io sto competentemente bene del corpo. L'animo dopo lunghissima e ferocissima resistenza, finalmente è soggiogato, e ubbidiente alla fortuna. Non vorrei vivere, ma dovendo vivere, che giova ricalcitrare alla necessità? Costei non si può vincere se non colla morte. Io ti giuro che avrei già vinto da lungo tempo, se m'avessi potuto certificare che la morte fosse posta in arbitrio mio. Non avendo potuto, resta ch'io ceda. Nè trovo oramai che altra virtù mi convenga, fuori della pazienza, alla quale io non era nato.</p>
            <p>Leggo e scrivo e fo tanti disegni, che a voler colorire e terminare quei soli che ho, non solamente schizzati, ma delineati, fo conto che non mi basterebbero quattro vite. Se bene io comprendo anzi sento tutto giorno e intensamente l'inutilità delle cose umane, contuttociò m'addolora e m'affanna la considerazione di quanto ci sarebbe da fare, e quanto poco potrò fare. Massimamente che questa sola vita che la natura mi concede, la miseria me la intorpidisce e incatena; e me la vedo sdrucciolare e sfumare tra le mani; in guisa che laddove ai miei disegni si richiederebbero molte vite, non ne avrò quasi neppur una.</p>
            <p>I fratelli ti abbracciano e ti salutano. Scrivimi se mi vuoi bene, e più che potrai senza disagio o molestia. Addio cara anima. Ti amo quanto puoi pensare.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Brighenti (1821)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO BRIGHENTI</hi>
               </byline>
               <date>Bologna 10 Gennaro 1821.</date>
            </opener>
            <p>Mio egregio Amico. In data 27 Dicembre io vi scrissi una lunghissima lettera. Mi sarebbe di sommo dispiacere, se non vi fosse pervenuta, e vi prego a farne ricerca. Intanto io ricevo oggi la gratissima vostra del 5 che me ne acclude una per Giordani, la quale sarà spedita. Mi debbo bensì dolere che me l'abbiate spedita a sigillo alzato. Scusatemi: questa delicatezza non conviene alla nostra amicizia. Io la ho subito sigillata, e vi giuro in parola di onore senza averla spiegata. In altri casi servitevi di me, e non mi fate questa cerimonia.</p>
            <p>Vi ringrazio, mio caro, degli amorosi auguri, che vi compiacete di fare per me: io ne ho formati altrettanti per la vostra prosperità, e desidero che possiate presto scrivermi cose meno tristi dell'animo vostro. Non vi dirò nulla del mio. Ve ne scrissi nella citata del 27 molto lungamente. Mi rallegro che il <hi rend="italic">Giornale Arcadico</hi> abbia reso onore alla vostra canzone, e a' vostri talenti. Voi già lo conoscerete questo giornale. Cercherò della <hi rend="italic">Biblioteca universale</hi>, che io non conosco, altro che in francese. Udii che si voleva tradurre a Milano, ma non so poi, se il progetto abbia avuto luogo.</p>
            <p>Addio, mio egregio amico del cuore. Ricordatevi che le vostre lettere mi sono prezioso regalo, e che l'amor vostro mi è una somma consolazione.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di L.Trissino (1821)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI LEONARDO TRISSINO</hi>
               </byline>
               <date>
                  <add resp="ed">Vicenza 12 Gennaio 1821</add>.</date>
            </opener>
            <p>Lasciamo pur passare un gran pezzo senza scrivere al signor conte Giacomo per non seccarlo. E lasciamo passare e feste e capi d'anni per allontanare qualunque sospetto di cerimonia. Ma il desiderio delle notizie della salute di V.S. è sempre ardentissimo. Dunque con animo il più rispettoso e affezionato io la prego di questa grazia. E perchè la lettera non ha maggiore oggetto che di ricordarmi alla memoria sua, desiderando a V.S. ogni felicità ch'è qui permessa, mi confermo pieno d'amore e di ossequio ecc.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di F.Melchiorri (1821)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI FERDINANDA MELCHIORRI</hi>
               </byline>
               <date>Roma 17 Gennaio 1821.</date>
            </opener>
            <p>Caro Nepote. La vostra lettera, caro Giacomo, mi ha posta molto di malumore per la disposizione dell'animo vostro in rapporto a voi stesso. Per quanto siano grandi le nostre afflizioni, noi non dobbiamo ricusare di sostenerle, allorchè il liberarcene non ci sia possibile. Dobbiamo porre bensì in opera i mezzi opportuni a renderle meno gravi, ma non mai abbandonarci alla disperazione, risorsa non degli uomini, ma delle bestie. L'uomo virtuoso e cristiano si ricorda di esser soggetto al suo Dio, e però bacia la mano che lo percuote; si ricorda che ha nel suo Dio un Padre che veglia sopra di lui, che lo ama, che non lo abbandonerà; quindi apre a lui il suo cuore, gli chiede con ispirito di sommissione ciò che gli è necessario, e poi attende dal medesimo la diminuzione de' suoi mali. È da vile il non saper soffrire. Non siamo già al mondo per godere, e voi avete troppo talento per non conoscere di ciò la verità, ed esserne persuaso. A monte dunque questi pensieri che, troppo essendo tetri, denigrano l'Uomo e il Cristiano. Ricordatevi di esser savio, e che abbiamo da render conto a Dio de' nostri talenti.</p>
            <p>Dopo però di questa predica che condonerete all'amor mio vero e sincero, non crediate che io ricusi di aiutarvi in ciò che posso. No, caro Nepote mio, mio caro Amico; credete pure che nel cuor mio trovate quello d'una Madre, e ve lo farò vedere, purchè però possano li miei uffici esser giovevoli. Io parlerò con Persona che possa aprirmi la strada a consolarvi, e lo farò quanto prima. Voi però promettetemi, prima, di abbandonare la vostra malinconia, e poi di esser paziente, se subito non si ottiene ciò che si cerca, perchè niuna cosa è senza difficoltà. Fidatevi di me, vi assicuro che ho tutta la premura per voi, e che non cesserò d'informarvi di quello che opero a vostro vantaggio. Opererò con più coraggio, perchè vostro Padre medesimo mi diede libertà di farlo, perchè voi me lo confermate, perchè vi amo teneramente. Stiamo però ai patti; voi tranquillizzatevi, e rispondetemi subito per quiete del mio spirito.</p>
            <p>La mia tranquillità la veggo ancor lontana. Credi, mio caro Giacomo, la perdita da me fatta ha operato un grande sconvolgimento nel mio animo. Io non mi conosco più, ho sempre una tetraggine interna che mi opprime, e che io procuro nascondere per quanto è possibile a tutti, ma non basta per nasconderla a me stessa. Il tempo solo potrà sanare questo mio cuore troppo sensibile, e tu porgi voti al Cielo per ottener questa pace per me. Amami, ed il tuo amore fammelo conoscere col prestare obbedienza a' miei consigli.</p>
            <p>Addio. Saluta tutti, e credimi la tua affezionatissima Zia.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Brighenti (1821)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO BRIGHENTI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 19 Gennaio 1821.</date>
            </opener>
            <p>Ricevo la vostra dei 10, caro ma scarso compenso alla perdita dell'altra 27 Dicembre; la quale mi dite ch'era lunghissima, e tanto più mi avrebbe piaciuto e rallegrato. Bisogna bene ch'io sia sfortunato in ogni cosa, perchè sebbene le mie lettere si perdono tutto giorno, quelle però che vengono a me, non sogliono smarrirsi. Ma ora la disgrazia è andata a cadere appunto in quella lettera che più importava. Proccurerò di riaverla in tutti i modi, ma con quanta speranza? Se mi volete bene, non vi sia grave di scrivermi almeno un sommario di quella lettera. Fatemi questa grazia, e sostenete questa fatica per amor mio: che ve ne sarò sommamente grato.</p>
            <p>L'avervi spedita la lettera per Giordani, aperta, se vi è dispiaciuto come segno di cerimonia, vi sia grato come segno di confidenza, perchè tale io voleva che fosse. Ho poche cose che mi prema di tener celate a chicchessia, ma cogli amici pari vostri, non ho segreto nessuno. E sono così certo che qualunque confidenza fatta a voi, sarebbe come non fatta; quanto era già certo, ed ora lo sono anche per la vostra testimonianza, che Voi non avete voluto leggere quella lettera. Permettetemi dunque di trattarvi senza far differenza tra voi e me, perchè così porta la mia natura, e la stima e l'amore ch'io vi professo.</p>
            <p>Conosco in genere il <hi rend="italic">Giornale Arcadico</hi>, ma non l'ho; e prima della vostra ultima, non aveva notizia dell'articolo che mi riguarda. Della informazione sulla <hi rend="italic">Biblioteca Universale</hi>, vi avrò sommo obbligo. Seguite ad amarmi, cioè a corrispondere all'amor mio, che non può nè mancare nè scemare. Il vostro Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A L.Trissino (1821)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A LEONARDO TRISSINO - VICENZA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 26 Gennaio 1821.</date>
            </opener>
            <p>Ricevo la sua graziosissima dei 12. Le mie de' 13 e 23 di Ottobre che rispondevano alle sue pregiatissime de' 6 e dell'ultimo di Settembre, non so se le siano state recapitate. Ma V.S. mi contrista dicendo che non mi scrive frequentemente per non darmi noia. S'ella non mi crede incapace d'ogni retto giudizio e gusto, non deve pensare ch'io non desideri il commercio delle sue lettere oltre a quanto si possa dire. Sebbene le obbligazioni che ho con V.S. sono già grandissime, tuttavia saranno maggiori quando le sue lettere saranno più frequenti. V.S. non mi dà notizia veruna della salute sua. Spero che sia conforme al mio desiderio. Della mia non ho cagione di lamentarmi più dell'ordinario, anzi forse alquanto meno. I voti ch'io fo per la felicità di V.S. desidero che sieno adempiuti molto più di quello ch'io brami l'adempimento de' suoi benevoli desiderii intorno alla felicità mia. E, ringraziandola e abbracciandola rispettosamente coll'animo, resto Suo devotissimo servitore ed amico Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di F.Melchiorri (1821)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI FERDINANDA MELCHIORRI</hi>
               </byline>
               <date>Roma 3 Febbraio 1821.</date>
            </opener>
            <p>Caro Nepote. La vostra lettera ha di molto tranquillizzato il mio spirito; le vostre promesse mi sono carissime; ed io vi sono tenuta della premura che avrete per voi medesimo, come e più assai che se l'aveste per me. Vi accerto che non sarà inoperoso il mio affetto, ed ho di già fatti dei passi che al sicuro spero non andranno a vuoto. Non credo dovervi dire di più, ma credete che ho qualche cosa di consolante. Siccome però non sono ancora certa, così non voglio dirvelo. La gratitudine che mi dimostrate mi obbliga assai, ma gradirò che mi obblighiate quando sarà tempo, e quando io cercherò da voi qualche cosa. Intanto obbligatemi coll'aver cura a voi medesimo, e col ricordarvi che io lo esiggo per tutti li titoli da voi. Sollevatevi, ecco un ordine di più che io vi do. Volete che io faccia altrettanto? Lo fo per quanto porta la mia situazione; ma, Nepote mio, quelle passioni che opprimono l'anima non si possono vincere colla forza. La cara immagine è sempre dipinta al mio sguardo, la mente mia non concepisce altra idea, il mio cuore altro non sente desiderio, quella diletta Madre ogni momento mi è presente, ed io veda adesso che l'amavo più di quello credevo. Essa mi accompagna se veglio, se dormo, se passeggio, se prego. Non vi è cosa, Giacomo mio, che toglier me la possa dalla mente, e se vi fosse la fuggirei. Il mio dolore mi è carissimo, e cerco nasconderlo agli altrui sguardi, appunto affinchè non si cerchi di dissiparlo. Egli è questo l'unico conforto riguardo a me; tutti poi li trovo riguardo a lei pensando alle sue virtù, e la Religione ha troppo potere sull'animo mio, perchè ad ogni istante io non rinnovi il sagrificio di un oggetto sì caro. Ah gran Dio! La nostra vita è un continuo tormento, ma la vostra grazia ce la renderà soffribile in virtù di una speranza futura.</p>
            <p>Salutate tutti li vostri caramente, gradite li saluti di tutti di Casa mia, di Vito e sua Famiglia. Dite a don Vincenzo che sono inquieta perchè non mi ha risposto. Addio, Giacomo mio. Amatemi e credetemi la vostra affezionatissima Zia.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di L.Trissino (1821)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI LEONARDO TRISSINO</hi>
               </byline>
               <date>Vicenza 3 Febbraro 1821.</date>
            </opener>
            <p>Stimatissimo Signor Conte. La ringrazio quanto mai della sua lettera affettuosa del 26 gennaro, la quale è venuta immacolata. Ho l'animo soddisfatto veramente di sentirla contenta più del solito della sua salute; e di questa conferma io avea desiderio grande. D'altronde non è poca la mortificazione mia, che le due lettere del 13 e 23 ottobre donatemi dalla sua amorevolezza non siano mai giunte nelle mie mani. Così io sono tristo della perdita di qualunque comando, o notizia, che avesse potuto rallegrare l'osservanza che le professo. E prego la sua bontà di volersi dolere della mia sfortuna.</p>
            <p>Nessuna novità letteraria, che meriti essere scritta, non forniscono questi paesi. I quali ora non sono che spettatori di movimenti, che parlano altamente di guerra. Il nome di questo flagello raddoppia la mia timidità, perchè debole mi volle ogni altra ragione più che la natura; e anche il pensare al male degli altri mi spaventa. Di grazia non dimentichi, Signor Conte, che delle notizie della rispettabile sua persona io sarò sempre vogliosissimo; e che ossequiosamente sì, ma affettuosamente io sono suo servitore vero ed amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.F.Stella (1821)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
               <date>Milano 14 Febbraio 1821.</date>
            </opener>
            <p>Signor Conte pregiatissimo. Più volte ho detto fra me: Ed è possibile che il conte Monaldo Leopardi, da cui ho ricevuto cotante gentilezze, e mi si è mostrato cotanto virtuoso, sia un uomo non giusto e non civile? Se considero le tante lettere che gli ho scritto, le quali sono rimaste senza risposta, e principalmente considero la cambialetta che più volte gli è stata presentata e sempre con rifiuto, certamente che, se non porta a far credere questo, fa nascere un gran dubbio. Per togliermelo, scrivo a Lei, degnissimo signor conte Giacomo, facendo qui copiare l'ultima lettera che ho scritto. Non ostante la protesta che in essa troverà, se ella, mio carissimo signore, mi dirà di cancellar quel mio credito di L. 169: 77 ital., il farò prontamente, purchè io sappia che questa sia cosa per Lei grata, e conosca Ella in ciò una prova sincera della mia stima che manterrò viva sin che a Lei piacerà di considerarmi quale sento di essere dev.mo servo suo di cuore.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Brighenti (1821)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO BRIGHENTI</hi>
               </byline>
               <date>Bologna 14 Febbraro 1821.</date>
            </opener>
            <p>Mio pregiatissimo Signore ed Amico. Ebbi in tempo debito la gratissima vostra del 19 gennaro, e se non vi ho risposto sin qui, incolpatene la trista fortuna che mi perseguita, la quale mi tiene sì amareggiato ed oppresso, e pieno di noiose cure, che non so spesso appena se io viva.</p>
            <p>Mi è stato di sommo dolore intendere che non vi giugnesse quella lunghissima mia lettera, nella quale io aveva dato luogo a sfoghi amichevoli e confidenti. Chi sa in quali mani è andata? Ma io, caro amico, non tornerò più a ripeterla: perchè se quella andò smarrita, io debbo temere, che anderebbe ancora questa, ove riferisse le cose medesime. Vi serva però che tutto il danno è mio, poichè non era se non un racconto relativo alla mia situazione. Speriamo che un qualche giorno potremo vederci, e conoscerci davvicino. Oh! quante cose ci avremmo da dire. Mi pare che accadrebbe ciò che mi accadde una volta con Giordani, e fu, che incontrandoci dopo lunga assenza, ci ponemmo a parlare fra noi due, che erano le nove ore della sera, e quando ci alzammo per andare in letto, ci accorgemmo che era già fatto giorno chiaro. E veramente nessun piacere è paragonabile a quello di trovarsi con un amico del cuore, col quale disfogare liberamente l'animo, e ascoltarne il ricambio.</p>
            <p>Della <hi rend="italic">Biblioteca universale</hi> ho scritto a Milano, e ne aspetto risposta, che sarò poi a comunicarvi. È uscito da Firenze un primo volume di un'<hi rend="italic">Antologia</hi>, sotto il qual titolo gli Editori si propongono di recare agl'Italiani una raccolta degli squarci più interessanti che si leggono nei giornali letterari di Francia e d'Inghilterra. Avrete avuto per l'ultimo corriere i fascicoli arretrati dell'<hi rend="italic">Abbreviatore</hi>. L'ultimo fascicolo si darà in appresso, e poi prenderemo riposo da questo lavoro, per tutto quest'anno, mentre non so neppur io cosa diamine risolverò, in tante angustie orrendissime.</p>
            <p>La raccolta delle opere di Giordani è tutta completa: ma non ne posso imprendere la stampa, se prima non si prepara la somma conveniente ad eseguirla. Spero però che tra breve riuscirò a cominciarla, e ne sarete avvertito.</p>
            <p>Vi prego, mio egregio e amatissimo amico, a continuarmi la vostra cara benevolenza. Io non ho altro ristoro nel mondo che quello di sapere che vivo nella tenerezza de' miei amici. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di N.Fucili (1821)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI D. NATANAELE FUCILI</hi>
               </byline>
               <date>Roma 14 Febbraro 1821.</date>
            </opener>
            <p>Stimatissimo Sig.r Conte. Eccola servita interamente. Di quanto piacere mi sia stata la tenue commissione non so esprimerlo. Da ciò m'assicuro che godo anche lontano la sua padronanza, e che Ella non mi ha dimenticato. Se più spesso volesse graziarmi de' suoi comandi, ne proverei un maggior contento.</p>
            <p>Sono associato fin da Decembre al <hi rend="italic">Raccoglitore Milanese</hi>. Se gradisse leggerlo lo manderei a Recanati perchè, dopo che lo ha letto, l'inviasse per la posta sotto fasciatura a croce al Sig.r Gaetano Felici a Fermo per Campofilone, mio carissimo amico a cui ho promesso. Il primo quaderno che aspetto di giorno in giorno l'avrò per la posta, e poi mi saprà dire se debbo continuare a mandarglielo. Mi sono associato per Felici, giacchè qui in Roma lo leggo sempre alla Biblioteca Angelica; chè viene periodicamente con la <hi rend="italic">Biblioteca Italiana</hi>.</p>
            <p>Mi riverisca il suo Sig.r Fratello. Mi continuino ambedue la loro benevolenza. Io sto benissimo; godo assai del ben essere di Loro. Mi favorisca presentare i miei più distinti rispetti al degnissimo Sig.r Marchese D. Girolamo Antici, ed al Sig. Cav. Giuseppe. Mi comandi liberamente, e mi creda suo um.o d.mo obl.mo servo.</p>
         </div1>
         <div1 n="A L.Trissino (1821)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A LEONARDO TRISSINO - VICENZA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 19 Febbraio 1821.</date>
            </opener>
            <p>Dall'ultima sua cortesissima dei 9 del corrente, dove mi avvisa della perdita di due lettere mie, prendo argomento di pregarla che se io le avrò mai dovuto o le dovrò parer negligente in questo particolare del rispondere, V.S. non voglia credere che io mai per nessuna cagione abbia mancato, o sia per mancare in questa parte al debito mio: perchè le poste mi sono tanto nemiche da non potermi assicurare che nessuna lettera ch'io scrivo capiti bene. Ma non perciò tralascio di scrivere; e dalla gentilezza di V.S. non ho ricevuto lettera, alla quale io non abbia risposto. V.S. non aspetti notizie letterarie di questi paesi, che dall'alfabeto in poi non hanno altra letteratura. Anche di qui è stato gran passo di truppe, ma tutto ordinato e pacifico. E questo paese è tale che <foreign lang="lat">si fractus illabatur orbis, Impavidum ferient ruinae</foreign>, o piuttosto non <foreign lang="lat">impavidum</foreign> anzi tremante, ma <foreign lang="lat">immobilem</foreign>, perchè non avrebbe tanta lena da scostarsi un mezzo passo in modo che quei rottami non gli venissero a dirittura nella testa. Avrò ben caro che V.S. mi voglia compiacere d'informarmi del suo stato presente di salute, e se altra cosa che le appartenga mi potrà essere comunicata, come quello che non saprei che cosa anteporre all'amicizia e confidenza di V.S. Se le paresse di adoperarmi in qualche commissione dov'io fossi buono a servirla, me ne stimerei singolarmente favorito; ma di questo è maggiore il desiderio che la speranza. Tuttavia, se anche non potrò mostrarmi colle opere, sarò certo coll'animo suo perpetuo e sincerissimo servitore ed amico Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.F.Stella (1821)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO FORTUNATO STELLA - MILANO.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 26 Febbraio 1821.</date>
            </opener>
            <p>Stimatissimo Signore. La sua graditissima 14 andante mi giunse coll'ultimo ordinario e rispondo immediatamente. Vorrei ch'Ella si persuadesse che il disturbo ch'Ella riceve per parte di mio padre, mi addolora e mi attrista infinitamente. Io non sono bene informato della cosa, ma tuttavia non solo non difendo mio padre, ma do schiettamente ragione a lei. Dirò sinceramente tutto quello che io so. Quando ella inviò a mio padre il conto, dal quale risultava il noto suo credito, vale a dire, due anni addietro e più, se non erro, mio padre me lo fece vedere; e quindi si pose ad esaminare le sue carte, per riscontrare le partite di quel conto. Io mi ricordo che nel conto erano scorsi parecchi errori. Per esempio, l'ultimo semestre dello <title>Spettatore</title>, cioè il secondo semestre del 1818 non ci era mai stato spedito. E una o due delle ultime spedizioni fatte a mio padre da lei, o dal suo negozio, non sono state mai ricevute. Se mio padre allora le rispondesse, io non lo so; e d'allora in poi, sono affatto all'oscuro di quanto è passato fra lei e mio padre: se non che dall'ultima sua pregiatissima intendo con sommo dispiacere il rifiuto della cambiale, e il silenzio di mio padre. Io conosco il carattere di mio padre: e perciò non mi maraviglio della sua grande indolenza intorno agli affari propri. So ch'egli agisce colla stessa indolenza anche nelle cose che l'interessano sommamente, e nelle quali dovrebbe esser premuroso pel suo proprio vantaggio. Ne ho molti esempi, ed io medesimo ne sono uno. Se io avessi creduto di poterla servire presso mio padre, l'avrei fatto col possibile impegno. Ma conoscendo il suo modo di pensare, e sapendo ch'egli non ama che i figli prendano parte veruna agli affari suoi, ho veduto bene, che invece di servirla, non avrei fatto che proccurare nuovi dispiaceri a me stesso. Ella non può figurarsi quanto io sia dolente di questo affare. Se non fossi un povero figlio di famiglia, vorrei subito soddisfarla di tutto io medesimo, come se si trattasse d'un debito mio. V.S. si compiaccia di credermi, e di accertarsi che la puntualità in qualunque impegno mi sta a cuore sopra ogni cosa. S'io posso servirla in qualche altro modo, coglierò con gioia l'occasione di mostrarle quanto vivamente io desideri la continuazione della sua amicizia. Ardisco sperare ch'Ella vorrà graziarmi di questa continuazione, e adoperarmi dov'io sia buono. Anzi ne la prego di tutto cuore. E con piena stima e sincerità mi confermo suo devotissimo obbligatissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Brighenti (1821)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO BRIGHENTI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 2 Marzo 1821.</date>
            </opener>
            <p>Il dispiacere che vi cagiona, carissimo amico mio, la perdita di quella lettera dove mi parlavate delle cose vostre, non è certo maggiore del mio. Non v'ingannate punto congetturando il diletto ch'io proverei nel trovarmi in compagnia vostra, ed ascoltare le vostre confidenze, e vedere il vostro cuore. Chi sa? m'è stata data una lontanissima speranza che questo possa accadere. Se la consolazione vostra, come dite, è riposta nella benevolenza degli amici, dalla benevolenza mia ricavate quanta consolazione si può, mentre ella è tanto grande ed intensa e durevole, quanto si possa mai pensare. Ben vorrei consolarvi in altra maniera che con l'affetto, e sottentrare, non potendo altro, alle sventure vostre. Ma caro amico, la condizione degli uomini e della fortuna, è questa: il potere e la buona volontà sono cose perpetuamente divise.</p>
            <p>Della lettera che spediste a Giordani per me, non ho saputo mai nulla. Almeno favoritemi di salutarlo, e informarlo ch'io gli scrivo inutilmente.</p>
            <p>Non so se costì si trovino vendibili le <hi rend="italic">Lezioni sulle doti di una colta favella</hi> dell'Abate Colombo, ristampate ultimamente al prezzo di baiocchi 40. Trovandosi, avrei caro che me ne spediste una copia per la posta.</p>
            <p>Seguite ad amarmi e ricordarvi del vostro Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di N.Fucili (1821)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI D. NATANAELE FUCILI</hi>
               </byline>
               <date>Roma 3 Marzo 1821.</date>
            </opener>
            <p>Stimatissimo Sig.r Conte. Se non fosse chiusa la Biblioteca Angelica fin da Lunedì, io l'avrei a posta corrente servita nella copia dell'Articolo bramato. Non si aprirà che Venerdì futuro 9 corrente. Colla posta di Sabato susseguente Ella avrà quanto brama, e mi occuperò unicamente per tal uopo. In tal incontro riceverà ancora l'elenco de' giornali letterari periodici che la predetta Libreria fa venire, potendo servirle di qualche lume. Ancora non vedo il <hi rend="italic">Raccoglitore</hi>, ma mi vien detto da altri associati che sovente tardano i quaderni, ma poi si ha il compenso che se ne ricevono molti alla volta con tutta la sollecitudine. Ella l'avrà appena giunti, e mi saprà dire poi il suo sentimento.</p>
            <p>L'opera <hi rend="italic">Proposta di alcune correzioni ed aggiunte al Vocabolario della Crusca</hi> del Cav. Vincenzo Monti, è composta di 4 volumi in 4° in carta velina, edizione di Milano, e ne chiede il libraro scudi 4. Vi è poi in carta ordinaria di minor prezzo. Attenderò un suo cenno, se la vuole.</p>
            <p>Se vuole prevalersi di me in ogni sua occorrenza, dimetta i complimenti. Io sono ardente ed ambizioso nel servirla, come lo sono per il suo Fratello. Se avrò bisogno d'incommodarla, lo farò volontieri affidato alla sua gentilezza. Mi favorisca rinnovare i miei doveri alli degnissimi suoi Signori Zii e Fratello, l'assicuri della mia compiacenza per il loro ben stare, mentre pieno di stima e di ossequio mi dichiaro suo um.o dev.mo obl.mo servo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Brighenti (1821)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO BRIGHENTI</hi>
               </byline>
               <date>Bologna 11 Marzo 1821.</date>
            </opener>
            <p>Mio buon Amico. Ho acquistato per voi il libro <hi rend="italic">Sulle doti di una colta favella</hi>, che mi ricercate nella sempre cara vostra del 2 marzo; e ve lo spedisco per la posta sotto fascia. Unisco al medesimo alcuni manifesti per la edizione completa delle opere di Giordani, delle quali ora si stampa un tomo, conforme sarete avvisato da una circolare del Direttore dell'<hi rend="italic">Abbreviatore</hi>. Vi prego a prendervi il disturbo di vedere se sarebbe possibile che costì, e per parte di conoscenti vostri nelle città vicine, si potessero avere degli Associati. Io mi adopero quanto so e posso, ma l'esito dipende singolarmente dal favore che mi accorderanno gli amici, onde io possa riuscire con qualche mio utile: di che potete figurarvi quanto abbisogno. Del resto se questa edizione viene protetta, e assistita, spero che si farà con decoro e con lode. Io l'affido agli amicissimi, e finora sono consolatissimo dell'assistenza che vari mi hanno accordata. Spero non altrettanto, ma più ancora da voi, seppure da codeste parti la merce libraria è ricevuta. In ogni evento so bene, che non mancheranno mai le cure vostre, ma soltanto gli acquirenti. Oh! mi avete pur dato la bella speranza! Oh! fosse vera, fosse vera. Andatemi dicendo che si vada sempre più rendendo probabile! Vi scrivo in gran fretta, perchè per questo corriere tormento tutti i conoscenti e gli amici, onde facciano fare la debita accoglienza alla mia edizione. Addio, egregio amico; addio, addio con tutta l'anima.</p>
            <p>Sarete servito con Giordani.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di F.Melchiorri (1821)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI FERDINANDA MELCHIORRI</hi>
               </byline>
               <date>Roma 21 Marzo 1821.</date>
            </opener>
            <p>Mio caro Giacomo. Non crediate il mio silenzio figlio di poco amore o di trascuraggine; no, piuttosto caratterizzatelo per desiderio di darvi con le mie lettere qualche consolante notizia. Siccome però le circostanze comuni sono state e sono così tumultuose, così non ho potuto agire come desideravo, e non posso ancora rendervi inteso di cosa positiva. Vi dirò solo che io ho fatto per voi ciò che mai avevo fatto per me, cioè sono io stessa andata dal Cardinale Segretario di Stato per una certa cosa che credo potesse competervi, e speravo facile ottenere. Non ho avuta una positiva speranza, ma non dispero ancora. Ho posto qualch'altro impegno, e chi sa che non riesca di consolarvi. La tardanza poi n'è venuta che, avendo io chiesta un'udienza al suddetto, questa mi è venuta ritardata per le forti occupazioni del medesimo. L'ho avuta, come vi dico, e la mia istanza non si è rigettata, ma piuttosto credo siasi voluta considerare. Dio voglia che questa sia calcolata, e che possa una volta vedervi contento. Siate sicuro che io farò di tutto, e che se dipenderà dalla mia premura io non trascurerò cosa alcuna. La vostra ultima lettera mi obbligò moltissimo. L'interesse che prendete per me, il prender che fate parte della mia situazione, la cognizione che avete del mio cuore, e la buona opinione che ne avete mi fa conoscere chi siete per me. Gli animi sensibili si conoscono, s'intendono, si amano. Voi interesse prendete di me, io lo prendo di voi con tutta la forza. Riconoscete in me qualche cosa, che vi fa prender opinione vantaggiosa; io non l'ho meno di voi, ma e voi ed io perchè troppo sensibili saremo sempre infelici. La mia vita sarà sicuramente più breve di quello sarebbe (parlando per ragioni naturali) se avessi dalla natura sortito un animo più insensibile. <hi rend="italic">Mai ho provato felicità</hi>, e solo ho trovato nella Religione sollievo. Voi, caro Giacomo, siete giovane; potete forse (ma difficile è l'impresa e non umana) render il vostro cuore più forte, più fermo, e allora sperate di esser meno infelice. Ma se non l'ottenete, ebbene, riposate sul cuor vostro, che sarà sempre migliore di quello degli altri, chè rare volte si combinano de' cuori umani sensibili e onesti.</p>
            <p>La mia salute è sufficiente, ma non ottima. La malinconia alimenta un non so che di fisico che non so spiegare, ma mi tiene oppressa. Dio è il padrone; può rendermi e salute e pace; ma se non lo vuole? Datemi vostre nuove, amatemi, salutate tutti, e credetemi la più affezionata Zia ed Amica.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di C.Antici (1821)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO ANTICI</hi>
               </byline>
               <date>Roma 21 Marzo 1821.</date>
            </opener>
            <p>Mio caro Nepote. Sono per sistema alieno dalle associazioni tipografiche. Ma trattandosi delle opere di Giordani, smonto volentieri dal mio sistema, e ne smontarei per qualunque altra che meritasse le vostre premure. Non sapevo che quell'elegantissimo scrittore avesse tanto composto da formarne 15 volumetti; ed ancorchè io tema che non vi sia accolto il suo famoso elogio, tuttavia li leggerò tutti da capo a fondo, se contengono prose da porsi al fianco con quelle che io, vostra mercè, conosco. È difficile trovare un autore che abbia saputo come Giordani prendere l'oro più puro de' nostri Ennj, ed impastarne un linguaggio italiano così candido, soave e vibrato. Io per me lo pongo per valor di lingua fra i primi classici d'Italia, e sono perciò ansioso di averlo tutto intero a mia disposizione. Voi dunque fatemi iscrivere fra gli Associati, pensate a ritirare i volumi ed alle spese occorrenti, e ne avrete il rimborso immancabilmente.</p>
            <p>Sì certamente che spero di riabbracciarvi nel prossimo Maggio ed in grande comitiva, se Dio me 'l concede. L'orizzonte politico d'Italia gravido di tempeste non mi permette di usar termini più positivi sulla mia venuta costì in Famiglia, ancorchè vivissimo ne sia il desiderio commune.</p>
            <p>Mia Moglie, mio Fratello, ed i miei Figli vi ringraziano dell'affettuosa vostra memoria e vi ritornano cordialissimi saluti. Voi fate i miei ai degni vostri Genitori, ed alla carissima Fratellanza.</p>
            <p>Sono col più costante attaccamento vostro aff.mo Zio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di F.Melchiorri (1821)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI FERDINANDA MELCHIORRI</hi>
               </byline>
               <date>Roma 24 Marzo 1821.</date>
            </opener>
            <p>Caro Nepote. L'ordinario scorso vi scrissi, ma non pensai veramente d'avvertirvi una cosa che credo utile, e che perciò vi suggerisco ora. L'affare che mi proponevo di ottenere per voi e che non sono ancora fuor di speranza di avere, è il posto di professore di lingua Latina alla Biblioteca Vaticana. Questo è vacante, e lo stesso monsignor Mai mi ha fatto promettere, che se anderà per informazione a lui, lo tenga per fatto. Ora per rendervi inteso di tutto, il Cardinale Segretario di Stato, allorchè gliene parlai, mi disse che credeva fosse dato quel posto; ma poi mi soggiunse che gli avessi data la memoria, che poteva forse aver luogo; ed io incalzai che se voleva prender di voi notizia, avesse interpellato monsignor Mai. Sono persuasa che se questo prelato parlasse, si otterrebbe; ma avendone parlato ad un mio amico, acciò ne dicesse qualche cosa a Monsignore e s'impegnasse, mi rispose esser egli persona molto fredda, e volerci un forte stimolo per farlo risolvere. Crederei dunque molto opportuno che voi medesimo gli scriveste lettera affine d'interessarlo a parlare con il Segretario di Stato, giacchè sono sicura che il medesimo cederebbe ad un'istanza del Prelato suddetto, quale è invogliatissimo di avervi in tale impiego. L'emolumento sono scudi 18 al mese, e vi fareste strada a qualche altra cosa. Fatelo dunque subito. Scrivo un poco in fretta, essendomi levata sangue per un forte dolore al petto. Oggi però sto meglio, e il sangue pare avermi giovato.</p>
            <p>Addio. Vogliatemi bene, salutate tutti e credetemi la vostra ec.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Brighenti (1821)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO BRIGHENTI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 26 Marzo 1821.</date>
            </opener>
            <p>Carissimo Amico. Ho ricevuto, e ve ne ringrazio, le <hi rend="italic">Lezioni sulle doti</hi>, ec. Con quest'ordinario vi spedisco per la posta sc. 2, cioè paoli 10 pel nuovo semestre dell'<hi rend="italic">Abbreviatore</hi>: paoli 4 di mio debito per le dette <hi rend="italic">Lezioni</hi>, e paoli 6 per li quali desidererei che mi spediste il libro <hi rend="italic">Della illustrazione delle lingue antiche e moderne</hi> ec. di Cesare Lucchesini; che me lo spediste, dico, per la posta. Se non si trova costì, o se il prezzo è maggiore di papetti 3 o paoli 6, basterà che me lo avvisiate. Dite ottimamente che per la nota associazione non mancheranno le possibili cure mie, ma gli effetti. Proporre la compra di un libro a costoro, è lo stessissimo che invitarli a fare un viaggio alla Mecca, o a mascherarsi di Quaresima, o a qualunque cosa più disparata. Restano attoniti, o ridono. Qui tutti gli uomini di qualunque età, di qualunque classe, non conoscono, non pensano, non immaginano altra occupazione in qualsivoglia momento, che guastar donne. E questo senza un'oncia di spirito, nè di grazia, neanche di furberia. Di più, con infiniti ostacoli, per la eterna, immedicabile ipocrisia de' corruttori, delle corrotte, de' superiori e del pubblico.</p>
            <p>Intanto avete qui fra gli associati alla vostra edizione, il Cav. Carlo March. Antici, e mia sorella Paolina, dei quali, senza la loro sottoscrizione, rispondo io. Cercherò di altri quanto più saprò. Avrò caro che mi diate nuove di Giordani, del quale, da Decembre in qua, non so più se viva; e pensate se questo mi duole, scrivendogli sempre inutilmente. Mi offro all'amor vostro, e a' vostri servigi in tutto quello ch'io possa, ma con molto maggiore animo e cura, che per me stesso. Addio. Il vostro Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di N.Fucili (1821)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI D. NATANAELE FUCILI</hi>
               </byline>
               <date>Roma 28 Marzo 1821.</date>
            </opener>
            <p>Stimatissimo Sig.r Conte. L'Opera del Monti in carta ordinaria come desiderava la riceverà forse a giorni per la prima occasione sicura. Dessa ha costato scudi 3, e non si è potuto avere un ribasso, meno che di 2 paoli, chiedendone da principio 32 paoli; per quanto si è stiracchiato. Ella deponga in altro incontro il pensiero di comprar libri in Roma perchè sono a caro prezzo. Pregherò il Sig.r Pierangeli di Monte Santo, che parte a momenti, perchè mi favorisca di portarli dentro al suo baullo.</p>
            <p>Il <hi rend="italic">Raccoglitore</hi> ancora non è venuto.</p>
            <p>Ho fatto delle ricerche per rinvenire il suo articolo; ma per ora non mi è riuscito. Abbia pazienza ancora un altro poco, e raddoppiando le inquisizioni le più esatte, spero di rinvenirlo. L'assicuro che mi è mancato il tempo ma non il volere. Nella futura settimana mi ci occuperò indefessamente. Se Ella però vuol farmi una grazia di cui le ne sarò tenutissimo, s'astenga per carità dai complimenti. Mi comandi liberamente; la prego de' soliti complimenti, massime al suo Sig.r Fratello che tanto stimo, e mi creda suo um.o d.mo obl.mo servo.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Perticari (1821)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIULIO PERTICARI - PESARO.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 30 Marzo 1821.</date>
            </opener>
            <p>Signor Conte Stimatissimo e Carissimo. È dura cosa il domandare, e peggio a chi niente ci deve, anzi di molto ci è creditore. Ma dall'una parte la vostra squisita benignità, dall'altra la disperazione della mia vita mi fanno forza ch'io vi domandi e vi preghi, anzi vi supplichi. E prima di tutto vi chiedo perdono della rozzezza di questo mio scrivere, perchè la tristezza dell'animo, e l'angustia delle cose non mi lasciano tempo nè spazio alla considerazione delle parole.</p>
            <p>Io credo che voi sappiate (per la bontà che avete usata d'informarvi delle cose mie)che dall'età di dieci anni, senz'altro aiuto che l'ignoranza di chiunque ha mai conversato meco, il contrario esempio de' miei cittadini, e la noncuranza di tutti, io mi diedi furiosamente agli studi, e in questi ho consumata la miglior parte della vita umana. Ma forse non sapete che degli studi non ho raccolto finora altro frutto che il dolore. La debolezza del corpo; la malinconia profondissima e perpetua dell'animo; il dispregio e gli scherni di tutti i miei cittadini; e per ultimo, il solo conforto che mi restasse, dico l'immaginazione, e le facoltà del cuore, anch'esse poco meno che spente col vigore del corpo e colla speranza di qualunque felicità; questi sono i premi che ho conseguiti colle mie sventuratissime fatiche. La fortuna ha condannato la mia vita a mancare di gioventù: perchè dalla fanciullezza io sono passato alla vecchiezza di salto, anzi alla decrepitezza sì del corpo come dell'animo. Non ho provato mai da che nacqui un diletto solo; la speranza alcuni anni; da molto in qua neppur questa. E la mia vita esteriore ed interiore è tale, che sognandola solamente, agghiaccerebbe gli uomini di paura. I miei genitori i quali vedono ch'io mi consumo e distruggo in questa prigione, e che vivendo sempre sepolto in un paese, dove non è conosciuto neanche il nome delle lettere, se avessi l'ingegno di Dante, e la dottrina di Salomone, non potrei conseguire una menoma parte di quella fama che ottengono i più scioperati e da poco; sono immutabilissimamente deliberati di non lasciarmi partire di qua, s'io non trovo una provvisione da potermi sostenere a mie spese. E de' miei portamenti, che son tali, quali non si raccontano o non si credono, in questa età mia, di persona che fosse al mondo, mi ricompensano con ricusare ostinatamente di aiutarmi a conseguire quello medesimo che mi dimostrano e prescrivono per necessario. Solamente mi lasciano la misera facoltà ch'io procuri con quasi nessuna conoscenza, e di lontano, quello ch'è difficile ad ottenere con moltissimi aiuti e patrocini, e colla presenza.</p>
            <p>S'è domandato per me al Segretario di Stato il luogo ora vacante di professore di lingua latina nella Biblioteca Vaticana. Ma S. Em. non mi conosce se non per quell'uomo oscurissimo e sconosciutissimo ch'io sono effettivamente. Mi accertano che se Mons. Mai facesse un motto in mio favore al Segretario di Stato, il negozio succederebbe. Io scrivo a Mons. Mai che da qualche tempo conosco per lettere. Ma parimente mi dicono (e m'era parso già di vederlo) ch'egli è persona d'animo freddo, e bisognoso di forti stimoli a prendersi briga per chi si voglia. Ora io posso ben chiedere il benefizio, ma non meritarlo, nè generalmente parlando, nè (in questa mia condizione) con veruno in particolare.</p>
            <p>Conte mio, non monta, e niuno si deve curare ch'io viva; non desidero, anzi per nessuna cosa del mondo non vorrei vivere: ma poichè non posso morire (che se potessi, vi giuro che non finirei questa lettera, anzi che sarei morto da lungo tempo), io domando misericordia alla natura che m'ha dato l'essere appostatamente per vedermi a soffrire, domando misericordia ai pochissimi amici miei, perchè m'aiutino a sopportare, non più la vita, ma gli anni. Io non so se voi tenghiate con Mons. Mai nessuna familiarità: ma sapendo che siete famoso e riverito, come per tutta Italia e fuori, così massimamente in Roma, ho creduto che forse potreste favorirmi in quel modo che vi piacesse, e preso ardire di supplicarvi. Ma perdonate s'io vi fo partecipare della miseria mia con queste odiose querele. Volendo tentare di vincere la mia nera fortuna ho rotto la legge ch'io m'era imposta da gran tempo, che nessuno, fuori di me, dovesse venire a parte della infelicità mia. Perdonate; e non potendo altro, e in qualunque caso, conservatemi la vostra benevolenza; perchè se la natura mi condanna al dispregio ch'io merito, e la fortuna all'odio di molti che non merito, mi resti per ultima consolazione l'amore di pochissimi. Il vostro Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Mai (1821)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANGELO MAI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 30 Marzo 1821.</date>
            </opener>
            <p>Monsignore Veneratissimo. È sempre grave il domandare, tanto a chi domanda, quanto soprattutto al domandato. Ma molto più se chi domanda non ha diritto nessuno al benefizio, ed è primo a domandare; qual è ora il caso mio. Perchè da quando ebbi la fortuna di conoscere V.S. non ho avuto mai nè l'occasione nè la forza di servirla, eccetto col desiderio. Bensì da V.S. sono stato sempre e sommamente favorito. Ed ora in luogo di poterla ricambiare, mi vedo anzi costretto ad implorare da Lei nuovo favore. Ma così accade agli oscuri e piccoli, rispetto agli eminenti ed insigni, coi quali non possiamo comunicare se non colla venerazione o colla gratitudine.</p>
            <p>È stato domandato per me alla Eminenza del Segretario di Stato, il posto di professore di lingua latina, ora vacante in cotesta Biblioteca. Ma Sua Eminenza non mi conosce se non per quell'uomo oscurissimo e sconosciutissimo ch'io sono effettivamente. M'hanno assicurato che se V.S. si degnasse di fare spontaneamente a Sua Eminenza una parola in mio favore, il negozio senz'altro riuscirebbe. Ed io lo credo indubitatamente, considerando la fama e gloria, possiamo dire, unica, della quale V.S. gode, tanto costì, come da per tutto.</p>
            <p>Io non mi sarei mai potuto indurre a molestare V.S. con questa preghiera, e a cimentare la sua benignità con questa forse temeraria e presuntuosa confidenza, se da una parte, non avessi conosciuto per mille prove la bontà squisita del suo cuore, dall'altra, la infelicità della mia vita, non mi ci avesse violentemente strascinato. V.S. che ha più volte avuto la cordialità d'interessarsi alle cose mie; saprà com'io sino dai dieci anni mi sia dato spontaneamente agli studi in maniera, che in questa età d'anni ventidue, quando la gioventù dovrebbe incominciare, ella è già terminata e passata per me. Giacchè a forza di ostinatissime e indiscretissime applicazioni, ho rovinata la mia complessione crescente, indebolita la salute, e vista sopraggiungere la vecchiaia, quando era tempo di raccogliere, mediante la giovinezza, il frutto delle fatiche passate. Oltre a questo, i miei genitori sono stati sempre, e sono tuttavia fermamente determinati, di non lasciarmi uscire di qua, s'io non mi trovo un impiego da mantenermi del mio. Questo impiego non può esser altro per me, che letterario. Io vissuto sempre in un piccolo paesuccio, non ho conoscenze, non amicizie, non appoggi di sorta alcuna. Così che dopo avere perduto ogni altro vantaggio della vita, mi vedo ridotto a perdere intieramente anche quell'ultimo frutto degli studi, che è la conversazione degli uomini insigni, e quel poco di fama, che ogni piccolo uomo si lusinga e desidera di acquistare. Ma chi vive sepolto in un paese come questo, non può mai sperare di farsi, non dico famoso, ma neppur noto in nessuna parte della terra. Tutte le fatiche, tutti i dolori, tutte le perdite che ho sostenute sono vane per me. Io mi vedo qui disprezzato e calpestato da chicchessia; tutte le speranze della mia fanciullezza sono svanite; ed io piango quasi il tempo che ho consumato negli studi, vedendomi confuso colla feccia più vile degli scioperati e degl'ignoranti. Queste ragioni mi hanno fatto forza ad implorare la misericordia di V.S. Non dissimulerò che io le parlo col cuore sulle labbra, e con tutta l'ingenuità di una tenera e rispettosa confidenza. Io sarò debitore a V.S. di molto più che della vita, perchè la vita non è un bene per se medesima; bensì l'infelicità e disperazione totale della vita, è un sommo male quaggiù; e chi ci libera da questa, ci libera da peggio assai che dalla morte.</p>
            <p>M'inchino con tutta l'anima a V.S. per supplicarla di perdonarmi tanta importunità. Finalmente io son uomo da nulla, e s'io perdo tutto il frutto della mia vita; se son destinato a non provar mai, come non ho mai provata, una goccia di bene quaggiù; questo non rileva; e confesso che non disconviene per nessun conto al merito mio. Ma noi siamo naturalmente inclinati a dare grande importanza alle cose nostre: e massimamente quando si tratta di quasi tutta l'esistenza, non abbiamo riguardo d'infastidire, e anche mostrarci temerari con chicchessia. V.S. mi perdoni, ch'io ne la supplico ardentemente; e se mi pongo nelle sue mani, Ella mi accetti per servitore, o infelicissimo o no ch'io debba essere, certo e invariabilmente devotissimo e attaccatissimo alla sua persona, e alle sue virtù singolari.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Perticari (1821)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIULIO PERTICARI</hi>
               </byline>
               <date>
                  <add resp="ed">Pesaro</add> Kal. april. 1821.</date>
            </opener>
            <p>Carissimo amico. La vostra lettera m'ha passato il cuore; nè posso scrivere quanto è il mio rammarico nel vedere tanta virtù in istato sì lagrimoso. Ma è bisogno il far animo: il contrastare alla rea fortuna: il mostrarsi degno del nome di sapiente. Voi potete coll'opere del vostro ingegno meritarvi que' premi eccelsi, che non pendono dall'arbitrio de' potenti, nè dalla invidia, nè dalla malizia degl'impostori; siete nella condizione rarissima del potervi far beato per voi stesso. Che cercate adunque? <foreign lang="lat">Macte nova virtute: sic itur ad astra</foreign>. Ponete mano ad alcun lavoro che v'insegni a tutta Italia: la quale ha già concetta una grande speranza di voi: anzi voi solo conosce nella povera e nuda Marca. Lasciate tutta la tristezza e tutta la malinconia che vi opprime. La sapienza è una cosa lieta, ed altissima, che non s'inchina sui vani timori, e sulle più vane speranze del volgo. Credetemi. <hi rend="italic">Vidi e conobbe anch'io le inique corti</hi>; più felice è quegli che più n'è lontano. Voi vorreste andare a Roma: e dove? al Vaticano. Queste parole sono magnifiche. Nè v'ha certo alcun uomo, da cui sien vinti quelli del <hi rend="italic">Vaticano</hi>, e di <hi rend="italic">Roma</hi>. Ma sapete pur voi che i nomi stanno, ed i suggetti si mutano? Ed io vi dico in verità di cuore, che Roma ha pochi dotti: e che la rea semenza vi toglie il campo alla buona: sì che per dieci fichi vi fruttano mille sorbi. Molto meno poi vi piacerebbe quella nicchia, la quale chiedete nel Vaticano. Primamente io vi nego, che ivi sia un posto di Professore di lingua latina. Egli è posto di <hi rend="italic">scrittore</hi>: cioè di <hi rend="italic">amanuense</hi>; cioè d'opera vile ed ingrata: il terzo tormento dopo la corda e la rima. E voi, nato a nobili ed alte cose, vorrete porre tutta la vostra mente in officio sì vano? Nol credo: e credo che lascerete questa fatica a qualche bue pedagogo: chè tal campo è per le bestie. A questo aggiungasi la povertà della paga: perchè ella è di quindici scudi: i quali appena vi basterebbero per la casa e pel servo. Nè qui finisce la cosa; ma la peggiore sua condizione è quando si osserva dal canto della vostra salute. Perchè lasciamo che il mestiero del copista è il pericolosissimo de' mestieri a chi è gracile, ed ha, come aveva il Berni, un <hi rend="italic">ladro stomacuzzo</hi>. Il gran danno si è quel pestilente cielo, dove dal giugno al novembre l'uomo non vive senza terzane, quartane, quotidiane, e quante sono le generazioni della dea febbre. Talchè in que' mesi S. Piero si muta nel tempio di questa dea. E il gagliardo anzi erculeo Monsignor Mai che facea da <hi rend="italic">spirito forte</hi>, io l'ho visto tremante e pallido infermo: io l'ho udito confessarsi meritevole della pena dovuta alla sua incredulità. Queste cose ho voluto significarvi per vostro governo.</p>
            <p>Non di meno io scriverò al Mai: da cui sono certo che riceverò una risposta tutta adornata di dolci parole ed anche di speranze. Ma voi gli avete già visto il cuore, senza conoscerne la persona: e vi so dire, che non vi siete ingannato. Intanto pensate al vostro bene: e sappiatemi dire s'io debba adoperarmi per voi anche in altre maniere. Chè io mi offero interamente al servigio vostro; siccome a giovine nato ad illustrare la sua casa, e la sua patria colle più alte virtù dell'animo e dell'ingegno. Ma ditemi: perchè non venite a Pesaro per qualche mese? Vi è aperta la casa mia, quella de' Cassi, quella de' Lazzari: avete i Mamiani vostri cugini: avete una città intera piena di gente che vi estima e vi onora più che non credete. Venite adunque fra noi: e così il nuovo cielo, e gli amici nuovi, e le nostre ville, e il nostro mare, ed i libri nostri vi toglieranno ogni amarezza dall'animo; e forse vi convincerete che l'uso il più utile della vita è quello di conservarla interamente alla filosofia ed alle lettere. Ama nos et vale. Tuus ex asse Iulius Perticarius.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di F.Cancellieri (1821)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI FRANCESCO CANCELLIERI</hi>
               </byline>
               <date>Roma 4 Aprile 1821.</date>
            </opener>
            <p>Veneratissimo Sig.r Conte. Niuna cosa potrebbe riuscirmi più grata che quella di conoscerla personalmente, e di poter godere della sua piacevole ed istruttiva conversazione; e mi stimerei veramente fortunato di poter in qualche modo contribuire a farle conferire lo Scrittorato della Lingua Latina nella Biblioteca Vaticana, che lo chiamasse a stabilirsi in questa città. Ma io divenuto un cronico, sempre inchiodato in letto, dove mi trovo per le mie piaghe fin dal principio di novembre, non posso lusingarmi di poter più del degnissimo Sig.r Marchese Antici suo Zio, che è libero a poter girare a fare i necessari impegni, e che gode giustamente, per tutti i riguardi, tanto maggior credito di me. Nondimeno per fare dal canto mio tutto quello che posso per compiacerla, ho fatto parlare in di Lei favore, con la maggior premura, a Mons.r Mai, il quale so che ha gran concetto di Lei, e che prevedo che godrebbe moltissimo di averla in sua compagnia. Debbo però notificarle che essendosi data la giubilazione ad Americo Assennani <add resp="ed">?</add> ed a Michele Carega, è stata sospesa la collazione del posto di Scrittore di Lingua Latina, il quale, allorchè si dovrà conferire, è stato già promesso al Sig.r Antonio Nibby, con viglietto di Segreteria di Stato, procuratogli dal Cav. Tonlinski, Ministro di Prussia.</p>
            <p>Ma per manifestarle la verità, non mi sembra adattato cotesto impiego, che non frutta che soli diciotto scudi il mese, senza la casa, e senza verun incerto, ad uno della sua nobile condizione. Ella dovrebbe sedere vicino ad Amari, a Lanci, a Santucci, a Molajoni, che sono persone private, a Lei molto inferiori; e Le sarebbe di grande incommodo di andare fino alla Vaticana, nelle giornate fredde e piovose dell'inverno. E poi, quanto di più Le sarebbe necessario per la sua commoda sussistenza? Avendo Ella parentela coll'Ecc.ma Casa Mattei, troppo disdirebbe che si fosse procacciato un impiego, che si cerca dai bisognosi di sussidio per vivere. Ella dovrebbe venire in Accademia Ecclesiastica, per farsi merito per qualche anno, e per poi mettersi in Prelatura. Allora ci sarebbe il suo decoro; e con le sue aderenze potrebbe procurarsi la provvista di qualche Canonicato, per non dispendiare in tutto la sua Famiglia nel suo mantenimento.</p>
            <p>Io le ho voluto manifestare la cosa nel suo vero lume, affinchè Ella possa risolvere ciò che stimerà più conveniente.</p>
            <p>Dal suo Sig.r Zio riceverà alcune mie bagattelle, che hanno bisogno di tutta la sua indulgenza, per ottenere il suo compatimento. Non dee in esse valutare che la mia premura di darle de' nuovi attestati dell'altissima stima, pieno di cui mi pregerò sempre di protestarmi suo um.o obbl.mo servitore.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di F.Melchiorri (1821)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI FERDINANDA MELCHIORRI</hi>
               </byline>
               <date>Roma 7 Aprile 1821.</date>
            </opener>
            <p>Caro Giacomo. Per tranquillizzarvi sul rapporto della mia salute scrivo due soli versi, perchè non ho potuto oggi farlo. Io sto meglio, e il sangue levato mi ha giovato assai. Domani incomincio una purga di latte di somara, che spero mi gioverà perfettamente. Vi ringrazio senza fine, caro Giacomo, per la premura che vi prendete della mia salute; conosco da ciò il vostro affetto per me. Nulla poi mi dovete per tutto il resto; vorrei le mie premure vederle realizzate. Non ho potuto vedere ne' scorsi giorni una persona, dalla quale speravo sapere qualche cosa. Avrete a quest'ora avuto risposta da monsignor Mai. Secondo quella regolatevi, e se credete, scrivete pure al Segretario di Stato. Forse potrebbe giovare. Io però gli farò rinnovare le istanze da altra persona. State di buon animo. Iddio è buono, e ci consolerà. Amatemi, e siate certo di essere corrisposto.</p>
            <p>Addio. La vostra affettuosa Zia.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Perticari (1821)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIULIO PERTICARI - PESARO.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 9 Aprile 1821.</date>
            </opener>
            <p>Caro e desiderato Amico. Non vorrei molestarvi colle parole. Ma parendomi che la vostra elegantissima e cordialissima domandi pure qualche risposta, rispondo.</p>
            <p>Della compassione che mi concedete, quantunque rarissima in questo mondo, e verso me quasi unica, non vi ringrazio, perchè qual ringraziamento è pari alla virtù? Mi confortate amorosamente ch'io non mi lasci vincere dalla tristezza, e mi ricoveri nella sapienza. Conte mio, fu detto con verità che quegli che non è stato infelice non sa nulla; ma è parimente vero che l'infelice non può nulla: e non per altro io credo che il Tasso sieda piuttosto sotto che a fianco de' tre sommi nostri poeti, se non perch'egli fu sempre infelicissimo. Tutti i beni di questo mondo sono inganni. Ma dunque togliete via questi inganni: che bene ci resta? dove ci ripariamo? che cosa è la sapienza che altro c'insegna fuorchè la nostra infelicità? In sostanza il felice non è felice, ma il misero è veramente misero, per molto che la sapienza anche più misera s'adopri di consolarlo. Era un tempo ch'io mi fidava della virtù, e dispregiava la fortuna: ora dopo lunghissima battaglia son domo, e disteso per terra, perchè mi trovo in termine che se molti sapienti hanno conosciuto la tristezza e vanità delle cose, io, come parecchi altri, ho conosciuto anche la tristezza e vanità della sapienza.</p>
            <p>Le corti, Roma, il Vaticano? Chi non conosce quel covile della superstizione, dell'ignoranza e de' vizi? Ma presso a poco tutto il mondo è purgatorio. Questo è proprio inferno, dove bisogna che l'uomo guardi bene di non mostrare che sappia leggere; dove non si discorre d'altra materia che di nuvolo e di sereno, o vero di donne colle parole delle taverne e de' bordelli; dove mentre per l'una parte non resta all'uomo di senno altra occupazione che gli studi, altro riposto che gli studi, per l'altra parte in tanta distanza di ogni paese e d'ogni animo colto, manca agli studi anche la speranza della gloria, ultimo inganno del sapiente. Perchè volendo comporre, lascio che i concetti e le voci dello sciagurato rassomigliano allo strido sempre unisono degli uccelli notturni, ma in questa mia condizione manca l'intento e il frutto dello scrivere, non potendo primieramente stampare, nè stampando divulgare. <hi rend="italic">Professore</hi> vi scrissi nel modo che mi scrivevano da Roma. Ancor io l'interpretava <hi rend="italic">scrittore</hi>, e non m'ingannava, secondo quello che voi m'avvisate. Uffizio vile: ma qual cosa è più vile della mia vita? La quale ora è tutta inutile; e s'io ne potessi spendere una metà gittando l'altra, mi sarei pure avvantaggiato non poco. Nè già posso aspirare a luoghi maggiori in tanta povertà di mezzi. Oltre che ottenuto come che sia l'arbitrio di me stesso, e venuto in parte dov'io potessi vedere e parlare, forse conseguirei, non dignità nè ricchezze nè cose tali che non ho mai nè sperato nè curato, ma una tal condizione che la mia vita non fosse tutt'uno colla morte.</p>
            <p>Al vostro caro e pietoso invito rispondo ch'eccetto il caso di una provvisione, io non potrò mai veder cielo nè terra che non sia recanatese, prima di quell'accidente che la natura comanda ch'io tema, e che oltracciò, secondo natura, avverrà nel tempo della mia vecchiezza; dico la morte di mio padre. Il quale non ha altro a cuore di tutto ciò che m'appartiene, fuorchè lasciarmi vivere in quella stanza dov'io traggo tutta quanta la giornata, il mese, l'anno, contando i tocchi dell'oriuolo.</p>
            <p>Ma già mi vergogno di parlare sì lungamente di me stesso. Il perchè l'abbia fatto, l'ho posto nel principio; vale a dire, acciò che il silenzio non paresse sconoscenza o noncuranza de' vostri avvertimenti e dell'amor vostro. Delle profferte generose che mi fate di adoperarvi in vantaggio mio, vi rendo grazie con tutta l'anima. Vogliatemi bene: e s'io vi potrò mai stringer la mano e abbracciarvi, vedrete un uomo vinto ma non guasto dalla mala fortuna, e vinta la mente ma non il cuore, nè la facoltà degli affetti, sebbene illanguidita. Il vostro tenero e devoto Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Mai (1821)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANGELO MAI</hi>
               </byline>
               <date>Roma 14 Aprile 1821.</date>
            </opener>
            <p>Sig.r Conte carissimo. Non necessarie, attesa la di Lei fama; e poco utili, attesa la circostanza, riescono le molte lodi che io ho fatte del raro di Lei ingegno e vasta dottrina, sì prima che dopo la di Lei lettera. Non so dubitare che i corrispondenti di V.S. non l'abbiano fin dal principio avvisata, che il Sig.r Cardinale ha deciso che si faccia il concorso a tenore delle costituzioni pontificie; e tale risposta hanno riportato tutti gli aspiranti (e sono molti e caldissimi) che hanno chiesto il posto. Il concorso non è stato finora aperto; ed è ora impossibile che io le dica quando vi sarà tempo, comodo, e volere di aprirlo; essendo tutto ciò estraneo a' miei diritti, e totalmente devoluto al Card. Bibliotecario.</p>
            <p>Dissento poi pienamente da V.S. intorno ai motivi che mi allega di amarezze e di malinconie. È falso che Ella sia poco nota; chè anzi è celebratissima. Non le accordo neppure che la gloria sia sorgente di felicità. Questa felicità (intendo quaggiù in terra) consiste, secondo me, nella salute del corpo e nella tranquillità dello spirito. V.S. perciò dee far opera di confermarsi in salute, essendo ancora in tempo per benefizio della gioventù; e non curare la gloria se non in quanto gioverà alla contentezza del di Lei animo. Tanto le scrivo in fretta in un giorno occupatissimo dalle corrispondenze; ma me le confermo di cuore servo e amico vero.</p>
         </div1>
         <div1 n="A F.Cancellieri (1821)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A FRANCESCO CANCELLIERI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 16 Aprile 1821.</date>
            </opener>
            <p>Chiarissimo Signore, Padrone ed Amico stimatissimo. Le notizie, che V.S. ha favorito di comunicarmi intorno alla collazione già promessa del noto impiego, non mi erano giunte da verun'altra parte e perciò tanto maggiormente le ne rimango tenuto. Le osservazioni poi che V.S. si compiace di fare in proposito, sono giustissime, e cordialissime, ed io ne la ringrazio più di quello ch'io possa esprimere. Se però Ella conoscesse da vicino le mie circostanze, forse potrebbe concepire un'altra opinione. Giacchè convien porre per base, che io non potrò mai uscire di questa miserabile città o piuttosto sepoltura, fuorchè trovando un impiego col quale mi possa mantenere senza nessuna, o quasi nessuna spesa de' miei. Sia per impotenza, sia massimamente per volontà, mio padre è infallibilmente determinato a non mantenermi fuori di qui a sue spese; di maniera che non trovando impiego, io non metterò piede fuori di Recanati fino all'età di sessant'anni secondo il corso naturale. Ora Ella vede che di prima uscita, e specialmente nella oscurità, e debolezza di mezzi in cui mi trovo, è impossibile conseguire un impiego, se non di pochissimo conto. E questo pure mi sarà difficilissimo l'ottenerlo: ma in ogni caso, bisogna ch'io mi contenti del poco, ovvero mi determini a passar tutta la mia vita in questo luogo, vale a dire in una perfetta inutilità. Ma di questo non accade far lungo discorso, e già da gran tempo io fo conto di non esser nato, giacchè la mia fortuna ha voluto che, quanto a questo mondo, mi fosse molto più espediente il non vivere, che il vivere.</p>
            <p>Mi addolora estremamente la notizia de' suoi presenti incommodi di salute. Mi consola la speranza che col ritorno della buona stagione, Ella debba sentirsene alleggerito. E prego di cuore il cielo a compiere in questo il mio desiderio. Attenderò con impazienza i lavori, certamente e secondo il consueto dottissimi, ch'Ella mi dona. E di ciò la ringrazio senza fine, come ancora delle premure che si è compiaciuta di fare usare in favor mio con Monsignor Mai. Queste grazie confermano la riconoscenza vera e cordiale, ch'io le professo da gran tempo, e seguirò a professarle perpetuamente; desiderando ch'Ella mi adopri come suo devotissimo obbligatissimo servitore ed amico Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Brighenti (1821)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO BRIGHENTI</hi>
               </byline>
               <date>Bologna 25 Aprile 1821.</date>
            </opener>
            <p>Mio buon Amico. Scusate se tardi rispondo alla cara vostra del 26 marzo: ma io sono stato pienissimo d'imbarazzi non solo per la edizione del Giordani, quanto per altre cose, e queste molto noiose e spiacevoli al solito di chi si trova nelle mie circostanze. Vi accludo la lettera che Giordani mi dà per inviarvi, a seconda de' vostri desiderj. Egli vi saluta, e vi dice tante cose di amicizia. Anche il conte Trissino mi ha scritto di ricordarvi la sua costante affezione e riverenza. - Ebbi il denaro che mi spediste; ma qui non è stato possibile trovare il libro del Lucchesini, che mi ordinaste. Ho dunque a vostro credito paoli sei. -  Per la posta sotto fascia spedisco a voi, alla signora Contessa Paolina vostra sorella e al signor Marchese Antici il volume pubblicatosi delle opere Giordani. È il settimo della collezione, ed è il primo degli articoli della <hi rend="italic">Biblioteca italiana</hi>. A giorni avrete anche il compimento dell'<hi rend="italic">Abbreviatore</hi>, e per giunta il mio discorso sul cantante Babini, che fu grandissimo artista: ma questo discorso vi prego a darlo a leggere ad altri, senza che lo leggiate voi. Temerei che la meschinità del lavoro vi facesse diminuire in cuore l'affetto, che mi avete generosamente donato. Contentatevi dunque di osservare la tavola del ritratto, e poi mettetelo da parte. - Diramato che avrò e il Babini, e l'<hi rend="italic">Abbreviatore</hi>, io sarò un poco più libero, giacchè non avrò altra occupazione che il Giordani. Vi supplico a scrivermi spesso, e lunghissimamente. Le vostre lettere mi recano molto conforto. Vi ringrazio di ogni vostra amorevolezza: vi auguro buon esito col Mai. Oh! quanto sarei consolato di sentirvi in Roma, e ben collocato. - Il nostro Giordani sta sempre male di salute, ed è tristissimo. Io gli ho scritto che venga da noi, ma indarno. Potete credere come ne sono travagliato.</p>
            <p>Addio egregio Amico. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Brighenti (1821)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO BRIGHENTI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 27 Aprile 1821.</date>
            </opener>
            <p>Carissimo Amico mio. Risposi ai 26 del passato alla vostra ultima, e vi spedii per la posta scudi 2. Desidererei sapere se vi son giunti. Vi mandai ancora due associazioni che aveva potuto proccurare alla vostra impresa, alle quali ora aggiungo quella di Monsignor Trevisani in Roma, che si è associato alla medesima impresa per mezzo mio. Di questa associazione, come delle altre due risponderò io: e manderete i volumi a me, che penserò a soddisfarvi per parte degli associati. Se le vostre occupazioni vi costringono a tacere con me, almeno non dimenticate il vostro amico, che non si dimentica certo di voi; e scrivendo a Giordani, non tralasciate (che ve ne prego con tutto il cuore) d'informarlo del dolore che mi porta il suo lunghissimo silenzio, e del desiderio che tengo delle sue notizie. Datemi anche delle vostre, se potete, e se vorrete farmi la cosa più grata che possiate. Addio addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Brighenti (1821)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO BRIGHENTI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 11 Maggio 1821.</date>
            </opener>
            <p>Ringrazio sommamente e Voi della premura, e il nostro Giordani della tanto affettuosa lettera che si è compiaciuto di scrivere in mio favore al Mai. L'ho subito mandata, ancorchè le notizie che ricevo da Roma mi levino oramai di speranza. Dal tomo di Giordani che avete pubblicato, mi piace assai di vedere che non dimenticate gli articoli della <hi rend="italic">Biblioteca Italiana</hi>. Siccome io dubitava di questo, ricordandomi della poca affezione che Giordani mi dimostrò in voce verso quegli articoli, così avendogli riletti poco fa nella <hi rend="italic">Biblioteca Italiana</hi>, e forse invidiati anche più che ammirati, m'era risoluto a scrivervi che induceste Giordani anche da mia parte, a non volerli tralasciati in nessun modo. Io penso che se molti de' nostri sapessero scrivere in quella maniera, non dico solamente quanto alle parole, ma quanto alle cose; la letteratura italiana seguiterebbe ad esser la prima d'Europa, come è già poco meno che l'ultima. Ringraziate e salutate tanto il mio caro Giordani, pregatelo ardentemente in nome mio che si faccia coraggio, e ditegli, se volete, ch'io sto preparando un'operetta in prosa, che forse non gli sarà discaro di vedere.</p>
            <p>Scrivendo al Conte Trissino, fatemi grazia di riverirlo da mia parte; e dirgli che il 19 di Febbraio risposi all'ultima sua, ma credo smarrita al solito quella risposta. I paoli sei che dite di tenere a mio credito, servono per le tre copie Giordani spedite, l'una a mia sorella, l'altra al Marchese Antici, la terza a Monsignor Trevisani in Roma, se gliel'avete spedita, conforme vi dissi nell'ultima mia, ch'egli entrava fra gli associati, e del pagamento avrei risposto io.</p>
            <p>Leggerò certo, e con molta attenzione l'elogio del vostro amico Babini, sapendo ch'è opera vostra; e ve ne ringrazio fin da ora, sebbene vi piace di fare il modesto con me. Vorrei che fosse vero che le mie lettere vi consolassero, come mi dite, ed allora non vorrei far altro che scrivervi. Ma benchè non mi persuada di potervi dare nessun conforto colle scritture, tuttavia, conoscendo la proprietà de' cuori gentili, non discredo che vi debba piacere l'accertarvi della mia tenera ed immortale amicizia. Alla quale potete ben credere senza ingannarvi. Seguite a volermi bene, e scrivetemi ogni volta che potrete.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Brighenti (1821)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO BRIGHENTI</hi>
               </byline>
               <date>Bologna 16 Maggio 1821.</date>
            </opener>
            <p>Caro carissimo Amico. Sono stato in una pena diabolica per timore che fosse andata smarrita quella mia lettera, che vi accompagnava l'altra del nostro Giordani per l'abate Mai. La vostra dell'11 mi ha tranquillizzato. Spiacemi però sentire che credete svanite le speranze. Ma ricordatevi che bisogna tener fermo, e perseverare senza stancarsi. Vedrete che finirete coll'ottenere. I grandi si vincono per la importunità molto più che col merito. È questa pur troppo una verità di evangelo. - Ho piacere che vi sia gradito il pensiero di raccogliere gli articoli della <hi rend="italic">Biblioteca italiana</hi>. Veramente Giordani non li apprezza ciò che vagliono, ma io sono del parer vostro, che lo stile e la materia vanno di passo eguale per richiamare la maggiore ammirazione. E la sventura d'Italia è che niuno si mostri egualmente valoroso, chè allora le nostre lettere trionferebbono. Tocca a voi, buon amico, il far tanto. Abbiamo bisogno di libri che si facciano leggere facilmente, e di questi manchiamo, e mancammo: però hanno avuto tanta voga fra noi i libri stranieri.</p>
            <p>Io ho fatto ogni possibile per rasserenare il nostro Giordani delle sue atroci melanconie: non ispero di riuscirne. È ostinato a non volere sortire di quella brutta Piacenza, e io colà non posso andare, perchè la rea fortuna mi tiene sempre senza un soldo. Se avessi potuto dare una corsa sin là, avrei forse più efficacemente tentate le persuasive, e gli uffici dell'amicizia. A lui scriverò i vostri sentimenti.</p>
            <p>Saluterò pure il Trissino per voi, e già lo feci altra volta nelle mie ultime. Sollecitate questo libro che volete dare al pubblico. Sono certo sin d'ora che sarà bellissimo.</p>
            <p>A Monsignor Trevisani spedisco oggi la copia del Giordani. Vi ho accreditato di paoli 5 per le tre copie, conforme mi avvertite.</p>
            <p>Quando penso che vi debbo spedire quel mio discorsetto del Babini, mi vergogno precisamente, come se vi dovessi porre a parte di una mia solenne debolezza. Però vi raccomando, che leggendolo, pensiate sempre, che io ho diritto all'amor vostro non per essere letterato, ma perchè vi amo, e vi riverisco. E non credete questo orgogliosa e falsa modestia: ma sincerità e persuasione verissima. Io l'ho stampato per questo solo, per provare a chi occorre, che pure sarei capace di minutare anch'io una lettera burocratica, al pari di tanti altri che si godono ricchi assegni, mentre io vivo nella miseria. Fuori di questo caso, io sapeva bene l'uso, che meritava questa scrittura. Figuratevi che io non ho mai studiato letteratura, e fuori che l'averne qualche barlume, io non so quello che mi dica o mi faccia: e ve ne accorgerete, o ve ne sarete accorto.</p>
            <p>Vi prevengo che ebbi anche la vostra 27 aprile.</p>
            <p>Amatemi, mio buon'amico, e amiamoci, chè in questo la rea fortuna non potrà porre veleno. Perdonatemi la pessima maniera di esprimermi; ma scrivo sempre senza la quiete necessaria a dire le cose come meglio si potrebbe. Voi siete buono, e spero che accoglierete i miei strambotti compatendoli, e donandoli alla nostra confidente amicizia. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Brighenti (1821)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO BRIGHENTI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 28 Maggio 1821.</date>
            </opener>
            <p>Caro ed egregio Amico. Ho ricevuto e letto con vero piacere (oltre la vostra ultima 16 spirante) l'elogio del Babini; del quale vi ringrazio particolarmente. L'ho trovato scritto con eleganza notabile e straordinaria senza fallo in tali lavori d'accademie o di scuole, che quasi sempre si raccomandano alla misericordia di chi legge o ascolta. Non dubito che non abbiate riscosso gli applausi che vi convenivano. E passando dallo stile alla materia, che importa assai più, non posso abbastanza lodarvi del vostro zelo per la riformazione degli spettacoli italiani; spettacoli barbari, e simili oramai a quelli della China. Le vostre osservazioni sono veramente utili, e a questo debbono mirare (e non mirano) gli scrittori: dico a giovare ai loro contemporanei, come cercavano di fare tutti gli antichi e tutti i classici, che non sarebbono classici se non avessero scritto per altro fine che di scrivere. Io non credo che dopo la Spagna, in punto spettacoli barbari, si possa addurre nell'Europa colta verun esempio di maggior corruzione, che l'Italia. Conseguenza pur troppo naturale dell'aver noi perduto il nome e la sostanza di nazione. Farete gran servigio all'Italia pubblicando l'opera che promettete sugli spettacoli, e dovranno ringraziarvene tutti i buoni.</p>
            <p>Non vi stancate de' vostri pietosi offici con Giordani. Io non posso più nè scrivergli nè riceverne alcuna lettera; non so per qual motivo. Fate dunque voi le mie parti, e pregatelo che non si scordi di me, che s'accerti della mia continua memoria, e del mio sempiterno e svisceratissimo affetto.</p>
            <p>Vi esorto con tutta l'anima a proseguire con fervore la bella impresa che avete incominciata. Vogliatemi sempre bene, e credetemi perpetuamente vostro immutabile e tenero e candido amico Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Brighenti (1821)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO BRIGHENTI</hi>
               </byline>
               <date>Bologna 6 Giugno 1821.</date>
            </opener>
            <p>Mio buono e carissimo Amico. Vi ringrazio senza fine della cortese indulgenza colla quale avete accolto il mio <hi rend="italic">Babini</hi>. Non posso dissimularvi che mi sembra che il libretto sia stato generalmente ben accolto: ma io temerò sempre che lo stile non paia gonfio, a questi dì che non si vorrebbe se non prosa da santi padri. Vedete cos'è anche la letteratura. Trent'anni fa il mio discorso sarebbesi giudicato rasente il terreno, e oggi diranno molti che è troppo gonfio. Quanto alla materia, credo per vero che sarebbe necessario ascoltarmi più attentamente quando grido che gli spettacoli sono pessimi, e sono (come dite benissimo) barbari, e degni d'essere paragonati a quelli degli Spagnuoli. L'Italia è divenuta serva di ogni altra nazione, così nello stato civile come nelle facoltà degli studi: e il peggio è ch'ella non sembra voler raccogliere dagli stranieri se non ciò che hanno di più tristo e falso. Ma io, almeno per ora, non darò mano a quel trattato sugli spettacoli, il quale ho promesso. Ho già esperienza che per iscrivere qualche cosa, è necessaria molta quiete di animo e molta libertà di persona. Io, caro Amico, non ho nè l'una nè l'altra, perchè troppo mi trovo lacerato e trafitto dalle penose mie circostanze, le quali mi tengono sempre indeciso, se debbo attendere la morte, o provocarla: tanto la mia fortuna è al disopra di ogni mio sforzo a combatterla. E anche del mio <hi rend="italic">Babini</hi>, quanto ad averlo stampato, ora mi trovo pentito, e maledico l'ora e il momento che feci l'altissima corbelleria di stamparlo, affidato alle lusinghe datemi per parte del mio Mecenate; il quale invece di sovvenire a porzione delle spese, si è disbrigato ora con una stolta lettera, di lodi non competenti, da ogni altro impegno. Siamo pure a' perfidi tempi! Quanto era meglio educare le gambe, che la testa! Io muoio di fame, mentre due ballerini del teatro di Bologna, che ballano 5 soli minuti, hanno ottomila franchi di paga per 30 recite, e notate che questi due ballerini sono tanto mediocri nell'arte loro, quanto io sono piccolo e debole nell'arte dello scrivere. Ma ritornando al modo di comporre libri, io sono precisamente del vostro avviso, e come ho saputo l'ho seguito, cioè di cercare che le scritture mirino sempre a qualche utilità, chiamando i leggitori a conoscere delle verità, a detestare degli errori, insomma a rettificar le idee, solo mezzo da rendere migliori e meno infelici le generazioni venture. Molti potrebbero dire che già vi sono libri, che dissero innanzi le stesse cose: ma io credo che ciò non debba impedire i pari miei dal ripeterle, lasciando ai pari vostri il pregio più grande di alzarsi alle cose nuove. Quando i libri hanno una certa età, addivengono il patrimonio de' soli dotti, e per le mani del comune più non vanno. Allora usciamo noi fantaccini dell'armata letteraria, e trovando qualche pretesto, veniamo a parata con le aste antiche, se non che le rendiamo più maneggevoli con lo spogliarle di quanto all'uso de' moderni non serve, e qualche volta affilandone le punte. Ma io non mi accorgo che prèdico a un gran predicatore. Scusate per carità, e donate queste mie ciancie alla nostra confidente amicizia.</p>
            <p>Il nostro Giordani è andato a Milano. Ebbi ieri l'altro sue lettere, e m'incarica di dirvi che vi ama e vi adora sempre. Egli mi ha accluso da spedirvi l'unita lettera, il tenore della quale lo ha molto afflitto. Ma pur troppo, e tremo nel dirlo, non vi è rifugio per l'uomo dabbene. Quando penso che io conosco almeno venti ricchi che spesero 100 mila franchi per comprare un vasellame da tavola, il quale essendo di porcellana, un istante può bastare a fracassarlo, o una nuova moda renderà ridicolo in pochi anni; e penso che non ne conosco uno che desse dieci paoli in favore degli studi, io mi arrabbio contro coloro stessi, che vanno pure ingannando la gioventù persuadendola che dagli studi avranno onore e profitto. E notate, cosa verissima, che in tutti i governi presenti si fa il medesimo di que' ricchi dalle porcellane di Parigi. Si gettano sacchi d'oro a funzionari pomposi e ignoranti, e per gli studi si grida sempre che è necessaria l'economia, e che il tesoro pubblico fallirebbe se pagasse convenientemente le persone che agli studi debbono impiegarsi: intanto persino gli spioni vanno in cocchio, e sono la delizia de' circoli dei nostri patrizi.</p>
            <p>Scrivo a Giordani le linee della vostra lettera, che lo riguardano. Egli è sempre melanconico e tristissimo, e vivo per lui in un affanno continuo. Credo che se io potessi vederlo, e parlargli, riuscirei a sollevarlo, per l'amore che mi porta; ma la maledetta mia povertà m'impedisce di muovermi. Alcuni suoi amici di qui mi avevano detto di volermi dare una trentina di scudi, perchè potessi andare a trovarlo, e cercare di condurlo in qua; ma potete figurarvi che questo nobile e veramente lodevole pensiero di fare così piccolo sacrificio per uomo sì grande, è svanito come sogno. Se si trattasse di fare una cena, o un ballo, il pensiero sarebbe realizzato, e si sarebbono trovati 300 scudi invece di 30. Sento dire che il mondo è sempre stato così perfido e vile; ma riandando pur colla mente le pochissime memorie che ho lette delle faccende antiche, mi pare che vi sieno stati almeno de' casi particolari che onorassero le generazioni de' nostri vecchi; al dì d'oggi io non ho da ricordare un esempio de' viventi. Carrozze, cavalli, livree, pranzi, vestiti, fasto insolente, impudentissimo meretricio, poi raggiri, poi cabale, poi tradimenti, poi perfidie ecc. ecc. ecc., ecco gl'idoli soli che tengono occupata la illuminata razza de' nostri confratelli, e delle nostre consorelle, che popolano questa bellissima Italia in questo divinissimo secolo.</p>
            <p>Addio, eccellente amico, e uomo raro, e ammirabile. Ricordatevi che voi siete e sarete sempre da me amato e riverito come il bene e il conforto principale che io mi abbia nel mondo: tanto apprezzo le virtù vostre, e riposo nella vostra preziosa benevolenza. Il vostro svisceratissimo amico e servo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di F.Melchiorri (1821)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI FERDINANDA MELCHIORRI</hi>
               </byline>
               <date>Roma 13 Giugno 1821.</date>
            </opener>
            <p>Mio caro Giacomo. Dirai che mi sono dimenticata di te perchè più non ti ho scritto da tanto tempo, ma non è vero. Il mio affetto è sempre lo stesso, e la memoria di te è sempre la sollecitatrice del medesimo. Se non ho scritto, molte volte è stato effetto di quell'incomodo di occhi che mi rende pigrissima, molte di malinconia, e molte di qualche briga che sembra proprio assalirmi ne' giorni di Posta. Tuttavia non ne abbi a male, e se qualche volta va troppo a lungo il mio silenzio, scuotilo con scrivermi, e così sarò immancabile nel risponderti. Non ho trascurato neppure il tuo affare, ma per mia disgrazia non per anco mi si apre strada a favorirti. Confida in Dio, e spera che esso non ti abbandonerà. Se sai qualche cosa, scrivimi; chè farò di tutto per consolarti. In quanto a me, me la passo al presente di salute bene, ma di spirito molto melanconica. L'allontanamento di mio Fratello e sua Famiglia ha di più accresciuta la medesima, che al certo in qualche momento era meno forte colla loro compagnia. Il mio cuore non ha risentito più pace dopo ciò che lo ha ferito; la sente però nella rassegnazione alli divini voleri. Se non fosse accaduta questa per me terribile perdita, io sarei stata tra voi nell'estate; ma il mio dolore non mi ha permesso di venire, sebbene ne sia stata tanto sollecitata da Vito, perchè ero certa che l'avvicinamento a que' luoghi, ove ogni cosa mi avrebbe rammentata la cara mia Madre, avrebbe egualmente oppresso il mio cuore, e quindi pregiudicata la mia salute, che è stata abbastanza alterata da questo colpo. Ho dunque riportato ad altro tempo il piacere di rivedere altri oggetti a me cari, tra' quali conto voi per uno de' primi. Caro Giacomo, datemi la consolazione di sentirvi bene, e scrivetemi qualche volta. Salutate caramente vostro Padre, la Mamma, li Fratelli, la Sorella, e di nuovo rallegratevi seco del suo prossimo collocamento. Gradite li saluti di mia Figlia e mio Marito. Ora ho un pensiere di più, cioè il Figlio Camillo che ho ripreso dal luogo della sua educazione per timore degli assassini. Dio voglia che possa collocarlo altrove, affine di non fargli perdere ciò che ha guadagnato. Addio. Amatemi e credetemi sempre la vostra Zia affettuosa.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Giordani (1821)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO GIORDANI - MILANO.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 18 Giugno 1821.</date>
            </opener>
            <p>Odo che tu sei costì, e sperando che il corso delle poste verso Milano debba essere più diligente che verso Piacenza, rompo quel silenzio che la nostra amicizia ha tenuto sì lungo tempo. Ebbi la lettera che scrivesti in mio favore, e la risposta. Dell'una e dell'altra ti rendo quelle grazie ch'io posso, cioè sommamente minori della obbligazione ch'io ti porto nell'animo, riconoscendoti per quell'uomo stupendo e incredibile, più sollecito del bene o del male altrui, che non del proprio. Dammi nuove di te, sebbene io tremo nel domandartene, temendo ch'elle abbiano ad essere le consuete e dolorose. Ma dimmi, non potresti tu di Eraclito convertirti in Democrito? La qual cosa va pure accadendo a me che la stimava impossibilissima. Vero è che la Disperazione si finge sorridente. Ma il riso intorno agli uomini ed alle mie stesse miserie, al quale io mi vengo accostumando, quantunque non derivi dalla speranza, non viene però dal dolore, ma piuttosto dalla noncuranza, ch'è l'ultimo rifugio degl'infelici soggiogati dalla necessità collo spogliarli non del coraggio di combatterla, ma dell'ultima speranza di poterla vincere, cioè la speranza della morte. La mia salute non è buona ma competente, e tale che in quanto a lei non dovrei disperare di vivere a qualch'effetto. Vo lentamente leggendo, studiando e scrivacchiando. Tutto il resto del tempo lo spendo in pensare, e ridere meco stesso. Ho per le mani il disegno e la materia di una che vorrei chiamare operetta, ma questa materia mi cresce tuttogiorno in modo che sarò forzato a chiamarla opera. Come avrò finito di prepararla, se a Dio piacerà, metterò mano a fabbricarla, e credo che sarà presto. Ho voluto scriverti queste ciance per soddisfare all'amorevolezza che ti suol condurre a desiderare informazione delle cose mie. Rendimi il contraccambio; e ragguagliandomi della tua condizione, Dio voglia che tu mi possa confondere, e farmi restare cattivo indovino. Addio addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Brighenti (1821)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO BRIGHENTI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 22 Giugno 1821.</date>
            </opener>
            <p>Mio Caro. La vostra ultima mi ha riempito di dolore e di compassione. Vi aspettereste voi ch'io predicassi il coraggio e la confidenza? E pur sì: anzi voglio che stiate di buon animo e confidiate. Colui che disse che la vita dell'uomo è una guerra, disse almeno tanto gran verità nel senso profano quanto nel sacro. Tutti noi combattiamo l'uno contro l'altro, e combatteremo fino all'ultimo fiato, senza tregua, senza patto, senza quartiere. Ciascuno è nemico di ciascuno, e dalla sua parte non ha altri che se stesso. Eccetto quei pochissimi che sortiscono le facoltà del cuore, i quali possono aver dalla loro parte alcuni di questo numero: e voi sotto questo rispetto siete superiore a infiniti altri. Del resto o vinto o vincitore, non bisogna stancarsi mai di combattere, e lottare, e insultare e calpestare chiunque vi ceda anche per un momento. Il mondo è fatto così, e non come ce lo dipingevano a noi poveri fanciulli. Io sto qui, deriso, sputacchiato, preso a calci da tutti, menando l'intera vita in una stanza, in maniera che, se vi penso, mi fa raccapricciare. E tuttavia m'avvezzo a ridere, e ci riesco. E nessuno trionferà di me, finchè non potrà spargermi per la campagna, e divertirsi a far volare la mia cenere in aria. Io vi prego con tutto il cuore a farvi coraggio, non perchè non senta le vostre calamità, chè le sento più delle mie: bensì perchè credo che questa vita, e questo uffizio di combattere accanitamente e perpetuamente, sia stato destinato all'uomo e ad ogni animale dalla natura.</p>
            <p>Scrissi al nostro Giordani, a' 18 di questo, a Milano. Vedrò se le mie lettere verso quella parte hanno miglior fortuna. Mi scriveste mesi fa di una traduzion latina della mia Canzone al Mai, della quale non ho avuta altra notizia nè prima nè dopo. Se ancora l'avete, vorrei divertirmi un poco a vedere come sono stato inteso, e mi fareste piacere a mandarmela per la posta. Non uscirà certo dalle mie mani. Datemi qualche notizia della vostra edizione. Della gonfiezza di stile nel vostro <hi rend="italic">Babini</hi>, io non mi accorgo, anzi mi par molto castigato. Amami, caro Brighenti, e ridiamo insieme alle spalle di questi coglioni che possiedono l'orbe terraqueo. Il mondo è fatto al rovescio come quei dannati di Dante che avevano il culo dinanzi ed il petto di dietro; e le lagrime strisciavano giù <hi rend="italic">per lo fesso</hi>. E ben sarebbe più ridicolo il volerlo raddrizzare, che il contentarsi di stare a guardarlo e fischiarlo. Il tuo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1821)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>Milano 27 Giugno <add resp="ed">1821</add>.</date>
            </opener>
            <p>Mio adorato Giacomino. Ricevo la tua del 18, la quale un poco mi consola, per quanto possono esserci consolazioni per noi. Ma per te ci sono certamente speranze, e grandi. Intanto mi giova che il tuo animo grandissimo si pasca di lavori degni. Ma per carità abbi cura della salute: questa importa sopra tutto: te la raccomando senza fine. Di Carlino e Paolina non mi dici nulla: ti prego di salutarmeli carissimamente, e darmene nuove. Io starò qui almeno tutto luglio. La mia salute è perita irrecuperabilmente: perchè quale speranza di guarire d'un male nervoso che dura più di tre anni? Il mio unico consolatore, il povero cervello, è morto, senza speranza di risurrezione. I miei occhi non soffrono più di leggere: le mie tristezze sono un oceano senza lidi e senza fondo, nel quale andrebbe sommersa l'allegria di un mondo. Io sopporto tutto questo con una pazienza stupida, come si sopportano i mali che non hanno rimedio nè speranza, e sono eccessivi. Tu non ti contristare di me. Fa conto (come fo io) che io son morto; se non che io ti amo ancora indicibilmente; e ti amerò finchè mi rimanga un pensiero. Addio caro: oh se potessi prima di chiuder gli occhi udire una qualche lieta nuova del mio Giacomino! Io ho perduto la sanità e la mente, e tutto quello che è vita, non potendo resistere a tanta e sì lunga guerra di dolore de' mali altrui, che non mi ha lasciato pensare a' miei proprii. Almeno avessi qualche conforto in qualche bene d'alcuno de' più cari e degni. Giacomino mio: dimmi qual è l'opera che ti occupa: dimmi che fanno Paolina e Carlino: ripetimi quel che già so, e per ciò più mi giova l'udirlo, che mi ami quanto io amo te. Addio senza fine, con tutta l'anima: addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Giordani (1821)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO GIORDANI - MILANO.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 13 Luglio 1821.</date>
            </opener>
            <p>La tua lettera fece il solito ed aspettato effetto, di addolorarmi. Così non era un tempo, quando io non aveva maggior consolazione che le tue lettere. Dio volesse che il dolore degli amici ti ridondasse in qualche vantaggio. Ma tu disperi della salute, e io non credo che tu lo debba fare. Io per lunghissimo tempo ho dovuto dolermi di avere un cervello dentro al cranio, perchè non poteva pensare di qualunque menomo nulla, nè per quanto breve spazio si voglia, senza contrazione e dolore de' nervi. Ma come non si vive se non pensando, così mi doleva che dovendo pur essere, non fossi pianta o sasso o qualunque altra cosa non ha compagno dell'esistenza il pensiero. Taccio poi degli occhi, i quali m'aveano ridotto alla natura de' gufi, odiando e fuggendo il giorno. E tuttavia questi mali, benchè non sieno dileguati, pur si vanno scemando. Il che spero anche de' tuoi, e per quanto hai caro l'affetto ch'io ti porto, vorrei che tu lo sperassi come fo io che poco avanti disperava come tu fai.</p>
            <p>La mia Paolina questo Gennaio sarà sposa in una città dell'Urbinate, non grande, non bella, ma con persona comoda, liberissima ed umana. Carlo sta benissimo di salute, e d'animo disinvolto e preparato ad ambedue le fortune, anzi pure a mancar dell'una e dell'altra, che è forse la peggior condizione degli uomini, o certo de' giovani.</p>
            <p>La mia scrittura sarà delle lingue, e specialmente delle cinque che compongono la famiglia delle nostre lingue meridionali, greca latina italiana francese e spagnuola. Molto s'è disputato e si disputa della lingua in Italia, massimamente oggidì. Ma i migliori, per quello ch'io ne penso, hanno ricordata e predicata la filosofia piuttosto che adoperatala. Ora questa materia domanda tanta profondità di concetti quanta può capire nella mente umana, stante che la lingua e l'uomo e le nazioni per poco non sono la stessa cosa. Non adulo, e non ho cagione di adulare, perchè niuno si compiacerebbe delle adulazioni mie. Dico che la tua lettera al Monti mi pare la più filosofica di tutte le scritture stampate in Italia questi ultimi anni intorno alla lingua, e forse la più bella prosa italiana di questo secolo, eccettuato un difettuzzo, che t'è comune con quasi tutti i sommi scrittori antichi. Cioè quella tal quale oscurità che nasce non da veruna affettazione, o da negligenza, o da vizio nessuno, anzi dalle virtù dello scrivere; come dall'accuratissima fabbrica e stretta legatura de' periodi, che affaticano alquanto il lettore, e di tratto in tratto lo sforzano a rileggere qualche periodo, volendo tenere il filo de' ragionamenti, e seguire i tuoi concetti pellegrini e rimoti dall'uso comune. Il che forse accade perchè, massime negli scritti filosofici e scientifici e didascalici, siamo troppo assuefatti a una sciolta e larga dicitura, che tanto giova alla facilità, quanto pregiudica alla forza e alla bellezza.</p>
            <p>Tornando al proposito, è vano l'edificare se non cominciamo dalle fondamenta. Chiunque vorrà far bene all'Italia, prima di tutto dovrà mostrarle una lingua filosofica, senza la quale io credo ch'ella non avrà mai letteratura moderna sua propria, e non avendo letteratura moderna propria, non sarà mai più nazione. Dunque l'effetto ch'io vorrei principalmente conseguire, si è che gli scrittori italiani possano esser filosofi, inventivi e accomodati al tempo, che in somma è quanto dire scrittori e non copisti, nè perciò debbano quanto alla lingua esser barbari ma italiani. Il qual effetto molti se lo sono proposto, nessuno l'ha conseguito, e nessuno, a parer mio, l'ha sufficientemente proccurato. Certo è che non lo potrà mai conseguire quel libro che oltre all'esortare, non darà notabile esempio, non solamente di buona lingua, ma di sottile e riposta filosofia; nè solamente di filosofia, ma di buona lingua: chè l'effetto ricerca ambedue questi mezzi. Anche proccurerò con questa scrittura di spianarmi la strada a poter poi trattare le materie filosofiche in questa lingua che non le ha mai trattate; dico le materie filosofiche quali sono oggidì, non quali erano al tempo delle idee innate.</p>
            <p>Ho scritto o caro, come vedi, lungamente, per soddisfare a' tuoi desiderii. E se vuoi ch'io ti compiaccia anche nell'ultima tua domanda, cioè che ripeta quello che ottimamente sai, figurati ch'io possa ripetere quello che ho detto altre volte, ma non mai dir tanto quanto vorrei, nè quanto basti a significarti l'amore che ti porto, e il travaglio che sostengo per tua cagione. Da gran tempo tu sei quasi la misura e la forma della mia vita, ed io mirando sempre a te, non vivo e non provo conforto alcuno se ti vedo sconfortato e disanimato. Per Dio fa prova di reggerti se non vuoi ch'io m'abbandoni, che quanto io vivo e quanto penso e quanto m'adopero non è quasi ad altro fine che d'essere amato e pregiato da te. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1821)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>Milano 25 Luglio <add resp="ed">1821</add>.</date>
            </opener>
            <p>Giacomino mio adorato. Ti ringrazio senza fine per la tua del 13: ti ringrazio delle nuove di Paolina e di Carlino; ch'io ti prego di salutarmi tanto tanto carissimamente. Ma in quale città si mariterà Paolina? Ti ringrazio delle un po' migliori nuove che mi dài di te stesso: ma per carità, affatìcati con gran moderazione e cautela. Se tu sapessi che cosa è non risparmiar la salute da giovane. Capisco che senza studi non hai da poter vivere; ma fa di potere studiar lungamente. Bella materia hai per le mani; e tu basti a trattarla degnamente. E dici bene in tutto. Oh quanto ha da fare questa povera Italia per diventare qualche cosa; e bisogna pur cominciare dall'accomodare le teste. Quel difetto che noti nel mio stile è certissimo, e ben conosciuto da me: e se mi fosse rimasto il cervello (che se n'è ito tutto disperso), avrei posto cura a vincere quel difetto; e almeno in qualche parte l'avrei vinto, e senza togliere allo stile forza, gli avrei cresciuto chiarezza, e dato facilità! Almeno così mi pare. Mio caro, la mia vita vitale è finita da un pezzo; mi riman solo un languido e misero moto materiale; che io con pazienza stupida sento andare estinguendosi. Ma tra le molte fantasie che rivoltai per la mente, una fu di scrivere un'opera <hi rend="italic">Del perfetto scrittore italiano</hi> descrivendo fin dal nascere qual dovesse essere la sua condizione, e l'educazione fisica e morale, e la materia, e ordine di tutti gli studi, fino a trent'anni, come scrittore, e come italiano; quali scienze ed arti dovesse sapere; da quali autori greci, latini, italiani, prender l'arte; e che imparare da ciascuno. Formato poi lo stile, volevo dire quali opere (a maggior pro della sua nazione) dovesse comporre; e qui dare l'abbozzo di varie opere di vario genere, storico, filosofico, legislativo, politico, morale, drammatico; lasciando ai giovani ingegni italiani il delineare più ampiamente, e colorire quegli abbozzi. Ma questo disegno, con tanti altri è morto colla mia povera testa, che non risorgerà mai più. Oh tu che sei sì stupendo d'ingegno e di sapere, poni ogni tua cura a conservarti; perchè devi fare di grandissime cose, che tu solo potresti: e la tua giovinezza dee sperar tempi che divenga glorioso e utile l'avere quel rarissimo e maraviglioso cervello, e quel tanto sapere che tu possiedi. Giacomino mio, finchè mi batterà il cuore ti amerò quanto amare si può: e con desiderio insaziabile della tua felicità ti abbraccio e ti bacio. Addio caro, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Brighenti (1821)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO BRIGHENTI</hi>
               </byline>
               <date>Bologna 28 Luglio 1821.</date>
            </opener>
            <p>Mio amato Giacomino. Scusatemi se prima d'oggi non ho risposto alla vostra del 22 giugno. Sono stato in giro per la edizione Giordani, e poi occupatissimo di musiche, dalle quali sapete che ritraggo qualche scudo che è necessario alla mia famigliuola. - Vi do nuova che vi piacerà, cioè che la edizione va avanti con tutta l'attività, e presto ne vedrete gli effetti. Ma quante fatiche e quanti pensieri! Del nostro Giordani ebbi lettera ieri assai breve, dopo un mese e più di silenzio. Egli si duole che la sua vista si è ridotta a tale che non gli permette il leggere. Quale affanno io ne abbia, potete imaginarlo. È sempre a Milano, e gli ho risposto che mi avvisi quando torna in patria, perchè voglio andare a trovarlo. - Come dite vero! Questo mondo è pur la brutta e detestabile cosa. Beati quelli che non se ne accorgono: ma noi pur troppo non siamo in questo numero. Vorrei pur sentire che una volta usciste di codesto scoglio, e deste una scappata a Bologna. Molti mesi fa me ne deste speranza. Io riceverei una ineffabile consolazione a vedervi, e abbracciarvi, e spero che voi stesso avreste buon frutto di letizia a divagarvi un poco fra gli studiosi e i dotti della nostra città. Venite: io vi farò da Cicerone; ci sfogheremo insieme delle umane tristizie; e chi sa che qualche volta ancora non ne ridessimo. Unica cosa (come ben dite) che sarebbe ragionevole, se pur si potesse farla. - Ho da salutarvi per parte del Conte Trissino, che mi dice di non scrivervi, temendo essere importuno. Un mese fa conobbi suo fratello che trovai persona molto gentile. Io sono in un mar di faccende, perchè il più grande affare è l'aver da fare per vivere. Ma ricordatevi che ciò non mi rende nè meno care nè meno necessarie le vostre lettere. Scrivetemi adunque, e consolatemi: e ritenete, che dico io pure ciò che dice Gozzi: "scrivetemi che le vostre lettere mi sono oro". Addio caro amico. Permettimi che mi getti fra le tue braccia, e ti stringa al mio petto con la più tenera amicizia. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Giordani (1821)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO GIORDANI - MILANO.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 6 Agosto 1821.</date>
            </opener>
            <p>Mia cara anima. Non mi dici se a Milano o altrove io t'abbia a rispondere. Ma son certo che rispondendo non ti fo cosa discara, sebbene ti prego che non pigli troppa fatica a scrivermi, e basterà ch'io possa intendere qualcosa delle tue nuove o da te o da Brighenti. È qui mio Zio, quel Marchese Antici che tu conoscesti fra noi, tre anni sono. Ti manda mille saluti, e legge le cose tue con diletto e maraviglia indicibile. Paolina andrà sposa a Sant'Angelo in Vado, a poche miglia da Urbino. Ti salutano ella e Carlo teneramente. Oh il bello ed utile e singolare disegno che mi descrivi! Oh quanto volentieri discorrerei teco di quegli abbozzi che proporresti! Quasi innumerabili generi di scrittura mancano o del tutto o quasi del tutto agl'Italiani, ma i principali, e più fruttuosi, anzi necessari, sono, secondo me, il filosofico, il drammatico, e il satirico. Molte e forse troppe cose ho disegnate nel primo e nell'ultimo: e di questo (trattato in prosa alla maniera di Luciano, e rivolto a soggetti molto più gravi che non sono le bazzecole grammaticali a cui lo adatta il Monti) disponeva di colorirne qualche saggio ben presto. Ma considerando meglio le cose, m'è paruto di aspettare. In ogni modo proveremo di combattere la negligenza degl'Italiani con armi di tre maniere, che sono le più gagliarde; ragione, affetti, e riso. Quello che seguirà <foreign lang="grc">θεῶν έπὶ γοᾣύνασι κεῖται</foreign>. Ma tu per Dio e per l'amicizia nostra abbi cura di te. Non puoi farmi cosa grata neppure amandomi, se trascuri quello ch'io da gran tempo amo più di me stesso. Ti abbraccio, e coll'animo resto sempre teco, e ti amo tanto quanto non amai nè amerò verun altro, e quanto forse nessuno ti ama o potrebbe amare. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Brighenti (1821)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO BRIGHENTI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 10 Settembre 1821.</date>
            </opener>
            <p>Oh! gli è pur questo un lungo silenzio, mio caro Brighenti. Scusatemi per questa volta, e datene la colpa ai miei maledetti studi. Dico maledetti, perchè i pensieri che mi si affollano tutto giorno nella mente, in questa mia continua solitudine, e a' quali io voglio in ogni modo tener dietro con la penna, non mi lasciano un'ora di bene. A parte questo discorso. Vi ringrazio vivamente delle affettuose espressioni che trovo nel fine della vostra ultima, 28 Luglio. Ho ricevuto il volume Giordani, e ve ne sono debitore di paoli sei. Godo molto che l'edizione, come dite, vada innanzi con attività. Da Giordani ebbi due lettere quando era in Milano. Tre gliene scrissi: dell'ultima non ebbi risposta; nè altro ho saputo di lui. Dammene nuove, salutalo nel più caro modo, dimmi se sei stato a trovarlo, come dicevi di voler fare. Il conte Trissino mi confonde, dicendo che non mi scrive per non incomodarmi. So che non riceve le mie lettere; ma io non ho mai ricevuto lettera sua, che non abbia risposto immediatamente. Fate le mie parti con lui, ma non ve ne dimenticate, vi prego. Ditemi: avete voi conosciuto costì una signora Galamini (pretesa contessa) di Recanati, ch'è stata alcuni mesi in Bologna, insieme col conte Torri suo genero, e colla contessa sua figlia? Mi ha portato i saluti di una persona che dice molto compita e colta, ma non mi sa dire il nome.</p>
            <p>Amatemi, caro Brighenti, ma da vero. A Bologna non sarà facile ch'io possa venire. Ma forse per qualche momento avrò occasione d'esservi più vicino. Chi sa che allora non potessi vedervi? Intanto vi amo senza fine, v'abbraccio e vi scongiuro a non imitarmi nella tardanza della risposta. Bene per male, dice l'Evangelio. Addio, caro, e credetemi sempre vostro tenero amico Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di F.Melchiorri (1821)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI FERDINANDA MELCHIORRI</hi>
               </byline>
               <date>Roma 15 Settembre 1821.</date>
            </opener>
            <p>Mio caro Giacomo. Sarà ora che vi riscriva, giacchè è tanto tempo che non lo faccio. Non ricevetti mai risposta all'ultima mia scrittati tanto tempo fa, e solo ebbi la tua lettera allorchè mi lamentai con don Vincenzo che non avevo risposta. Dunque la tua lettera si smarrì; ci vuol pazienza, essendo inutile il dolersene. Mai mi scordo del mio caro Giacomo, e credi che sto sempre in attenzione, se posso trovare qualche cosa per te, ma finora non mi riesce. Il Signore può darsi che apra alla fine qualche strada onde togliere al tuo animo quell'afflizione che ti tormenta. Li miei voti non cessano di sollecitarlo a ciò. Di salute, caro Giacomo, io sto bene, ma di animo assai travagliata. Ho il cuore oppresso, mille sono li motivi che esso ha di esserlo; cerco sollevarmi, ma la mia situazione non mi permette di potermi procurare alcun compenso. L'aria soltanto più elastica potrebbe giovar un poco, ma quest'anno neppur questa ho potuto godere, essendo stata sempre in Roma per timore degli assassini. Ora non più si sentono affatto, ma chi si fida? Ci vorrà dunque flemma, e tireremo via sinchè Dio vuole. Dammi tue nuove, e scrivimi qualche volta anche prima che lo faccia io medesima. Saluta li Genitori, li Fratelli e Sorella. Amami, e credimi la tua affezionatissima Zia.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1821)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>Milano 14 Ottobre <add resp="ed">1821</add>.</date>
            </opener>
            <p>Giacomino mio adorato. Son certo che dopo non breve silenzio desideri mie nuove; e io sono sempre ansioso delle tue. Dimmi dunque come stai, come sta Carlino, come Paolina. Che mi ami sempre, che mi ricordi a' tuoi cari, ne son certo. Io ero all'estremo per questo maledetto male di nervi, al quale credevo certo e prossimo fine colla morte; e veramente della vita non avevo più altro che dolore. Sono stato piuttosto forzato e spinto che persuaso a un viaggio della Svizzera, come ad un rimedio. E contro ogni mia opinione, di moribondo o cadavere che io partii, son ritornato vivo e molto sollevato dal male. Capisco che se più presto avessi cominciato, e potuto continuare molto più a lungo quell'esercizio, avrei profittato assai più della salute; che tuttavia mi sento tenera e poco stabile: ma è pur qualcosa aver interrotto il male e provatolo cessabile. Nella testa non ho guadagnato; chè ancora l'ho incapace d'ogni applicazione; e pur troppo l'avrò; e questo è il peggior male, perchè mi priva del mio consolatore unico, e di quello col quale non sento bisogno d'altro; senza il quale nè goder posso, nè basto a soffrire. Io starò qui tutto ottobre; fors'anche parte di novembre. Son certo che mi darai subito tue nuove. Tremo che ti affatichi troppo; e ti scongiuro a saperti conservare. Io penso sempre a te; parlo di te con chiunque posso: chiunque mi conosce sa che tu sei un prodigio, e che io ti adoro. Oh se ti potessi cavar di tanto dolorose tenebre, e metterti in luce gioconda! ma questo è uno de' massimi tormenti miei di non poter nulla, e pur tanto volere per i più cari. Addio Giacomino: conservati diligentemente; amami come fai; scrivimi: bacia Carlino: e scrivendo a Paolina (che credo già partita) mandale tanti saluti; e dimmi come si trova contenta: e in qual paese e con chi è sposata; chè non so perchè nè l'una nè l'altra cosa mi dicesti. Addio con tutta l'anima: addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di I.Guerrieri (1821)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI IGNAZIO GUERRIERI</hi>
               </byline>
               <date>Fermo 22 Ottobre 1821.</date>
            </opener>
            <p>Pregiat.mo Sig.r Giacomo. La celebrità delle sue Canzoni, l'una sulla decadenza delle arti e scienze, l'altra sulla Italia, la terza sul Mausoleo dell'Alighieri, mi sedusse a segno, che io non potei a meno di vestirle di un manto latino. Io non so, se a sì nobili sorelle convenga il mio vestito. Ella, che <foreign lang="lat">tam doctus es sermonis utriusque linguae</foreign>, faccia grazia di darne un adeguato giudizio, perchè a me serva di norma nel pubblicarlo colle stampe. Ai molti pregi che l'adornano non può a meno di non unire una gentilezza singolare. Di questa la prego a far uso meco, e dopo aver sindacato il ms. che le invio, di rimandarmelo. Perdoni se per un piccolo tratto io lo allontano dalle sue letterarie occupazioni, per le quali so quanto la si distingua nella Republica letteraria. Intanto, dopo averle protestato l'alta stima che io faccio di Lei, ho l'onore di dichiararmi di Lei dev.mo osseq.mo servo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di N.Fucili (1821)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI D. NATANAELE FUCILI</hi>
               </byline>
               <date>Roma 23 Ottobre 1821.</date>
            </opener>
            <p>Stimatissimo Signore. Il tomo 5° della <title>Proposta</title> del Monti ecc. sul <title>Vocabolario della Crusca</title> costa Lire Ital. 6 centes. 50 e baj. 5 per spese di porto. <title>Il Corsaro</title>, Novelle di Lord Byron trad. dall'inglese con Rami, Milano, si paga baj. 60. Cesare Lucchesini, <title>Della illustrazione delle Lingue antiche e moderne</title> procurata nel secolo 18° dagl'Italiani, qui in Roma non è ancor giunto e non mi è riuscito vederlo ad onta di tante ricerche. Alla prima occasione le rimetterò i primi. Senza che Ella s'incommodi con la spedizione del denaro per la posta, potrà passarlo in mano di D. Luigi Orlandi.</p>
            <p>Il Sig.r Barili ripasserà a momenti. Mi scrive che ritornerà a riverirli se avrà il tempo, ed a ricevere li loro comandi per la Capitale.</p>
            <p>Le rendo infinite grazie per le commissioni sebben piccole che mi ha date dopo tanto silenzio ostinato di ambedue. Ciò è stata per me una prova che non ho perduto la loro grazia e padronanza.</p>
            <p>Vorrei poterli servire in cose di maggior importanza. Ne sarei propriamente ambizioso. Chi sa!... Tanto Lei che il suo Sig.r Fratello continuino ad amarmi, ed a credermi pieno di rispetto e d'affezione. Um.o d.mo obl.mo servo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Brighenti (1821)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO BRIGHENTI</hi>
               </byline>
               <date>Bologna 25 Ottobre 1821.</date>
            </opener>
            <p>Mio buon Amico. A quest'ora dovete aver ricevuto i volumi VI e VIII opere Giordani che vi spedii per la posta, sono più ordinari. Il vostro debito per questi due volumi e pel volume V, è di paoli dieciotto. Se potrete mandarmeli per la posta (detraendo da essi l'importo della francazione), mi farete piacere. Ne ho in pronto altri due, che mi arriveranno fra pochi giorni, e mi conviene raccogliere denaro da tutte le parti per pagarli. - Rileggendo la vostra del 28 Settembre, mi par certo di avervi risposto; ma non vi trovo la marca che soglio farvi, quando ho dato riscontro: quindi in dubbio scriverò questa lettera dandovi cenno di tutto ciò che mi dite in quella carissima vostra, che sospirai una quaresima, voglio dire quaranta giorni. In verità che quasi maledii ancor io quei vostri studi, che mi tolsero il favore di aver prima le nuove vostre; ma non fui, e non sono tanto egoista. Mi consolo anzi che siate occupato a qualche importante lavoro. L'Italia lo aspetta, ed è in diritto di pretenderlo dalla vostra erudizione e dal vostro ingegno. Quanto al nostro Giordani egli fu per un pezzo a Ginevra, ed ora è ritornato in Milano molto migliorato della sua salute. Io l'ho tosto salutato e per voi e per me.</p>
            <p>Mi chiedete se ho qui conosciuto una contessa Galamini, un Conte Torri genero, e una Contessina figlia. No, caro Amico: non ho conosciuto, nè udito ricordare questi signori, e difficile è che io conosca i forestieri, i quali vengono in Bologna, perchè io mi sono interamente isolato dall'umano consorzio, e molto più poi dal bel mondo e dalle società brillanti, ove capitano i signori vogliosi di stare allegri. Sono vecchio, sfortunato, e ciò basterebbe a tenermi lontano dal rumore, ma vi si aggiugne una mia inclinazione, avuta anche da fanciullo, di voler vivere il più isolato che si può, e però non pongo piede ove io non sia ricercato per alcun servigio, o non abbia io d'uopo di chiederlo. In questo modo vivo indipendente e sciolto da brighe, e fuor del pericolo di farmi schernire dagl'impertinenti e da' morbinosi. - Non mancai di fare le vostre parti col Conte Trissino, ma egli non mi ha più scritto.</p>
            <p>Voi mi dite che per qualche momento avrete occasione di essermi più vicino. Oh! fosse vero, e ci potessimo una volta conoscere e abbracciare. Ho vivissimo desiderio di questo incontro, e certo per mia parte farò ogni possibile per raggiungervi. Ricordatevi dunque di avvertirmi del dove e del quando potrei vedervi.</p>
            <p>Io non ho ancora fatto la mia gita a Milano. Prima non la feci, poichè Giordani è stato assente più mesi: ora non la fo, perchè a questa pessima stagione è per me fastidiosissimo il girare, e facilmente mi guadagno delle ostinate costipazioni. Pure se potrò vincere i tanti ostacoli, conto di volare dall'amico, che mi attende, e col quale ho gran bisogno di abboccarmi e di sfogarmi. Intanto sto qui chiuso da più giorni, tormentato appunto da una costipazione, che mi dà noia infinita, e che ne' miei affari e fastidi domestici mi reca moltissimo imbarazzo.</p>
            <p>Addio, caro carissimo Amico del mio cuore. Ricordatevi spesso del vostro obbl.mo servo ed amico per la vita.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Giordani (1821)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO GIORDANI - MILANO.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 26 Ottobre 1821.</date>
            </opener>
            <p>Poteva io desiderar cosa più cara di una tua lettera, e questa con buone informazioni della tua salute? Nessuna, cred'io, fuorchè di sentire che tu fossi più robusto di Atlante, e più felice non so di chi. Su via, facciamo cuore. Dovendo immaginar qualche cosa di mia grande allegrezza, non credo che mi sarei figurato maggior conforto di questo che tu mi rechi. M'hai proprio consolato. Abbiti gran cura, e se ti contenti di imitarmi in questo, spera bene. O se ti potessi rivedere. Dopo tre soli anni, appena mi riconosceresti. Non più giovane, non più renitente alla fortuna, escluso dalla speranza e dal timore, escluso da' menomi e fuggitivi piaceri che tutti godono, ma tanto più caldo verso te, quanto meglio, facendo sperienza degli altri, t'ho conosciuto per quella rarissima gioia che sei. Paolina andrà sposa di un Signor Peroli a Sant'Angelo in Vado, ma non prima di questo Gennaio, come già ti scrissi, e forse a primavera. Ti saluta, e così Carlo, e si rallegrano teco di tutto cuore. Io me la passo alla buona, proponendo molto, effettuando poco, bisognoso unicamente di svagarmi e sollazzarmi, e non uscendo mai di casa. Ma essendo stanco di far guerra all'invincibile, tengo il riposo in luogo della felicità, mi sono coll'uso accomodato alla noia, nel che mi credeva incapace d'assuefazione, e ho quasi finito di patire. Della salute sto come Dio vuole, quando peggio, quando meglio, sempre inetto a lunghe applicazioni, e sempre determinato di non voler perdere il poco, sforzando il molto. Ch'io ti ricordi tuttogiorno a' miei cari, che son pochi, non t'inganni a crederlo. Ti mandai coll'ultima che ti scrissi costà sulla fine di Luglio, i saluti di quel Marchese Antici, che già conoscesti in Recanati del diciotto, e che oggi è qui, e legge le cose tue con gusto e plauso incredibile. Si saranno perduti insieme con quella lettera, la quale non ho mai saputo che ti sia stata recapitata. Voglimi bene e seguita a darmi buone nuove. T'abbraccio, t'amo, ti prego tutti i beni del mondo, e resto indivisibilmente con te. Addio. Paolina e Carlo non si contentano di quello che ho detto a nome loro, vogliono che ti saluti di nuovo, e ti conforti anche per loro a far buon animo.</p>
         </div1>
         <div1 n="A I.Guerrieri (1821)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A IGNAZIO GUERRIERI - FERMO.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 26 Ottobre 1821.</date>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo signor Canonico. Quantunque non abbia ricevuto il manoscritto, del quale V.S. mi parla, non voglio tardare a rispondere alla sua stimatissima, e ringraziare V.S. della gentilezza che si compiace di usarmi. Come ricevo il manoscritto, avrò cura di leggerlo subito, non per giudicarne, com'Ella dice, ma per conoscere e pregiare il valore di V.S. nelle lettere latine. Letto che l'abbia, lo rimanderò con ogni diligenza. V.S. mi favorisca de' suoi comandi, e mi adopri per suo devotissimo Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A I.Guerrieri (1821)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A IGNAZIO GUERRIERI - FERMO.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 29 Ottobre 1821.</date>
            </opener>
            <p>Stimatissimo signor Canonico. Ho ricevuto coll'ultimo ordinario e letto accuratamente il manoscritto di V.S., dove tutto è degno di molta lode, fuorchè il soggetto, o la scelta dell'originale. Desidero che la traduzione ricuopra i mancamenti del primo testo, e che le mie canzoni col nuovo abito facciano più bella comparsa. Rimando il manoscritto, dove parecchi falli del copista, e segnatamente molte negligenze nella punteggiatura, non isfuggiranno all'avvedutezza di V.S. quando lo ripasserà; nè fa di bisogno ch'io ne l'avvisi. E rendendole grazie di aver voluto ammaestrare le mie canzoni, contro il merito loro, nella favella de' nostri padri, me le professo particolarmente obbligato, e desideroso dell'opportunità non di sciogliermi da questa obbligazione, ma di darmi a conoscere cogli effetti suo devotissimo obbligatissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di I.Guerrieri (1821)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI IGNAZIO GUERRIERI</hi>
               </byline>
               <date>Fermo 2 Novembre 1821.</date>
            </opener>
            <p>Pregiat.mo Sig.r Giacomo. Ho avuto dalla Posta franco il mio ms. Io le sono estremamente tenuto della sofferenza provata nella lettura del medesimo. Mi è doluto assai che sia tanto scorretto, quanto ho dovuto riconoscere io medesimo. Ma che cosa vuol fare? Qui abbiamo amanuensi <foreign lang="lat">pinguissimae Minervae</foreign>, che non san distinguere l'acquerel dal mosto cotto. Io usai la dabbenaggine di dar fede al copista, che mi assicurò esser la copia immune da sbagli; perciò così la le mandai. Di grazia la mi compatisca. Ciò di che traggo motivo per consolarmi è che, corretto ch'ei sia, non potrà far tanto disonore stampandosi nè a Lei, nè a me. <foreign lang="lat">In verbo tuo laxato rete</foreign>. Avrei bramato, ch'Ella avesse meco usato del rigor letterario, notando que' sbagli che vi saran per entro. Ma questo mio desiderio sarà sepolto, facendomi spalla il suo giudizio. La mi continui l'onore della sua padronanza, e mi creda suo dev.mo obbl.mo servo vero.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Brighenti (1821)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO BRIGHENTI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 2 Novembre 1821.</date>
            </opener>
            <p>Caro amico. S'io v'ho fatto sospirare, voi non mi avete fatto ridere, e dopo la pasqua della vostra quaresima, io ho dovuto aspettare la pentecoste. Avete fatto bene a rispondermi adesso, perchè infatti non mi avevate risposto prima, e la vostra regoletta non vi ha ingannato. Mando per la posta scudi 1.80 di mio debito. Da Giordani tornato a Milano ebbi lettera che mi consolò moltissimo, benchè si lamenti ancora della sua testa. Avrò molto caro che lo rivediate, e lo confortiate anche da parte mia che si faccia coraggio, e speri bene, e si diverta più che può, solo rimedio de' suoi mali e de' miei. Che vi piaccia la solitudine, ve ne lodo fino a un certo segno. A me piace moltissimo la compagnia quando son solo, e la solitudine quando sono in compagnia, la qual cosa per verità succede di rado, con danno della mia povera testa, che da circa tre anni domanda il ben servito. Pazienza fin che son qui, e sarò qui finchè il diavolo non imparerà la Dottrina Cristiana per invogliarsi di far le opere di misericordia; chè allora forse mi caverà di questa prigione. O questo carnevale, o a primavera, credo che verrò, come vi scrissi, alla volta vostra, e non mancherò di avvisarvi, e di far quanto sarà in me per vedervi, abbracciarvi, e dirvi che v'amo, ma da vero, e non già come amano le donne, o come s'amano i principi, o quegli amici che, secondo il detto di Socrate, neppur si sanno contare. Abbiatevi cura, e fatemi sentire che siete guarito della costipazione. Tenetemi per uno de' pochi e de' rari in fatto d'amicizia, e ricordatevi di me un tantino più spesso di quello che par che facciate. Addio, caro, addio. Il vostro Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1821)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>Milano 5 Novembre <add resp="ed">1821</add>.</date>
            </opener>
            <p>Giacomino mio adorato. Presto ritornerò per necessità a seppellirmi in quell'inferno di Piacenza. Se avrò sufficiente salute cercherò qualche oppio ne' libri: se no la mia vita sarà veramente intolerabile. E non ho gran fiducia della salute; perchè già mi sento ricadere nel mio solito male; benchè non ancora ne soffro gli estremi, dai quali per poco tempo mi liberai. Ma non anticipiamo il futuro. Intanto ti ringrazio infinitamente della tua carissima 26 ottobre. Saluto con tutto il cuore e te e Paolina e Carlo. Non ebbi quella tua lettera di luglio coi saluti del marchese Antici; al quale ti prego di renderli costì o di mandarli a Roma. Spero che a Piacenza mi scriverai, e mi darai tue nuove. Non t'inganni certo, o mio Giacomino, se fermamente credi che il mio cuore va ben lontano dal <hi rend="italic">comune viaggio</hi>; e che io ti amo con tutto il mio potere. Oh quante volte parlo di te! come ci penso continuamente, e con quanto affanno di non poterti nulla giovare. Addio, mio caro, addio con tutta l'anima: addio senza fine.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Brighenti (1821)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO BRIGHENTI</hi>
               </byline>
               <date>Bologna 14 Novembre 1821.</date>
            </opener>
            <p>Mio buon Amico. Con la vostra del 2 corrente ho ricevuto dalla posta paoli 18 per i volumi Giordani, e ve ne ringrazio. Spererei dentro il mese corrente di distribuirne altri tre volumi. Dell'autore vi darò nuove assai buone, ch'egli ora si è riavuto delle sue tristezze, e mi scrive che conta di tornar presto a Piacenza, dove mi lusingo di andarlo ad abbracciare, se la salute e i bezzi me lo permetteranno. Egli mi ha di recente incaricato di salutarvi, dicendomi però che vi ha scritto egli stesso. - Non mi sospettate mai, vi prego, nè dimentico nè freddo in ciò che riguarda la santa amicizia. Quel nome di Amico, che la moltitudine scambia in quello di Conoscente, è per me nome sacrosantissimo, e sappiate che il mio carattere è anzi questo: che io trascuro onninamente la razza umana, e vivo solo per i miei amici, che sono pochi pochissimi, e non potrebbono mai aumentare a gran numero, appunto perchè io li amo svisceratamente, ed esiggo di essere con pari affetto corrisposto. E pur troppo accade che gli uomini, come le donne, si annoiano e infastidiscono dell'essere amati davvero. Ciò sembra un paradosso, ma è una verità delle più dimostrate. La mia professione di fede nell'amicizia è di vivere interamente con l'amico e per l'amico; dare e ricevere senza riserva ogni prova di amicizia, che le circostanze esiggano; e finalmente averne conforto di consigli e d'indulgente orecchio, allorquando l'animo travagliato ha bisogno di alcuno, col quale liberamente sfogarsi, e dividere dirò così gli affanni che ne tormentano. Di questi amici non si può sperare di averne molti, nè troppo fiduciosamente andarne in traccia. Però vi persuaderete, che se mi è dato di averne trovato uno in voi, io debba essere ardentissimo nell'amarlo, e nel desiderio di conservarmelo. Che se poi vi è sembrato che io manchi in amicizia, perchè qualche volta di rado, o qualche volta brevemente vi scriva, non ve ne maravigliate. Noi non ci conosciamo di persona, e ciò soventi volte mi tiene agitato e timoroso di non riuscirvi, colle mie lettere così alla buona, e i miei sensi alla semplice, o fastidioso o dappoco. Voi siete nobile e letterato: due qualità che io non ho, e non avrò mai; perchè letterato non sono più in tempo di farmi, e nobile è grado che non conviene alla mia trista fortuna, e che non si accorda a' miei principj. Ora chi sa poi (dico io spesso) che sembrerò a Leopardi, quando mi conoscerà di persona? Io non potrò offerirgli che un cuore pieno di amore e di riverenza per lui: ma basterà egli questo sì umile tributo? Eccovi, caro amico, in qual modo la vo discorrendo della nostra amicizia, allorchè voi credete che io la trascuri. Fate adunque che venga il fortunato momento ch'io possa abbracciarvi; fate che possiamo stare un po' insieme, e saziare la mia viva brama di conoscervi e di parlarvi. Se io allora mi potrò assicurare saldamente un posto nel cuor vostro, posto che poi non mi venga tolto, o da quelli che più di me ne sono degni per rinomanza e per ingegno, o da quelli che più si attirano le persone con lo splendore e i titoli; allora sì che io ne farò gran festa nell'animo mio e vi sarò intorno a ripetervi con tutta la libertà, che vi amo, e che voglio essere uno con voi. E se in queste idee di sommo conforto per me, potessi dar luogo a qualche trista reminiscenza, vorrei comprovarvi con alcuni fatti, che anche in questo mio estremo abbandono, fui pure burlato da chi, vissuto prima con me, come si può vivere con la persona la più cara del mondo, cangiate le circostanze estrinseche di me e di lui, sono otto anni che non ha ricordato il mio nome, o presa la penna per mandarmi un saluto. Ma di ciò anche troppo.</p>
            <p>Torniamo a noi, mio caro amico, e con la durevolezza dell'amor vostro consolatemi dell'altrui incostanza. Molti sommi uomini dell'antichità, de' quali vi fate specchio, e rinnoverete a questa età le virtù, ebbero amici oscuri, e dilettissimi. Eccovi il posto che io ambisco appresso di voi. In questo sentimento vi abbraccio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1821)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>Piacenza 9 Decembre <add resp="ed">1821</add>.</date>
            </opener>
            <p>Mio adorato Giacomino. Già ti avvisai il mio venire a Piacenza, e 'l dimorarvi tutto l'inverno. E tu che fai, che pensi, mio infinitamente amato Giacomino? Che fanno Carlo? Paolina? si ricordano di me? Tocca a te di operare che non se ne dimentichino. Io li ho sempre in cuore, e come amabilissimi, e come tuoi. La mia salute, sempre fragilissima, in questi giorni almeno non mi tormenta.</p>
            <p>Ascolta Giacomino caro: voglio dirti una cosa d'importanza. Perchè io penso sempre a te, e mi sento rompere il cuore pensando alla tua situazione, a quello che sei e a quello che potresti essere; ho considerato e meditato il desiderio de' tuoi che ti facessi prete. Ora considerando per ogni parte all'util tuo e all'util pubblico, io mi credo che non sia da ributtare questo partito. Lungo sarebbe discorrere tutte le ragioni; e nè anche da scrivere. Ma puoi immaginarti che questa opinione ti venga da uomo, il quale non abbia chi lo agguagli, nè aver possa chi lo vinca nello stimarti e amarti, anzi adorarti; e inoltre abbia considerate non mediocremente le circostanze del presente mondo. Se non ti piaccio con questo mio parere, per carità perdonami; e imputalo ad eccessivo amore e zelo. Io m'imagino che tu consentendo a questo partito potresti ottenere d'andare a Roma: e quando tu abbi fatto il primo passo di uscire di costà, voglio persuadermi che ti sia possibile e non difficile una bella carriera. Ripensaci tranquillamente: proponti tutte le ragioni; chè ben il tuo ingegno saprà suggerirtele. In ogni modo rispondimene qualche cosa. Io ti abbraccio con tutta l'anima: e vorrei sapere qual parte del mio essere o il tutto potesse giovarti, per dartelo a tuo beneplacito; chè mi parrebbe di fare un grande e bel servigio al mondo. Oh mio caro Giacomino: quanto quanto ti amo, e quanto mi addoloro per te. Ma, oh troppo invano! Addio addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Melchiorri (1821)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIUSEPPE MELCHIORRI</hi>
               </byline>
               <date>Roma 26 Decembre 1821.</date>
            </opener>
            <p>Cugino amatissimo. Inaspettati forse, ed improvvisi vi giungeranno i miei caratteri, e meraviglia recar vi deve che rompa un silenzio, nel quale per tanti anni sono con mio sommo danno vissuto. Ero di opinione per lo passato, che non aveste avuto a caro di tenere o con me o con altri una letteraria corrispondenza, e perciò sapendo bene quanto perduta opera sieno quelle lettere, che da una semplice dimostrazione di onoranza dettate, sogliono per il solito abbondare d'inutili complimenti, avevo trascurato di scrivervi, contentandomi soltanto di chieder spesso vostre notizie a mia Madre, e qualche volta per di lei mezzo inviarvi i saluti. Ora poi essendo da qualche tempo onorato della giovevole amicizia del ch. Sig.r Abb. Cancellieri, ho dal medesimo con mio gran piacere appreso, che coltivando del pari la vostra, ha il piacere di spesso vedere i vostri graditi caratteri. La stima che sempre di voi ho avuta, e della vostra erudizione, mi aveva da qualche tempo eccitato a pregarvi di volere alcuna volta farmi pago coi vostri consigli, ed aiutarmi col vostro sapere a proseguire il corso delle mie benchè tarde fatiche. Al presente poi che dal lodato Cancellieri mi trovo spronato a farlo, vengo a pregarvi di volermi favorire qualche volta dei vostri lumi, e della vostra dottrina. Non si offenda la vostra modestia della lode che io vi tributo, poichè la mia voce non è che l'eco delle voci di tanti altri, che anche qui in Roma al vostro ingegno fan plauso, e che bramerebbero un giorno veder trapiantato in più fertil terreno quell'arboscello che tanta porge speranza di doviziosissime frutta. Non voglio però rinovarvi un'idea, che so bene esser per voi amarissima, e solo addolcisca il vostro animo il riflettere, che se ancora il destino non ha per voi cominciato a segnar giorni felici, un giorno verrà che potrete cogliere largo frutto delle vostre studiose fatiche: <foreign lang="lat">fructum suum dabit in tempore suo</foreign>. Voi siete ancor giovane, e non avete trascurati l'anni della vostra giovinezza, come pur troppo di me è avvenuto, che tardi mi sono spinto nella carriera dello studio, così che ora conviene che mi lagni a ragione, e sovente dica a me stesso:
<quote rend="block">
                  <lg>
                     <l>Così avess'io i prim'anni</l>
                     <l>Preso lo stil ch'or prender mi bisogna,</l>
                     <l>Che 'n giovenil fallire è men vergogna. (PETR.).</l>
                  </lg>
               </quote>

Così avess'io tratto profitto da quella nobile invidia, che in me destava la fama del vostro nome, ed avessi cercato se non d'agguagliarvi d'imitarvi per lo meno! Ma ora il pentimento è tardo e vano, ed il tempo perduto non si ricupera più, ed è perciò che a compensarne in parte la perdita mi fa uopo sudare ed affaticarmi il doppio onde secondare almeno la presente mia buona volontà, e corrispondere in parte alle insinuazioni di quei scienziati che della loro amicizia mi onorano. Da voi pertanto, che a me di sangue congiunto dovete aver a caro più di qualunque altro il mio bene, attendo appoggio e consiglio nei studj, ai quali da qualch'anno a questa parte sono incaminato, e che mi sono proposto seguire. Ove io possa contracambiarvi in parte, con il mio qualunque siasi piccolo ingegno e con opere d'inchiostro, i lumi e saggi giudizi che sarete per darmi, spero che farete capitale della mia povera penna e della mia leale servitù, della quale fin d'adesso vi faccio padrone. L'amicizie che ho contratto senza alcun merito con varii letterati di questa città mi pongono in stato di servirvi in ciò che vi può occorrere. È vero che non siete in caso di dover ricorrere altrui onde procacciarvi sussidi nelle scienze, delle quali esser potete maestro, ma ciò vi sia manifesto onde conosciate la gratitudine che vi saprò professare, e la brama che nutro di servirvi.</p>
            <p>Il Sig.r Abb. Cancellieri, che ora più che mai trovasi incommodato dalle sue solite indisposizioni, vi fa per mio mezzo tenere i suoi cortesi saluti. Non voglio tediarvi d'avvantaggio per ora, riserbandomi a far ciò dopo aver come spero ricevuto da voi un favorevole riscontro, ed un amorevole assenso alle mie inchieste. Pregovi intanto di porgere i miei cordiali ossequi al carissimo Cugino Carlo, al quale vorrei che manifestaste questi miei sentimenti, onde con voi concorra a render paghe le mie brame.</p>
            <p>Riverirete da mia parte il Zio Monaldo, e tutti della vostra rispettabile Famiglia, ed augurandovi in questa occasione che
<quote rend="block">
                  <lg>
                     <l>l'anno cadente</l>
                     <l>Se rivolse per te tranquilli giorni,</l>
                     <l>Più sereno succeda ora il nascente.</l>
                  </lg>
               </quote>

vostro aff.mo Cugino, ed A.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Brighenti (1822)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO BRIGHENTI</hi>
               </byline>
               <date>Bologna 11 Gennaro 1822.</date>
            </opener>
            <p>Mio caro Amico. Che vi ho fatto che più non mi scrivete? Eppure da vari mesi vi scrissi, e più non ho avuto riscontro. Io sono del vostro silenzio addoloratissimo, e indarno vo cercando nella mia memoria se mai avessi fatto alcuna cosa che potesse dispiacervi. Spero adunque di non avere peccato verso la vostra amicizia. Vi scrivo adunque la presente 1° per avvertirvi che fra pochi giorni riceverete tre volumi delle opere del nostro Giordani, il quale vi ama sempre, e mi dà incarico di salutarvi; 2° che a Verona si sta stampando la raccolta delle opere di Omero volgarizzate, e che mi fu ricercata la traduzione di varie delle dette opere; onde io suggerii che per la <title>Batracomiomachia</title> preferissero la vostra versione: il che è stato accolto con tutto il giubilo; e sono ora pregato a supplicarvi di voler concedere il permesso di questa ristampa; e, se fosse possibile, rimettermi un esemplare di detta traduzione con qualche variazione (se occorre), onde la nuova edizione abbia anche il pregio di qualche novità. Mi lusingo che vorrete degnarvi di darmi pronto riscontro sul particolare. Io frattanto vi ricordo l'amor mio, che val molto, perchè è molto grande, e molto soffre a non vedersi corrisposto. Addio, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Brighenti (1822)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO BRIGHENTI</hi>
               </byline>
               <date>Bologna 22 Gennaro 1822.</date>
            </opener>
            <p>Carissimo Amico. Questa è la terza lettera che vi scrivo, senza che voi da più mesi vi facciate vivo con me. Sono del vostro silenzio addoloratissimo, e n'è pure inquieto il nostro Giordani, il quale in una sua ultima mi ordina di avvertirvi che da Milano e da Piacenza vi ha scritto, e non ha avuto risposta. Pregovi, caro amico, a volerci consolare amendue con vostre lettere, le quali ansiosamente attendiamo: e vi abbraccio con tutto l'affetto.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Brighenti (1822)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO BRIGHENTI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 11 Febbraio 1822.</date>
            </opener>
            <p>Se fate con intenzione di rendermi la pariglia, avete ragione di non rispondermi per adesso, e di lasciarmi aspettare. Ma in ogni modo vorrei che mi deste un cenno se avete o no ricevuta l'ultima mia 21 Gennaio (se ben mi ricordo); perch'io v'accludeva una copia della <title>Batracomiomachia</title> d'Omero tradotta, con molte correzioni e variazioni dallo stampato, delle quali non mi sono salvato nessun altro esemplare; e però se quella lettera fosse smarrita, lo vorrei sapere a tempo, ch'io potessi fare qualche ricerca di ricuperarla. Ho ricevuto due nuovi volumi di Giordani, e ve ne sono debitore di paoli 12. Se scrivete a Giordani, come vi dissi nell'ultima, favorite di salutarmelo, e dirgli ch'io gli ho risposto sempre e subito; che se non ha ricevuto le lettere è colpa della posta. Vogliatemi bene, e rispondetemi, e non vogliate esser troppo vendicativo. Il vostro sempre affezionatissimo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Brighenti (1822)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO BRIGHENTI</hi>
               </byline>
               <date>Bologna 23 Febbraio 1822.</date>
            </opener>
            <p>Mio buon Amico. Non pensate neppure per burla, che io avessi taciuto con voi a cagione di far vendetta del vostro silenzio dell'estate scorso. Oh! mio caro; non potrei avere nè tanta ingratitudine all'amor vostro, nè tanto disprezzo alla vostra persona. Sappiate che sono stato in un mare di faccende, e non ho proprio potuto scrivervi. Cercai subito le poesie del Parini, ma niuno di questi librai le possedeva. Se non ci avete fretta, potrò farvele venire da Milano, e su ciò attenderò gli ordini vostri. - Ebbi con la vostra del 21 Gennaro il manoscritto della <title>Batracomiomachia</title>. Ve ne ringrazio senza fine. Io lo custodisco appresso di me, e non anderà allo stampatore che me la richiese, se prima non mi sarà assicurato che si osservino tutte le prescrizioni da voi indicatemi. Permettete però che io vi dica, che a me questa traduzione è piaciuta assai assai. Non la confronto col testo, perchè non me ne intendo, ma a giudicarla come cosa originale, parmi che sia assai bella, spontanea, e da meritare molta lode. Non so che faccia ora quel Torri di Verona, che me la chiese, e da qualche tempo non mi ha scritto di ciò. Credo che stia ora impiantando la sua nuova tipografia: almeno così mi scrisse un mese fa. Se però l'affare andrà innanzi, come spero, voi ne sarete avvisato.</p>
            <p>Per la posta d'oggi avrete il volume X <title>Opere</title> Giordani. Sono giunto alla metà di questa edizione che mi costa sudori di sangue, tante sono le inesplicabili bizzarrie dei Censori, i quali anche si sono divertiti a tenermi un volume sette mesi, e un altro tre, prima di darmi risposta. Ora ho sotto il torchio i volumi IX e XIII; ma il XIII sarà il primo che avremo.</p>
            <p>Giordani nostro mi incarica di salutarvi tanto tanto, e di dirvi che è più di tre mesi che non ha vostre lettere. Egli mi scrive ciò in data 5 corrente.</p>
            <p>Addio, adoratissimo amico. Vogliatemi bene, e credete che io sarò eternamente vostro obbligatissimo servo ed amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Brighenti (1822)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO BRIGHENTI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 1° Marzo 1822.</date>
            </opener>
            <p>Caro amico. Non bisognano scuse, dove io stesso vi do l'esempio di portarmi alla libera, come si conviene agli amici veri, e intanto solamente io sollecitai la vostra risposta, in quanto desiderava di sapere se quel manoscritto era o non era arrivato a buon termine: oltre al solito desiderio che avrò sempre delle lettere vostre. Di quello che mi dite in favore della traduzione, non penso altro che ringraziarvi, e non convenire; benchè, parlando sinceramente, convengo che le altre che ho vedute son peggiori, e rivedendole ultimamente mi son riuscite da meno ch'io non credeva. Del <hi rend="italic">Parini</hi>, quando non abbia ad essere con troppo vostro fastidio, gradirò molto che lo proccuriate da Milano, e lo mandiate per la posta, coll'avviso della spesa. Intendo, come vi dissi, il tomo delle poesie, che mi par che si venda separato; se no, tutti due. Con questo ordinario spedisco franchi scudi 2,80, a saldo del mio debito per le opere Giordani, cioè scudo uno di mio semestre anticipato, e paoli 18 per tre copie de' tre ultimi tomi delle medesime. Di Giordani appunto mi dite alcune cose, ma non mi dite mica se gli avete scritto ch'io gli ho scritto, come vi scrissi. Fuor di burla, fatemi questo piacere di dirglielo, e che io ho sempre risposto alle sue, acciocchè veda almeno che non mi scordo di lui, sebbene la posta si scorda affatto delle cose nostre. E per ora non ho altro, se non ch'io v'amo pur assai, e mi assicuro che ancor voi mi vogliate altrettanto bene, e questo mi consola molto. E sarò eternamente il vostro Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Melchiorri (1822)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIUSEPPE MELCHIORRI</hi>
               </byline>
               <date>Roma 23 Marzo 1822.</date>
            </opener>
            <p>Cugino carissimo. Dopo aver atteso un vostro riscontro, gradita oltre modo mi è stata la notizia che vi sia pervenuto il mio foglio, ed altrettanto dispiacevole m'è riuscito il non averne potuto avere la risposta, smarrita senz'altro. Avrei almeno appreso in quella i vostri sensi verso di me, quali non dubito che stati mi sarieno accettissimi. Pregovi pertanto a voler ripetere di nuovo i vostri caratteri, che al sommo mi saranno graditi. Sono ora a ragguagliarvi circa i miei studi.</p>
            <p>Sieguono essi a prender sempre più buona piega, e mercè la bontà di questi letterati, vanno ottenendo quel compatimento i miei scritti, che non so di meritare. Sono dei mesi che mi favorirono di accettare i miei scritti nel giornale delle <hi rend="italic">Effemeridi Letterarie</hi> di cui ora sono anonimo compilatore. Questo giornale ha di gran lunga superato l'<hi rend="italic">Arcadico</hi>, e sempre più avvanza, nel merito di una savia critica, e di un'ottima scelta di argomenti. A questo ho di già dato parecchi articoli, e fra l'altri uno nel Novembre passato risguardante l'opera del Conte Vincenzo de Abate d'Alba Pompea nel Monferrato, sulla Villa Martis, Patria, e Lari dell'Imp. P. Elvio Pertinace. Ora darò un altro articolo su varie Iscrizioni inedite, quali pubblicate non mancherò d'inviarvene l'estratto. Sarei intanto curioso di sapere se avete cognizione di questo Giornale, e se vi siete associato. In qualunque modo avrei sommo piacere che prendeste questa associazione di picciolissima spesa, ed a questo oggetto vi trasmetto una copia del Discorso poco fa pubblicato dall'editore Sig.r Filippo De Romanis, che mi fa continue premure onde avere qualche vostro scritto inedito, onde fregiarne le sue <hi rend="italic">Effemeridi</hi>. Pregovi pertanto a voler condiscendere a questa mia dimanda, assicurandovi che fareste cosa grata a tutti questi letterati. Viddi il vostro nome nel novero dei Compilatori del <hi rend="italic">Giornale Arcadico</hi>, ma non mi sembra di avervi veduto alcun articolo del vostro. Quel Giornale presentemente, per il suo letterario despotismo, va ogni giorno più decadendo, al contrario delle <hi rend="italic">Effemeridi</hi>, che imparziali e libere quali esse sono, tendono al vero scopo della Repubblica letteraria.</p>
            <p>Deggio intanto rimettervi i saluti del nostro amatissimo Ab. Cancellieri, dal quale si fa spesso menzione di voi e dei vostri talenti, che si desidererebbe veder brillare qui in Roma, ove ora sembra esservi un ottimo campo di ogni amena letteratura.</p>
            <p>Desidero aver nuove della vostra salute, che spero ottima. Mille saluti al Fratello, ed a tutti di vostra Casa. Perdonate la mia importunità, ed attribuitela alla stima che fo del vostro sapere, ed al bisogno de' vostri aiuti. Amatemi, intanto, e credetemi vostro aff.mo Cugino.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Brighenti (1822)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO BRIGHENTI</hi>
               </byline>
               <date>Bologna 10 Aprile 1822.</date>
            </opener>
            <p>Carissimo Amico. Non vi fate maraviglia se prima d'ora non risposi alla preziosa vostra lettera del 1° Marzo. Sono stato fin qui in aspettazione del <hi rend="italic">Parini</hi>, e contavo di scrivervi in occasione di spedirvelo; ma l'ho avuto solamente oggi. Per questo mi darete credito di paoli cinque, e per tutto il resto noi siamo già pareggiati con la rimessa che vi compiaceste farmi di paoli ventotto.</p>
            <p>Sappiate, mio buon amico, che nel frattempo sono stato a trovare a Piacenza il nostro divino Giordani. Apposta, e solo per vederlo, e starmi un po' seco, partii di qui il giorno 11 marzo, alle due dopo mezzogiorno. Una cosa mi è ne' viaggi di un'avversione indicibile, e questa è il dover necessariamente far conoscenze nuove, ponendosi in una vettura. Andare per la posta, le mie finanze più nol comportano. Presi adunque il partito di far questo viaggio in sediolo, e da me solo. Mi pare già di sentirvi rispondere: ma che matto che dev'essere questo Brighenti, ponendosi tutto solo in un legno scoperto, nel mese di marzo, per 90 miglia di andata e altrettante di ritorno. E se pioveva? Fortunatamente non piovve in que' giorni, e il mio viaggio è stato felicissimo. Arrivai a Piacenza il mercoledì 13. Corsi tosto alla casa del Giordani. Era egli sortito, e nol potei vedere che al tardi della sera. Da quel momento fummo indivisibili per due interi giorni, cioè tutto il Giovedì, e tutto il Venerdì. Lo trovai in buona salute, ma assai maltrattato dalla melanconia, infermità più penosa assai che non suolsi riguardarla dal comune; e io stesso l'ho provata più volte. Egli mi accolse con la solita sua bontà; e fra le prime richieste fu quella di chiedermi del suo amato Leopardi. Io gli dissi le nuove che avevo di voi, e quant'altro bramavate che sapesse del vostro carteggio, tante volte divorato dagli uffizi postali. Ne fu dolente, e m'incaricò di salutarvi cordialissimamente, e di assicurarvi che ogni vostra lettera che gli giunse, fu sempre da lui puntualmente riscontrata. Oh! mio buon amico: furono per me molto lieti e fortunati que' due giorni; se non che mi lacerò sempre il pensiero, che quelle erano ore fugaci, che in breve giro sarebbono finite. Infatti il Venerdì notte arrivò molto prima che io lo desiderassi, o l'attendessi. Noi ci abbracciammo amorosissimamente e ci lasciammo. Parve che mi desse qualche lusinga che in estate lo vedrei qui in Bologna, almeno per pochi giorni. Ma non mi disse tali parole da persuadermene del tutto, e ciò mi tiene molto afflitto. Basta: io certo non mancherò di tormentarlo di preghiere ogni volta che mi occorra di scrivergli.</p>
            <p>Vi prevengo che oggi spedisco alla posta sotto fascia alla vostra direzione le poesie del Parini. Vi prego poi di amarmi, e di tenermi sempre come cosa vostra. Io non ho più altro al mondo che il cuore di persone amorevoli, e credetemi che questo è tesoro per me, e che sarò geloso di custodirlo, e di non demeritarlo. Addio, ottimo amico. Quando sarà il giorno che veda anche voi, e mi stia un po' vosco discorrendola alla libera? Ma ricordatevi che io non so di greco, che io non sono letterato, non gentiluomo, non uomo di spirito. Io sono un povero diavolo, tagliato all'antica, fornito di una sensibilità all'antica, e nulla più. Addio, conte Giacomo, addio.</p>
            <p>Il conte Trissino m'incarica di riverirvi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Melchiorri (1822)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIUSEPPE MELCHIORRI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 15 Aprile 1822.</date>
            </opener>
            <p>Cugino carissimo. Ebbi e lessi con molto piacere la prima vostra alla quale risposi subito, e con altrettanto la seconda alla quale rispondo con questa. Che l'altra mia si smarrisse, mi dispiace, non per la lettera in sè, ma pel desiderio che voi gentilmente ne dimostrate. Non ripeterò le cose ch'io vi diceva allora intorno ai vostri studi, perchè m'avvedo benissimo che non avete bisogno d'incitamenti; e d'ammaestramenti, se n'abbisognaste (che tutti per verità n'abbisognano), non potrei soddisfarvene io. Mi rallegra molto il sentirvi così occupato e così ardente in questa carriera: e quanto agli aiuti che mi domandate, se son capace d'aiutarvi, m'offro interamente ai vostri servizi; ma non accetto le lodi che mi date; e per amor del vero, vi consiglio a detrarre qualche cosa della stima che fate di me; o che mostrate di fare. Circa quello che mi proponete relativamente a coteste <hi rend="italic">Effemeridi</hi>, risponderò con altro ordinario, perchè presentemente son dietro a terminare certe bagattelle che dovrebbero essere in punto dentro questo mese, e mi tengono molto occupato; oltre al solito impedimento degli occhi e della testa, che non mi lasciano studiare se non quanto piace loro. E queste ragioni desidero che mi scusino anche della brevità e della tardanza della presente. Ricordatemi alla Mamma, la quale non so se mi creda più al mondo. Datemi nuove della salute sua (come anche della vostra), e ditele che ho risposto sempre alle sue lettere, e scrittole ancora spontaneamente, ma non so se le mie le saranno state ricapitate. Vogliatemi bene e credetemi di cuore vostro affezionatissimo Cugino Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Melchiorri (1822)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIUSEPPE MELCHIORRI</hi>
               </byline>
               <date>Roma 20 Aprile 1822.</date>
            </opener>
            <p>Cugino car.mo. Sono rimasto soddisfattissimo nel leggere i vostri caratteri, nei quali scorgo quanta sia la vostra bontà e gentilezza verso di me, e gradisco l'offerta che mi fate dei vostri aiuti da me richiesti, e dei accordatimi cortesemente. Pongo intanto a profitto subito il vostro buon cuore, con pregarvi tosto di un favore. Bramerei sapere a posta corrente se continuate ad aver corrispondenza con gli editori dei giornali letterari milanesi, massime col Sig.r Ab. Acerbi editore della <hi rend="italic">Biblioteca Italiana</hi>. Essendo per pubblicare in questi giorni un opuscolo riguardante la descrizione della Grecia di Pausania, avrei sommo piacere che venisse quegli inserito in uno dei giornali milanesi, o intero o in estratto. Qualora voi possiate giovarmi colà, pregovi di farmene inteso al più presto, onde possa subito publicato inviarvene qualche esemplare, assicurandovi che ve ne sarò graditissimo <hi rend="italic">(sic)</hi>.</p>
            <p>Godo che il vostro genio si eserciti, ma son spiacente che lo faccia talvolta con dolore. Abbiatevi cura perciò, e pensate di conservare la vostra salute, cara a tutti quelli che vi amano. La Mamma vi saluta, e dice non aver mai ricevute vostre lettere, quali gli sarebbero graditissime; vi prego perciò a renderla contenta. Deggio darvi i saluti del nostro amatissimo Cancellieri, che indefesso mai sempre ad arricchire il publico di nuove opere sta ora conducendo a termine la interessante <title>Istoria dei Lincei</title>, come voi forse saprete. Vi riverisce ancora D. Natanaele Fucili, che vedo ogni mattina alla Biblioteca Angelica, ove egli viene a svolger libri, come io pure mi faccio. Caro Giacomo, non crediate che letteraria ambizione o desiderio di nominanza mi spinga a sudare su i libri, ma soltanto la brama di contentare un mio genio particolare per questi studi; e di allontanare l'ozio, funesta sorgente dei vizi. Del resto se i miei scritti vengono compatiti, sono contento ma non superbisco; se non incontrano, sono come prima allegro e di buon umore, e mi consolo di non aver perduto il mio tempo senza far nulla. Ciò dico, non perchè ancora mi sia avvenuto, ma perchè voglio esser preparato ad un caso, che procede da una eventualità facilissima. Non voglio tediarvi però d'avvantaggio. Mille saluti al Fratello, a tutti di Casa. Amatemi, e credetemi vostro aff.mo Cugino.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Ho detto di chiedervi aiuto, e ve lo chiedo realmente. In alcuni escavamenti praticati sulla via Appia sono state trovate molte Iscrizioni le quali sono dietro ad illustrare. Ora mi occupo di alcune Greche, ed a questo fine v'invio questa piccola onde mi vogliate dare qualche lume su questo <title>Crisippo Augustano Ambasciatore della Cilicia</title>:
<quote rend="block">
                  <p>
                     <foreign lang="grc">ΧΡΥϚΙΠΠΟϚ ΑΥΓΟΥϚΤΑ ΝΟϚ
ΠΡΕϚΒΕΥΤΗϚ ΚΙΛΙ</foreign>*</p>
               </quote>
            </p>
            <p>Non che in sè il personaggio possa molto interessare per sè medesimo, ma per la carica, e per la Storia. L'epigrafe è in un cippo di quegli antichissimi, e sembra degli ultimi anni della Republica. - Scusatemi. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Melchiorri (1822)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIUSEPPE MELCHIORRI</hi>
               </byline>
               <date>Roma primo Maggio 1822.</date>
            </opener>
            <p>Carissimo Cugino. Ancorchè l'ordinario scorso non abbia avuta risposta alcuna su ciò che vi scrissi risguardo a Milano, ciò non ostante vi trasmetto tre copie del mio opuscolo testè pubblicato, una delle quali potrete, se vi aggrada, spedirne al sig.r Ab. Acerbi Direttore della <hi rend="italic">Biblioteca Italiana</hi>, onde se crede ne faccia motto nel suddetto giornale, come di già vi scrissi. Se voi non foste occupato in cose di maggior rilievo, oserei pregarvi di farne voi stesso un articolo, onde ivi fosse inserito, e ve ne sarei obligatissimo, ma conosco bene che voi siete occupatissimo, e che non potrete perdervi dietro alle mie bagattelle. Basta, voi regolatevi come meglio credete, ed in qualunque caso vi prego a raccomandarlo ad Acerbi inviandoglielo.</p>
            <p>L'opuscolo che vi consegno, come vedrete, è in critica ad un lavoro di Antonio Nibby Prof. di Archeologia nell'Archiginnasio romano. Benchè io sia contrarissimo a far censure, conoscendo che talvolta posso forse meritarle ancor io, ciò non ostante essendomi trovato compromesso per varie ragioni, quali trovo inutile il ridirvi, non ho potuto ricusarmi di scriverlo e publicarlo. Avrò piacere che in amicizia e senza riguardo alcuno mi diate il vostro sentimento, che mi sarà graditissimo. Ricordatevi delle nostre <hi rend="italic">Effemeridi</hi>. Datemi nuove di vostra salute, quale vorrei migliore, e perciò vi consiglio a non applicar tanto, ed a frenare il vostro ardore per lo studio: <foreign lang="lat">da spatium, tenuemque moram</foreign>, poichè la salute deve guardarsi più d'ogni altra cosa.</p>
            <p>Mammà sta bene, e vi saluta. Avrete questa mia dal Cugino Galamini, del quale mi è stata graditissima la compagnia in questi pochi giorni, che ha qui fatto dimora. Perdonate al tedio che vi arreco con le mie importunità. Fatemi avere spesso i vostri caratteri. Saluti al fratello Carlo, a tutti di Casa. Amatemi, e credetemi a tutta prova vostro aff.mo Cugino.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Melchiorri (1822)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIUSEPPE MELCHIORRI</hi>
               </byline>
               <date>Roma 4 Maggio 1822.</date>
            </opener>
            <p>Car.mo Cugino. Vi scrissi nell'ultima mia ricapitatavi da Galamini, che non avevo ricevuta risposta, e fu vero, poichè ieri tornando di nuovo all'officio della Posta onde cercare se vi fossero mie lettere, mi fu consegnata la vostra ultima, che giunta il dì 28 dello scorso Aprile, non mi avevano mai data. Vi sono però obligatissimo della premura che vi prendeste in quella di rispondere analogamente alle mie inchieste. Circa il mio opuscolo a quest'ora l'avrete già ricevuto, e seguendo il vostro consiglio non penso di farne motto ad Acerbi. Se vorrà parlarne, lo farà di propria volontà, mentre so che a Milano ve ne sono andati parecchi esemplari.</p>
            <p>Ho gradito moltissimo le nozioni che mi avete favorito sulla Iscrizione che vi trasmisi, e trovo savissime le vostre riflessioni, delle quali farò uso a suo tempo. Sono anche io di parere con voi, che l'Iscrizione sia lavoro di un Latino, poichè non è supponibile che provenuta fosse <foreign lang="lat">ab antiquo</foreign> dalla Cilicia. Ma siccome nel tempo istesso che l'aggiunto di <hi rend="italic">Augustano</hi> ci toglie ogni dubbiezza sull'epoca al di sotto di Augusto; in quell'epoca non solo si conosceva, ma si aveva quasi in moda la Greca favella, e bisogna pur dire che vi furono di tutti i tempi dei Quadratari buoni e cattivi, ed a questa sola cagione si può ascrivere il pessimo dialetto della nostra Epigrafe. La modestia vi fa mentire talvolta, poichè vedo che vi volete dimostrare ignaro delle cose Archeologiche, mentre nel tempo istesso ve ne manifestate espertissimo.</p>
            <p>Circa la notizia che mi chiedete sulla Canzone inserita nelle <hi rend="italic">Effemeridi</hi>, essa è del sig.r Abb. Melchiorre Missirini Vice-Segretario dell'Accademia di S. Luca, ed il picciolo prologo che la precede è dell'editore sig.r Filippo De Romanis, il quale da me richiesto di tal notizia, mi ha pregato che a voi soltanto la communicassi, bramando che resti incognito l'autore sì dell'uno, che dell'altra. Vorrei sapere come vi dissi se avete in Recanati l'<hi rend="italic">Effemeridi</hi>, ed in caso contrario vi prego ad associarvi, essendo un giornale che m'interessa moltissimo. Circa la spesa, non è che uno scudo ogni trimestre, e ne sorte un fascicolo il mese. Circa i fascicoli già publicati questo Editore vi farà godere a mio riguardo tutto il possibile vantaggio. Nel fascicolo di Marzo ho cominciato, unitamente al mio amico e compagno di studio Cav. Pietro Visconti, nepote del celebre Ennio Quirino, la Illustrazione delle Lapidi Latine e Greche rinvenute nella Via Appia in quest'anno. Per la prima abbiamo data una Iscrizione Latina interessantissima risguardante un Contratto di fondi rustici. Avrei tanto più piacere che voi poteste in qualche modo giudicare dei miei scritti, onde emendarmi ove avessi fallato. Siccome non potrò avere l'Estratto dal Giornale finchè non sono tutte terminate d'illustrare, così fino allora non potrò inviarvene una copia. Vi spedisco intanto un'Iscrizione Greca scolpita in un cippo sepolcrale. Questa è metrica, e sembra appartenere al Triopio di Erode Attico, che come voi saprete fu fuori della Porta Capena, sulla Via Appia, fra il secondo ed il terzo milliario. L'Ab. Amati ne ha data una traduzione sul <hi rend="italic">Giornale Arcadico</hi>, la quale non diversifica molto dalla mia; siccome voi dovete aver certo quel Giornale, così vi prego di farne il confronto, e di dirmi imparzialmente il vostro giudizio. Mi farete ancora sommo favore se potrete aggiugnervi qualche nota grammaticale, e compìto sarebbe se ne faceste una versione metrica nel nostro idioma. Voi in ciò siete abilissimo, e ne fanno fede le vostre versioni dal greco, che avete inserite nello <title>Spettatore</title>.</p>
            <p>Sarei anche curiosissimo di sapere chi sia l'autore anonimo di un opuscolo intitolato: <title>Tito Livio interprete di se stesso, o sia Esame Critico intorno al viaggio di Cesone dalla Selva Ciminia sino a Chiusi, riportato dal d.o Istorico nel Lib. 9.° Decade 1</title>. - Questo opuscolo non dispregiabile è scritto in controversia di un'altra opera fatta da un Cav. Maceratese su Camerino. Questo è senza data nè di Città, nè di Tipi, nè d'Anno. Rilevasi però dal contesto, che non è superiore al 1780. Qualora potiate mi farete grazia a darmene qualche notizia.</p>
            <p>Nel mio Opuscolo alla pag. 13. lin. 17. è occorso un errore, avendo posto l'articolo <foreign lang="grc">ην</foreign>, in luogo della congiunzione <foreign lang="grc">τε</foreign>, e viceversa; ciò vi serva di regola nel leggerlo. - Non vi scordate di mandarmi il vostro parere sul suddetto. - Scusate la mia importunità, ed attribuitela soltanto al desiderio di profittare de' vostri amichevoli consigli.</p>
            <p>Saluti a tutti. Amatemi, e credetemi di tutto cuore vostro aff.mo Cugino.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Melchiorri (1822)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIUSEPPE MELCHIORRI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 13 Maggio 1822.</date>
            </opener>
            <p>Caro Cugino. Quello ch'io vi scrissi che l'iscrizione greca doveva esser opera d'un latino, non escludeva che fosse venuto dalla Cilicia, il che resta escluso per natura sua, senza neppur nominarlo; ma voleva escludere che fosse opera d'uno dei tanti artefici e scrittori greci ch'erano a Roma in quei tempi, e ai quali si solevano commettere le iscrizioni greche. Ma questa non mi par fatta da un greco per le ragioni che vi dissi.</p>
            <p>L'opera di cui mi parlate non mi ricordo d'averla mai veduta; e in questi paesi, come sapete, non si discorre di letteratura. Sicchè non saprei dove rivolgermi per informarmi dell'autore.</p>
            <p>Se la debolezza degli occhi e della testa non mi travolgesse straordinariamente, come suol fare in primavera, vi potrei servire circa l'iscrizione greca metrica. Ma mi trovo in istato che non posso attendere neppure alle mie cose ordinarie. Del resto una versione italiana o latina, in prosa un poco meno letterale di quella che mi mandate, sarà convenientissima e sufficientissima. E dove ci sono lagune, non si può tradurre in versi senza stenti e imperfezioni.</p>
            <p>Nel vostro libro trovo molto da lodare l'erudizione e la diligenza. Ma per darne un giudizio fondato, bisognerebbe averlo esaminato più accuratamente di quello ch'io abbia potuto fare. Solamente, perchè m'ha dato nell'occhio il passo di Strabone che portate a carte 13, vi dirò che la versione del Nibby mi fa rizzare i capelli, giacchè uno scolare non potrebbe far peggio. E di questo, se mi siete e se mi volete essere amico, non fate parola con alcuno, perchè adesso non voglio brighe letterarie a nessunissimo patto. La traduzione vostra è migliore senza dubbio, ma tuttavia non è giusta. Io credo che il passo non possa stare come voi lo portate, cioè che ci manchi un pezzo di periodo, senza il quale il senso non corre. E però, non avendo qui Strabone, non posso precisare il significato di quel passo, perchè, leggendolo così, non se ne cavano i piedi. Il certo è che <foreign lang="grc">ἄξιον</foreign> qui non significa nè <hi rend="italic">degno</hi> nè altro, ma <hi rend="italic">capace</hi>; e però <foreign lang="grc">ἄξιον τετρακοσίαις ναυσὶν</foreign> vuol dire semplicissimamente <hi rend="italic">capace di quattrocento navi</hi>: e qui non c'entra il <hi rend="italic">degno era</hi> del Nibby; e non vedo perchè voi similmente abbiate detto: <hi rend="italic">era da vedersi</hi>, giacchè il greco non ha niente di questo. Non so neanche perchè quell'<foreign lang="grc">ην</foreign> lo chiamate articolo. Vorrete dire che sia articolo relativo, e lo scriverete <foreign lang="grc">ἤν</foreign>; ma qui è manifestamente verbo, cioè va scritto <foreign lang="grc">ἦν</foreign>, e significa <hi rend="italic">era</hi>.</p>
            <p>Mi viene adesso alle mani il passo intero di Strabone. Non so se voi nel citarlo l'abbiate preso dall'originale, o solamente abbiate copiata la citazione del Nibby: e in questo dubbio vi scrivo qui quello che manca nella vostra citazione. <foreign lang="grc">Τὸ μὲν οὖν Παλαιὸν ἐτετείχιστο καὶ συνῴκιστο ἤ Μουνυχία Παραπλησίως ὥσπερ ἡ τῶν ῾Ροδίων Πόλις, Προσειληφυῖα τᾢ Περιβὸλῳ τόν τε Πειραιᾶ</foreign> ec. e seguono le parole da voi portate. La significazione di tutto il passo è questa, e non può esser altra, per chiunque sappia il greco in fatti e non in ciarle, come vedrete facilmente da voi stesso, considerandola un poco: <hi rend="italic">Anticamente Munichia era murata e abitata appresso a poco come la città di Rodi, comprendendo nel circuito delle sue mura il Pireo ed i porti pieni d'arsenali</hi> (<foreign lang="grc">νεωρία</foreign>), <hi rend="italic">come anche il magazzino delle armi, opera di Filone</hi>; ED ERA CAPACE (la detta Munichia) DA POTERVI STANZIARE QUATTROCENTO NAVI ec. La congiunzione <foreign lang="grc">τε</foreign>, come vedete, corrisponde alle cose dette di sopra, e che nella vostra citazione mancano; ma senza loro il periodo non si regge.</p>
            <p>Vi ringrazio della notizia circa i versi del Missirini, e vi prego d'un altro favore. Costì si dovrebbe certo trovare in qualche libreria pubblica il <hi rend="italic">Vocabolario</hi> della Crusca dell'edizione di Verona, accresciuta e proccurata dal Cesari. Vorrei che vedeste se alla voce <hi rend="italic">ingombrare</hi> è citato il seguente passo del Petrarca: <quote>Quel sì pensoso è Ulisse, affabil ombra, Che la casta mogliera aspetta e prega, Ma Circe, amando, gliel ritiene e 'ngombra</quote>. <bibl>Petr., <hi rend="italic">Trion. d'Am.</hi>, cap. 3, vers. 22.</bibl> Se è citato tutto o in parte, vorrei che mi sapeste dire a qual della detta voce, e sotto qual definizione o significazione della medesima sia citato.</p>
            <p>I miei cordiali saluti alla mamma, e all'ab. Cancellieri. Carlo vi ritorna i suoi. V'abbraccio, e sono il vostro Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Zavagli (1822)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">DEL D.R GAETANO ZAVAGLI</hi>
               </salute>
               <date>
                  <add resp="ed">Recanati</add> Da Casa 23 Maggio 1822.</date>
            </opener>
            <p>Sig.r Conte mio P.ne stim.o. Sottopongo alla di lei correzione questi miei scritti che voglio finalmente fare stampare, per ciò che riguarda l'ortografia e la lingua, e la priego di non risparmiarli in nessun conto e di rabberciarli alla meglio. Mi prendo questa libertà, perchè fui assicurato per sua gentilezza che in ciò mi avrebbe favorito. Mi perdoni frattanto, e mi creda con parzialissima stima d.o obb.mo Servitore.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Mancano le Annotazioni, che ho bisogno di copiare; ma questa sarà l'opera di un giorno, e posdomani gliele porterò in persona per lo stesso fine di correggerle.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Melchiorri (1822)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIUSEPPE MELCHIORRI</hi>
               </byline>
               <date>Roma 25 Maggio 1822.</date>
            </opener>
            <p>Cugino car.mo. Non avete a prendervi fastidio alcuno per la versione metrica dell'Iscrizione greca che vi trasmisi, poichè quella viene a tempo di qui ancora a qualche mese, essendo ora dietro a publicare le Iscrizioni Latine, che sorpassano il centinaio, e quindi infine porrò mano alle Greche. Siccome tutte sono commentate, e se ne publicano uno scarso numero per fascicolo, così non mi fa uopo di fretta veruna. Perciò a vostro commodo, e quando la vostra salute il permetta, potrete farne una traduzione metrica, che mi sarà graditissima. Vi ringrazio delle osservazioni fatte sopra il mio opuscolo, e vi prego che occorrendovi in seguito farmi altri rilievi, che li gradirò moltissimo. In altra mia vi renderò la ragione per cui ho così portato, e tradotto, quel passo di Strabone; ora però nol posso fare essendo occupatissimo. Non ho mancato di riscontrare l'edizione nel <title>Vocabolario della Crusca</title> di Cesari la voce <hi rend="italic">Ingombrare</hi>; non vi ho però trovati citati i versi del Petrarca che voi mi dite, e neppure vi è riportata la detta voce sincopata. A proposito di Cesari, esso è in Roma, e procurano di ritenerlo costì volendogli conferire la cattedra di Eloquenza Sacra nell'Archiginnasio.</p>
            <p>Antici ha pubblicata la sua <hi rend="italic">Traduzione dal Tedesco</hi>, che voi già saprete, e la sento lodare.</p>
            <p>Per dirvi qualche cosa dei miei studi presenti, vi dirò che sono stato oltre modo contento di avere stretta amicizia coll'Ab. Rezzi Ex-Gesuita e Bibliotecario della Barberina, il quale con gentilezza senza pari mi ha fatto padrone di quella doviziosissima Biblioteca ove, oltre <hi rend="italic">8000</hi> Codici, trovansi una incredibile quantità di mss. inediti di sommi autori, fra l'altri di Allazio, Noris, Holstenio, Ughelli, Ligario etc., dai quali spero di ritrarre copiosa messe di erudizione, ed è perciò che sarò talvolta ad incommodarvi per il vostro giudizio. Vorrei però sapere se sonoci poesie edite di <hi rend="italic">Messer Simone Dini detto Simon da Siena</hi>, e di <hi rend="italic">Messere Roberto Malatesta</hi>. Siccome ho trovato giorni sono alla suddetta Biblioteca delle poesie dei suddetti in un Codice del <hi rend="italic">300</hi>, e per quante ricerche abbia fatto in questi giorni non mi è venuto fatto di rinvenirle stampate, perciò vi prego su ciò di qualche lume. Quando le avrò estratte ve ne manderò copia onde giudichiate se sono degne di pubblicazione.</p>
            <p>Vi ritorno i saluti dell'Ab. Cancellieri. Ieri fui a farle <hi rend="italic">(sic)</hi> visita, e vi trovai Mons.r Mai il quale mi disse cento cose di voi, gentilissime tutte, e m'incaricò dei suoi saluti per voi. Non vi voglio tediare d'avvantaggio. Abbiatevi cura, e fatemi sentire nuove migliori della vostra salute. Mille saluti a Carlo, ed allo Zio. Amatemi, e credetemi vostro aff.mo Cugino.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Zavagli (1822)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GAETANO ZAVAGLI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 28 Maggio <add resp="ed">1822</add>.</date>
            </opener>
            <p>Stimatissimo Signor Dottore. Le poche cose che avrei creduto di mutare nel suo <title>Trattato</title>, e che io aveva già segnate a parte, gliele significai sinceramente a voce, com'Ella sa, e come conviene all'amicizia. Ora poichè mio fratello mi fa credere ch'Ella aspettasse qualch'altra mia osservazione in proposito, ripeto che ho letto la sua opera con sommo piacere, e non m'è accaduto di segnar altro. Ma se debbo dire il mio giudizio in genere, l'assicuro che il suo <title>Trattato</title> le farà molto onore, ed anche riuscirà più dilettevole assai di quello che sogliano essere questi tali libri, a causa dell'erudizione rara e curiosa che vi si contiene, e che abbellisce e corregge l'aridità naturale della materia. E in quanto spetta allo scopo del suo libro, credo che debba essere di non poca utilità, non solo in quei casi particolari della malattia ch'ella modestamente si contenta di specificare nel titolo, ma in molti altri a' quali si può adattare l'uso dell'olio, e più generalmente ancora, in tutto ciò che spetta alla scienza medica, la quale Ella molto saviamente si propone di ricondurre, se non all'uso, almeno all'osservazione e allo studio de' precetti e delle pratiche antiche: essendo certo che questi precetti e queste pratiche si costumavano in tempi ne' quali gli uomini vivevano in sostanza più sani d'oggidì, e quel ch'è meglio, valevano un tantino di più. Ed offrendomi a' suoi comandi, la ringrazio del piacere ch'Ella m'ha proccurato nella lettura anticipata della sua opera, e mi dichiaro suo devotissimo obbligatissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di F.Melchiorri (1822)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI FERDINANDA MELCHIORRI</hi>
               </byline>
               <date>Roma 29 Maggio 1822.</date>
            </opener>
            <p>Caro Nepote. Un secolo fa ci scrivevamo qualche volta; adesso no, e perchè? Io vi amo, dunque non può essere per deficienza d'affetto. Voi mi amate, io spero, dunque nemmeno in voi sarà per questa ragione. In poche parole, da ambo le parti esser deve pigrizia. Io la scuoto per parte mia, fate di far voi altrettanto. Da Peppe ho le vostre nuove; non mi basta però, voglio vedere li vostri caratteri. Esso mi disse che voi mi avevate scritto. Io però non ho avuto vostre lettere da tempo immemorabile. La stessa fortuna ho con vostro Padre, al quale di più ho scritto senza avere risposta mai. Pazienza, discorriamo di voi. Se volete farmi cosa grata, scrivetemi qualche volta. Sapete pure che la mia consolazione è grande di parlar con voi anche da lontano. Non mi curo di lunghe dicerìe, mi basta di veder il vostro buon cuore, e l'espressioni del medesimo a mio favore. Le mie non so palesarvele, essendo più grandi di quello che possa contenerle un foglio. Ditele a voi stesso, e assicuratevi che io vi acconsento, per quanto sieno esse grandi. La mia salute è stata da qualche giorno alterata, ma poco conto ne ho fatto, essendo assuefatta a soffrire. Mille cose.... a chi poi?... A chi si ricorda di me in casa vostra; vogliamo dire, caro Giacomo, che tu parlerai sempre solo a te stesso di me! Basta. Saluti a tutti. Il Cavaliere, Nanna, Peppe ti salutano. Io sono la tua Zia affezionatissima.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di C.Antici (1822)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO ANTICI</hi>
               </byline>
               <date>Roma li 29 Maggio 1822.</date>
            </opener>
            <p>Caro Nepote. Dite al vostro egregio Genitore, che ieri sera mi giunsero gli esemplari del suo <title>Trattato sulla Zecca Recanatese</title>. Il lessi subito con avidità uguale al piacere, e vi trovai moltissimi cenni istorici del più grande interesse, confermandomi così sempre più nella persuasione, che l'uomo d'ingegno sa rendere importanti gli oggetti anco più sterili. Io ne avrei sin da quest'oggi rimessa in nome dell'Autore una copia al Card. Rivarola, onde (<foreign lang="lat">nunc pro tunc</foreign>) infervorarlo a perorare il risorgimento di una Città "illustre, buona, ma poco fortunata"; ma nel dubbio che egli stesso lo abbia fatto, ne differisco l'esecuzione per attenderne il vostro avviso, che mi darete a posta corrente.</p>
            <p>Colla medesima speditezza vi prego di farmi avere l'elenco delle molteplici opere da voi in vari tempi, e con vari torchi, e giornali pubblicate, e di quelle non pubblicate, come farete colle altre del vostro Papà. Ho suggerito al cordialissimo nostro Cancellieri d'inserire nelle <hi rend="italic">Efemeridi Romane</hi> un articolo sul <title>Trattato</title> in discorso, e di farvi menzione su quanto vi richieggo. Non fate smorfie, ma a pronto corso di posta soddisfate, da vostro pari, alla mia domanda mediante una lettera, che io possa rimettere tal quale all'ottimo Cancellieri. Voglio che qui si conosca chi siete voi altri, lo voglio per sentimento di amicizia e parentela; lo voglio, perchè qui si sappia che la degradata e malmenata nostra Città vanta quegli Uomini, che non si trovano in tanti altri nostri paesi non illustri, non buoni, ma più fortunati.</p>
            <p>Scrivo a vol di penna, troppo occupato nell'apparecchio per il vicino movimento della mia gran caravana. Ricevete intanto e fate gradire ai vostri le proteste del più leale attaccamento, con cui sono v.o aff.mo Zio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A C.Antici (1822)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO ANTICI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>
                  <add resp="ed">Recanati 4 Giugno 1822</add>.</date>
            </opener>
            <p>Ho fatto subito leggere a mio padre la sua gentilissima del 29 scorso; ed egli m'impose di ringraziarla delle sue graziose espressioni e di mettere in sua libertà il mandare o no l'esemplare, ch'Ella dice, al Card. Rivarola, poichè mio padre non glie n'ha mandato.</p>
            <p>Non per far smorfie, com'ella dice, ma per vero sentimento, dico di cuore e con piena sincerità che quanto alle opere di me divulgate non ho altro desiderio se non che la memoria se ne cancelli interamente. Son cose giovanili, ed è tanto lungi che io dica questo per affettazione di modestia che anzi io le stimo indegne del mio grado letterario attuale, e credo che oramai non mi convenga più uscir fuori se non con qualcosa che mi ponga al disopra di parecchi altri. E ultimamente essendomi chiesta licenza da Verona di ristampare la mia <title>Batracomiomachia</title>, ho considerato e procurato che se ne scegliesse piuttosto un'altra; e quando vogliano onninamente la mia, ho permesso, che la ristampino (non avendo facoltà di negarlo), ma con patto espresso che non si dia nessun segno al pubblico di avermene fatto consapevole. Ella sa bene che il Guidi e non pochi altri quando ebbero acquistato una certa reputazione, rifiutarono decisamente tutte le loro opere giovanili e procurarono che fossero dimenticate. Le mie poi, meglio che giovanili, si potrebber chiamare fanciullesche, avendo riguardo all'età in cui furono scritte. Escludo solamente da questo numero le Canzoni le quali però sono già bastantemente note costì, dove appunto furono stampate.</p>
            <p>Quanto alle opere di mio padre, ne avrei mandato l'Elenco se l'avessi potuto fare senza l'aiuto suo, e se egli me l'avesse permesso. Ma anch'egli, ringraziandolo molto dell'attenzione, non ha creduto di doverne profittare in questa parte.</p>
            <p>Fin qui non debbo che ringraziarla. Ma posso ben lamentarmi di Lei, che avendo pubblicato la sua opera, e dandole occasione di scrivermi, non ne faccia neppure un cenno, come s'Ella non conoscesse e non sapesse di certo l'interesse ch'io ne prendo. Fatto sta che prima di sapere da Lei che l'opera fosse pubblicata ho dovuto sapere da altri l'accoglienza che l'è stata fatta costì. Ho veduto l'esemplare ch'Ella ha favorito di mandare in casa, ma finora l'ho dovuto lasciare a mio padre che lo legge, e saprà valutarlo meglio di me. Attendo però con impazienza il tempo di poterlo godere. E colla medesima impazienza aspetto ch'Ella si discolpi meco a voce del suo silenzio in questo proposito. Saluti e rispetti da parte di tutti i miei. La prego di ricordare a se stesso e alla sua consorte la mia servitù affettuosa, ed augurandole un prospero e <hi rend="italic">pronto</hi> viaggio, mi confermo suo obbligatissimo e amorosissimo nepote Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Melchiorri (1822)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIUSEPPE MELCHIORRI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 7 Giugno 1822.</date>
            </opener>
            <p>Caro Cugino. Non crederei che vi fossero poesie stampate di quei due scrittori antichi che voi dite. Non ne ho mai nè veduto, nè sentito o trovato che se ne faccia menzione. Ma come il <hi rend="italic">sì</hi> può dirsi molte volte di certo, così il <hi rend="italic">no</hi> difficilmente si può assicurare. Questi dubbi però, essendo lontani, non importano gran fatto in queste tali cose purchè le poesie che dite sieno degne della stampa per sè medesime. Quando me le mandiate, le leggerò volentieri, e ve ne dirò il parer mio.</p>
            <p>Vi ringrazio della diligenza usata circa la Crusca del Cesari. Fu mia inavvertenza lo scrivervi <hi rend="italic">ingombrare</hi>, perchè la Crusca non ne fa un articolo separato, ma lo mette insieme con <hi rend="italic">ingomberare</hi>. Resterebbe dunque che mi diceste se la Crusca del Cesari porta o no quel passo del Petrarca, sotto la voce <hi rend="italic">Ingomberare</hi>, o sotto qualcuno de' suoi §§. Con questa occasione mi fareste anche grazia di vedere se tra gli esempi portati al verbo <hi rend="italic">Riedere</hi>, ve ne fosse alcuno dove si trovasse l'imperfetto indicativo di questo verbo; cioè qualch'esempio dove si dicesse <hi rend="italic">riedea</hi>, o <hi rend="italic">riedeva, riedeano, riedevano</hi> ec. Tutto questo però a vostro pieno comodo, e senza disturbo delle vostre occupazioni. Se trovaste un esempio, come dico, mi fareste molto favore a copiarlo e mandarmelo; e quando anche ve ne trovaste più d'uno, basterebbe che ne mandaste uno solo.</p>
            <p>Vogliatemi bene: salutatemi la Mamma, alla quale scrivo oggi, e favoritemi di dirglielo. I miei rispetti distinti all'Ab. Cancellieri e a Monsignor Mai, se avete occasione di vederlo. Addio, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Melchiorri (1822)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIUSEPPE MELCHIORRI</hi>
               </byline>
               <date>Roma 9 Giugno 1822.</date>
            </opener>
            <p>Car.mo Cugino. Approfittandomi della partenza del Cav.e Antici vostro Zio vi trasmetto due opuscoli, quali spero vorrete gradire, essendo lavoro del mio amico e compagno di studi Cav. Pietro Visconti, di cui vi ragionai in altra mia. Egli abbenchè non abbia il piacere di conoscervi che di rinomanza, non di meno v'invia per mio mezzo gli suoi più cordiali saluti, pregando me di sentire il vostro parere, massimamente sulla medaglia di Lucio Vero, nella quale come vedrete viene ad esser illustrato un interessante punto d'Istoria. Vi prego di porgere le mie gratulazioni allo Zio e vostro Padre per la erudita Operetta che ha testè pubblicata, della quale soltanto m'incresce non esserne possessore, avendola dovuta chiedere all'Ab. Cancellieri onde leggerla, al quale era stata donata dal Cav.e Antici. Pregatelo pertanto di mandarmene qualche copia, assicurandolo che farà gratissima cosa, sì a me che a qualche amico vago di questi studi. Ditele <foreign lang="lat">(sic)</foreign> intanto che il sig.r Ab. Cancellieri si accinge a farne un estratto da inserirsi nelle nostre <hi rend="italic">Effemeridi</hi>.</p>
            <p>Riceverete i miei saluti e le mie nuove dal Cav.e Antici, il quale ho caldamente pregato a procurare la vostra venuta in Roma, persuadendo vostro Padre a qualunque partito. Non esagero punto se vi dico che questa idea di avervi fra noi mi rende contento in modo, che non vedo il momento che si verifichi. Forse i buoni uffici del suddetto Cavaliere potranno muovere una volta vostro Padre a contentare sì voi, che tutti quegli che hanno a caro il vostro interesse. Non mancate ancor voi dal canto vostro di cooperarvi, e se credete che io possa in qualche modo giovarvi, disponete pure illimitatamente di me.</p>
            <p>Salutatemi tanto Carlo, e ditegli che volontieri gli scriverei qualche volta, ma che le mie occupazioni non me lo permettono. Offritegli però in cambio da mia parte i miei servigi, quali vorrei adoperare in favore di entrambi onde vedervi una volta contenti. Non mi siate avaro dei vostri caratteri e della vostra confidenza. Amatemi, e credetemi vostro aff.mo Cugino.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Se fra le vostre Monete antiche, o Greche o Romane, ne aveste a caso qualcuna <hi rend="italic">inedita</hi>, sarei curiosissimo saperlo, mentre sono in impegno di fare una piccola dissertazione compagna a quella di Visconti, che vi mando. Però mi farete piacere avvertendomelo. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Melchiorri (1822)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIUSEPPE MELCHIORRI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 24 Giugno 1822.</date>
            </opener>
            <p>Caro Cugino. Risposi alla vostra penultima. Ora all'ultima dei 9. Vi prego di ringraziare infinitamente da mia parte il signor cav. Visconti del gentilissimo dono che mi manda. E ditegli che ricevo come dono anche più prezioso l'amicizia sua, della quale, per l'espressione della vostra lettera, mi par ch'io mi possa vantare. Mi duole assai che nell'Archeologia e nella Numismatica io sia poco meno che idiota, e perciò non possa proferire un giudizio ragionato sopra le sue <title>Dissertazioni</title>. Ma dico sinceramente che i suoi pareri, e le prove che n'adduce, per quel tanto ch'io n'intendo, mi persuadono, e mi piacciono molto, e massimamente quel che dice della medaglia di Lucio Vero mi par che sia molto utile e molto ben dimostrato.</p>
            <p>Sappiate che mio padre non m'ha neppur fatto vedere il suo libro, e però non ardisco nè mi curo di domandarglielo. E questo mi serva di scusa, se non ve lo mando, perch'io non l'ho.</p>
            <p>Torno a dire che l'Archeologia non fu mai nè il mio studio nè il mio genio. Sicchè, non avendo nemmeno libri sufficienti di Numismatica, non vi so dire se fra le nostre monete antiche se ne trovi alcuna inedita. Nondimeno, per servirvi, ho interrogato mio padre il quale m'ha detto d'averne una, di cui nessuno degl'intendenti che n'ha domandato, gli ha saputo dar notizia. Me n'ha fatto la descrizione, e ve la mando. Coi vostri libri vedrete se sia veramente inedita, e se vi faccia al caso.</p>
            <p>Non entrerò a discorrere quanto sia lontana dal verisimile, e quasi dal possibile, la mia venuta costì. Ma vi ringrazio cordialmente delle affettuose esibizioni ed espressioni che mi fate, e desidero di corrispondervi interamente in qualunque modo vi piacerà. Carlo v'abbraccia e v'è molto grato dell'amicizia che gli proferite; v'ama e vi saluta. Ricordatemi ai vostri, e in particolare alla Mamma, alla quale ho scritto poco fa, e vorrei che lo sapesse, in caso che la lettera fosse smarrita. Addio, addio. State bene ed amatemi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Melchiorri (1822)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIUSEPPE MELCHIORRI</hi>
               </byline>
               <date>
                  <add resp="ed">Roma</add> 17 Luglio 1822.</date>
            </opener>
            <p>Car.mo Cugino. L'altra volta che per voi consultai il <hi rend="italic">Dizionario della Crusca</hi> di Cesari mi convenne vederlo dal libraio De Romanis, che ne aveva una copia; ora poi avendola quegli venduta, mi converrà aspettare qualche altro giorno che giunga da Verona, ove lo ha di nuovo commesso. Queste Biblioteche non lo hanno, ed è perciò che sperando servirvi ho tardato qualche giorno a scrivervi. Subito giunto però, voi sarete servito. - Ho ricevuto testè quattro copie dell'opera di vostro Padre. Siccome poi non so se chi mi abbia di voi due favorito, vi prego pertanto a passare i miei ringraziamenti al medesimo, e ricevetene voi stesso i più cordiali. Il Cav. Visconti grato oltre modo alle vostre cortesi espressioni vi ritorna i saluti per mio mezzo. Vi sono obligatissimo della vostra buona volontà nel favorirmi della medaglia, che vostro Padre credeva inedita; essa però è edita, e trovasi nel Tesoro Morelliano al N.° 6 della Famiglia Aurelia, ed <hi rend="italic">Aurelius Rufus</hi> è il nome che vi si legge. Ciò non ostante, vi ripeto, vi sono obligato, ed in caso che la sorte vi porti a scontrarvi in qualche monumento Patrio, od in qualunque altro antico, che possa meritare illustrazione, mi farete grazia a comunicarmene la notizia, poichè gli antiquari, come saprete, hanno innata la manìa di scrivere e d'illustrare.</p>
            <p>Non so se abbia fondamento alcuno la notizia che ebbi giorni sono da Cancellieri, esservi cioè speranza che il Cav.r Antici vostro Zio tornando in Roma possa farci dono della vostra persona, conducendovi seco. In caso ciò fosse, ne sarei lieto oltre modo, e perciò ditemene qualche cosa.</p>
            <p>Vi scrissi tempo indietro, che avrei avuto a caro di poter porre qualche cosa vostra nelle nostre <hi rend="italic">Effemeridi</hi>, ond'è perciò che torno a pregarvene. Qualche poesia, con qualche versione Greca, qualche giudizio su qualche opera moderna, qualunque vostra cosa inedita, che da voi si creda a proposito da fregiarne il nostro Giornale, quale ancora non so se voi conosciate, non avendomi su questo mai adequatamente risposto. Sapendo quanto vi sono care le mie cose, vi dirò che la Romana Accademia di Archeologia, in una sua sezione del dì 27 p.p., volle compartirmi un onore non meritato da me ascrivendomi, unitamente al Cav. Visconti, fra i suoi soci Ordinari, quali sono al solo N.° di 30 i primi dell'Accademia. Il vedermi onorato da così cospicua Adunanza mi farà come spero raddoppiare i miei studi, ma poi qual ne sarà il frutto? Voi sapete qual mercè abbiano per solito quelli disgraziati che hanno impallidito su dei libri. Basta, si occupi il tempo, poichè questo è il solo pensiero, a mio credere, che debba avere chi batte la carriera dei studi.</p>
            <p>Datemi tanti saluti a Carlo. Qualora abbiate commandi da darmi, non avete ad usar complimenti, essendo anziosissimo di servirvi. Datemi nuove di vostra salute, che mi sono piacevoli, qualora poi sono buone. Amatemi, e credetemi di tutto cuore vostro aff.mo Cugino.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Zavagli (1822)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">DEL D.R GAETANO ZAVAGLI</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 29 Luglio <add resp="ed">1822</add>.</date>
            </opener>
            <p>Sig.r Conte mio P.ne stim.o. Quel sì gran piacere di essere lodato da lodatissimi Uomini io l'ho provato ier sera quando mi fu recata la di Lei umanissima lettera. Non mi torna conto di esaminare quanto la di Lei gentilezza e bontà a mio riguardo le abbiano fatto illusione nel giudizio che ha dato della mia <title>Memoria</title>; onde Le dico schiettamente che le sue lodi mi sono giunte gratissime e opportunissime per una certa tristezza di animo che mi opprime da molto tempo, e che mi compensano assai largamente della noncuranza in cui generalmente credo sia tenuta. La ringrazio pertanto della sua bontà, e se le piacesse di mandar copia della mia stampa a suoi amici, la priego di avvertirmene, perchè la servirò di quante copie può Ella averne bisogno.</p>
            <p>Mi dica se quel <hi rend="italic">deprimere e depressione</hi> ch'io ho usato, trattandosi di forze vitali, può stare in buona lingua, perchè ne ho qualche scrupolo, sebbene lo vedo scritto in molti libri recenti.</p>
            <p>Mi conservi la sua grazia, e mi creda quale con pienissima stima mi protesto di Lei d.o obb.o Servitore ed Amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di C.Antici (1822)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO ANTICI</hi>
               </byline>
               <date>Casa <add resp="ed">Recanati</add> 15 Settembre 1822.</date>
            </opener>
            <p>Caro Nepote. L'ottimo nostro Cancellieri ha mantenuto la sua parola, ed eccovene la pruova colle due copie del suo transunto, di cui vorrete far parte al Protagonista vostro degnissimo Genitore.</p>
            <p>Vi compiego ancora la sua lettera ed altro suo opuscolo, che in seguito mi restituirete, accettando intanto le reiterate proteste del costante attaccamento con cui sono v.o aff.mo Zio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Brighenti (1822)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO BRIGHENTI</hi>
               </byline>
               <date>Bologna 8 Ottobre 1822.</date>
            </opener>
            <p>Amico Veneratissimo. Com'è mai possibile che non mi riesca di avere più vostre lettere, dopo tante espressioni di bontà e d'amicizia, delle quali mi ricolmaste? La vostra ultima è del 1° Marzo. Vi supplico a degnarvi di togliermi d'affanno col dono sospirato di alcune vostre linee.</p>
            <p>Vi prevengo avere fatte le solite spedizioni per voi delle opere Giordani, delle quali in giornata sono usciti volumi nove cioè dal V al XIII, e presto cominceranno ad uscire i primi quattro volumi. Voi mi dovete per residuo nostri conti a tutto oggi scudi 1,20, che vi prego a rimettermi; ma più vi prego a scrivermi, e a certificarmi della vostra grazia, la quale io spero non avere demeritata. E pieno di riverenza mi rinnovo il vostro devotissimo servitore ed amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Brighenti (1822)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO BRIGHENTI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 14 Ottobre 1822.</date>
            </opener>
            <p>Carissimo amico. Io spero che voi non dobbiate credere che il mio grande affetto verso di voi sia diminuito in verun conto, perchè sono stato lungo tempo senza scrivervi. Anzi co' soli veri e sicuri amici io mi prendo questa confidenza di tacere alcune volte più a lungo dell'ordinario, perchè mi rendo certo che non mi dimenticheranno per questo, nè lasceranno d'amarmi, nè anche dubiteranno ch'io mi sia dimenticato di loro. Mando per la posta franchi paoli dodici ch'io vi debbo per gli ultimi due volumi usciti delle <title>Opere</title> di Giordani, e paoli cinque che vi debbo per le <title>Poesie</title> del Parini, in tutto sc. 1.70. Il nostro Giordani che fa? È gran tempo che non ho più nuova di lui. Non so che pensi di me. Io l'amo e ricordo a me stesso tutti i giorni, come fo di voi. E forse fra poco potremmo ricominciare a parlare insieme per lettera esso ed io. Salutatelo cordialmente per parte mia, e datemene qualche notizia, che ve ne prego. Scrivetemi pur anche voi qualche volta, e così farò anch'io verso di voi. Sono e sarò quello di prima, voglio dire il vostro tenerissimo e fedelissimo amico Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Melchiorri (1822)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIUSEPPE MELCHIORRI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 20 Ottobre <add resp="ed">1822</add>.</date>
            </opener>
            <p>Mio caro Peppino. Vorrei che tu mi sapessi dire se costì si troverebbe pel prossimo inverno una dozzina buona e discreta; in contrada non affatto deserta. Una camera mi basterebbe; ma la vorrei calda, luminosa e sopratutto non a tetto, ossia in ultimo piano. Io mangio poco, e non bevo vino: fo un pasto solo, con una piccola colezione la mattina. Dimmi a che prezzo si troverebbe una dozzina simile, e, se si può, abbine una in vista. Io verrei costà verso il mezzo Novembre. Non dico di più, e son così breve, perchè non posso scrivere; chè mi trovo ito degli occhi e della salute. Addio, addio. T'abbraccio col cuore.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1822)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>Spoleto 20 Novembre 1822.</date>
            </opener>
            <p>Carissimo Signor Padre. Scrivo in gran fretta e a un barlume per darle nuova del mio arrivo felice in questa città con ottimo tempo, e perfetta salute. Il dolor di testa ha fatto risolvere il zio Momo di allungare d'un giorno il nostro viaggio. Saremo a Roma sabato, piacendo a Dio. Il zio Carlo co' suoi compagni ha seguito la sua strada, e sarà a Roma venerdì. Riserbo a un'altra lettera tutte le espressioni della mia vera ed eterna gratitudine verso di Lei, e del mio fermo proposito di far sempre quello che io creda doverle essere di maggior piacere. La prego de' miei saluti alla cara Mamma, al fratello Carlo, e agli altri tre; e similmente de' saluti del zio Momo, il quale dal primo giorno del viaggio in poi, non ha più sofferto, e sta bene. Perdoni l'orridezza dello scrivere, il qual è dopo cena, in tavola, fra molte persone che mi assordano. Le bacio le mani, e con gran tenerezza mi segno Suo affettuosissimo e riconoscentissimo figlio Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Melchiorri (1822)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIUSEPPE MELCHIORRI</hi>
               </byline>
               <date>Roma 23 Novembre 1822.</date>
            </opener>
            <p>Car.mo Cugino. Dopo la dolorosissima perdita, che tanto altamente ne ha contristati, non ho avuto coraggio bastevole a riprendere la penna onde parlarvi di lettere, mentre son certo che ancor voi avrete avuto non meno dolore per questo lagrimevole caso. Ora ritorno a scrivervi, e pregovi di recar conforto in qualche modo al mio spirito, col farmi di nuovo rivedere i vostri caratteri; picciolo compenso è vero, ma a me però graditissimo. Il mio stato di salute non è in genere cattivo, ma il colpo improviso che piombò sul mio animo di recente, mi ha tolto gran parte dell'antica mia ilarità, e trovomi anche talvolta infastidito dalle convulsioni nervine, che erano da pria quasi estranee al mio fisico. Ciò credo esser cagionato appunto dal primiero stato tranquillo del mio animo, che mai aveva ricevuto sensazioni dolorose cotanto, per cui anche il fisico ora ne soffre non poco. A voi dunque si sta il porgere qualche alleviamento alla mia malinconia con farmi vedere qualche volta i vostri caratteri, e darmi notizia del vostro stato di salute. Ho ripreso i miei studi, ma sul principio non vi trovavo quel piacere di pria, poichè non alleggerivano punto il mio cordoglio. Ora poi che il dolore ha dovuto di necessità dar luogo alla ragione, ho riassunto le mie fatiche, le quali mi riescono gratissime, sollevandomi dalla tristezza. Per darvene conto, vi dirò come due sono i travagli che mi occupano al presente. Il primo si è una nuova edizione dell'opera di Varrone <title>de Lingua Latina</title>, la quale è mancante nel testo e ne' commenti, tanto grammaticali che eruditi. Per il testo, oltre quasi tutte le migliori edizioni, ho il confronto che vengo facendo con i Codici Vaticani ed altri Romani, non che quello del famoso Codice di Varrone, che esiste alla Laurenziana, e che è il padre di tutti gli altri. Le note poi grammaticali saranno in gran parte nuovissime, poichè a riserva di pochissime cose dette da Turnebo, Popma, Gottofredo, Scaligero, e Vastranio Mauro, non abbiamo altro. La parte poi erudita è stata trascurata del tutto, e non poche cose vi sono da dire sopra la Romana Topografia, e su i costumi. L'altro lavoro, che m'interessa non meno, si è la raccolta di tutte le antiche Iscrizioni edite dal 1765 in poi, cioè dopo il supplemento del Donato al <title>Tesoro</title> di Muratori, alle quali ne potrò aggiugnere una quantità di inedite. Questo lavoro verrebbe a formare un'Appendice alle copiose Raccolte del Grutero, Reinesio, Fabretti, Boissardo, Doni, Gudio, Muratori, Donato ecc. Voi adunque potete aiutarmi col consiglio primieramente, e coll'opera, dandomi notizia di cose che risguardar possano questi due lavori. Se mai fra i vostri libri aveste una qualche edizione di Varrone, mi fareste grazia di scrivermene l'indicazione, poichè mi ponno servire di lume. In altra poi vi darò ragguaglio migliore di queste cose. Intanto sappiate che Mons.r Mai ha finalmente pubblicata la cotanto desiata <title>Republica</title> di Cicerone. Non sono capace al certo di darvene giudizio, nè ho ancora potuto sentire quello degli altri. Subito però che sappia qualche cosa, ve ne renderò inteso. Vi accludo una Canzonetta del mio amico Visconti fatta in occasione della recente nascita della mia bambina, qual poesia se non m'inganno sembrami dello stile del Savioli. Voi potrete darmene miglior giudizio.</p>
            <p>Non vi voglio tediare d'avvantaggio con queste mie ciancie. Più presto mi giugneranno vostre lettere, e più mi saranno gradite. Salutatemi il Fratello, ed i Zii. Commandatemi qualche volta, chè mi farete piacere, e credetemi intanto costantemente vostro aff.mo Cugino.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad Adelaide L. (1822)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ADELAIDE LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>Roma 23 Novembre <add resp="ed">1822</add>.</date>
            </opener>
            <p>Carissima Signora Madre. Siamo arrivati in questo punto sani e salvi senz'alcuna disgrazia, e troviamo similmente arrivati e sani tutti i parenti. Scrivo in fretta perchè la posta è per partire, e le fo i saluti del Zio Carlo, del Zio Momo, di Donna Marianna e di tutti gli altri, i quali stanno benissimo. La prego di presentare i miei più rispettosi e affettuosi saluti al Signor Padre al quale scrissi già da Spoleto, e d'abbracciare per me i fratelli, assicurando sì l'uno come gli altri, che io scriverò loro a lungo, e darò loro conto di me quando sarò libero dalla necessità della fretta, e quando avrò trovato dove sia la mia testa. Io sto bene e gl'incomodi del viaggio, in cambio di nuocermi m'hanno notabilmente giovato. Le bacio la mano con tutto il cuore, e pieno di vivissimo affetto e desiderio di Lei, mi dichiaro Suo tenerissimo figlio Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Monaldo L. (1822)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI MONALDO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>Recanati, 25 Novembre 1822.</date>
            </opener>
            <p>Mio caro Figlio. Dopo oramai venticinque anni di non interrotta convivenza, duecento miglia circa corrono ora fra voi e me. Se il mio cuore non applaude a questo allontanamento, la mia ragione non lo condanna, ed io godo che voi godiate un onesto sollievo. Desidero bensì che anche per voi non sia tutto godere, e che la lontananza vi pesi, il quarto almeno di quanto mi è greve. Attendo questa sera con ansietà le nuove vostre, e del viaggio. Voi abbiatele buone di tutti noi, con affettuosissimi saluti e abbracci di tutti. Salutate cordialmente il Cavaliere, Don Girolamo, la tripudiante Donna Marianna, e tutta la vostra ospitatrice famiglia. Abbiatevi cura, e guardatevi, come vi dissi, da ogni sorte di pericoli. Figlio mio, voi siete per la prima volta solo in mezzo al mondo, e questo mondo è più burrascoso e cattivo che non pensate. Gli scogli che appariscono sono i meno pericolosi, ma non è facile il preservarsi dalli nascosti. Addio, Figlio mio. Scrivetemi, e non mi nascondete qualunque vostra occorrenza. Iddio vi cuopra e vi accompagni sempre colla sua santa benedizione, come io vi benedico, e vi abbraccio di cuore. Addio. Il vostro affezionatissimo padre.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Carlo L. (1822)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>Roma 25 Novembre <add resp="ed">1822</add>.</date>
            </opener>
            <p>Carlo mio. Se tu credi che quegli che ti scrive sia Giacomo tuo fratello, t'inganni assai, perchè questi è morto o tramortito, e in sua vece resta una persona che a stento si ricorda il suo nome. Credi, Carlo mio caro, che io son fuori di me, non già per la maraviglia, chè quando anche io vedessi il Demonio non mi maraviglierei: e delle gran cose che io vedo, non provo il menomo piacere, perchè conosco che sono maravigliose, ma non lo sento, e t'accerto che la moltitudine e la grandezza loro m'è venuta a noia dopo il primo giorno. E perciò s'io ti dico d'aver quasi perduto la conoscenza di me stesso, non pensare nè alla maraviglia, nè al piacere, nè alla speranza, nè a veruna cosa lieta. Sappi, Carlo mio, che durante il viaggio ho sofferto il soffribile, come accade a chi viaggia a spese d'altri, e di tale che cerca per ogni verso e vuole i suoi più squisiti comodi, sieno o non sieno compatibili cogli altrui. Ma ciò non ostante, per tutto il viaggio ho goduto, e goduto assai, non d'altro che dello stesso soffrire, e della noncuranza di me, e del prendere ogni momento novissime e disparatissime abitudini. E mi restava pure quel filo di speranza, del quale io sono capace, che senza infiammare nè anche dilettare, pur basta a sostenere in vita. Ma giunto ch'io sono, e veduto questo orrendo disordine, confusione, nullità, minutezza insopportabile e trascuratezza indicibile, e le altre spaventevoli qualità che regnano in questa casa; e trovatomi intieramente solo e nudo in mezzo ai miei parenti (benchè nulla mi manchi), ti giuro, Carlo mio, che la pazienza e la fiducia in me stesso, le quali per lunghissima esperienza m'erano sembrate insuperabili e inesauribili, non solamente sono state vinte, ma distrutte. Come inespertissimo delle strade, io non posso uscir di casa, nè recarmi in alcun luogo, nè restarvi, senza la compagnia di qualcuno della famiglia; e conseguentemente, per quanta forza io voglia fare in contrario, sono affatto obbligato a far la vita di casa Antici; quella vita la quale noi due, ragionando insieme, non sapevamo qual fosse, nè in che consistesse, nè come potesse reggersi, nè se fosse vita in alcun modo.</p>
            <p>Ieri fui da Cancellieri, il qual è un coglione, un fiume di ciarle, il più noioso e disperante uomo della terra; parla di cose assurdamente frivole col massimo interesse, di cose somme colla maggior freddezza possibile; ti affoga di complimenti e di lodi altissime, e ti fa gli uni e l'altre in modo così gelato e con tale indifferenza, che a sentirlo, pare che l'esser uomo straordinario sia la cosa più ordinaria del mondo. In somma io sono in braccio di tale e tanta malinconia, che di nuovo non ho altro piacere se non il sonno: e questa malinconia, e l'essere sempre esposto al di fuori, tutto al contrario della mia antichissima abitudine, m'abbatte, ed estingue tutte le mie facoltà in modo ch'io non sono più buono da niente, non ispero più nulla, voglio parlare e non so che diavolo mi dire, non sento più me stesso, e son fatto in tutto e per tutto una statua. Fa leggere questa lettera al signor Padre, al quale io non so quello che mi scrivessi da Spoleto: perchè dovete sapere che io scrissi in tavola fra una canaglia di Fabrianesi, Iesini ec. i quali s'erano informati dal Cameriere dell'esser mio, e già conoscevano il mio nome e qualità <hi rend="italic">di poeta</hi> ec. ec. E un birbante di prete furbissimo ch'era con loro, si propose di dar la burla anche a me, come la dava a tutti gli altri: ma credetemi che alla mia prima risposta, cambiò tuono tutto d'un salto, e la sua compagnia divenne bonissima e gentilissima come tante pecore.</p>
            <p>Senti, Carlo mio, se potessi esser con te, crederei di potere anche vivere, riprenderei un poco di lena e di coraggio, spererei qualche cosa, e avrei qualche ora di consolazione. In verità io non ho compagnia nessuna: ho perduto me stesso; e gli altri che mi circondano non potranno farmi compagnia in eterno. Scrivimi distesamente e ragguagliami a parte a parte dello stato dell'animo tuo, intorno al quale ho molti dubbi che mi straziano. Amami, per Dio. Ho bisogno d'amore, amore, amore, fuoco, entusiasmo, vita: il mondo non mi par fatto per me: ho trovato il diavolo più brutto assai di quello che si dipinge. Le donne romane alte e basse fanno propriamente stomaco; gli uomini fanno rabbia e misericordia. Ma tu scrivimi, e amami; e parlami assai assai di te e degli altri miei. Bacia per me la mano al signor Padre e alla Mamma, a' quali scriverò quest'altro ordinario, se ancora saprò scrivere. Salutami Paolina e Luigi e Don Vincenzo. In tutti i modi faremo animo: e l'assuefazione sottentrerà e rimedierà ogni cosa. Addio, <foreign lang="lat">caro ex carne mea</foreign>. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Carlo L. (1822)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>Recanati 29 Novembre 1822.</date>
            </opener>
            <p>Ho ricevuto questa stessa sera la tua lettera, e mi metto subito a scriverti. Così passo la notte, che in ogni modo sarebbe per me senza sonno dopo l'inquietudine in cui m'hai messo. Seguirò poi in diversi tempi fino al giorno della posta. Bisogna che ti parli prima di tutto di una cosa che tu mi dici per ultimo: questa è che sullo stato dell'animo mio tu hai molti dubbi che ti straziano. Buccio mio, qual è il mio stato te lo dirò, e tu devi immaginartelo, ma prima io domando a te di qual sorte sono i tuoi dubbi? Se tu pensi che io possa aver sofferto e soffrire, non t'inganni, ma non ci abbadare, perchè già sai di qual tempra io sono, e quantunque i giorni passati mi sembrasse che non potesse darsi una pena maggiore della mia, adesso che tu mi racconti le tue, mi pare di avere avuto tutti i torti. Ho però un sospetto che i tuoi dubbi possano cadere sopra un'indifferenza, di cui tu vogli accusare il mio cuore confondendomi cogli altri. Se questo è, io ti perdono l'ingiuria che mi fai per una sola ragione: che io pure aveva formato, quantunque appena me lo confessassi, un sospetto simile di te. Ognuno di questi distrugge l'altro, e rende inutile qualunque dichiarazione. Ora senti, quanto tu mi sei indifferente. Io ti vidi partire con una freddezza ricercata: già sai da quanti dispiaceri il mio cuore era reclamato tutto intiero; ti dissi addio, ti strinsi la mano, e volsi il pensiero altrove; ma appena ti vidi salito in legno, cominciai a rimproverarmi di non esser disceso per accompagnarti un lungo tratto di strada, ma era sì fortemente ritenuto! Allora mi si affacciò tutto in un momento il primo terribile assalto di dolore; allora cominciò la mia agonia. In quei momenti, Giacomo mio, che ancora tremo a ricordarmi; in quei momenti in cui io, soldato agguerrito contro tutte le disgrazie umane, dovetti darmi per vinto come un fanciullo, io era come convulso, strascinai strascinato giù per le scale, appoggiai per l'ultima volta chi non ho più riveduto, salutai, e vidi allontanarsi.... Insomma io t'ho sempre detto che il mio cuore è indomabile, e quando credo di averlo finalmente soggiogato, mi esce fuori con certi impeti così impreveduti e nuovi che mi è impossibile di fargli resistenza. Sapete già come io son fatto, e in questo momento riderei con voi della mia debolezza, ma quel che ho patito è storia. No, non vorrei trovarmi di nuovo in quel momento che restai solo, e nel tornare a casa non sapeva come fare a tenermi dal piangere parlando con varie persone, e diceva quasi macchinalmente: "Sì, Giacomo mi dispiace che sia partito; siamo stati sempre insieme"; e cercava di ridere. A casa poi l'afflizione immensa che mi sentiva non potè più contenersi; detti in smanie e gemiti così forti che mi pregavano a calmarmi. Ma che vuoi? Mi sentiva così infelice, ed era così impossibile ogni rimedio, che l'idea di consolarmi non mi passava per la mente: io vedeva tutta la lunghezza e l'estensione del male, e gli andava incontro, e mi ci ravvolgeva con una specie di ferocia. Io era debolissimo, non avea preso cosa alcuna, e dopo aver delirato tutta la notte sopra una lettera di congedo la più frenetica che abbia mai scritto, interrompendomi con urli che io temeva continuamente che ti svegliassero, non aveva più forza nemmeno di piangere. Lo crederai? appena mangiato un poco a pranzo, il pensiero mi si rinvigorì, e questa è un'osservazione che feci anche nei giorni successivi: colle forze che mi dava il cibo, mi rialzava sensibilmente la febbre del dolore, tanto che in fine della tavola io non poteva più resistere a dei singhiozzi che pareva volessero rompermi il petto. Sta' certo che tutto quel che ti dico, è esattamente vero: per più giorni non sono stato padrone di uscire senza che le lagrime mi grondassero per forza secondo che i luoghi mi destavano qualche rimembranza, per quanta gente potessi incontrare. La sera stessa poi che eri partito mi venne un pensiero nuovo fra i mille che mi assediavano. Come! tuttociò che amo non è distante da me che due o tre ore di viaggio, e non lo rivedrò? Volevo subito dopo cena correre per le poste a Tolentino, vedervi un'altra volta prima che partiste, ed essere a giorno in Recanati. Dopo vari tentativi inutili per trovare sul momento il denaro necessario, mi ritirai stanco e disperato a casa. Se sapesti <hi rend="italic">(sic)</hi>, questo solo progetto come mi avea rinfrescato! Non sentiva più nulla: ma vedendo impossibile di eseguirlo, mi convenne rassegnarmi ad una miserabile quiete: i miei occhi erano 48 ore che non s'erano più chiusi: finalmente dovetti cedere alla natura; e obbliare per qualche momento ciò che mi parea delitto di non aver sempre davanti gli occhi. Che giorni, Buccio mio, di dolore memorabile! Ti giuro che non posso anche in questo momento ritoccare queste cose senza un ribrezzo infinito: più volte ho cercato di trovare un'idea che esprimesse l'effetto morale e fisico che sentiva in me, nè ho mai saputo trovare che questa: mi pareva di essere dentro un sepolcro, e di camminare sotto un'aria cieca e pesante, come può essere sotto terra; i miei occhi sempre gonfi sembrava che si ricusassero alla vista con un effetto tutto simigliante a quello che forse ti ricorderai di aver visto sul teatro nel <title>Furioso per amore</title>: tutto attorno a me era irrespirabile e antivitale, non v'era un soffio abbastanza leggiero per servire alla vita; eppure sentiva di esistere, ma come può sentirlo un asfissiaco, o un sepolto vivo. Questa sola immagine mi pare che potesse render conto della mia situazione. Al presente il tempo ha cominciato a operare, e ha ridato il loro posto ai miei principj che tu conosci perfettamente. D'altronde, mi son detto, m'addolorerò io per le mie perdite? Io non l'ho mai costumato; i miei cari non ne hanno fatta alcuna, anzi stanno meglio. La tua lettera nello smentirmi mi ha dato un vivo rammarico. Sentimi, caro Buccio, non è vero primieramente che l'animo ti si sia intorpidito come ti lagni, mentre scrivi con tale ardore. Questo è uno dei soliti giuochi del nostro carattere: trovarsi alla mèta di un desiderio già sai che per noi è un veleno.</p>
            <p>Ti compatisco poi di cuore, e ti credo in tutto ciò che mi dici sui disgusti del tuo viaggio e del tuo soggiorno. In quanto al primo, io li vedeva di qui tutti anche più dettagliati: quelli del secondo ti confesso che mi son riusciti nuovi, perchè non sapeva supporre che la vita perpetuamente precaria che vedeva tenersi in Recanati si trasportasse anche in Roma dove tutto è stabilito. L'ho per altro subito compreso, e per mostrarti quanto sento di qual sorte sia un tal disagio, non posso dirti altro se non che io qui conosceva benissimo che non avrei potuto reggervi per parecchie ore, e ogni sera ne partiva affaticato, e contento di finirla, quantunque sai se vi stava volentieri. Con tutto ciò permettimi di dirti, che quando si ha una camera propria, un poco di franchezza, e sopra tutto la persuasione che in questo mondo la sola temerità è premiata, io sono di opinione che si possa riuscire a formarsi un piccolo ordine in mezzo a quel disordine. Per questo mi ha molto consolato il vedere la data della tua lettera che è di soli due giorni dopo arrivato: voglio lusingarmi che dopo i primi momenti la tua posizione sia molto migliorata. Quello di cui ti prego istantemente, è di non lasciarti abbattere, di non abbandonarti: conosco perfettamente tutto quello che ti dà pena, anche indipendentemente dagli albergatori. Tu sei avvezzo ad annoiarti, ma a modo tuo, non a quello degli altri: la necessità di dir tutto il giorno parole vuote ti tormenta, tu non sei ancora rotto a questa vita, io ne sarei un poco più esperto, e vi soffrirei meno. Ma il coraggio non ti deve mancare, e sta pur certo che quando vi è questo tutte le situazioni possono passare. Alla fine per quanto io pensi, non vedo che ti possi lagnare: tu non hai perduto niente, e piuttosto hai guadagnato. Sei pure in Roma; passeggio in strade popolate, un bel monumento al giorno da visitare, società numerose con varie probabilità d'incontri favorevoli, teatro; già sai che queste sono le mie condizioni per un vivere <hi rend="italic">comfortable</hi>. Perchè non esci da te? mi sembra che il timore di non ritrovare l'alloggio non possa durare più che pochi momenti; così mi ha assicurato anche Babbo, con cui ne ho discorso. Fa a mio modo: la prima bella mattina esci solo, e godi di smarrirti in Roma alla barba di tuo fratello che sta in letto, mentre dànno i più bei Soli del mondo, per non saper dove andare. Ma io desidero e spero che questi consigli t'arrivino troppo tardi, e siano prima seguìti che dati. Ricòrdati qual è il vero modo per godere: <hi rend="italic">ventre addietro</hi> ec. Bisogna che tu consideri il tuo viaggio, come un viaggio d'affari, di commercio, come tu vuoi. Per un viaggio sentimentale come quello di Sterne, fa d'uopo andare in posta col suo cameriere, smontare alla locanda a proprie spese. Ti dico così perchè mi accorgo che tu esigi l'entusiasmo come un genere: caro amico, chi può esigerlo? non è per tutto rarissimo il trovarlo? Giacomo mio, sono costretto a terminare perchè questa lettera non è ostensibile, e devo consacrare l'altro mezzo foglio a quest'oggetto. Vedi di risparmiarmi in seguito questa noia coll'esimerti dal mostrare le mie lettere: anch'io per lo stesso oggetto non ho mostrato la tua a Babbo, e mi è andata bene; bensì gli ho detto il contenuto. Se tu nella tua prima mi rassicuri, bene; se no, domanda alla posta del signor Leonida Termopili. Ti prego di scrivermi sotto il nome di Sofia Ortis: la ragione è che questo è il nome che avea dato a Mariuccia, e non voglio passare per coglione col maestro di posta che ho pure prevenuto, il quale non vede venire un c... sotto questo nome, e sicuramente s'immagina di che si tratta. Ti ringrazio di ciò che me ne dici; parlamene pur sempre; essa però non sentirà parlar di me per ora, perchè non vuol obbedire. Ha scritto a Paolina per supplire, ma figùrati. Ho trovato la borsa; vuota, già s'intende, e sta ora in mie mani. Tu non gliene dir niente. Addio, mio caro Buccio; mi tratterrei sempre con te. Credimi che non si può aver più premura di quella che ho per te. Ti abbraccio e ti bacio con tutto l'affetto.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Adelaide L. (1822)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ADELAIDE LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>Recanati 29 Novembre 1822.</date>
            </opener>
            <p>Caro carissimo Figlio. Molto mi ha rallegrato la vostra lettera, ma molto più quella che avete scritta al Babbo da Spoleto. Vedo che conoscete bene i vostri doveri a suo riguardo, e ciò mi è garante della vostra buona condotta in avvenire.</p>
            <p>Sapete quanto io vi amo sinceramente, e qual spina mi sia stata al cuore il vedervi sempre malcontento e di mal'umore. Prego, benchè indegna, il Signore e la cara nostra avvocata Maria SS.ma perchè vi renda pienamente felice. Mostrate molta riconoscenza a Don Girolamo, infinita al caro fratello Carlo e a Donna Marianna; per loro vedete Roma, e ne godete quanto ha di bello. Abbiatevi moltissima cura, e non trattate persone indegne. Vi ritorno mille saluti di tutti. Amatemi, e credete sempre all'affetto sincero della vostra affezzionatissima Madre che vi abbraccia e vi benedice.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Carlo L. (1822)">
            <opener>
               <date>
                  <hi rend="italic">DI CARLO LEOPARDI</hi>
               </date>
            </opener>
            <p>Caro Buccio, ricevi i miei abbracci. Ho visto finalmente una tua lettera data da Roma. Divèrtiti quanto più puoi, pensando che deve esser per due: dal canto mio sta' sicuro che mi annoio per te ancora. Spero di ricever oggi le tue nuove dirette a me, se pure hai ancora trovato la tua testa, che dicevi di aver perduta per viaggio. Luigi assicura che la mise sopra il baule: non so poi di quale parli. Addio; voglimi bene. Mamma mi ha lasciato così poca carta! A quest'altro ordinario dunque.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Monaldo L. (1822)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI MONALDO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>Recanati, 29 Novembre 1822.</date>
            </opener>
            <p>Mio caro Figlio. La vostra scrittami da Spoleti il dì 20, giunse con l'altra scritta a vostra Madre da Roma il dì 23. Ammirabile sagacità della nostra Amministrazione postale, alla quale, sola forse in tutto il mondo, è riuscito di conciliare un metodo, secondo cui le lettere scritte prima e da vicino tardano più che quelle scritte dopo e altrettanto da lungi. Ringraziamo però la Providenza, perchè, mentre soffriamo e deridiamo queste insufficienze del Governo nostro, siamo immuni da tante reali e personali gravezze onde gemono i sudditi di altri Principi. Di cuore poi, e ben di cuore, ringrazio Iddio misericordiosissimo per avervi fatto giungere costà salvo e sano, liberandomi così dal timore in cui mi teneva la vostra non guarita costipazione. In ogni altra circostanza non avrei permesso il vostro partire in quello stato, ma calcolando tutto, conobbi che il trattenervi non era il vostro meglio. Restai però con timore e questo ha aumentata la mia compiacenza nel sentirvi perfettamente rimesso. A quest'ora avrete veduto alquanto di Roma, e ne saprete più di me, che sarei nuovo costì, come in Londra, non ricordandomi affatto del poco che ne viddi nella mia gioventù.</p>
            <p>Sono persuaso che voi non vogliate se non quanto può farmi piacere, ma il sentirmelo cordialmente ripetuto da voi non lascia di consolarmi. Voi altresì sarete persuaso che a me non piace se non quanto è diretto al vostro vero bene e vantaggio.</p>
            <p>Sono buone le nuove di tutti, e tutti vi salutano cordialmente. Voi salutate nominatamente tutti in mio nome, e dite al Cavaliere che non gli scrivo perchè non abbia l'incomodo delle mie lettere, mentre ha quello della vostra dimora. Allorchè anderete a Santa Maria Maggiore, mi farete piacere visitando la Contessa Mazzagalli nel monastero di Sant'Antonio in quelle vicinanze. Così se mai ai SS. Apostoli vedeste il maestro Tracchini conventuale, dategli i miei saluti. Conoscerete un ottimo religioso, e ne avrete accoglienza cordiale.</p>
            <p>Addio, mio caro Figlio. Abbiatevi ogni cura, e non dimenticate di evitare accuratamente il pericolo delle carrozze. Quando siete disoccupato, scrivetemi e dettagliatemi la vostra vita. Qualunque cosa vi occorra, scrivete liberamente. Vi abbraccio di cuore, e vi chiamo da Dio mille benedizioni. Vostro affezionatissimo Padre.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1822)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>Roma 29 Novembre <add resp="ed">1822</add>.</date>
            </opener>
            <p>Carissimo Signor Padre. Ho ricevuto la sua amorosissima de' 25 corrente, dalla quale rilevo che dev'essere smarrita la mia scrittale da Spoleto ai 20. Non una quarta parte dell'amarezza che reca al suo bell'animo la nostra separazione, ma per lo meno altrettanta è quella ch'io provo: anzi ne' primi giorni dopo il mio arrivo, fu tale il mio smarrimento, trovandomi isolato, e lontano da' miei più cari, ch'io non credeva di poter durare in questo stato senza somma e continua pena, come scrissi a Carlo, pregandolo di farle subito leggere la mia lettera. Ora, quantunque l'assuefazione e alquante conoscenze fatte m'abbiano un poco sedato e pacificato l'animo, non m'hanno però compensato, nè mai cosa veruna del mondo mi compenserà della vicinanza e del presente e visibile amore de' miei genitori e fratelli. Mi consola molto il pensare ch'Ella preghi il Signore Iddio per me, affinchè mi liberi da' pericoli del mondo, che certo son gravi; e ch'Ella da lontano mi benedica, e mi tenga per suo buono e fedele e tenerissimo figlio. Ma perchè, quanto è possibile all'amore, Ella stia coll'animo riposato sul conto mio, le dirò che ho trovato in Roma assai maggiore sciocchezza, insulsaggine e nullità, e minore malvagità di quella ch'io m'aspettassi; e le ripeterò quello ch'io le dissi poco avanti di partire, cioè ch'io sono molto più ostinato che volubile, e molto più disprezzatore che ammiratore: e non ostante la poca pratica fatta nella conversazione degli uomini, pure mi riprometto (e in questa lusinga mi conferma anche una certa esperienza) di scoprire almeno una gran parte degli artifizi che s'adoprano per sedurre, ingannare, schernire e perdere i giovani e ogni sorta d'uomini. La saluta caramente il cugino Melchiorri, il quale Ella mi dee credere che veramente non è un cattivo giovane, anzi è più di tre volte buono, e smaniosamente infatuato della letteratura assai più di quello che sia mai stato io medesimo. La salutano i Zii, e la insopportabile Donna Marianna, la quale mi vuol bene; e io non so quello che me le voglia. Bacio la mano alla cara Mamma, e saluto ed abbraccio i fratelli. A lei professerò eternamente la più viva gratitudine e il più caldo e filiale affetto. Mi ami, caro Signor Padre, ch'io l'amo di tutto cuore, e desidero di servirla e di compiacerla e d'ubbidirla in ogni cosa. E per quasi niun altro rispetto mi rallegro di aver sortito un cuore sensibile e pieno d'amore, se non perch'io posso rivolgere la mia sensibilità verso di Lei. Suo ossequiosissimo e affettuosissimo figlio Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Carlo L. (1822)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>Recanati 1° Dicembre 1822.</date>
            </opener>
            <p>Ti ringrazio, mio caro Buccio, del pensiero che hai avuto di scrivermi una lunga lettera quasi appena arrivato, e mentre avevi tante cose nuove da vedere, di esserti ricordata una vecchia amicizia. Dal mio canto sta sicuro che sei corrisposto, e se dovessi dirti quanto mi ha dispiaciuto la tua partenza, farei una lettera molto mesta e molto lunga. Io ti richiamo ad ogni momento, e mi è sempre di nuova sorpresa il non trovarti vicino a me; mille volte ti suppongo in camera, e mi trattengo dal far rumore per non disturbarti; mi succede ancora d'incamminarmi coll'idea di dirti qualche cosa. Ma non discorriamo di queste cose che rattristano. Finchè ti scrivo, non sento la tua assenza: non la rammentiamo dunque.</p>
            <p>Checco Cassi è stato a Filottrano, e ha fatto molte ricerche sopra un Leopardi che hanno preso per me; ma dovevi esser tu, mentre te solo conosce per lettera. Gli hanno risposto in modo da favorirmi: così ti hanno reso giustizia senza saperlo.</p>
            <p>Giunse qui una lettera scritta a te, lo stesso giorno che tu arrivasti a Roma, da Peppe Melchiorri. A quest'ora l'avrai visto, ma in ogni caso te l'avverto. Ti parlava di certi suoi imbrogli, e ti mandava una poesia di un suo amico nel parto di sua moglie.</p>
            <p>Figùrati le gran cose che ho da dirti per parte dei fratelli. Paolina.... ma eccola che ti vuole scrivere per forza qui sotto.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Paolina L. (1822)">
            <opener>
               <date>DI PAOLINA LEOPARDI</date>
            </opener>
            <p>È senza dubbio che io voglio dirti qualche parola, Giacomuccio mio, se non altro per farti ricordare di me, benchè spero che non mi avrai dimenticata. È inutile il dirti che io ti voglio sempre bene, che sempre mi pesa e mi affligge la tua lontananza. Tu lo crederai bene senza che io te lo assicuri; e, se non avessi letto ciò che ti dice Carlo qui sopra, e, se non avessi paura di essere accusata di rubar le sue parole, volevo dirti come sempre ti cerco, e sempre mi pare di sentire i tuoi passi, e mi muovo per vederti; ma già inutilmente, chè tu non ci sei più, e per lungo tempo. E bisogna accomodarsi a quest'idea, che sempre meno mi affliggerà, se tu mi assicurerai di amarmi ancora dove sei, e di ricordarti spesso di me che ti scrivo al suono del pianoforte di Carlo, che non mi lascia distinguere i spropositi che faccio, per terminare i quali ti lascio, salutandoti e abbracciandoti leggermente per non farti male. Addio. Non ci hai parlato mai del tuo raffreddore; speriamo che ne sarai guarito.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Carlo L. (1822)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO LEOPARDI</hi>
               </byline>
            </opener>
            <p>Basta basta: ecco che mi ha rubata tutta la carta. Se mi vuoi bene, divèrtiti; questo è il solo compenso della tua lontananza. Ti do i saluti dei Genitori; presenta i miei complimenti ai tuoi ospiti. Avremo, o piuttosto avranno l'Opera; a Loreto non v'è musica. Di nuovo divèrtiti; t'assicuro che mi preme assai, e, finchè siamo lontani, non ti domanderò altro favore che questo. Addio, Buccio; voglimi sempre bene.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Paolina L. (1822)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PAOLINA LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>Roma 3 Dicembre 1822.</date>
            </opener>
            <p>Cara Paolina. Che cosa volete sapere de' fatti miei? Se Roma mi piace, se mi diverto, dove sono stato, che vita faccio? Quanto alla prima domanda, non so più che rispondere, perchè tutti mi domandano la stessa cosa cento volte il giorno, e volendo sempre variare nella risposta, ho consumato il frasario, e i Sinonimi del Rabbi. Parlando sul serio, tenete per certissimo che il più stolido Recanatese ha una maggior dose di buon senso che il più savio e più grave Romano. Assicuratevi che la frivolezza di queste bestie passa i limiti del credibile. S'io vi volessi raccontare tutti i propositi ridicoli che servono di materia ai loro discorsi, e che sono i loro favoriti, non mi basterebbe un in-foglio. Questa mattina (per dirvene una sola) ho sentito discorrere gravemente e lungamente sopra la buona voce di un Prelato che cantò messa avanti ieri, e sopra la dignità del suo portamento nel fare questa funzione. Gli domandavano come aveva fatto ad acquistare queste belle prerogative, se nel principio della messa si era trovato niente imbarazzato, e cose simili. Il Prelato rispondeva che aveva imparato col lungo assistere alle Cappelle, che questo esercizio gli era stato molto utile, che quella è una scuola necessaria ai loro pari, che non s'era niente imbarazzato, e mille cose spiritosissime. Ho poi saputo che parecchi Cardinali e altri personaggi s'erano rallegrati con lui per il felice esito di quella messa cantata. Fate conto che tutti i propositi de' discorsi romani sono di questo gusto, e io non esagero nulla. Il materiale di Roma avrebbe un gran merito se gli uomini di qui fossero alti cinque braccia e larghi due. Tutta la popolazione di Roma non basta a riempire la piazza di San Pietro. La cupola l'ho veduta io, colla mia corta vista, a 5 miglia di distanza, mentre io era in viaggio, e l'ho veduta distintissimamente colla sua palla e colla sua croce, come voi vedete di costà gli Appennini. Tutta la grandezza di Roma non serve ad altro che a moltiplicare le distanze, e il numero de' gradini che bisogna salire per trovare chiunque vogliate. Queste fabbriche immense, e queste strade per conseguenza interminabili, sono tanti spazi gittati fra gli uomini, invece d'essere spazi che contengano uomini. Io non vedo che bellezza vi sia nel porre i pezzi degli scacchi della grandezza ordinaria, sopra uno scacchiere largo e lungo quanto cotesta piazza della Madonna. Non voglio già dire che Roma mi paia disabitata, ma dico che se gli uomini avessero bisogno d'abitare così al largo, come s'abita in questi palazzi, e come si cammina in queste strade, piazze, chiese; non basterebbe il globo a contenere il genere umano. Quanto alla prima domanda siete soddisfatta. Alle altre risponderò con più comodo. Salutate il Papà, baciategli la mano per me, ditegli che ho ricevuto la sua del 29 passato, che eseguirò le sue commissioni circa la contessa Mazzagalli e il padre Trachini, che l'altra circa l'avvocato Fusconi è già eseguita, che il danaro e il panno della Marchesa Roberti è consegnato da più giorni, che io sto bene, e così tutti i miei ospiti, i quali, e in particolare i Zii, salutano lui e la Mamma. Ho ricevuto anche la lettera della Mamma; salutate anche lei, e datele un bacio. Dite a Carlo che qualunque sia il baule di cui parla Luigi, la mia testa non istava sopra il baule: ma che un altro baule, del quale io intendo di parlare, l'ebbi sempre di dietro. A Luigi, a Pietruccio, a Don Vincenzo ec. salute e benedizione. Non ho adempiuto i vostri comandi, ma col tempo si farà tutto. Voglimi bene e sta' bene. Aspetto lettera di Carlo con quest'ordinario, e tua fra una settimana. Addio. Marietta ti saluta. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Monaldo L. (1822)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI MONALDO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>Recanati, 6 Dicembre 1822.</date>
            </opener>
            <p>Mio carissimo Figlio. Ho ricevuta, con soddisfazione grandissima, la cara vostra delli 29, la quale mi ha fatto piacere in tutte le sue parti. Non lessi quanto scriveste a Carlo, e non so perchè mi privasse egli di quella compiacenza che voi avevate inteso di recarmi. Poco male e non gliene fate rimprovero. Verrà il suo giorno, e come in esso egli troverà sempre aperto il cuore del Padre, sarà scontento di avergli, per un tempo già lungo, serrato il suo.</p>
            <p>Sapevo che gli uomini di Roma non vi avrebbero appagato, come so che, ovunque e sempre, troverete carestia grande di quella merce che potria soddisfarvi, e che purtroppo è stata, e sarà sempre rara. Siccome però il mondo è, e fu sempre così, bisogna dedurne che fu ed è come deve essere, e che quelli, i quali genio e travaglio autorizzano a sorvolare sugli altri, devono contentarsi di sè medesimi, e ridere o piangere sulle sottostanti miserie.</p>
            <p>Credo, e mi compiacciono le buone informazioni vostre sul cugino e nepote rispettivo Melchiorri, il quale suppongo in errore sul mio opinare di lui. Ricusai d'interpormi ad istanza sua perchè egli tornasse in casa dei Genitori, stimando questo ritorno non conducente alla quiete reciproca, e non feci plauso alle ragioni con le quali egli giustificava il passo incauto fatto da lui, e condannava la disapprovazione del Padre. D'allora in poi non mi ha scritto, ma io lo ho sempre amato e lo amo, e i buoni ragguagli che ne sento ancora da altre parti mi consolano assai.</p>
            <p>Paolina Mazzagalli è sposa del signor Rutiloni di Tolentino che starà qui nove mesi in ogni anno. Gli sposi si sono veduti e si piacciono. Tutto ciò ho appreso dalla pubblica voce, non da segreta o privata comunicazione della Famiglia. Il nostro Pierfrancesco ebbe ieri un po' di febbre, cagionatagli dal nascere di un dente molare; oggi sta meglio; gli altri tutti bene, e vi salutano. Avremo l'Opera. Venne la conferma della elezione mia a questo ufficio di Gonfaloniere, che assumerò per non negare assistenza e servizio alla Patria nostra, qualunque sia la sua attuale umiltà. Salutatemi tutti cordialissimamente, e ringraziate li zii e Donna Marianna anche in mio nome per le attenzioni e bontà, con cui vi favoriscono. Vi saluta la marchesa Roberti, e vi ringrazia per il denaro e tele ricapitati alla contessa Mazzagalli, dalla quale ebbe riscontro analogo. Ditemi qualche cosa di Mai che avete già conosciuto. Ditemi ancora come vi trattano i pochi letterati, alli quali vi sarete avvicinato. Parlatemi di voi, delle vostre idee, di tutto quello che vi interessa, perchè tutto è di mio interesse grandissimo.</p>
            <p>In un codicetto che voi conoscete, scritto, per quanto pare, nel 1300, sono alcuni apocrifi di San Girolamo riportati fra le Opere di questo santo Dottore: <bibl>
                  <hi rend="italic">Roma, 1572, edizione di Mariano Vittorio Reatino</hi>
               </bibl>. Nel suddetto codice però ci è una <hi rend="italic">Epistola beati Hieronymi presbyteri ad Eustachium virginem de modo vivendi Deo et Spiritui, et non Carni</hi>. Questa nella edizione suddetta non si riporta, nè fra gli apocrifi, nè fra i legittimi. Vorrei sapere se si trova nelle edizioni posteriori, o perchè viene omessa.</p>
            <p>Se vi capitasse la piccola opera di Arvood, <title>Prospetto degli Autori classici</title>, che cerco da molto tempo, compratela. Deve essere cosa di paoli. Se poi trovaste qualche buona opera Bibliografica, confacente al caso nostro, non diminuite il vostro esiguo peculio, ma occorrendo fermatela, e scrivetemene. Ho finalmente avuto il <title>Grutero</title> dell'ottima edizione, che è pure bellissima cosa, e vi piacerà assai. Addio, Figlio mio carissimo. Vi abbraccio di cuore, e vi prego da Dio mille benedizioni. Vostro affezionatissimo Padre.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Carlo L. (1822)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>Roma 6 Dicembre <add resp="ed">1822</add>.</date>
            </opener>
            <p>Carlo mio. Quei dubbi che mi laceravano, non erano certo che tu fossi per avermi dimenticato, perchè quando anche ciò potesse accadere o fosse accaduto, io era ben certo che non poteva essere se non per momenti. Ma io stava in grandissimo batticuore sullo stato dell'animo tuo verso di te, e delle tue circostanze, e questo pensiero mi pungeva infinitamente quel primo giorno ch'io ti lasciai, e ch'io mi dipingeva alla fantasia tutto il nero, tutto il freddo, tutto il morto dell'abbandono in cui ti trovavi. E non potendo altro, la mattina del giorno seguente, pregai molto la moglie del Fattore di Tolentino, che avendo occasione, facesse arrivar le mie nuove e i miei saluti a te, ed agli altri miei. Credi, Carlo mio, che se l'amor nostro scambievole potesse crescere, crescerebbe dalla mia parte, non solo per l'allontanamento, il quale agli animi come i nostri, suol recare gran desiderio dell'amato, ma per lo stesso viver nel mondo, e nel tumulto, e per le stesse distrazioni, e gl'impedimenti ch'io ho di pensare a te solo. Veramente per me non v'è maggior solitudine che la gran compagnia; e perchè questa solitudine mi rincresce, però desidero d'essere effettivamente solitario, per essere in effettiva compagnia, cioè nella tua, ed in quella del mio cuore. Senti, mio caro fratello; non mi dare del misantropo, nè del codardo, nè del bigotto; ma piuttosto assicurati che quello ch'io sono per dirti m'è dettato dall'esperienza, e dalla cognizione dell'animo tuo e mio. Dico, che in verità, se per qualche modo tu potessi proccurarti costì un'esistenza meno dipendente e meno povera di quella d'oggi, tu non dovresti pensare e giudicare di cedere al destino, e rilasciargli la maggior parte della felicità; ma ti dovresti fermamente persuadere di essere, se non nel migliore, certo in uno de' migliori stati possibili all'uomo. Domandami se in due settimane da che sono in Roma, io ho mai goduto pure un momento di piacere fuggitivo, di piacere rubato, preveduto o improvviso, esteriore o interiore, turbolento o pacifico, o vestito sotto qualunque forma. Io ti risponderò in buona coscienza e ti giurerò, che da quando io misi piede in questa città, mai una goccia di piacere non è caduta sull'animo mio; eccetto in quei momenti ch'io ho letto tue lettere, i quali ti dico senz'alcuna esagerazione che sono stati i più bei momenti della mia dimora in Roma: quelle stesse poche righe che ponesti sotto la lettera di mia Madre, furono per me come un lampo di luce che rompessero le dense e mute e deserte tenebre che mi circondavano. Dirai ch'io non so vivere; che per te, e per altri tuoi simili il caso non andrebbe così. Ma senti i ragionamenti ed i fatti. L'uomo non può assolutamente vivere in una grande sfera, perchè la sua forza o facoltà di rapporto è limitata. In una piccola città ci possiamo annoiare, ma alla fine i rapporti dell'uomo all'uomo e alle cose, esistono, perchè la sfera de' medesimi rapporti è ristretta e proporzionata alla natura umana. In una grande città l'uomo vive senza nessunissimo rapporto a quello che lo circonda, perchè la sfera è così grande, che l'individuo non la può riempiere, non la può sentire intorno a sè, e quindi non v'ha nessun punto di contatto fra essa e lui. Da questo potete congetturare quanto maggiore e più terribile sia la noia che si prova in una grande città, di quella che si prova nelle città piccole: giacchè l'indifferenza, quell'orribile passione, anzi spassione, dell'uomo, ha veramente e necessariamente la sua principal sede nelle città grandi, cioè nelle società molto estese. La facoltà sensitiva dell'uomo, in questi luoghi, si limita al solo vedere. Questa è l'unica sensazione degl'individui, che non si riflette in verun modo nell'interno. L'unica maniera di poter vivere in una città grande, e che tutti, presto o tardi, sono obbligati a tenere, è quella di farsi una piccola sfera di rapporti, rimanendo in piena indifferenza verso tutto il resto della società. Vale a dire fabbricarsi dintorno come una piccola città, dentro la grande; rimanendo inutile e indifferente all'individuo tutto il resto della medesima gran città. Per far questo, non è bisogno uscire delle città piccole. Questo è veramente un ricadere nel piccolo per forza di natura. Veniamo alle prove di fatto. Lascio stare ch'io vedo la noia dipinta sul viso di tutti i mondani di Roma. Dirò solamente questo. Voi sapete che l'unica fonte di piaceri è l'amor proprio; e che questo amor proprio in ultima analisi si risolve o in ambizione o in sentimento. Quanto al sentimento, potete immaginare se una moltitudine dissipata che non pensa mai a se medesima, ne debba esser capace. Quanto all'ambizione, dovete persuadervi che in una città grande è impossibilissimo di soddisfarle. Qualunque sia il pregio a cui voi pretendiate, o bellezza, o dottrina, o nobiltà, o ricchezza, o gioventù, in una città grande è tanta soprabbondanza di tutto questo, che non se ne fa caso veruno. Io vedo tuttogiorno uomini che riempirebbono Recanati di se medesimi, e di cui qui nessuno si cura. L'attirare gli occhi degli altri in una gran città è impresa disperata; e veramente queste tali città non son fatte se non per i monarchi, o per uomini tali che possano smisuratamente soverchiare la massima parte del genere umano in qualche loro pregio per lo più di fortuna, come ricchezza immensa, dignità vicina a quella di principe, o cose simili. Fuori di questi casi, voi non potete godere di Roma, e delle altre città grandi, se non come puro spettatore: e lo spettacolo del quale v'è impossibile di far parte, v'annoia al secondo momento, per bellissimo che sia. Lasciando da parte lo spirito e la letteratura, di cui vi parlerò altra volta (avendo già conosciuto non pochi letterati di Roma), mi ristringerò solamente alle donne, e alla fortuna che voi forse credete che sia facile di far con esse nelle città grandi. V'assicuro che è propriamente tutto il contrario. Al passeggio, in Chiesa, andando per le strade, non trovate una befana che vi guardi. Io ho fatto e fo molti giri per Roma in compagnia di giovani molto belli e ben vestiti. Sono passato spesse volte, con loro, vicinissimo a donne giovani: le quali non hanno mai alzato gli occhi; e si vedeva manifestamente che ciò non era per modestia, ma per pienissima e abituale indifferenza e noncuranza: e tutte le donne che qui s'incontrano sono così. Trattando, è così difficile il fermare una donna in Roma come in Recanati, anzi molto più, a cagione dell'eccessiva frivolezza e dissipatezza di queste bestie femminine, che oltre di ciò non ispirano un interesse al mondo, sono piene d'ipocrisia, non amano altro che il girare e divertirsi non si sa come, non <hi rend="italic">la danno</hi> (credetemi) se non con quelle infinite difficoltà che si provano negli altri paesi. Il tutto si riduce alle donne pubbliche, le quali trovo ora che sono molto più circospette d'una volta, e in ogni modo sono così pericolose come sapete. La carta mi manca. Non finirei mai di discorrer con voi. Tutti dormono: io rubo questi momenti al sonno, perchè durante il giorno, non mi lasciano un momento di libertà. Salutami tanto Paolina. Ti prego, caro Carlo, che per amor mio, quando tu mi scrivi, vogli prendere questa fatica d'allargare un poco il carattere, e lasciare fra le righe alquanto più d'intervallo a causa de' miei poveri occhi. Marietta sta bene, e pare che attenda molto ogni volta che si parla di te. Puoi scrivermi liberamente sotto il mio nome, senza far lettere ostensibili ec. perch'io non mostro nè le tue nè le altrui, e questi di casa sono incapaci di violare le lettere che mi vengono. Questa sera ho conosciuto alcuni dotti tedeschi che m'hanno alquanto confortato. Addio, ti bacio, stammi di buon animo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Paolina L. (1822)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PAOLINA LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>Recanati 9 Dicembre 1822.</date>
            </opener>
            <p>Mio caro Giacomo. Desiderata, ma non aspettata mi giunse la vostra lettera, che ricevei con una vera consolazione, e tanto più perchè invidiata anche da Carlo, che non vorrebbe vedere indirizzate le vostre lettere ad altri che a lui. Ma per il bene che io vi voglio ne meritavo una anch'io; e perciò ve ne ringrazio, e delle notizie che mi date di ciò che vi sembra Roma, e della frivolezza dei suoi abitanti. Lo che io non avrei creduto così facilmente, perchè mi pareva naturale che vivendo in una Capitale dovesse venirne in conseguenza l'essere istruiti, spiritosi, spregiudicati, tanto per l'educazione che dovrebb'essere più accurata, quanto al continuo vedere e trattare dei forestieri ec. Ma ciò che mi dite, li ravvicina molto a noi abitanti di paesi piccoli, se pure non ci sorpassano. Ed invero per me è di conforto il trovare persone più sciocche, e ridicole, ed incolte di me; dunque mi ha piaciuto il sentirvi sparlare di cotesti Romani, e ripetere ciò che mi avevate già detto, quando li comparaste ai Maceratesi per una certa conformità di carattere. Ci avete pure divertito parlando delle inutili grandezze di Roma, e degli uomini di nuovo conio, che bisognerebbe creare per rendere proporzionate le sue fabbriche alla grandezza ed al numero dei suoi abitanti. Delle donne non mi avete fatto parola; e pure questo m'interessa, non dico delle donne alte, perchè di quelle ne ho idea, ma delle basse. Vidi un cenno in una vostra a Carlo, e non mi parvero gran cosa. Dice Peppe che donna Marianna vi vuol portare in casa Torlonia, ove potrete fare moltissime conoscenze con forastieri che vi concorrono ordinariamente, e con essi spero che potrete far capitale del vostro spirito. Sappiamo che avete veduto, e lungamente Mai; e ne siete rimasto contento? Volevo dirvi prima di partire che, andando dal ministro d'Olanda, mi ricordaste alla figlia; se ci tornate, lo potete fare. È inutile il dirvi, che noi stiamo bene, che Pietruccio ha una piccola flussione ad una guancia, che Paolina Mazzagalli è stata sposa per due giorni di Rutiloni di Tolentino, e che non lo è più; tutte queste cose o le sapete, o ve le immaginate, o non è necessario il parlarvene. Carlo ha riso, ed ha approvato il vostro ritorno dello scherzo sul baule, sebbene non gli sia piaciuto l'esservi stato sempre di dietro. Tutti i da voi salutati vi risalutano, ed anche don Vincenzo, il quale ad ogni vostra lettera non ha ancora finito di domandare come vi piace Roma, ed al quale crediamo bene di non rispondere per non trovarci poi di avere esaurito, come voi, tutti i sinonimi. Papà aveva già avuto riscontro dalla Mazzagalli e da Fusconi. Mamma non fa che lodarsi di voi, e compiacersi grandemente delle vostre lettere. Noi tutti ancora vi vogliamo bene, ed io in particolare moltissimo. Con tutto il vostro comodo esaurirete le mie commissioni, che voi avete l'ardire di chiamare comandi; eppure sapete che non ho il diritto di darne a nessuno; molto meno a chi può darne a me. Molti saluti a Mariuccia, vi prego, dicendole che sto aspettando un'altra sua lettera ansiosamente. E voi pure, Giacomuccio mio, mi scriverete un altro poco, non è vero? Io lo desidero caldamente; ma non è per questa ragione che voi lo farete. Se il vostro cuore non se ne cura, non dovete scrivermi più. Addio. Sappiamo che fate moltissimo moto, e perciò state meglio di colore. Voi ci parlate tanto poco di voi stesso, che bisogna ricorrere ad altri. Addio, caro Giacomo; vogliatemi bene, non ve ne dimenticate.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1822)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI.</hi>
               </salute>
               <date>Roma 9 Decembre 1822.</date>
            </opener>
            <p>Carissimo Signor Padre. Tutte le lettere ch'io ricevo da casa mia, e specialmente le sue, mi consolano e mi rallegrano sopra ogni altra cosa, perchè in verità io ebbi sempre ed avrò sempre bisogno della comunicazione del cuore e dei sentimenti, la quale non posso trovare appresso i miei ospiti, quantunque non mi lascino mancare di nessun'altra cosa o necessaria o comoda. Ma i principii e gli elementi eterocliti ed affatto anomali di cui sono composti i loro naturali, e il disordine incredibile e inconcepibile che regna nel giornaliero di questa famiglia, non mi lasciano esser con loro altro che forestiere. Sono stato dalla Contessa Mazzagalli, la quale ho trovato bene, e le ho fatto i suoi saluti e quelli della Marchesa Roberti. Ringrazia e saluta Lei e la Marchesa, alla quale forse a quest'ora avrà scritto in proposito. Sono anche stato a posta dal Padre Trachini, il quale è molto invecchiato, ma il suo aspetto è sano. Ha gradito la visita, e la memoria ch'Ella tiene di lui, e m'ha incaricato di riverirla da sua parte. Di qui a pochi mesi, o forse a pochi giorni, compie il triennio del suo Procuratorato generale, e potrebb'essere che tornasse a stabilirsi costì. Ho mostrato a Melchiorri la descrizione ch'Ella mi consegnò della medaglia iscritta M. CARR. L'ha fatta vedere ad Alessandro Visconti che passa per il primo Numismatico di Roma, e (dicono costoro) d'Europa: e questi ha creduto che la medaglia appartenga alla famiglia Papiria, e che l'iscrizione si debba leggere M. CARB. cioè <hi rend="italic">M. Carbo</hi>. Così veramente la riportano il Vaillant, l'Ekhel ed altri, come ho veduto io medesimo: e la descrizione che fanno della medaglia, concorda appunto colla sua. Farò ricerca dell'Arvood, e s'altro m'occorrerà in materia Bibliografica che faccia a proposito, non mancherò d'avvertirla. Cercherò anche il noto opuscolo di San Girolamo nell'edizione Vallarsiana, ch'è l'ultima e la più completa, delle opere di questo Padre. La ringrazio molto delle notizie ch'Ella mi dà, e godo che il fratellino stia meglio: desidero sapere che sia guarito, e spero che Ella o altri non lascerà di darmi notizia di lui ne' prossimi ordinarii. Del Grutero non dubito che non sia cosa magnifica, com'Ella dice, e son certo ch'è utilissima, e poco meno che necessaria, massimamente a una Biblioteca. Quanto ai letterati, de' quali Ella mi domanda, io n'ho veramente conosciuto pochi, e questi pochi m'hanno tolto la voglia di conoscerne altri. Tutti pretendono d'arrivare all'immortalità in carrozza, come i cattivi Cristiani al Paradiso. Secondo loro, il sommo della sapienza umana, anzi la sola e vera scienza dell'uomo è l'Antiquaria. Non ho ancora potuto conoscere un letterato Romano che intenda sotto il nome di letteratura altro che l'Archeologia. Filosofia, morale, politica, scienza del cuore umano, eloquenza, poesia, filologia, tutto ciò è straniero in Roma, e pare un giuoco da fanciulli, a paragone del trovare se quel pezzo di rame o di sasso appartenne a Marcantonio o a Marcagrippa. La bella è che non si trova un Romano il quale realmente possieda il latino o il greco; senza la perfetta cognizione delle quali lingue, Ella ben vede che cosa mai possa essere lo studio dell'antichità. Tutto il giorno ciarlano e disputano, e si motteggiano ne' giornali, e fanno cabale e partiti, e così vive e fa progressi la letteratura romana. Quanto a me, alcuni di costoro mi conoscevano avanti il mio arrivo, altri no. Quelli mi trattano molto bene, questi poco, come accade all'uomo nuovo, e massimamente ad uno che non s'è mai curato di farsi conoscere in questa città, e che non sa parlare della loro scienza favorita, o che s'annoia di parlarne. Cancellieri è insopportabile per le estreme lodi che colla maggiore indifferenza del mondo dice in faccia di chiunque lo va a trovare: ed è famoso per questa brutta proprietà, che rende la sua conversazione affatto insignificante, non potendosegli mai credere. Monsignor Mai è tutt'altro da questa canaglia; è gentilissimo con tutti, compiacentissimo in parole, politico in fatti; mostra di voler soddisfare a ciascuno, e fa in ultimo il suo comodo; ma quanto a me, non solo non ho che lagnarmene, anzi debbo dire che m'ha compiaciuto realmente in ogni mia domanda, e che mi tratta quasi con rispetto. Dopo il mio arrivo è uscita la sua <title>Repubblica</title>, la quale è una bella cosa, e molto lodata da chi la capisce, come biasimata dal partito contrario a Mai. Presto uscirà il <title>Frontone</title> accresciuto del doppio da quel che fu nell'edizione di Milano, in modo che gran parte delle sue opere viene ad essere intera e senza lagune. Ho conosciuto il Cav. Marini Direttore generale de' catasti, uomo coltissimo, il quale mi parlò subito di Lei, e de' suoi affari al tempo dell'annona, ne' quali anch'egli, come mi disse, ebbe parte; e mi dimostrò molta stima per la sua persona. Ha una ricchissima libreria, ch'è, si può dire, a disposizione di Melchiorri e mia. Non è pubblica. Quivi passiamo, per lo più, buona parte della mattina, e ordinariamente siamo soli. Presso il Ministro d'Olanda, (che mi chiese nuove di Lei, e volle la sua opera sulla nostra Zecca, avendola veduta annunziata nelle <hi rend="italic">Effemeridi</hi>) ho conosciuto alcuni dotti forestieri, (ben altra cosa che i Romani). Uno de' quali venne ieri da me a posta, e spontaneamente; e mi pregò che gli comunicassi alcune osservazioni ch'io sono per fare stampare; le lodò, e mi dimandò dell'ora in cui sarebbe potuto tornare a <hi rend="italic">côsare</hi> con me. Questi è un professore di letteratura greca di Monaco, uomo celebre, che io conosceva già di nome da più anni in qua. La ho trattenuta di queste bagattelle, perchè credo, ed Ella m'assicura che si compiace d'essere informata delle cose mie. Desidero che il suo nuovo impiego le rechi il minor possibile incomodo: auguro e confido che riesca in benefizio della patria. La prego de' miei saluti a tutti i nostri, particolarmente alla Mamma, e de' miei ossequi alla Marchesa Roberti. Mi benedica: non è necessario dirle che mi comandi: solamente ne la posso pregare, perch'io abbia la consolazione di renderle qualche servigio secondo le mie forze. Il suo tenero figlio Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.B.Canova (1822)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI G. B. CANOVA</hi>
               </byline>
               <date>Roma 9 Dicembre 1822.</date>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo Sig.r Conte. Dalle mani del Sig.r Marchese Melchiorri mi fu favorita una copia delle <title>Canzoni</title> da Lei dettate, ed inviata a me come testimonio del di Lei gentile animo verso di una persona che veracemente la stima ed ama. Io non potrei rimunerarla altrimenti che d'una gratitudine pari alla qualità del dono, che io tengo in grandissimo pregio. Ammiro il generoso proponimento di mandare in luce quegli altissimi sensi chiusi sotto il velame di sapientissime parole, che risvegliano un fremito in ogni core che intende. Ne abbiamo tenuto ragionamento con l'ottimo Ab. Missirini appunto ier mattina; ed egli è penetrato, più d'ogni espressione, dalla filosofia che regna in tutte queste Canzoni e prose, che deggiono partorir gran lode al loro autore, col quale io mi rallegro, e al quale auguro ogni bene, come auguro a me la consolazione di potergli in qualche modo provare il sentimento di stima, ond'egli mi ha obbligato, e col quale mi pregio essere suo obbl.mo Servo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Carlo L. (1822)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>Recanati 12 Dicembre 1822.</date>
            </opener>
            <p>Che cosa miserabile quando si sta ad una distanza come la nostra, non poter ricever lettere l'uno dall'altro con un intervallo minore di undici giorni! a meno che non si voglia aver l'altro incomodo d'incrociarsi. Una delle rabbie di cui è composta la mia giornata, è questa. A cosa si riduce il conforto dell'aver commercio per iscritto? A ben poco quando non può correre meno di otto giorni fra una parola mia e la vostra, e non meno di undici fra l'ultima vostra passata e la prima ventura. Il diavolo si porti chi ci ha pazienza. Per me, t'assicuro che ne sono al fine, e con tutte le belle cose che tu mi dici per provarmi che si sta meglio a Recanati che a Roma, bisogna che ti dica che per il bene che ti voglio, ti auguro di non fare il cambio. Io non so contraddire in dettaglio a tutti i ragionamenti che tu mi fai, ma in massa, mi pare che abbi torto, e grande. In conclusione si è sempre detto che le città grandi non son fatte per l'uomo di sentimento, ma nemmeno le città piccole, e nemmeno il mondo: <hi rend="italic">le pays des chimères est en ce monde le seul digne d'être habité</hi>. Sicchè chi prova troppo, non prova un c... Cosa credi di dirmi quando mi assicuri che dacchè dimori in Roma non hai provato un piacere? bisognerebbe che mi dicesti ancora che non hai un momento della vita che non sia dispiacevole, il che spero che non sia assolutamente, e quaggiù è. Per l'uomo, considerato come essere pensante, scrivente, creatore in qualunque genere, una città grande è buona almeno come ogni altro luogo, perchè egli vi si isola, e al bisogno trova intorno a sè un magazzino di materiali più esteso: per l'uomo come son quasi tutti, e spessissimo per disperazione anche l'uomo di genio, già si sa che il fine grande ed ultimo, il problema della vita è di passare il tempo. Possibile che questo s'abbia da ottener meglio qui che a Roma? E chi impedisce lassù d'involgersi nel suo tabarro, e star le ore in un cantone come faccio io? Insomma per quanto in una gran città possa esser vuoto il vivere, sempre però si dà il caso che vi s'incontri o un uomo dotto, o una cosa degna di vedersi o una p... bella, come tu stesso mi accenni: sicchè voglio anche accordarti che l'insulso e il frivolo non siano in Roma un'eccezione, anzi che l'eccezione sia qualunque oggetto aggradevole o stimabile; pure vi è la speranza di trovarne, e questa speranza è molto, anzi è tutto. Se vi parlo con un poco di umore, non dovete credere che questo venga dal mio cattivo stare, ma perchè non posso persuadermi, e non voglio in alcun modo sentire che il vostro sia simile al mio: che se ciò fosse vero, Signorino, parleressimo in altra maniera.</p>
            <p>Riceverete in quest'ordinario delle lagnanze perchè nell'ultimo corso non furon viste vostre lettere, di che voi capirete la ragione. Difendetevi alla meglio. Se sosterrete di aver scritto, faremo passare la vostra lettera per perduta: in un'altra occasione bisognerà far diversamente. Quando io ve lo dirò, voi mi manderete sotto il nome finto anche un foglio bianco per completare l'effetto sopra il postiere, e non lascieremo passare nessun ordinario senza che fra le lettere che vengono dalla posta possano vedere in casa il vostro carattere.</p>
            <p>Fui l'altro giorno a Loreto. Non vi è stata mai festa più meschina: tre signore formavano il circolo, fra queste la Brancadoro che ero molto curioso di conoscere. Non vi vuole gran finezza di gusto per ricusare una simile sposa: sull'idea però che me ne ero formata io, non so più perchè l'abbia ricusata, giacchè era tanto meno svantaggiosa del vero. Paolina Mazzagalli è stata sul punto di dichiararsi sposa di Rutiloni di Tolentino, il quale è venuto a conoscerla: è riuscito a Peppe di mandare a monte anche questo, e di farvi consentir Paolina, ma gli è costato tanto, che vi assicuro che sarà per l'ultima volta.</p>
            <p>Buccio mio, amo Mariuccia diabolicamente. Se sapesti i grandi scherzi che mi fa la passione, dovresti per forza confessare che è forte e involontaria. Io non son più tanto semplice, e non credo più nulla a tutto quello che può essere opera del pensiero, ma quando in mezzo al divertimento, in mezzo alle donne, Giacomo mio, mi prende l'idea di lei che mi costringe a sospirare e a fremere internamente; quando dopo essermene distratto tutto il giorno, la notte mi assalisce tanto a tradimento, e m'ispira gelosie così furibonde, e me la rappresenta in posizioni in cui non l'ho mai veduta, sentendo io le sue parole nuovissime, e che ritengo, tutto di un'invenzione così viva che allo svegliarmi mi rimango stordito; allora non posso negare che c'è qualche cosa dentro. Insomma, io non la cerco, mi pare che essa mi cerchi. Tu che sei abile, dàlle continuamente della gelosia, ti prego. È così facile ogni volta che discorri di me! Non ti stancare di dirmi sempre qualche cosa di questa briccona.</p>
            <p>Sento che sia giunta la prima donna, e alloggi in casa Caporalini. Questa è quella giovane di Urbino che donna Marianna ha detto molto bella. Oggi è Giovedì; domani che è giorno di scuola, la vedremo. Non puoi formarti un'idea di quanto sia pessimo il mio calamaio, e quanto stenti a formare il carattere, che vedrai orribile: mi pare di scrivere col sego. Tu ti raccomandi che scriva intelligibile; hai ragione, ma se tutto combina a farmi impazientire. Sai una cosa? Io sento molto la tua assenza anche in ciò, che non posso in tutto il giorno sfogarmi in un linguaggio un poco libero; non ho uno con cui ragionando accaloratamente possa buttar giù i c..., i per Dio ecc.; sempre bisogna ritener la parola sulla bocca. Non passa adesso giorno che non stia qualche ora con Peppe. Si discorre, si disputa, ma dover far il cappuccino, anzi la cappuccina, per la lingua, che mal di stomaco! Questo coglione vuol sapere se hai fatto la conoscenza della guardia Spada. Addio, caro Buccio, vado a mettere sottosopra tutta casa per avere un po' d'inchiostro più buono: quello che vi ho messo me l'ha guastato cento volte peggio. Ti saluta Paolina. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Monaldo L. (1822)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI MONALDO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>Recanati, 13 Decembre 1822.</date>
            </opener>
            <p>Mio caro Figlio. Nello scorso non abbiamo avute vostre lettere, e mi ha recato moltissima pena. Spero le avremo questa sera, e spero che in seguito non ce ne lascerete privi. Una sola riga che mi assicuri della vostra salute, basta a lasciarmi tranquillo; ma non vogliate ricusarla. Noi, grazie a Dio, stiamo bene, e Pietruccio è guarito. Abbiatevi cura. Salutate cordialmente tutti, e Iddio vi colmi di benedizione. Il vostro affezionatissimo Padre.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Ettore L. (1822)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A ETTORE LEOPARDI.</hi>
               </salute>
               <date>Roma 14 Decembre 1822.</date>
            </opener>
            <p>Carissimo Zio. Voi mi permetteste d'annoiarvi colle mie lettere ed io mi prevalgo di questa licenza, e vi scrivo. Desidero grandemente di ricevere le vostre nuove, e soprattutto di riceverle da voi medesimo. Come vi tratta l'inverno di Recanati? Quello di Roma, finora, appena si è potuto chiamare inverno. Ma ieri ed oggi il vento di tramontana ha fatto sentire per la prima volta un poco di freddo, benchè il tempo sia bellissimo. Nuove non vi sono, eccetto la promozione d'otto Prelati al Cardinalato, che avrete già intesa. I promossi sono Pallotta, Odescalchi, Orfini, Serlupi, Guerrieri: degli altri tre non mi ricordo. Io sto benissimo, e mi diverto sino a un certo segno. Vorrei sentire altrettanto di voi. Caro Zio, credetemi ch'io v'amo di tutto cuore, e che le distrazioni di Roma non m'impediscono d'avervi presente alla memoria. Avrei voluto scrivervi prima, ma io posso disporre di poco tempo, perchè ad ogni momento, ora questo ora quello mi viene a prendere in casa, e tutta la giornata si consuma in girare e vedere. Abbiate cura della vostra salute, ve ne prego con tutta l'anima, e s'è possibile distraetevi, chè la distrazione è la miglior medicina per voi e per me. Vogliatemi bene, caro Zio mio, e se potessi servirvi in qualche cosa, comandatemi. Vi bacio la mano e mi protesto vostro affettuosissimo e obbligatissimo nipote Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Carlo L. (1822)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>Roma 16 Dicembre 1822.</date>
            </opener>
            <p>Carlo mio. Se non siete persuaso di quello ch'io cercai di provarvi nell'ultima mia, <foreign lang="fra">n'en parlons plus</foreign>. Io v'accerto che non solo non ho provato alcun piacere in Roma, ma sono stato sempre immerso in profondissima malinconia. Non nego però che questo non venga in gran parte dalla mia particolare costituzione morale e fisica. V'accerto ancora che quanto alle donne, qui non si fa niente nientissimo più che a Recanati. V'accerto che gli spettacoli e divertimenti sono molto più noiosi qui che a Recanati, perchè in essi nessuno brilla, fuori dello stesso spettacolo e divertimento. Questo è il solo che possa brillare, e non si va allo spettacolo se non puramente per veder lo spettacolo, (cosa noiosissima), oppure per trattenersi con quelle tali poche persone che formano il piccolo circolo di ciascheduno; il qual piccolo circolo s'ha nelle città piccole meglio ancora che nelle grandi, e certamente nelle grandi è più ristretto che nelle piccole.</p>
            <p>Ma venghiamo a cose più allegre. Primieramente io non ho conosciuto nè guardia nè Spada nessuna. Ho ben conosciuto quel fenomeno di Menicuccio Melchiorri, e pratico tuttogiorno con quel coglione di Peppe, che invita mezzo mondo a mettergli tre braccia di corna. Ma per quanto pessima idea possiate aver della moglie, non è possibile che arriviate a concepire che razza di donna misera e nulla sia questa. Figuratevi una servaccia sciocchissima, bruttissima, goffissima, senza una grazia negli occhi o nel portamento o in alcuna parte della persona, senza una parola in bocca, insomma senza un <foreign lang="fra">attrait</foreign> immaginabile al mondo; e tutto questo, essendo puttana, o se non altro, civetta. Io non conosco le puttane d'alto affare, ma quanto alle basse, vi giuro che la più brutta e gretta civettina di Recanati vale per tutte le migliori di Roma. Ho conosciuto parecchi di questi furbi e di questi bravi. Hanno più franchezza e più parole, ma quanto al saper fare e cavare i ragni dai buchi, cederebbero tutti quanti ai Galamini. Un Condulmari si mangerebbe tutta Roma viva viva in un boccone. Confermatevi pure nel vostro pensiero che un buono e compito Marchegiano vale per mezzo mondo. Io me n'accorsi fin da Spoleto, paragonando quei Marchegiani che v'erano a tavola, con altri pur giovanotti e galanti, nativi d'altre parti. Cancellieri mi diverte qualche volta con alcuni racconti spirituali, verbigrazia che il Card. Malvasia b. m. metteva le mani in petto alle Dame della sua conversazione, ed era un <foreign lang="fra">débauché</foreign> di prima sfera, e mandava all'inquisizione i mariti e i figli di quelle che le resistevano ec. ec. Cose simili del Card. Brancadoro, simili di tutti i Cardinali (che sono le più schifose persone della terra), simili di tutti i Prelati, nessuno de' quali fa fortuna se non per mezzo delle donne. Il santo Papa Pio VII deve il Cardinalato e il Papato a una civetta di Roma. Dopo essere andato in estasi, si diverte presentemente a discorrere degli amori e lascivie de' suoi Cardinali e de' suoi Prelati, e ci ride, e dice loro de' <foreign lang="fra">bons-mots</foreign> e delle galanterie in questo proposito. La sua conversazione favorita è composta di alcuni secolari, buffoni di professione, de' quali ho saputo i nomi, ma non me ne ricordo. Una figlia di non so quale artista, già favorita di Lebzeltern, ottenne per mezzo di costui, e gode presentemente una pensione di settecento scudi l'anno, tanto che, morto il suo primo marito, si è rimaritata a un Principe. La Magatti, quella famosa puttana di Calcagnini, esiliata a Firenze, <hi rend="italic">ha</hi> 700 scudi di pensione dal governo, ottenuti per mezzo del principe Reale di Baviera, stato suo amico. Questo è quel principe ch'ebbe quel miracolo di guarire improvvisamente (come si lesse nelle gazzette) dalla sordità, restando più sordo di prima. Che ve ne pare? E contuttociò siate certo, che quanto al sostanziale (in materia di donne) si fa molto più a Recanati che a Roma, data però la proporzione della gente, ed escluso quello che si fa per puro purissimo denaro, il che senza dubbio è moltissimo, anzi è il più. Ma ci vuol danaro assai, perchè qui non se ne manca, e non si può discorrere di bagattelle. Vi ho parlato solamente delle donne, perchè della letteratura non so che mi vi dire. Orrori e poi orrori. I più santi nomi profanati, le più insigni sciocchezze levate al cielo, i migliori spiriti di questo secolo calpestati come inferiori al minimo letterato di Roma, la filosofia disprezzata come studio da fanciulli, il genio e l'immaginazione e il sentimento, nomi (non dico cose ma nomi) incogniti e forestieri ai poeti e alle poetesse di professione; l'Antiquaria messa da tutti in cima del sapere umano, e considerata costantemente e universalmente come l'unico vero studio dell'uomo. Non vi dico esagerazioni. Anzi è impossibile che vi dica abbastanza. Letterato e Antiquario in Roma è perfettamente tutt'uno. S'io non sono Antiquario, s'intende ch'io non sono letterato, e che non so nulla. E poi quel veder la gente fanatica della letteratura anche più di quello ch'io fossi in alcun tempo; quel misero traffico di gloria (giacchè qui non si parla di danari, che almeno meriterebbero d'esser cercati con impegno), e di gloria invidiata, combattuta, levata come di bocca dall'uno all'altro; quei continui partiti, de' quali stando lontano non è possibile farsi un'idea; quell'eterno discorrere di letteratura (come p.e., Massucci de' suoi negozi), e discorrerne sciocchissimamente, e come di un vero mestiere, progettando tuttogiorno, criticando, promettendo, lodandosi da se stesso, magnificando persone e scritti che fanno misericordia; tutto questo m'avvilisce in modo, che s'io non avessi il rifugio della posterità, e la certezza che col tempo tutto prende il suo giusto luogo (rifugio illusorio, ma unico e necessarissimo al vero letterato), manderei la letteratura al diavolo mille volte. Quanto alla gelosia da ispirarsi, lasciami pur fare; e già non ho trascurato alcune occasioni. Quanto a quella che tu provi, conosco che la lontananza l'accende e la fomenta, ma in verità, in verità non ha luogo. Donna Marianna m'ha detto e ripetuto più volte che ti salutassi particolarmente a nome suo. Quest'è la prima e forse l'ultima volta che l'ubbidisco. Salutami tutti. Io sto bene. Abbiamo un freddo del diavolo, perchè tira vento di tramontana. Fuori dei giorni di gran neve, non fa mai tanto freddo costì. Buona notte. Stammi allegramente, se puoi; voglimi bene e scrivimi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Monaldo L. (1822)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI MONALDO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>Recanati, 16 Decembre 1822.</date>
            </opener>
            <p>Mio carissimo Figlio. Ho ricevuta la cara vostra delli 9, e in essa un compenso al silenzio dell'ordinario precedente che mi aveva amareggiato.</p>
            <p>Mi capacita, anzi è giustissimo il sentimento sulla medaglia che ho già collocata fralle Papirie nel nostro piccolo scrigno. Non così fui persuaso di quanto scrisse Melchiorri sull'altra, in cui si legge il monogramma AVRVF, che egli lesse <title>Aurelius Rufus</title>. Questa lezione è facile e naturale, ma vorrei vedere altre medaglie in cui la legenda cominciasse dal cognome, taciuto il prenome. In ogni modo è da credersi che in queste materie vedano più i Romani di notte, che noi di giorno.</p>
            <p>Ho piacere che abbiate veduti la contessa Mazzagalli e Tracchini, come mi piacerà se, a vostro pienissimo comodo, vedrete Fusconi. Mi scrisse che aveva ricevute le stampe da voi mandategli, e che desiderava di esservi utile nella vostra dimora costì. Ricordo benissimo il Signor Cav. Marini, il quale concorse validamente a redimermi dalla vessazione con cui volevano opprimermi alcuni storditi Maceratesi. Mi fa però meraviglia come egli si ricordi di me, che ero allora un bardassuolo, e non so quello dicessi. Salutatelo distintamente in mio nome, e offeritegli la casa nostra per passare alcuni giorni dell'autunno, se egli mai venisse a viverlo nelle Marche. Siate egualmente libero nell'invitare qualunque vi piaccia, e giudichiate capace di diradare, almeno per pochi momenti, la opacità del nostro soggiorno. La Mamma vostra potrà talora imbruttirsene, ma può darlesi questo piccolo dispiacere, e altronde chi vuole al mondo essere ben accolto, bisogna che sia buono e cordiale accoglitore.</p>
            <p>Converrà acquistare la <title>Repubblica</title> di Mai, e ve ne spedirò il denaro. Ditemi quanto ne occorre. Lo stesso bisognerà fare successivamente col <title>Frontone</title>.</p>
            <p>Finalmente Roberti mi ha mandato in dono un sacco di libri, e oggi, credo, ne manderà un altro. Gliene sono obbligato, e li ho ben guadagnati. Vi sono molte cose buone, alcune delle quali avreste adoperate con piacere, e in sostanza non ci è scarto. Vi manderò nota delle cose migliori, perchè sappiate quello che abbiamo in casa. Al proposito di libri, ditemi se avete con voi il piccolo <title>Omero</title> greco-latino in due tomi, che non trovo a suo luogo; così il Bartoli, <hi rend="italic">Del non si può</hi>. In qualche libreria troverete la <title>Vita di Leone X</title>, di Paolo Giovio. Vedetevi e copiatene quanto scrive di Amadìo Alberici Recanatese, che egli punì colla morte della affettata tirannide patria. Se a discreto prezzo si trovasse questa <title>Vita</title>, la comprerei.</p>
            <p>Tutto quello che mi dite di voi, mi fa piacere, e quando non vi secca, scrivetemene pure lungamente.</p>
            <p>Per mostrare al Cav. Antici una qualche gratitudine della ospitalità che vi presta, vorrei spedirvi un quadro acciocchè glielo donaste, e sceglierei quella <hi rend="italic">Pietà</hi> che sta in Libreria, camera terza, sulla porta delle maioliche. Un pittore briccone che venne qui a burlarmi, lo stimò una volta 300 scudi. Se valesse tanto, non correrei troppo a donarlo, ma almeno lo stimo cosa non dispregevole. Non vorrei però gettarlo, e che si ricevesse spregiatamente per abituale non curanza di queste cose. Ditemene il vostro parere, sicchè possa determinarmi.</p>
            <p>Di Pietruccio vi scrissi che stava bene, come vi confermo di tutti. Addio, mio caro Figlio. Abbiatevi riguardo, e comportate pazientemente quelle cose che vi riescono moleste, le quali avevate prevedute; e valgono a dimostrarvi anche la Casa propria ha qualche esclusiva bellezza. Addio. Salutate cordialmente gli ospiti vostri, e Iddio vi assista sempre con la sua Benedizione. Il vostro affezionatissimo Padre.</p>
            <p>Trovo mancante in Libreria il Tomo IV Murray, <hi rend="italic">Apparatus medicaminum</hi>. Ditemi se lo avete prestato, onde poterlo ricuperare.</p>
         </div1>
         <div1 lang="fra" n="A F.G.Tiersch (1822)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A FEDERICO GUGLIELMO TIERSCH </hi>
               </salute>
               <date>Roma, 16 Décembre 1822.</date>
            </opener>
            <p lang="fra">Monsieur. Lorsque vous me fîtes l'honneur de me rendre cette visite que j'estime autant que je connaîs de ne l'avoir pas méritée, notre entretien fut interrompu, parce que je fus obligé de sortir avec mon oncle, à qui je l'avais promis. Je vous en demande mille pardons. C'est là un homme qui ne connaît pas beaucoup d'égards. Le jour après je fis mon devoir, mais vous n'étiez pas chez vous. J'éspérais vous révoir ce Vendredi passé chez Mons. Reinhold, mais je me trompai. Cependant puisque j'ai été assez heureux pour faire votre connaissance, je voudrais bien profiter de votre conversation. S'il était possible de vous rétrouver chez vous, je pense que j'y serais tous les jours. Mais puisque cela ne se peut faire, et que vous même m'en avez ôté tout éspoir, je vous prie de vouloir bien m'apprendre en quel lieu, ou par quel moyen, il me sera permis de vous révoir. Si je ne me trompe pas, vous eûtes la complaisance de me demander à quelle heure du soir je serais libre et chez moi. Je suis toujours libre et dégagé de tout affaire; et je suis ordinairement chez moi la plus grande partie du jour, mais surtout le soir dès deux heures d'Italie, c'est à dire cinq heures avant minuit. Pardonnez moi, Monsieur. Je suis venu à Rome pour faire la connaissance, et jouir de la société des hommes savans et célèbres. J'en trouve ici fort peu. Vous en êtes un, et, ce que n'est pas moins pour moi, vous daignez ne me pas refuser votre conversation. C'est pour cela que je vous importune.</p>
            <p lang="fra">Je suis, Monsieur, avec la plus haute estime Votre très-humble et très-obéissant serviteur G. Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1822)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>Roma 20 Dicembre 1822.</date>
            </opener>
            <p>Carissimo Signor Padre. Rispondo all'affettuosissima sua de' 16 del corrente, e cominciando dal parere ch'Ella mi chiede circa il dono del quadro; io dubito assai che, valendo molto il quadro (come pare anche a me), il dono non sia gettato; sì per la poca intelligenza de' miei ospiti in queste materie, e sì per la loro abituale e naturale freddezza per tutto quello che non ha qualche cosa di strano, anzi di stravagante; o che non s'incontra quasi per azzardo coi loro gusti momentanei, indefinibili, imprevedibili, inafferrabili. Contuttociò credo anch'io che il dono d'un quadro sarebbe forse il più a proposito; e posso dirle che a questi di casa non riuscirebbe inutile perchè la maggior parte del loro appartamento è addobbata con quadri, e soli quadri; e questi tuttavia non sono se non pochi; in maniera che il suo non si verrebbe a perdere nell'abbondanza. <title>Il Torto e il Diritto</title> del Bartoli, il piccolo Luciano greco, e il primo tomo del <title>Don Quijote</title> di Madrid, sono qui con me, che gli ho portati per non avere ad interrompere la mia lettura quotidiana di greco, italiano e spagnuolo, neppure per viaggio. Ma dell'<title>Omero</title> mi dispiace assai di sentire che non si trovi al suo luogo, nel quale io so di certo d'averlo sempre rimesso: e non so immaginare dove possa essere, se pur Carlo non l'avesse prestato a Zavagli, il quale era solito di domandare altri poeti, e che deve anche avere il 4° tomo del <hi rend="italic">Murray</hi>. Quanto prima potrò, sarò da Fusconi, come Ella mi ordina. Il noto opuscolo manoscritto di San Girolamo, non si trova nell'edizione Vallarsiana, ch'è l'ultima e completissima in 12 o 14 tomi in foglio, e che comprende tutte le opere che vanno sotto il nome di San Girolamo. E però, s'io non m'inganno, dovrebb'essere inedito. Ho fatto ricerca dell'<hi rend="italic">Arvood</hi>, e non solo inutilmente; ma sono stato assicurato che non si trova vendibile in nessun luogo, se non a caso; benchè ve ne siano moltissime richieste. De Romanis n'ha uno solo per suo uso, tutto postillato, e neppur questo è venuto dalla bottega, ma fu già adoperato da non so qual prete. Cercherò la <title>Vita</title> di Leon X, e farò secondo ch'Ella mi scrive. Non ho comprato la <title>Repubblica</title> del Mai (la quale ho avuta in prestito e la sto leggendo); e se il mio giudizio è di niun valore, io la consiglio a non prenderla. Il prezzo, in carta infima è di paoli trentatre: la materia non ha niente di nuovo, e le stesse cose dice il medesimo Cicerone in cento altri luoghi. Di modo che l'utilità reale di questo libro non vale il suo prezzo. Se si trattasse di completare una Biblioteca o una Collezione, non direi così; ma noi non siamo nel caso. Attenderò sopra di questo i suoi comandi. Il cugino Melchiorri sta lavorando insieme col Cav. P. Visconti a un'edizione de' <title>Libri de Lingua Latina</title> di Varrone, i quali non sono stati mai stampati sopportabilmente. Certo egli non è capace di riempiere questo vuoto, ma lo spera; e lo sperano anche questi letterati; tanto che De Romanis è per pubblicarglielo a conto proprio; e l'editore Torinese de' Classici latini e greci (edizione bellissima, colle note <hi rend="italic">Variorum</hi>, correttissima, e di prezzo discreto) si offerse, qualche tempo fa, di stamparlo esso medesimo a proprio conto. Melchiorri dunque avendo saputo ch'Ella ha un Varrone <title>De lingua latina</title> del quattrocento (il quale stava poco fa nella scansia dell'ultima camera), desidererebbe d'averlo in mano per collazionarlo, e trarne le Varianti, e poi rimandarlo. Ella farà quello che crederà meglio a proposito. Della puntualità di Melchiorri non v'è da dubitare. Ma intanto Ella mi favorirebbe mandandomi i contrassegni di quella edizione, cioè l'anno, se v'è, il luogo della stampa, il nome dell'editore, stampatore ec. Il cugino vorrebbe anche pubblicare le iscrizioni ch'Ella possiede, s'Ella gliele vuol concedere, mandandogliene copia, colle notizie opportune; massimamente quella sepolcrale del Manlio ec. Sta ora pubblicando parecchie altre iscrizioni inedite, in queste <hi rend="italic">Effemeridi</hi>.</p>
            <p>Abbiamo qui un freddo tale, che in tutto l'anno scorso non si provò il simile a Recanati; e ieri nevicava. Ma io m'ho riguardo, e grazie a Dio, sto benissimo. La prego de' miei più teneri saluti alla Mamma e ai fratelli. E augurando a Lei ed a tutta la mia famiglia le felici feste, e ritornandole i saluti de' miei ospiti, particolarmente di Donna Marianna e del Zio Carlo, le bacio la mano con tutta l'anima, e mi ripeto Suo vero e gratissimo e amorosissimo figlio Giacomo.</p>
            <p>In uno de' tomi della <hi rend="italic">Biblioteca Greca</hi> del Fabricio, e credo nel nono, subito dopo la coperta, dovrebb'essere una mia cartuccia, tutta piena di numeri, in cima della quale dovrebb'essere scritto <title>Theopomp.</title> o, in qualunque altro modo, il nome di <title>Teopompo</title>. Se non è troppa confidenza il domandarlo, desidererei ch'Ella si compiacesse di spedirmela, perchè forse mi dovrebbe servire in alcuni lavori; de' quali, se avranno luogo, non mancherò informarla.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Monaldo L. (1822)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI MONALDO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>Recanati, 20 Decembre 1822.</date>
            </opener>
            <p>Mio caro Figlio. Le vicine solennità natalizie chiamino maggiori sopra di voi le benedizioni divine, e vi sieno fauste e gioconde, come ve le auguro, e ve le augurano la Mamma e i Fratelli. Perchè poi le rugiade celesti non vadano disgiunte da qualche stilla di pinguedine terrena, riscuoterete dalla Posta scudi 10 che vi ho francati, e vi faranno ricordare il giubilo infantile, con cui si suole nella prima età vedere il ritorno di queste lietissime feste. Addio, caro Figlio. Siamo fra il candore delle nevi, che cadono ancora, e promettono diuturnità di arrivo e di permanenza. Non è per altro discaro il vedere, e l'assaggiare ancora di quando in quando la parte dei nostri fratelli Settentrionali. Addio. Saluti di tutti a tutti. Anche nell'ultimo scorso mancarono lettere vostre, ma mai più mancheranno. Ho ritrovato il piccolo <title>Omero</title> collocato in altra scansia. Oh che Operona si prepara per giovedì. Non ci sarà la simile in tutte le Marche, e le sole prove fanno restare di sasso. Ditelo a Donna Marianna, e fategli venire l'acqua in bocca. Vi abbraccia il vostro affezionatissimo Padre.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Pierfrancesco L. (1822)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIERFRANCESCO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>Recanati 20 Dicembre 1822.</date>
            </opener>
            <p>Carissimo Fratello. Io pure vi voglio bene, e per questo prego Gesù Bambino a darvi le buone Feste con ogni felicità. Voi pure mi volete bene, dunque compratemi qualche Figurina stampata, o qualche Libretto o altra Galanterìa, che mi aiuti a ricordarmi di voi. Salutate li Zii e li Cugini, particolarmente Pippo e Clotilde. Amatemi, e ricevete un bacio dal vostro Affezionatissimo Fratello Pierfrancesco.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Paolina L. (1822)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PAOLINA LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>Recanati 20 Dicembre 1822.</date>
            </opener>
            <p>Giacchè mi trovo questa lettera in mano, voglio salutarvi amorosamente, se pure voi ve ne curate di questo saluto, ed assicurarvi di tutto il bene ch'io vi voglio, in conseguenza del quale non vi dirò, come Pietruccio, che mi compriate qualche bagattella, ma vi pregherò a volermene anche voi un poco, chè lo desidero vivamente.</p>
            <p>È inutile il dirvi quanto io prenda parte ai vostri interessi, e con quanto piacere senta che facciate delle conoscenze utili, che vi rendono più tranquillo che non eravate nei primi giorni. In verità, caro Giacomuccio mio, che non v'intendevamo allora, fuori di Mamà che vi comprendeva benissimo; ma Carlo sbuffava in modo particolare, e non poteva comprendervi. Frattanto è un mese, che voi siete a Roma, ed a me sembra assai più del doppio. A voi però non sembrerà così.</p>
            <p>È venuto un altro volume delle <title>Opere</title> di Giordani, che forma il secondo della raccolta. Se mai vi venisse per un istante il desiderio di sapere che cosa contiene, non avete che a leggere: <hi rend="italic">Della più degna e lodevole Gloria della Pittura e Scultura, Discorso sullo stile poetico del signor marchese di Montrone, Discorso-Elogio del Masini</hi>. Forse che questo desiderio non vi sarà venuto, e voi avrete letto tutto questo; perdonate dunque questa piccola smania che avevo di farvi un piacere, ne fossi capace o no, o piuttosto mettetemi al caso di farvene qualcuno realmente, se pure è possibile.</p>
            <p>Noi ci godiamo un tempo perfido, con freddo, neve; e precisamente dalla vostra partenza in poi non abbiamo mai avuto un giorno buono. E voi ve la ridete di tutte queste miserie nostre, ed anch'io me la riderei se fossi nel caso vostro, o se fossi anche in un altro caso; ma il caso mio è sempre questo terribile, disperante. Addio, Giacomuccio mio. Spero che starai bene, sempre bene; te lo auguro almeno di cuore. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Carlo L. (1822)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>Roma 26 Dicembre 1822.</date>
            </opener>
            <p>Caro Carlo. Ti scrissi, rispondendo alla tua del 12 corrente; ti scrissi colla maggior libertà possibile, e nondimeno indirizzai la lettera al tuo nome, perchè mi parve che nella tua mi dessi facoltà di farlo, e mi liberassi da ogni timore in questo proposito. Oggi avrei dovuto ricevere la tua risposta, e non veggo nulla. Solamente m'è resa una lettera scrittami in comune da Pietruccio, da Paolina e dal Papà che mi manda dieci scudi; e questa lettera porta la data del 20, e l'impronta del 22, che vuol dire ch'è giunta fin dall'ordinario passato. Insomma di quest'ordinario non ho niente. Sto con un batticuore che non ti posso esprimere, perchè da una parte mi pare impossibile che se tu hai ricevuto la mia lettera, non m'abbi voluto rispondere a pronto corso; dall'altra parte mi viene un sospetto terribile che la mia lettera sia stata intercettata ed aperta in casa, e non data a te; il che mi dispiacerebbe moltissimo perch'io non ti parlavo quasi d'altro che di donne e di buzzarate, e che mio Padre o mia Madre abbiano letto quello ch'io ti scriveva, non so se mi farebbe danno, e a questo non penso; ma certo mi mostrerebbe ipocrita e ingrato verso loro, e mi metterebbe in una guerra con essi, che oggi non mi conviene per nessun titolo. Ti prego con tutto il cuore di levarmi al più presto di questo dubbio. Io sto bene, e presentemente la mia vita sarebbe molto passabile, se io potessi camminare, che quasi non posso, per una miseria di geloni che m'è sopravvenuta e mi dà molto dolore. Ma queste son cose che passano. Sono sul punto di andare a teatro, a sentir David, con donna Marianna ec. Marietta sta bene, e deve avere scritto a Paolina. Finora, ch'io sappia, (e credo certo di saperlo) non è uscita se non una sera, ch'è venuta colla Madre e con me da Reinhold, e quivi le donne fanno società da loro sole. Quanto all'uscite della mattina e del dopo pranzo, in parecchie delle quali io l'ho accompagnata (colla Mamma), assicuratevi ch'ella è fuori d'ogni pericolo, e non s'accosta a nessuno, e nessuno a lei nè alla madre. In casa indubitatamente non v'è nulla. Forestieri qui non capitano, perchè la madre esce ogni sera. Addio, caro Carlo. Scrivimi subito per carità; voglimi bene; ti do un bacio; scriverò più a lungo quando avrò veduta qualche tua lettera.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Monaldo L. (1822)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI MONALDO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>Recanati, 27 Dicembre 1822.</date>
            </opener>
            <p>Mio caro Figlio. Ho ricevuta la cara vostra dei 20, e ringrazio Iddio perchè vi accorda buona salute ad onta della stagione perversa. Qui pure abbiamo sofferti giorni non solamente pessimi, ma empj, perchè col continuo piovere hanno tolta ogni giocondità alle Feste Natalizie, ed io non ho mai fatta una vigilia del Natale così melanconica, sempre in casa e gemendo sotto il tormento di una umidità che non ammetteva ripari. Essendo come pensate voi, e come penso anch'io, è meglio di non gettare il nostro quadro, e piuttosto penserò a qualche altra cosa, il di cui valore si manifesti da sè, e non dipenda dall'intelligenza e dall'umore di chi la riceva. Del resto conosco quella abituale indefinibile instabilità, della quale parlate, e la credo eccedente un poco la misura ordinaria. Sappiate però che alquanta se ne trova in ogni domestico, e col tempo conoscerete per prattica essere pochissime le famiglie che nell'interno sieguano un raziocinio ordinato, accadendo del più degli uomini come dei comedianti, i quali al publico sostengono caratteri eroici, e rientrati fra le scene sono un branco di stravaganti e di pazzi. Lo saremo un poco anche noi senza avvedercene, ma mi pare che il sistema ragionevole, discreto e tranquillo della Famiglia nostra non si veda spesso ripetuto.</p>
            <p>Spedirò volentieri il <title>Varrone</title> con la prima occasione opportuna, e se Peppino lo brama sollecitamente, avvisatemi, chè lo spedirò con la Posta. Frattanto ve ne compiego la descrizione il meglio che ho potuto farla. Quanto alle Iscrizioni, per ora sinceramente non ho voglia di darle, avendo, come sapete, stabilito di pubblicarle con la <title>Serie dei Rettori della Marca</title>, acciocchè facciano un po' di dote a quella meschina Creatura. Per questo fine le ho fatte incidere in rame. Siccome però le darò alle stampe secche secche, e solamente in effige, Melchiorri sarà il primo a vederle, e potrà arricchirle di erudizione, e farne articolo di Giornale. Ho svolti <hi rend="italic">tutti</hi> i tomi del <hi rend="italic">Fabricio</hi>, e assolutamente non ci è, o non so trovare, la vostra cartina di Teopompo. Altre ve ne sono che posso mandarvi se volete, ma questa no, e me ne dispiace. Il secondo sacco di libri promessimi da Roberti non è venuto ancora, e però non vi ho indicati li libri avuti. Il piccolo <title>Omero</title> si è trovato, come sembrami di avervi scritto.</p>
            <p>L'Opera anderà sulla scena domani sera. Il nostro buon Masi sta meglio dalla sua pericolosa infermità, e qui non corrono altre notizie. Il tuono dei Giornali fa conoscere apertamente che fra poco ne avremo interessantissime dall'Occidente, e fors'anco dall'Oriente, sembrando deciso che la questione fra la Monarchia e l'esagerato Liberalismo verrà decisa con le armi. Addio, mio caro figlio. Tutti stanno bene e vi salutano. Vi benedice e vi abbraccia il vostro affezionatissimo Padre.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1822)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>Roma 27 Decembre 1822.</date>
            </opener>
            <p>Carissimo Signor Padre. Le scrissi già l'ordinario passato, rispondendo alla sua graziosissima dei 16 Decembre. Oggi m'è resa l'altra dei 20, benchè arrivata qui fino dal 22, come leggo nell'impronta. Sarebbe quasi inutile ch'io provassi di ringraziarla della liberalità che mi usa, e dell'affetto che mi dimostra. Ella sa, carissimo Signor Padre, quali sono i miei sentimenti, ancorchè io non li sappia esprimere. E per tanto mi basterà dirle che la ringrazio con tutto il cuore del dono, e che lo riconosco dall'antico e tenero, e forse pur troppo non meritato amore, ch'Ella mi porta: il quale amore però, quando anche non meritato, certamente è corrisposto, e corrisposto con tutte le forze possibili dell'animo mio. Scrivo qui dietro a Pietruccio per non moltiplicare le lettere. Salutai da sua parte il Cav. Marini, e gli feci l'invito ch'Ella mi scrisse. Ma il Cav. è così occupato, che difficilmente avrà mai libertà di muoversi da Roma. La ringrazia molto e la riverisce: e mi disse che non solamente si ricorda di Lei, ma che dal vederla e conoscerla prese ottima idea della prontezza, del talento e del buon tratto de' Signori Marchegiani. Non ho ancora vedute Fusconi, perchè nessuno m'ha saputo dire dove abiti, ma lo saprò, e farò quanto Ella mi prescrive. Tutti (compreso anche me) stanno bene; e tutti la salutano; particolarmente Donna Marianna, alla quale ho dato da sua parte notizia dell'Opera di Recanati. Vorrebbe che io, per contraccambio, e quasi per soverchieria, le descrivessi l'opera d'Argentina che vedemmo ier sera, ma queste descrizioni non fanno per Lei nè per me. L'Opera è nuova, del maestro Caraffa: non mi parve gran cosa, benchè avesse un incontro sufficiente. I politici di qui tengono per certa la guerra di Spagna e Francia, e molti vogliono, ma non so con qual fondamento, che le ostilità siano cominciate. La prego de' miei amorosi saluti alla Mamma e ai fratelli, e baciandole la mano con tutta l'anima, mi confermo Suo riconoscentissimo figlio Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Pierfrancesco L. (1822)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIERFRANCESCO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>Roma <add resp="ed">27</add> Decembre 1822.</date>
            </opener>
            <p>Caro Pietruccio. Vi ringrazio della memoria che avete di me, della lettera che mi scrivete, delle galanterie che mi domandate, e in somma di tutto. La posta mi ha ritardato la vostra lettera. Se l'avessi avuta più presto, avrei avuto tempo di consegnare qualche cosetta per voi a Mandolino, il quale o è partito, o parte domani. Oggi è festa, e non si trova nessuna bella cosa da comprare. Ma se domani si potrà fare a tempo, vedrete che Mandolino vi porterà qualche regalo. Se no, non dubitate che troverò qualche altra occasione, e presto sarete contento. Dovevate dirmi come stavate, e se eravate guarito, perchè so che siete stato male. Ma me lo direte un'altra volta, o me lo farete dire dal vostro Segretario, al quale ho scritto, e voglio che lo salutiate da parte mia, e diate il buon anno a lui, a Carlo, a Paolina, e specialmente al Papà e alla Mamma. Dite a Paolina che con quest'altro ordinario le scriverò. Mangiate e dormite bene, e seguitate a studiare, perchè quando io torno, vorrei che sapeste scrivere come una penna d'Oca. Addio, v'abbraccio, e vi do tanti e tanti baci. E voi baciate forte i fratelli per me, e la mano a Babbo e a Mamma.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Luigi L. (1822)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI LUIGI LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>Recanati 30 Dicembre 1822.</date>
            </opener>
            <p>Caro Giacomo. Potete ben credere quanto ci sia dispiaciuto il vostro incommodo, tanto più che non ci aspettavamo mai che vi dasse fastidio quest'anno, mentre sono tanti, che non ne avete patito più. Io vi consigliarei a scaldarvi spesso, se potete, giacchè credo che il vostro incommodo provenga dalla usanza, che ho inteso sia in Roma, di non veder fuoco nel camino. Non so se ciò si prattichi anche in Casa Antici; in quel caso procurate almeno di aver sempre lo scaldino.</p>
            <p>Sabbato andò in scena l'Opera, di cui Carlo certo vi darà relazzione, ed uscendo dal Teatro trovammo tutto imbiancato, ed ancora dura a nevigare senza apparenza di voler lasciare per adesso.</p>
            <p>Vertot, di cui mi parlate, mi piace moltissimo, e ne ho quasi finito il IV tomo, e la sua lettura mi è di un doppio utile, perchè mi serve, e per esercitarmi nel Francese, e per mettermi bene in memoria tutto ciò che avevo letto nel Rollin. In quanto poi al Francese, credo di avere avvanzato qualche poco, ma non al grado poi di Maestro, al quale temo di dover aspettare un pezzo per arrivare; per altro nel leggere l'Opera suddetta rare volte apro il <hi rend="italic">Dizzionario</hi>, il che mi succederà certo in altre opere, perchè m'immagino saranno più difficili. Nell'Architettura ho pure guadagnato qualche cosa, poichè essendosi qui fermato un libbraio, Babbo mi comprò il <hi rend="italic">Milizzia</hi>, di cui già avrete inteso parlare per questa, e per varie altre sue Opere, i titoli delle quali sono citati nella sua <hi rend="italic">Vita</hi> scritta da lui medesimo, inserita da capo alla suddetta Opera, intitolata: <hi rend="italic">Principi di Architettura civile</hi>, stampata in Venezia in tre tomi in-4° con sufficienti rami incisi in Roma. Quest'Opera dunque mi ha servito moltissimo per entrare nello spirito dell'architettura, perchè l'autore vuol dimostrare che tutte le sue parti sono provenienti dalla Natura; insomma la prende dal suo principio, cioè dalle prime cappanne che l'Uomo fece per coprirsi, e viene oltre fino all'invenzione degli Ordini. Voi vi sarete annoiato a questa filastrocca, tanto perchè non mi sarò spiegato bene, quanto perchè non v'interessarà niente questa materia; ma credo che non condannarete in me questo genio, che ho per questo ramo delle belle arti, che riuscendo non mi farebbe alcun danno. Ho finito il primo tomo della introduzzione al <hi rend="italic">Viaggio d'Anacarsi</hi>. Voi dirrete che ho letto poco poco da che siete andato via voi; è vero, ma adesso le giornate son tanto curte, e poi ho letto in mezzo un romanzo di Fielding, e poi varie commedie (bella lettura, è vero?) e poi molta poltroneria, e poi, e poi.... tutto quel che volete. Vi ringrazzio della cura che avete avuta, di pensare ai libri da suggerirmi per leggere, quali, per piacervi, Carlo mi darà in vostra manchanza. Certo, che senza di voi sarei un bellissimo asino. Non crediate già che voglia adularmi col far credere di essere qualche cosa di grosso, ma mi pare almeno di non essere quel puro niente, che ero. Ditelo voi, se si può dire, che ero prima di leggere i libri da voi suggeritimi. Giacomo mio, il freddo ed il sonno mi costringono a lasciarvi. Tutti di casa vi salutano, e specialmente io che vi voglio tanto bene. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Paolina L. (1822)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PAOLINA LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>Roma 30 Decembre 1822.</date>
            </opener>
            <p>Cara Paolina. Mi vergogno di non avere ancora eseguite le vostre commissioni, bench'io non le abbia perciò dimenticate. E se v'è qualche scusa ch'io possa portare della mia tardanza, sarà questa, che nei primi giorni della mia dimora in Roma io sono stato così affollato di distrazioni, anzi così occupato nello stesso distrarmi, che appena ho avuto il tempo di pensare alle cose più necessarie. In seguito sono stato costretto a far grandissimo risparmio di viaggi per l'incomodo de' geloni che mi sono sopravvenuti, e che finalmente son suppurati e aperti, sicchè mi conviene stare per lo più in casa. Ma questo impedimento spero che debba essere di poca durata. Ieri fui a pranzo dal ministro d'Olanda. La compagnia era scelta e tutta composta di forestieri. Posso dir che questa sia la prima volta che io abbia assistito a una conversazione di buon tuono, spiritosa ed elegante, e quasi paragonabile a una conversazione francese. Anche la lingua che si parlò fu francese quasi sempre. Non v'erano Italiani fuorchè i miei ospiti e me, ed un Romano, che non parlò mai. Abbiamo un freddo tale, che i vecchi cavano fuori la loro solita formola di non ricordarsene uno simile in questo clima. Le vostre letterine e il vostro modo di scrivere, ch'io ho conosciuto per la prima volta dopo la mia partenza da costì, sono così gentili, che non solamente non paiono recanatesi, ma neanche italiane. Veramente io non vi so rispondere con quella grazia che meriterebbero le vostre proposte. Non ho molto garbo nella galanteria, e di più temo che, se volessi usarla con voi, la Mamma non abbruciasse le mie lettere o prima o almeno dopo di avervele date. Se vi dicessi che v'amo di tutto cuore, questa non sarebbe un'espressione galante, ma forse peccherebbe di tenerezza. Sicchè quanto ai sentimenti dell'animo mio verso di voi, per non errare in qualche termine, lascio che voi medesima ne siate l'interprete, e in questo ufficio vi faccio mia plenipotenziaria. Credo di aver detto abbastanza. Baciate la mano per me alla Mamma e al Papà, al quale direte che gli ho scritto coll'ultimo ordinario, e col medesimo ho ricevuto due sue, l'una a pronto corso, l'altra dei 13, giunta qui fino dai 15. Marietta e Giovannina vi salutano caramente. E voi salutate per me Carlo e Luigi, e baciate Pietruccio avvisandolo che io soddisfarò alla promessa che gli ho fatto, subito che sarò in caso d'uscire a mio piacere. Addio, cara Paolina; vogliatemi bene, e date da mia parte il buon capo d'anno alla Zia Isabella, che si compiacque poco fa di mandarmi i suoi saluti. Se non vi parrà troppo ardire, fate per me gli stessi augurii alle cugine, e salutate il zio Peppe. Felicitate ancora il papà del suo ingresso al nuovo ufficio. Non vi maravigliate se non mi stendo di più, perchè l'abbondanza delle cose che vi potrei dire produce il solito effetto del troppo, cioè ch'io non so scegliere nè determinare quello che più convenga di scrivere. Parlando a voce, ogni cosa avrà il suo luogo. Sono anche molto occupato, perchè questi signori non mi permettono di lasciare gli studi; anzi ho dovuto più scrivere in un mese, ch'io non era solito di fare in due, e mi conviene anche usare più d'una lingua; il che è fuori affatto della mia consuetudine. Mi raccomando alla fortuna ch'io non dica e scriva più spropositi che parole. Addio: guardatevi da questo diabolico inverno, e per amor mio cacciate alla meglio i pensieri malinconici. Vi ringrazio della descrizione che mi fate del nuovo tomo Giordani. Io non l'aveva ancora veduto. Di nuovo stammi allegra, chè te ne prego; e io vedo per esperienza propria e certissima, che l'allegria e la melanconia sono frutti d'ogni paese.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1822)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>
                  <add resp="ed">Roma 31 Decembre 1822.</add>.</date>
            </opener>
            <p>Carissimo Signor Padre. Peppino è stato contentissimo della descrizione ch'Ella gli ha favorito del Codice di Varrone, e m'assicura che questa è l'edizione principe, e che gli sarà di grandissima utilità il consultarla, mandandogliela Ella a suo comodo per occasione opportuna. L'altro giorno fu da me Luigi Sorini, e mi disse che per gli armadi da lui fatti in cotesto archivio comunale, Ella promise di fargli avere gli armadi vecchi, ovvero otto scudi in danaro, oltre il resto del prezzo convenuto per la sua fattura. Disse ch'era stato pagato del resto, ma non aveva avuto nè gli armadi vecchi nè gli otto scudi; che non si curerebbe di averli se il suo credito fosse con Lei, ma ch'essendo colla Comune, non vedeva nessun motivo di trascurarlo: in somma mi pregò che gliene scrivessi, come faccio; ed Ella disporrà come crederà meglio, rispondendomi, se le piacerà, quello ch'io gli dovrò dire, in caso che torni. Ho trovato la cartina del Teopompo fra i miei scartafacci, e mi dispiace d'averle dato inutilmente l'incomodo di cercarla. Ho anche trovato qui fra i libri di Peppe Antici il 9° tomo del Metastasio, ediz. del Zatta, segnato <hi rend="italic">Luigi Leopardi</hi>. M'immagino che questo tomo debba mancare nel nostro corpo, e perciò l'avverto ch'è nelle mie mani. Reinhold, dal quale fummo a pranzo Domenica, mi disse di Lei molte cose obbliganti, e fra l'altre, che aveva ricevuta una sua lettera, e fattale la risposta.</p>
            <p>La sua carissima de' 20 Decembre, mi giunse ritardata, come mi pare averle scritto. Da quando io la ricevetti, non mi sono potuto muovere da casa se non di rado, e andando a poca distanza, a motivo de' geloni che ho ai piedi e che m'infastidiscono assai. Non sono dunque potuto andare alla posta a riscuotere il Franco di cui Ella si compiaceva di farmi dono e di darmi notizia. Ed essendo somma in questo paese la difficoltà di riscuotere i Franchi senz'andare in persona, non ho trovato chi mandare per me, fino a questa mattina. Così non prima di questa mattina ho potuto sapere che i dieci scudi non sono ancora arrivati. Del che mi pare di dovere avvisarla.</p>
            <p>Questa notte, dopo dieci giorni di mal di punta, se n'è andato il povero Giuseppe Quercia. Anche la sua de' 13, come scrissi ieri a Paolina, m'è giunta ritardatissima, cioè avanti ieri, benchè fosse arrivata a suo tempo in Roma. Non mancherò, com'Ella amorosamente mi ordina, di fare che ogni ordinario parta qualche mia lettera diretta alla mia famiglia. Nella quale, Ella dice troppo bene, che regna un ordine veramente raro, il qual ordine tanto più si stima, quanto più si conosce il disordine delle altre famiglie nel loro interno. Lo stesso prendersi un poco d'incomodo verso gli altri, affinchè tutti gli altri lo prendano verso di voi, è la più comoda cosa del mondo; e un piccolo e moderato codice di creanza è necessarissimo anche nel più intimo ed assoluto domestico. Ma qui, dove niuno si vuole incomodare; dove i figli alla Madre, la Madre ai figli, il marito alla moglie, la moglie al marito si contrastano abitualmente e sinceramente le pagnotte di pane, i sorsi di vino, i migliori bocconi delle vivande, e se li negano scambievolmente, e se li tolgono di bocca, e se li rimproverano, e si danno dei ghiotti gli uni cogli altri; ciascheduno è incomodato da tutti e tutti da ciascuno. Ma sarebbe impresa troppo lunga il descrivere minutamente le assurdità del sistema di questa famiglia, e le contraddizioni che vi si trovano in ogni articolo. Io credo di potere, colla debita prudenza, farle fare molte risate innocenti sopra questo proposito, parlandole a voce.</p>
            <p>Desidero ch'Ella s'abbia riguardo in questo inverno, che qui è considerato come straordinario, e secolare. Ed augurandole un felice cominciamento del nuovo anno e delle fatiche della sua carica, le bacio la mano e domando la sua benedizione. Amorosissimo figlio Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1823)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>Roma 4 del 1823.</date>
            </opener>
            <p>Carissimo Signor Padre. Scrivo questa per avvisarla che ieri mi furono resi dalla posta gli scudi dieci, e per darle nuova di me, che in questi giorni me la passo per lo più in casa, stando con due piaghette l'una alla mano e l'altra al piede, molto irresoluto s'io le debba medicare o no, e che cosa converrebbe metterci. Finora non ci ho fatto nulla: non mi danno dolore, stando fermo; e io mi contento di riguardarle. Lo stampatore De Romanis mi ha proposto d'intraprendere per lui una traduzione di tutte le opere di Platone. Questo lavoro si fa contemporaneamente in Germania e in Francia nelle rispettive lingue; ed è molto desiderato in Italia. Tutti i letterati nazionali e forestieri ai quali s'è parlato di questo disegno, l'hanno lodato infinitamente; lo Stampatore n'è invaghito; e credo anch'io che quest'impresa ben eseguita potrebbe far grande onore. M'hanno consigliato di domandare a De Romanis 100 scudi per ciascun tomo della traduzione, la quale verrebbe a portare quattro o cinque tomi. Sono quasi nell'impegno; e se le condizioni mi converranno, penso di stringerlo. Mi sarà molto caro il suo parere in questo proposito. Il freddo qui è mitigato, ma pare presto voglia riprendere il suo rigore. Mercoldì Roma era bianca dalla neve. Saluti di tutti a tutti. La prego in particolare de' miei, specialmente alla cara Mamma e ai fratelli. E baciandole la mano, mi ripeto suo affettuosissimo e gratissimo figlio Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="A F.Cancellieri (1823)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A FRANCESCO CANCELLIERI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>
                  <add resp="ed">Roma Gennaio 1823</add>.</date>
            </opener>
            <p>Stimatissimo Signor Abate Padrone ed Amico, Le rimando coi miei ringraziamenti le <hi rend="italic">Memorie Mariniane</hi>. La speranza di poterle riportare io medesimo, me le ha fatte ritenere più del conveniente. Mio Zio m'ha riferito da sua parte quanto Ella s'è compiaciuta di operare col Sig. Ab. Rezzi, e la risposta che ne ha ricevuta. Sarei stato subito in persona da Lei a ringraziarla, ed avrei anche proccurato di vedere il Signor Abate; ma non avendo potuto nè potendo muovermi di casa, nè anche, si può dire, di camera, per una maledetta piaga cagionatami da un gelone a un piede, supplisco come posso per lettera; e rendo infinite grazie a Lei, pregandola di assicurare l'Ab. Rezzi che assumo di buonissima voglia quest'incarico de' <hi rend="italic">Codici greci</hi>, e che appena sarò in istato di muovermi, avrò tutto l'impegno di soddisfare al mio assunto. Ella mi conservi la sua benevolenza, che mi fu e sarà sempre preziosissima, e mi onori de' suoi comandi. Il Suo Devotissimo Obbligatissimo Servitore ed Amico Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Brighenti (1823)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO BRIGHENTI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <date>Roma 4 del 1823.</date>
            </opener>
            <p>Caro Amico. Siete pur memore delle offese, e non volete lasciarne passar una senza rappresaglia. Vi doleste mesi fa del mio lungo silenzio; avevate ragione; vi risposi subito pregandovi a perdonarmi e scrivermi, ma voi mi avete voluto punire, e tacere. Lasciando gli scherzi, io son qui da circa un mese, e ci starò tutto l'inverno. Desidero infinitamente aver notizie di voi, e vi scongiuro a darmene. Vi prego ancora quanto più posso a darmi nuova di Giordani, del quale non so più nulla, da quando tornò dalla Svizzera in poi. Gli ho bensì scritto più d'una volta, benchè inutilmente. Arrivato a Roma, ho inteso con sommo dispiacere dagli amici suoi, che da quell'epoca in qua neanch'essi ne sapevano più niente. Gli sono tornato a scrivere, sperando che le lettere di qua dovessero andar meglio che quelle di Recanati, ma non ho avuto risposta. Vi prego con tutto il cuore e vi supplico a dirmi qualche cosa di lui. So che avete spedito a Recanati un nuovo tomo delle sue opere, pel quale vi son debitore di paoli sei. Rispondendo all'ultima vostra, vi mandai franca per la posta la somma corrispondente al mio debito d'allora. Desidero intendere che l'abbiate ricevuta. Quantunque io mi trovi in Roma, avrò piacere che gli altri volumi del Giordani, che debbono uscire, siano spediti a Recanati come per l'addietro. Consolami, caro amico, d'una tua risposta, e voglimi bene, assicurandoti ch'io sono sempre verso di te quello di prima, cioè caldissimo e costantissimo amico. Se qui o dovunque ti posso servire in qualche cosa, comandami e adoprami come adopreresti te medesimo: e in qualunque caso credimi il tuo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Monaldo L. (1823)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI MONALDO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>Recanati, 6 Gennaio 1823.</date>
            </opener>
            <p>Mio caro Figlio. Ho ricevuta la cara vostra che suppongo del 1° quantunque non portasse la data. Mi dispiace assai che ritardino, nè so come o perchè, li Ducati 10 francati qui il dì 10 Decembre, per li quali l'Amministrazione Postale, che subito li inviò, scrive oggi opportunamente. Voi fateli nuovamente ricercare anche colla scorta del consueto ricapito officiale qui accluso e datemene conto.</p>
            <p>Ieri ed oggi, Feste precettive, non si è aperto che per momenti l'Ufficio Municipale. Domani vedrò come sta l'affare di Sorini, ed egli, prima o dopo, avrà senza meno quanto regolarmente gli compete. Se mai dimenticassi l'ultimazione di questa lieve pendenza ricordatemela, e fratanto ditegli ch'io gli voglio bene ancorchè mi facesse la brutta figura del partire e burlarmi in quel modo.</p>
            <p>Anche qui il freddo si fa sentire straordinariamente. Siamo da alcuni dì sotto neve, ma apprendo dalla vostra che in Roma pure si trema, e che il tanto vantato clima di Roma è dolce quando l'inverno è dolce per tutto. Noi fratanto ci garantiamo coi nostri bravi camini, e costì per non fare torto al clima si battono i denti senza compenso.</p>
            <p>Il nostro <hi rend="italic">Metastasio</hi> è intiero. Ne avevo alcuni Tomi di più che forse diedi al Cav. e forse uno di essi è il settimo da voi veduto.</p>
            <p>Pietruccio è in collera con voi perchè supponeste scritta da Luigi la lettera che spontaneamente vi scrisse egli col pugno suo. Vorrebbe poi sempre scrivervi, e mi è addosso perchè gli righi la carta, e metta in ordine i suoi sentimenti.</p>
            <p>Mi dispiacciono assai li vostri geloni, e li credo nati e conservati dalla mancanza del fuoco. Vorrei sperare che guarissero col cessare della tramontana. Tutti vi salutano, e grazie al Signore stiamo bene. Vi abbraccio di cuore e prego il Signore perchè vi benedica. Addio. Il vostro affezionatissimo Padre.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Carlo L. (1823)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>Recanati 6 Gennaio 1823.</date>
            </opener>
            <p>Per carità perdonami il dispiacere che ti ho dato senza saperlo: se eri in angustia quando mi scrivesti l'ultima tua, figùrati ora che non vi hai visto risposta per due ordinarj. In somma, io non ho avuto la tua del 26 che in questo momento. Ti scrivo dal Casino due righe ad un'ora di notte per levarti di dubbiezza. La neve ritarda tanto adesso le poste, che non è ancora giunto il Corriere, e spero di potertele mandare. Io ricevetti la tua lettera per cui tu stavi in pena, e vi risposi l'ordinario dopo. Era dunque io nell'istessa opinione che tu, di essere in credito. Non so se a quest'ora tu avrai avuto la mia, ma se ve n'ha una di perduta, sta certo che è la mia. La tua, per provartelo, mi ricordo che parlava della Magatti ec. Siccome non supponeva che tu mi scrivessi sotto nome di Sofia, ho trascurato tutti questi giorni di domandarne: solamente questa sera uscendo, ho avuta la tua dei 26 per una gentilezza del maestro di posta. Corro ad impostare. Non ho ora altro dubbio se non che la mia sia stata trattenuta da questi di Casa prima di impostarla. Ma anche tu mi dici che la posta le trattiene.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Carlo L. (1823)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>Roma 6 del 1823.</date>
            </opener>
            <p>Caro Carlo. Se le mie lettere ti arrivano, non so: so bene che dalla tua seconda in poi, non vedo nè sento più nulla di te; la qual cosa mi dà quella pena che tu puoi, o certo dovresti immaginarti. S'aggiunge che in quest'ordinario non ho lettera di casa, bench'io n'aspettassi, e non come proposta ma come risposta. Io non so d'averti offeso, nè vedo come noi due possiamo stimare d'essere offesi l'uno dall'altro, nè credo possibile che, quando anche tu avessi di che incolparmi, ti sii voluto vendicare. In ogni modo scrivimi, chè s'io non credessi di farti ingiuria, ti domanderei perdono di qualunque cosa in me ti fosse potuta dispiacere. Ho sentito tutte e due le Opere: quella d'Argentina e quella di Valle. La prima è del maestro Caraffa, quasi tutta rubata a Rossini, ma così male, che non reca il piacere nè dell'originalità nè dell'imitazione; e se il Caraffa vi si disprezza, il Rossini non vi si può godere. Nessun pezzo interessante, fuorchè un'aria del contralto nel prim'atto, la quale però sembra cominciata e non finita. Tutte le voci mediocri; eccetto il tenore, cioè David, e il contralto, cioè la Ferlotti. Il basso è nulla, ed agisce anche poco nell'Opera. Il canto di David non mi ha fatto grande impressione, perchè ci si conosce evidentemente lo sforzo. E perciò il corpo della voce, secondo il gusto mio, non può molto dilettare. Quanto all'agilità e volubilità del suo canto, le mie rozze orecchie non ci trovano niente di straordinario. Ma, comunque sia, la più bella voce applicata a una melodia che non significa niente, non può far grand'effetto. I Romani hanno lodato le decorazioni e disapprovato l'Opera. Il ballo non è niente di buono quanto alla parte pantomimica, cioè all'imitativa. Quanto alla parte ballabile, non è da disprezzarsi; ma tutto quello ch'è puro spettacolo, come il ballabile, dopo un quarto d'ora annoia. Non posso negare che le gambe dei ballerini, sui primi momenti, non mi facessero provar quell'effetto che non mi farà mai provare la testa di nessun Romano, cioè la meraviglia. Ma chi si può meravigliare per un'oretta e mezza, è molto ammirabile. Quanto all'Opera di Valle, ch'è buffa, tenete per certissimo che il nostro <hi rend="italic">Turco in Italia</hi>, non solamente per la musica, ma per ciascun cantante, a uno per uno, e tutti insieme, fu migliore senza nessunissimo paragone. Il teatro è per lo più deserto, e ci fa un freddo che ammazza. L'Opera è del M. Celli. Gl'istrioni sono insoffribili. Un Parigi a confronto loro sarebbe un angelo, e assicuratevi che non esagero. Non mi allungo di più, perchè assolutamente non ho tempo, e questi così detti letterati non mi lasciano respirare. Ho dovuto scrivere un articolo sopra il <hi rend="italic">Filone</hi> d'Aucher recentissimo. Sto disponendo per la stampa le annotazioni all'<title>Eusebio</title>  del Mai. Sono in impegno di scrivere certe note latine sopra la <title>Repubblica</title> di Cicerone. Mi si offre il catalogo dei <hi rend="italic">Codici greci</hi> della Barberina, che finora non v'è stato un cane che abbia saputo quel che contengono. De Romanis mi fa bei partiti perch'io traduca tutte l'opere di Platone, e già siamo quasi convenuti. Addio, caro: salutami il Papà, la Mamma, i fratelli e tutti. Scrivimi, se mi vuoi bene. Possibile che tu non me ne voglia? Addio addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Carlo L. (1823)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>Recanati 9 Gennaio 1823.</date>
            </opener>
            <p>Mio caro Buccio. Coll'ordinario passato devi aver ricevuto una mia breve lettera, che ti avrà spiegato tutto ciò per cui stavi in pena. Da quanto tu mi dici, non è una lettera tua, ma una mia risposta che si è smarrita. Non so che diavolo facciano adesso queste poste. La mia lettera non conteneva nulla d'importante; solamente mi sarebbe dispiaciuto che fosse stata aperta e trattenuta dai nostri: ma mi sono poi ricordato che ebbi la precauzione di darla a Paolina perchè non la consegnasse a Mamma che sul momento di mandarla alla posta, ed essa mi ha assicurato che la vide partire. Io poi ti lasciai stare in agitazione tanto tempo perchè non sapeva niente del tuo dubbio, e la tua lettera in cui me lo palesavi, giunta qui il 30 Dicembre, dormì fino al 6 Gennaio, e dormirebbe ancora se Regini non mi avesse usato l'attenzione di avvisarmelo. Tutto questo io ti dissi in due righe che mi affrettai di scriverti pochi momenti prima che passasse il Corriere: se non l'hai ricevuta, mi dispiace molto che la tua incertezza si sia prolungata. Quello che posso assicurarti è che non vi è apparenza che si violino qui le tue lettere, anzi posso benissimo tenerle nascoste, e fino ad ora non ne ho fatta leggere nessuna.</p>
            <p>Caro Giacomo, sta certo dell'interesse che io prendo sempre per te; ti pregava nella mia perduta a mostrarmi di crederlo col parlarmi un poco più dei tuoi affari. Ho ragione di lagnarmi perchè devo sempre sentire a caso tutto quello che ti riguarda, io che tutti crederebbero che dovessi essere il tuo maggior confidente. Ti prego a trovar qualche piacere in ciò che me ne darebbe moltissimo, nel sentirti dettagliare le tue cose. Ho sentito nell'ultimo ordinario la proposta di De Romanis, che scrivesti a Babbo. Suppongo che tu abbi deciso di rifiutarla, mentre sei andato a parlargliene. Perchè, a dirla fra di noi, io non posso attribuire ad altro che a politica, non già ad ingenuità, tutto il linguaggio che tieni da che sei fuori, e non manca di fare il suo effetto. Se l'effusione vi avesse la minima parte, non potrei fare a meno di condannarti. Per provarti che ho ragione, senti. Babbo ha fatto veder la tua lettera, come fa quasi sempre: io però non ho avuto mai la sorte d'incontrarmivi, fuorchè, mi pare, una volta. Parlando poi dell'offerta De Romanis con Mamma, ha detto in presenza dei ragazzi che stavano con lui al camino, che egli te ne avrebbe sconsigliato, perchè questa ti darebbe i mezzi di stare del tempo molto a Roma, dove potresti anche prendere una dozzina. Non so come abbia avuto l'imprudenza di lasciarsi uscir questo dalla bocca. Io non v'era: stava alla scuola. L'istessa sera, avendo sicuramente riflettuto che il suo discorso doveva essermi stato riferito, e che se tu sapessi da me il vero movente del suo consiglio, questo potrebbe non far grande effetto; uscì a raccontarmi tutto, e mi disse una folla di ragioni e di calcoli che riceverai in quest'ordinario, i quali provano secondo lui che non ti torna a conto. Ma tutto questo con un'aria di premeditazione tale, che non lasciava luogo a dubbio; e tu sai che in questo non è difficile lo scoprirlo, perchè tutto ciò che gli preme, gli fa venire il fiato grosso. Di quello poi che avea detto il giorno, non mi fece neppure un cenno, quantunque io cercassi di cavarglielo; segno evidente che il suo discorso non avea altro oggetto che di distruggerlo, e di far sembrare il suo consiglio disinteressato. Io dunque ti dico: fa quello che t'aggrada, ma nel caso che tu credessi di accettare, non ti far illudere dalla finta ingenuità che ti si manda di quaggiù, anzi piuttosto questa ti determini ad agire in senso contrario. Non ti manca modo di colorire la tua condotta, se non aderisci al consiglio: puoi dire di aver pattuito prima che ti giungesse ec. ec. Ti posso poi ricordare quello che dicevamo insieme: che se avessimo una volta potuto uscire, non ci saressimo lasciato fuggire alcun mezzo per renderci possibile di non tornare. Tu ci sei; se torni quaggiù a questa vita, <hi rend="italic">mon Dieu</hi>! Permetti che ti dica che tu non hai presentemente idea di quel che soffriresti qui, e dopo aver vissuto in Roma. Io non so niente: ti auguro un poco di quella ostinazione e di quel santo sdegno di cui certo non mancherei, se fossi al tuo posto. Vorrei che questa infame vita che mi tocca di condurre ti fosse almeno utile, perchè evitassi di ricadervi.</p>
            <p>Mi dispiace tanto di sentire che sei molto incomodato dai geloni: abbiamo anche qui freddi enormi: abbiti cura, e fattela avere, questo ti raccomando; fatti render molto; tutto quello che si sacrifica ai riguardi non c'è una Deità che lo accetti. Ho anch'io i piedi molto gonfi mattina e sera, ma siccome non minacciano di rompersi, collo strapazzo li faccio stare a segno. Così potessi bene spendere un passo! I tuoi son bene impiegati. Hai compìto il corso delle bellezze di Roma? Mi lagnava in quella che non hai ricevuta, perchè non mi hai detto mai nulla su questo particolare. A proposito, cos'è quello che stampi, o hai stampato? ma davvero vuoi che ti diventi forestiero? Dimmi che t'è parso di David. L'Opera che qui abbiamo è passabile pel nostro paese. La prima donna è una bella figura sul teatro, piena di freschezza e di gioventù: è poi amabile, perchè non essendo ancora corrotta, s'investe dei sentimenti puri, come l'amore, l'amor patrio, con tutto il fuoco di un naturale romagnolo, e con una schiettezza tale che pare assolutamente esprimere il vero. Queste son doti, che le passeranno insieme col giungere delle altre, il maggior possesso del palco e del canto ec. Se avrò denari, le farò stampare un sonetto che ti voglio dire, avvertendoti che non ho preteso altro nel farlo, se non di avere alle mani un sonetto, ossia un <hi rend="italic">brava</hi> in quattordici versi. Ella canta nell'<hi rend="italic">Italiana in Algeri</hi> il celebre rondeau: <hi rend="italic">Pensa alla patria</hi>. A CLORINDA CORRADI.
</p>
            <p>
               <quote rend="block">
                  <lg>
                     <lg>
                        <l>Dell'alto nome tuo ben degna sei</l>
                        <l>Bella come Clorinda, e che l'ignori</l>
                        <l>Sola, modesta e schiva, come lei</l>
                        <l>Accendi più col disperarli i cuori.</l>
                     </lg>
                     <lg>
                        <l>Se poi quel canto onde nostr'alme bei</l>
                        <l>Udiva il Franco Eroe, più, credo, fuori</l>
                        <l>Di senno tu che i forti lo traei</l>
                        <l>Atti della viril donna, e i rigori.</l>
                     </lg>
                     <lg>
                        <l>E tu pur sei guerriera: oh come bella</l>
                        <l>Allor che i freddi Itali petti avvampi</l>
                        <l>Coll'ardir della fervida Isabella!</l>
                     </lg>
                     <lg>
                        <l>Corri tua nobil via. Sol ti rammente</l>
                        <l>Di lor fra cui la prima orma tua stampi, </l>
                        <l>Che te rammenteranno eternamente. </l>
                     </lg>
                  </lg>
               </quote>
            </p>
            <p>So che <hi rend="italic">lei</hi> non si può dire in caso retto; non so se <hi rend="italic">disperare e avvampare</hi> si possano adoperare in senso attivo. Chi se ne f...? Per Recanati è d'avanzo.</p>
            <p>Non so se sappi che mi è riuscito di fare un miracolo: le Mazzagalli vengono ogni sera in teatro. Figùrati le smanie di quel buffone di Peppe, che dopo aver contrastato quanto ha potuto, ha dovuto egli stesso servirle nel cercare il palchetto, ec. Credimi che non c'è miglior vendetta di questa, armare la volontà irresistibile di Paolina, e veder lui che adesso fa tutti i suoi sforzi per mostrare che la cosa è naturalissima, e che ci viene di buona voglia: io ne godo un tantino.</p>
            <p>Se tu mi conosci, mio caro Buccio, capirai che io non ti dico molte di queste cose se non per darti materiali, onde tormentar Mariuccia, che poi in fondo è la sola e cara mia anima, e di cui non ti parlo a lungo, perchè non potrei farlo senza gemere o infuriarmi. Che giorni quelli che ho passati con lei! hanno potuto esistere nella mia vita! e hanno potuto finire! Che dolore, che furia! Giacomo mio, non possi mai provarlo.</p>
            <p>La morte di Giuseppe mi ha dispiaciuto estremamente: un uomo svelto di meno mi pare sempre una gran mancanza; e poi tanto giovane! Non si fa partenza che non si stringa la mano a qualcuno che non si dovrà rivedere mai più. Io mi ricordo che gliela strinsi; chi m'avesse detto! A questo mondo non si vive, se non in quanto si sente; e non si sente, per me almeno, se non in quanto si soffre. Mio caro Buccio, tu non pensare a malinconie: in questi mesi non ti puoi lagnare del destino: è vero che sono i primi; ma tocca a noi adesso a consumarci i denti a forza di rodere la catena. Noi siamo stati compagni in tutti i disgusti, ve n'ha però uno che tu non hai provato, e che, credi a me, è l'estremo. Questo è stare a Recanati senza te nè Mariuccia.</p>
            <p>Addio D. Giacomo, voglimi bene, come sei obbligato per i nostri patti; io te lo voglio anche al di sopra.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Brighenti (1823)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO BRIGHENTI</hi>
               </byline>
               <date>Bologna 9 Gennaro 1823.</date>
            </opener>
            <p>Adorato Amico. V'ingannereste a partito, se mai credeste che il mio silenzio fosse nato da un senso di vendetta; e se lo dite per una burla, ve lo perdono, ma se il diceste davvero, me ne mortificherei. Fui e sono occupatissimo, e allorchè il freddo incomincia, esso m'irrita così i nervi che mi toglie tre quarti del mio vigore, e mi gela talmente e mi avvilisce, che mi obbliga a stare accanto al fuoco dal momento che scendo dal letto sino a quello che vi ritorno. Ma io, caro Amico, provo la più grande consolazione ad aver letto che siete in Roma. Usciste pur dunque dall'antico e brutto Recanati, e passaste alla patria di Cicerone. Spero che costì vi rifarete con usura delle noie sofferte altrove. Io sono sempre a Bologna, tutto sepolto nella mia famigliola, e occupato de' miei miserabili affari. Giordani stando in Svizzera ha taciuto anche con me; ma ora tornato a Piacenza, mi ha scritto, e vi prego a scrivergli subito, e siate certo che gradirà estremamente le vostre nuove, giacchè vi ama e stima, come meritate. Io per la prima posta gli farò i vostri saluti. - Anche d'orinnanzi spedirò a Recanati i volumi successivi del Giordani, come mi ordinate. Se vi resta spazio, datemi notizie lunghe di voi, delle vostre occupazioni, de' vostri studi; insomma della vostra vita. Amatemi poi, adorato Amico, perchè io vi tengo nel mio cuore, siccome cosa sacra, anzi celeste. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Monaldo L. (1823)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI MONALDO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>Recanati, 10 <add resp="ed">gennaio</add> del 1823.</date>
            </opener>
            <p>Mio caro Figlio. Ho ricevuto la cara vostra dei 4, e ho piacere che abbiate ricuperato dalla posta il noto pacchetto di denaro. Mi dispiace però assai che siate tormentato dai geloni, dai quali vi sperava guarito. Non so che dire intorno al medicarli, dipendendo dalla acerbità e pertinacia loro, e solo vi ricordo che i Fratelli vostri vennero assai giovati dalla regolare aspersione di china polverizzata, in quantità discreta. Certamente però vi gioverà il curarli col riguardo dall'aria, coll'uso discreto del fuoco, e soprattutto colla custodia del letto. Non lasciate di darne ragguaglio in ogni ordinario.</p>
            <p>In ordine alla traduzione di Platone consideriamo prima la cosa, indi il modo di eseguirla. In ordine alla cosa, dovete misurare ponderatamente le forze vostre, non già intellettuali e scientifiche delle quali sono persuaso, ma bensì fisiche e geniali, che vogliono essere consultate assai, prima di assumere un lavoro triennale, il quale potrebbe opprimervi o pure annoiarvi. Vi conosco costante e tenace dei proponimenti, ma perchè l'osservarli non abbia a riuscirvi dannoso o molesto, misurate prima accuratamente voi stesso, e riflettete che non è piccolo affare l'obbligare tre anni di vita. Inoltre pensate se questo lavoro è eseguibile qui in casa vostra, come già credo, perchè diversamente l'obbligarvi a lunga lontananza non gioverebbe al vostro bene e al vostro interesse, e non potrebbe approvarsi da me, che volentieri vi vedrò tornare in Roma frequentemente, ma che per parte mia vi riterrò sempre domiciliato nella casa vostra paterna, e nel Paese dove riposano le ceneri dei padri vostri e miei. Fatte queste riflessioni, assumete o rigettate l'impresa, come vi detterà la vostra prudenza.</p>
            <p>Veniamo al modo. Io non ho altro esemplare di Platone, come già sapete, fuorchè quello di Marsilio Ficino, greco-latino; Lione, 1590. Esaminandolo, ho rilevato che il testo ha colonne o pagine 750, e ogni pagina 82 linee, e ogni linea ragguagliatamente 20 sillabe, e così in tutto 123ò. sillabe. La prefazione, gli Indici, la vita forse di Platone e gli altri accessorii occuperanno per lo meno cento altre pagine, cioè 164 mila sillabe, e tutta l'opera avrà sillabe 1394000, senza calcolare che l'italiano, più diffuso del greco e del latino, renderà questo numero più copioso. Supponendo che il vostro manoscritto sia in facciate di 25 linee, da 18 sillabe per facciata, avrà 3098 facciate, cioè fogli interi 775; e di un lavoro tale, pulito e corredato di qualche nota erudita, come sarà sicuramente il vostro, non vi riescirà di farne un foglio al giorno. La vostra fatica pertanto verrà pagata circa baiocchi 60 al giorno, e voi, lavorando un mese ogni dì senza riposo festivo, guadagnerete scudi 18; un poco più di quanto diamo al nostro cuoco, e un poco meno di quanto si dà nelle amministrazioni allo scrittore de' soprascritti. In questo punto vi lascio in pienissima libertà di risolvere come vi piace; ma mi pare che l'offerta di scudi 500 sia più vile che meschina, sproporzionata affatto alla vostra fatica, e all'utile grandioso che questa procurerà all'impressore. Immagino che l'edizione si farebbe in-4° col testo Greco e con belli caratteri, come il nostro Laerzio, <hi rend="italic">Amstelodami apud Wetstenium, 1692</hi>. In questo ogni pagina ha linee latine 49 da 13 sillabe, e conseguentemente ogni foglio di 8 pagine di stampa ha sillabe 5096. L'opera vostra darebbe 274 fogli, o vero pagine 2192. L'edizione costerebbe, a dire moltissimo, un baiocco e mezzo il foglio, e si venderebbe almeno a baiocchi 5 al foglio. Supponendo l'edizione di mille esemplari, renderebbe scudi 13700, dalli quali, defalcati scudi 4110 di spesa, rimarrebbero di utile scudi 9590. Si diminuisca quest'utile quanto si vuole, e si riduca alla metà; sempre sarà vero che il compenso di scudi 500 per voi, di cui è tutta la fatica, è sproporzionato e quasi indecente. Io dunque vorrei che l'Imprenditore pagasse lo scritto vostro scudi 1,50 al foglio, <hi rend="italic">scritto</hi> a lettere e sillabe pattuite, o almeno per tutta l'opera vi dasse scudi 1000 pagabili a vostro comodo, sempre contestualmente alle consegne del lavoro nelle debite proporzioni. Se così non gli piacesse, gli darei il buon viaggio, e se piacesse a voi di occuparvi nella traduzione di Platone, non vi mancherebbe il modo di esitarla con assai più grande vantaggio. Anche i librai d'Inghilterra ne assumerebbero la stampa e ve la pagherebbero bene. Ripeto che quanto all'interesse siete liberissimo di fare quanto vi piace, e solamente ho voluto comunicarvi i miei riflessi per vostro lume. Qualora dobbiate stipulare scrittura, sarìa prudenza che prima io ne vedessi la minuta per tutte quelle avvertenze che possono sfuggire a chi non ha prattica di affari; e il dire che interpellate me non potrà sconvenirvi, non essendo vergogna che un figlio deferisca al Padre, e un giovane consulti chi non lo è più.</p>
            <p>Addio, mio caro Figlio. Tutti vi abbracciano, e vi salutano. La Mamma vi benedice con me. Qui la neve è marmorizzata, e va sciogliendosi in polvere, non però in acqua. Il nostro buon Masi, ormai convalescente dalla sua pericolosa infermità di petto, vi saluta distintissimamente. Addio. Il vostro Padre affezionatissimo. Salutate tutti, e per tutti.</p>
            <p>Fatti nuovi riflessi sulla traduzione, mi pare che assolutamente non vi convenga obbligarvi per contratto. Assumete l'impegno se volete, ma senza scrittura, e tutto resti sulla vostra buona fede, e dipendente dalle vostre circostanze, salute ec. Bensì l'imprenditore della stampa dovrebbe promettere in scritto che, se voi dentro un tal termine gli darete la traduzione, dovrà stamparla, e darvi scudi tanti, in tal modo ec. ec. Così mi pare, e così vi dico non per legarvi, ma perchè non vi troviate sacrificato o pentito. Assumendo la traduzione, oltrechè dovrete provedervi di un'ottima edizione di Platone per ogni altro riflesso, dovrete anche farlo perchè la nostra è sommamente incomoda per il carattere minutissimo, e per il sesto in gran foglio. Non conosco quella di Dueponti 1781-87 in 12 tomi, ma per il formato in-8° vi riuscirebbe comodissima.</p>
            <p>Qui per li geloni si usa adesso con ottimo esito l'unguento di malve detto <hi rend="italic">malvino</hi>. Masi lo approva, ed è innocentissimo. Si stende in una pezzuola, e si applica sopra la ferita. Ve lo spedisco per la posta. Usatelo senza alcun timore. Con l'unguento riceverete ancora alcune pezze, e fettucce, e fascette, e così un po' di china, se mai ne preferiste l'uso. Penso a queste freddure, perchè fuori di casa tutto diventa un pensiere.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Carlo L. (1823)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>Roma 10 Gennaio <add resp="ed">1823</add>.</date>
            </opener>
            <p>Caro Carlo. Ho ricevuto la tua dei 6. Ma l'altra di cui mi parli, è perduta da vero. Io sono sempre colla mia piaga a un dito del piede, e sempre in casa, perchè non mi posso muovere. Ma quest'altra settimana, che probabilmente avrò sbrigato alcune cose che ho da fare in gran fretta, son risoluto di mettermi in letto a giornata, e così spero in quattro o cinque giorni di guarire. Ti saluta Donna Marianna che si fa sempre più schifosa. Ti scrissi già coll'ordinario passato, e ti parlai delle nostre <hi rend="italic">Operà</hi> e d'altre bagattelle. Saluta tutti, e dì al Papà che gli scriverò quest'altro ordinario. Dalla sua vedo ch'è stata ritardata una mia che gli scrissi, e ch'egli ai 6 non aveva ancora ricevuta. Dì anche a Pietruccio che non mi scordo di lui, ma che in verità finora, non potendo uscire, non s'è potuto far niente. Mons. Mai mi ha mandato in dono una copia della <title>Repubblica</title>, cosa ch'è stata molto ammirata e invidiata, perchè Mons. non è solito a far questi regali, e parecchi, per averne, l'hanno tentato e lusingato inutilmente. Addio. Amami, e goditi cotesto nevoso Carnevale. Sappiamo già delle Mazzagalli al teatro ec. ec.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1823)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>Piacenza 12 Gennaio <add resp="ed">1823</add>.</date>
            </opener>
            <p>Oh mio indicibilmente amato Giacomino. Finalmente ho pur una lettera da te; e ciò che disperavo altrettanto, nuove buone di te. Credimi, o carissimo, che in questo eterno silenzio, nel quale non ci scrivevamo, disperati entrambi per troppo dolorosa esperienza che mai le nostre lettere capitassero bene, non si è passato un giorno che io non pensassi molte volte con affetto e desiderio dolentissimo a te. Più volte ho pregato Brighenti che ti mandasse un mio saluto, assicurandoti che io t'avevo sempre nella più intima e fedel parte del cuore. Oh mi era pure un gran dolore non poter sapere particolarmente di te, e dovermi imaginare che tu fossi infelice e tristo! quanta consolazione mi è il sentirti pur ora sì insperatamente uscito dalle lunghe e penose tenebre! e quanto sono obbligato al tuo cuore che sì bene ha sentito il debito di avvisarmene subito! Ma nella prima lettera che mi scriverai (e son certo che non tarderai) devi dirmi di Carlino, come sta? che fa? che spera? e di Paolina, se è contenta della sua sorte, se ha figli.</p>
            <p>Io ti ringrazio dunque, e mi consolo della buona nuova che mi dai di te: e ringrazio a mani giunte il marchese Antici che ti ha procurato questo sollievo. Lo ringrazio ancora della lettera e della traduzione che dici che mi ha mandata. Ma io non ho avuto niente: pregalo di dirti quando, e dove, e a chi ha spedito tal cosa; e che cosa era la traduzione. Mi rincresce d'averla perduta; mi rincresce che gli sarò parso villano: ma vedi che non ci ho nessuna colpa. Io spero che ti riuscirà di trovare qualche stabilimento in Roma; e di prolungarvi il soggiorno, finchè ti riesca di trovarne. Quanto allo stordimento prodotto da tante novità e tante romane, son persuaso che a quest'ora ti sarà cessato; e che avrai ripigliato l'uso franco e pronto delle tue immense facoltà intellettuali.</p>
            <p>Grande sventura hai, Giacomino mio, che non trovi in Roma quel tesoro e onore della misera specie umana, quel divino e adorabile Canova. Oh come t'avrebbe accolto affettuosamente! come saresti stato beato di vederlo ed amarlo! Ma ti prego di vedere (a mio nome) l'Abate suo fratello, mio amatissimo amico, degno di quel fratello; degno di tutto l'amore de' buoni. S'egli potrà giovarti lo farà volentieri; perchè è tutta cortesia e amorevolezza. Anche a mio nome vedi Monsignor Mai e il cavalier Tambroni. Sono persone che il proprio merito inclina a giovare ai buoni e bravi. Per quanto il secolo sia sfavorevole alla virtù, voglio sperare che tu possa pur ottenere qualche cosa. A te basta di aver mezzo a viver quieto e libero, per condurre a perfezione quei rarissimi e maravigliosi talenti che hai. Son sicuro che non avrai mai altra ambizione.</p>
            <p>Di me che ti dirò? Ti ripeto che io mi desidero insaziabilmente tue lettere, che mi compensino di sì lunghe e penose privazioni. Parlami di te ben lungamente. Io sono tuttavia afflitto da mille tristezze che mi opprimono, per mali publici, privati, altrui, miei. La perdita (e tanto inaspettata) di Canova, nel cui pensiero era tutta la mia vita, ha messo il colmo a' miei mali, che già mi erano insopportabili, poichè da quasi quattro anni mi tormenta un male di nervi, che veggo insanabile, e mi toglie ogni facoltà di leggere, di scrivere, di pensare. Ho passato l'estate e l'autunno in Ginevra, il principio dell'inverno in Genova; tentando se il mutar di clima recasse qualche sollievo alla malattia e alle tristezze; ma nulla giova. Talvolta il male e le malinconie crescono a segno, ch'io stupisco di non morirne o impazzirne: talvolta ricado in quella stanchezza di penare che approssima alla stupidezza. E così vivo: sperando pur di morire. Ma tu non rattristarti per me, già rassegnato al mio destino. Tu giovane, pieno di grandissime speranze ama e cura te stesso. Ama pur me che ti adoro ineffabilmente; e scrivimi scrivimi (quanto puoi comodamente) senza misura. Ti abbraccio e ti bacio con tutta l'anima. Addio addio mille volte e centomila volte: addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Carlo L. (1823)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>Recanati 13 <add resp="ed">Gennaio</add> 1823.</date>
            </opener>
            <p>Caro Buccio. Ho ricevuto la tua dei 6. Finora nessuna delle tue mi è stata nè rubata nè ritardata dalla posta. Solamente a quelle che vengono a te succedono molti inciampi. Spero che a quest'ora avrai ricevuto o l'una o l'altra delle due lettere che ti ho scritto consecutivamente nei due ordinarj passati; sicchè non ti occorrerà altro schiarimento su ciò che mi dici nella tua ultima. Per ogni buon fine ti ripeto che io risposi a pronto corso a quella lettera, in cui mi parlavi delle p... di Roma ec.; che la tua diretta a Sofia Ortis non l'ebbi se non due ordinarj dopo, perchè non la supponeva e non ne feci ricerca, e che tutto ciò te lo scrissi prima in tutta fretta dal Casino la sera dei 6, pochi momenti prima che arrivasse il Corriere, e poi colla posta seguente dei 10. Se il diavolo non vuole che io sia giustificato innanzi a te, non so che mi ci fare; come pure non so cosa mai sia divenuto di quella mia lettera, che poi mi sono accertato essere assolutamente andata alla posta. Non mi dici niente come stiano i tuoi geloni; ciò mi fa sperare che ti vada meglio: è veramente un inverno assai crudo: qui poi è un vero vegetare, anzi un dormire, perchè non si può muoversi, e sembra che vi s'intorpidisca la testa, come le mani e tutto il resto. T'assicuro che non ho mai sentito pensieri più gelati. Il gran male di questi nostri infami paesi è il non esservi alcun oggetto che vi determini a vincere la stagione, in conseguenza si deve sempre sentire al doppio.</p>
            <p>Sono curioso di sapere cos'hai concluso con De Romanis, su cui ti scrissi nell'ultima mia. Non mi manderai almeno una copia di tutto ciò che tu stampi? Un giovane che suona il flauto nella nostra Opera mi ha parlato con trasporto della tua <title>Eneide</title> e della tua <title>Torta</title>; mi ha detto che la prima supera il Caro. Ti scrivo di notte alle dieci italiane; faccio sempre grandi veglie, non so mai decidermi a coricarmi. Sono uscito qualche notte, ma ora il tempo è così cattivo! Faccio una vera vita da bestiolina; solo nelle mie camere io dal letto grido, canto, mi lamento forte come un matto; nessuno mi sente, onde non v'è nulla che mi trattenga. In teatro me ne sto in un palchetto di piccionara che la prima sera forzai, perchè non potei avere da Mamma la chiave. Per te che mi conosci basterà, per provarti quanto abbia inferocito i miei costumi, il dirti che non muto mai di vestiario, e che dei due abiti nuovi che si lavoravano quando tu partisti, e son venuti molto bene, e meglio di quanti ve ne sono a Recanati, uno ne ho portato una volta per la Venuta, e l'altro non l'ho messo mai. Così ruggendo, e maravigliando, e arrabbiandomi della mia pazienza, sto aspettando che il tempo conduca qualche occasione di adoperare le forze che tuttavia mi sento intorno al cuore. In verità, diceva madama Bertrand al dottor Warden, noi siamo troppo buoni per Sant'Elena. Addio, vado a letto: sognerò, come faccio immancabilmente ogni notte, la mia cara, eternamente cara Mariuccia.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Paolina L. (1823)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PAOLINA LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>Recanati 13 Gennaio 1823.</date>
            </opener>
            <p>Caro Giacomuccio mio. Ecco cominciato questo nuovo anno, che io vi desidero pieno di felicità, e lo sarà senza dubbio, avendolo cominciato sotto favorevoli auspicj. Per me non ho altro desiderio a formare, che di non vederne il fine, ed è questo desiderio concepito con il più intimo sentimento del cuore, e voi lo crederete bene, conoscendo me e quelli che mi governano. Dei quali io sono così annoiata, e di questo modo di vita, che non ne posso più; ed il peggio è il non avere alcuna speranza, neppur lontana, di miglioramento; no, non vedere per fine a questo stato altro che la morte! Ebbene, venga pure questa morte, e venga anzi prestissimo, chè sempre sarà troppo tarda ai miei voti; e se mi si assicurasse di morire domani, forse dalla consolazione non ci arriverei. Voi dite che l'allegria e la malinconia sono frutti d'ogni paese; per la malinconia crederò che possa essere frutto di Roma, ma l'allegria di Recanati credo che sbagliate. E poi il paese dove abito io, è casa Leopardi; e voi sapete meglio di me come vi si vive. Insomma io sono disperata; ed alla fine, essendo certa di dover vivere sempre miseramente, termino sicuramente col farmi monaca. E potessi farlo adesso in questo momento in cui piango, e mi dispero! Voi mi domanderete forse cosa mi è avvenuto di nuovo. Niente, Giacomuccio mio, ma ogni giorno che passa, accresce la mia infelicità. Ma adesso che vi rifletto, non so perchè venga a tormentarvi con queste ciarle, ora che vi godete la vostra pace, e vi ridete di tutte le nostre miserie. Scusate, caro Giacomo mio; io sono amareggiata talmente, e così intimamente desolata, che senza accorgermi ho preso a parlare di me, non ricordandomi, che questa è la cosa pegli altri più noiosa che si possa dare. Non così però è per me quando mi parlate di voi, anzi vi prego a farlo sempre, prendendo io moltissima parte nei vostri affari; come prendo molto dolore ai vostri geloni, che dal vostro silenzio nell'ultima a Carlo argomentiamo che stiano meglio. Non dimenticate però di parlarcene, e se avete usato di quell'unguento che vi hanno mandato ec.</p>
            <p>Mi fate strabiliare colle lodi date alle mie lettere. In verità che fino ad ora ho creduto che valessero niente, e quasi mi vergognavo di scrivere a voi, come al primo intelligente a cui le abbia indrizzate, temendo che scopriste l'inganno di quelli che le lodavano. Adesso però sospetto che voi pecchiate un poco di adulazione, come peccate certo di bugia nel dire che non sapete rispondermi con galanteria ec. Benchè questo sia assolutamente falso, è certo però che io non ne esigo, e mi basta solo che mi diciate di volermi bene, anche in termini trivialissimi, chè io mi contento; ma voglio positivamente che me lo diciate.</p>
            <p>Non vi perdono più le scuse che mi fate sopra le mie commissioni. Se non volete farmi pentire di avervele date, non me le rinnovate più. Esse sono di così poca importanza, che quasi non giustificano l'incommodo che vi prenderete per esaurirle. Abbiamo tutti compianta la morte del povero Quercia, ed io più degli altri, che secondo il mio <hi rend="italic">fare</hi> gli volevo bene. E quel pensiero di non doverlo rivedere più, io che lo vidi montare in legno, e salutarci partendo e ridendo, mi tormenta un poco. Voi però non ci penserete più, e succederà in Roma ciò che diceva Madame de Sévigné succedere in Parigi rapporto alle grandi nuove o morti, che era un torrente che trascinava tutto, e l'ammirazione e il dolore; solo la morte di Turenna fece parlare per più lungo tempo; ma non sarà paragonabile a questa morte di Quercia o Cerqua, ch'io non ho mai imparato il vero nome. Vedete dunque a che proposito ho cavato fuori la mia erudizione, e ridete; e già sapete che Madame de Sévigné è la mia opera classica, e avendola letta tre volte, la so bene a memoria. Addio, Giacomuccio mio. Se vi siete annoiato delle mie ciarle, come sarà senza dubbio, ringraziatemi che ho cominciato in un mezzo foglio di carta. Tutti vi salutano, ed io saluto tanto Mariuccia e voi, Giacomo mio, abbracciandovi affettuosamente. Addio.</p>
            <p>Per vostra regola, ho renduto già le vostre lettere e le mie invisibili ad ogni altro.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1823)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>
                  <add resp="ed">Roma</add> 13 Gennaio <add resp="ed">1823</add>.</date>
            </opener>
            <p>Carissimo Signor Padre. Ho ricevuto oggi la sua amorosissima dei 10. Manderò alla posta a riscuotere l'unguento e il resto ch'Ella con tanta premura m'invia, e ne farò uso secondo il mio stato. Scrivo brevemente perchè sono in letto, dove fo conto di passare una settimana, avendo veduto che la mia piaghetta, benchè leggera, aperta da quindici giorni, non ha mai migliorato per la cura che gli ho avuta stando in piedi. Con un poco di pazienza spero di guarire. Non potendo scrivere a lungo, Ella mi perdonerà se non mi stendo sufficientemente sull'affare del <title>Platone</title>, intorno al quale Ella ha la bontà di consigliarmi e istruirmi così amorosamente. Le dirò solo che l'affare non è d'un triennio, ma di più o meno a piacer mio: che a piacer mio saranno ancora tutte le circostanze sì del lavoro, sì dell'impegno, quando si contragga; giacchè per uso e per ragione gli autori non si legano cogli stampatori come due parti contraenti, ma li trattano a modo loro: che De Romanis è un buon uomo, non estremamente interessato, e se non altro, maneggiabile: che in Italia, e massimamente in Roma, com'Ella sa, non si può pretender gran cosa per lavori letterarii, giacchè il guadagno degli stampatori è ristretto, e il numero di copie ch'Ella dice, non credo che possa trovar esito, anzi sarebbe molto che se n'esitasse la metà: che nell'impresa di De Romanis non avrebbe luogo il testo, ma la sola traduzione con note o filosofiche o storiche, ma non filologiche: che ho già presso di me un <title>Platone</title> di Lipsia 1819-22 in-8°, volumi, finora, 3, datomi da De Romanis <foreign lang="lat">gratis</foreign>, come anche <foreign lang="lat">gratis</foreign> mi dovrà proccurare qualunque altra opera, edizione ec. sia necessaria al proposito; e che finalmente o non si farà scrittura, ed io resterò libero di far quanto mi piacerà, e d'interrompere il lavoro subito che lo stampatore non corrisponda il convenuto; o dovendosi fare obbligazione in iscritto, non mancherò di comunicarnele il tenore antecedentemente. Mi sono sempre dimenticato di dirle che tempo fa Monsignor Nembrini mi parlò di Lei con gran lode, e m'incaricò di salutarla. Ho dato la sua risposta a Sorini, che la ringrazia e se le raccomanda. Saluti di tutti, e particolari del Zio Momo e del Zio Carlo.</p>
            <p>Oggi (15) la mia piaghetta va meglio, ma mi ostino in letto finchè non sia guarita in modo che non si debba riaprire. Le bacio la mano, e chiedendole la benedizione mi ripeto il suo affettuosissimo figlio Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Carlo L. (1823)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>Roma 18 Gennaio <add resp="ed">1823</add>.</date>
            </opener>
            <p>Caro Carlo. Non risposi subito alla tua de' 9 perchè avendoti scritto ne' due ordinarii precedenti, nostro padre non prendesse sospetto s'avesse veduto una tal continuazione di lettere fra noi due, dopo un lungo intervallo che non ci avevamo quasi più scritto l'uno all'altro. Ho ricevuto anche la tua dei 13. Tutte due m'hanno fatto grandissimo piacere, come puoi ben credere. Soddisfarò, com'è ben giusto, a tutte le tue domande e a tutte le parti delle tue ultime lettere, e non lascerò che ti possa lamentare di non aver saputo le mie nuove da me, anche le più minime. Avrei voluto farlo subito, e vorrei farlo adesso, ma coll'ordinario passato non lo feci per la ragione che ti ho detto, e oggi non lo fo perchè sono ancora in letto molto incomodamente, e non posso scrivere senza grande stento e lontano dalla luce. Credo che domani sarò in piedi, e mi lusingo d'esser guarito già, dopo sei giorni di pazienza. Da ora in poi non ci sarà camminatore più disperato di me. Sicuramente coll'ordinario venturo ti scriverò una letterona. Intanto io ti desidero le migliori medicine che sieno possibili alla noia. Il tuo sonetto pecca un poco d'oscuro, non in se, ma per Recanati. Del resto è molto bello e affettuoso, e mi ridesta l'idea dell'animo tuo, e del sentimento, e della poesia, e del bello vero, tutte cose che bisogna dimenticare affatto in Roma, in questo letamaio di letteratura di opinioni e di costumi (o piuttosto d'usanze, perchè i Romani, e forse nè anche gl'Italiani, non hanno costumi). <hi rend="italic">Come</hi> riceve anche il caso obbliquo: <hi rend="italic">come me</hi>, <hi rend="italic">come te</hi> ec. Onde <hi rend="italic">come lei</hi> è ben detto. <hi rend="italic">Avvampare</hi> attivo è ottimo. <hi rend="italic">Disperare</hi> per <hi rend="italic">trarre di speranza</hi>, se gli antichi non l'hanno detto, non hanno però lasciato per testamento, che non si possa dire. Saluti a tutti. Ho ricevuto anche la lettera di Paolina e risponderò.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Monaldo L. (1823)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI MONALDO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>Recanati, 20 Gennaio 1823.</date>
            </opener>
            <p>Mio caro Figlio. Ho ricevuto la cara vostra 13 e 15 corrente, e, come mi duole il sentirvi tuttora incomodato dai geloni, così mi piace l'apprendere che vanno alquanto migliorando. Seppi dopo che l'unguento di malva era conosciuto costì, ma poco male averlo spedito, e valerà sempre a togliervi l'incomodo di farlo ricercare alla spezierìa.</p>
            <p>Della traduzione di Platone scrissi quanto mi suggerì il mio affetto per voi, e l'idea che della impresa mi offrì la lettera vostra. Ora ne giudico alquanto diversamente, e, rimossa un'obbligazione che vi costringesse di troppo, siete in libertà di decidervi.</p>
            <p>Vedendo monsignor Nembrini, salutatelo e ringraziatelo della memoria che conserva di me. È persona onestissima, che non si esterna molto, ma si solleva alcun poco dalla plebe de' Prelati.</p>
            <p>Esce fuori dalle mie cartucce l'acclusa pagella che esprime un credito di scudi 8, ma che non si venderà più di un zecchino all'incirca. Anzichè bruciarla, Melchiorri forse troverà a venderla, e convertirete il zecchino in confetti nel giorno di Carnevale.</p>
            <p>Vedendo Sorini, ditegli che ho riconosciuto il suo credito sussistente, ma ha fatto male tacendone fin qui. Ora mancano gli assegni e le approvazioni, e si andrà un po' alla lunga, ma in ultimo sarà pagato. Addio, mio caro Figlio. Noi grazie al Signore stiamo bene. Tutti vi salutano. Qui corre voce che il Cav. Marini diventi Prelato e Segretario del Buongoverno; così, che stia molto male don Luigi Santacroce. Ditemene una parola. Vi abbraccio e vi benedico di cuore. Vostro affezionatissimo Padre.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A. Leopardi (1823)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ADELAIDE LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>
                  <add resp="ed">Roma</add> 22 Gennaio 1823.</date>
            </opener>
            <p>Cara Mamma. Io mi ricordo ch'Ella quasi mi proibì di scriverle, ma intanto non vorrei che pian piano, Ella si scordasse di me. Per questo timore rompo la sua proibizione e le scrivo, ma brevemente, dandole i saluti del Zio Carlo e del Zio Momo. Sono in piedi oggi per la prima volta dopo otto giorni intieri di letto, e la mia piccola piaga è ben chiusa. Se non si riapre, che spero di no, son guarito. S'Ella non mi vuol rispondere di sua mano, basterà che lo faccia fare, e mi faccia dar le sue nuove, ma in particolare, perchè le ho avute sempre in genere. La prego a salutare cordialmente da mia parte il Papà e i fratelli; e se vuol salutare anche D. Vincenzo, faccia Ella. Ma soprattutto la prego a volermi bene, com'è obbligata in coscienza, tanto più ch'alla fine io sono un buon ragazzo, e le voglio quel bene ch'Ella sa o dovrebbe sapere. Le bacio la mano, il che non potrei fare in Recanati. E con tutto il cuore mi protesto Suo figlio d'oro Giacomo-alias-Mucciaccio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Carlo L. (1823)">
            <opener>
               <salute>
                  <add resp="ed">A CARLO LEOPARDI - RECANATI</add>.</salute>
               <date>Roma 22 Gennaio 1823.</date>
            </opener>
            <p>Caro Carlo. Sono in piedi, e posso dir guarito, dopo duecent'ore giuste di letto. Rispondo, come ti promisi, all'ultime tue. Non t'inganni a credere che le mie effusioni ec. vengano più da politica che da altro fonte, benchè non si può negare che la lontananza ravviva in qualche modo le affezioni o sopite o spente, prima perch'è lontananza, poi perchè l'uomo ha sempre bisogno di qualcuno a cui creda d'interessare, e questo bisogno si sente in modo particolare quando si vive tra forestieri ed alieni e per la maggior parte ignoti. Diedi poi conto a mio padre del progetto di De Romanis per pura voglia di ciarlare e d'empier la pagina, e perchè 1.° io non m'immaginava in alcun modo che mio padre fosse per concepirne quei sospetti che n'ha conceputi, nè che dovesse temere il prolungamento della mia assenza, quando, si può dire, colla sua bocca m'aveva suggerito di proccurarmi qualche impiego da viver fuori di casa: 2.° io era e sono ben lungi dal pensare quello che ha dato motivo alle inquietudini di mio padre, cioè che il ritratto di quest'impresa mi potesse bastare a mantenermi in Roma. Figuratevi voi che ricca entrata sarebbe quella di cinque o seicento scudi in tutto, fra cinque o sei anni che ci bisognerebbe a terminare un'opera immensa come quella. Cento scudi l'anno al più, sarebbero pure una gran rendita. Di modo che io non ho mai posto in quest'impresa nessuna delle mie speranze, e ne diedi notizia a mio padre, come d'un nulla, e di questo nulla egli s'è messo in angoscia, e m'ha scritto come voi vi figuravate. Vi ringrazio molto degli schiarimenti che mi dèste in questo proposito, i quali mi servirono di regola per la risposta. Del rimanente siamo quasi restati d'accordo con De Romanis. Io però dubito ancora, non mi sono legato, e risolverò con più comodo: perchè la fatica è grande, il profitto è piccolo, il tempo che l'impresa richiede è lungo, ed io ho molte cose da spenderlo meglio, volendo scrivere.</p>
            <p>Se poi mi domanderete che speranze io abbia, dove tenda, e che vantaggio pensi di ricavare da questo viaggio, ecco qua. Cercare impieghi nello Stato è opera quasi perduta. Quanto più da vicino si vede la corte, tanto più si dispera di cavarne niente. Io ho una certa amicizia col Cav. Marini Direttore generale de' Catasti. Un suo leggero impegno forse basterebbe a farmi avere un posto di Cancelliere del censo (dipendenza tutta sua) alla prima vacanza. Mio Zio Carlo mi dice che il colpo è fatto, ch'io coltivi Marini e non pensi ad altro. Io lo lascio ciarlare come ho sempre fatto. Marini non è uomo d'impegni, e ha mille raccomandazioni per questi posti ec. ec. Il mio progetto è di farmi portar via da qualche forestiere o inglese o tedesco o russo. Cancellieri, al quale solo e non ad altri, ho comunicato questo mio disegno, me lo mette per facilissimo, e conoscendo molta di questa gente, mi ha promesso di favorirmi e d'aiutarmi. Non bisogna dar gran fede a Cancellieri, ma io vedo realmente che la cosa non è difficile, so che le incette di letterati italiani ancora durano, conosco i nomi di parecchi letteratucci romani che hanno fatto fortuna o, se non altro, campano bene in quei paesi; altri ne vedo e ne conosco di persona, i quali sono stati in Germania, in Inghilterra ec. andati e tornati a spese d'altri, e là sono stati molto ben trattati e pressati a fermarsi; so che alcuni de' nostri sono stati invitati da Italinski ministro di Russia e da altri simili, a trasferirsi e stabilirsi ne' loro paesi con emolumenti ec.; e finalmente vedo cogli occhi miei quanto poco ci vuole per far fortuna con questi Signori forestieri, quanto piccole abilità sono pagate da loro a gran prezzo, quanta stima concedono a ogni piccola dote letteraria che uno sappia mostrare. Dovete però sapere che la filosofia, e tutto quello che tiene al genio, insomma la vera letteratura, di qualunque genere sia, non vale un cazzo cogli stranieri: i quali non sapendo quasi niente d'italiano, non gusterebbero un cazzo le più belle produzioni che si mostrassero loro in questa lingua; e non prendono nessun interesse per chi brilla in un genere di studi inaccessibile per loro. Io dunque ho mutato abito, o piuttosto ho riassunto quello ch'io portai da fanciullo. Qui in Roma io non sono letterato (il qual nome, se vero, è inutile coi romani, inutile coi forestieri), ma sono un erudito e un grecista. Non potete credere quanto m'abbiano giovato quegli avanzi di dottrina filologica ch'io ho raccolto e raccapezzato dalla memoria delle mie occupazioni fanciullesche. Senza questi, io non sarei nulla cogli stranieri, i quali ordinariamente mi stimano, e mi danno molti segni d'approvazione. E perchè in una gran città dove pur c'è qualcuno che legga, è utilissimo, anzi necessario il metter fuori qualche cosa che ti faccia conoscere, e questa, o bene o male, ti fa conoscere immancabilmente, come mi son bene accorto; per questo ho voluto scrivere qualche bagattella (tutta erudita) che verrà fuori a momenti, e tu sarai il primo ad averne copia. Questo sarà il mio primo passo; dopo il quale (come n'ho molti esempi, anzi quotidiani) è probabile che diversi forestieri, ministri, ec. desiderino di conoscermi, e allora proccureremo di cavar qualche ragno. In Roma, benchè meno assai che nell'altre capitali, pur c'è qualche vita; e molte bagattelle giovano, e capitano vari mezzi di guadagnare e d'andare avanti per qualche strada. Anzi, s'io mi contentassi di certe occupazioni piuttosto umili, avrei già trovato diverse occasioni di guadagnare, (non presso il governo, ma presso i privati), e colla sola letteratura mi potrei ben ripromettere di campare in Roma, non da Signore, ma di campare. Basta, vedremo: e intanto m'è necessarissima la lingua francese, la quale mi dicono che parlo bene; e in verità non mi dà gran fastidio il parlarla; ma tu non puoi credere che orrenda pena e fatica sia il capirla nelle bocche de' forestieri, i quali ci mettono una gorgia tale che muta e confonde affatto la sembianza delle parole, dimodochè queste v'arrivano all'orecchio tutte diverse da quelle che voi conoscete. La parlano in gran fretta, e bisogna che tu stii sempre coll'orecchio e coll'animo in una attenzione minutissima, e non interrotta neppure un momento; ch'è un vero sudar freddo. Accèrtati che questa difficoltà è propriamente grande; e per vincerla, non basta saper bene la lingua. Ma l'assuefazione rimedierà tutto. Che queste cose tu non le debba dire a nessuno, sarebbe una sciocchezza lo scrivertelo. Mi guardo bene di fare il menomo cenno della mia intenzione a' miei ospiti. Caro Carlo, puoi ben credere s'io t'amo, e quale mi debba comparire per se stesso il pensiero d'allontanarmi da te. Ma questo è forse un sogno e io so bene che tu vorresti che avesse un qualche corpo. Ti dico in verità che quando anche io l'avessi già conseguito, non proverei alcun senso d'allegrezza: ma quantunque io sia già incapace affatto di godere, e incapace per sempre; Roma mi ha fatto almeno questo vantaggio di perfezionare la mia insensibilità sopra me stesso, e di farmi riguardare la mia vita intera, il mio bene, il mio male, come vita, bene, male altrui. Ti ringrazio soprattutto de' ragguagli che mi dai di te stesso al che vedi che io corrispondo con usura. Vorrei che non ti stancassi, e non ti annoiassi di seguitare. Ma quanto più vorrei, non dico saperti felice o contento, chè questi son sogni per noi; ma trovarmi teco, ed essere partecipe di tutto il tuo, e tu di tutto il mio, come siamo pure stati per tutta la vita finora. E certo che lo saremo finchè avremo fiato, se tu non dubiti di me. Ma questo è il più raro nella nostra amicizia, che l'uno di noi non dubita che l'altro possa mai dubitare di lui. Ti bacio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1823)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>Roma 24 del 1823.</date>
            </opener>
            <p>Carissimo Signor Padre. Ricevo la sua graziosissima dei 20. Come scrissi già coll'ordinario passato, i miei geloni, grazie a Dio ed alla mia pazienza, son guariti. Ieri tornai ad uscire per la prima volta dopo 13 giorni. Oggi piove, come ha fatto per tutta quanta la settimana passata, e se dura così, il Carnevale vorrà esser magro, e si dovranno mangiare in casa i Confetti ch'Ella così gentilmente mi regala. Farò valere la pagella nel miglior modo possibile. Del Cav. Marini, dopo la morte di sua moglie, corse qui in Roma quella voce di cui Ella mi domanda. Ma egli se ne ride, e invece della prelatura, è verisimile che prenda un'altra moglie. D. Luigi Santacroce era l'altra sera al teatro, e non so ch'abbia avuto alcun male. Tornano i discorsi di guerra, ma non so con quanto fondamento. La promozione è stata prorogata fino a Quaresima. La prego a incaricarsi de' miei saluti, e baciandole amorosamente la mano mi confermo Suo affezionatissimo figlio Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Carlo L. (1823)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>Recanati 26 del 1823.</date>
            </opener>
            <p>Caro Buccio. Ti scrivo così dalla parte della fodera, perchè sul diritto ti deve poi scriver Mamma, la quale mi ha dato sacra parola di non rivoltare, sicchè possiamo parlar liberamente. Sono tanto contento che ti sei guarito. Sappi, per consolarti delle duecent'ore che hai passato in letto, che contemporaneamente vi stava col tuo stesso male una persona, con cui non ti sarebbe dispiaciuto di dividerlo. Quest'è la prima donna, che pure è un fiore di salute, ma è martirizzata dai geloni assai peggio di te, mentre ha mezza gamba impegnata, e a me, che credeva raccontarle una rarità col dirle che tu vi sei stato in letto fino a Giugno, ha detto che l'anno passato vi stette fino ad Agosto. Le ho promesso di scrivertelo: ma la poverina non si è potuta aver la tua cura; ogni sera ha dovuto alzarsi per istrascinarsi al teatro, dopo aver fatto in letto anche le prove della <title>Cenerentola</title> che è andata in iscena ier sera. A questo proposito ti posso dire, che ho inteso una cosa assai bella, che voi altri col vostro Caraffa non avete. Adesso ho conosciuto Rossini: già fra noi un'impressione forma epoca più di un avvenimento: sicchè non mi vergogno di parlarti del gran piacere che mi ha dato questa musica, che è arrivata a carpirmi le lagrime. Veramente abbiamo una cantante, di cui sul serio comincio a sospettare che anderà fra le primarie, perchè ha un potere di voce di una estensione straordinaria. Figurati che la Bandi, di cui raccontano che alcuni Inglesi comprarono il cadavere per esaminare la costruzione da cui risultava la molteplicità prodigiosa delle sue corde, aveva due tuoni meno di questa, che ha due ottave e due tuoni limpidi, e più sforzandosi. Se vuoi dir questo a tavola, dove c'è chi s'intende di musica, potrai dire come il maestro mi ha fatto vedere sul pianforte, che ella ha, considerando in chiave di violino, dal <hi rend="italic">G solreut</hi> con due tagli in collo sotto le righe fino al <hi rend="italic">B mi</hi> con un taglio in collo sopra le righe; e in caso di bisogno arriva anche al <hi rend="italic">C solfaut</hi> e <hi rend="italic">C solfaut diesis</hi>. La sua chiave è di contralto, per cui è scritta la sua parte nella <title>Cenerentola</title>, e t'assicuro che è un gusto il vedere quel temerario uomo di Rossini così ben rivaleggiato e messo al dovere. In somma, un altro sonetto nacque l'altra notte dalla mia testa: questo ti basti.</p>
            <p>A questo passo Mamma si è trovata comoda di scrivere, e ha mandato a prendere il foglio. Nel riprenderlo ho trovato che ha scritto sulla facciata dove andava il soprascritto: dopo essermi ben arrabbiato, ha bisognato averci flemma, tanto più che non v'è altro male se non che tu nell'aprir questa lettera non capirai come diavolo sia stata fatta.</p>
            <p>Ti son grato delle confidenze che mi fai sui tuoi progetti. Mi ricordo che la mattina in cui partiste, Peppe mi parlò molto sulla possibilità della medesima combinazione che voi ora cercate. Ditemi se è vero che Marini ha tanta influenza sopra certi impieghi, e che la spenderebbe ad una vostra parola. Quando non vi piaccia di profittarne, non potrei farlo io? Io non voglio che i vostri avanzi: quando siate o in decisione più matura, o in posizione da non voler nulla di questo, allora rifletteteci un poco, e ditemi il vostro parere. Io così non vivo molto comodo; domandare da quaggiù è presso a poco come fare un triduo; anche volendolo tentare, un appoggio forse aiuterebbe decisivamente, non è vero? Mi è venuta quest'idea: certo che così non posso reggere. Mi viene da ridere, quando penso come mi trattano: non mi dànno niente, e vogliono brontolare. Il bello è che qui non si sa come passar le ore: lèggere, libri nuovi non si trovano; musica non si può fare senza istrumento: giuocare, come farei tutto il giorno, non c'è denaro: società, non si può nemmeno andar nelle case per rischio di giuocare: amore, di quell'ordinario o secca o costa, di quello sopraffino non si trova ad ogni passo; e poi, Buccio mio, quando si è provato veramente squisito, ah! non so levarmene il sapore, non è possibile. Non creder già che sia tanto coglione, ma finchè non mi mette le corne alte, io non devo inalberar le sue: in fabbrica però ci stanno sempre. Che fa quella cattiva? sta bene? è tornata di quella salute e di quella robustezza con cui venne? Parlamene, o non me ne parlare: fa come credi. Quanto volentieri me le ricorderei! A me, mio malgrado, niente può ricordarmela: sta sempre lì. Oh! la metà di questa presenza alla sua mente, continua, involontaria, e sarei felice. Ma ti pare, fra tante distrazioni! Del resto poi non manco di forza: ella è in dovere di amarmi: in questo dovere si è messa da sè, e chi manca al dovere che si è eletto è disprezzabile. Disprezzarla! Eh veramente non vi sono del tutto disposto. Che ho da fare? m'ho da stritolar la testa se non posso comandarle? Io faccio di tutto perchè essa senta delle cose che le diano motivo di lagnarsi di me: qui dicono che io sono innamorato di Clorinda, e spero che le arrivi all'orecchio. Già sai come è fatto questo paese: basta che io entri per quella porta. Aveva già preveduta questa voce, e naturalmente, se vi avessi avuto che fare, avrei preso delle misure per nasconderlo; ma sicuro di me, come della canaglia che mi circonda, ho lasciato che andasse come doveva: sicchè se anche il signor Giacomo si fosse lasciata sfuggire <hi rend="italic">inavvertentemente</hi> qualche parola che potesse confermare questo sospetto, non m'importa; e se nell'avvenire gli succedesse di ricadere in simili <hi rend="italic">imprudenze</hi>, glielo perdono.</p>
            <p>Paolina ti saluta tanto, e così tutti gli altri. Abbiti cura, e lasci <hi rend="italic">(sic)</hi> che ti abbracci strettamente, mio caro Giacomo. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Adelaide L. (1823)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ADELAIDE LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>Recanati 26 Gennaio 1823.</date>
            </opener>
            <p>Carissimo ed amatissimo Figlio. Ad onta del divieto mi avete scritto due volte con tanta cordialità; ve ne sono tenuta, e molto più perchè mi date notizie ottime della carissima vostra salute. Noi pure grazie al Signore la godiamo perfetta.</p>
            <p>Sempre più mi anima la lusinga della vostra buona condotta. Abbiatevi tutta la cura perchè abbiamo un inverno crudo assai. Dite per me mille e mille cose affettuose a Donna Marianna, ai cari Fratelli, non cessando mai di mostrargli l'infinita mia riconoscenza. Tanti saluti per parte dei Parenti, delle Mazzagalli, e di don Vincenzo particolarmente. Addio, Figlio d'oro; continuatemi il vostro affetto <hi rend="italic">sincero</hi>, e crediatemi di tutto cuore la vostra affezionatissima Madre.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Paolina L. (1823)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PAOLINA LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>
                  <add resp="ed">Roma</add> 28 Gennaio <add resp="ed">1823</add>.</date>
            </opener>
            <p>Cara Paolina. La tua lettera m'è stata molto gradita, come sempre mi saranno quelle che mi scriverai, ma mi dispiace pur molto di sentirti così travagliata dalla tua immaginazione. Non dico già dalla immaginazione, volendo inferire che tu abbi il torto, ma voglio intendere che di lì vengono tutti i nostri mali, perchè infatti, non v'è al mondo nè vero bene, nè vero male, umanamente parlando, se non il dolore del corpo. Vorrei poterti consolare, e proccurare la tua felicità a spese della mia; ma non potendo questo, ti assicuro almeno che tu hai in me un fratello che ti ama di cuore, che ti amerà sempre, che sente l'incomodità e l'affanno della tua situazione, che ti compatisce, che in somma viene a parte di tutte le cose tue. Dopo tutto questo non ti ripeterò che la felicità umana è un sogno, che il mondo non è bello, anzi non è sopportabile, se non veduto come tu lo vedi, cioè da lontano; che il piacere è un nome, non una cosa; che la virtù, la sensibilità, la grandezza d'animo sono, non solamente le uniche consolazioni de' nostri mali, ma anche i soli beni possibili in questa vita; e che questi beni, vivendo nel mondo e nella società, non si godono nè si mettono a profitto, come sogliono credere i giovani, ma si perdono intieramente, restando l'animo in un vuoto spaventevole. Queste cose già le sai, e non solo le sai, ma le credi; e nondimeno hai bisogno e desideri di vederle coll'esperienza tua propria; e questo desiderio ti rende infelice. Così accadeva a me, così accade e accaderà eternamente a tutti i giovani, così accade agli uomini ancora e agli stessi vecchi, e così porta la natura. Vedi dunque quanto io sono lontano dal darti il torto. Ma io voglio che per amor mio tu facci qualche sforzo, ti approfitti un poco della filosofia, proccuri di rallegrarti alla meglio, come io so per lunga esperienza che si può fare anche nel tuo stato, niente meno che in qualunqu'altro. E finalmente non voglio che ti disperi; perchè dentro un giorno può svanire la causa delle tue malinconie, e questo è probabilissimo che avvenga; anzi è facilissimo; anzi, andando le cose naturalmente, è certissimo. Quello ch'io potrò per te, devi credere che lo farò. Intanto divèrtiti. Credi tu ch'io mi diverta più di te? No sicurissimamente. Eppure in questi ultimi giorni ho fatto, e seguo a fare, una vita molto divagata. Ma tieni per certa questa massima riconosciuta da tutti i filosofi, la quale ti potrà consolare in molte occorrenze; ed è che la felicità e l'infelicità di ciascun uomo (esclusi i dolori del corpo) è assolutamente uguale a quella di ciascun altro, in qualunque condizione o situazione si trovi questo o quello. E perciò, esattamente parlando, tanto gode e tanto pena il povero, il vecchio, il debole, il brutto, l'ignorante, quanto il ricco, il giovane, il forte, il bello, il dotto: perchè ciascuno nel suo stato si fabbrica i suoi beni e i suoi mali; e la somma dei beni e dei mali che ciascun uomo si può fabbricare, è uguale a quella che si fabbrica qualunqu'altro.</p>
            <p>Forse, volendoti consolare, t'avrò annoiata con tanta filosofia. In ogni modo stammi più allegra che puoi, ed aspettami, ch'io ti consoli a voce; se pur già a quell'ora non sarai consolata dalla fortuna. Saluti ai genitori, ai fratelli, a Carlo in particolare. Io sto bene, e ti amo. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A F.Cancellieri (1823)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A FRANCESCO CANCELLIERI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>
                  <add resp="ed">S.d., ma Roma ultimi di gennaio 1823</add>.</date>
            </opener>
            <p>Stimatissimo Signor Abate Padrone ed Amico. Cercando di soddisfare al mio impegno circa il proccurare ai due Signori suoi amici l'ingresso ai Funerali di Canova, ho saputo che non si dispensano biglietti, ma è necessario essere introdotto da qualcuno degli Accademici promotori della funzione, i quali hanno una nota delle persone che vogliono introdurre. La prego dunque di farmi sapere i nomi dei due predetti Signori, ch'io non ho bene a memoria. Cercherò, quanto sarà possibile, di farli mettere in lista, e le saprò poi dire a quale Accademico si dovranno indirizzare nel punto dell'ingresso, per essere introdotti. E con piena stima ed amicizia mi confermo il Suo devotissimo Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1823)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>Roma 30 Gennaio 1823.</date>
            </opener>
            <p>Amatissimo signor Padre. Sono due ordinarii che io non ho lettere da casa, bench'io non abbia mai lasciato di scrivere. Da parecchi giorni il freddo è cessato, anzi abbiamo una specie di primavera. Io, grazie al cielo, sono guarito perfettamente da' geloni e sto benissimo. Siamo tutti in gran movimento per il carnevale incominciato oggi, e prevedo che in questi giorni non si potrà far nulla. Domani avremo i famosi funerali di Canova a SS. Apostoli, e l'ingresso a questa funzione è molto ricercato, come sono qui tutte le corbellerie. Saluti di tutti, e in particolare del zio Carlo. Le bacio la mano, e col solito invariabile affetto mi ripeto il suo amorosissimo figlio Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="A N.N. (1823)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A N. N.</hi>
               </salute>
               <date>
                  <add resp="ed">Roma, s.d.</add>.</date>
            </opener>
            <p>Stimatissimo Signore. Non voglio nè mostrar poca stima dell'occasione che iersera mi proccurò la sua conoscenza, nè renderla tanto fastidiosa a V.S. quanto è grata ed onorevole a me. Non ho cosa che sia degna di Lei. Ma gli opuscoli che mio zio le nominò, essendo piuttosto fanciulleschi che giovanili, sono indegni anche di me, per pochissimo ch'io sia degno. In questi pochi versi V.S. dovrà perdonare molti e gravi errori alla stampa di Roma, che deturpano la lingua, e talvolta guastano i sentimenti. Dovrà perdonare anche a me una confidenza, ed è questa: che la terza canzone fu immediatamente proibita e confiscata per comando dello stesso Vicerè in tutto il Regno Lombardo-Veneto: la qual cosa insieme colla <hi rend="italic">canzone</hi> ho tenuto sempre nascosta a tutti i miei parenti, che hanno opinioni ed inclinazioni molto diverse dalle mie. E perciò solo ardisco di manifestare a V.S. questa circostanza, affinch'Ella si compiaccia di usare in riguardo a questi versi la sua prudenza. Desidero vivamente di poter esser buono a qualche cosa di suo servizio, e a farmi perdonare la libertà che prendo nell'offerirle un dono così meschino come questo. Suo devotissimo obbligatissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Giordani (1823)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO GIORDANI - PIACENZA.</hi>
               </salute>
               <date>Roma 1° Febbraio 1823.</date>
            </opener>
            <p>Mio divino amico. Non puoi pensare di quanta consolazione mi sia stato il rivedere i tuoi caratteri dopo tanto intervallo; benchè mi sconforti infinitamente l'intendere che i mali de' tuoi nervi durano ancora, contro quello che io sperava e che quasi mi prometteva. Sempre ch'io penso a te (il che avviene ogni giorno) e massimamente leggendo le tue lettere, mi prende un desiderio incredibile di rivederti e riabbracciarti e conversar teco lungamente, e mostrarti il mio cuore e contemplare il tuo; e se non consolarti dei rigori della fortuna, sottentrare ad alcuna parte delle molestie e della tristezza che ti aggravano. Credi che questo è il maggior desiderio ch'io m'abbia e ch'io sono determinato di conseguire a ogni modo, subito ch'io divenga padrone di qualche cosa. Ho veduto più volte monsignor Mai, che la prima volta che mi vide mi domandò di te, dicendo che da gran tempo mancava delle tue nuove. Lo rivedrò ben presto e gliene darò. Da lui ho ricevuto moltissime cortesie, ed intendo che suol dire molto bene di me. Vedrò certo e visiterò da tua parte l'ab. Canova. Il cav. di cui tu mi parli deve avere qui molti nemici. Lo danno per un uomo finto, interessato, e per ispia del governo, e d'un tale ambasciatore. Io non so nulla. Che ti dirò di Canova? Vedi ch'io son pure sfortunato, come soglio, poichè quando aveva pure ottenuto, dopo tanti anni e tanta disperazione, d'uscire dal mio povero nido e veder Roma, il gran Canova, al quale principalmente era vòlto il mio desiderio, col quale sperava di conversare intimamente e di stringer vera e durevole amicizia col mezzo tuo, appena un mese avanti il mio arrivo in questa città piena di lui, se n'è morto. E la morte ha preso anche piacere d'uccidermi, quasi sul punto della mia mossa, alcune altre persone ch'erano qui, e che rivedendomi fuor d'ogni speranza loro e mia, si sarebbero rallegrate assai per l'affetto che mi portavano, ed io mi sarei confortato di vederle e di star con loro.</p>
            <p>La letteratura romana, come tu sai benissimo, è così misera, vile, stolta, nulla, ch'io mi pento d'averla veduta e vederla, perchè questi miserabili letterati mi disgustano della letteratura, e il disprezzo e la compassione che ho per loro, ridonda nell'animo mio a danno del gran concetto e del grande amore ch'io aveva alle lettere. Ho recato qua certe piccole coserelle lungamente lavorate, che, non senza difficoltà ed ostacoli, pur mi riescirebbe di stampare in questa città; ma son molto sospeso perchè tutto quello che si pubblica qui, se non sono assolute vanità e follie, mi pare che sia gittato e perduto. Lasciando per lo più da parte i romani e gl'italiani, converso cogli stranieri, de' quali abbiamo ora alcuni di molto merito e fama. Ch'io trovi uno stabilimento o in Roma (dove mi sarebbe difficile di passare i mesi caldi) o nello Stato, mi pare molto inverosimile. Ma nondimeno questo sarebbe il mio desiderio. Una piccolissima rendita mi basterebbe. Non mi curo della ricchezza, ma solamente della libertà, che non si può possedere da chi non ha niente di suo da vivere. Nè anche mi curo delle Capitali. Una città mediocre mi contenterebbe. Ma questo poco ch'io desidero, non ho quasi speranza di conseguirlo in questo paese, massimamente avendo pochissimo ardire di domandarlo. Mi va molto per la mente di collocarmi con qualche ricco forestiere che mi porti nel suo paese, dove lavorando e scrivendo chi sa ch'io non potessi vivere mediocremente? So che i ministri esteri che sono in questa corte fanno qualche ricerca di letterati o scienziati da mandare ai loro paesi; che hanno fatto questa proferta ad alcuni che non l'hanno accettata, ad altri che accettatala, oggi si trovano con qualche comodità, e pur sono persone di poco talento, e di quella dottrina che hanno potuto acquistare in Roma, giacchè non parlo se non di romani. So che i disegni che ho concepiti e gli abbozzi che ho fatti in tanto tempo di solitudine, non si possono per niun modo colorire nè condurre a fine in Italia, o coloriti e finiti che fossero, dovrebbero restare sul mio scrittoio; e d'altra parte, appresso a poco io non voglio scrivere se non secondo quei miei disegni, o secondo la specie o la natura di quelli. Dimmi, ti prego, il parer tuo; se credi possibile d'uscir di qua e viver bene fuori di qua; se credi che questo mi convenga; se pensi che l'utilità sia maggiore o minore della difficoltà e del travaglio che si richiede a questo effetto.</p>
            <p>La traduzione di mio zio era fatta da un'opera tedesca del conte di Stolberg, la quale contiene a un dipresso il vangelo. Mio zio v'aveva aggiunta una prefazione, non sullo stile del Passavanti, ma fatta per quel secolo. Ti mandava il suo lavoro per testimonio della memoria che tiene di te, e dell'altissima stima che ti professa. L'una e l'altra son vere e costanti, e di ciò, mancandoti finora il suo dono e la sua lettera, ti posso far piena fede io medesimo. Ti saluta, ed ha già scritto per vedere di raddrizzarti il suo piego. Carlo e Paolina stanno bene di corpo, e saranno molto contenti d'aver le tue nuove, chè le avranno da me subito. Paolina non fu più sposa. Voleva, e ciò (lo confesso) per consiglio mio e di Carlo, fare un matrimonio alla moda, cioè d'interesse, pigliando quel signore ch'era bruttissimo e di niuno spirito, ma di natura pieghevolissima e stimato ricco. S'è poi veduto che questa ultima qualità gli era male attribuita, e il trattato ch'era già conchiuso, è stato rotto. Essa e Carlo ti amano ed hanno continua memoria di te, non credendo (come non credo io) poter trovare in tutta la vita loro un cuore e uno spirito come il tuo. Che tu segua ancora ad amarmi, bench'io non ne dubitassi, pur mi è così dolce il sentirlo da te, che non so qual'altra dolcezza e qual altro contento non darei di tutto cuore in cambio di questo. Ma che tu segua a patire mi rattrista assai più di quello ch'io potessi mai esprimere. Da gran tempo io porto questa opinione e questo quasi sentimento, che la vita e la sorte mia e la tua sieno come una sola, e che della tua felicità io debba essere felicissimo, e infelicissimo della tua infelicità. Scrivimi più spesso che puoi, perchè le tue lettere mi recano sempre un senso di vita che da parecchi anni io non soglio provare, si può dir, mai. Vedi ch'io t'ubbidisco e che scrivo di me così lungamente come non farei certo ad alcun altro, nè anche a te, se non fosse per compiacerti. Amami come fai. T'abbraccio e ti saluto con tutta l'anima. Addio, carissimo ed unico amico. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Mai (1823)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANGELO MAI</hi>
               </byline>
               <date>
                  <add resp="ed">Roma</add> 4 Febbraio <add resp="ed">1823</add>.</date>
            </opener>
            <p>Sig.r Conte pregiat.mo. Se a V.S. non fosse incomodo il venire da me al palazzo vaticano dimani mercoledì 5 Febbraro alle ore venti a prendere meco una zuppa, l'avrei a singolare onore, oltre il piacere di stare con Lei qualche ora. Potrà bastare che risponda oralmente al latore del presente. Sono il suo aff.mo osserv.mo Servo.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Carlo L. (1823)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>Roma 5 Febbraio <add resp="ed">1823</add>.</date>
            </opener>
            <p>Caro Carlo. Dal tuono della tua lettera mi par di vedere che tu sei più allegro del solito, e non mi parrebbe inverisimile che tu ne fossi debitore ai colloqui avuti colla bella virtuosa, e a quei sentimenti che tu provi per lei, i quali credo che rassomiglino all'amore. Te ne felicito con tutta l'anima, e prendo parte ai tuoi sentimenti così da lontano, come ho preso parte ai geloni dell'<foreign lang="fra">aimable chanteuse</foreign>; ma quanto al letto, tocca a te solo di prenderne parte, se puoi, come non credo. Ti ringrazio de' tuoi sonetti, a proposito de' quali mi viene quasi un sospetto che tu vogli divenire un altro Alfieri, colla differenza che questi si pose a studiare e comporre per la prima volta in età maggiore della tua, e tu in età minore non incominceresti gli studi, ma li riprenderesti, o piuttosto li continueresti. Certo è che i tuoi versi hanno moltissimo dell'Alfieresco, senza che tu forse te ne avvegga; e la cagione che t'indurrebbe alla poesia, sarebbe quella stessa d'Alfieri, cioè l'amore o una cosa di questa specie. Puoi credere, Carlo mio, quanto volentieri io farei qualunque cosa per te, cioè per me, giacchè tu ed io siamo stati e saremo sempre una stessa persona ipostatica, e non c'è bisogno di ripeterlo. Che Marini abbia una certa influenza sugli impieghi relativi ai catasti, è vero. Che ne sia padrone, non è vero, ma sono i soliti sogni e chimere di Zio Carlo, come ti scrissi. Io ho con lui una certa amicizia, ma di quelle amicizie fredde che si possono avere con persone occupate, che vedono un'infinità di gente ogni giorno, che hanno fatto fortuna a forza di travaglio, e con ciò si sono abituate all'egoismo, cioè al travagliare per se sole, giacchè se avessero travagliato per altri, non avrebbero fatto fortuna. In ogni modo è un uomo molto cortese; ci sarebbe forse anche il suo verso di prenderlo e d'affezionarselo, e se io ne potrò profittare per te, non potrò mancare di farlo. Mi congratulo con te dell'impressioni e delle lagrime che t'ha cagionato la musica di Rossini, ma tu hai torto di credere che a noi non tocchi niente di simile. Abbiamo in Argentina la <title>Donna del Lago</title>, la qual musica eseguita da voci sorprendenti è una cosa stupenda, e potrei piangere ancor io, se il dono delle lagrime non mi fosse stato sospeso, giacchè m'avvedo pure di non averlo perduto affatto. Bensì è intollerabile e mortale la lunghezza dello spettacolo, che dura sei ore, e qui non s'usa d'uscire del palco proprio. Pare che questi fottuti Romani che si son fatti e palazzi e strade e chiese e piazze sulla misura delle abitazioni de' giganti, vogliano anche farsi i divertimenti a proporzione, cioè giganteschi, quasi che la natura umana, per coglionesca che sia, possa reggere e sia capace di maggior divertimento che fino a un certo segno. Non ti parlerò dello spettacolo del corso, che veramente è bello e degno d'esser veduto (intendo il corso di carnevale); nè dell'impressione che m'ha prodotto il ballo veduto colla <hi rend="italic">lorgnette</hi>. Ti dico in genere che una donna nè col canto nè con altro qualunque mezzo può tanto innamorare un uomo quanto col ballo: il quale pare che comunichi alle sue forme un non so che di divino, ed al suo corpo una forza, una facoltà più che umana. Tu hai veduto di questi balli da festino, ma non hanno che far niente nè anche con quelli degli ultimi ballerini d'una pezza da teatro. Il waltz che questi talora eseguiscono, passa per un'inezia e una riempitura. In somma credimi che se tu vedessi una di queste ballerine in azione, ho tanto concetto dei tuoi propositi anterotici, che ti darei per cotto al primo momento. E prima e dopo della tua lettera ho lasciato sfuggire non poche di quelle inavvertenze e imprudenze che tu mi perdoni. Per servirti ho anche raccontato in tavola le prodezze della bella. La cattiva era molto attenta, come suole. Non credere ch'ella abbia molte distrazioni: almeno per me le distrazioni ch'ella ha sarebbero molto poco. Sta' poi sicuro che non ti fabbrica diademi, perch'ella è veramente del sistema de' miei ospiti: uscire, vedere e tornare a casa: vita porca, della quale vorrebbero a parte anche me; s'io fossi uno stivale più largo e più lungo dell'Italia. Tornati a casa con più noia di quando sono usciti, se ne vendicano collo strapazzarsi a vicenda, e con cento bellissime allegrie che sono una consolazione a trovarcisi presente, come mi tocca: ma ci ho fatto l'osso più duro d'un marmo. Giordani, il quale mi scrive, dopo un anno e più di silenzio, con grandissimo entusiasmo, mi domanda con infinita premura di te e di Paolina e vi saluta. Ti saluto anch'io e t'abbraccio di cuore. Non mi dir più che m'abbia cura, perchè son guarito e sano come un pesce in grazia dell'aver fatto a modo mio, cioè non aver usato un cazzo di medicamenti, come volevano a ogni patto, ed essere stato in letto quanto m'è parso bene, che non la volevano in corpo. Addio, addio, ch'è ora di pranzo, e andremo a sentirne delle belle, secondo il solito.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Pierfrancesco L. (1823)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIERFRANCESCO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>Roma 8 Febbraio 1823.</date>
            </opener>
            <p>Caro Pietruccio. Mi fate tanti ringraziamenti per una bagattella tale com'è quella ch'io vi mandai, che resto quasi obbligato io medesimo a ringraziarvi. Avevo saputo che vi siete fatto un bravo scrittore, benchè la prima volta che mi scriveste, non ci volessi credere; ma non sapevo che foste diventato poeta. Baciate la mano per me all'Apollo che v'ha ispirato, e ditegli che tutti noi stiamo benissimo. Baciate ancora la mano alla Mamma, e ditegli che il Zio Carlo la saluta tanto, e si chiama confuso del suo biglietto. Salutate i fratelli, vogliatemi bene e divertitevi questi ultimi giorni di Carnevale. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Carlo L. (1823)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>Recanati 9 Febbraro 1823.</date>
            </opener>
            <p>Caro Buccio. Tu mi credi innamorato di Clorinda, ma t'inganni. A innamorarsi senza innamorare non c'è nessun gusto. Ora tu devi sapere quanto è difficile innamorare una donna, che calca il teatro anche per la prima volta. Per due soli mesi poi sarebbe fatica gettata, non essendo di quelle con cui è bene spesa anche per una sola notte. L'avremo qui di nuovo nel Carnevale futuro. Ma tu abbi miglior concetto, e della mia fedeltà, e del mio sangue freddo; persuaditi che alla prima non voglio mancare, che in apparenza. Per finire quest'insulso proposito, ti dirò che l'articolo mandato da Conti trovò posto nel <title>Corriere delle Dame</title> contro ogni mio credere, sicchè si può aspettare anche il mio sonetto.</p>
            <p>Buon pro ti faccia il pranzo che ti ha dato Mai. Qui pure abbiamo avuto una cena in Palazzo la sera dei 4; che il Delegato venne a sentir l'Opera: v'erano sedici signore, le Mazzagalli, reduci al mondo, ec. ec. Il Gonfaloniere pensò di fare gran dimostrazioni, e certo Recanati non potea far di più. Siccome avea per mio vicino ad una tavoletta Roccetti, prendo l'occasione di dirti che abbiamo qui da vari giorni questo giovane che tu hai veduto una volta, e che è molto amabile, geniale di fisonomia, e di talento e coltura sufficiente. Fa versi, avea visto qualcuno de' tuoi, e me ne ha detti alcuni da lui composti, che sembrano molto passabili. È venuto dunque in pensiero di dar questo giovane a Paolina che in varie occasioni l'ha visto, veduta, e le è piaciuto. Ti ricorderai forse che io l'avevo avuto in mente altre volte, ma che le informazioni della sua poca entrata me ne distolsero. Ora sembra che tanto Paolina quanto il partito superiore siano disposti a passar sopra questo punto. È certo che è assestatissimo, e non si tratterebbe se non di calar di piede, non di stare incerti sul piede proprio. Per il tratto e l'educazione può stare al pari di un signore molto più ricco; veste benissimo, ed il suo fare riservatamente polito, e nello stesso tempo sicuro e disinvolto, ha una certa somiglianza con quello di Camillo. Begli occhi, ottima e sanissima bocca. Vedi che sulla persona non c'è nulla da dire; sta all'interessata a dire, se questo è quello che essa conta il più. O piuttosto essa l'ha già detto: ora si aspetta che egli dichiari in qualche modo il suo sentimento, che non sembra bene d'interpellare direttamente, trattandosi di un affare in cui egli è quello che guadagna. Ti ho voluto dir tutto, affinchè ne sapessi quanto io ne so, come in tutte le cose dove io ho parte. Un'altra di queste è che ho una gran voglia di trovarmi unito a quella ch'io amo: ogni sera, quando mi trovo solo, mi ritorna la smania. Mi sembra che alla mia età vi sia tanto bisogno di occuparsi nell'abbellire la vita di una donna, che abbia la stessa occupazione riguardo a voi. L'istinto interno mi dice che questa è l'opera assegnata a noi dalla natura, come alla vite di attorcigliarsi. Questa è la sola vera occupazione naturale e il fine di tutte le altre, per cui si mette sottosopra il mondo, e, ciò che è ancora più ardua impresa, si sopporta la vita. Paolina ti saluta tanto. Facesti i miei ringraziamenti con donna Marianna? Addio, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Carlo L. (1823)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>Roma, la sera di Carnevale <add resp="ed">11 Febbraio 1823</add>.</date>
            </opener>
            <p>Caro Carlo mio. Ti scrivo per salutarti, e dirti che sto bene e ti voglio bene come sempre. Sono assordato dal maledetto strepito del Carnevale, di cui non ti parlo, perchè te lo puoi figurare. Spettacoli e poi spettacoli non sono mancati, non mancano e non mancheranno fino a sei ore e mezza. Poi il diavolo se li porterà in anima e in corpo, come tu sai. Domani farò il comodo mio: son dieci giorni che fo quello degli altri, e che ne debbo restare obbligato. Ti manderò fra poco le bagattellissime che ho stampate qui e pubblicate da qualche giorno. Salutami tutti. Nell'ultima mia mi scordai di soddisfare a una tua domanda. Mi chiedevi della salute di Marietta, la quale sta bene, e non ha mai più sofferto nè di convulsioni nè d'altro come tu temevi. Quanto alla robustezza, mi par che sia robustissima. Quanto alla floridezza, non è gran cosa; ma s'io mi ricordo bene, il suo colorito è stato sempre così. Voglimi bene, ancorchè non è necessario il pregartene, ma questa clausola serve a conchiuder la lettera. Giorni sono fui a pranzo da monsignor Mai, dove a me e ad altri ch'erano presenti successe uno di quei casi curiosi che danno sempre da discorrere a una città che non fa nulla, com'è accaduto in questa circostanza. Te lo racconterò a voce, sarebbe troppo lungo a scriverlo. Addio: ti do tanti baci, e ti ricordo il tuo antico Buccio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1823)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>Roma 15 Febbraio 1823.</date>
            </opener>
            <p>Carissimo Signor Padre. Ho ricevuto la Sua affabilissima degli 11 corrente, e l'altra che si compiacque di scrivermi a nome di Pietruccio, per la quale ho dovuto maravigliarmi che fra le Sue occupazioni presenti Ella possa e voglia darsi tanto pensiero di me. Che Ella non mi scrive frequentemente per non obbligarmi a rispondere, spero che lo abbia detto contro il Suo sentimento, perch'Ella sa che niente mi può essere più caro delle Sue lettere e del trattenermi con Lei, scrivendole, o rispondendole. Il zio Carlo ha lodato molto e ammirato le cure da Lei prese per lo splendido ricevimento del Delegato. Loda ancora il progetto del nuovo teatro, e si mostrò subito disposto a sottoscriversi, benchè donna Marianna borbottasse assai da principio. Ora pare che anch'essa ci si accomodi. Non aggiungo altro in questo proposito perchè credo che il zio Carlo gliene scriverà egli stesso o direttamente o indirettamente. Io sto benissimo, e veramente dalla metà di gennaio l'inverno di Roma è terminato. Le pioggie sono state frequenti, ma non si è più parlato di freddo; il quale quest'anno, non so per qual cagione, m'era riuscito nimicissimo, al contrario del solito. Saluti di tutti a tutti. Mi conservi il Suo amore, come sarà eterno verso Lei quello del Suo affezionatissimo figlio Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1823)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>Piacenza 16 Febraio <add resp="ed">1823</add>.</date>
            </opener>
            <p>Mio adorato Giacomino. Non so dove cominciare nè come finire a ringraziarti per la carissima tua del 1°. Io t'abbraccio e ti bacio senza fine del gran piacere che mi fai scrivendomi così. Caro Giacomino, scrivimi così il più spesso che puoi. Ripeti i miei ringraziamenti al marchese tuo zio; di cui però nè libro nè lettera ho ancora veduto: riveriscilo e ringrazialo molto per me. Manda mille saluti ben cari a Carlo e a Paolina: oh se essi mi ricordano, e io li ho sempre in cuore. Ma a questo proposito permettimi di parlarti libero da vero amico. Dici che tu ed essi credete di non poter trovare in tutta la vita un cuor come il mio. Perch'io non voglio mai parlare contro il mio senso, ti dirò (senza modestia) che a mio giudizio voi credete una cosa vera: e io sarei d'assai meno infelice, se avessi avuto un cuore più moderatamente buono. Ma duolmi e temo per voi, di questo sì amorevol giudizio. Che sperimenti avete potuti fare di me per assicurarvene tanto? È dunque la bontà vostra che vi fa tanto pensar bene di me. Ma questa bontà è pur troppo pericolosa di essere abusata, tradita, tormentata. Il mondo è pieno di tristi, pienissimo d'egoisti. Per carità, vi supplico, andate ben lenti a credere la bontà: ella è scarsa assai nel mondo; e mista per lo più a tante debolezze, e contraddizioni, ch'ella nuoce molto a chi se ne fida. State in guardia sempre: siate lentissimi a credere; non vi abbandonate mai a una totale e sicurissima confidenza. Da quel che mi dici reputo un bene che non sia succeduto il matrimonio di Paolina. Ci è sempre tempo a cacciare il collo in un laccio, che non si può sciogliere. In somma scrivi, ti prego, a Paolina e Carlo, ch'io li saluto tanto tanto con tutto il cuore; e che vogliano qualche volta ricordarsi tra loro di me. E Carlo che fa? che studia? che pensa di fare? Oh povero Carlino, se potesse un poco anch'egli sgabbiarsi! Io non mi sazio di salutarli tutti due quei carissimi captivi.</p>
            <p>Ti raccomando di veder Mai: fìdati ch'egli non è solamente grande, ma buono. T'ha detto di non aver mie nuove? Per carità fagli sapere ch'io gli scrissi il 12 gennaio: e anch'oggi gli scrivo. Vedi anche Canova: egli è ottimo; e ne sarai contento: di' anche a lui che oggi gli scrivo. Il Cavaliere è molto amico di Canova, e ti prego di vederlo anche a nome mio. Non sono suo intimo, non gli ho veduto in cuore; onde non posso parlarti di lui come di altri. Nondimeno non credo quello che te ne han detto: credo bene che abbia relazioni di Ministri; ma per giovare a se stesso, non per nuocere altrui. Ad ogni modo tu sei prudente; e non ti gitterai mai in abbandono a nessuno: e il cavaliere può darti un buon consiglio quando si venisse al particolare di quella cosa, nella quale domandi in generale il mio avviso. Caro Giacomino, se tu avessi ora sufficienti facoltà, e tu e io non metteremmo neppure in dubbio che non fosse mai da avventurarsi con veruno, e molto meno con forestieri. Ma nella tua presente condizione credo che bisogni tentar qualche cosa: credo che all'intelletto e alla fortuna debba giovarti l'uscire per qualche tempo di Roma e d'Italia; dove ora non è niuna speranza di niun bene. Ma importa a capitar bene: e qui ci è del rischio: e qui bisogna il consiglio di chi ben conosce le persone e i paesi: e qui può giovarti molto di consiglio l'accortezza e l'esperienza di quel cavaliere; e un tal servigio egli e facilmente e volentieri può fartelo, quando mediante Canova te gli sii un poco addomesticato.</p>
            <p>Giacomino mio, non posso saziarmi delle tue lettere: compensami di sì lunghi digiuni: scrivimi scrivimi di te: dammi conto de' lavori che hai fatti, di quelli che hai meditati: avvisami delle tue amicizie, delle conversazioni; de' tuoi disegni e speranze circa la fortuna. Caro Giacomino: io vorrei esser continuamente con te; supplisci per quanto si può scrivendo. Io ti ammiro, io ti adoro; non so esprimere come e quanto son cosa tua. Di' a Mai che lo ringrazio di tutte le cortesie che ti fa: di' a te stesso che io ti adoro sempre. Addio Giacomino infinitamente caro: addio; scrivimi, scrivimi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Carlo L. (1823)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>Roma 20 Febbraio 1823.</date>
            </opener>
            <p>Ricevo la tua dei 9, nella quale smentisci le mie imputazioni ingiuriose alla tua costanza e alla tua esperienza in amore, e non mi lasci che rispondere. Non so chi ti abbia scritto del pranzo di Mai. Te ne scrissi io in altro proposito, ma questo fu in data posteriore alla tua lettera. Veramente poche consolazioni potrei provare uguali a quella di vedere effettuato il progetto che mi descrivi, circa il matrimonio di Paolina. Son certo che dal tuo lato non lascerai cosa che possa giovare a questo effetto. Non so e niuno può sapere se Paolina sarà contenta nel suo nuovo stato, e con questo compagno; ma tutti sappiamo di certo che per lei non v'è miglior partito, anzi nessun partito, se non quello di maritarsi presto, e, se è possibile, con un giovane. Salutala tanto da parte mia, ed esprimile i miei sentimenti come tu credi: in seguito dammi nuove di questo affare.</p>
            <p>Venerdì 15 febbraio 1823 fui a visitare il sepolcro del Tasso e ci piansi. Questo è il primo e l'unico <hi rend="italic">piacere</hi> che ho provato in Roma. La strada per andarvi è lunga, e non si va a quel luogo se non per vedere questo sepolcro; ma non si potrebbe anche venire dall'America per gustare il piacere delle lagrime lo spazio di due minuti? È pur certissimo che le immense spese che qui vedo fare non per altro che per proccurarsi uno o un altro piacere, sono tutte quante gettate all'aria, perchè in luogo del piacere non s'ottiene altro che noia. Molti provano un sentimento d'indignazione vedendo il cenere del Tasso, coperto e indicato non da altro che da una pietra larga e lunga circa un palmo e mezzo, e posta in un cantoncino d'una chiesuccia. Io non vorrei in nessun modo trovar questo cenere sotto un mausoleo. Tu comprendi la gran folla di affetti che nasce dal considerare il contrasto fra la grandezza del Tasso e l'umiltà della sua sepoltura. Ma tu non puoi avere idea d'un altro contrasto cioè di quello che prova un occhio avvezzo all'infinita magnificenza e vastità de' monumenti romani, paragonandoli alla piccolezza e nudità di questo sepolcro. Si sente una trista e fremebonda consolazione pensando che questa povertà è pur sufficiente ad interessare e animar la posterità, laddove i superbissimi mausolei, che Roma racchiude, si osservano con perfetta indifferenza per la persona a cui furono innalzati, della quale o non si domanda neppur il nome, o si domanda non come nome della persona ma del monumento. Vicino al sepolcro del Tasso è quello del poeta Guidi, che volle giacere <hi rend="italic">prope magnos Torquati cineres</hi>, come dice l'iscrizione. Fece molto male. Non mi restò per lui nemmeno un sospiro. Appena soffrii di guardare il suo monumento temendo di soffocare le sensazioni che avevo provate alla tomba del Tasso. Anche la strada che conduce a quel luogo prepara lo spirito alle impressioni del sentimento. È tutta costeggiata di case destinate alle manifatture, e risuona dello strepito de' telai e d'altri tali istrumenti, e del canto delle donne e degli operai occupati al lavoro. In una città oziosa, dissipata, senza metodo, come sono le capitali, è pur bello il considerare l'immagine della vita raccolta, ordinata e occupata in professioni utili. Anche le fisionomie e le maniere della gente che s'incontra per quella via, hanno un non so che di più semplice e di più umano che quelle degli altri; e dimostrano i costumi e il carattere di persone, la cui vita si fonda sul vero e non sul falso, cioè che vivono di travaglio e non d'intrigo, d'impostura e d'inganno, come la massima parte di questa popolazione. Lo spazio mi manca: t'abbraccio. Addio addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1823)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>Roma 22 Febbraio 1823.</date>
            </opener>
            <p>Carissimo Sig. Padre. D. Pietro Cesanelli mi consegnò da sua parte il <title>Varrone</title>, di cui la ringrazio sommamente anche a nome di Melchiorri che n'è contentissimo, e la saluta. Il Zio Carlo mi disse e mi pregò d'avvisarla che aveva ricevuta la sua lettera, e avendole già scritto col corriere precedente, le avrebbe risposto o con questo o col venturo ordinario. Ella avrà già saputo dai fogli pubblici la morte del padre Trachini. Saprà ancora, o poco si curerà di sapere le stabilite promozioni di dieci o undici soggetti al Cardinalato, i nomi de' quali non mi ricordo, benchè gli abbia sentiti almeno dieci volte. So che Dandini è destinato vescovo d'Osimo, e Falsacappa di Ancona. Il freddo è tornato in questi ultimi giorni dopo un mese e più di primavera (non asciutta), ma è sopportabile anche senza fuoco, e tutti stiamo benissimo. Io fo molto moto, e sono ordinariamente in giro per le biblioteche. Saluti cordiali di tutti. Le bacio la mano, e domandando la sua benedizione mi ripeto suo amorosissimo figlio Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Monaldo L. (1823)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI MONALDO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>Recanati, 28 Febbraio 1823.</date>
            </opener>
            <p>Mio caro ed amatissimo Figlio. Soggiungo brevemente alle due care vostre 15 e 22 corrente, perchè le faccende mi vanno un po' soverchiando, e quelle in particolare che mi ha lasciate la generosità del mio antecessore. Ho piacere che il nostro Don Pietro vi recasse il <title>Varrone</title>, del quale raccomando a Melchiorri la buona custodia, a voi il ricupero. Anche qui si parla pur troppo assai di codeste imminenti promozioni, le quali in genere devono esserci, ed interessano gli ordini ecclesiastico e sociale; ma in specie niente importano a chi non è in vicina relazione coi promossi, e valgono ad eccitare la incontinenza polmonare degli oziosi, e a compromettere la sofferenza di chi è condannato a passare qualche ora con essi. Ero certo che il Cavaliere avrebbe approvata e secondata la erezione di un nuovo teatro, come ero certo della disapprovazione di Donna Marianna, eccitata non già da spirito di sordida economia, ma parte da abituale donnesca contradizione, e parte dal timore che questo piccolo locale miglioramento rendesse men sicuro l'annuo suo trionfare delle inclinazioni del marito. Se il Cavaliere fosse qua, potrebbe forse trionfare esso delle prevenzioni nostrali, ed ottenere che il Teatro, come io vorrei, si fabricasse in faccia alla sua casa, con risparmio grande di spesa e abbellimento della contrada; ma solo non prevalerò certamente alla predominante inclinazione dei piazzaroli. Al suddetto Cavaliere un abbraccio, e scuse se gli risponderò solamente nel venturo.</p>
            <p>Addio, mio caro Figlio. Noi tutti bene; e vi benedico con tutto il cuore. Vostro affezionatissimo Padre.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Paolina L. (1823)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PAOLINA LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>
                  <add resp="ed">Recanati</add> 3 Marzo <add resp="ed">1823</add>.</date>
            </opener>
            <p>Giacomuccio mio. Non so perchè, se io voglio vedere i vostri caratteri diretti a me, sia necessario che vi scriva io. Pure ci sarà il suo motivo, e fin tanto ch'io lo sappia, pigliatevi questa in sconto de' peccati vostri. Già lo so, che amereste meglio di averne una di Carlo, ma per questa volta egli non vi scrive, perchè è impiegato da una settimana in qua. Indovinate in che? In copiare uno spartito per dedicarlo alla sua bella! Ma silenzio per ora. Alla prima occasione credo lo manderà a voi, perchè ne facciate la consegna. Ed ha fatta una fatica bestiale, essendo più voluminoso di qualunque altro ne abbia copiato. Dentro il Carnevale ne ha copiato un altro per Paolina Mazzagalli, benchè contro sua voglia, e arrabbiandosi e bestemmiando. In questo poi ha faticato, ed ha vegliato con molto impegno ed amore, come potete ben credere. Egli si lagna che voi non gli abbiate risposto ad una sua, che anzi dubita non abbiate ricevuta, in cui vi domandava se fosse vero lo sposalizio stabilito di Mariuccia con Graziani di Terni, e vi prega di chiarirlo al più presto di ciò. E giacchè abbiamo nominato sposalizio, forse avrete saputo e forse no che Paolina Mazzagalli per una settimana, o poco più, è stata sposa di Oswaldo Carradori, e che ora si dice che non lo sia più assolutamente, a meno di un rannodamento, come ho sentito parlarne sono pochi momenti: ma è sperabile che non se ne faccia nulla, contando sopra l'abilità o il buon volere dei suoi tutori ec. Tornando a Carlo, vi ho da dire ancora qualche cosa da parte sua, come per esempio se donna Marianna ha ricevuto pochi fogli di musica da lui inviatagli franca di posta. E in ultimo vi prega d'informarvi dove predica attualmente, o in Roma o in qualunque altro paese, un certo padre Latini (non mi ricordo di qual religione, credo francescano), che dicono molto dotto ec., e dice Carlo che a voi non è niente difficile l'arrivare a saperlo, come io credevo. Caporalino è che vi dà questa seccatura, impegnato com'è di farlo venire quest'altro anno di Quaresima. E qui finiscono le commissioni di Carlo. Delle lettere che voi gli scrivete, poche me ne fa vedere. L'ultima è stata quella, ove parlavate dei balli, e di quanto vi sono seducenti le donne ec. che mi piacque molto, benchè fosse un poco libera; ma mi avete avvezzato a tanta libertà, che ormai poco più fastidio mi dà. Gli parlavate dei corni di Mariuccia in un certo modo, ch'io non ne capivo il senso, e me ne feci fare la spiegazione. Se non avessi letto quella lettera, vi domanderei nuove di Giordani, che ringrazio molto dei suoi saluti e a cui spero li avrete restituiti, o lo farete scrivendogli. Mi ha detto Carlo che vi ha scritto la possibilità che Roccetti diventi qualche cosa con me, e come voi ci prestate il vostro assenso, e ne sareste contento. Essendola ancora io estremamente per la sua figura che non potrei desiderare migliore, per il suo spirito, per la sua coltura, educazione ec., mi fanno tremare i suoi costumi, che in questo momento pure sono egualissimi a quelli, dei quali me ne parlavate <hi rend="italic">voi altri</hi> la prima volta che lo conosceste. E non ho ragione di spaventarmi? Dovrei pure essere persuasa che tutti fanno la medesima vita, ma sempre speravo di trovare qualche eccezione. Se voi mi diceste qualche parola su questo a tempo perduto, mi consolereste assai. E io credo, anzi sono persuasa che avrò a <hi rend="italic">regretter</hi> Peroli, e l'amore ch'egli mi avrebbe portato, il quale amore io non saprò mai ispirare a un giovane, quantunque ne avessi infinito per lui, come ne avrei per Roccetti, che se avessi veduto più a lungo me ne sarei innamorata; e sarebbe stato tanto peggio per me, chè fino ad ora non se ne <hi rend="italic">capezza</hi> niente. Giacomuccio mio, beato voi! Vorrei meglio essere una gamba vostra, che tutta me. Ma già, la vita è tanto breve, che io spero di averne passato un terzo, e Dio volesse che fosse la metà! L'ordinario passato non vi fu lettera vostra. Che vuol dire? Non crediate d'avere avuto i geloni rotti voi solo; ne ho adesso uno io, che mi tormenta un poco, e che lo vado portando ora a letto, ora in piedi, e sempre in casa, chè adesso esciamo appena le feste. A mezzo Carnevale si ammalò il cocchiere, e se non erano le Mazzagalli che ci favorivano quotidianamente il loro legno, avevamo finito di andare a teatro. Ora il cocchiere stando ancora male, non esciamo giammai, con piena mia soddisfazione. Vedete che dettagli interessanti per voi sono questi! Forse vi avrà annoiato meno questo mezzo foglio, in grazia del nome di Carlo ripetuto più volte. Ditemi se è così. Luigi vi saluta; sapete la nuova sua arte di suonatore di flauto? Vorrei che mi salutaste molto Mariuccia; e voi, Giacomuccio mio, vi prego che mi vogliate sempre bene, e non poco. La mezza notte è passata da più di un'ora, ed io non ho sonno affatto. Mi viene in mente in questo istante Lucrezia Santacroce. La vedete mai? Ditemene una parola. Come pure mi è capitato oggi sotto gli occhi il nome di madama Dionigi, di cui mi avete parlato una volta, che riuniva alla sua conversazione molti oltramontani. Adesso la conoscerete voi? Addio, cuore mio, ricordati di me. Ho letto questa lettera, e la trovo schifosa. Può essere che vi abbia avuto parte la fretta; la parte maggiore però è l'ignoranza. Sia l'una o l'altra, voi scusate me, ve ne prego.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1823)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>
                  <add resp="ed">Roma 5 Marzo 1823</add>.</date>
            </opener>
            <p>Carissimo Sig. Padre. Sono cinque ordinarii continui ch'io manco di lettere sue o di casa. Non sapendo trovar colpa in me, spero che questo silenzio non derivi se non dalle sue occupazioni, o che tutto si debba alla posta. Noi stiamo, grazie a Dio, benissimo, e la primavera comincia a lasciarsi vedere. Sapendo ch'ella s'interessa delle cose mie, non voglio tacerle che da qualche tempo ho trovato mezzo di farmi incaricare del Catalogo de' Codici greci che sono nella Biblioteca Barberina; il qual Catalogo non era stato mai fatto, se non trascuratissimamente, e la maggior parte di quei codici, che non son pochi, era sconosciuta. Ho preso questo incarico colla speranza di far qualche scoperta, e di potermene servire, in caso che mi riuscisse di farne. Il che è difficilissimo in questa città, dove i Bibliotecari sono così gelosi ed avari come ignoranti, e non permettono quasi a niuno l'uso degl'infiniti codici che si conservano in queste librerie. Da parecchie settimane ho incominciato il Catalogo, e ultimamente, oltre varie scoperte minori, ho trovata un'operetta greca sconosciutissima, la quale essendo quasi intera, e di secolo e stile assolutamente classica, viene ad essere di tanta importanza quanto le più famose scoperte del nostro Mai. Sono ora occupato a copiarla, nel che debbo superare infinite difficoltà, perchè da una parte mi conviene combattere coll'oscurità del codice, e dall'altra sfuggire o deludere continuamente con vari pretesti la vigilanza del Bibliotecario. Per ora non si parlerà in nessun modo di questa scoperta, finchè non sia finito il Catalogo, e trovato e copiato tutto quello che si troverà di nuovo e di buono nella Barberina. Solamente ho mostrato il Codice a un letterato tedesco, il quale è convenuto del pregio della scoperta, e mi ha confermato nelle mie congetture e opinioni intorno all'autore, al secolo ec. Quando sarà tempo, metteremo il campo a romore.</p>
            <p>Le bacio la mano, e pregandola a non volermi privare delle sue nuove, e a ripetermi ch'ella mi ama, con tutto il cuore mi confermo Suo amantissimo figlio Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Carlo L. (1823)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>Recanati 6 Marzo 1823.</date>
            </opener>
            <p>Caro Buccio. Nell'ultimo ordinario non vi furono tue lettere. Siccome anche nel precedente era succeduto lo stesso, cominciava a darmi qualche fastidio. Corsi alla posta per vedere se v'era niente per Sofia. Niente. Finalmente sentii che lo Zio Carlo scriveva a Babbo che da quattro ordinarj tu non avevi lettere di casa. Il fatto sta che di qui ti si è sempre scritto, meno, credo, una volta; e quanto a me, io sono creditore di risposta ad una lettera, in cui ti domandava se era vero un trattato che si diceva di Mariuccia. Ma io osservo che tutti gli sbagli postali cadono sulle lettere che vanno a te, e non mai su quelle che ne vengono; onde si potrebbe sospettare, che la direzione eccitasse qualche esame ec. Dimmi dunque nella prima tua un nome sotto cui io debba scriverti quando abbia qualche cosa di premura. Ti feci scrivere nell'ordinario scorso da Paolina, perchè io ero immerso in una fatica bestiale. Te la mando in questo stesso corso, pregandoti di presentarla a donna Marianna, senza altro complimento che domandarle scusa, se il carattere non è dei migliori, attribuendolo alla fretta, perchè ho dovuto fare tutta la copia in una settimana. Non so ancora se abbia ricevuto una sinfonia che le inviai tempo fa per la posta. Tu sei un po' trascuratello nell'eseguire le mie commissioni. Ti prego diverse volte a ringraziare di certe c...te musicali che mi furono mandate per mezzo del padre Da Gugliano, e qualche tempo dopo scrivono a Pasini se le ho avute: segno evidente che tu non hai aperto bocca.</p>
            <p>Ma le tue stampe si potranno mai vedere? Alle corte, Buccio mio, sempre più mi si fa doloroso lo star lontano da te: non ho attorno a me un amico, e siccome sai che io sono evangelico nella massima <foreign lang="lat">qui non est mecum</foreign> ec., tutti sono miei nemici. La tua assenza mi ha fatto stringere maggiore amicizia con Luigi, che verrà degno della nostra fratellanza, se non altro, per il cuore e per la devozione assoluta alla causa comune. Quest'è il solo che pensi come noi; ma poco pensa, com'è naturale. Ha voluto che gli faccia fare un flauto a sue spese, e suona continuamente cose che Paolina Mazzagalli ier sera chiamò prodigi. Saprai che questa è stata nuovamente sposa con Oswaldo Carradori, e poi si è sconcluso per l'interesse. Questo giovane ha più spirito di quel che credeva, scrive benino, e a certe insolenze che gli scrisse Peppe rispose rimandando la lettera col dire, che credeva fargli un piacere rimettendo nelle sue mani una carta che faceva assai più torto a chi l'avea scritta, che a chi l'avea ricevuta. Roccetti è stato fatto interpellare, e ha detto definitivamente che egli è in trattato con un'altra; quando non andasse avanti, entrerebbe ben volentieri nel partito propostogli. Si sa chi è quest'altra: vedova, e di dote minore o al più uguale: giovane però e bella: uscita dalla casa mercantile Casaretti di Ancona. Addio: godi della primavera, ed amami.</p>
            <p>Riapro la lettera per dirti che affine di esimerti da ogni rischio di spesa che le sconnessioni postali potessero cagionare, quantunque franchi l'involto, ho pensato meglio di dirigerlo a donna Marianna medesima, a cui non avrai più che a fare l'ambasciata di cui ti ho pregato.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Carlo L. (1823)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>
                  <add resp="ed">Recanati</add> 7 Marzo 1823.</date>
            </opener>
            <p>Colla posta di questa mattina è partita una mia lettera in cui ti diceva, che contemporaneamente spediva il presente involto a Donna Marianna. Ma il maestro di posta, con cui già m'era concertato perchè lo tassasse, come roba, a un paolo la libbra, nel vederlo ha trovato troppo rischio che la Direzione lo detassasse a causa della sua figura di piego, e come carta lo tassasse a due paoli l'oncia, ciò che portava sui sei scudi. La differenza essendo troppo grande, ho preferito di servirmi dell'occasione del signor Borgianelli di Monte Lupone, che parte a momenti. Scusa l'incomodo.</p>
            <p>Ho letto la tua lettera arrivata a Babbo colla posta d'oggi. Mi rallegro della tua scoperta, ed ammiro le tue fregne; m'affliggo però di questo disordine delle poste, che ci leva anche la soddisfazione di scriverci, e di contare sulla sicurezza che le nostre lettere vadano al loro destino. Vedo che si è perduta una mia lettera, in cui ti scongiurava a dirmi quel che sapevi di un matrimonio che dicevano trattarsi per Mariuccia. Ti lascio, Buccio mio, assicurandoti che mi sei sempre presente. Oh son pur malinconico: non vedo un raggio di luce da alcuna parte.</p>
            <p>Ti devo dare i saluti di Zavagli.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Monaldo L. (1823)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI MONALDO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>Recanati, 10 Marzo 1823.</date>
            </opener>
            <p>Mio carissimo Figlio. Mi è di grandissima pena sentire dalla cara vostra in corrente la mancanza di lettere nostre sostenuta da voi per cinque ordinarii continui, la quale non so immaginare d'onde proceda, poichè, meno il dubbio di un solo ordinario, qui si è scritto sempre, ed io vi scrissi precisamente il primo del mese che corre. Vorrei lusingarmi che la presente non dovesse incontrare una sorte egualmente trista, e che la mala sorte delle altre fosse puramente eventuale, giacchè è abbastanza singolare per autorizzare qualche sospetto.</p>
            <p>Ho piacere che vi compiaciate nella formazione dell'elenco dei codici Barberiniani, e molto più che abbiate fra essi trovata cosa da recarvi diletto e onore. Supporrei che qualcuno si desse carico di far stampare l'elenco, e in ordine al codice sconosciuto che state ricopiando, potrebbe credersi che, stampato a suo tempo, procurasse a voi quegli utili che hanno procurato al Mai le sue scoperte. Purtroppo però il valore della moneta letteraria non siegue sempre la proporzione dell'intrinseco, ma piuttosto la fortuna o l'audacia di chi la spaccia. In ogni modo da questo travaglio ritrarrete sempre occupazione, diletto, onore, e questi saranno mercede bastante a chi, per grazia del Signore, non cerca pane, e non anela tesori.</p>
            <p>Noi tutti stiamo bene, e tutti qui attendono l'esito della imminente promozione. Io ne sono ansioso al pari degli altri, per liberarmi una volta dalla noia di sentirne parlare. Se potessi sperare che questo nostro Stato, il quale sembra destinato dalla Providenza ad essere il campione della saviezza e della felicità, assumesse una volta il suo tuono, e venisse governato nel modo che io crederei conducente alla sodisfazione dei sudditi e alla gloria del Governo, sarei sommamente interessato alla scelta del Ministero, da cui tutta dipende l'Economia della Nazione. Siccome però credo che i miei desiderii non verranno mai realizzati, comincio a dubitare o della loro convenienza, o della loro eseguibilità, e immergendomi a poco a poco nel Pirronismo e nell'apatia politica, mi persuado che bisogna vivere come vogliono gli altri, e mi consolo perchè tutte le strade conducono egualmente alla gran mèta della eternità. Ciò stante, governi chi vuole, abbia chiunque le calze nere, rosse o violacee, m'importa quanto il sapere in che giorno farà la luna.</p>
            <p>Qui, come costà, si osserva Quaresima col piccolo lenimento de' lattaccini in alcuni giorni. Noi l'osserviamo tutti, alla riserva di Mamma e Pietruccio, e fin qui io ne sono abbastanza contento. I vostri Fratelli però ne sono annoiati, e il loro stomaco si adatta male a questi cibi poco nudritivi e gustosi. Al proposito di commestibili sentii di un pranzo letterario dato da Mai, al quale vi suppongo intervenuto. Ditemi dunque alcuna cosa, se non del pranzo, almeno dei convitati, e fornitemi talora un po' di materiale smerciabile nella mia serotina brillantissima accademia, ed anche poi sufficiente ad appagare l'interesse che molti prendono per voi, non solo come individuo, ma come patria e pubblica proprietà. Vi saluta assai l'ottimo nostro Masi che sta meglio. Vi salutano pure i due coniugi Torri seniori, che vidi in Macerata mercoledì. Addio, mio caro Figlio. Non francherò la presente per vedere se corresse più libera, non aggravata da quei cinque baiocchi, che pur trovano forse qualche amatore. Vi auguro tutte le benedizioni del Cielo in accompagno di quella che vi dà il vostro affezionatissimo Padre.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Giordani (1823)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO GIORDANI - PIACENZA.</hi>
               </salute>
               <date>Roma 10 Marzo 1823.</date>
            </opener>
            <p>Mio incomparabile amico. La tenerissima vostra dei 16 del passato, benchè giunta qui a' 27 del medesimo, non mi è stata renduta se non con quelle dell'ultimo ordinario: solite negligenze di questa posta. In verità, mio caro, tu non fai torto a te medesimo negandoci la facoltà di riputarti per uomo unico di bontà e santità, ma fai pure ingiuria non dico al cuor nostro, ma certo al nostro intelletto, il quale tu non vuoi che abbia tanto di avvedutezza da essersi già certificato e fermato per sempre nella opinione della tua squisita virtù. Che se a te non pare d'averne dato segni che bastino, ripeto che questa tua credenza non può degnamente procedere se non da poca stima che tu faccia della nostra sagacità e prontezza di mente. Ma se noi ti giudichiamo per quello che sei, non devi pensare che questo giudizio sia prematuro, e venga da inesperienza, e da facilità di giudicar bene degli uomini; quando tu vedi che noi ti stimiamo e predichiamo unico, appunto perchè sappiamo e sperimentiamo che tutti o quasi tutti gli altri sono dissimilissimi da te solo. Sicchè l'ammirazione che ti professiamo nasce dalla cognizione che abbiamo potuto conseguire della perversità degli uomini: perchè se noi ci fidassimo anche degli altri, che meraviglia ci farebbe che tu fossi, come sei, degnissimo di confidenza? Ora io per soddisfarti pienissimamente ti voglio anche dire che siccome l'amicizia fra te e noi cominciò prima della nostra vita civile, così quando fummo entrati nel mondo, fatta esperienza degli uomini, e abbandonati a uno per uno tutti gli errori giovanili non fu alcuno di noi tre che non chiamasse finalmente ad esame anche il concetto che avevamo della fedeltà e dell'amor tuo. Non per alcuna, ancor menomissima, cagione particolare che ci movesse a voler chiarirci di questo punto, ma per la ragione universalissima, che tutti o quasi tutti gli uomini, secondo noi, dovessero essere tristi e falsi, qual più qual meno. Ma questo dubbio (se pure si può chiamar dubbio) circa l'esser tuo, fu quasi come quello che i teologi permettono che si possa concepire intorno alle materie di fede avanti di averle considerate coll'intelletto; e non ebbe altro successo nè maggior durata di quella che i medesimi teologi suppongono e prescrivono intorno alle dette materie.</p>
            <p>Carlo e Paolina sono stati consolatissimi d'aver notizia di te dopo tanta incertezza, e ti salutano con tutta l'anima. Vivono per verità con poca allegria; non è però che non abbiano competentemente disposto l'animo ad accettare quello che piaccia alla fortuna, e a sopportare modestamente il tedio di questa vita; la quale ora ch'io mi trovo in una gran capitale non so dove non sia misera e fastidiosa. Il zio Antici ti saluta, e spera che ti debba esser giunta la sua traduzione. Io parlo spesso e teneramente di te coi pochi che soglio vedere, con monsignor Mai, col buon vecchio di Cancellieri, con alcuni amici miei giovani, desiderosi della letteratura, i quali ho trovato che già ti leggevano, ti stimavano sommamente e ti amavano. L'ab. Rezzi tuo cittadino, e gesuita, bibliotecario della Barberina, mi pregò pochi giorni addietro di salutarti singolarmente a nome suo. Sono stato da Canova e ti ringrazio di questa conoscenza che m'hai proccurata. Mi pare uomo degnissimo d'essere amato, capacissimo d'amare, e d'intendere i segreti dell'amore e della natura umana. Con lui non s'è quasi parlato se non di te. <hi rend="italic">Mai</hi> ricevette la lettera che gli scrivesti ai 16 del passato, e per quello che mi disse dovrebbe averti risposto. Ma Canova non ha lettera tua se non di quaranta o cinquanta giorni addietro. Mi ha fatto molte profferte gentilissime per amor tuo. Non mancherò di stringermi seco il più ch'io possa, e veramente desidero di potere assai. L'altre amicizie che ho fatte qui (poichè me ne domandi) sono il cav. Marini, uomo dotto, come tu sai, e buono; e parecchi forestieri, come il prof. Tiersch di Monaco, Grecista celebre; il dottor Krarup Danese; il Ministro de' Paesi Bassi letterato e gentile; e il Ministro di Prussia, il quale spontaneamente mi ha preso a favorire in modo che da un padre non avrei potuto sperare altrettanto. Ha parlato efficacemente per me al segretario di Stato, e spera di riuscire, dicendo che ha molta amicizia con lui, e che stando sul partire (chè partirà fra quindici giorni) confida che non gli sarà negata una grazia ch'esso domanderà come l'ultima e colla maggiore istanza che gli sarà possibile. Oggi o domani debbo portargli una supplica pel Cardinale, dove chiederò una carica che mi dia tanto da poter vivere mediocremente e quietamente, che è tutto quello che io desidero. Ottenendo questo, porrò da parte il pensiero intorno al quale ti chiesi consiglio nell'ultima mia; perchè veramente non so come potrei sopportare di sottopormi a un privato, fosse pur buono ed umano, che non sarebbe facile a trovarlo tale. Ma, non volendo soggiacere ad un privato, non credo che potrei trovar mezzo d'uscir d'Italia; come adattandomi a questa soggezione, sarebbe facilissimo il conseguirlo.</p>
            <p>Insomma io t'ubbidisco, e ti ragguaglio lungamente di tutte le cose mie. Ma tu che certo ricusi d'essere superato negli uffici scambievoli dell'amicizia, ti lasci pur vincere in questo, che laddove io ti parlo di me quanto tu vuoi, tu non mi parli di te neppur quanto si costuma cogli amici più freddi e volgari. Correggi questo difetto, ch'io te ne prego con tutta l'anima, e se puoi, rallegrami, se no, rattristami, chè certo o l'uno o l'altro mi dee seguire dalle tue nuove; ma l'uno o l'altro mi par molto da anteporre all'incertezza. Io t'amo quanto tu sai. Canova e Mai ti salutano caramente. Lascio di scriverti, ma non di pensare a te, perchè devi stimare ch'io t'ho sempre nell'animo, e spessissimo nella bocca. Addio caro ed unico amico ed uomo. Addio. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Niebuhr (1823)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIORGIO NIEBUHR</hi>
               </byline>
               <date>
                  <add resp="ed">Roma</add> Palazzo Savelli, li 11 di Marzo 1823.</date>
            </opener>
            <p>Signor Conte pregiatissimo. Trovata questa mattina una favorevole occasione, parlai di Ella al Cardinal Segretario di Stato, e quello accolse quel che gli diceva in favore Suo in un modo che, viste le circostanze particolari del momento, fa concepire speranze. Mi autorizzò a consegnargli una Sua supplica, tosto che Ella me l'avrebbe data: non ardirei assicurare positivamente che le Sue promesse si verificheranno, però so che erano dettate da una vera amicizia, ed in nessun caso mi fiderei quanto in questo momento della mia partenza.</p>
            <p>Gli dissi che la vita che maggiormente conveniva ai Suoi studj, ed ai progressi che già vi ha fatti, sarebbe quella dedicata affatto alla filologia: ma che però io aveva capito che, non potendosi ottener questo sommo bene, Ella sarebbe pure contento di accettar un impiego amministrativo <hi rend="italic">in Roma</hi>: ed, avendogli detto che Ella non voleva farsi prete, mi domandò, se non Le dispiacerebbe di prender <hi rend="italic">abito di Corte</hi>, essendo, in questo modo, aperta la strada agli impieghi ed Onori senza necessità di prender i Sagri ordini? Essendo brevissimo il soggiorno che potrò ancora fare in Roma, Le consiglierei di farmi avere senza dilazione una Sua Supplica, o sia lettera al Segretario di Stato, alla quale io aggiugnerei per iscritto quel che Sua Eminenza ha inteso da me.</p>
            <p>Mi stimerei fortunato se gli ultimi momenti del mio soggiorno in questo paese fossero utili ad un collega filologo: essendo sincerissima la stima e la distinta considerazione con cui ho l'onore di essere, Signor Conte, Suo Servitor vero.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Carlo L. (1823)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>Roma 12 Marzo 1823.</date>
            </opener>
            <p>Caro Carlo. È veramente perduta la lettera nella quale mi domandavate del preteso trattato di nozze tra Marietta e Graziani. Dico, preteso, perchè non ne ho sentito mai nulla, nè potuto sospettar nulla, e dal tuono dei discorsi che si fanno qui, dove tutti parlano molto liberamente e apertamente sopra tutti gli affari e le persone di casa, rilevo che questo e qualunque altro trattato simile sia un'assoluta chimera. Ho domandato a Donna Marianna della vostra Sinfonia, della quale non so perchè questa befana m'avesse fatto finora un mistero. M'ha risposto che l'ha ricevuta, e che ve lo fece scrivere da Marietta a Paolina, e vi fece anche dire che non vi scriveva essa medesima per non disturbarvi <hi rend="italic">nelle vostre grate occupazioni. Capite? Nelle sue grate occupazioni? così proprio: nelle sue ec.</hi> Questo mi ha detto quella befana, e in questo modo, ridendo. Assolutamente o non è vero che voi mi abbiate scritto della musica mandatavi da Donna Marianna, o la lettera in cui me ne scriveste non mi è mai capitata. Marietta è stata in letto uno o due giorni, perchè qui, se uno si sente debole di stomaco per non aver mangiato, va a letto e chiama il medico. Aveva un menomissimo raffreddore, del quale è guaritissima. Farò a Donna Marianna la vostra ambasciata quest'altro ordinario, quando gli arriverà il vostro franco, perchè i franchi tardano sempre un ordinario come sapete. Il P. Latini francescano, che si lusingava dopo la morte di Trachini d'esser fatto proccurator generale, per quanto ho potuto sapere, non predica quest'anno in nessun luogo, ed è qui in Roma nel Convento di SS. Apostoli. Dicono che abbia avuto grandissimo incontro predicando qui, non so che anno addietro; che sia un uomo di molto spirito, di gran fuoco, ec. ec.: in somma farà benissimo a Recanati. Non so a quali esami tu possa credere che vadano soggette le lettere indirizzate a me. Se per parte de' miei ospiti, le lettere non passano per le loro mani. Se per parte del governo, t'inganni; perchè in verità tutto viene dalla negligenza di quest'uffizio postale che non da' le lettere se non quando gli torna comodo. Coll'ultimo ordinario ho avuto una lettera di mio padre del 28 febbraio, segnata qui coll'impronta <hi rend="italic">2 Marzo</hi>, e per conseguenza arrivata due ordinarii prima. Una lettera di Giordani del 16 Febbraio, segnata qui <hi rend="italic">27 Febbraio</hi>, m'è stata pur consegnata ai 9 di questo. Le ultime tue e di Paolina mi sono state rese subito, perchè portano l'indirizzo <hi rend="italic">in casa Antici</hi>. D'ora innanzi non lasciar mai di metterlo, e dillo ancora a mio padre, se vuoi. Un nome finto farebbe più danno che vantaggio, perchè la lettera si perderebbe più facilmente nella moltitudine, ma in ogni caso tu puoi servirti di quel Leonida Termopili che già mi scrivesti. Ti mando uno degli articoli da me pubblicati qui. Ti parrà una coglioneria; pur sappi che questo ha fatto che il Ministro di Prussia desiderasse di conoscermi. Mi ha fatto dir varie cose obbliganti da varie persone: sono stato da lui: m'ha detto che questo è il vero modo di trattar la filologia, ch'io sono nella vera strada, che mi pregava caldamente a non abbandonarla, che non mi spaventassi se l'Italia non mi avrebbe applaudito, perchè tutti gl'Italiani sono fuor di strada; che non mi sarebbe mancato l'applauso degli stranieri ec. Ha preso spontaneamente l'impegno di fare stampare in Germania quello ch'io ho scoperto (come scrissi a mio padre) o fossi per iscoprire nelle Biblioteche di Roma: in somma mi ha mostrato tanto interesse, che sentendomi necessitato a partire di qua in breve, m'ha domandato se non accetterei volentieri qualche impiego. E in ultimo siamo rimasti ch'io gli porterò una memoria pel Segretario di Stato; che egli la presenterà e la raccomanderà con tutto l'impegno; e spera di riuscire, perchè dice di aver molta amicizia col Cardinale, di essere altre volte riuscito, e che dovendo oramai partire (come farà dopo Pasqua), si lusinga che non gli sarà ricusata una grazia ch'egli domanderà come l'ultima, e come di grandissima importanza per farlo partir contento. Vedete se si può dir di più: e se non bisognerebbe darsi i pugni in testa, quando si fosse lasciata fuggire quest'occasione. Intanto il tempo stringe, e bisognerebbe domandar subito un posto (fosse pure ambitissimo) il quale si potesse subito accordare; perchè se domanderemo un impiego per la prima vacanza, in modo che la memoria debba restare sul tavolino del Segretario di Stato, partito il Ministro, e raffreddate le cose, quest'affare correrà la sorte dei più. Ho raccontato il tutto al Zio Carlo: m'ha detto <hi rend="italic">ma bene, ma bravo</hi>. Gli ho domandato qualche lume: m'ha risposto: <hi rend="italic">eh, vedete un poco</hi>, e non me n'ha parlato mai più. Questa è la direzione e il consiglio che a Recanati si vantava di volermi dare in questa materia. In ogni modo faremo qualche cosa. Se ti venisse in mente qualche pensiero opportuno, scrivimelo subito. Ma non parlare a nessuno di quest'affare, perchè i miei non possono altro che disturbarlo.</p>
            <p>Un altro articolo che ho pubblicato, non mi è stato possibile di averlo per mandartelo. Sono pure cominciate a uscire le mie <title>Annotazioni</title> sull'Eusebio, e si stamperanno anche a parte. Fa' le mie scuse a Paolina se coll'ordinario passato non ho risposto alla sua lettera, e se non le rispondo in questo. Sono veramente molto occupato: ma le risponderò certo nell'ordinario venturo. Salutala tanto da mia parte e fa' lo stesso a Luigi; e se credi, mostra a mio padre a nome mio la bagattella che ti mando. In vece della primavera abbiamo avuto un freddo diabolico, e poi l'altra sera un temporale bestialissimo che si scaricò tutto sopra Roma. Era una bella cosa sentir queste immense moli tremare allo strepito de' tuoni, come fossero tante capanne. Addio. Giordani mi parla di te e di Paolina col maggiore interesse del mondo, e più che non ha mai fatto per lo passato, e a me scrive con un entusiasmo tale d'affetto che par quasi fuor di sè. A me pare d'esser sempre più lontano dal meritarlo. Dì queste cose a Paolina che forse le avrà care. <hi rend="italic">Manda mille saluti a Carlo e a Paolina: oh se essi mi ricordano, e io li ho sempre in cuore... Da quel che mi dici reputo un bene che non sia succeduto il matrimonio di Paolina. Ci è sempre tempo a cacciare il collo in un laccio che non si può sciogliere. In somma scrivi, ti prego, a Paolina e a Carlo ch'io li saluto tanto con tutto il cuore, e che vogliano qualche volta ricordarsi tra loro di me. E Carlino che fa? che studia? che pensa di fare? Oh povero Carlino; se potesse un poco anch'egli sgabbiarsi! Io non mi sazio di salutarli tutti due quei carissimi giovani</hi>.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Carlo L. (1823)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>Recanati 13 Marzo 1823.</date>
            </opener>
            <p>Caro il mio Buccio. Queste poste infami, dopo di aver sempre inceppato, si può dire che finalmente hanno rotto il nostro commercio. Ora è cosa più difficile che ti arrivi una nostra lettera, di quello che dovrebbe essere lo smarrirsi nelle poste di un paese civilizzato. È una pena diabolica dover in ogni lettera ripetere tutto quello che si è detto nelle antecedenti, e poi siamo da capo. Se hai per caso ricevuto una mia, avrai visto che ti annunziava la spedizione che faceva contemporaneamente di un pezzo di musica destinata per Mariuccia: non l'avrai poi più vista arrivare, perchè la posta portava troppo, e nello stesso giorno mi si presentò un'occasione, col cui mezzo dovresti riceverla quanto prima. In questo ordinario ne mando un altro piccolo pezzo a Donna Marianna: nel caso che tu avessi annunziato il primo, e che credessero di trovarlo in questo, di cui ti parlo, non le disingannare, chè così avranno una piccola sorpresa al ricever l'altro, che è di un'importanza e di una lunghezza molto maggiore.</p>
            <p>Noi stiamo bene: tutti desiderosi delle tue nuove, e arrabbiati col diavolo che ce le leva. La primavera tanto invocata non vuol ancora venire fra noi, e se comparisce per un momento, subito si ritira. Mentre ti scrivo, fa una burrasca terribile, che ha provato di lasciarci anche la neve, ma finora l'acqua l'ha soffocata. Caro Giacomo, credi all'affetto del tuo Carlo che ti ama teneramente e ti abbraccia. Paolina ti dà mille saluti. Le tue stampe vengono, o non vengono?</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Monaldo L. (1823)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI MONALDO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>Recanati, 14 Marzo 1823.</date>
            </opener>
            <p>Mio carissimo Figlio. Nello scorso fummo privi di lettere vostre, e torno a temere disordini postali, giacchè ho verificato in quest'Ufficio, che partirono franche di qui a dì 28 Febbraio una mia, e a dì 3 corrente una di Paolina, ad ambedue le quali corrispondeva il vostro riscontro. Vedremo. Intanto vale questa a darvi nostre buone notizie, con li saluti cordiali di tutti, e con gli affettuosissimi abbracci e moltiplici benedizioni del vostro affezionatissimo Padre.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1823)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>Roma 15 Marzo 1823.</date>
            </opener>
            <p>Carissimo Sig. Padre. Ricevetti coll'ultimo ordinario la sua graziosissima dei 10, e col penultimo, cioè ai 9 di questo, aveva riscossa l'altra dei 28 febbraio, benchè giunta qui fino dai 2 del corrente. Nello stesso ordinario mi fu resa una lettera di Lombardia, giunta qui a' 27 di febbraio. Dico questo per toglierla da qualunque sospetto relativo a rivista di lettere o altro, giacchè queste lettere, benchè ritardate per negligenza dell'uffizio, erano però intatte. Il zio Carlo ed io siamo restati sorpresi del suo pensiero e desiderio circa la collocazione del nuovo teatro, giacchè il zio Carlo aveva concepito questo medesimo progetto, e ce l'aveva esposto più volte, e desiderava ancor egli che fosse posto in opera: onde io da principio pensai ch'ella ed egli si fossero comunicato scambievolmente questo disegno. Ma il zio m'assicura di no, e compiacendosi di questa non proccurata conformità d'idee, vuole che io ne la ragguagli. Avrà già saputa la destinazione improvvisa dell'avvocato Fusconi al posto di Promotor della Fede; posto che l'avvocato, per quanto si dice, non ha voluto accettare. Al pranzo, del quale ella mi domanda, dato da monsignor Mai, fummo il dott. De-Matthaeis che gode qui molta opinione in letteratura (ossia in antiquaria), monsignor Marini nepote del famoso Gaetano Marini e suo successore nell'impiego di archivista vaticano, l'abate Palcani ex gesuita, un ecclesiastico che non conoscevamo, ed io. Cadde il discorso sopra i celebri funerali di Canova fatti qui pochi giorni avanti, e sull'orazion funebre recitata dall'abate Missirini, la quale non valeva nulla; ma il carnevale e l'orazione del Missirini erano i discorsi della giornata, e conveniva adattarvisi. Io dissi sopra quella orazione il mio parere, che fu seguito e confermato dagli altri, fuorchè da monsignor Mai, che per accidentalità non attese al discorso. In somma l'orazione fu disapprovata a pieni voti. Dopo il pranzo, avanti di prendere il caffè, si seppe che quell'ecclesiastico sconosciuto era l'abate Missirini, che mons. Mai aveva inavvertitamente trascurato di far conoscere ai commensali. Dispiacque a tutti l'inconveniente; ma non essendovi neppur luogo a scuse, convenne dissimulare. Usciti di là, io non parlai, ma tutti gli altri, e lo stesso Missirini, raccontarono subito il fatto a mezzo mondo, e tutta Roma letterata fu piena di questa bagattella, della quale Missirini ed io fummo i protagonisti, perchè gli altri erano venuti dietro al parer mio. Veramente le risate che furono fatte di questo incidente in vari luoghi non furono alle mie spalle. Seppi poi che Missirini aveva mandati a monsignor Mai certi pettegolezzi perchè li rimettesse a me, e che monsignore era stato a posta da lui e l'aveva persuaso a non farne altro. Le ho raccontato questa storiella per ubbidirla. Noi abbiamo un gran freddo, e la primavera si tira sempre addietro, ma tutti stiamo bene. La prego de' miei rispetti alla marchesa Roberti ed anche de' miei saluti al povero dottor Masi, s'ella ha occasione di vederlo. E baciandole la mano, mi ripeto suo amorosissimo figlio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Carlo L. (1823)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>Recanati 16 Marzo 1823.</date>
            </opener>
            <p>Caro Buccio. Ho avuta la tua dei 12 in questo momento, perchè, come avrai saputo, quel Corriere ha dovuto trattenersi due giorni per una specie di valanga caduta non so ancor bene in qual punto della strada; il qual trattenimento deve aver incontrato, a quanto si dice, anche l'altro Corriere che portava a voi altri le nostre lettere del 14. Non perdo dunque un momento per risponderti colla posta di domani (poichè siamo già alla sera della domenica). Le tue lettere erano divenute così rare, che puoi facilmente immaginare con qual raddoppiamento di piacere abbia ricevuta questa.</p>
            <p>Ti ringrazio dell'articolo che mi hai mandato: ho avuto appena il tempo di scorrerlo, e anche senza questa scusa, tu già sai quanto queste cose siano inconcepibili a me, e forse a chiunque non ha letto il libro che è l'oggetto delle tue osservazioni. Tu avrai avuto tutte le tue ragioni per adottare la forma che hai scelto, e di fatti il discorso del Ministro prussiano ti giustifica: ma mi pare, e credo dal tuo tuono che anche a te paia che abbia torto, perchè la Filologia non sembra necessario che si confonda coll'Algebra; e le forme più amene, con cui han vestito le loro osservazioni in articoli di questo genere Visconti, Giordani, e tu stesso altre volte, non sembrano sconvenire all'arte, come convengono in particolare alla natura italiana, che è quanto può essere anti-prussiana. Ma siccome queste son cose di circostanza, è ben giusto di adulare piuttosto quelli che sanno, che quei che non sanno, quantunque nel caso che sapessero, questi ultimi sarebbero da preferirsi.</p>
            <p>Riguardo all'offerta che il Ministro ti ha fatta, comincerò col provarti il piacere che ne risento, dicendoti sinceramente che malgrado la privazione grandissima ch'io soffro stando lontano da te, pure non posso pensare senza ribrezzo che tu debba ritornare fra non molto, sapendo per teorica e per pratica (credimi pure, troppo dolorosa) cos'è mutare il soggiorno di Roma con quello di Recanati. Il contegno del Zio Carlo va in regola. Il segreto con questi di quaggiù non era ancora arrivato al luogo dove me lo imponi, che già lo avevo proposto da me stesso. Per il parere che mi domandi, già sai, Buccio mio, che io non posso avere la presunzione di veder più di te, specialmente in materie che stanno fuori affatto della portata de' miei occhi. Per esempio, che potrei io dirti sull'impiego che potresti preferire, se non so quali siano quelli che esistono? Siccome però trovandosi troppo vicino alle cose, molte volte si diffida di se stesso, e si teme di non veder bene, posso dirti che in caso che tu veda, come credo, nel modo che son per dirti, tu vedi esattamente nello stesso modo in cui vedo io. Tu hai sicuramente a quest'ora un'idea degl'impieghi che vi sono, e pensi che bisogna aver in vista quelli che portano seco residenza nella Capitale, e solo a caso disperato quei di provincia. Siccome qui vi vuole ardire, non sarebbe assurdo anche il domandare che se ne creasse uno, di cui si può dimostrare la necessità, stando nel genere letterario; oppure si può domandare una pensione per poter coltivare i propri studi in Roma ec. Core mio, quando si ha bisogno, e si merita, il domandare non è vergogna. Tu certo non arrossiresti avanti Dio di una domanda simile, e la crederesti più che giusta; avanti gli uomini poi, bisogna pensare che nel nostro caso i tre quarti della faccia li impronta il personaggio che s'incarica di presentar la domanda, giacchè la persona che la fa, o non è conosciuta anteriormente, ovvero in caso di rifiuto nessuno sa che l'abbia fatta, fuorchè quello a cui è stata presentata. E di più in un impegno come questo non si deve dimenticarsi che come, accordandosi la grazia, non se ne deve aver nessuna obbligazione perchè è stata accordata a solo oggetto di compiacere il mediatore, così viceversa. Non posso far a meno di dirti ch'io penso che tu debba ringraziar la sorte perchè t'ha messo in una posizione, in cui devi riguardare questo più come suo che come tuo affare.</p>
            <p>Delle cose che mi dici sopra il padre Latini, grazie. Domani le regalerò a Caporalini, che ha fatto che ti dassi questa noia. Grazie anche maggiori dei saluti che mi dai per parte di Giordani. Quando gli scrivi, ritornaglieli sinceri per mia parte, e puoi dirgli che Carlino non studia, e non conosce più altra passione che la rabbia. Io veramente ti scrissi di quell'ambasciata a Donna Marianna, e te lo dico, non già perchè torni conto a parlarne, ma affinchè non m'accusi di calunnia. Mi ricordo che te lo dissi nella lettera che ti mandai contemporaneamente ai Sonetti; sicchè, a quanto pare, l'hai ricevuta. Quanto a quella che mi fece fare nella lettera a Paolina, e che ha ripetuto anche a te, già capirai che io non sono d'umore da rispondere ai scherzi di questa lepida donna; perciò ho fatto che Paolina non dasse nel suo riscontro nemmeno cenno di averli letti. Fra noi due poi, quali diavolo sono queste grate occupazioni che si va sognando? Ti giuro che se avessi grate occupazioni, mi scorderei ben presto di lei, e di tutto quello che la circonda, cosa che, per altro contro suo merito, non posso fare; e questo è il più grande dei miei mali. Se l'ultimo corriere non si è divorata una mia lettera, saprai la ragione per cui non è arrivata in corso la musica che ti annunziai; ed è che la spesa postale essendo troppo grande, la consegnai invece al signor Borgianelli di Monte Lupone, che dovrebbe esser costì prima di questa. Buccio mio caro, bisogna che ti lasci per chiuder la lettera, che bisogna consegnar questa sera per l'oggetto della francatura ec. Ti abbraccio più strettamente che posso. Accordami di non dirti nulla delle tante cose che ho nel cuore; voglimi credere che son troppe e troppo tumultuanti per sapertele esprimere. Sappi solo che ti voglio un gran bene, e che tutto mi parla di te più forte che mai; ma che serve? Addio. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.B.Niebuhr (1823)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIORGIO BERTOLDO NIEBUHR</hi>
               </byline>
               <date>Roma 16 Marzo 1823 (Palazzo Savelli).</date>
            </opener>
            <p>Il Ministro di Prussia ha l'onore di mandare al Signor Conte Leopardi il memoriale al Segretario di Stato corredato di una lettera a Sua Eminenza, e di un'altra al signor Abbate Capaccini, il tutto scritto sopra carta indirizzata a quest'ultimo. Il signor Conte Leopardi procurerà di rimettere questo piego tra le mani del Signor Abbate.</p>
            <p>Il Ministro di Prussia ha raccomandato gli interessi del signor Conte colla maggiore premura; e rinnovando l'assicurazione della somma soddisfazione che proverebbe allorquando questo passo producesse qualche buon effetto, rinnova pure al Signor Conte Leopardi quella della sua distinta stima e considerazione.</p>
         </div1>
         <div1 n="Al card. Consalvi (1823)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AL CARDINALE ERCOLE CONSALVI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>S.d.</date>
            </opener>
            <p>Eminentissimo Principe. Incoraggiato dai luminosi esempi di sua generosa benevolenza verso quei sudditi Pontificii che in qualche modo si affaticano per li progressi de' buoni studi, supplico l'Eminenza Vostra Reverendissima a rivolgere anche sopra di me i suoi benefici sguardi.</p>
            <p>Essendomi finora applicato alle lingue classiche e a quelle materie che più direttamente dipendono dalle medesime, ho pur troppo conosciuto che dovrei rinunziare ad ogni speranza di ulteriori avanzamenti se continuassi a vivere in Recanati mia Patria.</p>
            <p>D'altronde mio padre aggravato di prole, e per le passate vicende attenuato di rendite, non ha mezzi di mantenermi in altro luogo dove la società d'uomini di Lettere, e il soccorso de' libri possano perfezionare le mie deboli cognizioni.</p>
            <p>Sarebbe pertanto mia fervida brama di giungere a questo scopo coll'esercizio di qualche impiego amministrativo, nel quale servendo fedelmente lo Stato, avessi il modo di servire ancora, secondo le scarse mie forze, all'incremento di quelle scienze a cui mi sono dedicato.</p>
            <p>Veggo che niun impiego potrebb'essere più confacente alle mie mire ed alla mia ristretta capacità, che quello di Cancelliere del Censo in qualche importante Capo-luogo di Delegazione. E se attualmente non ve n'ha alcuno vacante, non manca certamente all'Eminenza Vostra Reverendissima il modo di supplire a ciò, conferendo ad alcuno degli attuali Cancellieri del Censo qualche equivalente impiego che fosse ora vacante o per vacare.</p>
            <p>Supplico l'Eminenza Vostra a perdonare colla sua tanto acclamata bontà il mio ardire, ed attribuirlo alla fiducia che m'ispira il suo gran cuore, permettendomi intanto di segnarmi con profonda venerazione e gratitudine di Vostra Eminenza Reverendissima umilissimo, devotissimo, obbligatissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Paolina L. (1823)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PAOLINA LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>
                  <add resp="ed">Roma</add> 19 Marzo 1823.</date>
            </opener>
            <p>Cara Paolina. Scusate la tardanza della risposta alla vostra graziosissima dei 3, la quale ruppe il silenzio che tutti mi avevate tenuto per cinque ordinarii, o piuttosto la negligenza de' postieri lo aveva fatto parere. So che vi siete maravigliata di me con Marietta, e avete ragione di maravigliarvi, perchè sapete quanto vi voglio bene, e non potete credere ch'io lasci di scrivervi per mia volontà. Ma v'assicuro che in questi giorni sono stato occupato in modo da non esser padrone del mio tempo. La modestia è sempre amabile; ma pure con un fratello, con cui si lasciano da parte tutte le cerimonie, si può fare anche a meno, se non della modestia, almeno dell'umiltà. In somma, volendomi bene come fate, e volendovene io tanto, quanto non potete ignorare, voglio che d'ora innanzi escludiate dalle vostre lettere tutte quelle espressioni che nell'ultima vostra sono contrarie alla confidenza che dovete avere in un fratello ed amico, vissuto con voi da che nasceste. Circa l'affare di Roccetti è verissimo che a me pare che vi convenga. È anche vero che Roccetti è un giovane come <hi rend="italic">tutti</hi> gli altri. Ma, mia cara, si può ben credere, anzi è quasi certo, che un giovane di talento, com'è Roccetti, dopo essersi divertito assai, com'egli ha già fatto, e dopo essersi annoiato della galanteria, come a tutti accade, senta il bisogno di una che lo ami da vero, e che unisca alla gioventù il buon cuore e la capacità del sentimento. S'egli ha questo desiderio, com'è naturalissimo in un par suo, nessuna potrebbe soddisfarlo meglio di voi che siete sensibilissima, che sapete amare, che siete istruita al di sopra di quattro quinti delle vostre pari. E dall'altra parte, avendo egli questo desiderio, l'animo suo sarebbe ottimamente disposto ad esservi buon compagno, e così questo partito converrebbe anche a voi. Non dico già che in tal caso non dovreste aspettarvi da lui nessun tratto di gioventù. Ma son certo che si guarderebbe di offendervi, che non vi recherebbe volontariamente nessun dispiacere, che proverebbe pena se credesse di averne proccurata a voi, che in una parola o sarebbe sempre vostro, o mostrerebbe sempre di esserlo, e tornerebbe presto e veramente a voi, quando anche l'animo suo se ne fosse mai allontanato per qualche momento. Dite al Papà e a Carlo che ho ricevuto le ultime loro dei 13 e dei 14, e che ho scritto all'uno e all'altro cogli ultimi due ordinarii. Dite a Carlo che Donna Marianna ha ricevuto la sua musica, e lo ringrazia; che ne ha parlato in tavola, e che il Zio Carlo ha detto di volerla sonare anch'esso. Quanto allo spartito non ho detto niente, e però giungerà nuovo. La Dionigi, di cui mi domandate, è una schifosissima, sciocchissima, presuntuosissima vecchia che m'ha veduto una o due volte in casa sua, e non mi ci vedrà più finchè vive. Lucrezia è veramente molto amabile, e d'un tratto facilissimo, senza affettazione, che obbliga tutti e non distingue nessuno. Ci fui col Zio Momo appena arrivato. Mi disse che sperava di rivedermi qualche volta presso di lei. Tornai di là ad alcuni giorni, e da un'anticamera esteriore sentii un bell'accoglimento che mi fece il marito nel ricevere l'ambasciata. Lucrezia mi trattò con ogni possibile finezza, ma io ho sempre osservato il proponimento che feci di non tornarci mai più. Addio cara Paolina mia. Stammi bene, e non ti curare d'essere una gamba mia, come dici, chè adesso ti converrebbe di faticare bestialmente, e di mandare ogni giorno al diavolo le selci e i fanghi e l'eternità delle strade di questa città eterna. Io t'amo. Salutami tutti, e particolarmente la Mamma e Luigi. Dì anche una parola per me a D. Vincenzo. Marietta ti saluta, e credo che ti scriva.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Carlo L. (1823)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>
                  <add resp="ed">Roma</add> 22 Marzo 1823.</date>
            </opener>
            <p>Carlo mio. Ti ringrazio infinitamente della tua cara dei 13 che giunse qui due interi giorni dopo l'ordinario, e dell'altra carissima dei 16 che ricevetti subito. Devi certamente ridere, come io fo, della filologia, della quale mi servo qui in Roma, solamente per le ragioni che ti dissi altra volta, e servendomene, sempre più ne conosco la frivolezza. In particolare poi l'articolo che ti ho mandato è una vera coglioneria, ma sebbene il metodo ch'io v'ho tenuto è appunto quello che s'usa da' tedeschi, non perciò dovete credere che il Ministro, lodando l'articolo, abbia avuto o unicamente o principalmente in vista il metodo. Anzi di questo non mi ha nemmeno parlato; mi ha bensì parlato di altri pregi ch'egli ci trova, dei quali non vale la pena di fare altro discorso. Qualche giorno dopo la prima <foreign lang="fra">entrevue</foreign> ch'ebbi col Ministro, ricevetti un biglietto, dove colla maggior gentilezza e premura possibile, mi diceva in sostanza che aveva parlato di me al Segretario di Stato, che questi non era alieno dal provvedermi, che intendendo la mia avversione al sacerdozio, gli aveva domandato se mi risolverei di prender l'abito di Corte, il quale mi avrebbe aperto la strada ad impieghi ed onori. Mi consigliava a mandargli senza dilazione una supplica pel Segretario di Stato, e concludeva chiamandomi suo collega filologo. Io non so quello che voi pensiate della prelatura. Oramai l'animo nostro è in istato di lasciar da parte il bello per attenersi all'utile. La carriera prelatizia in verità offre presentemente grandissimi vantaggi, massime a un nobile, perchè c'è grande scarsezza di Signori che si mettano in questa carriera, e il Segretario di Stato ama che certe cariche siano esercitate da nobili. Sicchè si può sperare in breve e forse anche di primo lancio una Delegazione, e quindi un avanzamento pronto, ec. ec. Io mi trovava confusissimo, trattandosi di decidere <foreign lang="lat">de agenda vita</foreign>, e di far la scelta dello stato, e questo in poche ore. Comunicai il biglietto ai due Zii, e non posso negare che le loro viste non mi abbiano giovato, se non altro, perch'essi potevano parlare a sangue freddo. Tutti tre insieme discutemmo la cosa, in modo che almeno io non mi potrò pentire di non averla pensata abbastanza. In somma è quasi certo che s'io avessi voluto farmi prelato, tu fra poco avresti sentito che tuo fratello in mantelletta se n'andava a governare una provincia. La grande spesa ch'è necessaria per mettersi l'abito paonazzo, si sarebbe sostenuta con un imprestito, che qui si sarebbe trovato facilmente, quando si fosse avuta la carica, o l'assicurazione della carica. Io mi diedi un'occhiata dintorno, e conchiusi di non volerne saper niente. Le ragioni, che ti potrei dire, son molte: io credo che tu convenga con me; in caso diverso, assicurati almeno che io non presi questa risoluzione per irresoluzione e poco coraggio: ma perchè da molto tempo, e prima di venir qua, e molto più dopo venuto, io ho fatto questa deliberazione che la mia vita debba essere più indipendente che sia possibile, e che la mia felicità non possa consistere in altro che nel fare il mio comodo. La mia natura porta così, e me ne sono accertato per tante esperienze che non ne posso più dubitare. Posto dunque che io doveva cercare un impiego secolare, dopo averli passati tutti in rivista, ci assicurammo che non v'era alcuno che mi convenisse, se non quello di Cancellier del censo. In questo uffizio tutti i posti sono occupati, ma al Segretario di Stato non manca modo di sgombrarne uno, trasferendo l'occupante a qualche altro impiego tra la gran moltitudine che se ne trova in questo governo. Fui la sera stessa dal Ministro; convenimmo insieme, ed avendogli poi mandata la supplica, dov'egli volle che facessi alcune modificazioni, me la rimandò, com'eravamo rimasti, con una sua lettera e raccomandazione al Segretario di Stato, e con un suo biglietto all'Abate Capaccini Minutante ec. che doveva presentar la supplica. Dopo una giornata intiera di sudore, nella quale non pranzai, feci quattro volte la strada di Monte Cavallo con un sole che smagliava, e in ultimo non conclusi nulla; finalmente la mattina dopo essendomi alzato a giorno, e fatta altre due volte la stessa strada, potei vedere l'Ab. Capaccini, e consegnargli il plico, intorno al quale mi diede buone speranze. I miei Zii dicono che un impiego non mi può mancare: io fo conto che tutto questo sia una burla, e spero in questo caso d'essere più contento di prima. Intanto s'è indicato all'Ab. Capaccini un impiego vacabile a Giugno, nel quale non sarà difficile di trasferire qualcuno dei Cancellieri del censo attuali.</p>
            <p>Tutta questa storia, della quale sarebbe inutile il pregarti a non far parola con alcuno nè di casa nè di fuori, te l'ho raccontata così minutamente per osservare il patto che abbiamo insieme di communicarei tutte le cose nostre. Carlo mio, se tu m'ami, credi ch'io non t'amo meno, e che in verità di giorno in giorno vo sempre più desiderando la tua compagnia, e sentendo il bisogno di te. Sarebbe forse vano ch'io mi sforzassi di persuadertelo, perchè ti conosci abbastanza e conosci me parimente, e sai che un par tuo non si trova, e ch'io non son fatto per conversare con chi non m'intende, e molto meno per amare chi non m'ama. Ti potrei dire infinite cose amorosissime; o piuttosto te le vorrei dire, ma non saprei; e dall'altro canto l'amor nostro è così vero e naturale che par che fugga o non si curi d'essere espresso con le parole. Io vivo qui molto indifferentemente, non tratto donne; e senza queste nessuna occupazione o circostanza della nostra vita ha diritto di affezionarci o di compiacerci. Io me n'assicuro per esperienza, e posso giurarti che la conversazione o spiritosa o senza spirito m'è venuta in un odio mortale. Tutto è secco fuori del nostro cuore: e questo non si esercita mai: vada al diavolo la società. Addio, Carluccio. Salutami tutti.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Carlo L. (1823)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>Recanati 27 Marzo 1823.</date>
            </opener>
            <p>Caro Buccio. Dopo l'ultima tua sto in aspettazione ad ogni momento di sentire che hai avuto un posto di Cancelliere del Censo. Tu ne consideri la probabilità come molto lontana, ma io son di tutt'altro parere, non per le assicurazioni dei Zii, ma perchè abbiamo visto coll'esempio di Camillo, che quando la prima istanza ha un buon appoggio, l'insistenza fa vincere infallibilmente presto o tardi. E veramente non so perchè vogli essere tanto incredulo, quando non mi puoi negare che la risposta la più sfavorevole che si possa avere, sarà una promessa indefinita di averti a calcolo; e con un poco di fatica si deve riuscire a farsela mantenere. Io trovo in ciò molti vantaggi per te, giacchè è impossibile che ti tocchi un paese peggiore di Recanati, non sarai più tenuto a mezzo paolo il giorno, e potrai sempre passar qualche mese a Roma, o dove più ti piacerà. Sinceramente poi mi rallegro con te, perchè non ti sei fatto dare la <hi rend="italic">prelazione</hi>. Ho ripreso la tua lettera per vedere quali ragioni mai adducevi in difesa di questo bello stato; ma ho trovato che in sostanza tu non dici altro, se non che non ci hai più quel controgenio di una volta. È ben naturale che cotest'aria te l'abbia fatto passare; perchè, in quanto al disinganno e al progresso delle cognizioni sulla vita, io che, da quanto mi pare, tu metti in grado uguale al tuo, non mi sono niente mutato su questo punto. Osservo ancora che per i desiderj di un tuo pari la prelatura non offre niente, perchè, prima, già l'ultima mèta si limita a divenir Cardinale (bel ceto, per Dio!), poi, per quanto si voglia esagerare la celerità delle presenti corse, sempre è certo che, poco più poco meno, prima di una certa età avanzata non si dà cappello. E intanto che si fa? Si sta bollati e confinati in una città di provincia, vivendo meschinamente per riparare l'impronto che si è dovuto fare. Le nunziature (soli posti nel nostro Stato, di cui un diplomatico del resto del mondo possa non ridere) non sono per voi, perchè non siete ricco; e poi bisogna esser Vescovi: insomma si conclude che la prelatura non dà se non da vivere; e questo non è quello che cerchiamo; vi rende schiavo per l'abito, schiavo per il posto, e per trovarci qualche compiacenza, bisogna assolutamente aver sortito dalla natura una di quelle ambizioni vili, l'espressione di cui, secondo me, ha lasciato la più gran macchia sul carattere di Cesare.</p>
            <p>Devo avvisarti che col penultimo ordinario Babbo ricevè una lettera dal Zio Carlo, in cui gli raccontava che tu avevi presentato un Memoriale ec., e che avresti sicuramente ottenuto il tuo intento. Egli ne parlò, me assente, alla Società del Camminetto, e disapprovò, sebbene moderatamente, dicendo che non gli sembrava niente di vantaggioso per te, perchè non ti concedeva lo stare in Roma ec. Ho poi creduto di notare che non gli sia piaciuto di vedere che tu gliene tieni perfetto silenzio: almeno avea detto antecedentemente di volerti scrivere nell'ordinario scorso, e poi non l'ha più fatto. Io credo che tu non abbi preveduto questo caso, e che abbi sperato di poterlo tenere all'oscuro fino al tempo dell'esito, dopo di cui lo avresti ragguagliato</p>
            <p>Senti quel che Paolina mi commette di dirti. Non so come Mamma abbia saputo, o pretenda di aver saputo, che il Cav. Marini, con cui tu scrivesti di essere in qualche relazione, è un uomo vedovo che cerca di riprender moglie, e la vuole savia, ben educata, in somma distinta dal resto delle donne per le qualità morali; della dote poi non fa gran conto. Siccome, se tutto ciò fosse vero, potrebbe averla trovata in Paolina, questa desidera che tu ci dici <hi rend="italic">(sic)</hi> se egli è uomo passabile, e se per il suo fisico, per la sua età, il suo avere, sarebbe sacrifizio comportabile ad una donna lo sposarlo. Sai che la povera anima è accostumata da gran tempo all'idea dei sacrifizj, ma non le è ancora permesso il farne: Roccetti non ha detto più nulla: si aveva in vista Oswaldo Carradori, ma l'indolenza onnipotente ritiene ancora le cose poco più avanti del pensiere.</p>
            <p>Io sto combattuto fra le difficoltà di confessarti una cosa di cui ho scrupolo, e lo scrupolo anche maggiore di avere un segreto per te. Questo secondo la vince. Sarà una settimana e mezza che faccio l'amore, di quello finto però, mentre il vero è sempre per Mariuccia, e sento continuo rimorso, ma la primavera m'ha vinto: non ho potuto fare a meno di dare un oggetto alle mie passeggiate. Ella è la figlia del Sig.r Venanzo G..., quel bocconotto notturno che tu devi aver conosciuto; va via dopo Pasqua. Ho una libertà grande, e t'assicuro che imparo <hi rend="italic">molte cose</hi>. Essa cerca, come puoi credere, di gabbarmi; ma un'altra cosa che puoi credere è che il meglio che le possa accadere sarà di non restar gabbata; ciò che, <hi rend="italic">fanfaronnade à part</hi>, finora non ti garantisco. In quanto al grado che occupa nel termometro del p...., ho stentato un poco ad accertarmene, e la mia opinione era che stasse più in alto; ma ora mi sembra di aver conosciuto che non stia più avanti di Chiarina S....: grand'imprudenza, gran civetteria; perfetta cognizione di tutto quel che riguarda...., ma questa più per il contorno, che per l'esperienza. Mi ha detto che si trovava a Belforte il giorno che tu vi passasti avanti, nel tuo viaggio verso Roma, e che vide il tuo legno.</p>
            <p>Mi divertì il racconto del tuo affare con Missirini, e piuttosto mi piacque, perchè è sempre bene far chiasso, non importa come. Una cosa che decisi di dirti nel legger l'ultima tua, è la pena che mi fece il sentire quanto hai dovuto stentare per fare il primo passo relativo al tuo Memoriale; ti giuro che mi sentiva accendere il viso al racconto del tuo sudore. Buccio mio, spero che non sarà gettato, e con ciò mi consolo: se fossero necessarie delle nuove fatiche, ti prego a volerle fare per amore di quelle che hai già fatte. Fa una buona Pasqua, e sta attento al <foreign lang="lat">Miserere</foreign> di San Pietro; mi saprai poi dire, quando ci rivedremo, se corrisponde all'idea che ne dà Madama di Staël. Addio, caro; voglimi quel bene che ti voglio.</p>
            <p>Ho domandato a Peppe chi è il Ministro di Prussia: egli mi ha risposto che è Niebuhr: se è vero, non mi fa specie che ti sia riconoscente di averlo citato.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Carlo L. (1823)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>Roma 27 Marzo 1823.</date>
            </opener>
            <p>Caro Carlo. Ier sera ricevetti il tuo piego colla tua lettera acclusa. In questo momento ho presentato il piego a D. Marianna, la quale insieme col marito è rimasta molto sorpresa e, com'essa dice, confusa di questo tuo regalo: ha riso dell'attenzione che hai avuta di scriverci <hi rend="italic">Teatro Argentina</hi> ec., e m'ha pregato molto di ringraziarti, aggiungendo che prova pena in accettare questo tuo dono, considerando la gran fatica che ti dev'esser costato, l'eleganza dell'esecuzione, la spesa ec. Andava a presentarlo a Marietta, dicendo di volerlene fare un'improvvisata. Io ti scrivo in grandissima fretta. Già ti scrissi coll'ultimo, e m'accorgo d'essermi dimenticato di parlarti del tuo piego, che ancora io non avea ricevuto. Ti scriverò poi con più agio, e di questo e dell'altre cose delle quali ti parlai nell'ultima mia. Sono molto affaticato e stanco, massimamente che questa mattina ho dovuto contentarmi di non pranzare quasi affatto. Voglimi bene e scrivimi, ed aspettami, per quanto io sento, fra poco.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Monaldo L. (1823)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI MONALDO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>Recanati, 28 Marzo 1823.</date>
            </opener>
            <p>Mio carissimo Figlio. Ho letto con interesse l'accadutovi al pranzo di Mai, e per quanto mi dispiaccia il rammarico del Panegirista del buon Canova, vedo che questo fattarello non deve avervi impicciolito nella opinione e nella conversazione di chi ne parlò. Voi però non lo vorreste accaduto, perchè veramente passa il cuore amareggiare e quasi offendere chi non ci ha fatto male.</p>
            <p>Una confidenza. Il Cavaliere Antici mi propone il signor Cav. Marini come sposo della nostra Paolina con dote di scudi 8000, pagabili a comodo, correndo i frutti al 6. Prescindo dalla dote che non potrei dare, nè tanta, nè così; giacchè tanto è pagarne i frutti, quanto sborsarla subito; ed io attualmente non posso sottopormi all'annua passività di scudi 480. Di questa scriverò al Cavaliere. Non parlo della condizione che nel Cav. Marini suppongo onesta, e che in ogni modo egli ha nobilitata con li suoi talenti e virtù. Parliamo del suo fisico, e del suo carattere. Io lo conobbi nel 1801; ma 22 anni cangiano la faccia del mondo, non che quella di un uomo. Paolina è saggia, ma alla fine è una giovane. Vi pare che egli fosse tale, se non da invaghirla, almeno da non dispiacergli? Il suo umore qual'è? In che cosa consistono, all'ingrosso, le sue finanze? Ditene quanto credete, e concludetemi se vi pare che, combinandosi l'interesse, dovessi coltivare questo trattato.</p>
            <p>Oggi è l'anniversario della morte di Gesù Cristo. Se non la crediamo, abbandoniamo tante smorfie infruttuose; ma se la crediamo, avviviamo la nostra riconoscenza e profittiamo di quel sangue che ha ricomprata la nostra salute. Io, Figlio mio, la credo, e da questo sangue prezioso attendo il perdono dei miei molti peccati. Iddio che tanto generosamente ha patito per noi, sigilli la sua santa Fede nel cuore di tutti voi, miei figli, e dandomi qui in terra la gloria di vedervi suoi sinceri adoratori, mi dia in Cielo il gaudio di vedervi tutti sublimati in un seggio assai più alto di quello, al quale può aspirare la mia miseria. Addio. Tutti stiamo bene. Abbiate la benedizione e gli abbracci del vostro affettuosissimo Padre.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1823)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>Roma 2 Aprile 1823.</date>
            </opener>
            <p>Amatissimo Sig. Padre. Rispondo all'ultima sua carissima del 28 dello scorso. Il Cavalier Marini all'aspetto è un uomo d'età fra i quarantacinque e i cinquant'anni; di viso non affatto giovanile, ma niente vecchio; fisonomia molto amabile e per lo più ridente; occhi vivi; colorito sanissimo; complessione forte; statura mediocre e personale proporzionato. Tutto insieme, avuto riguardo al solo fisico, è dieci volte più amabile di quel che fosse Peroli. Ma perchè gli uomini si rendono aggradevoli colle maniere molto più che col semplice aspetto, le dirò che le maniere del Cav. Marini sono piacevolissime, e che il Cav. avendo sempre trattato e trattando con ogni genere di persone, ed anche nella Corte, possiede ottimamente l'arte di farsi amare. Quanto al carattere, io non saprei desiderare in lui cosa alcuna; anzi trovo in lui molto più e molto meglio di quello che avrei mai potuto sperare in un uomo di mondo e di lettere. Il Cav. è disingannato affatto del mondo e della società, ed ella se lo deve immaginare principalmente sotto questo aspetto. I suoi piaceri e i suoi desideri sono l'amicizia sincera, la pace domestica e i sentimenti del cuore che in lui sono vivissimi. Amava svisceratamente la sua moglie benchè zoppa e brutta, e s'attristò della sua morte in modo che non trovava consolazione: io stesso l'ho veduto piangere sopra la sua perdita, due mesi e più dopo accaduta. D'allora in poi è stato sempre, ed è ancora, occupato ad onorare la memoria della sua compagna, con busti in marmo, iscrizioni, elogi che fa comporre da' suoi amici. Pochissimo si diverte; attende per lo più agli affari del suo impiego, ed agli studi, nei quali consiste la sua principale ambizione: ma con tutto ciò non manca ai doveri sociali, e non trascurerebbe certo i riguardi che si dovessero alle inclinazioni giovanili d'una sua sposa, anzi sarebbe impegnatissimo di proccurarle tutti i passatempi convenienti, e di prendervi parte, e soddisfare anche all'ambizioncella naturale alle donne in una città grande: perchè il suo carattere è veramente moderato, e formato dall'esperienza e dalla cognizione degli uomini. Mi par molto religioso: certamente la sua condotta pubblica in questa parte è esemplare; e i suoi discorsi anche i più confidenziali lo dimostrano espressamente Cristiano. Quanto alle sue finanze, io posso dirle, che tra' suoi pari, è de' più ricchi, e fa continuamente delle spese che non si farebbero forse in provincia dalle più ricche famiglie. So di alcuni suoi fondi nelle vicinanze di Roma o nell'interno; ma credo che la maggior parte della sua possidenza (oltre l'emolumento considerabile del suo impiego) consista in danaro. È per dare alla sua figlia (ch'è sola, e in trattativa di matrimonio) ventimila scudi di dote. Più di questo non posso dirle per ora, ma non mancherà poi modo d'informarsi meglio. So di certo che, riprendendo moglie, farà molto più caso delle qualità morali e intellettuali della persona, che della dote. Farà anche caso della nobiltà, della gioventù, e delle qualità fisiche: ma credo nel punto dell'interesse non sarà molto esigente; e in qualunque modo, egli è così trattabile e così ragionevole, che secondo me, sarà molto facile il ridurlo su questo articolo, quando anche presentemente egli avesse delle viste superiori a quelle che si richiederebbero nel caso nostro. Certo è che il Cavaliere non è niente attaccato al danaro, e cerca la sua felicità per tutt'altra via. Da tutto questo le sarà facile di tirare quella conchiusione ch'Ella mi domanda, se questo trattato sia da coltivarsi o no. Io lo credo convenientissimo ad ambe le parti: e mi persuado che sia fattibilissimo dal lato del Cavaliere. Dal lato di Paolina spero che debba esserlo altrettanto; e che i molti e grandi vantaggi di questo partito debbano compensare appresso di lei quel poco di gioventù ch'è l'unica cosa che manchi al Cavaliere. I vantaggi, com'Ella ben vede, sono, vivere in una capitale, al fianco di un uomo ricco, amato e considerato da chi comanda, buono, di molto spirito, prudentissimo, interessatissimo alla felicità della sua sposa, cordiale, religioso, compiacente, non per dabbenaggine ma per riflessione per carattere e per sentimento. Di più la facilità di accomodarsi circa l'interesse, che in questi tempi e nelle date circostanze è pur molto, massimamente trattandosi di un paese che non sia di montagna, e molto più, di una capitale.</p>
            <p>Scrivo tutto ciò per ubbidirla, e sottomettendo queste mie opinioni al suo giudizio, com'è naturale. Poco dopo ch'ebbi letta la sua lettera, il Zio Carlo mi fece sotto un altissimo secreto la confidenza della proposta ch'egli le aveva fatta, e ch'io dissimulai totalmente di sapere.</p>
            <p>La nostra partenza, cioè del Zio Girolamo e mia, par fissata agli ultimi dell'entrante. Credo che possa piuttosto essere anticipata che differita: così almeno mi par d'intendere. Non è necessario ch'io le significhi con quanto affetto e desiderio giungerò a rivederla e baciarle la mano, come fo presentemente di qua, pregandola a benedirmi e credermi il suo affezionatissimo figlio Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Carlo L. (1823)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>Roma 5 Aprile 1823.</date>
            </opener>
            <p>Caro Carlo. Ti felicito sommamente del tuo nuovo amore; e altrettanto mi dispiacerebbe che a Pasqua fosse cominciata per te la Quaresima. Veramente non so qual migliore occupazione si possa trovare al mondo, che quella di fare all'amore, sia di primavera o d'autunno; e certo che il parlare a una bella ragazza vale dieci volte più che girare, come io fo, attorno all'Apollo di Belvedere o alla Venere Capitolina. Ti scrissi ultimamente sopra il tuo piego, e l'accoglienza che gli aveva fatta Donna Marianna. Non so se quella mia lettera ti sia capitata. So bene che la tua de' 27 Marzo è giunta qui un ordinario più tardi del giusto, cioè ai 3 d'Aprile, o sia coll'ultimo corriere. Aggiungo adesso che Mariuccia è stata molto contenta del tuo dono, e mi ha pregato più d'una volta di ringraziartene tanto. So che si diverte molto a suonare questa tua musica, la quale le piace assai, e che n'ha imparato parecchie arie, ed alcune ne canta, ma non in presenza mia, sicchè non ti posso dir quali siano.</p>
            <p>Io credeva che tu sapessi il nome del Ministro di Prussia. Vedi ora che l'impegno da lui preso per me, non è poi tanto casuale come tu mi dicevi, giacchè io scrissi quelle bagattelle latine ad effetto espresso d'introdurmi nella conoscenza di Niebuhr, come mi riuscì. L'ultima volta ch'io lo vidi, mi disse ch'era tornato a parlar di me con Capaccini, il quale l'aveva assicurato ch'io non poteva mancare d'esser provvisto. Bellissime parole. Il Ministro è partito per sempre il Sabato santo. Mi dispiace moltissimo che il Zio Carlo abbia informato mio padre dell'affare, e mi dispiace perchè da una parte è impossibile che mio padre approvi mai nessun passo fatto per levarmi stabilmente da Recanati; dall'altra parte è facilissimo ch'egli e i miei Zii, mossi e persuasi subito da lui, vogliano mettere, senza mia intervenzione o saputa, le mani in pasta, e rovinare il negozio. Del che mi pare di accorgermi da alcune parole del Zio Carlo, che finora ha approvato tutto il fatto da me su questo particolare, e adesso la mastica. E qui forse comincieranno le orditure secrete che manderanno ogni cosa al diavolo: buzzarate infami, ch'io non so come sopportare nè come impedire. Ma tu frena in questo, ti prego, il tuo carattere e non dare in scartate su questo proposito colla Mamma, nè mostrare ad alcuno ch'io t'abbia mai scritto circa questo punto. Te ne prego caldamente; e sotto un altro pretesto scrivo oggi a mio padre, e gli dico intorno all'affare quello che mi par conveniente. Già da più parti m'è arrivato all'orecchio che il Segretario di Stato m'ha offerto la mantelletta e ch'io l'ho ricusata, e altre tali ciarle fottute, sparse dal Zio Momo, bench'io l'avessi già scongiurato a non dir niente; ed abbia sempre fatto grandissima forza per impedire che si discorresse di questo in tavola; dove tu non puoi credere che maledetto ciarlare che si faccia, in presenza dei ragazzi e dei servitori, sopra tutte le cose della famiglia che dovrebbero esser più secrete e gelose.</p>
            <p>Quanto al Trattato di Paolina, scrissi lungamente coll'ultimo ordinario a mio padre, che me n'aveva interrogato sotto gran confidenza. Siccome credo che la mia lettera sarà stata comunicata alla Mamma almeno, e dalla Mamma a Paolina, perciò non ripeto quello che vi si conteneva. Solamente ti dico che i vantaggi di questo partito sono tanti e tali, che non solamente compensano, ma quasi annullano il sacrifizio ch'esso richiederebbe da Paolina: sacrifizio molto comportabile perchè Marini, benchè non giovane, è fresco, sano e forte, ed anche considerando il solo esteriore, è venti volte più amabile di Peroli. Ma di ciò parleremo pienamente a voce, e per parte mia non mancherà che il Trattato, se è possibile, abbia effetto. Ne scrivo anche oggi a mio Padre. Salutami Paolina e confortala a star di buon animo. Tu godi della bella stagione, e forse agli ultimi di questo la godremo insieme. Non serve che ti dica quanto io desideri di trovarmi con te. Lascio per la fretta molte altre cose che ti vorrei dire in risposta alla cara tua.</p>
            <p>Non dite ad alcuno l'epoca della partenza del Ministro di Prussia che vi ho scritta qui dietro. Questo vostro silenzio m'è necessario per un'espressione ambigua ch'io metto nella lettera a mio Padre, <hi rend="italic">ec. ec.</hi>
            </p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1823)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>Roma 5 Aprile 1823.</date>
            </opener>
            <p>Carissimo Sig. Padre. Coll'ultimo ordinario risposi dettagliatamente alla sua graziosissima dei 28 Marzo. Ora debbo avvertirla che il Cav. Marini, avendo ricevuta, com'Ella certamente già sa, la nota proposizione di matrimonio, si è confidato segretissimamente su questo panto col mio cugino Melchiorri, ch'è suo intimo; e questo, non avendo alcuna cosa segreta per me, mi ha riferito il suo discorso, quantunque il Cav. l'avesse pregato di tacermelo. Il Cav. è molto propenso a questo trattato, e benchè sul momento non si trovi all'ordine di venire alle seconde nozze, desidera che l'affare non manchi di effetto. Stima molto la parentela, ed è contentissimo dell'educazione, delle qualità morali, e dello spirito della giovane, secondo i ragguagli che ne ha potuto avere. Conosco che mi usa più buone grazie del solito, anzi ultimamente m'invitò a pranzo. Mio cugino mi assicura che il Cav. sarà trattabilissimo circa la dote, e che anche sopra di questa si è spiegato con lui in genere, molto favorevolmente. Ho creduto di doverla informare di tutto questo, e di non far torto con ciò a mio cugino che mi ha pregato di non parlarne ad alcuno: come anche ho creduto di doverlo intieramente tacere al Zio Carlo. So che questi le ha scritto del Memoriale che ho fatto presentare al Segretario di Stato per consiglio e col favore del Ministro di Prussia. Se il Ministro mi avesse lasciato tempo di chiedere a Lei i suoi consigli e il suo piacere, non avrei voluto che alcuno l'informasse di questo affare prima di me. Ma trovandosi allora il Ministro sul punto di partire (come è partito già da parecchi giorni), mi disse espressamente che non v'era luogo a dilazioni, e però mi convenne decidere dalla mattina alla sera circa l'impiego che s'aveva a domandare; e dentro due giorni portare il Memoriale in Segretarìa di Stato. Non potendo interrogar Lei, consultai la cosa coi miei due Zii, e volendo il Ministro ch'io domandassi qualche impiego specificato e non in genere, mi decisi per quello di Cancelliere del censo, non solamente perchè così parve ai miei Zii, ma perchè credetti che così piacesse anche a Lei, avendomi detto spesso la Mamma che questo era l'unico impiego che mi convenisse. Presentato il Memoriale, e non restando a far altro per parte mia, non nego ch'io ebbi in animo di farle una sorpresa al mio ritorno, raccontandole il tutto a voce. Ora sapendola già informata, non voglio più mancare di scriverlene io stesso, e quantunque da una parte io non creda che si possa molto sperare da una protezione già lontana, dall'altra parte non veda qual altro passo utile si possa fare, contuttociò desidero ch'Ella si compiaccia di darmi su questo proposito i suoi consigli e i suoi ordini, che avrei già domandati antecedentemente, se dopo presentata la Supplica, avessi creduta o utile o possibile qualche altra pratica, o se avessi dovuto fare qualunque passo ulteriore.</p>
            <p>Tutti stiamo bene, e da quindici giorni e più, abbiamo un bellissimo tempo. I Zii la salutano. Io la prego a benedirmi, e continuarmi l'amor suo, e baciandole la mano mi ripeto Suo affettuosissimo figlio Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="A B.G.Niebuhr (1823)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A BERTOLDO GIORGIO NIEBUHR - NAPOLI.</hi>
               </salute>
               <date>Roma 9 Aprile 1823.</date>
            </opener>
            <p>Eccellenza. Mi sarebbe di grandissima confusione e rammarico il turbare le occupazioni di Vostra Eccellenza e per questo timore scrivo brevemente, ma pure ardisco di scriverle per supplire con questo agli uffici che non potei fare a voce coll'E.V. augurandole un prospero viaggio, ricordandole la mia indelebile riconoscenza, e supplicandola ad onorarmi de' suoi comandi in quelle cose dov'Ella non mi credesse affatto inabile a servirla.</p>
            <p>V.E. ebbe la bontà di promettermi che mi avrebbe proposto un lavoro filologico al quale Ella giudicava che mi sarebbe stato utile e conveniente l'applicarmi. Quando le occupazioni di V.E. le daranno luogo e comodità di significarmi il suo pensiero, attenderò da Lei quest'altro segno della sua generosità verso di me.</p>
            <p>Forse non sarà discaro a V.E. l'intendere che ultimamente ho trovato e trascritto nella Biblioteca Barberina il supplemento d'una gran lacuna della famosa orazione di Libanio <foreign lang="grc">ὑπὲρ τῶν ἱερῶν</foreign> il qual supplemento equivale incirca ad una quinta parte dell'orazione.</p>
            <p>Il mio indirizzo, che Vostra Eccellenza si compiacque di domandarmi, è dalla parte di Napoli, <hi rend="italic">Macerata per Recanati</hi>, e dalla parte d'Oltremonti, <hi rend="italic">Recanati par Ancone</hi>. Io sarò ancora in Roma altre due o tre settimane, alla fine delle quali tornerò al silenzio ed all'oscurità della mia patria.</p>
            <p>Non so quale strada abbia destinato Vostra Eccellenza di tenere al suo ritorno di costà. Nel caso che questa fosse quella d'Ancona, Vostra Eccellenza farebbe a mio padre ed a me un nuovo favore segnalatissimo, se non isdegnasse di onorare colla sua presenza e con quella della sua rispettata famiglia la casa di mio padre, scegliendola, nel passaggio, per luogo di sua fermata. Se io non ardisco lusingarmi che questo mio desiderio e questa mia preghiera abbiano effetto, spero almeno che Vostra Eccellenza voglia perdonare la libertà che ho preso di esporle l'uno e l'altra, ed aggradire i vivi sentimenti di devozione e d'ossequio, con cui passo all'onore di confermarmi di Vostra Eccellenza umilissimo obbedientissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Carlo L. (1823)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>Recanati 10 Aprile 1823.</date>
            </opener>
            <p>Buccio mio. Ho ricevuto in regola tanto la tua cara dei 27 passato che quella dei 5 corrente. Ti ringrazio delle notizie che ti sei preso la premura di darmi intorno all'esito della <hi rend="italic">Donna del Lago</hi>. Relativamente al tuo affare, quantunque i tuoi dubbj sull'intervenzione paterna non manchino, in genere, di fondamento, mi sembra di aver potuto scoprire dai discorsi di Mamma che per questa volta non ci sia niente; anzi, se si deve credere a quel che mi ha detto espressamente, entrano nelle tue viste, e desiderano come te, che ottieni l'impiego. Della prelatura qui pare che nulla sia traspirato; ma è dunque vero che il Segretario di Stato te l'ha offerta, come rilevo dalla tua ultima? Nell'altra in cui me ne parlasti, mi facesti intendere che fosse un progetto, non un'offerta per parte così alta. Abbiti i miei rallegramenti pel rifiuto, in cui trovo tutti i vantaggi per te, e maggior onore. Senti una bùzzara che ci succede. Ti ricordi forse che Luigi prima della tua partenza faceva un tantino l'amore con Carolina Fedeli. Quest'inverno è andato, e va quasi ogni notte a discorrer con lei sotto la finestra. Siccome in questo paese niente può restare un pezzo occulto, se n'è andato discorrendo, tanto che Luigi Galamini ha creduto di poter profittare di quest'intrigo per far Luigi suo ruffiano con M. Mazzagalli, e glie l'ha fatto proporre. Figùrati l'indegnazione di Luigi; pure, risovvenendosi che la simulazione potea fare al caso, prese tempo per venire a domandarmi parere. Lo stato in cui si trova presentemente la relazione di Galamini con M.a è questo. So di certissimo che ora ella non se ne cura, come ti proverò a suo tempo; non so poi se se ne sia mai curata, e se il presente non sia un dispetto donnesco. Galamini questo Carnevale ha fatto l'amore con una sposa Anconitana cognata della Condulmari in un modo così goffo e ributtante, che fu uno scandalo generale, anche dei forestieri come Roccetti, i suonatori ec. Egli allora pretese di aver avuto relazione per lettera con M.a, ma che si era seco disgustato perchè alla domanda della sua mano essa avea risposto che non potea contraddir la madre ec. Questo è quello ch'io voglio saper se è vero, e per cui tengo a freno Luigi. Intanto Galamini cerca un abboccamento con Luigi. L'altra sera lo trovai intorno a casa che discorrea con Fagotto; feci la ronda, chiamai a suo tempo costui, e mi feci confessare cosa volea. Siccome il coglione non avea nemmeno avuto la prudenza di nasconder l'oggetto per cui volea Luigi, io spiegai tutto a Fagotto minacciandolo ben bene se parlava. Luigi non s'esporrà, com'è naturale, a parlarci, ma se si può, gli farà trarre di bocca dei schiarimenti sul passato; se no, prenderà la lettera, e glie la rimanderà dopo essercisi pulito il c... ovvero la metterà in mano di Peppe o di Zia Isabella, se questi si vedranno capaci di far qualche passo; e contemporaneamente gli farà tenere come risposta di M.a un foglio d'improperj per sollievo del suo stomaco. Allora leverà la maschera con Carolina, e tutti due faticheremo per far la cosa più pubblica che si potrà. Puoi credere qual sia la mia rabbia; quella di Luigi non è minore: ma questa volta non l'inghiotto, la vomito per Dio.</p>
            <p>Dopo domani parte la mia ragazza: fortuna che questa volta tu non parti con lei, anzi invece vieni a consolarmi col tuo ritorno. Fuor di burla: come non v'è confronto nel mio cuore fra quella e questa, così non v'è fra il dispiacere di vederla partire, e il piacere di riunirmi a te, mio caro Buccio. Voglimi bene questi altri quattro giorni, dopo i quali non vi sarà più il rischio della lontananza.</p>
            <p>Ti abbraccio con tutto il cuore, e ti raccomando il tuo Carlo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Monaldo L. (1823)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI MONALDO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>Recanati, 11 Aprile 1823.</date>
            </opener>
            <p>Mio carissimo Figlio. Mi è di moltissima compiacenza quanto mi dite del Cav. Marini, e supponendolo moderato nelle pretese dotali, mi pare che altra difficoltà non dovrebbe insorgere, giacchè nè egli spiacerà alla nostra Paolina, nè questa dovrebbe spiacere a lui. Non comprendo perchè il Cav. Antici non mi abbia scritto cogli ultimi due corsi, potendo ciascuno di essi portarmi il riscontro alla mia, con la quale, chiedendo alcune spiegazioni, aderivo lietamente alla sua proposizione; ma qualunque sia la causa del silenzio, sarà certamente in coerenza con la sua abituale cordialità, e con quella particolarmente dimostratami nell'incontro presente. La Supplica da voi data al Segretario di Stato per ottenere una Cancellerìa del Censo, nè mi compiace nè mi rattrista; e però non ve ne scrissi spontaneamente, apprendendola dal Cavaliere. Quell'ufficio è indifferente, e non disonora nè compromette l'esercitarlo. Perciò, quantunque fosse per riuscirmi assai ed incredibilmente doloroso il vostro allontanamento, non potrei ragionevolmente contradire ad una collocazione, la quale procurasse il vostro contento. Altronde mi pare che non avrà facilmente questo risultato, e che ottenendola ve ne troverete prestamente pentito. Voi non desiderate quest'ufficio per sè stesso, ma come mezzo ad occuparvi e di soggiornare in paese migliore di questo. La occupazione del Censo, tutta materiale e servile, vi annoierà crudelmente nella prima settimana, e il soggiorno che vi verrà destinato sarà probabilissimamente peggiore di questo. I posti graziosi, che non son troppi, sono riservati ai Beniamini della Corte o della fortuna, o vero ai petulanti che sanno conquistarli a smisurato dispendio di fiato e di pudore. Non essendo voi in questo caso, vi toccherà il rifiuto degli altri, e non avrete il coraggio e la buona sorte del nostro Camillo, che ha potuto chiedere ed ottenere quattro posti in cinque anni, ancorchè di nessuno sia rimasto contento. Probabilmente penserete che i risparmi della economia quotidiana vi daranno modo per trattenervi ogni anno alcuni mesi in Roma, ma oltrechè questi risparmi o non saranno, o saranno molto meschini, mi pare che non vi complirà star male tutto l'anno per quel poco compenso, che altronde potrete ottenere senza vostro sagrificio; giacchè, per quanto io ami di avervi con me, sarò sempre contento che passiate in Roma alcuni mesi dell'inverno, e non vi mancheranno i mezzi per ottenere questa discreta sodisfazione. Questi miei riflessi non fanno che io debba condannare il passo da voi avanzato, perchè, ottenendo l'ufficio, sarete sempre padrone di accettarlo o ricusarlo, e perchè, assumendolo, potrete sempre dimetterlo, quando ve ne troverete annoiato. Convengo ancora nella probabilità di ottenere niente, essendo miglior difesa un garzoncello vivo, che un gigante morto; e tale è oggi il Ministro di Prussia, poichè partito. Il sentirvi prossimo a ritornare mi colmerebbe della più sincera compiacenza, se non dovessi credere che l'allegrezza mia andrà accompagnata da alquanto vostro cordoglio per la infelicità di questo soggiorno. Persuadetevi però, mio caro figlio, che io cercherò sempre la vostra sodisfazione a qualunque sacrificio delle mie più tenere affezioni.</p>
            <p>Vi piacciano le buone nuove di tutti, e la misericordia divina accompagni in pro vostro la Benedizione del vostro affezionatissimo Padre.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Carlo L. (1823)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>Recanati 14 Aprile 1823.</date>
            </opener>
            <p>Buccio mio. Ti devo dare una notizia noiosa: questa notte sono state scoperte le gite notturne di Luigi. Delle ciarle, che da lungo tempo vagavano per questo sempre f... paese, hanno messo talmente in sospetto Mamma, che si è risoluta di aspettare in piedi ad ora tarda per fare la visita alla camera di Luigi, e l'ha trovata vuota. Babbo è uscito per andarlo a sorprendere: non trovandolo sul d'avanti, perchè discorre dalla parte delle mura, è ritornato. Sono allora andato io a chiamarlo, e poi.... e poi puoi figurarti l'incomoda scena. Babbo ha dato in ismanie di genere pietoso, Mamma avea le convulsioni, Paolina piangeva come una disperata, noi due in ginocchio, perchè anch'io son reo di non rivelazione, e di averlo <hi rend="italic">guastato</hi>. Insomma questa è la prima volta che ho goduto che tu fossi lontano, giacchè non avresti potuto a meno di soffrire. Si dà la combinazione che quasi contemporaneamente partiva la mia; anzi io che volea vederla montare in legno, avea cominciato per passare il tempo a scriverti una lettera di ciarle, quando capitò in mia camera Mamma proveniente dalla scoperta. Sicchè abbiamo chiusa bottega ambedue in un giorno. Questa mattina, dopo varie rappresentazioni, il perdono è stato accordato. Ora aspetto che comincino i processi, come sai ch'è l'uso. Ho trovato in Luigi un coraggio, una <foreign lang="lat">gaîté de coeur</foreign>, una spensieratezza veramente tedesca; egli non sa da vero cosa siano i tormenti dell'immaginazione. Quel che mi rincresce, è che ci resta impedita la vendetta sopra Galamini.</p>
            <p>Ma perchè, dirai, tanta fretta per questo bel racconto? Oh bella! non dobbiamo divider tutto? Ti mando questa in maniera economica, perchè gli annunzi che rompono i c... non vanno pagati tanto cari. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Paolina L. (1823)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PAOLINA LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>
                  <add resp="ed">Recanati</add> 14 Aprile 1823.</date>
            </opener>
            <p>Caro Giacomuccio mio. Giacchè sono sicura di tutto il bene che mi volete, e della premura che avete per gl'interessi miei, e rilevandolo particolarmente dalle vostre ultime lettere in proposito del Cav. Marini, vi voglio dire, come già avete creduto benissimo senza sentirmi, quanto sarei rapita se quest'affare potesse effettuarsi. Prima di sentire da voi la descrizione minuta del Cavaliere, senza sapere le sue ricchezze, il solo progetto di abitare in Roma m'incantò, senza spaventarmi un momento dei suoi anni, che anzi sono quali io devo desiderare in uno che voglia essere mio sposo, e quali in effetto desidero, perchè mi conosco adattata solo per uno di età matura, per un giovane mai; onde anche per questo fui contentissima. Le relazioni vostre però della prima lettera fecero accrescere il mio desiderio, non la speranza, perchè ne avevo poca assai. Ma la vostra seconda mi trasportò, ed io non avrei mai creduto di dover cadere dalle nuvole, come feci, leggendo la lettera di Zio Carlo, un ordinario dopo la vostra, in cui dice, non solo di non aver fatto fare la proposizione, ma di vedere che <hi rend="italic">non ha più speranza di farla</hi> con successo, perchè egli è in trattato con una di Bologna, e perchè rapporto alla dote il Cavaliere ha forti pretenzioni, almeno di riprendere i quattordici mila scudi che dà alla Figlia. Qui vi è un ammasso di incongruenze, inesplicabile. Se Zio Carlo non mi ha proposto, come mai il Cavaliere è informato di me, delle mie qualità? come mai ne è contento, come l'ha detto a Melchiorri? Se è in trattato con una Bolognese, come mai <hi rend="italic">desidera, benchè in questo momento non si trovi all'ordine di passare alle seconde nozze, che quest'affare non manchi di effetto</hi>? Sono le vostre proprie parole. Io strabilio, e non comprendo niente. Solo vedo che lo Zio si è pentito di avermi proposto (poichè che lo abbia fatto ne sono sicura, credendo a voi), o perchè donna Marianna abbia cambiato opinione, e sia in pensiero di dargli Mariuccia, come ne aveva avuto la dimanda, che avea ricusata però; o sia perchè tema di avere dal Cavaliere una ripulsa, o avuta, non voglia nasconderla a noi; oppure si sia pentito di farmi questo bene. Voi nei discorsi che terrete con lui potrete facilmente capir tutto. Io avrei voluto che non si scrivesse più di questo affare a lui, come se fosse finito, giacchè è chiaro che non ha voglia di far altro; e raccomandarmi solo a voi di proseguire questo affare per mezzo di Melchiorri. Mi dice però il Papà che scrive tanto a voi che a Zio Carlo: a lui, per pregarlo nuovamente di tirare innanzi; a voi, perchè d'accordo con lui se lo vedeste inclinato, se no, solo, e da Melchiorri, ci poteste dare una risposta decisiva e sollecita; perchè, Giacomuccio mio, fino che vi è in me un'ombra di speranza di poter conchiudere con questo, non voglio sentir parlare di altri; altrimenti vi è un altro partito, al quale, per quanto creda orribile, bisognerà pure che mi adatti per disperazione. Ma finora io spero in voi, e aspetto le vostre lettere con un palpito terribile. Se sapeste quanto piango! Ma mi sembrerebbe di non aver penato niente, se arrivassi a conseguire questo. La dote io credo che si potrebbe arrivare agli otto mila, pagati finora in frutti ec. Vedi un poco, Giacomuccio mio, se puoi consolarmi. Io faccio una vita da disperata. Sentirai da Carlo cosa ci è successo l'altra notte, in cui non piansi mai tanto quanto allora. Puoi bene immaginarti che io me ne prendo più di ogni altro, e che non trovo altro sfogo che nel pianto.</p>
            <p>Benchè non veda l'ora di vederti, pure ho sentito con piacere che hanno differita anche un poco la tua partenza. Avrei voluto risparmiarti questa mia lettera (che dopo la tua ultima a me, non chiamo più seccatura), giacchè ti scrive mio padre; ma dopo l'avventura di questa notte, non sono ben persuasa che ne trovi il tempo. Addio, Giacomuccio mio. Consolami, se puoi; se no, troncami presto questa dubbiezza atroce, in cui vivo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Monaldo L. (1823)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI MONALDO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>Recanati, 14 Aprile 1823.</date>
            </opener>
            <p>Mio caro Figlio. Sentite. Regolatevi con prudenza, e dilucidate quanto potete le mie dubbiezze. Alli 28 di Marzo, in quello stesso ordinario in cui scrissi a voi del Cav. Marini, risposi sullo stesso proposito al Cav. Antici, accettando gratissimamente la sua cordiale proposizione, e ripetendo poco più poco meno quello che scrissi a voi. Alli 2 di Aprile mi rispondeste sulle qualità del Cav. Marini, e alli 5 mi soggiungeste la confidenza di quanto vi disse Melchiorri, risultandone che a Marini si era parlato, e che egli in conclusione accettava il trattato, e sarìa stato docile circa la Dote. In questi due ordinarii Antici non mi scrisse, ma la sua lettera dei 9 mi fa vedere la cosa sotto un aspetto totalmente diverso. Non ha parlato con Marini, non si lusinga di farlo utilmente, e crede che avrà alte pretensioni economiche. Leggete la sua lettera, e rimandatemela subito per la regolarità delle mie carte. Calcolate poi cosa possa essere questo imbroglio. Antici è persona cordialissima, onoratissima, e la sua parola non ammette la più piccola esitanza. Altronde Melchiorri come poteva sognare che si fosse parlato a Marini? E se si è parlato, perchè Antici lo tacerebbe, tanto più avendo ottenuta accoglienza soddisfacente? E Marini come potrebbe non più volere quello che due giorni avanti voleva? In questa confusione scrivo ad Antici, pregandolo di proporre in ogni modo il trattato per ottenere sollecitamente una risposta concludente, e taccio affatto di quanto abbiamo scritto fra noi. Siccome però il migliore ingrediente degli affari è la lealtà, crederei che parlaste apertamente con lui, e gli faceste leggere la mia delli 28 Marzo, le successive e questa. Egli ha diritto a pienissima confidenza, e con questa si svilupperanno i nodi, e si spiegherà quella malintesa che senza meno li deve avere avviluppati. Rimetto però alla vostra prudenza il regolarvi secondo le circostanze. In conclusione, vorrei che questo affare non venisse guastato, e spero che il Signore lo dirigerà al bene di questa cara Figlia, se il concludersi sarà un premio della sua saggia e cristiana condotta. Tenete bene affiatato Melchiorri, e lasciatelo disposto ad assumere o continuare le trattative, qualora Antici partisse, e qualora prima del suo partire non fossero queste legate o sciolte definitivamente, come però dovrebbe accadere. Passiamo ad altro affare.</p>
            <p>Dall'acclusa memoria vedrete, quanto mi accade con la Congregazione del Buongoverno. Io voleva lasciare le cose al corso loro e restarmene in pace, ma tutti mi consigliano di non tacere, e lo stesso Delegato si dichiara disgustato se non difendo le mie ragioni. Ho scritto dunque al Cardinal Prefetto assai arditamente domandando giustizia, e questa giustizia bramerei di ottenere. Il Cav. Marini deve conservare in Buongoverno autorevolissime intervenzioni. Direttamente, o col mezzo di Melchiorri, fategli avere l'accluso foglio, ed impegnatelo a dire una parola perchè mi si accordi una difesa reclamata da tutte le leggi. Se avete altri mezzi, impiegateli, e vedete di farmi uscire convenientemente da questo affaruccio. Della inutilità di questi tentativi, urlerò come uno scorticato, e mi quieterò senza voce e senza dolore. Addio, mio caro Figlio. Buone notizie di tutti, ed io vi abbraccio e vi benedico di cuore. Vostro affezionatissimo Padre.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Mi passa in mente di risolvere così l'intreccio di Antici, Melchiorri e Marini. Antici ha confidato il suo progetto alla Moglie, imponendogliene il segreto. Questa lo ha conservato femminilmente, e Marini lo ha saputo direttamente ovvero indirettamente da Lei. Se così è, niente è di male, e le attuali apprensioni del Cav. Antici, giustificate dalle circostanze, non escludono la sussistenza e la verità di quanto vi ha detto Melchiorri.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1823)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>Roma 16 Aprile 1823.</date>
            </opener>
            <p>Carissimo Sig. Padre. Non ho che soggiungere alle sue savissime riflessioni espresse nella lettera dei 10 corrente. Ma, com'Ella dice, non si rischia nulla, cercando un impiego, intorno al quale, ottenuto che fosse, e conosciutene le condizioni e circostanze, si avrebbe sempre luogo a deliberare se fosse da accettarsi, o da ricusarsi o rinunziarsi. Mi farei difficilmente credere se dicessi che il soggiorno di Recanati per se medesimo mi sia più grato che il soggiorno di Roma. Ma come quello indubitatamente mi è più caro per la presenza di Lei e della mia famiglia, così anche per tutti gli altri riguardi, Ella si deve persuadere che se io non considero il mio ritorno con gioia, neppur lo considero colla minima pena. Io sono naturalmente inclinato alla vita solitaria. Contuttociò non posso negare ch'io non desideri una vita distratta, avendo veduto per esperienza che nella solitudine io rodo e divoro me stesso. Ma fuor di ciò, qualunque soggiorno m'è indifferentissimo, e quello della mia famiglia, che non mi può essere indifferente, mi sarà sempre carissimo. La nostra partenza è fissata per li 28 del corrente. Essendo forse questa l'ultima lettera della quale potrò avere risposta qui in Roma, la prego a volermi sollecitamente dichiarare il suo parere e il suo giudizio circa le mancie che si dovranno lasciare alla famiglia de' miei ospiti. Questa è composta presentemente di due servitori di sala, che non mi hanno fatto altro se non servirmi in tavola e alzarmi qualche volta le portiere qui in casa; e due ufficiali di cucina e credenza insieme, che le mattine ch'io sono stato in camera, mi hanno mandato, per ordine de' padroni, il caffè. Due altri sono usciti di servizio un mese fa: l'uno era uffiziale di credenza, e questo mi aveva mandato il caffè nello stesso modo; l'altro, servitor di sala, e mi aveva salutato spesso quando io passava, e non altro. Tutti due hanno promesso o minacciato al Zio Momo e a me, di tornarci a riverire alla nostra partenza, e tutt'altro si può sperare, fuor che non mantengano la parola. Sono dunque in tutto, sei individui da riconoscersi. Le donne non hanno avuto mai niente a far con me, per nessun titolo. Quanto al Cameriere del Zio Momo, il quale mi ha discretamente servito per tutto questo tempo, potremo, s'Ella crede, discorrerne a Recanati, giacchè il medesimo tornerà con noi. La prevengo che a conti fatti, mi resterà una quindicina di scudi in mano, prima di mettermi in viaggio, disponibili in queste mancie, se, e come Ella crederà. Il Cav. Marini è tornato a parlare con molto interesse a Melchiorri del noto affare, domandandogli ragguagli di Paolina, e mostrando molta indifferenza circa la quantità della dote.</p>
            <p>Augurandomi di farlo presto in presenza, le bacio la mano col cuore, e mi ripeto Suo affettuosissimo figlio Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Carlo L. (1823)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>Roma 19 Aprile 1823.</date>
            </opener>
            <p>Carlo mio. Ti scrivo brevemente, perchè in questi ultimi giorni sono affollato di occupazioni vanissime e seccantissime, ma che pur levano il tempo. Ricevetti unitamente le vostre dei 10 e dei 14. Puoi bene imaginare quanto mi abbia afflitto il racconto che tu mi fai del disturbo accaduto in casa; il quale mi è dispiaciuto per riguardo vostro e per riguardo mio; che lasciando una Roma, e tornando in una Recanati, non vorrei trovar altro che amicizia ed amore. Questo disgusto mi è riuscito improvviso affatto, perchè la tua penultima, come ti dico, mi è giunta ritardata, e insieme coll'ultima. Ti ringrazio bensì molto di avermi dato subito questa notizia, perchè noi dobbiamo dividere insieme ogni cosa; e ti compatisco più che non ti puoi figurare della rincrescevole circostanza nella quale ti sei trovato tu e gli altri.</p>
            <p>Scrivo oggi a Paolina, la quale ha bisogno d'esser moderata ne' suoi trasporti: vedo che la speranza la travaglia assai più della disperazione e del dolore; e che l'aver provato una forte lusinga, non la lascia trovar luogo. Questo non mi fa maraviglia; ma bisogna ispirarle un poco di costanza, perchè in verità non v'è stato così inquieto e smanioso come quello di chi spera vivamente, e trema di sperare invano. Noi due siamo fuori di questi pericoli; ma la poverina non ha ancora <hi rend="italic">reso le armi alla fortuna</hi>, come aveva fatto il Petrarca. La mantelletta si può dire veramente che mi sia stata offerta; e questo dal Segretario di Stato, come potrete vedere nella lettera che mi scrisse il Ministro di Prussia. Ma queste offerte son cose di tanto poco momento, che non vale la pena di parlarne. Addio, Carlo mio caro. Pensa un poco se fosse mai possibile ch'io ti potessi servire in qualche cosa, prima del mio ritorno. Forse potrò ancora ricevere un'altra tua lettera, ed eseguire qualche tuo comando, se me ne farai. La nostra partenza era determinata per li 28: ora il giorno preciso è in dubbio. Il certo è che la partenza è vicinissima. Addio, abbracciandoti e baciandoti.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Paolina L. (1823)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PAOLINA LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>
                  <add resp="ed">Roma</add> 19 Aprile <add resp="ed">1823</add>.</date>
            </opener>
            <p>Cara Paolina. Vi ringrazio assai della confidenza che mi mostrate raccontandomi le vostre pene d'animo. Che mi preghiate ad interessarmi per voi, quantunque sappiate ch'io non ho bisogno d'esser pregato per questo effetto; lo considero come un segno che vogliate essermi grata anche di quello ch'io debbo farvi per obbligo. Sappiate dunque che direttamente o indirettamente, voi in realtà siete stata proposta al Cav. Marini, e che questo non si è mostrato niente alieno dall'aderire a questo partito, anzi ha lasciato vedere di esservi piuttosto propenso; e che in somma è verissimo tutto quello che io scrissi al Papà nelle lettere che avete lette. È vero ancora che il Cav. ha per le mani un altro partito: e perciò ha detto a Melchiorri che gli era necessario un pretesto o un'occasione per abbandonarlo: ma questo pretesto e questa occasione son facili a trovarsi, se il Cav. vorrà: ed io ho ragione di credere che lo voglia. Intanto io non posso sapere qual risposta precisa egli abbia dato alla persona che gli ha fatto la proposta relativa a voi. Il Zio Carlo non me ne ha detto niente: son certo però che il Cav. non ha dato una ripulsa; piuttosto avrà preso tempo; ed io son bene informato delle disposizioni posteriori del Cav., come ho scritto al Papà, e come avete veduto. La dote che il Cav. dà alla figlia, non sono 14 mila scudi; ma 18 mila, come io scrissi, e come so di certo; anzi si stenderà, bisognando, fino a 20 mila. Secondo tutti i ragguagli ch'io ho, non è vero che il Cav. voglia rifarsi di questa dote con quella della futura sua sposa. Ma il Zio Carlo, come sapete, è mutabile, e vuole e disvuole un poco troppo presto. Sicchè non dovete maravigliarvi se questo trattato che da principio gli parve bellissimo e facile, dopo due settimane gli è sembrato sconveniente e impossibile. La conchiusione è, che l'affare sta presentemente in quel medesimo piede che potete rilevare dalle mie lettere passate. Il Papà coll'ultimo ordinario non mi ha scritto. Mostrategli questa lettera. S'egli crederà che parli io medesimo al Cav. e lo stringa in modo da trarne qualche risposta concludente, lo farò subito. In caso diverso, l'affare, anche nell'assenza mia, starà molto bene in mano di Melchiorri, il quale da una parte è così intrinseco del Cav. che questo, poco fa, l'aveva incaricato di trovar moglie a lui, e marito alla figlia, dall'altra parte è impegnatissimo per il Papà, per voi, e per me, e lo sarà molto maggiormente quando si trovi autorizzato a trattare il negozio.</p>
            <p>Tutto ciò sia detto per vostra consolazione, e perchè questa è la verità. Ma, cara Paolina mia, non posso dissimulare che lo stato dell'animo vostro, e il turbamento e l'agitazione che mi dipingete nella vostra lettera, mi fa troppa compassione, anzi arriva a parermi un poco riprensibile. Che voi piangiate e vi disperiate perchè? perchè avete concepito una grande speranza, non è intieramente degno di voi, e non s'accorda colle lezioni che avete ricevuto dai libri, e da quel poco di lumi che i vostri fratelli per la propria esperienza, v'hanno potuto dare, e v'hanno dato. La speranza è una passione turbolentissima, perchè porta con sè necessariamente un grandissimo timore che la cosa non succeda; e se noi ci abbandoniamo a sperare, e per conseguenza a temere, con tutte le nostre forze, troviamo che la disperazione e il dolore sono più sopportabili della speranza. Lasciamo stare che quando anche voi foste già qui, moglie del Cav. Marini, ricca, divertita, vedreste che questo stato (al quale forse giungerete) non valeva poi la pena di tanti palpiti. Ma poniamo ancora, che il medesimo sia la più gran felicità che si possa immaginare: io v'assicuro, Paolina mia, che se noi non acquistiamo un poco d'indifferenza verso noi stessi, non possiamo mai, non dico esser felici, ma neppur vivere. Bisogna che vi lasciate un poco portare dalla volontà della fortuna, e che sperando, non vi profondiate tanto nella speranza, che non siate pronta a quello che può succedere: altrimenti, anche andando le vostre cose a vele gonfie, vi martirizzerete da voi stessa in modo, che prima d'ottenere quello che avrete sperato, sarete passata per un vero purgatorio. Direte ch'io vi sono sempre intorno colla filosofia. Ma mi concederete che questa non mi è stata insegnata nè dai libri nè dagli studi nè da nessun'altra cosa, se non dall'esperienza: ed io vi esorto a questa filosofia perchè credo che vi abbiate i miei stessi diritti e la mia stessa disposizione.</p>
            <p>Se mi volete bene, fatevi coraggio e armatevi d'un poco di costanza. Salutatemi tutti. Non dubitate del mio impegno per voi. Aspettatemi fra poco, e intanto spazzatemi la casa dalla malinconia. Saluti del Zio Carlo alla Mamma e al Papà. Addio addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1823)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>
                  <add resp="ed">Roma 22 Aprile 1823</add>
               </date>
            </opener>
            <p>Amatissimo Signor Padre. Seguendo il suo parere, mi sono spiegato sull'affare di Paolina col Zio Carlo, dal quale ho saputo quello che io già immaginava. Il Zio, (non volendo espor Lei ad un rifiuto) prima di scrivere a Lei il suo pensiero, o nello stesso tempo che le ne scrisse, fece parlare al Cavalier Marini da persona amica dell'uno e dell'altro, la quale parlò al Cavaliere come da sè. La risposta fu equivoca, cioè che in quel momento il Cavaliere aveva per le mani un altro partito, com'era verissimo. Il Zio Carlo ricevette questa risposta dopo aver già scritto a Lei la prima volta; e ricevutala, credette bene di significarne a Lei la sostanza, senza dirle di aver fatto interpellare il Cavaliere, e ciò per non inquietarla. Egli credette che questa risposta fosse stato un pretesto, e avendo pure inteso che il Cavaliere avesse forti pretensioni circa la dote, stimò che l'affare non fosse combinabile, e in questo sentimento le scrisse la lettera ch'Ella m'ha inviato, e che le rimando. Ora mosso dalla sua ultima, voleva per mezzo della stessa persona già da lui adoperata, fare avanzare al Cavaliere una proposizione decisa, per averne una risposta della stessa natura. Ma informato da me delle cose che ho saputo da Melchiorri, e persuaso che il Cavaliere non è alieno dal nostro partito, ha giudicato bene che il portatore di questa proposizione (o comunque si dovrà chiamare) sia lo stesso Melchiorri, ch'è il fa-tutto del Cavaliere, e il quale, ottenendo una risposta soddisfacente, potrà poi intendersela col Zio Carlo, e direttamente con Lei, per tutte le particolarità che si dovranno combinare. Parlerò dunque a Melchiorri (autorizzato come sono da Lei), e farò che colla dovuta prudenza, cerchi di trarre dal Cavaliere una risposta concludente, com'Ella desidera. Sono certissimo che il Cavaliere gli risponderà sincerissimamente e col cuore sulle labbra, perchè così suol fare con lui. Questo è già molto. Ma di più spero che la risposta non sarà dispiacevole per noi, quando anche per l'esecuzione del trattato, il Cavaliere fosse per domandare qualche dilazione: giacchè sento che per sua quiete e della sua futura sposa, desideri di maritar la figlia prima di ristringersi in matrimonio; e sta già in varie trattative per maritarla.</p>
            <p>Ho consegnato al Cavaliere Marini la sua <title>Memoria</title> raccomandandogliela caldamente. Mi ha promesso di far tutto il possibile dal canto suo, e son certo che non mancherà. Avrebbe voluto che la stessa Delegazione scrivesse al Buon Governo, ed assumesse (com'egli dice) l'iniziativa in questo reclamo, del quale egli ha pienamente e altamente riconosciuto la giustizia. Son persuaso che a Lei non sarà sfuggito il pensiero di mettere la Delegazione attivamente dalla sua parte, e che quando non l'abbia fatto, ciò sarà provenuto da qualche impedimento che il Cavaliere ed io non possiamo conoscere. Prima di consegnar la <title>Memoria</title>, l'ho fatta leggere al Zio Carlo, il quale ha concepito molta indignazione sul contenuto della medesima, e me l'ha fatta copiare, per mettere in opera, come ha già fatto, alcuni altri mezzi che ha creduto opportuni per farle ottenere la giustizia ch'Ella domanda.</p>
            <p>Noi partiremo prestissimo, ma non posso ancora sapere il giorno preciso, benchè questa settimana addietro, la partenza fosse stata fissata ai 28, come le scrissi col penultimo ordinario. Certo è che poco si potrà scostare dal detto termine, e pertanto non so se potrei ricevere il riscontro della presente.</p>
            <p>Mille saluti de' Zii, e mille affettuosi ossequii del suo amorosissimo figlio Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Paolina L. (1823)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PAOLINA LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>
                  <add resp="ed">Recanati</add> 25 Aprile 1823.</date>
            </opener>
            <p>Giacomuccio mio. A quest'ora avrete ricevuta la lettera di Papà, di data contemporanea all'ultima mia, ma ritardata di un Ordinario, perchè non impostata a tempo. Se il caso avesse fatto ch'ella si fosse perduta (che pure potrebb'essere), posso dirvi ch'egli me la fece leggere, e vi autorizzava a trattare l'affare di Marini, o per mezzo di Zio Carlo, se lo aveste trovato disposto, o se no da Melchiorri direttamente e con sollecitudine. E a me pare che quest'ultimo sia assai più a portata del primo per l'intimità che ha con il Cavaliere, e per il piacere che avrà d'impegnarsi per voi. Vi diceva il Papà di procurare di avere una risposta sollecita, perchè si sta ancora in parola con un altro, e non può andare tanto a lungo la decisione. Ora però sappiate, Giacomuccio mio, ch'io sono in una paura terribile, e che, se voi non mi aiutate presto, vado incontro ad un brutto imbroglio, poichè senza aver fatto per parte nostra nuove istanze, ma solamente dietro le parole già corse da lungo tempo, il mio <hi rend="italic">Pretendente</hi> deve venire a momenti, ed io sarei disperata, se dovessi accettarlo (mai per piacere, ma sempre per forza, poichè nemmeno è giovane, e di orrido paese e cognome) prima di avere avuta la risposta negativa dal Cavaliere; ed ancora lo sarei, se dovessi ributtarlo prima di essere assicurata dal suddetto. Voi già mi capite bene, e comprendete le mie smanie, a cui non posso metter freno anche dopo tutte le vostre lezioni. Mi fido tanto di voi, che mi basta di avervi esposto la mia situazione per esser certa che v'impegnerete con tutto il calore ad aiutarmi, senza ulteriori preghiere che mi farebbero anzi torto, perchè noi ci conosciamo da qualche tempo, e giusto non potrei aver questa confidenza altro che in voi e negli altri miei Fratelli. Carlo sente da voi che la vostra partenza è ritardata un poco, e questo ancora mi giova. Partendo, raccomandatemi molto a Melchiorri. Giacomuccio mio, quanto spero in voi! Aspetto le vostre lettere con un'ansietà terribile, e le apro con un palpito crudele. Sicura di divenire sposa del Cav. Marini, son certa che non proverò mai più dei sentimenti così vivi di agitazione, di speranza, di timore; e quando avrò perduta la speranza di divenirla, mi sarà indifferente qualunque altra sorte incontrassi, e che certo non potrà essere altro che spaventevole. Scusate, caro Giacomuccio mio, queste ciancie; ve ne domanderò perdono in ginocchio, quando verrete; e noi tutti lo desideriamo tanto! Ma non vorressimo però cooperare alla vostra venuta; vedete quanto poco siamo egoisti!</p>
            <p>Addio, Giacomo mio. Non ti saluta nessuno, perchè scrivo all'insaputa di tutti, e sento che Carlo pure vi scriva.</p>
            <p>Se avete tempo, potete provvedermi l'acqua di odore, senza però il menomo vostro incomodo: Essenza di Rose, Miele d'Inghilterra, Mille Fiori.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Monaldo L. (1823)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI MONALDO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>Recanati, 25 Aprile 1823.</date>
            </opener>
            <p>Mio carissimo Figlio. Dovendo a momenti riabbracciarvi, sarò brevissimo con questa ultima mia. Poichè i sei familiari che m'indicate non vi hanno prestati particolari servigi, crederei che uno scudo a testa compensasse decentemente le loro riverenze. Al cameriere di Don Girolamo potrà qui quadruplicarsi la dose. Spero che oggi otterrò da mamma scudi 12 per infrancarveli, ma se non fosse così, supplirete voi, e li avrete all'arrivo. Penso meglio, e vi accludo un biglietto per Visconti che ve li pagherà a vista.</p>
            <p>Colla posta di oggi attendo riscontri da voi e da Antici sul proposito di Paolina. Non potendo prevederne l'importanza, non ho cosa da suggerirvi, e ritengo che avrete proporzionate alle circostanze le vostre disposizioni. In ogni modo lasciate la strada aperta a continuare il trattato nella vostra assenza, anche con un occhio al possibile raffreddamento di Antici. Addio, mio caro Figlio. Iddio vi colmi di Benedizione, e vi riconduca sano alle braccia del vostro affezionatissimo Padre.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Giordani (1823)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO GIORDANI.</hi>
               </salute>
               <date>Roma 26 Aprile 1823.</date>
            </opener>
            <p>Sperava di ricevere qualche altra tua lettera in Roma. Ma dalla cara tua de' 16 di Febbraio in poi (alla quale risposi molto lungamente) non ho più veduto i tuoi caratteri. Ben so che scrivesti a mio Zio e questa mattina Monsignor Mai mi ha detto che tu gli scrivi, e gli parli di me con quell'affetto ch'è proprio tuo; ed intendendo ch'io ti voleva scrivere, m'ha commesso di salutarti caramente a suo nome. Così fece anche l'Abate Canova, il quale vidi l'altro dì, e parlammo di te quanto e nel modo che puoi pensare. Ma si lamentava anch'esso del tuo silenzio. Fra due o tre giorni io parto di qui, e torno al mio Recanati, dove mi fermerò forse poco, forse sempre. Porto buone speranze d'esser provveduto di qualche impiego, anzi il Segretario di Stato ne diede promessa formale al Ministro di Prussia, che presentemente è a Napoli, come saprai, ed ha scoperto in quei codici diverse cose notabili; fra l'altre, una gran parte inedita di Sosipatro Carisio Grammatico. Se il Segretario di Stato si ricorderà di me, non resterò in Recanati gran tempo: altrimenti non vedo come ne potrò di nuovo uscire; del che mi prendo pochissima pena. Ho fatto in Roma gran moto ed esercizio di corpo, ed ho sopportato il tutto facilissimamente, e senza la menoma incomodità, quantunque uscissi da un'eccessiva, anzi totale inerzia corporale di più anni. Fuor del vigore che non riacquisterò mai più, e della piena signoria de' miei occhi e della mia testa, che parimente ho perduta per sempre posso dir che la mia salute è non solamente buona ma ottima. Non così bene posso dire del mio spirito, il quale assuefatto per lunghissimo tempo alla solitudine e al silenzio, è pienamente ed ostinatissimamente nullo nella società degli uomini, e tale sarà in eterno, come mi sono accertato per molte anzi continue esperienze. Ed avendo in questi ultimi mesi perduto anche l'abito della solitudine, è diventato nullo ancora in se medesimo, di modo che veramente io non son più buono a cosa alcuna del mondo; e questo ancora mi dà poca noia.</p>
         </div1>
         <div1 n="All´ab. Capaccini (1823)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">ALL'ABATE CAPACCINI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>Palazzo Mattei</date>.</opener>
            <p>Signoria Illustrissima Padrona Colendissima. Trovandomi sul punto di partire per Recanati mia patria, e non avendo avuto la sorte di poter inchinare Vostra S. Ill. nelle due volte che mi sono recato presso di Lei a questo effetto, mi fo coraggio di servirmi della presente per chiedere i di Lei comandi nel mio imminente ritorno alla mia patria, dove sarò disposto e pronto agli ordini di S. Em. il Signor Cardinale Segretario di Stato, e attenderò con fiducia gli effetti della sua alta beneficenza. Avrei desiderato e voluto personalmente fare omaggio all'Eminenza Sua, offrirmi umilmente ai cenni della Medesima, e profondamente ringraziarla delle benigne disposizioni che si è degnata di mostrare in favor mio, ma straniero come io sono alla Corte, timido per natura e per abitudine, e persuaso che ciascuno istante rapito alle vaste occupazioni di sua Eminenza sia rapito allo Stato, e al bene de' sudditi Pontificii, ho sperato che V.S. Ill. si sarebbe compiaciuta di supplire alla mia insufficienza, rappresentando questi miei umili sentimenti all'Eminenza Sua, ed invocando la benignità della Medesima sulla mia rispettosa ritenutezza. Per mezzo del Sig. Ministro di Prussia ho saputo che l'Eminentissimo Sig. Cardinale nell'ultimo colloquio avuto con Sua Eccellenza si degnò di assicurarla che i benevoli ufficii fatti da essa in mio favore, non sarebbero stati privi di effetto. Io parto dunque con viva e ferma lusinga fondata sulla magnanima generosità dell'Eminenza Sua, e nel partire raccomando confidentemente me stesso alla memoria ed alla bontà di V.S. Ill. Forse non sarà qui fuor di luogo, nè parrà grave a V.S. Ill. ch'io le significhi ossequiosamente una circostanza relativa alla <title>Memoria</title> già presentatale per me, circa i posti di Verificatore del Bollo e Registro che vacheranno in Ancona e in Rimini alla fine di Giugno prossimo. E la detta circostanza si è, che la Direzione Generale de' Catasti, trovandosi, per non so quali ragioni, poco soddisfatta dell'attuale Cancelliere del Censo in Rimini, avrebbe molto caro che il medesimo fosse trasportato nel posto di Verificatore del Bollo e Registro come Sua Eminenza potrà intendere dal Reverendissimo Monsignor Tesoriere, se avrà la degnazione d'interrogarlo in proposito. E quando fosse volontà dell'Eminenza Sua che questo traslocamento avesse luogo, verrebbe a vacare in Rimini il posto di Cancelliere del Censo, la qual carica è l'oggetto della Supplica che io ebbi l'onore di umiliare per di Lei mezzo all'Eminenza Sua. Prego istantemente V.S. Ill. a perdonare la mia importunità, e rinnovandole l'offerta della mia intera servitù, e le espressioni della fiducia che ho nel di Lei gentile e benefico animo, con piena e singolare stima ed ossequio passo all'onore di segnarmi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A C.Antici (1823)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO ANTICI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 4 Maggio 1823.</date>
            </opener>
            <p>Carissimo signor Zio. O la natura o altra circostanza mi è stata molto avara del dono della parola, e perciò io mi lusingava che per lettera avrei meglio supplito a qualche parte dell'immenso debito che ho con Lei. Ora mettendomi a scrivere, resto deluso anche di questa speranza, e conosco che se volessi ringraziarla de' favori da Lei compartitimi, non saprei nè dove cominciare, nè come degnamente continuare, nè quando finire. Mi resta una sola speranza, ed è ch'Ella conosca già così bene il mio carattere ed il mio povero cuore, per essere persuasa che se i suoi benefizi sono stati collocati in persona non degna, hanno però trovata tutta la riconoscenza di cui sono meritevoli, la quale è tanta che vince le mie facoltà d'esprimermi, e sarà così costante che non si estinguerà prima della mia vita. Io la prego ad impiegare la sua propria eloquenza e quella del proprio cuore per esprimere questi miei sentimenti a se stesso ed alla Zia, alla quale vorrei ch'Ella si compiacesse di presentare e di far gradire i miei più teneri cordiali ed affettuosi ossequi e ringraziamenti. La di Lei gentilezza ed amorevolezza, e quella della signora Zia, faranno appresso loro le scuse de' miei difetti, e dei tanti incomodi e noie di cui, sebbene involontariamente, io sarò stato cagione all'uno e all'altra durante la mia dimora in Roma.</p>
            <p>Noi siamo arrivati iersera dopo un viaggio felicissimo, ed il Zio Momo, che la saluta, sta bene. Mio padre farà esso medesimo le sue parti con Lei per sè e per me. La Mamma m'incarica di ringraziarla quanto Ella può immaginare, e di dirle le cose più tenere e care che sia possibile. Saluti infiniti della Mamma e de' fratelli alla signora Zia, ed ai cugini. Altrettanti, e più s'è possibile, per parte mia alla Marietta, a Matteo, a Pippotto, a Clotilde, a Vincenzino che spero intieramente ristabilito, e alla Giovannina. Ho voluto nominarli tutti per mostrarle quanto mi sia dolce la memoria loro, e di tutto quello che a Lei appartiene. E abbracciandola rispettosamente e amorosamente, mi confermo con tutta l'anima per sempre suo riconoscentissimo e tenerissimo nipote.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Melchiorri (1823)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIUSEPPE MELCHIORRI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 4 Maggio 1823.</date>
            </opener>
            <p>Caro Peppino. Sono nel mio bel Recanati arrivato ier sera. Se fossi stato padrone del mio tempo durante il viaggio, ti avrei scritto prima d'ora. Oggi, avanti di dar sesto alle mie cose, penso a te, come sempre ho fatto, e ti scrivo per darti notizie di me e domandarti delle tue nuove. Come stai del tuo piccolo incomodo? Come mi vuoi bene? Son certo che me ne vuoi e me ne vorrai, come fo e farò io, e d'ora innanzi non avremo bisogno di proteste scambievoli a questo riguardo. I miei saluti alla Tuta, a Visconti, a De Romanis, a Cancellieri, a monsignor Mai quando lo vedi, e a tutti quelli che si ricorderanno di me, che non dovranno esser troppi. I miei complimenti particolari al cav. Marini insieme con ringraziamenti infiniti per le mille gentilezze ed amorevolezze usatemi da lui. Raccomandatemegli, vi prego singolarmente, ed assicuratelo della grata ed affettuosa memoria che serberò sempre di questa dotta, celebre e amabilissima persona. Presentate ancora i miei ossequii alle signore di sua casa. E per parte di mio padre, il quale resta confuso dell'impegno così generosamente preso dal Cavaliere per lui, ringraziatelo vivamente, riveritelo, e offritegli sinceramente i suoi servigi, per quanto esso vale. Vi raccomando il noto affare, intorno al quale mio padre e Paolina hanno somma fiducia e speranza in voi. L'uno e l'altra vi salutano cordialmente, e lo stesso fa Carlo, il quale vi ringrazia de' sentimenti che conservate per lui. Amatemi, caro Peppino, e scrivetemi, ed io farò altrettanto. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Melchiorri (1823)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIUSEPPE MELCHIORRI</hi>
               </byline>
               <date>Roma 10 Maggio 1823.</date>
            </opener>
            <p>Caro il mio Giacomo. Ho inteso con gioia la notizia del tuo felice arrivo in Recanati, e ti ringrazio di aver pensato subito a scrivermi. Questa è una prova che mi vuoi bene da vero, come puoi credere che te ne voglio ancor io assai, e non poco è stata per me dolorosa la tua partenza, essendo rimasto privo dell'unico amico che io aveva. Tu che hai conosciuto me, e le persone che mi avvicinano, sarai persuaso della verità di ciò che ti dico. Le espressioni del tuo cuore, figlie di sincerità e di vera amicizia, mi saranno sempre graditissime, e poichè non abbiamo altra compiacenza, non ci togliamo almeno quella di ripeterci spesso scambievolmente i reciprochi sensi di benevolenza e di amistà. Ti ritorno i saluti della mia Tuta, e di Pippo De Romanis unica persona che abbia veduta di quelli che mi nomini; gli altri, vedendoli, avranno i tuoi saluti. Marini mi dice tante cose di te. Mi parlò dell'affare di Paolina, dicendomi che ancora non aveva potuto escludere il partito di Bologna, ciò che spera di fare al più presto, ed allora sarà fortunato di poter trattare con noi. Credi pure, Giacomo mio, che io ne prendo tutto il carico possibile, e non desisto dalle premure, per quanto però lo permette la delicatezza e la convenienza di questa impresa. Salutami intanto Paolina, e digli questi miei sentimenti, assicurandola che sarò contentissimo di poterla giovare. Lo stesso potrai dire a tuo Padre, che mi riverirai tanto.</p>
            <p>Passo alle Lettere. I tuoi stamponi sono a buon porto, ed avuta che avranno da me la terza correzione, te li manderò per la quarta. Pippo nostro ti saluta, e ti prega a volergli mandare al più presto quelle due righe di scritto, che gli hai promesse sopra la traduzione dell'<title>Eneide</title> di Leoni, al quale ha scritto, che si stamperanno a momenti: perciò vedi di contentarlo. Circa la traduzione dell'<title>Anabasi</title> di Senofonte, non ne deporre il pensiero, e parlamene a tuo commodo, chè Pippo è invogliato di stamparla. Caro Giacomo, non dimenticarmi, scrivimi spesso, e disponi di me a tuo talento.</p>
            <p>Torna i saluti a Carlo, e digli che mi commandi pure, e mi conservi la sua amicizia. A giorni anderò da Capaccini, e ti saprò in seguito dire qualche cosa. Ti darò qualche notizia. Il Padre Abbate Zurla Camaldolese, buon letterato, e quel che è più galantuomo, ebbe Mercoledì mattina dal S. Padre l'avviso del Cardinalato. Ieri fui a riverirlo, e lo trovai fuori di sè dalla consolazione. Tanto può adunque il zucchetto rosso? Credo che sarebbe impossibile che noi ne potessimo formare desiderio.</p>
            <p>Addio, caro Giacomo, amami, e credimi il tuo aff.mo G.M.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di C.Antici (1823)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO ANTICI</hi>
               </byline>
               <date>Roma 10 Maggio 1823.</date>
            </opener>
            <p>Nepote mio carissimo. Egli è pur vero che il più triviale argomento riceve da una penna eloquente una vaga forma, e quel che non è riceve l'essere! Voi non avete ricevuto da me, che una meschina stanza ed una frugalissima mensa per il breve corso di pochi mesi, e tuttavia avete volto per così indecorosa ospitalità esprimervi meco come se vi foste trovato nella Reggia di Alcinoo. Ammirando la vostra eloquenza, non posso non sentire quanto l'avete in quest'incontro indebitamente impiegata, e deggio confessarvi, che tanta riconoscenza per così piccolo servigio mi umilia. Ciò vi sia detto anche in nome di mia Moglie, alla quale sono anche diretti i vostri ringraziamenti, e dalla quale, come dai miei figli, ho l'incarico di farvi i più affettuosi saluti.</p>
            <p>Desidero di cuore che vi conserviate in buona salute, adoprando all'uopo il giornaliero passeggio, come nel partir di qua vi siete proposto. Intanto tengo per certo che i buoni offici praticati dal bravo Ellenista produrranno il desiderato frutto, e che gustandone, voi vi troverete contento, seppure l'allontanarvi dai vostri più stretti congiunti non turba la vostra soddisfazione.</p>
            <p>Vorrete salutare teneramente in nome di tutti ognuno della vostra amata famiglia, e direte all'ottimo genitore, che neppure l'ultimo corriere mi recò le carte annunziatemi.</p>
            <p>Addio, nepote carissimo. Siate felice e contribuite alla felicità dei vostri genitori e fratelli con tanto maggiore impegno quantochè il vostro accesso ad una grande e magnifica città deve avervi sempre più persuaso, che non sono le piazze nè gli obelischi, ma i scambievoli domestici offici che formano il bene di questa breve vita. Io sono con tutta l'effusione del cuore il vostro aff.mo Zio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di M.Antici Mattei (1823)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI MARIANNA ANTICI MATTEI</hi>
               </byline>
               <date>Roma 14 Maggio 1823.</date>
            </opener>
            <p>Mio caro Nepote. La vostra gentilezza vi fa rilevare le più piccole inezie non essendo da rimarcarsi in conto alcuno quella ospitalità, che fra parenti come siamo noi vi si dovesse per ogni titolo esercitare, e sempre minore all'affezione, che abbiamo per voi, e per ogni individuo della vostra cara famiglia.</p>
            <p>Mi compiaccio di sentirvi giunto costì felicemente, e che conserviate quel buon aspetto che avevate acquistato in Roma. Sappiate conservarvelo col fare ogni giorno del moto, essendo la ginnastica molto proficua per conservarsi in buona salute. Dite a Paolina che la sua lettera graziosa scritta a Giovannina, ci ha fatto molto ridere, e che avrei voluto esserle vicino quella sera per rasciugare le sue lacrime; consolatela voi per me, che ne saprete trovar meglio il modo: salutate tanto Carlo, e ditegli, che la pettinatura alla greca è fuor di moda, perciò glie lo avverto per sua regola. Ai vostri Genitori fate in mio nome, ed in nome di tutti noi tante espressioni sincere.</p>
            <p>I miei figli tutti vi salutano infinitamente, specialmente Marietta. Mio Marito vi saluta teneramente, ed io vi prego a non dimenticare Roma, e la sua Apologista, che vi si dichiara con il massimo attaccamento la vostra aff.ma Zia.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Melchiorri (1823)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIUSEPPE MELCHIORRI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 16 Maggio 1823.</date>
            </opener>
            <p>Caro Peppino. Ti mando l'articolo che promisi a De Romanis. Ma tu non glielo darai, se prima non torna a prometterti solennemente, come promise a me, di non manifestarne l'autore in nessunissimo modo a nessuno. Purchè egli osservi questa promessa, sarà in sua libertà di fare all'articolo quei cambiamenti che gli piaceranno; e se il nome finto che ci ho posto sotto, non gli soddisfarà, lo cambi pure a suo modo. Ti sarò gratissimo degli stamponi quando saranno all'ordine e si troverà l'occasione: e sommamente poi ti sarò grato degli uffici che mi scrivi di voler fare con Capaccini. Quando lo vedrai, non ti scordare, ti prego, di avvertirlo dell'errore che io commisi nell'ultimo biglietto che io gli lasciai. E l'errore come ti dissi, fu, che parlando del cancelliere del Censo di Rimini, nominai per l'informazione Monsignor Tesoriere, in vece del card. Guerrieri, Prefetto ec.</p>
            <p>Mio padre, Carlo e Paolina ti salutano caramente, e ti ringraziano dell'impegno che prendi e che prenderai per il noto affare nuziale. Non dimenticarti mai di riverirmi singolarmente il cav. Marini. Salutami anche gli altri che ti nominai nella passata, e di più il nostro Cardinali, quando lo vedi, e il dottor de Matthaeis, il quale desidero che mi conservi la sua benevolenza. Dammi nuove della tua salute, e de' tuoi studi, e se hai notizie letterarie importanti di qualunque genere, non me le nascondere.</p>
            <p>Se De Romanis ha veramente intenzione di stampare l'<title>Anabasi</title>, puoi dirgli che io mi metterò con impegno a finirla e perfezionarla. Io ti voglio bene con tutta l'anima. Tu fa lo stesso e comandami. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Melchiorri (1823)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIUSEPPE MELCHIORRI</hi>
               </byline>
               <date>Roma 24 Maggio 1823.</date>
            </opener>
            <p>Caro Giacomo. Spero che mi perdonerai se lo scorso ordinario non ti risposi, poichè le molte occupazioni me lo hanno impedito. Ora sono con te. Ricevei nella tua ultima l'articolo per De Romanis, il quale ti ringrazia, e qualora si risolva a stamparlo (poichè trovalo alquanto amaro, benchè veridico) non porrà che il nome finto, nè paleserà ad alcuno il vero nome dell'autore. I stamponi non hanno ancora avuta da me la seconda correzione, perciò subito che saranno all'ordine ti saranno spediti. Intanto però, se puoi cogliere qualche occasione, puoi farmene avvisato. Crederai che ancora non ho potuto parlare a Capaccini? Vi sono stato varie volte ma inutilmente, ed avendogli lasciato detto giorni fa che ci sarei tornato, al mio ritorno mi lasciò detto che aveva già capito, e che non dubitassi. Ciò non ostante non sono tranquillo se non lo vedo e ci parlo, il che spero poter fare a momenti. Torna i saluti al Zio, a Carlo, ed a Paolina, e dì loro che non v'è nulla di nuovo, e che il Cavaliere mi ha soltanto promesso che appena potrà togliersi dall'impegno di Bologna, non entrerà con altri in trattative che con noi. Ti ritorna intanto i saluti cordialissimi. Cardinali fa lo stesso; de Mattheis non l'ho veduto, ma subito che lo vedrò avrà la sua parte ancor lui. La mia salute è ottima. I studi al solito. Le Lapidi Vaticane delle quali si sta incidendo la prima tavola. Circa Varrone, egli dorme, e vedo bene che dovevo darti ascolto nel non fidarmi di quel ciarlatano di fiorentino, che mai mi ha scritto, nè so più nulla nè di lui nè del Varrone. Così che a ragione manderei al diavolo tutta Toscana, paese di ciarlatani.</p>
            <p>Mons.r Mai ha publicato il <title>Frontone</title>; non posso però parlartene poichè non l'ho ancora letto. Se ti occorre, scrivimelo, ed io te lo manderò. Pippo ti saluta, e mi dice che assolutamente ponghi mano al compimento dell'<title>Anabasi</title>, chè egli la stamperà sicuramente. La tua memoria, o mio Giacomo, è sempre in me viva, e nel dispiacere della tua lontananza, non provo altro sollievo che vedere spesso i tuoi caratteri. Non esser perciò scarso di tue lettere. Quando mi scrivi ricòrdati di mandarmi copia esatta di que' frammenti d'Iscrizioni che mi dici possedere. Addio. Amami, caro Giacomo, e ricordati del tuo aff.mo A.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Jacopssen (1823)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI A. JACOPSSEN</hi>
               </byline>
               <date>Bruges, 2 juin 1823.</date>
            </opener>
            <p lang="fra">Monsieur et tout cher ami. Je me trouverais en vérité dans un bien grand embarras, si j'entreprenais de témoigner combien votre bonne et charmante lettre m'a causé de surprise et de joie. Elle me fut remise à Genéve, c'est-à dire tout juste à mon premier relais après la traversée du Simplon. J'avais dit le dernier adieu et jeté le dernier regard sur la riante Italie que je venais d'abandonner avec le coeur navré de regrets, quand la réception de vos bonnes nouvelles vint verser sur mon âme un baume de consolation et de réconfort. Si j'ai tardé jusqu'ici d'y répondre, c'est que beaucoup de devoirs de famille, des voyages et des affaires indispensables d'intérêt ont absorbé tous mes momens: aussi je vous en demande bien sincèrement pardon; je dis plus, j'espère l'obtenir, car vous assurez m'aimer, et l'on pardonne beaucoup dans l'amitié. Votre lettre me laisse entrevoir un grand fond de sensibilité dans le caractère; cela me réjouit d'autant plus que je sens en moi-même une semblable susceptibilité morale, et une fois cette conformité de système nerveux reconnue, nous saurons donc très-souvent nous entendre sur une infinité de sujets, qui seraient très-difficiles de développer sans cela. Entre temps je dois confesser que vos marques de souvenir et de bienveillance à mon égard me pénètrent d'un plaisir aussi inattendu, aussi agréable que profond et bien senti. Vous témoignez attacher quelque prix à mon affection. Eh bien! malgré le peu de valeur qu'elle puisse être pour vous, elle vous est bien parfaitement due et déjà bien cordialement vouée. Quand on a autant de titres que vous à l'estime et à l'amitié, non seulement on peut foncièrement se flatter de captiver le coeur des autres, mais de plus on tombe dans le cas d'être l'objet du désir et de l'orgueil de toutes les âmes bien nées. Moi, je regrette encore tous les jours de n'avoir pu prolonger davantage mon séjour à Rome. Mais hélas! il n'est plus temps aujourd'hui de revenir là-dessus; il n'y a que l'avenir qui s'offre seul devant moi, et je tâcherai sincèrement d'expier les fautes passées. Néanmoins, s'il faut tout avouer, je dirai que je me défie presque de mon penchant, en songeant que, peut-être, je me laisse plutôt entraîner à un sentiment de besoin qu'à une affection généreuse, véritablement pure et candide. L'égoïsme se niche partout. J'ai plusieurs fois aimé dans ma vie; j'y ai trouvé d'immenses impressions, et dans le nombre beaucoup de délicieuses. Ce devint une réelle nécessité à mon bonheur, mais je n'ai jamais découvert de noble, de loyal retour dans le sein de toutes ces liaison. Dans les femmes mille petites passions, presque toutes filles de la vanité, aliénèrent toute ma tendresse; je voulais l'abnegation, le désintéressement, du feu, du transport; j'offris, je témoignai moi-même cela de mon mieux, mais toujours mon attente se trouva déçue. La faute est-elle à moi? je l'ignore. Quant aux hommes, j'ai le bonheur d'en aimer deux de bon coeur, mais tous deux apportent dans l'amitié deux divergences bien opposées à ma situation: l'un, compatriote, m'attache par son goût pour les études et son érudition, mais son choix est bizarre et son genre de vie incompatible avec le mien. L'autre, Génevois, le mailleur enfant du monde, me porte, en dépit de notre éloignement, la plus tendre affection, mais n'aime en rien les occupations littéraires: pourtant les lettres, les douces affection et les rêves d'un bonheur idéal, voilà le complexe qui puisse me faire envisager la vie comme un bien. L'illusion qui me sourirait le plus, serait la possibilité d'aller me fixer à Rome. La plus douce des joies serait la revue d'une jeune et charmante Florentine, qui m'a réellement aimé, quoique je lui avouasse ne pouvoir jamais rien faire pour son bonheur durable. Entre temps, l'existence la plus uniforme, la plus monotone s'ouvre devant moi; mes yeux se dessillent sur le compte de beaucoup d'hommes que je croyais mus par des sentimens généreux; je deviens sauvage, ours; je recherche la solitude; mes livres si favoris, mes projets si nombreux, mes espérances aux couleurs de pourpre et de rose, tout pâlit tout s'efface, tout se dépouille d'appas et de charmes; en vérité, quand on y réfléchit, l'homme est bien fou d'aimer si obstinément cette existence si pleine d'ennuis, de dégoûts et de déboires. De la vie à la mort il n'est pourtant qu'un pas; mais toutes nos prérogatives de la raison, dont nous sommes si fiers, cèdent au principe qui tombe en partage à la dernière brute, je veux dire à l'instinct. C'est l'instinct qui attache les hommes de tout culte quelconque à la vie. Ici il devient animal, encore l'animal ne fuit-il que la douleur, car la prévoyance de la mort, c'est-à-dire la fin des souffrances, n'est indiquée qu'à l'homme seul. Cette réflexion me porte insensiblement à penser que les êtres organisés le plus uniformément heureux sur ce monde sont positivement ceux qui ont le moins de sensibilité, et qui analysent le moins les élémens du bonheur. J'oserais presque croire que cette règle s'étend depuis l'<hi rend="italic">homme des labeurs corporels</hi>, en descendant l'échelle, jusqu'à l'esclave du Maroc, l'eunuque, le cheval, l'âne, la perdrix, la carpe, l'huître, jusqu'au zoophyte inclusivement.</p>
            <p lang="fra">C'est en relisant attentivement votre toute bonne lettre, que je sens dans toute son étendue la sagesse de cette philosophie dans laquelle, en marquant que vous ne vous êtes jamais appliqué à l'art de jouir de la vie, vous commencez enfin à vous instruire dans celui de ne pas souffrir. J'aime infiniment à considérer le bonheur sous ce point de vue; car, si le bonheur essentiellement négatif prive de tout jouissance, de toute émotion profonde, il rachète par la durée ce qui manque à son intensité passagère; mais peu d'hommes sont capables d'un tel empire sur leur organisation. Il faut l'ensemble de toute l'antiquité pour trouver des modèlets aussi parfaits qu'un Socrate et qu'un Boëce. Pourtant qui ne connaît les préceptes de bonheur d'un Sénèque? qui a mieux dépeint et enseigné les douceurs de la vie paisible qu'un Jean-Jacques? Ouvrons les pages des biographes: ne nous révèlent-elles pas, nonobstant beaucoup de vertus, les intrigues, les amours, l'ambition et les richesses de l'un? Et puis, peut-on avoir eu une existence bizarre, inquiète, plus volontairement orageuse et souffrante que celle de l'autre? Rien n'est plus vrai donc que de reconnaître cet état double dans l'intérieur de l'homme; et je conclus, en revenant à mon texte: que le vrai bonheur humain, pour la classe pensante bien entendu, s'accroît en rapport proportionnel du despotisme moral sur le domaine de ce principe qui nous pousse à l'héroïsme, au génie, à l'immortalité, aux ineffables félicités: je veux dire la <hi rend="italic">sensibilité</hi>. Vous, vous avez déjà bien trop de talent pour ne pas vous soumettre sciemment au sacrifice d'une portion d'un pareil bonheur.</p>
            <p lang="fra">Mais je dois finir, je le vois, car je viens de mettre votre patience à une rude épreuve. Conservez-moi, s'il vous plaît, votre amitié qui m'est vraiment bien chère; donnez moi de vos neuvelles, parlez-moi un peu de votre santé, de votre genre de vie, de vos occupations. Comment se porte Monsieur votre oncle, le marquis Antici? Et le bon abbé Cancellieri? Dites-moi aussi, si vous en avez le temps, quels sont les Italiens qui on traité les sujets philosophiques avec le plus de succès? Ma petite bibliothèque Italienne ne possède encore rien sur cette science: rigoureusement parlant, et à défaut d'autres penseurs, vous pourriez m'énumérer de profonds théologiens; je sais que le pays en abonde d'excellens; mais par charité passons outre ceux-ci: ce serait la mer à boire, et je ne m'en sens pas le courage. Adieu.</p>
            <p lang="fra">J'ai l'honneur de vous informer officiellement et très expressément que je n'entends vous appliquer en aucune façon l'indulgence que vous réclamez dans votre <hi rend="italic">PS.</hi>: c'est crier famine sur un tas de blé. Avant de mériter cette faveur, vous commencerez par oublier quelques virgules, apostrophes, accens, ou par couler quelques belles phrases à rebours du génie de la langue étrangère dans laquelle vous vous exprimez si gentilment. En attendant, soyez sûr que je vous aime, et beaucoup. Agréez mes voeux pour votre bonheur. Votre tout dévoué ami.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Melchiorri (1823)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIUSEPPE MELCHIORRI</hi>
               </byline>
               <date>Roma 14 Giugno 1823.</date>
            </opener>
            <p>Caro Giacomo. È gran tempo che non ricevo più vostre lettere, nè so indovinarne il perchè. Riceverete questa mia unitamente agli stamponi dell'<title>Eusebio</title>, che il buon vecchio compositore di de Romanis si prende l'incarico di mandarvi. Io gli ho corretti, come vedete, e quindi voi non avete a far altro che vedere se v'è rimasta cosa da emendarsi. Vedi di respingerli costì al più presto. Ho dato a Capaccini un'altra memoria in schiarimento del proposto cambio, poichè egli non ricordava più cosa alcuna. Avendolo veduto, e parlatovi, mi promise che si saria fatto tutto. Vedremo. Marini ti saluta, e giorni sono parlando della proposta fattagli da me di Paolina, mi disse che avrebbe bramato di sapere lo stato della dote, senza però che io ne facessi una formale richiesta. Vedi però di contentarmi comunque. Egli non ha risoluto alcuna cosa, ma lo vedo imbrogliato fra la gran quantità delli partiti.</p>
            <p>Finalmente da Parigi, ossia dal chiacchierone fiorentino, ho avuto la notizia del Codice di Varrone, che esiste alla Laurenziana, ed è del secolo XI, ed il cui confronto (mi dice il Canonico Bencini Sotto-bibliotecario della Laurenziana) esiste in Roma nella Libreria del Collegio Romano, fatto dal Lagomarsini. Ciò sarebbe una buona cosa. Basta, la verificherò. Tutto ciò apprendo da una memoria dello stesso Canonico Bencini, che m'ha inviato il detto Parigi. Vedi che poi non è tanto cattiva.</p>
            <p>Addio, caro Giacomo. Salutami tutti, e scrivimi spesso se non vuoi che vada in colera. Voglimi bene, e credimi il tuo aff.mo G.M.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Jacopssen (1823)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD A. JACOPSSEN - BRUGES.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 23 Juin 1823.</date>
            </opener>
            <p lang="fra">Mon cher ami. Je commencerai par vous remercier de tant d'expressions de bienveillance dont vous m'honorez dans votre charmante lettre, et surtout des marques de confiance que vous me donnez en me parlant de votre genre de vie, de vos pensées, de vos sentimens et de l'état de votre âme. Tout cela m'intéresse infiniment, et je ne saurais exprimer le plaisir que vous m'avez donné en m'entretenant de ces détails. Il est bien doux de voir les secrets d'un coeur comme le vôtre. Mais je croirais ne pas faire autant de cas que je le dois de l'affection que vous me témoignez, si je me laissais aller à quelque phrase qui tînt de la cérémonie. Je ne vous remercie donc pas; je me contente de vous assurer que mon coeur est tout à vous pour toujours.</p>
            <p lang="fra">Sans doute, mon cher ami, ou il ne faudrait pas vivre, ou il faudrait toujours sentir, toujours aimer, toujours espérer. La sensibilité ce serait le plus précieux de tous les dons, si l'on pouvait le faire valoir, ou s'il y avait dans ce monde à quoi l'appliquer. Je vous ai dit que l'art de ne pas souffrir est maintenant le seul que je tâche d'apprendre. Ce n'est que précisément parce que j'ai renoncé à l'espérance de vivre. Si des les premiers essais je n'avais été convaincu que cette espérance était tout-à-fait vaine et frivole pour moi, je ne voudrais, je ne connaîtrais même pas d'autre vie que celle de l'enthousiasme. Pendant un certain temps j'ai senti le vide de l'existence comme si ç'avait été une chose réelle qui pesât rudement sur mon âme. Le néant des choses était pour moi la seule chose qui existait. Il m'était toujours présent comme un fantôme affreux; je ne voyais qu'un désert autour de moi, je ne concevais comment on peut s'assujettir aux soins journaliers que la vie exige, en étant bien sûr que ces soins n'aboutiront jamais à rien. Cette pensée m'occupait tellement, que je croyais presque en perdre ma raison.</p>
            <p lang="fra">En vérité, mon cher ami, le monde ne connaît point ses véritables intérêts. Je conviendrai, si l'on veut, que la vertu, comme tout ce qui est beau et tout ce qui est grand, ne soit qu'une illusion. Mais si cette illusion était commune, si tous les hommes croyaient et voulaient être vertueux, s'ils étaient compatissans, bienfaisans, généreux, magnanimes, pleins d'enthousiasme; en un mot, si tout le monde était sensible (car je ne fais aucune différence de la sensibilité à ce qu'on appelle vertu), n'en serait-on pas plus heureux? Chaque individu ne trouverait-il mille ressources dans la société? Celle-ci ne devrait-elle pas s'appliquer à réaliser les illusions autant qu'il lui serait possible, puisque le bonheur de l'homme ne peut consister dans ce qui est réel?</p>
            <p lang="fra">Dans l'amour, toutes les jouissances qu'éprouvent les âmes vulgaires, ne valent pas le plaisir que donne un seul instant de ravissement et d'émotion profonde. Mais comment faire que ce sentiment soit durable, ou qu'il se renouvelle souvent dans la vie? ou trouver un coeur qui lui réponde? Plusieurs fois j'ai évité pendant quelques jours de rencontrer l'objet qui m'avait charmé dans un songe délicieux. Je savais que ce charme aurait été détruit en s'approchant de la réalité. Cependant je pensais toujours à cet objet, mais je ne le considérais d'après ce qu'il était; je le contemplais dans mon imagination, tel qu'il m'avait paru dans mon songe. Était-ce une folie? suis-je romanesque? Vous en jugerez.</p>
            <p lang="fra">Il est vrai que l'habitude de réfléchir, qui est toujours propre des esprits sensibles, ôte souvent la faculté d'agir et même de jouir. La surabondance de la vie intérieure pousse toujours l'individu vers l'extérieure, mais en même temps elle fait en sorte qu'il ne sait comment s'y prendre. Il embrasse tout, il voudrait toujours être rempli; cependant tous les objets lui échappent, précisément parce qu'ils sont plus petits que sa capacité. Il exige même de ses moindres actions, de ses paroles, de ses gestes, de ses mouvemens, plus de grâce et de perfection qu'il n'est possible à l'homme d'atteindre. Aussi, ne pouvant jamais être content de soi-même, ni cesser de s'examiner, et se défiant toujours de ses propres forces, il ne saint pas faire ce que font tous les autres.</p>
            <p lang="fra">Qu'est-ce donc que le bonheur, mon cher ami? et si le bonheur n'est pas, qu'est-ce donc que la vie? Je n'en sais rien; je vous aime! je vous aimerais toujours aussi tendrement, aussi fortement que j'aimais autrefois ces doux objets que mon imagination se plaisait à créer, ces rêves dans lesquels vous faites consister une partie du bonheur. En effet il n'appartient qu'à l'imagination de procurer à l'homme la seule espèce de bonheur positif dont il soit capable. C'est la véritable sagesse que de chercher ce bonheur dans l'idéal, comme vous faites. Pour moi, je regrette le temps ou il m'était permis de l'y chercher, et je vois avec une sort d'effroi que mon imagination devient stérile, et me refuse tous les secours qu'elle me prêtait autrefois.</p>
            <p lang="fra">Cette lettre est déjà trop longue. Le plaisir de causer avec vous sur ces sujets sur lesquels vous vous expliquez avec tant de justesse et de profondeur, m'a fait oublier cette partie de votre lettre dans laquelle vous me demandez quels sont nos meilleurs écrivains philosophes. Je tâcherai de répondre à cette question dans un autre temps. A l'égard des théologiens, je ne sais presque si nous en avons, beaucoup moins si nous en avons qui soient excellens. J'ignore même s'il peut y avoir de l'excellence dans ce genre. Votre ami, M. le baron de Hert (je crois ne savoir pas écrire son nom) est-il revenu chez soi? comment se porte-t-il? Faites-lui mes complimens, et donnez-moi de ses nouvelles, je vous prie. Le bon Abbé Cancellieri s'amuse toujours à faire des livres et à les publier. Mon oncle Antici va partir de Rome pour venir passer l'été à Recanati. Ma santé est bonne. Je vis ici comme dans un ermitage: mes livres et mes promenades solitaires occupent tout mon temps. Ma vie est plus uniforme que le mouvement des astres, plus fade et plus insipide que les <hi rend="italic">parole</hi> de notre Opéra. Adieu, mon cher ami; aimez-moi, s'il est possible, autant que vous méritez d'être aimé. Parlez-moi de vos occupations, de vos desseins, de vos observations philosophiques: plus vous vous étendrez sur ces sujets plus vous m'en ferez de plaisir. Je suis, avec l'attachement le plus vif et le dévouement le plus entier Votre tendre et sincère ami G. Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A F.G.Reinhold (1823)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A F. G. REINHOLD - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>
                  <add resp="ed">Recanati 23 Giugno 1823</add>.</date>
            </opener>
            <p>Benchè dopo la mia partenza da Roma, io abbia sempre desiderato di significarle la viva gratitudine ch'io professo agl'infiniti favori fattimi da Lei nel tempo del mio soggiorno costì, ho tuttavia dubitato s'io dovessi farmi animo di scriverle, parendomi che le sue grazie fossero mal compensate colla molestia che le sarebbe venuta dalle mie lettere. Veramente la stessa gentilezza e bontà ch'Ella mi avea dimostrato, dovevano indurmi a credere ch'Ella fosse, non dirò per gradire, ma certo per comportare ch'io l'esponessi i miei sentimenti verso di Lei nel miglior modo che avessi saputo. Ma come io sono continuamente noioso a me stesso, così temo di esser grave altrui; e ciò mi rende fastidioso e molesto in effetto, come Ella medesima, non ostante la sua somma bontà ed amorevolezza, avrà dovuto avvedersi ogni volta ch'io ho avuto l'onore d'esserle vicino. Finalmente non ho voluto che la timidità o la modestia prevalesse alla gratitudine, massimamente che il mio silenzio sarebbe potuto parer segno che io tenessi poca memoria delle tante obbligazioni ch'io le porto. Laddove io ne tengo tanta quanta si può maggiore, e la prego istantemente a credere ch'io non sarò mai nè per deporla nè per diminuirla. Veggo bene che di questo non posso farle testimonianza se non colle parole, perchè mi conosco insufficientissimo ad ogni altra cosa, ed ho molto maggior desiderio che speranza de' suoi comandi. Ma poichè l'è piaciuto darmi tanti segni di cortesia ed anche, ardisco dire, di benevolenza, non posso contenermi di supplicarla che s'Ella mi giudicasse mai buono a' suoi servigi in qualche menoma cosa, non voglia lasciare di adoperarmi come suo totalmente proprio e devoto. Mi farò anche lecito di chiedere alla sua generosità un altro favore, ed è ch'Ella voglia compiacersi di presentare i miei complimenti ed i miei rispettosi ossequi a Madama sua Consorte, a Madamigella sua Sorella ed all'amabilissima Figlia, ricordando loro la mia servitù; la quale sebbene sarà poco gradita per se medesima, spero che debba esser meno dispregevole quando venga offerta per mezzo di Lei. Ed Ella ancora si compiaccia di accettare le cordiali riverenze della mia famiglia, con quelle particolarissime di mio padre.</p>
            <p>Pregandola a conservarmi nella sua ambita e preziosa grazia, ho l'onore di segnarmi con profonda stima ed intera devozione Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Melchiorri (1823)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIUSEPPE MELCHIORRI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 27 Giugno 1823.</date>
            </opener>
            <p>Veramente non è bisognato molto tempo a fare che voi vi scordaste affatto di me, perchè dopo la seconda lettera, alla quale risposi subito, mi avete piantato, ed è un mese intiero che non mi scrivete. Vorrei sapere qualche cosa degli studi vostri, della vostra salute, degli amici, delle novità letterarie, ma voi mi lasciate allo scuro come un gufo. Vorrei ancora che intendeste da Cardinali se la creazione di quegli ufficiali del Registro avrà luogo alla fine di questo mese, come diceva, o se avrà luogo mai in altro tempo, acciocchè io sapessi come mi ho da regolare, o mi possa metter l'animo in pace di non muovermi più di qua.</p>
            <p>Delle mie <title>Osservazioni</title> eusebiane, non so se l'<hi rend="italic">Effemeridi</hi> n'abbiano pubblicato altro, o se dormano, o in somma che cosa ne sia successo. Non avendo nè potendo più avere nessuna copia del manoscritto, farò conto di aver gettata la fatica che ci ho posta di cinque mesi, e fatica vera e continua di tutto il giorno, senza divertimenti e senza ciarle: benchè conosco di aver fatto molto male a voler pubblicare quelle <title>Osservazioni</title> in Roma, dove, fuori dei sassi, non si capisce altro. Se per miracolo poteste avere quegli stamponi, bisognerebbe che me li mandaste per qualche vetturale o vetturino, che, venendo qua, sarà pagato; e credo che ne troverete facilmente alla Stelletta o altrove; perchè in questa stagione non sarà facile di trovare un'occasione che li porti gratis. Fuori di burla, se siete vivo e se non volete che dica male di voi, scrivetemi. Di me non vi posso dir altro se non che vi voglio bene al solito, benchè il vostro silenzio mi sappia un poco strano. Delle notizie letterarie sapete bene ch'io non sono in luogo da poterne avere. Salutatemi gli amici, e in particolare il cav. Marini, e Visconti se lo vedete; vogliatemi bene anche voi, e ditemi qualche cosa. Addio, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di F.G.Reinhold (1823)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI F. G. REINHOLD</hi>
               </byline>
               <date>Roma 28 Giugno 1823.</date>
            </opener>
            <p>Signore. Le righe di cui si compiacque di favorirmi, in data 23 del corrente, mi furono gratissime, in quanto mi offersero un contrassegno della sua rimembranza; se non che devo riconoscermi immeritevole di que' gentili sensi di gratitudine per il poco meno che niente che feci ed ho potuto fare, per esternarle la mia buona volontà e la mia stima per lei, non che per tutti i suoi congiunti. Laonde spetta a me di esprimerle il mio rammarico del non essermi io trovato nella circostanza di esibirle pruove più luminose di questi miei sentimenti, e quindi di assicurarla che avrò sempre mai cara l'opportunità che mi fosse esibita di supplire a quel difetto non di mio zelo, bensì di mia sorte.</p>
            <p>Benchè non me ne dica niente, mi figuro che sarà involto di bel nuovo ne' suoi studi, di cui spero che il mondo letterario raccorrà un giorno i frutti. Auguro che non abbia perduto intieramente di vista il Principe de' filosofi, il quale è ben degno di tutte le sue cure, le quali non potrebbero non essere apprezzate da tutti quei che di qua delle Alpi hanno fior di senno ed amore del bello. La versione del francese Cousin pare che vada innanzi. Per quella impresa, o sia per qualunque altra, le raccomando col Sig. Niebuhr lo studio della lingua tedesca.</p>
            <p>Le Signore di casa mia le ritornano i Suoi complimenti, e La prego di voler richiamarci alla memoria di tutta la sua degnissima famiglia, e sopratutto del signor suo Padre.</p>
            <p>Gradisca, Signore, i sensi di sincera stima, con cui ho l'onore di dirmi u.mo div.mo Servitore.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Melchiorri (1823)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIUSEPPE MELCHIORRI</hi>
               </byline>
               <date>Roma 9 Luglio 1823.</date>
            </opener>
            <p>Caro Giacomo. Mi dispiace di dovertelo dire, ma hai pure il gran torto. Tu ti lagni che io non ti scrivo, ed io ero per prendere la penna per scriverti Dio sa di qual inchiostro. Alle corte, io risposi all'ultima tua de li 16 Maggio, e risposi a li 24 dello stesso mese. Ora io non so che fine abbia fatta quella mia lettera, poichè di tante cose che io ti diceva tu non mi rispondi ad alcuna, motivo per cui credo che non l'abbi ricevuta. In seguito ti scrissi altra lettera inviandoti per occasione i stamponi dell'<title>Eusebio</title>, ma ieri soltanto seppi dal vecchio compositore di de Romanis, che s'era incaricato della spedizione, che non sono partiti questi stamponi da Roma che il giorno dopo S. Pietro. Forse a quest'ora li avrai ricevuti. Dunque avevo ben ragione di rammaricarmi non vedendo risposta a due lettere, giacchè quest'ultima che ti deve giungere cogli stamponi per mezzo d'un vetturale di Treia, che va in Ancona, è più d'un mese che l'ho consegnata a quel vecchio balordo, e la credeva già giunta al suo destino. Non è però che non dubiti dell'arrivo felice del piego; perciò rendimi inteso di tutto.</p>
            <p>Non ti posso dire niente del tuo affare, poichè dopo aver dato di nuovo quella memoria a Capaccini, non l'ho potuto più vedere. Ora poi è finito per ora, poichè credo che avrai saputo lo stato di salute del Papa. Nel caso contrario, sappi che il Papa Domenica a sera cadde nelle sue stanze, s'infranse il femore, rottura incurabile massime in un vecchio, gli è sopraggiunta la febre con delirio, e ieri sera neppure fu potuto sagramentare, perchè era più fuori di sè. Onde tutti gli danno pochi più giorni di vita. Vedi dunque che in questo momento non si può parlare d'impieghi.</p>
            <p>Ti dicevo nell'altra mia che Mai aveva publicato il <title>Frontone</title>; allora non lo avevo veduto, ora poi ti dico che egli sospettando delle tue ricerche in Libanio, ha publicato il frammento da voi rinvenuto nel Codice Barberino, alla fine del <title>Frontone</title>. L'Orazione come credo è quella stessa, poichè è diretta a Teodosio Seniore a favore de li tempi delli Gentili. Era questa laguna avvertita, se non sbaglio, da Raich <foreign lang="lat">(sic)</foreign>nell'Edizione di Libanio (T. II, p. 176, N.a 8). Egli l'ha desunto questo frammento da 5 Codici, cioè due Vaticani, due Urbinati, ed uno Palatino. Del Barberino non ne parla. L'aver veduto che voi pescavate nel Libanio deve esser stato il motivo che lo ha indotto a prevenirvi. Vi mando il principio ed il fine del frammento onde vediate se corrisponde col vostro:</p>
            <p>
               <foreign lang="grc">ὅτι δὲ καὶ θᾣύειν ἄξιον, οὐδεὶς οὔτ' εἷπεν οὔτ' ἤκουσε οὔτ' ἐπείσθη· οὐδ' ἅν εἴποι τις τῶν ἐκείνοις</foreign> etc. termina: <foreign lang="grc">Ἦν δὲ οἶμαι μηδὲν ἁμαρτάνοντας κατορθοῦν ἅπερ ἔθελον κάλλιον, ἢ μετὰ τοῦ Πλημμελεῖν. Εἰ δέ σοι Φήσουσι τινὰς κτλ</foreign>.</p>
            <p>È nell'Edizione Romana di <title>Frontone</title> p. 421 al 424 in fine dopo gl'Indici.</p>
            <p>Vorrei dirti di più, ma riserbo a dirti altre cose ad una altra lettera poichè ora sono costretto a sortire, ed è quasi un'ora di notte.</p>
            <p>Addio, caro Giacomo, ti salutano Marini e de Romanis, che ho veduti poco fa. Vogliatemi bene, e credetemi vostro aff.mo C.o ed A.o</p>
            <p>Ricòrdati del <hi rend="italic">Giordani</hi>.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Melchiorri (1823)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIUSEPPE MELCHIORRI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 14 Luglio. <add resp="ed">1823</add>.</date>
            </opener>
            <p>Caro Peppino. Torto a me, anzi torto alle maledette poste, perch'io risposi subito alla tua dei 24 Maggio, e quella mia lettera non ti giunse. Dalla tua de' 24 Maggio in poi, non ho avuto altro da te, se non quest'ultima dei 9 corrente. Quella che dici avermi scritta e consegnata al vecchio di De Romanis, e il piego che dici essermi stato spedito, non mi sono mai capitati, e non so dove m'abbia a rivolgere per riscuoterli. In verità il nostro ottimo De Romanis poteva usarmi la buona grazia almeno di far consegnare quel piego da parte sua, e non da parte di quel povero vecchio, al quale nessuno porta rispetto. E così, se il piego è andato a male colla parte del manoscritto che v'era, la storia è finita, perchè se agli stamponi si può supplire, al manoscritto non si supplisce più, non avendone io alcuna copia. Almeno, vi prego, fatevi dire da quel buon vecchio il nome del vetturale che doveva portare il piego, acciò ch'io possa farne qualche ricerca. Se non sa neppure il nome, felice notte.</p>
            <p>È chiarissimo che Mons. Mai ha pubblicato il frammento di Libanio, o per fare un dispetto a me, o sapendo di certo che col pubblicarlo, lo levava di mano a me che già l'aveva trovato. Pazienza per ora. Potrà dire ch'egli non è stato il primo a darmi fastidio, e in questo non avrà il torto.</p>
            <p>Quand'ebbi la tua lettera io non sapeva nulla della disgrazia del Papa, sicchè la notizia che me ne dèsti, non mi fu inutile. Veggo bene che nè adesso nè mai c'è speranza d'impiego per me, e bisogna risolversi a lasciar la pelle qui dove son nato. Non so qual sia la seconda memoria che dici aver data a Capaccini. Forse me lo dicevi nella lettera consegnata al vetturale. Se così è, non ti sia grave di ripetermelo, perchè quella lettera, come ho detto, non mi è stata ricapitata. E se v'era qualch'altra cosa d'importanza, ripetimi anche questa, chè te ne prego. Dimmi ancora tutto quello che nell'ultima tua scrivi che avresti da dirmi, e che lo lasci perchè ti conviene uscire. Non ricusare di spendere una mezzoretta in trattenerti con me, che sto qui solo come un cane, maledicendo l'ora e il giorno che... non voglio bestemmiare. Parlami de' tuoi studi e de' tuoi progetti, dammi qualche notizia letteraria; e potresti anche dirmi se l'<hi rend="italic">Effemeridi</hi> dopo la mia partenza hanno pubblicato nessun altro pezzo delle mie <title>Annotazioni</title> eusebiane, come io ti domandava nell'ultima mia.</p>
            <p>Nella mia risposta alla tua de' 24 Maggio, la qual risposta andò smarrita, io ti diceva che, secondo me, sarebbe stato bene di non parlar più a Marini del noto affare per un certo tempo. Ora dopo un mese e mezzo, crederei che le cose fossero in istato da potersi sapere se Marini vuol entrare in trattato, o no. Questi miei mi tormentano perchè vi scriva su questo proposito. Io credo che il negozio sia oramai ineseguibile, e così arguisco dal vostro silenzio e da quello di Marini, il quale non è possibile che a quest'ora non sia deciso o al sì o al no, circa il partito di Bologna. Fatemi dunque il piacere di dirmi qualche cosa su questo punto, e dirmelo chiaramente. Se non credete di dover parlare a Marini, non importa. Basta che mi diciate e mi facciate capir bene che l'affare non può aver più luogo, acciocchè questi di casa si mettano l'animo in pace, e pensino assolutamente ad altro.</p>
            <p>Ti avrei mandato il <hi rend="italic">Giordani</hi> per l'occasione del conte Garampi ch'è venuto a Roma poco fa. Ma nel tempo della mia assenza lo prestarono qui a una bestia di forestiere, che prima del mio ritorno è partito recandoselo con sè. Non dispero tuttavia di ricuperarlo, e quando io l'abbia riavuto, te lo spedirò colla prima occasione.</p>
            <p>Niebuhr è egli ancora a Napoli? è mai ripassato per costà? Dimmene qualche cosa, se ne sai nulla.</p>
            <p>Dell'articolo sopra Leoni che n'è stato? Nella mia lettera perduta io ti mandava un'apologia di quell'articolo, e ti pregava di mostrarla a De Romanis. Ma il diavolo se l'è portata. Salutami gli amici. Comandami in tutto dov'io ti posso servire. Scrivimi, e se non hai altro da dirmi, dimmi che mi vuoi bene, com'io te ne voglio. Addio, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Melchiorri (1823)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIUSEPPE MELCHIORRI</hi>
               </byline>
               <date>Roma 19 Luglio 1823.</date>
            </opener>
            <p>Caro Giacomo. Ho piacere di sentirti calmato, poichè avevi torto di lagnarti di me, come io lo avrei del pari se facessi doglianza di te, onde entrambi malediciamo la posta, che è stata cagione dell'interruzione de' nostri epistolari abboccamenti. Il vecchio compositore si volle caricare egli stesso di spedirti i stamponi e la mia lettera. Mi dice di averla consegnata ad un tal Castellani di Treia, che colà si portava con un vetturino del suo paese, e che in questa spedizione vi fu imbarazzato il Padre Abbate Benigni. Procurerò io di sapere dallo stesso frate qualche più precisa notizia, e quindi te ne renderò informato. Hai conosciuto meglio Mons. Mai? Io te lo diceva che era un falso amico, e tu non ci volevi credere. È stato frate, e tanto basta. Il Papa sta un poco meglio, ma ogni giorno che campa è un miracolo. Non temer per ciò che l'affare dell'impiego sia disperato, anzi a nuovo sovrano forse sarà più facile, poichè cambiano tutti i rapporti di corte. Intanto so da Cardinali che quelli tre ufficiali del Registro hanno avuta dal Tesoriere una paga di 3 mesi, onde per ora non serve parlarne. La seconda memoria che diedi a Capaccini fu compagna della prima, poichè mi disse che se l'era perduta. In quella si parlava, come sai, del progetto del cambio degl'impieghi.</p>
            <p>Nella lettera che ti doveva portare il vetturale di Treia ti chiedeva per parte di Marini notizia della dote di Paolina. Ora poi ti dico che questo nostro buon amico, sia per consiglio, o per volubilità, ha mutato pensiero. Non solo non mi ha parlato più di Paolina, nè ha stretto l'affare di Bologna, ma al contrario ha concluso il trattato di matrimonio con la Marchesa Clarelli di Rieti, vedova di un nobile di Terni. Nicolai ha fatto questo pasticcio. Io non ho voluto dirgli niente, e richiesto di consiglio ho risposto che faceva benissimo. Dunque dì pure a Zio Monaldo che ponga da parte ogni pensiero, e si rivolga altrove.</p>
            <p>Vengo ora ad annunziarti una calamità, che può dirsi publica. La notte delli 15 arse l'intera Basilica di S. Paolo fuori delle mura. S'appiccò il fuoco al celebre soffitto, che contava circa 14 secoli, per incuria di alcuni lavoranti. In meno di 8 ore quel famoso e vastissimo tempio fu interamente distrutto. Le 80 colonne scannellate della navata grande, che erano riguardate da tutti con sorpresa per la loro antichità, per il valore del marmo, e per l'integrità, sono strutte come candele di sevo esposte al calore del fuoco. Quelle dell'ala sinistra sono quasi tutte cadute, e le altre delle due navate traverse sono anch'esse calcinate. Ieri vi fui a vedere questo spettacolo, e ti giuro che non potei trattenere le lagrime alla vista di tanta perdita. Le due gran colonne dell'arco grande della confessione, che vi volevano quattro persone per abbracciarle, sono state spaccate come si spaccasse una canna. In somma S. Paolo non esiste più, ed incalcolabile è il danno di tal perdita, poichè non si può riparare alle colonne, alla travatura, che passava per un miracolo della mecanica, e vi erano delle corde di abete di un sol pezzo lunghe circa i 48 palmi. Questa travatura era così vasta, e così ben congegnata, che si girava da per tutto senza ombra di pericolo sempre caminando sulla grossezza delle travi; sulle quali eranvi incavate eziandio delle comodissime scale. I marmi, i musaici, le pitture antiche, tutto è andato in cenere in poche ore, e la matina delli 16 a 12 ore già aveva finito d'ardere, e non si vedeva che una fornace, ove eranvi da 8 palmi di bragia. Inutili sono stati i soccorsi delle guardie pompiere, poichè non hanno potuto salvare che convento, e due piccole cappelline interne. Tutti gli esteri che si trovano in Roma hanno pianto a questa calamità, che può dirsi Europea, e Roma è in un vero lutto. Io ho fatta una riflessione curiosa. Alla nascita di Alessandro il grande arse il tempio di Diana Efesina, ed ora alla morte di Pio VII arde la più antica e venerabile Basilica dell'orbe cattolico, chiesa primaria dell'Ordine Benedettino. O va' ora a non credere agli augurii? Sortendo una qualche relazione più circostanziata, te la manderò.</p>
            <p>Finalmente ho avuto lettera dal Fiorentino, del quale ti diceva male nella mia delli 24 Maggio. Mi ha inviata una Memoria del Canonico Bencini Sotto-Bibliotecario della Laurenziana, dalla quale conosco che Mai prese equivoco supponendo che il Codice padre di Varrone fosse venuto a Firenze da S. Marco di Venezia, mentre è venuto alla Laurenziana da S. Marco di Firenze. È stato questo codice consultato da Pier Vittore, e m'indica che l'intero confronto di questo codice esiste in Roma nella Biblioteca del Collegio Romano, fatto da Lagomarsini. Presto avrò campo di avere in mano questo Ms., e me ne approfitterò senz'altro. Allora farò ancora indagine delle pergamene che ti accennò Niebuhr. Del medesimo non so che ne sia. Da Napoli mandò a Mai alcune varianti di <title>Frontone</title>, che egli ha posto a piè dell'opera per 2a appendice, dopo il frammento di Libanio. Ma poi non ne so altro. Sapendo qualche cosa, ti farò consapevole di tutto.</p>
            <p>Quando avrai il <hi rend="italic">Giordani</hi>, mi farai piacere a mandarmelo, poichè gli <hi rend="italic">Elogi</hi> gli ho regalati a Marini al quale piacevano moltissimo. L'articolo sopra Leoni ancora dorme, e nella mia delli 24 ti dissi il perchè. Studii pochi assai. Il caldo, e l'amore mi hanno fatto trascurare le lettere. Ma presto voglio rimettermi sotto. Lessi ieri l'altro in Accademia la dissertazione sul Bassorilievo delle Noci (?). Sembra che piacesse, io però mi fido poco. Ieri pubblicai la dissertazione del Superista (?), e subito che avrò occasione, te la manderò. Salutami tutti, seguita a volermi bene, e pensa che mai mi scorderò di te, caro il mio Giacomo. Vorrei vederti più fortunato. Basta, lascia fare; al cambiamento di cose forse chi sa che non si possa fare di più. Addio, Giacomino mio, scrivimi, e ricordati che ti voglio bene. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1823)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>Piacenza 20 luglio <add resp="ed">1823</add>.</date>
            </opener>
            <p>Giacomino adorato. Non ti è mai venuto in mente che dal 10 marzo in poi non mandasti più una riga al povero Giordani? Non l'ami più? lo credi morto affatto? Credi che possa sopportare sì lungo e crudele silenzio del suo adorato Giacomino? Dirai che neppur io ti ho scritto. Ma sai bene, o carissimo che a me con questi occhi intenebrati, con questa mano tremante, colla testa perduta, con tante continue tristezze, è troppa fatica lo scrivere: ma sai insieme che io ti amo quanto amar si può al mondo; e mi struggo di desiderio d'ogni tuo bene; e continuamente a te penso, te desidero. Dunque per carità mandami subito una riga, che mi dica dove sei ora: con tuo comodo mi scriverai il più lungo possibile; poichè la mia voglia di leggerti è insaziabile; e non ho altra consolazione che lo sperare che in te la felicità e la gloria giungano ad agguagliare il merito. Dubito se tu sii ancora a Roma: perciò indirizzo la presente a tuo zio: al quale ti prego ricordarmi; e dirgli che ricevetti il suo libro, e gli scrissi il 9 marzo: non vorrei parergli bestia, se mai la mia lettera si fosse perduta.</p>
            <p>Sono ansiosissimo di sapere se conseguisti ciò che voleva procurarti il buon ministro Prussiano, o altra cosa che ti dia da viver libero in Roma. Per carità dimmi al più presto ciò che è di questa tua condizione, che è la cosa la più importante. Se ritornasti a casa (ohimè) dimmi come la passi. Salutami con affetto infinito e Carlo e Paolina (il che puoi far subito scrivendo, anche da Roma), e dammi loro nuove. Che fanno quelle carissime anime? che sperano?</p>
            <p>Io sono bene obbligato alla molta cortesia del signor Rezzi, che per ogni occasione mi manda a salutare. Ti prego di vederlo qualche volta per me; e dirgli che io lo riverisco, e lo ringrazio molto di cuore. È un altro mio cittadino costì, buono scultore, e cortese, Giulio Cravari: ti prego a volerlo conoscere, e salutare caramente per me. Giambattista Bassi valente e divenuto celebre pittor di paese è un amico mio antico, di amabilissima indole; piacciati di vederlo, e caramente salutarlo da mia parte: son certo che ti gioverà molto di averlo conosciuto. Non ti dico niente di Mai e di Canova (ai quali dopo lungo silenzio scrivo). Mi persuado che li vedi spesso; e non manchi dir loro ogni volta che io li adoro sempre.</p>
            <p>È amorevolissima la tua querela, o amatissimo, che io non ti parlo mai di me. Ma che vuoi ch'io ti dica sempre la stessissima miseria; che sempre mi tiene incapace d'ogni occupazione e d'ogni conforto quest'antica e disperata malattia di nervi; che mi macerano continue tristezze, per cagioni pubbliche e private; e che solo l'estrema debolezza dell'animo e del corpo è cagione che il mio soffrire non sia frenetico, qual fu finchè mi rimase qualche vigore? Ma tu nel fiorir dell'età, e delle speranze, avendo giustissimamente vastissime speranze, se non per la fortuna certo per la gloria; tu consolami col dirmi o che vai riducendo la fortuna ad esser meno iniqua, o che puoi ancora fortemente conculcare la sua iniquità. Caro Giacomino, per quel che ami di più al mondo, dammi presto di tue nuove; dimmi di te, di Carlo, di Paolina; e più lungo che puoi. Non mi dire che mi vuoi bene, se ciò ti toglie troppo tempo: io già sento che un cuore egregiamente buono come il tuo ama necessariamente chi lo ama. Dimmi come è stato possibile, che amandomi abbi taciuto 4 mesi. Compensami di tanto silenzio: voglimi sempre bene; sai ch'io ti amo come una cosa preziosa e santa. Dimmi che cosa stai studiando o scrivendo. Addio, carissimo Giacomino: stupisco di me stesso, che sì stanco di tutto il mondo io possa amarti con tanto fervore. Addio addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Melchiorri (1823)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIUSEPPE MELCHIORRI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 1° Agosto 1823.</date>
            </opener>
            <p>Caro Peppino. La disgrazia della Chiesa di San Paolo è veramente, come voi dite, europea. Anche in provincia se ne sente un rammarico grandissimo, e pur troppo, qualunque cosa si voglia fare, il male è irrimediabile e non ha compenso.</p>
            <p>Mi ha fatto un poco meraviglia che Marini, dopo avervi promesso di non entrare in altro trattato che con noi, abbia, senza dirvi niente e senz'aver avuto alcun torto per parte nostra, concluso il parentado con una Signora, che per quanto io sento, porta anche meno dote di quella che avrebbe portata Paolina. Pazienza, perchè tutte le cose debbono andare per un verso. Quanto alle mie antiche speranze, scusatemi, ma io non sono certamente della vostra opinione, che la morte del Papa, mi possa giovare a ottener qualche cosa. Anzi la morte del Papa è la maggior disgrazia che mi possa succedere; perchè tutte le mie speranze si fondavano sopra la promessa fatta a Niebuhr dal Segretario di Stato; e mutandosi il Pontefice, Consalvi non è più il padrone; sicchè la sua promessa non val più nulla; e tolta questa, io non ho la menoma ragione di sperar mai niente. Anche Niebuhr mi disse ch'egli si riprometteva di ottenermi qualche cosa <hi rend="italic">se durava Consalvi</hi>.</p>
            <p>Ho molto piacere che il toscano v'abbia risposto, e che la collazione del Codice di Firenze si trovi costì. Non poteva darsi cosa più comoda e più vantaggiosa per voi. Tanto più che il Lagomarsini era uomo eccellente in questi studi, onde la collazione fatta da lui, sarà certamente esattissima, e meriterà piena fede.</p>
            <p>Vi ho domandato più volte notizia di Visconti, pregandovi di salutarlo a mio nome, ma voi non me ne avete detto mai niente. Questa volta non vi dimenticate di parlarmene.</p>
            <p>Quello di cui vi prego quanto mai posso, è che vogliate far qualche pratica con quel Frate che ha notizia del vetturale, per veder di ricuperare gli stamponi e il manoscritto che non mi sono mai giunti. Datevene un poco di pensiero, ve ne prego, chè io vi resterò obbligatissimo di questo favore, perchè v'accerto che la perdita del manoscritto mi dispiacerebbe sommamente. Giacchè non ho guadagnato nulla colla mia venuta costì, almeno fate ch'io non ci abbia perduto. Vi raccomando quest'affare per tutta l'amicizia che vi professo, e che voi dite di avermi: non lo trascurate per l'amor di Dio.</p>
            <p>Seguitate caro Peppino, a ricordarvi di me, a scrivermi, a parlarmi di voi, a darmi qualche notizia letteraria di coteste parti. Io v'amo quanto ben sapete, e desidero di servirvi. Salutatemi gli amici e i conoscenti quando ve ne ricordate, e vogliatemi bene sempre. Addio addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Giordani (1823)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO GIORDANI - PIACENZA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 4 Agosto 1823.</date>
            </opener>
            <p>Mio caro angelo. Prima di partire da Roma io aveva incominciato a scriverti una lunga lettera, la quale mi convenne tralasciare insieme con ogni altra cosa subitamente, perchè la persona colla quale io aveva a fare il viaggio, volle partire prima di quello ch'io m'aspettava. Così mi portai meco quella lettera incominciata, e giunto qua, voleva finirla e mandartela, ma mi ritenne il pensiero che da Recanati niuna mia lettera ha mai fortuna di arrivarti: la qual cosa, delle tante miserie di questo soggiorno è la prima per me. Coll'ultimo ordinario ebbi la dolcissima tua dei dieci luglio, che mi fu spedita da Roma. E poichè mostri tanto desiderio delle mie nuove, Dio voglia che questa che ti scrivo non vada a male. Tanto sia detto per iscusare il mio silenzio passato, se bisogna, poichè tu devi credere ch'io non ho nè avrò mai maggior diletto nè desiderio che di star teco, potendo, colla persona, e non potendo, col pensiero e colla scrittura. Io dunque, mio carissimo e santo e divino amico, partii di Roma tre mesi addietro e me ne tornai nella mia povera patria; avendo goduto poco o nulla, perchè di tutte l'arti quella di godere mi è la più nascosta, e niente dolendomi di ritornare al sepolcro, perchè non ho mai saputo vivere. In verità era troppo tardi per cominciarsi ad assuefare alla vita non avendone avuto mai niun sentore, e gli abiti in me sono radicati per modo, che niuna forza gli può svellere. Quando io mi sentiva già vecchio, anzi decrepito, innanzi di essere stato giovane, ho dovuto richiedere a me stesso gli uffici della gioventù ch'io non aveva mai conosciuta. Ma in quest'animo ella non poteva trovar luogo. E così, colla esperienza di me stesso, mi sono certificato che la natura o l'assuefazione m'hanno disposto in modo da non poter essere altro che nulla. Non ti nego però che questa mia sepoltura non mi riesca alquanto più molesta di prima, specialmente perch'io non ci ho quella libertà che ho sperimentata fuor di qui per alcuni mesi. E la presenza degli uomini, de' quali non so più che fare, è, come tu sai, molto più fastidiosa nelle città piccole, e massimamente nella patria, che nelle capitali, dove altri può vivere anche nel mezzo delle piazze come in un deserto. Per questa cagione ho desiderato molto che avessero effetto le pratiche del buon Ministro di Prussia, il quale mi raccomandò al segretario di Stato con tanta efficacia con quanta avrebbe potuto un suo fratello. E il Cardinale l'ultima volta che lo vide (perchè il Ministro parti da Roma, come saprai) gli promise espressamente e spontaneamente ch'io sarei stato provvisto, la qual promessa è quanto s'è ottenuto fin qui. Intanto il Papa muore, e col Papa va il segretario di Stato, e col Segretario di Stato la sua promessa. Il Cardinale mi fece proporre dal Ministro di prender <hi rend="italic">la roba di Corte</hi>, mostrandomi che questa non mi costringeva a farmi prete; ma io desiderava alcun provvedimento per poter essere libero e seguitare le mie inclinazioni, non lasciare le inclinazioni e la libertà per esser provveduto.</p>
            <p>S'io divenissi mai padrone di me stesso, sai tu per qual cagione principalmente ne sarei lieto? Perchè potrei venirti a vedere e star teco per alcun tempo. Credimi ch'io desidero questa cosa tanto quanto mai desiderassi cosa alcuna, massimamente ora; e di giorno in giorno cresce questo desiderio. Non ispererei di rallegrarti nè di consolarti, nè pure di trattenerti piacevolmente, ancorch'io lo desideri tu sai quanto. Ma come si voglia, starei teco; e il mio pensiero si ferma in questo e ci si compiace, e non guarda più in là.</p>
            <p>Domandi de' miei studi, i quali ora non hanno alcun fine determinato: ed anche ti confesso che l'aver mirato da vicino la falsità, l'inettitudine, la stoltezza dei giudizi letterarii, e l'universalissima incapacità di conoscere quello che è veramente buono ed ottimo e studiato, e distinguerlo dal cattivo, dal mediocre, da quello che niente costa, mi fa tener quasi per inutile quella sudatissima e minutissima perfezione nello scrivere alla quale io soleva riguardare, senza la quale non mi curo di comporre e la quale veggo apertissimamente che da niuno, fuorchè da due o tre persone in tutto, sarebbe mai sentita nè goduta. Io aveva posto insieme un tometto di versi simili a quei pochi che tu conosci, aggiuntoci alcune prose appartenenti alla materia; e contro quello ch'io m'aspettava e che gli altri mi predicevano, ebbi in Roma dalla Censura la facoltà di stamparlo. Ma di quelle due cose che impediscono <foreign lang="grc">τὴν Παῤῥησίαν</foreign> voglio dire il timore e la speranza, l'uno non mi ha mai disturbato, l'altra mi sopravvenne per la prima volta in quel punto ch'io faceva metter mano alla stampa. Così tra per questa cagione e per l'avere avuto a partir di là, differii di stampare quella mia piccola Lirica, alla quale ora, trovandomi qui confinato, non ho più niun pensiero.</p>
            <p>Il zio Antici ebbe la tua lettera e mi diede i tuoi saluti. Farò le tue parti con lui e coll'abate Rezzi per lettera. Carlo ti ama, t'abbraccia, sta bene, e non sapendo che fare si trastulla assai colle donne. Paolina altresì ti saluta caramente. È ancor qui, che non s'è trovato mai da maritarla, e ha rifiutato varii partiti. Mia madre dice ch'io ti scriva di veder se tu potessi trovarlene uno in coteste parti. Dubito molto che la cosa ti sia possibile, perchè la dote è poca. In ogni modo, acciocchè tu sappi, ti dico che la dote è di settemila scudi. Quanto alla persona, così per le parti dell'animo e della educazione, come per le esteriori, credo che ci possa aver chi se ne contenti. L'età è ventidue anni; nè già ella si curerebbe di più che tanta gioventù nello sposo; nè anche di troppa nobiltà. Vedi ch'io t'ho scritto pur lungamente, e sempre delle cose mie, dimostrandomi contaminato di quel vizio ch'io detesto sommamente, e del quale invero io mi stimo esser netto forse più che non bisognerebbe con questa gente con cui si vive. Considera quanto io t'amo, che per compiacerti non mi curo di parere inetto a me stesso e a te, del cui giudizio fo più conto che di quello della fama. Mi scriverai col maggior tuo comodo possibile; o mi farai sapere per alcuna via che questa lettera ti sia giunta, acciò ch'io possa fidarmi di tornare a scriverti. Dici ch'io tralasci di testificarti l'amor mio. In verità ch'io l'avrei tralasciato, perch'io non seppi mai come significarlo bastantemente, ed ora meno che mai. T'abbraccio e ti saluto; con quanto affetto, lo sai tu che m'ami tanto, e lo so io che me ne struggo, e niun altro lo può comprendere. Addio, cara e celeste anima.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di C.Bunsen (1823)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO BUNSEN</hi>
               </byline>
               <date>Roma li 12 Agosto 1823.</date>
            </opener>
            <p>Ill.mo Signor Conte. Mi affretto d'inviarle un esemplare del <hi rend="italic">Merobaude</hi>, frutto delle dotte ricerche del Sig.r Niebuhr a San Gallo, destinato per Lei dal'autore, come rileverà dall'indirizzo che si trova scritto sul medesimo esemplare.</p>
            <p>Il Sig.r Niebuhr, nell'istesso mentre che m'incarica di salutarla distintamente da sua parte, mi domanda le sue nuove. Io spero, appoggiato sulli più solenni promessi <hi rend="italic">(sic)</hi> rinuovatimi ultimamente 10 giorni sono da persona che non mi ha mancato mai di parola, che queste nuove che il Sig. Niebuhr ha diritto di aspettare, che saranno conformi alle brame di Vostra Signoria Illustrissima. Benchè in quella occasione mi fu parlato di un impiego nel Censo a Recanati che Ella avesse desiderato, io ho creduto di dovermi tenere a ciò che seppi per parte del Sig. Ministro, il quale considerò sempre Roma come il luogo più adattato per proseguire i Suoi lavori letterari e filologici: se questo nel momento non si potesse realizzare, resta sempre l'altro.</p>
            <p>Passo colla più distinta stima e la più sincera considerazione di rassegnarmi Suo dev.mo obb.mo servitore.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Melchiorri (1823)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIUSEPPE MELCHIORRI</hi>
               </byline>
               <date>Roma 13 Agosto 1823.</date>
            </opener>
            <p>Caro il mio Giacomo. Non saprei cosa dirvi dei vostri stamponi, giacchè quel vecchio imbecille non mi ha saputo dir altro che li ha consegnati ad un vetturale di Treia, che portava con sè un pittore di Recanati, il quale era incaricato di consegnarli. Or ora perdo la flemma con questo vecchio pazzo, poichè non si può mai capire niente del suo discorso, e fummo veramente sciocchi, tanto io che Pippo, a fidarsi di lui. Pippo però mi dice che la perdita non sarebbe poi cosa grande, giacchè v'è tutta la composizione de' caratteri fatta, alla quale io ho fatte due correzioni. Cioè ho fatta una correzione che fu eseguita sul carattere, e vi mandava i stamponi con pochissime correzioni fatte, e lasciate così, onde voi vedeste l'ottimo stato della composizione. Così che ora mandandovi di nuovo i stamponi potreste a memoria correggerli, poichè oltre che io vi posi una diligenza grandissima nella prima, mi sovviene che in quelli che vi mandava non vi erano che pochi errori di greco e d'italiano, i quali potrete conoscere subito. Il male sarebbe per le citazioni, ma quelle mi ricordo che andavano benone. Ciò non ostante non lascerò di far fare delle premure per sapere l'esito del manoscritto. Voi intanto, se credete, ditemi se volete che vi mandi gli stamponi dinuovo.</p>
            <p>Voi mi domandate di Visconti, e perchè non ve ne scriva? Sappiate adunque che io ho rotta con lui ogni amicizia, giacchè si è manifestato per un vero birbante. Era del tempo che dubitavo di lui, ma ora poi ne sono pienamente convinto. Oltre che l'ho conosciuto ipocrita, adulatore, e di un pessimo carattere, ne ha fatte tante a me ed a Marini, che per avere la mia tranquillità ho dovuto rompere con lui ogni relazione. Ciò vi recherà meraviglia forse; benchè dovreste averlo squadrato quando foste qui in Roma. In due parole, egli recita un carattere da birbante in grado eroico. Non vi dico di più, ma se un giorno, come spero, avremo campo di riabbracciarci, vi dirò alcune cose che vi faranno stordire. Ciò mi servirà di regola a non esser così facile a prendere amicizie. Ma chi non si sarebbe ingannato nel vederlo e nel trattarlo? In lui si scorge il ritratto del Padre, e si verifica il detto evangelico: <hi rend="italic">non potest arbor mala bonos fructus facere.</hi> Basta, lasciamolo là, chè troppo si onora a parlarne tanto.</p>
            <p>Avete inteso con piacere il ritrovamento che ho fatto costì del Ms. del Lagomarsino sopra Varrone, e ciò sempre più mi mostra la vostra bontà verso di me, e la premura che voi prendete delle mie cose. V'assicuro che uguale la prendo delle vostre, e se alle volte ho mancato di subito rispondervi, è stato effetto di una pessima pigrizia, che per voi non dovrei avere, o pure di un ammasso di occupazioni. Vi prometto d'esser assiduo di qui avanti, e giacchè la fortuna mi ha favorito nel farmi scoprire un cattivo amico, voi solo riempirete quel vuoto che nel mio cuore ora esiste per la di lui perdita. Di questo solo vi prego, Giacomo mio, che mi continuate <hi rend="italic">(sic)</hi> ad amarmi, e non cancellate giammai dalla mente la memoria del vostro fedele e sfortunato amico. Così vi potessi un giorno riabbracciare. Ma chi sa? Ci giova a sperare, e noi speriamo.</p>
            <p>Passiamo ad altro. Vorrei che mi daste una risposta decisiva se vostro Padre vuole accudire alla compra de' classici di Torino. Ora la spesa è di circa scudi 36; più va in là, e più cresce. Perciò regolatevi, e ditemi se vi occorrono, altrimenti procurerò di esitare il duplicato di Marini. Se vi fosse anche da fare un cambio in libri, che da Marini non vi fossero e che vi voleste levare, l'affare sarebbe combinabile. Comunque sia, rispondetemi su di questo.</p>
            <p>La improvisa risoluzione di Marini mi ha recato non poca meraviglia, ma mi ha servito per conoscere il suo carattere, che ottimo in tutto, è un poco volubile nelli negozi, e spesso ama di tenere il piede in più staffe. Circa il vostro impiego, vi dissi della proroga di tre mesi che avevano avuto quei tre preposti del Registro, onde vedremo come anderanno le cose, ed in caso rinoverò le premure. Io però non sono persuaso di quel che voi dite. È vero che ora la molla che agiva era la raccomandazione di Niebuhr, ma chi sa quante altre molle non si troverebbero ad una mutazione totale? Io non so, e non posso giammai disperare. È vero che mi dirai che questo è il pensare delli gaudenti, ma a me torna conto di pensare così.</p>
            <p>Addio, caro Giacomo. Quello che ti raccomando caldamente si è che mi ami, e mi scrivi spesso. Addio, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Al card. Consalvi (1823)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AL CARDINALE ERCOLE CONSALVI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 15 Agosto 1823.</date>
            </opener>
            <p>Animato dalla fiducia che ispira la benignità di V.E.R. da tanti e tante volte sperimentata, e mosso dalle insinuazioni del Sig. Ministro di Prussia, ardii nel passato Marzo di umiliare all'Em. V. per mezzo del Sig. Ab. Capaccini una mia Supplica, alla quale lo stesso Sig. Ministro si compiacque di soggiungere in mio favore una Memoria di suo pugno. Mi feci animo di rappresentare in quel foglio all'Em. V. i deboli studi da me fatti nelle lingue antiche e negli antichi classici, le ristrettezze della mia famiglia e l'impossibilità in cui essa si trova di mantenermi fuori di questa mia patria, la quale sprovveduta d'ogni sussidio letterario, rende infruttuosa qualunque specie di studi. E mirando all'alta generosità dell'Em. V. più che alla mia insufficienza e piccolezza, passai a supplicarla umilmente di volere stendere in qualche parte anche sopra di me gli effetti del suo clemente e benefico animo. Il nominato Sig. Ministro di Prussia confermò e portò al colmo la speranza che io aveva nella magnanimità di V.E. facendomi noto che l'E.V. nell'ultimo abboccamento avuto con lui prima della sua partenza per Napoli, si era spontaneamente degnata di assicurarlo che i benevoli uffici da lui fatti in mio favore appresso V.E., non sarebbero restati inefficaci. Prendo dunque coraggio di ricordare all'E.V. i miei bisogni, e di dimenticare un'altra volta il mio demerito, per non mirare che alla sola benignità di V.E. E ciò faccio con tanto maggior fiducia, quanto che la generosa disposizion d'animo, che l'E.V. si è degnata di significare a mio riguardo, esige da me, non solo una viva speranza, ma la più intima e la più devota e fedele riconoscenza. Ai quali sentimenti aggiungendo quello della più umile e profonda venerazione e sommessamente supplicando l'Em. V. a perdonare questo mio nuovo ardire colla stessa clemenza colla quale si degnò di tollerare l'antecedente, passo col bacio della Sacra Porpora a protestarmi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A C.Bunsen (1823)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO BUNSEN - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 18 Agosto 1823.</date>
            </opener>
            <p>Illustrissimo e pregiatissimo Signore. Ebbi la sua gentilissima lettera in data dei 12 del corrente, insieme collo stimatissimo dono del signor Ministro, e le rendo dell'una e dell'altro infinite grazie. Ho letto con sommo piacere il <hi rend="italic">Merobaude</hi>, e trovatovi un nuovo ed insigne testimonio della vasta e profonda dottrina del celebre inventore. Supplico V.S. illustrissima a volerne esprimere da mia parte al signor Ministro la più viva riconoscenza, e nel tempo stesso raccomandarmegli e presentargli i miei rispetti. Sarebbe mio dovere di scrivere al signor Ministro io medesimo, e desidererei grandemente di farlo, ma dopo avergli scritto a Napoli poco appresso il suo arrivo colà, non ho mai potuto sapere dai miei corrispondenti di Roma, dove egli si ritrovasse, benchè ne abbia più volte domandato, e con grande premura.</p>
            <p>Non posso che protestarmele sommamente tenute degli uffici ch'Ella si è compiaciuta di fare a favor mio, come rilevo dalla sua pregiatissima. È ben vero che stante la scarsezza d'impieghi <hi rend="italic">secolari</hi> in questo Governo, parve al signor Ministro ed a me, che un posto di cancelliere del Censo fosse il meno incompatibile alle circostanze per ora, e questo posto fu domandato nella Supplica presentata a Sua Eminenza. Ma non fu parlato punto di Recanati, la qual città non ha e non ebbe mai il cancellierato del Censo, ed è un soggiorno affatto improprio a qualunque genere di studi, de' quali in queste parti non si conosce neppure il nome.</p>
            <p>Rinnovandole i miei più distinti e sinceri ringraziamenti, e pregandola a volermi onorare de' suoi comandi, s'Ella mi crede buono a servirla in alcuna cosa, passo colla più singolare stima e considerazione a confermarmi di V.S. illustrissima devotissimo obbligatissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1823)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>Piacenza 24 Agosto <add resp="ed">1823</add>.</date>
            </opener>
            <p>Giacomino adorato. Non mi dà il cuore di rimproverarti per la lettera che mi cominciasti in Roma, e non hai mandata nè finita: perchè il timore di perderla intendo quanto dovesse potere in un animo come il tuo. Ma pur vedi che la vita è o danni o rischi; e senza rischiare non si vive. Se tu volevi stare al sicurissimo, tormentavi crudelissimamente col lungo silenzio il cuor mio, nel quale tu hai tanta vita; e mi privavi della mesta consolazione che ricevo (dopo lunga ansia) dalla tua del 4. Mi consola aver una tua lettera, che antipongo pur a quelle di Torquato, e agguaglio a quelle di Cicerone quanto alla bellezza; e quanto all'affetto mi sono senza paragone. Mi rammarico, vedendo troncate quelle speranze romane, che mi avevano confortato. Oh Giacomino mio, rarissimo, incomparabile: sappiamo sopportare tacendo, e andare dal doloroso silenzio breve, all'insensibile silenzio eterno. Credimi: dio fece questo bel mondo unicamente per gli scellerati; e permise a una giunta d'alquanti sciocchi di goderne. Un bravo e buon uomo è una eccezione casuale e mostruosa contro le intenzioni (assai misteriose) di chi fece e ordinò questo bel mondo. Io ho sofferto al cuore strazii inesprimibili, vedendoti sfortunato, e pure speravo che un merito tanto straordinario, <foreign lang="lat">si qua fata sinerent</foreign>, dovesse erompere a utilità e gloria pubblica. Ora m'acquieto a veder te (tanto maggiore, ma pur similissimo a me) assai somigliante ancora nel sentire e nel patire. Così vuole il nostro destino; così sia: nè per me nè per te, che sei il meglio di me stesso, fo più querele. Quel solo che dobbiamo fare (e faremo) è di amarci con tutto il possibile amore, finchè non solo in ambedue, ma in uno dei due dura il vivere: e chi resterà amerà ancora la memoria e il nome dell'altro, come tuttavia incorporato a sè proprio. Giacomino mio, non pur sono pochissimi che possano (come ben giudichi) veramente stimare l'eccedente altezza del tuo ingegno e la squisitezza degli studi; ma chi intendere il tuo cuore, fuori di me, credo nessuno. Amiamoci; la lontananza è poco per rallentare un nodo cui stringa tanta conformità di dolore. A tante afflizioni se n'è aggiunta in questi giorni una ben tormentosa e inaspettata, la prigione d'un mio carissimo amico in Milano, egregiamente delicato d'animo e di corpo: la causa non si sa: egli è involto nella furiosa persecuzione universale; bench'egli credo non ha altra colpa che di pensieri. L'amo indicibilmente, perchè bravo, bonissimo, e infelicissimo: non ti so dire come io ne sono smarrito e addolorato. <foreign lang="lat">quid sumus? et quidnam victuri gignimur?</foreign>La vita è un deforme e terribile mistero: costa pur molto e vale pur poco. Non è colpa di Carlino s'egli se ne prende quella parte grassa, che a noi non fa invidia. Egli sarebbe assai meglio, se fosse lasciato fare. Oh stoltezze umane. Se io potessi fare un servigio a Paolina, mi parrebbe di fare un bene a me stesso. Nè la sua dote è tanto piccola per questo paesaccio: la difficoltà è di trovar qui un marito: e non dico un marito buono: ch'io spererei più facilmente un buon demonio nell'inferno che un buon marito qui: ma io non conosco un marito qui da offrire a una diavolessa, non che a un angelo amabile come Paolina. E anche qui si confonde mestamente il mio pensiero. Fa grandissima sciocchezza l'uomo che si ammoglia; e appena è possibile a donna esser felice non maritandosi. Salutami caramente Paolina e Carlino. A' tuoi genitori dirai, che ben volentieri, se trovar potessi un partito anche mediocre. Ma qui la ricchezza (ricchezza però di questi paesi) è in pochissimi: e questi sono anche più ineducati e brutali, in un paese ineducatissimo: e cercano le doti milanesi e genovesi. Tra i tanti pensieri che mi rattristano ci è pur questo, di conoscere in vari paesi ragazze brave, buone, degne di felicità, che non trovan marito, o s'impiccano orribilmente. Voglio finire, poichè la penna non mi getta che tristezze. Non ti chiedo che mi ami; no: ti chiedo che mi scriva. Giacomino mio, ricòrdati che il mio cuore è sempre teco. Addio addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Melchiorri (1823)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIUSEPPE MELCHIORRI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 29 Agosto 1823.</date>
            </opener>
            <p>Caro Peppino. L'interesse ch'io prendo alle cose vostre fa che molto mi dispiacciano i disgusti, che avete avuti con Visconti. Non so che dire. Me ne dispiace anche per lui. Veramente le amicizie o non si dovrebbero mai stringere, o strette che fossero, non si dovrebbero mai rompere. Sono però ben certo e ben persuaso, che la colpa in ciò non sia stata vostra.</p>
            <p>Mio padre non crede bene di prendere la collezione di Torino, perchè se si considera come collezione de' classici, egli ha già quella di Manheim, ch'è molto più corretta; se si considera come collezione dei <hi rend="italic">Variorum</hi>, in questa parte l'edizione di Torino non vale propriamente nulla, come, se vi ricordate, siamo convenuti insieme più volte.</p>
            <p>Finalmente mi è stato spedito da Treia il piego degli stamponi colla vostra carissima inclusa. Non finirei di ringraziarvi della cura e diligenza che per amor mio avete messa, come ben vedo, nella correzione delle prime prove. Le correzioni che ho fatto in queste seconde non sono di grandissimo momento, nè moltissime. Contuttociò, siccome pur sono in bastante numero, vi prego a compiere il favore che mi avete fatto, riscontrando colla vostra esattezza queste mie correzioni colle nuove prove, quando saranno fatti i trasporti. Ve ne prego, e ve ne sarò sommamente tenuto. Intanto vorrei che mi diceste se costì conoscete nessuno <hi rend="italic">il quale scriva d'uffizio e a cui si possa scriver d'uffizio</hi>. Perchè se conosceste qualche amico di questa qualità (come forse sarà Cardinali), mio padre spedirebbe a lui questi stamponi per la posta, col bollo di Gonfaloniere di Recanati; e così si farebbe presto e senza spesa.</p>
            <p>Vi domanderei le nuove vostre e dei vostri studi, e qualche notizia letteraria. Ma son certo che adesso non pensate ad altro che ai funerali del Papa morto, al Conclave, al nuovo Papa ec. ec. ec.: insomma non avete neppure un momento di pensare a me. E per questo non voglio dilungarmi di più, ed abbracciandovi li cuore, vi ripeto che sarò sempre e poi sempre vostro, e vi saluto. Addio, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di L.Mazzanti (1823)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI LUCA MAZZANTI</hi>
               </byline>
               <date>
                  <add resp="ed">Recanati</add> Di Casa 4 Settembre 1823.</date>
            </opener>
            <p>Signor Conte veneratissimo. La memoria dolcissima del Conte Giulio Perticari, tolto dalla morte alle lettere, agli amici <hi rend="italic">"Nel mezzo del cammin di nostra vita",</hi> non può essere in Lei spenta; chè amatore pur Ella delle lettere, e delle scienze, e a lui legato con vincoli di affinità, non poteva non esserle carissimo. Non dubito quindi che sia per essere di suo gradimento d'intendere l'elogio dell'illustre trapassato, scritto dalla maestra mano di Paolo Costa, che non ommise in esso alcuni tratti di grave erudizione, co' quali è l'elogio vagamente abbellito. Io ne Le rimetto l'esemplare cortesemente donatomi dall'autore, onde ne ammiri la eloquenza e le grazie, e meco compianga la perdita di un uomo grande, e di un amico carissimo.</p>
            <p>Sono con perfettissima stima di Lei Sig.r Conte veneratissimo dev.mo obbl.mo Servitore.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di C.Antici (1823)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO ANTICI</hi>
               </byline>
               <date>Roma li 20 Settembre 1823.</date>
            </opener>
            <p>Carissimo Nepote. Voi cercate con sottigliezza metafisica di trovare motivi per costituirvi mio debitore di cortesie ricevute, e la stessa enumerazione da voi fattane, non solo vi assolve da ogni riconoscenza, ma impegna me stesso a professarmi grato per il troppo conto che fate delle mie piccole e non proficue attenzioni. Credo pur troppo, che, se a nuovo Pontificato il timone del Governo sfuggisse dalle mani dell'Em.o Consalvi, le di lui decise disposizioni a collocarvi potrebbero restare senza effetto. Questo pensiere tanto più mi affligge, quanto più singolare ed efficace era stata la mediazione da voi interposta, e dovrà pur troppo, e assai presto convincervi, che nel miserabile vortice degli affari mondani spesso i piani meglio concertati si risolvono nel nulla. Non dobbiamo per altro così subito rinunziare alle nostre speranze, mentre può darsi o che il nuovo Pontefice conservi in posto così valente Ministro, o che questo possa indirettamente giovarvi, o che altro mezzo si trovi per giungere all'intento. Il Ministro d'Olanda, ora in Brusselles per ultimare il concordato assieme col Nunzio di Lucerna, ha molta stima per voi, e si dolse meco di aver saputo, poco prima della di lui partenza, gli offici di Niebuhr, e le promesse del Segretario di Stato, dichiarandomi che ancor'Egli avrebbe insistito volontieri per lo stesso oggetto. Egli non tornerà, è vero, che alla futura primavera, ma intanto potrà vedersi qual piega prendono gli affari, da chi vengono essi regolati, e ci concerteremo allora sui termini, coi quali dovrete scrivergli.</p>
            <p>Vidi la sera del Martedì il Segretario della Legazione Prussiana (cioè l'attuale Incaricato di affari), ed interpellatolo, per parte vostra, sull'attual dimora del Bar. Niebuhr, ebbi commissione di salutarvi distintamente in suo nome, e di assicurarvi, ch'Egli da un ordinario all'altro l'avrebbe saputo, ed a voi stesso, cui dovea una risposta, l'avrebbe scritto.</p>
            <p>Il mio ritardo nel recarmi costì è nato unicamente dalla malattia mortale del mio Filippo (con cui debbo venire per indi condurlo in Urbino). Egli non guarì perfettamente, che quando gli ardori della stagione mi ponevano nell'alternativa o di bruciarmi al sole durante le ore diurne, o di espormi a qualche pericolo durante le ore notturne. Se non insorge perciò qualche impreveduto ostacolo, sarò costì, a Dio piacendo, coi primi freschi autunnali.</p>
            <p>Siete grazioso coi vostri eccitamenti, perchè mi occupi ad italianizzare alcune scelte produzioni germaniche! È vero che nutrivo questa inclinazione, senza farmi sgomentare dalla mia tanta imperizia della nostra nobilissima lingua. Ma l'abbattimento in cui sono per il caldo; ma le interminabili, sempre rinascenti, non meno disseccanti, che indispensabili cure domestiche, me ne tolgono ogni lena. Leggo molto per rimedio alle mie noie; e talvolta si cangia in noia il rimedio medesimo, per cui salto da Plutarco al Petrarca, da Bossuet a Goethe, e trovo perciò più distrazione che istruzione. Quando per ipocondrico temperamento, per esperienza, e per massime radicate si è giunto ad avere a schifo il così detto gran mondo, e ad anelare il permanente, tranquillo oscuro soggiorno in mezzo alle proprie campagne, la vita, nella mia situazione, diventa un pesante incarico, ed altro di buono non vi si trova che di apparecchiarsi alla morte.</p>
            <p>Voi siete in circostanze felici, se sapete conoscerle e metterle a profitto. Tutto il tempo è a vostra piena disposizione; le muse vi si resero amiche fin dalla vostra adolescenza, e nel fior degli anni dovete ai loro favori, non solo i maggiori piaceri dello spirito, ma ben anche una bella celebrità. Datevi intieramente al sovrano piacere di ampliarla, e di renderla perpetua con qualche opera adattata ai bisogni del tempo, ed al miglioramento della nazione, e sarete felice. Non permettete che il nostro Carlo dissipi i suoi bei talenti e i tanti doni dalla Provvidenza a lui accordati, tra i vani sogni di migliorar situazione. Si fidi a questo mio linguaggio, che viene da cuor benevolo, e da molta esperienza, e non si esponga a sentir poi rimorso di non avermi creduto. Egli col mezzo di Mandolino ha mandati in dono a mia Figlia altri sei pezzi di musica trascritti col suo bel caratterino. Ditegli, che i Genitori dividono colla donataria i più vivi sentimenti di riconoscenza, ma che tutti tre uniti lo scongiuriamo a non accrescerla ulteriormente, perchè è giunta già a quel confine, ove comincia la confusione, ed il molesto sentimento di non potervi mai corrispondere.</p>
            <p>Che direte poi, per parte mia, al vostro sempre magnifico Genitore sull'inaspettata sua risoluzione di spedirmi in dono il noto quadro facendovi la non piccola spesa della cornice, della cassa e del trasporto? L'ho ritirato pocanzi dall'antro della Dogana, e l'ho trovato imbrattato di polvere, che sarà facile astergere colla sponga. Ma che peccato quelle ferite alla parte opposta collettate, e quelle scrostature che esiggono l'opera di altro pennello! Io al primo sguardo l'ho giudicato una copia, e ne ho risentito piacere, e dispiacere. Piacere; perchè altrimenti sì fatto dono era troppo per me incompetente, e non avrei avuto l'animo di accettarlo. Dispiacere; perchè se fosse originale, l'avrei, dopo ritoccato, messo in vendita per mandarne il prodotto al troppo generoso proprietario. Peraltro il farò esaminare da qualche perito: e se si riconosce classico, sentirò come ne dispone il Conte Monaldo, sentendomi anco in caso diverso un certo rimorso di coscienza di ritenerlo, tanto più che mi si manda come premio di servigi prestati, quandochè se ne avessi prestato alcuno, dovrebbe andare a sconto di tanti altri ricevuti. Sicchè ringrazio vivamente; protesto solennemente; saluto tutti teneramente; e nell'abbracciarvi di cuore, mi ripeto il vostro aff.mo Zio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Melchiorri (1823)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIUSEPPE MELCHIORRI</hi>
               </byline>
               <date>Roma 27 Settembre 1823.</date>
            </opener>
            <p>Caro il mio Giacomo. Era pur bella. Avevo ricevuti i stamponi dell'<title>Eusebio</title>, dal che avevo compreso che finalmente erano salvi, e non vedeva ancora un tuo foglio, che mi desse avviso del loro invio. Quando, dopo essere stato alla posta più volte, Giovedì finalmente mi dierono una tua in data delli 29 Agosto. Da ciò comprenderai quanto siano ben regolati i nostri uffici postali. Ciò non fa meraviglia, poichè così va in tutte le altre cose. Basta, sono stato contentissimo di aver riveduti que' benedetti stamponi, che mi facevano tremare per la perdita del manoscritto. Il vecchio balordo compositore li correggerà e trasporterà, e quindi io li vedrò dinuovo. Non temere su questo punto, chè saranno correttissimi.</p>
            <p>Tu mi chiedi nuove letterarie, e qui non ve ne sono, poichè ora non v'è che abbondanza di politica. Saprai del Card. Saverio <add resp="ed">?</add> che ci si minacciava per Papa, ma che la Dio mercè ha avuta l'esclusiva dall'Austria, avendo avuti 35 voti. Cosichè se il Card. Albani non giungeva a tempo, Lunedì 22 avressimo avuto il Papa nuovo, e Dio sa che Papa. Basta, questa è rimediata. Ora vonno che siano in ballo <hi rend="italic">Gravina</hi> o <hi rend="italic">de Gregorio</hi>. Certo che sembra imminente l'elezione. Se hai piacere di aver nuove in questo genere dimmelo, chè ne sono provisto a dovizia. Qui si sfoga Roma a scriver satire e libelli infamanti, ed i Cardinali se li prendono con gusto grande. Basta che facessero presto, poichè qui la confusione si fa sempre maggiore.</p>
            <p>I miei studi vanno bene. Seguito il lavoro delle Iscrizioni Vaticane, alle quali come ti dissi ho associato Cardinali Clemente. Il fratello Luigi ti saluta tanto. Marini ha sposato finalmente. Già ti dissi in altra mia la cattiva figura che ha fatto con me su questo proposito. Certo che non avrei mai creduto che fosse tanto volubile. Questo carattere però è meglio che si sia conosciuto ora, poichè non è un buon requisito per un marito l'avere quel difetto.</p>
            <p>Scrivimi spesso, caro Giacomo. Salutami tanto Carlo e Zio. Commandami pure con libertà, e ricordati di chi t'ama. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Brighenti (1823)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO BRIGHENTI</hi>
               </byline>
               <date>Bologna 22 Ottobre 1823.</date>
            </opener>
            <p>Carissimo amico. Dopo che lasciaste Recanati, e andaste a Roma, voi mi avete dimenticato. Non vaglio nulla, e non posso dolermi: pure per la riverenza che vi porto, azzardo di scrivervi questa lettera in doppio, cioè a Roma e a Recanati; implorando che vogliate donarmi un istante per iscrivermi le nuove vostre, e accertarmi della continuazione della vostra grazia. Spedii a suo tempo le solite copie ai vostri associati, dei volumi 1, 11 opere Giordani. Per queste mi dovete scudi 1.20. Per concludere e compire questa edizione ho dovuto fare un viaggio di 500 miglia di andata, e di altrettante di ritorno, essendomi recato in Isvizzera, e sino a Ginevra, paese incantato, e che lungamente resterà nella mia più cara memoria.</p>
            <p>Degnatevi, amico, di consolarmi, e di avermi per vostro, quale sono di tutto cuore, svisceratissimo amico e servitore.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Brighenti (1823)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO BRIGHENTI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <date>
                  <add resp="ed">Recanati</add>
                  <hi rend="italic">31 Ottobre 1823.</hi>
               </date>
            </opener>
            <p>Caro amico. Fatta e suggellata l'acclusa, mio padre che ora è qui Gonfaloniere, mi dà la polizzina che parimente vi accludo, e mi dice che vi preghi di volergli proccurare quello che ivi si espone. Io dubito che voi siate al caso di prendere questo incarico. Ma, posto di no, mi fareste ben piacere indicandomi a chi tornasse meglio diriggersi in cotesta città per lo stesso effetto. Addio, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1823)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>Firenze 5 Novembre <add resp="ed">1823</add>.</date>
            </opener>
            <p>Dopo lungo silenzio è ben tempo che io ti scriva, mio adorato Giacomino. Ti risposi da Piacenza in Agosto, prima di partire per questo giro di Liguria e di Toscana; del quale tornato alla mia solitudine in decembre ti parlerò più lungamente. Frattanto ti accenno che le amenità de' luoghi, e le molte cortesie di brave persone, m'han dato qualche sollievo e della malattia e delle tristezze. Ma tu, Giacomino adorato, come stai? che fai? Come stanno Paolina e Carlino? Abbracciali per me carissimamente; e pregali a non mi dimenticare del tutto.</p>
            <p>L'oggetto mio principale di scriverti da questa beata Firenze (dalla quale non saprei mai risolvermi di partire) è per parlarti di uno de' più bravi e cari uomini che io abbia conosciuti, stabilito da cinque anni in questa città, alla quale ha già fatto un gran bene, e più ancora ne farà; e non solo a Firenze, ma veramente all'Italia: che non avrebbe un buon Giornale, se il signor Giampietro Vieusseux non le avesse data l'<title>Antologia</title>. Io voglio dunque che tu, sulla mia parola, dii la tua amicizia a questo Signore; che io (e sai che non son facile a contentare) metto tra i migliori e più preziosi e rari. Egli metterà qui due righe per te; e tu gli risponderai. Egli sa che è un tesoro la tua persona e la tua amicizia; ma tu devi credere altrettanto di lui. Egli potrà (e vorrà) procurare molte agevolezze di mezzi a' tuoi studi: e io vorrei che tu mandassi materie al suo giornale, che è già senza paragone il migliore (anzi il solo buono) d'Italia; e che si farà ottimo, se i migliori d'Italia si uniranno tutti a lui. La Censura di Firenze è la più benigna in tutta Italia: il direttore Vieusseux è il solo che intenda che cosa sia e come debba esser fatto un buon giornale. Tu che hai il più raro ingegno che io mi conosca, e tanto sapere che appena è credibile; potrai farti conoscere così stupendo come sei, in questo giornale, che è il solo che abbia credito. E tu facendo onore a te e all'Italia, che ugualmente adoro, mi darai una grandissima consolazione. Nè più aggiungo. Se vuoi scrivermi subito (almeno due righe), diriggile a Bologna <hi rend="italic">ferme in posta</hi>. Dammi nuove di te, non brevemente. Dimmi di voler compiacere al consiglio anzi alla preghiera di questa mia lettera. Dimmi che mi ami, benchè io già lo so. E io ti ripeto (colla stessa inutilità, e collo stesso piacere) che ti amo e ti adoro sempre. Addio addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Melchiorri (1823)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIUSEPPE MELCHIORRI</hi>
               </byline>
               <date>Roma 5 Novembre 1823.</date>
            </opener>
            <p>Caro il mio Giacomo. È gran tempo che sono privo affatto di tue notizie, nè so che pensarmi. Non ho neppure avuta risposta all'ultima mia. È pur vero che io sono stato in faccende, ma tu pure devi avere avute le tue, e non poche; giacchè ti sei dimenticato del tuo cugino, e, quello che val più, dell'amico. Io ho corretti i tuoi stamponi, ed a giorni si tirerà l'ultimo foglio, e sarà in pronto l'opuscolo intero. Dimmi pertanto che deggio farne, come farlo legare, a chi darlo, come spedirlo etc. Scuotiti una volta, e scrivimi due righe, almeno per mostrarmi che sei al mondo.</p>
            <p>Non ti so dire niente de' miei studi, giacchè ora non ho altro per le mani che l'iscrizioni Vaticane. Il Varrone dorme, e dormirà per un pezzo; poichè non puoi credere quante vicende mi siano accadute dolorosissime in questi mesi. Se ti potessi raccontare tutti i miei guai, ti farei pietà; e vedo bene che non giovano le consolazioni della filosofia per darsi pace di certe disavventure che toccano il più vivo del cuore. Ho perduta ogni speranza di conforto, non avendo neppure un amico, col quale sfogare almeno la mia cruda doglia. Tu almeno, caro Giacomo, confortami con i tuoi caratteri, che sempre mi sono cari, molto più quando siano di medicina all'animo afflitto. Addio, caro Giacomo, attendo con impazienza un tuo foglio. Salutami Carlo, amami quanto io t'amo; e credimi costantemente il tuo aff.mo Cug.o ed Amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="A B.G.Niebuhr (1823)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A BERTOLDO GIORGIO NIEBUHR - BERLINO.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 10 Novembre 1823.</date>
            </opener>
            <p>Eccellenza. Ricevetti nel passato Agosto per mezzo del Signor Bunsen il pregiatissimo dono del <hi rend="italic">Merobaude</hi>, di cui V.E. mi volle onorare. Per allora fui costretto di limitarmi a pregare il Signor Bunsen che le facesse aggradire i miei più distinti ringraziamenti, non sapendo ancora il luogo ove Ella si trovasse, del quale non sono stato informato prima di questi ultimi giorni. Ora mi fo un dovere di ringraziarla direttamente della memoria ch'Ella conserva di me, e di significarle il piacere che la lettura del suo libro mi ha proccurato. La copia e la squisitezza dell'erudizione e della dottrina ch'Ella dimostra nella sua prefazione e nelle sue note, avrebbero accresciuta, se fosse stato possibile, l'ammirazione ch'io le professava da parecchi anni, per quel poco che ho potuto conoscere delle sue opere. Veramente è maraviglioso il vedere come tra le distrazioni di un viaggio e lontano dai libri, Ella abbia potuto spiegare tanta profondità di sapere, e tanta cognizione dell'antichità. Fra le altre cose, ho ammirato grandemente la felicissima congettura di cui Ella si è servita a scoprir l'autore de' Frammenti da Lei pubblicati. Non avendo qui il libro del Fea ch'Ella cita, non so se quegli abbia osservato il passo di Sidonio (carm. IX, 293-98), il quale comparato con quello d'Idazio (an. 19. Theodos. iun.) ch'è riportato quivi dal Sirmond, conferma notabilmente la di Lei bella congettura, e c'insegna la patria di Merobaude, che fu la Spagna. Ma son certo ch'Ella a quest'ora avrà già osservato l'uno e l'altro passo. Ottimamente Ella nega che quel <hi rend="italic">Ridiari</hi> nel titolo del carm. III indichi il nome dell'autore di quei versi. Io ho sospettato che <hi rend="italic">ridiari</hi> fosse una parola tronca, e che si potesse leggere <hi rend="italic">viridiari</hi>, perocchè il carm. III sembra essere la descrizione di un <hi rend="italic">giardino</hi>. Ma le parole <hi rend="italic">viri inl.</hi> paiono dimostrare che <hi rend="italic">Ridiari</hi> sia nome d'uomo. Nel carm. IV, v. 37, forse si potrebbe credere che la voce <title>urbi</title> non fosse intera, e che si dovesse leggere <title>urbis</title>. Nel primo Frammento dell'Orazione, v. 17, la voce <title>iniura</title>, che quivi è difficile ad intendersi, non potrebb'ella mutarsi in <title>ieiunia</title>? Forse questa voce in quel luogo converrebbe al senso, e non sarebbe aliena dalla latinità dell'autore. Nella seconda parte dello stesso Frammento primo, v. 10, 11, dov'Ella legge <title>in</title> JUDICIIS <title>severitas</title>, vegga se le paresse più a proposito <title>in</title> MORIBUS <title>severitas</title>. E nel verso seguente, se lo spazio nel Codice lo permettesse, leggerei <title>in</title> CONVICTU <title>aequalitas</title>. Nel fine dello stesso Frammento, dov'Ella stima che si parli di un arco trionfale, io dubitava che il senso e la somma del contesto fosse <hi rend="italic">che le orazioni e le narrazioni non possono agguagliare nè dar pienamente ad intendere il merito degli eroi e de' loro fatti</hi>; e però (v. 22) in luogo di MONUMENTUM, io leggeva AUDI<hi rend="italic">entum</hi>; ovvero HOC AUDI<hi rend="italic">entum</hi>. Nel carm. V, v. 52-4, Ella giudichi se il luogo si potesse risanare così: <foreign lang="lat">Depellimur</foreign> AXE, <foreign lang="lat">Nec terris regnare licet. Nec inulta</foreign> FEREMUS <foreign lang="lat">Haec tamen</foreign>. Finalmente nel verso 192 forse taluno potrebbe preferire NEPTUNUS a VULCANUS.</p>
            <p>Ho preso la libertà di sottomettere al suo giudizio queste spregevoli congetture, solamente per dimostrarle l'attenzione colla quale ho letto il suo nobile e degno lavoro.</p>
            <p>Se le sue occupazioni le permettessero di farmi pervenire per qualunque mezzo qualche nuova di Lei, Ella accrescerebbe grandemente le obbligazioni che le professa un suo ammiratore e devoto, il quale non perderà mai la memoria della generosità con cui Ella si compiacque d'interessarsi alla sua sorte. I cangiamenti avvenuti in questa Segreteria di Stato per la morte di Pio VII , mi hanno impedito di godere il frutto dei validissimi uffici da Lei fatti in mio favore: ma la riconoscenza ch'io le debbo, non perde perciò nulla della sua forza. Io vivo da eremita in questa mia povera patria, dove ho rinunziato quasi interamente agli studi filologici, i quali, com'Ella ben vede, non si possono coltivare in un paese privo affatto di codici e di buone edizioni de' Classici. La presente letteratura italiana è miserabilissima, com'Ella sa; ed oltre di questo, io vivo in un luogo così separato dal mondo che non mi trovo in istato di conoscere alcuna novità letteraria, degna di essere significata a V.E..</p>
            <p>Se a caso potesse mai accadere che nella mia piccolezza io mi trovassi capace di servirla in qualche cosa, la supplico istantemente a non volermi negar l'onore de' suoi comandi, assicurandola ch'io mi farei veramente una gloria di adempire i suoi ordini, e un piacere infinito di mostrarle col fatto qualche parte della somma devozione e gratitudine con cui sono di Vostra Eccellenza umilissimo ossequiosissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Brighenti (1823)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO BRIGHENTI</hi>
               </byline>
               <date>Bologna 12 Novembre 1823.</date>
            </opener>
            <p>Mio buon Amico. Finalmente ho avuto il piacere di veder vostri caratteri. Non potete credere quanto mi aveva addolorato il vostro silenzio. Ma non se ne parli più; e voi, donate voi stesso al mio affetto la importunità mia, che nacque appunto da un affetto infinito e non manchevole.</p>
            <p>Sarà vero che monsignor Trevisani pagò la sua associazione, ed eccovi come sarà nato un equivoco. Da un mio amico di Roma ebbi tre anni sono una nota di 12 associati, fra i quali è un <hi rend="italic">monsignor Trevisani</hi>. L'amico per tali 12 associati soddisfece alle scadenze. Voi mi deste una nota di 4 associati (voi compreso) e fra questi era un <hi rend="italic">monsignor Carlo Trevisani</hi>. Io non mancai fin qui di spedire una copia a monsignor Trevisani e un'altra copia a monsignor Carlo Trevisani degli undici volumi finora usciti. Se questi due monsignori sono un monsignor solo, perchè non ne fece egli mai cenno? Io in buona fede li credei due individui, e sono stato in questa opinione fino alla ricevuta della vostra 31 caduto ottobre, che mi fa nascerne dubbio. Intanto delle due copie suddette fui pagato sempre dal mio amico di Roma e da voi, ciascuno per la sua copia, salvo che voi dovreste i volumi 11 e 1, per cui siete in debito di paoli 12, invece di paoli 8. Ma se il Trevisani ne vuole una sola copia, io sono pronto a tutto ciò che non abbia ad assoggettar voi ad una spesa indebita, essendo contento di ritirare la copia superflua, quante volte non si avesse altro associato a cui cederla, e ne rifarò l'importo.</p>
            <p>Riguardo alla stampa, che mi proponete, eccovi alcune notizie. Veramente per determinare il prezzo di un foglio di stampa è necessario aver determinato due cose importantissime, cioè il numero delle copie e la qualità della carta: che sono i due titoli che diversificano i prezzi. Ritenuto però che le copie debbano essere <hi rend="italic">500</hi> (numero giusto), e ritenuto che ciascun foglio in-8° sia in bella carta e caratteri, come sarebbe per esempio la mostra che vi spedisco, il prezzo di ciascun foglio sarebbe di scudi 7, onde i quindici fogli importerebbero scudi 105. Aggiugnete per cartoncini e legatura altri scudi 15 e sarebbe il totale scudi 120. Mi pare però che non dovreste offerire il vistoso sagrifizio di 60 scudi e dire invece che sottostarete bensì alla metà della spesa, e concederete che lo stampatore si rifaccia prima della sua metà, ma poscia che le successive vendite debbano rimborsar voi della vostra spesa, e quindi il resto sia a suo vantaggio. Credo che anche a questi termini si troverebbe qui stampatore che vi servirebbe. Voi decidete ciò che vi piace, e quanto a me vi servirò con ogni puntualità. Vi raccomando mi ritorniate l'unita mostra, perchè l'ho levata da un'operetta, che mi rimarrebbe imperfetta.</p>
            <p>Rapporto alla comica Compagnia, avvertite il vostro signor Padre che è un po' tardi per isperare di averne una ragionevole. Adesso in Bologna non vi sono mediatori per i comici, essendo i Capocomici così screditati, e ingrati che niuno vuol servirli: pure da un povero diavolo addetto ad uno dei nostri teatri ho avuto l'unita nota, che vi rimetto senza peraltro garantire nulla, e solo per desio di obbedir voi e il signor vostro Padre, al quale farete i miei ossequi.</p>
            <p>Nella scorsa primavera fui sino a Ginevra; partii di qui il 20 maggio, e ritornai dopo 53 giorni. Ho stampato colà qualche cosa delle opere Giordani. Feci il viaggio per Mantova, Lugano, Sempione, ecc., e tornai pel Moncenisio, per Torino, ecc. Nel cammino io avea fatte delle annotazioni per un'operetta su quanto mi era occorso di osservare; ma poi ho gettato lunge da me questa tentazione. Però il mio libro sarebbe stato assai diverso da quelli d'altri viaggiatori. In questi molto si lodano le bellezze territoriali, e poco si parla dei costumi. Io avrei provato che noi abbiamo territori bellissimi, quanto quelli della Svizzera e più ancora, ma al contrario mi sarei esteso in lode di que' loro costumi che mi parvero maravigliosi. Quindi, poichè in que' lochi vi è dominante la riforma di Calvino, si sarebbe detto che io volea lodare l'eresia, lodando il savio contegno, la bella educazione, e la virtù e il pudore di quegli abitanti e di quelle abitanti, e n'ho dimesso il pensiero: ma io debbo confessarvi che ho trovato quella Ginevra un paese, quanto al morale, totalmente diverso e migliore del nostro. Io non ho visto colà un ozioso, un briaco, un bestemmiatore, un donnaiuolo. Tutto è quiete, silenzio, ordine: le giovanette sole per le vie, senza che alcuno manchi lor di rispetto; tutti, uomini e donne, occupati di negozi, di arti, di studi, e di legger presso che sempre, e fino le persone del volgo: chè io ho veduto una rivendugliola di ciliegie in piazza leggere un libro ad altre donne che circondavano il paniere della mercanzia. Fui a Ferney a veder la casa di Voltaire, e vidi più volte in Ginevra quella di Rousseau.... Ma il foglio è pieno: se un dì avrò il favor di abbracciarvi, vi parlerò a lungo di queste mie osservazioni ginevrine, che sono moltissime, e parecchie potrebbono chiamarsi filosofiche.</p>
            <p>Addio, addio, buon Amico. Vorrei che mi voleste sempre bene. Di Giordani nulla so da molto. Addio di nuovo.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Melchiorri (1823)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIUSEPPE MELCHIORRI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 14 Novembre 1823.</date>
            </opener>
            <p>Caro Peppino. Questa volta avete ragione di farmi dei rimproveri sopra il mio silenzio, perchè veramente è un pezzo che non vi ho scritto. Il trovarmi occupato ne' miei poveri studi, e il non aver niente di particolare da dirvi, mi han fatto mandar la cosa d'oggi in domani, finchè voi coll'ultima vostra mi avete prevenuto. Quanto alla stampa Eusebiana, io vi prego che quando sarà tirato l'ultimo foglio, prima che si venga alla legatura, mi mandiate un esemplare intiero, acciocchè io possa vedere se la stampa ha bisogno d'un <foreign lang="lat">Errata</foreign>, come già restammo d'accordo. Mandatemelo per la posta, sotto fascia, come si spediscono i giornali, scrivendo sopra la fasciatura il numero de' fogli di stampa contenuti nell'esemplare. Io farò subito l'<foreign lang="lat">Errata</foreign> e ve lo manderò, e vi scriverò circa il restante.</p>
            <p>Siate certo, mio caro Peppino, ch'io prendo parte ai vostri disgusti come se fossero miei propri. Quanto io desidero di consolarvi, potete giudicarlo facilmente, se conoscete l'amicizia e l'affezione ch'io vi porto. E se bastasse per vostra consolazione l'avere un amico il più sincero, il più costante, il più fedele ed affettuoso, voi sareste consolatissimo, perchè questo amico l'avete in me. Poichè la sola amicizia non può bastare, e le forze mi mancano a potervi confortare altrimenti, gradite, se non altro, i voti e i desiderii ch'io formo della vostra felicità. Amatemi, ch'io v'amo sempre, e v'amo assai; non dubitate di me, se posso servirvi in qualche cosa, comandatemi senza riguardi. Addio, addio.</p>
            <p>Mi rallegro molto che le iscrizioni Vaticane vadano avanti. Non può esser che voi non abbiate ad esser contento una volta di questo travaglio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Brighenti (1823)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO BRIGHENTI - Bologna.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 21 Novembre 1823.</date>
            </opener>
            <p>Caro Amico. Vi spedisco lo sc. 1.20 di mio debito, per la posta. Non credo avervi mai scritto che Mons. Trevisani si chiamasse Carlo, perchè non ho mai saputo il suo nome proprio. Del resto l'imbroglio è venuto da lui, che avendo incaricato me di farlo associare e pagare per lui, ha poi dato lo stesso incarico a un altro. Con che si sarebbe messo in obbligo di pagar tutte due le copie che gli sono state spedite, se tornasse conto il mandar più a lungo questa bagattella. Quanto alle due copie, è certo che Mons. Trevisani ne ha riscosso una sola. L'altra sarà rimasta ne' gorghi della posta, o se ne sarà servito chi avrà voluto. Però, usciti i volumi seguenti, potrete lasciar di mandare a Mons. Trevisani più d'una copia, perchè il secondo esemplare non è stato mai riscosso nè da lui, nè molto meno da me.</p>
            <p>Vi ringrazio molto distintamente delle notizie che vi prendete la pena di darmi sopra la stampa ch'io progettava. Vi dico in verità che improntare a dirittura 60 scudi, per ora non posso. Io contava di spenderne una quarantina, che avrei pagati subito e donati. Capisco però che allo stampatore è indifferente che il danaro sia improntato o donato, perchè anche improntato non lo restituirebbe mai; specialmente quando si fosse convenuto ch'egli si dovesse prima rifare della sua metà; della quale egli non direbbe mai di essersi rifatto. Parlo generalmente e per esperienza d'altri stampatori, non di quelli di Bologna. Vi dirò ancora che il prezzo di 7 scudi per foglio, non è straordinario, ma è tuttavia de' più forti, e uno di quelli dove gli stampatori guadagnano la metà: sicchè io credo che pagando 60 scudi, pagherei veramente l'intiera spesa, e farei a metà del restante. La mostra che mi favoriste, e che torno ad accludere come voi volete, mi soddisfa molto per la carta. Il carattere tondo mi pare, se non altro, male stampato, e peggio il maiuscolo. Il corsivo mi par veramente poco di bello. Ma di questo la mia stampa non avrebbe gran bisogno. Tutto si riduce in somma a questi termini, che voi mi diciate se credete possibile di stampare costì un quindici fogli, nella carta della mostra, con caratteri di mediocre nitidezza, in numero di 500 esemplari, colla spesa di una quarantina di scudi non improntati, ma dati assolutamente. Se non lo credete possibile, mi converrà differire il mio pensiero ad un altro tempo. Il sesto delle opere di Giordani, la stessa carta ec. mi soddisfarebbe moltissimo, e il mio libro anche in questo sesto non porterebbe più di quindici fogli. Solamente bisognerebbe che si potessero diminuire alquanto i margini laterali, perchè altrimenti molti versi non caperebbero in una riga. Se avete avuto pazienza di leggere tutte queste ciarle, e di non darmi al diavolo, siete un grand'uomo, e vi stimo più che per lo passato.</p>
            <p>Ho letto con molto interesse le osservazioni che voi mi fate sopra il vostro viaggio, e ve ne ringrazio. Convengo totalmente con voi che la nostra natura sia la più bella, e i nostri costumi e la nostra vita la più brutta del mondo. Mi dispiacerebbe molto che voleste mandare a male i vostri ricordi e i vostri pensieri. Senza dichiararsi per panegirista degli Svizzeri, e però senza dar troppo nell'occhio, si potrebbero mostrare e lodare i loro costumi, paragonandoli coi nostri, e cercando l'utile senza incorrere nell'odioso. Giordani mi scrive da Firenze ai 5, dicendomi di rispondergli a Bologna. Voi dunque rivedrete o avrete riveduto il nostro caro amico. Se ancora n'è tempo, abbracciatelo strettamente più volte a nome mio, ed assicuratelo che di pessima voglia io mi veggo costretto a pregare altrui di quello che vorrei fare io medesimo. Caro amico, voglimi bene, e credimi ch'io te ne voglio e vorrò sempre infinito. Mi dimenticava di ringraziarti a nome di mio padre delle premure che hai fatto grazia di prendere per la Compagnia comica. Ora si è stabilita e ordinata l'Opera in Musica, sicchè per quest'anno non avremo commedie. Addio, carissimo Brighenti. Perdonami le molte noie che ti do, e il pessimo stile e il maledetto carattere con cui ti scrivo. Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Brighenti (1823)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO BRIGHENTI</hi>
               </byline>
               <date>Bologna 26 Novembre 1823.</date>
            </opener>
            <p>Caro Amico. Con la favorita vostra del 21 ho ricevuto i paoli 12, che vi siete compiaciuto rimettermi: e con ciò rimane pareggiata per sempre la partita monsignor Trevisani.</p>
            <p>Sì, buon amico: il nostro divino Giordani è tuttora in Bologna, e spero vi rimarrà almeno fino ai primi del mese venturo. Questa mattina, contro il suo solito, non è venuto da me. Io, impaziente di vederlo, sono uscito in cerca di lui; ed egli nel frattempo è capitato in mia casa. Questa sera mi lusingo di vederlo, e tosto gli comunicherò le cortesie vostre.</p>
            <p>Che diamine dite? se avrò pazienza di leggere le vostre lettere? <foreign lang="lat">in primis</foreign>, sono lettere tali, che non credo l'Italia averne troppe di somiglianti. In secondo luogo esse sono di un degno amico e padrone, e ogni parola di quelle mi è interessantissima. Ritenete adunque che ho letto esattamente, e che ho già parlato allo stampatore. Se vi piace l'edizione Giordani, l'opera vostra sarà perfettamente simile ad essa. Le pagine saranno ritirate in modo che vi capisca facilmente il verso endecasillabo. Il volume sarà di <hi rend="italic">circa</hi> fogli 15, conforme renderà la materia. La correzione sarà diligente, e se ne tireranno copie 500. Lo stampatore accetta la offerta di scudi 40. I patti sono: 1° copie 50 del libro a vostra totale disposizione, per farne regalo o vendita come vi piacerà. 2° Le dette copie saranno legate in cartoncino, come le opere Giordani, e a voi rimesse fino a Pesaro senza spesa, avvisandovi del luogo dove sono depositate, perchè possiate ritirarle: e (se si avranno mezzi opportuni), vi saranno spedite fino a Recanati. 3° La edizione sarà compita e posta in corso entro il mese di Gennaro prossimo, ritenuto che non ritardisi l'originale.</p>
            <p>Fate adunque le vostre riflessioni, e rispondetemi; anzi, se vi piace, rimettetemi il manoscritto, perchè si cominci il lavoro al più presto possibile.</p>
            <p>Addio, rispettabile amico. Quando mai mi accadrà di potervi riverire di persona? Ritenete intanto che io vi amo e vi adoro per quella buona e maravigliosa anima che siete; e già spesso spesso ne parliamo con Giordani, il quale mi ha ben istruito dell'infinito che valete. Quindi scusate questi miei strambotti, de' quali mi vergogno; e vorrei risparmiarveli, se mi fosse dato di portar risposta alle vostre lettere in altro modo. Sopratutto almeno non mi chiedete voi scusa del tenore de' vostri fogli che sonomi preziosi: ed amami quant'io ti riverisco e ti amo.</p>
            <p>I miei ossequi al vostro signor Padre.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Brighenti (1823)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO BRIGHENTI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 5 Dicembre 1823.</date>
            </opener>
            <p>Caro amico. Vi ringrazio della premura che vi siete presa per eseguire le cerimonie di cui vi ho incomodato. Accetto le condizioni che mi proponete per parte dello stampatore nella vostra dei 26 del passato novembre. Vorrei che mi proccuraste da lui questo piccolo vantaggio, che due de' 50 esemplari che mi promette, fossero stampati in ottavo più grande degli altri, e in carta velina. Con questa riceverete il manoscritto. Secondo che voi mi direte, converremo circa il tempo della spedizione del danaro. Io mi riposo sopra di voi circa l'osservanza dei patti. Non conosco lo stampatore, ma credo che essendo solito di servirvi, non sarà capace di mancare a quello che vi avrà promesso, e perciò lascio di esigere da lui nessun'altra obbligazione particolare. Circa l'esecuzione della stampa, permettetemi che vi faccia queste avvertenze:</p>
            <p>1°. Non si usino j lunghi nè minuscoli nè maiuscoli in nessun luogo nè dell'italiano nè de' passi latini.</p>
            <p>2°. Le strofe delle Canzoni si stampino in una strofe per pagina.</p>
            <p>3°. Non si mettano nel margine superiore delle strofe nè lineette nè ghiribizzi nè altri ornamenti, che son tutte cose di cattivo gusto. Piuttosto in tutti i margini superiori si mettano i titoli corrispondenti delle rispettive Canzoni e prose, come nelle Opere di Giordani. Neanche si metta nessun ornamento nel frontespizio.</p>
            <p>4°. Tutte le prose si stampino nel carattere medesimo delle Canzoni, o in altro carattere tondo, ma nessuna in corsivo.</p>
            <p>5°. Nel manoscritto le citazioni a piè di pagina, che si trovano nelle annotazioni, sono indicate con lettere. Ma lo stampatore non deve guardare a questo, e dee fare le indicazioni con numeri progressivi, ricominciando la progressione a ciascuna pagina.</p>
            <p>6°. Le dette citazioni a piè di pagina si potranno stampare con quel piccolo carattere con cui nel tomo... delle Opere di Giordani sono stampati i passi della <title>Pastorizia</title> d'Arici.</p>
            <p>7°. Collo stesso piccolo carattere si potranno stampare i versi delle Canzoni che sono riportati avanti ciascheduna annotazione. Assolutamente nè questi versi nè le dette citazioni non si stampino in corsivo.</p>
            <p>8°. Già s'intende che tutte le parole lineate si debbono stampare in corsivo.</p>
            <p>Quanto alla correzione, potete immaginarvi quanto istantemente io ve ne raccomandi la maggiore e più scrupolosa e minuta esattezza. La punteggiatura (nella quale io soglio essere sofistichissimo) è regolata nel manoscritto così diligentemente, che non v'è pure una virgola ch'io non abbia pesata e ripesata più volte. E però anche questa parte, ch'è molto facile a esser trasandata da chi corregge, ve la raccomando caldissimamente. Se fosse possibile, io avrei molto caro e vi sarei molto tenuto, che prima di tirare i fogli, me ne faceste spedire di mano in mano per la posta le ultime prove, a due, a tre, o più fogli per volta, secondo che tornasse comodo. Io darei loro l'ultima correzione, e li tornerei a spedir franchi a posta corrente, dimodochè lo stampatore non avrebbe a soffrir nulla del ritardo o ben poco.</p>
            <p>Se il nostro buon Giordani è ancora costì, ripetetegli le più care espressioni che sapete per parte mia; e ditegli, vi prego, ch'io gli risposi subito, indirizzando a Bologna <hi rend="italic">ferma in posta</hi>, secondo che egli mi diceva nella sua di Firenze. Non so se la lettera gli sia giunta, perchè non veggo replica. Avrò caro di vedere la nuova traduzione di Anacreonte costì pubblicata, per la quale vi sarò debitore di paoli 3. Se non è troppo volume, potrete spedirmela per la posta.</p>
            <p>Ch'io non meriti le gentilezze che mi dite, non accade protestarvelo, perchè già lo sapete, e solo è il vostro cuore quello che parla. E s'anche la vostra mente fosse ingannata, sarebbe perchè non mi conoscete ancora se non da lontano. In ogni modo, io ve ne debbo ringraziare e compiacermene, perchè mi son segno dell'amor vostro. Il quale, quand'anche dovesse scemare per la presenza, io desidero vivamente di vedervi e abbracciarvi; ma questo non veggo quando potrà essere. Intanto io v'amo da vero, e voglio che vi serviate di me in tutto quello ch'io son buono. Mio padre vi saluta. Addio. addio. Vogliatemi sempre bene.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Melchiorri (1823)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIUSEPPE MELCHIORRI</hi>
               </byline>
               <date>Roma 6 Dicembre 1823.</date>
            </opener>
            <p>Caro Giacomo. Ho gradito moltissimo i vostri caratteri, delli quali ero privo da qualche tempo. Sento dalla vostra carissima che i vostri studi vi tengono occupato, e se questo è buono per voi, non vorrei che un'eccessiva fatica non rendesse la vostra salute più inferma di quello che è al presente. Datemi dunque notizia della qualità de' studi che avete per le mani, ed abbiatevi cura.</p>
            <p>Vi trasmetto sotto fascia un intero esemplare delle <title>Osservazioni Eusebiane</title>. Il numero de' fogli è di 7 ed un cartesino. Ne sono stati tirati 170 esemplari. Ho parlato a De Romanis perchè mi dicesse a quanto ascendeva la spesa della tiratura e della carta. Egli mi ha detto per ristretto prezzo scudi 12, ben inteso che stamperà ancora il frontispizio, del quale voi mi potrete mandare la modula, e l'<foreign lang="lat">Errata-corrige</foreign>, il che tutto assieme porterà un altro cartesino, e formerà li fogli 7 1/2 di stampa. La legatura poi sarà a parte, e non può passare i scudi 5 legandoli in <hi rend="italic">brochure</hi>. Non ho adunque che attendere un vostro riscontro, per porre all'ordine questa operetta.</p>
            <p>Sono sensibilissimo alla premura che voi vi prendete del mio povero stato, che ogni giorno invero si fa più terribile. Conosco di avere in voi un caro, affettuoso, e vero amico, ma mi duole che non posso seco sfogare l'interna doglia che mi agita e mi addolora. Se voi foste presente, i vostri soli consigli, le vostre parole potriano bastarmi a sedare il tumulto del mio cuore; ma poichè vuole la trista sorte che siamo divisi, non ha che a pregarvi di continuarmi mai sempre quell'amore che mi avete dimostrato, e sarò ben contento se mi compassionerete. Tutti li mali, che provengono da que' mali stessi che il mondo ci appresta, ponnosi con la filosofia medicare, ma quelli che hanno origine soltanto da ciò che ha il mondo di più bello e di più seducente non trovano rimedio che o nell'intero acquisto de' medesimi, o nella morte che toglie ogni ombra di speranza. Vedi dunque, caro Giacomo, se sono a ragione sfortunato. Nè li tesori di Creso, nè le glorie di Napoleone, nè le voluttà del Paradiso dell'Alcorano potriano rendermi la pace che ho perduto, nè rendermi punto meno molesta l'esistenza. Tu forse riderai che io ti parlo romantico? Tu che conosci il mio naturale più tosto tendente all'Epicureismo, di quello che al Platonico. Ma da ciò appunto devi riflettere, che siccome alieno viveva da tutto ciò che potesse urtare di troppo la mia sensibilità, una volta che sono incappato nella rete, non ho speranza di sortirne mai più. Unico, benchè magro conforto sono le tue povere lettere, che vengono consolatrici de' cuori agitati dalla violenza delle passioni. Ma mio Dio! che conforto posso io trovare nello studio e nelle lettere se da quelle ripeto li miei danni e le mie disgrazie? Basta non più, voi siete saggio abbastanza per non seguire il mio esempio, ma siete pur buono per compatirmi.</p>
            <p>Vi sono tenutissimo dell'interesse che vi prendete de' miei studi. Attendo Cardinali, che a momenti sarà in Roma, per dar mano alla stampa delle Iscrizioni Vaticane. Qui non abbiamo gran fatto di nuove letterarie. Mons.r Mai ha pubblicati que' frammenti di Giurisconsulti, con molte altre cose insieme, che formano una specie di <hi rend="italic">Anecdota</hi>. Io ancora non l'ho veduti, onde non ve ne posso dir cosa alcuna. Le nostre <hi rend="italic">Effemeridi</hi> cesseranno dall'essere periodiche alla fine dell'anno, e si porranno sul piede degli <hi rend="italic">Opuscoli Bolognesi</hi>, vale a dire si stamperanno due o tre Tomi l'anno di Memorie originali scelte, e non fatte come tal volta ora accade <hi rend="italic">invita minerva</hi>. Allora, se crederete, farete grazia di contribuire qualche cosa del vostro letterario peculio. Anche in Bologna, mi scrive Orioli, si continueranno a publicare gli <hi rend="italic">Opuscoli</hi> di Annesio Nobili, anzi il detto mio amico mi fa premura perchè gli procuri delle Memorie. Se mai vi gradisse di più Bologna, voi non avete che a scrivermelo, e sarete tosto servito. Addio, caro Giacomo, siatemi generoso de' vostri cari caratteri, e credetemi che vi amo assai, nè vedo l'ora di riabbracciarvi. I miei saluti a Carlo. Addio addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Brighenti (1823)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO BRIGHENTI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 8 Decembre 1823.</date>
            </opener>
            <p>Caro amico. Trovando qui una persona che ha conoscenza col Corriere, me ne sono prevaluto per farvi ricapitare senza spesa di posta il manoscritto che sapete, il quale è partito di qua coll'ultimo ordinario. Il corriere l'ha portato per favore, ma dicendo che lo lascerebbe alla posta. Mi è parso dunque bene di scrivervi queste poche righe per vostro avviso, e anche perchè m'avvertiate se vi fosse occorsa qualche spesa nel ritirare il manoscritto, giacchè io non sapeva che il Corriere l'avrebbe lasciato alla posta. Di tutto il rimanente avendovi scritto nella lettera che troverete dentro il piego non mi resta che abbracciarvi e ripetermi con tutto il cuore vostro affettuosissimo amico Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Brighenti (1823)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO BRIGHENTI</hi>
               </byline>
               <date>Bologna 10 Dicembre 1823.</date>
            </opener>
            <p>Carissimo amico. In tutta fretta; anzi nella massima fretta. Ho ricevuto coll'ultimo Corriere, cioè con quello della scorsa domenica, il vostro <hi rend="italic">manoscritto</hi> e la grata vostra del 5 Decembre. Vi serva che questo pacco ha importato alla posta paoli 22 come rilevate dall'acclusa sopra coperta di ritorno.</p>
            <p>Il nostro Giordani è qui ancora; ma egli non ebbe mai quella vostra lettera <hi rend="italic">ferma in posta a Bologna</hi>, che mi annunziate. Bensì molto vi abbraccia e vi saluta.</p>
            <p>Sotto fascia vi spedisco un Anacreonte, stato lodato anche dal nostro Giordani. E pregandovi a non cessare di volermi bene, mi confermo vostro servitore ed amico vero.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Melchiorri (1823)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIUSEPPE MELCHIORRI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 19 Decembre 1823.</date>
            </opener>
            <p>Caro Peppino. Ho ricevuto la cara vostra dei 6, insieme coll'esemplare eusebiano, che avete avuto la splendidezza di francare, non ricordandovi che lo spedivate per mio solo comodo e vantaggio. Vi accludo l'<foreign lang="lat">Errata</foreign>, nella stampa della quale vi prego a volermi continuare i favori che mi avete fatti in quella del resto, proccurando che riesca esatta e senza sbagli, i quali in un'<foreign lang="lat">Errata</foreign> sarebbero più dannosi che mai. Ve la raccomando. Benchè l'<foreign lang="lat">Errata</foreign>, come vedrete, non sia molto scarsa, nondimeno potete dire al nostro De Romanis ch'io sono stato assai contento della correzione della stampa, perchè gli errori non sono di gran momento. Vi accludo anche la modula del frontespizio. Mi fareste piacere pregando De Romanis a tralasciare l'<hi rend="italic">Estratto dalle Effemeridi Romane</hi> ec. se ciò non è contro le regole, e s'egli mi vuol fare questo favore. Voglio intendere che lo preghiate di non mettere queste parole nel frontispizio. Quanto al prezzo degli esemplari, che tutto insieme verrebbe a essere 17 scudi, mi ha fatto un poco maraviglia. Voi mi diceste che la stampa del vostro <hi rend="italic">Esame</hi> di Nibby vi era costata in tutto quattro o cinque scudi. E vero che il mio libretto contiene circa il doppio di fogli: ma v'è una gran differenza dal dover pagare tutta la stampa fatta a posta, al pagare solamente la carta e la tiratura di alcuni esemplari. Il vostro <hi rend="italic">Esame</hi> era pieno di greco come il mio libretto, ma quando anche ciò non fosse, tanto il greco quanto qualunque altra difficoltà spetta alla composizione, la quale io non debbo pagare. Voi stesso mi diceste che la mia spesa non avrebbe potuto essere più di cinque o sei scudi. Da 6 a 17 v'è un gran divario. Mi avvertite che si sono tirati 170 esemplari. Voi mi siete testimonio ch'io ne ordinai cento soli, i quali anche mi avanzano. Gli altri settanta non mi servono, e non sono miei. Questo è fuori di controversia. Trattandosi ch'io non debbo pagare se non la tiratura e la carta, settanta esemplari di meno debbono portare la diminuzione di due buoni quinti nella totalità del prezzo. Questo ancora mi pare evidente. Fate fare, vi prego, queste osservazioni a De Romanis. Io pagherò puntualmente quello che dietro tutto ciò converrete e stabilirete con lui. Vi prego però di dire a De Romanis che desidererei mi dasse qualche poco di tempo. Io aveva conclusa, poco prima di ricevere la vostra lettera, la stampa delle mie Canzoni a Bologna (e questo lo dico a voi, perchè a De Romanis non può importare); la quale stampa mi porta una spesa notabile. Un <hi rend="italic">figlio di famiglia</hi>, la cui figliuolanza non finisce mai, si trova alle strette per ogni piccola cosa. Io pagherò esattamente e al più presto possibile: sapete bene com'io son fatto: ma spero che De Romanis mi farà questo piacere di aspettarmi per qualche tempo. Circa la legatura vi prego di ordinare che sia fatta con sommo risparmio in una semplicissima carta, come il vostro <hi rend="italic">Esame</hi> di Nibby. Ben inteso che questa legatura dev'essere di soli cento esemplari; anzi di novantanove, perchè uno dei cento me lo avete già spedito, ed io lo ritengo. - Se vi facesse maraviglia ch'io faccia stampare le mie Canzoni a Bologna piuttosto che costì, sappiate che lo fo solamente perchè a Bologna avranno un'accoglienza più facile che a Roma, e saranno più a portata di diffondersi. - La vostra lettera, caro Peppino, mi ha consolato molto, perchè vedo che le sventure di cui vi dolete, e che mi tenevano in pena, sono affari di amore. L'amore, anche profondo e disperato, è sempre dolce. Io sono troppo persuaso, non dico della vostra filosofia, perchè la filosofia in questi casi non serve ma della vostra accortezza e cognizione del mondo, per credervi capace d'innamorarvi in modo che la passione vi possa inquietare. Caro Peppino, non siamo più a quei tempi. Nella primissima gioventù, questo ci può accadere; ma dopo fatto esperienza delle cose, è impossibile, o è troppo fuor di ragione. Non crediate ch'io sia di marmo. Un tempo addietro io era capacissimo di una passione furiosa; ne ho provate anch'io, e per confessarvi la mia sciocchezza, vi dico che sono stato più volte vicinissimo ad ammazzarmi per ismania d'amore, ancorchè in verità non avessi altra cagione di disperarmi che la mia immaginazione. Ma dopo l'esperienza, sono ben sicuro di morire e di soffrire per tutt'altro che per una donna. Farei torto al vostro buon giudizio se vi ricordassi che le donne non vagliono la pena di amarle e di patire per loro. Non posso credere che mi rispondiate che la vostra è diversa dall'altre. Questa è la risposta di tutti gl'innamorati, e non sarebbe degna di voi. Voi ed io dobbiamo tenere per assioma matematico che non v'è nè vi può esser donna degna di essere amata da vero. Insomma io sono quasi certo che un vostro pari non è capace di amare se non per divertimento. Voi mi dite che le Lettere hanno cagionato la vostra passione. Dunque l'oggetto del vostro amore è una Minerva. Non pretendo sapere il vostro secreto: ho veduto per prova che negli affari di galanteria voi siete più misterioso e geloso che molti non sogliono essere cogli amici intimi. Mi contento di felicitarvi sulla vostra scelta, supponendo (perchè così debbo supporre d'un uomo pratico come voi) che non l'abbiate fatta se non per divertirvi. In questo caso vi lodo e vi stimo assai. Allegramente, caro Peppino; ridiamoci del mondo, e sopra tutto delle donne, che son fatte a posta per questo. Ma se vi divertisse più di piangere, io son pronto a piangere con voi, e compatirvi; e quando vi serva di consolazione lo sfogarvi con me, fatelo in qualunque modo vi pare. Voi sapete ch'io v'amo; forse anche conoscete il mio cuore, e sapete che è capace d'intendere, e di prender parte alle afflizioni degli amici veri ed intrinsechi, quale voi mi siete stato, e sarete sempre, se così vi piacerà. Amatemi e scrivetemi, e soprattutto rallegratevi, perchè non saprei darvi un consiglio nè più utile nè più ragionevole e conveniente a chiunque ha esperienza della vita, come avete voi. L'indifferenza e l'allegria sono le uniche passioni proprie, non solamente dei savi, ma di tutti quelli che hanno pratica delle cose umane, e talento per profittare dell'esperienza. Addio addio, ti abbraccio e ti auguro il buon Natale. Salutami De Romanis e gli altri amici. Puoi dire a De Romanis che ora non avendo altra occupazione che lo studio, e trovandomi finalmente aver dato sesto a molti lavorucci che m'imbarazzavano, s'egli ha qualche cosa da prevalersi di me, sono in grado di servirlo, ed anche con prontezza.</p>
         </div1>
         <div1 n="A C.Bunsen (1823)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO BUNSEN - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 22 Dicembre 1823.</date>
            </opener>
            <p>Stimatissimo Signore. L'interesse che V.S. illustrissima ha ben voluto mostrare a quello che mi riguarda da che ebbi l'onore di conoscerla, mi ha dato cagione di sperare che la sua gentilezza, malgrado il mio poco merito, non ricuserebbe di favorirmi quando l'occasione si presentasse. Questa fiducia mi fa animo di chiederle la sua assistenza in un affare, dove essa potrebb'essermi di grande utilità. È venuto a vacare in questi ultimi momenti il posto di cancelliere del Censo in Urbino; e questo ufficio, essendo sufficientemente provveduto, e non esigendo gran travaglio, potrebbe somministrarmi i mezzi di passare la metà dell'anno a Roma, e per conseguenza la possibilità di esercitare e continuare i miei deboli studi, i quali nel paese in cui mi trovo sono privi com'Ella sa bene, di ogni soccorso, e impossibili a coltivare. Io non so se Ella troverà opportuno di fare su questo soggetto qualche uffizio in mio favore nel modo che le sembrasse più a proposito. In caso che non le rincrescesse di favorirmi, io le professerei le più vive e le più sincere obbligazioni, qualunque esito d'altronde potesse avere il mio affare. E se questo riuscisse, io sarei tenuto principalmente a Lei del conseguimento di una cosa, che, dovendo proccurarmi la possibilità di studiare, forma il più grande e quasi l'unico mio desiderio.</p>
            <p>Dopo l'avviso che Ella si compiacque di farmi pervenire, io scrissi al signor Niebuhr a Berlino per ringraziarlo dell'esemplare del <title>Merobaude</title> di cui mi aveva onorato. Non avendo mai saputo se la mia lettera gli sia giunta, ardisco pregarla caldamente di voler dirgli una parola che gli ricordi il rispetto, la riconoscenza e il devoto attaccamento ch'io gli professo.</p>
            <p>V.S. illustrissima si compiaccia di perdonare la mia confidenza, e di accettare i voti ch'io formo per la sua felicità nel nuovo anno, come dettati dalla stima e dalla riverenza, con cui ho l'onore di ripetermi di V.S. illustrissima devotissimo obbligatissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Melchiorri (1823)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIUSEPPE MELCHIORRI</hi>
               </byline>
               <date>Roma 27 Dicembre 1823.</date>
            </opener>
            <p>Caro Giacomo. Non ho ancora vedute vostre lettere. Colgo l'opportuna occasione dell'anno nuovo, quale vi auguro felicissimo, e vi prego insieme di non scordarvi di me, e farmi contento qualche volta con due vostre righe. Questa consolazione però mi è data assai di rado, e non so se la poltroneria o l'occupazioni, o pure una crudele dimenticanza vi tenga la chiragra alle mani qualora avete da prendere la penna per scrivermi. Caro Giacomo, io t'amo sempre egualmente, e sa il Cielo quanto mi chiamerei felice se potessi riabbracciarti di nuovo. Aspetto adunque qualche tuo foglio, che mi sarà graditissimo. Presenta i miei auguri di felicità allo Zio ed al cugino. Amami, e ricordati del tuo affezionatissimo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di C.Antici (1823)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO ANTICI</hi>
               </byline>
               <date>Roma 27 Dicembre 1823.</date>
            </opener>
            <p>Mio carissimo Nepote. Fu a mia insinuazione che rimaneste subito avvertito delle vacanza della Cancelleria censuaria in Urbino. Nell'ordinario susseguente avrete letto, nella lettera che diressi a vostro Padre, cosa io avevo tentato per farvi godere di qualche corrispondente risulta, ed il nessun successo, anzi purtroppo la nessuna speranza. Perciò, prima ancora che vi giunga la presente, voi avrete senza dubbio giudicato, che la bella lettera da voi scritta a me sull'argomento, e l'altra, che sarà certamente non men bella, acclusami per l'Incaricato di Prussia, è lavoro perduto. Col sistema adottato, e reso da me noto al vostro Genitore, non ci voleva meno, per un'eccezione a favor vostro, che la permanenza qui del Barone Niebuhr, e la continuazione in carica dell'Em.o Consalvi. Esclusa la seconda circostanza, neppure gli officj di Niebuhr vi sarebbero stati giovevoli; e poichè restano escluse tutte due, non veggo davvero chi potesse riuscire nell'ardua impresa. Tuttavia, se voi il desiderate (e per desiderarlo ragionevolmente, consultate pure le vostre ispirazioni soltanto) recherò ad un vostro cenno la lettera al Sig. Bunsen, ed a voce cercherò d'infervorarlo a chiedere <hi rend="italic">al Papa istesso</hi> (subito che diverrà accessibile) un impiego per voi, offrendomi pronto a rimettergli la corrispondente supplica. Gli altri officj che suggerite non sarebbero nè ottenibili, nè efficaci, poichè so che Camillo, quantunque da sette anni nel giro degli impieghi, ha dovuto agire con ferrea insistenza, onde ottenere un semplice traslocamento sagrificando l'interesse presente al futuro.</p>
            <p>Mi crucia, e vel dico con effusione di cuore, mi crucia di dovervi scrivere in termini così poco lusinghieri; ma potevo io sperar perdono da voi, potevo io accordarlo a me stesso, se avessi osato trastullarvi con fallaci blandizie? Fortunato voi per altro, che, scevro da cure pubbliche e domestiche, potete con vittoriosa risoluzione porre in obblio qualunque progetto, ponendovi in familiare consorzio con Omero e Platone, con Tullio ed Orazio!</p>
            <p>Siamo ora più tranquilli sulla preziosa vita del nostro Sommo Pontefice. Sei vessicanti pompano i degenerati umori che minacciavano le parti vitali, e sostanziose gelatine vengono infondendo il vigore nelle membra esinanite da purganti, da evacuazioni emoroidali, da scarsi e malsani alimenti. Vi è ora tutta la speranza ch'Egli viva, e viva abbastanza onde eseguire, senza scosse e senza precipitazione, gli ottimi suoi divisamenti. - Paolina vostra sorella, e qualche altra delle Paoline Recanatesi godranno assai di questa notizia per amore alla sagra Persona del Papa, ed al pubblico vantaggio. Ma in questa loro contentezza vi entrerà pure (<foreign lang="fra">comme une arrière pensée</foreign>) l'opera in musica non impedita.</p>
            <p>Salutatela caramente assieme cogli altri vostri amatissimi congiunti anche in nome di tutti questi miei, che già prevennero i vostri auguri, e che ora han piacere di ripeterli.</p>
            <p>Vogliate ringraziare in nome di mia moglie, di mia figlia e mio il vostro troppo generoso fratello Carlo, che ha voluto donare alla seconda altri tre scelti pezzi di musica. Amatemi, e crediatemi sempre il vostro aff.mo Zio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di C.Antici (1823)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO ANTICI</hi>
               </byline>
               <date>Roma 31 Dicembre 1823.</date>
            </opener>
            <p>Caro Nepote. Vi scrissi coll'ultima mia, che credevo inutile qualunque tentativo per ottenervi una Cancelleria del Censo, e che perciò mi astenevo dal ricapitare la vostra lettera a questo Incaricato di Prussia. In oggi vi scrivo, che ho ricapitata la vostra lettera per fare un tentativo. Ascoltate il mio rapido racconto. Domenica sera nella conversazione dell'Ambasciatore di Francia venne verso me l'Incaricato facendomi mille proteste di riconoscenza per la visita resagli, e mille scuse per non averla ancora ricambiata. Replicai "che mi condussi da lui per usare un atto di stima, ma principalmente per recargli i vostri più distinti complimenti, per sapere le notizie dell'incomparabile Niebuhr di cui siete ansioso, e per pregarlo in vostro nome ad interporsi efficacemente onde vi sia conferito un posto di Cancelliere del Censo nell'attual vacanza di quello in Urbino". L'Incaricato mi assicurò che poco prima della sua partenza, il Baron di Niebuhr ebbe dal Segretario di Stato l'assoluta promessa di conferirvelo quanto prima, e che in seguito col mezzo di Capaccini ne avea data la conferma a lui medesimo. Io soggiunsi, che gli conveniva ora di ottenerne l'esecuzione dal Papa medesimo, domandando la Cancelleria Censuaria di Loreto, al qual passo mi si dichiarò incompetente per valevoli ragioni, ma pronto a farlo col Segretario di Stato. Ripresi allora, che coll'ultimo ordinario mi avevate rimesso una lettera per lui diretta a questo scopo, e che mi ero proposto di consegnargli in persona, ma per maggior speditezza gli avrei inoltrata nel giorno appresso. Allora entrai in qualche dettaglio sulle possibili difficoltà che poteva incontrare nell'impresa, e sul modo di eliminarle, per cui si convenne, che a maggior chiarezza gli avrei passato un Pro-Memoria, come ho eseguito, e del quale vi annetto la copia. Faccia il Cielo, che questi deboli miei sforzi riescano efficaci, e che contribuiscano alla vostra soddisfazione! Astenetevi da ogni ringraziamento, se vi è a cuore di risparmiarmi una mortificazione, e di farmi sempre più sentire la mia impotenza. In ogni modo persuadetevi quanto coll'esperienza propria e sulle altrui confessioni vi assicuro "che voi vi trovate in circostanze da esser felice a preferenza di mille e mille altri vostri pari, purchè non vi facciate illudere dalla fantasia, e sappiate trarre profitto da quel molto che Dio vi ha concesso".</p>
            <p>Dite al vostro Genitore che ho ricevuto il suo riscontro, e ne avrà in seguito lo sfogo. Affettuosi e moltiplici saluti a lui, alla Mammina, ai Fratelli.</p>
            <p>Il venerando Mons.r Strambi è agli estremi per un colpo apopletico. Il Santo Padre ha molto migliorato. - Crediatemi sempre il vostro aff.mo Zio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Melchiorri (1824)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIUSEPPE MELCHIORRI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 2 Gennaio 1824.</date>
            </opener>
            <p>Caro Peppino. La tua dei 27 decembre non mi ha fatto poca meraviglia, perch'io ti aveva scritto lungamente due o tre ordinari prima, mandandoti l'<foreign lang="lat">Errata</foreign> dell'<title>Eusebio</title>. Mi dispiacerebbe assai che quella lettera fosse perduta. Fammi grazia di ricercarla alla posta, e di avvisarmi se mai fosse smarrita, chè in questo caso mi converrà tornar da capo, e ripeterti tutto quello ch'io ti aveva già scritto. Non puoi e non devi credere ch'io sia capace di dimenticarti. Ti ringrazio degli auguri che mi fai, e te li rendo di tutto cuore, anche per parte dei miei. Circa i lamenti e le confidenze che mi facesti nell'altra tua, non voglio per ora ripetere quel che ti dissi molto a lungo nella mia ultima, la quale mi piace di sperare che non sia andata a male. Salutami la Tuta e Pippo, e dà loro il buon anno da mia parte. Addio, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Vieusseux (1824)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIAMPIETRO VIEUSSEUX - FIRENZE.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 5 Gennaio 1824.</date>
            </opener>
            <p>Stimatissimo Signore. Il Signor Pietro Giordani, il quale si reputa a molto vantaggio e piacere l'averla conosciuta personalmente e l'aver potuto essere testimonio delle sue virtù, scrivendomi ch'Ella ha già fatto gran bene all'Italia, ed è per farne anche maggiore, mi esorta efficacemente a significarle la gratitudine ch'io le ne debbo come italiano e come quello che cedendo facilmente a tutti in ogni altra cosa, non mi stimo inferiore ad alcuno nell'amore verso la mia patria. Io prendo volentieri a far questo ufficio, benchè finora non abbia avuto il bene di conoscerla nè per vista nè per lettere. Non intendo di confortarla a perseverare nelle sue nobili imprese, sapendo che non le bisognano stimoli, e che poco possono valere le persuasioni di quelli che non hanno punto di autorità nè di fama. Solamente voglio mostrarle ch'io prendo parte alla stima e riconoscenza che le professano i buoni Italiani; e credo che questo ufficio, venendo da persona ignota, le debba esser più caro che in altro caso, perchè dovrà darle a vedere che anche quelli che non la conoscono, l'amano, e che i suoi meriti verso l'Italia la fanno apprezzare e onorare anche da quelli che non hanno altre particolari cagioni d'esserle affezionati. Io so bene che l'Italia ha grandissima necessità d'esser sovvenuta e beneficata, com'Ella ha preso a fare; non so già dire se ne sia degna; ma posto ancora che niuna sua virtù presente lo meritasse, potrebbe pur meritarlo la memoria delle sue virtù antiche; e oggi la sua medesima indegnità, la quale è senza sua colpa, dee muovere gli animi buoni a compatirla e soccorrerla per pietà, se non per merito.</p>
            <p>Quando Ella abbia occasione di adoperarmi in cosa di suo servigio, non mi risparmi, perch'io me le offerisco di cuore per quel ch'io vaglio, e desidero poterle dare alcuna maggior testimonianza della gratitudine e della stima che mi hanno mosso a scriverle e a dichiararmele per suo devotissimo obbligatissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.P.Vieusseux (1824)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIAN PIETRO VIEUSSEUX</hi>
               </byline>
               <date>Firenze 15 gennaio 1824.</date>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo signor Conte. Tenutissimo sono al comune amico Pietro Giordani per avermi procurato l'onore e il piacere di ricevere il di Lei compitissimo foglio de' 5 andante, e d'intavolare con V.S. una corrispondenza che mi sarà preziosa; ma l'ottimo Giordani, accecato dall'amicizia, mi attribuisce dei meriti ch'io non ho certamente, ed indegno mi sento delle troppo lunsinghiere espressioni, colle quali Ella si compiace manifestarmi, insieme ai suoi, i sentimenti del nostro amico. Io non ho altre virtù, signor Conte stimatissimo, che un amore ardente per il pubblico bene, intenzioni rette, e perseveranza. Ho capito che lo spirito del secolo ed i bisogni della società, in Italia più che altrove, richiedevano uno stabilimento e un giornale rivolto essenzialmente alle scienze morali; e ne ho fatta l'impresa, consultando le mie inclinazioni, anzichè le mie forze. Ho avuto la fortuna di superare le prime difficoltà; ma a tanto non sarei sicuramente pervenuto senza l'assistenza ed i consigli degli amici, che in riguardo delle intenzioni e dello zelo hanno sempre condonata la debolezza dei mezzi. Io, non dotto, non letterato, mi trovo alla direzione di un giornale che va acquistando qualche grido; ma ciò avrei io potuto fare, con tutto il mio zelo e la mia perseveranza, se un Niccolini, un Cicognara, un Lucchesini, un Gazzeri, i M, i T, un Repetti, un Uzielli, un X*** non mi avessero destinati i loro scritti? Ella vede bene, che non verso di me, ma verso questi miei illustri amici devono esser grati gl'italiani, che come V.S. alle cose patrie fervidamente s'interessano.</p>
            <p>Io non devo d'altronde dissimularmi che se, relativamente alle nostre circostanze, può l'<hi rend="italic">Antologia</hi> considerarsi come un buon giornale, essa non è ancora quello che dovrebbe e potrebbe essere, se un maggior numero di dotti e letterati italiani mi favorissero i loro scritti. Io vorrei che tutti fossero ben persuasi che l'<hi rend="italic">Antologia</hi> è un giornale italiano, anzichè toscano; che cerco quanto posso di far dimenticare quello spirito municipale, che pur troppo ci ha fatto tanto male; e che accoglierò sempre con piacere e con gratitudine i frutti delle meditazioni di tutti gli uomini animati da un vero amor di patria, e da quei sentimenti tutti che possono far stimare il letterato, e le di lui opere.</p>
            <p>Nella lettera proemiale ch'io pubblicai nell'<hi rend="italic">Antologia</hi> di Gennaio 1823, diretta ai collaboratori e corrispondenti di essa, io dissi a questo riguardo tutto ciò che m'ispirava l'amore della mia intrapresa. Io non so se Ella abbia avuta occasione di leggerla. Ella ne troverà l'estratto nel foglio stampato che le dirigo colla presente.</p>
            <p>Ella mi fa la grazia di dirmi, che desidera di giovarmi in qualche cosa, e che me lo offerisce di cuore. Io so dall'amico Giordani, che Ella potrebbe giovarmi assai con i suoi scritti, e quando egli non me lo avesse detto, potrei giudicare dalla di Lei lettera, ch'Ella è fornito di quei sentimenti elevati ch'io tanto desidero di trovare nei collaboratori del mio giornale. Non solo potrebbe render conto in esso di tale o tale opera nuova venuta alla luce in qualche parte d'Italia, e che ne meritasse la pena; ma più particolarmente potrebbe imprendere a trattare delle novità scientifiche e letterarie dello Stato pontificio, ed una specie di rivista trimestrale di quanto si fa sulle sponde del Tevere sarebbe tanto più gradita dagli abitanti di quelle dell'Arno, chè i due giornali che vengono pubblicati a Roma, non sempre possono dire tutto quello che occorrerebbe, e che in Toscana si può pubblicare. Una simil rivista contribuirebbe forse a far maggiormente ricercare ed apprezzare l'<hi rend="italic">Antologia</hi> negli Stati del Pontefice, ove non ho ancora che un limitatissimo numero di associati. Lo stesso posso dire rispetto alle altre provincie d'Italia. L'<hi rend="italic">Antologia</hi> abbisogna ancora di amici zelanti che si adoperino per farla gradire, e riunire nuove sottoscrizioni. E per farle giudicare con quanto poco spirito mercantile procedo in questa intrapresa, mi prendo la libertà di dirigerle il fascicolo di dicembre, recentemente pubblicato.</p>
            <p>Ella vede dunque, che mi gioverà doppiamente, se si degna di scrivere qualche volta per il mio giornale, e se, presentandosene l'occasione, lo raccomanda ai suoi amici e conoscenze.</p>
            <p>Non glie lo domando per me, che non merito nulla, ma per la cosa in se medesima, che è degna della sua sollecitudine.</p>
            <p>Scusi la libertà con la quale le scrivo, e mi creda di V.S. devotissimo umilissimo servitore.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Brighenti (1824)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO BRIGHENTI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 16 Gennaio 1824.</date>
            </opener>
            <p>Carissimo amico. Dalla mia degli 8 passato Decembre, avrete conosciuto la cagione per la quale non francai il manoscritto. Ai 19 del medesimo vi spedii franchi per la posta paoli 22 per la spesa da voi fatta nel riscuotere il manoscritto, e paoli 3 per la copia dell'<hi rend="italic">Anacreonte</hi>; in tutto paoli 25. Mi farete grazia avvisandomene la ricevuta. Sperava di giorno in giorno qualche risposta alle molte cose che io vi scrissi nella mia de' 5 Decembre che riceveste insieme col manoscritto. Se avete deposto l'intenzione di prender cura di quella stampa, vi prego di conservare il manoscritto finchè si dia qualche occasione opportuna di rimandarmelo, della quale io vi avviserò; e fra tanto avrò caro che non lo facciate leggere. Amatemi e credetemi il vostro affezionatissimo amico Leopardi</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Brighenti (1824)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO BRIGHENTI</hi>
               </byline>
               <date>Bologna 21 Gennaio 1824.</date>
            </opener>
            <p>Mio buon amico. Ebbi sì la vostra 8 dello scorso Decembre, ed ebbi i paoli 25 per quanto mi scrivete: ma poi non vi risposi. Chi si trova nella mia situazione è sempre esposto ad amarezze più o meno; e quando sono delle più aspre e dolorose, talvolta mi rendono incapace per più settimane ad ogni occupazione. E di questa tempra ne ho io sofferto poc'anzi, quando meno le aspettava, e il loro influsso non è ancora cessato.</p>
            <p>Il vostro libro, benchè lo creda degnissimo di essere veduto da tutto il mondo, io non l'ho fatto vedere, e nol farò vedere ad alcuno: 1° perchè io non sono già in mezzo alla moltitudine, chè anzi vedo pochissime persone; 2° perchè o pochi o molti da me dovessero venire, mi pregio di custodire con gelosia i depositi degli amici. Il ritardo della stampa è dunque tutto colpa mia: degnatevi di soffrirlo in pace per l'amorevolezza che mi dimostrate. Io passo tosto ad occuparmene, e ve ne saprò render conto fra breve. Ritenete intanto che io temo assai che si possa eseguire la spedizione a voi delle prove, onde voi poteste dar loro l'ultima correzione. Converrebbe che lo stampatore tenesse i torchi inoperosi delle settimane, e ciò non è presumibile.</p>
            <p>Ma meglio dirovvi d'ogni particolare; e qui fo fine, riverendovi e abbracciandovi col cuore più affettuoso e costante.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Melchiorri (1824)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIUSEPPE MELCHIORRI</hi>
               </byline>
               <date>Roma 24 Gennaio 1824.</date>
            </opener>
            <p>Caro Giacomo. Avete ben ragione di gridare, perchè sono in verità colpevole di negligenza verso di voi, non avendo per anco risposto alle due ultime vostre lettere. Voi però siete così buono, e mi perdonerete. Non aveva ancora ricevuta la vostra carissima delli 19 Dicembre, allorquando vi scrissi non avere avuta alcuna lettera da voi da molto tempo; quindi mi giunse la suddetta, nella quale trovai l'<hi rend="italic">Errata-Corrige</hi> all'<title>Eusebio</title>, nè andò quella smarrita come voi temevate nell'altra delli 2 del corrente. Ora dunque rispondo in regola alla prima, giacchè la seconda non necessita di risposta. L'<foreign lang="lat">Errata</foreign> l'ho consegnata a de Romanis, e sarà a momenti stampata, nè avete a dubitare della mia attenzione nel rivederla. Il frontispizio sarà secondo il vostro genio. Vi siete meravigliato del prezzo che Pippo vi ha domandato di 170 esemplari, ma a dirvi il vero non mi pare che abbiate ragione. La stampa del mio esame del <title>Pausania</title> di Nibby, già mi costò di più, vale a dire scudi 7.50 di stampa e carta, di 150 esemplari, ma non erano che due fogli e mezzo: al contrario il vostro <title>Eusebio</title> sono circa gli otto fogli se non sbaglio, e poi vi deve aggiungere l'<foreign lang="lat">Errata</foreign> ed il frontispizio, il che porta pur carta e tiratura. Circa il numero degli esemplari, Pippo rimane contento di ritener per sè li 70, e lasciare a voi li cento; ed allora il vostro debito non sarebbe che di scudi 10, cosicchè verrete a pagare baj. 10 sopra otto fogli di stampa; il che non mi pare a dir vero esorbitante. Circa il tempo, voi prendetene pure quanto vi aggrada. La legatura sarà fatta, come voi desiderate, con il massimo risparmio. A me pare, se non sbaglio, che circa li due bajocchi l'uno io pagassi di legatura il mio <title>Pausania</title>, ma nel vostro vi vorrà di più, stante che nel mio non v'era da dare che un sol punto, e nel vostro saranno 8. Basta, non pensate, chè si baderà da me istesso alla più grande economia. Quello però che avete trascurato, si è che non mi dite nella vostra lettera qual uso io debba farne di questi cento esemplari, se quanti inviarvene, quanti ritenerne, ed a chi donarli a vostro nome. Ciò m'importa di sapere, e voi non mancherete di rispondermi su quanto v'ho detto.</p>
            <p>Godo che si stampino in Bologna le vostre <hi rend="italic">Canzoni</hi>, in un suolo dove avranno sicuramente un incontro maggiore. Attenderò che sia terminata la stampa, perchè son certo che me ne manderete una copia. Come pure vorrei che mi diceste se avete mai ricuperate le opere di Giordani. Se non avete speranza di potermele mandare, ditemelo, perchè allora le commetterò io stesso a Bologna, poichè mi preme assai di averle.</p>
            <p>Ho ricevuto con piacere sommo, caro Giacomo, i vostri consigli che non ponno esser migliori, ma non convengo con voi sulle causali. Voi mi dite che dopo fatta esperienza delle cose, è impossibile, o è troppo fuor di ragione l'incappare in una passione amorosa. Io vi rispondo che l'esperienza ci fa conoscere che è possibilissimo, e pur troppo io lo so per prova, e questa fatale esperienza fa sì che tanto più si rendano duri li lacci, quando non sono questi addolciti dalla volubilità della gioventù, e dalla poca fermezza del cuore umano nell'età tenera. Se poi mi dite che è fuor di ragione, vi rispondo con Metastasio, "che se ragione intende subito, amor non è". Non fate torto al mio giudizio, che avete la bontà di chiamar <hi rend="italic">buono</hi>, se mi ricordate che le donne non vagliono la pena di amarle e di patire per loro; ma fate torto al vostro cuore, che io conosco per ottimo, se pensate che uno spirito sensibile possa dimenticare di esser uomo, e rigettare le catene che vengono imposte dall'avvenenza, dalla grazia, e dalle lusinghe del bel sesso. Non amo una Minerva, come voi da una mia frase avete a ragione sospettato; avevo ben ragione di dire che le lettere mi avevano cagionata questa passione, che benchè ora guidata dalla ragione pure non dimenticherò giammai; ma sotto quella frase racchiudesi un mistero, che un giorno saprai, quando avrò il bel dono di poterti stringere di nuovo al seno. Non so come si possa da voi credere che io non abbia in ciò altro scopo che il divertimento. Voi mi conoscete, e sapete come io penso; potete dunque esser certo che se io ho operato in questo genere non mi sono certo ingannato. L'unica pena che mi ha afflitto, e che mi terrà sempre in pene, si è l'amare, e l'esser corrisposto, senza speranza alcuna. Ciò non di meno ti posso assicurare che ho tanto gradita la premura, e le dimostrazioni di amore che hai meco praticato. Conosco, caro Giacomo, che vorresti medicare le mie piaghe, ed in parte ci sei riuscito con i tuoi buoni consigli, ma il sanarle è impossibile del tutto. Sai che io odio ed abborro le esagerazioni e caricature romantiche, onde possa tu credere che ve n'abbia ombra nel mio discorso. Sono passati tre mesi da che hanno avuto principio le mie pene, e sono ancora lo stesso, nè potrò mutarmi giammai. Ho preso soltanto il tuo partito da applicare, e da ciò trovo qualche sollievo, e molto maggiore ne avrò se tu spesso mi ripeterai che m'ami. Già lo so che mi vuoi bene davero, ed io ti assicuro di non aver altro amico più caro al mio cuore di te.</p>
            <p>Ti debbo chiedere un tuo parere. In uno de' fogli francesi ultimi, ho letta una memoria d'un tale intorno alli Versi così detti Leonini. Noi intendiamo per quelli que' Versi rimati alla metà, con rima disillaba, e tal volta ancora trisillaba, ed in questo modo se ne leggono alcuni in Virgilio, Orazio, e Catullo. Al contrario questo francese ne trova centinaja nel primo, e molti nel secondo, poichè per Leonini egli intende que' versi che hanno nel mezzo una sillaba sola corrispondente all'ultima sillaba del verso, cioè due parole colla stessa desinenza monosillaba. Or io, se non erro, credo di aver letta la stessa opinione in altri, e che questa non sia nuova. Ho osservato varii scrittori, ma non mi soddisfano. E siccome ho promesso di dirne due parole, vorrei che mi daste un qualche lume su ciò, e se non altro suggerirmi chi ne ha trattato. La dissert. XI di Muratori l'ho già consultata, come pure Quadrio, Tiraboschi, Andres, i quali non parlano che della storia, non della proprietà di que' brutti Versi. Io sono di parere che il Francese abbia fatto ciò che hanno fatto più volte li suoi nazionali, che spesso s'appropriano gli errori degl'Italiani, e li fanno passare per loro invenzioni. In questo caso gli staria bene una lezione. Rispondimi dunque, ti prego, al più presto anche su questo. Salutami Carlo, ed amami quanto t'ama il tuo G.M.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Melchiorri (1824)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIUSEPPE MELCHIORRI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 2 Febbraio 1824.</date>
            </opener>
            <p>Caro Peppino. Mi rimetto a voi e mi fido della vostra amorevole premura per il possibile risparmio nelle legature delle cento copie del mio <title>Eusebio</title>. È curioso che Pippo avendomi domandato dodici scudi per 170 copie, me ne domandi poi dieci per 100. Dunque 70 copie valgono due scudi soli, e le mie 100 valgono dieci scudi? E non è da dire che nel prezzo di queste cento si conti la composizione, o qualche altra cosa che non si debba contare nelle 70. Io non debbo pagare se non tiratura e carta, e quindi il prezzo dee corrispondere precisamente al maggiore o minor numero delle copie. Dunque se 170 copie portano 12 scudi, com'è possibile che 100 copie ne portino dieci? Da 170 levando 70, si levano due buoni quinti del numero: e per conseguenza dovrebbero scemare due quinti del prezzo, cioè da dodici scudi scendere a sette e mezzo. Questo sia detto per mostrare che ho studiato l'aritmetica. Del resto, se non si potrà ridurre il prezzo, come si dovrebbe, io pagherò i 10 scudi subito ch'io potrò.</p>
            <p>Quanto all'uso delle copie, io desidererei che ne faceste da mia parte avere quattro all'ab. Cancellieri, salutandolo a nome mio. Di un'altra dozzina potete disporre voi, se vi aggrada, e come vi aggrada, donandone a chi giudicate che se ne intenda o che possa gradirle, e facendolo a nome mio o a nome vostro, secondo le occasioni, e come vi piacerà. Una di questa già s'intende che dovrete offerirne da mia parte con distinti complimenti al cav. Marini. Le altre copie residue vi prego a guardarle voi fino a nuovo avviso, mandandomene però una sotto fascia per la posta dei <hi rend="italic">non franchi</hi>, subito che saranno in ordine. E questi sono i piaceri e i favori che io, secondo il mio costume, vi domando per questa volta, e i soliti incomodi che vi do.</p>
            <p>Il <hi rend="italic">Giordani</hi> con molte premure non ho potuto ancora ricuperarlo. Delle Canzoni non dovete dubitarne di averne da me anche più copie, subito che saranno stampate, se desidererete averne.</p>
            <p>Sono molto contento di vedervi questa volta un poco più quieto sopra la vostra passione. Di questa io non sarei capace, perchè il cuore, di cui voi mi parlate, è andato a spasso dopo tante esperienze d'uomini e di donne: ma non biasimo però chi è capace ancora di provarla e di amare da vero, anzi lo invidio e lo felicito, perchè l'amore, quantunque sia una pura illusione, ed abbia molti dolori, ha però un maggior numero di piaceri; e se fa molti danni, questi servono per pagare moltissimi diletti che ci procura. Sotto questo aspetto io approvo l'amore se bene non lo provo; ma quando poi esso ci dovesse fare infelici, non concederò mai che la ragione in un par vostro, e in qualunque uomo, sia filosofo, sia mondano, non debba potere, se non altro, indebolirlo. Il Metastasio parlava de' tempi antichi. A' tempi nostri, in questi costumi, con questo carattere di donne, coi disinganni che ci hanno proccurato tante cognizioni d'ogni genere intorno al cuore umano, non è possibile che un uomo di senno sia per lungo tempo la vittima di una passione ispirata da oggetti pieni di vanità e d'ogni sorta di tristizie.</p>
            <p>Non avendo mai fatta alcuna ricerca particolare sopra i versi leonini, non ve ne saprei dir niente più di quello che voi dovete aver già veduto negli autori che mi citate. Non so se vi possa fare a proposito quel che ne dice il Gravina nella <title>Ragion Poetica</title>, lib. 2, cap. 2.</p>
            <p>A mio padre è venuto un pensiero ch'io vi propongo da parte sua. Se voi voleste, egli vi farebbe avere da questo Consiglio la sopravvivenza all'agenzia della Comune di Recanati esercitata ora dal vecchio Visconti. Le fatiche di questo uffizio sono minime. Non sono niente indecorose, massime per un concittadino, giacchè quell'agenzia fu già esercitata, fra gli altri, anche dal marchese Cipriani, contuttochè forestiero. L'emolumento non è gran cosa: consiste in un regalo di 36 scudi l'anno: ma mio padre avrebbe anche un disegno di poterlo fare aumentare considerevolmente in progresso. Aspetto il vostro sentimento, e con ciò vi abbraccio e vi bacio. Addio, addio.</p>
            <p>Vi prego che guardiate il segreto con ognuno circa la proposizione che vi faccio per parte di mio padre.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Vieusseux (1824)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIAMPIETRO VIEUSSEUX - FIRENZE.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 2 Febbraio 1824.</date>
            </opener>
            <p>Stimatissimo Signore. Ho ricevuto la sua gentilissima dei 15 del passato, e l'ultimo fascicolo dell'<hi rend="italic">Antologia</hi> ch'Ella mi ha favorito, coll'Estratto della sua Lettera proemiale premessa al primo Numero dell'anno scorso. La lettura di questo Estratto ha molto accresciuto l'ammirazione e l'amore ch'io portava e porterò sempre più d'ora innanzi alle sue virtù ed alla nobiltà del suo animo. Ella è forse il primo che in Italia abbia conosciuto che cosa debba essere un vero Giornale, e il primo certamente che n'abbia formato il disegno, e cominciato a metterlo in esecuzione. Non le bisogna usare molte parole a persuadermi delle immense difficoltà che l'è convenuto superare e che le conviene continuamente combattere nella sua bella impresa. Conosco in generale l'Italia e la Toscana quanto basta per immaginarmi tutti gli ostacoli che le si oppongono. In ogni modo, se il suo Giornale, per difetto della letteratura e delle circostanze d'Italia, è ancora lontano da quel punto che il suo squisito giudizio si propone, e che hanno conseguito parecchi giornali stranieri, egli è nondimeno la migliore opera periodica che abbiano gl'Italiani, e superiore a quello che noi potevamo sperare.</p>
            <p>Al gentile invito ch'Ella mi fa, ringraziandola della buona opinione che ha delle mie piccole forze, rispondo che quanto mi concederà il mio potere, sono disposto per amor suo e dell'Italia ad impiegarmi in servizio del suo Giornale. Ma con mio dispiacere mi trovo affatto inabile a farlo nel modo ch'Ella mi propone. Io vivo qui segregato dal commercio, non solo dei letterati, ma degli uomini, in una città dove chi sa leggere è un uomo raro, in un verissimo sepolcro, dove non entra un raggio di luce da niuna parte, e donde non ho speranza di uscire. Ella ben vede che chi si trova fuori del mondo, non è in istato di dar notizia di quello che vi succede. Infatti io non so e non veggo mai nulla di nuovo, e fo conto di vivere in un deserto; Ella è molto meglio informata delle novità che accadono nella China, che io delle notizie letterarie o scientifiche di questo Stato.</p>
            <p>D'altra parte, quantunque il mio giudizio non debba essere di verun peso, nondimeno per manifestarle il mio sentimento come uno del volgo, le dirò liberamente che a me parrebbe che un Giornale italiano dovesse piuttosto insegnare quello che debba farsi, che annunziare quel che si fa. Ella sa troppo bene la differenza che passa tra le circostanze d'Italia e quelle degli altri paesi d'Europa. I Giornali stranieri sono utili quando annunziano, perchè hanno sempre opere degne da analizzare, o cose che meritano di essere riferite. Ma i libri che oggi si pubblicano in Italia non sono che sciocchezze, barbarie, e soprattutto rancidumi, copie e ripetizioni. Un giornale che non può annunziare se non qualche sonetto, qualche testo di lingua inedito o ristampato, qualche commentario sopra un libro antico, sopra un sasso, una moneta e cose simili, non può molto contribuire ai progressi nè dello spirito umano nè della nazione. Fra le massime eccellenti significate nella sua Lettera proemiale, alcune delle quali meriterebbero di essere scolpite in marmo, trovo quella, che un Giornale deve promuovere principalmente il progresso e la propagazione delle scienze morali. Ora queste scienze e tutte quelle che oggi si comprendono sotto il nome di filosofia, parte principale del presente sapere in tutto il resto d'Europa, e particolarmente propria del nostro secolo, sono appunto, com'Ella sa, lo studio meno coltivato in Italia, anzi vi sarebbero affatto ignote, se non fosse per mezzo de' libri stranieri e delle traduzioni. Di modo che volendo dar conto delle produzioni recenti degl'Italiani, non si avrebbe mai campo di parlare nè di morale nè di filosofia. La comune povertà d'Italia è poi molto maggiore in queste provincie, e massimamente in Roma, dove il libro più importante che si pubblichi dentro l'anno, è quello che noi chiamiamo il <hi rend="italic">Cracas</hi>. S'io le dicessi che in quella capitale, nello spazio di parecchi mesi, non ho avuto la fortuna di conoscere un letterato romano che mi abbia fatto desiderar l'onore della sua corrispondenza, le parrei forse o superbo o ignorante, la quale ultima qualità consento che mi appartenga, l'altra mi fu sempre alienissima. Ma io le posso dir la medesima cosa per parte di tutti i dotti stranieri che ho conosciuti in quel tempo, fra i quali il già Ministro di Prussia in Roma, uomo, com'Ella saprà, dottissimo, mi diceva espressamente che non avea mai veduto un letterato romano col quale avesse bramato di parlare una seconda volta. Se i Giornali di Roma non le paiono di grande interesse, ella si accerti che ciò non proviene principalmente da quella Censura, la quale nella pratica è molto più facile che nella massima. Ma chi conosce lo spirito de' Compilatori e Collaboratori di quei Giornali sa quello ch'essi potrebbero fare in qualunque paese del mondo si trovassero. A me parrebbe molto utile, salvo il giudizio de' più savi di me, che un Giornale italiano si distendesse molto nel dar notizia e ragguaglio delle opere importanti che vengono uscendo fra gli stranieri, ma facendolo con articoli originali, e adattati ai bisogni d'Italia, sì per la scelta delle opere, e sì per le occasioni che se ne potrebbero trarre di ragionare sopra quello che ci conviene.</p>
            <p>Ella dee perdonarmi la libertà del mio scrivere, la quale, come di uomo che vive fuori d'ogni commercio civile, tiene forse del selvaggio. Se qualche articolo di genere filosofico le paresse a proposito pel suo giornale, io potrei occuparmi a scriverne al mio meglio: e come Ella sì pel suo giudizio, che per la sua posizione, è in grado di conoscere assai meglio di un solitario, come son io, quello che si conviene o ai bisogni o ai gusti presenti, s'Ella avesse qualche argomento ch'Ella credesse opportuno ad esser trattato, e conveniente al suo Giornale, non si ritenga dal propormelo, perchè io vorrei pur dimostrarle col fatto la volontà che tengo di farle cosa grata, e di concorrere, secondo il mio poco potere, alla esecuzione de' suoi nobili disegni.</p>
            <p>Con che mi confermo per sempre suo devotissimo e obbligatissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Melchiorri (1824)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIUSEPPE MELCHIORRI</hi>
               </byline>
               <date>Roma 14 Febbraio 1824.</date>
            </opener>
            <p>Caro Giacomo. Rispondo due righe in fretta alla vostra carissima delli 2 del corrente. Voi avete preso equivoco sulla mia lettera scambiando un 17 con un 12, poichè vi scrissi che Pippo aveva chiesti scudi 17 per 170 copie, onde defalcando le 70 mi pare che il conto cammini. Ciò non di meno vedrò di tirare qualch'altra cosa. Ora si pone mano all'<hi rend="italic">Errata</hi>, e quindi si legherà, ed adempirò quanto voi mi dite. In altra mia vi rispondo su tutto, e vi darò ancora qualche notizia letteraria interessante; per esempio, non so ancora qual sia l'opera intera, e perduta di Eusebio, che ha rinvenuta Mons.r Mai ne' Palimpsesti Vaticani. In altra mia ve lo saprò dir meglio.</p>
            <p>Circa la proposizione che mi vien fatta dallo Zio per parte vostra, ditele che lo ringrazio della premura che ha per me e per li miei vantaggi, e che accetto volentieri questa sua gentile esibizione, e mi presterò volentieri a suo tempo agl'interessi della commune patria. Ditele ancora che le scriverò altra volta, per assicurarlo della mia gratitudine. Il segreto non temete, che sarà da me scrupolosamente guardato. Non posso dilungarmi di più. Addio, caro Giacomo. Amatemi quanto io v'amo, nè vi dimenticate il vostro aff.mo A.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1824)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>Piacenza 16 Febbraio <add resp="ed">1824?</add>.</date>
            </opener>
            <p>Che destino è questo ch'io non possa mai avere una tua lettera, mio adorato Giacomino? Ti scrissi da Firenze in ottobre: t'ho scritto di qua il 28 decembre. E l'ultima che io ebbi da te era del 4 agosto! che è mai questo? Dimmi dunque come stai? che fai? che fanno Paolina e Carlino; i quali ti prego di abbracciare caramente per me. E tu, mio caro, che fai? che scrivi? che pensi? che speri? (Ah che può sperare un buono in questo mondaccio?) Sappi almeno che io ti adoro sempre; e mi struggo di desiderio che tu possa esser felice. Ma è ciò possibile a un cuor ottimo, a un altissimo ingegno? La mia salute è debole, ma senza tormento. Oltre le solite tristezze sono afflitto da malattie di persone ottime e care: mi passano i giorni vôti e mesti. E tu, mio caro? Sappi e gradisci ch'io ti amo sempre con tutta l'anima mia. E non ti posso vedere! non posso avere nè anche una tua lettera! oh misera amicizia! Addio mio caro caro.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Melchiorri (1824)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIUSEPPE MELCHIORRI</hi>
               </byline>
               <date>Roma 28 Febrajo 1824.</date>
            </opener>
            <p>Caro Giacomo. Non so se saprai che Orazio Carnevalini, giovane di grandi speranze e di molta virtù, è morto pochi mesi indietro. Ne sono rimasti dolenti tutti i buoni che ne conoscevano i pregi, e molti si sono mossi ad onorarne la memoria con qualche verso. In Ferrara si stamperà una raccolta di Poesie in suo onore, e so che vi scriverà Benetti, Laderchi, ed altri. Il fratello di Orazio, che conoscesti già qui in Roma, mi ha caldamente pregato per ottenere una tua canzone di quel calibro delle altre, che tu ora stampi in Bologna. Io contando sulla tua amicizia che so esser per me grandissima, ho promesso. Ho un gran torto, è vero, nell'aver fatto li patti senza l'oste, ma tu mi dicevi in una tua ultima che non eri gran fatto occupato, e perciò ho posto a calcolo questa circostanza. Non mi negare, ti prego, questo favore, che io riceverò come un pegno del tuo amore per me. Vedrai dalla lettera del suddetto Carnevalini, che ti accludo, che ne è meritevole, e poi tu conoscerai da que' pochi versi, e da quelli sulla Venere di Tenerani che tu possiedi, quali si fossero li suoi sentimenti e le sue virtù. Non più adunque; mano alla penna e favorisci l'amico, ed incoraggia nello stesso tempo la virtù.</p>
            <p>Spero ai primi di Quaresima di poter avere dal de Romanis all'ordine le 100 copie delle tue <hi rend="italic">Correzioni Eusebiane</hi>. In altra ti scriverò più a lungo, e di qualche cosa di maggior importanza. Ti ricordi del tuo amico? io non mi dimentico mai di te, e ti ho presente ben spesso. Volesse il Cielo che potessi riabbracciarti di nuovo. Quanto ne sarei esultante! Amami intanto, e ricevi un abbraccio ed un bacio dal tuo vero amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.P.Vieusseux (1824)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIAN PIETRO VIEUSSEUX</hi>
               </byline>
               <date>Firenze 4 Marzo 1824.</date>
            </opener>
            <p>Signor Conte stimatissimo. Un ostinatissimo male d'occhi, e le mie moltiplici occupazioni mi hanno impedito di rispondere prima d'ora alla pregiatissima sua lettera del dì 2 del mese p.p.; e per conseguenza la prego a non giudicare dal ritardo i sentimenti coi quali l'ho letta; e le posso dire, l'ho riletta più volte, e sempre con nuovo piacere, e con sincera gratitudine per la bontà ed il favore coi quali Ella si degna di considerare la mia intrapresa. S'io ricevessi sovente, e da molti italiani, lettere dettate da quei medesimi sensi, proseguirei con animo più tranquillo nella via ch'ho intrapreso a correre; anzi rischierei d'insuperbirmi, giacchè l'amore delle cose patrie fa sì ch'Ella riconosca da me molti effetti che dalla sola natura delle cose derivano, non avendo io altro merito che di aver veduto quello che tutti potevano vedere, che molti vedevano, e di aver tentato quello che molti avrebbero potuto fare senza dubbio assai meglio di me; ma pochissimi sono, devo confessarlo, quelli che vogliano, e quelli che pensino, o si vogliano prendere la pena di pensare come V.S. Io credo però ch'Ella non abbia tutte le ragioni quando dice che poco utile sarebbe il parlare di quanto si fa sulle sponde del Tevere: non ignoro che pochissimo vi si fa; ma discorrendo di quel poco, si ha l'occasione di dire come si potrebbe far meglio, e di quali cose sarebbe stato più vantaggioso l'occuparsi: e nell'attuale nostra situazione, importantissimo è, mi sembra, il cogliere tutte le occasioni di diffondere idee nuove e buone, e tutte italiane, senza fare sempre paragoni dolorosi per noi. Del resto siamo perfettamente d'accordo; e se avrà l'opportunità di leggere più fascicoli dell'<hi rend="italic">Antologia</hi>, vedrà che, quanto ho potuto, ho cercato di persuadere i miei collaboratori, che un <hi rend="italic">Giornale italiano dovesse piuttosto insegnare quello che debbe farsi, che annunziare quello che si fa</hi>. Ho sempre detto ai collaboratori dell'<hi rend="italic">Antologia</hi> ch'eglino non devono temere di ripetere certe verità che sembrano triviali; che non lo sono in fondo se non che per gli oltramontani, o per gli abitanti i più colti delle nostre grandi città; ma che per la provincia, per le nostre campagne segnatamente sono ancora dello <hi rend="italic">Samskradamico</hi>. Dirò di più, anche <hi rend="italic">una medaglia, un sonetto, un sasso,</hi> possono essere argomenti di eccellenti articoli, purchè scritti con quello spirito filosofico, enciclopedico e filantropico, senza del quale non vi può essere oggi una vera letteratura. Bisogna ancora, e sempre vo ripetendolo, non perder di vista che tutto morale deve essere lo scopo del mio giornale, e tutto rivolto al perfezionamento del nostro stato sociale. Se alcuni miei amici, i quali mi sono cortesi di qualche loro produzione, ed alcuni coi quali ci intenderemmo molto bene, volessero superare una certa tendenza alla pigrizia, una fatale indifferenza, uno scoraggiamento quasi contagioso, io avrei più spesso nel mio giornale degli articoli adattatissimi ai nostri bisogni, e meno spesso di quelle chiacchiere, spiritose bensì, ma che a poco giovano. Ma io devo fare quel che posso, e non sempre quel ch'io vorrei. Si figuri dunque con quanta sodisfazione ho rilevate dalla sua lettera le sue buone disposizioni! Ella gentilmente mi offre qualche suo scritto di genere filosofico; e, soverchiamente modesto, mi aggiunge, <hi rend="italic">se le paressero a proposito pel suo giornale</hi>. Chi pensa e si esprime come Lei, farà sempre cose a proposito per l'<hi rend="italic">Antologia</hi>, anzi ne farà delle ottime; ed io le sarò tenutissimo se quanto prima si decide a farmi un tanto dono, fregiando così il mio giornale col suo riverito nome. A Lei poi devo lasciare la scelta dell'argomento, poichè nessuno meglio di Lei può scegliere; e perchè noi facciamo sempre meglio d'ogni altra cosa quella che abbiamo eletto di fare, e che ci va a genio. Se in seguito Le piacerà di voler render conto di un'opera qualunque, italiana o straniera, ch'Ella non avesse a sua disposizione, me lo accenni, ed io vedrò di procurarmela, e di fargliela pervenire. Frattanto però io ardisco suggerirle un argomento che mi sembra opportunissimo, se non m'inganna l'amore della mia intrapresa, ed è il manifesto ch'io le mando di una <hi rend="italic">Biblioteca d'educazione</hi>. Io non ho bisogno di dirle altro. Ella vede quanto sarà interessante l'esecuzione del mio progetto, ed Ella sa quanto se ne ha bisogno. Io la prego poi in ogni caso di dare la maggiore possibile pubblicità ai manifesti ch'io le dirigerò con prima occasione particolare, sperando che non troverà indiscreta la mia preghiera di raccomandare quest'associazione alle persone di sua relazione.</p>
            <p>Gradisca, signor Conte pregiatissimo, le assicurazioni della distinta stima, con la quale ho il piacere di rinnovarmi devotissimo umilissimo servitore.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Melchiorri (1824)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIUSEPPE MELCHIORRI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 5 Marzo 1824.</date>
            </opener>
            <p>Caro Peppino. Non avete avuto il torto promettendo per me, perchè avete dovuto credere che io fossi come sono tutti gli altri che fanno versi. Ma sappiate che in questa e in ogni altra cosa io sono molto dissimile e molto inferiore a tutti. E quanto ai versi, l'intendere la mia natura vi potrà servire da ora innanzi per qualunque simile occasione. Io non ho scritto in mia vita se non pochissime e brevi poesie. Nello scriverle non ho mai seguìto altro che un'ispirazione (o frenesia), sopraggiungendo la quale, in due minuti io formava il disegno e la distribuzione di tutto il componimento. Fatto questo, soglio sempre aspettare che mi torni un altro momento, e tornandomi (che ordinariamente non succede se non di là a qualche mese), mi pongo allora a comporre, ma con tanta lentezza, che non mi è possibile di terminare una poesia, benchè brevissima, in meno di due o tre settimane. Questo è il mio metodo, e se l'ispirazione non mi nasce da sè, più facilmente uscirebbe acqua da un tronco, che un solo verso dal mio cervello. Gli altri possono poetare sempre che vogliono, ma io non ho questa facoltà in nessun modo, e per quanto mi pregaste, sarebbe inutile, non perch'io non volessi compiacervi, ma perchè non potrei. Molte altre volte sono stato pregato, e mi sono trovato in occasioni simili a questa, ma non ho mai fatto un mezzo verso a richiesta di chi che sia, nè per qualunque circostanza si fosse. Fate accettare queste mie scuse al signor Carnevalini, ringraziandolo della opinione altrettanto falsa quanto gentile, che egli dimostra della mia capacità poetica, ed assicurandolo ch'io piango di cuore con tutti i buoni la morte del suo degno fratello, lo credo meritevolissimo di onore e di lagrime, e godo che si provvegga a celebrare e perpetuare la sua memoria. I miei versi farebbero piuttosto l'effetto contrario, ma qualunque giudizio egli per sua cortesia voglia farne, il certo è che chiedere versi a una natura difficile e infeconda come la mia, è lo stesso che chiedermi un vescovato: questo non posso dare, e quelli non so comporre se non per caso. Pregatelo bensì di conservarmi la sua amicizia, la quale io stimo e me ne tengo onorato, avendo presentissima alla memoria l'indole nobile e generosa, e l'ingegno pronto, acuto, ed alto, che io scopersi e conobbi in lui nel pochissimo tempo che ebbi il piacere di trovarmi seco.</p>
            <p>Aspetterò le notizie importanti che mi promettete nell'ultima e mi promettevate, se non erro, anche nell'altra vostra di un mese fa. Ma se volete ritardarmele un altro poco, fatele prima imbalsamare, perchè non piglino il rancido. Fuor di scherzo, io v'amo, e desidero aver nuove di voi. Quanto al rivedervi, sarà, al più tardi, nella valle di Giosafatte. Addio, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Brighenti (1824)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO BRIGHENTI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 5 Marzo 1824.</date>
            </opener>
            <p>Carissimo amico. Non ho replicato finora all'ultima vostra per non disturbarvi, avendo intese da essa le vostre molestie. Ora vi scrivo per aver nuove di voi, che sommamente desidero, quando sia senza vostro disagio, e poche righe mi basteranno. Io non ho certamente avuto intenzione di accrescere le vostre inquietudini, di cui mi condolgo fino all'anima, col pregarvi di attendere alla stampa delle mie Canzoni. Voi non dovete darvene il menomo pensiero, eccetto se e come le vostre occupazioni ve lo permetteranno. Bensì vi sono tenuto che le abbiate guardate presso di voi senza mostrarle a veruno, come mi dite, e così vi prego instantemente a seguitare. In caso che, quando che sia, abbiate spazio di dare effetto a quello che siamo convenuti circa la stampa, avvertitemi per la spedizione del danaro, che io vi manderò ad un vostro avviso. Se non si potrà superare la difficoltà che mi proponete sopra lo spedirmi i fogli per la correzione, bisognerà contentarsi di quanto sarà fatto costì, fidandomi che voi non ricuserete di farne avere la maggior cura possibile, e farla eseguire secondo le avvertenze che già vi scrissi. Torno a dire che desidero aver nuove del vostro stato, al quale vi prego a credere ch'io prendo tanta parte quanto si conviene a una fervida e sincera amicizia, ed alla natura del mio cuore, ch'è il mio solo pregio. Amatemi, caro amico, che io v'amo, e darei volentieri la mia felicità (se l'avessi, e se alcun uomo potesse averla) per proccurare la vostra. Addio, addio, v'abbraccio. Il vostro Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Brighenti (1824)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO BRIGHENTI</hi>
               </byline>
               <date>Bologna 17 Marzo 1824.</date>
            </opener>
            <p>Carissimo amico. Di ritorno da noiosissima gita, rispondo subito alla preziosa vostra 5 del corrente, ai sensi della quale io vi giuro di corrispondere con quanto animo e cuore mi trovo; se non che non ho i bei modi per esprimervi il mio affetto e vi contenterete di queste rozze parole, che mal camminano con le bellissime della vostra lettera.</p>
            <p>Da lungo tempo io aveva passato ad un Frate Revisore il vostro libro, ed egli pochi dì sono rimandollo, dicendo che non ostante la vidimazione del maestro del Sacro Palazzo, egli non poteva permettere che si stampasse. Ho dunque portato il libro ad un altro Revisore, che mi sembrò meglio disposto. Intesi che sabbato prossimo me lo avrebbe restituito col suo sentimento. Io ne ho tutta la cura, e quando sarò per cominciare la stampa, ve ne avviserò. Rispetto alle varie cose da voi volute nella edizione, ritenete che io le trascrissi in un foglio, e ne feci istruzioni, dalle quali non si allontanerà lo stampatore; ed io stesso sorveglierò la impressione. Giordani mi scrisse tempo fa, e m'impose di salutarvi, e di dirvi che era senza vostre lettere, benchè egli vi scrivesse. Di me, buon amico, che dirovvi? Si va tirando innanzi la vita, e si vive sperando. La mia famigliuola sta bene, e ciò mi consola assaissimo. Ma ugualmente mi conforta l'amor vostro, e solo mi rattrista il pensiero che io non ho alcun titolo per meritarlo; e però vi supplico a non privarmene mai mai, come mi prometteste gentilmente, avendolo io sempre come il dono più prezioso che possiate farmi. Addio, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Brighenti (1824)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO BRIGHENTI</hi>
               </byline>
               <date>Bologna 27 Marzo 1824.</date>
            </opener>
            <p>Mio caro Amico. Spero avrete la mia del 17 cadente. Io ho fatto tutte le premure presso questi Revisori, ma inutilmente, per ottenere licenza di stampare le vostre Canzoni. Uno ha detto che vi sono espressioni offensive i Monarchi, l'altro che si annulla con le note la virtù. Nè io ho potuto vincerli o con la ragione, o con l'autorità del P.M. del Sacro Palazzo. Vi sono due razze invincibili, e queste sono le donne e i teologi. - Tutto questo vi scrivo, perchè se nonostante vi deliberate di continuare nelle massime stabilite per la edizione, io quanto prima farò un piccolo giro, e in qualche paese ne combinerò la impressione. Attenderò adunque su questo le vostre deliberazioni. E allorchè avrò combinato la stampa senza altro intralcio, allora vi chiederò denaro, che adesso non occorre.</p>
            <p>Vi prego bensì a non istancarvi delle noie presenti, giacchè sono inevitabili pur troppo, e a regalare al pubblico le vostre bellissime produzioni.</p>
            <p>È qui uscito un giornale del professore Orioli contro i poeti imitatori. Ma i nostri poeti pedissequi sono andati in collera, perchè si trovarono svergognati. Voi invece plaudireste, essendo voi di quelli che hanno lena per muoversi da sè, senza farsi trascinare dal carro altrui. Bravo, bravo. Ricordatevi che l'Italia ha diritto di opere sempre grandi da voi, e voi non le negate, benchè ella vi sarà ingrata. Addio addio, scrivo in fretta, e vi abbraccio. Partecipai a Giordani il vostro bene stare. Egli vi saluta.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Brighenti (1824)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO BRIGHENTI.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 3 Aprile 1824.</date>
            </opener>
            <p>Caro amico. Ho ricevuto le due vostre amabilissime dei 17 e 27 del passato. Io, caro amico, ho un grandissimo vizio, ed è che non domando licenza ai Frati quando penso nè quando scrivo, e da questo viene che quando poi voglio stampare, i Frati non mi danno licenza di farlo. Vi ringrazio senza fine delle cure che avete preso per le mie Canzoni, e ve ne sento obbligo doppio, sì per la cosa in se stessa, e sì per la pena che vi deve essere costata l'avere a disputare con quella razza di gente. Dite benissimo che i teologi sono una sorta di gente così ostinata come le donne. Prima si caverebbero loro tutti i denti dalla bocca, che un'opinione dalla testa. Bensì credo che sia meglio avere a fare colle donne, e anche col diavolo, che con loro. Del resto non veggo come si offendano i monarchi nelle mie canzoni <hi rend="italic">nuove</hi>, e se nelle prose si annulla la virtù, io dico espressamente a chiunque ha studiato la santacroce, che intendo parlare della virtù umana, e delle teologali non entro a discorrere. Dico che nel principio di quella prosa che ha dato luogo a questo rimprovero, sta scritto che la virtù è ec. ec. <hi rend="italic">umanamente parlando</hi>, e nel fine di essa prosa si tocca la religione in modo che, fuor d'un frate revisore, niuno ci può trovar che riprendere. Io avrò molto caro che vogliate veder di combinare la stampa delle canzoni in qualche altro luogo colle avvertenze e modi che io vi specificai minutamente. Ve ne sarò tenutissimo, anzi vi ringrazio fin da ora di questa proposta, e me ne rimetto a voi. Non ho veduto il Giornale del professor Orioli, perchè sapete che sto fuor del mondo. E questo medesimo fa che le mie lettere non arrivano al nostro caro Giordani, al quale ho scritto però sempre, e in particolare risposi subito all'ultima sua che fu de' 16 di Febbraio. Se avrete occasione di significarglielo, abbracciandolo da mia parte, mi farete molto piacere. Io v'amo, e vi prego ogni felicità, la quale vorrei potervi proccurare con altro che con preghiere. Non vi dimenticate, se in qualche cosa vi parrò buono a servirvi, di adoperarmi come persona vostra, e continuatemi il vostro amore. Addio addio. Il vostro amicissimo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Brighenti (1824)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO BRIGHENTI</hi>
               </byline>
               <date>Bologna 5 Maggio 1824.</date>
            </opener>
            <p>Caro amico. Alla vostra del 3 aprile rispondo solamente dopo un buon mese. Sono stato gravissimamente ammalato e obbligato al letto quasi quindici giorni interi: poi ho avuto una lunghissima convalescenza. Ma finalmente sto bene: ed eccomi a scrivervi. In questo punto mi restituisco a casa da un <hi rend="italic">nuovo</hi> Revisore domenicano. Egli ha approvato che il vostro Canzoniere e le prose annesse si stampino: anzi mi ha parlato lungamente del vostro libro, e ho veduto ch'egli lo ha trovato bellissimo, e mi diceva che l'autor suo doveva essere un molto bravo ingegno. Potete figurarvi la mia risposta. Ritenete adunque che al principio della ventura settimana s'intraprenderà la stampa dell'opera, la quale si eseguirà alla stamperia Nobili, la migliore e più esatta di Bologna. Quanto al denaro voi potete spedirmelo, giacchè io a lei l'ho già anticipato negli acquisti che fa de' miei volumi del Giordani: e se non vi grava, lo gradirò per la ragione ch'esso mi faciliterà il viaggio che vorrei far subito subito a Piacenza a trovare il nostro Giordani, che è pure ansioso di vedermi, come io sono di veder lui. La bestial malattia, che poi in parte si estese agli altri della mia famiglia, mi ha proprio squattrinato.</p>
            <p>Lo stampatore ha in mano tutte le vostre istruzioni per la stampa: voi ne avrete 50 copie, e due in carta velina. Il formato come quello del Giordani di mia edizione.</p>
            <p>A proposito vi serva che a mezzo del Sartori di Ancona vi ho spedito i volumi III, IV opere del Giordani, schivando la posta che non ho creduto opportuna.</p>
            <p>Giordani mi dice di scrivervi che <hi rend="italic">sempre vi adora con tutta l'anima, e sempre vi amerà</hi>. Non vi fate caso se non avete sue lettere. È ora difficilissimo che il carteggio da quelle parti vada sicuro di non trovare intoppi polizieschi.</p>
            <p>Addio, amico ottimo e amatissimo. Ella è pure la dolce cosa poter un po' trattenersi coi pari vostri sì rari al mondo: ma è poi l'iniquo flagello dover sì spesso cozzare con coloro che formano il mondo, e cioè coi tristi; ed io ne ho avuto ora una prova; poichè un certo Cardinali, insigne birbone, si recò a Firenze per ristampare il mio <hi rend="italic">Giordani</hi> onde assassinarmi: e mi è toccato ad impazzire, onde impegnar quel governo a trattenere quella licenza che certo danneggiava me e colpiva la proprietà di un autore vivente. Ma con voi non si parli di queste miserie. Spero che la vostra fortuna vi esenterà dall'aver da lottare con la razza umana, il che forma una grandissima parte della noiosissima mia vita. Guardate se avrò motivo di stare allegro! Addio addio con tutto il mio cuore.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Brighenti (1824)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO BRIGHENTI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 15 Maggio 1824.</date>
            </opener>
            <p>Caro amico. Il principio della vostra 5 corrente mi contrista. Avrei voluto attribuire il vostro silenzio passato a qualunque altra cagione. Consoliamoci colla vostra salute presente, e colla speranza che vi userete tutti i riguardi convenienti per non ricadere. M'è dispiaciuto anche molto il fine della vostra lettera. Non avrei creduto che Cardinali fosse capace di tentare quel tratto contro di voi. Ho conosciuto il suo fratello a Roma, che mi pare un galantuomo.</p>
            <p>Vi mando per la posta, franca, la somma convenuta fra noi per la stampa delle mie Canzoni costì, e ve la mando intera, cioè sc. 40, più paoli 8 per le due copie de' vol. 3 e 4 <hi rend="italic">Giordani</hi> che ho ricevuti. Io vi spedisco questa somma, come vedete, senz'alcuna cautela. Non conosco lo stampatore; non ho da lui nessuna sicurezza dell'esecuzione sì della stampa, come delle condizioni aggiunte; può stamparne poche copie in vece del numero 500 promessomi da voi nella vostra de' 26 novembre passato; può farmi un'edizione vergognosa per la carta o pei caratteri; può farmi aspettare il suo pieno comodo; può anche, ricevuti i danari, dispensarsi affatto dall'edizione. Io sono lontano, non veggo nulla da me stesso, non ho mezzi da costringerlo o a fare, quando non faccia, o a far bene, quando faccia male. Mi raccomando dunque a voi, e non guardo se non a voi. Non ho altra garanzia che questa, per la esecuzione della stampa, e per la osservanza delle istruzioni che vi scrissi in proposito, le quali son tutte necessarie. Vi prego a impedire che io non sia strapazzato, come accade ordinariamente ai lontani. La esattezza della correzione, tanto nel testo, quanto nominatamente nella punteggiatura, mi preme sopra tutto; e ve la raccomando possibilmente. Vi ricorderete che io misi tra i patti, di voler vedere e correggere l'ultima prova di ciascun foglio. Voi mi rispondeste che difficilmente si sarebbe ottenuto. Da altri stampatori, egualmente lontani, io l'ho pure impetrato senza difficoltà. Ma nondimeno se questo è assolutamente impossibile, finita che sia la stampa e prima di venire alla legatura, mi si mandi per la posta una copia intera slegata, perchè io possa farvi, se occorrerà, un <hi rend="italic">errata-corrige</hi>, che in tal caso dovrà essere stampato ed aggiunto al libro, senz'altra mia spesa, non essendo dovere che io paghi allo stampatore i suoi falli. L'<foreign lang="lat">Errata</foreign>, quando bisogni, sarà fatto e mandato subito, di modo che lo stampatore non soffrirà nessuno incomodo dal ritardo. Questa domanda mi par ben giusta ed eseguibile, e però credo poter esigere che si consideri come uno de' patti.</p>
            <p>Bensì bisogna che io vi faccia quest'avvertenza. Se la detta copia slegata venisse colla mia direzione, sarebbe riscossa da' miei di casa, colle altre lettere, secondo il solito. Delle lettere non m'importa nulla, ma questo sarebbe un <hi rend="italic">sotto-fascia</hi>, che i miei potrebbero esaminare a loro agio. Siccome dunque io non voglio che sappiano niente de' fatti miei, perciò la copia sarà mandata Al <hi rend="italic">Sig. Alberto Popoli, Recanati</hi>, accompagnandola con un avviso per lettera, che sia diretta a me, e venga separata.</p>
            <p>Non mi dite nulla della qualità della carta e dei caratteri, ma suppongo che almeno l'una e gli altri non saranno inferiori a quei dell'edizione <hi rend="italic">Giordani</hi>, secondo che restammo d'accordo a principio. Dico dell'edizione <hi rend="italic">Giordani</hi>, e intendo dei primi volumi usciti, perchè veramente in questi due ultimi, cioè 3 e 4, i caratteri mi paiono non poco logori; e non vi posso dissimulare che mi rincrescerebbe assai se il carattere del mio libro facesse il medesimo effetto.</p>
            <p>Eccovi una lunga dissertazione, che forse vi parrà ben sottile e ben minuta, ma dovrete perdonare all'amicizia, e alla necessità in cui mi trovo di fare ogni cosa da lontano, non potendo dir nulla a voce, nè veder nulla co' miei occhi.</p>
            <p>Se andate dal nostro caro Giordani, non vi dimenticate di me. Ditegli che non ho mai ricevuto due righe di suo, che non gli abbia risposto con un foglio de' miei; tutti inutili, perchè non gli ha mai ricevuti. Abbracciatelo strettamente per me, ditegli in mio nome tutte le tenerezze che sapete immaginare, che non ho maggior desiderio che di rivederlo, che l'amo più de' miei occhi.</p>
            <p>Colla spedizione degli scudi 40, intendo di aver sodisfatto interamente a' miei obblighi per la stampa delle Canzoni, senz'avere a pensare nè a legatura, nè a copertura (che mi prometteste dover essere in cartoncino), nè a checchessia. Tali furono i nostri patti.</p>
            <p>Amami, e conservati diligentemente, mio caro amico, e godi della bella stagione, che forse non è indegna di consolare un filosofo de' mali trattamenti degli uomini. Io ti amo, come sempre. Addio. Ti abbraccio. Il tuo G. Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di C.Antici (1824)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO ANTICI</hi>
               </byline>
               <date>Roma 19 Maggio 1824.</date>
            </opener>
            <p>Caro Nepote. L'annesso biglietto che ho riscontrato con le dovute espressioni è frutto di accalorato discorso da me tenuto parecchie sere sono col probo e cordialissimo Estensore. Voi non differite di esternargli la vostra riconoscenza, ed in pari tempo prendetene argomento per diriggere officiosa ed insinuante lettera all'Em. Guerrieri Presidente del Censo, ed altra al Cav. Marini, istruendolo di quanto scrivete al Cardinale, ed impegnandolo della sua cooperazione. A me non date assolutamente alcuna risposta, giacchè spero, coll'aiuto di Dio, di presto riabbracciarvi, ma non siate inerte nell'eseguire <hi rend="italic">accortamente</hi> le parti che vi ho suggerite. <hi rend="italic">De tua re agitur</hi>. - Ai Genitori e fratellanza mille cordiali saluti, e crediatemi col solito attaccamento il vostro aff.o Zio.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Esiggo che il presente biglietto sia reso ostensibile al vostro Genitore per giustificazione di certo mio ritegno.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Brighenti (1824)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO BRIGHENTI</hi>
               </byline>
               <date>Bologna 19 Maggio 1824.</date>
            </opener>
            <p>Carissimo Amico. Con la posta ho ricevuto gli scudi <hi rend="italic">40</hi> che mi avete rimessi, e questa lettera vi serva di confesso, e di obbligazione e garanzia che tutte le condizioni già da voi antecedentemente comunicatemi, e tutte quelle comprese nella vostra 15 corrente saranno osservate. Le copie saranno 500; e non meno, anzi 506 perchè oltre le 500 se ne tirano sei in carta fina velina. La carta sarà simile perfettamente a quella del volume VII <hi rend="italic">Giordani</hi>, e simili i caratteri. Io parto, e starò assente forse quindici giorni: in questo tempo lo stampatore sospenderà il lavoro, appunto perchè non facesse male. Al mio ritorno si darà mano all'opera e voi avrete, se vi piace, settimanalmente i fogli per la posta: non assicuro da correggere, perchè lo stampatore non vuol tener inoperosi i torchi, avendo infiniti lavori, ma almeno in tempo che potrete fare l'<hi rend="italic">Errata corrige</hi>, e se per caso si dassero dei spropositi grossi lo stampatore ristamperà senza vostro aggravio la cartina sbagliata. Il lavoro si finirà prestissimo, e quanto meglio si sa in questo paese: ve ne do parola, e non abbadate ai difetti della edizione <hi rend="italic">Giordani</hi>, che è stata fatta in un modo prodigioso: e l'Italia deve contentarsene, e ringraziarmi. Fare diversamente era impossibile. Ma dove tutto cammina regolarmente, so esigere precisione, e anzi in questo punto dicono quelli che mi avvicinano, che io sono <hi rend="italic">seccante</hi> anzichè discreto.</p>
            <p>La mia salute non cammina bene; pur voglio, cioè debbo partire. Vedrò Giordani, e parleremo di voi a lungo.</p>
            <p>Le norme datemi <hi rend="italic">in tutto</hi> mi saranno presenti.</p>
            <p>Scusate se scrivo in fretta, e compatite i miei molti imbarazzi. Il briccone Cardinali è rimasto scornato, perchè la ristampa del <hi rend="italic">Giordani</hi> in Italia è impossibile. Non dimentico per altro la sua buona intenzione, e la bella gratitudine che serbava alla mia leale amicizia.</p>
            <p>Finisco abbracciandovi, mio buono e degno Amico. Sospiro il momento di essere con voi, e di sfogarmi un poco anche in parole depositando nella bella anima vostra gli affanni del pessimo mondo. Oh! quanto conforto ne avrò dai saggi vostri suggerimenti. Voi sì bravo e sì buono!</p>
            <p>Addio addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Melchiorri (1824)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIUSEPPE MELCHIORRI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 30 Maggio 1824.</date>
            </opener>
            <p>Caro cugino. Carlo mio fratello desidererebbe che gli faceste il piacere di provvedergli costì un centinaio di così detti <hi rend="italic">perlini</hi> di acciaio della forma degli acclusi. Questi però vi si accludono per semplice accenno, perchè sono troppo grandi e non brillantati. Carlo li vorrebbe brillantati a uso di buon acciaio, e che fossero i più piccoli che possiate trovare. Il cugino Galamini portatore di questa, vi dirà il modo nel quale Carlo desidererebbe che glieli faceste ricapitare. Mi darete subito avviso del costo, scrivendomi per la posta o come vi piacerà. Perdonatemi questo incomodo. Addio; vi abbraccio di tutto cuore.</p>
         </div1>
         <div1 n="A C.Bunsen (1824)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO BUNSEN - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 30 Maggio 1824.</date>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo Signore. Il marchese Antici mi ha informato della moltitudine e grandezza delle obbligazioni che mi corrono verso V.S. illustrissima, dandomi conto di ciò che Ella si è compiaciuta di fare in favor mio, e degli effetti che ne sono risultati. Malgrado il timore che io ho di turbarla nelle sue occupazioni; e quantunque io speri che lo stesso marchese Antici non lascerà di far con Lei le mie parti nel modo più energico, crederei di mancare al più preciso dovere se non cercassi d'esprimerle io stesso e testificarle la mia somma riconoscenza. Quanto è minore il merito che io scopro in me, tanto cresce il sentimento della gratitudine che m'inspirano i suoi favori. La supplico a credere che io non sono per dimenticarli in alcun tempo, nè mi reputerò mai sciolto dall'obbligo che mi pregio di professare a V.S. illustrissima.</p>
            <p>Desidererei bensì vivamente che Ella si compiacesse di proccurarmi occasione nella quale io potessi dimostrarle effettivamente qualche parte della mia gratitudine. Quantunque io conosca la mia insufficienza, nondimeno ardisco pregarla instantemente a volermi dar campo di porre in opera il desiderio che tengo di servirla.</p>
            <p>Le tante prove di cordialità e di gentilezza che V.S. illustrissima si è compiaciuta di darmi finora, non lasciano luogo a dubitare che Ella non voglia compir l'opera sua, continuandomi il suo aiuto e il suo appoggio fino al termine del mio desiderio. Ella sarà mossa per l'avvenire dalla sua propria cortesia senza mio merito, come per il passato.</p>
            <p>Ritorno ad offrirmi con tutto l'animo ai suoi comandi, e pregandola sopratutto a conservarmi la sua benevolenza, ho l'onore di ripetermi con piena e singolare stima di Lei, pregiatissimo Signore, devotissimo obbligatissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Al card. Guerrieri-Gonzaga (1824)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AL CARDINALE CESARE GUERRIERI-GONZAGA - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 30 Maggio 1824.</date>
            </opener>
            <p>Eminentissimo Principe. La generosità dell'Eminenza Vostra Reverendissima mi dà animo di porgere a Lei le mie suppliche nella difficoltà e ristrettezza delle mie circostanze, perchè voglia degnarsi di ripararvi. Essendo stato avvertito di quanto all'Eminenza Vostra è piaciuto rispondere all'Eminentissimo Signor Cardinale Segretario di Stato sopra il graziarmi di un posto nelle Cancellerie del Censo Pontificio, la benigna disposizione che Vostra Eminenza Reverendissima si è degnata mostrare in mio favore, mi ha ispirato la più viva e profonda riconoscenza, della quale ardisco umiliare all'Eminenza Vostra le sincere e devote espressioni.</p>
            <p>Non potendo dissimulare a me stesso la piccolezza del mio merito, tutta la mia fiducia si fonda nel benefico animo di Vostra Eminenza Reverendissima, e nella speranza che Ella infatti si è degnata dare della concessione della grazia. Io dovrò riconoscerla dalla Sua magnanimità e dalla determinazione di promuovere e beneficare quelli che anche con deboli forze si affaticano nella cultura delle Lettere. Supplico umilmente l'Eminenza Vostra Reverendissima a voler piuttosto aver riguardo alla benignità Sua propria, che alla scarsezza dei meriti miei. La sola bontà del Suo animo potrà rimuovere l'Eminenza Vostra dal considerare il mio poco valore, per attendere alle mie buone intenzioni; ed indurla a provvedere alle angustie del mio stato. La qual grazia rendendomi perpetuo e strettissimo debitore dell'Eminenza Vostra Reverendissima, aumenterà e porterà al colmo l'umile devozione e la singolare riconoscenza che fin da ora mi è imposta dalla liberale intenzione significata dall'Eminenza Vostra verso di me.</p>
            <p>Nella rispettosa lusinga ed attenzione de' benefici effetti della Sua munificenza, implorando con tutta l'anima dall'Eminenza Vostra Reverendissima il perdono dei mio ardire, pieno di profonda venerazione, passo col bacio della Sacra Porpora a protestarmi di Vostra Eminenza Reverendissima umilissimo devotissimo ubbidientissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Brighenti (1824)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO BRIGHENTI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 5 Giugno 1824.</date>
            </opener>
            <p>Caro amico. Ho tardato fino a ora a rispondere alla vostra carissima dei 19 Maggio, perchè secondo quanto mi dicevate, ho creduto che non doveste essere in Bologna. Se siete tornato, vi prego a darmi notizia di voi e della vostra salute, la quale con mio gran dispiacere, mi parve conoscere dalla vostra lettera che non fosse ancora in perfetto stato. Spero molto che il viaggio v'abbia dovuto giovare. Datemi anche nuova del nostro Giordani, se non vi è grave. Io vi ringrazio de' provvedimenti che avete presi e delle promesse che mi fate in proposito della nota stampa. Avrò caro di ricevere foglietti, come voi mi offerite, settimanalmente, o nel modo che vi piacerà. Bensì vi prego a mandarli, non sotto il nome mio, ma <hi rend="italic">Al sig. Alberto Popoli. Recanati</hi>, per la ragione specificatavi nell'ultima mia. Solamente sarà necessario che la prima volta abbiate la bontà di avvisarmi con una Lettera indirizzata al mio nome, acciocchè d'allora in poi mi serva di norma per mandare a riscuotere i foglietti alla posta. Ma vi prego a fare che nessuno di essi venga sotto il nome mio. Seguite a volermi bene e comandatemi, ed abbiate cura alla vostra salute, chè ve ne supplico sopra ogni cosa. Vi abbraccio di tutto cuore. Addio, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Brighenti (1824)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO BRIGHENTI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 4 Luglio 1824.</date>
            </opener>
            <p>Caro amico. Risposi un mese fa alla vostra amabilissima dei 19 Maggio prossimo, avendo ritardata la risposta perchè mi dicevate che avreste passata una quindicina di giorni fuori di costì. Da allora in poi non vedendo alcun cenno vostro, mi sono ricordato di quello che pur mi dicevate nella stessa lettera, che la vostra salute non andava bene. Questo sospetto che la salute sia causa del vostro silenzio, mi tiene in gran dispiacere, e però vi prego a volermi in qualche modo informare del vostro stato per levarmi di dubbio. Basteranno due righe sole, ma non mi lasciate in questa incertezza che mi dà molta pena. Non so se abbiate ricevuta la mia ultima. Accettando l'offerta che mi facevate di mandarmi di mano in mano i foglietti della nota stampa per la posta, io vi pregava di non indirizzarli al mio nome ma <hi rend="italic">Al Sig. Alberto Popoli, Recanati</hi>; e così vi prego in ogni caso. Io v'amo e desidero caldamente le vostre nuove. Se avete veduto il caro Giordani, datemene qualche notizia, quando non vi sia grave. Amatemi e non mancate di farmi saper qualche cosa di voi. Addio. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di C.G.Bunsen (1824)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO G. BUNSEN</hi>
               </byline>
               <date>Roma li 13 Luglio 1824.</date>
            </opener>
            <p>Ill.mo e Gent.mo Sig. Conte. Il Sig. Niebuhr m'incarica di mandarle un esemplare della ristampa del <hi rend="italic">Merobaude</hi> che riceverà insieme con questa lettera, <hi rend="italic">sous bande</hi>.</p>
            <p>Ho profittato di questa occasione per far leggere a S. Em.za il Sig. Cardinale Segretario di Stato il fine della prefazione ed alcuni altri passi che riguardano la di Lei persona, e l'ho trovato dispostissimo a mantenere le promesse date al Sig. Niebuhr ed a me. Secondo quello che mi dice un amico molto ben istrutto e portatissimo per V.ra Sig.a Ill.ma, non si vorrebbe adesso altro che una supplica per un impiego giusto vacante: giacchè riguardo al Cancellierato di Loreto mi si dice sempre non esserci vacanza.</p>
            <p>Se V.ra Sig.a Ill.ma sapesse dunque un tal posto che si potesse specificare, e mi volesse far avere una Supplica a Sua Santità o al Segretario di Stato (secondo lo stile), mi farei un dovere di presentarla subito, colla speranza di ottenere al fine qualche cosa.</p>
            <p>Il Sig. Niebuhr Le scriverà fra poco egli stesso: intanto Le posso dire che il Re ha alfine accettata la sua dimissione del posto di Ministro a Roma, e che aspetta una nuova destinazione nell'interno della Monarchia. Temporaneamente è tornato a Bonn sul Reno da Berlino dove si è trattenuto un mese. In questo mese ha avuta la disgrazia di perdere l'ultimo figlio nel Marzo passato. Il terzo Tomo della <hi rend="italic">Storia</hi> è molto avanzato.</p>
            <p>Se il Sig. Marchese Antici sta ancora da quelle <hi rend="italic">(sic)</hi> parti, La prego di volergli presentare i miei più distinti rispetti, e dirgli che ho avuto ultimamente una lettera del Sig. Reinhold, di Amburgo, che mi dice che tutti stanno bene, e che torneranno a Roma nell'Ottobre. - Riguardo a me pare probabile che resterò qualche anno <hi rend="italic">solo</hi> a Roma: in questo niente mi potrebbe essere più grato che di vedere V.S.I. in questa città, per coltivare la conoscenza di una persona a cui mi sento attaccato di tutto cuore per sentimenti della più alta stima. Intanto La prego di disporre francamente de' miei servizj, e di credermi sempre di V.S.I. obbl.mo dev.mo Servo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Nobili e G.Fiori (1824)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI A. NOBILI E G. FIORI</hi>
               </byline>
               <date>Bologna 27 Luglio 1824.</date>
            </opener>
            <p>Ill.mo Signore. Il Sig.r Avv.to Brighenti ci consegnò effettivamente il manoscritto delle poesie di V.S. Ill.a in un con esso il foglio contenente alcune osservazioni circa il modo da tenersi per l'edizione che ci affidò da due mesi a questa parte. Si sarebbe, sino dalla consegna del manoscritto, messo mano al lavoro, se non ci fosse stata ritardata la voluta approvazione di queste Autorità Governative ed Ecclesiastiche che con molto stento si potè conseguire dopo di un mese circa, e poi si aggiunse la partenza da qui del lodato Sig.r Avvocato per la quale non potessimo intraprendere il lavoro che al suo ritorno effettuatosi circa due settimane fa, desiderando anch'egli di rivederne le correzioni. È da detta epoca che s'intraprese il lavoro, e già abbiamo sotto il torchio il foglio nono; così che in breve speriamo di averlo portato al suo termine colla lusinga che riescirà di suo pieno agradimento.</p>
            <p>Tanto ci facciamo un dovere di comunicare a V.S. Ill.a in riscontro del pregiatissimo suo foglio del 20 andante di cui ci ha onorati.</p>
            <p>Con particolare stima e rispetto abbiamo l'onore di rassegnarci di V.S. Ill.a dev.mi Servitori.</p>
         </div1>
         <div1 n="A C.Bunsen (1824)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO BUNSEN - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 31 Luglio 1824.</date>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo Signore. La sua gentilissima dei 13 dello spirante, mi è giunta ritardata per uno di questi soliti errori postali, insieme col <hi rend="italic">Merobaude</hi> che Ella mi ha favorito per parte del signor Niebuhr. Sono rimasto confuso di tanta bontà dell'uno e dell'altro, e in particolare non trovo parole sufficienti per ringraziarla della somma cordialità che Ella mi dimostra nel cogliere le occasioni propizie di ricordarmi all'E.mo di Stato. Conosco tutta la giustezza del di Lei consiglio circa il mandare una supplica, dove sia specificato un posto vacante, ed avrei grande speranza che questa supplica presentata dalle di Lei mani, ed aiutata dalla Sua interposizione, ottenesse l'effetto. Ma pur troppo veggo la difficoltà di conoscere le vacanze dei posti opportunamente, tanto più trovandosi, come io mi trovo, lontano dalla Capitale. Io farò tuttavia le diligenze possibili per avere le notizie occorrenti, e quando mi riesca di averne, non mancherò di seguire il di Lei consiglio, mandando a Lei una supplica secondo la Sua insinuazione, e profittando della gentile offerta che Ella mi fa di presentarla personalmente.</p>
            <p>Il mio zio Antici (il quale è pienissimo di stima singolare verso di Lei e mi parla spesso delle Sue rare qualità) m'incarica di farle mille complimenti dalla sua parte, e di ringraziarla distintamente della notizia favoritagli intorno al signor Reinhold, al quale mi dice avere scritto a Brusselles nel giugno passato.</p>
            <p>Quanto al signor Niebuhr, io sono stato sorpreso del pregio che egli ha voluto dare alle mie debolissime congetture, e della menzione onorevole che gli è piaciuto far di me nel suo degno ed eruditissimo lavoro. Gli scriverò io stesso per ringraziarlo, ma in caso che Ella ne abbia occasione, non lascio di pregarla a volergli significare la mia riconoscenza, affinchè i miei ringraziamenti, venendo da Lei, gli riescano più graditi. Io le sarò gratissimo anche di questo favore.</p>
            <p>Sarebbe per me una vera gioia il rivederla personalmente in questo tempo che Ella passerà in Italia, e godere della Sua conversazione con qualche speranza di profittare de' Suoi lumi. Il desiderio che Ella stessa si compiace di testificarmene, mi obbliga alla più tenera gratitudine. Avrei ben caro che la speranza di ciò corrispondesse in me al desiderio grandissimo che ne tengo. Ma in ogni caso, o vicino o lontano da Lei, non perderò mai la memoria dei Suoi favori, la viva riconoscenza che le debbo, la particolare stima che le professo, e la brama di essere onorato de' Suoi comandi, ai quali offerendomi di tutto cuore, mi ripeto col maggior sentimento possibile di Lei, pregiatissimo Signore, devotissimo obbligatissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Brighenti (1824)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO BRIGHENTI</hi>
               </byline>
               <date>Bologna 2 Agosto 1824.</date>
            </opener>
            <p>Amico del cuore. Sono stato in Toscana, dove ho potuto vendere de' miei libri. Arrivai qui son pochi giorni, e qui trovo la carissima vostra del 4 luglio. Eccovi 6 fogli delle vostre Canzoni. Desidero che siate contento della stampa. Io li diriggo, come la presente, al signor Alberto Popoli da voi indicatomi. - A Firenze vidi il buon Giordani, che m'impose di salutarvi tanto tanto; e così mi disse di fare il Vieusseux, che attende sempre vostri articoli per l'<hi rend="italic">Antologia</hi>. Giordani sta benissimo di salute; e starà benone a Firenze; ma egli dovette partire dagli Stati di Parma, per cui è stato in qualche angustia.</p>
            <p>Avrete dal Sartori le stampe in rame che vanno nelle opere del Giordani.</p>
            <p>Quando ci vedremo, mio buon amico? Mi avevate promesso di venire a Bologna; ma non vi vedo arrivare. Quanto volentieri farei la vostra personale conoscenza! Addio intanto, mio degno e prezioso Amico. Siate certo che io vi adoro e vi tengo per quell'essere rarissimo che siete in ingegno e bontà. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Brighenti (1824)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO BRIGHENTI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 3 Agosto 1824.</date>
            </opener>
            <p>Mio caro amico. Alla vostra ultima dei 19 Maggio risposi qualche settimana dopo per dar tempo al vostro ritorno costì, che mi dicevate dover essere di là ad una quindicina di giorni. Tornai quindi a scrivervi un mese fa, e non vedendo mai i vostri caratteri, vi accerto che sono stato in una grande inquietudine sopra la vostra salute, la quale mi dicevate nell'ultima vostra non essere ancora in buono stato. Ora avendo saputo il vostro ritorno, spero e credo che quei miei timori sieno stati vani. Vi prego a darmi notizie di voi e del vostro viaggio; e se, come credo, avete riveduto il nostro Giordani, non vi sia grave di scrivermi di lui tutto quello che ne sapete. Siccome io penso che le mie due ultime, giunte costì in vostra assenza, non vi sieno venute in mano, però replico qui una cosa che io vi diceva in quelle, ed è che quando sarà fatta la stampa del noto ms., prima di venire alla legatura, mi facciate il favore di mandarmene una copia sciolta, per la posta, affinchè io possa rivederla e farvi una qualche <foreign lang="lat">Errata</foreign>, se occorresse; cosa che si sbrigherà in un corso di posta; e che questa copia abbiate la compiacenza di mandarla, non al mio indirizzo, ma al Sig. Alberto Popoli - Recanati. Vogliatemi bene, e ricordatevi del vostro buon amico, il quale vi desidera e prega ogni consolazione, e sarebbe molto confortato di ricevere le vostre nuove. Addio addio. Il vostro Leopardi</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Brighenti (1824)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO BRIGHENTI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 23 Agosto 1824.</date>
            </opener>
            <p>Mio caro e diletto amico. Solamente in questo ordinario ho riscosso dalla posta la vostra carissima dei 2 corrente insieme coi fogli della nota stampa, perchè il nome a cui sono diretti essendo finto, e la vostra lettera essendo pur collo stesso indirizzo, io non aveva prima d'ora pensato di farne ricerca. Per l'innanzi, se vi piace, potete diriggere al mio vero nome le lettere, le quali non sono per me di nessun pericolo; bastandomi che vi compiacciate d'indirizzare al nome falso i soli foglietti, ch'essendo sotto fascia, potrebbero altrimenti esser letti da chi non debbe. Mi ha grandemente consolato la vostra lettera, perch'essendo privo da tanto tempo dei vostri caratteri, stava con grande inquietudine. Dalla mia dei 4 Agosto (se non erro) avrete rilevato che non vedendo risposta a due mie, e però dubitando assai della vostra salute a causa di un'espressione della vostra 19 Maggio, scrissi costì per informarmene. Seppi il vostro ritorno, ed ora la vostra mi fa sperare che i miei timori sieno stati vani, ma voi non mi dite però niente della vostra salute. Parlatemene, ve ne prego, e ditemi di essere perfettamente ristabilito, come spero.</p>
            <p>Sono stato contentissimo della stampa, per la carta, i caratteri, e tutto. In quanto alla correzione, vedrete dalla noterella posta qui dietro, che sono corsi nell'edizione parecchi errori. Ho segnato quelli che sono d'importanza, e che bisogna assolutamente notare in un'<foreign lang="lat">Errata</foreign>. I più importanti però sono quelli della pagina 15 e quelli della pagina 27, perchè non possono a meno di non ingannare il lettore e nascondergli il vero senso. Vi prego a mandarmi il resto dei fogli prima che si venga alla legatura, chè ricevuto il tutto, io vi spedirò immediatamente e a pronto corso un'<foreign lang="lat">Errata</foreign> intero da aggiungersi al libro, secondo che restammo d'accordo. Torno a dire che i foglietti desidero seguitiate a spedirli sotto fascia <hi rend="italic">al sig. Alberto Popoli</hi>, come i passati; e le lettere però al mio vero indirizzo.</p>
            <p>Avrei caro che mi significaste se il nostro buon Giordani si trova ancora a Firenze, o dove, perchè molto volentieri gli scriverei. Io non sapeva nulla dei suoi ultimi disgusti. Sono fuor del mondo, come sapete. Fategli intanto mille saluti tenerissimi da mia parte, vi prego. Del venire a Bologna per abbracciarvi mi è restato il desiderio, ma l'occasione è mancata. Lontano o vicino, noto o ignoto di persona io v'amerò sempre a un modo, perchè se non vi conosco di vista, vi conosco di virtù, di bontà, di meriti e ornamenti d'ogni sorta. E non perdo neppur la speranza di vedervi pur finalmente, nel che proverei grandissima consolazione. Vi abbraccio con tutto il cuore, desiderando sommamente e sperando che seguitiate a volermi bene; al che non manco di qualche diritto, poichè sono e sempre sarò il vostro tenero e sincero amico Leopardi.</p>
            <p>Correzioni: pag. 15 linea 10, leggi: dubitoso pag. 15 linea 11, leggi: A che pugna pag. 15 linea 13, leggi: per altra pag. 23 linea 13, leggi: convegna pag. 27 linea 10, leggi: senti, pag. 27 linea 11, leggi: e pag. 27 linea 17, leggi: tempio pag. 29 linea 15, leggi: Pugnò, cadde pag. 45 linea 9, leggi: simile pag. 56 linea 12, leggi: Volgari pag. 58 linea 15, leggi: dal pag. 61 linea 3, leggi: QUINTA pag. 66 linea 4, leggi: Soli pag. 75 linea 13, leggi: così, pag. 85 linea 1, leggi: favorì pag. 86 linea 19, leggi: questa, bensì pag. 96 linea 9, leggi: A</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Brighenti (1824)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO BRIGHENTI</hi>
               </byline>
               <date>Bologna 24 Agosto 1824.</date>
            </opener>
            <p>Caro Amico. Il giorno due Agosto spedii sotto fascia al <hi rend="italic">Signor Alberto Popoli di Recanati</hi>, un esemplare della stampa dei primi 6 fogli vostre Canzoni. Al medesimo spedii pure una mia lettera. Io ebbi la vostra del 3 corrente, a cui non risposi, perchè attendeva risposta dal signor Popoli. Nulla mi è giunto. Intanto il libro è finito. Al signor Popoli spedisco il compimento del foglio 7 incl. sino in fine. Conviene che io abbia subito risposta, onde (se occorre) fare stampare un <hi rend="italic">Errata corrige</hi>, il quale non si potrebbe più avere in tempo, se tardaste a rispondere, perchè i libri verrebbono legati. Compiacetevi adunque di sollecitare la risposta. Scrivo in fretta. Vi abbraccio, mio caro amico, e con tutto l'affetto mi ripeto il vostro.</p>
            <p>Spero sarete per essere contento della edizione che mi sembra esser venuta assai bene. Le copie dovutevi vi saranno spedite subito che mi avrete risposto sull'<foreign lang="lat">Errata</foreign>.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Brighenti (1824)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO BRIGHENTI</hi>
               </byline>
               <date>
                  <add resp="ed">Bologna</add> 25 Agosto.</date>
            </opener>
            <p>Questa mattina ricevo la cara vostra del 23. Già al signor <hi rend="italic">Popoli</hi> ho spedito il resto del vostro libro. Ho riscontrato sul libro gli errori notatimi. Quanto all'errore <hi rend="italic">quarta</hi> invece di <hi rend="italic">quinta</hi>, faccio subito stampare un cartino da incollarvi sopra; e non si conoscerà. Sollecitate l'intero foglio dell'<hi rend="italic">Errata-corrige</hi>. Ditemi come volete che vi spedisca le vostre 50 copie con due in carta velina. Mio caro, vi ringrazio molto dell'amor vostro, e vi prego a continuarmelo sempre sempre sempre, mentr'io vi adoro. Scrivo a Giordani ciò che mi dite per lui. Godo la edizione vi sia stata gradita. Ora si stampano i cartoncini che saranno puliti, sul gusto di quelli dell'<hi rend="italic">Anacreonte</hi>. La mia salute è adesso ottima. Addio, ottimo amico.</p>
            <p>Scusate, se ho scritto qui alla meglio per non rifare la lettera. Sollecitate e, se potete, speditemi anche subito le correzioni. Il lavoro della legatura rimane incagliato senz'esse.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Brighenti (1824)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO BRIGHENTI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 3 Settembre 1824.</date>
            </opener>
            <p>Carissimo Amico. Il fascicolo della stampa che avete favorito di spedirmi, è giunto un ordinario dopo la vostra carissima dei 24 e 25 Agosto, e però mi è bisognato tardare un ordinario a rispondere. Vi ripeto che sono contentissimo della stampa, la trovo molto pulitamente eseguita, e vi ringrazio senza fine delle premure e delle attenzioni che vi è piaciuto di porvi, e di tante brighe che vi siete date per amor mio. Le 52 copie vi prego, se vi piace e vi torna comodo, che le spediate al Sartori in Ancona, e che, quando le spedirete, abbiate la bontà di avvisarmene, perchè io stesso manderò in Ancona a riscuoterle e pagare il porto; potendo, se mi fossero spedite qua, passare per mani che io non vorrei.</p>
            <p>Ho ricevuto dal Sartori le incisioni appartenenti alle opere di Giordani, e ve ne sono debitore di paoli 4.</p>
            <p>Non dimenticate, vi prego, di dirmi dove si trova Giordani presentemente, perchè vorrei pur vedere di fargli arrivare una mia lettera. Se vi fosse possibile di fare avere a lui una copia delle mie canzoni, ed un'altra al Conte Trissino, togliendole dal numero di quelle che mi spedirete (le quali in tal caso resteranno 50. comprese le veline) ve ne sarei tenutissimo.</p>
            <p>Scrivo qui dietro l'intiero <foreign lang="lat">Errata</foreign>, cioè le correzioni degli errori importanti. Non mi è stato possibile spedirlo prima, a causa del ritardo dei fogli che vi ho detto. Ve lo raccomando grandemente, perchè importa molto che quegli errori sieno corretti, e l'edizione resterebbe troppo difettosa senza questo <foreign lang="lat">Errata</foreign>. Non segno l'errore di <hi rend="italic">quarta</hi> per <hi rend="italic">quinta</hi> perchè mi dite di volerlo correggere con un polizzino sul luogo stesso. Due o tre degli errori ch'io segno non sono dello stampatore ma del manoscritto, del che vi avverto a scanso di equivoci.</p>
            <p>Che la vostra salute sia ottima mi consola indicibilmente. Vogliatemi bene, crediatemi sempre vostro, ed abbiatemi per gratissimo alle compiacenze che avete avute per me. Addio addio. Il vostro Leopardi.</p>
            <p>Correzioni: pag. 15 linea 10, leggi: dubitoso pag. 15 linea 11, leggi: A che pugna pag. 15 linea 13, leggi: per altra pag. 23 linea 13, leggi: convegna pag. 27 linea 10, leggi: sentì, pag. 27 linea 11, leggi: e men pag. 29 linea 17, leggi: dal mio pag. 66 linea 4, leggi: Soli pag. 75 linea 13, leggi: così, pag. 85 linea 1, leggi: favorì pag. 86 linea 19, leggi: questa, bensì pag. 96 linea 9, leggi: A putridi pag. 97 linea 11, leggi: Ne' penetrati pag. 114 linea 5, leggi: del grembo pag. 118 linea 18, leggi: educa pag. 140 linea 5, leggi: Carlo, mio solo pag. 141 not. (5), leggi: pr. 11, p. 90 pag. 144 linea (5), leggi: Ger. pag. 145 linea 3, leggi: Expirat pag. 153 not. (3) leggi: 1681 pag. 156 linea 6, leggi: dall'autorità pag. 157 linea 7, leggi: Soli pag. 164 linea 11, leggi: diciamo pag. 177 linea 20, leggi: signor pag. 185 linea 16, leggi: pratichi pag. 189 linea 16, leggi: E noto</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Brighenti (1824)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO BRIGHENTI</hi>
               </byline>
               <date>Bologna 7 Settembre 1824.</date>
            </opener>
            <p>Mio buon Amico. Appena ebbi la vostra del 3 mi concertai con lo stampatore, il quale entro la giornata d'oggi avrà già impresso l'<hi rend="italic">errata corrige</hi> secondo il modello da me fatto, e a lui consegnato. Vi prevengo di avere omessa la correzione a pagina 141 (nota 5a), giacchè nella fretta non la capii, ed ora l'ho capita, ma non siamo più a tempo. Per questa bisogna che mi scusiate ed abbiate pazienza. Il nostro Giordani è sempre a Firenze, e colà si è stabilito. L'errore di QUARTA è stato corretto sul luogo. Dimani, mio buon amico, vado sul Modanese con la famiglia a Vignola, e ad un luogo che si chiama Campiglio, paesi de' miei vecchi, dove passai molti anni giovanili; paesi che per questo mi danno al rivederli un tale commovimento e piacere che non so esprimervi. Starò assente una settimana, che spero di passare lietamente, riposandomi un po' dalle cure. Appena tornato farò la spedizione al Sartori con le clausole necessarie. Sarete pur servito per le copie al Trissino ed al Giordani. Mio buon amico, vi prego a tenermi molto nel cuor vostro e nella vostra benevolenza. Io vi adoro come mai si può e deve chi si è certi essere come voi buono e bravo infinitamente. Se vaglio a servirvi, comandatemi. Io mi glorio veramente del nome di vostro servo e amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="A B.G.Niebuhr (1824)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A BERTOLDO GIORGIO NIEBUHR - BONN.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 4 Ottobre 1824.</date>
            </opener>
            <p>Eccellenza. Di tanti nuovi favori io mi trovo onorato da V. Eccellenza, che non so da quale incominciare a ringraziarla. Il dono del Merobaude nuovamente dato in luce; la menzione amorevolissima e per me sommamente lusinghiera, che Ella si è compiaciuta farvi di me e delle mie deboli osservazioncelle; la raccomandazione fatta in mio favore al Segretario di Stato; la sua gentilissima lettera dei 6 Settembre, piena di graziose espressioni, sono tutte cose che accrescono e infervorano la riconoscenza che io già doveva alle sue tante bontà verso di me. Nella nuova edizione del Merobaude, l'erudizione la critica, l'acutezza, e la felicità delle osservazioni, emendazioni, congetture e supplementi, sono ammirabili. Esso è veramente un lavoro compito, e l'Europa le è debitrice di un poeta, finora quasi ignoto, e vissuto in un secolo dove la poesia fu così rara. Tutte le opinioni e le congetture da Lei esposte in questa nuova edizione, mi persuadono pienamente. In particolare ho ammirato la bellissima e dottissima interpretazione di quelle lettere sì imbarazzanti, EPII PAETO.</p>
            <p>Ella accetti, la prego, le espressioni della mia più viva gratitudine per quanto le è piaciuto fare in mio vantaggio appresso il presente Segretario di Stato. Il Sig. De Bunsen, nel favorirmi appresso il medesimo, mi ha dato altresì numerose prove di una singolare cordialità e cortesia. Se le loro premure, per la difficoltà dei tempi e del paese, non avranno altro effetto, certo non mancheranno di una insigne e perpetua riconoscenza per parte mia.</p>
            <p>Negli Aneddoti di Amaduzzi parve ancora a me di non trovare cosa alcuna notabile, quando gli ebbi nelle mani. Non mi ricordo avervi veduto declamazioni di Libanio, o se vi sono, non credo che manchino nella edizione di Reiske. Ma di questo m'informerò subito, e avrei potuto darlene notizia in questa medesima lettera, se non fosse stato necessario di ritardare perciò la risposta alla sua pregiatissima. Io posso bensì assicurarla che è falso che nel Codice Barberini di Libanio si trovi nulla d'inedito. Solamente vi è l'orazione <foreign lang="grc">ὑπὲρ ὀλυμπίου</foreign>, non contenuta nell'edizione di Reiske, ma pubblicata però negli aneddoti del Siebenkiis (non so se io scrivo bene questo nome): e vi si trova ancora il supplemento alla gran laguna dell'orazione <foreign lang="grc">ὑπὲρ τῶν ἱερῶν</foreign>. Il qual supplemento io vi trovai, e lo copiai con animo di pubblicarlo, ma fui prevenuto da Mons. Mai, il quale avendo saputa questa mia piccola scoperta, si affrettò di cercare lo stesso supplemento nei Codd. Vaticani, e lo pubblicò in calce del Frontone Romano, come Ella sa. Molte cose inedite di Libanio si trovano nei Codd. Fiorentini; ed io ho presso di me un piccolo <foreign lang="grc">διήγημα</foreign> inedito dello stesso autore, che trovai in alcuni fogli volanti della Barberina, e che mi farei un onore di mandarle, se Ella lo gradisse. Un Cod. bombicino della Barberina, acefalo, contiene molte declamazioni, <foreign lang="grc">συγκρίσεις</foreign> e proginnasmi d'ogni sorta, non ineleganti, e a mio giudizio inediti: sono creduti di Libanio, ma io stimo potere affermare che sono di quel Severo Alessandrino di cui si hanno alcune Etopée pubblicate dal Morel, dall'Allacci e dal Gale. Mi distenderei più lungamente sopra questo cod. (degno certamente della luce), se me lo permettessero i confini di questa lettera.</p>
            <p>Molto volentieri, e con tutto il possibile impegno, intraprenderei di copiare gli Scolj Ravennati di Artistofane, come Ella ha la bontà di suggerirmi. Ma non posso dissimulare a una persona che si compiace d'inspirarmi tanta confidenza, come fa Ella; non posso dissimulare, dico, che trovandomi nella mia famiglia privo di ogni proprietà, per avere il padre vivo, e non potendo essere mantenuto da lui fuori del mio paese, mi è assolutamente impossibile qualunque intrapresa per cui sia necessario il soggiornare in altra città. Se il libraio di cui Ella parla, fosse in grado di farmi qualche discreta <hi rend="italic">avance</hi>, che Ella determinerebbe, e che si dovrebbe scontare sull'onorario ec., io mi porterei a Ravenna e Venezia, e con tutte le mie piccole forze attenderei al lavoro proposto. Spererei anche di non incontrare troppe difficoltà per parte dei Bibliotecarj, perchè ho alcune amicizie in Romagna, e perchè i Romagnuoli generalmente sono meno gelosi che i Romani, verso i loro connazionali.</p>
            <p>Io non conosco alcuna recente opera o scoperta italiana che meriti di esserle annunziata. E con mio dispiacere sono anche costretto a dirle che la mia situazione in questo paese è tale, che io mi trovo quasi all'oscuro di ogni novità letteraria. La medesima situazione m'impedisce ancora di attendere con proposito ad alcun lavoro filologico, perchè la mancanza di libri moderni in questo genere (oltre la mia poca sufficienza) mi rende incapace di ogni profitto in tali studi.</p>
            <p>Bensì Ella mi farebbe un favore segnalatissimo se nelle ore di suo ozio si compiacesse di darmi qualche notizia dei lavori letterari, che Ella ha per le mani, giacchè son certo che Ella non può mancare di averne, come anche sono certissimo della loro importanza e del loro merito. Ella mi conservi la sua benevolenza, e mi onori dei suoi comandi, se vaglio a qualche cosa, credendomi sempre suo riconoscentissimo servitore Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Brighenti (1824)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO BRIGHENTI</hi>
               </byline>
               <date>Bologna 13 Ottobre 1824.</date>
            </opener>
            <p>Carissimo e preziosissimo Amico. Giordani m'incombe di salutarvi molto. Eccovi le sue parole: "Ho ricevuto il libro del Leopardi, del quale parlerò io nell'<hi rend="italic">Antologia</hi>. Vi prego di scriverglielo salutandomelo carissimamente, e ditegli che io lo adoro sempre: ma non gli scrivo, perchè ciò mi è penoso, e mi manca il tempo; e mi fa disperare quel tanto perdersi di nostre lettere".</p>
            <p>Molto mi piace sentire che un Giordani scriverà nell'<hi rend="italic">Antologia</hi> intorno le vostre Canzoni: così saranno fatte conoscer bene e presto in Italia, dove i libri stentano degli anni ad essere conosciuti.</p>
            <p>Anche il Vieusseux, Direttore dell'<hi rend="italic">Antologia</hi>, m'incarica di salutarvi, e di dirvi che vi ricordiate ch'egli sta sempre aspettando risposta ad una sua lettera.</p>
            <p>Se non ve ne ho dato avviso (il che non so) avvertovi ora che da più giorni ho spedito al Sartori un <hi rend="italic">ballotto</hi> contenente copie 48 delle vostre Canzoni, e copie 2 dette in carta velina scelta. Il Sartori è incaricato di spedirlo a voi; intendetevi seco.</p>
            <p>Pregovi poi a volermi continuare la vostra benevolenza, e il favore de' vostri caratteri. Io sono e sarò sempre un vostro sincero ammiratore, un amico che vi ama con tutto il cuore.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Brighenti (1824)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO BRIGHENTI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 15 Ottobre 1824.</date>
            </opener>
            <p>Carissimo Amico. Tardi rispondo alla gratissima vostra dei 7 Settembre, dove mi dicevate di essere sul punto di allontanarvi da costì per qualche tempo. Ora vi suppongo tornato, e che abbiate goduto delle dolci ricordanze della fanciullezza nei luoghi che mi nominavate. Sarebbe stata una somma indiscretezza la mia, se avessi voluto gravarvi della fatica di fare il modello dell'<foreign lang="lat">Errata</foreign> per le mie Canzoni, tanto più che a me non costava nulla il farlo, avendo le mani in pasta. Ma la intenzione mia fu che l'<foreign lang="lat">Errata</foreign> si stampasse nè più nè meno secondo la forma in cui ve lo aveva mandato io, la qual forma è usata nelle buone edizioni antiche, e mi pare plausibile e comoda per risparmiare la bruttezza di quelle lunghe liste di errori disposti in colonne. Questa fu la cagione per cui non vi mandai altro modello, del che dovete perdonarmi, perchè non fu effetto di negligenza, come altrimenti vi dovrebbe parere. Avrò caro di saper qualche cosa delle 50 copie che mi diceste volermi spedire, delle quali dalla vostra dei 7 Settembre in qua, non ho avuto alcuna notizia. Di Giordani, se ne sapete nulla, datemi qualche nuova, vi prego. Gli ho scritto lungamente a Firenze, ma non ho risposta. Amatemi e parlatemi di voi e della vostra salute. Io v'amo secondo il solito, cioè con tutto il mio cuore, e desidero ardentemente di vedervi. Chi sa? non perdo ancora la speranza. Addio, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Melchiorri (1824)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIUSEPPE MELCHIORRI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 25 Ottobre 1824.</date>
            </opener>
            <p>Caro Peppino. Io non so più se tu sei vivo, se morto, se mi ami, se mi odii, se ti ricordi di me, se mi hai dimenticato affatto. So bene che da un secolo in qua non veggo più una tua riga, e che non ho avuto mai replica all'ultima lettera che ti scrissi. Mi prevalgo dell'occasione di tuo padre per vedere di farti arrivare una mia lettera, e pregarti a darmi qualche segno di non avere rinunziato all'amicizia che avevamo insieme tanto stretta e sincera. Parlami di te, descrivimi la tua situazione; io sono impaziente d'intenderla da te stesso; scrivimi liberamente da amico, alla buona, senza studio d'eleganza, come vedi che fo io. In somma rompi questo silenzio, che mi dispiace molto, perchè mi pone in dubbio dell'amor tuo, o se non altro mi fa stare incerto della tua situazione e privo delle tue nuove.</p>
            <p>Ti mando 14 copie di un libretto che ho fatto stampare recentemente. Cinque di queste portano scritto dentro il nome di quelli ai quali vorrei che tu mi favorissi di farle avere. Un'altra porta scritto il nome di Cancellieri, al quale vorrei che tu la facessi recapitare a mio nome, insieme con altre tre. Un'altra vorrei che tu dessi da mia parte a Mercuri. Le quattro rimanenti saranno a tua disposizione. Ti prego però espressamente a non darne nessuna a Marini, almeno a non dargliela a nome mio. Tempo fa, per una certa occorrenza, gli scrissi, e lo feci nel modo il più gentile possibile, anzi troppo umilmente. Non mi ha mai risposto. Si risponde anche ai villani, e io non sopporto chi mi manca di quel che è dovuto a tutti. Se il fare avere quelle prime cinque copie alle rispettive persone ti riesce incomodo, scrivimelo liberamente, chè procurerò di supplire in altro modo.</p>
            <p>Mi dilungherei di più, se dopo un silenzio così lungo, non fossi senza notizie sufficienti del tuo stato, delle tue occupazioni, de' tuoi pensieri. Dammene ragguaglio, te ne prego. E soprattutto amami, e ricordati del tuo vero e costante amico che ti amerà sempre di tutto cuore. Addio, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Brighenti (1824)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO BRIGHENTI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 29 Ottobre 1824.</date>
            </opener>
            <p>Caro amico. Poco dopo scritta la mia dei 15 mi giunsero da Ancona le 50 copie che mi avete favorite delle mie Canzoni, delle quali torno a ringraziarvi. Ho poi ricevuta la vostra carissima dei 13. A tempo perduto mi farete un gran favore avvertendo Giordani che io gli ho scritto a Firenze una ben lunga lettera; e informando anche Vieusseux, o per mezzo di Giordani o direttamente, che io non ho mancato di risposta a veruna sua, e che all'ultima giuntami, la quale è bensì di gran tempo addietro, risposi con una lunghissima, a cui non ho ricevuto mai replica. Sono qui sepolto e segregato affatto dal resto del mondo, non solo per la lontananza delle persone, ma anche per la maledetta o negligenza o malizia delle poste, che finisce di escludermi dal commercio umano. E questa negligenza o malizia si esercita massimamente sopra di me, non so per quale mia colpa, perchè veggo che agli altri non accade lo stesso, o se accade, accade solo di rado, o almeno non sempre. Questo è quello che mi obbliga ad annoiarvi così spesso con queste preghiere di avvisi e di uffici che vi prego fare ad altri in mio nome. Mi prevalgo dell'amicizia e della bontà vostra per conservare qualche minima relazione coi miei conoscenti. Spero che voi mi perdoniate. Io sto bene e desidero intendere lo stesso di voi. Vi amo come sempre, e vorrei che mi comandaste, perchè sono ansiosissimo di servirvi dove fossi buono. Addio, addio: vi abbraccio. Il Vostro Leopardi.</p>
            <p>Sono sempre in debito di paoli 4 per l'ultimo volume Giordani uscito.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Brighenti (1824)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO BRIGHENTI</hi>
               </byline>
               <date>Bologna 5 Novembre 1824.</date>
            </opener>
            <p>Carissimo Amico. Ebbi la vostra del 15 ottobre, poi l'altra del 29. Godo che abbiate ricevuto le 50 copie delle vostre Canzoni. Ben mi dolgo che gli <hi rend="italic">Errata-córrige</hi>, non siano stati stampati secondo il vostro desiderio. Io, caro amico, di libri antichi non mi occupo, e benchè or mi sovvenga di averne veduti con le correzioni secondo l'idea vostra, allora non n'ebbi la menoma ricordanza, e però le feci a seconda dell'uso moderno. Il che certo non mi fu fatica, ma bensì mi è pena, avendo involontariamente trasgredito una vostra ordinazione. Una parola di vostro avviso mi avrebbe fatto fare il piacer vostro. Ora non v'ha rimedio, e voi scusatemi; ed in altra occasione sarò più avveduto.</p>
            <p>La vostra lettera del 29 che parla di Giordani e di Vieusseux l'ho spedita or ora a Firenze a que' due, perchè conoscano i vostri sentimenti. Amendue stanno bene, e molto vi amano e vi stimano. Datemi poi quant'incarichi volete; chè io sono vostro, e quando il dico, accertatevi che il dico di tutto cuore, e che io non son uomo da meritare, e peggio da attendere cerimonie. Così il mio affetto per voi valesse a qualche cosa d'importante, come io vi adoro, e sempre vi amerò e vi riverirò per quell'ottimo e raro amico che siete; e desidererò di darvene qualche attestato, ove vi piaccia di adoperarmi.</p>
            <p>Sì poi di vero che fui ai luoghi della mia infanzia. Vi passai de' giorni di una vera beatitudine, in una continuata estasi. Io mi riguarderei più felice di qualunque potente e ricco, se vi avessi colà un asilo mio proprio, da abitare ne' mesi della state. Oh! cari cari que' colli...: perchè avete a sapere che io in sostanza sono non un romantico solamente, ma un romanzesco: anzi credo di essere un romanzo vivo ambulante. Peccato che poi non amo i libri romantici, altrimenti io sarei sempre a descrivere colli, laghi, processioni, amori pastorali, caccie, pranzi campestri, soli, lune, boschetti silenziosi, canti uccelleschi e altre delizie di questo genere.</p>
            <p>Ma io abuso della vostra sofferenza. Addio, amico del mio cuore. Mantenete, cioè realizzate la promessa, e la speranza che mi date che noi ci vedremo. Allora sì che sarò in festa. Vi prometto che in quell'incontro non sospirerò i miei colli.</p>
            <p>Addio, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Brighenti (1824)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO BRIGHENTI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 22 Novembre 1824.</date>
            </opener>
            <p>Ricevetti, caro Amico, la vostra amorosissima dei cinque, nella quale immagino che vogliate scherzare quando mi fate tante parole sopra quella bagattella dell'<foreign lang="lat">Errata</foreign>, della quale assolutamente io non vi avvertii, se non per iscusarmi con voi di una negligenza o pigrizia apparente, che in vero sarebbe stata eccessiva. Del resto, che sia stato stampato nell'una forma o nell'altra, non è cosa di nessun momento.</p>
            <p>Molto mi compiaccio d'intendere i vostri sentimenti romanzeschi, nei quali io vi avrei tenuta compagnia qualche anno fa, ed ora non dispero di non tornare ancora a parteciparne, perchè mi pare che la mia mente vi si disponga di nuovo. In somma io godo assai che abbiate goduto in quei luoghi vostri cari. Certo le ricordanze della fanciullezza sono sempre grate; ma il caso si è che chi non si muove mai dal suo nido, come sono io, non può provare di questi diletti in quanto ai luoghi; e però consolatevi, che se non foste per l'ordinario assente da quel sito, non avreste piacere alcuno in vederlo. A me per lo meno così accade.</p>
            <p>Non ho termini da ringraziarvi abbastanza delle tante e tanto affettuose espressioni e proteste che mi fate. Quanto alle esibizioni, vedete bene che già da più anni non manco di profittare e forse abusare della vostra cordialità. Vorrei pur che gli uffici fossero comuni, e che mostraste qualche volta di ricordarvi che anch'io sono amico vero, e vi amo di cuore e non a parole, onde mi comandaste qualche cosa.</p>
            <p>Se poteste darmi qualche notizia del modo in cui sono state accolte le mie Canzoni costì, e di quello che cotesti letterati ne pensano, lo avrei caro. Credo che o non ne avranno fatto caso nessuno, o poco di bene ne avran detto, e così raccolgo dal vostro silenzio sopra ciò. Ma anche il male che ne abbiano detto, scrivetemelo pure, se non vi è grave, sincerissimamente; chè io sono sempre vogliosissimo d'intenderlo, e dispostissimo a profittarne, se non altro, per lasciare il mestiere, in caso disperato.</p>
            <p>Addio, caro e prezioso amico. Spero che mi darai qualche nuova di Giordani, al quale ti ringrazio dell'aver mandato la mia lettera. Ti abbraccio, e sono tutto tuo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Melchiorri (1824)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIUSEPPE MELCHIORRI</hi>
               </byline>
               <date>Roma 26 Novembre 1824.</date>
            </opener>
            <p>Caro Giacomo. Ier l'altro ricevetti finalmente la tua carissima unitamente agli esemplari delle tue belle Canzoni. Era del tempo che voleva scriverti, poichè voleva farti quelle stesse lagnanze che tu ora fai meco; ma sentendo che doveva ricevere una tua lettera a momenti, tratteneva i rimproveri che voleva farti. Ora sappi che sin dagli ultimi di Settembre ti aveva scritto inviandoti li cento perlini che desiderava Carlo, non avendoli potuti mandar prima a motivo che non vi erano così piccoli come si desideravano. Io li spedii per la posta entro la lettera, e credeva sicuramente che ti fossero pervenuti. Ora con mia sorpresa sento che non hai avuto quella mia, alla quale attendevo risposta, e per la quale avevo preparato i rimproveri. Ora vedo che abbiamo ragione entrambi. In quella mia ti parlava di tante cose delle quali ora non mi sovviene. Solo ti dirò di una, cioè di De Romanis. Egli mi aveva pregato di dirti se potevi mandargli il denaro delle copie delle <hi rend="italic">Correzioni Eusebiane</hi>. Riprendendo le tue lettere, vedo che in una ti sei ingannato sul computo del prezzo, contando che De Romanis per 170 copie ti avesse domandato scudi 12, quando egli ne domandò scudi 17; e perciò restandone 70 a di lui carico, tu non devi pagare che scudi 10. Dimmi dunque cosa gli devo rispondere, e se puoi toglimi questa seccatura. Trovo che per otto fogli di stampa non è carissimo il prezzo di un paolo per copia. Se si pensava meglio prima, avrei veduto di non farti pagare che la carta e la tiratura, benchè le correzioni da farsi sono state moltissime.</p>
            <p>Venendo ora a noi, non so come possa tu credere che io mi sia dimenticato di te, sapendo bene quanto ti ho sempre amato. Onde non mi tornar più innanzi con questi ingiuriosissimi sospetti; dimmi più tosto che sono un poltrone nello scrivere, ma non mi dire mai più che non ti amo e non penso a te, essendomi tanto a cuore la tua bell'anima, che non cesserò mai far voti per la migliorazione della tua esistenza. Spero che non vorrai sospettare in me ombra di complimento; tu conosci il mio modo di pensare, e mi crederai per Dio! Vorrei che tuo padre si movesse a rimandarti in Roma per un paio di mesi almeno dentro quest'anno santo, onde facesse per l'indulgenza ciò che non fa per tuo vantaggio.</p>
            <p>Ho ricevute e lette con piacere sommo le tue Canzoni, e vedo che hai avuta ragione di preferire per la stampa Bologna a Roma, poichè avranno avuto più persone che le abbiano gustate, poichè qui in Roma non saprei chi veramente possa esserne al caso di conoscerne il merito. Le copie di de Romanis, de Mattheis, e Cancellieri sono già state rimesse da me stesso, e ti ringraziano. Delle mie già ne ho regalate una al Marchese Crosa Incaricato di Sardegna, colto ed erudito giovane e buon poeta, una al Cav. Gio. Gherardo de Rossi, ed una ne ho mandata al Cav. Reinhold Ministro de' Paesi Bassi. Le altre da tua parte saranno dentro questi giorni ricapitate.</p>
            <p>Mi chiedi nuova de' miei studi, ed io ti dirò apertamente che in questo tempo non ho pubblicata cosa alcuna, meno che poche iscrizioni antiche nella nostre <hi rend="italic">Memorie Romane di Antichità e Belle Arti</hi>. Mi pare di averti scritto di già di quest'opera, che abbiamo cominciato a pubblicare. Acciò ne possa tu giudicare, riceverai quest'altro ordinario un esemplare sotto fascia delle due prime distribuzioni del I° Volume. Se non ti dispiace, questa copia te la destino, e ti prego di gradirla per amor mio. Così potessi avere il piacere di porvi qualche cosa del tuo. Vedi se puoi contentarmi. Il lavoro delle inscrizioni Vaticane continua, anzi abbiamo avuta dal Card. Camerlengo la privativa per un decennio. Sto lavorando sopra alcuni Ori antichi trovati l'anno scorso costì, consistenti in armille, collane, pendenti, e medaglie. Altro lavoro più interessante ho per le mani coll'amico Clemente Cardinali. Questo si è un nuovo Almeloveen, una Serie di Consoli, o sia li fasti consolari suppliti ed emendati, con l'ajuto de' Scrittori, delle medaglie, e de' marmi. Il famoso esemplare de' fasti di Almeloveen tutto pieno di postille e schede di Mons.r Gaetano Marini, è fra le mie mani, e mi darà grand'ajuto. Cardinali dal suo canto ha in pronto molte centinaia di correzioni nuove alli suddetti fasti. Onde, come tu potrai comprendere, questo è un lavoro che darà nel capo a Borghesi, poichè è vero che sarà infinitamente più ristretto, ma sarà più commodo per li letterati, e toglierà a lui il merito di aver fatte per il primo molte correzioni. Quello poi che mi darà più piacere sarà l'illustrazione della famosa inscrizione di Lord Baus copiata da lui nella facciata del Palazzo di giustizia di Stratonicea. Questa inscrizione, la più grande che si conosca, è latina, e contiene un editto degl'imperatori Romani, che pongono una tariffa su tutti li commestibili, le manifatture, le opere d'industria e tutt'altro, con i loro prezzi distinti. Fra le altre peregrine notizie delle quali abbonda quel marmo, evvi di più curioso molte parole semi-italiane che vi sono intarsiate, il che darà molto da dire alli studiosi dell'origine della nostra favella. Questa inscrizione non è stata per anco publicata da alcuno, ed io ne possiedo un fac-simile. Quando sarò alla parte etimologica, non mancherò di consultarti, e tu mi sarai al tuo solito largo de' tuoi ajuti. Ti manderò per la posta qualche cosa di de Romanis, ed insieme due coserelle di Serafino Altemps di Fermo, Guardia di N.S.</p>
            <p>La mia salute è ottima, ed uguale è quella di mia Moglie e de' figli. Essa ti saluta.</p>
            <p>Dimmi, a proposito mi dicevi una volta che mio Zio e tuo Padre voleva procurarmi la sopravvivenza all'Agenzia per la Comune di Recanati. Io ti risposi che avrei accettato volontieri l'incarico, tanto più che crescendo la mia famiglia non sono nel caso di dover ricusare qualunque sussidio alle mie ristrette finanze. Non ho poi sentito altro, onde ti domando se debbo sperare, o deporne il pensiero.</p>
            <p>Se Carlo vuole, e gli giungessero ora più in tempo li perlini, me lo scriverai, e mandandomi la mostra, li rimanderò subito.</p>
            <p>Addio, caro Giacomo, rispondimi su tutto ciò che ti ho scritto, e credi che li tuoi caratteri mi consolano assai assai. Vivi sicuro della mia più tenera e sincera amicizia, e non ti dimenticare del tuo aff.mo Cugino ed A.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di M.Missirini (1824)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI MELCHIORRE MISSIRINI</hi>
               </byline>
               <date>Di Roma 6 Decembre 1824.</date>
            </opener>
            <p>Chiarissimo Signore. La ringrazio senza fine delle sublimi Canzoni, che per sola sua infinita gentilezza ha voluto favorirmi; io già ne conoscevo tre, e ne avea mandato alla memoria varie sentenze: ora che il volume è cresciuto di tante altre cose bellissime, e <hi rend="italic">che mi viene in dono da Lei</hi>, può pensare se torna caro all'animo mio. Ella sempre più con queste altissime rime mi fa risolvere a credere, che li poeti sono quelli che formano le rigenerazioni ne' popoli: e già il divino Alfieri ce ne avea dato l'esempio, che ha formato in noi un nuovo sentire e un nuovo pensare: e questo è tanto vero, che le prime volte che si produssero sulle scene le sue tragedie, vennero a tutti oscure, asprissime, fredde, come cibo disadatto ai nostri palati: nè l'Italia si avvide di avere nell'Alfieri il primo suo grande Poeta filosofo e politico, che ha vinto la prova d'ogni suo rivale di qualunque nazione, che quando cominciò a riformare il pensier suo ed il suo desiderio, componendolo con quello del suo Tragico immortale. M'avviso, che abbia per ora ad accadere altrettanto delle sue rime, anzi di più, perchè elle sono di molto più chiuse, ed alte, e severe delle sentenze di Vittorio: onde le non sono alimento al nostro gusto, per mille maniere di bugiardi sdolciamenti corrotto. Ma questa circostanza per noi lagrimevole, sarà salutare per Lei: imperciocchè in queste Canzoni non so s'io m'abbia ad ammirar più l'altezza della mente, o la magnanimità del suo ardire. E per ciò, come ch'io la creda forte, e risoluta ad ogni avversa fortuna, sarà bene che Ella dalla cima, a cui non può essere aggiunta, non pata <hi rend="italic">(sic)</hi> pericolo, per serbarsi ad altri parti valorosi della sdegnosa e nobile sua anima, o forse anche a tempi meno infelici e sozzi.</p>
            <p>La securtà che prendo nella sua cortesia mi dà animo di esporle una mia considerazione. Nelle sue prose, le quali estimo al pari de' versi, e distintamente in quella del <hi rend="italic">Bruto Minore</hi>, Ella reca accomodatamente i detti di Bruto e di Teofrasto dichiarati in sul punto della morte, con cui vollero insegnarci aver dessi tratto dalla lunga esperienza di tante fatiche e tanti sudori l'amara verità, che la virtù e la gloria sono poca cosa in questa vita, e che se v'ha Idolo che forse più meriti i nostri incensi, sia la fortuna: or io per fare la sentenza compiuta, e mostrare la intera nullità delle cose, avrei anche posto in mezzo le ultime parole di Augusto Ottaviano, colle quali dichiarò tutta la vita sua, cioè il cumulo di tutti i favori della fortuna, essere una farsa di Teatro. Ma Ella per non farci poveri del tutto, avrà volsuto lasciarci almeno la speranza d'uno sguardo benigno della fortuna, il quale tuttavia quanto sia da bramarsi, essendo questa così cieca e mutabile ne' suoi doni, e ne' suoi volgimenti, Ella sel vede meglio di me. E perchè ho cominciato ad allargare la reverenza che si deve ad un Uomo suo pari, e da un peccato si sdrucciola nell'altro, voglio anche ardirmi tanto d'inviarle in dono una mia tragedia di greco soggetto, di greca religione, di greci costumi, perchè Ella vegga, che quantunque sia vero ciò ch'Ella dice in quella divina stanza, che niuno seguì il nostro Vittorio, cioè niuno lo pareggiò, nè credo possa essere pareggiato; nonostante col buon desio io m'affatico correre, in questo mare, dietro il suo solco: e se Ella mi ajuterà col suo senno e col suo valore, manderolle ancora un'altra tragedia, tutta d'italiano argomento, che si arma in parte dell'armi sue, ond'io possa almeno servire a Lei di scudiere in questa guerra generosa.</p>
            <p>Mi accordi la sua benevolenza, e mi creda colla più alta stima, ed affetto.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Melchiorri (1824)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIUSEPPE MELCHIORRI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 8 Dicembre 1824.</date>
            </opener>
            <p>Caro Cugino. Mi è stata veramente di grandissimo piacere la vostra lettera, la quale ha dissipato i dubbi che il lungo silenzio avrebbe potuto farmi nascere sopra la continuazione della vostra benevolenza verso di me. La lettera coi perlini si è veramente smarrita, come voi giudicate. Ma nondimeno Carlo ed io ve ne abbiamo lo stesso obbligo. Per ora Carlo non ha più bisogno di perlini essendo in rottura colla bella che doveva adoperarli. Resta che voi mi significhiate la spesa incontrata per i cento speditimi, della quale non mi avvisate nella vostra ultima.</p>
            <p>Sono infinitamente lieto di vedervi occupato in tanti e così bei lavori letterarii, che certo non mancheranno di farvi un grand'onore. Mi piacciono moltissimo le intraprese di cui mi parlate. Quanto ai soccorsi che dite di voler da me, se sarò buono a servirvi in qualunque cosa, mi avrete sempre prontissimo. Della privativa ottenuta per le inscrizioni vaticane, mi congratulo molto con voi, e credo che quell'opera vi debba pur essere di non piccolo profitto anche per l'interesse, che vale anch'egli qualche cosa.</p>
            <p>De Romanis deve aver da me dieci scudi per l'<title>Eusebio</title>, e questi sono in pronto. Ma io debbo aver da lui cento esemplari dell'<title>Eusebio</title>, con l'<hi rend="italic">Errata-Corrige</hi> e frontispizio, e ogni altra appartenenza, e questi non solo non so se sieno in pronto, ma da un anno in qua non ne ho notizia veruna. Ditemi, vi prego, che n'è di questi esemplari; se sono presso di voi, se sono legati, se me li potete spedire, se hanno tutto il convenevole, e ricevuta la vostra risposta, vi manderò prontamente il danaro.</p>
            <p>Con mio dispiacere sono costretto a dirvi che l'affare dell'agenzia è riuscito contro il desiderio mio e di mio padre. Quando si è dovuta portare la proposta in Consiglio, una persona che non sapeva l'intenzione di mio padre intorno a voi, e alla quale dall'altra parte mio padre non poteva far troppa contraddizione, ha preso tanta premura per fare ottenere la sopravvivenza a un altro, ed ha impegnati a ciò tanti consiglieri, che mio padre ha creduto bene, per onor vostro e suo, di non proporvi in nessun modo, e la sopravvivenza è stata data a quell'altro. Me n'è dispiaciuto assai, ma non ho potuto oppormi, tanto più che ho saputo lo stato dell'affare, solamente dopo che le cose erano tanto inoltrate da non potervi più riparare.</p>
            <p>Ti ringrazio assai di quanto hai fatto nella distribuzione delle copie de' miei versi. Ma, dimmi, Reinhold, Ministro di Olanda, è già tornato a Roma? E tu hai dunque amicizia seco? perchè al tempo mio non mi pare che tu l'avessi.</p>
            <p>Salutami Cardinali caramente. Salutami anche De Romanis, e Cancellieri quando lo vedi. Dimmi, Carnevalini come restò soddisfatto delle mie scuse circa la Canzone che egli avrebbe voluto da me? Ti assicuro che quelle scuse erano verissime, e che io non ho mai scritto nè saprei scrivere un verso a preghiera d'altri. Se Carnevalini non è offeso con me per quel rifiuto, salutamelo distintamente, e digli che io lo stimo sempre in modo particolare.</p>
            <p>Avrò sommamente caro di leggere le stampe che tu dici di mandarmi, e ti sono gratissimo del dono che tu mi fai. Ancora però non mi è giunto. Scrivimi, ti prego, più che puoi delle notizie letterarie, e non ti lasciar vincere dalla pigrizia, perchè tu recherai un gran sollievo a un povero sepolto che non vede nulla e non sente nulla da nessun'altra parte. Scrivi all'amichevole, come viene, senz'affaticare il cervello, come fo io, e così la pigrizia non ti dovrà troppo impedire di far quest'opera di misericordia.</p>
            <p>Niebuhr mi scrive da Bonn in Prussia, che vorrebbe sapere se negli Aneddoti di Amaduzzi, v'è niente di Libanio. Mi faresti un gran piacere a cercarne, e se vi fosse qualche opuscolo di Libanio, scrivermene i titoli in greco o in latino, e due o tre delle prime parole di ciascun opuscolo.</p>
            <p>Mi bisognerebbe sapere a che numero di versi nel <hi rend="italic">Prometeo</hi> di Eschilo si trova il verso seguente:

<foreign lang="grc">Τείρουσ' Ἄτλαντος ὃς Πρὸς ἑσπερίους τόπους.</foreign>

Vi prego a farmi il favore di vederlo, e scrivermi il numero del verso precisamente. Suppongo che nelle edizioni dell'<hi rend="italic">Eschilo</hi> di Marini, i versi sieno numerati in margine.</p>
            <p>Perdonate gl'incomodi e la lunga lettera. Amatemi, comandatemi, e scrivetemi spesso. Parlatemi anche di voi e del vostro stato presente, almeno dell'animo. Addio, vi abbraccio e sono con tutto il cuore il Vostro Affezionatissimo cugino G. Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.B.Canova (1824)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIAMBATTISTA CANOVA</hi>
               </byline>
               <date>Roma 9 Dicembre 1824.</date>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo Signor Conte. Dalle mani del signor Marchese Melchiorri mi fu favorita una copia delle Canzoni da Lei dettate, ed inviate a me come testimonio del di Lei gentile animo verso d'una persona che veramente la stima ed ama. Io non potrei rimunerarla altrimenti che d'una gratitudine pari alla qualità del dono, che io tengo in grandissimo pregio. Ammiro il generoso proponimento di mandare in luce quegli altissimi sensi chiusi sotto il velame di sapientissime parole, che risvegliano un fremito in ogni cuore che intende. Ne abbiamo tenuto ragionamento con l'ottimo abate Missirini appunto jer mattina; ed egli è penetrato, assai più d'ogni espressione, dalla filosofia che regna in tutte queste Canzoni e prose, che deggiano partorir gran lode al loro autore, col quale io mi rallegro e al quale auguro ogni bene, come auguro a me la consolazione di potergli in qualche modo provare il sentimento di stima, ond'egli mi ha obbligato, e col quale mi pregio essere Suo osservantissimo Servo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.de Mattheis (1824)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIUSEPPE DE MATTHEIS</hi>
               </byline>
               <date>Roma lì 9 Xbre 1824.</date>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo Sig.r Conte. Io aveva il piacere di conoscerla come uno dei più distinti letterati della nostra penisola; ora La conosco anche come poeta sublime. Io me ne congratulo di cuore; e L'assicuro di aver letto con vera ammirazione le sue bellissime canzoni, delle quali Le rendo infiniti ringraziamenti. Ella non poteva farmi dono più gradito di questo, che io desiderava da lungo tempo, perchè da lungo tempo ne sentiva parlare con molta lode. Ha fatto benissimo a ripeterne l'edizione, che dovrebbe essere divulgatissima in Italia, e con profitto.</p>
            <p>Se mi conosce abile a renderle qualche servizio non deve che accennarmelo, perchè sono e sarò per la vita pieno de' più sinceri sentimenti di stima, di rispetto, e di affezione. Suo d.mo ob.mo ser.re ed amico aff.mo GIUSEPPE DR. DE MATTHEIS.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Melchiorri (1824)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIUSEPPE MELCHIORRI</hi>
               </byline>
               <date>Roma 12 Dicembre 1824.</date>
            </opener>
            <p>Caro Giacomo. Rispondo subito alla tua carissima degli otto onde darti prova di aver scossa da dosso la pigrizia. Già conosco dalla tua ottima lettera che li tuoi sensi di amicizia verso di me non si sono punto cambiati, come giammai si cambieranno li miei verso di te, caro il mio Giacomo. Rispondo ora ad ogni paragrafo.</p>
            <p>Già erami persuaso che la lettera coi perlini si fosse smarrita, e duolmene assai, poichè se fosse giunta in tempo, chi sa che Carlo non avesse continuato a vivere in pace con la sua bella. Circa ciò che tu mi dici del loro costo, non so neppur dirtelo essendo una cosa picciolissima, che neppure vale la pena di rintracciarla. Mi sovviene che nella lettera perduta non te lo aveva voluto indicare essendo una sciocchezza. Dì a Carlo che non si scordi di me, e mi commandi con libertà, sperando che un'altra volta riescano più fortunate le sue commissioni.</p>
            <p>Veniamo a de Romanis. Circa le copie 100 che ti appartengono incolpane la mia storditaggine, poichè Pippo le tante volte mi ha detto di prenderle e farle legare. Dimani stesso le farò portare al legatore, ed in quest'altro ordinario ti saprò dire il prezzo della legatura, che sarà eseguita come già mi scrivesti altra volta, ed allora manderai il denaro tutto insieme. Nell'altro corso di posta ti manderò varii libri, fra l'altri una tragedia di Missirini, con una sua lettera per te. Egli ti ringrazia in quella delle Canzoni.</p>
            <p>Sull'affare dell'Agenzia non ci pensiamo più, sarei ansioso di sapere, se si può, chi l'ha ottenuta.</p>
            <p>Mi pare di averti detto nell'altra mia che farò presentare a Reinhold, che già è tornato in Roma, un esemplare delle tue Canzoni, e questo per mezzo del Marchese Crosa, Incaricato di Torino, mio amicissimo. Io d'altronde non ho amicizia con Reinhold. Mercuri ti ringrazia delle Canzoni. De Mattheis ti scriverà egli stesso. Cardinali è tutt'ora a Velletri. Il suo <hi rend="italic">Elogio</hi> di Consalvi, del quale ha il tipografo già fatta la seconda edizione, ha incontrato presso li letterati. Ambo le edizioni sono state fatte in Pesaro da Nobili. Mi duole di non averne un esemplare per te, mentre quello che mi donò Cardinali mi convenne cederlo.</p>
            <p>Carnevalini rimase contentissimo delle tue scuse. Visconti vi fa però poco buona figura, poichè aveva detto a Carnevalini con la sua solita franchezza che egli si sarebbe preso l'assunto di farti scrivere, e quindi poco dopo soggiunse che tu gli avevi già promesso di mandargli una Canzone. Carnevalini che aveva letta il giorno avanti la tua lettera a me diretta, ed erasi appagato delle tue scuse, diede una mentita poco piacevole a Visconti, per cui il poveretto dovè arrossire, e con ragione. Non mancherò di salutarti Carnevalini quando lo vedrò; egli mi parla di te.</p>
            <p>Notizie letterarie. Missirini ha pubblicata la <hi rend="italic">Vita di Canova</hi>, ricca di bellissimi documenti, ma scritta con pochissima grazia, poichè quelli sono continuamente inseriti nel testo, cosa nojosissima per chi legge. - Non so se abbi veduto il <hi rend="italic">Canzoniere</hi> che stampò esso Missirini. - Marsuzzi ha pubblicata la sua nuova tragedia il <hi rend="italic">Caracalla</hi>, che è stata recitata al teatro Valle quest'Ottobre. Io era in campagna, e non la intesi, ma sento che non piacesse. L'aveva intesa declamare dall'autore, dalla Enrichetta Orfei, e non mi era piaciuta. La stampa poi ha confermata la generale opinione. Ciò prova che è ben grande la temerità di chi s'accinge a scriver tragedie dopo l'Alfieri.</p>
            <p>Ieri al giorno ricevei la tua carissima, e questa mane (Domenica) ti rispondo subito, onde in questa ristrettezza di tempo non ho potuto consultare per te le opere di cui mi parli. Quest'altro ordinario ti servirò. Ti prego a continuare a scrivermi spesso ed a lungo, avendo a caro di trattenermi teco almeno per lettera, giacchè non mi è dato di poterti abbracciare.</p>
            <p>Mi chiedi nuova del mio presente stato. Io ti rispondo, che quello della salute è ottimo avendomi la natura fornito di un ottimo temperamento, onde potessi sostenere più meglio <hi rend="italic">(sic)</hi> il cattivo stato dell'animo. Per dirti una delle mie dolorose vicende, ti dirò che mi conviene essere in lite con mio Padre, che da Luglio in qua, non contandomi forse più per figlio, mi niega fin anche l'alimenti. Sette sentenze ho avute favorevoli da varii tribunali, che si formalizzano di quest'ingiusto operare, ma ancora non posso terminarla, e le mie circostanze non sono niente buone. Ma anche a ciò ci vuol pazienza. L'animo però non può non soffrirne.</p>
            <p>Addio, caro Giacomo, amami, e ricordati del tuo aff.mo Cugino.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di E.Orfei (1824)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ENRICHETTA ORFEI</hi>
               </byline>
               <date>Roma 15 Dicembre 1824.</date>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo Sig.r Conte. Cosa avrà mai dovuto Ella giudicare di me, vedendomi corrispondere con ingrato silenzio alla sua distinta cortesia d'inviarmi le bellissime odi da lei pubblicate? Dilegui la prego qualunque sinistra idea, nè ad altro voglia attribuire il ritardo de' miei doveri, che a qualche non lieve incomodo di salute nei scorsi giorni sofferto.</p>
            <p>Troppo debili saranno i miei elogi a confronto del soggetto, se volessi parlarne come io ne sento, e come sarei spinta a fare, delle odi suddette; al mio nulla non appartiene che ammirare e tacere; solo dirò che molto romore le medesime hanno qui menato, che se ne discorre con entusiasmo per tutti i crocchi degli eruditi, e che quello spirito patrio che le anima e le fa belle, accende non men la mente che il cuore di chiunque le legge. Felice la sua penna che può esprimere con tanta semplicità e chiarezza idee tanto sublimi! Chi può lodare abbastanza, in un altro genere di bellezza, la settima strofa dell'Ode a M.r Mai "Nostri beati sogni ove son giti?". Ma volendo tacere, non m'avveggio che dalla verità son trasportata a parlare. Si taccia in fine, che a più sublimi lodatori appartengono le Sue opere. Gradisca le più sincere mie congratulazioni, ed i sentimenti della mia viva riconoscenza. Segua a rendersi illustre con sì chiari prodotti, e mi creda con perfettissima stima Sua D.ma Ob.ma Serva.</p>
         </div1>
         <div1 n="A E.Dionigi-Orfei (1824)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A ENRICHETTA DIONIGI-ORFEI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 22 Dicembre 1824.</date>
            </opener>
            <p>Pregiatissima signora. Debbo aver grande obbligo alle mie Canzoni per avermi procurato la opportunità di ridurmi alla sua memoria, e soprattutto il piacere di leggere i suoi caratteri. Le lodi che Ella si compiacque di dare ai miei versi mi farebbero insuperbire, se io non vi scoprissi molto chiaramente la gentilezza del bel sesso e la compitezza sua propria, piuttosto che il merito mio. La sua lettera mi ha cagionato, insieme col piacere, anco un dispiacere, cioè quello d'intendere che Ella sia stata indisposta di salute ai giorni passati. Veramente Ella non saprebbe dare altri dispiaceri che di questa natura. Io confido che la sua indisposizione sia dileguata perfettamente, e con questa speranza, offerendomi di tutto cuore ai suoi comandi, e pregandola a non depormi del tutto dalla sua memoria, mi dichiaro e mi pregio di essere suo devotissimo e obbligatissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Melchiorri (1824)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIUSEPPE MELCHIORRI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 22 Dicembre 1824.</date>
            </opener>
            <p>Caro Peppino. Rispondo alla tua carissima dei 12. Ti prevengo che non ho ricevuto nè la lettera di Missirini nè alcuna delle stampe che tu dici di mandarmi nell'ultima e nella penultima tua. Bensì ho ricevuto la lettera di De Matthaeis di cui tu mi parli, e un'altra di Canova, i quali vi prego a salutare assai, quando li vedete. Circa agli esemplari Eusebiani, aspetterò, come mi dite, i vostri cenni, e quando voi vorrete, manderò il denaro. Carlo vi saluta e vi ringrazia delle vostre espressioni, ma non si persuade che abbiate dimenticato il prezzo dei perlini, conosce la vostra generosità, ma vorrebbe che l'amicizia potesse in voi più di quella. Se potrete favorirmi di risposta alle due mie domande sopra l'Amaduzzi e l'Eschilo, mi farete sempre un gran piacere. Ho riso del caso di Visconti con Carnevalini, e veramente è da riderne. Il futuro agente di Recanati è un certo Bontus, protetto da Antici, ma siate certo che Antici non ebbe alcun sentore di quello che noi pensavamo per voi, ed io non potetti dirgliene, perchè non seppi la cosa a tempo, altrimenti è fuor di dubbio che avrebbe desistito dalla sua raccomandazione. Vi ringrazio molto delle notizie letterarie, e vi prego a non istancarvi di venirmene dando, chè me ne farete sempre un piacer grandissimo. Mi è venuto in mente di proporre a De Romanis se gli paresse opportuno di fare una edizioncina elegante dei <hi rend="italic">Caratteri</hi> di Teofrasto tradotti dal greco in puro e buono italiano. Il libro è affatto del gusto del tempo presente, e sconosciuto, si può dire, alla lingua italiana, la quale non ne ha, ch'io sappia, altra traduzione che quella sciocchissima di Costantini, fatta non dal greco, non dal latino, ma dal francese, e un'altra non meno insulsa fatta nel 600, in lingua di quel secolo, e con intelligenza di greco propria di quei traduttori d'allora. A me questa impresa parrebbe molto opportuna. Se così pare anche a lui, io mi metterò a tradurre quella operetta, e gli manderò presto la traduzione; ma bisogna che egli mi mandi subito un esemplare greco o greco-latino dell'ultima edizione dei <hi rend="italic">Caratteri</hi>, che si possa avere costì. Fategli, se credete, questa proposizione per parte mia. Conoscendo, come conoscete certo, la mia amicizia, non potete dubitare della parte che io prendo ai rammarichi vostri, di cui mi parlate. Voi dite ottimamente che non è possibile non sentirli, e che nondimeno bisogna farsi coraggio a sopportarli. La filosofia e le lettere vi saranno senza dubbio di un gran conforto, e se oltre a queste cose che sono in voi, aveste anche bisogno della consolazione esteriore dell'amicizia, assicuratevi che io v'amo infinitamente e divido con voi tutto il dolore dei vostri travagli. Seguite a far petto forte contro la fortuna, comandatemi e credetemi sempre vostro affezionatissimo cugino ed amico Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Melchiorri (1824)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIUSEPPE MELCHIORRI</hi>
               </byline>
               <date>Roma 30 Dicembre 1824.</date>
            </opener>
            <p>Caro il mio Giacomo. Ho ricevuta l'ultima tua e mi affretto a risponderti. Credo benissimo che non abbi ricevuto niente di tutto ciò che ti voleva mandare, giacchè in verità non ho ancora mandato niente. La ragione si è che volevo aspettare di mandarti tutto assieme, e mi manca un volgarizzamento di un opuscolo di Plutarco, una Canzone non pessima d'un mio amico, e molto più un esemplare ligato delle <hi rend="italic">Correzioni Eusebiane</hi>. Queste già sono dal legatore, e spero che quest'altro ordinario potrò spedirti tutto. Il prezzo della ligatura sono scudi 2 e bajocchi 50, vale a dire mezzo grosso l'uno. Onde potrai mandarmi scudi 12.50 prezzo di stampa e ligatura. Riprenderò la tua lettera, e datene le copie che tu m'imponevi in quella, le altre le serberò per te, per disporne secondo il tuo avviso.</p>
            <p>Ho di già prese le notizie che mi richiedeste intorno al n.° del verso d'Eschilo, e sull'Amaduzzi. Eccole:</p>
            <p>
               <hi rend="italic">Prometeo</hi>. v. 348 <foreign lang="grc">Τείρουσ' Ἄτλαντος, ὃς Πρὸς ἑσπέρους τόπους</foreign>. Edit. de Pauw. 1745. To. I, p. 40.</p>
            <p>Anecdota Litter. To. I, p. 9.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">Fragmentum Orationis Libanii Sophistae ad Antiochenos de Juliani Imp. Ira</hi>: e Cod. ms. Bibl. Medic.7Laurentian.</p>
            <p>Codicis signatura N.° XII, plut. XXXII, papyrac. in-4°. Saec. XIV. Init. Orat. <foreign lang="grc">Ἧν μὲν οὖν Φροντιζόντων Πόλεως ἀνθτρώπων Πάλαι ταῦτα ἐκκόψαι</foreign>.</p>
            <p>Finis. <foreign lang="grc">Εἰ δ' ἐνθάδε σιγήσασ, οἴκοι μοι κακῶς ἐρεῖ, θαυμάζεται μοτ(?) τοῦ χειμῶνος ὥμα δάκρυσιν</foreign>.</p>
            <p>Tom. II, p. 9.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">Fragmentum Orationis Libanii Sophistae de Servitute</hi> ex Cod. ms. Bibl. Medic.7Laurent.7Bandini, To. II, col. 137.</p>
            <p>Plut. XXXII. Cod. XIII, num. XX.</p>
            <p>Init. <foreign lang="grc">Ἐμοὶ δὲ δοκεῖ μηδ' αὐτὸς (Ἄρης) διαφεᾣύγειν δουλείαν</foreign>.</p>
            <p>Finis. <foreign lang="grc">Εἰ δ'ὅς τις Φιλοσοφεῖ, σκεψώμεθα, ὦ ἄνδρες, ἐν ἑτέρῳ Περὶ τοῦδε συλλόγῳ</foreign>.</p>
            <p>Ecco quanto v'è di Libanio negli Aneddoti d'Amaduzzi.</p>
            <p>Non ho ancora veduto de Romanis, onde non gli ho potuto ancora parlare del tuo progetto sopra Teofrasto. Ora mi sovviene avermi detto Nicolino de Romanis da gran tempo, che volevi fare del Platone d'Astio, poichè sono venuti uno o due volumi. Onde dimmi se ti aggrada di averli. Ti saluta tanto Cardinali e Cancellieri.</p>
            <p>Le tue Canzoni sono piaciute generalmente a tutti quelli che le hanno sapute passabilmente gustare, poichè, come ti dissi in altra mia, pochi sono i palati che possano assaporare simili vivande. De Mattheis ne è l'appassionato apologista, e mi dice ogni volta tante cose, che mi fa conoscere averle gustate forse più d'ogn'altro. Pippo, che ben sai non essere adulatore, mi assicura di trovarle bellissime, e mi aggiunse aver per te una tale estimazione in fatto di lingua, forse anche superiore al Cav. Vincenzo. Non di meno sappi che alcuni de' sedicenti letterati della setta degli Arcadici hanno avuto il coraggio di dire che non era bastantemente pura la lingua. A questi calza benissimo l'ultimo periodo delle tue note, e mi fanno credere che all'ignoranza accoppiino anche l'invidia la più nera. Te lo dico poichè so bene come tu pensi, e come puoi ridere del gracchiare di questi piccioli cornacchioli, che inetti ad alzare un volo di poche spanne, gridano contro chi s'inalza al di sopra degli altri. Vorrei che per nostro profitto, e per gloria maggiore del nostro povero nome Italiano ci regalassi più spesso di queste produzioni, e che più spesso l'ispirazione apollinea ti agitasse la fantasia. Ma chi sa quando ci fia dato di rivedere altri tuoi versi.</p>
            <p>Ti ringrazio della premura che prendi delle mie cose, e della compassione che mi dimostri nelle mie disavventure. È ancor questa una prova non equivoca della tua amorevolezza. Se potessimo essere insieme verremmo sfogando reciprocamente le nostre pene, e da questa mutua confessione forse ne saremmo alquanto consolati. Ma la mia disgrazia vuole che neppur abbia un vero amico ed intimo, a cui possa confidare tutti li miei guai, e riportarne consiglio e conforto. Ciò fa sì che non sono stato capace di scrivere alcuna cosa di buono sino ad ora, e mi sono limitato a far de' studi soltanto. Quando l'animo non è tranquillo, l'ingegno divien torpido e non si presta facilmente alle lettere.</p>
            <p>Ma vedo che anche questa volta ho chiuso la lettera con un piagnisteo. Scusami, caro Giacomo, se ti do tedio; tu sei tanto buono, e vorrai, come mi dici, divider meco le mie amarezze. Qualunque consolazione possa dare la filosofia, è inutile in certe tali circostanze, nelle quali sembrano adunati tutti gli estremi per rendere l'uomo inconsolabile. Addio, caro Giacomo, amami, salutami Carlo, e digli che più non pensi a quelle sciocchezze. Appena mi resta luogo a darti il buon capo d'anno felicissimo. Addio, Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Melchiorri (1825)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIUSEPPE MELCHIORRI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 8 Gennaio 1825.</date>
            </opener>
            <p>Caro Peppino. Rispondo alla cara tua de' 30 dicembre. Ti ringrazio assai delle notizie sull'Eschilo, e sull'Amaduzzi. Ti ringrazio anche molto di quelle che mi dai sulle mie Canzoni, e in particolare di quanto mi dici degli Arcadici. Ti assicuro che io provo sempre un gran piacere quando sono informato del male che si dice di me. Del resto poi, se gli Arcadici abbiano ragione o torto, giudicherà il pubblico.</p>
            <p>Ho già scritto costà per vedere di farti pagare in Roma gli scudi 12.50 pagandoli io qua. Se questo non si potrà eseguire, ve li manderò direttamente per la posta.</p>
            <p>Quanto all'uso delle copie eusebiane, io vorrei che mi favoriste di farne aver quattro a Cancellieri, che potrà darle a qualche forestiere che se ne intenda. Se voi crederete che alcuno di vostra conoscenza sia capace di gradirle o di leggerle, disponete di quel numero di copie che vi aggrada. Ma credo che difficilmente troverete costì chi si curi di un dono tale, o lo possa adoprare. In ogni modo voi prendetevi una copia per voi, anzi per me e per amor mio. Le altre converrà che voi mi facciate il favore di mandarmele per qualche spedizioniere, e per occasione. Ma il più facile sarà per via di spedizioniere.</p>
            <p>Se voi non potete ancora mandarmi le stampe di cui mi avete parlato, vi prego a mandarmi separatamente per la posta la lettera di Missirini, acciocchè io possa rispondere a quel buon galantuomo, che dopo la mia partenza da Roma mi ha fatto molte gentilezze, e per il quale ho, ed ho sempre avuta molta stima.</p>
            <p>Avrò caro d'intendere a vostro comodo il pensiero di De Romanis sopra la proposizione che vi pregai di fargli a mio nome, cioè sul Teofrasto.</p>
            <p>Voi non mi potete far cosa più grata che parlarmi di voi. E però non mi dite che il vostro piagnisteo mi attedierà, perchè anzi le querele che voi fate meco amichevolmente, mi sono dolcissime, in quanto che mi dimostrano la confidenza vostra. Parlatemi anche, vi prego, dei vostri studi. Io vi ritorno moltiplicati gli augurii del buon anno, e desidero che l'anno futuro ponga fine per voi alle molestie del passato. Amatemi come io fo, e comandatemi. Addio, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Melchiorri (1825)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIUSEPPE MELCHIORRI</hi>
               </byline>
               <date>
                  <add resp="ed">Roma</add> 9 Gennajo 1825.</date>
            </opener>
            <p>Caro Giacomo. Eccoti la lettera di Missirini, e la sua tragedia <hi rend="italic">Teano</hi>. Se credi, rispondigli due righe, onde comprenda che l'hai ricevuta, e digli che è del tempo, poichè gli avevo detto che l'avevo già spedita. Ti mando li due primi fascicoli delle <hi rend="italic">Memorie Romane di Antichità e Arti</hi>. Riceverai insieme alcune cose del de Romanis, ed un esemplare delle <hi rend="italic">Correzioni Eusebiane</hi> che ricevetti ieri sera in numero di 100 copie. Onde economizzare l'ho fatte ligare così, altrimenti la spesa andava più avanti. Tu poi mi dirai a chi vuoi che ne mandi a nome tuo, giacchè sino ad ora non ne ho dato fuori alcun esemplare, volendomi informare prima se vi occorra un nuovo <hi rend="italic">publicetur</hi>.</p>
            <p>Non ho ancora parlato a Pippo della traduzione de' <hi rend="italic">Caratteri</hi> di Teofrasto, ma nel caso che egli vi faccia difficoltà, io mi assumerò il pensiero di fartela stampare a Firenze, da dove avranno più diffusione. In altro ordinario ti manderò la traduzione dell'opuscolo di Plutarco sull'educazione de' figli, ed una canzone d'un mio amico, che già ti promisi, ma ancora non l'ho avuta.</p>
            <p>È qualche ordinario che non vedo tue lettere, e potevi pur rispondermi. Non mi togliere, caro Giacomo, almeno questo piacere di vedere li tuoi caratteri, giacchè non mi è dato di abbracciarti.</p>
            <p>Addio, caro Giacomo, amami, e credimi costantemente il tuo A. e Cugino.</p>
         </div1>
         <div1 n="A C.Antici (1825)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO ANTICI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 15 Gennaio 1825.</date>
            </opener>
            <p>Carissimo Signor Zio. Debbo fare avere al mio cugino Melchiorri scudi 12.50, e prima di spedirglieli per la posta, prendo la libertà d'incomodarla colla presente per sapere se Ella potrebbe senza suo disturbo farli pagare a Melchiorri costì, pagandoli io qua immediatamente a chi per Lei. Se ciò non si può fare senza suo inconveniente, Ella mi farà, spero, il favore di avvertirmene liberamente, ed io mi servirò della posta.</p>
            <p>Ho consegnato al Zio Giuseppe l'ultimo volume delle opere del Giordani col quale resta compiuta l'edizione. Ella vi troverà il suo nome come associato, e vi potrà leggere la prosa al nuovo Vescovo Piacentino, la quale ha fruttato al suo autore il felice esilio dalla sua patria, ed il suo stabilirsi a Firenze con assicurazioni spontanee da parte del Granduca.</p>
            <p>Immagino che a quest'ora sarà già, per lo meno, incominciata la stampa della sua nuova opera, e spero che Ella non m'invidierà il piacere di gustare i frutti dell'ingegno Bavaro, e di un migliore ingegno Italiano, appena saranno usciti dai torchi.</p>
            <p>Io vengo presentemente ingannando il tempo e la noia con una traduzione di operette morali scelte da autori greci dei più classici, fatta in un italiano che spero non pecchi di impurità nè di oscurità. Ne ho tradotti sinora tre in pochi giorni; ma lo stomaco ridotto all'ultimo disordine, m'intima il <hi rend="italic">manum de tabula</hi>. Mi lusingo che l'inverno sia tanto amico e benigno al suo stomaco quanto è fatale al mio, e che Ella abbia ricuperato quell'appetito che il caldo le aveva tolto, e che io pel freddo ho perduto.</p>
            <p>Ella non si dimentichi del suo tenero, devoto, affettuoso, ed eternamente grato nipote.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Melchiorri (1825)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIUSEPPE MELCHIORRI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 15 Gennaio 1825.</date>
            </opener>
            <p>Caro Peppino. Insomma tu vuoi sempre essere splendido cogli amici. Tu mi mandi dei libri in dono, mi mandi libri per uso mio, mi mandi un libro mio proprio, e tu franchi ogni cosa alla posta, come se tutto ciò mi fosse spedito per servigio non mio, ma tuo. Ti ringrazio, perchè, che altro ho da dire? Ti ringrazio della copia eusebiana, la cui legatura sta benissimo. Ti ringrazio delle tante molestie che ti sei prese in diversi tempi per quella edizione. Ti ringrazio dei libri, e ti prego a ringraziar De Romanis delle sue belle odi. In particolare poi ti ringrazio delle <hi rend="italic">Memorie d'antichità</hi>, delle quali ti dico sinceramente che sono rimasto contentissimo, sì quanto all'idea dell'opera, sì quanto all'esecuzione. Mi piace anche moltissimo l'una e l'altra delle notizie bibliografiche ec. compilate da te, che mi paiono dover essere utilissime. Dimmi a questo proposito per una curiosità: sei tu forse rappattumato con Visconti, dopo la rottura di cui mi scrivesti un pezzo fa? ora veggo che egli è tuo socio in queste <hi rend="italic">Memorie</hi>. Dimmi ancora come va il lavoro di queste, e se tu vi ti occupi, e come vi riesce l'impresa dell'edizione. Io desidero che quest'opera continui, ed abbia prospero successo, come merita.</p>
            <p>Dell'impiego che io vorrei che faceste delle copie eusebiane, vi ho già scritto pochi ordinarii fa, e spero che a quest'ora avrete ricevuta quella lettera. Quando io vi dico che vorrei che mi mandaste quegli esemplari per mezzo di spedizioniere, intendo dire a spese mie. Sarebbe ridicolo lo specificar questa cosa, ma voi mi avete fatto conoscere che se non si viene a patti chiari, volete sempre soverchiare di generosità. Vi dico dunque espressamente che se mi gradite per amico, e se non volete che io creda che il favorirmi nelle mie commissioni vi rincresca, voi dovete spedirmi quegli esemplari a spese mie, cioè pagando io il porto alla ricevuta, come s'usa.</p>
            <p>Sto aspettando riscontro da costì, dove ho scritto per farvi pagare gli scudi 12.50, come vi ho detto nell'altra mia. Subito che avrò la risposta saprò che vi sieno stati pagati, o vi spedirò il gruppo per la posta immediatamente.</p>
            <p>Il <hi rend="italic">Teofrasto</hi> io non l'ho ancora tradotto, ma solo ho progettato di farlo se a De Romanis piacesse questa impresa. Però vi prego di ripigliare in mano la lettera dove io ve ne parlai, e fargli leggere quel paragrafo. Se la impresa non gli piacerà, allora penseremo ad altro, e farò conto della vostra esibizione di prevalervi di Firenze.</p>
            <p>Comandatemi, caro amico, e credetemi sempre vostro con tutta l'anima, e desideroso di servirvi dovunque io possa. Addio, caro Peppino, addio, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A M.Missirini (1825)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MELCHIORRE MISSIRINI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 15 Gennaio 1825.</date>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo Signore. Solo coll'ultimo <hi rend="italic">ordinario</hi> ho ricevuta la stimatissima Sua dei 6 dicembre insieme colla tragedia <hi rend="italic">Teano</hi>. Perciò la prego a non imputarmi la tardanza della risposta. Già da buon tempo io conosceva l'amore non ordinario che Ella porta alla nostra povera patria, e che Ella dimostra anche ne' suoi scritti; il qual pregio teneva e tiene non piccola parte nella stima e nell'onore che da altrettanto tempo io professo alla sua persona. A questo amor patrio principalmente attribuisco il buon concetto che Ella fa dei miei versi, certo non meritevoli di tante sue lodi, se non per l'affetto, non mentito, che essi dimostrano al nome italiano.</p>
            <p>Molte cose mi sono riuscite ammirabili nella sua tragedia, e fra le altre la nobiltà e la forza. Certo la nostra letteratura non sarebbe così guasta, come Ella dice, da tanti sdolcinamenti, se molti scrittori e molti poeti volessero o piuttosto potessero scrivere con quella dignità e robustezza che Ella vuole e sa usare. Lodo anche molto che Ella abbia eletto a porre in tragedia un argomento tratto dalle favole d'Igino, le quali Ella sa che il Maffei ed altri critici non credono essere altro che gli argomenti delle antiche tragedie greche o latine. Bella impresa è quella di riparare in certo modo alla perdita di tante insigni opere dell'antico teatro ateniese e romano, con render corpo e vita alle ossature e agli scheletri che ne rimangono in quello scrittor di favole. Dal vedere come Ella abbia saputo trattare questo argomento greco, prendo gran desiderio di conoscere come Ella abbia trattato quell'argomento italiano di cui mi scrive; ed avrò per carissimo che Ella si compiaccia di comunicarmi quella sua nuova tragedia, dove Ella avrà certamente avuto più luogo a dimostrare l'affetto e l'anima verso la patria, ed a seguire quel grande scopo <hi rend="italic">nazionale</hi> di Alfieri, del quale principalmente intesi parlare quando dissi che niuno era per anche sceso nell'arena dietro a quel tragico, sebbene più d'una tragedia, degna della scena per altre doti, abbia poi veduta la luce in Italia. Ringraziandola dunque infinitamente del piacer vero e grande che Ella mi ha somministrato colla sua <hi rend="italic">Teano</hi>, attendo l'adempimento della sua promessa circa l'altra sorella, con tanto maggior desiderio quanto è maggiore la virtù della prima.</p>
            <p>Molto bene Ella dice (sebbene poco appartenga questo a' miei versi) che oggi chiunque in Italia vuol bene, profondamente e filosoficamente scrivere e poetare, dee porsi costantemente nell'animo di non dovere nè potere in nessun modo essere commendato nè gustato nè anche inteso dagli Italiani presenti. E gli stranieri che saprebbono bene intendere i sentimenti, sono poco atti ad intender la lingua, massime in poesie forti, e di stile italiano, nutrito dalle intime e segrete fonti della favella. Ora non intendendo la lingua, non è possibile intendere i sentimenti: o intendendola male non si possono intendere i sentimenti se non per metà e spesso a rovescio. E quanti sono oggi nella stessa Italia, che intendano perfettamente la lingua loro in uno stile veramente italiano? Sicchè nè gl'Italiani nè gli stranieri possono oggi apprezzare un poeta italiano degno di questo nome. Cosa veramente da far poco animo a chiunque avesse la disgrazia di saper bene e degnamente poetare.</p>
            <p>Ella mi ricorda molto a proposito il detto di Augusto vicino a morte, il quale si poteva aggiungere a quelli di Bruto e di Teofrasto. Se volessi scusare il mio silenzio, direi, non ch'io volessi lasciare agli uomini il culto della fortuna, divinità traditrice, ma che avendo tolto alla nostra misera vita la virtù e la gloria, a me parve aver fatto tutto, ed assai più che se le avessi anche voluto togliere la fortuna, la quale dai più dei filosofi (almeno in parole) è tenuta per molto inferiore alla gloria ed alla virtù. Onde avendo io ridotti gli uomini alla fortuna, non mi parve necessario di aggiunger altro, perchè pochi ignorano la vanità di lei. E molti antichi e moderni hanno, come Augusto, rassomigliato il mondo a un teatro, e la vita umana a una commedia; ma non molti, massimamente tra gli antichi, hanno come Bruto e Teofrasto pronunciata solennemente la vanità della gloria, anche giusta e degna, e della stessa virtù.</p>
            <p>Sempre che Ella mi favorirà delle sue lettere, Ella mi farà cosa gratissima, amando io ed ammirando la virtù dell'animo e la filosofia che vi si scuoprono. Anche più grato mi sarà se, dove mi conosca buono, Ella mi vorrà comandare, perchè desidero grandemente di mostrarmele per quel vero ed affettuoso servitore che le sono e voglio essere sempre.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Melchiorri (1825)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIUSEPPE MELCHIORRI</hi>
               </byline>
               <date>Roma 16 Gennajo 1825.</date>
            </opener>
            <p>Caro Giacomo. Credo che a quest'ora avrai ricevuto le stampe che ti ho spedite sono già due ordinari. Ho letto nell'<hi rend="italic">Antologia</hi> un cenno sulle tue Canzoni, che fa onore all'autore ed a chi lo ha scritto. Dico un <hi rend="italic">cenno</hi> giacchè è brevissimo, ma l'autore di quell'articolo, che io suppongo possa esser Micali, promette un articolo molto più lungo del tuo amico Giordani. Delle tue copie ne sono andate al solito cinque per il <hi rend="italic">publicetur</hi>, non essendosene potuto far di meno mentre non vi era l'<hi rend="italic">Estratto dalle Effemeridi</hi>. Io mi prenderò la libertà che mi hai accordata donandone una a Reinhold, una a Mai, una a Bunsen, una a David figlio del celebre David pittore francese, e bravo ellenista. Dimmi se credi che ne doni due copie alle due Biblioteche, Casanatense ed Angelica, avendo esse l'<title>Eusebio</title>, nell'edizione corretta? Oggi stesso porterò la quattro copie a Cancellieri, e ne darò una a Mercuri. Dimmi per carità se credi che mi sia troppo allargato in questi doni, poichè non avendoli ancora eseguiti, attenderò un tuo cenno.</p>
            <p>De Romanis accetta la proposizione per la stampa de' <hi rend="italic">Caratteri</hi> di Teofrasto, e presto ti manderò la migliore, e più recente edizione che vi sia.</p>
            <p>Giacchè vuoi sapere notizia de' miei studii, ti dirò che sono stato pregato da Vieusseux di inviargli ogni mese un articolo relativo alli Scavi d'antichità, ed alle opere di qualunque ramo letterario che si pubblichino in Roma. Ho assunto questo incarico, e ti dirò di più che lo farò con piacere, tanto più che scrivendo anonimo mi si aprirà il campo di dire delle cose curiose, e delle verità, e poi l'<hi rend="italic">Antologia</hi> è ora il miglior Giornale che esista.</p>
            <p>Avrà luogo presto la pubblicazione d'un nuovo <hi rend="italic">Giornale Ecclesiastico</hi>. Ciò darà molto motivo di discorrere. Ogni mese ne sortiranno due fascicoli. Essendo miei amici gli Editori di questo giornale, ti spedisco due manifesti, onde procuri qualche associato, se pure avvi persona in Recanati che intenda simili materie, e le gusti.</p>
            <p>Vi prego di dirmi a vostro commodo un qualche giudizio su quanto vi ho spedito di stampe. Se mai credeste che un qualche articolo istorico, od analogo all'impresa nostra possa aver luogo nelle nostre <hi rend="italic">Memorie di Antichità</hi>, mi faresti un gran dono mandandomelo.</p>
            <p>Ho ricevuto ieri l'altro N.° 10 Lettere di Sebastiano Erizzo scritte a Pirro Ligorio sopra materie numismatiche. Questo dono mi viene dal Prof. Vermiglioli di Perugia, che le ha fatte estrarre da un Codice della Biblioteca Municipale di Vicenza, e mi darò il carico di pubblicarle quanto prima, con qualche piccola noticina, avendo le ulteriori scoperte cambiato aspetto a molte opinioni di quel dotto.</p>
            <p>Addio, caro Giacomo, amami, e scrivimi spesso, e spesso porgimi l'occasione di poterti esser utile. Salutami Carlo, ed i Zii. Addio. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Melchiorri (1825)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIUSEPPE MELCHIORRI</hi>
               </byline>
               <date>Roma 20 Gennajo 1825.</date>
            </opener>
            <p>Caro Giacomo. Appena ricevuta la tua carissima dei 15 corrente mi affretto a risponderti. Tu mi dai in burla, se chiami splendidezza l'averti affrancate quelle poche stampe, ed i tuoi ringraziamenti sono gentilissimi, ma poco a proposito, giacchè non li merita la picciolezza della cosa. Vorrei far per te, se potessi, qualche cosa che meritasse ringraziamento, ed allora lo riceverei di cuore, ma sono così poco, e privo di aderenze autorevoli, che mi trovo nella impossibilità di poter giovare la tua venuta costì. Questa sarebbe la cosa la più bella che potrebbe farsi da un amico; non credere però che non vi vada pensando, ma per mia disgrazia, e de' buoni studj, sono così scarsi costì li provedimenti per li letterati, che non mi dà molta speranza di riuscirvi.</p>
            <p>Venendo al secondo <hi rend="italic">ti ringrazio</hi> (poichè ne hai posti almeno un centinajo), sono contentissimo che ti sia piaciuta la ligatura delle <hi rend="italic">Correzioni Eusebiane</hi>, e non dubitare che quelle che ti manderò per spedizione, verranno per tuo conto, non temere. Farò parte de' tuoi <hi rend="italic">ti ringrazio</hi> a de Romanis, per le poesie. Ho piacere che ti siano piaciute le <hi rend="italic">Memorie di Antichità e Arti</hi>. Circa Visconti ti dirò che ci siamo riconciliati, ma in quel modo che pone me al capestro di avervi mai più che dire, e la nostra amicizia è di quelle che si hanno fra persone che si conoscono e nulla più. E poi egli sa che io lo conosco <hi rend="italic">intus et in cute</hi>, onde non è più al caso di nuocermi; d'altronde io non ho voluto perpetuare un rancore, che ora diveniva inutile, ed essendo capitata l'occasione di pubblicare queste <hi rend="italic">Memorie</hi>, non ho ricusato di esservi ancorchè vi fosse Visconti. Il lavoro delle <hi rend="italic">Memorie</hi> camina con lentezza, essendo stato malato Cardinali Luigi, il quale doveva empire un foglio che era rimasto intermedio fra la 1a e 2a sezione. Ora è ristabilito, ed a giorni sortirà la terza distribuzione, e tu l'avrai subito. Fin'ad ora l'impresa non va niente bene, mentre non abbiamo che un centinajo d'associati o poco più, e la maggior parte fuori di Roma. Noi però non abbiamo altra mira che di compire il Volume, ed allora daremo un giro maggiore alla pubblicazione, non avendo fino ad ora neppur messa fuori una notificazione.</p>
            <p>Ho ricevuto avanti ieri biglietto del Cav. Antici, che mi dice esser pronto a sborsare li scudi 12.50 per vostro conto. Non vi avevo ancora mandato, ma vi manderò oggi, o vi manderò quest'altro ordinario la ricevuta di De Romanis.</p>
            <p>Intorno al <hi rend="italic">Teofrasto</hi>, già a quest'ora avrete inteso l'assenso di de Romanis, e quanto prima avrete il <hi rend="italic">Teofrasto</hi> nella più recente edizione.</p>
            <p>Vi prego di scrivermi spesso, e di trattenervi almeno per posta con me. Addio, caro Giacomo, la tua amicizia non mi fa dubitare del tuo amore, e tu non devi dubitar del mio più sincero. Salutami Carlo, commandami pure con libertà, e credimi sempre tuo G. Melchiorri.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Ora che sono per chiudere la lettera torna il mio servitore, con il denaro di Antici. Or ora vado da de Romanis, e se lo trovo, oggi stesso ti mando la ricevuta. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Melchiorri (1825)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIUSEPPE MELCHIORRI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 22 Gennaio 1825.</date>
            </opener>
            <p>Caro Cugino. Rispondo subito alla tua carissima dei 16. Già in un'altra mia dei 15 ti ringraziai delle stampe che mi mandasti, e in particolare delle <hi rend="italic">Memorie Romane</hi> che io lodo assai, e dell'esemplare delle correzioni eusebiane. Ottimamente hai fatto, quanto all'uso di quelle copie di cui mi scrivi, e te ne ringrazio. Solamente a Mai, se non gliel'hai già data, desidererei che non la dèssi, perchè dopo il mal tratto usatomi in quel frammento di Libanio, sto in poca confidenza con lui e trattandosi di un libro che esamina e corregge un'opera sua, non so se egli prenderebbe il dono in buona o cattiva parte, e però credo meglio non impacciarsene, e non dargli niente. Domani avrò risposta definitiva di costà, se ti si possano o no pagare immediatamente in Roma gli scudi 12.50. Se non si può, coll'ordinario seguente te gli spedisco. Le copie che ti rimangono delle correzioni eusebiane, ti prego a mandarmele, come ti scrissi, per via di spedizioniere.</p>
            <p>L'esemplare del <hi rend="italic">Teofrasto</hi> mi farai grazia di mandarmelo per la posta, affine di non perder tempo. Mandamelo però <hi rend="italic">non franco</hi>, o se credi che per sicurezza sia necessario francarlo, avvisami <hi rend="italic">infallibilmente</hi> della spesa della francatura. Assolutissimamente non mi mancare in questo, se vogliamo restare amici.</p>
            <p>Per una curiosità, avrei caro, se si potesse, che tu mi facessi copiare quel cenno dell'<hi rend="italic">Antologia</hi> sulle mie Canzoni (poichè dici che è brevissimo), e me lo mandassi.</p>
            <p>Sono ben contento dell'incarico che avete preso relativamente all'<hi rend="italic">Antologia</hi>. Esso conviene a te molto meglio che a me, al quale Vieusseux lo voleva addossare, e me ne pregò tempo addietro. Ma io non mi trovo in luogo, nè in circostanze adattate per tale impresa. Del resto il giornale dell'<hi rend="italic">Antologia</hi> è certamente il migliore d'Italia, e molto diffuso anche all'estero, sicchè ti sarà di molto onore l'avervi parte, e ti servirà non poco per farti conoscere.</p>
            <p>Quanto al <hi rend="italic">Giornale Ecclesiastico</hi>, non so veramente che dire. Mi par cosa molto fuori di tempo. A Recanati poi, come ben sapete, appena si legge il lunario. Tuttavia vedrò di far girare il manifesto fra questi preti, e proverò se vogliono restar serviti di associarsi.</p>
            <p>Cercherò fra le mie carte, o penserò se nella mia piccola mente vi sia qualche cosa che possa fare a proposito per le vostre <hi rend="italic">Memorie Romane</hi>, e in tal caso mi farò un piacer grande di mandartela. Io t'amo sempre, e ti prego a perdonar le continue seccature che ti reco. Voglimi bene, come fai, e credimi il tuo affettuoso amico e cugino.</p>
            <p>Carlo e gli altri di casa mia ti salutano tanto. Io dimenticava di risponderti circa le due copie da donare alla Casanatense e all'Angelica. Tu devi fare in questo, come nel rimanente, quel che tu credi, e io ne riceverò sempre molto piacere.</p>
            <p>Mi ricordo d'averti mostrata una volta in Roma una mia traduzioncella, fatta sullo stile del trecento, con arcaismi a bella posta, per farla passare come antica. Ti dimandai se tu conoscevi qualche biblioteca di codici poco nota, dalla quale io potessi dire e fingere di aver copiata e tratta quella traduzioncella. Tu mi nominasti la biblioteca della Badia di Farfa. Vorrei ora che tu me ne dessi qualche notizia, cioè mi dicessi se in questa biblioteca vi sono codici, se è poco visitata, e qual è il suo preciso nome. Ma ti prego di non manifestare ad alcuno il motivo pel quale io ti fo questa domanda. Ho riaperta la lettera per aggiungere questo paragrafo, e però non ti maravigliare se vi vedrai qualche lacerazione. Addio, addio di nuovo. Scusa la mia importunità.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di C.Antici (1825)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO ANTICI</hi>
               </byline>
               <date>Roma li 23 Gennaio 1825.</date>
            </opener>
            <p>Nepote carissimo. Appena mi giunse la graditissima vostra dei 15, avvertii il M.se Giuseppe Melchiorri che tenevo a sua disposizione scudi 12.50 per conto vostro. Egli mandò a ritirarli la mattina dei 20, e voi, con pieno vostro commodo, farete avvisato Francesco Bufarino che si rechi da voi per riceverli, avendolo io prevenuto colla posta di questa mattina dell'uso che dovrà farne. Ritenetevi su quel denaro li bajocchi 20, o più, per il volumetto ultimo del Giordani, che dovrebbe essere il <hi rend="italic">14°</hi>, giacchè io ne posseggo altri <hi rend="italic">13</hi>, oltre quello dei piccoli rami. Le vicende patrie di quell'insigne letterato gli hanno procurato un felice asilo in Firenze, ove già impingua gloriosamente coi suoi sempre leggiadri articoli <hi rend="italic">l'Antologia</hi> periodica. Appunto in quel giornale ho letto un breve elogio delle vostre magistrali Canzoni, e l'annunzio che Pietro Giordani si accinge ad inserirvi l'analisi. Quanto egli fece un giorno per l'Arici, tanto sicuramente, e più farà per voi, sicchè potrete saziarvi d'incenso letterario. Ma permettete che vel dica, ma quanto più bell'incenso ancora avrebbe fumato per voi, caro Nepote, se piangendo coi vostri classici versi la degradazione d'Italia, ne aveste indicata la vera causa, cioè l'irreligione. Orazio stesso, quantunque non molto bigotto, gridava ai suoi concittadini: <hi rend="italic">Delicta majorum immeritus lues, Romane, donec templa refeceris</hi>. Ed avrà difficoltà di farlo un poeta illuminato dalla luce evangelica? A voi ha dato Dio il pensar profondo, il sentire energico, lo scrivere luminoso. Fate, deh fate che tanti bei doni non siano perduti "per acquistar di fama un breve suono"; ma per cingervi la fronte d'immarcescibili corone. Se scriverete un <title>Iliade</title> dopo un breve tratto di tempo non ne avrete alcun bene; se vi unirete coi pochi valorosi, che consacrano i frutti del loro ingegno a ricondurre la morale religiosa sulla terra, ne avrete un guiderdone eterno. Non disprezzate questi cenni; essi vi vengono da chi sinceramente vi ama, e da chi per la sua provetta età ha qualche diritto alla vostra fiducia e deferenza. Giorno verrà, in cui mi renderete grazie di questi consigli.</p>
            <p>Dopo ciò potrete facilmente immaginare con quanta compiacenza io abbia inteso, che ora nobilmente mettete a usura il vostro tempo nel tradurre <hi rend="italic">operette morali</hi> scelte da autori greci i più classici. Per fare arrossire i filosofanti moderni, non ci è di meglio che controporre ad essi i moralisti antichi. Questi, meno il sozzo gregge di Epicuro, insegnavano sempre che non si può essere nè vero uomo nè vero cittadino senza buoni costumi derivanti dal timor degli Dei. "Discite justitiam moniti, nec temnere divos". Quelli vogliono far di noi macchine tutte sensuali, e pretendono che l'amor proprio, l'orgoglio, la libidine ci siano maestre di generose azioni!</p>
            <p>Quasi crederei che avevate voglia di uccellarmi un poco, quando mi scrivevate quelle obbliganti frasi sui pochi fogli della mia Traduzione! Ho su questo bastante cognizione di me stesso per essere persuaso, che neppure ho il talento bastante per rendere in buon italiano i pensieri altrui. Anche il tempo a ciò mi manca, e non potete creder poi quanto i minuti e moltiplici doveri di un capo di casa tolgano di lena ai buoni studi, ed irruginiscano i pensieri e lo stile. <hi rend="italic">Mais que chacun fasse son metièr, et tout ira son train</hi>.</p>
            <p>Ich bin überzeugt, dass Sie im Verständniss der teutschen Sprache schon wichtige Fortschritte gemacht haben. Ich freue mich sehr darüber, denn ich heische von Ihnen, dass Sie zum ersten Probestück davon das herrliche Drama von Goethe "Iphigenie in Tauris" in schöne Italiänische Verse übersetzen. Es ist ein Werk der ersten grösse, und gewiss das vollkommenste der teutschen Bühne. Es athmet die erhabenste griechische Einfachheit, und die edelste Moralität.</p>
            <p>Credo di avervi fatto piacere con questo articoletto teutonico, e se l'infame mio carattere non lo vieta, ne intenderete non solo il senso, ma ogni parola. Addio. Vostro aff.mo Zio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Melchiorri (1825)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIUSEPPE MELCHIORRI</hi>
               </byline>
               <date>Roma 27 Gennajo 1825.</date>
            </opener>
            <p>Caro Giacomo. Eccoti l'articolo dell'<hi rend="italic">Antologia</hi>. Esso è inserito in una Rivista Letteraria fatta da un tal M. che io suppongo Micali, dove si dà un piccolo parere sopra circa 60 Opere. Ecco cosa ti tocca:</p>
            <p>"Canzoni del Conte Giacomo Leopardi etc.</p>
            <p>"Con queste Canzoni, dice l'avviso che vi è premesso, l'autore s'adopera dal canto suo di ravvivare negl'italiani quel tale amore etc. (tutto il periodo). Siegue quindi:</p>
            <p>"Con che profondo sentimento ei le abbia scritte, appena sapremmo darlo ad intendere in un'epoca, in cui di profondi sentimenti non ci sembra di scorgere più traccia. Noi ci figuriamo la moltitudine leggente, che nella canzone per una sorella che va a nozze si avviene in questa strofe:
<quote rend="block">
                  <lg>
                     <l>O miseri o codardi</l>
                     <l>Figliuoli avrai. Miseri eleggi etc. (tutta la strofe).</l>
                  </lg>
               </quote>

La moltitudine non crederà forse agli occhi proprj, tanto questa strofa ci porta lungi dai bei colpi che Amore fa con lo strale d'oro, dai bei legami che Imene forma con intrecci di rose, dalla pronuba Giunone che prepara non so cosa per l'augurata prole, e dall'altre ricantate inezie, con cui si seguita a far mostra di pensare e di sentire, mentre e da chi scrive e da chi legge non si fa che dormire. Non avvi quasi strofa nelle Canzoni che annunciamo, la quale non scuota l'anima gagliardamente, se l'anima ha conservato qualche vigore. Ma per la moltitudine queste Canzoni son oggi sì forti, che produrranno piuttosto stupore che commozione. Chi sia stato fra i poeti il maestro del loro giovane autore non è facile congetturarlo. Poichè, mentre si direbbe quegli che cantò Italia mia, <hi rend="italic">benchè 'l parlar sia indarno</hi>; il pensiero corre all'altro, che gridava: <hi rend="italic">Ahi serva Italia di dolore ostello</hi> in que' versi del sesto del Purgatorio, che non si possono ripetere senza pianto. E anch'egli il nostro giovane poeta si cinge spesso di certa nebbia come il sacro Alighieri; il che non osiamo asserire se per prudente elezione o per naturale inclinazione dell'ingegno. Ma della sua lirica, se non nuova, certo pei tempi nostri maravigliosa, ragionerà presto con appropriate parole un amico suo, e nuovo collaboratore di questo giornale, Pietro Giordani, dinanzi a cui è sì grato tacersi quand'egli vuol essere ascoltato".</p>
            <p>Ecco quanto ha scritto per ora l'<hi rend="italic">Antologia</hi>, e ti dico il vero che adesso rileggendo quell'articolo mi piace sempre più.</p>
            <p>Intorno alle copie Eusebiane, ti dirò che ancora non ne ho data alcuna avendo voluto aspettare un tuo assenso. Mai non l'avrà, non dubitare, e poi ho pensato che una delle cinque copie del <foreign lang="fra">publicetur</foreign> va alla Vaticana, onde così la vedrà senza dubbio. - Non ho avuto ancora l'esemplare di Teofrasto, ma subito che lo avrò te lo spedirò.</p>
            <p>Ho letto nell'ultimo fascicolo dell'<hi rend="italic">Antologia</hi> un articolo di Giordani sopra la pittura in porcellana. Esso è scritto egregiamente riguardo allo stile, ma vi è un'opinione che non mi quadra. Giordani nell'encomiare li pregi di que' lavori, asserisce essere il maggiore quello di ripetere gli originali de' sommi artisti, e di conservarli esattamente. Ciò è quello che io suppongo certissimo non poter avvenire per le leggi fisiche; poichè la terra allorchè viene posta al fuoco, nella evaporazione del principio umido, riceve una certa ristrinzione, la quale unita alle proprietà chimiche de' colori, che ora si dilatano ora si ristringono all'azione del fuoco, non può mai ritenere esatti li contorni delle figure, e salda l'uguaglianza de' coloriti originali. Dimmi se ti combina questa mia idea, giacchè l'articolo di Giordani vuole nella maggior parte provare questa somma utilità di veder ripetuti li capo-lavori degli artisti. Oltrechè poi non so come si possa dir utile una copia in terra fragilissima, mentre alle volte appena sono durevoli le tele, e le pareti stesse.</p>
            <p>In questo corso di posta non posso appagare le tue brame sopra le notizie intorno la Biblioteca Farfense, non avendo veduto alcuno che ne fosse informato. Spero però di contentarti nel corso di posta venturo. Tu intanto non dubitar punto del più rigoroso silenzio. Ti dirò poi che sono di parere, che la tua finzione avrà corta durata, mentre sapendoti tutti bravo <hi rend="italic">falsario greco</hi>, non farà meraviglia di supporti ancora <hi rend="italic">falsario italiano</hi>. Basta su ciò; poco importa, poichè alla fine trattandosi d'uno scherzo, questo durerà quanto potrà, e per sè è sempre molto di aver burlata anche per poco la dottrina de' letterati. Io ne godo, perchè così potrò ridermi assai degli Arcadici, che in queste materie si reputano dottissimi, ed io credo che non veggiano una spanna più in là del loro naso.</p>
            <p>Addio, caro Giacomo. Salutami Carlo, e tutti di tua casa. Non ti stancare di amarmi, e dammene prova ponendomi al caso di esserti utile. Addio, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Melchiorri (1825)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIUSEPPE MELCHIORRI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 2 Febbraio 1825.</date>
            </opener>
            <p>Caro Cugino. Ti rendo grazie dell'articolo dell'<hi rend="italic">Antologia</hi>, il quale io credeva più breve, altrimenti sarei stato meno facile a darti l'incomodo di copiarlo.</p>
            <p>Le espressioni della tua penultima, piene di cordialità e di amore, accrescerebbero, se fosse possibile, il sentimento di affetto che ho per te. Credimi, caro cugino, che io sento il prezzo della vostra amicizia e del vostro cuore, e che io corrispondo alla vostra affezione con tutta l'anima. Ben vorrei poterti servire anch'io in qualche cosa, come in tante cose tu mi hai favorito e mi favorisci.</p>
            <p>Ho piacere che vi sieno pervenuti gli scudi 12.50 di mio debito. La ricevuta di De Romanis viene a tempo quando che sia.</p>
            <p>Della biblioteca Farfense non occorre già notizia esatta. Solamente vorrei sapere: 1°. Se il monastero di Farfa è abitato presentemente da monaci. 2°. Se vi è ancora una biblioteca. 3°. Se in questa biblioteca vi sono codici. Credo che Mercuri potrà soddisfare a queste domande, perchè mi pare di ricordarmi che egli sia stato a Farfa.</p>
            <p>La tua obbiezione è giustissima, dove tu dici che il falsario greco sarà poco creduto quando prenda a fare il falsario italiano. Ma sappi che io preverrò questo inconveniente, tacendo affatto il mio nome nell'edizione di quel mio scherzo, se questa avrà luogo. In tal caso potremo forse riderci saporitamente degli Arcadici.</p>
            <p>Giustissima ancora è la tua obbiezione all'articolo di Giordani sulle porcellane. Non avendo letto quell'articolo, posso solamente dubitare che Giordani abbia avuto intenzione di lodare le porcellane, non tanto dal lato della maggiore esattezza nel rappresentare i capi d'opera delle arti, quanto dal lato della maggiore pubblicità che le porcellane possono dare a questi capi d'opera, introducendoli in certo modo nell'uso domestico e familiare e giornaliero. Laddove le tele e simili cose non si possono moltiplicare più che tanto, e sono vedute da pochi; e così non vanno tanto per le mani e non si maneggiano così giornalmente.</p>
            <p>Addio, caro Peppino. Comandami e credimi sempre, anzi eternamente tuo affezionatissimo cugino.</p>
            <p>Ho fatto girare il manifesto del <hi rend="italic">Giornale Ecclesiastico</hi> fra questi preti, ma finora nessuno si è sottoscritto allegando chi una difficoltà, chi un'altra. Tuttavia non lascerò di fare altre premure, per servirti. Attendo il <hi rend="italic">Teofrasto</hi> per la posta, come ti dissi. Se poi De Romanis non avesse troppa intenzione di mandarlo, possiamo lasciare questo discorso. Addio, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Melchiorri (1825)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIUSEPPE MELCHIORRI</hi>
               </byline>
               <date>Roma 13 Febrajo 1825.</date>
            </opener>
            <p>Caro Giacomo. Se una malattia non picciola di urina che mi ha tenuto in letto dieci giorni, e per la quale mi sono dovuto far fare due sanguigne, non me lo avesse impedito, ti avrei servito intorno a quanto mi chiedevi nell'altra tua. Ma non ho potuto veder Mercuri. Ora sto meglio, e ieri mi sono alzato per la prima volta, ed oggi voglio subito scriverti, onde ricordarti quanto ti amo, e quanto mi duole di non vederti. O Dio, quanto mi sono annojato in questi giorni, non avendo avuto che pochissimi amici che mi tenessero compagnia. Reinhold e Bunsen ti ringraziano tanto delle <hi rend="italic">Correzioni Eusebiane</hi>, della spedizione delle quali non mi sono potuto ancora occupare. Ti prego a non darti alcuna pena per il <hi rend="italic">Giornale Ecclesiastico</hi>, poichè lo mandai per compiacere agli Editori, ma già ero persuaso che que' buoni preti di Recanati pensassero piuttosto ad ingrassare, che a studiare le loro materie, che forse pochissimi intendono. Non essendovi in pronto da alcun librajo una recente edizione de' <hi rend="italic">Caratteri</hi> di Teofrasto, l'ho cercata presso de' letterati oltramontani, ma non l'hanno. So che Schneider, quel che ha dato il Vitruvio, li rustici latini, e tutte le opere di Teofrasto, ha data un'edizione a parte de' <hi rend="italic">Caratteri</hi>. Se non si potrà trovare a Firenze, si ordinerà altrove. Basta, voi l'avrete in ogni modo.</p>
            <p>Non scrivo di più sentendomi debolissimo. Tu intanto sta sano, ed ama il tuo aff.mo Cugino.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Melchiorri (1825)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIUSEPPE MELCHIORRI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 19 Febbraio 1825.</date>
            </opener>
            <p>Caro Peppino. Non ti posso esprimere il dolore che mi ha cagionato la trista nuova che tu mi dài circa la tua salute. Io credeva che il ritardo della tua risposta provenisse dalle distrazioni del carnevale, sebbene io non ignorava che quest'anno il carnevale di Roma non doveva esser migliore di quello di Recanati. Sentendo poi che, in vece del carnevale, tu hai avuto una cattiva quaresima di dieci giorni, ne sono rimasto veramente afflittissimo. Se puoi, e come e quando potrai senza incomodo, dammi nuove esatte, ti prego, della tua salute. Io spero certo che a quest'ora tu sii pienamente ristabilito, ma non avrò pace finchè non avrò da te stesso questa buona nuova, che desidero tanto tanto, con tutto il cuore.</p>
            <p>Del <hi rend="italic">Teofrasto</hi> non darti più pensiero. Il tradurlo era un'idea che mi era venuta, supponendo facile l'eseguirlo. Ma poichè a Roma non si trova il libro, e convien tapinarsi per trovarlo, non v'è necessità di prendersi questa pena, e io posso bene appigliarmi a qualche altra occupazione, senza che ciò mi faccia alcun disappunto.</p>
            <p>Circa la Farfense, a tuo comodo, avrò caro di ricevere da te la risposta a quei punti che ti specificai nell'ultima mia, se potrai farmi questo favore.</p>
            <p>Se tu vedi Missirini, fammi il piacere di domandargli, come da te, se ha avuto risposta alla lettera che mi scrisse, e al libro che mi mandò. Io gli risposi una lunga lettera, la quale pareva che dovesse portare una replica da parte di Missirini, ma non veggo nulla. Mi dispiacerebbe che non avesse ricevuto la mia, perchè parrebbe che io non avessi risposto, e che non conoscessi la civiltà.</p>
            <p>Per ora non mi dilungo di più. Sto in grande attenzione delle tue nuove. Consolami presto, ed abbiti cura quanto più puoi, anche per amor mio. Io t'abbraccio e ti saluto con tutto l'animo. Così fa anche Carlo, il quale è pur molto dolente del tuo incomodo. Addio, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di C.Antici (1825)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO ANTICI</hi>
               </byline>
               <date>Roma 26 Febbraio 1825.</date>
            </opener>
            <p>Caro Nepote. Il Ministro di Olanda mi consegnò jeri sera il fascicolo dell'<hi rend="italic">Antologia</hi> del corr. trimestre N. 49, pregandomi di trascrivervi quanto il S.r Pietro Giordani dice di voi nella sua lettera al M.se Gino Capponi sul progetto dello stesso Giordani di pubblicare nel corso di sei anni in 25 volumi una "Scelta di Prosatori Italiani". Dopo avere quel valente scrittore compianta la propria trascurata educazione, ed eccitati i nobili ad applicarsi seriamente nello scrivere opere che portino utile e gloria all'Italia, si esprime in questi termini: "Quello pertanto, che io ho invano benchè fervidamente desiderato, sarà fatto da voi caro Gino, se di farlo vi piacerà: o forse dal Conte Giacomo Leopardi, se a quell'ingegno immenso e stupendo, se a quegli studi fortissimi, se a quella gioventù promettitrice credibile di cose straordinarie, la fortuna (che già troppo gli è invidiosa) permetterà una vita, non chiedo felice e lieta, ma almeno tollerabile".</p>
            <p>Il Ministro d'Olanda è persuaso al pari di me, che nel communicarvi le lodi somme di un vostro amico, non vi faremo il danno d'inebriarvi, ma vi daremo nuovi impulsi per giustificarle. Voi conoscete le infermità del tempo, che derivano in gran parte dall'incredulità dominante; sicchè appigliatevi alla cura di questa, ed avrete assicurate immarcescibili palme. È poi ansioso il Ministro di sapere quali sono gli opuscoli morali che traducete dal greco, come già mi scriveste, giacchè spera ancor'egli che questo sia un bel principio dei vostri maggiori ed utili lavori per l'umanità.</p>
            <p>Quel paragrafo che vi scrissi coll'ultima mia in lingua tedesca fu (come troppo tardi mi accorsi) una svista della mia mente oppressa da mille piccole brighe, confondendola coll'inglese a cui ora applicate. Non può dunque aver luogo il mio voto per la traduzione dell'<hi rend="italic">Ifigenia in Tauride</hi>, capo d'opera di Goethe. Ma riflettendo meglio, veggo che non sarebbe impresa di alcuna importanza, e gli uomini nessun bene ne riceverebbero. Voi dovete impiegare la vostra assoluta libertà da ogni cura pubblica e privata, i vostri bei talenti, il dono così poco commune di maneggiare maestrevolmente la nostra lingua a riavvivare in Italia l'unica cosa che manca a tanta civilizzazione, io dico la morale religiosa. L'hanno soffogata i scrittori francesi, da Voltaire in poi, seducendo il cuore ed annebbiando la ragione. Voi accingetevi dunque con altri pochi valorosi a riavvivare quel germe prezioso. Fate servire la poesia e l'eloquenza a riavvivare le vere virtù. Ve ne troverete contento in vita, e più ancora in morte. Quello che non posso certamente fare io, vorrei che fosse fatto da voi, e se questi miei impulsi non vi recano noia, potrei un giorno partecipare ancor io del merito immortale, che vi acquisterete nel secondarli.</p>
            <p>Addio, caro Giacomo, nè credete di essere infelice perchè vivete in Recanati. Per l'uomo d'ingegno e di applicazione è un Eden il suo solitario gabinetto. Se voi sentiste e vedeste, come ho sentito e veduto io, l'agitazione e la schiavitù di questi fortunati del gran mondo, gustereste meglio la vostra regale indipendenza, e non la cambiereste con chichessia. Ricavate dunque dalla situazione in cui Dio vi ha collocato tutto il bene che potete, e crediatemi sempre con vero attaccamento il vostro aff.mo Zio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Melchiorri (1825)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIUSEPPE MELCHIORRI</hi>
               </byline>
               <date>Roma 27 Febrajo 1825.</date>
            </opener>
            <p>Caro il mio Giacomo. Sono grato oltremodo alle tue cortesi e dolcissime espressioni. Conosco la tua bell'anima, e so quanto sia grande l'amore che hai per me; puoi esser pur sicuro che di pari amorevolezza sei corrisposto. In questo pessimo mondo scarsi sono li veri e leali amici, ed io conosco che forse tu, caro Giacomo, sei l'unico che io mi abbia. Poichè io credo che allorquando nè l'interesse, nè la gelosia, nè l'invidia, nè l'opinioni s'intromettono in una amicizia, allorquando una certa conformità di pensare e di carattere unisce due anime, non può a meno di essere indissolubile quel sacro legame. Ora io vado meco stesso pensando, che niuna di queste condizioni manca nella nostra amicizia, e la parentela istessa che il più delle volte suol essere la disturbatrice dell'amistà, in noi è un motivo di più d'amarci.</p>
            <p>Ho avuto il primo fascicolo di quest'anno dell'<hi rend="italic">Antologia</hi>, ove non si è potuta inserire la mia prima lettera, per averla mandata un poco tardi. Mi è fra le altre cose piaciuta estremamente una lettera di Giordani indiritta al Marchese Gino Capponi. È questa lettera destinata a servire quasi di programma ad una <hi rend="italic">Scelta di Prosatori Italiani</hi>, che vuole intraprendersi a stampare in Firenze da Vieusseux. Fa conoscere Giordani in quella epistola il desiderio, che ha sempre nutrito, di scrivere un'opera della quale aveva già in mente formato l'abbozzo, intitolata <hi rend="italic">Il perfetto Scrittore Italiano</hi>. In quest'opera egli voleva prendere a dimostrare quali condizioni di nascita, di fortuna, di luogo, di educazione; quali precetti, e quali studi si occorressero al perfetto scrittore italiano. Dopo aver fatto conoscere ch'egli per tanti motivi, che ti taccio per brevità, non può, e non ha potuto da prima porre in esecuzione questo suo progetto, così si esprime:</p>
            <p>"Quello pertanto che io ho invano benchè fervidamente desiderato, sarà fatto da voi, caro Gino, se di farlo vi piacerà: o forse dal Conte Giacomo Leopardi; se a quell'ingegno immenso e stupendo, se a quegli studi fortissimi, se a quella gioventù promettitrice credibile di cose straordinarie, la fortuna (che già troppo gli è invidiosa) permetterà una vita, non chiedo felice e lieta, ma almeno tolerabile".</p>
            <p>Non so se questo giustissimo elogio, caro Giacomo, ti debba rallegrare, o piuttosto contristare. Poichè se bella e piacevole è la lode, allorchè poi sorte da una penna non venduta ad alcuna passione, come quella del Giordani, come non hai tu stesso a sentire quel dolore, che io sentii allorchè lessi que' versi del tuo amico, poichè pensai allora quanto tu perdi, e quanto noi perdiamo, nell'averti lontano, e quasi sepolto agli occhi de' viventi, privo ancora de' conforti dell'amicizia, in terra de' barbari. Tu che conosci il mio cuore, puoi credere che non cesso di far voti perchè il cielo ti desse almeno una men cattiva esistenza. Que' pochi letterati Romani che ti conoscono, tutto dì mi vanno ripetendo de' rimproveri perchè non venga il tuo ingegno felice a germogliare in terra migliore. De Mattheis, Cancellieri, Cardinali, ed altri mi dicono sempre lo stesso, e questa stessa inchiesta mi affligge di più, non vedendo ancora tanto di luce, da far nascere un raggio ancor picciolo di speranza.</p>
            <p>Eccomi a risponderti intorno alli quesiti Farfensi. L'Abbadia di Farfa è abitata al presente da Monaci. Evvi ancora un archivio, e Biblioteca celebre per molte carte relative massimamente a' tempi bassi. Sonovi ancora de' Codici, ma non molto pregievoli per antichità di lingua. Tutto ciò però a mio credere poco importa, giacchè sono di parere che tu non debba dire di averla avuta adesso, potendosi facilmente scuoprire la verità. Io direi che tu dicessi esser stata copiata questa traduzione ne' tempi di cangiamento di governo, ne' quali un letterato ebbe campo di visitare e svolgere li Manoscritti della Biblioteca ed Archivio Farfense. Così tutto è salvo, e se ora non trovasi quel Codice, avendo sofferto tante mutazioni e vicende quell'Abadia, può ben essere che siasi smarrito. Mi ricordo infatti che il famoso <hi rend="italic">Chronicon Farfense</hi> fu tolto, portato a Parigi, e quindi depositato alla Vaticana, ove credo che esista tuttora. Basta, io non deggio insegnarti il modo di accomodare questa faccenda.</p>
            <p>Circa il <hi rend="italic">Teofrasto</hi> lascia che la cosa vada; quando sarà venuta l'edizione da me richiesta, se avrai ancora la stessa volontà porrai mano al lavoro, che De Romanis stamperà con piacere; altrimenti ne deporremo il pensiero. In proposito di De Romanis, ti mando un esemplare di una sua seconda epistola <hi rend="italic">ad Macrinum</hi>, che tutti hanno trovata bellissima. Dimmi il tuo parere.</p>
            <p>Sere sono viddi Missirini dal Card. Zurla, e mi disse aver ricevuto la tua lettera, ed esserne contentissimo. Non so poi perchè ancora non ti abbia risposto. Con la mia ingenuità però ti dico che io credo Missirini un letterato <hi rend="italic">dubiae fidei</hi>.</p>
            <p>Lessi Giovedì nell'Accademia un breve ragionamento intorno ad alcuni ornati d'oro, vale a dire armille, collane, pendenti, medaglioncini, ed altro, trovati l'anno scorso. L'argomento però era di già tanto trattato, che poco potei dire, e debolissime cose dissi. Ora sto lavorando alcune note a 10 lettere inedite di Sebastiano Erizzo sopra materie numismatiche, che mi sono venute dalla Biblioteca di Vicenza. Le stamperò nel quarto fascicolo delle <hi rend="italic">Memorie</hi>. Tu intanto, siccome sei cortese, fammi la cortesia di dirmi cosa tu pensi, e qual giudizio porti sullo stile dell'Erizzo, le di cui <hi rend="italic">giornate</hi> (se non sbaglio) hanno posto fra li Classici Italiani di Milano. Attendo su di ciò un tuo riscontro.</p>
            <p>Dalla lunga lettera che io ti ho scritto, conoscerai che la mia salute è perfettamente ristabilita; resta ancora un poco di debolezza. L'animo però non è mai tranquillo, troppe essendo le amarezze che deggio di frequente trangugiare. Non credo doverti affliggere con il ricordarti li miei guai; pur troppo tu stesso hai bisogno di consolazione. Addio, caro Giacomo, ti abbraccio e ti invio tanti baci. Saluta Carlo, e ringrazialo della premura che si prende per me. Dagli le mie nuove. Addio addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Brighenti (1825)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO BRIGHENTI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 4 Marzo 1825.</date>
            </opener>
            <p>Caro Amico. Dopo la mia ultima dei 22 Novembre, altissimo silenzio. Voi vi mostrate per verità un poco troppo avaro dei vostri caratteri, e sebbene probabilmente in questo tempo non avete avuto nulla da dirmi, pure un silenzio di tre mesi e mezzo tra due amici è troppo lungo. Io intanto, sperando di giorno in giorno qualche vostra parola, ho tardato fin qui a mandarvi il compimento dell'associazione alle opere <hi rend="italic">Giordani</hi>, che sono paoli 8, per gli ultimi due volumi usciti, copie due. Ve li spedisco oggi per la posta. Voi mi farete cosa gratissima dandomi nuove di voi, delle vostre occupazioni presenti, delle vostre imprese. Avrò caro anche d'intendere da voi qualche notizia di Giordani e di Vieusseux, ai quali nell'ultima vostra mi diceste di avere spedita una mia lettera scrittavi in proposito loro. Io spero che voi seguitiate a volermi bene, e che vorrete anche ripetermelo qualche altra volta. Comandatemi, e credetemi sempre con tutto il cuore il vostro vero amico Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Brighenti (1825)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO BRIGHENTI</hi>
               </byline>
               <date>Bologna 5 Marzo 1825.</date>
            </opener>
            <p>Carissimo amico. Che direte di me che sono stato tre mesi e mezzo a rispondere alla grata vostra del 22 novembre! Ma voi me lo perdonerete, assicurandovi che giammai sono stato sì affollato come in questo tempo. Ho dovuto liquidare tutte le partite della edizione delle opere di Giordani; noiosissima e brigosissima faccenda; ho dovuto cercare di vendere delle partite di miei libri, e pagar chi mi è creditore. Ho dovuto trattare seriamente alcuni affari di famiglia assai difficili; e per ultimo non ho potuto esimermi dal dirigere un piccolo giornaletto che esce qui una volta la settimana, intitolato <hi rend="italic">Il caffè di Petronio</hi>, nel quale certi dialogucci hanno avuto un incontro in questa città, che mi ha fatto maraviglia. Ma sonomi omai posto al giorno di tutte le brighe, e spero che d'ora innanzi avrò un po' di riposo; molto più che essendo sempre stato al tavolino ad affaticarmi, lo stomaco indebolito mi va avvertendo che, se riposerò un poco, sarà meglio per me.</p>
            <p>Voi mi chiedete delle vostre Canzoni. Eccovi il tutto. In Lombardia quasi non sono conosciute. Avendone fatte spingere poche copie a' que' paesi, ed essendo in compagnia del Giordani, io credo che appena un paio di dozzine andarono al loro destino; le altre girano ancora con varî tomi del Giordani sulla sponda destra del Po, come le ombre che attendono la barca di Caronte. In Modena sono state lodate, in Reggio niente. Così era avvenuto in Toscana, nelle Legazioni, in Parma: ma dacchè Giordani ha pubblicato la sua lettera al marchese Gino Capponi, nella quale si parla di voi con tutto l'elogio che meritate, sembra che il pubblico abbia preso anche un'altra idea delle vostre Canzoni, e in poche settimane un qualche centinaio è stato cercato con premura. Ad usare il linguaggio dell'amicizia, cioè della sincerità, qui da noi alcuni hanno voluto eccepirle come talvolta oscure, e tal'altra ritornanti agli stessi pensieri. Avrete in proposito veduto un articolo nel nuovo giornale Bolognese intitolato <hi rend="italic">Bollettino universale</hi>. Il detto articolo è stato scritto dal professore Orioli. In Toscana le Canzoni hanno incontrato molto di più. Io però me ne rallegro di cuore, e vedo che voi andrete presto a raccogliere la piena corona; ma ci vuole pazienza, perchè in Italia per far conoscere il merito di un libro ci vogliono degli anni.</p>
            <p>Il conte Leonardo Trissino m'impose già di riverirvi. È uno di quelli che attende ancora la copia che è in quel pacco che aspetta l'<hi rend="italic">avaro remo</hi>.</p>
            <p>Addio, adoratissimo amico. Non mi private della vostra grazia e amicizia. Ricordatevi che io vi amo, vi ammiro, e vado glorioso di potermi nominare, quale con tutto il mio cuore sono costantemente il vostro Pietro Brighenti.</p>
            <p>Mi figuro avrete avuto il compimento delle opere di Giordani, che sono volumi 14 più un fascetto di stampe in rame. Credo che presto le continuerò. Chi sa che non dia tutti i latini tradotti! Ditemi se vi occupereste di qualche traduzione dal latino, o se per caso ne avete di fatte. Addio, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A C.Antici (1825)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO ANTICI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 5 Marzo 1825.</date>
            </opener>
            <p>Carissimo Signor Zio. Comincerei dal ringraziarla della sua lettera ultima, del motivo che indusse Lei a scriverla, e del contenuto della medesima, ma quanta ragione avrei di farlo, tanto impossibile mi sarebbe di trovar nuove espressioni di gratitudine da usar con Lei, e però lascio a parte questo <hi rend="italic">luogo comune</hi> di tutte le lettere ch'io le scrivo.</p>
            <p>Bensì mi corre l'obbligo di manifestare al Signor Ministro d'Olanda la mia riconoscenza alla memoria e sollecitudine che egli si compiace di mostrare verso di me, e prego Lei a volerlo fare in nome mio con quelle espressioni più significanti che le saranno somministrate dalla sua facondia.</p>
            <p>Per ubbidirla e per soddisfare al signor Ministro, le dirò che gli opuscoli morali da me tradotti un mese addietro, sono le tre <hi rend="italic">Parenesi</hi>, ossia <hi rend="italic">Ragionamenti morali</hi> d'Isocrate, l'uno <hi rend="italic">a Demonico</hi>, l'altro <hi rend="italic">a Nicocle</hi>, il terzo intitolato il <hi rend="italic">Nicocle</hi>. Mia intenzione era di tradurre in séguito il <hi rend="italic">Gerone</hi> di Senofonte; il <hi rend="italic">Gorgia</hi> di Platone, che mi pare uno de' Dialoghi più belli di questo scrittore, e più pieni di eloquenza morale; l'<hi rend="italic">Orazione Areopagitica</hi> dello stesso Isocrate; i <hi rend="italic">Caratteri</hi> di Teofrasto; e forse qualcuno de' dialoghi d'Eschine Socratico. Tutte le quali operette non hanno ancora traduzioni italiane, se non antiche, pessime di lingua e di stile, e peggiori ancora per i controsensi continui e la mala intelligenza dell'originale. Finalmente io voleva dare, o insieme con questi opuscoli, o in un tomo a parte, i <hi rend="italic">Pensieri di Platone</hi>, che io avrei raccolti e scelti e tradotti, opera simile a quella dei <hi rend="italic">Pensieri di Cicerone</hi> dell'Olivet, ma che avrebbe dovuto essere un poco più ampia, e contenere tutto il bello e l'eloquente di Platone, sceverato da quella sua eterna dialettica, che ai tempi nostri è insoffribile, e da' suoi sogni <hi rend="italic">fisici</hi>, che riuscirebbero parimente noiosi ai più dei lettori moderni, massimamente per la loro oscurità.</p>
            <p>Ma tutti questi lavori, dei quali io mi voleva servire per mio passatempo di questo inverno, restano e resteranno nel mio solo pensiero, perchè la mia salute è ridotta in grado tale, ch'io non posso fissar la mente in una menoma applicazione, neppure per un istante, senza che lo stomaco vada sossopra immediatamente, come mi accade appunto adesso, per la sola applicazione di scrivere questa lettera. E quanto al futuro, non ardisco più formare alcun progetto, vedendomi veramente divenuto <foreign lang="grc">ἀμενηνὸν κάρηνον</foreign>. e conoscendo di certo che colla vita sedentaria e solitaria che per assoluta necessità io meno in Recanati, dove la sorte mi ha senza dubbio confinato per sempre, io non posso altro che passare da cronicismo a cronicismo, come ho fatto per tutta la mia vita finora. Fuor di questo, io vivrei contentissimo, come Ella mi esorta, a Recanati, e anche nell'Isola di Pasqua in mezzo all'immenso oceano pacifico, poichè Ella sa bene che l'ambizione non è mai stato il mio vizio.</p>
            <p>Se bene ho detto di voler lasciare a parte i ringraziamenti, non posso però mancare di ringraziarla dello sborso fatto in mio nome al cugino Melchiorri, ed anche della gentil burla fattami nella sua penultima, di mandarmi un paragrafo in lingua per me inintelligibile. Il buono è, ch'io non ho alcuno a cui ricorrere per intenderlo, ed ora appunto muore in questo spedale un tedesco senza potersi confessare, perchè in tutta la nostra colta provincia non si trova un prete che sappia quella lingua.</p>
            <p>Avrei molto caro d'intendere da Lei il giudizio che il Signor Ministro d'Olanda ha fatto delle mie Canzoni, e se questo fosse sfavorevole, tanto più volentieri l'intenderei, come sempre soglio.</p>
            <p>Ella mi continui la sua benevolenza, e in luogo de' ringraziamenti, accetti le proteste di vero amore e vera tenerezza del suo sempre affezionatissimo Nepote.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.F.Stella (1825)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
               <date>Milano 5 Marzo 1825.</date>
            </opener>
            <p>Le mando questa circolare, egregio mio Signore ed Amico, non tanto per farle conoscere la mia nuova Casa, che si farebbe un pregio di servirla, quanto perchè Ella sappia ch'io sono ancora al mondo, e che sono sempre pieno di stima e d'amore per Lei. Glie la mando anche per interesse, includendole qui l'annunzio delle Opere di Cicerone, affine di sentire il dotto e sincero suo parere intorno a tale impresa. E se il pregare non fosse arditezza, vorrei anche pregarla a dirmi quali traduzioni di quelle che si conoscono Ella tenga per migliori, e se, dandole ogni comodo, Ella si presterebbe a farne qualcheduna. La sua risposta mi servirà di gran lume, e quello che a me sarà anche più caro, mi proverà ch'Ella si ricorda ancora del suo vecchio amico e servitor di cuore A.F.S.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Melchiorri (1825)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIUSEPPE MELCHIORRI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 6 Marzo 1825.</date>
            </opener>
            <p>Caro Peppino. Mi consola molto la tua ultima, ponendomi in piena quiete intorno al tuo ristabilimento. Non t'inganni certo, credendomi amico tuo vero e immutabile, e devi anche essere persuaso che l'amicizia degli uomini del tuo carattere impegna quelli che l'hanno avuta una volta, a conservarla poi sempre con ogni studio. Ti ringrazio del paragrafo di Giordani che tu mi mandi, ed anche più, delle espressioni così affettuose che tu mi scrivi in questo proposito. Le attribuisco al tuo buon cuore, come quelle di Giordani alla sua amicizia per me. Ti ringrazio ancora delle notizie sulla Farfense, delle quali farò buon conto, e dell'epistola di Pippo, la quale è piaciuta molto anche a me, e vi ho trovato degno di lode non ordinaria l'ardire di volere in verso latino dir cose molto difficili a esprimersi anche in prosa italiana, e la felicità della riuscita. Non è che io non vi trovi qualche coserella che mi par difettosa, ma le piccole macchie non tolgono pregio all'intero. E tu sai bene che Pippo non ha nè l'abitudine nè la pazienza di far troppo uso della lima, e però non sarebbe maraviglia che nei suoi scritti si scoprissero parecchie inavvertenze, ch'egli stesso correggerà poi facilmente, mettendoci un poco di attenzione. Che Missirini sia di <hi rend="italic">fede</hi> più che <hi rend="italic">dubbia</hi>, ne convengo pienamente con te. Lo stile dell'Erizzo è vario nelle diverse sue opere. Il <hi rend="italic">Discorso sopra le medaglie</hi> è molto bene scritto, in lingua pura, stile nobile, senza affettazione. Nelle <hi rend="italic">Sei Giornate</hi>, per le quali è contato tra i Novellieri e tra Classici italiani, imitò la maniera del Boccaccio, e può meritar lode come imitatore. Nelle altre opere è, dove più, dove meno felice. Ma io non mi maraviglierei che lo stile di quelle lettere che voi avete, fosse molto imperfetto, perchè nel cinquecento anche i dotti, quando scrivevano familiarmente, erano molte volte trascuratissimi, e particolarmente incolti e orridi nell'ortografia; la quale a quei tempi non era nè tanto bene determinata nè tanto ben conosciuta, che gli scrittori la sapessero osservare quando scrivevano in fretta. Però vediamo in alcune lettere ed anche in altre scritture del Casa, del Caro, e massimamente del Tasso, pubblicate esattamente conformi agli autografi, un'ortografia quasi barbara, e anche parecchi errori di lingua.</p>
            <p>Addio, caro Cugino. Abbi cura del corpo, e proccura, non dico di consolare, ma di sollevare l'animo, almeno colla considerazione della bontà del tuo carattere e della ingiustizia della fortuna, la quale quando è ingiusta, merita sempre di essere disprezzata. Io ti amo, come sai. Comandami e credimi il tuo Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.F.Stella (1825)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO FORTUNATO STELLA - MILANO.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 13 Marzo 1825.</date>
            </opener>
            <p>Stimatissimo Signore ed Amico. La pregiata sua dei 5 andante mi è stata carissima, come quella che mi dimostra la memoria che Ella conserva della nostra antica amicizia, la quale mi fu, e sempre mi sarà sommamente cara per la stima personale che ho concepita di Lei e del suo carattere nel conoscerla da vicino.</p>
            <p>Vengo subito all'impresa di cui Ella mi parla, e che ho conosciuta dal manifesto acclusomi. In generale io non saprei abbastanza lodare il suo pensiero, il quale non può esser più degno di Lei nè più onorevole all'Italia. Ella si propone, oltre alle traduzioni italiane, di darci tutto Cicerone nell'originale. Lodando molto anche questo proposito, le dirò che, trattandosi massimamente di un'impresa sì vasta e dispendiosa, io stimerei che fosse di una grandissima importanza la recensione del testo, ossia la scelta delle <hi rend="italic">veramente</hi> migliori edizioni, l'accuratezza della lezione, e in breve la parte filologica dell'impresa. Io dico questo perchè lo stimo molto difficile in Italia, anzi tengo per certo che senza una particolar sua cura e sollecitudine non ordinaria, la edizione sarà molto imperfetta per questa parte. Ne abbiamo esempi freschissimi, cioè di edizioni molto nitide, molto dispendiose, di classici latini, fatte in Italia, le quali non potevano esser peggio condotte in quanto alla recensione e alla lezione e alla scelta dei testi ossia delle edizioni da seguirsi, il che non è senza gravissimo scapito degli editori, che per questo difetto non potranno certamente trovare oltre i monti quello spaccio che in altro caso avrebbero indubitatamente trovato le loro edizioni. Questo le dico non di mio solo capo, ma per opinione di molti filologi forestieri coi quali ho avuto occasione di parlare in questo proposito. Generalmente gli stranieri sono persuasi che in Italia non si sappia fare una edizione di un classico antico dove la recensione e la lezione non sieno più che difettose; e veramente fin qui non credo che si trovino esempi da citare in contrario. Io non sarei certamente atto a gran cose in questo particolare. Nondimeno se la diligenza, e un poco di pratica acquistata in questi studi, e alcune osservazioncelle già fatte sopra vari luoghi e libri di Cicerone, fossero di qualche profitto, io m'incaricherei volentieri, o in tutto o in parte, della recensione del testo per la sua edizione quando io mi trovassi presente. Ma in tanta lontananza e in una città priva affatto di libri moderni, massimamente in materia filologica, io non posso neppure indicarle in particolare i fonti che io preferirei. Mi basta di averle accennato questo punto in generale, e in sostanza io credo che se la sua edizione presenterà un corpo di tutte le opere originali di Tullio veramente perfetto nella lezione, questa impresa ne avrà un vantaggio considerabilissimo, non solo in Italia, ma anche presso l'estero.</p>
            <p>Quanto alle traduzioni, le dico liberamente che tra le pubblicate finora, io non credo che Ella possa trovarne pur una la quale (non parlando delle altre parti) non pecchi spesso e gravemente circa la vera intelligenza ed interpretazione del testo, e la quale possa stare al confronto di quelle di vari classici antichi pubblicate ultimamente in Inghilterra e massime in Germania; traduzioni che non lasciano una minima cosa a desiderare quanto all'esattezza e all'acutezza dell'intendere i veri sensi degli autori attraverso i minuti idiotismi delle lingue antiche.</p>
            <p>Circa la sua proposizione d'incaricarmi di qualche volgarizzamento, io non posso risponderle precisamente, stando nel generale. Ma se Ella si compiacerà di specificarmi quale opera in particolare Ella desideri di avere nuovamente tradotta, io potrò esaminar bene l'opera e le mie forze, e dietro questo esame, darle una risposta precisa.</p>
            <p>Ella mi comandi, in qualunque cosa mi tenga buono a servirla, e mi conservi sempre quella benevolenza che mi ha cominciata. Io sono di tutto cuore suo devotissimo Servitore ed Amico Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Melchiorri (1825)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIUSEPPE MELCHIORRI</hi>
               </byline>
               <date>Roma 13 Marzo 1825.</date>
            </opener>
            <p>Caro Giacomo. La tua lettera mi ha consolato grandemente, essendomi giunta massimamente in tempo che di consolazione avevo bisogno. Il conoscere che vi è pure persona al mondo che mi ama da vero, mi modera le angustie che vo giornalmente provando. Ti ringrazio di tutto ciò che mi dici intorno ad Erizzo, e ne trarrò profitto. Ti saluta Pippo, ti ringrazia della buona accoglienza che hai fatta alla sua seconda lettera, e siccome gli ho detto qualche cosa di quello che tu mi scrivi intorno alla poca lima adoperata sopra que' versi, egli conoscendo che non sei solo a fargli questa osservazione, ti prega tanto a volergli accennare tutti que' luoghi che tu credi possano occorrere emendazione; poichè volendo ora ristamparla, vorrebbe trar profitto de' tuoi avvisi. Or io ti prego di contentarlo. Avrai quanto prima l'edizione de' <hi rend="italic">Caratteri</hi> di Teofrasto. Fra due edizioni che ha il De Romanis della suddetta opera, l'una di Corray di Parigi, e l'altra di Schneider di Lipsia, ho scelta quella di Lipsia, avendomi anche Bunsen suggerito di preferirla. È qualche tempo che ho fatto amicizia con questo bravissimo letterato, e mi ha detto aver Niebuhr ultimamente nella seconda edizione del <hi rend="italic">Merobaude</hi> fatto molto elogio di te. La copia che diedi a Bunsen delle tue <hi rend="italic">Correzioni Eusebiane</hi> sono di già andate al suddetto Niebuhr, ed ora ne darò all'altro. Cancellieri ha avute le sue 4, come tu mi scrivevi. Antici me ne ha richieste tre, avendo alcuni ellenisti esteri che le avrebbero gradite, ed io memore della tua larga procura le ho date. Le altre te le manderò quanto prima.</p>
            <p>Tornando a Bunsen, egli mi disse che ancorchè sia lontano Niebuhr, non ha egli mancato in sua vece di parlare varie volte per te all'attuale Segretario di Stato, e che ne ha ottenuta la definitiva risposta, che al primo impiego per te adattato che vachi, alla richiesta di Bunsen ti sarà concesso. Sa il cielo quali siano li miei voti, ma non so cosa possiamo sperare; pure se lo sperare ci giova, speriamo pure, chè meno amari ci sembreranno li giorni della vita, già tanto cattiva.</p>
            <p>Ora non dirai più che non mi prevalgo dell'opera tua, e che non ti dico mai cosa che tu abbi a farmi. Eccomi a seccarti, mentre ho bisogno del tuo aiuto. Non credo di averti mai detto che un tal M.r Baus inglese viaggiatore famoso, nelle sue perlustrazioni d'Asia, Grecia, Egitto, Affrica etc. ha riportate con sè molte centinaia di bellissime iscrizioni greche e latine, raccolte ne' suoi viaggi, ed inedite nella maggior parte. Ora fra le altre la più famosa certamente si è quella che con la fatica di quasi 18 giorni copiò ad Heiskihissar, creduta comunemente l'antica Stratonicea in Caria. Nel <foreign lang="grc">Βουλευτήριον</foreign>, o palazzo di Consulta di questa città, nel muro esterno foderato di marmo, è scolpita una grandissima inscrizione latina. Questa è una legge degl'Imperatori Romani, con la quale viene fissato il <hi rend="italic">maximum</hi> a tutte le derrate, grani, vini, oli, quadrupedi, volatili, pesci, carni, erbe, frutta; e per fino alle mercedi degli operai, alle vesti varie, scarpe, legnami etc. Oltre il pregio della Antichità, è ragguardevole questo monumento, pochissimo mancante, per la novità, e per le curiosissime cose, e nuovi vocaboli o pochissimo conosciuti, che vi si leggono. Questo pazzo inglese, dopo aver nel 1817 copiata a fac-simile questa grande epigrafe, ne fè incidere una tavola, e ne tirò soli sette esemplari, dei quali uno ne mandò in dono alla biblioteca di Parigi, uno a quella di Oxford, altro a Cambridge, alla Britannica, a Lord Hamilton, ed uno a Bologna per aver ricevuti molti lumi su quel pataffio dalli Mezzofanti, Schiassi, ed Orioli. A tutti questi luoghi egli ha fatto istanza che non si publicasse, lavorandovi egli stesso sopra. Ora a me è riuscito, dopo aver avuta in mano da quasi un anno una cattiva copia di quel marmo fatta da Orioli, di aver giorni sono il fac simile, che con molti impegni e difficoltà mi è stato mandato dalla biblioteca. Ora si sta copiando, e poi s'inciderà. Luigi Cardinali vi farà sopra un Prodromo Economico-Commerciale; io poi ne farò una dissertazione trattenendomi sugli estrinseci, e dando soltanto la lapide supplita. Questi due lavori si leggeranno, e si stamperanno negli Atti Accademici. Quindi porrò assieme un'opera dove con un commentario perpetuo verrà illustrato alla meglio che saprò questo singolare monumento, ed allora ripeterò il prodromo di Cardinali, e la mia dissertazione potrà servire di Prefazione. Essendomi però in tutto questo tempo occupato di adunare materiali per la tariffa, non mi sono dato premura di supplire la legge mancante. Poichè il monumento consiste nella legge, dove in una colonna manca un pezzo di marmo perpendicolarmente, il che però rende più facile il supplemento; e quindi viene la tariffa. Il favore adunque che da te chiedo si è che vedi di supplirmi il pezzo mancante. Ti mando a quest'effetto una copia della legge, la quale è nel marmo scritta senza alcuna interpunzione. Io copiandola ho procurato di dividerla alla meglio, come mi ha aiutato il senso. Dove non ho saputo farlo, ho lasciato tal quale. Le lettere con sotto una lineetta, sono supplite da me. Li cambi delle lettere, che sono frequentissimi, non ve l'ho notati quasi mai, ed invece ho sostituito le convenienti al senso ed alle parole. Li numeri indicano quante lettere senza spazii mancano in ogni lacuna.</p>
            <p>Nel principio ho cominciato a supplire così: "Fortunam reipublicae <hi rend="italic">nostrae conservatam auctamque fuisse bellorum</hi> gloria quae feliciter gessimus gratulari licet: tranquillo orbis statu <hi rend="italic">et</hi> in <hi rend="italic">gre</hi>mio altissimo / quietis locato, etiam pacis bonis <hi rend="italic">atque singulis vitae commoditatibus</hi>
               <hi rend="italic">aeq</hi>uom est disponi fideliter, atque ornari decenter honestum publicum: et Romana dignitas / maiestasque desiderant ut <hi rend="italic">nostris providentiis quemadmodum,</hi>
               <hi rend="italic">cogit</hi>antes de praeterito, rapinas gentium barbararum ipsarum nationum clade compressimus, in aeternum fundatam qui<hi rend="italic">etem legum beneficio</hi> saepiamus. Etenim si ea quibus nullo sibi fine proposito ardet avaritia desaeviens quasi <hi rend="italic">si</hi>ne respectu generis humani non annis, <hi rend="italic">et mensibus, atque diebus</hi>, sed paene horis ipsisque momentis ad incre<hi rend="italic">me</hi>nta vi et augment<hi rend="italic">o</hi> festinant, aliqua continentiae / ratio frenaret etc.".</p>
            <p>Il lavoro di questo supplemento conosco apertamente non esser per me, poichè oltre il mio picciolissimo ingegno, che non mi permette di far cose ardue e difficili, inoltre l'animo che non è tranquillo m'impedisce di dedicarmivici sopra con assiduità. Spero, caro Giacomo, di aver da te questo favore, che vogli riempiere tutte quelle lacune. Hai ancora a pensare che non si richiede una grande scrupolosità, mentre si ponno pure cambiare delle lettere, essendo la lapide piuttosto scorretta. Mi duole di non trovar ora la tavola degli elementi, e le varie forme delle lettere, e li loro cambiamenti, che te li avrei mandati, ma li manderò quest'altro ordinario. Ti dirò poi in seguito il mio sentimento sull'epoca alla quale debba aggiudicarsi quel marmo, che io suppongo de' tempi d'Aureliano. Basta, di ciò parleremo altra volta. Nella colonna in bianco potrai inserire li supplementi.</p>
            <p>Addio, caro Giacomo, perdona il tedio che devi prenderti per me, ed alla mia dapocaggine, ed al tuo facile ingegno attribuisci questa seccatura. Addio, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Brighenti (1825)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO BRIGHENTI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 18 Marzo 1825.</date>
            </opener>
            <p>Caro Amico. Pochi dì prima di ricevere la vostra carissima dei 5, io vi aveva scritto per chiedervi delle vostre nuove, mandandovi per la posta paoli 8, residuo dell'associazione alle opere di Giordani. Spero che vi saranno pervenuti l'una e gli altri. Io vi ringrazio di cuore della compiacenza che avete di darmi le notizie dell'esito delle mie Canzoni. Non ho veduto l'articolo di Orioli, perchè codesto <hi rend="italic">Bollettino universale</hi>, con tutta la sua universalità, in Recanati non capita. Mi rallegro molto di vedervi occupato in un nuovo Giornale molto gradito, ed anche con intenzione di attendere a nuove imprese. Voi fareste cosa bellissima ed ottima a continuare la edizione del Giordani. Ma ditemi: in quel periodo della vostra poscritta, <hi rend="italic">chi sa che non dia tutti i....</hi> l'ultima parola che vuol dire? perchè non mi è riuscito d'intenderla, e sarei curioso di sapere che cosa sia quello che voi avete in animo d'intraprendere. Quanto alle traduzioni dal latino, non credo d'aver nulla che faccia al proposito vostro, poichè non ho altro che quella del secondo dell'<title>Eneide</title>, e quella del <hi rend="italic">Moretum</hi> in sesta rima. Mi domandate se m'incaricherei di farne qualcuna. Vi dico liberamente che a tradurre dal latino io sono poco inclinato, e non mi vi risolverei se non per l'una delle due cause, o buon guadagno, o molta amicizia. Non so se voi mi facciate questa proposizione per voi o per altri. Ditemi, vi prego, più specificatamente la vostra intenzione, e di quali opere latine si tratterebbe. A Giordani vi prego di tenermi sempre ricordato e raccomandato. Non potergli in nessun modo scrivere direttamente è una vera disperazione. Forse in altra mia vi parlerò di un'impresa che mi è venuta in capo. Amatemi e comandatemi. Vi abbraccio e con tutto il cuore mi ripeto vostro affettuosissimo amico Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di C.Antici (1825)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO ANTICI</hi>
               </byline>
               <date>Roma 23 Marzo 1825.</date>
            </opener>
            <p>Caro Nepote. La vostra lettera dei 5 corr. mi ha recata grave afflizione per le tristi nuove della vostra tanto indebolita salute. Io ve l'ho sempre predetto (benchè inutilmente sempre) che o dovevate vostro malgrado passeggiare molto all'aperto, o i vostri nervi cedevano nelle loro funzioni. Se volete ristabilirvi, domandate al medico gli attonanti, ed esercitatevi ogni giorno, specialmente adesso nelle mattine, con lunghi e lenti passeggi. Voi ricuperate sicuramente, entro due mesi, le forze dei vostri muscoli se spesso scendete e salite pei nostri or ora vaghissimi colli, non di altro occupandovi, che di mirare quanto offre allo sguardo il nostro variatissimo orizzonte. Se persistete nel vostro malaugurato ritiro, sarete sempre infermiccio, e lo sarete per vostra colpa.</p>
            <p>Ricuperato che avrete le vostre forze fisiche, niente di più utile e lodevole potreste intraprendere, che di eseguire il vostro piano sulle opere di Platone, del che anche il Cav. Reinhold si mostra sollecito. Difatti quella filosofia spira un'aura celeste, mentre la moderna è tutta una esalazione di palude. E sarà un servigio importante che renderete all'Italia donandole, con lo spirito di Platone, benanche gli altri opuscoli morali che mi accennate.</p>
            <p>Non solo il Ministro di Olanda, ma moltissimi qui, atti a giudicare di poesia, hanno trovate bellezze superiori nelle vostre canzoni. Io per me credo che non lascierebbero nulla a desiderare, se aveste in ciascuna di esse accennato il motivo del vostro compianto sull'Italia. Gli animi sono vili, perchè guasti da irreligione.</p>
            <p>Sarebbe assai utile ai vostri studi, se prendeste in mano De la Mennais, De Bossuet ed anche Gerdil i suoi <hi rend="italic">Discours sur l'homme</hi>. Dopo sì fatte letture, le vostre poesie, o meglio le vostre prose potrebbero fare epoca per il risorgimento della sana ragione e dei sani costumi in Italia. Anche l'attenta lettura della Bibbia, nonchè delle opere morali ed oratorie di alcuni SS. Padri v'infonderebbero grandi pensieri, che trasfusi da voi in bella lingua italiana vi acquisterebbero gloria eterna. Anche Stolberg nella sua fresca età si fece un nome presso i suoi nazionali con belle poesie e prose, ma la sua vera felicità e permanente fama la deve interamente a quelle letture, dalle quali scaturì il compimento della sua intelligenza, e quella grande opera sulla Religione di Gesù Cristo, la quale ha prodotto e produce tanti beni in Germania, e della quale ognuno parla con ammirazione (ancorchè non terminata), mentre delle altre sue opere nessuno più parla.</p>
            <p>Vi sia a cuore, caro Nepote, quanto vi dice chi ormai è pienamente disingannato di tutto, e non sa trovare nella vita altro di buono, che il prepararsi a ben morire.</p>
            <p>Sono con vero attaccamento vostro aff.mo Zio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Melchiorri (1825)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIUSEPPE MELCHIORRI</hi>
               </byline>
               <date>Roma 30 Marzo 1825.</date>
            </opener>
            <p>Caro Giacomo. Eccoti gli elementi della <hi rend="italic">Legge</hi> che ti ho mandata, sulla quale perdonami, avendo saputo che chi doveva affrancarla invece la pose con le altre alla buca, e così avrai dovuto spendere per me.</p>
            <p>Gli elementi buoni sono sempre costanti nella scrittura del marmo, ma talvolta per combinazione sono variati con le forme che tu conoscerai diversissime. Ciò ti dico soltanto perchè supplendola, come spero che mi farai con commodo, abbi a conoscere qual lettera sia quella che è cambiata. È stato già terminato il fac-simile della inscrizione.</p>
            <p>Vorrei sapere se quel lavoro, ossia traduzione sullo stile del trecento la stampi a Bologna o altrove, poichè ti vorrei suggerire di stamparla a Firenze, ed io m'incaricherei con Vieusseux di farla publicare colà separata. Basta, tu mi dirai ciò che ti torna più conto.</p>
            <p>Intanto che io sperava che si ricordassero di te una volta, mediante le promesse fatte a Bunsen, ho veduto con mia sorpresa fatto scrittore della Vaticana il Prof.r Nibby, e scrittore greco, il quale quanta maestria s'abbia in questa lingua tutti lo sanno. Ma così va. Non so, è vero, se a te sarebbe convenuto quel posto, tanto più che l'essere in certo modo dipendente da Mons.r Mai, sarebbe stata cosa da non durare neppure un giorno, ma almeno era loro dovere di offrirtelo.</p>
            <p>Addio, caro Giacomo, non ti scrivo di più perchè essendo Giovedì Santo, voglio andare a divertirmi un poco a S. Pietro, ed ora mi sovviene di tre anni già scorsi da che insieme andammo al Vaticano in quel giorno.</p>
            <p>Addio, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.De Mattheis (1825)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIUSEPPE DE MATTHEIS</hi>
               </byline>
               <date>Roma li 4 Aprile 1825.</date>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo Sig.r Conte. Profitto dell'occasione che mi presentano due giovani medici di Recanati, il Sig.r D.r Sorgoni e il Sig.r D.r Pellegrini onde scrivere questa lettera a V.S. e rinnovarLe le proteste della mia stima e del mio rispetto. Io ho dovuto passare il libretto delle sue sublimi poesie a varie colte persone, che lo hanno letto con vera ammirazione. Se mi conoscesse atto a renderle qualche servizio, mi comandi con tutta libertà, e colla piena sicurezza di farmi cosa gratissima, poichè sono e sarò per la vita sincerissimamente Suo D.mo e Ob.mo Serv.re.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.De Matthaeis (1825)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIUSEPPE DE MATTHAEIS - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 16 Aprile 1825.</date>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo e chiarissimo signor Dottore. Ricevetti ier la gentilissima dei 4 del corrente, della quale Ella mi ha voluto onorare. Ebbi similmente l'altra con cui Ella mi favorì mesi addietro, e in questo tempo ho ricevuto più volte i suoi graziosi saluti dal cugino Melchiorri. Sinceramente le protesto che tanti segni di sua benevolenza verso di me, mi riempiono di viva gratitudine, e che esaminando me stesso, non trovo di meritarli in alcun modo, e però mi risolvo di attribuirli solamente alla sua bontà, ed anche all'amore che Ella porta alla nostra patria comune, del quale amore Ella mi crede forse partecipe, e in ciò non s'inganna, essendo questo veramente il mio solo merito. In qualunque modo e da qualunque origine io debba riconoscere l'amicizia che Ella mi offerisce, l'accerto che questa mi è carissima e preziosissima per la stima grande e singolare che io effettivamente e di cuore professo già da più tempo alla sua persona e al suo sapere. Io sarò superbo della continuazione della sua benevolenza, della quale Ella mi permetta di pregarla efficacemente. Non mancherò certo di profittare delle cortesissime esibizioni che Ella si compiace di farmi, quando io ne abbia occasione. Mal grado del poco mio valore ardisco di offerirmi similmente tutto ai suoi servigi, e di vero cuore la prego a non risparmiarmi dove Ella mi conosca sufficiente. Io sono e voglio sempre essere con tutto l'animo, quale ora per la prima volta ho l'onore di nominarmi, suo devotissimo obbligatissimo servitore Giacomo Leopardi</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Brighenti (1825)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO BRIGHENTI</hi>
               </byline>
               <date>Bologna 27 Aprile 1825.</date>
            </opener>
            <p>Carissimo Amico. Ebbi dalla posta i paoli 8 che mi spediste a saldo della vostra associazione del Giordani. Non ho mancato di fare i vostri saluti al Giordani: ma quando vogliate fargli giungere vostre lettere, inviatele accluse in quelle che favorite scrivere a me, ed io puntualmente le trasmetterò all'amico, il quale saprete che stampa una <hi rend="italic">Scelta di prosatori italiani</hi>. In questa vi saranno de' discorsi adatti scritti da lui, e ciò mi ha impegnato a seguitare la mia edizione del Giordani, ristampando que' discorsi stessi che del Giordani saranno in tale raccolta; come pure altre operette del medesimo. Ciò a lui non è dispiaciuto; ma è stato cagione che il Vieusseux (editore della scelta) mi scrivesse in modo poco delicato: di che sdegnatomi, ho rotta con esso ogni relazione. Forse col tempo ci riavvicineremo, ma per ora niuno di noi si fa più vivo.</p>
            <p>Fra le varie intraprese che sto ruminando, quella che molto mi alletta, e per cui già vi scrissi, è la raccolta completa di <hi rend="italic">tutte</hi> le <hi rend="italic">opere de' Latini</hi> in lingua italiana, senza però dare il testo latino, che si ha altrove, ed ora in bella edizione di Torino, ed io ne tengo un esemplare giunto sino al volume 34, e continua. La raccolta de' traduttori bramerei farla a un dipresso col piano seguente.</p>
            <p>1° Vorrei che precedesse un <hi rend="italic">Discorso</hi> storico critico sopra l'origine della lingua, sulle vicende de' romani ecc. sino alla morte d'Augusto o poco dopo, epoca prima della mia raccolta.</p>
            <p>2° Vorrei che seguisse o il Discorso stesso, o un diverso portando il quadro generale degli studi, ossia della letteratura romana di tutto quello spazio; il tutto scritto sì pianamente, e sì festevolmente da persuadere i più schivi a leggerlo, e da essere inteso dai colti lettori, e da' giovani studiosi. Fatto tutto questo, dovrebb'esservi:</p>
            <p>3° L'elenco degli autori dei primi secoli della letteratura romana, sino al secol d'oro esclusivamente.</p>
            <p>4° Ogni autore dovrebb'essere tradotto e riportato per intero, compresi i frammenti; e di ogni autore dovrebbe precedere nelle opere la vita, e niun autore dovrebb'essere omesso. Vorrei anche il corredo di qualche noterella, ma puramente storica, per dilucidare quei detti che si riferiscono a cose di fatto non conosciute. Le vite nè lunghe nè brevi, ma tali da dilettare, da istruire e da dare giusta idea de' costumi, delle vicende, e della letteratura de' rispettivi autori.</p>
            <p>Intorno allo scegliere le traduzioni: 1° Non far di nuovo le già fatte. 2° Scegliere la migliore tra le buone, preferendo quelle che hanno ottima lingua. 3° Denotare in calce alle pagine que' luoghi dove per caso la traduzione si allontanasse troppo dal testo, e portarne il senso vero.</p>
            <p>L'ordine col quale si darebbero gli autori dovrebb'essere quello dell'epoca in cui vissero, onde la edizione segua la cronologia della storia.</p>
            <p>Potrebbesi anche far precedere un volume della storia della Letteratura italiana anteriore ai Romani; oppure un'<hi rend="italic">Epitome</hi> della medesima a forma di prefazione.</p>
            <p>Io vorrei insomma che un leggitore meno che mediocremente colto potesse, con la mia raccolta alla mano, pigliare una idea chiara ed esatta del popolo romano, e della sua letteratura; poi d'ogni autore piccolo o grande, e di ciascuna scrittura de' Latini giunta fino a noi.</p>
            <p>Degnatevi, buon amico, di esaminar questo piano; vedete se potesse convenirvi di lavorare per il medesimo; e quando l'assumervi la parte letteraria di questa impresa vi paresse cosa degna de' vostri studi, io mi assumerei la parte economica, oltre qualche piccolissima porzione della letteraria. E poichè conviene lasciar le cerimonie, quando si parla d'intraprese, vi dico in amicizia che dovreste avere un compenso, e questo si combinerebbe facilmente, e così potreste venire a stabilirvi in Bologna a presieder meco al lavoro. Se Giordani si dedica a scegliere degli originali, voi sareste onorevol nome alla scelta delle traduzioni; ed io credo che daressimo un'opera non italica ma europea.</p>
            <p>Favorite, amico, di rispondermi al più presto. Felice questa mia idea, s'ella cominciasse dalla vostra venuta in Bologna, dove spererei che vivressimo insieme.</p>
            <p>Questo mio voto vi accerti della qualità del mio affetto per voi, come il mio progetto vi proverà la stima che faccio del vostro ingegno. Addio, carissimo amico.</p>
            <p>S'intende che poi converrebbe fare quelle traduzioni che non esistessero, o non fossero tollerabili: ma potremmo anche trovare de' collaboratori.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.F.Stella (1825)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </salute>
               <date>Milano 30 Aprile 1825.</date>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico amatissimo. La carissima sua del 13 Marzo mi ha riempiuto di riconoscenza e di confidenza insieme: onde con aperto animo le dico che se dalla sua volontà dipendesse il lasciar per qualche mese la patria, e non le dispiacesse di trasferirsi qui per dimorar qui tutto quel tempo che si richiedesse per incamminar bene l'impresa mia, senza pensar Ella a spesa alcuna, le scriverei subito: venga, e venga subito, che sarà ricevuta da me colla braccia aperte e festeggiata da molti. Non potendo io scriverle ciò, mi limito a pregarla di osservare il saggio di lavoro che qui le includo, e dirmene poi il suo libero e schietto parere, e specialmente sul sistema che si vorrebbe seguire, coronando il parere suo col suggerirmi quelle mutazioni od aggiunte ch'Ella stimasse migliori.</p>
            <p>In quanto alle traduzioni, di poche al certo, tra le stampate, io potrò far uso; e, per esempio, se tra le Orazioni ne potrò scegliere cinque, o sei, che verranno anche ritoccate, sarà molto. Le altre converrà farle tradurre di nuovo; ma io non vorrei per questo lavoro che penne eccellenti: quella del Giordani, quella di Lei e di altri pochi. Al Giordani (forse troppo occupato) ho fatto parlare da un comune amico; ma non ha ancora avuto risposta. A Lei parlo io stesso e le domando, se si applicherebbe alla traduzione di qualche Orazione, e quale, o quali; ben inteso ch'Ella debba riceverne un premio in libri, o in altro, a suo piacimento. Spero che la sua delicatezza non si offenderà di questo, avendo io tenuto il linguaggio stesso col padre Cesari, che sta ora traducendo per la mia Raccolta le <hi rend="italic">Lettere famigliari</hi>.</p>
            <p>Ella mi accenna non esser contenta dei recenti lavori latini degl'Italiani. Stando alle cose di Cicerone, conosce Ella la Collezione torinese, nella quale ha mano il Bucheron, e che si sta ora pubblicando? E quella delle sole Opere di Cicerone eseguitasi anni sono a Napoli per cura del Garatoni? Amerei sentire il suo giudizio sulla recensione e lezione delle dette edizioni.</p>
            <p>Mi scrivono aver Ella fatte stampare a Bologna delle assai belle Poesie. Le attendo anche per poter arricchir con alcuna di esse il <hi rend="italic">Nuovo Ricoglitore</hi> che viene da me pubblicato.</p>
            <p>Mi voglia quel bene ch'io voglio a Lei, e pochi potranno amar di più il suo vecchio servitore ed amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Melchiorri (1825)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIUSEPPE MELCHIORRI</hi>
               </byline>
               <date>Roma 5 Maggio 1825.</date>
            </opener>
            <p>Caro Giacomo. Io sto in pena moltissimo non avendo tue nuove da tanto tempo, e temo della tua salute. È vero che io ti mandai quella <hi rend="italic">Legge</hi> da farvi il supplemento; ma questo non doveva impedirti intanto di darmi tue nuove, e di dirmi almeno se l'avevi ricevuta. Insomma dai 6 Marzo in qua, sono due mesi che non vedo tue lettere. Dammi per carità tue notizie, e dimmi sinceramente il motivo di sì lungo silenzio. Ti scrivo con somma fretta, essendo occupatissimo, non dimenticando però mai il mio caro Giacomo, il quale non vorrà, come sembra abbia fatto, dimenticare il suo G. Melchiorri. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Brighenti (1825)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO BRIGHENTI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 6 Maggio 1825.</date>
            </opener>
            <p>Caro amico. Mi prevalgo della vostra gentile offerta, e vi accludo una lettera per Giordani; e ricordandomi che una volta, ch'io vi acclusi similmente un'altra lettera a sigillo alzato, voi mi rimproveraste di poca amicizia, vi mando ora questa a sigillo chiuso. Il vostro progetto è bello. Se qualche cosa se gli potesse opporre, sarebbe di essere forse un poco troppo ardito e vasto; ma la esecuzione stessa, riuscendo bene, risponderà pienamente a questa obbiezione. I soli discorsi preliminari, bene eseguiti, potranno, come voi dite, essere di un interesse e di una celebrità, non solo italiana, ma europea. Bensì credo bene di avvertirvi (se forse aveste intenzione di far molto uso dei Classici di Torino) che quella edizione, come voi potrete conoscere osservandola bene, è tanto pessima quanto bella. La scelta dei testi, quella dei commentari, la correzione tipografica, ogni cosa è intollerabile. Vi dico questo, sì per sentimento mio, che ho avuto occasione di esaminarla a Roma, e sì per opinione di alcuni insigni filologi forestieri, che me ne parlarono maravigliandosi della cattivissima direzione di quell'impresa. Sentii che dopo pubblicato il 16° o 17° tomo la parte letteraria fosse addossata a un nuovo compilatore, cioè il Peyron. Potrà essere che d'allora in poi l'edizione sia riuscita meglio. Quanto a me, francamente e amichevolmente al mio solito, e come so che voi volete che vi si parli, vi dico che il vostro progetto non mi può convenire. L'impresa è tanto vasta, che sino dal primo momento esigerebbe che io mi portassi a Bologna, perchè qui non avrei libri sufficienti neppure a cominciarla. Tanta è la mia noia del soggiorno in questa città sciocca, morta, microscopica e nulla, ch'io rinunzierei volentierissimo ai comodi <hi rend="italic">corporali</hi> che ho qui, per gittarmi a vivere alla ventura in una città grande, cercando di vivere colla penna. Anzi questo è il mio gran desiderio. Ma il giorno dopo ch'io fossi partito di qua, io non avrei da pranzo, perchè mio padre, o che non possa, o che non voglia, non mi darebbe mai tanto da potermi mantenere per il primo tempo, fino a tanto che avessi trovato da procacciarmi il mantenimento da me stesso. Da queste cose ch'io vi dico, potete vedere quanta sia la confidenza che ho in voi, e quanta l'amicizia che vi professo. E nel tempo stesso vedrete, che io, quanto vi debbo esser grato della proposta che mi fate, tanto sono impossibilitato ad accettarla; perchè se non mi viene qualche luce non so da dove, o se io non mi risolvo a morir di fame il giorno dopo, io non mi posso muover di casa. Vogliatemi bene, e dove io vi possa servire comandatemi. Addio, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Giordani (1825)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO GIORDANI - FIRENZE.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 6 Maggio 1825.</date>
            </opener>
            <p>Giordani mio. Brighenti mi si offerisce di farti ricapitare le mie lettere da Bologna, mandandole io colà. In fine io mi vergogno e mi sdegno di tanto lungo silenzio col mio solo amico. Concedimi, caro Giordani, che io ti chiami con questo titolo, e che io viva ancora con questa opinione di avere una persona al mondo che mi ami e che io ami. So che tu sei adesso molto occupato. Perciò non voglio che tu mi scriva lungamente: non ti dimando de' tuoi casi, de' tuoi pensieri, de' tuoi studi. In questi ultimi giorni ho avuta occasione di parlare di te più volte con persone venute da luoghi dove se ne parla, perchè qui non ne parla altri che io con me stesso ogni giorno. Quanto più gli uomini mi paiono piante e marmi per la noia che io provo nell'usar con loro, tanto più di giorno in giorno io mi confermo nel pensiero che egli ci ha pure uno col quale vivendo e parlando, mi parrebbe vivere e parlare con un mio simile, o (per dirla meno superbamente) con un uomo: e questi sei tu; tu, solo uomo (e te lo giuro) che potrebbe farmi parere la compagnia più dolce che una solitudine disperata. Se tu mi mancassi al pensiero, in verità che il mondo mi riuscirebbe un deserto, dove io mi trovassi solo, senza relazione a cosa alcuna. Se ti piace di scrivermi, dimmi che tu stai bene, che mi ami ancora, che io, già nulla al mondo, e meno che nulla a me stesso, sono a te quel medesimo di prima, e questo mi basterà. Io studio il dì e la notte fino a tanto che la salute me lo comporta. Quando ella non lo sostiene, io passeggio per la camera qualche mese; e poi torno agli studi; e così vivo. Quanto al genere degli studi che io fo, come io sono mutato da quel che io fui, così gli studi sono mutati. Ogni cosa che tenga di affettuoso e di eloquente mi annoia, mi sa di scherzo e di fanciullaggine ridicola. Non cerco altro più fuorchè il vero, che ho già tanto odiato e detestato. Mi compiaccio di sempre meglio scoprire e toccar con mano la miseria degli uomini e delle cose, e d'inorridire freddamente, speculando questo arcano infelice e terribile della vita dell'universo. M'avveggo ora bene che spente che sieno le passioni, non resta negli studi altra fonte e fondamento di piacere che una vana curiosità, la soddisfazione della quale ha pur molta forza di dilettare, cosa che per l'addietro, finchè mi è rimasa nel cuore l'ultima scintilla, io non poteva comprendere.</p>
            <p>Tu hai voluto illustrare la mia oscurità con quelle amorose parole che hai dette di me al Capponi. Ben debbo ringraziarti di avermi fatto noto per un momento all'Italia, come io mi sono avveduto per più riscontri, parte maravigliandomi, parte dolendomi di esser creduto da più che da nulla per le parole di un amico, senza alcun segno che abbia dato io stesso di me, nè speri di dare. Ma ben sai che la stagione è passata, e che se anche io fossi nato buono a qualche cosa, come sono tanti che nascono, egli è già definito e irrevocabile che da questa disposizione non segua verun effetto.</p>
            <p>Io sono qui senza speranza di uscire. Mi gitterei volentieri a vivere alla ventura, procacciandomi un poco di pane colla penna in qualche città grande, ma non ho nè veggo modo di avere tanto che basti a non morire di fame il dì dopo che io fossi partito di qua. Così dunque mi contento di non fare nè sperar cosa alcuna. Addio, anima mia. Salutami Vieusseux se ti piace, al quale ho scritto più volte senza risposta. Perdonami la noia di questa lunga lettera dove io non so quello che mi abbia detto. Io ti amo con tutta la forza del mio cuore agghiacciato. Addio, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Melchiorri (1825)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIUSEPPE MELCHIORRI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 10 Maggio 1825.</date>
            </opener>
            <p>Caro Peppino. Agli ultimi di marzo o sul principio di aprile, io mancando di vostre lettere già da un mese, vi scrissi per sapere la causa del vostro silenzio. Contemporaneamente ricevetti la vostra del 30 marzo, dalla quale capii che voi me ne avevate scritta un'altra, dove mi mandavate non so quale iscrizione che io non ho mai ricevuta. Non risposi allora, credendo che la mia scrittavi nello stesso tempo, e di cui attendevo risposta, vi avrebbe dato a conoscere lo smarrimento di quella vostra prima lettera. Ora dall'ultima vostra, 5 maggio, vedo che nè anche voi riceveste allora quella mia. Che diamine s'imbroglino queste poste, io non lo so. Mi dispiace lo smarrimento della vostra, e il lungo silenzio ch'è stato tra noi per questi disordini. Intanto io continuo ad amarvi sempre, e veggo dalla vostra che anche voi non vi dimenticate di me. Le vostre lettere mi saranno sempre care, e più caro mi sarà ogni vostro comando. Vi saluto e vi abbraccio con tutto il cuore e sono il vostro affettuoso cugino Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Melchiorri (1825)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIUSEPPE MELCHIORRI</hi>
               </byline>
               <date>Roma 15 Maggio 1825.</date>
            </opener>
            <p>Caro Giacomo. Con mia grandissima sorpresa sento che non abbi ricevuta la mia lettera ove era inclusa una copia della gran legge <hi rend="italic">annonaria</hi>, intorno alla quale mi sto ora occupando. Ti mandavo in quella alcuni supplementi che credevo potersi fare alli pochissimi luoghi mancanti, onde sentire il tuo parere. Lo smarrimento di quella lettera mi duole da vero, giacchè mi toccherà a rifar la fatica da capo. Onde ti prego di far fare ricerca all'Ufficio della Posta di Recanati, ed a quello di Macerata, avendomi detto qui in Roma, che sicuramente deve esser costà. Dammi subito avviso del risultato delle tue ricerche, e se mai fossero riuscite inutili, ci vorrà pazienza e tornerò da capo. Avendo affidato ad altrui mani il plico, con ordine di affrancarlo, quegli invece l'impostò semplicemente, e da ciò forse io ripeto lo smarrimento.</p>
            <p>Dammi nuove, caro Giacomo, della tua salute, e ricordati di chi t'ama da vero, e ti augura felicità.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.F.Stella (1825)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO FORTUNATO STELLA - MILANO.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 18 Maggio 1825.</date>
            </opener>
            <p>Mio gentilissimo Signore ed Amico. La sua carissima dei 30 aprile mi è una nuova prova del suo carattere gentile e cordiale. E perchè io soglio facilmente usar confidenza con chi la merita, e con chi mi favorisce della sua sincera amicizia, le dirò che il venire a Milano e il rivederla e abbracciarla non dipenderebbe se non da me solo, e niuna opposizione vi si troverebbe, se dipendesse similmente da me l'avere il bisognevole pel viaggio e per la dimora, il che finchè io sarò quello che noi chiamiamo <hi rend="italic">figlio di famiglia</hi>, non debbo mai sperare, per piccola cosa che sia quello di che io sono assuefatto a contentarmi.</p>
            <p>La collezione dei Classici di Torino che io ho esaminata, e sulla quale ho sentito il parere di parecchi filologi insigni, tedeschi e olandesi, francamente Le dico che è pessima, sì per la scelta delle edizioni che vi si sono seguite, sì massimamente per tutto ciò che riguarda le note e i comenti, sì ancora per la correzione tipografica. Debbo però avvertirla che quando io era in Roma, non era ancora incominciata la edizione delle opere di Cicerone, e il Peyron, per quanto io sentiva dire, non aveva ancora posto mano a quella impresa. Dopo quel tempo i successivi tomi della Collezione torinese non mi sono più venuti alle mani, e non potrei dirlene il mio sentimento. Il Garatoni e il suo Cicerone godono di un'altissima fama presso gli stranieri, i quali si maravigliano del poco onore in cui si tiene fra noi la memoria di quell'uomo. Veramente il suo Cicerone in molte parti è ottimo, ed io credo che Ella farà cosa lodevolissima in sè, e gratissima oltracciò agli stranieri, se nella sua edizione vorrà molto prevalersi di quella del Garatoni.</p>
            <p>Quanto al tradurre, se io fossi simile a molti altri, le prometterei l'opera mia senza difficoltà. Ma avendo il vizio e la debolezza di non voler pubblicare sotto il mio nome se non cose che mi soddisfacciano pienamente, e di mirar sempre a una certa perfezione nello scrivere; e dall'altra parte non essendomi mai provato a tradurre diligentemente prose latine, massime di Cicerone; diffido assai assai di me stesso, e perciò non le dico per ora altro, se non che io per servirla, mi proverò a tradurre una Orazione delle più brevi, e questa sarà quella <hi rend="italic">post reditum ad Quirites</hi>. Tradotta che io l'avrò, se non ne sarò malcontento, la manderò a lei, e sentitone il suo giudizio, mi determinerò circa il tradurne o no delle altre.</p>
            <p>Vengo ora al Saggio che Ella mi manda della sua edizione, e le dirò il mio parere con tutta la libertà mia naturale. L'argomento non ha nulla che non istìa bene, eccetto forse una certa tinta un poco declamatoria, ed un cenno di censura che vi si fa sopra una parte dell'Orazione. Alla qual censura forse si potrebbe rispondere molto bene, e in ogni modo io per me non crederei conveniente per nessun conto di entrare a criticar Cicerone, massime negli Argomenti, perchè le critiche sopra un uomo sommo e ammirato da tutto il mondo, quando anche sieno giuste, richiedono un discorso molto più lungo e ragionato. E non mi parrebbe opportuno che la sua edizione assumesse il carattere di edizione <hi rend="italic">critica</hi>, come l'<title>Iliade</title>  del Cesarotti o simili, poichè per questo vi vorrebbero altri materiali, altro apparato, in somma la sua edizione o muterebbe faccia, o s'ingrosserebbe strabocchevolmente. E una critica superficiale sarà sempre spregevole, perchè tutto il superficiale lo è.</p>
            <p>Circa le note e l'<hi rend="italic">economia</hi> dell'edizione, le dirò sinceramente il mio parere o consiglio, distribuendolo per capi.</p>
            <p>1°. Il testo, secondo me, dovrebb'esser preso esattamente da un'edizione, la migliore che si abbia. Scelta con maturo giudizio questa edizione, si dovrebbe essa, quanto al testo, copiare puntualmente e scrupolosamente, senz'alcuna mutazione, eccetto negli errori tipografici che vi potessero essere. Il farvi mutazioni di altro genere, sarebbe quello che i filologi forestieri chiamano <hi rend="italic">dare un nuovo testo</hi>, cosa che esige una infinità di cognizioni e di esami, ed è assolutamente aliena dall'istituto della sua edizione, e dubito ancora che una tal cosa ai tempi nostri si sapesse fare in Italia comportabilmente. Se il Compilatore dell'edizione avrà qualche nuova variante da suggerire, dovrà farlo nelle note latine; dove anche dovranno esser notate quelle lezioni diverse dall'edizione prescelta e seguìta, le quali fossero veramente notabili e degne di osservazione. Qual edizione poi si debba prescegliere e seguire, è un punto importantissimo, e qui vi bisogna la direzione di un vero e bravo filologo. L'opinione mia è che non si debba scegliere nè l'edizione di Parigi, nè verun'altra delle edizioni complete di tutte le opere di Cicerone. Queste opere sono state separatamente pubblicate con gran diligenza, quale da uno, quale da un altro letterato; e tali edizioni parziali sono spesse volte tanto migliori delle generali, quanto che l'editore ha avuto campo di condurre a maggior perfezione una impresa più limitata. Sicchè le opere di cui si avessero buone e diligenti edizioni parziali, dovrebbero da lei essere ristampate sopra queste tali edizioni giudiziosamente e maturamente scelte. Le opere di cui o non si avessero edizioni parziali, o la cui recensione fosse più perfetta in qualcuna delle edizioni complete, dovrebbero esser tratte fedelmente da tale edizione completa. E in una prefazione generale, o in prefazioni particolari premesse a ciascuna opera, si dovrebbe rendere al lettore un conto esatto e ragionato delle edizioni prescelte e seguite.</p>
            <p>2°. La divisione in capi o sia paragrafi numerati, sarà benissimo fatto mutarla e migliorarla, come si è già praticato in altre edizioni recenti. Ma è però indispensabilissimo che i numeri della divisione antica si segnino in margine ai loro luoghi (come si è pur fatto in altre edizioni), perchè già da più di un secolo, tutti i dotti, in tutta l'Europa letterata, citano Cicerone secondo i numeri di quella antica divisione, e così seguiteranno a citarlo per l'avvenire. Sicchè senza quei numeri, la sua edizione non sarebbe di alcun uso per riscontrarvi e trovarvi nessuna citazione ciceroniana.</p>
            <p>3°. Porre l'analisi delle Orazioni in fine, anzichè in principio, è ottimamente pensato.</p>
            <p>4°. Le note latine dovrebbero essere tratte con accurata e sagace e squisita scelta dai vari comentatori ed annotatori editi. Non dovrebbero versare se non 1° sopra varianti insigni, o 2° sopra materie di alta e pellegrina erudizione grammaticale o storica. Tra le altre, le note del Garatoni sono eccellenti, e se ne potrà far molto uso. Quelle del presidente Bouhier (Buherius) nell'edizione dell'Olivet, sono altresì ottime. Quelle del Peyron suppongo che debbano essere molto lodevoli. I moderni filologi forestieri, editori di diverse opere ciceroniane hanno similmente gran numero di note pregevolissime. La scelta di tali note latine è un altro punto gravissimo, e richiede in chi ne sarà incaricato un fino giudizio, ed una cognizione delle materie erudite non ordinaria. Ma da questo giudizio e da questa cognizione dipende l'esito della sua impresa fuori d'Italia, perchè io non dubito di asserire che una edizione completa di tutte le opere di Cicerone <hi rend="italic">cum selectis variorum</hi>, fatta sopra edizioni veramente ottime, e con una scelta di note latine veramente critica e saggia, avrebbe un incontro grandissimo presso l'estero. Se il Compilatore o Direttore ec. della parte latina avrà delle nuove note del suo, che sieno interessanti e pregevoli, queste non faranno che accrescer credito e valore alla edizione. Ciascuna nota dovrebbe avere il nome dell'Autore.</p>
            <p>5°. Le note appartenenti a storia o grammatica non recondita dovrebbero, secondo me, esser tutte scritte in italiano. La ragione è questa. Esse sono necessarissime agl'indotti per l'intelligenza del testo, massime in certe opere, come le Orazioni, le Epistole ec. Ma sono inutilissime ai dotti. Gl'indotti non adopreranno la sua edizione se non in Italia, perchè i non dotti stranieri hanno già edizioni ottime e in gran numero per loro uso. Ora i non dotti italiani, o che vogliano intendere il testo o la traduzione, saranno sempre al caso di servirsi delle note scritte nella loro lingua. Tra gli stranieri la sua edizione non servirà se non ai dotti (dei quali in materie erudite Ella sa quanto sia grande il numero in Germania, Olanda, Inghilterra ec.). E questi, quanto approveranno una scelta di note latine veramente filologiche altrettanto ne sprezzerebbero una dove vedessero mescolate di quelle che appartengono ad una erudizione triviale per loro, sia storica, sia grammaticale. Moltissime delle note latine che io veggo nel Saggio da Lei speditomi sono di questo genere. Volendo fare una cosa perfetta, io crederei molto opportuno seguire le osservazioni sopraccennate circa l'<hi rend="italic">economia</hi> delle note. Del resto le note italiane non verrebbero a superare la mole delle latine, anzi vi sarebbe più proporzione assai tra le une e le altre.</p>
            <p>6°. Si dovrebbero fare due prefazioni generali diversa l'una dall'altra, ovvero due prefazioni per ciascuna opera, l'una in latino, l'altra in italiano. Nella latina si dovrebbe rendere esatto conto di tutto l'operato circa la parte latina, nell'altra circa la parte italiana.</p>
            <p>7°. Nell'ortografia del testo non bisognerebbe seguir ciecamente nessuna edizione, ma conformarsi per lo più all'Ortografia latina del Cellario e a quella del Forcellini, che sono le migliori e quasi concordi, ed anche prevalersi delle belle ed utili osservazioni pubblicate ultimamente da Niebuhr appiedi dei Frammenti della <title>Repubblica</title> di Cicerone.</p>
            <p>Eccole con tutta sincerità il mio parere, nel quale io potrò in molte cose ingannarmi, ma certo in nessuna ho voluto ingannare nè dissimulare. Ella attribuisca la mia schiettezza e minutezza al vero desiderio che ho del buon esito della sua bella e vasta intrapresa. Più le avrei detto, e sarei entrato maggiormente nei particolari, se qui non fossi privo dei libri occorrenti, sopra tutto moderni. Del mio amore Ella non può dubitare considerando la sua virtù e la cognizione che io ho del suo merito e del suo cuore. Ella segua ad amarmi e mi comandi come al suo vero servitore ed amico Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Melchiorri (1825)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIUSEPPE MELCHIORRI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 24 Maggio 1825.</date>
            </opener>
            <p>Caro Peppino. Dopo molte ricerche fatte dietro la vostra ultima, mi è resa finalmente dall'ufficio di Macerata la vostra dei 13 Marzo colla copia dell'Iscrizione. Intorno a questa vi dirò liberamente il mio parere. L'iscrizione è bellissima, insigne, degnissima delle cure di un antiquario, e vi farà grande onore il pubblicarla colle vostre illustrazioni. Ma quanto al supplemento che mi chiedete, voi non avete che a leggere l'Iscrizione per vedere che essa è scritta in una lingua affatto popolare, nella quale non si segue nessuna regola di sintassi latina, di significazion di parole, di frasi ec. Ora questo rende il supplemento impossibile. Per fare un supplemento, bisogna aver una regola conosciuta. Ma tolte vie le regole conosciute della lingua, che lume resta? Come si può indovinare quello che è stato scritto? Qualunque parola o frase che si supplisse, non sarebbe che una mera congettura senza nessun fondamento. Anzi verisimilmente sarebbe falsissima, perchè voi non potreste supplire se non secondo la lingua latina conosciuta, e l'iscrizione è fatta in un'altra lingua, cioè in lingua volgare, le cui regole non si conoscono, o che piuttosto non aveva regole. Aggiungete poi, che io vi ho sempre detto di non essere antiquario, e l'ho detto perchè so che si fa sempre una pessima figura volendo passare per quello che uno non è, come avverebbe ora a me, se volessi prendere a fare questo supplemento, che io non saprei dove mai metter le mani. Vi dirò di più, che per servirvi mi sono anche messo alla prova, ci ho studiato, pensato e ripensato, e colla prova non ho fatto che sempre più convincermi dell'impossibilità di questa cosa per me. Torno a dire, se il supplemento è possibile, ci vogliono cognizioni che io appunto non ho e confesso di non avere: ma io credo che il supplemento sia impossibile in questo caso anche agli antiquari, per le ragioni sopraddette. A me parrebbe che voi potreste benissimo pubblicare e illustrare l'iscrizione senza supplemento, indicando ai lettori le ragioni per le quali è impossibile di farne uno soddisfacente.</p>
            <p>Datemi, vi prego, le vostre nuove, e quelle dei vostri studi più distesamente che nell'ultima vostra, la quale è ben laconica. Vogliatemi bene e credetemi sempre il vostro affettuosissimo cugino Leopardi.</p>
            <p>Non mi allungo di più, perchè sto sempre peggio di salute, e lo scrivere mi è gran fatica.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Melchiorri (1825)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIUSEPPE MELCHIORRI</hi>
               </byline>
               <date>Roma 4 Giugno 1825.</date>
            </opener>
            <p>Caro Giacomo. Rispondo alla tua carissima dei 24 p.o p.o Ho piacere di sentire che abbi finalmente ricuperata la lettera mia nella quale era inclusa la copia dell'iscrizione Stratonicense. Le ragioni che tu mi adduci sulle difficoltà de' supplementi sembrano giuste, nè io saprei cosa ridirci. È verissimo che la lingua della medesima è affatto diversa dall'altre, onde se non mi si presenta altra miglior strada, il che è impossibile, farò conto di darla così come sta. Quello che vorrei però dimandarti si è che mi dicesti <hi rend="italic">(sic)</hi> cosa ne pensi per l'epoca. Tu hai svolte le opere latine de' nostri antichi più di me sicuramente, ed avendo una sì felice memoria, dimmi se trovi somiglianza nella lingua con altri, e se dal contesto, e dalla rimembranza di storiche vicende ti sembra che possa nulla di positivo stabilirsi sull'epoca di questa legge. Luigi Cardinali al quale la comunicai, e che ha voluto scrivere un prodromo alla mia opera, o sia una <hi rend="italic">divinatio</hi> sull'età del marmo, suppone da alcune frasi che vi si leggono esser quella una legge emanata dagl'Imperatori Antonini, leggendosi in un luogo <hi rend="italic">conjubemus</hi> quasi <hi rend="italic">simul jubere</hi>. Non so quanto questa opinione del Cardinali sia vera; ella è basata sull'osservazione che nel marmo si parla di tempi in cui una pace universale era succeduta a guerre grandissime, massimamente contro i barbari. Dimmi però la tua opinione, comunque sia, essendo cosa alla fine di poco interesse, avendone tanto in sè il marmo.</p>
            <p>Mi viene richiesto da Faenza il permesso tuo di fare una nuova edizione della tue canzoni, ed insieme domandano se hai altre canzoni da aggiungere, e se credi di nulla mutare all'edizione di Bologna. La richiesta mi vien fatta dal Conte Emiliani di detta città, uomo di non mediocre ingegno nella poesia. Dammi dunque, ti prego, risposta anche di ciò.</p>
            <p>Circa le novelle che mi chiedi de' miei studi ti dirò che la principale occupazione mia è quella della illustrazione della legge onoraria <hi rend="italic">(sic)</hi> di cui ti ho mandata copia. All'<hi rend="italic">Antologia</hi> ho mandata la IIIa lettera che è inserita nel fascicolo di Maggio. Ora sto scrivendo la quarta, e questa risguarda tutta li monumenti Egizii che sono in Roma. Benchè tu sii nella Barberia del mondo letterario, non di meno saprai la singolare scoperta fatta da Champollion il giovane della lettura de' geroglifici. Il suo sistema è ora l'occupazione di tutti li archeologi ed amatori di antichi idiomi. Ora questo giovane essendo costì <hi rend="italic">(sic)</hi> da qualche tempo, si è occupato de' monumenti che sono in Roma, ed essendomi stato diretto da Torino, ho avuto il campo di far seco amicizia, e di conoscere meglio il suo sistema. In questa lettera però non faccio che dare le notizie e la nomenclatura de' monumenti, non conoscendomi ancora capace di poter scendere ad un'illustrazione. Ho trovato in questo letterato un'erudizione non commune. Egli sa a perfezione la lingua <hi rend="italic">cofta</hi> ossia Egizia, e ne pubblicherà presto una grammatica ed un dizionario, mancando di questi due libri elementari, unico appoggio della scrittura geroglifica. Sa ancora benissimo la lingua greca, l'araba, ed altre. Quello però che ammiro in lui, è la somma modestia, vero retaggio degli uomini veramente dotti, ed in questo si allontana del tutto dalla sua nazione.</p>
            <p>Mi duole, caro Giacomo, di sentire che la tua salute non sia almeno mediocre; questo mi affligge, conoscendo che potrebbe migliorare, facendosi meno cattiva la fortuna. Sa il cielo quando mi sarà dato di vederti meno oppresso e più contento. Tu però procura di curarla, ponendo ogni premura per renderla meno cattiva, non applicar tanto, fa' del moto, e sollèvati, se non puoi con gli uomini, al meno con la campagna.</p>
            <p>Addio, caro Giacomo, amami e ricordati del tuo G.M.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.F.Stella (1825)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
               <date>Milano 8 Giugno 1825.</date>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico pregiatissimo. Dopo d'aver alquanto pensato ed anche scritto, e fatto scrivere, per ben rispondere alle savie osservazioni sue contenute nella cara sua 18 del p.p., ho veduto che il migliore espediente (dappoichè Ella non ha vincoli che le impediscono di venire qui) si è quello di pregarla di venire; soggiugnendole che quanto più presto Ella verrà, tanto più ne sentirò contento ed utile. Ella si fermerà poi qui tutto quel tempo che più le sarà per piacere, certa di trovare in me più che un amico un padre, e nella mia famiglia una buona madre e degli amorosi fratelli. A spese di viaggi e dimora Ella non dovrà pensare: penserò io a tutto. Ella non avrà altro pensiero che quello di farsi condurre qui in Milano, e smontare alla mia casa posta in contrada di Santa Margherita, la cui porta è la prima a man dritta nel vicolo di San Salvatore. Intanto scrivo subito al mio amico signor Giuseppe Moratti di Bologna, impiegato nell'offizio delle poste, a cui Ella stessa potrà scrivere direttamente pel denaro che le occorresse da fare il viaggio da Recanati a Bologna, oppure farselo rimborsare quand'Ella sarà giunta colà. Al resto del viaggio penserà lo stesso signor Moratti. L'attendo, desiderosissimo d'abbracciarla, e di provarle vie meglio ch'io sono il suo vecchio cordialissimo amico e servo.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Melchiorri (1825)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIUSEPPE MELCHIORRI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 11 Giugno 1825.</date>
            </opener>
            <p>Rispondo alla tua dei 4 corrente. L'età del marmo, di cui mi chiedi, sarebbe difficile a determinarsi dal confronto della lingua e dello stile, poichè la lingua del marmo non è quella degli scrittori latini, ma popolare, e le epoche della lingua popolare latina non si conoscono. Le ragioni però di Cardinali mi paiono concludenti, stando sempre nei termini di una semplice congettura. Quel <hi rend="italic">coniubemus</hi>, benchè non sia dimostrativo (perchè spessissimo il verbo composto si piglia pel semplice, specialmente in questi tali stili), nondimeno è degno di osservazione. Che la lingua popolare fosse molto usata nelle iscrizioni a tempo degli Antonini, si vede facilmente presso il Boldetti, il Bianchini ec. Pare ancora che gli editti imperiali in quel tempo si scrivessero in molto cattivo stile, e Frontone ne mette in ridicolo uno di M. Aurelio nei suoi Frammenti <hi rend="italic">de Orationibus</hi>.</p>
            <p>Tu potrai, se ti piace, risponder subito a Faenza, che io non ho nuove Canzoni da stampare, ma bensì molti cangiamenti da fare alle già stampate, con qualche aggiunta nelle prose ec., e che ben volentieri comunicherò gli uni e le altre a chi intraprenda la nuova edizione. Forse io stesso scriverò direttamente colà. Intanto dimmi il nome proprio del conte Emiliani; giacchè per risparmio di tempo e di spesa, credo che sarà meglio spedirgli a dirittura di qua un esemplare corretto, che mandarlo a te a Roma perchè tu lo facci pervenire a Faenza.</p>
            <p>Godo molto della tua amicizia con Champollion, di cui già da gran tempo conosco la scoperta per fama. Séguita, caro Peppino, a studiare e farti nome, ed amami come io t'amo. Salutami distintamente De Matthaeis quando lo vedi; non te ne scordare. Addio, addio. Il tuo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A C.Antici (1825)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO ANTICI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 18 Giugno 1825.</date>
            </opener>
            <p>Carissimo Zio. Mi si offre un'occasione di andare con poca spesa a Milano per qualche mese; ed io avendone pieno consenso da mio padre, e colla speranza di far qualche nuova conoscenza e di giovare sopra tutto alla mia salute, accetto questa opportunità, e mi dispongo a partire. Nel darle questa nuova, alla quale per l'affetto che Ella mi ha dimostrato con tante prove, ho creduto che Ella s'interesserebbe, sono anche ad incomodarla con una preghiera, ed è che Ella voglia farmi il favore di procurarmi il passaporto necessario da cotesto Ambasciatore Austriaco <hi rend="italic">per andare, stare, e tornare</hi>. Siccome da Milano mi vien fatta premura di partir presto, perciò quanto più sollecitamente Ella potrà favorirmi, tanto il favore sarà più grande. Ella potrà, se così crede bene, mandare direttamente il passaporto in mano di mio padre con indirizzo al Gonfaloniere, o comunque le piacerà. Perdoni questa briga che io sono costretto a darle, e se non le sarà grave di scrivermi prima che io parta, mi dia nuove di Lei, delle sue occupazioni e della sua famiglia; ed ora e sempre si compiaccia di ricordarsi che io sono il suo affettuosissimo e gratissimo nepote.</p>
            <p>P.S. Fatta la lettera, mio padre mi consegna per lei una polizzina che le accludo. Se fosse necessario specificare l'oggetto del viaggio, Ella potrà dire che io vado <hi rend="italic">per assistere all'edizione di tutte le Opere di Cicerone intrapresa dal signor A.F. Stella</hi>. Avrei anche molto caro se Ella potesse fare inserire nel passaporto la clausola, <hi rend="italic">col suo domestico</hi>: ma converrebbe che il domestico fosse innominato, perchè io non so ancora nè chi porterò nè se porterò alcuno meco. Obbligatissimo e affezionatissimo nepote.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.F.Stella (1825)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO FORTUNATO STELLA - MILANO.</hi>
               </salute>
               <date>Recanati 19 Giugno 1825.</date>
            </opener>
            <p>Signore ed amico pregiatissimo. Sarebbe impossibile rifiutare un invito così gentile, così amoroso, come è quello che si compiace di farmi nella cara sua degli 8 del corrente. Non so quanto Ella possa ripromettersi dal mio valore in ordine alla sua intrapresa: so bene che Ella deve aspettare da me senza eccezione alcuna, tutto quello che dipende dal buon volere. Io sono certo di trovare in Lei e nella sua famiglia quegli affettuosi e cari amici che Ella mi promette. Spero dal canto mio che Ella non potendo trovare in me altre qualità lodevoli, troverà pure almeno un cuor sincero, retto, sensibile, e capace di amicizia vera e tenera. Ho scritto a Roma per avere il passaporto dell'Ambasciata. Io partirò immancabilmente, (eccettuato solo il caso di qualche ostacolo imprevedibile) tosto che avrò nelle mani questo passaporto; il che dovrebbe essere o prima o poco dopo l'arrivo della presente. Ella mi creda, quale spero di darmele meglio a conoscere da vicino, suo vero e cordialissimo amico e servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1825)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>Firenze 20 Giugno <add resp="ed">1825</add>.</date>
            </opener>
            <p>Giacomino mio adorato. Io non ho cosa al mondo che io ami più di te; nè conosco chi più lo meriti. Un continuo pensiere, amorosissimo e dolorosissimo, di te mi preme il cuore. Dovunque io vada, chiunque io veda, non posso stare che io non parli di te: più spesso ne parlo co' migliori; e quasi continuo con alcuni amici veramente ottimi e bravissimi: i quali di te e di me prendon compassione, sentendo il continuo e gran dolore che io sento per te. Con tale animo figùrati come io sopporti e la tua infelicità, e la lontananza, e per colmo di male il silenzio. Non ti scandalizzare se rispondo solamente ora alla tua 6 maggio. Oltre l'essermisi aggravato l'antico e insanabile e quasi continuo male di nervi, che mi toglie a tutte le cose, e a me stesso; sono stato più di 50 giorni con un male stranissimo; il quale ostinandosi mirabilmente contro le più forti medicine, e il più riputato medico di Firenze, mi gravava di straordinaria malinconia, pensando ch'io non potessi evitare uno strano e doloroso fine. Ma perchè la natura è un orrido e brutto mistero, eccomi da due giorni liberato da quella paura; rimanendomi una parte di quel male, e intero l'altro mio vecchio compagno male di nervi. Queste noiose ciance siano perdonate per la necessità di scusare la tardata risposta. Non ti può essere (e me ne dispero) di nessun conforto il mio immenso amore. Pur ti prego e ti supplico di credere che io ti amo quanto mai posso amare; che niuna cosa al mondo stimo quanto te, niuna amo più di te. Oh se io fossi ricco, o se ne' ricchi potesse entrare un animo come il mio, in qualche modo godresti della vita, cioè di te stesso; e il mondo godrebbe del tuo stupendissimo ingegno, e l'Italia della tua gloria. Ma le ricchezze, quali e dove stanno, son sempre la più inutil cosa di questa terra. E pur si potrebbe fare sì gran beni con esse, chi volesse e sapesse! Di me nulla posso dirti; perchè tutta questa mia vita postuma, ancora più inutile della passata, mi si svapora in vanissimi pensieri; non potendo mai farmi neppure una distrazione ai dolori dell'animo con qualche occupazione, impedito dall'esser sempre languidissimo, e spesso tormentato nella salute. Di che io perdo una consolazione; il mondo non perde niente; perchè so bene che non potrei gran cose. Ma grandissima e incredibil perdita è di te, che avesti da natura sì smisurata potenza. Oh indegnità della fortuna! oh diabolico potere delle stolte opinioni! Mi spaventa un timore che ti nuoccia alla salute il troppo studio, senza divagamento e ristoro: benchè vedo che nella tua deplorabil condizione non puoi far altro che studiare sino a rovinarti. Ma del genere de' tuoi studi presenti non so intendere nè imaginare, se al breve ed oscuro cenno non aggiungi spiegazione che acquieti la mia ansietà. E parimente sono ansioso di sapere come provvedi alla salute, come toleri la vita, che fanno Carlino e Paolina, i quali saluto carissimamente. Paolina è maritata? come? dove? Carlino che fa? che farà? Tu che leggi? che scrivi? che pensi? Vorrei che mi fosse onesto il dimandarti che speri? Pur sei nell'età, che ogni altro ha diritto e debito a sperare. Ma tu sei troppo funestamente privilegiato. Scrivimi qualche volta: non solamente perchè io spasimo senza tue lettere; ma perchè gli amici miei bravi e buoni spesso mi chiedon di te; e non potendosi imaginare la strana condizione in che vivi, potrebbero creder me meno sollecito di te. Consèrvati con ogni possibil cura la salute; e fa più che puoi forte l'animo contro la sventura, che ben è grande quanto l'ingegno tuo. Oh perchè non posso io, a qualunque costo, aiutarti! Io non posso altro che amarti, mio caro Giacomino, col più innamorato e il più addolorato cuore del mondo. Certo non t'inganni, se fossimo insieme, sarebbe di noi una vita sola, un'anima sola: tu saresti la mia vita, la mia anima, come sei, così lontano, il mio pensiere e il mio dolore. Ma io ti rattristo, o mio caro, invece di consolarti. Perdonami, o caro: con tenerezza ineffabile, e con lagrime ti bacio, e ti dico Addio addio.</p>
            <p>Vieusseux non ebbe tue lettere; ma ti risaluta caramente.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di C.Antici (1825)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO ANTICI</hi>
               </byline>
               <date>Roma li 30 Giugno 1825.</date>
            </opener>
            <p>Nepote carissimo. Voi avevate fretta del passaporto per Milano, ed io non posso spedirvelo che col corriere di oggi. È inutile che vi trattenga sul tempo e sui giri impiegati per ottenerlo, e sulla impossibilità di farvi inserire anche un vostro domestico, subitochè non ho potuto precisarne il nome e la patria. Per voi l'ho ottenuto mediante una mia dichiarazione depositata all'Ufficio della Polizia Generale: tante sono le cautele che i governi hanno adottate in questi tempi di filosofia e di libertà!</p>
            <p>Dio vi accompagni dunque felicemente a Milano, ove trovarete uno scelto drappello di dotti, tra i quali son certo che vorrete frequentare i professori delle sane dottrine, già seguite dai Bossuet, dai Fenelon, ed ora sublimemente ravvivate dai Lamennais e dai Bonald. Guardatevi dal lievito dei farisei, che sotto il pretesto di riformare Chiesa e Stato, tentano di porre a soqquadro il mondo. Sono costoro destri assai nel prendere all'amo i giovani eruditi ed amanti di gloria, e ne fanno istromenti dei loro tenebrosi ed egoistici progetti. Voi siete degno di miglior destino; e se alla molta vostra erudizione vorrete accoppiare lo studio della Filosofia e Politica sublimiore quale i due citati, Lamennais e Bonald, sviluppano nelle loro opere immortali, potrete un giorno essere per l'Italia ciò che essi sono per la Francia non solo, ma per tutta l'Europa. Tutte le altre contrarie immaginazioni sono "opre di ragno", che però spesso avvolgono in tele inestricabili i loro autori.</p>
            <p>Voi desiderate qualche mia lettera per Milano, ed io altra non posso che l'acclusa. Il soggetto per altro, che è molto colto, che vi ha domicilio da 17 anni in poi, che, come Console Pontificio, ha benanche un certo carattere con cui prestarsi officialmente ai bisogni dei sudditi del Papa, amerà di conoscervi, e di esservi utile. Vorrei però (condonate questo franco parlare al vecchio Zio) vorrei che onninamente vi sforzaste a deporre la vostra non lodata taciturnità, e che assumeste con lui, e con gli altri, maniere ed espressioni obbliganti. <hi rend="italic">Verba ligant homines</hi>. E il pretendere di affezionarceli con un contegno repellente, è lo stesso che impiegare un pezzo di legno in luogo della calamita.</p>
            <p>Addio, caro Nepote. Vorrei che presto conosceste il mondo da tutte le facce, come lo conosco io. Allora sì, che sentireste tutto il pregio di essere sciolto da ogni domestica e pubblica cura, per darvi tutto ai buoni studi. Ma ancor questi non sono che trastulli, o vani o perniciosi, se altro scopo non hanno che di sodisfare la naturale inclinazione, o di mercare una fuggevole fama. Meditate profondamente Lamennais o Bonald, leggete ogni giorno il Kempis, o meglio la Bibbia. Formerete la vostra felicità, e saprete coi vostri scritti formare l'altrui. Il tempo ha bisogno di pensatori cristiani ed eloquenti. Dipende da voi di riunire queste due qualità. Ve ne porge gli augurj il vostro aff.o Zio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Ettore L. (1825)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A ETTORE LEOPARDI, S. P. M. -</hi>
                  <add resp="ed">RECANATI</add>.</salute>
               <date>
                  <add resp="ed">S.d., ma Recanati Luglio 1825.</add>
               </date>
            </opener>
            <p>Carissimo Zio. Dentro questi giorni io dovrei, se a Dio piace, partire per Milano col consenso dei miei genitori, per restarvi forse qualche mese. Verrò prima a salutarvi e a chiedervi i vostri comandi. Intanto il vostro cuore e la bontà che mi avete sempre mostrata mi danno animo di farvi una preghiera, e non arrischiandomi di farvela a voce, scrivo la presente, la quale ho pregato il Sig. Curato di presentarvi. Voi sapete lo stato della nostra famiglia, e conoscete bene la cagione per cui non ardisco d'importunare i miei genitori con certe domande. Se Voi poteste somministrarmi qualche cosa per questo viaggio, Voi mi fareste un favore del quale io vi professerei una cordialissima e tenerissima gratitudine, e che accrescerebbe i sentimenti di amore e di riconoscenza che io ho già debitamente per Voi. O piccola o grande che fosse la quantità di cui vi piacesse di favorirmi, essa mi sarebbe un pegno della vostra bontà, ed io ve ne sarei grato fino all'anima. Soprattutto vi prego a perdonare la mia libertà, e a credere che fuori di una simile circostanza, io non avrei mai avuto il coraggio d'incomodarvi. Siate persuaso, mio caro Zio, che il darvi questo fastidio mi rincresce e mi pesa indicibilmente, e che del resto io v'amo e v'amerò sempre con tutto il cuore, e che in qualunque modo Voi siate per accogliere questa mia preghiera, sarò sinceramente e perpetuamente il vostro cordialissimo e affettuosissimo nepote Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1825)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>Bologna 19 Luglio 1825.</date>
            </opener>
            <p>Caro signor Padre. Giunsi iersera in Bologna stanco, ma sano. I miei occhi, malgrado il gran sole e il gran caldo patiti pel viaggio, non sono peggiorati. Ancora non posso decidere se mi conviene di proseguire il viaggio per Milano, o di tornarmene indietro. Col venturo ordinario saprò darlene notizia positiva. Ho veduto qui Brighenti che mi ha pregato di riverirla da sua parte. Ho veduto anche Giordani, che mi ha raccomandato molto di salutarla a suo nome e di fare altrettanto a Carlo e a Paolina. La prego de' miei teneri saluti alla Mamma e ai fratelli. Non ho scritto pel viaggio, perchè lo scrivere di sera al lume mi era difficile, e la mia stanchezza era eccessiva. Pur vedo che il moto mi va lentamente giovando. Ella séguiti ad amarmi, come so e vedo che ha sempre fatto, e creda alle sincere e fervorose proteste di amore e di riconoscenza eterna del suo affettuosissimo figlio Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di C.Antici (1825)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO ANTICI</hi>
               </byline>
               <date>Roma li 21 Luglio 1825.</date>
            </opener>
            <p>Nepote Carissimo. Prestate la più attenta ponderazione a quanto sono per scrivervi, poichè si tratta di cosa da cui dipende il destino della vostra vita. Sarò breve quanto è mai possibile, ma non al segno di non essere inteso. Dunque all'argomento. - Io non ho mai veduto l'ottimo Sig.r De Bunsen, Incaricato di Affari di S.M. Prussiana presso la S. Sede, che non gli abbia parlato di voi e del vostro collocamento, ed egli sempre uguale a se stesso me ne ha mostrato il maggiore impegno sì per la stima grande che ha concepito delle vostre cognizioni, sì ancora per i molti impulsi che ne ha ricevuti dall'onorevolissimo Barone Niebuhr. Tornato io a casa sei sere addietro verso mezz'ora di notte, seppi ch'egli era stato poc'anzi da me, ed io immaginando che trattavasi di affare vostro mi recai all'istante da lui, senza però trovarlo. Ieri mattina ricevo un di lui cordialissimo biglietto, entro il quale era inserito il Dispaccio di Segreteria di Stato che in copia v'invio. Nel biglietto mi domandava in quale ora pomeridiana poteva egli con sicurezza trovarmi, onde concertare l'occorrente per dare l'ultima mano alla bella impresa. Risposi che ieri sera verso un'ora di notte sarei stato da lui. Non vi sto a dire gli ulteriori passi ch'egli avea fatto onde far sentire al Segretario di Stato, e per di lui mezzo al Papa, il dovere d'impiegare convenientemente, ed a beneficio dei buoni studi, un suddito della vostra tempra che languisce in una non meritata dimenticanza, e che negli altri stati sarebbe stato a quest'ora impiegato per onore del paese in quelle cose nelle quali pote farsi tanto merito. Gli consegnò a tale effetto quel fascicolo dell'<hi rend="italic">Antologia</hi> in cui si parla di voi con tanta lode, e gli mostrò quello che il dotto Niebuhr stampò a vostra lode in faccia a tutta Europa. Il Segretario di Stato gli rispose che ne avrebbe subito parlato al Papa, e che onninamente qualche cosa sarebbesi fatto subito per voi, purchè voleste intraprendere qualche lavoro scientifico o letterario negl'interessi della sana Filosofia e della Religione. Due giorni dopo gli diresse il dispaccio sul quale amava di meco confabulare. Dunque, per farla breve, vi dico che dopo vari discorsi convenimmo, che voi dovete scrivere subito al Sig.r De Bunsen una lettera ostensibile, ch'Egli consegnerà al Segretario di Stato da cui verrà sottomessa al Papa. Spiegate in quella lettera una soave eloquenza, parlate con effusione di cuore, e mostratevi "zelatore dei buoni principj nonchè avverso a quello spirito regnante d'incredulità, che in tante guise prostituisce le scienze e le lettere a danno della Religione e della di lei Divina morale, unico mezzo di ricondurre le nazioni sul vero sentiere, e la pace tra gli uomini. Dite (ditelo assolutamente) che voi, conoscendo quanto vi è in oggi bisogno di combattere le detestabili massime della falsa filosofia colle sublimi della vera, avevate da qualche tempo ideato di fare conoscere all'Italia tutto il meglio delle opere di Platone (quello tra i filosofi Greci che più di ogni altro combatte il vile materialismo, e del quale gli stessi SS. Padri si sono prevalsi nelle loro opere immortali); ma che, abbattuto di spirito, confinato in Recanati, impedito dalle angustie economiche del vostro buon Padre di recarvi nella Capitale ove solo potete trovare quanto occorre all'impresa, avevate perduto il coraggio di porvi mano. Ora che, dalle gentilissime espressioni del Sig.r De Bunsen e dall'annessovi Dispaccio della Suprema Segreteria di Stato, rilevate con vostra immensa gioia che la generosa pietà del Sommo regnante Pontefice, e la bontà del suo dottissimo Primo Ministro vi apre la strada insperata di venire alla Capitale del mondo cattolico, e d'impiegarvi, senza dissesto della vostra famiglia, in lavori che possono essere conformi alle benefiche mire di così gran Sovrano, sentite nascere in voi la speranza di non essere un inutile peso alla terra. Che soltanto vi sgomenta il sentimento delle vostre poche forze, ma che qualunque esse siano, vi stimerete felice d'impiegarle tutte al servizio del vostro adorato Sovrano, o in quella impresa da voi ideata, o in qualunque altra che la Santità Sua credesse di comandarvi. Che attualmente siete giunto a Milano chiamatovi per diriggere la ristampa di tutte le Opere di Cicerone, ma che voi siete pronto a lasciare questa, ed ogni altra più utile destinazione in Stato estero, per consacrarvi tutto al servizio del vostro proprio Principe, e che potreste esser qui ai primi di Novembre, quando non vi venga ordinato di venir prima ecc.". Prevaletevi scrupolosamente di <hi rend="italic">tutte</hi> le frasi che vi ho tracciate, perchè sono appunto quelle che possono condurvi all'intento. Scrivete a Bunsen come se rispondeste ad una sua lettera. Scrivete in bella carta, e con carattere quanto più grande e leggibile potete. Mandate direttamente a Bunsen la vostra risposta sotto altro mezzo foglio per la direzione, e lasciate poi fare tra lui e me quello che occorre per il vostro interesse. Io credo che vi debbano assegnare non meno di scudi 50 al mese, e pagarvi il viaggio etc. Ma, ve lo ripeto, tenetevi strettamente al mio frasario con quelle aggiunte e con quel buono stile che vorrete adoperare. Maturate bene quanto con effusione di cuore vi ho scritto, ed agite virilmente.</p>
            <p>A proposito poi della nuova edizione di Cicerone, vuo' confidarvi una casualità, che potrebbe anche in ciò farvi merito, e porvi nel caso di continuare anche di qua nel contribuire a ciò che può farvi onore. Monsig.r Invernizzi (quello che nella sua gioventù mandò in Germania quanto servì per una perfetta edizione di Aristofane) mi disse l'altra sera che tra i peccati della sua gioventù (l'uomo non è meno pio che dotto) aveva collazionati dieci o dodici codici sopra Cicerone esistenti allora nella Biblioteca Zelada e poscia passati in Ispagna. Che ne aveva formato un grosso fascio di varianti, ponendone alcune al margine dello stesso suo Cicerone nell'edizione in piccolo 4° stampata a Napoli colle note del Gronovio. Che peraltro quelle carte giacevano già da trent'anni in un scaffale, e che forse i tarli ne faceano malgoverno. Mi esternai con lui sulla vostra attuale impresa, e gli domandai se aveva difficoltà di cederle a voi. Egli se ne mostrò dispostissimo, soggiungendo però che dovea cedere ancora all'uopo l'opera postillata di Cicerone, e che perciò ne richiedeva un'altra edizione, benchè quella di Napoli sia rimasta incompleta. Ve lo scrivo per vostra norma, lasciando alla vostra perspicacia la cura di risolvere.</p>
            <p>Ancora un altro cenno. Mi disse De Bunsen che conoscendo quanto il Segretario di Stato ami le belle lettere, voleva per dargli un saggio dei vostri talenti passargli l'esemplare delle vostre vaghissime Canzoni, il di cui merito poetico è senza dubbio eminente. Ma che se ne è astenuto, perchè senza dubbio i principj ivi esposti sono a contro senso dei principj di governo, ed al segno, che si meravigliava come ne fosse stata permessa la stampa. Vedete, caro Nepote, come si avverano lo osservazioni mie, e quanto potete pregiudicare ai vostri avanzamenti e qui e costì col secondare le favorite idee di certi uni, che non sanno cosa vogliono, o per dir meglio, che vogliono quello che ognuno sa. Siate cauto, e se ve ne parlano, mostrate sempre di dare a quei poetici capricci un senso diverso da quello che apparisce. Ricordatevi che vi parla chi ha più esperienza di voi, e che di cuore si ripete il vostro aff.mo Zio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1825)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>Bologna 22 Luglio 1825.</date>
            </opener>
            <p>Carissimo signor Padre. Ho ricevuta la cara sua dei 15. Nella mia di Lunedì scorso fui brevissimo perchè mi trovava la testa imbarazzata da mille faccende a cui non sono assuefatto. Mi dimenticai anche di dirle che vidi a Sinigaglia la Zia Eleonora, che sta bene e saluta caramente Lei e la Mamma. A Pesaro non ebbi tempo di vedere se non la famiglia Cassi che sta tutta bene, e quel che si è detto costì di Schiavini è un sogno. Io ho sofferto nel viaggio e qui in Bologna un caldo orribile, e dovendo girare continuamente nelle ore più abbruciate mi sono strutto e mi struggo ogni giorno in sudore. Il termometro è arrivato qui a 29 gradi. Con tutto questo, in vece di peggiorare, come io teneva per certo, sono anzi talmente migliorato della salute, che nessuno strapazzo mi fa più male, mangio come un lupo, e il solo incomodo che io abbia è tutto il contrario che per il passato, cioè una stitichezza di ventre che arriva ad un grado che io non ho mai più provato in mia vita. Anche gli occhi sono migliorati assai. Sono stato tentatissimo di fermarmi qui in Bologna, città quietissima, allegrissima, ospitalissima, dove ho trovato molto buone accoglienze, ed avrei forse modo di mantenermivi con poca spesa, occupandomi di qualche impresa letteraria che mi è stata offerta, e che non richiederebbe gran fatica, nè mi obbligherebbe per troppo tempo. Ma il Sig. Moratti, (il corrispondente di Stella), mi ha rappresentato che Stella avrebbe ben ragione di dolersi di me se io mancassi all'impegno contratto con lui, e non avendo potuto persuaderlo colle mie ragioni, sono stato costretto quasi per forza a consentire di veder Milano a spese di Stella. Ancora non abbiamo determinato il giorno nè il modo della partenza, ma credo che questa sarà in breve. Fin qui non ho potuto vedere il Zio Raimondo perchè, per quanto ne abbia cercato, nessuno mi ha saputo dire dove abiti. In ogni modo proccurerò ancora di vederlo, e se occorre, ne domanderò in Polizia. A caso ho saputo che D. Rodriguez, di cui la Mamma mi disse d'informarmi, sta passabilmente bene, quantunque più che ottuagenario. Io sono stato e sono ancora alloggiato ai Frati Conventuali, cioè nel Convento del mio compagno di viaggio. A Milano non contrarrò impegni troppo durevoli, perchè, oltre che non piacciono a Lei, non piacerebbero nè anche a me. La ringrazio degli avvertimenti che Ella mi dà con tanto affetto, e propongo di seguirli in ogni parte. Se avrò un momento di tempo, le tornerò a scrivere prima di partire, se no, le scriverò da Milano. La prego dei miei teneri saluti alla Mamma e ai fratelli, e più la prego ad amarmi e a persuadersi della sincerità dell'affetto, con cui mi protesto Suo amorosissimo e gratissimo figlio Giacomo.</p>
            <p>Scrivo oggi anche allo Zio Ettore.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Ettore L. (1825)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A ETTORE LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>Bologna 22 Luglio 1825.</date>
            </opener>
            <p>Caro Zio. Non voglio partire da Bologna senz'avervi scritto, sapendo quanto interesse voi prendiate alle mie nuove per vostra bontà. Sono giunto qui, come forse saprete, fino da Domenica scorsa. Ho dubitato molto se dovessi continuare il viaggio fino a Milano, tanto più che il caldo fino a ieri è stato insopportabile, e che molti amici di qui mi hanno fatto premura di fermarmi in Bologna per attendere a certe imprese letterarie. Nondimeno l'impegno già contratto a Milano mi ha finalmente deciso a lasciare questa città, quantunque di mala voglia. Ieri avemmo gran pioggia e grandine, e questa mattina ancora ha piovuto, sicchè il caldo è più soffribile. Io partirò, credo, Lunedì o Martedì. Da Milano, piacendo a Dio, tornerò a scrivervi. In tanto datemi o fatemi dare le vostre nuove, che desidero e spero buone. Salutatemi tutti di casa e il Sig. Curato. Vogliatemi bene quanto io ne voglio a voi, comandatemi se posso servirvi, e credetemi pieno di amore e di riconoscenza per sempre Vostro affettuosissimo Nepote Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.F.Stella (1825)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO FORTUNATO STELLA - MILANO.</hi>
               </salute>
               <date>Bologna 22 Luglio 1825.</date>
            </opener>
            <p>Signore ed amico pregiatissimo. Dopo scritta la mia del 19 giugno p.p. dovetti attendere il passaporto da Roma molto più lungo tempo ch'io non aveva creduto. Giuntomi il passaporto, mi trovai sorpreso da una flussione d'occhi ostinata, che m'impediva non solo lo scrivere, ma anche il dettare, obbligandomi a vivere quasi del tutto allo scuro. Questa malattia, atteso il mio genere ordinario di vita, occupata solamente nei libri, mi sarebbe stata sempre acerbissima, ma in nessun tempo mi poteva riuscire più dolorosa che in quello, nel quale mi privava quasi della speranza di rivederla e di riabbracciarla. Finalmente permettendomelo i medici, feci vettura per Bologna, proponendomi di provare se il moto e la distrazione del viaggio mi giovassero, e in tal caso proseguire il cammino per costì. Qui ho veduto il signor Moratti, il quale mi ha consegnata la sua carissima dei 15 corrente. Sono stato molto indeciso se dovessi continuare il viaggio, stante che i miei occhi, sebbene un poco fortificati dal moto, non sono ancora guariti dalla flussione, e si prestano di mala voglia all'applicare. Ho rappresentato questa cosa al signor Moratti, dichiarandogli e ripetendogli che la mia giusta delicatezza non mi permetteva di venirle innanzi a profittare del suo invito in uno stato nel quale poco o nulla fossi atto a servirla. Veggo che il signor Moratti non si persuade per queste ragioni, anzi mi protesta che io non potrò mancare di darle dispiacere se Ella saprà che io, essendo giunto sino a Bologna, non ho proseguito il viaggio, e non ho creduto possibile di profittare della sua gentilezza. Il darle dispiacere sarebbe cosa tanto dolorosa per me, che non ho potuto a meno di rispondere al signor Moratti che piuttosto che disgustarla, io era pronto ad adempiere in qualunque modo la mia promessa e continuare il cammino al più presto. Converremo insieme del modo, ed Ella intanto si persuada che io non farò alcun risparmio delle mie forze per servirla, e che non ho maggior desiderio che di ripeterle in presenza e provarle col fatto che io sono di tutto cuore il suo vero e cordialissimo amico e servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.M.Emiliani (1825)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIUSEPPE M. EMILIANI</hi>
               </byline>
               <date>Faenza 25 Luglio 1825.</date>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo Sig.r Conte. Trovandomi in Roma, e avuto discorso con Piero Visconti sulle di lei Canzoni, e sulla rapidità (indizio certo del merito delle medesime) con cui furono esaurite le ripetute Edizioni, trovava utile di farne una ristampa in un sesto tascabile e comodo, ommettendo le note che non fossero necessarie. Non ebbi che ridire di questo suo divisamento, e dissi che in Faenza, ove abbiamo una buona stamperia, e prezzi discreti, si poteva intraprendere, ed io m'incaricavo dell'esecuzione, certo di far cosa grata agli animi Italiani, e ai buoni studi. Pregai però l'amico Visconti a voler scrivere a Lei per renderla intesa della cosa, e sapere se avesse avuto altro d'inedito da aggiungere, o correzioni da fare. Il Visconti partì per Napoli col Principe Corsini, ed io per Firenze, e solo a questi giorni mi sono restituito a Faenza, ove ho ritrovato la gentilissima sua 13 Giugno p.o p.o, a cui rispondo, che, se a Lei piace, attenderò l'esemplare, corretto in quel modo che Ella gradirà che si pubblichi. E rallegrandomi seco Lei del suo modo di sentire e di scrivere, e col desiderio che altri sentano e scrivano egualmente, e che il frutto risponda, e sì facendo, risponderà certamente, esibendomi a' suoi comandi me le dichiaro devotissimo, obbligat.mo Servitore.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1825)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>Bologna 26 Luglio 1825.</date>
            </opener>
            <p>Carissimo signor Padre. Non avendo potuto liberarmi dall'impegno di andare a Milano, partirò domani dopo pranzo per colà, con animo di restarvi non più che un mese circa, e poi tornare a Bologna, dove non le posso esprimere quante accoglienze, e quante premure mi sono state fatte perchè io rimanga, e dove mi occuperò in cose letterarie che non mi impediranno di tornare a Recanati quando le piaccia. Ho ricevuto la sua del 22, nella quale mi raccomanda di scriverle spesso. Nel poco tempo che io conto di passare a Milano, forse le mie lettere non saranno molto frequenti, perchè ciascuna mi costerà per francarla baiocchi otto, e ogni lettera di fuor dello Stato mi costerà per riscuoterla baiocchi sedici. Ma poi da Bologna non mancherò di scrivere il più spesso che potrò. La mia salute, grazie a Dio, è buona. Oggi abbiamo una giornata piovosa e fresca, che mi fa sperare un viaggio non troppo travagliato dal caldo. I miei saluti amorosissimi a tutti; ed Ella mi ami, mi benedica, e mi creda sempre suo affettuosissimo figlio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Carlo L. (1825)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>Milano 31 Luglio 1825.</date>
            </opener>
            <p>Carlino mio. Non ti posso esprimere quanto dolore mi ha cagionato la tua dei 25 che ricevetti nel momento ch'io montava in legno per Milano. Io non scrissi con quell'ordinario col quale avevo promesso di scrivere, perchè non essendo ancor pratico della tabella degli arrivi e delle partenze, la quale in Bologna è una vera algebra, credetti di essere a tempo in un'ora in cui la posta era già passata. Spero che a quest'ora Babbo avrà ricevuta la mia de' 22 e l'altra de' 26, e Zio Ettore quella parimente dei 22. Mi dimenticai di dire che vidi finalmente in Bologna il Zio Mosca, il quale sta bene, quantunque si lagni de' suoi nervi, e saluta tutti. Sono arrivato qui iersera, dopo un viaggio felice, che ho fatto in compagnia di due viaggiatori inglesi. Al primo aspetto mi pare impossibile di durar qui neppure una settimana, ma siccome l'esperienza mi ha insegnato che le mie disperazioni non sempre sono ragionevoli e non sempre si avverano, perciò non ardisco ancora di affermarti nulla, ed aspetto molto quietamente quello che porterà il tempo. Io sospiro però per Bologna, dove sono stato quasi festeggiato, dove ho contratto più amicizie assai in nove giorni, che a Roma in cinque mesi, dove non si pensa ad altro che a vivere allegramente senza diplomazie, dove i forestieri non trovano riposo per le gran carezze che ricevono, dove gli uomini d'ingegno sono invitati a pranzo nove giorni ogni settimana, dove Giordani mi assicura ch'io vivrò meglio che in qualunque altra città d'Italia, fuorchè Firenze; dove potrei mantenermi con pochissima spesa, e per questa avrei parecchi mezzi già stabiliti e concertati, dove ec. ec. Milano non ha che far niente con Bologna. Milano è uno <hi rend="italic">specimen</hi> di Parigi, ed entrando qui, si respira un'aria della quale non si può avere idea senza esservi stato. In Bologna nel materiale e nel morale tutto è bello, e niente magnifico; ma in Milano il bello che vi è in gran copia, è guastato dal magnifico e dal diplomatico, anche nei divertimenti. In Bologna gli uomini sono vespe senza pungolo, e credilo a me, che con mia infinita maraviglia ho dovuto convenire con Giordani e con Brighenti (brav'uomo) che la bontà di cuore vi si trova effettivamente, anzi vi è comunissima, e che la razza umana vi è differente da quella di cui tu ed io avevamo idea. Ma in Milano gli uomini sono come <hi rend="italic">partout ailleurs</hi>, e quello che mi fa più rabbia è che tutti ti guardano in viso e ti squadrano da capo a piedi come a Monte Morello. Del resto chi ama il divertimento, trova qui quello che non potrebbe trovare in altra città d'Italia, perchè Milano nel materiale e nel morale è tutto un giardino delle Tuilleries. Ma tu sai quanta inclinazione io ho ai divertimenti. Per ora non ti dico di più, perchè le cose che ti potrei dire sarebbero infinite. Dammi o fammi dar nuove del Zio Ettore, e fagli fare i miei saluti. Abbraccia i fratelli per me. Salutami Babbo e Mamma caramente, e se mi scrivi, dammi nuove di tutti. Già s'intende che tu m'hai da parlar di te più lungamente che puoi. Se fosse possibile che tu ne dubitassi, ti direi che lontano o vicino, tu sei sempre quel mio caro Carlo, che è per me una cosa unica, perchè neppure in Giordani col quale si può dire che sono convissuto in Bologna, ho potuto trovare un altro Carlo, e non lo troverò certamente mai in vita mia. Addio, caro Carluccio. Io sto bene; gli occhi stanno passabilmente. Finisco, perchè scrivo quasi all'oscuro. Anche in Milano usano i vicoli. Tu sai se ti voglio bene; addio addio. Dammi nuove anche di Pietruccio. Ho avuto in Bologna una visita d'un certo Astolfi ch'è venuto a trovarmi per commissione del Sig. Antonio Condulmari, cosa che mi ha intenerito.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di L.Mazzanti (1825)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI LUCA MAZZANTI</hi>
               </byline>
               <date>Recanati 2 Agosto 1825.</date>
            </opener>
            <p>Amatissimo Amico. Quando io ebbi la grata Sua dei 21 passato Luglio mi rallegrai tutto, sentendo com'Ella si proponeva di rimanersene in Bologna, dove certo il Suo vero merito non poteva non procacciarle immantinente la stima di que' dotti, e l'affezione; Ella è troppo amabile per non divenire il padrone d'ogni cuore, fosse anche il meno sensibile. E questa mia compiacenza era tanto maggiore, in quanto io sperava di riabbracciarla fra poco, colà recandomi principalmente per questo vivissimo desiderio; ma questa dolce lusinga non appena nata si estinse, e non sorse che per mia maggiore afflizione. Giunsero col Corriere medesimo altre Sue lettere per le quali annunciava la partenza per Milano; partenza confermatami dall'ottimo Padre Maestro Poni, e mi accorsi da ciò ancora che non mi è dato di presagirmi un bene mai che non si converta in male. Non in tutto però l'avrà vinta la nemica fortuna; io sono rassicurato intanto della Sua prosperità, e sono certo del pari che dal viaggio di Milano ritrarrà sommo vantaggio; sfido tutto il suo sdegno a privarmi di questa consolazione; essa non dipende dal suo capriccio, ed io ne trarrò a dispetto di Lei il maggior conforto nella noia che mi circonda. Io La prego vivamente di alimentare questo piacere soavissimo colle frequenza delle Sue nuove, mezzo unico che ne resta nella distanza che ci divide, e di accrescerlo benanche dicendomi del sollecito Suo ritorno, seppur Le sarà facile il distaccarsi dai letterati Milanesi, e singolarmente dal sommo Sacerdote di Apollo, che se è maestro di color che sanno, ha poi l'anima così gentile, che direi quasi difficil cosa il non identificarsi con lui. Ella già ravvisa che io parlo del chiarissimo Cav. Monti; nè vi era bisogno di nominarlo, se la venerazione che gli professo nol richiedea, e il pregar Lei di ossequiarlo per me, e tenermi a lui caldamente raccomandato. Così cresceranno le mie obligazioni; chè già le sono assai grato di avermi richiamato alla memoria dolcissima dell'egregio professore Lampredi, le cui nuove, che più non aveva da molti anni, mi sono state d'infinito piacere; ora che conosco la sua dimora vado a scrivergli, e gli darò i suoi saluti. Il Suo bel cuore vorrebbe pur rallegrarsi con qualche buona notizia della mia salute; questo desiderio eccita tutta la mia riconoscenza. Ella sa che io vegeto non già in un rosaio, ma in un roveto; immagini dunque qual vita io meni; dopo specialmente la Sua partenza
<quote rend="block">
                  <lg>
                     <l>"Vommene in guisa d'orbo senza luce</l>
                     <l>Che non sa ove si vada, e pur si parte".</l>
                  </lg>
               </quote>

Nonostante, il corpo è meno infermo, e posso movermi alcun poco più libero; lo spirito però è poco manco che estinto. Non me ne dolgo; è forse un bene nella età in che è venuto il mondo, dal cui corso è ogni virtù sbandita <hi rend="italic">"Nè trovo chi di mal far si vergogni".</hi> Basti: siaci di sollazzo la speranza di un avvenire migliore.</p>
            <p>Podaliri e Puccinotti, che La ricordano sempre con tenerezza, Le ritornano duplicati i suoi cordiali saluti con espressioni le più affettuose. Io poi non saprei ridirle nella menoma parte ciò che sento per Lei; chè l'amor mio è inesprimibile, e la penna al buon voler non può gir presso. <hi rend="italic">Vale. Tuus sum; quidvis mihi impera, exequar.</hi>
            </p>
         </div1>
         <div1 n="A C.Antici (1825)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO ANTICI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>Milano 3 Agosto 1825.</date>
            </opener>
            <p>Carissimo Signor Zio. Non potei ringraziarla nè del passaporto procuratomi costì, nè della sua graziosa e amorosa lettera, nè della commendatizia per Alborghetti, nè del suo bel libro e della gentile menzione che Ella vi ha fatta di me; non potei, dico, ringraziarla prima della mia partenza da Recanati, perchè me lo impedì un'ostinata flussion d'occhi, che non è ancora sanata, benchè mitigata. Ora ricevo per mezzo di Alborghetti (col quale si è parlato molto di Lei) la sua de' 21 Luglio, alla quale rispondo subito, e con questo medesimo ordinario scrivo al signor de Bunsen nel modo da Lei suggeritomi. Quanto ai ringraziamenti da farsi a Lei, stimo bene di tralasciarli per non ripetere le cose che ho dovuto già dir mille volte. Quanto al signor de Bunsen, la prego a volergli significare Ella stessa la mia riconoscenza più lungamente di quello che io ho potuto fare nella mia lettera. Venendo poi all'offerta del Segretario di Stato, le dirò in confidenza che se il governo non mi darà o non mi assicurerà fuor di ogni dubbio un buono e durevole stabilimento prima ch'io venga a Roma, io non mi muoverò di qua, dove posso fissarmi per sempre, e vivere a spese d'altri; ovvero, se mi muoverò di qua, mi stabilirò piuttosto a Firenze, oppure a Bologna, dove mi sono fermato nove giorni e sono stato accolto con carezze ed onori ch'io era tanto lontano dall'aspettarmi, quanto sono lontano dal meritare, e dove tra i molti partiti che mi si offrono, ho quello di un giovane signore Veneziano ricchissimo e studiosissimo che mi vuole onninamente con sè per aiutarlo negli studi. Vedrò quello che ulteriormente sarà fatto dal Segretario di Stato, ed allora mi determinerò secondo i di Lei consigli, che la prego caldamente a continuarmi.</p>
            <p>Le dirò ancora che vaca attualmente in Bologna il posto di Segretario dell'Accademia di belle arti, il quale, come tutti mi han detto, non esige cognizioni maggiori di quelle poche che io ho, e mi lascerebbe quasi tutto il tempo libero agli studi. Il soggiorno di Bologna sarebbe per me molto più grato e più profittevole che quel di Roma, perchè in Roma non potrei conversare se non con letterati stranieri (giacchè non vi sono <hi rend="italic">letterati romani</hi>), il che è cosa molto difficile per me, che non sono esercitato nelle loro lingue: laddove Bologna è piena di letterati nazionali, e tutti di buon cuore, e prevenuti per me molto favorevolmente. Se il signor de Bunsen proponesse al Segretario di Stato di darmi il detto impiego, forse la cosa riuscirebbe, e in tal caso io potrei servire il Sovrano con quelle opere che gli piacesse, e il governo non avrebbe per mia cagione una nuova spesa, giacchè non farebbe che tenermi in un impiego che in ogni modo dovrebb'essere occupato e pagato.</p>
            <p>Ho fatto leggere a Stella il di Lei paragrafo relativo a Monsignor Invernizzi. Stella sarà infinitamente grato a Lei e a quel Signore se vorrà concedergli le sue Varianti, coll'edizione postillata ec. Le dette Varianti si pubblicheranno sotto il nome di Monsignor Invernizzi, con tutto l'onore dovutogli. Stella darà subito ordine a un suo corrispondente costì, perchè ponga a disposizione di Monsignor Invernizzi un esemplare di una qualunque edizione completa delle opere di Cicerone, a scelta del medesimo Invernizzi. Se in Roma non si troverà un'edizione che gli soddisfaccia, l'Invernizzi nominerà quella che gli sarà più a grado, e questa gli sarà inviata di qua.</p>
            <p>Ella mi perdoni il rozzo e frettoloso scrivere. Sono impaziente di leggere la sua nuova traduzione, che in Recanati non potei se non trascorrere, perchè gli occhi non sopportavano la lettura. La prego de' miei teneri saluti alla Zia ed ai cugini. Ella segua ad amarmi e mi creda costantemente suo affezionatissimo e gratissimo nepote.</p>
            <p>P.S. Al suddetto corrispondente di Stella potrà Monsignor Invernizzi consegnare, se così gli piace, le sue <hi rend="italic">varianti</hi>. Questo corrispondente sarà il libraio Paolo Olmi, che avrà cura di farle ricapitare a Milano con sicurezza.</p>
         </div1>
         <div1 n="A C.Bunsen (1825)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO DE BUNSEN - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>Milano 3 Agosto 1825.</date>
            </opener>
            <p>Pregiatiss. Sig. Cavaliere. Non entrerò a ringraziarla della tanta cura da Lei presa di porre sotto gli occhi del l'E.mo Sig. Card. Segretario di Stato quel poco che Ella ha potuto allegare in mio favore. Ella ama più di beneficare che di essere ringraziata, ed a me mancherebbero le parole atte ad esprimerle tutta la mia gratitudine.</p>
            <p>Venendo subito all'oggetto principale della sua gentilissima, le dirò che io ne' miei studi non ho, già da gran tempo, altra mira, che quella di congiungere colla bella e classica letteratura, la vera e sana filosofia, senza la quale tutti gli altri studi mi paiono poco capaci, non solo di giovare agli uomini, ma anche di dilettarli durevolmente. Attendendo, come ho fatto, alle ricerche filosofiche, e leggendo i libri di quei moderni che portano il nome di filosofi, non ho potuto a meno di non compiangere la orribile incertezza nella quale tanti buoni ingegni moderni sono stati gettati da una malintesa libertà di pensare, e soprattutto l'infelice stato della morale pubblica ai nostri tempi, e quella totale rovina e dissoluzione dalla quale è minacciata al presente la società per la diffusione di principii incompatibili colla vita sociale degli uomini. Riflettendo sopra gli andamenti dello spirito umano e sopra lo stato del nostro secolo, mi sono intimamente convinto che la pura ragione umana, secondo un bel detto dello stesso Bayle, è uno strumento di distruzione e non di edificazione. Molti progetti e disegni di opere mi sono passati per la mente, lo scopo delle quali sarebbe stato di giovare alla società nel miglior modo possibile, cercando di rimettere in piedi quei principii, senza i quali la medesima società è veramente un'idea contraddittoria in se stessa. Ma quel progetto del quale mi sono compiaciuto principalmente, è stato di far conoscere agl'Italiani il più gran propugnatore dei fondamenti della morale religiosa che abbia avuto l'antichità, voglio dire il divino Platone, principe dell'eloquenza filosofica, e tanto lodato ed amato dai primi Cristiani, ma ora non conosciuto in Italia se non di nome e di fama semplicemente. Mia intenzione era di darne tradotta nel più puro italiano che si potesse, tutta la parte eloquente, lasciando le spinosità dialettiche, e corredandola di concetti filosofici diretti allo scopo specificatole di sopra. Ma chiuso nella mia piccola patria, priva di ogni aiuto letterario, mi mancava il coraggio e l'alacrità necessaria a questa impresa, ed io disperava totalmente di potere, nè in questo nè in altro modo, rendermi utile alla mia nazione. Ora la sua pregiatissima lettera e il venerato Dispaccio della suprema Segreteria di Stato, che Ella mi fa conoscere, mi dimostra con mia indicibile gioia che la generosa pietà del regnante Sommo Pontefice, e la bontà del suo dottissimo Ministro, mi apre insperatamente la strada di venire alla Capitale del mondo Cattolico, e quivi con tutti i mezzi necessarii impiegarmi in lavori che possano essere conformi alle benefiche mire di tanto Principe. Io non posso dissimulare a me stesso la piccolezza delle mie forze, e questa mi spaventa; ma qualunque sia il mio potere, io mi stimerò felicissimo d'impiegarlo tutto in servigio del mio Sovrano, sia in quella impresa che io aveva immaginata, sia in qualunque altra che alla Santità Sua piacesse d'impormi. Sono ora qui in Milano da pochi giorni, chiamatovi per dirigere la edizione latino-italiana di tutte le opere di Cicerone; ed altre imprese letterarie mi si propongono da Firenze, con vive e replicate istanze di recarmi a soggiornare in quella Capitale. Ma per dedicarmi al servigio del mio Principe naturale, sono pronto a lasciare ogni più utile destinazione in paese estero, e potrò essere costà in Roma verso il principio del prossimo Novembre, quando non mi sia comandato di venir prima, nel qual caso un solo cenno mi farà tralasciare ogn'indugio.</p>
            <p>Mi resta ora di pregarla istantemente a voler significare all'E.mo Sig. Card. Segretario di Stato quanto vivi, teneri ed umili sentimenti di riconoscenza abbia eccitati in me la notizia delle benefiche intenzioni del Santo Padre e della Eminenza Sua verso di me, e quanto grande ed ardente sia il desiderio che io ho di mostrarmi o di rendermi meno indegno che sia possibile di tanta benignità.</p>
            <p>Ella si compiaccia di servirsi di me dovunque mi creda atto, e ricordandole di nuovo la mia indelebile gratitudine, con perfetta stima ho l'onore di ripetermi Suo devotissimo obbligatissimo servitore Giacomo Leopardi</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Papadopoli (1825)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO PAPADOPOLI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <date>Milano 6 Agosto 1825.</date>
            </opener>
            <p>Signor Conte pregiatissimo. Sebbene io non posso ancora darle notizia certa del partito che io potrò prendere circa il fermarmi qui o tornare a Bologna, non voglio però lasciare di salutarla e di ridurmele fin da ora alla memoria, come Ella è e sarà sempre nella mia. Mi trovo qui di malissima voglia, occupato in istudi che abbomino, e ricaduto nella mia vecchia e consueta malinconia, senza un solo amico e senza niuna certezza dell'avvenire. Lo Stella vuole e si persuade a ogni patto ch'io debba essere il Direttore della sua impresa. Io poco assuefatto e poco abile a trattare cogli uomini, sono in un grande impaccio, detestando da una parte la noia e l'inutilità di questo assunto, e sospirando per Bologna; ma dall'altra parte o non osando o non sapendo contrappormi al volere di Stella, perchè sono pur troppo solito a cedere alle istanze altrui, non ostante ogni danno ed incomodo che me ne segua, e perchè l'avermi lo Stella pagato il viaggio da Recanati a Milano, mi fa credere di essere in certa maniera ridotto alla obbligazione di servirlo. Nondimeno farò pure ogni sforzo per trarre dalla mia debole e sciocca natura il vigore necessario a svilupparmi da questi lacci. Qui non ho conosciuto ancora se non pochissime persone di merito, e tra queste niuna che mi paia disposta a concedermi la sua amicizia, eccetto il Cav. Monti, al quale ho portato i suoi saluti e quelli del conte Pepoli e del prof. Costa, e che mi ha parlato di Lei con lode e con amor grandissimi. Mi ha trattato molto benignamente, e mi ha dato licenza di vederlo spesso.</p>
            <p>In questa solitudine (chè Milano è veramente tale per me) non ho maggior consolazione che di ripensare a Lei, e di congratularmi colla Italia che la natura abbia posto tanta virtù, tanto ingegno, tanto sapere e tanta bontà in un giovane signore fornito di tutti gli aiuti possibili per valersi di questi doni. Mi consola ancora lo sperare che Ella mi voglia bene, e che la nostra lontananza, o breve o lunga che debba essere, non sia per estinguere l'amicizia che Ella si è compiaciuta di significarmi in Bologna. Avrò per gran favore che Ella voglia salutare in mio nome la Contessa e il Conte Pepoli. Ma questa lettera pessimamente scritta e non comportabile se non da un amico suo pari, desidero che Ella non voglia mostrarla ad alcuno, anzi ne la prego di cuore. Ella mi adoperi se son buono a servirla, e tenga per fermo che un più valente e un più fortunato amico Ella potrà ben trovare senza difficoltà, ma non un più tenero, più caldo, più sincero, più fermo, nè uno che l'ammiri più intimamente del suo Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di L.Poni (1825)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">DEL PADRE LUIGI PONI</hi>
               </salute>
               <date>Bologna 7 Agosto del Santo 25.</date>
            </opener>
            <p>Stimat.mo Sig.r Conte. Ho sentito con piacere il suo felice arrivo in cotesta Città; mi rincresce però, che Lei abbia ordinato di spedirglisi il suo baullo; indizio certo che per qualche tempo non avrò il bene di rivederla, come mi era lusingato. Pazienza! Il Sig.r Moratti mi ha fatto dire, che sia in ordine il baullo, e con la prima sicura occasione che gli si presenterà, lo manderà a prenderlo per spedirglielo. La prego in avvenire a volersi dispensare di certi complimenti che mi offendono. Io non ho possuto fare per Lei quanto avrei voluto fare, essendomi trovato foresto ancor io in questo paese; mi riserbo però in migliore occasione per supplire al passato.</p>
            <p>Gli presento gli ossequi del P. Conventuale Barbetti, e del comune amico Governatore Mazzanti. Disponga della mia servitù in ogni occasione, e con tutta la stima mi protesto Suo D.mo ed Obl.mo.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Brighenti (1825)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO BRIGHENTI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <date>Milano 8 Agosto 1825.</date>
            </opener>
            <p>Caro Brighenti. Avrei dovuto scriverti prima, per ringraziarti di tanto amore e di tanta gentilezza che mi dimostrasti in Bologna; ma sono stato finora così confuso e imbarazzato, e ho fatto tanto capitale della tua bontà, che ho differito insino adesso a compiere questa obbligazione. Ebbi felice viaggio. Vidi a Parma Giordani, del quale saprai le buone nuove. Qui mi trovo malissimo e di pessimissima voglia. Pochi letterati ho conosciuto, e non mi curo di vederli per la seconda volta. Sospiro per Bologna, dove certamente o presto o tardi ritornerò per fermarmici stabilmente, ma ancora non ti posso dire il quando. Dammi nuove di te e dei tuoi. Salutami tutti caramente. Anche ai tuoi due forestieri, se ancora sono costì, non lasciar di fare i miei complimenti. Salutami ancora quegli amici e quei conoscenti che tu crederai che si curino dei miei saluti. Dammi pur qualche notizia letteraria di costà. Qui non si sa nulla di Bologna. Non puoi credere quanta sia l'ignoranza dei Milanesi circa la letteratura del mezzogiorno d'Italia. Quanto a Bologna poi, dicono questi librai che essa, rispetto a Milano, è sempre passiva e non mai attiva. Ciò non può provenire se non da negligenza dei librai di costà, perchè alla fine Bologna in numero e in merito di letterati vale assolutamente più di Milano in questo momento. Eppure i libri di Milano sono subito conosciuti nell'Italia inferiore, e quelli dell'Italia inferiore si conoscono a Milano o tardi o non mai. Il <hi rend="italic">Sofocle</hi> di Angelelli qui è ancora sconosciuto. Ti abbraccio, ardo di rivederti, e di ricuperare in te un vero amico, cosa che non ho nè spero di avere in Milano. Voglimi bene e comandami. Il tuo Leopardi. Non dimenticare, ti prego, la spedizione che ti raccomandai dell'operetta di Tommasini sul prognostico, al <hi rend="italic">Dott. Natale Prosperi in Recanati</hi>; e avvisami del prezzo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Papadopoli (1825)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO PAPADOPOLI</hi>
               </byline>
               <date>di Bologna adì 8 di Agosto 1825.</date>
            </opener>
            <p>Signor Conte. Non accade che io le dica di quanta consolazione mi sia stata la di lei lettera; e certo io me le sento obbligatissimo ch'ella mi voglia tanto bene, e ch'ella m'abbia tanto nella sua buona grazia da fidarsi di me, da volermi per amico. E dappoichè ella mi è liberale di così cara profferta, io l'accetto con l'animo tutto pieno di gratitudine, affidandola della costante mia amicizia, e della prontezza del mio cuore a dargliene certa testimonianza. - E imprimachè far parola del convenuto tra Lei e lo Stella, creda bene che nessuna circostanza la obbliga a rimanersene a Milano, nè creda ch'io vinto dal desiderio di vederla a Bologna possa non esserle sincero, chè nol potrebbe mai consentire il mio onore. Ella adoperi la potenza del suo ingegno, e fatto cuore, dica allo Stella come la natura di quel lavoro disconvenga a lei, e perchè faticoso, e perchè noievole; le quali cose potrebbero pure venire in danno della di lei salute. E nel vero io penso che quelle noie se non disservono all'ingegno, certo lo immalinconiscono, e da lei ella vedrà come questo sia malconveniente al di lei naturale così bisognoso di rallegrarsi. Quanto poi a Milano non le saprei che dire, ma solo mi par bene di osservare, che quella città popolosa farà il caso per tale, che viva la vita del galante, ma non mi pare si convenga a chi va in cerca di amici; chè certo nel numero di quei dotti che onorano quella città non ci veggo, eccetto il Monti ed alcuni altri forse, chi unisca il sapere alla bontà del costume, e alla innocenza dell'amare. Dal detto sin qui io spero ch'ella conosca necessario il venire qua tra noi, che l'amiamo e la riveriamo quanto si può amare e riverire un cavaliere perfetto di tante virtù, e di sì compita dottrina. Io qui vivo da forse un anno, e benedico il giorno il mese e l'ora in che io venni, e per la gentilezza di questi dotti, e pelle amicizie che mi ho procurate, tralle quali sono pure eminenti per ogni conto quelle della Contessa, del Costa e del Pepoli, che sono pure quelle persone che la pregano a venire a Bologna, e che hanno buona speranza di vederla risoluto ad abbandonare Milano.</p>
            <p>Delle lodi ch'ella mi dà le sono tenuto, perchè mi danno segno che la di lei amicizia giunse a sì alto grado, che l'amore le fa velo al giudicio, e di ciò io ne sono proprio allegrissimo. Al Monti la prego di tenermi raccomandato. La Contessa il Costa e il Pepoli, che assai mi parlano di lei, vogliono ch'io la risaluti cordialmente. Cacciati in bando tutti i complimenti, ella sia certo ch'io l'amo quanto so e posso, ch'io fido che l'amore moltissimo che le porto avrà virtù a trarnela di Milano, e a ricondurnela a Bologna.</p>
            <p>Pieno della speranza di vedere esauditi i miei voti, mi dichiaro suo affezionatissimo amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di C.Antici (1825)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO ANTICI</hi>
               </byline>
               <date>Roma 14 Agosto 1825.</date>
            </opener>
            <p>Caro Nepote. Complimenti da banda, poichè se mi portaste il leale affetto che io porto a voi, conoscereste che è maggiore in me il piacere di giovarvi, che in voi di vedervi giovare. Dunque eccovi concisamente il riscontro alla vostra dei 3. La ricevetti la mattina dei.... Fui la stessa sera da Bunsen, che si mostrò sommamente contento della lettera da voi direttagli, me la dette a leggere, ed io la trovai del tutto uniforme alle idee da me tracciatevi, perciò del tutto efficace per l'intento mio. Egli era deciso di esibirla al Card. Segretario di Stato la mattina dei 12, giorno della solita udienza presso il Segret.o di Stato. Ma io gli feci leggere la lettera da voi scrittami, e lo persuasi facilmente "che non vi era tempo da perdere, che dovea la mattina dopo inviare al Segr.o di Stato la vostra lettera, e con efficace viglietto accompagnandola, domandare per ora il vacante posto di Segretario dell'Accademia di Belle Arti in Bologna. Siccome poi l'emolumento era tenue, dovea soggiungere, come di proprio impulso, che dovendo voi occuparvi colà dell'opera di Platone etc. sarebbe stato proprio della munificenza sovrana di darvi per questo un personale assegnamento etc.". La risposta datagli dal Segr.o di Stato non può essere più lusinghiera per voi, nè più analoga alle nostre brame, come meglio conoscerete dalla copia che vi accludo. Saprete in seguito il definitivo risultato della trattativa, ed intanto custoditela sotto geloso segreto.</p>
            <p>Voglio dirvi poi, che Bunsen il quale ha vera amicizia per voi, e ve ne ha date non dubbie prove, mi esternò il suo contento che le vostre canzoni siano qui sconosciute al Segret.o di Stato e al Papa, e a chiunque potesse tenerne seco loro discorso, poichè avrebbero esse distrutte tutte le sue operazioni. Quella lettera sulle parole di Bruto - quella Canzone sull'opera scoperta da Mai - quel compianto sulle sparite Deità pagane - quei tanti e tanti pensieri sparsi con tanta bella poesia, e con tanto poca saviezza in tutto quel volumetto, vi fanno comparire quello che non siete, e non potreste mai essere senza rendervi per sempre infelice. Ho chiesto da lui il permesso di comunicarvi queste sue osservazioni, che sono, come già vi accennai, anco le mie, giacchè troppo mi preme la vostra temporanea ed eterna felicità. Rigettate con isdegno le stravolte idee di un secolo fradicio per l'incredulità. Attenetevi alla scuola di Fenelon e di Bossuet, ed abborrite la scuola contraria. Ma per guarirvi bene dalle false prevenzioni, mettetevi subito a leggere qualche opera conveniente. Scorrete intanto <hi rend="italic">Les soirées de Saint-Petersburg</hi> del Conte Maistre.</p>
            <p>Il dotto e rispettabile Mons.r Invernizzi è pronto a dare le sue varianti, e i 18 vol. delle opere di Cicerone nell'edizione Napoletana, che non fu però condotta alla meta, e prenderà in contro altra edizione completa, preferendo quella dell'Ernesti, o se fosse ultimata quella di Beck, ma in edizione <hi rend="italic">mercantile</hi>, perchè sia meno aggravato di spesa il libraio. Peraltro siccome quel suo lavoro ricavato da nove o dieci codici, circa trent'anni addietro, potrebbe (dice egli) non meritar nulla, o non valere l'importo dell'opera che riceverebbe in permuta, desidera che il Sig.r Stella deputi qui qualcuno di sua fiducia, ed esperto in questa materia, per farne il conveniente esame. Mi preme che questa cosuccia sia trattata da voi con tutta l'attenzione, onde ci stia bene la convenienza di Mons.r Invernizzi e mia, e l'interesse del Sig.r Stella.</p>
            <p>All'ottimo Sig.r Conte Alborghetti molti miei complimenti, ringraziandolo dell'obbligante risposta.</p>
            <p>Addio. Gradite il dolce e l'amaro della presente, come derivante fuor di dubbio dall'attaccamento con cui mi protesto vostro aff.o Zio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Brighenti (1825)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO BRIGHENTI</hi>
               </byline>
               <date>Bologna 18 Agosto 1825.</date>
            </opener>
            <p>Mio caro Giacomo. Ti ringrazio della carissima tua del giorno 8. Noi tutti eravamo veramente ansiosi di tue notizie. Godiamo del tuo felice arrivo, e della tua buona salute: ma non dimenticare Bologna, e già direi che cominciassimo a trattare del tuo ritorno. Questo è l'argomento che preme. Se vuoi a perditempo stendere quel manifesto per la raccolta de' traduttori, lo avrò caro. Una simile intrapresa ci farà un po' stentare a principio, perchè esige dei mezzi, e non solo ne son io privo, ma tutto il paese, che strilla come ossesso per difetto di soldi. Tuttavolta con pazienza, e con molta attività si potrà ripiegare, e quando siasi inviata, ella potrebbe provvedere alle bisogne, o bisogna, come dicono adesso, chè io nol so.</p>
            <p>Il bellissimo tuo canto amoroso è stato molto lodato, a quel che ne ho udito da un libraio, ma io non ho veduto alcuno de' padri della nostra letteratura, perchè e' sono a villeggiare. Credo però di poter giudicare che generalmente abbia incontrato; altrimenti avrei udite le critiche.</p>
            <p>Il mio Tirsi, cioè il contino Pepoli, ha dato in luce un libriccino di sonetti. Mi pare che mostrino aver egli buoni capitali per far bene: ma la più che servile imitazione lo ha condotto (sempre a debole parer mio) ad esser meno assai di lui stesso.</p>
            <p>Avete ragione a dire che i Milanesi ignorano la nostra letteratura; ma non avrebbon essi ragione se se ne lamentassero. La colpa è di loro; perchè noi non troviamo libraio milanese che voglia comprare uno de' nostri libri, e se lor si spediscono all'azzardo, hanno la bontà di rimandarli. Milano ha la malinconia dell'antica Roma e della moderna Parigi, di creder barbaro tutto il mondo che non è Romano.</p>
            <p>Ho mandato al Prosperi il libro del <hi rend="italic">Prognostico</hi>. Per bacco, io me n'era dimenticato. È inutile che ve ne dica il prezzo, perchè sta tutto in 15 baiocchi; nè ciò vale la pena che teniate conto aperto.</p>
            <p>Ho i più distinti doveri e ringraziamenti di mia famiglia, della memoria che ci conservate: ma non ho ancor fatto i vostri saluti agli <hi rend="italic">esteri</hi>, perchè, come dissi, non li ho veduti, e quanto ai nipoti modanesi, essi tornarono all'ombra della Secchia, e ci lasciarono poco dopo la tua partenza; cosicchè ora in casa nostra ci è un silenzio che pare un convento di certosini.</p>
            <p>Chiudo la lettera donde cominciai. Mio caro, ti prego a persuaderti che molto ti amava e ti stimava prima di conoscerti di persona, ma che in ora quella tua affabilità e modestia, e quel tuo dolce carattere mi hanno proprio innamorato di te, e delle virtù tue. Io desidero ardentemente di darti le prove di questi miei sensi, che ti giuro escono dal più vivo del mio cuore. Addio, mio caro. A rivederci. Scrivimi, sai, quanto più puoi. Addio, addio.</p>
            <p>Scusa sempre il male scrivere, e abbada all'animo. Disponi le cose pel ritorno, e scrivimi i tuoi pensieri e progetti. Mi sento degno di udirli, tanto ti amo. Addio.</p>
            <p>Senti se costì si potesse avere un Catalogo di tutti i libri, giornali, libercoli, fogli ecc. pubblicati in Milano dall'anno 1795 a tutto l'anno 1815. Servirebbe per la mia <hi rend="italic">Storia del regno d'Italia.</hi>
            </p>
         </div1>
         <div1 n="Di Carlo L. (1825)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>
                  <add resp="ed">Recanati</add> 19 Agosto 1825.</date>
            </opener>
            <p>Caro Buccio. Ero in Sinigaglia, dove sono stato otto giorni, quando giunse la tua dei 31 Luglio. Per non aggravarti di spese postali, ti scriviamo, come vedi, di raro. Se questa ti giunge a dovere, potrai prevalerti del medesimo strattagemma, che noi crediamo molto economico. Tutti stiamo bene, e ci regge la lusinga che sia lo stesso di te, nella mancanza in cui siamo delle tue nuove. Alborghetti scrisse ordinarj sono a Babbo una lettera molto compita sopra di te. Il Zio Ettore è perfettamente guarito: Paolina ti dirà in ultimo qualche cosa di nuovo che la riguarda; ed eccoti esaurito l'articolo delle notizie. Il punto più importante per me è quanto tu mi dici sull'impressione che ti ha fatta Milano: due parole mi bastano per concepire la qualità di mondo che hai trovato; specialmente, caro Buccio, di ritorno da Sinigaglia, la quale, se Milano è un saggio di Parigi, è in quei giorni, a detta di tutti, un saggio di Milano. Ho visto un mondo di cui non aveva idea, nè mai me lo sarei immaginato così ostile. In conclusione anche chi non vuol niente da alcuno, per esser lasciato vivere, conviene che o si faccia in tutto similissimo agli altri, ovvero che metta fuori qualità brillanti sostenute con un coraggio piuttosto somigliante all'impudenza che alla magnanimità: diversamente egli è oggetto di un disprezzo così potente che l'uomo il più stoico non saprebbe sostenerlo. Il vivere ritirato in mezzo alla folla, comodo che si attribuisce alle capitali, sembra che in tali paesi sia impossibile. Quello di cui parlo, popolato momentaneamente per la maggior parte di forestieri settentrionali, e d'Italiani anch'essi situati tutti più di noi verso il Nord, mi ha somministrato una prova di quanto ho letto altre volte nei scrittori moderni, che si trova più attività e più illusioni rapporto alla vita nelle regioni gelate; mentre, più si avanza verso il Mezzodì, più domina l'indolenza e il vivere puramente animale. Io, caro Buccio, non era dei peggio armati fra i giovani, nel campo di cui ti parlo, nè il sesso giudice mi ha manifestato un solo voto sfavorevole; egli era come l'ho sempre trovato finora: tuttavia le abitudini di perfetto ozio ed indifferenza che si contraggono vivendo a Recanati, e l'ignoranza in cui era perfino che un tal mondo esistesse, merito del non aver mai messo il piede fuor della porta, mi fecero trovare questo nuovo stato molto faticoso. Figùrati se, tornato da Sinigaglia, al legger la tua lettera, m'investii della tua situazione, trovando che mi descrivevi fastidii totalmente simili a quelli da cui usciva. Sentii un dispiacere veramente grande che anche a te il diavolo avesse mandato fra le gambe questo sciocco spirito di osservazione curiosa ed insolente, che non avrei mai creduto indigeno delle capitali. Madama di Staël ha su di ciò un passo molto giusto al suo solito. Invano diciamo a noi stessi: "Il tal uomo non è degno di giudicarmi, la tal donna non è capace di comprendermi". Il volto umano esercita un gran potere sul cuore umano, e quando voi leggete su questo volto una segreta disapprovazione, essa v'inquieta sempre a vostro malgrado. Finalmente il circolo che vi sta intorno finisce sempre per celarvi il rimanente del mondo: il più piccolo oggetto, posto innanzi al vostro occhio, v'intercetta il sole. Accade lo stesso della società nella quale si vive; nè l'Europa, nè la posterità potrebbero rendervi insensibile agl'intrighi della casa vicina; e chi vuol esser felice e sviluppare il suo ingegno, deve prima di tutto ben iscegliere l'atmosfera di cui si circonda immediatamente. Il sentimento da cui nessuno si può difendere entrando in simili teatri, è la sorpresa; ma quello che non deve seguire è lo scoraggiamento, particolarmente in uno come te, che ha tanti modi di figurare, e non da durare un sol giorno. Sarebbe un consiglio non so quanto onorevole, ma certo utile da darti, quello di assumere il tuono di arroganza, che avrai visto in chiunque vuol farsi valere.</p>
            <p>Alborghetti parla con ammirazione della tua modestia, e certo adesso è una virtù tanto rara, che non è affatto creduta: i suoi contrassegni esteriori sono presi per quelli della imbecillità. L'uomo modesto è creduto mortificato del suo poco merito; e chi non parla di sè, è segno che non ha niente da dire. Tutto calcolato, mi pare che si debba prendere per proprio interesse un certo tuono di sicurezza, ossia di confidenza ne' proprii mezzi, che impone al volgo, e che, a dire il vero, è stato quasi sempre compagno del valore in ogni genere. Bisogna ricordarsi che, per uno studioso, altro deve essere l'ordine d'idee nel gabinetto, trattando coi semidei passati o presenti, ed altro nel mondo, trattando coi semibruti, da cui si è circondato. Vi vorrebbe altro spazio e la viva voce per dirti tutto ciò che penso su tale articolo; uno de' miei più fervidi voti è che ora ti trovi più <hi rend="italic">à ton aise.</hi>
            </p>
            <p>Ma com'è dunque che avevi lasciato a Bologna il tuo baule, e l'hai poi fatto riprendere? Così disse ieri il Governatore a Luigi, ed io non capisco nulla. La visita d'Astolfi fu una delle solite invenzioni di Condulmari per farsi credere uomo d'importanza: ce ne ha qui stordito per varie settimane. Ti saluta il chirurgo Prosperi. Paolina ti metterà qui sotto una lettera venuta per te. Addio, Buccio mio, sta allegro e sano, come è il desiderio di tutti i miei momenti. Pietruccio non è ancora chierico; ma lo sarà fra non molto, per quanto dicono.</p>
            <p>Il nome di Emiliani è Giuseppe Maria.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Paolina L. (1825)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PAOLINA LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>
                  <add resp="ed">Recanati</add> 19 Agosto 1825.</date>
            </opener>
            <p>Giacomuccio mio! Ciò che mi riguarda, e che devo dirvi, è che dopo molte fatiche e molte pene, ho ottenuto finalmente di essere sposa di Peroli. Il ventuno di Novembre è il giorno fissato al matrimonio, e pare che realmente succederà, a meno che la solita pigrizia o cattiva volontà non vi si mischi. Ero preparata a sostenere più scherni e sarcasmi di quelli che in fatti mi si preparavano; giacchè finora (almeno nel mio piccolo cerchio) non vi è stato alcuno che, a saputa mia, mi abbia condannata; ma io mi ricordavo de' vostri insegnamenti e consigli, e mi ero armata di molto coraggio. Non so se questo basterà per regolarmi in appresso, quando avrò cambiato stato. Ciò che dice Carlo, mi spaventa, ma la fortuna mi aiuterà. Io spero che nè quello nè questa mancheranno a te. Con le tue cognizioni ed i tuoi talenti io sarei molto più tranquilla di quello lo sono adesso, vedendo che mi manca tutto. Addio, Giacomuccio mio. Divido con Carlo e con tutti i nostri la viva impazienza di saperti contento, e bene; non dico felice, perchè mi ricordo di ciò che tante volte mi hai detto.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Papadopoli (1825)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO PAPADOPOLI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <date>Milano 19 Agosto 1825.</date>
            </opener>
            <p>Conte mio pregiatissimo. Ho ricevuto la cara sua degli 8; e la ringrazierei di quel che Ella mi scrive se fosse lecito o anche non assurdo il ringraziare altrui dell'amicizia e dell'amore che ci è conceduto. Le grazie che io le renderò saranno di amarla quanto me stesso, che è l'una delle poche cose che io so far veramente bene. Con lunga e ferma resistenza ho conseguito che lo Stella si persuada di non potermi indurre a dirigere, come egli dice, la sua maledetta edizione ciceroniana. Tornerò indubitatamente a Bologna; ma per quanto desiderio io n'abbia, e per molto ch'io m'affatichi di sbrigarmi da quello che mi resta a far qui, e che salve le leggi della civiltà non posso tralasciar di fare per lo Stella, veggo che il tornare nel termine che io le aveva stabilito, cioè dentro questo mese, non mi sarà possibile. Mi trovo colle mani nel vischio, e non ne arrivo a spiccar l'una, che non vi resti appiccata l'altra. Questo io le doveva avvisare secondo che restammo d'accordo, e adempio in questa parte la mia promessa. Ho ferma speranza di potere esser costì dentro il mese prossimo; e se potrò, non accade soggiungere che verrò, e subito.</p>
            <p>Monti è ora a Como. Zaiotti, Compagnoni, e quasi tutti gli uomini di valore sono in villa, e però non gli ho potuti ancora vedere. La prego a salutar caramente per mia parte, e ringraziare della memoria che hanno di me, la Contessa e il Conte Pepoli, e il prof. Costa.</p>
            <p>Poichè la fortuna, tra i molti mali e i pochi beni che mi ha fatti in mia vita, mi ha pur conceduto due cose, per le quali <hi rend="italic">fammisi perdonar molt'altre offese</hi>, cioè di conoscere Lei e di essere amato da Lei resta che ora mi conceda di servirla; al che non so veramente se io sarò così atto come ad amarla. Ma Ella faccia quanto a sè ch'io mi possa lodare della fortuna anche in questa parte; e quanto all'opera mia, Ella avrà caro, se non altro, il buon volere.</p>
         </div1>
         <div1 n="A C.Antici (1825)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO ANTICI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>Milano 20 Agosto 1825.</date>
            </opener>
            <p>Carissimo Zio. Ricevetti ieri la sua dei 14, nella quale non trovo nulla di amaro, come Ella mi dice. Tutto è dolcissimo e amorosissimo, e di tutto io cercherò di approfittarmi con ogni mio potere. Senza farle alcun complimento circa l'operato da Lei in mio favore, mi basterà di assicurarla che il mio affetto e la mia gratitudine verso Lei è quale e quanta si richiede per corrispondere a tanto amor suo. Al cavaliere de Bunsen la prego a fare in mio nome quei complimenti e quei ringraziamenti che meritano i suoi favori. Aspetterò l'esito della trattativa, e intanto Ella non dubiti del più rigoroso segreto per mia parte.</p>
            <p>Io vivo qui poco volentieri e per lo più in casa, perchè Milano è veramente insociale, e non avendo affari, e non volendo darsi alla pura galanteria, non vi si può fare altra vita che quella del letterato solitario. Partirò subito che me lo permetterà la buona creanza verso lo Stella e che sarò libero dalle faccende letterarie che ho per lui il che non sarebbe se non di qui a qualche anno, secondo l'intenzion dello Stella, ma secondo la mia, sarà dentro il mese prossimo.</p>
            <p>Lo Stella ed io siamo tanto grati al degnissimo Monsignor Invernizzi, quanto edificati e maravigliati della sua modestia, cosa veramente rara tra letterati. Lo Stella lo prega a credere e lo assicura che di qualunque genere sieno i suoi lavori sopra Cicerone, e qualunque sia la mole de' suoi manoscritti o stampati che li contengono, non solo non si chiamerà aggravato dalla spesa del loro trasporto, ma anzi gli sarà tenutissimo se egli vorrà consegnar tutto al Signor Olmi, perchè il tutto passi qui nelle mani del rispettabile letterato che attende alla nuova recensione del Cicerone, il quale avrà tutto il possibile riguardo all'onore di Monsignor Invernizzi, e lo nominerà con tutta quella lode che merita, tacendo interamente quello che non fosse trovato opportuno al nuovo lavoro. Intanto, non essendo stata mai finita l'edizione del Beck, lo Stella ordina che sia consegnato subito a Monsignore un esemplare di quella dell'Ernesti, se si trova costì; diversamente, esso medesimo gliene spedirà uno di qua, incaricandosi delle spese del trasporto.</p>
            <p>Col signor Conte Alborghetti, uomo veramente buono ed amabile, farò le sue parti la prima volta che lo rivedrò. La prego dei miei affettuosi saluti e doveri alla sua famiglia, e persuaso che se in questa mia dimora a Milano io sarò buono a servirla in qualche cosa, Ella mi vorrà favorire dei suoi comandi, col solito affetto mi ripeto suo tenero e gratissimo nepote.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Papadopoli (1825)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO PAPADOPOLI</hi>
               </byline>
               <date>Bologna 23 di Agosto <add resp="ed">1825</add>.</date>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo mio Signore ed amico. Sono veramente consolato ch'ella sia venuto a capo di svillupparsi <hi rend="italic">(sic)</hi> dallo Stella, e la ringrazio di vivo cuore ch'ella abbia fatto ogni suo potere a contentare questo mio desiderio. - Ieri venne da me quel Signore, e mi acchiese del quando si potrà incominciare; io dissi che penso di potermi obbligare pei dieci del mese venturo. Per la qual cosa io prego a Lei perchè a quel tempo ella sia a Bologna; che se a caso alcuna cosa s'inframmettesse a impedire la sua venuta, ella abbia ciò per non rilevante, essendo quel Signore gentilissimo, e troppo allegro di esserle discepolo. Non le posso dire quanto io mi senta lieto di questa fortuna, che mi è toccata, di conoscere lei; e parlo solo del conoscerla, perchè il conoscerla e l'amarla fu e deve essere il medesimo. A Lei mi raccomando perchè ella solleciti al possibile la sua venuta, chè veramente ella mi obbligherà assai. La Contessa, il Costa e il Pepoli le fanno riverenza. Pieno del desiderio di abbracciarla, me le offero dove che sia con tutta l'anima.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1825)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>Milano 24 Agosto 1825.</date>
            </opener>
            <p>Carissimo Signor Padre. Sono in gran confusione, non avendo mai ricevuto lettere da casa da che sono in Milano. L'ultima che ricevetti a Bologna era di Carlo, in data dei 25 Luglio. Io scrissi di qua subito arrivato, dando le mie nuove e domandando le loro. Stava aspettando la risposta, acciocchè le lettere non s'incrociassero, perchè la spesa postale qui è veramente eccessiva, e anche maggiore di quel che le scrissi. Ma non vedendo mai nulla, non posso più tardare a pregarla di farmi giungere qualche loro notizia per levarmi di pena, benchè mi paia di non potere attribuire il loro silenzio se non a qualche errore di posta. Io sto bene, quantunque l'aria, i cibi e le bevande di Milano sieno il rovescio di quello che mi bisognerebbe, e forse le peggiori del mondo. Contava di partire di qua sulla fine del mese, ma vedo che senza mancare alla civiltà verso lo Stella, non potrò mettermi in viaggio se non dentro il mese venturo, nel qual termine spero di avere sbrigato tutto quello che la creanza esige che io faccia per lui, non già tutto quello che egli desidererebbe da me, perchè a far questo ci vorrebbero più anni, come sa bene egli stesso, il quale mi mostra chiaramente che vorrebbe trattenermi seco quasi per sempre. Ma nè Milano nè una casa d'altri sono soggiorni buoni per me. Bensì se potrò essergli utile da lontano, non mancherò di farlo, e da lontano farò che anch'egli sia utile a me, perchè da vicino le cose vanno in complimenti. Si compiaccia, caro Sig. Padre, di salutare teneramente tutti da mia parte, e di credermi ch'io la amo quanto Ella merita, cioè con tutto il cuore. Non mi privi dei suoi caratteri, per amor di Dio. Le chieggo la sua benedizione, e mi ripeto suo affettuosissimo figlio Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Melchiorri (1825)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIUSEPPE MELCHIORRI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>Milano 27 Agosto 1825.</date>
            </opener>
            <p>Caro Peppino. Tu non mi scrivi più, e dopo l'ultima che ti scrissi da Recanati non so quanti mesi sono, non ho più potuto sapere se sei morto o vivo. Ma basta: ora non ho spazio di lamentarmi quanto bisognerebbe. Io son qui per lavori letterarii, ma dentro il mese venturo conto di partire. Ti scrivo questa per pregarti di consegnare al signor Olmi portatore della presente copie 50 delle mie <hi rend="italic">Osservazioni Eusebiane</hi>, che egli penserà a far giungere qua in Milano. Se le copie che tu hai, non arrivassero a cinquanta, basterà che tu gli consegni quel numero di copie che puoi. Amami, e se ti piace, dammi nuove di te. Mi scrivesti di una nuova edizione delle mie Canzoni, della quale non ho più saputo nulla. Addio, addio. Ti abbraccio. Riverisci da mia parte il dott. De Matthaeis, e saluta De Romanis e Cardinali. Il tuo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di C.Antici (1825)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO ANTICI</hi>
               </byline>
               <date>Roma 30 Agosto 1825.</date>
            </opener>
            <p>Caro Nepote. Riscontro la vostra graditissima dei 20 ricapitatami dal Sig.r Olmi, che per altro non mi trovò in casa.</p>
            <p>La buona accoglienza da voi fatta alle mie osservazioni mi consola per gli effetti che dovranno derivarne. Le vostre proteste di riconoscenza poi sono soverchie con me, che desidero di cuore il vostro bene e che trovo una vera compiacenza nel contribuirvi. Al Sig.r Bunsen si che dovrete esprimere la vostra sensibilità allorchè vi darà contezza di quanto si sarà ottenuto. Io, che parto fra giorni, debbo cedere a lui questo desideratissimo officio, e non ometterò certamente di visitarlo entro la settimana per esprimergli intanto la vostra riconoscenza, e sempre più animarlo al compimento dell'opera. Appena ne avrete avviso, non differite di scrivere ancora mia bella lettera all'egregio Baron di Niebuhr cui farete palese il vostro destino, e lo attribuirete alla sua costante efficacia nell'assistervi, ancorchè assente. Potrete accludere quella vostra lettera entro la vostra risposta a Bunsen.</p>
            <p>Ho stimato bene di rendere inteso il vostro Genitore, che ha bisogno di qualche conforto, di quanto si sta maneggiando per voi. Egli ha pure la soddisfazione di vedere stabilito il matrimonio di Paolina con il fido Peroli. Voi peraltro fareste un'opera grande, se destramente per il suo sommo vantaggio veniste a poco a poco rettificando le idee di Carlo, poichè è certo che da lui si rettificherebbero quelle di Luigi. Io l'ho tentato invano, ma son sicuro che a voi riuscirebbe, e vi formereste così un merito ed un fondo di consolazione assai più grande di qualunque gloria letteraria. Non vi esca però mai dalla penna o dalla bocca che io ve ne ho scritto, se volete che le vostre parole siano seme "che frutti vita al fratellin che vi ode".</p>
            <p>Desidero che al Conte Alborghetti protestiate la mia riconoscenza per la puntualità con cui vi ha ricapitati i due precedenti miei pieghi. Questa lettera vi giungerà per cura del Sig.r Olmi.</p>
            <p>Ieri sera tornai da Mons.r Invernizzi e gli lessi tutto il paragrafo della vostra lettera. Fu sensibile alle obbligantissime intenzioni del Sig.r Stella, ma vi volle tutta la mia insistenza onde persuaderlo di consegnare le sue varianti e l'opera di Cicerone postillata, senza che prima un incaricato del Sig.r Stella giudichi della loro entità, per averne il Cicerone dell'Ernesti. Sicchè il Sig.r Olmi potrà ritirare da lui quelle carte e quei libri, e fargli avere l'Ernesti etc. Supponendo che il Sig.r Olmi si chiami <hi rend="italic">Paolo</hi> e sia perciò quello appunto che ha la commissione di tal permuta, io nel rimettergli la presente glie ne do un cenno.</p>
            <p>Quando mi scrivete a Recanati, ditemi chi è il letterato che assume costì la nuova stampa di Cicerone. Forse Mabil, il traduttore delle sue <hi rend="italic">Lettere</hi>, e di Livio?</p>
            <p>State sano, e conservatemi il vostro affetto. Vi saluto cordialmente in nome di mia Moglie e dei miei Figli, e con leale attaccamento mi ripeto vostro aff.o Zio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Monaldo L. (1825)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI MONALDO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>Recanati, 30 Agosto 1825.</date>
            </opener>
            <p>Mio caro Figlio. Lode a Dio perchè con sommo contento nostro ieri giunse qui la cara vostra delli 24 a me diretta, e ci tolse da ogni incertezza sul conto della vostra salute. Io veramente non volevo temerne assai, ma mi dispiaceva che il vostro silenzio potesse indicare minore affetto in voi, di quello che tutti abbiamo per voi. Io vi scrissi a Milano, appena partiste da Bologna; e poco dopo vi scrisse Carlo. Dio sa, dove andarono le nostre lettere. Lode pure grandissima a Dio perchè Milano non vi è piaciuto quanto io temevo, e ne partirete sollecitamente. Questa, figlio mio, è per vostra Madre e per me una grandissima consolazione, giacchè ci avrebbe amareggiati assai o la vostra lunga dimora costì, o il vedervene partire con molto vostro rammarico.</p>
            <p>Colla Posta di avanti ieri il vostro Zio Antici mi instruì di quanto pende fra voi e lui, per farvi avere il posto di Segretario nella Accademia di Bologna, e della lettera impegnatissima scrittane dal Segretario di Stato al Legato di Bologna, ad istanza del Rappresentante di Prussia. Tutto mi riesce nuovo, ma tutto Iddio benedica, e sia per vostro bene, come sarà per nostra consolazione, se quell'ufficio, di cui non conosco estesamente gl'impegni, non v'impedirà di passare una metà dell'anno a casa.</p>
            <p>Il Conte Alborghetti mi scrisse una lettera cortesissima sul conto vostro. Fategliene i miei ringraziamenti, e fategli intendere che non gli replico per non aggravarlo di posta, e che bramo di servirlo in qualunque modo, se i beni che esso ha qui, glielo rendessero qualche volta opportuno. Nella mia, forse smarrita, vi scrissi della breve, ma non leggera ammalatìa sofferta dal Zio Ettore, e del suo sollecito miglioramento. Adesso sta bene, e meglio forse di quando partiste.</p>
            <p>Vi piacerà di sentire che ho fatto sposa Paolina, e il suo sposo è Peroli. Questo buon uomo, sentendola libera dal trattato Roccetti, venne qua, e tutto fu combinato. Sposeranno, piacendo a Dio, a Novembre. La Mamma e i Fratelli vi abbracciano e stanno bene.</p>
            <p>Finisco perchè ho una penna che mi fa disperare, e per lasciare un po' di luogo ai Fratelli, onde anche essi vi scrivano. Addio. Quanto prima vi sentirò partito da Milano, tanto più sarò contento. Qualunque cosa vi occorra, scrivetelo. Vi amo, vi abbraccio, e vi benedico con tutto il cuore. Vostro affezionatissimo Padre.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Paolina L. (1825)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PAOLINA LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>
                  <add resp="ed">Recanati</add> 30 Agosto 1825.</date>
            </opener>
            <p>Una parola anch'io, Giacomuccio mio, per dirti quanto ti voglio bene, quanta parte io prendo alle tue speranze, alle tue felicità, e con quanto ardore desidero che ti arrida felice la sorte, come pare. Carlo (che non so se farà a tempo di mettere anche esso il suo carattere qui) è stato giubilante dalla gioja al leggere la copia della lettera del Cardinal della Somaglia; e niente tutti noi desideriamo, quanto che ti accosti un poco più a noi, se non altro per avere un poco più di frequente le tue nuove, che aspettiamo ogni ordinario con tanto ardore, e che quasi sempre ne siamo privi. Ai 19 Carlo ti scrisse, ed io nella sua, ove ti annunziavo il mio matrimonio. Avevamo preso un espediente per farti pagare il meno possibile il costo della lettera, ed era di metterla dentro un mezzo foglio di carta stampata. Dio sa se ti è arrivata. Mamà ti saluta infinite volte, e vuole che ti faccia conoscere il suo desiderio, che in qualcuna delle tue tu metta qualche parola affettuosa ed ostensibile per lo Zio Ettore, il quale continua ad essere premurosissimo per te, ed anche per noi. In questa fiera di Sinigaglia ha fatto prendere un abito per me. Addio, Giacomuccio mio. Amami, te ne prego, e vivamente.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Carlo L. (1825)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>
                  <add resp="ed">Recanati 30 Agosto 1825</add>.</date>
            </opener>
            <p>Caro Segretario. Sembra che la Fortuna ti guardi ora con buona grazia. Possa la volubile fissarsi solo per qualche altro momento, e quando ti avrà accordato quel pochissimo che tu chiedi, séguiti pure a profondere i suoi tesori sugli sciocchi e i birbanti. Ella soddisfarà nello stesso tempo alle ragioni di più persone, perchè non occorre il ripeterti, Buccio nostro, che tutti riguardiamo come accaduto a noi quanto ti accade. La prima parola che dissi al sentire le tue notizie, fu: "ci ho gusto per questi c...i". Difatti mi sembra che, anche dal lato dell'opinione, ti renderà la vita molto più comoda l'avere un titolo e delle distinzioni onorifiche. Quanto a queste ultime, per chi apprezza molto il suffragio dei personaggi, non si può dar nulla di più decisivo che il biglietto del Segretario di Stato. Anche la maniera in cui vogliono provvederti, è nuova; e tutto mostra che il senso di queste cose è, che sono convinti esser cosa vergognosa pel Governo il far uscir dallo Stato un talento che non vi ha trovato nè incoraggiamento, nè mezzi di sussistenza. Ecco dunque la differenza che passa fra noi e la gente d'industria. Un altro mostrerebbe a tutti una semplice lettera di formalità che avesse ricevuta dal Segretario di Stato, fosse anche una risposta al buon capo d'anno. Noi poi una lettera spontanea, portante espressioni di stima le più forti che un Ministro possa pronunziare verso un suddito privato, ed oltre a ciò delle testimonianze che provano la disposizione in cui è non solo egli, ma il Sovrano di servirsi anche di mezzi non usati per giovargli; questa lettera noi la mettiamo in tasca, e non impetriamo da nessun indifferente che voglia sentirla. Se nelle occasioni il volgo ci fa pagar cara la nostra modestia, che dire? Caro volgo, hai ragione.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Papadopoli (1825)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO PAPADOPOLI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <date>Milano 31 Agosto 1825.</date>
            </opener>
            <p>Signor Conte mio pregiatissimo. Le scrivo brevemente per ringraziarla della sua gentilissima dei 23, piena di bontà e di affetto. Se Ella, come per sua gentilezza mi dice, è impaziente di rivedermi, io le giuro che il mio desiderio di riveder Lei è maggiore ancora, anzi è sommo; perchè, oltre che Ella è una persona dalla quale, conosciuta una volta, non si vorrebb'esser mai lontano, io non ho qui cosa alcuna che mi possa confortare in questa lontananza, trovandomi senza amici, e spendendo il giorno in cure fastidiosissime. Per sua cagione dunque e per mia, partirò di qua il primo giorno, anzi la prima ora che mi sarà possibile; il che, eccettuato qualche caso che non si possa prevedere, dovrà essere indubitatamente, come io le scrissi, dentro il mese di domani. Alla Contessa, al Conte, ed al Costa Ella si compiaccia di ricordarmi. Mi voglia bene, anche contro il mio merito, poichè non in altro modo Ella ha cominciato ad amarmi, e mi creda sempre tutto suo Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1825)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>Milano 7 Settembre 1825.</date>
            </opener>
            <p>Carissimo Signor Padre. Finalmente coll'ordinario passato, per la prima volta da che sono in Milano, ho ricevuto nuove di casa mia per mezzo della cara sua dei 30 Agosto. Ella s'immagini che consolazione fosse questa per me, che passai quella sera quasi in festa. Mi pareva di trovarmi in mezzo alla mia famiglia, l'amore verso la quale è anche accresciuto in me dalla lontananza. Nell'ultima mia non le dissi nulla del segretariato di Bologna, perch'è una cosa della quale io spero pochissimo, e non sapendone ancora niente di certo, non mi pareva che valesse la pena di parlarne; tanto più che anche senza l'impiego, non mi mancherebbero mezzi di vivere onoratamente in Bologna qualche parte dell'anno. Con grandissima consolazione ho sentito che il Zio Ettore sia pienamente ristabilito. Io ne stava in pena, avendo saputo a Bologna il suo incomodo, ed essendo stato poi tanto tempo senza loro lettere. Gli scrissi già direttamente da Bologna, ma forse la mia lettera l'avrà trovato incomodato. La prego a fargli i miei rallegramenti, e a salutarlo caramente per me. Col Conte Alborghetti, ch'è un uomo veramente amabile, farò le sue parti, quando e se lo potrò rivedere, perch'egli è ora in campagna, e da che fui a pranzo da lui, poco dopo arrivato in Milano, non l'ho più veduto. Io sto bene, e l'appetito che mi tornò a Bologna, non mi ha più lasciato; tanto più che qui non si cena, e il pranzo è spesso un esercizio di temperanza. Spero sempre di poter partire dentro questo mese, benchè Stella che ha deciso di ritenermi in tutti i modi, mi usi tutte le cortesie possibili; il che m'imbarazza un poco, per quel gran difetto che io ho sempre avuto, di non saper dir di no anche a chi mi bastona, molto meno a chi mi prega. Ma vedrò pure di farmi forza, e intanto séguito sempre a dire di non volermi trattenere. Mi ami, caro Signor Padre, e mi saluti teneramente la Mamma. Ai fratelli scrivo qui dietro. Sono e sarò sempre il suo affettuosissimo figlio Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Paolina L. (1825)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PAOLINA LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>
                  <add resp="ed">Milano 7 Settembre 1825</add>.</date>
            </opener>
            <p>Paolina mia. Mi rallegro con te, ma di poco buona voglia, perchè al mio ritorno o sarai già partita o vicina a partire, e così non ti potrò raccontare tante storielle, tante avventure, tante osservazioni filosofiche, antropologiche ec. fatte in questo mio viaggio verso il polo, e che io metteva in deposito per farti passare almeno quattro inverni, come ne hai passati due colle mie chiacchiere romane. E sappi che quelle erano una bagattella a paragone di queste; sicchè perdi molto; ma pazienza. Intanto sappi che io continuo a credere che tu potrai essere felicissima con questo sposo, specialmente se persisterai nelle tue massime filosofiche, e ti riderai delle ciarle e degli uomini, per i quali credi a me che non torna conto di perdere un quarto d'ora di sonno. Sappi ancora che io t'amo come prima, che non era poco, e forse anche più di prima, che non è la cosa più facile. Giordani a Bologna mi avrà dimandato di te e di Carlo almeno venti volte, e se vi avevo scritto, e se vi avevo salutato a suo nome, e se vi avevo detto tante cose per parte sua. Poi a Parma, dove l'aspettai alla locanda fino a mezza notte, mi tornò a domandare le stesse cose, e se voi altri mi avevate risposto. Il giorno dopo ricevuta la lettera ultima del Papà, ebbi l'altra dei 19. Ma sappiate che qui le stampe si pagano poco meno delle lettere, e poi sono soggette a mille malanni di censura ec., sicchè non vi servite più di questo spediente. Bensì scrivetemi in carta piuttosto fina, perchè se il foglio è un po' grosso, qui si raddoppia subito il prezzo della lettera, e invece di diciotto soldi austriaci, si pagano trentasei, com'è succeduto a me qualche volta. Salutami Luigi e Pietruccio. Dì a Mamma che mi voglia bene. Salutami anche nominatamente il Curato e don Vincenzo. Addio, addio. Voglimi bene. Sono invitato a Varese dal Conte Dandolo, figlio del Senatore, signorino che non mi piace niente. Varese è il Versailles di Milano, distante di qua trenta miglia. Forse sarò costretto ad andarvi per qualche giorno: in tal caso potrebb'essere ch'io ritardassi qualche poco la replica a quella che voi altri mi risponderete. Ve ne avviso perchè non ne stiate in pena.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Carlo L. (1825)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>
                  <add resp="ed">Milano 7 Settembre 1825</add>.</date>
            </opener>
            <p>Carluccio mio. Ho ricevuta la tua spiritosa, ingegnosa e filosofica lettera dei 17. (<hi rend="italic">Obiter</hi>, io sfido tutti i letterati e belli spiriti di Milano a scrivere la metà di una lettera simile.) Tu ti sei subito avveduto di quella faticosissima attività che è necessaria, non solo per figurare, ma per essere da quanto son gli altri, anche in una semplicissima conversazione di gran mondo. Credimi che questa attività non è dei soli settentrionali, ma dei francesi molto più, e dei meridionali, e in somma di tutti, fuorchè dei marchegiani, che in massa sono i soli che diano alla vita il suo vero valore, e senza esagerazione sono i più filosofi e per conseguenza i più birbanti del mondo. Ma tu non hai ben compreso il sentimento della mia lettera. L'imbarazzo di cui ti parlava, nasceva solamente dal tuono mercantile di questa casa, la quale mi parve a prima vista la peggior locanda che mi fosse toccata nel viaggio. Poi le cose si sono un poco accomodate, e io mi sono assuefatto, e fin dalla prima sera, quantunque mi paresse di non poter durare, io era però intrepido, perchè la mia pazienza non ha confini conosciuti. Del resto, e in casa e in Milano, io sono stato sempre <hi rend="italic">très - à mon aise.</hi> Quello spirito di osservazione curiosa e insolente che tu notasti in Sinigaglia vi fu notato anche da me, e mi parve che arrivasse a un grado da far perdere la pazienza anche a un mio pari; quantunque io trovassi la città già piena di gente e di fracasso, ch'era un inferno. Ma da ciò tu non devi prendere idea delle capitali. Quel che ti scrissi di Milano, fu una mia osservazione precipitata. Il fatto si è che in Milano nessun pensa a voi, e ciascuno vive a suo modo anche più liberamente che in Roma. Qui poi, cosa incredibile ma vera, non v'è neppur una società fuorchè il passeggio ossia trottata, e il caffè; appunto come a Recanati nè più nè meno. Roma e Bologna, in questo, sono due Parigi a confronto di Milano. Vedi dunque quanto io era lontano dal provare il senso dello scoraggiamento per non poter far figura in un luogo dove nessuno la fa, e dove centoventi mila uomini stanno insieme per caso, come centoventi mila pecore. Tanto più ch'io non m'era scoraggito niente a Bologna, e che in verità non mi sono mai trovato inferiore a nessuno nelle società dove sono stato, o a Bologna o qui. Il che non lo debbo ad altro che a quella perfettissima indifferenza che abbiamo tanto desiderata, e che ho finalmente ottenuta e radicata in modo che non ha più paura. Io desidero però molto di partir di qua, perchè mi ci secco, e da Bologna ho lettere pressanti di un Signore veneziano giovanetto ricchissimo e studiosissimo, che par che metta dell'ambizione in avermi seco, e in dire che egli mi ha fatto tornare e restare in Bologna. Non ti dirò quanto io spasimi di rivederti. Se l'impiego si ottenesse, io ti potrei riveder quasi subito, perchè partirei di qua immediatamente, e le occupazioni dell'impiego credo che mi lascerebbero bene il tempo di venir costà, ed anche spesso, e starci molto. Del baule è vero quel che hai sentito, ed è una cosa naturalissima, ma non ho spazio che basti a spiegarti. Salutami il Dottor Prosperi, e dimmi se ha ricevuto il libro che gli commisi a Bologna. Se vedi Puccinotti, salutamelo caramente, te ne prego. Lascio perchè la carta è finita. Ti bacio. Addio Carluccio mio. Parlami lungamente di te ogni volta che mi scrivi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di L.Alborghetti (1825)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI LUIGI ALBORGHETTI</hi>
               </byline>
               <date>
                  <add resp="ed">Milano</add> 10 Settembre <add resp="ed">1825</add>.</date>
            </opener>
            <p>Sig. Conte Carissimo. So che si è ripetutamente incommodato a favorirmi, ed ero sempre in campagna. Io vi tornerò Lunedì. Se domattina prima del mezzogiorno potessimo vederci, Le proporrei d'unirsi al Sig. can. Cozza di Macerata che alloggia all'Albergo del Marino, e Martedì viene a trovarmi a Como, onde vedere il lago.</p>
            <p>Scrivo in fretta. Suo Obb. Aff. Servitore e Amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di C.Antici (1825)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO ANTICI</hi>
               </byline>
               <date>Roma 1° Settembre 1825; e 11 Settembre.</date>
            </opener>
            <p>Nepote carissimo. Per mancanza di tempo, non aggiunsi nella mia lettera dei 30 scaduto alcuni riflessi che ho fatti sulla nuova Edizione delle Opere complete di Tullio; ideata dal benemerito Sig.r Stella. Parmi che si pensi di darle in latino colla traduzione italiana di contro; ed io credo che ciò riuscirebbe a danno dell'Editore e d'Italia. Una edizione siffatta dovrà essere naturalmente superiore a tutte le altre sì per la precisione del testo, come per la scelta ed importanza delle note, e diverrà perciò oggetto di gola non solo per gli eruditi, e per le Biblioteche nazionali, ma ben anco per quelli e per quelle di qualunque altra contrada. Quando però all'originale voglia unirsi la traduzione, se ne raddoppia la spesa, e se ne diminuisce così il numero de' compratori. D'altronde i veri eruditi italiani non degnano di leggere quel Grande, che nel suo proprio idioma; e gli eruditi stranieri non potrebbero, meno pochissimi, far uso del nostro. Crederei dunque assai meglio che la suddetta opera si stampasse in due corpi separati, l'uno in Latino, e l'altro in Italiano. Così l'interesse dell'intraprenditore sarà più al sicuro, e verrà meglio soddisfatto il gusto di tutte le classi. Che bella cosa sarà per tanti italiani di avere tutte le opere di quel sommo Autore nella propria lingua, quando esse non da uno, ma da parecchi soggetti, secondo la diversa loro capacità, fossero volte magistralmente nella nostra! Datemi traduttori che, veramente padroni della nostra maestosa, ridondante, pieghevole, soavissima favella, trasfondano in lei tutte le bellezze dei scritti filosofici, politici, oratorj, e famigliari di quell'insuperabile Antico; muniti quei scritti di quelle note, che servono a chiarire tutti i passi oscuri; e si avrà in Italia, a preferenza di ogni altro popolo, un monumento eterno della propria lingua, nel quale ognuno potrà formarsi lo spirito e lo stile per qualunque lavoro prosaico. Io son certo, che se avesse luogo così importante intrapresa, si renderebbe comune a tutte le classi studiose d'Italia la deliziosa meditazione di quelle opere, lo che produrrebbe nel lasso del tempo tra noi la più felice riforma nel pensare e nello scrivere, e il Sig.r Stella meriterebbe un posto tra i promotori del pubblico bene nella patria comune. Veggo purtroppo, che non è facile trovare cinque o più letterati per eseguire perfettamente una tale idea, ma non lo credo impossibile. Essi debbono certamente immedesimarsi coll'Autore, e possedere in tal perfezione la nostra lingua, che lascino in dubbio se Cicerone, scrivendo in italiano, avesse potuto far meglio. Lungi da questo lavoro gli affettati puristi, ed ugualmente lungi i licenziosi neologi; ma prendansi uomini, che siano ricchi di tutti i tesori della nostra inesauribile favella, e sappiano usarne secondo la diversa tempra, e le varie tinte di quel modello. - Se quanto vi confido incontra il vostro assentimento, fatene cenno al Sig.r Stella; in caso diverso ponetelo tra i sogni del buon Ab. di Saint Pierre.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">Li 11 Settembre.</hi>
            </p>
            <p>Dovevo partire la mattina dei 5 e perciò dettai nel giorno primo le pagine precedenti. Impreveduti ostacoli mi han fatto differire il viaggio sino alla mattina dei 19. Volendo io dunque scrivervi qualche cosa sulla vostra nomina a Bologna, mi diressi la mattina dei 9 al Sig.r De Bunsen, da cui ebbi l'annessa risposta. Dunque ve la intenderete direttamente con lui; ma se voi a quegli amici di Bologna che vi eccitarono a domandare quell'impiego, aveste dati impulsi per promuovere la vostra elezione, a quest'ora sarebbe seguìta. Comunque sia, voi avete in Bologna il giovane Veneziano, che vi vuo' seco, e d'altronde dopo le proteste del Segr.o di Stato è impossibile che non si pensi a qualche vostro proficuo collocamento. Mettetevi in corrispondenza con Bunsen, e prendetene motivo dal suo annesso biglietto.</p>
            <p>Vi accenno un'opera colla di cui traduzione (fatta però da PENNA MAESTRA) potrebbe il Sig.r Stella arricchire l'Italia e giovare a se stesso: "Storia d'Inghilterra del dott. John Lingard". È scritta da un Cattolico ed ha tutti i pregi non solo della verità, ma del più nobile, sentenzioso, e fiorito stile. L'autore ne ha sinora pubblicati nove volumi, ed il rinomato Cav.r Roujoun la traduce in francese. Se in Italia non si fa presto lo stesso, e non si fa da uomo valente, noi la provvederemo in quella lingua. Addio addio.</p>
            <p>Il giudizio amplissimo sull'eminente merito della predetta storia si legge nella <hi rend="italic">Revue d'Edimbourg</hi> N.° 88, i di cui compilatori sono tutti protestanti.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Melchiorri (1825)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIUSEPPE MELCHIORRI</hi>
               </byline>
               <date>Roma 11 Settembre 1825.</date>
            </opener>
            <p>Caro Giacomo. Non aveva mai risposto alla tua di tre mesi fa perchè avendo inteso da Antici che eri a Milano, non sapendo però se ciò fosse totalmente vero, non sapeva dove diriggerti la mia lettera. Se prima di partire per Milano, mi avessi scritte due righe, a quest'ora ti avrei scritto senza meno. La tua commissione è stata eseguita e le 50 copie sono state consegnate al Sig. Olmi. Ne rimangono in mie mani copie N.° 29, non avendone donate che 21, delle quali ecco la distribuzione: 5 per il <hi rend="italic">publicetur</hi> - 1 a Reinhold - a Bunsen - a M.r Hare dotto Inglese - 3 ad Antici - 4 a Cancellieri - 1 a Cardinali - a Champollion - alla Biblioteca Angelica - al consigliere Hammer che la gradì moltissimo - a Niebuhr, ed una a te a Recanati. Vedi che l'ho fatte capitare in buone mani. Tu puoi pure disporre di tutte le 29, ma se le 9 le lasci a me mi fai favore, potendole donare nell'inverno a qualche dotto che viaggi a questa parte.</p>
            <p>Di Emiliani non so altro neppur io, e questa sera voglio andare dall'Orfei per sapere che fine ha fatto. Lui era quello che voleva ristampare di nuovo le tue canzoni. Qualche tempo corse voce che un'altra edizione voleva farne Annesio Nobili a Pesaro. Non so quanto ciò sia vero.</p>
            <p>Ora poi dimmi un poco come hai goduto della brillante Milano. Dammi ragguaglio, te ne priego, delli lavori letterari per i quali ti sei recato costà. Tu ben sai che siamo soliti a dividere insieme li nostri travagli, che sono maggiori certo delli piaceri. Onde voglio anch'io la mia parte di compiacenza, sapendo quali sieno li lavori che hai o fatti, o intrapresi. Le mie corrispondenze a Milano sono pochissime, non essendo in relazione che col D.r Gio. Labus, e col Conte Pompeo Litta, nome caro all'Italia per il suo bel lavoro sulle Famiglie illustri. Anzi in questo stesso ordinario le <hi rend="italic">(sic)</hi> scrivo per affare che lo riguarda per la sua opera. Dimmi, ti priego, la strada che farai nel ritorno da Milano, poichè forse ti darò qualche commissione.</p>
            <p>Li miei studi vanno debolmente, debolissime essendo le forze dello spirito abbattuto da continue amarezze, e tu ben sai di qual genere. Ho ora publicate le dieci lettere inedite di Sebastiano Erizzo, non so se le abbi lette nelle <hi rend="italic">Memorie Romane</hi>. Se sono in tempo, e che tu non parti da Milano così presto, potrei mandartene qualche copia. Rispondimi su ciò. Vorrei ancora che mi procurassi lo smercio di qualche porzione di copie delle mie memorie presso qualche libraio che tu conoscerai. Il I° Volume è già sortito: contiene 14 articoli di antichità, e 18 di arti. Sono fogli di stampa 26 e 15 tavole in rame. Il prezzo del volume è di Fr. 11. Vedi dunque, se puoi, di aiutare quest'opera. Lo sconto che sono solito dare è di un 25 per 100 per 5 copie; chi poi prende al di sopra della 5, gode anche di uno sconto del 30. Così fo a Firenze ed altrove.</p>
            <p>Ti ritorno i saluti di De Mattheis, De Romanis, e Cardinali.</p>
            <p>Rispondimi al più presto, e dimmi quando precisamente sarai in Recanati. Addio, seguita ad amarmi, e credermi sempre il tuo di cuore G.M.</p>
         </div1>
         <div1 n="A F.Cassi (1825)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A FRANCESCO CASSI - PESARO.</hi>
               </salute>
               <date>Milano 17 Settembre 1825.</date>
            </opener>
            <p>Caro cugino ed amico. Vi promisi di scrivervi da Bologna, e in ogni modo avrei pur dovuto ringraziar voi e tutti i vostri delle tante cortesie che mi usaste in Pesaro; ma sono stato poi sempre, parte occupato, parte distratto in maniera che ho mancato all'obbligo mio: del che non voglio che mi scusi altro che la confidenza che ho nella vostra amicizia. Sono qui da un mese e mezzo e forse mi fermerò ancora qualche altro tempo. Appena arrivato, vidi Monti, il quale mi domandò subito di voi, e del vostro Lucano. Lo salutai per parte vostra, e gli esposi quello che voi mi avevate commesso che gli dicessi. Da quella volta in qua non l'ho mai veduto, e credo che non lo vedrò, perchè in quella prima visita volli propriamente sputar sangue per parlargli in modo che egli mi potesse intendere; e in verità non ho forza di petto che basti per conversare con lui neanche un quarto d'ora. Eccetto questa sordità spaventosa, che me lo rende inutile, mi parve che stesse bene.</p>
            <p>Ho avuto occasione di conoscer qui un dottor Rossetti triestino, uomo molto dotto e pregevole, il quale desidera da costì quello che potrete intendere dalla sua lettera che vi acchiudo. Gli ho parlato di voi, e del Contino Mamiani, e gli ho promesso di raccomandar caldamente il suo desiderio all'uno e all'altro. Se poteste trovar via di contentarlo, mi fareste cosa molto cara, e il medesimo intendo dire per vostro mezzo al Contino Mamiani, che vi prego di salutare singolarmente a mio nome. Non guardate se a fare il riscontro del Codice si richiedesse un poco di spesa, perchè il dottore è molto ricco, e pagherà volentierissimo quanto sarà di bisogno. Ha in Trieste una Biblioteca petrarchesca copiosissima, e una gran raccolta di ritratti del Petrarca e di Laura, cose che gli costano continuamente una buona quantità di danari. In fine ve lo raccomando assai, e avrò per molto caro se potrete far che la mia raccomandazione gli giovi a qualche cosa.</p>
            <p>Salutate affettuosamente per me le vostre Signore e il Barone, e datemi le loro nuove e le vostre e quelle del Contino Mamiani, e del vostro Lucano. Se qui vi posso servire in che che sia, non mancate di adoperarmi. Vogliatemi bene, e scrivetemi così alla buona come vedete che io fo, perchè non avrei tempo di studiar le parole quanto bisognerebbe fare scrivendo a voi, se non volessimo usare insieme dimesticamente. Questa vi sarà ricapitata dal cav. Costa, amico nostro comune. Addio, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Papadopoli (1825)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO PAPADOPOLI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <date>Milano 24 Settembre 1825.</date>
            </opener>
            <p>Signor Conte padrone e Amico mio pregiatissimo. Finalmente ho potuto spacciarmi di tutto quello che si aveva a fare per lo Stella in Milano, e partirò per Bologna posdomani o il giorno appresso al più tardi. Ella creda a me che fino a ora mi è stato tanto impossibile di partire, quanto impossibile il non desiderare ardentemente di rivederla. I miei rispetti e saluti, se le piace, alla Contessa, al Conte e al Costa. Sono come sempre e come più lungamente le dirò a voce, tutto suo Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1825)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>Piacenza 24 Settembre <add resp="ed">1825</add>.</date>
            </opener>
            <p>Mio carissimo, indicibilmente e infinitamente caro. Certo non dubiterai mai mai che io non ti adori sempre, benchè io poco ti scriva. Voglio che tu possa esercitar meco la tua generosità; e però voglio piuttosto essere perdonato che scusato del mio tardo rispondere alla tua 17 agosto: della quale, e dell'ultima 13 settembre non so come ringraziarti abbastanza, perchè mi han dato sommo piacere. Sono consolatissimo che tu abbi salute e quiete: (e credo che poco altro ti rimanga a desiderare; poichè tanto hai in te stesso). Ma io vo pensando (e mi preme assai) quando e dove ti vedrò? Io come sai non posso passare il Po: circa la metà di ottobre credo di passare a Bologna. Ma tu, mio carissimo, quando vi sarai? puoi tu sapermelo dire? potresti tu in questo poco di settembre, o nella prima decina di ottobre fare una corsa a Piacenza? Sei veramente risoluto per Bologna? hai lettere di Papadopoli, e di Brighenti? Io mi prometto ancora una tua arcicarissima lettera almeno in questo paesaccio; prima di lasciarlo, ti darò un cenno. Vorrei che mi fosse sperabile di vederti almeno in Firenze: ma tutto mi par difficile. Io ho una salute sempre languida, e inetta ad ogni fatica: ho molti pensieri noiosi: m'occupo di sradicarmi da questi paesacci, e non avere necessità di ritornarvi. Mi consola moltissimo il matrimonio di Paolina: con chi? lo conosci lo sposo? è bello, ricco, giovane, bravo? Salutami infinitamente lei e Carlino: ma fàllo certamente, e con grande affetto. Riveriscimi tuo padre e tua madre, e se scrivi al zio Antici. Se ti pare che Ambrosoli gradisca i miei saluti, faglieli affettuosi: io lo amo sempre: son certo ch'egli è bravo uomo: ch'egli poi pensi a me sarebbe forse presunzione il volerlo avere per sicuro. Ma, come dici che mi tenevano per morto costì? donde lo avevano? Veramente la mia vita è poco meglio che morta: ma ancora mangio, e dormo, e sogno ad occhi aperti. Vidi molto volentieri quel buon Cavalieri. Hai ragione a dolerti e sdegnarti alla tanta miseria turpe degli studi italiani: ma ci sarebbe molto da discorrervi sopra. Tu solo puoi fare per cento bravi. Oh quanto vorrei che tu potessi venir qua, almeno un giorno o due: e colla diligenza (che non va più di notte) sarebbe cosa presta. Salutami Stella. Che hai detto dei <hi rend="italic">cinquanta</hi> volumi di <hi rend="italic">Classici</hi> in MINIATURA promessi dal Bertolotti? Bada se questa lettera ti è stata aperta prima di giugner alle tue mani. Credo che la persecuzione non sia ancora finita: benchè mi fanno ridere. Ti abbraccio con tutto il cuore mille e mille volte: ma mi tormenta questo pensiero al quale non trovo uscita, dove e quando potrò esser teco alcune ore? Se si trattasse di cospirazione potrei supplire mandandoti persona fidata: ma a chi confidiamo le nostre malinconie, i nostri affetti, le nostre filosofie, i nostri pettegolezzi, le nostre curiosità? addio addio, amami, te ne prego. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1825)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>Bologna 3 Ottobre 1825.</date>
            </opener>
            <p>Carissimo Signor Padre. All'ultima sua che mi giunse in Milano, ed era dei 30 di Agosto, risposi ai 7 di Settembre, e finora non ne ho ricevuto replica. Partii da Milano il 26, secondo ch'io le aveva scritto di voler partire dentro il mese, ed arrivai qua con un ottimo viaggio, la mattina dei 29. Avrei voluto scriverle subito, ma nella locanda non potei trovar calamaio con inchiostro. Qui ho tolto a pigione per un mese un appartamentino in casa di un'ottima e amorevolissima famiglia, la quale pensa anche a farmi servire e a darmi da mangiare, perchè io non amo di profittar molto degli inviti che mi si fanno di pranzare fuori di casa. Lo Stella, che mi ha lasciato partire con molto dispiacere, mi ha assegnato per i lavori fatti e da farsi, dieci scudi al mese, come un acconto, senza pregiudizio di quel più che potranno meritare le mie fatiche letterarie dentro l'anno. Queste fatiche sono a mia piena disposizione, cioè io potrò occuparmi a scrivere quello che vorrò, dando le mie opere a lui. Per un'ora al giorno che io spendo in leggere il latino con un ricchissimo Signore greco, ricevo altri otto scudi al mese. Un'altr'ora e mezza passo a leggere il greco e il latino col Conte Papadopoli, nobile veneziano, giovane ricchissimo, studiosissimo, e mio grande amico, col quale non ho alcun discorso di danaro, ma son certo che ciò sarà senza mio pregiudizio. Eccole descritta la mia situazione, la quale proverò un poco come mi riesca. Io non cerco altro che libertà, e facoltà di studiare senza ammazzarmi. Ma veramente non trovo in nessun luogo nè la libertà nè i comodi di casa mia; e finora qui in Bologna vivo molto malinconico. Ella si può poi figurare per un'altra parte, quanto ardente sia il mio desiderio di riveder Lei, la Mamma e i fratelli. L'unica cosa che mi consigli di sopportare gl'incomodi della mia situazione (la quale però non sarebbe forse incomoda a nessun altro) è l'aver provato troppo lungamente e conosciuto con troppa certezza che quanto più io cerco di non patire, tanto più patisco, perchè la pigrizia, e lo studio senza distrazioni grandi e continue, sono la rovina della mia salute. Ella mi ami, e saluti caramente per me la Mamma, i fratelli, e il zio Ettore, ai quali scriverò quando avrò un poco più di agio. Io l'amo, come sempre e come debbo, con tutto il cuore, e desidero infinitamente le sue nuove e quelle della famiglia. E baciandole la mano mi ripeto teneramente suo affettuosissimo figlio Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Melchiorri (1825)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIUSEPPE MELCHIORRI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>Bologna 3 Ottobre 1825.</date>
            </opener>
            <p>Caro Peppino. Tardi rispondo alla tua degli 11, perchè dopo ricevutala, sono stato sempre in punto di partire da Milano, come ho finalmente fatto, e sono qui da cinque giorni, dove forse mi stabilirò. I miei lavori letterarii in Milano sono stati il combinare gli elementi di una edizione latina, e di un'altra latina e italiana, di tutte le opere di Cicerone, della quale vedrai presto i programmi, l'uno latino e l'altro italiano, che ho fatti io. Conservo qui una soprintendenza lontana su questa intrapresa, e su quelli che vi lavorano, ma io non avrò parte alcuna nei lavori stessi. La recensione del testo sarà di un Ab. Bentivoglio già collega di monsignor Mai nella Biblioteca Ambrosiana. Con mio dispiacere ti dico che lo smerciare le tue memorie in Milano è impossibile, perchè non vi è città al mondo meno studiosa dell'antichità, come anche delle lingue classiche, e i libri di questo genere non vi trovano il menomo spaccio. Ti basti dire che difficilmente tu puoi trovare in tutta Milano una edizione di un classico greco o latino, posteriore al 5 o al 6 cento. Non vi si parla d'altro che lingua e poi lingua, in questo consiste tutta la letteratura milanese. Presto uscirà in Milano quel mio finto testo di lingua del trecento. Se tu lo vedrai, o ne sentirai parlare, ti prego, conserva scrupolosamente il segreto della sua non autenticità, perchè scoprendolo a chicchessia, faresti gran danno a me, e al libraio. Intanto ti dico che Cesari lo ha letto nel mio manoscritto, e che ha detto che è una cosa mirabile, e di qualche ottimo autore del trecento. Disponi pure delle copie eusebiane finchè ti occorrono, chè per ora io non ne ho bisogno. Le tue lettere dell'Erizzo non le ho ancora viste, ma proccurerò qui di averle. Se ti posso servire in qualche cosa in Bologna tra le mie occupazioni, che non son poche, comandami. Salutami De Matthaeis, De Romanis, Cardinali, Visconti, e in particolare la Signora Orfei, poichè veggo che tu sei de' suoi. Voglimi bene e credimi tuo amoroso cugino G. Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.F.Stella (1825)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO FORTUNATO STELLA - MILANO.</hi>
               </salute>
               <date>Bologna 5 Ottobre 1825.</date>
            </opener>
            <p>Signore ed amico carissimo. Ho lasciato passare due ordinari dopo il mio arrivo senza scriverle, parte perchè mi trovava imbarazzatissimo da ogni lato, parte perchè le locande di Bologna non hanno calamai se non pieni d'acqua limpida. Ho consegnato la sua al signor Moratti, che sta bene. Brighenti sarà contentissimo di servirla nel Cicerone, e dovunque Ella voglia occuparlo. Io sto attendendo i manifesti, e procurando di dar qualche ordine alle mie cose, e più alla mia mente, che è piena di confusione; ottenuta la qual cosa, mi darò a lavorare per genio e per debito con ogni mio potere. Non la ringrazio dell'amorevolezza, della cordialità, delle cure, dei favori innumerabili che Ella mi ha usati fin qui, perchè non avrei parole abbastanza, e amo meglio di farlo colle opere. Ben l'assicuro che io conserverò perpetua e dolcissima e grata memoria del soggiorno che ho fatto in sua casa. La prego dei miei teneri saluti, e ringraziamenti ancora, a tutti i suoi; particolarmente a Madama e al signor Luigi, al quale scriverò quando avrò la mente un poco più riposata. I miei saluti anche a Compagnoni e al prof. Martini. Ella mi ami, e mi creda con tutto il possibile affetto riconoscenza e desiderio di servirla suo cordialissimo servo ed amico vero Giacomo Leopardi,</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Monaldo L. (1825)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI MONALDO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>Recanati, 6 Ottobre 1825.</date>
            </opener>
            <p>Mio caro Figlio. Non potete credere quanto mi abbia consolato il ricevere la vostra lettera, ed il sentirvi in Bologna; e tanto più perchè non mi attendevo nè l'uno nè l'altro. L'ultima vostra qui ricevuta fu quella che scriveste in Milano alli 7 di Settembre, dopo la quale io ve ne scrissi un'altra che pare non abbiate ricevuta, e poi ultimamente un'altra, che non poteste ricevere perchè eravate partito di là. Ero veramente smanioso di ricevere notizie di voi, ed ora sono contentissimo sapendovi in luogo dove si può scrivere, e d'onde si può avere riscontro più sicuramente e più prontamente. Neppure mi dispiace di sentirvi non pienamente contento, perchè spero che resti alla casa vostra il privilegio di procurarvi qualche contentezza di più. Giacomo mio, gli anni e le esperienze ci vanno lentamente persuadendo che molte cose, splendide assai da lontano, vedute in vicinanza appariscono meno luminose, e certi oggetti che sembrano vili e triviali, sono in sostanza i più utili e comodi per gli usi della vita. Voi lo conoscete in parte, e lo conoscerete del tutto ben presto, perchè avete spirito con cui precorrere il corso ordinario delle riflessioni, e buona fede per confessarne i corollarii. Prescindendo poi dalle prevenzioni della educazione, e dall'omaggio abituale che rendiamo ai nostri religiosi principii, la riflessione e l'esperienza ci assicurano che nella nostra vita esiste un gran vuoto e bisogna empirlo di Dio. Se le azioni nostre sono dirette a questo Dio, <hi rend="italic">in quo vivimus, movemur et sumus</hi>, ci sentiamo forti, sazii e contenti; ma se prendiamo un'altra mèta, corriamo senza arrivare, aneliamo senza respirare, e, abbracciando continuamente, stringiamo sempre le braccia vuote al petto.</p>
            <p>Degli emolumenti dei quali mi parlate, io non so precisamente cosa dire, perchè non so in quale vero aspetto debba vederli. Se Stella vi dà dieci scudi mensili, non vorrà buttarli, e voi dovrete compensarglieli con lavori quasi periodici, i quali valgano molto di più. Piuttosto che mettersi allo stipendio di uno stampatore mercante, avrei creduto meglio il pattuire che vi pagasse i vostri scritti un tanto al foglio, e così, piuttosto che ricevere otto scudi mensili dal Greco che vuole imparare il latino, ne avrei accettato un dono non pattuito. Secondo le nostre antiche idee e forse pregiudizii, questi emolumenti mensili mi sembrano alquanto umilianti; ma ripeto che non posso vedere queste cose come si vedono oggidì fuori delle nostre nicchie, e voi avete bastante criterio per giudicarne sanamente, e bastante stima di voi medesimo per non avvilirvi.</p>
            <p>Nella mia lettera, forse smarrita, vi scrissi a Milano che il cav. Antici mi mandò per voi la Licenza di leggere e ritenere i libri proibiti. Scriverete se la volete costì. Il suddetto cavaliere venne qua circa 15 giorni addietro, ed è ora in Urbino a rivedere i figli.</p>
            <p>Tutti di casa stanno bene, e tutti vi salutano e vi abbracciano. La Mamma è un po' raffreddata, ma in piedi, e meglio. In Monte Cassiano è gravissimamente ammalato il conte Volunnio, e credo non lo rivedrete più. Niente più ho saputo del Segretariato di codesta Accademia, e potrete dirmi se è stato rimpiazzato, o quale esito ha avuto l'impegnatissima lettera del Segretario di Stato. Addio, mio caro figlio. Adesso, nella vicinanza, compensateci colla frequenza delle vostre lettere il cruccio sofferto nella vostra maggiore lontananza e nel troppo vostro silenzio. Iddio vi benedica come io vi benedico e vi abbraccio di tutto cuore. Vostro affezionatissimo Padre.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Carlo L. (1825)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>
                  <add resp="ed">Recanati 6 Ottobre 1825</add>.</date>
            </opener>
            <p>Caro Buccio. Chi m'avesse detto pochi mesi fa che sarei stato qualche settimana senza sapere dove ti trovavi, se a Milano o a Bologna, avrebbe detto cosa non credibile, perchè troppo desiderata, non veramente per mio piacere, ma per tuo vantaggio. Nel sentir poi che non ti mancano, e non ti mancheranno mezzi per soggiornare in buone città, avrei voglia di provarti che sei ingrato colla fortuna, mostrandoti come fai, poco contento. Ma non ne faccio niente, perchè so qual premura dispettosa sia questa, onde si legge ne' miei pensieri non so a qual carta: <hi rend="italic">Il dire di un uomo: Voi siete felice, è sempre una cosa odiosa, perchè è certo che va contro la sua opinione.</hi> Ti dirò bensì che io penso, che quando la facoltà di sentire si va per l'esperienza diminuendo, e si riduce quasi al solo soffrire, dobbiamo prendere per guida dei nostri passi la ragione, quantunque una volta tanto odiata, e un uomo deve essere contento quando può provare da sè stesso che il suo stato è buono, quantunque non ne senta alcun godimento. Quanto poi a questo godimento, di cui la razza è perduta nel mondo civilizzato, io penso che si debba la sua morte, e la nascita della noja, mostro orribile, al vivere moderno antinaturale che ora tiene la società, senza azione, senza mèta, senza educazione fisica, senza sviluppo di passioni gigantesche, tanto diverso da quello delle antiche nazioni. Infatti è certo che l'uomo vive troppo poco per invecchiare: un sentimento interno ci dice mille volte che una vita così breve non può bastare a smorzare il fuoco del nostro animo: non v'è quasi carriera che l'uomo possa percorrere intiera: egli dunque morirà prima di avere esaurito quanto aveva a fare, dunque morirà con dei desiderj, dunque morirà ancor giovane: d'onde la noia. Una sciocca filosofia, vedendo che si moriva, ne ha dedotto che si doveva invecchiare: gli uomini sono tutti recisi in erba. Bisogna essere ben superbi di sè stessi per sostenere che in così poco tempo delle qualità morali possano arrivare alla loro perfezione, in modo che sian già mature per la decadenza. La mutazione del periodo della vita umana è un fatto che concorre a provare come la natura non volea che l'uomo s'annoiasse, perchè i bambini non s'annoiano, e l'uomo muore bambino. Ma non si potrà mai cessar di maledire quella causa che ha introdotto e mantiene la noia al mondo. A questo passo precisamente, una boccetta d'aceto che avevo sul tavolino, mi si è rovesciata sopra la lettera; sicchè, come puoi supporre, le mie maledizioni si sono dirette altrove.</p>
            <p>Del resto, Buccio mio caro, sebbene io sia oramai in un desiderio di rivederti e ritoccarti che tu non puoi credere, pure non posso che consigliarti a conservare con ogni cura la posizione in cui sei; e per ciò che vale in sè stessa, e perchè può riguardarsi come il primo passo a cose migliori. Non v'è dubbio che in pochi mesi tu sei al caso di farti far patti molto più vantaggiosi, oltre tutte le contingenze che ti può presentare la conoscenza di signori distinti ec. Ma non ti fare spingere da qualsivoglia malinconìa a rilegarti in Recanati, perchè mi sembra una delle poche cose che meritino compianto, il dover dimorarvi. Addio, caro. Devo cedere il foglio a Paolina.</p>
            <p>Dimmi, tu che stai fra le specule, è una cometa quella che ora si vede? Addio. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Paolina L. (1825)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PAOLINA LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>
                  <add resp="ed">Recanati 6 Ottobre 1825</add>.</date>
            </opener>
            <p>Con dispiacere vedo che Carlo avrebbe altre cose a dirti, che sarebbero certo più importanti delle mie, e a te più care, poichè io non ho altro a dirti, Giacomuccio mio, che quanto di cuore io mi rallegro con te per ciò che noi chiamiamo il principio delle tue felicità e della tua fortuna, quanto mai io goda nel saperti un poco più vicino a noi che non eri stando a Milano; che ci amareggiava tutti in gran modo, vedendo quanto era mai difficile l'avere tue nuove da noi desiderate a braccia aperte ad ogni venuta della posta, ma quasi sempre inutilmente. Il dirti quanto io ti amo, e quanta smania e impazienza è in me di rivederti, è inutile, poichè te lo immaginerai bene; e tutte le notti ti vedo in sogno, e mi par proprio di guardarti, di esaminarti, di aspettare ansiosamente che tu mi faccia quei racconti di cui mi parlavi e che mi promettesti in un'altra tua; ed ogni cosa mi richiama in casa la tua memoria, e mi ti fa tanto più <hi rend="italic">regretter</hi>, quanto meno speranza ho di vederti. Pure a Recanati non ti vorrei vedere giammai, ma ti farò ben ricordare la promessa che mi facesti l'ultima sera.</p>
            <p>Scrivendo a Giordani, digli qualche cosa da parte mia, e come mi lusinga la sua memoria, e quanto m'interessi di conservarla. La Mamma vuole che ti saluti, e ti risaluti; essa quasi piangeva dalla consolazione nel leggere la tua ultima, e si rallegra con te, e spera che sarai sempre più contento. Puccinotti disse l'altro giorno, che essendosi lusingato per un poco di avere una tua lettera, e non vedendola, ti ha scritto a Milano, indirizzandola a Stella. È sperabile che tu non l'abbi avuta. Egli è sempre annoiato della troppa fatica, e spera di esser chiamato in Urbino per maestro della nuova Università ec. Il mio matrimonio si è prorogato a Carnevale, per ora; vedremo in appresso. Addio, caro Muccio mio. Pietruccio mi si raccomanda perchè lo nomini. Si sta lavorando il suo vestiario nero, ed egli è tutto contento; cosa ch'io non avrei mai creduto. Se volete ridere, per ultimo vi dirò, che essendo partito sono alcuni giorni Antongiacomo Condulmari, si dice che sia andato a farsi Camaldolese. Ha lasciato una lettera con ordine di non aprirsi fino <hi rend="italic">a nuovo ordine</hi>. Scusate, Giacomuccio mio, queste ciarle, che vi sono, lo capisco benissimo, inutilissime; ma sono tre mesi che non ne facciamo più insieme. Quando non saprete cosa vi fare, vedete di aver nuove di Angelina; chè farebbe piacere anche a Mamma il sapere che diavolo ne è stato di essa. Gigio ti abbraccia, e vuole che ti dica, <hi rend="italic">che non ti scrive perchè non sa scrivere</hi>; sono le sue parole.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.F.Stella (1825)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
               <date>Milano 8 Ottobre 1825.</date>
            </opener>
            <p>Amico amatissimo. Era un po' inquieto per non veder suoi caratteri, ed ora che li ho veduti sarei lieto, se non vi fosse nella sua del dì 5 di quelle parole <hi rend="italic">la mia mente che è piena di confusione; quando avrò la mente un poco più riposata</hi>. Se questo provenisse dal viaggio, ciò non durerà che pochi giorni ancora; ma se provenisse da qualche causa morale, vorrei che me lo dicesse, quando mi credesse atto a giovarle almeno col consiglio, ben dovendo Ella sapere che ho per Lei il cuor d'un padre.</p>
            <p>Suppongo che avrà ricevuto dal signor Moratti il quad. IX del <hi rend="italic">N. Ricoglitore</hi> e veduto l'articolo <hi rend="italic">Critica</hi> che non è stato in veruna parte toccato. Avrà veduto anche una lettera col ricapito presso di me. Alla posta ove ho mandato anche oggi, non ce ne sono altre.</p>
            <p>Oggi sotto fascia, e per la posta, le mando il resto dell'articolo <hi rend="italic">Critica</hi>. Vi metta pur le mani dentro se vi fosse bisogno, e mel ritorni sotto fascia pure per la posta e col mezzo del signor Moratti. Vi unisco i due manifesti del Cicerone, ma non cilindrati. Quando saran cilindrati ne manderò un numero anche all'avv. Brighenti, e gli scriverò direttamente.</p>
            <p>L'ab. Bentivoglio che la riverisce, è stato contento sì dell'uno come dell'altro manifesto. Anche il mio Luigi la riverisce, e si propone già di scriverle. Il resto della famiglia e Compagnoni trovansi a Varese. Spero mercoledì prossimo di poter portar colà i di lei saluti. L'abbraccio di cuore. Il suo vecchio amico Stella.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Ha letto Ella il <hi rend="italic">Dante rivendicato</hi>? Che ne dice Ella, e che cosa se ne dice costì?</p>
            <p>Le sue lettere, per economia di posta, le faccia pur tenere all'amico Moratti.</p>
            <p>I libri da Lei qui lasciati sono stati oggi spediti, e li riceverà franchi dal libraio signor Marcheselli.</p>
         </div1>
         <div1 n="A L.Stella (1825)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A LUIGI STELLA - MILANO.</hi>
               </salute>
               <date>Bologna 9 Ottobre 1825.</date>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico carissimo. Con mio gran dispiacere fui privo del bene di rivederla prima della partenza. Pregai instantemente il Papà di salutarla a mio nome in modo particolare. Spero che Ella di tempo in tempo vorrà ricordarsi di me, e conservarmi perpetuamente la sua amicizia, della quale io mi lusingo e mi pregio. Creda almeno ch'io l'amo e mi ricordo spesso di lei con affetto e piacer grande. Vengo agli affari letterarii, dei quali il Papà mi disse che avrebbe avuto caro che io scrivessi a lei. Brighenti ed io attendiamo i manifesti del Cicerone, i quali avremo cura di far correre per Bologna e per tutto lo Stato. Amerò d'intendere se il Papà gradirebbe ch'io impegnassi qui per qualche traduzione alcun buono ingegno, e tra gli altri il famoso Costa, il quale non dispero d'indurre a farne qualcuna. Ho ricevuto il <hi rend="italic">Nuovo Raccoglitore</hi> di Settembre e lo fo circolare qui per Bologna. Nelle cose mie vi ho trovato alcuni leggeri falli di punteggiatura, che non erano nelle prove che io corressi. Sto attendendo la spedizione di libri che il Papà mi promise, nella quale deve essere il Dizionario di Cesari, senza il cui aiuto non posso continuare la interpretazione del Petrarca. Gradirei che Ella mi facesse avere un catalogo dei testi di lingua vendibili nella loro libreria, perchè ho qui un amatore che fa raccolta di testi, e comprerebbe quelli che gli mancassero. Intanto Ella mi favorirà mandandomi un esemplare del <hi rend="italic">Dalle Celle</hi> di Genova, del quale rimetterò il prezzo a chi Ella m'indicherà. L'esemplare non è per me. Similmente un esemplare del <hi rend="italic">Frescobaldi. Viaggio in Egitto</hi>. Desidero sapere se il Papà ha concertato nulla circa il modo di spedirgli i miei manoscritti, perchè potrei mandare alcune coserelle pel <hi rend="italic">Nuovo Raccoglitore</hi>. Faccia grazia di dire al Papà che Giordani, al quale ho narrato i favori e le gentilezze che ho ricevuto da lui, m'impone di salutarlo distintamente. Ella si compiaccia di presentare ancora i miei affettuosi saluti al Papà, alla Mamma e a tutta la sua famiglia, come anche a Compagnoni, al quale potrà dire che ho parlato a Costa per la copia che egli desidera del Gran Dizionario. Costa mi ha detto che il darla non dipende da lui, ma che Compagnoni scriva ai fratelli Masi, stampatori editori, e scrivendo, lo faccia sapere a lui, chè egli appoggerà la domanda. I miei ossequi ancora al Conte Dandolo. Ella mi ami, e mi comandi come a suo servitore ed amico vero Giacomo Leopardi.</p>
            <p>L'opera che Costa vorrebbe tradurre sarebbe <hi rend="italic">De officiis</hi>. E vero che abbiamo la traduzione del Facciolati, ma infine essa è molto imperfetta, e da altra parte il nome di Costa che è conosciuto molto favorevolmente anche in Lombardia, credo che gioverebbe non poco all'impresa. Il medesimo Costa s'impegnerebbe ancora di far tradurre le opere rettoriche che bisogneranno dal prof. Farini di Ravenna, uomo assai colto, e autore di un libro di prose assai stimato in Romagna.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1825)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>Bologna 10 Ottobre 1825.</date>
            </opener>
            <p>Carissimo sig. Padre. Effettivamente le lettere che Ella dice di avermi scritte dopo ricevuta la mia dei 7 settembre, non mi sono mai giunte. Uno dei più forti motivi che mi hanno determinato a lasciar Milano, dove alla fine io mi era quasi accomodato, e dove si vive certamente meglio che a Bologna, è stata la troppa lontananza di quel luogo da casa mia, e il desiderio di ricevere le loro nuove più spesso e più facilmente, e di essere in maggiore unione con loro. L'appuntamento che io ricevo da Stella, non è altro che un <hi rend="italic">a conto</hi> per i lavori letterarii che io gli farò, e se questi importeranno di più, egli me ne compenserà alla fine dell'anno. Il ricever poi questo danaro mensilmente, piuttosto che tutto in una volta alla fine di un lavoro, mi è di un gran vantaggio, per la certezza che me ne segue di avere di mano in mano quella tal somma da disporre. I lavori poi ch'io debbo fare, sono interissimamente a mia disposizione, giacchè Stella non mi ha detto e ripetuto altro, se non che egli spera che le opere che io farò, non le manderò ad altri che a lui. Del resto, che io faccia quelle opere che mi piace. In queste cose a me pare che non vi sia nulla di umiliante. Quello che io ricevo dal Greco, sarebbe forse un poco meno nobile, come è seccantissima per me quell'ora che passo con lui. Nondimeno nelle idee di questa città non vi è nulla di vile annesso alla funzione di precettore; anzi qui tutti i letterati forestieri si chiamano professore; e Costa, nobile ravennate, fa professione espressa d'insegnar per danaro a parecchi giovani, fra i quali anche al mio Greco. Costa è uno dei letterati più rinomati di qui.</p>
            <p>Della licenza dei libri proibiti le scriverò in caso che mi occorra. Al zio Antici ho scritto costà una lettera, la quale lo avrà trovato assente. Da Bunsen ebbi notizia prima di partire da Milano, che il Segretario di Stato non aveva avuto risposta da questa Legazione sopra il mio affare. Ne ho parlato al Direttor Generale di Polizia, il quale mi ha promesso di sentirne qualche cosa dal Legato con cui ha molta entratura. Mi dispiace assai del raffreddore della Mamma. Non le scrivo per non annoiarla, e perchè so che questa lettera sarà comune anche a lei. Ma Ella le dica, la prego, le più tenere cose per me, e mi dia nuove della sua salute. Così anche del Zio Ettore, il quale saluto di tutto cuore. Non lasci anche di dirmi come sta Ella, e come la trattano i primi freddi, che qui sono assai vivi. Mi ami, mi benedica, e mi creda pieno di amore e di gratitudine, e persuaso che io non potrò mai trovare in nessun luogo affezione e bontà uguale alla sua. Suo affezionatissimo figlio Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Carlo L. (1825)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>Bologna 10 Ottobre 1825.</date>
            </opener>
            <p>Carluccio mio. Mi vengono le lagrime agli occhi scrivendo il tuo nome. Chi ti potrebbe dire quanto io t'amo, e quanto mai smanio di ribaciarti! Io parlo di te più frequentemente che posso, e in particolare con questo Papadopoli, ch'è un giovane quasi dell'età tua, e di principii virtuosi, generosi, ed eroici come i tuoi. È uomo capace di esser vero amico, ma nessun'amicizia sarà mai e poi mai uguale alla nostra, ch'è fondata in tante rimembranze, che è antica quanto la nostra nascita, che se uno di noi domandasse all'altro tutto il suo sangue, questo sarebbe prontissimo a darlo, e quello già certissimo di ottenerlo. Ma in somma tu non mi dici niente di te. Che fai, Carluccio mio caro? perchè non mi scrivi ogni tua cosa, o allegra o trista che sia? credi tu forse che non mi prema? anzi sappi che io desidero infinitamente di saperla, non solo mica per affetto, ma proprio anche per curiosità, perchè veramente le notizie vostre m'interessano e mi solleticano più assai di quelle d'ogni altra cosa al mondo, ed è per me un giubilo e un palpito quando apro lettere di casa. Io qui sono trattato da' miei ospiti molto bene e amorosamente, ed anche con gran riguardo, perchè mi stimano una gran cosa. Mi alzo alle 7. Scendo subito al caffè a far colezione. Poi studio. Alle 12 vado da Papadopoli, alle 2 dal Greco. Torno a casa alle 3. Vado a pranzo alle 5, per lo più in casa, e se ho inviti mi seccano. La sera la passo come Dio vuole. Alle 11 vado a letto. Eccoti la mia vita. Quelle lezioni che mi sventrano la giornata, mi annoiano orribilmente. Fuor di questo non avrei di che lagnarmi. Questi letterati che da principio, come mi è stato detto e ridetto, mi guardavano con invidia e con sospetto grande, perchè credevano di dovermi trovar superbo e disposto a soverchiarli, sono poi stati contentissimi della mia affabilità, e di vedere ch'io lascio luogo a tutti; dicono finora un gran bene di me, vengono a trovarmi, e sento che stimano un acquisto per Bologna la mia presenza. Non ti dimenticare di dirmi se Prosperi il Chirurgo ha ricevuto il libro di Tommasini che gli feci spedire di qua. Carluccio mio, scrivimi. Io t'abbraccio, t'amo quanto i miei occhi. Addio, addio. Quella che vedete è una cometa, non ne dubitate.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Paolina L. (1825)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PAOLINA LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>Bologna 10 Ottobre 1825.</date>
            </opener>
            <p>Paolina mia. Tu scrivi colla tua solita sensibilità, e mi consoli in tre modi; perchè mostri di volermi tanto bene, perchè mi persuadi che la sensibilità si trovi al mondo, perchè risvegli la mia ch'è pur troppo addormentata come tu sai, non verso te in particolare ma verso tutto l'universo. Se tu pensi a me in Recanati, non credere ch'io sia tanto distratto in Bologna, e fossi anche in Parigi, ch'io non pensi a te ogni giorno. A proposito di Parigi, sappi ch'io sono venuto da Milano a Bologna con tre francesi, e da Bologna a Milano era andato con due inglesi. Vedi quanta materia di osservazioni e di racconti per le nostre serate d'inverno, perchè ti puoi immaginare con quanta dimestichezza e intimità si viva coi suoi compagni quando si viaggia, e però quanto campo io abbia avuto di osservare i costumi e i caratteri di quei signori. Aspetto qui Giordani a momenti, e già gli ho scritto del tuo sposalizio concluso. Dammi pur sempre le notizie del giorno di Recanati, che ho moltissimo piacere di sentirle, perchè mi son fatto curioso assai più di prima. Dà un bacio per me a Pietruccio, e mille alla Mamma, alla quale raccomanda di aversi cura. Salutami caramente Luigi, e pregalo per me che mi scriva due righe, dove mi dia le sue nuove. Finisco perchè sono le dodici. Addio, mia cara, addio addio. Procurerò di aver nuove d'Angelina.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di C.Antici (1825)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO ANTICI</hi>
               </byline>
               <date>Urbino 12 Ottobre 1825.</date>
            </opener>
            <p>Nepote carissimo. Mia moglie mi spinse a Pesaro l'accluso importante biglietto di Bunsen, che mi affretto d'inoltrarvi e che dovrete ponderare maturamente in tutte le parti onde impostare per lui la risposta ostensibile, ed altra confidenziale. Io non mi permetto sull'argomento che due riflessi rapidamente accennati, perchè "sapienti pauca", e perchè non sono padrone del mio tempo.</p>
            <p>Se la desiderata Segreteria in Bologna non si è potuta ottenere, sembrami che assai più desiderabile sia l'impiego con cui vuolsi in oggi supplirvi. Ancorchè non riesca il Vice-Rettorato, lo stare voi in Roma con pubblico ufficio (adattato però ai vostri studi) può condurvi in seguito a cariche eminenti. Sono io dunque di deciso parere che, mostrandovi disposto a ricusare ogni altra chiamata <hi rend="italic">estera</hi> per dedicarvi tutto al servigio del munificentissimo Leone XII, non tralasciate di dire che le circostanze economiche di vostra famiglia, rese angustiosissime dalla rivoluzione politica, ed in oggi dalla rivoluzione agraria, le toglie ogni mezzo di far per voi alcun sagrificio pel mantenimento etc.</p>
            <p>Sappiatevi servire dei vostri talenti per trarre profitto dalle circostanze, e per isgravare la vostra dissestata famiglia da ulteriore sproprio per voi. I tempi sono desolantissimi per tutti i possidenti, e sono disperantissimi per chi ha debiti sul patrimonio.</p>
            <p>Scrivo in mezzo alle vivacità dei quattro miei cari figli, e perciò non mi è possibile di connettere.</p>
            <p>Addio addio. Parto da qui ad un'ora, e da Pesaro partirò poidomani per esser la sera dei 15 a Recanati. Vostro aff.o Zio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A F.Puccinotti (1825)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A FRANCESCO PUCCINOTTI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>Bologna 17 Ottobre 1825.</date>
            </opener>
            <p>Caro mio Puccinotti. Vi promisi di scrivervi, e finora non ho mantenuta la mia promessa. Non crediate che ciò sia stato per dimenticanza, perchè infatti io non l'ho mai dimenticato, ma per gl'impacci continui, e per aver voluto aspettare di esser qui in Bologna, e trovarmi più in quiete. Come state, mio caro Dottore? So che mi avete scritto a Milano, ma vi assicuro che la vostra lettera non mi è arrivata, e non è arrivata nè anche a Milano dove ho lasciata commissione che si riscuotano le lettere dirette a me. Ultimamente ho scritto al nostro cav. Mazzanti che vi saluti caramente da mia parte, ma egli non mi risponde. Io mi ricordo continuamente di voi, e vi amo assaissimo. Sento che siete disposto a lasciare Recanati. Se questo vi torna utile e comodo, non posso replicare; ma vi giuro che per conto mio mi dispiace infinitamente, perchè mi priva della speranza di rivedervi, il che sarebbe per me una vera consolazione. Quanto a me, non sono talmente stabilito in Bologna, che o per noia, o per desiderio di rivedere i miei, o per nostalgia ec. non possa molto probabilmente tornare a Recanati, o per fermarmici, o almeno per passarvi qualche poco di tempo. Anzi vi assicuro che sono ancora indeciso circa il mio soggiorno, perchè quantunque io stia e possa star qui molto bene, nondimeno l'amore della solitudine, dei parenti, e di quei comodi che non si possono avere facilmente fuori della casa propria, mi tirano fortemente a Recanati. Aspetto qui Giordani a momenti. Deve tornare da Piacenza a Firenze, e si fermerà qualche giorno. Ho veduto Tommasini di sfuggita; il quale è già tornato a Parma, e vi resterà per tutte le vacanze. Riverite per me il cav. Mazzanti, e il dottor Podaliri. Se scrivete a De Matthaeis, fategli i miei distintissimi saluti: non ve ne scordate. Scrivendomi qua, datemi le vostre nuove, e se avete comandi da farmi, non mi risparmiate. Sopra tutto vogliatemi bene, perchè io ve ne voglio tanto e poi tanto che non so dirlo abbastanza. Parlatemi dei vostri studi. I miei rispetti alla consorte. Vi abbraccio di vero cuore. Addio, addio.</p>
            <p>A Corboli ancora i miei ossequi. Il vostro buon amico Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di C.Antici (1825)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO ANTICI</hi>
               </byline>
               <date>Recanati 17 Ottobre 1825.</date>
            </opener>
            <p>Caro Nepote. Tornato qua la sera dei 14, ho trovata la vostra lettera da Bologna in data dei 3. Ora so dunque, che avete lasciato Milano, e sempre più mi compiaccio che, dirigendovi io colà un'altra mia scritta poco prima di partire da Urbino, aggiunsi nel soprascritto "raccomandata al Sig.r Console Pontificio". Così verrà al medesimo ricapitata e costì respinta. Contiene essa un importantissimo foglio del Sig.r De Bunsen, che voi attentamente leggerete, e dopo matura riflessione riscontrerete da vostro pari mettendo a profitto <hi rend="italic">con accorta moderazione</hi> l'interesse che siamo riusciti ad ispirare per voi nel Governo. Se sapete, o se volete saper fare, potete coll'apertura offertavi ora battere una strada assai luminosa. <hi rend="italic">Sapienti pauca</hi>; ma ricordatevi di sottrarre la vostra famiglia da qualunque spesa per il vostro mantenimento fuori di casa, poichè non potrebbe.</p>
            <p>Mi ha detto vostro Padre quali sono le vostre attuali risorse costì, ed io ho detto a lui cosa si sta ideando onde accrescerle.</p>
            <p>Ho piacere del sollievo che vi siete preso visitando il bel lago di Como e quelle ridenti contrade, benchè in compagnia assai meschina.</p>
            <p>Io ero di parere, che di tutto il Cicerone latino, come di tutto l'italiano, si facessero due separate edizioni, senza congiungere il testo alla traduzione. Ma l'Editore deve certamente conoscere meglio di me il proprio interesse.</p>
            <p>Preveggo, che quanto non vuo' imprendersi da Stella per pubblicare in italiano la sublime storia di Cingard, s'imprenderà da qualche altro in Firenze.</p>
            <p>I vostri congiunti ed i miei godono tutti perfetta salute, ma tutti siamo travagliati dalla tisi pecuniaria. Lo squallore dei possidenti si diffonde in tutte le classi, e se Dio non aiuta, preveggo l'aumento di debiti per ogni parte. La povertà mantiene lungamente virtuoso un popolo, ma se questo sia corrotto e cada in povertà, inferocisce. <hi rend="italic">Malesuada fames!</hi>
            </p>
            <p>Vi saluto in nome dei Zii, e di mia Figlia, che col marito e suocero è qua venuta a passare due o tre settimane.</p>
            <p>Cercate di vedere in casa il Comm.e Montani mio Zio materno, e perciò Pro-Zio vostro, e fategli da parte mia i più cordiali saluti.</p>
            <p>Sappiate approfittare della vostra erudizione per il bene vero degli uomini, chè così fondarete la vostra felicità, come di cuore vi augura chi con sincero attaccamento si protesta vostro aff.o Zio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di L.Mazzanti (1825)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI LUCA MAZZANTI</hi>
               </byline>
               <date>Recanati 18 Ottobre 1825.</date>
            </opener>
            <p>Amico e Signore amatissimo. Dopo lunga privazione delle Sue lettere, ne rivedo finalmente pur una tutta candida, soave, vera, così come il suo cuore. Io ne sono consolato infinitamente, poichè mi rassicura della Sua prosperità, dell'amor Suo, del Suo avvicinamento, sicchè potrà riescirmi il rivederLa più facile. Non so nasconderLe che il Suo silenzio mi è riescito di pena, non sapendo cui attribuirlo; e dubitava a ragione della Sua salute, o ch'io fossi spento nella Sua dolce memoria; chè, essendo Ella la stessa cortesia, non poteva persuadermi che Le piacesse di tenermi in corruccio col non rispondere alla lettera che Le scrissi nella Sua dimora a Milano, lasciandomi così senza le Sue nuove, che vorrei pure ad ogni momento. Ne ricercava sovente qui alla Sua Famiglia, ed in Bologna al P. Maestro Poni; rare volte però potei averne di così precise e consolanti quali erano da me desiderate. Ora ch'è più vicino, non Le piaccia di procacciarmi nuove afflizioni, ma raddolcisca invece le già sofferte, scrivendomi con frequenza e comandandomi.</p>
            <p>Che intendo mai di Milano! Quando io vi fui avevano colà le Scienze e le Lettere la loro sede, e poteva dirsi quella città la Repubblica de' letterati, de' colti e gentili uomini. Ciò vuol dire, che dottrina, coltura, e gentilezza star non possono insieme colla Todesca rabbia; e così essendo, ha fatto assai bene di partirsi di colà, "dove dal corso suo quasi è smarrita nostra natura vinta dal costume" Se io far potessi il voler mio, avrei già messo le ali per esser costì a riabbracciarLa; però necessità mel vieta, ed è forza che io ritardi questo piacere vivissimo a miglior tempo, che vorrei fosse sollecito a sollievo del mio spirito, oppresso più che il Suo certamente da profonda malinconia. Iddio voglia che l'amore del suolo natio possa tanto nel di Lei animo, da ricondurLa fra le patrie mura; chè in vero
<quote rend="block">
                  <lg>
                     <l>Tal qui si pate traversia, che scusa</l>
                     <l>La repugnanza de' paterni tetti;</l>
                  </lg>
               </quote>
e voglio pur lusingarmene, come dell'unico bene che qui mi resta a sperare nella mia solitudine. È invidiabile assai il buon umore di Monti, che nella età sua decrepita, lottando colla sciagura de' tempi, conserva la ilarità, e la vivezza del suo spirito giovanile; io so di avere invecchiato anzitempo, e domando talvolta a me stesso se sono ancora animato. Il D.r Puccinotti Le ritorna duplicati i suoi saluti; mi dice di averLe scritto, ed è sempre nell'ansietà delle Sue nuove. Del D.r Podaliri nulla posso dirLe, essendo già tre mesi che partì di qui alla volta di Roma, ed ora sento sia in Napoli. Egli non mi scrive, nè so che altri abbia sue lettere; auguriamogli dunque buona fortuna. Mi dia qualche notizia del Padre Poni, che credo lontano da Bologna; è un tempo che non vedo i suoi caratteri. Mi ami sempre, chè io non potrei cessar mai di essere Suo aff.mo obbl.mo Amico e Servitore.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Melchiorri (1825)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIUSEPPE MELCHIORRI</hi>
               </byline>
               <date>Roma 18 Ottobre 1825.</date>
            </opener>
            <p>Caro Giacomo. Ti scrivo da Roma dove sono da due giorni, essendo fissa ora la mia permanenza in Albano, dove sono a villeggiare sino dalla metà dello scorso Settembre. Godo moltissimo nel sentire la probabilità che hai di stabilirti in Bologna. Confesso invero che avrei molto più desiderato che il tuo soggiorno fosse Roma, per il piacere sommo che avrei avuto di averti a canto, ma nondimeno non posso non rallegrammi teco se ti riesce una volta di fuggire da Recanati per fissarti poi in Bologna, dove trovasi sicuramente molto più giro letterario che in Roma.</p>
            <p>Sento con infinito gusto la novella che mi dai delle due edizioni delle Opere di Cicerone. Di questo classico più edizioni vi sono, e più ne godo amandolo moltissimo, e godendo che sempre più sia studiato. Avverti però che per il solito la sorte delle nuove edizioni è quella di empire un vuoto nelle scansie, e poco sono lette. Credo che non dimenticherete le Orazioni edite da Garatoni, se l'edizione è <hi rend="italic">variorum</hi>. Non ho ancora veduti li due programmi che mi hai annunziati, onde ti prego, se l'hai, di spedirmeli per la posta sotto fascia. Quando sortirà quel tuo testo di lingua felicemente creato, ti prego di spedirmene una copia, mentre voglio ridere di cuore alle spalle dei fanatici.</p>
            <p>Ti ringrazio delle tue cortesi esibizioni. Quando sarà in Bologna di ritorno il mio amico Prof. Orioli, ti prego di conoscerlo, e salutarlo da mia parte. Ora è in Firenze, ed ho letta una sua rivista letteraria nell'<hi rend="italic">Antologia di Settembre</hi>.</p>
            <p>I tuoi saluti sono stati graditi a tutti, e li ritornano. La Sig.a Orfei è in Orvieto, ed avrà la sua parte al ritorno.</p>
            <p>Addio, caro Giacomo, scrivimi spesso e dammi nuove di tua salute, e de' tuoi lavori letterarii. Addio, amami e credimi il tuo Cugino aff.mo.</p>
         </div1>
         <div1 n="A L.Moratti (1825)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A LUIGI MORATTI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <date>Casa 20 Ottobre 1825.</date>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo Signore. Il Sig. Stella mi dice che per risparmio di posta consegni a Lei le lettere che io gli scriverò. Le ne accludo dunque una, pregandola del recapito, e così farò in seguito. Le accludo ancora un piccolo manoscritto che la pregherei di fare ricapitare al Sig. Stella per quel mezzo che Ella crederà migliore e più economico, secondo che egli mi disse. Ella mi favorirebbe molto, scrivendo al Sig. Stella in mio nome <hi rend="italic">che egli faccia di questo piccolo ms. quell'uso che a lui piace, ponendovi o non ponendovi il mio nome, secondo il suo assoluto piacere</hi>. Se Ella avesse lettere di Stella dirette a me, mi farebbe grazia consegnandole a quel medesimo ragazzo che viene a prendere le lettere di Brighenti, o piuttosto mettendole nella buca di Brighenti come le lettere che vengono a me direttamente. Offerendomi ai suoi comandi, e pregandola a scusar l'incomodo mi dichiaro suo devotissimo obbligatissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.F.Stella (1825)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO FORTUNATO STELLA - MILANO.</hi>
               </salute>
               <date>Bologna 21 Ottobre 1825.</date>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico carissimo. Ho tardato fin qui a riscontrare la sua degli 8, perchè attendeva risposta a una che scrissi al signor Luigi, contenente parecchie cose su cui bramava d'intendere il di Lei sentimento. Non vedo risposta alcuna. La <hi rend="italic">confusione di mente</hi> di cui Ella mi domanda con tanta amorevolezza, proveniva allora dal viaggio, e adesso dalle scuole che io sono costretto a far qui, le quali mi dimezzano la giornata, e mi distraggono fieramente, oltre la noia che mi dànno. La ringrazio della lettera che Ella mi favorì di spedirmi. Attendo ancora i libri spediti al Marcheselli, e i manifesti ciceroniani cilindrati. Rimandai il resto dell'articolo <hi rend="italic">Critica</hi> corretto. Avrei caro di sapere se ella pensa più a stampare il <hi rend="italic">Martirio de' santi Padri del monte Sinai</hi> ec. La assicuro che qui sarebbe ricevuto con gran piacere, e troverebbe molti compratori. Dal signor Moratti, al quale consegno la presente, ho ricevuto per di Lei conto, scudi dieci romani, quelli cioè del mese di ottobre. Il <hi rend="italic">Dante rivendicato</hi> qui non è comparso. Conosco però l'autore per altre sue operette dello stesso genere. È un uomo d'ingegno sufficiente, ma di nessun gusto, e che per esser sempre vissuto in città piccole, non conosce punto il genio di questo secolo, nè lo stato attuale della letteratura italiana. Ella mi dica. Amerebbe Ella che io mi occupassi di una collezione di operette morali di vari autori greci, volgarizzate nel migliore italiano che io sappia fare? Avrei già in pronto il primo tometto, se non che bisognerebbe copiarlo. In questa collezione potrebbero aver luogo i Caratteri di Teofrasto, i Pensieri di M. Aurelio, e soprattutto i Pensieri di Platone ec. ec. e ciascuna operetta si potrebbe stampare in modo che stesse anche da sè, e potesse vendersi separatamente. I miei saluti a tutti i suoi, a Bentivoglio, a Compagnoni. Pieno di riconoscenza e di affetto sono il suo cordialissimo amico Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A C.Bunsen (1825)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO BUNSEN - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>Bologna 21 Ottobre 1825.</date>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo Sig. Cavaliere. Prima di partire da Milano fui avvertito da mio zio Antici che Ella con suo biglietto in data dei 9 Settembre si era compiaciuta di significargli che l'E.mo Segretario di Stato non aveva ricevuto da Bologna alcuna risposta sopra il Segretariato dell'Accademia di Belle Arti dimandato da Lei per me. Venuto qua da parecchi giorni, ho cercato d'informarmi su questo proposito, e ho saputo che la carica di Segretario dell'Accademia è ora addossata <hi rend="italic">provvisoriamente</hi> a un certo Tognetti. Che il Card. Legato, avendo ricevuta la Lettera dell'E.mo di Stato scrittagli in mio favore, la passò al Segretario di Legazione, il quale essendo legato di amicizia col Signor Tognetti, disse che la carica era già coperta, e così fu risposto di qua all'E.mo di Stato. Che il Sig. Tognetti però è sempre <hi rend="italic">provvisorio</hi> in questa carica, e impiegato d'altronde nelle Finanze e ben provveduto. Che il Card. Legato non ha nessuna relazione col Sig. Tognetti, e nessun interesse perchè questa carica sia data <hi rend="italic">definitivamente</hi> a lui piuttosto che a un altro. Che finalmente il conferire il Segretariato dell'Accademia di Belle Arti, non solo è intieramente in mano dell'E.mo di Stato, ma il costume è, ed è stato sempre, che il Segretario di Stato lo conferisca a chi gli piace, senza nessuna intervenzione nè del Legato di Bologna nè dell'Accademia. Perciò i miei amici di qui mi consigliano ad insistere presso l'E.mo di Stato, assicurandomi che l'ottenere questo impiego non dipende se non da un grazioso atto di volontà di Sua Eminenza.</p>
            <p>Ho voluto significarle queste cose, rimettendomi del resto intieramente nelle sue mani. Profitterei di questa occasione per ringraziarla delle tante e così gentili e cordiali premure che Ella si è compiaciuta e continuamente si compiace di usare in favor mio; se mi fosse possibile di trovare espressioni sufficienti a dinotarle la mia vivissima e indelebile gratitudine. Bensì la prego instantemente a presentare i miei più distinti ossequi al Sig. Niebuhr, e ad offerirmi ai di lui comandi come io con tutto il cuore mi offro ai cenni suoi, nel tempo stesso che ho l'onore di ripetermi suo devotissimo obbligatissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Carlo L. (1825)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>
                  <add resp="ed">Recanati</add> 21 Ottobre <add resp="ed">1825</add>.</date>
            </opener>
            <p>Caro Buccio. Per due ordinari siamo stati burlati dall'aspettativa in cui eravamo, che Babbo ci dasse la sua lettera per scriverti unitamente, come ha fatto le altre volte. Ma non è stato di umore, e nemmeno si è potuto sapere, se in questi ordinari egli t'ha scritto. La flemma che regna in questa casa consumerebbe quella di cento c...i peggiori di me, che ne ho acquistata per mia vergogna una dose straordinaria. Tu vuoi che ti parli di me: che t'ho da dire, Buccio mio, di uno che non è niente, che non ha niente, che non fa niente, e che non ama niente? Posso solo dirti di aver fatto una scoperta, ed è che mi sembra che come v'è un'impotenza all'azione, la quale viene dall'abitudine di non far nulla, così si dia un letargo mentale, in cui l'uomo, a forza di esser senza oggetto che richiami il suo pensiere, non pensi più. Ciò anderebbe contro l'assioma, che non si vive senza pensare; ma certo mi pare che si possa, in questa situazione disgraziata, sorprender la mente in atto di non pensare a cosa alcuna. Di fatto è cosa ordinaria in tale stato, che appena ti siedi, o cessi dal moto delle membra, ti si chiudono gli occhi spontaneamente. Così io passo i giorni, e sarei ributtante a me medesimo, se non vedessi che devo accusare, e l'infame maladetta natura di questo paese, e la forza delle circostanze volute da questa famiglia. Del resto, io odio di trattenere gli altri delle mie lagnanze: non sarei sbigottito dai mali, qualunque siano, della vita; navigherei come un altro, ma la calma è più formidabile di tutte le tempeste. Tu mi raccontavi nell'ultima tua la distribuzione delle ore della tua giornata: oh, se dovessi farti altrettanto della mia, stenderei il giornale delle marmotte. Assicurati che la cosa è agli estremi, e che pensando a' miei casi io rido di quel riso che usava Democrito, e che è il solo pianto che gli uomini del mio temperamento possano accordare a sè stessi. Costoro non sarebbero ora lontani dall'ammogliarmi; anzi al mio ritorno da Sinigaglia mi fecero scrivere a Fano per cercare informazioni sopra un partito, di cui m'era stato parlato. Quel progetto svanì, ed io da questo fondo non so a qual parte dirigermi: quanto a loro, si sono, come puoi credere, rimessi al riposo. Io poi, se non fosse la necessità, tutt'altro desidererei che prender moglie. Ciò che desidero veramente, è il trovarmi con te: ora non domando al destino, che di poter vivere in una città buona in tua compagnia. Questa è per me un bisogno, tanto perchè il dissuefarsi da un uso antico come la nascita, e che dipende da un'affezione, è un'impresa la più penosa, e fatale a tutte le qualità del cuore; tanto perchè qui non ho assolutamente alcuno che mi capisca, e credo che anche fuor di qui non troverei con chi parlare la lingua nostra propria; quanto anche perchè, standoti vicino, il mio amor proprio viene soddisfatto, sentendo il valore della metà di me stesso; mentre l'altra metà non vale affatto nulla. Tutto questo è sincerissimamente detto, come sai ch'io parlo: tu per altro non devi più venir qua che a modo di villeggiatura, giacchè il rinchiudersi in Recanati dopo aver soggiornato in capitali, è lo stesso che condannarsi alla morte. Meno male la piccolezza del luogo; ma secondo me, lo spirito di questo, e degli altri nostri paesi, è la cosa più detestabile. Basta che tu rifletti un momento a ciò che è conosciuto pel carattere dei Marchigiani, e poi mi dirai se si può dar cosa più mortale di questa accortezza, che non consiglia altro che l'ozio, l'insensibilità e l'indifferenza ad ogni sorte di merito; e che, togliendoci il modo d'ingannar noi stessi e gli altri, ci chiude le strade che la natura ci ha dato, alla felicità ed all'avanzamento. Tu sai che per ingannar gli altri io non intendo tradirli, ma far colpo sopra di loro con quei talenti che comandano l'ammirazione e gli altri sentimenti che qui si credono riservati <hi rend="italic">aux dupes</hi>; insomma lusingarli e carezzarli, come noi facciamo a noi stessi colle illusioni, che pure sono il solo nostro bene. Quella scienza miserabile che ha chiamato vanità le illusioni, ha dato lo stesso nome a tutte le impressioni che un uomo riceve dall'altro; ma come non ci facciamo scrupolo di richiamar le prime, non dobbiamo farcelo di maneggiare abilmente le seconde. Mi avvedo di esser divenuto un gran declamatore, altra qualità che si acquista in questi bei paesi. Vorrei, Buccio mio, saper qualche cosa de' tuoi progetti, delle tue speranze rapporto all'impiego ec. Credimi che penso assai più ai tuoi interessi che ai miei, anzi rapporto a questi, una delle due persone che, come tu sai, compongono il mio io, continuamente rimprovera all'altra di esser così indifferente sul proprio conto. Prosperi ha ricevuto il libro; il che mi scordai l'altra volta di dirti. Caro, caro Buccio, addio con tutta l'anima; sta bene, e compi tutti gli auguri che io ti mando.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Paolina L. (1825)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PAOLINA LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>
                  <add resp="ed">Recanati 21 Ottobre 1825</add>.</date>
            </opener>
            <p>Ho un momento di tempo per dirti, o Giacomuccio mio, quanto la tua sorella ti vuol bene, quanto sovente essa pensa a te, parla di te, quanto ti richiama ogni momento alla sua memoria. E quanto mi è dolce il sentire da te che ancora mi vuoi bene, che ti ricordi di me in mezzo ai tuoi affari ed ai tuoi divertimenti! E credi pure, Muccio mio, che in mezzo ai nostri tormenti, alle nostre pene, la tua ricordanza scende dolcissima a consolarci, e che nulla tanto desideriamo, quanto l'aver nuove di te, ed averle buone. Lo Zio Carlo ha trovato la tua lettera tornando da Urbino, da dove te ne ha scritto una indirizzata a Milano; che perciò non so se avrai avuta. E giusto ci diceva, che in quella ti parlava premurosamente del nuovo impiego ch'egli spera che potrai ottenere, e che, dic'egli, ottenuto, ti aprirebbe il passo ad una brillante carriera. E noi desideriamo ardentemente che quest'impiego ti piaccia, e che ti venga; ma crederai tu che nè Carlo nè io sappiamo di che si tratta? Ci fanno un mistero di ciò che non dovrebbe certo esserlo per noi, che partecipiamo sì vivamente a tutte le tue speranze, e che siamo meno infelici quando ti sappiamo felice e contento. E perciò ci dirai un poco che diavolo è questo affare.</p>
            <p>Giacchè ho incominciato a parlarti dell'avventura di Condulmari, seguiterò a dirti che realmente egli è al presente novizio fra i Camaldolesi a Monte Corona. Egli partì, come ti dissi, improvvisamente. Si seppe poi il luogo ove era andato, e Checco andò a trovarlo pochi giorni dopo, e lo trovò scopando la chiesa. La sua risoluzione ha influito anche su Giovanni Condulmari, il quale dice ad ogni momento: "Io mi voglio salvare, io non mi voglio dannare"; precisamente così, e Carlo lo ha sentito, e lo sente; e una notte voleva ammazzarsi, e voleva buttarsi in un pozzo, ed uscì.... ma, invece di trovarsi in un pozzo, si trovò presso il rettore de' Passionisti. Così dice lui, ma seriamente, sai, in modo che ci fanno le più matte risate che ti possa immaginare. Mariuccia Antici è qua con il marito e suocero da dieci giorni, risparmiandogli così il padre la loro villeggiatura ec. Ed io non ti direi tutte queste ciancie, se tu non mi avessi detto che le ami, e che ne sei curioso; onde perdonami, per pietà. Luigi ti vuole salutare, onde mi conviene cedergli il foglio. Addio, caro Muccio mio; ti amo tanto, tanto.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Luigi L. (1825)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI LUIGI LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>
                  <add resp="ed">Recanati 21 Ottobre 1825</add>.</date>
            </opener>
            <p>Mio caro Giacomo. Non vi ho voluto mai scrivere fino ad ora, per non togliere ai miei Fratelli il luogo per dirvi cose più interessanti di quelle che vi avrei potuto dire io; ma non ho mancato di farvi salutare per parte mia ogni ordinario, e potete essere sicuro che non mi sono dimenticato mai di voi. Pietruccio mi ha pregato tanto di salutarvi. Addio, Giacomuccio mio caro; non saprei che altro dirvi, se non che mi vogliate bene quanto ve ne voglio io.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1825)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>Piacenza 22 Ottobre <add resp="ed">1825</add>.</date>
            </opener>
            <p>Mio caro Giacomino. Non ti sarà nè mirabile nè spiacevole che ti faccia due righe qui. Ti bacio per la tua del 7. Mi consolo delle nuove sufficienti che mi dài di te. Qui non è nè mai potrei avere il <hi rend="italic">Ricoglitore</hi>; fai di averlo presso di te quand'io verrò, affinchè possa leggerti, di che sono aviddissimo. Di quella Tragedia mi fu scritto da Firenze gran fiasco; ma niente mi maraviglia l'eccellente impudenza dell'Autore. Mi piacerà se potrai star bene in Bologna; avendoti non lontano, e accessibile. Ma prima di seppellirti in Recanati, non dispero di Firenze. Salutami moltissimo Papadopoli, e la Nina. Salutami Marchetti, Pepoli, Benedetti, Angelelli, Luigino Conti, Valorani quando li vedrai. Manda i miei saluti carissimi a Carlo e Paolina. Non dubitare, ch'io farò tutto il possibile per esser teco liberamente e non brevemente nella mia breve dimora di costì. Tu forse non imagini quanto io ti amo e ti desidero e ti ammiro e ti venero. Giacomino mio, voglimi bene: perch'io te ne voglio immensamente, indicibilmente. Addio, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1825)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>Bologna 24 Ottobre 1825.</date>
            </opener>
            <p>Carissimo Signor Padre. Risposi lungamente alla sua dei 6 del corrente, dopo la quale non ho veduta altra lettera di costà. Questo silenzio mi farebbe molta pena se io non l'attribuissi intieramente alla posta, la quale, al solito, mi priverà delle lettere che Ella o quei di casa mi avranno scritte. Bensì non posso a meno di lamentarmi di questa infame negligenza, che mi toglie uno dei maggiori piaceri, anzi forse il maggior piacere che io possa provare in questo tempo. Riconosco però coll'esperienza propria quello di cui mi era tante volte lagnato costì, come Ella forse si ricorda, cioè che le lettere di Recanati, non so per qual fatalità particolare, non arrivano al loro destino se non per miracolo, massimamente quelle dirette verso Lombardia. In ogni modo la prego a non stancarsi di scrivermi, e a dirmi se ha ricevuta la mia lunga risposta alla sua dei 6. Desidero anche ardentissimamente le sue nuove e quelle della Mamma, dei fratelli e del Zio Ettore, i quali saluto tutti con tutta l'anima. La Mamma come sta del raffreddore che Ella mi diceva? Io sto bene, e l'amo quanto Ella merita. Ella mi ami, come fa, e mi benedica. Le bacio la mano e mi ripeto suo affettuosissimo figlio Giacomo.</p>
            <p>Credo che a quest'ora il Zio Carlo sarà tornato costì da Urbino, e le avrà parlato di una lettera di Bunsen che egli mi spedì da Urbino a Milano, e che io ricevetti qui coll'ultimo ordinario; nella quale Bunsen mi dice per parte del Segretario di Stato che ne lo ha incaricato, <hi rend="italic">che io non accetti nessuna proposizione che potesse venirmi dalla Toscana o d'altronde, avendo il Governo Pontificio fissato gli occhi sopra la mia persona per impiegarla degnamente</hi>. Scrivo oggi medesimo al Zio Carlo costà.</p>
         </div1>
         <div1 n="A C.Antici (1825)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO ANTICI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>Bologna 24 Ottobre 1825.</date>
            </opener>
            <p>Carissimo Signor Zio. Pochi giorni dopo giunto a Bologna le scrissi a Recanati una lettera che probabilmente la avrà trovata partita per Urbino. Spero che a quest'ora Ella l'avrà ricevuta, e già da quella conoscerà la mia situazione presente. Ora mi giunge da Milano la sua amorosissima dei 12 con l'annessa di Bunsen. Appena fui qui in Bologna cercai d'informarmi dell'effetto prodotto dalla commendatizia del Segretario di Stato in mio favore, ed ho saputo che essa fu riscontrata dietro l'informazione data da questo Segretario di Legazione, il quale essendo stretto di amicizia col signor Tognetti ora incaricato <hi rend="italic">provvisoriamente</hi> del Segretariato dell'Accademia, disse che questo posto era già promesso e conferito. Ma in verità 1° non è nè promesso nè conferito, e sempre è tenuto provvisoriamente da uno che del resto ha altri impieghi; 2° il Cardinale Legato non ha nessun interesse per questo Signore provvisorio; 3° la collocazione del posto dipende intieramente, ed è stata sempre effettuata dal Segretario di Stato senza alcun intervento nè del Legato nè dell'Accademia. Però i miei amici mi hanno consigliato d'insistere presso il Segretario di Stato assicurandomi che il tutto dipende anche oggi dalla sua volontà, e questo Direttore di Polizia, uomo molto stimato dal Cardinale Legato e dai Bolognesi, mi ha promesso di operare col Legato perchè io sia riproposto al Segretario di Stato per la segreteria dell'Accademia. Coll'ordinario passato scrissi tutte queste cose a Bunsen, rimettendomi nelle sue mani. Oggi, dietro la ricevuta della sua dei 5 corrente, gli scrivo di nuovo, secondo il di Lei consiglio, una lettera confidenziale ed una ostensibile. In questa mi offro senza limiti alle disposizioni del Segretario di Stato ec. ec.; in quella faccio osservare a Bunsen, che se fosse possibile, amerei molto più il Segretariato qui, che la cattedra in Roma, perchè questo soggiorno mi è più adattato che quel di Roma, sì per le ragioni che io le scrissi altra volta, e sì per conto dell'aria; poi perchè le cattedre, e l'aver che fare con una scolaresca sempre impertinente, non convengono troppo nè al mio petto fisicamente parlando, nè al mio carattere morale. Del resto mi dico pronto ad accettare in ultimo quel meglio che si potrà ottenere, quando però l'emolumento di Roma corrisponda alle molte maggiori spese che si richieggono per vivere colà che in Bologna. Se Ella ha tempo e opportunità di scrivermi, mi favorisca, la prego, delle sue nuove, e di quelle della Zia e della di Lei famiglia, in particolarità dei cugini <hi rend="italic">urbinati</hi>. Vedendo il Governatore Mazzanti, al quale ho scritto di qua, senza risposta, lo saluti, se le piace, in mio nome. Giordani, che sarà qui da Piacenza a momenti m'impone di riverirla da sua parte in modo particolare. Ella mi comandi, mi ami e mi creda suo affettuosissimo e gratissimo nepote.</p>
            <p>Mi sono sempre dimenticato dirle che in Milano Compagnoni, col quale ho fatta molt'amicizia, mi dimandò di Lei e me ne parlò con molta stima.</p>
         </div1>
         <div1 n="A C.Bunsen (1825)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO BUNSEN - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>Bologna 24 Ottobre 1825.</date>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo Signor Cavaliere. Presi la libertà d'incomodarla con una lunga mia lettera l'ordinario scorso, col quale appunto mi giunse da Milano la notizia della sua dei 5 ottobre diretta al mio Zio Antici, che credendomi ancora a Milano mi scrisse colà. Dalla sopraddetta mia Ella avrà conosciuto lo stato dell'affare relativamente al Segretariato di questa Accademia di Belle Arti, il qual posto è ancora effettivamente in mano e a disposizione dell'E.mo di Stato. Forse mi riuscirà di muovere questa medesima Legazione a tornare a scrivere in proposito alla Segreteria di Stato, e a proporle di dare qualche compenso al sig. Tognetti, assegnando a me il Segretariato dell'Accademia. In qualunque modo ardisco di farle osservare che da una parte il soggiorno di Roma, specialmente nell'estate, è poco adatto al mio temperamento, e alla mia salute assai debole; dall'altra parte, che una cattedra non so quanto mi potrebbe convenire per due ragioni, l'una fisica, cioè la grandissima debolezza del mio petto, l'altra morale, cioè la mia poca attitudine a trattare con una scolaresca, sempre insolente, attesa la timidità naturale del mio carattere. Dubito ancora che gli emolumenti annessi alle cattedre di cotesta Università possano bastare a mantenermi in Roma, dove le spese quotidiane sono assai maggiori che in Bologna.</p>
            <p>Per queste considerazioni, profittando della sua insigne bontà e delle sue gentilissime esibizioni, liberamente le dirò, che se Ella, servendosi delle notizie avute dalla mia del passato ordinario, potesse indurre l'E.mo di Stato a volgere nuovamente il pensiero al Segretariato di questa Accademia, ciò mi sarebbe caro sopra ogni altra cosa: ma che quando ciò non si possa, io sono disposto ad accettare con gratitudine qualunque altro posto che la sua officiosissima e amorosissima cura potrà impetrare dalla beneficenza dell'E.mo di Stato. Quest'ultimo sentimento è quello che ho espresso nella lettera <hi rend="italic">ostensibile</hi> che le accludo.</p>
            <p>Ripeto che la mia riconoscenza alle infinite grazie usatemi da Lei, non ha limiti, e non avrà mai fine; e pregandola nuovamente de' miei distinti rispetti al sig. Niebuhr, ho l'onore di dirmi suo devotissimo obbligatissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
            <p>P.S. Io mi fermerò ancora per qualche tempo in Bologna, dove Ella potrà dirigermi le sue lettere, qualunque volta mi voglia onorare de' suoi caratteri.</p>
         </div1>
         <div1 n="A C.Bunsen (1825)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO BUNSEN - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>Bologna 24 Ottobre 1825.</date>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo Sig. Cavaliere. Tardi rispondo alla sua gentilissima dei 5 Ottobre corrente, indirizzatami a Milano, donde mi trovò partito, e giuntami qui in Bologna coll'ordinario scorso. Ella avrà già ricevuta a quest'ora la mia dello stesso ordinario passato, 21 dell'andante. Non so esprimerle la gratitudine e al tempo stesso la confusione che destano in me le notizie che Ella mi dà delle clementissime disposizioni dell'E.mo Sig. Card. Segretario di Stato verso di me. Ella mi ordina da Sua parte di non accettare alcuna proposizione che mi venisse fatta da Toscana o d'altronde, avendo il Governo Pontificio volto lo sguardo verso di me con intenzione d'impiegarmi nello Stato. La considerazione del mio poco anzi niun merito, comparato alla benignità superiore verso la mia persona, mentre accresce la mia profonda riconoscenza, mi riempie anche di rossore. Non le dissimulo che i miei sguardi non fossero ora rivolti verso la Toscana, e che la mia venuta in Bologna, non avesse tra gli altri quest'oggetto. Ma dopo il cenno ricevuto dall'Eminenza Sua per di Lei mezzo, mi guarderò costantemente dal prendere alcuno impegno verso l'estero, non avendo maggior desiderio che di dedicare tutte le mie deboli e scarse facoltà e forze al servizio del mio munificentissimo Principe, dove e come alla Santità Sua, per l'organo del Suo ben degno Ministro, piacerà di destinarmi. La prego fra tanto instantemente di umiliare all'Eminenza Sua le espressioni di questi miei sentimenti, e nel tempo stesso di volere impiegare la sua facondia presso l'E.mo Principe per rappresentargli vivamente la somma, sincera, umilissima, e ardirò quasi dir tenerissima riconoscenza della quale io mi sento compreso alle benefiche intenzioni di Nostro Signore e dell'Eminenza Sua verso la mia immeritevole persona.</p>
            <p>Rinnovando poi a Lei i miei affettuosi e vivi ringraziamenti per la bontà e l'amorevolezza che continuamente mi dimostra, ho l'onore, offerendomi ai suoi comandi, di protestarmi di Lei, pregiatissimo Signor Cavaliere, devotissimo obbligatissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di C.Bunsen (1825)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO BUNSEN</hi>
               </byline>
               <date>Roma li 25 Ottobre 1825.</date>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo Signor Marchese <hi rend="italic">(sic)</hi>. Mi affretto di rispondere alla Sua gentilissima lettera dei 21 che ricevetti ieri. Vedo con grandissima sorpresa che Ella non ha avuto notizia della nuova proposizione fattami da parte dell'Em.o di Stato a Suo riguardo, di cui diedi senza ritardo conto sotto li 5 del corrente al Sig. Marchese Antici a Recanati, di più che la Sig.a Marchesa m'assicura essere la medesima partita sotto coperta di una sua lettera il giorno 6. Spero dunque che la partenza del Sig. Marchese per la volta di Pesaro sarà il solo motivo del ritardo di tale comunicazione che, in questa supposizione, non può mancare di venir fatta a Lei da parte del Sig. Marchese. Intanto però Le dirò dirittamente che Ella è stata proposta per coprire la carica combinata di Eloquenza latina e greca (Rezzi essendo giubilato); l'idea poi della persona che mi communicò questo è, che ci potesse essere unita la carica onorevole di Vice Rettore, ma sopra questo punto si teme una grande opposizione da parte degli Avvocati Concistoriali, a cui apparteneva una volta Mons.r Tesoriere, Rettore. - Ecco la proposizione da esaminarsi. Scrissi dunque al Sig. Marchese, che bisognava sapere: 1° se in genere tale carica Le pare accettabile; 2° se vuol insistere (supposto che si procede nell'affare) sulla riunione della carica di Vice Rettore colla Cattedra. Debbo dire che so da buona autorità che in Congregazione tutti hanno reso giustizia ai di Lei meriti, e le obbiezioni fatte riguardo alla carica di Vice Rettore furono appoggiate sulla gioventù di Lei. Ella da questo vedrà la posizione dell'affare: mi risponda dandomi le sue istruzioni e mi sarà una vera premura di eseguirle bene. Se Ella volesse a dirittura declinare l'offerta di Roma, allora communicherei la Sua lettera delli 21, o il contenuto, all'Em.o di Stato.</p>
            <p>Fra giorni scrivo a Bonn, dove il Sig. Niebuhr si è fissato, e non mancherò di dirgli quanto Ella mi scrive. Egli ha nell'ultimo semestre dato lezioni pubbliche sopra la Storia Greca dopo la battaglia di Cheronea, naturalmente <add resp="ed">non</add> senza scoprire molti fatti o trascurati o malintesi. Spero che a Pasqua si pubblicherà il 3° volume della <hi rend="italic">Storia Romana.</hi>
            </p>
            <p>Se dovessi rinunziare alla speranza di rivederla una volta qui Le scriverei sopra diversi punti che sommamente m'interessano. Ma non voglio abbandonare tale speranza. Se resta a Bologna, almeno nel passare che probabilmente farò nella primavera del 1826 per ripatriare, potrò vederla in quella bella città. Qui vedo pochi letterati italiani: dei Romani solamente il Sig. Marchese Melchiorri, e particolarmente il Sig. Emil Sarti, giovane di vero acume filologico, e che in altre circostanze saprebbe bene distinguersi. Mons.r Mai lavora sulla Crestomatia di Costantino: credo che trova il lavoro assai spinoso. - Ha letto la traduzione di Platone da Cousin?</p>
            <p>Addio, caro Sig. Conte, e non parli mai più di obbligazioni e di gratitudine, ma bensì mi creda sempre con vera amicizia e sincero attaccamento Suo dev.mo obbl.mo servo ed amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di L.Alborghetti (1825)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI LUIGI ALBORGHETTI</hi>
               </byline>
               <date>Varese 25 Ottobre 1825.</date>
            </opener>
            <p>Mio carissimo Conte Leopardi. Sono debitore di riscontro ad una vostra graziosa lettera, e per me oltre modo lusinghiera. Ho differito perchè ho dovuto restituirmi a Milano ed accogliere in mia casa il Card. Morozzo reduce da Roma. Ora che sono di bel nuovo fra gli ozi e le amenità di Varese, sfuggo le brighe e mi occupo più che posso di soggetti aggradevoli. Tale è quello di potermi alcun poco trattenere con voi, mio caro Conte. La vostra partenza mi giunse inaspettata, e mi dispiacque. Sperava di avervi qui meco ancora qualche giorno, e mi pareva che senza aver molto vissuto insieme, era già nata fra noi quella simpatia e fiducia che condisce il conversare, e che talora non si produce dal tempo. Ciò mi ha sempre convinto che v'è una affinità morale fra gli animi, come fisica fra i corpi. Alcuni si uniscono, sol che si accostino; altri eterogenei resistono a qualunque contatto. - Per quanto mi rincresca la vostra separazione, non disapprovasi il vostro partito di scegliere codesta città a più stabile domicilio. È verissimo che l'aria, gli alimenti, la tranquillità, l'amor degli studi, ed una società discreta rendono codesto soggiorno preferibile a molti. Io non vi esibisco niente dalla mia parte; vi confermo una leale amicizia e questa crea de' diritti scambievoli. Nulla vi dico del giudizio troppo favorevole che avete di me espresso: il mio amor proprio n'è solleticato. <hi rend="italic">Laudari a laudato viro dulce et decorum</hi>. Penso però che quello è partito più dal vostro cuore, che dal vostro ingegno, ed il primo illude sovente il secondo. - Vi salutano assai le mie Svizzere. Amatemi e credetemi invariabilmente Serv. vero ed Amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Carlo L. (1825)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>Bologna 28 Ottobre 1825.</date>
            </opener>
            <p>Carlino mio caro. La tua lettera mi ha consolato e attristato a un tempo stesso, come puoi ben credere. Anzi non puoi credere quanto dolore io senta pensando alla tua situazione. Assolutamente l'ammogliarti sarebbe il meglio: veggo bene le difficoltà che ci sono, vedo che tu ne hai poca voglia, ma credo che questo sarebbe il miglior partito per te e per tutti; e se potessi contribuire in qualche modo a procurartelo, lo farei con tutta l'anima. Dimani a sera aspetto Giordani. Gli parlerò di quest'affare. Non v'è ficcanaso uguale a lui, nè uomo meglio informato, nè più attivo, nè più amorevole. Gli raccomanderò la cosa caldamente. Una dolcissima speranza mi consola, ed è quella di rivederti presto. Oggi ho lettera di Bunsen, dove parla dell'impiego propostomi, che è la cattedra combinata di eloquenza greca e latina nella <hi rend="italic">Sapienza</hi> di Roma: e pare che se io l'accetto potrò averlo quasi subito. Oggi stesso rispondo ed accetto; al che mi muove anche il bestialissimo freddo di questo paese, che mi ha talmente avvilito da farmi immalinconichire e disperare. Scrivo vicino al fuoco che arde per dispetto in un caminaccio porco, fatto per scaldarmi appena le calcagna. Non mi dilungo di più perchè la posta parte, e perchè spero di abbracciarti (oh voglia Dio!) fra non molto. Carluccio mio, ti bacio. Addio. Oh quanto ti amo, quanto ti desidero, quanto ti vorrei vedere allegro, o almeno vicino a me.</p>
            <p>Paolina mia. Ti ringrazio delle nuove che mi dài di costì, che veramente sono comiche. Séguita pur sempre a darmene, che mi farai gran piacere. Io t'amo con tutto il cuore. Da quello che ho scritto qui sopra a Carlo intenderai quello che mi domandavi. Giordani sempre che mi scrive ti saluta carissimamente te e Carlo. Ho scritto al Papà giorni sono. Salutalo per me, e così la Mamma e il Zio Ettore; al quale scriverei, ma credo che il suo Giovanni non gli darebbe la mia lettera. Salutami anche il Zio Carlo e Mariuccia, se ancora è costì. Ti abbraccio, mia cara, e ti prego a starmi allegra per amor di Dio, se non mi vuoi disperare. Addio, cara, addio.</p>
            <p>Luigi mio. Ti ringrazio dei tuoi saluti e della memoria che hai di me, che non mi scordo di te certamente. Salutami, abbracciami, baciami, sballottami Pietruccio. Voglimi bene quanto io te ne voglio. Addio, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A C.Bunsen (1825)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO BUNSEN - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>Bologna 28 Ottobre 1825.</date>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo Signor Cavaliere. In questo momento ricevo l'amabilissima sua dei 25 del corrente, piena anzi ridondante di gentilezza e bontà. A quest'ora credo ch'Ella avrà ricevuta la mia dei 24, coll'acclusa ostensibile. Ora le dico che se l'emolumento della cattedra combinata di eloquenza greca e latina pare a Lei che basti a vivere onoratamente in cotesta città, Ella può fin da ora far tutti quei passi che crederà opportuni perchè io ne sia graziato, giacchè son disposto ad accettarla, e di recarmi costà al primo cenno del Governo. Bensì parlandole con quella confidenza e schiettezza che mi è permessa dall'amicizia ch'Ella mi dimostra, le soggiungo che io mi trovo ora in tali strettezze, che (non volendo gravare la mia famiglia) il viaggio di qui a Roma mi riuscirebbe difficile ad intraprendere, e però la pregherei di supplicare l'E.mo di Stato a porre il colmo alla sua bontà verso di me con farmi somministrare qualche somma sufficiente al viaggio, in caso che Sua Eminenza si degni di onorarmi e beneficarmi colla nomina alla detta cattedra combinata.</p>
            <p>Più non mi dilungo perchè la posta parte. Ho letto il Platone di Cousin, e per quello che si poteva aspettare da un francese, mi pare un lavoro assai diligente. Lo trovo poi ottimo quanto alla parte filosofica, ed anche quanto alla eleganza e purità dello stile. Non dissimulo che alcune sue interpretazioni non mi paiono giuste, ma ciò non toglie al merito dell'opera in generale. Il mio desiderio di riveder Lei e di profittare della sua conversazione e de' suoi lumi, è infinito. Colla dolce speranza di godere di questo bene fra poco, e colla più viva gratitudine all'amorevolezza che Ella mi ha usata e mi usa, offerendomi in ogni cosa ai suoi comandi, ho l'onore di ripetermi suo devotissimo obbligatissimo servitore affettuosissimo Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di F.Puccinotti (1825)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI FRANCESCO PUCCINOTTI</hi>
               </byline>
               <date>Recanati 28 Ottobre 1825.</date>
            </opener>
            <p>Stimatissimo ed amatissimo mio Conte Giacomo. Se io vi dicessi che il cuor solo m'ha goduto all'arrivo della vostra dolcissima lettera vi direi poco, mentre ne ha fortemente giubilato ancora quella parte di noi che chiamasi amorproprio. Imperocchè voi siete quel miracolo d'ingegno e di dottrina ch'altri insuperbirebbe solo d'esservi noto; immaginate poi in che ruolo monterebbe se fosse certo, come io sono, d'essere amato da voi. Ed è cosa veramente da diventarne matto il ripensare come io debba riamarvi; perchè se appena vi conobbi me n'andai subito in entusiasmo per voi, oggi poi che sono assicurato del vostro particolare affetto me ne vado in furore. E fu per questo, che non potendo più stare, volli scrivervi a Milano; ma qualcuno di que' Geni che vanno pel mondo, e s'innamorano degli uomini grandi e n'hanno gelosia, avrà rapita per aria quella mia povera letteruzza a fine che non vi arrivasse. Io vi chiedeva in essa della salute vostra, de' vostri studi, e de' Dialoghi, e di altre simili importanze. E voi invece nell'affettuosissima vostra mi parlate della nostalgia che soffrite, e del vostro esser tirato fortemente a Recanati. Tanto può l'amore del natio loco, o la consuetudine, o la noia! Io però sarei più amico di me stesso che vostro se non vi confortassi a resistere alle melancolie, e tener duro, e non abbandonare Bologna che per altra simile città. E che credete, che dopo quindici o venti giorni che vi foste rifatto qua solitario, non vi si appiccicherebbe di nuovo all'animo la smania dell'andare? Anche a Petrarca, e all'Alfieri, e a qualche altro di quella tempra avveniva il medesimo. Così se voi, o mio Leopardi, vi ridurrete qua un'altra volta, dove al solito non troverete che
<quote rend="block">
                  <lg>
                     <l>L'aer gravato e l'importuna nebbia</l>
                     <l>Compresa intorno da rabbiosi venti,</l>
                  </lg>
               </quote>

poco durerà la quiete vostra; e forse così preste come vorrete non vi si offriranno novelle occasioni di partenza! Quando poi il tornar vostro non consistesse che in un trapasso, mentre mi ha confidato l'ottimo fratello vostro, che avrete una cattedra di greco a Roma, allora sì che farei voti per rivedervi e riabbracciarvi e riudirvi a parlare. Intanto però mi raccomando che mi scriviate, perchè sono ansioso di sapere qualche cosa dell'ultima vostra conferenza col Giordani, e del modo che tengono con voi cotesti Angelelli Marchetti Costa, e simili altri di costì, che passano la libbra.</p>
            <p>Il D.r Podaliri andò a Roma poco dopo che partiste voi, ed ora dicesi a Napoli. Il Governatore vi risaluta e v'ha scritto. Vuole che sappiate ch'ei non va più sghembo come prima, ed ha acquistato tanta lena che giorni sono in una villeggiatura ballò colla Tognetta Torri una prestissima chirintana, che era un desio a vederlo. Al De-Mattheis scriverò quanto prima. Corboli spera di vedervi in Urbino all'occasione delle nozze della Paolina vostra; e dice che se potesse verrebbe sino a Bologna per conoscervi di persona, come fece quel tale che si recò a Roma a posta per veder Tito Livio.</p>
            <p>Quanto a me già sapete che fo il medico di condotta non per inclinazione ma per fame; epperò se la fortuna mi concederà una cattedruccia, come spero, me n'andrò di qua certamente. I miei studi vanno molto alla stracca, e perchè debbo esser sempre fuori di casa per brighe mediche, e per aver avuto mia moglie, che cordialmente vi risaluta, quasi sempre ammalata. Nondimeno quando posso vado lavorando attorno al 2° tomo della mia opera sulle <hi rend="italic">Perniciose</hi>, per la quale (se il voto pubblico è vero) son quasi certo di ottenere un posto nell'Eliso de' medici poco lontano dal Torti. Il mio Trattato sui <hi rend="italic">Temperamenti</hi> sta ancora <hi rend="italic">in fieri</hi> come voi lo vedeste. E ciò de' miei studi di medicina: ho poi certi studi d'altro genere nella mente, fra i quali mi occupa sopra tutti quello di mantenermi l'amicizia vostra. Addio. Tutto vostro aff.mo F. Puccinotti.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Monaldo L. (1825)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI MONALDO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>Recanati, 29 Ottobre 1825.</date>
            </opener>
            <p>Mio caro Figlio. Ricevetti la carissima vostra delli 10 cadente, risponsiva alla mia dei 6, e così l'ultima delli 24; ma non soggiunsi alla prima, non già perchè me ne mancassero il tempo o la volontà, ma perchè non volli esservi noioso con lettere troppo frequenti. Eccitai bensì i vostri fratelli a scrivervi, e lo hanno fatto, ma la posta è pessimamente servita.</p>
            <p>Per quanto ho sentito dal cav. Antici, e per quanto ho letto nella lettera da voi scritta a lui, da Roma vi offrono una Cattedra, ed una speranza di farvi Vice-Presidente della Università. Di quest'ultima cosa, che sarebbe pure qualche cosa più del volgare, non abbiate alcuna lusinga, perchè Roma dà solamente ai temerarii ed agl'importuni, e voi, non essendo l'uno nè l'altro, non la avrete. Credo che potrete contare sulla prima, perchè piccola, perchè la temerità non basta a sostenerla, e perchè infine hanno essi più bisogno di darla che voi di riceverla. In ordine all'accettarla, non so se bramate il mio consiglio; e se lo voleste, non saprei darlo. Quanto a me che non curo e non ho bisogno di città grandi, e che sono stato sempre vaghissimo e superbissimo della mia ingenuità ed indipendenza personale, sceglierei meglio una capanna, un libro e una cipolla in cima a un monte, che un impiego subalterno in Roma, dove chi non è prelato o avvocato, è niente; e dove credo che tutti gli altri impieghi sappiano di staffiere, e quelli che li sostengono, debbono essere gli umilissimi, adulantissimi servitori di tanti asini vestiti da abbati, che incassando la testa in collare rosso o pavonazzo, hanno acquistata l'infusione di tutte le scienze. Uno, per altro, il quale non possa o non abbia piacere di restringersi alla vita domestica, deve pensare prima di ricusare un impiego, che in qualunque modo lo lega al Governo; e ad un Governo, che si fa un dovere di pelarci per mantenere e pensionare in vita i suoi impiegati, ancorchè lo abbiano servito un giorno, o assassinato un secolo. Io dunque avrei per santissima e lietissima cosa, che voi poteste vivere sano e contento in casa vostra; ma se questo non può essere, avrò per bene quello che farete, tanto più che niente farete di irretrattabile, e la casa vostra è sempre per voi.</p>
            <p>Avrete appreso con qualche sorpresa che il signor Antongiacomo Condulmari si è andato a far frate Camaldolese al Monte Corona. Il Conte Volunnio morì, e lasciò suo erede universale il più piccolo dei fratelli, e tutti gli altri bisognosi e scontenti. Noi tutti stiamo bene, e la Mamma guarì dal po' di raffreddore che vi annunziai. Tutti vi salutano, e segnatamente Pietruccio, il quale ieri ricevè lietissimamente la prima tonsura. Addio, mio caro Figlio. Iddio vi colmi di tanta benedizione, quanta ve ne comparte il vostro affezionatissimo Padre.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di L. e A.F.Stella (1825)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI LUIGI E ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
               <date>Milano 31 Ottobre 1825.</date>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo Signore, ed Amico dilettissimo. La gratissima sua 9 corrente starebbe tuttora in una buca della posta, e ci sarebbe stata chi sa quanto, se non era l'altra pregiatissima sua del 21 diretta a mio padre: che nè a me nè ad alcun altro era mai caduto in pensiero fin qui di domandare, se v'avean lettera alla mia direzione particolare. Or dunque a toglier via per l'avvenire quest'inconveniente, ogni qualvolta Ella vorrà farmi lieto de' suoi caratteri, si compiaccia di aggiungere al mio nome nella soprascritta <hi rend="italic">Presso Stella e figli.</hi> Rispondo ora alla gratissima sua suddetta.</p>
            <p>E prima di tutto io non saprei dirle quanto piacere m'abbian fatto le gentili espressioni sue, le quali mi fanno certo di cosa a me sopra ogni dir cara e lusinghevolissima, voglio dire dell'amor suo. Io vi corrispondo con tutto il cuore, e serbo vivissima la ricordanza dei bei giorni, ma troppo brevi, che ho vissuti con lei. Sono pertanto lietissimo che mi si apra un campo a potere con lei, per via di frequenti lettere, nuovamente intrattenermi; chè così sentirò meno il dispiacere della sua lontananza.</p>
            <p>I Manifesti del Cicerone e i libri che le occorrono, furono spediti franchi col mezzo della Diligenza, e m'immagino che a quest'ora le saranno pervenuti. Quanto ai traduttori egregi ch'Ella propone per l'impresa ciceroniana, mio padre sembra disposto a giovarsene. Prima però bramerebbe sapere qual potrebb'essere a un dipresso la spesa a che dovrebbe sottostare per tale, o tal altra traduzione, di tale, o tal altro traduttore. Quanto alla nota dei Testi di lingua del nostro negozio, per ora non possiamo servirla, attesa la confusione in che sono ancora le cose a motivo delle divisioni. Se l'amatore amico suo avrà pazienza, potrem dargliela poi, e fors'anche in breve. Intanto a prima occasione Ella sarà servita del <hi rend="italic">Dalle-Celle</hi>. - Compagnoni sta in villa, al suo ritorno gli riferirò il paragrafo che lo riguarda. - Ella dice d'aver trovati nel <hi rend="italic">Ricoglitore</hi> alcuni falli d'interpunzione nelle cose sue. Se Ella volesse aver la pazienza di farne una noterella, e di mandarmela, lo avrei a caro.</p>
            <p>Or come sta Ella, caro signor Conte? L'aria di Bologna le si confà meglio che quella di Milano? Le persone, non ne dubito. Milano non è al certo il più bel soggiorno del mondo per un letterato. Qui si pensa piuttosto a mangiare che a scrivere, piuttosto a dormire che a leggere; e si parla più volentieri di buoni bocconi che di buoni scritti. Mi voglia bene, mi scriva, e mi creda, qual sarò sempre, servitor suo obbligatissimo ed amico di cuore Luigi Stella.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Fin qui ha scritto il figlio; ora viene il padre che rettifica alcune cose dette di sopra ed altre ne aggiugne.</p>
            <p>I libri per Lei, non col mezzo della Diligenza, ma col mezzo del Marcheselli dovevan pervenirle. Voglio credere che a quest'ora li avrà ricevuti, e così l'avv. Brighenti avrà ricevuto i manifesti.</p>
            <p>Il ms. del <hi rend="italic">Martirio de' Santi Padri</hi> trovasi alla Censura; ma deve fare un altro giro prima di ritornare a me, cioè passare alla Curia arcivescovile. Con tutto ciò spero ch'entro quest'anno vedrà la luce, ma colla data del 1826, perchè conservi un po più la freschezza dell'edizione.</p>
            <p>Quando avrà occasione di scrivere al Giordani gli dica che i suoi saluti mi sono stati carissimi, e che glieli contraccambio di cuore.</p>
            <p>Sento con gran piacere ch'Ella sia disposta occuparsi d'una Collezione di <hi rend="italic">Moralisti greci.</hi> Il faccia pure, e quando potrà mi faccia conoscere il piano di essa Collezione, e vi unisca anche il manifesto che crederebbe che si dovesse pubblicare. Già in fronte debb'esservi il nome del volgarizzatore.</p>
            <p>Il nome del volgarizzatore il porrò anche nelle Poesie greche che mi ha mandate, delle quali le rendo grazie. Se non tutte, una parte almeno vedranno la luce nel <hi rend="italic">N. Ricoglitore</hi> del prossimo mese, nel quale collocherò certamente tutto il resto dell'articolo <hi rend="italic">Critica</hi> ch'Ella mi ha ritornato, il quale non potendo capir tutto nel quaderno di questo mese, ho creduto meglio riportarlo al quaderno di novembre per darlo tutto intero.</p>
            <p>Il Bentivoglio è tuttavia in campagna. Al suo ritorno che seguirà fra giorni, si darà mano alla stampa del <hi rend="italic">Cicerone</hi>: del che sarà avvertita col fatto, perchè a Lei verranno le terze prove di stampa a filoni. Mi riserbo allora a scriverle intorno al piano da seguirsi, non che intorno alle cose particolari che potessero occorrere. I mss. di monsignor Invernizzi sono già in viaggio, e così io credo le copie del libro dell'Eusebio.</p>
            <p>Le fo una ricerca da padre, e poi chiudo. Che cosa le fruttano al mese le lezioni ch'Ella dà, e quante ore impiega in esse?</p>
            <p>Mi continui il suo amore e sia certa d'esser teneramente amata dal suo vecchio amico.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Lorenzini le presenta i suoi rispetti e cordiali saluti.</p>
         </div1>
         <div1 n="A L.Mazzanti (1825)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A LUCA MAZZANTI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>Bologna 31 Ottobre 1825.</date>
            </opener>
            <p>Signore ed amico carissimo. Rispondo alla sua affettuosissima dei 18 dello spirante. Le espressioni d'amore ch'essa contiene non mi riescono nuove, perchè già conosco per molte testimonianze la sua bontà verso di me, ma riscaldano l'affetto e la gratitudine che io le professo e professerò sempre. Mi attrista infinitamente il vederla così malinconica, è ben desidererei di poterla in qualche modo rallegrare. Se l'attaccamento vero, sincero e costante di un amico può servirle di qualche conforto, Ella si persuada di avere in me una persona che l'ama di tutto cuore, che pensa di lei molto spesso, che non la perderà mai di memoria. Quando Ella mi scrive, oltre le notizie dell'animo suo, che desidero grandemente, mi dia quelle ancora del suo stato fisico, che il padre maestro Poni con mia gran consolazione mi disse esser molto migliorato. Il padre maestro è ora fuori di Bologna. Quando lo vidi ultimamente, stava benissimo, e di buon umore al suo solito. Abbiamo il nostro Giordani arrivato l'altrieri sera, che torna trionfante dalla patria, per istabilirsi pienamente a Firenze. La sua compagnia, della quale godrò per qualche giorno, mi è di un sommo diletto, come Ella può imaginare. Io sto bene, se non che mi annoia e m'incomoda grandemente il freddo, che particolarmente ai giorni passati è stato qui eccessivo. Il termometro segnava questa mattina 3 gradi sopra il gelo. Novità letterarie, che meritino di essere conosciute, qui non abbiamo. Abbiamo bensì una grande Opera, che io non ho sentita, e grandi cantanti, che io non conosco. Desidero ardentemente di rivederla, e forse il momento ne è meno lontano che Ella non crede, perchè dubito molto di poter durare all'inverno crudele di questo paese. Nel resto mi troverei qui molto bene. Se la stagione si rimettesse un poco, potrebb'esser che facessi una piccola corsa a Firenze. I miei affettuosi saluti al dottor Puccinotti, al quale scrissi poco fa. Ella mi ami, e soprattutto abbia cura della salute sua, anche per amor mio. Mi comandi, e mi creda sempre suo affezionatissimo obbligatissimo amico e servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di L.Mazzanti (1825)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI LUCA MAZZANTI</hi>
               </byline>
               <date>Recanati 7 Novembre 1825.</date>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico amatissimo. Se il Suo viver lieto m'è stato sinora, nella di Lei assenza, di qualche conforto, oggi però mi rattrista oltremodo pel timore in che sono, che l'asprezza di codesto clima sia per nuocere alla Sua salute. È per questo che io desidero vivamente il Suo ritorno, onde guardarsi dal rigore della stagione in una più mite atmosfera. Nè Le incresca questo sterile suolo, che per tal guisa al risorgere dell'Aprile potrà rinverdire, e rinfiorare, col vigore del corpo, la Sua bell'anima, che sarebbe altrimenti, nel languore di esso, con tanto danno invilita. E siaLe puranche di qualche stimolo, se m'ama, la miseria mia, che qui mi sto come pianta selvaggia che è per perire senza il soccorso d'industre cultore. La Sua compagnia amabilissima può sola sottrarmi alla malinconia che mi circonda, porgendo alla mente ed al cuore l'alimento dolcissimo, di cui sono privo da che più non La vedo. Ma se il desiderio di veder Firenze L'allontana di più ancora, io dispero di riabbracciarLa così sollecitamente quanto Ella dice; chè le attrattive del bel Paese ove il sì suona, e la compagnia dilettevole del Suo amico Giordani La renderanno facilmente dimentica di questo colle, e più ancora di me, cui dà solo qualche entità l'amor che Le porto. E poichè "Amore a nullo amato amar perdona", spero siaLe intanto per riescire di piacere che io Le dica di aver racquistato nel mio fisico la tanto lungamente attesa prosperità; e se l'animo mio in sane membra è sano, io pur mi lusingo di risorgere a miglior vita, specialmente se mi sarà Ella vicino. Io non ho il bene di conoscere personalmente il celebre Giordani, conosco però l'alta sua riputazione, che il fa maestro di color che sanno, e quindi La prego di raccomandarmi a lui caldamente. Ella mi continui l'amor Suo, che tanto mi è caro, nella sicurezza di esserne corrisposto coll'affezione più tenera e leale.</p>
            <p>Il D.r Puccinotti La saluta, e minaccia di abbandonarci.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Carlo L. (1825)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>Bologna 9 Novembre 1825.</date>
            </opener>
            <p>Carlino mio. Ti scrissi ultimamente in risposta a una cara tua e di Paolina. Aspetto una vostra replica. Intanto ti scrivo questa per un affare di urgenza. Si vogliono stampare qui le <hi rend="italic">Opere del Conte G. Leopardi</hi>, tutte quante, con ritratto, cenni biografici, in somma con tutte le cerimonie. Io ho lasciato costì alcuni manoscritti che mi bisognano per questa edizione. Stammi dunque attento. Tu anderai al mio comò. 1° Nel tiratore grande di mezzo troverai un involto di carte chiuso con uno spago. Prendi questo involto. 2° Poi dà un'occhiata a tutti i manoscritti contenuti in quel tiratore, e prendi tutti quelli che tu capisci che sieno scritti dal 1815 (inclusive) in poi. Troverai delle carte di traduzione del <title>Frontone</title>. Queste lasciale stare che non servono. 3° Nello stesso tiratore dentro un inviluppo coperto di carta bianca, troverai due copie di un articolo sopra il Filone ec. stampate. Prendine una. <hi rend="italic">Item</hi> troverai parecchie copie stampate delle mie annotazioni sopra la <hi rend="italic">Repub.</hi> di Cicerone. Prendine una. 4° Nello stesso tiratore o pure nel comodino (la chiavetta del quale sta nella ribaltina del comò) ci dev'essere una copia in foglio della mia traduzione di <hi rend="italic">Dionigi d'Alicarnasso</hi>, di tuo carattere. Prendila. 5° Esamina la ribaltina, e se ci trovi cose scritte dopo il 1815, e che ti paiano poter servire in qualunque modo all'edizione presente, pigliale. 6° Nella scanzia troverai il mio <hi rend="italic">Saggio sugli errori popolari degli antichi</hi>, manoscritto legato. Prendilo. Di tutte queste cose fanne un piego, e mandalo al Direttore della posta di Loreto coll'acclusa lettera. Egli me lo farà ricapitar qui senza spesa.</p>
            <p>Ho parlato lungamente di te a Giordani, ch'è partito di qua per Firenze pochi giorni sono. Dì a Babbo che ho ricevuta la sua dei 29 di Ottobre (la ricevetti ai 6 di questo), alla quale risponderò. Salutami tutti. Amami, scrivimi, mio caro. Saluti innumerabili di Giordani a te e a Paolina. Addio, Carluccio mio. Aspetto ansiosamente tue lettere.</p>
            <p>Non far nessuna direzione sopra il pacco, perchè il Direttore postale di Loreto penserà egli a farcela.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di F.Petrilli (1825)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI FEDERICO PETRILLI</hi>
               </byline>
               <date>
                  <add resp="ed">Roma</add> Dalla Sala Accademica li 9 Novembre 1825.</date>
            </opener>
            <p>Ill.mo Signore. Il Consiglio Accademico ben conscio dei meriti letterari che la distinguono, conformemente al disposto dell'Art. 5° delle Leggi, si è recato a pregio di ammettere la mozione fatta per la di Lei ammissione dall'Ill.mo e R.mo Mons. Carlo Emmanuele Muzzarelli Ud.e della S. Rota, e Presidente dell'Accademia, e dal P. M. Gio. Battista Rosani Professor di Eloquenza nel Collegio Nazareno e Vice Presidente dell'Accademia, ed ha decretato ch'Ella venga annoverata al Corpo Latino in qualità di Socio Corrispondente.</p>
            <p>Le compiego pertanto unitamente alle Leggi Accademiche il Diploma, pregandola al tempo stesso a voler contribuire co' felici prodotti del di Lei ingegno al maggior lustro dell'Accademia cui è stata ascritta. Certo ch'Ella gradirà quest'Accademica determinazione a di Lei riguardo, profitto anch'io della presente opportunità, per assicurarla dell'alta stima con che ho l'onore di sottoscrivermi di V.S. Ill.ma. Il Segretario Federico Petrilli.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di C.Bunsen (1825)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO BUNSEN</hi>
               </byline>
               <date>Roma 12 Novembre 1825.</date>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo Signor Conte. Non ho risposto prima alla carissima sua dei 28 del passato, perchè aspettava da giorno in giorno una risposta decisiva. Non mancai di scrivere subito all'Em.o di Stato per informarlo della sua risoluzione di accettare la Cattedra combinata se l'emolumento fosse abbastante per vivere decentemente a Roma. Intanto m'informai presso uno della Segreteria di Stato dell'andamento dell'affare e del valore pecuniario della Cattedra combinata: e seppi che riguardo al primo c'era ancora affatto <hi rend="italic">res integra</hi>: che il secondo potesse dipendere in qualche maniera da un atto speciale della grazia Sovrana, ma che, secondo il passato, l'onorario non ascenderebbe oltre 200 Scudi. Dichiarai subito che questo era impossibile, e che non poteva essere mai venuto in mente all'Em.o, giacchè egli mi aveva espressamente assicurato che l'emolumento sarebbe di natura a rendere possibile a Lei di vivere onoratamente a Roma e provvedersi del supellettile letterario tanto indispensabile in una città, dove non si trovano quasi libri da imprestarsi. Questo fu ancora intimato all'Em.o che la festa di S. Carlo m'impedì di vedere Venerdì passato: ieri poi non mancai di venire alla conferenza, e Sua Eminenza cominciò da sè di parlare di Lei. Mi disse che dopo la prima mia communicazione aveva preso le informazioni autentiche per sapere a chi di diritto spettasse di nominare alla Segreteria dell'Acc. di Bologna, e che si era trovato che Benedetto XIV aveva espressamente in una Bolla ordinato doverne sempre essere inteso il Camerlengo: che egli dunque avesse domandato al Card. Galeffi lo assenso per la sua nomina, ma che quello trovandosi male era andato in campagna, e non era tornato che ieri o oggi. A ciò risposi che dovetti lasciare a Sua Em.za il giudicare che posto sarebbe più vantaggioso e conveniente per Lei: che Ella era prontissimo di venire a Roma: che solamente bisognerebbe accrescere l'onorario della Cattedra combinata in modo a metterla in istato di vivere qui indipendentemente, perchè la carica di Vice-Rettore (supposto che si potesse ottenere per Lei) non Le converrebbe per niente (Ella deve sapere che il Vice-Rettore ha da visitare tutto il giorno le diverse scuole, farne rapporto etc., cosa non solamente faticosa e poco piacevole, ma ancora incompatibile con uno studio che non si limita a 1 o 2 ore di scola pubblica). Il Cardinale mi rispose che non penserebbe alla Cattedra se non si potesse assicurare a Lei una rendita rispettabile. Mi pare che non dovrebbe essere meno di 400 Scudi. Che ne pensa Ella? È vero poi che è l'opinione di un mio amico nella Segreteria di Stato, che Ella dopo qualche tempo si aprirebbe la strada ad una migliore situazione: egli non mi ha saputo però indicare come.</p>
            <p>Ecco, amico carissimo, lo stato dell'affare. Se le circostanze non decidono della cosa, non si prenderà un partito senza ricorrere a Lei. Non faccio voti per l'uno o per l'altro, perchè non so quale di due è per Lei preferibile. Se Ella si sente <foreign lang="grc">τὸν δαίμονα</foreign> di stabilirsi a Roma, venga sul momento, perchè essendo una volta qui, sarà impiegato qui in ogni modo. Per questo caso una risoluzione pronta sarebbe il migliore, e perciò mi prendo una libertà che l'amicizia, sola, che Ella mi professa, mi può permettere e scusare. Ho fatto aprire per Lei un credito del valore di venti Luigi d'oro presso il Sig.r Franc. Ant.o Montanari, corrispondente del Cav.r Valentini, Console di Prussia, mio banchiere. Se ne serva quando Le pare, e non pensi al rimborso che quando Le viene commodo dopo essere impiegato. Io so che Ella farebbe l'istesso per me, e Le do la mia parola d'onore che l'accetterei da Lei. Addio, pregiatissimo e carissimo amico. Suo di cuore BUNSEN.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Ho proposto al Governo mio di mandare un letterato Prussiano a Milano per copiare l'Ulfila dai mss. colà esistenti, giacchè il Cav. di Hammer, Consigliere dell'Imperatore, mi disse che Castiglioni non ci poteva più pensare. Ora sento dal Conte Mellerio di Milano che Castiglioni ha rinunciato all'idea di pubblicare l'Ulfila: che poco tempo fa il Sig.r Grimm, celebre Germanista di Cassel, si esibì di entraprendere il lavoro per lui, ma che gli fu risposto che il Conte Castiglioni lo farebbe fra poco. L'intenzione del mio Governo è un segreto; vorrei sapere un poco da Lei (se ne è informato) se Ella crede la cosa fattibile per uno straniero, che naturalmente sarebbe dal Governo raccomandato all'Imperatore.</p>
            <p>Conosce Ella l'ordine delle Opere di Platone proposto da Schleiermacher ed adottato nella Edizione di Bekker?</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Carlo L. (1825)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>Recanati 14 Novembre 1825.</date>
            </opener>
            <p>Buccio mio. Ieri ricevetti la tua dei 9, e oggi ho spedito a Loreto l'involto. Credo che potrà partire domani insieme con questa. Ho messo tutta l'attenzione nel cercare gli articoli che ti possono fare al caso, e sperava che nulla mi fosse sfuggito; quando, dopo partito l'involto, mi sono venuti sotto gli occhi un esemplare del tuo <hi rend="italic">secondo</hi> dell'<hi rend="italic">Eneide,</hi> dove tu hai scritto ai 2 aprile 1817 che è il solo da te approvato; ed uno dell'<hi rend="italic">Inno a Nettuno</hi> egualmente tutto corretto di tuo pugno. Dentro di questo v'è una cartuccia che ti copierò qui sotto. Conosco che queste tue riforme di cose stampate dovrebbero in questo momento esserti sott'occhio: scusa l'inavvertenza, e dimmi subito, se te le devo mandare, e come. Pensa ancora se hai nessun'altra produzione a stampa postillata, quantunque le mie esatte e ripetute ricerche non ne abbiano potuto scuoprire. Dimmi se vuoi che fra le tue lettere ti cerchi quelle, che possono servire ai <hi rend="italic">Cenni biografici</hi>; se vuoi i tuoi Diplomi accademici ec. Se mai credi che nello <title>Spettatore</title> vi sieno delle correzioni importanti di tua mano, accennalo, e sarà subito scartabellato. Ti ricordo e ti raccomando la <hi rend="italic">Cantica</hi>, le <hi rend="italic">Triopee</hi> e i <hi rend="italic">Sonetti contro il Manzi</hi>. I due <hi rend="italic">Commentari</hi>, uno sopra la vita di Plotino, l'altro sopra alcuni Retori, ambedue anteriori al 15, ti saranno presenti. Hai ancora nella scansia della tua camera molti quaderni latini, che credo sui <hi rend="italic">Santi Padri</hi>, ed un altro più piccolo, intitolato: <hi rend="italic">Philo Rhetor et Philosophus</hi>. Credo inutile il nominarti le <hi rend="italic">Notizie sopra Damiata</hi> da te stampate per Marefoschi. Io ho esaminato tutto ciò che sta nella tua camera: se hai altri ripostigli, sta a te a indicarmeli. Paolina mi fa vedere in questo momento una copia della <title>Batracomiomachia</title> datale da te con tue correzioni. La medesima m'ha rimesso in mente che tu hai, credo, due Canzoni inedite. Di queste tu giudicherai, poichè devi averle. Altre cose che puoi non avere e che ella ha, sono: 1° <hi rend="italic">La luna</hi> o <hi rend="italic">Le ricordanze</hi>, Idillio; 2° <hi rend="italic">Il sogno</hi>; 3° <hi rend="italic">La sera del giorno festivo</hi>; 4° <hi rend="italic">La vita solitaria</hi>, 5° <hi rend="italic">Il sogno</hi>, altro Idillio a dialogo. Mi è risovvenuto della tua <hi rend="italic">Canzonetta sul coltello inglese</hi>, e della storia del tuo amore, in prosa. Dicci dunque ciò che ti bisogna. Paolina torna con un sesto Idillio: <hi rend="italic">Le rimembranze</hi>. Puoi credere che la nostra volontà di servirti non sarà meno diligente della memoria. Non ti nego che questa edizione mi sembra un poco prematura, specialmente pei <hi rend="italic">Cenni biografici</hi>; ma forse è questo appunto il suo vezzo principale. Del resto, mi ricordo bene dove siamo e in quali tempi, e con quali modi qui bisogna provvedere alla propria fama. Quanto all'interesse, non so se sia il tuo, ma certo l'impresa non sarà senza vantaggi. Addio, Buccio mio; ti scrivemmo col penultimo ordinario. Vedo che non verrai per ora. Dentro l'<hi rend="italic">Inno a Nettuno</hi>:</p>
            <p>Per l'avvertimento da premettersi a un'altra edizione di quest'<hi rend="italic">Inno.</hi>
            </p>
            <p>Lo conservo come opera più tosto dell'ingegno che della fantasia e della facoltà poetica ec. Dovechè i traduttori si studiano di parere originali, io doveva, essendo originale, studiarmi di parer traduttore; e qui si possono mettere tutte le riflessioni sopra questo particolare ch'io scrissi al Giordani nella mia lettera, dove si parla di quest'<hi rend="italic">Inno ec.</hi>
            </p>
         </div1>
         <div1 n="Di Paolina L. (1825)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PAOLINA LEOPARDI</hi>
               </byline>
            </opener>
            <p>Ed ecco tutto, Giacomuccio mio. Ti ripeto anch'io con Carlo, che qualunque altra cosa ti abbisognasse, non hai che a parlare. Ed io credo certo che delle tue composizioni che mi permettesti di copiare, ne avrai copia, o se la vorrai te la manderemo ec. Spero che mi manderanno il Manifesto per questa nuova edizione, che da me sarà ricevuta con ben maggior gioia che non quella di Bartoli, ed a cui mi associerei immancabilmente.</p>
            <p>Ci avviciniamo al secondo atto della commedia di Condulmari, il quale dopo essere stato, o aver finto di stare per morire, e dicendo di non potersi ancora ristabilire, ha scritto al fratello affinchè vada a prenderlo per venire a riprendere l'aria nativa; ed a momenti egli verrà. Siamo tutti desiderosi di vedere qual figura farà, e come andrà a finire; ma già è certo che tornerà come è andato, dopo aver fatto parlare di lui e innamorato qualche bigotta. Addio, Muccio mio. Non so che diavolo mi scriva, avendo quel marmotto di Monsignore nella camera vicina, che mi rompe il capo. Amami, per carità! non te ne scordare.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.F.Stella (1825)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO FORTUNATO STELLA - MILANO.</hi>
               </salute>
               <date>Bologna 16 Novembre 1825.</date>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico carissimo. Ricevo la gentilissima sua e del Sig. Luigi (al quale risponderò) in data 31 Ottobre. Dal Marcheselli ho finalmente riscosso pochi giorni fa i libri da Lei favoritimi, e l'ho soddisfatto del porto. Brighenti ha ricevuto la sua lettera. I manifesti sono ancora alla Censura, ma spero che li riceveremo dentr'oggi, e Brighenti le risponderà con quest'ordinario. Egli ed io daremo loro tutta la pubblicità possibile. Il prof. Costa tradurrebbe a di Lei scelta o gli <hi rend="italic">Uffici</hi> o le <hi rend="italic">Tuscolane</hi> di Cicerone; e quanto al premio, mi dice che si rimetterebbe in tutto e per tutto al di Lei piacere e giudizio. Io son certo che egli farebbe una traduzione buona e accurata assai. Mi dica se debbo definitivamente dirgli che se ne occupi, e di quale delle due. Il piano della mia Collezione dei moralisti greci sarebbe di pubblicare in piccoli volumetti (ciascuno dei quali potesse star da sè, e vendersi separato) le più belle e classiche opere morali dei migliori Greci, e specialmente le meno o le peggio tradotte e conosciute in Italia. Ho già in pronto la materia per il primo volumetto, che conterrebbe i <hi rend="italic">Ragionamenti morali d'Isocrate</hi>. Gli ho fatti leggere a Giordani, come anche il <hi rend="italic">Frammento di Senofonte</hi> pubblicato nel <hi rend="italic">Nuovo Ricoglitore</hi>. Egli mi ha detto e giurato che non si può far di meglio, e che sono modelli di perfezione in fatto di volgarizzamenti. Lo stesso mi hanno assicurato qui altri letterati. Le riferisco questi giudizi, non certamente per superbia (Ella mi conosce), ma perchè Ella si accerti che il lavoro sarà fatto con cura somma. Se le piace di por mano a questa impresa fra poco, io farò subito copiare i detti <hi rend="italic">Ragionamenti</hi> (che hanno bisogno di esser posti in netto) e glieli manderò insieme col manifesto di tutta la Collezione. Intanto mi occupo di un altro volume che conterrebbe <hi rend="italic">Pensieri Morali tratti da libri perduti di antichi scrittori greci</hi> opera che sarebbe tratta da Stobeo, la cui Collezione contiene infiniti pensieri e lunghi tratti di autori greci perduti e assolutamente classici, e nondimeno la detta Collezione è ignota affatto, non solo alla lingua italiana, ma a tutte le lingue viventi. Di modo che il mio volumetto sarebbe una cosa nuova, e di un interesse generale anche fuor d'Italia, poichè vi si vedrebbe per la prima volta tutto il meglio e il più conveniente ai nostri tempi, che sia nella Collezione di Stobeo. Degli altri volumetti che si succederanno sullo stesso piano, parlerò poi distintamente nel manifesto. Se bisogneranno note, memorie sulla vita degli autori ec., non si mancherà di aggiungervele opportunamente. Dal signor Moratti ho ricevuto gli scudi romani 10 del mese di Novembre. Le lezioni che io sono obbligato a dare, son due, e mi fruttano, l'una 6, l'altra 4 scudi il mese. Mi occupano fra ambedue tre ore al giorno, dalle 11 della mattina alle due pomeridiane, senza contare il tempo che mi bisogna per portarmi presso chi dee ricevere la lezione. Farò i suoi saluti a Giordani. Ella faccia i miei, la prego, alla signora Bianca e a tutta la sua cara famiglia, e in particolare al Sig. Luigi. Così anche a Compagnoni, a Bentivoglio e al conte Dandolo. Quanto al Cicerone, attenderò sue lettere e la servirò sempre con ogni impegno. Non potrò mai dimenticarmi dell'amore e della bontà che Ella mi ha dimostrata e mi dimostra di continuo. Io la ricordo ogni giorno con tenerezza, e desidererei di poterle provare col fatto quanto io me le senta obbligato, e quanto sia l'affetto che io le porto e porterò perpetuamente. Segua ad amarmi, come io l'amo, e mi creda Suo vero e cordialissimo amico e servitore Giacomo Leopardi.</p>
            <p>P.S. I miei affettuosi saluti al mio Sig. Lorenzini.</p>
         </div1>
         <div1 n="A C.Bunsen (1825)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO BUNSEN - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>Bologna 16 Novembre 1825.</date>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo Signor Cavaliere. Ciascuna sua lettera è piena di tanto amore e di tanta bontà, che mi fa non solamente intenerire di gratitudine, ma meravigliare. Questa poi che ora ricevo dei 12 del corrente, è tale, che qualunque cosa del mondo non avrebbe forza di farmi dimenticare finchè io vivrò le prove della vera e rarissima amicizia che Ella con essa mi dà. È ben vero che in contraccambio io non le posso offerire altro che i sentimenti più vivi e più intimi di un cuore che conosce ed apprezza il suo quanto merita. Ella si compiaccia di accettar dunque questi sentimenti che sono l'unica cosa che io possa dare, assicurandola che saranno eterni.</p>
            <p>Conosco benissimo la saviezza del suo consiglio di venire a Roma immediatamente, e veggo, come Ella dice, che questo sarebbe il modo sicuro di esser finalmente impiegato. Ma debbo confessarle che in questi momenti mi sarebbe assolutamente impossibile di pormi in viaggio, perchè alle altre mie disgrazie si è aggiunta ora una malattia intestinale, prodotta dal calore che ho sofferto nel viaggio di Milano questa estate. La qual malattia, quantunque non grave finora, mi è però molto incomoda, e mi rende insopportabile il moto, massimamente della carozza; e quel ch'è peggio, par molto ostinata. Questa ragione m'impedisce di profittare della veramente amorosa quanto generosa e nobile sua offerta, della quale non mi ricorderò mai senza tenerezza. Ciò ch'Ella mi scrive circa l'emolumento di cotesta cattedra vacante, unito alle passate mie considerazioni sopra la insalubrità di cotesto clima nell'estate, e sopra la debolezza mia fisica e morale, poco atta a dar lezioni ad un pubblico, mi fa tornare al mio primo desiderio di vedermi collocato piuttosto qui in Bologna, dove il vivere onoratamente costa assai meno che in Roma, dove facilmente si hanno libri dagli amici, e dove il posto di Segretario dell'Accademia esigerebbe ben piccola fatica e piccolo tempo. Per tanto, se l'affare della cattedra è ancora, come Ella mi dice, <hi rend="italic">res integra</hi>, io avrei molto caro che Ella volesse continuare ad impiegare il suo credito presso l'E.mo di Stato per ottenermi o il Segretariato, o anche qualche altro piccolo emolumento qui in Bologna piuttosto che altrove. Se questo però fosse impossibile, resti sempre fermo che io accetterò la Cattedra, purchè l'emolumento basti a poter vivere, e mi porterò costà al primo cenno, subito che la mia salute me lo permetta</p>
            <p>L'affare dell'Ulfila, per quel poco che io conosco, è fattibilissimo, specialmente con buone raccomandazioni. Mi pare ricordarmi che anche l'abate Bentivoglio, dottore del Collegio ambrosiano, mi disse che Castiglioni non pensava per ora all'Ulfila. Ho molta amicizia con questo abate Bentivoglio, che è continuamente nell'Ambrosiana, e che per via privata potrebbe essere utilissimo a chi volesse copiar qualche cosa da quella Biblioteca della quale egli è quasi il custode, ed io non mancherei d'impegnarlo ad aiutare per sua parte l'impresa il più che potesse. Il suo modo di pensare è molto diverso da quello del Mai.</p>
            <p>Costì in Roma ebbi in mano per qualche momento il <hi rend="italic">Platone</hi> di Bekker, ma confesso che non ebbi o il tempo o la diligenza di esaminarlo quanto all'ordine. Veggo che il Cousin, il quale per altro ha fatto grandissimo uso di Schleiermacher, non l'ha però seguitato nell'ordine, tenendosi piuttosto all'antico; e che l'Astio segue un ordine nuovo e immaginato da esso medesimo. Nel ritiro a cui mi obbliga qui la mia malattia, ho intrapreso la traduzione di una Scelta di Moralisti greci, nella quale dovranno entrare anche i <hi rend="italic">Pensieri</hi> di Platone. Ora mi occupo di una raccolta dei più bei frammenti conservati nella collezione di Stobeo, opera troppo trascurata, anzi dimenticata affatto nelle lingue moderne, per quello che io sappia. Il manifesto di questa Scelta di Moralisti uscirà presto in Milano ed anche il primo volume, contenente le <hi rend="italic">Operette morali</hi> d'Isocrate, che io aveva già tradotte poco fa. Ella segua ad amarmi, e sia certa dell'eterna riconoscenza del suo devotissimo, gratissimo ed affettuosissimo amico e servitore Giacomo Leopardi.</p>
            <p>P.S. Debbo pregarla a non far parola della mia malattia con chi potesse scriverne alla mia famiglia, alla quale l'ho tenuta fin qui costantemente celata, sapendo che la notizia di essa getterebbe i miei parenti in una grande angustia.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di C.E.Muzzarelli (1825)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO EMANUELE MUZZARELLI</hi>
               </byline>
               <date>Roma 20 Novembre 1825.</date>
            </opener>
            <p>Sig.r Conte, Pad.ne St.mo. Dacchè una fortunata combinazione mi procurò il bene della di Lei personale conoscenza, chè quella de' prodotti del di Lei ingegno è abbastanza nota in Italia, mi cadde in pensiero di darle per quanto meglio mi potessi un contrassegno sincero di quella molta stima che ben a ragione nutro per Lei, e per tutte le cose sue. L'offerta spontanea del Diploma accademico della Società Latina, cui ho l'onore di appartenere come Presidente, è quel poco che Le posso offerire. Spero ch'Ella vorrà perdonare alla libertà che mi sono presa, non da altro nata che dal di Lei merito stesso.</p>
            <p>L'Ab. Cancellieri, che mi affrettai ad ossequiare a di Lei nome, Le ritorna altrettanti saluti. Ella poi mi obbligherà infinitamente a volere presentare i miei ai Signori Aliprandi. Mi onori de' suoi comandi, e mi creda pieno di vera stima di Lei S.r Conte st.mo Devot.mo, Obl.mo Servitore.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di L.Stella (1825)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI LUIGI STELLA</hi>
               </byline>
               <date>Milano 21 Novembre 1825.</date>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo Signore, ed Amico dilettissimo. Rispondo per mio padre alla carissima sua 16 corrente, mentre con vivo desiderio attendo ch'Ella m'onori de' suoi caratteri. - Tra gli <hi rend="italic">Uffici</hi> e le <hi rend="italic">Tusculane</hi> che il prof. Costa si propone di tradurre, mio padre preferisce i primi, perchè per le <hi rend="italic">Tusculane</hi> ebbe già qualche parola col vivente traduttore conte Napione.</p>
            <p>Anche gli <hi rend="italic">Uffici</hi> ebbero non ispregevoli traduttori nel Facciolati e nel Gargallo. Del resto il prof. Costa, che si rimette a mio padre quanto al premio, non avrà certo a chiamarsi malcontento. Come va il suo lavoro sul Petrarca? Mio padre prima di por mano all'impresa dei <hi rend="italic">Moralisti</hi> intende pubblicare il <hi rend="italic">Canzoniere.</hi> Ella non ne fa parola. Non l'avrà certo trasandato. In proposito dei <hi rend="italic">Moralisti</hi>, l'Ambrosoli encomiò assai il di lei divisamento; e come egli ha intenzione di tradurre tutte le Opere di Platone, bramerebbe ch'Ella gli permettesse d'inserirne un saggio nella sua Raccolta, e che anzi Ella stessa gli suggerisse qual cosa di Platone a tal uopo debba tradurre: sempre che da ciò Ella non sia punto aliena. - Mio padre sta attendendo di ritorno le prove del <hi rend="italic">Martirio de' SS. Padri</hi>. Gli dispiacque che il Marcheselli le abbia fatto pagare il porto de' libri mandatile, benchè avvertito di doverli a lei consegnare franchi d'ogni spesa: vi porrà rimedio. Credo che non mi resti altro a dirle, se non che a rinnovarle le sincere espressioni della stima affettuosa che nutro per lei, con che, augurandole ogni bene, cordialmente la riverisco. Servitor suo obbligatissimo ed amico di cuore Luigi Stella.</p>
            <p>Col mezzo del Marcheselli riceverà il <hi rend="italic">Dalle-Celle</hi> che vale L. 2 ital., e il <hi rend="italic">Perticari confutato</hi>, che mio padre la prega d'aggradire.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.F.Stella (1825)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
            </opener>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Tutti le contraccambiano i saluti, ed io in particolare che l'amo più di tutti, e che anche per ciò desidero sentire come va la sua salute. Vedrò assai volentieri, quando l'avrà allestito, il manoscritto per la Collezione dei <hi rend="italic">Moralisti greci</hi>, de' quali m'occuperò tosto dopo il Petrarca. Non tarderò a incomodarla colle prove di stampa del Cicerone; e l'abbraccio di cuore. Il suo cordialissimo amico A.F.S.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di C.Bunsen (1825)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO BUNSEN</hi>
               </byline>
               <date>Roma li 22 Novembre 1825.</date>
            </opener>
            <p>Carissimo Signor Conte. Il contenuto della Sua pregiatissima lettera dei 16 corr. m'ha profondamente afflitto, perchè ne vedo che la Sua salute ha sofferto assai, e che è minacciata di un male ostinato. Ella crede che la ragione di tale malattia sia stato il viaggio di Milano: Le confesso che, secondo quello che il Sig.r Marchese Antici m'ha detto diverse volte sullo stato della Sua salute, la crederei piuttosto conseguenza di troppa applicazione agli studi ed in genere mancanza di movimento regolare. La mia consolazione è che Bologna è celebre per i suoi buoni medici: Ella m'ha detto di più che ci ha degli amici che non La lascieranno sola se è obbligata di stare al letto, lontano dalla di Lei famiglia, e forse inabile ad occuparsi di altro che di pensieri malinconici, che sogliono essere compagni di mali di tal natura.</p>
            <p>Intanto qui l'affare si è quasi deciso. Il Cardinal Camerlengo ha positivamente promesso al Segretario di Stato, di conferirgli la Segreteria dell'Accademia di Bologna, Così mi disse S. Em.za Venerdì passato. Riguardo alla Cattedra ci vedo difficoltà, e superate queste, una miserabile retribuzione pecuniaria.</p>
            <p>Venerdì saprò se il Card. Galeffi ha già dato la sua promessa in iscritto: in tale caso Le scriverò Domenica. Io considero la cosa come certa. Mi duole di non vederla qui stabilita: ma sono persuaso che la Cattedra non era da desiderarsi.</p>
            <p>Se Ella mi conserva i sentimenti di amicizia che mi esprime, e che a me sono preziosi e lo saranno sempre, mi tratti pure da amico, e non parli di riconoscenza, ma piuttosto mi dia il segno di amicizia di disporre di me e di quanto a Bologna ho messo a sua disposizione. Non si abbandoni mai a pensieri di malinconia, e conservi la sua salute.</p>
            <p>Con vero amore Suo sincero amico e servo.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1825)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>Bologna 23 Novembre 1825.</date>
            </opener>
            <p>Amatissimo Signor Padre. Ricevetti, benchè molto ritardata al solito, la sua carissima in data dei 29 Ottobre, alla quale rispondo. Le sue osservazioni circa la Cattedra di Roma sono, come ogni sua cosa, giustissime e amorosissime. Le dico con verità che io non mi curo molto di quella Cattedra, perchè le Cattedre sono poco adattate al mio fisico e morale, e poco amerei ancora di stare in Roma, dove l'aria nell'estate è così cattiva. Non nego però che la sua riflessione sopra la certezza di non esser più abbandonati dal governo se una volta si è ottenuto un posto, non mi faccia qualche forza. Intanto Bunsen mi scrive da Roma che non vi è niente di nuovo, e che l'emolumento ordinario della Cattedra è di 200 scudi, il quale se non si aumenta, io non so veramente che farmi di un impiego che non basterebbe per vivere. Bunsen avrebbe voluto ch'io mi portassi subito a Roma, assicurandomi che in tal caso io otterrei indubitatamente e prontamente un buon impiego, ma ho dovuto confessargli che in questo momento non mi sarebbe possibile di pormi in viaggio. Lo confesso ora anche a Lei volentieri, perchè, grazie a Dio, posso aggiungerle di star meglio. Il viaggio fatto da me quest'estate mi guarì di ogni altro incomodo, ma mi proccurò una riscaldazioncella d'intestini che mi ha poi sempre perseguitato. A Milano l'incomodo non fu grave e lo disprezzai, ma da che fui tornato in Bologna, andò sempre crescendo in modo che per certo tempo, a causa della stitichezza eccessiva, io non poteva più andar di corpo se non a forza di lavativi. Ora, grazie a Dio, sto meglio, vado senza lavativo, e dopo una ventina di giorni passati in casa perch'io non poteva sopportare il moto, sono tornato a uscire. Con un poco di pazienza e di cura spero di guarire affatto, e così mi assicura un Medico che mi assiste, e mi dice che il mio incomodo è lungo, ma che non è niente.</p>
            <p>Ho avuto carissimo di sentire che Pietruccio ha ricevuto la prima tonsura, e spero che ciò tornerà in vantaggio suo e della casa. Ella non mi dice nulla della sua salute, nè se Ella sia interamente ristabilita dai residui della malattia di questa primavera. Me ne dia un cenno, la prego. Il Zio Carlo è ancora costì? E il di lei ufficio o incomodo di Gonfaloniere dura ancora? Ella mi ami, e saluti infinitamente per me la mia cara, carissima Mamma, ed anche il Zio Ettore, e il Curato, e il Zio Carlo, se non è già partito. Io l'amo con tutto il cuore, e smanio di rivederla, e chiederle la benedizione a voce come gliela chiedo ora per lettera. Il suo tenero figlio Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Carlo L. (1825)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>
                  <add resp="ed">Bologna 23 Novembre 1825</add>.</date>
            </opener>
            <p>Carluccio mio. Ho ricevuto il pacco che mi spediste, e due ordinari dopo ho avuto la vostra ultima dei 14, nella quale tu mi dici di avermi scritto poco prima. Sappi che quell'altra tua lettera io non l'ebbi. Ti ringrazio delle tante premure che ti sei prese per le mie bagattelle, e del tanto e poi tanto amore con cui me ne scrivi. Le altre cose che tu mi nomini le ho già tutte, o non occorrono. Bensì occorrerà il <hi rend="italic">Virgilio</hi> e l'<hi rend="italic">Inno</hi> postillati, e ti dirò poi come bisogni spedirli. Io credeva che stessero dentro quell'involto coperto di una carta straccia, e però non te li nominai. La stampa non si farà per mio conto: bensì ne avrò delle copie gratis, e Paolina non avrà bisogno di associarsi. Del resto non ti nego che la cosa non sia prematura, ma adesso bisogna far così, e poi il mezzo più certo di ottener fama è quello di dire o di mostrare di averla, come io già sapeva anche prima, ma ultimamente me ne sono sempre più accertato con mille esempi. Carluccio mio caro, che fai tu? che mi scrivesti in quella che si è perduta? Ripetilo, se puoi, che te ne prego con tutto il cuore. Io sto qui lavorando qualche cosa per Stella, il quale ha già stampato qualche mia coserella nel <hi rend="italic">Nuovo Raccoglitore</hi>, i Manifesti del Cicerone latino e italiano fatti da me, un opuscoletto a parte del quale ho corretto qui le prove, e che ti manderò quando sarà pubblicato, e stamperà poi presto un'opera più grandicella. Del resto io sospiro ogni giorno più di rivedere voi altri miei cari, e in certe passeggiate solitarie che vo facendo per queste campagne bellissime, non cerco altro che rimembranze di Recanati. Questi letterati mi usano sempre maggiori riguardi, mi onorano delle loro visite spontanee, cosa che qui si valuta assai, mi consultano ec. ma io vi assicuro che questi onori non mi fanno più nè caldo nè freddo. Addio, Carluccio mio. Scrivimi lungamente, ti prego; parlami di te, e voglimi bene. Addio addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Paolina L. (1825)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PAOLINA LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>Bologna 23 Novembre 1825.</date>
            </opener>
            <p>Paolina mia. Ti ringrazio tanto delle cure che ti sei prese per farmi piacere. Quello che dico a Carlo, dico anche a te, che tu mi torni a scrivere quello che conteneva la lettera perduta. Giordani, che è tornato a Firenze, saluta te e Carlo carissimamente. Dì a Mamma che io vorrei scrivere al Zio Ettore, solamente per salutarlo; ma che se gli mandassi la lettera direttamente, dubito che qualcuno gliela riterrebbe, perchè di un'altra che già gli scrissi non ebbi mai risposta. Domanda dunque a Mamma se crede bene che io accluda la lettera a voialtri. Salutami tanto Luigi e Pietruccio; anche D. Vincenzo, ti prego, non te ne scordare. Già sai quanto ti amo. Dammi le tue nuove. Avrete già fatto la festa della Madonna, e io non mi ci sono trovato. Ti assicuro che ci pensai e mi dispiacque. Pazienza. Addio, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A L.Stella (1825)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A LUIGI STELLA - MILANO.</hi>
               </salute>
               <date>Bologna 27 Novembre 1825.</date>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico gentilissimo. Riscontro la pregiatissima sua dei 21 spirante. Farò al Costa l'ambasciata del Papà subito che io lo vegga. Ella mi parla con sorpresa del mio silenzio sopra il Petrarca, e la sua sorpresa sorprende un poco anche me. Il Papà mi disse espressamente che per il Petrarca non aveva fretta, e che intanto mi occupassi pure di altri lavori, alcuno dei quali mi suggerì egli stesso. Dopo partito io da Milano, nessun cenno ho mai avuto che mi dimostrasse la menoma fretta sopra ciò; anzi il chiedermi subito il Manifesto della Collezione dei <hi rend="italic">Moralisti</hi> da me progettata, mi fece credere che si volesse che io mi occupassi principalmente di quest'opera per ora. Al presente che intendo il piacere del Papà, chiedo licenza di terminare la traduzione del <hi rend="italic">Manuale di Epitteto</hi> (strapazzatissimo dal Pagnini), la quale ho intrapresa con sommo studio per la suddetta Collezione; e ciò fatto, che sarà ben tosto, lascerò subito andare la Collezione e non penserò che al Petrarca. Intanto a un cenno suo o del Papà consegnerò al signor Moratti, ben riveduto, e corretto, il 1° volumetto del medesimo Petrarca, che è già in ordine. Terminata la traduzione di Epitteto, farò anche il Manifesto, se così piace al Papà, quantunque io non vegga a che possa servire ora, giacchè il Petrarca mi occuperà certo interamente per molto tempo. Ho ben caro che il signor Ambrosoli, che io stimo assai, voglia tradur Platone. Quanto ai saggi da darne nella Collezione da me progettata, non vi avrebbero luogo, giacchè tutta la Collezione dovrebb'esser tradotta da una sola penna. Se però il Papà avesse diversa intenzione, me lo significhi. Le prove del <hi rend="italic">Martirio dei SS. PP.</hi> furono da me corrette subito, e consegnate al signor Moratti. La mia salute, della quale il Papà mi domanda, continua ad andar male; perchè l'incomodo, che è un'infiammazione d'intestini, cominciatami quest'estate nel viaggio, è ostinato di natura, e i medici mi dicono che ci vuol gran pazienza. I miei complimenti e cordiali saluti al Papà e a tutti di sua famiglia. Offerendomi ai suoi e loro comandi, mi ripeto suo servitor vero ed amico Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A C.E.Muzzarelli (1825)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO EMANUELE MUZZARELLI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>Bologna 28 Novembre 1825.</date>
            </opener>
            <p>Eccellenza Reverendissima. Con non minor maraviglia che gratitudine ho ricevuta la sua pregiatissima dei 20 del corrente unita al diploma di cotesta Accademia Latina. Certo la mia gratitudine è stata vivissima, ma ho dovuto anche altrettanto maravigliarmi che non ostante la piccolezza, anzi nullità, del mio merito, Ella serbi tanta memoria di me, ed abbia voluto tanto onorarmi. Attribuisco ogni cosa alla bontà del suo cuore, che sento da ogni parte esaltare come straordinaria. E nel ringraziarla cordialmente e caldamente, la prego a voler compiere il favore che Ella mi ha fatto, coll'avvertirmi dei doveri che io debbo compiere verso l'Accademia, come per esempio se io le debba scrivere dirittamente per ringraziarla, o pregare alcuno di farlo a mio nome, e così se altri obblighi mi corrano verso la Società a cui Ella mi ha proccurato l'onore di appartenere; giacchè queste sono cose nuove per me, che finora non ho avuto mai luogo in alcuna Accademia.</p>
            <p>Ma come la ringrazierò io dei versi che Ella mi ha favorito, belli e nobilissimi, e sopra tutto pieni di amor di patria e di sentimenti magnanimi, cose così rare ai nostri giorni, e così ammirabili particolarmente in persona costituita in carica e in dignità, come la sua?</p>
            <p>Questa è la prima volta che io mi dolgo di aver dato un addio alle muse, o piuttosto che le muse mi abbiano abbandonato intieramente, lasciandomi l'animo freddo e occupato solamente dalla noia e dalla malinconia; e me ne dolgo per non poter rispondere, come vorrei, nella lingua del Parnaso alle gentilissime espressioni delle sue strofe. Ma mi dica: consentirebbe Ella che quei suoi versi, certamente bellissimi, si stampassero qui per far fede al mondo che la virtù e la nobiltà dell'animo ancor vive in Italia, e vive in persone onorate per nascita e per uffici?</p>
            <p>I coniugi Aliprandi, che le ritornano i più cari saluti, e che parlano di Lei sempre con tenerezza e come di un miracolo di cortesia, vogliono che io la preghi di un favore da parte loro, ed è di voler proccurare un'ampia licenza di legger libri proibiti al Dottore Ercole Guidetti Medico e Chirurgo esercente in questa città, uomo assai abile e probo. I coniugi Aliprandi le sarebbero tenutissimi di questa grazia.</p>
            <p>Pregandola dei miei complimenti e cordiali saluti all'Ab. Cancellieri e al Dott. De Matthaeis, e supplicandola a valersi di me senza risparmio dovunque mi giudicasse non inetto a servirla, mi protesto pieno di gratitudine, di stima, e ardisco dire, di affetto, di vostra Eccellenza Reverendissima devotissimo, obbligatissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.F.Stella (1825)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
               <date>Milano 28 Novembre 1825.</date>
            </opener>
            <p>Amico amatissimo. Mentre le confermo la mia d'oggi a otto, le domando, se lo può sapere, quale sia il motivo che non ho ancora ricevute di ritorno le prove di stampe del <hi rend="italic">Martirio de' SS. Padri</hi>. Mi spiacerebbe che ciò provenisse da ostacoli di codesta Censura, poichè sarebbe questo un cattivo preludio anche per le stampe del Cicerone. Scrivo in tal proposito anche all'amico Moratti che di queste cose dovrebbe saperne più di Lei. Anche que' benedetti Manifesti del Cicerone sono stati pure un gran pezzo innanzi di capitar nelle mani dell'avv. Brighenti, da cui ebbi lettera alla quale risponderò fra non molto. Mel riverisca.</p>
            <p>Tornando al <hi rend="italic">Martirio</hi> (che pei librai d'oggi giorno è continuo) mi premerebbe pubblicarlo non più tardi della metà del prossimo mese: onde se nol ricevo subito, non ne ottengo l'intento.</p>
            <p>Attendo suoi caratteri, e l'abbraccio di cuore. Il suo vecchio amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Monaldo L. (1825)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI MONALDO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>Recanati, 30 Novembre 1825.</date>
            </opener>
            <p>Mio caro Figlio. Ho veduti con sommo contento i vostri caratteri, ma, oh Dio quanto mi hanno crucciato le nuove non prosperissime della vostra salute. Se io non fossi conficcato qui con tanti, e di ogni sorte, e tutti tenacissimi chiodi, sarei subito venuto a vedervi, e a liberarmi dalla grave apprensione in cui vivo per vostro conto, ad onta di quanto scrivete di miglioramento; temendo sempre che vogliate risparmiare il mio cuore, e non mi scriviate quanto male vi sentite. Voi però conoscete come io sono indissolubilmente attaccato a questa rupe, e come non posso allontanarmene, tolto uno di quei casi nei quali l'uomo deve sollevarsi sopra ogni altro riguardo o dovere, nel qual caso però, grazie al Signore, non siamo. Figlio mio caro, abbiatevi ogni riguardo, e finchè non ci avrete tranquillizzati del tutto, non lasciate di scrivere una riga almeno in ogni ordinario. Tutti siamo in pena, ed aspettiamo le lettere vostre con somma ansietà. Sopra tutto non aumentate gl'incomodi vostri coll'immaginarli maggiori perchè le apprensioni e la ipocondrìa sono la parte dei letterati e degli isolati. Curate i mali grandi, ma disprezzate i piccoli, fate moto, cercate compagnia e divagamento, e persuadetevi che gli incomoducci svaniscano da sè stessi quando si vedono non curati.</p>
            <p>Di tutti di casa posso darvi buone nuove, tolto però il Zio, il quale è ammalato. Il giorno 25 del corrente ebbe un altro piccolo tocco di convulsione, o a parlare candidamente, di apoplessia, per cui tuttora è in letto, e non so se devo sperare di vederlo risorto. Di mente è sanissimo, e non soffre molto; ma la lingua è impedita assai, e si stenta a capirlo. Iddio forse ci consolerà con la sua guarigione. Gli ho dati i vostri saluti che ha graditi moltissimo. Raccomandatelo al Signore.</p>
            <p>Antici è tuttora qui, e vi saluta. Il medesimo mi assicura che vi è stato già conferito il posto di Segretario di codesta Accademia, e che il signor Bunsen ve ne ha scritto direttamente. Se vi piace, me ne compiaccio; e gradirò di sapere quali ne sono i pesi, l'importanza e il profitto.</p>
            <p>Dopo domani parte per costà il colonnello Setacci. Al medesimo Paolina ha consegnato un pacco di carte per voi, ed io gli ho consegnati scudi 25, che gradirete nella prossimità del Natale, come un segno di quello che vorrei fare, e che non posso con acerbissimo dolore del mio cuore. Setacci abita a Santo Stefano dal professore Odati. Verrà da voi, ma guadagnerete a fargli buone grazie, perchè è uomo di ottimo cuore, e vi stima, e a me vuol bene. Addio, mio caro figlio. Vi abbraccio, vi bacio, e vi benedico con tutto il cuore. Vostro affezionatissimo padre.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Carlo L. (1825)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>
                  <add resp="ed">Recanati</add> 30 Novembre 1825.</date>
            </opener>
            <p>Buccio mio caro. Fu ricevuta l'ultima tua diretta a Babbo: non so perchè egli non t'ha ancora replicato. Devi sapere che il Zio Ettore sta poco bene; forse ciò lo tiene distratto. Paolina ti darà più sotto dei dettagli, perchè io non ho troppo genio per tali narrazioni. Ciò che m'interessa è quella che tu ci fai del tuo incomodo: un presentimento, non so donde nato, mi facea stare in pena che tu stasti poco bene. Non avrei mai voluto essere indovino; possano almeno essere altrettanto certi i miei auguri, che tutto ciò che ci dici del tuo miglioramento sia vero e costante. Puccinotti, che ti saluta tanto, mi ha parlato molto tranquillamente sull'importanza del tuo incomodo: mi ha detto che può derivare dalla differenza dei cibi, e che tu dovresti far uso di qualcuno di quelli che servono a tenere il corpo obbediente. Per amor del cielo, Buccio caro, abbi cura della tua salute; ella è la nostra. Già la tua assenza è per noi una malattia; una tua malattia sarebbe la morte. Tu dici che ti ha dispiaciuto di non aver fatto con noi la festa de' Cappuccini; puoi credere che non v'è per noi festa senza di te. Io ti voleva consigliare di andare a Roma al più presto che avresti potuto, secondo i suggerimenti di Bunsen; ma colla posta di ieri giunse qui una lettera al Zio Carlo, in cui donna Marianna lo ragguagliava per parte dell'Incaricato, che si era ottenuto per te l'impiego di Bologna che tu desideravi. Se ciò è vero, quanto era poco sperato, tutto muta aspetto. Ti raccomando assai, Buccio mio, di temere il freddo di costì almeno quanto il caldo di Roma: sai che quello ti è più nemico; onde se dovrai passarvi l'inverno, garantisciti con mezzi straordinari, e sta continuamente in guardia. Avrei gran piacere di vedere tutto ciò che hai pubblicato; ma chi mi parla ora di piaceri? Veramente mi par di vedere che la persecuzione della fortuna contro di me sia un poco singolare. Faccia a suo modo l'infame, purchè t'accarezzasse, e a me lasciasse la speranza, sì la speranza; anche che dovesse tornar vana, ella è sempre una cara compagna; ma quantunque si chiami l'ultima Dea, a me pare che sia la prima a lasciare i mal veduti dalla sorte. Muoia però sempre la rassegnazione, e chi mi calunniasse col credermivi adattato.</p>
            <p>Troverai insieme coi due libretti che richiedevi, un esemplare della <title>Batracomiomachia</title> con alcune correzioni di tua mano, uno della seconda edizione della <hi rend="italic">Torta</hi>, che se non l'hai, deve sicuramente servirti, perchè sarà mutato dalla prima; l'opuscolo di Niebuhr, che potrà fornire al tuo biografo la testimonianza di uno straniero costì certo non reperibile; il libro di Cancellieri, che potrà giovare nello stesso senso per lo squarcio della lettera di Akerblad; e.... una lenza che non so come restò qui al tuo partire. Se vorrai, potrò facilmente spedirti la stessa lettera originale di Akerblad, ed il biglietto di Niebuhr, da cui si raccoglie l'offerta a te fatta da Consalvi. Ho scorso tutte le tue lettere, nè vi ho trovato altra cosa che mi sia sembrata poterti servire: ve n'è di Cancellieri, dove ti dava certe notizie di erudizione relative alle <hi rend="italic">Triopee</hi>, ed una di Vogel, dove ti espone qualche sua opinione sul <title>Salterio</title> del Venturi. Se volessi far sapere cosa pensava di te il morto Perticari, vi sarebbero le sue lettere, e potresti anche cercare che cosa pubblicò nel <hi rend="italic">Giornale Arcadico</hi> in occasione delle tue prime Canzoni, come ti prometteva. Siccome credo che per le cose stampate nello <title>Spettatore</title>, prenderai a rivederle su di una copia di esso, ti domando se può servirti che io ti faccia un'<hi rend="italic">Errata Corrige</hi> dietro le emendazioni a penna che trovo qui, il che può risparmiarti della fatica, ed anche l'inavvertenza di qualche errore che ti sfuggisse. Addio, Buccio mio tanto caro. Non saprei ricordarmi di ciò che ti diceva nell'ultima mia perduta, ma nulla certo d'importante. Sta bene, e se mi ami, c...a. Permettimi di ridere un momento; solamente parlando di te e con te lo faccio. Del resto, il riso è ora sconosciuto sulle mie labbra; ne attesto chi scrive dopo di me.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Paolina L. (1825)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PAOLINA LEOPARDI</hi>
               </byline>
            </opener>
            <p>Oh sì, posso assicurarti che sono tre giorni ch'egli non ride più, ma spero che non ne passeranno altrettanti che il riso comparirà sulle sue labbra; almeno secondo il solito; perchè è certo che una grande allegrezza e un gran contento per noi non sono mai stati, e che tutti i nostri giorni sono pieni di una noia la più terribile, e che ormai diventa incurabile; anzi lo sarà certamente, se dura un altro poco questo tenore di vita. Frattanto per ciò che riguarda Carlo è certo che Babbo ora cerca di dargli moglie, e sono in trattato alla larga con una di cui non so il nome, che ha molta dote, ma poco si spera che si concluda. E anche Mamma sarebbe contenta di trovare un buon partito, ma non vogliono sentir parlare se non di dote assai, ed è per questo che non è tanto facile di trovarlo dalle parti nostre, anzi è già saputo che non ve ne sono.</p>
            <p>Il giorno 25 ebbe Zio Ettore un altro colpo molto più forte che non fu quello di Luglio scorso, il quale, oltre all'avergli torta considerabilmente la bocca, gli ha quasi tolto l'uso della parola per il grande ingrossamente della lingua; e per cui è impossibile il capir niente delle poche cose che dice. Il giorno dopo ebbe il Viatico, ed ora sta quasi nel medesimo stato, senza peggiorare; ma dicono che l'istesso non migliorare sia un peggioramento. E non potete credere quanta impressione e quanta pena mi faccia il sentirlo ciangottare senza comprenderne una parola, e dopo che ha discorso un pezzo, e vede che non abbiamo capito niente (poichè sta perfettamente in sentimenti), tace, o qualche volta dà in uno sbotto di pianto. Insomma la è una miseria e una malinconia, poichè abbiamo aperto la comunicazione interna, e ogni momento stiamo da lui. Gli disse Mamà d'aver ricevuto la tua lettera, ed i tuoi saluti per lui; ed egli parve che si rallegrasse, e domandò se stavate a Bologna, e gli dicemmo il tuo incomodo, per cui, Muccio mio, ho provata tanta pena, che non puoi credere. In questo momento Mamma mi chiama, affinchè ti dica ch'Ella non può darsi pace che dopo l'ultima tua, in cui ci davi conto del tuo male, sia passato un ordinario senza che tu ci abbia scritto; ma io le ho detto che ne farai passare anche degli altri, poichè tu non ci scrivi senza nostre lettere. Ti saluta essa tanto, e ti raccomanda che ti abbi tutta la cura, come te lo raccomando caldamente io, per carità; e che ci scrivi esattamente come starai. Da quello che ti ho detto di Zio Ettore vedrai, che non sarebbe ora a proposito lo scrivergli, come Mamma aveva desiderato. L'altra tua la ebbe, e la fece leggere subito a noi; e se non ti ha risposto, è perchè ora non scrive più a nessuno. Anche il canonico Antimi ha avuto due colpi, ma non molto forti, per cui ora sta bene. Zio Carlo parte, credo, dentro la settimana, e ti saluta. Pietruccio compiange molto la perdita della nostra lettera, in cui ti aveva scritto anche lui; e se ne consola ora che babbo gli promette di farlo scrivere in una sua. Addio, Giacomuccio mio. Abbiti cura, per pietà. Anche Masi dice che il tuo male non è niente. Setacci ti porterà questa; egli parte domani. Gigio ti abbraccia, ed io non finirei mai di dirti quanto spesso penso a te, quanto ti amo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Papadopoli (1825)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO PAPADOPOLI</hi>
               </byline>
               <dateline>Di Roma alli 30 Novembre 1825.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Leopardi. Io non mi voglio scusare se non ti scrissi da Fiorenza perchè da te puoi pensare come io fossi occupato a vedere le cose belle di quella città; ma subitochè giunsi a Roma ho voluto darti ragguaglio di me e della sanità mia, che veramente è buona. Di Roma vorrei scriverti alcuna cosa, ma tu la conosci e sarebbe opera perduta il fartene parola; nondimeno ti dirò che la mi pare magnifica per monumenti antichi, ma piena di tristezza; taccio dei suoi cittadini perchè mi paiono ipocriti ed ignoranti e superbi. Ma che monta che io dia contezza a te di Roma, a te che la mi facesti conoscere imprimachè io venissi a vederla? Oggi vado al Museo, e domani da Monsignor Mai. Ho comperato la Grammatica di Peyron secondochè mi consigliasti, ed ho veduto il catalogo del De Romanis, che veramente è copioso di belle edizioni. Ho conosciuto il Betti ed altri letterati di Roma, ma nel vero sono mediocri, e poveri di senno, bensì pieni di cortesia e larghi dispensatori di lodi. O mio Leopardi, come del continuo mi avvedo che è ancora grande la nebbia dell'ignoranza, e che il sole della verità entra assai debilemente a diradarla. Tu che hai l'ingegno ed il cuore così maravigliosi, sveglia questa età addormita ed orgogliosamente ignorante.</p>
            <p>Scrivimi alcuna cosa della tua preziosa salute; la Contessa me ne scrisse non troppo bene, ed io sono angustioso di sapere da te la verità. Non posso scriverti più a lungo perchè l'ora della posta mel vieta. Amami, mio buono amico, con quell'amore che ti porto.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Papadopoli (1825)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO PAPADOPOLI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 30 Novembre 1825.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro. Non ti scrissi a Firenze perchè io non sapeva quanto ti saresti fermato colà. Spero che questa ti troverà in Roma, dove la indirizzo. Ho avuto i tuoi cari saluti dalla Contessa, e le tue nuove da Dodici. Che fai tu? come sei stato contento di Firenze? come ti piace Roma? ti ricordi tu mai del tuo buon amico che ti amerà eternamente? Io vivo qui molto malinconico, solitario e tristo. Ma questa è la mia condanna in vita. La tua compagnia mi confortava, e mi rallegrava sopra tutto il vedere un giovane che credo abbia pochi pari al mondo. Ora non mi resta altra consolazione che la memoria e il pensiero, e la speranza che tu pensi a me qualche volta, e che la nostra amicizia non debba esser rotta per la lontananza. La mia salute non va bene, ma pur tollerabilmente. <hi rend="italic">Molto bene</hi> non par che abbia più voglia di studiar latino. Essendo tornato a uscire un poco di casa, sono stato da lui. Mi si è fatto negare più volte: finalmente mi ha fatto dire che quell'ora non gli era più comoda; che sarebbe venuto da me per concertarne un'altra. Non è mai venuto. Quest'ancora è una delle mie fortune. Scrivimi, mio caro e divino amico, subito che tu avrai tempo, e dammi nuove della tua salute, e dell'animo, e dei piaceri, e dei dispiaceri, e in somma parlami di te assai. Se ti posso servire, comandami, e non mi risparmiare. Addio, ti abbraccio con tutta l'anima. Addio, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di L. e A.F.Stella (1825)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI LUIGI E ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
               <dateline>Milano 3 Dicembre 1825.</dateline>
            </opener>
            <p>Signor Conte stimatissimo. Do risposta alla favoritissima sua 27 dello scorso. Prima di tutto quanto al Petrarca, mio padre le avrà detto benissimo di non darsi troppa fretta; ma Ella sa benissimo altresì che questo suo lavoro è già stato annunziato, e che quindi occorre piuttosto accelerarlo che rallentarlo. Se non fosse questo, mio padre potrebbe anche lasciarla tutta alle versioni da lei imprese, le quali per ogni rispetto non potranno non essere benissimo accolte. Non è però che occupandosi Ella specialmente del Petrarca, non possa in pari tempo, a sollievo e a divertimento di noia, dar le sue cure anche alle versioni suddette. - Consegni pure al signor Moratti il primo volumetto del Petrarca, che mio padre suppone avrà in fronte il di lei nome, e qualche riga di prefazione a principio. - Il motivo per cui le fu chiesto il Manifesto della sua Collezione si è che per esso mio padre vorrebbe mettersi bene al fatto della qualità dell'impresa. - Le prove del <title>Martirio</title> non sono ancor giunte: se per provvedere al sollecito rinvio delle medesime Ella parlasse col signor Moratti, sarebbe assai buona cosa. Una tal lentezza, ch'è già di qualche danno pel <title>Martirio</title>, sarebbe dannosissima pel <hi rend="italic">Cicerone</hi>. Per provvedere in ogni verso a questa sì necessaria sollecitudine, veda Ella se non andasse bene che se la intendesse anche con codesta Censura. - Si abbia cura, e si ricordi che la sua salute è preziosa non solo a tutti i suoi amici, ma a tutta la Repubblica letteraria. Aggradisca i miei cordiali saluti. Devotissimo servitor suo ed amico di cuore Luigi Stella.</p>
            <p>Terminata la lettera di mio figlio vengo io a dirle, che se tornasse meglio comodo a Lei il lasciare ad altri l'incarico delle lezioni, io ne sentirei gran piacere, perchè a me pare che potrebbe attendere così alle dette Opere, distribuendo il suo tempo fra il Petrarca e i Greci moralisti. Già s'intende che i dieci scudi al mese ch'Ella ritrae dalle lezioni, verrebbero suppliti da me, e cominciando col prossimo gennaio il signor Moratti, invece di scudi dieci al mese, le conterebbe scudi venti. Ci pensi, e pensi ancora ch'io le parlo col cuor di padre, non che di sincerissimo amico, quale veracemente sono.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di C.E.Muzzarelli (1825)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO EMANUELE MUZZARELLI</hi>
               </byline>
               <dateline>Roma 4 Decembre 1825.</dateline>
            </opener>
            <p>Sig.r Conte Pr.ne st.mo. La pregiatissima sua del 28 p.o p.o è piena di tante gentili cose a mio riguardo, che io non so che ringraziarla con tutto lo spirito di quanto Le ha saputo suggerire la di Lei bontà, di che fan fede quei molti che si onorano della di Lei amicizia. Sul rapporto de' miei poveri versi, avendone a Lei fatto un dono dal momento che li ho scritti, ne lascio a Lei la libertà di farne quell'uso che più le piace.</p>
            <p>Niun dovere Le incombe verso l'Accademia Latina, nè mancherò pertanto di far conoscere al Consiglio della medesima la bontà con che Ella ne ha ricevuto il Diploma.</p>
            <p>Non mancherò di ritornare i di lei saluti all'Ab.e Cancellieri, e al Sig.r Dott.r De Mattheis; e vorrà intanto gradire quelli della comune amica la Sig.ra Enrichetta Dionigi Orfei.</p>
            <p>Vorrà, ne la prego, salutare a mio nome i coniugi Aliprandi, cui farà conoscere che è indispensabile lo spedirmi un certificato dell'Arcivescovo di Bologna da rilasciarsi a favore del loro raccomandato Sig.r Ercole Guidetti, e che in seguito mi darò tutte le premure onde ottenergli la licenza di leggere i libri proibiti.</p>
            <p>Voglia, S.r Conte, avermi da questo momento nel numero de' suoi servitori; che se volesse accordarmi luogo fra quelli de' suoi amici, mi chiamerei veramente fortunato. Mi comandi con libertà, se in cosa alcuna potessi servirla in questa Dominante; e pieno di stima e di attaccamento me le rassegno Devot.mo, Obbl.mo Servitore.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1825)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 4 Decembre 1825.</dateline>
            </opener>
            <p>Carissimo Signor Padre. Ricevo in questo momento la sua cara dei 30. Non la ringrazierò dell'amore che Ella mi dimostra, perchè nessun ringraziamento sarebbe proporzionato, e perchè esso non mi giunge nuovo. Senza nasconderle nulla, le dico con verità ch'io vo migliorando di giorno in giorno sensibilmente, benchè lentissimamente. Ma il Medico, ed altri che hanno patito di questo medesimo male, mi dicono che la lentezza del guarire è una sua qualità ordinaria, tanto più non usando certi rimedi forti, che il medico voleva porre in opera a ogni patto, come sanguigne o mignatte al sedere, ec. e che io non ho voluti. Intanto vo passeggiando ogni giorno anche lungamente, e non sento più dolore nè gran calore al basso ventre come per l'addietro. Vedrò molto volentieri Setacci, e gli farò la migliore accoglienza che mi sarà possibile. Del Zio Ettore mi dispiace moltissimo, sebbene non lascio di sperare. Se le pare opportuno, lo saluti tanto da mia parte, e gli significhi il dispiacere che ho del suo incomodo. Già Carlo quest'estate mi aveva scritto che il male era una specie di apoplessia. Quanto al Segretariato, siamo ancora alle parole. Bunsen mi scrive che il Cardinal Camerlengo, al quale veramente appartiene la nomina, ha positivamente promesso al Segretario di Stato di conferir l'impiego a me, ma ecco tutto. Mi aggiunge che egli tiene la cosa per fatta. Le occupazioni dell'impiego si riducono, per quel che sento, a tener certi registri e a fare una volta all'anno un discorso che poi si stampa. Dell'emolumento non saprei precisamente dirle, ma credo che basti a mantenersi sufficientemente in una città come questa. I miei saluti amorosissimi a tutti, e in particolare alla cara Mamma, la quale ricordo ogni giorno con tenerezza. Ella mi benedica, e mi conservi il suo amore. Le bacio la mano, e con tutto il cuore mi ripeto suo affettuosissimo figlio Giacomo.</p>
            <p>Tanti saluti a tutti per parte di Angelina, della quale in altro ordinario scriverò più dettagliatamente.</p>
         </div1>
         <div1 n="A C.Bunsen (1825)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO BUNSEN - ROMA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 5 Dicembre 1825.</dateline>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo signor Cavaliere. Sono in debito di ringraziarla della stimatissima e carissima sua dei 22 novembre. La mia salute, per la quale Ella gentilmente ed amorosamente mostra sì vivo interesse, va di giorno in giorno migliorando, benchè lentamente. Pur non sono obbligato a guardare il letto, e posso anche uscire un poco di casa, camminando adagio.</p>
            <p>Ella mi dà pur buone nuove circa l'affare del Segretariato di quest'Accademia. Io debbo a Lei ogni cosa in questo affare, e riuscito che sia, come Ella mi dà ferma speranza, potrò dire con verità di esser <hi rend="italic">creatura sua</hi>, come fin da ora mi pregio e mi pregerò sempre di esserle un amico obbligatissimo e pieno di gratitudine. Ma poichè Ella mi vieta di ringraziarla, non mi distenderò più a lungo su questo proposito. Quanto alla somma che la sua squisita cordialità ha posta a mia disposizione in Bologna, io non posso altro che prometterle di profittarne in caso che mi trovi in circostanza da abbisognarne, e l'assicuro che se questo caso fosse già venuto, io ne avrei già profittato.</p>
            <p>Che notizie ha ella del sig. Niebuhr? Non dimentichi, la prego, di riverirlo da mia parte e tenermegli raccomandato. Se la mia salute non vi si fosse opposta, avrei già fatto a quest'ora, con una buona occasione che mi si era presentata, il viaggio di Firenze, principalmente per vedervi e copiarvi, se fosse stato possibile, un'operetta greca inedita, notata nel catalogo del Bandini, la quale mi è stata sempre a cuore. Quando la mia salute me lo permetta, sono risoluto di effettuare la mia intenzione, e di andare anche a Ravenna per l'Aristofane che il signor Niebuhr mi raccomandò qualche tempo addietro.</p>
            <p>Ella segua ad amarmi, ed onori qualche volta de' suoi comandi il suo devotissimo e gratissimo servitore ed amico Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Monaldo L. (1825)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI MONALDO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <dateline>Recanati, 7 Dicembre 1825.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Figlio. Essendo in pena per la vostra salute, e maggiormente nella mancanza delle lettere vostre che attendevamo con ansietà, non vi dispiaccia che ve ne ricerchi. Il Zio Ettore sta qualche ombra meglio. Il cav. Antici è partito, ed oggi sarà in Roma. Partì pure Setacci al giorno scrittovi, e forse a quest'ora lo avrete veduto. Condulmari tornò dall'eremo piuttosto gravemente ammalato, e convinto che nell'età sua non può reggere ad un sistema nuovo di tanta austerità. Addio, Giacomo mio. Tutti vi salutano e vi abbracciano. Io vi abbraccio e vi benedico di cuore. Vostro affezionatissimo padre.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Carlo L. (1825)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>[Bologna] 9 Dicembre [1825].</date>
            </opener>
            <p>Carluccio mio. Ebbi ieri da Setacci la tua lettera coll'involto, di cui ti ringrazio assai. Accetto l'offerta che mi fai delle varianti di quello che ho pubblicato nello <hi rend="italic">Spettatore</hi>, e ti scriverò poi quando mi bisognino. - Già non serve ch'io ti dica quanto mi attristino le notizie che tu mi dai della tua malinconia. Credimi che se potessi pigliarmela tutta io per liberarne te, lo farei in questo momento. Ma in somma non vedo l'ora di riabbracciarti, e spero che in un modo o nell'altro, avrò pur questa consolazione tra non molto tempo. Dell'affar di Bunsen scrissi al Papà. Le cose che ho pubblicate a Milano te le manderò subito che ne avrò copia. - Quanto alla salute, io sto meglio, ma meglio assai, e ne rido volentieri con te, e per servirti vedrò di cacare ogni giorno. Ma dì da mia parte a Puccinotti che il mio non era negozio da rimediarsi con cibi che tengano ubbidiente il corpo, perchè non solamente questi, ma i più violenti purganti mi operavano quanto un'acqua fresca. - Le lettere originali ec. di cui mi parli, per ora non servono. - Le nuove del Zio Ettore mi affliggono molto. Vedo quanta tristezza deve produrre la sua malattia in tutta la famiglia. Setacci mi ha dato notizie di un poco di miglioramento. Desidero di sentirle avverate. - Carluccio mio caro, io ti amo in quel modo che tu solo sai. Procura di rallegrarti e di ridere un poco per amor mio. Dio sa quanto mi trasporterebbe, se avesse effetto, quel che mi scrive Paolina. Ho veduto qui Cavalli, che mi dimandò di te e ti saluta. Ti bacio, amor mio. Voglimi bene, addio, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Paolina L. (1825)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PAOLINA LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>[Bologna] 9 Decembre [1825].</date>
            </opener>
            <p>Paolina mia. Ringrazia tanto e poi tanto la Mamma del suo caro dono, che io conserverò come una reliquia e dille che la consolazione di vedere il suo carattere per me è stata tanta, che quasi dubitavo di travedere. Salutala poi mille milioni di volte per parte di Angelina, che saluta anche Babbo e te e Carlo e Luigi quanto si può mai salutare al mondo. Qualche settimana fa, passeggiando per Bologna solo, come sempre, vidi scritto in una cantonata <hi rend="italic">Via Remorsella</hi>. Mi ricordai d'Angelina e del numero 488, che tu mi scrivesti in una cartuccia la sera avanti la mia partenza. Andai, trovai Angelina, che sentendo ch'io era Leopardi, si fece rossa come la Luna quando s'alza. Poi mi disse che maggior consolazione di questa non poteva provare, che sogna di Mamma ogni notte, e poi centomila altre cose. Di salute sta benissimo, ed è ancora giovanotta e fresca più di me; colorita assai più di prima. Ha un molto bel quartiere, e fa vita molto comoda. È stata poi da me più volte col marito, che al viso, agli abiti e al tratto, par proprio un Signore. Mi hanno invitato a pranzo con gran premura, e ho promesso di andarci. Mangerò bene assai, perchè si tratta di un bravo cuoco, e da quel che mi dice Angelina, ogni giorno fanno una tavola molto ghiotta. Oggi vado a portarle un Sonetto che mi ha domandato per Messa novella. Puoi credere che ogni volta che mi vede, mi domanda della Mamma, di cui non può finir di parlare, e di voi altri. - Salutami tanto Luigi e Pietruccio, a cui dirai che aspetto che mi scriva, e che Setacci mi ha parlato molto del suo bel portamento nel nuovo abito. Dammi nuove di Zio Ettore, e salutalo da mia parte se lo credi opportuno. Io, come dico a Carlo, sto meglio assai assai. Ma tu non mi dici niente di te: non mi piace: da qui avanti non mi scriver mai senza darmi le tue nuove, e informarmi dei tuoi affari. Addio, mia cara: voglimi bene: salutami anche D. Vincenzo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.F.Stella (1825)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO FORTUNATO STELLA - MILANO.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 9 Decembre 1825.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico pregiatissimo. Non le posso dire quanto mi sia dispiaciuto il sentire il ritardo delle prove del <title>Martirio</title>. Ne parlai subito col signor Moratti, che mi assicurò di averle spedite. L'arresto non può essere se non in cotesta Censura. Ella si accerti che le stampe che vengono o partono di qua per la posta, non passano in modo alcuno per la Censura di qui, e si ricevono o spediscono immediatamente come le lettere. Se i Manifesti di Cicerone andarono alla Censura, ciò fu come stampe sottoposte a Dogana, perchè erano venuti per la Diligenza. Del resto in caso di bisogno, io non mancherò d'intendermela in tutti i modi possibili coi Censori di qua. Oggi ho terminato la traduzione del <title>Manuale di Epitteto</title> per servire alla scelta dei Moralisti greci; e prima del prossimo ordinario consegnerò al sig. Moratti il ms. del primo volumetto del Petrarca. Esso avrà in fronte il mio nome, come lo avrà tutto quello che le piacerà di stampare di mio. Avrà ancora la sua prefazione. Quanto al testo, credo che Ella vorrà servirsi di un esemplare dell'edizione Molini, riserbandomi a correggerne e riformarne l'interpunzione con ogni esattezza, quando io abbia le prove di stampa. Aspetterò in questo di sentire le sue risoluzioni. Quanto alla prontezza nello spedir le prove, Ella non dubiti menomamente per parte mia.</p>
            <p>Circa a quello che la sua generosità mi propone, non posso altro dirle, se non che Ella disponga di me a suo piacere. Se Ella vuol che io lasci le seccantissime e importunissime lezioni che mi occupano la metà del tempo io sarò qui tutto per Lei, ed o attenderò in un medesimo tempo al Petrarca e ai Moralisti, ovvero tanto più presto condurrò al fine il Petrarca, e tanto prima potrò dedicarmi interamente ai Moralisti. Insomma non avrò altro pensiero nè altra occupazione che di servirla, cosa che io farò sempre ben di cuore e con tutta la diligenza di cui sarò capace. Intanto mi darò totalmente al Petrarca, aspettando nel medesimo tempo le prove del Cicerone. Brighenti ed io pubblicheremo qui in un giornaletto che è molto sparso per Bologna e la provincia un ristretto dei Manifesti di quella edizione. Se Ella lo desidererà, le manderò il foglio che conterrà l'articolo il quale uscirà tra pochi giorni.</p>
            <p>I miei complimenti al sig. Luigi ed a tutti i suoi. Sono impaziente di sapere la sorte delle prove del <title>Martirio</title>. Torno a ripetere che il ritardo mi dispiace fino all'anima, ma che nè il sig. Moratti, nè io (che le rimandai alla posta lo stesso giorno che le ricevetti) non ci abbiamo colpa. - Ella mi comandi, e mi creda con tutto l'affetto il suo cordialissimo amico e servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di L.Stella (1825)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI LUIGI STELLA</hi>
               </byline>
               <dateline>Milano 12 Dicembre 1825.</dateline>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo Signore. Come al solito rispondo io per mio padre alla favorita sua 9 corrente. Egli teme che il ritardo delle prove del <title>Martirio</title> abbia la sua cagione in un poco di trascuratezza per parte del signor Moratti, chè niun ostacolo di certo v'ebbe per parte di questa nostra Censura. Le prove intanto son giunte; e dentro questo mese il <title>Martirio</title> vedrà finalmente la luce. - Il primo volumetto del Petrarca Ella può fare che il signor Moratti lo mandi per mezzo della Diligenza, e così il manoscritto del <title>Manuale d'Epitteto</title>, che non sarà gran volume. Mio padre vedrà volentieri il foglio del giornaletto ch'Ella accenna, contenente l'articolo sul Cicerone. - Giunser da Roma i manoscritti di monsignor Invernizzi relativi agli scritti di Cicerone, e con essi una copia del Cicerone del Garatoni dallo stesso monsignor postillata. In cambio mio padre gliene mandò una intonsa ed intatta. Gli manderà poi a suo tempo anche una copia per sorte delle due edizioni, latina, e latina e italiana del nostro Cicerone: del che, non essendo noi col detto monsignor in carteggio, bramerebbe mio padre ch'Ella lo facesse avvertito. Coi manoscritti ridetti venner da Roma anche le copie dell'<title>Eusebio</title>, che certo per quanto starà in noi non rimarranno qui oziose. Augurandole buona salute, ed allegria, con piena stima cordialmente la riverisco. Devotissimo servitor suo ed amico di cuore Luigi Stella.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Mio padre la prega d'aggradire un nostro Almanacco, che non è certo dei peggiori. Lo avrà per mezzo di codesto signor Marcheselli.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.F.Stella (1825)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
            </opener>
            <p>Ora vengo io. Circa all'<title>Epitetto</title>, se Ella volesse tenerlo un poco presso di sè, il faccia pure, giacchè amerei che fosse accompagnato dal piano o manifesto della Raccolta.</p>
            <p>Tarderà forse ancora un poco a venire a Lei il primo foglio del Cicerone, a motivo dei riscontri che l'abate Bentivoglio vuol fare sui manoscritti di monsignor Invernizzi.</p>
            <p>In quanto al mio pensiero sulle lezioni scolastiche, la prego di non riguardarlo come generosità, ma come effetto d'amicizia congiunto anche ad un poco d'interesse, giacchè io credo che quel tempo Ella lo impiegherà utilmente per me. Io dunque la prendo in parola, e scrivo all'amico sig. Moratti che per i mesi avvenire, cominciando dal prossimo, in cambio di dieci, le abbia da contare venti scudi al mese; e l'abbraccio teneramente. Il suo vecchio cordiale amico A.F.S.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Pierfrancesco L. (1825)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIERFRANCESCO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>[Recanati] 13 Dicembre 1825.</date>
            </opener>
            <p>Mio carissimo Mucciaccio. Non potete credere quanto mi dispiacesse, quando seppi da una delle vostre, che non riceveste la lettera nella quale vi avevo scritto. Mi feci abate nel giorno dei Santi Simone e Giuda. Ritornando a casa, Babbo mi regalò una saporitissima piastra. Paolina ogni terzo dì mi dice, ho sognato Giacomo, ed anche io spesso vi rivedo, e particolarmente l'altra notte mi sembrò di rivedervi, e nel volervi riabbracciare stesi le braccia, ma cosa abbracciai? un'ombra, e mi avrebbe piaciuto più assai di aver riabbracciato voi. Ogni sera, quando è portato in tavola, penso a voi, imperciocchè quando ci eravate vi avvisavo che era all'ordine la cena. Questa è composizione mia, già non occorre che ve lo dica, perchè lo conoscerete dallo stile senza sale col quale vi scrivo. Io sto bene, sappiatemi dire come state del vostro incommodo. Il Zio Ettore sta meglio. Tutti stanno bene. Babbo e Mamma vi mandano la benedizione. V'abbraccio e vi do un bacio. Addio, addio. Vostro affezionatissimo Fratello.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Paolina L. (1825)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PAOLINA LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>[Recanati 13 Dicembre 1825].</date>
            </opener>
            <p>Muccio mio caro. Dopo molte preghiere finalmente mi permette Pietruccio di scrivervi in questo foglio, ma lo fa assai di mala voglia, perchè teme che non gl'indrizziate la risposta, di cui andrà superbo oltre ogni credere; ed il permesso che accorda a me dice di non volere accordarlo a Carlo ad ogni patto. Figurati la gioja che proviamo tutti nel sentirti guarito: essa è eguale alla pena già provata. Mamma ti saluta, immàginati quanto, e ti ringrazia senza fine delle nuove che ci hai date della buona Angelina, e della tua premura di vederla; e le hai portato gran contento nel dirle come essa si ricorda di lei, chè già credevamo ci avesse dimenticato, non avendo scritto a Mamma l'anno passato di Natale, come era solita. E vorrebbe Mamma che le faceste tanti saluti, le diceste tante e poi tante cose da parte sua, che si è rallegrata infinitamente di sentire che la stia così bene, e di salute e di altro; e insomma che se Angelina si ricorda di lei, essa non si scorda di Angelina, della sua bontà e della sua affezione. Per parte mia ancora, Muccio mio, gli dirai, che io non le perdonerò mai l'afflizione che mi cagionò con la sua partenza, e che fu tanto grande che durai a piangere per tanti giorni; ma che con tutto ciò ancora le voglio bene, e la saluto tanto tanto. Babbo ed i fratelli gradiscono la sua memoria, e la risalutano ec. E tu scròccati questo pranzo, che io t'invidierò se ti daranno piatti dolci; di tutto il resto non saprò che farne.</p>
            <p>Mi domandi nuove particolari di me e de' miei affari? Essi non si avanzano di un passo, perchè neppure a Carnevale sposerò; ed io voglio stare a vedere come andrà a finire questa storia; se a Sant'Angelo, o in un monastero, che ormai per me sarà tutt'uno. Solo ho un gran desiderio di vederti, e mi pare un secolo che sei partito; e quel ch'è peggio non ho un'ombra di speranza di doverti rivedere così facilmente. Mi sembrò lunghissimo il tempo, in cui stasti a Roma, e già ne è scorso quasi altrettanto dall'epoca della tua partenza in poi, e della tua lontananza che a tutti noi è dolorosa, ed a me dolorosissima. Frattanto ti godrai qualche superba Opera nel Carnevale che si avvicina, come ti sarai goduta nell'autunno la <title>Semiramide</title> che piacque tanto a Carlo in Sinigaglia. Ed abbiamo veduto nei giornaletti l'entusiasmo eccitato dalla.... non mi ricordo il nome, e le acclamazioni avute in teatro, ed i sonetti stampati; fra i quali, essendovene uno di un certo Iacopo Carlo voleva che fosse tuo, ma io che sostenevo il contrario, gli mostrai poi che era stato fatto per essa a Venezia.</p>
            <p>Andremo in breve a perdere Puccinotti, per quanto si crede, poichè ha concorso ad una cattedra in Macerata, e l'ha ottenuta. Resta solo ch'egli l'accetti, ma non se ne dubita, poichè séguita ad essere annoiatissimo del suo presente genere di vita. Ho fatto i tuoi saluti a Zio Ettore, che sta un poco meglio, ma si può dire allettato, poichè non si alza che per momenti; parla un poco meglio, e riacquista lentamente l'uso del braccio e della parte sinistra già perduta.</p>
            <p>Addio, caro Giacomuccio mio. Sta bene, per carità, e guàrdati dal freddo che noi per anco non abbiamo, ma che avremo senza fallo, e tu avrai più di noi. E credi che mi è di tanta pena il pensare, che tu soffrirai per quello tanto di più che non ne soffrivi fra noi, che già era anche troppo per te.</p>
            <p>Mamma vuole che ti saluti nuovamente, e che ti parli del suo grande affetto per te. Addio, caro Giacomuccio mio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di L.Stella (1825)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI LUIGI STELLA</hi>
               </byline>
               <dateline>Milano 14 Dicembre 1825.</dateline>
            </opener>
            <p>Carissimo signor Conte. L'abate Bentivoglio consegnò a mio padre l'incluso foglietto di alcuni passi di Cicerone che gli preme confrontare colla Raccolta di varianti del Lagomarsini, che trovasi nella libreria del Collegio romano in Roma. Ella saprà senza dubbio a chi colà rivolgersi a quest'uopo. Voglia adunque la di lei gentilezza pigliarsi questa briga più sollecitamente che sia possibile. I passi segnati coll'asterisco sono quelli per cui v'ha maggior premura che per gli altri. Passo intanto a distintamente riverirla. Suo affezionatissimo servitore ed amico Luigi Stella.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.F.Stella (1825)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic"> DI ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
            </opener>
            <p>Le confermo la mia del 12, e le do un bacio di cuore. A.F.S.</p>
         </div1>
         <div1 n="A C.E.Muzzarelli (1825)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO EMANUELE MUZZARELLI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 18 Dicembre 1825.</dateline>
            </opener>
            <p>Eccellenza Reverendissima. Ebbi la pregiatissima sua dei 4 del corrente, delle gentilissime espressioni della quale debbo ringraziarla senza fine. Profittando della licenza ch'Ella me ne ha conceduta, ho fatto stampare qui le sue belle quartine in un foglietto periodico di cui le mando copia. Se Ella ne desiderasse qualche altro esemplare, vedrei di poterla servire. Le spedisco ancora per parte dei miei ospiti, che la riveriscono cordialissimamente, il certificato in favore del Dottor Guidetti, il quale insieme coi Sigg. Aliprandi si terrà da Lei sommamente graziato, ottenendo per di Lei mezzo la nota licenza. La prego a compiacersi di ritornare i miei saluti distinti alla Signora Orfei. So che ella è stata qui qualche giorno, e m'informai dove abitasse con intenzione di farle visita, ma in quel tempo appunto fui obbligato da un incomodo di salute a tenermi in casa per più settimane, e però non mi fu possibile di vederla.</p>
            <p>Ella mi conservi la benevolenza che senza mio merito mi ha conceduta, e all'occasione non mi risparmi, persuadendosi ch'io sono veramente di cuore e sempre sarò di V. Ecc. Rev. ma devotissimo obbligatissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A L.Stella (1825)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A LUIGI STELLA - MILANO.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 18 Dicembre 1825.</dateline>
            </opener>
            <p>Signor mio pregiatissimo. Rispondo alla stimatissima sua 12 corrente. Ho ben caro che le prove del <title>Martirio</title> sieno finalmente arrivate. Non mancherò di scrivere a Roma per far conoscere a Monsignor Invernizzi le intenzioni del Papà. Fino da due ordinari addietro, consegnai al signor Moratti il manoscritto del Petrarca, diligentemente riveduto e corretto, e glielo raccomandai molto, trattandosi che non ne ho altra copia, sicchè la sua perdita non sarebbe riparabile. Profitterò della licenza che mi dà il signor Padre di ritenere ancora qualche altro poco l'<title>Epitteto</title>, per rivederlo bene a testa raffreddata, e forse anche aggiungervi qualche cenno originale ec. La prego a dirmi se piace al Papà che, intanto ch'io attendo al Petrarca, faccia copiare la traduzione degli opuscoli morali d'Isocrate, già compiuta, la quale destinerei ad essere il primo volumetto della raccolta. Dico <hi rend="italic">far copiare</hi>, perchè se lo copiassi io medesimo, vi perderei gran tempo e non potrei continuare il Petrarca senza rilascio. Trovo notizia di una edizione intitolata <title>Le rime del Petrarca illustrate</title>: Firenze 1822, vol. 4, in-12. Si troverebbe ella a Milano quest'edizione? e conterrebbe niente che fosse opportuno al mio lavoro? Desidero anche sapere se il signor Padre si compiacerebbe di commettere per me qualche edizione di alcun classico greco che mi bisognasse per la mia raccolta, come dubito che sarà il caso; perchè qui in Bologna siamo sprovvedutissimi in questo genere La prego a presentare i miei ringraziamenti al Papà pel dono dell'Almanacco, come anche del <title>Perticari confutato</title>: libri che vedrò con gran piacere, e non senza profitto. I miei saluti a tutti i suoi, Ella mi ami, mi comandi, e mi creda suo devotissimo servitore e cordialissimo amico Giacomo Leopardi.</p>
            <p>Scrivo qui dietro al Papà direttamente alcune righe.</p>
            <p>Signore ed amico pregiatissimo. Ella non la chiami generosità, la chiami con qualunque altro nome: il suo sarà sempre un atto che mi obbligherà a somma gratitudine, togliendomi dal penosissimo impaccio di quelle ore; un atto cordialissimo, e al quale certamente io m'ingegnerò di corrispondere, spendendo tutta la mia piccola abilità per servirla. Rinnuovo i miei ringraziamenti, e protestandomi disposto a ubbidirla con tutto l'animo in ogni cosa, mi ripeto suo cordialissimo amico e servitor vero.</p>
            <p>Riceverà a momenti l'articolo che ho scritto pel Giornaletto di Brighenti, il quale si sta ora stampando.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Melchiorri (1825)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIUSEPPE MELCHIORRI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 19 Dicembre 1825.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Peppino. Sono ad incomodarti per una cosa che mi preme assaissimo. L'abate Bentivoglio di Milano, per uso della sua edizione di tutte le opere di Cicerone (nella quale avrò qualche ingerenza ancor io), desidererebbe conoscere le varianti relative ai passi descritti nell'acclusa polizza, e che si trovano nella raccolta manoscritta del Lagomarsini, conservata nella Biblioteca del Collegio romano. Fammi grazia, ti prego, di esaminare quella raccolta, e di mandarmi in una cartuccia le varianti che corrispondono ai detti passi. Te ne sarò tenutissimo, e quanto più potrai sollecitare, tanto maggior grazia mi farai. - So che tu hai pubblicate le lettere dell'Erizzo, e non me le mandi. Pazienza. A momenti uscirà in Milano il mio finto trecentista, e te lo manderò. - Orioli ti saluta. Tu come stai? che fai? che studi? Scrivimi qualche cosa di te, e di cotesta letteratura. Salutami Cardinali, De Romanis, e De Matthaeis. Io non mi muoverò di Bologna quest'inverno. Voglimi bene quanto te ne voglio io, comandami e credimi il tuo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Papadopoli (1825)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO PAPADOPOLI - NAPOLI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 19 Dicembre 1825.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Papadopoli. Ricevetti la cara tua dei 30 di Novembre data da Roma. Seppi dalla Contessa che a te era pur giunta la mia. Dirigo questa a Napoli, dove ti spero arrivato e con viaggio prospero. Quando avrai tempo, non mancare di scrivermi, e darmi nuove della tua salute, e come ti si confaccia cotesto clima; e narrarmi i tuoi pensieri e le tue occupazioni e il tuo modo di vita. Non mi maraviglio che Roma ti abbia poco soddisfatto, come conosco dalla tua lettera, e come mi dice anche la Contessa. Quanto a letteratura poi avrai ben veduto che in Roma ella è un nome e non un fatto; e se in tutta l'Italia ella è poca cosa, in Roma è nulla. L'ultima volta che vidi Marchetti, mi domandò di te, e mi entrò in discorso della tua traduzione di Cornelio Nepote; e parve che per mio mezzo volesse domandare scusa a te delle cose incivili che ti aveva dette a quel proposito. Ho qui, giuntomi da Milano, il <title>Dalle Celle</title> che commisi per te, e vale due franchi. Mi dirai a chi lo debbo consegnare o se vuoi che lo conservi cogli altri tuoi libri che ho. Io sto di salute al solito, e non ispero più di guarire prima della state. Addio, caro e divino amico. Voglimi bene e scrivimi e sopra tutto sta bene. Addio, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Pierfrancesco L. (1825)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIERFRANCESCO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 19 Decembre 1825.</dateline>
            </opener>
            <p>Caro Pietruccio. Questa lettera che io vi scrivo sia di vostra proprietà assoluta, e Paolina non ci abbia nessun diritto; anzi io ne faccio un fidecommisso, e intendo che non si possa alienare, barattare, vendere, regalare, sotto pena di caducità ec. ec. Mi rallegro della vostra abbazia, e quando sarete un abate ricco, ogni volta che avrò bisogno di piastre, ricorrerò a voi. Mi consolo anche del vostro bello stile, e vi assicuro che se andrete avanti così, diventerete col tempo un bravo scrittore. Io non mi posso ricordar di voi quando vado a cena, perchè non ceno, ma invece me ne ricordo quando vado a pranzo, e quando faccio colezione, che una volta la facevo nella camera del vostro studio. A proposito, come va la grammatica? Salutatemi tanto il signor Curato e dategli le buone feste da mia parte. Altrettanto a Babbo e a Mamma, ai quali bacerete la mano per me tante volte, finattanto che non vi diranno basta. Salutatemi anche i fratelli, e date le buone feste a Don Vincenzo, e ditegli che non mangi troppi cappelletti, che gli faranno male. Io seguito a star meglio, grazie a Dio. Vi saluto e vi lascio colle lagrime agli occhi perchè penso che quest'anno non proverò le cialde, che qui non si conoscono affatto, come non si conoscono tante altre belle cose dei nostri paesi. Mangiate voi la vostra parte e la mia, e vi serva per ricordarvi di me anche a colezione e a pranzo. Addio, vogliatemi bene e onoratemi dei vostri comandi Addio addio. Il vostro Muccio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Paolina L. (1825)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PAOLINA LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 19 Dicembre 1825.</dateline>
            </opener>
            <p>Paolina mia. Farò le parti vostre e di Mamma con Angelina, alla quale ho promesso di andare a pranzo in casa sua la terza festa di Natale. Sono molto contento delle nuove migliori che mi dai di Zio Ettore, il quale saluterai tanto per me. Dì a Babbo ch'io non risposi alla sua letterina dei 7 del corrente, perchè credetti che a quell'ora avrebbe ricevuta una mia scrittagli poco prima, dove gli parlai delle notizie datemi da Bunsen circa il mio promesso impiego ec. Sappimi dire se la ricevette o no. Ti scriverò poi un'altra volta distintamente sopra quello che tu mi dici di te. Intanto non lasciare di darmi le tue nuove, e cerca di stare allegra per amor mio. Dì a Carlo che mi saluti Puccinotti, e che gli dica che mi dispiace assai di sentire che ci voglia lasciare. Mi ricordo che Mamma aveva in una tazzetta o catino un certo tabacco che a Babbo non serviva. Se mai capitasse qualche occasione, e che me lo potesse mandare, mi farebbe un gran piacere, perchè qui è proprio una pena a trovar tabacco sano e che faccia per me.</p>
            <p>I teatri di Bologna io non so ancora come sieno fatti, perchè gli spettacoli mi seccano mortalmente; sicchè ho preferito di essere gentilmente messo in burla dalle signore che mi hanno invitato ai loro palchi, e dopo aver promesso di andare e mancato di parola, ho detto francamente a tutte che il teatro non fa al caso mio. La bella è che il muro della mia camera è contiguo al teatro del Corso, talmente che mi tocca di sentir la Commedia distintamente, senza muovermi di casa. Conosce Carlo un certo Tommasini di Castelfidardo, primogenito di un Tommasini che ha la podagra, vero <hi rend="italic">paesettaro</hi> di tratto, e che pure ha la temerità di farsi passare qui per Conte? È venuto poco fa per affari, e il diavolo l'ha portato a mettersi a stare a dozzina presso i miei stessi ospiti. Mi dice che la sua famiglia è aggregata alla nobiltà di Recanati, e mi rompe sempre la testa colle sue goffaggini.</p>
            <p>Sapete che compagnia comica abbiamo qui per Carnevale? Quella che avemmo a Recanati per San Vito del 24, cioè Villani, Fracanzani ec. Addio, Paolina mia. Dì a Mamma quante cose puoi credere che le direi io se potessi parlarle, o parlandole esprimere quello che io sento. Voglimi bene e scrivimi. Addio con tutto il cuore.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Monaldo L. (1825)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI MONALDO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <dateline>Recanati, 23 Decembre 1825.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Figlio. Io mi lusingavo di continuare a darvi notizie un poco migliori del vostro e mio carissimo Zio Ettore; ma le disposizioni di Dio, dirette sempre al nostro bene, non sempre corrispondono ai nostri desiderii. Rimesso quasi del tutto dal colpo leggiero di apoplessia, che lo toccò il giorno 25 Novembre, incominciava ad alzarsi; ma il martedì 13 corrente gli si arrestarono inaspettatamente le urine, e tutto è stato inutile per richiamarle. Soffrendo con ammirabile pazienza, munito più volte dei SS. Sacramenti, è passato alla vita eterna la sera dei 20, tre quarti d'ora dopo l'Avemaria. Raccomandatelo al Signore, perchè vi amava assai, e gli ultimi saluti datigli a nome vostro furono una consolazione per lui. Quanto io sia addolorato, potete immaginarlo conoscendo il mio cuore e la tenerezza che ho avuta per tutti i miei cari congiunti. Sia lodato Iddio, che nell'amata persona del Zio mi ha tolto il rappresentante di tutti i miei maggiori, e mi ha avvertito che, nell'ordine di natura, io sono quello della famiglia, per cui si dovrà il primo riaprire il sepolcro. Addio, mio caro Giacomo. Abbiate la mia benedizione. Tutti stiamo bene. Vi abbraccia di cuore il vostro affezionatissimo Padre.</p>
            <p>Scrivete un biglietto di partecipazione al marchese Raimondo Mosca, e dispensatemi così da una lettera. Fra giorni parte per costì Fusello, il famiglio del Comune, e vi recarà il tabacco che volevo spedirvi con Setacci; ma supposi, male a proposito, che non vi occorresse.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Brighenti (1825)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO BRIGHENTI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <date>[24 Dicembre 1825?].</date>
            </opener>
            <p>Ricevo in questo punto il tuo grazioso biglietto. Sì mio caro, avrò il bene di essere questa mattina teco e coi tuoi a pranzo, e ti ringrazio di cuore. A riabbracciarti cordialmente. Addio addio. Il tuo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di L.Stella (1825)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI LUIGI STELLA</hi>
               </byline>
               <dateline>Milano 24 Dicembre 1825.</dateline>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo Signore. Alla gratissima sua 18 corrente. Il <title>Martirio</title> è già bello e stampato, ed uscirà nel prossimo mese; ed Ella tosto ne avrà copia. Da quel ch'Ella dice nella suddetta sua in proposito dell'<title>Epitteto</title>, nasce il dubbio ch'Ella non intenda di comprenderlo nella serie de' Moralisti greci: si vorrebbe sapere se tal è veramente la sua intenzione. - Il Papà dice che va benissimo ch'Ella faccia copiare la versione degli Opuscoli morali d'Isocrate: Ella poi gli saprà dire quel che avrà speso. - Dall'inclusa al Marcheselli vedrà che gli si ordina di commettere a Firenze l'edizione del Petrarca ch'Ella desidera. Ponga mente che si sta ora stampando o si dee stamparne a Padova un'altra, che dee comprendere tutto il tesoro de' comenti infiniti fatti al Canzoniere. Ma forse a lei tutto quel tesoro non servirà punto, supposto anche che giunga in tempo da potersene Ella servire. - Quanto a' Classici greci che le potessero occorrere, Ella non ha che a parlare, e mio padre farà di servirla. Aggradisca i miei cordiali saluti. Devotissimo servo suo ed amico di cuore Luigi Stella.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Ella avrà a quest'ora nelle mani la mia del 14, colla quale le mandava alcuni passi di Cicerone che l'abate Bentivoglio vorrebbe si confrontassero colla Raccolta di varianti del Lagomarsini a Roma.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.F.Stella (1825)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
            </opener>
            <p>Aggiungo io qui un bacio di cuore.</p>
            <p>Per servire alle premure d'un mio amico la prego di dar risposta alle ricerche che son fatte nell'inclusa carta, scrivendo la risposta nella carta stessa. Rispetto alle Dissertazioni mi dirà qual sono le due migliori, che le commetterò poi subito a qualche libraio, se non si potessero avere per via particolare.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1825)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 25 Dicembre 1825.</dateline>
            </opener>
            <p>Carissimo Signor Padre. Ella può figurarsi con quanto dolore leggo la carissima sua dell'altro ieri, che ricevo in questo momento. La bontà del povero Zio e l'amore che mi portava, mi fanno dolere della sua perdita fino all'anima; tanto più che io mi lusingava che la sua malattia, essendo di natura da andare in lungo, se anche non si fosse potuta guarire, mi avrebbe almeno lasciato tempo di riabbracciarlo. Sia fatta la volontà di Dio. Spero che il buon Zio starà presentemente a goderlo, e pregherà per me e per la sua famiglia che l'ha amato veramente. Ella si accerti che il mio rammarico per questa disgrazia si raddoppia a pensare al dolore che Ella mi dice e io so ben che Ella ne sente. Se la presenza mia fosse buona a consolarla, e se io potessi ora mettermi in viaggio, l'assicuro che non tarderei un momento a volar da Lei per abbracciarla, e, se non altro, dividere la sua afflizione con Lei; ma le confesso che con questa stagione il viaggiare mi sarebbe insopportabile, ed Ella sa bene come la mia complessione è sensibile e nemica del freddo. A primo tempo, se Dio mi dà vita e salute spero che avrò questa gran consolazione di rivederla. Ma Ella non mi scriva più di se stessa quelle espressioni che io trovo nella sua lettera. Pensi, caro Papà, che ferita debbono fare in un cuore che l'ama più di se stesso, nel cuor di un figlio che darebbe volentieri il suo sangue (e glielo giuro) per ricomprare un solo dei di Lei giorni. Ella pensi un poco più lietamente, e si persuada che il suo figlio non ha cosa al mondo più cara e più adorata di Lei, come non ha maggiore desiderio che di stringerla novamente tra le braccia. Eseguirò la sua commissione col marchese Mosca. La ringrazio molto del tabacco, che mi servirà assai. I miei teneri saluti alla Mamma e ai fratelli. Le bacio la mano colle lagrime sugli occhi; e con tutto l'affetto dell'animo, domandandole la benedizione, mi dico il suo amorosissimo Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.F.Stella (1825)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO FORTUNATO STELLA - MILANO.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 25 Dicembre 1825.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico pregiatissimo. Le mando un esemplare del Foglietto di Brighenti, dove ho stampato l'articoletto sopra il suo Cicerone, come le dissi. Non mancai di scrivere immediatamente a Roma per le Varianti Lagomarsiniane desiderate dal Bentivoglio. Aspetto la risposta a momenti, e spero che sarà di nostra soddisfazione. Augurando di tutto cuore a Lei ed a tutti i suoi il felice capo d'anno, col solito affetto mi ripeto suo cordialissimo amico e servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di L.Mazzanti (1825)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI LUCA MAZZANTI</hi>
               </byline>
               <dateline>Recanati 26 Decembre 1825.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico amatissimo. Il Suo lungo silenzio mi è della massima dispiacenza, non sapendo se il debba attribuire a indisposizione di salute, o all'essere io spento nella sua memoria. Le scrissi sono già molti giorni, e sempre indarno ho sin qui atteso un riscontro; e ne sono sempre impaziente pel desiderio delle Sue nuove, che sono al mio cuore gratissime. Nè potrei per altra guisa procurarmi così distinta maniera di consolazione, mancandomi le lettere del Padre Maestro Poni, che suppongo tuttora di costà assente, e per farsi qui da Chichessia un arcano di quanto possa essere da Lei scritto. Mi tolga dunque di pena se mi ama ancora, e faccia che dalle assicurazioni della Sua prosperità ritragga per me ancora un argomento di bene allo svolgere del nuovo anno, che col cuore sulle labbra auguro pure a Lei che sia per recarLe, spuntando, ogni più desiderata felicità. Il D.r Puccinotti lascia Recanati per salire la catedra di Medicina nella Università di Macerata. La di lui perdita mi è tanto maggiormente sensibile, in quanto non posso troppo lusingarmi di riveder Lei qui così sollecitamente, e riempirne il vuoto. Basti: non voglio perdere la speranza che vorrà moversi a compassione di me che l'amo tanto, e caldamente me Le raccomando.</p>
         </div1>
         <div1 n="A L.Mazzanti (1825)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A LUCA MAZZANTI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 30 Dicembre 1825.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico pregiatissimo. Il mio lungo silenzio non è certo venuto, nè poteva venire da dimenticanza di una persona come la sua, che mi è e sarà sempre così cara, ma bensì da timore d'incomodarla e annoiarla, non avendo io materia d'importanza sopra cui trattenerla. Sono stato veramente un poco indisposto di salute; ora sto meglio, ma non guarito affatto, e non guarirò certamente fino alla stagione calda. A primavera fo conto e spero di aver la consolazione di abbracciarla. Prima di quel tempo non saprei sopportare neppure il pensiero di mettermi in viaggio, cosa che con questi freddi riuscirebbe molestissima alla mia complessione di ragnatelo. Il P. M. Poni è ancora assente di qua, e non mi ha mai scritto. Dispiace moltissimo ancora a me la perdita che facciamo di Puccinotti, che io stimo ed amo assai. Lo saluti caramente da mia parte, la prego. Che notizie si hanno del Dott. Podaliri? Ma soprattutto che fa Ella? continua Ella a trovarsi in buona salute? questa cattiva stagione non le ha punto pregiudicato? Mi favorisca, la prego, delle sue nuove, che sono per me interessantissime. Mi conservi la sua benevolenza, e si accerti di esser corrisposto da me con tutta la forza del mio cuore. Mi offro ai suoi comandi, e con grandissimo desiderio di rivederla, mi ripeto ben sinceramente suo devotissimo obbligatissimo servitore ed amico Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Carlo L. (1825)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>[Recanati] 31 Decembre 1825.</date>
            </opener>
            <p>Buccio mio caro. Ecco un anno in cui non ci vedremo più; ma quello che è di una verità più dispiacevole, è che ora in punto il tempo da che non ci vediamo compie la misura del più lungo che io abbia mai passato lontano da te. Questo è il <foreign lang="lat">maximum</foreign> delle tue assenze da Recanati. Tutto quello che sta per scorrere sarà di più; puoi credere da quanto in qua sia di troppo. Io certo non posso far un passo per rivederti; e che cosa io mai posso fare? Io sono animale affatto passivo, corpo inerte: credimi che la tartaruga ha più progetti e più mobilità di me. Niente mi si può applicar meglio di quel che dicea Gentiloni: "Non cado a faccia avanti perchè non son debole". È vero che mi sembra di essere uno di quegli uomini assorti in un sogno penoso; si trovano inchiodati in una positura, da cui non possono liberarsi che collo svegliarsi, a cui sono vicinissimi: un piccolo movimento basta a loro; e a me pure basterebbe, ma niente mi soccorre, ed io posso perire come un asfissiaco, per mancanza di una mano che raccolga in lui la vita che ancora conserva. Volgarmente; è vero quanto la mia parola, che io vado ogni giorno perdendo attività, allegria, passioni di ogni genere, e quel pochissimo ch'io valeva, si diminuisce continuamente. Ciò è l'effetto naturale del trovarsi senza occupazione, senza speranze, senza godimenti di sorte alcuna. La mia vita, Buccio mio, è divenuta tutta simile alla tua, quando tutto il giorno passeggiavi all'oscuro in una camera perchè non potevi applicare. La sera, invece di conversazione, girerò delle ore per le mura, divertendomi a tirar sassi. A riflettervi, mi sembra che qualche circostanza casuale abbia prodotto un vuoto nelle mie ore; ma il vuoto è perpetuo, tutti i miei giorni son vacanze, ed io son di più nel mondo. Tutto si va a perdere, ma, lo dico e lo giuro, la perdita che più d'ogni altra mi fa inconsolabile, è quella del talento, intendo della suscettibilità d'ispirazione, perchè qui sta la vita. Ho visto e sperimentato, che un bello che mi si presenti o di natura o d'arte, lo spettacolo dei caratteri e dei costumi umani, purchè un poco nuovi ed animati, è ancora capace di risuscitarmi la fantasia. A Sinigaglia io bolliva d'idee e di sensazioni, e il canto della Lorenzani m'insegnava nuovi segreti del cuore. Sento insomma che muoio d'un male curabilissimo, come un malato in un piccolo paese, perchè non vi si trovano rimedi. Figùrati, qui nemmeno libri; almeno piaceri clamorosi, ma non v'è denaro: siamo veri animali domestici, mantenuti a tanto per giorno; e per chi ci nutrite?</p>
            <p>Buccio caro, ti ho troppo parlato di noie; ma è il linguaggio del mio male. Stiamo tutti bene. Si sta disputando uno de' benefizi del povero Zio Ettore all'Arcidiacono, che ha fatto il diavolo a quattro per averlo. Questo era il solo, in cui la casa nostra non ha nomina; tuttavia sembra certo che la vinceremo. Cerchiamo un'occasione per mandarti il tabacco, e forse l'avremo a momenti. Addio, caro, ti sia propizio l'anno nuovo; io non mi auguro altra dolcezza che il rivederti.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di L.Stella (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI LUIGI STELLA</hi>
               </byline>
               <dateline>Milano 2 Gennaio 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Signor Conte stimatissimo. Le confermo la mia del 24 scorso. Il manoscritto del <hi rend="italic">Petrarca</hi> è giunto, e mio padre ne è soddisfattissimo. Egli vorrebbe sapere per quando Ella crede di potergli dar compiuto il lavoro, giacchè egli avrebbe l'intenzione di stampare il tutto ad un tratto per poi distribuirlo a mano a mano in fascicoli a chi vorrà pigliarlo così. Coll'occasione che le si spedirà il seguente quaderno del <hi rend="italic">Ricoglitore</hi>, le si manderà pure inserita nel medesimo la prova di stampa del primo foglio del <hi rend="italic">Cicerone</hi>. Molte cose si sono stabilite in proposito di quest'impresa, che saranno argomento d'una lunga lettera, che mio padre le scriverà in breve. Intanto, augurandole ogni bene, distintamente la riverisco. Devotissimo servitore ed amico di cuore Luigi Stella.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Mio padre ricevette la favorita sua del 25 scorso unitamente al foglio del Brighenti, dov'è l'articolo sul <hi rend="italic">Cicerone</hi>; e non potendo contraccambiarle l'augurio del capo d'anno, che è già passato, le ne augura molti altri felici; il che fo pur io di tutto cuore.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.F.Stella (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
            </opener>
            <p>Tornando al <hi rend="italic">Petrarca</hi> parmi che ci vorrebbe una Vita. Quale sceglierebbe Ella? Quella del Marsand, o quella inserita nella raccolta delle Vite e Ritratti degl'illustri Italiani? Ho pubblicato il <title>Martirio</title>, e comincio a sentire ch'è aggradito come cosa di quel buon secolo. Un amatore mi ha pregato sapergli dire ove sia il <hi rend="italic">Monastero di Farfa</hi>. Che cosa debbo rispondergli?</p>
            <p>Sono stato obbligato a far inserire nell'XI del <hi rend="italic">N. Ricoglitore</hi> una lettera al Giordani. Me ne dirà il suo parere che verrà anche per la seconda che deve andare nel XIII. Oh sotto quanti aspetti si vedono le cose a questo mondo! E tutti credono di veder bene!</p>
            <p>Attendo risposta anche alla mia 24 prossimo del passato e l'abbraccio di cuore. Il suo vecchio amico A.F.S.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Papadopoli (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO PAPADOPOLI</hi>
               </byline>
               <dateline>Di Napoli alli 4 Gennajo 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Amico. Per le lettere che mi scrive la Contessa intendo che la tua sanità non migliora, secondochè noi tutti speravamo, e che sei malinconico ogni dì più. Ti accerto, mio buono e vero amico, ch'io sento infinito dolore di esserti lontano; chè certo ti darei alcuna consolazione, e ti sarei refrigerio pel grande amore che ti porto e pella gratitudine che ti ho. Sì, mio Giacomino, credimi che io mi ti sento affezionatissimo, e che duolmi di essere fuori dell'opportunità di dichiararmiti per fatti e non per parole. Ma non vuoi chiamare a consulto il Tommasini? Ti prego, cerca di chiedere l'opinione di questo valente medico, al quale se credi io scriverò perchè venga da te, ad ovviare ogni tuo incomodo.</p>
            <p>Io qui sono in isperanza di vedermi risanato, ma neanche ho risentito benefici dalla mia dimora, se togli una certa minore instabilità nei miei nervi. Quanto a lettere non saprei che dirti, chè qui capitano dopo molti secoli i libri del settentrione dell'Italia, ma non per noncuranza, ma per impotenza. Gl'ingegni abbondano, ma è difetto di pazienza e di instituzioni. Come procede l'edizione del Bartoli? Saluta da mia parte il Brighenti, e digli che spero di fargli alcuni sozi, o almeno m'ingegno. Ed il <hi rend="italic">Cicerone</hi> dello Stella si farà? Scrivimi.</p>
            <p>E tu pensi di far publicare quei tuoi dialoghi così maravigliosi? Io vo predicando, semprechè posso, del tuo soprabello ingegno, e tutti sono desiderosi di leggere questi tuoi dialoghi. Ma tu fai il sordo? Stampali per dio. E il tuo volgarizzamento di Teofrasto è avanzato? Vedi quante cose desidero di sapere. Amami, o caro e vero Amico; se mi credi buono ad alcuna cosa scrivimi, e sta certo della mia inalterabile amicizia.</p>
         </div1>
         <div1 n="A L.Stella (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A LUIGI STELLA - MILANO.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 6 del 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo Signore. Ho dovuto ritardare fin qui il riscontro alla sua graditissima 24 dicembre, perchè non prima d'ora mi è stata consegnata la dottorale risposta ai quesiti mandatimi dal Papà, la quale mi è stata fatta da un legista di qui, e glie l'accludo. Ho ricevuto dal Marcheselli il bello ed utilissimo almanacco, il <title>Perticari confutato</title>, e il <title>Dalle-Celle</title>, del quale ho consegnato il prezzo (Lire 2 ital.) al signor Moratti. Ho dato a copiare il mio Isocrate, unitamente al quale manderò il manifesto della scelta dei moralisti. Certamente io non ho avuto intenzione di dire che l'Epitteto non debba entrare in questa scelta, anzi io l'ho tradotto espressamente per essa, e lo manderò quando piacerà al Papà d'intraprendere quella edizione. È giunto costì il primo volumetto della <title>Interpretazione al Petrarca</title> che consegnai al signor Moratti? Ora sono intieramente dietro a questa interpretazione, e spero di averne fra poco all'ordine il secondo volumetto. Mi par che sarebbe bene dividere la edizione in otto volumetti della mole del primo, quattro dei quali comprenderanno le rime in vita di Laura, e gli altri quattro il restante. Con molto mio dispiacere, ancora non ho risposta da Roma circa le dimande del Bentivoglio, benchè io raccomandassi caldamente la sollecitudine al mio corrispondente. Tornerò a scrivere e a sollecitare. Ella mi ami, se le piace, e mi tenga ricordato al Papà, al quale ed a tutti i suoi la prego a fare per mia parte i più cordiali saluti. Il simile a Compagnoni e a Lorenzini, e i miei complimenti al conte Dandolo. Sono di tutto cuore suo servitor vero ed amico Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Carlo L. (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 6 del 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Carluccio mio. Mi hai fatto un gran piacere a parlarmi un poco di te, benchè questo piacere sia temperato dal dolore di sentirti così tristo. Ma già nel sentirlo da te, non acquisto nessun dolore di più, perchè, pensando al tuo stato, non potevo immaginarmi altro che tristezza. Credimi però, che <hi rend="italic">Lazzaro non è morto, ma dorme</hi>: voglio dire che tu non hai ancora perduto il talento, come tu temi. La tua lettera, che già io non sarei più capace di scrivere, me n'è una prova; oltre che io conosco abbastanza la forza della tua natura. Il certo si è che veramente è un gran tempo che noi siamo divisi, cioè che una metà di noi stessi è divisa dall'altra, e che questa divisione, contraria alla mia natura, mi riesce sempre più penosa. La malinconia, che spesso mi prende qui come a Recanati, ha ora per me un carattere più nero di prima, e rare volte ne risulta una certa allegria interna, come spesso mi accadeva costì. Sento che sono senza appoggio e senza amore. Se non avessi avuto delle spese straordinarie da fare per la mia malattia e per garantirmi dal freddo, cose che mi costano un diavolo, a quest'ora avrei un poco di danaro di avanzo, e forse potrei dirti, fa' un viaggetto fin qua, e staremo qui qualche giorno insieme. Spero in ogni modo che questa primavera potrò venire a rivederti, e allora discorreremo. Intanto fatti coraggio per amor mio. Di' a Paolina che l'abito di pelone non sarà se non buono. Partendo Fusello, vorrei che tu avessi la pazienza di fare e di consegnargli un involto dei manoscritti delle cose che io ho pubblicate nello <hi rend="italic">Spettatore</hi>, perchè sebbene ho qui una copia di quel giornale, non mi piace troppo di ritenerla tanto, quanto bisogna per l'edizione delle mie cose. Desidererei dunque i manoscritti del <title>Discorso sopra Mosco</title>, del <title>Mosco</title>, del <title>Discorso sopra la Batracomiomachia, sopra Orazio, sopra la Titanomachia di Esiodo</title>, colla stessa <title>Titanomachia</title> in versi, e dell'articolo sopra il <title>Salterio ebraico</title> del Venturi. Brighenti intraprende la stampa di tutte le opere del Monti. Qui non si trova copia del suo <title>Saggio di poesie</title> stampato in Roma. Se Babbo si contenta che tu lo mandi, Brighenti lo farà copiare, e lo restituirà intatto. In caso che Fusello fosse già partito, mandalo pure per la posta sotto fascia, diretto allo stesso Brighenti, che pagherà volentieri la piccola spesa del porto. Io sono sempre impaziente di riabbracciarti. Io ti amo con tutto il cuore. Io ti prego e ti scongiuro a farti coraggio fino a tanto che potremo trovarci insieme, e discorrere dei nostri affari. Salutami tutti.</p>
            <p>Di' a Paolina che mi scriva qualche dettaglio sopra le cosette di casa dopo la morte del povero zio Ettore, se Giovannino sta ancora con noi, se Pietruccio ha avuto da Babbo la nomina dei beneficii, ec.; in somma che mi metta al giorno di ogni cosa. Fa' a Babbo, a Mamma e a tutti gli altri i saluti del zio Raimondo che sta bene. Addio, Carluccio mio. Il cuore ti dica quello che io non ti so dire. Addio, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di L.Stella (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI LUIGI STELLA</hi>
               </byline>
               <dateline>Milano 7 Gennaio 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Signor Conte pregiatissimo. Col quaderno XII del <hi rend="italic">Ricoglitore</hi> le si manda finalmente una bozza della prima lettera di <hi rend="italic">Cicerone</hi>, traduzione del Cesari, col testo a fronte. Dopo un lungo riflettere e provare, si è stabilito di mettere in fin del volume le Note, dove stanno meglio che a piè di pagina: troverà anche una bozza di quelle che alla prima lettera si riferiscono. - Vi fu chi, fattosi ad osservare diligentemente questa prima lettera, vi notò più di qualche menda così di lingua come d'interpretazione. Fra queste Note alcune paiono troppo minute, altre sono tali da snaturar Cesari se vi si badasse. Ne giudichi Ella stessa dal foglio che o troverà qui incluso, o riceverà col <hi rend="italic">Ricoglitore</hi>. Di due sole si scrisse al Cesari, che forse le troverà giuste, e cambierà la frase; e son quelle segnate coll'asterisco. Se qualche altra a Lei paresse buona, o se trovasse qualche nuova menda di peso, non lasci d'avvertircene. Del resto, qualunque cosa si dica, o s'abbia a dire di questa versione, il peso non ne potrà mai cadere sulle spalle degli Editori, i quali in fin dei conti hanno scelto un traduttor di grido, da cartello. - Chi fece le osservazioni suddette, volle dare anche un saggio del valor suo traslatando la stessa prima lettera, della quale le mando copia affinchè ne dica il suo parere. - Le Note latine richiederanno forse qualche cambiamento d'espressione per l'aver mutato posto, cioè per non esser più a piè di pagine, ma in fin di volume. Già Ella sa che le italiane sono quelle del Le Clerc tradotte. In quanto le mandiam di stampato, Ella non badi punto nè alla diligenza tipografica nè ad altra diligenza: giacchè non si tratta che d'un semplice abbozzo. - Quelle pagine che avessero suoi ritocchi, quelle sole Ella rimandi sotto fascia. Mi onori di sollecita sua risposta, che porti il parer suo sopra le ridette cose ciceroniane, ed aggradisca intanto i miei affettuosi saluti. Devotissimo servo suo di cuore e amico.</p>
            <p>P.S. - Le do copia qui appiedi di ciò che s'ha scritto al Cesari, affin di procurarci la plenipotenza di fare tutti quegli onesti cambiamenti che si crederanno opportuni.</p>
            <p>Copia del paragrafo della lettera al Cesari, 7 gennaio 1826.</p>
            <p>"La pregherò dirmi il suo parere sì rispetto la parte tipografica, e sì rispetto a quella letteraria. In risguardo a questo anzi le fo osservare nell'inclusa carta quello che da altri è stato osservato relativamente alla sua traduzione. Veda Ella se que' passi richiedasi mutarli, e lo faccia ritornandomi subito le prove di stampa sotto fascia per la posta. Veda pur se in casi consimili si posson fare qui le necessarie mutazioni, inteso già sempre da persone intelligenti, come sarebbe l'abate Bentivoglio o il conte Leopardi od altro letterato di non inferior valore. Già per ciò che riguarda mutazioni, dipenderà dalla nuova recensione del Bentivoglio; mi par che Ella abbia già dato libertà al medesimo di farlo".</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Monaldo L. (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI MONALDO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <dateline>Recanati, 9 Gennaio 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Figlio. Giacchè il nostro buon Fusello ritarda ancora il suo recarsi costì, domani col mezzo della Diligenza vi spedirò franca una scatoletta con entro un po' di tabacco; e perchè non dobbiate in modo veruno restare esposto ritirandolo dalla Posta a vostro nome, lo dirigerò costì al signor Cosimo Papareschi, nome supposto che voi farete indossare a qualche povero il quale niente abbia da perdere. Fuori della scatola sarà scritto: <hi rend="italic">Semi di fiori</hi>. Desidero che vi giunga bene ed opportunamente.</p>
            <p>Colla morte del nostro caro Zio sono vacati due Benefizii di nostro Patronato domestico, uno di Santa Maria della Apparizione, della rendita di circa annui scudi 60, e l'altro di San Giovanni Battista, della rendita di circa annui scudi 150, oltre altri scudi 50 che gliene deve annualmente la casa nostra. Il primo lo destinai subito a Pietruccio, perchè, avendovi piccola parte di voce altre famiglie congiunte, dovevo subito procurarne la nomina, e non conveniva differire. L'altro avrei desiderato di darlo a voi, e ne ho tutto il comodo perchè non ci sono altri Patroni, ma prevedo che nol vorrete, perchè non vorrete assumere l'abito clericale, e l'obbligo di recitare quotidianamente l'Uffizio divino. Per togliere almeno uno di questi ostacoli, ho scritto in Roma onde ottenervi una dispensa, almeno temporanea, dall'incedere in abito e tonsura; ma lo Spedizioniere mi ha replicato che simili dispense sono fuori di regola, e mai si danno, sicchè il domandarle è inutile e inconveniente. Così dunque la cosa sta, e il Benefizio resta a vostra disposizione; ma se non vi conviene l'assumerlo, darò anche questo a Pietruccio. Attenderò in proposito il vostro riscontro. Quanto a me, avrei grandissimo piacere che lo accettaste, e vi consiglierei di riassumere anche due chieriche; ma non vi consiglierei di sottoporvi all'obbligo dell'Uffizio, e non so se vi converrebbe il domandarne dispensa, e se la otterreste. Rifletteteci, e risolvete come vi aggrada.</p>
            <p>Oltre questi due Benefizii, ed oltre il Decanato ed il Canonicato che ha ottenuti Politi, il nostro Zio aveva il benefizio di <hi rend="italic">Tutti gli Angeli</hi>, che rende circa scudi 60, e ne hanno il patronato molte famiglie paesane e forestiere. Mi ingegnai di procurarlo a Pietruccio, ma trovai che l'Arcidiacono Calcagni, già da più anni, e contro le leggi ecclesiastiche, aveva assicurata una parte delle nomine. Nulladimeno non mi sono scoraggito; ho mosso un poco di guerra, e spero che lo avrò quasi indubitatamente.</p>
            <p>Il nostro ottimo Zio mi ha instituito suo erede, ed io ho gradito l'onore di questo nome, anche per alcuni antichi riguardi domestici; ma la sua eredità ha consistito puramente nel nome, avendoci appena trovato quanto basta a compensare le spese. Lo hanno pulito di <hi rend="italic">tutto</hi> in tutta la estensione del termine; ed in denaro ha lasciati soltanto 18 scudi. Credevo che avesse piovuto, ma non immaginavo tanto diluvio. Mi lusingo, anzi credo, che non lo abbiano derubato, ma credo ancora che lo abbiano soverchiato indecentemente, facendosi donare o colle buone o con le brusche <hi rend="italic">tutto</hi> quello che aveva. Pochi giorni prima della sua morte il suo servitore Giovanni offriva a cambio <hi rend="italic">500</hi> scudi, ed ora ha comprati alcuni campetti. Tutto ciò mi ha dispensato dall'usare qualunque generosità con Giovanni suddetto, il quale se n'è ritornato in seno della sua famiglia. Addio, mio caro Figlio. Noi stiamo bene, grazie al Signore. Abbiatevi cura, ed amate il vostro affezionatissimo Padre, che vi abbraccia e vi benedice di cuore. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Melchiorri (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIUSEPPE MELCHIORRI</hi>
               </byline>
               <dateline>Roma 12 Gennaio 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Caro Giacomo. Questa matina mi è riuscito finalmente di servirti per la richiesta ricerca alla Biblioteca Gregoriana. E perciò ti accludo le varianti richieste dall'Ab.e Bentivoglio. Saprai che il Lagomarsino ne' suoi volumi di <title>Varie Lezioni a Cicerone</title> cita li numeri de' Codici dai quali furono tratte, ma questi numeri corrispondono ad un Catalogo separato dove ne aveva date tutte le notizie. Questo Catalogo si è perduto, e perciò adesso non si può sapere dove esistano li Codici citati. Mando perciò le varianti tali, quali trovansi ne' manoscritti del Lagomarsino, senza poterti dir nulla de' Codici.</p>
            <p>Non ti ho ancora mandate le lettere dell'Erizzo, non avendo ancora avuta occasione per farlo, non volendo farti spendere per la posta, tanto più che ti avrò da mandare qualch'altra cosa. Onde rispondimi presto, e dimmi la strada e il numero della tua abitazione acciò possa con la prima occasione spedirti questi libri. Aspetto con curiosità grande il trecentista del secolo 19°. - Salutami tanto Orioli, e digli che gli risponderò più in là. Intanto sappia che Companari si è posto il grembiale onde allestirgli una vivanda Ellenico-Etrusca.</p>
            <p>La mia salute è buona, meno che un poco di raffreddore. I miei studi sono volti alla gran lapide Stratonicense. - Ho conosciuto qui di passaggio per Napoli il dotto Ab.e Furlanetto, e sono stato oltre modo contento della sua conoscenza. Egli mi ha detto di averti veduto a Bologna, e ciò mi fa piacere. Io potrò somministrargli circa un'ottantina di vocaboli nuovi tolti per lo più dalle inscrizioni. - Dammi ragguaglio de' tuoi lavori, e che fai di bello a Bologna. - Champollion mi fa premura di voler pubblicare tutti li monumenti Egizii che trovansi a Roma con le sue illustrazioni. Mi sto occupando di combinare il modo di far quest'edizione con i disegni litografici fatti in Francia. Il sesto sarebbe in-4° grande. Se mai ti trovi a parlare con qualche libraio galantuomo, vedi d'interessarlo per un numero di copie. L'edizione si farà a Roma, e da Francia non verranno che le biografie, ed io farò la traduzione del manoscritto di M.r Champollion, e vi farò qualche nota nelle notizie istoriche per la provenienza de' monumenti.</p>
            <p>Dimmi se mai si ristampano le tue <title>Canzoni</title>, giacchè temo di aver perduto l'unico esemplare che ritenevo devotamente, poichè Antici me lo ha richiesto e chi sa se lo avrò più.</p>
            <p>Addio, caro Giacomo, continua ad amarmi, e credimi costantemente il tuo Aff.mo A. e Cugino.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Vorrei sapere se sono veramente di Giordani que' due sonetti per la morte del Granduca di Toscana, che circolano sotto il suo nome. Il primo comincia "<hi rend="italic">Quando voce dal ciel chiamò Fernando</hi>". Il secondo "<hi rend="italic">La terra ove si piange un re che muore</hi>".</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 13 Gennaio 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Carissimo Signor Padre. La ringrazio moltissimo della premura di spedirmi il tabacco che farò subito riscuotere, e mi sarà certamente molto a proposito. Similmente debbo ringraziarla dell'affettuosa offerta che Ella mi fa del benefizio. Poichè Ella mi dice che gradirebbe molto di darlo a me, io non sono alieno dal riceverlo, come son pieno di gratitudine alla sua bontà. Se in casa non vi fosse stato a chi darlo, io l'assicuro che mi sarei sottomesso a qualunque condizione per averlo. Ma ora che con mio grandissimo piacere, Pietruccio è in istato di riceverne la nomina, mi è permesso di accettarlo con alcune riserve, che Ella troverà, spero, giuste o condonabili. La prima è che io desidererei non essere obbligato ad altro <hi rend="italic">abito e tonsura</hi> se non quello che usano qui anche i preti, e consiste solamente in abito nero o turchino, e fazzoletto da collo nero. La seconda è che bisognerebbe che io fossi dispensato dall'obbligo dell'Ufficio divino, perchè, come Ella ben vede, quest'obbligo mi priverebbe quasi della facoltà di studiare. Io non posso assolutamente leggere se non la mattina. Se questa dovessi spenderla a dir l'Uffizio, non mi resterebbe altro tempo per le mie faccende. Mi basterebbe di esser dispensato dall'Uffizio divino anche a condizione di recitare una quantità di preci equivalenti, giacchè, tolta la mattina, tutto il resto della giornata io non ho da far nulla, e ben volentieri ne spenderei qualche ora in preghiere determinate, purchè queste non fossero da leggersi. Mi pare che si potrebbe anche rappresentare ingenuamente la cosa, e lo stato fisico de' miei occhi a chi può dar la dispensa, e che questa sarebbe una ragione sufficiente per ottenerla. Del resto, quando io fossi sicuro di ciò, se per qualche giorno da principio, bisognasse recitar l'Ufficio divino, non ci avrei difficoltà. Mi rimetto a Lei, ed Ella saprà meglio di me, se e con quali mezzi si possa ottenere una tal dispensa prontamente.</p>
            <p>Io sto, grazie a Dio, passabilmente di salute, e forse o anche senza forse, starei bene, se non fosse l'inverno, che per me sarà sempre una malattia grave. Aspetto e invoco a ogni minuto la primavera. I miei tenerissimi saluti alla Mamma e ai fratelli. Veramente mi ha un poco sorpreso l'eccesso dell'impudenza usata nello spogliare il povero Zio. Ella mi ami come io l'amo, che è quanto so e posso, mi benedica e mi creda suo affettuosissimo figlio Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="A L.Stella (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A LUIGI STELLA - MILANO.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 13 Gennaio 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Stimatissimo Signore. Alle graditissime sue e del Papà in data 2 e 7 del corrente. Incomincio dalla prima. Circa il Petrarca, posso solamente dirle che io ho qui all'ordine, e a disposizione del Papà, altrettanta e più materia che la già mandata, vale a dire un secondo volume, che insieme col primo forma la quarta parte dell'opera. Io mi occupo poi, e mi occuperò sempre esclusivamente di questo lavoro sino alla fine, ma esso è tanto lungo e difficile, quanto noioso (certo il più noioso che io abbia provato in mia vita), e io non posso promettermi di spendervi meno di un mese per volumetto. I volumetti rimanenti sono sei, secondo che io le scrissi nella mia responsiva alla favorita sua de' 24 decembre, alla quale mi rimetto. Quanto alla <title>Vita del Petrarca</title>, io crederei bene, anzi prego il Papà, di tralasciarla del tutto. La nostra interpretazione non ne ha punto bisogno. Quella del Marsand, quella ancora de' ritratti d'illustri Italiani, sono troppo lunghe. Nella vita del Petrarca dall'altro canto non si può esser breve. Faremo sempre o una testa più grande del corpo, o uno schizzo incompleto, superficiale e inutile. - Se potessi avere due o tre copie del <title>Martirio</title>, me ne terrei molto favorito. L'altro giorno il professor Costa mi disse che essendosi provato a tradurre gli <title>Uffici</title> di Cicerone, era rimasto così malcontento del suo lavoro, che desiderava essere sciolto dall'impegno contratto. La edizione del Papà non perde perciò gran cosa, avendo già gli <title>Uffici</title> del Facciolati. La badìa di Farfa, di cui il Papà mi domanda, è in Sabina, non molto distante da Roma, celebre per un archivio molto antico, e una biblioteca di manoscritti una volta assai ricca. Ora son ridotti l'uno e l'altra a poca cosa. - La lettera sopra il Giordani mi par che abbia alcune buone parti, come una certa disinvoltura e franchezza di stile, un certo che di piccante ec. Ha molta ragione in quello che dice della scarsezza e brevità degli scritti di Giordani, e della sua pigrizia allo scrivere. Le critiche sullo stile e la lingua della lettera al Capponi, dimostrano una profonda ignoranza di lingua e di stile.</p>
            <p>Vengo ora alla sua ultima, 7 Gennaio. Schiettamente Le dico che il partito preso di relegare le Note appiè del volume, mi par bensì comodissimo per gli editori, cosa che s'intende alla bella prima, ma non così pei lettori, nè pel buon esito e spaccio dell'edizione, massime oltremonti. Ma in ciò mi rimetto a chi più sa. - Le spedisco sotto fascia le pagine, sulle quali ho creduto di fare qualche osservazioncella, che ho scritto a tergo delle medesime. - Le noterelle sulla versione del Cesari sono quasi tutte giuste. Ma, come Ella ben dice, non è necessario nè sarebbe anche possibile agli editori il farsi carico della lingua e dello stile delle traduzioni, cose la cui responsabilità e cura dee tutta cadere sui traduttori. L'ultima però delle noterelle segnate coll'asterisco, merita assolutamente di essere osservata, perchè quivi il Cesari sbaglia il significato del latino. La traduzione manoscritta (parlo qui della lettera tradotta dal sig. Soncini) offre molte cose lodevoli, ma non senza <hi rend="italic">molte</hi> scorrezioni relative alla intelligenza del testo. Desidero però che questo mio parere che io esprimo solo per servirla, resti occulto al valente autore della medesima che io non conosco, ma mi pare uomo di abilità. - I miei complimenti e cordiali saluti al Papà e a tutti i suoi. E con tutto cuore, pregandola a volermi bene, mi ripeto suo devotissimo servitore ed amico cordialissimo Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Monaldo L. (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI MONALDO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <dateline>Recanati, 16 Gennaio 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Figlio. Soggiungo alla cara vostra dei 13. Credo che esponendo nudamente la verità si otterrebbe che poteste ritenere il noto Benefizio con la dispensa dall'Uffizio divino, invece del quale verreste obbligato alla recita di poche preci; e spero che in questo, attese le vostre circostanze sanitarie e letterarie, non si troverebbe grande difficoltà. Maggiore però, anzi credo insuperabile, si troverà nell'ottenere dispensa d'incedere in abito e tonsura clericali, giacchè non se ne potrebbe addurre una ragione plausibile. Io ne scrissi già allo spedizioniere Lavizzari, uno dei migliori, e mi rispose che neppure conveniva il domandare questa esenzione. Il mezzo termine che proponete, di vestire abito oscuro e cravatta nera, può venire adottato spontaneamente da chi non vuole mostrarsi decisamente in abito di prete; ma non può venire riconosciuto e legittimato dalle autorità ecclesiastiche, le quali riconoscono tutti i beneficiati come ecclesiastici, e vuole che incedano come tali, senza ammettere uno stato di mezzo ed una cosa neutra fra l'uomo laico ed il chierico. Certo che se voi, assumendo il Benefizio e rendendovi con ciò manifestamente ecclesiastico, vestirete come avete immaginato, difficilmente sarete sgridato, come non vengono sgridati quei preti che vestono così; ma in sostanza converrà che sappiate e professiate di essere ecclesiastico, e che quell'abito è abito ecclesiastico sì, ma quasi di campagna, e che non sempre si può vestire un abito campagnuolo. Inoltre e soprattutto è indispensabile la chierica, alla quale non vedo compenso. Finalmente voi conoscete bene che ogni ordine o classe della società deve avere il suo abito di gala o costume, come dicono i Francesi; e che si danno delle occasioni nelle quali ognuno deve mostrarsi indispensabilmente col suo grande abito. Il vostro sarebbe quello di Abbate con ferraioletto, collarino, chierica e cappello pretino, e non potreste dispensarvi dall'usarlo in ogni pubblica funzione o ricevimento, dove non vi convenisse il comparire in abito di campagna. Se anche poi, o per singolarità di combinazioni o per fermezza di proponimento, riusciste a mai vestirvi da abbate, incontrereste un altro scoglio, cioè la perdita del Benefizio, giacchè un beneficiato che <hi rend="italic">mai</hi> o <hi rend="italic">quasi mai</hi> si mostra tale dall'abito, non incede in abito e tonsura, decade da tutti i benefizii <foreign lang="lat">ipso facto</foreign>. Nè per questa caducità si fanno molte cerimonie, giacchè il primo chierico che reclama, e adduce le prove di fatto, impetra il benefizio per sè, e il benefizio istesso è perduto per la famiglia per sempre.</p>
            <p>Fin qui vi ho esposto lo stato della cosa, ed ora vi espongo il mio consiglio. Io gradirei e sommamente gradirei che vi piacesse lo stato ecclesiastico, e quindi il vestiario che gli corrisponde. Se ciò fosse, immediatamente potrei ottenervi i distintivi prelatizii, e potreste comparire nella società in un grado più rispettato, e aprireste una strada di considerarvi alla Corte nostra, la quale, per quanto vi apprezzi, non saprà mai come distinguervi, finchè non vestirete la sua montura. Altronde non vedo quale ripugnanza possa aversi ad un abito, clericale o prelatizio poco importa, il quale fu l'abito di tanti Santi, e lo fu pure di tanti uomini grandissimi in ogni genere di grandezza. Conosco che in addietro per i vostri rapporti letterarii avrete dovuto capitolare coi pregiudizii o piuttosto colle malvagità del tempo; ma attualmente la vostra età, la vostra esperienza e il vostro nome vi mettono al di sopra di queste umiltà, e siete in grado di dare il tuono nella repubblica delle Lettere, piuttostochè di riceverlo. Qual trionfo, figlio mio, per la causa dei Santi e dei saggi, e qual gloria per la Chiesa e per lo Stato, se l'uomo il più erudito forse dello Stato spiegasse arditamente la bandiera della Chiesa, e con ciò proclamasse altamente che gli studii, le lettere, e le meditazioni dei saggi conducono a conoscere e a venerare la Chiesa, e a disprezzare e combattere i suoi palesi e nascosti inimici? Voi con quest'atto e in questi tempi fareste per la Chiesa di Gesù Cristo forse più che non fecero isolatamente i Martiri con lo spargimento del loro sangue, e di quest'atto eseguito con intenzione retta, pura, cristiana, vi trovereste applaudito in terra, e premiato gloriosamente in Cielo. Se per altro lo stato ecclesiastico non vi conviene, e se consentireste solamente ad assumerlo per questa miseria del Benefizio, io vi consiglierei a non pigliarlo, perchè il galantuomo deve procedere in coerenza dei suoi principii, e non conviene ricevere stipendio da un Principe, vergognandosi di portare la sua divisa. Mi pare che la benedizione di Dio non potrebbe essere nè sopra di voi nè sopra di me, e che insomma dobbiate restare o ecclesiastico provveduto, o laico senza beni di Chiesa. Nulladimeno me ne riporto a voi, e farò quanto sarà per piacervi.</p>
            <p>Fusello, che disse nuovamente di partire al momento, fece che trattenessi di spedire il noto pacchetto al signor Cosimo Papareschi. L'ho infrancato oggi, e ditegli che mandi a riscuoterlo.</p>
            <p>Qui siamo sotto alla neve, e voi avrete più freddo di noi. Me ne dispiace, e vorrei che non doveste rammaricarvi di non avere passato l'inverno a casa. Abbiatevi cura. Noi stiamo bene. La Mamma vi saluta, ed unisce le sue benedizioni a quelle che implora sopra di voi il vostro affezionatissimo Padre.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Papadopoli (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO PAPADOPOLI - NAPOLI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 16 Gennaio 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro e prezioso Amico. Ti ringrazio dell'amorosa tua lettera dei 4. Certo la mia salute non è buona, ed io non sono allegro, ma questi orribili freddi sono la principal cagione dell'uno e dell'altro. Aspetto e invoco ferventemente il regno di Ormuzd, la vittoria di Osiride contro Tifone, la venuta del Redentore, il trionfo dell'agnello pasquale. Tu che hai letto il Dupuis, m'intendi bene. La Contessa mi ha favorito a tuo nome i due franchi del prezzo del Dalle-Celle. Quanto a Tommasini, fa quello che ti piace, ma tu sai da una parte che io spero poco nei medici, dall'altra, che io non posso pagare le visite di un Tommasini. Farò le tue parti con Brighenti, il quale sta disponendo di mettere in piede una stamperia per suo conto. Il Cicerone di Stella è già cominciato a stampare, ed io ho veduto e corretto l'abbozzo del primo foglio. I miei Dialoghi si stamperanno presto, perchè se Giordani, che ha il manoscritto a Firenze, non ci pensa punto, come credo, io me lo farò rendere, e lo manderò a Milano. Il <title>Teofrasto</title> è solamente cominciato, perchè io ho qui altri noiosissimi lavori da fare per lo Stella. Bensì dopo la tua partenza, tradussi in un mezzo mese il Manuale di Epitteto, e questo lavoruccio mi venne in modo, che io ti confesso di avergli un affetto particolare. Della tua salute mi consolano infinitamente le speranze che mi tu dai. Sono anche molto contento che tu non abbi a provare questo infernale inverno di Bologna, che certo non avrebbe potuto fare di non pregiudicarti assai. Abbiti gran cura, te ne prego, anzi te ne supplico, e di tempo in tempo scrivimi e dammi le tue nuove, e accertati che io amo quanto me stesso, e ti venero come un singolarissimo giovane, e come un ingegno e un cuore degno di un altro secolo e di un'altra patria. Voglimi bene, come spero che tu facci, e adoprami per tuo. Ti abbraccio e ti bacio con tutta l'anima. Addio addio. Il tuo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.F.Stella (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
               <dateline>Milano 18 Gennaio 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed amico amatissimo. Ho ricevuto il dì 15 la cara sua del 13 diretta a mio figlio, ma le prove di stampa del <hi rend="italic">Cicerone</hi> non le ho vedute io, nè le ha vedute la Censura. Debb'esservi qualche intoppo dalla parte di Bologna, giacchè qui non v'è certamente. Faccia di saperlo, e di porvi riparo, se si può, e non tanto per questa volta, quanto per le tante volte avvenire. Mi raccomando intorno a questo anche all'amico Moratti, a cui sarà bene ch'Ella pure parli. Secondo i miei computi, partendo da qui un foglio il sabbato, dovrebb'essere di ritorno al più tardi il venerdì della susseguente settimana.</p>
            <p>Le risponderò intorno alle cose ciceroniane dopo che avrò ricevuto codeste benedette stampe.</p>
            <p>Nella spedizione che si fa oggi a codesto signor Marcheselli, ci sono 20 copie del <title>Martirio</title> in carta comune e 4 in carta velina. Ella le riceverà franche. In caso contrario mostri la presente al detto signor Marcheselli, e vedrà ch'Ella non isborserà nè pure un baiocco. Se ne vorrà delle altre da regalare, mel dica, e sarà subito servita.</p>
            <p>Tutto il ms. del <hi rend="italic">Petrarca</hi> ch'Ella avesse in pronto, lo potrà consegnare verso la fine del mese al signor Moratti, il quale avrà già occasione di spedirmi qualche gruppo.</p>
            <p>Son contento di ricevere il volumetto al mese ch'Ella accenna; anzi, se per sollevarsi un po' dalla noia Ella volesse di tratto in tratto passare a qualche altro lavoro, come sarebbe a dire alle cose del greco, il faccia pure, e i restanti sei volumetti del <hi rend="italic">Petrarca</hi> in vece di darmeli da qui a sei mesi, me li darà da qui a otto. Io desidero aver delle cose sue, e ne vorrei aver sempre in abbondanza, ma però sempre col minor suo incomodo.</p>
            <p>Circa gli <title>Uffici</title> di Cicerone, non si parli più del prof. Costa. Se non vi sarà altro di meglio, ci serviremo del Facciolati. E in tal proposito legga ciò che mi scrive da costì in data 8 corrente certo signor Luigi Felletti, o Falletti. Io ancora non gli ho risposto. Sentirò volentieri se sia da Lei conosciuto. Temo assai che possa superare il Facciolati, e se nol supera, è inutile una nuova traduzione.</p>
            <p>Tutta la mia famiglia la riverisce, ed io l'abbraccio di cuore. Il suo vecchio cordialissimo amico.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Già col mezzo dell'amico Moratti ho ricevuto sin dallo scorso mese il primo quadernetto del <hi rend="italic">Petrarca</hi>. Quando sarà giunta da Roma quella tal risposta, la darò assai volentieri all'ab. Bentivoglio, che la riverisce.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Lorenzini lo ringrazia della sua memoria per lui, e la saluta di cuore.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di C.Antici (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO ANTICI</hi>
               </byline>
               <dateline>Roma li 18 Gennaio 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Nepote carissimo. Fui di ritorno in Roma nel giorno 7 Dicembre, ma le continue piogge e altre complicanze m'impedirono di vedere Bunsen, onde parlargli di voi. In questo mese mi sono abboccato due volte con lui, e posso accertarvi che lo trovo sempre accalorato per un vostro collocamento, anzi disgustato nel vedere tuttora deluse tante promesse. Io non ometterò di conservare questo sacro fuoco, sinchè abbia qualche cosa prodotto, giacchè è sincero il mio desiderio di vedervi in situazione soddisfacente.</p>
            <p>Qui, dopo trenta e più giorni di acque copiose, abbiamo da sei giorni un violentissimo freddo, quasi insolito in questo clima. Cosa mai sarà costì, e quanto ne soffrirete voi? Ma sappiamo già che <foreign lang="lat">militia est vita hominis super terram</foreign>, e voi dovete credere sulla parola di persona esperta, che la vostra campagna non è di quelle più disastrose.</p>
            <p>Sento che per cura dei vostri amici si raccoglieranno in due volumi i migliori dei vostri letterari prodotti. Me ne compiaccio di cuore, ma vorrei che in questa ristampa vi ricordaste delle mie candide osservazioni sulle vostre liriche, e sul discorso intorno a Bruto. Poco sforzo vi costerà di dare alle une e all'altro uno scopo morale, facendo vedere colle prime che la nostra abiezione nasce dalla irreligione; e che il rimprovero di Bruto alla virtù nacque dall'essere egli l'allievo soltanto dell'orgogliosa Stoa, non del divino Vangelo. Su questo grave argomento vi scongiuro di leggere subito l'insigne opera del Conte Maistre <foreign lang="fra">Les soirées de St. Petersbourg</foreign>, ove sono ancora con sublime dialettica e con incantatrice eloquenza trattati i più grandi interessi dell'uomo. Dopo questa lettura vi scongiuro di leggere l'incomparabile trattato di La Mennais <foreign lang="fra">Sur l'Indifférence en matière de Religion</foreign>. Se vorrete cedere alle mie preghiere, conoscerete appieno quale uso potete fare dei vostri talenti e della vostra erudizione, quando vi piaccia di erigervi colle lettere <foreign lang="lat">monumentum aere perennius</foreign>. Fate questa volta a modo mio, caro Nepote, e me ne professerete in seguito molta riconoscenza.</p>
            <p>Deggio avvertirvi, che Bunsen mi domandò in prestito le vostre <title>Canzoni</title>, scrivendomi che il suo esemplare lo aveva rimesso a Niebuhr. Io, che avevo ceduto ad altri il mio, mi rivolsi al vostro Cugino Melchiorri. Sicchè parrebbe che doveste avere in vista di risarcire questa perdita.</p>
            <p>Se non vi arreca troppo incomodo, scrivetemi i dettagli dell'attuale vostra vita, e dei vostri studi. La mia è sempre quella che voi conoscete; vale a dire adempiendo alla meglio (ma molto meno di quello che dovrei) ai spinosi doveri di padre di famiglia, e trovando ogni mia consolazione nei buoni libri. Vi confesso però, che dopo aver libate le grandi idee sulla Religione, sulla Morale, sulla Politica, sulla Letteratura nelle opere immortali di Bonald, Maistre e La Mennais, io trovo poco pascolo nelle altre produzioni dell'umano ingegno. Quei tre scrittori sono veri giganti, ma non per far guerra al Cielo, anzi per combattere i schiavi dell'orgoglio e della libidine, che vorrebbero separare per sempre dalla terra il cielo. Oh quanto potreste col vostro sapere classico rendervi utile a tutta Italia, se, investito dallo spirito di quei tre grandi uomini e dai loro scritti elettrizzato, risolveste di calcare magnanimo le loro orme! L'Italia ha estremo bisogno di scrittori di quella tempra, giacchè se il vero, il giusto, il buono, il bello non si difendono colle loro sorprendenti forme, la delirante, fetente incredulità avrà sempre seguaci. Se non mi prestate fede adesso, verrà forse il tempo in cui vi dorrete in vano della vostra ripugnanza.</p>
            <p>Sono con tutto l'attaccamento il vostro aff.mo Zio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Melchiorri (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIUSEPPE MELCHIORRI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 18 Gennaio 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Caro Peppino. Ti ringrazio tanto delle Varianti Lagomarsiniane che manderò a Milano al Bentivoglio. Farò le tue parti con Orioli quando lo vedrò. Il trecentista del secolo 19 è già stampato e pubblicato, e a Milano è stato accolto per vero trecentista. Te ne manderò copia subito che ne avrò. Le mie Canzoni si ristamperanno forse qui insieme colle altre mie opericciuole di cui si vuol fare un'edizione completa. Ma intanto se tu ne volessi una copia, potrei forse trovarla e spedirtela se mi si darà occasione. Io abito all'<hi rend="italic">ingresso del Teatro del Corso, in casa Badini, presso il signor Aliprandi</hi>. Dei miei studi non posso dirti nulla, perchè sto spasimando dal freddo, e non ho coraggio di star mezz'ora al tavolino. Questo è certamente l'ultimo inverno ch'io passo qui. Ho fatto ricerca per servirti circa i monumenti egiziani, e trovo che sarà ben difficile trovare un libraio che rilevi un numero di copie. Bensì si troverà facilmente un onest'uomo che s'incarichi dello smercio di quelli esemplari che tu vorrai, ma tenendoli per tuo conto. Qui gli studi archeologici e filologici sono in uno stato che fa pietà, anzi non esistono affatto. Non si sa altro che far sonetti, e letterato e sonettista son sinonimi. Mi ha fatto ridere il sentire che costì si attribuiscano a Giordani due sonetti. Non occorre che ti risponda che non sono suoi. Giordani non ha mai fatto e non farebbe un verso in sua vita, se anche lo scorticassero. Abbi cura alla tua salute e voglimi bene. Se vedi Furlanetto o gli scrivi, salutalo da mia parte. Io ti amo e ti abbraccio di cuore. Addio addio. Il tuo G. Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 25 Gennaio 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Carissimo Signor Padre. Le considerazioni giustissime che Ella mi pone innanzi nella cara sua dei 16, e delle quali non posso che ringraziarla, mi convincono pienamente della impossibilità di conciliare la mia vita presente colla condizione di benefiziato ecclesiastico. Quanto al mutare stato, sebbene io non lasci di apprezzare infinitamente gli amorosi consigli che Ella mi porge, e le ragioni che ne adduce, debbo confessarle con libertà e sincerità filiale che io vi provo presentemente tal repugnanza, che quasi mi assicura di non esservi chiamato ed anche di dovere riuscire poco atto all'adempimento de' miei nuovi doveri in caso che io li volessi abbracciare. Prevedo non impossibile, anzi più possibile che forse Ella stessa non crede, che col crescere dell'età, la mia disposizione si cangi totalmente, e mi conduca a quella risoluzione, alla quale ora sono così poco inclinato, ma in ciò mi pare di non dover prevenire l'effetto del tempo, prendendo oggi un partito che io sento che sarebbe affatto prematuro. Circa il benefizio, Ella può ben credere che vedendone investito un mio fratello, io ne proverò quella stessissima soddisfazione che avrei se lo vedessi nelle mie mani. In ogni modo però torno a ringraziarla con tutto il cuore della bontà con cui le è piaciuto di rimettere a me la determinazione sopra questo punto.</p>
            <p>Qui non abbiamo gran neve, ma freddi intensissimi, che mi tormentano in modo straordinario, perchè la mia ostinata riscaldazione d'intestini e di reni m'impedisce l'uso del fuoco, il camminare e lo star molto in letto. Sicchè dalla mattina alla sera non trovo riposo, e non fo altro che tremare e spasimare dal freddo, che qualche volta mi dà voglia di piangere come un bambino. Ma del resto, grazie a Dio, sto bene di salute. Sospiro continuamente la primavera e il momento di baciarle la mano in presenza, come faccio ora col cuore, chiedendole la sua benedizione e ripetendomi con tutta la tenerezza possibile suo affettuosissimo figlio Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.F.Stella (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO FORTUNATO STELLA - MILANO.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 25 Gennaio 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo Signore ed Amico. Alla gentilissima sua 18 del corrente. Le accludo le Varianti Lagomarsiniane per l'abate Bentivoglio, venutemi finalmente da Roma. Desidero che riescano a proposito. Sento con sommo dispiacere il ritardo delle prove ciceroniane. Abbiamo verificato con certezza che le stampe che vanno per le poste non sono qui soggette a niuna censura. L'intoppo non può essere che nella negligenza delle poste, della quale e a Milano e qui io ho avute ed ho infinite esperienze per me medesimo. Non mancherò di cercare col signor Moratti se si possa porre qualche riparo a questa diavoleria. Le rendo infinite grazie delle stampe del <title>Martirio</title>, che Ella graziosamente mi dona; e che mi saranno molto care. Consegnerò, come Ella mi dice, al signor Moratti il ms. del secondo volumetto del Petrarca, ben riveduto. Ella mi dice obbligantemente che desidera aver delle cose mie in abbondanza. Venendo la buona stagione, spero di poterla in qualche parte soddisfare. Ora i freddi eccessivi e la mia malattia ostinatissima, che mi tormentano, mi obbligano spesso al letto, e mi rendono stranamente penoso il tavolino, e mi fanno più pigro che io non vorrei. Al più presto possibile consegnerò al signor Moratti il ms. dell'<title>Epitteto</title> (opera alla quale ho un affetto particolare) con prefazione e giunte, e in una lettera annessa le spiegherò distintamente l'uso che io bramerei che Ella ne facesse, se tale sarà il suo piacere. - Non ho mai udito nominare qui il signor Felletti, che certo debb'essere una persona molto oscura. Sinceramente parlando, io vorrei piuttosto dare la traduzione del Facciolati, cosa se non molto buona, almeno stimata, che una traduzione nuova fatta da un principiante, la quale probabilissimamente non sarà buona, e certo non sarà stimata. La novità in tal caso importa ben poco. La lettera da lei pubblicata sopra il Giordani è stata attribuita al professor Costa. Desidererei da lei un cenno che smentisse questa opinione, che io credo assolutamente falsa. I miei complimenti a tutti i suoi, e in particolare al signor Luigi. Ancora all'abate Bentivoglio e a Compagnoni e al conte Dandolo. L'altro giorno si è molto parlato di lei con M. Merle, col quale mi sono trovato a pranzo. Ella si guardi da questi orridi e micidiali freddi; mi ami, mi comandi e mi creda suo cordialissimo servitore ed amico Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di C.Bunsen (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO BUNSEN</hi>
               </byline>
               <dateline>Roma li 27 Gennaro 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo Signore ed amico carissimo! Corre al suo termine il primo mese dell'anno, che non doveva neppure principiare senza che io avessi avuto una risposta definitiva da communicarle. Avrei potuto scriverle di una nuova proposizione intanto fattami, ma tanto fui dal principio persuaso che l'idea era infelicissima e la cosa impratticabile, benchè di altissima origine, che sdegnai farne parola a Lei. Ora posso dirle che l'Em.o voleva proporre a Sua Santità di darle un posto alla Vaticana, ma che ora resta convinto con me che metter Lei fra Mai e gli Scrittori, sarebbe un mettersi fra l'albero e la coccia, come si suol dire in tedesco. Non ho potuto dissimulare a questa occasione la mia sorpresa: ho detto che invece di pensare senza agire, sarebbe d'uopo di assegnare prima un conveniente appuntamento e poi pensare allo specifico impiego: dico <hi rend="italic">sorpresa</hi>, perchè avevo combattuto l'indegnazione e represso lo sdegno che <foreign lang="lat">stat alta mente repostum</foreign>. Non che ci sia cambiamento di sentimenti, che sono i medesimi; ma che, nonostante sentimenti e promesse, si agisce come se non ci fosse niente nè sentito nè promesso. Basta: ho dichiarato all'Em.o che non resta dopo tanti giri e raggiri che di assegnarle una conveniente somma, almeno per il primo anno, acciocchè Ella possa e con ozio e con tranquillità e piacere lavorare alla opera che medita. L'Em.o è convenuto che questa strada è la sola: ieri m'ha ripetuta la sua promessa. Che ne penso io? Le dirò. Penso che se Ella viene qui dicendo che aspetterà 15 giorni per decidersi se deve o no andare in Toscana, avrà tutto: se non, niente. Le circostanze sono <hi rend="italic">fatti</hi>, che bisogna trattare come tali, secondo la loro natura, come l'architetto il materiale: che serve di dire che rincresce non essere tutto marmo fino? Dico questo a Lei per vedere in iscritto quello che mi sono detto a me quando mi sentii sdegnato. Non isdegni la strada che propongo, e garantisco l'esito.</p>
            <p>Volgo nella mia mente ancora altre idee. Ugo Foscolo si è fatto onore e ricchezze al di là delle Alpi, senza cessare di essere Italiano e Scrittore Italiano: sdegnerebbe Ella una cattedra reale di Letteratura italiana (le lezioni in favella italiana) in una città che il filologo non può nei nostri giorni ignorare? Se io fossi colà, come (<foreign lang="grc">θεοῦ συγχωροῦντος</foreign>) lo sarò, se vivo, più tardi, parlerei con quasi certezza. Ma ancora così, non mancano le probabilità di eseguire tale idea, se Ella accudisse alla medesima. Secondo me, la letteratura italiana deve essere trattata come la classica, anche se non fosse che per il solo divino Dante. Chi la potrebbe coprire come Ella? 600 a 800 scudi di appuntamento fisso sarebbero assicurati: la situazione sarebbe decorosa: Niebuhr ha lasciati gli splendidi ed altrettanto vani saloni della Diplomazia per trovarsi di nuovo fra i Bökh, i Bekker, i Savigny, e tutta la corona dotta di cui risplende la mia patria. Parlo in ispecie di Berlino: ma ancora a Bonn col suo bello clima la cosa non sarebbe improbabile. L'idea non mi è nuova: ma ho finora voluto aspettare il corso qui o la sua venuta.</p>
            <p>Avrei tanto da dirle, poco da scriverle. Abbiamo qui Sgricci, uomo che mi fa stupire: perchè con tutte le imperfezioni del genere ha un vero <hi rend="italic">nume</hi>. L'uomo stesso mi ripugna: ma che delizia di sentire una volta di viva voce la bella favella Toscana! Ha improvvisato <title>Alboino</title> e ieri <title>Aiace</title>. - Mai va avanti coll'<title>Antologia Imperiale</title>: ho veduto gli stamponi: mi pare vedere che ha paura di compromettersi col greco testo. Aspetto l'esemplare ora terminato del <title>Platone</title> di Bekker. - A proposito, se sentisse a Bologna o nella vicinanza di qualche statua o bassorilievo di <hi rend="italic">merito superiore</hi> e vendibile, mi faccia la grazia di avvertirmene: facilmente l'acquisterei per Berlino. - Non mi resta spazio che per dirle che di tutto cuore l'amo e stimo: ho letto nuovamente i suoi canzoni e lettere, e mi sento l'anima muoversi verso la Sua col desiderio di una communicazione come lo brama l'anima uscita fuori dallo Speco di Platone, piangendo la solitudine della misera turba, ed aspirando colle poche compagne alla divina luce. <foreign lang="grc">Χαῖρε</foreign>
            </p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.F.Stella (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
               <dateline>Milano 28 Gennaio 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Amico amatissimo. Colla gradita sua del 25 ho ricevuto le varianti, delle quali, non solo io, ma anche l'abate Bentivoglio la ringrazia moltissimo, e la riverisce.</p>
            <p>Già le prime prove non son giunte, nè giugneranno più; non sarà così delle seconde che riceverò col gruppo. Dopo domani o mercoldì le ne manderò delle altre, ch'Ella poi ritornerà al signor Moratti, a cui scrivo di nuovo in tal proposito. Già colle prove di stampa non dubito ricevere anche il secondo volumetto del <hi rend="italic">Petrarca</hi>.</p>
            <p>Abbia riguardo alla sua salute, la prego; e quando raddolcirà la stagione, Ella si troverà in forze di supplire ai naturali ritardi.</p>
            <p>Ella mi ha messo una gran voglia di vedere il suo <title>Epitteto</title>; ma vada adagio, di nuovo la prego.</p>
            <p>Siam dell'eguale opinione riguardo alla traduzion del Facciolati, da preferirsi sempre a qualunque altra di nome non ben noto. Assicuri pur chiunque volesse saperlo, e se occorresse, lo giuri anche sulla mia fede, che la lettera al signor Pietro Giordani, inserita nel <hi rend="italic">Nuovo Ricoglitore</hi> di decembre, e le due che si troveranno nel quaderno di questo mese, non sono del prof. Costa, con cui non ho nè men relazione, ma che però amerei d'averla.</p>
            <p>Tutti gli amici le contraccambiano i saluti, e così la mia famiglia. Io poi l'abbraccio teneramente. Il suo vecchio cordialissimo amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di C.E.Muzzarelli (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO EMANUELE MUZZARELLI</hi>
               </byline>
               <dateline>Roma 29 del 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Sig.r Conte Pad.ne st.mo. Ieri soltanto mi è stato possibile di aver il rescritto per la licenza de' libri proibiti chiesta da questo S.r Dott.r Ercole Guidetti. Sperava di poterla ottenere più ampla, ma non è stata assolutamente fattibile, giacchè i rigori su questo proposito crescono ogni dì più per la quantità de' libri cattivi che innondano l'Italia.</p>
            <p>Mi auguro miglior occasione onde servirla in qualche affare di maggior rilevanza. Voglia aggradire i saluti della comune amica Sig.ra Enrichetta Dionigi: la prego de' miei a' coniugi Aliprandi: ed ho il bene di rassegnarmi devot.mo ob.mo Servitore.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Monaldo L. (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI MONALDO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <dateline>Recanati, 31 [gennaio] del 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Figlio. Ho ricevuta la carissima vostra delli 25, ed a me come a vostra Madre ha fatto grandissima pena il sentire quanto soffrite per il freddo. Io lo prevedevo, ed anche per questo avevo desiderato che ritornaste a passare l'inverno in casa, dove avreste ritrovata maggiore custodia, ed un clima meno rigoroso di quello di codesta città, riputata la ghiacciaia dell'Italia. Piaccia al Signore che non vi sia di danno, e che presto la mitigazione dell'aria vi ridoni intiera salute.</p>
            <p>Finalmente sabato 28 corrente partì a codesta volta Fusello, che vi recherà le nostre buone nuove, e ci recherà le vostre. Al medesimo consegnai un piccolo bariletto di olio e una scatola dei nostri fichi. Questi oggetti sono inutili sicuramente per voi, ma forse vi serviranno per far conoscere ad altri i prodotti del nostro territorio. Allo stesso Fusello si consegnarono dai vostri fratelli alcuni scritti vostri, e con essi alquanti numeri dello <hi rend="italic">Spettatore</hi> e le poesie del Monti. Vi raccomando questi libri assai, pregandovi di sorvegliarli attentamente se escono dalle vostre mani, e di assicurarne il ritorno. Sapete che io sono un po' geloso di questa nostra Librerìa, la quale non vorrei vedere distrutta prima di me. Anzi in proposito di essa vi prego di scrivere a Peppino Melchiorri, e di ottenerne il ritorno del mio <title>Catone</title>, che gli fa compagnia da tre anni, e che io voglio ricollocare al suo posto.</p>
            <p>Venendo al Benefizio, lodo la vostra risoluzione, e lodo anche che non pensiate ad abbracciare lo stato ecclesiastico, finchè non ci siate invitato da quello Spirito che spira dove vuole, e non dove sembrerebbe bene a noi che spirasse. Anche senza il collare si può esser santi, e San Pietro apre le porte del Paradiso anche senza la dimissoria del Vescovo. Mi sono però informato ed ho conosciuto che Roma qualche volta accorda ai patroni di sospendere la presentazione del nuovo Rettore per sei o otto anni, e di applicare le rendite ad un uso onesto, sopportati i pesi consueti. Io volentieri domanderò questa grazia, e cederò a voi le rendite del Benefizio, ma bisogna maneggiar bene la cosa per i miei riguardi domestici. Scrivetemi ostensibilmente nei termini suddetti, come avendo avuto questo lume da altri, e pregatemi di farvi ottenere questa piccola temporanea provvista, toccando che voi niente costate alla casa. Io sono inimico giurato di questi giri, ma mi conviene patteggiare fra il mio cuore ed il molto giudizio di Mamma vostra; la quale vi ama tenerissimamente, ma crede che le vostre Lettere siano una miniera d'oro, la quale vi renda inutile qualunque altro sussidio. Questo mio suggerimento non trapeli dalla vostra risposta, e se volete scrivermi non ostensibilmente, dirigete la lettera al Gonfaloniere, con la mansione di altro carattere.</p>
            <p>Addio, mio caro Figlio. Ho scritto con una penna bestiale. Prima dell'incaglio postale vi spedii per la posta la vostra veste da camera, e un po' di tabacco diretto al signor Cosimo Papareschi. Spero che avrete tutto ricevuto. Addio. Vi abbraccio e vi benedico di cuore. Vostro affezionatissimo Padre.</p>
         </div1>
         <div1 n="A C.Bunsen (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO BUNSEN - ROMA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 1 Febbraio 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico pregiatissimo. Rispondo alla gentilissima sua dei 27 Gennaio. Ella ha molto ben giudicato circa la proposizione dell'E.mo di Stato, relativa ad un impiego nella Vaticana, ed il suo proverbio tedesco è ottimamente applicato. Il mio affare, di cui Ella mi parla colla solita sua bontà ed affezione, è una nuova prova del quanto poco, anzi nulla, ci possiamo noi confidare in questo nostro Governo gotico, le cui promesse più solenni vagliono meno che quelle di un amante ubbriaco. La idea che Ella mi propone di una cattedra in Berlino o in Bonn, è tale, che io l'assicuro che niun'altra mi potrebbe riuscir più grata e lusinghiera. Ma sventuratamente ora la mia povera salute è in uno stato così tristo, che io non ardisco fermare il pensiero in una proposizione che del resto mi sarebbe giocondissima. Crederà Ella che appena io posso sopportare l'inverno in Bologna, e che passo questi giorni in un continuo spasimo e in un tormento indicibile, cagionato dalla mia malattia d'intestini, che dal freddo riceve un grandissimo pregiudizio? Or che sarebbe nei climi di Germania? Tuttavia, la mia guarigione non essendo punto disperata, ed i medici promettendomi che a primavera io sarò ristabilito e migliorato assai, la prego caldamente a non abbandonare l'idea di cui Ella mi ha parlato, la quale credo che non esiga fretta, e che possa sopportar dilazione. A stagion migliore, consultandomi colla mia salute, io potrò risponderle più precisamente sopra la sua proposizione, che mi è carissima e mi sta sommamente a cuore, e forse anche potrò venire a Roma e cercare di trattenermi secolei a voce. Per ora Ella ben vede che mi sarebbe impossibile d'intraprendere, come Ella mi consiglia, il viaggio per costà, essendo io obbligato a passare la maggior parte del giorno in letto per garantirmi da questi orridi e micidiali freddi.</p>
            <p>Spero di poterle, di qui a non molto, mandare un esemplare del Manuale di Epitteto che si stamperà presto in Milano, tradotto da me ultimamente con tutto l'amore e lo studio possibile. Vi ho premesso un brevissimo preambolo sopra la filosofia stoica, che io mi trovo avere abbracciato naturalmente, e che mi riesce utilissima. Ma Ella non può credere che miseria sia quella di Bologna e di Milano in genere filologico. Roma è una Lipsia a paragone di queste città e di tutta l'Italia superiore. La filologia è nome affatto ignoto in queste parti, ed appena con grandissima difficoltà si possono trovar classici greci in vecchie ed imperfettissime edizioni. In tutta Bologna, città di 70m. anime, si contano tre persone che sanno il greco, e Dio sa come. Nondimeno si voleva intraprendere qui una vasta e bella opera, cioè la stampa di una collezione completa di tutti i classici greci <title>Variorum</title>, della quale si voleva che io fossi capo, quanto alla parte letteraria. In tal caso avrei avuto gran bisogno, e fatto gran ricerca dei di lei consigli ed aiuti. Ma il tipografo Pomba di Torino che intraprende una collezione simile, per la quale dice aver in pronto molte cose inedite, e fra gli altri d'Isocrate, ha guastata ogni cosa. Io son certo che i classici greci di Pomba non saranno migliori che i suoi classici latini. Potrebb'essere però che l'impresa di qui si tornasse ad assumere. A proposito di Platone, ha Ella veduto i pensieri di quel filosofo, scelti tradotti e pubblicati in greco e francese a Parigi, l'anno ora scorso, dal prof. Le Clerc, editore del Cicerone latino e francese? Mi paiono molto male scelti, peggio tradotti, e ancora peggio illustrati. Pure il suo libro è stato destinato all'uso delle scuole di Francia.</p>
            <p>Non mancherò di avere in vista quanto Ella mi dice circa sculture vendibili ec. Per ora non saprei dirle nulla di positivo, ma ne farò ben ricerca.</p>
            <p>Io ardo di desiderio di rivederla, e di stringere finalmente in presenza quell'amicizia, che Ella senza mio merito si è compiaciuta di concedermi da lontano. Segua ad amarmi come l'amo, la venero, e sono e sarò eternamente tutto suo con tutto l'animo, devotissimo, obbligatissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
            <p>I miei complimenti al signor Niebuhr, se Ella ne avrà occasione.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Papadopoli (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO PAPADOPOLI</hi>
               </byline>
               <dateline>Napoli Febbraio (?) 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio carissimo. L'essere stato indisposto mi ha fatto soprasedere a rispondere alla tua delli 16 di Gennaio. I miei nervi mi diedero intollerabile molestia, e al certo tale che io incominciava ad avere per disperata la mia guarigione. Nondimeno da un sette giorni sono rifiorito in salute e si tranquillarono i miei nervi. Qui la stagione è dolce, e il cielo bellissimo. O quanto avrai sofferto costà con quel freddo veramente importabile, che suol fare a Bologna! Sono desideroso di sapere in che stato tu ti trovi di sanità, dappoichè nessuna cosa mi è tanto sul cuore quanto il tuo bene essere. Sì, mio diletto amico, io ti amo sommamente e ti riverisco.</p>
            <p>A questi dì ho riletto il <title>Manuale d'Epitteto</title> del Salvini e parvemi che quel filosofo avesse bisogno di essere ritradotto, perchè lo stile del bravo Canonico a quando a quando ha difetto di nervi, e assai volte è rattratto. Duolmi che il Brighenti non istampi più il Bartoli. Riscrivimi quale è l'edizione migliore che si fa in Italia delle opere di questo Gesuita, perchè mi voglio scrivere sozio. Vorrei sapere da che opera di Cicerone incominciate la vostra stampa? Ricòrdati che io sono sozio a questa tua degna impresa. Mi si scrive di Bologna di alcuni tuoi <title>Idillii</title> fragranti di mille odori, ed io in questa ultima Napoli sono all'oscuro di tutto ciò. Mi si parla di certe villane invettive contro quel lume folgorantissimo dell'Italiana eloquenza, nè io ne lessi verbo. Granchè! Si vuol combattere le altrui opinioni a rovesci d'ingiurie; o studi veramente imputtaniti ! Sono pieno di desiderio di vedere stampati i tuoi <title>Dialoghi</title>, chè tu sai quanto mi vada a genio quel modo di filosofia così condita e fiorita di grazie. Tu mi continua ad amare, chè io ti amo con tutto il mio cuore. Se io sono buono a qualche cosa, comandami. Vivi sano e consolato.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Scrivimi se continua ad istudiare quel Greco sotto i tuoi consigli e se profitta sempre a quel modo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di L.Stella (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI LUIGI STELLA</hi>
               </byline>
               <dateline>Milano 4 Febbraio 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Illustrissimo signor conte Giacomo Leopardi. Ieri solamente s'ebbero <foreign lang="lat">tandem</foreign> quelle benedette prime prove, di cui non sapevasi ormai più che pensare, e s'ebbero mentre già avevamo in mano le seconde, ch'Ella nuovamente corredò delle sue osservazioni per riparare al supposto smarrimento delle prime. Di questo sì lungo ritardo pare sia stato motivo il non avere le suddette prove alcun titolo: il che rilevasi dall'aver noi trovato sulla fascia notata questa circostanza; laonde per toglier via ogni dubbio da questo lato voglia Ella per l'avvenire mettere dietro l'indirizzo breve indicazione di ciò che la fascia racchiude. - Mio padre le si protesta assai tenuto delle osservazioni sue, di alcune delle quali (anzi di tutte) Ella vedrà che l'edizione s'è giovata. L'abate Bentivoglio anch'esso la ringrazia dell'osservazione che lo riguarda, comechè l'oscurità della clausola ch'Ella accenna, provenisse da error di stampa; ciò non di meno la nota sarà cambiata. Ella continui colle sue osservazioni, chè farà cosa grata a tutti, e secondo il solito mandi quelle sole stampe che hanno sue osservazioni. - Le si manda al solito sotto fascia il N. XIII del <hi rend="italic">Ricoglitore</hi>, colla copia pel signor Moratti: nell'uno s'inserisce una prova del 1° foglio delle lettere Cic., nell'altra del 2° foglio. Or con piena stima ed amicizia, augurandole ogni bene, distintamente la riverisco. Servitor suo di cuore Luigi Stella.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.F.Stella (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
            </opener>
            <p>Non lascio partir la presente senza non mandarle un bacio di cuore. La dichiarazione del contenuto sotto fascia la può fare sulla soprascritta medesima, e non dietro, cioè: <hi rend="italic">Prove di stampe delle lettere di Cicerone carte N.</hi>.....</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.F.Stella (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO FORTUNATO STELLA - MILANO.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 4 Febbraio 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed amico pregiatissimo. Alla favorita sua dei 28 prossimo passato. Consegnai al signor Moratti il 2° volumetto del <hi rend="italic">Petrarca</hi>, e con questa gli consegno, raccomandandoglielo caldamente, il ms. dell'<title>Epitteto</title>, che ho ben riveduto e corretto, alzandomi a bella posta da letto. Confesso che ne sono stato soddisfatto assai: almeno è certo che io non saprei far di meglio. Avrei molto caro che ella ne fosse contenta altresì, e che le piacesse il mio parere, che sarebbe di stamparlo così come io gliel mando, in una edizioncina elegante, la quale crederei che non dovesse avere cattivo incontro. Altrettanto farò poi per l'Isocrate, che sarà un altro volumetto un poco maggiore, e che si potrebbe stampare nella stessa forma, rinunziando al progetto della Scelta dei Moralisti; la quale trovo che avrebbe molte difficoltà, e fra le altre l'assoluta mancanza di buone edizioni de' classici in questa città, come l'ho conosciuta essere ancora in Milano. Non potrei neanche indicarle le edizioni che si potessero procacciare di fuori, essendo io qui sprovveduto di ogni libro filologico. Forse ella mi accuserà di un poco di volubilità. Ma almeno è certo che anche abbandonando l'idea della <hi rend="italic">Scelta</hi>, io non avrò perduto però le fatiche fatte per essa, dando in separate edizioncelle le operette che io voleva riunire in un sol corpo. Se mai per accrescere il volume dell'Epitteto, ella volesse aggiungervi la mia <title>Comparazione delle sentenze di Bruto e di Teofrasto</title> (cosa che ha relazione colla filosofia stoica, e che in Lombardia non ha potuto esser conosciuta), ella me lo indichi, e nel riveder le prove di stampa, io vi farò quei miglioramenti che tengo già preparati per una seconda edizione. Si vorrebbe sapere se si potessero aver separate le due annate 1816 e 1817 dello Spettatore straniero e italiano, e quale sarebbe il prezzo di queste due annate, o vero dell'intero corpo se quelle non si possono dar separate. Ella forse si ricorderà che io le mandai una volta il ms. di una mia opera giovanile intitolata <title>Saggio sugli errori popolari degli antichi</title>. Se le piacesse ora di rimandarmelo (salvo sempre che ella non ci abbia veruna difficoltà), forse potrei farne qualche uso. Quanto più sollecito fosse il mezzo che ella usasse a spedirmelo, tanto più tenuto le ne sarei.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">7 Febbraio</hi>.</p>
            <p>Ricevo la gentilissima sua e del signor Luigi in data 4 del corrente. Consegno subito al signor Moratti le carte del Cicerone con 17 osservazioncelle. Ella non mi dice di aver ricevuto il ms. del secondo volume Petrarca. Sarebbe egli mai smarrito? Mi cavi di questa pena, la supplico. Col solito affetto, offerendomi intieramente a servirla, mi dichiaro di tutto cuore suo servitor vero ed amico Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Melchiorri (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIUSEPPE MELCHIORRI</hi>
               </byline>
               <dateline>Roma 7 Febbraio 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Caro Giacomo. Godo nel sentire che il trecentista del secolo 19° sia già stampato, e ne aspetto con impazienza un esemplare. Ero sicuro dell'accoglienza di Milano, e riderò dell'accoglienza de' nostri puristi.</p>
            <p>Sento dolerti del freddo, ed hai ragione, avendone anche noi avuto del più cattivo, ma ora siamo alla primavera, tanto sono belle le giornate. M'immagino che li tuoi geloni ti avranno molestato non poco. Vorrei che quest'altro inverno lo venisti a passar fra noi. A proposito di che, ti dirò che giorni indietro, parlando con Mai di altre cose, egli m'entrò in discorso di te, e mi disse che il collegio filologico si stava occupando a sua insinuazione di far sì che tu venisti a fissarti in Roma con un impiego letterario che ti volevano procurare. Quanto ciò sia vero, e come detto con sincerità non saprei assicurartelo, mentre il canale è sospetto; ma d'altronde rifletto che io non lo aveva eccitato a questo discorso. Io suppongo che vi brighi anche Antici, e le <title>Canzoni</title> che io aveva, richieste da lui per una persona autorevole che forse le avrebbe ritenute, come di fatti è stato, me lo fanno credere. Se saprò qualche cosa, te ne renderò consapevole.</p>
            <p>A quest'ora avrai veduto Furlanetto, al quale consegnai le lettere d'Erizzo per te, e non so che altra cosa. Ho potuto somministrare al medesimo per il suo <title>Lessico</title> un centinaio circa di nuovi vocaboli, che ora ho di già in pronto, e ti spedirò per occasione onde mi facci grazia di rimetterli a Schiassi, che è in corrispondenza con Furlanetto. Molti di questi vocaboli sono nuovi, e non ne conosco il significato se non se a tentone, dal luogo nel quale sono posti, massime nella tariffa Stratonicense. Anche Furlanetto non ha saputo che dirmi. Io te li trascrivo, perchè tu mi sappi dire se la tua prodigiosa memoria ti ricorda niente di simile, nel greco idioma massimamente.</p>
            <p>Ho nella suddetta tariffa la parola <hi rend="italic">terriverum</hi>, o <hi rend="italic">serriverum</hi> essendo frequente in quel marmo lo scambio della <hi rend="italic">t</hi> con la <hi rend="italic">s</hi>. Questa voce sta fra li latti e formaggi. Io lo credo un genere come di <hi rend="italic">ricotta</hi>, ma non ne trovo niente di consimile che mi dia lume.</p>
            <p>id. - <hi rend="italic">Geromatrita</hi>, o <hi rend="italic">ieromatrita</hi>. La tariffa ha: <hi rend="italic">geromatrita in singulis discipulis menstruas quinquaginta</hi>. Questo è il primo fra tutti li maestri e precettori che sieguono, ed è giusto poichè <hi rend="italic">a iove principium</hi>. È chiaro che questi sia un institutore di cose sacre, ma il vocabolo è nuovo nel greco e nel latino, e vorrei che m'indicasti come venga composto, mentre oltre il <foreign lang="grc">ἱερός</foreign> non vado.</p>
            <p>id. - <hi rend="italic">pulicare</hi> è fra le coperte dette con sua voce <hi rend="italic">segestrae</hi>, ma io non so definirmi se debba intendersi un cortinaggio da coprire il letto come una zanzariera, o pure un lenzuolo che ripari dai pulci.</p>
            <p>id. - <hi rend="italic">tenennimus</hi>, io lo credo lo stesso che <hi rend="italic">tenerrimus</hi>, ma essendo adoperato in antitesi con <hi rend="italic">maximus</hi>, sembra che abbiano voluto denotare la picciolezza.</p>
            <p>id. - <hi rend="italic">Molendina</hi>, <hi rend="italic">-ae</hi> e <hi rend="italic">Callica -cae</hi>, sono scarpe, ma della prima massimamente non so trovarne ragione. -</p>
            <p>id. - <hi rend="italic">Scoroscum militare</hi>, lo trovo fra li <hi rend="italic">loramenti</hi> ossiano <hi rend="italic">cuoj</hi>. È forse una testiera d'un cavallo, una sella, che non vi sono nominate, o appartiene ad uso umano?</p>
            <p>Dimmi ancora se hai memoria che le rappresentanze teatrali antiche siansi dette <hi rend="italic">actus scaenici</hi>. Ho un'epigrafe nella quale si dedica una statua ad un tale perchè nel suo sacerdozio <hi rend="italic">solus actus scaenicos sua pecunia fecit</hi>. Forcellini non m'aiuta.</p>
            <p>Addio, caro Giacomo, scusa l'incommodo che ti reco, e ricordati del tuo G.M.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 8 Febbraio 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Carissimo Sig. Padre. Le scrivo oggi una lettera ostensibile, del tenore indicatomi da Lei nella cara sua dei 31 Gennaio. Confesso che non senza pena, e solo per ubbidirla, mi sono indotto a scrivere il paragrafo del Benefizio nel modo che Ella vedrà e che mi fu suggerito da Lei; giacchè io, e quando scrissi le mie lettere passate, ed ora, e sempre, intendevo ed intendo, che in qualunque maniera e sotto qualunque nome Ella sia per disporre del benefizio, le rendite dovessero e debbano restar sempre a Sua piena disposizione, per applicarle a me o ad altri, in tutto o in parte, come cosa Sua, e come le rendite della Casa sua propria, e non altrimenti. Nondimeno ho scritto come a Lei è piaciuto, giudicando che ciò potesse servire alle Sue intenzioni in qualunque modo, e non potesse nuocere. Con tutto il cuore sulla penna, dimandandole nuovamente la Sua benedizione, mi ripeto Suo affettuosissimo e riconoscentissimo figlio Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 8 Febbraio 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Carissimo Signor Padre. Ricevo la cara sua dei 31 Gennaio. Già fin dal primo di questo mese, il freddo qui, grazie a Dio, è molto scemato, anzi abbiamo avuto qualche giorno quasi di primavera: io ho ripreso le mie passeggiate campestri, e mi pare di esser rinato. Non ho ancora veduto Fusello. Il dono che Ella mi manda mi sarà carissimo, e mi servirà per farmi onore con questi miei amici, presso i quali trovo che l'olio e i fichi della Marca sono già famosi, come anche i nostri formaggi, che qui si stimano più del parmegiano, il quale non ardisce di comparire in una tavola signorile: bensì vi comparisce una forma di formaggio della Marca, quando se ne può avere, che è cosa rara. Ella non dubiti che i suoi libri non sieno per esser tenuti con tutta la cura possibile, e restituiti puntualmente. Io me ne faccio responsabile. A momenti debbo avere occasione di scrivere a Melchiorri, e gli ricorderò la restituzion del Varrone, secondo che Ella mi scrive. Ricevetti per la Diligenza l'abito e il tabacco, e ne la ringrazio di nuovo cordialmente. Il tabacco ho cominciato subito a usarlo, e mi piace molto.</p>
            <p>Circa il benefizio; dopo scritta l'ultima mia, ho inteso che Roma accorda qualche volta ai patroni la facoltà di sospendere la presentazione del nuovo rettore per sei o otto anni, e di applicare intanto le rendite a un uso onesto, sopportati i pesi consueti. Ella saprà meglio di me se questo sia vero, come mi si assicura. In tal caso, e se Ella a quest'ora non avesse già disposto altrimenti del Benefizio, e credesse di potere ottenere senza troppa difficoltà e incomodo una tal dispensa, riconoscerei come un segnalato favore della sua bontà, se Ella volesse prevalersi di questo temperamento per farmi godere, finchè a Lei piacerà, questa provvisione; la quale certamente mi riuscirà molto utile. In questo modo, senza dare alla Casa altro incomodo, come io non ne do presentemente, e spero in Dio di non essere obbligato a darne per l'avvenire, io sarò pur debitore a Lei ed alla famiglia, di una provvista che mi porrebbe in un certo agio. La prego delle mie più tenere espressioni alla Mamma e ai fratelli, ed anche, se le piace, dei miei complimenti alla Marchesa Roberti, e dei saluti al Curato e a D. Vincenzo. Ella mi ami e mi benedica come suo affettuosissimo figlio Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.L.Polidoros (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIER LISANDRO POLIDOROS</hi>
               </byline>
               <dateline>Ginevra 11 Febbraro 1825, ma '26.</dateline>
            </opener>
            <p>Stimat.mo Sig.r Conte. Dice il proverbio, è meglio tardi che mai. Mi ritrovo in questa città libera, e tutto andarebbe bene, ma il freddo è sì estremo, che mi ha quasi assiderato, motivo per cui resto tuttora nell'inazione. Vedrò di prendere qualche determinazione nella prossima primavera, e in allora ci risentiremo. L'Orizzonte è molto torbido, Iddio ci liberi da qualche turbine. Bramerei che Lei mi spedisse il gran baullo e l'altra cassettina alla direzione del Sig.r Alexandro Russier via di Parma in Turino allo Spedizioniere sotto indicato; peraltro sarà necessario, che Lei li faccia bollare costì, e così li avrò senz'altra visita. Tuttociò che Lei potrà spendere se lo facci sborsare da cotesto Spedizioniere, il quale si rivalerà sopra l'indicato in Torino, e sopratutto gli raccomandi di non farli passare li Stati Austriaci. Non dubito che Lei sarà per favorirmi, e perciò gli anticipo li miei ringraziamenti.</p>
            <p>Se Lei lo desidera, e se gli sarà permesso, potrò spedirgli il giornale <hi rend="italic">le Constitutionnel</hi>, e potrà molto divertirsi. Potrò procurargli ancora qualunque opera scientifica, se gli aggradisce.</p>
            <p>Mi dia qualche notizia su la mia partenza, e Lei mi avvisi se gli devo scrivere su la posizione degli affari politici, e mi farò un dovere di appagarla. Mi conservi la sua padronanza ed amicizia, e sono sempre con tutta la stima suo d.mo ed obl.mo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Monaldo L. (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI MONALDO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <dateline>Recanati, 12 Febbraio 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Figlio. Il nostro Fusello è stato costì, e ne è ritornato; ma lo stordito, con mio grandissimo rincrescimento, non ha saputo trovarvi, ancorchè asserisca di avervi ricercato in tutte le adiacenze del teatro del Corso, presso il quale io gli avevo detto che abitavate. E neppure ha saputo trovare il colonnello Setacci, da cui gli dissi che avrebbe ottenuto più pronta contezza di voi. Anzi, per adombrare la sua inconcepibile balordaggine, finì con l'assicurarmi che eravate partito per Milano, e di averlo saputo da un certo figlio del nostro medico Gigli, che si tratteneva costì. Buon per me che non credetti, e meglio, che discacciai il sospettare volesse egli tacermi di avervi trovato infermo. In ogni modo la vostra delli 8 mi è giunta questa mattina opportunissima e carissima, e ha dileguati i timori che volevano pure lacerarmi a mio dispetto. In somma ha lasciato costì il poco olio e fichi e il fagotto di carte e libri dirèttivi, e Dio non voglia che dobbiate stentare a ricuperarli. Dirigetevi allo stallatico di Francescangelo Ferrarini vicino alla Dogana; anzi, per maggiore cautela, vi accludo tutto il ricapito che ha riportato Fusello. Esso ha assicurato che tutto si consegnerà prontamente ad ogni vostra richiesta.</p>
            <p>Se avessi immaginato che costì riuscisse tanto accetto, quanto mi scrivete, il nostro formaggio pecorino, ve ne avrei spedito, e alla prima occasione ve ne spedirò, acciocchè gli amici vostri facciano onore a voi e alla Patria nostra. Mi fa grande meraviglia che, piacendo costì questo genere, nessuno faccia la speculazione di condurvene buona quantità, come potrebbe farsi con piccola spesa.</p>
            <p>Mille grazie a Dio che vi sentite meglio, e grazie pure perchè domani finisce la mia magistratura, che ho sopportato questa volta per più di tre anni. Il Governo, andando in lungo la pubblicazione della nuova <hi rend="italic">Statistica</hi>, ha accordato che tutti i Gonfalonieri depongano l'ufficio, e le Delegazioni hanno nominati i Gonfalonieri provvisorii. Qui mi subentra il marchese Melchiorri.</p>
            <p>Addio, mio caro Figlio. Vi abbraccio e vi benedico di tutto cuore. Tutti di casa bene. La marchesa Roberti, il curato e don Vincenzo vi ritornano saluti distinti; e mandatemi pure saluti per molti, chè a tutti i saluti vostri riescono assai graditi. Del Benefizio lasciatevi servire, e penserò io a tutto. Addio. Vostro affezionatissimo Padre.</p>
            <p>Se mai doveste scrivermi qualche cosa riservatamente, coprite la mia lettera con sopraccarta diretta alla marchesa Roberti.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Carlo L. (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 13 Febbraio 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Carluccio mio. Che vuol dire questo silenzio così lungo che tu hai tenuto con me? Ad ogni corso di posta mi figuro di ricevere una tua lettera, e m'inganno sempre. Sei tu inquieto con me, o non stai bene? Fammi saper qualche cosa, te ne prego, e non mi lasciar mai tanto tempo senza le tue nuove e il tuo carattere. Io respiro con questi giorni tepidi che abbiamo, e la mia salute ne migliora sensibilmente. Ho riscosso dallo stallatico, dove il vetturino gli aveva lasciati, i fichi, l'olio e il pacco, ma non ho veduto Fusello, e la roba è rimasta là otto giorni, perchè non sapevano il mio ricapito: e mi han detto ancora che il vetturino aveva una lettera da consegnarmi, ma io non l'ho avuta. Per ogni altro caso che occorresse in avvenire, ti dirò che il mio ricapito è: <hi rend="italic">Ingresso del Teatro del Corso, in casa Badini, presso il signor Aliprandi</hi>. Ho un'altra seccatura da darti, ma spero che sarà l'ultima, perchè oramai credo di aver votato casa. Vorrei che tu pigliassi le copie che mi rimangono costì delle mie Canzoni, e che stanno dove ti dirà Paolina; e vi aggiungessi una delle due copie in carta velina che troverai nel mio commodino. Di più vorrei che nel secondo tiratore del mio comò trovassi la prima copia del <title>Saggio sugli errori popolari degli antichi</title>, ch'è in quinterni staccati; e che di tutto questo ne facessi un fagottino e lo mandassi al Direttore dell'Ufficio Postale di Loreto Sig. Nicola Grondona, pregandolo di dirigerlo qua per la Diligenza al Sig. <hi rend="italic">Giuseppe Marchesini</hi> Impiegato in questa Posta, col quale già sono d'intesa. A momenti si pubblicherà il manifesto <foreign lang="fra">de mes oeuvres complettes</foreign>. Ho pregato di un poco di dilazione per il ritratto, che mi volevano far subito, cosa che in inverno non si potrebbe senza mio grande incomodo. Tu che fai? come ti senti? come pensi all'amore infinito che io ti porto, e al gran dolore che ho di non esser teco? Puoi credere che non passa giorno, anzi ora, ch'io non pensi a te in un modo o nell'altro. E Paolina che fa? e perchè neppure essa mi scrive da tanto tempo? Carluccio mio: tuo fratello ti abbraccia e ti bacia. - Saluta Mamma e Babbo, Paolina, Luigi, Pietruccio. - Addio, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>[Firenze] 14 Febbraio [1826].</date>
            </opener>
            <p>Per farti avere con più sicurezza il manoscritto Vieusseux lo ha spedito a cotesto direttore della posta-lettere di Bologna signor Rusconi; dal quale puoi pregare Brighenti a ricuperarlo. Te ne avviso in fretta: poi più lungamente risponderò a te e a Brighenti. E ti abbraccio con tutto il cuore e tutta l'anima. Addio caro; addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di C.Pepoli (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO PEPOLI</hi>
               </byline>
               <date>[Bologna] Di Casa il 14 Febbraio 1826.</date>
            </opener>
            <p>C. A. Se tu vorrai essermi cortese del Quaderno XII del <hi rend="italic">Nuovo Ricoglitore</hi>, te ne sarò grandemente obbligato, e te lo renderò sollecitamente. Dalla libertà colla quale ti prego, tu impara a comandarmi. Sta' sano.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.F.Stella (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
               <dateline>Milano 15 Febbraio 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Amico amatissimo. Rispondo alle care sue 4 e 7 corrente, dicendole prima di tutto ch'è da tre o quattro giorni che ho ricevuto il 2° tometto del <hi rend="italic">Petrarca</hi> ed oggi il ms. del <hi rend="italic">Manuale</hi> unitamente alle prove di stampa, che ho trovato rivedute da mano maestra, e quali io non dubitava già d'esser dovessero. Domani le farò vedere all'abate Bentivoglio che ne sarà contento egualmente. Ora attendo le altre: cioè quelle del 3° e 4° foglio che, se verranno con pacchetto per la posta, verranno più sicure; e questo lo scrivo anche all'amico Moratti.</p>
            <p>Intorno al <hi rend="italic">Manuale</hi>, che non dubito sarà cosa eccellente, le scriverò in appresso. Intanto a me pare che dando fuori queste <title>Operette</title> separate si potrebbe far cenno che, riuscendo a darne fuori un qualche numero, si avrebbe una raccolta di Moralisti greci. Non vorrei che la <title>Comparazione delle sentenze di Bruto e di Teofrasto</title> incontrasse qualche ostacolo alla Censura, e per ciò ne parlerò in prima ad uno dei Censori. Ella intanto, se non fosse cosa di gran lavoro, potrebbe ritoccar la copia che vorrebbe mandarmi, e darla poi al signor Moratti perchè la mettesse nel primo gruppo che m'invierà.</p>
            <p>Potrò servirla delle due annate 1816 e 17 dello <hi rend="italic">Spettatore italiano e straniero</hi>. Se sono per Lei, non si dee parlar di prezzo. Se fosser per altri, il prezzo di associazione di que' 48 quaderni è di L. 72 milanesi o sia italiane L. 55,30, e il ribasso quale a Lei sarà per piacere.</p>
            <p>Mi ricordo benissimo del <title>Saggio sugli errori popolari</title>, nè dubito ritrovarlo tra i manoscritti che tengo. Ne farò far ricerca domani, e colla prima spedizione che saremo per fare costì Ella il riceverà sicuramente.</p>
            <p>Il mio Luigi è andato in campagna per guadagnare un po' nella salute. Io la saluto adunque in nome del resto della famiglia ch'è qui, e sta bene; e l'abbraccio di cuore. Il suo vecchio amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Brighenti (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO BRIGHENTI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna [17 Febbraio]</dateline>
            </opener>
            <p>Mio Caro. Ti mando un piccolissimo saggio di cibi quaresimali della Marca. Desidererei che fossero di tuo gusto, e più ancora, che tu scusassi l'estrema piccolezza del dono. Voglimi bene. Addio addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Melchiorri (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIUSEPPE MELCHIORRI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 17 Febbraio 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Caro Peppino. Rispondo alla tua dei 7. Ti mando per la posta <hi rend="italic">franchi</hi> due esemplari del mio trecentista. Sarebbe cosa curiosa ed avrei gran piacere se tu potessi sottomano fare che il Giornale arcadico ne rendesse conto. Ma nel far uso di questi esemplari in qualunque modo, guardati di non far conoscere che io sia nè autore nè editore, nè che tu gli abbi avuti da me. Furlanetto partì da Bologna subito e non mi vide, ma mi mandò i libretti, di cui ti ringrazio, e il tuo mi è molto piaciuto. Di quello che ti ha detto mons. Mai, so già ogni cosa. Sono tutte chiacchiere inutili. Ma, grazie al cielo, ora io non ho bisogno nè di Mons. Mai nè della canaglia della Corte romana. Che poi Mons. Mai sia stato l'autore e l'<hi rend="italic">insinuatore</hi> di questo discorso, è una bugia solennissima. La cosa è venuta espressamente dal Segretario di Stato.</p>
            <p>Il <hi rend="italic">serriverum</hi> sarà probabilissimamente una ricotta. Io ne trovo l'origine nella voce <hi rend="italic">serum</hi>, cioè siero, corrotta colla introduzione del <hi rend="italic">v</hi>, che originalmente è l'antico digamma eolico, introduzione frequentissima nel latino sì degli antichi e sì de' bassi tempi.</p>
            <p>Il <hi rend="italic">Geromatrita</hi> forse è una voce ibrida, cioè mezzo greca, e mezzo latina, ma di quel latino volgare che noi non conosciamo. Se essa è tutta greca, non saprei crederla altro che una corruzione di <foreign lang="grc">ἱερομετρήτης</foreign> (da <foreign lang="grc">ἱερὸς</foreign> e da <foreign lang="grc">μετρέω</foreign>), ma che spiegazione darle in tal caso, io non lo so. <hi rend="italic">Pulicare</hi> viene indubitatamente da <hi rend="italic">pulex</hi> nello stesso modo che l'analoga voce greca <foreign lang="grc">κωνωπεῖον</foreign> (<hi rend="italic">conopeum</hi>, cioè riparo contro le zanzare) viene da <foreign lang="grc">κώνωψ</foreign>, <hi rend="italic">zanzara</hi>.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">Tenennimus</hi> lo giudico un superlativo corrotto di <hi rend="italic">tenuis</hi>; e chi sa che non sia stato mal letto nel marmo, che forse dirà <hi rend="italic">tenuissimus</hi>. Tu vedi ora bene come questa voce è opposta a <hi rend="italic">maximus</hi>.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">Callica</hi> è corruzione evidente di <hi rend="italic">caliga</hi>, o forse anche di <hi rend="italic">calceus</hi>.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">Molendina</hi> dà luogo a una curiosa osservazione. Tu sai che in francese <hi rend="italic">moule</hi> vuol dire pantoffola o pianella. Anche gl'italiani nel cinquecento dissero <hi rend="italic">mula</hi> nello stesso senso, e così ora gl'inglesi <hi rend="italic">mules</hi>. Queste voci vengono evidentemente dal latino <hi rend="italic">mola</hi>, che è la radice di <hi rend="italic">molendina</hi>, diminutivo volgare e rustico di quella voce. Cerca nel Forcellini e nei Glossari del Ducange, Charpentier ec. (io qui non ho niente) la voce <hi rend="italic">mola</hi>, e forse la troverai usata in senso di pianella o scarpa o simile. Ma quando anche ciò non si trovi nei Lessici, resta ora evidente che essa ebbe nel latino volgare e nei tempi bassi questo significato.</p>
            <p>Di <hi rend="italic">Scoroscum</hi> non so che dire.</p>
            <p>Voglimi bene. Salutami De Matthaeis, De Romanis, la Orfei. Rezzi è morto o vivo? la Biblioteca Barberina in che mani è ora? Addio, addio.</p>
            <p>Degli <hi rend="italic">actus scenici</hi>, non avendo qui alcun libro a proposito, non ti saprei osservar nulla.</p>
            <p>Mio padre mi scrive ultimamente da Recanati pregandomi <hi rend="italic">vivamente</hi> di ottenere da te il ritorno del suo Varrone. Egli è gelosissimo de' suoi libri, e io non so dargli il torto. Fammi il piacere: vedi di sbrigarti di quel Varrone alla meglio, e di rimandarglielo; te ne sarò molto tenuto. Addio di nuovo, addio di tutto cuore.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Carlo L. (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>[Recanati] 18 Febbraio 1826.</date>
            </opener>
            <p>Caro Buccio mio. Si è subito fatto quanto tu volevi, e spero che contemporaneamente alla presente ne avrai la prova. Tu hai dunque pubblicato una nuova contraffazione letteraria? Mi rincresce solo che dovrai tardare qualche tempo a ritrarne onore, giacchè più il lavoro è perfetto, meno se ne darà il merito a te. Babbo nel leggerlo non voleva quasi persuadersi che quella non fosse scrittura antica. Io per altro, nè più intelligente, nè meno ammiratore dell'imitazione, non ho dubitato un momento che la Farfa sia stata la tua camera, e per quanto posso ricordarmi, almeno in parte, la nostra Libreria. Io non ho, te l'assicuro, bastante speranza per formare un desiderio; pure mi pare che desidererei di vedere tutto ciò che tu stampi, o che si stampa relativamente a te. Non ho mai avuto cosa che amassi più di te, ma ora che non amo più cosa nè persona, tu sei il solo soggetto per cui senta passione.</p>
            <p>Credimi che sempre penso ai tuoi affari, e che essi soli mi sembrano degni d'interesse. Solo il tuo pensare mi soddisfa, e mi stimo meno infelice perchè tu esisti. La notte spessissimo ti sogno, e mi pare di baciarti e ribaciarti. Voglimi dunque prestar fede se ti dico senza la più piccola esagerazione, che a tutto l'affetto con cui siamo stati sempre uniti, io ho aggiunto l'amore che ho tolto a me stesso, per cui sono ora indifferente; e quello che in altri tempi era capace d'ispirarmi una donna. Io non conosco più amor proprio, nè amor passionato: tu sei il mio vero <hi rend="italic">moi</hi> e la mia innamorata. La lettera di Paolina, che accompagnava gl'involti da te ricevuti, dovea dirti perchè non ti ho scritto in qualche ordinario: prima si aspettava da un giorno all'altro la partenza di Fusello; nel momento poi in cui questa accadde, io mi trovava occupatissimo in certe dispute <hi rend="italic">nonsènsical</hi>, che come Deputato agli spettacoli del Casino dovei sostenere, in occasione delle feste da ballo, col Presidente e con qualche socio villano. Puoi credere che nè queste, nè tutti i divertimenti del nostro Carnevale valevano niente meglio dell'ozio. Solo ho trovato alquanto piacevole il ballare; esso ricorda la vita e la gioventù. In compenso la prima sera di Quaresima perdei alla <hi rend="italic">toppa</hi> tutto il denaro che aveva. Consólati che non era più di diciotto paoli, ma tuttavia non mi rimase un soldo, nemmeno per francarti una lettera; giacchè Babbo che prima ci permetteva di scrivere nelle sue, ora le dà sempre chiuse. Eccoti abbastanza di questa mia non vita, per dirla all'Alfieri. Tu dici che desideri di rivedermi; ed io conto talmente per nulla tutto quello che non è rivederti, che nemmeno ardisco domandarti notizia sopra una quantità di cose tue, di cui puoi ben credere che avrei curiosità immensa. Soffro piuttosto di restare all'oscuro, che di fissarmi sull'idea della tua assenza: essa è per me una parentesi penosa, di cui non azzardo di calcolar la durata, nemmeno per dimostrarmene vicino il termine. Per la nostra amicizia, Giacomo, che è la sola cosa in cui creda e in cui speri al mondo, e per cui non ardirei giurare invano, niente di quanto ti dico è esagerato, e non faccio che esprimerti la situazione del mio animo. Tu, se vuoi far per me un voto, prega che io possa partire da questo paese, ove qualunque abilità, qualunque energia non val nulla, se non vale a lasciarlo. Sono grandi le miserie di cui il cielo ha fatto regalo alla terra, non si può negare; ma il destino di chi abita tali luoghi, sembra che superi i limiti della generosità celeste e della sofferenza terrestre.</p>
            <p>Addio, caro Buccio. Ti saluto e ti abbraccio per tutti, e ti domando, col tuo amore, quella fiducia nel nostro, che è il desiderio di chiunque ama.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di C.Antici (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO ANTICI</hi>
               </byline>
               <dateline>Roma li 19 Febbraio 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Caro Nepote. La vostra risposta dei 29 Gennaio, arida e tetra, sembra dettata ancora dalla risoluzione di sfuggire il punto principale della mia proposta sull'impiego veramente proficuo e glorioso delle vostre classiche cognizioni. Dovrebbe ciò senza dubbio scoraggiarmi dal più entrar seco voi in questa materia, se meno mi stasse a cuore la vostra felicità, e se avessi inteso di entrarne con voi in discorso per un miserabile prurito di sdottoreggiare, essendo tanto più vecchio di voi. Dunque brevemente vi ripeterò le mie preghiere di leggere subito, e con ponderazione, prima <foreign lang="fra">Les soirées de St. Petersbourg</foreign>, indi <foreign lang="fra">Sur l'Indifférence en Matière de Religion</foreign> 4 Vol. ed il vol. della <title>Defense</title>. È impossibile che, dopo una tale amenissima lettura, voi non conosciate ad evidenza cosa Iddio, cosa l'Umanità attendono da un vostro pari, e qual piega dovrete dare ai vostri studi. Se il vostro ingegno, se la vostra erudizione, se la vostra vasta cognizione delle lingue antiche e moderne non vi condurranno che all'ellenismo, alla filologia, ai voli poetici, voi fabricherete sull'arena. Ma se volgerete le vostre cure a quegli oggetti, che abbracciano i più grandi interessi dell'uomo, come han fatto gl'immortali autori delle preaccennate due opere, il vostro nome sarà inciso sopra tavole imperibili. Allora prenderete a schifo gli applausi insidiosi dei pseudo-filosofi e dei pseudo-liberali, dei quali, altamente pensando, detesterete le viste e le prodezze. <foreign lang="fra">Nisi utile est quod facimus, stulta est gloria</foreign>, scrisse Seneca, o altro moralista pagano. Colle annotazioni alle cronache di Eusebio, colle canzoni, quantunque bellissime, potrete ottenere qualche incenso passeggero al vostro amor proprio; quei pochi, che sbadigliando leggono le prime, vi chiameranno dotto; quei non molti, che intenderanno i pregi poetici delle altre, vi daranno vanto d'ingegno; ma con tutto questo che bene avrete operato per la società? ma con tutto questo qual conforto troverete sul letto di morte? Malgrado la fama acquistata da Byron, vorreste voi cambiare la vostra sorte con lui? Credete che ora gli siano di gran sollievo le ammirate sue poesie?... No no; abbandoniamo le fanciullaggini; operiamo virilmente. Voi lo potete fare nel regno delle lettere, ed io, che vi sono così stretto congiunto, ve l'ho voluto dire, anco a costo di spiacervi. Soffia un vento di corruzione per tutto il mondo: un abietto materialismo inonda da ogni parte! Voi disponetevi a generoso contrasto. E se la parte inferiore di voi medesimo vi sussurrasse all'orecchio "Pochi compagni avrai per l'alta via", con soave, ma penetrante voce replicherà la parte superiore "Tanto più io ti prego gentil Spirto, Non lasciar la magnanima tua impresa".</p>
            <p>Voi potrete entro un paio di settimane farvi merito colla Religione e col Governo stendendo qualche bell'articolo per il <hi rend="italic">Giornale Ecclesiastico</hi>. Vi si inserirà col vostro nome, o colle sole lettere iniziali. L'argomento è di vostra libera scelta. Per prendere un'idea di quello che vi converrebbe, scorrete i fascicoli sinora stampati, e prendete ancora in mano il <hi rend="italic">Memoriel catholique</hi>, che si stampa a Parigi, e che ha per collaboratori i primi sapienti della Francia. Qualcuno di tali vostri articoli darà il compimento agli offici sinora praticati.</p>
            <p>Amo dirvi a questo proposito, che sere sono Monsig.r Mauri mi disse "che avea lette le vostre <title>Canzoni</title>, che vi avea trovati voli sublimi, ed un fraseggiare ammirabile. Che Egli non avea inteso mai parlare di voi, ma che ammira in oggi i vostri talenti, giacchè ha saputo che possedete grande erudizione classica, rallegrandosene meco assai, indicatogli qual vostro Zio". Risposi, che dividevo con voi il piacere di lode datavi da un uomo così intelligente, ma che, malgrado i vostri meriti letterari, ve ne stavate ristrettamente e malinconico in Bologna, dopochè il defonto, e il vivente Segretario di Stato avean date le più forti promesse, il primo a Niebuhr, il secondo a Bunsen, di mettervi in grado di spendere i vostri talenti in servigio della S. Sede. "Davvero, riprese Egli, voglio parlarne col Segretario di Stato". - Se Bunsen non fosse da molti giorni in letto, glie ne avrei già reso conto; ma il farò quanto prima.</p>
            <p>Quanto, dopo questo discorso, sarebbe opportuno qualche bell'articolo per il <hi rend="italic">Giornale Ecclesiastico</hi>! E se siete in grado di scriverlo, viene in tempo anco da qui a sei settimane; nel qual caso vi dirò a chi dirigerlo, per non soggiacere alle tasse postali.</p>
            <p>Sono costretto poi a dichiararvi, che con la più spiacevole sorpresa ho saputo da Mons.r Invernizzi, che invece del promesso <hi rend="italic">Cicerone</hi> dell'Ernesti, gli è stata consegnata la stessa edizione incompleta di Napoli, che egli avea ceduta; e di più alla rustica, mentre la sua era legata. Mi soggiunse, che ciò forse era un equivoco, e che ne dette prova mostrando al renditore la lettera del Sig. Stella, e che in ogni modo non ne facessi parola. Ripresi, che conoscendo io il carattere leale del Sig. Stella, onninamente ritenevo per un equivoco del di lui commissionato l'avvenimento, ma che essendo io stato il promotore dell'affare, non potevo dispensarmi dallo scriverne a voi, la di cui convenienza al pari della mia rimaneva compromessa. Vogliatemi darne riscontro con paragrafo ostensibile e sodisfacente.</p>
            <p>Se nel rispondermi vi riuscisse (vedete che domande da vergaro!) di farmi conoscere a che prezzo stanno costì i grani e formentoni, e se vi sono ragionevoli motivi per credere che saliranno, ve ne sarò tenutissimo.</p>
            <p>Col favore della primavera spero che svaniranno i vostri incomodi fisici. Datemene la sicurezza: ricevete cordiali saluti di questi vostri Congiunti, e crediatemi con sincero attaccamento vostro Aff.mo Zio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 20 Febbraio 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Carissimo Signor Padre. Quando mi giunse la sua dei 12, io aveva già poco prima riscossa finalmente la roba portata da Fusello. I fichi e l'olio sono qui applauditissimi e graditissimi, e quantunque in casa io non fossi solito di mangiar de' fichi, adesso, non so come, trovo che sono pure una cosa di un sapore eccellente, e ho pensato di salvarne un poco anche per me, giacchè Ella me ne ha favorito così liberalmente che ve n'è abbastanza per me e per gli altri. È ben giusta la sua maraviglia che costà non si pensi punto a far commercio di formaggi con queste parti, dove non si fa formaggio se non pochissimo e cattivo. Veramente non si può scusare l'indolenza della nostra provincia nel mettere a profitto i tanti generi squisiti che essa possiede, e che eccedono il consumo dell'interno: giacchè i formaggi non sono il solo capo che manca in altre parti d'Italia, e che sarebbe ben accolto, ma noi abbiamo ancora molti e molti altri capi che da noi non si stimano e non si trovano a vendere perchè soprabbondano, e altrove sarebbero ricercatissimi. E i nostri vini, che noi mandiamo solamente a Roma e in piccola quantità, mentre ne abbiamo tanta abbondanza, non si venderebbero qui nel Bolognese a preferenza di questi vini fatturati e pessimi della provincia, tutti ingrati al gusto, e scomunicati generalmente da tutti i medici? Certo non fa per i possidenti di attendere al traffico; ma se nella nostra provincia ci fossero altri che vi attendessero, si arricchirebbero essi, e i possidenti avrebbero modo di vendere i loro generi a prezzi convenienti. Mi rallegro con Lei della riacquistata libertà. Ho già scritto a Melchiorri del Varrone. Qui continuano le giornate temperate, che mi han fatto tornare in vita da una vera morte, perchè le pene che ho provate in quest'inverno non sono descrivibili. Saluti tenerissimi alla Mamma e ai fratelli; e così vedendo il Zio Vito o la sua famiglia, la prego a salutarli in mio nome; come anche il Dott. Masi e il Chirurgo Prosperi, se Ella ne ha occasione. Mi ami, mi benedica e mi creda sempre suo affettuosissimo figlio Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.F.Stella (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO FORTUNATO STELLA - MILANO.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 22 Febbraio 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico pregiatissimo. Alla carissima sua dei 15 corrente. Consegno al signor Moratti una copia della <title>Comparazione delle sentenze di Bruto e Teofrasto</title>, corretta. Non ci trovo cosa che mi paia dover dispiacere a cotesta Censura, e però crederei che passasse. In caso che Ella voglia effettivamente unirla al Manuale ec., il frontespizio dovrebb'essere concepito in questa forma: Manuale di Epitteto ec. Volgarizzamenti del con. ec. Con un discorso filosofico dello stesso. Per servirla, ho steso un <hi rend="italic">Avviso degli Editori</hi>, dove si dichiara quel che Ella desiderava circa la raccolta de' Moralisti da potersi fare mediante le varie mie versioni, ec. L'ho posto in fronte all'Isocrate, il ms. del quale io consegno oggi medesimo al signor Moratti. Se Ella ama di porre lo stesso avviso in fronte al volume del Manuale, si potrà mettere in luogo conforme, mutando solamente le parole <hi rend="italic">abbiamo pubblicato di fresco i Volgarizzamenti del Manuale di Epitteto e dell'Ercole di Prodico fatti dal traduttore medesimo di queste Operette</hi>: alle quali parole si sostituiranno queste altre: <hi rend="italic">pubblicheremo fra poco il Volgarizzamento delle operette morali d'Isocrate fatto dall'autore medesimo di questi due che ora divulghiamo</hi>. Un consimile avviso si potrà poi mettere in tutti i volumetti di tal genere che daremo di mano in mano. Ho fatto all'Isocrate un preambolo sull'andare di quello del Manuale, ma più lungo, e di genere non filosofico ma letterario, per variare. Così faremo in ciascun volumetto, giacchè pare che un libro non si gradisca senza prefazione. Ciascuna operetta d'Isocrate contenuta nel ms., dovrà nella stampa, come Ella vedrà, avere il suo piccolo frontespizio a parte, contenente il rispettivo titolo, al modo di quello che io ho posto alla prima operetta. Parlerò col committente circa le due annate dello Spettatore.</p>
            <p>Saluti distinti alla sua amabile famiglia. Desidererei aver buone nuove del signor Luigi, il quale io aveva già sospettato che non istesse perfettamente di salute, sospetto che mi è confermato dalla di lei ultima. Ella mi creda sempre suo cordialissimo servitore ed amico Giacomo Leopardi.</p>
            <p>P.S. Consegno pur oggi al S. Moratti le prove del 5° foglio del Cicerone, rivedute.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Carlo L. (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 24 Febbraio 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Carluccio mio. Ringraziato Dio, che finalmente rivedo i tuoi caratteri; e sappi che quel tuo silenzio tanto lungo mi aveva fatto nascere un certo terrore che tu non fossi più a casa, e che mi si volesse nascondere quel che era di te. Un ordinario prima della tua lettera ebbi il pacco, di cui ti ringrazio assai. La mia Farfa fu veramente, parte la nostra libreria, parte la vettura dell'ebreo, e parte Roma. Sappi però che Cesari, stimato giudice supremo in queste materie, leggendo il manoscritto a Milano in presenza mia, lo giudicò per cosa del Trecento bella e buona, e così è creduto ora in Milano e qui. Le altre mie cose (eccetto i manifesti del Cicerone di Stella, che io ho tutti e ti potrei mandare, ma non valgono la pena) sono stampate nel <hi rend="italic">Raccoglitore</hi> di Milano, e però non posso spedirtele; ma sono bagattelle. Altre più rilevanti che si stampano a Milano adesso, te le manderò subito che ne avrò copia... Ma tu franchi dunque col tuo denaro le lettere che mi scrivi? Non lo far mai più, chè, grazie a Dio, il pagar l'importo di una lettera non mi è d'incomodo, te ne accerto; e sicuramente è di più incomodo a te che a me. Se volessi ragguagliarti minutamente della mia situazione, dovrei allungarmi assai; ma solo ti dirò che sin dopo il primo mese, cioè finito ottobre, io lasciai le lezioni (le quali se avessi dovuto continuare, la pazienza non mi avrebbe retto), e che vivo qui onoratamente e con piena indipendenza personale; e regolandomi nelle spese, passo anche per ricco presso questi di casa. Se avessi voglia e salute da faticar di più in cose letterarie, potrei anche aver dell'avanzo, perchè non mi mancherebbero imprese e inviti librarii qui, e in Torino e altrove. La pittura che tu mi fai del tuo stato, penoso al solito, accresce la smania che io ho di rivederti. Ti giuro che a paragon di questo, il piacer di stare in una città grande piuttosto che a Recanati, sarebbe per me un nulla; sicchè io partirei subito, se la riflessione e la ragione non mi obbligassero a cercar di assicurarmi prima del frutto di questa mia assenza, e di renderlo più stabile che si possa. Il che fatto, io ti riabbraccerò immediatamente, e ciò sarà senza dubbio in breve. In verità io desidererei di far danari, ma non già per me; bensì per poterti esser utile in qualche cosa. Questa sarebbe la maggior consolazione che la fortuna mi potesse dare, e per la quale io le perdonerei volentieri tutti i malanni che mi ha dati e mi darà. Le espressioni dell'amor tuo, se non fossero mescolate di dolore, mi rallegrerebbero l'anima. Tu, l'amor tuo, il pensiero di te, siete come la colonna e l'àncora della mia vita. Ogni parte di questa si riferisce là come a un centro. E come ho detto più volte a Giordani e a Papadopoli, che intendevano bene questa mia situazione, se io dovessi dubitare un momento che tu non mi amassi più, o non mi fossi fedele, o potessi mai per alcuna cagione cessare di esserlo, o vero che tu dubitassi punto dell'amore e della fedeltà mia; insomma se quella fede teologica, anzi quella coesistenza che noi abbiamo insieme, fosse mai sospesa; io non sarei più quello di adesso; la mia esistenza non avrebbe più il suo fondamento; e tutto il mondo cambierebbe faccia per me in un colpo, come si cambia una scena. Salutami Babbo e Mamma, Luigi e Pietruccio. Saluta Paolina, e dille che mi scriva, e che non franchi la lettera. Addio, Carluccio mio. Credimi che se non avessi in te quella fiducia che tu mi chiedi, non avrei neppur forza di scrivere questa lettera, nè di aprir gli occhi alla luce del sole.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Monaldo L. (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI MONALDO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <dateline>Recanati, 26 Febbraio 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Figlio. Ricevetti la cara vostra dei 20, e ringrazio il Signore perchè mi fa sentire che state sempre meglio. Anche noi, grazie al Signore, stiamo bene, e l'inverno anche qui si è andato mitigando assai.</p>
            <p>Seppi con moltissima compiacenza dalli vostri fratelli che si stamperanno fra poco le Opere vostre; ed in questo proposito spero che vorrete renderle per me di doppia soddisfazione, scrivendo il nome della vostra Patria nel manifesto e nel fronte delli volumi. Plutarco non si vergognava di confessare la sua Cheronea, e quest'ultimo, briccone sì, ma pure bravo Alfieri confessava la sua Asti. E a voi dal confessarvi Recanatese ne verrà più onore, poichè si sa che in Recanati non sono uomini dai quali abbiate potuto trarre esempio o aiuto. Io poi ne vedrò alquanto soddisfatto quello oramai inutile amore di Patria che non so abbandonare perchè avuto in retaggio da' miei cari maggiori; e ne vedrò pure un po' afflitta la vicina ed emula Macerata che non credo peccato di mortificare così. Ad onta di questo mio desiderio, fate il meglio che credete, se la mia brama non fosse analoga agli usi e alle convenienze letterarie, perchè alla fine per compiacermi di voi non ho bisogno di questo.</p>
            <p>Ho letta con molto piacere la traduzione mandata a Paolina, che stimo vostra; ed in questo proposito mi sono ricordato di avere fra le mie carte una Leggenda antica, la quale m'era tornata sott'occhio pochi giorni addietro. Io non mi intendo del buon secolo, e non so se sia fiore o crusca. Nulladimeno ho accettata volentieri la noia di ricopiarla, colla lusinga di farvi piacere. Se vi occorre, potrete far confrontare in Roma il libro citato, e se vorrete potrò spedirvene più precisa indicazione. Addio, mio caro Figlio. Vi abbraccio, e vi benedico con tutto il cuore. Vostro affezionatissimo Padre.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Paolina L. (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PAOLINA LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>[Recanati 26 Febbraio 1826].</date>
            </opener>
            <p>Finalmente posso una volta salutare il mio caro Giacomuccio, e dirgli quanto ansiosamente abbia atteso e ricercato da lungo tempo di poter scrivere in una delle lettere o di Babbo o di Carlo, ma sempre inutilmente, perchè il primo pareva che non volesse darci più le sue per poterlo fare, e Carlo non vi ha scritto che pochi giorni sono, ove non feci a tempo. E voi certo non avete perduto niente, perchè nulla potevo io dirvi che dovesse importarvi. Solo a me era di grande pena il non potervi pur dire dopo tanto tempo quanto amore io vi porti, e intenso e sviscerato (e crediatelo pure che non esagero affatto), e quanto spesso mi venga un desiderio, una smania, e quasi una rabbia per non vedervi più, fuori che in sogno; chè quasi mi si volesse compensare per la privazione reale, mi pare di vedervi quasi ogni notte; e quel che è peggio, di dovere avere sempre in mente e nel cuore il desiderio di non dovere rivedervi, amandovi realmente e veramente come faccio io, e come facciamo noi vostri fratelli. E in questo gran desiderio di voi, e privazione di ogni cosa che vi riguarda, è venuto come un balsamo il vostro libretto, per cui non ho termini a ringraziarvi, nè a farvi capire quanto mai mi sia stato caro, e con quanta gelosia lo tengo, anche per timore di non perdere il diritto di possesso, che il vostro indirizzo mi ha dato, e che ho fatto ben valere. Ed io vi ricordo sempre di farmi inscrivere nel numero degli associati alle vostre Opere, perchè non mi contenterò della copia che manderete in casa, desiderando portarne meco nel mio nuovo futuro soggiorno, ove tutto quello che vi riguarderà avrà sempre per me lo stesso interesse. Aspettiamo poi molto ansiosamente quello che ci promettete nella vostra a Carlo; e giusto a proposito di questa, vuole Carlo che vi dica, ch'egli non voleva dire che fosse costretto a francare le sue lettere come voi avete inteso; cosa che pur faressimo; ma intendeva dire che non vi aveva scritto da lungo tempo, perchè Babbo non ci dava più la sua lettera diretta a voi come faceva prima, dandoci il permesso di scrivervi; ed essendo questo, era certo che in quel medesimo ordinario non ne avrebbero voluto francare un'altra, se uno di noi vi avesse scritto. Ed era questo precisamente il senso delle sue parole; e se egli non scrive qui, è perchè in questo momento è occupato a mangiare i scroccafusi non so dove, ed io gli ho detto che tornando non farebbe a tempo.</p>
            <p>Consegnai a Fusello una lunga mia per voi, in cui vi raccontavo qualche bagattella del paese, ma, come Dio volle, tutto vi fu consegnato fuori di quella. E perchè non vi venga il desiderio di sapere cosa erano queste bagattelle, che a voi non importeranno certo niente, ve ne farò l'elenco. La rinunzia di Puccinotti che ha avuto una cattedra a Macerata; l'elezione di Podalirj fatta dal Consiglio istantaneamente e senza concorso, malgrado tutta la contrarietà di Babbo (ma poi la Delegazione non l'ha approvata); l'aver noi veduto Ricci, il quale ha parlato con Carlo di voi, che facevate vita ritirata, ed assicurava che siete stato a Firenze, non so quando, e diceva male di Giordani, cosa che mi ha fatto molto rabbia, perchè spero ch'egli sia e meriti di essere ancora vostro intimo amico; e che nella <hi rend="italic">Biblioteca Italiana</hi> vi era un articolo di critica sopra le vostre <title>Canzoni</title>, che voi già conoscerete, ec. Vedete bene da questo se meritava di essere <hi rend="italic">regrettée</hi> la mia lettera. E rapporto alla vostra gita in Firenze, che Carlo ed io supponiamo possibile, perchè in questa estate fossimo un tempo senza vostre lettere, e lo sentissimo anche dire da altri, come se lo avesse scritto quel tal frate, vostro compagno di viaggio, ma che non abbiamo detto in casa perchè ce ne avete fatto un mistero; sopra questa gita, dico, ho tanta curiosità di sapere se sia vero o no, che anche la notte m'insogno di corrervi dietro per domandarvelo; ma resto poi nella medesima certezza di prima. E non crediate mica ch'io vi dica tutto questo per sapere la verità, perchè farete quello che vi piacerà, anzi non me lo dovrete dire, perchè allora sarebbe saputo anche da chi leggerebbe la vostra risposta che gira per tutta casa. Non so se sappiate che Babbo per Pietruccio, Calcagni e Pettorossi concorrevano per ottenere il benefizio <hi rend="italic">degli Angeli</hi> che aveva Zio Ettore e che in tutto e per tutto consiste nella sola possessione di Bocchino; ma con tanta animosità e inviperimento per parte dell'Arcidiacono, che non ve lo potete immaginare, che si è fatto nemico di Babbo a furore. Ora è successo che Babbo ha preso possesso del benefizio in un certo modo che non a tutti pare valevole, e sento che vorranno litigare. Intanto tutti hanno speso per le bolle 40 scudi, chè le hanno mandate a tutti tre, ed il benefizio ora l'abbiamo noi, e spero che l'avremo sempre, perchè Babbo ha più nomine degli altri. Si è scordato egli di dirvi che, sentendo da voi tanto stimato costì il nostro formaggio, vorrebbe mandarvene qualche forma, servendosi del mastro di posta di Loreto, nel modo medesimo con cui per suo mezzo vi giungono i pacchi di libri ec. E prima vorrebbe sapere da voi se vi arriverebbero, e voi dovreste prevenirne il sopraddetto, come pare che facciate sempre. Stiamo sempre cercando occasioni per costì, ma sono più rare del diavolo. Giacomuccio mio, dì qualche cosa a Giordani a nome mio, non te ne scordare; ma sopra tutto dimmi se mi ami, se ti ricordi mai della tua sorella che ti vuole tanto bene. Addio, cuore mio.</p>
            <p>Riapro la lettera per pregarti a nome di Mamma di voler esaurire una commissione, di cui te ne sarà molto obbligata, come di una cosa che non può trovare da queste nostre parti. Bisognerebbe dunque che ti dèssi la pena di cercare costì, se vi è del velluto perfettamente eguale sulla mostra che ti accludo; ed in questo caso dovrai prenderne un braccio e mezzo, e spedirmelo subito franco per la posta. Dico franco, perchè così mi verrà più sicuro. Nel caso poi che non lo potessi trovare similissimo a questo (che deve accompagnare un altro pezzo di velluto che abbiamo), e che ve ne fosse di altro colore, ma approssimantesi a quello, farai il piacere di mandarcene subito una mostra. Ti serva di regola che il prezzo dovrebb'essere di cinque o sei paoli al braccio, e te lo dico affinchè tu intenda che non si cura Mamma che sia in seta, ma solo in semi-seta. Mamma ti saluta caramente, ti prega a scusare la noia che ti darà quest'affare, e ti dice che sarai subito rimborsato della spesa che avrai incorsa per il velluto, e per francarlo. Addio, Muccio mio: non t'impazientare, ti prego, nel leggere questa, che non credevo dovesse venire così lunga, nè così intralciata.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 1 Marzo 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Carissimo signor padre. La ringrazio infinitamente della Leggenda che Ella mi ha favorita, e della noia che per amor mio Ella si è voluto prendere di copiarla. Lo stile non è di autore toscano, ma marchegiano o romano. Ma il monumento è curiosissimo, e certamente antichissimo, giacchè oltre l'epoca che Ella mi accenna del 1326, epoca già molto antica, la dicitura mi dà indizio di maggiore antichità, ed io la credo cosa del secolo del duecento. Forse non mi mancherà occasione di farne uso presto. Intanto se Ella mi sapesse dir qualche cosa circa il tempo in cui si sa o si crede che sia vissuto quel San Gerio, ciò sarebbe molto a proposito. La traduzione che ho mandata a Paolina, è mia veramente, come Ella dice, benchè passi per opera del trecento. Il mettere il nome della mia patria in fronte ai volumi delle mie operette, e nel manifesto ec., non ha la menoma difficoltà, ed io lo farò volentierissimo, specialmente essendo cosa di suo piacere. Quanto ai formaggi, di cui Paolina mi scrive per di Lei parte, la ringrazio della sua intenzione, e parlerò coll'uffiziale di questa posta, ma bisognerebbe lasciar passare qualche giorno, perchè avendomi egli favorito poco fa, temerei se io gli chiedessi ora un piacere simile, che la cosa non gli paresse troppo frequente e indiscreta, ed anche tale da comprometterlo. Io sto, grazie a Dio, sufficientemente bene, e trovandomi entrato in Marzo, fo conto di averla vinta per quest'anno. Mi benedica e mi voglia bene; e con tutto il cuore mi ripeto Suo affettuosissimo figlio Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Paolina L. (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PAOLINA LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 1 Marzo 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Paolina mia. Finalmente rivedo il tuo carattere, che tu sai già quanto mi sia caro. Oggi stesso ricevo la tua lettera, e oggi rispondo; sicchè Mamma non si maraviglierà se insieme con questa non vede il velluto; ma assicurala che farò il possibile per servirla presto e bene, e salutala e baciale la mano per parte mia quanto più caramente saprai. Ti ringrazio tanto delle nuove che mi dai del paese, e ti ripeto che mi sono molto care, e che desidero che tu me ne scriva spesso. Io non sono mai stato in Firenze, ch'io me ne sia accorto, e puoi credere che non avrei avuto nessun motivo di farvene un mistero. Bensì quest'autunno ebbi intenzione e occasione comoda di darvi una scorsa, ma ci dovetti rinunziare perchè il viaggio sarebbe stato un veleno per la mia indisposizione. È vero che quest'inverno, sebbene sono uscito ogni giorno, ho fatta vita ritirata, per la solita pigrizia che il freddo mi mette addosso; ma Ricci vi parla di questo Novembre, quando io stava sempre col serviziale alle coste, nel quale stato vedete bene ch'io non poteva fare una vita molto dissipata. Del resto non date mente a Ricci, ch'è un bonissimo giovane, ma non capisce niente, ed è un imbroglione, e soprattutto un terribile seccatore, tanto che qui, per levarmelo d'attorno fui obbligato a dar ordine che gli dicessero ch'io non era in casa, dove veniva ogni terzo giorno a pregarmi che gli facessi far figura nel mondo letterario. Salutami tanto Carlo, e digli che mi scriva. Dimmi poi qualche cosa di Luigi; e Pietruccio come studi e come si porti nel suo nuovo abito, nel quale sono impaziente di vederlo. Giordani è un gran pezzo che non mi scrive e che non scrive più a nessuno, perchè si è fatto il più pigro e divertito uomo del mondo. Quanto all'esemplare delle mie operette, non dubitare, che tu ne avrai per te ed in tua proprietà esclusiva senza associarti. Io non sogno di te, perchè tu sai che fuori di Recanati io non sogno mai, (cosa che mi fa maraviglia, però verissima); ma penso a te vegliando, e ti amo, se è possibile, ogni giorno più. Ma che vuol dire che non mi dài nessuna nuova di te? Tu ti sei scordata una parte essenziale, e però ti condanno a tornarmi a scrivere, e dirmi tutti i fatti tuoi. Vedendo la Zia Mazzagalli e le Cugine, salutale, <foreign lang="fra">si bon te semblera</foreign>. Salutami anche il Curato e D. Vincenzo. Addio, Paolina mia. Non ti dico altro, perchè se volessi rispondere alle tue espressioni affettuose, e spiegarti i sentimenti ch'io ho per te, non troverei parole da tanto, e credimi, che non saprei come esprimermi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.P.Vieusseux (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIAN PIETRO VIEUSSEUX</hi>
               </byline>
               <dateline>Firenze, a dì 1 Marzo 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Signor Conte stimatissimo. Gran consolazione fu per me l'anno scorso il sapervi giunto in Bologna, poichè non metteva in dubbio che trovandovi così vicino all'Arno, e rammentandovi esservi in Firenze chi ardentemente desiderava fare la vostra personale conoscenza, vi sareste deciso di valicare l'Appennino in compagnia dell'amico Giordani. Io mi lusingava almeno che questo riavvicinamento, e la possibilità di corrispondere con sicurezza e regolarità, mi avrebbero procurato il bene di ricevere una vostra lettera, che m'indennizzasse di quella o quelle che disgraziatamente andarono smarrite; ma sono stato deluso nelle mie speranze: voi non venite, ed il solo Giordani ha il piacere di ricevere delle vostre nuove dirette. Caro signor Conte, permettete ch'io ve ne faccia un dolce rimprovero, e ch'io vi conforti a combinare le cose vostre in modo che questa primavera noi ci possiamo vedere. La Toscana merita la vostra visita, ed in Firenze più che altrove trovereste ciò che da tanto tempo cercavate, ed ancora forse cercate, libri in quantità, pace e libertà, e se fosse necessario, almeno quanto altrove, i mezzi di utilizzare i vostri talenti tutti.</p>
            <p>Giordani, usando della facoltà lasciatale, mi passò il bel manoscritto che gli avevate confidato, dal quale abbiamo estratto alcuni dialoghi che troverete inseriti nel N. 61 dell'<title>Antologia</title>, ora pubblicato, ch'io ho il piacere di mandarvi. Graditelo come un pegno del mio fervido desiderio di vedere il mio giornale spesso fregiato del vostro nome; e più del nome ancora, dei vostri eccellenti scritti. Sento che queste <title>Operette morali</title> verranno probabilmente pubblicate costà, e ne godo assai pel pubblico, e per voi, tanto più che sembrano meglio fatte per comparire riunite in una raccolta, che sparse in un giornale.</p>
            <p>Ora ditemi, mio caro Conte, se avreste il tempo di scrivere qualche articolo per l'<title>Antologia</title>? Io suppongo che il fare l'analisi critica, o l'estratto di opere storiche, morali, filosofiche, sarebbe ciò che meglio vi anderebbe a genio, mentre senza dubbio converrebbe essenzialmente allo scopo dell'<title>Antologia</title>. Potendo far conto sopra un collaboratore come voi, più facilmente schiverei certi scritti che per convenienza devo ancora accettare, e che non sono sempre quello che vorremmo. Da Parigi ho ricevuto l'opera di filosofia morale del Bozzelli (un volume in 8° di p. 500). L'autore è napoletano, ed ha scritto in francese. Chi l'ha letta, ed è intelligente di questa materia, la trova molto pregevole. Volete voi ch'io ve la mandi? Con questo potrebbero aver principio i vostri lavori antologici. Ma come so che il vostro tempo è prezioso, e che non vi manca l'opportunità d'impiegarlo utilmente, sarebbe giusto che tra noi si facessero i conti, e ch'io riconoscessi le vostre fatiche buonificandovi un tanto al foglio di stampa. Chi vuol fare un buon giornale deve pagarne i materiali. Gli articoli <foreign lang="lat">gratis</foreign> sono raramente quelli che convengono al vero scopo del direttore, ed all'aspettativa del pubblico. S'io potessi avere alcuni collaboratori pagati, e regolari, come lo è M. per esempio, e come potreste esserlo voi, farei più che con 20 collaboratori dilettanti e non pagati.</p>
            <p>Più volte ho pensato ad avere per corrispondente un <foreign lang="fra">hermite des apennins</foreign>, che dal fondo del suo romitorio criticherebbe la stessa <title>Antologia</title>, flagellerebbe i nostri pessimi costumi, i nostri metodi di educazione e di pubblica istruzione, tutto ciò in fine che si può flagellare quando si scrive sotto il peso di una doppia censura civile ed ecclesiastica. Un altro romito dell'Arno potrebbe rispondergli. Voi sareste il romito degli Appennini. Questa forma assai piccante ammetterebbe molta libertà, e desterebbe un interesse universale.</p>
            <p>Via, ottimo mio Conte, assistetemi in questa mia intrapresa; vediamo di far sì che l'<title>Antologia</title> sia letta con frutto da questa generazione, che va crescendo ancora lorda di tanta miseria e di tanta ignoranza, ma suscettibile ancora di ricevere nuove e buone impressioni. Non ve lo dimando per me, ma per questa cara patria, che tanto amate, ed all'amor della quale acquisterete tanti diritti.</p>
            <p>Scusate la mia franchezza ed il mio forse soverchio ardire, rispondetemi colla medesima schiettezza, e credetemi sinceramente vostro devotissimo e affezionatissimo servitore ed amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Paolina L. (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PAOLINA LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>[Bologna Marzo 1826].</date>
            </opener>
            <p>Paolina mia. Un velluto perfettamente simile alla mostra non si è potuto assolutamente trovare in Bologna, e se non credi a me, credi ad Angelina, che sai bene che se ne intende, la quale per farne ricerca ha girato inutilmente venti botteghe. Ti mando certe mostre di velluti che si accostano al colore di cotesto. Se Mamma crede che qualcuno di questi faccia a proposito, rimandami quella tal mostra, e Mamma sarà servita subito per la Diligenza. Saluti a tutti. Addio addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di C.Antici (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO ANTICI</hi>
               </byline>
               <dateline>Roma 4 Marzo 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Nepote carissimo. Comincio il riscontro alla vostra dei 24 Febbraio da quell'articolo nel quale resta direttamente impegnata la convenienza vostra e mia. Io lo lessi estesamente a Monsig.r Invernizzi, il quale sempre pieno della più amabile modestia, mi disse che avevo fatto troppo; che non dovevo darvi questo fastidio; ma che sarebbe stato soddisfattissimo di avere successivamente le opere di Cicerone che si ristampano in Milano per le cure di Stella, purchè potesse avere <hi rend="italic">l'esemplare in sola lingua latina</hi>. Io credo che il Sig.r Stella vi accudirà pienamente, sì perchè in tal guisa resta assoluto dalle altre promesse, sì ancora perchè dovrebbe valer meno l'opera nella sola originale sua lingua, che colla traduzione italiana. Vi prego di ultimare da vostro pari l'affare.</p>
            <p>Quanto poi mi dite sull'attuale vostra situazione, io non ho mai sognato di crederla indecorosa, nè so invero quali mie espressioni possono aver dato luogo a così irragionevole supposto. Trovo bensì giustissimo, che voi vi occupiate di quei lavori letterari, che (innocenti per se stessi, ed utili in molti aspetti) contribuiscono all'esercizio dei vostri talenti, e della vostra tranquilla esistenza.</p>
            <p>Se poi non ho lasciato, e non lascio di insistere perchè leggiate le indicatevi opere di Lamennais e di Maistre, egli è per essere io convinto che ne trarrete immensi vantaggi. Il modo con cui quei due sommi scrittori hanno trattate lo più alte questioni di religione, morale, e politica ha, oltre il pregio dell'originalità, anche l'altro del più splendido colorito, senza il quale i quadri meglio disegnati scompariscono.</p>
            <p>Le doglianze che fate sulle deluse promesse sono purtroppo giuste, e deggio con mio rincrescimento approvarle. Ingiusto bensì è il disprezzo con cui parlate del <hi rend="italic">Giornale Ecclesiastico</hi> di Roma, e non è che un'eco dell'anticristiano spirito del tempo, non mai del vostro intimo convincimento. Verrà l'epoca, lo spero in Dio e nel vostro senno, che conoscerete appieno l'indole malefica di questo spirito, e forse impiegherete le vostre veglie per impedire che non divenga il nostro spietato carnefice.</p>
            <p>Con vera compiacenza ho letto che la vostra salute si ristabilisce al tepore dell'imminente primavera. Così mi è piaciuto assai di sentir ieri dal dottissimo Ab. Mastrofini (traduttore di Appiano e di Arriano) che voi avete assunto l'incarico spinosissimo di tradurre <hi rend="italic">Tucidide</hi>, per la collana dei storici Greci che nobilmente si stampa in Milano. Questo è il caso in cui leggerò un tale Autore, che mi dicono il Tacito dei Greci. Ma essendo voluminoso lo comprerò.</p>
            <p>Potreste (quando pure abbiate qualche esemplare disponibile) farmi giungere con opportuna occasione il vostro <title>Canzoniere</title>, ed il vostro <title>Epitteto</title>. Queste sono glorie domestiche, che voglio tramandare ai miei posteri.</p>
            <p>Allorchè avrete qualche momento da perdere, mandatemi in versi sciolti una vostra traduzione di quei nove versi di una tragedia perduta di Sofocle, e che leggonsi presso S. Giustino Mart., <foreign lang="lat">ad Graecos cohortatio</foreign>. Essi cominciano: "Havvi un Dio, in verità un solo Dio". Debbono essi entrare nella nota di una traduzione, che sto scarabocchiando dall'idioma tedesco, ove sono essi allegati. Vi porrò sotto il nome del traduttore.</p>
            <p>Addio, caro Nepote. Amiamoci, e cerchiamo nei nostri studi un rifugio contro le noiose cure della vita, e le procelle delle passioni. Crediatemi, premessi i comuni saluti, di tutto cuore vostro aff.mo Zio.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Se v'incontraste col buon Commend.e Angelo Montani, che è Zio carnale di vostra Madre, salutatelo cordialmente da mia parte.</p>
            <p>Altro <hi rend="italic">P.S.</hi> - Ditemi <foreign lang="lat">in Domino</foreign> se il Dizion. Univ. della lingua Italiana, che si sta pubblicando costì, è migliore di quello di Alberti.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Vieusseux (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIAMPIETRO VIEUSSEUX - FIRENZE.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 4 Marzo 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Signor mio gentilissimo, pregiatissimo e caro. Vi ringrazio dell'onore che avete fatto ai miei dialoghi di pubblicarli nel vostro Giornale, benchè io m'avvegga di non aver saputo spiegare a Giordani il mio desiderio in questo proposito, e benchè mi abbiano un poco umiliato i molti e tremendi errori che sono corsi nella stampa (tali che spesso nel leggerla non m'intendeva io stesso), e l'ortografia barbara che vi regna. Quantunque l'articolo che mi riguarda abbia il titolo di <hi rend="italic">primo saggio</hi>, credo che non abbiate però intenzione di pubblicare altri dialoghi, e che non ne abbiate anche copia, dopo rimandatomi il ms., della cui diligentissima spedizione vi rendo molte grazie. Se fosse altrimenti, vi pregherei, quando sia senza vostro incomodo, di sospendere per ora questa pubblicazione.</p>
            <p>Ma soprattutto io vi debbo ringraziare e vi ringrazio sinceramente e caldamente della vostra amorosa lettera. Alle vostre espressioni graziose e cordiali, rispondo che da gran tempo io vi stimo altamente e vi amo con tutto il cuore come uomo prezioso all'Italia, della quale io direi volentieri quello che Agamennone diceva dell'esercito greco in proposito di Nestore, che ella sarebbe a miglior partito se avesse dieci vostri pari. Ed aggiungo che o vedendo Giordani o scrivendogli, io non ho mancato mai di pregarlo che vi salutasse per mia parte affettuosamente.</p>
            <p>Vengo al cortese invito di scrivere per cotesto Giornale, che io predico sempre, non solo come l'unico Giornale italiano, ma come tale che in molte sue parti ha l'onore di non parer fattura italiana. Credetemi che quel poco (veramente poco) che io posso, lo spenderei volentieri tutto in servizio dell'Italia e vostro, aiutandovi in cotesta impresa secondo le mie forze, e che conosco ed apprezzo l'onore che voi mi fate giudicandomi capace di esservi utile. Ma vogliate credere ancora che presentemente io ho tali impegni librarii con Milano e con altre parti, che mi occupano tutto il tempo che io posso dare allo studio; di modo che senza voler mancare alla mia parola e al mio debito, non posso prendere altri assunti; tanto più che io non sono niente buono a far molte cose in un tempo. Questo è un ostacolo occasionale e che può passare. Ma quello che voi mi proponete di divenir vostro collaboratore regolare, credo che sarà sempre incompatibile col mio stato, perchè la mia salute, che certo non è per mutarsi, non si vuol sottomettere a nessuna regola del mondo, e non comporta che io mi obblighi a tempi determinati. Basta: se la stessa maledetta salute non me l'impedisce, io voglio questa primavera, dare un salto a Firenze, e allora a voce potremo discorrere e risolvere di questi particolari.</p>
            <p>Intanto, perchè io non so e non ho saputo mai sopportare di esser creduto da più ch'io non sono, o atto a quello che io non so fare, permettetemi di soggiungere. La vostra idea dell'<foreign lang="lat">Hermite des Apennins</foreign>, è opportunissima in sè. Ma perchè questo buon Romito potesse flagellare i nostri costumi e le nostre istituzioni, converrebbe che prima di ritirarsi nel suo romitorio, fosse vissuto nel mondo, e avesse avuto parte non piccola e non accidentale nelle cose della società. Ora questo non è il caso mio. La mia vita, prima per necessità di circostanze e contro mia voglia, poi per inclinazione nata dall'abito convertito in natura e divenuto indelebile, è stata sempre, ed è, e sarà perpetuamente solitaria, anche in mezzo alla conversazione, nella quale, per dirlo all'inglese, io sono più <hi rend="italic">absent</hi> di quel che sarebbe un cieco e sordo. Questo vizio dell'<hi rend="italic">absence</hi> è in me incorreggibile e disperato. Se volete persuadervi della mia bestialità, domandatene a Giordani, al quale, se occorre, do pienissima licenza di dirvi di me tutto il male che io merito e che è la verità. Da questa assuefazione e da questo carattere nasce naturalmente che gli uomini sono a' miei occhi quello che sono in natura, cioè una menomissima parte dell'universo, e che i miei rapporti con loro e i loro rapporti scambievoli non m'interessano punto, e non interessandomi, non gli osservo se non superficialissimamente. Però siate certo che nella filosofia sociale io sono per ogni parte un vero ignorante. Bensì sono assuefatto ad osservar di continuo me stesso, cioè l'uomo in se, e similmente i suoi rapporti col resto della natura, dai quali, con tutta la mia solitudine, io non mi posso liberare. Tenete dunque per costante che la mia filosofia (se volete onorarla con questo nome) non è di quel genere che si apprezza ed è gradito in questo secolo; è bensì utile a me stesso, perchè mi fa disprezzar la vita e considerar tutte le cose come chimere, e così mi aiuta a sopportar l'esistenza; ma non so quanto possa esser utile alla società, e convenire a chi debba scrivere per un Giornale.</p>
            <p>Questo discorso, che del resto sarebbe stato molto fuor di proposito e molto poco importante, potrà servire a determinare la vostra opinione circa la mia capacità, e circa il genere e il grado di utilità che voi potreste aspettarvi da' miei scritti, per la vostra intrapresa.</p>
            <p>Vedete che io non vi ho parlato con minore schiettezza di quello che voi abbiate fatto a me. Credo anzi di avervi superato in questo, come facilmente mi accade. Mi auguro il piacere di riverirvi e, se me lo permetterete, di abbracciarvi presenzialmente, e desidero ancora che non tralasciate di favorirmi e rallegrarmi di tempo in tempo coi vostri caratteri. Vostro devotissimo servitore ed amico cordiale Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Melchiorri (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIUSEPPE MELCHIORRI</hi>
               </byline>
               <dateline>Parigi 5 Marzo 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Caro Giacomo. Sono a Parigi ma non mi scordo di te. Ieri abbiamo tenuto un lungo discorso con Salfi e Botta, ed ho parlato molto di te. Essi ti conoscono, ma non hanno potuto mai avere e leggere le tue canzoni. Io pure ne sono rimasto senza. A tutti questi danni puoi tu rimediare mandandone un solo esemplare a me diretto sotto fascia, anche per la posta, mentre chi sa che non siano ristampate.Vedi onninamente di contentarmi, tanto più che Botta e Salfi lo desiderano ardentemente. Dammi nuove di tua salute, e dei tuoi ulteriori progetti. Quando passai a Bologna fui ben dolente di non averti potuto vedere. Ti voleva ancora dire che il Segretario di Stato quando partii mi parlò di te senza che io le dicessi niente, e mi diede quasi per sicura la tua venuta a Roma con una cattedra di Filologia. Ma chi sa? Io sempre temo. Addio, amami e credimi sempre il tuo G.M.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Papadopoli (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO PAPADOPOLI - NAPOLI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 6 Marzo 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Caro Amico. Gran dolore mi ha recato l'intendere della tua indisposizione passata: io ti aveva pur detto che l'inverno di Napoli è pessimo. Roma o Pisa sarebbe stata a proposito tuo molto più, e per l'avvenire tu dovresti risolverti a passare la stagione fredda nell'una di queste due stanze. Lodato il cielo che già siamo alla primavera: questa è veramente la stagion di Napoli, e il cuor mi gode a sentire che la tua salute ne profitta. Ancor io, dopo aver patito in questo Gennaio solo, quanto forse in tutto il rimanente della mia vita insieme, ora per la buona stagione mi sento ringiovanire. La migliore (e certamente buona e bella) edizione del Bartoli, è quella che si fa ora a Torino dal Marietti con molta cura, e intervenendovi anche Giordani co' suoi consigli. Il Cicerone di Stella incomincerà dalle Epistole. Ma questa impresa non è già mia, come tu dici, per nessuna maniera; anzi ti prego, se fosse creduto costì che io ci avessi parte, afferma e giura per amor mio che questo è falsissimo. Bastano i falli e gli spropositi che io commetterò nelle cose mie, senza che io abbia a portare il carico di quelli che si troveranno nelle cose degli altri.</p>
            <p>I miei pochi Idilli sono nel <hi rend="italic">Raccoglitore</hi> di Milano. Le cose stampate contro Giordani sono maligne scempiaggini, parto della invidia impotente, alle quali si fa troppo onore a menzionarle. De' miei dialoghi hai già un saggio nell'<title>Antologia</title> di Gennaio, e mi sarebbe pur caro d'intendere quello che se ne dica costì, se pur capita a Napoli l'<title>Antologia</title>. Si pubblicheranno poi tutti in breve. Il Greco, da Novembre in poi, non ha che far nulla con me nè io con lui. Non l'ho più veduto nè saputone cosa alcuna, se non che, qualche mese addietro, Costa mi disse che n'era già disperato e voleva piantarlo. Si è pubblicato in Milano il mio trecentista, intorno al quale le opinioni sono divise. Te ne manderei copia, vorrei che tu lo mostrassi a cotesti letterati, serbando, come mi promettesti, il segreto che io ti affidai; ma come mandarla? Addio, caro. Io t'amo, come sempre, e ti prego ogni consolazione. Amami; e se mi ami, abbi cura della tua salute quanto più sai. Addio, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.F.Stella (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
               <dateline>Milano 8 Marzo 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Amico amatissimo. Accompagnato dalla cara sua 22 dello scorso ho ricevuto il pacchettino contenente il ms. dell'<title>Isocrate</title>, la <title>Comparazione</title>, e le correzioni del 5° foglio, che, come al solito, ho ritrovate eccellenti.</p>
            <p>Alla Raccolta dei Moralisti greci darò pensiero tosto dopo che avrò pubblicato il 1° volumetto del <hi rend="italic">Petrarca</hi>, pel quale le unisco qui quattro righe che ho distese come editore. Si compiaccia di osservarle e di aggiugnere o tagliare, o di mutarle affatto, come Ella vuole. Le ne sarò grato. Me le ritornerà poi più presto che potrà.</p>
            <p>Già rispetto al <hi rend="italic">Petrarca</hi> siamo intesi che le manderò le prove di stampa. V'è gran bisogno ch'Ella ponga mano nella punteggiatura del Marsand, che non potrebbe esser più cattiva. Alla stamperia ho dato ordine che si lasci come sta.</p>
            <p>Il mio Luigi è ritornato di nuovo in campagna. Spero che la buona stagione porrà rimedio a' suoi incomodi.</p>
            <p>Il resto della mia famiglia la riverisce, ed io l'abbraccio teneramente. Il suo cordialissimo amico A.F.S.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Mi sta molto a pensiero il <title>Compendio del Cinonio</title>. Non vedrebbe Ella costà persona che avesse tempo e capacità da occuparsene sotto la direzione di Lei? Intorno a ciò con ogni suo comodo la pregherò dirmi qualche cosa.</p>
            <p>Facendo cercare il ms. degli <title>Errori popolari</title>, che non è ancora saltato fuori, ma che salterà sicuramente perchè so d'averlo, si è trovato un piccolo libretto ms. di Lei contenente un saggio di traduzione dell'<title>Odissea</title>, il poemetto <title>La Torta</title>, e forse qualche altra cosa. Ho commesso che le venga spedito colla prima spedizione che si farà per costì.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Carlo L. (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>[Recanati] 11 Marzo 1826.</date>
            </opener>
            <p>Caro Buccio. Parte oggi di qui un vetturale, che, sebbene non immediatamente, sarà un giorno o l'altro costì. Egli ti reca per parte di Babbo e Mamma otto forme di formaggio, sei vecchie, e due fresche, e quattro salami di fichi. Ingrandisci dunque la stima per le nostre contrade, e fa' apprezzare i suoi prodotti fisici dopo che dei morali hai mostrato in te un fenomeno.</p>
            <p>Hai avuto da Babbo la traduzione di un'antica leggenda: in intima confidenza, se mai non te ne fossi accorto, questa traduzione non è più antica di quella da te stampata; anzi è più recente di qualche mese, perchè non conta che pochi giorni. Sentendo che tu dicevi di farne uso, non ho potuto a meno di avvisarti, affinchè sapessi cosa dài al pubblico: del resto io non voglio togliere all'autore alcuna compiacenza, e tu sarai abbastanza accorto, non solo per tacere, ma ancora per non far sospettare nulla di questo mio avviso.</p>
            <p>Mandami il tuo prodromo di <hi rend="italic">Cicerone</hi>. Altro è un manifesto librario, ed altro un prospetto che rende conto a tutte le nazioni colte del modo in cui sentono gl'Italiani sopra un Classico, e dello spirito dei loro lavori su di esso.</p>
            <p>Paolina mi dice che, ringraziandoti delle tue ricerche pel velluto, te ne toglie la commissione, mentre non ha trovato la qualità di sua soddisfazione. Il vetturale, a cui tu niente devi, tornerà, per quanto dice, in breve dalle nostre parti: ti sia di regola. Intanto, Buccio mio dolce, ricevi i miei abbracci.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.F.Stella (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
               <dateline>Milano 11 Marzo 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Amico amatissimo. Conforme le accennai nella mia del dì 8, le mando col mezzo dell'amico signor Moratti le prime stampe del <hi rend="italic">Petrarca</hi> tali e quali sono uscite dalla Stamperia senza che sieno state rivedute da alcuno: son esse propriamente la prima prova. Conoscerà così se i compositori sien buoni, e mi dirà se debba continuare a mandargliele sempre di prima prova; ben certa che le sue correzioni verranno eseguite a dovere. La punteggiatura è già quella stessa dell'edizione fiorentina, che ha seguìto quella della patavina. Io credo che il più che Ella avrà da fare, consisterà nella puntazione.</p>
            <p>Come al solito, quando avrà riveduto tutto, consegnerà subito il tutto al detto amico, a cui scrivo raccomandandomi che ritornino a me le stampe col mezzo il più sicuro e il più sollecito. Vedendolo, la prego raccomandargli ciò Ella pure, e l'abbraccio di tutto cuore.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Monaldo L. (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI MONALDO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <dateline>Recanati, 12 Marzo 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Ad un vetturale di Imola, di cui troverete il nome qui sotto, ha consegnato la vostra Mamma due fagottelli per voi, contenenti otto forme del nostro formaggio e quattro salami di fichi. Il vetturale ha promesso di portarveli, e credo che lo farà, ma in ogni modo la perdita sarebbe poca. Al vetturale niente darete, perchè si è convenuto di pagarlo qui al suo vicino ritorno.</p>
            <p>Di San Gerio ho inteso che si ritiene vissuto nel secolo XI. Non può essere più moderno, perchè nel processo accennatovi del 1326 si trova che la sua chiesa era già quasi diruta. Questa, rifabbricata, è la chiesa detta oggi di San Girio, dove ogni anno si fa la fiera nella campagna di Monte Santo. Di più ho inteso che Gerio e Girio valgono Gerardo, e altro non so.</p>
            <p>Addio, mio caro figlio. Non vi secco con allungarmi, anche perchè Paolina vuol carta a sua disposizione. Addio, e il Signore vi cuopra di benedizione. Vostro affezionatissimo Padre.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Paolina L. (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PAOLINA LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <dateline>Recanati 12 Marzo 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Giovanni Nardi è il vetturale che si è incaricato di portarvi le bagattelle che vi mandiamo, e Dio voglia che non succeda come a Fusello. Vi darà ancora una lettera di Carlo. Giacomuccio mio, Mamma vi ringrazia quanto può della premura che vi siete data per cercare il velluto, e della sollecitudine con cui gli avete fatto arrivare le mostre, la quale, come poteva servire per pregarvi nuovamente a spedirlo, così ha servito a far decidere Mamma a farne di meno, non accompagnando bene con quello che aveva, ed a servirsi di questo solamente. Però vi prega a credere di avergli fatto un gran piacere; come anche la buona Angelina, che si è presa anch'essa la sua parte di seccatura, e che Mamma ringrazia tanto. E voi la saluterete per parte sua e mia affettuosamente.</p>
            <p>Mi domandate di sapere le mie nuove; ma, Giacomuccio mio, cosa diavolo vi ho da dire, se non so nemmeno io cosa si farà di me? Crederete bene che mi arrabbio ad ogni momento e sempre inutilissimamente, poichè a tutt'altro si bada che a me. Dal Novembre il mio sposalizio si trasportò al Carnevale, dal Carnevale a dopo Pasqua, ed ora che si dovrebbe vedere qualche preparativo, non se ne vede neppure l'ombra; e perciò non so come andrà a finire quest'affare, perchè Peroli alla fine si stancherà, e anzi egli è bello e stancato. E, giusto a proposito di lui, mi scrive, sono pochi giorni, domandandomi se vorreste accettare una cattedra in Urbino, ora che si faranno i maestri per la nuova Università che hanno ottenuta. E mi pare che questo sia desiderio anche di altri Urbinati, i quali, dic'egli, parlano con ammirazione di voi. Per vostro bene amo grandemente che abbiate trovato modo di uscire da Recanati; ma quanta consolazione sarebbe stata per me, se questa proposizione vi avesse trovato in grado di accettarla!</p>
            <p>Luigetto si contenta di salutarvi tanto, e di non scrivervi, perchè non sa cosa dirvi. Tenendo per certo che voi non dubitiate del suo affetto, e di cui solo egli potrebbe parlarvi, dice che non saprebbe dirvi altro. E dovete perdonarlo se ora non è tanto adattato a scrivere <hi rend="italic">affettuosamente</hi>, poichè vi so dire ch'egli è fuor d'esercizio affatto. Di Pietruccio vi dirò che prosegue felicemente nei suoi studi birichineschi, i quali, malgrado il suo nuovo abito, gli stanno troppo a caro. Di altri studi poi non ne vuol sapere gran cosa, malgrado tutta la sua ammirazione per voi, che gli prende particolarmente quando vede il vostro nome stampato, e che gli fa dire: "Ma è dotto assai quel Giacomo!".</p>
            <p>Sapete che adesso abbiamo in casa un'immagine, non perfetta, ma rassomigliantesi del vostro viso? E chi diavolo sarà mai, direte voi? È Carlo, che ha tagliati i suoi favorevoli affatto; e che appena lo vidi in questo stato, mi parve di vedervi, e mi pare ancora particolarmente quando va in lenza; se non che egli è un poco più grasso di voi, ma è segno che l'aria di Bologna vi ha fatto bene. E così fosse vero; chè non potete immaginarvi la pena che ci avete fatta, raccontandoci il penare che avete fatto in quest'inverno e che ci addolorava tutti fieramente. Ed ora partecipiamo con voi alle speranze della primavera ristoratrice, la quale senza dubbio vi rallegrerà assai. Addio, caro Mucciaccio. La speranza di essere amata da te mi rallegra molto di più che non quella della primavera.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Pierfrancesco L. (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIERFRANCESCO LEOPARDI</hi>
               </byline>
            </opener>
            <p>Mio caro Giacomo, fatemi il piacere di mandarmi un libretto uguale a quello che mandaste a Paolina.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Paolina L. (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PAOLINA LEOPARDI</hi>
               </byline>
            </opener>
            <p>Tanto più che il mio se l'è preso il Governatore, e pare che non voglia degnarsi di restituirmelo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.F.Stella (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO FORTUNATO STELLA - MILANO.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 12 Marzo 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico pregiatissimo. Ricevo la favorita sua 8 corrente. Le ritorno qui acclusa la prefazione degli editori al Petrarca, dove tutto va bene, se non che nelle linee 25-26 della prima pagina, invece di <hi rend="italic">conosciuto</hi>, direi <hi rend="italic">conosceranno</hi>. Le faccio anche osservare che il far di tutto il Petrarca un sol volume, riuscirà, in quel sesto, una cosa spropositata. Si potria dividere in due, de' quali il 1° comprenderebbe le rime in vita di Laura, ossia la prima parte, che è la metà giusta del Canzoniere; e il 2° le altre tre parti. Ma ella ha forse altri fini, ed io mi rimetto. L'interpunzione sarà interamente nuova, come ho già detto nella mia prefazione. L'avverto che sarà necessario che colle prove di stampa ella mi mandi le corrispondenti carte del ms., perchè non avendone io altra copia, se nella stampa vi saranno errori gravi, o non li conoscerei, o non saprei come emendarli; e mi toccherebbe tornare a compor da capo. Aveva deliberato di pregarla a commettere in Germania un'operetta di 2 volumi in ottavo, intitolata <title>Opuscula Graecorum veterum sententiosa et moralia, edente Io. Conr. Orellio, Lipsiae 1821</title>, la quale mi servirebbe assai, volendo continuare i Moralisti. Ma non ardisco più farle questa preghiera, dopo che mi è sembrato conoscere, non senza mia mortificazione, che ella fa poco o nessun conto del mio Epitteto e del mio Isocrate. Invece le raccomando a mani giunte quei miei cari e poveri manoscritti, acciò non vadano perduti; il che mi darebbe una pena indicibile. A questo proposito le dirò che la sua ordinazione al Marcheselli del <hi rend="italic">Petrarca illustrato</hi> di Firenze, il quale mi sarebbe molto utile, non ha avuto mai alcun effetto. Appena con questi primi tepori della primavera ho ricuperato un poco di attitudine di stare al tavolino, sono tornato al mio fatale e amaro Petrarca, e in questo sono occupato al presente. Dubito assai di poter trovar qui chi sia al caso di servirla circa il Cinonio. Se però Ella non ha fretta, quando io avrò votato questo vero calice di passione del Petrarca, potrò vedere di soddisfarla in qualche modo io medesimo. Ho saputo che il march. Triulzi, non molti giorni fa, venendo da Milano, ha detto in Modena che il Martirio de' SS. Padri non è veramente del 300, come era creduto in Modena e qui, ma che si riputava probabilmente opera mia. Ho molte dimande in questo proposito da' miei amici che hanno sentito questa voce anche d'altronde. Io ho costantemente negato, e mostrato di non saper nulla. Ma mi pare impossibile che se ella, che è il solo a cui mi sono manifestato, non avesse scoperto il secreto, si fosse potuto pensare a me appunto fra i mille che possono aver fatta la stessa cosa; e ciò poi in Milano, dove io non sono quasi conosciuto. Se dunque ella ha creduto bene di palesare il segreto, la supplico a darmene un cenno, perchè in tal caso il contegno che io uso ancora co' miei amici (molti de' quali rispettabilissimi) mi farebbe torto con loro, e di più sarebbe inutile. Ha ella veduto il numero 61 dell'<title>Antologia</title>, gennaio 1826? È penetrato, ed ha avuto corso in cotesti Stati? Vi ha ella veduto il Saggio delle mie Operette morali? Le parlai già in Milano di questo mio ms. Ne abbiamo pubblicato questo Saggio in Firenze per provare se il ms. passerebbe in Lombardia. Giudica Ella che il ms. faccia a proposito per Lei? Bisognerebbe che si compiacesse di darmene una risposta non affatto indecisa, perchè io ho esibizioni ed istanze di stamparlo da Firenze, da Torino, qui, ed anche da Napoli, nei quali luoghi il mio nome non ha la disgrazia di essere così profondamente disprezzato come nella dotta e grassa Lombardia. La pregherei dunque di leggere, se le piace, con qualche attenzione quel Saggio, e dirmene il suo parere; perchè piacendo a Lei, rifiuterò qualunque altra occasione, come ho sospeso di accettarle fin qui, per intendere il piacer suo. Tutte le altre operette sono del genere del Saggio, se non che ve ne ha parecchie di un tuono più piacevole. Del resto in quel ms. consiste, si può dire, il frutto della mia vita finora passata, e io l'ho più caro de' miei occhi. - I miei complimenti a tutti i suoi, e mi creda con vera stima e vero affetto Suo servitore ed amico cordialissimo Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di C.Antici (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO ANTICI</hi>
               </byline>
               <dateline>Roma 13 Marzo 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Nepote carissimo. Il Sig.r Antonio Testa, giovane di ottimi costumi, di molte cognizioni nelle scienze economiche e legali, non che amantissimo dei buoni studi e di chi li coltiva, avendo giorni addietro saputo da me che vi sono Zio, e che voi siete attualmente in codesta sua patria (ove torna per affari domestici), ha desiderato di fare la vostra conoscenza. Lo accompagno a tale effetto colla presente, sicuro di far cosa grata anco a voi, e di sentirvi in breve entrambi stretti coi legami di leale amicizia.</p>
            <p>Ho saputo appunto da lui essersi fatta costà una buona e nitida edizione di tutte le opere <hi rend="italic">istoriche e politiche</hi> di Macchiavello in <hi rend="italic">quattro</hi> volumi, e <hi rend="italic">a discretissimo prezzo</hi>. Se la stampa è tale, che <hi rend="italic">si legge senza stancare la mia povera vista</hi> (e voi purtroppo sapete che cosa voglia dire l'indebolimento di un organo così prezioso!), se nulla vi è di <hi rend="italic">quelle sue oscene produzioni</hi>, nè di <hi rend="italic">quelle sue seccantissime relazioni</hi> ecc., vogliatelo incoraggire a provvedermele e ad inoltrarmele, come già siamo di concerto, col mezzo del Marchese Zappi suo Zio, dal quale si farà sborsare la valuta, per averla qui.</p>
            <p>Colla stessa occasione potreste, giacchè a tanto cordialmente accudiste, inviarmi il vostro <title>Canzoniere</title> ed il vostro <title>Epitteto</title>, se mai ne fosse compita la stampa.</p>
            <p>Riscontro la vostra graditissima degli 8.</p>
            <p>Vi abbraccio di cuore, caro Giacomo, per il prezioso libretto, che con santa frode avete sotto altrui nome pubblicato. Serberò gelosamente il segreto, perchè così ad ogni costo volete; ma purchè non abbia ad essere per tempo troppo lungo. Vi farebbe qui sommo onore, se fosse divulgato sotto il nome del vero Autore, e specialmente se Bunsen potesse darne una copia al Segretario di Stato, e per di lui mezzo al Papa. Intanto accettatene le mie sincere gratulazioni.</p>
            <p>Mi attengo al vostro parere sul Vocabolario. Se, quando quello dell'Alberti, che con poca spesa si ristampa in Milano, è terminato, voi il crederete opportuno <hi rend="italic">per i miei occhi</hi>, datemene avviso, chè qui potrò provederlo in seguito.</p>
            <p>Vi ringrazio ben di cuore dei versi Sofocliani, che già avevate tradotti. Io ne farò il debito uso, allorchè (forse da qui un anno) si stamperà quest'altra mia traduzione. Ma non esigete da me, che non vi ponga il vostro nome. Se il vostro amor proprio ne soffre, il mio ne gode. Piuttosto, quando crediate di tornirli in oggi più belli, me li manderete entro il venturo settembre.</p>
            <p>Ho subito partecipato in iscritto le vostre promesse al rispettabile Mons.r Invernizzi, che ne è stato contentissimo, e che vi ringrazia.</p>
            <p>Il vostro Cugino Melchiorri, <hi rend="italic">per un felice equivoco</hi>, è stato destinato a portare la notizia della porpora Romana all'Arciv. di Reims, e sin da oggi deve porsi in viaggio. Forse lo vedrete al ritorno costì.</p>
            <p>Il S. Padre ha nel concistoro di questa mattina preconizzati in Cardinali, già riservati in petto, due dotti uomini, il P. Micarà Generale dei Cappuccini, Predicatore Apostolico, ed il P. Cappellari Camaldolese. Il S. Collegio acquista per essi un nuovo lustro, ed i coltivatori delle utili scienze un nuovo eccitamento.</p>
            <p>Io non posso desistere, Giacomo mio, di pregarvi a leggere l'opera di Maistre, <title>Les soirées de St. Petersbourg</title>. Forse questa vi farà nascere la voglia di scorrere anco il Lamennais, <foreign lang="fra">Sur l'Indifférence</foreign> ecc. Ciò basta per un ingegno come è il vostro per accendervi di nobili fiamme.</p>
            <p>Addio, caro Nepote. Ho da Urbino le più lusinghiere testimonianze dei progressi che fanno quei miei Figli in tutte le parti di buona educazione, Ruggiero specialmente, che compie ai 22 del corrente gli anni 15. Vogliatemi bene quanto io ne voglio a voi. Ricevete i più affettuosi saluti di mia famiglia, e crediatemi con leale attaccamento vostro affezionatissimo Zio.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Il Sig.r Testa non partirà che fra sei giorni.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.L.Polidoros (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIER LISANDRO POLIDOROS</hi>
               </byline>
               <dateline>Ginevra 14 Marzo 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio carissimo Sig.r Conte. Ebbi il piacere di scrivervi nel mese passato, ma inutilmente sono stato in aspettazione di qualche risposta. Mi vado imaginando che la mia lettera siasi perduta, e perciò vi scrivo per la via di Turino. Ripeto, che mi sono fissato in questa città, e grazie al Cielo presentemente mi trovo bene, ma nel passato inverno ho molto sofferto; spero di godere nella prossima primavera. Torno a pregarvi di spedirmi il gran baullo, con la piccola cassettina, che lasciai presso di voi, alla direzione delli Sig.ri Mestralet Père et Fils Spedizionieri in Torino, per esser rimessi li due oggetti in Ginevra all'ordine, del Sig.r Alessandro Russier; peraltro vi prego di far bollare li detti due baulli, e raccomandare alli signori che li spediranno di farli passare per Parma e Piacenza, ed evitare li stati Austriaci. Le spese che occorreranno le farete pagare a cotesti signori Spedizionieri, e si rimborzaranno sopra li signori Mestralet etc., essendo stati già prevenuti. Favoritemi, caro Sig.r Conte, e ve ne sarò tenuto. Datemi qualche notizia, ed avvisatemi se posso scrivervi quel che passa nel gran mondo essendo qui a portata di sapere tutto. Mi risponderete a tenore della sottoscrizione. Scrivo in fretta, e perciò mi scusarete della brevità. Amatemi, comandatemi, e sono sempre vostro dev.mo ed obbl.mo servitore.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.F.Stella (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO FORTUNATO STELLA - MILANO.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 15 Marzo 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico amatissimo. Consegno al signor Moratti le prove corrette del Petrarca, giuntemi coll'ordinario ultimo insieme colla sua degli 11. La punteggiatura non potrebb'essere stata da me rifatta con più diligenza. Una cosa le raccomando, non per me, che da quest'opera non aspetto nè onore nè piacere alcuno, bensì noia ineffabile, e riso di molti che mi conoscono, dell'essermi occupato in queste minuzie pedantesche. Ma gliela raccomando pel buon esito e l'interesse della sua intrapresa. E questa cosa è, che nelle canzoni, dopo ciascuna strofa, si ponga quella tal parte dell'interpretazione che appartiene a quella tale strofa. Se le dame e i cavalieri saranno obbligati a voltare più d'una pagina per trovare la spiegazione del passo che avranno per le mani, tutta la facilità che abbiamo voluta procurar loro con questa interpretazione, sarà vanissima, perdutissima, inutilissima, svanirà interamente, e la sua edizione non avrà incontro maggior delle altre. - In questo non mi rimetto a nessuno, e so di certo che non m'inganno. Del resto le confermo la mia dei 12, e ripeto che sarà necessario ch'Ella abbia la compiacenza di mandarmi di mano in mano la porzione del ms. corrispondente alle prove; tanto più che se Ella vuol continuare a mandarmi queste prima di ogni revisione (del che però d'altronde non veggo la utilità), potrebbe essere, come spessissimo accade, che vi mancasse qualche intero articolo della interpretazione; del che, non avendo copia del ms., come potrei io avvedermi? Ella segua ad amarmi e credermi Suo cordialissimo servitore ed amico Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di V.Degli Antoni (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI VINCENZO DEGLI ANTONI</hi>
               </byline>
               <dateline>Casa [Bologna] 16 Marzo 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Sig.r Conte pregiatissimo. La Sig.a Marchesa Girolama Lapi mi commette di consegnarle la Epistola, che sarà compagna di questa rispettiva mia. Eseguisco volentieri una commissione che mi procura l'onore ed il piacere di ossequiarla, e di accertarla che mi pregio assaissimo di essere di Lei, Sig.r Conte pregiatissimo, ob.mo e dev.mo Servitore.</p>
         </div1>
         <div1 n="A F.Schiassi (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A FILIPPO SCHIASSI S. R. M. - [BOLOGNA].</hi>
               </salute>
               <date>[s.d., ma Bologna, seconda metà di Marzo 1826].</date>
            </opener>
            <p>Chiarissimo Sig. Professore. Il marchese Giuseppe Melchiorri mio cugino passando di qua rapidamente per Parigi, mi ha consegnato il piego che è colla presente, incaricandomi di farlo ricapitare a Lei e di pregarla a voler favorire di farlo tenere in Padova all'Ab. Furlanetto, che l'attende, e dal quale Ella forse avrà già qualche avviso sopra di ciò. Adempio la commissione, e nel medesimo tempo mi offerisco ai suoi comandi, e con piena stima ho l'onore di dichiararmi suo devotissimo servitor vero Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Paolina L. (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PAOLINA LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 17 Marzo 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Cara Paolina. Ringrazia tanto e poi tanto per mia parte Babbo e Mamma dei nuovi regali che mi mandano, i quali serviranno ad accrescere l'onore che mi son fatto qui coi fichi e coll'olio, di cui non si finisce di dire il gran bene. Ringrazia poi Babbo in particolare delle notizie che mi dà di S. Gerio, il quale io non mi era accorto che fosse il medesimo che S. Girio. L'affar di Urbino non è combinabile, perchè una Cattedra veramente non fa per me, che ho poca o nessuna voglia di faticare. E poi, a dirtela così in confidenza, una cattedra di provincia che sarebbe di convenienza d'un letterato mio pari oltre che l'emolumento sarebbe una miseria. Rallègrati da mia parte con Carlo del taglio de' suoi favorevoli e digli che non erano più di moda, e che non solo gl'inglesi ma anche i francesi, donne e uomini, che viaggiano in Italia, si ridono, come ho sentito io stesso, degl'italiani che li portano. Se per rassomigliarmi a Carlo non ti pare che mi manchi altro che la grassezza, consolati che io m'accorgo, e tutti con meraviglia mi dicono, che mi sono ingrassato moltissimo; e non so come, che non mangio oramai più niente, benchè stia però bene. Angelina, che saluta tanto Mamma, Babbo, te e tutti, desidererebbe di avere le fedi del battesimo di due suoi fratelli nati costì, uno dei quali dee prender moglie a momenti, ma non può sposare senza questa fede. Mi ha dato i nomi ec. in una cartina che ti copio qui <hi rend="italic">esattamente</hi>. Attenzione, <hi rend="italic">alli 17 genajo 1799 nacque Antonio figlio di Adamo</hi> (come siamo tutti)<hi rend="italic"> Jobbi e Metilde Alesandrini. alli 8 febrajo 1801 nacque Giovanni; figlio come sopra, sotto</hi> (sopra e sotto) <hi rend="italic">la parochia S. Agostino di Recanati e il parocho mala zampa</hi>. Prega poi di essere avvisata della spesa che sarà occorsa. Salutami tanto Luigetto e Pietruccio, e quanto al libro, permettimi di stare a vedere qualche momento se il Governatore te lo restituisce, perchè non me ne è restata che una copia, la quale però non darò via fintanto ch'io non sappia la restituzione, e questa non accadendo, te la manderò. Paolina mia cara, quanto io t'ami, e quanto desiderio abbia di vederti contenta e soddisfatta, e quanto volentieri farei tutto quello che io potessi per questo effetto, tu te l'immagini bene. Séguita a darmi le tue nuove, e bacia la mano a Babbo e a Mamma per me. Aspetto la lettera di Carlo dal vetturale. Salutami il Curato e Don Vincenzo, e dà loro a mio nome la buona Pasqua, ch'io passerò senza uovi tosti, senza crescia, senza un segno di solennità. Voglimi bene: ti abbraccio: addio, addio.</p>
            <p>Avanti ier sera fu in casa per vedermi, ma non mi trovò, Peppe Melchiorri, che se ne va trionfando e galoppando a Parigi, corriere straordinario del Governo a un cardinale di cui non ho capito il nome che mi ha lasciato scritto.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di C.Antici (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO ANTICI</hi>
               </byline>
               <dateline>Roma 17 Marzo 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Caro Nepote. Per farvi ridere, voglio palesarvi un fattarello concernente al vostro <title>Canzoniere</title>. Sei o sette settimane addietro, un giovane "Filosofo, Poeta, e Intendentone", sapendomi vostro Zio, mi disse: "In un giornale di Milano vi ha una fiera diatriba contro le poesie del Conte Leopardi". Possibile, risposi io! Eppure hanno esse riscossi ovunque grandi applausi. Forse sarà quella l'opera di qualche novello Scannabue, che vuò mettersi in opposizione col sentimento universale. "Le farò avere il giornale, replicò l'Intendente, appena l'amico potrà disporne". Ieri mattina mi veggo giungere i fascicoli IX e XI del <hi rend="italic">Ricoglitore</hi>, e con dispettosa avidità mi pongo a leggere gli articoli che vi riguardano. Stupii dell'insensata interpretazione di chi gli avea letti. Glieli rimandai dunque accompagnati da biglietto, di cui eccovi le precise parole: "Ritorno i due fascicoli del grazioso Giornale da Lei favoritomi ieri. In pari tempo mi è forza esternarle mia sorpresa, come mai Le sia stato supposto, che l'articolo sulle <title>Canzoni</title> del Conte Leopardi ridondi a loro biasimo. Chi glielo ha detto, non deve averlo letto che alla sfuggita, e perciò non inteso. Lo esamini Ella stessa, e presto si avvedrà che sotto l'apparenza di censurarle, si compartono a quelle Poesie le più magnifiche lodi. Tali ancora vengono compartite, senza far cenno, al venustissimo commento dell'Autore, subitochè tutto intero è stato inserito nel giornale, che non vuò farsi <hi rend="italic">Ricoglitore</hi> di cose spregevoli. Spero che quando ci rivedremo Ella ancora sarà del mio sentimento, ed intanto ecc.". Con questa dolcezza ho voluto insegnare a leggere a questo saccentino, che si è mostrato essere uno di quegli Italiani incapaci d'intendere quello che leggono, come (in termini però troppo universali) avverte il vostro Compendiatore. Questa mattina poi avendo io pescate tra i miei libri le due vostre prime <title>Canzoni</title>, gliele ho mandate in dono, pregandolo "di prendere da quelle una idea delle altre". O quanti pupazzi abbiamo, che si credono uomini d'ingegno, perchè nelle nostre, così dette, Accademie recitano qualche sonettuccio, o qualche capitoletto! Eppure, siccome "infinita è la turba degli sciocchi", cotali pimmei "seggono a scranna Colla vista più corta d'una spanna". Per dirvi poi <foreign lang="fra">mon arrière pensée</foreign> su quell'articolo, io lo credo onninamente un parto della vostra penna. Non approvo però, che in tal guisa si faccia elogio delle opere laudevoli, perchè i più non sono capaci d'intenderlo. <foreign lang="lat">De hoc satis</foreign>.</p>
            <p>Sappiatemi precisare, allorquando avrete occasione di scrivermi, se l'opera del Card. Pallavicini <hi rend="italic">Del Bene</hi> è reperibile in una tersa e non troppo costosa edizione, come quella per esempio che il Silvestri stampò in 12° sull'<hi rend="italic">Arte della Perfezione Cristiana</hi>. Giordani, che ha tanto encomiata quest'opera ultima di quell'insigne scrittore, loda ben anche la prima. Voi me ne direte <hi rend="italic">il netto</hi>. <hi rend="italic">Li 18 Aprile.</hi>
            </p>
            <p>Scrissi la precedente pagina nel giorno della sua data, e non volli chiudere la lettera per attendere la vostra risposta a quella che v'inoltrai col mezzo di Testa. Ieri mi giunse e mi trovò nel 26° giorno della <hi rend="italic">Rosalia</hi>, che ho la Dio mercè superata, ma che esigge un altro mese di austeri riguardi. Con me furono assaliti da quel rio malore (che qui è stato assai in corso) Giannetta, Matteo, e Vincenzino.</p>
            <p>Subito scrivete, ve ne prego, un biglietto al Sig. Testa per dirgli da parte mia, che <hi rend="italic">più non pensi a provvedermi il Macchiavelli</hi>. - Vedete il P.S.</p>
            <p>Se col ritorno del Melchiorri potete oltre le vostre nobilissime <title>Canzoni</title> rimettermi ancora il vostro <title>Epitteto</title>, fatemene giungere due copie, essendo di mio diritto il passarne una a Bunsen in vostro nome.</p>
            <p>Farò ben volentieri con lui la parte che mi commettete, e che stavo per suggerirvi circa la vostra nobile frode letteraria.</p>
            <p>Sarete certamente rapito dalle serate di Maistre.</p>
            <p>Mi consola assai quanto mi dite dei tre cari miei Figli. Desidero di cuore che a tempo debito siano legati con voi in amicizia, come già lo sono in stretta parentela. I studi classici che da essi si fanno potrebbero formare tra voi una conformità di gusti, ed il vostro luminoso esempio potrà servir loro di sprone.</p>
            <p>Ricevete i più affettuosi saluti di tutti, e specialmente di mia Moglie, che per essersi troppo afflitta della mia malattia (tanto nella mia età pericolosa) è in uno stato di visibile emaciazione. Lascio perchè scrivo con mano malferma, e perchè la mia dura convalescenza non vuò applicazione. Vi abbraccio, e mi ripeto il vostro aff.mo Zio.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Meglio riflettendo vi dico, che se codesta Edizione di Macchiavelli è tale <hi rend="italic">da non affaticare la vista</hi>, e contiene <hi rend="italic">tutte</hi> le opere politiche ed istoriche di quel sagace Autore, escluse le sozze comedie e le insulse poesie, astenetevi dal biglietto di revoca.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>[Firenze 18 Marzo 1826].</date>
            </opener>
            <p>Giacomino mio adorato, come stai? Che mi ami lo voglio creder certo alla tua gran bontà, e all'immenso amore ch'io ho per te, ed avrò sempre. Quando scrivi a Carlino, fagli mille saluti per me. Paolina è ancora andata ad Urbino? o quando va? Scrivile ch'io la saluto caramente, e le desidero ogni bene; e vorrei sapere com'è contenta del nuovo suo stato. Dille se ha fatto amicizia con quella nuova sposa fiorentina, alla quale parlai di lei, e della quale a te scrissi. Dille che faccia associare suo marito all'<title>Antologia</title>. Niuno poteva dirmi il traduttore de' <hi rend="italic">Martiri</hi>; ma non vuoi che io sappia che un solo ci è capace di far quella scrittura? Saputa la tua intenzione non ne ho parlato a nessuno. Vieusseux ti riverisce molto; e spera sempre che qualche volta ti venga un momento da potergli mandare un qualche articolo. Nulla più si stamperà qui de' tuoi opuscoli; de' quali niuna copia si è tenuta.</p>
            <p>Hai nuove di Papadopoli? quando gli scrivi, salutalo per me. Salutami la Nina. Abbi gran cura della tua salute; con tutta l'anima te ne supplico. Non ti scordare di me; e quanto non ti grava ama chi ti adora, e con tutto il cuor ti abbraccia senza fine. Addio, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Antonio F.Stella (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
               <dateline>Milano 20 Marzo 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico amatissimo. Venerdì scorso ho ricevuto le due care sue 12 e 15 corrente ad un tempo, e come la seconda m'indicava aver Ella consegnate le stampe del <hi rend="italic">Petrarca</hi> all'amico signor Moratti, così non ho risposto subito sabbato sperando riceverle domenica, ma nulla ho veduto. Torno a scrivere al Moratti, che mi rende contento nelle altre cose, ma non sempre in questa. Deh! procuri Ella di vederlo, o di scrivergli, affine che codeste benedette stampe mi ritornino regolarmente. Ne tengo pronte dell'altre, che le manderò tutte in una volta mercoledì unitamente ad altre stampe del <hi rend="italic">Cicerone</hi>.</p>
            <p>Ho cambiato il <hi rend="italic">conosciuto</hi> in <hi rend="italic">conosceranno</hi>, il quale sta meglio certo.</p>
            <p>Il <hi rend="italic">Petrarca</hi> in un sol volume non sarà che per Napoli; pel resto dell'Italia e per altri paesi sarà in due volumi, o in più volumetti.</p>
            <p>Per l'avvenire alle stampe del <hi rend="italic">Petrarca</hi> unirò il ms. In quanto al primo foglio Ella stia sicura che non andrà in torchio, se non sarà stato in prima ben riscontrato sull'originale.</p>
            <p>Ho preso memoria di ordinare a Lipsia l'opera ch'Ella m'accenna; l'avrà e se ne servirà a mio profitto, anche perchè ho tutta la voglia di pubblicare i <hi rend="italic">Moralisti greci</hi>, di cui spero bene; e se fo andare innanzi il <hi rend="italic">Petrarca</hi>, egli è perchè pel <hi rend="italic">Petrarca</hi> mi sono impegnato col pubblico. Anzi, se non fossi impegnato, sentendo la pena che le costa questo lavoro, ne abbandonerei tosto l'impresa, quantunque io creda ch'essa mi riuscirà bastantemente utile. E in tal proposito, per quando pensa Ella che questo lavoro possa esser giunto al suo termine, non dedicandosi sempre ad esso, ma sollevandosi con qualche lavoro di suo genio? Questo le chiedo anche per poter calcolare il tempo, in cui Ella potesse mettere mano al <title>Cinonio</title>, che certamente amerei che fosse tutto affidato a lei, piuttosto che a qualunque altro di questo mondo.</p>
            <p>Sabbato ho scritto subito al signor Guglielmo Piatti di Firenze, perchè mandi subito a Lei una copia del <hi rend="italic">Petrarca illustrato</hi>, e ne faccia il recapito al Marcheselli. Se mai ritardasse, la prego di scrivere Ella stessa al Piatti in mio nome. Io poi scriverò come conviensi al Marcheselli d'aver trascurata la mia commissione.</p>
            <p>Rispetto al <hi rend="italic">Martirio de' santi Padri</hi> io mi son ben guardato di dire ad alcuno ch'Ella ne sia l'autore; solo a qualche amico, che desiderava saperlo, ho detto che la Prefazione era di Lei.</p>
            <p>Non ho ancora ricevuto il gennaio dell'<title>Antologia</title>, ma ancorchè non mi giungesse presto, la prima volta che le scriverò avrò già letto il <title>Saggio</title>, e le dirò ciò che ne penso. Intanto io la ringrazio assai della cortese preferenza.</p>
            <p>Siamo pienamente d'accordo nel porre le note sotto ciascuna strofa; e se nelle prove di stampa Ella le trovasse in fine, non dubiti che tutto sarà collocato a sito. Tutti i miei la salutano di cuore, ed io l'abbraccio. Il suo vecchio e cordialissimo amico A.F.S.</p>
         </div1>
         <div1 n="A F.Puccinotti (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A FRANCESCO PUCCINOTTI - MACERATA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 20 Marzo 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Puccinotti. Infine tu ci hai lasciato, e quando io tornerò alla mia patria, non troverò più il mio Puccinotti. Credimi che non mi saprei consolare di questa cosa; se non fosse col pensiero che il tuo nuovo stato e la tua nuova dimora ti sia più gradita, come io spero. Gran tempo è che non mi scrivi e che io non ti scrivo, ma per questo silenzio credo che tu non avrai perduta la memoria di me, e dell'amore che mi hai portato una volta, e di quello che io ti porto, che è grandissimo sempre. Dammi nuove di te, e della tua sposa, che saluterai per mia parte. Con infinito piacere ho veduto nell'<title>Antologia</title> di Firenze l'articolo sopra la tua <title>Storia delle Perniciose</title>, che non sarebbe potuto essere più onorevole. Come vanno i tuoi studi; e che lavoro hai per le mani; o che disegni per la mente? Io sono qui abbastanza sano, dopo molto aver penato e patito per colpa del maledetto inverno, mio carnefice e nemico mortale. Non so quando tornerò da coteste parti, perchè sono guarito della nostalgia. Ho sempre per le mani qualche bagattella, che mi tiene occupato. I miei dialoghi si stamperanno fra poco: ne avrai veduto un saggio nell'<title>Antologia</title>. Mi chiedevi nella tua ultima come mi trattassero questi signori letterati. In verità non ho di che lamentarmi; mi fanno più onore che io non merito. Ultimamente tutti me ne hanno fatto uno straordinario, mandandomi il Segretario dell'Accademia Felsinea ad invitarmi in nome della medesima ad intervenire all'adunanza di Lunedì prossimo, e farmi anche istanza di recitare, benchè io non sia del loro corpo. Figùrati come io sono gonfio. Se vedi il Cav. Carlo Costa, salutalo caramente a mio nome. Dimmi e ripetimi di volermi bene, che mi farai cosa molto cara, perch'io te ne voglio assai. Se hai notizie letterarie di costà, fammene parte. Che nuove hai di Corboli? Salutamelo distintamente. Addio, mi offro a servirti, e ti abbraccio, e ti do la buona pasqua. Addio addio. Il tuo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Antonio F.Stella (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
               <dateline>Milano 22 Marzo 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Amico amatissimo. Dopo due giorni eccomi di nuovo con Lei. Ho letto il <title>Saggio</title>; ed Ella ha ben ragione d'amar cotanto quel suo ms. Trovo nel <title>Saggio</title> una cotal forza e una cotal novità che m'incantano. Aggiugnerò che s'accosta assai ad alcune mie idee, e che forse anche per questo il trovo ammirabile. Debbo però soggiugnere che quantunque creda anch'io che stiamo qui tutti a penare <foreign lang="lat">in hac lacrimarum valle</foreign>, non sempre però le nostre lagrime sono d'amarezza, o di dolore, ma che talvolta ne spargiamo alcuna di contentezza. Forse Ella dirà per illusione, o per sogno; o accordo che sia vero: ma pure qualche lacrima di contentezza la spargiamo. Io per altro debbo confessare che nel lungo corso della mia vita ne ho sparse molte per la felicità degli altri, pochissime per la mia propria. Del resto il detto <title>Saggio</title> si può legger qui liberamente, poichè il quaderno dell'<title>Antologia</title> ebbe il <foreign lang="lat">transeat</foreign>. Dubito però che possa ottenere il permesso della stampa. Questo il saprò fra qualche giorno, ed io a Lei il dirò subito. Ella intanto favorisca dirmi di qual mole sia il ms., e che cosa le sia stato offerto. Io sarò lieto (ed ecco forse una contentezza da sogno) se potrò esserne l'editore.</p>
            <p>Già le prove di stampa del <hi rend="italic">Petrarca</hi> non son ritornate. Questa sera col mezzo dell'amico Moratti ne mando a Lei delle altre, e vi aggiungo anche un foglio del <hi rend="italic">Cicerone</hi>. Quando le avrà rivedute, le ritorni al medesimo amico, pregandolo assai di spedirmele subito e con sicurezza.</p>
            <p>Sia sempre prospera la sua salute. Mi ami e mi creda sempre sincerissimo e cordialissimo amico A.F.S.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Nel presentare all'Uffizio di Censura il ricorso per la stampa dei <hi rend="italic">Moralisti greci</hi>, ho inteso che si amerebbe sapere quali sieno gli autori e le <title>Operette</title> ch'Ella si prefiggerebbe di dare, oltre quelle che mi ha mandate che non incontrano ostacoli per la licenza, come credo che non ne incontrerà pure la <hi rend="italic">Comparazione delle sentenze</hi>, ecc., ch'io medito di pubblicare unitamente. Con ogni suo comodo adunque veda di mandarmi una nota di detti autori ed operette.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Brighenti (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO BRIGHENTI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <date>[Bologna Marzo 1826].</date>
            </opener>
            <p>Caro Amico. Mi pare che tu mi dicessi una volta che qui erano graditi i formaggi della Marca. Se questo è, posso io ardire di offrirtene un saggio? Noi ne offriamo al nostro Curato quando prendiamo pasqua. Io che non prendo pasqua, ne offro al mio P. Abate, e lo prego di assolvermi senza curarsi di sentire i miei peccati, che non ne varrebbero la pena, perchè, fuori di quello già scancellato col battesimo, non hanno niente di originale. Desidero poi che non sia meno indulgente del nostro Curato, il quale ci perdona la libertà che noi ci prendiamo di offrirgli queste bagattelle. E dandogli la buona pasqua, mi dichiaro suo umile servitore e suddito fra Iacopo da Monte Morello.</p>
            <p>Chiudo ben bene il biglietto per non andare a pericolo che la donna, interpretandolo in cattivo senso, lo porti all'Inquisizione.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Brighenti (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO BRIGHENTI</hi>
               </byline>
               <date>[Bologna Marzo 1826].</date>
            </opener>
            <p>Mio caro. Poichè avete voluto farmi l'onore di scegliermi a vostro Padre spirituale, vi dirò che sta appunto bene che non vi siate dato la pena di raccontarmi i vostri peccati. Io li so a memoria, e fattone tosto un ballotto li ho messi entro la bilancia, ponendo dall'altra parte a contrappeso i bei formaggi che mi avete mandato in gradito regalo. Sappiate dunque che alzata la bilancia i peccati sono volati in aria come piume, e i formaggi sono scesi al basso, di modo che ho veduto che non solo questi bastano a cancellar quelli, ma potete anche tirar là qualche altro mese, che servono ad accomodare anche delle partite avvenire. Fuor di scherzo: voi volete sempre incomodarvi, ed io con faccia da Padre Abate accetto; desidero però siate persuaso che non da frate è la gratitudine che vi serbo, e i ringraziamenti che ve ne faccio.</p>
            <p>Vidi Isdraello: portai l'affare in modo che strinsi il contratto in scudi 250. Martedì avremo decisiva risposta; credo che possiamo tenerlo per affare combinato; di che in seguito. - Leggete l'acclusa, e rimandatemela subito: penso di... col conte Marchetti che si è fatto domestico quel furfante. Bramerei sapere se costui reciterà tra i poeti, perchè in tal caso mi pare che dovreste voi astenervene.</p>
            <p>Con libertà più che fratesca, e veracemente fraterna, ditemi: vi darebbe noia venire il dì di Pasqua a desinare da noi? Mangeremo l'ovo benedetto insieme, e l'innocente agnello pasquale. Se favorite, potete ben esser certo che fate a tutti noi una vera grazia, purchè sempre non vi rechi troppo disturbo. Ci sarete voi, e forse M. Merle. Addio, uomo tanto bravo e buono, che io vi amerò e vi riverirò sempre come la perfezione, che io tenni impossibile, finchè non vi conobbi. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Brighenti (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO BRIGHENTI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <date>[Bologna Marzo 1826].</date>
            </opener>
            <p>Caro amico. Ti ringrazio dell'assoluzione, che riconosco dalla tua bontà, e non dal merito dei formaggi, chè tristo me, se il perdono dei miei peccati dovesse esser proporzionato a quel peso. Sarei dannato, almeno per tutta l'eternità. Frattanto mi prevarrò del <hi rend="italic">buono</hi> che tu mi dai da venir peccando un altro poco a tuo conto. Con Israello non potevi condurla più bravamente. Avrò ben caro di sapere se <hi rend="italic">il furfante</hi> recita, perchè in tal caso non reciterò io. Quanto al tuo carissimo invito, di cui ti ringrazio senza fine, ti dirò con libertà di vero amico, che avrei un'estrema necessità di finire in questi giorni alcune cose per Stella, e non so se togliendo al lavoro di Domenica la metà della mia giornata (che finisce, come sai, molto tardi) riuscirò a fare quel che bisogna tanto più che debbo già far la stessa sottrazione alla giornata di Lunedì, che mi convien pranzare a buon'ora per andare al Casino. Perciò se non ti fosse grave, piuttosto accetterei le tue grazie (che mi sono e saranno sempre veramente gioconde) in qualunque altro giorno che ti piacesse. Intanto ti abbraccio di nuovo e ti saluto con tutto il cuore. Addio, addio. Se scrivi a Giordani salutamelo quanto più sai.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Brighenti (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO BRIGHENTI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
            </opener>
            <p>Mi faresti il favore di mandare il Sig. Ignazio a comperarmi un <hi rend="italic">mazzetto</hi> di <hi rend="italic">bei</hi> biglietti da visita? Io non so dove si vendano, e il nostro Cameriere è men pratico di Bologna che non sono io. Sono stati questa mattina a trovarmi alcuni Signori che partono domani, e bisogna ch'io renda loro la visita dentr'oggi. Perdonami questa noia, e credimi sempre il tuo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Brighenti (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO BRIGHENTI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
            </opener>
            <p>Mio caro. Sono qui in casa vostra alle 5 secondo il convenuto, e non vi trovo. Venite o no, e dove potrei veder Puccini? Favoritemi di una riga di risposta qui sotto, che io l'aspetto qui in vostra casa. Addio addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Brighenti (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO BRIGHENTI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
            </opener>
            <p>La determinazione del tempo vi pregherei di riservarla a quando i signori committenti parleranno con me. La mia intenzione è di compiere il lavoro al più presto possibile, e forse più presto della loro aspettativa, ma non vorrei obbligarmi a un termine fisso, perchè allora appunto sarebbe quando la mia immaginazione tarderebbe di più.</p>
            <p>Della Rosina parleremo a voce. Ti abbraccio di cuore. Addio addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Monaldo L. (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI MONALDO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <dateline>Recanati, 23 Marzo 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Figlio. Paolina deve spedirvi alcune Fedi della discendenza di Adamo, ed io usurpo volentieri due righe alla Sorella per augurarvi una Pasqua veramente felice, ed accompagnare con la mia benedizione quelle che otterrete dalla misericordia divina in questi giorni di propiziazione e di pace. La quadragesima, a Dio piacendo, ci ha trattati assai bene, ed io la vedo finire con minore compiacenza che gli anni scorsi. La Marchesa Roberti vi saluta, e così Monsignor Mazzagalli, e il Segretario del Comune. Addio, mio caro Giacomo. Vi abbraccio con tutto il cuore. Vostro affezionatissimo Padre.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Paolina L. (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PAOLINA LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>[Recanati 23 Marzo 1826].</date>
            </opener>
            <p>Caro Giacomuccio. Eccovi servito delle fedi che brama Angelina; e perdonerete voi ed essa se abbiamo lasciato passare un ordinario senza mandarvele, a motivo che non si erano potute avere alla partenza dello staffettone. Salutatela tanto a nome mio, di Mamma, e di Chiara che ho veduto oggi, e mi ha domandato le sue nuove. Il cav. Melchiorri dètte parte a noi immediatamente della spedizione del Figlio a Parigi. L'Arcivescovo di Reims, monsignor Latil, è il nuovo Cardinale. Mi rallegro poi di cuore con voi, e con me anche Mamma, per il vostro ingrassamento, cosa che ci ha fatto molto piacere; ma a me ha fatto molto stupore il sentire che mangiate sì poco, dopo aver sentito quanto mangiavate a Roma. Che non camminate forse, e fate la vita che facevate nel nostro porcile?</p>
            <p>Caro Giacomuccio mio, stammi bene, per carità, e voglimi bene almeno quanto te ne voglio io. Del libretto che vi chiedeva Pietruccio non occorre altro. Ho una fretta indiavolata, ed appena ho il tempo di darvi i saluti del Curato e di don Vincenzo, e soprattutto quelli affettuosissimi di Mamma. Addio, Muccio mio, con tutto il cuore.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.F.Stella (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO FORTUNATO STELLA - MILANO.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 26 Marzo 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed amico amatissimo e pregiatissimo. Rendo risposta alle favoritissime sue de' 20 e 22 corrente. Son tornato a raccomandare al Moratti l'affar delle spedizioni, come fo quasi ogni volta. Ma egli mi risponde sempre di non aver mancato di spedir subito, e io non so che cosa mi replicare. Non veggo a che attribuire questi maledettissimi ritardi (i quali è più che certo che non provengono nè potrebbero provenire da questa censura) se non all'infame negligenza delle diligenze e delle poste. Se a ciò ella crede che io possa porre qualche riparo, mi scriva il come, e io farò tutto il possibile. Ho ricevuto le nuove prove del Petrarca e del Cicerone, che consegnerò infallibilmente al Moratti quest'altro ordinario, con nuove raccomandazioni. La mia intenzione sarebbe di terminare il lavoro del Petrarca per questo autunno, se la salute o altro ostacolo non m'impedirà. Gli altri volumetti della collezione dei Moralisti conterebbero "Scelta di discorsi di Dione Grisostomo; id. di Massimo Tirio; id. di Pensieri filosofici di autori perduti, dalla collezione di Stobeo; id. di favole esopiane di autori greci: il Gerone di Senofonte." Questo è quanto posso dirle fin qui, giacchè io stesso non saprei ancora determinarmi circa gli altri, e risolverei in seguito. Confesso che mi sento molto lusingato e superbo del voto favorevole che ella accorda alle predilette mie <title>Operette morali</title>. Il ms. è di 311 pagine, precisamente della forma del ms. d'Isocrate che le ho spedito, scrittura egualmente fitta, di mio carattere. Sarei ben contento se ella volesse e potesse esserne l'editore. Delle offerte (di cui ella mi domanda) non dobbiamo parlare. Già, s'intende che quel poco di buono ch'io ho o posso avere in materie letterarie, e che sia di suo uso, dev'esser suo senz'altri discorsi. Solamente la prego a darmi una risposta concreta in questo proposito tosto ch'ella potrà. Debbo fare a lei ed a tutta la sua famiglia i complimenti di mad. Padovani, che abita ora qui nella mia stessa casa al mio stesso piano. Vi unisco i miei, e, con tutto il cuore abbracciandola e augurandole ogni contentezza, mi ripeto suo obbligatissimo e cordialissimo servitore ed amico Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.F.Stella (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
               <dateline>Milano 1° Aprile 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Amico amatissimo. Accompagnate dalla cara sua 26 dello scorso ho ricevuto le stampe del <hi rend="italic">Petrarca</hi>, e così quelle del 6° foglio di <hi rend="italic">Cicerone</hi>. Ora attendo le altre del 7° ed 8°, che se mi verranno nello stesso modo, cioè in pacchetto per via della posta, le avrò presto e sicure. Lunedì col <hi rend="italic">Nuovo Ricoglitore</hi> di Marzo le manderò altre prove di stampa del <hi rend="italic">Petrarca</hi>.</p>
            <p>Sarò assai contento se, com'Ella spera, in autunno sarà compiuto il lavoro. - I due volumetti de' <hi rend="italic">Moralisti greci</hi> sono stati licenziati e trovati senza macula, anzi gustati assai dal Censore (il Sig. ab. Nardini) che altamente e sinceramente stima tutte le cose di Lei.</p>
            <p>Al <title>Manuale di Epitteto</title> vi ho aggiunto anche la <title>Comparazione</title>. Or veda se l'incluso frontespizio correrà bene.</p>
            <p>Mi dica se per questi <hi rend="italic">Moralisti</hi> vi sia bisogno che le mandi le prove di stampa, quand'io possa assicurarla che il suo ms. verrà esattamente seguito in tutto. Ma se poi Ella credesse che il rivederlo giovasse o per mutazioni o per correzioni, non che una ma anche dieci prove di stampa le manderò, se Ella volesse.</p>
            <p>Rispetto alle sue <title>Operette morali</title>, ho tentato di fare una prova col mettere il primo dialogo del <title>Saggio</title> nel detto quaderno di Marzo, e son riuscito ad ottener la licenza, com'Ella il vedrà. Non dubito che il Sig. censor Nardini me l'accorderà anche per gli altri due dialoghi, de' quali poi formerò un opuscolo a parte che mi farà strada a pubblicar tutte queste, da Lei chiamate <title>Operette</title>, che il saranno per la mole, ma non pel pregio certamente, il quale, secondo me, è superiore a quanto dai moderni ch'io conosco è stato scritto in fatto di filosofia morale.</p>
            <p>Da tutto ciò Ella può comprendere quanto sia disposto ad accogliere la sua amichevole e generosa offerta, senza abusarne però. E me ne abuserei se accettassi il ms. e non pensassi a corrisponderle in qualche modo. Non le dirò che tra di noi debban seguir contratti, chè ci amiamo troppo; ma mi dee lasciar in libertà, veduto l'esito dell'opera che non può mancare, di fare quel ch'io creda. A questo patto, accetto; diversamente non posso. Intesi in questo, affine di evitar delle ristampe fuori del Regno lombardo-veneto, m'occorrerebbe sapere da quali piazze le sono state fatte le ricerche, ed anche da chi. Allora potrei trattar col ricercatore per un buon numero di copie, sulle quali gli farei un assai grosso ribasso; oppure in quelle tali piazze potrei mandare gran numero di copie, che farei vendere a minor prezzo che a Milano.</p>
            <p>Fece piacere a tutta la mia famiglia, non che a me, il sentire che madama Padovani trovasi nella stessa casa di Lei. Le mandiamo mille saluti; e così a Lei, mio amatissimo amico; ed io in particolare che l'abbraccio teneramente.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di F.Puccinotti (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI FRANCESCO PUCCINOTTI</hi>
               </byline>
               <dateline>Macerata 2 Aprile 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio carissimo Leopardi. Benchè rare, le tue lettere mi giungono assai più gradite delle spessissime che ho da altri, perchè quanto io t'apprezzi e t'ami io non tel saprei dire con parole. Una volta pure m'hai dato notizia de' tuoi studi: e mi rode la rabbia di non aver potuto trovar qua l'<title>Antologia</title> di Firenze per leggervi il saggio de' tuoi Dialoghi. Questo gabinetto letterario si è associato all'<title>Antologia</title>; ma non so per qual causa ancora non gliene giunge nessun quaderno. Io smanio di vederli stampati, e per quella santa amicizia che ci lega ti prego a non indugiare un minuto nel mandarmeli appena avranno vista la luce. Quelli saranno per me il libro della vera sapienza; perchè non è sapienza se non quella che libera la mente dalle vanità e dalle illusioni, e a questo fine mi pare che mirino direttamente que' tuoi dialoghi sapientissimi. Godo che tu sia guarito della nostalgia, la quale se faceva lode al tuo cuore faceva però torto al tuo senno. Tu non sei d'altri oramai che della Storia italiana, e devi a questa obbedire, e stare in loco da dove meglio possa brillare la luce del tuo sapere. Tu piuttosto avrai fatto inorgoglire i Felsinei annuendo al loro invito. Oh avrei pur voluto essere presente a cotesta accademia, nella quale sempre si cantano nobilissimi carmi. Noi ne abbiamo avuta una qua dei Catenati; ma cosa in vero da catene, e peggio: nè io mi sarei mai potuto immaginare tanta ignoranza e tanta corruttela di lingua in que' pochi che qua professano le lettere. In Macerata, se togli il Cardinali che è un sufficiente conoscitore di greco, non ho trovato che una giovinetta di 20 anni che possa meritare il nome di letterata. Questa è la Caterina Franceschi, della quale avrai letto qualche poesia nel <hi rend="italic">Giornale arcadico</hi>. Noi leggiamo spesso insieme le tue <title>Canzoni</title>, ed ella ci si imparadisa. Sicchè per lei io ti fo un profondissimo inchino. È giunto qua il manifesto di Stella sulla pubblicazione del tuo <hi rend="italic">Cicerone</hi>. La Franceschi, che ha volgarizzato assai bene il libro <title>De amicitia</title>, desidererebbe sapere quale traduzione di questo medesimo libro abbia destinato di stampare l'editore.</p>
            <p>Delle mie occupazioncelle ti dirò che sono in quest'anno tutte volte a dar compimento al Quaresimale per la cattedra, talchè ogni altra che ne avessi avuta per le mani ha dovuto ritornare a giacere nella scattola dei progetti. Nondimeno con qualche picciol lavoro mi è sempre forza contentare i giornalisti e le Società accademiche cui sono aggregato. Costa e Corboli tuoi grandi estimatori ti risalutano. E mia moglie pure, con un figliuolino o figliuolina che le vive da cinque mesi nell'utero, ti fa umilissima riverenza. Io qua sto bene; ma covo dentro la smania di salire più in alto; e il sapere che costì il Professore di Patologia è prossimo ad essere giubilato non mi fa dormire. Confido però a te solo questa mia presunzione. Scrivimi dunque più spesso: almeno una volta al mese, ed amami sempre come io fo.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 4 Aprile 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Carissimo Sig. Padre. Ricevetti la sua dei 23 Marzo molto ritardata, e con un grande odor di saccoccia. Mi consola assai di sentire che la Quaresima non le abbia recato incomodo. Anche a me la Quaresima è stata più favorevole della Pasqua, colla quale sono tornati a disturbarmi un poco i miei nervi, lo stomaco e il ventre effetti della primavera, e grazie a Dio leggieri. Ebbi dal vetturale i formaggi e i salami, di cui ringrazio novamente Lei e Mamma. I formaggi sono stati graditissimi, specialmente i freschi. I salami poi sono sembrati preziosi, e sono comparsi con onore in una delle più splendide tavole di Bologna. La prego di render grazie della memoria e di ritornare i miei distinti complimenti alla M.sa Roberti e a Mons. Mazzagalli, come anche dei miei saluti a Frontoni. Mi confermi la sua benedizione, e mi creda con tutto il possibile amore Suo tenerissimo figlio Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Carlo L. (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 4 Aprile 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Carluccio mio. Ebbi la tua degli 11 marzo dal vetturale, e te ne ringrazio, ma vorrei che mi scrivessi un poco più lungo e più spesso. Ti manderò i manifesti del Cicerone se li gradisci, ma sappi che sono scritti alla peggio, e ben lontani dall'idea che tu ne hai. Non v'è altro che un latino e un italiano non barbaro. La parte francese la feci scrivere da un nazionale a Milano, e poi dovetti farla rifare da un altro, e infine correggerla io stesso: tanto era barbara. Alcune cosette che ho pubblicate nell'Antologia forse non ti dispiacerebbero, se te le potessi mandare. Ma si ristamperanno a parte, e allora te le manderò. Di me non ti so dire altro di nuovo, se non che la sera del Lunedì di Pasqua recitai al Casino nell'accademia dei Felsinei, in presenza del Legato e del fiore della nobiltà bolognese, maschi e femmine; invitato prima giacchè non sono accademico, dal Segretario in persona, a nome dell'accademia; cosa non solita. Mi dicono che i miei versi facessero molto effetto, e che tutti, donne e uomini, li vogliono leggere. Salutami tanto tanto Mamma e Paolina, e ringraziale assai delle fedi, a nome d'Angelina e mio. Non mi sii tanto avaro delle tue lettere. Giordani saluta te e Paolina, e riverisce Babbo, infinitamente. Salutami Luigi e Pietruccio. Addio Carluccio mio caro.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Carlo L. (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>[Recanati] 7 Aprile 1826.</date>
            </opener>
            <p>Caro Buccio. Avevamo visto dalla <hi rend="italic">Gazzetta di Roma</hi> che l'<title>Antologia</title> contiene qualche cosa del tuo: non sapevamo però se le tue <title>Operette morali</title> vi erano in estratto o per esteso, come ora da te abbiamo sentito. Non ci compatisci tu dell'esser così all'oscuro su ciò che ti riguarda, e ti par questa vita sopportabile? Certo, è stata per me una piacevole sorpresa il sentire che una di queste sere, mentre io me ne stava al solito sonnacchioso scongiurando le ore a correre, tu riscuotevi gli applausi di un'adunanza brillante: ma è cosa dura poi il non conoscer la tua poesia più che una di Lord Byron. Ma io mi rallegro con te, perchè il successo è cosa che molto rassomiglia alla felicità, è il più grande antinoioso; e dopo distrutta l'illusione che fa sperare l'amore, o stabilita quella che ne fa disperare, non so cos'altro resti per iscuotere la fibra umana, fuori del successo. Ciò che non vorrei sentire, è che non stai tanto bene di salute. Abbiamo giornate della più bella primavera, che credo saranno comuni anche a voi; come mai non ti giovano? Al vedere gl'inesprimibili vezzi che hanno in questi giorni le nostre valli e le nostre colline, io richiamo tutte le idee di te e della nostra più che amicizia. Quando ci rivedremo? Io certo ho ragione di considerar questo come l'anno più infelice della mia vita, perchè ho dovuto cominciare a vedere come un tuo bene un male, di cui finora non era stato minacciato, la nostra separazione. Del resto io non soffro nulla, ma son morto; e credilo, non è l'iperbole ch'io cerco, ma lo stato d'annichilimento tanto morale che fisico, a cui mi ha condotto o il corso delle mie circostanze o l'indole della mia natura, non mi sembra paragonabile che a quello della tomba. Certo, i dolori del malato possono essere orribili; il morto non sente nulla, pure il suo stato è più spaventoso: così è la mia vita. Si parla della strana apatìa che l'uso dell'oppio produce in alcuni Turchi: io veramente non prendo oppio, e non m'inebrio, come sai, nemmeno di alcun'altra voluttà; ma l'aria di questi paesi sotterranei è micidiale come quella delle maremme: il non aver comunicazione col resto del mondo, e l'esser senza oggetto sì di desiderio che di speranza, questo è il mio oppio. Ti amo però: se non ti amassi, se sentissi estinto in me anche questo principio di vita, seguirei la moda che, come saprai forse, si è introdotta da qualche mese in questi nostri deserti. Ma mille trasporti ch'io non so esprimerti si formano ancora dentro di me, e tu ne sei l'oggetto. Io gemo ancora al ricordarmi quell'ultima notte in cui ci lasciammo, e la tetra passeggiata che feci per continuare a sentire il tuo legno, e il vivo rincrescimento, che provai per te, della pioggia dirotta che mi costrinse a ritirarmi. In somma per te ho ancora un cuore, e tu sei ancora il mio caro e tenero Buccio, cui nessuno salutava dopo di me al suo addormentarsi, nè alcuno rivedeva al suo destarsi prima di me. Oh possa io col riabbracciarlo ritrovar la fede alle affezioni e alle speranze! Per me non valerebbe la pena di vivere: io vivo in te e per te.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.F.Stella (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO FORTUNATO STELLA - MILANO.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 7 Aprile 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico amatissimo. Sento con gran piacere dalla favoritissima sua 1° Aprile che le sieno giunte le prove del Petrarca. Benchè Ella non lo esprima, credo e spero che Ella abbia inteso dire anche delle prime non meno che delle seconde. Avrei ben caro che Ella per mia quiete si compiacesse di assicurarmene Consegnai immediatamente al signor Moratti le prove del 7° e 8° foglio del Cicerone colle mie osservazioni. Quando ella vorrà che io consegni al medesimo la materia ms. del Petrarca che ho pronta fin qui, non avrà che ad avvisarmene. Se lo credesse opportuno, faccia, la prego, i miei complimenti al signor Nardini, che io conosco per riputazione, e stimo, già da buon tempo. Confidandomi nella sua bontà, le dirò che non ostante la capacità ed esattezza da me ben conosciuta in cotesti compositori e correttori, gradirei pur molto, se non le sarà di soverchio incomodo, di dare una rivista alle prove di stampa dell'<title>Epitteto</title> e dell'<title>Isocrate</title>, massime che il ms. di quest'ultimo è molto intralciato. Ella sa che l'Alfieri diceva che un opera già copiata e pronta per la stampa è mezzo fatta: l'altra metà della fatica è quella di condur l'edizione. Spesso molte imperfezioni che non si sono ravvisate nel ms. saltano agli occhi dell'autore, quando egli vede la sua opera in istampa. Spero che Ella mi perdonerà questa mia scrupolosa delicatezza, e forse la considererà come una nuova prova della cura sincera che io pongo nelle mie opericciuole, con vero interesse di farle bene.</p>
            <p>Senza risponder per ora altro alle sue sempre amorevoli, sempre cortesi e generose espressioni, mi contenterò di dirle che io terrò il ms. delle <title>Operette morali</title> a sua disposizione; e che, essendomi infinitamente a cuore il successo di quel lavoro, mi stimerò fortunato se l'edizione sarà intrapresa da lei, perchè son certo che sì per la diligenza, sì per la proprietà e pulitezza tipografica, sì per la diffusione del libro, non potrei raccomandarla a migliori mani. Il tipografo che mi si è offerto qui fra gli altri è il signor Cardinali; ma da questo Ella non dee temer di ristampa, perchè penserò io ad impedirla, e son certo di riuscire. Da Firenze mi fu proposto un partito in genere, e senza dirmi il nome dello stampatore, dall'amico Giordani, che aveva allora il ms., consegnatogli da me per pubblicarne il saggio nell'<title>Antologia</title>. Da Torino e da Napoli mi sono state offerte occasioni di pubblicarlo vantaggiosamente da alcuni miei amici, che avevano letta qui qualche parte del ms., ma che io non aveva incaricato di cosa alcuna in questo particolare; e siccome io non sono voluto entrare in discorso sulle loro offerte, prima di aver sentite le di lei intenzioni, così non le potrei dare di ciò altri dettagli, nè indicare i nomi dei librai.</p>
            <p>L'avverto che nel saggio delle mie <title>Operette</title> pubblicato nell'<title>Antologia</title>, sono corsi errori di stampa madornali, alcuni dei quali guastano affatto il senso. Credendo farle cosa grata, ho voluto prendermi la fatica di notarli, e le ne mando qui annessa un'errata. I complimenti della signora Padovani e miei alla sua famiglia. L'abbraccio con tutto il cuore, e la prego di continuare a volermi bene come a suo vero, costantissimo ed affettuosissimo amico e servitore Giacomo Leopardi.</p>
            <p>P.S. Ho ricevute, corrette, e ritornate al S. Moratti le 3ze prove del Petrarca.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di L.Mazzanti (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI LUCA MAZZANTI</hi>
               </byline>
               <dateline>Recanati 10 Aprile 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico amatissimo. Non so nasconderLe che il suo lungo silenzio mi è di pena. Ella, sempre gentile, cortese sempre, più non mi scrive. Ciò vuol dire ch'Ella più non m'ama, o che la sua salute soffre alterazione. Come potrei non essere in questo timore afflitto, standomi incessantemente nel cuore? Io La prego delle sue nuove, e le desidero tali da compensarmi del dispiacere che soffro a di Lei riguardo. Ne' dì passati tornò qui il D.r Podaliri; mi richiese prima d'ogn'altro della sua persona, e fui mortificato di non poternegli dire cosa alcuna. Egli sta bene, e La saluta, e gareggia con me nel desiderio di rivederLa. È destino che io debba essere sempre in pena pe' miei amici che mi lasciano senza loro notizie. Da che il Padre Maestro Poni partì di Bologna, e sono oltre sei mesi, io più non seppi di lui. Favorisca di ricercarne codesti Frati, e me ne dica alcunchè; non sapendomi persuadere ch'essi ignorino che ne avvenne.</p>
            <p>Sembra possa esservi una mossa di Governatori; però se trovasse bene di scrivere in sua famiglia che mi dessero altro baule in luogo di quello che io diedi a Lei, mi farà cosa grata. Mi comandi, e mi creda a tutte prove dev.mo obb.mo Servitore ed Amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.F.Stella (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
               <dateline>Milano 12 Aprile 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Amico amatissimo. Sono senza risposta alla mia 1° corrente. M'immagino che questo provenga per parte dell'amico Moratti, intorno al quale scrivo a Lei direttamente, per sentire se egli mai fosse ammalato: il che assai mi rincrescerebbe. Congetturo questo dal veder ch'egli ritarda a rispondere a qualche mia lettera d'importanza, quando solitamente non lascia passar ordinario senza rispondere. Io la prego dunque d'informarsene subito, e di cercar con tal occasione di farmi spedire, o di spedirmi Ella stessa, le prove di stampa che non mi fossero state spedite. A me manca di ricevere i fogli 7, 8, 9 e 10 del <hi rend="italic">Cicerone</hi>, e parecchie prove di stampa del <hi rend="italic">Petrarca</hi>. Questa sera alla direzione del detto amico spedisco sotto fascia entro due quaderni del <hi rend="italic">Nuovo Ricoglitore</hi> il foglio 11 del <hi rend="italic">Cicerone</hi> e le nuove prove del <hi rend="italic">Petrarca</hi>.</p>
            <p>Il ritardo dei fogli del <hi rend="italic">Cicerone</hi> m'è nocivo, onde quasi penserei di non più mandargliene, tranne qualche singolo caso, come sarebbe quello della Prefazione latina, e forse anche quello delle note pure latine. In quanto alla traduzione del padre Cesari, il buon ab. Bentivoglio si presterà già per tutto ciò che riguarda la fedeltà della interpretazione, ed anche rispetto a qualche mutazione che occorresse per la varietà del testo. Vorrei sentire intorno a tutto ciò il suo sentimento.</p>
            <p>Avrà già intesa la perdita che andiamo a fare del Monti. Io ne sono addolorato, non rispetto alle lettere, ma rispetto all'amicizia che con lui mi legava. Se la virtù medica lo ricupera (del che io dubito), ei condurrà il resto de' suoi giorni infelicemente, come uomo che ha perduto tre quarti de' suoi sensi. Secondo me reputo fortunata la vecchia sua cameriera (raro esempio d'amore) che nel veder disteso a terra il suo padrone, e credutolo morto, fu presa da una sincope, che dopo poche ore la tolse dal mondo: da quel mondo che ha sì belle delizie!</p>
            <p>Tutti i miei la salutano di cuore ed io l'abbraccio. Il suo vecchio cordialissimo amico A.F.S.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Se a Lei toccasse d'inviarmi le sud.e prove di stampa, la prego di farlo per via di pacchetto da mandarsi all'offizio delle consegne della posta, facendolo notare a libro, ecc.</p>
         </div1>
         <div1 n="A F.Puccinotti (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A FRANCESCO PUCCINOTTI - MACERATA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 14 Aprile 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Puccinotti. Gran consolazione mi è stata di rivedere i vostri caratteri. Io v'amo ogni giorno più. Poco male che non abbiate letto i miei dialoghi nell'<title>Antologia</title>, tanto più che quel medesimo saggio si ristampa ora a Milano, a parte; e se ne avrò copia, ve ne potrò mandare. Ma proccurate in ogni modo di leggere nel fascicolo di Decembre l'articolo sopra la vostra storia, se non l'avete già letto. Vedrete cosa onorevolissima per voi, che vi animerà, spero, a proseguire la vostra bella impresa.</p>
            <p>Salutate tanto la Franceschi a mio nome. Ditele ch'io la stimo e l'onoro già da qualche tempo che la conosco di riputazione. Ditele che il volgarizzamento che ha lo Stella del libro <title>De amicitia</title>, è quello di un Del Bene; che se a Lei piacesse, io proporrei allo Stella la sua nuova traduzione; solo mi dispiacerebbe che ella avrebbe ad aspettare qualche tempo prima di vederla stampata, perchè le opere filosofiche saranno le ultime che si daranno in quella edizione.</p>
            <p>Non vi so dir, caro mio Puccinotti, quanto piacere proverei se vi vedessi qui meco in Bologna. Ma poichè mi tenete per un filosofo, permettete ch'io vi faccia un'ammonizione filosofica, e che vi riprenda di quella vostra smania di salir più alto. Oltre che ad un saggio, come voi siete, queste cose debbono essere indifferenti; è anche certo che la vostra riputazione non dipende dal posto che voi siate per occupare, ma dalla vostra scienza e dal vostro ingegno, i quali non mancheranno certamente di levarvi sempre più alto nell'opinione degli uomini, qualunque sia l'ufficio dove voi vi troviate, e senza che perciò dobbiate perder punto della tranquillità dell'animo.</p>
            <p>Mi congratulo con voi del <hi rend="italic">nascituro</hi> frutto dei vostri <hi rend="italic">délassemens</hi>, al quale auguro l'ingegno e la virtù del padre. Vi abbraccio e vi saluto con tutto il cuore. Amatemi e adoperatemi. Addio, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Monaldo L. (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI MONALDO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <dateline>Recanati, 14 Aprile 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Figlio. Voi nella infanzia vostra vi occupaste della astronomia, ma non credo che abbiate scoperta la costellazione del Pasticcio; ed è quella appunto nella quale io nacqui, perchè sono condannato a combattere con pasticcieri, e per quanto scriva e parli con una chiarezza che sa di pedanteria, spessissimo sono inteso a rovescio, e devo sudare il sangue per addrizzare li sgarroni altrui. Così mi accade adesso in proposito dei due Benefizii di nostro patronato domestico; sicchè ho bisogno di voi onde non vadano smarriti con danno gravissimo della famiglia.</p>
            <p>Sentite. Tentai, come vi scrissi, che voi poteste ritenerli in abito secolare, ma ebbi in risposta che, secondo le massime attuali della Curia Romana, questo permesso era impossibile. Bensì il signor Lavizzari, il più accreditato di tutti li Spedizionieri, mi suggerì di chiedere la facoltà di amministrarli otto anni io medesimo, erogandone le rendite nei bisogni domestici. Avanzai dunque analoga istanza, la quale dopo le consuete lungaggini venne rimessa per informazione al Vescovo. Il buon Vescovo sottoscrisse la informazione, che dettai io medesimo; ma giunta questa a Roma, s'intromisero le ferie pasquali a ritardare ancora il disbrigo della faccenda. Finalmente con l'ultima posta ho ricevuto il rescritto, e contro la mia aspettativa, e contro la lettera della mia istanza e della informazione, mi si accorda di sospendere la nomina finchè il mio primo figlio, cioè <hi rend="italic">voi</hi>, abbiate l'età di anni 14. Ecco come s'intende l'italiano nei primi dicasteri di Roma e della Cristianità; ed ecco come qualche volta gli affari massacrati periscono irreparabilmente.</p>
            <p>Alli 20 di questo mese, cioè di qua a sei giorni, spirano li quattro mesi, dentro i quali devo nominare, altrimenti ne perdo il diritto; e non posso nominare Pietruccio perchè non ha la età canonica. Dunque è indispensabile che per un momento m'imprestiate il vostro nome per farne uso onesto e necessario in pro di tutti. Domani io nominerò voi, e fra quattro o cinque giorni verranno spedite le Bolle in favor vostro, e si prenderà possesso dei Benefizii in vostro nome. Pochi giorni appresso, se resterete nella determinazione di non vestire per ora abito e tonsura clericale, rinunzierete ambedue li Benefizii, ed io avrò altri quattro mesi per fare una nuova nomina. In quel tempo, servendomi di un altro Spedizioniere, rinnoverò l'istanza, e si tornerà all'antico concerto. Occorre dunque che voi mi spediate subito due procure per assumere il possesso dei Benefizii, e due per rinunziarli, tutto conforme alle minute inserite. Tutti questi atti devono essere <hi rend="italic">senza data</hi>, e col nome del Procuratore in bianco. Devono essere scritti in quattro foglietti di carta bollata da un baiocco e mezzo l'uno. Purchè siano firmati da voi, possono essere scritti di altrui carattere, e se non voleste alcun impazzimento, potreste anche mandarli firmati in bianco, ma è sempre un azzardo il mandare queste carte in bianco per la posta. Con questo metodo tutto sarà riparato, e voi non dovrete riassumere la chierica neppure per un giorno, giacchè facendosi la rinunzia poco appresso al possesso, non si verificherà che abbiate ritenuto il benefizio in abito secolare, ciò che darebbe a chiunque il diritto di impettarlo, cioè di toglierlo a voi e pigliarlo per sè. Di ciò dunque siamo intesi.</p>
            <p>Tutti, grazie a Dio, stiamo bene, e tutti vi salutano caramente. Io vi abbraccio di cuore, e vi prego da Dio mille benedizioni. Addio, mio caro Figlio. Abbiatevi cura, e consolate con le vostre buone nuove il vostro affezionatissimo Padre.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Carlo L. (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>[Bologna] 14 Aprile [1826].</date>
            </opener>
            <p>Carluccio mio. Le tue lettere mi lasciano sempre un sentimento di tristezza; perchè quando anche avessi mille cagioni di gioia, che non ne ho neppur una, non potrei mai stare allegro pensando che quell'oggetto che mi sta sempre nel cuore più assai di ogni mio bene o vero o immaginario, vive in tanta malinconia. Ti giuro che lo scopo della mia vita presente, il soggetto dei miei castelli in aria, delle mie principali speranze, non è altro che il rivederti. Della lode sono così annoiato, che procuro di schivarla. Gli altri piaceri che si potrebbero trovare in una città grande, sai che non fanno per me. Sicchè non ho altra prospettiva che quella dell'amor tuo, e di tornare a goderne. Io ti rivedrò subito che avrò finito un lavorettaccio noioso che ho per Stella, e che non potrei fare a Recanati. Del resto mi sta sempre nell'animo come potrei trovar modo di cavarti, almeno per un poco di tempo, dal tuo deserto. Se la mia salute fosse migliore, e potessi faticar di più, son certo che ci riuscirei. Pure spero che qualche cosa mi debba riuscire anche nelle mie circostanze. Tu mi stringi l'anima a ricordarmi quella notte che ci lasciammo. Io era in una tal debolezza di corpo, che l'anima non aveva forza di considerar la sua situazione. Mi ricordo che montai nel legno con un sentimento di cieca e disperata rassegnazione, come se andassi a morire, o a qualche cosa di simile; mettendomi tutto in mano al destino. Ma mi fa raccapricciar l'idea del dolore che tu dovesti sentire, e di quella tetrissima solitudine in cui ti lasciavo senza un pensiero consolante. Così, Carluccio mio, ti ho fatto pur patire, senza aver potuto farti godere.</p>
            <p>Nell'<title>Antologia</title> non sono tutte le mie operette morali, ma solo un saggio, che si ristampa adesso, in un giornale e a parte, in Milano, dove forse si stamperà anche l'intero. La primavera anche qui è stata bellissima, ma mi ha prodotta quell'inquietezza di nervi che io soglio avere in questa stagione, con gl'incomodi che ne dipendono. Ma queste son cose da ridere a paragone delle pene dell'inverno o inferno, e il caldo per altra parte mi giova molto.</p>
            <p>Tu mi parli di una moda introdotta ultimamente in coteste parti. Capisco che genere di moda vuoi dire; ma non so nulla di quel che sia accaduto costì. Il Governatore mi scrive che aspetta di esser traslocato in breve, e che avrà piacere se scriverò in casa mia perchè gli sia dato un baule in cambio di quello che egli diede a me. Io cerco qui il modo di rimandargli subito il suo in corpo e anima, e te ne avviso per ogni buon fine, in caso che egli facesse a voi altri la domanda che ha fatta a me. Conservati all'amor mio, Carluccio mio caro, nel quale consiste tutta la mia vita. Salutami tutti.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.F.Stella (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
               <dateline>Milano 15 Aprile 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Amico amatissimo. Le confermo la mia del dì 12, e l'avviso che ho ricevuto la lettera dal Sig. Moratti in data del dì 9, per la quale son sollevato dal timore ch'io aveva ch'egli fosse ammalato. Non son però sollevato dal dispiacere di non veder nè lettere di Lei, nè stampe. Mi fa sperare che le riceverò presto. Faccia il Cielo che ciò sia.</p>
            <p>È da più giorni che il sig. Piatti mi ha scritto d'avere mandato al sig. Marcheselli il ricercatogli <hi rend="italic">Petrarca</hi>. Voglio credere ch'Ella lo avrà ricevuto.</p>
            <p>Mi levi una curiosità. Al verso del <hi rend="italic">Petrarca</hi>
               <quote rend="block">
                  <lg>
                     <l>"Ed io son un di quei che 'l pianger giova"</l>
                  </lg>
               </quote>

Ella fece la seguente nota: <hi rend="italic">Che</hi>, Accusativo. <hi rend="italic">Giova</hi>, Diletta.</p>
            <p>Sta bene quell'<hi rend="italic">accusativo</hi>? non si dovrebbe dire invece <hi rend="italic">Dativo</hi>?</p>
            <p>Son pur ansioso di ricever sue lettere! Mel creda, e mi ami. Il suo cordialissimo amico A.F.S.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di C.Pepoli (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO PEPOLI</hi>
               </byline>
               <date>[Bologna 15 Aprile 1826].</date>
            </opener>
            <p>C. A. Mia sorella mi ha scritto come voi desiderate che la S.ra Rosa Padovani sia invitata all'Accademia che si farà questa sera al Casino. Appena udito questo vostro desiderio io ne ho parlato al Segretario della Direzione, il quale mi ha detto che in questa sera rimangono invitate solamente le mogli de' Soci, e qualche SIGNORA DI DISTINZIONE. Seguendo egli al primo dire, mi ha chiesto chi sia questa signora: se è maritata, e tante dimande di simil fatta, come se fosse bisogno di sapere tutte le cose che pongonsi in un passaporto. A tutte queste noiose interrogazioni ho risposto che la signora è DI DISTINZIONE perchè ho udito dire ch'ella sia bella; ma che gli saprei dire più oltre allorchè avessi parlato con un mio amico <hi rend="italic">che la distingue</hi>. Tu sei quell'amico il quale deve dirmi qualche cosa intorno la signora Rosina, onde calmare gli scrupoli del Segretario. Io stesso verrei da te per udire la tua risposta, ma la mia madre sta inferma più del solito ed io vado in traccia del medico. Fa' di usare sollecitudine in questa cosa: fa' sempre d'amare il tuo amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="A C.Pepoli (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO PEPOLI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <date>[Bologna 15 Aprile 1826].</date>
            </opener>
            <p>Mio caro. Ti ringrazio infinitamente del biglietto che mi mandi, e delle cure che ti hai voluto prendere per l'altro che io desiderava. La mia signora è maritata, benchè non abbia qui il marito, per la ragion sufficiente che il marito sta a Modena. È <hi rend="italic">distinta</hi> per un paio d'occhi che a me paiono belli, e per una <hi rend="italic">persona</hi> che a me e ad alcun altri è paruta bella. Ma che abbia altre distinzioni non so e non credo. Perciò ti prego a non darti altro pensiero di questa cosa, che io non vorrei veramente che il segretario trasgredisse le sante leggi per far piacere a te o a me, e molto meno sulla coscienza nostra, che è molto delicata, come tu sai. Mi condolgo teco sinceramente della Mamma. La Contessa mi disse che tu avresti voluto mandare i miei versi a Papadopoli, se io non ci avessi avuta difficoltà. Tu puoi farne il tuo pieno piacere.</p>
            <p>Ti ringrazio di nuovo. Amami. Addio addio. Il tuo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.F.Stella (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO FORTUNATO STELLA - MILANO.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 15 Aprile 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico pregiatissimo. Dalla sua dei 12 intesi con gran sorpresa che non le fosse ancor giunta la mia che rispondeva lungamente a quella del primo. E mi fece in verità non piccolo dispiacere il vedere che dandomi io tanto affanno quanto mi do sempre, per ispacciar le stampe che Ella mi manda con ogni possibile sollecitudine, tutta la mia premura sia per lo più inutile, ed io le possa anche parere assai negligente per colpa di queste tardanze che da me non dipendono. Questa mattina sono stato subito dal signor Moratti. Gli ho communicata la sua lettera. Ho rinnovato le premure e le istanze. Egli mi ha detto di aver tardato non per sua negligenza, ma per difetto di occasioni, le quali non si trovano sempre così pronte, come noi desidereremmo. So che egli le scrive con questo medesimo ordinario. Mi si è mostrato del resto premurosissimo di servirla. Ed avendomi egli detto che uno dei principali imbarazzi sono per lui le carte mss. che Ella mi manda, ho pensato di dirle, che se Ella si compiacerà da ora innanzi di far confrontare le prove della interpretazione col mss. prima di spedirmele, potrà dispensarsi dal mandarmi le dette carte mss., acciocchè il corso delle prove di stampa trovi meno ostacoli, e sia più sollecito. Quanto al Cicerone, veggo bene anch'io che le mie osservazioni si riducono quasi tutte all'emendazione del volgarizzamento. Il testo lo trovo assai buono, e se poi mi vi nascesse qualche difficoltà, non potrei ben giudicarne, mancandomi le note dell'editore latino. Perciò convengo con Lei, che fuori di qualche caso particolare, non sarà necessario che Ella prenda più l'incomodo di spedirmi quelle prove, quando l'abate Bentivoglio s'incarichi di rettificare la traduzione, che ne ha vero bisogno assai spesso. Spero che a quest'ora Ella avrà ricevuta l'ultima mia, e il signor Moratti mi ha mostrate pronte da spedirlesi domani le quarte prove del Petrarca, e le ultime del Cicerone. Mi ha detto però di aver ricevuto ieri un solo numero del <hi rend="italic">Ricoglitore</hi> e non due, e questo senza alcuna prova. Egli attribuisce questo difetto ad ostacoli incontrati per cagione delle carte mss. Ripeto che Ella potrà tralasciare di unirle colle prove, ed io m'ingegnerò alla meglio. Spero che Ella sarà stata contenta della nuova ortografia del Petrarca. Ricevetti ier l'altro per mezzo Marcheselli il Petrarca illustrato di Firenze, voll. 4, spedito da Piatti. Mi sono molto dolute le nuove di Monti. L'Italia si va spogliando affatto de' suoi migliori ingegni. Oramai restiamo veramente al buio. I miei complimenti alla sua famiglia. La saluto e l'abbraccio con tutto l'animo, e mi ripeto suo cordialissimo servitor vero ed amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>[Bologna] 17 Aprile 1826.</date>
            </opener>
            <p>Carissimo Signor Padre. Eccola servita subito. Veramente queste bestialità sono cose da far perdere la pazienza, ed io compatisco ben di cuore a chi deve soffrirle, ed alla pena e briga che le costa il rimediarvi. Ecco poi come vanno gli affari anche del più gran momento, e come noi siamo governati. Ringrazio Dio che tutti loro stieno bene. Io coll'inoltrarsi della primavera, vengo migliorando di quel poco di disturbo che mi aveva cagionato il primo caldo, che qui è stato ed è tuttavia straordinario. Sono tornato nel gran mondo, che avevo abbandonato affatto questo inverno. Ultimamente ho riveduto il zio Mosca, che sta bene, e saluta lei e tutta la famiglia. La prego de' miei tenerissimi saluti alla Mamma e ai fratelli. I miei complimenti alla marchesa Roberti. Non ho potuto mai più riveder Setacci, benchè sia stato da lui due volte, ma chi lo vuol trovare, deve cercarlo da per tutto fuorchè in casa. Solamente l'incontrai una volta, ma me ne accorsi troppo tardi, ed egli non mi conobbe. Ella benedica ed ami il suo affettuosissimo ed amantissimo figlio Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Brighenti (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO BRIGHENTI</hi>
               </byline>
               <date>[Bologna] 17 Aprile [1826].</date>
            </opener>
            <p>Amicissimo. Stassera non potrò venire dal conte Marchetti. Ho avuto avviso che in questa sera verrà una certa giovine sposa a conversazione con i Tagliavini. Essa è molto brava dilettante di canto. Se vuoi venire a sentirla, mi farai somma grazia: se preferisci visitare Marchetti, pregoti salutarlo per me e dirgli che la venuta di mad. Banti m'impedisce di andare alla sua Accademia. Stimo però inutile rimarcarti che dei due partiti, mi sarà più gradito quello che mi procurasse il bene di rivederti.</p>
            <p>Eccoti, mio adorato Amico, tre fogli di <hi rend="italic">pensieri sopra pensieri</hi> intorno i Volgarizzatori dal latino. Gli accessori della grande Raccolta dovrebbono renderla opera nuova, importante, originale. E tali accessori bramerei io dalla felice tua penna.</p>
            <p>Quanto alle traduzioni le riguardo di tre classi: 1° Le classiche, o quelle che generalmente sono stimate; queste darle come sono. 2° Le traduzioni mediocri, offese dalla ruggine del tempo, e queste si potrebbono un po' ripulire <foreign lang="lat">currenti calamo</foreign> e darle esse pure. 3° Quelle che hanno bisogno di molti ritocchi, e queste farle rifondere e rimodernare mettendole in luce come nuove. Ho veduto dei traduttori moderni stimati assai, e non fecero più che questo. Rimarranno allora i soli libri non mai tradotti. Le traduzioni del n. 1 dovrebbon ricevere da voi una sola lettura del testo per correggere gli errori di stampa, e un'altra della mia ristampa per la correzione di torchio. Le traduzioni del n. 2 si potrebbono sotto la vostra direzione far aggiustare da qualcuno di nostra scelta. Così quelle del n. 3, e vorrei io medesimo provarmi, per avervi pur qualche parte, che non sia di semplice stampatore. A tutte s'intenda la vostra correzione di torchio. Rispetto alle traduzioni <hi rend="italic">nuove</hi>, si potranno trovare Volgarizzatori, quando voi non avrete voglia di esserlo. Per la qualità e quantità delle note, farete il meglio a vostro arbitrio. Le vite si scriveranno da voi, e da altri: la storia letteraria da voi solo. Il lavoro men noioso sia vostro: il resto troveremo chi lo faccia. Non pretenderei che rimaneste dal lavoro così affollato, che non aveste agio a fare altra cosa. Ciò sarebbe inconveniente: ma che ci prendeste tanta parte quanta ne vorreste impiegare per qualsiasi Editore che vi affidasse la direzione di una sua intrapresa. Ugualmente nel compenso non avreste da rimaner per nulla sacrificato: nè io vi proporrò di stringere meco impegno senza avere assicurato la consistenza della impresa, e potervi senza pericolo disciogliere da Stella. Considerato che fatti i <hi rend="italic">discorsi</hi> preliminari della prima epoca, si andrà avanti per molti tomi col sol lavoro delle note e delle correzioni di torchio, o poco più: dunque avreste agio di attendere ad altri lavori di vostro genio. Avreste un assegno mensile fisso: per le vite come per le traduzioni nuove delle quali v'incaricaste, avrete compenso a parte. Voi mi direte liberamente (cioè come direste a voi stesso) quali condizioni vi gradirebbono.</p>
            <p>Intanto bisogna mi facciate la grazia di prendervi l'assunto del Manifesto, il quale vuò che serva ad un tempo di Prefazione alla intera Collezione. I fogli che vi spedisco contengono un ammasso enorme di materiali da compilarlo. Mi ricordo sempre che una bella facciata è una molto buona commendatizia all'interno di un edificio.</p>
            <p>Scusami, amicissimo, se sono disceso a tante particolarità; e ne tengo in serbo altre molte. Ho voluto risparmiarti la noia di sentirle a voce tornando mille volte un passo indietro, dimenticando, sbagliando, confondendo. Vedrai che non ostante ho ripetuto molte cose per tema di averne a dimenticare qualcuna. Scusami per pietà! Tu solo puoi essere tanto buono e generoso.</p>
            <p>Dì alla S.a Padovani che se stassera vuol venire a sentire Madama Banti, la figlia della fu celeberrima Banti, ci farà piacere. Non dico di venire a prenderla perchè sono in faccende.</p>
            <p>Addio, amatissimo Amico. Se vieni da noi ti vedrò tanto volentieri, e parleremo di nostre faccende. Da Marchetti potressimo andare un'altra sera. Questa sera da me saremo in famiglia, senza cerimonie, <hi rend="italic">senza toletta</hi>. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.F.Stella (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
               <dateline>Milano 19 Aprile 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Amico amatissimo. Ho sotto gli occhi le care sue 7 e 15 corrente. Ella forse avrà quella pure del dì 15 da me scritta.</p>
            <p>Del <hi rend="italic">Petrarca</hi> ho ricevuto tutto finora progressivamente senza lacune nel mezzo. Sia così anche per l'altre stampe che attendo. Del <hi rend="italic">Cicerone</hi> ho ricevuto i fogli 7 ed 8. Ora mi manca ancora da ricevere il 9, 10, e 11. Dopo di questi non gliene manderò altri, salvo quelli della prefazione latina; chè l'ab. Bentivoglio (che la riverisce) ha gran piacere ch'Ella la veda. Forse le manderò anche le note latine. Se poi per qualche passo del testo vi sarà bisogno d'interrogarla, questo si farà.</p>
            <p>Rispetto al ms. del <hi rend="italic">Petrarca</hi> ch'Ella avesse in pronto, il consegni pure all'amico Sig. Moratti, pregandolo di mandarmelo col più sicuro mezzo ch'egli stima.</p>
            <p>Ho letto al Sig. ab. Nardini le due righe che lo risguardano: egli l'è grato, e la riverisce.</p>
            <p>Capisco che sarà bene ch'Ella riveda le prove di stampa delle <hi rend="italic">Operette, greche</hi>; e questo il si farà, come il si farà pure rispetto alle sue <title>Operette morali</title>. Intorno alle quali, pubblicate ch'io le avrò, spero mi permetterà di far quel ch'io credo. Anche il ms. di queste il potrà consegnare al detto amico, ma per carità ch'io l'abbia col mezzo il più sicuro.</p>
            <p>Circa al <title>Saggio</title> Ella troverà che alcuni degli errori corsi nell'<title>Antologia</title> sono stati corretti nella ristampa del <hi rend="italic">Ricoglitore</hi>, ma non tutti. Tutti li troverà tolti nelle copie che ho fatto tirare a parte, dando ad esso saggio una forma d'opuscolo in due fogli in 8.</p>
            <p>Anche il Sig. Moratti mi scrive degli ostacoli che si trovano per le carte manoscritte che sono unite alle prove di stampa, e mi fa sentire che alcune ne sono state fermate, tassate, ma non ancora restituite. Vedremo che ne accadrà, e mi regolerò per l'avvenire, prevedendo pur troppo che bisognerà che m'astenga dal mandar costì manoscritti col mezzo della posta.</p>
            <p>Lunedì scorso, cioè il dì 17, entro un quaderno del <hi rend="italic">Ricoglitore</hi>, e alla direzione del medesimo, le ho mandato delle altre prove di stampa del <hi rend="italic">Petrarca</hi> insieme al corrispondente ms. Sa il Cielo qual destino avrà avuto quel quaderno.</p>
            <p>Ho piacere ch'Ella abbia avuto il <hi rend="italic">Petrarca</hi> da Firenze. Sentirò volentieri se vi sia niente di buono.</p>
            <p>Cordiali saluti per parte de' miei anche alla signora Padovani. L'abbraccio di cuore. Il suo vecchio cordialissimo amico A.F.S.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Melchiorri (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIUSEPPE MELCHIORRI - PARIGI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 19 Aprile 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro. Ti ringrazio della memoria che serbi di me. La sera che tu passasti di qua, io tornai a casa molto tardi, e giudicai che andando alla posta, non ti avrei trovato. Mandai subito a Schiassi il tuo piego ben chiuso, e glielo raccomandai. Orioli ti saluta, e spera di rivederti qui al tuo ritorno, come spero anch'io: parleremo insieme di molte cose: vedi, se mi ami, di poterti fermar qui un poco. Ti spedisco oggi <foreign lang="fra">sous bande</foreign> per la posta un esemplare delle canzoni, come tu desideri. La fortuna l'aiuti che non lo fermino in Lombardia dove le canzoni sono proibite e proscritte, come saprai. Fa i miei complimenti a MM. Botta e Salfi, ed offeriscimi a servirli qui in Bologna di quello che io possa. Hai tu veduto costì un cav. Puccini di Pistoia, molto ricco ed amico dei letterati? Io sto di salute competentemente bene. I miei studi sono ora noiosissimi, perchè debbo soddisfare ad alcuni impegni che ho presi senza ben misurare il fastidio che mi darebbero, ma uscito che sarò di questi una volta, non attenderò mai più ad altri studi che di mio genio. Forse avrai veduto nell'<title>Antologia</title>, fascicolo di Gennaio, un Saggio di certe mie cose filosofiche, che si stamperanno presto a Milano. Eccoti le mie nuove. Se puoi ancora scrivermi da Parigi un'altra volta, scrivimi, e dammi le tue notizie, e dimmi quando verrai. Amami, adoprami e credimi il tuo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Monaldo L. (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI MONALDO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <dateline>Recanati, 21 Aprile 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Figlio. Ho ricevute le Procure che mi avete spedite, e ne farò l'uso opportuno. Intanto io vi ho nominato ad ambedue li Benefizii. Si sono pubblicati li soliti editti, e dopo dieci giorni verranno spedite le Bolle a vostro favore, e si assumeranno i Possessi. Intendete già che se vi piacesse di riassumere il collare i Benefizii sono vostri, e ve li lascio con tutto cuore. Se poi non vi accomoda per ora, farò uso della vostra rinunzia e procurerò di ottenerli in Amministrazione, come avevamo incaminato. Avvertite però che di questo concerto in cui siamo per la rinunzia non dovete <hi rend="italic">mai</hi> fare parola con alcuno, neppure con li vostri Fratelli. Nel foro della coscienza io sono salvo perchè non vi do li benefizii col patto di rinunziarli, nè con veruno altro patto, anzi ve li do liberamente, di cuore, e con desiderio che voi li riteniate. Nel foro esterno però, questa rinunzia concordata precedentemente potrebbe dar sospetto di simonia, ed esporci a perdere li Benefizii. Fratanto, per meglio assicurarne la conservazione, è necessario un qualche piccolo vostro sagrifizio, cioè che usiate una cravatta nera ed un soprabito modesto, sicchè nessuno possa pescare costà un documento o prova che voi vestite decisamente in abito di secolare. Avendo qui un inimico acerbissimo ed astutissimo nell'Arcidiacono Calcagni, con cui sto in lite per l'altro Benefizio di Pietruccio, conviene essere all'erta, e temerne tutto. Appena seguìta la rinunzia, voi sarete libero da qualunque impegno, ma vi ripeto che se vorrete ritenere i Benefizii io ne sarò contentissimo, e per questo la rinunzia non si farà senza altra precisa vostra commissione.</p>
            <p>Noi tutti stiamo bene, non dovendo contarsi per infermità un buon ciamorro sofferto da Paolina, Luigi e Pietruccio, che pure ne stanno meglio. Avrete saputo che il Cavaliere Antici è stato ammalato con qualche serietà di rosolia e che ora è in piena convalescenza.</p>
            <p>Anche qui nelli giorni scorsi si sentì un caldo intempestivo, e quasi estivo, il quale ha reso più sensibile il freddo attuale che gli è succeduto e che sentirete ancor voi. Riguardatevene assai perchè queste alternative sono pericolose. Qui si è ciarlato assai di molti omicidii accaduti in Bologna nelle ultime settimane, e dicono fino a cinquanta. Spero che almeno non siano stati tanti. Addio, mio caro Figlio, vi abbraccio, e vi benedico con tutto il cuore.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Paolina L. (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PAOLINA LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>[Recanati] 23 Aprile [1826].</date>
            </opener>
            <p>Giacomuccio mio. Domani parte per costì la moglie del Cancelliere criminale, signora Bosi, e si è incaricata di un piccolo fagottino per voi, contenente sei forme di formaggio. Ella non farà certo come quell'asino di Fusello, il quale trovò un tale, cui aveva da portare della roba, giusto per parte della Bosi, che stava presso il teatro del Corso, e non trovò voi che sarete stato due passi lontano.</p>
            <p>Mamma e Babbo vi salutano tanto, e vi pregano a gradire e scusare. Vi porterà pure una certa scatola da tabacco, che fu regalata tempo fa a Babbo dalla Roberti, e a cui egli crede che farà bene l'aria di Bologna. Caro Muccio, mi vuoi più bene? Ora già ti diverti più che mai; sei in mezzo al gran mondo! <foreign lang="fra">Oh qu'heureux que tu es!</foreign> Mi hanno detto di scriverti proprio quando si sta per mandar via e lettera e fagotto. Non so se Carlo vi abbia scritto con questa occasione, benchè abbia detto di no. A momenti parte Torri con la moglie, la Galamini <hi rend="italic">vecchia</hi> e Mecuccio per Firenze, Livorno, ec., a solo fine di mostrar denari, e con tutto che Antonietta sia gravida di sette mesi.</p>
            <p>Addio, Mucciaccio mio. Il dirti quanto noi ti amiamo, ed io ti ami, la è cosa che tu già sai, ma che pure vorrei ripeterti sempre. Credimi dunque che io ti ho sempre in mente e nel cuore.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Monaldo L. (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI MONALDO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <dateline>Recanati, 23 Aprile 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Figlio. La signora Giuseppina, moglie del signor Antonio Bosi, nuovo Cancelliere in questa nostra città, è partita questa mattina alla volta di Bologna, dove prima era domiciliata, e dove ora si fermerà pochi giorni. Essendosi offerta a favorirmi se avevo alcuna commissione da darle, le ho consegnato per voi un involto con sei formaggi freschi un po' più grossi delli ultimi, ed essa ve li farà capitare in casa. E siccome giorni addietro mi venne regalata una sufficiente scatola da tabacco, le ho dato anche questa, che nelle mani vostre starà meglio che nelle mie. Il suddetto Cancelliere mi ha assicurato che la casa in cui state è piena zeppa di musica, e l'armonia ci piove da tutte le parti. Questa notizia ha elettrizzato il nostro Luigi, il quale si è fatto un gran suonatore di flauto, e suona di giorno e di notte, in casa ed in chiesa, alla disperata; ma gli mancano le carte, e non sa più che cosa suonare. Si raccomanda dunque a voi, perchè, se il vostro padrone di casa o altro vostro corrispondente volesse imprestarvi, e voi poteste con decoro domandargli qualche suonata, o concerto per flauto, o altra composizione che io non so come si chiamano queste cose, sappiate che gli usereste grandissimo favore spedendogliene, ed egli le copierebbe subito, e le ritornerebbe con sollecitudine e puntualità. Tutto ciò purchè non debba costarvi incomodo, nè sia sproporzionato alla vostra situazione.</p>
            <p>Avrete veduto a quest'ora il Manifesto o Programma, con cui Cassi annunzia la stampa della sua <title>Farsaglia</title>, e va cercando associati, non tanto perchè leggano l'Opera sua, quanto perchè concorrano ad innalzare grandiosa la tomba al suo defunto Cugino. Ad onta delle molte e, in gran parte, inutili ciarle con cui produce la sua idea, questa è curiosa e alquanto originale, ed il suo fine non è biasimevole. Basta che la repubblica letteraria, se trova buona questa questua per il sepolcro di Perticari, non riprovi quella che fa il Papa per riedificare la chiesa di San Paolo. Cassi ha creduto di farmi onore descrivendomi fra gli amici del suo deificato parente, ma per verità non lo conoscevo nè punto nè poco, e credo che, anche conoscendoci, saremmo stati pochissimo amici.</p>
            <p>Con la posta di ieri inaspettatamente lo Spedizioniere mi assicurò che per grazia speciale si era corretto il noto Breve, e che dopo domani lo riceverò secondo la mia prima istanza. Vedremo quest'altro pasticcio, il quale qualunque esso sia vi libera per ora dal vestiario che io suggerii con la mia precedente.</p>
            <p>Addio, mio caro Figlio. Tutti vi salutano, e Pietruccio segnatamente. Vi abbraccio, e vi benedico con tutto il cuore. Vostro affezionatissimo Padre.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 24 Aprile 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Amatissimo signor Padre. Ho ricevuto la carissima sua dei 21. Ella dev'esser certa della mia piena segretezza circa l'affare della Rinunzia. RingraziandoLa poi sinceramente e vivamente della bontà con cui Ella mi ha destinati i Benefizii e desidera ch'io li ritenga, le confermo la mia intenzione di rinunziarli per non portare i pesi annessi ed indispensabili. Quello che io farò, sarà di tenermi in casa per questo tempo, senza uscire se non intabarrato. A Lei non mancano cagioni da allegare circa la mia rinunzia, nè ha bisogno che se le suggeriscano. Se Ella dirà che io aveva sperato di ottener delle dispense, avute le quali, avrei conservati i benefizii, ma che intendendo che queste non si accordano, non ho voluto ritenerli un momento, dirà pur la semplice verità. Ella mi leverà una spina dall'anima quando (senza però precipitar l'affare più che Ella creda bene) mi avviserà di aver dato corso alla Rinunzia.</p>
            <p>Desidero sentir pienamente guariti i fratelli. Qui abbiamo gran freddo, che da otto giorni in qua cresce sempre. Io mi ho cura, e grazie a Dio sto bene. Sono seguiti qui veramente parecchi omicidii, da canaglia a canaglia, ma chi dice cinquanta, conta le unità per diecine. Mando questa sotto coperta alla Marchesa Roberti come Ella mi disse altra volta. La prego a riverirla in mio nome, e scusarmi con Lei della libertà, tanto più che mando la lettera chiusa. Ella mi dirà se ho fatto bene o male servendomi di questo mezzo. Io non ho arrischiato di mandarla altrimenti. Mi confermi la sua benevolenza e mi ami come io l'amo.</p>
            <p>Il suo tenerissimo figlio Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.L.Polidoros (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIER LISANDRO POLIDOROS</hi>
               </byline>
               <dateline>Ginevra 25 Aprile 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio carissimo Sig.r Conte. Il giorno 12 corrente ho ricevuto contemporaneamente le due di Lei carissime in data 16 Marzo e 5 Aprile, e non posso comprendere il ritardo della prima. Poco importa. La ringrazio intanto della pena che si è data per me. Ho tardato a rispondere, sperando poterle annunziare l'arrivo delli baulli, ma in quest'oggi l'amico Sig. Russier ha ricevuto lettera dalli Signori Mestralet Père et Fils in data 22 corrente da Torino, e lo avvisano, che li baulli non sono comparsi. Mi sembra impossibile questa tardanza; e però sono a pregarla di favorirmi ancora una volta d'indagare cosa siano divenuti, e gli anticipo li miei ringraziamenti. Certamente passerò qui l'estate, onde Lei potrà pure spedirmi quel che desidera per essere stampato, e sarà servito come desidera, ed occorrendo io stesso farò il revisore.</p>
            <p>L'ultima opera dell'Abbate De la Mennais intitolata <foreign lang="fra">De la Religion considerée dans ses rapports avec l'ordre politique e civil</foreign> è stata intercettata dal Governo, e l'Autore ha dovuto comparire al Tribunale di Correzione. Sentiremo se sarà condannato.</p>
            <p>Si va a formare nel Belgico una legione liberale di volontari per andare in aiuto de' Greci. Sembra inevitabile la guerra de' Russi col Turco, e si prevede una gran crisi in tutta l'Europa. Il resto in appresso. Mi conservi la sua padronanza, e mi creda sempre suo dev.mo ed obbl.mo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.F.Stella (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO FORTUNATO STELLA - MILANO.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 26 Aprile 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico pregiatissimo. Alle favoritissime sue 15 e 19 corrente. Con mio dispiacere le dico che tutta l'illustrazione del Petrarca di Firenze consiste in un volume di bibliografia petrarchesca. Neppure una sillaba di comento o di note. Non ho tagliata nè anche una carta, e serbo qui l'opera intatta, a sua disposizione. La stampa è orrida. <hi rend="italic">Che</hi> senza il segnacaso, non può essere che o nominativo (il che è fuori del caso nostro) o pure accusativo; e non mai dativo. E precisamente quanto al verso del Petrarca <hi rend="italic">ed io son un di quei che 'l pianger giova</hi>, la prego a dare un'occhiata al N. 11 del <hi rend="italic">N. Ricoglitore</hi>, pag. 815, e spero che Ella sarà soddisfatta. Ho ricevute e ritornate al signor Moratti le ultime prove del Petrarca, che contengono il compimento della materia manoscritta avuta da Lei finora.</p>
            <p>Ho pronta la continuazione fino a tutta la prima parte, cioè alla metà dell'opera. Non mi manca che rivederla, il che fatto, la consegnerò e raccomanderò al Moratti. Così Ella potrà fin da ora dare in un medesimo tempo tutto il primo volume del suo Petrarca. Mi accingerò immediatamente al secondo. Consegnerò anche, in pari tempo, il manoscritto delle <title>Operette morali</title>. Debbo però pregarla caldamente di una cosa. Mi dicono che costì la Censura non restituisce i manoscritti che non passano. Mi contenterei assai più di perder la testa che questo manoscritto, e però la supplico a non avventurarlo formalmente alla Censura senza un'assoluta certezza, o che esso sia per passare, o che sarà restituito in ogni caso. A Lei non mancano mezzi, ed io mi riposo totalmente sopra di Lei di una cosa che per me è di prima importanza. Io ho riveduto e consegnato al Moratti fino al 10° foglio del Cicerone. L'undecimo, che ho qui sul tavolino, stimo inutile di rivederlo, dietro il nuovo concerto ec. La signora Padovani saluta caramente Lei, e la sua famiglia, e prega nominatamente la signora Bianca a dare per lei un bacio alla Marietta.</p>
            <p>M'ami, e mi creda sempre il suo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.F.Stella (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
               <dateline>Milano 29 Aprile 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Amico amatissimo. Scrivo a Lei direttamente, perchè credo che l'amico Moratti sia troppo occupato. Il giudico non tanto dal non avermi egli risposto alla mia d'oggi a otto, quanto dal vedermi privo tuttora delle ultime prove di stampa del <hi rend="italic">Petrarca</hi>, ch'egli avrebbe dovuto spedirmi da costì sin da mercoldì scorso col mezzo del corriere milanese, e unitamente forse a qualche ms., sia del <hi rend="italic">Petrarca</hi>, o d'altro, ch'Ella gli avesse dato. Aggiunga che vi poteva essere unita anche qualche lettera di Lei, giacchè conosco quanto Ella sia sollecita nel rispondere: onde io tengo per fermo che nelle mie lettere 15 e 19 corrente Ella abbia già risposto; ma che, non avendole io ancora ricevute, sieno queste presso il detto amico. Per tutto ciò io la prego assai di portarsi da lui e di pregarlo di spedirmi tutto per mercoledì prossimo, ma col mezzo il più sicuro, non guardando a spesa.</p>
            <p>Venendo alle dette stampe del <hi rend="italic">Petrarca</hi>, Ella avrà veduto, che tutto il ms. ch'io aveva di Lei, è già composto, e che per andare innanzi me ne occorre dell'altro; come mi occorrono le stampe che son costì, o che suppongo che sieno costì, per dar termine al secondo volumetto, e cominciamento anche al terzo. Per suo avviso qui abbiamo tutti i filoni da Lei corretti sino a tutto il sonetto LI, e stiamo attendendo il resto sino alla canzone XI. Rispetto al <hi rend="italic">Petrarca</hi> la pregherò sentire dal sig. Brighenti se egli è disposto di prestarsi allo spaccio del medesimo, ch'io credo sarà de' più fortunati. Nel caso che si presti, mi dirà qual numero di copie gli debba mandare, anche da vendere per mio conto se vuole. Allora risponderò alla lettera che ha favorito di scrivermi, e vi aggiugnerò qualche altro articolo mio di facile esito, ed altro ancora ch'egli mi chiedesse.</p>
            <p>Aggradisca co' miei i cordiali saluti della mia famiglia, mi ami e mi creda sempre il suo vecchio cordialissimo amico A.F.S.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Se il sig. Moratti ha occasione di scrivermi, faccia che le lettere di Lei le inserisca nella sua; diversamente me le mandi Ella direttamente per la posta.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Paolina L. (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PAOLINA LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>[Bologna] 1° Maggio 1826.</date>
            </opener>
            <p>Cara Paolina. Ho ricevuto il pacco, la scatola e la tua lettera dalla buona Bosi ch'è stata da me due volte. Ringrazia tanto e poi tanto Mamma e Babbo dei formaggi, e Babbo poi in particolare della molto bella scatola, che ho messa subito in uso. Babbo mi scrive di proccurar qui un poco di musica per Luigi. È vero che io sto in casa di due Ex-Cantanti, già famosi, che al loro tempo hanno girata mezza Europa; ma presentemente non pensano più alla musica, e certo non hanno niente a proposito per Luigi, perchè alla musica istrumentale non hanno atteso mai, conservano pochissime carte, e che a quest'ora sono antiche. Nondimeno io mi trovo veramente tra la musica, perchè qui in Bologna, cominciando dagli orbi, tutti vogliono cantare o sonare, e c'è musica da per tutto. Facilmente troverò qualche cosa da poter mandare a Luigi perchè la ritenga, e non già per copiarla e poi rimandarla, che questo sarebbe impossibile, giacchè qui ciascuno è geloso della sua musica come a Recanati. Ma intanto bisognerebbe sapere se Luigi desidera delle sonate per flauto a solo, o per flauto con accompagnamento di uno o più flauti, o di pianoforte, o d'orchestra piena ec. Mi specifichi il genere delle sonate, ed io ho qui chi m'insegnerà il modo di servirlo alla meglio. Le cose ch'io ti mando insieme con questa mia, le mando per non saper che mandare, non avendo ancora niente di quello che si stampa a Milano del mio. Darai a Carlo i due manifesti del Cicerone, e lo saluterai carissimamente per parte di Gaetano Melchiorri, che mi comparve l'altro giorno in camera all'improvviso. Già s'intende che lo saluterai senza fine per parte mia, e così Luigi e Pietruccio; e che bacerai la mano per me a Babbo e a Mamma. Salutami anche il Curato e Don Vincenzo. Se io ti voglio più bene? Che domanda! domandami piuttosto se ti posso voler più di bene. Qui non è Maggio, ma Gennaio, e già da quindici giorni io son ritirato dal mondo, maledicendo Bologna e chi l'ha inventata. <foreign lang="fra">Oh qu'heureux que je suis!</foreign> non ti pare? Addio addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.F.Stella (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO FORTUNATO STELLA - MILANO.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 3 Maggio 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico. Consegnai effettivamente fino da mercordì scorso al signor Moratti le ultime prove del Petrarca con una mia lettera. Ier l'altro gli consegnai la continuazione del manoscritto del Petrarca, e il manoscritto delle <title>Operette morali</title>. Non gli aveva consegnati prima questi due manoscritti, perchè io stesso aveva voluto cercare un'occasione sicura per spedirli a Milano. Ho fatto conoscere al signor Moratti le sue intenzioni espresse nella lettera 29 Aprile, e saranno eseguite oggi.</p>
            <p>Brighenti si presterà ben volentieri e con ogni sua cura allo spaccio del Petrarca sì in Bologna che nella provincia e in Romagna. Crede anche bene ch'Ella gliene mandi un buon numero di copie per impedire una ristampa, che non sarebbe improbabile. Gradirà anche molto che Ella gli aggiunga altri suoi articoli, e ne coltiverà lo smercio con attività. Lo riverisce di cuore, e così fo io, e mi ripeto suo servo vero ed amico Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.F.Stella (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
               <dateline>Milano 3 Maggio 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Amico amatissimo. Ieri col mezzo della posta ho ricevuto la cara sua 26 del p.p., che mi dà risposta alle mie 15 e 19 pure del p.p. Ora attendo risposta alla mia del 29. Già rispetto all'amico Moratti sono sempre privo di lettere, e per conseguenza anche delle ultime stampe del <hi rend="italic">Petrarca</hi>. Spero che partiranno da costì col corriere di questa sera: del che scrivo anche al detto amico. Se vi saranno uniti i mss. ch'Ella mi accenna, tanto meglio. Di quei del <hi rend="italic">Petrarca</hi> ho propriamente bisogno, poichè la stamperia, rispetto al <hi rend="italic">Petrarca</hi>, sta affatto oziosa. Questa settimana si pubblicherà il primo volumetto, ch'è di 108 pagine, come lo saran tutti gli altri, e si potranno poi legar tutti o in uno, o in due volumi.</p>
            <p>Son d'accordo ora con Lei riguardo all'accusativo relativo al verso <quote>Ed io son un di quei</quote>, ecc.</p>
            <p>Venga pure il ms. delle <title>Operette morali</title>, e venga per via sicura, ch'è quello che più importa; pel resto stia tranquilla, che nulla uscirà dalle mie mani, se in prima non sarò certo che ciò ch'io consegno mi verrà riconsegnato.</p>
            <p>Abbiamo accolti con piacere i saluti della signora Padovani, e li ricambiamo, accompagnati dal desiderio di sentire se fa progressi nella musica, come non sarebbe da dubitarlo, e se è contenta del suo soggiorno in Bologna.</p>
            <p>E il mio caro conte Giacomo lo è egli pure? son cessati i suoi incomodi? Oh vorrei pure sentirlo star bene! E lo abbraccio di cuore. Il suo vecchio cordiale amico A.F.S.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Monti va qualcosa migliorando, ma per goder poi assai poco dei beni della vita, quantunque pien di voglia ancora e di speranza di esercitar la sua penna. Noti che giorno e notte viene vegliato, e che non si è potuto mai moverlo dal letto.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di L.Mazzanti (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI LUCA MAZZANTI</hi>
               </byline>
               <dateline>Recanati 4 Maggio 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico amatissimo. Se pari ragioni Ella avesse a dolersi che io non Le scriva così di frequente, come pur vorrei, quante io ne ho per rattristarmi del Suo silenzio, io mi tacerei mortificato al rimprovero che da Lei mi viene in discolpa <hi rend="italic">di aver sempre risposto ad ogni mia lettera</hi>. Io sono tardo a scriverle, è vero, ma questa tardità è da attribuirsi solo alla povertà del mio ingegno, che non sa suggerirmi di che trattenerla con piacere, frastornandola dalle geniali Sue occupazioni, al cuore non mai, che è sempre al Suo, e il sarà eternamente, unito. Ella però che potrebbe tanto rallegrare il mio spirito parlandomi di Lei e delle cose Sue, preferisce di lasciarmene ignaro anche quando risponde per cortesia alle mie lettere. Se ciò non fosse, non mi riescirebbe nuovo ciò che ne' dì passati mi scrive di alcuni Suoi dialoghi morali il mio amico Cardinali procacciandomi il più vivo piacere. "Ho letto, egli mi dice, nel fascicolo 61 dell'<title>Antologia</title> di Firenze tre dialoghi morali del Conte Leopardi ad imitazione di Luciano. Ti dico bene che mi sono piaciuti assai assai. Sento da Puccinotti che ne abbia fatto degli altri, e che si publicheranno di mano in mano. Leopardi farà molto parlare di sè, e verrà in gran fama". Ella non solo non me ne ha fatto mai cenno, ma di più scrivendomi mi ha sempre dichiarato di non aver nulla da dirmi; ciò vuol dire che la nessuna entità mia non merita di essere a parte del contentamento che tutti godono nella lettura delle Sue opere, che vorrei pure aver sempre fra le mani, e La prego di farmi avere questi dialoghi, chè ne sono desiderosissimo. Dopo tutto questo sia Ella giudice fra noi due, e punisca chi più ha demeritato nel silenzio. Io vorrei toccasse a Lei di subire la pena, chè essendo tanto gentile e valoroso, la espierebbe assai meglio di me meschinissimo, ed io sarei certo di un guadagno che sebbene usurario accetterò senza scrupolo, anzi avidissimamente, lo che dipenderà dalla Sua sentenza.</p>
            <p>Ella mi diceva nell'ultima lettera, che, sebbene tollerabile, la Sua salute non era però buona, <hi rend="italic">come non lo sarà certamente mai più</hi>. Se io non pensassi che fosse preso da un momento di malumore mentre scriveva, ne sarei oltremodo allarmato, e questa Sua disperazione mi porrebbe nel più grande spavento. Mi rassicuri del contrario se è vero che mi ama, e se non preferisce di accrescere afflizione a me che sono afflittissimo; e mi dia il piacere di rivederLa qui, se è possibile, giacchè la mia situazione non permette che io venga per ora sino a Bologna.</p>
            <p>Il cenno datomi dal comune Amico mi è riuscito della massima consolazione, cui sonosi pure aggiunte le di lui lettere che ho rivedute dopo molti mesi con infinita compiacenza.</p>
            <p>Ho ricevuto il baule, e ne La ringrazio. Vorrei non doverne usare sì presto, al solo fine di riabbracciar Lei prima di lasciare questo soggiorno.</p>
            <p>A giorni perderò nuovamente l'amatissimo D.r Podaliri, che vuol tornarsene a Roma. Non potrebbe essere che il piacer suo, e i suoi vantaggi perchè io ne sopporti con qualche rassegnazione la perdita. Egli Le ritorna centuplicati i suoi saluti, ed io caldamente me Le raccomando.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.F.Stella (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
               <dateline>Milano 6 Maggio 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Amico amatissimo. Accompagnate dalla cara sua 3 corr. ho finalmente ricevuto oggi le stampe del <hi rend="italic">Petrarca</hi>, e ne son contento. Venerdì dell'entrante settimana non dubito che riceverò anche i due mss. ch'Ella ha consegnati all'amico Moratti, come egli stesso me lo promette.</p>
            <p>Godo che al Sig. Brighenti sia stata grata la mia offerta. Nella prossima settimana la mia Casa gli farà spedizione d'un piccolo assortimento di cose recenti, e vi aggiugnerà un numero di copie del <hi rend="italic">Petrarca</hi>.</p>
            <p>Nella mia del dì 3 le scrissi che lo stato del Monti migliorava; oggi peggiora, e temo assai de' suoi giorni.</p>
            <p>L'abbraccio di cuore. Il suo vecchio cordialissimo amico A.F.S.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Monaldo L. (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI MONALDO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <dateline>Recanati, 8 Maggio 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Figlio. Vi scrissi alli 23 di Aprile, e quantunque la mia lettera non provocasse un riscontro esatto, pure non avendo ricevute lettere vostre dopo quella delli 24 Aprile diretta sotto coperta alla marchesa Roberti, sono e siamo in qualche pena per voi che ci lasciate troppo a lungo incerti sulla vostra salute. Una riga a qualunque di casa basta, ma due settimane senza una parola di voi ci affliggono.</p>
            <p>Nella mia delli 23 vi scrissi che eravate libero da qualunque intrigo rapporto alli Benefizii, giacchè venivo assicurato da Roma essersi ottenuta la emenda del Breve, che me ne accordava la amministrazione. Questo Breve è venuto, e quantunque dia luogo a qualche altro intrigo, pure per il momento provvede, e vi confermo che siete nella vostra libertà, non essendo neppure bisognato di fare la rinunzia, perchè il Breve è arrivato prima che si prendesse il possesso. Con la suddetta mia delli 23 vi avvisavo essere partita per costà in quella mattina la moglie del nostro Cancelliere, alla quale avevo consegnato alcune forme di formaggio, ed una scatola da tabacco per voi. Se ancora non è arrivata, il formaggio avrà sofferto, ma poco male. Tutti di casa stanno bene, e vi abbracciano. Figlio mio, abbiatevi cura.</p>
            <p>La marchesa Roberti vi saluta, ed io sono con tutto il cuore, desiderandovi mille benedizioni, vostro affezionatissimo Padre.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 10 Maggio 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Carissimo Signor Padre. Ho ricevute le sue dei 23 aprile e degli 8 del corrente, e dalla signora Bosi ebbi puntualmente il formaggio e la bella scatola. Non ho scritto per la posta dopo la mia de' 24 aprile, perchè fin dal primo di Maggio scrissi a Paolina una lettera che consegnai alla signora Bosi. Incaricai Paolina di ringraziarla caramente dei formaggi, e della scatola, di cui ella si è voluta privare per amor mio, e risposi all'articolo della Sua lettera che riguardava la musica desiderata da Luigi, intorno alla quale procurerò di servirlo, avuti gli schiarimenti che dimandai nella stessa lettera a Paolina. Io sto di salute passabilmente, grazie a Dio, benchè questo benedetto ventre non si sia voluto accomodar mai più, e mi disturbi perpetuamente. Mille saluti a tutti del marchese Mosca. Altrettanti, e in particolare alla Mamma, del cav. Montani, che è invecchiato molto, e da pochi mesi in qua patisce assai della vista, ma del rimanente sta bene e allegro, ed esce di casa ogni giorno. Faccia le mie parti, la prego, colla Mamma e coi fratelli: le bacio la mano con tutta l'anima, e chiedendole la benedizione, mi ripeto suo amorosissimo figlio.</p>
            <p>P.S. Ebbi già il manifesto di Cassi, di cui ella mi scrive nella sua dei <hi rend="italic">23</hi> aprile. Veramente l'idea, non solo è originale, ma pecca un poco d'impertinente; tanto più che alla fine non sarebbe un gran danno, nè per l'anima di Perticari nè per l'Italia, se Perticari, ch'era al più un grammatico, avesse due soli monumenti funebri, e non tre, o anche quattro.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Cappi (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ALESSANDRO CAPPI - RAVENNA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 12 Maggio 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Signor Conte pregiatissimo. Con molto piacere ho letto il capitolo dell'<title>Amor fraterno</title>, del quale Ella per sua gentilezza mi ha favorito. Vi trovo una naturalezza e facilità di versificazione e di locuzione non ordinaria. Se lodassi i sentimenti, come vorrei, forse le mie lodi non sarebbero senza sospetto, perchè ancor io non ho provato in mia vita e non provo affetto più caldo e più dolce, nè ho cosa più preziosa e più cara di quell'amor fraterno che Ella sì degnamente e sì virtuosamente celebra. La ringrazio di cuore, e desiderando mostrarle la mia gratitudine con altro che con parole, la prego di adoperarmi per suo devotissimo obbligatissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.F.Stella (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
               <dateline>Milano 13 Maggio 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Amico amatissimo. Le confermo la mia del dì 6, e l'avverto che con mio gran piacere ho ricevuto così il resto della seconda parte del <hi rend="italic">Petrarca</hi>, come il ms. delle <title>Operette morali</title>. Le parlerò di queste dopo che le avrò fatte veder privatamente alla Censura. Frattanto l'abbraccio di cuore.</p>
         </div1>
         <div1 n="A L.Mazzanti (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A LUCA MAZZANTI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 15 Maggio [1826].</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico mio amabilissimo. La carissima sua ultima, benchè in data dei 4, non mi è giunta prima di ieri. Mi rendo per vinto alle ragioni che Ella adduce per provarmi che io sono colpevole verso Lei, perchè queste ragioni e quest'accusa sono così gentili e così lusinghiere, che il combatterle sarebbe contrario al mio amor proprio. Io poi non le ho data notizia dei miei tre dialoghi, perchè una bagattella stampata per mero saggio in un giornale, non meritava di esserle annunziata, tanto più che non avrei potuto mandarlene copia. Ora che quel medesimo saggio si è ristampato in un altro giornale a Milano, ed anche a parte in un volumetto, ne avrò copie, e mi farò un dovere e un piacere d'inviarne subito a Lei. La mia salute continua ad esser tollerabile e nulla più, e creda pure che in ciò non esagero, e che sono oramai veramente sicuro di non avere a star bene mai. Questo però non dà niuna pena a me, e proverei gran dolore se fosse causa di afflizione a lei. Tanti mali abbiamo nella vita, che l'avere una salute solamente sopportabile è da riputarsi per un vantaggio piuttosto che altrimenti. Della mia situazione, poichè ella amorosamente desidera di esserne informata, le dirò che io vivo qui ben voluto, ed onorato e stimato, assai più che non merito, da questi letterati, e dagli altri che mi conoscono. Ma io smanio di rivederla, e voglio sperare che la mia patria avrà ancora il bene di possederla sino al primo entrar dell'autunno, tempo nel quale infallibilmente (se la mia salute non diverrà incapace d'ogni cosa) io mi porrò in viaggio per coteste parti. Del comune amico ho ancor io lettere che mi annunziano il suo ben essere. Ma ella di sè e della sua salute non mi fa parola. Qui potrei, e forse dovrei, rimetter mano alle querele, ma mi contenterò per questa volta di condannarla a darmi un minuto ragguaglio di tutto ciò che le appartiene, la prima volta che Ella mi scriverà. Mille e mille saluti al Dott. Podaliri, al quale auguro di cuore un prospero viaggio. Mi ami, se può, quanto io amo Lei, che vuol dir sommamente, e mi dia occasione di servirla. Io sono, come sempre, suo devotissimo servitore ed affettuosissimo amico Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.L.Polidoros (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIER LISANDRO POLIDOROS</hi>
               </byline>
               <dateline>Ginevra 16 Maggio 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio carissimo Sig.r Conte. Finalmente il giorno 11 corrente mi giunse il desiderato baullo; ma oh Dio, in quale stato deplorabile! I libri li ho ricevuti in un involto a parte, e mi manca Volney. Il necessario mi è stato sfasciato, ed il restante lo hanno messo sossopra, e quel che è peggio mancante di quasi la metà. Avendo veduto li baulli senza piombi, ho avuto l'avvertenza di aprirli in presenza de' testimoni, e prender nota del contenuto, e già ho fatto dei passi presso questo ricevitore, ma li credo inutili; che però mi racomando a Lei caro Sig.r Conte, in caso che abbia il modo di prendere quelle misure che crederà opportune per ricuperare qualche cosa, se sia possibile. Nel caso gli manderò una nota di quanto a un dipresso mi può mancare; altrimenti ci vorrà pazienza. Il piccolo baullo ha pesato 11 kilogrammi, ed anche in questo mancano diversi oggetti. L'argentarìa l'ho trovata esatta, meno 80 dramme di argento di gallone bruciato, ch'era in un piccolo involto, e questo manca. Di nuovo la prego di far quel che puole per sapere come è andato questo affare, ed io pagarò volontieri qualunque spesa per saper solo se i ladri sono stati li doganieri, li carrettieri, o pure li spedizionieri. La lunga stazione delli baulli in Torino mi fa nascere mille sospetti.</p>
            <p>Scusi, caro Sig.r Conte, l'incomodo o li disturbi replicati che gli arreco. Peraltro l'attribuisca al suo buon cuore. Gradirei sapere, se nella mia posizione sarei accettato in Toscana. Senza dare il mio nome potrebbe sapere dall'amico Giordani come si pensa sul mio caso da quel Governo. Gli rinnovo la mia servitù, e sono sempre il suo dev.mo ed obbl.mo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.F.Stella (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO FORTUNATO STELLA - MILANO.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 17 Maggio 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed amico amatissimo. Ho tardato fino a ora la risposta alle carissime sue 3 e 6 maggio per non annoiarla con lettere inutili. Ricevo ora l'ultima in data dei 13. Godo che le sieno giunti i mss. e che Ella ne sia contenta. Sentirò con piacer grande il parer della Censura, ma soprattutto il parer suo, sopra le <title>Operette morali</title>. La ringrazio assai delle nuove che Ella mi dà di Monti, le quali mi saranno sempre carissime, perchè qui ognuno me ne domanda. Io non ho altra occupazione che il Petrarca, e spero che, per parte mia, Ella non sarà obbligata ad interrompere l'edizione neppure per un momento, ma potrà proseguirla senza intervallo sino al fine. Se Ella ha pubblicato il primo volumetto del Petrarca, e quello contenente il Saggio de' miei Dialoghi, gradirò molto di vederli, a suo comodo. Mad. Padovani è contenta di Bologna, e fa progressi sufficienti nella Musica, a giudizio degl'intendenti. La ringrazia e la riverisce e così tutta la sua famiglia. La mia salute, di cui Ella sì affettuosamente mi chiede, è passabile e tollerabile. Di più non posso sperare, e appena ardisco desiderare. Io l'amo di tutto cuore, come sempre, e la prego a continuarmi l'amor suo. I miei complimenti alla sua famiglia, e saluti amorevoli a Compagnoni, che non so se abbia più memoria di me. La riverisco ed abbraccio di cuore. Il suo affettuosissimo amico Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Brighenti (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO BRIGHENTI</hi>
               </byline>
               <dateline>Vignola 19 Maggio 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Carissimo e adoratissimo Amico. In uno di que' momenti di affollamento, che spesso accadono a chi ha molte brighe, dovetti risolvere di recarmi a Modena per combinare certi affari di qualche urgenza. Venni con la famiglia sino a Vignola, e le circostanze mi hanno poi obbligato a trattenermi più che non credevo. Intanto sono presso al mio Campiglio, dove dimani passerò la giornata; e già gli ho fatto due visite vespertine. Quale delizia sono mai per me questi paesi! Ma abbiamo avuto qualche giorno di pessimo tempo. In mezzo a questi colli ho cercato di acquistare un tugurio, ma inutilmente. Gli abitanti sono sì innamorati del suolo goduto da' loro maggiori, che essi ricusano ogni patto. È vero però che io non avrei potuto offerirne loro dei troppo vantaggiosi, perchè Pluto non si è mai curato di favorirmi.</p>
            <p>Dovunque mi ha accompagnato e mi accompagna la cara memoria di voi, delle vostre virtù, del vostro amore per me, e sebbene contento, provo una certa inquietezza, perchè ben m'accorgo che a compirla mi mancate voi. Oh! se avessi potuto aver qui un casolare! Come sarei lieto di vederlo onorato della vostra presenza! Ma il mondo ha molte apparenze di beni veri e grandissimi, che all'effetto non sono compiuti giammai.</p>
            <p>Sarò di ritorno lunedì sera (22 andante) o la mattina del successivo martedì. Favorite dire al signor Ignazio:</p>
            <p>1° Che avvisi chiunque gli ricerchi di me, che son fuori per affari, e non posso ritrovarmi costì che al tempo suindicato;</p>
            <p>2° Che particolarmente avvisi di ciò l'ortolana custode della mia casa;</p>
            <p>3° Che cerchi del falegname della stamperia, e gli dica il medesimo;</p>
            <p>4° Che lunedì verso sera si trovi alla mia abitazione, e non si mova di là che ad un'ora di notte, onde io lo trovi appena arrivo; e se non arrivassi, che vi ritorni il martedì mattina e sera. Ho bisogno di lui, appena io giungo.</p>
            <p>La mia famiglia vi fa molti e molti doveri. Io, mio carissimo, vi abbraccio con tutto l'affetto dell'animo.</p>
            <p>Appena sarò arrivato pagherò il noto denaro.</p>
            <p>Addio, addio.</p>
            <p>I miei doveri alla signora Rosina e a chi altro crederete che li gradisca. Addio anche una volta.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di L.Mazzanti (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI LUCA MAZZANTI</hi>
               </byline>
               <dateline>Recanati 20 Maggio 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio pregiatissimo Amico. Poichè mi ha Ella intimata la Sua sentenza, io attendo la espiazione della pena col più vivo desiderio. Mi rimetta i Suoi <title>Dialoghi</title>, e quant'altro l'aurea Sua penna darà alla stampa; ora le sue produzioni mi si appartengono di diritto, essendomi da Lei stessa accordate. Le sono gratissimo di tal Sua disposizione, per la quale mi sarà dato di che ritrarre il mio spirito dalla noia che mi circonda e preme. Ma tutto questo non potrà riescirmi d'intera consolazione, se andrà disgiunto dalla certezza del migliore stato di Sua salute, che mi è più d'ogni altra cosa al mondo più cara. Continua Ella a dirmi esser sicuro di non avere a star bene più mai, e vorrebbe poi che a me non riescisse di pena, perchè nella vita tanti mali abbiamo, che una salute solamente sopportabile è da reputarsi più ch'altro un vantaggio. Che linguaggio è mai questo, mio buon Amico! Io ne sono più rattristato che mai, e non so com'Ella possa supporre che non abbia io ad essere addoloratissimo sentendo Lei anche menomamente alterata. Sia pur vero che la mole delle avversità superi di gran lunga quella de' beni; non sarà mai per questo un sollievo la declinazione individuale, che diminuendo viemaggiormente i scarsi piaceri della vita, a dismisura ne accresce, e più ci rende sensibili le sventure. Io sfido Zenone e tutti i suoi seguaci a dimostrarne il contrario, chè nessuno può essere a tal segno di se stesso nemico. Chi poi potrebbe esserlo meno di Lei che con uno spirito veramente divino, coi favori della fortuna, con un carattere il più raro fra gli uomini ha tanto meritato, e merita tanto, sicchè ognuno che il conosce nonchè amarla l'adora. E ne ha pur costì, dove han sede le lettere, non dubbia prova nell'amore e nella stima di tutti gli uomini letterati, e di ciascuno che aver può il bene di avvicinarla. Non si faccia così vincere dalla malinconia, io ne La prego, seppur non vuole rendermi ancor più misero di quel che sono. E tale sono io veramente, non tanto per la mia salute che è sufficiente, quanto per un uomo animoso che cerca di amareggiare la mia quiete gratuitamente e forse per naturale sua inclinazione. Non Le ne faccio il nome, chè troppo Le dorrebbe; Le dirò solo ch'egli è ingiusto, ed amo, a di Lei riguardo, reputarlo tale per alterazione al fegato, o per cospersione di bile al cuore. Non Le avrei dato questo cenno s'Ella non m'imponeva, a pena di nuove querele, di dirLe di me e della mia salute; non cerchi però di più, chè ne sarebbe ad entrambi di maggiore afflizione; s'Ella fosse anche qui, avrei almeno di che confortarmi.</p>
            <p>Il benamato D.r Podaliri partì ne' dì passati nuovamente alla volta di Roma, e le ultime sue parole con me, partendo, furono i saluti per Lei cordialissimi, ai quali unisco quelli che Le vengono dalla più viva tenerezza del cuor mio. Stia sano, e ami sempre l'amico Suo affezionatissimo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Paolina L. (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PAOLINA LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>[Recanati] 21 Maggio 1826.</date>
            </opener>
            <p>Caro Giacomuccio mio. Finalmente è comparsa la signora Bosi, e ha portato la tua lettera e i tuoi doni. Di questi te ne ringrazio assai; e già eravamo curiosi di sapere cosa diceva di te la Orfei in questa sua composizione, di cui Camillo ci avea parlato. Siamo in una vera smania di vedere quelle cose che hai stampate nell'<title>Antologia,</title> e sono state inutili tutte le pratiche che abbiamo fatto per averne i quaderni da Macerata, ove ci sono; e ci daressimo a tutti i diavoli, se tanto e tanto non fosse lo stesso. Per carità, quando hai qualche cosa del tuo, non ci far languire sì miseramente; e Carlo è ben inquieto che non abbi mandato per questa occasione que' versi che recitasti in una tale Accademia, e che eccitarono l'entusiasmo di quelle dame; e davvero che ce li potevi mandare! Il maledetto genio di Carlo per la critica gli fa trovare per tutto motivi di esercizio; e crederesti che ne ha trovati sino nei tuoi manifesti di <hi rend="italic">Cicerone</hi>? Egli pretende di vedervi qualche errore di latino, ma io gli dico che non capisce niente, e che è impossibile che in questo abbia ragione. Ed intanto egli fa la sua lista delle cose, di cui ha da prender questione con te subito che ti vedrà. Immàginati tutti i saluti ch'egli ti manda, e quelli di Mamma, Pietruccio e Luigi. E giusto a proposito di Luigi, egli è contentissimo di quanto gli dite sul trovargli della musica, la quale potrà essere per accompagnamento di qualunque istrumento, meno che pianoforte. Ed anche musica per flauto solo non gli piacerebbe; però vuole che vi dica che gli sarà infinitamente e grata e giovevole questa musica, quando possiate averla senza spendere un baiocco; altrimenti non la vuole assolutamente. Il marchese Giacomo Ricci si è raccomandato a Rinaldo perchè vi faccia arrivare i suoi saluti per parte sua. Dice che ha passato con voi dei momenti lietissimi. E io desidero che ne passiate voi in altra compagnia che nella sua, e non solo momenti, ma giorni ed anni, e credo che ci riuscirete. Addio, Giacomuccio mio; siamo tutti pieni di affetto per te.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di C.Antici (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO ANTICI</hi>
               </byline>
               <dateline>Roma 23 Maggio 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Nepote carissimo. Poco dopo ricevuta la vostra dei 24 Aprile, scrissi al Cav.e De Bunsen mandandogli il vostro testo di lingua, ed in pari tempo le vostre <hi rend="italic">Annotazioni</hi> sull'<title>Eusebio,</title> non senza insinuargli tutto quello che voi mi dicevate e che io credetti all'uopo. Dopo quindici giorni di silenzio, ricevetti sua visita nel momento istesso che usciva dal Segretario di Stato. Non vi sto a narrare tutto ciò ch'Egli ha fatto, onde far valere presso di lui, o per di lui mezzo presso il S. Padre, quei vostri religiosi lavori. Il tempo mi manca e la lena per così lungo racconto, ma egli è certo che non poteasi trattar l'affare con più efficace destrezza. Il risultato fu questo, che in quella istessa mattina gli confidò il Segretario di Stato che si era ideato di farvi Vice-Rettore di questa Università, il di cui Rettore <hi rend="italic">pro-tempore</hi> è sempre il Tesoriere. Temesi peraltro di eccitare il risentimento degli Avvocati Concistoriali, che ne sono col Rettore i primi Ispettori. Voi sareste Vice-Rettore soltanto per le cose scientifiche, giacchè per le amministrative non ne verreste, per vostra fortuna, incaricato, e così potrebbe darsi pace il Corpo degli Avvocati Concistoriali, tra i quali vi sono diversi Prelati. Tutto sta che il Papa il voglia con volere sovrano; poichè allora avreste una bella nicchia, nella quale potreste farvi onore, ed attendere tranquillamente all'invidiabilissima vita dell'uomo di lettere. Vedremo cosa Dio sarà per disporre, ed intanto voi fatevi merito colla rassegnazione a qualunque evento.</p>
            <p>Sento che il Pallavicini, <hi rend="italic">Del Bene</hi>, non si trovi, e non se ne abbiano che pessime edizioni. Ma mentre voi ciò mi scrivevate, potevate soggiungermi il vostro schietto parere <hi rend="italic">sul merito</hi> dell'opera. E se dessa fosse classica, come l'altra <hi rend="italic">L'arte della perfezione cristiana</hi>, perchè non suggerite a codesto Tipografo Nobili di ristamparla in bei caratteri?</p>
            <p>Giacchè il Machiavelli stampato costì non è di edizione perniciosa alla vista, avete fatto assai bene di non disdirlo al Sig.r Testa. Ripurgato quell'autore dalle oscenità, e da altre mediocri produzioni, deve riporsi alla testa dei nostri Politici Italiani.</p>
            <p>Giacchè v'interessate cordialmente allo stato sanitario di questa porzione di mia Famiglia, vi dirò che ora gode essa, al pari della porzione segregata, perfetta salute. Io risento ancora qualche debolezza, e gli occhi talvolta mi dolgono. Tremo di non potermene prevalere come vorrei, poichè se debbo togliermi la risorsa degli amenissimi studi, non trovo su questa terra che molestie. Per noi capi di famiglia, ristretti alle sole rendite agrarie, queste molestie sonosi da cinque anni in poi raddoppiate. In tutte le nostre provincie è un pianto; e la vostra famiglia non è in minor travaglio delle innumerevoli altre. Io, oltre molti risecamenti di spese, vado reggendomi ancora col prodotto di capitali venduti, e di qualche sopravanzo degli anni favorevoli. Ma se dura così; se mi viene addosso il carico di altra dote per la mia seconda figlia, non veggo luce senza qualche impreveduto soccorso della Providenza Divina. Per altro, <foreign lang="lat">quod aeternum non est, nihil est</foreign>. Dunque procuriamoci i beni eterni, ed avremo vissuto da saggi.</p>
            <p>Quando mi scrivete, datemi qualche cenno sul <title>Dizionario Universale della Lingua italiana</title>, che si stampa in Milano, da voi lodatomi come il migliore; e del <hi rend="italic">Cicerone</hi> stelliano, su cui l'altra sera fui interrogato da chi ha tutto il prospetto, e, per associarvisi, vuò vedere il primo volume. La Prefazione è vostra?</p>
            <p>Mia Moglie e i miei figli vi salutano cordialmente, e desiderano sentirvi sano. Io nol desidero meno di loro, essendo di cuore vostro aff.mo Zio.</p>
         </div1>
         <div1 lang="fra" n="Di M.Merle (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI M. MERLE</hi>
               </byline>
               <date>[Bologna] ce Ieudi 24 Mai 1826.</date>
            </opener>
            <p>Monsieur le Comte! Pour ne pas vous assomer de visites, je prends la liberté d'envoyer chez vous pour vous prier de me faire dire si vous avez parlé avec l'avv. Brighenti, et à quelle heure vous voudrez bien me recevoir pour me comuniquer (si cela se peut!) le résultat de vos bons offices; l'incertitude est pour moi pire que quél déplaisir qu'il puisse m'en arriver; de qu'elle manière que se termine cette affaire, soyez persuadé que je n'en conserverai pas moin une entiere reconnaissance pour la bonté que vous avez daigné me montrer dans cette occasion.</p>
            <p>Agréez l'assurance de la considération distinguée, avec la quelle j'ai l'honneur d'être, Monsieur le Comte, votre humble tres obeiss.e Serv.r.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.F.Stella (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
               <dateline>Milano 27 Maggio 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Amico amatissimo. Rispondendo alla cara sua del 19 le dirò che nei brevi ritagli di tempo che mi restano, vo leggendo le <title>Operette</title> sue <hi rend="italic">morali</hi>, le quali quanto mi allettano e trovo essere d'un genere affatto nuovo per l'Italia, altrettanto temo che trovar debbono degli ostacoli per la Censura. Forse il rimedio potrebbe esser quello di darle prima nel <hi rend="italic">Ricoglitore</hi> per poi stamparle a parte, e in fine fare una nuova edizione di tutte in piccola forma. Vedremo ciò che si potrà meglio fare, e la ragguaglierò di tutto.</p>
            <p>Il Monti va guadagnando ogni giorno; ma speranza di ricuperarlo al tutto, non mai.</p>
            <p>In questi giorni è stata fatta una spedizione al sig. Brighenti, a cui la mia Casa oggi scrive mandando la lettera col mezzo Moratti. Riceverà dal medesimo sig. Brighenti due copie del 1° volumetto del <hi rend="italic">Petrarca</hi> e due del Saggio delle <title>Operette</title>. Se ne vorrà delle altre, mel dirà francamente. Nel prossimo mese, del <hi rend="italic">Petrarca</hi> usciranno almeno due altri volumetti. Di esso <hi rend="italic">Petrarca</hi> ho ricevuto già tutte le stampe che mi ha rimandate, e questa sera sotto fascia le ne invio delle altre collo stesso mezzo del Moratti.</p>
            <p>Lunedì, o mercoldì al più tardi, le invierò egualmente sotto fascia le cose latine, che vanno nel volumetto del <hi rend="italic">Cicerone</hi>. Quanto più presto potrò averle di ritorno, tanto più mi saranno care.</p>
            <p>Mi son care le notizie di madama Padovani che riverisco anche in nome della mia famiglia, che fa lo stesso verso di Lei.</p>
            <p>Se di mano in mano che le giugneranno i volumetti del <hi rend="italic">Petrarca</hi>, li potrà scorrere, sarà buona cosa, perchè in fine dell'Opera si potrà dare un <foreign lang="lat">errata-corrige</foreign>, od anche cambiar qualche cartesino se occorresse. Osserverà nelle note un error di trasposizione alla pag. 65, st. 8, v. 1°.</p>
            <p>Se il <hi rend="italic">Petrarca</hi> di Firenze veramente non le serve, potrà darlo a codesto sig. Marcheselli, a cui ho già scritto, se non lo volesse il sig. Brighenti.</p>
            <p>Abbia cura della sua salute, ed ami il suo amico Stella, che l'ama teneramente.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di F.Puccinotti (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI FRANCESCO PUCCINOTTI</hi>
               </byline>
               <dateline>Macerata 29 Maggio 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Leopardi carissimo. Replico tardi all'ultima tua affettuosissima e perchè ai giorni passati sono stato malissimo di capo, e perchè aspettava di poterti mandare il ms. della Franceschi la quale vuol sottoporlo al tuo gravissimo giudizio e alle tue correzioni. Ma per essersi essa avveduta che in alcuni luoghi il suo volgarizzamento appariva troppo adorno a rimpetto del testo, vuol rendere cotesti luoghi più castigati, vuole insomma, prima di presentarlo al Leopardi, che abbia avuto tutta quella lima che per lei si possa maggiore. Vedendo adunque ch'ella ritarderà e probabilmente sino a qualche altro mese, io non ho voluto più a lungo tenermi di non risponderti.</p>
            <p>Quel mio peccato d'ambizione che volli ingenuamente confessarti mi ha forse degradato presso di te; mentre veggo cangiato il tuo modo di scrivermi. Nella tua dei 20 Marzo mi tratti col dolce <hi rend="italic">Tu</hi> de' nostri antichissimi padri, in questa de' 14 Aprile ripassi al <hi rend="italic">Voi</hi>: osservo di più che in quest'ultima nemmeno ti sei sottoscritto. Eccoti frivole osservazioni che mal si confanno colla gravità filosofica; ma devi attribuirle unicamente all'amore e alla stima che di te sento.</p>
            <p>Finalmente ho potuto leggere i tuoi tre Dialoghi nell'<title>Antologia</title>. Tu temevi il giudizio del Giordani, uno de' <hi rend="italic">perfettibilisti</hi> i più grandi; e se ora l'hai tratto al tuo partito, vedi che forza di ragione deesi nascondere in quelle tue <title>Operette morali</title>. E veramente è così: bando alle fredde chimere: mostriamo l'uomo miserissimo qual'è: richiamiamo, per essere meno annoiati, alcuni di que' vaghissimi errori dell'antichità, pei quali tutto il mondo esteriore prendeva dinnanzi a loro spiriti anima e vita: il misero e freddo vero non accresca miseria e freddezza negli animi nostri: la storia delle moderne pretensioni si converta in quella del riso de' sapienti: ed a questo beatissimo riso facciamo l'apoteosi e innalziamogli un'ara ed un tempio come fecero quegli d'Ippata. Tu per me sei il sapientissimo degli italiani viventi; e que' pochi che conoscono a fondo l'umana natura da te così bene svelata e dipinta dovranno mitriarti per tale. Però a giudicare delle tue <title>Operette morali</title> non basta essere letterato sterile o poeta; nè da questi potrai mai aspettarti sinceri encomii; anzi questi meschini badando alle parole più che alle cose ti trincieranno in due parti. I Romantici per quello spesso nominare che tu fai la umana infelicità, e pel novellare simboleggiando ti diranno della loro schiera: i Classicisti staranno al tuo purissimo dialogo e ti diranno loro. E nel mentre che ciascuno di questi poveretti vorrà la tua scorza, il novissimo e utilissimo frutto non resterà gustato che da que' pochi che ti ho nominato di sopra. - Ma dimmi, perchè hai posto l'ultimo dialogo per primo, e perchè così pochi ne hai pubblicati, e perchè non unire almeno a questi pochi quello bellissimo <hi rend="italic">Il Parini</hi>?</p>
            <p>Il cav. Carlo Costa che vidi domenica sera in una Accademia in casa la Narducci ti risaluta, e ti prega volergli mantenere la promessa di mandargli copia dell'ultima edizione delle tue <title>Canzoni</title>. - Novelle letterarie qua non vi sono: sappiamo soltanto che presto ne giungerà da Parigi stampata la Tragedia sulla caduta o sull'assedio di Missolunghi improvvisata dallo Sgricci. - Le <title>Memorie</title> di Goethe nella <title>Antologia</title> mi hanno piaciuto assai; ma non avrei mai voluto che Goethe andasse al servizio del Duca di Weimar. Quanto lo degrada quel Diploma rilasciatogli da questo Duca, nel quale il libero Poeta vien lodato come fedelissimo e devotissimo servitore! - Nelle poche ore d'ozio vado leggendo le opere di Byron per la prima volta, meno il <title>Corsaro</title> e alcuni canti del <title>Child-Arold</title> che aveva già letti. Se fossimo a quattr'occhi ti direi l'immensa folla di pensieri che mi desta questa lettura!</p>
            <p>Ma è ora di chiudere. Che dici di questa primavera invernale? Tu che hai nimicissimo il freddo ne soffrirai non poco. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Carlo L. (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 30 Maggio 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Carluccio mio. Paolina mi dice che tu hai delle critiche da fare ai miei manifesti del Cicerone. Perchè non me le scrivi? Ti lagni ch'io non ti abbia mandati i versi fatti per l'Accademia. Sappi che li avevo messi già nell'involto; poi li cavai, perchè non avrei voluto che capitassero in altre mani che tue e di Paolina, del che non potevo esser sicuro. Ti mando per la posta le mie cose stampate nell'<title>Antologia</title>. Ma non voglio che sieno vedute se non da Paolina e da te. Leggendole, capirai la ragione. Scrivimi dunque un nome immaginario, sotto il quale io le possa dirigger costà. Fammi il piacere di dare a Babbo l'acclusa cartina, e di dire a Mamma che Angelina mi fece sapere che D. Rodriguez era da qualche tempo allettato, e mostrava di voler campar poco. Ieri poi mi mandò a dire che era peggiorato assai, e che in camera sua non entrava più nessuno. Se saprò altro di nuovo, lo scriverò subito.</p>
            <p>Che fai, Carluccio mio caro? Come mi ami? Parlai tanto di te con Gaetano Melchiorri, che ti vuol proprio bene, e ti compatisce veramente di cuore. Sfogati di quando in quando con me, mio caro e sventurato. Io sarò costì fra due o tre mesi immancabilmente, se pure la mia salute non me lo rendesse impossibile affatto.</p>
            <p>Sono entrato con una donna (Fiorentina di nascita) maritata in una delle principali famiglie di qui, in una relazione, che forma ora una gran parte della mia vita. Non è giovane, ma è di una grazia e di uno spirito che (credilo a me, che finora l'avevo creduto impossibile) supplisce alla gioventù, e crea un'illusione maravigliosa. Nei primi giorni che la conobbi, vissi in una specie di delirio e di febbre. Non abbiamo mai parlato di amore se non per ischerzo, ma viviamo insieme in un'amicizia tenera e sensibile, con un interesse scambievole, e un abbandono, che è come un amore senza inquietudine. Ha per me una stima altissima; se le leggo qualche mia cosa, spesso piange di cuore senz'affettazione; le lodi degli altri non hanno per me nessuna sostanza, le sue mi si convertono tutte in sangue, e mi restano tutte nell'anima. Ama ed intende molto le lettere e la filosofia; non ci manca mai materia di discorso, e quasi ogni sera io sono con lei dall'avemaria alla mezzanotte passata, e mi pare un momento. Ci confidiamo tutti i nostri secreti, ci riprendiamo, ci avvisiamo dei nostri difetti. In somma questa conoscenza forma e formerà un'epoca ben marcata della mia vita, perchè mi ha disingannato del disinganno, mi ha convinto che ci sono veramente al mondo dei piaceri che io credeva impossibili, e che io sono ancor capace d'illusioni stabili, malgrado la cognizione e l'assuefazione contraria così radicata, ed ha risuscitato il mio cuore, dopo un sonno anzi una morte completa, durata per tanti anni.</p>
            <p>Di' a Luigi che m'ingegnerò di servirlo della musica. Saluta fervidamente Babbo e Mamma, Paolina, Luigi, Pietruccio. Scrivimi, anima mia, e credi che se io vengo ricuperando della mia potenza di amare, altrettanto cresce di giorno in giorno la forza e la sensibilità dell'amore smanioso ch'io ti porto, e che per tanto tempo è stato l'unico segno di vita dell'anima mia.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.F.Stella (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO FORTUNATO STELLA - MILANO.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 31 Maggio 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico pregiatissimo. Alla favoritissima sua de' 27. Se a far passare costì la <title>Operette morali</title> non v'è altro mezzo che stamparle nel <hi rend="italic">Raccoglitore</hi>, assolutamente e istantemente la prego ad aver la bontà di rimandarmi il manoscritto al più presto possibile. O potrò pubblicarle altrove, o preferisco il tenerle sempre inedite al dispiacer di vedere un'opera che mi costa fatiche infinite, pubblicata a brani in un Giornale, come le opere di un momento e fatte per durare altrettanto.</p>
            <p>L'avverto che poche o niuna osservazione potrò fare intorno alle Note latine Ciceroniane ch'Ella è per mandarmi, perchè non avendo sott'occhio il testo colle pagine e linee a cui le note si riferiscono, io non intenderò naturalmente nulla di esse note.</p>
            <p>Attendo le nuove prove del Petrarca, che col passato ordinario non mi sono giunte. Non mancherò di rileggere i volumetti di mano in mano, e avvertirla degli errori. Consegno al Marcheselli il <hi rend="italic">Petrarca</hi> di Firenze.</p>
            <p>Se non le fosse grave di farmi avere altre due o tre copie del <hi rend="italic">Petrarca</hi> e del <title>Saggio</title> ec., le ne sarei ben grato: altrimenti Ella non faccia caso di questa domanda. Continuo sempre ad occuparmi del Petrarca, quanto mi permette la mia trista salute. Mi raccomando all'amor suo e con tutto il cuore mi ripeto suo vero servo e tenero amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.F.Stella (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
               <dateline>Milano 3 Giugno 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Amico amatissimo. Le confermo la mia 27 del p.p. e l'avviso che questa sera col solito mezzo dell'amico Moratti le mando delle altre prove di stampa del <hi rend="italic">Petrarca</hi>, ed anche la Prefazione del <hi rend="italic">Cicerone</hi>. Io la prego questa volerla riveder subito, affinchè partendo da costì mercoldì prossimo io la possa avere a Milano il venerdì. Anche l'ab. Bentivoglio, che la riverisce, gliela raccomanda assai. Aggiunge la preghiera ch'Ella vi metta le mani dentro a pieno piacimento suo: del che le sarà assai grato. Mi soggiunge essere stato questa mattina da lui insieme col numismatico dott. Labus quel dotto parente di Lei che dimora a Roma, e che ha avuto gran piacere di far la conoscenza di questo cavaliere. Parlarono molto delle cose ciceroniane venute da Roma, e s'intesero benissimo di tutto.</p>
            <p>Mercoldì le manderò i primi fogli delle Note, ed intanto le mando un bacio di cuore. Il suo cordialissimo amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="A F.Puccinotti (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A FRANCESCO PUCCINOTTI - MACERATA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 5 Giugno 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Puccinotti. Credi a me che se nell'ultima lettera ti trattai col <hi rend="italic">voi</hi> piuttosto che col <hi rend="italic">tu</hi>, fu senza deliberazione, perchè così mi sarà venuto alla penna; e se non sottoscrissi il mio nome, fu propriamente per segno di confidenza, e perchè così soglio fare cogli amici intrinsechi, stimando che a loro non bisogni la sottoscrizione per riconoscermi. Come stai del tuo mal di capo? come va la lettura del Byron? Veramente questi è uno dei pochi poeti degni del secolo, e delle anime sensitive e calde come è la tua. Le Memorie del Goethe hanno molte cose nuove e proprie, come tutte le opere di quell'autore, e gran parte delle altre scritture tedesche; ma sono scritte con una così salvatica oscurità e confusione, e mostrano certi sentimenti e certi principii così bizzarri, mistici e da visionario, che se ho da dirne il mio parere, non mi piacciono veramente molto. Mi fa maraviglia quello che tu mi scrivi di Costa, perchè fino da questo novembre io consegnai un esemplare delle canzoni a Giacomo Ricci, che glielo ricapitasse, e così mi promise. Io parlo qui spesse volte e sento parlare della Franceschi, che ha mossa di sè un'aspettazione grande. Se i tuoi consigli possono, come credo, nell'animo suo, confortala caldamente, non dico a lasciare i versi, ma a coltivar assai la prosa e la filosofia. Questo è quello che io mi sforzo di predicare in questa benedetta Bologna, dove pare che letterato e poeta, o piuttosto versificatore, sieno parole sinonime. Tutti vogliono far versi, ma tutti leggono più volentieri le prose: e ben sai che questo secolo non è nè potrebbe esser poetico; e che un poeta, anche sommo, leverebbe pochissimo grido, e se pur diventasse famoso nella sua nazione, a gran pena sarebbe noto al resto dell'Europa, perchè la perfetta poesia non è possibile a trasportarsi nelle lingue straniere, e perchè l'Europa vuol cose più sode e più vere che la poesia. Andando dietro ai versi e alle frivolezze (io parlo qui generalmente), noi facciamo espresso servizio ai nostri tiranni, perchè riduciamo a un giuoco e ad un passatempo la letteratura, dalla quale sola potrebbe aver sodo principio la rigenerazione della nostra patria. La Franceschi, datasi agli studi così per tempo e con tale ingegno, potrà farsi immortale, se disprezzerà le lodi facili degli sciocchi: lodi che sono comuni a tanti e che durano tanto poco, e se si volgerà seriamente alle cose gravi e filosofiche, come hanno fatto e fanno le donne più famose delle altre nazioni, Ella sarà un vero onor dell'Italia, che ha molte poetesse, ma desidera una letterata.</p>
            <p>I miei Dialoghi stampati nell'<title>Antologia</title>, non avevano ad essere altro che un Saggio, e però furono così pochi e brevi. La scelta fu fatta da Giordani, che senza mia saputa mise l'ultimo per primo. Il manoscritto intero è adesso a Milano, dove si stamperà, permettendolo la Censura, del che si dubita molto. Io ti amo, e parlo spesso di te con quelle lodi e in quella maniera che tu meriti. Come vanno le tue lezioni? e che belle cose vai meditando? Scrivimi, ed amami di cuore; e se ti posso servire, adoprami. Il tuo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A L.Mazzanti (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A LUCA MAZZANTI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 5 Giugno 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Amico carissimo e pregiatissimo. Moltissimo piacere mi ha cagionato il sentire che Ella sia contenta dello stato di sua salute, ma doppio dolore ho ricevuto dal cenno che Ella mi dà circa le cose che presentemente la molestano. In un argomento di tal natura Ella mi permetterà di non soggiungere altro se non che io compiango altamente quelle qualunque sieno circostanze (a me ignote) che hanno data occasione a questi disturbi.</p>
            <p>La mia salute, alla quale Ella tanto amorosamente s'interessa, è sempre passabile, e spero che il progresso della stagione calda la renderà, se non buona, che in verità non mi par possibile, almeno anche più facile a sopportarsi.</p>
            <p>Avrò il piacere di mandarle i miei dialoghi subito che ne riceverò copie. Ma prima esigo che Ella mi prometta religiosamente e inviolabilmente di non mostrarli in cotesta città a chicchessia. La lettura di questi opuscoli le farà poi conoscere la ragionevolezza di questa domanda che io ardisco fare alla sua amicizia.</p>
            <p>Ha Ella nuove di Lampredi? Saprà che da Firenze passò a Ragusi, dove ebbe un colpo d'accidente, del quale poi si riebbe; che fu chiamato a Napoli da quel Governo, e si disponeva a tornarvi, quando fu sorpreso da un secondo colpo, dopo il quale non ho più saputo nulla di certo intorno a lui; solamente ho inteso che anche di quest'altro colpo sia risanato, o del tutto o in gran parte.</p>
            <p>Ho lettere recenti del comune amico da Ginevra. Pare che abbia intenzione di passare in Toscana e fermarvisi. Ella curi sopra tutto la sua salute, che a me pare la cosa che più importi in ciascuno individuo. Mi ami, come l'ama con tutto il cuore e l'amerà senza fine il suo affezionatissimo amico Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>[Firenze 6 Giugno 1826].</date>
            </opener>
            <p>Giacomino adorato. <hi rend="italic">Oh quando ego te aspiciam!</hi> Intanto mille baci e mille ringraziamenti per la tua del 31. Ho veduto il tuo <hi rend="italic">Petrarca</hi>: certamente cose buone e utili, ma per te non dilettevoli a scrivere. Duolmi che la tua salute sia men forte di quel che me ne aveva detto Don Masi, che mi ti disse robusto e grasso e colorito a maraviglia, e mi rallegrò moltissimo. Abbiti gran cura, non istudiar troppo, muoviti, e divèrtiti. Che fa Paolina? è maritata? A lei e a Carlino ti prego di mandar i miei saluti affettuosi. Ricordami spesso alla Nina Sampieri, a suo fratello, a Marchetti, ad Angelelli. Prose italiane da poter piacere utilmente alle donne non ne conosco. Tenterei se si potessero ottener lettori a quei <hi rend="italic">Memorabili</hi> di Socrate. Crederei anche bene di fare una ristampa in due volumetti piccoli e di buon prezzo del bellissimo <title>Sofocle</title> di Angelelli.</p>
            <p>Mio caro, tu sei sempre nel mio cuore, e spessissimo sulla mia bocca. Vieusseux ti risaluta. Quelli che più amo spesso mi domandan di te. Io ti ho grand'obbligo che mi ami, ma sta' certo che in amare non potrai vincermi. Addio caro: addio con tutto l'animo, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Papadopoli (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO PAPADOPOLI</hi>
               </byline>
               <dateline>Di Napoli alli 6 di Giugno 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio carissimo amico. Se io non ti scrivo non è perciò che io non sappia di te, chè ad ogni ordinario la Contessa mi ragguaglia del come tu istia, o di altra cosa che intorno a te mi accada di sapere. A questi dì mi venne alle mani il <title>Corriere delle Dame</title>, dove lessi un brano di una tua prefazione, che ponesti innanzi ad una edizione del <hi rend="italic">Petrarca</hi>. O come mi piacque quel Saggio! Riscrivimi se la stampa è terminata, perchè ho desiderio di saperlo. E quel tuo lavoro intorno i <hi rend="italic">Moralisti</hi> sarà pubblicato presto? Scrivimi perchè qui nessuna cosa giugne, nè si sa novella dell'alta Italia, dimanierachè in cambio d'essere a Napoli pare d'essere nella estrema California. Pregoti pure di darmi notizia intorno all'edizione del <hi rend="italic">Cicerone</hi> a che intendeva lo Stella.</p>
            <p>Di me non so che dirti, eccettochè io vegeto per patire del continuo, dappoichè i miei nervi mi martoriano crudelmente; del rimanente poi io vivo una vita inerte, senza bene e senza speranza di bene. Ciò io ti scrivo perchè tu sappia il vero di me, tu che io reputo un altro me, tu che io amo e riverisco cordialmente. Fa' di scrivermi come tu viva costì, se la fortuna ti è sempre ingiuriosa o se cangiò metro, in somma scrivimi di tutto quello che ha relazione con te, perchè tutto che t'appartiene mi sta a cuore.</p>
            <p>Vivi sano e consolato.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.F.Stella (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
               <dateline>Milano 10 Giugno 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Amico amatissimo. Come le accennai nella polizzetta di mercoldì, allorchè le mandai altre prove di stampa del <hi rend="italic">Petrarca</hi>, eccomi a rispondere alla cara sua 31 del passato. Comincio dalle prove di stampa. Presso di Lei ora non sono che le suddette di mercoldì, avendo io ricevuto tutte le altre, compresa la <hi rend="italic">Introductio</hi>, della quale e l'ab. Bentivoglio ed io le rendiamo grazie. Sentirò poi volentieri da Lei, anche riservatamente se occorresse, che cosa Ella pensa di quel lavoro. Rispetto alle Note, come preme che vadano al torchio subito, così manca il tempo di mandargliele. Farò ch'Ella veda il primo foglio di esse bello e stampato, e questo unicamente per sentire il suo parere. Questa sera le mando le ultime stampe del <hi rend="italic">Petrarca</hi>, colle quali termina la prima parte. Della seconda procurerà di mandarmi in pacchetto per la posta tutto ciò che tiene in pronto. Ora vengo alle sue <title>Operette morali</title>.</p>
            <p>Quando io le scrissi che al caso disperato si sarebbe cercato, per vederle pure stampate, di darle nel <hi rend="italic">Ricoglitore</hi>, mi pareva d'averle soggiunto che si sarebbero in pari tempo stampate separate, e non ad una ad una, o a tre a tre, ma tutte in un corpo, comprese, nel luogo ove cadrebbero, anche le tre del primo saggio. Ora le aggiungo che a questo corpo separato converrebbe far precedere una Prefazione, e che anzi tale prefazione importerebbe ch'Ella la desse presto, per far comprender meglio lo spirito del di Lei lavoro al Censore, il quale forse si potrebbe persuadere di lasciarle stampare da sè sole senza darle in prima nel <hi rend="italic">Ricoglitore</hi>. E già sono inteso col Censore di dargliele da vedere fuori d'offizio, a fine che il ms. non corra alcun pericolo. Ma per far questo meglio, come ho detto di sopra, mi piacerebbe che le <title>Operette</title> fossero accompagnate dalla prefazione. Tuttavia io potrò darle da rivedere anche senza di questa. Intanto io ne continuo la lettura, ma nei momenti, che son pochi, in cui io mi trovo libero da ogni cura; e sento che il piacere e l'ammirazione che mi destano, son sempre eguali, forse anche per una delle ragioni ch'Ella espone nel suo <hi rend="italic">Parini</hi>, ed è che quasi sempre io mi trovo dell'eguale sentimento di Lei, e trovo spesso cose nuove, sublimi, non mai dette da altri, o veramente da me non mai intese, quantunque non poco, nel lungo corso della mia vita, io abbia letto. Questa sola opera, io credo, deve bastare ad innalzare ad alta fama l'autore: onde sarebbe indegna cosa il trascurar ch'essa vedesse la luce. Dal canto mio mi presterò quanto posso, e se mai qui non si potesse stampare, non mancherà mai a Lei il mezzo di farla stampare a Firenze, ove son diversi i regolamenti della Censura da quelli della nostra. Ma tuttavia io spero, che anche qui si potrà stampare, e ciò con mio gran contento. Già sulle <title>Operette</title> tradotte dal greco non havvi alcun ostacolo, o saranno le prime a stamparsi, non so però se prima o dopo la pubblicazione del <hi rend="italic">Petrarca</hi>. Io amerei però che fosse dopo, se, come Ella me ne ha dato speranza, il <hi rend="italic">Petrarca</hi> Ella potrà darmelo terminato in autunno.</p>
            <p>Dopo il <hi rend="italic">Petrarca</hi>, giacchè Ella non si è dimostrata contraria a tal lavoro, desidererei aver da Lei il <hi rend="italic">Compendio del Cinonio</hi>, che non posso finire di dirle quanto sia desiderato: ond'io non solamente per amore che veracemente le porto, ma anche per interesse, di continuo penso alla sua salute, che vorrei pure che fosse prospera sempre.</p>
            <p>Ho fatto prendere memoria che alla prima occasione che si spedirà a Bologna (il che seguirà presto), sieno mandate a Lei col mezzo del Sig. Brighenti altre quattro copie del <hi rend="italic">Petrarca</hi> e quattro del <title>Saggio</title>, ed anche una copia dell'Appendice alla <hi rend="italic">Proposta</hi>. Ella poi prenda egualmente memoria che, quante copie le potessero occorrere per l'avvenire, Ella me le deve domandare con tutta libertà, certissima di farmi in questo un piacere.</p>
            <p>Ho una quantità di saluti e di me e della mia famiglia sì per Lei e sì per madama Padovani. Li accolga e li faccia accogliere, e mi ami. Il suo cordialissimo amico A.F.S.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Carlo L. (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 15 Giugno 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Carluccio mio. Ti scrissi ultimamente una lunga lettera alla quale non vedo risposta. Dai 21 di Maggio in qua, che Paolina mi scrisse, non ho più un cenno da casa. Per amor di Dio scrivimi, e non mi lasciare in questa oscurità. Senza le nuove vostre, io non posso viver quieto un momento. Oggi è il nostro San Vito. Ti diverti tu nulla, o sei sempre così tristo? Dio mio, vo contando i giorni dopo i quali io ti rivedrò: credimi che sarà presto, e che io non ho maggior desiderio. Carluccio mio caro, scrivimi. Salutami tanto Babbo, Mamma e i fratelli. Io penso sempre a te, parlo sempre di te, anche a rischio di parer di poco buon tuono. Io t'amo quanto la vita. Non mi abbandonare. Ti bacio con tutta l'anima. Addio, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.F.Stella (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO FORTUNATO STELLA - MILANO.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 16 Giugno 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico amatissimo. Alle carissime sue 3 e 10 corrente. Nella <hi rend="italic">Introduzione</hi> del Bentivoglio sinceramente le dico ch'io non trovo nulla che non mi paia lodevole. Le noterelle ch'io ci feci, sono bagattelle, appartenenti tutte alla lingua, com'Ella avrà veduto. Ho corrette le ultime prove del <hi rend="italic">Petrarca</hi>. Consegnerò a momenti al Moratti la continuazione del ms., intorno al quale io non mi stanco di travagliare continuamente, quanto mi permette la mia misera salute. Gli errori trovati da me nel primo volumetto del <hi rend="italic">Petrarca</hi> sono i segg.</p>
            <p>ERRATA:<lb/>
pag. 45 lin. 6 <hi rend="italic">casa, qual</hi>
               <lb/>
pag. 55" 11 <hi rend="italic">la corona</hi>
               <lb/>
pag. 65" 7, 8 omettansi le parole: <hi rend="italic">Ignudo</hi>. Perch'era privato del corpo. <lb/>
pag. 99" ult. <hi rend="italic">Che</hi>
pag. 104" 20 <hi rend="italic">invano</hi>
            </p>
            <p>CORRIGE:
<hi rend="italic">casa e qual</hi>
               <lb/>
               <hi rend="italic">lor corona</hi>
               <lb/>
               <hi rend="italic">che</hi>
               <lb/>
               <hi rend="italic">in vano</hi>
            </p>
            <p>Non noto diversi erroruzzi di punteggiatura, che non guastano il senso. Per regola de' suoi compositori, io scrivo sempre <hi rend="italic">cielo</hi> col <hi rend="italic">c</hi> minuscolo, quando questa parola significa luogo, o voglia dir cielo visibile, o voglia dir paradiso: scrivo sempre <hi rend="italic">Cielo</hi> col <hi rend="italic">C</hi> maiuscolo, quando questa parola significa persona o persone, cioè Dio, gli Dei, i Beati, ec., per esempio in queste frasi: <hi rend="italic">piaccia al Cielo; il Cielo mi vuole infelice; grato al Cielo; leggi del Cielo</hi>, e simili, che sono frequentissime.</p>
            <p>Ho sentito qui alcuni dolersi che il suo <hi rend="italic">Petrarca</hi> abbia la coperta e l'antiporta relativa alla <hi rend="italic">Biblioteca amena</hi>. Qui pochi spendono per far rilegare i libri; però si vorrebbe che la <hi rend="italic">brochure</hi> fosse tale da potervela lasciare. L'avviso di ciò, perchè Ella veda se le paresse bene e se fosse in tempo di porre una <hi rend="italic">brochure</hi> propria e appartata a quegli esemplari del <hi rend="italic">Petrarca</hi> che non son destinati agli associati o compratori della <hi rend="italic">Biblioteca amena</hi>.</p>
            <p>Avrei voluto fare una prefazione alle <title>Operette morali</title>, ma mi è paruto che quel tuono ironico che regna in esse, e tutto lo spirito delle medesime escluda assolutamente un preambolo; e forse Ella, pensandovi, converrà con me che se mai opera dovette essere senza prefazione, questa lo debba in particolar modo. Nondimeno ho voluto supplire col Dialogo di Timandro ed Eleandro, già stampato nel <hi rend="italic">Saggio,</hi> il qual Dialogo è nel tempo stesso una specie di prefazione, ed un'apologia dell'opera contro i filosofi moderni. Però l'ho collocato nel fine. Quivi è dichiarato, a me pare, abbastanza lo spirito di tutta l'opera, ed esso Dialogo potrebbe servir di norma alla Censura, per farsi un'idea complessa del sistema seguito nel libro. - La prego caldamente ad eseguire il suo pensiero di comunicare il ms. alla Censura privatamente, e a sapermene dare una risposta decisiva, dalla quale io conosca se il libro si potrà stampare a Milano o non si potrà. Saputa questa cosa con sicurezza, io sarò tranquillo, e in caso che non si possa stampar costì, risolverò quello ch'io debba farne.</p>
            <p>Le rendo distinte grazie degli esemplari del <hi rend="italic">Petrarca</hi> e del <title>Saggio</title> e dell'<hi rend="italic">Appendice alla Proposta</hi>, ch'Ella mi destina. La prego a rendere duplicati i miei cordiali saluti alla sua amabile famiglia, e ad accettare la conferma dei teneri sentimenti coi quali, abbracciandola, sono e sarò sempre di tutto cuore suo affettuosissimo amico Giacomo Leopardi.</p>
            <p>Del Petrarca manoscritto spedirò tutta la seconda parte, ossia <hi rend="italic">Rime in morte di Laura</hi>.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Carlo L. (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>[Recanati] 19 Giugno 1826.</date>
            </opener>
            <p>Buccio mio caro caro. La tua lettera dei 15 mi ha fatto un male grande, prima perchè mi duole assai che tu sei stato senza risposta, mentre io ti scrissi lungamente ordinari sono; e nello stato mio presente di debolezza morale e fisica, in cui godo molti attributi della pazzia, è per me un'afflizione quello che per altri sarebbe un piccolo disgusto, l'aver discorso col vento. Poi mi è entrato in testa un diabolico sospetto, che Mamma abbia aperta la mia lettera consegnatale da Paolina per francarla come al solito. Vari segni di turbamento in Mamma al sentire che tu non avevi ancora ricevuta la lettera, e il rifiuto ostinato di asserirmi il contrario, fan credere tanto a Paolina che a me, che ella non avendo avuta notizia di ciò che conteneva l'ultima tua a me, si sia servita di questo mezzo per soddisfare la curiosità donnesca, e l'imperiosità che è ormai divenuta in lei insopportabile. Se tu mai l'avessi, ritardata, fammi il piacere di osservare se porta segni di apertura: procurerò anch'io di ricercar qui quelle tracce, che possono dare indizio. Te lo ripeto: perdona a un non ben sano, ma sono in una rabbia incredibile, e che non si può in alcun modo soddisfare. Pare impossibile che debbano crescere i motivi per farmi abborrire questo soggiorno, e ti giuro che questa minuzia mi tien disperato più del solito. Per Dio! Non poter cavar dalla bocca di una donna un <hi rend="italic">sì</hi> o un <hi rend="italic">no</hi>! Se l'ha aperta, sia ben fatto; solamente mi dica di sì. Io non dico niente. Le tue lettere però non le apre. Frattanto, come nella mia perduta ti diceva di dirigere i tuoi scritti <hi rend="italic">a Marianna Bianconi</hi>, ora che può Mamma essersi impadronita del segreto, potrai fare invece <hi rend="italic">a Livia Luosi</hi>. Buccio caro, se non altra malignità che quella della sorte trattiene le mie lettere, possa questa arrivarti a farti fede che io <hi rend="italic">non ti abbandono</hi>; parola che non devi mai più pronunziare, e che mi ha fatto piangere e ripiangere. Possibile che fra le altre disgrazie mi fosse riserbato anche di dover imparare il senso di questa parola fra noi!</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Paolina L. (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PAOLINA LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>[Recanati 19 Giugno 1826].</date>
            </opener>
            <p>Giacomuccio mio. Se sapessi quanta rabbia ed inquietudine e dispetto ha cagionato anche a me l'affare di questa lettera! tanto più che avevo avuto l'ispirazione di non darla affatto a Mamma, ma farla impostare io stessa, dubitando di un simile giro che essa potrebbe farci, e sapendo io bene cosa conteneva quella lettera. Ma che vuoi? Troppa confidenza nell'altrui carattere, e troppa diversità dal mio mi tradirono, ed ora sono certissima che quella non ti verrà, o ti verrà già stata aperta. E i nuovi motivi d'inquietudine che ogni giorno si succedono, non fanno che accrescere sempre più l'infame nostro stato, e farci comparire dilettevole qualunque altro, per quanto sia disperante. Una sola consolazione ci resta nel vedere che tu sei fuora di questo baratro, e contento e felice, e non vorremmo che ti affliggessi ai racconti che ti facciamo delle nostre miserie, che ormai sono insopportabili affatto.</p>
            <p>Nel <title>Corriere delle Dame</title> abbiamo veduto l'annunzio della vostra interpretazione sul <hi rend="italic">Petrarca</hi>, e la raccomandazione ch'egli ne fa alle sue associate. Crederete bene che sia questa <hi rend="italic">sola</hi> raccomandazione quella che mi ha fatto invogliare di averlo, e per cui vi prego di scrivere a Stella che mi conti nel numero degli associati, e che me ne mandi i quaderni, subito che esciranno, per la posta. Credo che sarà di mole tale da permettere che possa venire in tal modo senza spesa considerabile. Ho creduto che quest'Opera esca a quaderni, perchè dice il <title>Corriere delle Dame</title> e che ne è "usCITA UNA PICCOLISSIMA PARTE". Dunque, Giacomuccio mio, mi raccomando a voi. Contavamo di riscuotere oggi i libri che ci mandate; ma inutilmente.</p>
            <p>Addio, caro, caro Mucciaccio. Figùrati che noi contiamo le ore, i minuti che mancano per i tre mesi, dopo dei quali ti rivedremo. Quella dovrebb'essere l'epoca del mio matrimonio, o quella della certezza disperante di avermi a fare monaca.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.L.Polidoros (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIER LISANDRO POLIDOROS</hi>
               </byline>
               <dateline>Ginevra 19 Giugno 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio carissimo Sig.r Conte. Sono molti li disturbi che gli arreco, ma spero che il di Lei buon cuore li condonerà. Tuttociò che mi accenna nell'ultima sua rapporto alla mancanza degli effetti de' miei baulli, qui si è praticato... tutti sono di avviso che il Sig.r Facchini è in dovere di riclamare, ed indagare dove sono stati tolti li piombi della Dogana di Bologna, poichè in qualunque altro Stato dove siano stati visitati, dovevano apporvi li propri bolli. Mio caro sig.r Conte, se la perdita fosse di poco momento, non avrei tampoco parlato, ma dietro un'infima stima fatta nel processo verbale degli oggetti mancanti, la perdita monta alla somma di franchi 1230, come da nota presentata al ricevitore delli baulli qui in Ginevra. Contuttociò, mio caro sig.r Conte se quest'affare gli deve arrecare dell'inquietezze, sacrifico tutto volontieri pel di Lei riposo, ma se può indurre li signori Facchini a fare qualche passo, come sono in dovere, gliene sarò molto tenuto, altrimenti ci vorrà pazienza.</p>
            <p>Non mi ha risposto per la stampa che desiderava. Subito gli risposi che l'avrei servito, e siamo ancora in tempo, che però attendo una sua decisione.</p>
            <p>Mi conservi la sua padronanza ed amicizia, e mi creda sempre con tutta la stima il suo dev.mo ed obbl.mo P.L.P.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.F.Stella (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
               <dateline>Milano 21 Giugno 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Amico amatissimo. Sento con piacere dalla cara sua del 16 che Ella è contenta delle cose del Bentivoglio. Spero che lo sarà ancor più, quando nell'entrante mese Ella avrà veduto il volume.</p>
            <p>Le ultime stampe del <hi rend="italic">Petrarca</hi> da Lei corrette, che credo che diano termine alla prima parte, sono ancora presso l'amico Moratti, il quale probabilmente me le spedirà col primo gruppo.</p>
            <p>Non m'attendeva di sentir così presto in ordine la seconda parte, come Ella mi accenna. Ne son propriamente contento. Lo sarei assai più, se avessi migliori notizie della sua salute. E perchè così spesso chi può far bene e lo fa, è aggravato d'incomodi, e chi non può far che male, gode più degli altri prosperità? È questa un'interrogazione che non so se Ella l'abbia fatta ne' suoi <title>Dialoghi</title>. Intorno ai quali le scriverò di proposito fra quindici giorni circa, dopo che avrò avuta la risposta dall'amico Censore.</p>
            <p>In proposito di dialoghi, sentirò volentieri il suo parere rispetto a quello tra un Giapponese e un Musulmano che v'è nel <hi rend="italic">Nuovo Ricoglitore</hi>, XVII.</p>
            <p>Ho veduto l'<hi rend="italic">Errata</hi> del primo volumetto del <hi rend="italic">Petrarca</hi>, e me ne gioverò. Abbia Ella la pazienza di far lo stesso pel 2° ed anche pel 3°, che con mezzo particolare le invio oggi, perchè lo riceva dal Sig. Marcheselli, a cui verrà consegnato dal viaggiatore del Sig. Battaggia di Venezia. Rispetto alla coperta, nella quale si vede che il <hi rend="italic">Petrarca</hi> appartiene alla <hi rend="italic">Biblioteca amena</hi>, la mia Casa scrive in proposito al Sig. Brighenti, e credo ch'Ella ne rimarrà contenta.</p>
            <p>Dopo la seconda parte suppongo ch'Ella si applicherà ai <title>Trionfi</title> e poi alle <title>Canzoni</title> e <title>Sonetti di argomenti vari</title>.</p>
            <p>Son pienamente d'accordo con Lei rispetto alla punteggiatura ed altro. Creda che il metodo suo si segue qui scrupolosamente, e si seguirà ognor più.</p>
            <p>Quando verremo al momento della stampa delle <title>Operette morali</title>, che si pubblicheranno in Milano, farò precedervi quattro righe mie ch'Ella già vedrà in prima per l'approvazione.</p>
            <p>Dopo terminato tutto il <hi rend="italic">Petrarca</hi>, sentirò volentieri se Ella applicherà di buon grado al lavoro del <title>Cinonio</title>. Ma più d'ogni altra cosa mi sarà caro sentir ch'Ella sta bene. Più grata notizia non potrei ricevere. Mel creda, e l'abbraccio di tutto cuore. Il suo vecchio amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Carlo L. (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>[Bologna] 21 Giugno [1826].</date>
            </opener>
            <p>Caro amor mio. La tua lettera di risposta, di cui mi parli nell'ultima del 19, non mi è mai giunta. Puoi credere che la tua ultima mi ha turbato assai, perchè da una parte mi rincrescerebbe che Babbo e Mamma prendessero cattive idee di me. L'apertura della tua lettera a te, credo io, non avrebbe potuto nuocere, ma quanto a me, avrebbe potuto mettermi in cattiva vista, cosa che mi dispiace molto, perchè ardendo di voglia di riabbracciarti, e di tornare a star con te, mi sarebbe molto doloroso di trovar gli animi di Babbo e di Mamma mal prevenuti sul fatto mio. Ma quello che mi ha turbato più di tutto, è stato che tu mi parli di non so qual debolezza fisica. Dunque tu stai male? Carluccio mio caro, tu sai che la nostra esistenza è confusa insieme; che se io non sono informato pienamente del tuo stato, io non ho cognizione del mio; che se dubito di qualche tuo male, non posso aver pace per un momento. Scrivimi ogni cosa, non mi nasconder niente, per quell'amore infinito e sempiterno che noi ci portiamo. Io spasimo giorno e notte pensando alle tue tristezze e all'infelicità del tuo stato. Non ti dirò già che il mio sia felice, nè che io mi trovi molto più contento di quel ch'io era in casa: ma pur credo che se tu fossi nelle mie circostanze presenti, saresti più felice di me, o certamente meno addolorato e disperato che in casa. Io ti vedrò certamente presto; ma intanto procura di rilevare come pensa di me Babbo; introducine qualche discorso con lui se puoi, e scrivimene sinceramente. Ti dirigo questa sotto il nome finto. In verità è una grande imprudenza il lasciar che le mie o le tue lettere vadano in mano di Mamma; io ci ho avuto sempre scrupolo; da qui avanti, procura che non succeda più. Ti mando, sotto il medesimo nome finto, la ristampa delle operette pubblicate nell'<title>Antologia</title> di Firenze. La poesia recitata all'Accademia non te la mando, perchè essendo manoscritta costerebbe troppo la posta: te la mostrerò quando saremo insieme. Quest'altro ordinario scriverò a Paolina, e le manderò il primo volume del Petrarca. Carluccio mio caro, io era ben certo che tu non potevi abbandonarmi. Scrissi così quella lettera, sul sospetto che costì avessero aperta la mia precedente, e potessero aprire anche quella. In tal dubbio, mi bisognava scegliere espressioni vaghe e diverse da quelle dettate dall'animo. Dimmi presto qualche cosa di te, e come stai di salute. Io vivo molto annoiato e arrabbiato ma migliorando di salute sensibilmente, col caldo. Ti amo sopra ogni cosa, e non amo altro che te, non ho altro dolore che del tuo stato, altro desiderio nè altra speranza che di vederti. Fatti coraggio, per Dio. Ti bacio, Ti raccomando che il mio libro non sia veduto, perchè ha certe idee che forse potrebbero dispiacere a Babbo.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Paolina L. (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PAOLINA LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 23 Giugno 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Paolina mia. Ti mando il primo tometto del Petrarca. Ne sto aspettando altri due, e te li manderò. Gli altri usciranno a momenti, perchè il mio lavoro è ormai finito. Vedrai che sorte di fatiche toccano alle volte ai poveri letterati. Ma questa per me è la prima e sarà certamente l'ultima di questo genere; e non avrei fatta neppur questa se non mi ci fossi obbligato con una parola data inconsideratamente, che mi ha fatto disperare. Pure me ne sono cavato più presto ch'io non credevo.</p>
            <p>Vo sempre sospirando il momento di riveder Recanati, che sarà certamente presto, piacendo a Dio. Qui si fa continuamente un ammazzare che consola: l'altra sera furono ammazzate quattro persone in diversi punti della città. Il governo non se ne dà per inteso. Io finalmente sono entrato in un tantin di paura; ho cominciato ad andar con riguardo la notte, e ho cura di portar sempre danaro addosso, perchè l'usanza è, che se non vi trovano danaro, vi ammazzano senza complimenti. Salutami quanto più puoi Babbo, Mamma e i fratelli. L'altro giorno il marito di Angelina mi disse che D. Rodriguez è ancora vivo, ma che poco può durare. Tu come stai di salute? come sta Babbo e Mamma? come stanno i fratelli? Pietruccio che fa? non ti rincresca di entrare in dettagli minuti quando mi scrivi, e d'informarmi di ogni cosa della mia cara famiglia. La mia salute migliora molto, grazie a Dio, coll'estate: finalmente sono arrivato a potere andar di corpo senza pillole; cosa che mi pare una maraviglia, perchè da Ottobre in qua non mi era stata mai possibile; e le pillole mi guastavano lo stomaco orribilmente. Salutami tanto D. Vincenzo e il Curato. Addio, Paolina mia. T'amo quanto tu sai. Giordani saluta tanto te e Carlo.</p>
         </div1>
         <div1 n="A C.Pepoli (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO PEPOLI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <date>[Bologna Giugno 1826].</date>
            </opener>
            <p>Caro amico. Fu errore il mio quando ti dissi ch'io aveva letto della <hi rend="italic">Rivista enciclopedica</hi> il Maggio. Ho letto solamente fino all'Aprile, e se tu favorirai di farmi avere il Maggio, mi farai gran piacere, e mi solleverai dalla noia, che mi divora fino alle ossa. Addio: voglimi bene. Il tuo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Monaldo L. (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI MONALDO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <dateline>Recanati, 25 Giugno 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Figlio. Non vi ho scritto da molto tempo, e con ciò mi è mancato il piacere di trattenermi con voi, e quello di leggere le vostre lettere; ma risparmio le mie perchè non voglio obbligarvi a scrivere, non sapendo se e quanto possa riuscirvi gravoso. Di quando in quando però è giusto che vi ricordi direttamente l'affetto mio, e non vi rincrescerà l'assicurarmi del vostro con una riga. Da quanto scrivete a Carlo e Paolina, apprendo il vostro desiderio di presto ritornare, e Iddio sa come questo è un balsamo che scende a confortare il mio cuore, il quale non è molto accostumato ai conforti. Se voi però volete ritornare per vivere con noi molto tempo, e riprendere il vostro domicilio ordinario, io ne affretto il momento coi voti più sinceri e cordiali; ma se veniste coll'animo di presto allontanarvi, e più se avete quello di ritornare a Bologna, mi parerebbe meglio l'essere fuori nell'estate che nell'inverno, massimamente dopo che avete sperimentato quanto codesti freddi vi sono riusciti fatali. In somma io non vorrei che passaste fuori di casa, o in clima più settentrionale di questo, l'inverno futuro, perchè vivrei in grande agitazione per la vostra salute. Neppure però vivo tranquillo per gli omicidii che sento accadere costì, i quali, per quanto scrivete, si commettono da grassatori, sicchè a garantirsene non basta il vivere lontano da inimicizie e partiti. Se dunque restate anche un poco a Bologna, mettetevi al sicuro col non uscire affatto la notte, e fate che non dobbiamo tremare per voi.</p>
            <p>Ho veduto il tometto del <hi rend="italic">Petrarca</hi> spedito a Paolina, e nel fronte ho desiderato il mio povero Recanati. Del resto avete fatta una fatica immensa, che deve esservi riuscita sgradita assai. La immagino diretta al comodo degli esteri che studiano la lingua nostra, e forse lo stampatore ve la ha domandata a loro contemplazione. Broglio mi scrive con entusiasmo dei <title>Dialoghi</title> vostri, stampati nell'<title>Antologia</title> fiorentina, e vi fa tanti saluti e rallegramenti.</p>
            <p>Noi grazie a Dio stiamo bene, e tutti vi salutano caramente. Addio, mio caro figlio; vi abbraccio con tutto il cuore, e vi imploro da Dio mille benedizioni. Fino a tre giorni addietro abbiamo avuto acque continue e dirotte, le quali minacciavano la <hi rend="italic">totalità</hi> del nostro raccolto. Siamo ricorsi alla Madonna santissima del Rosario, e per suo istantaneo favore il tempo si è rasserenato nel primo giorno del triduo, sicchè ora si miete e la raccolta sarà cattiva, ma non quale doveva fondatamente temersi. Addio, addio. Vostro affezionatissimo Padre.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - In codeste parti si troverebbe una giovane saggia, buona, ricca, nobile o no poco importa, bene educata, pia, e adattata ai nostri paesi, della quale potesse farsi una sposa per Casa nostra? È difficile, ma abbiatela in mira. Sarà ora di venirci pensando.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di L.Zacchiroli (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI LUIGI ZACCHIROLI</hi>
               </byline>
               <dateline>Ascoli per Castignano 28 Giugno 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Eccellenza. Pregai il pregiatissimo suo Sig.r Padre a compiacersi di farmi trascrivere le terzine per la nascita di G.C. di mio fratello Francesco recitate in Arcadia, e stampate in un tomo del <title>Parnaso Italiano</title>. Con suo foglio 13 spirante mi dice che mi rivolga a Lei, che portò seco il volumetto in Bologna. Con questa rispettosa mia sono a pregarla di favorirmi, per cui anticipatamente le avanzo i miei distinti complimenti, e pieno di rispettosa stima ho l'onore d'incominciarmi a dire di V.E. umil.mo obbl.mo Servitore.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.F.Stella (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO FORTUNATO STELLA - MILANO.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 30 Giugno 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Amico e Signore carissimo. Sono ben lieto che Ella si trovi soddisfatta intorno al Petrarca. Spero che a quest'ora Ella avrà ricevute le ultime prove corrette, e la interpretazione del ms. della seconda Parte. Consegno colla presente al signor Moratti il compimento dell'opera, cioè l'interpretazione de' <title>Trionfi</title> e delle <title>Rime</title> varie, due Parti che mi sono riuscite molto difficili. Mi lusingo che Ella potrà notare che l'interpretazione non è meno diligente e minuta nel fine che nel principio. Quanto alla stampa de' <title>Trionfi</title> mi conviene avvertirla, 1° che bisogna assolutamente porre nel margine interiore o esteriore la numerazione dei versi, di cinque in cinque, ricominciandola da capo ad ogni Capitolo. Questa misura è indispensabile, perchè s'intendano i richiami della interpretazione, i quali non indicano, e non potevano indicare altro che il numero rispettivo del verso. 2° Bisogna pure assolutamente che i suoi compositori abbiano la pazienza di distribuire la interpretazione dei <title>Trionfi</title> appiè di ciascuna pagina, corrispondentemente al testo che vi sarà contenuto. Se la vorranno porre tutta insieme appiè di ciascun capitolo, i lettori avranno un incomodo e una difficoltà maledetta a trovare la spiegazione del passo che avranno per le mani; e la sua edizione è fatta a posta per appianare al possibile ogni difficoltà. Avrei caro che tra le prove dei <title>Trionfi</title> Ella mi facesse spedire un saggio della impaginatura, sopra il quale, in caso di bisogno, io farei le mie osservazioni, che servirebbero poi per tutto il restante. Ho avuto dal viaggiatore di Battaggia il 3° volumetto del Petrarca, ma non ho ancora veduto il 2°.</p>
            <p>Egli mi disse che costì non gli era stato consegnato se non quell'uno.</p>
            <p>Vol. III del PETRARCA</p>
            <p>ERRATA<lb/>
pag. 256 lin. 4,<hi rend="italic">Avvien</hi>
               <lb/>
pag. 264 lin. 24, <hi rend="italic">dì che</hi>
               <lb/>
pag. 313 dopo la linea 9 manca l'interpretazione della chiusa della Sestina.</p>
            <p>CORRIGE: <lb/>
               <hi rend="italic">Avven</hi>
               <lb/>
               <hi rend="italic">di che</hi>
            </p>
            <p>E quest'ultimo errore è ben grosso. Il viaggiatore di Battaggia, che la riverisce, mi pregò di dirle che non avendo trovato qui M. Merle, partito per la Romagna, ha consegnato la di Lei lettera a Brighenti incaricatosi di fargliela ricapitare.</p>
            <p>Vedrò con sommo piacere l'avvertimento che Ella dispone di premettere alle <title>Operette morali</title>. Circa il Dialogo tra un Giapponese e un Musulmano, le dirò il mio parere, poichè Ella vuole, e sinceramente al mio solito, ma con un patto che Ella lo tenga assolutamente celato all'autore, che io non conosco nè anche per congettura. Altrimenti Ella mi farebbe senza mia colpa un nemico, che non mi perdonerebbe mai più, e che non mancherebbe di dir tutto il male di me presso Lei medesima, per vendicarsi, secondo il buon uso letterario; ed essendo io lontano, non avrebbe chi gli rispondesse. L'idea di dar quasi una forma drammatica all'utilissima e importantissima storia e pittura dei costumi, mi piace infinitamente e mi par felicissima. Ma nel saggio pubblicato desidererei: 1° più naturalezza nel dialogo, 2° più disinvoltura nell'introdur la descrizione o la narrazione dei costumi, in modo che paresse cader nel discorso spontaneamente, e non per la volontà dell'autore, 3° più interesse e più vita, 4° più pensieri e più forza di filosofia, 5° più vivacità e frequenza di sali, ossia più forza comica. Avrei caro ancora che l'autore inventasse delle situazioni, da poter dipingere i costumi in azione; il che servirebbe alla varietà; all'interesse e all'anima del dialogo; e finalmente alla disinvoltura nel descrivere i costumi. In somma vorrei che l'autore mettesse in opera la facoltà inventiva, e non si contentasse della prima e generale invenzione, cioè dell'idea di dipingere i costumi in dialogo.</p>
            <p>Dato che avrò un poco di riposo alla mia mente affaticata per l'assiduo lavoro fatto intorno al <hi rend="italic">Petrarca</hi>, prenderò ad esame l'affar del Cinonio, e gliene scriverò. La mia salute è languida e incerta al solito, e il caldo che abbiamo, mi fa nel tempo stesso del bene e del male. I miei cordiali saluti a tutti i suoi. Saluto di cuore anche Lorenzini. Ella mi ami, come fa, e come io l'amo e l'amerò sempre singolarmente. Sono con tutto l'animo Suo vero e cordialissimo amico e servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Carlo L. (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>[Recanati] 30 Giugno 1826.</date>
            </opener>
            <p>Caro Buccio. Nell'ordinario scorso Babbo, per quanto abbiamo capito, ti deve avere scritto, onde da lui avrai rilevato quanto volevi sapere della sua opinione sopra di te. Ma quando anch'egli avesse letto la mia lettera, che non credo, non mi pare che avrebbe niente potuto dedurne contro di te, mentre non vi erano che cose generiche. Che se poi lo volessi persuaso di un perfetto accordo tra il tuo ed il suo modo di pensare, questa è cosa riconosciuta impossibile da lungo tempo, e da ambe le parti. Del resto Mamma, come sai, ha gran cura di celare a Babbo le intemperanze della sua curiosità, ed egli mostrò di non saperne nulla a Paolina che gliene parlò. Io non ho alcun male, caro Buccio; ma ti parlava di quell'abbandono e di quello scoraggiamento, che è l'effetto naturale dei due fallimenti che ho dovuto sostenere in tutti i progetti e le speranze mie: uno per il disinganno comune a tutti gli uomini, l'altro per la contrarietà delle mie circostanze. <foreign lang="fra">
                  <hi rend="italic">Une femme d'esprit a dit que la perte de l'espérance changeait entierement le caractère</hi>
               </foreign> (<hi rend="italic">Delphine</hi>): io potrei aggiungervi, la complessione. È facile dalle mosse dei muscoli e dagli atteggiamenti della persona il conoscere se un uomo spera più. E se in un vecchio si chiama star bene, quando non si sente alcun male, è vero male per un giovane il non sentirsi alcun bene per la vita. Ma chi sa meglio di te queste cose?</p>
            <p>Sii benedetto di ciò che vai scrivendo; a ogni passo io grido: "Per Bacco! questo pensiero era il mio". Non si è tanto infelice quando si scrive in quel modo, e la millesima prima mia disgrazia è di non poter discorrer con te sopra le infinite cose, che il tuo libretto mi mette o mi richiama in mente. Altro bel lavoro per molte parti mi sembra il tuo <hi rend="italic">Petrarca</hi>; ma anche qui la lontananza da te e dai luoghi dove i confronti son possibili, m'impediscono di formarmene un'idea ben netta. Un errore, fra vari altri occorsi nella stampa, un po' inesplicabile, è quello nel verso 1°, stanza 8a, della Canzone 1a (mi pare, perchè non l'ho alla mano): <hi rend="italic">Spirto doglioso, errante</hi> ec.; e nelle note tu commenti la parola <hi rend="italic">ignudo</hi>. Il bello è che in tutte le edizioni che ho potuto vedere, sta <hi rend="italic">errante</hi>. Mandaci il séguito, perchè io lo leggo parola per parola.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Paolina L. (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PAOLINA LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>[Recanati 30 Giugno 1826].</date>
            </opener>
            <p>E lo leggiamo anche insieme, ed io vi benedico, perchè mi avete fatto arrivare a capire tante cose che da me non ci arrivavo davvero; e figuratevi dunque quanto ve ne ringrazio, tanto più avendomi <hi rend="italic">servito</hi> così sollecitamente. Frattanto io mi conterò debitrice vostra di una lira, e poi seguiremo a fare i conti, ed a pagarvi <foreign lang="fra">à votre arrivée</foreign>. Ora il vostro <hi rend="italic">Petrarca</hi> è nelle mani di Paolina Mazzagalli, che ha mostrato aver desiderato molto di leggerlo, ma che non ho più veduta dopo che gliel'ho dato. Mi pareva di discorrere proprio con voi, leggendo i vostri <title>Dialoghi</title>, ed è certo certissimo, che anche senza nome di autore, fra mille e mille altre Opere, avrei giurato che quella era roba di Giacomo. Ma quelli non li avete mica composti costì; almeno il primo, ne sono sicura. Per dirvi una cosa che ha relazione con il vostro libro, e agli ultimi momenti che avete passato fra noi, vi dirò che Rughini è morto da qualche tempo. Per carità, Giacomuccio mio, guàrdati bene la notte. Tu mi fai spiritare con quello che mi dici degli ammazzamenti, degli assassini. Se tu fossi mai assalito, anche con la perdita del solo denaro, la sarebbe una cosa che potrebbe rovinar te, e far morir noi di dolore quando lo sapessimo. Mi domandi notizie particolari di noi: fa' pur conto di saperle, quando ti dirò che stiamo tutti ad un modo; meglio no certo, forse peggio di quando ci lasciasti. Mamma, che ti saluta tanto tanto, ti ringrazia delle nuove che gli dài di Rodriguez, e ti esorta a non stancarti di dargliene, quando ne avrai. A suo nome ed a mio ci saluterai Angelina, la quale andiamo discorrendo fra noi, che abbia ripreso presso di te gli uffizi che ti prestava essendo piccolo. Sentiremo poi da te se ci siamo ingannati. Melchiorri (Girolamo) fa sposo il figlio lunedì con un'Anconetana, dopo averlo veduto ripudiato dalla prima sposa, la Becchelloni. Non ti scordare di salutare Giordani quanto più puoi a mio nome. Quanti discorsi, quante belle cose mi dirai quando sarai a Recanati! Ma quanto ancora ti annoierai, quanto soffrirai! Addio, Mucciaccio mio. Luigi e Pietruccio ti mandano tanti baci.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.F.Stella (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
               <dateline>Milano 1° Luglio 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Amico amatissimo. Ho ricevuto ieri le prove di stampa del <hi rend="italic">Petrarca</hi>, ed anche il ms. della seconda parte. Ne sono contento; ma ancor più perchè in questo punto ricevo buone notizie rispetto al ms. delle <title>Operette morali</title>. Per oggi non posso dirle di più, e l'abbraccio di tutto cuore. Il suo vecchio cordialissimo amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 3 Luglio 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Carissimo Signor Padre. La sua lettera mi ha cagionata una vera gioia, come sempre me ne cagionerà il trattenermi con Lei, e come mi aveva dato e mi darà sempre pena il suo lungo silenzio, se non in quanto io penserò che questo possa nascere da sue occupazioni più rilevanti e che serva a risparmiarle fastidio. Certamente se a Dio piace, io non passerò mai più l'inverno in climi più freddi del mio nativo. Io conto, se la salute non me lo impedisse insuperabilmente, di essere in ogni modo costì pel primo entrar dell'autunno, e quanto al trattenermi, Ella disporrà di ciò a suo piacere. Intanto Ella non si dia pensiero alcuno circa la mia sicurezza. La frequenza degli omicidii in questi ultimi giorni è stata qui veramente orribile, ma io ho preso il partito di non andar mai di notte se non per le strade e i luoghi più frequentati di Bologna; sicchè, fintanto che non assassineranno in mezzo alla gente (nel qual caso il pericolo sarebbe altrettanto di giorno come di notte), non mi potrà succedere sicuramente nulla. Ho anche il vantaggio di abitare nel centro della città e in faccia a un corpo di guardia, in modo che per tornare a casa non sono obbligato a traversar luoghi pericolosi.</p>
            <p>Non ho posto il nome di Recanati in fronte al Petrarca, non certamente perchè io mi vergogni della mia patria, ma perchè il metterlo avanti a ogni cosa mia, mi sarebbe sembrata una affettazione; ed Ella vede che nessuno scrittore ai nostri tempi lo fa, o illustre o non illustre che sia la sua patria. Stampandosi le mie operette in un corpo, non parrà affettazione il nominar la patria, ed io lo farò senza fallo. Il Petrarca è sembrato allo Stella un'ottima speculazione, non solo per gli esteri, ma anche perchè questi studi, o pedanterie, sono dominanti in Italia, e massimamente in Lombardia, dove non si conosce quasi altro; sicchè egli crede di fare un bellissimo interesse stampando quest'opera, e ancor io sono della sua opinione. Del resto il lavoro è stato di somma difficoltà, lunghezza e noia. Nondimeno, benchè avessi dato speranza di finirlo solo in autunno, l'ho già terminato e spedito tutto fin da ora, e se non l'avessi interrotto per cinque mesi, occupati parte in altre cose, parte nello smaniare dal freddo, che mi fece tralasciare affatto ogni studio, l'avrei terminato assai prima.</p>
            <p>Qui, da più d'una settimana abbiamo sereno e caldo. Il tempo ha favorito la festa degli addobbi, che a me, poco amante degli spettacoli, è parsa una cosa bella e degna di esser veduta, specialmente la sera, quando tutta una lunga contrada, illuminata a giorno, con lumiere di cristallo e specchi, apparata superbamente, ornata di quadri, piena di centinaia di sedie tutte occupate da persone vestite signorilmente, par trasformata in una vera sala di conversazione.</p>
            <p>La mia salute, grazie a Dio è passabile. Il Zio Mosca, che la saluta caramente, vorrebbe sapere che cosa è del medico Giordani, del quale non ha più notizia da molto tempo. I miei tenerissimi saluti alla Mamma e ai fratelli. I miei rispetti alla marchesa Roberti e a Broglio, se Ella ha occasione di scrivergli. Ella mi ami, e se non le è grave, mi dia notizia della sua salute e delle sue occupazioni presenti. Avrò in mira quello che Ella mi scrive. Sia persuasa del vivissimo e cordialissimo amore che io le porto, e dell'immensa gratitudine che le ho ed avrò per tutta la vita. Le bacio la mano coll'anima, e chiedendole la benedizione mi ripeto suo affettuosissimo figlio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Papadopoli (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO PAPADOPOLI - NAPOLI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 3 Luglio 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Antonino mio caro. La tua lettera mi sarebbe stata di consolazione grande, se non fossero le cattive nuove che tu mi dai del tuo stato, e che la Contessa mi conferma pur troppo continuamente. Possibile che la buona e bella stagione non ti faccia profitto alcuno! È pur sempre vero che chi più merita, meno è favorito dalla felicità. Del <hi rend="italic">Petrarca</hi> sono usciti tre volumetti. Gli altri seguiteranno presto, perchè il manoscritto è terminato. Ma ella è un'opera fatta senza inclinazione alcuna, per soddisfare a un libraio, che ne aspetta molto guadagno. Io non la tengo per mia, e tu non ci pensare. I <hi rend="italic">Moralisti</hi> saranno stampati dopo finito di stampare il Petrarca. Del Cicerone dee venir fuori il primo volume dentro questo mese. Io vivo qui una vita bastantemente comoda, e libera come l'aria; che è tutto quel che io desidero dalla fortuna. Della salute sto competentemente bene. Del resto mi annoio mortalmente il giorno e la notte. Starò qui tutta l'estate, poi tornerò a Recanati, e di là forse andrò a passar l'inverno a Roma.</p>
            <p>Antonino mio, se l'amor vero, vivo e costante di un amico, ti può consolare in qualche parte della indisposizione della salute, e della noia che tu provi in cotesto soggiorno, ti prego ad aver per fermo ch'io t'amo di tutto cuore teneramente, e che ti amerò nello stesso modo sempre. Se i tuoi patimenti ti lasciano luogo a ricrearti cogli studi, dimmi che leggi o che scrivi, e che mediti di scrivere. Tu hai un bellissimo ingegno che, se la salute te lo consente, conviene che tu faccia fruttare, in conforto ed onor tuo proprio, e in benefizio della nazione. Amami, e cùrati quanto sai. Addio, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.F.Stella (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
               <dateline>Milano 5 Luglio 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Amico amatissimo. Dall'unita Ella vedrà che ho violato il precetto datomi colla cara sua 30 del p.p. Ma questa violazione poi, anzi che procurarle un nemico, suscitò nel cuor di mio figlio un maggiore affetto e una maggiore stima per Lei. Se mi dirà qualche cosa anche intorno al 2° dialogo, che avrà già veduto nel <hi rend="italic">Nuovo Ricoglitore</hi> XVIII, le ne sarò grato egualmente. Quell'operazione chimico-letteraria che si trova nel medesimo numero, è dello stesso Autore, che con un po' più di esercizio credo che un giorno potrà far qualche cosa di bonino. Certa operetta stampata non ha molto a Lugano col titolo di <title>Beniamino</title> (della quale ha fatto qualche cenno l'<title>Antologia</title>) è pure cosa sua. Ma passiamo ad altro.</p>
            <p>Anche l'interpretazione dei <title>Trionfi</title> e delle <title>Rime varie</title> è già terminata? Io non m'attendeva ciò così presto, ed ha ben ragione di riposare. Lo faccia, e lo faccia in modo ch'io abbia motivo di consolarmi per sentirla star meglio. Con ogni suo comodo poi mi scriverà del <title>Cinonio</title>.</p>
            <p>Sarà seguìto quanto Ella desidera rispetto ai <title>Trionfi</title>.</p>
            <p>Ieri appena ricevuta la sua lettera ho mandato alla stamperia, perchè si rifacesse subito la pagina ove manca l'interpretazione. Ma si è trovato che questa manca anche nel ms., come lo potrà vedere dalla carta che qui le unisco. Appena avrò ricevuta la interpretazione da Lei, sarà subito supplito alla mancanza. Per gli altri errori, si vedrà quello che si potrà fare quando saremo al termine della stampa, e ne saranno saltati fuori degli altri, come è probabile.</p>
            <p>Ella vedrà a suo tempo le quattro righe mie sulle <title>Operette</title> sue morali; le quali <title>Operette</title> per parte della Censura non sono state soggette ad alcun mutamento. Or le domando: crede meglio pubblicar prima queste, o le <title>Operette</title> greche?</p>
            <p>La lettera per m.r Merle sarà stata consegnata all'agente del Battaggia da altri, ma non da me. Tuttavia son grato al signor Brighenti della cura che si è presa. Tutti corrispondono a' suoi cordiali saluti, e così il Compagnoni e il Lorenzini. L'abbraccio teneramente. Il suo cordialissimo A.F.S.</p>
            <p>L'amico Moratti attenderà forse a mandarmi la interpretazione dei <title>Trionfi</title> e delle <title>Rime varie</title> con qualche gruppo. È già stampato anche il 4° volumetto.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Ove errasse mio figlio in qualcosa di lingua, la prego volerlo dire a me, o a lui, che le ne saremo gratissimi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di L.Stella (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI LUIGI STELLA</hi>
               </byline>
               <dateline>Milano 5 Luglio 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo Sig. Conte ed Amico carissimo. È un buon pezzo che non ho il bene di conversare con lei per via di lettere. Sono lieto ch'or mi si offra l'occasione di riannodare questa per me dolcissima corrispondenza. Mio padre m'ha fatto un gran favore dandomi a legger la cara sua del 30 Giugno a lui diretta. L'autore del Dialogo di cui Ella dà sì retto giudizio sono io; e l'unico sentimento che quel suo giudizio m'abbia fatto nascere si è il dispiacere di non aver fatto meglio: sentimento così naturale che non giova tacerlo. Vi si aggiunge il proposito di far meglio per l'avvenire secondo le mie forze. Questo è tutto. Trovo però giusto nel generale il patto circospetto ch'Ella premette al suo giudizio: giacchè l'amor proprio d'autore è forse il più protervo fra gli amori proprii; e la natura ci ha dato un amico così avvelenato, che il possente antidoto della ragione vale appena a guarirlo; di più, questo antidoto non è di tutti. Del resto, pienamente d'accordo sui cinque punti di critica ch'Ella fa al mio Dialogo. Alcuni gli avevo già colpiti da me, e cercavo di scusarmene alla meglio. Per esempio, mi stava sul cuore quel dipingere i costumi in azione; ma mi dispensava dal farlo considerando la difficoltà di rappresentare per via di fatti tante e sì disparate consuetudini che in poche pagine mi conveniva raccogliere. Comprendevo che ad assai maggior nerbo di filosofia m'apriva il campo l'argomento ricchissimo che aveva tra le mani; ma da una parte mi vedeva stretto fra i limiti strettissimi prescritti dalla nostra Censura, e dall'altra mi pareva di dover far grazia ai miei lettori di troppo fine e profonde osservazioni filosofiche, ed attenermi ad una piana e volgar filosofia adattata alla capacità dei più, onde generalizzare e render quindi più utile la lettura del mio scritto; queste due considerazioni, e la prima specialmente, mi facevano essere parco anche di attico sale. Credevo di trovare una scusa alle troppe artificiate domande e risposte con che mi vo agevolando la descrizion dei costumi, in primo luogo nella necessaria mancanza dei fatti che dessero special motivo alle medesime, in secondo luogo nella disposizion d'animo del lettore naturalmente apparecchiato al costante andamento del dialogo nel proposito prefisso, e in terzo luogo nella natura stessa di esso dialogo, che parmi non dover essere soggetto alle convenienze del dialogo comico teatrale, e poter vestire un abito nuovo e bizzarro, per la novità e bizzarria stessa de' suoi interlocutori. Per ultimo, a giustificare lo stile, forse più ricercato che non conviensi a discorso familiare, mi faceva forte dell'esempio dei migliori dialogizzatori, i quali credettero conveniente di dare a questa maniera di dialoghi una veste men negletta di quello che sogliasi nelle commedie, forse considerando che un tal ornamento sta bene nei primi, i quali non s'hanno che a leggere, laddove sarebbe sconveniente nelle seconde, che debbonsi rappresentare come fedeli imitazioni delle sociali consuetudini. Queste mie ragioni lusingavano grandemente anche una certa qual mia pigrizia, tristo frutto delle continue irritazioni nervose a cui sono soggetto. Per altro fo di esse ragioni la stima che debbo farne, e le sacrifico volontieri alla verità, la quale in bocca di tutti mi è cara, e carissima nella sua. Frattanto, augurandole buona salute e prosperità, con piena stima me le protesto devotissimo ed affezionatissimo servitore ed amico suo di cuore.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di F.Puccinotti (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI FRANCESCO PUCCINOTTI</hi>
               </byline>
               <dateline>Macerata 6 Luglio 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Leopardi. La tua ultima è veramente tutta intrinsechezza e benevolenza, e non manca di quel regalo che Lucilio solea chiedere sempre al suo Seneca, voglio dire di sapiente consiglio. Vedi se ho ragione d'andare beato e superbo dell'amicizia tua.</p>
            <p>A caso l'altrieri da una delle nostre belle ebbi la bella notizia che tu hai pubblicato un <hi rend="italic">Petrarca</hi> colle tue interpretazioni. Più volte ho io fatto voti che un'anima petrarchesca e un ingegno pari al tuo ci ridesse quelle carissime rime adorne di migliori commenti; mentre quelli che abbiamo sinora mi paiono sì ruvidi e massicci da far apparire la poesia dell'amatore di Laura come vaghissima gemma legata più in ferro o in piombo che in oro. Noi qua, devoti delle lettere italiane e del tuo nome, desideriamo di leggere questa tua novella produzione; ond'è che ti prego mandarmene una copia.</p>
            <p>Del Goethe io non potea giudicare rettamente come tu fai, mentre di lui non ho letto che le memorie biografiche. Queste però, a dirti il vero, mi interessavano molto, perchè non so per qual ragione io vado matto per le biografie assai più che per le storie. - La Franceschi ha già cominciato ad obbedire alle tue esortazioni. Anch'io la andava stimolando a coltivare assai la prosa e la filosofia; ed ora vedendo come tu pure a siffatti studi l'hai confortata, essa non vuol più oltre indugiare, e già va raccogliendo i suoi <title>Inni</title>, che sono in numero di sei, per farne tutto un volumetto di rime e pubblicarlo, e non pensare più ai versi.</p>
            <p>Le mie <title>Lezioni</title> sono terminate; ed ora non senza mia compiacenza me le veggo raccolte in due grossi volumi manoscritti: e non ho fin qui altro compenso che di guardarli e ripensare alla fatica veramente tedesca che ho fatto nello scriverle in meno di cinque mesi. "Necessità fa prodi anco i men forti"; ed è verissimo. Una sola di coteste <title>Lezioni</title> mi avrebbe, senza lo stimolo del dimani, costato per lo meno un mese di pensieri scritture pentimenti ed altre cose siffatte. Puoi bene immaginarti che comincio già a sentirmi il ticchio di pubblicarle; ma mi cade subito l'animo quando penso che coteste robe mediche costano pur tanto, e fruttano sì poca gloria, e durano sì corta vita nella memoria, non dirò de' posteri, ma de' contemporanei. Ed io vorrei pure prima di morire far cosa che reggesse contro l'oblivione; e tu che hai mente vastissima potresti indicarmi una onorata fatica la quale non mi dovesse fallire a vera gloria e durabile. - Sto scarabocchiando una dissertazione per la prossima adunanza accademica de' Catenati. Parlo in essa della Commedia italiana, e dico questa non essere perfetta perchè manca assolutamente dello scopo politico; scopo che non mancava, anzi, come sai, formava la parte principale della Commedia greca; di che ci sono testimonie le commedie di Aristofane. Alcuno qua m'ha detto gentilmente ch'io sosterrò un paradosso. Per me nol credo tale; ma pure vuo' che tu me ne dica il parer tuo. - Dimmi che nuove hai dell'<foreign lang="lat">imprimatur</foreign> de' tuoi dialoghi: scrivimi, amami com'io fo, e sta sanissimo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>[Firenze] 8 Luglio [1826].</date>
            </opener>
            <p>Sappi, mio caro, ch'io son pieno di vergogna e di rincrescimento per la pessima figura ch'io fo colla nostra cara Nina, alla quale son debitore di molti ringraziamenti e di una lettera. È quasi un mese che avevo cominciato a scriverle; e fui interrotto. Lo scrivere è una gran cosa per me: è una penosa fatica; e poi mi manca il tempo. - Che grandi affari? - mi dirai. Niuno affare; ma il tempo mi va via; perchè mai non mi riesce di star solo. Prega dunque la buona Nina, che mi perdoni. Io senza fallo le scriverò. Intanto la riverisco e la ringrazio con tutto il cuore: e perchè veda che mi preme ogni suo desiderio, rispondo subito alla tua del 3. Ho parlato a Gino; benchè sapessi ch'egli non ha nessuna parte nel collegio. Ho parlato all'ottimo Antinori, uno dei due direttori (l'altro è il Peruzzi, genero di Torrigiani): i quali m'han detto, ciò che già sapevo, ogni luogo esser già preso; nè potersi far nulla di nuovo; nè esser molto desiderabile l'avervi luogo, poichè l'emolumento è poco, ed il legame moltissimo. Desidero che la Nina non si scordi la mia costante voglia di mostrarmi pronto a qualche suo servigio; e che nascano occasioni ch'ella possa esser contenta dell'opera mia. Qui non ho potuto porre altro che prontezza di fare; e rincrescimento che la cosa non fosse possibile. Salutami Brighenti e la sua famiglia: digli che lo ringrazio per la sua lettera dei 4. Salutami infinitamente la Nina, e Carlino, e Benedetti, cui ringrazio de' suoi belli e mesti sonetti.</p>
            <p>Tu mi dici che rimarrai in Bologna la state. E poi dove? vuoi tornare a seppellirti in Recanati? ma per quale necessità? sei noiato di Bologna? pruova Firenze: ci troverai tutto quel bene, che a questi tempacci si può avere in questo mondaccio. Troverai anche da muover la penna con lucro. Fammi la carità di spiegarmi bene le tue intenzioni tutte circa ciò. E se pure hai necessità inevitabile di Recanati, non prenderai una via un poco più lunga, ma bellissima, venendo qua, di qua a Perugia, indi a Foligno, di là nella Marca? Oh avresti gran torto di non vedere questo pezzo di Paese, di non conoscer Toscana, di non farti conoscer qui a brave persone che ti desiderano, di non consolarmi con un poco della tua presenza. Addio caro caro. Mille saluti a Carlo e a Paolina. Quando si marita? Ti abbraccio con tutta l'anima. Addio senza fine.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Carlo L. (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 12 Luglio 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Carluccio mio. L'errore che tu mi accenni nel Petrarca è stato già notato per l'errata che si darà in fine. Non so se sia provenuto dagli stampatori, o dalla mia fretta nello scrivere quelle pedanterie a Milano, e nel riveder le prove di stampa a Bologna. Pochi confronti avresti luogo di fare sopra quel lavoro, perchè gli altri comenti son pessimi, e di tutt'altro genere, e io non ho avuto sotto gli occhi se non l'ultimo, che è del Biagioli, dal cui parere mi sono allontanato spessissimo.</p>
            <p>Quanto ai discorsi che tu vorresti farmi, spero che presto lo potrai, ritrovandoci insieme; cosa che io desidero sempre più ardentemente e impazientemente; anzi sarei già costì, se non temessi i cattivi effetti del gran caldo nel viaggio, provati da me l'anno passato, e non rimediati ancora. Non so perchè, ma mi trovo in una malinconia che cresce ogni giorno, e che tanto più mi fa desiderare la presenza dell'amor tuo. Scrivimi quanto più spesso puoi, chè le tue lettere mi consolano sommamente. Mando oggi altri due volumetti del Petrarca, giacchè li desideri. Il resto di mano in mano che l'avrò. Ti abbraccio, Carluccio mio caro.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Paolina L. (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PAOLINA LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>[Bologna 12 Luglio 1826].</date>
            </opener>
            <p>Paolina mia. Giorni sono ebbi lettera di Luigi Zacchiroli che mi pregava a mandargli copia di un capitolo del fratello sopra la nascita di G.C., stampato in un tomo del Parnaso Italiano, dicendomi che Babbo, al quale egli si era rivolto, gli aveva scritto che quel tomo era in mano mia. Di' a Babbo che veramente io non l'ho, come non ho altro libro di casa, se non il dizionario inglese del Baretti, i quaderni dello <hi rend="italic">Spettatore</hi> che voi mi mandaste, e le poesie varie del Monti. Mi pare che tu copiassi un'altra volta quel capitolo per Zacchiroli: non so quante copie gliene bisognino. Non aver paura degli assassini per me; sta' sicura che nessuno, coll'aiuto di Dio, avrà l'ardire di assassinarmi, perchè io mi guardo con una prudenza ammirabile. Il Petrarca me lo pagherai quelle lire che mi costa. Salutami quanto puoi Babbo e Mamma, la quale si accerti che non tarderò un momento a farle sapere di D. Rodriguez, se ci sarà niente di nuovo. Angelina ha da qualche tempo l'intendenza della mia biancheria. Salutami Luigi, abbracciami Pietruccio. Giordani vi saluta tanto, te e Carlo. Ricordami al Curato e a D. Vincenzo. Addio, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Brighenti (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO BRIGHENTI</hi>
               </byline>
               <dateline>Bologna 15 Luglio [1826].</dateline>
            </opener>
            <p>Mio carissimo. Dopo avere pensato molto su i vari libretti che potrei stampare, ho riconosciuto che il meglio sarebbe preferire un opuscoletto leggiadro, breve, non pedantesco, non puristico, non grammatico, inedito, e di autore amico. Ma chi potrebbe avere un tale opuscolo in pronto per la stampa? Io non credo che vi possa essere che il conte Leopardi. Se tu dunque, buon amico, avessi un opuscoletto della lunghezza circa del Raitù, io mi offro di stamparlo subito, e ti prego a fare il possibile, perchè io possa mettere in fronte alla mia prima produzione editoria una bella iscrizioncina italiana, la quale deve dire che gli Editori si onorano di impiegare per primo i loro torchi a stampare un'opera del conte Leopardi ecc., così mostrando fin dal principio che vogliono stampare libri buoni, utili, e non buggerate.</p>
            <p>Attendo tuo riscontro, <foreign lang="lat">
                  <hi rend="italic">et vale</hi>
               </foreign>.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di C.Antici (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO ANTICI</hi>
               </byline>
               <dateline>Roma 15 Luglio 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Carissimo Nipote. Ebbi il vostro riscontro dei 3 Luglio. Sono del vostro parere sullo stile del Pallavicini, la di cui opera <title>Del Bene</title> è così difficile a rinvenirsi, e non dovete più ricercare. Aspetterò che sia terminata la nuova edizione dell'Alberti per provvedermene. Ricordatevi di rammentare a Stella che ha promesso col vostro mezzo a Mons.r Invernizzi la sua edizione di Tullio.</p>
            <p>Vi ringrazio delle nuove che mi date dell'ottimo Commend.r Montani, che risaluterete cordialmente da mia parte allorchè il rivedete.</p>
            <p>Che il giovane Testa dovesse piacervi ne ero persuaso, come son certo che voi piacerete moltissimo a lui, quanto più ne sarete conosciuto.</p>
            <p>Sul mio accesso a Recanati in quest'anno nulla ho deciso, perchè, come sapete, io vivo schiavo dei miei doveri domestici. D'altronde soffrir l'incomodo e la spesa del viaggio per andare in un paese totalmente degradato, ed ove altro non si vede, altro non si sente che miserie, non è impresa da farsi che per assoluta necessità. Se voi qua verrete alla fine di autunno mi sarà gratissimo il trattenermi con voi.</p>
            <p>Del vostro cugino Melchiorri altro non so dirvi se non che ha ottenuta licenza di trattenersi, oltre il termine prefisso, altri mesi tre, ch'egli impiega assai bene visitando le principali città dell'alta Italia.</p>
            <p>Procurate di riveder presto il Sig.r Testa e di pregarlo da mia parte <hi rend="italic">a non più pensare</hi> alla provista del Machiavelli, avendovi io in altro modo ripiegato.</p>
            <p>Il Cav. Reinhold sta in buona salute, per quanto l'estenuante calore il permette, e vi ringrazia della vostra memoria. Così fanno mia Moglie e i miei figli, che cordialmente vi risalutano.</p>
            <p>Ora vengo all'argomento, per il quale in sostanza ho scritta la presente. Ieri mattina fu da me l'egregio, leale, e vostro vero amico Cav. De Bunsen, tornando allora dall'udienza del Segretario di Stato. Eccovi in succinto il transunto del suo discorso. Il Card. Ministro, e quel che più rileva, il S. Padre sono decisi di nominarvi Vice-Rettore di questa Università con adeguato appuntamento, ma in pari tempo coll'obbligo di supplire (in caso di malattia dei Professori) alle cattedre di Lingua greca e latina, e di eloquenza. Il S.P. però trova un ostacolo insuperabile a queste sue intenzioni nella vostra qualità di secolare, poichè dovendo voi soprastare a Professori, molti dei quali sono sacerdoti, non le sembra dicevole, se non incedete in abito di abate, che poi è qui l'abito dei pubblici funzionari, e che può essere per voi di un gran disimpegno, chiamandovi però il Conte, non l'Abate Leopardi. Dissi al Cav. De Bunsen che starebbe meglio se il Papa vi dichiarasse Monsignore di Mantellone, come appunto ne abbiamo qui alcuni degli Avvocati Concistoriali, che sono ammogliati, e che non vi obbligherebbe ad accrescere servitù. Egli crede la cosa facile e più conveniente per voi e per la carica. - Dunque riflettete, e decidete, e scrivetene i vostri precisi sentimenti al ridetto Cavaliere in forma tale, che possa rendere ostensibile al Segretario di Stato la vostra risposta. Non vi immischiate il mio nome, ma rispondete come se Bunsen vi avesse direttamente communicato ciò che sinora vi ho detto.</p>
            <p>Addio. Il caldo accede <foreign lang="fra">
                  <hi rend="italic">ad caeteras meas miserias</hi>
               </foreign>.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Soggiungete, che sperate l'abitazione nella stessa Università, e sperate un assegnamento, con cui potiate frugalmente vivere, senza incomodare vostro Padre aggravato da numerosa prole, e dalle luttuose circostanze di tutti i possidenti.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di T.Carniani-Malvezzi (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI TERESA CARNIANI-MALVEZZI</hi>
               </byline>
               <date>[Bologna] Or Ora di Casa [1826].</date>
            </opener>
            <p>Gentilissimo Leopardi. Iersera mi sono buscata una bella chiassata per avere avuto l'indiscretezza di trattenervi sino a mezza notte. La mia cara metà si adombra di tutte le visite che mi vengono fatte frequenti e lunghe. Ed io sono al mondo per soffrire una dose di più degli altri viventi, e per tenermi sempre esercitata nella virtù dell'asino, nella santa pazienza. Avrò il bene di vedervi venerdì sera se vi accomoda, e comincieremo l'esame del mio poemettuccio, quando pur non vi dispiaccia. Serbatemi la vostra preziosa amicizia e credetemi in perpetuo vostra Serva ed Amica T.C.M.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di T.Carniani-Malvezzi (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI TERESA CARNIANI-MALVE</hi>ZZI</byline>
               <date>[Bologna 1826].</date>
            </opener>
            <p>Caro Leopardi. Iermattina dopo la messa ebbi uno sconcerto di stomaco e bisognò che andassi a letto: lo stomaco si calmò, ma mi prese un mal di capo fortissimo. Presi una passata d'olio, e stamattina mi pareva di star meglio. Ma ora, che è l'ora di pranzo, ho tornato a star poco bene, non ho potuto nè meno veder la minestra, ho preso un bicchiere di birra, e penso di tornarmi a letto. Caro mio, vi ringrazio che iersera vi piaceste di venirmi a salutare; questi tratti di vostra cordiale amicizia li serbo nel cuore, e spero che ne vedrete la mia gratitudine.</p>
            <p>Se domattina non vi fosse incomodo, amerei di parlarvi. Dico domattina, a qualunque ora vi piaccia, perchè veggo che la sera sto peggio. In seguito spero che mi rimetterò. Addio di cuore. La vostra Malvezzi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di L.Stella (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI LUIGI STELLA</hi>
               </byline>
               <dateline>Milano 18 Luglio 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo Signore ed Amico carissimo. Io non replicherò altro, mio caro sig. Conte, alla di Lei graziosa lettera del dì 12 corrente, se non che la sua gentilezza rende troppo indulgente il suo giudizio verso le mie bagattelle. Nè sarà per ciò ch'io mi scosti dal mio proposito di seguire, per quanto potrò, nel lavoro dei Dialoghi, il bel piano da lei suggerito. - L'ultimo paragrafo della sua lettera m'ha fatto nascere l'idea d'un'Opera che, fatta bene, potrebbe essere di molto giovamento all'Italia. Si tratta di far conoscere agl'Italiani il loro paese. Quest'Opera dovrebbe avere a un di presso il titolo seguente: <hi rend="italic">Quadro dell'Italia nell'attuale suo stato morale, politico, letterario</hi>. Vorrei che questi tre punti fossero trattati brevemente sì, ma con quella viva, robusta e capace brevità di discorso, che vale per lo meno quanto un amplissimo ragionamento. Nel punto <hi rend="italic">Politica</hi> vorrei che i fatti tenessero luogo di discorso. Il tutto dovrebb'essere compreso in un volume, di poca mole; il che però, come dissi, non dovrebbe ostare minimamente all'integrità del lavoro. Dividerei p.e. il punto <hi rend="italic">Morale</hi> in vari capitoli: - <hi rend="italic">Carattere nazionale - Educazione - Donne</hi> ecc. Rispetto alla parte politica, descriverei, non lo spirito, ma dirò così la materialità dei varii Governi da cui è retta l'Italia; sviluppando specialmente per ogni Stato ciò che concerne la <hi rend="italic">ricchezza territoriale</hi>, la <hi rend="italic">ricchezza commerciale</hi>, il <hi rend="italic">numerario</hi>, le <hi rend="italic">imposte</hi>, la <hi rend="italic">popolazione</hi>. Quanto alla parte letteraria, parrebbemi conveniente trattare dapprima l'argomento in generale: quindi intitolerei il 1° cap. <hi rend="italic">Spirito dell'attuale letteratura italiana</hi>, o cosa simile. Discenderei poscia ai diversi rami di scienze e lettere che la costituiscono, e ad ognuno apporrei il nome e un succinto giudizio degl'ingegni che maggiormente vi si distinguono. Quest'è l'idea dell'Opera suddetta. Ho parlato in prima persona, ma non intendo per ciò che sia questo un peso per le mie spalle. Se si dovesse dar colore a questo mio disegno, più d'un pennello dovrebbe concorrervi, o almeno più d'una persona dovrebbe somministrare i colori. Sarei io o troppo ardito o troppo importuno, se pregassi Lei di mettere in opera e colori e pennello per rappresentare in un piccolo quadro lo <hi rend="italic">Spirito dell'attuale letteratura italiana</hi>? Se anche il libro da me ideato non avesse effetto, codesto quadro sarebbe pur sempre un tesoretto, e per me individualmente e per il pubblico, che in ogni modo non ne sarebbe defraudato. Gl'Italiani, generalmente parlando, sono stranieri alla loro patria: se la conosceranno di più, le si affezioneranno fors'anche di più; e questa non sarebbe piccola soddisfazione per chi vi avesse contribuito. Attendo il parer suo in proposito dell'Opera suddetta, e frattanto passo a protestarmi con tutta la stima devotissimo ed affezionatissimo servitor suo ed amico di cuore Luigi Stella.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.F.Stella (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
            </opener>
            <p>Mercoldì 19 Luglio. Scrivo anch'io due righe in risposta alla carissima sua del 12.</p>
            <p>Le due pagine che avea riserbate per supplire all'omissione della chiusa, le ho fatte servire a togliere l'errore della pag. 65, unico errore stato marcato dal Marsand. Darò pensiero anche agli altri errori.</p>
            <p>Circa le <title>Operette morali</title> cominceremo dunque prima dalle originali, e poi si metterà mano alle tradotte.</p>
            <p>M'è stato caro ciò ch'Ella mi scrive intorno al mio Luigi, perchè so che da Lei non vengono adulazioni, come so che, anche in quello ch'egli ora lo consulta, risponderà con franca sincerità. Un bacio di cuore del suo vecchio cordialissimo amico A.F.S.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Madama Padovani è ancora a Bologna? Se v'è, la preghiamo de' nostri saluti. Oggi solamente ho ricevuto le prove di stampa del principio della seconda parte del <hi rend="italic">Petrarca</hi>. Questa sera col mezzo del signor Moratti le ne mando delle altre.</p>
            <p>Lorenzini, mentre sigilla la lettera, ringrazia il signor Conte della buona memoria che di lui conserva, e le rammenta che lo ama e stima di cuore offrendole la sua servitù in tutto.</p>
         </div1>
         <div1 n="A L.Stella (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A LUIGI STELLA - MILANO.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 25 Luglio 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico carissimo. Eccomi a dirle del Cinonio. Trovo che questo lavoro sarà dei lunghi e noiosissimi, altrettanto e più che il <hi rend="italic">Petrarca</hi>, senza stimolo alcuno di fama o di lode all'autore. Ciò non ostante, giudicando Ella che esso debba riuscirle utile, eccomi a servirla. Ma avendo io già pubblicata col mio nome un'opera affatto pedantesca, com'è il comento al Petrarca, mi prendo la confidenza di porle in considerazione che il pubblicarne un'altra dello stesso genere, non potrà essere senza che il Pubblico mi ponga onninamente e per viva forza in quella classe dalla quale colle mie parole e cogli altri miei scritti ho tanto cercato di separarmi; nella classe di quelli che deprimono e rendono frivola, nulla, ridicola agli occhi degli stranieri, la nostra letteratura, e con ciò servono mirabilmente alle intenzioni dell'<hi rend="italic">oscurantismo</hi>; nella classe dei pedanti. Io la prego però di volere avere al mio nome questa compassione di salvarlo da questo epiteto, nel quale esso incorrerà inevitabilmente se la nuova opera sarà annunziata per mia. Quando Ella si debba pubblicare anonima o sotto altro nome, non sarà però scritta con minor cura, attenzione, minutezza di quella ch'io userei nell'opera dove fosse maggiormente interessato il mio onore. Ella mi conosce, credo, abbastanza per essere persuasa che io non saprei neppure scrivere senza usar tutta la diligenza che mi è possibile per fare il meglio ch'io so.</p>
            <p>Da qualche tempo si sta qui pensando da alcuni miei conoscenti ad un'impresa, che io (a dirla per incidenza) ho sempre, benchè inutilmente, sconsigliata e sconsiglierò, come impossibilissima a riuscir bene. Si tratta di pubblicare una raccolta di traduzioni italiane di tutti gli autori latini fino al 3° o 4° secolo, compresi anche i frammenti. Ora si è sparsa voce che in Milano si stia o meditando o preparando un'impresa simile. Se Ella potesse, senza suo incomodo, darmi qualche notizia in proposito, mi farebbe cosa gratissima, per poter soddisfare a questi miei conoscenti, che mi hanno pregato di ricorrere a Lei per qualche informazione. Mad. Padovani è ancor qui, ed ho cagione di credere che vi stia contenta. Riverisco con tutto il cuore la sua famiglia, e Lei abbraccio teneramente. Il Suo cordialissimo amico e servitore Giacomo Leopardi.</p>
            <p>Ho consegnato al Sig. Moratti le ultime prove della P.a parte del Petrarca, corrette.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Paolina L. (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PAOLINA LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>[Recanati] 29 Luglio [1826].</date>
            </opener>
            <p>Caro Giacomuccio mio. È infinito tempo che non abbiamo più nuova di voi, e ciò un poco per pigrizia nostra, e un poco per la vostra. Ma certo questa è più giustificata di quella, poichè siete stato l'ultimo a scriverci, e perchè avrete qualche occupazione maggiore di noi, che non ne abbiamo alcuna. E io credevo che Babbo vi avesse scritto, ma si è poi scoperta la verità; ed io vengo a dirvi come tutti siamo ansiosi di sentirvi dire qualche cosa di voi e della salute vostra che speriamo buona, stante il caldo, che non sarà troppo costì, come non lo è a Recanati. Carlo (che vi saluta e vi abbraccia tanto tanto) si prepara di andare a Sinigaglia venerdì a sciupare quei pochi denari che non ha. E giusto a proposito di Carlo, Mamma aspetta sempre da voi qualche notizia sopra qualche bella e ricca ragazza che sappiate essere costì. E vi so dire, Giacomuccio mio, che ora cercano <foreign lang="fra">tout de bon</foreign> questa moglie, e non trovano un corno, perchè non si hanno relazioni in nessuna parte del mondo. Anche di 20 mila scudi pare che si contenterebbero, perchè l'acqua arriva alla gola. Saprete già le miserie di questa raccolta in ogni genere di generi, e perciò tanto peggio per noi e per me. E voi ve la ridete, e ve la riderete! Paolina Mazzagalli non può credere che voi siete per venire al primo freddo; ed io, che smanio di vedervi, dico che sarà così a suo dispetto. Sentendo Mamma raccontare l'avventura di Rivarola, ha esclamato: "E quel Giacomo séguita a stare là fra quei fuochi!". Salutateci Angelina, o sia la vostra cameriera, e ditele che Leonini si è stabilito a Roma con la sua famiglia. Essa lo avrà già saputo; e lui ci fece pregare di farglielo sapere un gran pezzo fa. Mamma, Babbo, Pietruccio e Luigi vi mandano un milione di saluti. Addio, caro Mucciaccio. Scrivici presto, per carità! La vostra Serafina si fa sposa nel giorno ultimo di Agosto ad un avvocato della Penna San Giovanni.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.F.Stella (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
               <dateline>Milano 29 Luglio 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Amico amatissimo. Dalla cara sua del dì 25 capisco chiaramente che il lavoro sul <title>Cinonio</title> da me desiderato è un sacrifizio ch'Ella fa all'amicizia: onde, anzi che riconoscente come lo sono, sarei un ingrato se cercassi di persuaderla a porre il suo nome in fronte a quel lavoro, dopo l'avversione ch'Ella ne dimostra. Comparisca pure d'autore anonimo: purchè l'Opera venga da Lei, io ne sarò contento. Dopo ch'Ella avrà cominciato il lavoro, forse potrebbe sapermi dire quanto tempo ci vorrebbe per condurlo a fine, dato sempre che non ci sieno ostacoli di salute od altro. Oltre questo mi saria caro sapere se Ella ne vagheggiasse qualche suo particolare, sia concepito colla mente soltanto, sia tracciato in carta.</p>
            <p>Qui non si parla, e credo che non si parlerà mai, della vasta raccolta di traduzioni italiane di tutti i Classici latini. Bensì recentemente se ne son date di separate, come il <title>Tito Livio</title> per nominarne una, e se ne daranno presto delle altre, come, per nominarne alcun'altra, i <title>Commentarii</title> di Cesare, l'<title>Orazio</title>, non che il <hi rend="italic">Cicerone</hi>.</p>
            <p>Ho ricevuto le prove di stampa del <hi rend="italic">Petrarca</hi>. Presto le ne manderò delle altre. Non passerà molto, io spero, che sarà interamente stampato. Tosto dopo andranno sotto il torchio le <title>Operette morali</title> italiane, che mi stanno molto a cuore.</p>
            <p>Il mio Luigi è persuasissimo di quanto Ella gli scrive. La ringrazia, la riverisce, e le risponderà.</p>
            <p>Uniti a quelli del resto della mia famiglia, aggradisca i tenerissimi saluti del suo cordialissimo amico o servitore.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di F.Mercuri (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI FILIPPO MERCURI</hi>
               </byline>
               <dateline>Roma 2 Agosto 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Stimatissimo signor Conte. Crederei di mancare ad un officio di dovere e di amicizia, della quale ella mi ha voluto onorare in quel poco tempo che si trattenne qui in Roma, se mancassi ora di far seco i miei rallegramenti sentendolo nominato a professore di Storia in questa dominante; augurandomi così da questo principio di vedere resa giustizia al vero merito. La ringrazio in questa circostanza del grazioso dono dell'<title>Odi</title>, di cui mi volle onorare; mentre pieno di stima, sperando di presto vederla costì, mi rassegno aff.mo Amico e Servo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Paolina L. (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PAOLINA LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>[Recanati] 9 Agosto 1826 ad un'ora di notte.</date>
            </opener>
            <p>Da tre ordinari attendiamo impazientemente una vostra lettera, e precisamente in risposta alla mia dei 29, in cui vi parlavo del gran tempo che eravamo senza vostre nuove, e vi raccomandavo caldamente di scriverci presto per toglierci dalla forte pena in cui ci getta il vostro silenzio. Ed è perciò che Mamma vuole espressamente che vi preghi anche a nome suo di non trascurarci in tal modo, e di non farci fare tanti lunari sul vostro conto, e temere quello che Dio non permetta che possa succedere. Giacomuccio mio, per carità!, una tua riga ci ridarà la vita, e il tuo silenzio continuato ci farà disperare.</p>
            <p>Mamma non si potè tenere dall'aprire questa lettera, sperando che ti dasse nuova di qualche tuo impiego, come pare che realmente sia; ma impiego così ridicolo, che non ci lascia luogo a sperare che tu sia per muoverti, accettandolo. Persone venute da Sinigaglia ci hanno raccontato di aver parlato con un Francese, il quale fa grandissimi elogi di te, e che sarai per essere il più gran letterato d'Italia. Non mi riesce niente nuovo. Aspettiamo a mezzanotte Carlo e Luigi reduci da Sinigaglia. Babbo è veramente inquieto per il tuo silenzio, e dopo aver durato gran tempo a dire ch'era quasi un'impertinenza la vostra a non scrivere ogni ordinario, ora non parla più; ma quando vi si nomina, egli non dice niente, e si vede bene che è profondamente inquieto.</p>
            <p>Addio, caro Mucciaccio mio. Non aggiungere <foreign lang="lat">ad coeteras miserias</foreign> il dover tremare per te.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Ravenna 9 Agosto 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Carissimo Signor Padre. Sono qui da alcuni giorni in casa di un mio amico che mi ha voluto seco per forza, a vedere le antichità di Ravenna. Torno a Bologna a momenti. Qui si vive quietissimi e con ogni sicurezza, quanto ai privati. Ho veduto il Cardinale, ho veduto il Canonico ferito in sua vece, il quale è fuor di pericolo, e sarà presto in piedi. Qui ho ricevuta la lettera di Paolina, 29 Luglio, colle loro nuove, che io desiderava da tanto tempo. Ho fatto ricerca dei partiti che si trovano in questi paesi, e veggo che le gran doti sono uscite di moda affatto. Il maggior partito di questi contorni è Pasolini di Ravenna, Contessa, famiglia ricchissima, nobilissima, principale; diecimila scudi di dote in pronti contanti; cinquecento scudi di proprietà della ragazza, lasciatile dall'Arcivescovo Codronchi suo prozio; corredo a parte; giovane bella e di talento e buona. Il padre non si cura di gran trattamento per la ragazza; solamente esigerebbe uno stato esatto ed autentico della casa, e una disposizione che assicurasse lo sposo dal lato dei fratelli. L'affare si concluderebbe prontamente: se Ella credesse opportuno di prenderlo in considerazione, non avrebbe che a mandarmi lo stato della famiglia in forma autentica, e qui si tratterebbe l'affare per mezzi che io le farò conoscere al suo primo cenno; e si userebbe ogni segretezza. Così prego Lei di usarla circa le informazioni che io le ho date, per non nuocere alla ragazza, in caso di rifiuto. Vedo bene che la dote è piccola, ma non se ne trovano delle maggiori in Romagna; il soggiorno di Recanati è in discredito; e l'essere in pronti contanti mi pare una qualità calcolabile, e che possa compensare in parte la mediocrità della somma. Tornato a Bologna, cercherò più diligentemente in ordine ai partiti di là, quantunque con poca speranza di trovar doti maggiori senza pretensioni eccessive, e senza ripugnanza decisa al soggiorno di Recanati. Da Bologna le scriverò più lungamente e con più quiete. I miei teneri saluti alla Mamma e ai fratelli. Le bacio la mano con tutto il cuore, e le chiedo la benedizione. Il suo affettuosissimo figlio Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.F.Stella (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
               <dateline>Milano 9 Agosto 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Amico amatissimo. La cara sua del dì 2 abbonda di espressioni verso di me; ma come so che queste vengono dal suo cuore veramente, così le lascio correre.</p>
            <p>In proposito del <title>Cinonio</title>, del quale sento con piacere ch'Ella si voglia presto occupare, il celebre Morcelli in un'operetta postuma che verrà alla luce quanto prima, il raccomanda ai giovani studiosi.</p>
            <p>Tutte le opere ch'Ella mi accenna d'avere in mente mi fanno voglia, nè saprei dire, questa mi piace più di quella. Sentendo però ch'Ella ha disposto qualche materiale pel Dizionario filosofico, filologico, ec., le suggerirei, quasi per prender riposo, quando si sente stanca del <title>Cinonio</title>, di mettersi a terminare qualche articolo del detto Dizionario.</p>
            <p>Rispetto ai Sinonimi, le domando se conosce quelli dell'ab. Romani recentemente stampati dal Silvestri. Su questo argomento ritornerò un altro giorno dopo che avrò inteso il Compagnoni ch'è alla campagna, e conserva sempre di Lei una dolce memoria.</p>
            <p>Mi scrive il signor Moratti ch'Ella si è trasferita a Ravenna. Conta Ella di fermarvisi molto? Non vorrei che vi fosse andata per incomodi di salute.</p>
            <p>Nell'entrante settimana spedirò al signor Brighenti per Lei oltre la prima parte del <hi rend="italic">Petrarca</hi> in un volume, anche il 1° volume delle <title>Lettere</title> di Cicerone; e attenderò poi di sentire con tutto suo comodo il suo libero parere.</p>
            <p>Tutti i miei la salutano di cuore, e in particolare Luigi, che, intento ora ne' magazzini per cataloghi ed altro, le scriverà poi. L'abbraccio di cuore. Il suo cordialissimo amico A.F.S.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Monaldo L. (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI MONALDO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <dateline>Recanati, 12 Agosto 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Figlio. Ieri mi giunse la cara vostra dei 9 con sommo piacere di tutti che eravamo ansiosi delle vostre notizie. Mi piace che abbiate veduta Ravenna, ma non vorrei che vi avesse pregiudicato il viaggiare per questo caldo. Sono però contento, perchè a quest'ora avrete lasciato quel soggiorno, il quale nell'estate passa per malsano, e poi in questi momenti è poco tranquillizzante. Credo bene che i privati niente debbano temere diretto contro di loro, ma il fatto di Rivarola può indicare esservi colà moltissima scontentezza, e quindi molta facilità di rinnovarsi simili avvenimenti, nei quali, come avete veduto, le palle non vanno sempre al suo luogo. Sono però contentissimo immaginandovi tornato a Bologna, e lo sarò molto di più quando verrete via da codeste parti, non solo per il piacere grandissimo di riabbracciarvi, ma ancora perchè le nostre provincie meridionali sono più quiete, e i Marchegiani sono animali più mansueti de' Romagnoli. Molte volte il badare alli fatti suoi non basta; massimamente quando si ha un nome come avete voi, e nella circostanza, nella quale l'imprudenza o la malvagità di pochi letterati ha resa sospetta tutta la Letteratura. Basta, il giorno in cui vi sentirò incamminato a queste parti, sarà per tutti noi di grandissima festa.</p>
            <p>Credo, e vado sperimentando, che il lusso delle Doti si va moderando, e conosco che il soggiorno di Recanati è screditato, forse anche più di quanto si merita. Con tutto ciò non mi pare che, almeno per ora, io debba accudire al partito che proponete, sembrandomi che quella Dote non debba mai mancarci, e che perciò convenga cercare un poco un'altra migliore. Galamini col terzo appena del nostro patrimonio ha avuti 12 mila scudi contanti e 4 mila assicurati alla morte della suocera. La sorella della sua sposa ha un'egual dote, e se facesse per noi, come non fa, ce la darebbero a mani giunte. Quando in ultimo dovessimo contentarci di una piccola dote, meglio sarebbe averla da una provinciale, la quale starebbe più contenta nella nostra città. Tuttavia non lasciate l'occuparvi di questo oggetto, e ditemene quello che potrete. In Faenza ci era poco fa una damina con 17 mila contanti, ma non ricordo il cognome, e potreste domandarne.</p>
            <p>Li vostri fratelli sono stati in Sinigaglia, e non so se ve lo abbiano scritto. Colà nella scorsa domenica 6 corrente, mentre si estraeva la tombola, e nel momento in cui il popolo fischiava a tutta possa perchè ci era un certo sbaglio in una cartella, i cavalli di una vettura, sortendo da un portone, si spaventarono per quelli urli, e inalberandosi urtarono e intimorirono i vicini. Da questi, che gridarono <hi rend="italic">salva salva</hi>, passò in un baleno l'allarme a tutta quella immensa popolazione, e tutti, temendo o sollevazione o altro, si diedero a salvarsi, a fuggire, a piangere e gridare misericordia, sicchè sembrava il giorno del giudizio. Il palco dei deputati andò per aria con essi; i soldati a gambe per i primi; e quella immensa piazza sembrava il campo di una battaglia, coperta di banche, di sedie sfasciate, di abiti, scialli, ventagli, scarpe e mantiglie. In quel cieco fuggire chi smarrì la moglie e chi i figli, e la calma non ritornò in città fino all'un'ora di notte. Sento che vi perissero solamente una donna e un fanciullo. I vostri fratelli, grazie al Signore, andarono immuni da quella paura, perchè non volendo annoiarsi, non intervennero alla tombola.</p>
            <p>Addio, mio caro Giacomo. Noi stiamo bene. Sia lo stesso sempre di voi, e vi abbraccio e vi benedico con tutto il cuore. Vostro affezionatissimo Padre.</p>
            <p>Un certo Francese commissionato dalla Casa Bondi, se non erro, di Torino, a raccogliere associati per una edizione di Classici latini, come saprete, ha fatto gran rumore di voi in Sinigaglia, proclamandovi il primo letterato d'Italia, e notissimo anche alla Francia. Lodiamone Iddio, senza dimenticare l'obbligo che corre a quelli, i quali esso distingue coi suoi doni, di usarne per la sua gloria.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Cavalli (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO CAVALLI - RAVENNA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 13 [Agosto] 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Antonino. Sono arrivato qui poche ore fa, stracco ma sano. Ti scrivo subito per salutarti caramente, e per ringraziarti di tante e tante gentilezze e cordialità che tu m'hai usate. Credimi che io te ne pagherò in quel modo ch'io posso, e che tu sei per accettare; voglio dir con amarti sempre teneramente come tu meriti. Mille rispetti e ringraziamenti ai tuoi Genitori, veramente gentilissimi ed ottimi, i quali assicurerai da mia parte della stima che io fo e della memoria che conservo e conserverò di loro. Saluto anche e riverisco di cuore il marchese Carlo. Appena riceverò risposta da mio padre, te la comunicherò con lettera ostensibile, secondo il convenuto fra noi. Salutami i conoscenti di costì, ed accertali della dolce ricordanza che io son per serbare del tempo che ho passato fra loro. Nomino in particolare il signore e la signora Salamelli, il conte Rota, Santino, e il prof. Farini. Fammi grazia, ti prego, di vedere o far vedere alla posta se vi fosse lettera o piego per me, ed essendovi, di far che l'uffiziale della posta me lo spedisca subito qua. Voglimi bene e dammi delle tue nuove. Ti abbraccio con tutto l'animo: addio addio. Il tuo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A N.Gommi Flamini (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A NICOLA GOMMI FLAMINI - IMOLA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 16 Agosto 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Signor Conte pregiatissimo. Tornato in Bologna, adempio con piacer grandissimo il debito che mi corre di render grazie a Vostra Signoria delle infinite gentilezze che Ella si compiacque di usarmi quando ebbi l'onore di trovarmi seco. Non credo già nè voglio con questo essere sciolto dall'obbligo che io le professo, al quale non potrò soddisfare altrimenti che con serbar memoria costante della sua cortesia, e con tenermi desideroso de' suoi comandi, e prontissimo, come sono e sarò sempre, ad eseguirli con quanto è il mio poco valore. Prego istantemente V.S. che mi voglia ricordare e far riverenza in mio nome al Sig. Conte suo zio, ed al signor suo Cognato, veri specchi di gentilezza. E supplicandola a darmi occasione di servirla dove io sia buono, mi raccomando di cuore alla sua benevolenza, e con somma stima e vera e viva gratitudine mi dichiaro suo devotissimo obbligatissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Paolina L. (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PAOLINA LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 16 Agosto 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Paolina mia cara cara. Mi affligge proprio profondamente il sentire che Babbo e Mamma e voi altri siate stati in pena per me. Credimi che io non sono stato in minore inquietudine, non vedendo risposta alle ultime mie. Il secondo di Agosto fui obbligato, quasi mio mal grado, a partire per Ravenna, e questa è la cagione del ritardo della mia risposta alla tua 29 Luglio. Spero che Babbo a quest'ora avrà ricevuta la mia dei 9. Mostragli la presente, e scusami tanto tanto con lui del mio silenzio passato, che è proceduto da continui imbarazzi, e dall'aspettar riscontro da voi altri. Son tornato qua il 13, e, grazie a Dio, sto bene. Crederai tu che la lettera di Mercuri che tu mi mandi, è la primissima nuova ch'io ho della mia nomina? Un pezzo fa, mi fu proposto per parte del Segretario di Stato il posto di Vicerettore dell'Università di Roma, coll'obbligo di supplire a tre Cattedre in caso d'impedimento degli attuali Professori (uno dei quali è malato abitualmente); e poi di vestir da prete. Risposi ringraziando tanto, e rifiutando. Ora aspetterò da Roma qualche schiarimento sopra questo nuovo posto, e scriverò a Babbo tutto quello che ne saprò. Che meraviglia che i francesi parlino di me a Sinigaglia? Non sai tu ch'io sono un grand'uomo; che in Romagna sono andato come in trionfo; che donne e uomini facevano a gara per vedermi? Fuor di burla, io spasimo di trovarmi di nuovo fra voi altri, e non aspetto altro che la fine del caldo per mettermi in viaggio. Nell'andare e tornare da Ravenna (distante di qua come Pesaro da Recanati) ho sofferto tanto dal caldo (benchè, grazie a Dio, non mi abbia fatto male) che non ardirei più di muovermi prima del fresco. Per amor di Dio, scrivimi subito, che Carlo e Luigi sono tornati da Sinigaglia sani e salvi. Salutameli tanto, e bacia la mano teneramente per me a Babbo e a Mamma. Farò la tua parte con Angelina. Addio addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Papadopoli (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO PAPADOPOLI</hi>
               </byline>
               <dateline>Di Napoli adì 18 di Agosto 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio carissimo. Se non ti scrivo spesso la cagione è perchè sono pigro oltremodo in questa pratica dello scrivere, e perchè temo non darti fastidio, sapendo quanto tu sia del continuo occupato negli studi. Ora poi ho voluto scriverti per dirti che io mi truovo assai bene, e che l'aria di Castellammare mi ha rinnovellato, dimanierachè ho speranza di riavermi al tutto, e di ritornare a te sano. Ti confesso che ciò mi consola in guisa, che io ne pregusto il sapore di quel dolce che spero. Quanto ai miei studi non accade dire che io, nato a non bastare a nulla, ho conosciuto la insufficienza del mio ingegno, e mi sono dato abbandonatamente all'ozio: parlo quanto a scrivere, chè la pratica del leggere non saprei dismettere per quanto mel consigliasse la pigrizia. Io sono desideroso di vedere i tuoi <hi rend="italic">Moralisti</hi> e il <hi rend="italic">Petrarca</hi>, ma ben mi avveggo che emmi forza differire questo piacere, dappoichè a questa Napoli estrema, appena giugne la notizia del rimanente di quest'umile Italia. Mi è poi carissimo intendere dalla Contessa che tu sia in buono stato di salute, come duolmi sentire da te che tu abbia in animo di andare a Roma a passarvi l'inverno. Se i tuoi studi là ti chiamano, certo non è da indugiare l'andata; ma bada bene che tu non abbia a pentirti, chè certo mi pare che a Bologna tu vivessi bene; in somma tu sei troppo savio per non bisognare dei miei amorosi consigli. Scrivimi e mi darai una soavissima consolazione, perchè t'amo del maggiore amore del mondo, e non è chi prevalga a me nel riverirti. Attendi a star sano, e sovvienti il più che puoi del tuo amicissimo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Cavalli (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO CAVALLI</hi>
               </byline>
               <dateline>Ravenna 18 Agosto 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Carissimo Leopardi. La tua lettera mi è venuta graditissima, perchè stava in pena finchè non sapeva come ti fosse stato felice il viaggio. Godo dunque che tu sia sano. Ma tutti que' complimenti a che? Nella mia casa non hai trovato che del buon core. Il giorno dopo che tu partisti ho avuto un altro forastiere raccomandatomi da Pepoli. È certo Carlo Witte Professore in Breslau. Anche questo è partito.</p>
            <p>Dimmi un poco: avresti modo di impegnarti, affinchè qualche stampator Bolognese assumesse sopra sè di stampare due vite di Girolamo Rossi, e di Giuseppe Mazzotti, che sono state scritte qui da un amico mio, e che mi paiono belle? L'Autore si contenta di averne una ventina di copie. Scrivimi di questo. Sta' sano, e ricevi i saluti di tutti i miei. Addio.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Ho detto a questo Mastro di posta che ti mandi costà le tue lettere.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di N.Gommi Flamini (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI NICOLA GOMMI FLAMINI</hi>
               </byline>
               <dateline>Imola 20 Agosto 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo Sig.r Conte. La somma gentilezza di Lei poteva sola dettare le gentilissime cose ch'Ella mi scrive. Chè per verità nessun dovere rimaneva ad adempiersi a Lei che pur volle con sì gentili parole corrispondere alla meschina ospitalità che ci fu cotanto caro di prestarle. E lo Zio Giacomo ed io speravamo ch'Ella ci avrebbe novellamente favorito nel suo ritorno a Bologna; ed ora assai ci duole che la bella occasione ne sia fuggita. Io non so s'Ella avrà mai quella di ripassare per la città nostra; ma in tal caso mi terrei fortunatissimo che Le piacesse di rinnovarmi un onore, pel quale mi chiamerò sempre obbligato al comune amico Cavalli, ed alla cugina mia, la Signora Clementina degli Antoni. E come non ho parole che vagliano a farle conoscer quanto grande ne sia stata la mia compiacenza, ho scelto per interprete dell'animo mio questa medesima, a cui la debbo principalmente. Da lei avrà Ella ricevuto questo mio foglio, e da lei pure Le verranno dette per me le tante cose che io non potrei, senza dilungarmi soverchio. Non altro quindi aggiungerò, se non che il pregarla a volermi tenere nelle sue grazie, ed a porgermi occasione di servirla in ciò che valessi nel mentre che presentandole i rispetti dello Zio e del cognato, colla maggiore stima ed osservanza mi rassegno di Lei, pregiatissimo Sig.r Conte, umil.mo e dev.mo Servitore.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 23 Agosto 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Carissimo Signor Padre. Con somma consolazione ho riveduto dopo tanti giorni i suoi caratteri. È incredibile per altro la irregolarità e lentezza della corrispondenza tra il nostro povero Recanati e il resto del mondo. L'ultima di Paolina in data dei 9 mi giunse ai 15, e la sua dei 12, mi è giunta ieri, 22, dieci giorni appunto dopo data; mentre le lettere di Roma mi vengono in due o tre giorni. Sono giustissime le sue osservazioni circa il partito di Ravenna, e massimamente quella che riguarda la dote percepita da Galamini, cosa della quale io non mi era ricordato. Sarebbe indecoroso per la casa nostra un partito di minor dote, quando non vi sia necessità o forti ragioni per accettarlo. Il partito di Faenza, scudi 17 mila è ancora in piedi, e sarebbe facile l'entrarne in discorso, ma credo che sarebbe anche altrettanto inutile, perchè la madre e il fratello della ragazza non hanno volontà di sborsar la dote (così dice la sorella stessa della ragazza, maritata qui), e metteranno sempre avanti mille difficoltà e pretesti per mandare a monte i partiti, come hanno fatto finora. Ho sentito di una buona e colta signorina di Milano, che ha una sorella maritata in Romagna, e verrebbe volentieri dalle nostre parti. Ho già fatto scrivere per averne informazioni. In breve avrò notizia dei partiti di Modena, di Reggio, di Parma, tra i quali è molto probabile che se ne trovino degli adattati al caso nostro, tanto per la quantità della dote, come per la inclinazione ad un soggiorno quieto e pacifico qual è quello di Recanati. La ragguaglierò poi di tutto. A Modena v'è un partito di 50 mila zecchini, ma non credo che Ella ami di tentar partiti così grossi. - Ella avrà veduto a quest'ora la mia dei 16 a Paolina. Da Roma non ho neppure una riga, nè un cenno, sopra la mia pretesa nomina alla Cattedra di Storia, annunziatami nella lettera che giunse costì. - Seppi a Ravenna il tumulto di Sinigaglia, e fu per questo che pregai Paolina a darmi subito notizia del ritorno dei fratelli, che ora sento da Lei, e ne ringrazio Dio. La mia salute, grazie al Signore, è buona. Sono sempre impaziente di riabbracciarla; e pregandola dei miei tenerissimi saluti alla Mamma e ai fratelli, le bacio la mano, e mi ripeto con tutto il cuore suo affettuosissimo figlio Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di C.Pepoli (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO PEPOLI</hi>
               </byline>
               <date>[Bologna] Di Casa il Mercoldì 23 Agosto (?) 1826.</date>
            </opener>
            <p>Caro Leopardi. Domani sera vogliamo visitare la signora Martinetti? Quando ciò ti sia in piacere, io verrò alla tua casa dimani sera alle 8 1/2, e anderemo all'adorazione di questa Dea <hi rend="italic">passibile</hi> e mortale.</p>
            <p>Fa' di star sano e di amare il tuo C.P.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Cavalli (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO CAVALLI</hi>
               </byline>
               <dateline>Ravenna, 23 Agosto 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Caro Amico. Sono stato per la terza volta a questo ufficio postale, e ho fatte le ricerche da te volute. Mi si è risposto (anche senza ch'io dessi alcun giudizio) che una picciola lettera in carta finissima fu rimandata costà, che saranno circa 5 corsi di posta. Cerca dunque l'ufficio di Bologna, e la troverai.</p>
            <p>In quanto alle <title>Vite</title>, di cui ti parlava nell'ultima mia, parlerò all'autore, e te ne scriverò. Tutti i miei ti salutano. Addio. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Monaldo L. (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI MONALDO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <dateline>Recanati, 26 Agosto 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio carissimo Figlio. L'ultima vostra ricevuta avanti ieri mi è stata anche più cara delle altre, perchè in essa mi dite di star bene, e non benino o passabilmente, come, con mio grande rincrescimento, scrivevate nelle altre. Anche noi, grazie a Dio, stiamo bene. Paolina ha avuta una febbre con sciolta, male di stagione, ma ora è in piedi e bene, quantunque un po' debole. La Mamma vi fa sapere che l'ottimo don Rodriguez morì costì alli 17 corrente.</p>
            <p>In proposito della sposa che cerchiamo, attenderò il risultato delle vostre indagini, e conosco bene che i partiti non si trovano al forno. Quanto alla Modanese con 50 mila zecchini, sono convinto che, se non è un mostro femminino, vorrà altra città che Recanati, ed altro rango ed averi che quelli della famiglia nostra. Penetrato di questa idea neppure mi passava in mente, ma la Mamma vostra la pensa diversamente e vuole immaginare che l'affare sia trattabile, e vuole in tutti i modi che ve ne scriva. Mi pare la cosa tanto strana, che mi vergogno di parlarne anche con voi, sicuro che 50 mila zecchini piacerebbero a tutti; ma come immaginare che la giovane che ne è dotata voglia venire in Recanati, e raddoppiare forse il capitale della famiglia nella quale entrerebbe? Comunque sia, dopo avervi detto che vostra Madre vuole immaginarlo possibile, e vuole che io vi ecciti ad entrare in questa pratica con ogni impegno e sollecitudine, voi farete, e mi scriverete quello che troverete possibile e conveniente.</p>
            <p>Niente io so della vostra elezione a Lettore di Storia in Roma, e forse quello che ve ne ha scritto si confonde con l'altro impiego, al quale mi dicono i vostri fratelli che foste nominato, di Vicerettore della Università, col peso di supplire talora a tre cattedre. In ogni modo se è fiore fiorirà, e di questa pretesa nomina dovrete avere la certezza e i dettagli. Allora farete i vostri calcoli, e li faremo assieme, se, come scrivevate, verrete qui al cessare di questi caldi affricani. Frattanto abbiatevi cura, e fate che vi rivediamo allegro e sanissimo. Addio, mio caro Figlio. Vi abbraccio e vi benedico con tutto il cuore. Vostro affezionatissimo Padre.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.F.Stella (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO FORTUNATO STELLA - MILANO.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 26 Agosto 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Carissimo Signore ed amico. Fui costretto da vivissime istanze di un mio amico ravennate a portarmi seco in Ravenna, come Ella ha saputo dal signor Moratti, per vedere quelle celebri antichità. Mi trattenni una diecina di giorni, e tornando, trovai che la sua carissima dei 9 mi era stata spedita a Ravenna, appunto pochi minuti prima. Malgrado le mie ripetute premure per averla subito, non ho potuto ricuperarla dalla posta di Ravenna prima di ieri. Eccole la causa della lunga tardanza del mio dovuto riscontro alla sua lettera. - Occupandomi principalmente del Cinonio, non mancherò di venir pensando al dizionario filosofico e filologico, il quale godo assai che le vada a genio, come è ancora di mia grande inclinazione. - Non ho veduto i Sinonimi del Romani, che sento però molto lodati, e che credo opera di merito, atteso il nome dell'autore. - Ella non dee dubitare nè della sincerità nè della diligenza che io userò nell'esporle la mia opinione circa il primo volume Ciceroniano, quando esso mi sarà pervenuto. A proposito del <hi rend="italic">Cicerone</hi>, Monsignor Invernizzi mi fece sapere, che volendo Ella mandargli un esemplare della sua nuova edizione, egli avrebbe desiderato che questo fosse della edizione semplicemente latina; cosa nella quale io credetti che Ella l'avrebbe facilmente compiaciuto, e così gli risposi. - A Ravenna un mio amico mi obbligò a scrivere a lei una lettera commendatizia di una sua traduzion di Tibullo. La lettera, che probabilmente a quest'ora Ella avrà già ricevuta, fu scritta sotto gli occhi medesimi dell'amico. Da ciò Ella giudicherà facilmente del conto che deve farne, anche relativamente alla mia opinione su quel manoscritto. - I miei complimenti a tutti i suoi, e nominatamente al Signor Luigi. Madama Padovani, che sta bene, riverisce di cuore Lei e la sua famiglia. Continui ad amarmi come io l'amo, e mi creda sempre suo vero servo ed amico Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Strozzi (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO STROZZI</hi>
               </byline>
               <dateline>Lugo 29 Agosto 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Sig.re Conte stimatissimo. Una istantanea deliberazione mi tolse al piacere di venire (avanti la mia partenza di costà) presso di Lei, onde compiere quelle parti doverose a cui era severamente obbligato, per il che ho provato il più vivo rincrescimento. Ond'è che per riparazione dell'avvenuto, la prego a riguardare questa mia siccome una vera testimonianza dell'alta stima che io Le professo.</p>
            <p>Le notizie che mi pervengono dal S.re Cav.e Niccolò Puccini Pistoiese sono le migliori. Egli trovasi al presente in Londra. Credo che conti di essere in Firenze sul finire del futuro Decembre.</p>
            <p>Nel timore che la sua partenza di costà possa effettuarsi prima del mio arrivo in Bologna, che avrà luogo al cominciare di Novembre, avrei per un vero favore se Ella mi facesse noto quale esser possa per altrove il suo indirizzo. Mi giova sperar bene in ciò, conoscendo di che sia capace la gentilezza dell'animo suo.</p>
            <p>Attendo ansiosamente l'onore de' suoi pregiati comandi; mentre pieno di stima e di amicizia mi confermo suo devot.mo obb.mo Servo ed Amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.F.Stella (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
               <dateline>Milano 2 Settembre 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico amatissimo. M'è stata assai cara la sua lettera del 26 dello scorso, perchè propriamente stava in qualche pensiero non avendo notizie di Lei. Ora sento ch'Ella è stata e ritornata felicemente da Ravenna, e ne son lieto. Godo anche di sentire, ch'è contenta di dividere le sue occupazioni letterarie tra il <title>Cinonio</title> e il <title>Dizionario filosofico e filologico</title>.</p>
            <p>Ho fatto prender memoria, perchè monsignor Invernizzi venga servito della edizione solamente latina.</p>
            <p>La commendatizia ch'Ella m'accenna, io non l'ho ancora veduta. Non istenterò a ringraziar la persona senza prendermi impegni, perchè ora, se non si trattasse d'una cosa straordinariamente bella, non posso prendermene altri.</p>
            <p>Mi son care le nuove di mad. Padovani, ed egualmente lo sono alla mia famiglia che la salutano. Lo stesso fa questa verso di Lei, e in particolare il mio Luigi, che sbrigato che si sarà d'un gruppo di cose librarie, non mancherà di scriverle.</p>
            <p>Questa sera sotto fascia spedisco all'amico Moratti delle prove di stampa del <hi rend="italic">Petrarca</hi>.</p>
            <p>Veda se tra' suoi mss. avesse qualche articolo od articoletto piccanti pel <hi rend="italic">Nuovo Ricoglitore</hi>. Lo aggradirei molto. In mancanza d'altri, non se ne potrebbe dare qualcheduno del detto <title>Dizionario</title>? Sarìa bene che fosse segnato da due iniziali in fine, se Ella non volesse porvi il suo nome. Le iniziali possono anche essere a capriccio.</p>
            <p>Si conservi sano, mi ami e mi creda il suo cordialissimo amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di C.Antici (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO ANTICI</hi>
               </byline>
               <dateline>Roma 2 Settembre 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Nepote carissimo. Dopo aver io comunicata al Cav. De Bunsen la sostanza della vostra ultima lettera, colla preghiera di usarne in modo che non abbia a chiudervi la porta ad altro collocamento, non l'ho più veduto. Se vi fosse stata qualche novità per voi favorevole, ve l'avrebbe direttamente partecipata, come restammo di concerto, o almeno l'avrebbe annunziata a me. Non mi sembra perciò sussistente quanto vi è stato indicato dal vostro conoscente, seppure questo non fosse in grado di sapere le superiori risoluzioni ancor prima che siano divulgate. Potete esser certo che io auguro di cuore la realtà di quanto vi è stato scritto, ed in ogni caso vi riuscirà molto grata e istruttiva la lettura dei 4 volumi pubblicati da Ferrand sulla <title>Filosofia della Storia</title>, non che il volume di Mably <title>
                  <foreign lang="fra">De la manière d'écrire l'Histoire</foreign>
               </title>. Lo stesso Autore ha scritto due magnifiche dissertazioni <title>
                  <foreign lang="fra">Sur les Grecs et les Romains</foreign>
               </title>, le quali ponno mettersi al fianco di Montesquieu <title>
                  <foreign lang="fra">Sur les causes de la grandeur et decadence des Romains</foreign>
               </title>, che ha saputo da grand'uomo prevalersi dei discorsi di Macchiavelli sopra Livio. Questi due ultimi Autori vi sono già familiari, ma non trascurate i due primi.</p>
            <p>Rivedrò assai volentieri il colto giovane Testa, cui vorrete fare i più cordiali miei saluti.</p>
            <p>Il vostro ben stare dovrà ricevere accrescimento dai freschi autunnali, poichè in vero nessuno può sentirsi perfettamente sano sotto gl'influssi della canicola. Noi tutti li abbiamo sostenuti senza grave discapito.</p>
            <p>Vi sento disposto al ritorno in patria. Se passate per Pesaro sul principio di Ottobre vi troverete mia Moglie, che godrà per tre o quattro settimane la compagnia della Figlia, per indi ricondurre da Urbino a Roma i nostri maschi, che entrano nel risorto convitto dei PP. Gesuiti. Giunto poi in Recanati, sentirete da ogni parte i lamenti della miseria, che sempre più inonda, e vedrete come l'aumento del popolo minuto, senza movimento di capitali per attivarne le braccia, forma di quel paese un ricettacolo d'infelicità. Dico che lo vedrete, perchè dopo il vostro soggiorno in una città qual'è Bologna, la vostra vista per tali cose deve essersi molto assottigliata. Il peggio si è che quasi tutte le altre città di provincia sono più o meno nelle stesse circostanze, e vi vorrebbe un miracolo di primo ordine per porvi riparo. Dio può tutto, in Lui confidiamo, a Lui solo stringiamoci, giacchè per dir vero lo stato della società è arrivato a un punto, che per non essere infelici bisogna interamente fissar lo sguardo a quella vita che è preparata pei buoni. Voi non avete figli, avete passione pei nobili studi da cui nessuna cura vi distrae. Sicchè chiamatevi pur fortunato.</p>
            <p>Speravo di aver vostre nuove, e qualche parto del vostro ingegno dal vostro cugino Melchiorri, ma egli per abbreviare il viaggio deviò da Bologna. So da lui che le vostre <title>Canzoni</title> hanno molto incontrato presso i dotti Italiani in Parigi, e probabilmente ne avremo nella <title>Revue Encyclopédique</title> un rapporto più chiaro di quello che fu inserito nel <hi rend="italic">Ricoglitore</hi>.</p>
            <p>Se prima di partire vi riesce di vedere il Commend.r Montani salutatelo cordialmente da mia parte. Saluto voi in nome della mia famiglia, ed abbracciandovi, mi ripeto il vostro aff.mo Zio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Papadopoli (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO PAPADOPOLI - NAPOLI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 3 Settembre 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Antonino mio. Puoi pensare quanto mi abbia consolato la tua de' 18 agosto, nella quale mi avvisi del miglioramento della tua salute e delle buone speranze che tu ne hai per l'avvenire. Non potevi darmi novella più cara di questa. Ma ti prego ad avvertire che il miglioramento non ti faccia confidente in modo che tu rimetta dell'attenzione e della cura che ti conviene aver sempre alla tua salute, finchè non sei risanato e confermato del tutto. Io partirò di qua verso i quindici del venturo. Andrò a Recanati, e di là forse a Roma, come ti scrissi. Io sono costretto a fuggire in ogni modo il freddo, che qui nell'inverno è formidabile, e che mi nuoce nella salute indicibilmente. Comunque del resto io mi trovassi bene in Bologna, starei pur male quando non vi fossi sano; e la salute è il principale, anzi l'unico bene che io cerco in questa vita. Niente poi mi vieterà di tornare in Bologna qualunque volta ch'io voglia. Il mio <hi rend="italic">Petrarca</hi> non è finito ancora di stampare. N'è pubblicato il primo tomo, cioè la prima metà, ch'è uscita per volumetti. I <hi rend="italic">Moralisti</hi> non sono ancora sotto il torchio. Addio, caro e singolare amico. Voglimi sempre bene, e fa' che si verifichi la bella speranza che tu mi dai della tua guarigione intera. Addio, addio. T'amo come sai. Il tuo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.F.Stella (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO FORTUNATO STELLA - MILANO.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 3 Settembre 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico pregiatissimo. Le confermo la mia de' 26 dello scorso: e sono ora a parlarle distintamente del Cinonio, del quale dopo aver seriamente messe le mani in pasta, posso e debbo darle un conto più esatto che per lo passato. Le dico dunque che avendolo esaminato tutto diligentemente, ed essendomi messo all'opera convenuta fra noi, e scarabocchiati più fogli, trovo in conclusione che il voler rifondere la detta opera e perfezionarla, come ci eravamo proposti, è cosa impossibile per le seguenti ragioni, che la prego di considerare. Il genere delle particelle, il quale comprende, nel piano del Cinonio, le preposizioni, gli avverbi, i pronomi, i segnacasi ec., è cosa talmente estesa, che trattata massimamente al modo del Cinonio, cioè con tutte le relazioni de' verbi e de' nomi ai segnacasi, alle preposizioni ec., abbraccia niente meno che tutta la lingua e tutto il vocabolario italiano, poca parte eccettuata. Il voler dunque fare un'opera regolare e completa sopra questo genere, voglio dire un regolare e completo Cinonio, importa il fare un completo vocabolario italiano, un vocabolario, col quale alla mano, poco bisogno si avrebbe del vocabolario della Crusca, e di altri vocabolari italiani qualunque. Le confesso che avendo, coll'esame e colle prove fatte, riconosciuta e accertata questa verità, mi sono talmente spaventato, che non posso a meno di protestarmele incapace dell'impresa tra noi progettata. In tanta imperfezione del vocabolario italiano; in tanto immensa quantità di materiali, parte già raccolti, parte da raccogliersi, e tutti da aggiungersi al vocabolario; finalmente in tanta estensione e vastità del vocabolario stesso, ancorchè imperfetto; l'impresa di fare una nuova, regolare e compiuta redazione di una massima parte del vocabolario, supera assolutamente le mie forze, e credo che supererà sempre le forze di un solo.</p>
            <p>Stando le cose in questi termini, e non potendosi sperar di avere un buono e compiuto Cinonio, prima che si abbia un buono e compiuto vocabolario italiano; a me pare che il miglior partito sarebbe di contentarsi del Cinonio che abbiamo, e darlo tal qual è, in un'edizione compatta e di poco prezzo, secondo il suo divisamento. Se Ella si trova persuasa delle cose che ho dette di sopra, e se ha in animo di por mano a questa edizione, il mio consiglio sarebbe di attenersi religiosamente alla stampa dei Classici italiani, omettendo solamente le testimonianze premesse, relative al p. Mambelli, le quali non concludono nulla. L'accerto che il compendiare, anche semplicemente, la detta edizione, sarebbe assai difficile senza nuocere alla chiarezza e all'uso del libro: moltissimi esempi che possono parere soverchi, perchè accompagnati da altri simili, esaminandoli accuratamente, come io ho fatto, si riconoscono utili, se non altro per togliere ogni dubbio al lettore circa la proprietà e il vero uso di quel tal modo di dire.</p>
            <p>Nondimeno, se Ella, considerata maturamente la cosa, troverà che le sia più utile l'annunziare un'edizione compendiata che un'edizione intiera, Ella me ne avvisi; e quello che si potrà fare si farà: voglio dire che io, rileggendo colla più scrupolosa attenzione tutta l'opera, cancellerò dall'esemplare che ne tengo, ciascun esempio che, dopo un maturo esame, troverò che si possa omettere senza verun pregiudizio: ed in tal modo l'opera scemerà di mole e di prezzo, senza scemare menomamente di utilità. Dall'altra parte però Ella ben vede che l'integrità delle opere è un gran pregio e molto stimato; che il solo nome di compendio, troncamento ec. suona assai male in molte orecchie, non potendosi presto nè facilmente conoscere se le sottrazioni sieno state fatte con tutto il giudizio e senza alcun minimo detrimento; e che in fine lo scemamento del prezzo che nascerà dalla qualità dell'edizione, potrà bastare ad assicurarne l'esito; e combinato coll'integrità dell'opera, avrà forse un successo maggiore. Rimetto intieramente queste considerazioni al suo giudizio, e starò attendendo la sua determinazione.</p>
            <p>Credo che in questo esatto conto che le ho renduto delle mie opinioni intorno al Cinonio, Ella non vedrà che una nuova prova della mia sincerità. Molto facile mi sarebbe stato di riordinare e rifondere alla peggio, o in un qualsiasi modo il Cinonio, tanto che ne riuscisse un'opera di nuovo aspetto; e nè Ella nè altri ne avrebbero scoperte facilmente le imperfezioni, neppur coll'esaminarla; perchè solamente l'uso pratico e manuale del libro avrebbe potuto darle a conoscere. Intanto io avrei fatto un'opera imperfettissima, e probabilmente inferiore in utilità al Cinonio che ora abbiamo; il quale io credo veramente che per ora, alterandolo, non si possa che guastare.</p>
            <p>Sto aspettando le prove residue del <hi rend="italic">Petrarca</hi>, del quale ho ricevuto, corretto e rimandato il primo foglio de' Trionfi. Credo che nel fine Ella vorrà dare l'indice, conforme si legge nell'edizione del Molini. Quest'indice mi par necessario. Avverto però che il prof. Marsand mi disse che l'indice del Molini era molto scorretto. Di più, avendo noi cambiata la punteggiatura nel corpo dell'opera, converrà che anche i versi che si porranno nell'indice, sieno punteggiati allo stesso modo. Però converrebbe che i suoi correttori avessero la pazienza di riscontrare ciascun verso dell'indice coi loro corrispondenti nel corpo dell'opera. Se Ella si può fidare che questa operazione sia fatta da' suoi correttori con esattezza, come io ben credo, non le sarà necessario spedirmi le prove dell'indice.</p>
            <p>Una contessa Malvezzi di qui, Dama di molto spirito e molta coltura, ha composta una traduzione del sogno di Scipione ciceroniano, il manoscritto della quale le è stato rubato da un amico, e mandato a stampare, essa non sa dove. Mi ha pregato che io le domandi se per caso il ms. fosse stato inviato a Lei, in vista della sua edizione delle opere di Cicerone. Ella mi farebbe molto piacere se potesse soddisfare in qualche modo alla sua curiosità.</p>
            <p>6 settembre. Ho corrette e rimesse al Moratti le altre prove del Petrarca fino alla pag.756 inclusive. Aggiungo alle cose dette di sopra, che l'essere il Cinonio un libro classico e citato nel vocabolario, sembra che debba rendere tanto più raccomandabile la integrità del medesimo in una nuova edizione. Tralascerei però affatto l'indice alfabetico dei capitoli: indice ridicolo, da che i capitoli sono disposti per alfabeto nell'opera stessa. Ella mi ami, e m'istruisca, se le piace, prontamente della sua intenzione circa il sopraddetto. Mille cordiali saluti alla sua famiglia; e sono, abbracciandola con tutta l'anima, suo affettuosissimo amico e servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Strozzi (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO STROZZI - LUGO.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 4 Settembre 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo Signore. La sua stimatissima del 29 agosto ridonda di espressioni e di sentimenti più che gentili. Debbo ringraziarla, nel tempo stesso che affermo e protesto di non meritarli. Godo assai delle buone notizie del cav. Puccini.</p>
            <p>Di qua a poco più di un mese io partirò da Bologna per Recanati, donde, se i miei non mi usano tali premure per ritenermi, che io non possa ricusare di compiacerli, fo conto di andare a passar l'inverno in Roma. In qualunque luogo, mi sarà gratissimo il poterla servire dove io vaglia. E sono veramente desideroso di mostrarmi nel miglior modo che io sappia Suo devotissimo obbligatissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A L.Mazzanti (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A LUCA MAZZANTI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 4 Settembre 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico pregiatissimo e carissimo. Un lungo silenzio è succeduto tra noi all'ultima mia. Ella sarà stata certamente occupata; ma io non credo perciò raffreddata in Lei l'amicizia che Ella aveva per me. Dalla parte mia, sono ben certo che l'amore verso Lei non può raffreddarsi. Desidero sommamente delle sue notizie, e la prego di cuore ad essermene cortese. Mi auguro e spero il bene, per me grandissimo, di rivederla e riabbracciarla presto; giacchè fo conto di partire da Bologna per coteste parti, circa il principio dell'autunno. Ho fatto nel mese passato un giretto per la Romagna, paese che mi piace infinitamente. Ora sto bene, quanto permette la natura della mia costituzione. Avrei pur caro di sentire altrettanto, e meglio, di Lei. Che fa il Dott. Podaliri? ne ha Ella nuove? Qui si sta preparando un'edizione <hi rend="italic">completa</hi> delle Opere di Monti, il quale Ella saprà che per questa volta è scampato dal pericolo prossimo che lo minacciava. Non ho ancora copie del piccolo saggio di Operette morali, ed è per questo che non ho potuto soddisfare fin qui alla promessa di mandarlene. Non so s'Ella abbia udito parlare di una mia interpretazione al Petrarca. Ne avrò copie disponibili in breve. E cosa di nessun interesse, ma pur se Ella la desidera gliela manderò. Mi continui la sua benevolenza e si conservi all'amore del suo cordialissimo amico e servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 6 Settembre 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Carissimo Signor Padre. Ho ricevuta la cara sua de' 26. L'affare della Modanese dei 50 m. zecchini, credo che in verità non sarebbe stato degl'impossibilissimi. La sposa, del resto, senza esser bella, non è dispiacevole. Ma non siamo più in tempo, perchè improvvisamente si è saputa qui la conclusione di un suo trattato di matrimonio con un Conte Marsigli di qui, ricchissimo, ma attempato e deforme. So poi che la dote non è in contanti, ma in terre, pervenute alla sposa per un'eredità; sicchè è verisimile assai che la somma sia esagerata non poco, come è solito, per far numero tondo. Un mio amico si è voluto incaricare di far un tentativo colla Faentina, la quale oltre i 17 m. di dote, si dice che avrà dalla madre 3 m. scudi a titolo di dono: in tutto 20 m. scudi. Sentiremo la risposta. Aspetto poi delle notizie da Parma, da Reggio e da Milano, che dovrebbero venir presto.</p>
            <p>Dovetti, tempo fa, rimandare al Governatore il baule che egli mi avea prestato, sicchè mi trovo adesso senza baule. Non so se costì sarà possibile di trovar modo per fare arrivar qua quello che io portai con me a Roma. Se la cosa fosse praticabile (e certo a Macerata o a Loreto si dovrebbero trovar mezzi facilmente), la pregherei di spedirmelo, giacchè il trasporto mi costerà meno assai che non costerebbe il comprar qui un baule a posta. La spedizione di quello del Governatore, il quale arrivò a Recanati prontamente, franco d'ogni spesa, non mi costò che 9 paoli. Se la cosa dovesse portar troppo incomodo, Ella non ci pensi, ed io ripiegherò in altro modo.</p>
            <p>I miei teneri saluti a tutti. Spero che Paolina sarà rimessa pienamente del suo disturbo. La Mamma mi ha voluto fare un tacito rimprovero di negligenza, facendomi sapere la morte di D. Rodriguez. Veramente, non uscendo mai di giorno, per evitare il gran caldo, era un pezzo che io non vedeva nessuno a cui domandarne. Ella mi ami e mi benedica, e mi aspetti presto, se a Dio piace. Suo affezionatissimo figlio Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.F.Stella (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
               <dateline>Milano 6 Settembre 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico amatissimo. Ho una cosa che aveva in mente di dirle, anche quando le scrissi la mia del dì 2. Ora per una lettera ricevuta ieri da Torino trovo necessario di farlo.</p>
            <p>In fine delle <title>Rime</title> del Petrarca mi pare che vi potesse star bene un discorsetto, lettera, od altro di Lei per far conoscere i pregi di questo gran poeta, ed anche il suo platonismo, se occorresse. Ella forse dirà che n'è stato scritto abbastanza; e specialmente dal Tiraboschi e dal Ginguené. Io le risponderei ch'Ella saprà tirar fuori delle cose pellegrine e da altri non dette, e che con questa giunta sua questo <hi rend="italic">Petrarca</hi> nostro potrebbe servire non solo per le donne e pe' forestieri, ma anche per quelli che sono, o si credono letterati. Tale lavoro, qualora Ella ne fosse persuasa, potrebbe farlo con tutto il suo comodo, e lungo poi, o breve come più le piacesse. Per tal via, Ella potrebbe dare qualche graziosa sferzata a' saputelli e poetini de' nostri giorni, come è colui che mi scrisse da Torino, il cui paragrafo di lettera riguardante il <hi rend="italic">Petrarca</hi> troverà qui appresso trascritto. Potrà anche dir qualche cosa intorno a quelli che non credono essere la lingua del Petrarca antica ed oscura. E in tal proposito Ella troverà qui appresso trascritto anche un paragrafo di lettera del padre Cesari.</p>
            <p>Dopo tutto questo Ella farà quello che stimerà meglio. A me basta ch'Ella m'ami come io l'amo. Il suo cordiale amico e servo.</p>
            <p>Paragrafo di lettera senza data da Torino:</p>
            <p>"Non posso a meno di <hi rend="italic">dirgli</hi> che quella Operetta del <hi rend="italic">Petrarca</hi> colle Note mi par cosa inettissima; e degna di esser letta da uno scolaretto sgusciato dalla Grammatica. Io amo che un interprete mi svisceri i pensieri dell'Autore che ha per mano, e non già che mi condanni alla galera dei generi, numeri e casi, come si farebbe ad un quartano".</p>
            <p>Paragrafo di lettera del padre Cesari - 8 Luglio 1826. Verona.</p>
            <p>"Rileggo il <hi rend="italic">Petrarca</hi> del conte Leopardi. Egli osserva molto la sua promessa di dar la cosa <foreign lang="lat">
                  <hi rend="italic">ad usum Delphini</hi>
               </foreign>: tocca e spiega le parole ed il senso assai bene. Ma diavolo! la lingua del Petrarca antica ed oscura? Non l'avrei voluto udire da tal uomo, che io amo ed onoro".</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Monaldo L. (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI MONALDO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <dateline>Recanati, 11 Settembre 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Figlio. Càpita sul momento una occasione per spedirvi il vostro baulle, e lo consegno al vetturale che è stato già pagato del trasporto. Tutti stiamo bene. Vi abbraccio e sono di cuore vostro aff.mo Padre.</p>
            <p>Similmente, a porto già pagato, lo stesso vetturale vi consegnerà dieci forme di formaggio del peso di libre 21 1/2.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Monaldo L. (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI MONALDO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <dateline>Recanati, 12 Settembre 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Figlio. Ieri all'improvviso capitò un vetturale noto, che partiva sul momento per costà; e a lui si consegnò il baulle che bramavate; così dieci forme di formaggio del peso complessivo di lib. 21 1/2. Gli diedi anche una lettera, colla vostra direzione, e promise di recarvi tutto a casa. Nulladimeno a prevenire qualunque possibile equivoco gli dissi che, non trovandovi, lasciasse tutto al convento delli Conventuali. Il vetturale deve arrivare in Bologna fra cinque o sei giorni, e potrete fare le pratiche opportune. Il suddetto è pagato di tutto, sicchè niente dovete dargli. Potete immaginare come questi indizii di prossimo viaggio vostro riescono grati a me, alla Mamma e ai fratelli, che tutti vi desideriamo e vi aspettiamo ansiosamente. Pietruccio vuole che ve lo dica particolarmente in suo nome. Frattanto io vi abbraccio e vi benedico con tutto il cuore. Vostro affezionatissimo Padre.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.F.Stella (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO FORTUNATO STELLA - MILANO.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 13 Settembre 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico amatissimo. Alle carissime sue dei 2, e dei 6 del corrente, la prima delle quali mi giunse dopo chiusa già la mia ultima dei 6, Ella osserva molto bene che dopo il Tiraboschi, e soprattutto il Ginguené, ai quali ora si aggiunge anche il Foscolo co' suoi <title>Saggi</title> sopra il <hi rend="italic">Petrarca</hi>, è ben difficile il dir cosa alcuna di nuovo sopra questo poeta. Nondimeno io avrei pur qualche cosa di mio da dire sopra tal proposito, ma certamente i miei pensieri sarebbero del tutto fuori di luogo alla fine della mia interpretazione, e riuscirebbero direttamente contrarii all'interesse dell'edizione. Io le confesso che, specialmente dopo maneggiato il <hi rend="italic">Petrarca</hi> con tutta quell'attenzione ch'è stata necessaria per interpretarlo, io non trovo in lui se non pochissime, ma veramente pochissime bellezze poetiche, e sono totalmente divenuto partecipe dell'opinione del Sismondi, il quale nel tempo stesso che riconosce Dante per degnissimo della sua fama, ed anche di maggior fama se fosse possibile, confessa che nelle poesie del Petrarca non gli è riuscito di trovar la ragione della loro celebrità. I miei pensieri verserebbero tutti sopra questo punto, ed Ella ben vede che tali pensieri non sono per far fortuna in Italia a questi tempi. Il platonismo poi del Petrarca a me pare una favola, perchè più d'un luogo de' suoi versi dimostra evidentissimamente che il suo amore era come quello di tanti altri, sentimentale sì, ma non senza il suo scopo carnale. Il buon Torinese che le scrive non dovrebbe aver letta gran parte del nostro Petrarca. Egli ha veduto che io alcune volte noto i casi dei nomi o i generi dei verbi ec. e ciò è quando a prima vista non s'intende se il caso sia accusativo o nominativo, se il verbo sia attivo o neutro, ec. Il notar queste cose mi serve allora per rischiarare il passo in un batter d'occhio. Ma egli ha creduto che io le notassi per insegnar la grammatica. Qui in Bologna, in Romagna e in Toscana, non solo le donne, ma i primi letterati hanno fatto un'accoglienza diversa a quel mio comento; non l'hanno giudicato indegno del loro proprio uso; hanno detto che non era possibile di spiegare un autore nè più pienamente e chiaramente, nè con più risparmio di parole; ed alcuni mi hanno confessato di avere, coll'aiuto di quello, intesi per la prima volta parecchi luoghi che fino allora non avevano intesi mai, o vero avevano intesi a rovescio. In fine sono arrivati a dire che quello dovrebbe servir di modello a tutti i comenti; e in Bologna se ne sarebbe intrapresa subito una ristampa se non si fosse saputo che io mi vi sarei opposto con tutto il mio potere. Le critiche del Torinese e del Veronese non hanno bisogno di risposta, ed io non son solito a far conto di critiche. Nondimeno, per servirla, scriverò in forma di conclusione dell'opera, una brevissima risposta, che Ella con pienissima libertà porrà in fine del mio comento, o la rigetterà del tutto, secondo che le parrà bene.</p>
            <p>Innanzi alla copia del paragrafo del Torinese, ho veduto nella sua lettera una cancellatura fatta assai diligentemente, la quale mi dimostra che Ella ha voluto nascondermi la persona. Se Ella conosce il mio sangue freddo in queste materie, e se mi crede abbastanza prudente ed anche abbastanza giusto per non abusare della sua confidenza, avrò caro, quando però non le dispiaccia, di sapere per curiosità il nome del Critico, il quale del resto potrà essere un bravissim'uomo.</p>
            <p>Articoli adattati al <hi rend="italic">Ricoglitore</hi> ne' miei mss. non si trovano. Quanto al <title>Dizionario filosofico</title>, le scrissi che io aveva pronti i materiali, com'è vero; ma lo stile ch'è la cosa più faticosa, ci manca affatto, giacchè sono gittati sulla carta con parole e frasi appena intelleggibili, se non a me solo. E di più sono sparsi in più migliaia di pagine, contenenti i miei pensieri; e per poterne estrarre quelli che appartenessero a un dato articolo, bisognerebbe che io rileggessi tutte quelle migliaia di pagine, segnassi i pensieri che farebbero al caso, li disponessi, gli ordinassi ec., tutte cose che io farò quando a Lei parrà bene che io mi dia di proposito a stendere questo <title>Dizionario</title>; ma che non si possono eseguire per il momento, e per uno o due articoli soli. Intanto pel suo <hi rend="italic">Ricoglitore</hi> io ho un pensiero che mi par possa riuscire molto opportuno. Si è cominciato poco fa in Inghilterra a pubblicare un Giornale inglese, destinato esclusivamente alla <hi rend="italic">letteratura italiana</hi>. Questo Giornale è sconosciuto in Italia, e nondimeno Ella sa quanto picchino la curiosità degl'italiani i giudizi degli stranieri sopra i nostri libri. Mi pare che se il <hi rend="italic">Ricoglitore</hi> contenesse una scelta de' migliori articoli di questo Giornale tradotti in italiano, con qualche nota, osservazione, ec. del traduttore, dove bisognasse, e dove la letteratura italiana dovesse esser difesa imparzialmente; esso <hi rend="italic">Ricoglitore</hi> acquisterebbe un grado d'interesse dei maggiori possibili, ed anche una grande utilità, pei dibattimenti urbani a cui darebbe luogo tra una nazione e l'altra, pel confronto delle opinioni letterarie delle due nazioni ec. In breve potrò avere e le manderò il titolo del detto Giornale, colle indicazioni necessarie. Io mi offro a prender sopra di me tanto la scelta quanto la traduzione degli articoli, e le note che occorrano. E se Ella aderisce a questo mio consiglio, potrà fare spedire il Giornale inglese direttamente a Bologna, per evitare le dilazioni della Censura lombarda.</p>
            <p>Ricevo oggi da Brighenti il primo tomo del <hi rend="italic">Petrarca</hi> e il suo magnifico <hi rend="italic">Cicerone</hi>. Per quanto ho potuto vedere con una rapida scorsa, sono rimasto veramente contentissimo delle note latine, che trovo ottime e affatto corrispondenti al gusto e all'usanza de' filologi del nostro tempo. Il resto poi dell'edizione, non solamente mi piace, ma mi sorprende. Il suo <hi rend="italic">Cicerone</hi> sarà senz'alcuna controversia il più bello e il più buon <hi rend="italic">Cicerone</hi> che abbia mai veduto l'Italia. Mi piace anche molto la prefazione del signor Soncini, uomo che io non conosco se non per poche sue cose, ma che paiono a me delle meglio scritte, e che mostrano un non mediocre ingegno e studio. Le manderò poi l'errata del 4° volumetto <hi rend="italic">Petrarca</hi>.</p>
            <p>Le accludo la mia piccola apologia petrarchesca, della quale le ho parlato di sopra. Ella ne giudichi, e ne disponga a suo grado.</p>
            <p>Ho poi potuto raccogliere le notizie occorrenti circa il Giornale inglese menzionato qui dietro. Non è dedicato esclusivamente alla letteratura italiana, come mi pareva di ricordarmi. Bensì nel Prospetto (che ho veduto io medesimo) si promette di accordare una particolare attenzione alla nostra letteratura, trascurata generalmente dagli altri Giornali inglesi, e si annunzia che i redattori sono, per opportune corrispondenze, in grado di ricevere sopra le nostre produzioni letterarie, maggiori e più numerose informazioni che non si sogliono avere in Inghilterra. Il titolo è <title>
                  <foreign lang="eng">The Panoramic Miscellany</foreign>
               </title>, ossia <title>Miscellanea Universale</title>. Si pubblica mensualmente in Londra dalla tipografia <hi rend="italic">Effingham Wilson</hi>. Il primo quaderno è uscito alla fine del gennaio p.p., in 8° - fogli 9, prezzo 3 scellini e mezzo. Contiene vari pezzi relativi alla letteratura italiana, e fra gli altri un sommario della medesima dalla sua origine fino al presente. Ripeto che il dare periodicamente e regolarmente o tradotti o analizzati, colle opportune note, riflessioni ec. gli articoli di questo Giornale relativi alla nostra letteratura, mi par che dovrebbe proccurare al <hi rend="italic">Raccoglitore</hi> un grande interesse e molti lettori.</p>
            <p>A tutta la sua famiglia, e al Sig. Luigi in particolare, i miei distinti saluti. Mi ami e mi creda sempre suo affettuosissimo amico e servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.F.Stella (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
               <dateline>Milano 13 Settembre 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico amatissimo. Rileggendo la cara sua 3 e 6 corrente trovo giuste le riflessioni sue intorno al <title>Cinonio</title>. Se ne dimetta dunque per ora il pensiero; tanto più che anche a Reggio se ne vuol eseguire una edizione con aggiunte, e che in certo modo vengo pregato di dar campo all'esito di quella innanzi di por mano alla mia. Quando sarà il momento (e forse questo sarà un momento per i miei figli, e non per me) Ella m'assisterà pel piano del lavoro e non per altro. Sarìa mia intenzione in tal caso di dare un libro pei giovanetti, intitolato <hi rend="italic">Il Cinonio per le scuole</hi>, ossia.... Dovrebbe contenersi tutto in un volume di poca spesa e quindi di facile esito; ch'è quello a cui un libraio dee principalmente mirare. E per l'esito, i libri di lingua e per le scuole sono quelli che meglio riescono. Onde, lasciando da un canto il <title>Cinonio</title>, veda se in tal maniera avesse qualche cosa da suggerirmi, o per eseguirla Ella stessa, o per farla da altri eseguire. Mi par d'averle scritto che l'amico Compagnoni s'occupa ora per me d'un piccolo dizionario di <hi rend="italic">Sinonimi e frasi italiane</hi>. Spero che questo lavoro non debba esser meno fortunato della <hi rend="italic">Teorica de' Verbi</hi> da lui compilata, della quale in pochi anni si sono fatte tre edizioni.</p>
            <p>Nella mia 2 Settembre le ho parlato del <title>Dizionario filosofico filologico</title>. Esso in ogni caso sarà sempre il lavoro a cui potrà applicarsi, poichè è di suo genio, e di mio genio ancora, purchè non trovi ostacoli alla Censura. Anche l'operetta sugli abbagli presi dal Monti mi riuscirebbe carissima. Di quanti fogli crede Ella che potesse venire il volume?</p>
            <p>Sto attendendo risposta anche alla mia del dì 6, e l'abbraccio di tutto cuore. Il suo vecchio cordiale amico.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Avrà già a quest'ora, col mezzo dell'amico Moratti, ricevuto altre stampe del <hi rend="italic">Petrarca</hi>, che attendo di ritorno. Era già mia intenzione di dare l'Indice, che non mancherò che venga esattamente riscontrato sulla nostra edizione.</p>
            <p>Non so nulla della nuova traduzione del <title>Sogno di Scipione</title>. Se ne potrò saper qualche cosa, la renderò informata. E ben volentieri poi, per la mia Raccolta ciceroniana, preferirò la detta traduzione a quella del Mabil, o d'altri; dacchè è lavoro d'una dama, e, quel che importa più, d'una dama stimata dal tanto stimato mio carissimo conte Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.F.Stella (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
               <dateline>Milano 16 Settembre 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico amatissimo. Assai giudiziose, come al solito, son le cose che nella gradita sua del dì 13 Ella mi scrive intorno al <hi rend="italic">Petrarca</hi>, e saporitissima la <hi rend="italic">Scusa dell'Interprete</hi>, che vedrà certamente la luce.</p>
            <p>Rispetto al <title>Dizionario filosofico filologico</title> sentirò volentieri che cosa Ella risponderà alla mia del dì 13.</p>
            <p>Farà gran piacere all'ab. Bentivoglio, come l'ha fatto anche a me, quel ch'Ella mi scrive riguardo al <hi rend="italic">Cicerone</hi>.</p>
            <p>Bellissimo suggerimento per dar alimento al <hi rend="italic">Nuovo Ricoglitore</hi> sarebbe quello del Giornale inglese, se con sicurezza si potesse regolarmente ricevere. Ma io spenderei in questo del denaro senza frutto, e forse anche senza mai ricevere un quaderno.</p>
            <p>A Lei che, se fosse stato un altro, avrei tenuto celato anche il peccato, non ho riguardo alcuno di palesare il peccatore, il quale è un dottorino Angelo Brofferio torinese, autore di quel libricciuolo di poesie intitolato <title>Un sogno della vita</title>, ed ora d'un altro <title>Le lagrime d'Amore</title>. È un peccatore però che credo che verrà a penitenza, massime dopo una certa predichetta che gli ho fatta.</p>
            <p>Attendo le ultime prove di stampa del <hi rend="italic">Petrarca</hi>, che l'amico Moratti mi scrive averle consegnate.</p>
            <p>Martedì prossimo vado in campagna colla famiglia per starvi 15 o 20 giorni al più. Il mio Luigi però si ferma in Milano.</p>
            <p>Tutti la riveriscono unitamente a mad. Padovani, ed io l'abbraccio di cuore. Il suo cordiale amico A.F.S.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.F.Stella (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO FORTUNATO STELLA - MILANO.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 19 Settembre 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico amatissimo. Alle sue gentilissime dei 13 e dei 16 del corrente. Ella dimanda se io ho nulla da suggerirle in materia di libri di lingua, per iscuole ec. Verisimilmente Ella conoscerà l'Antologia francese in prosa, del sig. Noël, opera che ha avuto un applauso e uno spaccio grandissimo in Francia, con ripetute edizioni, e che riesce tanto piacevole a leggersi, anche agli stranieri, e a chi mira a tutt'altro che a studi di lingua. Ultimamente si è pubblicata a Parigi da un celebre letterato una nuova Antologia francese sul metodo del Noël, ma contenente una scelta nuova di pezzi. A me pare che un'opera simile sarebbe nel tempo stesso piacevolissima ed utilissima in Italia e fuori, se si applicasse agli scrittori italiani il detto metodo, e si facesse quindi un'Antologia italiana della medesima sorta che la francese; opera che finora manca affatto. Quest'opera esigerebbe un giudizio assai fino, una vasta lettura e cognizione dei nostri classici; dovrebbe contenere una copiosa scelta di pezzi estratti da scrittori italiani di tutti i secoli, pezzi tutti rimarcabili per bellezza o utilità sia di pensiero, sia d'immaginazione, sia di narrazione ec. Condizioni essenziali sarebbero che questi pezzi fossero tutti in lingua purissima; tutti non troppi brevi, nè troppi lunghi, perchè la troppa lunghezza nocerebbe alla varietà, e la troppa brevità darebbe all'opera l'arida, noiosa e scolastica forma di un Sentenziario. Ella pensi un poco a questo progetto, e forse converrà meco che eseguito veramente bene, potrebbe riuscire un'opera altrettanto amena quanto utile agl'italiani e agli stranieri. I pezzi dovrebbero essere estratti anche da quei tanti bravi e purissimi scrittori poco conosciuti generalmente, dei quali abbonda la nostra letteratura del XVI e XVII secolo.</p>
            <p>Circa alle osservazioni sulla <hi rend="italic">Proposta</hi> del Monti, le dirò che io non le ho mai poste in carta, essendo certo che esse non mancherebbero di tornarmi a mente ad una nuova lettura che io facessi di quell'opera. Mi ricordo che, leggendola, mi vennero notate molte cose coll'animo; ma la quantità non gliela potrei dire se non rileggendo la <hi rend="italic">Proposta</hi>, e segnando ciascuna cosa di mano in mano. Qui non ho se non il volume ultimo e l'<hi rend="italic">Appendice</hi> da Lei favoritimi. Gli altri volumi sono a Recanati. - Incoraggito dalle sue parole relative al mio <title>Dizionario</title>, mi son dato ad estrarre, a porre in ordine ec. i materiali che ho per quest'opera, la quale dovrebbe anche contenere un buon numero di articoli o trattatelli relativi a cose di lingua, che siano di un interesse generale, filosofico o filologico; i quali articoli si potranno pubblicare appartatamente. Quanto alla Censura, Ella non deve temerne, perchè io conosco i principii che la reggono, e secondo questi mi regolerei, tanto nella scelta delle materie quanto nel modo di trattarle. - Del <hi rend="italic">Petrarca</hi> ho corretto e consegnato al Sig. Moratti fino alla pagina 828 e sto attendendo il restante. Le segno qui dietro gli errori trovati nel volumetto quarto e nel resto della I Parte sino alla fine.</p>
            <p>ERRATA:<lb/>
pag. 356 lin. 9, <hi rend="italic">meraviglia</hi>
               <lb/>
pag. 352 lin.16, <hi rend="italic">contrarii</hi>
               <lb/>
pag. 372 lin. 15, <hi rend="italic">Sì riferisce</hi>
               <lb/>
pag. 395 lin. 8, <hi rend="italic">Dall'amar</hi>
               <lb/>
pag. 409 lin. 7, <hi rend="italic">spero!</hi>
               <lb/>
pag. 424 lin. 16, <hi rend="italic">voglai</hi>
               <lb/>
pag. 434 lin. 3, <hi rend="italic">sereno</hi>
            </p>
            <p>CORRIGE:<lb/>
               <hi rend="italic">maraviglia</hi>
               <lb/>
               <hi rend="italic">contrari</hi>
               <lb/>
               <hi rend="italic">Si riferisce</hi>
               <lb/>
               <hi rend="italic">Dall'amare</hi>
               <lb/>
               <hi rend="italic">spero</hi>
               <lb/>
               <hi rend="italic">voglia</hi>
               <lb/>
               <hi rend="italic">seren</hi>
            </p>
            <p>Debbo aggiungere due errori che io lasciai inavvedutamente di notare nei passati volumetti. E sono</p>
            <p>ERRATA<lb/>
pag. 68 lin. 7, <hi rend="italic">lui</hi>
               <lb/>
pag. 151 lin. 14, <hi rend="italic">qui en ciant endemori</hi>
            </p>
            <p>CORRIGE<lb/>
               <hi rend="italic">lei</hi>
               <lb/>
               <hi rend="italic">qu'ieu ciant e m'demori</hi>
            </p>
            <p>Ambedue questi errori sono molto notabili. Il secondo si trova anche nell'edizione Marsand, ma bisogna assolutamente correggerlo, giacchè proviene manifestamente da ignoranza della lingua provenzale.</p>
            <p>Del 1° e 2° volumetto del <hi rend="italic">Petrarca</hi> Ella mi favorì cinque copie, ed io profittando della sua liberalità, ne diedi qui ad alcuni amici. Del 3° e 4° volumetto ho ricevuto una sola copia, e però gli esemplari di questi miei amici restano imperfetti. Non so se sia soverchia indiscretezza il pregarla di volermi dar modo di completarli. La sua bontà cagiona il mio ardire, del quale le chiedo perdono.</p>
            <p>Io conosco e stimo la Dama autrice della nuova versione del <hi rend="italic">Sogno</hi> di Scipione, ma non so se debba stimare questo suo lavoro, il quale non ho veduto, non essendone a lei rimasta neppur la bozza, che aveva già bruciata quando il ms. le fu tolto. In caso che io possa vedere il ms., le scriverò circa il crederlo capace o incapace di aver luogo nella sua Collezione. - Le son veramente grato della confidenza fattami sul conto del Sig. Brofferio, al cui nome resterò amico come prima. Desidero a Lei ed alla sua famiglia lietissimo e piacevolissimo il soggiorno e il riposo della campagna. Ella avrebbe ben diritto di sollazzarsi un poco, essendo per l'ordinario così infaticabilmente e costantemente occupata.</p>
            <p>Mi conservi l'amor suo, ed abbracciandola, mi dichiaro con vera tenerezza di cuore. Il suo affettuosissimo servitore ed amico Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Paolina L. (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PAOLINA LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 20 Settembre 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Paolina mia. Ieri ricevetti la lettera del Papà in data dei 12 e l'altro ieri avevo ricevuta quella degli 11, insieme col baule e coi formaggi, tutto ricapitatomi puntualmente a casa. Ringraziane Babbo in mio nome tanto e poi tanto, senza fine. Lo attendo, per partire, di avere terminata la correzione di una stampa, di cui ricevo le prove da Milano, e che è oramai a buon termine. Angelina saluta tanto Mamma, Babbo e voi altri. Sta sul punto di partorire, e ha qualche doglia ogni giorno. Ha voluto che io le tenga il figlio o figlia al battesimo, e io (puoi credere con che gusto) non ho potuto fare a meno di acconsentire. Salutami Babbo, Mamma, Luigi, Pietruccio, Don Vincenzo; e prometti a tutti, e a Pietruccio in particolare, che piacendo al Signore, io sarò costì fra qualche settimana al più tardi. Allora poi ti domanderò conto del tuo silenzio. Addio addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Carlo L. (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 20 Settembre 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Carluccio mio caro. Tu non mi scrivi mai più, e se fosse possibile, mi faresti dubitare che non mi volessi più bene, o che fossi inquieto con me. <foreign lang="eng">You will find, at the same address at Which I sent you the moral performations Another small book of mine</foreign>. Credilo, Carluccio mio; e prima che io parta di qua per riabbracciarti, fa ch'io veda ancora una tua lettera, e dammi un poco delle tue nuove. Come ti sei divertito a Sinigaglia? e che ti parve di quel mondo la seconda volta che tu lo vedesti? Non è possibile che non ti abbia suggerite molte belle osservazioni, di quelle che una volta eri solito di comunicarmi, ma ora ne sei divenuto avaro. Io sto bene, se non fosse la solita ostinatissima stitichezza, che dopo due mesi, mi tornò addosso, appena, per dir così, montato in carrozza per Ravenna, e non mi lascia più. Ti abbraccio, e aspetto una tua lettera. Addio, Carluccio mio. Fammi il piacere di spedirmi subito per la posta sotto fascia la <hi rend="italic">Mascheroniana</hi> di Monti, che io feci venir da Roma ed è in libreria. Si ristamperà qui colle altre opere di Monti, delle quali tutte avremo copia in compenso.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Carlo L. (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>[Recanati] 24 Settembre [1826].</date>
            </opener>
            <p>Hai ragione, Buccio mio, e mi crederei imperdonabile con ogni altro: ma tu sai che io non posso avere altra difficoltà di trattenermi con te, che quella che ha un disgraziato di trattenersi con sè medesimo. Quando verrai, e vedrai a che stato di nullità son ridotto, ti confermerai nel pensiero che hai espresso nel tuo terzo Dialogo, trovando sparito affatto l'uomo che lasciasti in me. Io sono veramente infelice di diritto e di fatto: di diritto, perchè come si può chiamare chi non ha più amore, nè fede, nè speranza? e di fatto, perchè lo sento. Anzi posso dire che la disgrazia mi ha dato alla testa: un perpetuo contrasto fra un'attività non ancor ben estinta e che non sa dove dirigersi, ed una tendenza all'inazione acquistata per lungo uso, mi tormenta e mi stanca in modo miserabile. Devi intender ciò non meno nel fisico che nel morale: sono però perfettamente sano, ma una situazione contro natura può far soffrire immensamente anche senza vincer la complessione. Tutto il giorno mi strapazzo internamente; altre volte qualche momento, sì, almeno qualche frazione di momento, mi sentiva sollevato. Son quelle ispirazioni subitanee che non si sa d'onde vengono, ma senza che le circostanze siano appunto cambiate, ti senti risvegliare tutto quel che ti avanza di vigore; e gli uomini più felici devono a queste i loro maggiori successi. Ma ora per me tutto è chiuso; la mia immaginazione è divenuta in tutto e per tutto eguale alla realtà; non si può dire parola più disperante. Quello stringimento di cuore che, come sai, ci prende al risvegliarci, quando abbiamo qualche affare disgustoso, <foreign lang="fra">le réveil, le réveil! quel moment pour les malheureux!</foreign>, ebbene questo stesso stringimento mi prende ogni mattina appena svegliato, quando mi ricordo che ancora son vivo. Ecco perchè non amo di scrivere; non so far che lamenti, e rattristo te che mi darai la sola consolazione di cui sono ancora capace col farmiti rivedere. Un'altra me n'hai data colle tue care <hi rend="italic">poetical performances</hi>, e me ne dài sempre col fare che io tenga ad una cosa così ammirabile come sei tu, che io adoro con tutta la passione dell'amore e dell'amor proprio. Io son già per tutti <hi rend="italic">il fratello di Leopardi</hi>. A proposito, perchè i tuoi librai trascurano di spandere le tue produzioni? Per esempio, a Macerata tre settimane sono non si era ancora visto il tuo <hi rend="italic">Petrarca</hi>; io poi lo mandai a Puccinotti. Fa' di venire, Buccio mio caro, se puoi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Paolina L. (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PAOLINA LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>[Recanati 24 Settembre 1826].</date>
            </opener>
            <p>Oh che consolazione sarà per noi quella del rivederti! È certo che non ne avremo provata mai una simile, e che non ne aspettiamo alcuna maggiore; chè la speranza di vita migliore non è più per noi in questo mondo, e solo godiamo in te, e per te. E voglio anch'io ringraziarti dei versi mandatici; non dico lodarti, ammirarti, perchè non saprei farlo come meriti; e la lode in bocca mia ti farebbe schifo, a te che ti senti lodare da tutta Italia. Giacomuccio mio, e ti è tornata addosso quella maledetta stitichezza! E noi ce lo immaginavamo già, al sentire la tua gita a Ravenna nel colmo del caldo, che non ti avrebbe fatto bene. Per carità, abbiti cura, usa qualche rimedio, se pure qualche rimedio ti gioverà fuori del lavativo, come pur troppo ti accadeva l'anno passato.</p>
            <p>Al sentire che ti trovi costretto a tenere al battesimo il figlio di Angelina, Babbo si dètte a pensare se avesse potuto mandarvi qualche cosa da darle in dono, onde risparmiare alla vostra borsa l'incomodo che dovrà soffrirne; ma dopo un piccolo esame ha riconosciuto che la vostra borsa è più grande della sua, onde non ci ha pensato più. Ci direte poi se finalmente Angelina potrà sperare di lasciar posterità; ed intanto salutatela da parte di tutti noi. Credo che riceverete lettera da Pietruccio, che è smanioso di annunziarvi il suo avanzamento, e ieri sera stava scrivendo di nascosto per paura che non imbrattassi il suo foglio con i miei caratteri. Addio, Mucciaccio mio; ti saluto con tutto il cuore.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Pierfrancesco L. (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIERFRANCESCO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>[Recanati] 27 Settembre 1826.</date>
            </opener>
            <p>Mio carissimo Giacomo. Finalmente dopo tanto tempo ti scrivo per farti consapevole di una cosa che mi è accaduta. Ti ricordi che mesi sono ti scrissi che ero abbate? Dunque devi sapere che il Santo Padre mi ha fatto Canonico, ma però il canonicato è piccolo, perchè ora è senza provvista, e frutta dodici scudi all'anno. Ne ebbi la nuova Sabato, quando stavo a scuola.</p>
            <p>Il giorno dell'Addolorata andai in processione sino a piazza. Domenica disse messa novella Vincenzone a Monte Morello. I fratelli, grazie a Dio, stanno bene; Babbo e Mamma vi salutano. Sappimi dire come stai, come ti sei divertito a Ravenna, e quando ritornerai.</p>
            <p>Addio, voglimi bene. A proposito, don Vincenzo ti saluta, e non vede l'ora di rivederti.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Mi ero scordato di dirti che, siccome tu hai tanti libri, mi facessi il piacere di darmi a tenere, o pure (e ciò sarebbe meglio) di regalarmi l'<title>Odi</title> d'Anacreonte. Addio, addio. Vostro affezionatissimo fratello.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.F.Stella (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
               <dateline>Gaggiano di Varese 5 Ottobre 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico amatissimo. Son qui sin dal 19 dello scorso, e qui probabilmente mi fermerò con tutta la famiglia (fuori che Luigi che è rimasto a Milano per attendere alle cose dello Studio) sino al 19 di questo mese. Di poi tornerò al telonio, il quale è assai facile che mi dia campo di scriverle più cose. Da qui il più importante da dirle, sapendo quanto Ella mi vuol bene, è che mi par di sognare - tanto mi trovo bene.</p>
            <p>Rileggo ora la carissima sua 19 dello scorso, e quantunque avessi divisato di non scrivere di cose letterarie se non a Milano, vedo che non posso trattenermi dal dirle che il progetto dell'<title>Antologia</title> ch'Ella mi espone, mi piace moltissimo. Abbiam tante Antologie italiane fatte per le scuole e per le non scuole, ma nè pur una della quale si possa dire: questa è fatta con sapore e con gusto, e contiene veramente il fiore della letteratura italiana. Se Ella si sente disposta, dia pure mano all'opera, ch'io l'accoglierò con gran contento. Soltanto, pel computo librario, desidererei sapere di qual mole a un dipresso Ella crede che potesse riuscire. Se poi nel tempo ch'Ella starà facendo l'<title>Antologia</title>, potrà darmi qualche articolo del <title>Dizionario</title> da inserire nel <hi rend="italic">Nuovo Ricoglitore</hi>, tanto meglio, fermo io di pubblicare anche il <title>Dizionario</title> tutto unito, tosto dopo l'<title>Antologia</title>.</p>
            <p>Sarà mia cura che gli errori da Lei trovati nel <hi rend="italic">Petrarca</hi>, compiuta che ne sarà tutta la stampa, sieno tolti sia con <foreign lang="lat">Errata-corrige</foreign> sia con cartesini.</p>
            <p>Ho scritto subito a Milano perchè si supplisca alla mancanza dei volumetti, ch'Ella doveva ricevere, e non ha ricevuti. Anzi le aggiungo che se ne vorrà dell'altre copie non ha che da dirmelo, ch'io gliele manderò con gran piacere.</p>
            <p>Tutti i miei la riveriscono ed io l'abbraccio di cuore. Il suo vecchio affezionatissimo amico e servo.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Non ho veduto ancora, benchè me ne sian venute più copie, l'<title>Antologia poetica</title> del Brancia stampata a Parigi, e poi ristampata a Firenze. Se Ella non la conosce, le ne manderò una copia.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Carlo L. (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 6 Ottobre 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Carluccio mio. È vero che le tue lettere son triste, ma son care e belle, ed io amo meglio di sentirti lamentare che di lasciarti tacere. Il tuo stile si rassomiglia a quello del Goethe nelle <title>Memorie della sua vita</title> che ha pubblicate ultimamente. Io comprendo benissimo tutta la pena del tuo stato, e vedo che tu devi soffrire assai più di quello che soffiriva io, perchè in me l'attività interna si è consumata assai presto da se medesima per il suo proprio eccesso, e per la scarsezza delle forze fisiche: sicchè il contrasto cessò, ed io rimasi nella pace della vecchiaia. Ma tu hai ancora abbastanza di forze corporali per sostenere l'attività dello spirito, e farti sentire tutta l'angustia che nasce dall'opposizione ch'essa prova, e dallo stato di <hi rend="italic">contrainte</hi> in cui si trova da tanto tempo. Discorreremo di queste cose a voce, più di proposito. Giordani, che ha fatto e fa molti elogi di te, ti saluta infinitamente insieme con Paolina. Il Petrarca non è stato spedito ancora a Macerata, perchè non finito di stampare. Io non lo mandai al Puccinotti, che me lo dimandò, perchè non ne ho copie d'avanzo e perchè credo meglio che chi lo vuole lo comperi. A rivederti, Carluccio mio caro, a momenti; e piacesse a Dio che ti potessi consolare. Addio, anima mia.</p>
            <p>Paolina mia cara. Angelina avea partorito quand'io ti scrissi. Lo seppi quasi appena chiusa la lettera, e il giorno dopo tenni al battesimo la creatura, ch'è un maschio, e <foreign lang="fra">très viable</foreign>. Angelina sta bene, e in piedi già da più giorni: credo anzi che sia uscita di casa, malgrado le mie prediche: saluta tanto Mamma, te, e tutti. Accludo qui una risposta a Pietruccio, separata e ben sigillata, acciocchè egli se la possa tenere in tutta sua proprietà. Addio, Paolina mia; a rivederci.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Pierfrancesco L. (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIERFRANCESCO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 6 Ottobre 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Signor Canonico stimatissimo mio fratello. Mi rallegro con voi moltissimo della vostra nuova dignità, e vi ringrazio della notizia che me ne date. Se il Canonicato è piccolo, non ve ne date pena, perchè crescerà col tempo e si farà grande, e i dodici scudi diventeranno dodici doppioni da sedici. Intanto per farli crescere bisogna studiare di buona voglia, e poi legger molto, come credo che facciate, e se non lo fate, son certo che lo farete. Mi consolo della buona ortografia della vostra lettera, e dico da vero, non per burla. Se l'Anacreonte vi piace, tenetelo; e giacchè credete meglio che ve lo regali, ve lo regalo, ma con patto che lo leggiate, e che lo custodiate bene, perchè voglio rileggerlo anch'io, se me lo permetterete. Salutatemi tanto tanto Babbo, Mamma, Luigi e Don Vincenzo, e dite che io mi sto preparando per partire, e che darò poi avviso a Babbo del giorno della partenza. Riveritemi il signor Curato. Vi bacio la mano, e raccomandandomi alla vostra protezione, mi confermo vostro buon fratello Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Monaldo L. (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI MONALDO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <dateline>Recanati, 16 Ottobre 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Figlio. Siccome voi non provocato scrivete raramente, e a noi reca grandissima pena il ricevere raramente le lettere vostre perchè dubitiamo della vostra salute, non sapendo io se adesso ci dovete alcuna risposta, vi scrivo per farvene debitore, e procurarmi così le vostre notizie, delle quali non vorrei mancare mai per più che una settimana.</p>
            <p>Vi scrivo ancora per altro. Sono oramai quindici mesi che state fuori di casa, e avete viaggiato, e vi siete mantenuto senza il concorso mio. Dovete conoscere il mio cuore, e potete dedurne quanto dolore mi abbia arrecato il non provvedere alli vostri bisogni, o anche alli vostri piaceri; e se pure voi non avevate bisogno del mio concorso, io avevo bisogno e desiderio ardentissimo di dimostrarvi frequentemente il mio tenerissimo affetto. I tempi però veramente funesti, ma più di tutti Mamma vostra che, come sapete, mi tiene non solamente in dieta, ma in perfetto digiuno, mi hanno costretto ad un contegno, riprovato prima di tutto dal mio cuore, e poi dalla equità e quasi dalla convenienza. Nulladimeno son vivo, e quantunque alla lontana come di cosa oramai prescritta, pure ho memoria che sono il padrone di casa mia. Voi state sul tornare. Se nulla vi occorre, tanto meglio. Ma se vi bisogna denaro per il viaggio, o per pagare qualche debituccio, o comunque, ditelo all'orecchio al padre e all'amico vostro. Se niente volete, scrivetemi come se io non vi avessi scritto di ciò, perchè le vostre lettere si leggono in famiglia; se poi volete, ditemi liberamente quanto, e dirigete la lettera al signor Giorgio Felini, Recanati. Mi avete inteso.</p>
            <p>Un'altra cosuccia. Un certo signor Luigi o don Luigi Gezzi di costì, amministratore di codesto Seminario arcivescovile, che io non conosco, mi ha usata molta amicizia prestandosi ad accomodare lodevolmente un'amarissima vertenza, che io avevo col marchese Costanzo Mosca, figlia, come tanti altri guai, della mia inesperienza giovanile. Se vi accomodasse di vederlo, mi piacerebbe che, senza entrare in materia, gli parlaste della mia stima e della mia riconoscenza. Siete però libero se non vi accomoda, perchè neppure gli ho scritto che voi siete costì. Gradirei pure che altronde procuraste di sapere quali rapporti abbia egli con la Casa Mosca, nella quale l'ho veduto esercitare un'influenza decisa. Forse è l'economo del marchese Costanzo, o forse ha amicizia con codesta Casa Boschi. Se, passando per Pesaro, volete vedere la Casa Mosca, potete farlo, avendo io finito con essa ogni contestazione. Una barbara penna m'impedisce di continuare. Tutti bene, grazie al Signore. Vi abbraccio di cuore, e vi benedico. Vostro affezionatissimo Padre.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.F.Stella (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO FORTUNATO STELLA - MILANO.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 18 Ottobre 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico carissimo. Vera e viva consolazione mi hanno data le poche parole che Ella mi scrive intorno al buono stato della sua salute, la quale mi è tanto a cuore, quanto mi possono essere le più care cose del mondo. In questo tempo che Ella si è trattenuta piacevolmente nel suo Gaggiano, io sono stato combattendo con un reuma di capo, di gola e di petto, che mi ha dato la febbre per più giorni, e che ancora, benchè sfebbrato, non mi lascia in pace. Questa circostanza, il timore dei rigidissimi freddi di questo paese, la memoria dell'inverno passato, nel quale, contro il mio solito, fui costretto a vivere in ozio, e incapace di ogni travaglio; finalmente il desiderio di rivedere i miei, che lo desiderano, e me ne pregano caldamente, mi avrebbero fatto determinare di portarmi a Recanati per passarvi i mesi più freddi con quei comodi che non si possono avere fuori di casa propria, e coll'aiuto dei quali io sono stato sempre solito di studiar nell'inverno più che nell'estate. Dico, <hi rend="italic">mi avrebbero fatto determinare</hi>, perchè la mia risoluzione definitiva non sarà presa prima che io abbia saputo da Lei se questo le potesse in alcun modo essere di dispiacere. Il lavoro dell'Antologia (che io intraprenderò subito, poichè l'idea le piace) mi sarà molto più facile a Recanati, in mezzo alla mia libreria, di quel che sarebbe in Bologna, dove dei moltissimi libri che bisognerebbe consultare, anzi leggere attentamente per quel lavoro, io non ne avrei meco neppur uno: e il lavorar nelle biblioteche pubbliche mi è assolutamente impossibile, perchè, quando io sono in presenza d'altri, non son buono a studiare. Aspetterò la sua risposta in tal proposito, e quando a Lei non dispiaccia, partirò per Recanati alla fin del mese. Il volume, o volumi, dell'Antologia, secondo la mia intenzione, dovrebbero appresso a poco corrispondere a 600 pagine in buon ottavo, caratteri e margini non troppo grandi. Ho fatto associare al suo Cicerone <hi rend="italic">latino-italiano</hi> il conte Antonio Saffi di Forlì, che ora è in Bologna. Gli ho fatto avere il primo volume da Brighenti. Gli altri desidera di averli in Milano, dove si porterà fra poco. È un giovane signore molto studioso, che verrà a trovarla, e forse le parlerà di alcune sue traduzioni di Cicerone, di cui si sta occupando. Non mancherò, venendomi fatto qualche articolo del mio dizionario che mi paia acconcio a poter figurar da se solo, di mandarlo pel <hi rend="italic">Nuovo Ricoglitore</hi>. Non mi è occorso mai di vedere l'Antologia poetica del Brancia, bench'io la conosca di nome. I miei cordiali saluti a tutti i suoi, ed Ella accetti i miei abbracciamenti, e mi conservi il suo amore.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di L.Mazzanti (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI LUCA MAZZANTI</hi>
               </byline>
               <dateline>Recanati 18 Ottobre 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico amatissimo. Se da un lungo tempo non Le ho più scritto, non per questo voglia revocare in dubbio la mia amicizia, chè, amandola tenerissimamente, l'ho sempre nella mente e nel cuore. Ella promise gentilmente coll'ultima Sua di mandarmi il Suo saggio de' Dialoghi che io desiderava; e nulla vedendo, temei che la mia richiesta le fosse riuscita importuna, ed in questo avviso mi astenni mio malgrado d'inviarle mie lettere. Nonostante però ebbi con frequenza le di Lei nuove, richiestone sovente il prete Diotallevi, che familiare in Sua casa era di saperle a portata, e, comechè buone, mi riescirono sempre di somma consolazione. Ma oggi mi ha Ella doppiamente rallegrato per le affettuose espressioni meco usate nella grata Sua data di questo, e perchè mi conferma della Sua salute le migliori notizie. Di me Le direi pur bene se non fossi afflitto da costipazione, e se non fossi circondato dalla noia e dalla tristezza che sì bene si uniscono perchè il poco di spirito che mi rimane evapori più presto; meno male: così cesserà una esistenza che, per la età in che è venuto il mondo, mi riesco di peso.</p>
            <p>Mi è di piacere che il giro della Romagna siale riescito di sodisfazione; quella è tutt'altro che le Marche, ed io ricordo sempre con infinita compiacenza la dimora fattavi per cinque anni. Qualunque siasi però questo mio attuale soggiorno, esso mi diverrà gratissimo quando vi sia pur Lei che può rendere piacevole anche un deserto. Io attendo dunque il Suo ritorno in patria con tal desiderio, che mi rende penosamente impaziente. Ella non vi ritroverà il D.r Podaliri, che trasferitosi sono più mesi a Frascati, esercita in quella condotta la medicina con molto successo. Sapeva già il pericolo corso dal Monti; campatone però alla meglio, è da sperare che Morte rispetti per un tempo ancora la sua vita preziosa. Se la nuova edizione che costì si prepara delle sue Opere non costasse gran prezzo, mi vi associerei; ma oggi si vendono i libri a peso d'oro, e la mia borsa è tanto meschina che può spendere appena del rame. Della Sua interpretazione al <hi rend="italic">Petrarca</hi> io già sapeva per le relazioni degli amici miei, e per ciò che ne han detto in lode i Giornali. Desidero questo Suo lavoro, e La prego inviarmelo unitamente ai dialoghi; così sarò con Lei prima ancora del Suo arrivo, ed avrò bene di che procacciarmi sollievo.</p>
            <p>Stia sano, e mi ami come faccio io colla maggior tenerezza.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.F.Stella (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
               <dateline>Milano 25 Ottobre 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico amatissimo. Ritornato dalla campagna trovo qui la carissima sua del 18. Niente di meglio della casa propria; e poco l'amerei, se non approvassi il pensiero suo di passare l'inverno a Recanati. Se poi s'aggiunge il desiderio de' suoi, tanto più convien farlo. Vada adunque, si curi e stia bene, chè questo varrà quanto mai a compensarmi non solo della distanza maggiore da Milano, ma anche del piacere che avrei provato nel trovarla a Bologna al mio passaggio.</p>
            <p>E qui le spiego ch'è da due mesi e più che per un affar di Padova, ed anche per abbracciar qualche mio parente ed amico in Venezia, meditava movermi di qui prendendo la via di Bologna, non per altro che per farle un'improvvisata costì, e venirla ad abbracciare. Tale viaggetto, per cose sopraggiunte, se avrà luogo, vedo ora che non potrò eseguirlo che alla fine di Gennaio, o ai primi di Febbraro. Quando ne sarò fermamente determinato, non mancherò di scriverle, e vedremo allora se Ella potrà trovarsi in Bologna nel giorno che le indicherò, o se io avrò tanto tempo che mi basti per venirla a ritrovare a Recanati, e nel tempo stesso riverire la rispettabile sua famiglia. Intanto questa idea che fra tre o quattro mesi è probabile ch'io la possa abbracciare, mi è assai cara, e credo che a Lei pur lo sarà.</p>
            <p>Farò con gran piacere la conoscenza del signor conte Saffi, con cui parlerò assai volentieri intorno alle traduzioni ciceroniane. Ho fatto già prender memoria del vol. 1° delle lettere tradotte ch'egli ebbe dal signor Brighenti, e fatto memoria ancora che gli altri li riceverà qui.</p>
            <p>Circa all'<title>Antologia poetica</title> del Brancia ho mandato copie costì dell'edizione fiorentina ai librai sig.ri Marcheselli, Veroli e Masetti. Da quest'ultimo, che dev'essere meglio fornito degli altri, se ne farà dare una copia per mio conto, che porterà seco a Recanati.</p>
            <p>Rispetto al <hi rend="italic">Petrarca</hi>, credo ch'Ella avrà ricevute le ultime bozze di stampa; onde ora non mancherebbe a compimento che la <hi rend="italic">Scusa dell'Interprete</hi> e <hi rend="italic">l'Indice delle Rime</hi>, nel quale sarà posta ogni cura. L'<foreign lang="lat">Errata-corrige</foreign> si darà in fine di tutto. Non riuscirà però molto lungo, perchè cercherò di far ristampar qualche pagina. Ciò peraltro non si farà, se non dopo ch'Ella avrà terminato di veder tutto lo stampato. E perchè non s'abbia da indugiar troppo, procurerò ch'Ella riceva per tempo e per mezzo particolare gli ultimi fogli impressi.</p>
            <p>Forse potrei aver qualcosa da aggiugnere in mio particolare, ma che non aggiugnerò se in prima non sia stato in tutto veduto ed approvato da Lei. Intanto Ella abbia la bontà di vedere ciò ch'è stato estratto nella pagina qui appresso da un codice antico che si potrebbe credere dei tempi del Petrarca, ed anzi scritto lui vivente. Apparteneva esso alla casa dell'ora defunta marchesa Recalcati milanese, la cui libreria è stata comprata in questi giorni dal libraio Paolo Tosi mio amico. Bisogna che il Marsand ne faccia molto conto, perchè lo comprerebbe a qualunque prezzo; ma a lui non andrà, perchè è destinato ad altri. Troverà tra le altre cose due sonetti che non sono nel <title>Canzoniere</title>. Uno mi pare veramente del Petrarca, l'altro ne avrei dubbio. Se Ella credesse che tutti e due od uno solamente potesse dir bene nella nostra edizione, mi faccia il piacere di metterlo in netto, aggiugnendovi l'interpretazione, e facendovi precedere quattro righe di ragguaglio intorno al ms. medesimo. Se fosse capitato prima, credo che avremmo potuto cavar fuori qualche buona lezione. Il Tosi ch'è quegli che ha copiato qui appresso, non ha scorso che qualche componimento: onde ne restano molti da esaminare, quantunque il <title>Canzoniere</title> non sia tutto intero.</p>
            <p>Mi dia nuove di sua salute, che mi sta molto a cuore; mi ami, e creda sempre il vecchio cordialissimo amico.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Vedendo l'amico signor Moratti me lo saluti, e l'avvisi che son ritornato dalla campagna.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 26 Ottobre 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Carissimo signor Padre. Ricevo, ritardata al solito, la sua amorosissima dei 16, piena di tante espressioni affettuosissime, le quali, benchè non mi giungano nuove, e benchè io sia assuefatto sin dalla prima infanzia alle testimonianze del suo amore vivissimo, non lasciano però di farmi un'impressione ben sentita, e di destarmi nel cuore nuovi moti di gratitudine. Ho cercato d'informarmi circa il signor Luigi Gezzi, il quale non è prete, ma secolare: bensì ha un zio sacerdote... Ho saputo dove abita; e prima di partire, procurerò di vederlo. La mia intenzione è di mettermi in viaggio l'ultimo giorno del corrente, o il primo dell'altro; ma siccome non posso ancora assicurarlo, così le scriverò un'altra volta per farle sapere il giorno precisamente. Credo però che una sua risposta alla presente non mi troverebbe a Bologna. Mille tenerissimi saluti alla Mamma e ai fratelli. Mi conservi l'amor suo, e mi benedica. Suo tenerissimo figlio Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="A C.Pepoli (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO PEPOLI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna... 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Caro Amico. Ti mando le notizie poco notabili della mia vita, e ci aggiungo due libretti, dove, ai luoghi contrassegnati, troverai cose che non so se possano fare al tuo proposito. Rimando il secondo volume del Buhle che la Malvezzi non ha letto, dicendo che non le par tempo di continuare una lettura così grave, che dimanda più attenzione e più studio che essa non le può dare al presente. Però non ti dar pensiero di procurarle altro volume. Voglimi bene: addio di cuore.</p>
            <p>"Nato dal conte Monaldo Leopardi di Recanati, città della Marca di Ancona, e dalla marchesa Adelaide Antici della stessa città, ai 29 giugno del 1798, in Recanati.</p>
            <p>"Vissuto sempre nella patria fino all'età di 24 anni.</p>
            <p>"Precettori non ebbe se non per li primi rudimenti che apprese da pedagoghi, mantenuti espressamente in casa da suo padre. Bensì ebbe l'uso di una ricca biblioteca raccolta dal padre, uomo molto amante delle lettere.</p>
            <p>"In questa biblioteca passò la maggior parte della sua vita, finchè e quanto gli fu permesso dalla salute, distrutta da' suoi studi; i quali incominciò indipendentemente dai precettori in età di 10 anni, e continuò poi sempre senza riposo, facendone la sua unica occupazione.</p>
            <p>"Appresa, senza maestro, la lingua greca, si diede seriamente agli studi filologici, e vi perseverò per sette anni; finchè, rovinatasi la vista, e obbligato a passare un anno intero (1819) senza leggere, si volse a pensare, e si affezionò naturalmente alla filosofia; alla quale, ed alla bella letteratura che le è congiunta, ha poi quasi esclusivamente atteso fino al presente.</p>
            <p>"Di 24 anni passò in Roma, dove rifiutò la prelatura e le speranze di un rapido avanzamento offertogli dal cardinal Consalvi, per le vive istanze fatte in suo favore dal consiglier Niebuhr, allora Inviato straordinario della corte di Prussia in Roma.</p>
            <p>"Tornato in patria, di là passò a Bologna, ec.</p>
            <p>"Pubblicò, nel corso del 1816 e 1817, varie traduzioni ed articoli originali nello <hi rend="italic">Spettatore</hi>, giornale di Milano, ed alcuni articoli filologici nelle <hi rend="italic">Effemeridi</hi> Romane del 1822:</p>
            <p>"1° Guerra dei topi e delle rane, traduzione dal greco; Milano, 1816: ristampata quattro volte in diverse collezioni.</p>
            <p>"2° Inno a Nettuno (supposto), tradotto dal greco, nuovamente scoperto, con note e con appendice di due odi anacreontiche in greco (supposte) nuovamente scoperte; Milano, 1817.</p>
            <p>"3° Libro secondo dell'Eneide, tradotto; Milano, 1817.</p>
            <p>"4° Annotazioni sopra la Cronica di Eusebio, pubblicata l'anno 1818 in Milano dai Dott. Angelo Mai e Giovanni Zohrab; Roma, 1823.</p>
            <p>"5° Canzoni sopra l'Italia, sopra il monumento di Dante che si prepara in Firenze; Roma, 1818. Canzone ad Angelo Mai, quand'ebbe scoperto i libri di Cicerone della republica; Bologna, 1820. Canzoni (cioè <foreign lang="lat">Odes et non pas Chansons</foreign>); Bologna, 1824.</p>
            <p>"6° Martirio de' SS. Padri del Monte Sinai, e dell'Eremo di Raitù, composto da Ammonio Monaco, volgarizzamento (in lingua italiana del XIV secolo, supposto) fatto nel buon secolo della lingua italiana; Milano, 1826.</p>
            <p>"7° Saggio di operette morali; nell'<title>Antologia</title> di Firenze, nel nuovo <hi rend="italic">Raccoglitore</hi>, giornale di Milano; e a parte, Milano, 1826.</p>
            <p>"8° Versi (poesie varie); Bologna, 1826."</p>
         </div1>
         <div1 n="Di C.Pepoli (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO PEPOLI</hi>
               </byline>
               <date>[Bologna] Di Casa 26 Ottobre 1826.</date>
            </opener>
            <p>C. A. Questa maledetta tosse, e questo maledetto dolore al lato manco imperversano sì maledettamente, ch'io sono stretto mio malgrado a starmene in casa. Ciò è veramente avere il male e il malanno. Il male è la tosse, e il malanno è non potere teco venire a visitare l'Istituto e la Galleria. Ma se la tua partenza non è sì sollecita, fa' di tenermi parola ch'io venga teco in questi luoghi. Amen.</p>
            <p>Amami siccome io fo, e sta' sano.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.F.Stella (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO FORTUNATO STELLA - MILANO.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 29 Ottobre 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico carissimo. Oh che dolce improvvisata sarebbe stata quella di cui Ella mi parla nella sua gentilissima 25 andante! e che dolce speranza è quella che Ella mi dà, di poterla effettivamente riabbracciare dentro qualche mese! Io farò il possibile per procurarmi questo sommo piacere dalla mia parte: e il rivederla poi sarebbe una vera gioia per la mia famiglia, che ha di Lei una stima infinita, non senza partecipare dell'amor singolarissimo ch'io le porto, e che le portano tutti quelli che la conoscono intimamente.</p>
            <p>Ho appunto, come Ella dice, corrette e spedite le ultime prove del <hi rend="italic">Petrarca</hi>, alcuni ordinari sono. I due sonetti che Ella mi manda, a me non paiono da potersi attribuire al Petrarca, e altrettanto è paruto qui a tutti quelli a cui gli ho mostrati. Il primo sonetto ha, fra le altre assurdità, l'ultimo verso fuor di misura, talmente che non può racconciarsi; e la prima quartina senza senso; cose ambedue non credibili del Petrarca. Il secondo ha 12 soli versi invece di 14; e una parola non mai usata dal Petrarca; oltre molte altre stranezze. Anche le varianti comunicatemi, sono di cattiva lega, cioè molto peggiori della lezione volgata. Tuttavia non nego che se il signor Tosi, o altri, facesse un esatto confronto del ms., e ne cavasse tutte le varianti notabili, questo lavoro (purchè non riuscisse troppo lungo) non fosse per aggiungere qualche interesse alla sua edizione. Ma bisognerebbe che le varianti, o tutte o in parte, fossero migliori del saggio speditomi, e preferibili o comparabili alla volgata.</p>
            <p>Vedrò il signor Moratti, e farò con lui quanto Ella mi impone. Io parto, se altro impedimento non sopraggiunge, dopo dimani, o il giorno appresso, per Recanati. Là mi darò subito al lavoro dell'Antologia. Io mi trovo senza febbre, ma con un reuma di testa divenuto stazionario, e determinato, fra le altre cose, agli orecchi, acciocchè fra i molti beni della vita che io godo, io provi per la prima volta anche quello della sordità. Mille saluti alla sua amabilissima famiglia. Ella accetti i miei abbracciamenti, e i miei fervidi e sinceri voti per la costante prosperità della sua salute, che mi pare il maggior bene che si possa augurare agli amici. Mi ami, come fa, e mi creda sempre suo tenero amico e servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A T.Carniani Malvezzi (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A TERESA CARNIANI MALVEZZI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <date>[s.d., ma Ottobre 1826].</date>
            </opener>
            <p>Contessa mia. L'ultima volta che ebbi il piacere di vedervi, voi mi diceste così chiaramente che la mia conversazione da solo a sola vi annoiava, che non mi lasciaste luogo a nessun pretesto per ardire di continuarvi la frequenza delle mie visite. Non crediate ch'io mi chiami offeso; se volessi dolermi di qualche cosa, mi dorrei che i vostri atti, e le vostre parole, benchè chiare abbastanza, non fossero anche più chiare ed aperte. Ora vorrei dopo tanto tempo venire a salutarvi, ma non ardisco farlo senza vostra licenza. Ve la domando istantemente, desiderando assai di ripetervi a voce che io sono, come ben sapete, vostro vero e cordiale amico Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 1 Novembre 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Carissimo Signor Padre. Le scrissi già il 26 del mese scorso, in risposta all'amorosissima sua dei 16. Questa è per dirle che io, a Dio piacendo, parto per Recanati dopo dimani, 3 dell'entrante. Per diminuirmi la noia e l'incomodo del viaggio, mando il baule da se, e verrò fermandomi per la strada; il che mi servirà anche per fare o rinnovare delle conoscenze. Perciò Ella non si dia alcuna pena se non mi vede arrivar subito. Siccome però l'impazienza di riveder Lei e la mia cara famiglia cresce in me a proporzione che si avvicina il momento di ottener questo bene, così credo che le mie fermate saranno molto brevi. Ella preghi il Signore che mi conceda un buon viaggio, e mi saluti caramente tutti. Le bacio la mano, e chiedendole la benedizione, mi ripeto suo affettuosissimo figlio Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>[Firenze] 7 Novembre [1826].</date>
            </opener>
            <p>Per carità perdonami, Giacomino adorato, il tardo rispondere alla tua carissima 27 Ottobre. Raccomando la presente a Brighenti; che te la dia, con mille baci, se tuttavia sei costì; o te la mandi con mille saluti, se già sei partito. Quanto mi duole che ti allontani di più da me; e anche senza ch'io prima ti vegga. Io non ottengo mai nulla di quel che mi sarebbe caro. Quando sarai in Roma, dammi al più presto nuove di te; e di Paolina, e di Carlo, che già avrai veduti; e ch'io ti prego di salutarmi carissimamente. Dimmi, in Roma che farai? Dove stampi i tuoi dialoghi?</p>
            <p>Circa il tuo pensiero d'Antologia, dimmi vorresti forse fare una raccolta di pezzi staccati e stracciati? come aveva cominciato Bertolotti; al quale il Niccolini non dava altro che il nome; e poi glielo ritirò, e poi anche l'altro cessò. Ma questo staccare e squarciare non mi par bella nè util cosa. Disse bene uno, che Bertolotti ci avrebbe dati cinquanta volumi, e neanche un'opera. Io credo che abbiano ragione quelli che disprezzano siffatte spezzature. E poi anche a voler pizzicare, ci è da star magri: perchè a quel che so io, di scritto Italiano ci è del <hi rend="italic">facondo</hi> e del <hi rend="italic">grazioso</hi> alquanto; ma dell'<hi rend="italic">eloquente</hi> e del <hi rend="italic">filosofico</hi>, che stia in piedi a questa età, io ne trovo poco o nulla. Se volessi fare una scelta d'<title>Operette</title>, per far conoscere il meglio del tempo passato, più che per onorare il presente, si metterebbe insieme alla meglio due o tre tomi: ma ti ripeto di vera eloquenza, di buona filosofia (dicano quel che vogliono quelli che parlano con molta persuasione e poco giudizio) io ne vedo poco o punto. Risòlviti col tuo ottimo giudizio; e poi dimmelo; e io ti riscriverò. Cura la tua salute; ed ama chi ti adora come cosa preziosa e santa. Addio, cuor mio, addio senza fine, e con tutta l'anima.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.F.Stella (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
               <dateline>Milano 11 Novembre 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Amico amatissimo. Credo ch'Ella riceverà questa mia che risponde alla cara sua 29 dello scorso, quando Ella si troverà già in seno della sua buona famiglia, a cui son grato assai della memoria ed affetto che conserva per me; ed anche per questo, se avrà luogo il mio viaggetto in Gennaio o Febbraio prossimo, mi sarà molto caro se potrò riuscir di giugnere sino a Recanati. Intanto che sto nudrendo questa dolce speranza, desidero ricever con frequenza buone nuove della sua salute.</p>
            <p>Circa al <hi rend="italic">Petrarca</hi>, ho ricevuto già le bozze ch'Ella mi accenna, ed oggi col mezzo dell'amico Moratti le spedisco i volumetti VII ed VIII, i due fogli stampati che vengono in appresso, e tutto ciò ch'è composto e già da lei riveduto in compimento. Le mando tutto questo, perchè Ella si compiaccia di mandarmi più presto che potrà l'<foreign lang="lat">Errata-corrige</foreign> per lettera. Già nella <hi rend="italic">Scusa dell'Interprete</hi> e nell'Indice spero che non nasceranno errori.</p>
            <p>Circa all'<title>Antologia</title>, collo stesso mezzo le spedisco una copia dell'<title>Antologia</title> del Brancia stampata a Parigi, ove troverà una prefazione dell'Autore che manca nell'edizione fiorentina. Con tale occasione riceverà anche la <hi rend="italic">Galleria del Mondo</hi>, ann. II.</p>
            <p>Ella mi ha fatto tali osservazioni sui due sonetti attribuiti al Petrarca, che nel rileggerli li ho trovati due sonettacci; e così pure il professor Marsand.</p>
            <p>Le domando cosa che potrebbe servirmi per una giunta di voci al vocabolario della Crusca che alcuni letterati di qui stanno compilando per mio conto, le quali non si trovano nel vocabolario di Bologna. La cosa è dunque, che se Ella ne avesse qualcheduna, mi farebbe piacere a trasmettermela.</p>
            <p>La mia famiglia le manda mille cordiali saluti, ed io ne mando altrettanti alla sua, abbracciando Lei di tutto cuore.</p>
            <p>Il suo vecchio affezionatissimo amico A.F.S.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.F.Stella (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO FORTUNATO STELLA - MILANO.</hi>
               </salute>
               <dateline>Recanati 12 Novembre 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico carissimo. Spero che Ella avrà ricevuto a quest'ora la mia risposta alla favoritissima sua 25 Ottobre p.p. Questa è per annunziarle il mio arrivo a Recanati, che avvenne ieri, dopo un viaggio pessimo veramente, ma che mi ha lasciato pur sano. Tutti i miei pensieri sono ora rivolti al lavoro dell'<title>Antologia</title>, il quale io condurrò con impegno e con vero amore, parendomi che possa riuscir cosa di utilità e di momento non piccolo. Mille e mille saluti le fa di tutto cuore la mia famiglia, alla quale io non mi sazio di raccontare le infinite gentilezze usatemi da Lei, e di fare il panegirico delle sue virtù. Ella mi conservi l'amor suo, e creda alla perpetuità ed intensità del mio. Il suo tenerissimo amico e servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Brighenti (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO BRIGHENTI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Recanati 12 Novembre 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro e incomparabile amico. Sono arrivato qua ieri, stanco e sbattuto da un viaggio incredibilmente pessimo, ma pur sano come sono partito. Ti scrivo subito perchè, sapendo che tu m'ami, ho voluto darti nuova di me, e salutarti, e ricordarti l'amor mio e ringraziarti di tante innumerabili brighe che ti sei prese costì per farmi favore. Ti scriverò poi presto sopra la lettera di Leoni. Dammi nuove distesamente di te, e della tua cara famiglia, la quale saluterai a nome mio mille volte. Amami, come son certo che fai. Il tuo Leopardi.</p>
            <p>Non mi rispondere senza dirmi nettamente il prezzo del Zanotti, che spedirò per la posta.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di L.Mazzanti (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI LUCA MAZZANTI</hi>
               </byline>
               <date>[Recanati] Di Casa 13 Novembre 1826.</date>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico amatissimo. Mai quant'oggi non sono stato dolente della mia malsana salute, che non mi permette ancora di rivederla; ciò che desidero vivamente. Ieri mi provai di giungere alla sua casa, ma la mia gamba, che con questo freddo è tanto più indebolita, mi obligò dopo alcuni passi a rintanarmi. In tanta mia dispiacenza mi procuri almeno la consolazione di sapere che il viaggio non ha portato al suo benessere alterazione, che sta bene, e che io non sono spento nella Sua memoria; chè io ho sempre Lei nella mente e nel cuore. Incaricai D. Vincenzo di darle in mio nome i più cordiali saluti, e spero lo abbia fatto; questo però è poco per me; farò di tutto per riabbracciarla, e ripeterle che sono, e sarò sempre con tutta la effusione dell'anima suo Servitore ed Amico vero.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Brighenti (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO BRIGHENTI</hi>
               </byline>
               <dateline>Bologna 13 Novembre 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio carissimo Giacomo. Aspettava vostre nuove, ma nulla ho saputo di voi, se non che passaste di Rimini, e continuaste il viaggio senza fermarvi. Io ho l'acclusa da spedirvi, ma abbiate la bontà di non dire a chi ve la scrive che solo oggi la ho impostata. Essa era rimasta fra le mie carte nascosa, smarrita per due ordinari.</p>
            <p>Pregovi a ricordarvi di quella <hi rend="italic">Basvilliana</hi> maceratese.</p>
            <p>Datemi nuove della vostra salute e del vostro stare costì dopo un anno di assenza. Io qui vi desidero senza fine, e vi desidererò sempre, finchè non vi riveda.</p>
            <p>Nessuna novità abbiamo, se non che avete fatto benissimo a partire allora, perchè il freddo si è raddoppiato in questi giorni, ed è proprio indiavolato.</p>
            <p>Addio caro Giacomo, amico degno e sempre riverito e amato da me con tutto l'animo. La mia famiglia vi riverisce: io mi confermo il vostro P.B.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Brighenti (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO BRIGHENTI</hi>
               </byline>
               <dateline>Bologna 14 Novembre 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio carissimo. Sono sempre senza le vostre notizie; il che mi tiene mortificato e afflitto. Vi accludo una letterina raccomandatami da Milano. Vi spedisco ancora sotto fascia il <hi rend="italic">Ricoglitore</hi>.</p>
            <p>La vita del Monti scritta dal conte Cassi è stata stampata anche a Firenze, ed io l'ho avuta, e mi servirà: anzi a quest'ora mi ha servito dandomi alcune notizie interessanti sulle sue opere, che io ignorava.</p>
            <p>La mia famiglia m'impone di riverirvi. Io sono eccessivamente costipato, e avrei bisogno di letto e d'ozio, due cose molto lontane dalle mie circostanze.</p>
            <p>Addio, carissimo, addio con tutto il mio cuore. Vostro vero amico ed ammiratore.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di F.Puccinotti (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI FRANCESCO PUCCINOTTI</hi>
               </byline>
               <dateline>Macerata 18 Novembre 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Carissimo Leopardi mio. Che tu sia il ben tornato. Io smanio di riabbracciarti, e di passarmela con te per qualche ora in uno di que' nostri ragionamenti da Biblioteca. Ti mando intanto questo <hi rend="italic">Elogio</hi> che qui vorrebbero pubblicare; ma io non acconsento a ciò se tu non me ne dai il tuo giudizio. Pregoti adunque volerlo leggere, e correggere in modo che, se tu lo credi da stamparsi, quanto alla lingua non vi sieno errori; e mi faresti ancora un gran regalo se in qualche luogo me lo ingemmassi di qualche tuo nobilissimo concetto. - Tengo ancora il tuo <hi rend="italic">Petrarca</hi> che per singolare favore ottenni dall'ottimo tuo fratello Carlo, e se lo rivoi te lo rimanderò. - Parlami di te e de' tuoi studi e abbimi sempre per aff.mo amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.F.Stella (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO FORTUNATO STELLA - MILANO.</hi>
               </salute>
               <dateline>Recanati 22 Novembre 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico amatissimo. Alla sua carissima 11 del corrente. Le confermo la mia dei 12, e mi auguro di veder verificate le speranze che Ella mi dà di riabbracciarla quest'anno venturo. Non ho ancora ricevuto le ultime stampe del <hi rend="italic">Petrarca</hi>, cioè i voll.7 e 8, col compimento, che Ella dice avermi spedito. Da ora innanzi, crederei opportuno che Ella, finchè io son qui, mi facesse spedire simili stampe ec. per la posta direttamente a Recanati. Ella non deve aver riguardo nessuno alla spesa per parte mia, tanto più che fra noi l'importo postale delle stampe si riduce a molto piccola cosa, minore che in Lombardia senza comparazione. In tal modo spero che Ella sarà servita più prontamente. Avuto che avrò il resto del Petrarca, le spedirò subito per lettera un esatto Errata-corrige intero.</p>
            <p>Di voci e modi mancanti nel Vocabolario della Crusca io ho quell'immenso volume manoscritto, o scartafaccio, che mi ricordo di averle mostrato a Milano. Sopra di questo io mi proponeva di comporre, quando che sia, un volume intitolato: <hi rend="italic">Vocaboli e modi di dire non segnati nel Vocabolario della Crusca, tratti da scrittori classici antichi; e nuovi esempi di voci e di locuzioni poste nel Vocabolario</hi>. Se Ella così amasse, io sospenderei il lavoro dell'Antologia (lavoro che al presente mi occupa tutto il tempo, perchè esige letture infinite di numero e di lunghezza) per darmi a quest'altra opera; e ciò quand'anche essa non dovesse che venir fusa in quella di cui Ella mi scrive: giacchè io non voglio fare se non quello che piace a Lei. E fin da ora metterei a disposizione sua e dei compilatori di coteste giunte quel mio smisurato manoscritto, se non credessi impossibile il farne uso ad altri che a me, con lunga fatica e pazienza.</p>
            <p>Intanto dell'Antologia posso dirle che, inoltrandomi nel lavoro, sempre più mi confermo nella speranza di fare un'opera non indegna dell'Italia, e di cui Ella debba esser contenta.</p>
            <p>Starò attendendo suoi riscontri circa le sopraddette giunte. Le rendo mille grazie della <hi rend="italic">Galleria del Mondo</hi>, che Ella continua a favorirmi, e che mi è gratissima. Saluto di tutto cuore la sua famiglia, e saluto distintamente Lei per parte della mia, che sarebbe sommamente lieta di rivederla. L'abbraccio io con tutto l'animo, e mi ripeto suo cordialissimo amico e servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.F.Stella (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
               <dateline>Milano 29 Novembre 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Amico amatissimo. Rispondo alle care sue 12 e 22 cadente. Il fo con lieto animo sentendola in seno della sua famiglia, che riverisco cordialmente.</p>
            <p>Ella non si dia pena per ora rispetto all'<hi rend="italic">errata</hi> pel <hi rend="italic">Petrarca</hi>, perchè già, come vedrà da un mio avviso posto in fine della seconda ed ultima parte, mi prendo l'impegno di dar l'<hi rend="italic">errata</hi> in un librettino a parte fra qualche mese.</p>
            <p>Io la ringrazio della disposizione in cui sarebbe di favorirmi i <hi rend="italic">vocaboli e modi di dire</hi>. Di questi parleremo in altra occasione. Per ora il mio pensiero è tutto intento all'<title>Antologia</title>, della quale sempre più godo, sentendo esser lavoro di suo genio.</p>
            <p>Intorno a questo, m'immagino ch'Ella conoscerà il manifesto pubblicato dagli Eredi Soliani di Modena per una nuova Antologia intitolata <hi rend="italic">Scelta di prose e di poesie del buon secolo di nostra lingua ad uso della gioventù</hi>, per cura, dice il manifesto, del prof. Parenti. Se Ella non conoscesse questo manifesto, le sarà facile averlo col mezzo del signor avv. Brighenti. Si promettono niente meno di venti volumi! numero da spaventare, non da allettare la gioventù. Spaventa assai meno quella del Borgogelli di Fano stampata a Foligno, la quale non è che di dieci piccoli volumi in 8°. Se non la conoscesse, e la volesse vedere, gliene manderò una copia alla prima occasione.</p>
            <p>In proposito di spedizione debbo domandarle, se sia meglio per Lei ch'io le spedisca col mezzo del Brighenti, o pur di qualche mio corrispondente d'Ancona o di Macerata.</p>
            <p>Se non la conoscesse, le manderò, se la vuole, anche l'Antologia del Monterossi di Verona, la quale è in un volumetto.</p>
            <p>Le manderò poi certamente i due volumi che mi son venuti da Lipsia dell'<foreign lang="lat">Opuscula Graecorum veterum sententiosa et moralia</foreign>.</p>
            <p>E qui m'accade in acconcio di parlarle di quella <hi rend="italic">Raccolta di moralisti Greci</hi>, che volevamo dare. Una simile idea è venuta anche al cav. Mustoxidi, unendovi però altre cose greche, dandole per così dire in coda alla Collana degli storici greci che si stampano dal Sonzogno. E già il Sonzogno ne ha pubblicato il manifesto col titolo di <hi rend="italic">Biblioteca greca volgarizzata</hi>. Per non farci la guerra, io penserei, se Ella ne fosse contenta, di fare un contratto col Sonzogno, e lasciar ch'egli stampasse le cose di Lei, che certamente le stamperebbe con amore e in assai bella edizione in 8° e forse anche in 4°.</p>
            <p>Allora in vece di dar io i <hi rend="italic">Moralisti greci</hi> nella <hi rend="italic">Biblioteca amena</hi>, com'era mia intenzione, vi darei le <title>Operette morali</title> di Lei, che già vi starebbero così unite come separate, alla guisa stessa del <hi rend="italic">Petrarca</hi>. Vi farei precedere quattro parole come editore, che farei in prima vedere a Lei: il che s'intende.</p>
            <p>La prego rispondermi subito, e mi ami e mi creda sempre il suo vecchio cordialissimo amico e servo A.F.S.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Del <hi rend="italic">Dante</hi> colla interpretazione del prof. Costa che cosa ne dice?</p>
         </div1>
         <div1 n="A F.Puccinotti (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A FRANCESCO PUCCINOTTI - MACERATA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Recanati... 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro. Ti rimando l'elogio che è degno di te e del lodato, e ti ringrazio del piacere che ho sentito leggendolo. Ne aveva già udito parlare con molta lode; la quale, stampandolo, si confermerà e propagherà.</p>
            <p>Avrei gran desiderio e bisogno di vedere per alcuni pochi momenti l'<hi rend="italic">Osservatore</hi> del Gozzi. Ti sarebbe egli possibile di trovarlo costì e mandarmelo? Te ne sarò propriamente grato, e lo rimanderei dopo pochissimi giorni. Del <hi rend="italic">Petrarca</hi> fa quello che più ti piace: se non ti serve (e in vero tu non ne hai bisogno) rimandalo; se vuoi serbarlo per memoria dell'amico, serbalo, e io ti manderò gli altri volumetti. Vorrei venire ad abbracciarti; il freddo mi strazia, e il viaggiare mi ammazza; non so quando potrò provare questo piacere. Io mi fermerò qui tutto questo inverno. Tu come stai? e che pensi? Salutami Costa. Amami come io t'amo. Addio, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di F.Puccinotti (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI FRANCESCO PUCCINOTTI</hi>
               </byline>
               <dateline>Macerata 3 Decembre 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio carissimo Amico. Molte ricerche ho fatto per poterti trovare qua l'<hi rend="italic">Osservatore</hi> del Gozzi: ma con mio sommo dispiacere mi sono riuscite inutili. Nè Cardinali nè Ercolani nè la Franceschi nè qualche altro che ha libri di letteratura tengono il Gozzi. Del quale i soli <hi rend="italic">Sermoni</hi> ho trovato presso Cardinali. Seguiterò a ricercarlo, e se mi sarà dato di questi giorni di pescarlo te lo manderò subito. Tu m'hai rimandato l'<hi rend="italic">Elogio</hi> senza favorirmi di tue correzioni. Conosco che per essere suscettibile di correzioni tue, bisognerebbe rifarlo; perchè, a dirti il vero, la rapidità con cui lo scrissi fece sì ch'egli acquistò quell'ariaccia accademica o arcadica che non può affatto piacerti. Nondimeno io credevo col tuo aiuto di potergli dare una miglior tempra; ma tu non hai voluto questa seccatura; tantochè non mi resta che cucirlo fra tante altre cartacce che sebbene io conosca per nulle affatto, non mi dà cuore ancora di bruciarle. Ti ringrazio sommamente del <hi rend="italic">Petrarca</hi> che m'hai favorito. Le cose tue sono utilissime a tutti; a me poi utilissime e carissime sempre. Spesso mi si dimanda de' tuoi <title>Dialoghi</title>. Io non so più che rispondere; dico solo che il manoscritto è a Milano e si stamperà tra breve. Dammene adunque nuove, perchè io possa soddisfare e il mio e il desiderio degli amici. In una ultima mia che ti scrissi a Bologna ti chiedeva tante cose alle quali tu non hai mai risposto. Saluterò il Costa e tu mi ricorderai all'ottimo tuo Carlo e al sig. Governatore. <foreign lang="lat">Vale et iterum vale</foreign>.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.F.Stella (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO FORTUNATO STELLA - MILANO.</hi>
               </salute>
               <dateline>Recanati 6 Decembre 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico amatissimo. Alla carissima sua 29 dello scorso. Il restante del <hi rend="italic">Petrarca</hi> non mi è ancora giunto, e però Ella non trova con questa le correzioni. La impresa del Soliani di Modena poco, anzi nulla mi dà da pensare, giacchè la mia <title>Antologia</title> non dev'essere una raccolta di opere intere, ma una scelta dei migliori pezzi, e non del <hi rend="italic">buon secolo</hi> solamente, ma di tutti i secoli, e non in venti volumi, ma in un sol volume, o in due volumetti al più. La Raccoltina del Borgogelli forse potrebbe essermi di qualche uso, e similmente l'<title>Antologia</title> veronese del Monterossi. Mi sarebbero ancora di precisa necessità per la stessa <title>Antologia</title> i <title>Discorsi degli animali</title> del Firenzuola e la <title>Circe</title> del Gelli, libri che in questi paesi non si trovano. Se non le fosse incomodo di spedirmeli in prestito, le ne sarei molto tenuto. Avrò ancora ben caro di veder gli <title>Opuscola Graecorum</title> di Lipsia. Il miglior mezzo, a parer mio, sarà quel di Brighenti, della cui diligenza e prontezza so di poter esser sicuro.</p>
            <p>Se a Lei torna bene di cedere al Sonzogno i miei volgarizzamenti dal greco, Ella è padrona di disporne. È ben vero ch'io non amo punto di uscir fuori nelle collezioni di cose altrui; ma in questo caso, essendo tale il suo piacere, ne sarò contento per sua causa. Solamente desidererei che il Sonzogno, volendoli stampare, gli stampi tutti, e non a scelta. Anche bramerei che fosse pur possibile di dare una rivista alle prove; almeno almeno a due o tre fogli che io indicherei, nei quali avrei da fare certi miglioramenti notabili.</p>
            <p>Colla schiettezza dell'amicizia le confesso che mi affligge un poco l'intendere il pensiero che Ella ha, di stampare le mie <title>Operette morali</title> nella <hi rend="italic">Biblioteca amena</hi>; pensiero del quale io non aveva finora avuto altro cenno. Le opere edite non perdono nulla, entrando nelle Raccolte; ma io ho conosciuto per prova che le opere inedite, se per la prima volta escon fuori in una Collezione, non levano mai rumore, perchè non si considerano se non come parti e membri di un altro corpo, e come cose che non istanno da sè. Poi, un libro di argomento profondo e tutto filosofico e metafisico, trovandosi in una <hi rend="italic">Biblioteca per Dame</hi>, non può che scadere infinitamente nell'opinione, la quale giudica sempre dai titoli più che dalla sostanza. La leggerezza di una tal collezione è un pregio nel suo genere, ma non quando sia applicata al mio libro. Finalmente l'uscir fuori a pezzi di 108 pagine l'uno, nuocerà sommamente ad un'opera che vorrebb'esser giudicata dall'insieme, e dal complesso sistematico, come accade di ogni cosa filosofica, benchè scritta con leggerezza apparente. È vero che Ella darà poi tutto il libro in un corpo, ma il primo giudizio del pubblico sarà già stato formato sopra quei pezzi usciti a poco a poco, e molto lentamente: e il primo giudizio, è quello che sempre resta. - Malgrado di tutto ciò, se la cosa è assolutamente di sua convenienza, io farò un sacrifizio dei mio amor proprio e della tenerezza particolare che ho per quel libro; e non mi opporrò; sebbene mi sarei certamente opposto a qual si fosse altro in tal caso. Ma se Ella non s'induce a inserir queste operette nella <hi rend="italic">Biblioteca amena</hi>, se non per dar loro un qualche luogo; e del resto è indifferente su questo particolare; e non trova il suo conto a pubblicarlo altrimenti; io la pregherei a volermi rimandare il manoscritto per via sicura: e troverò altra occasione di darlo fuori, o lo riterrò presso di me più volentieri.</p>
            <p>A Bologna non potei vedere il <hi rend="italic">Dante</hi> di Costa, che fu pubblicato solo dopo la mia partenza. Ora, essendo qui per questo inverno, mi trovo all'oscuro di ogni novità, e non ho veduto per conseguenza neppur questa. - I miei rispetti e saluti alla sua degna ed amabile famiglia. Ella mi continui il suo affetto; e abbracciandola coll'anima, mi confermo suo cordialissimo servitore ed amico Giacomo Leopardi.</p>
            <p>Gradisca i complimenti sinceri della mia famiglia.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Brighenti (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO BRIGHENTI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Recanati 6 Dicembre 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio carissimo amico. Sono propriamente in pena, mancando di tue notizie da tanto tempo; specialmente che nell'ultima tua mi dicevi di star poco bene. Ebbi le care tue dei 13 e 14 Novembre, colle lettere di Giordani e di Stella, di cui ti ringrazio. Ti scrissi di qua ai 12, e poi ti spedii franco per la posta, sotto fascia, il libro contenente la <hi rend="italic">Bassvilliana</hi>, edizione maceratese. Non ho potuto cavar da mio padre una risposta precisa circa la lettera di Leoni. Il fatto è che egli si trova ora per le mani alcuni partiti di questi paesi, maggiori di quel di Firenze, e però non crede di entrare in quel trattato. Tu non mi hai ancora scritto il prezzo del <hi rend="italic">Zanotti</hi> che dovevi concludere col libraio. Scrivimelo, ti prego, che lo manderò per la posta. Dammi nuove di te, per amor di Dio; ancora della tua famiglia, che riverisco e saluto caramente; e di Giordani, se ne sai. Io sto di salute passabilmente, occupato la mattina a studiare, la sera a tremare e bestemmiare. Ho sempre a mente la tua cara e dolce compagnia, e nel cuore il desiderio di te. Amami, scrivimi, e credimi sempre tuo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Brighenti (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO BRIGHENTI</hi>
               </byline>
               <dateline>Bologna 11 Dicembre 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio amicissimo. Ho avute in tempo debito le due tue lettere 12 scorso, e 6 dell'andante mese. Io ti ringrazio con tutta l'anima delle amorose espressioni tue, le quali mi hanno consolato pur tanto; e pregoti a non lasciare mai mai d'amarmi, perchè la tua benevolenza è un caro bisogno del mio cuore.</p>
            <p>Ho avuto un pacchetto per te da Stella. Debbo spedirtelo? Ho visto che contiene in parte dei <hi rend="italic">Petrarca</hi>: vuoi farne consegnar qui delle copie? scrivimi le tue intenzioni.</p>
            <p>Carlo Pepoli e Marchetti m'impongono di salutarti molto; così pure fa Giordani, del quale trascrivo le parole.</p>
            <p>"Ho stampato nell'<title>Antologia</title> una cosuccia vecchia di pedanteria: ve ne mando una copia per la posta; ma sentite il servigio che dovete farmi. Dovete scrivere a Giacomino, dicendogli che ebbi la sua 16 novembre, e che lo abbraccio e l'amo sempre con tutta l'anima, e che per mezzo vostro mi faccia sapere della sua salute, e che mi ricordi a Paolina e a Carlo. Domandategli se in Recanati egli può avere l'<title>Antologia</title>, perchè allora non occorre altro. Ma s'egli non può averla, mandategli a nome mio quella scritturetta, tanto ch'egli la vegga. Ho dovuto dare a voi questo incomodo, perchè sapendo quanto sia strana quella posta di Recanati, mi è parso più sicuro".</p>
            <p>Ho avuta la <hi rend="italic">scritturetta</hi>; è una traduzione della lettera 114 di Seneca con una lettera a Monti. Mi dirai se debbo spedirtela o trattenerla.</p>
            <p>Il conte Trissino mi ha scritto che vi saluti in termini di molta stima per voi.</p>
            <p>Il prezzo del Zanotti.... ma perchè, mio caro, ti ho a dire il prezzo del Zanotti? Non basterebbe l'assicurarti che un tal prezzo è minore di quello della stufa? La quale io tengo per me, sebbene inoperosa, poichè in altro anno credo che potrò usarne, ed ho piacere di averla.</p>
            <p>Mi disimpegnerò pulitamente col Leoni della Bartolomei: auguro nozze ottime al fratello, e spero non mancheranno. Ebbi, mio caro, la <hi rend="italic">Bassvilliana</hi> e te ne ringrazio. Conserverò questo libro, e l'altro da consegnarti, quando ci rivedremo.</p>
            <p>La mia famiglia sta bene; ma Nina ha sempre il suo stomaco travagliato. Noi facciamo spesso commemorazioni delle tue virtù, e diciamo che ci parrà molto grave mancare quest'anno di tua compagnia la vigilia del Natale. Ognuno di noi ti ringrazia della tua amorevolezza, e de' tuoi saluti, e le mie donne m'impongono di ricambiarteli con mille doveri per loro parte.</p>
            <p>Nessuna novità abbiamo. Ricòrdati che mentre udrò le festose grida della rondinella tornata al nido, io mi terrò imminente anche il tuo ritorno a Bologna, dove io ti attendo, come il più prezioso conforto della vita.</p>
            <p>Se parli di me co' tuoi signori di casa, pregoti rassegnar loro gli atti del mio rispetto, e della mia servitù.</p>
            <p>Addio, carissimo. Addio, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.F.Stella (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
               <dateline>Milano 13 Decembre 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Amico amatissimo. Rispondo subito alla cara sua del dì 6 nel timore ch'Ella non debba star troppo nella incertezza (che conoscendomi Ella credo che non vi sarà) se io seconderò i suoi desideri. Se avrà luogo la stampa de' <hi rend="italic">Moralisti greci</hi> nella Raccolta del Sonzogno, ciò sarà fatto con decoro del di Lei nome, e in maniera che ne siano tirate delle copie a parte da formare un'opera da sè.</p>
            <p>In quanto alle <title>Operette</title> sue <hi rend="italic">morali</hi>, la stamperia Pirotta ne avea composti da circa tre fogli, come potrà in parte vedere dalle stampe corrette, che riceverà col mezzo del signor Brighenti. Ciò fece per mancanza d'altro lavoro; ma ciò nulla monta, perchè al di sopra d'ogni altra cosa va il desiderio suo, che oltre di trovarlo ragionevole, il trovo anche forse di maggior vantaggio. Alla <hi rend="italic">Biblioteca amena</hi> adunque darò altra materia, e le <title>Operette morali</title> si stamperanno in altra forma, e saranno il primo lavoro a cui darò pensiero per l'anno nuovo. Amerei che vi precedessero quattro righe degli Editori, delle quali le manderò quanto prima l'abbozzo, servendomi in parte dell'abbozzo che avea preparato per la <hi rend="italic">Biblioteca amena</hi>, e che qui appresso le fo trascrivere.</p>
            <p>Col mezzo del detto signor Brighenti Ella riceverà quanto qui sotto. Faccia, se può, tenere a Bologna la copia che dall'ab. Vannucci, che ha moltissima stima di lei, viene ricercata, secondo l'indirizzo qui incluso. Le includo anche il giudizio che a Parigi n'è stato fatto, e che non è male ch'Ella veda.</p>
            <p>Non mi moverò più nè in Gennaio nè in Febbraio, ma soltanto, probabilmente, dopo Pasqua: miglior stagione quella sì per Lei come per me.</p>
            <p>Cose cordiali alla sua famiglia. La mia fa lo stesso verso di Lei; ed io l'abbraccio di cuore. Il suo vecchio affezionatissimo amico A.F.S.</p>
            <p>Fattura del pacco N° 12, spedito col mezzo del Brighenti di Bologna:</p>
            <p>Cop. 1. <hi rend="italic">Opuscula graecorum</hi>, 2 vol.</p>
            <p>1. Monterossi, <title>Antologia</title>, 1 vol.</p>
            <p>1. <title>Antologia</title> del Borgogelli, 10 vol.</p>
            <p>1. Gelli, <hi rend="italic">La Circe</hi>, 1 vol.</p>
            <p>1. Firenzuola, <hi rend="italic">Ragionamenti</hi>, 1 vol.</p>
            <p>6. vol. 9. Petrarca, <title>Rime</title>.</p>
            <p>1. P. 2a detto.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Brighenti (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO BRIGHENTI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Recanati 15 Dicembre 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro. Gran consolazione, come puoi figurarti, mi ha portato il ricevere le tue notizie dopo il silenzio di un mese. Il pacchetto di Stella vorrei, anzi ti prego molto, che tu me lo spedisca colla maggior prontezza possibile, o qua, o in Ancona; dandomi avviso del mezzo di cui ti sarai servito, perch'io possa farne ricerca, e sollecitar la consegna. Similmente ti prego per qualunque altro piego che ti potesse giungere per me da quella parte. Da questo pacchetto però, prima di spedirlo, vorrei che tu facessi levare due copie dei volumetti 7° e 8° e seguenti del <hi rend="italic">Petrarca</hi>, e ne mandassi a mio nome una a Carlo Pepoli, l'altra al professor Lapi, che hanno già i sei volumetti primi. - Qui non ho nè posso vedere l'Antologia: però mi farai grazia a spedirmi per la posta l'articolo di Giordani; e così dirai a lui. Il quale saluterai tanto tanto per me, e per Carlo e Paolina; e gli dirai ch'io sto di salute comportabilmente, e sento qui un poco men freddo che a Bologna, di corpo; ma d'animo ho un freddo che mi ammazza, e ogni ora mi par mille di fuggir via. - Per verità il <hi rend="italic">Zanotti</hi> non ha niente a far colla stufa; la quale tu mi promettesti di accettare, in picciolo ed umil dono. Se poi sei determinato a non dirmi il prezzo di quell'opera, non so più che dire, se non che tu manchi ai patti; ma dagli amici bisogna sopportar queste sopraffazioncelle. - Salutami tanto Pepoli, Marchetti, Costa, se lo vedi. Dì a Pepoli che da Osimo mi promettono le notizie desiderate circa <hi rend="italic">Vecchietti e Moro</hi>, ma che l'effetto ancor non si vede: spero però che non debba mancare. Infiniti saluti alla Marina e alle figlie, coll'una delle quali mi condolgo assai dello stomaco; come mi condolgo meco medesimo di non poter fare questa vigilia di Natale con voi. Ardo veramente di desiderio di ritrovarmi in tanto amabile compagnia. La mia famiglia, che tutta ti conosce e ti ama per le mie parole continue di te, ti riverisce e saluta cordialmente, e in particolare mio padre e Carlo, che ti ringraziano assai assai delle cure prese per l'affar loro. Amami sempre, come io t'amo senza fine. Addio addio. Il tuo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Tommasini (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIETTA TOMMASINI</hi>
               </byline>
               <dateline>Bologna 16 Decembre 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Pregiat.mo Sig.r Conte ed amico. Partii da Parma non in buon essere di salute, e più sconcertata nel morale per essermi divisa dai cari miei figli. Pure m'andava confortando la speranza di rivedere tutti i miei amici, e le persone ch'io stimo altamente, e lei in particolare, ch'io mi compiacea sommamente d'aver conosciuto, per le rare qualità di mente e di cuore che la adornano. Ma quale fu la sorpresa, ed il dispiacere che provai allorchè seppi da mio marito, a cui tosto ne chiesi, che Ella era tornata in sua patria! Mi dolsi, e mi dolgo colla fortuna, come mi dorrei con chi m'avesse offerto un bel dono per privarmene immediatamente: nè dono più gradito poteva io desiderare del poter conversare con lei, o invitandola a discorsi per me tanto istruttivi, o disacerbando il comun dolore per le tante cose che in questi tempi ci affliggono. Ma purtroppo in questo nostro mondo il bene reale non ci consola che per istanti, e ne sfugge ben tosto, e ne lascia più meschini di prima. Non è certamente facile cosa l'incontrarci in persone che abbiano con noi conformità di sentire; e quando alcuna se ne ritrova, io credo esser questo uno de' più felici avvenimenti. Ma se ciò avviene, o non tarda la morte a troncare la dolce corrispondenza, o la interrompe la forza di avverse combinazioni.</p>
            <p>Io non la finirei così presto se dovessi esprimerle quanto io sia rimasta sconfortata non trovandola in Bologna. Ma ben mi avveggo d'avere già troppo abusato della di lei gentilezza distogliendola dalle gravi sue occupazioni, per le quali sono troppo preziosi anche i momenti. Aggradisca i sinceri sentimenti della mia stima ed amicizia, e quelli ad un tempo di mio marito e de' miei figli. Ci comandi liberamente ove mai l'occasione ci si offrisse di poterla servire, e mi creda Sua divot.ma aff.ma serva ed amica.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Brighenti (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO BRIGHENTI</hi>
               </byline>
               <dateline>Bologna 19 Dicembre 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro. Eccoti una letterina raccomandatami assai dallo Stella. Moratti della posta mi ha incaricato di riverirvi molto a suo nome. Pepoli fa il medesimo. A lui ho comunicato la tua ambasciata circa il Vecchietti e il Moro. Il professore Lapi mi ha pure imposto di riverirti e ringraziarti. Vedrò Marchetti e Costa, e mi ricorderò i tuoi saluti ad essi. Pepoli e Lapi ebbero il séguito del <hi rend="italic">Petrarca</hi> tuo, cioè i fascicoli VII, VIII. Per mezzo della Diligenza riceverai il pacchetto di Milano, e in esso troverai la stampa del Giordani, che puoi tenere. Egli me ne ha mandato un altro esemplare, e mi ha tornato a scrivere di mandarti i suoi saluti cordialissimi.</p>
            <p>No no, mio caro, non voglio ricusare un tuo dono: accetto dunque la stufa, e te ne ringrazio: ma facciamo una transazione; perchè se tu non volevi udir parlare del prezzo della stufa, io pure non voglio discorrere di quello del Zanotti: ecco il rimedio. Quando ritornerai, mi porterai un paio di quelle forme di sontuosissimo formaggio, che un tuo passato regalo fece conoscere al nostro palato con suo sommo gusto, di cui tu stesso fosti testimonio.</p>
            <p>La Nina sta meglio dello stomaco, onde tutti siamo in ottima salute e ci auguriamo il simile della tua; ma abbiti riguardo e non istudiar tanto, massime in inverno, chè non potendosi passeggiare, la digestione ha bisogno di maggior cura. Il sentire che hai la bontà di dire che saresti volentieri con noi la vigilia del Natale ci ha portato una grande consolazione, perchè ti riveriamo tanto da conoscere tutto il pregio della tua benevolenza. Speriamo che presto venga la bella stagione, da me sempre desiderata come parte essenziale alla mia vita, ma quest'anno poi del più tenero mio affetto.</p>
            <p>Rassegna i miei ossequi ad ognuno della tua rispettabile Casa, in ispecie al signor Padre e al conte Carlo che vogliono ringraziarmi di cosa che a nulla ha giovato. Anche un altro di Parma mi ha scritto che avrebbe una damina delle condizioni che avevamo proposto: ma ora metto l'amico in libertà, ed auguro al contino che trovi da codeste parti come soddisfarsi.</p>
            <p>Addio, amicissimo. Ricordati che io ti porto continuamente nel mio cuore: addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di D.De Rossetti (1826)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI DOMENICO DE ROSSETTI</hi>
               </byline>
               <dateline>Trieste a' dì 20 Decembre 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Chiarissimo Signore. L'accluso foglietto a stampa spiegherà a Vostra Signoria pienamente il motivo che mi procaccia l'onore di dirigerle la presente lettera; il proprio scopo della quale è quello di aggiungere al desiderio ed all'invito stampato la particolare mia preghiera d'esservi benignamente secondato. Conoscendo per fama la cortesia di Lei e lo zelo Suo per le lettere e per l'onore d'Italia, non dubito punto di conseguire il fine bramato. Ma se per lo promovimento di questo Ella desiderasse ulteriori schiarimenti, non avrà che da comandarmi.</p>
            <p>Vano od insufficiente sarebbe forse ogni eccitamento ch'io qui volessi aggiungere per stimolare la virtù di Vostra Signoria ad un'opera che per Lei certamente è facile altrettanto che onorevole; ma doveroso egli è per me lo sperarlo ed il protestarlene anticipatamente la mia illimitata riconoscenza.</p>
            <p>Confido e supplico che Vostra Signoria voglia senza soverchio indugio, favorirmi di qualche riscontro relativo al mio invito, valendovisi della gentilezza degli amici miei Sig.ri Stella e Professore Marsand che Le faranno recapitare la presente.</p>
            <p>Ho frattanto l'onore di riconfermarLe gl'ingenui miei sentimenti di ammirazione e di rispettosa stima, godendo di potermi ad un tempo rassegnare, chiarissimo Signore, Suo umiliss.o devotiss.o servitore.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Brighenti (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO BRIGHENTI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Recanati 27 Dicembre 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio carissimo. Ti ringrazio assai assai della premura e prontezza usata in farmi pervenire il piego di Milano. Ti raccomando molto anche l'altro, che Stella mi dice averti spedito. Ringrazia e saluta infinitamente Giordani per me. Tu mi dài un'indicibile consolazione dicendomi che tutti voi vi trovate in ottima salute. Mi par di sentirmene meglio io medesimo; tanto piacere ne prendo. Rallegrati colla Nina a mio nome del suo stomaco migliorato, e dà alla tua famiglia il buono, anzi ottimo e felicissimo capo d'anno da mia parte. Ti spedisco oggi sotto fascia, franco per la posta, un esemplare delle mie Canzoni, che mi vien richiesto da Milano nella polizzina che ti accludo. Ti prego di farlo ricapitare a cotesta marchesina Zambeccari, insieme colla medesima polizzina, o con altro avviso equivalente. Come vanno i tuoi lavori e affari tipografici? Hai tu mai pubblicato il libretto de' miei <hi rend="italic">Versi</hi>? L'<title>Antologia</title> ne ha mai parlato? Amami, come son certo che fai; e dammi sempre nuove di te e de' tuoi: e se avessi qualche notizia letteraria d'importanza, non me la tacere; perch'io son qui affatto al buio per questo inverno. T'amo, al solito quanto posso. I miei ti ringraziano e ti riveriscono. Addio addio. Non ti scordare i miei complimenti anche alla Clementina, come restammo d'accordo. Il tuo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.F.Stella (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO FORTUNATO STELLA - MILANO.</hi>
               </salute>
               <dateline>Recanati 27 Dicembre 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico amatissimo. Solo coll'ultimo ordinario ho ricevuta la sua carissima e graziosissima dei 13, benchè speditami da Bologna sei giorni avanti. La ringrazio tante e tante volte, senza fine, della sua amorosa condiscendenza circa le <title>Operette morali</title>. Mi è molto anzi sommamente caro il sentire che Ella ha in animo di farle stampare a momenti. Da cento parti me n'è domandata notizia di continuo. La prefazioncella ch'Ella m'invia, non ha altro difetto che di parlar di me in modo troppo onorevole. La ringrazio ancora dell'articolo della <foreign lang="fra">Revue encyclopédique</foreign>, che io aveva già veduto in Bologna; il che non toglie che io le sia infinitamente tenuto della sua premura. Ho già spedito a Bologna l'esemplare delle Canzoni per l'Abate Vannucci. Ho ricevuto il primo pacco da Lei fatto spedire a Brighenti per me. Vi ho trovato il suo elegantissimo almanacco, che mi è stato carissimo, e ne le rendo mille grazie. L'Antologia del Brancia mi sarà di qualche uso per il metodo solamente, e ciò in parte. Le accludo l'Errata-Corrige intero del <hi rend="italic">Petrarca</hi>. La nostra Antologia si avanza rapidamente quanto permette la gran moltiplicità delle letture che vi si richieggono. Tra le altre cose, vi saranno i luoghi del Galileo, che senza essere nè fisici nè matematici, contengono dei pensieri filosofici e belli; estratti da me con diligenza da tutte le sue opere. Essi soli farebbero un librettino molto importante. Sarebbero letti con piacere da tutti; laddove nella farraggine fisica e matematica delle opere di Galileo, nessuno li legge nè li conosce. In somma, spero di fare un lavoro interessante assai tanto agli stranieri quanto agl'italiani, tanto ai giovani, quanto ai maturi. - Mi auguro dunque di vederla dopo Pasqua, speranza che mi rallegra straordinariamente. Ottimo capo d'anno a Lei ed alla sua famiglia, anche per parte della mia. Mi ami sempre come l'ama il suo servo ed amico cordialissimo Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Tommasini (1826)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIETTA TOMMASINI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Recanati 29 Decembre 1826.</dateline>
            </opener>
            <p>Signora ed Amica pregiatissima. Sono pur troppo vere le considerazioni generali che Ella fa nella sua graziosissima lettera sopra la trista condizione degli uomini, ma non so quanto si possa approvare l'applicazione particolare che Ella ne fa. Io più ragionevolmente posso dolermi, tanto perchè perdendo il poter esser con Lei, ho perduto veramente un piacere; quanto perchè qui non ho altra compagnia che me ne consoli. Ma io sono tornato in patria non per altro che per fuggire il freddo, e al primo tempo partirò subito di qua, e tornerò, non so se a Bologna, o certo in luoghi più vicini a Lei; dove la speranza e la possibilità che avrò di rivederla saranno molto più prossime. In questo mezzo mi consolerò col pensiero che Ella conservi non discara memoria di me, come conosco dalle espressioni gentilissime della sua lettera, delle quali la ringrazio senza fine. Mi ricordi, la prego, e faccia mille singolarissimi complimenti in mio nome al suo celebre consorte, del quale desidero e confido di potermi vantare di posseder l'amicizia. Similmente i più cordiali ed affettuosi saluti ai suoi figli amabilissimi e pregiabilissimi. Mi comandi, chè poche altre cose mi potrebbero esser più grate che il piacere di servirla dove io valessi; e mi creda costantemente quale Ella merita che sia ogni qualunque persona che conosca le sue doti suo devotissimo ed affettuosissimo servitore ed amico Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Brighenti (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO BRIGHENTI</hi>
               </byline>
               <dateline>Bologna 3 Gennaio 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Carissimo Giacomo. Non ho tempo che per iscriverti poche linee in risposta della tua preziosa lettera avuta coll'ultimo corriere.</p>
            <p>Il pacco che mi ricerchi, mi giunse venerdì. Ho levato da esso le solite 2 copie <hi rend="italic">Petrarca</hi> per Pepoli e Lapi. Il resto te lo spedisco, ma per la Diligenza, non avendo mezzo migliore, dacchè lo brami con sollecitudine. Avrai avuto dalla posta un pacchettino di fogli da correggersi provenutimi da Stella.</p>
            <p>Oggi appunto ho dato le disposizioni per la pubblicazione del tuo libro, giacchè ora posso farlo senza violare le precauzioni prefissemi.</p>
            <p>Trovai la marchesina Zambeccari, ed essa si è incaricata di consegnare il libro e il vigliettino a quel signore di Milano, tosto che arriverà.</p>
            <p>La mia famigliuola ti riverisce senza fine, e tutti ti desideriamo. Marchetti ti dice mille cose. Io ti abbraccio, e più col cuore che con la penna mi confermo in fretta il tuo ammiratore e amico vero.</p>
            <p>I miei ossequi a' tuoi Signori e Signore. Niuna novità letteraria, all'infuori che un Rossetti di Trieste ha invitato vari letterati a ripartirsi la fatica di tradurre le opere latine del Petrarca: fra questi siete voi, ma pare che vi abbia diretto la lettera a Milano. Ciò a norma. Di nuovo addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Tommasini (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIETTA TOMMASINI</hi>
               </byline>
               <dateline>Bologna adì 6 Gennaio 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Sig.r Conte ed amico pregiatissimo. Il timore di abusare di sua gentilezza mi avrebbe forse ritenuta dal ringraziarla del dono che m'ha fatto de' suoi caratteri, e più de' sentimenti di amicizia che vi ho trovati, se un bisogno del mio cuore non mi spingesse ad augurarle, nel cominciare di quest'anno, tutti que' beni ch'Ella può desiderare, e principalmente la conservazione de' suoi giorni tanto utili all'Italia, e tanto preziosi per chi ha il bene di godere di sua amicizia. Oh come vorrei che mi si presentasse qualche occasione onde farla certa del conto in che io la tengo! Ho provato un vero dispiacere rilevando dal di lei foglio che Ella è incerta sul ritornare a Bologna. Ma perchè punire tante persone le quali si tengono fortunate potendo conversare con lei? Io non cesserò così di leggeri dal pregarla anche in nome di molti di ritornare fra noi. E nel mio particolare la desidero maggiormente, perchè trovo ben pochi co' quali senta, come con lei, di essere libera, ragionando di quelle cose che tanto mi stanno a cuore. Possano i miei voti essere adempiuti, e fra questi quello di rivederla nel cominciare la bella stagione. Mio marito esso pure le scrive alcune linee per dimostrarle quanto sia grato ai cordiali sentimenti, di che Ella ci è cortese. Sua aff.ma serva ed amica.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Tommasini (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIACOMO TOMMASINI</hi>
               </byline>
            </opener>
            <p>Signor Conte pregiatissimo. Unisco io pure i miei augurj a quelli di mia moglie, perchè l'incipiente ed i venturi anni scorrano per lei tanto felici, quanto li bramo per le persone a me più care. Assai mi duole di non potere per ora godere della sua amabile compagnia, e desidero vivamente il ritorno di quella stagione alla quale è attaccata questa speranza. L'avvocato Maestri, e mia figlia, coi quali ho passato le feste del Natale, m'hanno chiesto le sue nuove, e m'hanno raccomandato di dirle tante cose per parte loro. Ove potessi servirla, mi comandi con amichevole libertà, e mi creda sempre Suo aff.mo servit.r ed Amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di ...Masi (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ... MASI</hi>
               </byline>
               <dateline>Casa 8 del 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Masi umilissimo servo del Signor Conte Giacomo: ammiratore de' di Lui talenti, ed estimatore di sua dottrina lo supplica degnarsi di indicargli l'Etimologia della parola "Erotomania" Si ripete lo scrivente con stima, e rispetto d.mo ed obbl.mo servo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.F.Stella (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
               <dateline>Milano 10 Gennaio 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Amico amatissimo. Son contento assai di sentire dalla gradita sua 27 dello scorso esser Ella contenta del mio divisamento rispetto alle <title>Operette morali</title>. E per provarle in qualche modo che penso di far metter mano subito alla stampa, le includo il discorsetto degli Editori, ch'io la prego di ritoccare e cambiare a suo piacimento, purchè Ella nulla tocchi di ciò che risguarda la sua persona, perchè di Lei mi deve permettere ch'io dica quello che veramente io sento. Favorirà ritornarmelo presto, e dirmi se le prove di stampa di dette Opere gliele debba mandare per la posta: il che a me pare che sarìa bene.</p>
            <p>Circa all'<foreign lang="lat">Errata-corrige</foreign> del <hi rend="italic">Petrarca</hi> Ella avrà già veduto, o vedrà presto ciò che ne dico nel fine della seconda parte: onde metto in riserbo per ora la nota che mi ha mandata, e attenderò ch'Ella mi mandi il resto.</p>
            <p>Godo sentire che l'<title>Antologia</title> va innanzi, e che questo sia lavoro di suo aggradimento.</p>
            <p>Quanto prima riceverà col mezzo del signor Brighenti il II volume delle <title>Lettere</title> di Cicerone, che fra giorni si pubblicherà unitamente al primo volume latino. Dopo che l'avrà scorso, la pregherò dirmi il suo sentimento.</p>
            <p>La ringrazio dell'esemplare mandato alla Dama di Bologna. Vo pensando anch'io alla Pasqua, ma nel tempo stesso, pensando a cosa sì cara per me, vo pregando il Cielo di trovarmi in quel tempo meno occupato di quel che or sono. Riverisco la degna sua famiglia e Lei pure in nome ancora della mia, e l'abbraccio col cuore. Il suo cordialissimo amico e servo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di L.Trissino (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI LEONARDO TRISSINO</hi>
               </byline>
               <dateline>Vicenza 12 del 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Stimatissimo Signore. Lasciamo pure passare un gran pezzo senza scrivere al signor Conte Giacomo, per non seccarlo. E lasciamo passare e feste e capi d'anno per allontanare qualunque sospetto di cerimonia. Ma il desiderio delle notizie della salute di V.S. è sempre ardentissimo. Dunque con animo il più rispettoso e affezionato io la prego di questa grazia. E perchè la mia lettera non ha maggior oggetto che di ricordarmi alla memoria sua, desiderando a V.S. ogni felicità ch'è qui permessa, mi confermo pieno di amore e di ossequio Suo Servitor vero ed amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Tommasini (1827)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIETTA TOMMASINI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Recanati 15 del 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Signora ed Amica pregiatissima. Le sue lettere (elegantissime) saranno sempre care a me, e sarebbero, credo io, ad ogni altro, in qualunque modo: ma come potrebbero poi non mi esser carissime, quando io le trovo piene di tanta amorevolezza e di tante lusinghe del mio amor proprio? Io la ringrazio sommamente degli augurii di cui Ella mi è cortese pel nuovo anno: non accade il dire che i miei desiderii della maggior possibile felicità e contentezza sua, sono altrettanto sinceri e vivi. Se anche, per quest'anno, io non tornerò a prender soggiorno in Bologna (chè non posso ancora negarlo con certezza), verisimilmente però al principio del buon tempo mi si darà occasione di passare per costà; anzi io non lascerò di cercarla: e in tal caso non mi sarà possibile di non fermarmi costì alcuni giorni per riveder gli amici, e le persone che io conosco degne di stima e di onore; e particolarmente per godere un altro poco della sua compagnia, se Ella si troverà in Bologna. Uso la confidenza di aggiunger qui dietro alcune righe di risposta al Signore suo Consorte: ma non lascio però di pregarla a porgergli Ella medesima i miei saluti, che passando per tal mezzo, saranno più grati. Ella mi conservi la sua benevolenza, e creda che io la tengo e terrò sempre per cosa cara e preziosa. Mi offro a servirla, e mi ripeto di tutto cuore suo affezionatissimo servitore ed amico Giacomo Leopardi.</p>
            <p>Signor Professore pregiatissimo. Ella mi consola e mi rallegra molto col dimostrarmi la memoria che conserva di me. Le rendo somme grazie de' suoi amorevoli desiderii, e fo altrettanti voti per la felicità della sua persona, cara all'Italia e all'Europa. Ritorni, la prego, mille complimenti e mille saluti affettuosi alla compitissima e amabilissima Adelaide, e all'avvocato Maestri. Come io non lascerò, all'occorrenza di profittare delle sue gentili esibizioni, così Ella non manchi per parte sua di valersi amichevolmente di me qualunque volta io fossi tanto fortunato da poterla in qualche modo servire, e mostrarmele coll'opera, Suo affezionatissimo servitore ed amico Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di F.Mercuri (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI FILIPPO MERCURI</hi>
               </byline>
               <dateline>Roma 16 Gennaio 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Stimatissimo signor Conte. Colgo la presente occasione per rinnuovarle la mia stima ed amicizia. L'occasione è la morte dell'abate Cancellieri, che avrà già saputa. Per questo si vorrebbe ora fare un'accademia nella Latina, e si desidererebbe da Lei un qualche componimento. Non per altro si vorrebbe da Lei che pel motivo che sono scelti tutti i migliori, ed è abbastanza conosciuto il suo valore nella poesia. Io la prego anche a nome di Monsignor Muzzarelli, che mi ha dato questo carico e la riverisce distintamente, mentre con tutta la stima passo a segnarmi Suo servo ed amico.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Desidero ancora sapere da Lei se fosse a sua conoscenza una qualche traduzione italiana delle <hi rend="italic">Imagini di Filostrato</hi>, perchè avendone fatta una io e pensando di pubblicarla, non vorrei azzardare il dire che fosse la prima. D'altronde, avendo vedute tutte le raccolte de' Volgarizzati, non mi è venuto fatto di vederne alcuna.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.F.Stella (1827)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO FORTUNATO STELLA - MILANO.</hi>
               </salute>
               <dateline>Recanati 19 del 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico pregiatissimo e carissimo. Alla amabilissima sua 12 dell'andante. Le ritorno la prefazione degli Editori alle <title>Operette morali</title>, la quale mi pare che non si sarebbe potuta scriver meglio. Credo anch'io opportunissimo, anzi desidero assai, ch'Ella mi faccia spedir per la posta le prove delle Operette, tanto più che avrò qualche piccolo miglioramento da farvi. Se Ella non ha ragioni in contrario, potrà farle spedire direttamente a Recanati. Avverto che le note, non dovranno essere collocate a piè di pagina, ma appiè del volume, o di ciascun volume per la sua parte. È vero che io altre volte ho insistito che le note si ponessero appiè di pagina; ma qui il caso è diverso: esse non servono nè all'intelligenza nè ad illustrazione del testo; sono un lusso di erudizioncella, che imbarazzerebbe il lettore se si trovasse nel corso dell'opera appiè di pagina. Fin da ora la ringrazio del 2° volume del Cicerone, che mi sarà caro quanto mai, e di cui non mancherò di dirle il mio qualunque parere. Le ricordo la copia <hi rend="italic">latina</hi>, che Ella volle promettere per mio mezzo a Monsig. Invernizzi a Roma. - Avrei un articoletto da spedirle pel <hi rend="italic">Nuovo Ricoglitore</hi>; che anche mi preme, ed è scritto con molta cura. È di parecchie pagine. Che mezzo crede Ella che io debba usare per farlo giunger costì con sicurezza? - La prevengo che a Pasqua io non accetterò scusa da Lei: la lusinga di rivederla in quel tempo mi è troppo cara, ed io me la sono troppo fondata nell'animo, perchè io possa rinunziarvi. Sicchè Ella provveda di darmi questa consolazione a ogni modo. La mia famiglia la riverisce di cuore, ed io la prego dei miei distinti complimenti alla sua, e l'abbraccio con tutto l'animo. Il suo cordialissimo e sincerissimo servitore ed amico Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.F.Stella (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
               <dateline>Milano 3 Febbraio 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Amico amatissimo. In seno alla graditissima sua del 19 ho trovato la prefazioncella. Lascio sulla sua coscienza l'indulgenza usatami. Resta fissato adunque ch'Ella riceverà per la posta le prove di stampa. Resta fissato ancora che le Note andranno in fine.</p>
            <p>La copia latina per monsignor Invernizzi è già da qualche giorno in viaggio per Roma. Egli la riceverà franca col mezzo di quei Sig.r Eredi Raggi, e così gli altri volumi in appresso.</p>
            <p>Circa all'articolo che mi accenna pel <hi rend="italic">N. Ricoglitore</hi>, mel mandi pure per lettera e per la posta, che venendo da Lei mi sarà carissimo, e vi sarà inserito subito.</p>
            <p>In proposito del <hi rend="italic">Ricoglitore</hi>, io vi vedrei assai volentieri un qualche grazioso articolo il quale servisse a bandire per tempo dalle buone scritture quel barbaro j, chiamato bizzarramente consonante, del quale al certo i padri della nostra lingua non han fatto mai uso, perchè comparso, io credo, soltanto nel sec. XVIII. Se dovesse valere, quanti versi dei Classici poeti sarebbero fallati, massime ove entra la voce <hi rend="italic">ieri</hi>. Chi meglio di Lei potrebbe scrivere questo articoletto? Se le capita il destro, e le capita una giornata di buon umore, che vorrei che le avesse tutte serene, si ponga a scriverlo per amor mio, e uscirà cosa dalla sua penna che sarà da tutti gustata, e fino dal nostro Compagnoni ch'è l'apostolo del mostruoso j, come si può vedere anche nelle note da lui apposte alla <hi rend="italic">Grammatica</hi> del Tracy, e in altra operetta che vorrebbe pubblicare. Chi sa che coll'articolo di Lei non si cangi affatto d'opinione? Speriamolo.</p>
            <p>A proposito d'articoli, Ella non tarderà a vederne uno sopra il suo <hi rend="italic">Petrarca</hi>, scritto da valente uomo. Son certo che non le dispiacerà.</p>
            <p>Alletta me pure l'idea della prossima Pasqua, e certo io farò di tutto per procurarmi un tanto contento.</p>
            <p>Chiudo col ricordarle che quantunque Ella si trovi in seno della sua famiglia, non voglio perdere quella specie di diritto paterno ch'Ella mi ha conceduto, e con tutta la libertà figliale mi deve dire in qualunque tempo le occorra: "mandatemi del denaro", precisandomi in circa la somma. Attendo anche questa prova d'amicizia da Lei, mentre riverisco tutta la sua degna famiglia, e la saluto cordialmente per parte della mia. Il suo vecchio cordialissimo amico A.F.S.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di L.Trissino (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI LEONARDO TRISSINO</hi>
               </byline>
               <dateline>Vicenza 7 Febbraro 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Stimatissimo signor Conte. La ringrazio quanto mai della sua lettera affettuosa del 26 gennaro, la quale è venuta immacolata. Ho l'animo soddisfatto veramente di sentirla contenta più del solito della sua salute; e di questa conferma io avea desiderio grande. D'altronde non è poca la mortificazione mia, che le due lettere del 13 e 23 Ottobre donatemi dalla sua amorevolezza non siano mai giunte nelle mie mani. Così io sono tristo della perdita di qualunque comando, o notizia, che avesse potuto rallegrare l'osservanza che le professo. E prego la sua bontà di volersi dolere della mia fortuna. Nessuna novità letteraria, che meriti essere scritta, non forniscono questi paesi. I quali ora non sono che spettatori di movimenti, che parlano altamente di guerra. Il nome di questo flagello raddoppia la mia timidità, perchè debole mi volle ogni altra ragione più che la natura; e anche il pensare al male degli altri mi spaventa. Di grazia non dimentichi, signor Conte, che delle notizie della rispettabile sua persona io sarò sempre vogliosissimo; e che ossequiosamente sì, ma affettuosamente io sono Suo Servitore vero ed Amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Brighenti (1827)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO BRIGHENTI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Recanati 9 Febbraio 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro. È un lungo tempo che non ti scrivo. Ho taciuto, per non aver materia importante da trattenerti e per timore di non disturbar le tue occupazioni, le quali so che sono molte e continue: tanto più che nell'ultima tua de' 3 di Gennaio, veggo che per la fretta, tu non mi dai notizia nessuna di te, e degli affari tuoi librarii come io ti pregava, e che mi stanno a cuore quanto tu sai. Ma benchè io non abbia materia importante neppure adesso, non voglio più restare senza alcuna nuova di un tanto caro amico, come mi sei tu. Ti scrivo dunque per ricordarti l'amor mio (benchè non creda possibile che egli t'esca di mente), e per dimandarti di te e della tua amabile famiglia. Io sto passabilmente di salute: mandando al diavolo, per consiglio di questi medici non controstimolisti, le maledette pillole, mi sono guarito nel cuor dell'inverno, di quel mio male del ventre, duratomi quattordici mesi. Dell'animo sono un poco tristo, perchè la solitudine continua e assoluta, comincia a fare il suo solito effetto. Scrivendo a Giordani, salutalo e abbraccialo per parte mia strettamente; ringrazialo senza fine delle amorose parole che scrive di me a Paolina, la quale si tiene come una gioia la lettera che ha ricevuta da lui; tanto più cara cosa, quanto più insolita e meno sperata: digli ch'io gli scriverò presto, e che forse fra poco vedrà una mia coserellaccia dove parlo di lui. Se hai notizie letterarie degne di essere scritte, e che non dimandino troppe parole, dammene, chè le avrò molto care; e, per tua regola, sappi che anche le cose più note mi riusciranno ignote affatto. Mille saluti alla tua famiglia. A te, mio carissimo, mille auguri di ogni possibile consolazione: nessuna, per grande che fosse, sarebbe maggior del tuo merito. Amami, e ricordami agli amici, a Marchetti, Pepoli, la Clementina. Che è di Benedetti? Se lo vedi, salutalo per me assai. Addio mio caro, con tutta l'anima il tuo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.F.Stella (1827)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO FORTUNATO STELLA - MILANO.</hi>
               </salute>
               <dateline>Recanati 9 Febbraio 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed amico amatissimo. Le accludo l'articoletto pel <hi rend="italic">Nuovo Ricoglitore</hi>. Avrei voluto ricopiarlo più in ristretto, per risparmio di spesa nel porto; ma mi trovo costretto a risparmiare al possibile i miei occhi, che patiscono miserabilmente per certe nebbie foltissime e ostinatissime, che abbiamo qui da un mezzo mese. A darlo ad altri, nessuno qui l'avrebbe copiato a mio modo. Desidererei che fosse inserito tutto in una volta, e non spezzato. Se potrà essere nel fascicolo di Febbraio, riuscirà forse meglio, per esser più recente quella scrittura che ivi si prende a contraddire.</p>
            <p>Penserò all'articolo sopra l'j lungo. Intanto le posso dire che io condanno quella lettera, come inutile; ma che veramente non le manca l'autorità e l'antichità. Le scritture e le stampe del cinquecento, ed anche le più antiche, ne sono piene.</p>
            <p>Vedrò con piacere l'articolo sopra il Petrarca, che essendo lodato da Lei, sarà certamente buono. E con altrettanto piacere riceverò le prove di stampa delle <title>Operette morali</title>, per la correzione.</p>
            <p>L'Antologia, alla quale sono sempre intorno, è già, per quanto io posso conoscere, oltre alla sua metà.</p>
            <p>L'ultimo periodo della sua carissima 3 Febbraio, a cui rispondo, è dettato da quella sua generosa cordialità, di cui Ella mi ha dato già tante dimostrazioni. Io non cesserò di profittare della sua amorevolezza paterna, come Ella giustamente la chiama; e lo farò con quella libertà che Ella mi permette di usare. Di quel tanto che Ella soleva farmi tenere ogni mese, io non le ho chiesto punto dal termine di ottobre in poi, perchè trovandomi qui in casa, io non aveva bisogno giornalmente di ricevere quella provvisione che la sua cortesia mi aveva così puntualmente fatta somministrare per lo passato. Al principio della prossima primavera, io partirò sicuramente di qua, tanto per venire (come farò) in luogo più vicino a Lei, e più comodo alla nostra corrispondenza; quanto ancora perchè io, e la mia salute medesima, non possono tollerare questo paese privo di ogni possibile distrazione, separatissimo da ogni commercio letterario morto affatto, digiuno di ogni novità, vero sepolcro di vivi. Allora io mi rivolgerò a Lei con quella confidenza filiale che Ella mi suggerisce. Intanto (o voglia Ella o non voglia) non posso a meno di rinnovarle l'espressioni della mia viva, vera, e ben sentita gratitudine alla sua tanto graziosa e tanto amorosa premura.</p>
            <p>La mia famiglia le fa i suoi distinti ed affettuosi complimenti. Altrettanti per mia parte alla sua. L'impazienza di riabbracciarla cresce in me di giorno in giorno; e questa speranza mi vien sempre consolando nella vita oscura e trista che io meno qui. Mi ami, come fa, e come io l'amo. Il suo cordialissimo servitore ed amico Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di F.Cassi (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI FRANCESCO CASSI</hi>
               </byline>
               <dateline>Di Pesaro 9 Febbraio 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Cugino e Amico carissimo. Se dal mio silenzio vorreste trarre argomento di giudicar del mio cuore, vi condurreste a falsi giudizi. Perchè io vi amo quanto amar si possa un dolcissimo amico; e l'amor mio va di pari alla stima che io porto al vostro nobilissimo ingegno, e alla vostra rara dottrina. Questa sincera dichiarazione valga per ogni altro preambolo, e per ogni altra scusa.</p>
            <p>Mi ha rincresciuto che quando siete passato per Pesaro non abbiate voluto portarvi in San Costanzo ove io allora era, e che mi abbiate con ciò negata la consolazione di riabbracciarvi, e di avervi qualche giorno in mezzo a noi. Vi ho già detto, ed ora ve lo ripeto di vero cuore, che tutte le volte che vi piaccia di prevalervi d'un amorevole ospizio, venghiate in casa mia, chè mi farete un grandissimo dono. Io non sapeva che eravate costì, e vi supponeva in Bologna. Per la qual cosa ho quivi inviato alla vostra direzione il primo fascicolo della povera mia <hi rend="italic">Farsaglia</hi>: il quale vi sarà rimesso in codesta città, ad emenda del mio equivoco. Voi intanto degnatevi di compatire la povertà del mio ingegno; e col vostro generoso compatimento acquistatemi anche l'altrui; acciocchè l'impresa dell'onorar la memoria del nostro Giulio consegua il suo fine. Vi ringrazio de' soci che mi procuraste. Mantenetemi nella preziosa benevolenza vostra: comandatemi senza riservo: e credetemi quale sono, e sarò sempre a tutte prove il vostro aff.mo amico e Cugino.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Se mi sarete cortese di qualche dotta vostra osservazione sul misero mio lavoro ve ne sarò gratissimo. Gradite i saluti di tutti di mia casa, e fateli gradire a tutti della vostra.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di F.Puccinotti (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI FRANCESCO PUCCINOTTI</hi>
               </byline>
               <dateline>Macerata 17 Febbraro 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Carissimo Leopardi. Ebbi l'altrieri il tuo <hi rend="italic">Petrarca</hi>, e ti sono gratissimo d'un dono così caro al mio cuore, e perchè mi è testimonio dell'immenso saper tuo, e della tua indole generosa verso gli amici. Io m'aspettava di trovarci anche l'<title>Epitteto</title>; ma di questo non ti dirò altro, non volendoti poi parere indiscreto. Sappi che la nostra Nina Sicula (la Franceschi) si sposa con Michele Ferrucci Marcelliano. Nel <hi rend="italic">Parnasso Novissimo</hi> che si stampa a Napoli vi sono tre canzoni tue: l'<title>Inno ai Patriarchi</title>; la <hi rend="italic">Primavera</hi>; la canzone <hi rend="italic">alla tua donna</hi>. Addio. Qualche tua lettera per carità.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.F.Stella (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
               <dateline>Milano 21 Febbraio 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico amatissimo. Colla graditissima sua del dì 9 ho ricevuto l'articolo pel <hi rend="italic">N. Ricoglitore</hi>, e la ringrazio. Ella il vedrà nel quaderno di questo mese.</p>
            <p>L'articolo sopra l'j lungo il faccia pure con tutto il suo comodo, e quando le verrà il destro di scherzare anche un poco se occorre.</p>
            <p>L'articolo sopra il <hi rend="italic">Petrarca</hi> spero che si vedrà nel quaderno di marzo.</p>
            <p>Questa sera le mando col mezzo della posta le prove di stampa del 1° foglio delle <title>Operette</title>. Son tali e quali sono escite dalla stamperia. Se vorrà che le altre sieno rivedute prima qui in casa, il si farà subito.</p>
            <p>Godo sentire che l'<title>Antologia</title> va innanzi, ma ancor più godrò quando sentirò dire da Lei: <hi rend="italic">la mia salute va bene</hi>.</p>
            <p>Mi piace udire che a buona stagione Ella si trasferirà a Bologna. Certamente colà non avrà i comodi della casa paterna, ma vi troverà mille altri compensi. Restiamo dunque intesi che a quel tempo Ella userà meco della libertà o confidenza filiale, ed altro non desidero. Spero che intorno a quel tempo mi troverò anch'io a Bologna, cioè in Maggio, tosto dopo il matrimonio del mio Luigi, il quale è promesso sposo ad una giovane assai bene educata: dote importantissima pei nostri tempi.</p>
            <p>I consueti saluti all'ottima sua famiglia. Aggiungo quelli di tutta la mia per Lei, e la abbraccio di tutto cuore. Il suo vecchio cordialissimo amico A.F.S.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Quella tal dama di Bologna, della quale non mi sovviene ora il nome, a cui Ella dovea favorir di far tenere un esemplare delle Poesie per l'ab. Vannucci, scrive al medesimo di non averlo ricevuto. Scriva di grazia colà per sentire come sia la cosa.</p>
            <p>Da che Ella è partita da Bologna, io non ho più nuove di madama Padovani. Se ha qualche notizia da darmi, le ne sarò grato.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Brighenti (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO BRIGHENTI</hi>
               </byline>
               <dateline>Bologna 2 Marzo 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro amatissimo Giacomo. Tardi rispondo alla preziosa tua del 9 Febbraio, non tanto perchè sia stato affaccendato, quanto perchè volevo pur darti nuove che i volumi 1, 2, 3, 4, del Monti sono finiti, e che un esemplare te lo spedisco pregandoti di gradirlo per tenue attestato di gratitudine alle noie che ti ho recate per questa edizione. I due volumi Monti che mi favoristi in prestito, li conservo ancora appresso di me, giacchè sarò anche per usarne, ma non mancherò poi di restituirteli. Nel pacco troverai de' manifesti e delle module di associazione. Se mai costì ti avvenisse di potermi procurare qualche associato, io te ne sarò veramente gratissimo. Nel detto pacco vi è anche roba giunta da Milano, ed una lettera di tua nomina fra gli Arcadi a me raccomandata dalla contessa Bugami. Qui poi accludo un vigliettino che ti appartiene.</p>
            <p>È morto il conte Benedetti che ha lasciato la sua libreria a' Marchetti, ed ha lasciato al conte Carlo Pepoli 200 scudi annui di pensione vitalizia. E anche morto il signor Aliprandi già tuo albergatore.</p>
            <p>Novità letterarie non ne abbiamo. Il primo fascicolo dell'<title>Antologia</title> porta una lunga predica del Vieusseux ai letterati, che veramente è ridicola, considerando il tono pedantesco e dogmatico ch'egli assume nell'invitarli a scrivere pel suo giornale. Mi è stato detto che a Firenze è stata fatta la ristampa in un volume delle tue <title>Canzoni</title>, e dei <hi rend="italic">Versi</hi> da me stampati. Non ho visto un tal libro, perchè qui non si trova, ma ho scritto per averlo. L'editore si meriterebbe che tu facessi una bella <hi rend="italic">protesta</hi> da pubblicarsi in tutti i giornali (e ciò farei io) contro detta edizione, avvertendo che tu quanto prima darai la ristampa di quelle opere da te rivedute e corrette. Infatti io penso che per <hi rend="italic">terza collezione</hi> del mio <hi rend="italic">Parnaso</hi> darò (se vuoi farmene degno) la raccolta delle tue <title>Opere</title>: o se per terza non ti crederai pronto, le daremo per quarta. In essa poi metteremo il noto ritratto, veramente raro e tale che Lolli non ne ha più fatto altro che lo uguagli, onde lo conservo come capo prezioso.</p>
            <p>Scrissi a Giordani quanto m'imponesti di te, e della contessa Paolina. Egli mi ha risposto che vi ringrazi e vi riverisca, ma che <hi rend="italic">è geloso che tu scriva a me e non a lui</hi>.</p>
            <p>E quando, mio buon amico, verrai a rivedere Bologna, e a consolar me che ti desidero tanto tanto? Ora no, che non ti vorrei sapere in viaggio per tutto l'oro del mondo, attesa la orrenda stagione ma alla primavera potrò sperar di vederti? Dammene certezza, se vuoi consolarmi.</p>
            <p>La mia famiglia m'impone di riverirti senza fine, ed io con tutto l'animo ti abbraccio e mi confermo per la vita.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.F.Stella (1827)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO FORTUNATO STELLA - MILANO.</hi>
               </salute>
               <dateline>Recanati 7 Marzo 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico amatissimo. Alla cara sua 21 Febbraio, giuntami da Bologna non prima dell'ordinario prossimo passato. Ai 28 Febbraio mi giunsero unitamente due fogli delle prove di stampa delle <title>Operette</title>, che io tornai a spedire colle loro correzioni per l'ordinario seguente, 2 Marzo. Ella continui pure a farmi spedir quelle prove così come escono dalla stamperia, senza altra revisione. Da quel che Ella mi dice che io vedrò il <hi rend="italic">Nuovo Ricoglitore</hi>, arguisco che la sua intenzione sia di continuare a favorirmene: però mi prendo la libertà di significarle che la spedizione di esso mi è stata sospesa all'anno nuovo, del quale non ho ricevuto alcun quaderno. La persona incaricata da me a questo effetto in Bologna, mi scrisse più mesi addietro, di essersi portato in persona da quella marchesina Zambeccari, ed averle consegnato l'esemplare per l'Ab. Vannucci. Scrivo oggi per intendere come sia quest'affare. Di mad. Padovani non ho nuove; ma ne avrò, ed Ella ne sarà servita.</p>
            <p>Mi trovo oramai al fine dell'Antologia, quanto a quella parte che si è potuta far qui co' miei libri: la quale comprende già più di 70 autori: che è appunto il numero di quelli dai quali è tratta l'Antologia francese di Noël modello di tutte le altre. Mi resterà a far lo spoglio degli autori che mi mancano, quando io mi troverò in luogo da poterli avere in mano, giacchè qui non si troverebbero. Ciò sarà questa primavera, e fra poco. Allora l'Antologia comprenderà (io credo) più di 80 autori d'ogni secolo; e sarà la più ricca Antologia che si sia veduta, senza però eccedere la misura della francese cioè le <hi rend="italic">600</hi> pagine circa, in 8°. Tutti i passi sono copiati di mia mano con ogni diligenza circa la rettificazione dell'ortografia e della punteggiatura.</p>
            <p>Sono ben lieto della nuova che Ella mi dà del matrimonio del signor Luigi. Ne faccia, la prego, i miei complimenti e le mie congratulazioni vive e sincere seco lui. Altrettanto vive e sincere ne fo io con Lei. Lietissimo poi sono del doverla rivedere a Maggio in Bologna. La mia famiglia le ritorna i suoi distinti saluti, ed io la prego di far gradire i miei distintissimi alla sua. Mi ami, come spero che faccia, e mi creda sempre il suo cordialissimo servitore ed amico Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Brighenti (1827)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO BRIGHENTI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Recanati 7 Marzo 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio carissimo. Ti sono veramente grato dei volumi del Monti, i quali accetto come tuo puro e grazioso dono, non come premio delle ridicole cure date da me a quella edizione; le quali mi sarebbe stato assai caro di poter continuare sino alla fine. Riterrai quanto potrà mai piacerti i due volumi prestati: se fossero miei (che sai già che non sono) intendi bene che non dovresti pensare di rimandarli mai. Non mancherò di fare il possibile per divulgare in queste parti i tuoi manifesti. Quando mi scrivi, dimmi che mezzo hai usato per mandarmi il pacco; acciocchè io possa farne ricerca, occorrendo. Ho avuto molto caro d'intendere del legato fatto a favore del buon Pepoli. Se lo vedi, non dimenticare di salutarlo tanto tanto a mio nome; e così Marchetti. Mi è dispiaciuto, per cagion tua, di sentire della ristampa di Firenze. Crederei però che non dovesse portarti gran pregiudizio, per due circostanze: 1° che chi ha comprate le Canzoni, non vorrà ricomprarle, e piuttosto piglierà il tuo libretto; 2° che in Lombardia, dove le Canzoni non possono entrare, il libro di Firenze non entrerà, e i <hi rend="italic">Versi</hi> entreranno. Se questa ristampa è vera, fammi il favore di proccurarmene una copia per conto mio, e spedirmela per la posta al più presto. Allora io non ricuserò di fare quello che possa tornare in tuo vantaggio, circa il dolermi nei Giornali. Parleremo della edizione delle mie cose, quando saremo insieme; che sarà certamente (se ostacoli impreveduti non m'impediscono) poco dopo Pasqua. Ti spedisco oggi per la posta uno scudo, che vorrei che tu mi facessi grazia di mandare all'editore del giornaletto <hi rend="italic">Teatri, arti e letteratura</hi> di costì, per un semestre di associazione a quel foglio; che egli potrà dirigere successivamente a mio padre <hi rend="italic">Monaldo Leopardi</hi>. Paolina, che ama queste coglionerie, è causa ch'io ti dia questa briga. Da Milano mi scrivono che cotesta Marchesina Zambeccari, a cui per tuo mezzo feci tenere una copia delle Canzoni da spedirsi a Milano, ha scritto colà di non aver ricevuto da me nulla. Mi pregano d'informarmi. Se non ti è troppo molesto, e se hai qualche momento di ozio, vedi di schiarirmi questa faccenda in modo che <hi rend="italic">l'Ab. Michele Vannucci, in casa D'Adda a Milano</hi> abbia quella benedetta copia. Tanti e poi tanti saluti alla tua famiglia amabilissima. Cardinali passò ultimamente di qua; e non mi vide, perchè gli dissero ch'io non era visibile. Questi coglioni mi credono invisibile, perch'io non voglio veder gli animali loro pari. Addio, mio carissimo; voglimi sempre bene, ch'io t'amo al solito, cioè con tutto il mio cuore. Il tuo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.F.Stella (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
               <dateline>Milano 13 Marzo 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico amatissimo. Ricevo in questo punto la cara sua del dì 7, e le rispondo sul momento per dirle che la mia Casa non ha mancato di spedirle regolarmente per la posta, franco fino ai confini, e coll'indirizzo a Recanati, così il quaderno di Gennaio come quel di Febbraio del <hi rend="italic">N. Ricoglitore</hi>. Senta da codesto offizio postale da che possa nascere la mancanza, e si supplirà in qualche modo affine ch'Ella non ne resti priva.</p>
            <p>I due fogli delle <title>Operette morali</title> li ho spediti in due ordinarii, un dopo l'altro. Probabilmente il primo avrà fatto una stazione a Bologna. Li ho già ricevuti di ritorno. Spero domani sera potergliene mandare un altro. Se la stamperia che ha l'incarico di quest'opera non fosse scarsa di carattere, gliene manderei due ed anche tre alla volta.</p>
            <p>Mi rallegro ch'Ella sia a buon porto coll'<title>Antologia</title>, e che presto Ella sarà più vicina a Milano.</p>
            <p>Coi saluti della mia famiglia le accompagno i ringraziamenti del mio Luigi. Mille cose cordiali alla sua. Mi ami e mi creda sempre il suo vecchio cordiale amico e servo.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Mi scrivono da Firenze che il Borghi, traduttor di Pindaro, fa eseguir colà una ristampa del di Lei <hi rend="italic">Petrarca</hi>. Questo onore fatto all'Autore della <hi rend="italic">Interpretazione</hi>, ridonda tutto a danno del libraio. Ma a questo danno era già preparato, perchè i pirati tipografi che hanno un po' di gusto, e che in Italia non hanno alcun freno, vanno a caccia del buono soltanto.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.F.Stella (1827)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO FORTUNATO STELLA - MILANO.</hi>
               </salute>
               <dateline>Recanati 24 Marzo 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Mi ha dato vero dispiacere l'intendere quel ch'Ella mi dice nella carissima sua 13 spirante, della ristampa del Petrarca. La Toscana è ormai divenuta infame per queste ladronerie, che, quantunque onestate col titolo di letterarie, non sono meno disoneste nè men vere ladronerie che le civili, e ridondano in manifesto danno, non solo dei privati librai, ma della letteratura italiana in genere, come è stato osservato e provato mille volte. Se Ella sapesse (il che non credo), che io, come autore, avessi qualche possibilità, non dirò d'impedire, ma almeno di contrariare questa ristampa, me ne avvisi, e mi spieghi il come, chè io ben volentieri farò a quest'effetto ogni mio potere.</p>
            <p>Il giorno medesimo della data della mia ultima, ricevetti regolarmente il quaderno di Febbraio del <hi rend="italic">Nuovo Ricoglitore</hi>. Lo smarrimento di quello di Gennaio sarà provenuto da qualche straordinario errore postale. L'Antologia è terminata, eccetto che vi manca quell'ultima mano ch'io non posso darle se non fuori di qui. Subito dopo Pasqua io partirò per Bologna; non che la mia intenzione fosse di andar là, ma per aspettarvi la sua venuta, ed avere il piacere tanto desiderato di rivederla.</p>
            <p>Ultimamente ebbi da Bologna il 2° volume del Cicerone, del quale le dico sinceramente, che nè io potrei, nè so come altri potesse desiderar cosa alcuna di più, sia circa la bellezza dell'edizione, sia circa la copia e la comodità delle illustrazioni, sia finalmente circa la sagacità, il giudizio e la matura sobrietà delle note critiche, intorno alle quali avrò caro ch'ella faccia i miei complimenti all'abate Bentivoglio. In somma, l'edizione mi par sempre più stimabile, e sempre più degna di lei e dell'Italia. Dopo ricevuta la cara sua ultima, ho aspettato invano le prove di stampa delle <title>Operette</title> da lei menzionate. Mille saluti cordiali al sig. Luigi, e a tutta la sua famiglia. Altrettanto a Lei della mia.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di D.de Rossetti (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI DOMENICO DE ROSSETTI</hi>
               </byline>
               <dateline>Trieste 28 Marzo 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Chiarissimo Signore. Il tardo rispondere alla mia lettera dei 20 Decembre p.p. era scusato già prima che mi giungesse il pregiato Suo foglio dei 14 del corr.e mese; perchè lo Stella aveami tosto significato l'assenza di Lei da Milano, e l'indugio indi necessario per farle quella arrivare. Ma non posso egualmente ammettere le altre scuse che la troppa sua modestia mi affaccia per distormi dall'insistere sul mio desiderio e preghiera di averla fra i benevoli favoreggiatori della mia impresa.</p>
            <p>Egli è ben vero che la massima parte degl'illustri volgarizzatori invitati dal mio programma, accettò il mio invito; che 5 soli sono quelli che se ne sono finora positivamente scusati; che di 4 me ne sto ancora nell'incertezza; e che d'altronde ho parecchi che volontariamente mi si offersero. Ma ciò tutto, per quanto mi assicuri dell'effetto del mio proponimento, non basta ancora per potermi permettere di secondare in tutto le condizioni, alle quali Ella brama di vincolare il suo assenso.</p>
            <p>Eccomi adunque prima di tutto a ringraziare la sua cortesia e la volonterosa disposizione di compiacermi; ed indi a pregarla di non negarmi il volgarizzamento che le propongo, e di cui qui già le acchiudo il testo originale, tratto dall'edizione del 1581 di Basilea delle opere tutte del Petrarca. Questo è l'epistola 15 del II libro, diretta a Giovanni Colonna. Ella resta interamente dispensato da qualsivoglia illustrazione dell'argomento e delle persone; e potrà eseguire la versione in isciolti, che paionmi il metro migliore per simili lavori. Io non Le ne fo urgenza alcuna; riserbandomi di farlene ricordo tosto che sarammi stata fornita la traduzione delle altre epistole al Colonna medesimo; che si sta facendo dal Sig.r Leoni a Parma.</p>
            <p>La presente lettera Le perverrà per la via d'Ancona; e pel riscontro ch'Ella sarà per favorirmene, potrà valersi di quel soggetto, da cui questa Le verrà recapitata.</p>
            <p>Io frattanto me Le protesto riconoscente, ed ho l'onore di segnarmi con tutta stima Suo umil. obbligat. servitore.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Tommasini (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIETTA TOMMASINI</hi>
               </byline>
               <dateline>Bologna Marzo a' 29 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Egregio S.r Conte. Ho letto con piacere ed ammirazione il suo volgarizzamento dell'orazione di Gemisto Pletone nel giornale che ha per titolo il <hi rend="italic">Raccoglitore</hi>. Ma sopra tutto mi è piaciuto il discorso intorno alle traduzioni, col quale Ella nobilmente, e, parmi, vittoriosamente contraddice a certa opinione del nostro bravo Giordani. Le traduzioni sono per certo un'impresa difficile; ma sono altresì un gran benefizio all'universale, quando si fanno da uomini del suo ingegno e della sua dottrina. Chi può essere più utile alla sua nazione, che colui il quale la rende partecipe del sapere delle altre, e la mette in comunicazione colla gran famiglia del genere umano? Se si lodavano gli antichi filosofi, che intraprendevano lunghi viaggi a lontani paesi per raccogliervi i tesori delle scienze e delle arti, come non si loderanno le traduzioni, le quali, senza che usciamo della nostra casa, ci recano, e forse in maggior copia, gli stessi frutti? Perdoni, ottimo signor Conte, se io mi piglio la libertà di confortarla a continuare all'Italia i doni di qualche traduzione dal latino o dal greco, ove i nostri imparino (chè il bisogno è grande) i dimenticati costumi de' nostri padri, o de' nostri fratelli. Dico fratelli ai Greci, sia perchè gli amo come tali, sia perchè mi sembra pure di trovare tra essi e noi, per molti riguardi, una fraterna somiglianza. Mi sono contentata di chiederle qualche traduzione, perchè sarebbe peccato che perdesse troppo tempo a danno delle opere originali che il mondo a ragione si aspetta da Lei. La prego di darmi spesso sue notizie, e se le piace, delle sue occupazioni; e di avermi per quella ch'io sono veramente sua aff.ma amica.</p>
            <p>Mille cose per conto di mio Marito, e un bacio da Emilietto.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Brighenti (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO BRIGHENTI</hi>
               </byline>
               <dateline>Bologna 2 Aprile 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Per carità perdonami, carissimo Giacomo, se così tardi rispondo alla tua amorosissima del 7 di Marzo; ma fui grandemente occupato e <hi rend="italic">imbarazzato</hi>. La edizione del Monti va molto lentamente vendendosi, e (il crederesti?) la ragion principale che in Bologna non si fanno associati nasce dall'immenso male che dell'autore dicono ora e Costa e Marchetti furiosamente gelosi del principato letterario. Quindi mi tocca a far lunari, onde aver danaro da rimediare le scadenze vistose che si sperava di sanare con le vendite immediate. Spero però che tutto si accomoderà e fra breve, a dispetto dei gelosi. Ti ricorda cosa ha detto e stampato Costa in lode di Monti? Ora dice che dalle opere di Monti il cielo lo liberi. I giovani che sentono questi bei sermoni, figùrati se più vogliano acquistarne la raccolta! Non mi è potuto riuscire di avere la ristampa fiorentina delle tue <title>Canzoni</title> e de' tuoi <hi rend="italic">Versi</hi>. Qui non è venuta, e farla venire da Firenze non anco ebbi tempo. Ma i tuoi <hi rend="italic">Versi</hi> di mia edizione si venderanno immancabilmente, e già ne vado collocando a misura che diramo altri libri. Già delle tue <title>Canzoni</title> non ne ho più neppure un esemplare: così daremo un po' tregua anche alle doglianze che ti pregavo di fare ne' giornali.</p>
            <p>Subito fu ritirato lo scudo che mandasti, e pagato all'editore del giornaletto <hi rend="italic">Teatri</hi>, <hi rend="italic">arti</hi>, ecc. a nome del signor conte Monaldo. Ritengo che il detto giornale sarà stato continuato senza interruzione, giacchè il pagamento seguì appena n'ebbi l'ordine. Volevo mandarti il vigliettino di associazione, ma l'ho smarrito fra le carte, ed ora non lo trovo.</p>
            <p>La signora marchesina Zambeccari avrà ne' divertimenti carnevaleschi dimenticato le cose accadute nella precedente stagione. Il volume <title>Canzoni</title> pel signor Abate Vannucci col vigliettino tuo fu da me consegnato alla sua anticamera (perchè non mi ricevette) e, dopo lungo attendere, il servo ritornò dalla stanza di lei dicendomi che S. Eccellenza aveva capito, e che qualora capitava quel tale di Milano, gli avrebbe consegnato il libro, e spedito a Casa D'Adda ecc. Questo è vero purissimo, e ti prego volerlo far sentire al signor Abate Vannucci, onde non creda che io sia sì trascurato servitore e amico tuo. Io, a dirti il vero, bramerei di non dover tornare a quell'anticamera, e piuttosto, se vuoi, scriverò a Verona, dove sono alcune copie delle <title>Canzoni</title>, e ordinerò che sia spedita una gratis al nominato signor Abate.</p>
            <p>Grande consolazione mi dai a dirmi che poco dopo Pasqua noi ci vedremo, il che vuol dunque significare che forse in questo stesso mese. Oh! quanto tutti i tuoi ammiratori ti desiderano, ma quanto infinitamente più di essi ti brama tutta la mia famigliuola, ed il mio cuore ti sospira! Quante quantissime cose avrò mai a dirti! Vieni vieni, amatissimo Giacomo, vieni chè io non potrei mai dirtelo tante volte quante bramerei, perchè vedessi come mai io mi faccia festa della consolazione di rivederti.</p>
            <p>Il signor Vincenzo Aliprandi morì, non ha molto, e la famiglia lascia quel locale, che a' primi di maggio sarà occupato dalla signora Rosina padrona del Caffè del Corso; e mi fece dire che ti avvisassi che se volevi prendere alloggio da lei ti avrebbe trattato come meglio poteva, e non avresti compagnia di cortigiane. Io promisi di dirtelo, ed ho adempito la promessa, ma senza impegno, molto più che il dover attraversare quel cortile è cosa incomodissima.</p>
            <p>Grande furore ha fatto a Firenze una tragedia <hi rend="italic">Il Foscarini</hi> del Niccolini. È stato proposto all'Italia una sottoscrizione per fargli coniare una medaglia. I versi riportati nell'<title>Antologia</title> non mi hanno troppo disposto ad essere del parere dei Fiorentini nè di Montani</p>
            <p>Addio, amicissimo. I miei umili rispetti alla tua Casa; a te un abbraccio del tuo costante ammiratore e amico affettuosissimo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.F.Stella (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
               <dateline>Milano 7 Aprile 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico amatissimo. Solo in questo corso di posta ho ricevuto la cara sua dello scorso, alla quale do pronta risposta. In quanto al <hi rend="italic">Petrarca</hi> lasciamo che i signori Fiorentini si godano la loro pirateria, giacchè non ci sono che i Sovrani che potrebbero metter riparo a queste infami ladrerie. Continuando sul <hi rend="italic">Petrarca</hi>, ma in altro senso, Ella vedrà l'articolo nel quaderno di Marzo, che le fo spedire questa sera, come al solito, per la posta. Desidero che i golosi di novità non se l'approprino. Se non salterà fuori il Gennaio, gliene manderò un'altra copia quand'Ella sarà a Bologna, ove spero di trovarmi anch'io in Maggio, quantunque veda che ogni giorno mi sopraggiungono degli ostacoli, che cercherò allora di vincere sicuramente. E intorno a questo, poichè sento ch'Ella andrà a Bologna più per me che per altro, del che le sono assai grato, attenda dunque se vuole ancora, finchè io le possa scrivere con precisione il giorno in circa in cui mi troverà.</p>
            <p>Farò vedere all'ab. Bentivoglio il paragrafo che risguarda il <hi rend="italic">Cicerone</hi>. Non ne sarà meno contento di me.</p>
            <p>Le prove di stampa delle <title>Operette</title> prevedo che ci voglian dar del fastidio a cagion di codesta Censura, o sia di quella di Bologna. Dopo il primo, altri tre fogli le ho mandati, che a quest'ora dovevano esser di ritorno. Che si dee fare adunque? Ella il dica, ed io il farò, e subito, perchè soffro veramente nel vedere andar così lenta questa stampa.</p>
            <p>A proposito dell'<title>Antologia</title>, quanti giorni crede Ella di impiegarvi per portarla a termine? Le ricerco questo, perchè amerei, se si potesse, portarla via meco quando verrò ad abbracciarla. E in questo caso converrebbe ch'Ella anticipasse tutti i detti giorni la sua andata a Bologna.</p>
            <p>Tutti i miei la riveriscono. Io fo lo stesso coi pregiati suoi, e l'abbraccio di cuore. Il suo vecchio cordiale amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Maestri (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ADELAIDE MAESTRI</hi>
               </byline>
               <dateline>Bologna 15 Aprile 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Egregio Sig.r Conte. Molte volte mi sono posta in animo di scriverle pregandola a darci sue nuove tanto desiderate da noi. Ma pur troppo accade più sovente che non vorremmo di trovarci nella dura impossibilità di mettere ad effetto i desiderii nostri, quantunque considerati da lungi, sembrano facili ad eseguirsi. Non voglio tuttavia trattenerla con descrizioni spiacevoli di ciò che mi ha tolto di scriverle. Le dirò che appena arrivati in Bologna, e non sono che tre giorni, abbiamo letta con grande soddisfazione la lettera ch'Ella scrisse alla mia Mamma, nella quale le piace ricordarsi di noi: il che ci è riuscito sommamente grato. Ma che posso mai dirle intorno al rincrescimento che proviamo perchè non si trovi qui Ella pure! Non passa giorno che noi non ricordiamo la sua dotta conversazione, i suoi modi gentili, e le bellissime cose che ci ha lette di verso e di prosa. Siamo invero tutti dolenti di questa sua assenza. A molti forse recherebbono sorpresa le mie parole, considerando il breve tempo che io ebbi la fortuna di vederla. Ma certi affetti crescono non tanto in ragione del tempo, quanto dell'oggetto che li fa nascere. La sublime amicizia deriva da alta stima che si abbia dell'ingegno e del cuore dell'amico, e questo affetto dolcissimo era fortemente sentito da noi, molto prima che ci fosse dato di conoscerla di persona. Non deve dunque meravigliare se in pochi dì Ella ha saputo inspirarci tale affezione, a cui per altri non basterebbero gli anni. Oh ci sarebbe pure cosa gradita, sopra quello che possa dirsi, s'Ella tornasse in Bologna intanto che ci siamo noi pure. Resteremo qui ancora un mese. Nelle sue lettere dice che il freddo l'allontanò di Bologna. La tepida primavera, e questi colli ora ridenti devono, io spero, invitarla a ritornarvi, come tutti noi la invitiamo con vivo desiderio. Conservi a sè la preziosa salute; a noi la sua benevolenza, e mi creda Sua obbl.ma ed aff.ma Serva ed Amica.</p>
            <p>La mammà m'incarica di riverirla distintamente, e non le scrive per averlo fatto quindici giorni sono.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di F.Maestri (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI FERDINANDO MAESTRI</hi>
               </byline>
            </opener>
            <p>Maestri si ricorda servo affezionatissimo all'illustre Italiano Conte Leopardi, e gl'invia voti ardenti e molti di prosperità, di contentezza, di gioia, e rimane con desiderio di vederlo a Parma.</p>
         </div1>
         <div1 n="A T.Carniani Malvezzi (1827)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A TERESA CARNIANI MALVEZZI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Recanati 18 Aprile 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Mia cara Contessa. Finalmente un libro che mi vien da voi, mi dimostra che voi vi siete ricordata di me, una volta almeno, dopo la mia partenza: e una soprascritta di vostro carattere mi assicura che il libro non è opera postuma, e che mi viene per dono, e non per testamento o per codicillo. Le molte lettere che voi mi volevate scrivere, e mi avete promesso più volte, si son ridotte ad una soprascritta. Se mai aveste intenzione di cominciare adesso, cioè dopo cinque mesi, sappiate che non siete più in tempo, perch'io parto per Bologna questa settimana, o, al più tardi, in principio dell'altra.</p>
            <p>Perciò non vi dirò nulla del vostro libro, dove io ammiro la sobrietà e il buon giudizio della prefazione, la purità della lingua e dello stile, e le tante difficoltà superate. Nè anche vi domanderò nuove di voi: perchè spero che presto potrò dirvi a voce tutto quel che vorrete sapere, e domandarvi tutto quello che vorrò saper io. Intanto amatemi, come fate certamente, e credetemi <hi rend="italic">your most faithful friend, or servant, or both, or what you like</hi>.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Tommasini (1827)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIETTA TOMMASINI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Recanati 18 Aprile 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Signora ed Amica pregiatissima. Dovrò da ora innanzi compiacermi del mio piccolo articolo stampato nel <hi rend="italic">Raccoglitore</hi>, poichè esso mi ha procurato il dono della graziosa ed elegante sua lettera. Ancor io riguardo i poveri Greci come fratelli; e se più si fosse potuto dire in loro favore, lo avrei detto certamente in quell'articolo: nondimeno, considerata la impossibilità in cui siamo, di parlare liberamente, mi pare di averne detto abbastanza. Non entrerò a ragguagliarla delle cose mie e delle mie occupazioni, come Ella per sua gentilezza mi domanda: perchè, se pur questa sarà materia sopportabile, io potrò parlarlene lungamente a voce fra poco; chè io fo conto di partire per Bologna dentro la settimana corrente, o al principio dell'altra al più tardi. I miei distinti complimenti e saluti al suo Consorte, e cento baci al bravo Emilietto, futuro emulo di Emilio, se non nelle imprese militari, che non convengono ai nostri tempi, certo nell'amor della patria, e nella virtù e volontà di giovarla in altri modi. Mi creda sempre, come sono e sarò di cuore, suo affezionatissimo amico Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.F.Stella (1827)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO FORTUNATO STELLA - MILANO.</hi>
               </salute>
               <dateline>Recanati 18 Aprile 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico pregiatissimo. Mi giunsero regolarmente, ambedue sotto una stessa coperta, i due fascicoli, Gennaio e Marzo, del <hi rend="italic">Nuovo Ricoglitore</hi>; dei quali la ringrazio distintamente. I tre fogli ultimi spediti delle <title>Operette morali</title>, mi arrivarono solamente il primo e il 4 Aprile, e furono da me riconsegnati alla posta successivamente il dì 4 e l'8. Spero che dopo la data della cara sua ultima (dei 7) Ella gli avrà ricevuti di ritorno. Spero ancora che da qui innanzi, trovandomi io in Bologna, il ritardo e gl'imbarazzi postali non avranno più luogo; di modo che la stampa potrà progredire senza intervalli. La quantità del tempo occorrente a compiere l'Antologia dipenderà dal più o meno di agio e di facilità che io avrò a ritrovare e a compilare i libri che mi mancano. Quel che mi resta da aggiungere non è molto; ma per questo non molto mi bisogna scorrere, e in parte leggere, più e più diecine di volumi. Ci rimarrà poi l'ordinare il tutto, e il farvi gl'indici. Io userò tutta la prontezza possibile, perchè Ella alla sua venuta trovi, se si potrà, il lavoro terminato. Partirò per Bologna dentro la settimana corrente, o in principio dell'altra al più tardi. Però Ella potrà da ora innanzi indirizzar colà tutto quel che le occorra scrivermi o mandarmi. Mi ami, se me ne crede meritevole accetti i complimenti della mia famiglia, offra i miei alla sua, e mi creda sempre suo cordialissimo servitore ed amico Giacomo Leopardi.</p>
            <p>P.S. Da Bologna mi fu riconfermato che l'esemplare delle canzoni per l'Ab. Vannucci era stato effettivamente consegnato alla marchesina Zambeccari, la quale aveva promesso di mandarlo pel mezzo della persona indicata. Se la Signorina si è scordata della promessa (avendo certamente da pensare ad altro), mi sarà facile consegnarne un altro esemplare, purchè mi si dica a chi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.F.Stella (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
               <dateline>Milano 21 Aprile 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Amico amatissimo. Le confermo la mia del 7, e l'avviso che ho ricevuto le prove di stampa, che Lei aveva mandate. Mercoledì prossimo le ne manderò delle altre, ed oggi a otto ancora.</p>
            <p>Ora vengo al mio viaggetto che fo assai più in contemplazione di Lei che di altro. Secondo il computo di probabilità da me fatto, vedo che non potrò muovermi di qui che il dì 1° di Giugno, per trovarmi in Bologna il dì 5 al più presto, giacchè dovrò necessariamente fermarmi e in Parma e in Modena. Ella così, io credo, avrà tutto l'agio di dar compimento alla sua <title>Antologia</title> in Bologna. Intanto mi sarà caro sentire quand'Ella sarà per trasferirsi colà. Qui siamo ritornati in inverno. Che almeno sia buono il Maggio, e pel mio viaggetto desidero che lo sia anche il Giugno, in cui avrò il sommo conforto di rivederla, di abbracciarla, e di stare tutto quel più di tempo che potrò con lei; e già come se io fossi ritornato fanciullo, pensando a ciò, son pieno di giubilo sin da questo momento.</p>
            <p>Presto le darò nuova del seguìto matrimonio del mio Luigi. Intanto in nome suo e di tutto il resto della mia famiglia la riverisco unitamente alla sua, e me le confermo quale sarò sempre, cordialissimo amico e servitore.</p>
         </div1>
         <div1 n="A F.Puccinotti (1827)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A FRANCESCO PUCCINOTTI - MACERATA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Recanati 21 Aprile 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Caro Puccinotti. Poco dopo ricevuta l'ultima tua (di questo Febbraio passato), ti scrissi, sperando di mandarti la lettera per mezzo di Monsieur Pagliarini, che mi aveva promesso di lasciarsi rivedere prima di tornare a Macerata. Ma in fatti Monsieur non comparve; e venuta la Quaresima, non credetti che avesse luogo il mandarti una lettera che parlava del Carnevale. Ora finalmente ti scrivo per salutarti prima della mia partenza, che sarà dopo dimani, per Bologna, donde fo conto di passare a Firenze, e starvi tutta l'estate. Spero che di tempo in tempo tu vorrai darmi nuove di te e de' tuoi studi: so bene che ogni tua lettera mi sarà carissima, perchè io t'amo sempre come uomo egregio, e ti stimo come raro ingegno. Si è veduto qui un articolo sopra il Saul rappresentato costì, nel quale articolo alcuni hanno creduto scoprir la tua penna. Che ho da dire? si appongono, o non si appongono? Io, da più mesi, sono guarito affatto di quel male degl'intestini; se non torna. Ogni ora mi par mill'anni di fuggir via da questa porca città, dove non so se gli uomini sieno più asini o più birbanti; so bene che tutti son l'uno e l'altro. Dico tutti, perchè certe eccezioni che si conterebbero sulle dita, si possono lasciar fuori del conto. Dei preti poi, dico tutti assolutamente. Quanto a me, la prima volta che in Recanati sarò uscito di casa, sarà dopo dimani, quando monterò in legno per andarmene: sicchè mi hanno potuto dare poco fastidio. Addio, caro Puccinotti; voglimi bene, e scrivimi; e salutami la Franceschi se si cura de' miei saluti. Il tuo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di M.Lanci (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI MICHELANGELO LANCI</hi>
               </byline>
               <date>[Roma] 23 Aprile [1827].</date>
            </opener>
            <p>Chiarissimo signore. Rispondo solamente per ringraziarla della gentilezza che meco usa nell'accettare il mio dono, perchè non posso dilungarmi, siccome vorrei, sendo ora nella mia più forte occupazione. Stamperò nelle vacanze tre opuscoli riuniti in uno; e spero chiuder la bocca agli Egittomaniaci. Ho trovato il secreto, che Mosè pose sul Sinai tra le scritture ebraiche, e negli <hi rend="italic">Urim</hi> e <hi rend="italic">Tumin</hi>; secreto che venia dalle scritture egiziane: e mostrerò quante cose abbisognano all'intelligenza de' misteri di Egitto. Il quale mio trovamento mi consola perchè vedo co' fatti, che le opposizioni mie al sistema dello Champollion eran giuste, e tornano a confermarsi. Vi sarà pure la illustrazione de' frammenti fenici; una teoria nuova ad intendere infiniti passaggi di <hi rend="italic">Bibbia</hi>, che sembrano avvolgersi in contraddizione; il Candelabro mosaico nella sua vera forma, e le colonne del portico di Salomone, e le vestimenta del Sommo Sacerdote, non mai comprese da' sacri commentatori. Con questo lavoro, che chiude tirando un doppio velo su' geroglifici egiziani, darò un perpetuo addio a questi filologici studi.</p>
            <p>Mi onori di alcun suo comando, e recandosi a Bologna mi saluti l'Orioli, che si fa cattedratico pur dell'Egitto. Sono D.mo aff.mo servitore.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Grassi (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIUSEPPE GRASSI</hi>
               </byline>
               <dateline>Torino 24 Aprile 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Chiarissimo Signore. La soave memoria di V.S. Chiariss. mi suona ancora così dolce al cuore che a malgrado del nostro lungo silenzio e di tutte le folgori che la fortuna mi ha scagliato addosso, desidero tuttavia ardentemente di dargliene qualche segno, onde confermarle la mia reverenza e il mio non mutevole affetto. Afferro perciò con avidità l'occasione che mi si offre di un intimo amico mio l'abate Leone che viene in Bologna per rivedere questa nobile città d'Italia, e gli affido questa lettera, che le ricorderà il mio nome e la mia servitù: e se V.S. Ch. vorrà essere cortese all'esibitore della presente di una risposta, ella mi sarà graditissima, e l'avrò come pegno di gentile amicizia, unico mio conforto in questi tempi sciagurati.</p>
            <p>Sono con verace sentimento di tutta devozione, di V.S. Chiarissima Umil.mo e devotiss. servitore G. GRASSI.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1827)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 27 Aprile 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Carissimo signor padre. Arrivai qua in Bologna ieri giovedì a tredici ore e mezza, dopo un viaggio ottimo veramente, e che fuor dell'incomodo e della noia, inseparabili dal viaggiare, non mi ha cagionato nessun'alterazione nella salute: neppur la difficoltà del ventre, che io teneva per inevitabile. Amato mi lasciò a Pesaro, ma mi lasciò con miglior legno, migliori cavalli, e miglior vetturino, il quale mi ha condotto qua più di mezza giornata prima che non avrebbe fatto un altro. Vidi a Sinigaglia la zia Leonora e il marchese Romualdo, che salutano tanto lei e la mamma. La casa Cassi e la casa Lazzari salutano lei e tutta la famiglia, e Vittorina in particolare manda mille saluti a Paolina. Io sono qui alla locanda <hi rend="italic">della Pace</hi> nel Corso, dove ho combinato una dozzina per un mese. Sto in ansietà delle sue nuove e di quelle della mamma e dei fratelli; e vorrei sapere se è partito da Recanati il governatore, molte pazzie del quale mi sono state raccontate a Pesaro da' suoi stessi amici, che nondimeno si sono maravigliati di sentir quelle che io raccontava fatte a Recanati. Gli occhi affaticati dal sole e dalla vigilia, non mi permettono per questa volta di esser più lungo. La prego con tutto il cuore a dire in mio nome le più tenere cose alla mamma, ai fratelli, e in particolare a se stesso, al quale baciando la mano, domando la benedizione, e mi ripeto col maggior affetto possibile al mondo suo amoroso figlio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Monaldo L. (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI MONALDO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <dateline>Recanati, 29 Aprile 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio carissimo Figlio. Dalla cara vostra 27 corrente ho sentito con somma consolazione che avete fatto buon viaggio e state bene. Già mi lusingavo che il moto vi avrebbe più giovato che nociuto, e non temevo che dovesse tornarvi la stitichezza, la quale vi molestò nell'anno scorso, come incomodo avventizio e straordinario, e non già come effetto di causa o vizio permanente negli intestini. Non ve ne mettete in alcuna apprensione, e piuttosto prevenitela con dosi discrete di rabarbaro. Assicuratevi, Figlio mio, che in tutti, ma segnatamente negli uomini di talento e d'immaginazione, la fantasia, per troppo prevedere i mali, li produce non raramente, e che un poco di balordaggine non è un ingrediente pessimo nella composizione della vita. Poichè siamo di spirito e corpo, bisogna accordare anche a questo la parte sua, e vivere qualche poco alla carlona, mangiando e dormendo quando e quanto il corpo domanda discretamente, persuadendoci che la ragione deve guidare l'istinto, ma non sopprimerlo, e che, per essere troppo ragionevoli, qualche volta si opera contro ragione.</p>
            <p>Il nostro Governatore è tuttora qui, ma alli primi del mese entrante salirà al suo Sassoferrato. Per escludere qualunque effetto degli attestati rilasciatigli dal Gonfaloniere, scrisse in un foglio che la sua traslocazione ha data allegrezza a tutta la città; e ottanta fra signori, canonici e sacerdoti lo hanno firmato. Questo colpo ha messo il piccolo partito del Governatore alla disperazione. Ne ho mandato un originale a Roma, ed un altro ne ho conservato per ogni buon fine. Noi, grazie a Dio, stiamo bene. Tutti vi salutano e vi abbracciano. Io vi benedico, e sono con tutto il cuore il vostro amorosissimo Padre.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Carlo L. (1827)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 30 Aprile 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Carluccio mio. Non posso tardar più a scriverti, benchè io non abbia niente da dirti, se non quello che tu già sai, cioè quanto immensamente io ti voglia bene, quanto pensi a te, quanto desiderio di te mi stia sempre nel cuore. Ho riveduto qui tutti gli amici miei, non senza piacere, ma questi sono amici, e tu sei me stesso. Cassi e Geltrude Lazzari mi domandarono di te con molto interesse, e ti salutano. Geltrude si mantiene perfettamente, anzi è meno grassa e più florida di quando la vedemmo l'ultima volta. Ti ricordi tu di quei <hi rend="italic">fogli bibliografici</hi> di Sonzogno in <hi rend="italic">sedicesimo</hi>, che venivano insieme colla raccolta di viaggi, e che ora stanno in una <hi rend="italic">Miscellanea</hi> di manifesti ec. in libreria, nella colonna della storia letteraria? In uno di quei foglietti v'è l'annunzio dell'edizione dell'Eneide del Caro, fatta dallo stesso Sonzogno, per cura del Monti ec. e vi si riporta la dedicatoria al Monti, premessa a quell'edizione, e scritta (benchè ivi non si dica) da Giordani. Vorrei che tu mi facessi il piacere di trovare questo foglietto, e mandarmelo subito sotto fascia per la posta: deve servire per Brighenti, che pubblica altri due tometti del Giordani, e che non può trovare quella dedicatoria, della quale io gli ho data notizia. Di' a Paolina che Vittorina la saluta tanto; che si è fatta grande, ma non più di lei... Di' a Mamma che vidi a Imola Elia Finocchio che venne a trovarmi alla locanda, e mi pregò di far sapere al padre le sue notizie, cioè che sta bene, che ha moglie, e cinque o sei figli; che fa il barbiere con applauso, che è matto come prima, perchè mi parlò della nobiltà della casa Finocchio; ma in questo non si distingue dagli altri Imolesi, che tutti sono scemi; e in fatti il cameriere della locanda mi disse che il Sig. Elia era un bravissimo giovane (benchè paia vecchio), e che parlava benissimo. Di' ancora a Paolina che le Brighenti la salutano infinitamente. Addio Carluccio mio caro; salutami tutti. Dalla lettera di Stella avrai veduto che io dovrò star qui almeno fino a Giugno, se voglio vederlo. Addio, addio; ti bacio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.F.Stella (1827)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO FORTUNATO STELLA - MILANO.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 1 Maggio 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico amatissimo. Alla sua favoritissima dei 7 Aprile risposi a' 18 dello stesso. Qui ricevo da Recanati l'altra de' 21. Godo ch'Ella abbia ricevute le prove di stampa, ed attendo giornalmente le altre, o da Recanati (se Ella le avesse già spedite colà), ovvero da Milano. Le prove delle <hi rend="italic">Annotazioni</hi> che formano l'ultima parte del volume, desidererei di averle in filoni, perchè dovrei farvi certe poche aggiunte di qualche linea. Sono indicibilmente lieto della speranza, oramai certa, di rivederla qui a' primi di giugno; e non so esprimerle quanta gratitudine mi cagioni il sentire che Ella si muove a questo viaggetto più per causa mia che per altro. Certo, se l'amore è di qualche merito, io non sono immeritevole di questo favore che Ella mi promette, perchè credo che pochi altri l'amino così cordialmente e così costantemente come fo io. Mi darò tutto il pensiero possibile per terminar qui l'Antologia prima della sua venuta. Brighenti che la riverisce, e che anch'egli è in gran desiderio di vederla, mi ha pregato di dirle che i suoi conti con Lei sono in pronto, e che al suo arrivo, spera che Ella sarà soddisfatta compiutamente per la sua parte. I miei distinti e cordiali saluti alla sua famiglia, e particolarissimi allo sposo, con mille augurii prosperi, e congratulazioni. Mi ami, e si conservi all'amore del suo cordialissimo servitore ed amico Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Tommasini (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIACOMO TOMMASINI</hi>
               </byline>
               <dateline>Di Casa 1° Maggio 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Sig.r Conte ornatissimo. Le mie donne vorrebbero mangiare domenica prossima in compagnia di Lei una <hi rend="italic">Spalletta di S. Secondo</hi>, ed amerebbero che ciò succedesse in campagna. S'Ella non ha per domenica alcun impegno, sperano di veder secondato il loro desiderio. In ogni modo poi La pregano di venir questa sera un momento in mia casa per concertare il tutto. Io intanto profitto della circostanza, e mi ripeto con sentimento Suo aff.mo Servitore ed Amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.F.Stella (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
               <dateline>Milano 5 Maggio 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Amico carissimo. Son lieto di sentir dalla cara sua del dì 1° esser Ella in Bologna. Le confermo che fra un mese spero di trovarmivi anch'io. Allora farò assai volentieri la personale conoscenza del signor Brighenti, e volentieri ancora ristringerò i miei conti con lui, quantunque la mia gita a Bologna non debba esser per oggetto d'affari, ma di cuore soltanto. Mel riverisca.</p>
            <p>L'avviso aver io scritto al signor Moratti pel consueto assegno mensile a di Lei favore.</p>
            <p>Le due ultime stampe delle <title>Operette</title> le ho fatte alla direzione di esso signor Moratti, dal quale spero che a quest'ora le avrà ricevute. Fo lo stesso di quelle che le mando questa sera. Presi memoria, perchè le stampe delle <hi rend="italic">Note</hi> sieno in filoni.</p>
            <p>Poichè è in Bologna, e poichè colla sua del 18 dello scorso mi scrive aver la signora Marchesina Zambeccari ricevuta la copia tanto desiderata da questo signor abate Vannucci, faccia che questo signore abate la possa ricever presto.</p>
            <p>Le avanzo i cordiali saluti di tutta la famiglia, e particolarmente dello sposo, che domani sarà marito.</p>
            <p>L'abbraccio teneramente. Il suo vecchio cordiale amico e servo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>[Firenze] 5 Maggio [1827].</date>
            </opener>
            <p>Mio adorato Giacomino. Poichè tuttavia mi si tarda il piacere tanto sospirato di abbracciarti, niuna miglior consolazione poteva venirmi che una tua lettera amorosa. Son poche parole; ma (come suoli, e sai tu solo) piene tanto e preziose e care, ch'io te ne ringrazio con tutta l'anima. Duolmi che non sia buona la tua salute (nè io pur della mia posso lodarmi): ti prego ad averne gran cura. Sei giovane; consèrvati e accresciti vigore. Manda i miei saluti più affettuosi a Paolina e a Carlo. Oh quanto quanto li vedrei volentieri. Vedrai certo la buona Nina e suo fratello; ti prego di salutarmeli caramente. Per carità mantiemmi la parola, che io ti vegga qui. Mi fai ridere quando mi preghi di amarti: e non vedi ancora se io ti adoro; non vedi se io potrei non adorarti! Mio caro carissimo Giacomino, quando sarà che io ti abbracci? Scrivimi qualche volta: amami sempre, sempre. Salutami Brighenti, e Marina, e le ragazze. Di' a lui che quanto mi scrive della tragedia mi persuade assai: ma che delle stampe mi spieghi un poco come possa stare che da lui fossero <hi rend="italic">chiuse</hi> in plico suggellato; e non messe sotto fascia; se gl'indirizzi e le dichiarazioni erano <hi rend="italic">di sua mano scritte</hi> sopra <hi rend="italic">fascie</hi>. Addio mio caro caro: non mi tener tanto tempo senza tue nuove. Io ti adoro e ti bacio senza fine. Fa' moderato esercizio, e divertiti. Addio addio. Giusti è partito questa mattina: domani a mezzo giorno dev'essere in Bologna.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Carlo L. (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>[Recanati] 5 Maggio 1827.</date>
            </opener>
            <p>Buccio mio. Il mio cuore ti avrebbe ringraziato anche se mi avessi detto solo di credere alla mia amicizia. Figùrati ora che mi parli così credibilmente della tua. Che se mai potesti dubitare del conto ch'io ne faccio, vedilo nella condotta del mio destino, che, geloso del solo bene che non m'ha potuto togliere da che vivo, mi condanna a star sempre separato da te. Riceverai con questa il foglio che desideri. Non potei resistere alla curiosità di sapere cosa conteneva la lettera di Stella, che aprii, come hai visto. Mi figurava che vi fosse qualche cosa di più rilevante per te; ma, fuor di Paolina e me, nessuno la lesse. Voleva egualmente spingerti una lettera del Lanci, che giunse i giorni scorsi; ma Paolina, che sapeva di che trattava, pensò che fosse meglio aprirla, e mandartela in copia, come si farà più sotto. Morici ha avuto il tuo dono, e ti fa molti ringraziamenti. Ricòrdati di me, Buccio mio, se fra i mille e uno casi impossibili ti si presenta quello di giovarmi, come sai. Io ti abbraccio, baciandoti col cuore e l'anima.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Paolina L. (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PAOLINA LEOPARDI</hi>
               </byline>
            </opener>
            <p>Ecco la lettera del signor Lanci, che, credo, vi sembrerà molto ridicola! Dunque, caro Giacomuccio, avete avuto un ottimo viaggio, e felicissimo, ed ora vi godrete una superba stagione, non è vero? Non potete credere quanto ci abbia consolato il sentirvi bene arrivato, e senza alcun incomodo di salute, come temevamo. Spero che seguiterete sempre a dirci, che l'aria di costì non vi è nocevole. Io vi ringrazio delle nuove che mi fate avere delle Lazzari, e di Vittorina credevo che mi diceste meglio. Dopo uno o due giorni di timori abbastanza vivi, che il <hi rend="italic">coram equite</hi>, mediante le sue raccomandazioni a Roma, potesse vincere, ora siamo più tranquilli, e si aspetta la sua partenza fra due o tre giorni. Io non so cosa diavolo vi scrivo, perchè scrivo in mezzo alle ciarle.</p>
            <p>Addio, caro Mucciaccio, vogliatemi bene, almeno la metà di quello che ve ne voglio io. Alle Brighenti fate dei saluti da parte mia, e ditegli che mi raccomando ad esse, acciocchè vi tengano allegro. <lb/>
               <hi rend="italic">9 maggio</hi>.</p>
            <p>Oggi mercoledì 9 Maggio ci è giunto questo fascicolo, e dopo domani si rimetterà in cammino per venire da voi. Ci ha alquanto sorpreso che Stella ignori ancora il vostro arrivo costì; pure deve essere, altrimenti non vi avrebbe spedito il <hi rend="italic">Raccoglitore</hi> a Recanati. Caro Giacomuccio, stai bene? ti diverti? godi di questa bella primavera, ben diversa da quella dell'anno scorso? Eh tu ne godrai certo; ed anche io ne godo, giusto per il tuo godere, chè quanto a me, credo che non vi siano più godimenti a questo mondo: sarà perchè li ho tutti esauriti. Non posso ancora avvezzarmi alla mancanza di te; e la camera mia mi sembra un deserto; e tu mi avevi troppo assuefatta a vedertici, perchè non debba ora sentire ogni momento che ti abbiamo perduto.... e non si sa per quanto! Ma se ti diverti, se stai bene, è meglio così.</p>
            <p>Sebbene non ancora partito, il sig. Luca è già semplice privato, e Gentilucci fa le sue veci. Dopo finito il sindacato, che ora è semplice formalità, Luca non poteva più fare le funzioni di Governatore; e a momenti partirà, si crede, di notte. Addio Muccio mio, scusa questa impertinenza. Vedrai questa carta? mi sembra tanto ridicolo questo fascicolo, che non sono sicura del luogo ove poterla mettere per fissare i tuoi sguardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di F.Puccinotti (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI FRANCESCO PUCCINOTTI</hi>
               </byline>
               <dateline>Macerata 10 Maggio 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Leopardi mio amatissimo. Singolare testimonio d'affetto m'hai dato scrivendomi prima della tua partenza da Recanati. Sebbene io troppo sapessi quanto di mal animo ti ci eri ridotto e ci stavi, tuttavia non credevo che fossi per partirne sì presto, e mi ero prefisso di venire a farti altra visita. Ma tu te ne sei andato, e Dio e Minerva t'accompagnino; solo che tu non dimentichi me che ti amo e ti onoro sempre più, dovunque tu sia. Tel dico all'orecchio: quell'articolettaccio che tu mi ricordi sul <hi rend="italic">Saulle</hi> è mio. Scusalo, te ne prego, mentre lo scrissi già alla carlona nel gabinetto letterario, e fra le noiose e importune istanze d'un monsieur Saul, d'un monsieur David, e d'un monsieur Abner. In Italia pare che si riaccenda l'amore agli studi metafisici. Ma che pensi tu della condanna contro i seguaci di Locke, Condillac e Tracy? Io penso che già sarebbe inutile opporsi a questa nuova tendenza degli spiriti verso l'idealismo: che alquanti sensualisti pur rimarranno; e che fra queste due parti sembra ne voglia sorgere una terza (come è solito) degli Eclettici. Ora dì, non sarebbe il tempo di richiamare in vita il Pirronismo, e farsene capo? Addio. Dimmi come ti trovi quest'anno in Bologna, e se anche tu hai calzato la pianella d'Iside; quella famosa pianella che dette nome al fiume Copto e alla lingua copta. So che tutta Bologna è popolata di civette, sfingi, e scarabei. E tu come fai a salvarti da tanti geroglifici? Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.F.Stella (1827)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO FORTUNATO STELLA - MILANO.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 13 Maggio 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico amatissimo. Ebbi la carissima sua dei 5, e sto con vera ansietà attendendo il momento di riabbracciarla, intendendo non senza compiacenza, e quasi superbia, che la sua venuta a Bologna sarà principalmente per soddisfare al suo cuore. L'Antologia è a buon termine, e spero certamente che potrò al suo arrivo presentargliela già compiuta. La ringrazio distintamente di ciò che Ella mi avvisa avere scritto al signor Moratti in mio riguardo. Ebbi da lui gli ultimi tre fogli delle <title>Operette morali</title>, fino alla pag. 192, e immediatamente li rimisi al medesimo colle correzioni. Mi darò pensiero, non di ricuperar la copia consegnata alla marchesina Zambeccari, ma di spedire all'abate Vannucci un'altra copia delle canzoni; e se non ne troverò della prima edizione me ne procurerò dell'altra che si è fatta (senza mia intesa) a Firenze. Brighenti la riverisce di cuore. Io fo lo stesso con tutta la sua famiglia, e di nuovo mi congratulo con lo sposo, a cui la prego di far gradire i miei complimenti particolari. Ella mi ami, e mi creda sempre il suo cordialissimo amico e servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1827)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 14 Maggio 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Carissimo Signor Padre. Ebbi la cara sua de' 29 Aprile, e conosco tutta la verità delle sue osservazioni sugli effetti della fantasia, e sul danno del voler troppo far uso della ragione. Quel che Ella soggiunge, che per esser troppo ragionevoli spesso si opera contro ragione, non potrebbe essere nè più vero nè più profondo. Fui contento delle nuove che Ella mi diede circa il <hi rend="italic">coram equite</hi>, il quale poi dalla lettera dei fratelli in data dei 5 ho sentito che fosse per partire a momenti. Vorrei sapere che fosse già partito. Con uno dei prossimi ordinari le manderò la ricetta del famoso <hi rend="italic">latte-e-mèle</hi>, che debbo avere fra poco. Io, grazie a Dio, sto bene; e chiunque mi vede mi fa complimenti sul mio buon aspetto. I miei tenerissimi saluti alla Mamma e ai fratelli. La prego anche de' miei rispetti alla marchesa Roberti. Qui in Bologna, dopo il ritorno del cardinale Albani, il supplizio di qualche assassino, e un editto che prometteva di fare impiccare senz'altro processo chiunque fosse trovato coll'armi alla mano, si vive quieti e sicuri di giorno e di notte. Ella mi ami, mi benedica, e mi creda come sono con tutta l'anima suo amorosissimo figlio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Papadopoli (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO PAPADOPOLI</hi>
               </byline>
               <dateline>Di Firenze a dì 17 di Maggio 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio carissimo amico. Non accade che io ti dica del mio viaggio, perchè penso che la Contessa ti avrà detto che fu buono, quanto alla mia salute, ma cattivissimo per la pioggia larghissima che durò tutto il viaggio. Subito che io giunsi, ho cercato le tue <title>Canzoni</title> stampate a Firenze, ma inutilmente perchè non è stampatore che ciò sapesse.</p>
            <p>Il Giordani non istà male, come mi si disse, ma mi pare sempre il medesimo: gli ho detto le mille cose da parte tua, ed egli ti risaluta con tenerezza d'affetto. Non so quanto io starò a Firenze, ma il certo poco. Scrivimi di te e delle cose tue, che mi sono tanto a cuore. Dimmi a un bel circa quando si leggeranno da tutti i tuoi <title>Dialoghi</title> così rigorosi di filosofia e ornati di stile. Scrivimi pure se quella Contessa mette fine al suo cinguettio; a me parrebbe buono che tu non la vedessi nè poco nè molto, perchè la mi par una viltà che tu ci vada.</p>
            <p>Amami, caro Giacomino, chè io ti amo con tutto il cuore.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Paolina L. (1827)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PAOLINA LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>[Bologna] 18 Maggio [1827].</date>
            </opener>
            <p>Paolina mia. Ho ricevuto la tua e di Carlo dei 5, e poi il <hi rend="italic">Raccoglitore</hi> colla tua polizza. Stella già sapeva il mio arrivo in Bologna, ma l'avere spedito il <hi rend="italic">Raccoglitore</hi> a Recanati, deve essere stato uno sbaglio del suo Uffizio. La stagione anche qui è ottima, e io mi diverto veramente un poco più del solito, perchè grazie a Dio mi sento bene, e perchè quest'essere uscito dall'inverno non mi può parer vero, e non finisce di rallegrarmi; e perchè gli amici mi tirano. Sono stato all'opera già due volte (l'opera si è avuta finora tre sere), e non mai in platea. Ti ringrazio delle nuove di <hi rend="italic">Monsieur Luc</hi>. Le Brighenti ti salutano tanto, e così fa Giordani a te e a Carlo. Di' a Carlo che mi voglia bene. Salutami Luigi. Abbracciami Pietruccio. A Babbo e a Mamma di' tutto quello che puoi a nome mio. Riveriscimi ancora la Marchesa Roberti: e saluta Don Vincenzo. Puoi credere se mi piace che tu ti ricordi tanto di me, come mi scrivi. Ma credi ancora, che quantunque più distratto, io non mi ricordo di voi altri niente meno. Quando avrò veduto Stella, ti darò notizia di quello che io penserò di fare, e se mi fermerò qui, o se andrò a Firenze, come desidero, e come ho determinato, se non sarà troppo caldo. Amami, Paolinuccia mia, come io t'amo. Addio addio. Continuami sempre la gazzetta delle novità di Recanati.</p>
         </div1>
         <div1 n="A C.Pepoli (1827)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO PEPOLI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <date>[Bologna] 18 Maggio [1827].</date>
            </opener>
            <p>Carissimo Pepoli mio. Ti rimando i tuoi libri, Giambullari, Borghini, Serdonati; e te ne ringrazio senza fine. Se con tuo agio potrai farmi avere per pochi momenti il Parini, lo avrò egualmente caro. Voglimi sempre bene, Pepoli mio carissimo e amabilissimo; e comandami qualche volta, per diminuirmi la vergogna di usar l'opera tua tante volte. Il tuo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Brighenti (1827)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO BRIGHENTI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <date>[Bologna Maggio 1827?]</date>
            </opener>
            <p>Mio Carissimo. Ti rimando il Gozzi con mille ringraziamenti. Ti accludo ancora il prezzo del biglietto dell'Opera che tu favoristi di proccurarmi, e che finora non ho mai avuta occasione di renderti. Voglimi sempre bene, mio caro, come te ne vuole e te ne vorrà sempre il tuo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.F.Stella (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
               <dateline>Milano 19 Maggio 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico amatissimo. Conforme la cara sua del 13 ho ricevuto le stampe. Questa sera le ne mando delle altre, che riceverà col solito mezzo dell'amico Moratti.</p>
            <p>Se piace a Dio, io conto d'essere a Bologna tra il 6 e il 7 del prossimo. Questo lo scrivo anche al signor Moratti, che ho pregato d'indicarmi qual sia l'albergo più vicino alla casa di Lei, nel quale vorrei fermarmi parecchi giorni, ma pur troppo non vi potrò star che due o tre al più.</p>
            <p>Ella non mi ha scritto nulla sull'articolo intorno al suo <hi rend="italic">Petrarca</hi>. Me ne dirà qualche cosa a voce; così anche sulla copia desiderata dall'abate Vannucci.</p>
            <p>Mi riverisca il signor avv. Brighenti, che, il ripeto, conoscerò assai volentieri di persona.</p>
            <p>E madama Padovani è ancora costì, o è ritornata a Modena? mel può far sapere in un vigliettino, che potrà riporre entro le stampe, o consegnarlo al Moratti. Io già non mi moverò di qui che il dì 1° del prossimo mese.</p>
            <p>Tutta la mia famiglia, e principalmente Luigi, già divenuto marito, la riveriscono di cuore. Io l'abbraccio teneramente. Il suo vecchio cordiale amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Papadopoli (1827)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO PAPADOPOLI - FIRENZE.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 21 Maggio 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Carissimo mio Papadopoli. Ti sono propriamente grato della tua letterina rendutami da Rangoni, e delle ricerche che hai fatte della edizione che io desiderava, e delle cose dette a Giordani in mio nome. Mi conforta infinitamente l'intendere da te e dalla Contessa, che tu stai bene. Ancor io sto bene (poichè tu me ne domandi), e procuro di divertirmi. Dei dialoghi, che vuoi che ti dica? Mancano ancora tre fogli a finir la stampa, e questi si aspettano d'ordinario in ordinario, ma non si veggono: la casa Stella è sottosopra per le nozze del primogenito. Come mai ti può capire in mente che io continui d'andare da quella puttana della Malvezzi? voglio che mi caschi il naso, se da che ho saputo le ciarle che ha fatto di me, ci sono tornato, o sono per tornarci mai; e se non dico di lei tutto il male che posso. L'altro giorno, incontrandola, voltai la faccia al muro per non vederla. Salutami di nuovo Giordani, e digli che, se la salute mi dura, sono determinato al tutto di rivederlo questa estate. Scrivimi qualche volta, caro mio Papadopoli, e dammi notizia de' tuoi viaggi, de' tuoi studi, de' tuoi pensieri. Voglimi sempre bene, e credimi ch'io te ne vorrò finch'io vivo. Addio, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di D.De Rossetti (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI DOMENICO DE ROSSETTI</hi>
               </byline>
               <dateline>Trieste 21 Maggio 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Chiarissimo Signore. Il saggio di volgarizzamento, ch'Ella per secondare il mio desiderio ebbe la bontà di fare e di spedirmi con sua lettera dei 2 del corr. Maggio, mi prova tutt'altro che quello fu suo intendimento di provarmi con esso. Io vi veggo fedeltà facilità e felicità di traduzione più che bastevoli a contentare qualunque schifiltoso. Ma posciacchè il suo genio vi repugna, sarei troppo indiscreto se osassi di persistere nella mia preghiera. Io La ringrazio pertanto del saggio favoritomi, e La prego di perdonarmi il tedio che anche questo solo potrebbe averle causato.</p>
            <p>Circa l'affare che in Milano Le avea raccomandato pel Marchese Antaldi, fu Ella bene informato per l'abboccamento ch'ebbi quest'anno seco lui a Bologna. Lo rividi poi anche a Pesaro, e giorni fa ebbi sue lettere; onde nulla più resta per doverle su questo argomento essere di incomodo. Non è però così riguardo al Conte Cassi, di cui godo sentire essere Ella cugino. Mi duole che questi non abbia trovato tempo per iscrivermi qualche cosa in riscontro del mio invito. Ma più assai mi rincresce il saperne adesso eziandio il suo rifiuto. Ed a questo inaspettato e certamente non lieve sconforto, mi sopragiunge quello ch'Ella mi dà intorno alle versioni del Perticari. La ragione ch'egli Le adduce della ora negata comunicazione di queste versioni, è misteriosa, e però tale da doverla rispettare senza altre indagini. Ma ciò non m'impedisce di farne le meraviglie. Io gli chiesi di volermi significare a chi possa rivolgermi per avere il volgarizzamento che Perticari fece di un'<hi rend="italic">egloga</hi> del Petrarca, che poi da altri riseppi essere la VIa. La vedova contessa Costanza mi fece scrivere che avea intenzione ella stessa di pubblicarla con altre cose inedite del defunto marito, e che perciò non potea compiacermi. Il Conte Cassi all'incontro parla di <hi rend="italic">Epistole</hi>, delle quali io nemmeno sapea essersi occupato il Perticari, e dice che il darle fuori sarebbe cosa di <hi rend="italic">manifesto pericolo per lui e per la sua famiglia</hi>. Io non so formarmi idea nè di quella contraddizione nè di questo pericolo; e però dovrò acquietarmivi appunto come bisogna fare circa tante altre cose onde non perdano il merito della misteriosità. Tuttavia s'Ella potrà procurare che il Sig.r Conte Cassi me ne illumini alquanto, seppure crede poterlo fare senza suo pregiudizio, Ella mi farà certamente cosa gratissima.</p>
            <p>In ogni caso mi onori di qualche riscontro, e si assicuri della stima con cui ho l'onore di professarmi Suo umil. o devot. servitore.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Monaldo L. (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI MONALDO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <dateline>Recanati, 22 Maggio 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio carissimo Figlio. Godo moltissimo di apprendere dalla cara vostra che state bene, e godo ancora che vi divertiate, come scrivete a Paolina. È vero che gli spettacoli e gli strepiti considerati in sè stessi non daranno piacere a voi, come non lo hanno mai dato a me; ma tuttavia non è male il concorrervi di quando in quando, e il pigliarli se non come diletto almeno come divagamento. I turbini e le burrasche non sono cose troppo piacevoli, ma chi sa cosa sarebbe dell'aria e dell'acqua, se non avessero quelle scosse.</p>
            <p>Il nostro signor Mazzanti partì, e partì di notte, rendendosi giustizia col temere che, partendo di giorno, il popolo lo accompagnasse coi fischi, e gli augurasse rotta di collo. È andato a Sassoferrato, il cui popolo e clero avevano fatto al Papa istanze formali per non averlo. Dicono che anderà presto a Roma, se <hi rend="italic">sponte</hi> o <hi rend="italic">spinte</hi> non so. Io non lo perderò di occhio. Ho saputo che prima del 1808, essendo Governatore di Gerano, luoghetto vicino a Tivoli, ne fu esiliato per satire fatte contro una famiglia principale. Se casualmente sentiste di lui qualche aneddoto, raccoglietelo. Costui si promulgava qui avvocato presso il Tribunale di Appello di Bologna, e al coperto di questa qualifica si faceva pagare a rigore di tassa da chiunque ricorreva da lui per quattro parole. Se di questa sua avvocatura e dei diritti annessivi poteste sapere qualche cosa, mi piacerebbe.</p>
            <p>La marchesa Roberti vi ritorna i suoi saluti. Setacci, che sta qui e torna costà a momenti, mi dice che in Bologna molti muoiono etici, perchè per la roba degli etici non si usa riguardo alcuno. Vi serva dunque per essere cautelato. Molti vi salutano, ed io renderò a tutti i saluti vostri. Noi stiamo bene. Abbiatevi riguardo, e vi abbraccio e vi benedico con tutto il cuore. Il vostro affezionatissimo Padre.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.F.Stella (1827)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO FORTUNATO STELLA - MILANO.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 23 Maggio 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico carissimo. Le ritorno oggi il nono foglio delle <title>Operette</title>. Col seguente ordinario rimetterò il decimo. Ricordo, che le Note mi bisogna rivederle in filoni.</p>
            <p>Madama Padovani è qui ancora. Essendo morto il suo e mio albergatore, ha mutato alloggio; ed io non l'ho veduta dopo il mio ritorno; ma so che sta bene.</p>
            <p>Io abito alla <hi rend="italic">Locanda della Pace,</hi> sul <hi rend="italic">corso,</hi> o <hi rend="italic">Strada Stefano</hi>. E se Ella vuole, in questo medesimo albergo le farò preparare l'alloggio: una o più camere, secondo che Ella m'indicherà.</p>
            <p>La prego di avvertire il suo Uffizio, che io mi trovo a Bologna, non più a Recanati. La sua ultima, che ho ricevuta dal signor Moratti, era indirizzata a Recanati; e l'aprile del <hi rend="italic">Ricoglitore</hi> mi fu spedito là, e di là l'ho ricevuto.</p>
            <p>Sono sempre più impaziente di riabbracciarla, e vo contando i giorni. I miei complimenti alla sua famiglia e allo sposo. La saluto con tutto il cuore, e le auguro un viaggio ed arrivo felicissimo. Il suo cordialissimo amico e servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Grassi (1827)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIUSEPPE GRASSI - TORINO.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 23 Maggio 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Chiarissimo Signore. Poche cose possono riuscirmi così care, come mi è riuscita la sua gentilissima lettera dei 24 di Aprile, dalla quale ho conosciuto quell'affettuosa memoria che Ella serba di me. Le ne rendo grazie senza numero e senza fine; come anche me le professo gratissimo della conoscenza che Ella mi ha proccurata del Sig. Abate Leone; uomo singolarmente colto e gentile, e degno dell'amicizia sua: col quale avrei desiderato potermi trovare più lungamente, ed avere occasione di servirlo, secondo la mia facoltà, in qualche cosa. E qui ed altrove, spesse volte, io aveva domandato notizia di Lei a chiunque mi era occorso che paresse doverne sapere; ed era stato informato di quel che Ella ha avuto a soffrire dalla fortuna. Non ardisco prendere a consolarla: so che la fortezza del suo animo è uguale alla malignità della sorte: della quale, non meno di Lei, hanno a dolersi i buoni Italiani, essendo stati privati finora per lungo tempo del frutto de' suoi studi e della sua dottrina. Poichè Ella mostra desiderare il conforto dell'amicizia, io le giuro che l'amicizia mia verso di Lei (se però l'amicizia mia val nulla) sarà sempre ferma e calda, come è ferma quella stima che meritano l'ingegno e le virtù sue, e che io le ho da gran tempo. Ella mi conservi l'amor suo; e se alcuna volta mi porgerà occasione di mostrarle coi fatti quello che io le porto, mi farà la cosa più grata che Ella mi possa fare dopo l'amarmi.</p>
            <p>Sono e sarò sempre con tutto l'animo suo, Chiarissimo Signore, devotissimo obbligatissimo servitore G. Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.F.Stella (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
               <dateline>Milano 26 Maggio 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico amatissimo. Col foglio delle <title>Operette</title> ho ricevuto pure la carissima sua del 23. Per le <hi rend="italic">Note</hi>, faccia pure tutti que' cambiamenti ed aggiunte che più le piacciano, non guardando che sieno in filoni, o in pagine.</p>
            <p>Per l'avvenire i quaderni del <hi rend="italic">N. Ricoglitore</hi> verranno a Bologna. Se alla mia partenza sarà pronto quel di Maggio, il porterò meco.</p>
            <p>A me basta una camera, perchè son solo, purchè sia nell'albergo ov'Ella si trova, e se si può, anche nel medesimo piano.</p>
            <p>Non minore alla sua è la voglia mia d'abbracciarla. Spero che seguirà questo tra il 7 o l'8 del prossimo. Intanto l'abbraccio col cuore, salutandola anche in nome di tutta la mia famiglia. Il suo vecchio cordiale amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1827)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 1 Giugno 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Carissimo Signor Padre. Rispondo tardi e brevemente alla cara sua del 22 Maggio, perchè il solito mio male degli occhi mi dà fastidio più del solito, e scrivo con molta fatica. Del resto, grazie a Dio, sto bene. Qui abbiamo una perfetta estate. A momenti la informerò di quanto Ella mi ricerca intorno al Governatore, il quale per quel che ho potuto sapere fin qui, non è nel numero degli avvocati addetti a questo tribunale di appello. La ricetta del <hi rend="italic">latte-e-mèle</hi> è molto semplice perchè consiste in fior di latte o panna, gelatina non salata, e zucchero a piacere. Ma il principale consiste nella manipolazione della quale mi hanno fatto una descrizione assai lunga e tale che io non so se la saprei riferir bene. Quando poi mi riuscisse di darla ad intendere, nondimeno non credo che la esecuzione corrisponderebbe; perchè vedo insomma che tutto l'affare consiste nella pratica e nell'abilità manuale del cuoco. Mi hanno assicurato poi che in questa stagione sarebbe impossibile che il piatto riuscisse bene; e in fatti, adesso non si fa neppur qui. Mille tenerezze alla Mamma e ai fratelli. Le bacio la mano e, chiedendole la benedizione, mi ripeto con tutto il cuore suo affettuosissimo figlio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Paolina L. (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PAOLINA LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>[Recanati] 10 Giugno 1827.</date>
            </opener>
            <p>Caro Giacomuccio mio! Dopo avere stentato e pregato non si sa quanto per poter scriverti appiedi della lettera di Babbo, e sempre inutilmente, mi pare ora di vedere ch'egli non si prenda molto pena di scriverti, e credo che non lo abbia fatto nemmeno dopo l'ultima tua, della quale non mi ricordo la data, ma parlava del modo di fare il <hi rend="italic">latte-e-miele</hi>. Dietro tutto questo avrai questa mia con solo il mio carattere, e non so se tu ti curi di avere le mie lettere, o t'importi molto di non averne; ma suppongo che ti farà alla fine un poco di pena se passeranno molti ordinari senza una nostra parola, che sarebbe forse segno di qualche disgrazia. Ed io smanio di avere un poco nuove di te, cui voglio tanto bene, ma tanto tanto; e tu sei certo la sola persona la di cui memoria mi è dolce in sommo grado, ed a cui penso sempre con una compiacenza, con un amore infinito, e senza alcuna mescolanza di dolore o di rammarico, eccetto che per la tua lontananza...; ma non posso lamentarmi nemmeno di questo, poichè è il tuo bene. A quest'ora deciderai di andare o no a Firenze, poichè avrai veduto Stella, con il quale spero che sarai rimasto d'accordo. Manco male che vai al teatro, e ti diverti, e senti la Mariani, l'incanto di Carlo. Ma sai che la cosa è un poco impertinente, di non essere voluto mai venire a sentire la nostra Opera in questo Carnevale, e costì andarci fino dalla prima recita? Abbiamo avuto per qualche giorno Setacci, il quale, nè ti aveva veduto, nè sentito parlare di te; anzi era con un prete di Bologna, al quale Pietruccio domandando se ti conosceva, o aveva sentito nominarti, egli richiese se tu eri andato in collegio per studiare!</p>
            <p>Se ti servisse il sapere che Setacci tornerà qua verso la fiera di Sinigaglia, sappilo pure. Tutti ti salutiamo assai, e Mamma ancora, che sta a letto da una settimana per quel callo maledetto, di cui parlava anche quando tu eri con noi; il quale ora gli si è inasprito e suppurato, e però è necessario, se vuol guarire, di stare a letto. Ora non le dà gran dolore; solo una febbre ha avuto, cagionata da qualche ora di spasimo, ma speriamo che prestissimo potrà alzarsi, ed essere guarita. Avrai sentito anche costì il romore del teatro di Ancona, il quale ormai hanno veduto tutti i Recanatesi, non eccettuati i miei fratelli. E anche a Babbo, se non fosse stato tanto impicciato nella sua gonnella, era venuta voglia di andarci; ma niente.</p>
            <p>Salutami un poco le giovani Brighenti, e Angelina. Ti serve più quest'ultima? Non ce ne hai detto una parola da anno passato in poi. A momenti arriva da Roma la figlia di Zio Carlo, Clotilde, che viene a respirare l'aria nativa per guarirsi dai suoi malanni. Così, per una curiosità, se hai veduto e sentito nominare a caso Roccetti che fosse costì, dimmelo un poco. Che se non puoi dirmi di averlo nè veduto, nè sentito nominare, non me ne far motto, chè è inutile. Si dice ch'egli sia costì in una Compagnia comica, e si dice che faccia il carabiniere, dopo avere dato sacco alla roba sua.</p>
            <p>Mucciaccio mio, sta' bene, ed amami. Addio, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>[Firenze] 14 Giugno [1827].</date>
            </opener>
            <p>Mio caro. Conto le ore con impazienza e i momenti, finchè venga l'ora che io ti veda e t'abbracci. Ma come non vien teco Brighenti? La mia casa è vicina a San Lorenzo, e alla parte posteriore del Palazzo Riccardi, in via del Bisogno al principio. Troverai tre gradini innanzi la porta; proprietario è l'Ingegnere Andreini. Entrando, vedrai a piè della scala, al lato sinistro, una porticella, e tirerai il campanello. Per alloggiare ti consiglio l'albergo della <hi rend="italic">Fontana</hi>, al mercato del grano, piucchè vicinissimo a <hi rend="italic">Palazzo Vecchio</hi> che è sulla Piazza del Granduca. Potrei indicarti albergo più vicino a me, e più splendido (cioè più dispendioso). Ma questo non è poi lontano; per la quiete, bontà de' padroni, modicità di prezzo non conosco l'eguale. Smontando cerca subito di parlare alla padrona, una gentil Senese; dille che sei venuto da lei per mio consiglio; e che tra poco mi vedrà teco. Non le parlo prima, per lasciarti libero l'andarci o no. Ma credo certo che ne sarai contento; come io che l'ho provato più volte, e Dodici che io vi condussi, e chiunque altro ci capita. Oh con che smania aspetto di esser teco, mio caro Giacomino! Con quanto amore ti desidero! Qui vidi Papadopoli; e si parlò infinitamente di te.</p>
            <p>Di' a Brighenti che saluto lui e Marina e le figlie: che mi duole se non l'ho da vedere: che lo ringrazio della sua lettera di ieri: che sono inquietissimo per le lettere di Vicini: che mi faccia grazia di scrivergli un biglietto a mio nome, dicendogli che io gli scrissi brevemente il 31 Maggio, mandandogli l'Iscrizione per sua moglie: che il 29 gli avevo scritto molto lungamente, dirigendola a quel Signore, come mi aveva raccomandato don Gioachino Muñoz. Ma la seconda lettera, per la sua brevità, credetti non ci fosse pericolo a mandargliela direttamente. Io son molto inquieto di ciò: e non vorrei che la malevolenza avesse rapito le lettere. Di' a Brighenti che, se vuol darmele, prenderò sei copie dei due volumetti nuovi, e tre copie del 14 perchè non ne ho. Può consegnarle a te; se pure (e dillo liberamente) non ti grava il portarle. Salutami cordialmente la Nina e suo fratello. Io t'abbraccio con tutta l'anima senza fine. Oh come vorrei che tu fossi già qui. Addio addio.</p>
            <p>Di' a Brighenti che delle Iscrizioni gliene ho mandate non due, ma tre; per la Vicini, per Dante, per la Nanni; e prima un'altra, per la Toschi, e una per Calbetti.</p>
            <p>La più vicina locanda (che io sappia) sarebbe la <hi rend="italic">Nuova York</hi>; albergo signorile; ma non te lo consiglio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Papadopoli (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO PAPADOPOLI</hi>
               </byline>
               <dateline>di Milano adì 15 di Giugno del 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio carissimo Giacomo. Credo inutile il dirti che sono caduto e che ho sei ferite nel volto, perchè stimo che la Contessa ti avrà ragguagliato di ciò che disgraziatamente mi occorse a pena giunto a Milano; adesso nondimeno incomincio a migliorare, e tosto ti scrivo, mio amicissimo.</p>
            <p>Del mio viaggio non so che dirti, eccettochè Genova mi piacque e Torino mi pare troppo uniforme. Ierisera ho parlato molto di te col Maffei, il quale va innamorato della Canzone che scrivesti alla tua Donna, e che nel vero è un miracolo di bellezza e di amore. L'Ambrosoli scrisse un articolo sulla tua traduzione di quella orazione Greca; il leggerai nella <hi rend="italic">Biblioteca Italiana</hi>. È uscito il Romanzo del Manzoni, del quale se ne dicono diverse ed infinite cose. Pare che sia molto inferiore all'aspettazione. Io non lo lessi. Il Maffei manda alle stampe una traduzione della <hi rend="italic">Sposa di Messina</hi> dello Schiller. L'avere inteso che lo Stella è a Bologna mi fa pensare che tu sia sul partire per Firenze; ma mi ti raccomando perchè tu non dimentichi la impromessa che mi facesti di venire a Venezia, la quale contuttochè povera d'ogni bene al certo saprà amarti e riverirti. Dimmi se tenesti fermo di non andare da quella Signora. Ho buona speranza che sì, nulladimeno mi sarà caro che tu me ne faccia certo. Da qui a un venti giorni parto alla volta di Venezia. Se posso operarmi in tuo servigio scrivimi, e sii certo che nessuno ti ama con maggior pienezza di affetto del tuo P.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Paolina L. (1827)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PAOLINA LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 18 Giugno 1827].</dateline>
            </opener>
            <p>Paolina mia. Ti ringrazio propriamente di cuore della tua dei 10, senza la quale sarei stato veramente in pena, non avendo nuova di casa. Non lascia di disturbarmi quello che tu mi scrivi di Mamma. Spero, e prego Iddio, che a quest'ora sia guarita affatto; ma tu fammelo saper subito per amor di Dio. Mi scriverai a Firenze, per dove parto, se a Dio piace, domani, dopo aver veduto Stella, e combinati i nostri affari insieme. Bacerai le mani per me a Babbo e a Mamma, e li pregherai a darmi la loro benedizione. A Carlo, a Luigi, a Pietruccio dirai per me tutto quello che saprai dire e pensare. Da Firenze scriverò poi più quietamente. Le Brighenti ti salutano, e così Angelina, la quale mi ha prestato molti servizi dopo il mio ritorno, come per l'addietro. Come vuoi tu che Setacci e un Prete suo compagno avessero sentito parlare dei fatti miei? - Tu sai, Paolina mia cara, se io t'amo, e quanto. Scrivimi, e dammi le nuove di casa, e di tutti voi altri, e di Mamma in particolare, subito che avrai la presente. Addio, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1827)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 23 Giugno 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Carissimo Signor Padre. Partii da Bologna ai 20, e il giorno seguente, la mattina, arrivai a Firenze, dopo un viaggio ottimo. Non so quanto mi tratterrò. Il non poter uscir di casa di giorno per la flussion d'occhi, che mi molesta costantemente, mi dà molta malinconia e m'impedisce di conoscere la città; nella quale veramente non godo nulla. Sono obbligato a rifiutare tutti gl'inviti che mi vengono fatti, e la gran festa fiorentina di domani (giorno di San Giovanni Battista) sarà per me un giorno feriato. Gli altri avranno corse di bighe, corse di barberi dei primi d'Italia, fuochi artifiziali, che costano non so quante migliaia, ec. Faccia, la prego, i miei saluti più teneri alla Mamma e ai fratelli. Sono impaziente di sentire che la Mamma sia perfettamente guarita del piede. Le bacio la mano con tutta l'anima, e le chiedo la benedizione. Il suo amorosissimo figlio Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Brighenti (1827)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO BRIGHENTI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 23 Giugno 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Brighenti. Ebbi un viaggio ottimo, come ti avrà scritto D. Luigi, il quale pregai di salutarti a mio nome, non potendo io scriverti Giovedì, per questo brutto mal d'occhi, che in vece di migliorare peggiora. Ho veduto Vieusseux, e l'ho salutato a tuo nome, dicendogli dei libri che tu mi consegnasti per lui, e che gli porterò. Giordani si è molto maravigliato dell'affare che ha inteso da me, e desidererebbe di saperne l'esito in compendio. Non gli ho parlato ancora della Proposta, perchè non ho trovata una mezz'ora da potergli parlare con tutto agio, come voglio fare; ma la troverò certo, perch'egli è da me mattina e sera. Del resto io vivo molto malinconico per questo mal d'occhi, che mi obbliga a rifiutare tutti gl'inviti che mi vengono fatti, non potendo uscire di giorno. Oggi abbiamo, come sai, la vigilia del gran San Giovanni, e domani la festa: io non vedrò nulla, e me ne dispiace. Salutami infinitamente la tua cara famiglia. Amami, ch'io t'amo con tutto il cuore, e sono pienissimo di gratitudine a tante e tante seccature che ti sei prese per causa mia. Addio addio, ti abbraccio. Il tuo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Brighenti (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO BRIGHENTI</hi>
               </byline>
               <dateline>Bologna 25 Giugno 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio amoroso Giacomo. Quanto mi affligge l'aver inteso dalla cara tua del 23 che il tuo mal d'occhi continua! E secondo quello che tu mi dicevi, io sperava che si fosse diminuito. Avendo ieri veduto a caso il professore Orioli, e seco parlato del tuo incomodo, mi disse essere persuaso che troverai Firenze ugualmente minore della aspettazione, sia quanto al poterti giovare alla malattia degli occhi, e sia quanto a tutto il rimanente: perchè relativamente agli occhi mi aggiunse che l'aria di Firenze essendo umida, e spesso mossa da un venticello fresco, essa era veleno agli occhi indeboliti. Se ciò fosse, mio caro, ti prego a ritornartene al più presto, anche perchè sei pur desiderato da' tuoi amici (in ispecie da Tommasini che mi ha fatto cercare le tue nuove), e più di tutto da me che ti ho in conto del mio migliore conforto e maestro.</p>
            <p>Ho avuto il quaderno dell'<title>Antologia</title>, nel quale doveva essere un articolo sul Monti, e non vi è nulla. Così debbo contentarmi delle due righe poste negli annunzi bibliografici del fascicolo precedente, le quali due righe mancano delle cose più sostanziali, e non sono tutte vere. A Milano e a Lugano, senza che io ne cerchi, sono stati inseriti interi i miei Manifesti, ma l'<title>Antologia</title> si sarebbe avvilita a farlo. Essa ha un'invincibile antipatia per i libri veramente buoni e utili! E difatto i lodatori della Palli e della Pordoni hanno da avere le opere di Monti per la più alta sciocchezza del mondo! Scusa lo sfogo, e sopratutto ti prego bene a non dirne il minimo che con Vieusseux. Già il suo articolo non verrebbe più a tempo, e poi io godo assai che rimanga, fra gli altri, questo solenne titolo per tenermi distaccato da lui, e non aver più da vederlo, tenendolo per un uomo degnissimo di questo secolo, ecc., e non avendo io nè volontà nè motivo di far buon viso a chi non istimo.</p>
            <p>Vorrei, caro Leopardi, soddisfare al desiderio di Giordani, scrivendovi a lungo della sospensione delle sue opere: ma poco ho da dirne; il qual poco basterà forse. Arrivato in questa Dogana il pacco de' suoi volumi XV e XVI, il Sinedrio risolse di promuovere una sospensione. L'Arcivescovo acconsentì, e la sospensione dura ancora, e siamo ai 15 giorni. Io mi sono abboccato con Mezzofanti, col Cancelliere dell'Arcivescovado, col suo Vicario generale e coll'immortale latinista Ferruzzi (Egli stampa Ferrucci, per imitare <hi rend="italic">Collenuccio</hi>, ecc.). Dicono che oggi andrà una nuova Consulta de' Revisori all'Arcivescovado, e dimani sarà deciso. Non credo che dimani si deciderà; ma se mai si decidesse, i dati che ho raccolto, massime da Mezzofanti mi fanno supporre che la decisione sarà di proibire l'introduzione nello stato di qualunque opera del Giordani. Mi confermo che il Sinedrio è molto inquieto sul conto del Giordani, e non sono valute le mie migliori ragioni a togliere le impressioni sinistre. Questo impensatissimo accidente è una mia decisa ruina. Io non posso più lusingarmi in altro se non che la opinione de' buoni si starà ferma in mio favore, conoscendo che il mio precipizio nasce da impero stranissimo di potenze, che io non ho facoltà di rimuovere. Certo mi sono disposto da questo momento a fare un po' di strepito, perchè almeno si salvi l'onore, quando è inevitabile di veder sagrificato l'interesse. Ma di ciò v'informerò mano mano.</p>
            <p>Salutami tanto tanto Giordani, e lo riverisci da parte di mia famiglia, la quale m'impone di far teco il simile. Dì a Giordani che giorni sono mi abbattei con la Marina Giannotti, la quale m'incaricò di salutarlo, e di fargli sapere che le molte sue brighe le hanno impedito di scrivergli.</p>
            <p>Tu poi mi ama, e non mi fare ringraziamenti. Devi essere persuaso che il mio piacer sommo sarebbe quello non solo di prestarti qualche piccolo servigio, ma di renderti tutto quel tributo maggiore di riverenza e di affetto che mostrano i fatti grandi e degni de' tuoi pari.</p>
            <p>Mi ti raccomando per quei consigli sulla <hi rend="italic">Proposta</hi>. Addio, carissimo, addio. Non lasciare di ricordarti che qui ti aspetta il tuo affettuosissimo amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Maestri (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ADELAIDE MAESTRI</hi>
               </byline>
               <date>[Bologna] Ai 25 Giugno 1827.</date>
            </opener>
            <p>Egregio Sig.r Conte. Il motivo per cui le scrivo si è veramente per pregarla a darci sue nuove. Pur troppo ho inteso ch'Ella ha sofferto assai in questo suo viaggio. Questa nuova ha fatta maggiore nel mio animo la malinconia: non già quella che si fa compagna alle persone di dilicato sentimento, e le conforta nella quiete di una dolce solitudine, ma quella che ci riempie d'inquietudine, e ci disgusta d'ogni cosa. E come potrebbe essere diversamente? bisognerebbe ch'io conoscessi meno le rare doti della sua mente e del suo cuore, se io dovessi non sentir profondamente ciò che l'affligge o l'offende. Immagino ch'Ella non potrà neppure occuparsi; perchè so per esperienza, che la poca salute non permette di pensare, non che di fare, e questa sarà certamente cosa assai penosa per Lei. Io pure avrei ragione di dolermi forte colla fortuna; ma nulla vale il lagnarsi. Ciò che può unicamente recare qualche conforto, si è la speranza di un migliore avvenire. Oh faccia pure il cielo che volgano una volta giorni felici per noi, e che il loro corso non sia così barbaramente turbato com'è stato finora! Ci consoli Ella frattanto col darci buone nuove della sua salute. Tutta la mia famiglia la aspetta con impazienza. Oh Ella è pur tante volte, nè avrà difficoltà a crederlo, il gradito argomento della nostra conversazione! quante volte non richiamo io le belle serate che si sono passate insieme! le quali, forse, non potranno ripetersi più, se Ella non torna da queste parti. E potremo noi sperare ch'Ella vi tornerà? Allora avrei molte cose a dirle intorno al modo di dare certe notizie.... ma parliamo d'altro. Se Ella ci scrive, come spero, non parli di queste poche righe ch'Ella avrà ricevute da me. Quando potrò aver la fortuna di rivederla, a voce potrò dirle il motivo. Non le dico neppure di salutare Giordani, giacchè questa lettera non deve esistere. Che cosa avrò io mai scritto? sono le tre dopo la mezza notte, e ho scritto con forte male di capo. È una vera temerità l'inviarle una lettera scritta così male, e mi pare che sarebbe miglior partito quello di gettarla nel fuoco; ma intanto come avere le sue nuove? Ci conservi la sua amicizia e mi creda Sua obbl.ma Serva ed Amica.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.F.Stella (1827)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO FORTUNATO STELLA - MILANO.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 26 Giugno 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed amico amatissimo. Sono qui da tre o quattro giorni, impaziente di ricevere delle sue nuove, e di sentirla ritornata a Milano felicemente. Giordani, col quale si è parlato molto di Lei, m'incarica di salutarla da sua parte. Io vo conoscendo a poco a poco questi letterati fiorentini, o stabiliti in Firenze, i quali mi usano per verità, molte gentilezze. Spero di poterle presto mandare la prefazione della Crestomazia, scritta sul piano di cui convenimmo insieme. Sentirò con piacere che giudizio sia stato fatto di essa Crestomazia, se Ella l'ha mostrata per avventura a qualche letterato nel suo viaggio. La prego dei miei complimenti e saluti affettuosi alla sua famiglia. Desidererei che nel poco tempo della sua dimora in Bologna, si fosse tanto confermata la sua benevolenza verso di me, quanto è cresciuta l'affezion mia verso le sue virtù. Non parlai a Costa del lavoro sopra il Cinonio, perchè seppi con certezza da' suoi intimi amici che egli è divenuto ora così pigro, che sarebbe quasi impossibile indurlo ad assumere una lunga fatica. Brighenti e Don Luigi Masi restarono innamorati di Lei. Credo che a quest'ora le avranno scritto. Io l'abbraccio con tutta l'anima.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Paolina L. (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PAOLINA LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>[Recanati] 27 Giugno 1827.</date>
            </opener>
            <p>Caro Muccio. Eccoti finalmente a Firenze! Tutti noi ce ne rallegriamo con te, e ci congratuliamo per questo tuo nuovo soggiorno, che ti riescirà certo molto grato ed ameno; ma, per carità, dicci un poco qualche cosa, che diavolo fai, che diavolo pensi. Noi non sappiamo nulla dei fatti tuoi, non sappiamo cosa hai combinato con Stella, se ti dà più di prima, se lavori più per lui, e moriamo di voglia di saperne qualche cosa; ma tutto è inutile, chè tu non potrai certo scriverlo. Attendiamo intanto con impazienza la tua prossima lettera da costì, scritta con più <hi rend="italic">quiete</hi>, come ci prometti; ma io credo che la quiete non basterà, poichè mancherà la voglia. Mamma, che ti saluta tanto tanto, sta assai meglio. Dal giorno 2 in poi non è più uscita, ed è stata in letto due settimane, quasi sempre senza dolore, ma senza poter posare il piede a terra, adesso poi la piaga si è chiusa, e non le è rimasto che del gonfiore alla gamba ed al piede, proveniente forse dalla inoperosità in cui è stata sì lungo tempo. Essa ti ringrazia del tuo amore, e desidera con noi di sapere precisamente se ti trovi bene di salute, e se ti ha tormentato più quel male che portasti da Bologna. Se non ti dispiace, o Giacomuccio mio, fa immensi saluti a mio nome a Giordani, immensi ed affettuosi. Immagino che lo vedrai ogni momento, e che non ti stancherai di stare insieme; ma, per carità, non dargli gelosia con farti amico di qualche altro Papadopoli. Spero che non farai il torto a Persiani di non sentire la sua nuova opera, il <hi rend="italic">Danao</hi>, di cui la <hi rend="italic">Gazzetta di Firenze</hi> ne fa tanto elogio. Ci dirai poi se è vero tutto questo entusiasmo. Morici ha stampato questo articolo della <hi rend="italic">Gazzetta</hi> e diffuso <foreign lang="lat">gratis</foreign>. Quante cose belle vedrai! quante ne sentirai! Credo che ti tratterrai molto costì, e non so fissare in nessuna epoca, ancorchè lontana, il momento in cui ci rivedremo. Pure, per non dimenticarmi, ti prego fino d'adesso a provvederti di qualche cosa odorosa per provvedermene poi, perchè sarebbe cosa vergognosa il non prendere odori a Firenze; e già a quest'ora andrai tutto profumato, non è vero? Addio, Muccio mio. Se sapessi quanto ti voglio bene!</p>
            <p>Ferdinando Prosperi morìo.</p>
            <p>Carlo e gli altri ti salutano, ti abbracciano; ed io non voglio essere da meno di loro, onde ti abbraccio anch'io, e ti saluto. Mamma si raccomanda a te, affinchè gli trovi qualche bella e ricca ragazza. Pochi ordinari sono ricevessimo per la posta, diretta a te, lettera di Sonzogno, di avviso della morte del padre ec. Il bello è che era stata diretta a Parigi! Nella <hi rend="italic">Gazzetta di Lugano</hi>, penultima che io ho letto, in data di Baviera, dice che Bunsen è stato fatto Ministro residente alla Corte di Roma. Se questo è vero, e se si deve credere a quella <hi rend="italic">Gazzetta</hi>, te lo scrivo per fargliene complimenti, se vuoi. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.F.Stella (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
               <dateline>Milano 30 Giugno 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Amico amatissimo. Godo sentirla giunta felicemente in Firenze; anche il resto del mio viaggio è stato felice. La prefazione di cui Ella mi scrive e che sento prossima ad esser compiuta, potrà mandarmela in plico di lettera, se è cosa da lettera; diversamente potrà consegnarla a codesto signor Giuseppe Molini, da cui riceverà la presente. Ella sa ch'è il Bibliotecario di S.A.I. Ora sappia ch'egli è uno dei più cari amici ch'io m'abbia, al quale può credere che non ho mancato di scrivere di Lei quel che si conveniva. Probabilmente le farà qualche contamento, del quale si compiacerà dar avviso all'amico Moratti perchè si regoli negli assegni mensili.</p>
            <p>Non posso dirle il giudizio d'altri sulla <title>Crestomazia</title>, perchè non si vedrà che quando sarà stampata. Non dubito punto della generale approvazione.</p>
            <p>Il signor conte Antonio Papadopoli non l'ho trovato a Venezia perchè era qui, e qui oggi appunto ho avuto il piacere di fare la sua personale conoscenza. Graziosissimo giovine e degno d'amore per ogni titolo. Può credere che la maggior parte del discorso è caduto sopra di Lei. Si lusinga ch'Ella vada a passare l'inverno a Venezia: del che sarebbe oltremodo contento. Il clima nell'inverno è piuttosto buono; ed io mi ricordo d'averne passati alcuni senza esser mai andato al fuoco.</p>
            <p>Ella ha fatto bene di non parlar del <title>Cinonio</title> al signor Costa.</p>
            <p>Il Brighenti e don Luigi son buone persone, e forse con occhio di troppa bontà mi han giudicato.</p>
            <p>La mia Casa ha spedito al Brighenti per Lei la <hi rend="italic">Galleria del Mondo</hi>, il cui prezzo è lire due italiane nette. Vi ha aggiunto sei copie delle <title>Operette morali</title> in carta comune, e il vol. 3° delle <title>Lettere</title> di Cicerone.</p>
            <p>Col mezzo del detto signor Molini la mia Casa manderà a Lei una copia intonsa del <hi rend="italic">Petrarca</hi> in carta rosea coll'intitolazione a Clio, unica con questa intitolazione: onde se ne può far regalo a qualunque monaca. Un'altra copia sarà in carta velina. Di queste non sono state tirate che sole dieci copie. Delle <title>Operette morali</title> poi altre 4 copie in carta comune e due in carta velina. Se ne vorrà delle altre, mel dica con tutta libertà.</p>
            <p>Tutti i miei la riveriscono di cuore, ed io l'abbraccio teneramente. Il suo vecchio cordiale amico e servo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Monaldo L. (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI MONALDO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <dateline>Recanati, 2 Luglio 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio carissimo Figlio. Mi amareggia infinitamente il conoscere che avete gli occhi ammalati, e temo che lo siano più di quanto mi accennate. Forse avete fatto male viaggiando, e viaggiando rapidamente con questo incomodo. Iddio voglia che la prima vostra, la quale attendiamo solleciti, ci rechi il vostro miglioramento. La Mamma vostra grazie al Signore è guarita, ed è sortita di casa sono già cinque giorni.</p>
            <p>Io sto penando, e perdendo tempo e pazienza per ribattere i colpi tiratimi senza pietà dal nostro Mazzanti nella nota sua <hi rend="italic">Revisione</hi>. Questo ubriaco ha raccolto dei sassi alla rinfusa e li ha tirati, colgano dove si sia; ma è sempre una miseria il doversi ricoprire dai colpi dei furiosi. Sono alli due terzi del lavoro, che importerà in tutto quaranta fogli di scrittura, e cento cinquanta documenti. Spero che ne anderà smaccato ben bene, ma frattanto esso ha la compiacenza di farmi faticare un mese; sicchè non può dolersi se io ho quella di sentirlo in Sassoferrato a fare il bigotto. Quel clero che lo conosceva, scrisse antecedentemente al Papa supplicando per non averlo, ed ora egli fa il santo per ottenere che il clero domandi la sua permanenza. Chi sa che per le sue buone opere non tocchi anche ad esso il martirio di Ferraù?</p>
            <p>Addio, mio caro Figlio. La Mamma e i fratelli vi salutano caramente. Abbiatevi cura; scrivete poco, se così domandano gli occhi vostri, ma spesso, poichè una riga non può nuocervi, e serve a noi di molto conforto. Addio addio. Vi abbraccio e domando per voi al Signore mille benedizioni. Il vostro affezionatissimo Padre.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Papadopoli (1827)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO PAPADOPOLI - MILANO.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 3 Luglio 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio carissimo Antonino. Dalla Contessa intesi della tua disgrazia, con gran compassione e dolore. Mi consola l'intendere che tu stai meglio, e il parlare spesso di te con Giordani e cogli altri tuoi amici e conoscenti di qui, dai quali sei stimato ed amato assai. Forse a quest'ora avrai potuto vedere lo Stella, il quale credo già ritornato a Milano. Io sono qui da due settimane, trattato con molta gentilezza dai Fiorentini, ma tristo per la cattiva salute, e in particolare per la malattia degli occhi, la quale mi costringe a starmene in casa tutto il dì, senza nè leggere nè scrivere. Non posso uscir fuori se non la sera al buio, come i pipistrelli. Starò qui tutta l'estate; l'inverno a Pisa, se io non mi sentirò troppo male; nel qual caso tornerò a Recanati, volendo morire in casa mia. Non so perchè vogli dubitare della mia costanza in tenermi lontano da quella donna. Quasi mi vergogno a dirti che essa, vedendo che io non andava più da lei, mandò a domandarmi delle mie nuove, ed io non ci andai; che dopo alcuni giorni, mandò ad invitarmi a pranzo, ed io non ci andai; che sono partito per Firenze senza vederla; che non l'ho mai veduta dopo la tua partenza da Bologna. Dico che mi vergogno a raccontarti questo, perchè par ch'io ti voglia provare una cosa di cui mi fai torto a dubitare. Certo che la gioventù, le bellezze, le grazie di quella strega sono tanto grandi, che ci vuol molta forza a resistere! Se vedi l'Ambrosoli, fammi grazia di salutarlo tanto da parte mia. Ancora non ho letto il suo articolo, perchè non posso leggere; ma me ne hanno parlato. Abbiti cura, e dammi nuove di te. Io desidero sommamente di rivederti a Venezia, ma la mia salute quando mi concederà di viaggiare? Pur non dispero di venir a trovarti quest'altr'anno, di primavera. Voglimi sempre bene. Sai quanto te ne voglio io. Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Brighenti (1827)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO BRIGHENTI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 3 Luglio 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio carissimo Brighenti. Rispondo alla tua amorosissima 25 Giugno. I miei occhi stanno sempre male, e senza speranza per ora. Io vivo, come puoi credere, molto malinconico, non ostante le molte gentilezze usatemi da questi letterati; tra i quali, tutti i primarii, compreso Niccolini, (non potendo io uscire di giorno) sono venuti a trovarmi. Giordani è sempre meco, e si parla di te ogni giorno. Farai molta grazia a lui ed a me se ci terrai informati del successo dell'affare relativo a' suoi due volumi. Abbiamo discorso maturamente della Proposta. Giordani è di parere che l'ordine dell'opera non si debba alterare in niun modo, e che tu la dia tal quale sta nell'edizione di Milano, non ostante la sua molta confusione, alla quale si rimedierà coll'indice delle voci. Sai che ancor io inclinava a questa opinione. Se vorrai tirar delle copie separate dei Dialoghi, lo potrai fare nello stesso modo, mutando solamente la impaginatura ec. Loda molto poi Giordani il tuo proposito di dare in via di note le osservazioni uscite finora sopra quell'opera. Ti avverto di una cosa. Finchè io sono in Firenze, o non mi dar commissioni per Giordani, o scrivi in modo che tutta la lettera sia ostensibile a lui. Perchè appena Giordani sa che tu mi hai scritto, vuol vedere la lettera. Se io dico di non poterla mostrare, gli fo nascere mille sospetti. Salutami tanto Don Luigi, e domandagli da parte mia se ha egli mai conosciuto in Firenze un Bacci di Civitanova, antico militare del Papa, che ha una figlia che suona il pianforte; e se la sera innanzi che partisse di qua, è stato in casa di questo tale. Domando questo, perchè è venuto da me due volte uno, sotto il detto nome, raccontandomi tutte queste cose, lodando a cielo la mia famiglia, e domandandomi dei danari. Io l'ho creduto e lo credo un impostore. Avrei caro di sapere se le Tommasini sono ancora in Bologna, o partite per Parma; e se hai lettere di Stella. Mille e mille saluti alla tua cara famiglia. Amami come io t'amo con tutto il cuore. Addio, addio. Il tuo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Brighenti (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO BRIGHENTI</hi>
               </byline>
               <dateline>Bologna 4 Luglio 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Carissimo Giacomino. Immediatamente rispondo alla tua amorosa lettera del 3. Ho parlato con D. Masi, che ti riverisce, e ti avvisa, che quel Bacci di Civitanova sarà un qualche furbazzo, perchè Don Luigi non sa d'averlo mai nè visto nè conosciuto. Guàrdati dunque, e ti libera da colui.</p>
            <p>Nessuna nuova ho del nostro Stella. Intorno la <hi rend="italic">Proposta</hi> ho sentito il vostro parere uguale a quello del Giordani, e ve ne ringrazio amendue. Avremo tempo a ritornare su questo proposito e spero che Firenze non vi toglierà per lungo spazio al mio desiderio di avervi in Bologna.</p>
            <p>Cercate di rimettervi bene degli occhi. Udii che costì vi erano ottimi professori oculisti; profittane, mio caro, e torna sano e lieto quanto io lo bramo, e ti auguro.</p>
            <p>Mi rallegro delle distinzioni che ricevi da codesti sapienti; ma tu ben lo meriti. Se le Tommasini non sono partite da due giorni, elle sono anche qui. Il pittore Lolli me ne assicurava discorrendomi del ritratto che faceva al professore.</p>
            <p>Io parto fra due ore per Ravenna. Vado a fare un giretto librario, che vorrei andasse bene, e mi procurasse delle vendite; però non posso scrivere a Giordani. Mille saluti della mia famigliuola, e abbada che le virtù di codesti sapienti non diminuiscano i diritti che la tua bontà ha accordato sul tuo cuore al tutto tuo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Tommasini (1827)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIETTA TOMMASINI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 6 Luglio 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Pregiatissima Signora ed Amica. Sono stato finora con desiderio ardentissimo di scrivere per dimandar le loro nuove, ma gli occhi non mi hanno lasciato soddisfarlo. Il viaggio veramente non mi nocque, ma in Firenze la flussione e l'enfiagione delle palpebre mi si rincrudirono assai. Ora sono libero dalla flussione; mi resta una debolezza eccessiva de' nervi ottici, la quale non passerà probabilmente se non col caldo. Passo tutto il giorno in casa al buio, ed esco fuori solamente verso la sera, come un pipistrello. Ma che fa Ella? Che fa la sua famiglia? e dove si trovano ora? A Bologna o a Parma? Non sapendo dove indirizzar la presente, la raccomando al Signor Professore, a cui l'acchiudo. Giordani fa mille e mille saluti a Lei, al Professore, alla Clelietta, a Emilietto; all'Adelaide, al professor Maestri; in particolare a ciascuno. Noi parliamo spesso di loro, con affetto grande. E l'Adelaide che fa? come sta la sua salute? Io non le scrivo perchè questa molesta incertezza del luogo della loro dimora al presente, mi ritiene la penna in mano: Ella la saluti tanto per me. Ebbi i loro gentili saluti dal Niccolini di Napoli, e ne rendo grazie infinite. Per amor di Dio, Ella mi dia nuove di sè e della sua salute: mi dia nuove ancora del Signor Professore, e di tutta cotesta più che amabilissima famiglia: la quale saluto tutta con tutto il cuore. Se Ella vede il professore Orioli, mi faccia grazia di ricordarmegli. Continui a volermi bene, mi scriva, e mi creda sempre suo obbligatissimo affezionatissimo servo ed amico G. Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Paolina L. (1827)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PAOLINA LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 7 Luglio 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Paolina mia. Ho ricevuto la tua de' 27 Giugno, ed eccomi a darti pienissima informazione de' fatti miei. Vidi Stella a Bologna, si fermò cinque giorni, stette nella mia stessa Locanda, in una camera contigua alla mia; pranzavamo insieme, e facevamo vita in comune; lo accompagnai, lo introdussi dove volle. Da Maggio in qua, mi fa continuare il solito appuntamento; ma degli arretrati <hi rend="italic">brisa</hi>. Bensì mi disse che da ora innanzi mi avrebbe fatto pagare al mese più dell'ordinario; ma non disse quanto. Qui mi fanno propriamente la corte perch'io accetti altri partiti; ma volendo e potendo faticar poco, nessun partito mi può convenire come quello di Stella; il quale per conseguenza bisogna ch'io tenga fermo più che posso. Del resto, le dimostrazioni di amicizia e di stima straordinaria che mi fece Stella, e i discorsi che tenne di me con altri, non potevano essere più lusinghieri.</p>
            <p>Qui sono alloggiato alla Locanda della Fontana. Si paga assai, e si mangia poco: ma la biancheria si cambia quasi ogni giorno. Dozzine in case particolari si trovano difficilmente, e si pagano un terzo più che a Bologna. Io ricevo molte gentilezze dai letterati fiorentini, o stabiliti in Firenze. Tutti i principali sono venuti a trovarmi. Sono stato a vedere il Cav. Reinhold, ora Ministro di Olanda in Toscana. Egli e la moglie salutano tanto Babbo e Mamma. La figlia, che si è fatta una bella giovane, mi domandò di te e delle Mazzagalli. Si crede che Reinhold sarà presto nominato Ministro degli affari esteri a Brusselles.</p>
            <p>Quanto alla salute, io, grazie a Dio, sto bene; eccetto alcuni incomodi senza conseguenza. Il mio mal bolognese non si è più affacciato, neppure in viaggio. Gl'incomodi che ho, sono degli occhi e dei denti; e i denti bisogna farmeli cavare senza rimedio. La malinconia che mi dà questa sciocchezza da un mese in qua, non è credibile.</p>
            <p>L'entusiasmo destato da Persiani è verissimo. Ho sentito parecchi intendenti o dilettanti dire che Persiani è un genio straordinario. Tutti ne dicono gran bene, anche per riguardo al suo carattere e alla sua gran probità. Si racconta che l'inverno passato, non avendo danari, e non volendo defraudar l'oste che l'albergasse, passò più notti <foreign lang="fra">à la belle étoile</foreign>. Mi avevano detto che dopo la buona riuscita di quest'opera era stato scritturato per comporre a Napoli: ma l'altra sera la Spada di Macerata, maritata qui nel colonnello Palagi, mi assicurò che ha pattuito di scriver qui altre due Opere dentro un anno, per ottocento scudi. Il bello è, che quando s'impegnò a scrivere il <hi rend="italic">Danao</hi>, il patto fu, che se l'Opera non piaceva al pubblico, l'impresario non l'avrebbe pagato. Io non sono stato a sentirla, perchè i miei occhi in teatro patiscono troppo.</p>
            <p>Ma quanto mi dispiace quello che tu mi scrivi di Mamma. Mi figuro bene che pena sarà stata per lei, il non potersi muovere. Scrivimi come va il gonfiore della gamba e del piede, e se questo l'impedisce ancora di camminare. Ringraziala tanto tanto della premura che ha per me, e baciale la mano con tutto il cuore per parte mia.</p>
            <p>Giordani mi ha detto più volte, e con grande istanza di salutarti tanto tanto. Così ancora di salutar Babbo, Mamma e Carlo; ciascuno in particolare. Carluccio che fa? come mi vuol bene? salutalo per me; saluta Luigi, Pietruccio e Don Vincenzo. Scrissi a Babbo coll'ordinario dopo il mio arrivo a Firenze: baciagli la mano, e domandagli la benedizione a mio nome. Ti ringrazio della nuova che mi dai di Bunsen: ho avuto piacere di saperla. Sarai servita degli odori. Voglimi bene, perchè (se non lo sapessi) io te ne voglio quanto se ne può volere, e penso a voi altri sempre sempre. Addio, Paolina mia.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.F.Stella (1827)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO FORTUNATO STELLA - MILANO.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 13 Luglio 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico amatissimo. Non ho risposto finora alla sua carissima 30 Giugno, perchè il signor Molini, non sapendo il luogo del mio alloggio, tardò a mandarmela; e perchè prima di rispondere, io voleva pur vedere il signor Molini. Ieri finalmente lo vidi nel suo studio, e mi disse molte cose obbliganti. Non gli chiesi però, nè ricevetti da lui nulla.</p>
            <p>Le rendo grazie infinite dei doni che Ella mi annunzia spediti, tutti i quali mi saranno sommamente cari. La Galleria del Mondo sarà segnata a di Lei credito da Brighenti, per conto del quale era la commissione.</p>
            <p>Eccole la Prefazione della Crestomazia. Desidero che sia di sua soddisfazione. Se Ella vi bramasse qualche aggiunta, o qualche cambiamento, me lo indichi, e sarà servita. Mi pare di avere accennato con <hi rend="italic">distinzione</hi> e con <hi rend="italic">chiarezza</hi>, ciascuna delle qualità che differenziano quest'Opera dalle altre di simil genere. Ora son dietro ad ordinare i materiali della <hi rend="italic">Enciclopedia</hi>. Spero che sarà un'Opera che si farà leggere per forza da ogni sorta di persone.</p>
            <p>Saluti affettuosissimi a tutti i suoi. L'abbraccio di vero cuore, e mi ripeto suo cordialissimo amico e servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Carlo L. (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>[Recanati] 13 Luglio [1827].</date>
            </opener>
            <p>Buccio mio caro. Ho un male che non puoi credere, ai tuoi occhi e ai tuoi denti. Ti giuro che ne soffro assai, ma non vorrei che fossi così sollecito a sottoporti al dentista. Primieramente, se è affar di umori, come sembra pel concorso della flussione agli occhi, come c'entra l'operazione? Paolina m'ha detto che tu avevi un dente guasto da lungo tempo; pazienza se volessi disfarti di quello, ma non creder tanto ai professori delle città grandi, che tagliano di grosso. Lascia che il mio consiglio puzzi di provincia; la scienza è poca per tutto il mondo, e l'impostura nelle grandi città è doppia: ricòrdati di quel rimedio di Bologna, che tu stesso poi credesti micidiale al giudizio di Masi. Che se realmente ti fosse necessario il perder qualche dente, ti prego, Buccio mio caro caro, per quel dispiacere che ne sento io, a non prenderne tanto tu stesso. Vedi che tanti e robusti e galanti giovani han perso qualche dente anche prima della tua età. Zio Carlo, Camillo, prima di uscir di collegio; Antaldi, giovine erculeo come il suo nome, per un calcio di cavallo, perdè non so quanti denti d'avanti a cui supplì con dei finti. E io non ho passata la vita colla deformità di un mezzo dente nel posto più visibile? Oh quanto vorrei adesso esserti vicino! Mi sembra che non troverai così facilmente intorno a te il mio amore, e poi anche per me stesso ti confesso che lo desidero, che soffrirei la metà dell'angustia che provo, se potessi veder da me le cose. E io non son niente amico delle angustie.</p>
            <p>Buccio, l'altro giorno leggendo il <hi rend="italic">Petrarca</hi> m'incontrai in un passo (<hi rend="italic">Trionfo della Fama</hi>, capitolo II, v. 34):
<quote rend="block">
                  <lg>
                     <l>E l'altrui vizio</l>
                     <l>Illustra lor; che nulla meglio scopre</l>
                     <l>Contrari duo con picciol interstizio:</l>
                  </lg>
               </quote>

che a me parve senza senso letto in tal modo, e che io subito pensai dovesse leggersi <hi rend="italic">ch'un</hi>, supposizione che mi parve naturalissima, e per ragione del significato, e per quella della consonanza che spiegherebbe l'error dei copisti. Mi feci dare la tua interpretazione da Paolina, e non solo trovai la stessa lezione, e nemmeno una congettura sull'altra ch'io credeva non potesse non offrirsi spontanea a chiunque; ma ciò che mi fece maggior maraviglia è, che tu intendi e spieghi quelle parole nello stesso senso che esprimerebbero, se dicessero com'io credo, ma che così certo non esprimono. Anche il Biagioli è nel tuo caso, ma di quello non faccio conto, perchè ho visto che è uno stiratore e un ingarbugliatore come tutti gli altri suoi pari. Basta, se è provato che il Petrarca abbia scritto veramente così, cosa un po' difficile, resterà a provare che quelle parole abbiano un senso, cosa ancor più difficile, quantunque io sappia che tutto al mondo si prova.</p>
            <p>Ti prego, Buccio mio, a restituir tanti saluti a Giordani, e tanti altri aggiungerne del mio. Voglimi bene, chè ne vorrai a te stesso, e provamelo coll'averti cura, e col non abbatterti. Sappi, a proposito dei denti, che anch'io non posso omai più mangiare roba dura senza che mi si svegli un dolore molto incomodo ai denti molari, specialmente dalla parte destra. Ciò accusa o debolezza o carie. Onde vedi cosa siamo anche noi così detti sani. Addio, caro. Dell'affare su cui eravamo intesi, suppongo che non abbi potuto far niente, mentre non me ne parli.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Paolina L. (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PAOLINA LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>[Recanati 13 Luglio 1827].</date>
            </opener>
            <p>Oltre a quello che avrei fatto di mio moto, Carlo vuole espressamente che mi raccomandi a voi di aver cura ai vostri denti, di non mettervi in malinconia per questo, poichè certo in questo momento è la flussione che ve li fa dolere, la quale speriamo non vi durerà molto, anzi io spero che vi sia già passata. Ho sentito da voi che era lungo tempo che non vi dava più fastidio questo dolore, ed allora mi parlavate di uno solo, che dicevate esser guasto da gran tempo; ora come li nominate in plurale? Credo che ci penserete bene, Giacomuccio mio, prima di farvene toccare uno solo, e poi in tempo di flussione ho sempre sentito non essere conveniente il cavarseli. E non potete credere quanta pena ci costi questo vostro male! Quasi spererei che l'aria di Firenze vi fosse contraria; ed infatti deve essere umida quanto la nostra, e non meno. Se è così, andatevene, per carità, più presto che potete. Quanto poi alla malinconia, capisco che il male la produce; ma lasciate crepare di malinconia noi al minore incomodo che abbiamo, e voi divertitevi quanto mai potete, e godete della vostra situazione, tanto da noi invidiata; sapete già con quale invidia. Tante cose vi dice Mamma, e tante premure vi fa perchè vi abbiate cura, e non manchiate di coraggio in questo vostro male; e trova ancora essa con noi non necessario questo togliere di denti; ma noi parliamo tutti all'oscuro, poichè non sappiamo precisamente se è flussione, ovvero dolore prodotto dalla carie. Mamma è guarita, e vi saluta tanto tanto, e vi saluta Pietruccio che vorrebbe scrivere qui sotto, ma per questa volta vi ho risparmiato quest'incomodo. Alla figlia di Reinhold direte qualche cosa obbligante per la memoria che ha di me e delle Mazzagalli, che salutano essa e voi.</p>
            <p>Vi ringrazio dei dettagli che mi date sopra Persiani, e sopra gli affari vostri, i quali avremmo voluto che vi andassero meglio, e che il signor Stella avesse fatto il suo dovere. Attendiamo impazientemente che ci diciate di star meglio, anzi bene; e ci rallegrerete tutti grandemente. Addio, caro caro Giacomuccio. Per carità, abbiti cura. Pietruccio si è levato da qualche tempo il suo dente guasto, senza altro dolore che uno momentaneo. Tante, tante cose affettuose a Giordani; s'egli sapesse quanto mi fa insuperbire la memoria ch'egli ha di me! Potete anche, se volete, dirgli una parola di quanto gradii e mi lusingò la sua <hi rend="italic">Psiche</hi>. Addio con tutta l'anima.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Tommasini (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIETTA TOMMASINI</hi>
               </byline>
               <dateline>Ponte d'Attaro 17 Luglio 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo Amico. Siamo partiti da Bologna ai primi del corrente. La sua lettera del 6 ci pervenne qui il 15 inchiusa in una di mio marito, il quale non l'ha spedita prima, imperocchè anch'egli trovavasi a Parma ne' passati giorni. Non è dunque tardo il mio rispondere al caro suo foglio. Non le posso esprimere abbastanza e il piacere che mi ha recato la vista de' suoi caratteri, e la pena che ho provata grandissima pel suo mal d'occhi. Quanto è mai iniqua la fortuna! Ai buoni le persecuzioni, le tribolazioni, i malanni; ai tristi, ed agli inutili la salute, i favori, le consolazioni. L'Adelaide non le scrive perchè trovasi a letto col mal di gola, dal quale era stata presa a Bologna, e guarita. Il che mi tiene in grande afflizione, e toglie alla campagna le tante attrattive che ha pel mio cuore. Ma essa le scriverà quanto prima, e intanto le invia mille saluti di cuore; e il mio Emilietto e Clelietta mille baci. Ferdinando le scriverà pure. Facciamo tutti ardenti voti perchè le sia ridonata salute, senza cui la vita è troppo grave a sopportare. Ci ricordi all'ottimo amico Giordani, e gli dica che sono in molto desiderio de' suoi caratteri. Ci confermi la preziosa sua amicizia, e ci dia buone notizie de' suoi occhi; di che non ci potrà accadere nulla di più consolante. Sono, e sarò sempre Sua obbl.ma aff.ma serva ed amica.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di F.Maestri (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI FERDINANDO MAESTRI</hi>
               </byline>
            </opener>
            <p>Ottimo Signore ed Amico. Mi ha ferito nell'anima il sentire ch'Ella è travagliata dal mal d'occhi, e costretta a vivere al buio, e però in una solitudine e in un ozio dolorosissimi. Imperocchè Ella non potrà neanche avere il conforto di trattenersi co' suoi pensieri; poichè il pensare fa che il sangue ricorra alla testa; ed impedirebbe o ritarderebbe la guarigione del suo male. Si abbi tutta la cura; e pensi ch'Ella non conserva solamente sè a se stesso, ma un illustre ed utile cittadino all'Italia. Così mi penso io, che facendo voti come li fo ardentissimi, per la sua salute, desidero un bene pubblico. Confortato anche dalla sua gentilezza, mi sono lasciato indurre ad imprimere l'Elogio del mio maestro. Finita la stampa glielo manderò. Mi saluti caramente Giordani, e mi voglia bene; chè io l'amo e stimo altamente.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Maestri (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ADELAIDE MAESTRI</hi>
               </byline>
            </opener>
            <p>Pregiat.mo Amico. Poichè il mal di gola mi dà un poco tregua, le scrivo due righe, manifestandole il mio rammarico pel suo mal d'occhi. Molte cose avrò a dirle in seguito; il che farò più volentieri quando mi avrà consolata con buone notizie. E le desidero ancora come medicina; poichè non ho conforto maggiore che le lettere de' veri amici. Anche per conto mio dica tante e tante cose a Giordani, e mi conservi la sua preziosa amicizia.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1827)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 24 Luglio 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Carissimo Signor Padre. Ebbi l'amorosa sua dei 2 del corrente, dalla quale intesi con mia infinita consolazione il miglioramento della Mamma. Sto sempre in ansietà di sentire che sia sparito anche quel gonfiore della gamba, che Paolina mi accennò nell'ultima sua. Compatisco ben di cuore alla molestia terribile che Ella deve soffrire per ribattere le imputazioni di Mazzanti: desidererei sapere se Ella sia giunta alla fine del suo noiosissimo lavoro, e l'esito che questo avrà. Il mio incomodo degli occhi non è maggiore di quelli che ho provati altre volte, ed ora è un poco scemato; ma la guarigione (provvisoria e non radicale) non la spero se non coll'inverno, il quale pregiudicandomi in tutto il resto, negli occhi mi ha giovato sempre. Scrissi giorni sono a Paolina lungamente. Qui nello scrivere provo una gran miseria: perchè nella civilizzatissima Firenze, le poste, contro il costume di tutte le città grandi del mondo, non stanno aperte se non quattr'ore della giornata, dal mezzogiorno alle quattro; vale a dir le ore più ardenti. In quelle ore mi è impossibile di uscire: consegnar le lettere a gente della Locanda, sarebbe inutile, perchè sicurissimamente il danaro resterebbe in saccoccia loro: non ho altro rimedio che raccomandarmi a qualche amico che capiti da me a caso, acciocchè andando alla posta, porti anche le mie lettere: ma se nessuno capita, o se non prevedo che debba capitare, non posso scrivere.</p>
            <p>Qui ho conosciuto molti, ma fatto poche amicizie, e ci vivo poco contento; ma fino alla stagione fresca non posso muovermi. I miei teneri saluti alla Mamma e ai fratelli. Le bacio la mano con tutta l'anima: mi voglia sempre bene, e mi benedica. Il suo affettuosissimo figlio Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Brighenti (1827)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO BRIGHENTI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 24 Luglio 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Tardi replico alla tua dei 4 del corrente: ma così fo con chi sono più che certo che non può mai dubitare dell'amor mio. Da Giordani (che è stato assente da Firenze sei giorni per vedere i <hi rend="italic">luoghi santi</hi>) ho sentito le tue nuove, e i tuoi pensieri, tutti giustissimi. Giordani partirà presto, per passare un mese ai bagni di Pisa. Io ho fatto qui molte conoscenze, ma poche o nessuna amicizia. Firenze non sarebbe certamente il luogo ch'io sceglierei per consumar questa vita. Ma durando ancora la mia debolezza degli occhi, e però non avendo io ancora potuto vedere le tante cose rare e notabili di questa città, mi fermo tuttavia qui, perchè se partissi, il viaggio sarebbe stato quasi inutile. Hai tu posto mano all'edizione di Marchetti? Veggo che qui Marchetti è stimato: le sue cose dovrebbero trovar favore in Toscana. Salutami tanto tanto la Marina e le figlie. Don Luigi che fa? è teco ancora, o partito per Rimini. Saluta distintamente ancor lui. Voglimi bene e credimi sempre il tuo amicissimo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di F.Maestri (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI FERDINANDO MAESTRI</hi>
               </byline>
               <dateline>Parma 26 Luglio 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Amico ottimo! Non è molto ch'io le ho scritto; tuttavia non lascio di scriverle ancora porgendomene propizia l'occasione il mio particolare amico Sig.r Domenico Olivieri, persona coltissima, amante delle lettere, e suo ammiratore, perchè lo è di ogni cosa grande. Conosce le sue produzioni di prosa e di verso, e ne abbiamo parlato insieme più volte con quell'entusiasmo ch'elle inspirano a chi ama il bello e l'Italia. Voglia accoglierlo colla benevolenza che le è propria: ch'io ne le sarò obbligatissimo. Mi dia nuove de' suoi occhi, e che sieno buone. Mi continui la preziosa sua amicizia, e mi creda Suo aff.mo obbl.mo S.e ed Amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Tommasini (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIETTA TOMMASINI</hi>
               </byline>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo Amico. Avrà ricevuta a quest'ora una mia, e in essa i fervidi voti del mio cuore per la guarigione de' suoi occhi. Io le ripeto i voti stessi in questa, e desidero ch'ella mi risponda che sono stata esaudita. Rimango bene inquieta finchè io non abbia migliori notizie. Bramo che questi miei amici che le recano la presente, possano vederla e conoscerla, perocchè l'ammirano da gran tempo, come ella merita. Gli accolga con la bontà onde accoglie i suoi amici, e mi creda Sua aff.ma Amica.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Maestri (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ADELAIDE MAESTRI</hi>
               </byline>
            </opener>
            <p>Ottimo Amico. Le scrivo dal letto, trovandomi ancora indisposta. Però mi limito a far voti per la guarigione de' suoi occhi, a pregarla di darmene nuove, e a salutarla cordialissimamente.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Tommasini (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIACOMO TOMMASINI</hi>
               </byline>
               <dateline>Bologna 28 Luglio 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Pregiat.mo Sig.r Conte. Mia moglie e mia figlia erano partite per Parma, insieme coll'Avvocato Maestri, poco prima che mi arrivasse il pregiato suo foglio del 6 corrente. Non mancai di mandare a mia moglie il foglio a lei diretto; al quale dubito ch'ella abbia sollecitamente risposto, essendo stata in gravi angustie per una malattia che quasi condusse a morte una sua sorella. Fui a Parma di volo io medesimo ne' momenti del maggiore pericolo; e tornatone con fondate speranze intorno a mia cognata, ho poi ricevuto un'altra dispiacevole notizia: che alla mia Adelaide continua a recare molestia quella tosse, che ebbe qui principio prima della sua partenza. La qual malattia, comecchè lieve sinquì, e mancante di febbre, pure mi tiene in pena essendo stata due anni sono pertinace, appunto in estate ed in autunno, per quattro interi mesi. Egli è per ciò che, terminati essendo i miei impegni in quest'Università, io mi trasferirò a Parma fra due o tre giorni. Nè io ho voluto partire prima di salutarla cordialmente, e ringraziarla della memoria che serba di noi.</p>
            <p>Voglia la sorte che l'avvenire sia più lieto che non è il presente, e che possiamo altra volta godere tranquilli de' soli piaceri che rimangono agli uomini: quelli della vera amicizia.</p>
            <p>Mi comandi ove potessi servirla; mi saluti cordialmente Giordani, e mi creda sempre Suo aff.mo Servitore ed Amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di F.Puccinotti (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI FRANCESCO PUCCINOTTI</hi>
               </byline>
               <dateline>Macerata 29 Luglio 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Leopardi mio. Ti scrivo costì a Bologna per la seconda volta stimando che tu non ne sia partito; mentre prima di partirne mi avevi promesso di darmene avviso; ed io da quando tu lasciasti Recanati non ho avute più lettere tue. Or sappi dunque che ho veduto annunciate ne' pubblici fogli le tue <title>Operette morali</title> come già venute in luce: e questo annunzio m'ha messo addosso una cotal frega, un cotal pizzicore, che se tu non me ne mandi subito una copia io ne morrò certo di voglia. Madama <hi rend="italic">Biblioteca italiana</hi> ha preteso di farla da saputella con te, invitandoti a logorare il bellissimo ingegno tuo nelle traduzioni. Forse quell'articolo sul tuo <hi rend="italic">Gemisto Pletone</hi> fu parto di qualche pidocchio della parrucca del traduttore d'Omero. Ma tu hai una mente tutta <hi rend="italic">inventiva</hi>, e conosci già quanto poco degna di te sarebbe quella gloria che ne' volgarizzamenti ripongono oggi questi nostri letterati. Io però penso, sebbene non l'abbia letta, che la tua Traduzione del <hi rend="italic">Gemisto</hi> ti avrà servito come di un mezzo dirò quasi alla moda onde esporre qualche tua massima morale che più importi ai nostri miseri tempi: siccome mi dicesti aver fatto col ragionamento che accompagna il tuo <title>Epitteto</title>. Se la cosa è così come io m'avviso, non mi meraviglio se la signora <hi rend="italic">Biblioteca</hi> non ha saputo lodare in te uno scopo che non ha saputo conoscere. Addio. Mi raccomando all'amor tuo e mi confermo tuo aff.mo F.P.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.F.Stella (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
               <dateline>Milano 1° Agosto 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico amatissimo. Ho tardato a rispondere alla carissima sua 13 dello scorso per poterla ragguagliare sulla <title>Crestomazia</title>, alla quale non fu tolto che il solo articolo <hi rend="italic">I soldati di Carlo V in Milano</hi>. Anche la prefazione, che assai mi piace, è stata approvata. Ora il ms. è alla stamperia. Spero, per non dir son sicuro, che il ms. verrà seguìto in tutto a puntino.</p>
            <p>Il mio amico Molini mi spiegò il suo rincrescimento per non poter esser con Lei come vorrebbe. In fatti il pover uomo è occupato tutto il giorno fuor di misura. Gli torno a scrivere oggi per un piccol resto di conto che è di L. 130.70 ital. che conterà a Lei.</p>
            <p>Oggi soltanto si è potuto fare la spedizione dei libri che le ho accennati nell'altra mia, e ch'Ella riceverà col mezzo del detto amico.</p>
            <p>Ho fatta qui la personale conoscenza del signor conte Papadopoli. Quanto non debbo ringraziar Lei d'avermela procurata! Quegli è un giovane propriamente del mio cuore, e mi rincresce che non dimori in Milano.</p>
            <p>Delle sue <title>Operette morali</title> sento a dir bene da tutti, quantunque l'Italia non sia ancora accostumata a quel genere di lettura. Sentiremo che cosa ne diranno i giornali. Quasi come squarcio di giornale le fo trascriver qui appresso ciò che mi scrive un letterato. Il fo perchè Ella è un autore che sa valutare il bene e il male che ne' giudizi letterarii se ne può dire. Amerei sentire che cosa Ella ne pensa di esso letterato, e qual risposta gli darebbe. Ma più di tutto amerò sentire come Ella sta, e se il soggiorno di Firenze sia fatto per Lei. E l'inverno poi lo passerà a Pisa, o a Venezia come desidererebbe il conte Papadopoli?</p>
            <p>Non dubito punto che l'<hi rend="italic">Enciclopedia</hi> sarà opera degna di Lei, e affatto nuova per l'Italia, come lo sono già le <title>Operette morali</title>.</p>
            <p>Il romanzo del Manzoni lo ha Ella letto? sentirei volentieri il suo parere. Ora si sta attendendo quello di Autore anonimo, che debbo pubblicar io; il quale però, per quanto merito abbia, non potrà mai sperare la fortuna del romanzo del Manzoni, la cui edizione in un mese o poco più è stata affatto esaurita.</p>
            <p>Tutti i miei la riveriscono di cuore, ed io l'abbraccio teneramente. Il suo vecchio cordialissimo amico e servo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Brighenti (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO BRIGHENTI</hi>
               </byline>
               <dateline>Bologna 2 Agosto 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio carissimo. Quanto ti sono grato della tua preziosa lettera del 24 scorso! Ella mi ha consolato moltissimo, e perchè ero in pena del tuo silenzio, e perchè mi fa coraggio a scriverti di nuovo, tolta la tema di esserti con troppe lettere importuno.</p>
            <p>Saprai la maravigliosa novità, che a me non ha fatto punto di maraviglia. Monti ha abiurato i suoi errori, e prostrato a piedi di un frate condottogli dall'arcidevotissima Costanza, si è confessato, comunicato ecc., e, fatta abiura delle massime <hi rend="italic">antipolitiche</hi> e anticattoliche, ha bruciate tutte le scritture oscene, scandalose, ecc. Si pretende che abbia bruciato anche la traduzione inedita della <hi rend="italic">Pulcella</hi>, ma altri dicono che la moglie non ha voluto consegnarla, ed altri che venne consegnata al frate, e che il frate non l'ha bruciata. Il nostro buon Vieusseux che mi scrisse non essere piaciuto il mio Manifesto sul Monti (certo perchè dissi che Monti non approvava le massime <hi rend="italic">antipolitiche</hi>), ora dovrà confessare che io alla qualità di editore unisco quella di profeta.</p>
            <p>Un signor Francesco Viviani di Vicenza verrà a fare la tua conoscenza; portandoti una mia lettera. Egli mi è stato diretto dal mio amico Milan: è colta persona, e mi è parso ammiratore sincero della virtù; quindi a te lo indirizzo, ed egli ti parlerà del conte Trissino, di cui è conoscente. Sarà inutile che ti dica che è amico di Giordani.</p>
            <p>A proposito di Giordani, ho inteso da questo signor Viviani che il fratello di Giordani è morto, e che gli ha lasciato 1300 scudi in danaro sonante. Se Giordani volesse investire questo danaro con ipoteca a frutto lo impiegherei nello stabilimento tipografico, e gli farei fare tal sicurtà dallo stesso D. Masi. Non ti do incarico di parlargli di ciò, perchè non vi sarebbe delicatezza che io, suo amico, usassi di un suo amicissimo per chiedergli quella somma. Sarebbe a mio avviso lo stesso che volerlo forzare ad un sì che non gli fosse a grado. Bramerei solamente che tu potessi dirmi come egli pensi d'impiegare quel capitale; il che è facile che esso dica; e a norma della sua risoluzione mi regolerei a parlare o a tacere. Mi raccomando sempre ch'egli non penetri nulla di tale mia ricerca.</p>
            <p>Mi avete fatto tornare il fiato a dirmi che non pensate di stabilirvi costì! Io vorrei pure che vi gradisse Bologna, dacchè io vivrò in questa città il restante de' miei giorni. Sospiro il momento di rivedervi, e sano, e pienamente rimesso di quel vostro malore agli occhi. Possibile che codesti fisici non trovino rimedio a simile incomodo? Li sento pure tanto lodati, appunto per la loro scienza di guarire i mali degli occhi! Tenetemi di spesso informato come stiate. Questo è ciò che in tutta Firenze veracemente mi preme.</p>
            <p>Non ho anche messo mano alle operette di Marchetti, perchè ancora non mi ha spedito il ms. Fecemi avvertire che l'avrei avuto in questa settimana, e allora si comincerà. Il Marchetti è da... in campagna. La contessa Bugami mi ha incaricato di un pacchettino, cioè di un libretto suo (nella dedicatoria soltanto), per passarne una copia a voi, l'altra a Giordani per di lei commissione. Avrete i due opuscoletti unitamente alla presente col mezzo del signor Viviani.</p>
            <p>Mi vien detto che Pepoli abbia fatto una bella canzone, una bella ode e duemila versi sciolti ugualmente belli in morte di una figlia del cav. Strocchi, la quale era in un convento. Io non vedo più nulla. Sono tutto stamperia e libreria, poichè l'ordinar l'una e l'altra, e il provvederle dell'occorrente, è affare che ha molto dello scabroso.</p>
            <p>Addio, carissimo. La mia famigliuola ti si fa serva: così fa D. Luigi che è sempre qui per veder di finire l'impianto nostro, cioè della nostra officina, alla quale manca denaro, perchè si vende meno di pochissimo, sia del Monti, sia di altri libri. Le doglianze de' librai sono generali. Io cerco di vendere o d'ipotecare i miei beni, e ancora non mi è riuscito. Addio, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.F.Stella (1827)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO FORTUNATO STELLA - MILANO.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 2 Agosto 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico amatissimo. Le scrissi più settimane addietro, rispondendo alla cara sua 30 giugno, e compiegandole la Prefazione della Crestomazia. Non so se la mia lettera le sia giunta, poichè non ho più nulla dalla sua parte. Il signor Molini non mi ha dato mai cenno di vita. Mi trovo in necessità di supplicarla a dar ordine che almeno prima de' 20 del corrente mi sia contato in qualche modo il mensile di luglio. Ciò non essendo, mi troverò in un'angustia che non ho mai provata in mia vita, perchè qui in Toscana tutto è così eccessivamente caro, che benchè io mi restringa, come soglio, al semplice necessario, il danaro si dilegua via in un punto, e si pena assai a supplire alla spesa. - Ho fatto amicizia qui col signor Borghi. Egli non ha ristampato, nè vuol ristampare il suo <hi rend="italic">Petrarca</hi>: ma solo ne ha dato un compendio, che non potrà nuocere alla vendita dell'intero. - I miei distinti complimenti alla sua famiglia, e allo sposo in particolare. Mi ami, e mi creda sempre suo cordialissimo servitore ed amico Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Monaldo L. (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI MONALDO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <dateline>Recanati, 5 Agosto 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Figlio. La cara vostra delli 24 si ricevè da me, e si accolse da tutti come una festa, perchè ci teneva veramente angustiati la mancanza delle vostre notizie, dopo che le ultime ci avevano lasciati inquieti sul male starvi degli occhi e dei denti. Ma già da quest'ultima lettera ricevuta incominciano a scorrere i giorni rapidamente, e incominciano a risorgere le nostre inquietezze, perchè se nella lontananza si teme sempre che da un ordinario all'altro possano accadere delle novità, molto più se ne teme quando fra l'una e l'altra lettera corrono intervalli di mesi. Abbiate dunque pazienza se io vi domando di trovare un modo per farci vedere i vostri caratteri con più frequenza, bastando una riga per tenerci contenti, ma non potendo accomodarci a questi troppo lunghi e penosi silenzii.</p>
            <p>La Mamma, grazie al Signore, è guarita del tutto dall'incomodo del suo piede, e sta bene come tutti, che passiamo in buona salute una estate assai più calda del solito nel nostro clima. Io ho quasi finito il mio lavoro in confutazione della <hi rend="italic">Revisione</hi> Mazzanti, e ne spero buonissimo esito. Il Governatore che abbiamo in luogo di lui è ottimo galantuomo; e quando sarà cambiato anche questo stivale di Gonfaloniere, la città tornerà nella sua antica pace. Addio, Figlio mio. Lascio per non seccarvi, e vi raccomando di avervi cura di tutto. Avete veduto costì il padre Marsigli o Marsilii? A proposito di Firenze, immagino che non vi curerete di farvi alte conoscenze e di avere entratura in Corte; altrimenti credo che potrei farvi avere una lettera efficace per il Ministro di Finanza signor Ambrosi, se non sbaglio il nome, buona e cordiale persona. Ma che vorreste fare di codeste cose?</p>
            <p>Avrete letto nei fogli come le grandi Potenze vogliono prendere una parte decisiva negli affari dell'Oriente. Così avranno pace i vostri Greci, e ne godo perchè sono uomini; ma mi pare che siano birbanti assai, ed è un avvenimento singolare che la somma legge della umanità imponga di soverchiare il Turco, quando forse ha più ragione di noi.</p>
            <p>Figlio mio, se vi occorre qualche cosa, scrivetemelo liberamente, e frattanto vi abbraccio e vi benedico con tutto il cuore. Vostro affezionatissimo Padre.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Carlo L. (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO LEOPARDI</hi>
               </byline>
            </opener>
            <p>Signor Buccio, Ella faccia la grazia di star bene, e di dircelo di quando in quando. Questo è quello che si vuol da Lei; ha inteso? Le fu scritto più ordinarj sono, ma nella sua ultima non si fa cenno che Ella abbia ricevuto la lettera. Perchè non le piace Firenze? Non dica, di grazia, di queste coglionerie, perchè qui poi si divulgano, e ognuno le interpreta a suo modo. Ci faccia sapere, cara Ella, se stampa qualche cosa. Ci faccia sapere ancora se ci vuol bene. Noi le ne vogliamo, e dandole un gran bacio ci diciamo suo amabilissimo fratello.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Pierfrancesco L. (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIERFRANCESCO LEOPARDI</hi>
               </byline>
            </opener>
            <p>Sapete, Giacomo? Un certo Don Pietro fratello di Baglioni è tornato da Napoli, e ha detto che conosce Giordani, e che a Napoli siete molto nominato. Ha chiesto qualche vostra opera e Paolina gli ha dato il <hi rend="italic">Petrarca</hi>.</p>
            <p>Quando stette male Mamma, il chirurgo mi cavò un dente, ma non abbiate invidia.</p>
            <p>Avrei i tre paoli che voi sapete, ma non ve li mando, perchè mi pare che non stia bene il mandare a francare una sì piccola somma, come se voi non aveste tre paoli. Mi dispiace, ma pazienza!</p>
            <p>Don Sebastiano Sanchini ha avuto un'Ittorizie <hi rend="italic">(sic)</hi>, adesso però sta bene.</p>
            <p>Ai 16 partiamo da San Domenico per tornare al Duomo, perchè è stato imbiancato. Ci è a Recanati un uomo che fa vedere sessanta gruppi della Passione di Nostro Signore, formati di statue di cera alte quasi un braccio e che sono in tutte 160.</p>
            <p>Sappiatemi dire se è vero che questo don Pietro conosce Giordani. <foreign lang="lat">Cura ut valeas. Vale.</foreign> Vostro fratello Pietro.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.F.Stella (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
               <dateline>Milano 6 Agosto 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico amatissimo. Credo che a quest'ora Ella avrà ricevuta la mia lettera del 1° corrente, e conosciuto il motivo del mio ritardo, che giustamente mi nota nella cara sua del dì 2.</p>
            <p>Spiacemi che il Molini non abbia pagate le L. 130,70 italiane ch'egli dovea pagarle per mio conto. Voglio credere che lo farà per la piccola inclusa d'eccitamento. In ogni caso gliene includo un'altra per il Piatti, che le conterà subito venti scudi. Questi Ella li potrà levare anche nel caso che il Molini le contasse subito le dette L. 130,70, perchè così sarà pareggiato il mensile di luglio e d'agosto, e il poco avanzo si porterà in settembre. Per l'avvenire non dubiti sulla regolarità dei contamenti, i quali verranno fatti in tempo: chè troppo mi rincrescerebbe ch'Ella si dovesse trovare in angustie. Perchè non debba mai nascer questo, in caso di bisogno, si faccia conoscere presso qualunque banchiere di costì che abbia affari in Milano, prenda da lui il denaro mensile, e faccia tratta dell'eguale somma, o di più se vi fosse perdita, nel cambio a carico della mia Casa Ant. Fort. Stella e Figli.</p>
            <p>Sento con piacere che il Sig. Borghi siasi limitato a dare soltanto un compendio del <hi rend="italic">Petrarca</hi> da me pubblicato.</p>
            <p>Come scrivo al Piatti, nell'entrante mese andrò al Gaggiano; ma ciò non impedirà il mio carteggio con Lei, che come al solito potrà dirigere le sue lettere qui a Milano.</p>
            <p>I soliti ricambi di cordiali saluti per parte dei miei, ed io l'abbraccio teneramente. Il suo vecchio cordialissimo amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Carlo L. (1827)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 7 Agosto 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Carluccio mio. Non puoi credere quanto mi abbia commosso la premura che tu ti sei presa di scrivermi con tanta tenerezza per consolarmi de' miei denti. È pur vero quel che tu dici, che io avrei bisogno di aver vicino a me l'amor tuo: ti giuro che non passa giorno che io non senta e non osservi questo bisogno e questa mancanza. I miei denti cariati son due: il dolor presente nasce da flussione; ma saprai bene che non v'è mai dolor di denti senza concorso di flussione: la carie richiama gli umori. Da quando scrissi a Paolina e che ebbi quattro giorni e quattro notti di dolore acuto, non ho più sofferto e non soffro se non indolitura e difficoltà di mangiare. Non ho consultato ancora nessun dentista. Del resto, la mia melanconia non nasceva veramente dal dispiacere di dover perder dei denti, ma da quel timor panico dell'operazione, che mi sta sempre in pensiero come una condanna da eseguirsi, e che mi spaventa come un ragazzo. Mi dispiace assai che anche tu cominci a patir di denti: spero che sia flussione: ti raccomando di guardarli dai cibi molto caldi, ma soprattutto dai gelati, che io per esperienza ho trovati dannosissimi: uno de' miei denti, che non mi aveva mai doluto in mia vita, mi cominciò a dolere per un gelato, e non si è guarito più. La tua emendazione del <hi rend="italic">Petrarca</hi> è felicissima e giustissima. Il Petrarca scrive <hi rend="italic">con</hi> o <hi rend="italic">chon</hi> per <hi rend="italic">c'on</hi> o <hi rend="italic">ch'on</hi> secondo l'ortografia barbara di quei tempi, di non far distinzion di parole quando noi usiamo l'apostrofo, e di scrivere <hi rend="italic">on</hi> per <hi rend="italic">un</hi>. I copisti e gli editori non capirono. Ma io aveva promesso di dar fedelmente l'edizione di Marsand, e non voleva andar dietro nè a questa nè ad altre molte emendazioni certissime, che avrebbero però richiesto una dissertazione.</p>
            <p>Quello che concertammo insieme, non ho ancora avuto occasione di farlo. Veggo pur troppo ch'è difficile: ma la colpa è stata anche de' miei occhi, che m'impediscono di uscir di giorno, e di leggere i giornali, sopra i quali bisogna che io mi determini circa l'opera che dovrei proporre. Sei tu stato a Sinigaglia quest'anno? Farò con Giordani le tue parti e quelle di Paolina, al suo ritorno da Pisa, dove è andato a villeggiare: prima di partire mi raccomandò tanto di salutarvi tutti due. Di' a Paolina che non ho ancora veduto Reinhold, dopo che fu da me. Saluta Babbo, Mamma e tutti. A Babbo scrissi sulla fine del mese passato.</p>
            <p>Rispondo alla tua dei 13 Luglio (che ho ricevuta il 1° di Agosto!!) per la prima occasione che ho di mandar lettere alla posta. Oh, Carluccio mio, quanto volentieri spenderei tutta la mia vita per farti contento! ma che vale? Qui certamente avrei modo di far molti danari se fossi sano e robusto; ma invece non posso nè leggere, nè scrivere, nè pensare. Pazienza, quanto a me. Voglimi bene, Carluccio mio caro, e credimi che non fu mai voluto più bene di quello che ti voglio io. Salutami Paolina, Luigi e Pietruccio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Tommasini (1827)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIETTA TOMMASINI - PARMA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 7 Agosto 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Signora ed Amica pregiatissima. Molto cara certamente mi fu la sua lettera de' 17 del passato, ma gran dolore mi cagionò la nuova del mal essere dell'Adelaide, confermatami poi da una lettera del Professor Tommasini. Sono in vera ansietà di saper come proceda quell'incomodo, il quale conosco bene di che afflizione debba essere a Lei ed a tutta la famiglia. Scrivo con questo medesimo ordinario all'Adelaide, ma se Ella non potrà leggere la mia lettera, prego Lei a significarle il dispiacere che io sento della sua indisposizione, e il desiderio che ho di sentir nuove migliori. Desidero anche sommamente le nuove di Lei, e quelle del Professore, dell'Emilietto e della Clelietta, che saluto tutti con tutto il cuore. Così l'avv. Ferdinando, il quale ringrazio moltissimo della memoria che ha di me: aspetto di vedere stampato il suo Elogio, che egli mi promette, e che mi sarà carissimo. Giordani è a Pisa, a villeggiare e divertirsi. I miei occhi sono senza flussione, ma impotenti a leggere, alla scrittura, a soffrir la luce del sole. Ella si accerti che non è piccola consolazione per me lo sperare e il credere che Ella e tutti i suoi mi vogliano bene. Facciano che io non m'inganni in questa opinione, ed Ella mi creda pur sempre suo affezionatissimo servitore ed amico Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Maestri (1827)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ADELAIDE MAESTRI - PARMA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 7 Agosto 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Pregiatissima Amica e Signora. Non so se la sua indisposizione, della quale mi hanno informato la Mamma e il Papà, le permetterà di leggere questa lettera: ma in qualunque modo essa servirà di testimonio (se pure ve n'è bisogno) del dolore che io sento per sua cagione. So che la fortuna ha per uso antico di far male ai buoni; ma non vorrei che questo suo male procedesse in qualche maniera da colpa mia. Cioè non vorrei che Ella, con aver preso a volermi bene, dovesse partecipare della mia mala fortuna; la quale sa di potermi fare pochi dispiaceri maggiori che quello di travagliar Lei nella salute, e di privarmi della consolazione che Ella mi prometteva, dicendo di volermi scrivere, e scrivere lungamente. Ella s'immagina bene che io esigerei con ogni possibile istanza l'adempimento di questa promessa, se l'indisposizione della sua salute non mi obbligasse per l'opposto a pregarla di dimenticarmi finch'Ella non sia ristabilita. Dico a dimenticarmi, quanto allo scrivere; chè quanto al rimanente, non vorrei per verità ch'Ella mi dimenticasse; anzi vorrei ch'Ella mi conservasse nella memoria così volentieri, come io conservo e conserverò Lei nella mia. Non le dirò che io desidero ardentemente qualche buona nuova dello stato suo; perchè il dirlo sarebbe inutile. Solamente, quantunque sia non meno inutile, pure perchè il dirlo non è senza piacere, le dirò che io sono con tutta l'anima suo affezionatissimo servo ed amico Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A F.Puccinotti (1827)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A FRANCESCO PUCCINOTTI - MACERATA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 16 Agosto 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Caro Puccinotti. Sono qui da circa due mesi, e qui da Bologna ricevo la tua carissima de' 29 di Luglio. Tu mi hai a perdonare il mio lungo silenzio, perch'io pochissimo posso scrivere, travagliato come sono da un'estrema debolezza (o comunque io la debba chiamare) de' nervi degli occhi e della testa, la quale mi obbliga ad un ozio più tristo assai della morte. Certo è che un morto passa la sua giornata meglio di me. Crederai che non ho ancora ricevute le copie delle mie <title>Operette</title> speditemi da Milano? tanto bene io sono servito. La traduzioncella del Pletone fu stampata anche nel <hi rend="italic">Raccoglitore</hi>, il quale dovrebbe esser costì. Tu non mi dici nulla degli studi tuoi. Pensi tu alla tua opera fisiologica sui temperamenti? io ti esorto e ti prego a pensarci, perchè ho per fermo che sarà un'opera degna dell'Italia, utile al mondo. Caro Puccinotti, io ti voglio pur bene; avrei pur caro di vederti qui meco. Sono stanco della vita, stanco della indifferenza filosofica, ch'è il solo rimedio de' mali e della noia, ma che in fine annoia essa medesima. Non ho altri disegni, altre speranze che di morire. Veramente non metteva conto il pigliarsi tante fatiche per questo fine. Starò qui fino a mezzo Ottobre; poi sono incerto se andrò a Pisa o se a Roma. Ma se mi sentirò male assai, verrò a Recanati, volendo morire in mezzo ai miei. Voglimi bene, e conservami nella tua memoria. Il tuo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Carlo L. (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>[Recanati] 16 Agosto [1827].</date>
            </opener>
            <p>Buccio mio. Ti ricorderai forse di quel progetto che Zio Carlo scrisse a Babbo, prima che tu partissi di qua, relativamente alla Prepositura del registro. Non se n'è saputo più nulla. Siccome però ora si dice che la nuova <hi rend="italic">Statistica</hi> debba uscire in breve, scrissi due o tre ordinari sono a donna Marianna, raccomandandomi perchè mi proccurasse quel posto. Non ho ancora avuto riscontro, e l'aspettava per dir qualche cosa a te sullo stesso oggetto; ma in questo frattempo è venuta una lettera di Zio Carlo, anteriore, io credo, al ricevimento della mia, in cui incarica il fratello di "dire al conte Monaldo, che inculchi a Giacomo di spedir subito sotto fascia il suo <title>Epitteto</title> al cav. De Bunsen, e di rallegrarsi seco lui per la sua promozione a <hi rend="italic">Ministro residente</hi> di S.M. Prussiana in Roma. Lo suggerisco per buone ragioni". Vi risparmio per questa volta i rimproveri che meritereste per l'<title>Epitteto</title>, di cui ci lasciate avere così indirettamente (e chi sa quanto tardi!) il primo annunzio. Ma badando solo alle <hi rend="italic">buone ragioni</hi>, per quanto conosciamo Zio Carlo, combinano troppo con quel che pensava io stesso, perchè non ti preghi a scrivere una riga, tanto più che ti si offre un'occasione così naturale, come l'invio di un tuo libro. Se le buone ragioni sono la vista di qualche tuo vantaggio, ti prego e riprego; se si riducono alla sola mira del progetto soprannominato che ridonderebbe in vantaggio mio, bisogna pure che ti preghi, perchè l'affare è per me di estrema importanza. Aveva già deliberato di domandarti qualche aiuto presso Bunsen, quando non volessi spendere in modo migliore l'interesse che egli ha per te, e l'assicurazione di un impiego che ti è stata fatta tante volte. Anche questo, se si ottenesse, sarebbe il tuo, sempre che lo volessi; su di ciò non occorrono dichiarazioni.</p>
            <p>Ricevei la tua dei 7: godetti assai di sentire che stai meglio dei denti. Non son andato a Sinigaglia, perchè sto pagando i debiti a goccia a goccia, operazione che durerà fino alla metà dell'anno venturo. Se potessi avere l'impiego, Buccio mio, tutto sarebbe sbrigato in meno di due mesi. Tenta qualche cosa a favore di questo carcerato, col richiamarti alla memoria di Bunsen. Adesso che l'<title>Epitteto</title> è scoperto, me lo farai avere in qualche modo, come anche se hai stampato qualche altra cosa.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Paolina L. (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PAOLINA LEOPARDI</hi>
               </byline>
            </opener>
            <p>Addio, caro Muccio, addio. Tutti ti vogliamo gran bene, e ti salutiamo con tutta l'anima. Non sperate di veder più Marco Massucci.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Carlo L. (1827)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 23 Agosto [1827].</dateline>
            </opener>
            <p>Carluccio mio caro. Scrivo subito a Bunsen, e scrivo nel miglior modo che io so fare, per l'effetto che ci proponiamo. Dio sa e vede quello che io vorrei fare per proccurarti qualche consolazione. Conosco per esperienza le <hi rend="italic">buone ragioni</hi> del Zio Carlo, il quale ama ancora di usare con me quel tuono misterioso, che poteva forse star bene quando io era capace di sperare <hi rend="italic">sulla parola</hi> e senza <hi rend="italic">buone ragioni</hi>. Ora ti dico in verità, che pur troppo non spero nulla: nondimeno non bisogna mancar di fare il possibile. Manderò poi l'Epitteto quando sarà stampato; ma a stamparlo, ancora si ha da pensare, e poi da cominciare. Di' a Babbo che lo ringrazio tanto della sua ultima, alla quale risponderò: e similmente ringrazio Pietruccio della sua lettera, e digli che senza dubbio gli risponderò presto. Tu non vuoi ch'io dica male di Firenze. In verità non potrei dirne, bench'io ci stia poco contento; ma in che luogo si può star contento senza salute, e passando i giorni a sedere colle braccia in croce? È vero che Persiani è stato onorato di non so che distinzioni dal Consiglio di Recanati, e che Babbo è stato l'autor principale di questa risoluzione? So che l'ha detto egli stesso: ma egli non si è degnato di venirmi a fare una visita, e però non l'ho mai veduto. In vece sua, poco dopo il mio arrivo in Firenze, venne a trovarmi un vecchio, che si diceva di Civitanova, e antico militare del Papa; mi domandò di Volunnia Gentilucci, e di altri Recanatesi, e poi della Madonna de' Cappuccini; mi abbracciò colle lagrime agli occhi; mi disse che mi aveva tenuto in braccio; mi fece elogi smisurati di casa Leopardi; mi fece promettere che un giorno sarei andato a pranzo da lui; in fine mi domandò del danaro. Io lo mandai via colle buone: poi diedi ordine che se tornava, lo gettassero per le scale. Puoi credere che l'informazione che presi poi, mi assicurò ch'io non aveva sbagliato. Di queste avventure ne accadono spesso in Firenze. Addio Carluccio mio. Ti ragguaglierò della risposta di Bunsen. Salutami tutti. Giordani, tornato da Pisa, saluta te e Paolina non so quanto: me l'avrà detto dieci volte, e tornò ieri. Addio, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A C.Bunsen (1827)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO BUNSEN - ROMA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 23 Agosto 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo signor Cavaliere. Adempio tardi a un dovere che mi corre verso di Lei, ma la tardanza non è provenuta da altro che dall'estrema difficoltà che io provo allo scrivere, cagionata da debolezza de' nervi ottici. Seppi dai fogli pubblici, e poi da questo signor Ministro de' Paesi Bassi la sua nominazione a Ministro residente di S.M. Prussiana in Roma. Me ne rallegro di cuore anche più con me medesimo che con Lei: perchè finch'ella rimarrà in Italia, io non perderò la speranza di rivederla ancora una volta.</p>
            <p>Non la tratterrò del mio stato e della mia vita presente, perchè la materia non potrebbe essere più malinconica. Un morto passa la sua giornata meglio di me. Molto meno le parlerò dell'impiego che Ella con tanta bontà si compiacque già di sollecitare per me, senza poter vincere l'indolenza e la noncuranza del nostro Governo. Solamente le ricorderò la mia rispettosa affezione verso di Lei, la mia vivissima gratitudine alla cordialità dimostratami da Lei così splendidamente, e il desiderio che ho di poter esser atto a servirla, secondo la piccolezza delle mie forze.</p>
            <p>Qui si aspetta con impazienza qualche volume della traduzione francese della <hi rend="italic">Storia Romana</hi> del signor consigliere De Niebuhr. Sono stato pregato con tanta istanza a farne un estratto ragionato per questa <title>Antologia</title>, che forse non potrò dispensarmene, se pure i miei occhi ricupereranno qualche parte della loro facoltà.</p>
            <p>Ho l'onore, signor Cavaliere, di ripetermi, con tutto l'animo, suo umilissimo, obbligatissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.F.Stella (1827)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO FORTUNATO STELLA - MILANO.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 23 Agosto 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico amatissimo. Le chieggo mille e mille scuse del mio tardo rispondere alle carissime sue 1 e 6 Agosto corrente. La causa è stata, che io poco posso andare alla posta, la quale in questa civilissima città non è aperta se non nelle ore più ardenti del giorno. Mandarvi altri non mi fido. Il signor Molini, senza ch'io gli presentassi il suo biglietto, (il quale ho bruciato) mi contò scudi fiorentini 23, e crazie 27, pari a lire italiane 130.70, e a scudi romani 24 e mezzo. Al signor Piatti presentai il suo biglietto. Mi disse che l'indomani sarebbe stato da me, e mi avrebbe portato il danaro; ma non l'ho più veduto. La supplico di cuore a voler dare effetto a quel ch'Ella mi promette, cioè di provvedere a un mezzo sicuro per farmi pervenire il danaro mensilmente; giacchè pur troppo, se prima del 20 di Settembre io non avrò in mano il residuo d'Agosto (scudi romani 15 e mezzo), mi dovrò trovare in un grande imbarazzo.</p>
            <p>Del romanzo di Manzoni (del quale io ho solamente sentito leggere alcune pagine) le dirò in confidenza che qui le persone di gusto lo trovano molto inferiore all'aspettazione. Gli altri generalmente lo lodano.</p>
            <p>Circa il giudizio sopra le <title>Operette morali</title>, che Ella mi comunica, che vuol ch'io le dica? Dirò solo che non mi riesce impreveduto. Che i miei principii sieno tutti negativi, io non me ne avveggo; ma ciò non mi farebbe gran meraviglia, perchè mi ricordo di quel detto di Bayle; che in metafisica e in morale, la <hi rend="italic">ragione</hi> non può edificare, ma solo distruggere. Che poi le mie opinioni non sieno <hi rend="italic">fondate a ragione ma a qualche osservazione parziale</hi>, desidero che sia vero.</p>
            <p>Ho ben caro che le sia riuscita così grata la conoscenza del mio buon amico Papadopoli. Sarà difficile che quest'anno io possa intraprendere un viaggio così lungo come quello di Venezia. Sono sempre occupato dell'Enciclopedia, e m'ingegno di renderla un'opera più popolare che sia possibile, anche nello stile. - Ho sentito qui qualche straniero fare elogi smisurati delle <title>Operette morali</title>. Credo che se Ella ne manderà copie fuori d'Italia, non saranno forse inutili. - So che a Roma il suo Petrarca è adottato da quei privati che danno lezioni di lingua e letteratura italiana ai tanti inglesi ec. che passano colà l'inverno. Ciò dovrebbe cagionare un buono spaccio di quell'opera presso i forestieri in Roma, se vi fosse chi sapesse coltivarlo. - Auguro di cuore a Lei ed alla sua famiglia una felice villeggiatura. Mille saluti a tutti i suoi e pregandola a volermi bene, mi ripeto suo cordialissimo amico e servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Brighenti (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO BRIGHENTI</hi>
               </byline>
               <dateline>Bologna 24 Agosto 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Caro Giacomo. Molto tempo fa recandosi costì un certo signor Viviani di Vicenza, amico di Giordani, gli diedi una lettera commendatizia per te. Gli aggiunsi un piego alla tua direzione, nel qual pure era un nuovo mio foglio fra mezzo a due libretti della Bugami, uno per te, l'altro per Giordani. Io non ne ho avuto più notizia e, solo giorni sono, udii che la Bugami si doleva che ancora tu non avessi avuto que' libretti. Pregoti dunque, mio carissimo, a non saperti grave di scrivermi una linea che mi dia conto di questo affare. Ho un altro libretto da farti avere, ed è del conte Pepoli. A momenti lo riceverai a mezzo Vieusseux.</p>
            <p>Ti prego, caro Giacomo, non dimenticarti al tutto di me, chè troppo crudele affanno mi daresti. Addio. La mia famiglia ti riverisce. Verrai più a Bologna? temo di no.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Carlo L. (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>[Recanati] 25 Agosto [1827].</date>
            </opener>
            <p>Buccio caro. Ti scrissi che aspettava risposta da donna Marianna, rapporto al noto impiego. L'ebbi col penultimo ordinario, e dicendomi (sotto la dettatura del marito) che per sè non può nulla, mi rimanda in tutto e per tutto alla buona volontà e all'influenza di Bunsen, che Zio Carlo non ha lasciato e non lascerà di spronare. Mi manda in prova un biglietto di Bunsen in data dei 23 Luglio, ove questo signore dà notizia a Zio Carlo "che l'Eminentissimo di Stato accolse molto bene la supplica per il <hi rend="italic">Censo</hi> di Recanati, dicendo che quando si venisse all'organizzazione secondo la nuova <hi rend="italic">Statistica</hi>, avrebbe chiesto positivamente quel posto per il signor Conte, se prima egli non fosse stato provvisto altrimenti". Ultimamente egli mi disse che fra poco avrei veduto che pensava al conte Leopardi, e un fatto che è venuto contemporaneamente a mia cognizione, mi fa supporre che questa volta siamo vicini all'adempimento di quella parola. Giorni fa il cardinale Bertazzi disse ad uno che me lo ripetè: "Già si darà adesso una cattedra al conte Leopardi senza concorso, perchè così si vuole". Non so che cattedra; ma il fatto mi pare assai significante per dartene un cenno. Il Cardinale desiderava avere un esemplare delle ultime lucubrazioni del signor Conte. Sarebbe forse bene di dargli i <title>Dialoghi</title>, o solamente il <hi rend="italic">Petrarca</hi>? Mi dice donna Marianna che in seguito Zio Carlo non mancò di far conoscere a Bunsen, quanto poco la cattedra ti convenisse per l'interesse e pel genio tuo, ed insistette pel conseguimento del noto impiego. Promise Bunsen di continuare ad agire in questo senso al suo ritorno dalla campagna. Zio Carlo torna a consigliarti di mandare il tuo <title>Epitteto</title> ecc., e dice ancora che sarà bene che, nello scrivere a Bunsen, ti mostri alieno dall'accettar la cattedra, e desideroso del posto di Cancelliere. Io non so se tu tieni carteggio con Bunsen o con Zio Carlo; perciò ad ogni caso ti do tutti questi ragguagli. Ma la conclusione è questa: io non voglio già da te molte premure e raccomandazioni, che nemmeno converrebbero, trattandosi di un impiego che poi saresti per rinunziare. Io vorrei solamente una tua parola a Bunsen, che gli richiamasse da tua parte la tua persona; sia poi o nell'accompagnar l'<title>Epitteto</title> o nel rallegrarti della sua promozione. Anche che non gli parlassi dell'impiego, nulla importa; potresti fingere di non saper nulla. Mi basta un piccolo eccitamento; del resto lasciamolo fare; conosco il suo ottimo carattere. Io parlo sul supposto, che mi par di poter fondare su quanto dice Zio Carlo, che fra te e Bunsen non vi sia in questo momento commercio di lettere. Quando la cosa sia diversamente, non occorre altro; non ti domando una parola di più. Scusa l'importunità. Corre voce che la <hi rend="italic">Statistica</hi> si pubblichi a momenti, ed io mi trovo nell'inquietezza di chi può per una parola ottenere uno stato che supererebbe ancora i suoi desideri. Una prospettiva di sofferenze mi agiterebbe meno, perchè vi sono più avvezzo.</p>
            <p>Hai dunque stampato anche i <title>Dialoghi</title>? Noi non sappiamo niente. Questo è troppo. Bramo ardentemente di aver qualche cosa, non tanto per riprender qualche comunicazione col resto del mondo, quanto con te. Quando avrai stampato qualche cosa, se non me la mandi, la comprerò. Buccio mio, tutti bene. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Paolina L. (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PAOLINA LEOPARDI</hi>
               </byline>
            </opener>
            <p>Anche da me addio, e con tutto il cuore, caro Muccio mio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Tommasini (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIETTA TOMMASINI</hi>
               </byline>
               <dateline>Parma 28 Agosto 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Pregiatiss.mo Sig.r Conte ed amico. Non so che cosa Ella avrà pensato del non aver io risposto subito al prezioso di lei foglio: dico prezioso, siccome pieno di sentimenti di vera amicizia. Felici coloro che posseggono così rari amici com'ella è! Il ritardo a rispondere non è provenuto certamente da indolenza del mio animo: ma bensì dall'essermi ritrovata a Piacenza con tutta la mia famiglia, mentre il suo foglio arrivò a Parma. Cessata la pena del veder la mia Adelaide inferma io me ne stava contenta: ma l'avversa fortuna, che non è mai stanca di rinnovarmi i dispiaceri, mi fece capitare una lettera, dalla quale intesi che la cara madre mia era ammalata. Io non le so dire quanto sentii in quel punto di essere infelice. Partii subito per Piacenza: il ritrovarmi in compagnia di mio marito mi teneva in qualche modo confortata nella speranza di vedere di nuovo ristabilita in salute la madre mia. Così è avvenuto dopo molti giorni d'affanno. In questo mezzo anche il mio Emilietto ammalò di flogosi alle fauci: mediante un salasso, e la dieta, ora sta bene. Premessi i detti motivi, so di certo che mi avrà per iscusata se non fui sollecita nel darle le nostre nuove. Ella mi dice di continuarle la mia amicizia? Come far di meno considerando i tanti pregi de' quali ella è adorna? Dico poi che se non vi fosse altro nodo per tenerci fermi in amicizia, vi è il più forte: quello cioè di non essere quasi mai felici; onde le nostre anime hanno bisogno di confortarsi l'una coll'altra per sopportare le molte disavventure, che ci vanno di tempo in tempo travagliando. Spero che, cessato il caldo, starà meglio de' suoi occhi; nè lo spero soltanto, ma lo desidero vivamente. Sarà per me una vera consolazione il riceverne le buone novelle. Aggradisca i saluti di mio marito: mi comandi, e mi creda sempre Sua aff.ma Serva ed amica.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Saluti caramente il buon Giordani quando lo vedrà tornato da Pisa.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di F.Maestri (1827)">
            <p>Ottimo Signor Conte! L'<hi rend="italic">Elogio</hi> è reso alle stampe: Ella lo riceverà quanto prima. L'impulso più forte a pubblicarlo l'ho ricevuto da Lei, ch'io tengo in mio cuore <hi rend="italic">responsabile</hi> della buona o mala accoglienza che otterrà nella repubblica delle lettere. Quando però Ella gli sia cortese d'approvazione e di protezione, vi entrerà impavido e sicuro. A Lei mi raccomando ed offero cordialmente.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Brighenti (1827)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO BRIGHENTI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 30 Agosto 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio carissimo. Ebbi le tue lettere e il piego da Viviani (ottimo giovane veramente): e non risposi allora, perchè lo scrivere mi dà propriamente pena. Giordani è tornato da Pisa; gli ho consegnato l'esemplare mandato dalla Bugani per lui. Mi faresti un vero piacere se facessi far le mie scuse alla Bugani per non averla ancora ringraziata; colpa della somma mia debolezza degli occhi. Il pacco di Stella, che tu fino dal 15 luglio scrivesti a Giordani di avermi spedito pel mezzo Vieusseux, non è mai giunto. Fanne qualche ricerca, ti prego. Era in quel pacco la Galleria del Mondo, anno 1°, che io commisi a Stella per te: prezzo lire 2 italiane. Se non ti serve più, essa resterà per me: se ti serve, puoi levarla dal pacco, supposto che tu l'abbi in mano. Il mio desiderio è sempre per Bologna. Vero è che oramai mi bisogna pensare a miei quartieri d'inverno, i quali non so ancora determinare in che luogo saranno. Qui si aspetta Manzoni a momenti. Hai tu veduto il suo romanzo, che fa tanto rumore, e val tanto poco? Mio carissimo, io t'amo come sempre con tutto il cuore: salutami carissimamente la tua famiglia, salutami Don Luigi. I miei occhi non saranno migliorati prima dell'inverno avanzato. Addio addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Maestri (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ADELAIDE MAESTRI</hi>
               </byline>
               <dateline>Parma 31 Agosto 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo Amico. Non è stata negligenza dal canto mio il non avere fin qui risposto a quella sua gentilissima lettera, la qual cosa sarebbe da non perdonarsi. Quando la sua lettera giunse a Parma, noi eravamo a Piacenza, e non mi è stata consegnata che al nostro ritorno cioè a dire pochi dì sono. Ella vede che mentre la fortuna vuol essermi propizia, non togliendomi un bene, non lo è affatto, poichè me lo ritarda. E per verità io non potrei chiamare che un gran bene quello di ricever lettere da tale amico qual Ella è, perchè intanto che io leggo mi fa quasi essere nell'illusione di udirla parlare, e tempera così l'increscimento della lontananza che io trovo gravissimo. Oh potessi pure essere in grado di farle conoscere il piacere che ho provato leggendo e rileggendo quel foglio, e quanto io le rimanga riconoscente per le tante sollecitudini ch'Ella prende della mia salute! Ma le parole che io potrei mettere in carta non esprimerebbero mai abbastanza ciò che provo dentro nell'animo. Ella ne sia dunque l'interprete. Quanto alla mia salute posso dirle finalmente che da pochi dì in qua è sufficiente, non ottima; ma posso esserne però discretamente contenta. Ed Ella intanto che fa? la stagione non è più così calda, e spero che finalmente potrà essere libera del mal d'occhi. Senza esserle importuna le manifesto il desiderio che ho vivissimo di saperne qualche cosa. Voglia a tutti noi quel bene che vogliamo a Lei, e le auguro salute con tutto l'animo. Sua aff.ma amica.</p>
            <p>Clelietta le manda un bacio ringraziandola della memoria che conserva di lei.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.P.Vieusseux (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIAN PIETRO VIEUSSEUX</hi>
               </byline>
               <date>[Firenze] a dì 1° Settembre 1827.</date>
            </opener>
            <p>G.P. Vieusseux, direttore dell'<title>Antologia</title>, prega il signor conte Leopardi di fargli l'onore d'intervenire alle riunioni che avranno luogo in casa sua lunedì p.v., 3 del corrente, alle ore 8 di sera, ed ogni lunedì sino al 24 Dicembre inclusive.</p>
            <p>Ricominciando dette riunioni il primo lunedì 7 di Gennaio, e continuando ogni lunedì, sino a tutto Marzo p.v.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.F.Stella (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
               <dateline>Milano 1° Settembre 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico amatissimo. Mi rincresce sentire dalla cara sua 23 dello scorso esser Ella in qualche angustia di pensiero pei pagamenti. Io le scrissi che quando vi fosse bisogno Ella si poteva valere sopra la mia Casa, non dubitando che in Firenze Ella avrebbe già persona ben nota in paese che la potrebbe far conoscere a qualche banchiere. Ma di questo voglio sperare che non vi sarà bisogno nè ora nè mai. Non ora, perchè suppongo che il Sig. Piatti le avrà già contati i 20 scudi romani, quantunque ancora io non ne abbia avuto avviso. A buon conto gli torno a scrivere in questo stesso corso di posta. Non mai, perchè entro questo mese avrò trovato il mezzo sicuro da poter Ella avere regolarmente i contamenti mensili, come Ella li aveva dall'amico Moratti.</p>
            <p>Son d'accordo con Lei riguardo alle <title>Operette morali</title>, e credo che sarà dello stesso nostro sentimento anche il letterato, di cui le ho mandato le osservazioni, al quale farò vedere il paragrafo della di Lei lettera, tosto che sarà ritornato da un viaggio che sta facendo.</p>
            <p>Ella si spaventa un po' del viaggio di Venezia; ma il più è da Firenze a Bologna. Poi da Bologna si va a Ferrara in mezza giornata; e da Ferrara a Venezia in una e mezza per acqua, viaggio comodissimo. Ma se però crede di poter stare meglio a Pisa, io non la voglio distogliere. È però certo che un amico simile al Papadopoli stenterà assai di ritrovarlo colà. Mi son care le notizie ch'Ella mi dà intorno al <hi rend="italic">Petrarca</hi> ed alle <title>Operette morali</title>, nè le trascurerò.</p>
            <p>Mi dia buone nuove di Lei, che mi saran più care ancora, ed aggradisca, congiunti a quelli di tutta la mia famiglia, i miei più cordiali saluti. Il suo cordiale amico e servitore.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1827)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 8 settembre 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Carissimo Signor Padre. Rispondo pur troppo tardi alla cara sua ultima, ma Ella non si può immaginare la pena che mi dà lo scrivere, a causa del cattivo stato de' miei occhi. Sono costretto a mancare non solo all'affezione, ma anche alla creanza, lasciando senza risposta parecchie lettere che mi vengono da persone degne di riguardo. La mia debolezza d'occhi è la più grave ed ostinata che io abbia sofferto da otto anni in qua: tuttavia spero nell'inverno; ma l'autunno, al solito, me la rende più molesta. Del rimanente, grazie a Dio, sto bene, eccetto incomodi leggeri di flussioni e di stomaco. Ella indovina assai bene che io non posso curarmi molto di certe alte conoscenze, dalle quali anche non potrei sperar nulla. Me la passo con questi letterati, che sono tutti molto sociali, e generalmente pensano e valgono assai più de' bolognesi. Tra' forestieri ho fatto conoscenza e amicizia col famoso Manzoni di Milano, della cui ultima opera tutta l'Italia parla, e che ora è qui colla sua famiglia. Non ho mai avuta occasione di vedere il P. Marsigli. La stagione ancor qui è stata lungamente calda più dell'ordinario: poi sulla fine d'agosto si cangiò in un vero inverno: ora e temperata. La prego a dire per parte mia le più tenere cose alla Mamma e ai fratelli. Mi benedica, e mi creda con tutto l'affetto possibile suo amorosissimo figlio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.F.Stella (1827)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO FORTUNATO STELLA - MILANO.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 8 Settembre 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico carissimo. Rispondo alla sua amatissima del primo. Fo conto che a quest'ora Ella sarà al suo Gaggiano, e si godrà i piaceri della campagna. Io qui ho avuto il bene di conoscere personalmente il signor Manzoni, e di trattenermi seco a lungo: uomo pieno di amabilità, e degno della sua fama. Dal Piatti non ho avute nè aspetto nulla, ed io non sono un uomo da tornargliene a chiedere. In caso di estrema necessità, mi prevarrò questa volta del mezzo che Ella mi suggerisce di qualche banchiere; e gliene darò avviso contemporaneamente. Non sono ancora ben risoluto circa i miei quartieri d'inverno. La mia salute, che peggiora ogni giorno, il gran danno che mi fa il freddo e l'impossibilità in cui sono di far uso del fuoco, vorrebbero che io cercassi un clima caldo; ma quale? Ella mi ami e curi la sua salute, chè il buono stato di questa mi consolerà della perdita della mia. Mille complimenti alla sua famiglia, e l'abbraccio con tutta l'anima.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di F.Puccinotti (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI FRANCESCO PUCCINOTTI</hi>
               </byline>
               <dateline>Macerata 8 Settembre 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Caro Leopardi. La tua ultima mi ha molto addolorato. Ti sento oppresso da gravissima melanconia; e perchè so quanto è potente in te la ragione, vedendo come questa ne resta vinta, mi fa temere ch'essa derivi da qualche fisica indisposizione di salute. Ma come? In cotesta bella Firenze, dove tanti sono gli oggetti da occupare piacevolmente uno spirito coltissimo quale è il tuo, come annoiarti? Forse appunto perchè è coltissimo egli non gusta più piaceri, e dove per lui non è dolore trova subito la noia? O forse l'entrare in Santa Croce t'ha mosso nell'animo il desiderio di riposare eternamente la vita con que' grandi che ivi hanno sepolcro? Oh mio Leopardi, non è ancor tempo. Morire certo poco importa, oggi che niente importa la vita: e tu che sei già glorioso puoi morire più tranquillamente d'ogni altro. Ma l'Italia ti dice: non è ancor tempo. Questa disgraziata spera ancora ne' suoi veri figli. Meno anch'io una misera vita: ho anch'io attorno una noia perpetua in carne ed ossa, cioè la moglie: desidero anch'io la pace della morte; pur tuttavia non so affrettarmela così di buon'ora. Viviamo dunque, e ridiamo del nostro stesso desiderio di morire. Qua non viene il <hi rend="italic">Raccoglitore</hi>, e non ho potuto ancor leggere il tuo <hi rend="italic">Pletone</hi>. Intanto non lascio di importunarti perchè tu mi mandi un esemplare de' tuoi <title>Dialoghi</title>.</p>
            <p>Io sto sotto da molti giorni alla tortura del ricopiare e ripulire le mie <title>Lezioni di Patologia</title>, che vorrei stampare in quest'anno. Vado però sempre meditando al mio lavoro sui <hi rend="italic">Temperamenti</hi>, ed ora con più calore poichè tu mi vi esorti di nuovo. Pubblicai l'anno scorso un <hi rend="italic">Comentario sulla Periodicità</hi>. La <hi rend="italic">Biblioteca Italiana</hi> e gli <hi rend="italic">Annali</hi> di Omodei lodandomelo come arguto, tentarono ad un tempo di ricoprirlo di oblio come ipotetico. Il Dottor Tonelli, medico dotto e valente, ne ha composto un estratto apologetico, e me lo ha mandato eccitandomi a farlo stampare in qualche Giornale. Ho pensato di mandarlo al Vieusseux. Desidererei però che tu prima ne lo avvisassi, e mi scrivessi s'egli sarà per accoglierlo di buon grado nella sua <title>Antologia</title>.</p>
            <p>Scrivendomi spero mi dirai qualche cosa di cotesti letterati, e soprattutto dell'autore del <hi rend="italic">Foscarini</hi>, Tragedia che per me non vale un fico. Che dici del Monti convertito in frate Barnabita? I suoi partigiani lo compatiscono come apoplettico: quelli che lo tengono per quel che è, ne ridono sgangheratamente. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Pierfrancesco L. (1827)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIER FRANCESCO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 8 Settembre 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Caro Pietruccio. Vi ringrazio della vostra lettera e delle notizie che mi date; le quali D. Natanaele Fucili chiamerebbe <hi rend="italic">notizie padrie</hi>: domandatelo a Carlo, se non lo credete. Mi rallegro molto con voi del vostro dente cavato. Non pensate ai tre paoli, che senza che me li mandiate, vedremo di accomodar qualche cosa. Da me non credo che vi aspettiate notizie: se ne aspettaste, non saprei che vi dire, se non che a Firenze tira vento ogni giorno; cosa che mi secca moltissimo, come sa Paolina. A proposito di Paolina, ditele che la Toscana si rassomiglia alla Marca per i costumi e per gli usi, più che Bologna e la Romagna che sono pur dello stesso Stato: quando vedo un contadino di qui, mi par di vedere uno dei nostri. Ditele ancora che le contadine di Firenze non mi son parse quella bella cosa che si dice. Paolina avrà un piacer matto di saper queste cose. Salutatemi tanto il signor Curato, e Don Vincenzo, il quale credo che stia bene, e dite a Carlo che ancora aspetto risposta da Bunsen. Vogliatemi bene, e credetemi con piena stima vostro rispettoso fratello Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di C.Bunsen (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO BUNSEN</hi>
               </byline>
               <dateline>Roma 11 Settembre 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo Signor Conte. La vista de' suoi sempre desiderati caratteri mi ha fatto un singolarissimo piacere, e l'espressione della sua congratulazione per la mia promozione diplomatica mi ha richiamate tante altre pruove della amicizia di cui Ella mi onora. La prego di accettare i miei più vivi e sinceri ringraziamenti della sua cortesia: spero prima che spiri il mese di poter dire tutto quello che altrimenti scriverei: giacchè parto fra li 24 e 27 per andare a Berlino con un corriere che ci si reca di qui. Mi permetterà che, stabilito il tempo preciso della partenza, io ne Le dia avviso, per saper dove trovarla al momento, perchè al più potrò restare a Firenze un giorno.</p>
            <p>Intanto il sig. Barone de Savigny, che Le presenterà queste righe, Le dirà quanto è desideroso Niebuhr di avere le sue nuove, e come fa conto di Lei per fornirgli per il <hi rend="italic">Museo Renano</hi> che pubblica, degli articoli filologici, archeologici, antiquari, storici; Iscrizioni, notizie e collazione di codici. Egli sopratutto desidera di stampare il Suo scritto inedito di <hi rend="italic">Libanio</hi> e (se non isbaglio) altro scritto che copiò alla Barberina, e che pare non sia ancora stampato.</p>
            <p>Il Libraro del <hi rend="italic">Museo</hi> dà per ogni foglio circa 6 Francesconi e mezzo di onorario: cosa assai meschina che Niebuhr non oserebbe esibirle, se non sapesse che questo punto non L'interessa.</p>
            <p>Fra due mesi si pubblicherà l'<hi rend="italic">Agathias Ex recens. Niebuhrii</hi>, come 1° volume della nuova edizione de' Bizantini, che sotto la sua direzione si pubblica a Roma. Se Ella sapesse chi sarebbe pronto ed abile per collazionare dei codici per questa edizione a Firenze, come ancora chi volesse copiare gli scholi Ravennatensi dell'<hi rend="italic">Aristofane</hi>, Ella obbligherebbe infinitamente Niebuhr.</p>
            <p>Niebuhr desidera ancora di sapere se si trovassero i seguenti libri: FOGGINI, <hi rend="italic">Corporis Scriptorum Hist. Byz. Nova appendix</hi>, Rom. 1777 fol. <hi rend="italic">Ioseph Genesius</hi> etc. <hi rend="italic">volumen supplem.</hi> ediz. venetae Byzant. LEONIS ALLATII, <foreign lang="grc">ΣΥΜΜΙΚΙΩΝ</foreign>- IDEM; <hi rend="italic">De Georgiis</hi>. Di tutti quei non trovo attualmente nessuno: se Ella potesse con due righe indicarmi se ed a che prezzo si trovano colà, potrei giudicare se dovessi o no lasciare qui degli ordini durante la mia assenza.</p>
            <p>Scrivo questo nella supposizione che gli occhi stanno bene. La traduzione francese ha dovuto essere da lui ricorretta da capo: spero dunque che adesso non tarderà di essere pubblicata. Niente farà più piacere a N. che di sentire che Ella vuole annunziare questa Opera - che farà epoca nella Letteratura dotta ed istorica - per l'Italia.</p>
            <p>Non aggiungo altro: il Sig. de Savigny, a lei ben noto per le sue celebri opere, Le dirà sopra gli oggetti accennati quanto desidererà di sapere.</p>
            <p>Mi conservi la sua pregiatissima amicizia.</p>
            <p>Con inalterabile attaccamento e somma considerazione suo obbligatissimo devotissimo amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.F.Stella (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
               <dateline>Milano 12 Settembre 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico amatissimo. Benchè sia quasi in atto di montare in legno per andare a Varese colla mia famiglia, non voglio lasciar senza risposta la carissima sua dell'8. - In prima si compiaccia di leggere l'inclusa diretta al Piatti, e gliela faccia tener subito, ancorchè Ella avesse fatto tratta sopra di me. In questo caso, lasci pur che egli le mandi il denaro: ma gliel ritorni però, dicendogli ch'Ella è stata rimborsata per altra via.</p>
            <p>Di poi vegga quanto scrivo all'amico Moratti, e si valga di lui all'occorrenza. Questo mezzo, ch'era il più ovvio, non mi è venuto in mente che in questo momento.</p>
            <p>Oh vorrei pur ricever da Lei lettere più consolanti! Io soffro assai nel sentirla star male. L'abbraccio teneramente. Il suo vecchio cordialissimo amico e servitore.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Tengo una copia del <hi rend="italic">Mazzo di fiori</hi>, che le manda in dono il conte Pagani-Cesa, e che le farò tenere con prima occasione.</p>
         </div1>
         <div1 n="A C.Bunsen (1827)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO BUNSEN - ROMA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 20 Settembre 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo Signor Cavaliere. Le sue espressioni verso di me sono piene di quella gentilezza, la quale se non mi fa meraviglia, perch'io vi sono accostumato, non lascia però di confondermi, perchè conosco il mio poco merito. Debbo renderle grazie infinite per la conoscenza che Ella mi ha procurata del signor Barone Savigny e della sua famiglia. L'uno tanto buono quanto dotto e grande; l'altra non saprei se più amabile o più colta. La sua lettera e il signor Barone mi hanno cagionata una gratissima sorpresa, annunziandomi che fra pochi giorni io avrò il bene di rivederla in Firenze. Avrò veramente carissimo di essere informato del suo arrivo al più presto possibile. Se Ella ne manderà avviso, arrivando, a questo Gabinetto del signor Vieusseux, io non mancherò certamente di saperlo e di profittarne senza ritardo. A voce le renderò buon conto di tutto ciò che concerne il signor Niebuhr. I libri che egli desidera, non ho potuto fin qui trovarli in Firenze, anzi non gli ho mai veduti in mia vita, eccetto il Trattato di Leone Allacci <hi rend="italic">de Georgiis</hi> nella ristampa datane nella <hi rend="italic">Bibl. gr.</hi> del Fabricio. Il signor Niebuhr mi onora molto superiormente al mio merito, quando egli mi propone delle fatiche filologiche. Senza alcuna esagerazione di modestia, io mi conosco in questa materia tanto ignorante, che mi vergognerei di attribuirmi in ciò la minima capacità; massimamente attesa l'assoluta mancanza di libri filologici in Italia, la pochissima lettura che io posso fare, e la necessità in cui mi son trovato e mi trovo di occuparmi in altri studi. Del resto io farò per servire il signor Niebuhr (cosa di cui mi protesto ambizioso) tutto quello che mi permetterà lo stato dei miei occhi, il quale è tanto infelice, che in Firenze io non ho mai potuto uscir di casa durante il giorno, e non altrimenti che con gran difficoltà e per intervalli, ho potuto scrivere questa lettera.</p>
            <p>Seppi ultimamente che Ella aveva dato avviso al mio zio Antici, che si pensava a nominarmi costì ad una cattedra. Questo impiego mi sarebbe molto grato, purchè l'onorario fosse sufficiente a un discreto mantenimento.</p>
            <p>Con viva impazienza di rinnovarle personalmente le proteste della mia gratitudine e rispettosa affezione, mi confermo suo devotissimo, obbligatissimo amico e servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.F.Stella (1827)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO FORTUNATO STELLA - MILANO.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 20 Settembre 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico amatissimo. Le confermo la mia degli 8 del corrente. Ora le scrivo per darle avviso che io, prevalendomi della facoltà che Ella mi aveva conceduta in caso di bisogno, mi feci accreditare presso questo banchiere Sig. L. Wolff e Comp., da cui ricevetti l'altro ieri la somma di lire 221,66 austriache, pari a scudi romani 35; e in data pur dell'altro ieri, 18 Settembre, gli rilasciai per la detta somma una tratta sopra la Sua casa, senza perdita alcuna. Con questo contamento venghiamo ad essere in corrente di tutto Settembre, meno 1/2 scudo romano.</p>
            <p>Desidero buone notizie di Lei, della sua famiglia, e della villeggiatura, nella quale suppongo ch'Ella si trovi al presente. Ho saputo qui che si fa ora in Germania una ristampa del Forcellini, ma senza alcuna giunta nè correzione. Io travaglio al mio dizionario quanto mi permette la mia salute, che in tutta l'estate, e nel presente autunno, non sarebbe potuta, e non potrebbe essere più infelice. Mi raccomando alla sua benevolenza, e con tutto il cuore abbracciandola, mi confermo suo cordialissimo amico e servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Papadopoli (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO PAPADOPOLI</hi>
               </byline>
               <dateline>Di Venezia alli 20 di Settembre del 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio carissimo Giacomino. Seppi dal Giordani che non sei gran fatto contento della tua salute, e che specialmente i tuoi occhi ti danno molestia; di ciò ne fui dolentissimo. Non vorrei poi che questo essere al basso di salute movesse dal tuo troppo affannarti negli studi, dimanierachè ti prego e riprego di badare che questo non accada, perchè io credo che un poco di riposo che tu concedessi a te stesso ti sarebbe profittevole assai. Questo io ti dico perchè mi sta assai a cuore la salute tua. Seppi pure dal Giordani che hai messi in pronto di molti materiali per un grande lavoro; si potrebbe sapere qual sia? Lo Stella mi scrive che presto vedremo l'<title>Antologia</title>, di che proprio ne godo. Scrivimi se il restare a Firenze ti piace; dove pensi di andare l'inverno? Vieni perdio a Venezia, chè ti troverai tranquillo. Amami caro Giacomo, chè io t'amo con tenerezza d'affetto.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di N.Puccini (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI NICCOLÒ PUCCINI</hi>
               </byline>
               <dateline>Dal Lago 23 Settembre 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Non so dirvi, mio caro Conte Leopardi, quanto a me dolga non avervi ancora visitato in Firenze, siccome io voleva e doveva; e ben mille volte ne ho <hi rend="italic">maladette</hi> le noiose brighe, che me l'hanno impedito; ma adesso massimamente mi si infastidisce l'animo, quando scorgo che fino alla metà del futuro Novembre non potrò venire costà, ove mi voglio trattenere per cinquanta giorni. Ma Dio ben sa, se io allora potrò soddisfare i miei desideri col rimanere a lungo tempo con voi, come il mio cuore abbisogna! Forse quelle nebbie maladettissime che discenderanno fra poco in Firenze vi avranno consigliato a ricercare nell'aria vostra nativa un'aria più salubre, perchè più elevata. Però niuna cosa tanto giova al mio povero stato, quanto lo inviarvi questi due versi, per uno dei miei più cari amici, l'Abate Luigi Leoni. Egli è tanto buono, tanto ingegnoso, che sebbene non vi conosca, si è meco sovente rattristito della debolezza che avete nella salute, e dell'altre miserie che affliggono il vostro cuore magnanimo. Ed ora che vi comparisce d'inanzi, lo vedrete tutto modesto riverire in voi una gran parte della presente nostra gloria Italiana, tanto voi avete illustrata la Patria, e con i versi, e con le prose. E poi che egli vi avrà renduti quei sinceri onori che meritate, di grazia movete una qualche vostra parola, che lo conforti della molta avversa fortuna che lo tormenta, e che gli dia incoraggiamento alla fatica della via che ora con qualche onore cammina.</p>
            <p>Mio caro Conte Giacomo, io possiedo una mia campagna, che va superba degli elogi di Giordani, di Vieusseux, di Montani, di Niccolini (i quali tutti voi mi saluterete). Oh come essa sarebbe altera, se voi potesse accogliere, come quelli accoglieva! io ve ne sarei tenuto come della più gentil cortesia. Io intanto vi auguro ogni bene, vi rinnuovo la mia servitù, vi abbraccio vi bacio, e a voi tutto mi raccomando.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Monaldo L. (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI MONALDO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <dateline>Recanati, 24 Settembre 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio carissimo Figlio. Potete immaginare quanto mi addolori il non sentirvi tanto bene quanto io vorrei, e molto più perchè considero che l'incomodo degli occhi debba riuscirvi molesto assai, impedendovi le vostre consuete applicazioni. Voglio sperare, come voi fate, che il freddo sia per arrecarvi giovamento, ma pure bisogna vedere di mal'occhio l'approssimarsi di questo rimedio, perchè conduce con sè altri malanni, dai quali però faremo quanto si potrà per tenervi lontano nell'imminente inverno. A questo proposito ditemi un poco qualche cosa intorno al vostro trattenervi costì, e al ritornare in patria, dovendo credere che di questo ritorno vostro siamo tutti oltremodo smaniosi. Io, Figlio mio, sono contento che vi contentiate, e vi facciate onore e nome; ma ritenete pure che ciò si fa a grandi spese del mio cuore, il quale soffre indicibilmente per la vostra lontananza, e non poco ancora per il vostro scrivere così raro, che tiene in pena tutti noi. Vi ricordo poi quello che altre volte vi ho scritto, cioè che per quanto gli anni siano cattivi, saprò sempre trovare il modo per accorrere ai vostri bisogni, sicchè se vi trovaste in urgenza, scrivetelo liberissimamente al Padre vostro, che vi ama più di quanto credete.</p>
            <p>Mi dissero i vostri fratelli, che codesto nostro armonico Concittadino, si riconosce grato a me di non so quali onorificenze ricevute dalla nostra città. Io in verità sono contento che egli scriva delle buone solfe, e gli battano le mani, e lo paghino bene; ma non ho mai immaginato che i trilli e le cavatine siano affari di Stato, nè ho suggerito che il Comune prenda alcuna parte alla loro buona riuscita. Anzi, per quanto sia bove il nostro Gonfaloniere, credo che non siasi umiliato a tanto, e che tutti gli onori pervenuti di qua al signor Persiani consistano in una lettera della Società del Casino.</p>
            <p>In Loreto ci è una opera pia che rende, credo, 500 ovvero 600 scudi erogabili in sussidiare i poveri tedeschi confluenti al Santuario, e dipendente dall'Ambasciatore Austriaco a Roma. Oltre un ministro subalterno in Loreto, ha un sopraintendente onorifico con titolo di Ispettore, e con l'annuo regalo di 50 scudi. Prima il conte Orazio Mazzagalli, poi il conte Leandro, ed ora Monsignor Proposito, sostennero e sostiene questa rappresentanza, e per quanto sembra la riguardano consolidata in Famiglia. Delli defonti non so, ma Monsignore deve sostenerla male, come ha fatto e fa malissimo tutte le cose sue e degli altri. Questo annuo regaluccio, scevro da qualunque imbarazzo, e non privo di qualche graziosità, non sarebbe male per voi o per Carlo. La coadiutorìa a questo Ispettorato, domandato dal vostro Bunsen all'Ambasciatore d'Austria, dovrebbe essere di facile conseguimento, e non lederebbe i diritti di alcuno, tanto più che li due giovani Mazzagalli qui dimoranti pare che non si siano messi in carriera per aspirare a cose dignitose. Se vi paresse opportuno il domandarla, converrebbe evitare la informazione del Proposto, e tacerne potendosi anche col Cav. Antici, perchè egli è Zio dei Mazzagalli come di voi. Di questo cenno servitevi come credete, e in ogni caso dimostrate di averlo avuto dai vostri fratelli, e non da me.</p>
            <p>Addio. Lascio un po' di carta per Paolina. Vi abbraccio e vi benedico con tutto il cuore. La Mamma vi saluta tanto. Vostro affezionatissimo Padre.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Paolina L. (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PAOLINA LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>[Recanati 24 Settembre 1827].</date>
            </opener>
            <p>Quanto tempo è che non vi ho detto più niente, nè di quanto io vi amo, nè di quanto penso a voi, nè di quanto spero che voi pensiate a me, cioè al desiderio che tutti abbiamo di avere vostre nuove, non dico al desiderio che abbiamo di vedervi; per quest'anno non abbiamo azzardato di concepirlo. E non vorrei che in quest'inverno aveste da soffrire più di quanto soffriste nell'ultimo; oh no, per carità! Da quanto ci diceste poco fa, che anche costì si sentì freddo in Agosto, credo che continuerete tuttora ad averlo; chè da noi non è tornato più il caldo da quell'epoca in poi, anzi molto sovente si sente un freddo d'inverno. Se io fossi a Firenze, me la riderei, e non mi accorgerei nè di caldo nè di freddo, ma a Recanati.... voi già lo sapete.</p>
            <p>Mi pare sempre di vedervi annoiato, malinconico; è vero? Sarà perchè avete del male agli occhi. Oh questo male, questo male quanto ci dà fastidio! Diteci un poco come state, e consolateci almeno con la vostra buona salute in questo mare di guai in cui siamo.</p>
            <p>Facilmente Babbo anderà a Roma quest'inverno, se le cose riguardanti la <hi rend="italic">Revisione</hi> di Mazzanti anderanno male, come potrebb'essere. La partenza di quest'ultimo non ha accomodato per niente le teste dei suoi fautori, i quali sono più che mai inviperiti anche contro il nuovo Governatore, eccellente persona, ma insoffribile ad essi perchè in lega con la cricca. Beato voi, Muccio mio, che siete fuori di tutti questi pettegolezzi.</p>
            <p>Noi abbiamo <hi rend="italic">échoué</hi> nei due partiti ai quali si era pensato per Carlo, la Simonetti una, la De Vico l'altra. Mamma vuole che vi ricordi e vi preghi di fare qualche cosa (potendo) a quest'oggetto; ed io vedo che di ventimila scudi si contenterebbero. È certo che questo è il solo rimedio.</p>
            <p>Quando voi ci parlavate di un'Opera del Manzoni, noi non sapevamo che diavolo di Opera fosse, e se non giungeva lo stesso giorno il <title>Corriere delle Dame</title>, noi eravamo disperati. Spero che il signor Manzoni ve ne <hi rend="italic">avrà umiliata</hi> una copia, non è vero? Pietruccio e Carlo e Luigi vi salutano non so quanto. Carlo è ansioso di questa risposta di Bunsen; venga una volta lusinghiera! A Giordani tante cose per me, vi prego, non ve ne scordate. Addio, caro caro Muccio. Se sapeste quante volte sogno le vostre <title>Operette morali</title>!</p>
         </div1>
         <div1 n="A N.Puccini (1827)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A NICCOLÒ PUCCINI - PISTOIA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 26 Settembre 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Scusatemi, carissimo Cavalier Puccini, se scriverò breve: incolpatene i miei occhi che non mi vogliono servire. Vi ringrazio molte e molte volte, senza fine, dell'amore e della cortesia che mi dimostrate nella vostra de' 23. Io vi voglio tutto quel bene che si può volere a un uomo di bontà e di valore come il vostro. Questa mattina medesima ho veduto l'abate Leoni: giovane buono, amabile, pieno di virtù e di buon volere, ricco d'ingegno: me n'era stato detto assai bene da altri, e con ragione. Mi dispiace che il vostro venire a Firenze non debba essere prima di mezzo novembre: io sarò partito di qua per fuggir le nebbie e il freddo; ma siccome credo che passerò l'inverno in Toscana, a Livorno o a Pisa, così non dispero di rivedervi nella vostra villa, almeno dopo l'inverno. Il Giordani, il Montani, il Vieusseux vi salutano caramente: farò le parti vostre col Niccolini quando io lo vegga, che sarà presto. Conservatemi l'amor vostro, chè io lo merito veramente, perchè vi amo assai assai; vi amo tanto, quanto vi stimo. Se posso servirvi, adoperatemi, chè mi farete un piacer singolare. Addio con tutta l'anima. Il vostro Leopardi.</p>
            <p>L'ab. Leoni ha voluto promettermi di recarvi la presente.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.F.Stella (1827)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO FORTUNATO STELLA - MILANO.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 27 Settembre 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Amatissimo Signore ed Amico. La cara sua del 12 corrente, indirizzata a Bologna per errore di chi fece la soprascritta, da Bologna mi giunse qua coll'ultimo ordinario, l'altro ieri. Quando io presentai al Piatti il suo primo biglietto, egli mi domandò di Lei, e non fece alcuna difficoltà di contarmi tosto i 20 scudi: ma dicendogli io per civiltà, giacchè era la prima volta ch'io lo vedeva, che si prendesse il suo comodo, egli mi promise di portarmeli l'indomani. Non lo vidi più: colpa dell'indolenza sua solita e conosciuta. Ricevuto il suo secondo biglietto, egli aspettò certamente che io tornassi da lui a prendere il danaro, o che vi mandassi: non essendo io tornato, nè mandato alcuno, egli non si diede altra briga. Qui mi par di vedere che se egli non ha voluto usar cortesia verso di me, non ha però inteso di mancare verso di Lei. Per questa ragione, e pel ritardo postale della sua del 12, ho creduto di astenermi dal consegnare al Piatti il di Lei biglietto: glielo farò aver però subito, se Ella, ciò nonostante, vorrà così.</p>
            <p>Godo assai di sentire che Ella sia a Varese colla sua famiglia, alla quale la prego di fare tanti e tanti cordialissimi complimenti da mia parte. Le confermo del resto la mia del 20 andante. Insieme al <hi rend="italic">Mazzo di Fiori</hi> del Cesa, Ella mi farebbe vera grazia se potesse mandarmi due copie del <title>Discorso sopra l'Orazione di Gemisto Pletone</title>, supposto ch'Ella ne abbia. La saluto di tutto cuore, e l'abbraccio. Del suo biglietto al signor Moratti profitterò all'occasione, in caso di bisogno. Suo cordialissimo amico e servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A B.G.Niebuhr (1827)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A BERTOLDO GIORGIO NIEBUHR - BONN.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 27 Settembre 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo Signore. Mi prevalgo del mezzo del Sig. Cavalier de Bunsen che passa di qua recandosi in Prussia, e profitto della sua cortesia, per far pervenire a Lei questo foglio, che le ricordi la mia costante venerazione e devozione al suo alto sapere, alle virtù ed alla bontà sua. Il Sig. Cav. de Bunsen mi ha rallegrato più volte, con darmi notizia della memoria che Ella conserva di me. Intendo ora da lui che Ella attende da me qualche articolo pel suo Museo Renano. Debbo ringraziarla grandemente dell'onore che Ella mi fa, stimandomi abile a scrivere per un opera così riputata: ma quest'onore non lascia di farmi vergognare dentro me stesso, perchè mi conosco troppo lontano dal meritarlo. Ella non ignora, Pregiatissimo Signore, il misero stato, anzi la intera nullità, delle scienze filologiche in Italia. Mancando affatto di libri di questo genere, trovando questi studi totalmente ignoti e sgraditi al nostro pubblico, obbligato anche da una debolezza estrema di nervi a risparmiare al possibile i miei occhi, e a contentarmi di pochissima lettura; le confesso che, quantunque di malissimo grado, mi sono ridotto a rinunziare quasi affatto alla filologia. Oltre di ciò, pubblicandosi il Museo Renano in tedesco, non so come la mia ignoranza di quella lingua mi permetterebbe di aver parte in quest'opera.</p>
            <p>Noi abbiamo qui nella Biblioteca Laurenziana il Canonico Bencini e l'Abate Morelli, che si occupano di collazioni di codici greci. Non ardisco a rispondere della loro capacità, ma essi sono assolutamente i soli in Firenze, che potrebbero e vorrebbero incaricarsi di simili collazioni per servigio della sua nuova edizione de' Bizantini. Dico questo per rispondere alle interrogazioni che il Sig. Cav. de Bunsen mi fa fatte per di Lei commissione. A Ravenna non conosco onninamente alcuno che fosse abile a copiare gli Scolii di Aristofane. La scienza del greco in quella città è tanta, che quando mi fu presentato quel codice, e mi videro leggere francamente quel bellissimo carattere del 10.° secolo, tutti gli astanti si guardarono in viso, e furono sorpresi come di un miracolo.</p>
            <p>Non la tratterrò delle poche nuove della nostra Italia, che potrebbero interessarla. Son certo che Ella n'è già istruita meglio di me. Ella conoscerà il Manifesto della nuova edizione del Forcellini, con aggiunte e correzioni in grandissimo numero, che s'intraprende a Padova. Pur troppo la lingua e lo stile di quel Manifesto non promette molto di questa edizione, e me ne dispiace per l'onor dell'Italia, e del mio amico Furlanetto, editore.</p>
            <p>Qui si aspetta con vera impazienza la traduzion francese del primo volume della sua Storia Romana. Posso assicurarla che in Italia si ha di quest'opera quell'alta idea che ne ha il resto d'Europa.</p>
            <p>Io la supplico di tutto cuore a conservarmi la sua benevolenza, e tener per costante, che io perderò forse presto, e certo volentieri, la vita; ma non prima della vita la memoria della sua bontà, e l'ammirazione de' suoi meriti. Ho l'onore di confermarmi suo umilissimo obbligatissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Poerio (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ALESSANDRO POERIO</hi>
               </byline>
               <dateline>Giovedì sera. [autunno 1827?]</dateline>
            </opener>
            <p>Caro Leopardi. Mio padre vi sarebbe tenutissimo, se voleste domani prender la zuppa con noi alle cinque. Non vi sarà, che l'Odaldi di Pistoia. Non potete allegare, che non volete uscir di giorno: poichè in questa stagione poco dopo le cinque è sull'imbrunire. Vi attendiamo dunque senz'altro. V. Amico A. POERIO.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1827)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 4 Ottobre 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Carissimo Sig. Padre. Con molto piacere, perchè so bene che questo farà piacere a Lei, le dico che in questi ultimi giorni, grazie a Dio, posso piuttosto lodarmi della salute. Il fresco, che da principio mi aveva turbato molto, ora mi riesce favorevole: e gli occhi, benchè non possano ancora leggere nè scrivere senza dolore, sono però migliorati in modo, che io posso uscire di giorno: e così col moto e colla distrazione, vengo anche acquistando di più.</p>
            <p>Mi dispiace che la cara sua non mi sia giunta prima che l'altro ieri. Essendo stato qui Bunsen, di passaggio per Berlino, pochi giorni fa, avrei potuto parlargli a voce sopra ciò che Ella mi scrive. Ma spero che lo rivedrò al suo ritorno, il quale sarà presto, e gliene parlerò allora.</p>
            <p>Quanto all'inverno, io sono ben risoluto di non passarlo in Firenze. Questo clima non è molto freddo, ma infestato continuamente da venti e da nebbie. È simile in tutto e per tutto al clima di Recanati, ma io non avrei qui la decima parte dei comodi della casa propria. Subito che avrò potuto risolvermi circa la mia partenza, gliene scriverò.</p>
            <p>Della mia vita posso dirle solamente, che non fo altro che divertirmi. Ho fatta una quantità di conoscenze di brave persone: ho anche molti buoni amici, e il soggiorno tutto insieme non mi dispiacerebbe se non fosse così lontano dai miei. - Questo infernale inchiostro bianco mi strazia gli occhi, e però conchiudo, pregandola a persuadersi dell'amore estremo ch'io le porto, e domandandole la benedizione. Il suo affettuosissimo figlio Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Carlo L. (1827)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 4 Ottobre 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Carluccio mio. Parlai con Bunsen: mi disse che fino nell'ultima udienza aveva ricordato al Segretario di Stato il nostro affare; che il Card. l'aveva assicurato ripetutamente ch'io non sarei dimenticato. Se dopo ciò si debba ancora sperare, giudicalo da te stesso, che io non so più che me ne dire. Bunsen però non era senza speranza. Egli tornerà a Roma questo Novembre, e non cesserà d'insistere, perchè siamo molto amici. Salutami Mamma e i fratelli, e di a Paolina ch'io non scrivo qui anche a lei, perchè non posso, assolutamente non posso; ma che l'amo senza fine, come amo te, Carluccio mio caro. Addio, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.F.Stella (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
               <dateline>Gaggiano di Varese 6 Ottobre 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio signore ed amico amatissimo. Ho piacer di sentire dalla cara sua 27 dello scorso aver Ella ricevuto la lettera che per isbaglio era stata indirizzata a Bologna. Non avendomi fatto cenno nell'antecedente sua, temeva che fosse andata perduta. In quanto alla lettera al Piatti, ha fatto bene a non mandarla; la può ora lacerare. Quando poi mi capiterà l'occasione di scrivergli, saprò ringraziarlo, come merita, della sua trascuratezza. Per l'avvenire credo ch'Ella non soffrirà più ritardi, giacchè ho scritto all'amico Moratti, perchè ogni mese, cominciando dal presente, Ella riceva da lui direttamente verso la metà la consueta somma. Al più gli potrà scrivere per indicargli la di Lei abitazione, che sentirò volentieri anch'io quale sia.</p>
            <p>Ma più volentieri di tutto sentirò notizie buone della sua salute Mi affligge assai il sentirla così tormentata</p>
            <p>Scrivo alla mia Casa di far a lei tener col <hi rend="italic">Mazzo di fiori</hi> non due, ma sei copie del <title>Discorso</title>. Se sarà pubblicato, vi uniranno pure il quarto bilingue del <hi rend="italic">Cicerone</hi>.</p>
            <p>Tutti i miei la riveriscono di cuore, ed io l'abbraccio teneramente. Il suo vecchio cordialissimo amico e servo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.F.Stella (1827)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO FORTUNATO STELLA - MILANO.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 13 Ottobre 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico amatissimo. Poco dopo la data della mia ultima, il signor Piatti mandò a contarmi i 20 scudi, e dire che per l'innanzi se n'era dimenticato. Io lo feci ringraziare, e rimandai il danaro, dicendo che Ella mi aveva fatto soddisfare per altra parte. La mia abitazione qui è l'albergo della Fontana. A questo proposito, ho da farle una dimanda, ed è, se le sarebbe incomodo, o discaro in qualunque modo, che io andassi a passare il tempo del maggior freddo a Roma. Non le dico questo perchè, in caso di suo consenso, io sia deciso di fare questo viaggio: anzi sono ancora irresolutissimo circa i miei quartieri d'inverno. Solamente veggo la necessità di cercare un clima più caldo che quel di Firenze, massimamente per potere studiare durante il freddo (non potendo io usar fuoco): e perchè la stagione comincia a stringere, gradirei di saper fin da ora il parer suo circa quel che le ho detto, per potermi subito determinare quando io mi risolvessi a quel viaggio. La ringrazio con tutto il cuore delle commissioni date al signor Moratti, e dei doni di libri che Ella mi annunzia. L'Adelaide Maestri, figlia del professor Tommasini, la quale Ella conobbe in Bologna, la riverisce caramente: essa è ora qui, aspettando il padre, che torna da Roma. Io riverisco di cuore la sua amabile famiglia, e a Lei mi ripeto con tutta l'anima suo cordialissimo amico e servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.F.Stella (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
               <dateline>Gaggiano di Varese 18 Ottobre 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico amatissimo. Rispondo subito alla cara sua del dì 13, giacchè Ella per effetto di somma delicatezza vuol ricercare il mio parere innanzi di determinarsi a partir per Roma, per dove ben le occorre di decidersi presto. Pel soggiorno, non esiterei certo a preferir Roma a Venezia, non che a Pisa. Credo ch'Ella avrà provato l'inverno di Roma, onde niuno meglio di lei potrà dirle se quel clima le possa convenire. Riguardo alla lontananza, certo che amerei mille volte meglio ch'Ella dimorasse a Como, ove è un clima dolce, ed ove la potrei spesso vedere, piuttosto che a Roma; ma poi Ella s'annoierebbe a morte con quei Comaschi. In quanto alle cose mie, la lontananza non mi pregiudica niente, e purchè abbia di quando in quando sue nuove, io ne sarò contentissimo. Vada adunque, se si sente disposta, e non ritardi il suo viaggio. In quanto al mensile, Ella lo riceverà tanto a Roma, quanto a Firenze dall'amico Moratti a cui potrà scrivere liberamente, se mai le occorresse qualche anticipazione per il viaggio.</p>
            <p>Il Piatti mi ha finalmente risposto, e riferitomi anche quanto Ella mi scrive.</p>
            <p>Son grato assai alla memoria che la signora Adelaide Maestri ebbe di me. La prego ringraziarla e riverirla. Riverisca anche il sig. Professore. Sabbato a otto, cioè il giorno 27, giorno per me piacevole, poichè compio in esso il mio settantesimo anno, sarò di ritorno a Milano con tutta la mia famiglia che la riverisce, ed io l'abbraccio teneramente. Il suo cordialissimo amico e servo.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Se Ella si determina di andare a Roma, me ne dia avviso subito, perchè allora i libri destinati per Lei, invece di mandarli a Firenze, si manderanno a Roma. Riceverà con quell'occasione anche la prima parte della <title>Crestomazia</title>. L'ho divisa in due parti, ma può esser contenuta in un sol volume. Oh son pur contento di questo suo lavoro, di cui anche la <hi rend="italic">Biblioteca Italiana</hi>, che le vuol bene, sta in grande aspettazione.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.F.Stella (1827)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO FORTUNATO STELLA - MILANO.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 29 Ottobre 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Carissimo Signore ed Amico. Potrei difficilmente esprimere tutta la gratitudine che m'inspira la tanta cordialità ch'ella mi dimostra nella cara sua de' 18. Quanto alla mia gita di Roma, la lunghezza del viaggio, e la lontananza in cui mi ritroverei dal mondo <hi rend="italic">civilizzato</hi>, me ne distolgono ogni giorno più; e sono oramai deciso di andare a passar l'inverno a poca distanza di qua cioè a Massa di Carrara, il cui clima sento costantemente lodare come ottimo, e paragonare a quel di Nizza. Andrò colà (se Ella non trova in questo alcuna difficoltà) subito che la rigidezza dell'aria mi caccerà di Firenze, e le ne darò avviso. A Como verrei volentierissimo, e più che volentierissimo, per esser vicino a Lei: ma la lontananza non mi lascia per quest'anno prendere questa risoluzione: vedremo di consultarne un altr'anno. Ella mi dice una cosa carissima, cioè che la mia Crestomazia le riesce di suo gusto; l'accerto che questa cosa mi consola assai. A proposito della <hi rend="italic">Biblioteca italiana</hi>, la prego a riverirmi distintamente il Signor Ambrosoli, quando lo vegga. Ho letto il suo articolo sopra la mia traduzione di Gemisto, e l'ho trovato ben ragionevole; ma spero che noi saremmo facilmente d'accordo, se ci trovassimo insieme. Accetti le mie felicitazioni pel suo dì natalizio, e mi ricordi alla sua degna famiglia. L'abbraccio con tutto il cuore. Il suo cordialissimo amico e servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Paolina L. (1827)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PAOLINA LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 30 Ottobre 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Paolina mia. È un pezzo che non ho nuove vostre, e mi dispiace. Ti scrivo per darti le mie. Qui, grazie a Dio, abbiamo avuto un Ottobre eccellente, un vero autunno, migliore del Settembre e della fine d'Agosto. Io n'ho profittato per passeggiare, e sono stato meglio degli occhi, e molto meglio dei denti. Ho patito un poco di stomaco, perchè per paura di farmi male, non mangiavo più quasi nulla; ma ora spero di guarire, perchè mi sono ravveduto, e comincio a mangiare con appetito. Quanto all'inverno prossimo, sono oramai deciso di andarlo a passare a Massa di Carrara, che è lontana di quasi 70 miglia; viaggio comodissimo. Quel clima è ottimo, simile al clima di Nizza, e forse migliore di quel di Roma: non vi nevica mai, si esce e si passeggia senza ferraiuolo, in mezzo alla piazza pubblica crescono degli aranci piantati in terra. Del resto la città è piccolissima (benchè capitale del Ducato di Massa e Carrara), non vi sono uomini di merito, e il soggiorno è malinconico assai: sicchè vedi che io prendo questa risoluzione di andar là, non certo per piacere, ma per l'assoluta necessità in cui mi trovo, di passar l'inverno in maniera, ch'io possa astenermi dal fuoco, e possa uscir molto di casa e far molto moto; per non prendere nell'inverno un malessere, che mi duri poi fino all'inverno seguente. Non partirò da Firenze finchè la rigidezza dell'aria non mi caccerà, perchè il soggiorno di Massa non m'invita punto. Prima di partire scriverò un'altra volta. E tu che fai? e Babbo e Mamma e Carlo e Luigi e Pietruccio che fanno? Salutami tutti: Giordani saluta tanto tanto te e Carlo. Scrivimi tutte le nuove che puoi. Io ti dirò una cosa vecchia: che voglio bene a te, e a tutti voi altri più che alla mia vita. Addio, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Brighenti (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO BRIGHENTI</hi>
               </byline>
               <dateline>Bologna 2 Novembre 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Carissimo amico. Le nuove del mio viaggio le avrete dal nostro Giordani. Dal latore saprete della mia salute che è buona, ed è pur tale quella della mia famiglia. A mia moglie ed alle mie figlie portai i preziosi vostri saluti, ed esse m'impongono di ringraziarvene senza fine, e di ricambiarvi i loro rispetti. Noi siamo sempre nel più vivo desiderio che, quando che sia possibile, possiamo tornare ad unirci sotto lo stesso cielo. Io poi vi aggiungo tutto ciò che la riverenza e l'affetto che vi professo vorrebbono dirvi, e che male so esprimere. Egli è ciò, mio carissimo, che vi adoro per quella degnissima persona che siete, e che vi prego a farmi sapere di voi e della vostra salute, che vorrei pur intendere migliorata. Degli affari miei non vi dico nulla, perchè sono sul piede di cui vi parlai in voce. Ad ogni altra novità ne sarete avvertito. Sto intanto attendendo che l'Arcivescovo decida del noto sequestro.</p>
            <p>Abbiate la compiacenza di accogliere benignamente il latore P. Mauro Zamboni, uno de' <hi rend="italic">condannati</hi>, che viene costì per fare un consulto medico. Egli è una buonissima persona. Vi serva che non sa nulla di Russia, e non importa che lo sappia. A lui ho delle obbligazioni particolari. Scusate il disturbo. Amatemi, caro Giacomo, benchè io non possa meritare l'amor vostro che per l'affetto immanchevole che vi porto. Addio. D. Luigi vi riverisce.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Paolina L. (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PAOLINA LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>[Recanati] 2 Novembre 1827.</date>
            </opener>
            <p>Caro Mucciaccio. Vengo a dirti una parola sola, quanto per farti sapere che noi tutti stiamo bene, ed ansiosissimi delle tue nuove, delle quali è quasi un mese che siamo privi. Noi credevamo che ti avesse scritto Babbo, e solo adesso sentiamo che non lo ha fatto; onde, se ci vuoi bene, dicci una parola di te; cosa fai, cosa pensi di fare, dove sei per andare; chè noi ci struggiamo proprio di voglia di sentirti parlare di te e delle cose tue. Ci struggiamo ancora, ed in modo crudele, per la brama di sapere e di vedere cosa hai stampato, cosa stampi; e particolarmente quando vediamo nel <title>Corriere delle Dame</title> qualche tua parola, che noi crediamo presa dalle tue <title>Operette morali</title>. Se mai ti venisse in questo istante il desiderio di sapere quali parole erano quelle, fa' conto che fossero: <hi rend="italic">Detti di Filippo Ottonieri</hi> e <hi rend="italic">Sopra la gloria</hi>. Bisogna che noi ci rassegniamo a credere che tu non abbi proprio potuto mandarci una copia di queste tue Opere, altrimenti non credo che saresti così crudele; anzi io non vedo l'ora che tu parti da Firenze, perchè spero che ti sarà allora più comodo di mandarcela per la posta, senza che tu abbia a spender niente. Per carità, caro Giacomuccio mio, dacci questa consolazione, se puoi; ed intanto credi che tutti ti amiamo quanto mai si può, ed io penso sempre a te, ed alla gioia che di già provavo l'anno passato per l'imminente tuo ritorno. Quanta differenza in quest'anno, o Giacomuccio mio! Ti lascio, perchè ho un dolore d'occhi che consola, e per questa parte mi vengo rassomigliando a te; chè ormai non potrò più leggere, nè vedere luce senza gran dolore. Addio dunque, caro Muccio; dimmi se mi vuoi bene, e come stai. Salutami tanto tanto Giordani.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Paolina L. (1827)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PAOLINA LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Pisa 12 Novembre 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Paolina mia. Ricevetti a Firenze la tua de' 2, la quale puoi figurarti quanto mi fosse cara: io ti aveva scritte già poco prima, stando in grande impazienza di aver le nuove di casa. Ti dissi che sarei andato a Massa, ma i miei amici di Firenze mi hanno fatto determinare per Pisa, città tanto migliore, e di clima tanto accreditato. Partii da Firenze la mattina dei 9 in posta, e arrivai la sera a Pisa, viaggio di 50 miglia. Ieri notte, per la prima volta dopo più di sei mesi e mezzo, dormii fuori di Locanda, in una casa dove mi sono collocato in pensione, a patti molto discreti. Sono rimasto incantato di Pisa per il clima: se dura così, sarà una beatitudine. Ho lasciato a Firenze il freddo di un grado sopra gelo; qui ho trovato tanto caldo, che ho dovuto gittare il ferraiuolo e alleggerirmi di panni. L'aspetto di Pisa mi piace assai più di quel di Firenze. Questo <hi rend="italic">lung'Arno</hi> è uno spettacolo così bello, così ampio, così magnifico, così gaio, così ridente, che innamora: non ho veduto niente di simile nè a Firenze nè a Milano nè a Roma; e veramente non so se in tutta l'Europa si trovino molte vedute di questa sorta. Vi si passeggia poi nell'inverno con gran piacere, perchè v'è quasi sempre un'aria di primavera: sicchè in certe ore del giorno quella contrada è piena di mondo, piena di carrozze e di pedoni: vi si sentono parlare dieci o venti lingue, vi brilla un sole bellissimo tra le dorature dei caffè, delle botteghe piene di galanterie, e nelle invetriate dei palazzi e delle case, tutte di bella l'architettura. Nel resto poi, Pisa è un misto di città grande e di città piccola, di cittadino e di villereccio, un misto così romantico, che non ho mai veduto altrettanto. A tutte le altre bellezze, si aggiunge la bella lingua. E poi vi si aggiunge che io, grazie a Dio, sto bene; che mangio con appetito; che ho una camera a ponente, che guarda sopra un grand'orto, con una grande apertura, tanto che si arriva a veder l'orizzonte, cosa di cui bisogna dimenticarsi in Firenze. La gente di casa è buona, i prezzi non grandi, cosa ottima per la mia borsa, la quale non è stata troppo contenta de' Fiorentini: e non vorrei che credeste ch'io fossi venuto qua in posta, come vi ho detto, per fare lo splendido: ci sono venuto con una di queste <hi rend="italic">piccole diligenze</hi> toscane, che fanno pagar meno che le vetture.</p>
            <p>Salutami tutti; dammi le nuove di tutti: bacia le mani per me a Babbo e a Mamma: e scrivimi, ma scrivimi presto, e dammi tutte le nuove che sai, prima di casa, poi di Recanati, poi della Marca. Di' a Carlo, se mi vuol sempre bene. Aspetto qualche notizia da Bunsen quando egli ripasserà per Bologna questo Decembre. Così siamo rimasti d'accordo. Egli passerà pure per Recanati. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Vieusseux (1827)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIAMPIETRO VIEUSSEUX - FIRENZE.</hi>
               </salute>
               <dateline>Pisa 12 Novembre 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Vieusseux. Eccovi le mie nuove, secondo che vi promisi. Io sto bene di salute, dopo un leggero incomodo cagionatomi nel viaggio, e cagionatomi da quello che meno m'avrei aspettato; dal sole e dal caldo. Sono più che contento, sono proprio innamorato di questo cielo. Ho lasciato a Firenze l'inverno, e qui ho trovato l'autunno, di maniera che ho dovuto gittar via il pastrano e alleggerirmi di panni. Anche l'aspetto di Pisa mi piace assai. Quel lung'Arno, in una bella giornata, è uno spettacolo che m'incanta: io non ho mai veduto il simile: tu che hai viaggiato mezzo mondo, avrai veduto forse qualche cosa di questo genere in Olanda o altrove; ma questo sole, questo cielo, sono ornamenti che non avrai trovati fuori d'Italia, e sono pure una gran parte di questo spettacolo. Del rimanente, io trovo qui un misto di città grande e di città piccola, di cittadino e di rustico, tanto nelle cose, quanto nelle persone: un misto propriamente romantico. Il Dottor Cioni, che mi ha fatto mille piaceri, mi ha trovata qui una casa in via Fagiuoli (casa del Dottor Comandoli, tenuta da un Sig. Soderini, impiegato in non so qual tribunale), dove mi sono collocato in pensione. La gente di casa è buona; e in somma io mi trovo contento in Pisa, eccetto la sera, la quale non so come passare. Mille saluti a Giordani, Montani, Colletta, se lo vedete, e a tutti gli amici. Vogliatemi sempre bene. Addio, addio. Il vostro Leopardi.</p>
            <p>Se mi scrivete, datemi le nuove vostre, e quelle degli amici, e quelle della letteratura, se ve ne ha di rilevanti.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.F.Stella (1827)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO FORTUNATO STELLA - MILANO.</hi>
               </salute>
               <dateline>Pisa 12 Novembre 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico amatissimo. Risposi da Firenze alla carissima e amorosa sua del 18 di Ottobre. Questa è per informarla che alla fine i miei amici di Firenze mi hanno fatto determinare a passare l'inverno, non a Roma, non a Massa, ma qui a Pisa; dove ho trovato per verità un clima temperatissimo, un vero autunno, mentre che a Firenze ho lasciato un vero inverno. Con altra mia le parlerò di proposito circa i miei studi. Desidero buone notizie di Lei e della sua famiglia, la quale riverisco e saluto con tutto il cuore, e alla sua benevolenza mi raccomando, abbracciandola teneramente.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.F.Stella (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
               <dateline>Milano 12 Novembre 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed amico amatissimo. Dirigo la presente a Firenze, pregando il Sig. Vieusseux di fargliela ricapitar subito, se Ella vi si trova; diversamente la spedisca a Massa di Carrara. Credo anch'io ch'Ella vi debba passar colà un inverno assai mite, anche stando alla relazione che mi pare che ci abbia fatta quel nobile giovane di Massa, che fu a pranzo con noi il primo giorno che arrivai in Bologna.</p>
            <p>Dalla cara sua del 23 dallo scorso sento ch'Ella gode di sapermi contento della 1a parte della <title>Crestomazia</title>. E come non si potrebb'esserlo? Le soggiugnerò che lo sono ancor più della 2a, la cui stampa è assai bene avanzata. Nol sono molto però della ristampa della Ia parte, che se ne è eseguita subito a Torino. Nol posso essere (e il sono veramente) che dalla parte dell'Autore, la cui fama così va sempre più spargendosi.</p>
            <p>Poichè Ella è prossima ad andare, od è già a Massa, favorisca dirmi se i libri che dovrò mandarle sia meglio che li raccomandi a qualche amico di Firenze, o pur di Modena. A Massa la mia Casa non ha alcun corrispondente. Forse nella sua dimora colà Ella mi potrà dire se vi sia alcun libraio con cui potere stringere qualche utile relazione.</p>
            <p>Non mai per affrettarla al lavoro, ma per semplice curiosità le domando a qual punto si trova con quello della nota <hi rend="italic">Enciclopedia</hi>. Questo anche il domando, perchè da molti si desidera dalla mano di Lei anche la <title>Crestomazia poetica</title>. Mi dica, senza angustiarsi, e lasciando da un canto per ora la <hi rend="italic">Enciclopedia</hi>, per quando la potrebbe dare.</p>
            <p>Vedrò fra qualche giorno l'Ambrosoli, il quale son certo che aggradirà molto, quanto Ella mi scrive in di lui proposito; come Ella stessa gradirà di sentir che l'altro giorno sono stato a visitare il Monti, che era da più mesi ch'io non vedeva perchè passò l'estate e parte dell'autunno a Monza; e dopo d'avergli parlato di molte persone di merito che ho veduto nel mio viaggio, non si fermò che sopra di Lei, e nel congedarmi da lui m'incaricò di salutarla in un modo, che esprimeva grande stima ed amore per Lei, non maggiore però, e nè tampoco eguale a quello che le professa il suo vecchio amico e servo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Maestri (1827)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ADELAIDE MAESTRI - PARMA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Pisa 12 Novembre 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Mia cara Adelaide. Adempio subito la promessa fattavi di darvi le mie nuove. Io mi trovo molto contento di quest'aria. Ho lasciato a Firenze l'inverno, e qui trovo l'autunno. Se durasse così, sarebbe una beatitudine: tutti mi assicurano che qui non fa mai freddo, o dura pochissimo. Della salute sto sufficientemente bene. Sono anche contento assai dell'aspetto della città, dove trovo oggetti e spettacoli bellissimi di natura e d'arte; oltre un certo misto di città grande e di città piccola, di cittadino e di villereccio, un misto veramente romantico. E la vostra salute come si trova? Che fa l'avvocato Maestri, che fa la Clelietta? Indirizzo questa a Parma, credendo che voi dovrete esser là appresso a poco nel tempo in cui potrà arrivar la presente. Non vi prego a conservarmi la vostra amicizia, perchè spero che il pregarvene sia superfluo; come anche spero che sia superfluo l'assicurarvi che io non mi dimentico di voi. Salutatemi caramente l'avvocato; e, se mi volete bene, abbiate cura sopra tutto alla vostra salute. Addio, addio di tutto cuore.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.P.Vieusseux (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIAN PIETRO VIEUSSEUX</hi>
               </byline>
               <dateline>Firenze 13 Novembre 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Carissimo Leopardi. Grato, gratissimo vi sono per aver pensato a darmi delle vostre nuove; io le aspettavo con impazienza, abbenchè avessi già saputo in casa Cioni che il viaggio aveva avuto luogo felicemente. Mi rallegro con voi per il conveniente alloggio trovato, e particolarmente per la temperatura della quale godete lung'Arno. I nostri amici communi se ne consoleranno come me, e già vi posso fare i saluti del Giordani, al quale ho partecipato la vostra lettera. Egli fu ier sera da me, in numerosa compagnia: il celebre viaggiatore Ruppell ora tornato dall'Abissinia era con noi; molti mi domandarono di voi, e particolarmente il cav. Reynhold che pareva quasi sorpreso di non avervi veduto in casa sua prima della vostra partenza. Al D.r Cioni ho spedito i vostri con i miei libri: il pacchetto deve pervenir franco: raccomandategli di occuparsi di quell'articolino il più presto che potrà.</p>
            <p>Ma non basta, mio caro amico, di sapervi arrivato felicemente a Pisa, e convenientemente accasato, per consolarci della vostra assenza. Vi assicuro, e potete credermi, imperocchè non sono uomo da parole lusinghiere, che il non vedervi più comparire la sera da me mi cagiona una vera pena; mi manca qualche cosa, e sempre penso a voi. Voi siete uno di quelli pochissimi uomini, coi quali mi sarei volentieri adattato a vivere, <foreign lang="fra">à faire ménage</foreign>.</p>
            <p>Quanto prima, lo spero almeno, avrò il piacere di abbracciarvi, perchè devo andare a Livorno; frattanto godetevi l'aria pisana, abbiatevi cura, amatemi come vi amo, e credetemi sinceramente vostro affezionatissimo amico.</p>
            <p>Mille saluti, <foreign lang="fra">cela va sans dire</foreign>, a Cioni ed a Momo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>[Firenze] 13 Novembre [1827].</date>
            </opener>
            <p>Caro Giacomino. Alla posta avevi il <hi rend="italic">Raccoglitore</hi>; l'ho fatto voltare a Pisa. Mandaci nuove del tuo viaggio, del tuo collocamento, della tua salute. Ricordami a Cioni. Se vedi Rosini digli che feci la sua commissione colla signora Carlotta. Se vedrai Carmignani e madama Vaccà, dì all'uno e all'altra che li riverisco. Desidero che tu possa ritonar presto, e che non mi dimentichi. Qui sei presente all'animo di tutti. Addio, addio</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Brighenti (1827)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO BRIGHENTI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Pisa 14 Novembre 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio carissimo Brighenti. Ebbi l'amorosa tua del 2.do del corrente dal buon Zamboni a Firenze. Poco dopo partii per Pisa, dove finalmente mi sono risoluto a fermarmi l'inverno. Ci ho trovato un clima temperatissimo, e fin qui sono contento assai di questo soggiorno. Diedi a Giordani le notizie che tu mi chiedevi intorno al tabacco ec. Io abito in via Fagiuoli, accanto alla casa del Dott. Comandoli, presso il Sig. Soderini: non ti posso dire il numero, perchè questa casa non ha numero. Le buone notizie della tua salute e di quella della tua cara famiglia mi consolano assai: non ti posso esprimere quanto mi consolerebbe l'aver buone notizie di tutto il resto che ti appartiene. Spero che mi manterrai la promessa di tenermi informato di ogni novità che accada in tal particolare. Io t'amo sempre come singolarissimo amico, e sempre desidero e sospiro l'opportunità e il modo di ricongiungermi a te ed alla tua famiglia stabilmente. Salutami senza fine quest'amabile famiglia, e l'ottimo Don Luigi. Conservami l'amor tuo, e se posso servirti, comandami. Addio, addio con tutto il cuore. Il tuo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Papadopoli (1827)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO PAPADOPOLI - VENEZIA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Pisa 14 Novembre 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Caro il mio Papadopoli. Rispondo tardi all'affettuosa tua dei venti di Settembre, ricapitatami dal Capponi. Ma tu sai come io sono stato degli occhi per lo passato. Ora mi trovo un poco meglio, e non solo degli occhi, ma del resto ancora. Sono venuto a Pisa, dove ho trovata un'aria temperatissima, un vero autunno, dove che a Firenze ho lasciato un vero inverno. Qui mi fermerò fino all'Aprile. Dio sa quanto volentieri avrei tenuto il tuo invito di venire a Venezia. Ma il viaggio era troppo lungo per me quest'anno, con questa salute: basti dire che io non ho potuto fare questa poca via da Firenze a Pisa, senza disagio notabile. Chi sa che io non possa venire a riabbracciarti un altr'anno? Mi domandavi che gran lavoro fosse quello per cui ti scriveva Giordani che io aveva apparecchiati i materiali. Nessun lavoro determinato: ma io ho dato un certo ordine <hi rend="italic">a un grandissimo numero di materiali che ho per lavori da determinarsi quando i materiali sieno a sufficienza e la salute in migliore stato</hi>. Hai tu veduto le Operette Morali e la prima parte della Crestomazia? Non so se io ti scrivessi che Stella era rimasto incantato e innamorato di te. Se mi scrivi, dammi nuove della tua salute, de' tuoi studi, de' tuoi pensieri. Voglimi sempre bene, come te ne voglio io, che t'amo quanto me stesso. Addio, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Vieusseux (1827)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIAMPIETRO VIEUSSEUX - FIRENZE.</hi>
               </salute>
               <dateline>Pisa 16 Novembre 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Vieusseux. Vi ringrazio dell'amorosa vostra dei 13, e della lettera dello Stella che ho ricevuta oggi. Voi mi fate insuperbire con quel che mi dite del desiderio che provate della mia compagnia. Dico insuperbire, perchè oramai fo molto più conto dell'affetto che della stima degli uomini; e però avrei maggior concetto di me stesso se mi credessi capace di farmi amare, che di farmi stimare. Del resto, mio caro Vieusseux, non avrete difficoltà di credere che io sento, almeno altrettanto vivamente, la mancanza della compagnia vostra, della quale poche altre mi potrebbero compensare in qualunque luogo, ma qui certamente nessuna. - Confesso che Rheynhold ebbe ragione di maravigliarsi della mia partenza così improvvisa; e siccome egli potrebbe chiamarsene un poco offeso, voi mi fareste un vero piacere, la prima volta che lo vedrete, di fargli i miei complimenti, e di scusarmi se non fui a visitarlo prima di partire, del che potrete addurgli liberamente la vera ragione, cioè che con quei freddi, io non aveva coraggio di andar molto attorno, e massimamente di passar l'Arno. - Qui si parla molto del decreto del Granduca sopra queste monache di San Silvestro: ma voi sarete informato di quella storia assai meglio di me. - Salutatemi Giordani, e ringraziatelo della sua lettera, alla quale risponderò subito che avrò eseguite le sue commissioni; ma non ho ancora veduto il Carmignani, nè Mad. Vaccà. - Addio, caro Amico: vogliatemi bene. Mille saluti a Montani. Addio addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.F.Stella (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
               <dateline>Milano 17 Novembre 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Amico amatissimo. Godo di sentirla in Pisa, e contenta di codesto clima. Credo che lo sarà anche delle persone, e particolarmente del mio buon amico prof. Rosini, che la prego salutare cordialmente.</p>
            <p>Nell'incertezza ch'Ella non si trovasse a Firenze, le ho scritto una lettera colà raccomandandola ad un amico, perchè se Ella non vi si trovasse, la spedisse a Massa. Come temeva di qualche smarrimento, così ne volli tener copia, e qui sotto gliela fo trascrivere. Ad essa copia aggiungo che la ristampa della <title>Crestomazia</title> a Torino non fu che un equivoco. Sarò contento se mi daranno il tempo di spacciarne un qualche numero di copie colà.</p>
            <p>All'amico Moratti, per gli assegni mensili, scrivo questa sera ch'Ella si è trasferita a Pisa.</p>
            <p>L'abbraccio di tutto cuore. Il suo vecchio cordiale amico.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Non tarderà la mia Casa a far spedizione a codesto Sig. Nistri: con tal mezzo Ella riceverà i libri che son pronti per Lei.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di C.Pepoli (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO PEPOLI</hi>
               </byline>
               <dateline>B[ologna] 17 Novembre 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Amico. Sino da quando tornai dalle Marche, e intesi che tu eri partito alla volta di Firenze, io me ne dolsi, perchè veramente desiderava abbracciarti e star teco. Io poi me ne andai all'<hi rend="italic">Eremo</hi>, e oziando in quella bellissima e solitaria collinetta, composi alcuni versi che prendono <hi rend="italic">nome e qualità</hi> dalla mia dimora, e dove or lamentando le mie male venture or benedicendo la vita campestre, ora descrivendo una specie di visione, piango la morte della giovinetta Strocchi: e ti lodo etc. etc.</p>
            <p>Ora questi versi li ho diretti a te, e per darti argomento dell'onore in che tengo la tua sapienza, e dell'amore che ti porto, e della gratitudine che ti serbo per quell'<hi rend="italic">Epistola</hi> che mi scrivesti.</p>
            <p>Prima per altro di pubblicare questi versi io te ne chiedo licenza; e se così ti piacesse, te li manderò ancora acciò tu li veda; ma ciò porterebbe lunghezza di tempo etc. etc.</p>
            <p>Fa' liberamente di dirmi il tuo consentimento e il tuo volere.</p>
            <p>Tienmi sempre raccomandato al nostro Giordani, e quanto più sai ama il tuo P.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Paolina L. (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PAOLINA LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>[Recanati] 18 Novembre 1827.</date>
            </opener>
            <p>Caro Muccietto. Ecco che vai ad allontanarti sempre più da noi, in luogo di avvicinarti, come credevo, non tanto da poterci vedere, chè non l'ho mai sperato, ma più vicino di Firenze, io me ne lusingava. E quasi mi fa pena questa tua nuova partenza, pensando che forse più di rado avremo le tue nuove, che lo sono già abbastanza e molto dolorosamente per noi. E sai che a Babbo è dispiaciuto molto il sentire che non sei per tornare, e pretende che tu l'abbi ingannato, quando gli dicevi in una tua "che non avresti certo passato l'inverno a Firenze, ove non avresti trovato la minor parte dei commodi di casa tua, e che lo avresti avvisato della tua partenza": le quali parole credeva egli che volessero dire, che avresti passato l'inverno a casa. Ed egli mi ha detto che non ti scrive <hi rend="italic">per stare un poco col muso</hi>; ma che intanto ti scriva io ec. Tutto questo in confidenza. Vorrei che fosse vero quanto ti è stato detto della bontà del soggiorno di Massa, e che tu vi soffra il meno che puoi; e credo che starai sulle mosse per andarci, e che anche a Firenze si sentirà di già il freddo, o si vedrà la neve, come l'abbiamo veduta e toccata noi per tre giorni. Credo certo che per quanto sia noioso il soggiorno che hai scelto, pure non ti ci annoierai come a Recanati. Quanto ho goduto io, quanto abbiamo goduto tutti noi della tua migliorata salute! Abbiti cura, per carità, quest'inverno, e mangia, come dici di fare, seppure non te ne sei già pentito. Mi domandi le nuove di questo porco paese, ma io non so cosa dirti.</p>
            <p>Forse avrai piacere di sentire, che le continue acque, ed in particolare quelle di cinque giorni e cinque notti del mese passato, hanno reso pericolanti gran parte delle case verso la <hi rend="italic">montagna</hi>, tanto che si è ricorso a Roma (si dice) e si attende un architetto ec. Alla nostra festa di Domenica avemmo a pranzo il <hi rend="italic">Gubernator</hi>. Ecco le grandi nuove ch'io posso darti. Carlo, Luigi, Pietruccio ti salutano e ti abbracciano. Mamma poi ti saluta tanto tanto. Addio, caro Muccietto. Ti voglio tanto bene. Giordani sta, bene? Me lo vuoi salutare molto, ma molto particolarmente?</p>
            <p>Mi è giunta in tempo la tua carissima da Pisa per potere aprire questa e dirigerla costì, dove io e tutti noi ti diamo il benearrivato, e ci congratuliamo con te di questa tua risoluzione, e t'invidiamo questo delizioso soggiorno; ma io poi quanto te lo invidio, non puoi credere. E quel sole brillante, e quell'aria dolce, e quell'Arno, mi fanno struggere di desiderio e di rabbia, ora che già sentiamo l'inverno, e lo gustiamo e lo gusteremo per altri cinque o sei mesi. Sicchè io dico sempre: beato a te! E non voglio che mi venghi addosso con le tue riflessioni filosofiche; chè io manderei al diavolo assai volentieri tutta la filosofia del mondo, perchè non può mai arrivare a persuadermi, nè a farmi credere di essere felice, quando sento di essere la più infelice donna della terra. Ma tu stai bene di salute, di animo; e questa è una grande consolazione! Ti dirà ora Carlo stesso se ti vuol sempre bene.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.P.Vieusseux (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIAN PIETRO VIEUSSEUX</hi>
               </byline>
               <date>[Firenze, novembre 1827].</date>
            </opener>
            <p>Mio carissimo Leopardi. Io vi scrivo in un momento ben tristo per me: l'ottimo prof. Valeri non esiste più: egli è morto dopo quattro giorni di malattia, lasciando i suoi numerosi amici immersi nel più vivo dolore. L'Italia perde in lui un buono, un vero italiano; la pubblica istruzione un valentissimo professore; <hi rend="italic">l'Antologia</hi> uno zelante collaboratore; io un amico che da più anni aveva imparato ad amare e stimare. Il Cioni, al quale vi prego di partecipare questo crudele avvenimento, potrà dirvi intorno al buon Valeri molte cose interessanti: egli, come me, sarà profondamente afflitto. Valeri era per me un vero, sincero amico: le numerose sue lettere ne fanno fede. Ho scritto a varie persone di comune nostra relazione per avere quanto prima tutti quelli appunti che dovranno servire a chi sarà incaricato di parlar di lui nell'<title>Antologia</title>; anche il Cioni potrà somministrarmi qualche lume.</p>
            <p>Ho avuto la cara vostra 16 stante, e vi ringrazio di tutto cuore delle vostre per me preziosissime espressioni di amicizia; preziosissime perchè le credo sincere, imperocchè mi parrebbe impossibile il non essere corrisposto da chi tanto amo e stimo.</p>
            <p>A tutti gli amici di Firenze ho fatto le vostre commissioni, al Giordani particolarmente, ed al Reynhold: tutti vi salutano. Il primo era un poco in collera pel vostro silenzio. Orioli mi scrive da Bologna: egli vi è tornato da Roma senza curarsi di far ricerca delle lettere che poteva avere a quell'uffizio di posta; e le stampe del suo articolo sopra i monumenti etruschi dovranno da Roma ripartire per Bologna!!</p>
            <p>Molto si parla qui dell'affare di S. Silvestro; ma nessuno conosce il vero: non potreste voi, in due versi, farci sapere qual fu il gran delitto delle Suore monache, e come mai s'è dovuto venire a quegli estremi?</p>
            <p>Ieri sera ebbi da me Giordani, Montani, Forti, Gino e Micali. Si parlò di voi, e si diceva che ci mancavate. Giordani fu eloquentissimo!</p>
            <p>È arrivato qua il signor D.r Brofferio poeta Torinese: egli è venuto, credo, per poter leggere fogli francesi. Ora che la stampa è libera quei fogli sono un'altra volta molto importanti, e come sapete, sono proibiti in Piemonte. Addio.</p>
            <p>Colletta doveva partire questa mattina per Livorno: gli ho dato il vostro indirizzo. Tanti saluti per parte mia, se lo vedete al suo passaggio; ma potrebbe darsi che il tempo umido e freddo lo ritenesse ancora. Ieri la giornata fu magnifica, e ne godeva per voi. Oggi non è possibile di mettere il naso fuori di casa. Ecco però il Giordani che càpita, e vi scrive due righe: mi fa leggere la vostra lettera; e vi ringrazio un'altra volta.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
            </opener>
            <p>Ti abbraccio: ti ringrazio della tua letterina, benchè per Dio troppo breve. Oh venga venga la primavera, e tu ritorni. Era per te una lettera stamattina; e l'ho fatta voltare. Addio addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.B.Pandolfini (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI G. BATTISTA PANDOLFINI</hi>
               </byline>
               <dateline>Pisa 20 Novembre 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore. Ho l'onore di parteciparle che nell'adunanza di questa Colonia Alfea tenuta in questo giorno sotto la Presidenza dell'Arconte Cav. Gaetano Mecherini, Ella è stata proclamata per uno dei Pastori Arcadi della stessa Colonia, oggi riunita a questa Accademia di Belle Arti come Sezione di Belle Lettere. Le accompagno perciò il Diploma Arcadico con l'assegnazione del nome Pastorale.</p>
            <p>In quest'occasione ho pure l'onore di prevenirla, che contemporaneamente alla solenne collazione dei premj, che si farà al cadere del corrente anno dall'Accademia delle Belle Arti di questa città, avrà luogo un'adunanza della Colonia Alfea. Io la invito perciò ad abbellirla con qualche sua produzione. La scelta degli argomenti è libera e non solo possono trattarsi in verso, ma anche in prosa, limitandosi in quanto a quest'ultima alle Belle Lettere, e alla Storia Patria. Piacendole di aderire al presente invito, è necessario che si compiaccia inviarmi copia del suo componimento precedentemente al giorno dell'adunanza che le verrà precisamente indicato con altro avviso, e ciò perchè il componimento medesimo possa esser sottoposto all'esame dei due Censori a forma delle Costituzioni Arcadiche.</p>
            <p>Sono con perfetta stima, di V.S. dev.mo obb.mo Servitore.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Carlo L. (1827)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Pisa 21 Novembre [1827].</dateline>
            </opener>
            <p>Carluccio mio. Sappi che non posso più star senza vedere il tuo carattere, e che tu m'hai da scrivere qualche cosa in ogni modo. L'amor mio non te lo posso esprimere, già lo sai che non posso; io penso a te continuamente, ti vedo ogni notte e ti abbraccio e ti accarezzo in sogno. - Vorrei da te un favore. La mia Antologia italiana ha avuto grande incontro: prima che sia pubblicata la seconda parte (che è sotto il torchio), si è fatta, con poco piacere di Stella, e anche mio, una ristampa della prima parte a Torino. Vogliono ch'io dia collo stesso metodo un'Antologia poetica. Io trovo conveniente di darmi a questo lavoro, che non vuol troppa applicazione, e l'accetto. Avrei assoluto bisogno di tenere alla mano l'Antologia poetica del Brancia, stampata a Parigi, che è tra i libri mandatimi da Stella, che io lasciai costì in libreria; e l'Antologia poetica francese di M. Noël, cioè il secondo tomo delle <title>
                  <foreign lang="fra">Leçons de littérature et de morale</foreign>
               </title> che ha Peppe Antici, e che egli mi favorì in prestito l'inverno passato. Se Peppe si contentasse di tornare a prestarmi questo volume, con sicurezza di riaverlo in perfetto stato, mi farebbe una grazia particolare. Allora bisognerebbe che tu sentissi da Morici o altri, se costì vi fosse pronta occasione di spedirmi questi due volumi in un pacco (il Brancia e il Noël) a Bologna, con indirizzo a me, <hi rend="italic">raccomandato all'Avv. P. Brighenti, Strada Stefano, num. 76</hi>. Brighenti penserebbe a mandarlo a Firenze, e di là lo riceverei subito. Ma bisognerebbe spedirlo con mezzo il più pronto e sicuro possibile: le solite spese di spedizionieri a mio carico. In caso disperato, mandarlo a Brighenti per la Diligenza, e avvisarmene subito; chè con Brighenti me la intenderò io. Anzi credo che questo della Diligenza sarà il meglio. - Parlami un poco di te, Carluccio mio caro. Della mia salute posso dirti ch'essa è molto passabile, e che gli occhi stanno assai meglio, guadagno per me incalcolabile. Salutami tutti senza fine e con tutta l'anima. Ma parlami molto molto di te. Addio, Carluccio mio caro: seek to the address you know. Addio addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Maestri (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ADELAIDE MAESTRI</hi>
               </byline>
               <dateline>Parma 21 Novembre 1827</dateline>
            </opener>
            <p>Amico carissimo. Con poche parole, ma con affetto molto io vi ringrazio dell'amorevol memoria che avete avuto di scrivermi, e così sollecitamente come io desiderava. Non è da chiedere quanto mi consoli ciò che mi dite della vostra salute. Anche le notizie che mi date del clima di Pisa mi fanno molto piacere, perchè essendo così temperato e dolce potrà togliervi a tutte le pene che seco porta l'orrido inverno. Ma che volete? Non si può mai avere una contentezza piena: questo stesso piacere che io provo, che pure è grandissimo, non lascia di essere turbato dal timore che quelle bellezze sì di natura che d'arte che voi osservate in quella città, e quel cielo sì benigno, non vi tolgano affatto agli amici vostri. Taccio degli abitanti, i quali elevati e cresciuti in quell'aria sì mite, mi pare che dovrebbero avere un'amabilità maggiore che altrove, e così rendervi sempre più gradito cotesto soggiorno. Basta, speriamo che la calda stagione possa farvi desiderare queste nostre settentrionali regioni.</p>
            <p>La mia mamma è qui meco per alcuni giorni, perchè non le sofferse l'animo di lasciarmi partire così malenconica. Essa mi raccomanda di dirvi tante e tante cose per conto suo, e che spera di trovare in Bologna i vostri caratteri, i quali le tengano luogo almeno per qualche istante della vostra desiderata presenza. Anche Ferdinando vi manda i più cordiali saluti. Clelietta ed Emilietto vi baciano. La nostra salute è sufficiente, nè sofferse punto nel viaggio il quale fu felicissimo. Oh come trovai diverso l'Appennino dall'altra volta quando io venni in Firenze! Allora vidi l'orrido di dirupati monti, ma vidi anche il ridente di bellissime valli, di coltivati poggi, di amene colline: or tutto era deserto; tutto spirava malinconia. Addio. Continuateci le vostre nuove. Se il far piacere ai propri amici è un dovere, quando è in poter nostro, ricordatevi che vi corre obbligo d'inviarci spesso i vostri caratteri. La vostra aff.ma amica.</p>
            <p>Amerei di sapere come si chiamava quel tabacco che avevate preso in Bologna.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.F.Stella (1827)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO FORTUNATO STELLA - MILANO.</hi>
               </salute>
               <dateline>Pisa 23 Novembre 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico amatissimo. Rispondo alla carissima sua del 12 andante, confermandole prima di tutto la mia dello stesso giorno, scritta subito dopo il mio arrivo in Pisa. Le sono molto grato della notizia che Ella mi dà intorno al Monti, al quale ho giudicato bene di scrivere per ringraziarlo direttamente dei saluti favoritimi per di Lei mezzo.</p>
            <p>L'Enciclopedia, come cosa dipendente dalla fantasia, dalla vena e dall'umore, che non possono esser sempre al nostro comando, va più lentamente di quel ch'io vorrei; e per questa ragione io era già deliberato di pregarla a propormi qualche altro lavoro di sua soddisfazione, che dipendesse meno dalla fantasia, e del quale io potessi occuparmi negl'intervalli, e terminarlo più presto. Ora che Ella mi propone la Crestomazia poetica, io mi trovo prevenuto, e non ho ragione nè difficoltà che m'impedisca di abbracciare questa intrapresa. Bisogna però ch'io le faccia considerare primieramente che questo lavoro esige più studio e più quiete che la Crestomazia prosaica: si tratta di bellezze poetiche, che non si possono gustare leggendo in gran fretta o scorrendo via le pagine, come si può far nella prosa. Bisogna assaporare adagio, e questo domanda molto tempo: oltre che la letteratura italiana, quanto è povera di prosatori, altrettanto è ricca di verseggiatori, da ciascuno de' quali si potrebbe cavare qualche pezzo buono e adattato a una Crestomazia: sicchè il lavoro è immenso di sua natura. Secondariamente, la Crestomazia di prosa, non aveva altra opera italiana con cui gareggiare; ma una Crestomazia poetica dovrà contendere con quella del Brancia, che pure è molto passabile; dovrà contendere con qualche centinaio o migliaio di Parnasi, di Raccolte, di Scelte poetiche d'ogni genere, tra le quali ve ne sono pur molte per lo meno mediocri. Il fare un lavoro che per la sua perfezione si distingua notabilmente da tutta la infinità dei lavori congeneri (e senza ciò, è inutile l'intraprenderlo), richiede uno studio lungo e posato. Finalmente i miei poveri occhi che già soffrirono assai, e si risentono ancora, della fatica durata nel tanto leggere e nel tanto copiare che mi bisognò fare per l'altra Crestomazia, non mi permetteranno di darmi troppa fretta in questa seconda. Per tutte queste ragioni io fo conto di non poterle promettere la Crestomazia poetica se non pel principio dell'autunno prossimo. Ella mi saprà dire se questo termine le conviene o no. Se le conviene, io mi darò tosto all'opera con tutto l'impegno che mi permetterà la mia salute: se no, bisognerebbe pensare a qualche altro lavoro. L'abbraccio, al solito, con tutto l'animo. Il suo cordialissimo amico e servitore Giacomo Leopardi</p>
         </div1>
         <div1 n="A V.Monti (1827)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A VINCENZO MONTI - MILANO.</hi>
               </salute>
               <dateline>Pisa 23 Novembre 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo Signor Cavaliere. Mi scrive il sig. Stella che essendo stata a visitarla questi dì passati, Ella gli commise di salutarmi a suo nome con espressioni di molto affetto. Questa dimostrazione della Sua bontà mi ha cagionato quel contento che Ella può pensare, e mi ha commosso talmente, che io non mi sono potuto astenere dal renderne a Lei per lettera quelle maggiori, e quelle più vive, cordiali ed umili grazie che io posso. Ancora, vorrei che la presente fosse una nuova testimonianza della venerazione che io le porto; non che io tema che Ella ne dubiti; ma desidero sommamente che Ella se ne ricordi. E con tutto l'animo mi offerisco per quanto posso e voglio, a servirla in questa Toscana, che è tutta e sempre piena di affetto e di riverenza sincera e profonda al Suo nome. Mi conservi la sua preziosissima e carissima benevolenza, e mi creda fermamente Suo devotissimo e gratissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di F.Puccinotti (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI FRANCESCO PUCCINOTTI</hi>
               </byline>
               <dateline>Macerata 27 Novembre 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Leopardi. Nell'ultima tua mi dicevi che prima di partire da Firenze mi avresti scritto. Te ne sei dimenticato, e me ne dispiace. Ho cercato di sapere a Recanati dove ora ti trovi, e mi è stato risposto che ti sei scelto a soggiorno Massa di Carrara, come luogo d'un'aria meno nemica a' tuoi nervi di quella di Firenze. V'ha però chi mi vuol persuadere che tu sii tuttavia in Firenze. Tra questa incertezza io mando la lettera alla Capitale come in loco più sicuro.</p>
            <p>Sappi dunque che qui a Macerata gli stampatori Mancini si dividono fra loro, e uno de' fratelli, cioè Giuseppe, sta per aprire una stamperia in questa città con molta magnificenza. Egli è stato a posta costì in Firenze per trovare un abile Direttore, e crede di aver avuto in regalo dal Cav. Inghirami di Fiesole un gioiello nella persona del Grazzini che dirigeva la Tipografia Fiesolana. Il Mancini adunque, onde dar subito nome alla sua stamperia è smanioso di stampare qualche produzione tua, conoscendoti egli pel primo letterato italiano, siccome ormai tutti per tale ti tengono. Egli sa ch'io godo la tua amicizia, onde ha supplicato a me a fine che ti comunicassi questo Suo desiderio e ti chiedessi da sua parte qualche tuo manoscritto. Io mi ricordo che quando tu a Recanati mi mostrasti le tue Opere mss. mi distinguesti tra le altre il tuo Volgarizzamento del Frontone del Mai, e mi soggiungesti che se alcuno stampatore lo avesse voluto glielo avresti dato volentieri. Se pertanto ti piacesse di secondare con cotesto Volgarizzamento o con altra cosa tua le brame di questo Mancini, debbo avvertirti ch'egli starà a qualsiasi patto tu gli sarai per fare, e porrà tutta la cura possibile onde la edizione sia degna dell'opera e del nome illustre dell'autore di essa. Quando tu possa bramerei che mi rispondessi presto, e nella risposta dirmi ancora quelle cose che ti chiedeva nell'altra mia, meno quello che riguardava il Vieusseux, al quale ho già inviato gli scritti, qualunque ne sia per essere il fine.</p>
            <p>Addio. Sta' sano e conservami la preziosa amicizia tua.</p>
         </div1>
         <div1 n="A C.Pepoli (1827)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO PEPOLI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Pisa 28 Novembre [1827].</dateline>
            </opener>
            <p>Mio carissimo. Ricevo qui da Firenze la tua de' 17, la quale mi è sommamente grata, perchè mi assicura della memoria che tu conservi di me, ma più grata mi sarebbe se recasse qualche nuova dello stato tuo, e soprattutto della salute. Ebbi già in Firenze i bei versi che mi mandasti per mezzo di Brighenti: non te ne ringraziai allora, perchè i miei occhi non sopportavano la fatica dello scrivere: ora (che gli occhi stanno un poco meglio) te ne ringrazio sinceramente di tutto cuore. Non ti bisogna domandar licenza a me, di usare il mio nome quanto e come ti piaccia: bensì, volendo lodarmi, ti bisognerà domandarne la permissione alla tua coscienza, alla quale io me ne rimetto totalmente. Vedrò con gran piacere i tuoi versi quando saranno stampati: tu non hai a darti la briga di mandarli prima, che questo, come tu dici, recherebbe molta lunghezza, massimamente essendo io a Pisa, dove le occasioni da Bologna e per Bologna non son d'ogni giorno. Io starò qui tutto l'inverno; e colla opinione che a Pisa non si senta freddo, mi consolerò di quello che ci sentirò in fatti, come già ce ne sento più che non bisogna per farmi smaniare e spasimare, non potendo usar fuoco. Ricordami e raccomandami senza fine alla Nina, e saluta per me mille e mille volte cotesti carissimi e veramente ottimi amici bolognesi, il Marchetti, il Costa; anche lo Strocchi se lo vedi o gli scrivi. Amami, che io ti amo con tutto l'animo. Fa' i miei complimenti ancora alla Martinetti, se la vedrai. Addio addio. Il tuo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Carlo L. (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>[Recanati] 30 Novembre 1827.</date>
            </opener>
            <p>Mio Buccio. Due ore dopo che ebbi ricevuta la tua cara dei 21, il libro di Peppe era in mia mano. Ma quando siamo stati a farlo partire insieme coll'altro tuo, difficoltà. Ho subito parlato con Morici che è pronto, ma prevede come te, che faranno il cammino alquanto lentamente. Dunque si è ricorso alla posta; ma, perchè le stampe godano del privilegio del mezzo baiocco al fascicolo, conviene che viaggino sotto fascia; e questa pareva una indiscretezza per il libro altrui e ben legato: a chiuderli, se si annunziavano come carte, portavano varj scudi; mutando loro nome, con poca spesa sarebbero partiti, ma arrivati salvi? <foreign lang="lat">incertum</foreign>, dopo certi esempj che si citano, rischi di dogane, che so io? In somma, con questa parte il <hi rend="italic">Brancia</hi>, che è meno delicato, diretto sotto fascia a Brighenti: il <hi rend="italic">Noël</hi> lo seguirà anch'esso fra ore, che si spenderanno a trovare o un modo sicuro di fartelo venire per la posta, come sarebbe un corriere amico ec. ovvero un mezzo di spedizione il più sollecito che sia possibile.</p>
            <p>Vedrai dentro questa una di Puccinotti, di cui ho infranto il sigillo non per curiosità, giacchè me ne diceva egli stesso il contenuto, ma perchè la lettera non sembrasse doppia. Egli me l'ha spedita ieri inclusa in una ove mi pregava a indirizzartela, non sapendo bene dove ti trovi.</p>
            <p>Tu vuoi ch'io ti parli di me; eccomi a soddisfarti. Ho ricevuto il tuo nuovo libro: era ben ora dopo averne visto tanti squarci nel <title>Corriere delle Dame</title>, che è il giornale più letterario che qui si abbia. Nè sapeva, se non per congettura, come si chiamasse l'opera da cui erano tolti. Mandami sempre quel che stampi: l'<title>Antologia</title> potresti mandarla scopertamente, non è vero? In qualunque modo fa' ch'io la veda. Morici si struggerebbe di far venire qualcuna delle tue cose, ma lo ritiene la tua proibizione. Godo molto, Buccio mio caro, che stai piuttosto bene di salute, e che il soggiorno di Pisa ti si confaccia moltissimo, poi che lo trovi piacevole e delizioso. Sei contento ora che ti ho parlato di me? intendo di quella parte di me che val qualche cosa. L'altra lasciamola nella sua tomba. Vidi alcuni <hi rend="italic">Versi</hi> di Simonide <hi rend="italic">sulla speranza</hi> tradotti da te nel <hi rend="italic">Giornale delle Dame</hi>: da qual tua opera son presi? Non parmi che siano nell'<title>Operette</title>.</p>
            <p>Se ti ricordi qualche volta a Bunsen, vedi di dirgli un'ultima parola su quell'affare: il momento sarebbe questo. Dopo molti dubbi e contrasti Recanati è stata messa, per quanto si asserisce, fra i capi-distretto; la <hi rend="italic">Statistica</hi> è stata diramata nelle Delegazioni, perchè spediscano i loro rilievi in termine di non so quanti giorni, ma pochi. Al principio del nuovo anno si crede che si porrà in attività. Scrivesti che Bunsen passerebbe di qui: se sapessi il giorno preciso, vorresti che mi gli presentassi io o Babbo in tuo nome, con una tua lettera?</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.P.Vieusseux (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIAN PIETRO VIEUSSEUX</hi>
               </byline>
               <date>[Firenze, fine del novembre 1827].</date>
            </opener>
            <p>Voi mi scuserete col vostro amico di Macerata, mio caro Leopardi, s'io non fo uso per l'<title>Antologia</title> dei due articoli ch'egli mi ha mandati e pei quali ho dovuto pagare L. 3 di porto.</p>
            <p>1°. L'articolo medico, per esser tale, non conviene al mio giornale, che di medicina non vuole che brevi articolini di rivista. D'altronde, fatto dal Tonelli amico dell'autore, è probabilmente un articolo di compiacenza. Non amo ricevere un articolo per mano dell'autore medesimo.</p>
            <p>2°. L'articolo, o piuttosto la lettera del Carnevalini, mi pare una sciocchezza tanto per il fondo come per la forma; e di più un'impertinenza per l'Italia e per il Thorwaldsen.</p>
            <p>Spero che di tutto ciò giudicherete come me, o, almeno, che mi compatirete. Il vedere che non avevate risposto al sig. Puccinotti, mi fa credere che poca opinione avevate degli scritti annunziativi.</p>
            <p>Vi scrivo sull'angolo del mio caminetto, e tremo dal freddo: questa mattina alle 8, il termometro segnava 2 g. sotto zero: i tetti sono coperti di neve, e ieri fioccò tutto il giorno. Sento che anche a Livorno era tempo rigido, e insolito in Italia nel mese di Novembre. Io non posso fare a meno che di pensare a voi, e di temere che ad onta della bella situazione della vostra stanza, abbiate molto a soffrirne. Datemi delle vostre nuove; sono impaziente di riceverne. Due righe per dirmi che la tramontana non penetra sino a voi</p>
            <p>Come state per gli occhi? potete voi leggere? siete voi disposto a fare qualche cosa per la mia povera <title>Antologia</title>? Scrivetemi quando le vostre circostanze vi permetteranno di dar principio a qualche cosa. Vi ripeto che dal canto mio entrerò quanto possibile nelle vostre convenienze.</p>
            <p>Il mio fascicolo di Ottobre non è ancora terminato. Montani, dopo tanto ritardo, non ha potuto darmi che la metà dell'articolo Foscarini; il resto verrà in Novembre!! Tommaseo in questo frattempo ha partorito del Manzoni e di 4 fogli di riviste. Questi non li ho letti; il Manzoni, temo dell'esito. Veramente sono il Direttore in angustie.</p>
            <p>Ieri pranzammo da Micali, Giordani, Beyle, Forti, Tommaseo, io; Montani non volle venire: meno questa circostanza, il desinare fu piacevole: fu bevuto alla vostra salute, ed a quella del Cioni: diteglielo.</p>
            <p>Novità letterarie non ne abbiamo. La vostra <title>Crestomazia</title> italiana non è ancora comparsa: l'aspetto per mandarla al Collegio di Arezzo, per la lettura da farsi al refettorio.</p>
            <p>Addio, mio carissimo amico. Vale.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.F.Stella (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
               <dateline>Milano 1° Dicembre 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Amico amatissimo. Più che ad altro, Ella dee pensare alla sua propria salute, che m'è al certo più cara del mio interesse: così rispondo alla gratissima sua 23 dello scorso. In conseguenza, che la <title>Crestomazia poetica</title> mi venga qui in settembre od anche qualche mese dopo, purchè mi venga col minor suo incomodo, io ne sarò contento.</p>
            <p>Ho piacere ch'Ella abbia scritto al Monti. Il buon vecchio non le risponderà, perchè gli trema troppo la mano. Nel vederlo che farò un di questi giorni, son certo che mi dirà qualche cosa per Lei.</p>
            <p>Tutti i miei la riveriscono; ed io l'abbraccio teneramente. Il suo vecchio cordialissimo amico e servo.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Brighenti (1827)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO BRIGHENTI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Pisa 3 Decembre 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio carissimo. Forse a quest'ora avrai ricevuto da Recanati per la posta un volume contenente <hi rend="italic">l'Antologia italiana</hi> del Brancia, edizione di Parigi; e a momenti ti perverrà dalla stessa parte un secondo volume delle <title>
                  <foreign lang="fra">Leçons de littérature et de morale par MM. Noël et De la Place</foreign>
               </title>. Vorrei che di questi due volumi tu facessi fare un pacco, e pel più pronto e sicuro mezzo lo spedissi colla mia direzione a Vieusseux; avvisandomi intanto della spesa incontrata per riscuoterli. Scusami, ti supplico, di questa nuova seccatura ch'io ti reco. Sono impaziente di saper le tue nuove, e della tua famiglia, sì rispetto alla salute, e sì ad ogni altra cosa. Fammi tanta grazia di scrivermene brevemente tutto quel che potrai. Di me ti posso dire che sto assai passabilmente della salute, molto migliorato degli occhi, molto contento finora del clima, e per conseguenza del soggiorno di Pisa. Salutami senza fine cotesta cara famiglia. Non passerà mai più Natale che io non mi ricordi di quello che passai in compagnia vostra, con tanto sincero e innocente piacere. Voglimi bene, e scrivimi qualche cosa di te e de' tuoi per amor di Dio. Salutami anche D. Luigi distintamente. Addio, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Vieusseux (1827)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIAMPIETRO VIEUSSEUX - FIRENZE.</hi>
               </salute>
               <date>[Pisa] 3 Decembre [1827].</date>
            </opener>
            <p>Mio caro amico. Debbo risposta a due amorose vostre, delle quali vi ringrazio cordialmente. Della morte del buon Valeri mi sono molto doluto, anche per causa vostra. Scriverò al Puccinotti, e gli farò conoscere, come desiderate, le ragioni che avete di non accettar quegli articoli. Dell'affare di San Silvestro io sono poco bene informato, come di ogni altra novità, perchè non esco punto di casa se non per passeggiare, e in casa non veggo nessuno. Già saprete della Badessa taumaturga che moltiplicava prodigiosamente l'olio di una lampada, con rifondervene di nascosto ogni notte: saprete delle lusinghe, delle minacce, degl'inganni, dei mali trattamenti che si usavano alle giovani educande per indurle a far voto di verginità prima che conoscessero il significato della parola, e poi a farsi monache in quel monastero: saprete delle apparizioni che si adoperavano a questo effetto; apparizioni di angeli, e apparizioni di demonii; i demonii erano certi topi grossi, ai quali mettevano certi ferraiuolini neri, e un paio di corna, (la coda l'aveano del loro), e così vestiti li facevano andare attorno, la notte, pel dormitorio.</p>
            <p>Io sto meglio degli occhi, ma non perciò son buono a far nulla, perchè il freddo mi ammazza. Dalla mattina alla sera non fo altro che tremare fierissimamente, senza trovare rimedio a questa malattia, massime quando piove e non si può camminare: pensate, con quel continuo spasimo, la voglia, anzi la possibilità che ho di lavorare.</p>
            <p>Quando vi rivedrò io? che è di Colletta? a Firenze ancora, o a Livorno? Saluti infiniti a Giordani, a Montani, a tutti gli amici. Amatemi sempre, e credetemi tutto vostro Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1827)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Pisa 3 Decembre 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Carissimo Signor Padre. Le scrivo per desiderio di vedere di quando in quando i suoi caratteri, dei quali son privo da ben lungo tempo, e i quali Ella sa bene che io desidererei non di quando in quando, ma spesso, se ciò potesse essere senza incomodo e disturbo suo. Dopo una lunghissima irresoluzione circa il dove passar questo inverno, finalmente mi sono determinato a passarlo qui, per aver la possibilità di passeggiare assai, stante la bontà del clima, l'aria poco ventosa, le strade della città buone, e con ombra sufficiente per poter camminar di giorno senza sole. Sono venuto qua preparato a patir molto, per non istar male di salute, il che è per me inevitabile quando sono costretto a passar mesi interi senza prender aria e senza far moto: alla primavera comincio a cadere in mille incomodi, che mi durano tutta l'estate, come mi è accaduto quest'anno. Nell'autunno ho cominciato a far gran moto, e finora non l'ho mai intermesso neppure un giorno. Mi sono sentito e mi sento assai meglio che nei mesi passati, benchè non lasci però di patire assai dal freddo, come avevo preveduto; perchè in casa non fo altro che tremare, non potendo usar fuoco, nè avendo quelle comodità impagabili e impareggiabili che avrei avute in casa. Nondimeno non mi spavento, affronto il freddo, e, grazie a Dio, sto benino. Questo clima è molto meno rigoroso che quello di Firenze e di Recanati, senza paragone poi con quello di Bologna: ma il freddo si sente anche qua non poco, ed anche qua abbiamo avuto neve, benchè più tardi che a Recanati, e non per tre giorni, come mi scrive Paolina, ma per un sol giorno, e senza imbiancare. Ho qui parecchi amici, e più ne avrei, se volessi far visite; perchè da per tutto mi è usata assai buona accoglienza: ma il freddo mi toglie il coraggio e la voglia di andare in giro, eccetto che bene inferraiuolato a passeggiare; e tutto il resto del giorno e la sera me ne sto in casa al mio solito. La prego di cuore a darmi con due righe le notizie sue e di tutti, e ad assicurarmi che ella mi vuol bene. I miei saluti amorosissimi alla Mamma e ai fratelli. Le bacio la mano, domandandole la benedizione, e ricordandole che l'ama con tutta la possibile intensità e tenerezza di affetto e di gratitudine il suo Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Tommasini (1827)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIETTA TOMMASINI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Pisa 3 Dicembre 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Signora ed Amica carissima e pregiatissima. Mi scrive l'Adelaide ai 21 del mese passato, che Ella è per tornare a Bologna, e che aspetta di trovarvi qualche mia lettera. Approfitto di questa notizia, e le scrivo, e le ricordo l'affezione che io le porto, e il desiderio che ho delle sue nuove. Sarebbe pur grande il piacere e la consolazione che io proverei, se potessi abitar seco in una stessa città, e godermi una compagnia così cara, così amichevole, così stimabile: ma il destino m'impedisce anche questo. Son venuto qua per fuggire il freddo, ma tremo dalla mattina alla sera: nondimeno son certo che sentirei molto più freddo a Bologna, e che non vi potrei resistere, essendo obbligato ad astenermi dal fuoco. Del resto abbiamo ancor qui le nostre tramontane, le nostre nevi, i nostri ghiacci: oggi tuona, e per me fo conto che sia un carnevale, perchè l'aria è calda, e tremo meno del solito. Che fa il Professore? che fa l'Emilietto? i miei rispetti e saluti singolarissimi e cordialissimi all'uno; un bacio per me all'altro. E i suoi <hi rend="italic">Pensieri sulla educazione</hi> che fanno? quando avrò il piacere di rileggerli? Ella mi voglia bene, mi comandi, mi saluti l'Orioli se lo vede, mi ricordi agli amici, ma soprattutto a se stessa, e mi creda sempre tutto suo Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Maestri (1827)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ADELAIDE MAESTRI - PARMA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Pisa 5 Decembre 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Mia cara Adelaide. Ebbi la vostra dei 21 del passato, e ve ne ringrazio di tutto cuore. Ho già scritto alla Mamma a Bologna, dove la credo tornata a quest'ora. Voi mi domandate delle mie nuove, senza darmi però delle vostre. Questo procedere non va bene, e la cosa non può durar così. Nondimeno, per questa volta, eccovi le nuove mie: se le vostre non verranno, mi regolerò in avvenire. Io sto bene di salute, dopo aver tremato assai dal freddo, che sulla fine di novembre fu sentito anche qua molto acuto. Ora abbiamo un'aria temperatissima, un'aria tale, che io (cosa appena credibile) uscii di casa ieri sera e passeggiai per un'ora senza pastrano. Voi v'immaginate che i Pisani sieno così cortesi come la loro aria, e perciò temete che io m'innamori troppo di Pisa. Ma consolatevi, che io sono fuori di questo pericolo, per due buone ragioni: l'una, che io non veggo Pisani, perchè, come vi ho detto più volte, non vo in nessun luogo, se non a passeggiare; l'altra, che per quanto si dice, la cortesia de' Pisani non è pericolosa. Il tabacco che io portai da Bologna, si chiama <hi rend="italic">Caradà fino di lusso</hi>. Ed eccovi con le notizie mie, anche quelle del mio tabacco. Ora salutatemi caramente l'ottimo avvocato e la Clelietta; e abbiate cura alla vostra salute per amor mio. Vogliatemi bene, chè io sono vostro affettuoso amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="A F.Puccinotti (1827)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A FRANCESCO PUCCINOTTI - MACERATA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Pisa 5 Decembre 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Oh sono stato pure infingardo questa volta a scriverti, mio caro Puccinotti. Accusane i miei poveri occhi, le mie dissipazioni; accusami ancora di negligenza, se vuoi; ma non mi accusare di poca amicizia, di poca memoria di te, che mi faresti torto, e t'inganneresti totalmente. Parlai subito a Vieusseux per l'articolo del Tonelli, e glielo raccomandai. Ma egli mi disse che avendo l'Italia giornali espressamente consacrati alle materie mediche, l'<title>Antologia</title> aveva abbracciato il partito, e stabilitosi come regola, di non pubblicare articoli di medicina, eccetto <hi rend="italic">articolini di rivista</hi>; e che però ella avea ricusato già parecchi altri articoli di simil genere, nè avrebbe potuto accettar questo, senza offendere gli autori di quelli. Ora egli mi scrive pregandomi di scusarlo presso di te se per la detta ragione non accetta l'articolo del Tonelli, e se quello del Carnevalini non gli pare abbastanza importante per l'argomento: del resto, mi raccomanda di significarti la stima che egli ti porta. Io son qui da poche settimane, e qui passerò l'inverno. Son venuto per fuggire il freddo, per trovare un cielo temperato. Non so quello che ne sarà: finora ho patito abbastanza: tuttavia di salute non istò male. I miei occhi stanno meglio, grazie al freddo: ma io non lavoro, perchè come si può lavorare tremando e spasimando dalla mattina alla sera? E tu che fai, che studi, che scrivi? Spero che mi vogli bene, come te ne voglio io, che ti amo sempre con tutto il cuore, e ti abbraccio desiderando delle tue nuove. Addio, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Carlo L. (1827)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Pisa 9 Decembre 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Carluccio mio. Ti ringrazio tanto della premura usata per li miei libri, e ti prego a ringraziare assai Peppe della prontezza in favorirmi del Noël. Quanto alla spedizione, persisto in credere che la Diligenza fosse il mezzo migliore; ma bisognava consegnarli non sotto fascia, ma in pacco; consegnarli come libri, e specificare che si consegnavano alla Diligenza, non alla posta, le quali due cose non si distinguono a Recanati, ma si distinguono bene a Pesaro, Bologna, ec. Allora non solo si gode del mezzo baiocco per foglio, ma si paga anche meno; un tanto la libbra. In questo modo io ricevetti costì nell'inverno passato de' grossi pacchi da Bologna per la Diligenza, con poca spesa, e senza rischi.</p>
            <p>Scrivo oggi medesimo a Puccinotti. - Mi dici che Morici vorrebbe ordinare qualche cosa mia: perchè non ordina il <hi rend="italic">Petrarca</hi>, il <hi rend="italic">Martirio de' SS. PP.</hi>, la <title>Crestomazia italiana</title>? (così ho intitolato l'Antologia). Quest'ultima, essendo libro di scuola, dovrebbe avere spaccio non difficilmente anche nella Marca. La <hi rend="italic">Biblioteca italiana</hi> l'annunziò anticipatamente con molto favore. - Mi dici che il Corriere delle Dame ha portato molti squarci miei. Sarei curioso di saper quali. Potrebbe Paolina riavere in mano quei numeri dove si trovano, e aver la pazienza di segnarmi due o tre delle prime e delle ultime parole di ciascuno squarcio, copiandomi anche quello che il giornalista dice in proposito loro (se dice nulla), e mandarmi tutto ciò in una lettera? Anche de' versi di Simonide sarei curioso di avere il principio e il fine. Io ne mandai alcuni a Stella che finora non sono stati pubblicati. - Con Bunsen restai d'accordo che a Bologna egli avrebbe saputo il luogo dove io mi sarei trovato all'epoca del suo ritorno, e che da Bologna mi avrebbe scritto, ed io avrei procurato di vederlo se avessi potuto. Questo non sarà possibile; ma io gli scriverò appena avrò le sue nuove, che dovrebbe essere a momenti; e se sarò in tempo, darò subito notizia costì del suo passaggio. Scrivendogli, raccomanderò di nuovo l'affare con tutto il calor possibile. Se tu, o se Babbo vuol vederlo, egli lo avrà certamente caro: passerà con legno di posta: ma il giorno preciso non sarà facile ch'io possa indicarlo, nè egli stesso lo saprà forse: bisognerebbe farsi avvisare da qualcuno della posta. - Io sto bene; qui abbiamo giornate di primavera, io vo in conversazione la sera, e qualche volta passeggio senza ferraiuolo.</p>
         </div1>
         <div1 n="A F.Puccinotti (1827)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A FRANCESCO PUCCINOTTI - MACERATA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Pisa 9 Decembre 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Puccinotti. Appunto coll'ordinario antecedente a quello che mi recò da Recanati la tua de' 27 novembre, io ti aveva finalmente scritto, rompendo quel così lungo silenzio dei mesi passati. Mi resta ora a rispondere alla domanda che tu mi fai per parte di cotesto Sig. Mancini. Come ho dovuto dunque dire ad altri che mi hanno fatto richieste simili, così dico ora a te, che in verità e in coscienza io non ho a mia disposizione cosa alcuna d'inedito da poter dare. Il volgarizzamento di Frontone l'avrei dato volentieri allora, quando lo composi, cioè dieci anni fa: ora non lo darei certamente, perchè da gran tempo non lo conto più tra le mie cose stampabili. Per soddisfare al desiderio del Sig. Mancini, se egli persiste in volere stampare qualche cosa mia, non veggo se non due modi. Il primo è questo. Lo Stella a Milano ha presso di sè, già approvati dalla censura e pronti per la stampa, due miei manoscritti cioè I°. uno il volgarizzamento del <title>Manuale l'Epitteto</title>, II°. il volgarizzamento delle Operette morali d'Isocrate. Questi manoscritti sono da me ceduti a lui: ma egli, occupato ora in un gran numero d'imprese, non ha potuto fin qui pubblicarli. Se il Sig. Mancini li credesse di sua convenienza, dovrebbe scrivere allo Stella, chiederglieli, e convenir con lui, dandone contemporaneamente avviso a me, che scriverei subito allo Stella significandogli il mio consenso alla cessione di tali manoscritti al Sig. Mancini. Ottenuti questi dallo Stella, il Sig. Mancini potrebbe, o stamparli separatamente ovvero in un volume che s'intitolerebbe: <hi rend="italic">Alcuni volgarizzamenti di</hi> ec. nel quale entrerebbero anche altri brevi volgarizzamenti che io gli manderei, parte editi, parte inediti, che da se soli non possono formare un corpo sufficiente. In questo modo si farebbe un buon volume in ottavo; che avrebbe l'interesse della varietà, e di contener cose o inedite affatto, o non mai raccolte insieme.</p>
            <p>Il secondo modo sarebbe di ristampare in un solo volume le mie Canzoni, e i <hi rend="italic">Versi</hi> pubblicati in un altro volumetto simile a Bologna l'anno passato. Questa ristampa mi è stata già progettata più volte a Bologna, e a Firenze. L'edizione Bolognese delle Canzoni è da più mesi esaurita. Io manderei i due volumetti con copiose variazioni, e la ristampa si chiamerebbe <hi rend="italic">riveduta e corretta dall'autore</hi> ec. Credo che essa avrebbe spaccio sufficiente, massime se fosse messa a prezzo discreto: ora i due volumetti costano 6 paoli. Questo secondo modo avrebbe il vantaggio di essere assai speditivo, potendosi effettuare ben tosto, purchè non s'incontrino ostacoli per parte di cotesta censura; il che non dovrebbe essere, trattandosi di ristampar [cose] pubblicate <hi rend="italic">con approvazione</hi> a Bologna e a Roma. Addio caro il mio Puccinotti. Voglimi bene, e dammi delle tue nuove.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Tommasini (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIETTA TOMMASINI</hi>
               </byline>
               <dateline>Bologna 11 Decembre 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Amico car.mo e pregiatissimo. Permettetemi che abbandonando il <hi rend="italic">Lei</hi> adoperi il <hi rend="italic">Voi</hi>, siccome più adatto al linguaggio della vera amicizia. I vostri caratteri mi sono stati sempre carissimi, ma questa volta lo furono a dismisura; tanto amichevoli, e tanto graditi sentimenti mi esprimono. E trovando in voi sì pregevole amicizia, provo anch'io tanto più grande l'increscimento di non abitare nella stessa città. Vado immaginando i dotti e famigliari colloquii ch'io mi sono goduti a Firenze e in ispecial modo a Bologna, e duolmi grandemente ch'io debba esserne priva, e sallo Dio fino a quando. Supplite dunque in qualche maniera scrivendomi spesso, e della vostra salute e delle cose in che vi andate occupando: chè non so immaginare divisa da voi la occupazione. Tommasini ed Emilietto vi ringraziano, vi salutano cordialmente. Quanto ai <title>Pensieri sull'Educazione</title>, l'idea di stamparli mi fa più tremare, che il freddo ch'io sento come voi grandissimo. Desidero per mille ragioni la primavera, e soprattutto perchè spero che vi ricorderete della promessa fattami di ritornare fra noi.</p>
            <p>Tenetemi e credetemi sempre vostra aff.ma Amica.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Rosselmini (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ALESSANDRO ROSSELMINI</hi>
               </byline>
               <date>[Pisa] Di Casa Li 11 Dicembre 1827.</date>
            </opener>
            <p>Gentl.mo Sig.r Conte. Le campagne della nostra Arcadia erano ormai troppo deserte, e da gran tempo si desiderava di vederle abitate da soggetti, che potessero renderne caro il soggiorno a coloro, che vi si trovan per caso. Io nel numero di quest'ultimi ho coronato i voti dei miei Compastori, e mi compiacerò di avere acquistato un diritto alla loro riconoscenza, se Ella vorrà degnarsi accettare il Diploma, che le offro come un sincero attestato della stima, che le professo.</p>
            <p>Le accompagno ancora il noto biglietto del Sig.r Decazes, al quale non mancai di fare le di Lei scuse a seconda del concertato.</p>
            <p>Se posso servirla mi comandi con libertà, mentre con verace considerazione passo al piacere di protestarmi di Lei, gentilissimo Sig.r Conte, devt.mo aff.mo Servitore.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Maestri (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ADELAIDE MAESTRI</hi>
               </byline>
               <dateline>Parma 11 Dicembre [1827]</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Leopardi. Jeri mattina ho ricevuta finalmente un'altra vostra. Quanto tempo mi sembrava di esser priva dei vostri caratteri! Ma voi mi fate dei rimproveri; mi fate anche delle minaccie: e perchè? Perchè, dite, non vi ho date le mie notizie. Mi pareva pure di avervene date sufficienti della mia salute, e anche del mio viaggio. Tuttavia, se quelle furono poche, ve ne darò anche delle altre, e vi dirò come io passi qui il mio tempo. Fuggo per quanto mi è possibile il freddo standomene in casa. Dacchè sono qui, non sono stata neppure una volta al teatro. Passo molto tempo nelle cure domestiche; altro lo dedico all'istruzione della mia Clelia; e quello che mi rimane, che il più delle volte è pochissimo, lo spendo nei divertimenti, cioè studiando o qualche buon libro, e principalmente i vostri, o la musica per iscacciare da me la malinconia, che si farebbe gigantesca fissando questo cielo spesso color di cenere e tenebroso, e ora pensando che mi trovo lontana da tante care persone, fra le quali siete voi.</p>
            <p>Ora la mia salute è buona, quantunque la stagione sia orrida. Non posso esprimervi quanto mi consoli il sapervi in buona salute. Non vi consiglierei però di uscire senza pastrano, fuorchè nel lung'Arno, poichè nelle altre strade si trova talvolta una differenza di quattro o cinque gradi. La mia mamma partì lasciandomi per compagna la malinconia. Ferdinando vi saluta caramente; Clelietta caramente vi bacia. Ma suonano le due, e questa lettera troverà chiusa la posta; nè potrà partire con quest'ordinario. Ho fatto male i miei conti. Io doveva ben pensare che scrivendo a voi, non era difficile che io mi fossi dimenticata al tavolino.</p>
            <p>Addio. Amateci sempre, nè vi stancate di scrivermi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Brighenti (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO BRIGHENTI</hi>
               </byline>
               <dateline>Bologna 14 Dicembre 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Caro, carissimo Giacomo. Dal Vieusseux o da Giordani avrai una copia delle <title>Rime e Prose</title> del Marchetti, che ti spedisco non meno a mio nome che a nome dell'Autore. Ho avuto da Recanati l'<title>Antologia</title> parigina senza spesa veruna. Tosto che venga l'altro libro <title>Leçons etc.</title> li unirò amendue, e li spedirò come desideri. Oh! quanto quanto, mio carissimo, mi ha consolato la tua ultima del 9 dicembre che mi annunzia il tuo benessere e il tuo miglioramento agli occhi. Abbiti ora riguardo, e non li stancare con troppa applicazione. La mia famiglia m'impone di riverirti, e di rallegrarmi teco, anche a di lei nome, della tua buona salute. Sei ben cortese a ricordarti della nostra sera di Natale. Noi davvero ne saremo sempre memori, come di una sera la più lieta, ed abbiamo ad onore insieme e a piacere di poter dire che la passammo coll'ottimo Leopardi. Chi sa se ci avverrà di trovarci più insieme. Io ne temo assai, mio egregio amico, perchè le cose mie vanno tutte al precipizio dopo quell'iniquo sequestro. Indarno ho replicato istanze. L'Arcivescovo si tiene muto, e non decide cosa alcuna Ti ringrazio della bontà che hai di chiedermi le notizie di tale sventurato affare; incredibile, se non fosse vero. Addio, mio caro. Amami, e ricordati di me, come di un uomo che ti adora. Chi sa dove le circostanze saranno per portarmi, ma in qualunque luogo mi seguirà la dolce memoria delle tue virtù, e della tua amicizia. Addio con i saluti e i doveri più distinti della famigliuola.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Monaldo L. (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI MONALDO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <dateline>Recanati, 15 Decembre 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Carissimo Figlio mio. Ho ricevuta la cara vostra delli 3 corrente, e se voi non ricevete più spesso lettere mie, ciò non accade perchè mi sia molesto lo scrivervi, chè niente mi piace tanto quanto il trattenermi col mio caro figlio; nè perchè voi mi scriviate tanto di raro, ciò che mi dispiace senza puntigliarmi, chè coi figli non si sta sull'etichette; ma accade perchè mi pare che le lettere mie siano di molestia a voi, e che voi diate ad esse un riscontro stirato stirato, come i versi latini delli ragazzi, quasi che il vostro cuore trovasse un qualche inciampo per accostarsi al mio, il quale vorrebbe esser veduto da voi una volta sola e per un solo lampo, e questo gli basterebbe. Ultimamente poi ho taciuto con voi più lungamente del solito, perchè mi è dispiaciuto un poco, e più di un poco, il non rivedervi in quest'anno, e il sentirvi destinato prima a Massa di Carrara, e poi a Pisa, senza che io ne sapessi niente, e senza che il piacere mio sul vostro andare e venire e stare in quella o in quell'altra città ci entrasse nemmeno come entra Pilato nel <hi rend="italic">Credo</hi>; e questo dopo che la lettera vostra dei 4 ottobre, e dopo di quella non ne ebbi più, mi diceva in italiano naturale che volevate stare a casa l'inverno, e che da un momento all'altro mi avreste indicato il giorno della partenza. Iddio sa se mi preme che stiate bene, e che passiate meno male la stagione cruda, ma in primo luogo io credo che l'inverno sia freddo per tutto, e per tutto ci sia bisogno di fuoco, di panni e di cura per non soffrire; in secondo luogo credo che facciate male astenendovi dal fuoco affatto, e che possa bensì farvi male il troppo, ma non già un uso discreto di esso; in terzo luogo penso che qualora vi contentiate di non vivere qui in libreria, come non ci vivete costì, potrò con stufa, bussole e tappeti accomodarvi una camera, talmente che possiate vedere l'inverno senza sentirlo; e finalmente rifletto con gran dolore, che se nelle stagioni buone dovrete star fuori per accostarvi ai letterati, e per accudire alle Lettere, e nelle stagioni cattive dovrete star fuori per evitare il nostro clima troppo rigoroso, il luogo e la stagione per vivere assieme saranno il Paradiso e la eternità. Abbiate pazienza se ho dato un po' di sfogo al mio cuore, che ne sentiva il bisogno, e abbracciatemi come io vi abbraccio e vi bacio tenerissimamente.</p>
            <p>Noi grazie a Dio stiamo bene, e le cose del paese, dopo la partenza del signor Mazzanti, si vanno abbastanza ricomponendo. Abbiamo Governatore un signor Valentino Valentini, gentiluomo di San Severino, che è una vera gioia, un uomo di 24 carati, e di un cuore largo come la Piazza del Popolo, che si è acquistata la stima e l'affetto di tutti. A momenti, si attende la nuova <hi rend="italic">Statistica</hi>, nella quale finalmente Recanati, purchè non cambino, è stata dichiarata Capo di distretto, ed ha ottenuto le convenienze dovutele. Del Mazzanti si dice che lo manderanno a Terracina Governatore, dove si mandano tutti quelli alli quali il Governo non vuole accordare la giubilazione; ma se ci va, ci camperà poco, o per l'aria pestifera, o perchè, se non ha più giudizio del solito, quei feroci campari lo ammazzeranno.</p>
            <p>Se mai scrivete a Peppino Melchiorri, ricordategli il nostro <hi rend="italic">Catone</hi>, il quale io non voglio perdere.</p>
            <p>Come sapete, abbiamo qui in libreria una buona fatta di edizioni degli Aldi, dei Giunti, dei Grifo, e degli Elzeviri, ec. ec. Sento che adesso queste edizioni siano molto ricercate, ma non so nè quali precisamente nè quanto; e nei miei negozii di compre e di baratti non vorrei essere burlato. Se voi conoscete una buona Opera che tratti di queste cose bibliografiche, e potesse servirmi di scorta, accennatemela perchè io possa provvederla. Addio, mio caro Figlio. Iddio vi benedica come e quanto io desidero, e come vi benedicono la vostra ottima Madre e il vostro affezionatissimo ed amorosissimo Padre.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.F.Stella (1827)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO FORTUNATO STELLA - MILANO.</hi>
               </salute>
               <dateline>Pisa 21 Dicembre 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico amatissimo. Ho tardato finora a rispondere alla carissima sua del primo del corrente, per non incomodarla senza materia. Ora il comune amico Rosini mi dà per Lei un polizzotto, che le accludo. Il medesimo m'incarica a voce di pregarla a spedirgli con prima occasione il libro del Giacomazzi <title>Dialoghi sopra gli amori ec. di T. Tasso</title>, ponendolo a suo conto. - Non so se sia pubblicata la seconda parte della Crestomazia. Se siamo ancora in tempo, la prego a far correggere nell'indice degli autori l'articolo <hi rend="italic">Paradisi. Sec. XVIII-XIX</hi>. Bisogna mettere semplicemente: <hi rend="italic">Paradisi. Sec. XVIII</hi>. perchè infatti Agostino Paradisi, dal quale è tratto il luogo riportato nella Crestomazia, non toccò punto il secolo XIX. Io sto interamente occupato della Crestomazia poetica, e con grande speranza che anche questa riesca di sua soddisfazione. La mia salute è migliore che io non mi avrei aspettato, e che non suol essere nell'inverno; e il clima di Pisa, fin qui, mi riesce un paradiso per la temperatura dell'aria. Auguro di tutto cuore a Lei, ed a tutta la sua amabile famiglia (la quale riverisco distintamente) ogni maggior prosperità e piacere nelle feste imminenti, e nel corso dell'anno nuovo; e pregandola a volermi sempre bene, mi ripeto suo cordialissimo servitore ed amico Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.P.Vieusseux (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIAN PIETRO VIEUSSEUX</hi>
               </byline>
               <date>[Firenze, forse il 23 o 24 dicembre 1827].</date>
            </opener>
            <p>Amico carissimo. Eccovi un libro che il Giordani m'incarica di trasmettervi a nome del Marchetti. Se lo leggete, vi pregherei di un articolino di rivista; anche una pagina basterà: voi vedete che sono ben discreto.</p>
            <p>Caro Leopardi, voi avrete avuto più volte i miei saluti; ed io più volte ho avuto le vostre nuove per Cioni, e per altre persone. Penso sempre a voi, e vorrei delle giornate calde che vi permettessero di godere il Lung'Arno, e di godere voi medesimo. Spero sempre di poter fare una gita, verso capo d'anno, a Livorno, e di abbracciarvi passando e ripassando. Ciò dipenderà dalle mie occupazioni.</p>
            <p>Ciampi è tornato da Milano: alcuni giorni prima della sua partenza Monti avea cacciato via dalla sua casa quell'infame dello Zajotti, e seriamente ammonita la Costanza. Gran scandalo, e gran giubilo, come potete credere, in tutta la città.</p>
            <p>Voi non mi chiedete libri per leggere: voi sapete però che tutti quelli che ho sono a vostra disposizione, e che ho il mezzo di farveli passare senza spese.</p>
            <p>La vostra <title>Crestomazia</title> non è ancora arrivata. L'aspetto con impazienza, perchè, oltre il piacere della lettura, mi somministrerà argomento di articolo importante assai.</p>
            <p>Giordani, Montani, Capponi, Forti vi abbracciano. Reynhold mi chiede spesso di voi: anche il P. Mauro mi domanda se siete contento del soggiorno di Pisa.</p>
            <p>Sento dire che avete principiato a far l'amore colle belle pisane, e che frequentate due illustri conversazioni. Più serio, credo, è l'amore del nostro Giordani per la Signora Carolina, imperocchè dopo ch'egli abita in casa di quella vergine, non è quasi più possibile di vederlo la sera all'ora solita del caffè. Forti è il solo fedele. Montani ha terminato infine il secondo articolo sul <hi rend="italic">Foscarini</hi>, che mi pare molto buono. L'<title>Antologia</title> di Novembre-Decembre verrà fuora verso il 10 di Gennaio, ed è tale da non far mutar pensiero al Governo Sardo, che ha creduto, nella sua saviezza, di dover proibirla (l'<title>Antologia</title>) per l'anno p.v. Questa misura mi toglie 45 associati. Del resto, resti fra noi questa poco buona nuova.</p>
            <p>Addio. Vostro aff.mo IL DIRETTORE IN ANGUSTIE.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1827)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEONARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Pisa 24 Decembre 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Carissimo Signor Padre. La carissima sua ultima non ha lasciato di contristarmi sensibilmente coi rimproveri, quantunque amorosi, che essa contiene. Ella mi riprende dell'aridità delle mie lettere; la quale deriva da mancanza di materia, ed è comune a tutte le lettere mie perchè la mia vita è monotona e senza novità. Ella desidererebbe che io vedessi il suo cuore per un solo momento; e a questo proposito mi permetta che io le faccia una protesta e una dichiarazione, la quale da ora innanzi per sempre le possa servir di lume sul mio modo di sentire verso di Lei. Le dico dunque e le protesto con tutta la possibile verità, innanzi a Dio, che io l'amo tanto teneramente quanto è o fu mai possibile a figlio alcuno di amare il suo padre; che io conosco chiarissimamente l'amore che Ella mi porta, e che a' suoi benefizi e alla sua tenerezza io sento una gratitudine tanto intima e viva, quanto può mai essere gratitudine umana; che darei volentieri a Lei tutto il mio sangue, non per solo sentimento di dovere, ma di amore, o, in altri termini, non per sola riflessione, ma per efficacissimo sentimento. Se poi Ella desidera qualche volta in me più di confidenza e più dimostrazioni d'intimità verso di Lei, la mancanza di queste cose non procede da altro che dall'abitudine contratta sino dall'infanzia, abitudine imperiosa e invincibile, perchè troppo antica e cominciata troppo per tempo. Se io non le dichiarai apertamente la mia intenzione circa l'inverno futuro, e se in qualche modo le feci credere che lo avrei passato a casa, ciò fu perchè io stesso non ne sapeva niente di più; e fui sempre indeciso sopra questo punto sino al momento che partii da Firenze per Pisa. Di questa mia risoluzione non scrissi a Lei direttamente, ma a Paolina, immaginandomi che la lettera sarebbe stata comune a tutta la famiglia, ma presentata principalmente a Lei: e d'altronde supposi, anche per le espressioni delle sue lettere passate, che circa la mia risoluzione Ella mi lasciasse in libertà di appigliarmi a quella che fosse più convenuta alla mia salute. Il viaggio da Firenze a Recanati non avrebbe potuto essere senza mio grave imbarazzo di borsa, e più grave incomodo di salute, trattandosi di cinque giorni, tra montagne, nello stato in cui mi trovavo allora. Il soggiorno poi di Recanati nell'inverno, quanto mi sarebbe stato caro per la presenza e la compagnia sua e de' miei (che io preferisco ad ogni piacere), altrettanto, senza il minimo dubbio, mi sarebbe stato micidiale alla sanità. Ella si può bene accertare che l'uso del camminetto mi è impossibile assolutamente e totalmente; giacchè anche lo scaldino, il quale adopero con moderazione infinita, m'incomoda assaissimo, e il colore della mia orina è costantemente di fiamma, bench'io non beva che acqua. Ma prescindendo dal fuoco, in Recanati io non avrei potuto vivere se non in casa, perchè costì non v'è mai giorno senza vento o nebbia o pioggia: e se per miracolo si ha una giornata buona, io non posso passeggiare a causa del sole, giacchè non v'è ombra nè in città nè fuori. Un inverno passato in casa, e tutto (com'è naturale) a studiare, mi avrebbe rovinato i nervi degli occhi, e lo stomaco, e collo stomaco l'intera salute, in modo da farmi poi passare un'estate infelicissima come ho passato quest'ultima, come mi accadde prima ch'io partissi per Milano, come ho provato sempre dacchè sono uscito dalla fanciullezza. Qui non v'è mai vento, mai nebbia; v'è sempre ombra, come in tutte le città grandi, e se si hanno giornate piovose, essendo io padrone delle mie ore e di pranzare la sera (come fo sempre), è ben difficile che non trovi un intervallo di tempo da poter passeggiare. Infatti, dacchè sono in Pisa, non è passato giorno che io non abbia passeggiato per due in tre ore: cosa per me necessarissima, e la cui mancanza è la mia morte; perchè il continuo esercizio de' nervi e muscoli del capo, senza il corrispondente esercizio di quelli delle altre parti del corpo, produce quello squilibrio totale nella macchina, che è la rovina infallibile degli studiosi, come io ho veduto in me per così lunga esperienza. Quanto al clima, dopo tre o quattro giorni di straordinario freddo in novembre (molto minore però di quello che è stato altrove), qui per tutto decembre abbiamo avuto ed abbiamo una temperatura tale, che io mi debbo difendere dal caldo più che dal freddo. Oltre la passeggiata del giorno, esco anche la sera, spesso senza ferraiuolo; leggo e scrivo a finestre aperte: e in una camera che ha mura sottilissime, e che non vede mai fuoco, bisogna che abbia gran cura di non caricarmi troppo di panni nel letto. Queste cose le possono dimostrare la differenza reale che v'è tra il clima di Pisa e quello di Recanati: e vi aggiunga che in questo mese (e così accade in tutti gli altri) abbiamo avuto finora due temporali con fulmini, e così grossi e lunghi come potrebbero essere nell'estate. In ultimo io le protesto e le giuro che non ho desiderio maggiore che quello di vivere in compagnia sua e in seno della mia famiglia; e che quando io possa vivere a Recanati con salute sufficiente, e sufficiente possibilità di occuparmi nello studio per passatempo, io non tarderò neppure un momento a volare costì; e rinunziando alla gloria, rinunziando al piacere e al vantaggio di vivere in luogo dove io sia apprezzato, ricercato, quasi corteggiato, invece d'essere disprezzato e fuggito, come sono stato necessariamente a Recanati (cosa che per altro ha pregiudicato per sempre al mio carattere), mi stabilirò costì, per vivere al suo fianco, e non allontanarmene mai più.</p>
            <p>Mi consolano moltissimo le buone notizie che Ella mi dà del nuovo governatore, e dello stato della città. Quanto all'opera bibliografica, la più accreditata oggi, e la più veramente utile, è il <title>Manuel du Libraire</title> di Brunet, Parigi, 4 voll. in 8°, ma il suo prezzo è eccessivo: passa, se non erro, i 10 scudi. Altri che facciano a proposito, non mi sovvengono ora; ma me ne informerò, e le ne scriverò. Tornerò poi a scrivere a quella bestia di Melchiorri, al quale ho già scritto ultimamente senza risposta.</p>
            <p>Desidero con tutto il cuore a Lei, alla Mamma, ai fratelli le più felici e liete feste, e capo d'anno. Io sto, grazie a Dio, molto passabilmente. Le chiedo la benedizione, e baciandole tenerissimamente la mano, con tutta l'effusione del cuore mi ripeto suo affettuosissimo figlio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di F.Puccinotti (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI FRANCESCO PUCCINOTTI</hi>
               </byline>
               <dateline>Macerata il dì di Natale 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Leopardi. Questo Mancini stampatore appena seppe il contenuto della tua carissima ultima saltò a piè pari per l'allegrezza; ed oltre all'essersi messo subito a tavolino per istrappare dalle mani dello Stella i tuoi manoscritti, mi ha poi pregato <foreign lang="lat">in visceribus Christi</foreign> che ti raccomandassi caldamente l'invio a questa volta delle tue Poesie (Ediz. bolognese) colle tue giunte e correzioni; proponendosi egli di rifarne una edizione che a te e all'Italia sarà per piacere. Spero che tu vorrai prontamente esaudire questa buona volontà; epperò su questo proposito non ti fo altre parole.</p>
            <p>Bensì ti parlerò de' tuoi Dialoghi dei quali, con tutte le tue proteste di amicizia, io sono tuttavia privo d'una copia E quello che più mi duole è il vederli in mano di taluno qui in Macerata, e non averli io, cui erano stati promessi dallo stesso Autore. Mezzo disperato tempo fa mandai al Baluffi e al Sartori d'Ancona sei pavoli perchè me ne mandassero un esemplare; ma per mala sorte cotestoro mi risposero che non ne avevano più nessuno. Come si rimedia dunque? Pensaci tu in somma tu solo.</p>
            <p>Io me ne sto ancora fra queste Macerie aspettando miglior fortuna, la quale non so se verrà mai; e quand'anche venisse non so se realmente mi dovesse riuscire fortuna ciò che ne avesse tutta l'apparenza possibile. Questo dubbio mi tiene abbastanza quieto dello stato mio. L'unica mia inquietezza è il non avere ancor fatto nè tanto nè quanto basti alla gloria. Ho attualmente sotto i torchi il mio <hi rend="italic">Nuovo organo di Patologia induttiva</hi>. Sentiremo il parere dei dottoroni della Tavola ritonda intorno questa nuova mia fatica. Certo è però che nelle cose mediche il tedio e la lunghezza del lavoro non è mai compensato con equità.</p>
            <p>Il Vieusseux ha posto anche ultimamente un articolo di medicina del Mamiani (meschinello scrittore) nella sua <title>Antologia</title>. Mesi fa ve ne pose altro non breve del Paoli sopra l'opera dell'Edwards <hi rend="italic">degli agenti fisici sulla vita</hi> e altro del Manni <hi rend="italic">sulle asfissie</hi>. Quindi non a' statuti de' collaboratori, ma a ragioni occulte debbo attribuire il suo rifiuto dell'articolo del Tonelli. Comunque sia, quel mio povero Comentario è stato la vittima d'una congiura che ha chiuse le vie anche alle difese. Tal sia di lui. Non me ne adiro gran fatto sperando nel tempo.</p>
            <p>Ho letto in un giornale che tu stai compilando una Crestomazia di prose italiane. Tu dunque, e Dio ti benedica, hai in animo di adempire al voto fatto da Giordani nella lettera a Gino Capponi. Io però ti dirò sempre ciò che fu già detto al Malpighi, e che contribuì alla sua gloria Tu sei nato ad inventare, a far avanzare e amplificare il sapere per cose tue, per parti del tuo proprio intelletto; e non devi spendere il tempo e la vita nel fare Rapsodie. La tua salute, per il prepotente impero dell'abitudine, si reggerà se tu studii e lavori; ma tralasciando questo alimento a' tuoi nervi, essi si sconcerteranno sempre più, e tu ne sarai molestato in modo alla fine insopportabile. Lodo che tu dia qualche tregua alle tue occupazioni letterarie; ma non sarei mai per lodare che tu le lasciassi affatto, temendole affatto contrarie alla salute tua.</p>
            <p>Addio mio caro Leopardi. T'ho scritto dopo pranzo; quando cioè il licor di Lieo ci pone in una piacevole dimenticanza del Salviati del Varchi del Buonmattei del Facciolati e d'ogni altro tiranno delle nostre libere penne. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.P.Vieusseux (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIAN PIETRO VIEUSSEUX</hi>
               </byline>
               <dateline>Firenze 27 Dicembre 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Vi scrivo, mio carissimo Leopardi, perchè non sono ancora sicuro di potervi abbracciare pel capo d'anno come me n'era lusingato: gli affari e le inquietudini vanno sempre crescendo, e non è facile per me il fare un'assenza di tre giorni. Cioni mi dice che state molto bene, e me ne rallegro sinceramente. Qui siamo al solito; eccettuato il Giordani, però, che va perdendosi per la società, dopo che accasato presso la bella Carolina egli non sorte più la sera che per cose di pura convenienza. Tutti lo dicono preso di bella passione per quella vergine. Il fatto si è che non viene più da me che di quando in quando, tardi, e per pochi momenti.</p>
            <p>Dell'articolo sul Manzoni non se ne parla più; e ciò non vi farà maraviglia. Tommasèo si disinselvatichisce, e comincia a parlare. Montani ha terminato il suo secondo articolo sul <hi rend="italic">Foscarini</hi>, ed ha fatto un bel lavoro. Cicognani stampa contro noi tutti. Beyle-Stendahl è partito. Reynhold non si muove. Da Torino molti mi scrivono per avvisarmi che l'<title>Antologia</title> è proibita per il 1828; tenterò un reclamo, ma sarà inutile. Mamiani <hi rend="italic">sembra</hi> contento. Avete i suoi saluti, e quelli di tutti gli amici.</p>
            <p>Il Puccinotti di Macerata mi scrive la lettera di cui vi rimetto copia. Piacciavi impostare voi medesimo alla sua direzione l'articolo ch'egli reclama, avendo cura di <hi rend="italic">francare</hi> ed <hi rend="italic">assicurare</hi> la vostra lettera, e di dirmi la spesa affinchè io possa rimborsarvene, mandandomi la ricevuta della posta. Addio, tutto vostro di cuore.</p>
            <p>Su quel libro del Marchetti cosa mi dite?</p>
            <p>Il Boucheron, lo so, si è lagnato del silenzio dell'<title>Antologia</title> riguardo ai classici latini del Pomba; ed il Pomba grida come uno scorticato; e gridano tutti gli amanti dell'alta filologia che vorrebbero vedere qualche vostro articolo. Mio buon amico, quanto sono impaziente di poter combinare qualche cosa con voi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Vieusseux (1827)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIAMPIETRO VIEUSSEUX - FIRENZE.</hi>
               </salute>
               <dateline>Pisa 31 Dicembre 1827.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio carissimo amico. Vi debbo infiniti ringraziamenti per le tante gentilezze, e tante dimostrazioni di affetto che mi avete fatte per mezzo del Cioni, e che contengono le vostre lettere. Mi duole assaissimo di sentirvi pieno d'inquietudini, e vorrei pur potervene sollevare. L'affar di Torino particolarmente mi rincresce soprammodo. Ho veduto la vostra ultima <title>Antologia</title>. Vi assicuro ch'egli è un bel fascicolo, e che fa onore al Giornale. L'articolo sul Manzoni potrà trovar molti che abbiano opinioni diverse, ma certo non potrà ragionevolmente esser disprezzato. Solo quella <hi rend="italic">divinizzazione</hi> che vi si fa del Manzoni, mi è dispiaciuta, perchè ha dell'adulatorio, e gli eccessi non sono mai lodevoli. Ma chi diamine è cotesta Carolina del Giordani, che nè Cioni nè io l'abbiamo saputo neppur congetturare? - Io non vi ho mai domandato libri, perchè ora che gli occhi mi lasciano far qualche cosa, e il freddo mi dà un poco di tregua, sono occupatissimo intorno a cose di Stella, per il quale già sono più di sei mesi che non ho fatto nulla. Sicchè non posso a meno di spendere ora tutto il mio tempo per lui: e questa è la ragione che ancora non ho neppur letto il libro del Marchetti. - Pomba deve ringraziare il cielo che finora nessun filologo abbia parlato de' suoi Classici. Vi assicuro che quella impresa non ci avrebbe guadagnato. - Fate al Giordani i saluti del Carmignani; al Giordani e al Montani quelli della bella Vaccà, oltre i miei. - Scusatemi col Forti, che essendo egli stato da me senza trovarmi, io non tornai da lui: la ragione fu, che d'inverno io non fo visite, per non tremare dal freddo. - Siete stato male informato sopra le mie conversazioni. - Se si parla di quelle dove sono stato introdotto (per forza), son più di due: se di quelle che io frequento, son meno; perchè non ne frequento nessuna, anzi non esco mai di casa la sera. - Fate i miei complimenti, vi prego, a Reynhold, a Capponi, al P. Mauro. - Vi annetto gli articoli mandati dal Puccinotti, e vi prego di farli impostare costì a Firenze: perchè, per più d'una ragione, non vorrei che il Puccinotti (il quale scrive anche a me sopra quegli articoli) sapesse che io gli ho veduti.</p>
            <p>Addio, mio carissimo Vieusseux. Sono proprio impaziente di riabbracciarvi. Intanto amatemi come io v'amo. Il vostro Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Rosini (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIOVANNI ROSINI</hi>
               </byline>
               <date>[s.d., ma Pisa, fine del 1827 o principio del '28].</date>
            </opener>
            <p>A. Car.mo. Eccovi il principio del mio lavoro (senza testa e senza piedi). Vi sarò gratissimo se mi farete la grazia d'esser severo; chè non mi ricuso mai di cambiare. Sopratutto notate le frasi francesi, che mi scappano senza volerlo. - Questo è un mezzo Capitolo, e non più; ma dall'andamento della narrazione giudicherete dell'intero.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Rosini (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIOVANNI ROSINI</hi>
               </byline>
               <date>[s.d., ma Pisa, fine del 1827 o principio del '28].</date>
            </opener>
            <p>A. Car.mo. Eccoci al gran capitombolo. - I primi due capitoli meglio degli altri assicurano la fortuna d'un libro: sicchè vi prego scongiuro ad essermi amico, dicendomi tutti i vostri scrupoli; chè il corregger poco m'importa. Osservate quel breve Cantico: ho creduto di dovere adattar le idee alla portata delle Monache. Quel <hi rend="italic">mirifica</hi> non mi finisce. Ma per 8 giorni non ho trovato meglio.</p>
            <p>I signorini Corsini voglion conoscervi, per un po' di male che ho detto di voi: sicchè ci andremo giovedì sera. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Rosini (1827)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIOVANNI ROSINI</hi>
               </byline>
               <date>[s.d., ma Pisa, fine del 1827 o principio del '28].</date>
            </opener>
            <p>A. C. Eccovi questo maledetto Capitolo II che mi ha fatto impazzare. Vedete se al primo verso non stesse meglio <hi rend="italic">Mentre questi avvenimenti si succedevano</hi>, in vece di <hi rend="italic">seguivano</hi>. Il terzo è all'ordine, e ve lo manderò dimane. Stanotte Arno ha minacciato di rompere. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Rosini (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIOVANNI ROSINI</hi>
               </byline>
               <date>[Pisa] Venerdì [primi del 1828];</date>
            </opener>
            <p>A. C. Eccovi l'Introduzione. Dimane terminerò il Capitolo della Pittura. Se mi fate la grazia di passare dimane per un istante da me, ho bisogno di consultarvi sopra una faccenda.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Sabato. Queste poche righe doveano venire jeri sera. Le ho trovate sul tavolino, e ve le mando. Stasera potremmo andare a far due visite.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di L.Ciprian Parra (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI LAURA CIPRIANI PARRA</hi>
               </byline>
               <date>[Pisa] Casa Grassi, Venerdì [primi del 1828?].</date>
            </opener>
            <p>Desidero, Signor Conte, che sia senza <hi rend="italic">violenza</hi>, almeno quanto al giorno, che lei faccia la sua presentazione alla Contessa Mastiani, che si promette un piacere non commune nel fare una così preziosa conoscenza. Quantunque io vada Domenica alle otto da questa mia amica, se non le convenisse ch'io passassi a prenderla per andarvi insieme, mi obbligherà, Signor Conte, d'indicarmi il giorno che lei preferisce a questo, e a non mai risparmiarmi l'occasioni nelle quali possa provarle che le porto la più distinta considerazione ed ogni sorta di rispetto.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Rosini (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIOVANNI ROSINI</hi>
               </byline>
               <date>[Pisa] Sabato [primi del 1828?].</date>
            </opener>
            <p>A. C. Avete ricevuto un biglietto della Parra?</p>
            <p>Oggi alle 3 1/2 siate nel solito luogo di Domenica, che anderemo dalla Vaccà, la quale è prevenuta. Sicchè <hi rend="italic">Sofia</hi> alle 23 e Madonna <hi rend="italic">Laura</hi> all'un'ora; ci è da fare il Canzoniere pretto pretto di messer Francesco.</p>
         </div1>
         <div1 n="A F.Puccinotti (1828)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A FRANCESCO PUCCINOTTI - MACERATA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Pisa 11 Gennaio 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Caro Puccinotti mio. Ebbi la carissima tua del dì di Natale. Gli esemplari delle mie poesie corretti e migliorati, non posso mandarli subito, perchè il correggerli e migliorarli non è affar di un momento. Intanto sentiremo la risposta di Stella, della quale avrò piacere di essere informato. Quando egli abbia conceduti e mandati i due manoscritti, si potrà fare un buon volume cogli altri miei piccoli volgarizzamenti, che manderò subito.</p>
            <p>Ti spedisco la sola copia che tengo delle <title>Operette morali</title>. La Crestomazia non ha che fare col pensiero di Giordani. Essa è già pubblicata, ma io non ne ho copia. Tu sei il primo che in mia vita mi abbia detto che lo studiare mi farà bene, e che il lasciar gli studi mi pregiudicherebbe. Io non posso lasciarli; ma ti accerto, che quanto alla salute, non mi hanno mai fatto e non mi fanno altro che male, e male grave. Ma come passar la vita senza di loro?</p>
            <p>Ho assai caro d'intendere che una tua opera è sotto i torchi. La gloria non può assolutamente mancare a tanto ingegno e a tante fatiche. Della fortuna non ardisco dire il medesimo: ben vorrei e desidererei sommamente che questa ti conducesse in luogo dove noi potessimo essere insieme, o almeno vederci più spesso che non possiamo ora. Amami, caro amico; perchè io t'amo con tutto il cuore, e ti desidero ogni maggior prosperità niente meno che a me stesso.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Paolina L. (1828)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PAOLINA LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Pisa 21 Gennaio 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Paolina mia. Mi affligge molto l'esser privo da tanto tempo delle nuove di voi altri. Scrissi a Carlo, scrissi poi a Babbo: ma è già più di un mese che non ho lettere di costà. L'Antologia del Brancia arrivò a Bologna, ma della francese non ho più avuto nuova. Scrivimi per carità, o tu, o Carlo: e non lasciar mai passar tanto tempo senza qualche riga vostra. Come state? come vi tratta l'inverno? Qui per quest'anno non ce ne accorgiamo: il Decembre è stato un Marzo, il Gennaio è un Aprile: anche l'aria in certe giornate ha un odore di primavera. Spero che anche voi altri, a proporzione, avrete un buon inverno, perchè sento che la bontà della stagione sia generale. Io sto benino, e fo eterne passeggiate di giorno: ma la sera non esco: del che ho molti rimproveri da questi Signori e Signore pisane e forestiere: a tutti i quali ho protestato che non aspettino di vedermi in conversazione fino a Marzo. Ridono del mio poco coraggio, ma io li lascio ridere, e non sono voluto andare neanche alle feste magnifiche date qui (secondo il solito) al Granduca da una delle principali famiglie di Pisa. Addio, Paolina mia: bacia le mani per me a Babbo e a Mamma, e di' tante cose ai fratelli. Scrivimi subito subito.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Tommasini (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIETTA TOMMASINI</hi>
               </byline>
               <dateline>Bologna 21 Gennaio 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo Amico. Se voi vedete i miei caratteri, attribuitelo a quella molta amicizia che ho per voi, la quale mi tiene in qualche timore intorno allo stato di vostra salute. Qui fa una stagione assai rigida, e mi fa temere che pure a Pisa l'atmosfera non sia a quel grado di temperatura che vi è tanto necessario per passare meno male la vita. Ah come è penoso lo stato d'incertezza che si prova temendo che non siano felici le persone care al nostro cuore! Siatemi voi cortese collo scrivere due righe le quali m'assicurino della vostra posizione. Io ve ne sarò riconoscente oltre ogni dire: e se il potete, ditemi in quali studii vi state occupando: così potrò in parte riparare al molto danno che mi viene essendo priva della vostra dottissima compagnia. Venga la bella stagione la quale io sollecito co' miei fervidi voti, sperando che questa vi ricondurrà fra noi in questa città per qualche tempo. Se vi occorresse di vedere la famiglia Pazzini, pregovi di ricordarmi ad essa con quella bontà ch'è propria del vostro animo. Mio marito vi riverisce distintamente: Emilietto vi ritorna molti baci di cuore.</p>
            <p>Sono, e per sempre, vostra aff.ma Amica.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di M.Brighenti (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI MARIANNA BRIGHENTI</hi>
               </byline>
               <dateline>Bologna 23 Gennaio 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo Signor Conte. Spero non vorrà esserle discaro che, non potendo scriverle il Papà per i molti affari che l'opprimono, abbia io accettato l'incarico che egli mi ha dato di farlo, onde avvertirla il più presto della successa liberazione dei <hi rend="italic">Monti</hi>, dopo quattro mesi precisi di sequestro. Una dichiarazione del libraio di Roma che pubblicamente li vende, ha bastato per far levare l'ingiustissimo ed a noi tanto dannoso sequestro. Conoscendo il Papà quanta sia l'amorevolezza che ella nutre per tutta la nostra famiglia, e quanta parte ella prenda nelle cose nostre, triste o liete che sieno, non ha voluto indugiare un momento a farle pervenire questa nuova consolante. Egli la prega di averlo per iscusato se non le ha scritto di propria mano, ma ella può figurarsi quante cose egli deve ora porre in opra per rimediare al male accaduto, e che certo non ha un momento disoccupato; che se egli lo avesse avuto, lo avrebbe certamente scelto per iscriverle, riposandosi così dalle amarezze e dagli affanni che soffre. Da lungo tempo Ella non ha rallegrato gli animi nostri dandoci sue nuove. Che vuol dir ciò? Sarebbe ella forse incommodato? Questo pensiero ci tiene tutti in gran pena, come ella può credere conoscendo quanto veracemente noi tutti la stimiamo e l'amiamo, e come sommo letterato, ed ancora (e ciò riesce a noi più caro) come amico rispettabile e sincero. Se ella sapesse quante volte si nomina da noi la di Lei persona! Ed ancora l'altra sera, essendovi da noi la Signora Catterina Franceschi, ora Ferrucci, molto si parlò di lei e de' sommi talenti che ella possiede. Si terminavano però tutti i discorsi addimandando "ma e quando torna a Bologna?", al che noi non potevamo rispondere che con un "Speriamo presto". Si avvererà ella questa nostra speranza? Crediamolo. Il Papà, la Mammina m'ordinano di dirle tante cose sincerissime ed affettuosissime. L'Annetta mia la prega ad accettare molti doveri, e tenerla ricordata alla di Lei ambita amicizia. Io deggio pregarla ad iscusare l'arditezza mia di scrivere ad un tanto uomo quale ella è, come pure di perdonarmi la lunghezza della lettera.</p>
            <p>Mi comandi, se valgo a servirla, mi onori della sua benevolenza, e mi creda quale con tutto il rispetto mi dico di lei umilissima ed affezionatissima serva.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di C.Pepoli (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO PEPOLI</hi>
               </byline>
               <dateline>Di Bologna 27 gennaio 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Caro Amico. Io ti domandava licenza d'intitolarti alquanti versi scritti all'Eremo in morte della Strocchi, ed alcuni altri scritti a forma d'<hi rend="italic">Epistola</hi>. La mia poca sanità non mi consentì fino ad ora ch'io dessi alle stampe que' primi; abbiti almeno adesso questi altri, e ti diano sicurtà dell'amicizia mia. Queste frivolezze sono per me un balsamo, in mezzo alle tante amarezze che mi combattono. Io dissi frivolezze questi versetti, e riguardo a voi dottissimo cui sono intitolate, e riguardo a me che anderei mulinando nella mente mille cose di un poco di lena. Basta, tu m'avrai scusato sopra la tua stessa amicizia, vorrai <hi rend="italic">pazientemente</hi> leggere que' miei versi, ed aspettare tra non molto anche gli altri.</p>
            <p>La Nina, il Marchetti e tutti gli amici tuoi si raccomandano alla tua memoria, io al tuo cuore. Fa di star sano e d'amarmi. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.F.Stella (1828)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO FORTUNATO STELLA - MILANO.</hi>
               </salute>
               <dateline>Pisa 28 Gennaio 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico pregiatissimo. Dopo la sua carissima del 1° dicembre scorso, alla quale risposi accludendole un biglietto di Rosini, non ho più avuta la consolazione di vedere i suoi caratteri. La spedizione da Lei significatami altre volte, o non ha mai avuto luogo, o non è ancora giunta: ed io non ho potuto ancora vedere la Crestomazia stampata; il che desidererei molto, per regolarmi appresso a poco sul numero delle pagine che convien dare alla Crestomazia poetica, acciocchè essa riesca a un di presso di misura conforme a quell'altra. In tutta Toscana non credo che si trovi una copia di questa Crestomazia: certo non si trova nè in Pisa nè in Firenze, dove so che molti ne hanno fatto ricerca. Il <hi rend="italic">Raccoglitore</hi> che Ella mi favorisce, ha cessato di comparire col fascicolo di Ottobre, giacchè non ho mai veduto nè il Novembre nè il Dicembre.</p>
            <p>Questo così lungo silenzio mi tiene sospeso e in pena, massimamente che mi nasce qualche dubbio sopra la sua salute. La supplico di non voler più tardare a darmi nuove di sè e de' suoi. Io sto passabilmente, grazie al mansuetissimo inverno che si gode in questo bel clima di Pisa. Profitto di questo mio stato per lavorare assiduamente alla Crestomazia poetica, la quale spero di condurre a fine assai prima di quello ch'io aveva creduto possibile.</p>
            <p>Il signor Mancini libraio di Macerata, avendo messo in piedi una nuova stamperia, si è invogliato di cominciare i suoi lavori coll'edizione di qualche cosa mia, e me ne fece chiedere con impegno da un mio amico di là. Io non ho cose inedite; e se ne avessi, non ne darei ad altri. Risposi che Ella possedeva due miei volgarizzamenti manuscritti (l'Epitteto e l'Isocrate), dei quali forse avrebbe ceduta la edizione ad altri, se vi avesse trovate le sue convenienze; che il Mancini si poteva rivolgere a Lei e contrattar seco; che se Ella, con qualunque patto, avesse consentito a cedergli i manuscritti, io per me non avrei avuto nulla da opporre. Il Mancini mi fece poi scrivere di aver già fatto a Lei questa domanda. Non ne ho poi saputo altro. Ora gliene scrivo, perchè Ella conosca i miei sentimenti sopra di ciò. Mi continui, ne la supplico, la sua benevolenza, mi riverisca senza fine la sua amabilissima famiglia, non mi lasci senza sue nuove, e mi creda sempre suo cordialissimo amico e servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Tommasini (1828)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIETTA TOMMASINI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Pisa 31 Gennaio 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Mia cara Antonietta. Mille ringraziamenti vi debbo per la vostra affettuosissima dei 21. In me la vostra memoria non è meno viva, non langue mai; e se lascio correre qualche tempo senza scrivervi, lo fo per non annoiarvi, non avendo materia. Qui l'inverno è stato non solamente mite, ma tale che non meritava nome d'inverno. Io non me ne sono accorto, e a dirvi il vero, non finirò mai di lodarmi di questo benedettissimo clima di Pisa, che mi par proprio un paradiso ogni giorno più. De' miei studi non saprei che mi vi dire, se non che io non istudio punto: solamente leggo per passatempo qualche poco, cioè quanto mi permettono gli occhi, i quali stanno meglio che questa estate, ma non però bene, e mostrano di voler tornare a stare assolutamente male in primavera. Questi miei nervi non mi lasciano più speranza; nè il mangiar poco, nè il mangiar molto, nè il vino, nè l'acqua, nè il passeggiare le mezze giornate, nè lo star sempre in riposo, insomma nessuna dieta e nessun metodo mi giova. Non posso fissare la mente in un pensiero serio per un solo minuto, senza sentirmi muovere una convulsione interna, e senza che lo stomaco mi si turbi, la bocca mi divenga amara, e cose simili.</p>
            <p>Questo vorrebbe dire che io non dovrei mai pensare a voi. Nondimeno io ci penso e ci penserò in dispetto dello stomaco e de' nervi. Tenetemi ricordato e raccomandato al professor Tommasini, che io non so se sia più amabile o più ammirabile. Vedendo Orioli, favoritemi di salutarlo tanto a mio nome. Quando io vegga la famiglia Pazzini, non mancherò di far seco le parti che voi mi commettete. Finora non ho veduto veramente che l'avvocato, il quale ha favorito di venire a trovarmi. E con lui e con altri molti si è parlato spesso e lungamente di cotesta cara e impareggiabile famiglia. Tanti baci a Emilietto. Vogliatemi sempre bene. Addio, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.F.Stella (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
               <dateline>Milano 1° Febbraio 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico amatissimo. Mentre mi dispiace sentire dalla cara sua 28 dello scorso ch'Ella è stata in pena per me, io le ne sono assai grato provenendo ciò dal suo amore. Non sono stato veramente ammalato, ma per gli affetti che turbarono il mio animo, fu lo stesso come se io lo fossi. In Decembre mia moglie ebbe l'infausta notizia della morte di sua madre, ed ai primi dello scorso il mio Giacomino cadde a letto colpito da un'acutissima gastrica, che il pose sull'orlo del sepolcro. È già passato il ventunesimo giorno, ed ora è fuori d'ogni pericolo; ma è obbligato tuttora a letto. Veniamo a noi.</p>
            <p>Godo assai di sentire che l'aria di Pisa le sia confacente.</p>
            <p>Non siamo stati a tempo di mutare il secolo del Paradisi, perchè quando mi giunse la sua lettera, la 2a parte della <title>Crestomazia</title> era già stampata. Il faremo al caso d'una seconda edizione della quale sarei certo, se gli scolari del Regno Lombardo Veneto non fossero obbligati di provedersi d'altra <title>Crestomazia</title>.</p>
            <p>Ella sappia, e lo faccia sapere a chi le disse il contrario, che fin dal 28 d'Ottobre sono state spedite copie della sua <title>Crestomazia</title> parte 1a a Firenze, e nel 5 Decembre pure a Pisa. Nel 23 dello scorso ambe le parti sono state spedite a Pisa egualmente a codesto Sig. Nistri. Anzi in tale spedizione v'è un pacchetto anche per Lei, contenente gli articoli qui sotto notati. Circa al <hi rend="italic">N. Ricoglitore</hi>, la mia Casa prese equivoco nel sospenderne la spedizione. La riprenderà per condotta a prima occasione, ed Ella riceverà tutti i quaderni che le mancano.</p>
            <p>Credo che avrà letto costì il quaderno 4 Dicembre della <hi rend="italic">Biblioteca Italiana</hi>. Quell'articolo sulla <title>Crestomazia</title> è dell'Ambrosoli, il cui pensiero sopra una nuova <title>Crestomazia</title> non viene punto lodato.</p>
            <p>Oggi soltanto ho ricevuto lettera dal Sig. Mancini di Macerata, e gli ho subito risposto; riserbandomi di trattar della cessione in appresso, poichè di questa Ella è contenta.</p>
            <p>Tutti i miei la riveriscono, ed io l'abbraccio di cuore. Il suo vecchio affezionatissimo amico e servo.</p>
            <p>Ella mi fa sperar cosa che mi è assai cara; cioè ch'io potrò aver forse la <title>Crestomazia poetica</title> anche prima del tempo ch'io credeva.</p>
            <p>Fattura: 6 Discorso su Gemisto - 14 Crestomazia carta comune - 2 Detta carta reale - 1 Cicerone Lettere bilingue, tomo IV - 1 Cataloghetto d'opere scolastiche.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.P.Vieusseux (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIAN PIETRO VIEUSSEUX</hi>
               </byline>
               <dateline>Firenze 10 Febbraio 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio carissimo Leopardi. Io era nel Val d'Arno di sopra, presso Lambruschini, quando arrivò il Cioni; vistolo subito dopo il mio ritorno, molto si parlò di voi. Ci consolano le buone nuove ch'egli reca di vostra salute; e mi consola soprattutto il pensare che presto ci rivedremo, imperocchè due mesi passano rapidamente pur troppo; e l'Aprile, in Toscana, è primavera. Scrivetemi, caro amico, quando dovrò occuparmi di trovarvi un quartiere; frattanto farò delle indagini per sapere, senza perdimento di tempo, dove mettere le mani. Anzi, ne fo l'oggetto di un avvisino nella circolare di commercio, ossia <hi rend="italic">feuille d'avis</hi> di Firenze.</p>
            <p>Non tutti i libri che mi chiedete, sono presentemente al Gabinetto; vi mando quelli che trovo, e sono i seguenti: <hi rend="italic">Lamberti, Alfieri, Parini, Rezzonico, Amori di Dante, Saggio di rime.</hi>
            </p>
            <p>Voi saprete a quest'ora che una commedia del Benci, <hi rend="italic">La Bottega del libraio</hi>, è stata recitata con buon successo. Il medesimo Montani è stato contento - è tutto dire! Addio, mio carissimo amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Papadopoli (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO PAPADOPOLI</hi>
               </byline>
               <dateline>Di Venezia a dì 10 di Febbraio 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio carissimo Giacomino. È buon tempo che non ricevo lettere tue che mi diano nuove della salute tua e dei tuoi lavori; io spero che tu sia sano e che tu intenda ad alcuna opera degna del tuo bell'ingegno. Ho avuta la tua <title>Crestomazia</title> che mi pare molto ben fatta; parmi che lo Stella mi dicesse che farai pure una <title>Crestomazia poetica</title>. E perchè non raccogli tutte le tue traduzioni dal Greco che sono sparse come le foglie della Sibilla? la sarebbe una bella impresa mandando innanzi un tuo discorso sulle traduzioni, che a dire il vero ai nostri dì sono molto ladre. Che dici tu del Romanzo del Manzoni? certo che fa un grande rumore. Hai veduto il volume dello <hi rend="italic">Strabone</hi> della Collana Greca? Io credo che il Mustoxidi darà di tanti aiuti, che quello <hi rend="italic">Strabone</hi> riuscirà bello. Le tue <title>Operette morali</title> piacciono molto per lo stile e per i pensieri; nondimeno pare che la tua morale sia disperante, così dicono quelli che o sono di corta veduta, o vedendo confidano che non sia male tutto quello che par male. A me piacciono molto, ma penso che m'induca piacere il vedere gli uomini smascherati e tolto il belletto alla brutta faccia del mondo. Hai veduto l'opere del Sinesio tradotte dall'Angelelli? Mi paiono ben tradotte; certo che più si confà l'indole dell'Angelelli al Sinesio che a Sofocle. Sarebbe di grande utilità per chi traduce esaminare in prima se evvi conformità tra il traduttore e l'autore; ciò sarebbe grande aiuto perchè si vedessero buone traduzioni. Hai letto il poema della Malvezzi? Fammi risposta a tutte queste domande. Vivi sano, ricordati di me, e scrivimi spesso, chè ti stimo grandemente e ti amo di singolare affezione.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Paolina L. (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PAOLINA LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <dateline>Recanati 15 Febbraio 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Caro Muccetto. Ho tardato a rispondere alla tua dei 21 gennaio, prima perchè io ti avevo scritto pochi giorni prima di riceverla, e poi perchè aspettavo di poter sapere qualche cosa dell'<hi rend="italic">Antologia francese</hi> da Baluffi, a cui fu consegnata; ma ho aspettato invano, perchè non ho potuto ottenere che gli si faccia scrivere finora; però fra poco credo che si farà. So ch'egli disse al portatore del libro, mentre glielo raccomandava con premura, che avrebbe avuto a momenti occasione sicura per Bologna, e che non vi pensasse più oltre; e questo fu il giorno 5 di decembre. Vedi dunque se noi avevamo ogni ragione di crederlo già arrivato, e quanto ci ha sorpreso il sentire da te che non ne hai alcuna nuova. Noi, grazie a Dio, stiamo tutti bene, e con gran gioia di sentire che sia lo stesso di te, e che ti ristori con cotesta bontà di clima. Veramente anche noi abbiamo avuto un gennaio ottimo, con alcune giornate di primavera; ma il febbraio non è uguale, e non vorrei che anche tu a quest'ora lo sapessi. T'invidio le tue passeggiate eterne, le tue feste, i tuoi spettacoli, ed anche il rammarico delle tue dame che non possono più averti seco. Io spero che ti proporrai, e non invano, di sentire Crivelli in questa Quaresima; non è vero? E, a proposito di cantanti, la tua madama Padovani ha fatto il suo primo teatro a Torino in questo autunno, e con successo. Ma a te che ne importa? Io già lo so che non te ne importa niente, ma io sempre mi ricordo dei tuoi racconti, delle tue conoscenze. E quando mi farai conoscere quella parte di mondo ove abiti? Questo è quello che io non vedo chiaro; ma pazienza! Tu stai bene, e questo è tutto.</p>
            <p>Mi domandi sempre nuove di casa, e di Recanati ec. Piglia ora queste poche, che saranno tutte quelle ch'io so. Già avrai saputo, che finalmente è comparsa la nuova <hi rend="italic">Statistica</hi>, e che Recanati è divenuta Capo-distretto. Ora nelle nuove liste dei Consiglieri che ha mandato Roma, è stato tolto Babbo dal Consiglio, e buona notte. L'intrigo è stato fatto a Recanati, perchè questo era il gran desiderio di alcuni, e siccome non si era penetrato niente, l'hanno vinta. Il processo di Babbo a Roma ancora dorme, e per non risvegliarlo, egli non si porta lassù a reclamare contro questa ingiustizia, la quale in sostanza gli è indifferente. Meno qualche caso non atteso, e non temuto, a momenti Pietruccio entra nel possesso del benefizio del morto canonico Prosperi, mediante un accomodamento fra Babbo e l'Arciprete, chiesto da lui medesimo, ed una pensione annua di sessanta scudi, che Babbo ha creduto bene di addossarsi, piuttosto che fare una grossa lite. Per il benefizio contrastato da Calcagni dura ancora il compromesso, stato prolungato due volte. La Politi aveva messo quasi il piede nella piccola casa, ma poi l'ha ritirato, e pare che guarirà presto. È venuta correndo la madre da Bologna.</p>
            <p>Credo di averti seccato ben bene, ma è colpa tua, e non devi prendertela con me. Del resto la signora Tota è morta, Toscino è morto ec. ec. Ma quello che non è morto è il mio grande amore per te, anzi il nostro, chè tutti ti vogliamo tanto tanto bene. Ma tu già lo sai, e ce ne vuoi altrettanto non è vero? Addio, Muccetto, addio. E la <title>Crestomazia</title>? A proposito di questo libro, ho sempre dimenticato di suggerirti, ovvero di ricordarti solamente, la traduzione della <title>Fenice di Claudiano</title> del Bracci da Recanati in trentacinque ottave; e ciò per parte di Babbo, che me lo disse fino da quando seppe che volevi metter mano all'<title>Antologia poetica</title> ec. Per poterli cercare altrove, se tu non li hai, dimmi un poco se sono con te sei quaderni dello <hi rend="italic">Spettatore</hi>, che ci mancano.</p>
            <p>Addio, caro Giacomuccio mio. Tu non vedi certo la neve, come pur troppo la vediamo noi da due giorni.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Maestri (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ADELAIDE MAESTRI</hi>
               </byline>
               <dateline>Parma 19 Febbraio [1828].</dateline>
            </opener>
            <p>Amico carissimo. Oggi è l'ultimo giorno di carnevale. Tutti sono fuori di casa, e fuori di sè. Chi corre da una parte, chi dall'altra, e chi va sul corso a sbalordirsi fra 'l romore delle carrozze, e i fischi, e gli urli, e lo schiamazzo del popolo. Io, invece, me ne sto qui sola vicina al camminetto scrivendo a voi; e certamente il piacere che ne provo è tale che io non vorrei cambiarlo con quello di che vi ho fatto cenno. Se non che mentre io piglio grandissimo piacere dello scrivervi, non vorrei che a voi derivasse noia dal leggermi. Quanto tempo è mai ch'io sono priva delle vostre notizie! Le ultime che mi giunsero furono dei 5 dicembre. Voi vedete quanto tempo vuoto, d'allora in qua, c'è stato di mezzo, e quanto deve farmelo apparire maggiore un desiderio non mai soddisfatto. Non crediate però che io desiderassi che mi scriveste a danno di quel tempo prezioso che dovete dedicare alle occupazioni vostre, le quali tornano di tanta utilità alla nostra Italia. Amerei che mi diceste solo se la vostra salute continua ad essere buona, cosa che ci sta tanto a cuore. Dopo dell'ultima vostra io vi ho scritto due volte, ma non so qual fine avrà avuto l'ultima lettera; poichè doveva arrivarvi unita ad un poco di tabacco di Bologna ch'io vi spediva sapendo essere di vostro aggradimento, ma il tabacco giunto ai confini, così mi scrive il negoziante Maldini, è stato confiscato. Della lettera non ho saputo nulla.</p>
            <p>Sto leggendo la bella raccolta fatta da voi, veramente degna di voi. Tutti questi letterati ne fanno elogi grandissimi, e la <title>Crestomazia</title> di Leopardi è divenuto il libro letto da tutti; il mio libro prediletto, e lo sarà sempre. Così voi mi abbiate sempre per vostra aff.ma Amica.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di F.Maestri (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI FERDINANDO MAESTRI</hi>
               </byline>
            </opener>
            <p>Egregio Signor Conte, amico veneratissimo. Sono stato il primo qui a Parma a vedere e a procurarmi la sua <title>Crestomazia</title>: di cui si è poi fatto uno spaccio, e un dire grandissimo. Questa sceltissima raccolta prova il suo squisito giudizio: poichè ha trovato buon accoglimento appresso di tutti questi nostri letterati. Mi è giunta impensatamente, tanto più dopo il silenzio serbato da Lei intorno a quest'opera durante il nostro soggiorno a Firenze. Dopo quel che ho detto, riesce inutile il testificarle quanto mi rallegri con Lei del modo onde così bene va spendendo il suo tempo, e con l'Italia che riceve da Lei così preziosi doni. Continui a migliorare, come ha fatto finquì, la civiltà degl'Italiani; siccome germe di ricchezza, di felicità e di ogni bene desiderabile. Uno, benchè l'ultimo fra quelli, io la ringrazio per la mia parte grandemente, e per conto eziandio de' molti, che beneficati dalle opere de' sommi ingegni o non sentono o non curano il benefizio. E a Lei mi raccomando. Suo obbl.mo aff.mo S.e ed Amico.</p>
            <p>Clelietta mi dice d'inviarle un bacio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Monaldo L. (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI MONALDO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <dateline>Recanati, 22 Febbraio 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Figlio. Essendo passato del tempo dopo che vi ho scritto l'ultima volta, credo che non vi dispiacerà di vedere i miei caratteri, e così essendo arrivati molti corrieri senza portarci vostre lettere, sarà carissimo a noi il rivedere i caratteri vostri, e il sentire le vostre nuove, le quali vorremmo sempre in ogni Posta, e non possiamo darci pace perchè ce le scrivete tanto di raro. Le notizie di casa grazie a Dio sono buone, stando noi tutti bene, e tutti vi salutano cordialmente. Anche qui fino al Febbraio abbiamo avuto un inverno buono, ma un po' di sole, uscito fra le nuvole nel giorno della Candelora, predisse l'inasprimento della stagione, e il proverbio antico si è pur troppo avverato anche in quest'anno, perchè da quel giorno abbiamo avuto ed abbiamo pessimo tempo, e ci troviamo tuttora con freddi e nebbie veramente pestilenziali. Ma in ogni modo il Maggio arriverà prima del Gennaio. Non vi dispiacerà il sentire che per amore di pace e di economia ho concordata la lite coll'arciprete Podalirj per il canonicato di Pietruccio, il quale avrà il canonicato, dando all'Arciprete scudi sessanta di pensione annua. Il Papa ha approvata questa concordia, e se qualche altro diavoletto non ci mette la coda, avrò la Bolla nella prossima settimana. Tutte le ragioni erano le nostre, ma il dispendio della lite era immenso, e non si sarebbe sbrigata in più anni.</p>
            <p>In questi giorni ho acquistato, per baiocchi, un bel codicetto, scritto, per quanto mi sembra, nel secolo del 1300, contenente la <title>Vita</title> e i <title>Fioretti di San Francesco</title>. La <title>Vita</title> è divisa in quindici capitoli, e consiste in settantotto facciate di foglio piccolo. Al principio sono guaste poche linee, ma il resto è tutto sano, e finisce con queste parole: "acciochè per tutte queste cose la virtù dell'altissimo Iddio facesse manifesta a tutti i fedeli la santità di San Francesco e la sua chiarezza, al quale sia altissimo onore et gloria per infinita secula seculorum amen". Poi seguono altre sette facciate di Miracoli. Poi doveva seguire la Leggenda della sua conversione "in habito secolare", ma mancano cinque carte. Finalmente vengono li <title>Fioretti</title>; cento cinquantadue facciate. Questi <title>Fioretti</title> saranno quelli citati dalla Crusca, e la <title>Vita</title> è quella che sta nella <title>Raccolta delle Vite</title> che abbiamo in quattro tomi, ma ci sono molte varianti; e queste cosucce vi divertiranno al vostro ritorno.</p>
            <p>In questo fondo di oscurità dove noi viviamo, sento pur dire che oggi le stampe degli Aldi, dei Grifi, Giunti, Valgrisio ec. sono stimate assai, e che si trovano dei saggi o pazzi, i quali le acquistano a carissimi prezzi. Noi, come sapete, ne abbiamo numero sufficiente, ed io non ho l'umore di disfarmene, ma in ogni modo sarebbe bene l'avere su di ciò qualche guida per non errare negli acquisti, nei cambii ec. Se voi conoscete qualche libro adattato ad illuminare la mia ignoranza, indicatemelo. Fra tanto mi è venuto in mente di togliere le porcellane e cristalli dal camerino che conoscete annesso alla libreria, e di fare là dentro un Gabinetto filologico, mettendovi i libri e le stampe più rare, i manoscritti etc.; e questo, se non mi viene altra fantasia, sarà il mio divertimento della primavera. Addio, mio caro Giacomo. Iddio vi colmi delle sue benedizioni, e faccia che i vostri studii e i vostri onori siano sempre studii di santità e corone di paradiso. Vi abbraccio e vi benedico con tutto il cuore. Addio. Il vostro affezionatissimo Padre.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Paolina L. (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PAOLINA LEOPARDI</hi>
               </byline>
            </opener>
            <p>Baluffi ha risposto avanti ieri di aver mandato da lungo tempo l'<hi rend="italic">Antologia francese</hi> al suo destino. Ci dirai poi se è arrivata a Brighenti, o no</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.P.Vieusseux (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIAN PIETRO VIEUSSEUX</hi>
               </byline>
               <dateline>Firenze 23 Febbraio 1828</dateline>
            </opener>
            <p>Carissimo Leopardi. Voi avrete in breve la visita del mio caro Enrico Mayer: egli è presentemente a Livorno: gli ho mandato due righe d'introduzione per voi.</p>
            <p>L'oggetto essenziale della presente è di dirvi che sto cercando per voi un quartiere convenevole, dove possiate stare bene e <hi rend="italic">confortabilmente</hi>. Credo di averlo trovato. Ditemi, per mia regola, cosa vorreste spendere per la pensione intiera compreso tavola a parte, servitù, lume e lavandaia: e ditemi, se siete fermo a non volere mangiare con i padroni di casa; imperocchè il mangiar colla famiglia vi procurerà, ovunque andiate, un notabil risparmio. Ditemi infine, cosa vorreste per colazione, e per pranzo. Sapendo tutto questo, e ciò che vorreste spendere, vi potrò fare un'apertura che credo sarà di vostra convenienza. Sareste a due passi dalla mia abitazione; cosa che molto mi lusinga.</p>
            <p>Addio, caro amico, state sano e credetemi, benchè vi scriva con molta fretta, che sono sempre vostro affezionatissimo.</p>
            <p>Mille saluti al Cioni.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Vieusseux (1828)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIAMPIETRO VIEUSSEUX - FIRENZE.</hi>
               </salute>
               <dateline>Pisa 25 Febbraio 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio carissimo Vieusseux. Ebbi i vostri cari saluti dal Torri e dal Cioni: ebbi il pacco de' libri che mi favoriste, e poi dal Cioni il <hi rend="italic">Bracciolini</hi>: ebbi la vostra dei 10, ed ora ricevo l'altra dei 23. Di tutte queste cose vi ringrazio senza fine; e vi sono anche gratissimo della conoscenza del Mayer, che aspetto di fare per vostro mezzo. Quanto alla pensione, vi dirò che io qui in Pisa ho: 1° camera, con lume, biancheria da letto e da tavola, e servitù; 2° pranzo in camera, all'ora che mi piace; consistente in zuppa, tre piatti, pane e acqua (non frutti e non vino); 3° colezione, consistente in caffè-e-cioccolata, e due buoni biscotti; 4° nettatura di stivali e scarpe; 5° imbiancatura e stiratura; 6° fuoco nel caldano tutto il giorno, e fuoco la sera pel letto: e tutto questo mi costa undici monete il mese. I padroni sono contenti; ed hanno fatto questo patto dopo aver provato, e veduto quello ch'io mangio ec. E se io mangio poco l'inverno, l'estate mangio quasi nulla; oltre che nell'estate non mi bisogna fuoco. Contuttociò sono ben contento di spendere di più in Firenze: il quanto, lo lascio alla vostra discrezione: ma non vorrei che passasse le 14 o 15 monete al più. Credetemi che io costo assai poco a chi mi mantiene. Pranzare coi padroni non potrei assolutamente.</p>
            <p>Ora poi non saprei dirvi il tempo preciso del mio ritorno. Quanto a me, vorrei essere già tornato; ma bisognerà dipendere dalla stagione: ed è anche notabile per la mia borsa, che io dovetti obbligarmi a pagare qui la pigione della camera (cioè tre monete il mese) fino a tutto Maggio, termine solito per le pigioni degli scolari.</p>
            <p>Credo inutile di ripetervi che io v'amo sempre con tutto il cuore; anzi v'amo, se è possibile, ogni giorno più. I miei saluti cordialissimi a Giordani e a Montani; i miei complimenti a Gino e a Reinhold. Carmignani (che io vedo spesso) saluta molto Giordani. Se con vostro comodo potrete farmi avere le <title>Poesie</title> del Foscolo, e le <title>Visioni</title> del Varano, mi farete gran favore. Io sono sempre dietro alla maledetta Crestomazia poetica, che mi costa un terribile dispendio d'occhi. Addio, addio. Il vostro Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Papadopoli (1828)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO PAPADOPOLI - VENEZIA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Pisa 25 Febbraio 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio carissimo. La tua dei 10 mi ha fatto molto piacere, e più me ne avrebbe fatto se avesse portato qualche notizia della tua salute e delle tue occupazioni presenti. Ho veduto il romanzo del Manzoni, il quale, non ostante molti difetti, mi piace assai, ed è certamente opera di un grande ingegno; e tale ho conosciuto il Manzoni in parecchi colloqui che ho avuto seco a Firenze. È un uomo veramente amabile e rispettabile. Ho veduto ancora il poema della Malvezzi. Povera donna! Aveva veduto già il manoscritto. Lo Strabone e il Sinesio non ho veduti.</p>
            <p>Io sto piuttosto bene che male; e sono contentissimo di quest'aria. Studiare e lavorare, sono cose che ho dimenticate, e dalle quali divengo alieno ogni giorno più. Con questa razza di giudizio e di critica che si trova oggi in Italia, coglione chi si affatica a pensare e a scrivere. Scrivere poi senza affaticarsi punto e senza pensare, va benissimo, e lo lodo molto, ma per me non fa, e non ci riesco. Una raccolta delle mie traduzioni dal greco mi è stata anche fatta proporre da un libraio della Marca. Non so se avrò voglia di darmene pensiero. Addio: voglimi sempre bene, e credimi tutto tuo.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Paolina L. (1828)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PAOLINA LEOPARDI - RECANATI</hi>
               </salute>
               <dateline>Pisa 25 Febbraio 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Paolina mia. Ti ringrazio tanto delle tue lettere 16 gennaio e 15 febbraio, e delle nuove che mi dai di casa e di Recanati. Credimi, che di queste nuove, anche delle più minute, sono proprio ghiottissimo; e che non mi seccano punto, anzi mi dispiace quella tua brevità, e quegli eccetera. Ho avuto molto piacere del negozio del canonicato, ma l'affare del Consiglio mi ha messo un gran mal umore in corpo. Capisco che a Babbo non importerà niente; e va bene: ma questa canaglia recanatese mi fa una gran bile. Anche qui abbiamo avuto due settimane di freddo, ma senza neve. Ora il caldo è tornato, e abbiamo primavera. Crederai che ancora non ho potuto vedere una copia della Crestomazia? Stella già pensa a una seconda edizione, e in Toscana ancora non si trova la prima: tanto sono lente le comunicazioni fra la Toscana e la Lombardia. Io non ho presso di me nessun quaderno dello <hi rend="italic">Spettatore</hi>. Prega tanto Babbo da parte mia a scrivermi qualche riga, quando ha tempo; perchè mi dà gran pena il non vedere i suoi caratteri da tanto in qua: baciagli la mano per me. Ringrazia infinitamente Mamma di quello che mi fece scrivere da te nella tua penultima. Che fa Carluccio? e perchè non mi scrive mai mai? Luigetto? Pietruccio? Io sogno sempre di voi altri, dormendo e vegliando: ho qui in Pisa una certa strada deliziosa, che io chiamo <hi rend="italic">Via delle rimembranze</hi>: là vo a passeggiare quando voglio sognare a occhi aperti. Vi assicuro che in materia d'immaginazioni, mi pare di esser tornato al mio buon tempo antico. Addio, Paolina mia. Salutami Don Vincenzo e il Curato.</p>
         </div1>
         <div1 n="A C.Pepoli (1828)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO PEPOLI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Pisa 25 Febbraio 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio carissimo. Non prima che l'altro ieri ebbi da Firenze i tuoi versi, i quali ho letto e riletto con piacer grande, prima perchè son cose tue, poi perchè mi dimostrano l'amore che tu mi porti, finalmente perchè mi allettano assai quella malinconia dolce, e quella immaginazione forte e calda che vi regnano. Io ti desidero di cuore il godimento perpetuo dell'una e dell'altra; e con questo credo aver detto molto; perchè anche la malinconia dolce fugge le sventure reali, e la malinconia nera e solida. Intendo con gran piacere che tu hai per l'anima molte imprese maggiori: ma quel che mi dici della sanità, mi rattrista. Dunque tu non istai bene? Abbiti cura per amor mio, e conservati agli amici e alle muse. Io amo sempre e ti stimo, come un caro e prezioso giovane, e mi raccomando alla tua memoria. Ricordami alla Nina, a Marchetti e a Costa. Aspetto gli altri versi che tu mi prometti. Addio addio. Il tuo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Paolina L. (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PAOLINA LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>[Recanati] 5 Marzo 1828.</date>
            </opener>
            <p>Caro Muccio. Stavo già per iscriverti, quando ho ricevuto il tuo dono e la tua lettera, delle quali due cose io ti ringrazio molto molto, ma più dell'ultima, perchè da lungo tempo desiderata ed invocata. E il motivo per cui dovevo scriverti, si è per pregarti di una cosa la quale amerei molto che non mi rifiutassi, tanto più che poi non dovrà costarti che l'incomodo di una lettera. Il Conte Giuseppe Mammiani (che abita in Sinigaglia) mi ha fatto pregare di farlo associare, per mezzo tuo, alla <title>Crestomazia</title>, se va per associazione, ovvero di fare in modo che gliene pervenga una copia, per la quale egli pagherà quanto occorre. Gli ho già risposto che sarà servito, ed ora spero che tu mi farai il piacere di scrivere a Stella acciò gliela mandi. Se fosse possibile, o facile che potesse arrivarne una copia anche in questo angolo da noi abitato, oh quanto di più amerei Stella! Ed io mi rallegro con lui e con te che i tuoi lavori abbiano sì grande spaccio da doversene moltiplicare le edizioni in sì poco tempo; ma non me ne maraviglio però. Per quanto tu sei ghiotto delle notizie di Recanati, non lo sarai mai tanto quanto lo siamo noi delle tue, e pur troppo siamo ridotti ad esserne sempre in astinenza. Come ti tratta la quaresima? io credo bene al solito, poichè sempre la fai in un modo. Domani si attendono le bolle per il benefizio di Pietruccio, e domani istesso, se vengono, egli ne prenderà il possesso. La Politi séguita a star molto male, e dubito che tu non la vedrai più. Lo crederesti? Paolina Mazzagalli ci ha messo in una paura terribile, e mi ha fatto provare quel dolore che io credevo non dover mai provare per alcuno fuori di casa mia. La sua malattia è stata i <hi rend="italic">guanciali</hi> (di cui abbiamo avuto influenza), con flussione orribile alla bocca e gola, che, impedendogli di prendere tutt'altro in fuori del brodo, l'aveva ridotta in uno stato di debolezza spaventevole e pericolosissimo. Ora, grazie a Dio, va migliorando. Se ti lamenti di Carlo, lamentati pure, ma solo della sua pigrizia, e non mai del suo poco amore per te. Poteva scriverti nella lettera di babbo, e non lo fece; se volesse farlo qui, non potrebbe. Tutti ti abbracciano e ti salutano, ed io ancora, raccomandandoti caldamente di non farmi fare una cattiva figura con Mammiani. Quando scrivi a Giordani non dimenticarmi. Ho sentito che le sue Opere sono proibite, <foreign lang="lat">donec corrigantur.</foreign> È vero?</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1828)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Pisa 5 Marzo 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Carissimo Signor Padre. Lascio pensare a Lei quanto mi abbia rallegrato il vedere i suoi caratteri dopo tanto intervallo. Spero che a quest'ora la stagione sarà migliorata anche costì, come ha fatto qua, dopo due o tre settimane di freddo, non mai però eccessivo. In tutto l'inverno io non ho mai lasciato di passeggiare lungamente, anche più d'una volta al giorno: il freddo non mi ha fatto mai male, e appena mi par credibile di trovarmi già in Marzo, e colla primavera alle porte: perchè non mi sono quasi accorto dell'inverno; o sia che la stagione sia stata straordinariamente buona, o sia la clemenza di questo clima, o che sin dal principio io mi sono avvezzato ad affrontare il freddo, e a non aver paura. La mia salute, grazie a Dio, è sempre passabile: i nervi mi tormentano, e nessun metodo mi vale per poter digerire: ma bisogna sopportar qualche cosa, specialmente leggera, con una complessione come è la mia. Ancora non sono tornato nel mondo, cioè non ho ricominciato ad uscir la sera: ma spero di farlo presto. Ho poi in casa tante visite, che qualche volta mi annoiano. Anche qui tutti mi vogliono bene, e quelli che parrebbe dovessero guardarmi con più gelosia sono i miei panegiristi ed introduttori, e mi stanno sempre attorno.</p>
            <p>Mi ha fatto grandissimo piacere la nuova del canonicato: spero in Dio che non saranno nati e non nasceranno nuovi ostacoli. Trovo poi ragionevolissimo ed ottimo il partito preso da Lei di concludere un accordo, non ostante la nullità dei diritti dell'avversario.</p>
            <p>Credo anch'io che il codicetto da Lei acquistato sia interessante. Ho procurato d'informarmi circa l'edizioni degli Aldi, Giunti, ec. Si trovano (non sono però comuni) dei cataloghi bibliografici delle stampe de' Manuzi, dei Giunti, dei Gioliti ec. in opere separate. Ma cataloghi manuali, e che particolarmente indichino il prezzo di tali edizioni, nessuno me ne ha saputo nominare, e credo che in verità non si trovino, e che il prezzo di quelle stampe sia totalmente incerto e vario, secondo le città, i possessori e i compratori. Il suo pensiero di riunire alla libreria lo stanzino delle porcellane, mi piace moltissimo: e a proposito della libreria, so che il Ministro di Olanda (che mi è molto amico) ne parlò ultimamente in Firenze nella società di Vieusseux, con molte lodi. Mille e mille saluti, de' più affettuosi e dei più cordiali, a tutti. Le bacio teneramente la mano, e la prego a benedire il suo amorosissimo figlio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Tommasini (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIETTA TOMMASINI</hi>
               </byline>
               <dateline>Bologna 5 Marzo 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio Caro Leopardi. Quanto mi sia stata cara la vostra del 31 Gennaio ve lo dica la molta amicizia, e l'immensa stima che ho per voi: de' quali sentimenti non so se più l'uno o l'altro a voi mi leghi. Per ora non vi avrei scritto temendo di togliere alle vostre profonde occupazioni qualche momento, se voi senza saperlo non mi aveste incoraggiata a indirizzarvi i miei caratteri. Sto leggendo la raccolta dei pezzi classici che ultimamente avete dato in luce, nella vostra <title>Crestomazia</title>, e vo meditando le sentenze di que' sommi Italiani. Oh mio amico, come frenarmi dal ringraziarvi del prezioso dono che avete fatto alla nostra Italia! Gran bene ne verrà ad essa, imperocchè quel libro anderà per le mani della gioventù, la quale ha tendenza alle grandi virtù e non ha d'uopo che di essere diretta da sommi maestri e filosofi; tra i quali voi tanto vi distinguete. Ah perchè m'è tolto con parole il farvi nota la molta agitazione del mio animo, il quale si lagna ch'io non sia vissuta ne' secoli passati, o non sia stata riserbata ai futuri: perciocchè ne' tempi ne' quali viviamo, m'è tolto il dimostrare di qual amore io ardo per la nostra misera Patria! A questo pensiero non posso frenare alcuna volta le lagrime, considerando quanto sia breve la vita in confronto del tempo che dovrà scorrere prima che le virtù da voi additate siano praticate dagli Italiani. Ma dove mi lascio trasportare da una passione che non può avere un compenso, e che imprime nell'animo mio una profonda melanconia? Sarebbe questa di molto diminuita se potessi starvi vicina, e trar conforto dalla vostra amicizia, e da que' vostri sentimenti, i quali vi fanno essere caro ed ammirabile a tutti. Addio, ottimo e raro amico: conservatemi la vostra preziosa amicizia, e fate che non sia per mancarmi mai.</p>
            <p>Rispondetemi solo due parole. Il vedere i vostri caratteri, è per me una medicina che tempra la molta amarezza del vivere odierno e diminuisce l'agitazione nella quale vivo sempre sul conto di vostra salute. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Maestri (1828)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ADELAIDE MAESTRI - PARMA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Pisa 5 Marzo 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Mia cara Adelaide. Dunque due vostre lettere dirette a me si sono smarrite? Questa perdita mi dispiace più di quella del tabacco, la quale ancora mi rincresce non poco. Intanto vi ringrazio di tutto cuore e del tabacco e delle lettere perdute, e di quella, che pur finalmente mi arriva, de' 19 di Febbraio. Quel vostro passare appresso al camminetto l'ultimo giorno del carnevale, non mi dà buon segno della vostra salute. Al solito, voi non me ne dite niente, e io non posso giudicarne se non per congetture. Io, quanto a me, non mi sono avveduto dell'inverno quest'anno; e appena mi par credibile di trovarmi già nel Marzo, e con la primavera alle porte. O la stagione è stata straordinariamente buona, o questo è pure un clima divino. Della mia salute non potrei lagnarmi, se non fosse che i nervi mi tormentano sempre, e che non posso trovar modo di digerire, non ostante il camminar moltissimo e il mangiar pochissimo.</p>
            <p>Voi e l'avvocato Maestri parlate con molta cordialità della mia Crestomazia, la quale non è opera che meriti considerazione alcuna; e questa è la causa per la quale non ve ne feci parola in Firenze: io mi era già dimenticato di averla scritta. Ringraziate tanto tanto per me l'avvocato Maestri delle gentilezze che mi scrive in questo proposito; e ditegli che ho veduto con molto piacere l'articolo della <hi rend="italic">Biblioteca italiana</hi> sopra l'elogio del Bertani. Riveritemi singolarmente il Colombo e il Taverna, se li vedrete; e ritornate un bacio per me alla Clelietta. Voi non vi stancate di volermi bene; e, quando mi scrivete, siatemi meno avara delle vostre nuove, parlatemi delle vostre occupazioni, e della salute, la quale vi sia raccomandata per parte mia. Addio. addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di C.Pepoli (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO PEPOLI</hi>
               </byline>
               <dateline>Di Bologna il 10 Marzo 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Caro Leopardi. Eccoti que' librettini con que' versi di che scrissi. Essi dovevano essere assai di più, e ciò che importa, dovevano essere un poco più mondi e vaghi di leggiadria; ma siccome non mi sentiva, in sì poca sanità, l'animo bastante a far versi, così abbandonai il mio primo proposto, e mi serbo ad adoperare la virtù della lima allora che rimescolerò il poemetto per intero etc. etc. Frattanto, o mio dolce amico, abbiti una misera ma candida prova del molto amore che ti porto: abbiti sempre presente il mio nome. Fa' di comandarmi e sta' sicuro ch'io sarò eternamente il tuo Amico.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Se vedi molte trascurataggini nel Poemetto, pensa ch'esce come nacque, e che il 2° canto è opera d'una sola notte.</p>
            <p>La Nina, ch'è stata assai poco bene, nè può escire da casa, ti saluta, e ti salutano gli amici. Addio.</p>
            <p>Eccoti li versi proibiti dalla Censura, siccome indica quella carta bianca.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.P.Vieusseux (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIAN PIETRO VIEUSSEUX</hi>
               </byline>
               <dateline>Firenze, a dì 13 marzo 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Ebbi, in tempo debito, la vostra 25 febbraio.</p>
            <p>Nulla v'era da combinare per quella dozzina della quale vi aveva tenuto discorso: ho dovuto cercare altrove condizioni migliori. In piazza Santa Maria Novella, al secondo piano della casa 4376, verso levante, cioè a dire, che guarda a levante, vi sta il signor Pedeville, dell'età d'anni 50, colla sua moglie di anni 40 circa. - Non hanno figli. - Hanno sempre dato a dozzina un bel salottino ed una camera; e tutti quelli forestieri che ho loro diretti, ne sono stati soddisfattissimi. Durante l'inverno, epoca del gran passaggio dei forestieri, si fanno pagare piuttosto caruccio, perchè li trattano all'inglese, ma nell'estate si adattano. Ho fatto loro presente che voi prendereste quel quartierino almeno per mesi sei, principiando col mese di maggio: che il vostro modo di vivere non cagionando verun disturbo, ed esigendo poco per il cibo, dovevate aspettarvi ad una richiesta molto discreta. Ciò considerato essi vi accetterebbero alle seguenti condizioni: - Quartiere, Tavola, Colazione, Lume, Biancheria ec. per francesconi 20 al mese, due mesi anticipati, e contratto per 6 mesi. <hi rend="italic">Pranzo in Camera</hi> Minestra Lesso Antipasto Un piatto d'erba Frutta, formaggio ec. <hi rend="italic">Colazione</hi> Caffè o Cioccolata e Latte Pane al burro e un'altra cosa.</p>
            <p>L'unico inconveniente è che sono soliti pranzare tra le ore 3 e 4; e che il dover pranzare alle 6, sarebbe per loro un disturbo, o pure dovrebbero cucinare a parte per voi.</p>
            <p>Io credo, mio caro amico, che adattandovi a mangiare alle 4, ed esibendo 18 francesconi, la cosa potrà combinarsi; ma insistendo per non mangiare che alle 6, non sarà possibile di conchiudere a meno di 20 francesconi. Del resto, voi vi trovereste ottimamente in casa Pedeville; mentre, volendo spendere 20 o 30 paoli di meno, qui in Firenze, non potrete mai avere una dozzina decente. Parlatene coll'amico Cioni, fate le vostre riflessioni, e ditemi qualche cosa. La situazione di Santa Maria Novella è bellissima. Il quartiere è elegantemente addobbato, provveduto di tappeti e persiane, e guardato dal gran caldo come dal gran freddo; e, ciò che non è indifferente per me, assai vicino a casa mia. Se vi dasse noia il dovere anticipare due mesi, ci penserò io.</p>
            <p>Il patto che avete potuto fare in Pisa, pare incredibile anche per quella città, ed a più forte ragione non può far legge per Firenze, ove tutto è più caro. Volendo adattarvi a mangiare con i padroni di casa, potreste risparmiare qualche cosa; ma convengo che il vincolo riuscirebbe troppo grave. Del resto, aspetterò i vostri ordini; e se Santa Maria Novella non fa per voi, farò nuove ricerche.</p>
            <p>Giordani, Montani, Forti, Capponi, vi salutano. Ier l'altro, lunedì, ebbi alla mia conversazione 42 persone, fralle altre il celebre dottor fisiologo Colwards; il Ministro di Prussia, nipote del celebre Martens, ed il consigliere Russo Muravieff, padre di tre congiurati fucilati. Addio, mio carissimo amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Pierfrancesco L. (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIERFRANCESCO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <dateline>Recanati 19 Marzo 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Caro Giacomo. Ecco che un'altra volta vengo ad annoiarvi coi miei caratteri, da voi anche troppo conosciuti per la gran seccatura che v'hanno arrecato. Ma alla fine sono ancor io vostro fratello, e perciò spero che non ricuserete di leggerli. Alli otto vennero le bolle, e non più alli sei come vi scrisse Paolina. Alli nove presi possesso per procura, non potendo andare in persona a Castelnuovo perchè v'era la neve, e il procuratore fu il signor Arciprete Podalirj. La sera Babbo mi mise in mano una <hi rend="italic">saporitissima piastra</hi>, come accadde nel giorno che mi feci abbate, e se non vi ricordate andate a vedere nella lettera.... ma cosa dico, mi era scordato che vi eravate (con permesso) pulito.</p>
            <p>Giacchè ho incominciato a sporcare la carta, mi pare che non arrecherà danno il seguitare, poichè mi vien detto che avrete costante pazienza per sentir chiacchierare un fratello. Ho letto la <title>Vita di Benvenuto Cellini</title>, ed ella mi ha piaciuto oltremodo, e perciò vi prego a dirmi se v'ha nella nostra Libreria alcun altro libro di questo stile, e che possa arrecare qualche piacere come il Cellini. È stata tolta la Maiolica dal camerino, ed è stata posta nell'antico suo posto, cioè nelle camere vicino al portone. Nel camerino Babbo vi ha messo li manoscritti, le stampe dei Giunti, Valgrisi, Aldi, ed alcune del Diavolo. Alli 18 di Febbraio andai a Loreto per ringraziare monsignor Scerra di avermi facilitato l'accesso al Benefizio di San Sebastiano, adesso poi mi preparo per andarci nell'occorrenza della festa dell'Annunziata. Montaccini dice che ancora non puol darsi pace, e che per ottenere la rassegnazione, ha fatto pregare una sua donna, che dice che è bonissima, ma non essendo bastato questo, ha fatto digiunare per un giorno a pane ed acqua un suo giacchetto. Ma ancora non si vede il frutto di questo digiuno. Babbo ha ordinato a Fuligno un'opera in due tomi intitolata: <title>Memorie del dottor Francesco Antommarchi</title>, ovvero <hi rend="italic">Gli ultimi momenti di Napoleone</hi>. Caro Giacomo, se mai vi venisse in mente di mandare in casa nostra qualche libretto, come fu quello che mandaste ultimamente a Paolina, vi prego di mandarlo a me piuttostochè agli altri miei illustrissimi fratelli, non per invidia, ma perchè mi piacciono assai i libri, quando son belli però, e son più contento quando mi si dà un bel libro, che se mi si dasse una saporitissima piastra, e questo tanto più da voi l'esigo, perchè me l'avete promesso in una vostra lettera, o se voi poi non mi volete mantener la parola, vi manderò una citazione a Pisa. Vi salutano Babbo, Mamma, Carlo, Paolina e Luigi. Ricordatevi di me, almeno quando adoperarete la mia lettera per il noto uso.</p>
            <p>Mi ha detto Paolina che vi dica se avete ricevuto quel libro intitolato: <title>L'Antologia francese</title>. Addio. Vostro affezionatissimo fratello.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Monaldo L. (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI MONALDO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <dateline>Recanati, 19 Marzo 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Caro Figlio, Pietruccio mi usa la buona grazia di offerirmi questo poco di spazio acciocchè faccia vedere in esso i miei caratteri; e intendete essere questo per lui un eccesso di generosità, perchè, smaniosissimo dei vostri riscontri, sfugge tutte quelle circostanze che potrebbero suggerirvi d'indirizzarli ad altri e non a lui. Abbiate dunque anche da me le nostre buone nuove, fra le quali non è la peggiore quella dell'ottenuto canonicato, che assicura il provvedimento discreto di un Figlio senza altro scomodo della casa, purchè a lui non venga la volontà di prendere un'altra strada, come accade qualche volta ai chierici molto giovani. Addio, caro Figlio. Vi abbraccio di cuore, e Iddio vi benedica per sempre. Il vostro affezionatissimo Padre.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Tommasini (1828)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIETTA TOMMASINI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Pisa 19 Marzo 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Mia cara Antonietta. Vi ringrazio della vostra affettuosa ultima, piena di così nobili sentimenti d'amor patrio. Se tutte le donne italiane pensassero e sentissero come voi, e procedessero conforme al loro pensare e sentire, la sorte dell'Italia già fin d'ora sarebbe diversa assai da quella che è. Non è da sperarsi che tutte vi sieno uguali, ma è da desiderarsi che molte sieno indotte dal vostro esempio a rassomigliarvi. I miei occhi patiscono sempre, e mi sforzano a scriver breve. Del freddo però non ho patito nulla, anzi forse quest'anno ne avrei desiderato un poco di più.</p>
            <p>Raccomandatemi all'ottimo professore, e pregatelo a conservarmi la sua benevolenza. Un bacio a Emilietto. Abbiate cura per amor mio alla vostra salute (della quale non mi dite mai nulla), e comandatemi. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A C.Pepoli (1828)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO PEPOLI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Pisa 19 Marzo 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro amico. Senza far torto all'epistola, ti dico che il poemetto mi è piaciuto <hi rend="italic">anche di più</hi>. Ma senza far torto all'uno nè all'altra, mi è dispiaciuto più ancora il sentire della tua sanità e di quella della Nina, che non sieno in buono stato. Voglia Dio che la buona stagione vi giovi, come io desidero di tutto cuore, e spero. Fa' i miei saluti e raccomandami alla Nina in modo singolare. Anche a Marchetti e a Costa fa' molti complimenti per parte mia; e così, se la vedi, alla Martinetti. Io dell'inverno non ho patito nulla, ma non perciò sto bene: gli occhi, fra le altre cose, non vogliono servirmi punto; e perciò sono obbligato a scriver breve. Ti abbraccio, con tutta l'anima, carissimo mio Pepoli, e ti saluto. Il tuo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Maestri (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ADELAIDE MAESTRI</hi>
               </byline>
               <dateline>Parma 21 Marzo 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Amico carissimo. Non posso dirvi quanto mi abbia consolata la vista dei vostri caratteri. Ma questa consolazione mi è venuta tolta in gran parte da quello che mi dite della vostra salute. Quei continui mali di nervi, quel non potere digerire, non ostante il moto e la dieta, mi danno moltissima pena. Ma perchè non ne scrivete qualche cosa al mio papà? A lui procurereste il piacere di fare alcuna cosa per voi; a noi maggior quiete sul conto vostro. Di me non vi scrissi nulla nell'ultima lettera, perchè io era troppo occupata dal desiderio di vostre notizie, il che non lasciavami campo di pensare a darvi le mie. Ma nell'altra che si è smarrita per la posta, io vi parlava appunto e della mia salute, e delle mie occupazioni. Era mai da dubitarsi che io non avessi ciò fatto, dopo quelle minacce che mi faceste di non scrivermi più? A ogni modo voi avete voluto lasciarmi priva per tre mesi interi dei vostri caratteri. Se voi non mi avete scritto per punirmi del mio silenzio, io sarei meno dolente, che se lo aveste fatto per avermi dimenticata. Ma lasciamo andare il passato, e adesso che finalmente ho potuto sapere qualche cosa di voi, potrò parlarvi un'altra volta di me. Della mia salute vi dirò che fin qui non posso esserne scontenta. È vero che nell'inverno ho avuto qualche volta o costipazione o mal di gola, ma il male è stato sì lieve da non dover far uso nè di salassi, nè di rimedi. Nè l'esser io in casa l'ultimo giorno di carnevale vi doveva essere indizio di poca salute, perchè sapete che per mia inclinazione io sto in casa moltisssimo. Do qualche tempo alle cure domestiche, altro all'istruzione della mia Clelietta, e quello che mi rimane libero lo spendo nei divertimenti, cioè ora studiando qualche buon libro e principalmente i vostri, ora scrivendo, per mio trattenimento, quelle cose che mi detta la fantasia ed ora la musica. E così vado fuggendo l'ozio per fuggire la malinconia. Desidero che la violetta, nunzia di primavera, lo sia pure del vostro vicino ritorno a Bologna. Sul finire di aprile, o nel principio di maggio spero che potrò esservi io pure. Io vado affrettando col desiderio l'arrivo di quei giorni, siccome carissimi. Se mi scrivete, come io spero, ditemi qualche cosa intorno ai vostri progetti. Taverna e Colombo vi ringraziano della memoria che serbate di loro, e vi ricambiano i più cordiali saluti. Ferdinando pure vi saluta caramente; Clelietta caramente vi bacia. Addio, Addio di tutto cuore. La vostra aff.ma Adelaide.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Paolina L. (1828)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PAOLINA LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Pisa 24 Marzo [1828].</dateline>
            </opener>
            <p>Paolina mia. Quanto a Mamiani, sappi che chi per aver libri si rivolge all'autore, li vuole in dono: giacchè non è possibile che non sappia che oggi in Italia ogni libro nuovo si trova in ogni città dove sono librai. La Crestomazia non va per associazione. È pubblicata già da più mesi. Se Mamiani la vuole; senza annoiar voi nè me, senza cercare chi la ordini per lui, la ordini egli a Bologna, a Forlì, a Ravenna, dove gli pare, e l'avrà subito. Io lo contenterei volentieri, e gliene manderei una copia in dono, se vi fossero comunicazioni fra la Toscana e la Marca. Ma non ve n'è alcuna, fuorchè la posta: e questa è la ragione per cui ancora non mando a voi altri la Crestomazia, che è di due grossi volumi; e non mando anche un bel libro che ho qui preparato per Pietruccio, che già me l'ordinò a Recanati.</p>
            <p>Mi ha fatto un gran dispiacere il sentire la malattia della Mazzagalli; e anche quella della Politi. Alla Mazzagalli fate le mie condoglianze sincere per la malattia, e i miei rallegramenti della guarigione, che spero seguita a quest'ora.</p>
            <p>Di' a Babbo che ho da fargli un'infinità di saluti. E indovina di chi. Di quel cav. Rossi, aiutante del general Pignattelli ec. Egli sapeva da qualche tempo ch'io era in Pisa, ma non combinava il mio nome con quello della persona che avea conosciuta a Recanati. Io, a caso, mi ricordai di lui, e ne cercai. Egli lo seppe, e allora venne da me. Mi fece mille domande intorno a Babbo, Mamma, e a tutta la famiglia. Mi pregò di salutarli e ringraziarli senza fine per parte sua. E in presenza di altre persone che erano da me, disse con entusiasmo, che non era possibile esprimere le gentilezze che aveva ricevute in casa nostra, e raccontò l'offerta fattagli da Babbo di salvarlo dai Tedeschi in caso di bisogno. So poi che ha fatto il medesimo discorso anche altrove.</p>
            <p>Ho qui un altro libro di Pepoli diretto a me; più lungo, ma non più bello. Non ve lo mando, perchè credo che vi seccherebbe, come avrebbe fatto a me se l'avessi letto. Già da più settimane, qui non si pensa più al freddo. Io dormo con una sola coperta di filo, e ho caldo: non mi resta che dormire col solo lenzuolo.</p>
            <p>Addio, Paolina mia. Bacia la mano per me a Babbo e a Mamma, e salutami tutti.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Rosini (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIOVANNI ROSINI</hi>
               </byline>
               <dateline>Di casa 26 Marzo 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>A. Car.mo. Tra le tante cose che non so ci è quella della seguente frase "passare sotto l'Arco di Santo Longino". Che vuol dire? Addio. Vostro GIO. ROSINI.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Pierfrancesco L. (1828)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIERFRANCESCO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Pisa 31 Marzo 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Signor Canonico stimatissimo. Adesso sì che vi posso chiamar canonico di cuore, perchè non siete più canonico senza canonicato, ma canonico di fatto. Vi assicuro che la nuova del vostro possesso mi ha consolato infinitamente. Fate dire a Montaccini che se vuol darsi pace, non faccia digiunare la donna o il giacchetto o la gatta, ma digiuni egli dopo Pasqua per ottanta giorni, che vedrà che gli farà bene. A proposito di Pasqua, vi raccomando quelle povere uova toste, che non le strapazziate quest'anno: mangiatevele senza farle patire, e non sieno tante. Io non mangerò nè uova toste, nè altro; chè non posso mangiar nulla, benchè stia bene, e passo le 48 ore con una zuppa: me ne dispiace fino all'anima, ma pazienza. Se provaste le <hi rend="italic">schiacciate</hi> che si usano qui per Pasqua, son certo che vi piacerebbero più che la crescia: io ne manderei una per la posta a Paolina (perchè è roba che ci entra il zucchero), ma bisogna mangiarle calde, e io non posso mandare per la posta anche il forno.</p>
            <p>Ho già scritto a Paolina che tengo preparato un libro per voi; ci sono anche de' rami. Ve lo porterò io stesso, se prima non avrò trovata qualche occasione. Dite a Paolina che l'Antologia francese ancora non è arrivata.</p>
            <p>Chi è quel monsignor Scerra di cui mi parlate? E qual è il benefizio di S. Sebastiano? forse quello contrastato dall'arcidiacono? Scrivetemene o fatemene scrivere. Ringraziate Babbo delle righe che mi scrive nella vostra lettera, e dategli le buone feste per parte mia. Così ancora a Mamma, e a tutti, compreso il Curato e Don Vincenzo. Oggi voi siete in faccende al Duomo, e io non voglio tenervi incomodato più a lungo. Perciò, baciandovi le due mani che avete, ho l'onore ec. Il vostro fratello e servitore Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.F.Stella (1828)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO FORTUNATO STELLA - MILANO.</hi>
               </salute>
               <dateline>Pisa 31 Marzo 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico carissimo. È lungo tempo che io non l'ho incomodata con le mie lettere non avendo materia. Ora il desiderio di avere le sue nuove e quelle della sua famiglia mi spinge a scriverle, coll'occasione di augurar loro, come fo di cuore, ogni contentezza nelle prossime feste di primavera. Spero che il suo Giacomino sarà a quest'ora perfettamente riavuto e sano della sua malattia. Io sto di salute passabilmente, benchè non bene. La <title>Crestomazia poetica</title> è già molto oltre a due terzi, e spero certamente (se la salute non mi vien meno affatto) di compirla fra poco tempo.</p>
            <p>Ella mi ripeta che mi vuol bene; faccia aggradire i miei saluti affettuosi a tutti i suoi (già s'intende sempre, più particolari allo sposo) e mi creda in perpetuo suo cordialissimo amico e servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Tommasini (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIETTA TOMMASINI</hi>
               </byline>
               <date>[s.d., ma Bologna, 1a metà di aprile 1828].</date>
            </opener>
            <p>Caro Leopardi. Il Professore Piccolo ha desiderato ch'io l'accompagni con una mia lettera per voi: non ho potuto ricusarmi: imperocchè egli è Greco, liberale, e ricco di molto sapere. Con tali titoli so di certo che non gli potrà mancare la vostra benevolenza, alla quale lo raccomando caldamente.</p>
            <p>Vi ringrazio del dono che fatto mi avete coll'ultima vostra: le lodi che con tanta generosità mi compartite, mi tengono di lieto animo, e mi confortano maggiormente a poterle meritare con giustizia. Ho il piacere di dirvi che questo inverno l'ho passato meno male degli altri. Fatemi più lieta voi, mio buon amico, coll'assicurarmi che state meno male che per lo passato: così farete paghi i miei voti, i quali sono che possiate essere sempre felice. Mio marito vi ritorna i più distinti saluti, e vi assicura ch'egli vi ama di vero cuore e che vi stima immensamente: ed il mio Emilietto vi bacia più volte col trasporto dell'animo. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.F.Stella (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
               <dateline>Milano 12 Aprile 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico amatissimo. Stava appunto per ricercar sue nuove, quando mi giunse la carissima sua 31 dello scorso. Io vorrei sentirla a star bene assolutamente, e non piuttosto bene che male. Possa aver io questo contento nella vicinissima buona stagione, e il contento inoltre di rivederla come nello scorso anno, e ricevere la <title>Crestomazia poetica</title>, come ricevei allora quella dei prosatori. Mentre mi nutro di questa lusinga, favorisca dirmi per quando crede ch'essa <title>Crestomazia poetica</title> sarà terminata.</p>
            <p>Tutti i miei la riveriscono, e in particolare il mio Luigi già divenuto padre d'un bel maschiotto.</p>
            <p>Mi sarà caro sapere, se Ella ha ricevuto i libri che la mia Casa le ha mandati in Gennaio col mezzo del Nistri, e così qualche altra cosa in Febbraio.</p>
            <p>L'abbraccio di tutto cuore. Il suo vecchio cordialissimo amico e servo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Paolina L. (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PAOLINA LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <dateline>Recanati 23 Aprile 1828</dateline>
            </opener>
            <p>Caro Muccio. Eccomi qua ad invocare una tua lettera, che tutti noi desideriamo ardentemente, appunto perchè da tanto tempo la desideriamo. Non si può negare che tu sii molto parco nel darci nuove di te, ma già questo è affare deciso; poco ti ricordi di noi. Ebbene, fa' un po quel che ti pare.</p>
            <p>Noi tutti stiamo bene. Io ho avuto i guanciali. Pietruccio raffreddore e febbre, per cui è stato a letto ec. Babbo ha avuto una settimana intera delle sue febbri ec. Luigetto sta a letto per raffreddore e febbre ec. Mamma è stata in piedi con raffreddore e febbre ec. Carlo sta bene ec. Del resto vedi che sono tutti mali molto piccoli, e di cui non devi prenderti pena, poichè sono passati, e Luigetto ancora sta meglio. Pare a me che sia questo un anno assai noioso, poichè malattie, terremuoti non mancano. Paolina Mazzagalli, oltre il suo male di guanciali, come ti scrissi, che fu pericoloso, ha avuto la punta, e dopo, quel male che chiamano <hi rend="italic">il chiodo solare</hi>. Vedi quanti motivi di pianto! Poichè Brighenti non ha ricevuto ancora l'Antologia, si è scritto a Baluffi, che faccia ricerche per ritrovarla. Addio, Giacomuccio mio. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Tommasini (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIETTA TOMMASINI</hi>
               </byline>
               <dateline>Bologna 23 Aprile 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Caro Leopardi. Non vorrei divenire importuna col replicarvi le mie lettere. Ma primieramente mi corre obbligo di ringraziarvi delle cortesie usate al mio raccomandato professore Piccolo; il quale scrivendo a mio marito s'è mostrato lietissimo dell'accoglimento ricevuto. D'altra parte avendo rilevato dalla sua lettera che voi contate di trasferirvi a Firenze al principio del prossimo mese, bramerei sapere se da Firenze è sperabile che passiate poi a Bologna per venir quindi a Parma, come già prometteste. Molte sono in Parma le persone che desiderano di conoscervi per l'alta stima in che vi tengono da lungo tempo; ed io mi terrei fortunata se potessi a ciò contribuire. E siccome io dovrò recarmi colà per diversi affari, bramerei sapere presso a poco il tempo in cui vi sarebbe comodo di far meco questo picciolo viaggio. Oh come gradita sarebbe questa sorpresa ai miei figli, ed a diversi amici della nostra casa che meritano di conoscervi e d'essere da voi conosciuti! - Mio marito vi ricorda sempre con molto affetto, ed il mio Emilietto mi raccomanda di mandarvi un bacio. Intorno la mia salute nulla vi dico perciocchè mi trovo sempre nel medesimo stato, cioè a dire tormentata da dolori di capo più che non converrebbesi, per ricordarmi che son nata non felice. Addio. Vivete sano, per onor dell'Italia, e credetemi sempre vostra aff.ma amica.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Tommasini (1828)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIETTA TOMMASINI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Pisa 30 Aprile 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Mia cara Antonietta. Vi debbo mille ringraziamenti della vostra lettera ricapitatami dal Sig. Piccolo, e dell'ultima de' 23. Non so di che possa essermi grato il Sig. Piccolo, al quale avrei ben voluto e vorrei esser utile in qualche cosa, se io potessi: ma nessuna occasione nè facoltà ho avuto finora di servirlo. Io l'aveva già conosciuto a Firenze, e ne ho poi sentito grandissime lodi da' suoi nazionali, che lo tengono generalmente per uno scrittor classico nella loro lingua.</p>
            <p>Io parto per Firenze tra una settimana, o poco più. Il desiderio che ho di rivedervi è grandissimo, ma il mio venire o no a Bologna dipenderà dallo stato della mia salute, il quale per ora è tale, che il viaggiare non mi è possibile. Sarei voluto andare anche a Genova prima di tornare a Firenze, e non vo, perchè non posso viaggiare: appena posso camminare: che ogni bagattella mi produce una riscaldazione (e non mangio nè bevo nulla).</p>
            <p>Rendete per me un bacio all'Emilietto e fate mille saluti all'ottimo e carissimo Professore. Vi raccomando la vostra salute, della quale vorrei migliori notizie. Amatemi e credetemi sempre vostro. Addio, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Paolina L. (1828)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PAOLINA LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Pisa 2 Maggio 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Paolina mia. Tu ti lagni del mio lungo silenzio. Ma io, dopo avere risposto a Pietruccio, ti scrissi poco fa, e ti feci la stessa lagnanza: ora vedo che quella lettera non ti è arrivata. Le nuove che tu mi dài degl'incomodi sofferti da Babbo e da Mamma e da voi altri, benchè gl'incomodi, grazie a Dio, siano stati leggeri, mi hanno dispiaciuto molto; anzi mi tengono ancora angustiato; e ti prego per carità, che appena avrai ricevuta questa, mi scriva subito per dirmi che tutti siete guariti perfettamente e state bene. Dimmi ancora se domani sarete andati a fare la vostra solita scampagnata. Fatti ancora dare la lettera che scrissi a Pietruccio, e rispondi a un'interrogazione che ci troverai. Io, grazie a Dio, non ho avuto mai febbre, come voi altri: la primavera mi ha incomodato e m'incomoda ancora molto, ma non mi ha mai fatto ammalare, e gl'incomodi sono passeggeri. Ma veramente la stagione è stata cattiva ancor qui, non tanto per il freddo, quanto per l'incostanza, e per il caldo fuor di tempo. Qui e in Firenze il terremoto non si è sentito, se non da certi pochi che l'hanno detto dopo che l'han visto annunziato nella gazzetta. Dimmi se costì è stato tanto forte da metter paura. Di' a Carlo che, per baratto di copie della Crestomazia, ho acquistato qui, fra certi altri libri, la storia di Ginguené, edizione francese, che mi ricordo che egli leggeva con piacere. Bacia la mano a Babbo e a Mamma: salutami tutti: abbiti cura, e non stare al sole. Io ho finita ormai la Crestomazia poetica: e dopo due anni, ho fatto dei versi quest'Aprile; ma versi veramente all'antica, e con quel mio cuore d'una volta. Addio, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.F.Stella (1828)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO FORTUNATO STELLA - MILANO.</hi>
               </salute>
               <dateline>Pisa 2 Maggio 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico amatissimo. Un'assai bella speranza è quella che mi dà la carissima sua dei 12 Aprile. Faccia Ella, la prego, che questa speranza non resti senza effetto. La Crestomazia poetica (a meno di una malattia) sarà certamente terminata in Giugno, se io troverò quei pochi libri che mi mancano da vedere per compierla, e che qui finora non mi è riuscito di trovare. Io conto di ripassare a Firenze fra poco, ma non ho ancora potuto stabilire il giorno. Le spedizioni di Gennaio e Febbraio (delle quali ripeto i miei sinceri ringraziamenti) mi furono ricapitate dal sig. Nistri. Un mio amico di qui desidererebbe sapere quali sono ora costì le regole della stampa de' romanzi; e se sia necessario ottenerne l'approvazione da Vienna, anche quando, p.e., si mandassero di mano in mano i fogli stampati in Toscana, per essere contemporaneamente pubblicati in Lombardia. Rosini, che la riverisce, e che avrebbe assai caro di rivederla quest'anno, bramerebbe intendere (se si può) chi sia l'autore dell'almanacco I <hi rend="italic">sorci in biblioteca</hi>. Mille complimenti e saluti a tutti i suoi, e mille congratulazioni ed augurii allo sposo e nuovo padre. Mi ami sempre e mi creda suo cordialissimo servitore ed amico Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Giordani (1828)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO GIORDANI - FIRENZE.</hi>
               </salute>
               <dateline>Pisa 5 Maggio [1828].</dateline>
            </opener>
            <p>Mio carissimo. Intendo che, pochi giorni sono, tu dimandasti di me a Vieusseux, mostrando maravigliarti del mio lungo silenzio. Io ho taciuto perchè delle cose altrui non so nulla, e nulla potrei sapere in Pisa, che fosse d'importanza e che tu non sapessi: delle cose mie, avrei voluto dirti qualche novità, come sarebbe, che la vita mi riuscisse tollerabile: ma non ho mai avuto da raccontarti se non le cose vecchie, colle quali non ho voluto spezzarti gli orecchi. La mia vita è noia e pena: pochissimo posso studiare, e quel pochissimo è noia medesimamente: se negli studi potessi seguire ancora il mio genio, veduta la qualità dei giudizi di questo secolo, non mi darebbe più il cuore di logorarmi in far cose che mi contentassero. La mia salute è sempre tale da farmi impossibile ogni godimento: ogni menomo piacere mi ammazzerebbe: se non voglio morire, bisogna ch'io non viva.</p>
            <p>Ma lasciando queste maledizioni, e venendo a cose che importano più, io farei torto grande a te ed a me medesimo, se ti ripetessi che ti amo sempre come amico unico, che ti adoro come uomo degno di qual si sia stato il miglior secolo della gente umana. Ma non credo di far torto nessuno a pregarti di conservarmi l'amor tuo. Quest'anno passato tu mi hai potuto conoscere meglio che per l'addietro; hai potuto vedere che io non sono nulla: questo io ti aveva già predicato più volte; questo è quello che io predico a tutti quelli che desiderano di aver notizia dell'esser mio. Ma tu non devi perciò scemarmi la tua benevolenza, la quale è fondata sulle qualità del mio cuore, e su quell'amore antico e tenero che io ti giurai nel primo fiore de' miei poveri anni, e che ti ho serbato poi sempre e ti serberò fino alla morte. E sappi (o ricòrdati) che fuori della mia famiglia tu sei il solo uomo il cui amore mi sia mai paruto tale da servirmene come di un'ara di rifugio, una colonna <hi rend="italic">dove la stanca mia vita s'appoggia</hi>.</p>
            <p>Io tornerò presto a Firenze, ma non so ancora il giorno. Salutami Montani, Vieusseux, Colletta, Capponi. Addio addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Monaldo L. (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI MONALDO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <dateline>Recanati, 2 [ma 6] Maggio 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio carissimo Figlio. Essendo alquanto tempo che non ricevo lettere vostre, desidero di averle, e con esse le nuove della vostra salute. Voi sapete che io ne sono sempre molto sollecito, ma molto più in questa stagione la quale non si dimostra benigna verso la nostra famiglia. Paolina si ammalò con gli orecchioni che la strapazzarono un poco, e dipoi finirono bene. Indi si ammalò Pietruccio con febbre che mi diede breve apprensione, ma ebbe fine lieto e sollecito. Così finirono benignamente quindici delle mie solite febbri di primavera, che mi hanno strapazzato più che negli ultimi anni. Piaccia però al Signore di accordare un esito uguale alla malattia di Luigi, la quale mi dà infinita pena perchè di petto, e finora resistente ai rimedii. Sapete quanto amo tutti voi, e quanto mi trafigge ogni vostro male e pericolo; ma Iddio che vede il mio cuore, non lo lascerà senza consolazione. Carlo sta bene, e vi saluta. La Mamma vi benedice con me, ed io vi abbraccio, mio carissimo Figlio, con tutto il cuore. Vostro affezionatissimo Padre.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Brighenti (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO BRIGHENTI</hi>
               </byline>
               <dateline>Bologna 7 Maggio 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Giacomo. È pure il gran tempo che non vi ho scritto; ma sapete che fui stranamente travagliato da mille affanni, i quali finalmente hanno ricevuto un poco di calma. Di ciò ne foste già istruito da Marianna, a cui vi degnaste scriver una sì cortese lettera, della quale ben a ragione Ella si tiene onorata. Ma aggiustate le partite coll'Arcivescovo, bisognava poi aggiustare i danni e gli sconcerti nati dalla inazione e dalle male voci. A questo pure, dopo lungo affaticare, sono arrivato a porre un riparo. Sono anche rimasto solo nella proprietà del mio piccolo stabilimento tipografico, ed ho venduto un fondo a D. Masi, a cui ho accollati tutti i debiti. Così spero di continuare con calma nella mia intrapresa. Avrete a momenti il volume VII del Monti e l'VIII succederà a questi dopo breve spazio. Vi spedii a suo tempo la <hi rend="italic">Bassvilliana</hi> che mi ricercate. L'avete avuta? Io da Recanati mai non ebbi il libro che mi affrettavate a spedirvi. Lo aveste forse per altra parte? Intendo l'<title>Antologia</title> francese.</p>
            <p>Il nove di Marzo mi ammalai di lombaggine con febbre ecc. Stetti una dozzina di giorni con gravissimi dolori, immobile in letto. Lentissimamente mi rimisi, ma ancora non mi sono riavuto del tutto. Confido nella buona stagione. Mi accorgo che la vecchiaia va bussando alla porta perchè non dimentichi ch'ella mi è vicina.</p>
            <p>La mia famiglia vi si fa serva, e vi ripresenta col mio mezzo i sensi della loro rispettosa stima ed amicizia.</p>
            <p>Io, mio caro Giacomo, ti abbraccio, e ti adoro per quel prodigio di virtù che sei. Addio, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>[Firenze] 8 maggio [1828].</date>
            </opener>
            <p>Mio caro caro: andando a Livorno in diligenza son passato per Pisa due volte, ma desiderando in vano di vederti, per non fermarsi la posta se non a cambiar cavalli. Tutti quelli che avendoti conosciuto mi scrivono, mi chiedon di te. Figùrati dunque come debbo esser io continuamente ansioso di sapere di te. Incredibile commozione mi dà la tua lettera, tanto amorosa quanto poco lieta. Io sono consolatissimo di vederti costantemente affezionato a me che ti adoro; ma assai più dolente che maravigliato di vederti sì poco felice. Non è felicità possibile con tale e tanto ingegno. Ma vorrei che facessi qualche distrazione alle noie e alle pene. Anch'io sento che se non mi distraessi, impazzirei di malinconie e di afflizioni. Condannato ad esser niente a far niente, procuro di aver il meno spasimi e dolori possibile. Parmi che a Firenze dovresti trovare, per qualche buona compagnia, un poco di sollievo, e come un poco d'aere più respirabile all'animo. Ognun ti riverisce, ti ama, ti desidera. I salutati risalutano cordialmente. Io ti abbraccio con tutta l'anima; e mi vanto di esser quello che ti conosca e fors'anco ti comprenda più di tutti. Scrivendo a Carlino e a Paolina salutameli caramente. Se vedi Cioni e Carmignani rammentami loro. Giacomino mio, amiamoci, amiamoci, e procuriamo di tolerare questa veglia inutile e smaniosa, finchè ce ne liberi il sonno eterno, e desiderabile. Misere consolazioni abbiam noi: ma sta meglio chi per consolarsi s'illude? Addio caro caro addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Monaldo L. (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI MONALDO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <dateline>Recanati, 10 Maggio 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Figlio. Alle tante angustie, con le quali è piaciuto al Signore di visitarmi, si è unita ancora quella dell'ignorare un mezzo, con cui chiamarvene a parte in un modo il meno sensibile. Privo di qualunque direzione per codesta città, ho scritto al cav. Rossi, e Iddio voglia che egli siasi trovato costì, abbia ricevuta la lettera, e potuto disimpegnare la sgradita mia commissione. Iddio sia benedetto nei suoi giudizii, anche quando sono severi, perchè sono sempre diretti al nostro bene, se non chiudiamo l'orecchio ostinatamente alle sue chiamate.</p>
            <p>Lo stato del mio cuore potete immaginarlo. La religione per altro versa un balsamo salutare sulle piaghe del nostro cuore, perchè sopra questo principale oggetto non si è potuto desiderare di più. Lo sentirete, e ne sarete commosso. Addio, mio caro Figlio. La Mamma, Carlo, Paolina e Pietruccio vi abbracciano e stanno bene. Io vi benedico con tutto il cuore. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Vieusseux (1828)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIAMPIETRO VIEUSSEUX - FIRENZE.</hi>
               </salute>
               <dateline>Pisa 14 Maggio 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio carissimo Vieusseux. Sono propriamente sensibile alla cordialità che vi muove a prender la pena di scrivermi così minutamente sopra il mio piccolo affare. Il Sig. Pedeville troverà altre persone più ricche e meno esigenti di me, che accettino le sue condizioni. La bellezza del quartiere non è cosa che importi a chi vive dimenticato, e noto solamente agli amici. Io tornerò alla mia Locanda, dove pagherò assai meno, e mangerò come, dove, e quando vorrò, come feci costì l'anno scorso, e come fo qui.</p>
            <p>Sto con una maledetta riscaldazione di gola, di capo e di petto, che mi dà una gran pena; e sono tre giorni che, per cacciarla via, non pranzo, non esco di casa, non lavoro, fo una vita orrenda. Ho veduto il Mayer, e mi dispiace che non ho potuto goder molto della sua conversazione. Io non poteva nè anche parlare. Addio, carissimo. Il vostro Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1828)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Pisa 14 Maggio 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Carissimo Signor Padre. Pare incredibile, ma pure io non ricevo che oggi la sua cara dei 2: Dio vede con che cuore mi trovo dopo letto quello che essa contiene. È molto tempo che non provo una pena simile, e certamente queste sono le maggiori pene che io possa provare in mia vita. Ella che s'immagina l'ansietà ch'io sento e per Lei e per me, spero che non vorrà lasciarmi senza notizie pronte e sincere di tutto quello che accaderà. Sia fatta la volontà di Dio. Non ho mai sentito così vivo come questa volta il dispiacere di non trovarmi fra loro. Mi travaglia anche infinitamente il pensare che la sua salute indebolita per l'incomodo che Ella mi annunzia, e che avevo già inteso da Paolina, possa soffrire per questa nuova afflizione. La prego con tutto il cuore ad aversi cura. Spero anch'io che Dio ci consolerà. Io grazie a Dio, sto bene, specialmente ora che la stagione è divenuta un poco più costante, e che comincio ad assuefarmi al caldo. Aspetto lettere di casa con un'impazienza che non si può descrivere. Vorrei anche sapere precisamente che Mamma stia bene, perchè Paolina mi scrisse che era stata disturbata e poi guarita, ma Ella non mi dice niente come stia. Appena intendo quello che scrivo. Di nuovo la prego con tutto il cuore ad aversi cura. Bacio le mani a Lei e a Mamma, e li prego instantemente a benedirmi. Mio carissimo signor Padre, mi creda sempre con tutta l'anima suo tenerissimo figlio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Monaldo L. (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI MONALDO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <dateline>Recanati, 16 Maggio 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio carissimo Figlio. Dalle poche righe vostre dirette a Paolina vedo che non mi sono ingannato giudicando del vostro cuore. Quando noi qui ci trovavamo nella maggiore desolazione, io pensavo a voi, e dicevo a tutti: "Il povero Giacomo adesso pensa a noi e alla nostra festa di San Leopardo, e non sa come questi giorni festosi sono convertiti per noi, e lo saranno fra poco per lui, in giorni di lutto e di pianto interminabile". Appena si dichiarò la malattia del nostro caro Luigi, io incominciai a tremare per il giorno della Santa Croce, sospettando che il Signore lo destinasse per crocifiggere il nostro cuore, e chiamarci a parte della sua passione. Iddio ha verificati i miei dolorosi presagi. Il giorno della Santa Croce fu quello in cui si vide che la perdita era irreparabile, e il giorno seguente, in cui quest'anno per essere Domenica avevamo trasferita la festa, fu quello, in cui si spezzò la corona delle giovani olive, che erano l'allegrezza e decoro della mia mensa, in cui l'angiolo della Morte passò sopra la nostra casa, inalberandoci lo stendardo del pianto, e in cui rimasi per sempre desolatissimo Padre. Giacomo, Figlio mio, voi sapete quanto sia sviscerato il mio amore per tutti voi miei Figli, e potete immaginare una parte del mio immenso cordoglio. Il mio cuore non trova pace, non distinguo più i giorni dalle notti, le lagrime mi hanno affievolita la vista, <foreign lang="lat">et noluit consolari quia non sunt</foreign>. Nulladimeno, mentre il Signore vuole da noi un tributo di dolore e di pianto inestinguibile, mi conforto con la grande e ferma speranza di avere un figlio che prega per me e per voi in Paradiso. Luigi è morto, ma è morto con la rassegnazione di un santo, e col riso e con la ilarità di un predestinato. La sua morte è stata una missione per tutta la città, e il passionista che lo ha assistito, va dicendo che si augura una morte compagna. Lo stesso dice il parroco, al quale il caro Figlio di suo spontaneo volere commise di domandare perdono al popolo di qualunque scandalo gli avesse dato, segnatamente nella casa di Dio. Questa esemplare commissione venne eseguita nella scorsa Domenica.</p>
            <p>Allorchè, spezzando il mio cuore, suggerii al caro Figlio per la prima volta di ricevere i Santi Sacramenti, ed egli accolse questo avviso col volto di un angelo, abbracciai piangendo li fratelli vostri che stavano attorno al letto, e dissi a tutti: "Figli miei, questo sarà per la casa nostra il giorno della benedizione del Signore". Io spero di non essermi ingannato. Quanto a me sento in me stesso una grande mutazione, e un fermissimo proponimento di salvarmi, e di rivedere i miei Figli per sempre in Paradiso. Là riacquisterò intiera quella corona che la morte mi ha rotta in questa terra. Credo di dovere in gran parte i miei propositi e le mie speranze alle preghiere del mio Luigi, che vede dal cielo l'amore, il dolore e i bisogni del Padre suo. Al vostro ritorno vedrete nella mia camera le immagini del Crocifisso e di Maria Santissima che il caro Figlio abbracciava e stringeva al petto negli ultimi giorni della sua vita. Questi cari e consolanti monumenti che io bacierò e avrò sempre avanti gli occhi, confermeranno i miei propositi. Noi tutti in questi giorni abbiamo ricevuti li SS. Sacramenti. Non dubito che anche voi darete questo segno di amore al caro fratello, che vi amava tanto, e prega per voi. Giacomo mio, salviamoci. Tutto il resto è vanità. Io vi prego col cuore di un Padre di leggere il capo II di Tomaso da Kempis, libro I. Leggetelo per amor mio. Addio, Giacomo mio.</p>
            <p>Lascio, perchè il mio cuore si spezza. Forse non dovevo ferire il vostro, ma non ricuserete di unire le vostre lagrime a quel mare di dolore e di pianto in cui siamo stati e siamo immersi. Non vi dirò niente di vostra Madre. Nulladimeno, grazie a Dio, sta piuttosto bene. Carlo e Paolina sono stati due eroi in tutti i sensi. Iddio li compenserà. Pietruccio mi guardava e piangeva. Addio, Figlio. Io vi benedico, e vi benedica Iddio. Vostro amorosissimo Padre.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Carlo L. (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO LEOPARDI</hi>
               </byline>
            </opener>
            <p>Buccio mio, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1828)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Pisa 18 Maggio 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio carissimo Signor Padre. Non le parlerò del mio dolore, il quale è tanto, che io non giungo ad abbracciarlo tutto intero. Sento troppo bene quanto Ella abbia bisogno di consolazioni piuttosto che d'altro, e il pensiero dello stato suo, e di quello della Mamma e dei fratelli, è uno dei principali fra quelli che mi fanno pianger tanto.</p>
            <p>Fino dal momento che ricevetti la cara sua dei 2, la lontananza in cui mi trovo da loro cominciò a diventarmi acerbissima. Ora poi essa mi riesce quasi insopportabile; e se tutto il viaggio di qui a Recanati si potesse far di notte, come si fa con sicurezza di qui a Firenze, io l'accerto senza alcuna esagerazione, che a quest'ora o sarei già in cammino alla volta loro, o sul punto di partire. Ma perchè conosco che avendo a viaggiar di giorno, in questa stagione già per me inoltrata, non potrei reggere al caldo, dal quale ancor qui bisogna che mi abbia una cura straordinaria, sono costretto con mia gran pena ad aspettare fino alla stagione più fresca; nel qual tempo, se Dio mi darà vita, e tanta salute da poter solamente salire in un legno, non vi sarà cosa al mondo che mi impedisca di mettermi in viaggio per tornar fra loro. Intanto, per questi pochi mesi, la supplico a fare ch'io abbia le loro nuove colla maggior frequenza possibile: non potrei più viver quieto in nessuna maniera, se mi trovassi per qualche tempo senza notizie precise dello stato loro. Io per la mia parte non mancherò d'informarla del mio con altrettanta frequenza. Ora, grazie a Dio, sto bene, e rassegnato al voler divino.</p>
            <p>Ebbi la sua lettera ier l'altro; ma quel giorno non ebbi forza di scrivere. Non ho veduto Rossi, e non me ne maraviglio, perchè Ella non avrà potuto sapere il suo nome di battesimo (Antonio), ed essendo qui moltissimi i Rossi, è difficile che la lettera sia capitata al suo destino. I miei teneri saluti a tutti. Ella si abbia cura, e mi benedica. Il suo Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Maestri (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ADELAIDE MAESTRI</hi>
               </byline>
               <dateline>Parma 20 Maggio 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Amico carissimo. L'altra sera arrivò qui la mia cara madre per accompagnarmi tra pochi giorni a Bologna. La consolazione di abbracciarla, sempre per me grandissima, questa volta mi è stata pur tanto amareggiata dalle tristi notizie ch'io ebbi di voi! Dunque la vostra salute è alterata a segno da non permettervi per ora neppure il viaggio di Bologna? Non posso dirvi quanto io ne sia dolente, e come io desideri ardentemente qualche buona nuova dello stato vostro. Vi prego però a non prendervi alcun pensiero di scriverci, finchè non siate ristabilito; ma se vi trovate in Firenze, come credo, fate che Giordani ci dica qualche cosa di voi. Io e la mamma resteremo ancora a Parma per dieci o dodici giorni. Anche la mia salute da qualche giorno in qua è assai sconcertata. Ho perduto affatto l'appetito, dormo pochissimo, e, ch'è peggio ancora, sono di così cattiva voglia che non trovo modo come intrattenermi piacevolmente neanche in quelle cose che sono più di mio genio. Vado passando dall'una all'altra noiosamente, e la giornata che per l'addietro mi pareva troppo breve, ora mi par cresciuta del doppio, e non giugnere mai al suo termine. Pensate se io posso esserne contenta! Addio. Salutate per parte mia l'ottimo Giordani. Ferdinando, Colombo, e Taverna mi raccomandano di dirvi mille cose per conto loro. Clelietta ed Emilietto vi baciano affettuosamente. La vostra Aff.ma Adelaide.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Tommasini (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIETTA TOMMASINI</hi>
               </byline>
            </opener>
            <p>Caro Amico. Aggiungo due righe alla lettera dell'Adelaide augurandovi buona salute; e in questo augurio ha parte anche il mio interesse, perciocchè senza una buona salute non potremmo vedervi a Bologna. Aggiungo ancora che mio marito trova pericoloso che rimanghiate a Firenze durante la calda stagione. Vi prego a secondare i consigli del medico, e rendere pago il mio desiderio, ch'e quello di vedervi. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Carlo L. (1828)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Pisa 21 Maggio 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Carluccio mio. Mi par quasi impossibile che tu dubiti ch'io non pensi a te ogni giorno, anzi tutto il giorno. Pur sento una specie di necessità imperiosissima di scriverti per assicurartene e per giurartelo come se credessi possibile che tu ne dubitassi. Ho una smania incredibile di rivederti e di esser teco, una smania che non mi lascia mai pace. In quest'impazienza, fintanto che io non potrò soddisfarla, non vedo altro sollievo possibile che quello di aver qualche tua riga. Scrivimi come vuoi; scrivimi due sole parole come fo anch'io; perchè le cose che noi sentiamo non si possono esprimere, ed è ben naturale che le nostre lettere sieno come le grandi passioni, cioè mute. Basterà che tu mi mandi un bacio. Anch'io te ne mando uno così ardente come se noi fossimo in presenza, e ci stringessimo al petto l'uno dell'altro; il che faremo, se piace a Dio, fra non molto. Questo bacio ti dica tutto. Addio, addio. Salutami tutti.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Monaldo L. (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI MONALDO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <dateline>Recanati, 23 Maggio 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Figlio. Alli 18 di questo mese ricevetti la cara vostra delli 14. Nelli tre ordinarii successivi non ho ricevuta altra lettera vostra, e ciò mi tiene in grandissima pena. Dopo quella da me scrittavi con la data delli 2 corrente, e che in verità scrissi alli 6 per prepararvi con essa al colpo fatale che aveva squarciato il nostro cuore, scrissi nello stesso giorno 6 al cav. Rossi, pregandolo di recarvi l'annunzio funesto con qualche modo pietoso. Di poi ho scritto a voi altre due lettere, ma tutto rimane senza riscontro. Potete immaginare quanto ne sono afflitto, e potete immaginare quanto sia sensibile il cuore di un Padre già ferito con tanta piaga. Iddio mi conforti presto con li vostri caratteri. Noi grazie a Dio stiamo bene, e particolarmente la Mamma vostra di cui particolarmente chiedete. Essa vi benedice con me. Iddio ci benedica tutti, e dandoci forza per obbedire alla sua volontà in questa terra, ci prepari a riabbracciarci ed amarci tutti eternamente nel Cielo. Il vostro affezionatissimo Padre.</p>
            <p>Noi abbiamo messo il velo nero al cappello, e sigilliamo le lettere col nero.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Cioni (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIROLAMO CIONI</hi>
               </byline>
               <dateline>Di casa 25 Maggio 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Stimatissimo Signore. Domattina, Lunedì 26 maggio, sarò da Lei a ore 10 mezzo per andare insieme a sentire l'orazione che pel suo ingresso leggerà il prof. Rossi. Mi confermo suo affezionatissimo G. CIONI.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1828)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Pisa 26 Maggio 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Papà. Fra le tante cause di cordoglio che mi reca la cara sua dei 16, una cosa, oltre i motivi di religione, mi ha dato qualche conforto; ed è stata il ricevere lo sfogo del suo dolore, e l'andarmi lusingando che questo sfogo possa averlo mitigato, almeno per un momento. Io non posso intraprendere di consolarla, tanto più che sono inconsolabile anch'io. Ma tra le considerazioni che tutto il giorno sto facendo sopra il suo stato, mi dà gran pena l'immaginarmi che Ella certamente finora non avrà fatto nessuno sforzo per allontanare un poco la mente dal pensiero che la domina e la tormenta. Caro Papà, io so bene che le anime sensibili, in casi di questa sorta, quasi si vergognerebbero di se stesse se tentassero di sottrarsi al loro dolore, e se ammettessero qualche sollievo: pare come un sacro dovere l'abbandonarsi interamente e senza alcuna cura di se medesimi al pensiero che ci affligge. Ma io non posso a meno di pregarla a procurarsi un poco di distrazione: e l'animo suo troverà minor difficoltà ad esaudirmi, se penserà che io la prego per un motivo altrettanto sacro e tenero quanto è quello che cagiona il suo dolore; la prego, non per l'amor di se stessa, ma per l'amor di noi altri che viviamo in lei e per lei, e che sentiremmo scemata e mutilata la nostra vita, se in lei si scemasse la salute. Io per la parte mia posso giurarle che, parlando umanamente, non vivo se non per lei e per la mia cara famiglia: non ho mai goduto della vita se non in relazione a loro; ed ora la vita non mi è cara se non in vista del dolore che cagionerei a loro se la perdessi. Veda dunque di esaudirmi, e faccia la stessa preghiera alla Mamma per parte mia: non le posso esprimere quanto accresca la mia angustia presente il dubbio e la paura che la loro salute possa soffrire in questa circostanza. Anch'io in questi giorni ho ricevuto i SS. Sacramenti colla intenzione ch'Ella sa. Di salute, grazie a Dio, sto bene. Mi vo sostenendo col pensiero di esser presto con loro, ogni altro sollievo mi riesce vano. Fra un paio di settimane, a Dio piacendo, conto d'essere a Firenze; dove mi tratterrò forse non molto, ma passerò a Siena, per andare di là a Perugia, e così lentamente, secondo la mia possibilità, avvicinarmi a casa. Papà mio, abbracci per me i fratelli, e, se pure non è superfluo il dirlo, pensi che mi troverà sempre uno de' più amorosi figli che siano mai stati o che possano essere al mondo. Il suo Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Carlo L. (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>[Recanati] 27 Maggio 1828.</date>
            </opener>
            <p>Buccio mio. Vuoi che ti scriva due righe? Ti compiacerò, ma sarà peggio per te e per me. Non ti ho scritto per tanto tempo, perchè era assolutamente reso nullo dalla disperazione. Ora che il dolore mi ha fatto tornare a divenir qualche cosa, sono una cosa tanto compassionevole, tanto incapace di comunicarsi, di ricevere o di dare impressioni altro che di morte, che ho creduto meglio di continuare a tacere. Forse il parlare con te mi farebbe qualche bene. Ma tutto è finito per me. Povero Luigi mio caro, per cui avrei dato la vita! Oh! non posso dirti altro, perdonami. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.F.Stella (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
               <dateline>Milano 28 Maggio 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico amatissimo. Ho tardato a rispondere alla cara sua del dì 2 per poterle dire che alla metà circa dell'entrante mese ci rivedremo per certo o a Pisa, od a Firenze. Amerei meglio in quest'ultima città, perchè avrò forse occasione di fermarmivi di più. Ella però non istia a cambiare le sue disposizioni per questo; mentre sarò abbastanza contento di vederla ed abbracciarla, come l'abbraccio ora col cuore. Il suo vecchio cordialissimo amico e servo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Rosini (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIOVANNI ROSIN</hi>I</byline>
               <date>[primavera 1828].</date>
            </opener>
            <p>A. C. Godo che siate andato ad abitare stanza più fresca. Eccovi le 3 pagine, che io credo indispensabili, almeno secondo il mio concetto. Vedetele, e non siate sì indulgente.</p>
            <p>Ho fatto stamane un mezzo capitolo. Pare che saranno 24. Vi ho lasciato l'ultimo n° della B[iblioteca] I[taliana]. Vostro G.R.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Rosselmini (1828)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ALESSANDRO ROSSELMINI S. R. M. - PISA.</hi>
               </salute>
               <date>[primavera 1828?].</date>
            </opener>
            <p>Signore ed amico pregiatissimo. Mi approfitto delle tante e sì gentili proferte fattemi da Lei più volte, e prendo la confidenza di chiederle un favore. Desidererei dare una scorsa al Parnaso pubblicato da Rosini, del quale Ella ha un esemplare. Lo terrei presso di me per pochi giorni, con quella cura che meritano i libri. Se Ella acconsentisse a favorirmi di questo prestito, ed avesse l'esemplare in pronto, potrebbe (così piacendole) consegnarlo alla persona che recherà la presente. Io gliene sarò veramente grato, come anche le sarò gratissimo se Ella mi perdonerà l'ardire che io mi prendo, se mi comanderà qualche volta, se continuerà sempre a tenermi per suo devotissimo obbligatissimo servitore ed amico Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di F.Puccinotti (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI FRANCESCO PUCCINOTTI</hi>
               </byline>
               <dateline>Macerata 1° Giugno 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Caro Leopardi. Indovina un poco qual'è stata la cagione che mi ha fatto ritardar tanto di rispondere all'ultima tua, e ringraziarti del dono che mi facesti de' tuoi Dialoghi, dono che non ha pari? Mi era venuta in capo la pretensione di scrivertene un encomio dettagliatissimo, e corrispondente agli affetti e alle meraviglie che ciascuna faccia della tua opera mi aveva eccitato. Ma era ciò possibile, se linea per linea accento per accento tutto mi è parso in quel tuo libro nuovo, bello, vero, meditato, ragionato? Io non avrei fatto che rimandarti in una copia manoscritta quanto tu hai regalato al mondo ed a me colle stampe. Tu sei per me il primo, e l'ultimo sapiente italiano de' nostri tempi. Vedrai nella mia <hi rend="italic">Patologia</hi> riportato uno squarcio della tua Opera, col quale chiudo e suggello il mio lavoro.</p>
            <p>Se io non conoscessi la fortezza dell'animo tuo, non ardirei parlarti della morte del tuo caro fratello. Io m'immagino l'oppressione del cuor tuo, non pel dolore, ma per la forza che vi farà la tua ragione onde non restarne sopraffatta. Me la immagino, e con te la divido. Ma lui beato che s'è tolto da questo martirio della umana vita!</p>
            <p>Questo Mancini ti si raccomanda per que' tuoi Versi che promettesti mandargli con alcune varianti. Con l'Editore Stella non ha potuto combinar nulla; perchè quegli ha risposto, che il tuo Manoscritto è uno de' più grandi tesori della letteratura d'oggi, e non saprebbe dargli prezzo. Vedi dunque di mandare l'edizione bolognese, quand'anche le correzioni consistessero solo in qualche punto e virgola.</p>
            <p>Dimmi de' tuoi studi, della tua salute e dell'animo tuo, e credimi sempre amico vero.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Pierfrancesco L. (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIERFRANCESCO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <dateline>Recanati 1° Giugno 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Caro Giacomo. Avendoci voi scritto una volta che conoscevate il celebre Manzoni, ho pensato di farvi cosa grata col mandarvi una copia dei suoi <title>Inni</title>. Volendo la marchesa Roberti stampare qualche cosa per la monaca Rossi, Babbo gli propose quest'<title>Inni</title>, e vi fece la dedicatoria. E vi mando questo libro, più perchè leggiate questa, che gl'<title>Inni</title>, perchè m'immagino che lo stesso Manzoni ve li avrà dati a leggere. Fatemi dire in una delle lettere che ci scriverete, dove attualmente si trovi il suddetto Manzoni. Mentre sto scrivendovi mi rode tutta la faccia per la sfogazione che mi è venuta questa mattina. Non vi dico cosa alcuna del dolore che provo, caro Giacomo, potendo ben immaginarvelo da quello che provate voi stesso. Quando verrete, allora piangeremo insieme la terribile e irreparabil perdita che abbiam fatto del caro ed adorabile Luigi. Addio. Vostro fratello.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Monaldo L. (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI MONALDO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <dateline>Recanati, 1° Giugno 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Giacomo. Ricevetti la cara vostra delli 18, alla quale non soggiunsi, perchè Carlo rispose all'altra vostra diretta a lui. Questa mattina ricevo la carissima delli 26, e ne sento molto conforto. Il mio cuore ne è bisognoso all'estremo, e l'arrecarmelo è un atto di vera pietà. Il gran colpo con cui il Signore ha voluto visitarci mi ha sbalordito, e non so se io penso o vaneggio. Sapevo che vivevamo in una valle di pianto, ma in verità non credevo che i poveri figli di Adamo fossero capaci di tanto dolore. Voi, Giacomo mio, piangerete un giorno per la morte dei vostri genitori, ma la previdenza di queste lacrime le renderà meno inconsolabili. Quelle però di un Padre per la morte di un figlio sono imprevedute, terribili, inesauste, e lo accompagneranno al sepolcro. Soltanto i figli che restano possono infondere qualche balsamo in questo mare di amarezza, e voi lo fate caramente con la amorosa e pietosissima vostra, che ho già letta più volte e baciata con tenerezza. Iddio ve ne benedica, e vi benedica sommamente per i suffragi che avete recati all'anima del caro fratello. Egli non è più in caso di operare per sè. Sono i nostri cuori, le nostre labbra, la nostra pietà che devono pregare e operare per lui. E chi di noi ricuserà al caro Luigi quelli aiuti che egli ci domanda in nome della nostra reciproca tenerezza?</p>
            <p>Scrivendo al cav. Rossi omisi il nome di Antonio perchè lo ignoravo; ma ignoravo ancora che in Pisa potesse trovarsi un Rossi qualunque tanto crudele, il quale riscuotendo quella mia lettera si ricusasse all'ufficio in essa raccomandato. In ogni modo quella lettera è rimasta senza riscontro.</p>
            <p>Ero sicuro che avreste desiderato di essere subito con noi, ma mi sarebbe dispiaciuto che aveste azzardato il viaggio con questo caldo, e compromettendo la vostra salute. Il rivedervi mi sarà dolcissimo, anzi vi dico in verità che il mio cuore non sa prevedere un momento di ilarità, se non attraverso di questi mesi che debbono tuttora separarci. Nulladimeno non anticipate e non precipitate le vostre mosse, e fate che io vi riveda sano, come dite di stare adesso con mia somma consolazione. Anche noi stiamo bene tutti. Pietruccio ha una piccola sfogazione al volto, che corre qui, e dura due o tre giorni, ma sta in piedi e senza febbre. Tutti vi abbracciano e vi accarezzano.</p>
            <p>Non dubitate, figlio mio, che il mio cuore, quantunque ferito acerbamente e insanabilmente, sia chiuso ad ogni altro sentimento fuorichè al suo immenso dolore. Pur troppo è spezzato per sempre il bel serto della mia gloria, ma sento tutto il prezzo delle gemme che me ne restano, e di voi, caro Giacomo mio, che mi daste per primo il nome di Padre, che avete sul mio cuore il diritto di precedenza, che lo conservate in fatto con la vostra condotta, e che siete la gloria della famiglia sulla terra, e ne sarete la corona nel Cielo. Certo io stimerei un'empietà il respingere la ricordanza del caro figlio perduto, ma procuro di conciliarla con qualche mio riposo, considerando il mio Luigi sicuro e glorioso nelle braccia di Dio. Di fatto Iddio che se lo è preso, che lo ha preso con tanti segni consolantissimi di salute e che lo ha preso non già strappandomelo dal seno, ma cedendolo io con uniformità di volere, e mettendolo nelle sue mani; no, questo buon Dio che è morto per la nostra salute, non può avermi ingannato con le sue promesse, e non può deludere le mie care speranze. Nulladimeno accade allora nelle ferite del cuore come in quelle del corpo, che volendole medicare s'irritano; ma Iddio, Creatore e Medico dello spirito e della materia, si ricorderà di me, e mi sosterrà con la sua grazia e con la sua forza.</p>
            <p>Da ora in poi vi scriverò in Firenze, se non darete diverso suggerimento, e quando dovrò cambiare direzione, avvisatemelo precisamente, perchè non voglio che vi manchino le nostre lettere, come non voglio che a noi manchino le vostre. Addio, Giacomo mio caro. La Mamma vi abbraccia e vi benedice; e vi benedice e vi abbraccia tenerissimamente il vostro amorosissimo Padre.</p>
            <p>Se rivedete il cav. Rossi, ditegli per me tutto quello che gli direi io stesso.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1828)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Pisa 2 Giugno 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Papà. Questa è la quarta lettera che io scrivo costà dopo quella dei 14 Maggio. Due altre ne ho scritte a Lei, ed una a Carlo. Mi dà grandissimo dispiacere il sentire dalla cara sua de' 23, che Ella si trovava ancora senza mie nuove, dopo ricevuta la mia de' 14. Non me ne maraviglio però, attesa l'irregolarità delle poste. Spero intanto che a quest'ora le mie lettere saranno giunte, e che dalle medesime Ella avrà conosciuta l'impazienza in cui sono di tornar con Lei. Il sentire che tutti loro grazie a Dio, stanno bene, mi dà un gran conforto; un conforto uguale al bisogno ch'io provo di sentirmi ripetere questa nuova ad ogni poco: perchè posso dire che se Ella e la Mamma e i fratelli sono stati sempre il mio pensiero principale, ora sono il solo che mi occupa giorno e notte. Però novamente la prego a fare che io non resti mai senza loro notizie in questo poco tempo che rimane della mia assenza. Come le dissi nella mia del 26, io partirò presto per Firenze: se Dio mi dà la salute, credo che sarò là circa il 10 di questo mese. Perciò da ora innanzi Ella potrà dirigermi a Firenze le lettere. Io sto bene, quanto si può stare avendo l'animo in quella disposizione che Ella può immaginarsi. Dica per me alla Mamma e ai fratelli quello che il suo cuore le suggerirà, e benedica il suo tenero figlio Giacomo.</p>
            <p>Io non ho preso insegne di lutto, per evitare le innumerabili questioni che esse mi avrebbero procurate; le quali venendomi da persone indifferenti, sarebbero state insopportabili al mio dolore: tanto più che il mio carattere è di chiudere nel profondo di me stesso tutti gli affanni e le affezioni vere.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di C.Bunsen (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO BUNSEN</hi>
               </byline>
               <dateline>Roma li 5 giugno 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Amico carissimo. Non voglio essere la causa del ritardo di una lettera del nostro comune amico, per il desiderio che avrei d'accompagnarla di molto più lunga lettera che non posso arrivare a scrivere colla posta di oggi. Ho perduto il bene di rivederla, per non essere passato per Firenze, e arrivato qui ho avuto il dolore di sentire che la sua salute, sì cara alle lettere ed ai suoi ammiratori ed amici, non è ancora affatto ristabilita. Spero che il soggiorno di Pisa le abbia fatto bene.</p>
            <p>Stanco di ripeterle delle promesse, che peraltro mi sono fatto rinnovare alla prima conferenza, vorrei poter lusingarmi ch'Ella non fosse alieno di mutare il suolo d'Italia con quello del Reno. Là a Bonna, in un clima eguale a quello di Verona, con un inverno, dove la temperatura non iscende che raramente sotto 4° di Réaumur quando fa freddo. Ella sarebbe circondato e di amici dotti e di una turba studiosa, desiderosa di vedere ravvivata la Cattedra di Dante al di là delle Alpi. Mi scriva quello che Ella ne pensa. Intanto ho rinnovato qui le premure per il Cancellierato nel Censo.</p>
            <p>Ho portato con me bellissimi libri di filologia: anche la traduzione inglese della <hi rend="italic">Storia romana</hi> di Niebuhr. Si parla di una <hi rend="italic">italiana</hi> da farsi a Torino; N[iebuhr] m'ha nominato un tale de Coster che gliene ha scritto; la francese, benchè affatto corretta da N[iebuhr] con infinita pena, non uscirà che dopo qualche tempo. Spedirò per mezzo del D.r Nott l'esemplare dell'<hi rend="italic">Agathias</hi> e una copia dell'avviso tipografico.</p>
            <p>Di tutto cuore suo attaccatissimo amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.F.Padelletti (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIER FRANCESCO PADELLETTI</hi>
               </byline>
               <dateline>Pisa 9 Giugno 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Sig.r Conte preg.mo. La Sig.ra Mason mi aveva data commissione di ritirare da Lei la composizione della Lauretta come appartenente all'Archivio Lunatico. La sua improvvisa ed ignorata partenza da Pisa mi ha posto nella necessità d'eseguirla per lettera.</p>
            <p>Mi creda sinceramente Suo D.mo Servo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Soderini (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIUSEPPE SODERINI</hi>
               </byline>
               <dateline>Pisa 9 Giugno 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Stimatissimo Sig. Conte. Venerdì sera verso l'ore 10 il sig. Pietro Querci mi ritrovò alla bottega di un tabaccaio, e mi avvertì che alla Posta egli aveva i soliti danari da pagarle; fu moltissimo dispiacente quando intese che fino dalle ore 6 era già partito. Mi previene adunque che per il corso di Posta questa sera dà la commissione in Firenze al sig. Luigi Pescetti Ministro di quella Posta acciò sia pagata detta somma; che però abbia la compiacenza di portarsi a quell'Uffizio per il ritiro.</p>
            <p>Siamo noi tutti nella lusinga che la sua salute sia ottima, e che non avrà sofferto nel viaggio, che lo desideriamo sia stato felicissimo. Riceva i saluti di tutta la mia famiglia nell'atto che mi dichiaro di V.S. Ill.ma dev.o obb.o Servitore.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Rosini (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIOVANNI ROSINI</hi>
               </byline>
               <dateline>Pisa 9 Giugno 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>A. Car.mo. La mattina di mercoldì, a qualche ora riceverete il pacco de' vostri libri, sui quali ho scritto "Libri usati" onde nulla paghino di dazio. Ci troverete di più una copia del <hi rend="italic">Guicciardini</hi> in 8° che vi prego di accettare. A comodo fatemi la grazia di dare un'occhiata al mio <title>Saggio</title> (nel t.o X) e notatemi quel che si dee cangiare nell'elocuzione, chè pur troppo qualche cosa mi sarà sfuggita. Vi ho mandato una copia tagliata.</p>
            <p>Subito che viene Stella dateli l'acclusa. Vi ringrazio della premura nello scrivermi: e pregovi a far lo stesso per le stampe che vi unisco, giacchè non faccio tirare senza il <foreign lang="lat">placet</foreign> vostro. Il Capitolo di Galileo non starò a rimandarvelo. Faccio disegnare, per fare incidere, il ritratto di quel Paolo Baroni cieco (che il Volterrano dipinse come Omero) per porlo nel 1° tomo: m'era venuto voglia di dire che ci son tanti che han men valore, ed hanno più fortuna di lui: ma ho temuto delle allusioni.</p>
            <p>Salutate tutti gli amici.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Dite al Cioni che anco il Silvestri ha ristampato il <hi rend="italic">Sallustio</hi> di Bartolomeo da S. Concordio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1828)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 10 Giugno 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Papà. Dopo il viaggio d'una notte, sono qui piuttosto disturbato, ma non malato. Quest'anno il caldo mi riesce incomodo alla salute: il freddo mi aveva fatto del bene, ed io l'aspetto con desiderio. Sono impaziente d'intendere le sue nuove, delle quali manco da qualche ordinario. Non so quanto mi fermerò qui, dove nessuna distrazione è capace di rallegrarmi. Il caldo solamente mi ci ritiene, e m'impedisce di tornare a baciarle la mano, come vorrei, e lo sospiro giorno e notte. Gliela bacio coll'animo da lontano, e la prego a benedirmi e a scrivermi.</p>
            <p>Bunsen, tornato a Roma, mi scrive spontaneamente di avere rinnovate le istanze per cotesto Cancellierato del Censo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Monaldo L. (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI MONALDO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <dateline>Recanati, 10 Giugno 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Giacomo. Ricevetti la cara vostra delli 2 corrente, e prima quelle delli 18 e 26 maggio. Se dopo quella delli 14 maggio ne avevate scritte quattro, una se ne è smarrita. Mi pare che anche una delle mie dirette a voi abbia avuta la stessa sorte. Pazienza. Oggi sarete in viaggio. Iddio ve lo accordi felicissimo, e così gli altri che farete, finchè io potrò stringervi fra le mie braccia con tutto il cuore, con quel cuore tanto ferito, e al quale arrecherete tanto conforto. Noi stiamo bene, e la scarlattina di Pietruccio finì in tre giorni. Fra due settimane avremo qui tutti gli Antici, meno li convittori, e credo si tratterranno sino a Novembre. Io scrissi al Generale de' Gesuiti raccomandando il mio caro Luigi alle orazioni della Compagnia. Quel degno religioso, che non conosco, mi rispose cordialissimamente, e promettendomi largamente quanto chiedevo, soggiunse sperare egli che dentro la settimana di Pentecoste, allora corrente, l'amato Figlio ne sentirebbe gli effetti. Nella Domenica della Trinità, senza ripensare a quella lettera, sentii quasi all'improvviso che le mie lagrime scorrevano più dolci. Lungi da me ogni idea di favori speciali per me, che so bene quale montagna smisurata di colpe e di fango me ne tenga lontano, ma intanto io piango e piangerò sempre, ma mi pare di piangere meno sconsolato. Oh, Figlio mio, come si sente il valore della religione quando tutti i valori della terra sono scomparsi; e quanto è grande Iddio per chi non vede più nulla fuori di lui.</p>
            <p>Prima che la casa nostra diventasse la casa del pianto, abbandonandomi ad un momento di ilarità, ordinai la stampa di cui riceverete un esemplare. Lo stampatore, non so per qual mistero, mi ha bindolato quattro mesi. Avevo quasi timore di dispiacervi entrando nella vostra mèsse, ma poi cedetti ad un prurito puerile. Se ho fatto male, condonatemelo amorevolmente. Addio, mio caro Giacomo. Ricordatevi del mio, e del vostro Luigi.</p>
            <p>Iddio vi benedica, come io lo faccio nel Suo santo Nome. Il vostro amorosissimo Padre.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Rosini (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIOVANNI ROSINI</hi>
               </byline>
               <date>[Pisa tra l'11 e il 15 giugno 1828].</date>
            </opener>
            <p>A. C. Il Carmignani vi risaluta. - Il Revisore non m'ha rimandato peranco approvate le stampe del Cap.o VI. Non vorrei esser costretto a toglier nulla nella <hi rend="italic">dominazione Spagnuola.</hi>
            </p>
            <p>A proposito nella vostra di ieri non mi dite nulla d'aver ricevuto detto Capitolo VI. - Vi mando il principio del VII. Esso è il più noioso, e ho dovuto cercare di variarlo. Il 10° poi m'è riuscito buffone assai: parmi tale di gaietà di cuore, come suol dirsi: ma chi sa! Addio. Salutate gli amici.</p>
            <p>Il <hi rend="italic">Guicciardini</hi> è poca cosa per le tante seccature che vi do.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Brighenti (1828)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO BRIGHENTI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 12 Giugno 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio carissimo Brighenti. Ebbi in tempo debito l'amorosa tua de' 7 Maggio: e poco dopo ricevetti da casa mia una nuova che farà epoca nella mia vita. Ammalai dal dolore, e non sono ancora ben ristabilito: dico ristabilito dalla malattia, chè dal dolore non potrò esserlo finchè vivo. Questo mi serva di scusa pel mio tardo rispondere. Ora, qui in Firenze, ricevo da Vieusseux il vol. 7° del Monti, che tu mi favorisci, e di cui ti ringrazio di cuore; e i Versi del Borzaghi, nei quali trovo molta maestria, buon gusto, e padronanza di lingua. Ti prego a ringraziarne l'autore per parte mia, distintamente.</p>
            <p>Spero che a quest'ora sarai libero dalla indisposizione che mi annunziavi nell'ultima tua. Non puoi figurarti quanto io goda di sentire che i tuoi affari hanno ripreso un buono andamento, e che tu ti ritrovi ora in calma. Ne sono contento come di una prosperità mia propria.</p>
            <p>Da Macerata mi si fa istanza per avere un esemplare delle mie Canzoni corretto da me e migliorato. Ne vorrebbero fare una bella ristampa. Io mi ricordo che tu avesti intenzione di ristamparle insieme coi versi. Però non acconsento a quella richiesta prima di aver sentito da te se questa intenzione ti dura o no. Due <hi rend="italic">nuove</hi> Canzoni aumenterebbero questa ristampa.</p>
            <p>Dirai per me mille e mille cose affettuosissime alla tua cara famiglia. Saluterai anche tanto l'ottimo D. Luigi, se lo vedi o gli scrivi. Mi vorrai sempre bene, come te ne voglio io, e te ne vorrò in mia vita. Credo che rivedrai presto Giordani. Il tuo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A F.Puccinotti (1828)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A FRANCESCO PUCCINOTTI - MACERATA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 12 Giugno 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Puccinotti. Ricevetti sul partire da Pisa la tua del primo del corrente, la quale mi consolò molto, perchè io cominciava a temere che tu mi avessi dimenticato. Ti ringrazio delle amorose parole che mi scrivi intorno alle <title>Operette</title>, e di quelle altre intorno alla mia sventura; della quale soffrirai ch'io non aggiunga altro, perchè il mio dolore in questa cosa non ha linguaggio. Mi rallegro con te che abbi terminato la tua <hi rend="italic">Patologia</hi>, la quale non dubito punto che non sia per acquistarti nuova e splendida fama. Io la vedrò ben volentieri, quantunque ignorante della materia. Col Mancini potremo combinar qualche cosa al passare ch'io farò tra pochi mesi da Macerata, andando a Recanati, dove torno per piangere insieme colla mia famiglia.</p>
            <p>Amami, caro amico, che sai quanto io t'amo, e quanto ti stimo. Qui non abbiamo novità letterarie. Giordani va presto a Piacenza. Io sono invitato ad andare a occupare una cattedra in Prussia; ma come abbandonare la mia famiglia e l'Italia, e come sopportare il clima della Germania? Addio, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Maestri (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ADELAIDE MAESTRI</hi>
               </byline>
               <dateline>Parma 13 giugno 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Amico carissimo. Le notizie ch'io ebbi di voi dalla mia cara madre mi lasciarono in molta pena. Sono già molti giorni passati da che io v'indirizzai una lettera a Firenze pregandovi di qualche nuova intorno alla vostra salute, nè ho saputo nulla fin qui. Il che mi fa dubitare che voi siate tuttora in Pisa, ed è cagione che in Pisa vi diriga la presente. Così son certa che una delle mie lettere vi coglierà o a Pisa, o a Firenze, e mi procurerà le vostre desiderate notizie. La fortuna non si stanca mai di essermi contraria. Ne' giorni passati ho avuto il mio Ferdinando ammalato d'infiammazione della membrana del petto. Potete immaginarvi quanto io sia stata afflitta. Ora sta bene ed è uscito di casa varie volte senza soffrirne. Spero anzi che in sul principio della settimana prossima potrà egli pure venire con noi a Bologna. Oh quanto sarei mai contenta che voi pure poteste passarvi qualche tempo in compagnia nostra! Ritenete che il papà, come vi abbiamo scritto anche nell'altra lettera, teme che possa essere dannoso alla vostra salute il caldo o di Pisa o di Firenze che ci trovereste nella state. Decidetevi dunque a passare l'Appennino, e venite a consolare gli amici della vostra presenza di che da tanto tempo sono privi. La mamma vi ha scritto essa pure a Firenze. Ora nol fa essendo partita per Piacenza. La mia salute è ora sufficiente, come argomenterete dal viaggio che intraprendo per Bologna. Ferdinando vi saluta caramente, e la mia Clelietta vi bacia affettuosamente. Addio. Non mi lasciate, ve ne prego coll'anima, senza vostre notizie.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Monaldo L. (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI MONALDO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <dateline>Recanati, 14 Giugno 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Caro Giacomo. Ho differita un ordinario la spedizione del presente libretto, acciocchè ancora con esso riceveste le nostre nuove che grazie a Dio sono buone. Tali siano le vostre che aspetto da Firenze ansiosamente. Se vedete il Ministro di Olanda Reinholdt, fategli i miei saluti. Addio, Giacomo mio. Vi benedico con tutto il cuore.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Rosini (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIOVANNI ROSINI</hi>
               </byline>
               <dateline>Pisa 16 Giugno 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>A. Car.mo. Giustissima è la vostra riflessione. Sicchè sarà riparato anche a questo; e da qui innanzi prego mio cognato che ritiri dalla posta il plico per voi, e che venga poi alle tre a prendere la risposta. Anco con questa precauzione si va adagio: e veggo che a far anco forza di vele, sdruccioliamo a settembre. Ha ragione Alfieri: un'opera in prosa non è mezzo fatta, ma solo per un terzo fatta, prima che sia stampata. Parmi d'avervelo scritto un'altra volta. Nel Capitolo X ho fatto una scena di gaietà: vedremo se incontrerà l'approvazione di <hi rend="italic">Vario</hi>. Addio. La mia famiglia vi saluta. Il poco che dico della Cappella di Michelangelo <hi rend="italic">tiene</hi> (perdonate il Gallicismo) all'idea che ho di parlarne più a lungo in un altro libro: giacchè mi pare che queste corbellerie si succedano come le ciliegie, che tirandone su una, ne vengono. Pure se avrò vita verremo a capo di tutto. Addio. Salutate gli amici.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1828)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 17 Giugno 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Caro Papà mio. Ricevo qui da Pisa la carissima sua del primo. Le sue lettere sono assolutamente l'unica consolazione ch'io abbia; ma da quest'ultima provo tutto il conforto che può dare nelle grandi afflizioni l'amore delle persone care. Ella mi significa l'amor suo così teneramente, che giunge a rallegrarmi; tanto più ch'io sento assai bene di meritarlo interamente, se l'amore si merita coll'amore.</p>
            <p>Io entro con tutta l'anima in ciascuna particolarità del dolor suo. Mi sarebbe impossibile di decidere se nella pena che ho provata e che provo, abbia più parte il sentimento mio proprio della nostra disgrazia comune, o la riflessione che fa nell'animo mio il dolor loro. Ma come potrei deciderlo, se la disgrazia è tanto grande, che io posso dire di non averla mai intesa bene, e di non intenderla ancora? Ho pianto macchinalmente, senza quasi sapere il perchè, senza nessun pensiero determinato che mi commovesse.</p>
            <p>Intanto Ella mi perdonerà se torno a pregarla di accettare qualche distrazione. Finchè Dio ci vuole in vita, Ella è necessaria a noi, e noi a Lei: dobbiamo aver cura alla nostra salute, non più per noi stessi, ma gli uni per amor degli altri. Io per causa mia propria le raccomando con tutto il cuore di acconsentire a trattar l'animo suo in modo, che la sua salute non ne patisca. E son certo che la mia cara Mamma e i miei cari fratelli le fanno, ciascuno in particolare, la stessa preghiera per causa loro.</p>
            <p>È probabile che la lettera al Cav. Rossi non sia stata riscossa da alcuno, e sia restata alla posta. Ho piacere che Ella abbia veduto e gustato il romanzo cristiano di Manzoni. È veramente una bell'opera; e Manzoni è un bellissimo animo, e un caro uomo. Qui si pubblicherà fra non molto una specie di continuazione di quel romanzo, la quale passa tutta per le mie mani. Sarà una cosa che varrà poco; e mi dispiace il dirlo, perchè l'autore è mio amico, e ha voluto confidare a me solo questo secreto, e mi costringe a riveder la sua opera, pagina per pagina: ma io non so che ci fare. Prego però anche Lei a tener la cosa secreta affatto. Bacio la mano alla Mamma, e abbraccio teneramente i fratelli. Mi benedica: e con effusione di cuore mi ripeto suo amorosissimo figlio Giacomo.</p>
            <p>Io, grazie a Dio, sto bene.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Pierfrancesco L. (1828)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIERFRANCESCO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 17 Giugno 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Pietruccio mio. Vi ringrazio del libretto che mi mandate, e vi son proprio obbligato di avermi fatto leggere quella bella e originale dedicatoria. Manzoni è con la sua famiglia a Milano sua patria, dove è stabilito. È vero che io aveva già i suoi Inni: ho ancora e porterò costì tutte le altre sue opere, fuori del Romanzo. Spero in Dio che a quest'ora sarete guarito della sfogagione. Pregate per me il Papà che me ne scriva. Salutate tutti, e vogliate sempre bene al vostro Giacomo che vi ama quanto egli suole amare i fratelli suoi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Monaldo L. (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI MONALDO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <dateline>Recanati, 19 Giugno 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Giacomo. Ricevo la cara vostra dei 10 scritta da Firenze, e conosco dalla medesima che non avevate ricevuta l'ultima mia scrittavi in Pisa, nè un libretto speditovi colà da Pietruccio. Senza errori di Posta avrete ricevuto in Firenze le nostre nuove, due volte prima che vi giunga la presente. Anche adesso posso darvele buone di noi, ma mi rammarica assai il sentire che il viaggio vi ha disturbato. Potete credere quanto io sia smanioso di rivedervi, ma potete, o forse non potete immaginare quale desolazione sarebbe per me il sentirvi infermo. Dunque abbiatevi tutto il riguardo; scrivete spesso almeno una riga; e viaggerete quando potrete farlo senza azzardo della salute. Godo che il freddo siavi meno molesto che in addietro, perchè così il nostro clima vi riuscirà forse meno contrario.</p>
            <p>La vostra Mamma ha conosciuto da certe stampe che monsignor Muzzarelli, Auditore di Rota in Roma, fa molto conto di voi, e siccome a momenti deve proporsi in Roma una causa mia col conte Michele Moroni, vorrebbe che la raccomandaste subito caldamente alli suoi buoni uffizii. Io non so, se conoscete di persona quel prelato, nè se vi conviene lo scrivergli, e di queste materie. Contento la Mamma con l'indicarvi il suo desiderio, e rimetto il resto alla vostra prudenza e pieno arbitrio.</p>
            <p>Domenica 22 corrente saranno qui gli Antici. Il nuovo spontaneo ufficio di Bunsen onora il suo carattere, ma poco gioverà, perchè il nostro Stato deve essere tutto intiero la preda degli intriganti. Addio, mio caro Giacomo. Non vi esca di memoria la tanto cara parte di noi che abbiamo nel Cielo. Io vi benedico con tutto il cuore. Vostro affezionatissimo Padre.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Rosini (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIOVANNI ROSINI</hi>
               </byline>
               <dateline>Pisa 20 Giugno 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>A. C. Lode al cielo, che finalmente mi avete detto "questo non mi piace". Ho levato dunque il <hi rend="italic">papero</hi>. Vi mando, anzi rimando le stampe del Capitolo di Galileo, perchè ci ho aggiunto qualche cosa. La vostra lettera fu subito mandata al Soderini. Le seccature dei Dottorati cominciano a divenire insopportabili. Io ho bisogno di dormire 7 ore: e andando a letto alle 11 1/2 e levandosi alle 5 1/2, sono appena sei. Oggi sono d'una lassezza strana. Addio. Mi duole che siasi sparso (temo dalla Censura) l'<hi rend="italic">affare</hi>: non ostante vi prego seguitar nel silenzio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Rosini (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIOVANNI ROSINI</hi>
               </byline>
               <dateline>Pisa 22 Giugno 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>A. Car.mo. Ho ricevuto, e vi ringrazio. - Vi mando il Capitolo X. Vedetelo bene perchè non vorrei che il ridicolo andasse al di là; quantunque per un pezzo il Carafulla non comparirà più sulla scena: al Capitolo XI comincia l'innamoramento; e va progredendo fino in fine; come al Capitolo 16 comincia la gelosia, che farà contrasto con quello. Se vedete Poerio salutatelo. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Brighenti (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO BRIGHENTI</hi>
               </byline>
               <dateline>Bologna 23 Giugno 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio adorato Amico. Tu sei dunque a Firenze? Ci resterai o qualche volta ti risolverai di ripassare l'Appennino e venire a trovarci? Ma quando accadrà questo? Intanto, mio buon amico, io mi tengo pur sempre dolente della sventura di tua casa, la quale ti ha sì vivamente afflitto. Ignoro quale sia, nè cerco saperla; ma pur troppo mi persuado ch'ella fu gravissima se tanto ti ha lacerato il cuore, pur fortificato dalla filosofia a molte e gravi disgrazie.</p>
            <p>Io sto bene di salute, ma i miei affari che si mostravano in buon aspetto, non continuano così. Basta; vedremo che può farsi in avvenire.</p>
            <p>Ti ringrazio dell'avviso datomi intorno la edizione maceratese delle tue Canzoni. Io non potrei certo impedire, o pregarti a impedire una <hi rend="italic">bella</hi> ristampa delle tue Canzoni: ho anzi piacere che si faccia, e se gli editori volessero unirci il ritratto, io mi offro di somministrare il disegno che ne tengo purchè qui in Bologna si faccia eseguire da valente incisore che io troverò loro a buon patto. Io poi ero occupato a una ristampa delle dette Canzoni da unirsi alle <hi rend="italic">altre poesie</hi>, le quali formano un troppo picciol volume. Ne stampai due fogli, e ti volevo fare una sorpresa. Le ristampavo senza le prose, ma i soli soli versi. Se ti contenti, con comodo continuerò; ma se fai correzioni, e dài agli Editori Maceratesi due Canzoni nuove, amerei io pure altrettanto. Avvertili che io non fo che <hi rend="italic">duecento</hi> soli esemplari.</p>
            <p>La mia famigliuola ti riverisce, e ti ringrazia della tua cortese memoria. Sarai servito de' tuoi saluti con D. Luigi, quando gli scrivo.</p>
            <p>Continuami l'amor tuo, che è un caro conforto al mio cuore, e credimi per la vita il tuo obbligatissimo amico vero.</p>
            <p>Ti ho servito con Borzaghi che ti riverisce, e ringrazia delle lodi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Monaldo L. (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI MONALDO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <dateline>Recanati, 23 Giugno 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Giacomo. La cara vostra delli 17 mi è stata di molta consolazione, trovandovi che state bene, perchè l'altra, scrittami dopo il viaggio da Pisa a Firenze, mi aveva alquanto turbato. Il cuore di un Padre palpita sempre ad ogni apprensione che riguarda i Figli, ma un cuore ferito insanabilmente geme al più piccolo tocco. Abbiatevi cura, per carità, e non lasciate di scrivere.</p>
            <p>Perchè mai codesto amico vostro s'impegna a continuare il Romanzo di Manzoni? Quell'opera deve essere imitata quanto si può, ma nessuno speri di uguagliarla; ed essa resterà sempre somma ed inarrivabile nella sua classe. Il mettersi dunque tanto scopertamente in linea con essa, è voler sentire dichiarata da tutto il mondo la propria inferiorità. Appena letto quel Romanzo, ne fui rapito, e lo giudicai prezioso non tanto alle Lettere, quanto alla Religione e alla Morale. Ebbi poi molta compiacenza nel sentire che in Roma i confessori Gesuiti lo dànno a leggere alle loro penitenti.</p>
            <p>Ieri a sera arrivarono gli Antici; tutti abbastanza bene, ma il cavaliere molto dimagrato. Li medesimi vi salutano. Addio, Giacomo mio. Noi stiamo bene. Confortiamoci nel Signore, e viviamo nella sua obbedienza e nella sua grazia. Senza di questa, le compiacenze della terra sono illusione e vertigine; e con essa, la tribolazione di tutta la vita è il sudare di chi combatte per una sicura vittoria. Frattanto Iddio vi cuopra con la sua benedizione. Vostro amorosissimo Padre.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Pierfrancesco L. (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIERFRANCESCO LEOPARDI</hi>
               </byline>
            </opener>
            <p>Paolina che non ha avuto cuore di scrivervi da lungo tempo, vi prega a ricordarvi, prima di partire da Firenze, di empire le vostre saccoccie d'acqua d'odore a sue spese. Vi ringrazio del bigliettino che mi avete scritto. Addio. Vostro fratello Pierfrancesco.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Rosini (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIOVANNI ROSINI</hi>
               </byline>
               <date>[Pisa] 23 Giugno 1828.</date>
            </opener>
            <p>A. C. Ricevei e vi ringrazio. Eccovi la fine del capitolo 8. Qua si bolle stranamente. Fate buon S. Giovanni. Vostro G.R.</p>
            <p>Siamo in gran querele col Paoli. Da Poerio ne saprete il soggetto. Signor Raimondo de Riccio. A Firenze.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Maestri (1828)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ADELAIDE MAESTRI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 24 Giugno 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Mia cara Adelaide. Appunto, come voi immaginate la carissima vostra dei 20 Maggio mi aspettò lungamente a Firenze, perch'io era tuttavia a Pisa, e quando l'ebbi ricevuta, non seppi dove scrivervi, se a Parma o a Bologna. Ora mi giunge l'altra dei 13. Non so se mi commova maggiormente la cura che vi prendete di me, e l'affetto che mi mostrate, ovvero le informazioni che mi date delle indisposizioni vostre e dell'ottimo avvocato delle quali mi duole veramente fino all'anima. Lodato però il cielo che ora par che siate, se non ristabiliti del tutto, almeno migliorati. Io per me ho un grandissimo desiderio di rivedervi, ma sapete che il viaggiare mi sarà eternamente, non solo dannoso, ma pericoloso. Quest'ultimo viaggetto da Pisa a Firenze, dopo il quale, benchè fatto di notte, sono stato male degl'intestini più giorni, ha potuto finire di persuadermi che io non son più fatto per muovermi. Mi viene una gran voglia di terminare una volta tanti malanni, e di rendermi immobile un poco più perfettamente; perchè in verità la stizza mi monta di quando in quando: ma non temete, chè in somma avrò pazienza sino alla fine di questa maledetta vita. Direte mille e mille cose per me alla Mamma e al Papà; e così al vostro e mio Ferdinando, se è costì, o quando gli scrivete; e bacerete Emilietto e la Clelietta. Vedrete presto Giordani, che partirà di qua per Piacenza sul principio di Luglio. Se mi volete bene, abbiatevi cura grande. Addio, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1828)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 24 Giugno 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Papà. Ebbi il suo libretto, spedito il giorno 14, e poi coll'ordinario seguente mi giunse la carissima sua dei 10. Da questo Ella vede quanto possiamo fidarci della posta. Spero intanto, che Ella abbia ricevute le mie del 10 e del 17.</p>
            <p>Ho mostrato qui il suo libretto ad alcuni letterati, e Vieusseux mi ha detto di voler farlo annunziare nell'<title>Antologia</title>. Lo farò vedere anche ad altri. Desidererei di sapere se quei testi antichi sono tutte finzioni, come mi pare che Ella mi dicesse del primo, o se ve ne sono dei veri. Certo che, se sono finti, son fatti con tanto ingegno, che ingannerebbero anche i meglio intendenti. Quanto al dirmi di aver dubitato che la cosa mi dispiacesse, credo certo che Ella abbia voluto scherzare, e però non aggiungo altro in tal proposito.</p>
            <p>Reinhold è andato ministro del suo re presso la Confederazione Svizzera, posto assai stimato. Passando per Pisa, non mi potè vedere, benchè in Firenze si fosse fatto dare il mio indirizzo; ma ha lasciato qui i suoi saluti ed in particolare per Lei.</p>
            <p>La prego de' miei saluti cordiali alla famiglia Antici subito che sarà arrivata. Può immaginare se è possibile che io mi dimentichi di chi è stato e sarà il soggetto delle nostre lagrime finchè vivremo. Non posso abbastanza lodare la sua pietà dei soccorsi religiosi implorati, com'Ella mi scrive. Iddio certamente gliene renderà merito, ed esaudirà le sue e le nostre ardentissime preghiere.</p>
            <p>Io sto qui trattenuto dal caldo più che da altro. Firenze mi riesce malinconica al solito, e quasi mi pento di aver lasciata quella bell'aria di Pisa. Ma in questo mese la notte è troppo corta per poter fare un viaggio di qualche lunghezza senza prender sole. Ricordi alla Mamma e ai fratelli e a se stessa il suo Giacomo che l'ama tanto.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.F.Stella (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
               <dateline>Milano 25 Giugno 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico amatissimo. Il troppo caldo, e forse ancor più il troppo amore ai comodi della vita, che nella mia età è cosa compatibile, m'hanno impedito, dopo Torino e Genova, di proseguire il viaggio per la Toscana, com'era mia intenzione e mio desiderio per passar qualche giorno con Lei principalmente. Io non dispero di farlo in quest'anno stesso, e ciò alleggerisce il dispiacere che ora provo di non aver proseguito il mio viaggio. Supplirò alla meglio per lettera, e da prima le domando com'Ella si trova di salute; di poi le domando come va l'<title>Antologia poetica</title>, e per quando Ella crede ch'io ne potrò aver qui il ms., che vorrei, se si potesse, che fosse bello e stampato in Settembre. Già al caso Ella sa che lo può inviare all'amico Moratti, raccomandandogli di farmelo avere sollecitamente. Dopo ci scriveremo sul lavoro del <title>Dizionario delle cose inutili</title>, e così sopra un qualche grande lavoro che sia degno del di Lei nome, il quale inoltre le possa fruttare un compenso che egualmente sia degno di Lei. Per tale lavoro però occorre non tanto la protezione, quanto il soccorso pecuniario d'un mecenate colto e generoso. Intorno a ciò, ripeto, ci scriveremo. Intanto, mio buono amico, aggradisca gli affettuosi saluti di tutta la mia famiglia, ed un bacio di cuore del suo vecchio cordialissimo amico e servo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Rosini (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIOVANNI ROSINI</hi>
               </byline>
               <date>[Pisa] 28 Giugno 1828.</date>
            </opener>
            <p>A. C. Ho ricevuto la vostra letterina. Se costà non state bene, tornate qua, dove si sta men male di quel che si crede, potendo avere una stanza al Nord; e ce n'è una bellissima verso la casa Ran (?), dove non dà mai sole come nei regni Cimmerii.</p>
            <p>Eccovi l'ultimo capitolo del tomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="A C.E. Muzzarelli (1828)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO EMANUELE MUZZARELLI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 28 Giugno 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Eccellenza Reverendissima. La mia famiglia, sapendo che V. Ecc. Reverendiss. mi ha onorato più volte di molti segni di benevolenza, ha desiderato che io raccomandassi a Lei la causa che mio padre, Monaldo Leopardi, ha col conte Michele Moroni, e che dee proporsi fra poco a codesto Tribunale della Rota. Io la raccomanderei all'Ecc. V.ra caldissimamente e instantissimamente, come cosa che per necessità c'interessa moltissimo, se credessi che in simili cose potesse aver luogo altra raccomandazione che quella della giustizia. La quale è ben vero che tutte le persone intendenti da noi consultate, ci assicurano esser dal lato nostro evidentemente: ma di ciò non mi si appartiene, e sarebbe temerario in me, il parlare in faccia a Lei. Dirò soltanto che se la bontà di V. Ecc. avrà qualche modo di favorire perchè da noi si ottenga quello che sarà giudicato giusto e di ragione, in tal caso io mi terrò e mi chiamerò eternamente obbligato e legato all'Ecc. V.ra se le piacerà di usare in favor nostro il vostro potere. E in ogni caso io le sarò tenutissimo se Ella mi continuerà la sua benevolenza, che mi è cara e preziosa quanto cosa alcuna del mondo. E offerendomi a servirla in tutto che io possa, ho l'onore di confermarmi</p>
            <p>Di Vostra Eccellenza Reverendissima umilissimo obbligatissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
            <p>Qui si parla assai spesso di Lei con Giordani e con altri, che sono innamorati delle sue virtù, e che la stimano altamente</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Tommasini (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIETTA TOMMASINI</hi>
               </byline>
               <dateline>Bologna adì 30 Giugno 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Caro Amico. Dopo la lettera diretta all'Adelaide non mi sofferì l'animo di più tardare a scrivervi. Oh mio amico, voi non sapete quanto siete amato da tutti noi, e quindi v'è tolto il conoscere in quanta afflizione noi viviamo da che ci avete fatti consapevoli della vostra misera situazione! Tolga Dio i miei giorni anzi che io dovessi sopravvivere alla disgrazia di che ci minacciate.... A quelle vostre parole sento che mi si stringe il cuore, e piango a calde lagrime. Datevi pace pel bene de' vostri amici. Io, e la mia cara Adelaide, saremo a Firenze probabilmente tra breve, e volendolo voi verrà pure mio marito. Chi sa che egli con l'arte sua, e noi colla affezione che vi portiamo non potessimo togliervi da quella profonda melanconia che tanto apparisce nell'ultima vostra. Perchè non vi togliete da quella solitudine spaventosa, e non venite a convivere con persone che tanto vi stimano e vi tengono carissimo siccome noi? Quando saremo costà vi pregheremo tanto, da non negarci di venire con noi a Bologna: mi lusingo che sì, pensando che noi vi siamo cari. Scrivetemi subito, e teneteci nella speranza che ci concederete ciò di che vi preghiamo.</p>
            <p>Vi scrissi alcune righe in una dell'Adelaide che Ella vi mandò da Parma: di questa non so se l'abbiate ricevuta. Mio marito e l'Adelaide, che essi pure unirono le loro lagrime alle mie, mi dicono mille cose amichevoli per voi, e vi confortano a sopportare le miserie di questa vita, col contrapporvi quelle virtù, che vi fanno essere uomo raro d'animo forte. Pensate che tutti noi vi amiamo come foste un caro congiunto. Non dubito punto che questi sentimenti espressi con vera sincerità, non siano per essere aggraditi da voi, e non abbiano a recarvi qualche consolazione. La mia Adelaide non avrebbe potuto ritenersi dallo scrivere, se non fosse obbligata al letto per male di gola con febbre: non vi dia dolore questo suo male perciocchè non può essere che di breve durata, giacchè altre volte ne ha sofferto e se n'e liberata facilmente: ve ne assicura una amorosissima madre. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Monaldo L. (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI MONALDO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <dateline>Recanati, 30 Giugno 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Figlio. Ricevei ieri la cara vostra delli 24, e mi è di somma consolazione il sentirvi bene. Anche noi stiamo bene, ma il Signore appunto nel giorno 24 ci ha visitati con una grandine sterminatissima, della cui ferocia non si era mai concepita l'idea. Erano sassi, non acqua condensata; e li accompagnava un vento devastatore. Dove ha colpito, ha condotto il Gennaio, e non ci è più vestigia dell'annuale vegetazione. Ha rotti anche molti alberi, e tetti, e finestre, e tutto. Alla casa nostra ha sterminati undici poderi nel territorio di Castello e nella contrada di Montefiore, con un danno di circa mille scudi. Ringraziamo Iddio perchè ci resta di che vivere. Altri hanno sofferto di più. In città non fece rumore. Gli Antici arrivarono la sera delli 22; stanno bene, vi salutano, e sperano di rivedervi.</p>
            <p>Come credo di avervi detto, tradussi l'atto di San Girio da un vecchio manoscritto latino, che poi trovai stampato. Ho tradotte le <hi rend="italic">Leggende</hi> di San Vito e di San Giuliano dal noto <hi rend="italic">Leggendario</hi> di fra Giacomo da Voragine; <hi rend="italic">Ruth</hi> dalla Scrittura; gli <hi rend="italic">Ammonimenti</hi> sono del tutto miei. Anche qua, in Roma e Bologna, quel libretto va trovando buona accoglienza. Se mai lo nominasse l'<title>Antologia</title>, mi farete molto piacere collo spedirmene il fascicolo.</p>
            <p>Addio, mio caro Giacomo. Ieri, giorno del vostro natale, domandai particolarmente a Dio la salute vostra temporale ed eterna. Oggi vi benedico come sempre con tutto il mio cuore. Il vostro affezionatissimo Padre.</p>
            <p>Se di quel libretto volete altre copie, scrivetelo.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1828)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 1 Luglio 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Papà. Fino dall'ordinario passato, cioè appena ricevuta la cara sua dei 19, scrissi a Monsignor Muzzarelli. Io conosco di persona questo prelato, ch'è un ottimo giovane, e mi vuol bene, e poco fa ho ricevuto i suoi saluti. Sono certissimo che farà in favor nostro tutto quel che potrà: ed io gli ho raccomandato l'affare colla maggior istanza possibile dentro i limiti della convenienza. Ho fatto vedere il suo libretto anche a Giordani, che lo ha lodato molto. Io gli ho lasciato supporre che quei testi fossero antichi, ed egli non ha trovato difficoltà a crederlo. Spero che a quest'ora Ella godrà la compagnia della famiglia Antici, la quale mi lusingo di rivedere anch'io quest'anno. Intanto la prego a rinnovarle i miei saluti cordiali.</p>
            <p>Dalle mie de' 17 e de' 24 Giugno, avrà veduto che la mia salute presentemente, grazie al Signore, non è cattiva. È ben vero che mi bisogna una gran cura; per la gran facilità che ho di riscaldarmi: ma purch'io viva da poltrone e senza far nulla, sto sufficientemente bene.</p>
            <p>Mi ami, caro Papà, e mi continui le sue nuove, e quelle della Mamma e dei fratelli, che saluto coll'anima. Il suo amorosissimo Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di C.E.Muzzarelli (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO EMANUELE MUZZARELLI</hi>
               </byline>
               <dateline>Roma 1° Luglio 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Sig.r Conte P.ne st.mo. Mi fo un dovere di riscontrare il di Lei pregiatissimo foglio in data 28 p.p., e di assicurarla di ogni mia premura ed attenzione nello studiar la Causa, di che ha favorito parlarmi, dove questa sia nel mio turno, e sì per l'entità, e sì per la gravezza de la medesima.</p>
            <p>Sebbene da molto tempo non avessi avuto il piacere delle di Lei nuove direttamente, non ho mai mancato di procurarmi queste da vari comuni amici, e sì pure dal di Lei Zio Sig.r Marchese Antici, che me ne parla sempre con stima ed amore. Ho letto più volte, ed anche ultimamente le di Lei <title>Operette morali</title>, e posso assicurarla con tanto piacere, che niuna opera moderna me ne ha procurato maggiore; giacchè per quanto l'universale possa correr dietro a certi libri di conio non italiano e non filosofico, non verrà mai giorno che io possa amare quelle foggie di scrivere che meglio si convengono ai freddi e alla nebbia del nord, che al cielo sempre limpido e sereno del bel paese, ove il sì dolce suona.</p>
            <p>Voglia, ne La prego, ricordarmi alla Signora Contessa Lenzoni, e con essa al dottissimo di Lei amico Sig.r Giordani, e al Nicolini. Viva lunghi anni alla gloria della Patria comune, e degli amici, fra cui, se glielo permette, spera di non avere l'ultimo luogo il Suo aff.mo Servitore ed amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.F.Stella (1828)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO FORTUNATO STELLA - MILANO.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 1 Luglio 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico amatissimo. Ella ha fatto benissimo ad aver riguardo alla sua salute, e perciò a tralasciare il viaggio di Toscana, che con questo caldo avrebbe potuto incomodarla. Ma ciò non toglie che tutti i conoscenti di qui, come Vieusseux, Tommaseo, e principalmente io, non siamo dolenti di veder delusa la speranza che avevamo avuta di riabbracciarla, e di passar qualche tempo con Lei. Io fin dal principio del mese scorso aveva pronta la Crestomazia poetica, lusingandomi di consegnargliela in presenza. Con questo medesimo ordinario la spedisco per la posta (<foreign lang="lat">gratis</foreign>) al signor Moratti, pregandolo d'inoltrarla subito a Lei. Vi manca la prefazione, per far la quale io aspettava di aver parlato seco, e veduto se Ella avesse avuto qualche osservazione in proposito. Ora aspetterò che Ella vegga il ms. e mi scriva se ha cosa alcuna che desideri accennata nella prefazione; poi la farò tosto e gliela manderò. La Crestomazia poetica è distribuita per secoli, non per materie: e ciò per le ragioni che si diranno nella prefazione.</p>
            <p>Alcuni pezzi riportati nella Crestomazia, sono, come Ella vedrà, solamente accennati, e non copiati per intero. Ciò è avvenuto perchè sulla fine del lavoro i miei occhi stanchi non potevano più reggere alla fatica del copiare. Ma quei pezzi son tratti da libri che si trovano da per tutto; e sono indicati con tanta precisione quanto al luogo, al principio e al fine di ciascheduno, che non si potrà sbagliare. Solamente, nello stamparli, si avverta d'uniformarsi all'ortografia seguìta da me in tutta l'opera, cioè di scriver sempre diviso <hi rend="italic">a lo, a i, de i, de le</hi> ec. e non <hi rend="italic">allo, ai, dei, delle</hi> ec.</p>
            <p>Aspetterò sue lettere così sopra questo ms. come sopra i lavori futuri che Ella mi accenna nella cara sua ultima. Intanto la prego a riverirmi e salutarmi di cuore la sua famiglia. Io di salute sto non molto bene e non molto male. L'abbraccio con tutta l'anima e mi ripeto suo cordialissimo amico e servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Rosini (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIOVANNI ROSINI</hi>
               </byline>
               <date>[Pisa] 2 Luglio [1828]</date>
            </opener>
            <p>A. C. La bestia del Compositore aveva lasciato <hi rend="italic">Spagnuoli</hi> dopo <hi rend="italic">Magnati</hi>, e quindi posto un periodo senza senso.</p>
            <p>Eccovi una giunta al Capitolo VIII e tutto il Capitolo XI. Spero di mandarvi per venerdì parte del XII. Dove si parla del Tasso.</p>
            <p>Questa benedetta materia mi cresce fra mano. Di Stella nulla? Sapete almeno dove si trova? In casa mia salutano. A corredo l'acclusa.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Monaldo L. (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI MONALDO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <dateline>Recanati, 4 Luglio 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Giacomo. Ancor oggi una riga, perchè abbiate con frequenza le nostre notizie, che gradite. Noi, per misericordia di Dio, stiamo bene.</p>
            <p>Per aggiungere qualche cosa vi dirò, che anche Recanati ha pagato il suo tributo di follìa alla demenza del secolo, e ha tinta col suo sangue la terra classica della Grecia. Alcuni mesi addietro il conte Andrea Broglio, lasciati i genitori e la moglie, dichiarò la guerra alla Mezzaluna, e andò a fare il <hi rend="italic">ciccobimbo</hi> in qualità di brigante volontario. Ebbe in guiderdone un titolo di Maggiore e una razione quotidiana di polenta; ma alli 23 di Maggio, assalendo Anatolico, una palla di cannone lo uccise sul campo. Qual morte, Giacomo mio! Quale passaggio, dalla ebbrietà di un campo al tribunale di Dio! Quale occorre se la vita non era stata una preparazione alla morte! Io mi sprofondo nella polvere per ringraziare Iddio con tutta l'anima mia, perchè il nostro Luigi è morto con tutti i soccorsi della religione, nelle mani dei sacerdoti, col Crocefisso sulle labbra e con tutti i segni dell'eterna Salute. Ho pianto, e piango in questo momento per immenso dolore; ma fra tante lacrime scorrono anche quelle della consolazione. Sì, Giacomo mio, una voce soave che parla al mio cuore, mi dice che il nostro caro Luigi sta in Paradiso.</p>
            <p>Il povero Padre, conte Saverio, è desolato; ma fra tanto cordoglio trova conforto in alcune lettere onorifiche scrittegli dalla Grecia, e segnatamente dal generale Church, al cui fianco quell'infelice morì. Probabilmente i Treiesi reclameranno quel prode per diritto di origine, quasichè nato in Recanati per accidente, e noi cedendoglielo senza contrasto, segneremo nei nostri Fasti un pazzo di meno. Addio, mio caro Figlio. Gli Antici vi salutano. Io vi abbraccio e vi benedico con tutto il cuore. Il vostro affezionatissimo Padre.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Tommasini (1828)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIETTA TOMMASINI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 5 Luglio 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Mia carissima Antonietta. Dall'amorosissima vostra ultima conosco che fu veramente un'imprudenza la mia di scrivere all'Adelaide quelle poche righe che vi hanno cagionato tanto dispiacere. La bile me le dettò, e io le lasciai correre: poi me ne pentii subito, e me ne pento ora maggiormente. Ma come assicurai allora l'Adelaide, così adesso vi giuro, che l'amore ch'io porto infinito agli amici e ai parenti, mi riterrà sempre al mondo finchè il destino mi ci vorrà; e di questa cosa non si parli mai più. Intanto non vi posso esprimere quanto mi commuova l'affetto che mi dimostrano le vostre care parole. Io non ho bisogno di stima, nè di gloria, nè d'altre cose simili; ma ho bisogno d'amore: potete immaginare quanto conto ne faccia, e in quanto gran pregio io lo tenga, trovandolo così vivo e sincero in voi e nella vostra famiglia, i quali amerei di tutto cuore, quando anche non ne fossi amato, perchè così meriterebbero le vostre virtù da per se sole. Io sto non molto bene, e questa cosa mi dispiace, perchè non posso far nulla e non posso muovermi; ma i miei mali fin qui non son tali che meritino l'onore di produrre un <hi rend="italic">allarme</hi>. Perciò, quantunque il desiderio che ho di rivedervi sia sommo, vi dico però sinceramente che mi dispiacerebbe che intraprendeste il viaggio di Firenze per sola cagion mia. Quanto alle mie nuove, io non mancherò di darvene di mano in mano come voi vorrete. Credetemi, è state sicura sul mio conto, che io non v'inganno. Del venir io a Bologna, sapete già la cagione perchè non vengo. Quest'autunno (poichè ora il freddo par che mi sia meno contrario che il caldo) vedremo quello che potrò fare. Non tardate, vi prego a darmi le nuove dell'Adelaide, della quale, non ostante quello che voi mi dite per rassicurarmi non lascio d'essere molto inquieto. Salutatela mille volte per me, e così l'egregio nostro Professore, il quale ringrazio senza fine della bontà e della premura che mi significa. Datemi ancora le nuove dell'ottimo Avvocato, e salutatelo per me caramente. Abbiate cura alla vostra salute, e credetemi ch'io vi amo con tutta l'amicizia possibile; e che del resto, siccome si possono amare in un tempo due patrie come proprie, così io amo come proprie due famiglie in un tempo: la mia e la famiglia Tommasini; la quale da ora innanzi, se così vi piace, chiamerò parimente mia. Addio, mia cara Antonietta.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Carmignani (1828)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIOVANNI CARMIGNANI - PISA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 5 Luglio 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo signor Cavaliere. Sarei dovuto venire, e certamente sarei venuto, a prendere i suoi comandi prima della mia partenza, se non avessi considerato che le visite non necessarie non possono riuscirle altro che moleste, attesa la quantità enorme delle sue occupazioni, una quarta parte delle quali basterebbe a superare la mia capacità e spaventare la mia pigrizia.</p>
            <p>S'era intesa qui qualche cosa delle turbolenze universitarie di cui Ella mi fa quel lepido racconto. Quantunque io non sappia in che consista quell'anatema che Ella mi significa, nondimeno la compatisco della sventura, senza però crederla tale che, per consolarsene, Ella abbia bisogno di ricorrere alla filosofia stoica, o di far voti, come dice Voltaire, <hi rend="italic">al Tempo consolatore</hi>.</p>
            <p>Avrei avuto caro che Ella mi desse nuova della sua opera sopra l'eloquenza del foro, la quale, al mio parere, onorerà l'Italia, se da Lei, come spero, sarà compiuta. Qui non abbiamo novità letterarie di momento.</p>
            <p>Giordani la ringrazia molto, e mi raccomanda assai di salutarla grandemente da sua parte. Per ora non potrà tenere il suo invito, perchè fra una settimana, partirà per Piacenza, dove si fermerà qualche mese, forse fino all'inverno. Faccia i miei complimenti, la prego, al prof. Bonaini.</p>
            <p>Le sue lettere mi saranno carissime e preziose sempre, e maggiormente se mi daranno occasione di servirla, secondo il poter mio, in qualche cosa. Mi continui la sua benevolenza, chè io credo di conoscerne il pregio, e mi permetta di chiamarmi e di essere ora e in perpetuo</p>
            <p>Suo obbligatissimo servitore ed amico cordialissimo Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Colletta (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO COLLETTA</hi>
               </byline>
               <dateline>Dalla Villa, martedì 7 luglio [1828].</dateline>
            </opener>
            <p>Caro Amico. Negli ultimi addio con Capponi ci rammentammo l'un l'altro il Conte Leopardi. Se mi dite quando vorreste venire a riconoscere i luoghi, manderò il legno per prendervi da città. Non usate, di grazia, con noi quelle che nel mondo si chiamano cerimonie, perchè noi non le abbiamo adoprate verso di Voi. Se un mese o più di campagna potrà giovare alla vostra salute, credete che senza il nostro più piccolo incomodo, ci avrete fatto un gran piacere. Le debolezze sogliono allegarsi: colleghiamo tre o quattro deboli saluti, la vostra, di Gino, la mia, per comporre una mediocrità di vita tollerabile.</p>
            <p>Addio, caro signor Conte. Credete ai miei sensi di antica stima, e di calda benchè recente amicizia. Servitore ed amico vero Colletta.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1828)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 8 Luglio 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Papà. Ho ricevute le care sue del 23 e del 30 giugno. Dio sia benedetto del nuovo disastro ch'Ella mi annunzia, del quale risento, come può credere, grande afflizione per causa loro. Monsignor Muzzarelli mi rispose subito, promettendomi ogni attenzione, ed ogni favor possibile nella causa raccomandata, se essa sarà di suo turno. Bisognerebbe che Ella mi sapesse dire se toccherà veramente a Monsignor Muzzarelli, o se, anche non toccando a lui, egli potrebbe assisterci in qualche modo; perchè in tal caso tornerò a raccomandargliela.</p>
            <p>Godo assai che gli Antici stieno bene, e li saluto tutti di cuore. Io patisco molto dal caldo, che mi si è dichiarato nemico peggiore che mai fosse il freddo; ma nondimeno la mia salute è passabile. Non mancherò di spedirle il fascicolo dell'<title>Antologia</title>, se questo giornale, come credo, farà menzione del suo libro; il quale mi rallegro molto che incontri, e torno a dirle che mi pare che ingannerebbe chiunque.</p>
            <p>Paolina sarà servita dell'acqua di odore. Abbraccio i fratelli, e bacio la mano alla mamma. Ami sempre il suo Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Brighenti (1828)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO BRIGHENTI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 8 Luglio 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Brighenti. Dio sa quanto volentieri verrei a rivederti a Bologna. Ma sto male, e il viaggiare, anche brevissimo, mi è impossibile. Godo assai che la tua salute sia buona, ma mi duole che i tuoi affari non vadano secondo il tuo e il mio desiderio. Pur voglio sperare che una volta le tue tante fatiche, e la tua tanta virtù, avranno una ricompensa, se non proporzionata, almeno sufficiente alla moderazione de' tuoi disegni. Tu sei pienamente padrone di continuare la ristampa delle Canzoni nel modo che ti parrà e piacerà. Coll'editor Maceratese non ho ancora concluso nulla, perchè non posso applicarmi. Non so se gli darò delle correzioni, e cose inedite; ma per ora no certamente. Salutami tanto tanto la tua cara famiglia. Non mi ricordo chi, mi diede speranza che presto ti avrei veduto in Firenze. Sarà egli così? Io t'amo, come sempre, carissimamente, e ti abbraccio. Addio addio. Il tuo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Rosini (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIOVANNI ROSINI</hi>
               </byline>
               <date>[Pisa] 9 Luglio [1828].</date>
            </opener>
            <p>A. Car.mo. Voi facilmente comprenderete la cagione del picciolo episodio, che termina il Capitolo 12 che vi mando. Il fatto è vero, e anco della sua qualità di <hi rend="italic">Accademico</hi>. Lo dice il Manni, ma non dice quale era l'<hi rend="italic">Impresa</hi> e il <hi rend="italic">Motto</hi>. Ditemi se vi pare che vada bene. - Nel Capitolo 13 e 14 ricomincia l'azione, e non si smette più fino alla fine.</p>
            <p>Abbiamo qui avuto oggi un caldo d'inferno: stando in casa mi son mutato 4 volte. Addio.</p>
            <p>Vi prego dell'acclusa.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Rosini (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIOVANNI ROSINI</hi>
               </byline>
               <date>[Pisa, prima decade di luglio 1828].</date>
            </opener>
            <p>A. Car.mo. Convien che io mi faccia un <hi rend="italic">tacca</hi> sul naso, per non incorrer più nell'idiotismo di usar il verbo <hi rend="italic">scampare</hi> coll'articolo <hi rend="italic">a</hi>.</p>
            <p>Eccovi parte della <hi rend="italic">Conversazione</hi>. E perchè temerei a questi caldi di far cosa scipita, e perchè <hi rend="italic">voglio farne dir parole di lode</hi>, ho pensato di porre in bocca della Barbara per musica i <hi rend="italic">Versi del Meli alla Luna</hi>. Sono un po' del genere di quei tempi. Gli aveva già fatti, ma non stampati: li ho corretti, ma han bisogno ancora della lima.</p>
            <p>Ad onta del <hi rend="italic">Leone</hi>, che apre già le granfie al Sole, lavoro 8 e 9 ore al giorno, crescendomi stranamente in mano la materia. - Godo che l'episodio vi sia sembrato a proposito, e così rimbrunito il muso di quel tristo cognato. - Addio. Saluterò tutti quando li vedrò.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Maestri (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ADELAIDE MAESTRI</hi>
               </byline>
               <dateline>Bologna 11 [Luglio 1828].</dateline>
            </opener>
            <p>Mio ottimo Amico. Vi ringrazio di tutto cuore della premura che dimostrate d'avere le mie nuove. Posso assicurarvi che ora la mia salute è sufficiente, ed è sì vero, che ieri ho potuto fare una lunga passeggiata senza soffrirne. L'ultima vostra che ci è giunta, dalla quale mi pare di potere argomentare che la vostra salute sia alquanto migliorata, ha contribuito non poco al miglioramento mio. Giudicate, dall'ottimo effetto di questa, quale possa averne prodotto in me l'altra vostra che mi avete indirizzata. Oh mio amico, quanto dolore ho sofferto per una lettera che io desiderava da tanto tempo, e dalla quale, al primo vederla, io sperava tanto conforto! Il male di gola che mi teneva in letto sarebbe forse stato passeggero e di nessun conto; ma l'agitazione del mio animo fu sì forte; fui assalita da tanta tristezza, che nella notte fui presa da gagliarda febbre, nè sono stata libera che dopo diversi giorni. Questo vi servirà di prova, se pure ve n'è bisogno, che l'affetto che ho per voi non è minore di quello che mi lega ai miei più cari congiunti, giacchè per essi unicamente so di avere provati effetti di tal natura. Non vorrei però che da ora innanzi, il timore di cagionarmi della pena vi ritraesse dal significarmi con sincerità tutto ciò che potesse affliggervi. Tutti sanno essere grandi amici nella prospera fortuna; ma io non voglio essere fra questi. Vorrei anzi che mi assicuraste di dividere sempre con noi, per quanto lo consente questa nostra dolorosa lontananza, qualunque vostro dispiacere. Senza di questa certezza non potrebbero più consolarmi neppure le buone notizie ch'io avessi da voi, perciocchè dovrei sempre temere di essere ingannata. Ho inviato i vostri affettuosi saluti a Ferdinando, il quale si trova tuttora a Parma. Dipende da una sua lettera il venir io o no a Firenze colla mia cara madre. Essa e il papà vi salutano caramente; e i nostri fanciulli vi baciano. Addio, Addio. Oh quanto desidero di rivedervi!</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Monaldo L. (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI MONALDO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <dateline>Recanati, 14 Luglio 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio carissimo Figlio. Ho ricevuta la cara vostra degli 8, e mi dispiace sentirvi incomodato dal caldo, ma non mi fa maraviglia perchè il caldo di quest'anno è straordinario per tutto, e qui è arrivato alli 28 gradi; cosa rammentata di un altro anno solamente. Bensì il dopo pranzo e la sera viviamo bene perchè sempre ristorati da venti freschi; ed io poi vivo meglio perchè nella nostra libreria, dove non faccio entrare altro sole che quello di Aprile, appena si conosce l'estate.</p>
            <p>Il turno Rotale da cui dipende la mia causa, non è quello di monsignor Muzzarelli, ma di monsignor Corsi. Credo però che il primo potrebbe giovarmi con qualche ufficio, purchè il praticarli non sia contro il loro istituto, cosa che ignoro.</p>
            <p>Ieri sera soltanto ho potuto vedere la vostra <title>Crestomazia</title>, in cui mi è piaciuta la vostra breve introduzione, non avendo ancora letto il di più. Se la parte poetica non sarà pubblicata prima del vostro ritorno, chi sa che non vi diate luogo a qualche cosa del nostro Proposto Ignazio Bracci, buon letterato, poeta e grecista, il quale credeva Vogel che fosse il Proposto Antonio Maria Bracci mentovato dal Gamba nella Prefazione a pag. XXV nella nota. Fareste poi un regalo immenso al nostro Broglio inserendo nella vostra collezione qualche suo verso; e questo regalo rallegrerebbe senza meno la sua mesta vecchiezza. Vi serva che mi sono capitate, ed ho prese, le tre <title>Buccoliche</title> di Francesco di Arsochi, Girolamo Benivieni e Jacopo Fiorini, prima stampa del 1481. Stanno con la <title>Buccolica</title> di Virgilio tradotta da Bernardo Pulci, di cui però nel mio volume mancano le cinque egloghe prime.</p>
            <p>Tutti mi domandano le cose vostre per leggere, ed io sono svergognato per non averle. Spero che venendo le porterete tutte, o almeno mi guiderete per acquistarle; e così faremo pace con la vostra letteratura, la quale mi ha guardato sempre di sbieco dopo quel po' di grugno che io feci alle due prime Canzoni. Ma credo che a quest'ora quel mio giudizio sarà stato giudicato da voi meno sinistramente, e che se non potete applaudire all'ingegno del vostro Padre, almeno farete ragione al mio amorosissimo cuore.</p>
            <p>Addio, Giacomo mio. Noi stiamo bene. La Mamma pagò tributo alla stagione con due giorni di sciolta, ma è guarita. Li Antici vi salutano, e così Alborghetti che mi scrive da Milano. Iddio vi benedica, come io vi benedico con tutta l'anima mia. Il vostro affezionatissimo Padre.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1828)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 15 Luglio 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Papà. L'ultima che ho di Lei è del 30 di Giugno. Io le scrissi il primo e l'8 del corrente. Sto in molta aspettativa delle sue nuove. Le mie sono le solite: non perfetta salute, ma pur tollerabile. Qui il caldo, dopo essere arrivato a un grado assai forte, è sufficientemente diminuito, e si respira. Sono quasi cinquanta giorni, cioè da' 27 di Maggio in poi, che abbiamo una serenità, si può dir, continua, cioè non interrotta se non per pochi momenti in alcuni giorni.</p>
            <p>Io affretto col desiderio l'ora di rivederla, e ogni giorno fra tanto mi pare un anno. Rinnuovi i miei saluti alla famiglia Antici; mi ami sempre, e mi benedica. Il suo affettuosissimo figlio Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Maestri (1828)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ADELAIDE MAESTRI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 15 Luglio 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Mia cara Adelaide. Sempre più mi accuso meco stesso e mi pento della imprudenza commessa scrivendovi quella lettera che vi rattristò tanto. Potete immaginare il dolore ch'io provo di avervi fatto danno, e accresciuto il male che pativate. Ma in vero non posso consentire che voi prendiate tanta pena per me, e voglio che mi promettiate di essere più indifferente sul conto del mio stato; altrimenti non potrò accettare di dividere con voi, come mi pregate, i dispiaceri ch'io proverò, perchè questi mi si accrescerebbero più del doppio se sapessi che dovessero cagionare a voi tanto travaglio. I miei mali di salute non sono pericolosi, almeno per quello che ne intendo io, che non consulto medici, perchè non ne ho qui degli amici. Soffro dolori di basso ventre assai frequenti, contro ai quali i purganti non giovano. Siano affari di nervi, sia debolezza, sia flogosi lenta agl'intestini, non so: ma credo queste due ultime cose insieme. Il professore Uccelli saluta tanto tutti voi, e spera di rivedervi quest'anno. Io vi prego soprattutto ad avervi cura. Se potrete venire, lascio pensare a voi quanto piacere ne avrò. Aspetto con sommo desiderio la Mamma, poichè mi dite che ella viene; e la saluto intanto con tutto il cuore. Similmente saluto il vostro caro Papà, e abbraccio i bambini. Addio con tutta l'anima. Siate certa ch'io sento tutto il valore della vostra cara amicizia.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di C.E.Muzzarelli (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO EMANUELE MUZZARELLI</hi>
               </byline>
               <dateline>Roma 15 Luglio 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Sig.r Conte P.ne ed Amico gentil.mo. Il desiderio di servire un mio amico mi fa ardito a presentarmele, onde chiederle un favore, ed è il seguente. Uscirà fra breve a stampa qui in Roma una nuova <title>Raccolta di Epigrafi Italiane</title>, arricchita fra gli altri nomi da quello del dottissimo Giordani; se Ella in qualche occasione avesse dato opera a questo genere di letteratura, Le saprei veramente grado, dove volesse farne un dono al Raccoglitore. Chieggo nuovamente scusa della libertà che ardisco prendermi, e pregandola de' miei doveri colla gentilissima Sig.ra Contessa Lenzoni, colla più vera stima me Le offero dev.mo aff.mo Servitore ed Amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Rosini (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIOVANNI ROSINI</hi>
               </byline>
               <date>[Pisa, fra il 10 e il 20 Luglio 1828].</date>
            </opener>
            <p>A. C. Intitolereste voi "COntrattempo" un Capitolo? La Crusca pare ch'esiga porsi "Un Contrattempo". Decidete.</p>
            <p>Che regola tenete sul mai? per negativa. Parmi che quando è avanti al verbo si possa usare senza <hi rend="italic">non</hi>. Ditemi il parer vostro: ho però corretto come indicate.</p>
            <p>Per bizzarria, nel porre all'ordine il Capitolo XIV, c'introduco uno a parlar veneziano. - Vi mando questa sera la continuazione del Capitolo XIII. Lascio addietro la Canzonetta alla Luna, che voglio limare, e vi manderò.</p>
            <p>Intanto ditemi come diavolo esprimere questo diabolico sentimento: - E mentre la tua doglia produce lagrime amare, spruzzi il <hi rend="italic">sentimento dolce</hi> nella mestizia. - <hi rend="italic">Sentimento</hi> non parmi italiano in quel senso. Ho fatto:
<quote rend="block">
                  <lg>
                     <l>E mentre amare lagrime</l>
                     <l>Elice tuo tormento,</l>
                     <l>Irrori la mestizia</l>
                     <l>D'un dolce sentimento.</l>
                  </lg>
               </quote>

Fatemi la grazia di dirmi come <hi rend="italic">sentite</hi>, per esprimere il <hi rend="italic">senso</hi> di questo <hi rend="italic">sentimento</hi> del <hi rend="italic">sentimento</hi>. Evviva Leporeo!</p>
            <p>Fui da Madonna Lauretta. Il caldo le ha dato addosso, e mi parve dimagrata. Vi risaluta. Addio.</p>
            <p>Non v'impacciate mai con gonnelle, che non la finiscono più. Ho cominciato la mia Signora Geltrude col piano fatto di 18 Capitoli - poi 20 - poi 24 - poi 27 - Adesso ci è scappato il 28. Sicchè si va diritti a 30.</p>
         </div1>
         <div1 n="A C.E.Muzzarelli (1828)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO EMMANUELE MUZZARELLI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 22 Luglio 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Eccellenza Reverendissima. Mi terrei per vero onore e piacere il servirla delle iscrizioni che Ella ha la gentilezza di domandarmi, se io mi trovassi averne fatte. Ma con tutta verità le dico che non ne ho, e che deliberatamente mi sono astenuto dal farne, per non parer di voler entrare nella messe altrui, e concorrere con quelli che oggi ne fanno professione.</p>
            <p>Debbo ringraziarla sinceramente di quello che la sua benevolenza la indusse a scrivermi nella sua pregiatissima del primo, sopra le mie operette morali.</p>
            <p>Madama Lenzoni la riverisce e ringrazia de' suoi saluti. Giordani è partito per la sua patria, dove starà qualche mese. Ella segua a giovare alle lettere, le quali si onorano di essere da Lei favorite e coltivate, e mi continui la sua preziosa amicizia.</p>
            <p>Il suo devotissimo obbligatissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1828)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 22 Luglio 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Papà. Dopo essere stato in qualche agitazione per la mancanza delle sue nuove, ricevetti il giorno 17 la cara sua dei 4, a tredici giorni di data, come Ella vede. D'allora fino a quest'oggi, sono nuovamente privo delle sue notizie. Attribuisco questa mancanza alla visibile ed enorme trascuratezza delle poste, e ciò mi consola un poco; ma tuttavia la sospensione in cui rimango, non lascia di affliggermi. Compiango di cuore i poveri Broglio, padre e figlio. Qui si era saputa dalle gazzette francesi la morte di un conte Broglio, ma chi avrebbe indovinato che fosse quel nostro recanatese? Io non sapeva che il suo fanatismo l'avesse portato ad andare ad espor la vita per causa e patria non sua. La mia salute, grazie a Dio, continua ad essere sopportabile. Saluto caramente la Mamma, i fratelli, e gli Antici, e le chiedo la benedizione, baciandole teneramente la mano. Il suo Giacomo.</p>
            <p>Avrà Ella ricevuto le tre mie dell'uno, dell'8, e del 15?</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Giordani (1828)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO GIORDANI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 24 Luglio 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio carissimo. Consegno questa lettera all'Antonietta Tommasini, pregandola di rendertela a Bologna, se tornando ti ci ritroverà, o di spedirtela a Parma, se tu sarai partito. L'Antonietta e l'Adelaide hanno fatto molto per indurmi a venir con loro a Bologna. Ora che mi manca la tua compagnia, se non fosse stata la mala disposizione della salute, che mi vieta di viaggiare con questi caldi, avrei lasciata Firenze assai volentieri, perchè ti confesso che questa città senza la tua presenza, mi riesce molto malinconica. Questi viottoli, che si chiamano strade, mi affogano; questo sudiciume universale mi ammorba; queste donne sciocchissime, ignorantissime e superbe mi fanno ira; io non veggo altri che Vieusseux e la sua compagnia; e quando questa mi manca, come accade spesso, mi trovo come in un deserto. In fine mi comincia a stomacare il superbo disprezzo che qui si professa di ogni bello e di ogni letteratura: massimamente che non mi entra poi nel cervello che la sommità del sapere umano stia nel saper la politica e la statistica. Anzi, considerando filosoficamente l'inutilità quasi perfetta degli studi fatti dall'età di Solone in poi per ottenere la perfezione degli stati civili e la felicità dei popoli, mi viene un poco da ridere di questo furore di calcoli e di arzigogoli politici e legislativi; e umilmente domando se la felicità de' popoli si può dare senza la felicità degl'individui. I quali sono condannati alla infelicità dalla natura, e non dagli uomini nè dal caso: e per conforto di questa infelicità inevitabile mi pare che vagliano sopra ogni cosa gli studi del bello, gli affetti, le immaginazioni, le illusioni. Così avviene che il dilettevole mi pare utile sopra tutti gli utili, e la letteratura utile più veramente e certamente di tutte queste discipline secchissime; le quali anche ottenendo i loro fini, gioverebbero pochissimo alla felicità vera degli uomini, che sono individui e non popoli; ma quando poi gli ottengono questi loro fini? amerò che me lo insegni un de' nostri professori di <hi rend="italic">scienze storiche</hi>.</p>
            <p>Io tengo (e non a caso) che la società umana abbia principii ingeniti e necessari d'imperfezione, e che i suoi stati sieno cattivi più o meno, ma nessuno possa esser buono. In ogni modo, il privare gli uomini del dilettevole negli studi, mi pare che sia un vero malefizio al genere umano. Tu, quando sarà con tuo agio, mi scriverai delle tue nuove più lungamente che potrai; a Guastalla mi saluterai il consiglier Dodici (non te ne scordare); e in ogni luogo e sempre mi vorrai bene grande, perchè io t'adoro. Addio, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Rosini (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIOVANNI ROSINI</hi>
               </byline>
               <date>[Pisa] Mercoledì [poco prima del 25 Luglio 1828].</date>
            </opener>
            <p>A. C. Son ben lieto del vostro giudizio: e ho pensato leggendovi a quel <hi rend="italic">sorriso di Tucca</hi>. - Ieri ho tutto speso il giorno in limare il <title>Lamento alla Luna</title>, che vi mando. Temo di non poter far meglio. - Siamo or ora alla fine del Tomo 2°, e la nave va a vele aperte. Vedrete nel XIV da che ho cavato un capitolo.</p>
            <p>Nella <hi rend="italic">Musica e Poesia</hi>, ho risoluto di non far altro che fare alternare 6 stanze della Fillide Civettina al Bracciolini. Nell'edizione del 1618, ci ho trovato una Dedica, e un Dialogo, di che mi gioverò. In questa Italia non si scote un calcinaccio, che non scopra qualche cosa di buono. Addio. - Mi son trovato il vostro tomo I° di Bracciolini, ma non il tomo II°. L'avete voi, o l'ho io <hi rend="italic">affogato</hi> in qualche tavolino? Salutate gli amici.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Rosini (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIOVANNI ROSINI</hi>
               </byline>
               <dateline>Pisa 25 Luglio 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>A. Car.mo. Se andate da Poerio, sentite quando viene a Livorno; ma non dite che è per mia commissione. Stella v'ha scritto? Vi mando la fine del Cap. XV. Vi ho posto le ottave: osservate le prime 4 in risposta al Bracciolini, e su quelle ditemi il parer vostro: la 5a e 6a non sono che abbozzate, e solo ve le mando perchè vediate l'andamento intero.</p>
            <p>Addio. Le correzioni e la lima mi ritardano assai; sicchè non conto d'aver terminato che a Settembre inoltrato.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Monaldo L. (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI MONALDO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <dateline>Recanati, 26 Luglio 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Giacomo. Ricevetti la vostra carissima del 1° corrente, e quindi alli 13 ricevetti quella degli 8. Di poi oggi solamente ho ricevuta l'altra dei 15; e questo insolito ritardo ci aveva messi in grandissima pena. Non so come nasca, ma certo dall'essere venuta la lettera vostra col corriere di Roma; perchè il corriere di Bologna la reca sempre più sollecitamente. Potendo, impostate le vostre lettere quando il corriere parte per Bologna, e così avremo forse qualche angustia di meno. Dopo la mia delli 30 Giugno che accusate, io ve ne ho scritte altre due prima di questa, e le riceverete senza meno. Massucci, che carteggia continuamente con la Toscana, mi dice di indirizzare le mie lettere: <hi rend="italic">Bologna per Firenze</hi>, e assicura che vanno così direttamente. Vedremo. Noi grazie a Dio stiamo bene, ma i caldi ci abbattono stranamente; e questa è una estate insolita per la Marca. Dio sa come desidero il rivedervi, e al vostro arrivo conoscerete quanto grande ragione ho per desiderarlo. Frattanto abbiatevi cura e scrivetemi. Addio, mio caro Figlio. Ieri, festa del vostro Santo, invocai la sua particolare assistenza sopra di voi. Iddio secondi le povere mie preghiere, e con la sua benedizione accompagni gli abbracci e le benedizioni del vostro affezionatissimo Padre.</p>
            <p>A dì 27. In questa mattina ricevo col corriere di Bologna la cara vostra delli 22. Ricevei al suo debito tempo anche la cara vostra del 1°.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Pierfrancesco L. (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIERFRANCESCO LEOPARDI</hi>
               </byline>
            </opener>
            <p>Caro Giacomo. Ho letto una parte della vostra <title>Crestomazia</title>, che mi ha assai piaciuto per lo stile. Poco tempo fa sono state stampate alcune poesie d'un certo giovanetto (Francesco Ilarii) dedicate a Cassi. Non essendo io ancora in caso di giudicar se son belle, ne giudicherete voi. Alli 18, al di sotto del borgo di San Francesco s'incendiarono tre case, che durarono ad ardere più d'un giorno. Alli 23 fu commesso un furto sacrilego, cioè fu rubata al Duomo la Pisside e le Sante Particole furon lasciate sparse nel ciborio. In queste tre feste è stato fatto un triduo ed oggi alle 21 vi sarà una processione simile a quella del <hi rend="italic">Corpusdomini</hi>. Addio, mio caro Giacomo. Vostro affezionatissimo fratello.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Rosini (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIOVANNI ROSINI</hi>
               </byline>
               <dateline>Pisa 28 Luglio 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>A. C. Eccovi il principio (che sarà un 6°) del Capitolo XVI che sarà difficile assai, e che mi riesce anzi il più difficile di tutti. Addio. - Superato questo, credo che ci sarà un altro solo intoppo. Salutate gli amici.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1828)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 29 Luglio 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Papà. La carissima sua de' 14 pose fine all'agitazione in cui mi trovavo, e di cui le parlai nell'ultima mia de' 22. Questa sua de' 14 era stata visibilmente aperta: quando vedono qui un carteggio frequente fra persone non conosciute, aprono due o tre lettere per conoscere di che si tratta. Sono ben lieto che la Mamma sia ristabilita del suo breve incomodo. Ancor io sono molestato assai da sciolte, stitichezze e dolori frequenti di ventre, che mi hanno tenuto in qualche apprensione, finchè i medici mi hanno assicurato che il male non è niente, che i miei visceri sono sanissimi, e che tutto dipende da una straordinaria ed estrema sensibilità della tunica interiore degl'intestini, la quale mi rende suscettibile d'ogni minima impressione, e si deve curare con rinfrescanti, e colla regolarità del vitto.</p>
            <p>Io non aveva mandato la Crestomazia, perchè troppo voluminosa per la posta, come scrissi a Paolina. Mi dispiace che ho già dovuto spedire a Milano il manoscritto della Crestomazia poetica: nella quale però non avrei potuto far piacere a Broglio (come vorrei ben di cuore) perchè per troppe ragioni ho dovuto escluderne gli autori viventi.</p>
            <p>Io le invidio il soggiorno della libreria, nella quale mi ricordo bene di non aver mai conosciuta l'estate, nè sentito molto l'inverno. Saluto teneramente tutti, e la prego a benedire di nuovo il suo Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.F.Stella (1828)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO FORTUNATO STELLA - MILANO.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 29 Luglio 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico amatissimo. Alla sua cara de' 25 Giugno risposi immediatamente, e collo stesso ordinario spedii per la posta (<foreign lang="lat">gratis</foreign>) al signor Moratti il manoscritto della Crestomazia poetica, pregando il Moratti d'inoltrarglielo al più presto. Vivo in molta sospensione non avendo da Lei alcun cenno dopo quel tempo, e dubitando, non solo della sorte del ms. ma anche dello stato della sua salute. Si compiaccia di dissipare i miei dubbi, favorendomi di qualche riscontro, e pel restante mi rimetto all'ultima mia della fine di Giugno. L'abbraccio coll'anima.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Maestri (1828)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ADELAIDE MAESTRI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 29 Luglio 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Mia cara Adelaide. Io non perderò mai la memoria di quella settimana che ho passata qui con voi e colla Mamma: sono stati i giorni più lieti ch'io abbia avuti in Firenze. Potete, o forse non potete pensare quanto io sia grato alla straordinaria amorevolezza che mi avete mostrata. Certamente potete congetturare quanto volentieri io verrei a vivere vicino alla vostra famiglia, se per ora potessi. La mia salute si va alternando tra i dolori e qualche intervallo di riposo; nei quali intervalli mi pare di esser sanissimo, e se fossero un poco più lunghi, mi scorderei della malattia. Mi dura ancora il buon appetito, che talvolta divien fame e necessità di mangiare: ma gl'intestini continuano a non ammetter cibo senza dolori: i quali sono tanto più grandi, quanto è maggiore la quantità del cibo, benchè questa non sia mai superiore, anzi appena uguale, al bisogno. Anche Cazzaiti è di opinione che il mio male non consista in altro che in una sensibilità estrema e straordinaria degl'intestini, combinata con una gagliarda corrispondenza del sistema nervoso. Fatemi la grazia di ricordare al Papà la mia tenera gratitudine alle sue cordialità. Alla Mamma scriverò ben presto. Baciate per me i bambini, e ditemi quando andate a Parma. Addio, addio con tutta l'anima. - Com'è andato il viaggio, e come va la salute?</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Tommasini (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIETTA TOMMASINI</hi>
               </byline>
               <dateline>Bologna adì 29 Luglio 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Caro Leopardi. Subito arrivata a Bologna, vi do le nuove del mio viaggio, le quali sarebbero ottime, se io avessi avuto l'animo tranquillo. Ma pur troppo io era così agitata per avere lasciato voi così mal concio di salute, che ciò ha influito non poco a sconcertare la mia. Oh mio amico! voi ignorate le tante volte che frenai le lagrime per non affliggervi maggiormente, vedendovi tanto sfortunato! Mio Dio! Perchè non m'è dato di togliere parte di quella poca salute che godo per farvene dono? Allora mi terrei fortunata, perchè saprei di avere influito al ben essere d'un uomo che per tanti titoli merita l'amore di tutti. Ma poichè questo non m'è conceduto di fare, non mi negate almeno di poter esservi utile in altra maniera, col prestarvi que' soccorsi che l'amicizia ha obbligo e bisogno di prestare. Venite a Bologna: due camere saran pronte nella casa d'un mio amico contigue alla mia; e così mio marito, che mal potrebbe da lontano curarvi, sarebbe in grado di farlo. Egli mi assicura che con pochi e blandi rimedi, adattati al vostro temperamento, si lusingherebbe di poter migliorare la vostra salute. So che non mi negherete questa prova di amicizia poichè mi dareste il più forte dolore col negarmela. Finisco col pregarvi d'una vostra la quale mi consoli assicurandomi che accettate l'invito che vi fo coll'animo, e che mio marito mi sollecita a farvi. Egli unirà alcune linee a questa mia per esprimervi il desiderio che abbiamo di giovarvi per quanto sarà da noi.</p>
            <p>La mia Adelaide vi saluta, e si propone anch'essa di scrivervi. Non lo ha fatto prima perchè stata sconcertata di salute.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Tommasini (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIACOMO TOMMASINI</hi>
               </byline>
            </opener>
            <p>Amico cariss. Sento da mia moglie, e con vero rammarico, che la vostra salute è sempre molto sconcertata. Se mi manderete, come avete promesso, una esatta relazione de' vostri mali, la studierò con tutto l'impegno, e procurerò di darvi qualche consiglio che possa esservi utile. Ma il meglio sarebbe ch'io vi vedessi, e potessi avervi sotto cura per qualche tempo. Arrendetevi dunque alle preghiere dell'amicizia e disponetevi a recarvi nell'autunno a Bologna quand'io vi sarò stabilmente; del che sarete avvertito. Intanto però non lasciate di mandarmi la relazione. Parmi pure che con blandi rimedj, ma lungamente continuati, s'abbia a migliorare il vostro stato. - Addio, mio ottimo amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Rosini (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIOVANNI ROSINI</hi>
               </byline>
               <dateline>Pisa 1 Agosto 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Amico car.mo. Un fortissimo raffreddore, che ho dovuto guarire coll'oppio, mi ha impedito di porre all'ordine <hi rend="italic">Gelosie</hi>: oggi sto un po' meglio, ma non bene da scrivere. Dite a Vieusseux che ho ricevuto la sua; che i <hi rend="italic">Professori</hi> ora son dispersi; ma che se vuole la nota pur gliela manderò. Che il progetto è bellissimo; ma temo che i Professori non comprino. Desidero ch'egli mi mandi la circolare di <hi rend="italic">Borghi e C.</hi> Addio. Salutate gli amici.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Libri (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GUGLIELMO LIBRI</hi>
               </byline>
               <dateline>Di Casa 1° Agosto 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo Signore. La cortesia somma che Ella ha sempre mostrata a mio favore, mi dà animo a raccomandarle il tipografo Ciardetti (latore del presente), il quale ha intenzione di ristampare quell'aureo libro delle <title>Vite de' Santi Padri</title> già pubblicato dal Manni, ed ora reso rarissimo. Ma come pensare a pubblicare alcun testo di lingua senza domandare aiuto e consiglio al Conte Leopardi il quale adesso, con pochi altri, sostiene e dà vigore alle lettere italiane? Quindi il Ciardetti (il quale è il mio stampatore) ha desiderato che io lo raccomandassi alla di lei gentilezza, ed io mi sono arreso volentieri alle sue brame pensando l'utile che le lettere possono ricavare dalla ristampa delle <title>Vite de' Santi Padri</title>. Onde io le sarò gratissimo di tutto quello ch'Ella vorrà fare a pro del Ciardetti.</p>
            <p>Intanto la prego di gradire le proteste dell'alta stima colla quale ho l'onore di dirmi Suo devotis.mo Servo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Tommasini (1828)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIETTA TOMMASINI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 5 Agosto 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Mia cara Antonietta. Ricevetti coll'ultimo ordinario la carissima vostra de' 29 Luglio col poscritto del Professore. Come volete voi che risponda a tante espressioni di affetto, e che volete che vi dica delle dimostrazioni che me ne faceste nel tempo della vostra dimora qui a Firenze? Vi assicuro, vi giuro, che mi trovo sopraffatto, che non so che dirvi, che questo è assolutamente troppo, che mi dispiace poi sommamente che il pensiero delle mie indisposizioni vi turbi, e vi tenga travagliata. Sentirete dal nostro Cazzaiti che alla sua partenza io mi trovava piuttosto meglio. Ho ripreso le mie passeggiate prima di pranzo, e con gran profitto; segno che il sistema nervoso aveva non piccola parte nel mio male. Manderò la relazione. Intanto ringraziate per me il caro Professore; ditegli che la sua cordialità mi rapisce, m'incanta; esprimetegli voi la mia gratitudine se potete, che io non potrei. Quanto al venire a Bologna quest'autunno, vedremo quello che si potrà combinare colla mia salute e colla necessità che ho di andare a Recanati. Non vi ho detto mai la ragione di questa necessità, perchè non me n'è bastato l'animo. Ora vi dirò in due parole: ho perduto un fratello nel fior degli anni: la mia famiglia in pianto, non aspetta altra consolazione possibile che il mio ritorno. Io mi vergognerei di vivere, se altro che una perfetta ed estrema impossibilità m'impedisse di andare a mescere le mie lagrime con quelle de' miei cari. Questa è la sola consolazione che resta anche a me. Pregate l'Adelaide in mio nome ad aversi cura: le scrissi già dopo la vostra partenza. Se mi volete bene, non vi prendete pena per causa mia. Saluto caramente i bambini. Addio addio. Il vostro Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1828)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 5 Agosto 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Papà. Ricevo la carissima sua de' 26 Luglio, nella quale leggo con gran rammarico questo periodo: <hi rend="italic">Dio sa quanto desidero il rivedervi, e al vostro arrivo conoscerete quanto grande ragione ho per desiderarlo</hi>. Più ch'io penso a queste parole, e più mi cresce la pena: mi pare ch'Ella mi accenni qualche suo travaglio che io non conosca. Con tutto il cuore la prego a levarmi di questa incertezza, e ad espormi sinceramente tutto quel che l'affligge: la notizia della cosa non potrebbe darmi maggior dolore di quello che mi dà ora l'immaginazione lavorando nell'oscurità.</p>
            <p>Qui, da molti giorni, il caldo è scemato in modo che si sopporta assai bene. Io ho riprese le mie passeggiate prima di pranzo, che avea tralasciate da più mesi per timor del caldo. Queste passeggiate sono la mia salute, mentre quelle dopo pranzo non mi fanno altro che male. Me ne sono trovato subito assai migliorato, e fino dal primo giorno mi parve d'essere un altro.</p>
            <p>Non ho vedute le poesie dell'Ilarii, di cui Pietruccio mi parla. Caro papà, se mi ama, abbia cura alla sua salute. La mia impazienza di tornare non è minore della sua in aspettarmi. Saluto tutti amorosamente, e prego Lei a benedirmi. Il suo Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Maestri (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ADELAIDE MAESTRI</hi>
               </byline>
               <dateline>Bologna 5 Agosto [1828].</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Leopardi. Ho ricevuto la cara vostra dei 15 luglio, come pure l'altra dei 29, delle quali vi ringrazio senza fine; ma io vorrei migliori notizie dello stato vostro. Io pure sono stata tutti questi giorni con desiderio grandissimo di scrivere per dimandarvi appunto le vostre nuove, ma la mia poca salute non mi ha lasciato soddisfarlo. Ora è tornata buona, e vi dirò che il nostro viaggio è stato felice, se pure può chiamarsi tale un viaggio accompagnato sempre dalla tristezza. Nè le meravigliose opere della natura che nel passaggio degli Appennini mi si offrivano allo sguardo, le quali avrebbero occupato sì piacevolmente il mio animo in altra circostanza, questa volta hanno avuto alcuna forza a togliere la mia mente da un pensiero nel quale stava sempre fissa, cioè ch'io vi aveva lasciato non bene. Voi non potete certamente immaginare di quanto dolore mi sia stato cagione, e mi sia tuttora, questo pensiero; nè io potrei con parole significarlo. Almeno avessi la speranza che voi, prima di tornare a Recanati, veniste per qualche tempo a Bologna, ove l'opera del mio caro padre, e le cure amichevoli dell'affettuosa mia madre potessero esservi utili; ma temo, con ragione, che il destino vorrà impedirmi anche questa consolazione. I miei genitori vi hanno già scritto in questo proposito. Cedete ai prieghi dell'amicizia. Pensate che vi corre obbligo d'avere grande cura della vostra salute; giacchè non conservereste voi a voi solo; ma alla vostra famiglia, agli amici vostri più cari; alla nostra Italia. Addio addio con tutta l'anima.</p>
            <p>Mercoledì partiremo per Parma, e consegneremo la vostra lettera a Giordani. Quando arrivammo in Bologna egli era già partito. Quando vedrete la gentilissima signora Lenzoni, riveritela per parte nostra.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Rosini (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIOVANNI ROSINI</hi>
               </byline>
               <dateline>Pisa 5 Agosto 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>A. C. Dalla materia vi accorgerete la fatica che mi è costato questo maledetto capitolo. Addio. Se vedete Troya, salutatelo tanto: è brav'uomo.</p>
            <p>Non state a scrivere altro a Stella, perchè credo che mi accomoderò con Missiaglia.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Monaldo L. (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI MONALDO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <dateline>Recanati, 6 Agosto 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Giacomo. Alli 3 ho ricevuta la cara vostra delli 29 scaduto. Godo che stiate, se non benissimo, almeno passabilmente, e quanto si può con una estate insolita in questi climi, e godo ancora molto che codesti medici vi abbiano assicurato essere perfettamente sani li vostri intestini. Io l'ho ritenuto sempre, ma l'asserire de' professori deve meglio persuadervi, e la persuasione di essere sano è ottimo preservativo contro ogni male. Noi stiamo bene, ed io voglio attribuire alla stagione, e un poco agli affanni, la debolezza estrema che sento principalmente alle gambe, la quale però non apprezzo, e combatto valorosamente contro di essa. Spero che il fresco, il quale non dovrà tardare, me ne darà un po' di vittoria.</p>
            <p>Può essere che sianosi aperte le mie lettere a voi dirette, ma per grazia del Signore nessun mio scritto ha mai temuta la luce. Nulladimeno può essere che qui abbiamo riaperta la lettera per farci qualche aggiunta.</p>
            <p>Di mettere nella vostra <title>Crestomazia</title> qualche cosa di Broglio, lo scrissi per mio pensiero, e senza che esso lo immagini; sicchè tutto va bene. Addio, mio caro Figlio. Vi salutano gli Antici. Abbiatevi cura, e abbracciatemi come io vi abbraccio, e vi benedico con tutto il cuore. Vostro affezionatissimo Padre.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Rosini (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIOVANNI ROSINI</hi>
               </byline>
               <dateline>Pisa 8 Agosto 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>A. C. Il raffreddore fu forte, e convenne mandarlo via con l'oppio; ma è un certo medicamento che lascia sempre tracce di sè; <hi rend="italic">laonde</hi>, direbbe un cinquecentista, mi sento sempre la testa grave, e pigra a comporre. Ho però ieri terminato la prima limatura dell'<hi rend="italic">Amor Platonico</hi>, che va nel Capitolo seguente.</p>
            <p>Mi scrive la Carlotta Lenzoni che voi state poco bene: che avete? Salutatela, e ditele che ho ricevuto la sua, che verrò costà ai 15 di Settembre; e che la morte di Botta pare una ciarla. Salutate gli amici.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.F.Stella (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
               <dateline>Milano 9 Agosto 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico amatissimo. Son debitore di risposta alle care sue 1° e 29 dello scorso. Ho tardato a farlo, perchè voleva pur dirle che ho ricevuto il ms. della <title>Crestomazia</title>, che dopo replicate mie lettere non ho ricevuto che ieri, e ieri stesso l'ho mandato alla Censura, da cui il riavrò presto, e andrà subito sotto il torchio.</p>
            <p>La Prefazione che manca, la stenda pure come meglio crede, e me la mandi più presto che può. Non dubito che sarà di pienissimo mio genio. Amerei anche ch'Ella mettesse qualche dichiarazione nel frontespizio, com'è nella <title>Crestomazia prosaica</title>, vale a dire: <hi rend="italic">Cioè Scelta</hi>, ec., e infine <hi rend="italic">per cura del conte Giacomo Leopardi</hi>.</p>
            <p>Rispetto all'ortografia, Ella non dubiti che sarà seguita a puntino la sua.</p>
            <p>Mi sarà caro sapere come va il suo lavoro dell'<hi rend="italic">Enciclopedia</hi> o <title>Dizionario delle cose inutili</title>, e per quando può credere che sarà terminato. Domando questo stante il grave impegno mio per la <title>Bibbia di Vence</title>, della quale credo che a quest'ora Ella avrà già veduto l'annunzio. Per questa Bibbia conviene che per qualche anno abbandoni il peso pecuniario di qualunque altro lavoro letterario; ma non certamente il suddetto di Lei. E fu anche per questo che le mostrai desiderio che qualche suo facoltoso e colto amico fosse disposto a prender parte come capitalista in qualche grandiosa impresa letteraria di sicuro esito, la quale tenendo Lei occupata le fruttasse un premio degno di Lei. Non manchi di rispondermi su questo punto, che reputo importante, e che riguardando un bene per Lei, il riguardo come cosa mia propria. In conseguenza per tutto quello a cui io potrò coadiuvare, Ella mi troverà dispostissimo, cioè troverà sempre in me il suo vecchio cordialissimo amico e servo.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Mi sovviene che in una sua lettera che non ho qui sott'occhio, ma che aveva messa nel mio portafoglio da viaggio per risponderle a voce a Firenze, Ella mi fa qualche ricerca rispetto ai regolamenti di questa Censura in riguardo ai romanzi. Quelli in lingua straniera debbono andare a Vienna; gl'italiani possono venir qui licenziati, secondo il contenuto.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Rosini (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIOVANNI ROSINI</hi>
               </byline>
               <date>[Pisa, fra il 9 e il 17 Agosto 1828].</date>
            </opener>
            <p>A. C. Emmi venuta certa fantasia - di porre 4 o 5 pagine di <hi rend="italic">parlar contadinesco</hi>: e già son dietro a fare spogli sulla <hi rend="italic">Fiera</hi>, la <hi rend="italic">Tancia</hi>, e sul <hi rend="italic">Baldovini</hi>.</p>
            <p>Vedete l'unito: - Dopo l'apparizione della sera ai <hi rend="italic">Marmi</hi> (di cui si renderà ragione a suo luogo) la Barbara riparte la mattina dopo alle 8 per la sua campagna. Egidio alle 10 va un po' là a vedere che cosa è stato: e trova (cosa comunissima in Firenze) ch'erano giunti i muli col vino, che i lunedì vengono dal Chianti, da Pomino, e dai poggi intorno, per fornire le cantine dei Signori, dove si vende nella settimana. Là dimanda della Signora: e un contadino balordo, ma dritto pel suo interesse, gli dà tutte le notizie. - Credete che 5 o 6 pagine al più di <hi rend="italic">parlare come il Cecco da Varlungo</hi> possa star male? Ditemi il parer vostro.</p>
            <p>Mi dispiace che quel ritratto di MARCHESE autore del Poema, che dà sì ben da mangiare, sia troppo <hi rend="italic">vero</hi>: ma in fine è in natura. Addio. Salutate gli amici. - Osservate bene i versi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Rosini (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIOVANNI ROSINI</hi>
               </byline>
               <date>[Pisa, fra il 9 e il 17 Agosto 1828].</date>
            </opener>
            <p>A. Car.mo. Si ponga dunque Nencio in iscena, giacchè ci è la vostra approvazione; ma temo assai della riuscita, e per la cosa, e pel poco che ne so, e chieder consiglio a cotesti Barbassori non vorrei. Basta, lascerò la composizione senza stamparsi, e avremo tempo di meditarci.</p>
            <p>Vi mando il seguito e fine di tutto il Capitolo 17, con cui si termina il tomo 2°, che viene di ben 220 pagine.</p>
            <p>Ricordando quello che mi diceste in quaresima, voi vedete che non l'ho strozzato: e temo che il 3° tomo verrà maggiore; e vi sarebbe da farne un quarto ad averne voglia; ma 3 bastano. Addio. Salutate gli amici.</p>
            <p>Vedete a pag. 14, v. 3: è miracolo se passa alla revisione.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1828)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 11 Agosto 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Papà. Scrivo anche oggi per salutarla e darle, le mie nuove, benchè non abbia ricevuto sue lettere dopo quella de' 26 Luglio, alla quale risposi il 5 di questo, come anche non ho riscontro all'altra mia de' 29 Luglio.</p>
            <p>La mia salute è passabile, e si può dir buona, ogni volta che i dolori mi lasciano in pace. E questi ora sono divenuti meno frequenti. La loro causa è manifestamente una semplice debolezza d'intestini. Tommasini mi assicura che egli si prometterebbe di guarirmi quasi completamente di questo male e di tutti quelli che ne dipendono (compreso quello degli occhi), se io potessi stare per qualche tempo sotto la sua cura: ma questo per ora è impraticabile. Sono impaziente di ricevere le sue nuove, senza le quali non ho pace nè giorno nè notte. Le bacio la mano con tutto il cuore, l'abbraccio e la prego a benedire il suo Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Rosini (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIOVANNI ROSINI</hi>
               </byline>
               <dateline>Pisa 18 Agosto 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>A. Car.mo. Vedete queste pagine 21 a 36 giacchè da 1 a 20 contengono il parlar contadinesco, e non sono anco all'ordine. Vi manderò tutto nella settimana. Il caso del <foreign lang="lat">Nec Deus intersit</foreign> viene nel Capitolo XX, in cui sfido il Diavolo a uscirne, senza porre, come mi propongo, una <hi rend="italic">lacuna</hi> del ms. Geltrude dovrà andare al Lazzeretto appestata. Si dovrà confessare? e <hi rend="italic">come</hi>? Speriamo che nasca il pensiero d'un compenso.</p>
            <p>Addio. Datemi le nuove di vostra salute.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1828)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 19 Agosto 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Papà. Ebbi la carissima sua de' 6. Mi lusingo ancor io, anzi voglio credere costantemente, che la debolezza ch'Ella soffre alle gambe sia mal di stagione. Io medesimo in quest'anno l'ho provata e la provo spesso, e non ero solito a patirne: ho sentito lamentarsene anche altri. Qui il caldo da più di un mese è moderato, anzi spesso abbiamo de' freschi molto sensibili: continua però sempre la straordinaria serenità e siccità dagli ultimi di Maggio in poi. La mia salute, grazie a Dio, è tollerabile, malgrado la grande difficoltà della digestione, cagionata dalla debolezza degl'intestini, che forse il freddo renderà un poco minore. Saluto caramente tutti gli Antici, ed abbraccio i fratelli. A Lei ed alla Mamma bacio la mano, e domando la benedizione.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.F.Stella (1828)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO FORTUNATO STELLA - MILANO.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 19 Agosto 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico amatissimo. Alla carissima sua ultima, 9 del corrente. Avrei stesa già la prefazione della Crestomazia poetica, se non me lo avesse impedito un forte attacco del mio solito male d'infiammazione agl'intestini, il quale mi ha resa finora impossibile ogni seria applicazione di mente. Mi darò tutta la premura di stenderla subito che la mia povera testa potrà tornare senza pericolo alle sue funzioni: spero che sarà tosto. Intanto ella vegga se la contenta il titolo che le accludo.</p>
            <p>Mancando ancora all'<hi rend="italic">Enciclopedia delle cognizioni inutili e delle cose che non si sanno</hi> una buona parte di lavoro (non per li materiali ma per lo stile), veggo assai bene che non potrò condurla a fine senza impiegare in questa fatica tutto l'inverno prossimo, giacchè l'inverno è la sola stagione in cui la mia salute mi permette un lavoro abbastanza assiduo. Sarebbe indiscreto il domandare che i suoi sborsi mensili mi fossero continuati fino a quell'epoca, ed io ne sono ben lontano. Bensì la necessità mi costringe a supplicarla di volere ordinare che i medesimi mi sieno continuati fino a tutto quest'anno, o almeno a tutto Novembre prossimo, nel qual tempo io potrò intraprendere il lungo viaggio che si richiede per tornare di qui a casa mia. Stante il continuo pericolo di riscaldazione e d'infiammazione a cui sono soggetto, il quale pericolo mi diventa gravissimo nel viaggiare, io non potrei effettuare al presente quel viaggio (come farei subito se potessi), e dovrò aspettare il freddo. Dalla suddetta epoca in poi cesseranno i suoi sborsi mensili, e le nostre relazioni pecuniarie; senza ch'io rinunzi però al diritto di continuare a servirla sempre nell'avvenire, tanto in materie letterarie, quanto in ogni altra cosa, secondo il mio poco potere. Intanto ella accetti le mie nuove proteste di riconoscenza ai favori che ho ricevuti da Lei fin qui: mi riverisca la sua amabile famiglia, e mi creda costantemente suo gratissimo e cordialissimo amico e servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>[Piacenza] 20 Agosto [1828].</date>
            </opener>
            <p>Mio caro. Ho ricevuta in Piacenza, e però tardi, la tua 29 luglio; della quale e devo e voglio ringraziarti infinitamente. Mi duole che la tua salute non sia perfetta: mi spiace che non ti contenti il soggiorno di Firenze; perchè prevedo, che non ritenuto da nessun diletto, ti allontanerai da me. Almeno non sia così presto, ch'io non possa rivederti ed abbracciarti. Vedo che dovrò fermarmi qui più di quello che avrei creduto; dovrò ritornare a Guastalla; fermarmi in Parma, fermarmi in Bologna: ma con tutto ciò spero essere in Firenze circa a mezzo ottobre. Dunque non mi scappare, caro Giacomino: aspetta che io possa consolarmi di rivederti, e parlare con te. Sono stato contento assai di Bologna e di Parma, secondo il solito: ma più del solito di Piacenza. La piccola congregazione che io amo tanto, è prosperevole, e mi ha data molta consolazione: confesso che mi rincrescerà doverla lasciare. Abbraccia affettuosamente il nostro caro Vieusseux (te lo raccomando), e pregalo di mandare tutto il <hi rend="italic">Giornale Agrario</hi> (sin dal suo principio) <hi rend="italic">al Presidente della Società di lettura in Piacenza</hi>; indicando il prezzo, e a chi pagarlo, e dove. Pregalo ancora di far avere i miei saluti al caro Lapo, al bravo Lambruschini, e al Signor Michele. Io prego te di salutarmi con affetto Montani e Forti: affettuosamente li ringrazio dei begli articoli del giugno, che mi hanno dato gran piacere. Bravo Forti, con quelle sue <hi rend="italic">oneste malizie</hi>. Anche Salvi con quell'asino arrogante di Landoni ha fatto bene. Moltissimo parlai di te con Brighenti, e molto col raro e prezioso Dodici, che ti manda cordiali saluti. Oh egli è ben degno di stimarti ed amarti. Io ripeto i più cordiali saluti a Vieusseux, Montani, Forti: ricordatevi, care anime, qualche volta del povero Giordani quando vi trovate insieme a prendere il buon caffè, e mescere bei discorsi; dei quali ho tanta voglia di godere ancora. Di' a Montani che il Confalonieri commissario di polizia in Cremona (hollo per caso veduto qui) mi ha raccomandato di salutarlo da sua parte. Giacomino caro, sai come io ti venero e ti amo; non ti pentire nè ti stancare di voler bene a chi ti ama tanto. Addio addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Rosini (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIOVANNI ROSINI</hi>
               </byline>
               <dateline>Pisa 20 Agosto 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>A. C. Dite benissimo: il <hi rend="italic">più</hi> chiama il <hi rend="italic">che</hi>, o il <hi rend="italic">di</hi>: era stata una svista. Che vi pare della Compagnia della <hi rend="italic">Morte</hi>? Il <hi rend="italic">Marco</hi> di stasera credo che viva ancora: e ci dava il danaro a usura quando eravamo ragazzi, <hi rend="italic">in fiera</hi>, cioè 5 per cento a trimestre. Del resto galantuomo, e tal quale l'ho dipinto. Abitava in via del Pepe a un terzo piano. Se ci passate alzate il capo, e vedrete la Loggia. Addio. Godo che stiate meglio. Son andato ieri a veder Poerio, che vi saluta.</p>
            <p>Non badate agli errori di stampa.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Rosini (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIOVANNI ROSINI</hi>
               </byline>
               <date>[Pisa] Mercoledì [fra il 21 e il 24 Agosto 1828].</date>
            </opener>
            <p>A. Car.mo. A Poerio qui, non ho creduto di poter fare un mistero del <hi rend="italic">Libro</hi>: egli mi scrive, che lo ha letto tutto d'un fiato (e questo mi basta), ma poi mi aggiunge che gli pare che <hi rend="italic">l'interesse</hi> per Geltrude sia <hi rend="italic">alquanto diminuito dai troppi particolari intorno alle relazioni, o facezie degli Artisti di que' tempi</hi>. Il giudizio d'un tanto uomo mi sgomenterebbe, se questi particolari lo avessero annoiato. Io gli ho risposto: 1°. Che doveva dipingere i tempi. 2°. Che in quelle facezie si contengono molte lezioni di morale. 3°. Che per una via o per l'altra conveniva giungere al 1630. 4°. Che l'interesse (o io m'inganno d'assai) o sarà anche troppo al 3° tomo; giacchè mi fa rincrescimento a me stesso, or che lo ripongo all'ordine. L'incontro di Geltrude colla Barbara al Lazzeretto mi pare che sia sì tremendo, che degenererebbe in orrore se io nol facessi breve.</p>
            <p>Spero di mandarvelo lunedì. Stasera avete il seguito del Capitolo XX. Addio. - Dimane vado a veder Poerio. Salutate.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Rosini (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIOVANNI ROSINI</hi>
               </byline>
               <date>[Pisa, fra il 21 e il 24 Agosto 1828].</date>
            </opener>
            <p>A. C. Saluterò il Carmignani quando tornerà. - Ho una voglia di aggiungere il parallelo breve della peste di Firenze e di quella d'Atene; ma ho osservato che tra Lucrezio e Tucidide è qualche discrepanza, se pure il primo non ha abbellito per comodo di poesia.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.F.Stella (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
               <dateline>Milano 23 Agosto 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>In seno alla grata sua del 19 ho trovato il titolo della <title>Crestomazia</title>, il qual va bene. Mi sarà cara assai anche la prefazione, purchè per questa Ella nulla debba soffrire.</p>
            <p>In quanto all'<title>Enciclopedia delle cognizioni inutili</title> ec. desidero ch'Ella possa mandarla a termine nel prossimo inverno; e questo assai più perchè mi proverà che le forze sue mentali e fisiche le servono, che pel mio proprio interesse.</p>
            <p>Circa agli sborsi mensili, continueranno per certo a tutto dicembre; e ben vorrei che continuassero sempre, come il bisogno del mio cuore il richiederebbe.</p>
            <p>Io non dubito ch'Ella continuerà a riguardarmi collo stesso amore, come io puro sarò sempre il suo cordialissimo amico e servitore.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - La preveniamo che la stampa della sua <title>Crestomazia poetica</title> è presso che al suo termine.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Rosini (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIOVANNI ROSINI</hi>
               </byline>
               <dateline>Pisa 24 Agosto 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>A. Car.mo. Cominciano le triste cose. Osservate all'andamento della narrazione, e ditemi se vi ci pare strozzatura, lo che non vorrei. - Appena ho terminato di porre al pulito i Capitoli 21, 22, 23, me ne vengo costà col 24 e 25, che voglio meditar lungamente. Giusta la vostra osservazione sul "negare" e "ricusare". Salutate gli amici.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Monaldo L. (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI MONALDO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <dateline>Recanati, 26 Agosto 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Caro Giacomo. Avanti ieri ricevetti regolarmente la cara vostra delli 19; ma vedo che le mie vi giungono assai ritardate, perchè ancora non avevate ricevuto quella degli 11. Di questo corso postale tanto complicato ancora non si può pigliare il filo. Qui altre acque con grosse grandini, che non ci sono toccate, hanno minorati gli ardori. Noi stiamo bene, e rapporto a Carlo niente di nuovo. Ventiquattro anni addietro la nostra casa in questo giorno era in festa per il battesimo del caro Luigi nato nel giorno precedente. Questa ricordanza riscosse da me tutto ieri un pianto più abbondante del solito, ed oggi pagherò all'amato Figlio lo stesso tributo. Voi ricordatevi di lui e di me. Addio, Giacomo mio. Iddio vi benedica, e vi conservi all'amore e al conforto del vostro affezionatissimo Padre.</p>
            <p>Se conoscete una <hi rend="italic">Geografia</hi> breve e chiara, adattata per darne un'idea a Pietruccio, indicatemela, ovvero portatela con voi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1828)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 26 Agosto 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Papà. Le scrissi il giorno 19. Con questo ordinario aspetto le sue notizie. Desidero che il fresco, che qui si è fatto sentire molto bene, sia arrivato costì ancora, ed abbia giovato alla sua salute. Io sto nè bene, nè posso dir male: passeggio molto, e proccuro di non pensare agl'incomodi. Qui si parla di un buon aumento del prezzo dei grani, che ha luogo in tutta la Toscana. Vorrei che anche la Marca lo risentisse. Le altre raccolte qui sono state scarsissime, per mancanza di pioggia.</p>
            <p>Saluti tutti per me: abbracci e benedica il suo Giacomo, che sta contando i giorni e le ore per impazienza di rivederla.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1828)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 28 Agosto 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Papà. Ier l'altro ricevetti la cara sua degli 11 ritardata per l'infame negligenza di questa posta, e unitamente all'altra dei 19. Le notizie ch'Ella mi dà, mi hanno colpito straordinariamente; e in mezzo all'angustia in cui mi trovo, non posso a meno di non dolermi affettuosamente ancora di Lei, che mi abbia celato questa cosa fino a quest'ora, come se io non fossi parte interessantissima nell'affare, per l'indicibile sollecitudine che ho d'ogni cosa loro. In questa mia lontananza, che mi riesce sempre più amara, non posso dir nulla di preciso sopra tal materia: solamente posso assicurarla che, conoscendo Carlo intimissimamente e meglio che verun altro al mondo, per aver diviso la vita con lui durante 26 anni interi, io credo anzi so di certissimo, che il suo cuore e il suo carattere sono talmente buoni, che senza una forza soprannaturale, è impossibile che diventino cattivi. E però tengo fermamente per impossibile che Carlo riflettutamente, e in cosa grave, si riduca a mancare al dovere verso lei e la Mamma, e a dar loro un terribile disgusto. Io resterò loro certamente sempre finchè vivo; e morrò per loro, se bisogna: ma mi creda, mio caro Papà, che indubitatamente Ella non perderà neanche Carlo, qualunque sieno le apparenze presenti, e i progetti che egli possa volgere in mente. Ho dubitato molto se fosse a proposito ch'io gli scrivessi: il mio cuore mi ha costretto a farlo, non per urtar la cosa di fronte, ma per mettermi in relazione con lui sopra questo affare, del quale egli non mi ha mai scritto, nè fatto scrivere nè dire una sola parola.</p>
            <p>Dio vede, caro Papà mio, quanto compatisco Lei e la Mamma di questa nuova afflizione. Oh se potessi già trovarmi con loro! La ringrazio tanto della premura circa la camera; ma credo che combineremo meglio in presenza, e credo ancora che potrò prendere un metodo di vita meno incomodo dell'altra volta. Intanto Ella abbia cura alla sua salute, e non si dia troppa pena di questa cosa, della quale ho certa speranza che non debba riuscire a cattivo fine. Della mia salute le scrissi l'ordinario passato: ora un po' di flussion d'occhi m'impedisce di scriver più a lungo, come vorrei; ma è piccola cosa. Mi abbracci, caro Papà, mi aspetti, e si ricordi di avere in me un tenerissimo figlio. Mi tenga informato, la prego, di ogni nuova particolarità,</p>
         </div1>
         <div1 n="A Carlo L. (1828)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 28 Agosto 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Carluccio mio. Tu mi scandalizzi proprio a non scrivermi niente della tua situazione attuale. Come può essere che tu non pensi più a chi t'ama con amor di sogno, e spesso piange per tenerezza pensando a te? Se tu credi ch'io possa darmi pace della tua dimenticanza, e viver tranquillo, t'inganni di molto; e se non mi scrivi, io starò male davvero, come già mi sento male per l'agitazione che mi produce il tuo silenzio in questa circostanza. Io ho bisogno che tu ti sfoghi con me, e che mi usi quella confidenza che io userei teco in ogni mia passione, chè certo tu saresti il primo, e forse il solo, che io n'informerei. Dio sa quanto ti compatisco, e tu sai ch'io t'amo più che la vita; certamente lo sai meglio che qualunque altra cosa del mondo. Vorrei scriverti molte più cose, ma gli occhi me l'impediscono. Verrò subito che potrò: ma intanto non posso stare senza relazione con te: quando anche fosse possibile che tu mi dimenticassi, tu saresti in eterno la cima d'ogni amor mio. Più ci penso, e più mi par impossibile che tu non mi abbi scritto.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Rosini (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIOVANNI ROSINI</hi>
               </byline>
               <dateline>Pisa 1 Settembre [1828].</dateline>
            </opener>
            <p>A. Car.mo. Eccovi il <hi rend="italic">Villano</hi>, e porzione del seguito del Cap. 21. Osservate bene il primo: io ne ho preso il carattere da un componimento ch'è nelle Note del Marrini al <hi rend="italic">Cecco da Varlungo</hi>. Io vorrei, oggi o dimane, o dimanlaltro a otto, venir costà; ma non verrò senz'aver lasciato tutto il ms. all'ordine. Addio. - Ho convertito la <hi rend="italic">t</hi> sempre in <hi rend="italic">h</hi> come fanno i contadini - <hi rend="italic">fahe, andahe</hi> etc., - e ho scelto i vocaboli dai <hi rend="italic">Rusticali</hi>. Se ci è cosa che non vi paia, avvertite senza misericordia, onde non si abbia a dire:
<quote rend="block">
                  <lg>
                     <l>"Qui giace morto un libro abborracciato,</l>
                     <l>Che di due tomi diventò di tre.</l>
                     <l>Vuoi saperne il perchè?</l>
                     <l>Ebbe in sorte un Censor troppo garbato".</l>
                  </lg>
               </quote>
            </p>
            <p>Addio, vi abbraccio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Rosini (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIOVANNI ROSINI</hi>
               </byline>
               <dateline>Pisa 3 Settembre 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>A. C. Se voi mi approvate il Contadino, lo stampo senza cercar altri di cotesti Signori del Buratto. Del resto è breve: e se il libro incontra, e che si debba ristampare, si potrà correggere: se non incontra, buona notte.</p>
            <p>Osservate alle pag. 26-27 la narrazione della Madre; ho usato, come vedrete, le frasi più semplici, onde produrre l'effetto colla cosa, e non colle parole. Ditemi se l'approvate. Ho posto oggi all'ordine il ms. del 22; e dimane o dimanlaltro spero uscire dal 23. Indi, se Poerio non me lo impedisce, vengo costà. Addio. Salutate gli amici.</p>
            <p>Credo che a giorni torni la Lauretta.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Rosini (1828)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIOVANNI ROSINI - PISA.</hi>
               </salute>
               <date>[3 Settembre 1828].</date>
            </opener>
            <p>... Cap. 21, p. 18 stampata sarebbe.</p>
            <p>Il Capitolo del Villano a' miei orecchi par bello e buono. Questo è quanto posso dire, perchè del resto non ho trattato gran fatto con villani di Toscana, nè avuta occasione nè ragione di fare studio del loro dialetto nei libri. Ma credo che tutti quelli che in quanto a questo particolare si trovano nel caso mio (e saranno quasi tutti i lettori) resteranno egualmente contenti del vostro capitolo...</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1828)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 4 Settembre 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Papà. Ricevo la carissima sua de' 26 Agosto. A quest'ora Ella avrà la mia de' 28, che risponde finalmente alle sue degli 11 e dei 19. Ringrazio Iddio di sentire che la loro salute sia buona: anche la mia in questi ultimi giorni è tale ch'io non posso lagnarmene; mi resta solo l'impossibilità di applicare; che è per me una gran pena, com'Ella immagina. La sua compagnia mi terrà luogo de' libri, quando io sarò costì, se a Dio piace. M'informerò della geografia più adattata all'uso di Pietruccio. Le bacio la mano, e, abbracciandola e chiedendole la benedizione, mi ripeto con tutta l'anima suo affettuosissimo figlio.</p>
            <p>Dell'affare di Carlo la prego a tenermi informato sempre minutamente.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Maestri (1828)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ADELAIDE MAESTRI - [PARMA].</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 4 Settembre 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Mia cara Adelaide. Io sto di salute assai meglio; i dolori pare che sieno cessati. Fino dai primi di agosto ho cambiato alloggio: abito in Via del Fosso, da Piazza Santa Croce, n. 401. Alla Mamma, che mi scrisse affettuosamente da Bologna, risposi subito. Salutatela carissimamente per me, riveritemi l'Avvocato, e parlatemi della salute e dello stato vostro: non ve ne dimenticate. Addio, addio. Il vostro Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Carlo L. (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>[Recanati] 4 Settembre 1828.</date>
            </opener>
            <p>Sfogarmi? Non sarebbe tanto misero l'uomo se all'età mia potesse ancora sfogarsi. Davvero, tu conosci ancora questa parola? Quanto a me posso assicurarti che il mio cuore è come una bottiglia otturata; puoi rovesciarla quanto vuoi, resta sempre piena. Hai ragione di lagnarti che non t'ho scritto nulla, hai ragione: ma chi credi che sia più io? Quello di una volta? oibò, sono stato tagliato a pezzetti. Vivo la vita non so di chi, non è certo quella di Carlo ch'io vivo. Basta: se il mondo è questo per tutti, non v'è altro che passar via silenziosi sotto le cappe di piombo, come i dannati di Dante.</p>
            <p>Sfogarsi! lamentarsi! E che so io se tu hai conosciuta l'infelicità come me? Se no, a che serve il lamento? A ottener la compassione? Cosa utile davvero! Non v'è che il trattenimento fra due che abbian veduta la stessa visione orribile; questo solo merita d'esser fatto. Una volta forse parleremo, ma ancora è troppo presto. Lasciami prima giunger bene a credere che il passato è vero. Quanto al resto, vieni e vedrai. Troverai quel che rimane di me tutto tuo, e ne farai quel che ti piacerà. Addio; amami.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Rosini (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIOVANNI ROSINI</hi>
               </byline>
               <dateline>Pisa 5 Settembre 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>A. C. Eccovi il seguito, anzi la fine della <hi rend="italic">Quarantina</hi>. Ditemi quel che vi pare dell'Ombra della Monaca uccisa, che le pare comparirle avanti.</p>
            <p>Il Poerio seguita a dirmi che gli ci pare troppo comico - già <foreign lang="lat">Tres mihi convivae</foreign> - e così sarà sempre.</p>
            <p>La Vaccà è in campagna: la Lauretta si aspetta a giorni.</p>
            <p>Salutate gli amici.</p>
         </div1>
         <div1 n="A M.Missirini (1828)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MELCHIORRE MISSIRINI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 9 Settembre 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Chiarissimo Signore. Ricevo da Madama Lenzoni il bel regalo di cui Ella mi ha voluto onorare. La ringrazio caramente e della memoria affettuosa che serba di me, e de' suoi versi belli e forti veramente, i quali ho letti e riletti con piacer grande. Delle lodi che m'attribuisce, non la ringrazio, perchè in buona coscienza non posso accettarle. Spero che Ella non si meraviglierà ch'io non le risponda in versi: oltre che il mio animo da gran tempo è in una disposizione impoetica del tutto, lo stato della mia salute è tale, che non mi lascia applicare la mente a nessun pensiero serio. Circa alla questione propostami, io credo per verità che il secolo abbia gran torto di sprezzare e trascurare, come fa, la letteratura amena: ma ogni secolo ha i suoi peccati; e il nostro ha, con molti altri, anche questo; nè mi par verisimile che egli se ne penta; anzi se ho a dire il mio parere, credo che questo difetto sia per propagarsi anche alle generazioni future. Certamente <hi rend="italic">si Pergama dextra defendi possent</hi>, se la virtù e il valore dei letterati potessero tornare in onore le lettere, Ella avrebbe non piccola parte in questo effetto.</p>
            <p>Faccia riverenza a mio nome, la prego, a Monsignore Mai; e mi ricordi anche, se le piace, a Madama Orfei e all'Abate Canova. Mi conservi la sua benevolenza, e mi adoperi in ogni cosa che io possa. Suo devotissimo e gratissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Rosini (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIOVANNI ROSINI</hi>
               </byline>
               <date>[Pisa] mercoledì [10 Settembre 1828].</date>
            </opener>
            <p>Amico Cariss. Si ponga dunque Nencio in scena, giacchè ci è la vostra approvazione; ma temo assai della riuscita, e per la cosa, e pel poco che ne so, e chieder consiglio a cotesti barbassori non vorrei. Basta, lascerò la composizione senza stamparsi e avremo tempo di meditarci.</p>
            <p>Vi mando il seguito e fine di tutto il capitolo 17, con cui si termina il tomo 2°, che viene di ben 320 pagine. Ricordando quello che mi diceste in quaresima, voi vedete bene che non l'ho strozzato; e temo che il 3° tomo verrà maggiore; e ci sarebbe da farne un quarto, ad averne voglia, ma 3 bastano.</p>
            <p>Addio. Salutate gli amici. Vostro G.R.</p>
            <p>Vedete a pag. 14, v. 3, è miracolo se passa alla revisione.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1828)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 11 Settembre 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Papà. Ho ricevuta la cara sua de' 31 Agosto. Certamente il modo con cui si è proceduto e si procede verso di Lei e della Mamma, tentando di rapir loro Carlo per viva forza, è un modo che nessuno potrà scusare, e che io sarei stato sempre lontanissimo dal credere che potesse essere usato da tali persone. Carlo non mi risponde ancora: forse non ha ricevuta la mia lettera, o gli sarà stata ritardata dalla posta: io aspetto la sua risposta con impazienza. Del resto sono sempre certissimo che egli non verrà mai ad un passo decisivo senza il loro consenso: nessuna cosa del mondo mi potrebbe persuadere del contrario, se non quando vedessi il fatto. Solo mi passa per la mente un'immaginazione, che in questa lontananza non lascia di turbarmi: ed è che Carlo vedendosi stretto dalla sua promessa per una parte, e per l'altra dal suo dovere verso di loro, non fosse strascinato dall'entusiasmo e dalla disperazione a concepire qualche risoluzione funesta contro se stesso. Il carattere fermo di Carlo, che io conosco benissimo, dà luogo a questo dubbio, che io non posso a meno di comunicare a Lei, perchè essendo in presenza, Ella osservi gli andamenti di Carlo con questa mira. Non posso esprimerle quanto questa immaginazione che mi viene ora (e che sarà forse un sogno), mi travagli e mi faccia sudare; massimamente considerato l'assoluto silenzio di Carlo verso di me.</p>
            <p>Quanto alle camere, mi par difficile di potermi determinare senza essere sul luogo, e però non vorrei che Ella facesse per ora alcuna mutazione. Intanto la ringrazio con tutto il cuore della sua bontà. La mia salute è passabile. Le bacio la mano coll'anima. Il suo Giacomo</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Rosini (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIOVANNI ROSINI</hi>
               </byline>
               <date>[Pisa] 12 Settembre 1828.</date>
            </opener>
            <p>Io sono come i Barberi al Canapo. Non posso venir costà se Poerio non mi dà la via. - Intanto vi mando la fine del Capitolo 22, e nella prossima tutto il 23. Il 24 e il 25 poi staranno un pezzo sul cantiere. Salutate gli amici.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Il Carattere dell'Inquisitore di Firenze è vero: è lo stesso che trattò umanamente il Galileo, e n'ebbe le busse.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Maestri (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ADELAIDE MAESTRI</hi>
               </byline>
               <dateline>Parma 14 Settembre [1828].</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Leopardi. Neppur io sarei stata tanto tempo senza scrivervi se una dolorosa circostanza non me lo avesse impedito. Appena arrivata a Parma, Ferdinando ammalò di una neurite ad un braccio con febbre gagliarda e spasimo, e non sono che pochi giorni che può alzarsi. Lascio pensare a voi quale sia stata la condizione dell'animo mio. Ora sta meglio; vi saluta caramente, e vi ringrazia con me e la mamma delle vostre premure e dell'affetto che ci mostrate nella carissima vostra dei 4 settembre; alla quale ho tardato alcuni giorni a rispondere per aspettare l'ordinario di ieri, sperando pure di potervi dare qualche notizia recente e certa intorno all'affare di cui mi avete scritto. Ma tanto in questa lettera che abbiamo ricevuta dal mio caro padre, quanto nell'altra, Egli non ce ne parla. In quella ci avvisava solamente che partiva per Marignano, al di là di Rimino, chiamato per un consulto; in questa, la quale ci viene appunto da Marignano, ci dà ottime nuove della sua salute, e ci dice che da Bologna, ove dovrebbe essere arrivato oggi, ci potrà dire il giorno preciso del suo ritorno in Parma. Il suo silenzio, in questo caso, e l'ottimo umore col quale ci scrive, ci fanno pensar bene. Tuttavia se Egli non ritorna sollecitamente, noi siamo determinati di partir tutti per Bologna. Voi mi chiedete che cosa ne pensiamo, e come si trovi il nostro animo. Pensiamo che non avendo il papà assolutamente nulla di che poter essere tacciato dal governo, la cosa dovrà finir bene e brevemente. Del resto non saprei con quali termini esprimervi lo stato dell'animo nostro, del quale conoscerete appieno gli affetti se voi, nostro amicissimo, interrogherete il vostro. Oh mio Leopardi, in quali tempi viviamo! Solamente i tristi e i malvagi possono lusingarsi di ottenere ogni prospera fortuna: i buoni, devono d'ora in ora aspettarsi le persecuzioni, le tribolazioni, gli affanni. E qui ho anche in particolare considerazione la perdita che voi, mio buon amico, faceste di un fratello. Avrei pur voluto passare in silenzio questo doloroso avvenimento, che ha grandemente afflitti tutti noi, affine di non inasprire colle mie parole la ferita dell'animo vostro, ma io temeva il sospetto di una brutta dimenticanza. Comunichiamoci, egregio Amico, le nostre sventure; giacchè nullo rimedio io trovo migliore di siffatta comunicazione.</p>
            <p>La mia salute è buona, cosa appena credibile nelle mie circostanze, alle quali si è aggiunto un incomodo di salute della cara mamà, che quantunque non grave è durato diversi giorni. Continuatemi le buone notizie di voi, e la pregevole e sempre cara vostra amicizia. Non vi dimenticate di dire tante cose alla Sig.a Lenzoni e a Piccolo per conto nostro. Addio, addio con tutta l'anima.</p>
            <p>La mamma vi saluta carissimamente, come fa Ferdinando, e vi scriverà ben presto.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Carlo L. (1828)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze, 18 Settembre 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Carluccio mio. Purchè tu mi conservi te stesso, e quel tuo cuore, che, come quello di tutti gli uomini nati grandi, è sempre fanciullo, io non ti domando altro; e se il comunicarti con me per lettera ti dà pena, io son ben lontano dal pretenderlo. Forse ancor io, nel tuo stato, proverei ripugnanza a mettere in carta i miei sentimenti. Intanto voglimi bene, e tienimi per quello che ti ha amato e ti ama più che qualunque persona che sia mai nata o che possa nascere. Io verrò subito che potrò, e verrei ora; ma sono costretto ad aspettare il freddo perchè sai che in viaggio, la cosa che io temo e che sono obbligato ad evitare soprattutto, è la riscaldazione, a cui sono soggettissimo: e per questo pericolo, debbo anche astenermi da piccoli viaggetti di poche miglia qui ne' contorni, i quali farei con buone compagnie che m'invitano. Già sai che ho rinunziato spontaneamente al piacere di vivere in città grande, e di trovarmi tra molti buoni amici, per tornare a star con te, che mi sei sinonimo di vita. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Rosini (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIOVANNI ROSINI</hi>
               </byline>
               <dateline>Pisa 18 Settembre 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>A. Car.mo. "Così di parte in parte alto parlando", dice Dante. Così di Capitolo in Capitolo, eccoci al termine: e dico al termine, perchè quando sono arrestati i protagonisti, poco manca al fine dell'azione. Or che direte che ne ho già <hi rend="italic">un Altro</hi> in mente? e di ben maggiore interesse! Parleremo. Addio. Salutate gli amici.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1828)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 18 Settembre [1828].</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Papà. Rispondo alla cara sua dei, 7. Una lettera di Carlo che ho ricevuta, mi ha racquietato circa il dubbio di cui le parlai nell'ultima mia. Benchè egli non si risolva ad entrare in comunicazioni con me per iscritto, nondimeno qualche sua espressione mi conferma nella certezza che egli non farà mai cosa contraria ai principali doveri verso di lei e della Mamma; la quale io prego con tutto il cuore a non affliggersi, o almeno a darsi la minor pena possibile di questo affare, che io confido che sia per riuscire, se non a lieto fine, almeno a un fine non dispiacevole.</p>
            <p>La mia salute è passabile, eccetto la solita estrema sensibilità ed irritabilità d'ogni sorta, la quale non posso vincere coll'esercizio (benchè questo per il momento mi sia sempre giovevolissimo), e mi obbliga ad avermi una cura eccessiva, minuta e penosa.</p>
            <p>Se troverò la musica di cui Pietruccio mi scrive per Mariuccia Antici, la porterò con me.</p>
            <p>Caro Papà, le bacio la mano con tutto il cuore, e si raccomanda all'amor suo il suo Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Rosini (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIOVANNI ROSINI</hi>
               </byline>
               <dateline>Pisa 19 Settembre 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>A. C. Poerio è partito oggi per Lucca, e vi saluta; e vi saluta la Parra, che è tornata, e vi aspetta pel verno. E io quando verrò costà? Ho gran timore di restar colla volontà e il desiderio, giacchè non è peranco finita la Scrittura Legale. Addio.</p>
            <p>Se vedete Gino, fatemi la grazia di chiederli a qual famiglia Capponi apparteneva <hi rend="italic">Luigi</hi>, marito di Luisa Strozzi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Rosini (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIOVANNI ROSINI</hi>
               </byline>
               <dateline>Pisa 22 Settembre 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>A. Car.mo. M'avete dato una dispiacevol notizia: dunque a Recanati? Questa mi farà decidere a venir costà per rivedervi, quantunque me ne fosse passata la voglia. - Lascio terminato prima tutto il 23 capitolo; e porterò meco lo sbozzo del 24 e 25; e così sarà fatto il gran salto mortale. Mi duole che sia stata colpa di P. o di La M.e. Tutti lo sanno, e quindi si prepara l'inimicizia; e perciò ho fermamente deciso di non pubblicarlo in Italia finchè non sia pubblicato a Parigi. - Il Traduttore è abile assai, e già al terzo Capitolo ha fatto pochissimi errori. Io poi vi passerò tutto il tirato, acciò rileggiate e vediate se fosse passato qualche <hi rend="italic">grosso</hi> granchio, chè pei piccoli non è possibile evitarli. Addio. Vi scriverò quando vengo; ed ho intenzione di smontar costì alla Fontana. La Lauretta vi saluta.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1828)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 25 Settembre 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Papà. Avrà ricevuta a quest'ora la mia de' 18. Quel <hi rend="italic">ma</hi> della cara sua de' 14 non saprei che cosa volesse significare, se non forse che Ella avesse concepito qualche dubbio della mia volontà di tornar con Lei. Ma Ella si accerti pure che quando anche il mio desiderio non mi spingesse continuamente costà, io sarei ben lontano dal cercar pretesti per mancare ad una promessa fatta. Aggiungerò poi, che già a quest'ora sarei partito, se il partire dipendesse dalla mia volontà; ma aspetto, com'Ella vede, il freddo, perchè l'esperienza mi ha dimostrato che il caldo è il maggiore e più pericoloso nemico che io abbia nel viaggio. Il freddo mi fa patire, ma mi è necessario per evitare le riscaldazioni che il viaggio mi cagiona con una facilità incredibile. Questa enorme soggezione mi ha impedito in tutto questo tempo di far de' piccoli viaggetti per queste bellissime città di Toscana, che mi avrebbero divertito moltissimo. Sono stato immobile a Firenze, immobile a Pisa, senza neanche veder Livorno nè Lucca, città distanti da Pisa due ore. Ho risoluto di venire a Recanati direttamente (viaggio di 6 giorni), fermandomi solo un poco a Perugia per riposare. Intanto il mio desiderio, anzi impazienza, di rivederla, non solo non è minore di prima, ma cresce ogni giorno. Le bacio la mano con tutto il cuore: mi ami, mi benedica, e mi aspetti. Il suo Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Tommasini (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIETTA TOMMASINI</hi>
               </byline>
               <dateline>Bologna 28 Settembre 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Caro Leopardi. Sono arrivata a Bologna, donde partirò presto per un viaggetto, di cui è principale cagione il desiderio di restituire al mio Maestri quella salute che ha perduta da qualche tempo, come avete inteso da una lettera dell'Adelaide. La detta malattia e alcuni miei incomodi di salute mi hanno tolto il piacere di trattenermi con voi prima d'ora, come anche richiedeva la vostra cara lettera, e le cose che in essa mi erano significate. Voi mi conoscete troppo per non immaginarvi quanta pena mi abbia arrecata la disgrazia avvenuta nella vostra famiglia, di che pure vi ha parlato la detta lettera di mia figlia. Caro amico, pare veramente che noi siamo al mondo per istrascinarvi una vita misera e dolorosa. Scriviamoci spesso, perciocchè non trovo rimedio migliore ai mali morali, quanto il versarli in seno dell'amicizia. L'infausta nube, che erasi sollevata sopra la mia casa, è dissipata interamente. Di che non credo potervi dare notizia più da voi desiderata, il quale avete presa tanta parte ai nostri dispiaceri. Ditemi della vostra salute, della quale mi auguro bene, poichè non avete mandato la relazione tra noi intesa a mio marito. Sarò ben felice, se il mio presagio non è fallace. Debbo lusingarmi? è egli vero che voi possiate passare a Bologna? Oh come ne sarei contenta! La voce ne è qui sparsa. Desidero che a posta corrente, se non vi è grave, me ne rendiate certa. Chi vi recherà la presente è il Sig.r D.r De Lisi siciliano, il quale vi ha veduto in casa mia, e desidera di rivedervi, e riverirvi di nuovo. La mia salute e quella dell'Adelaide è al solito tra il buono e il mal essere: quella di Maestri va ogni dì migliorando; e quella di Giacomino, della Clelietta e di Emilietto è ottima. Tutti questi fan coro meco a pregarvi dal cielo ogni prosperità desiderabile. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Maestri (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ADELAIDE MAESTRI</hi>
               </byline>
            </opener>
            <p>Mio caro Leopardi. Mi valgo della gentilezza del sig.r 2De Lisi per inviarvi un poco di questo tabacco, sapendo essere di maggiore vostro aggradimento che non è quello di Toscana. Vorrei per altro che fosse per riuscirvi inutile giugnendovi in tempo che foste per venire voi stesso da queste parti; ma non me ne lusingo punto. Noi siamo qui e in vero tutti dolenti della vostra assenza, e di non poter godere, siccome altre volte, dell'amabile e cara vostra compagnia, della quale mai non ci cadrà dalla mente la dolce memoria. Non vi dimenticate almeno, o mio buon amico, di parlarmi della salute vostra che tanto mi sta a cuore, e del luogo dove passerete il futuro inverno. Addio addio di tutto cuore.</p>
            <p>Noi saremo a Parma fra un mese. Se mi volete bene, ve lo raccomando di nuovo, non mi lasciate molto tempo senza vostre notizie.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.F.Stella (1828)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO FORTUNATO STELLA - MILANO.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 30 Settembre 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico amatissimo. Mi vergogno veramente di averle fatto attendere per tanto tempo queste poche e misere righe di preambolo alla Crestomazia poetica, che troverà qui accluse. Ella penerà a crederlo, ma lo stato della mia povera salute è talmente contrario ad ogni benchè minima applicazione, che anche ora, e per comporre queste sole due pagine, son dovuto entrare in convulsione e in una specie di febbre. Desidero ch'Ella mi dica se questo piccolo proemio è di sua soddisfazione, e come le riesce la Crestomazia poetica. Se Ella vedesse costì il professor Martini di Torino, mi farebbe grazia a riverirlo da mia parte.</p>
            <p>Io partirò da Firenze per Recanati al principio di Novembre. Se Ella si compiacesse di ordinare che a quell'epoca, oltre il mensile di Ottobre, mi fosse contato ancor quello di Novembre, quest'ultimo favore (che mi gioverebbe assai pel viaggio) colmerebbe la gratitudine che io le porto e professo e professerò sempre per i tanti altri che ho ricevuti da Lei. Riverisco cordialmente la sua famiglia, e in particolare lo sposo, a cui la prego di ricordare la stima che io fo del suo ingegno. Mi ami e mi creda suo affettuosissimo servitore ed amico Giacomo Leopardi</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.P.Vieusseux (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIAN PIETRO VIEUSSEUX</hi>
               </byline>
               <date>[Firenze 1° Ottobre 1828].</date>
            </opener>
            <p>Al Cocomero, questa sera, si recita il <hi rend="italic">Buondelmonti</hi>: ho preso un palco - n. 48 in terza fila. Se ci volete venire, mi farete piacere: il palco è molto grande, ed in faccia. Mi troverete con i miei fratelli e nepoti. Addio, vostro affezionatissimo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Maestri (1828)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ADELAIDE MAESTRI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 2 Ottobre 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Mia cara Adelaide. Voi avete voluto provvedermi di tabacco per un mezzo secolo, forse immaginando che io debba ricordarmi di voi tante volte, quante saranno quelle che io farò uso del vostro dono. Sappiate però che la memoria che ho di voi durerà più ancora di questo tabacco, se arriverò a consumarlo; e sarà più frequente ancora dell'uso che farò di esso. Intanto vi assicuro che questo dono mi è carissimo, non solo perchè mi viene da voi (che è la ragione principale), ma anche perchè veramente il tabacco di Bologna mi si confà più d'ogni altro. Il signor De Lisi saluta voi e la Mamma, e vuol che io vi dica che egli mi fece promettere di rispondervi, come fo, a posta corrente; il che avrei fatto però anche senza la promessa. Io passerò l'inverno necessariamente nella Marca, e di là v'informerò delle risoluzioni che prenderò a primavera, circa il mio futuro domicilio, le quali non posso ancora prevedere in niun modo. Voi mi vorrete sempre bene, e così farò io. Bacerete per me l'Emilietto e la Clelietta; e sopra ogni cosa avrete cura alla salute. Addio, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1828)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 2 Ottobre 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Papà. Ho ricevuto le care sue de' 21 e de' 24 Settembre, e la ringrazio dei dettagli, quantunque poco soddisfacenti, che mi dà intorno alle cose di Carlo. Quanto alla mia dimora costì, certamente, se Dio mi permette di arrivarvi, essa non sarà breve: e se io non mi sono espresso intorno alle camere, ciò è provenuto in parte appunto da qualche difficoltà di separarmi da Carlo, e in parte ancora dal desiderio di provare un poco, prima di decidere; giacchè dubito che la stanza dell'archivio sia un poco fredda, e non comodissima per dormire, a causa di quel passaggio che ha di dietro, e della contiguità di un'altra stanza abitata. E molto dipenderà ancora dal metodo di vita che io potrò adottare costì, secondo la mia salute ec.; giacchè a ragione del metodo, dell'alzarmi più presto o più tardi, e cose simili, una stanza mi converrà meglio che un'altra. Intanto torno a ringraziarla caramente delle sue premure. Gran consolazione mi dà il sentire che tutti loro stanno bene, e ne ringrazio di cuore Iddio. La mia salute è passabile. Mi ami, caro Papà, e mi benedica. Il suo Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.B. Zannoni (1828)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">G. B. ZANNONI - FIRENZE.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 3 Ottobre 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo Signor Cavaliere. Ho l'onore d'inviare a V.S. Ch. un esemplare delle mie <title>Operette morali</title>, intendendo con ciò di venire a parte del concorso quinquennale proposto da codesta I. e R. Accademia della Crusca per l'anno 1830.</p>
            <p>E con singolare stima mi dichiaro, pregiatissimo signor Cavaliere, Suo umilissimo devotissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.F.Stella (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
               <dateline>Gaggiano di Varese 6 Ottobre 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico amatissimo. In questo mio poderetto ricevo la carissima sua 30 dello scorso. Avrei pur voluto sentir buone notizie della sua salute, che mi sta a cuore quanto quella de' miei propri figli. Vo lusingandomi di riceverle da Recanati, ove le desidero un soggiorno felice.</p>
            <p>Le due pagine <hi rend="italic">ai Lettori</hi> ch'Ella mi ha inviato, sono eccellenti, e ne son contentissimo.</p>
            <p>Pei due mensili in una volta è già avvisato il signor Moratti, a cui potrà Ella stessa scrivere, se volesse.</p>
            <p>Il mio Luigi è a Milano; ma vedrà presto il cenno che lo risguarda, il quale gli varrà meglio ad animarlo ne' buoni studi.</p>
            <p>Il resto della mia famiglia ch'è già qui meco, la riverisce, ed io l'abbraccio di cuore. Il suo vecchio e cordialissimo amico e servo.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Ho lasciato il prof. Martini a Milano, con cui una sera ho parlato di Lei, e può ben credere sì da una parte come dall'altra con quanto amore! Il tornerò a vedere al mio ritorno, giacchè non partirà per Torino che al principio del prossimo mese. Non mancherò di recargli i di Lei saluti, certo che gli aggradirà molto.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Tommasini (1828)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIETTA TOMMASINI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 9 Ottobre [1828].</dateline>
            </opener>
            <p>Mia cara Antonietta. Vi ringrazio tanto tanto dell'affettuosissima vostra che ho ricevuta dal Signor De Lisi. Qui si sapeva già, come potete credere, il buon esito dell'affare del vostro impareggiabile Professore; e di questa cosa io ho ricevuta quella consolazione che vi lascio immaginare. Vorrei che voi poteste consolarmi ancora con darmi buone notizie della salute vostra e di quella dell'Adelaide, la quale mi dispiace assai di sentire che sia al solito <hi rend="italic">tra il buono e il mal essere</hi>. Così desidererei molto d'intendere che sia perfettamente ristabilito l'egregio avv. Maestri, il quale vi piacerà di salutare a mio nome carissimamente. La mia salute è migliorata molto da quel che era quando ci vedemmo l'ultima volta. Del mio venire a Bologna, non ho deciso ancora. Da una parte, il viaggio s'allunga di molto; e voi sapete quanto (per necessità) io sono contrario alla lunghezza de' viaggi. Dall'altra parte, il piacere di rivedervi mi stimola fortemente. Vedremo quello che potrò risolvere. In ogni modo, vi ragguaglierò di tutto. Mille e mille saluti al carissimo Professore Tommasini. Abbiate cura alla vostra salute, se amate, come sono certo, il vostro Leopardi, che vi ama indicibilmente. Addio, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1828)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 9 Ottobre 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Papà. Ho la carissima sua de' 28 Settembre. Ella avrà la mia dei 2 del corrente. Il mio viaggio, se a Dio piace, non sarà del tutto continuo, perchè mi fermerò qualche giorno a Perugia. Altre fermate sarebbero difficili e incomode, specialmente di là da Perugia, che è alla metà della strada, e dopo la quale il cammino sarà tutto per montagne. Ma Ella sia pur certa che mi avrò tutta la cura, per patire il meno possibile. Conto di partire di qua sul principio di Novembre. Ho piacere assai che di Carlo non ci sia niente di nuovo. La società dei redattori del <hi rend="italic">Globo</hi> (giornale letterario e politico di Parigi) ha commessa qui a Firenze la <hi rend="italic">traduzione italiana</hi> della Vita di Gesù Cristo di Stolberg, fatta dal zio Carlo, la quale non trovandosi qui, è stata ordinata e trovata a Roma. La mia salute è passabile quanto al sostanziale, benchè in questi ultimi giorni i dolori e la difficoltà smaniosa del digerire mi travaglino molto. Ma spero nella stagione più ferma, ed anche nel viaggio. L'abbraccio, e la prego di assicurare la Mamma che io non sono meno impaziente di ritornare, che ella di rivedermi. Mi ami e mi benedica.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Carlo L. (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>[Recanati] 15 Ottobre 1828.</date>
            </opener>
            <p>Mio caro Buccio. Vorrei da te un piacere prima che parta da Firenze. Alla Fonderia di Santa Maria Novella si vendono certe custodie in forma di libri o uffizii che contengono un piccolo assortimento di essenze. Se non ti dà troppo fastidio, prendimene una. Il loro prezzo è uno scudo, che ti pagherò subito al tuo arrivo. Sento dalla tua ultima che questo può dirsi vicino, benchè non mai, assicùrati, pel mio desiderio. Ama sempre, se puoi, quel ch'io era, e quel che sono ancora per te.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Pierfrancesco L. (1828)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIERFRANCESCO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 16 Ottobre 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Pietruccio mio. Vi lodo moltissimo che in tempo delle vacanze vi esercitiate nel comporre; perchè il fare è il miglior modo d'imparare: e continuando così, in poco tempo verrete un brav'uomo. Quando sarò costì, mi darete da leggere le vostre composizioni, ch'io vedrò con gran piacere. Non vi mando per ora i versi che mi domandate, perchè i miei nervi sono in uno stato che non mi permette di comporre, ma presto accomoderemo le cose a voce, e intanto potete lasciare in bianco il luogo pei versi, e continuare la vostra scrittura. Salutate i fratelli, e baciate la mano per me a Babbo e a Mamma. Vogliatemi bene. Addio, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Monaldo L. (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI MONALDO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <dateline>Recanati, 19 Ottobre 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Giacomo. Oggi non ho ricevuta la vostra lettera, che soglio ricevere tutte le Domeniche, ma abbiamo veduti i vostri caratteri in quella che avete scritta a Pietruccio. Tuttavia non voglio che vi manchino le notizie nostre, le quali, grazie al Signore, sono buone, e oltre alle quali non avrei niente da dirvi, se non dovessi contristarvi annunziandovi la morte del marchese Romualdo Baviera marito di vostra zia. Raccomandatelo al Signore. Addio, carissimo figlio, e Iddio accompagni la benedizione del vostro aff.mo Padre.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1828)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 25 Ottobre [1828].</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Papà. Dopo la cara sua de' 5, sono privo de' suoi caratteri. Lo credo difetto della posta, la quale, mi ritardò molto anche la sua ultima. Ho però una lettera di Carlo in data dei 15 (che parla di cose indifferenti), dalla quale arguisco che tutti stiano bene. Io comincio a prepararmi al viaggio, e credo che con la mia prossima potrò annunziarle il giorno fissato alla mia partenza. La stagione qui è ancora bellissima, e la mia salute è passabile. Io non vedo il momento di domandarle a voce la benedizione, che ora le domando coll'animo. Il suo Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Colletta (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO COLLETTA</hi>
               </byline>
               <dateline>La Pietra 2 Novembre 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Amico mio caro. Dimani partirò da Firenze: voi ne partirete dopo alcuni altri giorni; ci separeremo; e Dio sa per quanto tempo! La mala salute di entrambo; il vostro amor di stare; la mia età cadente, renderanno difficili gl'incontri. Che che sia dell'avvenire, vi amerò in distanza come in presenza, stimerò la vostra persona, ammirerò le vostre cose. Voi non mi scordate, e non cessate di amarmi. Quando sarete in patria riceverete qualche mia lettera, rinnovatrice alla vostra memoria del mio nome e de' miei sentimenti: accoglietela con affetto. Siate felice; e credetemi qual mi raffermo Amico affettuosissimo.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Passate, di grazia, alla Marchesa Lenzoni l'acchiusa lettera.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di C.E.Muzzarelli (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO EMANUELE MUZZARELLI</hi>
               </byline>
               <dateline>Roma 3 Novembre 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Chiarissimo Signore. L'Accademia Latina, di cui ho l'onore di essere Presidente, è venuta nella determinazione di celebrare le lodi del sommo poeta Vincenzo Monti, già suo socio corrispondente, rapito non ha guari all'Italia e alle Lettere, fra il compianto universale. Sono pertanto a pregar Lei, chiarissimo Collega, a voler dettare alcun verso ad onore di quel grande, doloroso, ma necessario tributo alla di lui memoria. Nella speranza di essere favorito, Le ne anticipo, anche a nome dell'intera Accademia, le più vive azioni di grazie, e con piena stima me Le offero dev.mo aff.mo Servitore.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1828)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>[Firenze] 4 Novembre [1828].</date>
            </opener>
            <p>Mio caro Papà. Fra 4 o 5 giorni, se piace a Dio, partirò da Firenze. La terza sera sarò a Perugia. Là mi fermerò uno o due giorni o tre, per riposare. Poi partirò per Recanati, che sarà un viaggio di altri tre o quattro giorni al più. Prima di muovermi di qua, le scriverò ancora una riga di avviso. Durante il mio viaggio Ella non stia in alcuna pena per me, perchè mi avrò tanta cura, e viaggerò con tanto comodo, da non correre maggior pericolo che se stassi fermo. Qui, da più d'una settimana fa il freddo precisamente di Gennaio, il che mi ha obbligato a ritardare d'un poco la mia partenza. Mi raccomandi al Signore, e mi benedica, insieme colla Mamma. Il suo Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1828)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 8 Novembre 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Papà. Ho ricevuto la cara sua de' 29 Ottobre, ma non mai l'altra de' 26. Io parto, se a Dio piace, dopo domani. A Perugia, potendo, vedrò certamente la Veglia. Arrivando a Recanati, avrò meco un giovine signore torinese, mio buon amico. Non potrò a meno di pregarlo a smontare a casa nostra, tanto più ch'egli farà la via delle Marche, come fa il viaggio di Perugia, principalmente per tenermi compagnia. Spero che a lei non rincrescerà questa mia libertà. Egli si tratterrà in Recanati una sera, o una giornata al più. La mia salute, grazie a Dio, è discreta, e ho qualche speranza nel viaggio. Mi benedica, e preghi il Signore per me. L'abbraccio con tutta l'anima e le bacio la mano.</p>
         </div1>
         <div1 n="A C.Pepoli (1828)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO PEPOLI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 8 Novembre 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Amico. Ti renderà questa lettera il Signor Gherardo Lenzoni, cavaliere fiorentino, figlio della Signora Carlotta Lenzoni, nata Medici, dama che tu conosci di nome, e che è ben nota in Bologna per le gentilezze che suole usare qui in Firenze agli uomini di merito. Egli è giovane studioso, cresciuto nella società delle persone d'ingegno e di dottrina che frequentano la sua casa paterna, conoscente del greco e della letteratura classica. Viene a Bologna per amor d'istruzione. Io ti prego caldamente a secondarlo in questo, a introdurlo nella conoscenza di cotesti bravi uomini, e in ogni altra cosa a prestargli di quei buoni uffici che tu sai prestare. Fammi questo favore da buon amico: aiutami in questo modo a pagare una parte del debito che ho alla signora Lenzoni per mille cortesie che mi ha praticate. So che con te non bisognano molte parole per essere compiaciuto; e il signor Lenzoni ti sarà raccomandato meglio dai pregi suoi propri, che dalla mia lettera.</p>
            <p>Io parto fra pochissimo per Recanati, dove starò almeno tutto l'inverno. Scrivimi qualche volta, ed amami. Addio addio. Il tuo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A C.E.Muzzarelli (1828)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO EMANUELE MUZZARELLI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 8 Novembre 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Monsignore mio Pregiatissimo. Ricevo la sua veneratissima dei 3 del corrente in ora che parto per Recanati. La ringrazio ben sinceramente dell'onore che mi fa, invitandomi a cantare le lodi del Monti. E il soggetto stesso e l'invito sarebbero incitamenti assai forti a comporre. Ma lo stato della mia salute è tale, che mi è impossibile lo scrivere una pagina, nè in verso nè in prosa; impossibile anche il leggere, anche il pensare. La Signora Lenzoni che parte dimani di qua per Roma, e che io prego di recarle i miei complimenti, le farà buona testimonianza di questa cosa. Ella mi conservi la sua cara e preziosa benevolenza, e mi creda sempre devotissimo obbligatissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Rosini (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIOVANNI ROSINI</hi>
               </byline>
               <dateline>Pisa 17 Novembre 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Amico Car.mo. Vi aveva scritto a Firenze, ma è tornata la lettera con l'annunzio ch'eravate partito. E starete lungamente? Risposta, <hi rend="italic">se vi piace</hi>. Qui gli antichi conoscenti mi chiedono di voi: la Parra, le Mason, ec. e il vostro padron di casa specialmente, oltre i letterati, poeti ec. Mi duole che non possiate vedere i miei tre ultimi Capitoli: non so quel che saranno, ma mi son costati assai. Oltre il contener molti avvenimenti, li ho limati quanto più ho potuto.</p>
            <p>Fatemi la grazia di dirmi se avete trovato esempio di scrittori del <hi rend="italic">ne</hi> in fine d'una dimanda, come p.e. - Che dicevi tu della tal cosa? Ti piaceva, ne? - Nel linguaggio familiare si usa; ma non so se siavi esempio scritto.</p>
            <p>Vi scrivo, dopo aver riletto per la ventesima volta la <hi rend="italic">Casa Nova</hi> del Goldoni: e sempre ammirato la somma naturalezza di quell'ottimo uomo. Amico, mi pare che senz'avere un buon cuore, non si può avere uno stile ingenuo: tutto è artefatto, tutto compassato. Una Compagnia che recitò assai bene, sere sono, le <title>Baruffe Chiozzotte</title>, mi ha spinto a rileggere le Commedie Veneziane; e l'ho fatto con piacere infinito.</p>
            <p>Quest'anno gli scolari son più del solito: e così la voglia di sapere, tanto bene quanto male, cresce a dismisura. Ma che dite delle nuove opinioni dell'<title>Antologia</title>, dove lodasi a cielo la tragedia di <hi rend="italic">Buondelmonti</hi>, e il Romanzo dell'<hi rend="italic">Allard</hi>? Nessun lo legge, nessun lo vuole; tutti compassionano l'ingegno di quella brava ragazza, che poteva impiegarsi un po' meglio; e là si dice che è cosa rara, degna d'esser gustata da pochi! Andiamo avanti così, chè faremo una bella torre di Babele.</p>
            <p>Io vado avanti col pensiero nella disposizione della <hi rend="italic">Luisa Strozzi</hi>: la quale, se mi riesce, voglio fare d'una specie diversa dalla <hi rend="italic">Monaca</hi>. Addio. Vi abbraccio di cuore. Datemi le vostre nuove, ma non siate sì laconico, sicuro che mi farete un gran piacere.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Vieusseux (1828)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIAMPIETRO VIEUSSEUX - FIRENZE.</hi>
               </salute>
               <dateline>Recanati 28 Novembre 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Vieusseux. Sono qui da parecchi giorni, dopo undici di viaggio; ma per essere stato, parte occupato, e parte poco bene, non ho mai posto penna in carta sino a quest'ora. A Perugia ricapitai la vostra lettera al Vermiglioli, dal quale ricevetti mille gentilezze: dell'altra lettera non feci uso, perchè l'Antinori era in villa. Sono impaziente di ricevere le vostre nuove e quelle degli amici. Io sono sempre incapace d'ogni applicazione, ed ora mi spaventa la quantità delle lettere che ho da scrivere. Salutatemi mille volte Montani, Forti, Capponi: dite a Montani che mi duole assai della disgrazia che m'impedì di rivederlo prima della partenza. Di Giordani che si sa? io gli scrivo a Piacenza. Quanto posso, sto leggendo della storia del Niebuhr, che trovo opera veramente insigne e secolare. Addio, mio carissimo amico: vogliatemi bene, e scrivetemi. Io v'abbraccio, e v'amo con tutto il cuore. Il vostro Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Brighenti (1828)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO BRIGHENTI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Recanati 28 Novembre 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio carissimo. È gran tempo che non ci scriviamo: ed io non posso scrivere senza gran difficoltà e pena: tale è lo stato della mia povera salute. Ma io t'amo sempre, come raro e prezioso amico, e sono impazientissimo di ricevere le nuove tue, della tua famiglia, degli affari tuoi. Sono arrivato qua da pochi giorni, e qui starò non so quanto, forse sempre. Da Vieusseux avrai ricevuto un pacco di libri colla direzione mia. Ti prego di spedirli a mio conto in Ancona, a quel libraio che giudicherai più a proposito, al quale addosserai tutte le spese, acciocchè egli se ne rifaccia sopra di me. Salutami carissimamente e senza fine la tua amabilissima famiglia. Ebbi da Vieusseux i libri che tu mi favoristi ultimamente in dono, e te ne ringrazio con tutta l'anima. Di te e delle cose tue scrivimi più lungamente che potrai, te ne prego. Amami come io t'amo. Addio, addio, carissimo. Il tuo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Rosini (1828)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIOVANNI ROSINI - PISA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Recanati 28 Novembre 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Amico carissimo. La vostra dei 17 mi fu gratissima come ogn'altra, e più ancora delle altre, perchè desiderata molto, dopo il lungo silenzio succeduto alla partenza vostra da Firenze. Ho caro assai che abbiate posta l'ultima mano alla vostra Monaca, e che andiate pensando alla Strozzi.</p>
            <p>A proposito della Strozzi e della Monaca, vi ricordate voi d'avermi promesso una copia intera e perfetta del vostro romanzo? Io non vi assolvo certamente dalla promessa, e sto aspettando l'effetto.</p>
            <p>Il <hi rend="italic">ne</hi> (o piuttosto il <hi rend="italic">n'è</hi>) interrogativo, non mi ricordo di averlo trovato negli scrittori; ma nello stile familiare, credo possa adoprarsi, essendo frequentissimo nel parlar toscano lo scambio della negativa <hi rend="italic">non</hi> in una semplice <hi rend="italic">'n</hi>, o <hi rend="italic">n'</hi>. Quel <hi rend="italic">n'è</hi>? corrisponde al francese <hi rend="italic">n'est-ce-pas</hi>?</p>
            <p>Sono in tutto e per tutto del vostro parere circa l'<title>Antologia</title>; ma che s'ha a dire? Alla Lauretta, a mad. Mason, a Carmignani vi prego a fare mille complimenti e saluti per mia parte. Anche vi sarò grato se favorirete di far dire qualche cosa in mio nome al mio buon albergatore, e alla sua buona famiglia.</p>
            <p>Le mie nuove sono le solite: non posso nè leggere, nè scrivere, nè pensare, nè digerire il mio pranzo, ch'è pur piccino. Starò qui non so quanto, forse sempre: fo conto di aver terminato il corso della mia vita. Vogliatemi bene, e riverite le vostre signore. Addio, addio. Il vostro Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Poerio (1828)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ALESSANDRO POERIO - FIRENZE.</hi>
               </salute>
               <dateline>Recanati 30 Novembre 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Ti scrivo, mio caro, per desiderio d'intendere delle tue nuove e di quelle del Papà e degli altri amici. Fammi grazia, prima di tutto, di parlarmi di te, de' tuoi studi e in particolare de' tuoi versi, i quali desidero e spero di leggere, conforme alla tua promessa. Parlami poi del Papà, poi del Signore e di Madama Imbriani; i quali tutti riverisco di cuore, e desidero che si ricordino della stima singolarissima ch'io ho di loro. Saluto ancora caramente l'ottimo Emilio Imbriani. Dimmi quel che tu sai di Don Carlo e del Ranieri. Io sto poco bene al solito; non posso digerire il mio pasto, che è pur piccola cosa; non posso nè leggere nè scrivere senza pena, nè pensare nè parlare di cosa che richieda una quantunque menoma attenzione di mente. Starò qui non so quanto; forse sempre; anzi certamente sempre, se la mia salute non migliora. Tu mi amerai spero, e ti ricorderai di me e mi scriverai qualche volta. Sai bene quanto io t'amo e ti stimo. Riverisci per me il Niccolini quando lo vedi. Addio, ti abbraccio con tutta l'anima. Il tuo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Tommasini (1828)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIETTA TOMMASINI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Recanati 30 Novembre 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Mia cara Antonietta. Sono già qui arrivato da pochi giorni, venuto da Firenze per la via di Perugia; e qui starò tutto l'inverno, e poi Dio sa quanto. Sono proprio impaziente di sapere le vostre nuove, delle quali manco da tanto tempo. Seppi il vostro viaggio a Venezia, ma non ho mai saputo il ritorno. Ragguagliatemi di tutto, vi prego; e ditemi dove si trova ora l'Adelaide, perch'io possa scriverle. La mia salute è sempre nel medesimo stato: difficoltà estrema di digerire, e impossibilità di applicare, che n'è la conseguenza. Del resto, mi trovo bene, ed anche con una certa forza. Dite un milione di cose per me al caro Professore, datemi le sue nuove, e quelle dell'ottimo Maestri. Salutatemi Orioli, se lo vedete. Un bacio all'Emilietto. Vogliatemi bene, e parlatemi di voi lungamente. Addio, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <dateline>Firenze 2 Dicembre [1828].</dateline>
            </opener>
            <p>Caro Giacomino. Ti scrissi il 20 agosto. Mi è doluto assai non trovarti più in Firenze. Ma dimmi se hai risoluto veramente di seppellirti in Recanati per sempre; o se possiamo sperare (come vorrei) di rivederti: dimmi se è vero che scrivi per Vieusseux, come desidero. Dimmi come te la passi: e che fanno Carlo e Paolina, che ti prego di salutarmi infinitamente.</p>
            <p>Le Tommasini, madre e figlia, mi raccomandaron molto di salutarti da parte loro; e dirti che non t'hanno scritto, incerte del dove: aspettan esse tue lettere con gran desiderio ed impazienza, la madre in Bologna, l'Adelaide in Parma. Desidero che tu sii felice e lieto costì: ma vorrei che ti fosse comodo e piacevole il viver qui! Io ben ti amo anche lontano; ma non ti posso godere se non presente. Addio addio: ti abbraccio con tutto il cuore. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.P.Vieusseux (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIAN PIETRO VIEUSSEUX</hi>
               </byline>
               <dateline>Firenze 4 Dicembre [1828].</dateline>
            </opener>
            <p>Carissimo Leopardi. Con impazienza grande aspettavamo, ed io particolarmente, le vostre nuove. Mi tranquillava per voi la compagnia del buon Gioberti; ma l'avervi veduto partire con tempo tanto cattivo, mi faceva stare in pena. Grazie a Dio, eccovi giunto a salvamento in seno alla vostra famiglia! Giordani comparve qui pochi giorni dopo che ci avevate lasciati (so che vi ha scritto): fresco, grasso, contento assai, c'è ritornato quel che sempre fu e sempre sarà, il più amabile e divertente degli oziosi. I miei <hi rend="italic">lunedì</hi> gli porsero già occasione di far brillare il suo spirito con alcuni forestieri interessanti: vi nominerò i signori Duvergier di Hauranne (del <hi rend="italic">Globo</hi>); De St. Aignan; Visconte Beugnot, Conte Jaubert, tutti figli o parenti di deputati o pubblici funzionari. Anche il buon Missirini è venuto a rallegrarci: ho trovato in lui il vero tipo dell'Arcadico, il bello ideale di quella razza di accademici. A proposito dell'<hi rend="italic">Arcadico</hi>, avete voi letto l'ultimo dei fascicoli decorati di un tal nome? miserabil quanto mai. Il buon Lampredi ci ha inserito la prova dell'esser egli caduto nell'infanzia. Vedete quelle parole del Betti intorno al Monti. Cosa diranno quando verrà fuora il mio fascicolo di Ottobre, nel quale ho compreso l'articolo sul Monti? Questa necrologia sotto la penna del Tommasèo, è diventata una storia letteraria del gran poeta; ma scritta con tale franchezza e severità, e direi con tale coscienza, da malcontentar tutti, fuorchè il piccolo numero degli uomini imparziali, fra' quali, spero, sarete. Lo scandalo sarà grande, grandissimo: gli urli di Milano e Firenze terribili. Se me ne verrà biasimo, se mi sarò ingannato, non avrò scusa, imperocchè non ho consultato anima vivente; potrei arguire però che se quelli cui toccava prender la penna in quest'occasione, Giordani, Niccolini, Montani, avessero voluto servirmi, avrei lasciato far loro; mentre mi sono conciliato col Tommasèo. Basta, vedremo fra pochi giorni, che effetto produrrà quel lavoro che a me sembra assai ben fatto. Del resto, aspetto dalla vostra amicizia un parere schietto e senza verun riguardo: ve ne sarò tenuto.</p>
            <p>Forti è tornato, pien di zelo per l'<title>Antologia</title>.</p>
            <p>Montani s'immerge sempre più nei trastulli filodrammatici, dimenticandosi affatto i suoi ed i miei interessi, che in fondo dovrebbero e potrebbero essere i medesimi.</p>
            <p>Caro amico, vedete di partorirmi quell'Omero, da me tanto desiderato, e che sarà dal pubblico tanto gradito: e dopo l'argomento greco non trascurate il romano. Del resto se vi piace di occuparvi di questo prima di quello, a me è indifferente; qualunque cosa mi mandiate farà onore, e grande, all'<title>Antologia</title>.</p>
            <p>Gino Capponi è tornato a Varramista, non senza impormi di salutarvi e di manifestarvi il dispiacere di non esser stato a tempo di abbracciarvi. Avete i saluti di tutti gli altri amici.</p>
            <p>Col Ciampi è finito tutto, non l'ho mai più riveduto.</p>
            <p>Colletta ha ceduto la sua villa al marchese Pucci: egli starà l'estate con noi a Firenze, e l'inverno a Pisa o Livorno.</p>
            <p>Abbiamo qui il Brighenti di Bologna, con una sua figliuola, che non ho ancora veduta.</p>
            <p>Si dice quasi terminato di stampare il romanzo del Rosini: si aspetta a momenti. Senza dubbio voi ne avrete una copia... ma in coscienza, la meritate voi?</p>
            <p>Addio, mio carissimo Leopardi, io non cesserò mai di amarvi teneramente. Vostro affezionatissimo per la vita.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Poerio (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ALESSANDRO POERIO</hi>
               </byline>
               <dateline>Firenze 9 Dicembre 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Carissimo Leopardi. È stata in te gran cortesia ed amicizia lo scrivermi e il fare ciò che avrei fatto io da parecchi giorni, se al desiderio d'intertenermi teco non avesse contrastato il sospetto di venirti a noia. Ora che tu, come al dì d'oggi si dice in politica, hai preso l'<hi rend="italic">iniziativa</hi>, il timore d'importunarti darà forse luogo nel mio animo ad una temeraria certezza di non dispiacerti. Mi duole che la tua infermità non si sia rimossa per l'aria nativa che respiri in Recanati; anzi, se non m'inganno, la tua dimora in Recanati è parte della tua infermità. Che tu non possa reggere alla fatica dello studiare e del comporre è grave tuo danno, e gravissimo di noi tutti, ed io particolarmente ne prendo dolore, perchè sono, più che ammiratore, amico delle tue scritture.</p>
            <p>Della mia promessa, o più veramente minaccia di versi, hai serbato memoria più lungamente di me. Poichè me la riduci a mente, ti dirò che poco o nulla ho scritto, e quel poco o nulla così male, che il mio più ostinato adulatore, cioè il mio amor proprio, si è vergognato di lodarmi. Oltre a ciò sono stato più settimane in mano a' medici, i quali con sonniferi, sudoriferi, purganti ed altri tormenti hanno tardato la mia guarigione, e a viva forza scacciato per i pori e per ogni altra via qualsivoglia menoma particella d'estro fosse restata in me.</p>
            <p>Mio padre ti saluta caramente. Gl'Imbriani, quanti sono, ed anche Madamigella contraccambiano la tua cortesia. Tosto che vedrò Niccolini, farò ciò che mi dici. D. Carlo e Ranieri sono in Firenze. Stanno bene, e Ranieri ti si raccomanda quanto sa e può, ed o stamane stesso, o col prossimo Corriere ti darà le sue nuove. Fui per alquanti giorni in Villa del Puccini, che ti saluta.</p>
            <p>Io leggendo ora questa, ora quella Storia particolare, e le opere del tedesco Herder concernenti la Filosofia della Storia universale, ricevo dalla gravità di questi studj una tristezza, la quale di tempo in tempo diminuisce saltellando con Tommaseo di cosa in cosa.</p>
            <p>Abbiamo qui Cooper romanziere americano, ed in breve, com'è fama, si recherà in Italia Walter Scott. Scrivimi, e dammi più liete nuove della tua salute.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Papadopoli (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO PAPADOPOLI</hi>
               </byline>
               <dateline>Di Venezia alli 10 di Decembre 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Giacomino. Ti ho scritto da Milano una letterina, che temo non sia andata in sinistro, non avendomi tu risposto, se bene io l'abbia indirizzata a Recanati, dove mi si disse che tu eri a piede fermo. In quella lettera io ti chiedeva il perchè di questo tuo partire da Firenze, che nella vernata suol dar migliore albergo di molte altre città, e specialmente a chi non è di forte complessione. Ti dico strettamente il vero, mi venne timore che l'animo tuo fosse molestato da malinconia, la quale vi fa esser male dapertutto. Comunque sia la cosa scrivimi, e ricòrdati che semprechè io valga a qualche cosa, tu mi sei stato e mi sarai sempre carissimo, e che ti sarò obbligato se mi adoperi in pro tuo. Dimmi a che studio tu applichi il tuo bellissimo ingegno; insomma fa' parte all'amico tuo di tutto che t'appartiene. Ti ricordi come vivemmo fraternamente a Bologna? Io ho sempre in memoria l'amore che mi portasti. Dio volesse che io t'avessi vicino, e che tu mi giovassi della tua immensa dottrina, insegnandomi il Greco, che ho quasi tralasciato per colpa della mia salute che fu travagliatissima; ora però è a sufficienza buona. L'inverno a Venezia è salutevole, chi sa che non convenisse ai tuoi nervi. Insomma disponi di me pel tuo migliore, chè io ne sarò lietissimo.</p>
            <p>Amami, mio carissimo, e ricordati del tuo P.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Vieusseux (1828)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIAMPIETRO VIEUSSEUX - FIRENZE.</hi>
               </salute>
               <dateline>Recanati 15 Dicembre [1828].</dateline>
            </opener>
            <p>Mio carissimo Vieusseux. Ho ricevuto la vostra affettuosa dei 4, e poco appresso, il fascicolo ultimo dell'Antologia. Dell'uno e dell'altra vi ringrazio senza fine. V'invidio onestamente la compagnia degli stimabili forestieri che mi nominate (quel Saint-Aignan è il traduttore dell'Iliade?) e quella di Cooper. È egli vero che aspettate costì anche Walter Scott? - Il fascicolo dell'Antologia è pieno, al solito, di cose importanti. Circa l'articolo di Tommaseo, posso assicurarvi che mi è piaciuto di molto. Senza convenir coll'autore in tutte le sue opinioni, ammiro la ricchezza e la varietà de' suoi pensieri, e sinceramente credo che un articolo di egual merito sopra quell'argomento non si vedrà in Italia. Congratulatevene col Tommaseo per mia parte, e fategli i miei saluti. - Qualche cosa si farà certamente sopra <hi rend="italic">l'argomento greco</hi> e sopra il <hi rend="italic">romano</hi>, se lo stato della mia salute non l'impedirà: finora non ho materia di lodarmi di quest'aria: i miei poveri occhi incominciarono a patire il giorno medesimo che arrivai; così sempre mi accade; e peggiorano di continuo. Nondimeno questa pessima aria è quella che la sorte mi ha destinata. - Mi prevalgo della vostra amicizia per far tenere l'acclusa a Colletta, non sapendo dove egli si trovi presentemente. - Salutatemi il mio Giordani, e tutti gli amici. Non vi stancate di amarmi: il pensiero della vostra amicizia, e la ricordanza del tempo che ho passato con voi, consolano la mia solitudine, e conforteranno ancora la mia vecchiezza. - Non ho veduto l'<hi rend="italic">Arcadico</hi>, perchè qui non capitano giornali letterarii. Fatemi grazia di dirmi se i libri che vi lasciai, sono stati spediti a Bologna o altrove. - Addio addio: vi abbraccio con tutto il cuore. Il vostro Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Colletta (1828)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO COLLETTA - LIVORNO.</hi>
               </salute>
               <dateline>Recanati 16 Decembre 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Generale. Fra i dispiaceri che provai lasciando la Toscana fu quello di non aver potuto leggere e godere per lo meno un saggio della vostra Storia, che il giudizio degli intendenti che la conoscono mi dimostra per opera classica e degna della posterità. Il cattivo stato della salute d'ambedue noi, che c'impedì questa estate passata di trovarci a nostro agio insieme, e l'indisposizione mia specialmente, che mi faceva impossibile il leggere, mi tolsero la facoltà di godere il frutto della promessa che voi mi avevate fatta, se vi ricorda, in Pisa, in casa del Cioni. Ora non vorrei che mi fosse tolto anche quello dell'altra promessa che voi mi fate nella vostra del Novembre, di consolarmi alle volte con qualche vostra lettera. Vi prego, non lasciate senza effetto quella vostra intenzione pietosa; visitatemi di quando in quando in questa solitudine; ragguagliatemi delle cose vostre, della vostra salute, dei vostri studi. Sapete già, o dovreste sapere, che io vi stimo e vi ammiro con pochissimi altri di questo secolo, come un ingegno rarissimo e un'anima amabilissima; che vi amo in proporzione della stima che vi porto, e di qui potete argomentare in che pregio io sia per avere ogni lettera vostra, ogni segno di amicizia che mi venga da voi. Di me non vi curate che io parli: quest'aria mi nuoce, come ha fatto sempre; gli occhi soprattutto ne patiscono indicibilmente: in ogni modo questa è l'aria che mi è destinata. Voglia Dio che voi possiate darmi nuove migliori circa la salute vostra. Vi abbraccio, caro Generale, con tutta l'anima; vogliatemi bene e scrivetemi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Papadopoli (1828)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO PAPADOPOLI - VENEZIA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Recanati 17 Decembre 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio carissimo Antoniuccio. Non ti so esprimere tutta la gratitudine che ti sento della cura amorosa che hai avuta di scrivermi ben due volte per visitarmi in questa mia solitudine. La lettera di Milano non è mai capitata; l'altra da Venezia mi arriva. Dunque tu m'hai ancora nella memoria e mi ami come per l'addietro? Io me lo immaginava bene, non ostante il nostro lungo silenzio. Come ti sei divertito a Milano? perchè mi parli così poco di te? perchè non mi dici cosa alcuna de' tuoi studi? non sai quanto mi sono e saranno sempre a cuore tutte le cose tue? Il soggiorno di Recanati non mi è caro certamente, e la mia salute ne patisce assai assai; ma mio padre non ha il potere o la volontà di mantenermi fuori di casa; fo conto che la mia vita sia terminata. Se vedi costì l'ottimo Gamba, che ho conosciuto di persona quest'anno a Firenze, salutalo caramente per parte mia. Quando ci rivedremo noi? anzi, ci vedremo noi più? Non so veramente, mio caro Antoniuccio; e quanto a me, credo essere divenuto immobile. Ma io t'amerò sempre ancora lontano, e tu mi amerai, e mi darai le tue nuove. Scrivimi spesso, ti prego. Se in tanta mia nullità posso servirti in qualche cosa, comandami. Ti abbraccio con tutto il cuore. Addio, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Tommasini (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIETTA TOMMASINI</hi>
               </byline>
               <dateline>Parma 17 Decembre 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Caro Leopardi. Rispondo alla carissima vostra del 30 Novembre, giuntami il 13 decembre a Parma. Avreste avuto un pronto riscontro se non mi fosse stata così ritardata in Bologna. Io mi trovo a Parma, dove è pure mio marito, da un mese chiamatovi da S.M. per la malattia del Generale; la quale è tanto complicata che forma la disperazione de' medici, i quali vedono quasi l'impossibilità di rimetterlo nella prima salute. Mi sarebbe difficile il potervi descrivere il dolore manifestato da' cittadini per timore di perdere in lui il migliore de' magistrati: il quale ha nelle mani quasi la somma delle cose.</p>
            <p>Ora voglio scolparmi d'un silenzio che mi farebbe torto, se meno mi conosceste. Ma primieramente il nostro Maestri fu gravemente ammalato di reuma infiammatorio per molti giorni, e la convalescenza fu assai penosa e lunga. Appresso s'intraprese il viaggio di Venezia con intendimento di vedere le meraviglie di quella città, e principalmente di ristabilire il nostro infermo. Disse assai bene il Sannazzaro: Venezia sembrare fabbricata dagli Dei, e Roma dagli uomini. Taccio qui le cose vedute, come pure a Padova, Ferrara, Vicenza, Verona, Mantova ec. Imperocchè troppe cose vi sarebbero a dire de' tanti monumenti che ci lasciarono i nostri sommi Italiani. Quante volte esclamai con isdegno misto d'amore filiale: Italia, degna tu sei di dar legge al mondo! Ma qui mi taccio, giacchè non vale nè piangere, nè movere lamento, per cambiare la sua ferrea sorte.</p>
            <p>Intorno alla mia salute non so che dirvi, perchè io ne godo pochissima durante il freddo. Abbiate cura della vostra, essendomi cara al pari della mia, e perchè vi amo, e perchè amo l'Italia, a cui senza salute non potete esser utile. Tutta la mia famiglia sta bene, e vi saluta di cuore, e in particolare Giacomino, Ferdinando, e l'Adelaide. Riveritemi i vostri genitori, e fate che mi vogliano bene, e di continuarmi la vostra preziosa amicizia. Ho ricevuto due lettere da Giordani, nelle quali egli vi ricorda con molta affezione. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Maestri (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ADELAIDE MAESTRI</hi>
               </byline>
            </opener>
            <p>Mio caro Leopardi. Voi chiedete alla mamma dove mi trovo per potermi scrivere? Oh mi è pur cara la memoria che serbate di me! Da lungo tempo vi avrei pregato d'inviarmi le vostre notizie, se la molesta incertezza del luogo di vostra dimora non mi fosse stata d'ostacolo. Non sono che pochi giorni che Giordani, pregato da me, m'ha informata e del vostro viaggio a Recanati, e della sufficiente salute colla quale partiste da Firenze; e ciò mi consolava non poco, ma non avrei voluto leggere il rimanente della lettera. Egli suppone che voi abbiate in animo di stabilirvi in Recanati per sempre. Sarebbe mai vero? Vorrei sapere la verità, ma nello stesso tempo troppo la temo; tuttavia vi prego di dirmela. Vi assicuro che nè per volger d'anni, nè per distanza di luogo, potrà mai diminuire l'affetto che tutti abbiamo per voi; nè l'amicizia, che sola ci tempera i danni della mala fortuna che ci vuole tanto lontani. Che è infine un immenso spazio, e i monti, e le valli, e i fiumi, e i torrenti; che sono per la mente e pel cuore? Nulla, nè potranno mai frapporsi alla vera amicizia. Questa idea, mentre io scrivo, mi consola. Sarà poi durevole? ne dubito. Scrivetemi. Il conforto delle vostre lettere è veramente grande; non ce ne private. Mi riserbo a dirvi in altra lettera del nostro viaggio. La mia salute è sufficiente. Quando mi scriverete, datemi nuove anche della vostra famiglia. Addio addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di F.Maestri (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI FERDINANDO MAESTRI</hi>
               </byline>
            </opener>
            <p>Ottimo Signor Conte! La sua partenza per Recanati, cioè per un luogo più lontano che non è Firenze, ha cagionato anche al mio animo non lieve tristezza. Che Ella sia distante cento o dugento miglia, pare che la cosa abbia ad essere indifferente; pure non è; ed Ella che conosce sì bene le cagioni degli umani affetti, troverà la spiegazione, come non ricuserà fede, a questo fatto. Del quale mi consolo assai, perchè le pruova quanto io l'ami e stimi. E l'esercizio di questi sentimenti in subbietto degno, quanto Ella è, mi è così dolce, che non vorrò cessarlo giammai. Ella mi mostri d'aver ciò a grado, come ha fatto fin qui, e mi tenga Suo obb.mo aff.mo S.e ed Amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Ranieri (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO RANIERI</hi>
               </byline>
               <dateline>Firenze li 18 Dicembre 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Carissimo Conte. Divisavo darvi di Venezia le mie prime nuove; e così vi avrei detto pure che a me pareva di sì famosa città. Ma Cesare non ha voluto. Valicato il Po, avevamo appena fermo il piede sull'altra riva, ed appena avevamo spiegati i nostri passaporti, quando un cagnotto tranzesco ci ha intimato di retrocedere, siccome a persone della meriggia parte d'Italia le quali lo 'mperadore non ama che molto usino co' suoi fedeli sudditi lombardo-veneti. Obbligati dunque di tornare a Ferrara e poscia a Bologna, ivi quei tanto gentilissimi che tanta fresca e cara memoria serbano di voi e delle cose vostre, ci han dissuasi dall'andarci aggirando a questi dì per questa smozzicata valle di lacrime che nominiamo Italia, e di varcare le Alpi o ristare nel suo centro, ove pur meno schiava aria si respira che non ai due estremi. E sì ci risolvemmo; e in prima siamo ritornati qui per riabbracciare i nostri concittadini e amici, e poi sabato per la via del corriere ritorneremo a Bologna (la quale, a dirvela mi è andata a sangue più che altra città d'Italia), ove io intendo di dimorare quel che rimane dell'inverno, e donde Carlo muoverà col nuovo anno per recarsi a Roma, ove lo chiamano i suoi studi. Già sapete siccome a Carlo fu impedita la libertà del ritorno: ora pare che la sia stata impedita anche a me: anzi ne sono quasi certo. Del quale onore io andrei non poco altero per la mia età novella. Per ricapitolarvi in breve il nostro viaggio di quaranta giorni, dicovi che movendo di qui alla volta di Pistoia, donde per cento miglia del più aspro appennino riuscimmo alla fin fine a Modena, fummo ben tosto a Bologna, donde, dopo pochi dì, si mosse per Ravenna, e dove si ritornò, viste le principali città di Romagna. A Bologna si dimorò alquanto altro tempo, e poi non ha guari ci sospingemmo a Ferrara, onde al Po; valicato e rivalicato il quale, ne siamo qui come vi ho detto. E così la fortuna gira la ruota delle sorti italiane: e non mi saprei scerre altro che la morte, se non fosse la speranza.</p>
            <p>Addio, carissimo Conte Giacomo, se volete arricchirmi di qualche vostra troppo desiderata epistola, e voi indirigetemela a Bologna. Carlo e gl'Imbriani tutti e Sandrino vi si raccomandano, ed io vi prego di amarmi quanto vi amo e di non dimenticare il vostro A. Ranieri.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Quali cose non mi raccomandò di dirvi da sua parte la Contessa Marchetti ed anco il Conte, quandunque vi avessi scritto?...</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>[Firenze] 18 Dicembre [1828].</date>
            </opener>
            <p>Mio caro carissimo. Ti scrissi da Firenze, è un pezzo, cioè il 2 dicembre: l'hai avuta? Ho ricuperata da Piacenza la tua 30 novembre; e con tutto il cuor ti ringrazio della tua amorevolezza. Duolmi che mi confermi nel mio sospetto che debba esser molto difficile il riaverti qui: eppur Firenze è il miglior soggiorno che possa aversi in Italia. Con chi parlerai costì? Non si può durare eternamente in silenzio, chi ha pur molti pensieri in capo. Duolmi assai assai della tua salute: pregoti di averne molta cura: e forse la diligenza continua allevierà per lo meno il male. Ma costì qual rimedio contro la malinconia? La solitudine non è buona; se non talvolta per aver quiete a meditare qualche gran lavoro. Agl'infermi è rea. Sono stato trattenuto nella lugubre Piacenza molto più che non credevo: e questa volta ne sono stato più contento del solito. La mia salute è sufficiente: le notti sempre tormentose (e non ci trovo rimedio), i giorni tolerabili, e senza dolore, ma con fiacchezza pel tormento delle notti. Non posso applicare: ma già vi sono assuefatto.</p>
            <p>Domanderò a Vieusseux il libro del Manno, ch'ei non mi diede. Non mi sono incontrato col Gioberti; del quale ho sentito dir molto bene. Consola di qualche riga la buona Adelaide Maestri (a Parma, dove ora è anche la madre) poichè ti scrissi già che desideravano con grande ansietà tue nuove. Salutami cordialmente Paolina e Carlo. Quando puoi senza disagio scrivimi, scrivimi, le tue lettere mi sono preziose: e vorrei poterti persuadere a ritornare qui: dove certamente sei conosciuto quel che vali, e riverito, e amato. Di me non ti parlo: ben sai s'io posso mutar nè di mente nè di cuore. E con tutta l'anima ti abbraccio e ti desidero.</p>
            <p>Fammi un cenno d'aver avuto questa e la precedente; perchè altrimenti sarei inquieto, pensando quante altre ne andavano già perdute. Addio addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Colletta (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO COLLETTA</hi>
               </byline>
               <dateline>Livorno 25 Dicembre 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Amico mio caro Conte Leopardi. Mi ha prodotto piacer vero e sommo la vostra lettera del 16 corrente, perchè di persona stimatissima e cara: ed oh così mi avesse recate migliori nuove della vostra salute e del vostro vivere. Fate animo, poichè dite fatale l'aria e la dimora di Recanati, fate animo, amico mio, a tollerarne i mali, ad ingrandirne i beni, e goderli. Sempre ho speranza che torniate fra noi, e che possiamo vivere assieme giorni migliori de' passati: e se Voi confidereste a me (amico vostro sincero e secreto) per quali condizioni tornereste in Toscana, io ne farei la mia cura continua; e chi sa che un giorno non riuscirei ad appagar le brame vostre e di noi tutti amici ed amanti di Voi.</p>
            <p>La mia salute è molto migliorata, nè già per l'aria di Livorno, ma per naturale non atteso benefizio. Di tempo in tempo viene il male a rammentarmi che son suo soggetto, m'impone un tributo di sangue, e parte; ma le sue visite non sono come innanzi molto frequenti, così che ho tempo di raccogliere nuovo sangue per poi versarlo nella cassa dell'inesorabile fisco.</p>
            <p>Ho desiderato e sempre e molto di farvi leggere il mio povero lavoro, perchè me ne aspettava bene di correzioni e di consigli; ma nella scorsa estate voi foste tanto infermo, che non osai di passarvi lo scritto. Se i voti miei s'avverassero, potrei farlo al vostro ritorno in Toscana. I miei studi sono sempre i medesimi, nè mi è concesso di variarli, perchè piccola mente non cape materie diverse. Ho compiuto il VI libro, altri quattro ne resta; e se la fortuna mi sarà seconda, li compirò in due anni. Vi ho detto queste mie cose, perchè mi avete mostrata brama di saperle; ma, credete a me, sono meschine.</p>
            <p>Spero che voi possiate scrivere, rallegrare gli amici con quel segno di migliorata salute, e dilettare ed istruire la Italia. Non mai il bello stile è stato quanto ora necessario, però che i presenti vogliosi anzi avidi del dir puro, lo credono riposto negli autori del '300, e migliore lo scritto che più contenga modi e parole di quel tempo. Le quali credenze unite all'amor del difficile, alle censure, al voler fare intendere quel che non si dice, producono le contorsioni che ci straziano tuttodì gli orecchi ed il cervello. Voi, Giordani, qualche altro, sapete innestare alla purità la chiarezza, la nobiltà dello stile: Giordani è fallito; sopra il qualche altro non confidiamo; se il Leopardi ci abbandona, chi mai resta? Scrivete, amico mio; non uccidete il germe del bello che la natura e gli studi vi han messo in pugno.</p>
            <p>Ditemi qualcosa de' vostri letterari disegni; e scrivetemi spesso: io farò altrettanto. Credete che nessuno più di me vi stima e vi ama.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Ranieri (1828)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO RANIERI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Recanati 31 Dicembre 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio carissimo Ranieri. Io vi ringrazio senza fine della vostra affettuosa de' 18, e delle notizie che mi date di voi. Mi duole che sia stato impedito il vostro viaggio di Venezia; ma da altra parte godo assai che il soggiorno di Bologna vi sia riuscito così piacevole come io ve lo aveva promesso. Oh spero pur certo che la compagnia di coteste persone coltissime, amabilissime, piene di gentilezza e di cordialità, servirà in qualche parte di medicina alla vostra tristezza. Vedrete certamente e vi farete amici il conte Carlo Pepoli, la Contessa sua sorella Sampieri, il Costa, il marchese Angelelli: salutateli per mia parte infinitamente, vi prego. Raccomandatemi anche molto alla Contessa e al conte Marchetti, e ringraziateli dei loro gentili saluti. All'egregio Don Carlo, ricordate l'amicizia che mi ha promessa, e salutatelo per me mille volte. Del vostro esilio non so se io mi debba dolere con voi o rallegrare, ma credo quest'ultima cosa piuttosto, massimamente che così pare anche a voi. Caro mio Ranieri, ricordatevi di me qualche volta, e datemi le vostre nuove: io starò qua sicuramente tutto l'inverno, e fino a Dio sa quando. Vogliatemi bene, e adoperatemi se posso servirvi. Per amor mio, che v'amo pur tanto, proccurate di scacciar via i pensieri malinconici il più che potete. Vi abbraccio con tutto il cuore e vi bacio: addio addio. Il vostro Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Maestri (1828)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ADELAIDE MAESTRI - PARMA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Recanati 31 Decembre 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Mia cara Adelaide. La lettera vostra e della mamma e dell'ottimo ed egregio avvocato, mi giunge, se è possibile, più cara delle altre, perchè aspettata molto e desiderata, dopo il silenzio di tanti mesi. Io ne ringrazio voi, e voi ne ringrazierete per me la cara Antonietta (alla quale raccomando la cura della sua salute), e il nostro Ferdinando, il quale godo che sia ristabilito in sanità, e prego a guardarsi diligentemente dal ricadere. Che la salute vostra sia sufficiente, mi consola assai: vorrei che fosse perfetta; ma un animo come il vostro non può abitare in membra gagliarde. La mia famiglia sta bene; ringrazia voi e la Mamma de' saluti gentili, e vi riverisce di cuore. Lo stato della salute mia è l'ordinario; e questo valga a dispensarmi dall'entrare in una materia che mi annoia. Quanto a Recanati, vi rispondo ch'io ne partirò, ne scapperò, ne fuggirò subito ch'io possa; ma quando potrò? Questo è quello che non vi saprei dire. Intanto siate certa che la mia intenzione non è di star qui, dove non veggo altri che i miei di casa, e dove morrei di rabbia, di noia e di malinconia, se di questi mali si morisse. Dite per me un milione di cose all'incomparabile, all'amabilissimo Papà: baciate in mio nome i bambini. Io vengo godendo il tabacco donatomi da voi: gl'intendenti di qui lo giudicano eccellente e prelibato, e questa è una delle poche cose in cui convenghiamo insieme i miei cittadini ed io.</p>
            <p>Ditemi una cosa. Credereste voi che si potesse trovare costà in Parma un impiego letterario onorevole, e di non troppa fatica; tale, che si potesse accordare colla mia salute? Fatemi la grazia d'informarvene, pianamente, e senza mettere innanzi il mio nome, se non quanto portasse la necessità. Addio, mia cara: amatemi, come io v'amo, e scrivetemi. Riveritemi Colombo e Taverna.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.P.Vieusseux (1828)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIAN PIETRO VIEUSSEUX</hi>
               </byline>
               <dateline>Firenze 31 Dicembre 1828.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio carissimo Leopardi. Le occupazioni della fine dell'anno non mi hanno permesso di rispondere prima d'ora alla vostra 15 stante. Il suo contenuto mi ha afflitto. Perchè dunque abbandonarci per ritirarvi a Recanati quando sapevate per esperienza essere quell'aria contraria a' vostri occhi? e dopo che vi era possibilità per voi di combinare le vostre cose in modo da poter stare a Firenze o a Pisa? perchè lusingarci del vostro pronto ritorno fra noi, per poi parlarmi come se non voleste più lasciar Recanati? Mio caro amico, pensateci seriamente, per la vostra quiete, e per quella dei vostri amici; e non vi abbandonate ad uno scoraggiamento ch'io credo essere non tanto l'effetto quanto la causa de' vostri mali. Voi avete esperimentato con quanto poco danaro potete vivere in Toscana; e voi avete altresì provato l'efficacia di quest'aria tirrena: come persuadere i vostri amici che quei pochi scudi che vi possono mancare per il vostro <foreign lang="eng">budget</foreign>, non siano da ottenersi dal vostro padre? e perchè non confidare un poco più in quelle altre risorse che vi possono somministrare i vostri rari talenti? ed, oso dirlo, la tenera amicizia di chi vi ama, e stima quel che valete? Vostro padre, ne sono persuaso, quando saprà quanto giovevole è per voi il vicinato dell'Arno, sarà il primo a combattere le vostre risoluzioni; ma se voi non dite nulla, egli non potrà mai indovinarlo. Riflettete, mio caro amico, e datemi presto delle vostre nuove; e scusate in favore dell'amicizia, se tanto m'interno nelle vostre cose.</p>
            <p>I vostri libri furono spediti al Brighenti. Egli medesimo è stato qui in Firenze; e me ne parlò, credo, come se già fossero stati in suo potere, Egli è venuto qui con una sua figlia, che mi è parsa una buona persona.</p>
            <p>Eccoci alla fine dell'anno: io spero di potere prima del dì 10 Gennaio pubblicare l'<title>Antologia</title> di novembre-dicembre 1828 coll'annunzio della necrologia Cesari e Pindemonte. Questo doppio fascicolo ch'io credevo poter limitare a' 16 fogli, oltrepasserà i 20; eppure lascio addietro vari articoli, per i quali mi venivano fatte delle grandi premure. Quello sul Monti è piaciuto universalmente. Tommasèo vi ringrazia; e vi posso assicurare che quelle vostre righe intorno al suo lavoro lo hanno lusingato assai, e confortato a sempre meglio fare. L'istesso Montani ha dovuto riconoscere, valere più quell'articolo di quello ch'è venuto nella <hi rend="italic">Biblioteca italiana</hi>; ma anzichè servirgli di sprone, egli mi sembra sempre più avvilito; e tra l'avvilimento da una parte, e dall'altra l'entusiasmo per la società filodrammatica, non so cosa potrò ottenere da lui per l'<title>Antologia</title>. Del resto egli è stato benissimo di salute, come anche Giordani e gli altri nostri comuni amici. Giordani da otto giorni a questa parte è immerso nelle gozzoviglie di Natale. Gino è stato di servizio a Pitti, durante la comparsa fatta dal Granduca; il quale Granduca è stato applaudito per ben tre volte quando fu al teatro. Questi applausi sono dovuti al bel <hi rend="italic">motuproprio</hi>, che ordina il prosciugamento della Maremma Grossetana, a spese del pubblico erario. Addio ed amatemi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1829)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>[Firenze] 1 Gennaio [1829].</date>
            </opener>
            <p>Mio caro. Ti mando una lettera di Colletta. Ti scrissi il 2 e il 18 dicembre. Ma di te non ho altro che quella del 30 novembre, che mi venne da Piacenza. Pregoti che non vogli lasciarmi tanto tempo senza tue nuove. E per non faticare i tuoi occhi potresti ben pregare Carlo o la buona Paolina (i quali saluto cordialissimamente) a farmi per te grazia di qualche riga.</p>
            <p>Vieusseux non mi ha dato il Manno; dicendo che lo aveva spedito a te cogli altri libri tuoi. Or come si fa? Addio caro; abbi cura della salute; ma sopratutto procùrati qualche divertimento, se puoi. Ti abbraccio con tutto il cuore senza fine. Addio addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Brighenti (1829)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO BRIGHENTI</hi>
               </byline>
               <dateline>Bologna 7 Gennaio 1829.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio carissimo. Non ti sorprenda se oggi solamente rispondo alla tua preziosa letterina del 28 novembre. Fui a Firenze, quindi a Modena, e stetti in giro qui e là sperando di negoziar libri, ma pur troppo inutilmente. Il commercio libraio è annientato, e ciò mi ha posto in crudelissime angustie. Da molto non mi sono trovato in siffatte strettezze, e ti giuro che provo un affanno continuo. Io dimetterò stamperia e negoziazione di libri; merce inutile in Italia, dove si vogliono cibi e cavalli, e tutt'altro che serva ai bisogni e ai piaceri del corpo, esclusi quelli della mente, a cui niuno o sì pochi pensano, che i libri già soprabbondano.</p>
            <p>Il pacco de' tuoi libri è qui in Dogana di Bologna. Presto lo farò spedire in Ancona, e lo invierò al libraio Sartori, o ad uno spedizioniere, avvisandoti poi dell'occorrente.</p>
            <p>Sento che tu starai lungamente a Recanati, e mi auguro di poter venire ad abbracciarti. Oh mio adorato amico, quanto ti sospiro, e quanto mi è mancato, dacchè perdei la tua compagnia, e le consolazioni che riceveva dalle tue parole!</p>
            <p>Intesi che la tua salute era alterata; spero che il riposo e la casa e l'aria di Recanati avranno servito a ristabilirti: dammene nuove, se il puoi, senza tuo troppo disagio. La mia famigliuola si onora sempre della tua memoria, ti riverisce, e ti ringrazia cordialissimamente. Tu amami, chè io ti adorerò sempre.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1829)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>[Firenze] 8 Gennaio [1829].</date>
            </opener>
            <p>Oh come vanno lente e torte le poste, o mio caro. Ricevo ora la tua 31 dicembre, che risponde alla mia dei 18. La tua risposta alla mia del 2 non l'ho ricevuta. Ti scrissi il 1° gennaio mandandoti una di Colletta.</p>
            <p>Mi duole a pensare che abbiamo da vivere così lontano: ma veramente lontano non sei qui nè dalla memoria di tante brave persone, nè dal mio cuore: ma siamo separati e non possiamo vederci, parlarci. Abbi gran cura della tua salute. Io vo sempre sperando che il tempo abbia un qualche dì a ricondurti a Firenze. Salutami tanto Carlo e Paolina. Ti risalutano caramente gli amici. Colletta lavora molto nella sua <hi rend="italic">Storia</hi>. Addio caro, addio senza fine. Mi chiede di te da Roma la Lenzoni, e ti saluta molto.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Monaldo L. (1829)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI MONALDO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <dateline>Roma, 10 Gennaio 1829.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Figlio. Mi è stato carissimo il ricevere i vostri caratteri, e tanto più quanto che me li avete diretti dalla nostra casa, nella quale ho tanto desiderato di rivedervi. Ringrazio con tutto il cuore il Signore che nei vostri viaggi non siavi accaduto mai niente di sinistro, perchè noi ne avremmo risentita una pena incomprensibile. Io per misericordia di Dio passai quel pericolo senza avvedermene allora e senza raccapricciarne in appresso. Anche qui abbiamo avuto, a tutto ieri, giornate pessime, non per la neve, ma per il freddo e l'acqua. Desidero che il freddo di costà non vi pregiudichi, ed abbiatevi cura. Oggi assistendo ad un incanto di libri, alcuni, al sentire il mio nome, mi hanno domandato se mi appartenevate, e me ne hanno applaudito. Fra gli altri un Agostiniano De Antoniis, che dice avervi veduto a Bologna. Gli Antici vi salutano cordialmente. Voi salutatemi i fratelli, ed abbracciate particolarmente Carlo. Ancora non ho veduto il suo carattere. Assicuratelo che mi riuscirà gratissimo, perchè lo amo con tutto il cuore, ancorchè Iddio mi abbia mandata col suo mezzo sufficiente tristezza. Assicuratelo di più che se nel suo sventurato impegno sua Madre ed io non vedessimo altro che il nostro scontento, avremmo il coraggio di sacrificarlo alla sua felicità, alla quale però non provvederemmo affatto cambiando la nostra risoluzione. Spero che un giorno ne rimarrà convinto, se non lo è già a quest'ora. Addio, mio caro Giacomo. Vi abbraccio, e vi benedico di cuore. Il vostro affezionatissimo Padre.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.F.Stella (1829)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
               <dateline>Milano 12 Gennaio 1829.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico amatissimo. Le scrivo su questa circolare, perchè possa anch'essa servirmi di scusa, se ho indugiato cotanto a scriverle. Le occupazioni mie sono state cotante, e continuano in gran parte ad essere, che non mi permettono ancora d'intrattenermi co' miei cari amici; ma spero che presto cesseranno, ed allora le scriverò come vorrei. Intanto riceva queste mie due righe all'infretta, che le scrivo particolarmente per aver notizie della sua salute che sospiro di sentir buona, o almen passabile.</p>
            <p>Con tale occasione l'avviso che la mia Casa sabbato scorso col mezzo del libraio signor Sartori d'Ancona, a cui non ho avuto incontro di spedir prima, le ha inviato dodici copie della <title>Crestomazia poetica</title>, ma in carta comune, perchè in carta distinta non n'è stata tirata alcuna. Nel pacchetto vi troverà aggiunta la continuazione del <hi rend="italic">N. Ricoglitore</hi>, cioè dal quad. 42 al 48, ultimo dello scorso anno.</p>
            <p>Tutti i miei la riveriscono di cuore, ed io l'abbraccio teneramente. A.F.S. che l'ama e stima assai assai.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di V.Gioberti (1829)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI VINCENZO GIOBERTI</hi>
               </byline>
               <dateline>Di Torino, alli 12 del 1829.</dateline>
            </opener>
            <p>Illustrissimo Sig.r Conte, ed Amico pregiatissimo. Io peno grandemente nel dar principio a questa lettera, quantunque il desiderio di trattenermi colla persona a cui è indirizzata, di sapere delle sue nuove, e di mitigare a qualche modo il dispiacere d'esserne lontano, sia grandissimo. Signor Conte, voi mi avete comandato prima che io partissi di scrivervi, usando quella famigliarità di modi, che si suole tra gli amici, ed evitando quelle forme che mal s'addicono alla nativa indole della nostra lingua, e quegli spagnuolismi, come voi medesimo diceste, che recano impedimento alla franchezza del conversare. Quanto io sia vago d'ubbidirvi, e di comunicare con voi alla libera, non è d'uopo che ve lo dica; ma d'altra parte io temo di passare per ardito e prosuntuoso al vostro medesimo cospetto nel compiacervi in questo; perchè la bontà, modestia e gentilezza vostra non possono talmente farvi velo al giudizio, che non conosciate come per ogni verso non ho alcuna proporzione con voi, e quanto carico mi possa venire dal mostrare nelle mie parole di averla. Tuttavia siccome conosco in voi la cortesia e l'amorevolezza maggiore, che non sia in me lo stesso difetto de' meriti, mi son risoluto di governarmi come mi ordinaste, e di eleggere di comparir piuttosto folle ed arrogante, che poco ricordevole e studioso de' vostri comandi. Eccomi adunque a valermi della libertà che mi concedete, a parlarvi con ingenuità e dimestichezza, e darvi forse anche fastidio col tenore delle mie lettere, poichè mi avete pure prescritto di farle lunghe, come uso coi famigliari ed intrinseci; e voglio ancora ubbidirvi in questo articolo, come negli altri.</p>
            <p>Vi dirò prima di tutto alcune cose del mio viaggio; il quale mi riuscì poco dilettevole, dopo che fui diviso da voi. Mi fermai poche ore in Ancona, dove vidi il Sig.r Sartori, mediante la commendatizia favoritami dal Prof. Moretti. Ne partii nel medesimo giorno colla Diligenza, non avendo potuto trovare una vettura pel seguente; e però mi fu impossibile il ricapitare in Sinigaglia e Pesaro le lettere datemi gentilmente dal suddetto professore pel Francolini e pel Paoli; cosa che mi fece molto dispiacere; ma non potei fare altrimenti pel bisogno che provava di raccorciare quel tratto di cammino, e trovarmi presto in Bologna a pigliarvi un po' di riposo. Il mio soggiorno in questa città fu però solo di quattro giorni a motivo del freddo gagliardo che ci sentiva. Ebbi la fortuna d'incontrarvi l'Avv. Brighenti, che fu lietissimo di aver fresca notizia di voi, e mi disse che di corto vi avrebbe scritto. Seppi da lui che il Sig.r Giordani s'era avviato pochi giorni prima alla volta di Firenze: pensate qual sia stato il mio rincrescimento di non averlo potuto incontrare. Mi posi quindi per la via di Modena, dove non mi soffermai che un'ora, perchè conobbi nella prima giunta che il suo clima non mi avrebbe conferito: poi un giorno a Parma, che mi piacque molto; un altro a Piacenza, che mi piacque quasi ancora di più; ma non ci stetti più a lungo, perchè mi si faceva un'ora mille anni di essere in Milano. Quivi giunto fui costretto a star ritirato quasi sempre in casa per lo spazio di una settimana a cagione di un riscaldamento di reni, e dei dolori d'intestini più forti di quelli che aveva sofferti in Macerata. Riavutomi alquanto, cominciai a visitare lentamente le cose più riguardevoli di quell'ampia città, la quale per la frequenza degli abitanti, l'ampiezza e pulitezza delle vie principali, il lusso delle officine, e la moderna magnificenza di molti edifizj, mi piacque più di Firenze. Ci feci acquisto di alcune conoscenze, e vidi due volte il Sig.r Manzoni, al quale io feci i vostri saluti, ed egli mi commise di ricambiarveli con molto affetto. Partii di Milano poco prima del Natale, e ritornai in patria.</p>
            <p>Mi è stato di molta dolcezza il rivedere gli amici; ma dopo lo svagamento di quattro mesi trovo assai difficile il ripigliare le antiche e poco care consuetudini. Non essendo ancor cessato del tutto lo sputo del sangue (poichè mi ripigliò in Milano, e qui dopo il mio ritorno) non solo abbandonai interamente la pratica delle ripetizioni, che in ogni caso avea già disegnato d'interrompere, ma fui forzato a dismettere quasi ogni studio; il che mi guasta tutti quei disegni che avea formati per rendere la mia vita meno penosa e futile per l'avvenire. Non fo altra cosa che leggicchiare un poco senza ordine e senza attenzione; meno una vita scioperata, inerte, e solamente animale; il che quanto sia per durare, non so. Imperò sono poco atto a darvi di quelle notizie letterarie, che sole potrebbero darvi piacere di questi miei fogli. Ma per non tacere quel tanto che so, dirovvi, che ho data una scorsa alla <hi rend="italic">Storia del Gnosticismo</hi> del Matter, e che mi pare fornita di una ricca e sicura erudizione, tanto meno sospetta, quanto più l'autore alieno si mostra dalla mania delle ipotesi e dei sistemi. Uscirono di fresco alla luce dei nuovi fragmenti filosofici di Vittorio Cousin, concernenti non la filosofia, ma la storia di essa. Vi sono due articoli di molto rilievo su Senofane e Zenone di Elea, dove spone in un modo nuovo la dottrina attribuita a questi due filosofi, e vendica il secondo dalla taccia datagli di scetticismo, dimostrando che le sue obbiezioni scettiche erano indirizzate non a fondare un dubbio assoluto, ma a provare che per evitare questo dubbio bisognava rigettar le dottrine della scuola Jonica, e abbracciare quelle di Pitagora, di Senofane, e di Parmenide. S'è ristampata l'opera del Damiron in 2 voll. in-8° con parecchie aggiunte, e fra le altre, di alcuni articoli sul Lancelin, il Broussais, il S. Martin, e il Ballanches, e di un <hi rend="italic">aperçu</hi> sul transito che fece la filosofia dal sec. 18° a quella del sec. 19°, e di uno squarcio notevole sulla filosofia dell'<hi rend="italic">inosservabile</hi>, cioè di quegli oggetti, che eccedono il cerchio dell'osservazione immediata. Fece qualche rumore in Francia una nuova opera del Broussais intitolata: <title>
                  <foreign lang="fra">De l'irritation et de la folie</foreign>
               </title>, che non ho ancor potuta vedere; ma per quanto dice il Damiron, che impiega molte pagine a confutarla, non è altro che una rinfusione del sistema del Cabanis molto ingegnosa, ma con poco, o nulla di nuovo. Ho inteso dire che il Potter sia incarcerato a motivo delle sue opinioni, e di alcuni de' suoi ultimi scritti. Il Salvador fu accusato dinanzi a' tribunali di aver violate le vigenti leggi della stampa nella sua opera sulle instituzioni mosaiche con quel capitolo, dove difende il procedere della nazione ebrea nel giudizio <hi rend="italic">più celebre che sia stato al mondo</hi>. - A quest'ora avrete già ricevuto notizia della morte di Melchior Gioja. Ho veduti manoscritti i quattro seguenti versi del Manzoni in morte del Monti, che vi trascrivo di memoria non so con quale esattezza: "Salve, o Divino, cui largì Natura - Di Dante il core, e del suo duca il canto: - Questo fia il grido dell'età ventura; - Ma quella, che fu tua, tel dice in pianto". - Qui in Torino l'impresa de' classici latini procede gagliardamente, essendo stato tolto via l'impedimento di cui vi avea parlato dalla fermezza e generosità del libraio Pomba, che per non sottoporre l'edizion sua alle stitichezze di una revisione, rinunziò all'associazione di 25 copie, che si doveano pigliare dal magistrato della Riforma. Lo stesso stampatore ha cominciato a dare alla luce sotto il titolo di <hi rend="italic">Biblioteca popolare</hi> una raccolta de' migliori classici italiani, che dovrà comprendere 100 volumi di picciol sesto, al prezzo modicissimo di 50 centesimi per ciascuno: impresa di molta utilità per le lettere nel nostro picciolo e povero paese. - Il volgarizzamento boucheroniano dell'opera di Senofonte non è ancora uscito fuori. Oltre a questa traduzione italiana, il Boucheron sta componendo in latino una vita del celebre amico dell'Alfieri, il Caluso; la quale dovrà riuscir bella cosa. Ho salutato in nome vostro esso Boucheron, il Peyron, il Grassi, il Martini, il Dettori, e tutti mi hanno incaricato di risalutarvi caramente, e di ringraziarvi della buona memoria che tenete di loro. Il Peyron mi diede spontaneamente un esemplare del suo scritto sui papiri greci, commettendomi di spedirvelo in suo nome. Fo la consegna unitamente a una copia del <hi rend="italic">Raccoglitore</hi> a un libraio, incaricandolo di farlo tenere per mezzo del Masi di Bologna all'Avv. Brighenti. Ci vorranno alcuni mesi prima che il plico giunga costì, a motivo del giro che dee fare per Milano, e subito che l'abbiate ricevuto vi prego a darmene un cenno, perchè non vorrei che andasse in sinistro. - Il Grassi mi ha parlato di un'opera che intende di pubblicare a malgrado della sua cecità, dopo il <hi rend="italic">Dizionario militare</hi>, se avrà tanto di salute e di tempo da poterne mettere a ordine i materiali, che tiene già preparati. Essa dee trattare delle Origini della lingua italiana, e dimostrare <hi rend="italic">a priori</hi> colla storia de' popoli, e <hi rend="italic">a posteriori</hi> col riscontro delle voci e delle frasi, che per trovar quelle bisogna risalire ne' tempi addietro al di là dell'idioma provenzale, e ricercarle nelle favelle dei popoli settentrionali, degli Arabi, e de' Greci, co' quali gl'Italiani comunicarono in varie guise all'epoca in cui si formarono i primi rudimenti della loro lingua. - A proposito di lingua italiana, ho veduti i primi fascicoli di un nuovo Dizionario di essa, che si sta compilando e stampando in Padova dai tipografi della Minerva; il quale ho inteso dire che per la copia de' vocaboli e delle frasi, e per l'esattezza delle interpretazioni e definizioni sia il migliore di tutti quelli che sono usciti finora.</p>
            <p>Eccovi, Signor Conte, la poca suppellettile delle novità letterarie che mi son venute alla mente nello scrivervi questa, la quale temerei fortemente che vi dispiacesse per la famigliarità, e vi fastidisse per la lunghezza, se non avessi conosciuta e sperimentata la generosità ed indulgenza vostra. Pigliatela adunque in buona parte, e perdonatemi la sicurtà che mi sono tolta.</p>
            <p>Fate divotamente riverenza in mio nome ai degnissimi vostri genitori, e ai gentilissimi fratelli; la cortesia dei quali nel ricevermi così amorevolmente in casa loro, e le gentilezze che mi usarono, congiuntamente alla vostra amicizia, non m'usciranno giammai dall'animo infin ch'io viva. Vi prego pure di salutare l'umanissimo Prof. Angelo Moretti, e di ricordargli la mia servitù. Quanto a voi, Signor Conte, mi confido, che senza che io ve ne preghi, vi varrete di me alla libera in tutto che io vi possa servire, e sarete persuaso che la più cara dimostrazione di affetto che mi possiate dare è quella del comandarmi. Frattanto io vivo con grandissimo desiderio di saper delle vostre nuove, che spero saranno migliori, e novero con ansietà i giorni che impiega il corriere delle lettere. Se mai la vostra salute non vi permettesse di scrivermi così prontamente una parola, pregatene uno de' vostri fratelli; chè l'indugio mi renderebbe troppo inquieto. E senza più mi dichiaro col rispetto più affettuoso vostro devotiss.o servitore e affezionatiss.o amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Rosini (1829)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIOVANNI ROSINI - PISA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Recanati 15 Gennaio 1829.</dateline>
            </opener>
            <p>Carissimo Amico. Sto rileggendo le bozze del poema, ma bisogna che approfitti degli intervalli che mi si concedono dal mio solito male di nervi che mi tormenta senza tregua. Appena sarò un po' più padrone di me stesso, da poter leggere attentamente le cose vostre, lo farò, rimettendovi poi tutto per mezzo del corriere. Io vivo qui dispettosamente, lottando coi malanni e con questa selvaggia gente. Ricordatevi talora di me, e vogliatemi sempre bene. Addio, addio.</p>
            <p>Il vostro Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Colletta (1829)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO COLLETTA - LIVORNO.</hi>
               </salute>
               <dateline>Recanati 16 Gennaio 1829.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Generale. Io vi ringrazio senza fine della vostra dei 25 Dicembre. L'intendere che la vostra salute è migliorata molto, mi consola in maniera che io non vi so dire il quanto: ed anche mi rallegra moltissimo che abbiate già recato a fine il sesto libro della Storia; tanto più mi rallegra, quanto mi riesce inaspettato, anzi contrario all'aspettazione. Gli altri vostri amici che l'hanno letta, ammirano i pregi intrinseci della vostra opera: io ammiro come abbiate potuto condurre un lavoro di tanta fatica fra tanti patimenti e dolori corporali che avete avuto a sostenere quasi continui; e mi confondo a pensare che, quando la mia salute è indisposta, io non son buono a che che sia, e non dico a scrivere, ma nè anche solamente a conversare. Un'altra cosa mi avrebbe consolato assai se fossi stato in Toscana; ed è quel che ho da Vieusseux, che vi siete risoluto di lasciare quella vostra benedetta villa e di passare l'estate da ora innanzi cogli amici vostri a Firenze. Voi siete tanto amorevole e buono, quanto valente. Poichè volete che io vi racconti lo stato mio, per dimostrarmi grato e per ubbidirvi non ricuso il pericolo di venirvi a noia. Se io voglio vivere fuori di casa, bisogna che io viva del mio; voglio dire, non di quel di mio padre; perchè mio padre non vuol mantenermi fuori, e forse non può, attesa la scarsezza grande di danari che si patisce in questa provincia, dove non vale il possedere, e i signori spendono le loro derrate in essere, non trovando da convertirle in moneta; ed atteso ancora che il patrimonio di casa mia, benchè sia de' maggiori di queste parti, è sommerso nei debiti. Ora, io non posso viver del mio se non lavorando molto; e lavorar molto con questa salute non potrò più in mia vita. Perciò m'è convenuto sciormi dagli obblighi ch'io aveva contratti collo Stella, e perdere quella provvisione che aveva da lui, e che mi bastava per vivere competentemente: erano, come credo che sappiate, venti scudi romani (diciannove fiorentini) al mese. Se io trovassi un impiego da faticar poco, dico un impiego pubblico ed onorevole (e gl'impieghi pubblici sogliono essere di poca fatica), volentieri l'accetterei: ma non posso trovarlo qui nello Stato, dove ogni cosa è per li preti e i frati; e fuori di qui, che speranza d'impieghi può avere un forestiero? I miei disegni letterari sono tanto più in numero, quanto è minore la facoltà che ho di metterli ad esecuzione; perchè, non potendo fare, passo il tempo a disegnare. I titoli soli delle opere che vorrei scrivere, pigliano più pagine; e per tutto ho materiali in gran copia, parte in capo, e parte gittati in carte così alla peggio. Di questi titoli potrò specificarvene alcuni, se voi vorrete, e quanti vorrete, in altra lettera: questa è già troppo lunga. Vogliatemi bene, e scrivetemi, come mi promettete. Se vedete il professor Doveri, fatemi grazia di salutarlo per parte mia. Vi abbraccio carissimamente.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Tommasini (1829)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIACOMO TOMMASINI</hi>
               </byline>
               <dateline>Parma 16 Gennaio 1829.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Conte Leopardi. Io mi trovo in Parma fin dalla fine di Novembre; e ciò per una grave malattia più volte recidiva, da cui è affetto questo Maresciallo Conte di Neipperg Cavaliere d'onore di S.M. Maria Luigia. Nè avrei potuto trattenermi tanto tempo lontano dalla mia Cattedra, se le preghiere di questa Sovrana non avessero acquistato il valore del comando per le ample concessioni fattele dal Governo Pontificio. - Intanto io ho saputo dalla mia Adelaide il vostro desiderio di ottenere quando che sia un impiego a Parma; e spero a suo tempo di potervi io pure esser utile attese le relazioni che l'indicata circostanza mi ha fatto contrarre. Ma a questo proposito io debbo dirvi qualche cosa di più, giacchè all'amicizia vostra posso confidare un segreto, che dee per ora rimanere nascosto a tutti. Sappiate dunque riservatamente che questa Sovrana ha già fissato di nominarmi (terminate a Bologna le mie lezioni di quest'anno) suo Protomedico, e Consigliere di Stato, Vice Presidente dell'Università, e Professore della Clinica medica di perfezionamento. I disgusti ch'io ebbi dal Governo Pontificio nella passata estate m'indussero sin d'allora a far sentire a questo stesso Conte di Neipperg (che è tutto in questa Corte) come volentieri io sarei tornato in patria, purchè impiegato convenientemente; e la circostanza della sua malattia ha indotto la Sovrana a propormi i suddetti impieghi, che segretamente ho già accettato. In conseguenza di tutto ciò io nell'autunno venturo avrò in Parma una casa abbastanza capace, e vi saranno due camere anche per voi. Voi potrete vivere nella vostra piena libertà, a vostro agio: o stando con noi, o servendovi al <hi rend="italic">Traiteur</hi>. Ricordate la vostra antica promessa, e le speranze mie e di mia moglie d'avervi vicino. Potrò vicino a voi migliorar forse la vostra salute; ed essendo voi in Parma, sarà molto più facile riuscir nell'impegno di procurarvi decente impiego.</p>
            <p>Attendo un vostro riscontro che confermi le mie speranze. Ma rispondendomi indirizzate le vostre lettere a Bologna, giacchè da qui a pochi giorni è facile ch'io torni a quell'Università.</p>
            <p>Addio, mio ottimo amico. La Tognina non vi scrive perchè è in letto col suo mal di capo; ma vi saluta cordialmente. Amatemi, e credetemi sempre vostro aff.mo Amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Maestri (1829)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ADELAIDE MAESTRI</hi>
               </byline>
               <date>[Parma 22 Gennaio 1829].</date>
            </opener>
            <p>Mio caro Leopardi. La vostra lettera m'ha posta nel cuore la più dolce speranza. Oh sarebbe pur grande la nostra consolazione se poteste venire a vivere con noi sotto questo bel cielo! la cosa forse dipende in gran parte da voi. L'età vostra, e l'ingegno capace d'ogni cosa grande o difficile, non possono farvi dubbio d'assumere l'incarico di che vi parlerà Ferdinando. Dunque abbiate la volontà forte come l'ingegno. Pensate che quando l'uomo non ha l'animo tranquillo; quando gli oggetti che lo circondano, com'è di voi, non gli spirano che rabbia, noia, malinconia, nulla può fare nè pensare; che se rimaneste in tale condizione, forse a poco a poco anderebbero perduti e per voi e per la nostra Italia tutti que' rari doni di cui la natura v'è stata tanto liberale: e voi sapete quanto la patria nostra, che tanto amate, abbisogni di chiari uomini che ci ristorino della perdita di que' tanti che più non vivono. Qui, dove non potrebbe mancarvi mai il conforto della vera amicizia, sareste più contento, e potreste continuare ad occuparvi a utile pubblico, e a gloria vostra. La popolazione è buona, buono il governo. Decidetevi dunque; non tardate a risponderci, e fate che la risposta ci consoli. Addio, addio di tutto cuore.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di F.Maestri (1829)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI FERDINANDO MAESTRI</hi>
               </byline>
            </opener>
            <p>Egregio Sig.r Conte carissimo; se i nostri desiderii potessero essere soddisfatti, avremmo a ringraziare la selvatichezza del vostro Recanati; e forse voi stesso avreste ad esserne contento.... Il cuore ha violate le cerimonie; m'è sfuggito il <hi rend="italic">voi</hi>, e crederei far torto alla vostra modesta amorevolezza, se tornassi al <hi rend="italic">Lei</hi>. Continuando adunque il discorso vi dico che, conosciuta la vostra disposizione a venir qui ad abitare, ove alcun impiego ci fosse, abbiamo parlato a chi è sopra alla pubblica istruzione. Questi vi conosce per le vostre opere, e ha di voi quel concetto, che tutta Italia. Ci ha risposto essere vacante la cattedra di Storia naturale, cioè di mineralogia e zoologia; e ch'egli sarebbe molto lieto di proporvi, ove non dissentiste, a siffatto insegnamento. Lo stipendio annuo è di quaranta sei luigi; ma potrà aumentarsi, forse, trattandosi di un forestiere della vostra riputazione. Notate che con quell'assegno un uomo vive bene in questo paese, ove le merci e le derrate sono a buon prezzo. Le difficoltà, che ci farete voi, le abbiamo prevedute. Direte forse, che questo non fu il vostro studio più principale; ma in pochi mesi, in un anno, se volete, potete rendervi arciprovvedutissimo delle cognizioni, che si richieggono per salire sur una cattedra, che è qui come nuova, perchè il professore che ci era non fece mai scuola. Potete dunque prendere quell'agio, quel tempo che può esigere da voi la vostra salute, e la vostra timida verecondia. La scuola si fa tre sole volte la settimana, e non dura che un'ora. Ci sono quattro mesi di vacanze: in tutto l'anno si faranno sessanta lezioni e nulla più. Se voleste risparmiare il petto a recitar le lezioni, potreste valervi di quello di qualche discepolo, di voce e intelletto buono. A tutte queste cose, e a tutte quelle che si confacessero col vostro comodo, e colle vostre fisiche facoltà, consentirebbe di buon grado chi può consentirvi. Caro Leopardi, non frustrate la dolce nostra speranza di avervi tra noi ad illustrare questa già celebre Università, e a rallegrare di vostra presenza gli antichi vostri amici, quali siamo noi, e tanti altri che qui vi stimano altamente, e andrebbero superbi di possedervi. Pensateci bene: prima di dire del no, ditemi sinceramente le difficoltà che vi si presentassero, ma ditele coll'animo docile, e disposto ad essere persuaso di quanto potrò rispondervi: e la risposta sarà al certo conforme al bene vostro, e all'amore, che tutti noi vi portiamo, grandissimo. E sarà una nuova prova, e la più bella che possiate darci della preziosa vostra amicizia, quella di secondarci, anche con qualche vostro (che non sia gravissimo) sacrificio, nelle nostre buone intenzioni. Il Prof.r Tommasini e la Sig.a Antonietta vi salutano caramente, e si propongono di scrivervi anch'essi con parole dello stesso tenore.</p>
            <p>Abbiatemi sempre aff.mo e car.mo Amico.</p>
            <p>Ho rotto il sigillo io stesso per inserirvi il foglio della Sig.a Antonietta.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Tommasini (1829)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIETTA TOMMASINI</hi>
               </byline>
               <dateline>Parma 23 Gennaio 1829.</dateline>
            </opener>
            <p>Caro Amico. Io non anderò in cerca di belle frasi, per indurvi a cedere ai miei consigli: ma vi parlerò brevemente, e semplicemente. Dico adunque che non dovete esser alieno da ciò di che vi parla Maestri; benchè questo sia forse per recarvi fatica, essendo cosa alquanto lontana dai vostri studii. Vi conforti, mio buon amico, quel sommo vostro ingegno, a cui nulla può esser difficile. E vi conforti pure la certezza che i miei concittadini tengono il vostro nome in altissima onoranza. Deh non fate che abbiano a patire il danno di non avervi tra i loro maestri! Ritenete che quando sarete a Parma non sarà difficile l'ottenere un cambiamento di posto quale più vi piacesse di avere. Dopo le cose qui premesse aggiungo l'ultima; ed è il dolore ch'io e la mia famiglia proveremmo vedendoci tolto un bene al quale abbiamo diritto di sperare. Se Maestri, e mio marito, non vi scrivessero, aggiugnerei altre cose: ma ora a me basterà che sappiate ch'io sono non l'ultima nella mia famiglia in fare caldi voti perchè accettiate ciò che vi viene offerto. Attendo un vostro riscontro con quella impazienza d'animo ch'è propria di quelli che sentono fortemente. Addio, addio, vivete sano, e raccogliete intanto, mio ottimo amico, tutta quella forza morale che vi è necessaria, onde uscire da un luogo nel quale dovete vivere infelice. La mia salute è sempre discreta, quando non peggiora. Desidero frequenti notizie della vostra, e bramo d'essere certa che voi vivete, se non bene, il meno male possibile. La vera salute non sono certi di goderla che gli uomini di poco cuore: è quindi provato che noi non potremo star bene. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Monaldo L. (1829)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI MONALDO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <dateline>Roma, 24 Gennaio 1829.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Giacomo. Voglio rallegrarmi con tutti i figli, e principalmente con voi, della misericordia usataci dal Signore accordandoci la vittoria in questa già tanto sventurata causa Moroni. Ho adottato ancora di scriverne contemporaneamente a tutti voi, acciocchè Mamma, vedendo questa moltiplicità di lettere, comprenda subito che le cose sono andate bene, e si risparmii quei momenti di agitazione, i quali precedono l'aprirsi una lettera interessante. Addio, mio caro Giacomo. Io vi abbraccio, e vi benedico con tutto il cuore. Vostro affezionatissimo Padre.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Peyron (1829)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD AMEDEO PEYRON - TORINO.</hi>
               </salute>
               <dateline>Recanati 25 Gennaio 1829.</dateline>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo e Celebre signor Professore. L'amico Abate Gioberti mi avvisa del dono di cui la Signoria vostra mi ha voluto degnare. Della gratitudine ch'io le sento di questo onore ch'Ella mi fa senza alcun merito mio, la quale in altro modo io non saprei significarle, forse è abbastanza il dire che io le sarò per l'innanzi tanto cordialmente grato e dedito, quanto fin qui sono stato ammiratore della dottrina e del valor suo.</p>
            <p>Lessi già in Firenze la prima parte di quell'opera eccellente e classica, con quel piacere che si prova imparando molte e bellissime cose. Ed essendo sollecitato di farne un estratto per l'<title>Antologia</title>, l'avrei fatto, secondo la mia capacità, molto volentieri; ed aveva già incominciato a scrivere alcune noterelle: ma l'indisposizione della salute, che mi rende lo studio impossibile, mi tolse anche questo piacere.</p>
            <p>Se tra le sue occupazioni che so ben quanto sono gravi e numerose, V.S. alcuna volta avesse agio di darmi qualche informazione de' suoi studi presenti e de' suoi lavori, Ella, così facendo, mi porgerebbe un diletto sommo, e recherebbe un gran conforto alla mia trista solitudine. Non so se questa preghiera sia troppo ardita. Ma spero che non le parrà presuntuosa l'offerta ch'io le fo di tutto quel poco o quel nulla ch'io posso e ch'io sono; la quale non nasce da opinione ch'io abbia di poter esserle utile in cosa alcuna, ma da desiderio ch'Ella mi tenga e mi conosca per suo totalmente addetto e devoto.</p>
            <p>E riverentemente me le raccomando. Suo devotissimo e gratissimo servitore Giacomo Leopardi,</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Rosini (1829)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIOVANNI ROSINI</hi>
               </byline>
               <dateline>Pisa 26 del 1829.</dateline>
            </opener>
            <p>Amico Car.mo. Sono 4 settimane che ad ogni corso di posta dico a me medesimo, voglio scrivere a Leopardi; e suonano le 5 che non ho potuto farlo. Questa mane, benchè abbia mille seccature, benchè mi sia inquietato col nostro <hi rend="italic">Cav.</hi> Lasinio, Crociato dello <hi rend="italic">Spron d'oro</hi>, insignito da me con 10 scudi, e benchè abbia lezione, pure prendo la penna per darvi le mie nuove, e per chiedervi <hi rend="italic">sollecitamente</hi> le vostre, giacchè qua tutti gli amici me ne chiedono, e la Lauretta in ispecie. Se voi foste stato qua avreste conosciuto una ragazza Russa, che mi ha diretta Sismondi, la quale veramente ha una istruzione rara. Ci è una Francesetta, che pur non manca d'istruzione, ma viva come una Spagnuola (<hi rend="italic">intelligenti satis</hi>) e <hi rend="italic">prude</hi> come un'Inglese: e ci è M. Ehinard il protettore dei Greci, che fa un nobile uso d'una gran fortuna da lui solo acquistata.</p>
            <p>Salutai il vostro padrone di casa, e la Lauretta, e M.a Mason, e gli amici; e tutti vi dicono mille cose.</p>
            <p>Or veniamo a noi. Ridete, ma ridete. Molte sono le male arti che s'impiegano anticipatamente contro la <hi rend="italic">Monaca</hi>; parmi, fra le altre cose, di scorgere in molti il timore ch'ella abbia un successo: e si va dicendo che quasi è opera sacrilega lo svelare quel che altri ha voluto tener nascosto. Si dice che nei Poemi (come Virgilio e l'Ariosto) è permesso prendere dei personaggi presentati da altri, <hi rend="italic">nei Romanzi no</hi>: e il perchè lo sanno essi: si dice in fine che la <hi rend="italic">Monaca</hi> è un pretesto per fare il quadro della Toscana: ma non è questo ciò, per cui vi dissi "ridete".</p>
            <p>Essendo in Firenze quest'autunno, e interrogato come la cosa erasi tenuta celata, risposi che un solo n'era al segreto (che eravate voi), giacchè io soglio mostrar le mie cose ad un amico in cui abbia fiducia; ma che per vero aveva trovato il giudice un po' troppo indulgente. Ci è stato un birbante che ha tradotto queste parole: quasichè io mi fossi vantato d'aver fatto cosa sì perfetta, che voi stesso, benchè critico <hi rend="italic">emunctae naris</hi>, non aveste trovato che lodare: e si è aggiunto, che voi eravate irritatissimo di questa <hi rend="italic">mia superbia</hi>; e che mi avevate scritto una lettera di rottura. Può giungere più in là la cattiveria e la calunnia? O di Japeto iniqua stirpe! Il fatto è che mi duole di non avervi qui, per le ultime 80 pagine, che comprendono il 24, 25 e 26 capitolo. Li ho limati quanto è stato in me; e li ho fatti riposare al punto, che non sono per anco stampati. Il 25 contiene esso solo una narrazione compiuta di 3 avvenimenti. Il 26, parmi che sia il più terribile di quel che ho saputo fare. Udrò il vostro giudizio; e vi avrei mandate le stampine, se avessi potuto francarle, per udirne il parer vostro innanzi di mandarlo al pubblico. Ciò vi mostri che non ho più pensato, nè lavorato alla <hi rend="italic">Strozzi</hi>.</p>
            <p>Quando spedirò la <hi rend="italic">Monaca</hi> (si pubblicherà dopo la metà di Marzo) in Bologna, o Forlì, ve ne invierò una copia scelta. Ditemi se costà vi sono librai da fidarsene. Addio. Vi abbraccio di cuore.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Monaldo L. (1829)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI MONALDO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <dateline>Roma, 27 Gennaio 1829.</dateline>
            </opener>
            <p>Giacomo mio carissimo. Ho ricevuta la vostra delli 23 con infinito piacere, e con altrettanto piacere voi riceverete forse in questo momento la mia, la quale vi annunzia che la nostra causa ha avuto un esito felicissimo. Così spero che lo avranno le altre mie cose, e potremo godere un poco di pace; non già quella pace perfetta che ci attende soltanto nella casa del nostro Padre celeste, ma la cessazione di quelle burrasche, in mezzo alle quali è troppo difficile il battere rettamente la strada verso la Stella polare.</p>
            <p>Godo infinitamente che stiate bene, ed io sto bene. Credo che in codest'aria nostra pura e sottile il moto non sia tanto necessario, come in questo stagno di putridumi, per impedire agli umori nostri di corrompersi; ma non mi persuade che anche nel riposo l'aria nostra affatichi la macchina più di questa. La gravità dell'aria deve pesare sopra i nervi e le membra, e il moto deve riuscire più facile quanto è più sottile il fluido in cui scorre il corpo moventesi. Bensì qualche rispettività macchinale potrà simulare qualche effetto contrario ad un principio, il quale mi pare innegabile.</p>
            <p>Ho goduto, e godo moltissimo vedendovi riconciliato con una discreta abbondanza di cibo, e mi unisco a voi nello scomunicare la troppa dieta, perchè lo stomaco vuoto consuma se stesso; ma non mi accordo nel fare tutto un pasto. Il cavallo che in due viaggi porta facilmente al mulino due sacchi di grano, soccomberebbe sotto il peso di una soma raddoppiata, e mi piacerebbe assai che provaste a dividere le vostre commestioni. Allo alzarvi potreste pigliare il caffè o cioccolata con poco pane; all'un'ora pomeridiana una zuppa e qualche cosa: all'un'ora o due di notte il pranzo. Il vostro metodo attuale vi rende lo stomaco spossato prima del pasto, e oppresso dopo. Un'esperienza di qualche giorno, fatta astrazione da qualunque preopinazione, vi convincerebbe forse di questa verità. Addio, caro Figlio. Abbraccio Carlo teneramente, e ve lo raccomando. Vi benedico tutti di cuore. Vostro affezionatissimo Padre.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Tommasini (1829)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIACOMO TOMMASINI - PARMA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Recanati 30 Gennaio 1829.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio pregiatissimo e carissimo Signore ed Amico. La gran cordialità che voi mi dimostrate nella cara vostra del 16, non mi riesce nuova, e non mi fa meraviglia; nondimeno mi commuove come se mi fosse inaspettata. Vedendo tanta amorevolezza per me in una persona qualunque, non potrei a meno di provarne un gran contento; pensate ora vedendola in un vostro pari. Quando scrissi all'Adelaide quelle poche righe dell'impiego, io sapeva bene che voi avreste potuto moltissimo in favor mio, anche nella situazione in cui vi trovavate allora: molto più veggo che potrete al presente nel vostro nuovo stato; del quale mi rallegro vivissimamente per voi, perchè lo giudico molto conveniente e vantaggioso alla quiete e alla dignità vostra; ma mi dolgo tuttavia per questo Stato e per la povera Bologna; che perdendo voi, perde, si può dire, l'Università. L'offerta che mi fate di venire a vivere insieme con voi, mi è tanto dolce e lusinghiera, che senza pensar altro, fin da ora, colla maggior gratitudine del mondo, io l'accetto: intendendo però che questa mia accettazione non obblighi voi, se non quanto la cosa si troverà conciliabile colle circostanze e col comodo vostro al tempo in cui essa si potrà effettuare. Giacchè, quanto al tempo, io non potrei determinarlo per ora. Usando della confidenza che voi mi concedete, vi dirò, ch'io non posso più dare alla mia famiglia questo carico di mantenermi fuori di casa. Da altra parte non posso nè anche vivere in questo infame paese, sepoltura di vivi. Però accetterei volentieri un impiego. Sperar di trovarne qui nello Stato, è inutile; perchè, non ostante ripetute e solennissime promesse fatte dai due passati segretari di Stato, anche a ministri stranieri che avevano insistito efficacissimamente in mio favore, non si è ottenuto mai nulla. Accetterei dunque un impiego fuori di Stato; e se a Parma se ne potesse ottenere, verrei molto volentieri a stare a Parma. Con una speranza prossima di provvisione verrei in qualunque modo. Ma senza alcun fondamento simile non potrei facilmente risolvermi a venire in autunno, colla necessità di passare in Parma, impiegato o non impiegato, tutto l'inverno (e un inverno rigido); perchè, cominciato il freddo, la mia salute non mi permetterebbe di rifare il viaggio fino alla primavera. Eccovi esposta la mia condizione. Del resto, io ho un desiderio vivissimo di riabbracciarvi il più presto ch'io possa: e vi prego e confido, che, quando sarà tempo, vogliate adoperare per me in Parma il poter vostro, nel modo che vi converrà meglio e che giudicherete opportuno. Chè veramente io vi sarei debitore della vita, quando uscissi per mezzo vostro di questa prigione, per venire a vivere al vostro lato.</p>
            <p>Spero che il mal di capo dell'Antonietta sia stato passeggero, e che ella al presente si trovi bene di salute: e non voglio interpretare sinistramente il vostro silenzio circa la salute dell'Adelaide e del nostro Ferdinando. Salutatemi carissimamente tutti. Amatemi e comandatemi, se son buono.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Colletta (1829)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO COLLETTA</hi>
               </byline>
               <dateline>Livorno 30 Gennaio 1829.</dateline>
            </opener>
            <p>Amico mio. Rispondo tardi alla vostra del 16, perchè giunse in Livorno quando io era a Varramista (villa bellissima del marchese Capponi), e non l'ebbi che al mio ritorno. Si aggiunse, leggendo il foglio, altro motivo di ritardo; perchè prima di rispondere a Voi ho voluto indagare alcun modo di rivedervi in Toscana, o nutrirne almeno la speranza. Posso dirvi che lo spero: quando potrò v'informerò di ogni cosa; ma frattanto ditemi:</p>
            <p>Se, mancando un impiego conveniente a Voi (so come dovrebbe essere) nella città di Firenze, lo accettereste nella città di Livorno, o Pisa;</p>
            <p>E se vi piacerebbe una cattedra di materie, che concerteremmo, coll'obbligo di due sole lezioni la settimana; ogni lezione durante un'ora e mezza. Per ben intendermi, ascoltate:</p>
            <p>Una società di brava gente vuole fondare in Livorno un Ateneo, che avesse per principale oggetto la istruzione de' giovani nelle scienze ed arti relative al commercio: han disegnato i mezzi, il proseguimento, il progresso. Io, richiesto di consigli e di aiuti, ho secondato la buona idea; e credo che nel novembre di quest'anno, o nel gennaio del seguente, l'Ateneo possa cominciare i suoi corsi. E credo ancora che per rispetto al vostro nome, e per l'ambizione di aver Voi maestro in Livorno, stabilirebbero la cattedra che più vi convenisse, e le condizioni più comode a Voi. Colletta sarebbe il mezzano, la fama del Leopardi l'oratrice. Or dunque ditemi quello che ne pensate; apritemi il vostro cuore, come debbe bravo uomo a buon uomo; credete al mio zelo ed affetto. Rispondete presto.</p>
            <p>Io vorrei che foste impiegato in Firenze; la cattedra in Livorno la terrei per compenso: stare insieme nella stessa città, spesso vederci, leggervi le mie fatiche, prenderne istruzioni da Voi, sono i miei desideri e le mie speranze.</p>
            <p>Sono dunque stato in Varramista otto giorni col Capponi e 'l Giordani, solamente per leggere ad essi il libro di Carlo, I nell'opera, VI de' miei lavori. Quando ricordo i dolori e le malattie che mi assalivano allor che lo scrissi, meco medesimo ho maraviglia di averlo composto, comunque brutto, non bruttissimo. Ora che ho miglior salute, fo più lunghi lavori, e spero compiere in questo anno il II e III libro; e nel vegnente il IV e V: avrò fatti X libri in otto anni. Ma credetemi, io parlo sinceramente; ne sono scontento: nè posso renderli migliori, perchè in quelli sta il mio <foreign lang="lat">non plus ultra</foreign>. La mia prima educazione fu sbagliata, e la mia vita di azione tolse il tempo allo studio.</p>
            <p>Ditemi colle maggiori particolarità i titoli delle vostre immaginate opere: io vi spero salute ed ozio da effettuare i vostri disegni, che sarebbero scuola e diletto agli studiosi, onore all'Italia.</p>
            <p>Io sì che ho scritto una lunga lettera. Voi, se ne avete il tempo e la voglia, scrivetele lunghissime; e siate certo che giugneranno piacevoli e care al vostro sincero amico Colletta.</p>
            <p>Il professor Doveri vi saluta: egli è parte ed anima del nuovo Ateneo, come di una scuola di mutuo insegnamento già aperta, e di un novello giornale che comparirà nel Febbraio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Monaldo L. (1829)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI MONALDO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <dateline>Roma, 5 Febbraio 1829.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio car.mo Figlio. Nessuno di voi mi ha scritto intorno alle cose fatte costì dal Vicario, e nessuno di voi me ne ha scritto per non amareggiarmi, e perchè forse tutti speravate che non portassero a conseguenze disgustose. Nulladimeno io ne ebbi qualche sentore, e a primo aspetto lo ravvisai come un artifizio accortissimo, diretto a cimentare i giovani e ridurli all'estremo, sicchè Carlo rompesse ogni freno, e venisse all'ultimo passo; e questa macchina ingegnosa poteva essere uscita dalla officina rinomata di Monsignor Mazzagalli. Di poi vedendo continuato il vostro silenzio, e sentendo che Carlo si era condotto con molta docilità, pensai di collocare quelle scene fra le impertinenze e ragazzate di Mons.r Grimaldi, il di cui cervello risiede non già nella testa, ma forse in quella natta ricoperta dal suo camauro. Per altro nel darmisi conto di codeste cose si mentovò di passaggio il Breve della dispensa come già staccato e giunto costì, e questa menzione si fece per incidenza, quasi che l'arrivo del Breve fosse cosa già nota e conosciuta da tutti. Questo cenno mi agghiacciò, perchè avevo sempre ritenuto che tutti gli atti precedenti, essendo niente costosi, potevano farsi a terrore, ma che la spesa del Breve non si sarebbe incontrata, se non che nel momento di metterlo in uso. Volli dunque accertarmene, e con infinito cordoglio ho veduto io stesso in Dataria che il Breve si prese alli 13 di Gennaro con lo sborso di 144 scudi. Suppongo che questa sola notizia basti a dimostrarvi come può starne il mio cuore. Per una parte il carattere e la condotta moderata di Carlo, le assicurazioni vostre, e le lettere cordialissime che egli mi ha scritto mi fanno sembrare impossibile che voglia trafiggere il cuore della Madre e mio con questa piaga insanabile. Per altra parte il Breve e lo sborso della somma indicata sono innegabili, e le Mazzagalli non avrebbero incontrata quella spesa senza presumersi alla vigilia delle nozze.</p>
            <p>Io non vi ho scritto questa per esigere da voi che distorniate dalla nostra Famiglia la minacciata, ormai imminente tempesta; sapendo bene che o niente potrete in proposito, o farete tutto il vostro possibile senza il mio eccitamento. Io ve lo ho scritto perchè sappiate a qual punto ci ritroviamo, e possiate regolarvene con la vostra povera Madre. Se avete qualche fondamento per vedere le cose in aspetto meno lugubre di quello in cui si presentano a me, potete risparmiarle maggiori rammarichi. Se no, bisogna venirla preparando acciocchè il colpo non le riesca decisamente fatale. Inoltre è necessario che mi avvertiate se mai da qualche segno poteste indurre che si volesse abusare della assenza mia. Assolutamente e sinceramente io non lo temo da Carlo, ma in qualunque caso il mio partito è preso, e Paolina Mazzagalli non deve entrare in casa mia nè mentre io vivo, nè dopo la mia morte.</p>
            <p>Addio, caro Giacomo mio. Io raccomando Mamma all'amore di voi e della nostra cara Paolina alla quale non farete un mistero della presente. Vi raccomando altresì Carlo, non potendo ancora patteggiare con la idea terribile che il suo cuore voglia allontanarsi per sempre dal mio, e che una barriera insuperabile abbia da frapporsi fra lui e il resto della sua Famiglia. Vi benedico con tutto il cuore e addio. Il vostro aff.mo Padre.</p>
         </div1>
         <div1 n="A F.Maestri (1829)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A FERDINANDO MAESTRI - PARMA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Recanati 6 Febbraio 1829.</dateline>
            </opener>
            <p>Amico mio carissimo. Comincerò dal ringraziarvi di aver dato bando a quel maledetto spagnolismo della terza persona, per trattarmi colla famigliarità che conviene all'amicizia nostra. A ringraziarvi dell'estrema, infinita cordialità che mi dimostrate voi e l'Antonietta coll'Adelaide, non voglio cominciare perchè il foglio non mi basterebbe a questo solo; e poi farò conto che m'intendiate senza ch'io ne parli: perchè chi è capace di tanta amorevolezza come siete voi altri, dee conoscere la forza della gratitudine che l'animo mio ne sente, molto meglio ch'io non saprei significarla.</p>
            <p>Vengo dunque all'affare: nel quale io veggo due difficoltà molto gravi. La prima: che in quella materia io sono, a dir proprio, un asino: e mettermi a farne uno studio fondato, per impararne quanto bisogna a insegnarla altrui, Dio sa quando mi sarà possibile con questa salute, che, in quanto alla facoltà di studiare, peggiora ogni giorno. La volontà colla salute può molto, ma senza la salute val poco o nulla. L'altra difficoltà è della provvisione. Liberamente vi dico, che quattro luigi al mese (anzi nè pur tanto), al merito mio sono troppo, ma al bisogno son troppo poco: con meno di cinque luigi, io non sono potuto vivere in nessun luogo. E Parma alla fine è città capitale, ha Corte, di danari non è scarsa; conseguentemente i prezzi non vi possono essere troppo bassi. La mia salute inferma richiede certe comodità di vita che ad altri non bisognerebbero, e specialmente dovrei spendere più che un altro per custodirmi dal freddo, il quale costì è lungo, e riuscirebbe grande a me che sono assuefatto ai climi più dolci. E in questi ancora, l'inverno è per me un pericolo continuo e prossimo di malattia grave.</p>
            <p>Io non so se queste difficoltà si potranno accomodare. Ma perchè veggiate che la mia disposizione è buona, vi propongo alcune interrogazioni, alle quali vi prego che rispondiate particolarmente.</p>
            <p>Accettando la cattedra, quando dovrei io venire costà? Notate, che, volendo imparar qualche cosa della scienza, sarebbe di necessità ch'io venissi e stessi a Parma o a Bologna qualche tempo innanzi di cominciare a leggere; perchè qua i mezzi mancano.</p>
            <p>È egli necessario, o conviene assolutamente (che sarebbe tutt'uno), comporre le lezioni del proprio; o può uno prendere a spiegare un corso, o altro libro della scienza, già pubblicato?</p>
            <p>Il corso di questa scienza si termina egli in un anno solo, cioè (come voi dite) sessanta lezioni circa; o vero in più anni?</p>
            <p>Per leggere nell'Università è egli necessario aver laurea? perch'io non sono dottorato in nessuna facoltà.</p>
            <p>Ora soggiungo che il desiderio ch'io ho, non solo di fuggir via di qua, ma di fuggir presto, è veramente sincero e cordiale. E ancora più cordialmente e vivamente desidero di venire a stare in compagnia di voi altri, amici rari e preziosi. A chi si è compiaciuto di pensare a propormi per quella cattedra, se credeste opportuno di fare insin da ora i miei ringraziamenti, fateli, e con tutta efficacia. Vorrei scrivere in particolare all'Antonietta e all'Adelaide: ma gli occhi e lo stomaco non hanno riguardo all'affetto nè al debito mio, e non mi lasciano soddisfare all'uno nè all'altro. Fate voi le mie parti con loro; anzi fatele ancora con voi medesimo, perchè torno a dire che io non ho parole da spiegarvi la gratitudine ch'io vi porto. Continuate tutti a volermi bene. Al professor Tommasini, se ancora è costì, dite per parte mia le più care cose del mondo. Scrivendomi, non tralasciate di avvisarmi dello stato della salute vostra e di tutti voi. Vi abbraccio amorosamente. Vostro affettuosissimo e deditissimo amico Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1829)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>[Recanati] 10 Febbraio [1829].</date>
            </opener>
            <p>Mio caro Papà. Io non le scrissi nulla di quello sciocco e maledetto affare di questo pazzo Vicario, perchè non era cosa di vero rilievo, e perch'io non poteva pensare le apprensioni in cui, con mio dolore, veggo ch'Ella si è trovata. So che Carlo le ne ha scritto, non so in che termini, ma certo in modo che Ella a quest'ora sarà, spero, più quieta. L'arrivo della dispensa non era una novità. L'hanno fatta venire la Madre di Paolina, e forse Peppe. Ma Paolina diceva che, arrivata che fosse, se ne voleva servire per conservarla in una cassettina colle lettere di Carlo: quando fu arrivata, disse che la potevano stracciare. Il Vicario, o di suo moto, o spinto dalla Madre andò ad annunziare a Paolina l'arrivo della dispensa, ed esortarla a sposar subito. Paolina rispose con dispetto, che avrebbe sposato quando paresse a lei, non a lui; che non ci erano stati disordini che rendessero nè necessario, nè opportuno, lo sposare, nè presto nè mai. Il Vicario entrò in prediche sopra i pericoli della carne se continuavano a vedersi senza sposarsi. Paolina gli voltò le spalle. Allora il Vicario mandò la prima ammonizione canonica a Paolina e Carlo. La Madre, rotta anch'essa totalmente con Paolina, pel suo rifiuto di sposare; non vuol più che si veggano in casa: permette solo che si scrivano. Si vedono in teatro, e si parlano, non più da un palco all'altro, ma in quello delle Mazzagalli. Il Vicario sta quieto, e non par che si voglia muovere.</p>
            <p>Quanto allo stato delle cose nel rimanente, io l'assicuro e le giuro, che Paolina e Carlo sono non solamente alieni dallo sposare, ma desiderosi di non farlo, nè ora nè mai. Altrettanto però sono risoluti di conservarsi amici. Carlo è innamorato, non a furore, come sarebbe stato una volta, ma tanto più di cuore e profondamente. Paolina è innamorata di certo, benchè odii il matrimonio. La sola disperazione potrebbe condurli a sposare, cioè se fossero impediti di più vedersi e trattarsi: se potranno continuare a farlo come prima, che è tutto quello che desiderano, non sposeranno mai. Intanto la nostra Mamma serve continuamente i nostri nemici col mettere in opera tutte le possibili macchine per impedire a Carlo ogni relazione con Paolina: non pare che possa aver pace finchè Carlo può dire o scrivere a Paolina una parola. Carlo mi accerta che la Mamma non dice a Lei nè tutto, nè il vero: ed io lo credo. L'effetto di questi maneggi non potrebbe essere che direttamente contrario ai nostri desiderii. Il tempo e il lasciar fare quanto si può, sono (Ella lo sa bene) la miglior medicina di queste tali passioni. Essi vorrebbero conservar la decenza come han fatto finora, non essendosi mai visti da solo a solo: le ciarle, non fomentate e non ascoltate, non farebbero nulla. Un'altra cosa le giuro (e Carlo l'ha pur promessa a Mamma): che neanche la disperazione potrebbe indurre Carlo e Paolina a fare un passo decisivo durante la di Lei assenza. Anche vorrei ch'Ella mi credesse, che le intenzioni ostili verso di Lei, sono state e sono nella Madre, nel Vicario, e forse in altri; ma non in Paolina; la quale ha operato ed opera giovanilmente, per passion di cuore, e senza disegno. Se v'è entrata ambizione, è stata ambizione di galanteria, non d'altro. Perciò essa si è fatta nemica la Madre sua, più che gli altri.</p>
            <p>Io la prego necessariamente, e di cuore, a non voler fare alcun uso diretto di alcuna delle confidenze ch'io le ho fatte qui, circa le intenzioni di Paolina e di Carlo. Ella ben vede che questi sono segreti, e ch'io stesso non ne sono padrone. Altrettanto di cuore la prego a star coll'animo quieto sopra questo malaugurato affare, il quale per ora non è in punto di produr conseguenze più che per l'addietro. Quanto a me, servirei ben volentieri la Mamma, persuadendo Carlo a lasciar Paolina totalmente, se potessi persuaderlo: ma mi dica Ella se ha mai conosciuta, se crede che vi sia mai stata al mondo, una persona che abbia lasciata una passione per discorsi e per esortazioni. Scriverei più a lungo, ma Dio vede se gli occhi e gl'intestini mi lasciano andare avanti. Le bacio la mano, e le chiedo coll'anima la benedizione. Il suo Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Vieusseux (1829)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIAMPIETRO VIEUSSEUX - FIRENZE.</hi>
               </salute>
               <dateline>Recanati 16 Febbraio 1829.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio carissimo Vieusseux. Oh rispondo pur tardi all'amorosa vostra dei 31 Decembre. La ragione è stata ch'io aspettava di potervi dir qualche cosa sopra l'Antologia di Novembre e Decembre, la cui pubblicazione voi credevate allora imminente. L'ho ricevuta ora, e veduta con gran piacere. L'articolo sulla Svizzera è pienissimo di cose belle. Anche quello sul Colombo è importante molto, e curioso. Chi è quell'F.P. che scrive sulle cose dell'Accademia della Crusca? Gli articoli di Montani (pur troppo pochi) hanno la solita amenità, vivacità, ricchezza di erudizione, verità e finezza di giudizio, nettezza di espressione. La rivista è copiosa e varia, e il Bullettino scientifico mi pare eccellente al solito.</p>
            <p>Io mi vergogno, mio caro, di non mandarvi mai nulla di mio, perchè voi lo desiderate, ed io tante volte ve l'ho promesso. Ma, credetemi, se io scrivessi qualche cosa, scriverei per voi: non iscrivo nulla, non leggo, non fo cosa alcuna. Senza troppo dilungarmi in questo argomento malinconico e rancido, vi dirò solamente che questo in mia vita è il primo inverno ch'io passo senza studiare, e in cui mi trovo più inabile ancora che nell'estate; laddove finora io aveva sempre ricuperata qualche parte delle mie facoltà in questa stagione. Le cose affettuosissime e tenere che mi dite nella vostra ultima, m'ispirano una gratitudine vivissima: ve ne ringrazio caramente, e ne serberò sempre una dolce memoria. Ma tenete per fermo, che io non domanderei, nè, se dimandassi, otterrei mai nulla da mio padre per vivere fuori di casa: questo è deciso.</p>
            <p>Ditemi se volete che vi rimandi il volume del Niebuhr, e per che mezzo. È un'opera maravigliosa: e anche sopra di questa io farei qualche cosa ben volentieri, se la mia salute non fosse così contraria ad ogni applicazione. Perciò, non potendo prevedere il quando potrò occuparmene, non mi par conveniente di ritenerla più a lungo. Sono certo che la leggerete con piacere. Forti particolarmente vi troverà molto interesse, per le eccellenti ed originali vedute sopra la costituzione di Roma che formano una gran parte del libro.</p>
            <p>Datemi le vostre nuove. Salutatemi assai assai Montani, e il bravo Forti, col quale mi congratulo che abbia deposto l'anonimo. Il suo nome, che comparisce oggi con onore, splenderà un giorno con gloria. Ricordatemi anche al Cioni, se gli scrivete a Pisa, dove credo ch'egli si trovi ora. A Micali e a Valeriani fate pure i miei saluti. Vogliatemi bene, e credetemi finchè vivo vostro tenero amico Leopardi.</p>
            <p>P.S. Dite a Giordani, vi prego, che gli scrivo oggi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.P.Vieusseux (1829)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIAN PIETRO VIEUSSEUX</hi>
               </byline>
               <date>[Firenze] 18 Febbraio 1829.</date>
            </opener>
            <p>Mio carissimo Leopardi. Voi non scrivete più a' vostri amici in Toscana, e tutti ne siamo dolenti. Vogliamo sperare che il solo freddo ha <hi rend="italic">indolenzito</hi> le vostre dita, e che d'altronde è sopportabile il vostro stato di salute; ma pure, non ci vuol tanto a scrivere due righe per dar segno di vita, e voi ci negate questa soddisfazione.... Dunque siamo inquieti, e vi prego caldamente a non indugiare di più. Qui il freddo, come da per tutto quest'anno, è stato rigidissimo: l'Arno ha portato diacciuoli: fortuna che non è nevicato, e che il freddo non vieta il passeggiare. Io, per altro, ho dovuto starmene in casa rinchiuso per più giorni: il mio povero capo è stato terribilmente martellato da fieri dolori di denti: ora sto meglio; ma mi guardo ancora. A quest'ora avrete avuto l'<title>Antologia</title> 95-96. Quell'ultimo fascicolo dell'anno, che poteva essere pubblicato nei primi giorni di Gennaio, è stato trattenuto un mese intero da Madonna Censura; ma nell'intervallo ho forzato di vele pel n. 97, e questo lo riceverete in breve; dell'uno e dell'altro sentirò con piacere ciò che pensiate. Il Rosini non ha ancora dato fuora il suo romanzo: pretendesi voler egli aspettare l'annunzio di una traduzione francese che se ne va facendo; ed è probabile che anche l'<hi rend="italic">annunzio francese</hi> si fabbricherà in Pisa. Altre novità letterarie non abbiamo: le mie conversazioni sono state e sono tuttavia languidissime: professori e letterati italiani d'altre provincie d'Italia non ne sono comparsi quest'inverno a Firenze: Orioli, che doveva venire, non si è mosso. Il conte Paoli è rimasto a Pesaro, ma egli ha fatto meglio che di venire, egli ha portato a conciliazione solenne i contendenti per la questione della nuova dottrina medico-italiana; il Bufalini e l'Orioli sono tornati amici, ed il Tommasini potrà smettere di combattere. Un corriere straordinario venuto al conte di Bombelles ci recò giorni sono la nuova della morte del Pontefice: ora stiamo tutti cogli occhi rivolti al prossimo conclave. Gino Capponi vuole andare a Roma, gli altri amici Giordani, Montani, Forti, Tommasèo sono al solito. Cioni è sempre a Pisa, Pieri è arrabbiato perchè le sue poesie non sono lette. Mio caro amico, volete voi ch'io vi mandi per la posta i bullettini di Férussac? in quel caso ditemi sino a qual numero gli avete letti.</p>
            <p>Non oso rammentarvi Omero e Niebuhr; e neppure il cav. Manno: basta che voi sappiate quanto io brami un primo vostro articolo.... Ma torniamo agli amici. Ho dimenticato parlarvi d'Alessandro Poerio: non lo vedo quanto desidero; ed il suo padre poi non l'ho veduto sarà un secolo. Del teatro non vi dirò nulla, perchè non ci vado mai; ma, da quel che pare, non ci è nulla di buono quest'anno a Firenze.</p>
            <p>Continuano i piaceri carnevaleschi, e pei fiorentini è un vero delirio. Caro amico, se voi foste in Firenze, passeremmo divinamente le nostre serate senza curarci di tutto quello strepito, e ridendo alcuna volta a spese di quei sciocchi che corrono dietro alle maschere. Addio, amatemi sempre, guardatevi, e combinate le vostre cose in modo da poterci tornare al primo sciogliersi delle nevi. Ma, in ogni caso, scrivetemi due righe, e ditemi che pensate qualche volta al vostro affezionatissimo per la vita.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di C.E.Muzzarelli (1829)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO EMANUELE MUZZARELLI</hi>
               </byline>
               <dateline>Roma 19 Febbraio 1829.</dateline>
            </opener>
            <p>Sig.r Conte P.ne ed Amico. È già qualche tempo che fui visitato gentilmente dal di Lei Genitore, dal quale intesi con sommo piacere le di Lei nuove: mi feci un dovere di esibirgli la mia servitù, ma sono stato dispiacente di non vedermi onorato di alcun comando.</p>
            <p>La Sig.a Lenzoni, che è partita ieri per Napoli, Le fa per mio mezzo riverenza, e vuol'essere raccomandata alla di Lei amicizia.</p>
            <p>Esiste in Ferrara un'Accademia, che ha preso il nome dal divino Cantore del <title>Furioso</title>. Ho ultimamente fatto aggregare alla medesima i miei amici Biondi, Betti, Odescalchi, Vermiglioli, Mai e Nicolini, ed ho creduto ben degno di essere fra cotanto senno Lei chiarissimo sig.r Conte. Il perchè mi prendo la libertà di spedirle sotto fascia il Diploma di essa Accademia. Spero che Ella vorrà riguardare quest'atto spontaneo della mia stima con bontà, e nel desiderio di alcun suo comando con piena osservanza me Le offero dev.mo aff.mo Servitore ed Amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di F.Maestri (1829)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI FERDINANDO MAESTRI</hi>
               </byline>
               <dateline>Parma 23 Febbraio 1829.</dateline>
            </opener>
            <p>Carissimo Amico mio. È tardo il mio rispondere al caro vostro foglio del 6, non per mia negligenza (che è brutto difetto nell'amicizia) ma per alcune circostanze che vi dirò. Ho dovuto parlare con più d'una persona per mettermi in grado di soddisfare alle vostre domande: il che ho eseguito colla debita prudenza. Queste ricerche sono state interrotte da una mia infreddatura, che mi ha costretto a guardare il letto o la stanza dieci giorni. Eccomi giustificato. Ora vi dirò prima d'ogni cosa, che la vostra lettera ha molto consolato me, l'Adelaide, la Sig.a Antonietta e Tommasini; poichè ci lascia vedere probabile un avvenimento quasi insperato, comechè desideratissimo da tutti noi. Mantenetevi nella buona disposizione dell'animo vostro, e speriamo che i nostri voti saranno esauditi. Intorno all'aumento della provvisione, il Magistrato competente promette di procurarlo. È vero però che non ce ne dà la certezza, nè potrebbe darla, essendo cosa che non dipende affatto da lui. Ma vi osserverò, che se ciò non si ottiene da principio, è facile ottenerlo appresso. Aggiugnerò che io prometto di trovarvi un alloggio conveniente, ove avrete il vitto, il fuoco, il lume e il necessario servizio per non più di sessanta franchi il mese; talchè ne rimarrebbero a voi trenta e più. Parvi che questo potesse, almeno per modo di provvisione, convenirvi? Ciò non torrà tuttavia che non mettiamo in opera ogni possibile mezzo per ottenere fin d'ora ciò che voi troppo giustamente desiderate.</p>
            <p>Le altre cose, delle quali m'interrogate, dipendono da voi, sia il tempo in cui comincereste a leggere, sia il far le lezioni del proprio, o sopra un libro già pubblicato, sia il compiere il corso in un anno o due (quantunque nel regolamento siano assegnati a questa scuola due anni); così non vi è necessario aver laurea.</p>
            <p>L'Adelaide e la Sig.a Antonietta vi assolvono dallo scriver loro, benchè i vostri caratteri siano cari e desiderati; ma non mai tanto come la preziosa vostra salute. Della quale vi prego tener cura, come di cosa che non è tutta vostra, ma degli amici: nè degli amici solamente, ma la nostra comune patria ha diritto pur essa che gliela conserviate. Amate l'affettuosissimo amico vostro.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Il 22 ha cessate le lunghe sue pene, con una morte da tutti compianta, il Conte di Neipperg. Il 24 cangiamento nel Ministero. Si spera che il vostro affare potrà del pari aver buon esito; ma l'influenza d'un nostro amico, che poteva molto nelle cose dello Stato, è forse diminuita. A ogni modo desidero una risposta a questa mia. Sapendo le vostre intenzioni, potrò cogliere quelle occasioni, che si presenteranno, favorevoli ai nostri desiderii. Capirete ora perchè questa lettera è stata da me trattenuta fino a questo giorno 27 febbraio. Vi abbraccio di nuovo caramente.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Colletta (1829)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO COLLETTA</hi>
               </byline>
               <dateline>Livorno 25 Febbraio 1829.</dateline>
            </opener>
            <p>Amico mio. Il vostro foglio dell'11, ricevuto ieri l'altro (vanno le nostre lettere lentamente o impedite), mi ha istruito delle vostre determinazioni, ed io perciò vi ringrazio di questo segno di confidente amicizia. Era meco il Capponi, venuto da Firenze per consolare la mia solitudine (perchè tra molta gente io qui sto solo), e con lui ragionando delle vostre cose, che direi meglio cose nostre, si videro certe possibilità, delle quali v'informerò dopo il mio ritorno in Firenze. Abbiamo speranza che si possa tenervi con noi, occupato di tali cose che non turbino la vostra libertà, e dieno per fin luogo alle ragioni tiranniche della mala salute; non confidando che non sieno esercitate.</p>
            <p>Lascerò Livorno il dì 5 marzo; mi dirigerete a Firenze le vostre lettere. Ne riporterò salute più che mediocre, ma il pentimento di non aver punto lavorato. Desidero di giugnere al fine della mia fatica; e mentre vedo che non bastano altri due anni alla composizione, un terzo alle correzioni, un quarto alla stampa, numero gli anni di vita, misuro le forze della salute, e mi viene sgomento. Speriamo bene. Quando voi foste meco a Firenze, aspetterei qualche abbreviatura al terzo anno; voi correggendo i miei libri fatti, al tempo stesso che io scriverò i nuovi.</p>
            <p>Leggerò con piacere la continuazione de' titoli delle opere che avete in animo di scrivere. Iddio ve ne conceda le forze per vostra gloria, nostro bene, ed onore d'Italia. Dei titoli che mi avete comunicati due mi fanno gola: <hi rend="italic">Parallelo della civiltà degli antichi e di quella de' moderni</hi>: <hi rend="italic">Trattato delle passioni e de' sentimenti degli uomini</hi>. Mi pare che la vostra figliuola prediletta sarebbe la <hi rend="italic">Natura degli uomini e delle cose</hi>; ma io smarrito nella vastità del soggetto, non ho saputo concepire il vostro proponimento. In quanto alla civiltà, credo ancor io che i moderni, dicendo di acquistare, solamente ricuperano parte del perduto: ma in ogni cosa? No, caro amico; se ho della civiltà giusta idea, noi non siamo meno civili de' nostri antichissimi, ne' costumi, nelle applicazioni delle scienze, e per fino in qualche parte della politica; per quanto infinitamente inferiori nella politica generale, cioè negli ordini della società; e soprattutto nel sentimento della dignità umana. Vedo che sto parlando confusamente, ma come potrei esser chiaro in materia tanto vasta, trattandola in una lettera scritta rapidamente? Speriamo, Leopardi carissimo, di riunirci tra poco a Firenze, dove non mancherà desiderio ed agio di stare insieme. Io prenderò casa in città, però che la mia villa è affittata per due anni: quando ancor voi verrete, io, se me ne darete il carico, cercherò stanza presso di me e de' vostri amici. Se vorrete star meco quanto vorrei star con voi, passeremo insieme molta vita: chè veramente io vi amo, ed ammiro i vostri talenti, i vostri costumi, e quel vostro bel desiderio di fare. Conservatevi come siete: in ogni tempo per la brava gente vi ha gloria; e di grazia non mi dite, come sento spesso da parecchi, che siete freddo, indifferente alle lodi ed al biasimo; <foreign lang="lat">contemptu famae, contemni virtutes</foreign>. E qual è poi l'amore che si porta all'Italia, se nulla facciamo in suo pro? è amore da spadoni, eccitamenti, ma non prole nè diletti. Addio. Spero che potremo a voce dire a lungo di cotali cose. Frattanto amate il vostro amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1829)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>[Firenze] 26 Febbraio [1829].</date>
            </opener>
            <p>Mio caro. Hai fatto pur bene a consolarmi colla tua del 16 dopo tanto silenzio, che mi dava pena. Desidero che presto possi chiarirmi il brevissimo ed oscuro cenno che mi dài di tua trasmisgrazione. Parma ha l'inverno o poco o punto men freddo di Milano; sicchè vedi quanto più di Firenze. Parma poi è certamente assai meglio di Recanati; ma altrettanto meno di Firenze; che è l'unico soggiorno comportabile d'Italia, chi ben considera e pesa tutte le condizioni. Scrivimi un po' più spesso, se non ti disagia; e poichè sei ozioso di piacevoli fatiche, tanto meno ti dee gravar questa. Salutami cordialmente Paolina e Carlo. Addio, caro; t'abbraccio con l'anima. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Monaldo L. (1829)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI MONALDO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <dateline>Roma, 26 Febbraio 1829.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Giacomo. Soggiungo a voi questa riga per dirvi che sono stato in piedi tre ore e mezzo molto meglio di ieri, e ora vado a letto, dove a Dio piacendo pranzerò con molto appetito.</p>
            <p>Abbraccio voi, Carlo, Paolina e Pietruccio, e benedico tutti. A Marziolo, partito Domenica, consegnai la <hi rend="italic">Geografia</hi> per Pietruccio. Addio, addio di cuore. Il vostro affezionatissimo Padre.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di F.Puccinotti (1829)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI FRANCESCO PUCCINOTTI</hi>
               </byline>
               <dateline>Macerata 28 Febbraio 1829.</dateline>
            </opener>
            <p>Carissimo Leopardi. Col maestro d'eloquenza di cotesto Seminario parlai lungamente di te, giorni sono, e delle cose tue. Ciò mi raddolcì in qualche parte la pena che io soffriva per non aver più avuto tue nuove da molto tempo, e per non aver potuto ancora trovare l'opportunità di venirti a riabbracciare in Recanati io stesso. Questo desiderio che m'arde tutto, mi fece promettere al suddetto maestro che nella scorsa Domenica io sarei venuto costì. Ma anche Domenica imprevedute occasioni m'impedirono il viaggio. Dimani forse.... ma chi sa? Intanto ti rivegga per me il Sig. Grazini, giovane di ottime qualità, e nell'arte tipografica peritissimo. Egli viene a te prima per conoscerti di persona, e venerare in te il primo letterato e filosofo che vanti oggi l'Italia, in secondo luogo per supplicarti (essendo egli addetto alla tipografia Mancini) onde ottenere da te qualche <hi rend="italic">inedito</hi>, pel quale i suoi torchi possano facilmente venire in grido.</p>
            <p>Se hai qualche po' d'agio, scrivimi di te e degli studi tuoi. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Tomasini (1829)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIETTA TOMMASINI</hi>
               </byline>
               <date>[Parma, inverno 1829?].</date>
            </opener>
            <p>Mio caro Amico. Come dar principio a questa lettera dopo un così prolungato silenzio? chi crederebbe che mai un giorno sia passato da che vi scrissi, senza ch'io vi abbia ricordato nell'animo? Oh mio caro! Voi di certo lo crederete conoscendo la molta mia amicizia per voi, e sapendo il mio traslocamento da una città all'altra, quindi una fatica non proporzionata alle mie forze ed alla mia poca salute, cosicchè ho dovuto giacere per più giorni a letto inferma di reuma al capo. Ora comincio a star meglio, e subito ho voluto scrivervi, per soddisfare ad un vero bisogno del mio animo dandovi le mie nuove, e pregarvi in nome di nostra amicizia a volermi consolare de' vostri caratteri, e dirmi sinceramente lo stato del vostro morale il quale ha tanta parte nel fisico.</p>
            <p>Tornando in patria, avrei creduto di dover essere felice; sì perchè sono riunita per sempre ai miei figli, e sì perchè non lasciano gli amici di farmi conoscere quanto amino la mia famiglia: ma purtroppo sento il dispiacere d'essere tanto più lontana da un amico quale voi siete. Io, e mio marito, e i miei figli facciamo sinceri voti perchè questo crudo verno cessi, sperando che al ricominciare della bella stagione ci vorrete far lieti di vostra presenza, e disporre di tutti noi come di cosa vostra.</p>
            <p>Tenetemi ricordata all'egregia Sig.a Contessa vostra sorella, la quale io amo perchè so quanto vi ama e come vi allevia il dispiacere e il danno di vivere, come pur ora siete costretto di fare, in orrido e solitario paese.</p>
            <p>Addio, amatemi e credetemi per sempre vostra aff.ma Amica.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Abbiamo ricevuto alcuni esemplari del vostro ritratto favoritici dal sig.r Brighenti. Potete imaginare facilmente quanto ci siano stati carissimi. Addio, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.P.Vieusseux (1829)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIAN PIETRO VIEUSSEUX</hi>
               </byline>
               <dateline>Firenze 6 Marzo 1829.</dateline>
            </opener>
            <p>Carissimo Leopardi. La vostra del dì 16 mi ha afflitto all'ultimo segno, e mi ha fatto maledire la mia cattiva sorte che non mi permette di fare ciò che vorrebbe il mio cuore; ma con qual coraggio potrei io farvi delle proposizioni ragionevoli, quando, tutto conto fatto, trovo che ho rimesso una somma sull'<title>Antologia</title>, durante il 1828; e mi vedo nella necessità di star più che mai attaccato ai 10 fogli, se voglio, nel 1829, cavarmene fuori con una perdita sopportabile. Oh! foss'io la centesima parte di ciò che sono tanti ch'io conosco! voi non stareste otto giorni costà dopo l'arrivo della presente. Caro amico, scusate questo sfogo: io non vi dico tutto questo per altro motivo che di persuadervi sempre più dell'amor sincero ch'io nutro per voi, e del mio desiderio ardente di poter combinare la vostra traslocazione definitiva da Recanati a Firenze, voi malgrado.... sì voi malgrado; imperocchè non posso levarmi dal capo che con un poco più di risoluzione avreste potuto differire ancora il vostro viaggio. L'amico Colletta è aspettato a momenti: figuratevi quanto si parlerà di voi, e quanto si ragionerà intorno a' nostri comuni desiderii. Ma frattanto che qualche cosa possa emergere dal continuamente occuparci che faremo di voi, voi mi mettete nella dolorosa necessità di lasciarvi in libertà di rimandarmi il Niebuhr: ed in questo caso potete mandarlo per occasione sicura al signor Rusconi direttore delle poste di Bologna, pregandolo di farmelo avere colla massima possibile sollecitudine; del che mi avviserete. Ma, nell'atto che rinunciate al Niebuhr, lasciatemi sperare che quelle note, quegli appunti presi sull'Omero, o piuttosto sulla gran questione Omerica, non andranno perduti per l'<title>Antologia</title> e pel pubblico italiano. - L'<title>Antologia</title> di Gennaio, a quest'ora sarà nelle vostre mani; vi prego di dirmi ciò che ne pensate, e particolarmente dell'articolo Litta; ma ditemi tutto il vostro pensiero, e non temete di offendere il mio amor proprio antologico.</p>
            <p>F.P. che scrive sulle cose della Crusca, è il sottobibliotecario Poggi, membro dell'Accademia medesima, buon uomo. Venghiamo agli amici: Giordani ebbe la vostra lettera; Gino parte per Roma; Tommasèo scrive sul libro del Tiepolo; Montani continua i suoi studi intorno a Villemain; Cioni ha fatto una comparsa per gli ultimi giorni di carnevale; Forti s'immerge sempre più nelle cose storiche; Capei è disposto ad occuparsi col Niebuhr: tutti vi salutano e vi vorrebbero a Firenze.</p>
            <p>Vi posso annunziare il matrimonio di mio fratello con una svizzera, mademoiselle Monod; ed il matrimonio di due miei nipoti. Voi vedete che il Gabinetto e l'<title>Antologia</title> non mancheranno di appoggi quando sarò andato coi più. Avete voi nuove del Gioberti da Torino? se gli scrivete raccomandategli di far delle premure presso quelli fra' suoi connazionali che sono in stato di comprar l'<title>Antologia</title>; s'egli mi procurerà cinque nuovi associati, avrà una copia gratis. Da Torino avrò presto un articolo sul libro del Baldelli: attivissima sempre è la mia corrispondenza col buon Grassi. Addio. Tutto vostro di cuore per la vita.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Colletta (1829)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO COLLETTA - FIRENZE.</hi>
               </salute>
               <dateline>Recanati... Marzo 1829.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Generale. Certo, se io tornerò a Firenze, e voi vivrete in città, saremo insieme moltissimo, e quasi convivremo. Oh, voi mi date pure una bella speranza. Ma per ora (perdonatemi) non voglio sperar nulla, per non rischiar di cadere da troppo grande altezza: e poi sono assuefatto a sperar poco bene, e di rado trovarmi ingannato. Nella vostra Storia non veggo che servigi io vi potessi prestare, altro che pedanteschi. In questo genere vi servirei volentierissimo; e, per abbreviare a voi la fatica e scemar la noia, farei tutto quel che voleste. Io non vi desidero altro che buona salute e buona volontà; chè voi siete in tempo, non solo di terminare la vostra opera, lavorando ancora a tutto agio, ma di vederne e sentirne e goderne la fama lungamente. Della civiltà, son con voi: e se dico che resta ancora molto a ricuperare della civiltà degli antichi, non perciò intendo negare, nè anche volgere in dubbio, che la moderna non abbia moltissime e bellissime parti che l'antica non ebbe.</p>
            <p>Il trattato della natura degli uomini e delle cose, conterrebbe le questioni delle materie astratte delle origini della ragione, dei destini dell'uomo, della felicità e simili; ma forse non sarebbe oscuro, nè ripeterebbe le cose dette da altri, nè mancherebbe di utilità pratica. - Seguita la notizia de' miei castelli in aria.</p>
            <p>Storia di un'anima, Romanzo che avrebbe poche avventure estrinseche e queste sarebbero delle più ordinarie: ma racconterebbe le vicende interne di un animo nato nobile e tenero, dal tempo delle sue prime ricordanze fino alla morte.</p>
            <p>Caratteri morali.</p>
            <p>Paradossi. Non quelli di Cicerone, nè quei del Zanotti, nè di quel genere: più lontani dall'opinione e non meno veri.</p>
            <p>Lezioni, o Corso, o Scienza del senso comune. Cioè del modo più naturale, più ragionevole e più retto di pensare intorno alle materie più comuni nella vita, alle cose di politica, di morale e simili.</p>
            <p>Parallelo delle cinque lingue, delle quali si compone la nostra famiglia di lingue cólte, cioè greca, latina, italiana, francese e spagnuola. La valacca non è lingua cólta, nondimeno anche di quella si toccherebbe qualche cosa in trascorso; la lingua portoghese sta colla spagnuola. Di questo ho già i materiali quasi tutti; e farebbero un libro grosso. Resta l'ordinarli, e poi lo stile.</p>
            <p>Colloqui dell'io antico e dell'io nuovo; cioè di quello che io fui, con quello ch'io sono; dell'uomo anteriore all'esperienza della vita e dell'uomo sperimentato.</p>
            <p>Vita e Bollario della felice espettazione di Pietro secondo, papa.</p>
            <p>Voi riderete di tanta quantità di titoli; e ancor io ne rido, e veggo che due vite non basterebbero a colorire tanti disegni. E questi non sono anche una quinta parte degli altri, ch'io lascio stare per non seccarvi di più, e perchè in quelli non potrei darvi ad intendere il mio pensiero senza molte parole. Ma quando avessi tanta salute da poter comporre, sceglierei quelli che allora mi andassero più a genio; e i materiali destinati a quei disegni che non avessero esecuzione, entrerebbero per buona parte in quei lavori a cui dessi effetto. In fine, queste non sono altro che ciance, ed io di tanti disegni, secondo ogni verisimiglianza, non farò nulla; voi con un solo, non disegno, ma libro, anderete alla posterità. Dico non farò nulla, per non potere non già per non volere: chè la volontà non mi mancherebbe; e circa alla gloria, sono ancora con voi. In ogni modo, a me sarà invece di gloria l'amicizia vostra e de' vostri pari. E vi dico con verità che il ripensare: Ho veduto questo e quest'altro uomo amabile ed ammirabile, e sono vissuto un tempo con lui, e son certo che egli mi amava o mi ama; mi sarà un conforto grandissimo in ogni tempo, comunque la fortuna sia per disporre della vita che mi rimane. Addio, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A F.Maestri (1829)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A FERDINANDO MAESTRI - PARMA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Recanati 8 Marzo 1829.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio carissimo Amico. Mi duole che voi crediate necessario di giustificarvi con me circa la tardanza della vostra risposta; e più mi duole che la giustificazione consista nel ragguagliarmi di una indisposizione di salute che avete sofferta. Vi raccomando caldamente questa salute vostra, che mi è preziosa quanto quella de' miei più cari, de' quali voi siete uno. In questo intervallo di tempo, cioè dopo scritta l'ultima mia, ho ricevuto da Livorno alcune proposizioni, ed altre da Firenze, le quali potrebbero portare ch'io andassi a stabilirmi nell'uno di quei due luoghi. Colla maggior verità del mondo vi dico che i vantaggi di tali luoghi come città più grandi, non potrebbero fare ch'io anteponessi quel soggiorno a quello di Parma, dove la compagnia vostra e de' vostri (credetemi, che dico questo sincerissimamente) mi chiama e mi tira con una forza, che vincerebbe ogni considerazione di piaceri e di comodi ch'io fossi per trovare altrove. Ma la ragion del clima, perchè vi confesso che il pensiero dell'inverno di Parma mi ha sempre spaventato, potrebbe pure obbligarmi a consentire a quelle proposizioni, quando la cosa si riducesse in termini più precisi, poichè fino ad ora ell'è, per così dire, in aria. In ogni modo ne verrò presto a una conclusione, o del sì o del no. Intanto desidererei che mi diceste se fino da ora posso esser sicuro, venendo costà, di esser nominato alla cattedra che mi significaste. Perchè, se ho questa certezza, e se i partiti di Toscana mi riescono a nulla (come è facilissimo che accada), può essere che, ricevuta la vostra risposta, io mi risolva di mettermi subito in viaggio per Parma (essendo questa per me la stagione), e di accettare cotesto partito quale ora è, confidandomi poi negli amici per un miglioramento di condizioni nel futuro. Non mi stendo di più per la ragione solita. Salutatemi carissimamente, quanto più sapete, l'Adelaide, l'Antonietta e il professor Tommasini, se ancora sono costì. Vogliate bene al vostro affettuoso e riconoscente amico Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Monaldo L. (1829)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI MONALDO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <dateline>Roma, 12 Marzo 1829.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Giacomo. Io scrivo di raro a voi per non obbligarvi a rispondermi, ciò che fate con travaglio degli occhi vostri; ma voi sapete bene che il numero delle lettere non è la misura del mio affetto. Se potessi ascoltarlo ed appagarlo, scriverei ogni ordinario una lettera lunghissima per ciascheduno, e dopo suggellate queste lettere, le riaprirei tutte quattro per aggiungere ad ognuna un foglio di <foreign lang="lat">post-scripta</foreign>. Non potendo ciò farsi, scrivo ordinariamente per tutti alla nostra cara Paolina, che tutti amiamo perchè è tutta di tutti; e che, come del sesso di Eva, dovrebbe essere un po' più copiosa nel carteggiare, ma non ci è caso di snidarla dal suo laconismo; e come mostra ingegno e saviezza virile in tutta la sua condotta, così vuol mostrare lingua e penna virili nel parlare e nello scrivere.</p>
            <p>Veniamo però al perchè dello scrivere io oggi direttamente a voi. De Romanis mi fece dire se volevate gli ultimi tomi del <title>Platone</title>, che gli restavano inutili, avendovi dato i primi. Io, ritenendo che que' primi ve li avesse donati, risposi subito che avreste pigliato anche gli altri; ma ieri sera scivolai giù per le nuvole, intendendo che voleva essere pagato di tutti. Di più egli ha qui li tomi 6, 7, 8, e crede che voi abbiate li primi cinque; e a me pare che ne abbiate due soli o tre al più. Di questi otto tomi vuole 14 scudi, e poi dovranno uscirne forse altrettanti, che volentieri egli baratterebbe con altrettanti colonnati. Io dunque gli feci subito sapere che non ci eravamo intesi, e che essendoci oramai bene spiegati, voi gli rimandereste li due o tre tomi ricevuti, e tutto rimarrebbe in pace. Se ho detto bene, come spero, ditemi quanti tomi ne avete, e alla prima occasione mandateli qua.</p>
            <p>Io sto meglio, come sentirete da Mamma, ancorchè le forze tardino a ritornare; ma le gambe non guazzano più tanto negli stivali, e mi dicono che nel volto mostro più salute di prima.</p>
            <p>Del nuovo Papa niente. Sono arrivati tre Cardinali francesi: Latil, Isoard e La Fare. Si aspetta Croi, e forse Clermont, poi il Primate di Ungheria. Dopo l'arrivo di questi probabilmente i Cardinali si metteranno sul sodo a lavorare il nuovo Pontefice.</p>
            <p>Addio, Giacomo, carissimo Figlio mio. Se il rispondermi dà fastidio ai vostri occhi, fatelo fare dai fratelli. A Pietruccio devo certe risposte, ma ditegli che le avrà in altro ordinario. Abbracciate tutti i vostri fratelli, e assicurateli che li amo e li benedico con tutto il cuore. Il vostro affezionatissimo Padre.</p>
         </div1>
         <div1 n="Al Segr. dei Filergiti (1829)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AL SEGRETARIO DELL'ACCADEMIA DEI FILERGITI DI FORLÌ.</hi>
               </salute>
               <dateline>Recanati 15 Marzo 1829.</dateline>
            </opener>
            <p>Illustrissimo Signor Segretario. Ricevo qui da Bologna la lettera della quale cotesti Illustrissimi Signori Accademici mi hanno voluto onorare. Alla confusione che mi reca il sentirmi indegno di questo onore, provo un vero conforto protestando candidamente che non lo riconosco in parte alcuna da merito mio, e che me ne stimo tenuto semplicemente e totalmente alla loro bontà.</p>
            <p>Prego V.S. Illustrissima di fare a cotesti Signori Accademici i miei umili ringraziamenti, ed offerir loro in mio nome tutto quello ch'io sono; che è nulla veramente; se pure il desiderio che ho cordialissimo, di mostrarmi grato alla loro liberalità e cortesia, non mi darà quel valore ch'io non ho d'altronde. Ed alla Signoria Vostra mi raccomando.</p>
            <p>Suo devotissimo obbligatissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di L.Stella (1829)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI LUIGI STELLA</hi>
               </byline>
               <dateline>Milano 13 Marzo 1829.</dateline>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo Signore ed Amico. Già da un pezzo mio padre, al quale chiedo frequentemente sue nuove, non me ne sa più dare. Ei le ha replicatamente scritto, ma non vide alcuna risposta; ha chiesto di Lei a Bologna, e non potè saper nulla. Questo silenzio suo, e il non poter avere sue nuove da niuna parte, mette in grandissima pena tutta la mia famiglia, che le vuol bene di cuore. Deh! non tardi più oltre a darci notizie di Lei, della sua salute, preziosa non solo agli amici suoi, ma a tutta Italia.</p>
            <p>Frattanto vorrei pregarla d'un favore, che la supplico di non negarmi; ed è ch'Ella volesse aver la bontà di occuparsi di un breve articolo critico, che dovrebbe far parte d'un'Opera ch'io sto per intraprendere, la quale avrà per titolo: <hi rend="italic">Ritratti delle Donne europee viventi che si distinguono nelle scienze, nelle lettere e nelle arti belle, e Cenni critici sulle Opere loro, dettati dai più insigni letterati, o artisti dell'Europa</hi>. Dell'esame critico delle opere delle insigni viventi francesi stanno già occupandosi alcuni de' più begl'ingegni della Francia, fra i quali B. Constant, Pougens, Salfi, benchè italiano, ecc. Questi articoli si daranno originali; così gl'italiani, i quali però avranno a fronte una versione francese, come pur quelli in ogni altra lingua. Il celebre Walter Scott, secondo che mi fu scritto da Londra, si sta pur egli occupando d'un articolo non so bene se sull'Edgeworth o sulla Morgan. Potrei io sperare ch'Ella pure volesse decorare l'opera che intraprendo con un articolo suo? Ella potrebbe far questo articolo più o men lungo, avvertendo che non abbia ad occupare meno di due pagine in folio grande con caratteri mediocri, nè ad oltrepassare le dieci. Tra le distinte italiane, alle quali mi vo rivolgendo con buon successo così pel ritratto, come per notizie sulle Opere, Ella per ora potrebbe scegliere una delle seguenti: la Bandettini, Costanza Moscheni di Lucca, che ha scritto un poema intitolato <title>Il Castruccio</title>, ne ha tradotto uno dal francese, ecc., l'Albrizzi, Teresa Albarelli-Vordoni di Verona, che ha dato alle stampe un volume di <hi rend="italic">Versi</hi>, secondo che ho inteso, piacevoli e piccanti.</p>
            <p>Dov'Ella sia disposta a favorirmi, non ha che a dirmi la sua scelta, ed io tosto le manderò le opere di quella che m'avrà nominato. Vuolsi fare un cenno di tutte codeste Opere od Operette, ed estendersi un poco di più sulla migliore, o migliori.</p>
            <p>Nel tempo stesso la prego di dirmi il parer suo intorno a quest'Opera, e di volermi dare quei suggerimenti ch'Ella credesse opportuni, i quali saranno da me accolti con riconoscenza.</p>
            <p>Ma quello che specialmente le raccomando si è di darci tosto sue nuove, e di toglierci così da quell'inquietudine nella quale siamo per lei.</p>
            <p>Mi creda intanto col più vivo sentimento di stima e d'affetto suo devotissimo ed obbligatissimo servitore ed amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Monaldo L. (1829)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI MONALDO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <dateline>Roma, 15 Marzo 1829.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio amatissimo Figlio. Come voi non avete desiderato mai cosa meno che onesta, così io non mi sono mai opposto a' desiderii vostri, e non mi opporrò a quello che mi dimostrate con l'ultima vostra lettera. Ma il consenso che io vi darò, sarà contradetto dolorosissimamente dal mio cuore. Nè sarà mai possibile che io senza lagrime amare transiga con la idea di vedervi stabilito a centinaia di miglia lontano da me, di passare in compagnia vostra pochi incerti momenti accordati dalle vacanze, e di palpitare ad ogni posta per lo stato della vostra salute. E quando io vi sentirò ammalato, e per gli anni che crescono e per gl'incomodi che si affollano non potrò volare a vedervi, io sentirò anticipatamente le angoscie della morte. Credevo riservato ai miei Figli il dolore di separarsi da me quando cederò alla natura; ma Iddio mi ha destinato quello indicibile di perdere i miei figli prima di lasciare la vita. Sia benedetta la sua santissima volontà!</p>
            <p>Pure, se non il cuore, almeno la mente potrebbe convenire nella vostra deliberazione, quando vi conoscessi nella necessità di procurarvi uno stabilimento; ma appunto di questa necessità io non ravviso neppure un'ombra. Voi siete moderatissimo ne' desiderii, e discretissimo nelle esigenze; per cui nella casa vostra non soffrite mancanze. Conosco che in ogni anno, o almeno in ogni due anni, può convenirvi un viaggetto di qualche mese, ma a questo io potrò moderatamente supplire; e molto più se Iddio, come spero, mi libera dalle mani di questo Moroni. Alla Mamma poi potete domandare la minuta del mio testamento già fatto, e in esso vedrete come ho provveduto allo stato vostro per dopo la mia morte. Quale è dunque quella necessità che v'impone di abbandonare il tetto paterno, di allontanarvi dalle braccia di quelli che vi amano tanto, e di cercare altrove un pane servile, lasciando quello che avete in casa vostra somministratovi dalla natura, e condito da quell'amore e da quelle carezze, di cui dovrete dimenticare per fino la immagine?</p>
            <p>Infine io non so nè quali cattedre vi vengono esibite, nè da quali emolumenti siano accompagnate; ma so, e ritenetelo come il vaticinio di un Padre, che voi non vi ci troverete contento, che la vostra salute ne soffrirà, e che in fine dell'anno le vostre fatiche, i vostri stenti, e gli emolumenti vostri non vi avranno procurato niente di più di quello che già tenete.</p>
            <p>Ripeto, Giacomo mio, che voi siete in piena libertà di risolvere, e il partito che prenderete sarà accompagnato dalla mia benedizione; ma un padre, parlando al suo primogenito, non doveva mascherare il proprio cuore. Bensì intorno a questo mestissimo argomento trattenetemi il meno che potete.</p>
            <p>Anderò indubitatamente da monsignor Mai, e gli darò i vostri saluti. Fui, come vi scrissi, da monsignor Muzzarelli, ma non essendo egli tornato da me, non ho avuto occasione di tornare da lui. Nulladimeno quando io sia meglio rimesso andrò a rivederlo.</p>
            <p>Addio, carissimo Giacomo mio. Conobbi che l'<title>Euripide</title> doveva essere Opera pregevole, e la presi espressamente per voi. Qui in punto libri potrebbero farsi tesori; ma perchè i desiderii dell'uomo debbono esser guidati dal giudizio, io vedo e non tocco; anche perchè gli altissimi prezzi che domandano fanno venire la collera. Abbracciate Carlo e i fratelli, e vi benedico con tutto il mio cuore. Vostro affezionatissimo Padre.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di M.Rosa (1829)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DEL DIRETTORE DELL'ACCADEMIA DEI FILERGITI DI FORLÌ</hi>
               </byline>
            </opener>
            <dateline>Forlì 23 Marzo 1829.</dateline>
            <p>Chiarissimo Signore. Intenta l'Accademia nostra dopo la sua restaurazione a celebrare in ogni anno con prose e versi qualche tema sacro e devoto, ha eletto nell'anno presente la Passione e la morte del Redentore da celebrare con solenne adunanza nel Venerdì Santo. Desiderando però che questo nobilissimo ed augusto subbietto sia fregiato di poesie illustri nell'uno e nell'altro idioma dagli egregi Accademici Filergiti, che hanno facoltà ed uso di carmi, io prego V.S. Ill.ma a volerne far dono di suoi componimenti, o venendoli a recitare personalmente nel giorno indicato, o mandandoli a me, ovvero al Segretario dell'Accademia perchè siano letti, e conservati negli atti, come prescrivono gli Statuti. E sperando nella sua bontà e gentilezza e nel valor suo e nell'affetto verso la Santissima nostra Religione di essere favorito, pieno di stima ossequiosa mi rassegno d.mo obb.mo Servitore.</p>
         </div1>
         <div1 n="A L.Stella (1829)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A LUIGI STELLA - MILANO.</hi>
               </salute>
               <dateline>Recanati 25 Marzo 1829.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico pregiatissimo. Mi è doluto molto d'intendere dalla cara sua de' 13, che Ella e il Papà e la sua famiglia hanno potuto accusarmi di un silenzio, del quale io non sono reo. A ciascuna lettera che ho ricevuto dal Papà ho risposto subito; l'ultima che ricevetti fu in data dei 12 Gennaio. Accludo questa al signor Moratti, acciocchè per suo mezzo le pervenga più sicuramente.</p>
            <p>Alla domanda che Ella mi fa con tanta gentilezza, venendomi da Lei, non posso e non vorrei dir di no; ma d'altra parte, che cosa posso io promettere con questa salute, e in questa quasi impossibilità di applicare, in cui mi trovo? Se è sufficiente il promettere ch'io farò l'articolo richiesto, purchè la salute non me lo impedisca, io lo prometto di cuore: ma ciò non sarà bastante a Lei, che avrà bisogno di una certezza. In tal caso, Ella gradirà almeno il mio buon volere, e il desiderio sincero che ho di servirla. La persona ch'io sceglierei sarebbe l'Albrizzi.</p>
            <p>Il suo disegno mi pare molto lodevole, e son certo che sveglierà la curiosità del pubblico. Se dovessi darle un suggerimento, sarebbe di star fedele al titolo della sua opera. L'Italia presentemente ha molte autrici di libri o di libricciuoli, ma poche <hi rend="italic">insigni</hi>. Non vorrei che la galanteria la rendesse troppo indulgente, e la inducesse a dar luogo a molte, che poco meritassero di stare allato alle veramente insigni che ha la Germania, l'Inghilterra e la Francia.</p>
            <p>Io pregava il Papà nell'ultima mia perduta, a mantenermi la promessa ch'egli mi faceva, di trattenersi con me lungamente per lettera, quando i suoi affari gliene avessero dato agio: Ella gli faccia questa preghiera per parte mia. Lo pregava ancora a volermi spedire a suo comodo, quando avesse occasione, due o tre copie delle mie <title>Annotazioni sopra l'Eusebio</title> ec.; e altrettante della traduzione del <hi rend="italic">Libro secondo dell'Eneide</hi>. Dica per me mille e mille cose, ma veramente affettuosissime, al Papà, ed all'amabile sua famiglia; alla cui memoria amorevole mi raccomando. Mi riverisca il bravo Ambrosoli, se ha occasione di vederlo: così ancora il conte Dandolo e Compagnoni. Saluto di cuore Lorenzini. Mi comandi, mi ami, e mi creda sempre suo devotissimo e cordialissimo servitore ed amico Giacomo Leopardi</p>
         </div1>
         <div1 n="Di C.E.Muzzarelli (1829)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO EMANUELE MUZZARELLI</hi>
               </byline>
               <dateline>Roma 26 Marzo 1829.</dateline>
            </opener>
            <p>Sig.r Conte P.ne ed Amico gent.mo. Feci i di Lei saluti a' miei due amici Biondi e Betti, che moltissimo li gradirono, avendo amendue di Lei quella stima, di che L'hanno resa degna in tutta Italia quelle Prose e quei Versi nobilissimi, che sono il frutto di un ingegno pronto e svegliato, e di molta e profonda erudizione. Amendue poi questi letterati Le fanno conoscere per mio mezzo che Ella potrebbe qualche volta arricchire o di qualche produzione originale, o di qualche giudizio sulle opere altrui, alcun Numero di questo nostro <hi rend="italic">Giornale Arcadico</hi>, cui hanno mancato due nomi illustri in Perticari, e ultimamente in Vincenzo Monti.</p>
            <p>Che fa Ella di presente? Mi faccia lieto talora di alcun suo lavoro, che o sia in versi o in prosa, non potrà riuscirmi che graditissimo. Il Conclave ha fatto tacere le nostre Accademie, che si riapriranno soltanto dopo l'elezione del nuovo Pontefice. Io dirò all'Accademia Tiberina due Elogi, uno del Cesari, l'altro del Pindemonti; che se il primo non ha l'ingegno e la vera eleganza e semplicità del secondo, è però tale da doverglisi grata ricordanza per avere ricondotto presso di noi e i buoni studi e l'amore della lingua da molti troppo trasandata nel secolo scorso.</p>
            <p>La Sig.a Lenzoni è sempre a Napoli, so però esser buone le di lei nuove.</p>
            <p>Mi ricordi al di Lei genitore, mi onori di alcun comando, e con piena osservanza me Le offero dev.mo aff.mo Servitore ed Amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di L.Stella (1829)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI LUIGI STELLA</hi>
               </byline>
               <dateline>Milano 2 Aprile 1829.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio Signore ed Amico pregiatissimo. La sua lettera dei 25 dello scorso fu veramente carissima a noi tutti, che attendevamo con ansietà sue notizie. Ma Ella non istà bene; e questo, lo creda, ci accuora assai. Come poi io non vorrei per alcuna cosa al mondo dovermi rimproverare d'aver contribuito nella benchè minima parte al suo male stare, così io la prego, rispetto all'articolo in discorso, ch'Ella si guardi dal determinarsi a favorirmi per veruna considerazione proveniente dalla sua gentilezza. Del resto io non avrò bisogno del detto articolo se non di qui a qualche mese: io lo serbo intanto per Lei, e se in ultimo Ella non avrà potuto farlo, ci perderemo il pubblico, la signora Albrizzi ed io, ma si troverà chi lo faccia. A buon conto Ella vedrà qui a tergo copia d'una lettera scrittami dalla detta signora, dove ella medesima passa, per così dire, in rassegna gli scritti suoi: questa lettera, nel caso ch'Ella faccia l'articolo, potrà forse giovarle.</p>
            <p>Farò capitale del suggerimento ch'Ella mi dà di essere più giusto che galante nella scelta delle donne meritevoli d'avere un posto nell'Opera che intraprendo. Avverta peraltro che nel titolo dell'Opera ho detto <hi rend="italic">Donne distinte</hi>, e non <hi rend="italic">insigni</hi>, appunto perchè ho riflettuto che il numero di queste ultime è scarso assai. Non è per questo ch'io non intenda di essere scrupoloso nella scelta. Ma io potrei facilmente ingannarmi. Deh, mio caro signor Leopardi, tolleri anche questa noia: si compiaccia di aiutarmi. Qui dietro troverà la nota di quelle donne di lettere ed artiste italiane, di cui ho potuto aver notizia. Segni in margine quelle ch'Ella crede degne d'entrare nell'opera mia; e non le dispiaccia d'aggiungervi quelle ch'io avessi per avventura omesse. Le ne sarò tenutissimo.</p>
            <p>Non mancherò di presentare i suoi saluti a quelli a cui sono diretti. Si compiaccia anch'Ella di fare aggradire i miei alla sua famiglia che desidero assai di aver l'onore di conoscere, e di credermi, qual mi pregio di essere, e sarò sempre, suo affezionatissimo ed obbligatissimo servo ed amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Maestri (1829)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ADELAIDE MAESTRI</hi>
               </byline>
               <date>[Parma, Marzo-Aprile? 1829].</date>
            </opener>
            <p>Mio Caro Leopardi. Quando sarà mai ch'io potrò scrivervi coll'animo perfettamente tranquillo? La mia cara madre, la quale è però a quest'ora sufficientemente ristabilita in salute, è stata qui in Parma gravemente malata di un'otitide con forti dolori. Quanta pena ho sofferto! quanto ho pianto! Appunto in quei giorni tanto affannosi per me, giunse a Ferdinando la cara vostra, la quale pure accrebbe non poco la mia tristezza. Imperocchè mi faceva comprendere che voi non eravate così disposto a venire ad abitare questi paesi, come la Toscana. Per altra parte i cangiamenti qui succeduti non mi lasciano intera quella speranza, che io aveva concepita da principio. Ostacoli per una parte e per l'altra; come posso esser contenta? Nè io, nè Ferdinando non lasceremo di fare niuna cosa perchè gl'impedimenti, che sono qui, siano tolti; e speriamo che voi farete altrettanto per parte vostra. Il cielo secondi i nostri voti, ma i miei timori sono pur grandi! Vi sono delle creature al mondo, e non poche, tanto privilegiate dalla fortuna, che con somma facilità ottengono tutto ciò che più ardentemente desiderano; ma io non sono mai stata, nè sono fra quelle. Addio. Ferdinando spera dirvi qualche cosa fra breve, e continua le sue premure. Posso io sperare d'aver presto vostre notizie? Non mi private di questa consolazione.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.P.Vieusseux (1829)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIAN PIETRO VIEUSSEUX</hi>
               </byline>
               <date>[Firenze, Aprile 1829].</date>
            </opener>
            <p>Mio buon Leopardi. Ho ricevuto il <title>Niebuhr</title>, la cosa è in regola; ma... Credereste voi che le spedizioni dello Stella che portano a Firenze la vostra <title>Crestomazia poetica</title> non sono ancora arrivate? Voi non potete figurarvi che negligenza, che noncuranza è entrata in quel negozio; tutti si lamentano, tutti gridano, e non si ottien nulla dal padre ch'è imbacchettonito, nè dai figli che, mi vien detto, non pensano che ai loro piaceri.</p>
            <p>Caro amico! Noi siamo, con grande nostro dispiacere, privi delle vostre nuove; io mi era lusingato che col ritorno della primavera vi sarebbe tornato colle forze la voglia di scrivere, almeno per consolarci con due vostre righe. A quest'ora voi avrete avuto il febbraio dell'<title>Antologia</title>; ed io presto vi manderò il marzo, nel quale troverete la rivista dantesca dell'amico Cioni. Questi è ancora a Pisa. Capponi è andato a Roma a godersi il Conclave. Giordani pretende di farmi un articolo sulle storie lucchesi del Beverini. Capei bestemmia Niebuhr. Forti s'occupa col viaggio di Sismondi. Montani perde il suo tempo, e mi fa perdere troppi danari intorno a Villemain. Niccolini lima i suoi versi. Alessandro Poerio non si lascia mai vedere. Tutti, del resto, stanno bene. Non voglio dimenticare Tommasèo che più d'ogni altro lavora. Che vi pare del suo articolo sul Tiepolo? Tutti mi domandano di voi.</p>
            <p>È comparso in fine il romanzo del Rosini. Giordani ne parla da politicone, ed ha scritto all'autore una lettera che gira per tutta Pisa. Salvagnoli dice che Rosini è il primo romanziere del secolo. Forti lo mette nel fango. Montani lo difende. Tommasèo ne ride e tace. Montani se la caverà fuora come potrà, e probabilmente non del tutto in coscienza. Ora vi dirò ciò che me ne pare a me: vi trovo grandissimi difetti: ciò nonostante me lo sono letto senza noia e di seguito: il carattere dell'Anguillotto è eccellente. Anguillotto dovrebbe essere il titolo dell'opera. Il grande errore è stato di voler fare un seguito al Manzoni. Vedremo cosa dirà la <hi rend="italic">Biblioteca Italiana</hi>: poco di buono aspetto per Rosini. Generalmente il romanzo piace poco, ma molti giudicano l'autore anzichè il romanzo. Addio, mio carissimo Leopardi. Ricordatevi che aspetto le vostre nuove colla massima impazienza. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Rosini (1829)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIOVANNI ROSINI</hi>
               </byline>
               <dateline>Pisa 7 Aprile 1829.</dateline>
            </opener>
            <p>Amico Car.mo. Finalmente si è pubblicata il 26 passato la <hi rend="italic">Monaca</hi>; ed ho indugiato a scrivervene per dirvi qualche cosa dell'esito. Esso ha superato le mie speranze; e quindi son lieto di potervi retribuire parte di quella lode, che me ne viene dagl'imparziali e dai dotti. Molti poi sono e i malevoli e gl'irati, i quali ne parlano con le labbra amare, quasichè avessero morsicato delle mele acerbe. Io, come non mi sarei invilito pel poco, così potete ben credere che non m'invanisco del troppo favore; chè dee darsi la sua gran parte all'amor di patria, e la sua grandissima all'evidenza: la quale peraltro non può servire a cuoprir gli altri difetti, che pur ve ne saranno. Senza i Capitoli 7, 8, 9, 10, la narrazione meglio progredirebbe: e inutilmente si pensa che quei 4 capitoli non comprendono se non 8 giorni, cioè da domenica, in cui segue la visita al Tacca, all'altra in cui va Egidio dal Galileo, Rosselli ec.; ma tante sono le cose narrate, che all'immaginazione pare che passi un tempo immenso.</p>
            <p>Finora, per la condotta, critica forte non ho inteso, se non quella che ho fatto un Egidio a modo mio, e una Geltrude diversa: ed era appunto quello che ho voluto fare. - Potete mandare a Bologna dal libraio Antonio Marcheselli, il quale ne ha una copia <hi rend="italic">in 8°. grande</hi>, che ha ordine di tenerla a vostra disposizione: dico 8°. grande, cioè diverso da quelle stampine che conoscete. A tutto vostro comodo mi farete il piacere, riandandola, di notarmi gli errori che saranno scorsi; e mi direte quel che vi pare di tutto. Or lavoro sulla <hi rend="italic">Strozzi</hi>, ma l'argomento non offre sì gran varietà.</p>
            <p>La Parra vi saluta; e così gli amici. Datemi le vostre nuove: ditemi se avete ricevuta una lunga mia scrittavi in Gennaio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Al Dir. dei Filergiti (1829)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AL DIRETTORE DELL'ACCADEMIA DEI FILERGITI DI FORLÌ.</hi>
               </salute>
               <dateline>Recanati 8 Aprile 1829.</dateline>
            </opener>
            <p>Illustrissimo e Pregiatissimo Signor Direttore. Ho ricevuto l'invito di V.S. Illustrissima e le ne rendo grazie sincere e cordiali. Ma io sono in tale stato infelicissimo di salute, che non posso nè scrivere, nè leggere, nè pensare intentamente a cosa alcuna, non che comporre. Ho stimato dover mio di farle questa scusa: ed Ella, spero, l'accetterà per valida; essendo questa pur troppo la verità. In tutto quello ch'io possa, me le offerisco di tutto cuore per sempre</p>
            <p>Suo devotissimo obbligatissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Maestri (1829)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ADELAIDE MAESTRI - PARMA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Recanati 10 Aprile 1829.</dateline>
            </opener>
            <p>Mia cara Adelaide. Della notizia che mi date della malattia sofferta dalla Mamma, ho sentito un vivo dolore e per lei e per voi. Voglia il cielo che la primavera e la buona stagione imminente le sia più propizia. Ma dove è ella al presente? a Parma o a Bologna? e il Papà dov'è? E voi perchè non mi parlate della salute vostra, nè di quella di Ferdinando? Non vorrei che l'ottimo Ferdinando si desse troppa briga circa il mio affare. Veggo benissimo che non essendo ora favorevoli le circostanze, conviene aver pazienza di aspettar le occasioni, e non darsi fretta. Io sono sempre quello ch'io fui; desiderosissimo di rivedervi e, se si può, di viver con voi; o almeno non tanto lontano da voi altri, come mi trovo ora. Ma se la fortuna, come pare, vuol ch'io viva in questo esilio, come sono vissuto la massima parte de' miei anni, mi consolerò colla memoria vostra, e col pensiero della vostra amicizia. Vicino o lontano, mi ricorderò sempre di voi e de' vostri con tenerezza, e sarò sempre certo che tutti voi farete di me altrettanto, perchè ho conosciuto abbastanza l'animo vostro. Salutatemi tutti; e, per amor mio, abbiate cura alla salute, e sforzatevi di spassarvi e di rallegrarvi. Vi prometto ch'io farò lo stesso. Addio, addio con tutto il cuore.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.F.Stella (1829)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
               <dateline>Milano 12 Aprile 1829.</dateline>
            </opener>
            <p>Amico amatissimo. Benchè obbligato a letto, ove mi trovo da più giorni per un incomodo ai piedi, del quale spero però che non tarderò molto a liberarmi, le scrivo qui queste due righe perchè veda i miei caratteri, e sappia che le voglio bene, e che vorrei pure sentirla libera dai suoi malori fisici. L'incerto stato della sua salute m'affligge assai. Possa Ella scrivermi presto qualche cosa che mi consoli: sentirò allora volentieri in che Ella si occupi. Io continuo a lavorare, ma sempre con la speranza d'avermi da riposare fra qualche mese, e se non in città, in villa almeno. L'impresa di cui ora la mia Casa si occupa maggiormente, come quella ch'è di grande importanza, si è la <hi rend="italic">Bibbia</hi> così detta di Vence. Col primo incontro che la mia casa spedirà al signor Sartori d'Ancona, le farò tenere i due manifesti ed il Prodromo già pubblicati, perchè veda a che mira la nostra edizione, e me ne dica la sua opinione. A proposito del signor Sartori, ha Ella ricevuto col di lui mezzo le copie della <title>Crestomazia poetica</title>, che le ho mandate in conformità della mia del p.p. Gennaio?</p>
            <p>I più sinceri saluti per parte della mia famiglia, ed io l'abbraccio di cuore. Il suo vecchio cordiale amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Vieusseux (1829)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIAMPIETRO VIEUSSEUX - FIRENZE.</hi>
               </salute>
               <dateline>Recanati 12 Aprile 1829.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio carissimo Vieusseux. Come scusarmi con voi del mio lunghissimo silenzio? come, se non col mio stato, e colla mia quasi impossibilità di scrivere? Non vi parlerò della mia vita, e dell'accoramento in cui passo i giorni, soffocato da una malinconia che è oramai poco men che pazzia: non voglio annoiar voi e me con discorsi tristi. Le vostre lettere sono sempre piene di amore: mi corrono le lacrime agli occhi quando mi ricordo di voi, e del tempo che ho goduto la compagnia vostra.</p>
            <p>L'Antologia di Gennaio e di Febbraio, per quanto ne ho potuto leggere, mi è sembrata eccellente al solito. Ma voi non sapete frenarvi, nè mantenere i buoni proponimenti; e i vostri fascicoli passano sempre i dieci fogli. Dite a Montani che fra i tanti amici che gli hanno fatto i suoi articoli Antologici, conti ancora mia sorella, la quale, ricevendo qui l'Antologia, è molto contenta ogni volta che vede quell'<hi rend="italic">M.</hi>
            </p>
            <p>Ricevo in questo punto la vostra ultima <hi rend="italic">senza data</hi>. Ho piacere che il Niebuhr vi sia giunto. A me non fu inutile l'averlo portato meco, perchè, prima di rimandarlo, ne presi un'infinità di appunti.</p>
            <p>Vi ringrazio delle notizie che mi date circa gli amici, e circa la <hi rend="italic">Monaca di Monza</hi>: vi assicuro che mi sono sommamente grate. Ma voi non mi dite più nulla della salute vostra. Spero che la buona stagione vi abbia liberato affatto dagl'incomodi che vi cagionò il freddo.</p>
            <p>Della Crestomazia poetica, io feci tutto quel che potei; mia, o fosse l'incapacità mia, o la qualità de' materiali, il lavoro venne malissimo, ed io ne sono pessimamente soddisfatto. Così ho detto sempre a tutti; e così vi prego che diciate ancor voi a Giordani, a Montani, a chiunque ve ne parlasse.</p>
            <p>Da una frase dell'ultimo articolo del Poggi nell'<title>Antologia</title> (articolo che sicuramente fu riveduto dallo Zannoni) deduco che l'Accademia della Crusca, per non premiare le <title>Operette morali</title>, abbia intenzione di violar piuttosto le regole, decretando <hi rend="italic">spontaneamente</hi> il premio ai <title>Promessi Sposi</title> di Manzoni, il quale certamente non è concorso. Ma, vi prego, non parlate per ora di questo mio sospetto, acciocchè il parlarne non serva (se mai il sospetto non fosse vero) a suggerire questo partito agli Accademici: bensì serbatelo a memoria, come una predizione, per tenermene conto a suo tempo.</p>
            <p>Di Gioberti non ho più nuove da un pezzo, e conosco che non riceve le mie lettere. Saluto tutti i buoni amici, e specialmente Montani, Forti, Capei, Tommaseo. Non lasciate, vi supplico, di ricordarmi a ciascuno di loro <hi rend="italic">in particolare</hi>. Vogliatemi bene; e se ci sono Santi che impetrino la morte a chi la desidera, raccomandatemi a quelli. Addio addio. Vi abbraccio. A Giordani scrissi poco fa. Il vostro Leopardi.</p>
            <p>Sapreste voi darmi notizie fresche di Brighenti? il quale non mi ha mai spedito il pacco de' miei libri.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1829)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>[Firenze] 16 Aprile [1829].</date>
            </opener>
            <p>Mio caro carissimo. Non solo ho salutato per te il nostro Colletta; ma ho creduto lecito e debito all'amicizia comunicargli la tua degli 8; tanto più ch'egli spesso, e con vero affetto mi parla di te, e de' suoi disegni di procurarti una tolerabil sorte: di che ti scriverà egli presto: e ti avrebbe scritto prima; se non fosse che tornato egli da Livorno, partì poco dipoi Gino per Roma. Mi è un vero tormento al cuore la tua situazione; e spero che in qualche modo ne abbi ad uscire: perchè altrimenti (io lo intendo benissimo) lo spasimare non è vivere. Potendo scegliere soggiorno, non v'ha dubbio sopra Firenze; non come ottimo de' possibili, ma come il migliore degli esistenti. E a questo tende Colletta. Ma certo di tutti gli esistenti e de' possibili è pessimo Recanati; e qualunque altro sarebbe da preferire. Parma sarebbe di assai e di molto migliore; comunque assai inferiore a Firenze. Il freddo certo è più vivo che qui; ma non più che Milano. Il peggio è non potersi sapere che cosa diventerà quel governo. Scrivimi un po' men raro; perchè non posso patire lunga privazione di tue nuove. Salutami caramente Carlo e Paolina. Delle nozze non so se debba rallegrarmi, per le insurte amarezze e difficoltà. Certo è bell'acquisto una bella e buona giovane. E Paolina che fa? riveriscimela tanto. Avesti ancora quel Manno che era per me? Se potrà comporsi che tu venga qua, io credo che se non ti ci sentirai contento, vedrai almeno che in nessun'altra parte potresti esser meglio. Oh che trista cosa è il mondo! Tu che devi conoscerlo questo nuovo Vicedio, che cosa credi ch'egli ci riuscirà? almeno non potrà mai esser tanto furioso come quella bestiaccia. Che studi tu ora? che lavori? Addio, mio caro Giacomino: t'abbraccio con tutta l'anima. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A V.Gioberti (1829)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A VINCENZO GIOBERTI - TORINO.</hi>
               </salute>
               <dateline>Recanati [17 Aprile] 1829.</dateline>
            </opener>
            <p>Con molto mio dispiacere manco da gran tempo in qua delle vostre nuove. Alla prima ed ultima vostra dei 12 Gennaio risposi subito con una lunga lettera, nella quale vi ringraziai delle notizie letterarie che mi davate, assicurandovi che mi erano gratissime, specialmente in questa lontananza in cui vivo dal mondo civile, e che le vostre lettere non potevano essere tanto lunghe, che io non le desiderassi più lunghe ancora. Mi rallegravo con voi del vostro modo di scrivere, che mi par chiarissimo e naturalissimo, e vi pregai di non voler più indugiarvi a partecipare al pubblico qualche frutto dell'ingegno e della dottrina vostra, rari assai l'uno e l'altro. Molte altre cose vi dissi, delle quali ora non mi ricordo. Sopra tutto vi raccomandai la salute; e di questa veramente sto in pena; quantunque mi persuada che la mia lettera non vi sia mai capitata, e che da questo nasca il vostro silenzio, non da indisposizione. Se la presente vi arriva, scrivetemi più presto e più lungamente che potete, e ditemi degli studi e dello stato vostro. Vieusseux da Firenze mi domanda di voi, vi saluta, desidera qualche vostro articolo per l'<hi rend="italic"> Antologia</hi>, e vorrebbe che costì, potendo, gli trovaste associati. Mio padre, tornato adesso da Roma, vi saluta caramente, e così gli altri miei. Giordani, al quale ho scritto di voi più volte, vi stima assai pel molto bene che ha sentito di voi da chi vi conosce. Addio, caro Gioberti, salutate gli egregi M. e D. Amatemi quanto io v'amo, e non sarà poco; perchè io v'amo quanto voi valete.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Colletta (1829)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO COLLETTA</hi>
               </byline>
               <dateline>Firenze 18 Aprile 1829.</dateline>
            </opener>
            <p>Amico mio caro. Rispondo tardi al vostro foglio del marzo; ma crediate che nessun giorno è passato che io non abbia pensato a voi, ed operato in vostro servizio. Sarebbe lungo a dire quante speranze sono sorte e mancate; l'Ateneo di Livorno è ancora incerto: parecchie cattedre da stabilirsi a Firenze per testamento del Conte Bardi sono ancora in speranza, perchè avviluppate colle liti e dubbiezze del patrimonio: carica di bibliotecario non vaca; e vacando, certo numero di preti fiorentini sta vigilante alla portiera.</p>
            <p>Ma permettete che io vi scriva come fratello a fratello; e per maggiore verisimiglianza, come padre a figlio: Voi rispondete sinceramente, a cuore aperto. Non potreste far voi come fece il Botta? Ossia, ricevere un assegnamento mensuale; lavorare a volontà, vendere i lavori; restituire le somme ricevute: tornar da capo, quando mai la vendita del libro non provvedesse ai bisogni futuri. Voi non dovreste sforzare volontà o salute a lavorare; non avreste obblighi o di tempo o di materia: se non che, dovreste far libro, non articoli per giornali; ed in questa condizione avrò incontrato anche il vostro desiderio.</p>
            <p>Per agevolare il disegno, io vi propongo di abitare con me; cercherei (e l'ho in mira) una casa che avesse una camera ed uno stanzino per voi: è povera la mia mensa, ma voi siete discreto; e voi vivreste nella mia famiglia come tra parenti amorosi. Nè del piccolo dispendio (che perciò farei più del mio proprio) voglio farvi dono; ma voi me ne rimborserete, quando che sia, col prodotto delle vostre opere. Accettando di vivere in mia casa, diminuisco i vostri bisogni. Voi ditemi oltre la casa, il vitto, la servitù, qual somma per mese sarebbe da voi desiderata; e permettete che io la trovi, a quelle condizioni che voi medesimo vorrete prescrivere. Io sarei procurator vostro dilicato come se trattassi per me; e di ogni cosa vi avviserei prima delle vostre mosse da Recanati: mi abboccherei (se vi piace) col Giordani: farei che la vostra dignità non fusse adombrata, essendomi a cuore quanto la mia propria.</p>
            <p>Pensate, caro amico, alle cose che ho scritte; credetele sincerissime: nè supponete in me altri desideri che darvi pruove di amicizia, e conservare all'Italia un bello ingegno. Rispondete presto; m'importa la sollecitudine per il vostro quartiere, e perchè non vedo il momento di avervi qui, tra noi, che vi amiamo. Di molte altre cose scriverò poi. Ora caramente vi abbraccio e mi raffermo amico vero.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Rosini (1829)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIOVANNI ROSINI - PISA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Recanati 19 Aprile [1829].</dateline>
            </opener>
            <p>Carissimo amico. Mi dispiace nella cara vostra dei 7 del corrente, che mi dimandiate se ricevessi l'altra del gennaio passato; perchè questo è segno che voi non abbiate avuta la mia risposta, la quale fu prontissima; se però non fosse, come dubito, che l'abbiate ricevuta in fatti, ma ve la siate dimenticata. Da Firenze io aveva già notizia del successo felice del vostro romanzo, del quale mi rallegro, benchè non mi riesca nuovo. Critiche se ne faranno sicuramente, e infinite; cioè tante quanti saranno i lettori, che si crederanno giudici: ma qual è l'opera che non si critichi? Ho piacere che siate intorno alla Strozzi, ma non vorrei che perciò trascuraste affatto il vostro poema, il quale, continuato e finito come l'avete condotto fin qui, riuscirà certamente una bella cosa. Ricevuto che avrò da Bologna l'esemplare che mi significate, farò quel che volete voi: ma la faccenda andrà in lungo, perchè qua le spedizioni arrivano in capo a qualche anno. Salutate tanto tanto la Lauretta: anche Mad. Vaccà, Mad. Mason, e Carmignani. Le mie nuove sono, che io vivo qui mezzo disperato; anzi non vivo, ma scoppio di rabbia e di noia ogni giorno. Non fo nulla, nè spero nulla. Addio: vogliatemi bene, e ricordatemi ai vostri. Affezionatissimo amico Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Rosini (1829)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIOVANNI ROSINI</hi>
               </byline>
               <dateline>Pisa 24 Aprile 1829.</dateline>
            </opener>
            <p>Amico Car.mo. Stamane ricevo la vostra de' 19, e subito rispondo. - Potete ben credere che una lettera di voi non si dimentica; sicchè convien credere smarrita quella del gennaio passato. - Veniamo a <hi rend="italic">nos moutons.</hi>
            </p>
            <p>Benchè l'approvazione d'un uomo come voi mi valesse ben cento e cento plausi, e mi fosse pegno sicuro di un qualche successo, temeva gli effetti della prevenzione: e questa, ad onta di un grido generale, urla a sua posta, e scrive, e provoca di Lombardia scritti, che dicono <hi rend="italic">orrori</hi>. Figuratevi che uno disse che avevo scritto la <hi rend="italic">storia dei birri</hi>; un altro che questo non era un romanzo ma un viaggio ec. ec. Ma io ho il peccato (e voi l'avete più di me) di credere come credeva Torquato Tasso (pover'uomo!) che il Petrarca avesse la frase poetica pellegrina e gentile; credo che Virgilio, Orazio, Catullo, e Tibullo meritino pur qualche cosa; e che Monti sapesse di frase poetica, e Parini di convenienza filosofica nelle sue Odi: e questi son gravi peccati agli occhi di taluni. Ma non sono stati accorti abbastanza. Adesso credo che avranno il tempo di <hi rend="italic">maledire</hi>, ma non d'impedire che si legga: e ciò mi basta.</p>
            <p>Addio, perchè ho fatto somma. Farò i vostri saluti. Spero dentro questo anno di terminare la <hi rend="italic">Strozzi</hi>, e poi al Poema: indi per tutta la vita ai Romanzi. - Mi duole assai di sentirvi inquieto della vostra situazione: e quando in Toscana di ritorno?</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Colletta (1829)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO COLLETTA - FIRENZE.</hi>
               </salute>
               <dateline>Recanati 26 Aprile 1829.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio carissimo Generale. Non fidandomi di potere io ringraziarvi abbastanza della cara vostra dei 18, scrivo a Giordani pregandolo che vi ringrazi ancora egli in mio nome. Il rimedio che voi mi proponete, d'imitare il Botta, ha moltissimi vantaggi; ma vi confesso ch'io non mi so risolvere a pubblicare in quel modo la mia mendicità. Il Botta ha dovuto farlo per mangiare: io non ho questa necessità per ora; e quando l'avessi, dubito se eleggerei prima il limosinare o il morir di fame. E non crediate che questa mia ripugnanza nasca da superbia; ma primieramente quella cosa mi farebbe vile a me stesso, e così mi priverebbe di tutte le facoltà dell'animo; poi non mi condurrebbe al mio fine, perchè stando in città grande non ardirei comparire in nessuna compagnia, non godrei nulla, guardato e additato da tutti con misericordia. Io desidero poi sommamente di vivere vicino a voi o con voi, ma viver del mio, non altrimenti. Non rifiuto già d'aver debito con voi; anzi protesto che, e per tanti vostri favori passati, e per questa offerta cordialissima e liberalissima, vi ho ed avrò debito ed obbligo perpetuo. Se non accetto il partito, spero che non ve lo riputerete a torto; perchè non ho amico nè parente così stretto dal quale potessi accettar condizioni simili; nè anche da mio padre ne accetterei, se quel che ho da mio padre non mi fosse dovuto. - Oltre il bisognevole per l'abitazione e il vitto, pochi altri danari (tre o quattro monete il mese) potrebbero bastarmi; perchè del vestire sarei provveduto sufficientemente da casa. E in tutto, con un dugento o pochi più scudi l'anno, potrei pur vivere. Ma non vorrei che vi prendeste troppo pensiero e troppa pena di questa cosa: perchè alla fine (intendo benissimo) se è difficile procacciar mantenimento a uno che possa fare, che sarà procacciarlo a chi, per cagione o della salute o d'altro, non può far nulla?</p>
            <p>Voi non mi dite niente della salute vostra. Il silenzio mi par segno buono; ma pure amerei di saper di certo che state bene. E come va la Storia? Rileggendo la vostra lettera m'intenerisco a veder tanta vostra sollecitudine e tanto affetto. Siate certo che voi non fate poco per me, poichè mi amate.</p>
         </div1>
         <div1 n="A L.Stella (1829)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A LUIGI STELLA - MILANO.</hi>
               </salute>
               <dateline>Recanati 29 Aprile 1829.</dateline>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo Signore ed Amico. Poichè Ella accetta il mio desiderio di far l'articolo per l'Albrizzi colla condizione della possibilità, io non ho che replicare. Delle letterate italiane ch'Ella mi nomina, la Marianna Dionigi romana, pittrice di paesi ec., è morta, or sono alcuni anni, vive bensì in Roma la sua figlia Enrica Dionigi Orfei, che ha pubblicato parecchi versi, ed ha avuto mano in una traduzione del <hi rend="italic">Paradiso perduto</hi> in ottave, stampata in Roma del ventidue (se non erro), della quale sentii leggere alcune stanze, che non mi parvero pessime. Credo anche morta sicuramente la Fantastici improvvisatrice. V'è poi a Bologna la Cornelia Rossi Martinetti, autrice di un romanzo in francese, <title>l'Amélie</title>, che è la donna di maniere più amabili che abbia l'Italia. V'è la Caterina Franceschi Ferrucci, pure a Bologna, autrice di versi. A Modena l'Eleonora Reggianini, che scrive e stampa Cantiche e altri versi danteschi. A Roma la duchessa Altemps, nata contessa Fabri di Cesena, che ha pubblicato qualche prosa. Una giovane Fiorini, di Frascati (o di quei contorni), lodata per molto valente in botanica, vive pure in Roma. Ma di tutte le Donne italiane viventi che hanno scritto o avuto intenzione di scrivere qualche cosa (ancora un sonetto), Ella troverà pienissima informazione in un Catalogo pubblicatone, in risposta a Lady Morgan, dalla Fachini Canonici, in una città, mi par, di Romagna, due o tre anni sono.</p>
            <p>Sono veramente ansioso d'intendere che l'incomodo del Papà sia cessato. Non gli scrivo direttamente, per non disturbarlo dalle sue continue occupazioni. Ma prego Lei di ringraziarlo tanto tanto delle righe che mi ha scritte, assicurarlo che mi sono state carissime, salutarlo teneramente per me e dirgli che la spedizione fatta al Sartori colle copie della <title>Crestomazia poetica</title> ec. ancora non mi è giunta. Queste spedizioni vanno pure a grand'agio. Ella mi voglia sempre bene, e mi riverisca tutti i suoi. I miei la risalutano ben di cuore, ed avrebbero caro assai di poterla conoscere personalmente. Della mia salute non soggiungo nulla, per non annoiar Lei e me con questo discorso tristo. Il suo cordialissimo servo ed amico Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Melchiorri (1829)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIACOMO MELCHIORRI</hi>
               </byline>
               <dateline>Fermo 2 Maggio 1829.</dateline>
            </opener>
            <p>Amico Car.mo. Riderete perchè v'incommodo conoscendo la mia ignoranza, ma non posso a meno di pregarvi a volermi favorire la Storia scritta da voi dei Rettori della Marca. Senza complimenti ditemi il costo per rimborsarvi subito. Sicuro di esser favorito ve ne anticipo le mie obbligazioni, e vi abbraccio stretto stretto. Aff. Amico.</p>
            <p>Pietruccio, o Luigetto Galamini mi potranno fare avere la detta <hi rend="italic">Storia.</hi>
            </p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Maestri (1829)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ADELAIDE MAESTRI</hi>
               </byline>
               <dateline>Parma 4 Maggio 1829.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Leopardi. Se riparo un po' troppo tardi alla mancanza che trovaste nell'altra mia, ne è stata principale cagione la speranza di potervi pur dare una volta qualche buona notizia intorno al noto affare. Ma l'aspettare è stato inutile al mio desiderio. Ci vuole assolutamente pazienza per alcun tempo ancora; pazienza, per altro, ch'io so meglio consigliare che avere. Come dite mai che Ferdinando possa prendersi troppa cura per voi? Non v'è non pure sagrifizio, ma la menoma pena nell'adoperarsi a vantaggio de' propri amici; poichè non si fa che soddisfare un bisogno del cuore. Trattandosi poi di raro e caro amico, quale voi siete, vi assicuro che nulla ci è più dolce che l'aver occasione di far qualche cosa che vi possa essere o utile o gradita. La pena maggiore è l'incertezza in cui siamo, ma se debbo dire il vero mi pare d'essere un poco più vicina al timore che alla speranza, conoscendo la mia fortuna. Di due cose, che molto mi stanno a cuore, avete voi pure dimenticato di parlarmi nella vostra lettera; cioè dell'esito dell'affare di Toscana, e, che è peggio ancora, della vostra salute. Da questo silenzio posso io pensar bene? Scrivetemene, ve lo raccomando.</p>
            <p>La mia cara madre è tuttora qui meco e vi rimarrà finchè non si trovi affatto ristabilita, poichè la grave malattia che ha sofferta esige molti riguardi nella convalescenza. Sono però alcuni giorni che esce di casa senza soffrirne. Il mio caro padre è a Bologna, e le notizie che abbiamo di lui sono ottime. Il mio Ferdinando pure sta bene, e vi scriverà. Quanto alla mia salute, vi assicuro che adesso è buona, e vi prometto di fare qualche passeggiata per cacciare la melanconia. Emilietto e Clelietta ci consolano: sono vigorosi e vispi e allegri, e promettono come le verdi pianticelle che appunto veggiamo a questi bei giorni di primavera, di renderci buon frutto. Addio di tutto cuore. Scrivendomi, datemi nuova della vostra famiglia.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di F.Maestri (1829)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI FERDINANDO MAESTRI</hi>
               </byline>
            </opener>
            <p>Amico ottimo! Non vi maravigliate del mio silenzio. Nuovi ordini, che si statuiscono nella finanza, impediscono di concludere nulla intorno a nuove spese. E nuova spesa sarebbe la cattedra, di cui vi ho tenuto discorso; siccome quella che tace da molti anni. Io non voleva scrivervi che a cose fatte, o assai bene incamminate: ma siamo tuttavia nell'ordinare la parte delle rendite per fine di far fronte ad esuberanti passività, che stanno a carico dello Stato. Oh quanto mi è doloroso questo ritardo! Voi che siete degno di tanto amore! Voi che amo tanto! Voi che mi conoscete, lo potrete più presto imaginare che io esprimere. Abbiate pazienza ancora un poco: e speriamo. Forse i timori dell'Adelaide saranno più giusti, ma io amo meglio di sperare che di temere. Vi scriverò quanto prima più a lungo. Intanto conservatemi la preziosa vostra benevolenza; abbiate cura della vostra salute, e credetemi vostro vero ed affezionato Amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="A F.Puccinotti (1829)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A FRANCESCO PUCCINOTTI - MACERATA.</hi>
               </salute>
               <date>[Recanati] 19 Maggio [1829].</date>
            </opener>
            <p>Mio caro Puccinotti. Ti scrissi questo gennaio, ma veggo che la lettera andò smarrita. Poi, alla cara tua degli ultimi di Febbraio, non risposi, perchè sperai di vederti presto. Ma io ti sto aspettando e sperando sempre, e m'inganno. Che fai tu ora? che scrivi? So che la tua fama cresce, e si fa ogni giorno meglio proporzionata al merito; e di ciò sento una consolazione e un piacere, come se la cosa appartenesse a me proprio. Ma in fine, trova un momento da venire; che, dopo sei mesi, io oda per la prima volta una voce d'uomo e d'amico. Non so se mi conoscerai più: non mi riconosco io stesso, non son più io; la mala salute e la tristezza di questo soggiorno orrendo mi hanno finito. Nondimeno, ho ancor lena ed animo abbastanza per amarti e desiderarti sempre. Se vieni, ricòrdati di portarmi a vedere qualcuna delle tue cose ultime. Addio. T'abbraccio con tutto il cuore. Il tuo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.P.Vieusseux (1829)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIAN PIETRO VIEUSSEUX</hi>
               </byline>
               <dateline>Firenze 21 Maggio 1829.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio carissimo Leopardi. Solamente nella settimana passata è arrivata la vostra <title>Crestomazia poetica</title>, che l'<title>Antologia</title> non trascurerà, certamente. Tante sono le opinioni sul modo migliore di fare una simile <title>Antologia</title>, che non mi fa meraviglia il sentire che vi è chi la critica. Per me trovo molto comodo di avere riunite in due soli volumi tante belle e buone cose per leggere, le quali conveniva prima cercare sparse in tanti volumi.</p>
            <p>Non il Manzoni, credo io, ma il Botta avrete per concorrente alla Crusca; chè il Botta ha effettivamente mandato il suo libro, che per la <hi rend="italic">mole</hi>, sicuramente, ha sulle <title>Operette morali</title> un immenso vantaggio. - Riguardo al Manzoni, egli, ne sono certo, non ha concorso. È vero bensì ch'egli gode un grandissimo favore presso S.A.I.R.; e che l'Accademia della Crusca, in parte almeno, si compone di persone che non desiderano altro che l'occasione di farsi ben volere. Ma sin adesso non ho mai udita fare la supposizione che i <title>Promessi Sposi</title> possano venire contemplati; mentre più volte ho sentito nominare il Botta. Del resto, io sto zitto, e mi guardo ben bene di manifestare i miei dubbi. Certo è che se l'Accademia della Crusca, fedele al suo primitivo istituto, vorrà considerare prima di tutto la lingua e lo stile, nessuno potrà contendere colle vostre <title>Operette morali</title>; e ciò vi dico senza adulazione, e senza presunzione, poichè è anche l'opinione di tutti i miei amici.</p>
            <p>In breve riceverete il mio fascicolo N.° 100, importante per due articoli, l'uno sopra il <title>Marco Polo</title> del Baldelli, l'altro sulla <hi rend="italic">Monaca.</hi> Il nostro Rosini non sarà molto contento del Montani. Quest'amico, dopo di essersi posto a tavolino coll'intenzione di essere gentile per il continuatore di Manzoni, ha finito per impazientire, e per dire alcune buone verità che dispiaceranno fortemente; cosicchè non sarà contento nè l'autore nè il pubblico.</p>
            <p>Se vi preme di far pervenire una lettera al Gioberti di Torino, mandatemela; glie la farò rimettere da un mio corrispondente. Se non vi preme, abbandoniamolo. Il fatto si è che qui egli non ha scritto a nessuno.</p>
            <p>Il nostro marchese Gino Capponi è tornato da Roma, dove egli si è assai divertito durante il Conclave, e le cerimonie del Vaticano. Egli ha frequentato molto il celebre De Chateaubriand; e bisogna convenire che pei tempi che corrono è cosa piccante un abboccamento con quel diplomatico. Del resto il mio crocchio è sempre a poco presso sul medesimo piede, <foreign lang="fra">tour à tour</foreign> piacevole ed uggioso secondo chi ci capita. Col Ciampi non è più stato possibile di accomodarsi. Giordani, Forti, Capponi, Capei, Montani, Valeriani, Niccolini, Tommasèo vi salutano. Cioni è a Pisa; ma ogni volta che mi scrive mi chiede di voi. Una persona che si fa informare di voi con molta premura è il buon Reynhold; egli è sempre a Berna.</p>
            <p>Il dì 1° di luglio s'aprirà in Firenze la <hi rend="italic">Cassa di Risparmio</hi>; e spero con ottimo successo. Ciò è un altro passo fatto, e che avrà delle conseguenze felici per la Toscana. L'<title>Antologia</title> lo annunzia al pubblico, e l'esempio profitterà per altre provincie. Voi sapete senza dubbio, che Mamiani è ritornato a Pesaro; ben contento, suppongo, di non essere più vincolato dagli obblighi di un collegio militare piemontese.</p>
            <p>Termino la mia lettera senza toccare un capitolo che mi affligge immensamente: io non so cosa dirvi, mio caro amico: ed a cosa serve il dire, quando non dipende da noi il fare ciò che vorrebbe il nostro cuore?</p>
            <p>Io non posso dirvi avere avuto nuove fresche del Brighenti; ma so, da persona venuta da Bologna, ch'egli è sempre in buona salute, benchè in tristissima situazione libraria. Scrivetegli dunque per reclamare i vostri libri. Addio. Vostro affezionatissimo amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Maestri (1829)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ADELAIDE MAESTRI - PARMA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Recanati 22 Maggio 1829.</dateline>
            </opener>
            <p>Mia cara Adelaide. La vostra dei 4 mi pose finalmente in quiete circa la salute vostra, della Mamma e di Ferdinando. Voglia Dio che le vostre lettere facciano sempre questo effetto. Quanto al mio affare, trovo naturalissimo il tenerlo per non riuscibile nelle circostanze presenti. Anzi prego voi tutti, e il nostro Ferdinando in particolare, a non pensarci più. Supponendo la cosa già quasi fatta, poteva essere scusabile ch'io accettassi quella cattedra, come un partito momentaneo. Ma che insistessi ora per ottenerla, anzi per farla rimettere in piedi essendo poi totalmente ignorante della materia, sarebbe assurdo e ridicolo. Oltre che quella miseria d'impiego non merita tanta ricerca.</p>
            <p>Di Toscana non ho, e non aspetto per ora alcuna conclusione. La mia salute, al solito. Al solito anche il mio cuore, e la mia affezione verso di voi, mia cara e pietosa Adelaide. Abbracciate per me il caro Ferdinando; abbracciate i bambini. Alla Mamma date l'acclusa, vi prego. Scrivendo al Papà, raccomandatemi molto alla sua memoria amorevole. I miei stanno bene, e vi ringraziano, e vi salutano caramente. Dico caramente, perchè, senza conoscervi di persona, vi amano per quel che di voi e de' vostri discorriamo insieme spesse volte. Addio, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Tommasini (1829)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIETTA TOMMASINI - PARMA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Recanati 22 Maggio 1829.</dateline>
            </opener>
            <p>Mia cara Antonietta. Poche righe perchè poco posso scrivere. Ma sono impazientissimo di rivedere i vostri caratteri, e di sentire le vostre nuove da voi. Non accade ch'io vi dica quanto dolore provai della notizia del vostro incomodo. Siete ora guarita perfettamente? Come potete lodarvi della primavera? Non so, cara Antonietta, quando ci rivedremo: so che, anco senza vedervi, io vi ho sempre presente. E non voglio neanche pregarvi a volermi bene, perchè sono sicuro che voi mi amate come prima, e come io amo voi. Godetevi la compagnia degli amici, e io mi godrò la memoria del tempo che ho passato con voi e nel seno dell'amicizia. Addio, addio di tutto cuore.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1829)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>[Firenze] 24 Maggio [1829].</date>
            </opener>
            <p>Caro mio carissimo. Ebbi la tua 26 aprile; e scrissi al Brighenti de' tuoi libri: il quale per molti suoi affari e disturbi mi risponde ora: che ti mandò i tuoi libri, già da molti mesi; e che pur ora ti scriveva, mandandoti due opuscoli giuntigli da Torino per te. Come dunque non ricevi nè robe, nè lettere?</p>
            <p>Come va la tua salute, mio caro? armati di pazienza, e di diligenza, per procurarti uno stato almen sopportabile: curati; e per quanto è possibile, divertiti. Salutami caramente Paolina, e Carlo. Com'è egli felice nel nuovo stato? Tutti ti salutano e ti desiderano. Da Parma molto i Tommasini e Maestri. Di qua gli ottimi amici. Gino è tornato sano e vigoroso da Roma. Colletta ha salute sufficiente, e lavora valorosamente. La Lenzoni patì molto di coliche in Napoli; ti saluta con molta amicizia. E Jesi, e Vieusseux, e Buonarroti, e Montani, e Nicolini. Oh perchè non sei sano, e lieto, e con noi, oh tanto riverito, e amato, e desiderato da tutti. Ti abbraccio con l'anima, e ti prego di un poco di tue nuove, dopo un mese di silenzio. Addio, carissimo, Addio senza fine.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Codronchi (1829)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIOVANNI CODRONCHI - IMOLA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Recanati 24 Maggio 1829.</dateline>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo Signor Conte. Benchè speditomi da Bologna nel gennaio passato, ricevo pur oggi l'esemplare del libro del Barbieri, del cui dono Ella mi ha voluto onorare. Io aveva già veduto il libro a Firenze: mi era sembrato assai notabile; utile alla storia della scienza chimica, alla storia dei progressi del sapere umano; onorevole non solo a codesta città, ma universalmente all'Italia; degni di lode e di gratitudine l'illustratore dell'operetta, e i fautori dell'edizione. Ora di questo segno di bontà che Ella ha voluto darmi, le sono tenuto di tutto cuore ed efficacemente le ne rendo grazie. Desidero che, come obbligato a Lei, e come suo servitore cordiale che voglio essere, Ella mi adoperi in quel ch'io vaglia; che avrò carissima sempre ogni occasione di ubbidirla. E riverentemente me le raccomando, pregiatissimo Signor Conte, Suo devotissimo e gratissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Brighenti (1829)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO BRIGHENTI</hi>
               </byline>
               <dateline>Bologna 25 Maggio 1829.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Giacomo. Cinque o sei giorni fa mi venne recapitato un pacchetto, che mi era inviato dal Vincenzi di Modena. In esso ho trovato tre libri che appartengono a voi, e vengono da Torino. Mi sono imaginato che siano quelli che da tanto tempo indietro mi furono annunziati dal signor Gioberti, e che mai non mi giugnevano. Io ve ne fo spedizione, raccomandandoli alla signora Ferrucci, la quale potrà avere occasione da farvi giugnere l'involtino senza spesa; ma se mai lo voleste per mezzo di spedizioniere, allora ad un vostro cenno lo rimetterò per tal mezzo. Il pacchetto contiene due interpretazioni di Peyron, e un lunario con poesie unite.</p>
            <p>I vostri libri che portai di Firenze, vi furono da me a suo tempo spediti col mezzo dello spedizioniere Facchini di Bologna e Müller di Ancona. Questo è affare di molti mesi indietro, ed io ritengo bene che li avrete avuti. Ma come Giordani mi scrive <hi rend="italic">che non capisce come io non vi abbia mai mandato i vostri libri</hi>? Bensì tengo qui di vostra ragione un esemplare della <hi rend="italic">Proposta di alcune correzioni</hi> ecc. del Monti, e un tomo di poesie (1779) dello stesso; e questo desidererebbe di avere lo Stella di Milano, ma io non lo darò se non a chi m'indicherete voi. E rispetto alla <hi rend="italic">Proposta</hi>, se non vi spiace, la terrò ancora per ciò mai che mi potesse occorrere in appresso, essendovi in fondo a ciascun tomo il visto dei Revisori. Dico, per ciò che mai potesse occorrere, mentre in ora ho tralasciato ogni pensiero di stampar libri, perchè (come saprete) la nostra dotta nazione è tanto dotta, che non ha più bisogno di libri, e i librai un dopo l'altro rovineranno tutti. Forse verrà un miglior momento, ma in giornata è cosa terribile il vedere i nostri primi librai non vendere un libro, o doverli vendere a prezzo disfatto. Però le cose mie commerciali sono andate alla strapeggio, e tutto è arenato. Speriamo nell'avvenire, già la speranza è naturale all'uomo come il sonno, e credo che ella sola lo tenga in vita.</p>
            <p>E voi, mio sempre caro e prezioso amico, e voi come ve la passate? Come va la salute vostra, e come l'animo, e come gli studi? Da lungo tempo non vi scrissi, ma posso giurarvi che non passò giorno senza che io rammentassi le vostre virtù e la nostra amicizia. Del resto fui estremamente occupato a dare un po' d'ordine agli affari sempre disgraziati, ed oltre ciò da quattro mesi fui imbarazzato in mille noie, e contrasti (perchè già ogni cosa deve necessariamente trovare ostacoli) onde produrre alcuni dilettanti in un'opera per musica, la <title>Semiramide</title> Rossiniana al teatro Loup. Finalmente l'opera ha avuto effetto, e ciò per la prima sera accadde il 15 del corrente. Il successo è stato fortunatissimo, e tutti i miei attori sono stati applauditi. Fra questi è la mia Marianna, la quale sostiene la parte di Semiramide; e posso dirvi ch'ella si disimpegna assai bene ed ottiene i più lusinghieri suffragi. La sua voce si è rinforzata, ed ella veramente si è fatta un coraggio non supponibile in chi mai non avea veduto faccia di pubblico. Essa e Nina e mia moglie vi fanno i più distinti rispetti, e meco desiderano le vostre notizie e che siano ottime.</p>
            <p>Addio, carissimo amico: credetemi eternamente, e con tutta la riverenza e l'affetto che meritate, il vostro B.</p>
            <p>Scrivendo a Stella ditegli che lo riverisco, che ormai i suoi conti sono in pronto, e che al suo arrivo qui nel corrente mese liquideremo le partite di persona, e combineremo il modo del pagamento. Se credeste fargli cenno della edizione Monti per sentire come la intende, lo gradirei, ma vi supplico fargli conoscere: 1° che molto innanzi la sua edizione io aveva concertato per la mia. 2° Che essendo la mia di <hi rend="italic">tutte</hi> le opere, e non ammessa in Lombardia, credo bene non ne abbia danno, e qui poi cercai di giovargli facendo vergognare il Cardinali della ristampa che aveva ideata del suo Petrarca. 3° Che se ne volesse delle copie (del mio Monti) gliele darò volentieri, e le manderò dove esso m'indicherà.</p>
            <p>Avvertitelo che il conte Saffi vuol egli ritirare in Milano il seguito di una associazione al Cicerone, di cui ebbe da me 2 volumi, e fategli avere per favore l'ultimo libretto.</p>
            <p>Addio, amicissimo; addio.</p>
            <p>Scrivendo al Roverella fategli i miei saluti, e per mia parte anche quelli di Giordani. Ditegli che attendo poi risposta alla mia del 18 e sulla <hi rend="italic">Mascheroniana</hi>, e sull'avere scritto al Monti conforme lo pregai.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Tommasini (1829)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIETTA TOMMASINI</hi>
               </byline>
               <dateline>Parma 25 Maggio 1829.</dateline>
            </opener>
            <p>Caro Leopardi. Mi sembra un secolo di non avervi spedito i miei caratteri e di essere priva de' vostri. Questo reciproco silenzio non verrà sicuramente interpretato come raffreddamento di nostra amicizia. Io potrei addurre molte ragioni per mia discolpa: ma crederei di gettare le parole e il tempo; imperocchè voi mi conoscete, e sapete qual conto fo di voi, e della vostra amicizia. Ferdinando ha ricevuto una lettera da Giordani, ed in essa le vostre nuove: ma purtroppo non sono come io vorrei; perchè egli dice che non avete neanche salute, e che siete assai malinconico, dovendo vivere in paese contrario affatto alla vostra maniera di pensare. Mio amico: fate capitale delle offerte che vi fece mio marito, che sono anche le mie, e potete essere certo che ci farete un piacere infinito quando le vorrete accettare. Voi troverete in me una sorella, un'amica, che si terrebbe consolatissima, potendovi co' fatti dimostrare que' sentimenti amichevoli che nutrirò per voi tutta la vita. Persuaso che sarete che io e mio marito vi teniamo come uno di nostra famiglia, so di certo che non istarete più nella incertezza di riguardare la nostra casa come vostra. Quando io sarò a Bologna, vi darò avviso del mio arrivo colà, ed allora potrete venir subito da noi. Da Bologna passeremo insieme, in compagnia di Giacomino e di tutta la mia famiglia, alla mia villa presso Parma. Il balsamo di quell'aria purissima, e l'unione delle nostre anime, so di certo che ci rifaranno de' danni sofferti nella salute, e di quelli che bisogna necessariamente provare nelle città. Desidero poi anche che veniate a Parma per quel vostro affare, che sta tanto a cuore a me, e a Ferdinando, e a tutti noi. Ah perchè mai ricusaste di venire con noi l'anno scorso! Sapete pure quante preghiere vi feci di tenerci compagnia: ma purtroppo l'amore de' vostri genitori vi rese sordo a tutte le riflessioni che io andava facendovi, per provarvi che non sareste stato contento, privato così dal consorzio de' vostri amici, e delle persone cólte. Quante volte io piansi lungo il mio viaggio, pensando a quale infelicità andavate incontro, recandovi alla trista solitudine di cotesti monti, da' quali è bandita ogni dolcezza di vivere! Fuggite da questo luogo, e seguite i consigli di un'amica che non ha in animo che vedervi felice.</p>
            <p>I miei figli, e mio marito che ho veduto da pochi giorni, vi salutano, e vi baciano coll'animo. Vi prego, mio ottimo amico, di rispondermi subito, sì perchè la vostra adesione al mio divisamento mi sarebbe di conforto, e sì perchè veramente desidero i vostri caratteri. Siatemi amico come io sarò sempre vostra amica aff.ma.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Brighenti (1829)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO BRIGHENTI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Recanati 5 Giugno 1829.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio carissimo. La tua ultima, benchè poco lieta, mi fu di gran consolazione per avermi recato di nuovo dopo tanto tempo i tuoi caratteri. Ti ringrazio assai assai della spedizione del pacco di Firenze. È ben vero ch'io non l'ho ricevuto se non pochi giorni sono, perchè il signor Miller, benchè giuntogli fino nel Gennaio passato, non me ne fece capitare l'avviso prima. Del pacchetto di Torino farai quel che ti piacerà: non v'è punto fretta. Spedisci pure allo Stella il Monti del 79. La <hi rend="italic">Proposta</hi> è tua: serbala per un minimo segno del mio desiderio di pagar tanti e tanti debiti che ho teco. Ti mando per la posta, franco, un libro che vorrei spedito con buona occasione a Giordani: scusami. Rallègrati per me colla Mariannina de' suoi felici successi, e salutala cordialissimamente insieme colla Marina e la Nina. Della mia salute e del mio stato permettimi ch'io non dica nulla. Scrivo brevissimo e male, per necessità. Addio, carissimo. Ti abbraccio amorosamente. Il tuo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1829)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>[Firenze] 15 Giugno [1829]</date>
            </opener>
            <p>Alla tua del 7.</p>
            <p>Mio carissimo. Non pensare più al Manno, chè Brighenti mi scrive di averlo già, per mandarmelo con buona occasione. Ma ben penso io, e tutti noi qui pensiamo a te; e vorremmo pure che tu potessi ritornare tra noi, o almeno vivere tolerabilmente costì. Per carità, sforzati di aiutarti coll'animo. Ma il mondo è pur una sciocca e rea cosa! Papadopoli mi scrive che ha perduto di morte repentina il suo Nonno; ed è afflitto. E non è il più sfortunato chi muore.</p>
            <p>Tommaseo, non so perchè, ha dimostrato un animo velenosissimo contro Nicolini; che è pur tanto buono quanto bravo. Tommaseo ha gran torto di non farsi frate domenicano, e inquisitore.</p>
            <p>Prendi qualche volta la fatica di scrivermi; perchè il tuo silenzio accresce la mia tristezza, e il mio dolore della tua indegna sorte. Salutami carissimamente Paolina e Carlo. Qui sei salutato, rimemorato sempre, riverito adorato da noi tutti: e primieramente da me, che più di tutti sono antico di conoscerti ed amarti. Addio, caro Giacomino: addio con tutto il cuore. La Lenzoni, ritornata da Napoli (dove molto soffrì di coliche e molto si rattristò di quell'abominabil governo), ti saluta particolarmente. Addio addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Manuzzi (1829)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIUSEPPE MANUZZI</hi>
               </byline>
               <dateline>Di Firenze a' 15 di Giugno 1829.</dateline>
            </opener>
            <p>Gentilissimo Sig.r Conte. Il mio buono e caro amico, Antonio Cesari, poco prima della sua morte, mi fece dono in Faenza di una sua operetta inedita, la quale ho creduto bene di stampare a utilità degli studiosi; ed anche per dare un segno al pubblico della mia gratitudine verso quella bell'anima, a cui ho mille e mille obbligazioni. Ora mi piglio la libertà d'inviargliene un esemplare pregandola vivamente di gradirlo qual testimonio della molta stima e devozione mia verso Lei, gentilissimo Sig. Conte. Se amor non m'inganna, quest'operetta è cosa assai buona, e da non doverle dispiacere. Così potessi promettermi, anzi pure un centesimo, della mia letteruccia che ho posta innanzi ad essa! Se non altro, ho speranza ch'ella non sia per disapprovare le querele che ho mosse contro del Villardi, le cui ingrate pazzie debbono a lei esser ben note. E qui, salutandola molto caramente da parte del Sig.r Giordani, me le offero e profferisco con tutto l'animo Suo dev.mo aff.mo Serv. ed ammiratore.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di C.Pepoli (1829)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO PEPOLI</hi>
               </byline>
               <dateline>Bologna 20 Giugno 1829.</dateline>
            </opener>
            <p>C. A. Ti raccomando quanto più so e posso il D.r Ciro Lisi, Astante allo Spedale di S. Orsola qui in Bologna, giovine medico, che aspira alla condotta di Recanati. Adopera la tua onnipotenza a suo prò, e fa' (se non altro) ch'egli abbia una <hi rend="italic">inclusiva onorevole</hi>, giacchè può essergli buono aiuto ad ottenere altri posti etc. Ora vedi se io sono teco più ardito d'un sbirro? Sono mesi che non ti ho scritto, e rompo il silenzio per darti una noia! Ma da questa istessa franchezza misura quanta confidenza ho in te, e nella tua amicizia. Sta' sano ed ama il tuo C.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di F.Puccinotti (1829)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI FRANCESCO PUCCINOTTI</hi>
               </byline>
               <dateline>Macerata 22 Giugno 1829.</dateline>
            </opener>
            <p>Caro Leopardi. Zeffirino Re, della famiglia infelice degli studiosi, divoto della tua fama, vuol conoscerti di persona. Anzi ti dirò che condannato qua nelle Marche a un posto di Cancelliere in Fabriano, il primo pensiero che gli venne onde vendicarsi della fortuna avversa, fu quello di conoscer te e stringere con te un'amicizia. Accoglilo dunque tra i pochi tuoi amati; chè egli ne è degno, per essere di cuor sincero, di molta dottrina, e dotato di molte altre virtù. Troverai insomma in lui una di quelle <hi rend="italic">facce d'uomo</hi> (come tu le chiami) che sì rare volte ti si presentano in cotesta tua solitudine. Io te lo raccomando; e quando dico questo, dico che vorrei che tu non gli stessi chiuso nè concentrato, ma che gli schiudessi per qualche ora i tesori del tuo immenso sapere.</p>
            <p>Zeffirino Re è modesto, e però forse non saprebbe dirti ch'egli è autore di lodati epigrammi, di alcuni capitoli satirici, e finalmente d'una ristampa della <title>Vita di Cola di Rienzo</title> del Fortebracci, ridotta da lui a miglior lezione, e arricchita di comenti storici e critici. Questo dunque te lo dico io, perchè tu altrettanto modestissimo, tenga in qualche conto la devozione che il Re ha concepito delle sublimi opere tue.</p>
            <p>Addio, mio caro Leopardi. Se tu non mi scrivi, presto ci rivedremo.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Manuzzi (1829)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIUSEPPE MANUZZI - FIRENZE.</hi>
               </salute>
               <dateline>Recanati 1° Luglio 1829.</dateline>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo Signore. Ella ha fatto un bel dono all'Italia pubblicando l'opuscolo del padre Cesari, e a me che ho ricevuto l'esemplare colla lettera di V.S. ha fatto un dono e un favore, di cui le sono tenuto cordialmente, e la ringrazio con ogni efficacia. Vorrei dirle molte cose in proposito della lettera che Ella ha premessa all'opuscolo, ma non potendo appena scrivere, sarò contento di dir questo, che Ella si mostra qui, come negli altri scritti suoi, cultore veramente felice della lingua nativa e del buono stile, amator caldo e tenero della patria, uomo virtuoso ed amico buono e fedele. Della brevità della presente mi scusi lo stato infelice della mia salute. Ella mi abbia in memoria, e mi conservi la sua benevolenza. E con vera stima e gratitudine la riverisco. Saluti la prego, il mio Giordani, se lo vede.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Maestri (1829)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ADELAIDE MAESTRI</hi>
               </byline>
               <date>[Bologna 6 Luglio 1829].</date>
            </opener>
            <p>Mio caro Leopardi. Colgo la prima occasione che mi si offre alla volta di Recanati per inviarvi l'<hi rend="italic">Elogio</hi> del Generale Neipperg scritto da Ferdinando. Il giudizio vostro sincero, siccome può aspettarsi da raro amico quale siete voi, gli sarà carissimo e utilissimo. Con questa medesima occasione riceverete pure tre <hi rend="italic">boatte</hi> di questo tabacco. Io avrei desiderato di mandarvelo prima d'ora, ma non ho mai avuto mezzo. Da qualche giorno mi trovo in Bologna, e in vero desiderosa sopra modo d'avere le vostre nuove, delle quali sono priva da troppo tempo. Ma che debbo io pensare di voi? Dopo la cara vostra dei 22 Maggio replicai a scrivervi, non essendo rimasta punto contenta di ciò che mi dicevate intorno all'affare che tanto mi sta a cuore, pel quale, spero per altro, farete a modo nostro, se la cosa anderà siccome ardentemente desideriamo. La mamma pure v'indirizzò un'altra lettera, e da voi non abbiamo più avuta una riga. Voglia il cielo che non siate malato! Questo timore mi tiene in una continua inquietudine, e chi sa mai per quanto tempo ancora dovrò rimanervi. Se mi scrivete, indirizzatemi le lettere a Bologna, ove credo di rimanere circa un mese. Oh quanto sarei contenta se invece della lettera arrivaste voi stesso! Ma non posso sperarlo. Ebbi questa consolazione una sola volta, e debbo argomentare che ciò accadesse da errore della mia fortuna. La salute nostra al presente è buona, e le notizie che ieri ebbi di Ferdinando, il quale è rimasto a Parma, sono ottime. Egli deve scrivervi presto. Addio addio di tutto cuore. Amate sempre la vostra aff.ma Adelaide.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Tommasini (1829)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIETTA TOMMASINI</hi>
               </byline>
            </opener>
            <p>Caro Leopardi. Unisco alla lettera dell'Adelaide alcune linee per dirvi che prima di partire da Parma vi scrissi una lunghissima lettera, nella quale vi facea molte dimande, e vi pregava di rispondermi subito. Di questa lettera io non so quale sia stato il fine: perchè mi trovo tuttora senza vostri caratteri, la qual cosa mi tiene in molta agitazione, perciocchè mi fa temere che non istiate bene di salute. Fate dunque, mio ottimo amico, che io sia presto disingannata intorno un dubbio che tanto mi addolora. Addio. Conservatemi la vostra preziosa amicizia, come io vi sarò sempre la vostra aff.ma Amica.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Tommasini (1829)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIETTA TOMMASINI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <date>[Recanati] 22 Luglio [1829].</date>
            </opener>
            <p>Mia cara Antonietta. Alla vostra tanto affettuosa dei 29 di maggio ho tardato fin qui a rispondere, parte per l'inabilità mia solita, e parte per avervi scritto poco innanzi. Sarei venuto a Bologna quest'anno, e verrei ancora, essendo oramai persuaso che se alcuna cosa può giovarmi, non possa essere altro che uno strapazzo e uno svagamento perfetto, assoluto, continuo, prolungato per più e più mesi. Ma non ho potuto muovermi e non potrò; perchè mio padre non mi dà denari, e non è per darmene. L'Adelaide mi ha consolato molto, dicendomi che la salute di voi altri per ora è buona. Abbiatene cura costantemente per amor mio. Abbracciate il nostro caro Professore per me. Raccomandatemi all'Emilietto e alla Clelietta. Alla memoria ed all'amicizia vostra credo essere già raccomandato abbastanza, e però non vi prego che mi vogliate bene. L'Orazione di Ferdinando, per quanto ho potuto sentirla leggere, mi riesce veramente una cosa bella: salutatelo assai. Addio con tutto il cuore e con tutta l'anima, mia cara Antonietta.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di F.Puccinotti (1829)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI FRANCESCO PUCCINOTTI</hi>
               </byline>
               <dateline>Macerata 22 Luglio 1829.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio veneratissimo amico. Ti scrissi tempo fa per presentarti Zeffirino Re Cesenate, che venuto a Cancelliere in Filottrano era ansioso di conoscerti di persona. Egli forse ancora non vi sarà recato costì e non avrai per tanto ricevuta la mia lettera che è in sue mani.</p>
            <p>Ora ti scrivo per raccomandarti un medico, o per pregarti almeno che tu il raccomandi caldamente al tuo Genitore Sig. Conte Monaldo, onde gli faccia tutto quel bene che può nel prossimo Consiglio d'elezione. Sii pur certo ch'egli col favorirlo farebbe un bene alla sua patria. Il D.r Severini amico mio è vero medico; voglio dire di sufficiente dottrina, eccellente pratico, diligentissimo, e ciò che più vale, di specchiatissima morale, e d'un cuore eccellente.</p>
            <p>Addio, mio dolcissimo Giacomo. Come va la tua salute, e i tuoi studi? Una lettera, almeno una lettera. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Maestri (1829)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ADELAIDE MAESTRI - PARMA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Recanati 22 Luglio 1829.</dateline>
            </opener>
            <p>Mia cara Adelaide. Ho ricevuto il dono vostro e quello di Ferdinando, colla cara vostra dei 6. Ma la risposta alla mia lettera dei 22 di Maggio non mi giunse mai. Del tabacco, e di tante vostre premure amorevoli, vi ringrazio nel miglior modo che posso, coll'animo, più che colle parole, delle quali non avrei mai copia che bastasse a ciò, quando anche potessi scrivere lungamente. Dite a Ferdinando che la sua Orazione mi è sembrata di bellissimo stile, e piena di vero affetto; che gliene scriverò subito ch'io possa. La mia salute è poco buona; ma non vi mettete in pena per questo: il mio male non è mortale, nè di quelli che danno speranza di rendersi tali in breve. I mali secondari d'infiammazione (de' quali in Recanati io non aveva patito mai) sono, si può dir, cessati; ma il principale, che consiste in uno sfiancamento e una <hi rend="italic">risoluzione</hi> de' nervi (e che era cominciato qui), con quest'aria, coll'eccesso dell'ipocondria, colla mancanza d'ogni varietà e d'ogni esercizio, è cresciuto in maniera, che non solo non posso far nulla, digerir nulla, ma non ho più requie nè giorno nè notte. Dell'animo però sono tranquillissimo sempre, non per filosofia, ma perchè non ho più che perdere nè che sperare. Quante cose vorrei dirvi! ma in due giorni non sono potuto andar più oltre di queste poche righe. Vi raccomando caldamente la salute vostra, e l'allegria.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di F.Mercuri (1829)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI FILIPPO MERCURI</hi>
               </byline>
               <dateline>Roma 4 Agosto 1829.</dateline>
            </opener>
            <p>Chiarissimo Signore. Nell'occasione che sono per intraprendere un giornale periodico di due fogli intitolato lo <title>Zibaldone</title>, di cui le invio il primo foglio, la prego di volermi onorare di qualche suo articolo concorrendo con altri valentissimi letterati a questa mia intrapresa. Io mi terrò di molto onorato se da lei potrò ottenere questo, o se m'indicherà memorie a quest'uopo. Il Signore Merle, libraio qua in Roma, che mi ha trovati molti associati, mi ha detto di volerle scrivere per me; ed io salutandola da sua parte, e valendomi dell'antica servitù che le ho protestata qui in Roma, lo faccio di per me stesso e le raccomando questa mia impresa, alla quale potrà giovare procurandomene qualche associato in Recanati ed anche col suo solo nome; o ancora con qualche suo articolo di cui la prego caldamente. Essendo questo mio giornale un foglio quasi popolare, ove le cose ancora di letteratura saranno dette in maniera da intendersi da tutti, come vedrà dai primi fogli, io penso che quei suoi bellissimi dialoghi vi farebbero un gran chiasso: e intanto io penso di metterci quello <hi rend="italic">di Ercole ed Atlante.</hi> In attesa di suo riscontro, ho l'onore di sottoscrivermi Suo servo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di C.Bunsen (1829)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO BUNSEN</hi>
               </byline>
               <dateline>Roma li 7 Agosto 1829.</dateline>
            </opener>
            <p>Veneratissimo amico. Dopo una lunga interruzione di corrispondenza fra amici, si vuole una causa esterna che ci dia occasione di ricominciarla: e così è con me riguardo a Lei, carissimo Signor Conte, perchè non cesserò mai di pensare a Lei e di desiderare di rivederla.</p>
            <p>Quella causa esterna si è ora una nostra Impresa letteraria, il di cui scopo forse Le sarà noto dall'<title>Antologia</title> di Firenze: il primo saggio poi ne avrà quasi contemporaneamente con queste righe per la Diligenza. Fuori dei <hi rend="italic">Bullettini</hi> che riceverà, sono uscite VI Tavole grandi di <hi rend="italic">Monumenti inediti</hi>; e i primi due fascicoli degli <hi rend="italic">Annali</hi>, che ne conterranno la spiegazione con altri articoli analoghi, usciranno dentro il mese: il terzo poi nel Settembre. Nel secondo ci sarà un bell'articolo di Bökh sopra una Iscrizione Greca, e nel terzo sarà raccolto tutto quello che riguarda le nuove scoperte presso l'antico Vulci e Tarquinii. Se non m'inganno, un giudizio sodo e imparziale dei Vasi trovati non è possibile, se ci si vuole mettere qualunque vista fuori dello zelo di scoprire la verità: giacchè ogni riguardo estraneo offusca l'intelletto. Luciano (che vuole vendere) pieno dell'entusiasmo troppo naturale per quello che scopriamo o troviamo, ci vede l'arte primitiva di Vetulonia, poco dopo la guerra di Troja, anteriore all'arte greca: e Amati si ostina di leggere da <foreign lang="grc">ΥΦϚΙϚ, ΗΥΦϚΙϚ</foreign> niente meno che <foreign lang="grc">ΖΕΥΞΙϚ</foreign>, col mezzo della scala seguente di <foreign lang="grc">ΖΥΦϚΙϚ, ΖΥΞΙϚ, ΖΕΥΞΙϚ</foreign>, e chiama in aiuto il sentimento italiano per fare ostinati ancora gli altri di vedere qui una pruova dell'anteriorità della coltura italiana. Gli altri poi che ne scrivono sono presso a poco ignoranti, e tanto più gridano. Noi ci proponiamo di non entrare in controversie, ma dire semplicemente la nostra opinione. Quello che desideriamo è che tutti gli Italiani, e particolarmente i Romani, considerino l'Instituto come una impresa nazionale, aiutata dalle corrispondenze e comunicazioni di coloro che amano il suolo e venerano il genio italiano. So che Ella renderà giustizia ai nostri sentimenti, e mi lusingo che vorrà aiutarci coi suoi lumi. Borghesi si è offerto per la numismatica e l'epigrafia latina - Non vorrei con ciò pregiudicare il giornale del Cav. Niebuhr, il <hi rend="italic">Museo Renano</hi>, che in suo nome La pregai l'anno passato di onorare colle Sue communicazioni: ma lo scopo dell'uno e dell'altro è tanto diverso, che Ella potrà facilmente decidersi a cui darà la preferenza per un dato articolo.</p>
            <p>Aspetto il quarto Fascicolo del <foreign lang="lat">Corpus Inscriptionum Graecarum</foreign> e la traduzione francese della <hi rend="italic">Storia Romana</hi>. Se debbo rinunziare alla speranza di vederla a Roma, mi consolo almeno di pensare che i suoi occhi si trovano in uno stato migliore, e che la casa paterna abbia in genere avuto una influenza benefica sullo stato della sua salute. Ebbi l'onore di vedere il Signor Suo padre, e La prego di presentargli i miei complimenti. Mi faccia vedere fra poco alcune Sue righe, e mi creda costantemente Suo attaccatissimo amico e servitore.</p>
            <p>Ho veduto dal Sig. D.re Nott l'interessante novella di Bursoni di Gubbio, <foreign lang="lat">Fortunatus Siculus</foreign>, scritta nel 1312. L'originale è quanto so inedito nella Laurenziana. Era per me una cosa nuova di vedere una storia poetica di quattro individui implicati nella Vespere siciliana, scritta 40 anni dopo l'avvenimento: come se ora si scrivesse una Storia di 4 emigrati nel 1793: solamente che ci sarebbe meno poesia e più pretensione, e forse con tutto ciò meno verità riguardo al carattere de' tempi. Formerà stampato un volumetto in 8°.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Maestri (1829)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ADELAIDE MAESTRI</hi>
               </byline>
               <date>[Bologna 9 Agosto 1829].</date>
            </opener>
            <p>Mio Caro Leopardi. Quanta tristezza mi ha lasciata nel cuore la cara ultima vostra! Ciò che mi dite m'avrebbe cagionato in qualunque circostanza grande rammarico; ma la distanza in che mi trovo da voi lo cresce immensamente. Per amor di Dio, o scriveteci o fate che alcuno ci scriva per voi, e non ci lasciate lungamente in una penosa incertezza circa alla salute vostra. Voi mi dite, forse per rendere minore la nostra afflizione, che siete tranquillissimo sempre. Oh mio amico, la tranquillità sarebbe di grande conforto a voi, e mi consolerebbe non poco qualora movesse da fondata speranza di guarigione; ma essa, all'opposto, deriva, come dite, dall'idea di non aver più nè che perdere nè che sperare; idea che deve precipitarvi in un vuoto desolante, e non può che rattristare maggiormente i vostri amici. Pensate che più d'una volta vi siete trovato nella stessa condizione, e che appresso vi siete ristabilito al segno d'esserne discretamente contento voi stesso. Richiamate alla memoria quella lettera che mi scriveste da Firenze nell'estate scorsa, la quale era piena di tanta tristezza; e quell'altra da Pisa; e alcune altre ancora che mi furono consolantissime. Io fo voti ardentissimi accompagnati da grande speranza che così avvenga anche questa volta. Non pensate ad altro che ad avervi gran cura, a rimettervi, e a fuggire più presto che potete da cotesto paese micidiale. La nostra casa è per voi, e ve l'offre la sincera amicizia; alla quale sarebbe gran ventura il potervi recare ospitale conforto nella crudele situazione in che siete. Ferdinando anch'egli vi ripete le medesime offerte, si duole infinitamente del vostro soffrire, e vi rende infinite grazie delle lodi che date amichevoli al suo <hi rend="italic">Neipperg</hi>. Vi saluta carissimamente. Saprete dalla mamà il nuovo destino del mio caro padre. Questa settimana partiremo probabilmente per Parma. Oh voglia il cielo ch'io abbia presto buone notizie di voi! Addio con tutta l'anima.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Tommasini (1829)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIETTA TOMMASINI</hi>
               </byline>
            </opener>
            <p>Amico caro. Fo le mie scuse se ho indugiato a scrivervi. Sono stata a Parma, dove siamo tutti per ritornare e rimanere per sempre, essendovi per onorevole sovrano decreto richiamato mio marito; e quella mia gita aveva per iscopo di dar sesto ad alcune cose pel nostro ripatriare. Eccovi un motivo di più perchè voi accettiate l'offerta mia e di Tommasini, di venire a stare con noi finchè il cielo vi si cangi in propizio. Godrete con noi d'una bellissima campagna, e intanto Maestri (che ha già da tempo cominciato le sue pratiche) e Tommasini procureranno con tutto l'ardore della sincera amicizia di esservi utili. E lo sperano essi, e lo spero anch'io; e dovete anche voi non disperare. Perdonatemi, mio caro amico, se ripeto col cuore un'esibizione, che non mi ardirei di farvi, se non vi conoscessi così buono amico, come siete gran filosofo e scrittore. Non vi sia d'ostacolo il difetto di mezzi: non avete che a darmi un cenno di ciò che vi può essere necessario, perchè io cerchi di provvederci il meglio. Nè voi dovete avere alcuna difficoltà ad usare della nostra amicizia nel modo che noi useremmo della vostra in simili circostanze. Ma io temo che non ci sia un più doloroso e difficile impedimento: dico la vostra salute inferma. Procurate, caro amico, con ogni diligenza di ristabilirvi. Il che vi auguro con tanto più vivo desiderio questa volta, quanto che ciò vi è necessario al mettervi in viaggio. Tommasini e Maestri vi abbracciano caramente: l'Emilietto e la Clelietta v'inviano mille baci; ed io vi saluto coll'anima. Addio.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Attendo con amichevole impazienza un vostro riscontro, il quale mi parli e della vostra salute, e delle cose di che vi scrivo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di F.Maestri (1829)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI FERDINANDO MAESTRI</hi>
               </byline>
            </opener>
            <p>Amico veneratissimo e caro; non partirà questa lettera senza almeno due mie parole; non già per darvi sicurtà del quanto io vi ami teneramente, pensandomi che voi abbiate ad esserne persuaso. Ma per dirvi che l'ultima vostra all'Adelaide con quelle tristi notizie sì della vostra salute, e sì del vostro animo mi ha sconfortato grandemente. Oh se i voti e le lagrime fossero di alcun pro! So che voi non siete meno tranquillo: ma io non posso esserlo. E comechè la storia di tutti i tempi m'insegni che il retaggio degli uomini grandi sono le persecuzioni e le sventure; pure non so accomodarmi a vederlo in fatto, e al duro spettacolo me ne prende ira e indignazione. Imaginate ora quanto mi dolga l'animo in sentire che voi soffrite tanto, voi sì buono amico e sì caro; voi, dal quale io aspettavo ed aspetto e benefizi e gloria alla nostra Italia! Di che argomenterete altresì come io abbia provato e provi il bisogno di mutare, se è possibile, le vostre sorti. Ma al buon volere molti impedimenti contrastarono. Dopo gli ordini posti nella città, il Capo del governo partì per alla volta di Vienna, indi per la Svizzera, e si contano ben tre mesi di quasi continua assenza. Ma ripiglierò le pratiche, e meco Tommasini; e speriamo bene. Intanto vi ringrazio senza fine delle lodi che date cortesemente al mio <hi rend="italic">Neipperg</hi>; e ne sento compiacenza, poichè mi vengono da voi. Non mi resta a far altro che a conchiudere pregando che accettiate una volta le offerte che vi fa la Sig.a Antonietta, l'Adelaide, Tommasini, e che io vi ripeto per conto loro e mio. Vi abbraccio col cuore. Il vostro tutto vostro Maestri.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Maestri (1829)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ADELAIDE MAESTRI</hi>
               </byline>
               <dateline>Bologna 10 Agosto [1829].</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Leopardi. La mamma parla spesso di voi con affetto grande. Essa va dicendomi di volervi scrivere, e che io potrò aggiungere alcune righe alla sua lettera; ma io non posso più tardare a pregarvi di darmi nuova della salute vostra, la quale mi tiene in una continua inquietudine. Oh mio Amico, non posso dirvi in quale condizione si trovi al presente l'animo mio! La cara vostra dei 22 m'è stata cagione di grande rammarico; il quale si è fatto tanto più grave, e dura tuttavia, quantochè mi trovo nella impossibilità di vedervi, di prestarvi qualche conforto, e d'avere continuamente le vostre notizie. Il mio cuore fa voti ardentissimi perchè vi sia ridonata la salute, e nel tempo stesso m'arrabbio contro il destino che regge questo basso mondo, veggendo i buoni perseguitati, maltrattati, addolorati; i tristi ricolmi di beni e di prosperità. Nè io comprenderò mai come la virtù abbia quaggiù il doloroso retaggio delle malattie, delle sventure, e sia segno mai sempre ai malefici influssi del cielo, e alla tristizia degli uomini. Ma che sto io mai trattenendovi con inutili parole, in un tempo forse, che purtroppo l'indisposizione vostra non vi permetterà d'occuparvi? Non mi lasciate mai lungo tempo senza tenermi informata dello stato vostro, ve lo raccomando con tutto l'animo. Non vi prego d'inviarmi lunghe lettere. Per ora mi basteranno poche parole che mi parlino unicamente della vostra salute. Probabilmente io partirò per Parma in sul principio della prossima settimana; a ogni modo, finchè non vi scriveremo da Parma, indirizzate pure a Bologna le vostre lettere. Quando ci scriverete, non parlate di questa mia. Addio, mio ottimo Amico. Oh voglia il cielo che la prima lettera ch'io riceverò da voi possa consolarci!</p>
            <p>La salute nostra è sufficiente. Ferdinando è a Parma, nè può sapere che la salute vostra sia sconcertata, perchè s'è smarrita una lettera nella quale io gli parlava di voi. Il papà è partito ieri per Padova, e non è di ritorno che sabato.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.F.Stella (1829)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
               <dateline>Milano 19 Agosto 1829.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico amatissimo. È da qualche tempo che son privo di sue nuove, e in conseguenza privo anche di risposta alle mie lettere; per lo che ignoro anche se Ella abbia ricevuto i libri che le ha trasmessi la mia Casa. Ma questo non è il punto principale; quel che m'importa veramente è di sapere com'Ella sta. Io vorrei pur sentirla contenta della sua salute, o almeno meno scontenta che per l'addietro. Quest'è il desiderio di tutti quelli che le vogliono bene, e della mia famiglia in particolare, non che di me che sono e sarò sempre il suo vecchio obbl.mo e cord. amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.F.Stella (1829)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO FORTUNATO STELLA - MILANO.</hi>
               </salute>
               <dateline>Recanati 26 Agosto 1829.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio pregiatissimo signore ed amico. Mi è stato indicibilmente caro il rivedere i suoi caratteri, ma mi affligge l'accusa ch'Ella mi dà di non rispondere alle sue lettere. L'ultima che ho di Lei è del 12 Aprile, con una del signor Luigi; ed all'una e all'altra io risposi subito e lungamente. Ricevetti dal Sartori un pacco con 12 copie Crestomazia poetica, e la continuazione del <hi rend="italic">Nuovo Ricoglitore</hi> fino ad Aprile; e ne la ringrazio vivamente di tutto cuore. La mia salute è in un misero stato, e la mia vita è un purgatorio. In quest'orrido e detestato soggiorno, non ho più altra consolazione che il ricordarmi degli amici passati; fra i quali Ella può immaginare se penso spesso a Lei ed alla sua famiglia. Mi conservi Ella l'amor suo finchè vivo, e mi raccomandi alla memoria de' suoi, che riverisco tutti e saluto teneramente. Il suo Leopardi.</p>
            <p>Se Ella non fa uso dell'<title>Epitteto</title>, crederebbe Ella ch'io cercassi qua di venderlo a suo profitto? ma non guardi che alla sua convenienza, e consideri me come indifferentissimo.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Vieusseux (1829)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIAMPIETRO VIEUSSEUX - FIRENZE.</hi>
               </salute>
               <date>[Recanati] 28 Agosto 1829].</date>
            </opener>
            <p>Per richiamarmi alla vostra memoria fo prova di scrivere, mio caro Vieusseux; e in tre o quattro giorni (!!) forse verrò a capo di fare una corta lettera. Vidi il centesimo fascicolo dell'<title>Antologia</title>, me ne rallegrai, e vi fo i miei complimenti sinceri sopra la nobile e generosa franchezza, la schiettezza, la filantropia, la giustezza delle vedute, che splendono nel vostro <hi rend="italic">Discorso ai compilatori</hi>. Vi assicuro che quando io ricevo un fascicolo dell'<title>Antologia</title>, mi par di ricevere, non un Numero di giornale, ma un libro. E secondo me il vostro Giornale è già in istato, non più solamente di <hi rend="italic">giovare</hi>, ma di <hi rend="italic">fare onore</hi> all'Italia.</p>
            <p>Quando mi scriverete, sappiatemi dire, vi prego, in che mese del 1830 si dee fare l'aggiudicazione del premio quinquennale della Crusca.</p>
            <p>Ebbi la vostra carissima dei 21 Maggio, e vi ringrazio cordialmente delle nuove che mi davate di letteratura e degli amici. Altrettanto vi prego di fare ogni volta che mi scriverete. Intanto ricordatemi e fate i miei saluti cordiali a Montani, Forti, Colletta, Gino, Cioni, Capei, Valeriani, Jesi, Pieri, Tommaseo, ed al conte Gommi. Scrivendo io costà sì di rado, non ho torto di nominarli qui ad uno ad uno, per dimostrare che di ciascheduno mi ricordo, e che ciascuno mi sta a cuore.</p>
            <p>Anche avrei carissimo se per mezzo de' vostri corrispondenti di Torino poteste avere qualche notizia del buon Gioberti, dal quale non ho risposta alle mie lettere, e sapendo che sputò sangue ed ebbe altre gravi indisposizioni a Milano, temo pur troppo fortemente che sia o malato o morto.</p>
            <p>Fatemi poi la grazia di dire a Giordani che all'ultima che ho di lui, dei 15 giugno, risposi ai 3 di Luglio; e che il suo tanto lungo silenzio mi tiene angustiato e afflitto.</p>
            <p>Seguite, mio carissimo Vieusseux a beneficare l'Italia e l'umanità, ed a voler bene a me, che vi amo, come sapete, con tutto il cuore. Addio: vi abbraccio teneramente. Già si sa che, scrivendomi, prima di ogni altra cosa mi darete le nuove vostre. Addio addio. Il vostro Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Rosini (1829)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIOVANNI ROSINI</hi>
               </byline>
               <dateline>Pisa 31 Agosto 1829.</dateline>
            </opener>
            <p>Amico Car.mo. Avendomi più volte la Lauretta pregato di farvi i suoi saluti e dirvi tante cose, prendo questa occasione per iscrivervi, e dimandarvi le vostre nuove, nel desiderio che sieno migliori delle ultime.</p>
            <p>Nel tempo stesso, gradirò, se avete avuto la copia della <hi rend="italic">Monaca</hi> da Bologna, che me ne diciate il parer vostro, dopo che avrete avuto il tempo di vederla con comodo; onde le vostre censure sul fatto mi dian consiglio sul da farsi. Io non mi lascio illudere nè dalle sciocchezze dei romantici, nè tampoco dal grande smaltimento del libro, sapendo che il giudizio alla lunga del pubblico dipende da quello di pochi sapienti. Non vi spiaccia dunque d'essermene cortese; e crediatemi con tutta amicizia vostro G.R.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.P.Vieusseux (1829)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIAN PIETRO VIEUSSEUX</hi>
               </byline>
               <dateline>Firenze 1 Settembre 1829.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio buon Leopardi, amico carissimo. In questo momento ricevo la vostra del dì 28 agosto, e non perdo un minuto per rispondervi. Voi mi scrivete per <hi rend="italic">richiamarvi alla mia memoria.</hi> Caro amico, non ho bisogno di vedere i vostri caratteri per pensare a voi (chè voi siete sempre presente al mio spirito ed al mio cuore), ma ne aveva bisogno per tranquillarmi un poco a vostro riguardo. Io vi ho scritto nei primi giorni del mese passato, ed il non ricevere delle vostre nuove m'inquietava fortemente. Convien credere che la mia lettera, impostata come al solito, sia andata smarrita. Fate qualche ricerca, vi prego: essa non conteneva nulla d'importante, nulla che altri non potessero leggere; ma io vi parlava a lungo delle mie peripezie antologiche, e di tutti gli amici comuni; e poi vorrei che quel foglio giungesse nelle vostre mani perchè tante cose ch'io vi diceva, parte non me ne ricordo ora, e parte non ho il tempo oggi di ripeterle. Io vi contavo di essere stato a Livorno per 15 giorni, dove ho fatto alcuni bagni d'acqua salata, ed assidua compagnia al mio buon padre. Ma appena tornato a Firenze, e rimessomi al faticoso mio quotidiano lavoro, ho ricominciato a soffrire di quelli spasimi nervosi al capo che, più che pel passato, mi hanno tormentato quest'anno. Inutile è il dirvi che i signori collaboratori colle loro ire, gelosie e pretensioni, sono in parte la cagione di questi spasimi: a ciò si aggiungono gli associati col lento pagare. Ciò non di meno l'<title>Antologia</title> va avanti. Vi ringrazio, mio buon amico, di tutto quel che mi dite in proposito del mio N° 100. Le vostre parole mi vanno tanto più al cuore, che nessuno s'è dato per inteso di quella mia lettera proemiale ch'è passata inosservata, almeno fra quei fiorentini ch'io vedo giornalmente, e che, se non per me, almeno per amore alle cose italiane dovrebbero considerare con qualche attenzione ciò ch'io vado scarabocchiando, o dettando a chi mi fa da segretario. Il bello scrivere, la bella lingua sono certamente cose essenziali; ma il non voler concedere che anche uno scritto mediocre può contenere l'espressione di ottimi sentimenti, è un'ingiustizia, è una pedanteria insoffribile. Ma, che volete, in Italia noi siamo ancora fatti a quel modo, e conviene far il bene per puro amore del bene, e senza cercar d'altro.</p>
            <p>Per la vostra bontà voi non mi parlate che del mio N° 100; voglio credere però che i due successivi 101 e 102 vi sono pervenuti. Ora pubblico il N° 103; e prima di tutto leggete un articolo del Forti sul viaggio di Sismondi, e ditemi se siete contento o no del suo Mauro. Passerete poi all'articolo sulla Crusca. I materiali abbondano: ho fra gli altri uno scritto del Conte Balbo, che verrà nel N° 104 col resto delle lettere Sclopis. Curiosissimo sarei di sapere ciò che pensate dei due articoli del Manuzzi intorno al Cesari: io non li voleva ammettere nell'<title>Antologia</title>: cosa singolare, Giordani, Forti e Montani sono quelli che a forza di raccomandazioni mi hanno indotto ad accettarli: ed ora me ne pento: e ciò mi prova che il mio primo sentimento è sempre il migliore. Ciò non ostante, sarò consolato se mi dite che per molti il panegirico di P. Antonio Cesari sarà una bella cosa. Mi valesse almeno qualche nuovo associato. Certo è che quell'articolo pare fatto piuttosto pel giornale di Modena che per quello di Firenze: ha questo di buono che agli occhi di molti servirà di passaporto. Voi m'intendete.</p>
            <p>Ma parliamo di voi, mio buon Leopardi; non sarà dunque possibile di farvi venire a Firenze prima della cattiva stagione? io vi assicuro che il pensare che siete ammalato a Recanati, mentre potreste rimettervi in Toscana, è cosa che mi opprime terribilmente, e continuamente. Se quello da cui dipendete volesse prestarsi un poco dal canto suo, dal canto mio farei tutto il possibile. Vediamo: io non posso persuadermi che se voleste insistere non ci riuscirebbe di combinare le cose a seconda de' nostri comuni desideri. Sarebbe egli vero che avete pensato di trasferirvi a Pesaro? ciò è stato scritto al Mamiani, il quale, come sapete, non è più a Torino, e si trova presentemente a Roma. Egli è aspettato qui.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">Giordani</hi> parte per Piacenza e Parma, ed egli non ha mai più dato segno di vita!! Superfluo è il dirvi che l'articolo sul Beverini non è mai stato scritto, come alcuni altri ch'egli <hi rend="italic">aveva domandato</hi> di fare.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">Montani</hi>, dopo ch'egli ha abbiurato il così detto romanticismo, non scrive più uno di quelli articoli che gli fecero tanto onore; ed è cosa naturale: egli scriveva col cuore, ed ora colla sola testa. Egli scriverà cose più ragionevoli forse, ma al certo non così dilettevoli. Del resto, egli è sempre il solito romantico carattere, cioè troppo spesso bizzarro e stravagante, e poco socievole.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">Tommasèo</hi> lavora sempre molto, ed anche troppo; e soprattutto troppo presto. - Non si può negare però ch'egli va facendo dei progressi reali nell'arte difficile di scrivere. Del resto, più <hi rend="italic">bue</hi> del Montani, ed affatto ritirato dalla società.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">Gino Capponi</hi> si porta a maraviglia, ed abita molto la campagna, dove si è occupato negli ultimi tempi delle sue ricerche intorno alla storia patria.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">Colletta</hi> è qui a Firenze, sempre occupatissimo e lavorando indefessamente alla sua <hi rend="italic">opera</hi>, ad onta delle sue infermità che vanno crescendo. La situazione di quell'ottimo uomo è per noi tutti cagione di dolore.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">Cioni</hi>, tornato da Pisa col figlio, se la passa piuttosto bene: il figlio si fa un gigante: ancora un anno, e poi passerà agli esami.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">Forti</hi> studia più di S. Agostino: i suoi articoli vi dicono il resto.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">Capei, Valeriani, Pieri, Jesi,</hi> sempre all'istesso modo. Capei occupa presentemente le due vostre stanze in via del Fosso.</p>
            <p>Il Conte <hi rend="italic">Gommi</hi> partì, e non ha più scritto. <hi rend="italic">Rosini</hi> è in collera con tutto il mondo, e particolarmente col Montani. La sciocchezza e la presunzione di quell'uomo non si possono definire. I tre compilatori del giornale agrario sono sempre cari ed ottimi compagni. <hi rend="italic">Lambruschini</hi> ed il <hi rend="italic">Ricci</hi> più volte si sono informati di voi con interesse. Abbiamo qui il <hi rend="italic">Barbieri</hi>, arrivato sabato: domani sera egli sarà da me, con tutti gli amici, ai quali parteciperò le vostre nuove.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">Mustoxidi</hi> è partito per la Grecia, chiamatovi da Capodistria.</p>
            <p>Nel mese di febbraio, credo, deve adunarsi il gran giurì della Crusca; per ora non vi posso dire altro sull'epoca dell'aggiudicazione del premio. Ogni qual volta ne ho avuta l'occasione, ho cercato di indagare qualche cosa di ciò che vi può interessare; ma tutti quei signori sono <hi rend="italic">muti</hi> in modo da disperare. Ciò non di meno io non vedo.... di concorrenza possibile che quella del Botta; ed ancora c'è molto da dire. Voi vi potete figurare quanto desideriamo un esito favorevole; e certo voi non ne dovete dubitare, se l'Accademia vorrà premiare la qualità e non la mole dell'opera.</p>
            <p>Tutto vostro di tutto cuore.</p>
         </div1>
         <div1 n="A C.Bunsen (1829)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO BUNSEN - ROMA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Recanati 5 Settembre 1829.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio pregiatissimo Signore ed Amico. Mio padre il quale ama d'immaginarsi che nella casa paterna io stia meglio che altrove, le ha dato del mio stato un'idea ben diversa dal vero. Non solo i miei occhi, ma tutto il mio fisico, sono in istato peggiore che fosse mai. Non posso nè scrivere, nè leggere, nè dettare, nè pensare. Questa lettera sinchè non l'avrò terminata, sarà la mia sola occupazione, e con tutto ciò non potrò finirla se non fra tre o quattro giorni. Condannato per mancanza di mezzi a quest'orribile e detestata dimora, e già morto ad ogni godimento e ad ogni speranza, non vivo che per patire, e non invoco che il riposo del sepolcro.</p>
            <p>Sono dovuto entrare in questi noiosi dettagli per iscusarmi con Lei del mio tardo rispondere alla sua favoritissima dei 7 Agosto, ed ancora per discolparmi se non corrispondo al gentilissimo invito che Ella mi fa di scrivere pel nuovo Giornale archeologico. Intanto le dirò con tutta sincerità che l'impresa, secondo il mio debole giudizio, non avrebbe potuto essere nè meglio concepita, pensata e disegnata, nè più egregiamente condotta. Gli articoli del <hi rend="italic">Bollettino</hi> (del cui esemplare la ringrazio distintamente), e in particolare i suoi, e quelli del signor Gerhard, sono, per quanto ho potuto vedere, precisamente quello che debbono essere per corrispondere allo scopo nel miglior modo che possa desiderarsi. Confesso ancora che mi fa non piccola maraviglia il veder superate sì felicemente le grandi difficoltà che si saranno incontrate per ottenere in Roma una stampa nitida e una lingua italiana esatta ed intelligibile.</p>
            <p>Sulla fine dell'inverno passato, potei finalmente leggere nella traduzione inglese la Storia Romana del Niebuhr. Pochi altri libri ho mai letti in mia vita con tanto e sì continuo piacere, e forse nessun libro moderno mi ha ispirato tanta ammirazione, tanto rispetto per l'autore, come quest'opera. Non posso stendermi di più, ma l'accerto che io conto fra le pochissime felicità della mia vita (la quale spero o certamente desidero prossima ad estinguersi) l'aver conosciuto personalmente l'autore di questa storia, che farà epoca negli annali della filosofia applicata alla filologia ed alla cognizione del mondo antico.</p>
            <p>Si contenti ch'io la preghi de' miei saluti al Dr. Nott, e de' miei complimenti al signor Consiglier Kestner ed al signor Gerhard, i quali ebbi l'onore di conoscere a Firenze. Ella si conservi all'incremento delle lettere, e voglia bene al suo devotissimo e leale amico e servitore Giacomo Leopardi.</p>
            <p>Gradisca, la prego, gli ossequi di mio padre.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.P.Vieusseux (1829)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIAN PIETRO VIEUSSEUX</hi>
               </byline>
               <dateline>Firenze 14 Settembre 1829.</dateline>
            </opener>
            <p>Carissimo Leopardi. Vi ho scritto non sono molti giorni; ora vengo a parteciparvi quanto mi dice il Grassi di Torino riguardo al buon Gioberti.</p>
            <p>"Spero di avere a me nel giorno di domani il dottissimo abate Gioberti, che più d'ogni altro fra noi è addentro negli studi filosofici di questa età; egli mi aveva portato l'anno scorso i saluti del conte Leopardi, e si era assunto l'incarico di scrivergli alcunchè per parte mia; forse la lettera si sarà smarrita: noi ci vediamo di rado, ma so che sta bene, e non mancherò di stimolarlo a scrivere a quell'anima bennata, alla quale vi prego di ricordarmi e di dirle, che ove le occorra alcuna cosa in Torino, faccia a fidanza con un suo vecchio amico, quale io fui e mi pregio sempre di essere.</p>
            <p>Il Giordani sta sempre zitto; ma sappiamo aver egli dato l'ordine alla posta di fermare le sue lettere qui in Firenze: egli pensa dunque al ritorno.</p>
            <p>Curiosi siamo, ora che più non vive il buon Neipperg, di sentire quel che dirà di Parma il nostro Giordani, e quale l'accoglienza che vi avrà trovata.</p>
            <p>Caro amico! il bravo conte Paoli ha scritto per l'<title>Antologia</title> un lungo articolo intorno alle opere di Cuvier; ma si trova sgomento per mandarmi il manoscritto per la posta, perchè troppo costerebbe. Potreste voi autorizzarlo a spedirlo come roba vostra al Direttore delle poste di Bologna, con preghiera di farmelo pervenire, come già fece per il libro di Niebuhr? Il conte Paoli è tuttavia in Pesaro: volete voi mandargli due righe pel Rusconi? Vi sarò tenuto della gentilezza.</p>
            <p>A proposito del Niebuhr, l'amico Capei lavora intorno a quest'opera. Egli vi si applica <hi rend="italic">con tutta coscienza</hi>: conviene di averne ricominciata la lettura una terza volta, e di aver dovuto tornar da capo anche le 5 e le 6 volte sulla medesima pagina. In molti luoghi Niebuhr non dissente dal Micali.</p>
            <p>Vi ho io mai detto che l'ottimo Reynhold più volte ha scritto per informarsi di voi con tutto l'interesse d'un vero amico? Se mi volete mandare alcune righe per lui, coglierò quest'occasione per scrivergli.</p>
            <p>Tommasèo, nel <hi rend="italic">Ricoglitore</hi> di Milano, annunzia il suo <hi rend="italic">Dizionario de' Sinonimi</hi>. Montani, che s'è fatto nemico dichiarato di k. x. y., deve convenire che quel saggio pubblicato non è senza pregio. Che ve ne pare a voi?</p>
            <p>Il buon Colletta ci fa stare in pensieri. Egli non sta punto bene, e deve quasi sempre tener il letto. Ad onta però del suo penare, egli s'occupa indefessamente intorno alla sua <hi rend="italic">Storia</hi>.</p>
            <p>Il direttore di Polizia di Palermo ha fatto sequestrare il primo trimestre dell'<title>Antologia</title> del 1829! cosa farà egli del terzo? Ho bisogno di molto coraggio per andare avanti: le spese mi sopraffanno. Vedete le contradizioni; in Piemonte il fascicolo di luglio è stato dispensato senza contrasto</p>
            <p>Addio, mio carissimo amico. Vostro affezionatissimo per la vita.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di V.Gioberti (1829)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI VINCENZO GIOBERTI</hi>
               </byline>
               <dateline>Di Torino alli 14 di Settembre 1829.</dateline>
            </opener>
            <p>Carissimo Amico. Ieri il sig. Grassi mi mandò chiamando per dirmi che un amico di Firenze gli chiedeva a nome vostro delle mie nuove. Immaginate il mio rossore e i miei rimorsi; chè mentre io mi dubitava che non m'aveste del tutto cancellato dall'animo vostro, come un uomo incivile, ed indegno d'esservi amico, e mi peritava di scrivervi dopo un sì lungo indugio, mi date una nuova prova di gentilezza e di amore mostrandovi così sollecito della mia salute. Veramente dopo il mio ritorno di Milano ogni giorno mi proponeva di scrivervi, ma ne era sempre stornato da qualche affare di famiglia; il ritardo però, anche senza il vostro gentil richiamo, non avrebbe oltrepassata questa settimana: tanto è vivo il mio desiderio di aver contezza di voi, e leggere almeno qualche linea di vostra mano. E siate certo che io non mento; poichè se bene non abbia mai per lo addietro dette troppe bugie, ho fatto tuttavia da qualche tempo in qua fermo proposito di dir sempre il vero, anche a costo di doverne arrossire. Io non ho avuto di voi altra lettera che quella dei 17 di aprile; nella quale me ne accusate un'altra in risposta alla mia dei 12 di gennaio. Questa non aveva io ricevuta; nè a malgrado delle molte ricerche fatte all'uffizio della posta dopo il vostro avviso, l'ho potuta ricuperare; cosicchè le intervenne di smarrirsi per via, o capitare alle mani di altri qui in Torino, che abbia meco comune il nome; il che non sarebbe accaduto per la prima volta. L'altra vostra gentilissima dei 17 di aprile mi pervenne in tempo che l'amico Cuniberti, mio compagno del viaggio fatto a Firenze nell'anno scorso, stava gravemente ammalato di encefalitide e di vaiuolo. Il quale dopo pochi giorni morì; e il dolore che sentii della perdita di un compagno de' primi studj, col quale avea molta dimestichezza, e maggior consuonanza di pensieri e di sentimenti, che con altra persona dello stesso colore e di queste parti, fu così acerbo, che per qualche tempo non ebbi il capo a cosa alcuna del mondo, non che poter usare la menoma applicazione di spirito: e quindi, siccome da idea nasce idea, a quel buio s'aggiunse un altro buio, e ne divenni a tanta tristezza, che se non avessi gagliardamente contrastato al mio umore, l'avrei finita una volta per sempre. Non occorre che vi dica di più: voi mi capite, e compassionate sicuramente; e mi crederete, se vi affermo che in quei frangenti, quanto avrei desiderato e abbisognato di parlarvi a bocca, tanto era incapace di scrivervi. Passai in questo stato il mese di maggio: nel seguente infermai anch'io di encefalitide (frequentissima quest'anno, non manco del vaiuolo, nelle nostre parti), e tali erano le mie condizioni, che il vedermi la morte vicina non mi diede timore, ma speranza. Dopo molte e spesse cavate di sangue, il male rallentò, non so se per mio malanno o per mia buona ventura. È ben vero, che quella certa novità e freschezza di vita che il corpo gode nella convalescenza delle gravi malattie, ridonda ancora in benefizio dell'animo, alleviandone gli antichi dolori, ed aprendolo a nuove speranze; e in fatti d'allora in poi ho preso a migliorare, e a provare l'efficacia del rimedio che il tempo e la consuetudine arrecano alle calamità.</p>
            <p>Come fui alquanto rinfrancato, per consiglio de' medici mi condussi a Milano, e ci trovai l'ottimo pr. Dettori, andatovi nel giugno, dopo che il presidente del nostro Studio gli ebbe dato il congedo dalla cattedra di morale. Di quivi, per non tener posta ferma, feci alcune gite a Pavia e a Como, e percorsi il lago Maggiore e il distretto ticinese della Svizzera, e mi ridussi qui in patria in sullo scorcio di agosto. Voi vedete, signor conte, le ragioni del mio silenzio con esso voi. M'affido che me le facciate buone, così per la cortesia e bontà del vostro animo, come per la considerazione dello stato mio, imperocchè se la mia tardanza scemasse la benevolenza vostra inverso di me, ne sarei inconsolabile, pensando di aver perduto per propria colpa una conoscenza e un'amicizia, che mi è per tutti i versi sommamente cara. Se altri fosse testimonio di questo mio linguaggio, direbbe che fo troppo a fidanza con voi; parlando con soli termini di affezione a un uomo, di cui anche i sommi parlano con riverenza. Ma io parlo così, perchè parlo direttamente a voi, che mi avete vietato di favellarvi per altra guisa, e perchè l'affetto, e non vaghezza di onore, è il motivo più principale che mi rende desiderabile la vostra amicizia, e m'invoglia di conservarla.</p>
            <p>Non ho ancora ripigliati seriamente gli studi miei, che dormono da più mesi: fo dei disegni; ma ho paura che d'ora innanzi io non mi risolva d'altro che di far disegni, e nulla eseguire. Voi mi richiedete di scrivere per l'<title>Antologia</title> a nome del sig. Vieusseux. Riveritelo da parte mia; e ringraziatelo del buon concetto in cui mi tiene, e dell'onore che vuol farmi invitandomi ad inserire il mio nome nel suo giornale. Ma io non posso accettare almeno per ora una profferta così gentile, a mal grado delle lodi che vi piacque di dare al mio modo di scrivere; le quali io reputo sincerissime, venendo da voi, ma non giuste, perdonatemi, riguardo a me, sapendo come l'umanità e l'indulgenza di un animo benevolo come il vostro possa far velo al più squisito ed esercitato giudizio. Prima di scrivere mi conviene imparare l'arte difficile dello stile in genere; e poi dello stile italiano; il che rispetto all'età mia, alla debolezza della mia salute e del mio ingegno è così ardua impresa, che mi dispero quasi di riuscirvi, anche dopo un lungo studio. E acciocchè non mi crediate mosso da troppa modestia in questo giudicio che porto di me stesso, vi confesso che mi par già d'essere in grado di conoscere il buono negli scritti degli altri, e avere il sapore della lingua; ma siccome dal conoscere al fare ci ha molto intervallo, così mi trovo inetto ad esprimere sulla carta quel concetto di chiarezza, proprietà, ed eleganza nel dire, che ho informato nella mente. E la difficoltà mi riesce ancor più grande, quando si tratti di cose filosofiche, che sono per lo più sottili, astruse, e come dire aeree, e aliene dall'intelletto e dalla favella del volgo: per le quali, a voler parlar chiaro, bisogna quasi creare una nuova lingua; e, a parlar bene, far sì che questa nuova lingua sia pure italiana. E a dirvi il vero, non fui mai così incapace di questa doppia difficoltà, quanto dopo lette le vostre <title>Operette morali</title>, dove la superaste con tanta maestria; imperocchè riscontrando colla meditazione meco medesimo quanto leggeva nel libro, veniva, per dir così, rinnovando in me i vostri pensieri, ma questi mi riuscivano vestiti di un linguaggio al tutto diverso, che mi facea maravigliare, e ammirare il sommo artifizio e l'eccellenza di quello che adoperaste voi. Aggiugnete altri ostacoli, che per me trovo gravissimi a bene impratichirmi della lingua nostra, cioè il dover leggere di continuo libri francesi (cosicchè mi ascrivo quasi a fortuna il saper poco l'inglese, e nulla il tedesco), o italiani infranciosati, per non ignorare affatto i pensamenti altrui nelle materie di filosofia e di storia; il non trovare tra i classici italiani del trecento e del cinquecento, salvo uno o due, scrittori di buon dettato, che trattino di soggetti attinenti al mio proposito; l'ignorar la lingua di Aristotile e di Platone, nelli scritti de' quali potrei almeno arricchirmi lo spirito, senza nuocere allo stile. Mi son messo dopo la mia tornata a leggere cinquecentisti, e vo assaggiando or l'uno or l'altro; ma in generale mi paiono slombati, diffusi, e poco felici nella diritta e lucida collocazione delle idee. Vi pregherei di accennarmi quali tenghiate per migliori al mio uopo.</p>
            <p>Qui c'è poco di nuovo in materia di lettere. Il Peyron attende presentemente a compilare un lessico copto: ha pressochè terminato il suo <hi rend="italic">Tucidide</hi>; ma probabilmente non lo stamperà nella collana greca di Milano, poichè il tipografo Sonzogno s'è già obbligato per questa traduzione al sig. Manzi. - Il Boucheron è ito per diporto a Firenze, e dovrebbe pubblicare al suo ritorno la vita di Tommaso Caluso latinamente scritta, se vuole attendere alle promesse. - La <hi rend="italic">Fisiologia italiana</hi> del pr. Martini è a buon segno, e sarebbe già terminata, se egli tratto tratto non l'interrompesse per vacare ad altri lavori, fra' quali scrisse ultimamente un elogio del Cuniberti in latino, che è pur bella cosa. - Il gesuita Manera s'è dismesso dalla cattedra di eloquenza italiana, la quale sinora è vacante. - Da qualche tempo in qua non ho veduto alcun libro nuovo di filosofia, salvo un <hi rend="italic">Manuale</hi> di A. Matthiae trad. dal tedesco, e stampato a Lugano, in cui la filosofia trascendentale della natura dominante in Germania dopo i lavori dello Schelling è collegata colla psicologia sperimentale presso a poco secondo il sistema di V. Cousin. Questi continua a dar fuori le lezioni che sta recitando alla facoltà delle lettere di Parigi. Quest'anno è meno fantastico che nel passato, poichè discorre per la storia generale della filosofia, tratteggiandone largamente i principali sistemi, e riducendoli tutti a quattro capi, i quali secondo lui si succedono a vicenda nelle menti degli uomini, e nel corso della storia, secondo l'ordine in cui egli espone; e sono l'empirismo, l'idealismo, lo scetticismo, e il misticismo: perdonatemi questi bei vocaboli. Mi pare che talvolta sia poco esatto nella sposizione de' sistemi, e li vesta a suo modo; come per esempio dove tratta della <hi rend="italic">visione in Dio</hi> del Malebranche; ma non oso affermarlo, trattandosi di un tant'uomo. - Sono usciti alla luce in Parigi tre volumi della <hi rend="italic">Storia univ. dell'antichità</hi> di Federico Schlösser, voltati in francese dal Golbéry: gli ho scorsi, non letti, e sono pieni zeppi di erudizione; ma mi sembrano un po' rozzi e indigesti, come la <hi rend="italic">St. d'Europa nel sec. XVIII</hi> dello stesso autore. - Abbiamo qui un giovane nostro cittadino di molte speranze per le lettere, autore di <hi rend="italic">quattro novelle di un maestro di scuola</hi> assai elegantemente scritte, e ristampate in Milano e altrove, le quali voi già conoscerete; ma non saprete forse ancora ch'egli sta lavorando a una <hi rend="italic">Storia d'Italia</hi> dalla caduta dell'impero romano sino alla morte di Lorenzo de' Medici, e ha già compita una nuova traduzione di Tacito più concisa di quella del Davanzati; impresa che sarebbe ridicola s'egli non avesse posto a questa tortura l'ingegno per rendersi vie meglio padrone della lingua, esercitandosi in ogni maniera di stile. Questo giovane è figliuolo del Conte Prospero Balbo, e porta molto amore alla comune patria, e alla lingua, cosa rara qui in Piemonte, dove non si sa da molti se siamo italiani o francesi, e si ama spesso di comparir francese piuttosto che italiano. Questo vezzo è così generale, che anche nei giornali si preferisce il gallume alle cose nostre; onde, per molto che abbia fatto, non ho potuto sinora procacciare nuovi socj all'<title>Antologia</title>; bensì ho soscritto per un esemplare di essa a mio conto, e la leggo con molto piacere. - Che voi abbiate parlato al sig. Giordani di me, è bontà vostra, e ve ne sono gratissimo; e se fra qualche anno potrò andare a Roma, come spero, passerò per Firenze per soddisfare al vivo desiderio che ho di veder quell'uomo che da buon tempo ammiro e venero di lontano.</p>
            <p>Intesi dal sig. Grassi che la vostra salute sia alquanto migliorata, e ne piglio speranza ch'ella sia per migliorare molto più, e rifarsi perfettamente, se ne avrete somma cura. Per questo motivo non oso confortarvi al comporre, quantunque sia vago oltremodo di leggere qualche cosa nuova del vostro. Non occorre pertanto che io vi dica di quanta consolazione mi sia stata la carissima vostra; vi prego bensì strettamente a riscrivermi il più spesso che potete, e sopratutto a darmi un pronto riscontro di questa, così per accertarmi ch'essa vi sia capitata, come per darmi un segno che continuate ad amarmi. Fate i miei doveri col padre vostro, è tutta la casa. Il Martini vi si raccomanda con molto affetto, e io mi vi raffermo di cuore tutto vostro.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Vi prego ancora di due cose. L'una, che mi diciate se avete ricevuti i <hi rend="italic">Papiri greci</hi> del Peyron, e il piccolo <hi rend="italic">Raccoglitore poetico</hi>; chè già da buon tempo furono spediti al Masi di Bologna per essere consegnati all'Avv. Brighenti, e vi dovrebbero già essere pervenuti. Se no, potreste scrivere al Brighenti, che ne chiegga conto al Masi; o pure gli scriverò io, se meglio vi aggrada. L'altra, che per ovviare a ogni sbaglio che possa succedere all'uffizio della posta a motivo dei molti agguati che ho qui in Torino, aggiugnate sulla soprascritta delle lettere indirizzatemi qualche parola che indichi il color nero del mio abito, ovvero questa frase: "aggregato al Collegio di Teologia".</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1829)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <dateline>Piacenza 15 Settembre [1829].</dateline>
            </opener>
            <p>Mio Carissimo Giacomino. Tra poco sarò in Firenze: ma sommamente desidero di trovar là tue nuove, delle quali son privo da sì lungo tempo. Come stai, mio carissimo? che fai? Come stanno Carlo e Paolina? che ti prego di salutarmi tanto caramente.</p>
            <p>Ho buone nuove della salute di Gino: non buone di Colletta; che nondimeno lavora con grande animo. Montani, Forti, Vieusseux stanno bene. Enrico Lenzoni fece una caduta, e si ruppe la rotella del ginocchio. Ma ora le cose vanno meglio. Quanto sarei contento se tu potessi stare con noi in Firenze! Appena godo il bene di quel paese, essendovi privo di te; e non potendomi acquietare col credere che tu stia bene dove sei. Ricordati che io ti amo sempre sempre con tutto il cuore e tutta l'anima; e ti raccomando la tua salute; e che procuri di svagarti e ricrearti al possibile. Addio addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Tommasini (1829)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIETTA TOMMASINI - PARMA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Recanati 23 Settembre 1829.</dateline>
            </opener>
            <p>Vi ringrazio col cuore e quasi con lagrime, miei carissimi amici, Antonietta, Adelaide, Ferdinando, ottimi e desideratissimi, della vostra amorosa dei 9. Vi prometto che, in caso di necessità, mi approfitterò delle vostre offerte: quanto al viaggio non ci sono difficoltà. Lo stomaco, per un moderato uso che fo di purganti, mi travaglia un poco meno. Gli occhi al solito: perciò sono così breve. Salutate l'adorabile Tommasini. Addio carissimi. Vi amo quanto più posso amare, e vi sono grato quanto mai so essere. Il vostro Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Vieusseux (1829)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIAMPIETRO VIEUSSEUX - FIRENZE.</hi>
               </salute>
               <dateline>Recanati li 25 Settembre 1829.</dateline>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo Signore. Poichè la salute di mio fratello Giacomo non gli permette più nè di scrivere, nè di dettare, mi ha incaricato di riscontrare le sue pregiatissime dell'1 e 14 corrente, il che io faccio con gran piacere. E quanto a quella del 1°, egli ha sentito molto dolore per quanto Ella gli dice del suo male di nervi; e si duole ancora che nella sua lettera posteriore Ella non abbia detto di esserne liberato, che è quanto egli ardentemente desiderava. Le ricerche per ricuperare la sua lettera smarrita sono state tutte inutili, ed egli compiange questa perdita infruttuosamente.</p>
            <p>Giacomo conviene nell'opinione di Giordani ch'Ella abbia fatto molto bene di inserire nell'<title>Antologia</title> l'articolo del Manuzzi, il quale a lui sembra scritto con molta chiarezza, ed anch'egli spera che questo varrà a procurare sempre più nuovi amatori alla sua <title>Antologia</title>, la quale ha bisogno (dic'egli) di articoli di Letteratura. Che il Manuzzi poi differisca nei principii da quelli dell'<title>Antologia</title>, Ella vede bene che ciò non deve darle punto fastidio, essendo quell'articolo sottoscritto.</p>
            <p>Vengo ora a quella dei 14. Mio fratello vuole che le esprima la sua riconoscenza per le notizie ch'Ella gli dà di Gioberti, le quali notizie sono venute in pari tempo con una lettera di quest'ultimo, il quale appena veduto Grassi, e sentito il desiderio di mio fratello di sapere qualche cosa di lui, gli ha scritto immediatamente, e per fortuna la lettera non si è perduta come accade tanto sovente.</p>
            <p>Desiderosissimo come è Giacomo di servirla in qualunque cosa, sarebbe ben contento di farle pervenire pel mezzo da Lei indicatogli l'articolo del conte Paoli. Ella sappia però che mio fratello non conosce punto questo signor Rusconi, al quale indirizzò tempo fa il <title>Niebuhr</title> pregandolo nel di Lei nome e non nel proprio, poich'egli non ci ha relazione alcuna, e ne è assai dispiacente per non averla potuta compiacere.</p>
            <p>Con grande soddisfazione sono stati ricevuti i saluti e le nuove di Reinhold, a cui mio fratello vorrebbe pur scrivere, ma non potendolo fare, prega Lei a volere incaricarsi di fargli pervenire i suoi ringraziamenti per l'affettuosa memoria che egli conserva di lui, insieme con i suoi complimenti.</p>
            <p>Sebbene Ella non veda per ora i caratteri di Giacomo, egli spera però che Lei non sarà per privarlo dei suoi, i quali egli desidera di vedere sovente, e vuole che io la preghi, acciocchè Ella non voglia togliergli questa consolazione.</p>
            <p>Ed ora mi permetta, o pregiatissimo signore, che io l'assicuri della mia perfetta stima. Sua devotissima serva Paolina Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di C.E.Muzzarelli (1829)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO EMANUELE MUZZARELLI</hi>
               </byline>
               <dateline>Da Roma ai 26 di Settembre 1829.</dateline>
            </opener>
            <p>Chiarissimo Sig.r mio. Avendo io deliberato di voler compilare la <hi rend="italic">Biografia degl'Illustri Italiani viventi</hi>, e amando assai di farla per ogni conto compiuta e verace, m'è sembrato ottimo consiglio e come necessario il rivolgermi per le sicure notizie a ciascuna di quelle persone che debbono aver luogo in tale lavoro. E ciò m'è convenuto di fare per non aver poi a dir, verbigrazia, nato in Venezia chi sarà di Bergamo, nè chiamar Vincenzo tale che avrà nome Luigi, nè attempare un giovane e ammogliare un sacerdote o al contrario, e simili altre sconcezze che s'incontrano in libri di questo genere. Ora essendo la S.V. Ill.ma uno del bel numero infra gl'<hi rend="italic">Illustri viventi</hi>, io mi fo a pregarla di volere con un suo foglio avvisarmi accuratamente di quant'ho detto, e insieme delle principali sue Opere, degli onori (se questo fu mai), de' titoli e delle cariche sostenute da Lei e di qual altra cosa Le paia di suo adornamento. Chè la fama non è sempre, com'Ella ben sa, fedele nunziatrice di ogni fatto. Nè per sodisfare a questa mia domanda avrà a sentirne punto d'offesa la sua modestia: perchè essendo cose vere, manifeste, chiedute da chi non la conosce che di grido e per corrispondenza, non tornano infine ad altro che a una schietta sposizione istorica, e a un dovuto compenso alla virtù. In questo mezzo io mi starò in su l'aspettare le sopraddette informazioni, e ripregandola a mandar contento un così onesto desiderio, con ogni stima e rispetto me Le soscrivo a V.S. Ill.ma aff.mo Ser.re ed Amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.P.Vieusseux (1829)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIAN PIETRO VIEUSSEUX</hi>
               </byline>
               <dateline>Firenze 17 Ottobre 1829.</dateline>
            </opener>
            <p>Carissimo Leopardi. Al mio ritorno da un viaggio di più giorni nell'interno della Toscana, ho trovata la lettera che vostra signora sorella ha avuta la bontà grande di scrivermi a nome vostro, di che la ringrazio di tutto cuore; ma il sentire che la medesima non era neppure dettata da voi, mi affligge, e ci affligge tutti oltremodo. Mio buon amico, cosa è dunque accaduto, perchè voi non abbiate potuto dettare? la debolezza de' vostri occhi mi spiega l'impossibilità di prendere la penna; ma il dettare alcune righe, cosa poteva impedirvelo? io sono angustiatissimo: oh! quanto darei di potere andare in persona a informarmi di vostra salute! Voi sapete quanto vi amo teneramente, quanti sono gli amici che avete in Firenze, e potete facilmente figurarvi con quanta amarezza ed interesse pensiamo a voi, quanto spesso ci occupiamo di voi. Io prego la degnissima signora Paolina, io la scongiuro di scrivermi di tanto in tanto, il più frequentemente che potrà, per darmi delle vostre nuove. Voglia Iddio che siano più consolanti, e soprattutto dettate da voi: poche righe alla volta, ma frequenti.</p>
            <p>Il pensare che avete presso di voi un'amabile ed affettuosa sorella, che si occupa di voi, che può essere l'interprete de' vostri sentimenti, è per me una consolazione.... Mi rammento che più volte mi avete tenuto discorso di questa cara vostra sorella; e senza dubbio è la signora Paolina, alla quale non ho bisogno di raccomandare il fratello, bensì l'amico di Firenze per avere delle sue nuove.</p>
            <p>Io voglio sperare, mio buon Leopardi, che la presente vi troverà assai meglio: oh quanto giubilerei se una prossima lettera mi portasse i vostri caratteri!</p>
            <p>Eccomi frattanto a parteciparvi alcune cosarelle che possono interessarvi.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">Giordani</hi> tornò da Piacenza pieno di vigore, e di aneddoti, e sempre disposto a' divertimenti.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">Il professor Barbieri</hi>, venuto qui per visitare i suoi amici, ha recitata una sua orazione nella casa Pia di lavoro, ora diretta dal marchese Ridolfi. Piacque universalmente.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">Boucheron</hi> di Torino, il traduttore di Senofonte, è venuto anch'egli a visitarci. Feci in sua contemplazione una riunione che riuscì numerosissima.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">Orioli</hi> è sempre a Roma. Si dice che verrà impiegato in quella capitale. Voi sapete che <hi rend="italic">Tommasini</hi> passa a Parma con 10 mila franchi. Egli sarebbe certamente venuto a Pisa per meno; ed il nostro Governo si lascia sfuggire simile occasione!</p>
            <p>
               <hi rend="italic">Il cav. Antinori</hi>, nella sua qualità di direttore della specola, ha presentato al nostro Granduca un progetto di lezioni pubbliche per le scienze fisiche e naturali. Si spera che otterrà il suo intento.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">Montani</hi> lavora intorno al tema assai difficile della Crusca, ed il suo secondo articolo verrà pubblicato col mio n° 106 già molto inoltrato: il 105 vi sarà spedito in breve. Nel 104 è piaciuto assai l'articolo del Tommasèo sull'<title>Edipo</title> di Centofanti.</p>
            <p>I <hi rend="italic">Salvagnoli</hi> sono adiratissimi con l'<title>Antologia</title> per l'articolo di Mayer, ma non sanno cosa dire in loro giustificazione; e l'articolo sull'Odescalchi e sul discernitore prova che non è uno spirito municipale che fece prender la penna contro l'abate Campolese.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">Colletta</hi> va sempre peggiorando. Egli ha riconosciuto in fine che l'aria di Firenze gli è fatale: egli si trasferirà a Livorno.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">Rosini</hi> è sempre guastato con tutta la direzione dell'<title>Antologia</title>.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">Cioni</hi> si fa molto vecchio, ma molto.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">Niccolini</hi> è presentemente in campagna, e per me, ora, tutto l'anno!</p>
            <p>Vi mando i saluti amichevoli di Colletta, Giordani, Montani, Gino, Forti e Cioni: tutti aspettano come me ansiosamente le vostre nuove. Addio, carissimo Leopardi; io vi abbraccio dal più profondo del mio cuore. Vostro per la vita.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Brighenti (1829)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO BRIGHENTI</hi>
               </byline>
               <dateline>Bologna 18 Ottobre 1829.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Giacomo. È un gran pezzo che non ti ho scritto; ed oggi pure sarò breve. Fui pieno di noie; e da 15 giorni stemmo tutti malati. Ora siamo in convalescenza.</p>
            <p>Gli affari tipografici e librari andando per ogni dove alla peggio, io non vi ho più trovato il mio interesse. Li ho lasciati, cioè da vari mesi sono occupato a tralasciarli; e intanto vado dirigendo le figlie al teatro, unica via a far denari seppur durerà. Ma Nina è travagliatissima dalle glandole; ed Ella, sì pienotta e grassa, ora è smilza, pallida, e piena di malanni. I medici ne danno speranza che con l'attenzione e la cura si rimetterà. Ella dunque riposa dagli studi musicali. Marianna li ha potuti proseguire. Nel venturo carnevale essa è già scritturata per prima Donna al teatro di Piacenza con valorosi attori. Ier l'altro venne richiesta per andare al teatro di Corte di Modena, e sentire le sue pretese; attendiamo da un momento all'altro di ricevere la risposta definitiva. Farebbe la Zaira nel dramma di questo nome, musica nuova del cav. Gandini figlio del Dirett. della musica di Corte, nostro cugino. Se mai viene il sì, noi ci tratterremo in Modena (a cui subito andremmo) sino al 1° Dicembre: poscia si partirà per Piacenza con tutta la famiglia sino al primo di quaresima, e poi vedremo cosa succede! Io non saprei allontanarmi da te, e prendere nuova via, senza ricordarmi all'amor tuo, e pregarti a tenermi sempre nel cuore; preghiera che io ti faccio con tutta la effusione del mio, e non senza lagrime. Oh come si partirono que' giorni in cui io ti ebbi maestro e compagno così caro e prezioso. Essi forse non torneranno mai più. Debole prova del molto mio affetto ti raccomando che sia il pacchettino che, quando più presto potrà, ti sarà inviato dalla nostra Ferrucci. In esso troverai quel ritratto che si fece di te dall'amico Lolli, quand'eri a Bologna. Tienilo, o donalo a quale de' tuoi più ti è caro, ed ama la nostra amicizia. Vi sarà pure il rame che io feci fare da un valente artista. Avevo ideato di usarne in una edizione, che le circostanze e pubbliche e mie mi hanno fatta abbandonare. Il rame è nuovissimo, se ne eccettui una trentina di esemplari che ho fatti tirare, e per aver meco l'amata tua immagine e per regalarne qualche amico. Infatto ne ho potuto destinare alcune alla famiglia Tommasini, a cui le porterò io stesso; giacchè, non so come, questa famiglia ci ha di poc'anzi distinto in un modo singolarissimo, e partendo di qui è venuta spontanea (marito e moglie) a farci visita, ed a colmarci di carezze e di offerte delle quali passando di Parma profitteremo.</p>
            <p>Se qualche volta potrai scrivermi una riga, o dove saprai che io sia, o qui dove lascio Ignazio mio agente, ritieni che io ne avrò sempre la maggiore consolazione, e massime quando tu mi dia buone nuove di te, e della tua rispettabile Casa, a cui mi farai servitore. Oh Giacomo mio! Non ti posso esprimere la commozione con la quale ti scrivo. Deh! amami, e credi che io ti adorerò sino a che avrò vita.</p>
            <p>La mia famigliuola ti riverisce, ed ella al pari di me ti ricorda, e ti stima. Addio, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Giordani (1829)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO GIORDANI - FIRENZE.</hi>
               </salute>
               <dateline>Recanati 20 Ottobre 1829.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio carissimo. Ti scrissi a Firenze prima della tua partita, ti scrissi a Piacenza; ma di te non ho altra lettera che quella dei 15 di Settembre, dove non mi fai segno che le mie ti sieno arrivate. Vero che, perdendo le mie lettere, tu perdi poco; ma io perdo molto, che perciò son privo delle tue. Sai che non posso punto punto scrivere: però ti contenterai di queste poche righe, le quali io fo a grandissima fatica e pena, per ricordarti l'amor mio. Fammi tanta grazia di dire al nostro Vieusseux che lo ringrazio infinitamente della cara sua dei 15; che non posso dettare, perchè ogni applicazione della mente mi è impossibile; anche il discorrere; che gli scriverò subito ch'io possa, o gli farò scrivere da mia sorella, la quale intanto lo saluta di tutto cuore. Ed ancora a te mandano mille saluti Paolina e Carlo. Addio, carissimo amico. Ricordami a Colletta, e raccomandagli di aver più cara la salute che la Storia. Salutami la Carlotta, e vedi di sollevare questo infelice con qualche lettera. Addio, addio con tutto lo spirito.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Colletta (1829)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO COLLETTA</hi>
               </byline>
               <dateline>Firenze 31 Ottobre 1829.</dateline>
            </opener>
            <p>Amico mio. Una vostra lettera scritta al Giordani mi ha recato dolore e tenerezza. Oh povero il nostro amico infermo ed afflitto! e poveri ancora noi che non possiamo da vicino soccorrerlo della nostra assistenza, e della pietà che ne sentiamo! L'aria di Toscana è meno malvagia per voi; e se voi poteste immaginare il modo di respirarla, e sol mancasse qualcosa per lo adempimento, confidate i vostri pensieri a me, amico vostro, tenero e discreto. Questo è il motivo del presente foglio; e il foglio è secreto: io non dirò a veruno di averlo scritto.</p>
            <p>La mia salute oggi è mediocrissima: ho passato una estate infernale, perchè il troppo caldo, il troppo freddo mi abbattono; e sì che il 3 novembre andrò a Livorno, in una villa che ha un buon quartiere a mezzogiorno. Le camere soperchiano a' modesti bisogni della mia piccola famiglia; vi sarebbe dunque stanza per voi senza mio incomodo.</p>
            <p>Benchè ammalato, ho fatto lungo lavoro: il morbo che mi travaglia disdegna combattere cosa tenuissima quanto il mio capo. Ho scritto due libri; e gli altri due, soli che rimangono, avranno, spero, compimento l'anno venturo. Ma non vorrei pubblicar l'opera prima che voi l'aveste letta e corretta. Cento volte ho affrontato pericoli di vita senza paura; ma il presentare al pubblico dieci libri di storia, mi fa tremare. Ed ora che un certo gusto, tanto lontano dal mio stile, va per la Italia fastoso e vincitore, non è possibile che piacciano i miei libri. Ho sempre sperato che incontro alle pazzie della moda, sorgesse in due monumenti il senno del Giordani e del Leopardi; e che noi scrittorelli potessimo posare all'ombra di coteste moli. Ma l'uno non vuole, l'altro infine non potrà; i pochi e deboli resteranno esposti alle saette del romanticismo.</p>
            <p>Vi scriverò da Livorno, se pure non vi faccia fatica legger lettere: nè dovrete rispondere finchè lo scrivere vi sarà molesto; bastando che un vostro famigliare dica in una riga, di esser giunto il mio foglio. Addio, amico mio; credete al mio affetto ed alla mia stima per voi; mettetela a pruova; mi sperimenterete vostro affezionatissimo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Melchiorri (1829)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIUSEPPE MELCHIORRI</hi>
               </byline>
               <dateline>Roma 3 Novembre 1829.</dateline>
            </opener>
            <p>Caro Giacomo. Non prima d'ora ho potuto riscontrare la tua carissima dei 20 dello scorso Ottobre, a motivo che mi è giunta in Albano dove io era a diporto per una decina di giorni. Tornato in Roma, mi sono occupato subito di te, e con sommo piacere, poichè non vedo l'ora di riabbracciarti. La camera che tu vuoi può aversi, e si può scegliere essendovene molte in siti buoni, ed a prezzi assai discreti, cioè dalli scudi 3 alli 4 incirca. La difficoltà sta nella dozzina, mentre molti che affittano queste stanze non vonno assumere il peso della tavola, mentre lo trovano incommodo. Non di meno credo di poterti situare in casa d'un mio amico, famiglia eccellente, dove potresti avere una buona camera al terzo piano, a mezzogiorno, luminosa ed ariosa essendo sopra una piccola piazza poco lontano dalla Fontana di Trevi. Queste dozzine sogliono pagarsi dalli scudi 12 ai 15 circa, compresa la stanza, letto e biancheria. Non ho potuto però niente stringere, poichè non so quando verrai, nè quanto all'incirca vuoi spendere. Onde io sarei di parere che a corso di posta mi sapessi dire quanto all'incirca vuoi spendere, e quando verrai, poichè allora io potrò tenertene in parola due o tre, e tu potrai scegliere alla tua venuta. Necessita ancora sapere per quanti mesi incirca debba contrattarsi la dozzina, giacchè più il tempo è lungo, e maggior facilità si può avere nel prezzo. Sappimi dire tutto questo, ed io farò di tutto per servirti, tanto più che conosco come tu pensi, e come ami di vivere tranquillamente e senza disturbi.</p>
            <p>Addio, caro Giacomo. Dimmi se Zio viene, poichè Antici mi aveva supposto che potesse tornare. Io comunque godrò assai nella speranza di rivederti.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Manuzzi (1829)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIUSEPPE MANUZZI</hi>
               </byline>
               <dateline>Di Firenze a' 9 di Novembre 1829.</dateline>
            </opener>
            <p>Chiarissimo Sig.r Conte. Le buone accoglienze ch'ella fece ultimamente all'operetta del mio Cesari mi dà animo di essere di nuovo a Lei, e pregarla con ogni efficacia di gradire, in testimonio dell'alta mia stima e riverenza verso Lei, questi miei cenni intorno alla Vita ed alle opere del medesimo. Dal nostro Giordani, che la saluta cordialmente, seppi testè del non troppo felice stato di sua salute, e me ne dolse e duole senza fine. Intanto ella faccia ogni opera per riaversi in ottima tempera a bene delle lettere e degli amici, ed abbia sempre nel numero de' suoi più caldi ed affettuosi estimatori il suo dev.mo obbl.mo Servitore.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1829)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <dateline>Firenze 15 Novembre [1829].</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro carissimo. Nè a Piacenza, nè qui prima di andare a Piacenza ebbi tue lettere. Ti sono gratissimo per la tua dei 20 ottobre. Ma non voglio che ti affatichi per me: no, caro, abbiti ogni cura, e risparmiati in tutto. Ma la bontà della contessa Paolina non si graverà di mandarmi qualche volta una riga di tue nuove. E lei e Carlino saluto mille volte. Gli amici ti salutano tutti cordialmente. La Lenzoni ha risoluto di non andare quest'inverno a Roma. Colletta è in una campagna vicino un miglio a Livorno; e con salute sufficiente. Niccolini ha finita la sua tragedia de' <hi rend="italic">Vespri Siciliani</hi>; e pensa di farla recitare e stampare. Io ti amo con tutto il cuore e ti abbraccio senza fine.</p>
            <p>Brighenti è a Modena colla famiglia; e la prima figlia canta nel teatro di Corte; nel Carnevale canterà in Piacenza. Dio faccia che almeno da questa parte trovino un poco di fortuna. Addio addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Colletta (1829)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO COLLETTA - LIVORNO.</hi>
               </salute>
               <dateline>Recanati 22 Novembre 1829.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Generale. La vostra dei 31 di Ottobre mi ha recato un gran conforto, e come nuovo segno della pietà vostra verso di me, e più ancora perchè mi ha racquietato un poco circa la vostra salute, della quale io stava in gran pena. Ora ne ho buona speranza, perchè mi pare d'aver potuto conoscere che la stagione fredda vi si conviene finalmente meglio che la calda. Voi sì veramente avete bisogno di moli, come dite, da stare all'ombra. La mole e il monumento, <hi rend="italic">aere perennius</hi>, sarà la vostra Storia, alla quale mi rallegro che sieno cresciuti due libri: e Dio sa quanto goderei a sentirla leggere. Ma vi giuro che io non veggo nè possibilità nè speranza di lasciare questo esecrato soggiorno: sebbene oramai l'orrore e la disperazione del mio stato mi condurrebbero, per uscire di questo Tartaro, a deporre l'antica alterezza, ed abbracciare qualunque partito, accettare qualunque offerta: ma, fuorchè morire, non veggo compenso possibile, non essendo buono a far nulla. Intanto dell'invito amoroso che voi mi fate, vi ringrazio teneramente, e quasi con lagrime, infinite volte; ed altrettante vi raccomando la salute vostra, preziosa all'Italia, e cara a me più che la mia vita, alla quale desidero voi superstite lungamente. Scrivetemi più che potete; salutate Gino e Giordani nostro, il quale non mi risponde più, o che le sue lettere si perdono. Addio, addio con tutto il cuore. Il vostro amante e riconoscente Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A F.Puccinotti (1829)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A FRANCESCO PUCCINOTTI - MACERATA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Recanati 28 Novembre 1829.</dateline>
            </opener>
            <p>Caro mio Puccinotti. Non potendo scriver io, ti feci scrivere a mio nome da mia sorella; pregandoti a non lasciar passar le vacanze che tu non avessi dato effetto alla promessa fattami di tornare a trovarmi. Tu non rispondesti, e non venisti, e le vacanze sono passate. Senza adulazione o esagerazione alcuna, tu sei quel solo uomo che potrebbe rendermi gradito questo esecrato soggiorno delle Marche, se noi fossimo insieme; e chi sa che ancora io non potessi alleviare a te il peso di questo male comune? Ora la noncuranza tua, l'impotenza mia, fanno che ritrovandoci a una posta e mezzo l'uno dall'altro, non ci vediamo però mai. Almeno dammi le tue nuove, e se hai nuove letterarie di qualunque genere: e dell'amor mio ti sia prova che a tua contemplazione mi son posto a scrivere; cosa a me più difficile e più penosa che non sarebbe a te di venire a visitarmi. Addio, mio caro carissimo Puccinotti; addio con tutto il cuore. Voglimi bene, e scrivi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di F.Puccinotti (1829)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI FRANCESCO PUCCINOTTI</hi>
               </byline>
               <dateline>Macerata 4 Dicembre 1829.</dateline>
            </opener>
            <p>Caro Giacomo. Eccoci alle vacanze del Natale, e troverò bene un giorno tra queste per recarmi in Recanati e riabbracciarti. Ma non vedi tu quest'orrida stagione? Non senti tu questo freddo? Il solo pensare a un viaggio di questi tempi mi fa tremare. Tuttavia per rivederti lo farò. Alla gentilissima lettera della tua cara Paolina risposi subito. Da quanto mi dici nell'ultima tua pare ch'ella non l'abbia ricevuta la mia risposta. E qual'è cotesta mano graziosa che trattiene le mie lettere? Se anche tu ne avessi qualche sospetto, avvisamelo; chè non le affiderò più allora alla posta.</p>
            <p>Notizie letterarie non ne ho. Ti dirò bene di certa <title>Biografia d'Illustri Italiani viventi</title> che vuolsi ora stampare in Roma da certo sig. Muzzarelli. Il conosci tu questo biografo? Tu sarai stato uno de' primi ad avere la sua Circolare, nella quale invita quelli che dovranno far parte della sua storia a dargli notizie, e de' loro natali, e delle loro opere. Cotesta circolare è giunta anche a me, italiano sì, ma certo non illustre. Ciò non ostante prima di mandargli notizie mie, vorrei tu mi dicessi se tu fai altrettanto. <foreign lang="lat">Vale decus meum!</foreign>
            </p>
         </div1>
         <div1 n="Di C.Lenzoni (1829)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLOTTA LENZONI</hi>
               </byline>
               <dateline>Firenze il dì 20 Decembre 1829.</dateline>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo Conte. È molto tempo che non ci è possibile di avere alcuna notizia di Lei e tutti i suoi amici ne sono ansiosi, ed io che non sono fra gli ultimi mi sono decisa di pregarla a volerci togliere di pena, poichè temiamo ne sia causa la sua non buona salute, con scrivere due righe, e se ciò le incomodasse farlo, per altra mano; ma appagare così il desiderio anche de' suoi più affezionati che me lo dimandano, Giordani, Forti e Buonarroti; e a questi si uniscono ancora i componenti la mia famiglia, i quali le fanno molti ossequi.</p>
            <p>Io ho passato un anno ben tristo, cominciando da una forte malattia di coliche sofferta in Napoli, e dopo tornata in patria accadde una disgrazia al mio secondo figlio di rompersi una rotula del ginocchio. La cura ha avuto un felice esito, ma io ne ebbi tanto disturbo, che mi cagionò le febbri solite, le quali mi hanno durato due mesi, e mi hanno impedito di lasciare il pessimo clima di Firenze, il quale diviene sempre peggiore, e m'impedisce di non sortire punto di casa, per non almeno ammalarmi, sebbene questa vita carcerata mi nuoce assai. Fondo dunque le mie speranze in un felice anno, in quello che va a venire. Tale lo desidera con tutto il cuore a Lei chi si pregia di essere Sua devotiss.a ed aff.ma Amica.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.P.Vieusseux (1830)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIAN PIETRO VIEUSSEUX</hi>
               </byline>
               <dateline>Firenze 7 Gennaio 1830.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio buon amico. Inutile è il dirvi che voi siete sempre presente al mio spirito, e che il trovarmi da tanto tempo privo delle vostre nuove dirette è per me un motivo di dolore. Se il Giordani una volta, ed il buon Colletta due volte non mi avessero partecipate le vostre lettere, vi crederei sempre ammalato a segno di non potere nè scrivere nè dettare; ma ho riveduto i vostri caratteri, e per questa parte sono stato confortato e consolato.</p>
            <p>Il Colletta vi avrà detto che va crescendo giornalmente il nostro desiderio di rivedervi in Toscana: che noi insisteremo per farvici tornare. Caro Leopardi, conviene ormai di lasciar passare questo inverno così atrocemente freddo; ma subito che colla primavera torneranno colle forze il coraggio e la speranza, allora ne riparleremo sul serio. Ne parlerò prima a voce col Colletta in un abboccamento che avrò presto seco lui a Livorno. E, certo, le prime nostre parole, dopo esserci abbracciati, saranno per voi: frattanto, fatevi coraggio, mio buon Leopardi, non vi lasciate signoreggiare da pensieri melanconici, limitatevi a guardarvi bene contro le influenze dell'aria, abbiate tutta la possibile cura del fisico, e sperate nell'avvenire. Oh! felici noi, felice me, se co' nostri consigli, col nostro amore potremo pervenire a versare qualche stilla di balsamo sulle vostre piaghe!</p>
            <p>Da molto tempo voi avete nelle mani il mio fascicolo di Ottobre. Quello doppio di Novembre-Dicembre non verrà pubblicato che nell'entrante settimana. Ve lo manderò senza indugio. Esso sarà voluminosissimo; ma voi avete presso di voi una sorella amorosa e compiacente che si farà un piacere di leggervene ogni giorno qualche articolo, scegliendo i più ameni, ed abbandonando al sig. Dottore, chè certamente ne avete uno, amico di casa, a vostra disposizione, la cura di leggervi i più gravi. Nella Rivista letteraria di questo fascicolo troverete un nuovo articolino di un tale L: il medesimo che nell'ottobre scrisse sulla <title>Poliantea del Monti</title>: mi premerebbe assai di conoscere il vostro modo di pensare sullo stile e sulla lingua di questo nuovo e giovanissimo collaboratore.</p>
            <p>Le mie riunioni hanno luogo presentemente il giovedì; ma poco ho da lodarmi dei toscani che poco v'intervengono: già, il <hi rend="italic">Niccolini</hi> non mette più il piede nel mio Gabinetto: sono tre mesi che non l'ho veduto, e devo rassegnarmi; ma è un gran dolore di vedersi trascurato da quelle persone che noi amiamo e stimiamo!... Anche il <hi rend="italic">Forti</hi> è diventato poco gentile con me; egli è tutto attratto dalla signora Carlotta Lenzoni, e non lo vedo mai che per pochi momenti. <hi rend="italic">Giordani</hi>, il quale per il gran freddo sta a letto fino alle tre pom., la sera poi è quasi sempre dalla Giulietta Bonaparte; egli sta ottimamente; ma la morte del Dodici di Parma è per lui un grave sconcerto, perchè il Dodici era l'amministratore de' suoi interessi. <hi rend="italic">Montani</hi> si è riavvicinato; l'<title>Antologia</title> vi avrà provato che egli ha riacquistato un poco dell'antica sua energia: quel secondo articolo sulla Crusca era assai ben fatto. <hi rend="italic">Gino Capponi</hi> è sempre al medesimo punto. <hi rend="italic">Capei</hi>, tornato soltanto ieri dalla campagna, ha sempre quelle qualità preziose pel dolce conversare, ed è per me una preziosa relazione. <hi rend="italic">Tommasèo</hi> vive sempre più rintanato; ma va mettendo giudizio, ed è utilissimo collaboratore. <hi rend="italic">Lambruschini</hi> mi ha dato un'immensa prova d'amicizia; egli si è incaricato del mio nipote, prendendolo seco a S. Cerbone per educarlo a modo suo ed a modo mio. <hi rend="italic">Lapo Ricci</hi> e <hi rend="italic">Ridolfi</hi> continuano ad occuparsi con zelo del <hi rend="italic">Giornale agrario</hi>, il quale da ora in poi sarà anche il raccoglitore ufficiale degli atti dell'Accademia de' Georgofili. Il Canonico <hi rend="italic">Borghi</hi> è stato nominato accademico della Crusca in luogo dei Collini. Il <hi rend="italic">Ciampi</hi> vive al solito colla sua governante ed il suo cane, grandemente beneficato dal Governo di Polonia; il <hi rend="italic">Cioni</hi> è a Pisa; ma scrive di rado: io lo credo poco contento per non riuscire il <hi rend="italic">Momo</hi> quel prodigio che si credeva.</p>
            <p>Tornando all'<title>Antologia</title>, vi troverete un articolo su d'<hi rend="italic">una letteratura europea</hi>: io vorrei che questo scritto fosse letto senza prevenzioni.</p>
            <p>Fra' forestieri distinti che hanno frequentato la mia conversazione, è stato grandemente accolto ed accarezzato S.E. il comm. Falck ambasciatore della Olanda a Londra, e già ministro della pubblica istruzione. Egli mi fu particolarmente raccomandato dal bravo cav. Reynhold: e cercava di voi. Reynold è sempre a Berna, e non scrive senza informarsi di vostra salute, e senza mandarvi dei complimenti.</p>
            <p>Ditemi, vi prego, se qualche bullettino di Ferussac non è rimasto presso di voi. Addio, mio caro amico; amatemi, datemi delle vostre nuove, non vi chiedo che due righe, e credetemi per la vita vostro affezionatissimo e sincerissimo amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Vieusseux (1830)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIAMPIETRO VIEUSSEUX - FIRENZE.</hi>
               </salute>
               <date>[Recanati] 8 [Gennaio] 1830.</date>
            </opener>
            <p>Mio carissimo Vieusseux. Si avvicina il tempo della decisione della Crusca circa il premio quinquennale. Vi prego molto che raccomandiate l'affar mio a tutti quegli amici che giudicherete potermi giovare. Se io spero alcun poco, spero solamente in voi ed in loro. Io ho perduto l'uso degli occhi, ma non la memoria de' miei cari: vi rammento ogni giorno, e v'amo più che la mia vita. Addio, carissimo mio Vieusseux. Salutate tutti. Paolina vi saluta. Mi fareste un favor grandissimo se scriveste a quell'ottimo Reinhold, e gli faceste tanti e tanti complimenti per me, avvisandolo della mia incapacità di scrivere. Il vostro Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Colletta (1830)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO COLLETTA</hi>
               </byline>
               <dateline>Livorno 11 del Gennaio 1830.</dateline>
            </opener>
            <p>Amico mio carissimo. Io sapeva che concorressero al premio le vostre <title>Opere Morali</title>; e quanto io dicessi agli accademici amici miei, voi potete argomentarlo dall'affetto che vi porto, dalla stima sincera che ho del vostro merito, e dal desiderio di sentir premiate le opere degne. Agli offizi antichi, unisco i nuovi per lettere che oggi scrivo. Il Capponi vi conosce, vi pregia, vi ama; ma egli non ha su lo Zannoni la forza che voi credete; nè lo Zannoni può tutto in quel coro di canonici. Sento in predicamento il Botta; e certamente per mole sta sopra tutti: ma che storia! che stile! Quanto perderebbero le lettere italiane s'egli avesse imitatori. Se gli accademici hanno in pregio il puro, il gentile, e 'l bisogno d'Italia di bello scrivere, le opere vostre saran preferite, perchè in qualità di stile voi non avete superiore o compagno. Ma gli accademici vorranno avere logica e gusto singolare.</p>
            <p>Mi giunse qui la vostra carissima del 22 novembre. Facciamo di vivere questi mesi che corrono invernali. Nel marzo tornerò in Firenze, e di là vi scriverò: Voi vorrete abbandonarvi al consiglio di chi vi ama e vi considera qual suo figliuolo. Scriverò in marzo sul proposito della citata lettera, perchè oggi nulla potrei dirvi di positivo e di certo; ma non perciò romperemo la nostra corrispondenza: datemi anzi le vostre nuove quanto più spesso potete; io godo a ricevere le vostre lettere ed a scriverne a voi.</p>
            <p>Giordani è addolorato della morte del cav. Dodici, suo amico. Vieusseux vorrebbe sapere se ricevete l'<title>Antologia</title> ch'egli manda in ogni mese al vostro indirizzo; e vi saluta; e vi è tenero amico. Gino ha sofferto in salute dalla malvagità de' tempi. Niccolini ha compiuto la sua tragedia <hi rend="italic">Giovan di Procida</hi>, ma la tien chiusa. Tutti cotesti, uniti a me, speriamo a voi comportabile salute, ed a noi stessi, che siate tra noi. Io sto poco bene: lavoro per conforto di ozio e da uomo infermo. Addio, amico mio; vi stringo al petto, e mi raffermo il vostro amico per la vita.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.F.Stella (1830)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
               <dateline>Milano 30 Gennaio 1830.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio Signore ed Amico amatissimo. Una lunga villeggiatura, una vecchiaia che si fa più che alquanto sentire, sconfortata in quest'anno da un terribile freddo, che ben m'immagino quanto a Lei pure sarà molesto, m'impedirono finora di scrivere, e me lo impedirebbero tuttavia, se non mi premesse di comunicarle due cose, e se non avessi nel mio Giacomino un abile scrittore a cui posso dettare la presente.</p>
            <p>La prima di queste due cose è che la mia figlia Marietta si farà la sposa nel presente carnovale, e verso Pasqua, piacendo al Cielo, andando col marito a Roma, il quale sarà il signor Andrea Ubicini, uno de' miei due soci gerenti, passando ella per Recanati, si farà un dovere di visitare il signor Conte Giacomo Leopardi, di cui ha cotanta stima. In quell'occasione Ella, amico mio, potrà parlare col detto Ubicini, e intendersela con lui relativamente ai libri che le mancassero, colla certezza che sarà riparato agli errori che per lo passato fossero corsi.</p>
            <p>La seconda cosa riguarda la delicata domanda ch'Ella nella lettera 26 Agosto si compiace di farmi in riguardo alla sua traduzione dell'<title>Epitteto</title>. Non avendo potuto aver luogo la raccolta dei Moralisti Greci, ed essendo probabile che abbia luogo in Venezia per cura di quel signor Bartolomeo Gamba una raccolta più grande, cioè di Moralisti d'ogni nazione (misuratamente però), ora io pure domando a Lei se sarebbe contenta che ne formasse parte il medesimo <title>Epitteto</title>. Se tal raccolta non avesse effetto, o col mezzo di Lei, o col semplice mio, l'<title>Epitteto</title> vedrà la luce certamente nel corrente anno.</p>
            <p>Mentre colla sua risposta starò attendendo anche le nuove, che se saran buone mi sarà di gran diletto, io la saluto di tutto cuore per parte ancora di tutti i miei, che non men di me l'amano sinceramente. Il suo vecchio cordiale amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Z.Re (1830)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ZEFIRINO RE</hi>
               </byline>
               <dateline>Filottrano 3 Febbraio 1830.</dateline>
            </opener>
            <p>Pregiatiss.o Sig.r Conte. La prego a gradire una copia di quel mio lavoro sull'antica vita di Cola di Rienzo, di cui Le parlai quando ebbi l'onore di riverirla in persona. Le cattive stagioni hanno posto impedimento al mio vivo desiderio di rivederla, e di far ossequio al di lei Sig. Padre, ma le nevi non saranno eterne, e tanto più gradito quanto più desiderato sarà per me il piacere di visitarla di nuovo, e far tesoro di sue alte dottrine.</p>
            <p>Sono frattanto con ogni riverenza umil.mo d.mo Servitore ed Amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.P.Vieusseux (1830)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIAN PIETRO VIEUSSEUX</hi>
               </byline>
               <dateline>Firenze 13 Febbraio 1830.</dateline>
            </opener>
            <p>Carissimo mio Leopardi. Ebbi la vostra del dì 8 gennaio. Altre vostre nuove abbiamo ricevute nell'ultima lettera della degnissima vostra sorella al Giordani. Non so s'egli vi abbia ancora risposto; ma credo al certo che il Gen. Colletta vi avrà scritto. Mio buon amico, nulla di molto consolante abbiamo da dirvi intorno all'affare del premio: il Botta l'ha ottenuto, e voi avete l'<foreign lang="lat">accessit</foreign>, ma l'<foreign lang="lat">accessit</foreign> non è che un complimento sterile, che ad ogni modo non vi poteva essere negato; e la giustizia voleva almeno che si dividesse il premio, dandone la metà allo storico piemontese per l'importanza dell'argomento e la mole dell'opera, ed a voi l'altra metà per i pregi della lingua e dello stile, principal cosa che dovrebbe contemplare l'Accademia, istituto della quale è la lingua e non le scienze storiche. La vostra causa è stata difesa dal Capponi e dal Niccolini, ed anche lo Zannoni s'è mostrato giusto a vostro riguardo; ma cosa sperare da tutti quei Canonici che formano il resto di quel consesso? A dirvela schiettamente, io poco sperava, sapendo quanto poco sono capaci quei Canonici di apprezzare il merito intrinseco dei vostri scritti; e quando fossero capaci di apprezzarlo, come lusingarsi di trovarli imparziali?</p>
            <p>Il buon Colletta, ed io, dunque, non speriamo per farvi tornare a Firenze che sopra altre combinazioni. Caro amico, se poteste leggere nei nostri cuori, vedreste quanto vivamente siamo occupati di voi e del vostro avvenire; e quanto siamo oppressi dall'idea del bisogno che avete per vostra salute di respirare un'altra volta l'aria di Val d'Arno. Iddio ci conceda di mandare ad effetto ciò che desideriamo così ardentemente.</p>
            <p>Da molto tempo a questa parte avrete avuto l'<title>Antologia</title> di Novembre-Dicembre, numeri 107-108, e la vostra buona sorella ve ne avrà fatta la lettura. Cosa avete voi detto dell'articolo sottoscritto un <hi rend="italic">Italiano</hi>? figuratevi che Giordani e Montani non ne voglion sentir parlare. Ora sono in gran ritardo pel fascicolo di Gennaio; ho indugiato per potervi inserire una lunga analisi della nuova tragedia del Niccolini, il <hi rend="italic">Giovanni da Procida</hi>: non potrò pubblicarlo prima dell'entrante settimana. Questa tragedia ha fatto furore, e sette volte è stata recitata, e sempre religiosamente ascoltata e strepitosamente applaudita; mentre in altri teatri si recitavano le altre tragedie del medesimo autore.</p>
            <p>Vi sarà, vi è in fatto molto da dire sull'intreccio del <hi rend="italic">Procida</hi>; ma tante e tante ne sono le bellezze poetiche, e così tragiche alcune delle situazioni, e tutt'insieme questa <hi rend="italic">composizione drammatica</hi> desta tanto stupore e maraviglia, che conviene stare con ragione al giudizio inappellabile del pubblico, il quale, in Firenze soprattutto, non s'inganna mai al teatro. Cosa vi dirò poi dei sentimenti eminentemente italiani che hanno destato al sommo grado l'entusiasmo del pubblico? Subito che sarà stampata questa tragedia, ve ne manderò una copia.</p>
            <p>Avrò presto da Parigi la traduzione francese del <title>Niebuhr</title>. Il Capei scrive l'articolo sull'originale tedesco, e sulla traduzione inglese. Ora che abbiamo vari nuovi giornali italiani che assumono l'impegno di riprodurre buoni articoli scritti nei giornali d'oltremonte, toccherà all'<title>Antologia</title> di farvi sempre più raccolta di cose italiane, o applicate ai bisogni dell'Italia.</p>
            <p>Mio caro Leopardi, vi abbraccio tenerissimamente. Sono per la vita vostro affezionatissimo amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.F.Stella (1830)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO FORTUNATO STELLA - MILANO.</hi>
               </salute>
               <dateline>Recanati 17 Febbraio 1830.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico mio carissimo. Quanta consolazione mi ha recata il suo foglio dei 30 Gennaio dopo un silenzio sì lungo! Ma certo bisogna aversi una estrema cura in quest'orrido inverno. Lo stato infelice della mia testa non mi permette nè di scrivere, nè di dettare, se non con grandissima fatica: però sarò breve.</p>
            <p>Spero che la sua anzi nostra Marietta (colla quale mi congratulo cordialmente) non mi farà il torto nè di passare per Recanati senza sceglierlo per luogo di fermata, nè di cercare qui altro alloggio che la casa del suo buon amico; il quale con sommo piacere farà pur la conoscenza del novello sposo.</p>
            <p>Dell'<title>Epitteto</title> (e così dei discorsi morali d'Isocrate) ripeto ch'Ella dee disporre a pieno suo piacimento. Quei manoscritti sono suoi e non miei. Non amerei che fossero pubblicati nella raccolta progettata in Venezia, dove necessariamente andrebbero perduti in una quantità di altre traduzioni, molte delle quali naturalmente pessime: ma questo ancora è in sua facoltà. Solamente desidererei: 1°, s'ella si risolvesse di pubblicarli in qualunque modo, esserne informato e potere avere qualche parte nella correzione delle prove; 2°, ch'Ella provvedesse in maniera che quei manoscritti (che sono unici) in nessun caso potessero andare smarriti, come andò quello del Saggio sopra gli errori popolari degli antichi.</p>
            <p>Ella si ricordi dell'amore che mi ha portato, e di quello ch'io porto a Lei, al quale ho tanti e tanti obblighi, che vorrei bene poter saldare con altro che con parole. Saluto caramente la sua degna ed amabilissima famiglia, e mi ripeto con l'anima suo cordialissimo servitore ed amico Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1830)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>[Firenze] 20 Febbraio 1830.</date>
            </opener>
            <p>Cara contessa Paolina. Ella mi fa il più desiderato benefizio che io potessi ricevere, mandandomi nuove e saluti del nostro Giacomino; delle quali son sempre ansioso e raro m'arrischio a chiedere, per timore di essere importuno. Io la ringrazio infinitamente e di questo, e della benevola memoria che serba di me. Io sempre penso a Giacomino; e mi lacera il cuore questo pensiero: e vedendo poi questo sì lungo e crudele inverno, ho temuto che ancora costì sia venuto ad aggravare la tanto debol salute di Giacomino. Anche qui s'è fatto sentire; benchè men reo che altrove, pur molesto: e anche me ha incomodato. Peggio però sono le malinconie; le quali pur bisogna sopportare come irremediabili; poichè qual consolazione si trova in questo mondo, dove i mali son senza numero, e qualche fatuo piacere è solo per gli sciocchi?</p>
            <p>Come sta ella, cara Contessina? come sta Carlino? la prego di volermegli ricordare. La prego di volere spesso parlare di me a Giacomino, del quale tanto spesso parliamo qui, con affezione e malinconia grandissima di quanti l'han conosciuto. Gli dica che io, che mi vanto di averlo meglio d'ogni altro potuto conoscere, l'adoro sempre come una cosa troppo preziosa, e degna di un altro mondo, se pur <hi rend="italic">tra i mondi innumerabili</hi> ce n'è uno buono. Cara Paolina, mi conservi la sua buona grazia, e accetti la mia immutabile e piena amicizia. Suo affezionatissimo servo.</p>
            <p>Giacomino mio. T'abbraccio con tutta l'anima. Oh sii pur certo che tu sei signore di tutto il mio cuore, e sempre sarai.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Vieusseux (1830)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIAMPIETRO VIEUSSEUX - FIRENZE.</hi>
               </salute>
               <dateline>Recanati 3 Marzo 1830.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio Carissimo Vieusseux. Ho le care vostre dei 7 Gennaio e dei 13 Febbraio. Quanto mai siete buono, mio caro Amico! Vi ringrazio mille volte di tanta cordialità, di tanta memoria che avete dell'infelice Leopardi. Ma come non avete voi ricevuta la lettera ch'io vi feci scrivere da Paolina in risposta alla vostra dei 7 Gennaio? - Nell'articolo del Tommaseo sottoscritto <hi rend="italic">Un italiano</hi> trovo il modo di pensare e di scrivere proprio e consueto di quell'autore. - Il vostro fascicolo di novembre e dicembre è pieno pienissimo di cose come tutti gli altri. Vi giuro che quando io penso che un giornale simile, in questo secolo, si fa e si pubblica in Italia, mi par di sognare. Vera e bella e meravigliosa creazione è questa vostra. - Gli articoli di Leoni sono scritti con molto calore di sentimenti e molta chiarezza d'espressione: credo certamente che quel giovane vi riuscirà un buono ed utile collaboratore. - Addio, mio tenero ed inapprezzabile amico. Io non posso nulla, non sono nulla; ma la sterile gratitudine che posso portare e promettere al vostro amore, siate certo che è somma, e che sarà eterna. Vi abbraccio con lagrime. Il vostro Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Vieusseux (1830)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIAMPIETRO VIEUSSEUX - FIRENZE.</hi>
               </salute>
               <dateline>Recanati 21 Marzo 1830.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio carissimo amico. Son risoluto, con quei pochi danari che mi avanzarono quando io potea lavorare, di pormi in viaggio per cercar salute o morire, e a Recanati non ritornare mai più. Non farò distinzion di mestieri; ogni condizione conciliabile colla mia salute mi converrà: non guarderò ad umiliazioni; perchè non si dà umiliazione o avvilimento maggiore di quello ch'io soffro vivendo in questo centro dell'inciviltà e dell'ignoranza europea. Io non ho più che perdere, e ponendo anche a rischio questa mia vita, non rischio che di guadagnare. Ditemi <hi rend="italic">con tutta sincerità</hi> se credete che costì potrei trovar da campare dando lezioni o trattenimenti letterarii <hi rend="italic">in casa</hi>; e se troverei presto; perchè poco tempo mi basteranno i danari per mantenermi del mio. Dico lezioni letterarie di qualunque genere; anche infimo; di lingua, di grammatica, e simili. E vorrei che mi rispondeste subito che potrete, perch'io partirò presto, e secondo la vostra risposta determinerò se debbo voltarmi a Firenze, o cercare altri barlumi di speranza in altri luoghi. Addio, caro e prezioso uomo. Avrete già la mia dei 3. Salutate Giordani, Colletta, Montani, e tutti gli amici. Vi abbraccia e vi bacia teneramente il vostro Leopardi.</p>
            <p>Vi fo questa domanda circa il dar lezioni, perchè comporre, scrivere, leggere, io non posso. Potrei dar lezioni, o sia tenere scuola, facendo leggere ad altri.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Colletta (1830)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO COLLETTA</hi>
               </byline>
               <dateline>Firenze 23 Marzo 1830.</dateline>
            </opener>
            <p>Amico mio. La vostra lettera del 26 Febbraio mi giunse tardi dalla via di Livorno, che io già da due mesi avea lasciato, per fuggire un orribile verno; nella speranza, che tornò vana, di star meglio in Firenze. Ho indugiato qualche giorno a rispondere, perchè Giordani e Vieusseux, motivi al vostro foglio, mi accertavano di avervi scritto; e perchè io sentiva di esser vicina la fine di una faccenda da comunicarvi.</p>
            <p>Ed è finita. Sta poi a Voi, amico mio, venire a viver tra noi, provvedere alla vostra salute, compiacere i vostri amici. Mi diceste una volta che 18 francesconi al mese bastavano al vostro vivere: ebbene 18 francesconi al mese Voi avrete per un anno, a cominciare, se vi piace dal prossimo aprile. Io passerò in vostre mani, con anticipazione da mese a mese, la somma suddetta; ma non avrò altro peso ed uffizio che passarla: nulla uscirà di mia borsa: chi dà non sa a chi dà; e Voi che ricevete, non sapete da quali. Sarà prestito qualora vi piaccia di rendere le ricevute somme; e sarà meno di prestito, se la occasione di restituire mancherà: nessuno saprebbe a chi chiedere; Voi non sapreste a chi rendere. Nessuna legge vi è imposta. Voglia il buon destino d'Italia che Voi, ripigliando salute, possiate scrivere opere degne del vostro ingegno; ma questa mia speranza non è obbligo vostro. Solamente Vi prego di portar con Voi le tante pagine di pensieri scritti, per frugar dentro e vedere se la salute vi bastasse a pubblicar qualcosa, che certamente darebbe, per il merito e il nome, frutto a vivere negli anni avvenire. Ma che che sia del futuro, un anno di aria giovevole, tra cari amici, in stanza grata, sarà per Voi buona villeggiatura, e sospensione a' vostri mali ed alle vostre afflizioni.</p>
            <p>Se per il viaggio volete l'assegnamento di Aprile, potrete trarre cambiale sopra di me, pagabile a vista, di lire fiorentine 120: e se Voi mancate di opportunità, prenderò cura io stesso di far giugnere in vostre mani, o di chi vorrete, la suddetta somma.</p>
            <p>E così, potrei farvi trovar pronta la dozzina, sol che vi piacesse d'incaricarmene: specificando le condizioni del vostro vivere per la casa, per il desinare, ecc. Se stavate contento nella locanda della Fontana, Piazza del Grano, potrei trattare su le istruzioni che vorreste darmi. Ed insomma, caro amico mio, vorrei farvi servizio intero, ed aspetto che Voi me ne diate la facoltà, e me ne diciate i particolari.</p>
            <p>Rispondete subito; venite presto: noi vi aspettiamo a braccia aperte. Non fantasticate su le persone o sui modi; Voi sbagliereste facilmente. Credete, parola per parola, a quanto vi ho scritto. Amate il vostro amico vero.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.P.Vieusseux (1830)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIAN PIETRO VIEUSSEUX</hi>
               </byline>
               <dateline>Firenze 24 Marzo 1830.</dateline>
            </opener>
            <p>Carissimo Leopardi! Quando vi perverrà la presente, avrete già avuta la lettera che vi scrisse ier l'altro l'ottimo Colletta, il contenuto della quale combina così bene con ciò che scrivete a me, che non possiamo più dubitare del vostro prossimo arrivo in Firenze. Ecco almeno quel che mi ha detto il Generale, cui sono andato subito a partecipare l'ultima vostra del 21; essa ci ha tanto più rallegrati, che l'avete tutta scritta di proprio pugno. Venite dunque, mio buon amico, il più presto che potrete: noi vi aspettiamo a braccia aperte. E, se potete, avvisateci dell'epoca della vostra partenza, e del giorno dell'arrivo a Firenze. Siamo nella stagione delle gite fuor di città, e non vorrei non trovarmici quando arrivate. Addio, vi abbraccio di tutto cuore, ed alla gentilissima signora Paolina vi prego far gradire i miei saluti rispettosi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Colletta (1830)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO COLLETTA - FIRENZE.</hi>
               </salute>
               <dateline>Recanati 2 Aprile 1830.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Generale. Nè le condizioni mie sosterrebbero ch'io ricusassi il benefizio, d'onde e come che mi venisse, e voi e gli amici vostri sapete beneficare in tal forma, che ogni più schivo consentirebbe di ricever benefizio da' vostri pari. Accetto pertanto quello che mi offerite, e l'accetto così confidentemente, che non potendo (come sapete) scrivere, e poco potendo dettare, differisco il ringraziarvi a quando lo potrò fare a viva voce, che sarà presto, perch'io partirò fra pochi giorni. Per ora vi dirò solo che la vostra lettera, dopo sedici mesi di notte orribile, dopo un vivere dal quale Iddio scampi i miei maggiori nemici, è stata a me come un raggio di luce, più benedetto che non è il primo barlume del crepuscolo nelle regioni polari.</p>
            <p>Io abitai costì tre mesi in via del Fosso (che è confusa per lo più con via Fiesolana), al numero 401, primo piano, con certe signore Busdraghi, buone persone e discrete. Se avrete tanta bontà di mandare a queste a chiedere se hanno camera <hi rend="italic">per me</hi> che sia disoccupata, e in caso che l'abbiano, farmene avere avviso a <hi rend="italic">Bologna</hi>, mi farete cosa carissima ed utile, perch'io andrò diritto a smontare a quell'alloggio. In caso che non l'abbiano, basterebbe, senz'altro scrivere, che vi compiaceste di fare avvisare quelli della Fontana che vedano di tenermi libera la camera che io abitava.</p>
            <p>Addio, mio caro Generale. Non vi chiedo nè della salute vostra nè della Storia, perchè spero di parlarvene presto, e ne parleremo assai. Il vostro Leopardi.</p>
            <p>Se mi scrivete a Bologna, piacciavi di scrivere posta ferma, altrimenti volterebbero la lettera a Recanati.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di V.Gioberti (1830)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI VINCENZO GIOBERTI</hi>
               </byline>
               <dateline>Torino 2 Aprile 1830.</dateline>
            </opener>
            <p>Gentilissimo Amico. Non posso io esprimervi, nè voi forse potete formarvi un concetto della inquietudine che provo nel mancare da tanto tempo delle vostre nuove. Ella è sì viva, che per acquetarla in qualche modo io vi scrivo a costo di parere indiscreto, dopo che la gentilissima vostra sorella mi significò essere voi in tale stato di salute, che non potreste senza grave incomodo nè scrivere, nè dettare. E lo fo protestandovi, che non vi voglio dar briga nè dell'uno, nè dell'altro, se continuate nel medesimo essere; chè pur troppo non ho fondamento di sperare il contrario dopo il terribile inverno, che abbiamo passato, durissimo alle persone di complessione robusta, non che a quelle di cagionevole e delicata, come la vostra. Io l'ho provato per esperienza propria, avendone passata una buona parte nel letto, costrettovi ora da scesa di testa, ora da una tosse arrabbiata, che minacciò di togliere a' miei polmoni quel poco di forza ch'era loro rimaso; e le sarebbe riuscito, se coi salassi non l'avessi cacciata. Sarò adunque pienamente soddisfatto, qualora non potendo scrivere voi medesimo, mi diate per mano d'altri un qualche ragguaglio di voi; e mi contenterò, che questo sia brevissimo, purchè preciso. Che se in ciò vi paio ancora troppo ardito, compatitemi, se non ho nè cuore, nè voglia di emendarmi. Imperocchè sarebbe d'uopo non aver conosciuto l'ingegno vostro, nè praticata alla dimestica la singolare bontà del vostro animo per non ammirarvi, e amarvi, o essere in questo così rimesso, che la condizione di salute in cui vi trovate non riesca amarissima, e la incertezza de' suoi successi non sia tanto più molesta di una certezza poco lieta, quanto nell'accrescimento dei mali, e dei dispiaceri che si temono, l'immaginativa è più potente della realtà. Mi confido che mi conosciate a segno di non poter credere che queste mie parole siano frasi vuote di senso, tolte da quel vocabolario corrente, che non esprime pure una idea, e che io non posso usare, perchè mi è ignoto.</p>
            <p>Questa medesima sincerità, che io considero come uno stretto dovere, e come tale mi sono sempre studiato di professare, massimamente cogli amici, come voi siete, e cogli animi generosi, com'è il vostro; mi obbliga a dirvi, che ho mutate alcune di quelle opinioni, che prima teneva, e a dichiararvi questo mio cangiamento. Questo è pure di tal natura, che, oltre alla ragione della schiettezza, m'impone di per sè stesso il debito di palesarvelo. Ho scoperto, mio Leopardi, che io era in un grave errore, intorno alla religione. Mi ricordo di avervi significato assai chiaro il mio sentimento su questo punto, quando ebbi la buona fortuna di conoscervi, di trattare con voi alla libera, e godere la vostra conversazione.</p>
            <p>Io professava allora un puro teismo, e su di questo in tanto differiva dalle vostre opinioni filosofiche, in quanto voi tenevate che ogni concetto della mente umana nasca dalla sensazione, e si contenga in essa, e io credeva che vi sieno alcuni concetti primitivi, naturali, universali, che non si possono dedurre dalla sensazione, e ridurre agli elementi di essa. La discrepanza delle nostre opinioni in ontologia, procedeva in origine, se mal non m'appongo, dal nostro disparere intorno alla quistione psicologica della generazione, e della natura delle idee. Ora avendo rinnovata, e con più accuratezza, questa ricerca, durante il ritiro sforzato, a cui la mia salute mi costrinse nel passato inverno ottenni lo stesso risultato di prima, ma con una chiarezza, e una certezza, che mi giunse del tutto nuova. Da questa conclusione per un processo d'idee, che lungo sarebbe a dichiararvi, io fui condotto ad esaminare di nuovo un'altra questione non meno rilevante, la quale per una parte s'attiene molto a quella prima, e per l'altra n'è al tutto diversa; cioè la verità del Cristianesimo (e quindi del Cattolicismo, che è la sola forma invariabile di quello) come sistema dottrinale, e come fatto storico. Questo esame da me instituito con perfetta imparzialità, e con tutta la diligenza e attenzione di cui era capace (parendomi che nessuna altra investigazione fosse di tanto rilievo), mi fece scoprire degli aspetti, e delle attinenze del tutto nuove in quegli oggetti medesimi ch'erano stati con meno di studio disaminati da me altre volte, e mi aveano guidato a conclusioni contrarie. Eccovi gli ultimi risultati delle mie ricerche, che non posso se non accennarvi a modo di proposizioni nel breve spazio di una lettera, e che forse per debolezza di corpo e d'ingegno mal saprei spiegarvi distesamente. 1° La mente dell'uomo ha il concetto di un ordine sovrannaturale, cioè totalmente distinto da quello di natura; possibile, nel sistema del puro naturalismo; probabile, in quello del teismo. 2° Se l'ordine sovrannaturale esiste, non si può conoscere, e determinare con induzioni, o analogie, o argomentazioni dedotte dall'ordine della natura, poichè se non si diversifica da questo, non è più soprannaturale. 3° La sola via possibile di conoscere il soprannaturale è dunque la Rivelazione. 4° La ragione non può definire, presupposta l'esistenza dell'ordine soprannaturale, che Iddio sia obbligato a manifestarcelo per una rivelazione immediata, interna, e individuale, giacchè la soluzione di questo quesito dipende dalla natura stessa del soprannaturale, di cui la ragione non è giudice competente. 5° Se adunque esiste una Rivelazione esterna, e ben fondata del soprannaturale, si dee questo ammettere, ancorchè manchi di manifestazione interiore. 6° Questa Rivelazione esiste, ed è il Cristianesimo. 7° La verità del Cristianesimo, cioè della Rivelazione esteriore del sovrannaturale non si può provare coll'intrinseca natura di esso, poichè questa è superiore alla natura e alla mente umana, non essendo altro che il sovrannaturale medesimo che ci è dalla Rivelazione manifestato. 8° Rimane adunque che la verità del Cristianesimo si dimostri con prove estrinseche, le quali si possono ridurre a un punto generale, che è lo stabilimento di esso Cristianesimo nel mondo. 9° Questo stabilimento è un fatto storico, la cui esistenza non si può spiegare colle leggi naturali; rimane adunque che sia sovrannaturale, cioè una Rivelazione divina. 10° Tutte le ipotesi immaginabili per esplicare naturalmente lo stabilimento del Cristianesimo si oppongono o alle leggi della critica, o a quelle della natura umana. - Eccovi, signor conte, la serie delle conchiusioni principali, a cui addivenni nel mio esame della religione, esposte colla fretta di chi non può scrivere a dilungo, e colla imperizia di chi è del tutto novizio nella difficile arte dello scrivere. Ora sono entrato in un'altra disamina, cioè nel ricercare le attinenze della dottrina cristiana coi principii della ragione. E laddove io impresi questo riscontro coll'animo di uno scettico, sono riuscito a questo, che nei punti esaminati o la ragione s'accorda coi dettati della rivelazione, o tace intorno ad essi, vale a dire si giudica da sè stessa inetta a farne giudizio; e ciò massimamente intorno a quelle verità di cognizione oscura, e inadequata, che si chiamano misteri. Ho trovato, che le obbiezioni più forti che si fanno contro ai misteri, o presuppongono in essi ciò che non v'è, o muovono da principii gratuiti, oscuri, incerti, e perciò non razionali. Se avessi d'ingegno, e mi rimanesse di vita tanto da potere scrivere, vorrei esporre queste mie idee in qualche operetta, che sottoporrei al vostro giudizio. Ma sempre più m'avveggo con più certezza, che l'attitudine al comporre mi manca, e che la vita non può tardare a mancarmi. Questo però ho ricavato di utile da questi studj, che il mutamento d'idee in me operato, e l'adesione intima, schietta, profonda alla Religione cattolica, che ne è stata la conseguenza, ha partorito in me una dolce, e inusitata quiete, e consolazione, la quale è per me un nuovo argomento della verità e divinità di quella. I fastidi, le amaritudini, i terrori, la malinconia, che altre volte mi tormentavano, e di cui parmi avervi fatto parola, sono svaniti, e hanno fatto luogo a una tranquillità d'animo, che da molti anni più non avea gustata. Il mio intelletto gode anch'esso riposo, e trova nella fede la soluzione di una infinità di dubbi, che prima lo angustiavano, e il possedimento di quella verità per cui è creato. Le stesse oscurità venerabili delle dottrine religiose mi riescono care, in quanto che mi danno occasione di esercitare un ossequio, e di concepire un desiderio, che ha pure la sua gioia. I mali poi che soffro, e la morte che mi è vicina già non mi spaventano, da che ho preso a considerarli come una espiazione, un sacrificio, una preparazione di una vita migliore. Quanto volentieri, o mio caro Leopardi, continuerei questi discorsi! E quanto più volentieri e di queste cose, e della filosofia che sempre amo, ragionerei a bocca con voi! ma l'uno il tempo, e l'altro le circostanze mi divietano. Frattanto non voglio più infastidirvi; e forse v'ho già infastidito di soverchio. Vi rinnovo la preghiera di farmi sapere in qualche modo delle vostre nuove: fatelo, se m'avete caro. Non sono entrato in questo foglio a consolarvi ne' duri mali che soffrite, poichè la grandezza del vostro animo non abbisogna di conforti umani. Bensì pregherò continuamente Iddio, che vi consoli; Egli, le cui consolazioni sono sole efficaci e ineffabili. Addio, mio caro Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Colletta (1830)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO COLLETTA</hi>
               </byline>
               <dateline>Firenze 8 Aprile 1830.</dateline>
            </opener>
            <p>Amico mio. Entrò in casa Busdraghi, quando Voi usciste, un certo curiale, che vi sta immobile ed eterno come la giurisprudenza romana. Quelle Signore sono dolentissime di non poterlo cacciare, nè di avere altra stanza per Voi, del quale serbano memoria cara e rispettabile. Farò prevenire il locandiere della Fontana, ma senza fissazione di giorno (purchè Voi stesso non mel diciate) per non pagare, come usano in locanda, camera vota ma prefissa. In somma voi andrete a smontare alla Fontana: e sia presto, però che l'aspettarvi ci dà impazienza. Tutto il resto a voce. Ora vi abbraccio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Tommasini (1830)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIETTA TOMMASINI - PARMA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Recanati 28 Aprile 1830.</dateline>
            </opener>
            <p>Mia cara Antonietta. Io parto domani per Firenze. Passerò per Bologna, dove mi fermerò due o tre giorni, all'albergo della Pace. Quanto goderei di rivedervi! Ma la scarsità de' miei mezzi non comporterà ch'io faccia quella piccola diversione a Parma. Se la salute consentisse a voi di fare una trottata a Bologna, coll'Adelaide <hi rend="italic">almeno</hi>, Dio sa quanto ne sarei consolato. Non soggiungo altro sapete perchè sono così laconico. Salutate, abbracciate tutti. Paolina, che ha ricevuta la cara vostra dei 23 di Marzo, ve ne ringrazia e vi riverisce. Addio, addio di tutto cuore. Il vostro Leopardi.</p>
            <p>P.S. Sarò, credo, a Bologna la sera dei 3 di Maggio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1830)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 4 Maggio 1830.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Papà. Arrivai qua ieri, ma non a tempo per iscrivere. Sto bene, e il viaggio (fuorchè agli occhi e alla testa) mi giova tanto, che mi pare il mio stato naturale. Il povero Schiavone mi ha servito benissimo: è un bonissimo uomo, da farne tutto quel che si vuole. Saluto, abbraccio tutti. Quante infinite cose mi convien tacere per questa mia impossibilità di scriverle.</p>
            <p>P.S. Non so ancora quando partirò da Bologna. Ella diriga pur qua per ora. Angelina riverisce tanto tutti. Ho la cara sua dei 30. Quanto al Gamba, vedrò di qualche altro mezzo, perchè Schiavone, non avendo le carte in regola, dovette lasciarmi a Faenza.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1830)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Bologna 8 Maggio 1830.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Papà. Piacendo a Dio, partirò domani per Firenze. Non sono stato dal Cardinale, parte per pigrizia, parte perchè sono stato occupato. Desidero con impazienza le nuove loro, e quelle del Zio Carlo. Qui ed altrove mi è stato parlato con lode del suo <hi rend="italic">Fra Giovanni</hi> e dimandato se continuerebbe. Io non ho mai tradito il segreto. Il suo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1830)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 12 Maggio 1830.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Papà. Sono arrivato qua ier l'altro senza disgrazia, dopo aver passato la <hi rend="italic">tourmente</hi> sugli Appennini. Mi trovo affollato di visite, e tutti mi fanno complimenti sulla mia buona ciera. Aspetto ansiosamente le loro nuove con dettaglio. Il suo Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Brighenti (1830)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO BRIGHENTI</hi>
               </byline>
               <dateline>Bologna 14 Maggio 1830.</dateline>
            </opener>
            <p>Carissimo e amatissimo Amico. Questa mattina ho avuto l'acclusa per voi dalla posta. Subito ve la spedisco.</p>
            <p>Il sig. Moratti vi fa col mio mezzo sapere che scriviate pure a casa vostra che i denari che voi sapete siano consegnati a quel tale sig. Grondoni, e che a questo sia dato incarico d'inviarli alla direzione del <hi rend="italic">Signor Brighenti Impiegato nella distribuzione delle lettere di Bologna</hi>; e allora il Sig. Moratti li spedirà a voi senza spesa in Firenze.</p>
            <p>Spero che avrete fatto buon viaggio, e vi prego anche a nome della famiglia, che vi riverisce, a volercelo far sapere, se non altro col mezzo di Giordani, quando ha occasione di scrivermi.</p>
            <p>In quel giorno che foste a salutarci, io ebbi tal continuo di importuni che non potei correre a darvi un abbraccio; ma fui bensì alla locanda alle quattro antimeridiane: ora di mia e vostra partenza, e mi attaccai di peso al campanello della porta, ma niuno venne ad aprirmi. Compisco al mio dovere con voi mediante questa lettera, la quale ben vorrei che vi sapesse dire quanto mai vi amo e vi venero. Salutatemi tanto Giordani, da parte anche delle mie donne. Marianna è stata or ora ricercata anche per Fermo, ma la scrittura non era compatibile con quella di Siena. Restiamo sempre che ci vedremo costì in sugli ultimi di Giugno; e vi supplico a volere impegnare i vostri amici a procurarci buone lettere commendatizie.</p>
            <p>Addio, caro Giacomo. Addio. Il tuo fido amico e ammiratore vero.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di V.Pandolfini (1830)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI VINCENZO PANDOLFINI</hi>
               </byline>
               <dateline>Pisa 17 Maggio 1830.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore. Ho l'onore di prevenirla che contemporaneamente alla solenne Collazione dei Premj, che si farà dalla Accademia delle Belle Arti nella circostanza della generale Illuminazione di questa città in onore del glorioso nostro Protettore S. Ranieri, avrà luogo nella Sala del Palazzo Pubblico alle ore 10 e 1/2 antimeridiane del dì 18 del prossimo Giugno un'adunanza arcadica della Colonia Alfea, a cui Ella sì meritamente appartiene.</p>
            <p>Io la invito pertanto ad abbellirla con qualche sua produzione. La scelta degli argomenti, da trattarsi unicamente in versi, è libera; per quanto possano essere più graditi quelli che in qualche modo si riferiscano a soggetti patrj o alle Belle Arti in generale.</p>
            <p>Piacendole di aderire a questo invito, si compiacerà inviarmi precedentemente copia del suo componimento, onde possa esser sottoposto all'esame dei due nostri Censori, a forma delle arcadiche costituzioni.</p>
            <p>Sono con perfetta stima di V.S. Ill.ma Dev.mo Obb.mo Servitore.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Paolina L. (1830)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PAOLINA LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 18 Maggio 1830.</dateline>
            </opener>
            <p>Cara Pilla. Il ritratto è bruttissimo: nondimeno fatelo girare costì, acciocchè i Recanatesi vedano cogli occhi del corpo (che sono i soli che hanno) che il <hi rend="italic">gobbo de Leopardi</hi> è contato per qualche cosa nel mondo, dove Recanati non è conosciuto pur di nome. L'accluso vi potrà servire per la ricupera del pacco, avendo occasioni per Ancona. La Tommasini non ha ricevuto ancora la mia lettera, dopo tante cure usate pel recapito. Pochi mesi fa, corse voce in Italia che io fossi morto, e questa nuova destò qui un dolore tanto generale, tanto sincero, che tutti me ne parlano ancora con tenerezza e mi dipingono quei giorni come pieni d'agitazione e di lutto. Giudicate quanto io debba apprezzare l'amicizia di tali persone. Io sto della testa al solito affatto, del resto benino. Saluti già s'intendono, anche a D. Vincenzo. Scriverò presto a Mamma. Dì a Carlo che mi scriva.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Tommasini (1830)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIETTA TOMMASINI</hi>
               </byline>
               <dateline>Parma a dì 26 Maggio 1830.</dateline>
            </opener>
            <p>Caro Leopardi. Nell'ultima mia, scritta a Giordani, io cercava notizia di vostra salute, e del vostro arrivo a Firenze; ed in questo mezzo recato mi venne il prezioso vostro foglio, ove mi facevate invito di venire a Bologna: ma la molta consolazione di rivedere i vostri caratteri da me tanto desiderati, per esserne priva da lungo tempo, fece sì che nel primo momento non sentissi il molto danno che m'era venuto per essermi stato ritardato il vostro foglio. Ora però non è così, pensando ch'io poteva passare alcuni giorni in Bologna con uno de' più cari amici miei, e che questa consolazione mi venne tolta non so da quale destino.</p>
            <p>Dico adunque che provo nell'animo assai dispiacere, e che non è per diminuire che allor quando mi sarà concesso di rivedervi. Voi mi dite che non siete venuto a Parma per mancanza di mezzi? Mio Dio! non avete in noi i più sinceri amici i quali vivono nel desiderio di potervi essere utili in ogni occorrenza? Ma purtroppo mai non ci avete secondati col venire ad abitare a Parma alcun tempo con noi. Se le cose qui dette le tenete per vere, venite a godere della nostra campagna dove nelle vacanze conto di recarmi con mio marito, e coi cari miei figli. Giordani mi scrive che la vostra salute è discreta, ma che non potete applicare allo scrivere: tale notizia, come potete immaginarvi, mi tiene afflittissima, sì perchè non ispero di vedere tra breve i vostri caratteri, e sì perchè so quanto soffrirete non potendovi occupare nei vostri studii.</p>
            <p>Mio ottimo amico, non mi lasciate senza vostre nuove, pregate qualche persona che mi dia notizia della vostra salute, la quale tengo cara come la mia.</p>
            <p>Vedendo Giordani, dite che lo ringrazio dell'amichevole lettera che mi ha scritto, e che ho eseguito le commissioni sue. Non iscrivo direttamente a lui per non obbligarlo a rispondermi: ma per mezzo vostro dico a lui mille cose affettuose.</p>
            <p>Addio, addio, mio vero e caro amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Maestri (1830)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ADELAIDE MAESTRI</hi>
               </byline>
               <date>[Parma 26 Maggio 1830].</date>
            </opener>
            <p>Mio caro Leopardi. Questa è la terza lettera che vi scrivo dacchè ebbi ricevuta in Bologna la cara ultima vostra. Più volte ho temuto che la cagione del vostro silenzio non fosse la mala salute, ma ora purtroppo ne ho avuta certezza: chè la cara mamma, per non darmi pena, m'aveva finquì taciuto il cattivo stato vostro. Quanta pena ho sofferto! ma credo inutile il parlarvene. Voglia Dio che almeno le prime righe che potremo avere da voi siano consolanti. Il desiderio di rivedervi è, come potete immaginare, grandissimo in tutti noi. Ma ci poteva essere maggiormente contraria la fortuna? arrivare alla mamma la lettera che le scriveste da Recanati così tardi? e contemporaneamente a quella di Giordani nella quale ci avvertiva che eravate a Firenze? Vi assicuro che non posso ancor darmi pace pensando che dal solo caso ci è stata tolta la consolazione di rivedervi, e d'avervi qui, giacchè noi, venendo a Bologna, non vi avremmo certamente lasciato proseguire il viaggio. Ma perchè mai non vi siete determinato di venire a Parma fra amici che vi amano tanto e che da tanto tempo vi desiderano, piuttosto che d'andare a Firenze e fare un viaggio tanto più incomodo? a dir vero, quanto più ci penso, tanto più mi pare d'avere tutta la ragione d'essere in collera con voi. Ora, quando potremo mai rivedervi? A proposito del progetto dell'anno scorso, Ferdinando avrebbe a dirvi alcune cose, ma prima ama sapere come si trova al presente la salute vostra, la quale ardentemente desideriamo migliorata. La nostra al presente è sufficiente. Ferdinando vi saluta affettuosamente, e Clelietta ed Emilietto affettuosamente vi baciano.</p>
            <p>Addio Addio di tutto cuore. Salutate caramente Giordani anche per conto mio. Credo ch'egli abbia in animo di venire a Parma fra non molto. Se potete, venite in compagnia sua. Noi ve lo raccomandiamo con tutto l'animo. Dateci presto vostre nuove. Credete che io le desidero quanto non può dirsi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di T.Carniani-Malvezzi (1830)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI TERESA CARNIANI-MALVEZZI</hi>
               </byline>
               <dateline>Bologna 26 Maggio 1830.</dateline>
            </opener>
            <p>Veneratissimo Sig. Conte. Iersera mio Marito seppe dal M.se Zappi che ella era stato alcuni giorni in Bologna, ed era già partito per Firenze. E come, Sig. Conte, ha Ella potuto essere in Bologna e non farci pur degni di una sola sua visita? Vorrei aver modi sufficienti ad esprimerle il dolore che ne ha messo nell'animo questo vederne così posti in tanta dimenticanza dalla gentile persona sua. Ma se altro non posso, non mi terrò almeno dal dirle che qualunque esser possa la mente sua verso della famiglia nostra, noi non cesseremo giammai di onorare, se non altro nel segreto del nostro cuore, l'altissimo suo merito, pregandole dalla fortuna ogni bel contento, qual si deve a persona, che è sublimissimo decoro all'Italia ed alle lettere.</p>
            <p>Tra tanto me le confermo ora e in perpetuo Umiliss. Devotis. Serva.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad Adelaide L. (1830)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ADELAIDE LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>[Firenze] 28 Maggio [1830].</date>
            </opener>
            <p>Cara Mamma. Sono stato ammalato del reuma che ho portato meco, nè più nè meno di quel ch'io fossi costì in quei brutti assalti ch'io ne pativa. Ora sto meglio, e ieri fui a pranzo in villa dal Ministro Corsini, che manda ogni giorno a informarsi della mia salute.</p>
            <p>Ricevo la cara loro dei 18. Godo assaissimo che le febrette del Papà siano cessate. Volesse Iddio che i miei mali fossero di sola fantasia perchè la mia ciera è buona. Pare impossibile che si accusi d'immaginaria una così terribile incapacità d'ogni minima applicazione d'occhi e di mente, una così completa infelicità di vita, come la mia. Spero che la morte, che sempre invoco fra gli altri infiniti beni che ne aspetto, mi farà ancor questo, di convincer gli altri della verità delle mie pene. Mi raccomandi alla Madonna, e le bacio la mano con tutta l'anima.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di L.Parra (1830)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI LAURA PARRA</hi>
               </byline>
               <date>[Firenze] Giovedì [primi di Giugno 1830].</date>
            </opener>
            <p>Carissimo Signor Conte. Difficilmente potrei esprimerle tutto il piacere ch'io provo nel sentire da una lettera che ricevo nel momento da Rosini, ch'ella è in Firenze e che siamo vicini di casa: se queste circostanze possono procurarmi il favore di qualche sua visita, saprò apprezzare questa mia fortuna, poi che sono come sempre, piena di stima considerazione e amicizia, la Sua aff.ma L. Parra.</p>
            <p>Piazza S. Maria Novella N. 4248.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Tommasini (1830)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIETTA TOMMASINI</hi>
               </byline>
               <dateline>Parma a dì 4 Giugno 1830.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Leopardi. Il giovane greco, Sig. Paico, discepolo di mio marito, ed alcuni suoi compagni, recandosi a Firenze desiderano di conoscervi, siccome bramano di conoscere gli uomini più distinti della nostra Italia. Se la vostra salute ve lo consente, vi prego di riceverli colla vostra naturale affabilità. Mi è anche caro che i suddetti signori possano visitarvi, perchè avrò da essi notizia della vostra salute che mi sta sommamente all'animo. Desidero che il soggiorno di Firenze vi ristabilisca in forze bastanti per intraprendere il viaggio di Parma, come tante volte ve ne ho pregato. Spero nel caso che renderete pago il desiderio mio, e quello di mio marito.</p>
            <p>Conservatemi la vostra carissima amicizia e credetemi sempre vostra affezionatissima amica.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Pierfrancesco L. (1830)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIERFRANCESCO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 8 Giugno 1830.</dateline>
            </opener>
            <p>Sto sempre col mio gran raffreddore di testa e di petto eccessivamente incomodo, ma di niuna conseguenza, e il medico ride ancora della mia opinione che questo malanno mi divenga cronico e perpetuo, come l'altre mie beatitudini. Domani lascio la locanda, e vo a dozzina coll'E.R. dell'<title>Antologia</title> (Emmanuele Repetti). Addio addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di C.Pepoli (1830)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO PEPOLI</hi>
               </byline>
               <dateline>Bologna 12 Giugno 1830.</dateline>
            </opener>
            <p>C. a. Tu nel partire da Bologna mi dicesti bramare che a quando a quando ti scrivessi. Io fino ad ora non mi sono giovato di questa brama (o forse meglio licenza) per iscriverti. Ma finalmente eccomi a te che vengo in forma di letterina a chiedere il come stai, il che fai etc. etc. Frattanto ti so dire che se mai ti prendesse briga di sapere quel ch'io mi fo, non so risponderti altra cosa se non se "Che mangio, bevo, dormo e vesto panni". Le quali cose per altro (sia lode al vero) hanno bisogno di noterelle, poichè se parlo del mangiare, tu hai da sapere ch'io mangio con sobrietà eremitica <hi rend="italic">molte erbuccie con molte tagliatelle</hi>. Se parlo del bere, m'intendo dirti che fo di quelle certe bevute d'acqua sì grandi da disgradarsene li cammelli privilegiati da natura di quel certo otre ove tengono la provigione dell'acqua pel tempo in cui vanno passeggiando il deserto ove non sono cisterne, e dove non entrò per anche la moda facile dei <hi rend="italic">pozzi artesiani</hi>. Finalmente quando ti parlai del dormire e vestir panni, ciò devesi intendere sempre nel modo in cui mi si dà licenza dal caldo, dalle pulci, dalle mosche (colle quali si è disonestamente divertiti in questa benedetta stagione); e dico, da vero finalmente, "<hi rend="italic">vestir panni</hi>" como e in quella meschina guisa che mi consente la <hi rend="italic">Classica</hi> Tariffa doganale poco fa pubblicata, la quale fa piangere molti in forma <hi rend="italic">romantica</hi>. Eccoti dunque detta per minuto la mia <hi rend="italic">esistenza</hi> che altri dirà <title>Vita</title>. Forse vorresti ch'io ti empissi l'anima delle notizie della vita altrui? Come sei goloso! E poi come avrei a contentarti, se io sono tanto <hi rend="italic">occupato</hi>, come ti dissi, della <hi rend="italic">vita mia</hi>? dimmi di te, ed allora capirò che vivo, poichè la tua amicizia mi conforta veramente, e mi è cara, e mi dona molta soavità, e (lasciami <hi rend="italic">onestamente dire</hi>) molta vita.</p>
            <p>Saluta Valeriani, ed amami siccome ti amo. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1830)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>[Firenze] 18 Giugno [1830].</date>
            </opener>
            <p>Mio caro Papà. Sto meglio, ma meglio molto, del raffreddore. I miei nuovi padroni di casa sono cordialissimi e premurosi, il quartiere assai bello, ma sbattuto dal vento, mio capitale nemico; il letto incomodo; la cucina poco buona; sette ragazzi sempre in moto; campane sul capo; la servitù, buonissima gente, ma tardissima e poco atta: ci sto poco volentieri e cerco di cambiare. Saluti infiniti a tutti di casa, e agli Antici. Mi benedica e mi ami. Il suo Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Tommasini (1830)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIETTA TOMMASINI - PARMA.</hi>
               </salute>
               <date>[Firenze] 19 Giugno [1830].</date>
            </opener>
            <p>Mia cara Antonietta, mia cara Adelaide. Della mia salute eccovi brevemente. Tutti i miei organi, dicono i medici, son sani; ma <hi rend="italic">nessuno</hi> può essere adoperato senza gran pena, a causa di una estrema, inaudita <hi rend="italic">sensibilità</hi>, che da tre anni ostinatissimamente cresce <hi rend="italic">ogni giorno</hi>: quasi ogni azione, e quasi ogni sensazione mi dà dolore. Godo assaissimo che la salute vostra sia tollerabile. Son venuto qua (dove ho pur quantità di amici) per ragioni che sarebbe lungo a dire: starò finchè dureranno i miei pochi danari; poi l'orrenda notte di Recanati mi aspetta. Non posso più scrivere. Vi saluto tenerissimamente tutti.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di L.Parra (1830)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI LAURA PARRA</hi>
               </byline>
               <date>[Firenze] Sabato [poco prima del 28 Giugno 1830].</date>
            </opener>
            <p>Mi tengo per sfortunata. Sempre ostacoli quando si tratta di avere una vostra visita! Non potei condurvi il mio amico Psalidi perchè mi ammalai il giorno stesso che fui da voi e sono stata in letto dieci giorni. Psalidi anderà da voi quanto prima. Io sto al n.° 4255 al terzo uscio sulla Piazza venendo dalla via del Sole. Fatemi sapere come state e credetemi come sempre la vostra aff.ma Amica.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Paolina L. (1830)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PAOLINA LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 28 Giugno 1830.</dateline>
            </opener>
            <p>Cara Pilla. Son guarito, grazie a Dio, del raffreddore, e di nuovo sto benino assai; sempre in giro a restituir visite. Nuove conoscenze, nuove amicizie: amicizia intima con Frullani, direttore generale de' Catasti. Qui ho riveduto mad. Laura Parra, che starà ancora del tempo. Abito vicinissimo al general Colletta, e quasi ogni giorno o egli è da me o io da lui. La sera son fuori, ma in conversazione poco, perchè alle undici per lo più ceno. Eccovi le mie nuove. Addio addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Barbèri (1830)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANDREA BARBÈRI</hi>
               </byline>
               <dateline>Roma li 3 Luglio 1830.</dateline>
            </opener>
            <p>Ill.mo Signore. Non dispiacerà certamente che per opera mia siano state trasportate dal Francese nell'Italiano idioma alcune memorie intorno agli ultimi preziosi momenti della vita dell'immortale Pontefice Pio VI. La riunione in Lui di tutte quelle virtù che formano un vero Eroe, lo hanno reso caro e di perpetua ricordanza presso tutte le genti. Verranno pertanto alla luce le succennate memorie in un sol volume in ottavo pel prezzo di baj. quaranta. Le spese di porto saranno a carico delli Signori Associati, se pure non indicheranno altro mezzo particolare onde poterle inviar loro con sicurezza. V.S. Ill.ma, che è giusto estimatore della virtù, non ricuserà, lo spero, di onorare col suo degnissimo nome l'Elenco che ho già numeroso di ragguardevoli Associati a questo volume. Ne attendo dalla sua bontà un riscontro; e con sincera stima passo al vantaggio di rassegnarmi di V.S. Ill.ma dev.mo obb.mo Servo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Poerio (1830)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIUSEPPE POERIO</hi>
               </byline>
               <date>[Firenze] 5 Luglio 1830.</date>
            </opener>
            <p>Carissimo e pregiatissimo Amico. Non avendo avuto la sorte di trovarla in casa mi fo con questa mia a chiederle i suoi comandi per Livorno dove mi porterò domani, e vi rimarrò probabilmente un mese.</p>
            <p>Le rimetto un suo manoscritto per incarico di mio figlio Alessandro. Ed in nome di detto mio figlio le rinnovo l'offerta di voler passare questa entrante stagione in mia casa ove troverà servitù, e commodità di libri, e tranquillità, e solitudine. Ella caro Sig. Conte potrà scegliersi quell'appartamento che più le conviene. Io metto la casa alla sua intera disposizione, e se accetterà l'offerta del figlio farà cosa piacevolissima al padre. Mi conservi la sua benevolenza e mi creda con vera stima ed affetto Suo Ser.re e Amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Maestri (1830)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ADELAIDE MAESTRI</hi>
               </byline>
               <dateline>Parma 7 Luglio 1830.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Leopardi. Grandissima è stata la pena che ho provata trovandomi per tanto tempo priva de' vostri caratteri, e vedendo che non valeva nè lo scrivervi, nè il chiedere replicatamente di voi agli amici; ma più grande ancora si è il rammarico che provo al presente conoscendo dalle poche righe che scrivete alla mamma e quanto sia trista la condizione della salute vostra, e, perdonatemi, quanto poca fiducia abbiate nella nostra amicizia. Oh questo lo sento altamente nell'animo! e come no? se non avete mai voluto, nè volete accettare le amichevoli offerte che tante e tante volte vi abbiamo fatte? se ci rispondete "<hi rend="italic">Resterò qui finchè dureranno i miei pochi danari, poi ritornerò nell'eterna notte di Recanati</hi>"? se avete preferita Firenze a Parma? In cotesta città avete gran copia d'amici, lo so, e dove non ne avrete voi? Ma so ancora che se un solo ne aveste in Firenze che avesse per voi soltanto metà dell'affetto che sento io a riguardo vostro, e che sentono le nostre famiglie, oh l'eterna notte di Recanati non sarebbe così vicina, e non comincerebbe al termine de' vostri danari. Sarebbe una consolazione per tutti noi l'avervi qui, e il potervi essere utili almeno col conforto di una sincera amicizia. Io ve ne prego ancora con tutto l'animo, venite a Parma. Ferdinando vi scriverà anch'esso a questo oggetto, ma temo che le nostre parole siano sparse al vento. Che fate al presente? Se vi dà pena lo scrivere, fate che almeno da altri ci siano continuate le vostre notizie. Voi non potete immaginare quanto siano desiderate da noi. Salutate caramente Giordani per conto nostro. Addio di tutto cuore.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di F.Maestri (1830)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI FERDINANDO MAESTRI</hi>
               </byline>
               <date>[Parma 7 Luglio 1830.]</date>
            </opener>
            <p>Amico dilettissimo! L'inferma salute vostra mi è sempre stata cagione di rammarico: e come potrei non affliggermi per un amico sì buono, per un uomo sì necessario all'onore delle lettere e dell'Italia? Ma ora ne sono più profondamente tristo e addolorato; poichè mi si toglie di ripigliare il trattato co' Magistrati di questa Università intorno alla cattedra di Storia naturale, e di mandare ad effetto i nostri disegni intorno a quella. Ah se la vostra salute migliorasse! se ci desse speranza che voi poteste divenir abile a prendervi qualche fatica! Le cose non sono qui mal disposte: mi pare anzi che non vi sarebbero ostacoli da superare. Quale vantaggio e onore verrebbe a' nostri studi, se potessero annoverarvi fra' suoi luminari! Quale sarebbe la mia consolazione di vedervi tolto per sempre alle tenebre di Recanati; e di avere vicino, qui nella stessa terra, e sotto lo stesso cielo un amico così caro, così adorabile! Ma io non voglio darvi a legger molto e finisco. Solo vi prego a darci vostre notizie. Una riga ci basterà; e spero che una riga potrete pure scriverla. I Tommasini vi salutano caramente, e con essi la mia Clelietta. Vi abbraccio col cuore; e col cuore vi ripeto la preghiera che vi fa l'Adelaide di venire a stare alcun tempo con noi; passato il calor della state. Secondate una volta almeno questo nostro vivissimo, e giustissimo desiderio. E amate l'aff.mo vostro M.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Costa (1830)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PAOLO COSTA</hi>
               </byline>
               <date>[dalla villa presso Bologna, 7 Luglio 1830].</date>
            </opener>
            <p>Sig.e ed Amico preg.mo. Per grazia conceduta dal Papa al Generale Cubieres io sono ritornato negli stati della Chiesa, ma pel decreto pontificio sono obbligato a dimorare nella mia villa; laonde non mi è dato di vedere la persona, della quale ella mi parla, nè di recare conforto al nostro comune amico, nè di mostrare a Lei coll'ubbidire al suo comando la gratitudine che Le professo per la confidenza che ha posta nella mia persona. Conosco l'indole del giovane Napoletano, e mi figuro lo stato doloroso in che egli si trova, e sono dolentissimo di non potergli giovare. Non ardisco di scrivere alla Signora per timore che la mia lettera càpiti in altre mani, e qui non veggo persona degna di essere messa a parte del segreto per eseguire ciò che io non posso. Desidero che mi sia data occasione di servirla in altro, e di darle testimonianza dell'alta stima in che io la tengo, giacchè questa volta la fortuna mi è stata nemica. Faccia col Ranieri le mie scuse, e procuri di confortarlo colle sue eloquenti parole. Mi conservi la sua benevolenza, e faccia di star sano per giovare a queste povere lettere italiane. Le ho scritto ai 7 di Luglio perchè la sua lettera mi giunse in villa soltanto ieri che era il Sabato, cioè il giorno che ella aspettava in Firenze la risposta. Perdoni dunque la colpa, che pure è della mala fortuna. Scrivendo al Giordani me lo riverisca, e qualche volta mi dia notizie della salute di Lei, e de' suoi studi, chè mi farà cosa carissima. Suo dev.o Serv.e ed Amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Vieusseux (1830)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIAMPIETRO VIEUSSEUX - FIRENZE.</hi>
               </salute>
               <dateline>13 Martedì sera [Luglio 1830].</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Vieusseux. Il Sig. Paolo Tognon di Venezia rappresenta una società di negozianti che in quella città hanno aperto un vasto stabilimento litografico, il quale, fra le altre imprese, ha assunto quella di pubblicare le copie di 40 quadri della scuola Veneziana ec. Desidererebbe avere una lettera, non di raccomandazione, ma <hi rend="italic">d'introduzione</hi>, al Marchese Garzoni in Livorno (come ne ha avute per Corsini, Torregiani ec.) per mostrargli l'Album litografico che porta seco. Madama Targioni, alla quale egli è stato raccomandato, mi prega di vedere se voi voleste fargli <hi rend="italic">per</hi> questo effetto <hi rend="italic">due righe</hi>, che dovrebbero contenere la semplice esposizione del fatto. Se potrete soddisfarla, obbligherete molto anche me. In tal caso, avrò assai caro se la vostra lettera mi potrà venir nelle mani domattina, o prima delle 24 perchè Madama Targioni parte posdimani per la campagna. Vi mando un saggio di quella litografia (una delle prime stampe e meno perfette), che vi prego di rimandarmi o colla vostra lettera, o per mezzo del latore della presente, se non credete di poter favorirmi. Il vostro Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Pierfrancesco L. (1830)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIERFRANCESCO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 18 Luglio 1830.</dateline>
            </opener>
            <p>Caro Pietruccio. Vi ringrazio delle nuove datemi nella vostra ultima. Io sto bene, grazie a Dio, e mangio incredibilmente, benchè non faccia moto, neppur di notte, per l'eccessivo caldo. Ho impetrato in dono (ma sarà l'ultimo) il n. 110 dell'Antologia: vi piacerà per la vita di Monti scritta da Giordani, e vi troverete alcuni versi diretti a me: non lo mando ora per risparmiarvi la spesa postale. La mia piccola biblioteca <hi rend="italic">gratuita</hi> è cominciata, ma finora va lentamente: consiste in sette volumi. Dite a Pilla che risponderò, a Dio piacendo, a tutte le sue quistioni. Vale, valete.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di C.Pepoli (1830)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO PEPOLI</hi>
               </byline>
               <dateline>Bologna il 28 Luglio 1830.</dateline>
            </opener>
            <p>Caro Amico. Io sono in gran collera teco e ne ho gran ragione. Si ha in Bologna un Manifesto ove si notano soscrizioni per la stampa di certi <title>Canti</title> di G. Leopardi, ed io lo devo sapere da altri invece di saperlo da te? Che avrò mai fatto per essere sì bruttamente trattato e proprio come se fossi l'ultimo de' tuoi amici? Oh io sono in gran collera teco, nè farò pace se prima non avrò da te quel manifesto, e ciò che più importa le tue nuove. Non credere però ch'io voglia ricevere assolutamente lettere scritte da te; no, mio caro Giacomo. Io starò contento se darai le tue nuove e l'incombenza di scrivermele all'ottimo Sig. Werhulst di Bruxelles, che essendo mio amico amerà voi come ama me, cioè candidamente. Egli è dotto nelle matematiche: egli è ottimo di animo: egli desidera conoscerti ed è degno d'essere conosciuto da te.</p>
            <p>Fate memoria di me quando converserete voi due insieme: ed amate chi vi ama tanto. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Paolina L. (1830)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PAOLINA LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>[Firenze] 31 Luglio [1830].</date>
            </opener>
            <p>Cara Pilla. Manco di lettere da casa. Scrissi l'8 a Babbo, il 18 a Pietruccio. Ho avuto il reuma; ora sto meglio. - Fate girare questi Manifesti a Macerata e per la Marca. Fate che si raccolgano più soscrizioni che si può in una sola copia, per risparmio di posta nel rimandarmele. Mandatene sotto fascia a Cassi due copie. A G. Melchiorri una semplice, e quella in foglio intero, che la porti a Bunsen: e scrivetemi l'indirizzo di Melchiorri, che vorrei sapere. L'editore finora, per consiglio degli amici son io. Ciò, se non forse a Recanati, è bene che si sappia. Ricevo la lettera di Pietruccio dei 25.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.e F. Maestri (1830)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ADELAIDE E FERDINANDO MAESTRI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze Agosto [1830].</dateline>
            </opener>
            <p>Cara Adelaide, caro Ferdinando. Ebbi l'amorevole vostra dei 7 Luglio, e ve ne ringrazio. Tornando di Toscana, che dovrà pur essere presto o tardi, ripasserò per Bologna, e allora farò certamente in modo di rivedervi. Io sto al solito, inabile veramente ad ogni impiego, se non fosse puramente onorario o nominale. Vi raccomando di trovar soscrittori a questi Manifesti: raccomandateli anche al Professore e all'Antonietta; ai quali direte che ho ricevuto i loro bei libri, che qui sono molto applauditi, e che tosto ch'io possa ne scriverò loro con particolarità. Cari e preziosi amici, <hi rend="italic">datemi le vostre nuove</hi>, e scusate il necessario laconismo. Il vostro Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A C.Pepoli (1830)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO PEPOLI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 6 Agosto 1830.</dateline>
            </opener>
            <p>Caro Carlino. Ebbi la tua del dì 12 di Giugno. Non risposi, perchè sai che non posso scrivere. Ora l'interesse mi sforza. Usa, ti prego, il gran potere che tu hai costì nelle donne e negli uomini, per far soscrittori a questo Manifesto. Raccomanda ancora me e questo medesimo alla Nina. Laconicamente; ho un bisogno grandissimo di danari, se voglio star fuori di casa. Materia da coturni, e non da socchi.</p>
            <p>Come vanno i tuoi studi? come va il poema? e la salute massimamente? Dammene nuove, ed amami. Addio, addio. Il tuo Leopardi.</p>
            <p>Questa lettera era già scritta quando mi è stata renduta la cara tua dei 28 di Luglio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Papadopoli (1830)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO PAPADOPOLI - VENEZIA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 7 Agosto 1830.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Antonino. Trova soscrittori, ti prego, a questo manifesto. Mi farai grazia non mediocre, e sovverrai al bisogno grandissimo ch'io ho di danari, se non voglio vivere in quell'orribile Recanati. Scusa la mia brevità. Sai che non posso più scrivere. Dammi le tue nuove, ed amami.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Pierfrancesco L. (1830)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIERFRANCESCO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 11 Agosto 1830.</dateline>
            </opener>
            <p>Vedete che Morici (col solito ribasso per lui) trovi associati a quest'opera, testo di lingua principalissimo, che ne merita almeno quanti il Dizionario dell'Alberti, dov'egli fu sì fortunato. È mio interesse, perchè l'Editore Torri s'impegna per fare associati a me. La vita di Monti è riportata nell'<title>Antologia</title> per intero. Io sto passabilmente. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A C.Bunsen (1830)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO BUNSEN - ROMA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 11 Agosto 1830.</dateline>
            </opener>
            <p>Veneratissimo signor Cavaliere. Il signor Werhulst di Bruxelles dotto matematico viaggiando costà desidera di conoscerla, ed io uso quest'occasione per ricordarle la mia costantissima servitù ed amicizia. Non ho bisogno di raccomandarle il signor Werhulst, poichè le persone di merito le sono abbastanza raccomandate per se medesime. Altro non aggiungo; Ella sa ch'io non posso più nè scrivere nè dettare lungamente, ma che sarò sempre con tutta l'anima il suo Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.E.Visconti (1830)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO ERCOLE VISCONTI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 13 Agosto 1830.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Pietrino. Vedi ti prego nell'immenso numero delle tue conoscenze di trovarmi soscrittori a questo manifesto. Mi farai gran favore. Scusa la confidenza che ho di darti questa noia dopo tanto silenzio: e scusa la brevità: saprai, che non posso più scrivere. Dammi le tue nuove, amami e credimi come un tempo tuo sincero amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Papadopoli (1830)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO PAPADOPOLI</hi>
               </byline>
               <dateline>Di Venezia alli 16 di Agosto 1830.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Giacomo. Io non ti parlo punto del dolore, che mi diede l'intendere, che tu sei così sfinito di salute, e così assediato dal bisogno. Oh Giacomo mio! perchè non posso io disvilupparti dai lacci della miseria, chè certo ti vedrei riavuto delle tue malattie! Se tu avessi ferma salute, o almeno non così svigorita, ti direi che questo inverno tu venissi a Venezia; ma come ti converrà questo clima? in somma io vorrei che tu mi comunicassi il tuo divisamento. Anche questa tua miseria per colmare la vergogna d'Italia. Senza che io vada frugando soscrittori, mandamene un cinquanta esemplari, e se vuoi il danaro scriverò al Fenzi perchè te lo paghi. Nella povera offerta che ti faccio, avrai indizio del come sia munto il mio borsellino. Ho già mandato qua e colà il tuo manifesto a cerca di sozi, ma qui l'alfabeto non allega. Dalle poche parole che mi scrivi, entro in sospetto che tuttavia ti dia fastidio quella cisposità, che prima a Bologna ti dava noia.</p>
            <p>Non ti parlo di studi perchè la tua salute ti vieta anche questo sollievo. Se non puoi scrivermi di colpo, due linee il giorno concedi al tuo amantissimo Tonino, che sempre ti ha amato del suo miglior amore, e che ti ha riverito come uomo di singolare ingegno, e di miracolosa erudizione. Ti ricordi quando mi porgesti aiuto e soccorso, insegnandomi alcuna cosa di Greco? Ti assicuro che io spesso di te mi ricordo, e del guadagno che io cavava dalla tua amicizia. Ti risovvieni della mia traduzione di Cornelio Nipote alla quale tu ed il Costa faceste sì buon viso? Quante cose ti vorrei dire, ma bisognerebbe che io potessi venir costà, chè sono cose da dire di presenza, se non si vuole scrivere un volume in cambio di una lettera. La mia salute va migliorando, ma i miei nervi non sono tranquilli; nondimeno mi affaticano meno di prima. Sta' sano, amami, e credimi tuo amicissimo.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Vieusseux (1830)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIAMPIETRO VIEUSSEUX - FIRENZE.</hi>
               </salute>
               <date>[Firenze] Martedì 17 [Agosto 1830].</date>
            </opener>
            <p>Mio caro Vieusseux. Voi mi avete a fare un piacer grande, ma grande, da vero amico. L'Antonelli è dei pochissimi librai che in questi tempi critici ed infelici conservano il coraggio e lo spirito d'intrapresa. Egli è libraio Lombardo che vuol dire di polso, e molto ben pagante. I lavori ch'esigono questi tali librai, sono tutti compilazioni, o direzioni ec. fatiche leggere e sopportabili al mio povero capo. S'io potessi entrare coll'Antonelli in relazioni simili a quelle che ebbi collo Stella, mi stimerei fortunato. Voi dovete proccurarmi questa fortuna. Dovete dirgli di me quel bene o quel male che crederete, raccontargli le relazioni avute da me per più anni collo Stella, e poi smesse per cagion della mia salute: relazioni di cui lo Stella fu sì contento, che egli stesso mi confessò di aver fatto gran guadagno colle imprese da me eseguite, anzi ne' suoi manifesti le chiamò <hi rend="italic">fortunate</hi>. Dovete vedere di mandarmi l'Antonelli a casa, o qui in Borgo degli Albizzi, n. 449, secondo piano, o in Via de' Banchi, ultimo uscio a manca di chi va alla Piazza di Santa Maria Novella, primo piano, dove io passerò tosto che potrò uscir di casa per fare il trasporto. In somma a voi non s'insegnano le maniere di giovarmi in ciò, se volete, come son certo che vorrete. Mi raccomando a voi di cuore, mio caro amico; ed invoco altresì la vostra conosciuta prudenza e discrezione, perchè la cosa passi tra voi e l'Antonelli senza intermedii nè consapevoli. Vi ho scritto questa, perchè sentendomi oggi poco bene, non esco di casa. Addio, addio. Il vostro Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Maestri (1830)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ADELAIDE MAESTRI</hi>
               </byline>
               <dateline>Parma 20 Agosto 1830.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Leopardi. Abbiamo ricevuto i manifesti che ci avete inviati, e stiamo tutti disimpegnando questa incombenza col massimo piacere. Ma e potrebbe dubitarsene trattandosi di cosa vostra? a questo fine abbiamo scritto a parecchi nostri amici, i quali si trovano in diversi paesi, e spero di raccogliere un buon numero di associati.</p>
            <p>Ma quanta pena ho provata leggendo quelle poche righe che ci avete scritte! dunque siete tuttora tanto travagliato nella salute? dunque mi viene tolta affatto la speranza d'avervi qui? Oh io doveva immaginarlo; poichè era cosa troppo desiderata da noi. Fate almeno di venire in Parma, se non per sempre, almeno per qualche tempo, e fate ancora in modo che intanto che la mala fortuna vi vuole lontano da noi, io non rimanga priva di vostre notizie. Io non ho bisogno di lunghe lettere, ma ho bisogno di sapere come procede la salute vostra, e di vedermi, almeno alcuna volta, ricordata da voi. Tutta la cara mia famiglia sta bene. Del desiderio vivissimo di rivedervi non è a dire. Tutti vi salutiamo carissimamente. Addio di tutto cuore.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di F.Maestri (1830)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI FERDINANDO MAESTRI</hi>
               </byline>
               <date>[Parma 20 Agosto 1830].</date>
            </opener>
            <p>Ottimo Amico! Vi rendo sincere grazie dei manifesti, accompagnati dalle vostre notizie, che ci giungono sempre desideratissime. In qualunque cosa io possa esservi utile, comandatemi liberamente; chè io lo avrò come un favore e una consolazione. Mi rallegro pure per anticipazione coll'Italia, a cui siete per far dono de' vostri cantici. Oh come sono desideroso di divorarmeli! Saluti mille al nostro caro carissimo Giordani; e, se vi si dà l'opportunità, ricordatemi all'egregio Signor Montani, e al benemerito Sig. Vieusseux.</p>
            <p>Vi abbraccio coll'anima.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Paolina L. (1830)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PAOLINA LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>[Firenze] 21 Agosto [1830].</date>
            </opener>
            <p>Cara Pilla. Mi duole assai assai che sia perduta la mia a Babbo degli 8 Luglio, ch'era lunga per cinque delle solite. Non avendo fogli francesi nè inglesi, non credo possibile che alcun di voi, nemmeno per approssimazione si formi un'idea vera della rivoluzione di Francia, nè dello stato presente d'Europa, nè del probabile futuro. Me ne sono stati promessi alcuni della <hi rend="italic">Quotidienne</hi>, giornale realista: avendoli, ve li manderò. Cosa incredibile! il mio abito turchino ridotto all'ultima moda, coi petti lunghissimi: e par nuovo, e sta molto bene. Ditelo a Carlo. Io sto come Dio vuole, sempre smaniando dello stomaco: non esco, e pochissimo posso ricevere: ma niente di nuovo. Fate salutar Zavagli. Se non vedete mie lettere, non vi maravigliate mai: assolutamente non posso non posso scrivere. Addio addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.F.Stella (1830)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
               <dateline>Milano 21 Agosto 1830.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio Signore ed amico amatiss.mo. Son ritornato dalla campagna e continuo a valermi della mano del mio Giacomino affine ch'Ella non debba stentare a leggere la presente.</p>
            <p>La mia Casa mi ha dato il Manifesto trasmessole dal Sig.r Vieusseux. Que' canti son desiderati e saran cari assai anche qui. Ma ne sarà poi permessa l'introduzione? Quando lo sia, la mia Casa ne prenderà volentieri un centinaio di copie; non dubitando che il Sig. Vieusseux ci accorderà un ribasso che ci permetta di accordarne agli altri librai, giacchè il corso nostro sul banco è cosa così piccola che non va contata.</p>
            <p>Io la ringrazio della libertà che mi concede sui suoi mss. (<title>Epitteto</title> e <title>Prodico</title> ed <title>Isocrate</title>), i quali son sempre presso di me. Ora che Ella si trova a Firenze si fa maggiore l'ostacolo della correzione. Bisognerebbe ch'Ella li lasciasse stampare qui senza vedere prove di stampa, rivedendo però di nuovo i mss. se Ella vuole, o che li facesse stampare costì da chi più le piace per di Lei conto. Ella n'è l'arbitro, assicurandola che sarò contentissimo del partito ch'Ella sarà per prendere.</p>
            <p>Le do una notizia che le piacerà. Si è trovato il ms. del suo <title>Saggio d'errori popolari</title>. Me l'ho fatto leggere tutto e ne ho provato piacere. Benchè conti 17 anni d'età per lo meno, il trovo ch'è lavoro degno di Lei, che richiederà però qualche ritocco. Gliel farò tenere tosto ch'Ella il voglia.</p>
            <p>Mi dia sue nuove che vorrei pure che fossero buone, aggradisca co' miei i cordiali saluti di tutta la mia famiglia, e mi creda quale sarò sempre sincero amico suo e servitor di cuore.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.E.Visconti (1830)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO ERCOLE VISCONTI</hi>
               </byline>
               <dateline>Roma 22 Agosto 1830.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio carissimo Leopardi. La tua letteruccia, così breve com'ella è, mi ha per due motivi recato una consolazione grandissima. Chè da un lato è venuta ad assicurarmi viver io ancora nella tua memoria, cosa delle più gioconde che potessi sapere; e dall'altro mi ha porto occasione che io ti faccia conoscere quanto ti ami e ti ammiri. Abbi dunque i miei ringraziamenti, così per l'amorevole ricordanza che mi dimostri, come per aver ben giudicato del mio cuore.</p>
            <p>Ho già le soscrizioni di 20 associati alle canzoni tue: spero duplicarne il numero. Vorrebbe il libraro Merle che a lui dessi queste firme; tu scrivimi se questo sia o no utile ai tuoi interessi.</p>
            <p>Se vaglio in cosa che ti piaccia, comandami liberamente. Abbi cura di una salute tanto preziosa alla Italia, ed ama ecc.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Tommasini (1830)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIETTA TOMMASINI</hi>
               </byline>
               <date>[Bologna, Agosto 1830].</date>
            </opener>
            <p>Mio carissimo Leopardi. Rispondo alla vostra 13 Giugno. Tanto più presto vi avrei scritto se non fossi stata rattenuta dal pensiero di mettervi voi stesso nella mia necessità di scrivere; conoscendo pur troppo che ogni piccola occupazione vi porta dolore. Se oggi vi scrivo è perchè Giordani in una sua mi assicura che qualche poco avete migliorato di salute da che siete a Firenze. Il Cielo mi conceda di sapervi ristabilito perfettamente; che è il voto fervidissimo dell'animo mio. Avrete ricevuto il libretto che contiene <hi rend="italic">que' miei pensieri</hi> etc. Egli non avrebbe mai veduto la luce se non fossi stata confortata e se non mi si fosse offerta l'occasione di dedicarlo alle mie amiche Bolognesi. Ora sono esposti al pubblico giudizio, il quale mi farebbe tremare se non sapessi di avere in voi, ottimo amico, il mio difensore. Io vivo in questa speranza e so di certo di non ingannarmi. Se ho mai desiderato di conoscervi amico vero, gli è in questa occasione, ove tremo più che nel grande inverno. Scrivetemi subito, se il potete, due parole, ve ne prego, e tenetemi consolata in sì penosa situazione. Addio, mio caro Leopardi, continuatemi la vostra benevolenza. La vostra aff.ma amica.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Tommasini (1830)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIETTA TOMMASINI</hi>
               </byline>
               <dateline>Parma 23 Agosto 1830.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Leopardi. Se non riscontro subito le vostre lettere non è già che meno mi siano care: ma il sapere da voi che ogni occupazione, benchè lieve, vi reca dolore, mi trattiene dallo scrivervi sollecitamente. Oh mio amico! quali sacrifici non farei per sapervi meno infelice! ma a me non è dato migliorare la vostra condizione, ed è per questo che non so pensare a voi senza spargere lagrime di dolore. Lessi le due righe scritte ai miei figli, delle quali vi sono grata sì per le cose che dite loro, e sì per quelle che mi riguardano. Io attendo, quando il potete, ciò che avete divisato di dirmi intorno al mio libretto. Oh mio caro! imaginerete come debbo essere desiderosa di ricevere questa vostra scrittura! Io vivo nella certezza che quando il potrete mi farete contenta.</p>
            <p>Ora mi sto occupando di trovarvi associati e so di certo che il vostro nome mi faciliterà l'impresa. Perchè non ho ricevuto que' manifesti nel tempo che si trovavano a Parma gli scolari di mio marito, ora partiti per le vacanze? Posso dirvi con qualche sicurezza che avrei potuto mandarvi molti nomi. Sappiatemi dire se all'apertura delle scuole seguiterà l'associazione.</p>
            <p>Con tutta riserva ditemi pure che pensa Montani di quel mio libretto; giacchè deve averlo ricevuto con una mia lettera.</p>
            <p>Addio, mio caro, conservatemi la vostra benevolenza, e credetemi vostra aff.ma amica.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Tommasini (1830)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIETTA TOMMASINI - PARMA.</hi>
               </salute>
               <date>[Firenze fine Agosto 1830?].</date>
            </opener>
            <p>Mia cara Antonietta. Che volete? Il vostro libro mi piace estremamente. Ma come (se non a voce) specificarvene le ragioni, non potendo scrivere? Io n'avea già parlato caldamente al Montani. Vedrete il suo parere nell'<title>Antologia</title>. Vi sarò tenutissimo delle soscrizioni di scolari a Novembre. In ogni modo l'associazione sarà ancora aperta in quel tempo per loro. Le altre soscrizioni, se ne avrete, potrete mandarle prima, e ve ne sarò grato senza fine. Scusate tanta odiosissima brevità: assolutamente non posso non posso scrivere. Addio, addio. Il vostro Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.F.Stella (1830)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO FORTUNATO STELLA - MILANO.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 2 Settembre 1830.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed amico amatissimo. Dio sa con quanto piacere dalla sua de' 21 Agosto ho ricevuto le sue nuove delle quali io chiedeva a quanti venivano da Milano. Le mie, sempre infelicissime, e con somma difficoltà scrivo la presente. La sua Casa avrà certo il conveniente ribasso nelle copie che vorrà prendere de' miei <title>Canti</title>. Se non le convien più di usare l'<title>Epitteto</title> e l'<title>Isocrate</title>, o se Ella vuol compiacersi di ridonarmeli, io gliene sarò veramente gratissimo, e con gran piacere li riceverò per mezzo sicuro. Quello del signor Moratti sarebbe il più pronto e il migliore. Ma Ella ritenga ancora il ms. degli <title>Errori popolari</title>, lavoro troppo giovanile, perchè io possa farne uso. Un milion di cose cordialissime alla sua cara famiglia: ed Ella ami sempre il suo Leopardi, che l'ama con tutto il cuore.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di C.Pepoli (1830)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO PEPOLI</hi>
               </byline>
               <date>[Bologna] 5 Settembre 1830.</date>
            </opener>
            <p>Caro Amico. Saprai dal Conte Mosconi di Verona, che viene a Firenze e, desideroso di crescere ne' buoni studi cui si diede sì fruttuosamente, vuole conoscere te di persona come ti onora di fama; saprai, dico, essere io stato, nei dì passati, alquanto noiato d'una febbre che improvvisamente m'assaltò, ma che fu vinta presto. Da lui saprai come bramo di venire a vederti; e gli ho data incombenza di scrivermi le tue nuove. Da me poi devi sapere che cerco soscrizioni a tutto potere, che ne ho già un buon numero e che presto manderotti la raccolta fatta.</p>
            <p>Tu mi chiedi del Poemetto? Nelle nozze Hercolani e Pallavicini ne pubblicai un brano, e scegliendo il più innocente, ebbi noie dalla Censura. Leggi il XIX Sonetto del libretto e ridi: la Censura di Faenza lo proibì dopo X edizioni.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Paolina L. (1830)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PAOLINA LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 9 Settembre 1830.</dateline>
            </opener>
            <p>Cara Pilla. Quanto ho penato non vedendo risposta alla mia degli 11 Agosto a Pietruccio, che sarà smarrita! Non vi date pensiero alcuno di associazioni costì: ne ho già da 5 in 600, e si aumentano sempre. Qui (fuorchè il Gabinetto, il quale non rivende i giornali) i luoghi pubblici non hanno mai tenuto fogli realisti, perchè non si leggono. Brighenti non è ripassato ancora. Io sto al solito, ma sono tornato colle mie donne, lasciando quelle spietate campane, che sonavano fino a 9 ore intere in un giorno, e a doppio, ed eran 4. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.E.Visconti (1830)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO ERCOLE VISCONTI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <dateline>11 Settembre 1830.</dateline>
            </opener>
            <p>Caro Pietrino. Ti rendo un milione di grazie delle cose che mi dici nella cara tua di Agosto. Darai, se ti piace, le soscrizioni al Merle; ma con salutarlo da mia parte, lo pregherai, che scriva al Vieusseux promettendo di prendere quel tal numero di copie del libro, e di pagarle in contanti, avendo un giusto ribasso sul prezzo. Tu che fai? Che studii? perchè non mi parli almeno delle ultime belle cose che so che hai pubblicate? Io non posso scriver più. Addio, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.F.Stella (1830)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
               <dateline>Milano 22 Settembre 1830.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico amatiss.mo. Oggi soltanto posso rispondere alla gratissima sua 2 corr., e dirle che oggi stesso col mezzo dell'amico Moratti le mando l'<title>Epitteto</title> e l'<title>Isocrate</title> de' quali io la riguardo come padrone assoluto. Tengo presso di me il ms. degli <title>Errori popolari</title> che le manderò quando Ella vorrà.</p>
            <p>Avviso il sig. Moratti di far tenere il pacchetto al sig. Vieusseux che saprà dov'Ella dimora.</p>
            <p>Possa avere io buone nuove di Lei. Tutti i miei, che meco uniti la salutano, egualmente lo desiderano. Io più di tutti che l'amo assai assai.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Pierfrancesco L. (1830)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIERFRANCESCO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>[Firenze] 25 Settembre 1830.</date>
            </opener>
            <p>Caro Pietruccio. Le vostre lettere si son fatte rarissime. Io non so più nulla di Recanati, nulla de' parenti. Datemi coteste nuove, vi prego. Entrate in ogni dettaglio se avete tempo, e se volete farmi piacere. Io sto al solito, rassegnato alla mia estrema infelicità, che Dio accetti per mio purgatorio. Salutate tutti. Fate salutar Moretti, Zavagli, Morici. Vi abbraccio tutti col cuore. Addio. I fogli della <hi rend="italic">Quotidienne</hi> ancora si fanno aspettare. Quando la mia libreria, che va crescendo, sarà giunta a un segno conveniente, la spedirò costà per condotta.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di C.Pepoli (1830)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO PEPOLI</hi>
               </byline>
               <date>[S.d., ma Bologna, forse Settembre-Ottobre 1830].</date>
            </opener>
            <p>C. Amico. Dopo averti fatto aspettare tanto tempo la cartuccia che mi mandasti, io te la rendo poco nera, e propriamente è questa una delle volte in cui il <hi rend="italic">candore</hi> mi dispiace grandemente.</p>
            <p>Abbiti a scusa il mio buon volere e la meschinità della mia Bologna, resa ormai stupida a tutto che non sia mortadella. Al Giordani ho scritto il modo a tenersi per mandarmi i libretti che io stesso dispenserò ai socj, da cui trarrò il debito pagamento nel nome tuo, facendoti avere il denaro tosto e senza spesa. Dammi tue nuove. Amami, e tienmi sempre il tuo amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.E. Visconti (1830)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO ERCOLE VISCONTI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 7 Ottobre 1830.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Pietrino. Ti raccomando il mio amicissimo Antonio Ranieri Cavaliere Napoletano, <foreign lang="lat">qui mores hominum multorum vidit et urbes</foreign>, giovane d'ingegno raro, di ottime lettere italiane latine e greche, di cuore bellissimo e grande. Desidera acquistar conoscenze massimamente di giovani e di belle donne, desidera cercare nelle Biblioteche. Pochi possono soddisfarlo di queste cose come puoi tu, ed io, se lo farai, te ne sarò tenutissimo. Egli ti chiederà scusa per me della mia brevità e del mio scrivere per mano altrui. Addio addio.</p>
            <p>P.S. Fammi grazia di pregare il Merle a mio nome, che gli piaccia di <hi rend="italic">scrivere</hi> due righe al Vieusseux, come ti dissi, perchè una semplice promessa in voce non ci sarebbe valutata dallo stampatore col quale negozieremo il manoscritto.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Maestri (1830)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ADELAIDE MAESTRI</hi>
               </byline>
               <dateline>Parma 8 Ottobre 1830.</dateline>
            </opener>
            <p>Caro Leopardi. Troverete qui uniti i nomi degli associati che vi abbiamo trovati tanto la mamà, quanto io. Spero però che potremo accrescerne il numero in appresso; chè certamente non lasceremo di adoperarci a quest'oggetto. Non so se avrete ricevuta un'altra mia lettera, nella quale vi parlava di diverse cose che mi stanno veramente a cuore. Ho lette le poche righe scritte da voi alla Mamma, le quali, come potete credere, m'hanno amareggiato non poco. Sono breve nello scrivervi per non cagionarvi noia.</p>
            <p>Addio.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Potete spedire le copie a Parma ad un libraio di vostra confidenza, al quale daremo le firme degli associati.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Tommasini (1830)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIETTA TOMMASINI</hi>
               </byline>
               <date>[Parma 8 Ottobre 1830].</date>
            </opener>
            <p>Mio caro Leopardi. Il motivo che vi ha fatto essere breve nello scrivermi mi fa conoscere che non godiate il prezioso bene della salute. A voi, mio ottimo amico, che conoscete il mio animo, sarà facile il comprendere quanto debba temere che la vostra condizione sia infelice! Datemi pace, se lo potete, coll'assicurarmi che siete migliorato. Vi dissi anche in altra mia che assai più di frequente vi scriverei; imperocchè m'è di grandissima consolazione il trattenermi con voi. Ma sapendo quanto siete cortese nel riscontrare subito le mie lettere, e quanto danno vi arreca l'occuparvi, mi astengo dallo scrivere, facendo così il più forte sacrificio all'amicizia, che a voi mi lega. Insieme con questa mia troverete i nomi degli associati che sono qui sopra trascritti, e che sin qui abbiamo potuto trovarvi, l'Adelaide, Ferdinando ed io. Ne attendo da Piacenza: subito che mi saranno arrivati ve li spedirò. Vi assicuro che all'apertura delle scuole ve ne giungeranno altri; cioè quelli di quasi tutti i forestieri della Clinica. Vedendo il caro Giordani ditegli mille cose di cuore per conto mio; come pure al signor Montani, al quale sono veramente grata pel divisamento, nel quale è venuto di scrivere nell'<title>Antologia</title> di Firenze un articolo per me. Della qual cosa rimango pure obbligatissima a voi stesso pe' vostri buoni uffici col medesimo. Addio, addio, mio carissimo Amico. Conservatemi la vostra benevolenza, e credetemi vostra aff.ma amica.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Un mio amico di Sondrio mi scrive che ha dieci o dodici associati: e che spera mandarmene maggior numero.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di F.Maestri (1830)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI FERDINANDO MAESTRI</hi>
               </byline>
               <date>[Parma 8 Ottobre 1830].</date>
            </opener>
            <p>Mio ottimo amico. Le copie dei vostri <title>Canti</title> (che desidero ardentemente di leggere) per gli associati di sopra scritti sono 64, oltre 12 nomi che si aspettano da Sondrio, e così in tutto 76. Spero che passeremo di molto il centinaio: intanto potete con sicurtà spedirne 100 al libraio di Parma, che vi piacerà; dal quale gli associati le prenderanno. Non avendo il libraio altra cura, che la materiale distribuzione, dovrà contentarsi di un tenue profitto. Io farò quello che mi direte di fare. Uno dei librai onesti si è M.r Blanchon. Salutate il caro Giordani e il Sig. Montani. Fo voti fervidissimi perchè i Cieli, fatti una volta benigni, vi concedano salute. Quando sarà mai che potrò abbracciarvi in effetto, come ora fo in desiderio!</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Se mai, che non so, voleste stampare i nomi degli associati, ve li spedirei coi loro titoli più distintamente.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Pierfrancesco L. (1830)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIERFRANCESCO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>[Firenze] 12 Ottobre [1830].</date>
            </opener>
            <p>Caro Pietruccio. Due sole righe, perchè in verità non posso di più. Io sto al solito. Fatemi il piacere di ringraziare a uno a uno i sei associati, e dire a ciascuno che se vorranno il mio libro, l'avranno gratis, perchè i Recanatesi per più ragioni non debbono pagarlo. Puccinotti parte egli da Macerata? Vi abbraccio tutti. Addio, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A F.Maestri (1830)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A FERDINANDO MAESTRI - PARMA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 14 Ottobre [1830].</dateline>
            </opener>
            <p>Miei cari amici. Voi avete superata l'aspettazione grande ch'io aveva del vostro operare e potere in mio favore, col gran numero di nomi che mi avete mandati o promessi. Due però non ne ricevo; e sono del professore Tommasini e dell'avv. Maestri, i quali hanno ad avere i miei libri da me, non da librai. Vi sarò più che mai grato, caro Ferdinando, se voi stesso, dando le soscrizioni a quel libraio che vi parrà, fermerete patto con lui circa 1° il numero delle copie ch'ei vorrà prendere, 2° il profitto che vorrà nel prezzo, 3° il modo del pagamento, il quale se fosse in danari sarebbe il meglio. E di queste cose o mi scriverà egli, o darà sicurezza a voi che me ne scriviate. Farò le vostre parti col Montani, cara Antonietta, alla quale avrò grandissimo obbligo delle soscrizioni degli studenti. Non ho ricevuta, cara Adelaide, l'altra vostra, dove parlavate <hi rend="italic">di cose che vi stanno veramente a cuore</hi>, e non so qual destino mi privi sì spesso delle lettere che mi scrivete. Non vi sia grave, vi prego, di tornare a parlarmene. Io sto al solito, ed ogni riga che scrivo mi costa sudor di sangue. Vi ringrazio mille volte e saluto teneramente tutti.</p>
            <p>Se potessi intender presto la conclusione del libraio, l'avrei ben caro.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Rosini (1830)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIOVANNI ROSINI</hi>
               </byline>
               <dateline>Pisa 15 Ottobre 1830.</dateline>
            </opener>
            <p>A. Car.mo. Un <hi rend="italic">verso</hi> per dirvi che il Boninsegni, giovine del Piatti, ha un involtino per voi, con entro il <hi rend="italic">Marco Pacini</hi>: che vi prego leggere, e, se vi fa qualche volta ridere, dirmi in compenso quali frasi cambiereste.</p>
            <p>La vostra lettera mi ha posto un po' di malumore, pensando ch'è tra i possibili che non veniate: ma, anche senza parlare del desiderio nostro, pensate che un inverno a Firenze vi potrebbe esser fatale.</p>
            <p>Ma intanto m'accorgo, che il <hi rend="italic">verso</hi> è divenuto una pagina, e col presente periodo si passa alla seconda. - È stato qui Sinner per 2 giorni: quasi sempre meco; e si è fatta lunga e spessa menzione di voi. Gli ho dato i vostri versi, che non aveva; sicchè mi darete la nuova edizione.</p>
            <p>Salutate la Carlotta, e Giordani.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Non mandate nè date a nessuno il <hi rend="italic">M. Pacini</hi> perchè il Canto 5° non si pubblica fino a Decembre.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1830)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 23 Ottobre 1830.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Papà. Ella non mi conosce perfettamente, se crede possibile che le critiche mi dispiacciano, quando pure mi venissero da un nemico. Io poi m'astengo dallo scrivere, perchè veramente ogni riga mi costa sudor di sangue. Fra 20 o 30 giorni, se piace a Dio, partirò per Pisa, dove passerò l'inverno. Qui mi trovo assai bene della mia ultima dozzina. Vorrei ch'ella si compiacesse di dire a Pietruccio, che a posta corrente mi mandi sotto fascia una copia del mio <title>Discorso sopra Gemisto</title> ec. <hi rend="italic">Milano 1827</hi>. Mi riverisca la marchesa Roberti, alla quale mi offro per servirla come suo agente in Toscana, s'io vaglio. Abbraccio i cari fratelli, ed alla cara Mamma ed a Lei, che Dio sa quanto amo, domando la benedizione. Il suo Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Pierfrancesco L. (1830)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIERFRANCESCO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <dateline>Recanati 27 Ottobre 1830.</dateline>
            </opener>
            <p>Caro Giacomo. Ieri venne la vostra lettera del 23, ed oggi vi mando il libretto che in quella voi chiedete. Ho molto piacere che andate a godervi la vostra Pisa, che sempre vi ridestava sì care ricordanze mentre eravate in Recanati. Paolina vi rammenta di andare in casa Soderini. Vi prega ancora di salutarle assai assai la Regnoli e dirle che si duole di non avere affatto ricevuta risposta ad una sua lettera scritta già da gran tempo.</p>
            <p>Abbiamo un Ottobre veramente godibile che rassembra a un Maggio. Li Antici partirono il giorno 18 del corrente mese.</p>
            <p>È morto ultimamente Malaccari la di cui sopravivenza avea Camillo, ma ora si dice che questo posto gli sia contrastato.</p>
            <p>Tutti della nostra casa vi salutano e vi abbracciano, ed io faccio altrettanto.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Di Puccinotti altro non ho potuto sapere se non che concorse al posto di medico condotto in Spoleto, e che non l'ha potuto ottenere. Procurerò poi d'informarmi meglio se abbia intenzione di allontanarsi da Macerata.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di F.Maestri (1830)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI FERDINANDO MAESTRI</hi>
               </byline>
               <dateline>Bologna 29 Ottobre 1830.</dateline>
            </opener>
            <p>Amico dilettissimo! Mentre desidero io, e desideriamo tutti i cari vostri caratteri, ci riesce pur sempre dolorosissimo il sentire che la vostra salute è ostinatamente inferma, e il vivere penosissimo. Quanto mi sarebbe caro, che Tommasini potesse vedervi; e se le scuole, che cominciano tra breve, non lo impedissero, verremmo tutti volontieri ad abbracciarvi. Dico tutti, perchè tutti siamo ora a Bologna, cioè Tommasini, l'Antonietta, l'Adelaide e i ragazzi. Ne partiremo ai tre o ai quattro di Novembre. Quanto ai vostri <title>Canti</title>, mandatene le cento copie a me a Parma: chè io vi farò il commissionario; e vi risparmierò di spese più che sarà possibile. Finisco, per non darvi la pena di leggere molto, coll'abbracciarvi caramente, a nome anche dei sopraddetti, e facendo voti per la vostra guarigione. Salutate Giordani, salutate e ringraziate il bravo Montani per conto della sig.a Antonietta. Addio, mio carissimo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Ranieri (1830)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO RANIERI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>[Firenze] 30 Ottobre [1830].</date>
            </opener>
            <p>Mio carissimo. Avrai camera nel mio piano, per poco prezzo. Vivine sicuro, e puoi smontar qui, se vuoi. Il tuo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Pierfrancesco L. (1830)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIERFRANCESCO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>[Firenze] 30 Ottobre 1830.</date>
            </opener>
            <p>Fatemi grazia di spedirmi subito subito per la posta due copie delle mie <title>Annotazioni sull'Eusebio</title> ec. Dee servire per uno che parte per Parigi a momenti. Addio addio. Io sto passabilmente. Spedite a <hi rend="italic">Firenze</hi>.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Rosini (1830)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIOVANNI ROSINI</hi>
               </byline>
               <dateline>Pisa 8 Novembre 1830.</dateline>
            </opener>
            <p>A. Car.mo. Giordani vi avrà fatto la mia ambasciata; giacchè non potei sabato sera venire dalla signora Carlotta (che saluterete) giacchè tornai tardissimo in città.</p>
            <p>Or veniamo a noi. - Una camera ed un salotto è libero nella casa del mio cocchiere. Se venite presto, come desidero, vi si aspetterà, e voi proverete per un mese. Son veramente gente di garbo; ma potrebbe non piacervi la casa, e il pranzo; ma di tutto meglio a voce. - Potrete venire a battere alla mia porta, di dove vi sarà additata la casa. Addio. Salutate gli amici.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Paolina L. (1830)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PAOLINA LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>[Firenze] 15 Novembre [1830].</date>
            </opener>
            <p>Cara Pilla. Quel forestiero che ha voluto l'<title>Eusebio</title>, è un filologo tedesco, al quale, dopo molte sedute, ho fatto consegna formale di tutti i miei mss. filologici, appunti, note ec., cominciando dal <title>Porphyrius</title>. Egli, se piacerà a Dio, li redigerà e completerà, e li farà pubblicare in Germania; e me ne promette danari, e un gran nome. Non potete credere quanto mi abbia consolato quest'avvenimento, che per più giorni mi ha richiamato alle idee della mia prima gioventù, e che, piacendo a Dio, darà vita ed utilità a lavori immensi, ch'io già da molt'anni considerava come perduti affatto, per l'impossibilità di perfezionare tali lavori in Italia, pel dispregio in cui sono tali studi tra noi, e peggio pel mio stato fisico. Quel forestiero mi ha trombettato in Firenze per tesoro nascosto, per filologo superiore a tutti i filologi francesi (degl'italiani non si parla, ed egli vive a Parigi); e così dice di volermi trombettare per tutta l'Europa. Credo che non andrò più a Pisa, perchè mi annoia assai quel travasamento. Se qualcuno di costà scrive a Melchiorri, gli dica che mi mandi le firme o i nomi degli associati che ha fatti, se non vuol che mi sieno inutili, essendo io sul punto di farne uso. Da lui non so nulla. Addio addio. Abbraccio tutti.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1830)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>[Firenze] 4 Dicembre [1830].</date>
            </opener>
            <p>Mio caro Papà. Parte per pigrizia, parte per economia, e perchè il mio albergatore dell'altra volta non ha quartiere per me, ho rinunziato a Pisa quest'anno. Spero in Dio un buon inverno: ho fatto far qui nel mio quartiere un camminetto; e mi si dà la bella combinazione che precisamente nel contorno di casa mia ho dodici case di conoscenti e di amici dove passar delle ore. Quando non potrò uscire, avrò gente che verrà a farmi compagnia. La mia salute è più tollerabile del solito, o piuttosto, come suole essere nelle stagioni medie e temperatissime. Abbraccio tutti. Mi ami come io l'amo, e mi benedica.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di C.Lenzoni (1830)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLOTTA LENZONI</hi>
               </byline>
               <dateline>Pisa 6 Dicembre 1830.</dateline>
            </opener>
            <p>Sentendo da Rosini che non avete affatto abbandonata l'idea di venire a Pisa, credo utile di prevenirvi, che qui accanto a me Lungo L'Arno dal Geppini potete avere una buona camera con due paoli al giorno, e se volete anche il vitto, con circa <hi rend="italic">6</hi> paoli in tutto fra quartiere, e tavola e buonissima cucina che ho provata ancora io, e poi so da persone che vi abitano a queste condizioni, e sono contentissimi, e così siete in libertà di trattenervi quanto vi aggrada: così fossi libera io! che ho fissato, o cioè mi hanno fissato, per due mesi un quartiere di <hi rend="italic">40</hi> zecchini, e non mi trovo bene di salute, poichè fa un'umidità orribile, però senza freddo; ma questa mi nuoce e mi sento sempre male, oltre la noia di essere fuori di casa e lontana da i miei amici, senza alcun divertimento. Ho avuto nuove da Parma, e il nostro Pietro si trova non tanto male di questo soggiorno, però ha presenti i suoi amici, ai quali dice mille cose affettuose. Fate i miei saluti a Rinieri, e se vedete altri della nostra società, e datemi buone nuove della vostra salute. Io sono costretta a terminare, poichè oltre il male dell'umidità si aggiungono le campane che mi hanno fatto entrare un dolore di testa da non potere più scrivere.</p>
            <p>Non dimenticate chi si fa un piacere di dirsi vostra aff.ma C.L.</p>
         </div1>
         <div1 n="Agli Amici di Toscana (1830)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AGLI AMICI SUOI DI TOSCANA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 15 Decembre 1830.</dateline>
            </opener>
            <p>Amici miei cari. Sia dedicato a voi questo libro, dove io cercava, come si cerca spesso colla poesia, di consacrare il mio dolore, e col quale al presente (nè posso già dirlo senza lacrime) prendo comiato dalle lettere e dagli studi. Sperai che questi cari studi avrebbero sostentata la mia vecchiezza, e credetti colla perdita di tutti gli altri piaceri, di tutti gli altri beni della fanciullezza e della gioventù, avere acquistato un bene che da nessuna forza, da nessuna sventura mi fosse tolto. Ma io non aveva appena vent'anni, quando da quella infermità di nervi e di viscere, che privandomi della mia vita, non mi dà speranza della morte, quel mio solo bene mi fu ridotto a meno che a mezzo; poi, due anni prima dei trenta, mi è stato tolto del tutto, e credo oramai per sempre. Ben sapete che queste medesime carte io non ho potute leggere, e per emendarle m'è convenuto servirmi degli occhi e della mano d'altri. Non mi so più dolere, miei cari amici; e la coscienza che ho della grandezza della mia infelicità, non comporta l'uso delle querele. Ho perduto tutto: sono un tronco che sente e pena. Se non che in questo tempo ho acquistato voi: e la compagnia vostra, che m'è in luogo degli studi, e in luogo d'ogni diletto e di ogni speranza, quasi compenserebbe i miei mali, se per la stessa infermità mi fosse lecito di goderla quant'io vorrei, e s'io non conoscessi che la mia fortuna assai tosto mi priverà di questa ancora, costringendomi a consumar gli anni che mi avanzano, abbandonato da ogni conforto della civiltà, in un luogo dove assai meglio abitano i sepolti che i vivi. L'amor vostro mi rimarrà tuttavia, e mi durerà forse ancor dopo che il mio corpo, che già non vive più, sarà fatto cenere. Addio. Il vostro Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1830)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>[Firenze] 23 Dicembre 1830.</date>
            </opener>
            <p>Mio caro Papà. È giustissimo il suo sospetto circa la possibilità di una mala fede nel mio Tedesco; ma sappia ch'egli stesso, quando si discorse della cosa in genere, mi avvertì di questo pericolo, e che d'altronde il suo carattere inspira ogni possibil fiducia. Spero che a quest'ora Ella avrà ricevuta la mia dei 4. Ho venduto il ms. de' miei versi, con 700 associazioni, per 80 zecchini: nello stato attuale sì problematico del commercio, non è stato possibile ottenere di più. Io sto ancora passabilmente, benchè il freddo e il fuoco comincino a incomodarmi. Felicissime feste a Lei, alla cara Mamma, ai cari fratelli, che abbraccio. Mi ami, come sempre, e mi benedica. Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Paolina L. (1831)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PAOLINA LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>[Firenze] 28 Dicembre [1831].</date>
            </opener>
            <p>Cara Pilla. Mandami a posta correntissima, <hi rend="italic">dentro lettera</hi>, quella famosa e mia cara miniatura che rappresenta un laghetto ec. coll'occhio della Provvidenza, in cartapecora, che sta nel mio comodino, forse in un cartolare. La voglio fare incidere per vignetta nel mio libro. Addio addio.</p>
         </div1>
         <div1 lang="fra" n="Di L.De Sinner (1831)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI LUIGI DE SINNER</hi>
               </byline>
               <dateline>Paris, le 24 Janvier 1831.</dateline>
            </opener>
            <p>Très honoré et très cher ami. Si j'ai tardé si longtemps à vous écrire, c'est que je me figurais assez sottement que les communications épistolaires avec l'Italie étaient fort gênées si non tout-à-fait impossibles. Ce n'est qu'une lettre de mon excellent Monsieur de Mourawieff qui m'a enfin détrompé. Aussi ne vais-je pas retarder davantage de satisfaire au besoin de mon coeur, moi qui m'occupe de vous jour pour jour et dans mes travaux et dans mes pensées. Hélas pourquoi ne sont-ce plus que des souvenirs! Que ne puis-je continuer avec vous ce doux commerce de ces beaux jours de Florence, que ne pouvons-nous plus causer ensemble de vive voix, effleurer tout, aprofondir quelque chose qui nous intéresse!</p>
            <p>Je n'ai pas pu vous écrire de Pise. Ce bon Rosini, auquel je suis bien reconnaissant de toutes les bontés qu'il a eues pour moi, absorbait tous mes instants. Il en fut de même à Gênes de la part du Marquis di Negro, à Milan de Madame la Comtesse Albrizzi, à Turin de Messieurs Peyron et Boucheron. Dites cela à Rosini; c'est lui qui m'avait bien voulu me recommander à ces personnes distinguées. Faites-lui mille compliments affectueux; répétez-lui que je m'estimerais heureux de pouvoir lui être bon à quelque chose à Paris. R. êut la bonté de me donner vos <hi rend="italic">Versi</hi>, et à propos de cela permettez-moi de vous demander la solution d'une difficulté que ni moi ni quelques amis qui savent un peu l'italien n'ont pu résoudre. Dans l'Épitre au Comte Pepoli, p. 46, vers ab ima pagina, je ne comprends pas le mot <hi rend="italic">sappiamo</hi>. D'où vient ce subjonctif, ou impératif, s'il faut lire <hi rend="italic">sappiano</hi>, qui du reste serait contre la mesure du vers, ou bien, si <hi rend="italic">sappiamo</hi> est juste, d'où vient alors ce changement de personne? Vous savez bien que je ne sais qu'épeler l'italien. Toutefois n'y a-t-il pas là une erreur typographique grave, peut-être une omission d'un ou de plusieurs vers? Ou faudrait-il le conditionnel <hi rend="italic">saprebbero</hi>? Vous sourirez à cette micrologie philologique. Toutefois elle vous prouvera combien je mets d'importance à tout ce que vous avez écrit. Puis cette Epitre est un admirable morceau non seulement pour sa forme, mais tout autant par les belles et grandes idées qui y abondent. Un des mes amis aurait envie de le traduire en vers allemands du même mêtre. Vous concevez donc qu'il nous importe de le comprendre entièrement. Nous sommes enchantés aussi de vos idylles et vos élégies, mais je ne suis pas assez fort pour comprendre le <hi rend="italic">Sonetti in persona di Ser Pecora</hi>.</p>
            <p>Quant à vos <title>Operette</title>, j'ai l'espoir de les voir paraître traduites en français. A la vérité cela ne vous rapportera aucun bénéfice pécuniaire, mais cela ferait connaître votre nom en France et faciliterait les moyens de publier autre chose. Si cette traduction se fait, j'en soignerai la révision pour m'assurer qu'elle est fidèle, et j'écrirai la notice littéraire sur tous vos ouvrages. Malheureusement je n'ai pu avoir à Milan les Numéros du <hi rend="italic">Spettatore</hi>, ni du <hi rend="italic">Nuovo Ricoglitore</hi>. Je n'ai pu acheter chez Stella que l'<hi rend="italic">Hymne à Neptune</hi>, le 2. livre de l'<title>Eneide</title> et le discours de Gemistus Plethon. J'ai l'ouvrage de Federici de Padoue, <hi rend="italic">Degli scrittori greci</hi>, mais indique-t-il exactement toutes vos traductions grecques? Où trouverais-je l'indication de celles que vous avaiz faites du latin? Et puis je manquerai toujours des morceaux originaux qui pouvent se trouver dans ces deux recueils. Vous voyez donc bien, mon excellent ami, qu'il serait pour ainsi dire indispensable que vous me fissiez, ou fissiez faire le catalogue complet de vos différentes pubblications, si vous voulez que ma notice soit complète aussi. Et c'est pitoyable combien nous manquons ici de livres italiens modernes. Par exemple, on ne trouve de vous que vos deux <hi rend="italic">Chrestomathies</hi> et les <title>Operette</title>, et cela chez le seul Fayolle. Aussi suis je bien fâché de n'avoir pas encore reçu mon exemplaire de vos <title>Canzoni</title>, qui m'arriveront par Livourne et Marseille Dieu sait quand. N'y aurait-il pas possibilité de m'envoyer un exemplaire de Florence ou de Bologne sous bande? et cela le plus tôt possible? Votre nouvelle édition avec <hi rend="italic">aggiunte</hi> se fera-t-elle? Je l'espère bien.</p>
            <p>Quant à vos manuscrits savants que j'ai heuresement tous apportés à Paris après les avoir eus sous la main de la censure de <hi rend="italic">M-n</hi>, je pense toujours de même, mais je n'ai encore rien pu faire. La librairie en tout pays et même en Allemagne est aujourd'hui dans un triste état. Par exemple, le libraire Hartmann, qui devait imprimer le Pseudo Callisthènes de mon ami Berger, a manqué. Monsieur Passow a failli succomber à une seconde attaque d'apopléxie, et Niebuhr, notre excellent ami à tous les deux, est mort prématurément. Hélas, c'était précisément lui que j'espérais mettre à contribution pour trouver un libraire payant. - Voilà 4 mois d'absence de Paris pendant lesquels l'<hi rend="italic">Estienne</hi> est resté suspendu. Si avant d'avoir repris cet ouvrage j'eusse écrit à mes amis en Allemagne, je courais risque de passer pour fanfaron. Il a donc fallu que je rédige, corrige, etc. pour mettre enfin notre première livraison à flot sur l'océan de la librairie.</p>
            <p>Aussi en voilà la publication très prochaine; je pense au mois d'Avril prochain, et cette semaine même que voici, les feuilles 6 e 7 seront sous bande envoyées en <hi rend="italic">Specimen</hi> à tous nos différents collaborateurs étrangers. Alors j'écrirai à tous ces Messieurs et je parlerai de vous. Déjà j'ai écrit pour vous à Walz, et lui ai envoyé vos corrections de <hi rend="italic">Théon</hi>, tout en lui faisant une note exacte de tout ce que dans vos manuscrits pouvait être important pour sa collection des Rhéteures grecs, en me réservant toutefois de reprendre votre bien pour le réimprimer dans ces <hi rend="italic">Adversaria</hi> projetés. La réponse de Walz ne peut guère tarder. - J'ai prêté votre <hi rend="italic">Lettre sur Eusèbe</hi> à Letronne que je verrai dimanche à ce sujet. Mais j'ai été étonné de ce que feu Niebuhr ne vous ait jamais cité dans les notes additionnelles à son mémoire sur Eusèbe, imprimé pour la première fois en 1819, mais inséré depuis page 179 sqq. dans le premier volume des ses <hi rend="italic">Opuscules historiques et philologiques</hi>, publiés à Bonn, en 1828. - Celui de vos manuscrits dont on pourra probablement tirer parti à Paris, c'est le traité des <hi rend="italic">Superstition vulgaires des anciens</hi>. J'éspère le faire lire à Boissonade et autres. - Quant à la manière de publier les observations séparées, j'hésite beaucoup. Quelques allemands me disent que l'on n'aime plus les <hi rend="italic">Adversaria</hi>, et quand je leur cite Porson et Wolf ils me disent que ces deux hommes étant immensément connus pendant leur vie quoiqu'ils n'aient presque rien publié, c'était la curiosité du monde savant qui a fait que l'on ait pu donner leurs ouvrages posthumes. Vous sentez bien que si réellement il en était ainsi, il faudrait faire insérer partiellement dans les journaux philologiques. Mais pour l'Allemagne c'est déjà un mauvais signe que les <hi rend="italic">Annales</hi> de Jahn et la <hi rend="italic">Bibliothèque critique</hi> de Seebode aient été obligés de se fondre en un seul ouvrage; cela prouve qu'ils n'ont pas trouvé trop d'acheteurs. En Angleterre il y a le <hi rend="italic">Classical Review</hi>, mais c'est Valpy qui en est l'éditeur, et nous réimprimons, nous refaisons son <hi rend="italic">Thesaurus</hi>; il sera mon plus franc, mon plus déclaré détracteur et antagoniste. Vous savez que c'est une race hargneuse que celle des philologues, surtout lorsqu'on se trouve forcé à se mettre dans les voies déjà battues et rebattues par eux. Aussi m'attends-je, comme de raison, à toutes sortes de clameurs à la publication de la première livraison de l'<hi rend="italic">Estienne</hi>. - Quant à vous, mon excellent ami, vous y serez pour quelque chose, en tant que nous devons paraître dans le monde ensemble. Toutefois le Dictionnaire n'est certainement pas mal fait, et si je ne puis pas dire qu'il y ait beaucoup de choses nouvelles et importantes de moi, je suis sûr au moins que j'y ai mis toute la coscience et tous les soins possibles, et ceci sera reconnu des savants honnêtes, cela me fera une petite réputation qui pourra vous servir aussi.</p>
            <p>Vous voyez du reste bien que ce que je vous dit par rapport aux difficultés qui paraissent retarder votre entrée dans le monde philologique européen, n'est basé entièrement que sur des conjectures, assez probables malheuresement, mais pour savoir au juste si elles sont vraies, il faut nombre de lettres de l'Allemagne, et par conséquence du temps et de la patience. Hélas, mon cher et bien aimé ami, malheureusement que le sort vous a porté a devenir virtuose en patience, et d'ailleurs vous me connaissez assez pour pouvoir vous fier là dessus à mon zèle qui ne se ralentira jamais. Je voudrais avoir beaucoup d'exemplaires de votre <hi rend="italic">Eusèbe</hi> à envoyer à mes amis; je n'en ai trouvé qu'un seul chez Stella à Milan. Vous savez combien il est bon qu'on se présente avec de lettres de naturalisation tout imprimées. Dès que j'aurai des nouvelles, je vous les communiquerai, de quelle nature qu'elles puissent être.</p>
            <p>Mon ami Fix, qui vous salue cordialement sans vous connaître, à ma prière a mis sur ce papier ci-joint quelques observations sur la seconde Ode Anacréontique que vous avez imprimée à la suite de l'<hi rend="italic">Hymne à Neptune</hi>. Comme vous m'avez dit à Florence que vous en donneriez une seconde édition, j'ai pensé que cela vous serait agréable. Vous en ferez ce qui vous semblera. Fix est sans aucunes prétentions.</p>
            <p>L'<hi rend="italic">Ammonius Monachus</hi> sur les Blemmyes a déjà été mis à contribution par Etienne Quatremère dans ses <hi rend="italic">Recherches sur l'Egypte</hi>. Vos deux manuscrits écclésiastiques grecs perdent beaucoup de leur intérêt parce que Routh dans ses <hi rend="italic">Reliquiae sacrae</hi> a fait à peu près le même travail. Mais en revanche la <hi rend="italic">Vita Plotini</hi> par Porphyre n'a pas encore été réimprimé par Creuzer.</p>
            <p>Je vous renvoie ici les 2 feuilles de vos <hi rend="italic">Pensieri</hi>, non l'original, que je craindrai de confier à la poste dans le temps qui court, mais une copie textuellement exacte que j'en ai fait faire et que j'ai soigneusement collationée. Quand vous m'aurez accusé réception de la copie, et que vous pourrez me garantir que l'original aussi vous parviendra, je vous l'enverrai; sinon il restera jusqu'à ce que je trouve une occasion sûre.</p>
            <p>Comment va votre santé? Combien j'adresse au Ciel des voeux fervents pour votre bien-être physique! Ménagez vous en lisant cette longue épître, ménagez vous aussi en me répondant. Mais faites moi le plaisir d'aller voir Monsieur de Mourawieff, pour lui dire que vous avez bien reçu cette lettre. - Si vous voyez Audin, demandez lui s'il a reçu celle de Van Praët. Dites mille choses de ma part à Messieurs Ocheyda et Vieusseux. - Je finis en vous réitérant encore ce que je vous ai dit à mon départ, c'est que si j'ai jamais eu de beaux moments dans ma vie, ce son ceux que j'ai passés avec vous; le souvenir ne s'en effacera jamais. Écrivez-moi en italien, vous me rendrez service. Adieu, cher et estimable ami. Tout à vous de coeur pour la vie votre sincère ami.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Reflexion faite, je vous envoie votre original et je garde la copie, qui est d'un plus grand format.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Paolina L. (1831)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PAOLINA LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>[Firenze] 8 Febbraio 1831.</date>
            </opener>
            <p>Cara Pilla. Della salute io soffro meno del solito perchè quest'inverno non è che una prolungazione dell'autunno e della primavera, sole stagioni nelle quali, quando vanno bene, io vivo tollerabilmente. Certo non mi accorsi della Biscia al teatro, perchè non seno <hi rend="italic">mai</hi> stato in teatro a Firenze, fuorchè una volta nel 1828, e non in palco. Seppi già da Babbo la disgrazia del canarino, e ne voleva piangere, ma mi consolai pensando che tutti siamo nati mortali. Io non mangio una sola volta il giorno, nè due sole, nè tre: non ho più metodo alcuno, e vi farei ridere raccontandovi la mia vita, se non fosse cosa lunga. Hoqueda è vivo e fresco e mi vuol bene: ho abitato con lui un mese alla Fontana. Il carnevale qui è brillante, ma io, potete credere, me ne do poco pensiero. Addio, cara Pilla. Abbraccio tutti. Datemi subito subito le vostre nuove.</p>
         </div1>
         <div1 n="A L.De Sinner (1831)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A LUIGI DE SINNER - PARIGI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Florence le 17 Février 1831.</dateline>
            </opener>
            <p>
               <foreign lang="fra">Mon très-cher et respectable ami. J'aurais bien de la peine à vous exprimer combien je suis pénétré de reconnaissance envers vous pour la manière si obligéante et si tendre dont vous m'écrivez, et pour la bonté que vous avez eue de me renvoyer si promptement les deux petites feuilles de mes pensées, qui assurément ne méritaient pas la moitié du soin que vous avez pris pour les conserver. Si je voulais épuiser ce sujet, je ne finirais jamais, et vous savez, mon cher ami, que je suis obligé d'être court. Ainsi vous ne prendrez pas pour une marque de peu d'affection le laconisme avec lequel je vous déclare que mes sentiments pour vous sont les plus profonds que je saurais éprouver, que je remercie toujours le ciel de m'avoir fait faire votre connaissance, et que je vous prie de vouloir bien me permettre de vous regarder comme l'un de mes amis les plus intimes et les plus chéris, comme l'un de ceux qui m'aiment le plus sincérement et auxquels je me suis donné sans réserve. - Rosini m'avait déjà donné les nouvelles de votre séjour à Pise: il paraissait fier de raconter que vous aviez passé avec lui tout le tems que vous étiez resté dans cette ville. - Je suis bien aise d'apprendre que la I.re livraison de votre <hi rend="italic">Étienne</hi> va paraître. Cet ouvrage vous fera une grande réputation sans doute, plus durable peut-être qu'aucune des plus hautes réputations littéraires de ce siècle, parce que l'importance de votre ouvrage durera toujours, au lieu que les productions littéraires d'aujourd'hui n'ont qu'un intérêt temporaire.</foreign>
            </p>
            <p>
               <foreign lang="fra">Voici comment doit s'entendre le passage de mon Épitre que vous m'indiquez: "Ainsi nous savons (</foreign>sappiamo, <foreign lang="fra">prés. indicatif) que les brutes etc. passent leurs jours moins tristement et (moins) ennuyeusement que nous, et ne se plaignent pas de la lenteur du tems". Je conçois qu'une traduction bien faite, en allemand ou en français, de quelqu'un de mes petits morceaux de littérature, en prose ou en vers, pourrait nous être fort utile. Je vous ai envoyé sous bande par la poste le seul exemplaire qui me restait de mes <title>Canzoni</title>. - Je vous prie de faire mes complimens bien sincères à M. Fix, et de le remercier en mon nom des observations qu'il a bien voulu faire sur mon anacréontique. Elles me seront utiles, sur-tout en cela, qu'elles me feront retrancher ces deux odes de la nouvelle édition de mes poésies, qui, par parenthèse, est sous presse, et ou il y aura plusieurs morceaux inédits: je vous en enverrai un exemplaire sitôt qu'elle aura paru. Mais, dites-moi, est-ce qu'il n'est plus admis chez les</foreign>
               <foreign lang="grc">μετρικῶν παῖδας</foreign> que dans la poésie lyrique grecque la I.re syllabe du vers est très-souvent indifférente comme la dernière? C'est de cette maxime que viennent mes fautes <hi rend="italic">contra metrum</hi>, Le <foreign lang="grc">δὲ</foreign> après <foreign lang="grc">ἀδόνες</foreign>
               <foreign lang="fra">y est absolument bien: j'en avais recueilli beaucoup d'exemples, qui doivent se trouver chez vous dans quelqu'uns de mes papiers.</foreign>
            </p>
            <p>
               <foreign lang="fra">Voici la note de celles de mes publications qui vous manquent: Dans le SPETTATORE ITALIANO. Milan, 1816.</foreign>
            </p>
            <p>1. <title>Discorso sopra Mosco</title>. - 2. <title>Poesie di Mosco</title>: traduzione dal greco (en vers). - 3. <title>Saggio di traduzione dell' Odissea (en vers).</title> - 4. <title>Discorso sopra la Batracomiomachia.</title> - 5. <title>Guerra de' topi e delle rane</title>: parafrasi dal Greco (en vers): réimprimée plusieurs fois à Milan et ailleurs. - 6. <title>Discorso sopra la fama avuta da Orazio appresso gli antichi</title>.</p>
            <p>Ibid. - 1817.</p>
            <p>7. <title>La Torta</title>, poemetto: traduzione dal latino (en vers: c'est le <title>Moretum</title>). - 8. <title>Titanomachia d'Esiodo</title>: traduzione dal greco (en vers: précédée d'un Discours littéraire sur Hésiode). Dans le NUOVO RICOGLITORE. Milan, 1825.</p>
            <p>9. Frammento di una traduzione dell'impresa di Ciro descritta da Senofonte (c'est-à-dire de l'<title>Anabasis</title>).</p>
            <p>
               <foreign lang="fra">Je suis très-persuadé que le moment actuel n'est nullement favorable à des spéculations de librairie; j'ai d'ailleurs une confiance entière en votre zèle, et vous ne devez pas douter de ma patience. Mais je persiste à croire que la forme de <hi rend="italic">mélanges</hi> est la seule sous laquelle mes observations puissent être rédigées. Si le titre d'<hi rend="italic">Adversaria</hi> ne jouit plus de la faveur publique, on peut en choisir un atre, tel que <hi rend="italic">Spicilegium</hi>, <hi rend="italic">Opuscula philologica</hi> etc.; mais quant à la forme, je crois impossible d'en trouver une outre qui soit applicable. J'avoue que je suis ordinairement peu touché de ces propos: <hi rend="italic">tel ou tel genre n'est plus à la mode</hi>. On le remet à la mode, si l'ouvrage est bon: et si l'ouvrage est mauvais, la mode ne saurait pas le soutenir. Aussi me semble-t-il que ce ne serait pas <hi rend="italic">entrer dans le monde philologique</hi>, que de paraître comme philologue dans un Journal. Au reste ce sera à vous à décider là-dessus en dernier ressort; et soyez sûr que votre décision ne peut manquer de me satisfaire entièrement. - Je fais extraire de mes pensées les morceaux <hi rend="italic">strictement</hi> philologiques, en espérant de vous les faire parvenir par occasion sûre. Je vois que c'est peu de chose: il y a quels que note léxicographique, et deux observations sur Théon qui pourront vous intéresser.</foreign>
            </p>
            <p>
               <foreign lang="fra">Pour ce qui est de l'<hi rend="italic">Essai</hi> sur les erreurs populaires, je consentirais à le vendre même pour le nom, c'est-à-dire à ce qu'il fût publié sous le nom d'un autre; car, croyez-moi, sans le réfondre entièrement, il est impossible de le rendre un ouvrage capable de nous faire honneur.</foreign>
            </p>
            <p>
               <foreign lang="fra">Je n'ai plus vu Audin, mais je sais qu'il a reçu la lettre de Van-Praët, ainsi que je l'ai dit à M. de Mourawieff, qui doit avoir eu la bonté de vous mander quelque chose de ma part. - MM. Hoqueda et Vieusseux vous font leurs complimens: le premier a été menacé et presque frappé d'apopléxie; il n'est pas bien. On conserve ici un souvenir très-agréable du tems que vous avez passé parmi nous. Donnez-moi vos nouvelles le plus souvent que vous pouvez; si ma réponse, à cause de ma santé, se fera un peu attendre, elle ne manquera pas. J'ai hasardé cette lettre en français, malgré la permission que vous m'avez donnée de vous écrire en italien; je serai moins téméraire une autre fois. Adieu, mon très estimable et très-cher ami; je suis et serai toute ma vie votre tendre et fidèle ami G. Leopardi.</foreign>
            </p>
         </div1>
         <div1 n="Di M.Missirini (1831)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI MELCHIORRE MISSIRINI</hi>
               </byline>
               <date>[Firenze] Casa 21 Febbraio 1831.</date>
            </opener>
            <p>Carissimo Amico e Padrone. È qualche tempo ch'io sono con lei debitore di ringraziamenti per avermi favorito di una sua visita un giorno, che con mio dispiacere non mi trovai in casa; ma aspettava farlo nell'occasione, ch'io volea ch'Ella fosse il primo, a cui io facessi parte d'una importantissima e desideratissima scoperta da me fatta, cioè del Ritratto della Beatrice di Dante: La prego adunque ad accettare la prima litografia da me fatta tirare di questo singolare monumento. Sto dettando un libro per illustrarlo: tutti i professori dell'Accademia, cominciando dal Benvenuti, mi hanno munito di amplissimo documento sulla bontà e preziosità dell'Opera. Ho trovato che lo stesso Dante, e lui solo la Beatrice dipinse: e più altre cose ho scoperto a ciò relative, e ch'Ella poi leggerà nello scritto. Intanto aggradisca questa stampa, e la rinnovazione dei sensi della mia venerazione ed affezione.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Paolina L. (1831)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PAOLINA LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 4 Marzo 1831.</dateline>
            </opener>
            <p>Cara Pilla. Io sto benino del resto, ma degli occhi più impedito del solito, a causa probabilmente della primavera. Dammi le nuove politiche della provincia e del paese: puoi farlo liberamente e con dettaglio, senza però aggiungerci osservazioni nè pro nè contra. Qui tutto, grazie a Dio, è tranquillissimo, e di me non puoi dubitare. Immagino bene che costì nessuno di quelli che m'interessano, pensi diversamente da me. Addio, addio. Scrivimi per la via ordinaria di Bologna: l'ultima tua m'arrivò dopo dieci giorni.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Tommasini (1831)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIETTA TOMMASINI - PARMA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 10 Marzo 1831.</dateline>
            </opener>
            <p>Mia cara Antonietta. Fatemi tanta grazia di far contare a chi vi presenterà questa carta cinquanta franchi, la qual somma dentro pochi giorni vi sarà portata a casa e ripagata a mio nome. Scusate questa confidenza che, non senza dispiacere, mi prendo per non aver trovato altro mezzo di far pagare costì quella somma nel momento. Addio addio. Il vostro Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Tommasini (1831)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIETTA TOMMASINI</hi>
               </byline>
               <date>[s.d., ma Parma, Marzo 1831].</date>
            </opener>
            <p>Caro Leopardi. Ditemi qual'è il cognome di D. Sebastiano ch'è amico di vostra sorella. Chiamasi Ianchini, o altrimenti? Desideriamo tutti buone notizie della vostra salute. Non ci defraudate di questo piacere, ch'è un bisogno del nostro cuore. Addio. La vostra aff.ma amica.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Ho ricevuto una vostra cara lettera, alla quale risponderò quanto prima. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Morici (1831)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIUSEPPE MORICI</hi>
               </byline>
               <date>[Recanati 16 Marzo 1831].</date>
            </opener>
            <p>Sig. Conte Veneratissimo e Padrone. Perchè educato in di Lei Casa, ardisco implorare il suo valevole patrocinio, che spero non mi verrà negato dal di Lei magnanimo cuore. Sa che fin dal tempo del Regno Italico trovomi impiegato nel ramo Giudiziario. La ristrettezza delle mie finanze, ed il carico della numerosissima famiglia mi obbligano a cercarmi del pane. Nell'impianto quindi dell'attuale sistema ho necessità di occupare un qualche posto. Il governo deve nominare un Giudice per Recanati, ed il già Governatore di questo Distretto non aspira al certo a coprire tale impiego. Mi sarebbe quindi di vera soddisfazione, ed insieme del mio interesse, se potessi giungere a riportarne la nomina. Ella può procurarmela col mezzo di qualche suo amico di Bologna, ed io La supplico perciò caldamente a volersi interessare in mio favore, incoraggiato trovandomi anche dal di Lei Signor Padre. Ove ciò non potesse riuscire, mi adattarei anche ad assumere la qualifica di Cancelliere. Non mi muove l'ambizione, ma il solo bisogno. Oso dire di essere fornito di sufficienti cognizioni per l'uno o l'altro impiego, apprese anche dalla pratica nell'esercizio di venti anni. Mi dia dunque questo tratto ulteriore di benevolenza, e sia certa che come ogni bene lo reputo dalla famiglia Leopardi, così non cesserò mai di mostrarmi ad essa grato, come sono, e sarò sempre anche di Lei con ogni rispetto, Um.o D.mo Obbl.mo Servitore.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Monaldo L. (1831)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI MONALDO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <dateline>Recanati, 18 Marzo 1831.</dateline>
            </opener>
            <p>Car.mo Figlio amatissimo. Suppongo che in questi tempi fertili di vicende a voi piacerà ricevere frequentemente le nostre notizie come a noi piacerebbe avere ogni giorno le vostre. Sappiate dunque che grazie al Signore stiamo tutti bene e tutto in questa città va passando tranquillamente. Delle nuovità del mondo sappiamo solo quanto dicono i fogli, e chi volesse cavarne argomenti perderebbe la facoltà di argomentare. Lasciamo dunque che le cose camminino come vogliono, e contentiamoci della parte di spettatori che se non è la più gloriosa, è quasi sempre la più sicura. Addio mio caro Giacomo. La Mamma e i fratelli vi abbracciano.</p>
            <p>Il Gov.no di Bologna ci regala con una imposizione equivalente al quarto della Prediale di un anno che alla nostra città importa circa Sc. 4000, e a me circa Sc. 200. Questa buliga non va bene e lede il diritto di tassarsi spontaneamente, principale prerogativa dei popoli liberi. L'urgenza del momento giustifica un poco questa misura, ma il verbo pagare il quale dispiaceva principalmente nel dizionario dell'assolutismo suona male all'orecchio della libertà. Addio mio caro Giacomo, vi benedico e sono con tutto il cuore V.ro Aff.mo Padre.</p>
            <p>a dì 19</p>
            <p>Un decreto del Governo chiama immediatamente a Bologna i Deputati delle Provincie per formarvi l'assemblea Nazionale e a Recanati tocca spedirne uno per tutto il suo Distretto, composto di circa 36 mila abitanti. Tutti i Deputati saranno per ora 64. Oggi qui si terrà consiglio per la elezione, e sento che si pensi ad eleggere voi. Non so se riuscirò a persuadere che voi non accetterete, sicchè pensino ad altri. In caso contrario riceverete avviso d'uffizio con la posta futura. Vivo quieto perchè conosco i vostri sentimenti e voi conoscete i miei. Ritenuto però che non dobbiate assolutamente esporvi ad un viaggio, e ad un ufficio che sono pericolosi in questo momento, o che lo possono essere, non vi mancherà modo di rispondere con cortesia e corrispondendo a tutti i riguardi. - Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1831)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>[Firenze 21 Marzo 1831].</date>
            </opener>
            <p>Mio caro Papà. Dalla carissima sua degli 11 mi avvedo ch'Ella è stata in pena sul conto mio, cosa alla quale, non so come, io non aveva pensato, altrimenti mi sarei data più premura di scriver costì. La ringrazio teneramente delle sue amorosissime espressioni. Qui tutto è, e speriamo che sarà sempre, tranquillissimo. Oggi o dinnazi passano di qua 4000 austriaci diretti verso Forlì per la via de' monti. Io sto passabilmente, ma gli occhi non mi lasciano far nulla nulla: perciò non posso se non ricordare a Lei, alla cara Mamma, e ai cari fratelli, l'amore del loro Giacomo.</p>
            <p>Desidero esser tenuto al corrente delle nuove loro, per mia quiete. Non è vero (che qui si sappia) che Giordani sia mai stato a Bologna ultimamente. Io aveva deciso di andare a passare tutta la buona stagione a Parma, per provare di curarmi seriamente sotto Tommasini; ma lo stato delle cose essendo troppo incerto, prevedo che non mi moverò di Toscana.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Monaldo L. (1831)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI MONALDO LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <dateline>Recanati, 21 Marzo 1831.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio Car.mo Figlio. Come vi scrissi nello scorso ordinario, il Consiglio di questa città, in rappresentanza di tutto il Distretto, dovendo eleggere un Deputato per l'Assemblea Nazionale di Bologna, elesse voi con assoluta unanimità di voti, e coi modi più lusinghieri. Oggi la Magistratura vi scriverà d'uffizio avvisandovi che troverete le credenziali a Bologna. Non ho potuto impedire tale elezione sulla quale non si volle che aprissi bocca, e in fondo non mi è dispiaciuto che la Città vi abbia dimostrata la sua fiducia. Sarei però molto dolente se vi vedessi accettare l'incarico in questi momenti di somma incertezza nei quali ogni uomo saggio pensa a non compromettere se stesso e la sua Famiglia. La <hi rend="italic">Gazzetta di Bologna</hi> annunziando che gli Austriaci hanno occupato Cento viene a dire ancora che il principio di non intervento potrebbe non impedire la occupazione di tutto lo Stato Romano. Trovarsi a Bologna con carattere pubblico al momento di una, ancorchè passeggiera invasione, potrebbe essere di gran pericolo, e così potrebbe essere difficile e periglioso partirne nell'ora della confusione. Conosco che con voi sono inutili tali ragionamenti, e viviamo tranquilli, confidati nella vostra prudenza. Bensì rispondendo alla Magistratura, potreste evitare una aperta rinunzia, e temporeggiare un poco con qualche mezzo termine, come sarebbe di domandare istruzioni, e di voler conoscere per quanto tempo dovreste risiedere in Bologna onde non restasse impedito il vostro viaggio a Milano fissato per Maggio etc. Così rendereste alla città nostra un altro servizio, procurandole qualche settimana di largo, e disimpegnandola da un'altra scelta, la quale in questi momenti, in cui gli uomini prudenti stanno in cautela, potrebbe cadere in qualche scarto. Sopratutto però avvertite di non compromettere voi stesso, e se lo credete migliore, e più cauto, scrivete pure a dirittura che non potete prestarvi.</p>
            <p>Noi stiamo bene, e qui tutto procede tranquillamente. Addio mio caro Figlio. Vi abbraccio e vi benedico con tutto il cuore.</p>
         </div1>
         <div1 n="Del Comitato di Governo (1831)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DEL COMITATO DI GOVERNO PROVVISORIO IN RECANATI</hi>
               </byline>
               <dateline>Recanati 21 Marzo 1831.</dateline>
            </opener>
            <p>Ill.mo Sig.e Pro.ne Col.mo. Questo pubblico Consiglio, a seconda di una Legge del giorno 12 corrente emanata dal Governo Provvisorio di Bologna, nell'Adunanza del giorno 19 corrente devenne alla Nomina di un Deputato rappresentante questo Distretto nell'Assemblea Nazionale.</p>
            <p>Il detto Consiglio ravvisando nella S.V. Ill.ma quel degno soggetto che desiderar potesse per questa Rappresentanza atteso il corredo de' tanti Suoi lumi, con unanime acclamazione ve la prescelse: come dall'Atto, che in Copia conforme Le annettiamo.</p>
            <p>Siamo certi, che Ella vorrà corrispondere esuberantemente alla fiducia di questa Sua Patria, per le già sperimentate prove del di Lei Civismo. Le anticipiamo perciò in suo nome i più vivi ringraziamenti. La preghiamo di recarsi per l'effetto con la massima sollecitudine in Bologna, prevenendola, che troverà colà le nostre Credenziali presso il Sig.e Avvocato Pietro Brighenti.</p>
            <p>Ci è assai grato questo incontro per protestarci con perfettissima stima e riconoscenza Dev.mi Ob.mi Servitori.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1831)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 29 Marzo [1831].</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Papà. Spero ch'Ella sarà contenta dell'acclusa, ch'Ella suggellerà. Desidero però sommamente che la città e la provincia si scordino ora totalmente di me e de' miei: creda per certo che non possono farci cosa più vantaggiosa. Io sto benino. Gli austriaci sono a Rimini. Io le scrissi già pochi ordinarii addietro. Il suo Giacomo.</p>
            <p>Fatta la risposta, vedo per notizie più recenti, che forse gli Austriaci saranno costì prima della presente. Credo perciò bastare, che Ella medesima risponda questo in mio nome, aggiungendo tutto ciò che le parrà convenevole. Vorrei che facesse dire a Morici che ho ricevuto la sua del 16, e lo saluto; che non ho risposto perchè pochissimo, al solito, posso scrivere, e perchè gli avvenimenti rispondono abbastanza.</p>
         </div1>
         <div1 n="Al Comitato di Governo (1831)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AL COMITATO DI GOVERNO PROVVISORIO - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 29 Marzo 1831.</dateline>
            </opener>
            <p>Illustrissimo Comitato. Sono infinitamente sensibile all'onore fattomi dalle V.e Signorie Illustrissime e dal Consiglio di cotesta Città, di eleggermi a loro Rappresentante nell'Assemblea nazionale che era per tenersi a Bologna, secondo mi viene notificato dal lor venerato dispaccio del 21 cadente. Suppongo ora le SS. VV. informate della occupazione di Bologna fatta già molti giorni addietro dalle truppe austriache, e della partenza del Governo Provvisorio da quella città, per porre la sua residenza in luogo più sicuro. Di questo luogo, il quale anco sembra cambiarsi di giorno in giorno, non è facile qui aver notizia precisa, e impossibile poi sarebbe ottenere passaporti a quella volta. Le circostanze cambiate rendono dunque, almeno per il momento, ineseguibili le disposizioni delle SS. VV. Ill.me a me relative, ma non distruggono nè la gratitudine ben viva che io sento alla confidenza dimostratami da esse SS. VV., nè il desiderio ardentissimo di servire cotesta mia patria, a qualunque mio costo e fatica, ogni volta che lo consentano i tempi, e che l'opera mia non paia dover essere, come in questo caso, del tutto fuori di luogo.</p>
            <p>Sono con profondo rispetto delle Signorie Vostre Illustrissime umilissimo devotissimo obbligatissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.F.Stella (1831)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO FORTUNATO STELLA - MILANO.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 29 Marzo 1831.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico amatissimo. Il conte Mourawieff-Apostol, senatore dell'Impero Russo, avendo qui fatto tradurre in italiano il suo <title>Viaggio in Tauride</title> (opera annunziata con lode nei giornali esteri, e nell'<title>Antologia</title>, se non erro, di Marzo o Aprile 1830), mi ha raccomandato di trovare a collocare il ms. di questa traduzione presso qualche libraio di Milano. Se Ella conoscesse alcuno che potesse volere incaricarsi di tale edizione, mi farebbe sommo favore ad avvertirmene. In ogni modo, e quando anche, per le difficoltà de' tempi, non si trovi costì persona che voglia per ora assumere quella intrapresa, la prego a farmi tanta grazia di rispondermi sopra di ciò con una lettera <hi rend="italic">ostensibile al Conte</hi>, dalla quale apparisca ch'io le abbia <hi rend="italic">molto raccomandata</hi> quest'opera, che in verità io credo buona. Saluti affettuosissimi a tutti i suoi: mi dia le sue nuove e mi creda sempre il suo Leopardi.</p>
            <p>P.S. Il ms. è presso di me: corrisponderebbe a un giusto volume in 8°.</p>
         </div1>
         <div1 lang="fra" n="Di L.De Sinner (1831)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI LUIGI DE SINNER</hi>
               </byline>
               <dateline>Paris le 30 Mars 1831.</dateline>
            </opener>
            <p>Mon très cher ami. Certes je dois paraître bien négligent à vos yeux puisque j'ai si longtemps tardé à répondre à votre bonne et intéressante lettre du 17 février, et que je ne vous ai pas même accusé la réception de vos inappréciables <title>Canzoni</title>. Et votre lettre et votre livre m'ont comblé de joie, et je vous sais d'autant plus de gré pour les deux, que je connais votre état souffrant qui vous empêche d'écrire souvent et que l'exemplaire des <title>Canzoni</title> était le dernier qui vous restait à vous même. Mais je ne vous ai pas écrit plus tôt parce que de jour en jour j'attendais vainement une réponse d'Allemagne au sujet de vos manuscrits. Je n'en suis guères plus avancé que lors de ma première lettre. Et je m'explique ce retard de réponse de Monsieur Passow par l'état malheureux de sa santé et puis par l'attente où il est de la publication de notre première livraison du Dictionnaire. En attendant mieux, voilà ce que j'ai fait. Il s'est trouvé che Walz n'a pu citer qu'une seule de vos conjectures sur <hi rend="italic">Théon</hi>, parce que les autres se rapportaient à <hi rend="italic">Libanius</hi>, auquel reviennent ces <foreign lang="grc">παραδείγματα</foreign> depuis l'édition de Théon par Camerarius. En attendant, Walz dans son <hi rend="italic">Epistola critica ad Boissonade</hi> vous a cité fort honorablement, p. 40 e 41, e je crois devoir vous transcrire le passage: "Quoniam sumus jam in <foreign lang="grc">θ</foreign> a scribis modo intruso, modo expulso, addimus locum ex Theonis Progymn. c. 12: <foreign lang="grc">περὶ μὲν οὖν τῆς πρακτικῆς θέσεως τοσαῦτα. Φέρε δὴ πειραθῶμεν καὶ τῶν θεωρητικῶν τινα διελεῖν</foreign>. Leopardus, Comes Recanatensis, vir in his litteris inter Italos facile princeps dignusque hujus nominis successor, ex cujus schedis Sinnerus meus quaedam ad Rhetores meos spectantia amice mecum communicavit, corrigit <foreign lang="grc">διελθεῖν</foreign> quam conjecturam aliquot exemplis liceat fulcire". Puis viennent des exemples, quoique enfin il pense pouvoir laisser <foreign lang="grc">διελεῖν</foreign> pour "diligenter exponere". - Du reste je vais communiquer encore à Walz vos observations sur <hi rend="italic">Tibérius Rhétor</hi> et autres, et j'éspère en obtenir quelque chose de sonnant. Vous entendez bien que vous avez toujours corrigé Libanius et que ces notes se remettront dans un chapitre <hi rend="italic">ad Libanium</hi>. Comme les circonstances sont antiphilologiques partout, j'ai tâché de vous donner une réputation d'Helléniste précurseur d'une publication: et voici comment. Letronne auquel j'ai prêté votre <title>Eusèbe</title> doit vous citer. Boissonade est venu aujourd'hui chez moi pour examiner vos manuscrits, et je lui ai remis le <foreign lang="grc">διήγημα περὶ ῥόδου</foreign> le supplément au <foreign lang="grc">περὶ ἱερῶν</foreign> Libanius et l' <foreign lang="grc">Ανέκδοτον</foreign> rélatif à Saint Grégoire de Nazianze, qu'il allait publier dans le 4.e volume de ses <hi rend="italic">Anecdota graeca</hi> d'après un manuscrit de Paris. Très probablement il publiera ces 3 morceaux en vous faisant grandement votre part d'éloges pour vos découvertes, vos variantes, vos notes, et quoiqu'il n'y ait pas d'argent à recevoir, parce que ce livre se publie à l'imprimerie royale, qui ne paie pas un sou à Boissonade, cependant j'ai cru devoir passer là dessus, parce que cela ne peut manquer d'avoir de fort heureuses conséquences pour vous que de vous voir cité par Boissonade et même publié en partie par lui. Cela aménera des libraires payants, quand les circonstances commerciales se seront améliorées. Mon projet de traduction de vos ouvrages italiens n'a point encore été effectué. En français cela ne se peut pour le moment, parce qu'on n'imprime ici que de petites brochures politiques. En allemand cela se fera, mais il faut vous traduire dans le mètre original et avec inspiration, et mon ami Anders qui fera cela est très maladif. Ainsi nous devons encore nous patienter. Vous voyez au moins que je me donne du mouvement pour parvenir à quelque chose. Pour le <title>Porphyre</title> je vais prier Hase de l'examiner et d'en écrire à Creuzer qui doit le republier dans son <title>Plotin</title> complet. Pour le <title>Saggio</title> sur les erreurs populaires, il faut le publier arrangé en français, sans y mettre de nom peut-être, mais pas du tout le vendre pour le publier sous celui d'un autre. C'était là une idée desespérée, mon excellent ami; ce livre, quelqu'incomplet qu'il soit et bien que trop peu travaillé, est toujours mille fois trop bon pour en faire un pareil usage. Grégoire, Pottier l'ont lu avec le plus grand intérêt. Boissonade a été si étonné aujourd'hui en en voyant la richesse des citations, qu'il avait de la peine à croire que vous eussiez trouvé tout cela vous même, étant alors si jeune. Enfin je prévois avec assurance que je vais vous faire de la réputation. Pour l'argent cela dépend malheuresement plutôt des circonstances du commerce, que de moi. Fix est fâché que vous supprimiez vos deux Anacréontiques. Pour le <foreign lang="grc">δὲ</foreign> après <foreign lang="grc">ἀδόνες</foreign> ce n'est pas qu'il soit mal placé après le second mot, puisq'on peut le mettre même après 5 mots, ce que vous verrez dans notre <title>Thesaurus</title>, mais Fix croyait qu'un autre emplacement eût été plus aisé. Pour l'indifférence de la première syllabe du vers dans la poésie lyrique, Fix me dit que l'on peut bien mettre un spondée au lieu d'un jambe, mais qu'on ne peut changer un anapest en crétique. Vous savez que moi, âne fieffé en métrique, je ne fais que vous répéter l'assertion de Fix, sans savoir comment elle est fondée.</p>
            <p>D'après l'indication que vous m'avez donnée de vos morceaux insérés dans le <hi rend="italic">Spettatore</hi>, je suis parvenu à réunir la plûpart en achetant des Numéros chez Fayolle. Il me manque la <title>Dissertation sur Moschus</title>, la 1e, 2e, 5e-8e <hi rend="italic">Idylle</hi>, le <hi rend="italic">Moretum</hi>; mais je les fais copier, pour vous avoir au complet. Pour le fragment de l'<title>Anabasis</title> je ne sais trop comment faire, le <hi rend="italic">Nuovo Ricoglitore</hi> ne se trouvant décidément pas à Paris. J'attends avec une vive impatience la nouvelle édition de vos belles poésies. N'y avez pas reçu le <title>Moschus</title>? qui d'après Federici doit avoir eu un grand succès en Italie.</p>
            <p>Je suis honteux comme un écolier puni de mon ignorance au sujet de "Sappiamo" dans l'Epître. Imaginez donc que le père Burnouf m'avait déjà ainsi résolu le problème; mais je ne voulus pas le croire. Aussi ne m'étonne-je pas que vous m'ayez écrit en Français, ayant eu ce bel échantillon de mon savoir en langue toscane. Cependant si une autre fois vous voulez m'écrire en italien, je pense que je vous comprendrai et vous m'honorerez même par là. Mais, sans compliments, vous écrivez fort bien en français, c'est le dire de mes amis de ce pays; incomparablement mieux que moi qui me ressentirai toute ma vie du bonheur ambigu d'être nè sur les confins allemands. C'est vraiment une triste chose que de n'avoir pas de langue à soi. Quand j'écris pour l'impression, c'est presque toujours en latin; je suis allemand de naissance et par mon éducation; malgré cela quand j'écris en Allemagne il m'échappe des Gallicismes si forts, que je suis souvent forcé de recommencer mes lettres.</p>
            <p>Ces derniers temps surtout j'ai regretté de ne plus vivre à côté de vous, n'eût-ce été que pour mêler nos justes doléances sur l'état <foreign lang="grc">τῶν κοινῶν καὶ τῶν δημοσίων</foreign>. J'en suis désolé. Il semble que ce sont là les jours desquels il est dit qu'ils ne nous plaisent point. Avec cela ma position n'est pas gaie. En France il n'y a pour moi qu'un avenir fort douteux. Cet <hi rend="italic">Estienne</hi> si pénible et qui absorbe tout mon temps, ne saurait me donner la réputation à laquelle j'aurais pu parvenir en me livrant à la publication d'auteurs qui auraient été du ressort de ma spécialité. Ajoutez à cela l'humeur difficile et exclusive de Fix, l'inspection scholastique de Didot. Vraiment si je ne méditais pas souvent le proverbe: "Pierre qui roule n'amasse pas mousse", je laisserais là et l'<hi rend="italic">Estienne</hi> et compagnie, et je me donnerais corps et âme à Monsieur Mourawieff à Florence pour faire l'éducation de son fils. Et vivre avec vous et élaborer vos manuscrits sous vos yeux, c'est certes aussi un entraînement pour moi. Mais je dois me garder d'un nouveau coup de tête, je n'en ai que trop à me reprocher. Ainsi je me dis: "perfer et obdura", quoiqu'il soit une grande question de savoir si "labor hic, dolor, mihi proderit olim". Il faut là une sorte de fatalisme chrétien, auquel je deviens quelquefois infidèle. Vous voyez que je m'en donne à coeur ouvert avec vous, et de fait je sais que vous m'entendez même à demi-mots. Car bien que vous soyez de beaucoup au dessus de moi pour vos talents d'inspiration, votre profondeur méditative, cependant nous nous sommes vus et nous nous sommes compris aussitôt, et cela je ne saurais me l'expliquer autrement que parce que mon coeur sent profondément, quelque borné que soit la porté de mon esprit. Aussi resterons-nous éternellement amis.</p>
            <p>C'est une mauvaise drôlerie que d'avoir ainsi exhumé la triste histoire du pâté de <hi rend="italic">Longus</hi>. Je répondrai avec modération certainement, mais ma réponse fera tort à ces Messieurs. Vieusseux la recevra-t-il? J'aurais tenu à la voir imprimée en Italie. Mais il me faut force de caractères grecs. Qu'en pensez-vous?</p>
            <p>Saluez bien vivement Messieurs Vieusseux et Ocheyda que je plains beaucoup. Que fait l'excellent Rosini et sa <hi rend="italic">Luisa Strozzi</hi>? Rappelez moi à son bienveillant souvenir. - Jusqu'ici Van Praet n'a reçu aucune réponse d'Audin. A quoi cela tient-il donc? Adieu, mille fois adieu, mon très-estimé et excellent ami. <foreign lang="grc">ἔρρωσο καὶ χαῖρε</foreign>. Je suis à vous avec les plus profonds sentiments d'estime et de la plus sincère amitié votre tout dévoué ami.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Colletta (1831)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO COLLETTA</hi>
               </byline>
               <date>[Firenze] Il dì 1° Aprile 1831.</date>
            </opener>
            <p>Amico mio carissimo. Questo è l'ultimo pagamento, perchè il dodicesimo. La mala fortuna mi ha colpito mortalmente nelle mie più gradite inclinazioni; però che oggi sentirei gioia grandissima nel torre a voi le sollecitudini moleste del vivere materiale, e lasciarvi il pensiero, libero di cure e sereno. Lo avrei potuto molti anni fa; oggi nol posso, perchè io stesso, amico mio, stento la vita con la mia famiglia; e misuro per ogni spesa (pur quella delle medicine) il poco più, o meno. Vi dico ciò, non certamente per attristarvi, ma perchè, senza queste mie necessità, conoscer voi ed abbandonarvi, mi sembrerebbe peccato.</p>
            <p>Possa l'Italia pregiar l'opere vostre quanto esse meritano, ed arricchirvi. Il quale mio voto suppone l'altro, che io fo caldissimo, di vedervi ristabilito in salute, ed occupato a publicare i lavori che avete nello scrigno, gli altri che avete in mente.</p>
            <p>Amen. E caramente, come padre a figliuolo, vi stringo al seno. Vostro amicissimo per la vita.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.F.Stella (1831)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO FORTUNATO STELLA</hi>
               </byline>
               <dateline>Milano 11 Aprile 1831.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed amico amatiss.mo. In risposta alla cara sua 25 del p.p. detto la presente al mio Giacomino affine che Ella legger la possa più facilmente.</p>
            <p>Mi sono occupato subito per l'Opera, che Ella con tanta premura mi raccomanda, del Sig.r Conte Mourawieff-Apostol intitolata <title>Viaggio in Tauride</title>. E per le circostanze dei tempi, e per la scarsezza del denaro che manca a quasi tutti i librai dell'Italia, non ho saputo trovare presso persone a cui io abbia fede chi incaricar si voglia delle spese della stampa etc. della medesima Opera per proprio conto. Vi sarebbe alcuno che s'incaricherebbe della stampa, ma per conto altrui, ed anche la stessa mia Casa, la quale (lo dico per un di più, cioè perchè serva di lume al sudd.o Sig.r Conte in caso ch'ei dovesse trattare con altri) che pagate da lui le spese di carta stampa e correzione, ed impegnatici noi all'esito della medesima Opera per tutta l'Italia, non potremmo richiedere meno del cinquanta per cento di provigione, per renderne conto di sei in sei mesi di ciò che fosse stato da noi venduto. Al medesimo Sig.r Conte potrebbe giovar meglio il farne eseguire costì la stampa, sempre che trovare potesse costì oltre una persona solvente una persona ancora che incaricar se ne volesse di proposito.</p>
            <p>Desidero di aver sue notizie, mio cariss.mo Sig. Conte, e in nome ancora della mia famigliola la riverisco di tutto cuore e mi confermo dev.o amico suo e servitor sincero.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Paolina L. (1831)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PAOLINA LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>[Firenze] 23 Aprile [1831].</date>
            </opener>
            <p>Cara Pilla. Risposi alle lettere del Papà 19 e 21 Marzo. Poi ho ricevuto la tua 2 Aprile, e quella del Papà 5 Aprile, colla sua bella iscrizione, di cui ti prego di ringraziarlo. Sono stato ben lieto di udire la parte ch'egli ha avuta in fare che gli ultimi torbidi siano riusciti innocenti a cotesta città: i bravi uomini si distinguono dai c___ni nella circostanza. Mi domandi perchè non rispondo alle lettere del Comitato di Recanati e di Macerata: ma sai tu dunque che quello di Macerata mi abbia scritto? e a che fine? io non ho ricevuto nulla. Mi dai nuove della Gigia, della quale non mi hai annunziata mai la nascita: me ne rallegro con Carlo infinite volte, e lo bacio con tutto il cuore. Segui a tenermi ragguagliato delle novità del paese. Io sto benino, e qui non v'è nulla di nuovo. Salutami tutti teneramente. Addio addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A L.De Sinner (1831)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A LUIGI DE SINNER - PARIGI.</hi>
               </salute>
               <date>[Firenze Maggio 1831].</date>
            </opener>
            <p>Mio carissimo ed egregio amico. Il luogo dell'<hi rend="italic">Epistola al Pepoli</hi> che a voi parve difficile a intendere, era veramente oscuro, tanto che già prima che voi me ne aveste scritto, io l'aveva corretto e cangiato nel modo che potrete vedere nella nuova edizione. Non crediate dunque che da quel vostro imbarazzo io prenda cattiva opinione del vostro sapere in lingua italiana. Piacesse al cielo ch'io sapessi o avessi mai saputo altrettanto di lingua tedesca. - Vidi lo <hi rend="italic">Specimen</hi> che m'inviaste della vostra opera. Vi giuro che mi parve cosa bellissima, e perfetta quanto è possibile in tal genere. Io ne sono incantato. Lodo anche molto la precisione colla quale sono indicati gli autori delle giunte ec. Ma ditemi, vi prego: la prima distribuzione è ella ancora pubblicata? Con dolore veggo dalla vostra ultima, e M. de Mourawieff mi conferma, che la sorte di quella utilissima e magnifica opera, e la vostra posizione presente sono molto incerte. Mi lusingherebbe infinitamente il pensiero di rivedervi qui, e di passar molte ore del giorno al vostro fianco col piacere di chi conversa con un caro amico, e di chi ascolta ed impara mille ottime cose da un uomo eruditissimo. Ma da un altro lato, veggo che a voi, se vivrete qui, bisognerà rassegnarvi a rinunziare quasi intieramente alla filologia, per assoluta mancanza di libri e d'uomini. Che che sia di ciò, confesso che il desiderio di rivedervi supera in me ogni altra considerazione: e M. Mourawieff vi desidera anch'egli moltissimo, come ben sapete, e come egli mi ripete ogni volta che mi vede.</p>
            <p>Voi avete fatto sforzi erculei per dare alle mie bagattelle filologiche un'apparenza di valore. M. Walz è stato eccessivamente buono con me: vi prego a ringraziarnelo in mio nome. Credete voi opportuno di presentare a MM. Boissonade, Hase e Letronne i miei rispetti e d'informarli dell'ammirazione e dell'umile venerazione ch'io ho per loro? Fate di nuovo, vi prego, i miei sinceri complimenti a M. Fix.</p>
            <p>Non ostante l'indulgenza colla quale voi giudicate del <title>Saggio su gli errori popolari</title>, io sinceramente persisto a credere che il venderlo tal qual è in anima e in corpo, cioè anche per il nome, sia il migliore, e forse il solo uso che possa farsene. E se ciò si potesse presentemente far con profitto, io ve ne pregherei. V'assicuro ch'io sono intimamente convinto che da quel libro non possa venirmi onore alcuno; e però la questione è di trarne la maggior somma possibile di danaro.</p>
            <p>È gran tempo che non ho nuove di Rosini, col quale non mancherò di fare le vostre parti alla prima occasione. Il povero Hoqueda era già morto di apoplessia quando io chiusi l'altra mia lettera. La sua libreria è nelle mani di un suo nipote venuto qua da Tortona. Audin non ha ancora pubblicato il Catalogo che si aspetta da lui; ed io non l'ho mai più veduto dopo la vostra partenza: gli feci fare però i vostri saluti.</p>
            <p>Voi avete gran ragione di dolervi dello sciocco e intempestivo rinnovamento delle querele intorno al Longo. Vieusseux accetterebbe certamente e pubblicherebbe nell'<title>Antologia</title> una vostra risposta; ma se vi avesse ad essere molto di greco, egli si troverebbe imbarazzato 1° perchè la stamperia di quel Giornale ha pochi caratteri greci, 2° per la correzione. Il solo correttore di greco qui è quel Tommaseo (segnato K. X. Y.) che ha scritto l'articolo a cui voi rispondereste. Io v'offro tutta intera l'opera mia per la correzione delle stampe, se ciò può valervi, e se i miei occhi sopporteranno questa piccola fatica. Ma, a dire il vero, io credo che se la vostra risposta (come voi dite) deve abbondare di greco, è impossibile che essa abbia in Italia un maggior numero di lettori quando sia stampata nell'<title>Antologia</title>, di quelli che avrà se sarà stampata in un Giornale francese, il quale certamente sarà letto e conosciuto qui da tutte le persone interessate nella cosa, e capaci d'intendere queste materie.</p>
            <p>Vi ho spedito per la posta un esemplare de' miei <title>Canti</title>, che contiene tutte le mie poesie originali <hi rend="italic">approvate</hi> e ricorrette. Le altre che ho pubblicate in varii tempi sono da me <hi rend="italic">disapprovate</hi> e rifiutate. Alla pag. 86, v. 5, dopo <hi rend="italic">chiudea</hi> interpungi. Alla pag. 123, V. 5, correggi <hi rend="italic">giovi</hi>; - Alla pag. 129, V. penult. leggi <hi rend="italic">Sopiro</hi> (cioè <hi rend="italic">Sopirono</hi>).</p>
            <p>Addio, mio carissimo e preziosissimo e incomparabile amico. Scusate la brevità e la tardanza della presente. Voi ne conoscete la causa; e non avete bisogno di molte espressioni per essere persuaso della grandezza e costanza dell'amore ch'io vi porto, e della gratitudine profondissima ch'io sento e sentirò eternamente all'affetto ed alla bontà che voi avete per me. Addio con tutto il mio cuore. Il vostro Leopardi.</p>
            <p>Ho trovato fra le mie carte questa osservazione sopra Teone, che, <foreign lang="fra">bonne ou mauvaise</foreign>, vi trascrivo. Notandus usus modi infinitivi in Theone sophista, progymnasm. 2, ed. Basil., p. 36. <foreign lang="grc">Παραφυλακτέον δὲ καὶ τὸ παραλλήλους τιθέναι τὰς πτώσεις ἐπὶ διαφόρων προσώπων· ἀμφίβολον γὰρ γίνεται τὸ ἐπὶ τίνα φέρεσθαι</foreign>. Plane ut in hodiernis vernaculis quotidie dicimus: <foreign lang="fra">je ne sais que penser,</foreign>
               <foreign lang="spa">yo no he que comer,</foreign>
               <hi rend="italic">io non veggo dove andare,</hi>
               <foreign lang="eng">I know not what to do</foreign>, et sexcenta huiusmodi. Similis loquendi forma in Luciani, ut aiunt, Philopatride, prope finem? <foreign lang="grc">Ἐδυσχέραινον γὰρ τί τοῖς τέκνοις καταλιπεῖν</foreign>, pro <foreign lang="grc">καταλίποιμι</foreign> Epicurus in Epist. ad Herodot. ap. Laert., X, 37. <foreign lang="grc">ὄπως ἄν τὰ δοζαζόμενα ἢ ζητοᾣύμενα ἢ ἀποροᾣύμενα ἒχωμεν εἰς ὃ ἀνάγοντες ἐπικρίνειν</foreign>pro <foreign lang="grc">ἐπικρίνωμεν</foreign>. Noster <hi rend="italic">Fazio degli Uberti</hi> in poemate <hi rend="italic">Dittamondo</hi>, l. I. c. 29, v. 18, Che mi vendrei se fosse chi comprare, i.e. <hi rend="italic">chi mi comperasse</hi>. <bibl>(cfr. <hi rend="italic">Pens</hi>. VII, 91, 120, 246).</bibl>
            </p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Gherardini (1831)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO GHERARDINI</hi>
               </byline>
               <date>[Firenze] di Casa 2 Maggio 1831.</date>
            </opener>
            <p>Signor Conte gentilissimo. Ero nella lusinga di poterle rimettere le notizie richieste sui Satirici Toscani moderni, nella passata settimana, ma diversi affari venuti ad occuparmi tutti in un momento mi hanno tolto il tempo per terminare le osservazioni benchè brevi e semplici che io stava scrivendo, e mi hanno vietato per conseguenza di sodisfare al mio debito con quella sollecitudine che avrei voluto. Ora son certo di aver tutto in pronto per domani l'altro al più lungo, e le prometto di farle avere non più tardi il foglio relativo; ma frattanto premendomi di discaricarmi presso di Lei dell'involontario ritardo, e di togliere dalla sua mente l'idea che io non voglia prestarmi a servirla, le anticipo questa notizia e mi reco ad onore protestarmi con distinta stima devotissimo Servitore.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1831)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 19 Maggio 1831.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Papà. Dalla carissima sua dei 5 veggo che Ella non ha ricevuta la mia del 29 Marzo responsiva alle sue del 18 e del 21. Avrei moltissimo desiderato ancor io ch'Ella potesse portarsi a Roma nelle circostanze attuali per assistere co' suoi lumi il governo, che certo non abbonda d'ingegni capaci di fare il bene fra tante difficoltà. Ma pur troppo la sventura del nostro Stato farà che anche il momento presente passerà senza alcun frutto. Io sto straordinariamente bene per la straordinaria bontà della stagione, che qui da tre mesi e mezzo è perfetta e non interrotta primavera. Ma nè occhi nè testa non hanno ricuperato un solo menomissimo atomo delle loro facoltà, perdute certamente per sempre. Ella mi raccomandi al Signore, e così la Mamma e i fratelli. Mi benedica, la prego con tutto l'animo, e mi creda il suo tenero Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Gherardini (1831)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO GHERARDINI</hi>
               </byline>
               <date>[Firenze] di Casa li 19 Maggio 1831.</date>
            </opener>
            <p>Sig. Conte gentilissimo. Sono dolente di trovarmi in posizione di dovere per una seconda volta chiederle scusa del ritardo delle promesse notizie sui Satirici Toscani moderni, ma ho per altro la soddisfazione di annunziarle che le notizie medesime sono già scritte, in quel miglior modo che per me potevasi, e sono nelle mani del copista, il quale ha già l'ordine di riporle nelle di lei mani appena messe a polito, lo che sarà prima di domenica prossima. Mentre io sodisfo al dovere di darle questo discarico, mi rinnuovo il vantaggio di protestarmi devotissimo Servitore.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Poerio (1831)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ALESSANDRO POERIO</hi>
               </byline>
               <date>[Parigi ai 22 Maggio 1831].</date>
            </opener>
            <p>Caro Leopardi. Debbo ringraziarti con tutta l'anima dell'affettuoso saluto scritto a piè della lettera del nostro Ranieri, ma nel tempo stesso raccogliere tutta l'ira, di cui sono capace, contro a te per lagnarmi di una tua grave dimenticanza. Hai mandato a Sinner i tuoi bellissimi <title>Canti</title>, e nel mandarli non hai pensato a me, che tanto gli ammiro. Mostrami il tuo pentimento col rimettermi a posta corrente un esemplare del tuo libro. Sinner m'incarica di salutarti a nome suo. Egli spera che la tua salute sia tale da potergli rispondere, poichè tempo addietro ti scrisse a lungo. Egli ti è sinceramente affezionato.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Gherardini (1831)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIO GHERARDINI</hi>
               </byline>
               <dateline>Fiesole 23 Maggio 1831.</dateline>
            </opener>
            <p>Gentilissimo Signor Conte. Eccole le notizie richieste sopra i nostri Satirici Toscani da cinquant'anni in qua: io gliele rimetto insieme con alcune osservazioni gettate alla peggio senza pretensione e senza studio, affinchè Ella ne faccia quel conto che stimerà poter meritare. Avrei potuto aggiungere ai Satirici di un ordine distinto da me mentovati qualche altro scrittore in quel medesimo genere di Poesia, di minor valore certamente, ma pure degno di onorevole menzione, perchè nella nostra Toscana vi sono non pochi che hanno scritto assai bene, ma i loro nomi sono restati nell'oscurità perchè, paghi del plauso degli amici, non hanno rese le loro produzioni di pubblica ragione con le stampe. Pure accennerò a Lei uno di tali scrittori da me trascurato nelle notizie, appunto perchè affatto sconosciuto fuori del suo paese, e questi è il Pievano Landi nato nel Casentino, provincia fertilissima di bizzarri ingegni. Egli, mancato di vita circa quarant'anni fa, fu uomo dottissimo, scrittore facile ed elegante, e di animo tanto vivace e per natura talmente atto alla satira, da essersi reso temibile a tutti coloro che lo ebbero avverso. Scrisse molti sonetti lepidissimi e pieni di sali mordaci che egli medesimo voltò in idioma latino con tanta purezza di lingua e di stile, da rammentarci il buon secolo delle Lettere latine: scrisse anche un Poemetto intitolato la <title>Boscheide</title> contro un certo Pievano Boschi suo nemico che ne ebbe a morir di dolore; se non che questa operetta non fu terminata per divieto del Vescovo che volle por fine allo scandalo, ma le Opere tutte del Landi circolano manoscritte per la Provincia del Casentino, e mai furono stampate.</p>
            <p>Del resto accetti questo mio foglio come un attestato dell'alta stima che le professo, e come un segno dell'impegno che porterei di buon animo a servirla, se fossi buono a qualcosa, e intanto mi creda sempre devotissimo Servitore.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Paolina L. (1831)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PAOLINA LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>[Firenze] 24 Maggio [1831].</date>
            </opener>
            <p>Cara Pilla. Tu m'hai da fare un piacere, ma te lo raccomando assai. Pigliare il mio protocollo di lettere <hi rend="italic">letterarie</hi>, tutti due i volumi: levar via le lettere di Vieusseux, Brighenti, Stella, Colletta, e le copie delle lettere mie: farne un gran <foreign lang="fra">rouleau</foreign> con sopraccarta ben suggellata: scriverci sopra <hi rend="italic">Documenti</hi>, e questo indirizzo: <hi rend="italic">Al Nobil Uomo Il Signor Cav. Pietro Leopoldo Mannucci Benincasa Segretario Generale delle poste Toscane, Firenze</hi> e dopo tutto questo, ingegnarti quanto più puoi di far capitare questo piego a Bologna, al più presto possibile, in mano di persona (come sarebbe Setacci), che ricevuto che l'abbia, si compiaccia d'avvisarmene subito, ed io penserò a farlo venir qua. Bisognerebbe o dare il piego in mano al corriere, ovvero (e ciò sarebbe assai meglio) vedere se cotesto Direttor postale, o quel di Loreto, vuol fare il piacere di spedirlo gratis al Direttore della posta di Bologna. L'una e l'altra cosa sarà facilitata da quell'indirizzo al Segretario Generale di queste poste Toscane. Già s'intende che in ogni caso bisogna in una seconda sopraccarta fare un altro indirizzo o al Direttore di Bologna, o a quel particolare a cui si spedisse il piego, al quale contemporaneamente e separatamente bisognerebbe scrivere. In caso disperato, vedi di far capitare il piego a Bologna per occasione. Datti premura di questa cosa, che mi sta molto a cuore. Scrivimi le nuove di costà. Addio addio. Ho scritto al Papà a' 19.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Rosini (1831)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIOVANNI ROSINI - PISA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 24 Maggio [1831].</dateline>
            </opener>
            <p>Amico carissimo. Una bella signora, che ha una ricca collezione di autografi d'uomini illustri <hi rend="italic">d'ogni genere</hi>, mi ha istantemente pregato a procurargliene quanti più posso. Voi avete un'immensa corrispondenza, avete conosciuto e conoscete quasi tutti gli uomini più famosi del nostro tempo: di più siete onnipotente in Pisa, e potete ottenere costì da altri tutto ciò che volete: finalmente siete buon cavaliere e cortese verso le belle signore: fatemi dunque la grazia di vedere tra le vostre carte se potete disfarvi di qualche lettera di persona illustre, e di cercare anco se costì se ne trovassero presso altri che volessero compiacervene. Fatemela, ve ne prego, ma davvero, e non mandate la cosa in dimenticanza. Sarebbe possibile di trovar costì un autografo dell'Alfieri? Oh quanto sarebbe caro alla raccoglitrice! Del resto, voi avrete presso la Signora tutto l'onore che vi apparterrà, se mi favorirete.</p>
            <p>Come state? come vanno i vostri lavori? E il <hi rend="italic">Pacini</hi> che fa?</p>
            <p>Sinner mi scrive da Parigi ai 24 di gennaio: "<foreign lang="fra">Je ne pus vous écrire de Pise. Le bon M. Rosini, auquel je suis très reconnaissant de toutes les bontés qu'il a eues pour moi, absorbait tous mes instants. Il en fut de même à Gênes de la part de M. de Negro, à Milan de Madame Albrizzi, à Turin de MM. Peyron et Boucheron. Dites cela à M. Rosini: c'est lui qui m'avait bien voulu recommander à ces personnes distinguées. Faites-lui mille compliments affectueux: répétez-lui que je m'estimerais heureux de pouvoir lui être bon à quelque chose à Paris"</foreign>.</p>
            <p>E ai 30 di Marzo: "<foreign lang="fra">Que fait l'eccellent M. Rosini? et sa Luisa Strozzi? Rappelez-moi à son bienveillant souvenir"</foreign>.</p>
            <p>Vogliatemi bene, e scrivetemi. Addio, addio di tutto cuore. Il vostro Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Rosini (1831)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIOVANNI ROSINI</hi>
               </byline>
               <dateline>Pisa 25 Maggio 1831.</dateline>
            </opener>
            <p>A. Caris.mo. Nel sistema in cui siete di scrivere di rado e poco, una vostra lettera che <hi rend="italic">ha voltà fazza</hi> (come disse Arlecchino a S. Marco nel 1797) è un miracolo. Cercherò tra le mie carte quel che dimandate; ma son già state rifrustate. Del Pindemonte potrò darvi e del Bettinelli, e del Cesarotti e del Monti. - Ditemi chi è la <hi rend="italic">Madonna</hi>. - Or venghiamo a noi. Del <hi rend="italic">Marco Pacini</hi> ho fatto il C.o 6° e parte del 7° ma ho avuto (oltre un reuma di 6 settimane) molte inquietudini, che me ne han distolto. - Ho scritto un <hi rend="italic">Elogio</hi> del Cav. Pindemonte che <hi rend="italic">acefalo</hi> comincerà a comparire nel prossimo numero del Giornal di Pisa; poichè, obbligato come sono a far qualche cosa per detto Giornale, cerco di non gettar via affatto il tempo. Nel Giornale non vi pongo fuorchè la parte letteraria. Quando sarà per istamparsi come <hi rend="italic">Elogio</hi>, ve lo manderò e mi sarete cortese delle vostre osservazioni. - Marco Pacini interrogato perchè è stato 4 mesi senza dir nulla, risponde:
<quote rend="block">
                  <lg>
                     <l>Voi dovete saper che presso al fuoco</l>
                     <l>Della natura son delle cicale;</l>
                     <l>L'estate io canto; ma l'inverno al fuoco</l>
                     <l>
                        <hi rend="italic">M'infisimisco</hi>, e scrivo poco, e male;</l>
                     <l>Cioè (per non gonfiare i vanti miei)</l>
                     <l>Scrivo peggio di quel che scriverei. -</l>
                     <l>Sicchè dopo d'aver l'anno passato</l>
                     <l>Dato il Prologo in luce, e i Canti cinque,</l>
                     <l>Al venir di Decembre inaugurato,</l>
                     <l>Disse la Musa <foreign lang="lat">Calamum relinque</foreign>;</l>
                     <l>E divertiti a legger le Gazzette....</l>
                     <l>Se non altro, per dir d'averle lette. -</l>
                  </lg>
               </quote>
            </p>
            <p>Rispondete al Sinner che lo ringrazio della sua buona memoria; e gli scriverò quando saremo all'epoca della <hi rend="italic">Luisa Strozzi</hi>; sulla quale non so in vero quel che farmi. Questi non mi paion tempi da comparir fuori con libri, che han costato molta fatica; e che trattano materia di quella fatta. In ogni caso, conto sulla cortesia che mi usaste per la Monaca; la quale è stata sì barbaramente <hi rend="italic">violata</hi> nella versione Francese, che una donna di molto spirito mi scrive da Parigi di far citare il traduttore <foreign lang="fra">en relevation de dommages et intérêts</foreign>.</p>
            <p>Addio, Salutate la Signora Carlotta. Ditele che ho consegnato al Cav. Giorgini il t.o 4. 5. dei <title>Commentari</title> del Papi per lei, e che le scriverò, non potendo questa sera.</p>
            <p>Salutate gli altri amici.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Galvani (1831)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIOVANNI GALVANI - MODENA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 26 Maggio 1831.</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed amico pregiatissimo. Una Signora di qui, che ha una ricca collezione di scritture autografe d'uomini illustri d'ogni genere, antichi e moderni, morti e viventi, mi ha pregato molto di trovar via d'aumentargliene.</p>
            <p>Io mi sono ricordato che V.S. attendeva alcuni anni sono a fare una collezione simile; e immaginando che Ella possa avere qualche duplicato di cui non le sia grave di privarsi, cambiandolo con altri duplicati che la signora le manderebbe, mi valgo di questa occasione, per rinnovarle la memoria dell'amicizia ch'Ella mi concedè nel tempo che ci trovammo insieme in Bologna. E mentre da un lato la prego a volermi favorire in modo, che io possa per mezzo suo soddisfare in qualche parte al desiderio della signora, del che le sarei veramente grato; desidero da un altro canto che Ella mi porga occasione di servirla qui in Firenze, e di mostrarle col fatto in quanto pregio io tenga, siccome ho sempre tenuto, l'amicizia sua. Perdoni la libertà che mi prendo, mi voglia bene, se non me ne crede indegno, e m'abbia costantemente per suo devotissimo obbligatissimo servitore ed amico Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A L.De Sinner (1831)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A LUIGI DE SINNER - PARIGI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 1° Giugno 1831.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio carissimo amico. Vi ho scritto per la posta, due o tre settimane sono. Ora profitto di un'occasione che mi si presenta per mandarvi qualche osservazioncella filologica che già da più mesi ho fatta estrarre da' miei <title>Pensieri</title>. Sono bagatelle assai miserabili, e voi ne avete già più che non vi bisogna. Ma in fine ho voluto che tutte le mie scempiaggini filologiche si trovassero riunite presso di voi.</p>
            <p>Una Dama bellissima e gentilissima, (anzi la bellezza e l'amabilità stessa) mi prega a proccurarle degli <hi rend="italic">autografi</hi> (voglio dir lettere, biglietti, o altri piccoli scritti) di persone distinte in letteratura o in politica o in armi ec. ec., antiche o moderne, morte o viventi: nel qual genere questa Dama ha già una bella collezione. Potreste voi favorirmi in questa cosa? io ve ne sarei estremamente riconoscente.</p>
            <p>Il Sig. Castelnuovo che s'incarica di recarvi questo piego, si tratterrà costì forse 30 o 40 giorni; dopo di che sarà di ritorno in Italia.</p>
            <p>Rosini vi ringrazia della memoria che conservate di lui, e, quando sarà tempo, vi scriverà circa la <hi rend="italic">Luisa Strozzi</hi>, la quale per ora dorme, attese le circostanze attuali della letteratura.</p>
            <p>Datemi le vostre nuove, vi prego; parlatemi molto de' vostri studi, de' vostri pensieri, e de' vostri progetti; e ricordatevi spesso del vostro Leopardi, che non vi dimentica mai, e che vi amerà finchè avrà vita. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Tommasini (1831)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIETTA TOMMASINI</hi>
               </byline>
               <dateline>Parma 1° Giugno 1831.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio Caro Leopardi. Mi è di grandissimo conforto qualunque volta ricevo le vostre notizie, mi gode pur l'animo dandovi le mie. Ma questa consolazione mi venne tolta da gravissime circostanze, siccome quella d'avere avuto mio marito gravemente ammalato per più di tre mesi di febbre catarrale che tenne i medici incerti del fine cui riuscir dovesse. Ed in questo mezzo io pure ammalai di acutissima infiammazione al capo, venutami certamente per mancanza di riposo, ma più ancora dal continuo pianto e dal grave timore di perdere il compagno di mia esistenza, che mi fu sempre affezionato consorte, e qual padre amoroso ed amico. Non m'è dato il dirvi quanto io fossi infelice!... Cominciava il mio animo a godere della guarigione di mio marito, quando accadde anche nella patria mia uno di quegli avvenimenti, che traggono molti ad operare inavvedutamente. Così venne fatto da molti amici nostri, i quali gemono oggi sotto il peso di funeste disgrazie. Non accusate me, mio ottimo amico, del lungo silenzio, ma le cagioni che mi vi costrinsero senza le quali non saprei perdonare a me medesima. Giordani mi ha fatta avvertita più volte che assai soffrite occupandovi nello scrivere. Dimentica però oggi di cotesta cosa, non do ascolto che al desiderio che nutro di avere sicure nuove di vostra salute: imperocchè è questo uno de' pochi beni che dispensa il cielo agli uomini. Io poi debbo ringraziarvi d'avermi dato occasione di far cosa in qualche modo grata ad un amico vostro. Non mi risparmiate, ove credeste essere io buona a qualche cosa, e credetemi sempre desiderosa de' vostri comandi. Addio, addio, mio vero amico.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Vi spedisco i nomi di cinque associati, i quali sono - G.B. Maggi. - Paolo Scotti. - Rodolfo Pavaro. - Giuseppe Zanetti. - Gio. Gazzola. - Oltre i quali ne riceverete altri consegnati da me all'Adelaide. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Paolina L. (1831)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PAOLINA LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>[Firenze] 14 Giugno 1831.</date>
            </opener>
            <p>Cara Pilla. Manda pure l'involto a Perugia subito che tu puoi, ed appena spedito, avvisami della spedizione, ed a chi sia stato spedito. A proposito del ritratto, se tu ne hai disponibile un esemplare (ma vedi di trovarlo), mandamelo presto, ravvolto sopra un cannellino, con sopraccarta, per la posta. Io continuo, grazie a Dio, a star benino, e fo molto moto. Ho allontanato da me tutti i miei amici, perchè venendo a vedermi, non mi trovano mai in casa. I miei versi sono stampati da un pezzo; l'edizione è molto pulita, legata in cartoncino alla bodoniana; ma lo stampatore ancora non mi manda le copie che mi deve, e io non ho cuore di spendere cinque paoli l'una per comperarne. Di' a Carlo che mi saluti la Gigia, e tu salutami tutti, e bacia la mano per me alla Mamma e al Papà. Questa sera debbo essere presentato a madame la Princesse veuve de Napoléon Bonaparte le jeune, Dama di molto spirito, che ha posto sossopra mezza Firenze per farmi indurre ad andar da lei. Addio addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Rosini (1831)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIOVANNI ROSINI - PISA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 14 Giugno 1831.</dateline>
            </opener>
            <p>Amico carissimo. Non dimenticate, vi prego, la promessa che mi fate colla cara vostra de' 25 Maggio. Quegli autografi, che mi promettete, mi saranno graditissimi, e così altri se potete trovarne. Ho detto <hi rend="italic">mi saranno</hi>, e dovea dire <hi rend="italic">mi sarebbero</hi>, perchè in verità temo assai dela vostra dimenticanza.</p>
            <p>Godo che il <hi rend="italic">Marco Pacini</hi> continui. Nella prima delle due stanze, che mi trascrivete, avete voi notato che la rima <hi rend="italic">fuoco</hi> è ripetuta?</p>
            <p>Tenetemi per pronto a servirvi nell'elogio del Pindemonte, e in ogni altra cosa, come meglio io possa.</p>
            <p>Ho scritto al Sinner, e fatto con lui le vostre parti. La Carlotta Lenzoni vi saluta molto.</p>
            <p>Non mi maraviglio punto dei tradimenti fattivi dal vostro traduttor francese; ma perchè non trovate voi modo di far pubblicare la traduzione, che faceste fare per vostro conto?</p>
            <p>Avete voi lettere di Lamartine? anche di questo sarebbero a proposito pel fatto mio degli autografi. Abbiate cura della salute, e vogliatemi bene. Addio, addio. Il vostro Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Ranieri (1831)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO RANIERI - FIRENZE.</hi>
               </salute>
               <date>[Firenze, prima dell'Ottobre 1831].</date>
            </opener>
            <p>Fa' bene intendere al servitor di piazza che si tratta di donne e non d'altro: non potrebbe egli essere una spia? Pensaci molto. Vorrei vederti innanzi che tu vada dalla Targioni.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Galvani (1831)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIOVANNI GALVANI</hi>
               </byline>
               <dateline>Di Modena il 18 Giugno 1831.</dateline>
            </opener>
            <p>Riveritissimo Signor Conte. Ricavo dalla data dell'umanissima di lei del 26 p.p. esser io stato pur troppo tempo a risponderle oltre ogni mio debito e desiderio: ma di ciò la prego a volerne incolpare l'aver dovuto trattenermi in villa sino a questi ultimi dì, per cui non ebbi la di lei lettera che l'altro ieri. Scusatomi così, siccome credo, presso V.S. della triste nota di negligente, verrò a quanto ella mi dice intorno il raccogliere lettere autografe.</p>
            <p>Egli è ben vero che durante la mia dimora in Bologna, nella quale ebbi il vantaggio di ammirare la di lei moltissima dottrina, io teneva per dono prezioso il dono di una lettera scritta di mano di persona in fama di lettere o di arti: ma io allora, e pur dopo sempre, raccoglieva il mele per altri, pensava cioè al modo di trovarne, e mi rallegrava trovatele, figurandomi l'allegrezza che ne avrebbe sentita, quando gliele avessi donate, mio cugino il Conte Mario Valdrighi (che io credo sia alcun poco conosciuto da V.S.), il quale oltre all'esser fornito di molta patria letteratura, ha poi un amore veramente singolare a formarsi una serie, il più possibilmente copiosa, di questi autografi.</p>
            <p>Ecco dunque che ora solo trovo dispiacermi la mia liberalità, e ne vorrei essere stato buon massaio, per poterne servir subito, col di lei mezzo, la Dama di costì, la quale se ne mostra desiderosa; ma in verità, signor Conte, che io non ne ho alcuna, avendole tutte cedute di mano in mano al Valdrighi, o se pur una me n'era rimasa, essendosela altri già presa. Nullameno, per servirla nel modo solo che mi rimaneva, ho qui parlato ai due che sono ora in città, e i quali fanno raccolte consimili, per avere la nota delle lor lettere duplicate, e delle quali si privarebbero a fronte di cambi da scegliersi sull'altra nota che inviasse poi a suo comodo la Dama accennata da V.S. E l'uno di questi è un mio fratello minore di nome Francesco, che ne ha buon numero, e se le è radunate in assai poco di tempo, e di lui le accludo la noterella così come egli stesso me l'ha portata; ed il secondo è similmente il Valdrighi, il quale, dietro mio invito, s'è consigliato d'intendersela direttamente per lettera con V.S.</p>
            <p>Povero com'io sono d'ogni bella virtù, le riesce anche povera e dappoco la servitù mia, mentre io avrei anzi voluto mostrarla da qualche cosa. V.S. però si contenti di perdonarmi, e di avermi pel suo umilissimo Servitore.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Rosini (1831)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIOVANNI ROSINI</hi>
               </byline>
               <dateline>Pisa 18 Giugno 1831.</dateline>
            </opener>
            <p>A. Car.mo. Devo avere qualche lettera di della Martine; ma dove trovarla? Per le 4 promessevi, state tranquillo: ma, a proposito, chi è la Signora? Fuori la bella parola.</p>
            <p>Vi ringrazio dell'avvertenza; ma temo d'avere io mal trascritto, perchè le rime sono
<quote rend="block">
                  <lg>
                     <l>presso a poco -</l>
                     <l>d'inverno al fuoco.</l>
                  </lg>
               </quote>

In questo 6 Canto, due cose vi son da notarsi, una per i dotti (sull'uso de' Giornali), una pel volgo, la descrizione di Marco, che va a dire addio al Zio prete; e i furori in cui monta.</p>
            <p>Nel Canto VII sarà una tempesta in buffo: e la <hi rend="italic">descrizione del Getto</hi> dei Libri, che Marco si era procurati per diventare un Gran Generale:
<quote rend="block">
                  <lg>
                     <l>E siccome avea letto in Cicerone,</l>
                     <l>Che quando s'imbarcò per <hi rend="italic">la Turchia</hi>
                     </l>
                     <l>Era Crasso un bel pezzo d'Asinone:</l>
                     <l>Ma pure a forza di studiar per via,</l>
                     <l>S'era già fatto (e bravo è chi l'azzecca)</l>
                     <l>Gran General quando <hi rend="italic">sbarcò alla Mecca.</hi>
                     </l>
                  </lg>
               </quote>
(<foreign lang="lat">in Asiam pervenit factus Imperator</foreign>) e vedrete le pazzie della Mecca; e della Turchia. Saluti tanti alla Lenzoni. Spero di mandarvi presto l'<title>Elogio</title> del Pindemonte: ma da due giorni abbiamo un caldo orribile. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di F.Galvani (1831)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI FRANCESCO GALVANI</hi>
               </byline>
               <date>[s.d., ma Modena, dopo il 18 Giugno 1831].</date>
            </opener>
            <p>Ch. Sig. Ho sentito da mio fratello il piacer suo, e mi affretto a compirlo mettendole in mostra una nota di duplicati che e per Lei e per la Signora sua non esiterei a cambiare, chiamandomi contento a tutto. La mia Raccolta sarà di un quattro mila all'incirca, e mi torna impossibile, non avendo un catalogo, il darle la cosa perfetta; le dirò solo quanto mi verrà a mente; che se Ella vorrà porvi ulteriori parole, in allora potrò aggiugnere qualche altra cosa.</p>
            <p>Me ne scriva in proposito quanto più presto Ella può, perchè due miei amicissimi, B. Gamba, Mons. Muzzarelli, mi stanno anch'essi alle spalle. Um.o dev.o Servitore.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di M.Valdrighi (1831)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI MARIO VALDRIGHI</hi>
               </byline>
               <dateline>Di Modena 21 Giugno 1831.</dateline>
            </opener>
            <p>Chiarissimo Sig. Conte. Mio Cugino Giovanni Galvani mi ha comunicato l'istanza ch'Ella gli ha fatto intorno a lettere autografe, per crescere la raccolta di una rispettabilissima Signora di costì, e mi ha detto di averle già scritto prevenendola ch'io le avrei mandata la nota di quelle che mi trovassi aver disponibili. Mi sono perciò dato subito a scorrere quel poco che ho, bramosissimo di secondare le premure di Galvani, e quella della S.V. non meno, rammentando con piacere di averla conosciuta in Bologna, trovandomi col ridetto mio Cugino in casa Brighenti. Le trasmetto pertanto una povera nota di poverissime cose: e mi terrò ben fortunato se alcuna ve ne sia che possa contentare l'egregia raccoglitrice. Ella non avrà che ad indicarmi i nomi desiderati; e se in questo sarà sollecito, spero che non mi mancherà poi pronto mezzo per mandarle il piego. Al quale effetto sarà bene che la S.V. si compiaccia d'indicarmi il luogo di suo recapito per facilitarne la consegna. Mi spiace di non poter disporre di lettere veramente interessanti per la materia, mentre allora l'offerta sarebbe stata più degna: ma ad ogni modo ne andrò lietissimo se almeno il buon volere, benchè impotente, incontrerà gradimento.</p>
            <p>È per me fortunata questa occasione che mi dà animo a protestarle la distinta mia stima ed offrirmele devotissimo Servitore.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1831)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 21 Giugno 1831.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Papà. L'esibizione che Ella mi fa nella carissima sua de' 7, m'empie di tanta gratitudine, ch'io non so esprimerla. In altre circostanze non avrei tardato un momento a profittarne, non quanto al nome e all'onore (che avrebbe dovuto e deve restare a Lei solo), ma quanto all'utilità pecuniaria. Ma qui in Toscana è stato sempre difficilissimo il trovare a vendere manoscritti, perchè questi librai, poveri ed avari, se non hanno i manoscritti gratis, preferiscono di ristampare libri antichi, o di contraffare edizioni d'opere recenti. Oggi poi, nelle circostanze malaugurate del commercio, in Francia stessa non si trova a stampare altro che giornali o <foreign lang="fra">pamphlets</foreign> politici: e non solo in Toscana, ma neppure in Lombardia s'intraprendono edizioni. Io ho dovuto scrivere a Milano per un mio amico Russo, assai conosciuto in Europa, che avrebbe voluto fare stampare colà un suo ms. molto interessante, rifiutato qui da tutti i librai; e mi è stato risposto che non avrebbero potuto stamparlo se non a tutte spese dell'autore. Perciò desidero ch'Ella non si lasci sfuggire l'occasione di Venezia, che a questi tempi è rara. La letteratura è in istato d'asfissia dappertutto, i poveri letterati sono in mezzo alla strada. L'<title>Antologia</title> è stata sul punto di cessare, e non continua se non per impegno e per soccorsi prestati da alcuni benefattori. L'Europa è piena di fallimenti di librai.</p>
            <p>Io, grazie a Dio, continuo a star bene. Ella ami sempre il suo Giacomo, che le chiede di tutto cuore la benedizione.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Mosconi (1831)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIACOMO MOSCONI</hi>
               </byline>
               <dateline>Di Verona a dì 22 Giugno 1831.</dateline>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo Signore. La commissione onde le piacque d'onorarmi mi fu carissima, perchè mi assicurò ch'Ella non mi ha dimenticato. Ed io non avrei voluto risponderle senza avere di che attestarlene col fatto la mia riconoscenza, ma le mie speranze sono andate a vuoto. Qui in Verona vi sono di molti, studiosi di raccogliere scritture autografe d'uomini insigni, e per tal cagione ben tosto avvisai che non mi sarebbe venuto fatto di poterla sì di leggieri servire. Laonde dopo le mie inutili ricerche avea posta ogni mia fidanza in un nostro Abate Veronese mio amico, il quale credo essere il solo che aiutare mi possa a compiacerla: ma questi è assente da Verona sino dal passato Maggio, ed a quanto ne pare non vi ritornerà sì presto. Eccole il motivo per lo quale ho sino ad ora ritardato a risponderle, ed esso spero varrà a farmi presso lei scusato.</p>
            <p>Nella prossima settimana io andrò a Recoaro ove dimorerò da circa un mese; frattanto al suo ritorno l'amico mio, ch'è già informato di quanto ella desidera, darà opera a fine di vedere se rinvenir si possano le scritture autografe che vorrebbe codesta gentil-donna; ed io non mancherò di renderla avvertita del risultato delle nuove ricerche.</p>
            <p>Ella non mi fa motto dello stato di sua salute, ma voglio sperare che si avrà riavuto da que' mali onde era molestato nel passato autunno. Si ricordi ch'io nutro speranza di rivederla tra non molto ne' nostri paesi, com'ella ebbe a promettermi.</p>
            <p>Ov'ella vedesse la Marchesa Carlotta Lenzoni, mi obbligherà sommamente riverendola per me. Mi dia de' nuovi comandi, ed io allora terrò ch'ella mi abbia quale con tutto l'ossequio mi professo di Lei, signor Conte, devotissimo obbligatissimo Servo.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Rosini (1831)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIOVANNI ROSINI - PISA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 30 Giugno 1831.</dateline>
            </opener>
            <p>Carissimo amico. Vi ringrazio moltissimo degli autografi inviatimi, e credete che ve ne sono gratissimo; tanto più che me ne avete mandati in maggior numero di quelli che chiedeva, ed anche dei rarissimi. Si vede che la vostra corrispondenza estesissima, è sovra ogni dire sceltissima.</p>
            <p>Mi ha fatto molto piacere anche il grazioso dono delle rime funebri che mi hanno commosso tanto. Mi figuro che saranno molto piaciute alle persone cui eran dedicate, e specialmente il sonetto per una madre tenerissima, che a me pare superiore a ogni altra vostra poesia di questo genere.</p>
            <p>Vogliatemi bene, e ricordatemi ai vostri. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A L.De Sinner (1831)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A LUIGI DE SINNER - PARIGI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 30 Giugno 1831.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio carissimo ed egregio amico. Vi scrissi per la posta rispondendo all'amantissima vostra del 30 marzo. Poi vi scrissi per mezzo del Sig. Castelnuovo, mandandovi un pacchetto di carte, che al giungervi della presente, spero che avrete già ricevute, quantunque il Sig. Castelnuovo sia partito di qua più tardi ch'io non credeva. Questa vi perverrà per mezzo di Madama Carlotta Lenzoni nata Medici, Dama che appartiene alla prima nobiltà di Firenze, e che ha un pregio molto maggiore ancora, cioè quello di amare le lettere e le arti più che non sogliono le Dame italiane. Ella conosce personalmente quasi tutti i letterati d'Italia, avendo sempre amato che la società che si raduna regolarmente in sua casa più volte la settimana, fosse composta degl'ingegni più distinti che si trovavano in Firenze. Io vi sarò gratissimo se per mezzo vostro Ella potrà fare, come desidera, la conoscenza di molte persone distinte per merito letterario in cotesta capitale. Intanto son certo di proccurarle un bell'acquisto, proccurandole la conoscenza vostra. E come essa mi sarà grata di ciò, così io mi terrò obbligatissimo a voi per ogni gentilezza che userete a questa ottima Signora. Vogliatemi bene, e credetemi finch'io vivo tutto vostro G. Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1831)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>[Parma 1 Luglio 1831].</date>
            </opener>
            <p>Caro Giacomino. Ti puoi immaginare con quanta consolazione ho riveduto de' tuoi caratteri, dopo sì lungo intervallo. Delle tue nuove, molto richiedendone, avevo ottenute: pur sommamente mi giova intendere da te stesso con più certezza come abbi migliorato di salute. Conservati con cura: e lascia dire chi rimprovera lo scioperìo. Veramente ora ci è il prezzo, o pur solamente la possibilità d'operare! Prego Vieusseux di sollecitare la spedizione del tuo libro; che è molto desiderato. Questa sera comunicherò la tua lettera all'Antonietta; dove assai spesso sei rimemorato, e con molta affezione. Ricordami a Paolina, e a Carlino, affettuosamente. Carlino ha figli? quando vedi il Generale, quando sei con Vieusseux, ricordami. E con tutto il cuore ti abbraccio. Addio, carissimo Giacomino. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Paolina L. (1831)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PAOLINA LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>[Firenze] 2 Luglio [1831].</date>
            </opener>
            <p>Cara Pilla. Ho ricevuto il pacco in perfetto stato, e ne ringrazio di cuore tutti voi. Il ritratto bisogna certamente spedirlo sotto fascia, come stampa. S'io dissi <hi rend="italic">con sopraccarta</hi>, intesi dire aperta alle estremità, cioè una fascia grande. Il cannellino, o qualche altra cosa dura, mi piacerebbe perchè il ritratto non si ammaccasse: se la posta non lo vuole, levalo via: ma credo che la difficoltà non sia qui; basta che il rame passi per una stampa e non per un pacco, il che si ottiene col lasciarlo vedere.</p>
            <p>Charlotte Bonaparte est une charmante personne; pas belle, mais douée de beaucoup d'esprit et de goût, et fort instruite. Elle dessine bien, elle a de beaux yeux. J'allai la voir hier au soir pour la troisième fois; elle avait été malade pendant plusieurs jours. Elle me pria d'inscrire mon nom dans son Album: cela signifie que je dois lui faire un compliment par écrit. Comme je n'aime pas les impromptus, je demandai du tems. Elle me fit promettre que je retournerais ce soir, préparé ou non.</p>
            <p>Adieu, ma chère Pille. Io, grazie a Dio, sto bene, benchè sempre debole, sempre incapace di godere, non potendo nè leggere nè scrivere nè camminar molto, ed essendomi strapazzo ogni divertimento. Abbraccio il mio Carlo e Pietruccio (del quale perchè non mi parli?), e a Babbo e a Mamma bacio la mano. Adieu, ma chère Pillule.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Tommasini (1831)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIETTA TOMMASINI - PARMA.</hi>
               </salute>
               <date>[Firenze primi di Luglio 1831].</date>
            </opener>
            <p>Mia cara Antonietta. Quanto mi ha confortato l'affettuosissima vostra del mese passato! quanto ho desiderato le nuove vostre e della vostra famiglia in questo lunghissimo intervallo di silenzio d'ambedue noi! Finalmente il Toschi, dal quale io era stato a posta per intendere qualche cosa di voi altri, mi aveva dato in parte le nuove vostre, che quantunque non liete, pure mi avevano quietato un poco l'animo. Di quello che avete sofferto e che soffrite ancora, non mi condolgo qui con parole: ma sapete bene quanta parte riceva il cuor mio d'ogni vostro dolore. Ma come state adesso della salute? Come sta l'ottimo, incomparabile professor Tommasini? il quale saluto ed abbraccio con tutto lo spirito, pregando voi a raccomandarmi caldamente alla sua memoria. Come stanno l'Adelaide e Ferdinando? Io vi chieggo scusa novamente dell'incomodo che mi trovai sforzato a darvi per un mio amico e vi ringrazio della bontà che usaste nel favorirmi. Anche vi ringrazio tante e tante volte dei nomi che mi trascrivete di nuovi associati. Dal nostro Giordani, al quale ho scritto recentemente, saprete, o avete già saputo le nuove della mia salute. Dio sa quanto sia grande il mio desiderio di rivedervi tutti. E questo inverno passato ebbi ferma intenzione di fare in modo di rivedervi a primavera, ma i tempi non vollero. Addio, cara Antonietta. Salutate tutti i vostri tenerissimamente, anche i bambini; salutate Giordani se lo vedete; e vogliatemi sempre bene. Addio con tutto il cuore.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1831)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>[Firenze] 3 Luglio [1831?].</date>
            </opener>
            <p>Dio sa quanto le son grato de' suoi avvertimenti circa il mio libro. Io le giuro che l'intenzione mia fu di far <hi rend="italic">poesia in prosa</hi>, come s'usa oggi; e però seguire ora una mitologia ed ora un'altra, ad arbitrio; come si fa in versi, senza essere perciò creduti pagani, maomettani, buddisti ec. E l'assicuro che così il libro è stato inteso generalmente, e così coll'approvazione di severissimi censori teologi è passato in tutto lo Stato romano liberamente, e da Roma, da Torino ec. mi è stato lodato da dottissimi preti. Quanto al correggere i luoghi ch'Ella accenna, e che ora io non ho presenti, le prometto che ci penserò seriamente; ma ora vede Iddio se mi sarebbe <hi rend="italic">fisicamente</hi> possibile, non dico di correggere il libro, ma di rileggerlo. Una dichiarazione o protesta che pubblicassi, creda Ella all'esperienza che oramai ho di queste cose, che non farebbe altro che scandalo, e quel che vi fosse di pericoloso il libro, non ne diverrebbe che più ricercato, più osservato, e più nocivo. Godo, e molti godranno, della pubblicazione del <hi rend="italic">Memoriale</hi>. Non amerei che il ritratto andasse fuori, tra quelli che non mi conoscono: è troppo brutto. Se sarà mandato a Roma, lo stampatore, malgrado di qualunque patto, ne tirerà copie per sè, come accade sempre. Io, grazie a Dio, sto benino; ma occhi e testa non riguadagnano un atomo. Il suo Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Rosini (1831)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIOVANNI ROSINI</hi>
               </byline>
               <dateline>Pisa 6 Luglio 1831.</dateline>
            </opener>
            <p>A. car.mo. Ebbi dalla Sig. Carlotta le vostre nuove; e ora v'invio franche le stampe dell'<hi rend="italic">Elogio</hi> del Pindemonte. Pregovi di non rimandarle, ma di volermi indicare pagina per pagina quel che vi parrà meglio. Pregovi a farlo per Domenica. - Ho trovato una Lettera di la Martine, per la <hi rend="italic">bella</hi> Signora, di cui <hi rend="italic">aspetto il nome</hi>: <foreign lang="fra">entendez-vous</foreign>? Addio. Volgo di tanto in tanto gli occhi alle carte dove sta la Storia della mia povera <hi rend="italic">Luisa Strozzi</hi>; e poi, leggo le Gazzette; e non so risolvermi a prenderle in mano per cominciarne la stampa.</p>
            <p>Ora sto scrivendo il <hi rend="italic">Discorso</hi> sugli amori del Tasso; che vi manderò ugualmente prima di pubblicarlo. Addio.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Il Canto 6 del <hi rend="italic">Pacini</hi> è stampato, ma non ho avuto tempo di farne la distribuzione.</p>
         </div1>
         <div1 n="A M.Valdrighi (1831)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MARIO VALDRIGHI - MODENA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 26 Luglio 1831.</dateline>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo e Chiarissimo Signor Conte. Difficilmente potrei spiegarle con quanta gratitudine io ricevessi la gentilissima sua lettera dei 21 di Giugno, con la nota degli autografi che Ella spontaneamente si compiacque di mandarmi per sua bontà e per farmi piacere. Nello stesso tempo ricevetti un'altra nota mandatami per cortesia dall'egregio suo cugino Sig. Francesco Galvani, dentro una lettera affettuosissima dell'altro suo cugino, e mio ottimo padrone e amico, Sig. Giovanni Galvani. Avrei voluto rispondere subito; ma prima una lunga assenza, e poi una malattia della Signora, non mi hanno lasciato aver prima d'oggi la nota degli autografi che essa ha duplicati, e che cambierebbe con quelli che io le descriverò qui dietro, posseduti parte da V.S. e parte dal Sig. Francesco Galvani. Per risparmio di lettere, ardisco pregare V.S. che voglia comunicare al medesimo Sig. Galvani la nota acclusa, e che ambedue le Signorie vostre si compiacciano di scegliere degli autografi quivi indicati un numero corrispondente a quello che esse vorranno favorir di mandarci degl'infrascritti: cioè</p>
            <p>Albergati, Bodoni, Cagnoli, (Cicognara), (Colombo), Guglielmini D.o, Lorgna, Mazza, Muratori, Scarpa, Stratico, Tiraboschi, Volta, <hi rend="italic">Fontana, Paciaudi, Paradisi</hi>, Gozzi, (Corilla), Vallisnieri, Veronica Gambara.</p>
            <p>Quelli che più si desiderano tra questi, sono gli scritti del Volta, Tiraboschi, Muratori e Scarpa.</p>
            <p>Prego poi con grandissima instanza la Signoria vostra di fare per mia parte mille caldissimi ringraziamenti ai due signori suoi cugini, che mi hanno favorito con tanta bontà; e di offerirmi pronto ai loro comandi; siccome io mi offerisco ai suoi totalmente e sinceramente, ringraziandola senza fine della memoria che conserva di me, e della gentilezza somma con la quale da se medesimo si è mossa a farmi favore. E con tutto l'animo mi dichiaro Suo devotissimo obbligatissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Rosini (1831)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIOVANNI ROSINI</hi>
               </byline>
               <date>[Pisa] 27 Luglio 1831.</date>
            </opener>
            <p>A. C. Eccovi il Canto VI di <hi rend="italic">Marco Pacini</hi>, col cartolino da cambiarsi nel V. - State quieto sulle lettere per la bella Fanny; anzi vedrò se mi riesce trovar un viglietto di pochi versi della Staël; ma non lo spero.</p>
            <p>Sto scrivendo (gran poter del venirne voglia!) il <hi rend="italic">Discorso</hi> sugli amori del Tasso. L'avevo promesso fino dal 1822: ma veramente non ci pensava più: quando, a un tratto, ho ripreso i zibaldoni fatti. E il discorso è tutto abbozzato. Ve lo manderò al solito prima di darlo al torchio. Vedrete che il Serassi non è di buona fede. Addio.</p>
            <p>A proposito. Siccome in lingua non se ne sa mai abbastanza, ditemi che cosa pensate sull'<hi rend="italic">urlare il monte</hi> con cui il Caro ha tradotto <foreign lang="lat">magno cum murmure montis</foreign>. A me pare un'improprietà, e vi ho scherzato nel Canto VII, dove nel viaggio di Marco fo una parodia della tempesta del I° dell'<title>Eneide</title>. Eccovi i versi</p>
            <p>Di Sinnace
<quote rend="block">
                  <lg>
                     <l>Là scendendo con finta cortesia,</l>
                     <l>Al mestiero per fin della mezzana,</l>
                     <l>Agli aquiloni fece dar la via,</l>
                     <l>Perchè levasser l'onde di mattana:</l>
                     <l>
                        <hi rend="italic">Urlar</hi> fè il monte. - Come? un monte <hi rend="italic">urlare</hi>? -</l>
                     <l>L'ha detto il Caro: ed io non ci ho che fare.</l>
                  </lg>
               </quote>
            </p>
            <p>Addio. Salutate gli amici.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1831)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>[Firenze] 6 Agosto [1831].</date>
            </opener>
            <p>Caro Papà. È gran tempo ch'io son privo de' suoi caratteri, ed è inutile ch'io le parli del desiderio che ho di rivederli. Le mie nuove quanto alla salute, grazie a Dio, sono sempre buone. Il mio vitto è tornato quasi a quel che era prima del mio andare a Roma. Mangio ad ore fisse, digerito o non digerito: per lo più quattro volte il giorno, cioè fo anche merenda. Mangio qualunque sorta di cose, carni, latti, frutta (compresi i fichi, ch'io non provava più da sei anni), in somma tutto, fuori solamente lardi e brodi grassi. Mangio anche fuor d'ora, e prendo bibite ogni volta che voglio, e gelati ogni sera. In fine, tutti mi dicono ch'io son diventato come un altro.</p>
            <p>Per una combinazione, sono stato costretto ad acquistare un'opera francese del valore di sei zecchini. Ma ho fatto patto col libraio, ch'è mio amico, di non pagarla in danaro, cosa che mi rovinerebbe, ma in libri, dei quali ho promesso di mostrargli una nota dov'egli abbia a scegliere. Spero ch'Ella non voglia farmi restar bugiardo, e mi raccomando a Lei perchè si compiaccia di farmi fare e mandarmi al più presto una nota di duplicati o altri libri disponibili della sua libreria. Vorrebbero esser libri buoni veramente, e molti, perchè il libraio possa scegliere. Amerò anche di sapere quante copie avanzino della mia <title>Crestomazia poetica</title>.</p>
            <p>Mi ami, caro Papà, come sempre, e mi benedica. Io sono con tutto lo spirito il suo tenero figlio Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Maestri (1831)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ADELAIDE MAESTRI</hi>
               </byline>
               <dateline>Parma 20 Agosto 1831.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Leopardi. Mi valgo della occasione che mi offre l'Avvocato Oppici, ottimo amico nostro, per iscrivervi queste poche righe. Tanto rari sono i piaceri al mondo, e in singolar modo a questi tempi, ch'io non potrei lasciarmi fuggire questo di trattenermi alcuni istanti con voi.</p>
            <p>Che fate al presente? come va la salute vostra? scrivetemene. Io ve ne pregai ancora poco fa con una mia lettera, ma, fin qui, non m'è giunta alcuna vostra risposta. Amerei pure che mi diceste come devono regolarsi questi associati ai vostri <title>Canti</title>; cioè se debbono prendere le copie da questi librai, oppure se le devono aspettare da Firenze.</p>
            <p>La nostra salute è sufficiente, ma la tristezza del nostro animo è grande, e la cagione insopportabile. Tutti quelli di mia famiglia vi salutano affettuosamente; e in particolare Ferdinando. Addio caro amico! quando mai la fortuna si stancherà d'esserci avversa? quando potremo rivederci?</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Rosini (1831)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIOVANNI ROSINI</hi>
               </byline>
               <dateline>Pisa 26 Agosto 1831.</dateline>
            </opener>
            <p>A. C. Eccovi il mio <hi rend="italic">Elogio</hi> del Pindemonte. - Pregovi a dirmi quel che pensate del <foreign lang="lat">magno cum murmure montis</foreign>, tradotto dal Caro, <hi rend="italic">n'urla il monte</hi>; e se credete che possa, con ragioni o sofismi, difendersi.</p>
            <p>Rispondetemi presto, di grazia. Vi unisco il Carattere <hi rend="italic">del Fagioli</hi> per la bella Fanny. L'ho trovato a caso, in un libro ch'erali appartenuto. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.P.Vieusseux (1831)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIAN PIETRO VIEUSSEUX</hi>
               </byline>
               <dateline>Firenze dì 1° Settembre 1831.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio carissimo Leopardi! Credo cosa conveniente il confermarvi per iscritto ciò che ho avuto il piacere di dirvi a voce in questi ultimi giorni.</p>
            <p>Gradirò oltre modo gli articoli che vi piacerà di scrivere per l'<title>Antologia</title>; non solo quelli per la scelta dell'argomento dei quali ci potremmo combinare; ma ben anche quelli che spontaneamente divisereste di fare, purchè me n'avvisiate in tempo utile, quando si trattasse di render conto di qualche opera nuova alla quale potrebbe darsi che avesse rivolto il pensiero un altro mio collaboratore.</p>
            <p>Io m'impegno ben volentieri ad accettare per ciascheduno dei fascicoli del mio giornale anche un foglio di stampa dei vostri articoli. Voi capite bene che se non avessi contratto altr'impegni per la redazione dell'<title>Antologia</title>, non limiterei ad un foglio la vostra contribuzione mensile.</p>
            <p>Del resto, volesse Iddio che lo stato di vostra salute vi permettesse, e le mie circostanze acconsentissero, di fissare un momento prima un maggior numero di fogli.</p>
            <p>Per ciascun foglio di stampa, di pagine 16, del più grosso carattere (garamon) adoprato presentemente nell'<title>Antologia</title>, vi pagherò Lire ottanta o sia L. 5 la pagina.</p>
            <p>Quando gli articoli che scriverete fossero di tal natura da doversi collocare nella <hi rend="italic">Rivista letteraria</hi>, o altra delle sezioni dell'<title>Antologia</title> che si stampano in carattere più piccolo, il prezzo ne sarà allora a ragione di Lire novantasei, o sia L. 6 la pagina</p>
            <p>I conti saranno regolati e saldati fascicolo per fascicolo. Sintanto che durerà la mia intrapresa io vi manterrò queste condizioni, e non dipenderà da me il vedervi contribuire per più d'un foglio il mese. Io vorrei poter fare queste condizioni più degne del vostro nome e dei vostri talenti, ma voi conoscete le circostanze dell'Italia in generale, e quelle dell'<title>Antologia</title> in particolare, e non sarà difficile il convincervi che mi estendo con voi assai più di quello che non ho fatto con nessuno de' miei collaboratori.</p>
            <p>Gradite i miei cordialissimi saluti.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Da tre anni a questa parte tengo un'opera della quale non ho mai fatto render conto perchè mi sembrava che voi solo fra' miei amici avreste avuto autorità per prenderla ad esame. Già ve ne parlai. Ora ve la mando. Desidero grandemente che possiate occuparvene. È questa l'opera del Cav. Manno intitolata <hi rend="italic">De' vizi de' letterati</hi>.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Maestri (1831)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ADELAIDE MAESTRI - PARMA.</hi>
               </salute>
               <date>[Firenze, primi di Settembre 1831].</date>
            </opener>
            <p>Mia cara Adelaide. In fine io sono assolutamente sfortunato colle vostre lettere. Ricevo quella che mi reca l'ottimo avvocato Oppici, ma l'altra che mi accennate, scritta per la posta, non mi è mai capitata. Lascio pensare a voi quanto mi abbia confortato il rivedere i vostri caratteri dopo tanto tempo. Anche le nuove buone che mi date della vostra salute, mi consolano infinitamente. La tristezza, che dite, dell'animo, bisogna medicarla colla filosofia, o col disprezzo delle cose di questo mondo, che non sono fatte per gli spiriti gentili e caldi. Quanto agli associati, appunto il Piatti, che ha stampato il mio libro, vorrebbe sapere a chi potrebbe egli mandare costà gli esemplari che debbono essere distribuiti a codesti soscrittori. Questo tale, che voi avreste la bontà d'indicarmi, riceverebbe da voi o dalla Mamma le soscrizioni, e s'incaricherebbe della distribuzione e del riscuotere, mediante una provvisione (p. es. del 20 per 100) che voi o Ferdinando stabilireste innanzi. Importa solamente che la sia persona sicura, e che il Piatti sappia che numero di copie deve spedire. Aspetto sopra queste cose una vostra risposta, che serva di regola al Piatti.</p>
            <p>Mille e mille saluti al caro ed ottimo Ferdinando. Io sto di salute mediocremente, anzi direi bene, se potessi applicare. Ricordatevi spesso di me, che tuttogiorno desidero la vostra amabile ed affettuosa compagnia. Vedendo il Toschi, salutatelo per me. Addio, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Tommasini (1831)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIETTA TOMMASINI - PARMA.</hi>
               </salute>
               <date>[Firenze, primi di Settembre 1831].</date>
            </opener>
            <p>Mia cara Antonietta. Il nome che mi domandate è don Sebastiano Sanchini. La mia salute è sufficiente, come scrivo oggi all'Adelaide. Prego ancora voi di farmi presto capitare un riscontro circa quello che io le scrivo di cotesti associati. Datemi le nuove vostre, e dite un milione di cose per me all'amabilissimo Tommasini e al nostro Giordani. Vogliatemi bene, e credetemi sempre il vostro Giacomo Leopardi.</p>
            <p>Fate intendere, vi prego, al signor Oppici, che vi reca la presente, quanto io abbia cara la sua conoscenza ed amicizia.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Rosini (1831)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIOVANNI ROSINI - PISA.</hi>
               </salute>
               <date>[Firenze, Settembre? 1831].</date>
            </opener>
            <p>Amico carissimo. Ricevetti il sesto canto del <hi rend="italic">Pacini</hi>, e ricevo ora l'<hi rend="italic">Elogio</hi> del Pindemonte. Dell'uno e dell'altro bel dono vi rendo grazie di cuore infinitamente. La vostra vena si fa sempre più feconda, e il vostro sale più saporito. Io per me non avrei scrupolo alcuno circa l'<hi rend="italic">urlare il monte</hi>, che mi pare una metafora forte, ma naturale, non tirata da lungi, e totalmente poetica. Vi ringrazio ancora del <hi rend="italic">carattere</hi> del Fagiuoli. Ma per amor di Dio mandatemi quelle benedette lettere del Bettinelli, del Cesarotti e del Lamartine, che ho promesse da tanto tempo a vostro nome. Mandatemele per la posta, che sono contentissimo di pagare il porto. Addio addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1831)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 5 Settembre 1831.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio carissimo Papà. Ebbi la affettuosissima sua de' 21, ma molto ritardata, perchè pare che vi siano ora cordoni e visite ai confini, e che i corrieri vadano lentamente. Se si ha ad ascoltare i medici, Recanati in ogni sinistro caso dovrebbe essere esente dal contagio che minaccia di fare il giro del globo; perchè si pretende che quel morbo rada sempre il piano, e non si fermi sulle alture, anzi questa si dà per osservazione costante. La mia salute, grazie a Dio, continua ad esser buona; ed io disprezzo, come Ella ragionevolmente mi consiglia, i piccoli incomodi. Del resto, a me non potrà mai esser piccolo incomodo l'impossibilità di applicare, la quale è sempre la stessa che innanzi, e me lo prova l'esperienza, e l'inutilità dei tentativi ch'io fo pure ostinatamente ogni giorno per leggere o scrivere. Mi sarà molto cara ed opportuna la nota de' libri ch'io le richiesi, quando Ella avrà potuto spedirmela. Mi raccomandi al Signore, mi benedica; mi raccomandi alla Mamma, e poi ai fratelli, e creda che poche cose o nessuna mi può riuscir così grata come le sue lettere.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Maestri (1831)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ADELAIDE MAESTRI</hi>
               </byline>
               <dateline>Parma 14 Settembre 1831.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Leopardi. Dopo tanto tempo una vostra lettera? Oh quanto mi è cara! se io dovessi giudicare da ciò che ho provato nell'animo alla vista de' vostri caratteri, non dovrei già credere che fossero mesi ch'io ne fossi priva, ma anni. Da gran tempo seppi da voi che il reo destino vi priva delle mie lettere; unicamente, credo, per privar me delle vostre. Sin d'allora mi posi in cuore di tener copia di tutte quelle ch'io avessi avuto a scrivervi, per potervi mostrare un dì o l'altro che in tutti i tempi vi ho avuto nell'animo. Eccovi infatti parte di quella che s'è portata via il diavolo, o qualche suo procuratore. Godo, vi dissi, che gli amici vostri si lagnino perchè non vi applicate, e vi divertite, riguardando io il riposo e la distrazione come uno de' mezzi più efficaci, e a voi necessario, a conservare la salute. Così vi porrete in grado di far nuovi doni alla povera nostra Penisola. Ma mi dorrebbe per altro, e non poco, che questa nuova maniera di vivere v'avesse fatto dimenticare chi non potrà mai dimenticarsi di voi. Scrivere, come fate, a Giordani; il quale frequenta la nostra casa; parlargli d'altri, e non inviare a me neanche un saluto? non pregarlo d'informarmi del vostro miglioramento, il quale mi sta cotanto a cuore? Vorrei farvi questo picciolo rimprovero in ischerzo, ma in verità nol posso. Quando la buona fortuna vorrà ch'io vi rivegga, il che io desidero siccome uno de' maggiori beni, vi farò ancora parecchie altre rimostranze. Per ora basta così. E veramente direte ora voi pure che basta così, essendo già troppo tempo ch'io vi trattengo. Addio. La mamma, il papà e Ferdinando vi salutano carissimamente. Quanto agli associati mi pare che, essendo diminuiti pei forestieri richiamati ai loro paesi, ne rimangono ancora ottanta circa. Potete quindi spedire a Parma alla direzione dell'avvocato Maestri copie sessanta, e al Dottor fisico Gio. Batista Ferrari medico a Sondrio, presso al lago di Como, copie venti. Mio marito vuol egli avere il piacere di fare il distributore delle copie sessanta. Siccome ei sente che avete venduto il manoscritto al libraio, così egli avrà dal libraio lo sconto del 20 per cento, per ispedirlo a voi, e procurarvi così questo picciolo profitto. Egli spera che approverete questo suo divisamento, come un tenue segno di quell'alta e sincera amicizia, che ha, come ei dice sovente, al suo Leopardi. Giordani, e Opici mi raccomandano di dirvi tante cose per conto loro. Un'altra volta addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di C.Franceschi Ferrucci (1831)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CATERINA FRANCESCHI FERRUCCI</hi>
               </byline>
               <dateline>Bologna 20 Settembre 1831.</dateline>
            </opener>
            <p>Chiarissimo Sig.r Conte. Egli è poco tempo, che mi venne alle mani l'aureo volumetto de' suoi canti, e nel leggerlo sentii tanta dolcezza, e meraviglia, che feci pensiero di scriverle, per significarle pure una parte della mia altissima stima. Ma sapendo che la mala sanità e la fortuna la tengono in continuo travaglio (del che le porto grandissima compassione) mi rimaneva dall'adempiere il mio desiderio per timore d'infastidirla. Ora poi le scrivo senza sospetto di darle noia, poichè la mia lettera le sarà presentata da un gentiluomo così culto e cortese, che certo Ella mi saprà grado dell'avergliene procurata la conoscenza. Questi è il Sig.re Cav.e Saulli di Torino, caldo amatore degli studi e de' letterati, e fornito di tutte quelle rare doti di mente e di cuore, che si convengono ad un vero Italiano. Egli si reca a Firenze, ed avrà gran piacere di conoscere lei, Sig.r Conte, cui tutti i buoni tengono in riverenza ed amore. Io ho pregato il Sig.r Cavaliere a farle fede del mio profondo rispetto, ed ora prego lei a tenermi nella sua grazia. Curi la sua sanità, e si conforti pensando, che la sapienza è maggiore di tutti gli umani casi, e che la fortuna così potente negli animi volgari non ha forza di abbattere i nobili e grandi ingegni. Porto speranza, che il Signore Iddio le sarà finalmente donatore larghissimo di ogni desiderabile consolazione: e dove ciò avvenga ne avrò allegrezza, siccome di una mia propria felicità. E senza più fastidirla me le offero, e raccomando.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Paolina L. (1831)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PAOLINA LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>[Firenze 1 Ottobre [1831].</date>
            </opener>
            <p>Cara Pilla. Oggi stesso, a mezzogiorno, parto per Roma, dove, piacendo a Dio, passerò l'inverno. Ben vedi che non ho tempo di scriverti a lungo. Ti ringrazio della tua ultima senza data. Prega per me Pietruccio, che per amor di Dio si occupi di quella nota di libri, o almeno m'indichi tre o quattro opere di valore, duplicate, delle quali il Papà consentisse a disfarsi. Si tratta di risparmiarmi 84 paoli toscani di spesa viva. Senti Pilla: io ho un pressantissimo bisogno di solette, perchè in tutto tu non ne mettesti nel baule che 5 paia di rimonto: a ordinarle in Roma, costano un abisso; prega la Mamma che me ne mandi ora che le comunicazioni tra Recanati e il luogo del mio soggiorno saranno facili. Sono pochi giorni che ho risoluto di partire, perciò non ho potuto scriverne prima. Saluta tutti: addio. Lascio tutti i miei libri a Vieusseux, che li spedisce al Papà per le vie librarie.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di V.Gioberti (1831)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI VINCENZO GIOBERTI</hi>
               </byline>
               <dateline>Di Torino, ai 4 di ottobre 1831.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Leopardi. Io vi debbo rendere infinite grazie per aver chiesto di me a un nostro piemontese, sì perchè il ricordarmi dimostra l'affetto che mi portate, e perchè questo accidente mi porge l'occasione di scrivervi. Vi avrei già scritto da lungo tempo, e molte volte, se avessi saputo che foste in Firenze. Ma io vi credeva a Recanati; e conoscendo la vostra indisposizione, m'incresceva, o per dir meglio, non osava gravar la vostra sorella di rispondermi in vece vostra. D'altra parte, ho chiesto, e inteso spesso delle vostre nuove dall'ab. Baruffi, dal sig. Sinner per mezzo del Peyron, e da altri. Ho sempre pensato a voi; e posso dire con verità, che non è passato giorno, in cui non mi sia venuta davanti l'immagine vostra, congiunta a' miei studi, e alle più care affezioni del mio cuore. E come potrebb'essere altrimenti, avendovi praticato qualche tempo, e avendo continuamente i vostri scritti per le mani? Questo pensiero, e questo pascolo mi sarebbero cagione di un puro diletto, se la loro dolcezza non fosse amareggiata dall'idea della vostra sventura, e dal parteciparvi che fo così vivamente, che il mio affetto, ma non le mie parole, ve lo potrebbero esprimere. La lettera premessa alle vostre poesie stampate ultimamente, mi ha stracciata l'anima. Che vi dirò, mio caro Leopardi? Tenterò io di darvi qualche consolazione? No; nè io sarei atto a farlo, nè voi ne avete bisogno. Il vostro animo, il vostro ingegno, l'altezza della vostra filosofia, e la stessa grandezza del vostro infortunio, possono e debbono esservi di qualche conforto. Le mediocri calamità spesso abbattono l'animo; ma una infelicità vera, grande, irremediabile negli animi grandi come il vostro, dee apportar loro un non so che di rigido, e d'indomabile, che mitiga l'amarezza del loro stato. Ricordatevi della sentenza, che chiude il vostro <hi rend="italic">Parini</hi>; la quale io porto fissa nella mente, e scolpita nel cuore, e me ne valgo nei mali della vita, benchè conosca non potermisi applicare per ogni verso, come potete far voi; ma ho conosciuto per prova, che giova talvolta nella miseria l'innalzarsi al cospetto di sè medesimo, anche più di quello che il vero e il diritto comportano. Ma questo a voi non può occorrere; e consolandovi colla grandezza delle vostre facoltà, troverete che questa ancorchè non possiate più nè studiare, nè scrivere, non è perduta per voi medesimo. Dico tutto questo, ragionando secondo la vostra persuasione, per cui siete disperato di guarire, e anche di migliorare; la quale vorrei che vi toglieste dell'animo; essendo voi in sul fior degli anni, e trattandosi di mal di nervi, non mai per sua natura insanabile. Ma se vi pare che io speri senza fondamento, e senza ragione, compatitemi. Sebbene vi sia tolta per l'avvenire ogni facoltà di studiare, e di comporre, voi avete fondata abbastanza la vostra gloria; poichè dalla qualità de' libri, e non dalla mole dipende l'immortalità degli scrittori: e voi, a quella età in cui gli altri cominciano a studiare spontaneamente, e ad esercitarsi nello scrivere, siete giunto alla perfezione, e avete dato tal saggio di prose e di poesie, che toglie anche ai migliori ingegni la speranza di potere imitarvi. Questa mia opinione mi si è confermata, leggendo l'ultima edizione dei vostri <title>Canti</title>. Essa è cercata qui, e letta con furore dai giovani, e da tutti quelli, che sono atti a pensare e a sentire; e tutti dopo la lettura convengono meco, dicendo che questi sono i più bei versi lirici che si siano scritti in Italia dopo quelli del Petrarca; ai quali sono da pareggiarsi per l'eccellenza dello stile, e della poesia, e da anteporsi per la pellegrina e profonda verità, per la forza e per la importanza dei sentimenti. Quanto a me, io vi debbo dire che non la cedo a niuno nell'ammirare quelle canzoni che avete fatte sull'andare di quelle del Petrarca; ma che tuttavia mi rapiscono anche di più le altre poesie nuovamente aggiunte; nelle quali, io mi sono stupito come possa congiungersi una sì elegante leggiadria, una sì cara grazia a tanta semplicità, sotto la quale si nasconde un artifizio maraviglioso. Voi vi siete, a parer mio, lasciato addietro il Tasso nell'<title>Aminta</title>, e quanti altri hanno tentato di trasportare nella poesia italiana la nativa ingenuità e candidezza della poesia greca. Di una sola cosa mi son doluto nella nuova stampa; cioè del cambiamento fatto al verso 15 della 6 stanza del canto 2, e della noterella appostavi; ma son pur certo che a quest'ora non fareste più una tal mutazione. Mi spiace altresì che ci abbiate frodati in questa ristampa delle due bellissime dediche al Monti e al Trissino, di molte note utilissime agli studiosi della lingua, e di quel mirabile discorso sulle ultime parole di Teofrasto e di Bruto.</p>
            <p>Dopo avervi parlato dei vostri versi, e di alcuno di quegl'infiniti concetti che mi destano nell'animo, come potrò, come oserò parlarvi de' miei poverissimi e grettissimi studi? Ma perchè voi mi amate, e apprezzate la buona volontà che vi parve di trovare in me, bramerete forse che io ve ne porga un qualche cenno. Il mio modo di pensare s'è mutato assai da quello che era, quando vi scrissi quell'ultima mia, di tempra così lugubre, che (come mi scrisse la vostra sorella) mi giudicaste desideroso di morire. Non posso nei termini di una lettera aprirvi ciò che tengo e sento presentemente intorno a quelle cose, ch'erano il tema di quella. Bastivi, che d'allora in poi, ebbi a sostenere nell'intimo del mio essere intellettivo e morale tormenti, e angosce indicibili, che il solo ricordarle mi spaventa; alle quali si aggiunsero spesso molti mali nel corpo. Ora sono libero dagli uni e dagli altri; e posso attendere mediocremente agli studi, e ridere cogli amici di quel sollevamento d'animo, che avrà fatto ridere voi, e altri amici, quando io da maledetto senno piangeva. Sto studiando filosofia, e preparando in essa qualche lavoro, confortato per una parte dai concetti che mi nascono in capo, alcuni de' quali mi paiono di qualche rilievo, ma sfiduciato per l'altra, e disperato all'età in cui sono, e in questa moltitudine che debbo rivolgere di libri francesi e inglesi o latini alla tedesca, o italiani alla foggia dei gallizzanti, di poter pervenire a scrivere con qualche bontà di lingua, e di elocuzione; poichè, piuttosto che scriver male come si fa dai più, sono risoluto fermamente di non scriver nulla.</p>
            <p>Addio, mio caro Leopardi; il foglio è pieno, e mi convien lasciarvi. Io m'accorgo d'essere stato indiscretissimo a scrivervi così a lungo, ma scrivendovi, mi pare quasi di essere e di parlare con voi. Fatemi, ve ne scongiuro, sapere in qualche modo delle vostre nuove. Salutate i signori Vieusseux e Hocqueda; e se me ne credete degno, eziandio il sig. Pietro Giordani.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Mosconi (1831)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIACOMO MOSCONI</hi>
               </byline>
               <dateline>Verona a dì 5 Ottobre 1831.</dateline>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo Signor Conte. Non ho lasciato di fare le più scrupolose ricerche, a fine di servirla, ma or debbo mio malgrado significarle che tutte sono andate a vuoto. Qui in Verona vi sono tante persone, studiose di raccogliere gli autografi de' celebri autori, e specialmente de' nostri, che hanno spigolato quanto si potea trovare d'essi, e ne sono poi sì gelosi, e direi avari, che piuttosto potrebbesi loro carpire oro, che una riga del Maffei, del Torelli, o di qualunque altro. Ciò nondimeno, quando nol si pensa accade talvolta d'ottenere ciò che le preghiere non poterono, ed io per tal ragione non ho ancora deposta la speranza di mandarle un giorno o l'altro ciò che codesta sua Signora desidera. Frattanto si persuada ella, signor Conte, che le sue commissioni mi stanno a cuore, e che se il desiderio bastasse io l'avrei già da gran tempo servita.</p>
            <p>Bramerei sapere della sua sanità, e vorrei pure che il prossimo inverno noi potessimo averla tra noi, com'ebbe a lasciarmi sperare. Non ho ancora veduto pubblicata quella raccolta di sue poesie, che mi ricordo lo scorso anno ella si proponeva di fare. Spero ch'ella non ne vorrà defraudare la letteratura Italiana.</p>
            <p>Se la Signora Carlotta Lenzoni è costà, mi farà cosa grata ricordarle la mia profonda stima. Non mi risparmi la prego, signor Conte, in ciò che valga, e mi creda quale con tutto l'ossequio me le raffermo obbligatissimo devotissimo Servo.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Paolina L. (1831)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PAOLINA LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Roma 6 Ottobre 1831.,</dateline>
            </opener>
            <p>Cara Pilla. Sono arrivato qua ier sera, dopo un noioso e faticoso viaggio, assai fresco e sano per non accorgermi d'aver patito nulla. Ebbi dal Nunzio il lasciapassare pei confini, ed avevo scritto al zio Carlo per averne uno alle porte. Non ebbi nulla; e arrivato, dovetti andare in dogana a piazza di Pietra, per la solita impertinentissima visita: la quale mi ha messo di malumore, quantunque i doganieri fossero assai discreti;... Non sono ancora uscito di casa (via Carrozza, n. 63, 3° piano), e non ho veduto alcuno de' conoscenti vostri, nè miei; perciò questa non servirà che a darvi le mie nuove. Scrivetemi presto, e salutate tutti. Addio, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Vieusseux (1831)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIAMPIETRO VIEUSSEUX - FIRENZE.</hi>
               </salute>
               <dateline>Roma 6 Ottobre [1831].</dateline>
            </opener>
            <p>Mio carissimo Vieusseux. Sono arrivato iersera, e non ancora uscito di casa (Via Carrozza, N. 63, 3° piano), nè ho visto alcuno de' conoscenti, ma vi scrivo questa per darvi le mie nuove, e per dimandarvi le vostre, e quelle de' cari amici che ho lasciati nella cara Firenze. Pel viaggio non ho patito nulla, e sto bene, ma mi trovo come straniero in questo paese, dopo aver lungamente considerata la Toscana quasi mia patria, e questi costumi mi riescono più assurdi ch'io non credeva. Come sta Colletta? Salutate infinitamente Gino, Montani, Forti, Capei, e Cioni se lo vedete. Assicurateli tutti, ch'io non mi dimentico mai di loro, e ch'io considero la mia dimora in Roma come un esilio, e non miro che al ritorno. Assicuratevi voi stesso dell'amore ch'io vi porto e vi porterò sempre, come a rarissimo amico, che avrò perpetuamente nel cuore. Se posso servirvi non mi risparmiate; e vogliatemi bene. Salutatemi Tommaseo. Addio, addio con tutto l'animo. Il vostro Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.P.Vieusseux (1831)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIAN PIETRO VIEUSSEUX</hi>
               </byline>
               <dateline>Firenze dì 8 Ottobre 1831.</dateline>
            </opener>
            <p>Carissimo Leopardi. A quest'ora sarete arrivato a Roma; e spero, rinvigorito dal viaggio. Ma non voglio aspettare una vostra lettera per ripetervi quanto ci affligge la vostra partenza; e per darvi nuove del buon generale. Egli gradì immensamente la vostra lettera; e la delicata attenzione di non esporlo al dolore dell'addio. Vorrei potervi dire ch'egli sta meglio; ma v'ingannerei. Gli spasmi certamente sono scemati; ma la debolezza è estrema, ed egli non accetta quasi più quei pochi cibi che sarebbero necessari per fargli ritrovare un po' di forza. Il Brera, partendo, lascia delle direzioni ad un altro medico (il Contrucci), e ier sera è stato fatto un consulto.</p>
            <p>Il Cav. Sauli ripartì ier l'altro per Torino - la sua relazione più intima e personale diventerà preziosa per me - abbiamo fissato dieci argomenti importanti da farli trattar da' membri dell'Accademia suoi colleghi.</p>
            <p>Il prof. Witte è partito questa mattina: egli ha fatto una scoperta nella Laurenziana, che darà luogo ad una sua lettera nell'<title>Antologia</title>, cioè del codice del Commento di Ser Graziolo de' Bambagioli, anteriore a quello detto dell'<hi rend="italic">Ottimo</hi>. - E viva i nostri bibliotecari! ci voleva un prussiano per ritrovare tale documento!</p>
            <p>A tutti gli amici ho fatto le vostre parti, e tutti vi salutano cordialmente... a tutti poi riuscì inaspettata la vostra mossa verso Roma - e subito il gran cerchio delle conghietture. Chi vi vuol Direttore degli studi, chi Monsignore, chi Cardinale; vi è chi di voi vorrebbe fare un Papa; ma più d'ogni altra cosa tutti vi vorrebbero sulle sponde d'Arno. Per me vi desidero dove più sarete felice e fortunato; <hi rend="italic">primo ti e poi mi</hi>.</p>
            <p>Ho scritto al Giordani per lamentarmi del suo ostinato silenzio; e gli ho annunziato la vostra partenza: a quest'ora la Lenzoni dev'essere in Parma; per lei sapremo qualche cosa.</p>
            <p>Addio, mio carissimo Leopardi; mille affettuosi saluti, vi prego, all'ottimo Ranieri.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Oggi spedisco i vostri libri coll'<title>Antologia</title> di Luglio, alla direzione del Nobili di Pesaro, in un pacco per Recanati. - A voi medesimo manderò più tardi l'<title>Antologia</title> per mezzo Capobianchi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di C.Antici (1831)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO ANTICI</hi>
               </byline>
               <date>[Roma] Casa li 9 Ottobre 1831.</date>
            </opener>
            <p>Caro Nepote. Dalla vostra dei 30 settembre, che <hi rend="italic">ricevetti soltanto la mattina dei 6 corrente</hi>, appresi il vostro arrivo in Roma. Mi dolse assai il disappunto dell'Ufficio postale, immaginando il vostro rincrescimento sul giungere alla Posta e non trovare il foglio che ivi attendevate. Se io potessi indovinare ove siete alloggiato, sarei già venuto per giustificarmi ed abbracciarvi. Mi prevalgo dunque della posta per chiedervi la vostra dimora, e colla posta potrete indicarmela. Vi saluto intanto in nome comune e di cuore mi ripeto il vostro aff.o Zio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di C.Lenzoni (1831)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLOTTA LENZONI</hi>
               </byline>
               <dateline>Firenze il dì 14 Ottobre 1831.</dateline>
            </opener>
            <p>Pregiatis.mo Amico. Sono rimasta sorpresa di non ritrovarvi al mio ritorno, mentre già mi preparava al piacere di godere della vostra compagnia, e di parlare insieme della straordinaria Città, che vengo di visitare, causa di ogni male, nella trista epoca della nostra vita! Ma lasciamo un tema inutile, e venghiamo a voi: l'esservi esposto a questo viaggio mi consola, come una prova che vi siete rimesso in salute, ma d'altronde, spiacemi l'intendere che voi contiate di stabilirvi a Roma, e di lasciare per sempre Firenze, questa sarebbe un'ingratitudine, e voglio sperare che non sarà vero; frattanto trovandovi in Roma, e essendo in compagnia di Ranieri, al quale pure direte molte cose, in mio nome, amichevoli, non voglio privare uno de' miei più cari amici di conoscervi tutti e due. Ho già prevenuto Tenerani che io vi scrivevo, che sareste andati a trovarlo al suo Studio, che è in Piazza Barberini, dirimpetto a quello del Cav.re Thorwaldsen. Non poteva dirli di venire lui a trovarvi, poichè non so ove abitiate, ma quello che mi interessa è di farvi fare questa conoscenza da cui vi troverete bene reciprocamente. Poi, come sapete, amo molto che i miei amici che stimo di più, abbino mezzo di essere legati insieme.</p>
            <p>Ho veduto a Parma Giordani, che per l'aspetto ho trovato meglio, ma però è tormentato da una gran tosse, e sopra tutto malcontento del soggiorno e di cattive azioni fatteli da i suoi amici in fatto interessi, tristo sempre per il modo con cui ha dovuto lasciare Firenze, e di cui non sa darsi pace d'ignorare la vera causa: mi incaricò di mille saluti a tutti gli amici e li farete anche a Tenerani dicendoli che esso non ha mai ricevuta alcuna risposta da lui.</p>
            <p>Io mi trovo in ottima salute, e contenta del mio viaggio anche per questa ragione, e pure ho trovata la famiglia tutta bene, ed adesso insieme con essa godo della campagna, ove sono nelle vicinanze di Pistoia.</p>
            <p>Manzoni a Milano mi domandò di voi ed in particolare sua Madre. Lo trovai meglio in salute, e contento del felice matrimonio di sua Figlia con il giovane Azeglio.</p>
            <p>Datemi le vostre nuove ed assicuratemi di non dimenticarvi di Firenze, nè della vostra affezionatissima amica.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - La figlia di Tommasini vi ha scritto per avere molte copie delle vostre Poesie, e le desiderano anche a Parigi: io ne diedi quella che avevo a quel giovine Sinner, che mi fece mill'attenzioni, ma con mio dispiacere dovè partire presto per un viaggio in Germania. Manzoni pure desidera conoscere le vostre Poesie, e le vorrebbero anche a Milano.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Carlo L. (1831)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Roma 15 Ottobre 1831.</dateline>
            </opener>
            <p>Carluccio mio. Ti ringrazio tanto e poi tanto dell'affettuosa curiosità che ti ha dettata la tua lettera. È naturale che tu non possa indovinare il motivo del mio viaggio a Roma, quando gli stessi miei amici di Firenze, che hanno pure molti dati che tu non hai, si perdono in congetture lontanissime. Dispensami, ti prego, dal raccontarti un lungo romanzo, molto dolore e molte lagrime. Se un giorno ci rivedremo, forse avrò forza di narrarti ogni cosa. Per ora sappi che la mia dimora in Roma mi è come un esilio acerbissimo, e che al più presto possibile tornerò a Firenze, forse a marzo, forse a febbraio, forse ancor prima. Ho mandato costà i libri perchè a me non servono. Guàrdati, ti scongiuro, dal lasciar trasparire che vi sia mistero alcuno nella mia mossa. Parla di freddo, di progetti di fortuna, e simili. Scusami se sono così laconico: non mi soffre il cuore di dir di più; poi ho una diecina di lettere da scrivere, e gli occhi malati. Salutami la nostra Paolina e la tua Gigia; e informami bene delle ciarle che N.N., e il resto di Recanati, che mi circonda e mi perseguita con visite, inventeranno parlando e scrivendo sul conto mio. Non è il minor dei dolori che provo in Roma, il vedermi quasi ripatriato; tanta parte di canaglia recanatese, ignota in tutto il resto del globo, si trova in questa città. Mi congratulo cordialmente con te de' tuoi risparmi, e ti conforto a seguire. Addio, Carluccio mio caro.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1831)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>[Parma 15 Ottobre 1831].</date>
            </opener>
            <p>Caro Leopardi. Con piacere ho sentito che stai bene; con maraviglia che hai lasciato Firenze per la Babilon Magna. E non hai detto un motto, non dico a me, ma all'Adelaide Maestri, che ti ha scritto più volte per gli associati al tuo libro, ed aspettava una risposta. In casa Tommasini sei rammentato quasi continuo.</p>
            <p>Vedrai tu costì l'aureo Tenerani? Ti prego a fargli un milione di saluti affettuosi per me; e dirgli che gli ho scritto 4 volte: 12 luglio, 9 e 30 agosto, e 3 ottobre. Quando vedi Monsignor Muzzarelli non dimenticare di ricordarmegli. Quando scrivi a Carlo o Paolina salutameli caramente. È vero che ti fai prelato? Avvisami perch'io impari a chiamarti Monsignor Leopardi, e sappia sin quando potrò chiamarti Giacomino; che a mio gusto vale un po' meglio. Addio, procàcciati quanto più puoi di sanità e d'allegria: e tieni qualche memoria del tuo antico e immutabile amico. Addio: Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di R.Bertinelli (1831)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI RAFFAELE BERTINELLI</hi>
               </byline>
               <date>[Roma] 16 Ottobre [1831].</date>
            </opener>
            <p>Signor Conte stimatissimo. Avendo inteso il suo arrivo in Roma, oserei pregarla perchè le piacesse permettermi di rivederla; dico rivederla, dacchè ebbi la sorte di conoscerla personalmente molti anni sono in Recanati, ove mi condusse il desiderio d'inchinare un tanto italiano. Il sig. Raggi che dimani parte per recarsi a compire i suoi studi all'Università di Pisa, vuole ch'io la preghi a farlo degno di questa medesima sorte. Piacciale adunque farmi sapere col mezzo del latore del presente quale ora le fosse più opportuna, ch'io gliene sarò tenutissimo. Aggradisca i sentimenti della mia stima, Sig. Conte stimatissimo. Umil.mo Dev.mo Servitore.</p>
         </div1>
         <div1 n="A C.Franceschi-Ferrucci (1831)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CATERINA FRANCESCHI-FERRUCCI - BOLOGNA.</hi>
               </salute>
               <date>[Roma 18 Ottobre 1831].</date>
            </opener>
            <p>Pregiatissima e chiarissima signora. Infinite grazie io le debbo della gentilissima sua de' 20 di Settembre, recapitatami dal cavalier Sauli. Non ho risposto prima d'ora, perchè quando ebbi la lettera, io era per partire da Firenze; e venuto qua, poche ore libere ho avute fino al presente. Mi duole assai di non aver potuto, per esser prossimo alla partenza, godere della conversazione del cav. Sauli quanto avrei voluto, nè servirlo in cosa alcuna, come avrei grandemente desiderato di fare, per mostrargli la stima che ho di lui, ed il pregio in cui tengo quella che si è compiaciuta d'indirizzarmelo. Se gli scrive, mi scusi Ella con lui (la prego), e diagli a conoscere, quanto mi sia stata cara l'occasione avuta di acquistare la sua amicizia, la quale desidero che egli mi conservi sì lungamente come io serberò la memoria sua.</p>
            <p>Delle cose tanto gentili che Ella mi dice, non toccherò nulla, perchè l'accettarle e il rifiutarle potrebbe ugualmente parer superbo. E per verità la sua lode facilmente potrebbe farmi insuperbire, venendo da persona così lodata, e d'animo così leggiadro. Piacesse a Dio che mi si desse l'opportunità di mostrarle col fatto quanta gratitudine io le porti di tanta sua bontà. Non parlo della stima e dell'ammirazione che mi cagionano il suo ingegno e le sue virtù, non volendo correr pericolo di offendere la sua candida e ingenua modestia. Si compiaccia di ricordarmi al suo valentissimo consorte, e di tenermi raccomandato alla sua amicizia; e così egli come la Signoria Vostra mi tengano da ora innanzi per loro cordialissimo e devoto servo Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.P.Vieusseux (1831)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIAN PIETRO VIEUSSEUX</hi>
               </byline>
               <dateline>Firenze 18 Ottobre 1831.</dateline>
            </opener>
            <p>Amico Carissimo! Non ho bisogno dirvi con quale piacere abbiamo tutti sentito il vostro felice arrivo in Roma. Più tardi ho avuto le vostre nuove per Capobianchi, del quale spero sarete sempre più contento. Al Colletta particolarmente ho portato i vostri saluti; povero Colletta! egli, dopo la vostra partenza, è sempre peggiorato; non può mangiare, e non inghiottisce giornalmente più di poche cucchiaiate di acqua di riso. Voi capite bene che a questo modo non si va avanti. L'unico suo male presentemente è la debolezza; ma è tale che vi è tutto da temere: a pena se ha la forza di dire qualche parola; e continue disposizioni ad un vomito convulso, provenienti dalle privazioni di alimenti, può cagionar l'ultima crisi. Inutile è il dirvi quanto ne siamo afflitti di questo suo miserabile stato, e quanto è da compiangere la Michelina. È ammirabile quella donna!</p>
            <p>Ho lettera di Giordani che si alambicca il cervello per saper cosa siate andato a fare a Roma: io gli rispondo che presto sarete Papa, e che mi avete promesso il Cardinalato. Egli vi manda mille saluti affettuosi.</p>
            <p>Capei ha fatto ieri una comparsa a Firenze per una seduta legale. Avete i suoi saluti e quelli di tutti gli altri comuni amici. Scrivono da Milano che l'anno 1831 sarà l'ultimo della <hi rend="italic">Biblioteca Italiana, per mancanza d'associati</hi>. A Bologna vien fuora un foglio settimanale, il <hi rend="italic">Moderatore, filosofico, politico, letterario</hi>. Vi mando l'<title>Antologia</title> di Luglio. Vi raccomando il <hi rend="italic">Manno, vizi de' letterati</hi>. Caro amico, cresce sempre più in me il desiderio di un vostro articolo su quel libro.</p>
            <p>Addio, vogliatemi bene, e siate persuaso del mio inviolabile attaccamento.</p>
            <p>Salutate l'ottimo Ranieri</p>
         </div1>
         <div1 n="A Paolina L. (1831)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PAOLINA LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>[Roma] 19 Ottobre [1831].</date>
            </opener>
            <p>Pilla mia. I miei libri sono stati spediti da Firenze al Nobili a Pesaro, dove potrete farne fare ricerca in caso di ritardo. Non ti aspettare però gran cose: si tratta di libricciuoli regalati. Qual è il deputato che dee parlarmi a vostro nome? Fin qui nessuno è comparso con questo carattere. Ho visto Fucili e Coletta Colloredo, e veggo molti e molti, che non mi lasciano dormire nè riposare: è curioso che non posso andar per le strade senza essere riconosciuto; fino l'Offagnola stamane mi ha fermato per mostrarmi la sua bottega. Ho visto lo zio Carlo, la buona Clotilde, e Ruggiero, che già spaccia protezioni, e mi promette favori con un tuono veramente originale; corro qualche pericolo prossimo di mandarlo a far f., perchè ho perduta una grandissima parte della mia antica pazienza. Muterò presto abitazione, essendo scontentissimo della presente. Calze bianche ne ho di molte, non mi occorrono, e ti ringrazio. Salutami tutti, e dammi le nuove patrie. Grazie mille al Papà e a Pietruccio della nota.</p>
            <p>Lo zio Carlo (che ho veduto, perch'egli mi ha scritto umilmente per la posta) non mi ha offerto di presentarmi in nessuna società; il che mi cagiona un lontano sospetto ch'egli ami di non avermi seco alle conversazioni. Questo sospetto mi dispiace, perchè mi obbliga a farmi presentare da' miei amici in tutte le società da lui frequentate, con rischio d'annoiarmi tutta la serata. Ho riaperto la lettera per darti questa nuova.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Maestri (1831)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ADELAIDE MAESTRI - PARMA.</hi>
               </salute>
               <date>[Roma 23 Ottobre 1831].</date>
            </opener>
            <p>Mia cara Adelaide. Fatemi il piacere di recapitar subito l'acchiusa. Col venturo vi scriverò distesamente. Addio in gran fretta. Il vostro Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 lang="fra" n="Di L.De Sinner (1831)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI LUIGI DE SINNER</hi>
               </byline>
               <dateline>Paris le 24 Octobre 1831.</dateline>
            </opener>
            <p>Mon cher et excellent ami. Certes il faut que je compte beaucoup sur le patronage de Madame la Comtesse Lenzoni, pour oser vous écrire enfin après un si long silence. Vous, malade, vous m'adressez trois lettres de suite sans que j'y réponde. Sottise à moi, certainement; je ne voulais vous écrire que lorsque j'aurais pu vous annoncer que tel ou tel de vos manuscrits fût placé avantageusement; sottise véritablement, parce que par mon silence, je me privais de votre commerce épistolaire si doux, si agréable pour moi. Eh bien apprenez, mon excellent ami, que quoique j'aie gardé un silence de 7 mois, votre souvenir ne m'a jamais quitté. Comme Madame Lenzoni vous aura dit, je suis parti pour un voyage en Allemagne et dans les Pays Bas, le 30 Juillet. Je suis de retour à Paris depuis 8 jours. Partout vos <title>Canti</title> et vos <title>Operette</title> m'accompagnérent. Je me suis donné toutes les peines imaginables pour placer vos manuscrits philologiques. Partout on m'a dit: "volontiers, mais attendez que le choléra soit sorti de l'Allemagne". Or ce fléau avance semaine par semaine; nous ne pourrons cependant l'avoir à Paris qu'avant 3 ou 4 mois. Dès que je le verrai en France, je ferai mes dispositions testamentaires, parce que je puis être du nombre des victimes. Alors, si vous le voulez, je mettrai un article qui dira che vos manuscrits vous soient renvoyés tous? En attendant cette triste perspective, voici ce que j'ai fait pour vous en Allemagne. Monsieur Bothe, que vous connaissez comme philologue, va publier un Journal qui doit servir d'archives historiques et littéraires des temps actuels. Dans ce Journal Bothe réimprimera quelques-uns de vos <title>Canti</title>, et moi j'y mets une introduction en allemand, sur votre vie, vos études, vos mérites comme auteur italien. Dans une note je mettrai un mot sur vous comme philologue. L'honoraire, s'il y en a, je vous l'enverrai conscienscieusement de même que le numéro du Journal. J'ai donné à Bothe un des exemplaires des <title>Canti</title> que Madame Lenzoni m'avait donné. Un troisième je l'ai donné à mon ami Notter, qui a commencé à vous traduire en allemand. Le deuxième exemplaire de l'ancienne édition intitulé <title>Canzoni</title> je l'ai donné à Dietz pour les mêmes fins. Tout ceci ménera je crois à vous faire avantageusement connaître. A Bonn, ou feu Niebuhr avait beaucoup parlé de vous, tout le monde vous connaissait, par exemple Heinrich, qui donnera une nouvelle édition de <hi rend="italic">Merobaude</hi>, parlera de vous dans sa préface et donnera une notice de vos travaux philologiques. Je communique à Creuzer, qui publie <hi rend="italic">Plotin</hi> à Oxford, votre <hi rend="italic">Porphyrius Vita Plotini</hi>. Comme c'est votre première ouvrage, Creuzer n'en pourra tirer que peu de choses, mais il vous citera et parlera de vous. Comme on m'a pressé de collaborer aux <hi rend="italic">Annales philologiques</hi> de John, je vais y faire insérer le catalogue raisonné de tout ce que vous m'avez confié, soit à Florence, soit depuis par Monsieur Castelnuovo. - Donc, si le ciel me fait survivre au choléra, nous imprimerons vos excellents manuscrits. Mais de grâce patientez-vous.</p>
            <p>Passons à une autre chose. Je voulais vous faire connaître à Paris comme poète italien. Mais je n'ai pu le faire, aucun exemplaire des <title>Canti</title> n'étant encore arrivé par voie de librairie. Piatti aurais dû sacrifier 10 exemplaires. On me les aurait adressés; moi je les aurait remis à des amis journalistes et ceux-ci auraient parlé de ce charmant et à la fois profond volume.</p>
            <p>Madame Lenzoni m'a dit que vous alliez beaucoup mieux et que même on pouvait espérer de vous voir rendu à la vie et à vos amis. Dites-moi, donc, je vous en conjure, comment vous vous portez, et si vous vous remettez assez, faites le voyage de Paris l'été prochain. Je vous chérirai et vous fêterai et je vous conduirai, si vous le voulez, en Suisse et un peu en Allemagne. Ma position ici n'est rien moins que stable. Messieurs Dindorf de Leipzig sont pendant mon absence devenus mes collaborateurs à commencer du <foreign lang="grc">β</foreign>, et comme ce sont des gens d'un caractère extrêmement odieux, je n'ai d'autres choses à faire qu'à me retirer du <hi rend="italic">Thesaurus</hi>, lorsque l'<hi rend="italic">a</hi> sera achevé, car jamais je ne m'abaisserai à une association avec ces deux marchands. Mais l'<hi rend="italic">a</hi> sera encore soigné le mieux possible; je prends pour troisième collaborateur Monsieur Rouleu de Nivelles, savant déjà fort avantageusement connu; je paie de ma poche deux jeunes gens vérifiant les citations, et je met au prix en Allemagne les plus difficiles articles en les faisant rédiger par les savants les plus distingués. Alors, l'<hi rend="italic">a</hi> fini, je me retirerai sans gloire et sans argent, c'est vrai, mais je défierai les Dindorf de me surpasser en désintéressement et pour la direction du livre. Ce que je ferai ensuite, <foreign lang="grc">Θεῶν ἐν γοᾣύνασι κεῖται</foreign>.</p>
            <p>Si pendant cet hiver je parviens à publier le <foreign lang="grc">στεφανίτης</foreign>; peut être m'appellera-t-on en Allemagne; peut-être aussi me réunirai je à Monsieur de Mourawieff et viendrai-je à Florence et vivrai je encore avec vous, excellent et précieux ami. Il est dur sans doute pour moi de me voir réduit aux peut-être, à l'âge de 30 ans. Mais il y a une providence qui veille sur les honnêtes gens: elle m'a si bien conduit, elle ne m'abandonnera jamais.</p>
            <p>Quant à vous, cher et precieux ami, ne vous effrayez pas pour moi; il y a encore de l' <foreign lang="grc">ἄλφα</foreign> à rediger au moins pour un an. Répondez moi donc à cette lettre dès que vous le pourrez; je vous promets sur ma parole que 8 jours après la reception de votre lettre je vous répondrai par un long griffonage. J'ai connu beaucoup d'hommes distingués, mais aucun n'a su m'inspirer les sentiments d'amitié que je vous ai voués pour la vie. Adieu donc, cher et bon ami. A vous à jamais votre tout dévoué.</p>
            <p>Parlez moi de Rosini, Madame Lenzoni, Mourawieff; enfin de tous vos amis que je connais.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Maestri (1831)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ADELAIDE MAESTRI - PARMA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Roma 27 ottobre 1831.</dateline>
            </opener>
            <p>Mia cara Adelaide. Assai tardi rispondo alla vostra carissima di settembre, ma credetemi che quantunque io sia migliorato molto di tutto il resto, la difficoltà dello scrivere è ancora per me qual era, ed ho gran quantità di brighe, ancorchè frivole. Oh Dio, quanto vi rivedrei volentieri! Vi ringrazio mille volte di ciò che mi scrivete circa gli associati, e ringrazio medesimamente l'amabilissimo Ferdinando della sua tanto gentile profferta, la quale accetto, ma con questo che il Piatti sappia che l'amico non vuol provvisione alcuna, e di ciò goda esso Piatti e non io. Se le copie non sono arrivate ancora costì, è colpa del Piatti, negligentissimo e tardissimo ne' suoi affari: io gli scriverò per ispronarlo. Son venuto qua per passar l'inverno: in febbraio, ovvero al più tardi in marzo, tornerò a Firenze. Abbracciate caramente per me Ferdinando, e salutate senza fine la Mamma e il Papà. Mi duole di trovarmi così lontano da voi, carissimi amici, e di non prevedere il come finalmente potrò rivedervi, e dirvi quel milione di cose che non si scrivono. E anche vi confesso candidamente ch'io temo che per il disuso e la lontananza si scemi, ancora malgrado vostro, la vostra affezione verso di me. Per amor di Dio, vi prego, fate ogni sforzo per conservarmela intera, per non dimenticarvi di me, per volermi sempre quel bene che mi avete voluto: come io v'assicuro che senza sforzo nessuno v'amo ora e v'amerò sempre come innanzi, e più se è possibile. Assicuratemi anche voi di questo, ma fatelo con verità: e raccomandatemi spesso al nostro Giordani, per il quale ai 22 del corrente mi presi la libertà di accludervi una lettera. Ricordatemi al bravo Oppici, al Colombo e al Taverna. Addio, addio con tutto il cuore. Datemi le vostre nuove.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Vieusseux (1831)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIAMPIETRO VIEUSSEUX - FIRENZE.</hi>
               </salute>
               <dateline>Roma 27 Ottobre 1831.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio carissimo Vieusseux. Ho avuto dall'ottimo Capobianchi le vostre care degli 8 e 18 corrente, e l'<title>Antologia</title> di Luglio, la quale (se voi non mi avvisate altrimenti) vi renderò a Firenze colle altre che vi piacerà di spedirmi. Ancora non posso dirvi nulla di articoli nè di occupazioni letterarie, perchè sono affogato di visite, di cerimonie e di noie d'ogni sorta, le quali, in questa capitale della diplomazia, bisogna anche rendere con ogni puntualità: cose che mi fanno disperare. In grosso ho veduto che il vostro fascicolo ultimo è forte di buoni articoli ancor più che l'ordinario. Ho parlato coll'Odescalchi e col Betti: ma per ora non v'è discorso di smettere il <hi rend="italic">Giornale Arcadico</hi>, del quale anzi mi par che costoro vadano più pettoruti che mai, come di un'opera Europea, di uno strumento della <hi rend="italic">civilizzazione</hi> e del perfezionamento dell'uomo. Vi ringrazio delle nuove, ancorchè dolorose, che mi date del buon Colletta: vi prego a ricordarmegli spesso, e a dirgli mille cose affettuose in mio nome.</p>
            <p>Io ho detto costì, prima di partire, a chiunque ha voluto saperlo, e dico qui a tutti, che tornerò a Firenze, passato il freddo; e così sarà, se non muoio prima. Questo amerei che ripeteste a chi parla di prelature o di cappelli, cose ch'io terrei per ingiurie se fossero dette sul serio. Ma sul serio non possono esser dette se non per volontaria menzogna, conoscendosi benissimo la mia maniera di pensare, e sapendosi ch'io non ho mai tradito i miei pensieri e i miei principii colle mie azioni.</p>
            <p>Mille cordialissimi saluti all'ammirabile Gino, a Montani, a Capei, a Forti; e poi a tutti quelli che possono aver caro un saluto fatto in mio nome. A Giordani ho scritto poco fa. Ranieri vi saluta affettuosamente e vi ringrazia della memoria. Addio, carissimo Vieusseux: vi abbraccio col cuore, e vi prego a volermi bene. Il vostro Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.P.Vieusseux (1831)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIAN PIETRO VIEUSSEUX</hi>
               </byline>
               <dateline>Firenze dì 29 Ottobre 1831.</dateline>
            </opener>
            <p>Carissimo Leopardi. Rispondo alla gratissima vostra 27 stante; e prima di tutto ho il contento di dirvi che un miglioramento sensibile ed inaspettato si è manifestato tutto ad un tratto nello stato di salute del nostro Colletta. La malattia, come potete figurarvi, è ancora gravissima; ma infine il pericolo non è più imminente; e se continua il miglioramento, e l'attitudine a mangiare e digerire, e se il generale saprà stare ad un regime ch'egli sempre trascurò, benchè cagionoso, potrà tirare avanti ancora degli anni. Speriamo dunque.</p>
            <p>Domani, e forse anche questa sera, gli porterò i vostri saluti, ed il lieto annunzio che presto ci tornerete.</p>
            <p>Quest'oggi spedisco al Capobianchi l'<title>Antologia</title> di Agosto, la quale gli perverrà fra una settimana. L'ultimo articolo di questo fascicolo vi proverà che vanno sempre crescendo i pensieri per portar avanti con decoro la mia intrapresa, e che non mancano b. f. che vorrebbero sconcertarmi.</p>
            <p>Riguardo alle prelature e cappelli, siate tranquillo, nessuno ne parla sul serio; ma senza prelatura e senza cappello tutti vorrebbero vedervi capo della pubblica istruzione degli stati pontifici. Addio, carissimo.</p>
         </div1>
         <div1 n="A C.Lenzoni (1831)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLOTTA LENZONI - FIRENZE.</hi>
               </salute>
               <dateline>Roma 29 Ottobre 1831.</dateline>
            </opener>
            <p>Signora ed Amica pregiatissima. La ringrazio senza fine della carissima sua dei 14, alla quale rispondo tardi perchè mi sono trovato e mi trovo propriamente oppresso da visite e da cerimonie che non mi lasciano riposare. Tra gli altri dispiaceri miei nel partir da Firenze, è stato quello di non aver potuto salutar Lei al suo ritorno da Parigi, nè parlar lungamente con Lei del suo viaggio, nè godere questo inverno della sua conversazione. Dico questo inverno, perchè in verità non mi è mai venuto in capo di stabilirmi in Roma, come le hanno detto costì; e l'hanno detto senza mia colpa, perchè prima di partire, io ho pur lasciato detto a chiunque ha voluto saperlo, che passato il freddo sarei tornato a Firenze. E ora le ripeto che se non muoio prima (cosa desiderabile molto, ma non probabile), io certissimamente in Febbraio o Marzo tornerò a Firenze. Che se dessi ascolto alla noia che mi fanno questi costumi rancidi, e il veder far di cappello a preti, e il sentir parlar di eminenze e di santità, io sarei uomo da piantar qui tutte queste belle colonne e bei palazzi e belle passeggiate, e ritornarmene costì senza nemmeno aspettare il freddo, che quest'anno non par che voglia affrettarsi.</p>
            <p>Ho veduto il bravo ed amabile Tenerani, col quale si è parlato di Lei molto, e se ne parlerà ancora, se lo rivedrò spesso, come mi propongo. Non so se Ella conosca un'altra Psiche ch'egli sta lavorando, e che mi è parsa bellissima, come anche un bassorilievo per la sepoltura di una giovane, pieno di dolore e di costanza sublime.</p>
            <p>Giordani mi ha scritto poco fa: ho risposto subito acchiudendo la lettera all'Adelaide Maestri per più sicurezza di recapito. Ranieri la ringrazia caramente della memoria, e la riverisce; e io la prego assaissimo a volermi ricordare spesso al Buonarroti, al Forti, a Jesi e generalmente a tutta la sua brava e gentile conversazione. Mi voglia bene, e continui a darmi nuove della sua salute, la quale desidero e spero che si conservi buona come al presente.</p>
            <p>E se posso servirle in Roma, mi adoperi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Tommasini (1831)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIETTA TOMMASINI</hi>
               </byline>
               <date>[Bologna, fine di Ottobre 1831].</date>
            </opener>
            <p>Caro Amico. Ho sentito con sommo piacere che vi siete recato a Roma, la qual cosa mi prova che voi siete in uno stato di salute discretamente buono.</p>
            <p>Vi sarà consolazione il trovarvi in mezzo a tanti monumenti della nostra antica grandezza. Quali memorie! quali desiderii! Ma non vorrei che questa lontananza mi privasse più lungamente delle vostre notizie. Datemele, e sollecitamente quanto più potete, e frequenti e buone. Niuna cosa desidero maggiormente di questa.</p>
            <p>Ora debbo dirvi, venendo agli associati alla stampa dei vostri <title>Canti</title>, che io vi ho spediti i loro nomi, i quali erano numerosi, e totalmente ne ho smarrito l'elenco. Sono quindi dolente che siano andati perduti. Ad ogni modo spedite a Parma quel numero che credete di copie: chè io cercherò che ne acquistino. Ho letti quei canti de' quali alcuni li conosceva già, e li ho trovati divini; e così tutte le persone dotte di questa città li ammirano come parto di altissimo ingegno. La profonda filosofia di che sono sparsi, è anzi malinconica che no, ma nuova e pur troppo vera. Io mi congratulo con voi e colla nostra Italia che produce uomini della vostra qualità, ed altrettanto mi duole che il secolo ignorante od ingiusto non li riconosca e non gli onori. La lettera che precede ai canti, ne è tristissimo argomento, e non la posso leggere senza lagrime. Questi miei sentimenti sono comuni a mio marito e ai miei figli, i quali vi salutano carissimamente. Giordani anch'esso vi saluta di cuore. Addio. La vostra aff.ma Amica.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di M.Valdrighi (1831)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI MARIO VALDRIGHI</hi>
               </byline>
               <dateline>Di Modena, 1 Novembre 1831.</dateline>
            </opener>
            <p>Signor Conte pregiatissimo. Non so cosa Ella possa aver pensato di me in causa del mio troppo lungo silenzio. Io non vorrò qui addurre tutte le scuse che possono valere a mia giustificazione: ma solo la pregherò a persuadersi che non mancanza di stima, o di desiderio di servirla mi hanno fatto parer negligente, ma bensì od assenza da Modena, o più brighe che mi tolsero il tempo a più geniali cose. Eccomi intanto a compire, se pur sono anche in tempo, il debito mio. Ho varie volte eccitato Francesco Galvani a concorrere meco; ed egli mi ha sempre promesso di mandarmi a casa quanto aveva offerto: ma non ho mai avuta cosa alcuna, benchè anche per questa cagione io abbia, anche di più di quello che avrei fatto, ritardato a servirla. Credo che abbiasi a compatire il giovinetto, che forse tiene il cuore e la mente fissi in tutt'altro che lettere autografe. Ho procurato di supplire io solo ed ho preparato un piego (da spedirsi alla prima occasione) co' seguenti autografi: Albergati Capacelli Francesco, Bodoni, Cagnoli, Veronica Gambara, Guglielmini Domenico colla minuta di risposta di Bernardino Ramazzini, Lorgna, Mazza, Muratori, Paradisi Gio., Scarpa, Stratico, Tiraboschi, Volta. La lettera della Gambara, come le accennai, è alquanto patita: ma benchè poco le offra, pure mi gode l'animo che non manchino i nomi più desiderati del Volta, Tiraboschi, Muratori, e Scarpa.</p>
            <p>Usando poi della facoltà concessami, le soggiungo i nomi da me scelti nella trasmessami nota. Sono questi Boerhaave, Gio. Targioni Tozzetti, Gio. Fabbroni, i due Savi padre e figlio, Bertrand de Nantes, Pentland, Humboldt, Coulei, Molina, Sismondi, Filicaia, Lafayette, il presente Re di Prussia. Di questi formatone un piego alla mia direzione, potrà Ella consegnarlo al sig. Marchese Ercole Coccapani Imperiali, che abita alla Villa di Londra presso al ponte alla Carraja, che si carica di portarmelo o di trasmettermelo. Il mio le perverrà quanto prima: ma mi sarà grato l'avere il preciso di Lei indirizzo.</p>
            <p>Gradisca Ella per quello che vale il mio buon volere di servirla, e si accerti che terrò a favore l'essere onorato da qualche suo comando: e di nuovo chiedendole scusa del ritardo, me le protesto con tutto l'animo Suo dev.mo obb.mo Servitore.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.P.Vieusseux (1831)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIAN PIETRO VIEUSSEUX</hi>
               </byline>
               <dateline>Firenze dì 1-3 Novembre 1831.</dateline>
            </opener>
            <p>Carissimo Leopardi! <hi rend="italic">Il Forti mi scrive</hi>: "Salutate il Leopardi; ditegli in oltre che saluti per me il mio amico Gozani, del quale a Roma avrà fatto conoscenza".</p>
            <p>Il <hi rend="italic">Colletta</hi> è sempre nel medesimo stato di lentissimo miglioramento, ma fuor d'imminente pericolo. Avete i suoi saluti e quelli della Michelina.</p>
            <p>Il <hi rend="italic">prof. Amici</hi> di Modena è arrivato a Firenze. Egli vien chiamato dal Gran Duca col titolo di prof. di Astronomia e di Ottica al museo; trasporterà qui la sua celebre officina, e si farà tutto toscano. Questa decisione del Gran Duca gli fa molto onore, e deve piacere a tutti gli amici delle scienze. Partecipate queste nuove al Cicolini se lo vedete, salutandolo tanto da parte mia.</p>
            <p>Non so se vi ho detto che è arrivato il <hi rend="italic">Conte Cicognara</hi>, il quale starà qui tutto l'inverno. Egli è molto impaziente di conoscervi.</p>
            <p>Qui annesso vi rimetto lettera venuta per voi da Parigi. Da ieri in poi si fa sentire il freddo, al quale siamo tanto più sensibili, che l'estate si era prolungata sino a tutto Ottobre. Se volete viaggiare prima dell'inverno, non dovete trattenervi molto a Roma.</p>
            <p>Il <hi rend="italic">Cioni</hi> parte domani per Pisa: egli e Montani, che pranzarono ieri con me, vi salutano affettuosamente. Tutti gli altri amici sono in campagna. - Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di L.Firrao (1831)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI LUIGI FIRRAO</hi>
               </byline>
               <date>[Roma] Casa li 3 Novembre 1831.</date>
            </opener>
            <p>G.mo Sig. Conte. Mi fece sentire ieri il Sig. Marchese Melchiorri l'equivoco preso da mia madre, allorchè venne a vedere le camere il Signore di Lei compagno. Quindi mi affretto a farle conoscere che le camere da lei vedute sono interamente ed esclusivamente destinate per Loro uso; che i letti e sofà si potranno situare nelle due camere con i tappeti, le quali hanno ambedue una sortita libera, e che finalmente, se facesse piacere, si potrà anche mettere il tappeto nella camera del camino. In fine si è anche aperta la porta nuova d'ingresso a seconda di quanto piaceva al Signore di sua compagnia. Qui dunque è tutto pronto, ed altro non manca se non che mi significhi in quale giorno favorisce onde farle preparare il pranzo all'ora ch'indicherà. Mi conservi la di Lei bontà, e mi creda con particolare stima ed ossequio Suo dev.mo obb.mo Servitore.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Melchiorri (1831)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI D. PAOLO MELCHIORRI</hi>
               </byline>
               <dateline>Roma, S. Callisto, 5 Novembre 1831.</dateline>
            </opener>
            <p>Car.mo fratello. Un fratello Cugino che non conoscete è quello che vi dirigge la presente. Poichè il Cielo mi ha conceduto il bene di avere un fratello di cui ambisco far conoscenza, vi prego in nome de' vincoli che ci stringono volermi contentare, e significarmi per lettera la vostra abitazione e l'ora in cui possa venire ad abbracciarvi. Amo troppo vostro Padre, mio amabilissimo Zio, per non desiderare il momento di vedervi.</p>
            <p>Addio; colla speranza di un più che sollecito riscontro mi protesto vostro aff. fratello.</p>
         </div1>
         <div1 lang="fra" n="Di C.Bonaparte (1831)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLOTTA BONAPARTE</hi>
               </byline>
               <dateline>Florence, ce lundi [10 Novembre 1831].</dateline>
            </opener>
            <p>Je viens enfin vous remercier de votre très aimable lettre, Monsieur le Comte, et vous assurer du plaisir que j'ai eu à la recevoir. Monsieur Ranieri vous dira combien les <foreign lang="fra">célébrités</foreign> dont vous me parlez m'ont amusée; mais savez-vous bien que dans notre disposition d'esprit, elles ne sont point à dédaigner? car, envisageant si tristement les choses de ce monde, le sommeil me parait le plus grand des biens; et vous, trouvez de charitables célébrités qui vous font bâiller! C'est bien quelque chose. Continuez à m'en parler, je vous prie, et croyez bien que tous les détails que vous me donnerez, sur vous, sur la manière dont vous passez votre temps, me seront très agréables. Je pense que vous faites des promenades. Je les trouve très intéressantes à Rome; j'espère que votre santé vous permettra d'en profiter, et que Monsieur Ranieri ne vous donnera plus aucune inquiétude. La M.se Lenzoni, que j'ai vue dernièrement, m'a dit avoir reçu une lettre de vous. Ma Cousine Juliette qui a vu le professeur Rosini me dit qu'il a fait beaucoup d'<foreign lang="fra">exclamations</foreign> en apprenant votre départ pour Rome.</p>
            <p>Vous êtes bien aimable et bien bon de me demander des détails, sur la manière, dont je passe mon temps. Depuis le départ de ma soeur, je me retrouve bien triste, et bien seule, et je ne la sais point encore arrivée à Rome, ce qui m'inquiète. J'espère que vous irez la voir, elle en sera charmée; donnez-lui de mes nouvelles, et dites bien des choses pour moi au petit Joseph. Depuis quelques jours, le mauvais temps m'empêche de promener; je lis <hi rend="italic">Clarisse</hi>. Je trouve que c'est bien long: j'ai tant à lire, que je ne sais par quel ouvrage commencer; d'ailleurs, je ne lis plus pour apprendre, car je suis trop vieille, et j'ai perdu la mémoire, mais je lis pour tuer le temps, et je cherche des livres amusants. Etes-vous dans une <hi rend="italic">veine</hi> de lecture actuellement? ou vous contentez-vous de <hi rend="italic">méditer</hi>? vous devriez écrire: on m'a dit que vous reveniez bientôt à Florence, est-ce vrai?</p>
            <p>Comme vous me rappelez (je ne sais pourquoi), que vous n'avez dit adieu à personne, je suis bien aise de vous donner un <hi rend="italic">démenti</hi>, et de vous apprendre que vous avez fait une exception en faveur de la M.se Sacrati, n'est-ce pas vrai?</p>
            <p>Je vous recommande la lettre de M. de Chateaubriand, en réponse à Béranger, elle est dans les journaux de Paris.</p>
            <p>Je ne sais si vous vous rappelez la <hi rend="italic">Messenienne</hi>, de Casimir Delavigne, sur le général Foy. Il la composa à Rome, à la villa Paolina, en se promenant dans le jardin; la tour qui s'y trouve lui plaisait, et elle l'inspira. Je voudrais savoir si vous avez revu Tenerani, et si vous avez été content de lui, ce que vous m'en dites est charmant, et je le trouve bien heureux, si sa conversation vous semble répondre à l'idée que ses ouvrages vous ont donnée de son esprit. Voilà bien des questions, répondez-y, et soyez persuadé de mes sentiments. CHARLOTTE.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1831)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>[Parma] 11 Novembre [1831].</date>
            </opener>
            <p>Giacomino mio adorato. Ho avuto la tua 22 Ottobre dall'Adelaide; un po' tardi; perch'ella era andata a Bologna, io a Piacenza. Perdonami, caro carissimo; vorrei piuttosto morire che <hi rend="italic">contristarti</hi>: e ben mi duole che le mie parole, venendo importune (perch'io non sapevo il vero) ti sieno state di noia, quando io non vorrei altro darti che consolazione. Mi affligge che tu abbia gravi molestie, bench'io non sappia quali: e duolmi che non possiamo parlare insieme di ciò che non si può scrivere. Mi consola che la fortuna nè gli uomini non possano scemarti nulla della tua dignità. Oh quanto ho ammirato e le tu prime poesie, rileggendole, e le nuove! Com'è stupendo quel <title>Pastore errante nell'Asia</title>! Sei proprio arrivato all'estremo della grandezza e schiettezza nello stile. Un tale animo non dee mai poter somigliare i volgari. Io dico a tutti che tornerai a Firenze nel caldo; e non dico null'altro; per ubbidire strettamente il tuo comando. Come ti trovi in Roma? Che vi fai? Come ci si vive? Credi tu che se io vi venissi avrei sicurezza e quiete? Come finirà la babilonia delle provincie? Quando puoi, mandami un poco delle tue lettere, che mi paiono divine, e mi sono un balsamo: ma se ti è fatica lo scrivere, taci pure, basta che non mi dimentichi. Ricordami a Carlino e Paolina, quando scrivi. Ricordami all'aureo Tenerani e a Monsignor Muzzarelli, quando li vedi. Coi buoni Tommasini ti ricordiamo sempre. Oh quante miserie qui, e quante sciocchezze! ma credo non si faccia meglio nel resto del mondo. Io ti abbraccio con tutta l'anima; e avrei pure una gran voglia di abbracciarti davvero.</p>
            <p>Petrus Exul It. Desig. Tert.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Paolina L. (1831)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PAOLINA LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Via de' Condotti, n. 81, 3° piano [Roma] 11 Novembre [1831].</dateline>
            </opener>
            <p>Cara Pilla. Ringrazio tanto la Mamma delle solette, e pel ritorno di Corradi mando al Papà una piccola raccolta di litografie, donatami in Firenze, e una corniola incisa che mi capitò qui in Roma. Abbiamo una verissima primavera, tanto ch'io vo ancora precisamente vestito come quest'agosto, senza una menoma aggiunta. Ho veduto Fucili due volte da che sono in Roma: al <hi rend="italic">Cracas</hi> non sono mai andato e non vado. La lista dei libri spero certamente che mi servirà. Che vuol dire che Pietruccio non ha poi scritto, come voleva? Bisogna che sia molto occupato: salutamelo mille volte, e bacia per me la mano al Papà e alla Mamma. Salutami anche D. Vincenzo, il Curato e la Marchesa. Addio, cara Pilla: avrai già inteso che, grazie a Dio, sto bene. Ho nuove del buon Gioberti, il quale par guarito delle sue malattie, ed anche in gran parte della malinconia, e ciò mi ha consolato molto. Addio addio. Giordani saluta te e Carlo.</p>
            <p>Corradi non è più comparso. Ti spedisco questa oggi che siamo ai 3 di Decembre. Anche un altro pacco io aveva in pronto per mandar costì, il quale parimente mi resta in mano. Addio, cara Pilla. Ho visto D. Paolo Melchiorri, tuo successore nel donpaolato, buono e bravo giovanetto. Salutami Carlo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di C.Bunsen (1831)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO BUNSEN</hi>
               </byline>
               <date>[s.d. ma Roma, Sabato, Novembre 1831].</date>
            </opener>
            <p>Amico carissimo. Vi mando il <hi rend="italic">Rapporto sui Vasi Volcenti</hi>, di cui parlammo l'altro giorno. Spero che state meglio oggi: l'aria fuori continua di essere dolcissima nelle ore calde. Permetterete domani al mio amico il Dottore Morichini che vi faccia una visita: gli ho scritto a tale effetto, e son certo che egli v'inspirerà confidenza. Fra giorni verrò in persona a domandare le vostre nuove.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Tommasini (1831)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIETTA TOMMASINI</hi>
               </byline>
               <dateline>Parma a dì 16 Novembre 1831.</dateline>
            </opener>
            <p>Caro Leopardi. Mio marito viene alla volta di Roma chiamatovi dal Duca Sforza infermo di cronica malattia. Desidero che vi sia tanto margine che possa intraprendere un metodo di cura: ma purtroppo l'esperienza mi dimostra che sarà tarda questa chiamata; imperocchè vengono consultati i medici quando gli infermi sono per cessare di vivere. Basta, in ogni modo mi gode l'animo che Giacomino vi potrà abbracciare, ed assicurare in voce quanto amore ed amicizia vi abbiamo, e riceverò le vostre notizie da testimonio di veduta: e così potrò essere certa dello stato della vostra salute e dell'animo vostro. Avrete a quest'ora ricevuto una mia, nella quale vi parlava degli associati. Speditemi, come vi dissi, buon numero di esemplari, ed io farò sì che siano tutti venduti. Mio marito vi dirà quanto io sia mal governata dai miei nervi, i quali mi tolgono il meglio che si gode in questo mondo, cioè il sonno in cui si affoga nostro affanno. Questa mia disgrazia fa sì che io senta maggiormente le iniquità di questi tempi.</p>
            <p>Oh mio amico! non mi negate una grazia che sono per domandarvi: io provo un conforto quantunque volte ricevo i vostri caratteri: quindi scrivetemi spesso, e parlatemi de' monumenti di cotesta Roma, la quale rinchiude tanti tesori in fatto di antichità: e ditemi pure delle vostre occupazioni. In somma desidero di trattenermi con voi, come se io vi avessi presente. Addio, vogliatemi bene, come io non cesserò di essere vostra affezionatissima amica.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Giordani aggradì molto i vostri saluti e ve li ricambia cordialissimi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Maestri (1831)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ADELAIDE MAESTRI</hi>
               </byline>
               <dateline>Parma 16 Novembre 1831.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Leopardi. Mi valgo dell'occasione che mi offre il caro mio padre, il quale per un consulto si reca a Roma, per ringraziarvi de' cari vostri caratteri, tanto da me desiderati. Oh se poteste conoscere quanto piacere m'hanno portato all'animo; quanta invidia porto a questo mio foglio che in breve sarà con voi; se poteste del pari comprendere la pena che mi cagiona la difficoltà d'avere le vostre notizie; il timore che per lungo corso di tempo non mi sia dato di rivedervi; e la consolazione che provo a un tempo, sapendovi migliorato nella salute, non potrebbe certamente cadervi in animo che l'immenso spazio che ci divide possa aver forza di scemare l'affezione che ho per voi, la quale, ve lo assicuro, sarà immutabile, e durevole quanto la mia vita. Ma voi, intanto, perchè cercate sempre di fuggirci? perchè, con tanta amicizia che ci avete, non vi determinate mai, se non nell'inverno, almeno nella buona stagione, di rivederci in Parma, dove siete desiderato da tanto tempo? So bene che al presente questo paese non ha nulla che racconsoli, ma qual parte, in questa povera nostra penisola, può invitare all'allegria? Conserviamoci pure, caro amico, la nostra amicizia, siccome conforto unico in questa vita, che ormai può considerarsi priva ancora di quel po' di bene che seco porta la speranza.</p>
            <p>Ferdinando, Giordani, e tutti gli amici che ricordate nella vostra lettera, vi ritornano i più affettuosi saluti. Addio! Ricordatevi di noi e scriveteci più spesso che potete.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Giordani ha risposto alla vostra lettera, che inviaste a me, il dì 11 corrente.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Vieusseux (1831)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIAMPIETRO VIEUSSEUX - FIRENZE.</hi>
               </salute>
               <dateline>Roma 21 Novembre 1831.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro e buon Vieusseux. Leopardi preso d'un reuma di petto, è da una settimana a letto, e non può scrivere, nè poteva anche prima, perchè già cagionevole. Per ciò sono rimaste senza risposta due vostre lettere; e a questa dolorosissima terza, la quale non ci è pervenuta altro che stamane, rispondo io per lui.</p>
            <p>Erano già tre giorni, che un'altra lettera di costà ci aveva recata la nuova della troppo dura perdita del nostro più che amico. Dalla quale quanto accrescimento sia venuto di malore a Leopardi, e di mestizia ad entrambi, potete immaginarlo per voi. Voi sapete con quale occhio egli (ed io dietro lui) riguardi e la vita e la morte. Ma la vita del Colletta era cara e necessaria a chiunque lo conosceva; ed a chiunque lo conosceva ha dovuto essere acerba la sua morte; a noi poi tanto, che le lagrime ci trattengono dal più oltre ragionarvi del nostro dolore.</p>
            <p>Fate di dirci se è vero che le sue storie sieno già in Francia per istamparsi presto.</p>
            <p>Appena potrà, Leopardi vi scriverà, e vi ristorerà del lungo e involontario silenzio.</p>
            <p>Entrambi vi diciamo tante cose amorevoli; e vi preghiamo di dirle ancora al marchese Capponi, ed a chiunque altro serbasse memoria di noi e dell'amico perduto.</p>
            <p>Addio, mio buon Vieusseux; state sano, e credetemi vostro affettuoso amico Antonio Ranieri.</p>
         </div1>
         <div1 lang="fra" n="Di L.De Sinner (1831)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI LUIGI DE SINNER</hi>
               </byline>
               <date>[Paris] 30 Novembre 1831.</date>
            </opener>
            <p>Mon excellent ami. Je vous envoie ici le premier Cahier de notre <hi rend="italic">Estienne</hi>. Tâchez de le faire connaître chez les savants de Rome, où M. Mourawieff me dit que vous vous trouvez en ce moment.</p>
            <p>Ne vous effrayez pas de la note sur vous, p. IV de la Préface. Aucun de vos mss. ne sera dépouillé, je m'en réserve la publication separée. Mais je voulais vous citer honorablement. Je vous ai écrit une longue lettre le 24 Octobre dernier, adressée à Florence, a M. Vieusseux. L'avez vous reçue? Tout à vous pour la vie.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1831)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Roma 2 Dicembre 1831.</dateline>
            </opener>
            <p>Caro Papà. Sono in piedi per la prima volta, anzi per il primo momento, dopo 15 giorni di letto, benchè sfebbrato già da più giorni. Mi sono avuto un poco di cura a causa della cattiva stagione, e perchè essendomi coricato in autunno, conviene che mi levi d'inverno. Del resto, sono guarito perfettamente, quasi anche della tosse. Solo mi annoia molto il pensare ai riguardi che dovrò avermi quest'inverno, cioè al doverlo probabilmente passare in casa, secondo il mio antico e poco ameno costume. Ebbi la cara sua de' 15, e mi affretto ad assicurarla che niente fuorchè la mia spontanea volontà mi ha condotto a Roma, per ritornare in Toscana tutte le volte che mi piacerà. Le bacio la mano con tutto il cuore.</p>
         </div1>
         <div1 n="A F.Targioni Tozzetti (1831)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A FANNY TARGIONI TOZZETTI - FIRENZE.</hi>
               </salute>
               <dateline>Roma 5 Dicembre [1831].</dateline>
            </opener>
            <p>Cara Fanny. Non vi ho scritto fin qui per non darvi noia, sapendo quanto siete occupata. Ma in fine non vorrei che il silenzio vi paresse dimenticanza, benchè forse sappiate che il dimenticar voi non è facile. Mi pare che mi diceste un giorno, che spesso ai vostri amici migliori non rispondevate, agli altri sì, perchè di quelli eravate sicura che non si offenderebbero, come gli altri, del vostro silenzio. Fatemi tanto onore di trattarmi come uno de' vostri migliori amici; e se siete molto occupata, e se lo scrivere vi affatica, non mi rispondete. Io desidero grandemente le vostre nuove, ma sarò contento di averne da Ranieri o dal Gozzani, ai quali ne domando.</p>
            <p>Delle nuove da me non credo che vi aspettiate. Sapete ch'io abbomino la politica, perchè credo, anzi vedo che gl'individui sono infelici sotto ogni forma di governo; colpa della natura che ha fatti gli uomini all'infelicità; e rido della felicità delle <hi rend="italic">masse</hi>, perchè il mio piccolo cervello non concepisce una <hi rend="italic">massa</hi> felice, composta d'individui non felici. Molto meno potrei parlarvi di notizie letterarie, perchè vi confesso che sto in gran sospetto di perdere la cognizione delle lettere dell'abbiccì, mediante il disuso del leggere e dello scrivere. I miei amici si scandalizzano; ed essi hanno ragione di cercar gloria e di beneficare gli uomini; ma io che non presumo di beneficare, e che non aspiro alla gloria, non ho torto di passare la mia giornata disteso su un sofà, senza battere una palpebra. E trovo molto ragionevole l'usanza dei Turchi e degli altri Orientali, che si contentano di sedere sulle loro gambe tutto il giorno, e guardare stupidamente in viso questa ridicola esistenza.</p>
            <p>Ma io ho ben torto di scrivere queste cose a voi, che siete bella, e privilegiata dalla natura a risplendere nella vita, e trionfare del destino umano. So che ancor voi siete inclinata alla malinconia, come sono state sempre e come saranno in eterno tutte le anime gentili e d'ingegno. Ma con tutta sincerità, e non ostante la mia filosofia nera e disperata, io credo che a voi la malinconia non convenga, cioè che quantunque naturale, non sia del tutto ragionevole. - Almeno così vorrei che fosse.</p>
            <p>Ho incontrata più volte la Contessa Mosti, la quale anche mi ha dato le vostre nuove. Addio, cara Fanny: salutatemi le bambine. Se vi degnate di comandarmi, sapete che a me, come agli altri che vi conoscono, è una gioia e una gloria il servirvi. Il vostro Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1831)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>[Roma] 6 Dicembre [1831].</date>
            </opener>
            <p>Caro Papà. Continuo a star meglio, ma non esco ancora della camera. La testa mi regge poco, e però non posso dilungarmi. Saluto tutti, e le bacio la mano con tutta l'anima. È quasi un mese che non vedo gli Antici, cioè dal giorno medesimo che ammalai. Fucili non l'ho veduto da quasi due mesi: in casa, dove fui a rendergli visita, non lo trovai.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Vieusseux (1831)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIAMPIETRO VIEUSSEUX - FIRENZE.</hi>
               </salute>
               <date>[Roma] 6 Dicembre 1831.</date>
            </opener>
            <p>Mio carissimo Vieusseux. Sono in piedi dopo 17 giorni di letto, e quasi un mese di malattia, della quale sono tutt'altro che guarito. Perdonerete il mio lungo silenzio a tre vostre carissime: all'ultima delle quali, non potendo io, pregai Ranieri che rispondesse per me. Spero che la sua lettera vi sarà giunta. Vi ringrazio della lettera del Sinner, per la quale vi sono debitore di un paolo fiorentino. Se altro vi fosse per me a cotesta posta, avrei molto caro che lo faceste <hi rend="italic">voltare</hi> a Roma. Qui è stata molto applaudita la vostra forte e dignitosa risposta a quei balordi Liguri. Sinner m'incaricava di salutarvi molto, e di dargli le vostre nuove. Addio, mio carissimo. Non mi distendo di più, perchè mi sento assai male. Parlatemi di voi, e de' nostri amici, i quali saluto con tutto il cuore. Oh povero il nostro Colletta! anzi poveri noi, beatissimo lui! Addio. Addio. Il vostro Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.P.Vieusseux (1831)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIAN PIETRO VIEUSSEUX</hi>
               </byline>
               <dateline>Firenze a dì 8 Dicembre 1831.</dateline>
            </opener>
            <p>Carissimo Leopardi. Ebbi la lettera del buon Ranieri, e pregai Capobianchi d'informarsi di voi. Non vi ho più scritto perchè ho dovuto andare a Livorno; e perchè siamo nell'epoca dell'anno la più disastrosa per me, per tutti i versi: affari urgenti, corrispondenze moltiplicate, ed imbarazzi per danaro. <hi rend="italic">Ad ogni costo voglio andar avanti coll'Antologia, e trovo sempre nuove difficoltà da superare</hi>. Ma parliamo di voi: siete stato ammalato, e mi dite che siete tutt'altro che guarito! Caro amico, non vorrei che queste parole nascondessero l'intenzione di fermarvi in Roma, e di non tornare altrimenti come ce lo facevate sperare coll'ultima vostra. Checchè ne sia però, amo meglio sapervi ben portante in Roma, che di vedervi infermo in Firenze. Sapendovi ammalazzato, mi consolò il pensare che il vostr'amico Ranieri stava sempre presso di voi. Ora abbiatevi riguardo e non vi movete che quando sarete sicuro che il viaggio non potrà nuocervi. Ho passato l'ordine alla posta di voltare a Roma le lettere che possono essere arrivate per voi. Ho lettera del Giordani. La Michelina è sempre qui occupata con Gino e con Papi, i quali sono gli esecutori testamentari. In Livorno sono stati fatti funerali pubblici al Colletta; v'intervennero molte persone distinte, inclusivo il Governatore. Gino scriverà un articolo necrologico. Vi ho mandato l'<title>Antologia</title> di Settembre; Capobianchi ve la rimetterà: vi troverete un articolo sulla Catalonia che merita di esser letto attentamente. Anche in Genova ed in Torino fu applaudita la mia risposta a quel sciocco del frate Spotorno; il quale però non si tiene per vinto, e vuole rispondere.</p>
            <p>Caro Leopardi, vi partecipo una circolare che ho fatto stampare per mandarla per tutta Italia a quelle persone che mi verranno indicate come capaci di secondare la mia intrapresa. Spero che approverete il mio divisamento. Vi prego poi di mandarmi la nota di quei romani a' quali mi consiglierete di dirigerla; e di quelli nelle tre Legazioni, e nelle Marche; avvertendomi di quelli cui potrei farlo sotto i vostri auspizi. Prego l'amico Ranieri di procurarmi la nota dei napoletani cui converrebbe mandarla. Se mi riuscirà di avere un buon corrispondente in ogni città d'Italia, avrò ottenuto molto, ed un <hi rend="italic">bullettino</hi> dei prospetti delle scienze morali ed economiche sarà cosa santa e preziosa per il pubblico italiano. Addio, carissimo amico, scusate l'infame scritto, e credetemi di tutto cuore vostro affezionatissimo.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Paolina L. (1831)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PAOLINA LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Via de' Condotti, N. 81, 3° piano. [Roma] 12 Dicembre [1831].</dateline>
            </opener>
            <p>Cara Pilla. Ieri uscii di casa, e fui alla mia favorita piazza del Popolo. Mi straccai un poco, e per riposarmi, non esco oggi. Sto benino del resto, e bravamente ho respinto un secondo vessicante, che mi volevano mettere per farmi star meglio. Ho veduto qui Tommasini, stato qua di volo per un consulto. Hai fatto molto bene a scrivermi una lettera lunga, e non prender norma da me, che son breve per necessità. Ringrazia Pietruccio della sua letterina. Del resto poi Roma è grande, e chi non cerca una persona non la trova. Ma è curioso che io, stando in letto, trovo l'alloggio di chi voglio, e che nessuno può trovare l'alloggio mio, che abito a Piazza di Spagna. Andrea Podaliri, che non mi potè trovare, abitava semplicemente nella mia stessa casa, con gli stessi padroni; ed io lo seppi la sera che arrivai. Dammi subito nuove che la Mamma sia guarita del raffreddore, e baciale la mano per me. Addio, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Tommasini (1831)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIETTA TOMMASINI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Roma 20 Decembre 1831.</dateline>
            </opener>
            <p>Mia cara Antonietta. Giordani, per il quale mi prendo la libertà di acchiudervi una lettera, vi dirà come io stia di salute, e con ciò mi scuserà del mio lungo silenzio a due carissime vostre, e della brevità di questa. Non vi posso esprimere la gioia che mi recò il rivedere qui l'aureo anzi divino professor Tommasini, il quale ebbe la bontà, fermandosi così poco in Roma, di venire al mio letto due volte. Esprimetegli, vi prego, la gratitudine ch'io gliene sento, e fategli un milione di saluti per me. Con lui si convenne di una certa cosa, che io non mancherò di eseguire subito che la salute me lo permetterà, e ne avrò gran piacere. Credo di aver conservati i nomi degli associati che aveste la gentilezza di mandarmi, e poichè dite di aver perdute le soscrizioni, e nondimeno volete pure incaricarvi di dispensare i miei versi costì, cercherò quella nota, e trovandola, l'acchiuderò all'Adelaide, alla quale risponderò in breve. Addio, cara Antonietta: potete pensare quanto sia il mio desiderio di rivedervi. In ogni modo, vogliatemi bene anco da lontano, e salutatemi il carissimo Ferdinando, e il bravo Emilietto. Addio addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1831)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>[Roma] 22 Dicembre [1831].</date>
            </opener>
            <p>Mio caro Papà. Le rendo grazie infinite della mancia ch'Ella ha la bontà di mandarmi, benchè non possa non dispiacermi sempre che Ella s'incomodi per amor mio. Debbo avvisarla che a questa posta nessun gruppo è arrivato per me; non so se sia necessario far delle ricerche a cotesto ufficio. Io continuo ad uscir di casa, la mattina però solamente. Vengo ogni giorno ricuperando le forze, e racquistando la regolarità della digestione che a forza di dieta e di febbre si era molto disordinata. Il povero Fucili era stato da me più volte, ad ore ch'io non era ancora visibile, nè questi di casa me ne avevano poi detto nulla. L'altra sera lo rividi finalmente, e si stette un pezzo insieme, parlando di Recanati, e della colonia recanatese ch'è in Roma. Fui già da Monsignor Cupis, ed egli tornò da me, e mi fece mille amorevolezze, pregandomi molto a vederlo spesso, e promettendo di farmi sentire e leggere un migliaio e mezzo ch'egli ha tra Sonetti, canzoni e Capitoli di sua fattura, ch'egli vorrebbe poi farmi rivedere o limare. Questa cosa mi ha spaventato talmente, che malgrado il bene che gli voglio, e le gentilezze che mi fa, non ho avuto il coraggio di ritornarci. Procurerò di veder Donna Livia, la quale abita molto lontano da me. L'assicuro che il guardar la lista delle visite che per istretta convenienza mi occorrerebbe di fare, mi agghiaccia il sangue. Assolutamente colle mie gambe sempre deboli, in questa città che non finisce mai, con un pavimento infame infernale, che dopo mezz'ora di cammino vi fa sentir dieci volte più stanco che quel di Firenze, di Bologna, di Milano dopo due ore; io non riesco a far nulla nè per il dovere nè per il piacere. Ed ho già rinunziato alla speranza di godermi le infinite belle cose di Roma, perchè queste distanze non fanno per me, e le carrozze o i <hi rend="italic">fiacres</hi> molto meno. Desidero sapere che la Mamma sia guarita della tosse. Le bacio la mano, e le auguro infinitamente prospere le vicine feste. Il suo Giacomo.</p>
            <p>D. Paolo Melchiorri, che sabato si è fatto diacono, mi ha raccomandato di salutarla tanto. Spera di mandarle qualche nuovo associato alla sua traduzione degli Evangelii.</p>
         </div1>
         <div1 n="A L.De Sinner (1831)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A LUIGI DE SINNER - PARIGI.</hi>
                  <lb/>
Roma Via de' Condotti, n. 81. 3°. piano,</salute>
               <dateline>24 Dicembre 1831.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio carissimo ed egregio amico. Non è stato senza mio grandissimo dispiacere che ho tardato tanto a rispondere alla cara vostra dei 24 di Ottobre. Ma oltre ch'io la ricevetti assai tardi, perchè fin dal principio d'ottobre io mi trovava partito da Firenze, sono poi stato lunghissimamente malato di reuma di petto, del quale sono ancora convalescente, e non m'è stato possibile fino ad ora di scrivere. Da Madama Lenzoni io aveva saputo già il vostro viaggio di Germania. V'assicuro che mi affligge grandemente il sentire che i vostri lavori sul <hi rend="italic">Thesaurus</hi> non si stenderanno oltre la prima lettera. Senz'adulazione alcuna, i pochi saggi che ho veduti della vostra opera, mi facevano sperare che l'Europa avrebbe da voi un Lessico il più vicino possibile alla perfezione. So che avete pubblicato il primo fascicolo, ed alcune copie ne vennero a Firenze, che non mi fu possibile di vedere. Qui, avendone ricercato, non ho potuto trovarne alcuna. È ben vero che non ho veduto ancora Monsig. Mai, dal quale potrei forse averne notizia. Sarebbe per me una gran consolazione l'avervi in Firenze, e il poter vivere lungamente con voi, che siete una delle più preziose e care conoscenze ch'io abbia, e dal quale tante cose potrei imparare. Io tornerò certamente a Firenze alla fine dell'inverno, per restarvi tanto quanto mi permetteranno i miei piccoli mezzi, già vicini ad esaurirsi: mancati i quali, l'abborrito e inabitabile Recanati mi aspetta, se io non avrò il coraggio (che spero avere) di prendere il solo partito ragionevole e virile che mi rimane.</p>
            <p>Madama Lenzoni mi ha scritto e fatto dire più volte ch'ella era infinitamente grata alle attenzioni che voi aveste la bontà di usarle, e che molto dispiacere le recò il vostro viaggio di Germania che le impedì di profittare più lungamente della vostra gentilezza e di godere la vostra compagnia. Vi ringrazio dunque io dell'onore fatto alla mia raccomandazione. La Lenzoni è ora in Firenze, sufficientemente bene di salute, e vi fa molti complimenti. Non ho veduto quest'anno Rosini, venuto a Firenze dopo la mia partenza. Egli aveva fatto recitare a Pisa una sua Commedia, il <hi rend="italic">Torquato Tasso</hi>, con grande applauso, a quel ch'egli dice. Del resto, egli lavora sempre nel suo nuovo romanzo <hi rend="italic">Luisa Strozzi</hi>. È gran tempo ch'io non ho veduto M. Mourawieff. Egli partì di Firenze colla sua famiglia per andare a prendere i bagni di mare a Viareggio, nè credo che fosse ritornato quand'io partii.</p>
            <p>Io non potrò mai ringraziarvi abbastanza, mio carissimo ed eccellente amico, di tante e tante pene che voi vi siete date per far conoscere in questi infelici tempi le mie povere cose. Sarebbe impossibile trovar persona così zelante della mia riputazione, come la vostra cordialità vi fa essere. Voi avete ragione quanto alla negligenza del Piatti: questa è così estrema, che non solo a Parigi, ma a Siena, 13 leghe da Firenze, egli non ha mandato ancora un esemplare de' miei <title>Canti</title>, avendo in quella città più di 60 associati. Credo che sia scherzo ciò che voi mi dite del testamento che avete intenzione di fare in caso che il <hi rend="italic">Cholèra</hi> invada la Francia: in ogni modo i miei manoscritti a me sarebbero inutili, non potendo io applicare più che per lo passato; e voi, se voleste morire, dovreste farne un legato a qualche vostro amico dotto ed intelligente, che ne disponesse come credesse meglio.</p>
            <p>Voi aspettate forse ch'io vi dica qualche cosa della filologia romana. Ma la mia salute qui è stata finora così cattiva, ch'io non posso darvi alcuna soddisfacente notizia a questo riguardo, essendo obbligato a tenermi quasi sempre in casa. È ben vero che spesso mi trovo onorato di visite letterarie, ma queste non sono punto filologiche, e in generale si può dire che se qui si conosce un poco più di latino che nell'alta Italia, il greco è quasi sconosciuto, e la filologia quasi interamente abbandonata in grazia dell'archeologia. La quale come felicemente possa essere coltivata senza una profonda cognizione delle lingue dotte, lo lascio pensare a voi. Filologi stranieri di grido non si trovano a Roma quest'anno. Io veggo assai spesso il buon Ministro di Prussia, cavalier Bunsen, amico già del povero Niebuhr. Egli ha tutte le settimane in sua casa una società di dotti, della quale io non ho potuto profittare ancora, a causa della mia salute, abitando egli assai distante da me. Egli pubblica, come sapete, insieme con Gerhard (buono e bravo giovane), e con altri dotti italiani e stranieri, gli <title>Annali</title> e il <hi rend="italic">Bullettino d'Archeologia</hi>. Gli ho parlato molto di voi: egli vi conosce per fama, ma non ha veduto ancora dei vostri lavori.</p>
            <p>Continuate, vi prego, a darmi le vostre nuove, e a tenermi informato dei vostri disegni e delle vostre speranze. Carissimo amico, voi, conoscendo la mia insufficienza, non mi onorate mai d'alcun vostro comando, mentre da altra parte voi non cessate di adoperarvi a vantaggio mio. Ma se credete che il buon volere possa compensare in qualche modo il poco potere, non mi risparmiate, vi prego. Quando mi scriverete, non mettete sulla lettera l'indirizzo della mia abitazione, perchè questo in Italia è causa che le lettere si smarriscono, attesa la negligenza dei porta-lettere. Addio, mio ottimo amico. Conservatevi et amatemi. Il vostro Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di O.Raggi (1831)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ORESTE RAGGI</hi>
               </byline>
               <dateline>Pisa 28 Dicembre 1831.</dateline>
            </opener>
            <p>Illustrissimo Signor Conte. Me felice, chè mi si presenta sì bella occasione di poterle palesare il mio affetto e la stima che ho sempre nutrita per lei fin da quando le sue impareggiabili opere pervennero a mia cognizione. Ma che dirò poichè ebbi l'invidiabil fortuna di conoscer personalmente il più grande de' Lirici italiani, il primo luminare della nostra letteratura, siccome a buon diritto ella è stata già da gran tempo salutata da tutta Italia? Troppo breve, è vero, fu il piacere di godere della sua amabile compagnia, ma pure posso darmi vanto di averla goduta, e me fortunato se potrò sì belli momenti riavere.</p>
            <p>Ora pertanto mi son fatto un dovere in occasione del nuovo anno di augurarle tutte le prosperità che ella desidera, certo che questo sarà voto ancora di tutti gli altri italiani per chi tanto di gloria e d'onore ha recato alla loro, ahi troppo, sventurata patria, ma nonostante madre sempre feconda di straordinarii ingegni, siccome in Lei certamente ne mostra indubitabile esempio. Della Signoria vostra Umil.mo Dev.mo Servitore.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1831)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>[Parma] 28 Dicembre [1831].</date>
            </opener>
            <p>Carissimo Giacomino. D'infinita consolazione mi sarebbe la tua dei 19 (dopo tanto silenzio), se tu avessi potuto darmi nuove migliori di tua salute. Per carità abbiti ogni possibil cura. Ti raccomando di mandare mille cordiali saluti miei a Paolina ed a Carlo; ai quali sono ineffabilmente grato della benevola memoria.</p>
            <p>Ogni volta che vedi Monsignor Muzzarelli riveriscimelo caramente. Digli che ultimamente scrissi al Conte Gnoli per avere (dopo un anno e mezzo) nuove di lui e della sua sposa. Al nostro carissimo Tenerani farai mille e mille saluti; dicendogli che a' 15 Novembre mandai per lui un biglietto alla nostra Signora Carlotta a Firenze. L'ha avuto?</p>
            <p>Non è stato mio pensiero farmi di Roma un domicilio; ben vedendo che non può convenire. Bensì ho desiderato e desidero di potervi star qualche mese, per vedere gli amici, e le tante cose belle che vi si sono fatte da vent'anni in qua. Io ti ringrazio molto e molto della cura che hai avuta d'informarti. Io starò aspettando tempi un po' migliori; e vedrò se potessi soddisfarmi di questo mio lungo e sempre vivo desiderio.</p>
            <p>Puoi tu farmi sapere che cosa sia da prevedere per fine di quest'imbrogli tra il governo e le provincie? È cosa ben disastrosa (per quanto io posso imaginare) lo stato presente: ma il fine qual'è probabile che sia?</p>
            <p>Addio, Giacomino amatissimo: ti abbraccio e ti bacio e ti amo con tutta l'anima. Addio addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.F.Nott (1831)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIORGIO FEDERICO NOTT</hi>
               </byline>
               <date>[s.d., ma Roma, ultimi mesi (?) del 1831].</date>
            </opener>
            <p>Chiarissimo e stimatissimo Sig. Conte. Eguale al piacere che ho ricevuto dalla vostra edizione del <hi rend="italic">Petrarca</hi>, è stato il dispiacere di ricavare dalla lettera aggiuntavi, che sia stata essa con sì poco giudizio criticata. Ma consolatevi col riflettere che voi soffrite in comune con quasi tutti gli autori di merito. Pochissimo è il numero di coloro che sono capaci di criticare sanamente un'Opera di valore; perchè questo presuppone dalla parte del critico talenti eguali a quelli dell'autore. Quanto sia grande la disproporzione nel vostro caso, è inutile ch'io vel dica. Lasciate dunque dire la gente; ed a guisa di quel Magnanimo, mostratevi fermo come lo scoglio, che s'oppone immoto al vano soffiar de' venti, i quali non riusciranno mai a farne avvallare la cima. Frattanto io vi ringrazio cordialmente del dono ch'avete fatto al pubblico, nella vostra preziosa, benchè piccola Edizione del <hi rend="italic">Petrarca</hi>; la quale per essere semplice, non manca di essere dotta. A mio avviso essa è la più utile, e perciò la migliore edizione, che forse finora sia mai comparsa di quell'illustre Poeta.</p>
            <p>Nell'annotazione fatta alle parole "<hi rend="italic">e quella fia in Baldacco</hi>", nel Sonetto che comincia, "<hi rend="italic">L'avara Babilonia</hi>", voi dite che il passo è talmente oscuro che non vi attentate di mettervi una spiegazione del vostro. Ho paura di essere incolpato di presunzione se io mi ardisco di proporvene una, tanto più in quanto che il passo non mi sembra molto difficile da intendersi. Lo farò per altro fidandomi nella vostra bontà, e nella gentilezza del vostro carattere.</p>
            <p>Petrarca come buon Cattolico vedeva con dolore la Sede Pontificia tolta da Roma e trasportata in Avignone. Si figurava dunque la Chiesa, quasi in cattività; e più per questa causa, che per i vizii che ivi si praticavano, chiamò Avignone, e qui ed altrove, Babilonia. Non cessava il Poeta coi suoi scritti e colle sue preghiere di sollecitare da Iddio e dagli uomini quel cambiamento di cose ch'egli cotanto desiderava: e si lusingava che il tempo non fosse lontano, quando un Papa dovesse venire che lo metterebbe in esecuzione. Egli non doveva però indicarlo col suo vero titolo di Papa, perchè si era servito, nel principio del Sonetto, del nome di Babilonia; ed il giusto titolo del Sovrano di quella Città era, come ognuno sa, il Soldano. Si servì dunque (Petrarca) di questo termine, dicendo "<hi rend="italic">nuovo Soldan veggio per lei</hi>", come per convenienza: perchè, avendo una volta cominciata con allusione a Babilonia, bisognava che la Metafora (ossia Figura) fosse conservata intera in tutte le sue parti, sino alla fine del periodo.</p>
            <p>Ed in fatti, la similitudine tra il Soldano e Babilonia, da una parte, e Roma e 'l Papa dall'altra, era allora assai più grande che oggi, al primo colpo d'occhio, a molti non appare. Baldacco era la Capitale dell'Impero e della Religione Musulmana, come Roma lo era della Cattolica. Ma i Soldani di Baldacco, a causa di molte divisioni e scismi, particolarmente quello di Persia, erano, a quell'epoca, decaduti dalla loro grandezza di prima: finge dunque il Poeta di desiderare che quelle divisioni fossero tutte spente, di modo che vi restasse per i Soldani una sola Sede d'Impero, la quale doveva essere Baldacco, riconosciuta, per molti secoli, la vera sede del potere Musulmano: cioè, in altre parole, desiderava che Roma fosse fatta (come prima) la Capitale della Chiesa Cattolica.</p>
            <p>In prova di questo, levate le parole che formano la Metafora, e vedrete che questo è il senso litterale del passo, e la mente del Poeta: "Io sono fuggito da Avignone in Valchiusa, perchè la Chiesa in Avignone è sommamente corrotta, e quasi schiava; e qui, aspettando il cambiamento che ragionevolmente si aspetta e dovrebbe farsi, mi struggo e fiacco. Vero è che questo cambiamento non verrà così tosto come io vorrei. Verrà non ostante, perchè io veggo venire un nuovo Papa (è probabile che avesse in mente il suo Amico, il Cardinal Colonna), il quale farà sì che la Chiesa non avrà (come ora) due sedi, ma una sola; e quella fia in Roma".</p>
            <p>Non voglio occuparvi più, se non per assicurarvi della mia vera stima, e del mio sommo rispetto, confermandomi, chiarissimo Sig.e Conte, vostro affettuosissimo Servo.</p>
         </div1>
         <div1 n="A C.Troya (1831)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO TROYA - NAPOLI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Roma 29 Dicembre 1831.</dateline>
            </opener>
            <p>Chiarissimo Signore ed Amico Veneratissimo. Donna Margherita Altemps le ha raccomandato il bisogno del povero Filippo, ed esposta l'estremità della condizione in cui egli si trova. Lo scriverle ancor io, non è perch'io m'arroghi di poter molto nell'animo suo, nè perchè creda che bisognino molte preghiere a commuoverlo, ma per venire a parte dell'obbligo in ciò che Ella potrà fare a vantaggio del raccomandato. Io non so qual sia l'opinione sua circa le ragioni che Filippo crede avere di non tornare: solamente posso accertarla che il parer mio è, che Ella, quando le fossero spiegate pienamente, le stimerebbe valide e giuste, eccetto il caso che Filippo potesse (che non potrebbe) tornare per tempo corto. Ma lasciando questo da parte, perchè non è materia della quale si possa discorrere con alcun frutto, il povero Filippo, per debiti contratti a fine di vivere questi sei mesi ultimi, e per le necessità urgentissime della giornata, si trova in angustie veramente orribili. Nelle quali insieme con lui mi trovo, posso benissimo dire, ancor io, perchè noi due siamo una cosa sola talmente, che io non so più appena immaginare il modo come potessi vivere senza lui. Di questa nostra congiunzione, che è la maggiore che possa essere, non le dirò di più per non essere infinito. Il povero Filippo cercherà via d'impiegarsi in maniera di non aver necessità d'aiuti dal padre; ma qualche cosa per sovvenire al bisogno presente, e alle spese fatte in sei mesi di totale abbandono, qualche assegnamento, quanto si voglia piccolo, per tempo quanto si voglia breve, ma pure per insino a tanto ch'egli abbia potuto trovar modo di non perire di stento, ogni padre che non sia fiera dovrebbe concederlo, ed io confido moltissimo che l'interposizione di un uomo così autorevole e rispettato com'Ella è, debba indurre il padre di Filippo, anche mal suo grado, a non più negarlo. Conoscendo l'altezza dell'animo suo, sono certo che Ella non è per offendersi della libertà ch'io mi prendo di raccomandarle questa cosa di mio proprio moto e come cosa propria, non ostante le piccole differenze occorse tra Lei e Filippo. Sono breve, perchè i miei occhi, come forse Ella sa, ricusano la fatica, e quando fossi distesissimo, non potrei mai raccomandarmele tanto, che fosse abbastanza alla mia sollecitudine. Dico raccomandarmele, perchè l'affetto che già da più tempo mi stringe a Filippo, è tale, che le nostre sorti non sono più separabili, e raccomandando lui, raccomando me stesso; il quale vivo in grandissima pena per cagion sua. La ringrazio delle cose tanto affettuose e gentili ch'Ella si è compiaciuta di scrivere per me a Donna Margherita, e l'assicuro che l'animo mio corrisponde sensibilmente alla sua cordialità. Così possa io essere onorato dei suoi comandi, e trovarmi buono a servirla. Suo obbligatissimo servitore ed amico Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Carlo L. (1831)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Roma, ultimo dell'anno 1831.</dateline>
            </opener>
            <p>Carluccio mio. Ti ho mandato un esemplare de' miei <title>Canti</title> per mezzo di Mandolino, il quale essendo venuto a trovarmi sul punto di partire, non potei scriverti allora, anzi riscriverti, perch'io t'aveva già scritto per mandarti la lettera (che ho poi bruciata) per mezzo di Corradi. Desidero che quell'esemplare non sia visto da nessuno fuorchè da te, Paolina e Pietruccio; poi sia conservato gelosamente per essere posto a suo tempo nella collezione completa delle mie <hi rend="italic">opere</hi>: giacchè io non ho più altra copia. Permettimi, e non ti sdegnare ch'io taccia ancora sulle cose che tu dimandavi nell'ultima tua. Troppo lungamente dovrei scrivere per informarti del mio stato in maniera sufficiente: del resto, sappi che il venire e lo stare a Roma è stato ed è per me un grandissimo sacrifizio, e non guadagno ma rovina delle mie finanze. Saprai che il povero Colletta è morto agli 11 di Novembre. Se puoi, fa' sapere in casa che ho riscossi alla Diligenza i 40 scudi, arrivati in tempo debito, ma non consegnati prima per asinaggine di quest'Uffizio. Io sto bene; un poco seccato dei riguardi che per la stagione e per la malattia passata mi conviene usare; tanto io me n'era disavvezzato negli ultimi dieci mesi. Non pensar punto a quella tale Carlotta, la quale non ha niente che fare nelle mie circostanze. Addio, Carluccio mio: mille baci alla Gigia: io tornerò a Firenze probabilmente questo marzo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di R.Bertinelli (1832)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI RAFFAELE BERTINELLI</hi>
               </byline>
               <date>[Roma, fine del '31 o primi mesi del 1832].</date>
            </opener>
            <p>La casa sulla quale io faceva disegno, è affittata. Ne ho trovata un'altra. Sono due camere, la prima esposta a settentrione, la seconda a mezzodì; vi è pure il caminetto nella seconda. Il prezzo è scudi 7. Non sarà male ch'ella la veda. La strada è centrale: Via della Fontanella di Borghese, posta fra il Corso e la Piazza Borghese. La gente di casa par buona; se diventasse cattiva, son pronto io, per un capello che le torcessero, a torcere il collo a uomini, donne, fanciulli, e qualunque altro della casa: mi dica quando le piace di recarvisi. Suo dev.mo Servitore e rispettoso Amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1832)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Roma 3 Gennaio 1832.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Papà. Con dispiacere e con maraviglia ho sentito che sieno stati in pena pel mio silenzio, quando io, appunto per impedir questo, aveva scritto il 12 a Paolina, dandole nuova della mia prima uscita e del secondo vessicante evitato, e d'altre mie inezie. Il gruppo mi fu ritardato per negligenza di questo ufficio, essendo arrivato qua debitamente il dì 13. Mi è stato assai caro vedere il suo manifesto; e il saggio ch'Ella dà della sua traduzione mi è piaciuto molto ma molto. Già ne aveva sentito parlare qui da parecchi con molta lode. Solamente, se si è a tempo, vorrei che nell'opera si mutasse una parola, cioè dov'Ella dice <hi rend="italic">aveva giaciuto</hi>, si dicesse <hi rend="italic">era giaciuto</hi>, perchè <hi rend="italic">giacere</hi>, come verbo neutro, abbia l'ausiliare <hi rend="italic">essere</hi>, secondo la regola. Del resto la concordanza da lei intrapresa è opera, a quel ch'io credo, di non poca fatica e ingegno. Spero ch'Ella mi farà tosto avere le nuove di Carlo, sopra il quale non lascio di stare in qualche pena. Io sto bene, ma obbligato a grande e noioso riguardo; e trovo quest'aria contrarissima al mio fisico, e nemica mortale del digerire. Almeno, mentre a Firenze non v'era più cibo ch'io non digerissi senza fatica, qui non v'è cibo abbastanza sano che mi convenga, ed ogni menomissima libertà mi fa male. Mi benedica, caro Papà, e creda all'affezione colla quale io le desidero prospero il nuovo anno.</p>
         </div1>
         <div1 n="A C.Troya (1832)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO TROYA - NAPOLI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Roma 9 Gennaio 1832.,</dateline>
            </opener>
            <p>Veneratissimo Signore ed Amico. Non ho che soggiungere a quanto in proposito di Filippo le scriverà l'ottima Donna Margherita, se non solamente ringraziarla per la mia parte della sollecitudine e della forza colla quale Ella ha assunto la causa di questo mio amico, e confermarle in ogni sua particolarità il racconto che le sarà fatto da Donna Margherita, assicurandola sulla mia fede che non v'ha esagerazione alcuna, nè cosa simulata o dissimulata. E in particolare mi par doverle confermare che avendo veduto dalla sua pregiatissima che l'animo del padre di Filippo o non è, o cesserà facilmente di essere così avverso al figliuolo come si era creduto, io ho posto ogni opera mia per finire d'indur Filippo a volere, com'egli già inclinava, soddisfare tutti i suoi col ritorno a Napoli. Anzi per risparmiare a lui ed a me il dolore del separarci, altra causa che lo faceva per lo passato renitente al ritorno, ho proposto di doverlo, non senza mio gravissimo incomodo, accompagnare a Napoli, e consegnarlo io stesso nelle mani del padre. Al qual viaggio egli è risoluto, ed io con lui, e si farebbe subito, se potentissime ragioni, che Donna Margherita avrà la bontà di significarle, non ci obbligassero a differirlo per due mesi, cioè fino al primo entrare della primavera. Resta che Ella voglia compiere l'opera incominciata, con cercar di ottenere costì l'adempimento delle preghiere che si fanno per mezzo dell'egregia Donna Margherita; senza il quale, facilmente le sarà manifesto, che la condizione di Filippo sarà lagrimevole, ed ancor io (se vale o se importa punto il parlar di me) mi troverò in grandi e per me novissime angustie. E con profonda gratitudine e riverenza mi ripeto Suo obbligatissimo servitore ed amico Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 lang="fra" n="Di L.De Sinner (1832)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI LUIGI DE SINNER</hi>
               </byline>
               <dateline>Paris le 13 Janvier 1832.</dateline>
            </opener>
            <p>Mon très cher et excellent ami. Je ne saurais vous exprimer quel vif plaisir m'a fait votre aimable lettre du 24 Décembre. Un seul espoir y a été deçu. Je pensais, puisque vous aviez pu entreprendre le voyage de Florence à Rome, que votre santé s'était enfin ameliorée, comme Madame Lenzoni me l'avait fait espérer, et vous me dites que vous êtes toujours souffrant. De plus au sujet de votre retraite à Recanati, dont Dieu vous garde, vous me dites que vous espérez avoir le courage de prendre le seul parti digne de vous, qui vous reste. Ces paroles enigmatiques et sombres, que je ne puis comprendre, m'ont fait peur et m'ont fait cruellement souffrir pour vous. Ah mon ami, si cela se peut, sacrifiez à Recanati une moitiée de l'année, et le reste, loin d'une "gente zotica, vile", vivez au milieu de vos amis.</p>
            <p>Malgré tous les efforts que je me suis donné jusqu'à ce jour, je ne suis encore parvenu pour vos papiers qu'à la moitié de ma tâche. Je vous ai fait de la reputation, mais quant au danari <foreign lang="grc">οὐδὲ γρᾣύ</foreign>. Et voici où j'en suis. Boissonade a inséré dans le 4.e volume de ses <hi rend="italic">Anecdota</hi> votre fragment de Libanius <foreign lang="grc">περὶ ῥόδου</foreign>. Je vous ai envoyé le 2 de ce mois cette feuille en épreuve par la poste sous bande. L'avez-vous reçu? Boissonade vous cite encore autre part. - Creuzer a reçu votre Porphyrius <title>de Vita Plotini</title> et le <title>Saggio sopra gli Errori</title>. Voici ce qu'il m'en dit: "Le Porphyrius me fournira sans doute de Suppléments à mon travail. Malheureusement mon manuscrit est à Oxford. Les observations de votre ami, desquelles je pourrai tirer parti, seront imprimées avec son nom sous peu, c'est-à-dire à la suite dans les <hi rend="italic">Addenda</hi> à mon édition de <hi rend="italic">Plotin</hi>. Quant au <title>Saggio</title>, il me semble que les faits en sont connu en Allemagne. Tel qu'il est l'ouvrage déplairait au lecteur aussi bien qu'à l'auteur, et pour le refaire nos Allemands sont trop gauches". - Il me faudra donc attendre jusqu'à ce que je trouve un faiseur de livres pauvre de son propre fond auquel je vendrai le manuscrit et même votre nom. Mais il faudra encore se patienter. - Monsieur Bothe à Mannheim, auquel j'ai fait cadeau d'un exemplaire de vos <title>Canti</title>, m'écrit qu'il a traduit en allemand deux de vos <title>Canti</title>, l'Adieu de Sappho à la vie et le chant du Nomade de l'Asie. Ils paraîtront, insérés dans le 1er cahier de son Journal pour l'Histoire et la Poésie contemporaine, que j'éspère recevoir sous peu. Je vous enverrai une copie fidèle et de la traduction et des prolégomènes. J'ai aussi envoyé a Monsieur B[othe] un exemplaire de vos <title>Operette</title>. Monsieur Bothe me dit: "Votre ami est devenu mon favori, la grande-duchesse douairière de Bade (Stéphanie Beauharnais, je crois) fait de <title>Canti</title> une de ses plus chères lectures".</p>
            <p>Monsieur Ast, auquel j'avais parlé de vous, m'a demandé copie de vos observations sur Platon, et m'a même offert de demander des honoraires à son libraire. Je fais transcrire en ce moment vos notes, mais mon copiste est fort lent, parce qu'il faut copier deux fois, une fois telles qu'elles sont, une seconde fois disposées et arrangées. Je surveille tout avec le plus grand soin.</p>
            <p>Routh a donné dans le 2e volume des <hi rend="italic">Reliquiae Sacrae</hi> les fragments de Jules l'Africain, de manière qu'il ne reste plus guère de neuf à votre beau travail que les <hi rend="italic">Cestes</hi>. Il faut pour tout cela un temps si considérable que la vie se consume à attendre et à espérer.</p>
            <p>A l'article <foreign lang="grc">ἀδιοργάνιστος</foreign> je vous ai cité pompeusement dans la 3e livraison du <hi rend="italic">Thesaurus</hi>. - Je vous en ai envoyé par Maze à l'adresse du même libraire à Rome qui m'avait donné votre adresse, la 1ère livraison que je vous prie d'accepter comme un souvenir de moi. Je vous ai cité là au mot <foreign lang="grc">ἀβρᾣύνομαι</foreign>, p. 97 B. Quand nous en seront au mot <foreign lang="grc">ἁρπυῖα</foreign>, j'espère tirer grand parti de votre excellente dissertation. Quand vous aurez reçu la 1ère livraison, tâchez, je vous en prie, de la faire voir à quelqu'un à Rome, et si vous connaissez là un journal qui voulut recevoir une annonce détaillée de l'ouvrage, je vous enverrai un article tout fait en français que l'on n'aurait qu'à traduire en italien.</p>
            <p>Je serai bien curieux de lire le <hi rend="italic">Torquato Tasso</hi> de Rosini, si applaudi, à ce que l'auteur en dit. Engagez-le, si vous lui écrivez, à me l'envoyer sous bande.</p>
            <p>Quant a vos <title>Canti</title> il paraît malheureusement décidé qu'il n'y en aura point à Paris cet hiver. Ce matin même Fayolle libraire me fit voir un volume de vous et c'était le <hi rend="italic">Versi</hi> de Bologne. Et des <title>Canti</title> j'en aurais acheté 10 exemplaires pour les donner à mes amis ici et en Allemagne, pour vous faire connaître. Monsieur de Mourrawieff me faisait espérer 3 exemplaires tout en me disant que chez Piatti ils étaient déjà épuisés. Depuis le 6 Décembre cependant j'attends vainement: ces exemplaires ne m'arrivent pas. Le mien court toujours. Si vous en aviez encore quelques-uns de reste, serait-ce de ma part une indiscrétion que de vous prier de m'en envoyer encore un sous bande? Si vous ne pouvez pas le faire, refusez-moi sans vous gêner.</p>
            <p>Quant à mon avenir il est toujours incertain. Il est cependant presque sûr que conjointement avec Dindorf je resterai au <hi rend="italic">Thesaurus</hi> après l' <foreign lang="grc">ἄλφα</foreign> tant qu'il me plaira, si je ne trouve pas mieux. Malheureusement ce travail m'accable tellement que je ne trouve pas hors de là le temps nécessaire pour faire un ouvrage savant des mes propres fonds. Heureusement que je n'ai plus peur du Choléra, depuis que Monsieur Struve de Könisberg, grand buveur et bon vivant, n'en est pas trépassé. Mais pour vivre heureux et content, vous devriez être ici avec moi; parce qu'en vous j'ai trouvé de la véritable amitié et de la profondeur non seulement dans les connaissances, mais encore dans les sentiments, dans le coeur. On vit dans ce Paris comme dans une glacière, surtout quand'on est garçon comme moi. Ah! que n'êtes vous avec moi!</p>
            <p>Adieu donc, cher et excellent ami. Je vous embrasse tendrement et suis pour la vie et <foreign lang="grc">ἐς αἰεί</foreign> votre tout dévoué ami.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Paolina L. (1832)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PAOLINA LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>[Roma] 17 dell'anno 1832.</date>
            </opener>
            <p>La tua dei 12 mi ha consolato infinitamente colle nuove di Carlo, del quale sarei stato in estrema pena, se una lettera di Babbo a Melchiorri, data del 17 , non mi avesse dato buon augurio col silenzio. D'altra parte la stessa tua mi mette di mal umore. Babbo ha egli ricevuta la mia dei 3 colla notizia della riscossione del danaro? Carlo ha egli ricevuto una mia del 31, quando io non sapeva ancora della sua malattia? Mandolino ha egli consegnato il pacco ch'io gli consegnai per Carlo, pagandolo prima? Fatevene render conto per d., e se non lo consegna fategli dare cinquecento calci nel sedere. E ditemi che pacchi o che robe ha egli consegnate. Matteo è egli tornato a Roma? io non l'ho visto nè lui nè altri degli Antici dal dì 11 Novembre 1831 ch'io malato già, e con la febbre (che non conoscevo), andai fino in Piazza Tartaruga a veder sua Eccellenza il M.se Zio, e l'aspettai in casa per unicamente salutarlo, un'ora e mezza. Salutami tanto Carlo, e digli che se non può cacare, non abbia difficoltà di farsi de' lavativi, come pur troppo ho dovuto farmene anch'io, e non fanno male. Qui abbiamo un inverno senza inverno, ma veramente senza: basti dire ch'io, stando quasi sempre in casa e senza potermi riscaldare col muovermi, (perchè piove maledettamente e sono strade d'inferno) pure non tengo scaldino, anzi non lo potrei soffrire. Addio, cara mia Pilla: da Babbo avrai potuto sapere ch'io ti scrissi già il 12 o 13 dicembre una lettera che Arimane si è mangiata per colezione.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Vieusseux (1832)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIAMPIETRO VIEUSSEUX - FIRENZE.</hi>
               </salute>
               <dateline>Roma 21 del 1832.</dateline>
            </opener>
            <p>Carissimo Vieusseux. Se rispondo così tardi alla cara vostra degli 8 Dicembre, non crediate che sia stata dimenticanza: ma dopo essere stato malato per più di un mese, io mi sono trovato tal quantità di lettere da riscontrare, e tante visite da rendere (cosa indispensabile in questa città diplomatica), che tutto ciò unito alla mia solita difficoltà fisica di scrivere, mi ha tenuto finora imbarazzatissimo. Del resto io non ho mai perduto di vista quello di cui voi mi scrivevate, e ne ho parlato qui con parecchi; ma pur troppo qui mancano tutte le cose, la capacità, lo spirito ed i principii che dovrebbero dirigere chi volesse poter corrispondere alle vostre intenzioni, e in ultimo la volontà! E se qualcuno, per miracolo, ha pur tutte queste cose, non ha il tempo: come il prof. Morichini, il quale mi assicurò che tra gl'impieghi pubblici ch'egli sostiene, e l'esercizio pratico della medicina, al quale egli è obbligato per avere di che mantener la sua grossa famiglia, non gli restava un momento da dare agli studi. Nondimeno credo che farete bene d'indirizzarvi a lui (se già non l'avete fatto), e così al prof. de Matthaeis, il quale è uno dei pochissimi che potrebbero, ma veramente e bene, secondarvi. Nelle Marche vi giuro ch'io non conosco nessuno a proposito, salvo a Macerata Puccinotti, che voi già conoscete, e il prof. Clemente Cardinali. Le Legazioni pur troppo sono a gran distanza dal punto a cui converrebbe essere per divenire utile all'<title>Antologia</title>: sapete che in quelle parti la letteratura consiste in far de' Sonetti, o de' versi latini. Quei pochi che valevano qualche cosa, sono ora dispersi, ed io non potrei parlarvi d'alcun di loro con sicurezza che egli si trovi al suo posto. A Pesaro, oltre il Conte Paoli, v'era ancora il Marchese Petrucci, buono scienziato: ma lo credo involto nelle ultime disgrazie. A Rimini voi conoscete Maurizio Brighenti, uomo d'assai buona volontà. A Forlì v'era Michele Rosa, uomo attivo e capace molto, e l'Avvocato Segreti: del primo non ho notizie fresche, del secondo mi pare aver sentite non buone nove. A Ravenna il professor di Fisica mi parve persona di proposito, ma non posso ricordarmene il nome. A Bologna il professore di Fisiologia Medici potrebbe far qualche cosa, ma egli ama meglio andar dietro ai buoni pranzi che riceve da' suoi molti amici di chiasso. Anche il Dottor Valorani, pure in Bologna, è una brava persona. I migliori sono assenti, come sapete. Con qualunque di questi che vi ho nominati vi piacesse (come dite) di spendere il mio nome, potete farlo liberamente.</p>
            <p>Il penultimo fascicolo dell'<title>Antologia</title> (l'ultimo non l'ho ancora veduto) mi parve più variato, più ricco, e più dilettevole degli altri a leggere. Monsignor Muzzarelli, che possiede, come sapete, una ricchissima collezione di autografi, ha, tra questi, parecchi manoscritti di Ugo Foscolo, veramente curiosi, per quanto egli mi dice; e li comunicherà volentieri al futuro autore della nuova Vita del Foscolo che voi annunziate; ma vorrebbe, se si può, conoscere il nome della persona. Potendo soddisfarlo, farete piacere anche a me, che mi fo mallevadore, bisognando, del più scrupoloso segreto: e questa manifestazione non sarà senza molto frutto.</p>
            <p>Se scrivete a Torino, avrei molto caro che dal vostro corrispondente poteste informarvi delle nuove del Gioberti, e sapere se gli è giunta una lunga mia risposta fatta nell'Ottobre passato ad una sua lettera pur di Ottobre.</p>
            <p>Parlatemi di voi, carissimo Vieusseux, e de' nostri amici, i quali saluto tutti carissimamente. Aspetto con impazienza la Necrologia che Gino dee scrivere. Vogliatemi sempre bene, e credetemi finchè vivo, e con tutto il cuore vostro affettuosissimo amico Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di V.Gioberti (1832)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI VINCENZO GIOBERTI</hi>
               </byline>
               <dateline>Torino, ai 30 del 1832.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio carissimo Leopardi. Mi hai data la vita coll'ultima tua, dalla quale intendo che la tua salute è migliorata molto, quanto al corpo; chè se bene, quanto all'animo, non hai ancora fatto molto profitto, io mi confido che mediante la continuazione dell'ozio, e il benefizio del tempo, giungerai a ricuperare, se non in tutto, almeno in buona parte, il tuo vigore antico. E ciò dico, non per lusingarti di una vana speranza, ma perchè mi par certo, non che probabile, che cessate, o grandemente scemate le tue indisposizioni, da cui procedeva l'impossibilità di meditare e di studiare, l'ingegno ti si debba risvegliare e aver luogo in te un nuovo risorgimento, non già poetico, ma vero ed effettivo. Sì, mio caro Leopardi, io ho una ferma fiducia, che tu vivrai ancora lungamente, non solo agli amici, ma alle lettere e alle dottrine, e potrai colorire alcuni de' tuoi disegni, e specialmente quello di pubblicare un ristretto, e come una mostra delle tue opinioni filosofiche sugli uomini, e sulla natura, compartita in brevi componimenti, a uso delle <title>Operette morali</title> già divulgate. Io mi ricordo che me ne parlasti in Recanati, e voglio sperare che tu conservi ancora quella parte de' tuoi manoscritti, che spettano alla filosofia, e abbi in animo di attendere tu stesso a renderli di pubblica ragione. Dico questo, per aver testè inteso dal Peyron che ne avevi rimesso una parte al Sig. Sinner, editore del lessico di Enrico Stefano, che si sta pubblicando in Francia. Io credetti da principio, che questi fossero spogli di autori, e farraggini di erudizione greca; ma ritraendo da esso Peyron che li vide, esservi gli abbozzi, e i materiali di alcune opere dottrinali, e fra le altre cose di un trattato sugli errori degli antichi, sto mezzo in dubbio, che tu, disperato interamente di poter riavere la facoltà di studiare e di scrivere, non abbi alienate le memorie e gli schizzi di tutte le tue opere. Nel qual caso, io mi dorrei grandemente, a nome di tutti gl'italiani, di questa tua disposizione, e bramerei sapere se almeno si può sperare che il Sinner sia per cavare da quelle tue scritture, e dar fuori colle stampe la compilazione di una qualche opera, che ti notifichi al mondo come filosofo, secondo che sei già noto e celebre come poeta. Ma a proposito delle tue poesie, sappi che la fama e il gusto di esse va sempre più crescendo in queste parti con doppio utile degli studiosi, che vi apprendono a sentire nobilmente, e a ritrarsi, in ciò che spetta allo stile e alla lingua, dalle licenze e innovazioni manzoniane. Da principio i nostri censori si mostrarono difficili a lasciarle introdurre, e vendere in pubblico; ma furono acquetati, e persuasi dalle approvazioni delle medesime, che accompagnano l'edizione di Bologna. Ultimamente il nostro Pomba ne ha inserite sei nel suo <hi rend="italic">Raccoglitore</hi>, e sono i canti 1. 2. 7. 10. 18. e 22 della ristampa di Firenze. Te ne manderò una copia colla prima occasione di qualche amico che venga costì; e riderai a leggere un nome reverendo che chiude il volumetto. Qui non c'è nulla di nuovo in letteratura, salvo che Silvio Pellico ha messe fuori tre nuove tragedie, che non ho ancor lette. Peyron attende a compilare un lessico copto. Martini ha terminate le sue Lezioni di fisiologia. Di libri francesi recentemente pubblicati non conosco altro che un <hi rend="italic">Corso di filosofia</hi> del Damiron, discepolo di Vittorio Cousin, e una <hi rend="italic">Philosophie du droit</hi> di Lerminier, che mi pare assai buona nella sua parte espositiva. Io vo seguendo coll'occhio, per quanto mi è possibile, i progressi della dottrina Sansimoniana, testè nata, e destinata, secondo che mi par di ritrarre dall'esame che ne sto facendo, ad ampliarsi maravigliosamente, e ad operar commozioni grandissime ne' futuri popoli. Ho interrotti e rallentati i miei studi col cominciare dell'inverno, a cagione della mia solita indisposizione di laringe, della quale mi confidava di essere guarito. Per questo, e per alcuni affari di famiglia, non potrò quest'anno venire a Firenze, o costì, com'io ti promisi, e come desidero grandemente, poichè, se tu hai bisogno di parlarmi, come dici, io ne ho una necessità, avendo, oltre alla brama di vederti, mille cose da conferir teco, che non potrebbero capire in un volume, non che in una lettera. E l'amore che tu mi porti mi è sì caro, e quello che io te ne rendo, coll'ammirazione delle tue rare parti, è tanto, e così sincero, che l'essere e conversar teco mi sarebbe de' maggiori piaceri che io possa aver in questa vita, che mi si va facendo ogni giorno più vuota e fastidiosa. Oh potessi tu, ora che stai meglio di salute, fare una corsa fino a Torino! Scrivimi del tuo ritorno in Firenze, dammi delle tue nuove, e continua ad amarmi coll'usato affetto; chè non ad altro che all'amore, e al desiderio d'incoraggiarmi posso attribuire le lodi che mi hai date, e i conforti che mi porgi. Addio, addio.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Peyron, Sauli, Martini e Dettori ti salutano con molto affetto, e si rallegrano del cominciato miglioramento. Ho sentito vivamente la morte del povero Hocqueda, la quale mi giunse nuova, benchè poco poi ne leggessi la notizia nell'<title>Antologia</title>. A proposito di questa ti fo sapere, che ho veduto in essa su' tuoi canti un articolo, che levate via le citazioni di quelli, si riduce a ben poca cosa, e non corrisponde a quello che avrei desiderato.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.P.Vieusseux (1832)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIAN PIETRO VIEUSSEUX</hi>
               </byline>
               <date>[s.d., ma Firenze, dal 23 a fine Gennaio 1832].</date>
            </opener>
            <p>Carissimo Leopardi! Io sarò il primo ad annunziarvi una cosa che farà forse meno piacere a voi che a' vostri amici; che però non vi deve essere affatto indifferente, perchè è un atto di giustizia, il quale benchè tardivo onora l'Accademia della Crusca, ed era richiesto da tutti quelli che vi conoscevano.</p>
            <p>L'Accademia doveva nominare un corrispondente in luogo di Roscoe; ed il dì 27 dicembre siete sortito dall'urna dello squitinio all'unanimità di voti. Il Cav. Zannoni, segretario, avendo avuto la ratifica sovrana il dì 21 del mese di Gennaio, ma trovandosi seriamente incomodato per una piaga alle gambe, non ha potuto farmelo sapere che ier mattina, pregandomi di domandarvi come volete che vi sia trasmesso il diploma, se a Roma, o qui a Firenze. Gli ho risposto di mandarlo a me, e che lo terrò a vostra disposizione. Ora aspetterò le vostre direzioni. Ho scritto subito al Giordani per avvisarlo che siete diventato il suo collega in Crusca; e se Dio vuole, vi vedremo fare la vostra comparsa alla prossima seduta solenne del mese di Settembre.</p>
            <p>Ebbi una carissima vostra, tanto più cara che da molto tempo io non era assuefatto a ricevere tre pagine del vostro scritto: cosa che mi ha assai consolato, perchè mi è prova che siete bene di salute, e che la primavera vi ricondurrà in questa parte.</p>
            <p>Vi ringrazio per le persone che mi indicate, ad alcuna delle quali ho mandato la mia circolare. A dir il vero le circostanze non sono molto propizie per fare passi utili in quelle contrade, in preda, presentemente, all'anarchia ed al disordine; ma possono sempre giovare quelle circolari, perchè lette da molti, possono portar qualche nuovo associato.</p>
            <p>A quest'ora avrete veduto l'amico Mayer. L'ho pregato di lavorare con voi per far l'elenco delle persone di Roma e contorni, cui converrebbe mandar la detta circolare, con un fascicolo per saggio. - Aspetto una sua lettera, e con essa le vostre nuove.</p>
            <p>È egli vero che Giordani pensa di recarsi a Roma? ciò mi vien scritto da personaggio eminente, come di cosa che si diceva. A dirvi il vero non posso credere che nel momento attuale il nostro amico voglia lasciare la sua solitudine.</p>
            <p>Vi mando i saluti di tutti gli amici. Il Cioni sta sempre a Pisa. Capei è ammalatuzzato, e teme di un artritide. Forti mi abbandona. Tommaseo ingigantisce per la quantità del lavoro, e sorprende pei progressi che va facendo.</p>
            <p>Il mio fascicolo di Novembre-Dicembre sta nelle mani del Censore: avrebbe già veduto la luce; ma ho dovuto ritardarne la pubblicazione per inserirvi un articolo molto interessante del Cav. Nobili.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">Orioli</hi> mi scrive da Parigi - ha trovato il nome di 8 mesi etruschi - li pubblicherò.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">Cicognara</hi> ha pubblicati i suoi nielli.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">Rosini</hi> ha fatto recitar il suo <hi rend="italic">Tasso</hi>: fiasco assoluto, ma tale da far pena, pensando che si tratta di un prof. pisano.</p>
            <p>Salutatemi Ranieri. Addio carissimo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Paolina L. (1832)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PAOLINA LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Roma 2 Febbraio 1832.</dateline>
            </opener>
            <p>I <title>Dialoghetti</title>, cara Pilla, hanno avuto qui un successo completo: tutti ne parlano. Sono ricercatissimi, ed io non gli ho potuti vedere ancora. Se potete mandarmene delle copie per la posta, ve ne sarei obbligato molto; ma fatelo subito e mandatene quante potete. Ho visto e vedo più volte il buono e bravo Matteo, che si raccomanda molto al papà. Io spendo qui un abisso, ma la colpa è di chi mi ha trovato questo alloggio a piazza di Spagna, centro de' forestieri, dove si paga quattro volte, e si è serviti da cani, e rubati tutto il giorno. Del resto in ogni modo, Roma è la città d'Italia (non escluso Milano) dove colla maggior quantità di danari si ha il minor numero di comodità e di beni. Gli alloggi soprattutto sono strabocchevolmente cari l'inverno. L'estate è un'altra cosa; ma Roma allora non è abitabile. Salutami tanto Carlo, e dammi le sue nuove. Giordani vi saluta in molto tutti due. Mandolino non penò punto a trovarmi, come non pena nessuno che mi voglia trovare. Via Condotti è il luogo più frequentato di Roma. L'altro piego ch'io ti diceva, è quello che mandai a Carlo. Mazzagalli abita a pochi passi da me. Fino il mio padron di casa mi viene a dimandar copia dei <title>Dialoghetti</title>, quantunque non ne conosca l'autore. Addio addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.B.Zannoni (1832)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIAMBATTISTA ZANNONI</hi>
               </byline>
               <dateline>Firenze 6 Febbraio 1832.</dateline>
            </opener>
            <p>Chiarissimo Signore e Collega veneratissimo. Nell'adunanza dei 27 del decorso Dicembre Ella fu eletto Accademico Corrispondente in luogo del defunto Guglielmo Roscoe; e questa elezione fu renduta valida col venerato Sovrano Rescritto dei 21 del passato Gennaio.</p>
            <p>Il bello stile, ond'Ella detta prose e versi italiani, il merito sommo delle idee e degli ornamenti che nelle prime sì pare e nei secondi, e altresì la perizia sua grande nella letteratura e nelle dotte lingue della Grecia e del Lazio, han mosso l'Accademia a far Lei di suo collegio; nel che vede pur la medesima venire a sè memorabile onore.</p>
            <p>Nell'inviarle per debito d'ufficio il Diploma Accademico, mi reputo a vanto di potermi con molta stima ed uguale rispetto dichiarare di Lei, chiarissimo Signore e Collega veneratissimo, Dev.mo Obbl.mo Servitore.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.P.Vieusseux (1832)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIAN PIETRO VIEUSSEUX</hi>
               </byline>
               <date>[Firenze 10 Febbraio 1832].</date>
            </opener>
            <p>Carissimo mio Leopardi. Vi scrissi giorni sono per annunziarvi la vostra nomina a socio corrispondente dell'Accademia della Crusca; ora tengo il diploma a vostra disposizione. Devo io mandarvelo?</p>
            <p>Scrivendomi allora senz'aver sotto gli occhi la carissima vostra del 4 febb. non risposi che in parte al suo contenuto. Scrissi al Matthaeis, che mi ha risposto cortesemente, ma senza conchiusione. L'amico Mayer, dopo guarito, sarà con voi, e vedrà meglio quali sono quei Romani di Roma cui potrei mandar la circolare non affatto inutilmente. Frattanto l'ho mandata a tutte quelle alte persone dello Stato da voi indicatemi. Ma li devo compatire se non rispondono; hanno altre cose da fare che di occuparsi dell'<title>Antologia</title>. Frattanto vado avanti: ieri ho pubblicato il mio fascicolo di Novembre-Dicembre il quale comincia con un articolo del Libri, e finisce con uno del Nobili. Giorni sono poi, ho avuto in casa mia una riunione di 16 scienziati co' quali abbiamo fissato per gli <hi rend="italic">Annali delle Scienze</hi>; presto vi manderò il manifesto.</p>
            <p>Ringraziate da parte mia Mons. Muzzarelli per l'esibizione ch'egli fa di partecipare documenti preziosi riguardo al Foscolo. Ne fo avvisata la persona che ha assunto l'impegno di tessere la Storia dell'illustre scrittore, e spero che lei medesima, e direttamente si farà conoscere a Monsignore. Per ora sono ancora sottoposto al segreto su quest'affare; segreto che, e dico il vero, mi pare una freddura.</p>
            <p>Ho chiesto a Torino le nuove del Gioberti. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Vieusseux (1832)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIAMPIETRO VIEUSSEUX - FIRENZE.</hi>
               </salute>
               <date>[Roma] 14 Febbraio 1832.</date>
            </opener>
            <p>Carissimo Vieusseux. La nuova da voi datami mi ha recato ancor più piacere che non credete, non tanto per la cosa in sè, la quale io non lascio però di apprezzare, quanto perchè da questa conosco che gli amici miei di costì non mi dimenticano, e continuano a volermi bene ed a favorirmi anche nella mia assenza. Vi prego a ringraziare caldamente per me tutti quelli che saprete o crederete avermi più specialmente proccurato quest'onore, e in particolare Gino e Niccolini: e ditemi se di qua debbo scrivere direttamente all'Accademia o al cav. Zannoni per ringraziamento, o se posso aspettare di essere tornato. Sono impaziente di vedere il bravo Mayer il quale fu da me in tempo ch'io era uscito a passeggiare. Non sono ancora tornato da lui, perchè la molta distanza e i cattivi tempi me l'hanno impedito, ma farò ogni sforzo per vederlo. - Un'altra persona a cui potreste mandare la circolare, è l'Abate Carlo Luigi Morichini, figlio del professore, autore della Memoria sopra il muratore Tatagiovanni, e sopra l'ospizio degli orfani. Anche il cav. Pietro Ercole Visconti di qui, se volesse far qualche cosa, avrebbe ingegno assai capace per servirvi bene, e sarà lusingato di ricevere la vostra lettera. - Io spero di tornare a Firenze poco dopo Carnevale, e vi prego a far dimandare in mio nome alle Signore Budraghi in Via del Fosso n. 401 se pel principio o per la metà di Marzo avranno stanze da darmi. Ogni ora mi par mille di riabbracciarvi. Giordani voleva veramente venire a Roma, ed io ve lo consigliai molto, informato autenticamente da chi sa e può, che egli vivrebbe qui tranquillissimo; e da altra parte questa è città, dove chi può camminar molto, ed è ben ricevuto, com'egli sarebbe, trova da divertirsi più che in Firenze. Mi dispiace molto sentire del buono e bravo Capei che non istia bene di salute. Ditegli mille cose per me, e così a Montani. Ranieri vi saluta. Addio, carissimo Vieusseux: vi abbraccio col cuore. Il vostro Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Paolina L. (1832)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PAOLINA LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>[Roma] 14 Febbraio [1832].</date>
            </opener>
            <p>Cara Pilla. Ricevo i <title>Dialoghetti</title>, che subito mi fuggono di mano per passare in venti altre. Non capisco troppo la necessità di tenerne celato l'autore. Credi pur certo che quelle cose piacciono ora a tutti i governi, salvo ai francesi, dei quali chi vorrebbe più aver paura? - Melchiorri rispose quello che da tutti i paesi si risponde a chi domanda di pensioni: ma io qui con Melchiorri stesso, e con altri più atti di lui, ho girato mezza Roma e veduto venti quartieri senza potermi accomodare in nessuno, sia per il prezzo, sia per altro; e la sola pensione che ho ritrovata a fare, è stata di 19 scudi, e non l'ho accettata perchè, con molto incomodo, poco avrei risparmiato. - Io partirò di qua per Firenze, se piacerà a Dio, e se avrò la possibilità, al principio di Marzo. - Salutami tanto Carlo, col quale e con me stesso mi congratulo della perfetta guarigione che tu mi annunzi. - Matteo e don Paolo vi salutano tutti, e il Papà in particolare. - Valdrighi è un mio antico conoscente. - Addio, cara Pilla: tu scherzi quando mi preghi a volerti bene.</p>
            <p>Ricevo in questo punto la seconda copia dei <title>Dialoghetti</title>, la quale, non so come, mi è consegnata alla posta, senza dovere andare alla dogana e al P. Revisore come qui si va per tutti i libri, fogli, pezzi di carta stampata, che la posta porta!!!!! Ringrazia tanto il Papà per me.</p>
            <p>Prima di suggellare la lettera, mi arrivano dal Nobili per occasione particolare 4 altre copie dei <title>Dialoghetti</title>. Non tarderò a farne uso. Mandolino, che vi porterà certi libri, è pagato.</p>
         </div1>
         <div1 n="A R.Bertinelli (1832)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A RAFFAELE BERTINELLI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>[Roma] Giovedì 16 Febbraio 1832.</date>
            </opener>
            <p>Le mando una copia della prima edizione dei <title>Dialoghetti</title>, della quale Ella si servirà a suo piacere, e quando non avrà più che farne, si compiacerà di rimandarmela. Le cinque copie che ancora le mando della seconda edizione, crede Ella possibile di collocarle presso un libraio che mi dia in cambio altrettante copie de' miei <title>Canti</title>? Se potessi ottener questo per mezzo suo, glie ne sarei gratissimo. Scusi, la prego, la libertà che io sempre uso con Lei. Non esco di casa pel timor della neve. Mi voglia bene e mi comandi. Suo amico vero e cordiale Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.P.Vieusseux (1832)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIAN PIETRO VIEUSSEUX</hi>
               </byline>
               <dateline>Firenze 16 Febbraio 1832.</dateline>
            </opener>
            <p>A. C. Vi ho scritto l'altro giorno; ora ricevo la cara vostra 14 stante, e rispondo subito subito, tutto rallegrandomi pel prossimo vostro ritorno. Mi rincresce però di dovervi dire che le Busdraghi hanno tutte le loro stanze occupate ed impegnate sino a tutto giugno. Converrà che, come al solito, arriviate alla Fontana, per quindi cercare con comodo una casa che vi vada a genio, o pure aspettare alla Fontana che il quartiere Busdraghi sia libero. Ditemi se devo avvisare il locandiere del prossimo vostro arrivo.</p>
            <p>All'abate Morichini avevo scritto; ed a punto gli mostrava premura di aver per corrispondente l'autore del <hi rend="italic">Tata Giovanni</hi>; ma egli, rispondendomi con molta cortesia, si è scusato.</p>
            <p>Scriverò a P. Ercole Visconti.</p>
            <p>Addio, vi scrivo in fretta; ansioso di abbracciarvi.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - All'Accademia potrete scrivere dopo tornato.</p>
         </div1>
         <div1 n="A L.De Sinner (1832)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A LUIGI DE SINNER - PARIGI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Roma Via Condotti n. 81 21 Febbraio 1832.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio carissimo ed ottimo amico. Ebbi l'amabilissima vostra lettera dei 13 di Gennaio. Ebbi ancora il foglietto degli <foreign lang="grc">Ἀνέκδοτα</foreign> di Boissonade; e dell'uno e dell'altra vi ringrazio cordialissimamente. Vi mandai subito per la posta sotto fascia l'ultimo esemplare che mi restava de' miei <title>Canti</title>, il quale per essere già stato un poco usato, avrete trovato alquanto sudicio. Appena avrò ricevuto il primo fascicolo del <hi rend="italic">Thesaurus</hi>, di cui mi annunziate la spedizione, e di cui parimente vi ringrazio di tutto cuore, mi darò ogni cura possibile per farlo conoscere qui e gustare da persone intendenti o capaci di promuoverne lo smaltimento. Potete mandarmi subito l'articolo francese che Voi mi dite, relativo al <hi rend="italic">Thesaurus</hi>. Io lo farò tradurre e inserire in questo <hi rend="italic">Giornale Arcadico</hi>, solo giornale letterario che si pubblichi in Roma. Anche, se così volete, lo farò porre nell'<title>Antologia</title> di Firenze. Sono veramente lieto d'intendere che Voi resterete forse alla compilazione del <hi rend="italic">Thesaurus</hi> anche dopo l' <foreign lang="grc">ἄλφα</foreign>. Concepisco bene che questo lavoro, occupando tutto il vostro tempo, non vi lascia modo di attendere ad altre opere; ma mi pare che questo medesimo sia lavoro tale, da render noto ed illustre il vostro nome in tutta l'Europa letterata. Non parlo poi dell'utilità pubblica, e del piacere ch'io provo in pensare che questa utilissima impresa sia confidata alla vostra dottrina. E perchè non potrete Voi, durante il lavoro stesso, fare un altro viaggio in Italia, visitare il mezzogiorno della penisola, raccogliere nuovi materiali per la vostra opera nelle due città più feconde per la filologia, e da voi non vedute ancora, che sono Roma e Napoli? Io non vi parlo del mio desiderio di rivedervi: potete immaginare quanto sia grande. Ma di rivedervi a Parigi non ho speranza, non perchè la mia salute mi impedisca ora il viaggiare, ma perchè i mezzi mi mancherebbero, come sapete.</p>
            <p>Vi prego caldamente di scrivere al Sig. Ast ch'io sono molto ammiratore della sua dottrina, e che fo grande stima de' suoi lavori sopra Platone, e particolarmente della sua version latina. Questo è ciò ch'io non ho potuto esprimere in quelle mie poche osservazioncelle critiche scarabocchiate in fretta; ma io mi preparava a dirlo in una introduzione alle medesime, se le avessi mai pubblicate.</p>
            <p>Non ostante i lavori di Routh sopra i Frammenti degli antichi Padri e di Giulio Africano, io credo che un parallelo fra i miei manoscritti sacri e le <hi rend="italic">Reliquiae</hi> non sarebbe senza qualche frutto. Per esempio, mi ricordo di un frammento di Giustino martire (ch'io credo però apocrifo) da me trovato in Teodoro Studita, il quale manca in tutte le edizioni di Giustino, e che sarei curioso di sapere se sia stato osservato da Routh.</p>
            <p>In uno de' miei fogli, quello dove, fra le altre cose, si parla della pretesa nemicizia fra Senofonte e Platone, io spiego un passo del Simposio di Senofonte <foreign lang="grc">καὶ ἐβόων αὗθις</foreign>, ch'io rendo e <hi rend="italic">gridavano</hi>, DA CAPO. Vi prego di notare in qualche postilla a questa osservazione i seguenti versi di Plauto, <foreign lang="lat">Trinum., act. 3, sc. 2. Non enim possum quin exclamem: euge euge, Lysiteles</foreign>, <foreign lang="grc">πάλιν</foreign> (cioè <hi rend="italic">da capo</hi>); <foreign lang="lat">Facile palmam habes; hic victus; vicit tua comoedia</foreign>.</p>
            <p>A proposito di commedie, Rosini non ha pubblicato ancora colle stampe il suo <hi rend="italic">Torquato Tasso</hi>. Se lo pubblicherà, io avrò cura di spedirvene un esemplare per la posta, come Voi desiderate. Ma forse questa pubblicazione non è vicina, perchè se la <foreign lang="fra">pièce</foreign> fu applaudita a Pisa per testimonianza dell'autore, a Firenze ultimamente ha fatto <hi rend="italic">fiasco</hi> completo; cosa ch'io non so dall'autore, ma da altri miei amici. Vi [prego] però a non citarmi come fonte di questa poco importante novella, perchè sapete che gli sdegni letterarii di Rosini non sono sempre inoffensivi.</p>
            <p>Ho fatto far qui delle ricerche per avere qualche altra copia de' <title>Canti</title> che potessi mandarvi; ma ancor qui gli esemplari venuti da Firenze sono esauriti.</p>
            <p>Voi siete sempre estremamente buono con me; e mi lusingate assaissimo quando mi dite che la mia compagnia sarebbe atta ad alleggerirvi il peso della vita. Veramente il sentimento è cosa assai rara, non solo in Parigi, ma in tutto l'universo; e le qualità più eminenti dello spirito sono meno straordinarie di quelle del cuore. Giudicate da ciò qual conto io debba fare dell'amicizia di un uomo nel quale ho ritrovato le qualità dello spirito e del cuore riunite. Non vi stancate di amarmi: non troverete in me altri meriti, ma un animo amante, anzi amantissimo, mi troverete finch'io viva. Addio, addio. Il vostro Leopardi.</p>
            <p>Io fo conto di partire per Firenze verso la metà di Marzo, e forse ancor prima. A Firenze potete indirizzarmi le vostre lettere. La mia salute ora non è pessima quanto a tutto il resto; quanto all'applicazione, è quale è stata da cinque anni.</p>
         </div1>
         <div1 n="A M.Fabbri D Altemps (1832)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MARGHERITA FABBRI D'ALTEMPS - ROMA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Roma 25 Febbraio 1832.</dateline>
            </opener>
            <p>Per più regolarità ed a scanso di equivoci, la prego, se non l'è d'incomodo, di far sapere a Napoli per mezzo di questa mia, che avendo il Di Mauro voluta l'obbligazione anco di Ranieri, a lui già noto per credenziali di Castelnuovo, si è dovuta cangiare la forma della cambiale, la quale io ho tratta all'ordine di Antonio Ranieri, e da Ranieri è stata girata al Di Mauro, restando così obbligati <hi rend="italic">solidalmente</hi> e <hi rend="italic">personalmente</hi> al Di Mauro ambedue noi. Per questa cagione la cambiale non partì l'altro ieri, come si credeva. Parte oggi, ed oggi, se non l'è grave, converrebbe che fosse spedita la presente a Napoli per regolare avviso.</p>
            <p>Mi scusi, mi comandi e mi creda Suo devotissimo ed ossequientissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.P.Vieusseux (1832)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIAN PIETRO VIEUSSEUX</hi>
               </byline>
               <dateline>Firenze 28 Febbraio [1832].</dateline>
            </opener>
            <p>Estratto di lettera del mio corrispondente di Torino.</p>
            <p>"Fui ieri a visitare il teologo Gioberti. La sua salute è buona, almeno per quanto il comporti l'incomodo suo, che oramai gli è abituale. Oltre suoi affettuosi abbracci, vuole pure che gradiate la sua viva gratitudine per la buona memoria che serbate di lui. Egli rispose al Leopardi nel principio della seconda quindicina di Gennaio scorso, e diresse a Roma la lettera. Se il Conte partì da Roma, la lettera dovè seguirlo, e l'avrà egli avuta a Recanati o a Firenze, etc. Qualunque possa essere stata la sorte della lettera, ciò che preme ora a questi si è di conoscere ov'abbia il Conte fissa la sua dimora per riscrivergli".</p>
            <p>Carissimo Leopardi. Ricevuta questa lettera, ho scritto subito al medesimo Gioberti per dargli le vostre nuove, ed assicurarlo che presto sarete rimesso a Firenze.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Poerio (1832)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ALESSANDRO POERIO</hi>
               </byline>
               <dateline>Parigi a' 29 Febbraio 1832.</dateline>
            </opener>
            <p>Sì, carissimo Leopardi, per quell'amore che ti stringe al nome italiano, ed a quanto può dalla sua decadenza farlo risalire, e per l'amicizia nostra (se dopo la carità di patria questo riflesso ti sembra di alcun valore), ti prego e scongiuro che con tutto il nervo della tua volontà, e con tutto il fiore del tuo bellissimo ingegno ti piaccia concorrere a questa opera, la quale, benchè non risguardi unicamente l'Italia, farà che la patria nostra sia meglio conosciuta e meno superbamente giudicata da' forestieri. Poichè nel paragonare i risultamenti delle scienze, lettere ed arti ne' vari paesi d'Europa, sarà nostro principale ufficio il mostrare come l'esclamazione del Galilei non disconvenga all'intelletto degli Italiani: <hi rend="italic">E pur si muove!</hi>
            </p>
         </div1>
         <div1 lang="fra" n="Di L.De Sinner (1832)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI LUIGI DE SINNER</hi>
               </byline>
               <dateline>Paris, Mars 1832.</dateline>
            </opener>
            <p>Mon excellent ami. Voici M. Pestalozzi, jeune théologien de Zuric, qui je recommande à votre bienveillance. Il m'a beaucoup vu et connu l'hiver dernier. Il vous donnera tous les détails sur moi que vous pourrez desirer. Vale et mihi semper fare.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Vieusseux (1832)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIAMPIETRO VIEUSSEUX - FIRENZE.</hi>
               </salute>
               <date>[Roma 6 (?) Marzo 1832].</date>
            </opener>
            <p>Mio carissimo Vieusseux. Vi ringrazio delle care vostre dei 16 e 28 febbraio. Vogliate aver la bontà di mandare l'acchiusa, e di farvene dare una risposta precisa, in iscritto o a voce, e mandarmela al più presto. Ve ne prego, mio caro amico; e ponete le spese postali insieme con quelle di cui vi son debitore per altre lettere da Voi riscosse e speditemi. Ditemi ancora: nella casa dove abita il Capei vi sarebb'egli spigionato un paio di stanze con due letti? Già gliene parlai prima di partire: vogliate di grazia informarvene ora, e farmi sapere se, in un caso, si potrebbe andar quivi a smontare. Addio, mio carissimo; sono in fretta il vostro Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di F.Bunsen (1832)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI FRANCESCA BUNSEN</hi>
               </byline>
               <date>[Roma] Mercoldì mattina 7 Marzo 1832.</date>
            </opener>
            <p>Signor Conte Stimatissimo. Mio marito dovendosi oggi trattenere in casa per ragione di un raffreddore un poco forte, non può passare da Lei in persona per pregarla di volerci far la grazia di venire da noi questa sera: spero che non ci dirà di no. Se mi volesse permettere di mandare il legno, sarebbe agli ordini suoi: saremo in piccola comitiva, e speriamo di vederla alle ore sette e mezza, ossia un'ora e mezza di notte.</p>
            <p>La Signora Contessa Mosti ci favorisce questa sera.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.P.Vieusseux (1832)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIAN PIETRO VIEUSSEUX</hi>
               </byline>
               <dateline>Firenze 8 Marzo 1832.</dateline>
            </opener>
            <p>Carissimo Leopardi. Ricevo una grata vostra senza data, e rispondo subito. Ho mandato dalla vedova Busdraghi, colla vostra lettera. Ella dopo averla letta, è salita al terzo piano di sua casa, ed ha combinato colla sua vicina che avrete provisoriamente quella stanza a alcova che già conoscete, e che vi potrete albergare fino a tanto che non sia libero il quartiere che già occupavate in casa di detta vedova; il che accaderà per S. Giovanni.</p>
            <p>La cosa è dunque in regola, mio caro amico, voi potete arrivare quando più vi piacerà; ed il più presto sarà il meglio per voi e per noi tutti; e per l'Accademia della Crusca che aspetta la vostra lettera di ringraziamento.</p>
            <p>Addio, vi abbraccio, voi ed il vostro compagno.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1832)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Roma 8 Marzo 1832.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Papà. I <title>Dialoghetti</title>, di cui la ringrazio di cuore, continuano qui ad essere ricercatissimi. Io non ne ho più in proprietà se non una copia, la quale però non so quando mi tornerà in mano. Mi dispiace molto di un falò del quale mi scrisse Paolina; tanto più che non posso credere che vi sia o vi sia stato veramente pericolo. Io forse con qualche mia colpa, ho ripreso un poco di febbre; la quale però, mediante un buon purgante, passò la sera del primo giorno, e mi lasciò un discreto raffreddor di petto, il quale pure colla cura, e collo stare in casa, par che vada a finire: e spero che non m'impedirà di pormi in legno per Firenze, come ho intenzione di fare tra pochi giorni, se piace a Dio. Tornerò a scriverle prima della mia partenza, e gliel annunzierò più precisamente. Matteo e Don Paolo, partito per Perugia, dove è stato mandato di stanza, mi raccomandano di riverirli. Così Fucili, il quale veggo non di rado; ottima persona e molto sensata a parer mio. Fui da donna Livia, la quale si loda moltissimo di Recanati, e massime delle attenzioni usatele da lei. Le auguro una buona quaresima, e baciandole la mano la prego di cuore a benedirmi. Il suo Giacomo.</p>
            <p>Mi dispiace proprio nell'anima infinitamente di seccarla. Ma mi trovo forzato da estrema necessità, essendomi infamemente negati da Napoli 107 scudi da me prestati in contante; del che sarebbe lungo a narrarle la storia. Questa cosa sconcerta tutte le mie disposizioni finanziarie, e mi costringe a ricorrere a lei. Se trovassi qui danari in prestito, volentierissimo farei un debito piuttosto che molestarla; ma chi vorrebbe prestare a me, conosciutissimo per quel che sono? Il danaro, consegnato a cotesto signor Regini, diretto <hi rend="italic">al signor Luigi Ciambene Segretario Generale delle poste pontificie</hi>, arriverà come franco, senza che costì Ella paghi nulla.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Vieusseux (1832)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIAMPIETRO VIEUSSEUX - FIRENZE.</hi>
               </salute>
               <dateline>Roma 10 Marzo 1832.</dateline>
            </opener>
            <p>Carissimo Vieusseux. Il quartiere propostoci dalla Busdraghi non ci conviene punto, sì perch'io non posso abitare <hi rend="italic">a tetto</hi>, e sì perchè noi vogliamo <hi rend="italic">due</hi> stanze con <hi rend="italic">due</hi> letti, come a chiare lettere si scriveva alla Busdraghi. Vi prego di farle saper questo, cioè che noi venghiamo per abitare insieme, Ranieri ed io, e che perciò il suo ripiego non ci conviene: in modo ch'ella o la sua vicina non mi credano obbligato a pagare il <hi rend="italic">nuovo</hi> quartiere, come io mi obbligava a pagare il <hi rend="italic">vecchio</hi> dal giorno in cui fosse restato libero. Se dunque ella non ha di meglio da offrirci, e se il forestiere che abita il mio vecchio quartiere non vuol passare al 3° piano, come ci era stato fatto sperare, vi prego ad informarvi dal Capei se nella sua casa vi fossero due stanze alle quali <hi rend="italic">noi due</hi> potessimo scendere, avendo, io massimamente, grandissima repugnanza a smontare in Locanda, e gran desiderio di far meno traslocamenti che sia possibile. La risposta potete favorire di indirizzarmela a Siena. Scusate tante noie, vogliatemi bene, e credetemi, con Ranieri che vi saluto caramente, vostro affettuosissimo amico Leopardi.</p>
            <p>Del resto, io sono desiderosissimo di tornare al più presto, ma forse non potrò partire che tra una settimana.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Paolina L. (1832)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PAOLINA LEOPARDI - RECANAT</hi>I.</salute>
               <date>[13 Marzo 1832].</date>
            </opener>
            <p>Cara Pilla. Del fazzoletto tutto ciò che mi ricordo si è che costò 14 paoli: ma bisogna avvertire che era stragrande, e che lo spenditore fu Paccapelo. (Il qual Paccapelo mi pare di aver incontrato giorni sono per Roma, che mi salutò a nome: è egli a Roma? o io m'ingannai?). Il mio raffreddore continua ad andare piuttosto meglio, ma non esco di casa ancora, nè credo che uscirò se non per montare in legno e partire. Sai già ch'io son destinato a star male tutto il mese che precede qualunque mio viaggio, e che sono sempre dispensato per forza dalle visite di congedo. Ier l'altro rividi il Ministro di Prussia, che mi parlò de' <title>Dialoghetti</title> e del libro sul progetto di bonificazione dell'agro romano, lodando molto l'uno e gli altri. Fu cosa curiosa l'ultima volta che passai per Ancona, che un farinello fuor della porta, presso cui mi fermai a rinfrescare, mi fece grandissimi elogi di quel libro sul progetto, chiamandolo un'operona. Addio: salutami tutti. Scriverò ancora, prima di partire.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Paolina L. (1832)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PAOLINA LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Roma 16 Marzo 1832.</dateline>
            </opener>
            <p>O Cara Pilla. Parto per Firenze, se Dio vuole, domani. Non sono uscito di casa da 19 giorni, ma il viaggio spero mi guarirà. Bacia per me la mano al Papà e alla Mamma, e di' tutto quello che puoi dire a Carlo e a Pietruccio. Salutami anche don Vincenzo e il Curato. Ho visto Orazio Mazzagalli, persona molto amabile e di belle maniere. Parto, del resto, senza aver riveduto San Pietro, nè il Colosseo, nè il Foro, nè i Musei, nè nulla: senza aver riveduta Roma. Tale è la mia salute, e sono stato infinitamente meglio del solito quest'inverno, perchè non ho avuto inverno. Addio, Pilla mia. Se Giovanni Podaliri è tornato, o quando tornerà, fagli avere i miei saluti: nè egli mi trovò in casa, nè io lui, e non ci siamo visti.</p>
         </div1>
         <div1 n="A C.Bunsen (1832)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO BUNSEN - ROMA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Roma 16 Marzo 1832.</dateline>
            </opener>
            <p>Veneratissimo amico e signore. Non essendo mai uscito di casa, e poche volte di letto, prima della mia partenza che sarà domani, non ho potuto venire in persona, come avrei dovuto e desiderato, a prender congedo da voi e da madama vostra consorte, e a chiedere i vostri comandi per Firenze. Desidero che questa vi sia testimonio del dolore ch'io provo partendo, perchè le mie indisposizioni mi abbiano impedito di godere della dotta ed amabilissima compagnia vostra quanto avrei voluto, e che vi ricordi altresì la vivissima gratitudine che io vi professo e vi professerò mentre io vivo. Credetemi, degnissimo ed ottimo amico, che nessun altro dispiacere sento io nel partir da Roma così vivo, come quello di allontanarmi da voi.</p>
            <p>La storia del giovane Ranieri ch'io avrei voluto che egli vi raccontasse, in sostanza è questa. Non per alcuna sua colpa, ma per molte strette relazioni avute con un letterato italiano che voi conoscete (il signor Carlo Troya), col quale egli si stava allora a viaggiare per l'Italia, Ranieri fu esiliato dagli stati di Napoli sua patria, ed ebbe il dolore di ricevere la prima notizia di ciò nel momento che chiedeva a Firenze il suo passaporto per volare a rivedere sua madre moribonda, che poi morì. Richiamato nel Gennaio del 1831, egli sarebbe tornato a Napoli, se avesse avuto la certezza, o almeno la probabilità, di poterne poi riuscire. Ma accertato anzi del contrario, per l'esempio di tutti gli altri richiamati, e vedendosi costretto, se ritornava, ad abbandonare per sempre il corso di vita intrapreso nei cinque anni che aveva menati fuor della patria, cioè ad abbandonare i suoi studi, e tutte le sue più care e più utili relazioni, egli ottenne dal padre, dopo breve renitenza, di rimaner fuori. Passati però pochi mesi, il padre, uomo di natura inferma e totalmente passiva, circondato ora e dominato da acerbissimi nemici del giovane, il quale colla morte di sua madre ha perduto ogni suo appoggio, si ostinò a volere che il figlio tornasse, rivocando il consentimento dato le promesse fatte, e gli sospese gli assegnamenti, dei quali il giovane è privo affatto da ben nove mesi. In tale stato di cose io vi dimandai il permesso di presentarvelo, con intenzione che egli, confidandovi le sue circostanze richiedesse se, tornando egli a Napoli, aveste voluto raccomandarlo a quel Rappresentante di Prussia in maniera, che una sua parola (e questa sarebbe bastata) gli valesse ad ottenere il suo passaporto, quando fosse voluto riuscire. Ma io stesso gli dissuasi poi di parlarvene, temendo che, non ostante la sua innocenza politica e la vostra personale gentilezza, pure a cagione del posto che voi occupate, potesse parervi ed essere cosa indiscreta il dimandarvi favore per una persona incorsa una volta in sospetto del suo governo. Ora egli se ne torna con me a Firenze, risoluto di perire piuttosto che seppellirsi in un paese dove voi sapete e sa tutto il mondo come si viva.</p>
            <p>Addio, mio veneratissimo e prezioso ed incomparabile amico. Conservatemi la vostra benevolenza; fate, vi prego, i miei complimenti a madama vostra consorte, e credetemi interamente e perpetuamente vostro Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.P.Vieusseux (1832)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIAN PIETRO VIEUSSEUX</hi>
               </byline>
               <date>[Firenze] 17 Marzo 1832.</date>
            </opener>
            <p>Carissimo Leopardi. La Busdraghi non puole accomodarvi come vorreste, ed il Capei non ha nulla disponibile nella casa da lui abitata. Convien dunque che scendiate per pochi giorni alla locanda, piuttosto che fissare per un mese, come dovrebbe farsi, un quartiere che forse non farebbe per voi. Ve n'è uno di tre stanze vicino alla Busdraghi, in casa della suocera del Tomei, il quale forse vi converrà; ma non posso impegnarvi.</p>
            <p>Addio, state sano; e gradite ambedue i miei cordialissimi saluti. Vostro aff.o amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1832)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>[Roma] 17 Marzo [1832].</date>
            </opener>
            <p>Caro Papà. Le scrissi il giorno 8. Oggi parto per Firenze. Torno a raccomandarmi a Lei, trovandomi propriamente coll'acqua alla gola, perchè non ho potuto ritardare neppur di un giorno di più la mia partenza, e dall'altra parte arriverò a Firenze con tanto danaro quanto mi potrà bastare a vivere una settimana. Ella vede l'urgenza della mia situazione, e l'assicuro che nemmeno in termine di morte aprirei bocca per dimandare in prestito a chicchessia, essendo più che certissimo che vedrei impallidire la persona a cui dimandassi, perchè tutti sanno ch'io non ho nulla. Confido dunque in Lei; e s'Ella spedirà il danaro, come le scrissi, a questo <hi rend="italic">Signor Luigi Ciambene Segretario generale delle poste pontefice</hi>, egli me ne spedirà subito una cambiale a Firenze. Le bacio la mano, e di cuore la prego a non dimenticarmi, non potendo il mio bisogno essere più pressante.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1832)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 23 Marzo 1832.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Papà. Arrivai qua iersera, dopo sei giorni di prospero viaggio, il quale, grazie a Dio, non solo non mi ha nociuto, ma mi ha guarito affatto de' residui del raffreddore. E non mi par poco, aver superate le alture degli Apennini nei giorni equinoziali senza prender punture, ed aver traversate quelle orride vie tra Roma e Siena senza essere assassinato. Qui tutto è tranquillo, ed è impossibile esprimerle il sentimento di pace e di sicurezza che si prova entrando in Firenze, mentre in Roma convien sempre tremare per gli amici o i parenti che si trovan fuori la sera, non passando sera che non accada qualche assassinio, fino sul Corso stesso o in Piazza di Spagna, a un'ora o due di notte. Abbraccio i cari fratelli, e bacio la mano con tutto il cuore a Lei ed alla Mamma, dimandando la benedizione. <lb/>
               <hi rend="italic">24 Marzo</hi>.</p>
            <p>Ricevo la carissima sua de' 20, e la ringrazio mille e mille volte della sua premura in soccorrermi. Scrivo oggi stesso al Giambene (non Ciambene, come le scrissi prima per errore) sollecitandolo a spedirmi subito il danaro, il libro e la lettera, che non potei ricevere il dì 17 in Roma, essendo partito prima della distribuzione postale.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.B.Zannoni (1832)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIAMBATTISTA ZANNONI - FIRENZE.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 27 Marzo 1832.</dateline>
            </opener>
            <p>Chiarissimo e veneratissimo signor Cavaliere. Tornato a questi giorni in Firenze, ricevo dalle mani del sig. Vieusseux la patente di cotesta I. e R. Accademia, insieme colla umanissima lettera di V.S. Illustrissima. Vorrei che fossero in me veramente quelle facoltà che la sua gentilezza mi attribuisce, per poterle bastantemente esprimere la vivissima e profondissima gratitudine che io porto a tutta l'Accademia, ed a ciascuno accademico in particolare, ed a V.S. nominatamente, di tanto onore che hanno voluto farmi. La qual gratitudine è tanto maggiore, quanto io conosco minore il mio merito. Anzi nessun merito io conosco in me, che potesse in veruna parte farmi degno di questo premio, se non si volesse chiamar merito l'amore immenso e indicibile ch'io porto a questa cara e beata e benedetta Toscana, patria d'ogni eleganza e d'ogni bel costume, e sede eterna di civiltà; la quale ardentemente desidero che mi sia conceduto di chiamare mia seconda patria, e dove piaccia al cielo che mi sia lecito di consumare il resto della mia vita, e di render l'ultimo respiro. E veramente mi gode l'animo che la degnazione usatami dall'Accademia accresca, per così dire, i miei vincoli con questa fortunata terra, e sempre più mi leghi, per obbligo di gratitudine, a questo popolo privilegiato da Dio, maestre unico e specchio di quel divino parlare, di cui l'Accademia è conservatrice.</p>
            <p>Prego istantemente la V.S. illustrissima ad accettare i cordiali ed efficaci ringraziamenti ch'io porgo a lei, ed a volermi ancora di tanto favorire, che le piaccia prender l'assunto di significare e rappresentare in ogni miglior maniera la mia riconoscenza ai signori accademici. - E con grande stima e venerazione mi dichiaro suo umilissimo obbligatissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Brighenti (1832)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO BRIGHENTI</hi>
               </byline>
               <date>[s.d., ma Firenze, primi di aprile 1832].</date>
            </opener>
            <p>Mio adorato Amico. Ti avverto che dimani non partiremo, se non alle undici ore antimeridiane, onde dimattina avrò la consolazione di venirti a dare un altro abbraccio, cosa che mi è proprio una consolazione la più desiderata. Riveriscimi il Sig. Ranieri, a cui farai le mie scuse se nell'istante non lo avevo riconosciuto.</p>
            <p>Non ti far maraviglia se, invece di starmi teco stassera, vado al teatro, perchè l'oggetto della nostra permanenza è stato di far vedere a Marianna l'<hi rend="italic">Anna Bolena</hi>, giacchè in gran segreto ha saputo che tale opera dovrà essa fare per suo <hi rend="italic">debutto</hi> a Roma. Addio, caro Giacomo: addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Nobili (1832)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANNESIO NOBILI</hi>
               </byline>
               <dateline>Pesaro 2 Aprile 1832.</dateline>
            </opener>
            <p>Le avevo diretto in Roma le due copie <title>Dialoghetti</title> di quarta edizione, ma Lei n'era già partito, ed io ho pensato a ritirarli. Qui unito le ne rimetto altre due copie, con un vol. I della <hi rend="italic">Storia Evangelica</hi> che già Lei ne sa l'uso che ne deve fare. Tali articoli li riceverà a mezzo di cotesto Sig. G.P. Vieusseux mio buon amico. Di tanto le sono in dovere, e disposto sempre a' suoi comandi con stima mi dico Aff.mo Obb.mo Servitore.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1832)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>[Firenze] 5 Aprile [1832].</date>
            </opener>
            <p>Caro Papà. Dal Giambene ho ricevuto il tutto, meno la lettera da Lei annunziatami; il che non mi fa meraviglia, atteso il costume dell'infame posta di quell'infelice paese, dove continuamente ed a <hi rend="italic">tutti</hi> accade di ricevere una lettera 20, 30, 40 giorni dopo quello dell'arrivo che <hi rend="italic">vi è marcato sopra</hi>; e ciò non per motivi politici, ma per una strana ed inesplicabile incapacità, per cui non sanno trovare i nomi; incapacità unica al mondo, e non paragonabile se non alle tante altre di quel povero e disperato governo. Anche qua ho trovato i <title>Dialoghetti</title> molto conosciuti, e benchè i principii e lo spirito generale che qua è diverso da quel di Roma e di Modena, non li lasci divenir così popolari qui come là, tutti nondimeno rendono giustizia all'ingegno e al merito dell'autore, essendo i Toscani assai ragionevoli ed imparziali nel giudicare. La ringrazio del nuovo esemplare che me ne ha spedito, tanto più ch'io n'era rimasto affatto senza, essendomi stato ritenuto da una Signora anche l'ultimo ch'io aveva serbato per me. Se qualche cosa d'importante si conteneva nella sua ultima a Roma, spero che avrà la bontà di ripetermelo. Io ho avuto grandi disgrazie di trovare occupato il mio solito quartiere, la mia solita Locanda, e poi per ultimo trovar umido il nuovo quartiere che avevo preso, onde sono obbligato a sloggiare subito con danno e con grave incomodo. Saluto teneramente tutti, e la prego con tutto il cuore a benedirmi. Il suo Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di C.E.Muzzarelli (1832)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO EMANUELE MUZZARELLI</hi>
               </byline>
               <dateline>Roma 5 Aprile 1832.</dateline>
            </opener>
            <p>Sig. Conte Padrone ed Amico gentilissimo. Ricevo in questo punto la pregiatissima sua in data 2 corrente, e la ringrazio della conoscenza che mi procura del Sig. Brighenti, che io già conosceva di riputazione e per le <hi rend="italic">Opere</hi> da lui pubblicate del Monti, e pel giornale che si stampava in Bologna, se non erro, col titolo del <hi rend="italic">Caffè di Petronio</hi>. Trascrivo in dorso della presente un brano di lettera del Nunzio di Napoli, riguardante il comune amico Ranieri, cui vorrà communicarlo, e dirgli che sono dolentissimo che le mie poche premure non abbiano fin qui ottenuto l'effetto desiderato. Sono in attenzione della risposta del Ricci. Dica ancora a questo comune amico che riceverò con piacere quando che sia la nota degli Autografi posseduti dalla Signora Fanny Targioni.</p>
            <p>Ritorni i miei saluti alla Lenzoni ed al Nicolini, ed abbracciandola con tutto l'animo ho il piacere di ripetermi aff.mo servitore ed amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Brighenti (1832)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO BRIGHENTI</hi>
               </byline>
               <dateline>Roma 10 Aprile 1832.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Giacomo. Mille e mille cordiali ringraziamenti di tutti noi per le premure che vi siete date onde raccomandarci a Mons. Muzzarelli, il quale aveva avuto la bontà di cercare di noi, innanzi che avessimo potuto recapitargli la lettera che avevamo per esso. Se mai aveste occasione di scrivergli, vi raccomando che vogliate dirgli quanto gli siamo grati delle urbanità usateci, che non potevano essere maggiori: frutto ben degno delle commendatizie di un Leopardi e di un Giordani.</p>
            <p>Noi siamo venuti ad abitare un discreto quartiere appresso il teatro Valle. So che a voi ed al Sig. Ranieri è notissimo, perchè è quel medesimo che fu abitato dalla amabilissima Pelzet. Siamo in ottima salute e si crede che Marianna debutterà colla <hi rend="italic">Straniera</hi> del Bellini: ma non si andrà in iscena che il 30 del corrente.</p>
            <p>Di Roma abbiamo veduto alcune strade e chiese, che non mi sono sembrate maggiori di quelle di Milano o di Firenze; anzi, tutto in complesso Roma moderna non mi ha fatto il minimo senso di sorpresa. Moltissima però me ne ha fatto il S. Pietro, fra queste, e vorrei tornarvi di spesso se non fosse così lontano: sdegno il presente Campidoglio; maraviglia il Panteon, maraviglia e commozione grandissima il Campo Vaccino, che rivedrò più volte e minutissimamente. Del resto non ho veduto nulla o quasi nulla. Abbiamo di spesso il tempo cattivo.</p>
            <p>Ho da pregarvi di un favore sommo; e se mai per la vostra salute non poteste, ardisco impegnarvi a supplicare il Sig. Ranieri a non ricusarsi di farlo. Ho saputo che da Pisa mi furono inviate a Firenze stampe e lettere colà pervenute alla nostra direzione, mentre noi ne partimmo. Io avevo lasciato commissione di rivoltarle a Roma, non a Firenze. Ora mi occorrerebbe che tali lettere e stampe mi venissero finalmente qui indirizzate. La spesa che occorrerà ve la rimborserò. Mi raccomando molto di tal favore: ed al Sig. Ranieri vorrete far gradire i nostri comuni doveri e saluti più distinti. I nostri nomi già li sapete: Pietro, Marianna, Anna e Maria (Galvani) Brighenti.</p>
            <p>Una causa assai strepitosa è stata qui giudicata in favore di un Fumaroli contro la R. C. St. sopra una scrittura a stampa dov'è chiamata la detta Camera piena di <hi rend="italic">ladri, assassini</hi>, con altre consimili gentilezze verso Mons. Tesoriere. Niuna censura ha sofferto il così libero dicitore: la qual libertà sebbene non dissimuli che senta assai d'inciviltà e di villania, e sia fuori affatto dai modi convenienti alle parole di una colta persona, pure non mi è rincresciuto affatto che vi sia poi nel governo tanta tolleranza, la quale se fosse in cose di migliore interesse e pubblica utilità, mi darebbe anche una maggiore consolazione.</p>
            <p>Addio, amatissimo Giacomo. Accogli amorevolmente, come suoli, i complimenti e i saluti più affettuosi delle mie donne. Oh! perchè mai partisti di Roma quando noi ci venimmo! Sarebbe stata per noi di un grande conforto la tua presenza! Amami, e concedimi che senza mancare alla riverenza infinita che ti professo ti abbracci di cuore, e mi ti ripeta aff.mo e obb.mo Amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Tommasini (1832)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIETTA TOMMASINI</hi>
               </byline>
               <date>[s.d., ma il bollo post. ha: Parma 17 Aprile 1832].</date>
            </opener>
            <p>Caro Leopardi. Io avrei conservato il silenzio finchè mi fosse giunta la nota degli associati che mi diceste di spedirmi, per non obbligarvi a rispondermi sapendo la vostra poca salute. Ma ora non debbo tacere conoscendo quanto ci siete affezionato. Troppo sono certa che vi avrà fatto molta pena l'aver saputo che in Parma s'ebbe una terribile scossa di terremoto, per cui tutta la città fu presa dal più forte spavento. Ed è così vero, che i pubblici passeggi furono ripieni di ogni classe di persone per diverse notti. Molte case in Parma e nelle campagne hanno sofferto grandemente, e molte famiglie sono obbligate a bivaccare allo scoperto, come noi nelle prime due notti temendo maggiori disgrazie. Noi ritornammo però alle nostre abitazioni perchè queste non presentano alcun pericolo. Io ho per certo che queste notizie non vi saranno discare, perciocchè possono tranquillizzarvi intorno voci esagerate che vi saran forse pervenute.</p>
            <p>Ditemi alcuna cosa della vostra salute, sulla quale il mio animo è sempre in molta agitazione. Vi prego anche dirmi se v'è stata consegnata a Roma dal Sig. Dott. Menfi la seconda edizione del mio libretto, alla quale ho aggiunti alcuni articoletti, di che mi farete sommo piacere dicendomi il vostro parere. Poco tempo fa ebbi lettera dalla cara vostra sorella, e mi assicura di godere ottima salute. Credete ch'è un giorno di letizia quello nel quale ricevo i vostri, o caratteri di lei. Mio marito vi riverisce, e vi esprime per mezzo mio la sua riconoscenza per le cose amichevoli che gli dite. L'Adelaide, Emilietto, Clelietta, Ferdinando, tutti vi baciano coll'animo, ed io fo voti perchè mi continuiate la preziosa vostra amicizia, e mi crediate vostra aff.ma Amica.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Tommasini (1832)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIETTA TOMMASINI - PARMA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 25 Aprile 1832.</dateline>
            </opener>
            <p>Cara Antonietta. Molte e molte volte vi ringrazio della cura che avete presa di scrivermi per informarmi dello stato vostro in mezzo alle ultime disgrazie. Potete pensare quanto io ne sia stato tristo ed inquieto. La vostra carissima mi consola un poco: voglia Dio che la calamità, come spero pure, sia passata. Io non vi ho scritto questi ultimi mesi a causa della mia solita incapacità; ed oramai non mi scuso più del mio silenzio. Non mandai le note degli associati, perchè intesi che il Piatti aveva smaltita già tutta l'edizione fin da Dicembre. Il libretto vostro non mi è stato recapitato punto nè qui nè a Roma: me ne dispiace molto, e vi prego di farne far qualche ricerca. Dite per me un milione di cose al carissimo professore, all'aureo Ferdinando, all'Adelaide, ai bambini, al nostro Giordani, dal quale vi prego d'informarvi se ha ricevuta una mia di qua, data, se ben mi ricordo, del 7 d'aprile. Vogliatemi sempre bene, cara mia Antonietta. Oh Dio quanto gran piacere mi sarebbe il rivedervi! ma per ora nessun raggio di speranza. Addio con tutto il cuore, e mi raccomando alla vostra memoria. Addio, addio.</p>
            <p>Ora appunto ricevo una lettera del nostro Giordani, a cui riscriverò. Intanto ringraziatelo infinitamente per me. Ho riaperto questa per aggiungere questa poscritta.</p>
         </div1>
         <div1 lang="fra" n="Di L.De Sinner (1832)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI LUIGI DE SINNER</hi>
               </byline>
               <dateline>Paris le 26 Avril 1832.</dateline>
            </opener>
            <p>Mon très cher et excellent ami. J'aurais répondu depuis longtemps à votre aimable lettre du 21 Février si je n'avais pas craint de vous causer des nausées en vous communiquant toujours de nouveaux plans sans réalité pour vous faire connaître au delà du Rhin. Je ne suis pas encore parvenu à grande chose, c'est vrai; mais c'est du moins un commencement. Vous recevez par le courrier d'aujourd'hui, sous bande, quatre numéros d'un journal allemand, <hi rend="italic">der Hesperus</hi>, dans lequel vous êtes produit en Allemagne comme poète et comme philosophe italien. Il y a là deux morceaux d'introduction. Le premier est de Monsieur Notter, aujourd'hui rédacteur en chef du <hi rend="italic">Hesperus</hi>, que j'ai beaucoup connu à Paris l'année dernière. Je ne suis pas content du tout de ce morceau; le brave homme, en allemand religieux, a cru devoir vous adresser à la religion, ce que je trouve absurde, pour vos ouvrages s'entend. Vous serez plus content du second morceau qui est de mon ami Monsieur Henschel, jeune Prussien établi à Paris depuis un an et que j'aime beaucoup et pour ses qualités morales et pour son érudition solide et variée. Malheureusement le correcteur de l'<hi rend="italic">Hesperus</hi> a encore trouvé à propos de changer et de tronquer quelques phrases de Monsieur Henschel, et d'y faire des intercalations. Ainsi la phrase où il est question de l'influence délétère de vos profondes études sur votre santé, est toute entière du correcteur de Stuttgart. Soyez philosophe, mon excellent ami, et moquez-vous de ces incongruités allemandes. Du reste vous n'avez qu'à vous louer de ces Messieurs; ils vous veulent beaucoup de bien. Le morceau de Henschel surtout est parfaitement bien écrit en allemand; il y a à la fois de la profondeur et de la clarté. Après cela vous trouverez <hi rend="italic">Il sogno</hi>, très bien traduit en vers par Notter, et puis il <hi rend="italic">Canto del Gallo silvestre</hi> traduit par Henschel. - Ce n'est qu'un commencement, vous dis-je; mais en donnant tous les renseignements à Henschel, je crois avoir préparé les voies pour vous en Allemagne; à la notice littéraire vous reconnaîtrez bien, je le pense, ma main; le passage de Niebuhr vient de moi. J'avais apporté la brochure de Bonn.</p>
            <p>Quant à vos papiers philologiques, je n'en suis guères plus avancé. Monsieur Ast a reçu vos notes sur Platon depuis le 20 Janvier. S'il ne m'a pas encore répondu, je crois c'est parce qu'il attend les bonnes feuilles de la 3e livraison de l'<hi rend="italic">Estienne</hi>, auquel il est collaborateur pour Platon. Monsieur Bothe ne m'écrit pas et son journal ne paraît pas. Mais il s'est ouvert depuis une autre perspective. Monsieur Thilo, professeur et docteur en Théologie à Halle, publie une nouvelle édition du <hi rend="italic">Codex Apochryphus N.T.</hi> de Fabricius. Comme j'avais beaucoup connu Monsieur Thilo à Paris en 1820, je me hasardais à lui écrire et lui envoyai copie de votre note rélative à ce sujet. Monsieur Thilo m'a répondu en suite d'une manière fort obligeante. Il m'a adressé les questions suivantes sur votre note.</p>
            <p>1°. Questione e risposta di S. Giovanni Apostolo a S. Giacomo (Mingarelli, Cat. Bibl. Naniana, p. 212, N. 30). - Est-ce l'Apocalypse du Pseudo-S.t-Jean?</p>
            <p>2°. Interrogazioni di S. Giovanni e risposte di N.S.G.C. (Mingarelli, p. 298, N° 6). - Cela pourrait être un Apocryphe des Bogomiles, comme je l'ai soupçonné déjà antérieurement en parcourant le catalogue de Mingarelli, et comme j'en ai fait l'observation dans ma dissertation sur l'Évangile des Templiers, t. 1, p. 885 de mon Codex Apocr.</p>
            <p>3°. Discorso di G.C. sopra il diavolo (Mingarelli, p. 106, N° 42). - N'est ce qu'une homélie dramatisée?</p>
            <p>4°. Di S. Giuseppe e di Maria (ibid., p. 344).</p>
            <p>5°. Atti dei SS. Matteo ed Andrea sulla costa delli antropofagi (ib., p. 349, N° 38). - C'est un apocryphe que j'ai vu et en partie copié à Oxford; mais comme je suppose que le manuscrit de la Biblioteca Naniana est plus ancien, je tiendrais fort à coeur d'en avoir une copie.</p>
            <p>6°. Je désirerais de même avoir une copie de: 1a Apocalissi di Maria, ib., p. 360, N° 8; et 2a Apocalissi di Daniele, ib., p. 388, N° 1.</p>
            <p>De plus dans votre indication <hi rend="italic">Philip. Sidens V. cod. Vatican. veteris Biblioth. 628, ut est in Isidorian., 2, 243, 244</hi>, Monsieur Thilo n'a pas compris ce que veulent dire les mots <hi rend="italic">in Isidorian.</hi> Il me demande: Est-ce un Catalogue des manuscrits de la Bibliothèque du Vatican? Mais alors pourquoi Hänel n'en parle-t-il pas? Ni Blume? Il ne peut être question des Isidoriana, placés au commencement de l'édition de Rome d'Isidorus Hispalensis?</p>
            <p>Voilà ce que m'écrit Monsieur Thilo. Je lui ai répondu que vous étiez trop malade pour vous charger de pareilles choses, et je lui ai conseillé de s'adresser à Monsieur Tipaldo, le traducteur du Schoell, à Venise. Seulement je pensai que vous sauriez me dire de mémoire ce que c'est que ces Isidoriana. - Peut-être connaissez-vous quelqu'un qui, s'il était bien payé, se ferait un plaisir de fournir ces copies et ces extraits à Monsieur Thilo?</p>
            <p>Monsieur Thilo, du reste, m'a fait des offres superbes pour vous. Il veut se charger de faire et d'extraire de vos deux manuscrits ecclésiastiques un Supplement à Routh. Je lui ai de suite envoyé la table raisonnée de vos deux ouvrages, que j'ai faite avec beaucoup de soin. J'attends la réponse de Monsieur Thilo.</p>
            <p>En attendant mieux vous êtes cité pompeusement dans le 1er volume de <hi rend="italic">Rhetores graeci</hi> de Walz qui a reçu dans le texte de Sidete plusieurs de vos conjectures. - Creuzer me prie de vous dire "qu'il est pénétré de vénération pour vous et qu'il se fera un honneur particulier de vous citer dans son édition de Plotin". Ce sont ses propres termes. Aussi je lui ai envoyé en votre nom un exemplaire de vos <title>Canti</title>, que Monsieur de Mourawieff m'avait envoyé, et votre critique d'Eusèbe.</p>
            <p>Henschel pense faire de votre <hi rend="italic">Essai sur les erreurs populaires</hi> un livre utile pour les allemands. Je lui ai donné ainsi qu'à Boissonade un exemplaire de vos <title>Canti</title> qui me venaient de Monsieur de Mourawieff.</p>
            <p>Quant au <hi rend="italic">Julius Africanus</hi>, j'éspère le placer dans la Byzantine de Bonn. Mais mes idées à ce sujet sont encore trop peu mûries pour pouvoir vous en parler avec détail. Patientez-vous, excellent et précieux ami; je vous ai enfin fait parvenir à quelque réputation littéraire hors de l'Italie. Le sonnant, i danari, viendra aussi, si Dieu me conserve la vie.</p>
            <p>J'ai encore trois questions philologiques à vous faire. Vous pourrez peut-être y répondre par le moyen d'un de vos amis:</p>
            <p>1°. Qu'est-ce à peu près qu'Angelo Mai se propose de publier encore des manuscrits du Vatican? On dirait qu'il est à sec, puisqu'il réimprime dans la collection in-8° ces <hi rend="italic">Anecdota</hi> déjà donnés par lui, et dans celle in-4° les manuscrits d'Assemani.</p>
            <p>2°. De quel âge sont à la Vaticane les plus anciens manuscrits de Plaute, et comment en pourrait-on avoir la collation?</p>
            <p>3°. Serait-il possible d'obtenir un fac-simile des <title>Orationes et Epistolae ex libris Historiarum C. Sallustii</title> du manuscrit du Vatican N° 3864?</p>
            <p>La première de ces questions m'est adressé par Monsieur Tafel, professeur à Tubingue, qui donne un gran supplément à l'histoire des Comnènes.</p>
            <p>La 2e. par Monsieur Dübner, qui donne une nouvelle édition de Plaute.</p>
            <p>La 3e. par Monsieur Orelli, éditeur du meilleur <hi rend="italic">Cicéron</hi> que nous possédions.</p>
            <p>Voyez, mon cher ami, et répondez à ces questions si vous le pouvez. Vous aurez la gloire de voir votre nom imprimé par tout.</p>
            <p>Moi, je suis mécontent de ma position; je ne puis y rester, puisqu'il n'y a aucune chance d'un avenir assuré! Mais avant que je ne quitte, il se passera l'été. N'usez pas de réprésailles envers moi, au contraire soyez généreux et écrivez-moi le plus tôt que vous le pourrez. Mes questions savantes n'ont pas besoin d'être résolues de si tôt. Écrivez-moi toujours en attendant.</p>
            <p>Si mes amis Monsieur Pestalozzi de Zurich et Monsieur Rechsteiner de Teufen viennent vous voir de ma part, recevez les avec bonté. Rechsteiner surtout est un homme très distingué.</p>
            <p>Adieu, mon excellent et précieux ami. A vous pour la vie de coeur et d'âme votre tout dévoué ami.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1832)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>[Parma] 29 Aprile [1832].</date>
            </opener>
            <p>Giacomino mio: sii mille volte ringraziato della carissima tua dei 7. Ma perchè non mi dici nulla della tua salute, che dovrebbe andare innanzi a tutto? Come stai dunque? Rimarrai costì? e poi che vi farai? dimmi, dimmi di te: e non brevemente. Salutami infinitamente Carlino e Paolina. Carlino che fa? ha figli? Ti salutan molto i Tommasini e i Maestri. È stato qui tre giorni Papadopoli (di floridissimo aspetto), e molto abbiamo parlato di te.</p>
            <p>Pur troppo ti credo quel che mi dici della Cloaca massima. Ma quanta putredine, quanto fetore anche in ogni altra parte! E qui ancora quanto si sta male! Abbiamo avuto lungamente il terremoto, e talvolta fierissimo; che ha fatto molti e gravi danni, eppur meno che alla povera infelicissima Reggio; la quale è poi consolata da quel Duca; il quale qui molto si studia d'imitare: e si cammina verso quella perfezione: ma è tanto alta!</p>
            <p>A me è rimasta sì profonda tristezza, che non posso più pensare a niente. Vedrai la nostra buona Lenzoni? Salutamela tanto. Vedrai la Fanny Targioni? dille un poco, perchè non rispose mai alla mia 28 Febraio? Salutala molto e lei, e il marito, e le bambine, e i figli Lenzoni. Io t'abbraccio con tutto il cuore. Spero che vorrai qualche volta consolarmi di tue desideratissime lettere. Addio caro caro, scrivimi se puoi, amami quanto puoi. Sai bene come io ti amo sempre. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.P.Vieusseux (1832)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIAN PIETRO VIEUSSEUX</hi>
               </byline>
               <dateline>Confidenziale. Venerdì [1832].</dateline>
            </opener>
            <p>Carissimo Leopardi. Questa sera, alle ore 9 (e non prima perchè sortirò di prima sera) se mi favorirete troverete in casa mia il celebre ab. La Mennais. Saremo <foreign lang="fra">en petit comité</foreign>. Pei tempi che corrono, e quelli che si vanno preparando, è cosa interessante il conoscer da vicino quell'uomo singolare. Venite dunque, mi farete un vero piacere.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Vieusseux (1832)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIAMPIETRO VIEUSSEUX - FIRENZE.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 12 Maggio 1832.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio carissimo Vieusseux. Dichiaro che non sono autore del libro, che alcuni mi attribuiscono, intitolato <title>Dialoghetti sulle materie correnti nell'anno 1831</title>. Vi prego a pubblicare nel vostro degno Giornale dell'<title>Antologia</title> questa dichiarazione. E di tutto cuore vi abbraccio e vi saluto. Giacomo Leopardi.</p>
            <p>Vi prego ancora, se è possibile (come spero che sia), a fare che questa dichiarazione, <hi rend="italic">col mio nome</hi>, sia indicata nella tavola del fascicolo sopra la coperta, e, se si può, con un capoverso (alinea) separato, acciocchè non possa sfuggire all'occhio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Melchiorri (1832)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIUSEPPE MELCHIORRI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 15 Maggio 1832.</dateline>
            </opener>
            <p>Caro Peppino. Tu m'hai a fare il piacere di far subito subito inserire nel <hi rend="italic">Diario di Roma</hi> la lettera annessa. Se v'è spesa, avvisamelo, e ne sarai immediatamente rimborsato. Ma per amor di Dio non mancare di farmi questo piacere in ogni modo. La cosa non compromette nessuno: è sempre lecito di annunziare la verità in questo genere. Lo stesso mio padre troverà giustissimo ch'io non mi usurpi l'onore ch'è dovuto a lui. D'altronde io non ne posso più, propriamente non ne posso più. Non voglio più comparire con questa macchia sul viso, d'aver fatto quell'infame, infamissimo, scelleratissimo libro. Qui tutti lo credono mio: perchè Leopardi n'è l'autore, mio padre è sconosciutissimo, io sono conosciuto, dunque l'autore son io. Fino il governo mi è divenuto poco amico per causa di quei sozzi, fanatici dialogacci. A Roma io non poteva più nominarmi o essere nominato in nessun luogo, che non sentissi dire: <hi rend="italic">ah, l'autore dei dialoghetti</hi>. È impossibile ch'io ti narri tutti gli scorni che ho dovuto soffrire per quel libro. A Milano si dice in pubblico che l'autore sono io, che mi sono convertito come il Monti. A Lucca il libro corre sotto il mio nome. Io stampo in tutti i Giornali d'Italia la mia dichiarazione: essa esce a momenti in quei di Toscana. In Francia ne mando una molto più strepitosa. Ma m'importa grandemente di Roma, e benchè la cosa sia semplicissima, non lascio di raccomandarla a te caldissimamente. La cosa come ho detto, non può aver difficoltà; essendo sempre permesso di annunziare che un libro non è vostro, fosse pure il più bello e il più santo libro del mondo.</p>
            <p>Da Parigi mi sono indirizzate le seguenti due questioni, la prima per il signor Dübner, che dà una nuova edizione di Plauto, la 2a per il celebre Orelli.</p>
            <p>
               <foreign lang="fra">1°. De quel âge sont à la Vaticana le plus anciens mss. de Plauto, et comment en pourrait-on avoir la collation?</foreign>
            </p>
            <p>
               <foreign lang="fra">2°. Serait-il possible d'obtenir un fac-simile des <title>Orationes et Epistolae ex libris Historiarum C. Sallustii</title> du ms. du Vatican, n. 3864?</foreign>
            </p>
            <p>Vedi, ti prego, se tu puoi rispondermi qualche cosa di concreto e di categorico sopra queste due questioni, perchè io ne dia conto a Parigi.</p>
            <p>Scusami, carissimo Peppino, di tante e tante seccature ch'io ti do, senza mai contentarmi. Perdonami per carità, e voglimi sempre bene. Salutami la Tuta, la Nanda, e Giacomino; comandami, e credimi sempre il tuo Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di Paolina L. (1832)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PAOLINA LEOPARDI</hi>
               </byline>
               <date>[Recanati] 15 Maggio [1832].</date>
            </opener>
            <p>Caro Muccio. Carlo ti ringrazia di quanto gli dici riguardo al pus, e starà attendendo che glielo mandi. - Noi poi abbiamo piacere nel sentire che tu sei <hi rend="italic">occupatissimo</hi>: non è questo un indizio che stai bene, e che puoi lavorare? che poi le tue lettere sieno così brevi, no, noi non vi ci possiamo accomodare. Aspettare tanti giorni, quasi un mese per avere sei righe, è cosa troppo dolorosa! - Già sappiamo che sei accademico della Crusca, e supponiamo che non te ne importi niente.</p>
            <p>L'altra notte sognavo che tu eri ammalato, e che la tua malattia era al piloro. Ho cercato per vedere cosa è questo piloro, e vedo che è una tal cosa che ha relazione collo stomaco. Non so come diavolo mi sognassi un tal imbroglio che mi affliggeva assai: non so quanto tempo è che non ho sentito nominare questo piloro, e tanto meno capisco come potesse venirmi in mente sognando. Pure, quando mi scrivi, dimmi <hi rend="italic">precisamente</hi> se stai bene. - Avrai veduto i funerali di Borghesi, avrai sentito David, ti divertirai, e ti annoierai ancora per questa seccante primavera che si rassomiglia assai a quella di anno passato. Sono 8 giorni che piove, e fa freddo non piccolo. - Nella mia lettera dei 3, che ti scrivevo nel medesimo luogo di questa (in libreria) ti dicevo che Nobili ci ha mandata per leggere l'<title>Antologia</title> di tutto l'anno 1830, e settembre del '31, ed era per ciò che volevo sapere, se Franceschini era ancora associato. Ti dicevo che quella lettura mi aveva fatto passare 20 notti deliziose, che Montani era sempre il mio caro Montani, che compiangevo la morte di Ocheda, e tanto più perchè non ti ha lasciato niente; che tante volte ho <hi rend="italic">tressailli</hi> al vedere il tuo nome, ed una particolarmente nell'articolo necrologico di Niebuhr, che ci rivela dei fatti ignoti; che una copia di quest'<title>Antologia</title> viene ora a Recanati, ma noi non la vedremo ecc. ecc.</p>
            <p>L'Opera di Roma ha suscitato della cabala, per cui vi sono stati dei guai. - In Ancona non si vive bene. Saprai che quando vi entrarono 150 carabinieri vennero insultati orribilmente, e venne trattenuto ed impedito loro il modo di vendicarsi dai francesi, che sotto pretesto di salvarli dal furore del popolo li rinchiusero nella Caserma e li circondarono di truppe, mentre i rinchiusi stavano fremendo: che oggi devono essere entrati 3000 uomini di linea; che quel paese è pieno di canaglia romagnola, che il Delegato sta ancora in Osimo ecc. ecc. - Addio, caro Muccio. Ti salutano tutti, e Carlo particolarmente ti abbraccia. Riverisci per me Vieusseux.</p>
         </div1>
         <div1 n="A R.Bertinelli (1832)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A RAFFAELE BERTINELLI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 17 Maggio 1832.</dateline>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo Sig. Bertinelli. S'Ella ha in pronto il ritratto delle cinque copie del noto libro, ch'Ella si compiacque di far vendere per mio conto, può consegnarlo al portatore del presente foglio. Mi comandi; mi saluti gli amici, e fra gli altri il Sig. Belli; e mi creda sempre suo cordialissimo servitore ed amico Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di R.Antici (1832)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI RUGGIERO ANTICI</hi>
               </byline>
               <dateline>Roma 19 Maggio 1832.</dateline>
            </opener>
            <p>Carissimo Cugino amabilissimo. Bellissima maniera di canzonare la povera gente! tenerla a bada colle parole, colle promesse, colle sincerazioni, ecc., in fatto poi con dei graziosissimi e gentilissimi nulla! bella! bella, bellissima!!! E come no? Quante promesse ho io ottenute dalla vostra preziosissima persona, e che avrei avute quelle vostre Canzoni, e che già avevate scritto a Parigi, a Milano, a capo al Mondo per procurarmele; in verità poi non sono state che parole, con vostra buona pace. Imaginate poi che bella figura ho dovuto fare con chi m'era obbligato di trovarle. Eh! signorino mio, i Romani non sono gonzi, come dai forastieri si crede, sicchè o compiacetevi di farmi avere una vostra sincerazione, o di procurarmi il piacere di avere <foreign lang="lat">tandem aliquando</foreign> quello di che vi ho richiesto.</p>
            <p>Ai 4 del mese venturo spero di andarmene a Recanati con tutta la famiglia, per rappezzare la sdrucita mia salute; se avete comandi per quelle parti, vi prego favorirmene, chè mi farete cosa gratissima.</p>
            <p>Non dubito che la vostra salute sia almeno sufficiente in cotesto beatissimo cielo, tanto più adesso che con sommo contento ho letto il vostro nome tra i Signori Cruscanti: ma ditemi, di buona grazia, quelli tali che hanno quest'altissimo onore di essere annoverati nell'Accademico Albo della Crusca, si cibano sempre di sola crusca, oppure questa crusca si converte per loro in pagnotte; o per esprimermi meglio, evvi per questi fumo e arrosto, oppure solo fumo?</p>
            <p>Vi ricordo alla memoria quel cotal Sig. R. Bertinelli tanto vostro amico, ed a voi così caro!?! il quale per la stima ed affetto che vi porta, mi sono accorto che si troverebbe pago a questo mondo se fosse certo di essere in qualcuna delle vostre saccoccie!?! Deh! per carità appagatenelo.</p>
            <p>Addio: vogliatemi bene, e crediatemi vostro aff.mo Cugino.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Paolina L. (1832)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PAOLINA LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 22 Maggio 1832.</dateline>
            </opener>
            <p>Cara Pilla. Coll'ultimo ordinario ti mandai per la posta, sotto buone raccomandazioni, il pus che Carlo desiderava, cioè un filo intriso in ottimo pus venuto da Milano, ed avuto da me per mezzo di uno de' primi medici di Firenze, che mi ha assicurato della sua qualità. La moglie di questo medico era per mandare questo medesimo filo ad un suo fratello, che vuol fare inoculare il vaccino ai suoi figliuoli, e per farmi un piacere lo ha ceduto a me, aspettando di averne qui dell'altro della stessa sorta. Il medesimo medico mi dice che tutte le stagioni sono buone per l'innesto del vaccino, salvo solamente le eccessive, che consistono per lo più in pochi giorni.</p>
            <p>Ringrazia il Papà delle <hi rend="italic">Prediche di D. Musoduro</hi>, che ho ricevute insieme colla sua del primo Maggio, ultima che ho da casa. Scrivimi un poco qualche volta, e dammi le nuove del Papà, della Mamma, di Carlo, di Pietruccio, tue e di Recanati; ma tutte, e con particolarità. Io sto benino, e se anche sto male, non penso più alla salute. Abbiamo però una stagione infamissima, più fredda che a Roma questo Gennaio. Giorni sono, il termometro in poche ore precipitò per 15 gradi. Addio, cara Pilla.</p>
         </div1>
         <div1 n="A L.De Sinner (1832)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A LUIGI DE SINNER - PARIGI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 24 Maggio 1832.</dateline>
            </opener>
            <p>Io non saprei mai dirvi quanto mi abbia rallegrato la vostra amabilissima lettera dei 26 Aprile, mio carissimo ed egregio amico, e con quanta gratitudine io abbia quivi veduto il conto che Voi mi date delle infinite e inapprezzabili cure da Voi prese per far della riputazione al vostro amico. Mi duole però molto, che Voi siate sì laconico sul conto vostro, tanto più che mi dite di essere mal contento della vostra posizione. Possiamo noi sperare di rivedervi in Italia? Posso io in particolare nutrir la dolce aspettativa di veder di nuovo al mio fianco un amico così dotto, così affettuoso e cordiale, così infaticabile, col quale passerei delle lunghe ore imparando, e comunicando de' sentimenti che pochi intendono?</p>
            <p>Io sarei felice di poter servire in qualche cosa il Sig. Thilo relativamente alle copie o estratti ch'egli desidera da Venezia. Ma voi conoscete lo stato della mia salute. Nè saprei indicarvi persona più a proposito che il Tipaldo per servirlo in tale occorrenza. Ben posso soddisfarvi interamente circa le <hi rend="italic">Isidoriana</hi>, che sono appunto quelle dell'Arevalo, premesse all'edizione romana d'Isidoro di Siviglia, nelle quali si dà un catalogo e una descrizione esatta di tutti i cod. vaticani che contengono qualche cosa d'Isidoro. Quivi dunque, cioè nella <hi rend="italic">Isidoriana</hi> tom. 2, pag. 243-4 si parla di un fragm. di Filippo Sidete contenuto nel cod. vaticano 628, che contiene anche non so quali cose d'Isidoro. Io ebbi poi nelle mani questo codice: vidi il fragm. di Filip. Sidete, il quale non è altro che una traduzione latina della Disputa con un Giudeo (se ben mi ricordo), scritta da esso Filippo, e contenuta originalmente in greco in un cod. cesareo (ap. Lambec. ni fallor). Sì il testo, come la traduzione latina vaticana, che pare antica, sono, se non erro, inediti. Del resto, quella mia piccola nota sopra cui cade la questione, si trova ella fra le schede relative al Codice apocrifo? o appartiene piuttosto ai Frammenti degli Storici ecclesiastici greci? - Delle altre questioni, quella del Sig. Tafel è difficile a risolvere (massimamente essendo lontano da Roma), perchè il Mai non si lascia facilmente intendere circa i suoi disegni. Per le altre due scrivo a Roma, e spero di potervi dare qualche risposta soddisfacente. - Il primo fascicolo dello <hi rend="italic">Stefano</hi>, che Voi aveste la bontà di spedirmi a Roma, non mi è mai pervenuto nè colà nè a Firenze: vi prego di farne fare qualche ricerca dal libraio a cui lo consegnaste costì.</p>
            <p>Il Sig. Creuzer mi usa troppa bontà e degnazione. Vi prego a significargli la mia gratitudine, e la mia profonda riverenza. - Se il Sig. Henschel si determinerà a far qualche uso del mio debole <hi rend="italic">Saggio sugli errori degli antichi</hi>, io potrò, ad un vostro avviso, mandar costì alcune poche e brevi note da me prese più tardi, relative ad altri errori più curiosi e meno conosciuti. - Voi mi dite che il Sig. Walz ha ricevuto diverse mie congetture nel testo di...? Piacciavi di riscrivermi questo nome, ch'io non ho saputo intendere.</p>
            <p>Ho ricevuto i fogli dell'<hi rend="italic">Hesperus</hi>, dei quali vi ringrazio carissimamente. Voi dite benissimo ch'egli è assurdo l'attribuire ai miei scritti una tendenza religiosa. <foreign lang="fra">Quels que soient mes malheurs, qu'on a jugé à propos d'étaler et que peut-être on a un peu éxagérés dans ce Journal, j'ai eu assez de courage pour ne pas chercher à en diminuer le poids ni par de frivoles espérances d'une prétendue félicité future et inconnue, ni par une lâche résignation. Mes sentimens envers la destinée ont été et sont toujours ceux que j'ai exprimés dans</foreign>
               <hi rend="italic">Bruto minore</hi>. <foreign lang="fra">Ç'a été par suite de ce même courage, qu'étant amené par mes recherches à une philosophie désespérante, je n'ai pas hésité a l'embrasser toute entière; tandis que de l'autre côté ce n'a été que par effet de la lâcheté des hommes, qui ont besoin d'être persuadés du mérite de l'existence, que l'on a voulu considérer mes opinions philosophiques comme le résultat de mes souffrances particulières, et que l'on s'obstine à attribuer à mes circonstances matérielles ce qu'on ne doit qu'à mon entendement. Avant de mourir, je vais protester contre cette invention de la faiblesse et de la vulgarité, et prier mes lecteurs de s'attacher à détruire mes observations et mes raisonnemens plutôt que d'accuser mes maladies.</foreign>
            </p>
            <p>Abbiamo qui il Sig. Pestalozzi, della cui conoscenza vi sono molto grato. Vorrei essergli buono a qualche cosa, ma egli si ferma qui troppo pochi giorni, per desiderare di far delle relazioni. Mi è dispiaciuto che la vostra lettera a Mad. Lenzoni, per esser questa in campagna, non ha potuto essere recapitata. Essa Signora Lenzoni mi raccomanda sempre di mandarvi mille complimenti da sua parte. - In questo momento ricevo la notizia che il fascicolo del <hi rend="italic">Thesaurus</hi> da Voi speditomi, è giunto finalmente in Roma. - Rosini, che vi saluta molto, ha pubblicato colle stampe il suo dramma <hi rend="italic">Torquato Tasso</hi>, recitato di nuovo in Pisa con grandissimo successo.</p>
            <p>Se fate qualche uso del <hi rend="italic">Giulio Africano</hi>, vi prego a farlo considerare come un lavoro <hi rend="italic">affatto giovanile</hi>, lavoro fatto nello spazio di 6 soli mesi, in età di 17 anni (1815), subito dopo il <title>Saggio sugli errori</title> ec. che fu opera di 2 mesi. Ciò mi par necessario a scusare le infinite imperfezioni che vi si trovano, gli errori ec. Il lavoro sui <hi rend="italic">padri</hi> e sugli <hi rend="italic">storici ecclesiastici</hi> fu fatto ancor prima (1814-15), in 8 mesi.</p>
            <p>Addio, mio carissimo ed eccellente amico. Se mi scrivete, non vogliate essere così breve sullo stato vostro e sulle vostre intenzioni, come nella lettera ultima. Amatemi e credetemi fin ch'io vivo tutto vostro riconoscentissimo ed affettuosissimo amico G. Leopardi</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Melchiorri (1832)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIUSEPPE MELCHIORRI</hi>
               </byline>
               <dateline>Roma 24 Maggio 1832.</dateline>
            </opener>
            <p>Caro Giacomo. Con qualche fatica mi è riuscito di far inserire nel foglio di ieri il vostro articoletto di giustificazione. Nulla però ho pagato, mentre il direttore Sig. Cavalletti, a vostro e mio riguardo, ha voluto inserirlo <foreign lang="lat">gratis</foreign>. Eccovi adunque contento su di ciò, e tranquillo; benchè chi conosceva voi ed il vostro stile, non poteva dubitare che voi non foste l'autore di quel libro; poichè voi non avete mai trattato di quelle materie ed il vostro stile è lontano da quello le mille miglia.</p>
            <p>Circa le ricerche alla Vaticana, di cui vi scrivono da Parigi, sarò da Monsignor Mai, onde vedere di ottenere ciò che bramate. Per la collazione però dei codici di Plauto, voi sapete che quella Biblioteca si chiude alla fine di Giugno, perciò io non potrò far altro che procurarvi la notizia de' Codici; voi ne scriverete a Parigi, e di là potranno dare l'ordinazione. Basta, di tutto ciò ci sentiremo per lettera, prima della riapertura della Biblioteca a Novembre.</p>
            <p>Voi non mi dite nulla della vostra salute, la quale pur sapete che mi è preziosissima. La mia è buona, ed è pur buona quella della mia famiglia, e se non fossero le angustie economiche, che come sapete mi tormentano senza fine, sarei pur meno infelice. Ma il mio progetto di traslocamento ancora non ha potuto aver luogo, poichè io ho la disgrazia di non saper fare il brigante, e questo è il paese degl'intrighi, senza de' quali non s'ottiene nulla. Datemi notizie dell'amabilissimo Ranieri. Io stimo moltissimo quel giovane, e vorrei che avesse motivo di esser men triste; salutatemelo però cordialmente.</p>
            <p>Mia moglie ed i miei ragazzi vi salutano, ed in particolare la mia Nina, alla quale non può ancora entrare in capo come voi siate partito senza venire a dirle addio.</p>
            <p>Scusatemi se, avendo così cominciato col <hi rend="italic">voi</hi>, non ho fatto uso come doveva di frasi più confidenziali, ma ero astratto, e dovete compatirmi. Addio, caro Giacomo, amatemi e credetemi sempre vostro aff.mo Amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Brighenti (1832)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO BRIGHENTI</hi>
               </byline>
               <dateline>Roma 26 Maggio 1832.</dateline>
            </opener>
            <p>Stimatissimo Giacomo. Tu hai ben ragione di riconvenirmi nella tua del 15 corrente. Mi sono accorto di essermi spiegato assai male. Lo farò a miglior tempo, cioè a miglior tempo cercherò di spiegarmi meglio: e allora son certo che le nostre idee andranno all'unisono, come diceva Bonaparte.</p>
            <p>Io partirò di qui verso il 20 di luglio. Le stupende maraviglie di Roma antica e moderna, mi rimarranno scolpite nella fantasia, e con molto contrarj affetti. Se avessi la tua penna, sono sicuro che farei un libro da valere più che Macchiavello e Petrarca, e Guicciardini e il Cantore dei tre Regni.</p>
            <p>Io ti ringrazio, mio degno amico, della premura che avesti per quelle carte le quali si erano stagnate nella posta di Firenze, e che tua mercè mi giunsero alle mani. Avrò per questo un debito teco, che pagherò a piacer tuo. Spero che ti troverai bene: spero ancora che teco sarà sempre l'amabilissimo Sig. Ranieri. Or io v'interesso amendue per una grazia; la quale potrebbe darsi che vi recasse un qualche piacere unito all'incomodo che per amor mio vi darete.</p>
            <p>In Firenze canta una signora Del Sere che mi dicono <hi rend="italic">giovine, bella e brava</hi>: dunque nulla rimane a desiderare, conoscendola. Questa Del Sere deve venire a cantare al nostro teatro Valle nell'autunno venturo. I nostri padroni di casa bramerebbono che preferisse il nostro alloggio ad ogni altro. Tu lo conosci: lo conosce il Sig. Ranieri. È un buon alloggio, che ha l'invidiabile qualità di essere annesso al teatro dove si ha da agire. Il Sig. Leopoldo (padrone) e la Sig.a Nanna (padrona) mi hanno interessato a procurar loro, col mezzo vostro, o signori, il vantaggio di albergare la Sig.a Del Sere. Io sono e sarò per la vita il Don Desiderio di giovare, mentre tutto il dì maledico, disprezzo e bestemmio la razza umana. Procura dunque, amatissimo mio, che almeno il Sig. Leopoldo e la Sig.a Nanna rimangano contenti di me. Non ti prometto altrettanto, neppure co' tuoi uffici, del Sacro Collegio e della immensa turba dei chierici violetti. Quale arroganza! quale ignoranza! quale... Io vedeva ieri dal Celio tutta Roma! E Roma! mi sovveniva quel sonetto improvviso che dice in bocca di Cicerone:
<quote rend="block">
                  <lg>
                     <l>È questa la mia Roma, oppure è Tripoli?</l>
                  </lg>
               </quote>
            </p>
            <p>Addio, rispettabilissimo e carissimo amico. Io ho una grande volontà di mandare al diavolo la Sacra Italia, e il suo bel cielo, <foreign lang="lat">et omnibus pompis ejus, et omnibus operibus ejus</foreign> (Se mai questo latino non andasse bene, non ne ho colpa. Io non sono Accademico Tiberino, sebbene tanto buon servitore di Monsignor Muzzarelli, che mi onora in un modo singolarissimo).</p>
            <p>La mia famiglia ti riverisce, e ti prega di tanti rispetti (uniti ai miei) al Sig. Ranieri. Conservami l'amor tuo; credi che ti riverisco quanto tu meriti, e ti amo con tutto il mio cuore.</p>
         </div1>
         <div1 n="A C.Galvani (1832)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CESARE GALVANI - MODENA.</hi>
               </salute>
               <date>[Firenze 26 Maggio 1832].</date>
            </opener>
            <p>Chiarissimo Signore. Approfitto dell'acquisto che feci già in Bologna della sua conoscenza personale, per indirizzare a Lei la preghiera che sia pubblicata costì l'infrascritta dichiarazione. Sono certissimo che la mia domanda non troverà ostacolo, e che la <hi rend="italic">Voce della Verità</hi>, invitata a svelar la <hi rend="italic">menzogna</hi>, non vorrà tacere. La prego a comandarmi dov'io sia buono a servirla, e a credermi sempre Suo devotissimo e obbligatissimo servitore Giacomo Leopardi. <lb/>
               <hi rend="italic">Firenze 26 Maggio 1832.</hi>
            </p>
            <p>Al Sig. Direttore della Voce della Verità.</p>
            <p>Pregiatissimo Sig. Direttore.</p>
            <p>Sapendo che alcuni mi attribuiscono un libro intitolato <hi rend="italic">Dialoghetti sulle materie correnti nell'anno 1831</hi>, e parecchi dialoghi contenuti in cotesto Giornale; nè potendo senza ingiustizia lasciare che si attribuisca a me l'altrui, e conseguentemente si spogli altri del suo; la prego a compiacersi di pubblicare sul suo Giornale la presente, colla quale dichiaro che non sono autore nè del suddetto libro, nè di alcuno dei suddetti dialoghi. E devotamente la riverisco. Giacomo Leopardi.</p>
            <p>P.S. La prego di fare per mia parte mille complimenti all'egregio Signore suo fratello Giovanni. - Dichiarazioni simili a questa sono state già pubblicate a mio nome in altri Giornali, e nominatamente nel <hi rend="italic">Diario di Roma</hi>, n. 41.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1832)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>[Firenze] 28 Maggio [1832].</date>
            </opener>
            <p>Mio caro Papà. Paolina mi dice che io lascio passare i mesi senza scrivere. Questo mi prova che le mie lettere si perdono, come fra l'altre veggo che se n'è perduta una, dov'io le parlava dei libri che ho ricevuti dal Nobili, e rispondeva ad alcune sue questioni. L'articolo sull'<hi rend="italic">Istoria Evangelica</hi>, ch'Ella vedrà nell'ultimo numero dell'<title>Antologia</title>, è del Montanari di Savignano, uno de' collaboratori.</p>
            <p>Nel medesimo numero, e nel <hi rend="italic">Diario di Roma</hi>, e forse in altri Giornali, Ella vedrà o avrà veduto una mia dichiarazione portante ch'io non sono l'autore dei <title>Dialoghetti</title>. Ella deve sapere che attesa l'identità del nome e della famiglia, e atteso l'esser io conosciuto personalmente da molti, il sapersi che quel libro è di <hi rend="italic">Leopardi</hi> l'ha fatto assai generalmente attribuire a me. A Roma, dove la sua persona è più conosciuta, due terzi del pubblico lo credevano mio: ed io non mi era appena nominato o fatto nominare in qualunque luogo, che era salutato come autore de' <title>Dialoghetti</title>. In Toscana poi <hi rend="italic">tutti</hi> quelli che lo credevano di Leopardi (e non di Canosa o d'altri ai quali è stato attribuito) lo credevano mio. A Lucca il libro correva sotto il mio nome. Si dice ch'egli abbia operato grandi conversioni per mezzo di questa credenza: così almeno mi hanno detto molti: e il duca di Modena, che probabilmente sa la verità della cosa, nondimeno dice pubblicamente che l'autore son io, che ho cambiato opinioni, che mi sono convertito, che così fece il Monti, che così fanno i bravi uomini. E dappertutto si parla di questa mia che alcuni chiamano conversione, ed altri apostasia, ec. ec. Io ho esitato 4 mesi, e infine mi son deciso a parlare, per due ragioni.</p>
            <p>L'una, che mi è parso indegno l'usurpare in certo modo ciò ch'è dovuto ad altri, e massimamente a Lei. Non son io l'uomo che sopporti di farsi bello degli altrui meriti. Se il romanzo di Manzoni fosse stato attribuito a me, io non dopo 4 mesi, ma il giorno che l'avessi saputo, avrei messo mano a smentire questa voce in tutti i Giornali. L'altra, ch'io non voglio nè debbo soffrire di passare per convertito, nè di essere assomigliato al Monti ec. ec. Io non sono stato mai nè irreligioso nè rivoluzionario di fatto nè di massime. Se i miei principii non sono precisamente quelli che si professano ne' <title>Dialoghetti</title>, e ch'io rispetto in Lei ed in chiunque li professa di buona fede, non sono stati però mai tali, ch'io dovessi nè debba nè voglia disapprovarli. Il mio onore esigeva ch'io dichiarassi di non aver punto mutato opinioni, e questo è ciò ch'io ho inteso di fare ed ho fatto (per quanto oggi è possibile) in alcuni Giornali. In altri non mi è stato permesso.</p>
            <p>Credo ch'Ella approverà la mia risoluzione. Altre cose le direi e le racconterei in tal proposito, ma i miei occhi sono troppo affaticati, e la posta parte. Forse in altra lettera tornerò sopra questo argomento. Le bacio la mano, e le chiedo di tutto cuore la benedizione. Il suo Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di C.Galvani (1832)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CESARE GALVANI</hi>
               </byline>
               <dateline>Modena 31 Maggio 1832.</dateline>
            </opener>
            <p>A chi fra noi non ignora il nome di V.S. è troppo noto, aver Lei dedicato il suo bellissimo ingegno a tutt'altra causa che a quella sì potentemente ed imperterritamente sostenuta dall'incomparabile autore dei <title>Dialoghetti</title>: onde ne pare che tornerebbe affettata e superflua la pubblicazione della protesta da Lei spedita. Ci desideriamo quindi migliori occasioni per manifestarle in effetto la nostra disposizione a servirla. Pei Redattori della <hi rend="italic">Voce della Verità</hi>, CESARE GALVANI.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Melchiorri (1832)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIUSEPPE MELCHIORRI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 31 Maggio 1832.</dateline>
            </opener>
            <p>Caro Peppino. Ti ringrazio tanto e poi tanto dell'inserzione che hai procurato alla mia lettera, e per tuo mezzo ringrazio ancora distintamente il signor Cavalletti, che ti prego a salutare in mio nome. Ti sarò poi gratissimo delle notizie vaticane che mi prometti: quanto alle <hi rend="italic">collazioni plautine</hi> basterà sapere <hi rend="italic">se</hi> ed <hi rend="italic">in qual modo</hi> si possono avere; che poi circa il tempo ed i mezzi, cioè il danaro, si combinerà facilmente la cosa per via de' commissionati di Parigi.</p>
            <p>La tua Nina ha ragione di dolersi di me, non sapendo le mie circostanze; ma io non ebbi il torto di non venire, come avrei desiderato: perchè negli ultimi venti giorni che stetti in Roma, non uscii più di casa; l'ultimo giorno, mi levai di letto alle due pomeridiane per fare il baule; dopo poche ore tornai a coricarmi; e la mattina seguente, dal letto scesi alla vettura.</p>
            <p>Mi dispiace d'intendere che le tue pratiche per l'impiego non riescono secondo i tuoi e i miei desiderii. Non bisogna però scoraggirsi: io non lascio di sperare fermamente che presto o tardi tu conseguirai il tuo troppo giusto intento. Salutami la Tuta e i bambini, e Bonifazi e tutta la sua società, e nominatamente Firrao. Ranieri sta bene, e ti saluta molto, ringraziandoti della memoria che hai di lui. Addio, caro Peppino, voglimi bene, e credimi sempre il tuo Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Brighenti (1832)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO BRIGHENTI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>[Firenze] 31 [Maggio 1832].</date>
            </opener>
            <p>Mio carissimo Brighenti. Non ci sarà facile servire il Sig. Leopoldo e la Signora Nanna, padrone e padrona, in ciò che desiderano, perchè nè Ranieri nè io abbiamo l'onore di conoscere questa Signora Del Sere, neppur di vista, perchè non andiamo al teatro. Nondimeno, se qualche occasione inaspettata si presenterà, non mancheremo di approfittarcene; e ad ogni modo la condizione della casa di cotesti Signori è tale, che anche arrivata a Roma la signora Del Sere, sarà facile determinarla sul momento a preferir quell'alloggio ad ogni altro, come credo che la cosa andasse con Voi. - Nessun debito hai tu per le lettere che io feci voltare costà, perchè il voltare le lettere qui non costa nulla. - Ranieri ti saluta molto. Piacciati di fare i suoi ed i miei complimenti alle tue Signore, ed al buon Muzzarelli. Spero che tu ripasserai di Firenze, e sono impaziente di rivederti. Addio, addio, voglimi sempre bene. Scrivo in fretta. Il tuo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di M.Pelzet (1832)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI MADDALENA PELZET</hi>
               </byline>
               <date>[Roma, primavera 1832].</date>
            </opener>
            <p>Pregiatiss.mo Leopardi. Spero che non sdegnerete di accettare questo tenue ricordo.
<quote rend="block">
                  <lg>
                     <l>Piccolo è il dono a paragon di voi</l>
                     <l>Tutto è però quel che donar poss'io.</l>
                  </lg>
               </quote>

Così quando beverete a questo bicchiere vi rammenterete della vostra affezionatissima amica PELZET.</p>
         </div1>
         <div1 lang="fra" n="Di L.De Sinner (1832)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI LUIGI DE SINNER</hi>
               </byline>
               <dateline>Paris ce 1 Juin 1832.</dateline>
            </opener>
            <p>Mon cher et excellent ami. Je vous ai écrit le 26 Avril passé et vous ai envoyé quelques numéros d'un journal allemand, où l'on parlait de vous. Vous devez avoir reçu tout cela. Aujourd'hui sans attendre votre réponse je m'empresse de vous donner quelques bonnes nouvelles par rapport à nos intérêts communs. Monsieur le professeur Bothe a enfin tenu sa promesse. Dans le 1er cahier de son journal <hi rend="italic">Altes u. Neues</hi> qui vient de paraître à Potsdam, Monsieur Bothe a traduitz en maître, en allemands, de vos <title>Canti</title> le N.° 9 e 21, mot pour mot, et dans le mètre de l'original, mais cela avec une telle habileté que l'on croit lire un original allemand. Puis de vos <title>Operette</title> le <hi rend="italic">Dialogo di Federico Ruysch</hi> (le morceau en vers qui commence le Dialogue est admirablement rendu) et enfin les <hi rend="italic">Detti di F. Ottonieri</hi>. Pour ce dernier il est arrivé une assez plaisante méprise. Monsieur Bothe semble avoir cru qu'Ottonieri était un personnage réel, et il a placé votre biographie fictive sous une rubrique à part, intitulée <hi rend="italic">Contemporains</hi>. Je lui en ai écrit hier soir que je croyais que Nubiana et Valdivento devait être cherché en Utopie. N'ai-je pas eu raison? - Dans une très courte note Bothe vous compare à Engel, Herder et Krummacher. Quant à votre mérite d'érudit, il pense qu'il ne doit que rappeler le jugement que Niebuhr porta sur vous. Moi je suis fier de cette introduction dans le monde allemand. Bothe est non seulement célèbre comme bon philologue, mais il est justement apprécié comme poète allemand, et comme homme de génie. Son journal aura un gran succès, parce qu'il est rempli de choses intéressantes, et vous serez connu on ne peut mieux comme auteur italien de cette manière. Monsieur Bothe dans sa lettre me charge expressément de le recommander à votre bienveillance. Aussitôt qu'il aura plus d'exemplaires de son journal, je vous en enverrai un sous bande.</p>
            <p>D'une autre part, mon ami Monsieur Artaud, le traducteur, non du Dante, mais d'Aristophane et de Sophocle, s'occupe en ce moment de faire sur vos deux volumes italiens un article détaillé qui sera inséré dans une de nos revues. Cela fera encore bien pour vous. Je reverrai son morceau avant l'impression, moi-même.</p>
            <p>Monsieur Creuzer à Heidelberg, auquel j'avais envoyé vos <title>Canti</title> et votre critique de l'<hi rend="italic">Eusèbe</hi> de Mai, me prie de vous faire ses sincères remerciements, et de vous assurer qu'il sera heureux de tirer parti de votre travail sur <hi rend="italic">Porphyre</hi>.</p>
            <p>Auprès de Monsieur Ast j'ai été moins heureux. Il me promet cependant de vous citer honorablement dans son <hi rend="italic">Commentaire sur le Gorgias</hi>. C'est toujours quelche chose, puisque Ast "regnat in Platone".</p>
            <p>Les affaires philologiques ont mieux réussi auprès de Monsieur Thilo, professeur à Halle. Je crois vous avoir dit dans ma dernière lettre que je lui ai envoyé le catalogue des auteurs historiens ecclésiastiques et des pères, desquels vous avez recueilli les fragments. Là-dessus Monsieur Thilo m'a répondu qu'il voyait parfaitement que votre travail sera neuf, même après Routh, surtout par l'exact dépouillement des auteurs de moyen âge. Il me prie donc de lui communiquer ces deux manuscrits. Il les publiera sous la forme d'un supplément à Routh, sous votre nom, tout en se réservant, ce que je crois nécéssaire, la faculté d'insérer quelques notes. Pour les honoraires, qui ne seront pas gros, Monsieur Thilo vous les abandonnera en entier. Je pense donc lui envoyer ces manuscrits sous peu, ou de lui porter moi même à mon prochain voyage en Allemagne. Monsieur Thilo me propose aussi, de même que Monsieur Bothe, de me mettre en rapport avec l'Académie de Berlin pour la publication de <hi rend="italic">Jules l'Africain</hi>. Je verrai tout cela mieux moi-même sur les lieux.</p>
            <p>Ce qui vous fera le plus d'honneur sera un volume de <hi rend="italic">Miscellanea</hi>, ou quelque titre que nous lui donnerons, recueilli dans vos differentes notes. Mais c'est moi qui me réserve de les donner moi-même et pour cela il faut deux choses, d'abord que votre nom ait été assez trompeté en Allemagne pour trouver un libraire qui paie au moins 25 francs la feuille; puis il faut que moi-même j'aie le temps de rédiger vos <hi rend="italic">adversaria</hi>. Ne désespérez pas, mon excellent ami. Vous savez bien combien je suis atterré d'occupations, m'étant inconsidérablement chargé de ce malencontreux <hi rend="italic">Thesaurus</hi>.</p>
            <p>Vous avez certes bien d'autres puissantes raisons pour vous plaindre "del cieco dispensator de' casi". Mais vraiment moi, qui suis à cent dégrés au moin au dessous de vous, et pour le génie et pour le savoir, je suis malheureux de mon sort. Car enfin, quelques petites que soient mes capacités, je pourrais encore faire mieux que ce <hi rend="italic">Thesaurus</hi>. Cependant je ne désespère pas, et lors de mon voyage prochain en Allemagne je ferai tout pour y être convenablement fixé et placé. Ma position ici a tout l'avantage d'un extérieur brillant, assez d'appointements de quoi vivre honorablement, avec cela une correspondance étendue avec l'étranger. Ce serait on ne peut mieux pour un jeune homme de 20 ans; mais moi qui en ai 32, le temps des illusions est complètement passé; il me faut un avenir. En Suisse, à Berne, où l'on donne dans tous les travers d'une liberté nouvellement acquise, il n'y a rien pour moi qui suis revenu des rêves de l'âge d'or. Ici il n'y a pas de quoi fuetter un chat avec le Grec. Dieu sait comment tourneront les affaires en France! Pour moi j'en ai vu assez pour en être completement dégoûté. Jamais, croyez-m'en, je connais ce pays depuis 12 ans, jamais la France ne fera quelque chose de bien que pour elle même. On ne se doute pas à l'étranger de la corruption morale de nos grandes sommités politiques. Ambition et argent, voilà leur but. J'ai salué, avec des acclamations de triomphe, le nouvel ordre des choses, mais à présent! Enfin n'en parlons plus. C'étaient des rêves d'une belle matinée d'été.</p>
            <p>C'est donc en Allemagne que je cherche à me caser. Placé là, soit comme professeur, soit comme Bibliothécaire, j'oublierais les grands évènements du jour, et je publierais des livres savants, non sans doute parce que je croirais avancer la science, moi chétif, mais parce que cela me ferait plaisir; cela me ferait oublier le temps qui court, cela serait un amusement, innocent sans doute.</p>
            <p>Je partirai vers la mi-Juillet avec le jeune Pasquier; nous allons à Vienne et de là à Berlin, et je serai de retour à Paris sur la fin d'Octobre. Tâchez, de grâce, de m'écrire encore avant mon départ. Dans ma dernière lettre je vous ai chargé de commissions, mais je vous ai dit aussi que vous n'aviez qu'à les refuser toutes, sans que pour cela notre sincère amitié en souffre la moindre atteinte. Ce qui est certain et ce que vous savez déjà, mais ce que je ne saurais assez vous répéter, c'est que vous devez avoir rencontré beaucoup de personnes mille fois plus à votre niveau; mais je ne pense pas que vous ayez trouvé beaucoup de plus sincères amis que moi.</p>
            <p>Un moment je nourrissais l'espoir de vous revoir cet automne. Monsieur de Mourawieff voulait m'engager pour élever son fils. Mais voilà que l'enfant a dû aller en Russie. Mon principal but était de me retrouver près de vous. - Vous êtes maladif, je le sais, mais quand vous le pourrez un peu, donnez-moi de vos nouvelles. Il y a des moments rares et heureux où les âmes se rencontrent. Une liaison telle que la notre doit durer toute notre vie et même au delà. Vous m'écrirez quelques mots avant mon départ, à la 15e de Juillet. Je vous promets de vous écrire d'Allemagne.</p>
            <p>A propos, Poerio, que je ne vois plus depuis longtemps, me disait que vous aviez encore gardé dans vos cartons un morceau de poésie superbe. Ne pourriez-vous pas me le communiquer en manuscrit? J'en ferai bon usage, soit ici, soit en Allemagne.</p>
            <p>Adieu donc, cher et excellent ami. Que Dieu vous conserve et vous rend enfin votre santé. Tout à vous pour la vie. Votre tout dévoué ami.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Comment va Madame Lenzoni et Monsieur Rosini?</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1832)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>[Parma] 2 Giugno [1832].</date>
            </opener>
            <p>Giacomino mio. Ti scrissi il 21 Aprile: poi ebbi il tuo caro saluto portatomi dal buon Gussalli. Ora vorrei un poco delle tue nuove, per largo e lungo. Come stai di salute? che fai? rimarrai in Firenze? In che ti occupi? chi vedi più spesso? Certo vedrai il nostro Vieusseux. Ti prego di salutarmelo carissimamente: e 'l buon Montani ancora.</p>
            <p>Vedi la Principessa Carlotta? Fammi grazia di ricordarmele, e di pregarla a rammentarmi all'ottima sua madre, alla cugina, al suocero.</p>
            <p>Dammi nuove di Paolina e di Carlino. Che fa Carlino? quali occupazioni ha? quanti figli? A Paolina scrivemmo in comune l'Antonietta ed io, è qualche tempo. Temiamo non l'abbia avuta, perchè non si è vista risposta. Faglielo almeno saper tu, e salutala per noi molto caramente. Molto spesso ti rimemoriamo, e sempre ti desideriamo.</p>
            <p>Non ti scriverò più a lungo, per non seccarti, e perchè niente di bello avrei a dirti: qui tutto è brutto e misero. Potrei dirti con mille parole quel che devi sapere, e ben credere, e non dimenticare, ch'io t'amo e ti amerò sempre con tutto il cuore, e desidero che mi ami. Addio, carissimo Giacomino, addio con tutta l'anima.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Rosini (1832)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIOVANNI ROSINI</hi>
               </byline>
               <dateline>Pisa 6 Giugno 1832.</dateline>
            </opener>
            <p>A. Car.mo. Mi rincrebbe di non avere avuto tempo per rivederci e fissare per le stampe da mandarvisi della <hi rend="italic">Luisa Strozzi</hi>, onde mi facciate il favore di vederle. Poichè vi è il Pilade vostro quest'anno, egli avrà la compiacenza d'andare a prenderle alla posta, dove giungeranno franche. Per minore incomodo, in principio vi manderò Capitolo per Capitolo. - Intanto, poichè l'aveste, ditemi qualche cosa da correggere nell'elocuzione della Commedia del <hi rend="italic">Tasso</hi>. - Dimane a sera, o al più tardi dimanlaltro il Boninsegni, giovine del Piatti, avrà una copia del Saggio e una della Commedia per voi; vi prego di gradirle. Credo che il <title>Saggio</title> sia la prova di una gran pazienza: e Messer Torquato, come vedrete, era un gran <hi rend="italic">cortesan</hi>, che per ogni caso teneva il piede in due staffe, perchè amò certamente la Laura Peperara e la Duchessa a un tempo: e dopo entrato in Sant'Anna duravagli l'amore per la prima.</p>
            <p>Mi direte poi quel che a voialtri due vi pare della Commedia, ove parmi chiaro lo scopo di mostrare l'abuso della forza contro un'imprudenza: perchè i versi furono involati ecc. ecc. - Ciò posto, dee giudicarsi se il piano poteva esser differente; e se m'era possibile (lo che non credo) di porre una scena d'amore tra il Tasso e la Duchessa. - Addio. Salutate caramente Pilade.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.P.Vieusseux (1832)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIAN PIETRO VIEUSSEUX</hi>
               </byline>
               <date>[Firenze, Giugno 1832].</date>
            </opener>
            <p>Caro Leopardi. Vi mando, coll'<title>Antologia</title>, il primo fascicolo del <hi rend="italic">Tesoro</hi>. Non potreste voi fare su questo nuovo tesoro un articolo per l'<title>Antologia</title>? pensateci. Frattanto rammentate il Biondi. Vi annunzio la morte di Tessier (?) e vi abbraccio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A M.Antici (1832)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MATTEO ANTICI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>[Firenze] 14 Giugno [1832].</date>
            </opener>
            <p>Caro Matteo. Ho dovuto oggi scrivere, e mandare costì ad un mio amico di Napoli, che si ferma in Roma pochi giorni, una lettera commendatizia per te. <hi rend="italic">La sola cosa</hi> ch'io desidero che tu facci a lui ed al suo compagno di viaggio che vedrai seco, è <hi rend="italic">d'introdurli in qualche buona Società, e niente altro</hi>. Ti prego per alcune ragioni a non condurli presso Donna Maria d'Altemps. L'uno di essi, cioè il Ruggieri, è un brav'uomo, sta assai bene in società, e ti farà onore dovunque lo presenterai. L'altro è un po' collegiale, ma parla poco o nulla, e vien dietro all'altro. Addio, carissimo Matteo. Salutami il Papà e i cugini, scusami e voglimi bene. Sono in fretta tuo affezionatissimo cugino Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A L.De Sinner (1832)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A LUIGI DE SINNER - PARIGI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 21 Giugno 1832.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio incomparabile amico. Risposi alla vostra carissima dei 26 Aprile. Ora debbo ringraziarvi dell'altra 1° Giugno, la quale mi è tanto più cara, quanto mi dà le nuove vostre un poco più distesamente che la prima. Il Sig. Pestalozzi mi aveva detto che voi eravate annoiato del <hi rend="italic">Thesarus</hi>. Comprendo bene che il vostro ingegno e la vostra dottrina possono risplendere maggiormente in opere meno vaste e più precisamente vostre. Una collocazione in Germania vi converrà forse meglio che ogni altra cosa.</p>
            <p>Quanto a me, io deploro sinceramente che l'Italia sia così arretrata in filologia, e così povera di risorse in ogni genere, da non lasciarmi quasi alcuna speranza di vedervi stabilito vicino a me. La presenza vostra sarebbe per me una felicità, veramente una felicità, siccome già è un dono del cielo l'amicizia vostra, e la bontà che voi avete per me. Le anime pari vostre sono così rare, che conosciute una volta, sarebbe impossibile non solo il dimenticarle, ma il non fare ogni sforzo per conservarsele affezionate. Voi mi dite che la nostra amicizia deve durare al di là della vita. Io non so esprimervi quanto queste parole mi consolino. Sì certo, mio prezioso amico, noi ci ameremo finchè durerà in noi la facoltà di amare. L'amor mio sarà pieno di gratitudine, il vostro avrà quel nobile compiacimento che nasce dalla coscienza di aver fatto del bene.</p>
            <p>Ho finalmente il primo fascicolo del <hi rend="italic">Thesaurus</hi>. L'opera corrisponde alla grandissima aspettazione ch'io ne aveva. Non dirò altro, se non che io augurerei a me stesso e alla scienza, che questo lavoro fosse continuato e terminato interamente su questo andare. Del resto i miei amici di qui mi sono intorno acciocch'io ne scriva un articolo ragionato per l'<title>Antologia</title> (che ora è il miglior Giornale letterario in Italia): e se la mia salute me lo permetterà una volta, Voi immaginate con quanto piacere io mi occuperò di questo argomento. Ma non so quanto io possa sperarlo.</p>
            <p>Vi prego caldamente a raccomandarmi al Sig. Bothe, e ringraziarlo della compiacenza colla quale egli impiega il suo bello stile a far conoscere i miei deboli scritti in Germania. Voi avete ragione circa la biografia dell'Ottonieri, nome supposto. Avrò molto caro l'esemplare che mi promettete dei fogli del Sig. Bothe.</p>
            <p>Io temo che il Sig. Thilo si troverà deluso nella sua espettativa circa i <foreign lang="lat">Fragmenta patrum et historicorum ecclesiasticorum</foreign>. Credo che qualche supplemento all'opera di Routh se ne potrà cavare; ma in generale egli vi troverà una quantità d'imperfezioni e di mancanze da una parte, provenienti dallo stato incompleto della libreria di mio padre, e dalla mia troppo giovane età di 16 in 17 anni; e dall'altra parte troppo poca novità relativamente alla mole del lavoro. Vi prego a comunicare al Sig. Thilo questo mio parere, insieme coi miei distinti complimenti.</p>
            <p>Voi sapete ch'io sono abbastanza imparziale nel dar giudizio de' miei scritti, e però non crederete che sia un puro effetto dell'amor proprio se vi dico che, qualunque sia l'opinione di Ast (il quale è naturale che non trovi molto soddisfacente una critica del suo lavoro), persisto a credere che le mie osservazioni platoniche contengano molto di vero, anzi siano per la più parte vere ed utili all'intelligenza di Platone; e che possano convenientemente aver luogo quasi tutte nel volume di <hi rend="italic">Miscellanea</hi>, che Voi, caro amico, mi promettete di comporre: e Voi solo lo potete.</p>
            <p>La poesia di cui vi parlò Poerio, e ch'io stava componendo appunto nel tempo ch'ebbi la fortuna di conoscervi, non è stata mai terminata, nè credo che lo sarà. Altre poesie inedite, destinate ad uscire in luce, non mi trovo avere. Ho bensì due dialoghi da essere aggiunti alle <title>Operette</title>, l'uno di <hi rend="italic">Plotino e Porfirio</hi> sopra il suicidio, l'altro <hi rend="italic">il Copernico</hi> sopra la nullità del genere umano. Di queste due prose voi siete il padrone di disporre a vostro piacere: solo bisogna ch'io abbia il tempo di farle copiare, di rivedere la copia. Esse non potrebbero facilmente pubblicarsi in Italia. - Da Roma non ho ancora che delle risposte insignificanti alle questioni da Voi propostemi: ma insisterò tanto, che otterrò pure qualche cosa di preciso. È ben vero che difficilmente si può far cosa alcuna alla Vaticana in tempo delle vacanze, che durano da Giugno a Novembre. Le Biblioteche di Roma son chiuse durante tutto questo tempo.</p>
            <p>Addio, carissimo, ottimo ed impareggiabile amico. Il cielo vi dia un viaggio prospero. Non dimenticate la promessa che mi avete fatta di scrivermi almeno di Germania, ed amate sempre il vostro caldissimo amico Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.F.Nott (1832)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIORGIO FEDERICO NOTT</hi>
               </byline>
               <date>[Firenze] Sabato, 23 Giugno 1832.</date>
            </opener>
            <p>Stimatissimo Signore Conte. Appena posso dirvi quanto sono stato dispiacente di non essere passato da voi, per sì lungo tempo, a domandare della vostra salute, e a godere della vostra conversazione.</p>
            <p>Voi sapete che sono stato occupatissimo nel terminare i miei lavori, e nel fare i preparativi per la partenza. Però non avrete saputo forse ch'io sono stato per più di due settimane gravemente ammalato, per molti giorni da non potere uscir di casa, neppure anche levarmi dal letto. Mi trovo ora grazia a Dio rimesso.</p>
            <p>Ma passiamo al principale motivo che ora mi fa scrivere. Siccome dalla mia dimora si può godere perfettamente della vista della festa che si dà stasera sul Lung'Arno, così vi prego di farmi la grazia a venire a parteciparne meco.</p>
            <p>Mi farete doppia grazia conducendo con voi l'amabile amico, con cui convivete.</p>
            <p>Non vi tedio più, nella persuasione che avrò il vero piacere di trattenermi con voi personalmente stasera. Intanto vi offro, stimatissimo Signore Conte, la mia sincera amicizia e rispetto. Sono sempre vostro aff.mo.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Paolina L. (1832)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PAOLINA LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>[Firenze] 26 Giugno [1832].</date>
            </opener>
            <p>Cara Pilla. Io <hi rend="italic">non penso più alla salute</hi>, perchè di salute e di malattia non m'importa più nulla: del resto, specialmente quanto all'applicare, sto presso a poco al solito, cangiato molto nel morale, non nel fisico. De' <hi rend="italic">miei affari</hi>, come tu dici, che dovrei scriverti? Riempierti il naso di fumo, non mi dà più l'animo, e mi fa nausea. Di arrosto, del quale ancora, nel mio stato presente, m'importerebbe poco, non posso parlarti, perchè nulla si conclude. Il 25 Luglio 1830 ha rovinata coll'Europa la letteratura per un buon secolo. Un mese e mezzo fa, io aveva ripreso un progetto formato già prima della mia partenza per Roma, di un Giornale settimanale. Prendendo a mio carico tutta la compilazione, io riceveva 50 francesconi il mese. Di questa somma (assai larga) pagando i compilatori, forse un terzo sarebbe potuto rimanermi. Di più, avrei ricevuto il terzo dell'utile netto dell'impresa, il quale si calcolava che dovesse essere molto grosso. Stesi e sottoscrissi il manifesto: fu steso il contratto in carta bollata. Il governo, per motivi che ho poi capiti, e che tu non puoi indovinare, decise nel consiglio de' Ministri di rigettare il manifesto. Non fu gran disgrazia per me, che sapevo già che la mia salute mi avrebbe lasciato andare pochissimo avanti; la mia intenzione era di far del bene ad alcuni amici avviando il Giornale; il che fatto, e fondato questo stabilimento che tutti predicevano assai lucroso, avrei lasciata ogni cosa a loro.</p>
            <p>Dì a Ruggiero che il libro da lui desiderato non si trova più vendibile; che non gli ho risposto direttamente, perchè non iscrivo senza gran fatica e danno della vista.</p>
            <p>Quanto ai Giornali di Francfort, Vieusseux trova che il prezzo di 94 paoli a Bologna, non è punto esagerato, stante la gravezza dei porti. Dice che il mezzo più economico e più sicuro, e di cui si serve egli stesso, è di scrivere all'I. R. Direzione delle poste di Verona, che ti associ dirittamente per Recanati; che per questo mezzo arrivano i fogli anche più solleciti.</p>
            <p>Addio, Pilla mia. Prega Dio per me, e voglimi bene. Bacia la mano al Papà e alla Mamma, e abbraccia Carlo e Pietruccio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di M.Antici (1832)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI MATTEO ANTICI</hi>
               </byline>
               <dateline>Recanati 26 Giugno 1832.</dateline>
            </opener>
            <p>Cugino carissimo. Quanto graditissima mi sia giunta la vostra dei 14 corrente, altrettanto dispiacentissimo io sono per trovarmi nella circostanza che la prima volta in cui veggo i vostri caratteri non posso adempiere al piacevole incarico di che m'incombensate. Fino dagli 8 dello spirante mese mi trovo qui con tutti i miei, e sarei stato ben lieto d'un qualunque ritardo, perchè così mi sarei in Roma procurato il bene di conoscere i due giovani Signori di cui mi parlate, e avrei servito un mio carissimo Cugino, benchè in cosa ben picciola. Spiacemi questo incidente di cui ne accuso il destino. Se quei due Signori si saranno diretti alla mia abitazione, avranno rilevato dal domestico la mia assenza da qualche giorno, e quindi avran detto fra loro, Oh quanto male l'abbiamo indovinata! Ma certo, se mi trovava nella Capitale, non avrei trascurato mezzi perchè fossero rimasti sodisfatti del debole presentante nella Società da me frequentata. Quantunque non abbia il piacere di conoscerli, potrete in rivedendoli dare loro ad intendere questi miei sentimenti.</p>
            <p>Godo sentire vostre buone nuove, e spero che codesto soggiorno vi sarà sempre proficuo. I nostri comuni congiunti, tutti in ottima salute, affettuosamente vi salutano. Desidero qualche vostro comando per qui o per Roma ove sarò nell'Ottobre, e spero che la fortuna vorrà essermi più propizia, onde mostrarvi co' fatti quanto di cuore io sia il vostro aff.mo Cugino.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Poco dopo la vostra partenza da Roma, in cui dopo tanti anni avemmo la sodisfazione di rivedervi, Ruggiero mio fratello vi scrisse una lettera non so per quale affare, ma ne attende ancora da voi la risposta; ed è sperabile che non sia andata smarrita, nè che quegli che fu incaricato d'impostarla non abbia ommesso di pagare la tassa dovuta sino ai confini.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1832)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 3 Luglio 1832.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio carissimo Papà. Iddio mi liberi dal sentir dispiacere delle cose che Ella con paterna bontà mi dice nella sua affettuosissima dei 12 Giugno. Io gliene rendo grazie anzi con tutto il cuore, e con la mia solita sincerità: e piacendo a Dio, non lascerò di profittare de' suoi avvisi nel modo che mi sembrerà più conveniente e più utile. Quanto alla maniera secca nella quale era concepita la mia dichiarazione, essa era di precisa necessità, perchè nessuna censura avrebbe lasciata passare una parola nè favorevole nè contraria al libro, o alle sue massime, o ad alcuna parte del medesimo, nè avrebbe permesso una minima ombra di discussione su tal proposito. Oltre che la mia relazione coll'autore del libro era di tal natura, da escludere per parte mia ogni dimostrazione sopra di esso in qualunque senso.</p>
            <p>Ora sono a parlarle di un argomento insolito, del quale se mi è molto dispiacevole il ragionare, non mi sarà dispiacevole punto che il mio discorso non abbia verun effetto. Io credo ch'Ella sia persuasa degli estremi sforzi ch'io ho fatti per sette anni affine di proccurarmi i mezzi di sussistere da me stesso. Ella sa che l'ultima distruzione della mia salute venne dalle fatiche sostenute quattro anni fa, per lo Stella, al detto fine. Ridotto a non poter più nè leggere nè scrivere nè pensare (e per più di un anno nè anche parlare), non mi perdetti di coraggio, e quantunque non potessi più fare, pur solamente col già fatto, aiutandomi gli amici, tentai di continuare a trovar qualche mezzo. E forse l'avrei trovato, parte in Italia, parte fuori, se l'infelicità straordinaria de' tempi non fosse venuta a congiurare colle altre difficoltà, ed a renderle finalmente vincitrici. La letteratura è annientata in Europa: i librai, chi fallito, chi per fallire, chi ridotto ad un solo torchio, chi costretto ad abbandonare le imprese meglio avviate. In Italia sarebbe ridicolo ora il presumere di vender nulla con onore in materie letterarie, e di proporre ai librai delle imprese nuove: da Francia, Germania, Olanda dove io aveva mandata una gran quantità di mss. filologici con fondatissime speranze di profitto, non ricevo, invece di danari, che articoli di Giornali, biografie e traduzioni. Mi trovo dunque, com'Ella può ben pensare, senza i mezzi di andare innanzi.</p>
            <p>Se mai persona desiderò la morte così sinceramente e vivamente come la desidero io da gran tempo, certamente nessuna in ciò mi fu superiore. Chiamo Iddio in testimonio della verità di queste mie parole. Egli sa quante ardentissime preghiere io gli abbia fatte (sino a far tridui e novene) per ottener questa grazia; e come ad ogni leggera speranza di pericolo vicino o lontano, mi brilli il cuore dall'allegrezza. Se la morte fosse in mia mano, chiamo di nuovo Iddio in testimonio ch'io non le avrei mai fatto questo discorso: perchè la vita <hi rend="italic">in qualunque luogo</hi> mi è abbominevole e tormentosa. Ma non piacendo ancora a Dio d'esaudirmi, io tornerei costà a finire i miei giorni, se il vivere in Recanati, soprattutto nella mia attuale impossibilità di occuparmi, non superasse le gigantesche forze ch'io ho di soffrire. Questa verità (della quale io credo persuasa per l'ultima acerba esperienza ancor Lei), mi è talmente fissa nell'animo, che malgrado del gran dolore ch'io provo stando lontano da Lei, dalla Mamma e dai fratelli, io sono invariabilmente risoluto di non tornare stabilmente costà se non morto. Io ho un estremo desiderio di riabbracciarla, e solo la mancanza de' mezzi di viaggiare ha potuto e potrà nelle stagioni propizie impedirmelo: ma tornar costà senza la materiale certezza di avere il modo di riuscirne dopo uno o due mesi, questo è ciò sopra di cui il mio partito è preso, e spero che Ella mi perdonerà se le mie forze e il mio coraggio non si estendono fino a tollerare una vita impossibile a tollerarsi.</p>
            <p>Non so se le circostanze della famiglia permetteranno a Lei di farmi un piccolo assegnamento di dodici scudi il mese. Con dodici scudi non si vive umanamente neppure in Firenze, che è la città d'Italia dove il vivere è più economico. Ma io non cerco di vivere umanamente: farò tali privazioni, che a calcolo fatto, dodici scudi mi basteranno. Meglio varrebbe la morte, ma la morte bisogna aspettarla da Dio. In caso che Ella potesse e volesse questo, non avrebbe che a porre di due in due mesi a mia disposizione la somma di 24 scudi presso qualche suo corrispondente in Roma, avvisandomi la persona; sopra la quale io trarrei di qua la detta somma per cambiale. Avrei caro che il suo ordine fosse per 24 francesconi, il che a Lei non porterebbe grande aumento di spesa, e a me farebbe gran divario, essendoci ora grandissima perdita nel cambio degli scudi romani o colonnati con francesconi. Ed Ella sa che i francesconi si spendono qui come costà i colonnati.</p>
            <p>Se le circostanze, mio caro Papà, non le consentiranno di soddisfare a questa mia domanda, la prego con ogni possibile sincerità e calore a non farsi una minima difficoltà di rigettarla. Io mi appiglierò ad un altro partito: e forse a questo avrei dovuto appigliarmi senza altrimenti annoiar Lei con questo discorso: ma come il partito ch'io dico, è tale, che stante la mia salute, non è verisimile che io in breve tempo non vi soccomba, ho temuto che Ella avesse a fare un rimprovero alla mia memoria dell'averlo abbracciato senza prima confidarmi con Lei sopra le cose che le ho esposte. Del rimanente, io da un lato provo tanto dolore nel dar noia a Lei, e dall'altro sono così lontano da ogni fine capriccioso e da ogni lieta speranza nel voler vivere fuori di costà che ho perfino desiderato, ed ancora desidererei, che mi fosse tolta la possibilità di ogni ricorso alla mia famiglia, acciocchè non potendo io mantenermi da me, e molto meno essendomi possibile il mendicare, io mi trovassi nella materiale, precisa e rigorosa necessità di morir di fame.</p>
            <p>Scusi, mio caro Papà, questo malinconico discorso che mi è convenuto tenerle per la prima e l'ultima volta della mia vita. Si accerti della mia estremissima indifferenza circa il mio avvenire su questa terra, e se la mia domanda le riesce eccessiva, o importuna, o non conveniente, non ne faccia alcun caso.</p>
            <p>In ogni modo, se Dio vorrà ch'io viva ancora, io non cesserò di adoperarmi, come per lo passato, con tutte le mie forze, per proccurarmi il modo di vivere senza incomodo della casa, e per far cessare le somministrazioni che ora le chiedo.</p>
            <p>Mi benedica, mio caro Papà, e preghi Dio per me, che le bacio la mano con tutto il cuore. Mille saluti cordiali al Zio Carlo e ai cugini. Nuovamente le chiedo scusa della malinconia con la quale per necessità, e contro ogni mia voglia ed abitudine, sono venuto questa volta ad importunarla. Il suo affettuosissimo figlio Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 lang="fra" n="Di L.De Sinner (1832)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI LUIGI DE SINNER</hi>
               </byline>
               <dateline>Paris, ce 7 Juillet 1832.</dateline>
            </opener>
            <p>Mon excellent et précieux ami. C'est à deux des vos chères lettres, que je réponds à la fois. Recevez mes plus sincères remerciements de la ponctualité que vous mettez à répondre à mes griffonages. Sachant quel est l'état de votre santé, je n'en apprécie que plus sincèrement votre sincère amitié.</p>
            <p>Vous avez fait un accueil très flatteur à Monsieur Pestalozzi qui a été enchanté de votre connaissance. Je vous en suis bien reconnaissant.</p>
            <p>L'espoir que vous me donnez de faire pour l'<title>Antologia</title> une critique raisonnée de notre <hi rend="italic">Thesaurus</hi>, m'a enchanté. Cependant comme je conçois que d'ici à longtemps peut-être votre santé malheureusement ne vous permettra pas de faire cette critique, j'ai pensé vous faciliter les moyens et je vous envoie deux morceaux différents. L'imprimé que je vous ai envoyé sous bande ce matin, est le Mémoire sur le <hi rend="italic">Thesaurus</hi> de mon ami Berger. Ce mémoire infiniment trop flatteur pour moi, m'a fait recevoir membre correspondant de l'Académie de Rouen. Vous y trouverez un exposé vrai de l'histoire du <hi rend="italic">Thesaurus</hi> de Didot. - Puis l'article de Monsieur Longueville s'est retrouvé dans les papiers de Didot; je vous l'envoie. Ici on n'a pas pu le faire imprimer dans aucun journal parce qu'il y a 4 mots grecs.</p>
            <p>A présent vous pouvez faire de deux choses l'une. Ou bien vous ferez traduire en italien l'article de Longueville tel quel, en y mettant une initiale quelconque. Ou bien, ce que je désirerais bien plus, vous vous servirez et de Longueville et de Berger comme de matériaux, et vous ferez un article tout neuf. Quel que soit le parti que vous preniez, e vous en conjure, envoyez-moi, sous bande, votre imprimé. Je dois vous observer aussi qu'un article de vous même sera suivi de l'envoi d'un exemplaire <foreign lang="lat">gratis</foreign> des livraisons suivantes. Vous n'auriez pour cela qu'à annoncer en peu de mots la publication des livraisons à fur et mesure qu'elles vous arriveront. - Le mieux eût été si vous aviez pu faire une critique de votre propre fond. Vous sentez bien que pour nous tous <foreign lang="grc">στεφανοῦργοι</foreign> il eût été très important "laudari a laudato viro", et d'un homme tel que vous. Vous auriez loué, car malgré toutes ses imperfections ce <hi rend="italic">Thesaurus</hi> est le plus beau monument qu'on ait jamais élevé à la philologie grecque. Vous auriez pu blamer tout à votre aise; car d'un homme comme vous les avis ne peuvent être qu'utiles. Mais, comme vous me le dites vous même, vous ne prevoyez pas quand vous pourrez espérer assez de santé pour cela. En attendant donc, faites ce qui vous donnera le moins de peine.</p>
            <p>Mon voyage en Allemagne est retardé jusqu'à la première quinzaine du mois d'Août prochain, et cela par une singulière raison. Il a plu à Messieurs Cousin et Guigniaut de m'appeler à suppléer le Professeur de Littérature grecque à l'École Normale d'ici jusqu'aux vacances. Moi, fatigué que j'étais du <hi rend="italic">Thesaurus</hi> et de la vie à Paris en général, j'avais tourné mes yeux vers l'Allemagne; vous savez toutes les démarches que j'ai faites pour arriver au delà du Rhin. Vendredi, le 15 Juin dernier, Cousin me dit brusquement d'aller voir Guigniaut, Directeur de l'École. J'y fus. Il me proposa la suppléance. J'acceptai, et je commençai mon cours le 19 Juin. J'ai pour élèves 10 jeunes gens de 20 à 22 ans, très zélés, instruits et qui prennent un très vif intérêt à mon enseignement. J'explique les <hi rend="italic">Pythiques</hi> de Pindare. Mais, mon excellent ami, ne me félicitez pas encore. Je ne suis suppléant que jusqu'aux vacances. Et si après le professeur se retire, qui me dit que la cabale ne parviendra pas à me mettre à la porte? La place en elle même n'est pas belle quant aux honoraires, qui sont de 2500 francs par an. Mais elle est honorable et importante par l'influence que je pourrai avoir sur l'avenir de la philologie en France, vu que tous les jeunes professeurs futurs me passeraient par les mains. Si donc ma suppléance se changeait en place de professeur titulaire, je pourrais me résoudre à rester en France et à devenir Français tout-à-fait. Mieux vaudrait sans doute être Français que Cosmopolite, car quant à être Suisse, je n'y vois plus ni honneur ni agrément. Mes compatriotes vont assurément suivre la même triste route que les Belges. - J'ai passé le 4 dernières années dans l'incertitude et dans le doute au sujet de mon avenir. Eh bien à présent que j'entrevois la possibilité de me fixer en France, j'hésite plus que jamais. J'aime à me bercer d'illusions. Ainsi quand Monsieur de Mourawieff voulait m'appeler auprès de son fils, j'aurais voulu pouvoir me rendre à ses voeux. Il est vrai que ce qui m'entrainait c'était la perspective de vivre auprès de vous. Aujourd'hui je crois qu'il est de mon devoir de ne rien négliger et de continuer même mes démarches en Allemagne. Peut-être cela me servira-t-il pour arriver plus sûrement ici. Mais en voilà assez et trop même sur ma pauvre personne. Parlons de vous, mon meilleur ami.</p>
            <p>L'offre gracieuse que vous me faites de me communiquer vos 2 <hi rend="italic">prose</hi> inédites me ravit, et je l'accepte de gran coeur. Certes je saurai en tirer un bon parti pour votre réputation. Artaud fait sur vous un bel article que je vous enverrai. Pour ces deux morceaux inédits, je les ferai publier et en allemand et en français et aussi en italien. Je regrette seulement que je n'aie plus qu'un mois devant moi avant mon départ pour l'Allemagne; tâchez de me répondre de suite quelques lignes d'ici jusque là; vous me direz quand vous pourrez m'envoyer vos 2 <hi rend="italic">prose</hi>, et je vous dirai soit où vous pourrez me les adresser sûrement en Allemagne, soit à qui vous les enverrez à Paris pendant mon absence.</p>
            <p>Je conçois que l'article de Notter dans le <hi rend="italic">Hesperus</hi> vous ait blessé. J'ai été moi même si fâché de cette inconvenance, que je ne vous l'aurais pas du tout envoyé, si je n'avais pensé vous faire plaisir en vous faisant voir que vous étiez germanisé. Le Manuscrit de M. Henschel a été cruellement interpolé. Henschel vous présentait comme le résultat de l'état actuel de l'Italie, comme le type national d'une poésie qui née dans la Péninsule ne pouvait être que mélancolique. Notter a fait main basse sur toute cette partie du manuscrit. Depuis, votre lettre du 24 Mai nous a fait comprendre plus clairement le problème de votre développement poétique. Aussi, soyez-en sûr, votre passage français sera bien employé ou par Artaud, ou par Bothe.</p>
            <p>Je vous enverrai le livre de Bothe le plus tôt que je le pourrai. Il me trouve en retard avec lui, parce que je lui ai promis quelques souvenirs de voyage. Mais l'École Normale m'est tombée comme des nues, et puis toujours le <hi rend="italic">Thesaurus</hi>. Il me faut infiniment de savoir faire pour mener le 2 choses de front.</p>
            <p>Quant aux nouvelles philologiques qui vous concernent, je n'ai rien de nouveau à vous apprendre. M. Walz a reçu plusieurs de vos conjectures dans le rhéteur <hi rend="italic">Sévérus</hi>. Quant à vos <hi rend="italic">Platonica</hi>, j'en pense tout comme vous. Aussi me suis-je mordu les doigts de les avoir communiqués à Ast. Pour le moment, puisque la bêtise est faite, il nous faut attendre le nouveau volume de son <hi rend="italic">Platon</hi>, pour voir quel parti Ast aura tiré de vos observations. Pour Monsieur Thilo, il ne m'a pas encore répondu à ma dernière lettre du 24 Mai. Probablement parce que cet excellent ami me cherche un emploi en Prusse. Je lui porterai moi-même vos Manuscrits en lui répétant bien votre <hi rend="italic">cautela</hi>.</p>
            <p>Savez-vous quelque chose sur Monsieur de Mourawieff? Le 1er Mai il doit avoir quitté Florence et dès ce jour je n'ai plus eu un mot de ses nouvelles. Vieusseux doit vous dire quelque chose?</p>
            <p>Tâchez donc, s'il vous plait, d'engager Rosini à m'envoyer sous bande son <hi rend="italic">Torquato Tasso</hi>; j'en suis extrêmement curieux.</p>
            <p>Vos <title>Canti</title> sont donc completement épuisés? Il en est arrivé à Fayolle 2 exemplaires, au prix énorme de 5 francs l'exemplaire. Si l'édition en est épuisée en Italie, que diriez-vous si je tâchais de les réimprimer en italien soit en France, soit en Allemagne?</p>
            <p>Dites-moi aussi pourquoi vous cachetez vos lettres avec de la cire noire? Auriez-vous éprouvé une perte douloureuse?</p>
            <p>Enfin, mon meilleur ami, vous voyez par ce long grimoire aussi bien que par les lettres précédentes que j'ai pour vous être utile la meilleure volonté, mais, chétif mouche de cocher que je suis, je n'ai pas les reins assez forts pour mener à bon port une affaire quelconque. J'espère beaucoup de mon voyage en Allemagne, et puis du loisir que je compte avoir avec le <hi rend="italic">Thesaurus</hi>.</p>
            <p>Répondez-moi au plus tôt et sachez bien que je suis non seulement fier mais heureux, infiniment heureux, d'être à tout jamais votre tout dévoué ami.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Henschel se propose de faire quelque chose en allemand de vos <hi rend="italic">Errori</hi>. Envoyez-moi donc, s'il vous plait, vos suppléments.</p>
         </div1>
         <div1 n="A L.Biondi (1832)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A LUIGI BIONDI - TORINO.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 10 Luglio 1832.</dateline>
            </opener>
            <p>Chiarissimo e pregiatissimo signor Marchese. Ho ricevuto dall'Abate Zannoni l'esemplare delle <title>Georgiche</title> volgarizzate del quale V.S. mi ha voluto onorare. Tutti quei pochi qui che ancora conservano qualche gusto di lettere e di studi ameni, parlano di questo suo lavoro con significazioni di stima straordinaria, notandone particolarmente molti pregi, e tra gli altri quel che è principalissimo in tali scritti, la maestria dello stile. Io per me credo che la letteratura nostra abbia pochi volgarizzamenti da paragonare a questo; e se il secolo non è totalmente dimentico di ogni bellezza, sono certo che quest'opera accrescerà ancora non mediocremente la fama già tanto cresciuta di V.S.</p>
            <p>Pare che la sorte m'invidii la sua conoscenza personale, poichè già più d'una volta mi è accaduto di arrivare in qualche luogo pochi giorni innanzi o dopo la sua partenza di là: come qui in Firenze alcuni anni addietro, ed ultimamente in Roma, donde Ella partì per Torino pochissimi giorni dopo ch'io fui arrivato con isperanza oramai certissima di vederla. Ciò non torrà, io spero, che Ella ancor da lontano non voglia concedermi, se me ne crede degno, la sua amicizia; come certamente non toglie che io non sia e non mi professi gratissimo alla sua gentilezza e bontà, e desiderosissimo di mostrarle la mia gratitudine con effetto, e servirla in ogni cosa ch'io possa. Mi adoperi, se mi crede buono, e non si dimentichi del suo devotissimo obbligatissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Vieusseux (1832)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIAMPIETRO VIEUSSEUX - FIRENZE.</hi>
               </salute>
               <dateline>Domenica 15 Luglio 1832.</dateline>
            </opener>
            <p>Vi prego, caro Vieusseux, a rinnovarmi il favore fattomi altre volte. Ranieri ha da esigere in Roma la somma di 50 colonnati mediante cambiale a un mese data, sopra R. Gozzani, persona assai conosciuta fratello del Vice-principe. Desidera essere accreditato per questa tratta presso il vostro banchiere. Favoritelo di ciò, ve ne prego, e vi resto garante della soddisfazione. Ranieri sarà da voi domattina. Addio di tutto cuore. Il vostro Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1832)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 24 Luglio 1832.</dateline>
            </opener>
            <p>Caro Papà. Le scrissi il 3 dello spirante un gran letterone. Non avendo risposta, sto in molta pena, prima perchè mi rincrescerebbe di avere a rifare quella fatica, per me enorme; poi perchè la cosa di cui le parlavo, è urgentissima. Non è possibile che Ella non voglia rispondermi, e d'altronde è una grandissima fatalità che sempre si perdano le lettere che più mi costano e che più importano. La prego a volermi trar subito di questa incertezza perchè l'urgenza, torno a dire, è grandissima. Basterà una riga che mi annunzi che debbo tornare a scrivere. Le bacio la mano con tutto il cuore, e chiedo la sua benedizione.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di R.Gozani (1832)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI RAIMONDO GOZANI</hi>
               </byline>
               <dateline>Frascati 30 Luglio 1832.</dateline>
            </opener>
            <p>C.mo Leopardi. Ricevei soltanto jeri una lettera di Tonino del 19 corrente. Rilevai dalla medesima ch'egli non aveva ancora avuto la risposta che io mi affrettai di dare ad una sua precedente. Siccome egli l'attende sotto la direzione di Maria Signorini, ed io gli ho scritto col suo indirizzo, mi farete un sommo piacere di ritirare la mia lettera dalla posta, e spedirgliela a Bologna ove suppongo che già trovisi a quest'ora. Vi sarò pure obbligato, se scrivendogli gli direte che quella cambiale tratta sopra di me è già stata denunziata ed accettata.</p>
            <p>Conservatevi ed abbiatemi sempre pel vostro aff.mo Servo ed Amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Melchiorri (1832)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIUSEPPE MELCHIORRI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 31 Luglio 1832.</dateline>
            </opener>
            <p>Caro Peppino. Io debbo aver qui alla fine di Settembre 70 colonnati. Avrei bisogno di questa somma più presto, e non vorrei chiederla in anticipazione a nessuno: perciò mi servirei, come s'usa, di questo mezzo. Se tu me lo permetti, io trarrei qui sopra di te a Roma la detta somma, a 30 o 40 giorni data. Consegnando qui la cambiale a un banchiere, ne riceverei subito il contante. Tu accetteresti la cambiale, e all'epoca della scadenza ne trarresti un'altra sopra di me per egual somma, a 30 o 40 giorni data: e consegnandola costì ad un banchiere di tua conoscenza, ne riceveresti il danaro, col quale, senza sborsare un quattrino di tuo, soddisfaresti la prima cambiale. Io accetterei subito la seconda, e pagherei alla scadenza. Dimmi, ti prego, appena avuta la presente, se vuoi farmi questo piacere. In tal caso, io ti darò avviso con altra lettera quando trarrò la cambiale. Se poi (che non credo) per mancanza di relazioni con banchieri o commercianti costì, tu credessi difficile di negoziare la cambiale che tu trarresti sopra di me, sempre mi faresti favore accettando la mia tratta (la quale io negozierei qui <hi rend="italic">senza alcuna difficoltà</hi>); e <hi rend="italic">prima della scadenza</hi> io ti farei pervenire costà i fondi, coi quali, senz'altro incomodo, soddisfaresti la cambiale. Rispondimi a posta corrente, ti prego, e scusa tanti miei fastidii. Addio, addio. Salutami la Tuta e i bambini.</p>
         </div1>
         <div1 n="A L.De Sinner (1832)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A LUIGI DE SINNER - PARIGI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 31 Luglio 1832.</dateline>
            </opener>
            <p>Avendo ricevuta l'amatissima vostra dei 7, sono stato da Vieusseux per risolver con lui di ciò che meglio convenisse fare circa l'annunziare il <hi rend="italic">Thesaurus</hi> nell'<title>Antologia</title>. Una mera traduzione dell'articolo francese non è secondo l'uso di questo Giornale. Una semplice compilazione di notizie tratte parte da quell'articolo e parte dalla Memoria di M. Berger, pare a Vieusseux una cosa ancor troppo leggera, e da non fare onore all'<title>Antologia</title>. Non potendo io per ora occuparmi di un articolo originale in tal proposito, Vieusseux si è risoluto di cercare altra persona, ed abbiamo gettato gli occhi sopra il Dottor Ambrosoli di Milano, principale compilatore della <hi rend="italic">Biblioteca Italiana</hi>, il quale si era già offerto di lavorare anche per l'<title>Antologia</title>. È uomo abbastanza dotto, e di molto ingegno e buon gusto. Vieusseux gli scriverà al detto effetto, e se egli manderà un articolo, vi prometto ch'io avrò ogni cura perchè questo riesca tale da soddisfarvi, almeno in quanto appartiene al giudizio che si porterà dell'opera. E questo farò medesimamente nel caso che l'articolo sia scritto da qualcun altro; poichè in ogni modo certamente sarà dato conto della vostra opera nell'Antologia: e vi manderò l'articolo stampato.</p>
            <p>Avrei ben caro che la vostra destinazione provvisoria e passeggera si convertisse in qualche cosa di solido e di durevole costì in Parigi. Un impiego in Germania vi allontanerebbe sempre più da me, e renderebbe più difficili e rare le comunicazioni tra noi: perciò non ardisco desiderare che gli Alemanni arrivino a possedervi.</p>
            <p>Dubito che le mie due prose inedite abbiano un interesse sufficiente per comparir separate dal corpo delle <title>Operette morali</title> al quale erano destinate. Di ciò giudicherete Voi. Io le fo copiare. Quanto al tempo in cui potrò spedirvele, c'intenderemo in seguito, poichè ciò dipende dalla mia salute, essendo necessario che io medesimo riveda esattamente la copia.</p>
            <p>Manderò ancora i supplementi agli <title>Errori popolari</title> quando saranno copiati.</p>
            <p>Quanto ai <title>Canti</title>, le poche copie che ne restano ancora vendibili in Italia non saranno mai certamente spedite nè in Francia nè in Germania. Se il farne una nuova edizione vi pare che vaglia il pregio, comprendete bene ch'io non ho nulla che opporre. In tal caso, vi raccomanderei l'ultimo esemplare speditovi, nel quale sono corretti a mano parecchi errori di stampa.</p>
            <p>Di M. de Mourawieff non ho potuto raccorre altre notizie, se non che egli, colla sua famiglia, è ancora a Napoli, dove pare che si fermerà. Vieusseux non ne ha nuove.</p>
            <p>Il suggellar con cera nera, è stato un puro caso, ed io vi ringrazio della vostra amorevole domanda in tal proposito.</p>
            <p>Addio, carissimo amico. Fate dunque un buono e lieto viaggio, e portate con Voi, se è possibile, la memoria del vostro Leopardi. Da Roma non ho ancora risposta circa le questioni che Voi sapete. È incredibile la pigrizia e la nullità di quella gente. Addio: amatemi sempre, e scrivetemi. Vostro cordialissimo amico Leopardi.</p>
            <p>Vi mando sotto fascia un esemplare del <hi rend="italic">T. Tasso</hi> di Rosini.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1832)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 14 Agosto 1832.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio Caro Papà. Prevalendomi del permesso da Lei datomi nella carissima sua dei 4, ho tratto oggi una cambialina di 24 francesconi a 20 giorni data sopra il sig. Luigi Giambene segretario generale delle poste pontificie il quale mi farà il piacere di accettarla, ed al quale ho acclusa una letterina a lei diretta (per esserle da lui spedita), dove la prego di fargli pervenire quella somma prima della scadenza. Varrà quella somma, se così le piace per le mesate di Agosto e Settembre. Io ho già esatto qui, com'Ella intende, il danaro dal banchiere a cui ho consegnata la cambialina.</p>
            <p>Godo di sentire ch'Ella sia così occupata, come mi scrive, poichè questa occupazione mi è annunzio di suoi nuovi lavori. Ha Ella mai veduta la ristampa dei Dialoghi fatta in Toscana? Io vidi, al suo passaggio da Firenze, il famoso abate La Mennais, abilissimo parlatore.</p>
            <p>Del permesso ch'Ella mi ha dato, e della bontà e cordialità che sempre mi dimostra, io le rendo quelle sterili grazie che posso, ma prego caldamente Iddio che gliene renda abbondante e solido frutto. Le bacio la mano con tutta l'anima. Il suo gratissimo figlio Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="A F.Targioni Tozzetti (1832)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A FANNY TARGIONI TOZZETTI - LIVORNO.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 16 Agosto [1832].</dateline>
            </opener>
            <p>Cara Fanny. Vi scrivo dunque, benchè siate prossima a tornare; non più per dimandarvi le vostre nuove, ma per ringraziarvi della gentile vostra di lunedì. Che abbiate gradito il mio desiderio di sentire della vostra salute, è conseguenza della vostra bontà. Mi avete rallegrato molto dicendomi che state bene, e che i bagni vi giovano, e così alle bambine, io ne stava un poco in pensiero, perchè i bagni di mare non mi paiono senza qualche pericolo.</p>
            <p>Ranieri è sempre a Bologna, e sempre occupato in quel suo amore, che lo fa per più lati infelice. E pure certamente l'amore e la morte sono le sole cose belle che ha il mondo, e le sole solissime degne di essere desiderate. Pensiamo, se l'amore fa l'uomo infelice, che faranno le altre cose che non sono nè belle nè degne dell'uomo. Ranieri da Bologna mi aveva chiesto più volte le vostre nuove: gli spedii la vostra letterina subito ierlaltro.</p>
            <p>Addio, bella e graziosa Fanny. Appena ardisco pregarvi di comandarmi, sapendo che non posso nulla. Ma se, come si dice, il desiderio e la volontà danno valore, potete stimarmi attissimo ad ubbidirvi. Ricordatemi alle bambine, e credetemi sempre vostro Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di R.Gozani (1832)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI RAIMONDO GOZANI</hi>
               </byline>
               <dateline>Roma 17 Agosto [1832].</dateline>
            </opener>
            <p>Carissimo Leopardi. Non sapendo se Tonino sia tornato in Firenze, non sapendo se debba scrivergli sotto il suo nome, o sotto quello di Maria Signorini, per non moltiplicare le lettere mi prendo la libertà di mandare sotto la vostra coperta la qui acclusa. In grazia dell'amico comune perdonatemi questo secondo incomodo. Una lettera di Tonino mi fa sperare che riavrò il piacere di abbracciarvi. Possa questa cosa verificarsi! Intanto credetemi senza riserve il vostro aff.mo servo ed amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1832)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>[Parma] 21 Agosto [1832].</date>
            </opener>
            <p>Giacomino mio. La tua ultima fu dei 14 Giugno. Or dunque dammi un poco di tue nuove. Come stai? che fai? che nuove di Carlo e di Paolina? Salutameli moltissimo.</p>
            <p>Sei ancora in quell'<hi rend="italic">abborrimento</hi>, in <hi rend="italic">quella nausea</hi> di libri e di studi? So benissimo, tutte vanità: ma di che vuoi occuparti? con che consolarti? Quando vedi Vieusseux salutamelo molto. Mille saluti alla buona Lenzoni, alla quale scrissi il dì 11. Come sta Enrico? Ti salutano i Tommasini e Maestri. Non voglio più lungamente scriverti per non seccarti: ma sai bene che l'affetto mio per te non è da esprimere nè da misurar con parole. Addio, t'abbraccio con tutto il cuore.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di L.Ciampolini (1832)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI LUIGI CIAMPOLINI</hi>
               </byline>
               <date>[Firenze] 24 Agosto 1832.</date>
            </opener>
            <p>Caro Leopardi. L'Ajazzi ed io ti preghiamo a osservare se il presente manoscritto è difettoso o no, e a fare un piccolo indice delle opere in esso contenute. Addio a domani a sera.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di L.Biondi (1832)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI LUIGI BIONDI</hi>
               </byline>
               <dateline>Torino 30 Agosto 1832.</dateline>
            </opener>
            <p>Chiarissimo Signore. Sarei poco sincero se non confessassi che le lodi dalla S.V. chiarissima date al mio libro mi hanno toccato l'anima: perocchè, quantunque la mia mente non voglia mai esaltarsi per lodi, pure non poteva non essere commossa da quelle che le vennero da tanta dottrina, quanta, per una specie di miracolo, si trova riunita nella S.V., meritamente celebrata come sostegno de' cadenti studi italiani. Nè io per altre ragioni posi il mio ingegno a quel volgarizzamento, se non per mostrare, così come io scarsamente poteva, alla gioventù nostra (ormai resa in gran parte straniera alla materna lingua del Lazio) quali siano le vere bellezze; bellezze riconosciute per tali da tutti gli uomini in tutti i secoli; bellezze che sono in diritta opposizione collo strano modo di comporre libri ne' giorni nostri. Ma più che io non potrò fare con quella imperfetta copia, farà Ella cogli scritti suoi, aurei tutti, e pieni dell'antica sapienza.</p>
            <p>Questa mia le verrà dal giovine abate Baruffi, che non è della turba de' traviati. Egli ha buon ingegno, e si diletta nello studio de' classici. E perciò è giusto il desiderio che lo muove inverso lei, ed io a lei inviandolo, ne lo appago.</p>
            <p>In autunno passerò per costà, e satisfarò pur io al desiderio immenso che ho di vederla e di abbracciarla. Intanto mi tenga per suo dev.mo aff.mo servo ed ammiratore.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Paolina L. (1832)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PAOLINA LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 31 Agosto 1832.</dateline>
            </opener>
            <p>Pilla mia. In questi due mesi di silenzio che tu dici, io ho scritto almeno due volte: se non hai le lettere, non so che dire: anche a me il tuo silenzio incominciava a parere un po' lungo: la tua ultima senza data, mi era giunta ai 10 di Luglio. Ancora qui abbiamo avuto il caldo preciso di 29 gradi, eccetto forse qualche giorno di Luglio, che credo che passasse il 30. Io ne ho sofferto molta debolezza e mal essere, poichè tutta la mia salute e il mio vigore dipende dalla moderazione della temperatura, la quale mancando, sto sempre male. Gli occhi soprattutto hanno patito più del solito. Nuove non ho da darti, se non che ho riveduto qui il tuo Stendhal, che è console di Francia, come saprai, a Civitavecchia, e l'altra sera parlai colla commissione medica mandata da Roma a complimentare il cholèra a Parigi, la quale ci promette la venuta del morbo in Italia: predizione di cui ridono i medici di qui, perchè non ci credono: ed io rido con chi crede e con chi non crede. Addio, Pilla mia. Bacio la mano al Papà e alla Mamma, e abbraccio Carlo e Pietruccio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.P.Vieusseux (1832)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIAN PIETRO VIEUSSEUX</hi>
               </byline>
               <date>[s.d. ma Firenze, forse dopo l'Agosto 1832].</date>
            </opener>
            <p>A. C. Tenetevi pure gl'<title>Inni</title> del Mamiani per leggerli, ma non pensate altrimenti a far l'articolo. Mi rammento ora che il Montanari mi scrisse pregandomi di lasciarglielo fare. Quando vorrete poi vi manderò il <hi rend="italic">Museo Borbonico</hi>. Frattanto eccovi altri libri.</p>
         </div1>
         <div1 n="A P.Giordani (1832)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PIETRO GIORDANI - PARMA.</hi>
               </salute>
               <date>[Firenze] 6 Settembre [1832].</date>
            </opener>
            <p>Ti ringrazio cento e cento volte della tua de' 21 di Agosto. Carlo e Paolina ti rammentano sempre e ti si raccomandano. Il povero, come altri dice, o, come dico io, il felicissimo Enrico terminò il dì 26 del passato la sua corta via. Studiare, bere, fumare e usar con donne l'hanno prestamente consumato, e ridotto a perire dopo due mesi di malattia non penosa. Savissimo nella pratica, e fortunatissimo fra mille giovani! Non parlerò mai della sua sorte senza un'infinita invidia: se bene sono certissimo che, avvedutosi della morte vicina, egli volentieri avrebbe cangiato il suo stato col mio: tale essendo la pietosa dispensazione della Provvidenza, che i veri e massimi beni non toccano se non a quelli che li credono mali e gli abborrono. Non è impossibile che fra pochi giorni io parta di qua per Napoli. Ma ti prego a tener questa cosa secreta, massime se scrivi Firenze. Pochissimo preme ad ognuno de' fatti miei, ma non tanto poco, che a me non piaccia meno di parteciparli agli altri. Salutami carissimamente i Tommasini e i Maestri e ricordami anche al Toschi. Tu ben sai che se mi scrivessi lungamente, mi daresti un immenso diletto, e non mi <hi rend="italic">seccheresti</hi>, come ti piace di dire: ma ragionevolmente non hai di che scrivermi. Amami, come devi, se il riamare è ufficio degli animi ben nati. Io penso a te sempre, e ti adoro come il maggiore spirito ch'io conosca, e come il più caro ch'io abbia. Addio addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1832)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 13 Settembre 1832.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Papà. Ai 14 di Agosto io, a tenore della sua carissima dei 4, trassi di qua una cambialina a 20 giorni data, per 24 francesconi, sopra il sig. L. Giambene a Roma, all'ordine di questo banchiere Wolf e C., dal quale, com'Ella intende, nel medesimo giorno ricevetti il contante. Di ciò le diedi avviso da Roma per mezzo del Giambene, e direttamente di qua, pregandola a far pervenire il danaro <hi rend="italic">prima della scadenza</hi> al detto Giambene, Segretario generale delle poste pontificie. Non ho notizia ch'egli abbia ricevuto il danaro, ma non ne dubito punto: Ella bene intende che in ciò è interessato seriamente il mio onore, trattandosi di cambiale. Dovetti pregare il Giambene, non avendo io altri a cui dirigermi con sicurezza in Roma, e non avendomi Ella indicato un suo corrispondente colà, sopra cui dovessi trarre. Io non vedo altro mezzo di aver danaro dalla Marca in Toscana, se non le cambiali. Ma, come la pregai nella prima mia, così la prego ora, che Ella medesima voglia indicarmi un suo corrispondente qualunque, sopra il quale io possa ogni due mesi trarre una cambialina di 24 francesconi, la quale da questo corrispondente, <hi rend="italic">autorizzato da Lei in prevenzione</hi>, sarebbe accettata, e pagata poi alla scadenza col danaro che Ella gli farebbe giungere. Questo corrispondente può essere ogni sorta di persona, ed in qualunque luogo a lei piaccia; può essere p. es. il suo avvocato o curiale in Roma; può essere un suo conoscente in Pesaro, Ancona, Bologna ecc.; può in somma e deve essere quella persona alla quale le sia più facile e più comodo di far giungere in mano 24 francesconi ogni due mesi. Potrei anche trarre <hi rend="italic">sopra Lei stessa a Recanati</hi>, se così le piacesse; benchè ciò sia più difficile, non trovandosi ad esitare una cambiale per costà.</p>
            <p>Mi duole assai di annoiarla, sapendo quanto Ella è occupata. Ma basterà una sua riga sola prima della fine di Settembre, nella quale Ella abbia la bontà di chiarirmi sopra questo particolare. Altrimenti io sarei sempre obbligato a raccomandarmi a questo e a quello, che non autorizzato da Lei, per favore, accettasse una mia cambiale, sopra il semplice appoggio di un mio biglietto diretto a Lei; e forse non sempre troverei chi mi compiacesse.</p>
            <p>Le bacio la mano, e con tutto il cuore la prego a benedire il suo Giacomo.</p>
            <p>Ora appunto ricevo avviso dal Giambene che nulla gli è pervenuto da Recanati fino al dì 11 in cui egli scrive. Io sudo freddo, e gli scrivo subito di rivalersi sopra di me, con cambiale, ch'io accetterò immediatamente, e non avrò poi come pagare. Se le è caro il mio onore, la supplico a far giungere <hi rend="italic">senza verun indugio</hi> al Giambene i 24 francesconi ch'io trassi, per avermi Ella detto che sarebbero <hi rend="italic">subito pagati</hi>. Nell'avvenire, se questo mezzo delle cambiali, dove è troppo fieramente compromesso l'onore delle persone, le piacesse poco, Ella me ne suggerisca uno più a proposito.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.P.Vieusseux (1832)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIAN PIETRO VIEUSSEUX</hi>
               </byline>
               <date>[Firenze] Domenica 30 Settembre 1832.</date>
            </opener>
            <p>Carissimo Leopardi. Io sono stato a Livorno, ed ora parto (oggi alle due) col M.se Capponi per la valle Tiberina. Sarò assente tutta la settimana. Io sperava sempre di vedervi comparire una di queste sere, ed il non avervi veduto mi fa stare in qualche pensiero. Disgraziatamente per me non ho un momento disponibile prima della mia partenza. Di grazia fatemi trovare le vostre nuove al mio ritorno. Il Conte Papadopulo mi scrive, e mi domanda di voi: egli si lagna del vostro silenzio.</p>
            <p>Caro Leopardi; vi abbraccio di cuore.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Domani verrà pubblicata l'<title>Antologia</title>.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Aiazzi (1832)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIUSEPPE AIAZZI</hi>
               </byline>
               <date>[Firenze] 2 Ottobre 1832.</date>
            </opener>
            <p>Sig. Conte gentilissimo. L'amico Ciampolini mi disse che Ella si sarebbe disfatto d'una copia delle <title>Georgiche</title> di Virgilio tradotte dal Biondi; perciò avendo trovato da esitargliela, ed anzi essendo corso in impegno di darla, la pregherei di consegnarla al latore del presente, dicendomi per questo mezzo il prezzo che ne vuole, chè domani glielo rimetterò. Mi creda in fretta, ma però rispettosamente, Suo dev.mo Servitore.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Ranieri (1832)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO RANIERI.</hi>
               </salute>
               <date>[Firenze 2 Ottobre 1832].</date>
            </opener>
            <p>Anima mia. Scrivo dal letto e perciò breve. Sono assai debole, ma mi sento molto meglio. Ti ho una compassione, immensa, che non mi lascia pace. Povero Ranieri mio, ti stringo al core senza fine. Vorrei dieci volte soffrir io quello che tu soffri, in luogo tuo. Ti rendo un milione di baci.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1832)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>[Firenze] 8 Ottobre [1832].</date>
            </opener>
            <p>Caro Papà mio. Mi levo in questo momento dopo dodici giorni di letto, con 7 o 8 febbri cagionate da un reuma di petto, ch'è il terzo che ho in 10 mesi. Sono proprio <hi rend="italic">abîmé</hi> di debolezza, e costretto, con mio dolore, ad esser brevissimo. Del resto vo sempre, benchè lentamente, migliorando. Io ho sempre sentito da molti già nominare e lodare il suo <hi rend="italic">Buonafede</hi>, ma non mai visto ancora, non che ricevuto, quantunque lo desideri molto. Le bacio con tutto il cuore la mano. Suo amorosissimo figlio Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1832)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 13 Ottobre 1832.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Papà. Non posso esprimerle la gratitudine che m'ispirano le sue due ultime, sebbene da esse non conosca nulla di nuovo, conoscendo il suo cuore. La ringrazio affettuosamente molte e molte volte, e l'assicuro della mia tenera riconoscenza. Scriverò alla Mamma subito che potrò. Ora sono troppo debole, e appena scrivo queste due righe, pregandola di far le mie scuse colla marchesa se le accludo questa così seccamente senza nulla aggiungere. La malattia mi ha fatta una forte impressione, perchè mi ha trovato straordinariamente estenuato dal caldo. Vengo risorgendo, ma molto adagio. Mi benedica, caro Papà mio, e mi creda sempre suo affettuosissimo e riconoscentissimo figlio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di L.Ciampolini (1832)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI LUIGI CIAMPOLINI</hi>
               </byline>
               <date>[Firenze] sabato 13 Ottobre 1832.</date>
            </opener>
            <p>Carissimo Leopardi. Avrai saputo dalla tua donna che sono stato incomodato, e che solo sono uscito ieri mattina. Voleva visitarti, ma l'ora era incongrua. Lo stesso m'avviene quest'oggi. Se potrò scappare un momento da te di bel nuovo quest'oggi, lo farò volentieri; ma non son certo se avrò questo piacere, partendo dopo pranzo. Io vado da Puccini. Se credi che io possa giovarti, scrivimi. Intanto mi congratulo teco di saperti meglio de' tuoi incomodi, i quali presto svaniranno con la convalescenza. Addio, mio caro e dolce amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di L.Giambene (1832)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI LUIGI GIAMBENE</hi>
               </byline>
               <dateline>Roma 23 Ottobre 1832.</dateline>
            </opener>
            <p>Sig. Marchese pregiatissimo. Il suo Sig. Padre mi rimise da Recanati scudi 55.35, dei quali avendone pagati 25.20 in estinzione di una sua Cambiale, mi rimasero scudi 30.15. Venuto in Roma D. Antonio, passai al medesimo scudi 15; li rimanenti 15.15 mi disse che gli avessi fatti pervenire a Lei, come eseguisco, mentre li riceverà dal Sig. Cav. Mannucci Segretario Generale del Dipartimento delle Poste. Quando tutto questo lo trovi in regola, mi farà somma grazia se si compiacerà di due righe di approvazione per mia quiete, trovandomi fuori la ricevuta di scudi 55.35.</p>
            <p>Perdoni il disturbo; se vaglio a servirla, non mi privi di suoi comandi, ed intanto ho il bene di rassegnarmi dev.mo obb.mo Servo.</p>
         </div1>
         <div1 n="A F.P.Ruggiero (1832)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A FRANCESCO PAOLO RUGGIERO - NAPOLI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 23 Ottobre [1832].</dateline>
            </opener>
            <p>Carissimo e pregiatissimo amico. Ricevo oggi dal mio amicissimo Filippo, che ora è costì, una lettera di 3 righe, che mi mette in un'estremissima apprensione. Se mai avete amato al mondo, abbiate compassione di me, che ve ne prego in ginocchio, per le cose più care e più dolci che avete: informatevi delle sue nuove e datemele brevemente, a prontissimo corso, senza dissimularmi nulla, quando anche il caso fosse disperato dai medici. Spero che mi farete questo piacere in ogni modo, e che mi perdonerete se mi prevalgo della vostra amicizia per darvi quest'incomodo. Comandatemi in ogni caso ch'io possa. Addio. Vostro servitore ed amico vero Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1832)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 24 Ottobre 1832.</dateline>
            </opener>
            <p>Caro Papà mio. Torno in questo punto da una breve passeggiata che ho fatto dopo un mese giusto di ritiro.</p>
            <p>Sto sufficientemente, e spero che le forze mi torneranno presto, se la stagione mi lascerà fare un poco di moto. Non sono ancora deciso dove passar l'inverno, e la decisione dipenderà in gran parte dalla mia salute: ma benchè questo clima non sia eccellente, si può scusare con questo, che gli altri due reumi ultimi mi favorirono in Roma, non qui. Ranieri mi aveva già scritto da Roma l'incontro avuto, lodandosi della sua gentilezza. Aspetto a momenti l'esemplare del <hi rend="italic">Bonafede</hi>, che deve già essere in Firenze. Caro Papà mio, scriverei più, ma gli occhi non mi concedono altro. Saluto tutti, e bacio a Lei affettuosamente la mano. Il suo Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di F.P.Ruggiero (1832)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI FRANCESCO PAOLO RUGGIERO</hi>
               </byline>
               <dateline>Napoli 2 Novembre 1832.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio rispettabile ed ottimo amico. Io ricevo in questo momento una vostra lettera e vi rispondo dalla casa Ferrigni ove abita il nostro amico Ranieri. Egli sta bene benissimo di salute, nè mai ha sofferto nulla, ma il puro nulla d'incomodo fisico.</p>
            <p>In questo momento che scrivo egli non è in casa: ed io che ben sapeva come egli non sia stato infermo, sono andato per lui appena ricevuta la vostra per meglio verificar questo fatto.</p>
            <p>Nei primi giorni che egli pervenne in Napoli i suoi affari col padre aveano bellissimo aspetto: ora per non so quale sventura non van come prima, ed egli vive colla sorella concordissimamente (quella sorella e quel cognato di cui egli parlava men che gentilmente costà...). Ma io non posso più dirvi sendo l'ora tardissima.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Ferrigni mi dice che il cognato vi scrive in ciascuna posta: e che già vi ha rimessa una cambiale per estinguere un suo debito verso Castronuovo; ed amerebbe sapere se vi sia pervenuta.</p>
            <p>Probabilmente l'equivoco è nato da qualche giorno in cui il Ranieri ebbe del raffreddore: forse allora egli vi scrisse.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1832)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI</hi> PER GENTILEZZA DELLA SIG. MARCHESA ROBERTI - RECANATI. </salute>
               <date>
                  <hi rend="italic">[Firenze 17 Novembre 1832].</hi>
               </date>
            </opener>
            <p>Mio caro Papà. Scrivo oggi alla Mamma, secondo il suo suggerimento. Acconsentendo essa, la prego a volermi tosto dire sopra chi potrò trarre la cambialina.</p>
            <p>Qui non si prendono cambiali dai banchieri se non per Roma e Bologna in tutto lo Stato Pontificio. Giambene non è più al caso, perchè si trova in bisogno, e con citazioni addosso. Voglia dunque dirmi la persona a cui le sarà più comodo di far tenere il danaro in Roma o in Bologna.</p>
            <p>Ciò che dico alla Mamma dei mesi scorsi da Luglio in qua, è anche meno del vero, perchè in fatti senza i 54 francesconi che debbo alla sua bontà, non sarei potuto vivere in nessun modo, non avendo altro avanzo che 30 sc. dei quali la metà è ita nella malattia.</p>
            <p>Io sono innamorato del suo <hi rend="italic">Buonafede</hi>, che leggo quanto permettono i miei occhi straordinariamente infermi.</p>
            <p>Libro pieno d'interesse, e degno di servir d'esempio a chi vuole scriver libri piacevoli ed utili in questo secolo di frivolezze. Sarebbe desiderabile che quel genere fosse molto coltivato.</p>
            <p>L'inverno, forse fo male, ma credo che lo passerò qui, non arrischiandomi ad un viaggio, nemmeno di poche miglia, coll'estrema suscettibilità lasciatami dalla malattia: ebbi una febbretta l'altra notte per aver fatta una visita dentro casa alle padrone.</p>
            <p>Mi riverisca la Marchesa, e mi benedica, caro Papà: le bacia con tutto il cuore la mano il suo Giacomo.</p>
            <p>Il cambio, volendo avere qui 24 francesconi, porta in Roma scudi 25.26. È molto, ma non si trova per meno, e Giambene, benchè per la posta, mi ha fatto avere anche maggior perdita.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad Adelaide L. (1832)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ADELAIDE LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>[Firenze] 17 Novembre [1832].</date>
            </opener>
            <p>Mia cara Mamma. Io non le scrivo mai, ed ora lo fo per disturbarla con una preghiera. Ciò è molto dispiacevole per me, ma Ella sa le cagioni del mio silenzio ordinario, e la necessità è la causa della straordinaria preghiera. È già qualche tempo ch'io scrissi al Papà ragguagliandolo delle mie circostanze; gli esposi tutti gli sforzi fatti da me finora per proccurarmi di che sussistere senza incomodar la casa; gli mostrai come e perchè ciò mi sia divenuto impossibile; e finii pregandolo a volermi accordare un assegnamento mensile di 12 francesconi, coi quali avrei meschinamente proccurato di tirare avanti. Papà mi rispose di scriverne a Lei direttamente. Sono stato malato, e la convalescenza mi ha lasciato una tal debolezza d'occhi, che finora, per quanto la necessità stringesse, non ho assolutamente potuto scrivere. Oggi finalmente, non potendo anche tardar più, mi riduco a questo passo, che mi costa moltissimo, e fo a Lei la stessa preghiera che al Papà.</p>
            <p>Creda, mia cara Mamma, che il darle questa noia è mille volte più penoso a me che a Lei. Ma d'altronde, s'io tornassi stabilmente costà, consumerei pur molto in casa, e sarei di grandissimo e continuo incomodo coi miei metodi strani di vita, e colla mia malinconia. E di più non sarei a portata di cogliere le occasioni che si presentassero di provvedermi, e di liberar la casa da questo peso, come non lascio di sperare che mi venga pur fatto una volta, vivendo in paesi dove tali occasioni si diano. Ella vede che io non dimando per viver qui, se non l'assegnamento accordato costì a Carlo. Non starò a ricordarle che io ho sempre cercato di non darle nessun disgusto, perchè non credo che ciò costituisca in me nessun merito: solamente le faccio osservare, che non vorrei ora darle questo primo fastidio, se la precisa necessità non mi sforzasse.</p>
            <p>Se otterrò da Lei, come spero, una risposta favorevole, io alla fine del mese esigerò qui da un banchiere 24 francesconi, e gliene rilascerò una cambialina pagabile dal Papà sulla fine di Decembre. L'assicuro che fin da quando scrissi al Papà, che fu ai primi di Luglio, io avrei avuto bisogno almeno del primo bimestre di Agosto e Settembre; e non sono arrivato fin qua, se non coi miei ultimissimi avanzi, ch'io avevo serbati per bisogni straordinarii, i quali non mancano mai in nessun mese. Ho detto 24 francesconi, cioè un primo bimestre di Ottobre e Novembre.</p>
            <p>Mamà mia, mi scusi, e quando il Papà le avrà fatta leggere, come spero, la mia di Luglio, disponga Ella con lui come crede; ma sempre mi ami e mi benedica, ch'io sono e sarò eternamente Suo amorosissimo figlio Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 lang="fra" n="Di L.De Sinner (1832)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI LUIGI DE SINNER</hi>
               </byline>
               <dateline>Paris le 18 Novembre 1832.</dateline>
            </opener>
            <p>Mon cher et excellent ami. Quel plaisir pour moi que de pouvoir enfin après un long et intéressant voyage causer un peu avec vous, à qui je n'ai pas écrit, duquel je n'ai eu aucune nouvelle depuis 3 mois. Je n'ai pas répondu à votre aimable lettre du 31 Juillet, parce-que je comptais le faire d'Allemagne, d'autant mieux que je reçus le jour avant mon départ le <hi rend="italic">Torquato Tasso</hi> de Rosini, duquel je vous fais mes sincères remerciements. En Allemagne je ne vous ai jamais écrit parceque je voulais vous donner enfin quelques nouvelles sur le sort de vos papiers, ce que je n'aurais pu faire qu'à mon retour de Berlin, après avoir vu Thilo, Creuzer et Bothe. Enfin je retardai ma lettre jusqu'à mon retour à Paris où je suis heureusement rentré enfin le 13 de ce mois.</p>
            <p>Monsieur Thilo à Halle, auquel je communiquai vos manuscrits sur les pères de l'église, les historiens ecclésiastiques et Jules l'Africain, en tirera, pour le commencement, le parti suivant. Il publiera dans un journal vos dissertations sur Jules l'Africain et sur Bardesanes, et donnera une notice de vos différents travaux. Il a déjà parlé de vous dans son <hi rend="italic">Codex apocryphus</hi> tome I, et dès que le livre, que j'ai envoyé à Paris par roulage, me sera arrivé, je vous communiquerai le passage. Si vous pouviez m'indiquer une voie sûre pour faire passer à Florence un gros livre, Monsieur Thilo vous enverrait son livre. Quant aux honoraires qu'il y aura, vous pouvez compter sur mon exactitude.</p>
            <p>Monsieur Thilo aurait aussi une demande à vous adresser. Il y a à la Bibliothèque Laurentienne de Florence un manuscrit dès <hi rend="italic">Hymnes</hi> de Synesius. Monsieur Thilo veut donner une édition de ces hymnes, enrichie d'un superbe commentaire exégétique et historique, et il me charge de vous prier de vouloir bien lui trouver quelqu'un qui lui fasse ce travail à un prix assez raisonnable, c'est-a-dire à 1 franc le feuillet, si cela se peut. Je vous en ferai passer l'argent aussitôt que vous aurez trouvé quelqu'un. Monsieur de Mourawieff, lorsque j'étais à Florence, avait un Grec dont je ne sais plus le nom; je crois <foreign lang="grc">Βαλῆς, ὁ Κρής</foreign>, Valis, qui serait bien apte à cela. Au défaut de lui vous pourriez demander à Bencini, tout en lui faisant de ma part de superbes compliments. Monsieur Thilo ne m'a parlé que d'un seul manuscrit de Florence de ces hymnes de Synesius, mais si vous en connaissez d'autres, soit à Florence, soit ailleurs en Italie, qui soient bons, faites-les tous collationer sur l'édition de Petau, faites moi le prix d'avance et je vous enverrai de suite l'argent, car voilà mon plan. J'ai déjà fait collationer pour Monsieur Thilo un manuscrit de Paris, et il m'a promise la dédicace de son livre. Si vous lui fournissez quelque chose, il le dédiera à tous les deux, et pensez un peu, mon cher ami, combien il nous sera agréable à tous les deux de voir notre nom réuni sous la plume de Monsieur Thilo, aujourd'hui le premier patrologue en Allemagne. Je suis décidé à faire tous les frais de vos peines, car je ne manque pas d'argent en ce moment. Je dirai à Thilo que vous ne voulez rien de vos peines, et vous aurez votre dédicace comme moi en commun.</p>
            <p>Quant aux <hi rend="italic">Cestes</hi> de Jules l'Africain, je vais cet hiver tâcher de les arranger pour l'impression en les finissant. Monsieur Jacobs à Gotha m'a fait cadeau d'une collation de 2 manuscrits de Munich, qui me seront utiles, et il veut tâcher de me trouver un libraire payant. Alors je reprendrai dans le journal de Thilo votre dissertation sur Jules l'Africain, et j'y ajouterai ce que Routh n'aurait pas donné des <hi rend="italic">fragmenta</hi>, qui sont en attendant restés chez Thilo à Halle.</p>
            <p>Bothe est plein de bonne volonté. Malheureusement pour nous que son libraire a fait faillite, et que son journal sera interrompu. Vous l'aurez reçu, j'espère. La <hi rend="italic">Gazette littéraire</hi> de Halle a déclaré que les morceaux de vous étaient les seuls bons. C'est presque vrai. Je suis fâché de vous avoir produit deux fois en mauvaise société, dans l'<hi rend="italic">Hesperus</hi> et là. Mais que voulez vous? A Paris il est impossible de savoir quel journal est bon en Allemagne, et il faut s'en fier aux editeurs que l'on en connait.</p>
            <p>Pour la réimpression de vos <title>Canti</title>, j'ai quelque espoir de le faire par Bothe. Quant à vos 2 <hi rend="italic">prose</hi> inédites, si elles sont revues, envoyez me les aussitôt possible; j'en tirerai le meiller parti que je pourrai; mais je n'en disposerai pas avant de vous avoir consulté après les avoir lues moi-même.</p>
            <p>Moi, après avoir fait un voyage superbe en Allemagne, c'est-à-dire à Vienne et à Berlin, rentré à Paris, j'ai trouvé les portes fermées. Monsieur Mablin, le titulaire, duquel je remplissais les fonctions à la fin du dernier sémestre, se porte bien et reprend son cours, de manière que je suis suppléant comme un évêque "in partibus infidelium". C'est à quoi je devais m'attendre. Mais je suis étrangement vexé de la foi Punique de Monsieur Guigniaut, qui, après m'avoir fait écrire à Berlin par Hase qu'il me donnerait la chaire d'Allemand à l'École Normale, me dit à mon retour qu'il n'avait pas osé le faire, de crainte de me nuire aux yeux de l'autorité, parce que ç'aurait été s'avilir que de descendre du rang d'un professeur de philologie grecque à l'École Normale, à la position d'un maître de langue allemande. Je dois des ménagements à G[uigniaut], et je n'ai pas osé lui dire toute ma pensée. Mais il me semble que, tout en donnant des leçons d'Allemand, je n'en aurais pas moin été celui que je suis, et de plus il me semble que pour être loyal on aurait bien pu me consulter afin de s'assurer que je ne voudrais pas être maître d'Allemand. Ainsi voilà ma position actuelle. Mablin, avec le quel je suis très-bien, peut tomber malade, d'un jour à l'autre, et je serai le bouche-trou; mais la place je ne l'aurai jamais, parce que Cousin, en fanfaronnant à sa manière, a dit qu'il n'avait trouvé que moi en France capable de fonder une école de philologie. Là dessus toute l'Université s'est levée en masse contre moi, qui ai à la vérité des connaissances philologiques que personne ne me conteste, mais qui manque des 2 qualités sans lesquelles on n'entre jamais dans le sanctuaire ici, moi qui ne suis ni Français, ni docteur de l'Université. Il est vrai que l'on veut me naturaliser français, il est vrai que l'on me promet d'obtenir une ordonnance royale par laquelle mon diplôme de docteur en philosophie de l'Université de Tubingue sera échangé contre celui de Docteur ès lettres. Eh bien, si j'arrive, ce sera à une place de 2400 francs par an.</p>
            <p>Vous voyez qu'il n'y a pas moyen d'y tenir. Aussi cet hiver je vais rester à Paris, publier l'<hi rend="italic">Ammonius</hi> de Valckenaer d'après ses manuscrits, ce qui me rapportera plus d'argent et d'honneur que le <hi rend="italic">Thesaurus</hi> auquel je ne consacrerai plus tout mon temps, et d'ici à Pâques j'espère que mes affaires mises en train en Allemagne se décideront au mieux. Jugez si je dois être content des Parisiens qui n'ont absolument pas des philologues français, quand vous saurez qu'à Berlin, la ville la plus philologique du monde, on m'a fait des propositions très acceptables?</p>
            <p>Cette lettre est bien triste. Que faire, mon excellent ami? Il est bon que vous ayez vu le fond de mon âme, car vous compatirez à mes traverses en pensant combien il doit être pénible pour moi de revenir de mon erreur que douze ans je nourrissais avec délices dans mon âme, en pensant à rester en France. Que Dieu me dirige.</p>
            <p>Je vous ai ouvert mon coeur; si vous ne pouvez me consoler, compatissez, du moins, à mes chagrins et répondez le plus tôt que vous le pourrez à votre tout dévoué ami.</p>
            <p>Dites-moi, je vous en prie, qu'est devenu Monsieur de Mourawieff-Apostol?</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Poerio (1832)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ALESSANDRO POERIO</hi>
               </byline>
               <dateline>Parigi a' 19 Novembre 1832. 24, Rue Louis le Grand.</dateline>
            </opener>
            <p>Carissimo Leopardi. Ho avuto di corto da Giuseppe Ricciardi mio concittadino ed amico nuove di Ranieri e tue. Del primo so, che si è consigliato (atteso le molte difficoltà della sua vita fuori Napoli) di ripatriare, e ridursi fra' suoi. Di te so, che hai racquistato se non pienissima e florida salute almeno tanto vigor di corpo, quanto ti basta ad attendere a' tuoi studi, che sono tuo conforto, e cara speranza d'Italia, e desiderio o più veramente sospiro di quelli che t'amano con quell'affetto che io ti porto. Seppi da Ranieri, che i Manifesti del giornale, che mio padre ha in animo di fondare, ti furono già più mesi addietro ricapitati. - Perchè serbi dunque un silenzio, che non puoi colorare d'infermità o d'altro pretesto? A meno che l'amicizia tua verso me non sia scemata di molti gradi... ma non voglio supporre ciò che non posso immaginare.</p>
            <p>Ho accompagnato mio padre in un viaggio di tre mesi. Da Parigi ci recammo a Londra, Città che tiene davvero il principato del commercio, e vince con la presenza le immagini preconcette dalla fantasia: ma tu a questo sorriderai come incredulo. Feci con mio padre parecchie escursioni nelle Città più ragguardevoli nell'Inghilterra, ed in ciascuna di quelle fui preso di meraviglia o per bellezza di sito e di natura, o per antichi monumenti d'arte, o per istituti per leggi per civiltà. Insomma il tempo speso in quell'isola mi parve un lampo per la giocondità del soggiorno, ma per la copia ed efficacia delle sensazioni mi sembrò composto non di mesi, ma di anni. Nè voglio tacerti quale fastidio mi venga ora da questi cervelli senza fermezza, da questi animi senza volere, i quali dilettandosi di porre tutto a soqquadro a nulla danno base, sicchè l'edificare non dirò che rimanga imperfetto, ma riesce impossibile. Da Londra navigammo ad Ostenda, e passammo nel Belgio tre settimane. E dopo aver contemplato una profonda e compatta nazionalità qual'è quella degl'Inglesi, mi convenne vedere un male accozzato mosaico d'intelletti e di volontà. Ben mi accorsi, che una gente senza lingua e letteratura propria non rende immagine, nè ha sostanza, od alcuna qualità di nazione.</p>
            <p>Questo viaggio non è stato infruttuoso al divisato Giornale. Ci abbondano da ogni parte le speranze di copiosa soscrizione, ma un'opera di tanta mole richiede scrittori di polso e di grido. E fra i nostrali abbiamo fiducia che Orioli, Niccolini, Libri e parecchi altri ci soccorrano della loro penna. Ma ci dorremmo assai, che tu non intervenissi ad arricchire della tua tanta sapienza, e di quell'ingegno che ti pone in cima di quanti studi coltivi, le pagine della nostra <hi rend="italic">Biblioteca</hi>. Ho la tua promessa, e ti sto addosso con insistenza ed autorità di creditore. Scegli un argomento fra i molti che si porgono alla varietà delle tue cognizioni. Chi p.e. potrebbe meglio di te trattare secondo l'indole comparativa del Giornale le dottrine filologiche ed i vari metodi, e scuole, che presso le varie nazioni d'Europa prevalgono in questa materia? Ma sia tua la scelta, come sarà tutta propria del tuo bellissimo ingegno la profondità del pensare, e l'eleganza dello scrivere. Spedisci l'articolo al cader di Gennaio, poichè ne' primi giorni di Marzo uscirà il primo fascicolo, al quale vorremmo aggiungere lo splendore del tuo nome. La traduzione e la stampa chieggono più di un mese. Non ti offenderai, se ti dico, che gli articoli sono retribuiti. Addio. Mio padre ti abbraccia, ed io sono il tuo aff. A. POERIO.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Ranieri (1832)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO RANIERI - NAPOLI.</hi>
               </salute>
               <date>[Firenze] 24 Novembre [1832].</date>
            </opener>
            <p>Ranieri mio. Ricevi tu le mie lettere? o è preclusa interamente ogni corrispondenza tra noi? A me certamente questo è il quinto ordinario che le tue lettere mancano, onde sono affatto privato delle tue nuove, puoi pensare con quanto mio cordoglio. La Fanny ancora è veramente dolente e maravigliata di non potere avere un verso da te: vorrebbe scriverti, ma crede che sarebbe inutile. Niccolini e la Carlotta sempre chiedono di te, e ti salutano. Amami, anima mia, e non iscordarti, non iscordarti di me. Addio infinite volte, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Ranieri (1832)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO RANIERI - NAPOLI.</hi>
               </salute>
               <date>[Firenze] 25 Novembre [1832].</date>
            </opener>
            <p>Ranieri mio. Ier sera, sabato, il Piatti mi portò la tua 17, dopo cinque ordinarii che le tue mi mancavano. Niccolini è in campagna, e l'acclusa a lui non mi è giunta: tornerà qui finito il mese. L'ambasciata che dici dovevo fare al Mannucci, non potei farla non avendo ricevuta la tua. - Dell'affare Castelnuovo ti scrissi che è terminato mediante 1° consegna a lui del semplice e nudo Bono, 2° a me delle cambiali quietanzate e dei due protesti, 3° intera sua remissione nella tua onoratezza circa le spese e gl'interessi. - L'ultima ch'io aveva di te era degli 8, acclusa a Vieusseux: non so dunque se e come debbo spedire i documenti ch'ho in mano; e sono semper in gran buio circa i tuoi affari.</p>
            <p>Oggi ricevo dalla posta la tua dei 13 e la corrente dei 22. Niccolini è ancora in villa, ma certo non ebbe la tua: la Carlotta me l'assicura. Al suo ritorno tenterò ogni cosa. Ho parlato alla Clodovea intanto: ma mi giura che non ha mezzo sicuro di fare ricapitar la tua. Ho cercato altre vie, e cercherò: ma ancora non ho potuto conchiuder nulla. Si combina che sto poco bene; e Papadopoli, mio solo conoscente a Venezia, non è in città, nè so quanto sarebbe a proposito. Anima mia, le tue angustie mi danno una pena infinita. Non mi dici se questa debbo farla con sopraccarta o senza, ma mi par senza. Addio, anima mia.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di C.Pepoli (1832)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO PEPOLI</hi>
               </byline>
               <dateline>Ginevra 30 Novembre 1832.</dateline>
            </opener>
            <p>Caro Leopardi. Il Sig. De Magnoncourt, che viene in Italia per conoscere tutte le cose e le persone più pregevoli, ti recherà questa mia letterina. Tu fra i dottissimi del nostro paese, accoglierai con festa un letteratissimo francese che cerca e tiene in pregio ogni nostra fama. Io spero che lo vorrai condurre alla casa del Niccolini, acciò vegga il tragico illustre che dettò il <hi rend="italic">Procida</hi>, ed a questo poeta tu mi ricorderai servidore.</p>
            <p>Sono poi bramoso di udire le tue nuove e sapere quali opere tu stai scrivendo, essendo così tra loro svariate le voci che me ne furono raccontate, da confondermi grandemente. Non ti raccomando il signor De Magnoncourt, perchè non ha bisogno di raccomandazioni, ma ti saprò grazia di tutti gli uffici di cortesia che adopererai verso questo signore che accompagna il molto sapere alla molta cortesia. Sta' sano; ed alla tua amicizia tienmi raccomandato.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Ranieri (1832)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO RANIERI - NAPOLI.</hi>
               </salute>
               <date>[Firenze] 1 Dicembre [1832].</date>
            </opener>
            <p>Ranieri mio. Iersera Niccolini non era tornato ancora. Del resto credo che oramai la lettera giungerebbe assai tardi. La tua de' 27, benchè tristissima, mi consola per la dolce speranza che mi dà di quello che io più desidero al mondo. Feci accettare la cambiale. Ti lascio perchè i miei occhi sono in uno stato non credibile a chi non lo prova; ma ti amo quanto si può amare.</p>
            <p>Addio senza fine.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Ranieri (1832)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO RANIERI - NAPOLI.</hi>
               </salute>
               <date>[Firenze 6 Dicembre [1832].</date>
            </opener>
            <p>Ranieri mio. Ho la tua del primo. Io ho scritto due volte a Francesco Pane Impiegato nel Gran Libro; l'altre volte a te, secondo il tuo avviso. Non puoi credere quanto mi dispiaccia questa brevità che sono costretto ad usar teco; ma se tu potessi comprendere lo stato de' miei poveri occhi, conosceresti che estrema necessità mi sforzi malgrado mio. Intanto io t'amo come tu solo puoi intendere, e darei anche i miei occhi per consolarti, se valessero. Ti abbraccio come mia unica <foreign lang="lat">causa vivendi</foreign>. Addio, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Ranieri (1832)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO RANIERI - NAPOLI.</hi>
               </salute>
               <date>[Firenze] 8 Dicembre [1832].</date>
            </opener>
            <p>Ranieri mio. Oggi non ho tue nuove. Ti ripeto ch'io ho scritto due volte a Francesco Pane, le altre volte a te. Ti ripeto ch'io t'amo quanto si può amare in questa vita, e che ogni giorno, ogni ora ti sospiro. I miei occhi sono sempre in uno stato infelicissimo, cosa che mi travaglia molto. Addio, anima mia. Ti abbraccio senza fine. Non lasciar mai di scrivermi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Ranieri (1832)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO RANIERI - NAPOLI.</hi>
               </salute>
               <date>[Firenze] 11 Dicembre [1832].</date>
            </opener>
            <p>Ranieri mio. Io credeva appena a' miei occhi leggendo la tua dei 6. Tanta vigliaccheria in animo umano o muliebre non è nè sarà mai credibile se non dopo il fatto, come in questo caso. Sento ch'è affatto inutile ch'io tenti d'esprimerti la mia compassione, perchè qualunque più viva parola sarebbe infinitamente inferiore al vero. Vorrei poterti consolare da vicino, vorrei che questa cosa non si opponesse alla congiunzione, da noi tanto meditata e desiderata, dei nostri destini. Ranieri mio, tu non mi abbandonerai però mai, nè ti raffredderai nell'amarmi. Io non voglio che tu ti sacrifichi per me, anzi desidero ardentemente che tu provvegga prima d'ogni cosa al tuo ben essere: ma qualunque partito tu pigli, tu disporrai le cose in modo, che noi viviamo l'uno per l'altro, o almeno io per te; sola ed ultima mia speranza. Addio, anima mia. Ti stringo al mio cuore, che in ogni evento possibile e non possibile, sarà eternamente tuo.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1832)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>[Firenze] 11 Dicembre [1832].</date>
            </opener>
            <p>Mio caro Papà. Solo colle lettere dell'ultimo ordinario ho ricevuto la carissima sua de' 27 Novembre, benchè arrivata qui il 4. Della mia gratitudine alla sua tanta bontà non potrei mai parlarle bastantemente. Oggi o domani, se potrò uscire, mi varrò, secondo il suo avviso, sopra il Zio Carlo, a 15 o 20 data. Con lui poi m'intenderò circa l'usare se sarà possibile, che non credo, altri mezzi che cambiali per avere il danaro qui. Io sto passabilmente, salvo degli occhi, oramai affatto inabili. Son breve per estrema necessità. Il mio desiderio di rivederla è almeno pari al suo, e spero che non sia lontano il momento di soddisfarlo.</p>
            <p>Mia cara Mamma. Le sue poche righe mi hanno commosso. Dio solo solo comprende quanto mi costi il darle cagione d'incomodo, e quanto sia tenera la mia gratitudine alla sua cordialità. Le bacio la mano con tutto quanto l'affetto dell'animo. Il suo Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="A L.De Sinner (1832)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A LUIGI DE SINNER - PARIGI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 18 Dicembre 1832.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio carissimo ed eccellente amico. Non posso esprimervi con quanto piacere io abbia riveduto i vostri caratteri, dopo il silenzio di più mesi. È ben vero che questo piacere è temperato dal dolore di sentirvi mal soddisfatto della vostra situazione. Vorrei consolarvi se potessi, e lo vorrei con tutto il cuore: quanto alla parte ch'io prendo ai vostri dispiaceri, ed alla viva compassione che m'ispirano, non credo che possiate dubitarne. Io stesso ho bisogno di consolazione, poichè vedo dal vostro discorso che probabilmente il destino vi fisserà in Germania; e così sarò sempre più lontano da Voi, e sempre più privato della speranza di rivedervi. Del resto è pur troppo vero che il merito è stimato meno in quei tempi e in quei luoghi nei quali è più raro. E non mi fa punto meraviglia che la Germania, solo paese dotto oggidì, sia più giusta verso di Voi, che la presuntuosissima, e superficialissima, e ciarlatanissima Francia.</p>
            <p>Non so che vi sarà sembrato dell'articolo sopra il <hi rend="italic">Thesaurus</hi>, che credo che abbiate ricevuto da Vieusseux nell'ultimo quaderno dell'Antologia. Dopo avermi promesso d'incaricarne l'Ambrosoli, Vieusseux mi disse di aver data la commissione dell'articolo al solito K. X. Y., cioè Niccolò Tommaseo, giovane dalmata, ch'è il fac-totum dell'<title>Antologia</title>. A me l'articolo è parso molto insignificante, quale io l'aspettava.</p>
            <p>Non ardisco promettervi nulla circa il far collazionare de' codd. per M. Thilo fuori di Firenze, perchè nulla posso fidarmi dell'attività de' miei conoscenti in Roma, in Milano e in Napoli, dove è assai probabile che esistano de' mss. a proposito. Si aggiunge la infame gelosia de' bibliotecarii, insuperabile a chi non sia interessato a combatterla personalmente. In Roma alla Barberiniana io vidi due mss. di tutte, credo, le opp. di Sinesio. Nella medesima Biblioteca si trova un cod. contenente degl'inni e poesie cristiane nel metro anacreontico come i Sinesiani. Mi dicono che sieno, almeno in parte, inediti. Il cod. è mancante, perchè nell'ultima pagina si legge <foreign lang="grc">ἀνακρέοντος τηΐου μέλη</foreign>: una mano devota ha tagliato via i fogli che contenevano le poesie d'Anacreonte. Ma questo cod. importante, e gli altri della Barberiniana sono più che mai inaccessibili a causa di quell'iniquo bibliotecario ex-gesuita, Ab. Rezzi. Quanto alla collazione del ms. laurenziano, non avendo io potuto aver notizia del Greco da Voi indicatomi, Voi sarete servito per mezzo dell'Ab. Bencini; e vi prego a dirmi che via dovrò tenere per far pervenire i fogli della collazione al loro destino.</p>
            <p>M. de Mourawieff-Apostol è sempre con la sua famiglia a Napoli; e mi maraviglio molto che non vi scriva.</p>
            <p>Scusate, mio ottimo e indulgentissimo amico, la brevità della presente. Lo stato de' miei occhi non fu mai più infelice che ora. Ma Voi dovete pensare che quando io vi scrivessi un volume, non vi direi mai interamente quanta gratitudine e quanto affetto mi stringano a Voi, e quanto sarei desideroso di usare ogni opera mia per rendervi contento e felice, se potessi. Continuate, vi prego, a darmi le vostre nuove distesamente come nell'ultima vostra, che, quantunque io sia inutile a tutto, non potete parlarne a persona che maggiormente se ne interessi.</p>
            <p>E ditemi qualche cosa del vostro <hi rend="italic">Ammonio</hi>. Vi abbraccio mille volte con tutto il cuore. Vostro eternamente G. Leopardi.</p>
            <p>Ebbi il libro di Bothe e ne fo mille ringraziamenti all'uno e all'altro. Il miglior mezzo di farmi avere un grosso libro da Halla è spedirlo per Parigi a Firenze, es. gr. per mezzo di Renouard a Vieusseux. Non vi mando le due prose, perchè avendole rivedute, ne sono stato pochissimo contento, e credo che le sopprimerò tutte due, o almeno l'una di esse.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Ranieri (1832)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO RANIERI - NAPOLI.</hi>
               </salute>
               <date>[Firenze] 18 Dicembre [1832].</date>
            </opener>
            <p>Ranieri mio. Oggi ti scrivo prima di aver ricevuto la tua dalla posta, perchè non posso disporre della Barbara a mio modo. Già ierlaltro ti scrissi al medesimo indirizzo della presente. Ti ripeto che ti ho sempre scritto, che fortunatamente le lettere alla Lenina non sono andate, e soprattutto che in ogni caso possibile ti ricordi che la Fanny ed io stiamo tremando per te e che io, che <hi rend="italic">posso muovermi</hi>, voglio assolutamente per Dio, e per la memoria della vita menata insieme, ribaciarti prima di morire secondo la tua promessa. Addio anima mia.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad E.R.Ferrigni (1832)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A ENRICHETTA RANIERI FERRIGNI - NAPOLI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 20 Dicembre 1832.</dateline>
            </opener>
            <p>Mia cara Signora. Vi rendo un milione di grazie della bontà che avete avuta di scrivermi per darmi le nuove del vostro caro fratello e mio unico amico. Cosa più pietosa non potevate fare: e vi prego a non permettere che nell'avvenire io resti privo delle sue notizie. Ve ne prego inginocchiato, con le lagrime agli occhi. Oggi non ho lettere di Napoli. Voi non immaginate il mio stato. Mi raccomando alla gentilezza del vostro cuore. Vostro affettuosissimo servitore ed amico G. Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.B.Mabellini (1832)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIAMBATTISTA MABELLINI</hi>
               </byline>
               <dateline>Parigi (rue Pérou, n.° 24) a' 25 di Dicembre 1832.</dateline>
            </opener>
            <p>Illustrissimo Signore. L'intima soddisfazione che provai nel leggere le sue <title>Operette morali</title>, fu tale che non posso fare a meno di manifestargliela. Ch'io le scriva a tal fine non essendo conosciuto da lei, nè meritando di esserlo, è cosa da fare stupire i più; ma ella non se ne stupirà, se alla lettura dell'opera ho conosciuto ben lo scrittore.</p>
            <p>V.S. mi creda suo divoto, e, se oso dirlo, suo affezionato servitore Mablin.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Ranieri (1832)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO RANIERI - NAPOLI.</hi>
               </salute>
               <date>[Firenze] 25 Dicembre [1832].</date>
            </opener>
            <p>Ranieri mio caro. Crederai tu che le tue de' 15, 18 e 20 mi giungono tutte insieme oggi? di modo che dopo la nuova della tua malattia datami dalla tua pietosa sorella, sono stato una settimana senza tue notizie? Non ti dico altro, non ti dico neppure <hi rend="italic">immagina</hi>. Chi può immaginare al mondo la qualità di questa settimana di morte? Oh Ranieri mio, Ranieri mio, un troppo gran bene, com'è la tua amicizia, deve costare straordinarii dolori. Ed ora tremo che tu non ti abbi cura bastante, e ti dia troppa fretta a partire, in questa stagione fredda. Vedi, Ranieri mio, poichè noi dobbiamo ricongiungerci in eterno, volendo io poi seguirti in qualunque parte di questo o dell'altro mondo, vedi di non impedir tanto bene colla precipitazione. Ringrazia infinite volte la tua pietosa sorella dell'angelica bontà che l'ha mossa a scrivermi le tue nuove: a lei raccomando di non lasciarti partire se non bene ristabilito. Addio, mio solo e non compensabile tesoro, addio senza fine. Non ho veduta la Pelzet e non la vedrò, credo; non essendo verisimile ch'ella venga a trovarmi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Ranieri (1832)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO RANIERI - NAPOLI.</hi>
               </salute>
               <date>[Firenze] 27 Dicembre [1832].</date>
            </opener>
            <p>Ranieri mio. Dal 15 in qua io ho scritto sempre a te, ed una volta alla tua buona sorella, sotto l'indirizzo da te indicatomi nella tua dell'11. Mi rincresce se le mie non ti sono giunte, perchè immagino che ti sarebbero state di qualche conforto le espressioni dell'immenso affetto del tuo amico. Torno a raccomandarti sopra tutto a non volere per troppa fretta, rovinando di nuovo la tua salute, mettere ostacoli all'indicibile e tanto sospirato bene della nostra riunione, che deve essere eterna, perch'io non sono per lasciarti partir solo mai più. Consegnerò stassera l'acchiusa tua. Non ho visto la Pelzet, nè credo che avrà core di lasciarsi vedere, cioè di venire a trovarmi. Ricordati, Ranieri mio, che tu, sola, unica, e non compensabile cosa al mondo, rendi possibile a' miei occhi il vivere che naturalmente mi rimane. Addio, anima mia; senza fine addio.</p>
         </div1>
         <div1 lang="fra" n="Di L.De Sinner (1833)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI LUIGI DE SINNER</hi>
               </byline>
               <dateline>Paris le 1er Janvier 1833.</dateline>
            </opener>
            <p>Mon cher et excellent ami. Votre aimable lettre que j'ai reçue hier a été pour moi le présent d'étrennes le plus agréable que l'on eût pu me faire, et je vous réponds aussitôt, car il m'est doux de converser avec vous le premier jour de l'année.</p>
            <p>Nous voilà touts les deux avec une année de plus sur le dos, sans en être plus avancé en rien. Même vous êtes encore plus mal partagé que moi, car votre santé, et surtout vos yeux, sont souffrants, ce qui me peine infiniment. Que Dieu veuille vous continuer ce même courage héroïque par lequel vous avez su jusqu'à ce jour dominer vos malheurs! Puissiez-vous toujours vous dire comme vous le disiez autrefois à Pepoli, "chè conosciuto, ancor che tristo, ha suoi diletti il vero!" (Soit dit en passant, c'est avec vos beaux vers de l'<hi rend="italic">Epistola al Conte Carlo Pepoli</hi>: "Ben mille volte... oggi ti scalda", que j'ai adressé à mes élèves mon compliment du jour de l'an. En effet, pour conserver la jeunesse du coeur, il faut avoir l'âme pure et être heureux. Ce voeu comprend donc le bonheur entier). Pour la réputation à obtenir en Allemagne, dans le courant de cette nouvelle année, nous en sommes tous les deux à peu près au même point. Je m'occupe très sérieusement de vos <hi rend="italic">Miscellanea</hi>; en quête d'épreuves Monsieur Dübner m'a aidé à rédiger vos observations sur <hi rend="italic">Celse</hi> "de arte dicendi" et sur <hi rend="italic">Phlégon Trallianus</hi>, et ce spécimen partira pour Leipzig un de ces jours. Je l'adresse à Monsieur Schoefer, sur la complaisance duquel je puis compter pour vous trouver un libraire payant, et je vous manderai le résultat.</p>
            <p>Monsieur Thilo, surtout, après les renseignements précieux, que vous venez de me donner, s'empressera sans doute de vous dedier son <hi rend="italic">Synesius</hi> tout comme à moi; et je ne doute pas que Monsieur Bunsen à Rome saura dompter ce dragon de Rezzi. Remerciez d'avance Monsieur Bencini de ma part du soin qu'il veut bien donner à la collation du manuscrit laurentien, et quand son travail sera fini envoyez le moi à Paris; c'est qu'il y a de plus sûr. D'ici je le ferai parvenir à Halle par un courrier d'Ambassade. Priez Vieusseux de vous donner un mot pour Renouard, afin que je lui rembourse ici les frais pour Monsieur Bencini.</p>
            <p>J'ai encore une autre nouvelle à vous donner qui vous fera peut être quelque plaisir. Monsieur Mablin, que j'ai suppléé l'année dernière à l'École Normale, après avoir lu avec délices vos <title>Canti</title> et vos <title>Operette</title>, me dit en me les rendant qu'il avait trouvé dans Feliciano de Castilho, poète purtugais moderne, quelque ressemblance dans la tendance poétique et mélancolique avec vous. Je consultai mon ami Dubeux qui m'indiqua Monsieur de Vasconcellos, Portugais exilé, pour me procurer chez lui <hi rend="italic">Amor e Melancolia</hi> de Castilho. Je trouvai chez Monsieur de Vasconcellos non seulement le livre, mais lui-même, un homme instruit et profondément versé dans les littératures du midi de l'Europe, avec lequel je me suis de suite mis à lire du Portugais. Sous bande je vous envoie demain un exemplaire de <hi rend="italic">Amor e Melancolia</hi>. Cela ne vaut pas vos <title>Canti</title>, mais je pense que le volume vous fera plaisir surtout si je vous dis qu'il y a une ressemblance singulière entre vos destinées et celles du poète portugais. Monsieur F. de Castilho est aveugle par suite de la petite vérole dès sa tendre enfance. Malgré ce malheur il a fait toutes ses études en droit à Coïmbre, et il passe aujourd'hui pour un des premiers poètes portugais. Probablement il vous écrira pour se mettre en rapport direct avec vous. Nous voulions lui envoyer un exemplaire de vos <title>Canti</title> et des vos <title>Operette</title>, mais à Paris capitale de cette "ciarlatanissima Francia", comme vous le dites, nous n'avons pas pu en déterrer aucun exemplaire. Mais puisque j'ai un compte à régler avec vous pour Monsieur Bencini, ayez donc, je vous prie, l'extrême bonté de m'acheter vos deux volumes pour Monsieur de Castilho, et de vous faire rembourser par moi ici chez Renouard. Monsieur de Vasconcellos a fortement engagé son ami de Castilho à traduire quelques-uns de vos <title>Canti</title> en portugais. Cela se fera certainement aussitôt que nous aurons les exemplaires. Vous pouvez assez vous imaginer, qu'à part le gran mobile de l'amitié que je vous ai vouée à tout jamais, ma vanité n'est pas médiocrement flattée de l'idée que je vous aurai fait connaître en Portugal, et cela par un homme qui me semble être sous quelques rapports votre copie, sans vous avoir jamais connu. Et ce sera moi, pauvree sémibarbare Germain, qui aura rapproché ainsi deux esprits faits pour se connaître. C'est peut-être un rêve, mais permettez-moi, excellent ami, que je me berce de cette illusion au moin jusqu'à votre prochaine lettre.</p>
            <p>Pour en revenir à ma chétive personne, je ne puis encore vous donner aucune bonne nouvelle. Il n'y a pas encore de réponse de Berlin; mais comme Monsieur Schulze, le Directeur du Ministère de l'Instruction Publique en Prusse, a écrit à Cousin, qu'il me placerait, je crois que la chose se fera d'ici à Pâques. Savez vous quel sera mon grand regret en quittant la France? Ce ne sera pas la honte de devoir m'avouer à moi-même que j'ai été assez sot pour croire qu'un pays dans le quel j'ai mis sur pied une ouvre tel que le <hi rend="italic">Thesaurus</hi>, en y consacrant quatre années de ma vie, enfin me regarderait comme un individu bon à garder. Non, ceci ici n'est d'aucun poids quand on ne sait pas intriguer. Mais ce qui me peine profondément c'est de me voir dans la nécessité de quitter des élèves que pour leur zèle désintéressé et l'attachement qu'ils me témoignent, j'aime comme des frères, et qui de leur côté me respectent comme un oracle et m'aiment comme un ami. Or franchement, dans tout pays donné, si Dieu me conserve cette chaleur de l'âme, j'espère trouver des élèves qui trouveront quelque chose de plus en moi qu'un maître. Mais représentez-vous bien le dévouement de mes jeunes amis, de mes élèves de l'École Normale de l'année dernière. Deux fois par semaine je leur explique le <hi rend="italic">Banquet</hi> de Platon, et pour suivre mon cours exactement, ces excellents jeunes gens se privent le Jeudi et le Dimanche de leurs seuls jours de sortie, de 2 à 7 heures qu'ils passent chez moi à travailler au Grec. Votre amitié pour moi tirera de cela peut-être une conclusion honorable pour moi. Mais ce n'est pas à quoi je dois penser, moi qui suis intimément convaincu que dans une position une fois assignée par la providence je dois faire tout ce que ma conscience m'impose sans m'enquérir jamais du résultat. Aussi je vais publier le texte grec du <hi rend="italic">Banquet</hi> de Platon, avec un recueil consciencieux de toutes les notes des éditeurs étrangers qui présentent quelque chose de réellement utile à l'explication de Platon. Je vous l'enverrai d'autant plus que j'y place quelques unes de vos excellentes remarques. Il m'a semblé sans aucune arrogance qu'il ne serait pas hors de propos de constater par un petit volume imprimé, non le soin que j'ai mis à former quelques jeunes gens studieux et profonds, ce qui n'est que mon devoir le plus sacré, mais le dévouement scientifique de mes jeunes amis. Je désire leur laisser un gage imprimé de mon sincère dévouement à la science, et par conséquent de ma franche amitié. Le petit volume passera inaperçu dans le monde savant; cela m'est égal: <foreign lang="grc">οὐ δοκεῖν ἀλλ' εἶναι θέλω</foreign>. - <foreign lang="grc">Εἶναι</foreign>- que dis-je, moi, en vous écrivant, à vous, certes mon plus intime ami, mais qui êtes si au-dessus de moi, qui n'ai qu'un très mince savoir avec un peu de bon sens et beaucoup de profondeur dans mes sentiments. Que ne sommes nous dans la même ville, cher et précieux ami? A côté de vous je supporterais aisement le poids de tous mes chagrins, et peut-être allégerais-je un peu votre fardeau, vous "altera pars mei". Ecrivez-moi, ne fût-ce que deux lignes, ne fût-ce que pour me dire que vous supportez toujours "il grave peso della vita". Quant à la Francia malheureusement vous n'avez que trop raison de l'accabler de vos 3 superlatifs. Mais dites-moi vos même que vous exemptez de cet anathême mes chers élèves, mes studieux amis, dont l'amitié verse aujourd'hui un baume bienfaisant sur les plaies d'un coeur blessé par l'ingratitude et le dédain.</p>
            <p>Pourquoi ne m'enverriez vous pas vos deux <hi rend="italic">prose</hi>? Je ne le ferai pas imprimer si vous ne le désirez. - Et vos additions au <hi rend="italic">Saggio sugli Errori Popolari</hi>?</p>
            <p>Adieu, précieux ami. Que Dieu vous conserve au tendre attachement de votre sincère et dévoué L. de S.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Monsieur de Mourawieff n'écrit plus à personne à Paris, ni à moi, ni à son libraire. Dieu sait pourquoi. - Je n'ai pas encore reçu le N.° de l'<title>Antologia</title> qui contient l'annonce de notre bienheureux <hi rend="italic">Thesaurus</hi>. - Vous aurez le <hi rend="italic">Codex Apocriphus</hi> de Thilo; mais Dieu sait quand il vous arrivera. - Faites donc, s'il vous plait, parvenir mes salutations à Monsieur le Professeur Rosini à Pise. Pourquoi n'a-t-il pas pensé à m'envoyer sous bande ses Recherches sur la mort du Tasse? C'est par un article de la <hi rend="italic">Bibliothèque Universelle</hi> de Genève, réimprimé dans le <hi rend="italic">Cabinet Littéraire</hi>, que je connais cette publication.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Ranieri (1833)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO RANIERI - NAPOLI.</hi>
               </salute>
               <date>[Firenze] 1 Gennaio [1833].</date>
            </opener>
            <p>Ranieri mio. Essendomi ridato, dopo la tua partenza, a comporre, ebbi un'emorragia forte al naso, che mi abbattè un poco, e mi cagionò per un giorno o due quell'indebolimento alla vista di cui ti scrissi: ma questa è poi ritornata allo stato solito. Appena mi par credibile che la nostra riunione sia per aver luogo veramente: tanto questa felicità mi par grande e incalcolabile. Ma ti prego sempre a non precipitare con rischio della tua salute. Qui fa gran freddo, e già l'Arno è ghiacciato più volte da sponda a sponda. Salutami la tua degna sorella. Addio, cor mio. Ti do mille baci. Abbiti cura per amor mio. Queste di casa ti salutano tanto tanto: anch'esse sono state in pena con me per la tua salute.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.P.Vieusseux (1833)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIAN PIETRO VIEUSSEUX</hi>
               </byline>
               <date>[Firenze, principio del 1833].</date>
            </opener>
            <p>Mannucci si reca giovedì prossimo ore dieci in campagna per tutto quel mese. Non potrà quindi essere per detto tempo altrimenti intermediario con l'amico di Napoli, che ha egualmente prevenuto, e col quale converrà corrispondere direttamente.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Ranieri (1833)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO RANIERI - NAPOLI.</hi>
               </salute>
               <date>[Firenze] 3 Gennaio [1833].</date>
            </opener>
            <p>Ranieri mio. La Lenzoni è a Roma, e di là mandò ultimamente, per mezzo del marito, a chiedermi espressamente delle tue nuove. La Fanny fu <hi rend="italic">proprio</hi> contenta della tua lettera, e credo che ti avrà risposto, come disse di voler fare subito. Mi rincresce assai della tua nuova afflizione per la sorella: spero che sarà breve: salutala da mia parte. Addio, anima mia cara, addio per necessità: grand'ira e rabbia non potere scrivere: ma, per Dio, è inutile!! Ti mando un milione di baci.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Ranieri (1833)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO RANIERI - NAPOLI.</hi>
               </salute>
               <date>[Firenze] 5 Gennaio [1833].</date>
            </opener>
            <p>Ranieri mio caro. Quanto mai m'addolora la tua dell'1. Oh Dio mio! Ma di me non temer mai nulla: io non corro pericoli, e se anche ammalassi, niente si conchiuderebbe, perchè la vita che ho, non è tanta, che abbia la forza di ammazzarmi. Caramelli ride di questo mio detto ma l'approva per verissimo. Povero Ranieri mio! se gli uomini ti deridono per mia cagione, mi consola almeno che certamente deridono per tua cagione anche me, che sempre a tuo riguardo mi sono mostrato e mostrerò più che bambino. Il mondo ride sempre di quelle cose che, se non ridesse, sarebbe costretto di ammirare; e biasima sempre, come la volpe, quelle che invidia. Oh Ranieri mio! quando ti ricupererò? finchè non avrò ottenuto questo immenso bene, starò tremando che la cosa non possa esser vera. Addio, anima mia, con tutte le forze del mio spirito. Addio infinite volte. Non ti stancare di amarmi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di C.Antici (1833)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO ANTICI</hi>
               </byline>
               <dateline>Roma li 5 del 1833.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio Caro Nepote. Scusatemi se così tardi riscontro la vostra graditissima dei 18 scaduto; posso dirvi senza esagerazione che ho consumato il mese intero tra mille piccole ma necessarie faccende. Scusatemi altresì se mi prevalgo d'altrui pugno perchè non volendo più differire il riscontro, e trovandomi con flussione di capo non posso oggi metter mano alla penna. Vi sia di norma che la vostra Cambialetta di Scudi 25.25 fu debitamente estinta, e che estinguerò <hi rend="italic">a vista</hi> le altre simili, che periodicamente mi prevenite dover trarre sopra di me. Se mi riuscisse di farvi avere <hi rend="italic">la stessa somma</hi> costì alla pari, cioè per quanto qui si pagano, lo farò volontieri, ma ancor qui 24 Francesconi valgono S. 24.60, perchè il Francescone sta a tariffa Scudi 1,2 1/2. Sempre però si risparmierebbero baj. 65 per Cambiale, e in questi tempi nessun risparmio è inopportuno.</p>
            <p>Avrei desiderato che nel vostro laconismo mi aveste pur dato un cenno del vostro stato attuale di salute. La nostra è sufficiente. I Cugini vi salutano di cuore. Gradite da parte mia le proteste del sincerissimo attaccamento con cui sono vostro aff.mo Zio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Ranieri (1833)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO RANIERI - NAPOLI.</hi>
               </salute>
               <date>[Firenze)8 Gennaio [1833].,</date>
            </opener>
            <p>Ranieri mio caro. Io t'ho sempre immancabilmente scritto, e la colpa della tua inquietudine, che mi fa un'infinita compassione, non è mia, ma della sorte, che si prende giuoco degl'infelici. Non mi dispiace che tu rivegga la Pelzet, perchè mi fido della tua virilità che non ti sia pericoloso il rivedere quest'oggetto infausto, non mai stato degno di te, ed ora divenuto indegnissimo. Il mio timore è che non ti noccia il mutar clima in peggio, nella peggiore stagione dell'anno. Fa tu, ma non arrischiar troppo la salute: te ne prego quantunque ogni giorno che passo senza te, mi si faccia sempre più insopportabile. Addio, anima mia. Ti stringo al cuore, e ti bacio mille volte. Addio con tutta l'anima.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Ranieri (1833)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO RANIERI - NAPOLI.</hi>
               </salute>
               <date>[Firenze 10 Gennaio 1833].</date>
            </opener>
            <p>Ranieri mio. Sempre io ti ho scritto, sempre: ricevetti, ed ho poi esatta la cambiale, e soddisfatto Castelnuovo: Bargagli è fuori. Ti scrissi lungamente sulla Lenina, lodando la tua risoluzione. Ma tu mi uccidi con quelle parole disporre <hi rend="italic">della tua vita</hi>. Come? Se tu non potessi uscire, non verrei teco io ad ogni costo? non ci riuniremmo egualmente? e presto? Io sono minacciato di perder la vista e non posso scrivere: ma senti, Ranieri, ricordati, per la memoria del tempo passato insieme, ch'io voglio, per Dio! ribaciarti prima di morire. Addio. Alla Fanny stassera.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Ranieri (1833)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO RANIERI - NAPOLI.</hi>
               </salute>
               <date>[Firenze] 12 Gennaio [1833].</date>
            </opener>
            <p>Vedi più che puoi di tranquillarti, anima mia. Dell'esecuzione pronta della mia promessa, fatta più per me che per te, non dubitare un istante. Vorrei ch'ogni parola che scrivo fosse di fuoco, per supplire alla dolorosa brevità comandatami dai poveri infelici miei occhi. Addio mio solo bene.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Ranieri (1833)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO RANIERI - NAPOLI.</hi>
               </salute>
               <date>[Firenze] 15 Gennaio [1833].</date>
            </opener>
            <p>Ben poca consolazione ti portano le mie letteracce così brevi. Oh Ranieri mio, quanto vorrei soffrire io stesso in tua vece! Se tu non hai che me, tu mi hai però tutto e per sempre: vivine sicuro più che dell'esistenza dei corpi. Io sono sempre a' tuoi cenni quanto al riunirmi teco. Ti raccomando la salute, di cui sempre tremo. Hai tu la lettera della Fanny? Addio, mia cara e sola speranza.</p>
         </div1>
         <div1 lang="fra" n="Di L.De Sinner (1833)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI LUIGI DE SINNER</hi>
               </byline>
               <dateline>Paris, ce 16 Janvier 1833.</dateline>
            </opener>
            <p>Cette fois-ci, mon excellent ami, vous ne recevez que quelques lignes, et c'est pour vous envoyer un mot de mon excellent Monsieur Mablin qui ravi de vos <title>Operette</title> a voulu vous remercier lui même. Vous savez qu'il est mon titulaire. Il m'avait remis une feuille entière. D'après son consentement, pour economiser le port, je ne vous envoie que la demi-feuille.</p>
            <p>Sous bande vous recevez <hi rend="italic">Rosare</hi> de mon ami Berger qui a voulu se nommer Gerber, anagramme qui est de mon invention. Tâchez, je vous en prie, de faire annoncer ce joli livre, d'une morale si pure, dans l'<title>Antologia</title>.</p>
            <p>Vous aurez reçu ma lettre du 2 Janvier et le volume de Castilho?</p>
            <p>Ayez la bonté de mettre dans votre prochaine lettre un mot d'incluse pour Mablin. Vous pouvez lui dire quelque chose de favorable pour moi, qui me sera utile.</p>
            <p>Adieu, mon excellent ami, et croyez-moi à tout jamais votre tout dévoué.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Paolina L. (1833)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PAOLINA LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 18 Gennaio 1833.</dateline>
            </opener>
            <p>Cara Pilla. Abbiamo un gennaio simile a quello del '17. Da gran tempo io ho chiuso il caminetto, e spero oramai che la piccola provvisione ch'io aveva fatto per scaldarmi quest'anno, mi resti inutile. Quando ho voglia, esco la sera dopo pranzo, e torno dalla conversazione a mezza notte. Mi rallegro del Villani acquistato: è un ottimo acquisto. Anche la mia biblioteca cresce notabilmente. Ieri io dissi: andiamo a guadagnarci un bel regalo di libri. Feci una visita: questa mattina i libri ben legati erano in casa prima ch'io fossi levato. But, pray, how long is it, since you have learned english? you surprise me. I can assure you that you write it perfectly. Should I be mistaken, if I were to think that our brother has assisted you? I shall write and inform you as you wish. Adieu.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Ranieri (1833)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO RANIERI - NAPOLI.</hi>
               </salute>
               <date>[Firenze] 22 Gennaio 1833].</date>
            </opener>
            <p>Ancora non posso aver dalla posta la tua d'oggi. La Fanny, con la quale si parla sempre di te, mi raccomanda di salutarti tanto tanto, e vorrebbe sapere se hai ricevuto la sua risposta. Io sto passabilmente, salvo i poveri occhi. Addio, anima mia, mille volte. Ti bacio e ti stringo tanto al cuore.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Ranieri (1833)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO RANIERI - NAPOLI.</hi>
               </salute>
               <date>[Firenze] 24 Gennaio [1833].</date>
            </opener>
            <p>Ierlaltro fui senza tue lettere. Oggi ho la tua de' 19. Io non ti potei scrivere, nè ripetere, intorno alla Pelzet se non considerazioni e conforti amichevoli. Lei non ho più nè vista nè udita. Se vuoi rimandarle <hi rend="italic">nudamente</hi> i ritratti, gliene farò rendere dalle Busdraghi. Mandali se ti preme <hi rend="italic">assolutamente</hi> di riavere il tuo; altrimenti no perchè troppo l'onori a mostrar di ricordarti di lei. Ranieri mio, che cordoglio, che infelicità la mia, di non poterti scrivere un po' più che niente. Dà mille baci per me alla gentile Calliopina e ringraziala tanto tanto del suo caro saluto. Anima mia, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Ranieri (1833)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO RANIERI - NAPOLI.</hi>
               </salute>
               <date>[Firenze] 29 Gennaio [1833].</date>
            </opener>
            <p>Ranieri mio. Pensa, mi dici, che presto dobbiamo riunirci per sempre. Ben sai che questo pensiero è il mio pane quotidiano. <hi rend="italic">E questo solo ancor qui mi mantene</hi>. La Fanny è più che mai tua, e ti saluta sempre. Sai che Carlino partì per New-York? Ella ha preso a farmi di gran carezze, perch'io la serva presso di te: al che <foreign lang="lat">sum paratus</foreign>. Addio, anima mia cara, mille volte.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Ranieri (1833)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO RANIERI - NAPOLI.</hi>
               </salute>
               <date>[Firenze] 31 Gennaio [1833].</date>
            </opener>
            <p>Ranieri mio. Un gran dolore mi dà il sentire che le mie non ti giungono. Io vorrei scriverti de' volumi per consolarti: ma il fato nega a te ed a me anche questa frivola consolazione. Sto aspettando le nuove del nostro affare, puoi credere con che impazienza. Frullani, che sempre domanda di te, ti saluta molto. Addio, anima mia, addio con mille e mille baci.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Ranieri (1833)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO RANIERI - NAPOLI.</hi>
               </salute>
               <date>[Firenze] 5 Febbraio [1833].</date>
            </opener>
            <p>Ranieri mio. Non hai bisogno ch'io ti dica che dovunque e in qualunque modo tu vorrai, io sarò teco. Considera bene e freddamente le tue proprie convenienze, ma senza entusiasmo: dico senza troppo entusiasmo: e poi risolviti. La mia risoluzione è presa già da gran tempo: quella di non dividermi mai più da te. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Ranieri (1833)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO RANIERI - NAPOLI.</hi>
               </salute>
               <date>[Firenze 6 Febbraio 1833].</date>
            </opener>
            <p>Ranieri mio. Tu solo intendi come io resti alla tua de' 29. Il dolore della tua situazione, ch'io capisco e mi rappresento al vivo, mi comprende tutta l'anima. È inutile ch'io ti ripeta ch'io sono sempre e in ogni cosa ad ogni tuo cenno: magra consolazione, ed unica che ci rimane. Ma ti raccomando a mani giunte la tua cara salute. Anima mia, povero mio Ranieri, calmati per amor mio. Pure mi sarà dato una volta di consolarti. Addio con mille baci, addio senza fine. Io non ho e non avrò più altro pensiero che te.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Ranieri (1833)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO RANIERI - NAPOLI.</hi>
               </salute>
               <date>[Firenze] 7 Febbraio [1833].</date>
            </opener>
            <p>Ranieri mio. Ebbi la tua da Livorno, ma Niccolini non ha mai ricevuta <hi rend="italic">nessuna</hi> tua lettera, neppur quella del Piatti. <hi rend="italic">Nè vista nè udita</hi> dissi della Pelzet per modo di esprimermi, intendendo di non averne più avuto sentore. Io sono, come ti dissi, prontissimo ad ogni tuo volere, e ti stringo al seno con mille baci. Addio, anima mia. Sono proprio impaziente di rivederti.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Ranieri (1833)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO RANIERI - NAPOLI.</hi>
               </salute>
               <date>[Firenze] 14 Febbraio [1833].</date>
            </opener>
            <p>Ranieri mio. Non ho ancora la tua lettera dalla posta d'oggi. Scrivo brevissimo perchè lo stato de' miei occhi è deplorabile. Ogni giorno divengo più infelice della tua lontananza, perchè tutto il tempo che passo senza te, mi pare ed è veramente perduto, essendo ogni mio piacere posto nella tua compagnia. Addio senza fine.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Ranieri (1833)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO RANIERI - NAPOLI.</hi>
               </salute>
               <date>[Firenze] 16 Febbraio [1833].</date>
            </opener>
            <p>Anima mia. Gli occhi non mi lasciano che salutarti.</p>
            <p>Ho le tue 9 e 12 che mi consolano d'ogni male. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Ranieri (1833)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO RANIERI - NAPOLI.</hi>
               </salute>
               <date>[Firenze] 23 Febbraio [1833].</date>
            </opener>
            <p>Ranieri mio. Tanto è possibile ch'io m'avvezzi a far senza te, che la tua lontananza non mi è che una continua lezione di come tu mi sii più necessario che l'aria. Sarai servito col Sig. Galanti, che credo però già partito colla Signora. Addio con mille e mille e mille baci. Salutami molto la sorella e Ruggiero.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1833)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 26 Febbraio 1833.</dateline>
            </opener>
            <p>Papà mio. La ringrazio mille volte dell'amorosissima sua 31 Gennaio. Sono stato seriamente malato degli occhi. Sto assai meglio, ma con impossibilità di leggere nè scriver <hi rend="italic">nulla</hi>. Spero sempre di rivederla presto, e le bacio senza fine la mano, con tenerezza.</p>
            <p>Cara Pilla. Lire 26.13 sono rom. sc. 4,20. Puoi associarti p. mio mezzo direttamente. La tua 13 9bre io non l'ebbi mai.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Maestri (1833)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ADELAIDE MAESTRI</hi>
               </byline>
               <dateline>Parma 28 Feb. 1833.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Leopardi. Come debbo incominciare questa mia lettera? con rimproveri solenni a voi, per avermi lasciata tanto tempo priva de' vostri caratteri, ovvero coll'iscusar me d'aver fatto altrettanto verso di voi? in vero non lo saprei. Ciò che so si è d'avere sempre avuto desiderio grande di vostre notizie, come potete immaginare, le quali ho potuto avere qualche volta da Giordani, verso il quale siete stato meno avaro... Ma intanto, io non vi parlo della cagione per la quale vi scrivo oggi, e mi pare di vedervi rimanere estatico osservando questa vostra lettera ch'io vi rimando. Eccone la cagione. A Torino si stampa un <hi rend="italic">fac simile</hi> di lettere d'uomini illustri per conservare il carattere della loro scrittura. Sono stata richiesta di mandarne, se io ne avessi alcuna. Ed ho pensato di dare questa vostra, ma non ho voluto farlo senza vostra licenza, ch'io vi domando ora con amichevole preghiera, quando non amaste sostituirne un'altra. In ogni caso vi prego a rimandarmi questa, essendo ora una mia cara proprietà, e a volermi, colla maggiore sollecitudine, dare una risposta. Ad un tempo spero mi darete nuove della vostra salute, desiderate ottime da me, da Ferdinando, e da' miei genitori, i quali bramano di essere ricordati alla vostra benevolenza. Clelietta e Emilietto mi raccomandano anch'essi di salutarvi affettuosamente. Addio, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Ranieri (1833)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO RANIERI - NAPOLI.</hi>
               </salute>
               <date>[Firenze] 2 Marzo [1833].</date>
            </opener>
            <p>Ranieri mio. Ti sospiro sempre come il Messia. S'io <hi rend="italic">possa</hi> abbandonarti, tu lo sai bene. Ti mando mille baci.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Ranieri (1833)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO RANIERI - NAPOLI.</hi>
               </salute>
               <date>[Firenze] 5 Marzo [1833].</date>
            </opener>
            <p>Ranieri mio. Io prendo <hi rend="italic">brodo</hi> e <hi rend="italic">carne</hi> alle 5, e non perciò digerisco. Ma la perdita di tante mie microscopiche lettere non lascia di essere una grande calamità. Addio, cor mio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Ranieri (1833)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO RANIERI - NAPOLI.</hi>
               </salute>
               <date>[Firenze] 7 Marzo [1833].</date>
            </opener>
            <p>Ranieri mio. Ma le lettere che imposto io di mia mano, e che tu non ricevi? - La tua malinconia mi afflige di continuo: quanto sospiro quel tempo ch'io ho potuto consolarti!</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Ranieri (1833)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO RANIERI - NAPOLI.</hi>
               </salute>
               <date>[Firenze] 9 Marzo [1833].</date>
            </opener>
            <p>Credimi, Ranieri mio, che questo nulla ch'io scivo è più che il <foreign lang="lat">maximum</foreign> del mio potere. Mio padre e i fratelli mi scrivono piangendo per non avere risposta nè nuove mie da 3 mesi; e io non leggo intere le loro lettere. Tutto il giorno ti chiamo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Maestri (1833)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ADELAIDE MAESTRI - PARMA.</hi>
               </salute>
               <date>[Firenze] 14 Marzo [1833].</date>
            </opener>
            <p>Mia cara Adelaide. Fate dell'acclusa ciò che vi piace; ma se volete ascoltare una mia sincera e calda preghiera, non mi fate comparire per la prima volta fra gl'illustri, compagnia che non mi sarebbe nè convenevole nè grata. Un'incomoda oftalmia mi costringe a questo villanissimo laconismo. Addio. Il vostro Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Ranieri (1833)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO RANIERI - NAPOLI.</hi>
               </salute>
               <date>[Firenze] 16 Marzo [1833].</date>
            </opener>
            <p>Ranieri mio. La tua del 12 mi consola in più modi, ma attendo con impazienza a Martedì le nuove della rosolia. Le materasse ben ribattute ti aspettano già da più mesi in tua camera. Addio, anima mia, con un milione di baci.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Ranieri (1833)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO RANIERI - NAPOLI.</hi>
               </salute>
               <date>[Firenze] 19 Marzo 1833.</date>
            </opener>
            <p>Ranieri mio. Io ti scrivo un nulla, ma sempre. Sono la più infelice delle creazioni senza te, ma ti prego sempre a non precipitare. Addio mille volte.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Ranieri (1833)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO RANIERI - NAPOLI.</hi>
               </salute>
               <date>[Firenze] 21 Marzo [1833].</date>
            </opener>
            <p>Non dubitare, Ranieri mio, che le tue lettere sono la mia sola e cara lettura. Ebbi la tua dalla Fanny e risposi. Risalutami caramente la sorella e le sorelline. Ti mando mille baci, e ti aspetto sempre palpitando.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di C.Bonaparte (1833)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLOTTA BONAPARTE</hi>
               </byline>
               <dateline>Londres 22 Mars 1833.</dateline>
            </opener>
            <p>Monsieur le Comte. J'ai appris de vos nouvelles avec plaisir, et je veux profiter de la bonne occasion qui se présente, pour me rappeler à Votre souvenir (et je crois ma lettre bien nécessaire, ce qui me peine, car celui que je vous conserve, est bien vif), et vous dire combien j'ai regretté de n'avoir pu vous voir avant mon départ de Florence, pour vous demander de me donner quelques fois de vos nouvelles. Le duc d'Aquino, charmé de Londres (où il n'est resté que 15 jours, ennuyé de Paris, où il trouve tout détestable), veut bien se charger de ma lettre. J'espère qu'il vous engagera à me répondre, et qu'il vous dira que j'ai été bien aise de vous savoir mieux portant, et d'apprendre le retour près de vous de Monsieur Ranieri, qui vous dira beaucoup mieux que je ne le ferais tout ce que Londres offre de curieux, d'intéressant etc. Je vous fais donc grâce de descriptions, de récits qui tiennent ordinairement une grande place dans les lettres des voyageurs. Je vous fais grâce des raisons, pour lesquelles je m'en abstiens, la première de toutes et la meilleure, est que je n'ai rien vu, que je ne vois rien, enfin que je ne suis plus curieuse. Voila un voyage bien instructif, m'allez-vous dire? Je ne puis vous parler de mes lectures, je ne lis rien, plus même de romans, un peu de dessin le soir et des promenades, le matin s'entend: voilà mes occupations. Après tant d'aveux de paresse oserai-je vous demander de quelle façon vous passez votre temps, si les lectures intéressantes continuent? Moi j'aimerais mieux que vous écriviez.</p>
            <p>Je ne voulais vous écrire que quelques lignes et voilà presque une longue lettre. Je pense que vous voyez souvent Niccolini, au souvenir duquel je voudrais bien être rappelée. Veuillez vous en charger, et me donner de ses nouvelles en me répondant. Je vous prie de recevoir la nouvelle assurance de mes sentiments. CHARLOTTE.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1833)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 23 Marzo [1833].</dateline>
            </opener>
            <p>Papà mio. La sua dei 2 mi straccia l'anima. Dio sa quanto ho penato pensando a loro. Ma fare scrivere mi pareva peggio, e scrivere io non poteva assolutamente, nè posso ancora, benchè la vista paia, grazie a Dio, in salvo. Benedica, la prego istantissimamente, il suo amantissimo figlio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Ranieri (1833)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO RANIERI - NAPOLI.</hi>
               </salute>
               <date>[Firenze] 23 Marzo [1833].</date>
            </opener>
            <p>Ranieri mio. Benchè tu vogli ch'io sia sicuro questa volta della tua venuta, io non lascerò di discrederla finchè non ti veggo: troppo mi par gran cosa il riaverti. La Lenzoni, ch'è qui, ti saluta tanto. Addio, anima mia, addio senza fine.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Ranieri (1833)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO RANIERI - NAPOLI.</hi>
               </salute>
               <date>[Firenze] 26 Marzo [1833].</date>
            </opener>
            <p>Ranieri mio. Certo tu non sei fatto per esser lieto. Ma pur dee consolarci alquanto che quelle tue due principali disgrazie che tu sai, par che siano passate. Addio con infiniti baci, per riabbracciarti presto.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Ranieri (1833)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO RANIERI - NAPOLI.</hi>
               </salute>
               <date>[Firenze] 2 Aprile [1833].</date>
            </opener>
            <p>Ranieri mio. Ti troverà questa ancora a Napoli? Ti avviso ch'io non posso più vivere senza te, che mi ha preso un'impazienza morbosa di rivederti, e che mi par certo che se tu tardi anche un poco, io morrò di malinconia prima di averti riveduto. Addio addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Ranieri (1833)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO RANIERI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>[Firenze] 9 Aprile [1833].</date>
            </opener>
            <p>Ranieri mio. Non ebbi la tua dal Piatti, che la sera del 6, però ti scrissi solo a Napoli. Faccia Dio che questa non ti aspetti punto. Oggi non ho la tua ancora. Del Lampsaceno non saprei certamente dirti di più che il Creuzer. Addio anima mia. Mando un milione di baci e di amplessi ad incontrarti.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Ranieri (1833)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO RANIERI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>[Firenze] 11 Aprile [1833].</date>
            </opener>
            <p>Ranieri mio. Immagina come il core mi batta scrivendoti per tuo avviso a Roma. Pure la malinconia della tua de' 4 non lascia di amareggiarmi. Oh venga alla fine il momento di questa nostra non più separabile ricongiunzione! Poi qui o a Napoli ogni male ci sarà più sopportabile. Salutami tanto tanto Gozzani. Addio, anima mia, mille volte.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Ranieri (1833)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIO RANIERI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <date>[Firenze] 13 Aprile [1833].</date>
            </opener>
            <p>Ranieri mio. Indirizzo anche questa a Roma senza sapere se fo bene, perchè ancora non ho la tua d'oggi. Dio mi conceda di rivederti prima ch'io muoia; che oramai mi pare appena probabile, non per tua colpa certamente. Addio, <foreign lang="grc">ὦ πολὺ ἐπικαλοᾣύμενε</foreign>, addio con tutto il mio cuore.</p>
         </div1>
         <div1 n="A L.De Sinner (1833)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A LUIGI DE SINNER - PARIGI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 18 Aprile 1833.</dateline>
            </opener>
            <p>Sarò veramente breve questa volta, mio impareggiabile amico, per <hi rend="italic">estrema</hi> necessità impostami da' miei poveri occhi. Ancora non mi è stato possibile di leggere il libro di Castilho, del quale vi rendo un milione di grazie. Vi mando sotto fascia, insieme col saggio sugli <title>Amori</title> del Tasso, una copia de' miei <title>Canti</title>: ma non ho potuto procurarmi le <title>Operette</title>, perchè non si trovano più in niun luogo, se non forse a Milano. - Desidero che M. Thilo sia contento dell'acclusa collazione. Quando gliela manderete, accompagnatela, vi prego, coi miei complimenti. Essa è fatta dal Bencini, che vi riverisce: la spesa è troppo frivola, perchè vaglia il pregio di parlarne. - Ebbi il libro di M. Berger, e lo raccomandai a Vieusseux, ma l'<title>Antologia</title>, come saprete, è soppressa per decreto granducale. - Debbo anche ringraziarvi del bel volume dell'Havelok, e soprattutto del vostro articolo nel <hi rend="italic">Siècle</hi>, dove ho riconosciuto, con vivi sensi di gratitudine, la dolce affezione che l'ha dettato.</p>
            <p>Questa lettera, così breve com'ella è, cominciata in Gennaio!! non ha <hi rend="italic">assolutamente</hi> potuto esser finita che oggi, a causa di una fiera ed ostinatissima oftalmia, della quale sono appena convalescente. Perdonate alla mia infermità, mio pietoso amico: io non ho mai cessato di pensare a Voi. Chiedete mille scuse per me all'egregio M. Mablin: non ho voluto servirmi d'altra mano per ringraziarlo, riserbandomi a farlo di mio pugno il più presto che potrò. Datemi distesamente le vostre nuove, del desiderio delle quali sono impazientissimo, e non vi stancate di amare il vostro sempre amantissimo e gratissimo G. Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Paolina L. (1833)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PAOLINA LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>[Firenze] 6 Maggio [1833].</date>
            </opener>
            <p>Pilla mia cara. Una mia di <hi rend="italic">due</hi> righe, sventuratamente equivoche, ad un mio amicissimo a Roma, il quale corse qua col corriere, ha cagionato a voi altri quel che sapete, ed a me l'indicibile dolore di sentir la tua a Vieusseux. Care mie anime, vede Iddio ch'io non posso, non posso scrivere: ma siate tranquillissimi: io non posso morire: la mia macchina (così dice anche il mio eccellente medico) non ha vita bastante a concepire una malattia mortale. Vi lascio per forza, abbracciando tutti con immensa tenerezza.</p>
            <p>Dammi subito le nuove di tutti per mia quiete. - Sii anche <hi rend="italic">certissima</hi> che in ogni caso grave non vi mancheranno mai amichevoli informazioni <hi rend="italic">di qua</hi>.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Manuzzi (1833)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIUSEPPE MANUZZI - FIRENZE.</hi>
               </salute>
               <dateline>Venerdì 17 Maggio [1833].</dateline>
            </opener>
            <p>Signore ed Amico pregiatissimo. Mando il noto ms., per l'uso del quale sarò contento, poichè siamo in Firenze, di ricevere dal Tipografo 15 o 20 zecchini, con questo che il ms. non si parta dalle mani di V.S., la quale riverisco affettuosamente.</p>
         </div1>
         <div1 lang="fra" n="A C.Bonaparte (1833)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLOTTA BONAPARTE - LONDRA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Florence 17 Mai 1833.</dateline>
            </opener>
            <p>Madame la Princesse, j'ai reçu de M. le duc d'Aquino votre charmante lettre, et je vous fais les remercimens les plus sinceres et les plus vifs du souvenir que Vous avez la bonté de me conserver. Il est vrai que Vous n'êtes pas bonne quand Vous dites que Vous croyez votre lettre necessaire a vous rappeller à ma memoire. Non, Madame, malgré mon silence, qui jusqu'à présent a été justifié de la crainte de vous être importun, je n'ai pas merité le reproche que Vous m'adressez; j'en appelle au temoignage des personnes que Vous honorez ici de votre correspondance: celles-ci pourront vous dire combien de fois après votre départ je leur ai demandé de vos nouvelles.</p>
            <p>Je ne suis pas fâché que le sejour de Londres vous soit assez indifferent: cela nous ferait esperer que le moment de vous revoir en Italie ne fût pas eloigné. Cependant je vois avec regret que dans votre lettre il n'y a pas un mot de retour: je veux me flatter qu'un tel silence ne soit pas de mauvaise augure.</p>
            <p>Quant à moi, Vous savez que l'état progressif de la societé ne me regard pas du tout. Le mien, s'il n'est pas retrograde, est eminemment stationnaire. Toujours mes occupations consistent à tâcher de perdre tout mon tems; je n'ecris pas, je ne lis pas, je fais tous mes efforts pour penser le moins que je peux; une ophtalmie fort obstinée, qui me rend absolument impossible toute espece d'application, est venue me perfectionner dans la nullité de ma maniere d'être.</p>
            <p>M. Niccolini, qui se porte bien, et qui travaille autant que je dors, a été charmé des choses aimables que Vous m'avez mandées à son egard; il me charge de vous en temoigner sa vive reconnaissance.</p>
            <p>Je n'imiterai pas, Madame, votre modestie, qui vous fait dire que votre lettre est longue, quoique elle m'ait paru bien courte à moi. Je conviendrai que celle-ci n'est pas longue, quoique elle puisse le paraître: je dirai de plus que le plaisir de m'entretenir avec Vous me transporterait bien loin du laconisme, [si] mes yeux ne me refusassent inexorablement leur ministere. Obligé d'être discret, je me bornerai à vous faire mille complimens de la part de mon cher Ranieri (auquel je me suis reuni, comme je l'espere, pour toujours), et à vous rappeller que je suis, Madame, et serai toute ma vie</p>
            <p>Votre très-devoué serviteur Leopardi</p>
         </div1>
         <div1 lang="fra" n="Di L.De Sinner (1833)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI LUIGI DE SINNER</hi>
               </byline>
               <dateline>Paris le 21 Mai 1833.</dateline>
            </opener>
            <p>Mon très cher et excellent ami. Si je n'ai pas de suite répondu à votre lettre, malheureusement pour vous et pour moi trop courte, du 18 Avril, ce retard n'a été occasionné que par la multitude d'affaires que j'ai eues ce printemps.</p>
            <p>Il s'est opéré un changement total dans ma position, si bien, que selon les apparences humames je vais rester à Paris ma vie durant. Vers le milieu du mois d'Avril dernier je reçus par l'entremise de Monsieur le Baron Alexandre de Humboldt un appel au Gymnase de Cologne à Berlin, avec un traitement de 2400 francs contre 12 leçons de Français par semaine. Huit jours après Monsieur Wilken m'écrivit que je pouvais devenir professeur royal à deux autres gymnases de Berlin, au choix, et cela pour la philologie. Mais alors convaincu de l'impossibilité de rester à Paris, par les raisons que je vous ai exposées dans une de mes dernières lettres, j'avais déjà accepté la première offre de Berlin pour la place de maître de Français, quoique avec quelques réserves et restrictions. Je répondis à Monsieur Wilken pour le prier de retirer mon premier consentement tout en me faisant obtenir un appel pour l'une ou l'autre de ces deux autres places. Voilà où j'en étais à la mi-Avril. Mais ici on voulut me garder, et après plusieurs démarches du Baron Pasquier, du Marquis de Cambis et de Monsieur Stapfer, Monsieur Guizot me nomma tout à coup Examinateur des livres de classe avec 1000 francs d'appointement par an, et la perspective certaine (?) d'una place à l'Ecole Normale à la première vacance. Aujourd'hui même on me communique une ordonnance royale, qui m'autorise à fixer mon domicile en France et à y jouir les droits civils, ce qui est le precurseur d'une naturalisation prochaine.</p>
            <p>Tout ceci est très bien pour les apparences. C'est même plus que cela, cela satisfait les désirs de mon coeur. Je vous ai assez parlé de mes élèves de l'École Normale, auxquels je suis attaché de toute mon âme. Tout en instruisant ces excellents jeunes gens, il me semble que cela vaut la peine de faire l'essai si en France on ne peut pas former des hellénistes. Si durant tout l'hiver dernier, où j'étais si malade d'esprit, ma leçon de Platon et mes rapports de science et d'amitié avec mes élèves n'eussent pas soutenu mon courage défaillant, je ne serais aujourd'hui qu'une ombre de ce que croyais être, ou pouvoir être, il y a deux ou trois ans. Tout de même je ne sais si définitivement je réussirai en ce pays de fanfarons et de charlatans.</p>
            <p>J'ai trop de petits ennemis qui sont intéressés à ne pas me laisser parvenir. - Cependant je ne puis me cacher que ce n'est pas en Allemagne, ni surtout à Berlin que je puis faire une carrière en philologie; je suis trop faible pour cela, pendant qu'ici parmi les aveugles, tout borgne que je suis, je compte comme roi. A Berne je ne pourrais guère me réempatroniser; j'ai trop dégénéré de la noble souche patricienne. Le mariage de ma soeur cadette avec Monsieur de Luternau, le dernier rejeton d'une de nos plus illustres familles, m'a fait comprendre ce que cela voulait dire aux yeux des Bernois que de vivre de livres ou de leçons. Il me faudrait 4000 francs de rente; alors je vivrais gaiement tantôt dans un pays, tantôt dans un autre, écrivant pour le public quand cela me ferait plaisir, c'est à dire très rarement.</p>
            <p>Je ne sais, mon précieux ami, si vous avez reçu deux autres N.os du <hi rend="italic">Siècle</hi>, où il y avait des traductions de vos <title>Operette</title>? Monsieur Durand a traduit <hi rend="italic">Ruysch</hi> et l'<hi rend="italic">Islandais</hi>, Monsieur Vendryes <hi rend="italic">Prométhée</hi>. Tous ces deux jeunes gens sont mes élèves. Je vais faire continuer ces traductions. Qu'avez-vous décidé en définitive pour vos deux <hi rend="italic">prose</hi> inédites? Rappelez vous ce que je vous ai proposé.</p>
            <p>Dans une édition du <hi rend="italic">Banquet</hi> de Platon que je publie en ce moment comme résultat de mon cours, j'ai souvent occasion de vous citer et de faire imprimer plusieurs de vos notes. J'ai eu pour ce travail de superbes secours, tels que les papiers de Creuzer. Mais il m'est difficile d'elaborer tout cela de manière a en être content moi-même.</p>
            <p>Remerciez gracieusement Monsieur Bencini de son exactissime collation des hymnes de Synesius. Je l'ai aussitôt envoyé à Monsieur Thilo, qui ayant perdu sa mère et soeur cet hiver, ne m'a pas encore écrit depuis mon séjour à Halle. Vos <title>Canti</title> ont été envoyés à Monsieur de Castilho. Mille grâces pour le Rosini. Si vous voyez quelqu'un qui s'intéresse à moi, saluez le bien sincèrement de ma part. Quant à Monsieur de Mourawieff je ne conçois rien du tout au silence obstiné qu'il garde depuis plus d'un an; je ne sais pas même où il est à présent.</p>
            <p>Adieu, mille fois adieu, mon meilleur et mon plus cher ami. Que Dieu vous rende la santé afin que vous puissiez écrire bientôt une lettre détaillée a votre tout dévoué ami.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Tommasini (1833)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIETTA TOMMASINI</hi>
               </byline>
               <dateline>Parma 28 Maggio 1833.</dateline>
            </opener>
            <p>Caro Leopardi. È pur tempo ch'io rompa un silenzio che sarebbe senza scusa, se non derivasse da tristissima cagione, la perdita della mia cara Madre. Io l'ebbi per più mesi ammalata, ed io vivea intanto nel dolore di perderla. Oh Dio! non valsero i soccorsi più efficaci della medicina per toglierla al destino che l'attendeva. Questa crudele sventura mi tolse totalmente il sonno, e mi ridusse nello stato di non potermi occupare neanche in cose di poco momento. Mio caro amico, senza questa disgrazia non sarei stata tanto tempo senza scrivervi e pregarvi di darmi vostre nuove, le quali mi sono sempre carissime. Almeno vi fossi stata vicina; so di certo che la vostra amicizia non mi avrebbe abbandonata in tanta miseria! ma la cattiva fortuna m'ha sempre negato di vivere con voi sotto un medesimo cielo. Che non avrei io fatto per farvi conoscere quanto vi sono amica, e in quanta onoranza vi tengo? Sì, ve lo confesso, il sapervi infelice con tanto diritto alla felicità, fa sì che vi sia affezionata come a figlio, a fratello. E che non farei dunque per migliorare la vostra condizione? Ma purtroppo non mi avete mai data l'occasione di potervi essere utile in qualche cosa. Accettate questa mia buona volontà, come prova di quella sincera amicizia che mi sarà compagna per tutta la vita.</p>
            <p>Perdonate allo scrivere trascurato; imperocchè non ho altro intendimento se non che significarvi quello che il cuore mi detta. Conservatemi la preziosa vostra amicizia, e credetemi per sempre vostra aff.ma amica.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Maestri (1833)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ADELAIDE MAESTRI</hi>
               </byline>
               <dateline>Parma 29 Maggio 1833.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Leopardi. Colgo l'occasione che mi offre il mio Ferdinando per inviarvi questa mia, alla quale porto non poca invidia. Egli è certo che per quanto vi dicessi non esprimerei mai abbastanza con quanto piacere io vi rivedrei; ma questa volta, dal canto mio, troppi ostacoli si oppongono. Speriamo nell'avvenire. Non ho creduto bene di scrivervi prima d'ora e perchè la malattia vostra era purtroppo tale da non ammettere occupazioni di sorta; e perchè io pure sono stata più volte sconcertata da male di gola, del quale neanche al presente mi trovo del tutto libera. Lascio immaginare a voi la pena che ho provata, e meco la mia famiglia, leggendo le poche righe della cara ultima vostra. Voglia Dio che Ferdinando possa portarmi notizie migliori! sono desiderate da tutti noi ardentemente. Quanto al fac-simile siete stato perfettamente esaudito. A ogni modo, conoscendo che non sarebbe stato desiderio vostro, non avrei inviata la lettera; ma s'è data ancora altra combinazione per cui non s'è fatto nulla, come udirete da Ferdinando. Ho mandato da Giordani per chiedergli se avesse qualche lettera per voi, ma Egli è partito per Piacenza. Addio, mio ottimo amico. Quando potete, scrivetemi; non lasciate di farlo, poichè io conservo ogni riga vostra siccome prezioso tesoro.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Rosini (1833)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIOVANNI ROSINI - PISA.</hi>
               </salute>
               <date>[Firenze... Giugno 1833].</date>
            </opener>
            <p>Amico carissimo. Vi ringrazio caramente dei libri inviatimi in grazioso dono. Della commedia non sapremmo che aggiungere Ranieri ed io al giudizio già pronunziate dal pubblico, eccetto che a me pare che voi abbiate introdotto nel teatro italiano un nuovo genere di dramma, che potrà esser coltivato con molto frutto.</p>
            <p>Il Saggio mi pare propriamente una bella cosa, pieno di quella erudizione letteraria, che oggi è rarissima da per tutto; e piacevole molto a leggere, non ostante la copia delle citazioni, e l'aridità apparente della materia.</p>
            <p>Il desiderio di servir voi, e di leggere le cose vostre, mi fece esser corrente a promettere quello, che ora trovo assai difficile a mantenere. Voi sapete che il mio mal d'occhi e di nervi, da quando io leggeva <hi rend="italic">La Monaca di Monza</hi>, è cresciuto sempre, tanto che ora non son più padrone di me stesso in ciò che appartiene a leggere e scrivere. Un giorno potrò far qualche cosa, e dieci non potrò far nulla, nemmeno leggere le lettere che ricevo. Tutti i miei amici aspettano le risposte per settimane e mesi, perch'io stesso debbo aspettare che gli occhi mi permettano di rispondere. In tale stato, come poss'io assumere l'impegno di una corrispondenza regolare? Tanto più che quello, ch'io posso leggere e scrivere anco nelle migliori giornate, è sempre pochissimo. Vedete dunque che io promisi oltre alle mie facoltà, e conoscete bene che queste non son vane scuse. Del resto, comandatemi quel che credete ch'io possa, chè la volontà di servirvi non mancherà mai. Addio, addio. Ranieri vi saluta assai.</p>
         </div1>
         <div1 n="A F.Niccolini (1833)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A FELICIANO NICCOLINI - FIRENZE.</hi>
               </salute>
               <date>[Firenze, Estate 1833].</date>
            </opener>
            <p>Essendo affrettato di metter mano alla ristampa de' miei dialoghi, ed a ciò avendo assoluta necessità di quell'esemplare ch'è presso di Lei, solo che si trovi disponibile in tutta Firenze, la prego ad aver la bontà di rimandarmelo al più presto. Mi comandi e mi creda Suo obbligatissimo servitore ed amico Leopardi</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1833)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>[Firenze] 7 Luglio [1833].</date>
            </opener>
            <p>Papà mio. Sono stato più di 50 giorni combattendo con una brutta e minacciosa malattia intorno agli occhi, uno de' quali era già semichiuso. Mediante una savia e semplice cura, il principio maligno ch'io ho nel sangue sembra neutralizzato in quella parte. La sua dei 7 maggio mi causò un dolore immenso. Dio mi conceda di rivederla presto. Il suo Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.Manuzzi (1833)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GIUSEPPE MANUZZI - FIRENZE.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 18 Luglio 1833.</dateline>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo amico. Io partirò da Firenze fra otto o dieci giorni al più. Prima di partire avrei desiderato molto di rivederla, e molto le avrei parlato delle sue belle iscrizioni. Non isperando di poterlo fare a voce, gliene rendo grazie infinite per iscritto, e con questa occasione la prego a voler vedere che il Passigli mi mandi prima della mia partenza la piccola somma dei quindici o venti zecchini ch'io gli chiesi in compenso del noto manuscritto; la quale, partito ch'io fossi, difficilmente o in nessun modo riscuoterei. Avrò questa cosa da Lei per gran favore; e vicendevolmente desidero ch'Ella mi adoperi ora e sempre dovunque io vaglia a servirla. E con tutto il cuore la saluto e l'abbraccio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1833)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Firenze 1° Settembre 1833.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Papà. Alla mia salute, che non fu mai così rovinata come ora, avendomi i medici consigliato come sommo rimedio l'aria di Napoli, un mio amicissimo che parte a quella volta ha tanto insistito per condurmi seco nel suo legno ch'io non ho saputo resistere e parto con lui domani. Provo un grandissimo dolore nell'allontanarmi maggiormente da lei; ed era mia intenzione di venire a passare questo inverno a Recanati. Ma sento pur troppo che quell'aria, che mi è stata sempre dannosa ora mi sarebbe dannosissima; e d'altra parte la malattia de' miei occhi è troppo seria per confidarla ai medici ed agli speziali di costì. Avrei voluto almeno, allungando la strada, passare per Recanati. Ma ciò non era compatibile col profittare della bellissima occasione che mi si è presentata. Passato qualche mese a Napoli, se ne ritrarrò quel miglioramento che ne spero, avrò finalmente l'incredibile piacere di riabbracciarla. Da Roma, dove sarò domenica sera Le darò di nuovo le mie notizie. Sono costretto a servirmi della mano altrui, perchè quelle poche ore della mattina, nelle quali con grandissimo stento potrei pure scrivere qualche riga, le spendo necessariamente a medicarmi gli occhi.</p>
            <p>Mi benedica mio caro Papà; le bacio la mano con tutta l'anima.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1833)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Roma 28 Settembre 1833.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Papà. Ho ricevute le sue amorosissime dei 17 e dei 21. Il viaggio ed il cambiamento dell'aria mi hanno fatto qualche bene: ma non quanto io speravo. Gli occhi non hanno guadagnato nulla. Obbligato a servirmi sempre del ministero altrui, appena arrivato, pregai Antici a darle le mie notizie. Oggi ho potuto stabilire il giorno della mia partenza che sarà lunedì, per essere a Napoli la sera appresso. A primavera senza dubbio, se Dio mi conserva la vita, correrò a riabbracciarla; cosa della quale non è minore impazienza la mia che la sua. Abbraccio caramente i fratelli; e a Lei ed alla Mamma bacio mille volte la mano. Il suo Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1833)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Napoli 5 Ottobre 1833.</dateline>
            </opener>
            <p>Caro Papà. Giunsi qua felicemente cioè senza danno e senza disgrazie. La mia salute del resto non è gran cosa e gli occhi sono sempre nel medesimo stato. Pure la dolcezza del clima la bellezza della città e l'indole amabile e benevola degli abitanti mi riescono assai piacevoli. Trovo qui la sua carissima del 10 Settembre. La falsa notizia data dai fogli di Francia nacque dall'aver confuso me con altra persona che porta il mio cognome. Circa i miei principii non le dirò altro se non che se i tempi presenti avessero alcuna forza sopra di loro non potrebbero altro che confermarli. Iddio mi conceda di assicurarnela a voce. Il suo Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 lang="fra" n="Di L.De Sinner (1833)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI LUIGI DE SINNER</hi>
               </byline>
               <dateline>Paris le 21 Décembre 1833.</dateline>
            </opener>
            <p>Que faites-vous donc, mon cher et excellent ami? Voilà tantôt un an entier de passé sans que j'aie reçu de vous la moindre nouvelle.</p>
            <p>Moi, je me porte bien physiquement, mais mes affaires matérielles en sont toujours au même point. Beaucoup de travail et peu d'argent.</p>
            <p>J'attends prochainement l'édition des <hi rend="italic">Hymnes</hi> de Synesius que Thilo vous dédie. Comment vous les envoyer?</p>
            <p>Auriez-vous moyen de me faire parvenir d'une manière prompte et sûre l'édition grecque-latine de la <hi rend="italic">Poétique</hi> d'Aristote, publiée en 1835 à Palerme, par le Marquis Haus? Je vous serais bien obligé si vous aviez cette bonté là.</p>
            <p>Aujourd'hui je ne vous en écris pas davantage. Répondez-moi ne fût-ce qu'un mot. Je voudrais bien renouer avec vous une correspondance qui m'a fait tant de plaisir.</p>
            <p>De tout mon coeur je reste à jamais votre tout dévoué ami.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di V.Gioberti (1833)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI VINCENZO GIOBERTI</hi>
               </byline>
               <dateline>Di Parigi ai 27 di 10bre 1833.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio carissimo Leopardi. L'ultima volta, che io ti scrissi, consegnava il biglietto ad un amico, che si recava in Toscana, vaghissimo di vederti e di fare la tua conoscenza. Allora certamente io non prevedeva, che, quando la lettera sarebbe stata ricapitata (se pure il fu, poichè da quel tempo io non ebbi più notizia del portatore), io mi sarei trovato in prigione, postovi nel fine di Maggio, per non uscirne che in sul principio del passato Ottobre. Chi avrebbe allora presentiti, mio caro amico, tanti casi e tanti dolori, quali saranno senza dubbio pervenuti in buona parte alla tua notizia? Quel poco di prigionia che io sostenni, e l'esilio che l'ha seguita, sono nulla a rispetto della perpetua cattività di molti, dei barbari trattamenti, e delle carnificine. Io non avrei avuto una sorte migliore, se gli arghi che mi giudicarono avessero potuto scorgere pure un'ombra di sospetto nel tenore della mia vita; ma, non che questo succedesse, i frivoli indizi su cui venne fondata la mia cattura, porti da due sciagurati, furono ridotti a nulla dalla mia negativa, e dall'assoluta impossibilità di sostenerli in contraddittorio. Avrei pertanto dovuto essere assoluto pienamente; ma nol fui, perchè il parlar libero, la libera professione delle mie opinioni civili al cospetto de' giudici, il proposito di mantenerle ad ogni costo, e il rifiuto fatto costantemente fino all'ultimo di non rispondere pure una sillaba ad ogni interrogazione che concernesse le cose d'altri, e non direttamente e assolutamente la mia causa propria, attizzò l'odio particolare di chi governava e mi fu imputato a delitto. A queste s'aggiungevano alcune altre cagioni dedotte dai casi antecedenti, le quali non ti posso dichiarare in questo breve foglio; attesochè già da qualche anno io era onorato di una speciale persecuzione del governo, la quale, verso un uomo di così poco affare come sono io, era più ancora ridicola che iniqua. E quest'odio così sciocco ed accanito mi fa pensare, che con tutta la mia innocenza politica, io sarei forse stato confinato in un forte, se il mio stato di prete da una parte, e gli ordini del paese dall'altra, non avesse imbarazzato chi dovea dar la sentenza. Vedi, che anco le superstizioni, i privilegi, e le rancidezze legali dei bassi tempi sono utili qualche volta! Insomma, dopo il carcere di quattro mesi io fui esiliato a tempo indeterminato, e condotto dai carabinieri fino alle frontiere degli stati piemontesi; dove, prima di essere rilasciato, ricevetti le ultime prove della gentilezza e della giustizia del governo piemontese a mio riguardo, le quali mi duole assai di non poterti raccontare. Venni in Parigi, dove forse mi fermerò; perchè ad ogni modo, il mio esilio dal Piemonte sarà perpetuo, se non per la deliberazione del mio antico governo, almeno per la mia; e già da qualche anno io ruminava e accarezzava il disegno di un bando volontario. La mia salute è assai buona; e ciò che mi fa meraviglia, non ho sofferto nè della prigione, nè del viaggio, nè delle circostanze che lo accompagnarono; anzi mi par quasi che quel cimento e questo genere di vita nuovo, e per me straordinario, mi abbiano ringiovanito e rifatto. Certo si è, che io sto meglio qui che in patria; benchè mi accori eccessivamente il pensiero di averla perduta, e questo mondo francese in cui vivo, non si confaccia punto alla mia natura. Veggo quasi ogni giorno a mensa il Sig. Sinner, tuo amico, che ti manda l'inclusa. Riscrivimi e parlami a lungo di te, della tua sanità, de' tuoi studi; se pure puoi studiare: amami, e credimi che io non cedo a niuno nell'amore che io ti porto.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Io abito Rue des marais St. Germain, hôtel du Pont des Arts, n.° 3. Se ti scadesse l'occasione di qualche plico da spedirsi al Gen. Pepe, puoi servirtene per le lettere, sebbene io non lo conosca.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di F.Becchi (1834)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI FRUTTOSIO BECCHI</hi>
               </byline>
               <date>[Firenze] Il dì 1° gennaio 1834.</date>
            </opener>
            <p>Chiarissimo Signore e Collega. Secondo l'onorevole incarico che mi ha dato l'Accademia, Le trasmetto il Diario per l'anno che ha principio da questo giorno; e La prego a un tempo che, se mai occorresse che Ella si ritrovasse in Firenze in uno de' giorni ne' quali cadono le nostre adunanze, voglia degnarsi d'intervenirvi, e apportare così all'Accademia medesima un onore che ha ragione di tenere in grandissimo pregio.</p>
            <p>In tale occasione sono lieto di poterle far palesi i sensi della mia altissima stima, non meno che della profonda reverenza colla quale ho il vanto di protestarmi di V.S. Chiarissima umil.mo dev.mo Servitore.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di N.Comerci (1834)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI NICOLA COMERCI</hi>
               </byline>
               <dateline>Napoli 28 Febbraio 1834.</dateline>
            </opener>
            <p>Signori. E pe' replicati acerbissimi tagli sofferti, e pe' vivi e perenni dolori che notte e dì mi tormentano, io non ho potuto, pria di questo momento, rispondere al vostro viglietto di ieri sera. Avrei desiderato di portarmi subito di persona presso di voi, ma più di un mese trascorrerà pria che uscir possa di casa. Le medicature seguonsi tre volte al giorno....</p>
            <p>Quindi se non vi compiacerete di onorarmi a casa mia, non si appianeran mai fra noi le difficoltà che impediscono la conclusione del nostro contratto. Noi dobbiamo a bocca dirci tante e tante cose, con posatezza, con maturità. Dovrei qui por termine alla mia risposta, ma oso sottomettervi alcunchè su due articoli del mentovato vostro viglietto. Io sono, senza timore d'ingannarmi, un galantuomo di nome e di fatto; io rispetto, oltre ogni credere, il mio onore o decoro. Tenni segrete le preliminari trattative tra noi, nè sono uso di dar per fatto ciò che dee farsi. Il Troya fu da me martedì p.s., e dichiarò, in termini positivi, che il signor Conte Leopardi accettava la direzione dell'<hi rend="italic">Ateneo</hi> e menava innanzi il mio Giornale, la Rivista, insieme con lo stesso signor Troya e col signor Ranieri, e scese eziandio a minuti particolari alla presenza del cav. Blanch, venuto a visitarmi. Gl'impiegati dell'<hi rend="italic">Ateneo</hi> il seppero, il cav. Blanch ne parlò, e l'affare non fu più un segreto. Io intanto, di ciò interrogato, risposi che la fortuna mi avea finalmente presentato l'appoggio d'insigni letterati, i quali per l'immenso loro sapere, e per la infinita loro filantropia, avrebbero elevato a cielo l'<hi rend="italic">Ateneo</hi> e ben condotto quel sistema di educazione generale, morale e sociale, scopo supremo del detto mio letterario-tipografico Stabilimento; <hi rend="italic">ma che stavamo ancora nelle trattative</hi>, che tutto si riduceva a semplici speranze, che nulla erasi concluso. Non ho vantato, nè vanterò mai l'onorevole Direzione che tanto desidero ai lavori scientifici dell'<hi rend="italic">Ateneo</hi> prima di essere stabilita con solenne contratto; nè per tutto l'oro del mondo direi direttamente o indirettamente che questi e quello prendon parte, sia al Giornale, sia a qualunque altro lavoro di mio conto, senza tenere in mano convenzioni scritte. Quindi è inopportuna la minaccia di volere pubblicamente protestare di non aver Voi alcuna parte nei lavori dell'<hi rend="italic">Ateneo</hi>.</p>
            <p>Dissi e ripeto che io non sono nè un libraio, nè uno stampatore; nè sono un ciarlatano, un vile, un impostore, ma onesto uomo, fatto per sacrificare sè medesimo, la sua famiglia e la sua Casa per lo pubblico bene.</p>
            <p>Non potea con Voi mostrarmi più docile: rassegnai la mia volontà alla Vostra; e quando il signor Troya mi onorò a casa, intese da me medesimo e dalla mia famiglia ripetere gli stessi sentimenti, da' quali non mi allontanerò mai, sol che assicurare io possa il pubblico vantaggio.</p>
            <p>Volete mettervi in guardia con me; condurvi meco con tutte le possibili cautele.</p>
            <p>Io trovo giusto questo operare, ma conviene che tutto si discuta e si definisca a voce, in una o più sessioni per comune interesse. Nulla vi nascosi de' fatti miei. Oltre quel che cennai a voce, specialmente al signor Don Carlo sulle mie circostanze, la Memoria che vi rimisi vi palesa tutta l'economica mia situazione.</p>
            <p>Le calamità generali de' tempi, lo stato di questo infelicissimo paese, incapace di imprese nobili e generose, le mie circostanze rese più gravi per l'attual mia infermità, tutto, con estrema franchezza io vi dissi. Ma niuno che ha lavorato sino a questo momento per l'<hi rend="italic">Ateneo</hi> conseguir deve nè manco un grano da me. Io ho pagato e pago tutti esattissimamente. Pochi intriganti mi calunniano ed usano cabale e raggiri per distruggere il mio Stabilimento. Ciò malgrado, è incontestabile, attenendoci ai fatti, che io sono stato sinora onesto uomo. Ho adempiuto sinoggi, ed adempirò, finchè avrò vita, i miei impegni.</p>
            <p>Sono con la più distinta stima e considerazione devot.mo servitore obbligat.mo NICOLA COMERCI.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Maestri (1834)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ADELAIDE MAESTRI</hi>
               </byline>
               <dateline>Parma 13 Marzo 1834.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Leopardi. Provo infinita pena dovendovi recare una dolorosa notizia. È stato arrestato l'ottimo Giordani pochi giorni sono in questa città, con grande afflizione di tutti. Di quella che noi proviamo non parlo; potrete facilmente misurarla dall'animo vostro. Si dice che la sua detenzione non potrà essere di lunga durata; ma chi può saperlo con certezza? Quel che è certo si è che il motivo non è politico; sarebbe una lettera di censura a Magistrati. Posso assicurarvi che, tranne il miglior de' beni, la libertà, nulla gli manca; che conserva tranquillità di spirito, e, fin qui, sufficiente salute. Io mi trovava combattuta dal bisogno di scrivervi, pel desiderio che ho vivissimo d'avere vostre notizie, e quello di risparmiarvi una pena non lieve, ma ho vinto questi riguardi anche pel timore che tale nuova potesse giugnervi priva d'ogni conforto. Quando mai avrò vostre lettere? dopo tutte le belle promesse che faceste a Ferdinando di scrivermi, ve ne siete fuggito a Napoli senza dirmene una parola. Ricordatevi che la pena che m'ha portata sì lunga privazione è stata grande, e ch'io non farò pace con voi se non pensate a compensarmene. Ferdinando ebbe una lunga e dolorosa malattia, di natura reumatica, che lo travagliò per ben tre mesi; la mamma e il papà sono stati anch'essi non poco indisposti nel corso dell'inverno; io per forte infreddatura con febbre ho dovuto rimanere in letto diversi giorni. Eccovi i motivi che m'hanno impedito infinite volte di scrivervi. Ora finalmente possiam contentarci. Addio. Tutti noi vi salutiamo carissimamente, compresa la mia cara Clelietta, la quale mostra di ricordarsi benissimo di voi, dicendomi che il vostro ritratto, ch'io tengo nella mia sala, vi rassomiglia. Ferdinando fu ben contento di vedervi (se non che lo addolorò il vostro stato di salute) ed io gli ho portato grande invidia; a far tacere la quale mi son fatta contare le vostre lunghe conversazioni. In sul finire della lettera m'accorgo che ne cominciava un'altra, tanto è il piacere che ho di trattenermi con voi. Salutate il vostro ottimo compagno da parte di mio marito.</p>
            <p>Addio ancora.</p>
         </div1>
         <div1 n="A L.De Sinner (1834)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A LUIGI DE SINNER - PARIGI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Napoli 20 Marzo 1834.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio carissimo ed eccellente amico. La vostra amabilissima del 21 dicembre non mi fu data alla posta che il dì 8 del corrente. Già il dì 4 gennaio vi scrissi di mio pugno alcune poche righe che il mio amico <hi rend="italic">Ranieri</hi> accluse in una sua a <hi rend="italic">Poerio</hi>; al quale contemporaneamente indirizzò per voi un esemplare della poetica di Aristotile tradotta da <hi rend="italic">Haus</hi>. Spero che l'una e l'altra cosa vi sia stata recapitata, benchè da <hi rend="italic">Poerio</hi> non abbiamo finora nessun riscontro. Mi prevalgo questa volta d'altra mano per iscrivervi un poco più a lungo. - Io per molte e fortissime ragioni sono desiderosissimo di venire a terminare i miei giorni a Parigi. La mia salute non mi spaventa più. A Napoli mi sono convinto che il nord ed il mezzogiorno sono per lo meno indifferenti ai miei mali. Le difficoltà stanno nei mezzi; e più nei mezzi di giungere costà che di viverci: perchè, giunto una volta, spero che non sarebbe difficile di trovar costà da vivere così economicamente come sapete ch'io vivo in Italia. Credete voi che una nuova collezione dei Classici italiani, che io dirigessi illustrassi ec. potrebbe occuparmi utilmente costì? Vi assicuro che nessuna delle intraprese di tal genere fatte finora in Francia è stata affidata ad Italiani capaci di ben guidarla. Potreste voi parlarne a qualche libraio? O conoscereste voi qualche altra intrapresa che potesse costì essermi più propria e più utile? In qualunque caso, potreste voi nella lettera che mi scriverete rispondermi sopra di ciò con un articolo ostensibile, nel quale mi dareste speranza certa che giunto costà, io avrei tosto dove impiegarmi, nominandomi <hi rend="italic">circostanziatamente</hi> l'impresa il libraio ec.? Con una tal lettera alla mano credo che mi sarebbe possibile di trovar qui mezzi sufficienti per condurmi a Parigi e viverci i primi mesi. Un fogliolino poi annesso alla vostra lettera mi parlerebbe del vero stato delle cose con piena sincerità. - Nei lavori ch'io intraprendessi avrei l'efficace aiuto del mio amicissimo <hi rend="italic">Ranieri</hi>, a cui detto la presente, il quale ha congiunto coi miei i suoi destini. Egli vi saluta distintamente.</p>
            <p>Rispondetemi, vi prego, il più presto possibile. Salutate caramente il bravo Gioberti, al quale risponderò in breve. Vi prego ad esprimere la mia viva e profonda riconoscenza al Professor Thilo per l'insigne onore che ha voluto farmi indirizzandomi la sua nuova edizione degl'<title>Inni</title> di Sinesio. Gliene scriverò io stesso quando avrò ricevuto il libro: ma per il momento non posso dirvi dove dobbiate mandarmelo, non sapendo io medesimo quanto resterò qui; nè per dove partirò. Raccomandatemi all'egregio Professor Mablin. - Addio, mio mio eccellente Amico. Voi comprendete che il desiderio di riabbracciarvi non è dei meno potenti fra i motivi che mi spingono a Parigi. Spero intanto che rispondendomi mi darete le vostre nuove diffusamente. Addio con tutto il cuore. Il vostro Leopardi.</p>
            <p>P.S. Vi prego d'indirizzar la vostra risposta al <hi rend="italic">signor Antonio Ranieri Tenti, Napoli</hi>. Potete essere sicuro che se farò qualche uso della vostra lettera avrò ben cura di non compromettervi in alcun modo.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1834)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Napoli 5 Aprile 1834.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Papà. Dopo la sua dei 23 dicembre, alla quale risposi subito, io non ho più notizie da casa. Questo silenzio mi conferma il dispiacevole sospetto mossomi, come Le dissi, da un'espressione della sua ultima, che le mie lettere di qua non le giungano.</p>
            <p>Il giovamento che mi ha prodotto questo clima è appena sensibile: anche dopo che io sono passato a godere la migliore aria di Napoli abitando in un'altura a vista di tutto il golfo di Portici e del Vesuvio, del quale contemplo ogni giorno il fumo ed ogni notte la lava ardente. I miei occhi sono sotto una cura di sublimato corrosivo. La mia impazienza di rivederla è sempre maggiore, ed io partirò da Napoli il più presto ch'io possa, non ostante che i medici dicano che l'utilità di quest'aria non si può sperimentare che nella buona stagione.</p>
            <p>Se Dio permette che questa lettera le giunga, mi consoli subito con le sue nuove. Le bacia la mano con tutta l'anima, e mille volte saluta la Mamma e i fratelli tenerissimamente il suo Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Maestri (1834)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ADELAIDE MAESTRI - PARMA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Napoli 5 Aprile 1834.</dateline>
            </opener>
            <p>Mia cara Adelaide. Da più giorni correva qui voce dell'accaduto al nostro Giordani, ma la certezza della cosa non mi fu recata che dalla vostra lettera. Imaginatevi il mio dolore, e nel tempo stesso la gratitudine che vi ho d'avermi chiarita una cosa, nella quale ben conoscete che il dubitare e l'ignorare le circostanze mi furono di molta pena. Se avete via di fare rappresentare a Giordani il mio dolore e ch'egli abbia i miei saluti, fatelo, chè mi darete una grandissima consolazione.</p>
            <p>Io sono guarito di quella malattia degli occhi con la quale mi trovò Ferdinando. Ma sempre ho gli occhi debolissimi, e per questo solo non vi ho scritto prima, ed ora vi scrivo per mano altrui. Sempre ho desiderato di riveder voi ed i vostri; e sempre lo desidero. Ma non so quando mi sarà dato questo contento. L'aria di Napoli mi è di qualche utilità; ma nelle altre cose questo soggiorno non mi conviene molto... Spero che partiremo di qua in breve, il mio amico ed io. Non so ancora per qual luogo. In caso che mi si desse occasione di passare da Parma, pensate se l'avrò cara! Saluto affettuosamente la mamma, il papà, Ferdinando e la Clelietta, la quale non oso più baciare. Il mio amico risaluta caramente il bravo Ferdinando; e a voi bacia la mano il vostro Leopardi.</p>
            <p>Addio, mia cara Adelaide, addio di tutto cuore.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di F.Cassi (1834)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI FRANCESCO CASSI</hi>
               </byline>
               <dateline>Di Pesaro 12 Maggio 1834.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio carissimo Cugino. Non farò con voi le parole di scusa che ho dovuto adoperare con gli altri grandi letterati vostri pari, giacchè i vincoli di parentela insieme e di amicizia che ci stringono, mi fanno certo che voi non mi apporrete a colpa il ritardo delle pubblicazioni del mio <hi rend="italic">Lucano</hi>, e che anzi avrete per buone tutte le ragioni da me addotte su ciò nel manifesto che vi rimetto, e vi raccomando. Per le stesse ragioni io debbo contare sul compatimento vostro agli errori del mio ingegno. Altro adunque non mi rimane che pregarvi di continuare a proteggere la mia impresa, specialmente in riguardo al fine cui essa è destinata. Il monumento al Perticari è, posso dire, condotto quasi al suo termine, ed altro non manca che un giro di colonne, che nel lor mezzo accolgano l'effigie marmorea del nostro Giulio, quale da me è di già posseduta. Ma per fare anche questo poco rimanente mi è forza attendere il risultato delle distribuzioni ultime della mia <hi rend="italic">Farsaglia</hi>. Il sig.r Don Giuseppe Ricciardi de' Conti di Camaldoli è da me supplicato di voler proteggere e verificare lo stato della mia associazione in codesta metropoli.</p>
            <p>L'Elena vuole che caramente a voi la ricordi: ed entrambi siamo in gran desiderio di aver notizie vostre. Amatemi come v'amo, e credetemi quale di tutto cuore mi vanto di essere il vostro aff.mo obbl.mo Amico e Cugino.</p>
         </div1>
         <div1 lang="fra" n="Di L.De Sinner (1834)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI LUIGI DE SINNER</hi>
               </byline>
               <dateline>Paris le 13 Mai 1834.</dateline>
            </opener>
            <p>Mon très cher et excellent ami. C'est par-ce que je me suis sérieusement occupé de votre plan de venir à Paris que je réponds si tardivement à votre aimable lettre du 20 Mars. Il m'a fallu faire bien des corvées pour arriver à un très mince résultat. Je vais vous exposer avec une entière franchise d'ami l'état véritable des affaires.</p>
            <p>Un savant étranger peut réussir ici de deux manières. Il peut donner des leçons particulières et publier des ouvrages, ou bien il professe dans une chaire qui dépend du Ministère de l'Instruction publique. Donner des leçons cela ne vous irait guères, et puis ces leçons sont difficiles à trouver. Publier des ouvrages c'est difficile encore lorsqu'on ne veut pas écrire en Français, et même quand on écrit en Français sur des sujets un peu scientifiques, il faut faire imprimer à ses frais ou du moins sans honoraires. Ainsi, pour vous citer des exemples, Michelet et Damiron impriment à leur fraix, Boissonade se fait payer en livres. Il n'y a absolument que la collaboration à une Revue qui soit fructueuse, et pour cela il vous faudrait un aide français. J'ai demandé aux libraires Fayolle et Baudry de vous confier une collection d'auteurs italiens; ils m'ont répondu que l'on ne lisait absolument que des romans nouveaux et que les collections de Molini et plus encore de Buttura étaient toujours dans le commerce.</p>
            <p>Pour entrer dans l'Instruction publique il faut une protection spécial d'un homme influent de l'Université. Cette protection s'obtient ici de deux manières. On se fait recommander par une personne placée encore plus haut que ces parvenus de 1830, ou bien on rend quelques services personnels à ces derniers. Rossi est arrivé à quelque chose parce que Monsieur de Broglie l'exigeait, et Orioli a éte porté par les nombreux ennemis de Raoul-Rochette. A la mort de Champollion jeune on voyait bien qu'il n'y aurait guère que Rosellini pour le remplacer. On a laissé la chaire vacante, parce qu'il fallait un Français, et plutôt de la donner à un étranger, on en faira une chaire d'antiquité en général. Permettez moi de vous citer mon propre exemple. Je vous ai dit bien souvent que dans toute la sincérité de mon coeur je reconnais votre supériorité sur moi. Je n'ai pas de génie, peu d'esprit, et seulement quelque savoir positif; mais je suis un homme consciencieux et exact à remplir mes devoirs. Je crois encore aujourd'hui que j'ai les avantages nécessaires pour réussir, comme vous le disiez si bien, "nella superficialissima, presuntuosissima e ciarlatanissima Francia". Le Baron Pasquier et toute sa famille me protège, le Ministre Guizot me veut du bien personellement. J'ai revu les notes d'un volume de <hi rend="italic">Platon</hi> de Cousin, et toutes mes rectifications ont été adoptées. J'ai choisi les sujets de versions grecques pour le concours général de l'année dernière, et Villemain s'est richement orné de mes plumes. J'ai donné des éditions médiocres du <hi rend="italic">Coq</hi> de Lucien, des <hi rend="italic">Nuées</hi> d'Aristophane et de la <hi rend="italic">Médée</hi> d'Euripide, que l'on a trouvées très bonnes dans cette Béotie. - Eh bien j'en suis encore à mon traitement fixe de mille francs par an comme examinateur des livres de classe. Je veux bien croire qu'un jour, à cinquante ans, je serai quelque chose. Mais cet en attendant est dur. On m'employe à tort et à travers. J'ai été chargé des examens des classes élémentaires des colleges de Paris, et j'ai rédigé le rapport au Ministre. Je suis depuis 8 jours professeur suppléant de l'histoire de la Littérature grecque à l'École Normale. Mais Dieu sait quand je serai titulaire inamovible. Lorsque l'automne passé, ayant le choix de 2500 francs à Berlin et de 1000 ici, je me suis décidé à rester à Paris, c'est mon coeur, le vif et profond attachement que je porte à quelques uns de mes chers élèves de l'École Normale, qui me conduisait. Peut-être je serais aujourd'hui professeur à l'Université de Berlin. Toutefois, mon meilleur ami, je ne veux pas du tout que ces tristes réflexions vous détournent de votre idée de venir ici.</p>
            <p>Pour subsister matériellement ici, il vous faut 200 francs à peur près par mois. C'est ainsi que nous vivotons ici, Fix, Gioberti et moi et tant d'autres. Essayez, le voyage ne vous fera que du bien; essayez d'un séjour de 3 mois. Munissez-vous de 600 francs pour le séjour de Paris, et de l'argent nécessaire pour venir et pour partir, s'il le faut. Votre réputation savante est faite auprès de Letronne, Hase et Boissonade. Ils vous promettent beaucoup. Pour la littérature je vous mettrai en rélation avec Ampère, Fauriel. Vous purrez donner ici vous même une édition de vos Poésies et de vos <hi rend="italic">prose</hi>. Vous êtes déjà très bien connu. Ainsi voyez. Avec mille francs vous pouvez passer ici mois; avec 3000 vous vivrez très bien à Paris une année entière. Le climat est fort doux et salutaire aux malades comme vous. Gioberti vous assure que vous vous remettrez presqu'entièrement à Paris. Essayez, venez avec votre excellent ami Monsieur Ranieri, auquel je me recommande bien sincèrement. Faites que vous ayez 1000 francs à votre disposition et nous verrons. Je ne suis encore, qu'un atome ici. Mais j'emploierai tous mes moyens, et d'ailleurs vous êtes Leopardi. Je me ranimerai assis à côté de vous, je m'inspirerai de nouvelles et fructueuses idées, je demanderai votre amitié pour mes jeunes amis de l'École Normale, si dignes d'intérêt.</p>
            <p>Veuillez, mon cher et meilleur ami, me répondre promptement à cette lettre, afin que dans le cas où vous viendriez à Paris, je vous prépare logement et tout ce qu'il faudra pour vous installer. Gioberti et Poerio vous saluent de coeur; je les ai consultés au sujet de votre projet. Mille remerciments pour le Haus. Le <hi rend="italic">Synesius</hi> de Thilo n'a pas encore paru. Adieu, mon précieux ami; je vous embrasse avec toute la cordialité d'un sincère ami.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Je ne vous écris pas aujourd'hui une lettre ostensible. Vous réfléchirez et vous m'écrirez de nouveau.</p>
         </div1>
         <div1 n="A L.De Sinner (1834)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A LUIGI DE SINNER - PARIGI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Napoli 10 Giugno 1834.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio carissimo ed eccellente amico. Dalla carissima vostra del 13 maggio conobbi quello ch'io già sapevo, voglio dire quanta cura ed affezione voi ponete in tutto ciò che mi concerne. Tutto quello che mi dite sul proposito della mia venuta costì si accorda maravigliosamente con quello che io avevo già pensato da me medesimo: e quando la mia salute e le mie circostanze me lo permettessero, io, in compagnia del mio amico, che tanto vi ossequia, non lascerei di prendere il partito che voi mi proponete; e verremmo a Parigi preparati a tornarcene dopo qualche mese, se le cose non andassero a seconda de' desideri nostri. Intanto, come mi dite che la sola cosa la quale possa essere fruttuosa costì è il divenire collaboratore d'una Rivista, vi prego di dirmi se ciò potesse essere anche da lontano, mandando io gli articoli (per un mezzo che troverei io) sia in italiano per essere fatti tradurre da voi costì, sia in quel francese che mi verrebbe sotto la penna a me straniero per essere fatti correggere da persona vostra amica. A questa mia interrogazione priegovi rispondermi presto con la solita vostra amicizia e sincerità. Indirizzate la lettera <hi rend="italic">a Roma al mio proprio nome</hi>. Non lo so di certo: ma potrei fra poco essere colà col mio amico. Se ciò non fosse, mi sarebbe facile averla qui di Roma.</p>
            <p>Addio, mio preziosissimo ed incomparabile amico. Vi abbraccio con tutto il mio cuore. Mille cari saluti a Poerio ed a Gioberti. Il vostro Leopardi.</p>
            <p>P.S. Ranieri prega anch'egli l'amabilissimo signor De Sinner di salutare da parte sua l'amicissimo suo Poerio; e di nuovo gli si raccomanda assai.</p>
         </div1>
         <div1 lang="fra" n="Di L.De Sinner (1834)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI LUIGI DE SINNER</hi>
               </byline>
               <dateline>Paris le 13 Juillet 1834.</dateline>
            </opener>
            <p>Mon cher et meilleur ami. Je ne veux répondre que peu de mots à votre lettre du 10 Juin. Je suis très encombré de toutes sortes d'occupations, mais j'ai de très bonnes nouvelles à vous donner. Letronne, qui s'intéresse beaucoup à vous, m'a dit de vous écrire de vous dépêcher et de m'envoyer un de vos articles qu'il se charge de placer dans une de nos revues. La première fois ce sera gratuitement; après cela on vous arrangera cela au comptant.</p>
            <p>Quant aux sujets que vous traiterez, je ne puis guère moi vous donner des conseils. Faites seulement en sorte que le morceau, tout en satisfaisant aux éxigences des penseurs, plaise aussi à la majorité. Vous avez dans vos <hi rend="italic">Pensieri</hi> des morceaux uniques sur la littérature en général. Le sujets ne manquent jamais à un homme comme vous. Ecrivez en Français, langue que vous savez parfaitement. Laissez un marge de 4 doigts à votre Manuscrit, et un de mes élèves fera les corrections indispensables. Si par hazard vous ne pouvez rendre une idée quelconque qu'en italien, ajoutez au Manuscrit une note en italien. Je consulterai Gioberti, si je ne suis pas assez fort, et vous serez content de la transfiguration française.</p>
            <p>N'avez vous personne qui puisse me mettre en rapport avec Rossi pour vous servir auprès de lui?</p>
            <p>Tâchez aussi de trouver encore 2 ou 3 exemplaires de vos <title>Operette</title> et de vos <title>Canti</title>. Je les donnerai à Guizot, Villemain et Letronne.</p>
            <p>Surtout faites en sortes de venir vous-même à Paris, avec votre excellent ami Ranieri. Après 3, 4 mois vous réussirez certainement. Alors je verrai revenir ces heures délicieuses de Florence: que de choses, que d'idées ne me communiquerez-vous pas!</p>
            <p>Adieu, excellent et précieux ami. Le <hi rend="italic">Codex apocryphus</hi> de Thilo pour vous m'est arrivé. Mille choses aimables à l'excellent Monsieur Ranieri. Je suis votre tout devoué ami.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Maestri (1834)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ADELAIDE MAESTRI</hi>
               </byline>
               <dateline>Parma 24 Luglio 1834.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Leopardi. Se fui la prima a darvi la dolorosa notizia della cattività del nostro Giordani, immaginate s'io poteva esser l'ultima a significarvi la sua liberazione; ma una forte flussione che ho avuta al capo la quale m'impediva fino il pensare, e l'avere saputo che la mamma ve ne aveva scritto, m'ha trattenuta fin qui di parlarvene. Sì, egli è finalmente libero con somma consolazione di tutti, e la sua salute, la quale non aveva potuto che soffrire in quella condizione, va guadagnando di giorno in giorno. Vi è gratissimo per l'amorevole memoria che serbate di lui, e mi dice che non vi scrive perchè gli è tolto di scrivere per fuori. Ma dove sarete al presente? l'incertezza della vostra dimora non mi lascia alcuna speranza che questa mia lettera possa giugnervi. Se la fortuna vorrà essermi favorevole, ditemi ove potrò in avvenire indirizzarvi le mie lettere per avere almeno qualche volta le vostre notizie ardentemente desiderate da tutti noi.</p>
            <p>Ferdinando, Clelietta, la Mamma, il Papà, Emilietto ed io particolarmente vi salutiamo con tutto il cuore, e desideriamo di rivedervi siccome uno de' maggiori beni che la fortuna possa accordarci. Addio!</p>
         </div1>
         <div1 n="Di F.Maestri (1834)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI FERDINANDO MAESTRI</hi>
               </byline>
               <date>[Parma 24 Luglio 1834].</date>
            </opener>
            <p>Amico veneratissimo! È già un anno passato, che io ebbi la buona fortuna di essere con voi a Firenze. Oh con quanta gioia ricordo i nostri dolcissimi colloquii! E la gioia sarebbe stata immensa, se la vostra salute fosse stata, se non florida, mezzanamente buona. Dopo tanto spazio una sola volta ho avute vostre notizie, o caro amico del mio cuore; e noi tutti vi abbiamo scritto, e alcuni di noi più volte, cioè la Sig.a Tonina, Adelaide, ed io. Ma o le lettere si sono smarrite, o voi avete cambiata sede. E l'ottimo vostro amico e compagno che fa? Ricordategli la mia particolare stima, affezione e riconoscenza. Ho stampato l'<hi rend="italic">Elogio</hi> di un avvocato, buon giureconsulto e buon sacerdote. Ve lo manderò per la prima occasione. E mi darete il vostro autorevole giudizio, a cui se andrà unito quello del vostro egregio compagno, mi sarà pur grato.</p>
            <p>Non vi stancate d'amare chi vi ama col fervore di un'anima innamorata.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Se siete ancora costì a Napoli, ditemi se vi state bene, se vi rimarrete, e, se partiste, dove pensate di recarvi. Dite al vostro compagno che mi è stato impossibile il trovare I'<hi rend="italic">Elogio</hi> di Neipperg.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1834)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Napoli 2 Settembre 1834.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Papà. Sono stato lungamente senza scriverle, vergognandomi di non poterle avvisare l'epoca della mia partenza; sebbene la vergogna sarebbe cessata se avessi potuto ragguagliarla per lettera di tutti gl'imbarazzi che mi hanno a viva forza soprattenuto, sempre nella speranza e nella ferma risoluzione di partire di giorno in giorno. Oggi tale ragguaglio, se fosse possibile, sarebbe inutile, perchè glielo farò io a voce fra poco, e so bene ch'Ella mi darà ragione. Intanto la cura de' miei occhi, grazie a Dio, è andata assai bene, e sono, si può dir, guariti del male esterno: l'interno non è curabile.</p>
            <p>Oltre l'essermi già servito dei soliti colonnati 25 che doveano scadere a Settembre, io sono stato costretto a trarre ancora sopra lo zio Antici un'altra cambialetta straordinaria per colonnati 33 pari a ducati 40 pagabili alla fine del corrente. Con questa somma verrò accomodando le mie cose nei pochi giorni che dovrò rimanere ancora e supplirò alle interminabili spese che precedono un viaggio. Poi, o di qua, o personalmente a Roma presso lo Zio, dovrò pure valermi sopra la famiglia di quello che importerà strettamente il viaggio stesso. Difficilmente le potrei significare quanto mi pesino e mi attristino questi incomodi che sono obbligato a recar loro: e schiettamente le dico che una delle forti ragioni che mi hanno fatto indugiare fin qui, è stata la speranza di pur raccapezzare qualche moneta per fare il viaggio senza loro aggravio. Ma ogni mio sforzo essendomi venuto fallito, spero che Ella e la Mamma, a cui desidero che la presente sia comune, mi perdoneranno un ardire al quale sono costretto da un'estrema necessità, e di cui non mi consola che il pensiero di presto riabbracciarli. Sono breve per la solita causa degli occhi. All'uno e all'altra bacio mille e mille volte la mano. Il loro Giacomo.</p>
            <p>La prego di scrivermi ancora una volta a Napoli, se questa le giunge regolarmente.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1834)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Napoli 21 Ottobre 1834.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Papà. Io non sono partito ancora, perchè il mio amico Ranieri, con cui farò il viaggio di Roma, dove egli deve condurre due sue sorelle in educazione, è costretto ad aspettare il ritorno di Sicilia del cardinale Zurla, al quale qui ho parlato ancor io per questo affare. Egli le farà ricevere per eccezione, perchè altrimenti non potrebbero per l'età. Il cardinale sarà a Roma ai primi di Novembre, e dietro il suo arrivo, sarà la nostra mossa. Questo ritardo non aspettato (perchè noi speravamo di conchiudere la cosa col cardinale qui al suo passaggio in Settembre), mi ha costretto a trarre ancora (colla solita dilazione dei 30 giorni) la cambialetta di Novembre. Io sto, grazie a Dio, assai benino, e spero di non farle paura al mio arrivo, come avrei fatto qualche mese addietro. Ranieri la riverisce distintamente, ed io con tutto il cuore le chiedo la benedizione.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1834)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Napoli 27 Novembre 1834.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Papà. La morte del Cardinale Zurla ha sospeso la partenza del mio amico Ranieri per Roma, ed ha privato me di questa propizia occasione, la quale mi avrebbe risparmiato buona parte della spesa che bisogna a me per viaggiare comodamente, massime in questa stagione. A questo imbarazzo se n'è aggiunto un altro più grave, cioè della casa; perchè in questa civilissima città non si trovano quartieri ammobigliati, se non a prezzi enormi, e però tutti i forestieri che vogliono stare un pezzo, se non sono inglesi, sono costretti a prendere un quartiere nudo, e ammobigliarlo alla meglio o alla peggio, come ho fatt'io. Ma questi quartieri, che pur sono carissimi, non si trovano a mesi, ma almeno ad anno: ed a me fu data certa speranza che avrei potuto subaffittare il mio, volendo partire. Ma come dai discorsi ai fatti si trova sempre gran differenza, oggi non v'è alcuno che voglia il mio quartiere: cosa naturalissima, perchè nessuno qui prende quartieri a mesi per la stessa ragione per la quale io ho dovuto prenderlo ad anno. Ora io non sarei lasciato partire senza una garanzia, la quale io troverei, non senza qualche mia difficoltà a domandarla; ma in ogni modo avrei a pagare la casa, senza abitarla, fino a tutto Aprile, termine qui delle pigioni. Questi ostacoli mi hanno tenuto qui ancora, con mio estremo dispiacere ed incomodo avendo io preparata ogni cosa per la partenza. Nondimeno, accomodandosi questo affare della casa, come me n'è data ancora lusinga, e molto più, risolvendosi, come pare, il mio amico Ranieri a partire per Roma nel mese entrante, io sono risolutissimo di mettermi in viaggio malgrado il freddo; perchè oltre all'impazienza di rivederla, non posso più sopportare questo paese semibarbaro e semiaffricano, nel quale io vivo in un perfettissimo isolamento da tutti. Del rimanente Ella non si dee maravigliare della mia tardanza, perchè qui ogni affare d'una spilla porta un'eternità di tempo; ed è così difficile il muoversi di qua, come il viverci senza crepar di noia. La mia salute, grazie a Dio, è molto tollerabile, e perfino io leggo un pochino e scrivo, attesa, credo, la benignità non ordinaria della stagione passata e presente. Ella mi raccomandi al Signore, mio caro Papà, e mi benedica: le bacio la mano col cuore, sospirando di farlo finalmente di nuovo in persona. Il suo Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1835)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Napoli 3 Febbraio 1835.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Papà. Sono stato per due interi mesi in una dolorosa oscurità circa le sue nuove, non vedendo risposta alla mia degli ultimi di Novembre, nè sapendo come interpretare a me stesso il suo silenzio, sinchè finalmente oggi mi è stata mandata dalla posta la sua carissima dei 4 Dicembre <hi rend="italic">giunta qui l'11 del med.</hi> Più che l'altre circostanze, un freddo intenso e straordinario cominciato qui ai 10 di decembre e continuato costantemente per un mese, mi ha impedito di pormi in via, com'io sperava di fare, prima del nuovo anno. Ora il mio principale pensiero è di disporre le cose in modo, ch'io possa sradicarmi di qua al più presto; ed Ella viva sicura che quanto prima mi sarà umanamente possibile, io partirò per Recanati, essendo nel fondo dell'anima impazientissimo di rivederla, oltre il bisogno che ho di fuggire da questi Lazzaroni e Pulcinelli nobili e plebei, tutti ladri e b. f. degnissimi di Spagnuoli e di forche. La mia salute, grazie a Dio, continua a migliorare notabilmente; effetto, cred'io, della stagione sana, più che del clima. Mi benedica di nuovo, e riceva infiniti augurii d'ogni maggiore prosperità dal suo amantissimo figlio Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di F.Puccinotti (1835)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI FRANCESCO PUCCINOTTI</hi>
               </byline>
               <dateline>Firenze 7 Febbraio 1835.</dateline>
            </opener>
            <p>Onoratissimo e amatissimo Leopardi mio. Il marchese Pompeo Azzolino, uno de' tuoi più caldi e sinceri ammiratori, ha dato in luce questo libretto su Dante, che per mia parte vuole a te inviato e raccomandato. Se la salute, come spero, te lo permetterà, me ne favorirai dopo letto, un tuo autorevole giudizio che io a lui comunicherò; essendone egli, come giovine nella letteraria palestra, in massimo desiderio e bisogno.</p>
            <p>Mi valgo di questo incontro per dimandarti novella del viver tuo, e ripeterti che la mia devozione per te, o sapientissimo, e l'amor mio sono inalterabili. Vivi glorioso, e riama sempre il tuo aff.mo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Manni (1835)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO MANNI</hi>
               </byline>
               <date>[Napoli] Di Casa 11 Febbraro 1835.</date>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo Sig. Conte. Anche io sono malato, e vi rispondo dal letto; non per questo mancherò di servirvi. Per la fine della presente settimana parte un mio amico, a cui può affidarsi qualunque siasi cosa, poichè alla diligenza accoppia molta onestà. Favoritemi dunque il plico, ed io mi darò cura del resto. Questa è la città delle distrazioni, ma sempre ho avuto in animo di visitarvi, e rinnovarvi quella stima in che non io solo, ma tutta Italia vi tiene. Quando mi sarà dato potere uscire di casa, la prima visita sarà da voi, ora che mi è nota la vostra abitazione.</p>
            <p>Io mi sto occupando della quarta edizione della mia operetta sulla cura delle morti apparenti, che S.M. vuol diffusa per tutti i Comuni, Ospedali civili e militari del Regno. Ditemi se l'avete mai veduta, e se vi fosse possibile dargli un'occhiata, e dirmene il vostro apprezzabilissimo parere intorno alla frase. Amatemi quanto vi amo, e vi stimo, ed augurandovi lunghi e lieti giorni, mi gode l'animo potermivi rassegnare con sentimenti di stima e di sincera amicizia obblig.mo Amico e Servo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Manni (1835)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO MANNI</hi>
               </byline>
               <date>[Napoli] Di Casa 13 Febbraro 1835.</date>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo Sig. Conte Amico e Padrone. Vi mando il mio libretto sulle <hi rend="italic">Asfissie</hi>; mi obbligherete moltissimo se vorrete darmene il vostro parere, che apprezzo moltissimo. In Toscana, dopo l'edizione prima fattane in Roma, è stato ristampato, e molto accresciuto da me, ma non ne tengo verun esemplare, per cui vi mando questo di Napoli che riterrete in proprietà come testimonio di mia molta stima per voi.</p>
            <p>Tutto che mi avete mandato sarà in Roma fra tre giorni, e religiosamente consegnato. Comandatemi, e sarò ben contento di servirvi, e sono di cuore Obbl.mo Amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Manni (1835)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO MANNI</hi>
               </byline>
               <date>[Napoli] Di Casa 18 Febbraro 1835.</date>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo Sig. Conte. Io sono ancora nella impossibilità di far uso della mia gamba destra, altrimenti mi sarei procacciato il piacere di venirvi a trovare e passare un qualche tempo in vostra compagnia: spero però esser in grado di potere almeno in vettura uscire di casa.</p>
            <p>Il figlio del sig. Marchese Gargallo, che mi onora di sua amicizia, è smaniosissimo di avere le vostre bellissime poesie. Il sig. Calamandrei ha girato per tutto Napoli e non gli è stato possibile rinvenirle: vorrei dunque farvi un progetto: se poteste averne subito un esemplare per render paghe le brame dell'amico Gargallo, dimane io scriverei direttamente a Piatti affinchè per il più sollecito mezzo me le mandasse, e di siffatto modo si pareggerebbe la partita. Io farei eccellente figura con Gargallo, resterei a voi obbligato della grazia compartitami, e l'amico vostro niente scapiterebbe del favore fattovi. Vediamo, egregio mio sig. Conte e amatissimo Amico, se si possa concludere questo negozio. Io lo spero.</p>
            <p>A quest'ora la lettera ed il fascicolo dovrebbero essere nelle mani del Principe di Musignano. Fatemi lieto con qualche vostro comando; vi auguro buona salute, e con stima ed amicizia sono Amico vero e Servitore obbligatissimo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di C.Lenzoni (1835)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLOTTA LENZONI</hi>
               </byline>
               <dateline>Firenze 19 Marzo 1835.</dateline>
            </opener>
            <p>Pregiatis.mo Amico. Non mi si poteva presentare un'occasione più favorevole, per rammentarmi a voi, ed è quella di appagare il desiderio di uno de' miei più distinti Amici, il M.se Tommaso Gargallo, che mi prega di essere presentato a voi, ed io vado superba di essere mediatrice di questa conoscenza, che certamente in seguito deve divenire amicizia trattandosi di avvicinare persone, sì ottime, sì brave, e di tanto merito.</p>
            <p>Ho procurato sempre di essere informata delle vostre nuove, ricercandone dal vostro amico Rinieri, e qualche mese fa gli diressi con una lettera un bravo giovane Milanese, Gussalli di cognome, ma mai ne ho avuto riscontro; bensì Niccolini mi ha detto di recente avere ricevuta una lettera che l'assicurava del vostro e suo ben essere. Salutatelo ora in mio nome, e ditegli che non mi faccia lagnare della sua pigrizia.</p>
            <p>Le mie notizie per la parte della salute sono buone, per il morale non mi mancano dispiaceri, per la parte del marito che è infermo in una stanza, avendo perduto l'uso delle gambe, i figli mi hanno dato de' disturbi per cadute fatte da cavallo, e per poco riguardo di salute, ma la gioventù per ora gli assiste. La mia povera nipote Palagi è rimasta vedova, con 4 figli. Cerco di consolarla. Mi è di sollievo la sua amicizia ed abbiamo passati in questo inverno due mesi insieme alla mia villa di Certaldo, ove una volta vorrei pure che veniste con Rinieri a farmi una visita! Frattanto non vi scordate di Firenze, nè di chi si pregia di essere vostra aff.ma amica.</p>
         </div1>
         <div1 n="A C.Lenzoni (1835)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLOTTA LENZONI - FIRENZE.</hi>
               </salute>
               <dateline>Napoli 26 Marzo 1835.</dateline>
            </opener>
            <p>Pregiatissima Signora Carlotta. Il Marchese Gargallo, ch'io veggo da qualche tempo con molto piacere, non ha bisogno che del suo nome ad essere raccomandato: ma nondimeno io ringrazio Lei di aver voluto aggiungere colla sua lettera un nuovo vincolo all'amicizia di cui egli mi favorisce. Intendo con dispiacere l'indisposizione del [su]o consorte, ma spero che la buona stagione la [di]minuirà; e mi consolo delle buone nuove che Ella mi dà della salute sua. Il Gussalli, ch'io conobbi già molto bene in Firenze, qui non è mai comparso nè a me nè a Ranieri, il quale perciò non ha mai ricevuta la lettera di cui Ella mi parla: egli medesimo scriverà qui appresso le sue discolpe.</p>
            <p>Io sono da qualche tempo assai contento della mia salute. Non dimentico Firenze, e desidero che Ella similmente mi conservi nella sua memoria, vivendo sempre in isperanza di rivederla, e di visitarla, com'Ella dice, a Certaldo, e ripetermi a voce suo servitore ed amico Giacomo Le[opardi].</p>
         </div1>
         <div1 n="Di T.Gargallo (1835)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI TOMMASO GARGALLO</hi>
               </byline>
               <date>[Napoli] Lunedì mattino [Marzo o Aprile 1835].</date>
            </opener>
            <p>Gargallo manda il saputo libro al Signor Conte Leopardi pregandolo di sollecitarne la lettura fra oggi e domani. Attende intanto le prose, l'appuntamentino per Ferrari e la costui lettera a cui dovrà rispondere. Avendo prevenuto il locandiere, sarebbe necessario che il compagno di viaggio del Signor Conte si desse la pena di recarsi a vedere il locale, e conferire con lo scrivente.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.B.Ferrari (1835)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIAMBATTISTA FERRARI</hi>
               </byline>
               <dateline>Palermo 16 Aprile 1835.</dateline>
            </opener>
            <p>Stimatissimo Sig. Conte. Sono tenuto alle distinte gentilezze dell'ottimo Sig. Marchese Gargallo, di aver ricevuta una carta da lei direttami per di lui mezzo; dalla quale vengo di rilevare ciò che ella si compiace indicarmi circa il distinto merito delle sue opere troppo ben conosciute ed encomiate dalla Repubblica Letteraria. Tostochè avrò ricevuto un nuovo carattere che per mio conto si sta operando, mi darò tutta la premura di farle conoscere i campioni per sua intelligenza, con farle quelle onorate proposizioni equivalenti al suo distinto merito.</p>
            <p>Godo poi di sentire che ella non sia l'autore di quella insulsissima <hi rend="italic">Confutazione di Botta</hi>, tanto contraria al merito dell'insigne autore della <title>Storia della Guerra per l'indipendenza dell'America</title>, e siccome mi vien detto che quest'opuscolo merita la pubblica indignazione, così per sola e mera curiosità ardisco di pregarla a procurarmene una copia, assicurandola che mi farebbe cosa oltremodo grata, se ciò fosse nel possibile. Mi onori de' suoi grati comandi, e mi creda sempre con tutta la stima di V.S. Ob. Dev. servitore.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1835)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Napoli 25 Aprile 1835.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Papà. Ho lungamente sperato di rispondere alla sua ultima, annunziandole la mia partenza per Roma. Io aveva già, secondo l'uso, a Gennaio disdetta la casa, nè cercato d'altra, quasi mettendomi così nella necessità di partire; perchè qui, dentro il Gennaio, quasi tutte le case sfittate si riaffittano per il 4 maggio, giorno in cui si fanno gli sgomberi; e da Gennaio in poi è difficilissimo trovar quartieri. Ma da che io sono a Napoli, una serie di circostanze penose, nelle quali io non ho alcuna colpa, e che sono difficili a descriversi per lettera, mi ha travagliato in modo, che mentre mi rendeva duro lo stare, non mi concedeva il partire. Lascio che non ho mai potuto veramente porre insieme tanto danaro che bastasse per il viaggio: perchè questa difficoltà, benchè grave, non è la maggiore fra quelle che mi hanno trattenuto. Mi contenterò di dirle che dopo essermi trovato non di rado, anzi spesso, in istrette assai forti, e per me nuove, pare che il mio amico Ranieri sia riuscito a stabilire un'impresa letteraria, nella quale io avrò parte col nome, e con qualche aiuto di fatto; e che a lui ed a me può riuscire di molta utilità. Ho avuto la sorte, qui singolarissima, di trovare un quartiere a mese, senza dovere andare, come io temeva, in locanda: non sarò obbligato di trattenermi ancora se non quanto sarà necessario ad avviare quest'impresa, la quale dee somministrarmi i mezzi di lasciare questo odioso soggiorno, e di riabbracciar Lei e la mia famiglia: cosa la quale desidero che Ella sia persuasa che è almeno altrettanto sospirata da me che da Lei, e che in queste lunghe e sempre ripetute dilazioni della mia partenza non entra nessuna mia nè colpa nè volontà.</p>
            <p>Dalla sua ultima ho veduto con vivo dispiacere il mal pagamento che le è reso dai sacerdoti dell'interesse con cui Ella ha difesa la loro causa. Ma gli uomini sono sempre e dappertutto uomini, cioè traditori, e vigliaccamente malvagi. Io continuo, grazie a Dio, a star benino, anche non ostante un'infame stagione che qui si è messa dopo una terribile esplosione del Vesuvio, che la sera del primo di questo mese spaventò tutta la città.</p>
            <p>Mi raccomando all'amore della Mamma a cui bacio la mano con tutto il cuore, e dei fratelli, che abbraccio teneramente, invocando vicino il giorno di rivedermi tra loro. Se qualcun altro costì si ricordasse di me, la prego di salutarlo da mia parte. Ella mi tenga ricordato e presente soprattutto a se stessa, e preghi per me, che con tutti i sentimenti dell'animo le bacio la mano, chiedendole la benedizione.</p>
            <p>Mia cara Mamma, Carlo, Paolina, Pietruccio, vi prego a voler bene, e qualche volta scrivere al vostro Giacomo, il quale è poco forte degli occhi, ma non poco amoroso di cuore.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Tommasini (1835)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIETTA TOMMASINI - PARMA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Napoli 2 Maggio 1835.</dateline>
            </opener>
            <p>Mia cara Antonietta. Ricevo da madama Uccelli le vostre gentili querele del mio lungo silenzio. Da che risposi l'ultima volta all'Adelaide, io sono stato sempre incertissimo del dove mi sarei trovato la settimana appresso, e però del luogo dove avessi dovuto pregarvi d'indirizzarmi le vostre nuove. Sappiate poi, che da che sono in Napoli, non ho ricevuto da Parma altra lettera che una dell'Adelaide, a cui risposi; e poi un'altra della medesima Adelaide e di Ferdinando, dove parlano di più lettere vostre e loro, tutte perdute. Ho avuto sì bene l'elegante e nobile Elogio del Mazza, scritto da Ferdinando, il quale vi prego di ringraziare caramente del dono, e fargliene le mie sincere congratulazioni.</p>
            <p>Io starò qui forse ancora tutta la state. Dico sempre forse: ma in ogni modo scrivetemi qua, e scrivetemi lungamente, dandomi le nuove vostre, dell'egregio Professore, del quale non mi ricordo mai senza desiderio dell'Adelaide, di Emilietto, dell'ottimo ed amabilissimo Ferdinando, i quali tutti saluto dall'intimo del cuore, e prego a tenermi nella loro memoria. Anche raccontatemi qualche cosa di Giordani, del quale qui tutti mi domandano, e per lo più in vano, non sapendosi qui nulla del mondo, se non a caso. Ditegli da mia parte le cose più amorevoli che sapete. Ricordatemi ancora al Taverna, al Colombo e al Toschi, di tutti i quali è un secolo che non ho nuove.</p>
            <p>La mia salute, o per benefizio di questo clima, o del luogo salubre che abito, o per altra cagione, è migliorata straordinariamente, e quest'inverno ho anche potuto un poco leggere, pensare e scrivere. Desidero sempre di rivedervi, e con dolore considero quanto tempo sia durata questa volta la nostra lontananza. Non mi dimenticate perciò, e non lasciate di volermi bene. Addio, mia cara Antonietta: vi bacio la mano di cuore. Il vostro Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di C.Antici (1835)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO ANTICI</hi>
               </byline>
               <dateline>Roma li 16 Maggio 1835.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caris. Nepote. Poco dopo l'arrivo della vostra dei 9 mi venne presentata, e fu da me accettata, la cambiale da voi tratta per S. 64. Attenderò dunque in parziale deffalco la solita di S. 25, per averne il rimborso dal vostro Genitore; ma per gli altri 39 voi stesso mi spedirete l'ordine equivalente esigibile qui. Questo modo è più semplice di quello da voi ideato, nè può certamente spiacervi. Vorrei potervi dire che non curo il rimborso, ma vi si oppongono gli enormi pesi che gravitano sulle mie rendite.</p>
            <p>Non intendo poi perchè con figliale fiducia non vi apriate col vostro genitore, domandandogli (come sapreste con sì bel garbo far voi) una straordinaria largizione. Io ve ne do cordialmente e ponderatamente l'impulso, ravvisando abbastanza, dalle anticipate mensualità che vi occorrono, uno squilibrio nella vostra piccola economia.</p>
            <p>Quando mi scrivete, parlatemi del vostro stato fisico, e delle vostre occupazioni letterarie. È consolante per me il vedere come in codesta magnifica regione siasi in breve tempo acceso uno spirito benefico di miglioramenti industriali, promossi da veri amici dell'umanità e della Patria. Così nobile esempio non sarà, lo desidero, perduto per altre contrade. Egli è tempo che tutti gli uomini probi e intelligenti rivolgano le loro cure a diffondere la morale cristiana (<foreign lang="lat">conditio sine qua non</foreign> del vero bene sociale) e le utili pratiche dell'economia politica. Se non si applica il sapere alla felicità dell'uomo, si perde il tempo in puerili trattenimenti.</p>
            <p>Vi salutano cordialmente i miei figli, ed io di cuore mi ripeto vostro aff.mo Zio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di V.Balietti (1835)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI VINCENZO BALIETTI</hi>
               </byline>
               <date>[Napoli] Dalla Nunziatura li 17 Maggio 1835.</date>
            </opener>
            <p>D. Vincenzo Balietti ha ricevuto la <hi rend="italic">Promemoria</hi>, già combinata con Monsignor Nunzio, a cui si sarebbe fatto un dovere di rassegnarla per parte dell'amabilissimo Signor Conte Giacomo Leopardi; ma l'E.S. R.ma è partita questa mane verso le 5, e non ritornerà che fra Martedì o Mercoledì in Napoli. Al ritorno che farà, la sullodata <hi rend="italic">Promemoria</hi> non solo si presenterà a Monsignore, ma sarà raccomandata dallo scrivente, onde maggiormente sollecitarne il riscontro per passarlo al Signor Conte.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di V.Calamandrei (1835)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI VINCENZO CALAMANDREI</hi>
               </byline>
               <date>[Napoli] 21 Maggio 1835.</date>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo Sig. Conte. Essendomi stato impossibile il ritrovare la sua abitazione perchè da lei all'insaputa cambiata, profitto di questa posta di Napoli onde farle sapere che tutto è preparato per la stampa delle sue <title>Poesie</title> o <title>Prose</title> siccome Ella convenne: che anzi, il Cerretani si è di già premunito, mediante la pubblica Istruzione, del revisore che Ella stessa aveva desiderato.</p>
            <p>La prego a farmi cognita per mezzo dell'<hi rend="italic">indirizzo Manni</hi> il luogo di sua abitazione, onde trattare seco lei per la disposizione della edizione, e per la scelta dei caratteri, poichè il mio desiderio è che tutto sia conforme alla sua volontà, onde contraccambiarla, in parte, della gentilezza che mi fa. Sono in tanto Suo dev.mo Servitore.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Tommasini (1835)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIETTA TOMMASINI</hi>
               </byline>
               <dateline>Parma 30 Maggio 1835.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio Caro Leopardi. Io ringrazio vivamente Iddio per avermi, dopo due lunghissimi anni, concesso di leggere i vostri caratteri. Non posso nascondervi che in tutto questo tempo sono vissuta nella crudele incertezza della vostra amicizia, e questo stato tormentoso mi costringeva più d'una volta a lagrimare di dolore. Ora però ho dato interissimo bando ad ogni dolorosa reminiscenza; e mi vivo contenta nel pensiero che il santo nodo che avvince le nostre anime non sarà disciolto che col cessare dell'esistenza. Col mezzo del Bibliotecario Pezzana riceverete due miei libretti, uno de' quali da qualche tempo stampato per la terza volta con alcune aggiunte; l'altro recentemente, che tratta della famigliare educazione de' fanciulli. Mi terrei paga oltremodo d'ogni mia fatica, se potessero questi due opuscoli essere accolti dal vostro cuore con amorevolezza. Non vi esprimerò un altro fervente mio voto, quello di conoscere che ne pensiate, giacchè li so indegni di un tanto favore.</p>
            <p>Sento con piacere inesprimibile che la vostra salute è migliorata, dacchè siete a Napoli; di modo che voi potete leggere, pensare e scrivere. Io mi faccio interprete dei voti dell'Italia, e vi prego caldissimamente a non movervi di costà; vi faccio riflettere quale grandissimo danno apporterebbe alla gloria Italiana il non poter più Leopardi consegnare nuovi componimenti alla stampa. Ditemi di che vi occupate di presente, e non tacete nulla di ciò che vi riguarda alla vostra vera amica. Giordani, Toschi, Taverna stanno bene e cordialmente vi ringraziano della memoria che conservate di loro. Il povero Colombo è stato anche ultimamente in pericolo della vita. Tutti gli anni egli decade sotto grave malattia, cui si aggiungono ottantanove anni di età. Ah! pur troppo io credo che egli possa vivere più poco a lustro dell'Italia!... Ma qual perdita... non mi regge l'animo a pensarvi. Gli ho portata questa stessa mattina la vostra lettera: mi parve che il venerando vecchio ringiovanisse alla certezza di non essere morto nel cuore degli uomini veramente grandi. Domani scriverò alla Paolina, vostra sorella, onde metterla a parte della mia consolazione, dicendole della vostra lettera, e della vostra salute. Giacomino, Emilietto, Ferdinando, l'Adelaide, la Clelietta ed io godiamo di perfetta salute, e ricordiamo bene spesso il nostro Leopardi, siccome amatissimo da noi. Darò a leggere la vostra lettera a Ferdinando: oggi nol posso perchè non è in città. Addio, addio. Non ritardate a scrivermi, ve lo domando in nome della nostra amicizia.</p>
            <p>Credetemi eternamente la vostra affezionatissima amica.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Scriverò col prossimo ordinario all'Uccelli; se la vedete vi prego di salutarla cordialmente. Addio, addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Tommasini (1835)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIACOMO TOMMASINI</hi>
               </byline>
               <dateline>Parma 30 Maggio 1835.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio cariss.o Leopardi. È stata veramente una consolazione per me il sentire che la vostra salute è considerabilmente migliorata. Tutti i buoni ne godono, e quelli, che al pari di me conoscono il valore della vostra penna, ne attendono e ne sperano nuove produzioni che recheranno sicuramente lustro e vantaggio alle buone lettere, come ne recarono le precedenti.</p>
            <p>Mia moglie mi dice, che voi desiderate notizie di questo Paese. Ma nulla veramente saprei dirvi che possa essere per voi di qualche importanza. Vi darò soltanto una nuova, che riguarda ad un uomo sommo, che voi conoscete sicuramente ed apprezzate al pari di me, il celebre incisore Cavalier Toschi. La nuova è dispiacevole per noi, giacchè temiamo di perderlo. Un recente Decreto di questo Governo sottopone anche i disegni da incidersi a Revisione politica. Non è stata fatta eccezione alcuna per lo Studio di Toschi, quantunque ei sia professore non solo, ma Direttore dell'Accademia delle belle Arti. Egli si è tenuto offeso da questa generale disposizione; e siccome ovunque egli vada potrà montare una Scuola, ed ha avuto altre volte lusinghieri inviti per ciò, così si teme generalmente ch'egli possa trasferire altrove il suo Studio. Giordani ne sarebbe dolentissimo, perchè oltre ai comuni motivi di dispiacere, è legato strettamente in amicizia con lui.</p>
            <p>Riceverete per la prima favorevole occasione due opuscoli di mia moglie. La passione che ha per lo studio è indicibile. A me sembra che in ambedue i libretti siano cose buone. Ma quanto mi sarebbe caro il vostro ingenuo ed imparziale giudizio! Che se voi non li trovaste indegni del favore che hanno ottenuto a Milano, e se non vi fosse grave il pubblicare in proposito in qualche raccolta periodica poche righe che esprimessero ciò che ne sentite, sarebbe questo il più grande il più utile incoraggiamento che mia moglie potesse averne. Io vi parlo con amichevole libertà, perchè voi stesso mi vi incoraggiasste a Roma, promettendomi qualche cosa che poi la situazione della vostra salute non poteva permettervi di effettuare.</p>
            <p>Attendete, mio ottimo amico, a migliorare sempre più sotto cotesto bel cielo la vostra salute. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A C.Bunsen (1835)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO BUNSEN - ROMA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Napoli 20 Giugno 1835.</dateline>
            </opener>
            <p>Veneratissimo signore ed amico. Sono dieci anni che voi aveste la generosità di mettere a mia disposizione a Bologna, dove io mi trovava, una somma con la quale io potessi fare il viaggio a Roma, che credevate utile ai miei interessi. Io mi trovo ora in una grave e non preveduta angustia, nella quale, per più ragioni, mi è impossibile di ricorrere a mio padre. Ho preso con voi una libertà che non ho e non avrei mai preso con altra persona al mondo: cioè di trarre al vostro indirizzo una cambiale per dodici luigi, i quali vi renderò al più presto che possa, e spero di poter in breve. Non aggiungo discolpe: perdonate il mio ardire, e tenetelo per una delle maggiori prove ch'io potessi mai darvi della stima quasi unica, e del rispetto in cui vi tengo. Avrei voluto evitare di porre il vostro indirizzo sulla cambiale, traendola piuttosto per qualche via indiretta; ma non essendomi sovvenuto per il momento alcun mezzo opportuno a questo effetto, e non conoscendo il nome del vostro banchiere costì, debbo pregarvi a perdonarmi anche questa specie d'inciviltà. Vostro devotissimo obbligatissimo servitore ed amico Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di C.Bunsen (1835)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO BUNSEN</hi>
               </byline>
               <dateline>Villa Piccol. a Frascati li 5 Luglio 1835.</dateline>
            </opener>
            <p>Amico carissimo. Vi ringrazio che avete pensato a me e che avete giudicato bene della costanza dei miei sentimenti verso di voi. Da diversi mesi avevo più sovente dell'ordinario pensato a voi, raggirando i miei pensieri per trovare un mezzo di farvi capitare una mia lettera. La lettura delle vostre opere filosofiche m'aveva ispirate alcune idee che desideravo comunicarvi. Per confessarvelo francamente, non vi ritrovo in molte parti il mio antico <hi rend="italic">platonico</hi>, ma bensì l'osservatore acuto e ipocondriaco dell'ipocrisia degli uomini, della viltà dei caratteri del nostro tempo, dell'abuso che si fa dei nomi eternamente sagri di virtù, di amor patrio, di religione. Vorrei che lasciaste alla vostra nazione una opera filosofica che non si risentisse tanto della vostra malinconia di dover vivere in tali tempi. Alla vista dei vostri cari caratteri mi venne la speranza di sapere dove vi trovaste: ma questa è la sola cosa che in essi desidero, che vi manchi il vostro indirizzo.</p>
            <p>È inutile il dirvi che ho onorato con vero piacere la vostra cambiale. Dio vi conservi! Oggi non ho tempo che per queste povere righe, giacchè sento che il Sig. D.re Schulze parte domani mattina. Scrivetemi qualche parola come state, e cosa state facendo. Vi rinnuovo i miei ringraziamenti di aver fatto quello che in simili circostanze non dubiterei mai di fare verso di voi. Amatemi come vi ama e vi amerà sempre vostro sincero amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di C.Antici (1835)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO ANTICI</hi>
               </byline>
               <dateline>Roma 15 Luglio 1835.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Nepote. Il caldo mi abbatte a tal segno che, costretto a scrivervi subito, non posso farlo di proprio pugno, ma per mano del mio fido segretario. Vi dico che con sommo mio stupore e con non minore confusione ho veduto per la prima volta in mia vita prostituita la mia firma nella Cambiale che, mio malgrado ma alla vostra reiterata insistenza, trassi sopra cotesto Lorenzo Bianchi proprietario dello Stabilimento Litografico. Essa non è stata accettata, e se questo onestissimo Banchiere Sig. Carlo Kolb e il suo Cessionario Signor Loeffler fossero stati verso di me meno cortesi, sarebbe andata secondo le solite regole in protesto, ma si sono contentati di restituirmela. Avevo io dunque ragione di ricusarmi a trarre la Cambiale, e di pregarvi a rimettermi voi piuttosto l'equivalente, nè so intendere come colui sul quale la trassi, o il suo commesso potesse asserirvi che <hi rend="italic">tal somma era già passata nei suoi appunti mercantili</hi>, e quindi sfrontatamente rifiutarla. Questo procedere, come voi vedete, è ignominioso, ed è inconcepibile come voi o altri per voi siansi data così poca cura per impedirlo.</p>
            <p>Ciò posto, voi ravviserete ad evidenza che per risarcire il mio decoro presso il Sig. Kolb ed il Signor Corrispondente in Napoli, non vi è ora altro mezzo che di assicurare <hi rend="italic">positivamente</hi> e in giorno determinato il saldo di altra cambiale che trarrò appena mi giunge il vostro avviso.</p>
            <p>Nella vostra dei 9 Maggio mi inculcavate di porre sull'indirizzo la vostra abitazione, e così feci nella mia risposta dei 16. - Nell'altra vostra dei 4 Giugno mi dicevate di non porvi più la vostra abitazione, giacchè <hi rend="italic">per la solita negligenza del Portalettere</hi> non vi fu ricapitata quella mia che alla fine del mese, e così parimenti mi contenni. In oggi pongo sull'indirizzo la vostra abitazione, e vi aggiungo, come vedrete, l'eccitamento pel pronto ricapito.</p>
            <p>Gradite le proteste di sincero attaccamento con cui sono vostro aff.mo Zio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Mattei (1835)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIANVINCENZO MATTEI</hi>
               </byline>
               <dateline>Napoli 27 Luglio 1835.</dateline>
            </opener>
            <p>Rispettabilissimo Sig. Contino. Per lo spazio di un mese sono stato in Castellamare per profittare di quelle acque minerali, che ho sperimentate salutevoli. Ora mi conviene ritornare in patria o sia in Vico di Puglia. Avrei tutti i torti, se non mi congedassi da Lei, che per molta bontà mi onora della sua grazia ed amicizia. Nella domenica passata fui in sua casa per riverirla, ma dopo aver più volte bussata la porta, non fui udito. Ora non posso ritornarvi, perchè mi trovo con catarro non senza qualche mossa di polso. Adempio intanto con questa mia al mio dovere, per ricordarle il mio nome, e il mio rispetto.</p>
            <p>Il Sig. Arciprete Giovene di Molfetta, di cui più volte abbiamo tenuto discorso, mi scrisse giorni sono, e m'impose di ossequiarla. Lo stesso mi dice che il di Lei sig. Padre abbia scritto un'opera contro l'abate Mastrofini sulle usure, e che un tal Missionario di S. Vincenzo abbia dato fuori un'opera sull'istesso oggetto, profittando delle idee di esso di lei genitore. Se ella abbia notizia di quest'opera, la prego dirmene qualche cosa. Le bacio infine la mano, la prego a conservarmi la sua benevolenza, mi offro ai suoi comandi, e mi riprotesto Obb.mo Dev.mo Servitor vero.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di F.Palermo (1835)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI FRANCESCO PALERMO</hi>
               </byline>
               <date>[s.d., ma Napoli luglio-agosto 1835] Di casa Lunedì.</date>
            </opener>
            <p>Mio rispettabile Amico. Ricordatevi che l'altra sera vi dissi queste parole, consegnandovi que' cinque ducati, cioè, che dopo molte sere che sono andato alla consueta assistenza per il pagamento, Sabato la sera mi pigliai i cinque ducati, non già per acconto, nè con dichiarazione che il residuo sarà dato prima o dopo, niente di questo; me li pigliai, come vi dissi, perchè non potendo avere tutti e dieci, stimai meglio avere questi che nulla. Ove poi non vogliate firmare il 5° foglio prima di avere il residuo de' cinque ducati, avete ragione; ma io son certo che l'avrete prima della firma. E con dichiarazione di vera amicizia mi ripeto il vostro aff.mo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di C.Antici (1835)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO ANTICI</hi>
               </byline>
               <dateline>Roma li 22 Agosto 1835.</dateline>
            </opener>
            <p>Caro Nepote. Se traspirava qualche acerbità nella mia de' 15 Luglio, attribuitelo al mio cordoglio di vedermi compromesso in affare pecuniario. E tanto più io avevo ragione di non dissimulare, quanto che ad onta delle mie insinuazioni contrarie, voi voleste che traessi la cambiale sopra il noto soggetto. Se si eseguiva il parere del Vecchi, il rimborso sarebbe stato ritardato, come avviene ugualmente, ma non avrebbe sofferto la mia cambiale l'onta di un rifiuto.</p>
            <p>Astenetevi dall'accludermi lettere pel vostro Genitore onde ripetere da lui li noti scudi 39: gli si darebbe in tal modo un doppio dispiacere, e voi dovete comunicargli direttamente i vostri bisogni.</p>
            <p>Quanto al mio credito suindicato, io sarò contento riscuoterlo immancabilmente entro il prossimo Novembre, scadendo a mio carico nell'ultimo giorno di quel mese un vistoso pagamento. Voi non potete immaginare quali pesi gravino le mie spalle, benchè io non abbia fatto un sol bajocco di debito per spese volontarie, seppure volontario (che non lo è davvero) non voglia dirsi il mio soggiorno in Roma.</p>
            <p>Abbiate cura alla vostra salute ora che sotto codesto benigno cielo l'avete alquanto ristabilita. È vero che questa terrena vita val poco in se stessa, ma il suo prezzo è immenso considerata come preparatoria alla vita avvenire.</p>
            <p>Accetterò la solita cambialetta di S. 25, e di cuore mi ripeto vostro aff. Zio.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1835)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Napoli 22 Agosto 1835.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Papà. Con mio grave dolore manco di riscontro ad una mia di Aprile, e ad un'altra dei 22 di Giugno. Per il ricapito di questa mi prevalgo della gentilezza dello zio Carlo; al quale in una mia urgenza, il Maggio passato, trassi per col. 39 pregandolo di rivalersi sopra di me alla scadenza con altra tratta pagabili in Luglio. In Luglio il negoziante che mi era debitor di quella e maggior somma, con perfidia sconosciuta a chi non conosce Napoli, ha mancato al promesso pagamento: onde mi è convenuto con altri miei soci letterarii, farlo notificare; e da questo tribunale civile è stato condannato in contumacia come debitore <hi rend="italic">liquido</hi> di 219 ducati. Ma intanto, le procedure essendo lunghe, e non avendo io potuto soddisfare allo Zio, sono costretto pregar Lei di volere riconoscere presso lo zio questo mio debito, restando inteso che io a Lei ne renderò sconto all'esazione del mio credito, il cui titolo è fuori d'ogni disputa.</p>
            <p>Non potrei esprimerle l'impazienza colla quale attendo le nuove sue e di casa, e il dolore che mi causa l'esserne privo da tanto tempo. Alla sua risposta che spero alla presente, io sforzerò i miei occhi (cosa non potuta da me finora) tanto, da darle in una lunga lettera un pieno e minuto ragguaglio dello stato mio. La mia salute, grazie al Signore, è buona. La prego ad abbracciare per me i fratelli, bacio la mano con lagrime a Lei ed alla Mamma, e alla memoria di tutti loro raccomando il suo amoroso e tenero figlio Giacomo.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">19 Settembre [1835].</hi>
            </p>
            <p>Lo zio Antici ricusò d'incaricarsi del ricapito della presente. Checco Fabiani, l'antico suo Cameriere, è venuto ad offrirmi i suoi servigi per Recanati, per dove dice di partire fra poco colla sua figlia adottiva: ma non mi è parso prudenza il porre lettere di affari in mano di tal gente. Affido dunque ancor questa alla nostra posta. Le confesso che mi dispiace molto di aver chiesto allo zio quel favore, il quale del resto, senza l'infame tradimento di questo negoziante, sarebbe stato un favore discretissimo, perchè lo zio nel giorno medesimo in cui avrebbe pagato la mia cambiale, avrebbe esatto in Roma il danaro della rivalsa, pagabile qui dopo un mese. E in tal modo e non altrimenti io m'indussi a chiedergli quel piacere, che prima di chiedergli in altro caso, sarei morto volentieri di fame. Il negoziante mio debitore è vicino ad essere condannato la seconda volta in grado di opposizione; e pare che desideri accomodamento.</p>
            <p>Mio caro Papà, non voglia lasciarmi più lungo tempo senza qualche sua riga. Io sto, grazie a Dio, molto sufficientemente bene, ed anche gli occhi vengono un poco ricuperando. Col buon Matteo Antici, che ancora è qui, ho la consolazione di parlare continuamente di Lei, della Mamma e dei fratelli; il rivedere i quali, e l'esserne riamato, è il <hi rend="italic">maggior</hi> desiderio ch'io abbia in terra.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Maestri (1835)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ADELAIDE MAESTRI</hi>
               </byline>
               <dateline>Ponte d'Attaro 9 Sett. 1835.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Leopardi. Quando vi verrà consegnato questo foglio, son certa che direte "<hi rend="italic">dopo tanto tempo i caratteri di Adelaide?</hi>". Se, come ho compreso dall'ultima vostra, un genio malefico ha voluto impedire che vi giungano le mie lettere, per privar me della consolazione di ricever le vostre, non toglie ch'io non vi abbia scritto parecchie volte, e vi dirò anzi che il vostro silenzio, dandomi a pensare che foste partito da Napoli, mi fece risolvere a pregare il sig. Pangallo Napoletano, che si trovava qui alla Clinica Medica, affinchè si desse cura grande di far ricerche per mezzo de' parenti suoi se eravate in Napoli, o se avevate scelta altra dimora. Anche questo tentativo m'andò a vuoto, giacchè nè i parenti, nè gli amici, nè altri seppero dargli ragguaglio di voi, la qual cosa accrebbe fuor di misura il mio rincrescimento. Ringrazio ora questo genio altrettanto favorevole quanto l'altro mi fu avverso, offrendomi oggi un sicuro mezzo di farvi giungere una mia, e procurarmi, spero, una vostra; e tanto più lo ringrazio quantochè in questa stessa occasione posso farvi conoscere un ottimo nostro giovane, il sig. Ferrari, dotato di raro ingegno, d'alto sentire, e assai colto, il quale desidera di conoscervi di persona, siccome da molto tempo vi conosce di fama. Ottime persone, e ciò ch'egli potrà dirvi a voce, lo hanno a me grandemente raccomandato; io con tutto l'animo lo raccomando alla cara vostra amicizia, anche a nome del mio Ferdinando, il quale vi saluta affettuosamente. Quando mai riceverò vostre notizie? ci sono di non lieve ostacolo monti, valli, torrenti, città; e, ch'è peggio ancora, la malvagità de' tempi... Condizione propriamente insopportabile! alle tante calamità di questa infelicissima terra, si aggiunge ora il Colera-Morbus che va spargendo in molti paesi la più grande desolazione. Anche il nostro si trova non poco minacciato. Le misure che si van prendendo di continuo, credendosi, dai migliori medici, contagioso, non possono impedire le continue comunicazioni con un paese vicino, dove si vuole epidemico, e che perciò accoglie tutti quelli che vi accorrono da paesi infetti. V'è perciò ragione di temere. Io, quanto a me, credo inutile il dirvi che non ci penso, perchè mi conoscete. Ma il pericolo che dovrebbe correr mio padre... l'aver io mia madre... mia figlia... mio marito... mio fratello... ecco i pensieri a cui il mio animo si cruccia, come alla temuta calamità de' miei concittadini. Gli egoisti hanno grandi vantaggi. - Addio mio ottimo amico! tutta la mia famiglia vuol esservi ricordata.</p>
         </div1>
         <div1 n="A C.Bunsen (1835)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO BUNSEN - ROMA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Napoli 26 Settembre 1835.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro signore ed amico. Ebbi dal dottor Schulz la pregiatissima vostra dei 5 Luglio: della gentilezza della quale, e della generosità con cui vi compiaceste di estinguere la mia cambiale, vi rendo grazie senza meravigliarmene, come uomo che da gran tempo conosco l'eccellenza del vostro carattere e della vostra virtù. Io sono sempre memore del mio debito, e sempre in isperanza di estinguerlo in breve.</p>
            <p>Ho tardato fin qui a replicare alla vostra cordialissima, aspettando di poter farvi omaggio dell'annesso volume, che non si è pubblicato prima di questa settimana. Voi avete ragione che nelle mie prose la malinconia è forse eccessiva e forse anche qualche volta fa velo al mio giudizio. Datene la colpa parte al mio carattere, e parte all'età in cui furono scritte, perchè a 26 anni le scrissi, e d'allora in qua, benchè ristampate con qualche mia correzione, mai non ho potuto rileggerle interamente fino al giorno d'oggi. La propria mia esperienza m'insegna che il progresso dell'età, fra i tanti cangiamenti che fa nell'uomo, àltera ancora notabilmente il suo sistema di filosofia. Anche nell'annesso volume, se aveste la pazienza di scorrerlo trovereste forse qualche eccesso malinconico, e me ne riprendereste e non a torto.</p>
            <p>Io tralasciai nell'ultima mia lettera di farvi le mie congratulazioni sul vostro nuovo titolo di Ministro Plenipotenziario. Adempio oggi, benchè tardi, a questo piacevole dovere: ma nel medesimo tempo vi confesso che sono abbastanza egoista per sapermi a fatica risolvere e desiderare che i vostri avanzamenti siano sì rapidi, che l'Italia (come odo che sia più che possibile) debba perdervi in breve. Vi assicuro, togliendo di mezzo ogni ombra di cerimonia, che il pensiero di non più rivedervi mi cagionerebbe un gran dolore. Del resto ho fiducia che in qualunque luogo i vostri nobili destini vi chiameranno, non lascerete di portare qualche rimembranza di me, come certamente nessuna lontananza potrà cancellare in me la memoria vostra.</p>
            <p>Il dottor Schulz è ora viaggiando nella provincia occupato nelle sue ricerche storiche. Vi prego dei miei umili ossequi a madama vostra consorte, e dei miei distinti complimenti ai vostri egregi ed amabili bambini. Conservatemi nella vostra benevolenza, e credetemi vostro devotissimo ed affettuoso amico e servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A L.De Sinner (1835)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A LUIGI DE SINNER - PARIGI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Napoli 3 Ottobre 1835.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio eccellente e carissimo amico. Questa volta il nostro, anzi il mio silenzio ha passato veramente ogni limite. Dopo la vostra amabilissima del Luglio del 1834, io sono stato per molti mesi incertissimo del luogo dove avrei passata la settimana vegnente, e non avrei saputo dove pregarvi d'indirizzare la vostra risposta. Poi, vedutomi stabilito ancora per qualche altro tempo a Napoli, ora l'imbecillità degli occhi, ora qualche piccolo studio, e finalmente il desiderio di accompagnare la mia lettera col piccolo volume che vi spedisco oggi per la posta, e che non si è pubblicato prima della settimana scorsa, mi hanno ritardato il piacere di trattenermi con Voi per iscritto.</p>
            <p>Io sperava di ricevere le vostre nuove e qualcuna delle vostre pubblicazioni recenti da Alessandro Poerio tornato qua nella primavera di quest'anno. Ma egli assorto nella profonda sapienza di un asino italiano, anzi dalmata, chiamato Niccolò Tommaseo, le cui sublimi lezioni lo tennero occupato negli ultimi giorni della sua dimora in Parigi, non ebbe agio di rivedere gli amici, non mi recò di Voi altre nuove, se non che eravate definitivamente ed onorevolmente collocato costì: della qual cosa, se è vera, come spero e credo, sono veramente lieto. Vogliate dunque Voi stesso darmi con particolarità le nuove vostre, parlarmi de' vostri studi, de' vostri disegni, in fine mettermi al corrente della vostra storia, facendo sparire la laguna che il lungo silenzio passato ha posto non nella nostra amicizia, ma nelle nostre relazioni scambievoli.</p>
            <p>Io, dopo quasi un anno di soggiorno in Napoli, cominciai finalmente a sentire gli effetti benefici di quest'aria veramente salutifera: ed è cosa incontrastabile ch'io ho ricuperato qui più di quello che forse avrei osato sperare. Nell'inverno passato potei leggere, comporre e scrivere qualche cosa; nella state ho potuto attendere (benchè con poco successo quanto alla correzione tipografica) alla stampa del volumetto che vi spedisco; ed ora spero di riprendere ancora in qualche parte gli studi, e condurre ancora innanzi qualche cosa durante l'inverno.</p>
            <p>Le difficoltà, che presto conobbi, dell'esecuzione mi fecero rinunziare al pensiero che vi aveva comunicato, e sul quale sì amichevolmente vi tratteneste nella vostra ultima lettera, di scrivere in coteste Riviste. Io sono a Napoli sempre, come io era a Firenze in un modo precario, ma sempre senza alcuna veduta nè alcun disegno positivo di cambiamento. Ranieri, col quale io vivo, e che solo il fulmine di Giove potrebbe dividere dal mio fianco, vi manda per mio mezzo mille complimenti, ed è assai desideroso di conoscere personalmente un uomo del quale mi ode parlare spesso e con maggiore interesse ch'io non soglio facilmente mostrare per alcuno. Chi sa se e quando sarà dato a noi tre di ritrovarci insieme? Intanto, qualunque sia la nostra scambievole lontananza, non mi dimenticate. Sarò contento se serberete di me quella memoria ch'io serbo di Voi. Scrivetemi lungamente, se volete farmi piacere. Datemi nuove letterarie più che potete, e specialmente filologiche. Non leggendo giornali io sono al buio d'ogni cosa. Da me so bene che non aspettate nuove di filologia, perchè qual filologia in Italia? È vero che Mai è sul punto di vestire la porpora, e Mezzofanti gli verrà appresso; ma essi ne sono debitori al gesuitismo, e non alla filologia.</p>
            <p>Addio, mio rarissimo amico. Avete voi nuove di Gioberti? Addio: amatemi, e credetemi per la vita vostro affettuosissimo amico Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 lang="fra" n="Di L.De Sinner (1835)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI LUIGI DE SINNER</hi>
               </byline>
               <dateline>Paris le 1er Novembre 1835.</dateline>
            </opener>
            <p>Mon excellent et meilleur ami. Non, je ne saurais vous dire combien votre lettre du 3 du mois passé, précédée de l'envoi des <title>Canti</title>, m'a fait plaisir. A peine si je vous croyais encore parmi nous autres sublunaires. Dieu soit béni de ce que vous reprenez la santé et de ce que vous pensez toujours, à moi chétif.</p>
            <p>Vous voulez avoir de mes nouvelles; j'en ai long à vous conter. Armez-vous de patience, car il me semble qu'il y a un siècle entre ma lettre du mois de Juillet 1834 et la date d'aujourd'hui.</p>
            <p>Parlons d'abord de philologie. J'ai été assez productif non en publiant <foreign lang="grc">γνήσια τέκνα</foreign>, mais j'ai donné bon nombre d' <foreign lang="grc">ἐκτρώματα</foreign>. Ma place de Censeur des livres grecs, latins etc. destinés à l'usage des classes, m'avait inspiré une idée toute patriotique. Je voulus prêcher d'exemple et donner une suite d'éditions "in usum scholarum" de ce pays. J'ai fagotté ainsi des éditions de la <hi rend="italic">Medée</hi> d'Euripide, de <hi rend="italic">deux Oedipe</hi> et de l'<hi rend="italic">Antigone</hi> de Sophocle, des <hi rend="italic">Nuées</hi> d'Aristophane et du <hi rend="italic">Coq</hi> de Lucien. Au milieu de ces travaux subalternes je voulais faire quelque chose de savant et publier le résultat de mes leçons sur le <hi rend="italic">Banquet</hi> de Platon. Mais mon libraire n'êut ni le courage, ni la patience de retarder la publication jusqu'à l'achèvement entier de mon commentaire, et je fus obligé de lâcher mon livre imparfait et incomplet. Il y a de cela un an. A la même époque j'éprouvai un grand échec moral. Monsieur Mablin, que j'avais suppléé pendant 2 ans, mourut, et mon rival, un homme presque ignorant et tout-à-fait obscur, Monsieur de Bas, lui succéda. C'était-là un coup de foudre pour moi, et je n'en suis pas encore tout-à-fait remis. Heureusement que j'avais commencé l'édition nouvelle de S. Jean Chrysostome d'après Montfaucon, qui me faisait exister convenablement. Car dans ma position universitaire il n'y a pas un <foreign lang="grc">ἰῶτα</foreign> de changé, je reste, et je mourrai probablement examinateur des livres classiques, avec 1000 francs par an. Mais le <hi rend="italic">Chrysostome</hi> m'intéresse vivement. Je réserve pour mes jours de retraité l'élucubration d'un ouvrage curieux sur le siècle de Théodose. Après Chrysostome je publierai peut-être d'autres Pères, qui sait. Mais tout cet avenir <foreign lang="grc">θεῶν ἐν γοᾣύνασι κεῖται</foreign>. En attendant il faut bien que je trouve mieux d'ici à l'année prochaine. Au mois de Novembre 1836 le <hi rend="italic">Chrysostome</hi> sera fini, et alors que ferai-je? Quoiqu'il arrive, je suis toujours très embarrassé pour quitter Paris, à cause de ma grande bibliothèque, sans la quelle je ne puis travailler, moi homme de savoir positif et historique, ne pouvant rien par moi-même. De plus, à fur et mesure que je fais de tristes espériences dans ce pays, je m'y attache davantage à des individus. Peut-être est-ce là le signe précurseur de la décadence de mes facultés. Mais je me trouve si heureux dans le cercle de mes élèves, que je crains de ne pas retrouver autre part ni la même affection, ni le même ardent désir de s'instruire chez moi. Il me semble quelquefois que je suis un homme distingué. Je sais très bien que ce n'est là qu'une illusion. Mais j'ai peur de recommencer la carrière en Allemagne, à mon âge si positif de 35 ans. Là bas probablement je ne pourrais plus m'illusionner du tout. Ici j'ai le plaisir de mépriser les illustrations, et d'aimer et de pousser les petites gens. Que je vous conte quelques anécdotes sur nos illustrations. Cousin me fait revoir ses notes sur le 1er volume de sa traduction de la <hi rend="italic">Republique</hi> de Platon. Il passe un jour entier chez moi, écoutant en écolier docile mes observations, les adoptant toutes. Depuis ce jour le voilà mon ennemi à la mort. Quand il s'est agi de me placer, il n'a pas voulu de moi, prétextant que j'etais bon grammairien, mais que j'avais la malheureuse prétention d'entendre quelque chose à la philosophie de Platon. Si j'avais publié mon commentaire sur le <hi rend="italic">Banquet</hi>, j'aurais reduit en poudre les absurdes notes de Cousin. Mais mon petit argument, emprunté à Wolff et à Wyttenbach, à suffi à son irascibilité.</p>
            <p>Quant à Boissonade, un mal-entendu à suffi pour me brouiller avec lui. J'ai fait son article dans la <hi rend="italic">Nouvelle Encyclopédie de gens du monde</hi>. Parlant de son <hi rend="italic">Nicétas Eugénianus</hi>, je dit bonnement que Struve en a rendu compte. Or Struve en a parlé deux fois, une fois dans une dissertation sur les romans grecs, et cette fois-ci très bien; une fois mal, en prouvant que Boissonade n'entendait rien à la métrique. Boissonade s'est persuadé, ou s'est laissé persuader, que c'était ce dernier morceau de Struve que j'entendais citer.</p>
            <p>Vous voyez bien, excellent ami, que vous avez sagement agi de ne pas venir à Paris. Nous autres, comme vous et moi, bonnes gens et probes, solides dans ce que nous savons, avouant quand nous ne sommes pas ferrés, nous ne sommes pas fait du bois qu'il faut ici. Qu'on m'eût mis en lice, de bon et franc jeu, quoique je ne sois pas un aigle, j'aurais encore fait voir les étoiles en plein midi à mes concurrents. Mais au lieu de cela, ils ont dit que je n'étais pas Français, ni gradué en France, que je n'y avais ni famille, ni parents. Le ministre, depuis, me dédommage par des titres pompeux; tantôt je suis Docteur ès Lettres, tantôt Professeur de l'Université. Mais je reste rien, et je ne veux plus être quoique ce soit.</p>
            <p>Après toute cette expectoration, ne vous désespérez pas pour moi, excellent et meilleur ami; ma barque va encore assez bien. Il y a toujours un bon Dieu pour les honnêtes gens.</p>
            <p>Parlons un peu de vos papiers. Il m'a été impossible jusqu'à ce jour, malgré toutes les peines que je me suis données, da faire imprimer <hi rend="italic">in extenso</hi> un de vos ouvrages. Le plus aisé aurait été les <hi rend="italic">Cestes</hi>, s'ils étaient achevés. Dans cette pénurie de ressources, j'ai imaginé un singulier moyen. Aidé d'un de mes amis, Monsieur Dübner, brave et savant allemand, établi à Paris, j'ai fait un très sévère triage dans vos petits papiers, en n'y prenant que ce qu'il y avait de tout-à-fait incontestable et neuf, et cela je l'ai fait insérer dans le <hi rend="italic">Musée du Rhin</hi> de Welcker. Ces derniers jours je vous ai envoyé, sous bande, deux exemplaires. Dites-moi ce que vous pensez de cette <hi rend="italic">promulsis</hi>. Mon petit <hi rend="italic">Monitum</hi> ne vous déplaira pas. Si j'étais placé en Allemagne, je ferais des 8° superbes de vos papiers. Mais à Paris on ne le peut; la vie veut être sustentée chèrement, et les ressources au delà du Rhin m'échappent à fur et mesure que je m'encroute à Paris. Peut-être arriverai-je à faire imprimer ici vos <hi rend="italic">Fragmenta SS.</hi> (dont on a fait 55, d'après ma belle ecriture) <hi rend="italic">Patrum</hi>. Mais les prêtres ici sont bien stupides. Mon nom ne paraît pas sur le titre de S. J. Chrysostome parce que je suis protestant!!</p>
            <p>Votre <title>Discorso sopra la Batracomiomachia</title> aura un succès éclatant. Je l'ai envoyé à Bothe, qui est vraiment un excellent homme. Il en est tellement enchanté, qu'il le fait réimprimer dans le 3e volume de son <title>Odyssée</title>. Bothe vous adore. Vous avez raison en le blâmant sur la prétendue tautologie, mais vos paroles sont un peu dures pour lui. Un Allemand toutefois endure la critique, surtout quand elle vient d'un homme comme vous.</p>
            <p>J'ai lu avec enchantement vos nouvelles poésies, <hi rend="italic">Consalvo, Il pensiero dominante, Amore e Morte</hi> et <title>A se stesso</title> m'ont surtout captivé. Votre <hi rend="italic">Palinodia</hi> est en vers absolument la même chose que le <hi rend="italic">Dialogo di Tristano e di un Amico</hi>. Je préfère, moi, le dernier.</p>
            <p>A propos de ce <hi rend="italic">Dialogo</hi>, le 3 Octobre 1834 j'ai reçu, avec la plus vive reconnaissance, 4 exemplaires de la nouvelle édition de vos <title>Operette morali</title>, publiées chez Piatti. En me réservant un exemplaire, j'ai sagement distribué le 3 autres: un à Gioberti, qui est à présent à Bruxelles assez bien, un à mon élève et ami Louis Pasquier qui a pris des leçons d'Italien chez Gioberti exprès pour vous lire bien, e le 3e à mon élève Monsieur Durand, qui vous avait traduit dans le <hi rend="italic">Siècle</hi>. Si vous pouviez mettre de nouveau à ma disposition 4 exemplaires de votre nouvelle édition, j'en donnerai une à Bothe qui vous traduirait sur le champ, un à Gioberti, un à Pasquier et le 4e à un jeune élève qui me demande à toutes ses sorties de lui expliquer du Leopardi. Votre <hi rend="italic">Lettre à Pepoli</hi>, le <hi rend="italic">Rêve</hi> et il <hi rend="italic">Pensiero dominante</hi> lui ont fait un tel plaisir, qu'il a copié les textes. Vous voyez bien, excellent ami, que je m'entretiens beaucoup de vous dans mon intimité.</p>
            <p>Votre libraire Saverio Starita annonce 3 volume de vous. Parlez moi en détail de cette publication. N'y comprendrez-vous pas vos excellents morceaux du <hi rend="italic">Spettatore</hi>?</p>
            <p>J'ai un gros paquet à vous envoyer. Outre mes bouquins de rien, j'ai <hi rend="italic">Codex apocryphus</hi> de Thilo, tom. I, et des opuscules de divers braves gens lettrés. Mais comment vous envoyer tout cela? Il n'y a pas ici un seul libraire de ma connaissance, qui fasse des affaires avec Naples. Indiquez-moi donc un moyen sur de vous expédier ma pacotille, et vous aurez de quoi à vous amuser tout cet hiver.</p>
            <p>Combien faut-il à un homme sage et modéré comme moi pour vivre à Naples par mois? Une fois le <title>Chrysostome</title> fini, je viendrais volontiers, si vous y êtes encore, faire un tour de quelques mois, pour être encore avec vous, le meilleur et le plus chéri de tous mes amis, et pour faire connaissance fraternelle avec votre <hi rend="italic">alter ego</hi> Ranieri. Saluez-le bien tendrement de ma part. Adieu, <hi rend="italic">carissime</hi>. Répondez le plus promptement possible a votre ami de coeur.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Ne pourriez-vous pas me donner quelques renseignements sur un prêtre français, établi à Rome, l'abbé Lacroix, clerc national pour la France du Concistoire des Cardinaux, sur sa position sociale et pécuniaire et sur ses principes? Cet abbé se trouve être l'oncle d'un de mes élèves. Il fait le grand Seigneur, méprise ses parents, mais voudrait que son neveu entrât dans le clergé. Moi je me méfie, je ne sais trop pour quoi, de cet individu. Et pour le jeune homme, il ne sera pas prêtre.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Capponi (1835)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GINO CAPPONI</hi>
               </byline>
               <dateline>Varramista 21 Nov. 1835.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio riverito Sig. Conte. Il Niccolini scrivendovi, forse vi avrà detto qualche cosa che almeno in parte vi spiegasse la mia tardanza a ringraziarvi, sicchè su di me non ne cadesse la colpa. Ora vorrei che le mie parole, e più delle mie parole, la cognizione che avete dell'animo mio verso di voi, bastassero a persuadervi la gratitudine che sinceramente vi professo per avermi intitolato quei vostri nobili versi. E più vi ringrazio perchè mi avete stuzzicato sopra un argomento, il quale, non che solleticarmi, mi cuoce, e la mia povera testa non cessa d'almanaccarvi sopra. Io mi conosco abbastanza da non presumere di me troppo, e a molta profondità non m'espongo, ma perchè non trovo altro da fare, penso, e le generalità son vizio del secolo, facile teatro de' volgari, siccome campo de' forti, ed io sono, giunto a quegli anni, ne' quali per rendermi il pensiero tollerabile, m'è divenuto necessità formarmi quello che chiamano un <hi rend="italic">sistema</hi>, e in esso ostinarmi per almeno togliermi dalla bruttezza de' vacillamenti. Io non vuo' dire che questo mio povero sistema sia conforme a quello da voi con tanta dottrina e tanta autorità professato. Questo ammiro come vostro, e perchè nutrito di tanto sapere, ma tengo il mio, come mio, cioè parte di me, e perchè smuovendo quella base, ogni altra cosa da me pensata se ne anderebbe a gambe all'aria, nè ho tempo a ricominciare. Ma in questo punto capitale sono d'accordo con voi, e ne vo superbo, e m'avete proprio grattato il solletico, nel ridere cioè della minaccia de' peli e della fiamma de' sigari, e della sapienza de' giornali, e (qui avrei voluto che la potente parola vostra fosse venuta a difendermi le spalle, ma voi prudente vi siete taciuto) della virtù redentrice delle società filantropiche, e d'altre cose simili. Queste io le credo più necessità del secolo che felicità, perchè la società umana, come l'uomo, ha legge di vivere, e quando un modo le manca, quando un elemento di coesione si discioglie, l'uomo, anche senza volerlo o saperlo, ne fabbrica un altro. E il credere alla beatitudine di questa nuova composizione è stimolo all'operare, e questa credulità della perfezione immancabile e imminente dell'opera sua, stoltezza organica d'ognuno che fa. Il mondo a un bel circa sarà lo stesso, gli sbocchi del male non si potranno mai nè tappare nè restringere, ed i beni materiali diffondendosi, non per questo aggiugneranno, io credo, pure un atomo alla massa della felicità umana. E in tutto il dimenarsi di questo secolo, se v'è qualcosa di buono, la pedanteria de' nostri professori di civil sapienza, la rende intollerabile. Le quali teoriche da me con voce esile, pur talvolta messe fuori, di già mi minacciano le bastonate de' perfettibili. Ma se vedrò il bastone in aria, mostrerò i vostri be' versi e griderò: fermate; perchè io non sia calpestato come un povero cadavere in mezzo ad un campo di battaglia. E poi benedico il bel clima di Napoli, che vi dà salute quanta non poteva al certo darvene l'aria mefitica di Firenze.</p>
            <p>Salutatemi il Ranieri carissimamente. Del suo bel lavoro storico, non ebbi mai altro che i due primi fascicoli, benchè rispondendogli, vivamente lo sollecitassi a mandarmi il rimanente. Ed io se qualcosa lavoro, sono tutto alla storia. Ma quella sua, mi parve cosa degna e come tale desidero vederla compiuta, e temo forse non la mia lettera andasse in sinistro. Vi prego fargli questa ambasciata, e pregarlo che mi rimetta in giorno, e poi voglia regolare la spedizione.</p>
            <p>E voi prego d'amarmi e credermi sempre V.ro Servo ed Amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1835)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Napoli 4 Dicembre 1835.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Papà. Ho pagato ancor io il mio tributo alla stagione cattiva, con una costipazione, che sarebbe stata malattia molto leggera, se non fosse stata accompagnata da copiose e non opportune emorragie dal naso, che mi hanno lasciato un certo abbattimento, dal quale pure, grazie a Dio, vengo gradatamente risorgendo. La sua de' 13 Ottobre, consegnatami qui alla fine del mese, ma intatta, mi cagionò una viva allegrezza, dandomi dopo più mesi d'intervallo, nuove significazioni dell'amor suo, e fresche notizie de' miei, de' quali da Matteo non aveva potuto sapere se non fino ad un certo tempo. Ella viva sicura che le correzioni necessarie alle <title>Operette morali</title>, da Lei amorevolmente suggeritemi, si faranno, se però questa edizione andrà innanzi: cosa della quale dubito molto, perchè sono risolutissimo di non dar nulla al libraio non solamente gratis, ma neppure senza pagamento anticipato; così consigliandomi tutti gli amici che bisogni fare in questo paese di ladri; ma da altra parte questi librai mezzo falliti restano tutti senza parola al solo udire il nome di anticipazione. La <title>Storia di Napoli</title> della quale mandai i primi fascicoli, è del mio amico Ranieri, che ha voluto farne un presente alla Libreria Leopardi. Già da Matteo con molto mio dispiacere mi era stata data la nuova della morte del povero Sanchini. Credo che quest'ora Ella avrà avuto le nuove mie di veduta di Checco Fabiani, che ritornò da me prima di partire, come mi disse, a cotesta volta. Più circostanziate ne avrà da me stesso in una lunga lettera che voglio scriverle. Intanto ringraziandola dell'amorosa sua ultima, la prego a non essermi avaro de' suoi caratteri in questo tempo, che spero breve, nel quale piacerà a Dio che mi sia ancora differito il riabbracciarla. Con tutta l'anima le bacio la mano, e chiedendole la benedizione, le desidero ogni massima prosperità nelle prossime feste, e la prego a fare per me simili augurii a tutti i miei. Mi raccomandi al Signore, e mi creda suo amorosissimo figlio Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Paolina L. (1835)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A PAOLINA LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>[Napoli 4 Dicembre 1835].</date>
            </opener>
            <p>Cara Pilla. Io sapeva che Recanati aveva la strada lastricata, e rifatte le facciate de' Monaci e del palazzo Luciani, ma anche la carta di Bath, e le ostie da suggellare stampate? Si vede che la civiltà fa progressi grandi da per tutto. Tu dici che di un milione di cose vorresti scrivermi, ma intanto sei stata più di un anno senza dirmi nulla. È vero ch'io scrivo poco, ma ne sapete tutti la causa; e tu che puoi scrivere molto, non ti devi mettere in animo di rendermi la pariglia, ma senza contare le mie lettere scrivermi spesso, senza pensare al carlino che mi costerà la lettera tua, perchè nessun carlino mi parrà così bene speso. Bacia la mano per me alla Mamma, e salutami Carlo e Pietruccio, il quale so che legge molto, e ancor egli potrebbe di quando in quando ricordarsi del suo fratello maggiore, e dargli le sue nuove. Io, cara Pilla, muoio di malinconia sempre che penso al gran tempo che ho passato senza riveder voi altri; quando mi rivedrai, le tue accuse cesseranno. Se fosse necessario, ti direi che non sono mutato di uno zero verso voi altri, ma tra noi queste cose non si dicono se non per celia, ed io ridendo te le dico. Addio dunque: salutami D. Vincenzo, il Curato, e la Marchesa, dalla quale so che continui ad andare le Domeniche. Questa volta, quando ci rivedremo, non mi mancheranno racconti e storie da tenerti contenta per molte settimane la sera. Addio addio. Manda ancora un bacio per me alla Gigina.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di M.Bertolami (1835)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI MICHELE BERTOLAMI</hi>
               </byline>
               <dateline>Palermo li 6 Dicembre 1835.</dateline>
            </opener>
            <p>Venerando Signore. Mentre io stavami dolentissimo nel veder insultata la memoria di Bellini, la cui perdita ha sì ferocemente inasprito le nostre piaghe, da uno sciame di poetastri e di gelidi letterati, giunsemi, giorni sono, la notizia soavissima ch'Ella ha scritto una canzone su cotanto subbietto. Il desiderio immenso, ch'io divido co' pochissimi giovani non corrotti e non vili di questo paese, di leggere una poesia degna di quel supremo Genio non mai abbastanza compianto, e l'affetto dolcissimo, ond'Ella degnommi nel mio breve soggiorno in codesta città, mi fanno ardito a pregarla, che mi mandi quella canzone manoscritta, o stampata.</p>
            <p>Bramerei ardentemente che V.S. venga a visitare queste ultime contrade dell'Italia nostra, onde bearmi nel contento indicibile di rivederla, essendomi oramai reso difficile il ritornare costà da quei feroci tirannici studi di Giurisprudenza, che m'inaridiscono l'anima.</p>
            <p>M'ami, e mi creda tutto suo sino al sepolcro, di Lei, grande Italiano, Div. obbl.mo aff.mo servo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di F.de Jorio (1836)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI FILIPPO DE JORIO</hi>
               </byline>
               <date>[Napoli] 6 Gennaio 1836.</date>
            </opener>
            <p>Sig. Conte ornatissimo. Le sue virtù, la sua classica rinomanza, e più di tutto il santo amor di Patria che La distingue, mi rendono ardito a presentarle diversi miei opuscoli, i quali mi recheranno onore se il Conte Leopardi si compiacerà di accoglierli benignamente. Avrei desiderato di far ciò personalmente, ma dura malattia mi obbliga a rimanere in casa, e quindi profitto invece de' favori del mio colto amico Sig. Beatrice, che avrà la bontà di presentarli al chiarissimo Sig. Conte. Accolga intanto i sentimenti del mio più alto rispetto. Divotissimo Servo ed Amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="A L.De Sinner (1836)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A LUIGI DE SINNER - PARIGI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Napoli 25 Gennaio 1836.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio eccellente e carissimo amico. Solamente oggi, dopo aver subito tutte le innumerabili e interminabili prove sanitarie e politiche, mi giungono dalla posta i due quaderni da Voi speditimi in Ottobre! Ma il piacere di riceverli, del quale vi parlerò poi, mi è avvelenato dalla notizia che mi è data quasi contemporaneamente, perchè, non leggendo i giornali, io non ho le nuove del mondo se non a caso. Dico dalla notizia dell'incendio avvenuto costì, nel quale, mi si dice, è perita ancora l'edizione del <title>Crisostomo</title>. Questa sventura mi cagiona, per causa vostra, un dispiacere così vivo, che maggiore non potrei provarne per una sventura mia propria. Se questa lettera vi giunge regolarmente, vogliate, ve ne prego, aver la bontà di darmi al più presto le vostre nuove, e di significarmi con qualche precisione a che si stenda il danno che questo disastro deve avervi recato. Voi sapete che nessun male affligge tanto, come quelli di cui non si conoscono la natura e i confini. - Non so s'io debba considerare altrimenti che come una dolce illusione la speranza che voi mi date di rivedervi a Napoli l'inverno prossimo. Io vi sarò ancora, secondo ogni probabilità. Qui un uomo solo può vivere tollerabilmente con 150 franchi il mese, mediocremente con 200, e comodamente, benchè senza lusso, con 250. - Mi dispiace di non potere ancora darvi alcuna notizia positiva intorno a quel Lacroix di cui mi dimandate. S'io fossi a Roma, facilmente potrei soddisfarvi: ma in Napoli, è appena credibile a chi non vi ha dimorato, quanto sia difficile il procacciarsi notizie di fuori. - Il pacchetto di libri che Voi mi dite, dovreste aver la bontà d'involgerlo in una sopraccarta indirizzata a me, e raccomandata <hi rend="italic">à M. le Baron Poerio, à Naples</hi>, e così farlo tenere costì in Parigi al Cavalier Cobianchi <hi rend="italic">Place de la Madeleine N. 1</hi>, pregandolo da parte di Alessandro Poerio, che deve averlo già prevenuto sopra di ciò, di volere spedire quel pacchetto al suo indirizzo per occasione sicura di qualche viaggiatore. - Mi duole assaissimo che la mia piccola nota relativa al Sig. Bothe vi sia sembrata dura. Vi assicuro (e potete assicurare il Sig. Bothe a mio nome) che ciò non viene se non da mia poca abilità di esprimermi: perchè la mia intenzione non fu altra che di esser breve. Nè avrei punto replicato alla sua obbiezione, se non l'avessi creduta molto plausibile, e tale che anche a molti italiani sarebbe potuta occorrere spontaneamente. - Il mio libraio Starita nel suo <hi rend="italic">manifesto</hi> promette 6 voll. tra cose edite e inedite. E uscito il 2° vol. che è il 1° delle <title>Operette morali</title> accresciute. Vi manderò quanto prima i 4 esemplari che avete la bontà di chiedermi, dei quali vi sarò gratissimo se, come dite, vorrete darvi la pena di farne pervenire, con molti miei saluti, uno al Sig. Bothe, e uno a Gioberti.</p>
            <p>Il proemio degli <hi rend="italic">Excerpta</hi> dimostra più che mai quella benevolenza che Voi dimostrate sempre quando parlate di me. La scelta delle osservazioni è fatta con moltissimo giudizio e dottrina. Vi sono corsi parecchi falli di stampa, come p. 13, l. 21, <foreign lang="grc">κνοω</foreign>per <foreign lang="eng">Know</foreign> inglese; e soprattutto nella descriz. del Cod. Barberin., come p. 3, l. 5, <hi rend="italic">Saec. XVII</hi> - p. 4, l. 2, manca qualche parola che dovea far menzione delle <foreign lang="grc">ἠδοποιίαι</foreign> di Libanio, come apparisce dalla seg. lin. 16 - ib. l. 3, pro 51 leg. 55, et conf. l. 4, - p. 5, l. 7. <hi rend="italic">Quae Libanio dantur</hi>, add. <foreign lang="lat">nempe quae ad Allatio et Morello, tum ea omnia quae</foreign>
               <foreign lang="grc">ἀδέσποτα</foreign>
               <foreign lang="lat">esse dixi, non vero ea quae Libanii nomen praeferunt in ipso codice</foreign>. - Se aveste tempo da perdere saprei volentieri quando mi scrivete, perchè non abbiate fatto uso delle osservazioncelle sopra l'autore <foreign lang="grc">περὶ ὕῳους</foreign> e sopra Celso, nè di quella sopra l' <foreign lang="grc">ἐβόων αὖθις</foreign> di Senofonte nel <hi rend="italic">Convivio</hi>; le quali mi parve, quando fummo insieme in Firenze, che riuscissero di vostra soddisfazione. - Oh tornino, mio carissimo e prezioso amico, quei momenti nei quali io godeva della vostra società, e profittava della vostra dottrina. Ranieri vi prega con me a fare che non riesca vano il vostro disegno di veder Napoli, e si offre anch'egli a servirvi qui con ogni sua forza alla vostra venuta. Addio, carissimo: vi abbraccio, e mi raccomando alla vostra memoria. Addio. Il tutto vostro Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1836)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Napoli 19 Febbraio 1836.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio carissimo Papà. Col solito inesplicabile ritardo, la sua de' 19 Dicembre, benchè, per quanto pare, non aperta, non mi è stata renduta dalla posta, che ai primi di questo mese. Ringrazio caramente Lei e la Mamma del dono dei dieci scudi, del quale ho già profittato nel solito modo. Mi è stato molto doloroso di sentire che la legittimità si mostri così poco grata alla sua penna di tanto che essa ha combattuto per la causa di quella. Dico doloroso, non però strano: perchè tale è il costume degli uomini di tutti i partiti, e perchè i legittimi (mi permetterà di dirlo) non amano troppo che la loro causa si difenda con parole, atteso che il solo confessare che nel globo terrestre vi sia qualcuno che volga in dubbio la plenitudine dei loro diritti, è cosa che eccede di gran lunga la libertà conceduta alle penne dei mortali: oltre che essi molto saviamente preferiscono alle ragioni, a cui, bene o male, si può sempre replicare, gli argomenti del cannone e del carcere duro, ai quali i loro avversarii per ora non hanno che rispondere.</p>
            <p>Mi sarebbe carissimo di ricevere la copia che ella mi esibisce completa della <hi rend="italic">Voce della Ragione</hi>; e se volessi, com'Ella dice, disfarmene, potrei far piacere a molti, essendo il suo nome anche qui in molta stima. Ma non posso pregarla di eseguire la sua buona intenzione, perchè l'impresa di ricevere libri esteri a Napoli è disperata, non solo a causa del terribile dazio (3 carlini ogni minimo volume, e 6 se il volume è grosso) il quale è difficilissimo di evitare, ma per le interminabili misure sanitarie (ogni stampa estera, che sia legata con filo, sta 50 giorni in lazzaretto) e di revisione, le quali sgomentano ogni animo più risoluto. Più volte mi è stata dimandata la sua Storia evangelica, di cui dovetti disfarmi a Firenze, e il libro sulle usure: scrivendone a Lei, facilmente avrei potuto procurarmi i volumi, e il soddisfarne i richiedenti mi avrebbe fatto molto piacere: ma ho dovuto indicare alla meglio il modo che dovevano tenere per averli, senza incaricarmi del porto, come di cosa superiore alle forze ordinarie degli uomini. E così alcuni de' libri miei che mi sarebbero bisognati, e che qui non si trovano, non ho neppur pensato a farli venire di costì nè d'altronde, considerando il riceverli come cosa vicina all'impossibile.</p>
            <p>La mia salute, non ostante la cattiva stagione, è sempre, grazie a Dio, molto sufficiente. Desidero sapere che il medesimo sia stato della loro in quest'anno insigne da per tutto per malattie. Io spero che avrò l'immenso bene di riveder Lei, la Mamma e i fratelli verso la metà di Maggio, contando di partire di qua al principio di quel mese, o agli ultimi di Aprile. Ranieri la riverisce, e colla prima occasione le manderà gli altri quattro fascicoli stampati finora della sua Storia. Saluto ed abbraccio i fratelli, e bacio la mano alla Mamma ed a Lei, pregando l'uno e l'altra di raccomandarmi caldamente al Signore. La mia gioia in rivederli sarà uguale all'amore mio verso loro, il quale per la lontananza è certamente piuttosto cresciuto, se poteva crescere, che scemato. Mi benedica e mi creda Suo affettuosissimo figlio Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Maestri (1836)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ADELAIDE MAESTRI</hi>
               </byline>
               <dateline>Parma 20 Febbraio 1836.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Leopardi! Troverete qui unita una lettera ch'io immaginava a Napoli, avendola consegnata ad uno che poi non partì, e ch'io v'invio unicamente per mostrare che vi ho avuto nella memoria e nel cuore, cosa, per altro, della quale non dovete aver dubbio. Chi può conoscere Leopardi, e non amarlo, e ricordarlo tutta la vita? io piuttosto debbo temere, conoscendo d'essere proprio nulla in questo mondo, d'essere dimenticata da voi, e vi confesso che alcuna volta vado ripetendo con dolore ciò che mi dicevate in una vostra lettera: "<hi rend="italic">Io temo che per il disuso e la lontananza si scemi, ancora malgrado vostro, la vostra affezione verso di me</hi>". Se v'è caso di togliere dal mio animo questo timore, scrivetemi almeno qualche volta, e, se non potete lungamente, mi basterà di vedere di quando in quando una vostra linea. Vi prometto che anch'io vi risponderò con poche parole per non istancarvi colla lettura di questi brutti caratteri. Parlatemi della vostra salute, che tanto mi sta a cuore; e delle vostre occupazioni; e se fate dono all'Italia di qualche opera, procurate ch'io lo sappia, giacchè fra Napoli e questo paese si frappone una barriera che ci toglie di conoscere tutto ciò che si pubblica costì. Che cosa vi dirò della nostra salute? Questo rigidissimo inverno ci fa soffrire assai. Io mi trovo sciolta, soltanto da pochi giorni, d'una forte infiammazione di gola; il papà è tuttora preso da costipazione, e la mamma da mal di capo. Tanto Emilio quanto la mia Clelietta, e Ferdinando, godono perfetta salute. Addio mio ottimo amico. Se i saluti e i baci si potessero metter in carta, non mi sarebbe rimasto spazio per iscrivere; giacchè papà, mamma e Ferdinando, Clelietta, Emilio ne aggiungono migliaia ai miei! Ferdinando poi desidera d'esservi particolarmente ricordato, come pure all'egregio sig. Ranieri invidiato vostro compagno. Addio ancora.</p>
            <p>Giordani sta bene e vi saluta.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di L.De Sinner (1836)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI LUIGI DE SINNER</hi>
               </byline>
               <dateline>Paris, commencé le 29 février, expédié le 8 mars 1836.</dateline>
            </opener>
            <p>Mon cher et précieux ami. Je vous remercie mille fois de votre aimable et bonne lettre du 25 février, et je m'empresse de répondre à vos questions amicales.</p>
            <p>Il n'est que trop vrai que vos <hi rend="italic">Excerpta</hi> sont remplis de fautes typographiques, et qu'il y a les deux omissions que vous signalez. Quant aux errata, il était impossible de les eviter à cause de la distance de Bonn à Paris. Je ne sais si je suis fautif des omissions, n'ayant plus mon Manuscrit. Je n'ai pas cru devoir tirer parti de vos observations sur <hi rend="italic">Celsus</hi> parce que dans les <hi rend="italic">Rhetores latini</hi> de Capperonnier, p. 329-331, le libellus <hi rend="italic">De arte dicendi</hi> est pleinement revendiqué à J. Severianus. Depuis en 1759 P. Bondamus dans ses <hi rend="italic">Variae lectiones</hi> , Zutphen, p. 363, avait dit la même chose. Je n'ai pas vu le dernier ouvrage.</p>
            <p>Quant au Pseudo-Longin, je manquais de l'ouvrage anglais de Knox, Lond. 1827. Il fallait absolument éviter de tomber dans une redite possible.</p>
            <p>La note sur <foreign lang="grc">ἐβόων αὖθις</foreign> etait destinée à orner mon commentaire sur le <hi rend="italic">Banquet</hi> de Platon que la parsimonie de mon libraire ne me permit point d'achever. Vous verrez que mon <hi rend="italic">Specimen commentarii perpetui</hi> n'est pas si mal. Mais dans ce pays, où les libraires ne font rien pour l'amour du Grec, il faut être très riche pour publier à ses frais. Imprimer en Allemagne offre beaucoup d'inconvénients. Je désirerais vous savoir assez de santé et de forces pour pouvoir reprendre vous même l'élaboration de toutes vos notes philologiques, et je vous restituirais vos papiers, avec un bien grand plaisir. Mais je crains que ce serait là trop espérer.</p>
            <p>Avant que je vous parle de moi, occupons-nous de vous, mon excellent ami. Envoyez moi sous bande 5 exemplaires du Manifesto de votre Sosius Starita. Après cela je puis vous annoncer que vos Oeuvres trouveront des acheteurs à Paris. Il y a 2 libraires ici qui voudraient chacun une douzaine d'exemplaires: Monsieur Fayolle, rue de Rempart, près le Palais Royal, et Monsieur Bourgeois-Maze, quai Voltaire. Mais il faudrait trouver une voie économique pour les envoyer à Paris. Ils m'indiquent chacun de voies différentes. Fayolle dit qu'on pourrait remettre ces livres pour lui à Monsieur Hortolan libraire à Naples; et Maze indique à Rome soit Scalabrini libraire, soit Monsieur le chevalier Bunsen. Voyez vous même. Comment me ferez-vous parvenir ces 4 exemplaires que j'ai eu le front de vous demander, et vous l'extrême bonté de me promettre? Ont les attend comme l'oeuf de Pâques. Surtout mon jeune ami Lebreton sera enchanté de vous posséder dans vos Vers. Il ne se passe pas de jour de sortie de sa pension sans que nous en lisions ensemble. Et le 2e volume l'aurai-je? Je suis extrêmement curieux de lire ce Manifesto, et j'espère que dans cette nouvelle collection complette vous recevrez vos diverses traductions du Grec et du Latin en prose et en vers et vos morceaux littéraires du <hi rend="italic">Spettatore</hi> et du <hi rend="italic">Ricoglitore</hi> , même l'ymne à Neptune. Eclaircissez là dessus mon ignorance.</p>
            <p>J'ai vu enfin Monsieur Cobianchi, et je vous remercie cordialement du plaisir de cette intéressante connaissance. Mais Dieu sait quand on pourra vous envoyer ses livres. J'ai pour vous de Thilo le <hi rend="italic">Codex apocryphus N. Testamenti</hi> t. 1, de Gros deux dissertations, de Walz une item, de moi mes 7 bouquins, et enfin 6 exemplaires de vos <hi rend="italic">Excerpta</hi>. J'attends l'occasion.</p>
            <p>Notre <hi rend="italic">S. Chrysostome</hi> s'est miraculeusement relevé: en véritable Phénix il ressuscite de ses cendres, et je suis plus occupé que jamais. On continue en même temps que l'on réimpresse. J'ai parcouru ad hoc dernièrement vos <hi rend="italic">schedulae</hi>: vous avez lu <hi rend="italic">Chrysostome</hi>. Mais pas tout; n'est-ce pas? Vous jugerez un peu de mon travail par le petit <hi rend="italic">Specimen</hi> que je vous enverrai.</p>
            <p>Il y aurait un moyen presque sûr pour moi de venir à Naples: il me faudrait apprendre qu'il y a de bons Manuscrits, soit de S. Basile, soit de S. Athanas. Pardonnez mon ignorance. Le catalogue qu'Andrès avait annoncé dans un Prodromus, a-t-il jamais paru?</p>
            <p>Connaissez-vous un petit livre intitulé "Franc. Fuoco, Metodo graduale per pronunciare e comprendere la lingua italiana", t. 1, Napoli, 1820? Cela m'a paru bon autrefois, mais je n'ai pu me le procurer depuis. Que pensez-vous du <hi rend="italic">Viaggio per la Tauride</hi> de Monsieur de Mourawieff-Apostol? Cet homme spirituel est à present à Vienne.</p>
            <p>Quant à moi, je ne suis guère content de ma position. Mardi prochain j'aurais accompli ma 35e année, et par conséquent franchi l'équateur. Vraiment je serais tenté de résoudre en un <hi rend="italic">certo</hi> le <hi rend="italic">forse</hi> qui termine d'une manière si mélancolique et si profonde votre chant du berger nomade, Canto 21, édition de Florence. Je croyais partir pour Tubingue; mais on a tellement réduit les conditions pécuniaires que je ne puis accepter. De Genéve on me fait les yeux doux: mais ils ont déjà leur professeur "in petto". Ainsi je reste à Paris trainant la charrue chrysostomique, expédiant 20 pages tous les jours, et une feuille d'impression en sus, et cela sans gloire, n'étant pas nommé sur le titre, et collaborant avec un animal, Fix, qui dans le temps je vous présentai comme mon ami. Je serais quelquefois tenté de m'appliquer certains beaux vers du Camoens, de l'été que finit en conservant les derniers feux de l'âge. Mais je suis trop nul pour faire une pareille comparaison. Lorsqu'en 1830 vous disiez avec Petrarque "la mia favola breve...", au moins il y avait de la consolation dans ce désespoir. Moi je trouve "la mia favola" étrangement longue, ennuyeuse et pénible. Je n'ai de fait qu'une seule consolation aujourd'hui, c'est l'amitié de mes élèves, qui m'attache encore puissamment à cette tâche pauvre et mesquine de ma vie. Ah! mon meilleur ami, combien il m'est douloureux de ne pas vivre à côté de vous. Mon coeur se réchaufferait dans votre intimité, mon esprit si faible s'éclairerait et brillerait encore un moment éclairé par votre génie. Que je suis heureux de votre amitié! Elle est le plus beau, le plus profond souvenir de ma vie intellectuelle. Votre oreille droite doit souvent vous tinter, tant je parle de vous et je vous lis avec mes jeunes amis. Tournez la page et vous verrez une preuve de ce que je vous dis ici. Le jeune homme voulait absolument vous dire quelques mots. Si son effusion ne vous déplait pas, écrivez-moi pour lui quelques mots seulement sur un petit morceau de papier. Il en ferait une rélique.</p>
            <p>Adieu donc. Ne me laissez pas longtemps sans réponse. Saluez cordialement votre <hi rend="italic">alter ego</hi>, cet excellent ami Ranieri. Dites à Alexandre Poerio mille choses de la part de Cobianchi, Pallia, et de la mienne. Je suis <hi rend="italic">ad cineres usque</hi> et au delà votre tout dévoué ami.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di C.Lebreton (1836)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO LEBRETON</hi>
               </byline>
               <date>[Parigi 8 Marzo 1836].</date>
            </opener>
            <p>Monsieur. Je ne vous demanderai aucunement pardon de la liberté que je prends. Certes en me permettant d'écrire ainsi quelques lignes à tout autre personne, je croirais avoir besoin d'excuse, mais vous n'êtes pas seulement pour moi un ami illustre de Monsieur de Sinner; vous êtes le poète de tous les hommes qui sentent, et la bienveillance que me témoigne votre ami m'est une heureuse occasion de vous offrir le faible tribut de mon admiration. Certes il vous sera indifférent, mais s'il vous semblait trop hardi, prenez vous en à vous même, à votre poésie. Quand on s'est élevé si haut dans l'admiration des hommes, il faut encourir les hommages des ses derniers admirateurs, et ce n'est qu'à ce titre que j'ose, moi aussi, vous remercier et pour moi et au nom des jeunes gens qui ont été charmés de vos <hi rend="italic">Opere</hi>, c'est-à-dire de tous ceux qui en ont eu connaissance. Cependant j'aurais attendu mon quart d'heure de resurrection, ce moment où le doux sommeil de la mort nous aurait rendus tous égaux. Mais comme il n'était pas du tout sûr que le mien se rencontrât avec le vôtre, j'ai préféré saisir l'occasion qui se présentait inopinément. J'arrive de la pension, où la lecture de vos <hi rend="italic">Excerpta e schedis criticis</hi>, faits à un tel âge, m'avait effrayé. Je vois Monsieur de Sinner vous écrire. Aussitôt se réveillent en moi tous les souvenirs, toutes les douces impressions que m'a fait éprouver votre livre et je ne puis résister au plaisir de vous adresser quelques mots, de pouvoir vous le dire. Et cependant que pourrait vous dire un jeune homme de 18 ans que vous n'ayez déjà éprouvé, senti profondément, et même chanté d'une manière si touchante. Car heureux celui qui n'est pas insensible à ces sortes d'émotions, mais mille fois plus heureux encore celui qui a reçu du ciel le don de les chanter. Oh! quand viendra le temps où je pourrai voir en réalité ce rivage, où couché sur le gazon devant la maison paternelle, vous laissiez errer vos regards et vos pensées de jeune homme sur la mer lointaine. Non, je ne descendrai pas au séjour de Gonzalve (et plut à Dieu que j'y descendisse comme lui) sans avoir contemplé la belle aurore qui éclaira les derniers adieux de votre amie, sans voir ce beau soleil d'Italie dont les premiers rayons vous présentaient encore son image. Mais plutôt mille fois être à jamais privé de ce spectacle, ne jamais jouir de ces doux souvenirs, que de vous retrouver sur votre lit de douleur quoique poétique, à la lueur de votre lampe sépulcrale. Cependant je suis encore indigne de voir toutes ces scènes touchantes car j'ignore encore la langue du Tasse et de Leopardi. Mais ce jour même qui sera une époque dans ma vie sera aussi le dernier de mon ignorance. Puisse-t-il arriver le jour où sur le rivage de Naples, ou de Sorrente, je pourrai comprendre vos intéressants entretiens avec votre illustre ami.</p>
            <p>Si j'ai, malgré moi, dans ces quelques lignes manqué en quelque chose à la convenance, je laisse à votre ami le soin de me justifier.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di C.Bunsen (1836)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO BUNSEN</hi>
               </byline>
               <date>[Napoli] Giovedì [forse nei primi tre mesi del 1836].</date>
            </opener>
            <p>Amico carissimo. M'avete fatto il buono augurio per la mia entrata a Napoli due volte, perchè non solamente trovai il vostro caro nome nell'entrare in casa, ma vi viddi nella folla passando per S. Lucia senza però potervi salutare. Sarei venuto questa mattina per abbracciarvi, ma fui impedito finchè era tardi. Tornando dagli Studj debbo andare dal mio collega: se tornando dal Vomero a casa non vi trovo, lascio queste righe per ringraziarvi della vostra amorevole ricordanza di me e per dirvi che ogni mattina dalle 6 alle 8, ed ogni sera dalle 8 in qua sono in casa. Se potete senza incommodo alcuno pranzare fuori di casa, vi vorrei pregare di venir da me col vostro amico Sig. Ranieri a prender la zuppa con noi in famiglia alle ore due dopo mezzogiorno domani, Venerdì, o prescegliendo altro giorno quello che indichereste. Sarò a Napoli 8 giorni.</p>
            <p>Addio, veneratissimo e carissimo amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di C.Bunsen (1836)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO BUNSEN</hi>
               </byline>
               <date>[Napoli] Sabato matt. [forse nei primi tre mesi del 1836].</date>
            </opener>
            <p>Amico carissimo. Non posso consolarmi di non rivedervi con un poco di tranquillità prima di partire. Fatemi la grazia di pranzare ancora una volta con noi oggi alle ore due. Non sentendo altro, spererò di vedervi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Bellelli (1836)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GENNARO BELLELLI</hi>
               </byline>
               <date>[s.d., ma Napoli, forse nei primi tre mesi del 1836].</date>
            </opener>
            <p>Stimatissimo Sig. Conte. Le mando la <hi rend="italic">Crusca</hi> dell'edizione di Bologna che Ella può liberamente ritenere tutto quel tempo che le piacerà, poichè a me è quasi in tutto inutile, e per qualche riscontro mi è sufficientissimo il <hi rend="italic">Vocabolario italiano</hi> che si stampa in Napoli, e che è già quasi compiuto. La prego di dire a Ranieri che ho avuto una copia del suo romanzo e gliene sono gratissimo. Mi comandi in tutto quello che crede che io possa servirla, e mi creda nel numero de' suoi servitori ed ammiratori.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Maestri (1836)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ADELAIDE MAESTRI - PARMA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Napoli 5 Marzo 1836.</dateline>
            </opener>
            <p>Mia cara Adelaide. Benchè io speri sempre che voi mi conserviate nella memoria, pure mi è caro assai di averne qualche segno come sono le vostre dei 9 di Settembre e dei 20 di Febbraio, che ricevo congiuntamente. L'ultima ch'io ebbi da Parma fu della Mamma e del Papà, i quali mi promettevano una copia della terza edizione dei <hi rend="italic">Pensieri</hi> della Mamma. Ma dite loro, vi prego, che io non he mai ricevuto nè questa nè quella della seconda edizione, che parimente mi fu promessa, anzi spedita, non so se a Firenze o a Roma. Così da alcune parole della vostra ultima conosco che Giordani non vi ha mentovato, e, come io credo, non ha ricevuto un libro ch'io gli mandai per la posta al principio dell'Ottobre passato. Vedrei di rimandargliene, ma per qual mezzo, se la posta non è buona?</p>
            <p>Vi ringrazio molto delle nuove che mi date della salute vostra e de' vostri. Spero che quella del Papà e della Mamma, col favore della stagione temperata, sia risorta, e la vostra convalescenza cangiata in sanità. Io da un anno e mezzo non posso altro che lodarmi della mia salute, ma soprattutto da che, circa un anno fa, sono venuto ad abitare in un luogo di questa città quasi campestre, molto alto, e d'aria asciuttissima, e veramente salubre. Vengo scrivacchiando, non quanto, per mio passatempo, vorrei; perchè debbo assistere ad una raccolta che si fa qui delle mie bagattelle: il primo volume della quale (in gran parte, come gli altri, inedito) è quel libro che mandai a Giordani. Pregai già la Mamma di fare a Ferdinando i miei ringraziamenti e parlargli del piacere che mi aveva recato la lettura del suo bell'Elogio. Spero che la Mamma non avrà dimenticato di favorirmi in ciò. Salutatelo carissimamente a mio nome, e fategli anche molti saluti da parte di Ranieri, che lo ringrazia della memoria. È inutile, o piuttosto impossibile ch'io vi dica quante cose desidero che diciate per me al Papà, alla Mamma ed al mio Giordani, alla memoria affettuosa dei quali vi prego di raccomandarmi. Abbracciate anche per me la Clelietta ed Emilio. Siate certi tutti che nè il tempo nè la lontananza nè il silenzio stesso non hanno cangiato nè cangeranno d'un punto l'animo mio verso voi da quello che fu quando noi convivevamo, si può dire, insieme. Addio, mia cara Adelaide; vogliatemi bene. Addio di tutto cuore.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di M.Aporta (1836)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI MICHELE APORTA</hi>
               </byline>
               <date>[Napoli] giovedì 10 [Marzo 1836?].</date>
            </opener>
            <p>Ecco un passaggio di una lettera di De Sinner che ricevo all'istante, e che riguarda il sig. Conte Leopardi: "Le 25 j'ai écrit à mon excellent ami Leopardi. Veuillez de grâce lui demander s'il a reçu ma lettre: et s'il ne peut m'écrire, à cause de santé, qu'il vous dise au moins quelque chose pour moi". Nel momento sono occupato a rispondere a Sinner e sono pronto a servire il sig. Leopardi s'egli vuol comandare qualche cosa al suo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di D.Murena (1836)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI DOMENICO MURENA</hi>
               </byline>
               <dateline>Avellino 13 Marzo 1836.</dateline>
            </opener>
            <p>Veneratissimo Sig. Conte. Alle sventure che Ella nelle sue egregie prose insegna esser destinati a patire gl'ingegni sublimi, credo sapersi aggiungere la noia che vien loro dai mediocri e dagli infimi, i quali di ammaestramenti e consigli talvolta li richieggono. Quindi io, comecchè non altro conosca di Lei se non quel nome onde tutta Italia si onora, e quelle opere contro cui non varrà forza di tempo, ardisco pregarla di leggere questi pochi versi che Le invio, e degnarmi del Suo giudizio.</p>
            <p>Conosco esser troppo audace, osando di levarmi fino a Lei, ma la bontà di che sono ricche le anime ingentilite dalle buone lettere, e che in Lei deve esser somma, m'incoraggia ed affida. Augurandomi dunque voglia Ella accogliere benignamente le mie umili preghiere, mi raccomando alla sua grazia, e devotamente mi sottoscrivo di Lei, sig. Conte, devotissimo obbligatissimo Servitor vero.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di B.Puoti (1836)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI BASILIO PUOTI</hi>
               </byline>
               <date>[Napoli] di Casa a' 18 di Marzo 1836.</date>
            </opener>
            <p>Ornatissimo Signor Conte. Il recatore di questo mio biglietto è un mio alunno, il quale viene a Lei per profferirle una poesia di un suo amico. Io la prego di doverlo accogliere colla solita sua cortesia, e dirgli alla libera il suo parere intorno a' versi che le arreca.</p>
            <p>Non occorrendomi altro a questa volta, la prego di star sana, e me le proffero di cuore Suo ob.mo Servo ed Amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Tommasini (1836)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIETTA TOMMASINI</hi>
               </byline>
               <dateline>Parma 21 Marzo 1836.</dateline>
            </opener>
            <p>Amico carissimo. Da lungo tempo dovreste aver ricevuto un esemplare della terza edizione de' miei <hi rend="italic">Pensieri</hi>, ed un altro della mia operetta sulla <hi rend="italic">Educazione domestica</hi>. Ma il non avere ricevuto alcun vostro riscontro mi fa credere che la mia povera spedizione sia andata a vuoto, come vanno quasi sempre quelle di Napoli, che sembra ora diviso affatto dal rimanente dell'Italia.</p>
            <p>Ne spedisco ora altri esemplari, profittando della gentilezza di M.e Muzzarelli, il quale promette di farli giungere al loro destino.</p>
            <p>Non posso esprimervi il dispiacere ch'io provo per essere da sì lungo tempo priva de' vostri caratteri. Quando vi spedii que' primi libri nutriva una cara speranza di ricevere due vostre righe; ma pure in questa venni crudelmente delusa. Ho scritto alla vostra sorella da pochi dì; non posso dirvi nulla sul conto suo; giacchè attendo tuttora la sua lettera.</p>
            <p>Quello di che vi prego dal cuore si è di darmi notizie della vostra preziosa salute, e di conservarmi l'inestimabile amicizia vostra.</p>
            <p>Credetemi per sempre la vostra aff.ma amica.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Emilietto, Clelietta, l'Adelaide Maestri, e mio marito vi pregano d'aggradire i cordialissimi loro saluti.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Tommasini (1836)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIACOMO TOMMASINI</hi>
               </byline>
               <dateline>Parma 22 Marzo 1836.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Leopardi. La Tognina vi manda i suoi opuscoli, ed io vi unisco i miei più cordiali saluti. Nè posso astenermi dal ricordare l'amichevole offerta che mi faceste quand'ebbi il piacere di vedervi a Roma; di scrivere cioè intorno alle tenui fatiche di mia moglie un qualche articolo da inserirsi in alcuno de' Giornali Letterarii d'Italia. Nel quale articolo, se gradirò sommamente che esprimiate ingenuo il vostro parere sui detti opuscoli, mi sarà pure assai caro che facciate sentire ai lettori come non alcun genere di ambizione ma bontà d'animo e desiderio del bene l'abbiano spinta a scrivere qualche cosa.</p>
            <p>Sento con piacere che la vostra salute sia alquanto migliorata. Conservatela all'incremento delle buone lettere ed al desiderio di tutti quelli che molto vi stimano, e vi amano, tra i quali, e tra i primi, sarà sempre il vostro aff.mo.</p>
         </div1>
         <div1 n="A L.De Sinner (1836)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A LUIGI DE SINNER - PARIGI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Napoli 6 Aprile 1836.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio carissimo ed ottimo amico. Sono assai lieto che il <hi rend="italic">Crisostomo</hi> sia risorto dalle sue ceneri, e con infinito piacere vedrò lo <hi rend="italic">Specimen</hi> che dite volermene mandare, e tutte quelle altre cose vostre che avete in pronto per me. Io non lessi del <hi rend="italic">Crisostomo</hi> (quando io poteva leggere) se non una parte, nè so se io abbia scarabocchiato alcuna nota sopra di esso. - Gli <hi rend="italic">Anecdota</hi> dell'Andres non furono continuati da lui, ma un napoletano, Cirillo, ha dato il catalogo dei mss. greci di questa biblioteca, in 2 voll. fol. pubblicati il 1° nel 1826, e l'altro 1832. Il 1° contiene i mss. ecclesiastici, e mi ricordo che Hase ne parlò con gran lode nel <hi rend="italic">Bulletin le Férussac</hi> - Io conosco quel Franc. Fuoco, e volendovi servire, mi sono proccurato il suo <hi rend="italic">Metodo graduale</hi> ec. 4a ediz., e l'ho presso di me, e voleva mandarvelo; ma guardandone qualche pagina, l'ho trovato pieno di così grossi, così terribili, così innumerabili errori, che per pietà dell'onore italiano, non solo non ve lo mando, ma vi prego di avvertire ogni forestiero a cui lo vediate in mano, che lo consegni all'omonimo del suo autore, cioè al <hi rend="italic">fuoco</hi>. - Voi avete compiutamente ragione intorno allo Pseudo-Longino ec. ec.; e quanto agli errori di stampa che sono corsi negli <hi rend="italic">Excerpta</hi>, giudicate che maraviglia essi debbono fare a me, dal vedere che le cose stampate sotto i miei occhi ne sono piene. Nella vostra amabilissima lettera, una cosa mi è dispiaciuta, ed è che voi desideriate ch'io riprenda i miei scartafacci. Prima i fiumi torneranno alle fonti, che io ricuperi il vigore necessario per gli studi filologici: e quando quest'impossibile avvenisse, le mie carte tornando dalle vostre nelle mie mani, non farebbero che perdere. Vi prego di fare anco i miei complimenti e ringraziamenti al Sig. Dübner per la parte che Voi mi dite ch'egli ebbe nella compilazione delle mie <hi rend="italic">schedulae</hi>. Starita mandò costì i 24 esemplari delle così dette mie Opere, vol. 1 e 2. Credo che avrà mandato ancora de' manifesti. Io non ve ne mando, perchè non avendo io voluto scriverli, nè permesso che fossero scritti da' miei amici, furono fatti fare dal libraio a qualche persona sua, e son pieni di esagerazioni sciocche. Nessuna (eccetto poche pagine) delle cose contenute nello <hi rend="italic">Spettatore</hi> e nel <hi rend="italic">Raccoglitore</hi>, nè delle altre mie giovanili, avrebbe luogo nei 3 voll. che verrebbero dopo le opere morali, ma sarebbero composti quasi in tutto di cose inedite. Dico sarebbero, perchè credo che l'ediz. non andrà innanzi, parte per bontà di quelli che hanno <hi rend="italic">allarmata</hi> la censura sopra tale pubblicazione, parte perch'io sono disgustatissimo del pidocchioso libraio, il quale avendo raccolto col suo manifesto un numero di associati maggiore che non credeva, sicuro dello spaccio, ha dato la più infame edizione che ha potuto, di carta, di caratteri e di ogni cosa.</p>
            <p>Io aveva cominciata questa lettera prima di partire per una campagna alquanto lontana di qua, dove io contava di stare pochi giorni, e sono stato in vece quasi tre mesi. Partendo mandai per Voi un piego contenente le 4 copie che da gran tempo vi debbo del mio 1° vol., ed altrettante del 2°, ad A. Poerio che mi aveva data speranza di trovare occasione che ve le recapitasse. Ma, ritornando, trovo con dolore il piego ancor qui. Tenterò qualche altra via, e vedrò di superare l'infinita difficoltà che qui si prova, di mandare e di ricever libri. Poerio mi ha consegnato il <hi rend="italic">Codex apocryphus</hi>, e la <foreign lang="grc">διατριβὴ</foreign> di M. Gros, dei quali doni vi ringrazio senza fine. Ma con maraviglia e dispiacere ho dimandato invano, non solo i sei esemplari degli <hi rend="italic">Excerpta</hi>, ma l'altra dissertaz. di M. Gros, quella di Walz, e sopra tutto i 7 libri da voi pubblicati, che nella vostra ultima di Marzo mi promettevate. Non so assolutamente chi accagionare di questa mancanza, nè se voi mi abbiate spediti i libri che mancano. Non vogliate defraudarmene, ve ne prego, massime dei vostri: Cobianchi è sempre pronto a favorirmi, incaricandosi di spedirli qua. Vi accludo una risposta alla gentile lettera del vostro giovane e gentile e bravo amico; al quale vi prego di scusare la mia tardanza. Perdonatemi ancor Voi, e scrivetemi presto; che pochi giorni sono per me così lieti, come quelli nei quali ricevo le vostre nuove. Nessuno poi sarebbe più lieto di quello in cui vi rivedessi. Addio, mio prezioso amico. Ranieri vi riverisce, e vi saluta caramente. Io vi abbraccio, e con tutta l'anima mi ripeto vostro per sempre Leopardi.</p>
            <p>P.S. Oggi 28 Giugno Poerio mi avvisa di avere avuto nuova che un altro piego di libri diretto a me, proveniente da Voi, è partito da Parigi per Napoli.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Manni (1836)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO MANNI</hi>
               </byline>
               <dateline>Napoli, dal Palazzo Sirignano 30 Aprile 1836.</dateline>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo Sig. Conte. Eccole i dieci ducati. Io mi abboccherò col Signor Cioffi intorno al manoscritto, e le ne dirò quello che mi risponderà. In ogni modo tenga al calcolo le proteste fattele, che sono la più sincera espressione del cuore. Mi farà sommo piacere se vorrà dare un'occhiata alla mia opericciuola, e giungerebbe al colmo se volesse spingere la sua compiacenza a redigerne un articolo per qualche giornale. Le rimetto la egloga del Lampredi, ed una nuova produzione del nostro Missirini. Mi ami quanto io l'amo, e la stimo, e sono di cuore obbligatissimo Amico e Servo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Maestri (1836)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ADELAIDE MAESTRI</hi>
               </byline>
               <dateline>Parma 3 Maggio 1836.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Leopardi. Finalmente ho ricevuti i cari vostri caratteri, e, ciò che più desiderava, buone notizie della vostra salute. Oh mio Leopardi! poche lettere, ve ne assicuro, hanno potuto portare nel mio animo tanta consolazione quanto quest'ultima vostra. Appena io l'ebbi ricevuta corsi dal mio Ferdinando, e da tutta la mia famiglia, e non è da potersi esprimere il piacere che meco ne provarono. Molte volte si va per me esclamando che la soverchia sensibilità è un tristo dono che la natura ci accorda, essendo infiniti i travagli, pochi i piaceri della vita. Chi può negarlo? Pure, che volete? Un solo di tale qualità che la buona fortuna mi porga, fa sì ch'io mi ritratti di quella mia proposizione, e non disapprovi questa forma di sentire. Vi ricordate le nostre lunghe conversazioni intorno a questo argomento? Quando mai potranno ripetersi? Speriamo nell'avvenire. Giordani mi dice con sommo dispiacere di non aver ricevuto il libro che gli avete inviato. A ogni modo ve ne ringrazia senza fine, e vi saluta carissimamente. Provo molto piacere per ciò che mi dite intorno alle vostre opere. Vi raccomando che tanto Maestri, quanto Tommasini siano fra i nomi degli associati. La mamma non mancherà d'inviarvi colla prima occasione que' libri che non avete ricevuti. Non lasciate di rubare qualche minuto alle cose vostre per iscrivermi quanto più spesso potete qualche linea. Ora che siete in buona salute, se non lo farete, non potrò più perdonarvelo, e dovrò dirvi con ragione che siete avaro coll'amicizia. Il che non credo che vogliate essere. Addio! Addio! Ferdinando, Clelietta, e tutta la mia famiglia v'invia mille affettuosi saluti.</p>
            <p>La nostra salute è buona.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Manni (1836)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO MANNI</hi>
               </byline>
               <dateline>Napoli, dal Palazzo Sirignano, 5 Maggio 1836.</dateline>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo Sig. Conte. Venne a me il Sig. Cioffi, pregato a favorirmi: parlammo lungamente intorno al noto manoscritto. Mi pregò a volergli permettere di portarlo seco per ventiquattro ore, e me lo ha rimesso colle sue osservazioni. Ho parlato anche intorno a questo argomento col Sig. Trani, ma non vuole stampare che per conto altrui. Le dico tutto ciò per mostrarle che il suo affare mi ha interessato molto. Ma poichè vuole onorarmi di una sua visita, di buon grado l'accetto, e se non le sia di fastidio grandissimo, io mi troverò in casa alle ore tre pomeridiane, ed allora terremo ragionamento di ciò, e sono con i sentimenti di vera stima ed amicizia obbligatissimo Amico e Servo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di V.Mortillaro (1836)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI VINCENZO MORTILLARO</hi>
               </byline>
               <dateline>Palermo 18 Giugno 1836.</dateline>
            </opener>
            <p>Veneratissimo Sig. Conte. Non orgoglio, non vanità, non ardimento; rispetto solo e venerazione profondissima verso l'uomo che fa la gloria moderna dell'Italia, mi spinge a presentarmile col dono di un meschino volume di mie cosucce. Non guardi il libro che è ben piccolo lavoro, ma gradisca l'atto sincero e spontaneo che lo porge, e non isdegni di annoverare fra i servi ed ammiratori suoi più fervidi chi si onora segnarsi devotissimo Servo.</p>
         </div1>
         <div1 n="A C.Lebreton (1836)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO LEBRETON - PARIGI.</hi>
               </salute>
               <date>[Napoli fine Giugno 1836].</date>
            </opener>
            <p>Non, Monsieur, si je cherchais des suffrages, le vôtre ne me serait pas du tout indifférent; c'est pour des âmes telles que la vôtre, pour des coeurs tendres et sensibles comme celui qui a dicté votre aimable lettre, que les poètes écrivent, et que j'aurais écrit moi si j'avais été poète.</p>
            <p>Mon excellent ami, M. de Sinner m'a peint à vos yeux avec des couleurs trop favorables, il m'a prêté bien des ornemens; prenez garde là-dessus de ne l'en pas croire sur la parole; son amitié pour moi vous conduirait trop loin de la vérité. Dites-lui, je vous prie, que malgré le titre magnifique d'<hi rend="italic">opere</hi> que mon libraire a cru devoir donner à son recueil, je n'ai jamais fait d'ouvrage, j'ai fait seulement des essais en comptant toujours préluder, mais ma carrière n'est pas allée plus loin. Quoique ne méritant pas les autres sentimens que vous avez la bonté de me témoigner, j'accepte avec reconnaissance votre amitié, et si je vis encore quand vous viendrez en Italie, ce sera pour moi une véritable joie de vous embrasser, et un véritable plaisir d'interroger votre imagination jeune et vive sur les impressions que lui aura fait éprouver cette terre de souvenirs. G. Leopardi.</p>
            <p>Soyez sûr, Monsieur, qu'il n'y a d'autre convenance à garder avec moi, que de dire ce que l'on sent.</p>
         </div1>
         <div1 n="A V.Mortillaro (1836)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A VINCENZO MORTILLARO - PALERMO.</hi>
               </salute>
               <dateline>Napoli 26 Luglio 1836.</dateline>
            </opener>
            <p>Ho ricevuto il dono di cui Ella mi ha voluto onorare, e gliene rendo le maggiori grazie ch'io posso. Il suo libro a me pare piacevolissimo per la varietà delle materie, utile per l'importanza delle medesime, pieno di erudizione, pieno di dottrina, e da proporsi come esempio in tanta frivolezza di pubblicazioni di ogni genere. Se gli occhi me lo consentissero, mi distenderei maggiormente circa i pregi de' suoi <hi rend="italic">Opuscoli</hi>: Ella si contenti di queste poche righe, e sia certa che vengono dall'animo. Mi conservi sempre la sua amicizia, poichè ha voluto essermene cortese; mi adoperi, se vaglio a servirla, senza riserbo; e mi creda da ora innanzi costantemente suo devotissimo obbligatissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Viani (1836)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PROSPERO VIANI</hi>
               </byline>
               <dateline>Di Reggio in Lombardia a' 9 di Agosto 1836.</dateline>
            </opener>
            <p>Celebre Signore. Prego di accogliere con benignità il libricciuolo di versi alla Luna che dalla Posta riceverà. Esso le si conviene per due ragioni: perchè splendonvi entro due bellissimi e stupendi componimenti suoi; e perchè chi ora siede in cima di nostro Parnaso debba aver pegno di riverenza da ogni animo che si professa di gentilezza e che coltiva alcun poco le buone lettere.</p>
            <p>Dolgo con immenso dolore che la sua salute non sia buona, e mi sdegno colla fortuna che i più forti ed elevati ingegni preme presso il più bel fiorire o su il più bel dare del frutto. Chè tutti gl'ingegni non sono uguali al suo che in freschissima età volò come aquila sopra agli altri, e tali cose creò che non periranno "Se l'universo pria non si dissolve". Ed io, giovine di nessunissimo pregio ma cui è caro che si accresca di grandi opere e di altissima fama l'Italia, la ringrazio di averle creato un superbo nome, e di averla innamorata di sentimenti magnanimi, e nel desiderio di generose virtù. E con ciò le prego cordialmente più riposata vita e più contentezza, e con affettuosa riverenza me le dichiaro affezionatissimo Servitore.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di D.Passigli (1836)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI DAVID PASSIGLI</hi>
               </byline>
               <dateline>Firenze 9 Agosto 1836.</dateline>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo sig. Conte. Avendo io deliberato di ristampare i quattro Poeti italiani in un solo Volume, e volendo porre a ciascuno un comento a lato, ho scelto di unire al Petrarca quello che V.S. ha dettato per servigio degli studiosi e per economia della mole; e lodatamente Le è venuto fatto. Ora m'è parso dovere di avvisarla di questa mia volontà, perchè Ella, piacendo di rendere alcun altro vantaggio al suo lavoro, potesse farlo o aggiugnendo dove le paresse bisogno, o diminuendo dove trovasse abbondanza. E non potendo sul momento effettuarsi la mia deliberazione, potrebbe V.S. con l'agio almen di due mesi rivedere la fatica sua, se però non è gravoso alla scarsa sua vista e all'inferma sua salute. E qui pregandole ogni più caro bene che a Lei manchi o a Lei sappia gradire, La lascio coi protesti della mia verace stima e singolare rispetto.</p>
            <p>Di Vostra Signoria Devot.mo Servitore.</p>
         </div1>
         <div1 n="A F.Fuoco (1836)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A FRANCESCO FUOCO - NAPOLI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Di villa 31 Agosto 1836.</dateline>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo Signore. Le rimando l'opera ch'Ella si è compiaciuta di mandarmi a vedere. Mi rincresce molto che l'infermità de' miei occhi e la strettezza del tempo non mi abbiano consentito di leggerla tutta distesamente. Quello che ho potuto vederne mi è parso degno di Lei, e nuovo testimonio di quell'ardore infaticabile col quale Ella da più anni si adopera in procurare con tutta la sua dottrina, e con ogni sua possibilità, il profitto de' giovani. Proferire un giudizio, com'Ella mi chiede gentilmente nella sua lettera, fu sempre alienissimo come dalla capacità, così dal costume mio. Se dovessi, com'Ella soggiunge, darle un consiglio, non potrei consigliarle altro, che di continuare il Corso incominciato; non parendomi ch'Ella possa giovare alla patria per altra via più che per questa, nella quale si è esercitata con tanti scritti. Alle lodi che le piace darmi, e che, non mi appartenendo, ritornano in commendazione della sua bontà, non rispondo con altre lodi, perchè Ella non ha punto bisogno delle lodi mie, e perchè l'oggetto della presente non è di lodarla, ma di farle fede della mia sincera, viva e durevole gratitudine. Ella mi conservi la sua benevolenza, e mi dia occasione di mostrarmi in opere suo devotissimo obbligatissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di D.Passigli (1836)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI DAVID PASSIGLI</hi>
               </byline>
               <dateline>Firenze 13 Ottobre 1836.</dateline>
            </opener>
            <p>Pregiatis. Sig. Conte. Oggi soltanto mi trovo onorato della pregiata sua 6 and., nè mai fui possessore dell'altra che ella onora di dirmi d'avermi diretta, forse sarà andata perduta. L'impresa che mi son progettato avrà, se vivo, il suo effetto. Quindi non pensi mai che io volessi scegliere altro Comento al <hi rend="italic">Petrarca</hi> che il suo.</p>
            <p>Se ella dunque vuole onorarmi del favore domandato mi farà cosa gratissima; di che in attenzione torno a dichiararmi con distinta stima e rispetto di Voi Sig. pregiatissimo dev.mo obb.mo Servo.</p>
         </div1>
         <div1 n="A C.Antici (1836)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A CARLO ANTICI - ROMA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Napoli 25 Ottobre 1836.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Zio. Nella terribile circostanza della peste, che da otto giorni fa stragi lacrimevoli in questa città, mi sono valuto oggi sopra di lei, se pure sarà possibile di scontare la tratta, per la somma di colonnati quarantuno a vista: e do conto a mio padre di questo incomodo, che può facilmente essere l'ultimo ch'io reco alla mia famiglia. La prego a favorirmi con la solita bontà, e di tutto cuore mi ripeto suo affezionatissimo nepote.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1836)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Di villa 30 Ottobre 1836.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Papà. Non replicai alla carissima sua di Marzo, perchè vergognandomi io stesso delle mie lunghe tardanze (benchè Dio sappia quanto innocente) era risoluto di non iscriverle se non già partito o sul punto di partire per Recanati. Ma triste necessità, delle quali non potrò mai informarla senza scrivere un volume intero, mi hanno trattenuto di giorno in giorno fino alla più trista di tutte, ch'è il cholèra, scoppiato prima, com'Ella saprà, nelle provincie del Regno, e poi nella capitale. Non leggendo io i giornali, i miei amici mi avevano tenuto diligentemente celato il cholèra di Ancona. Se lo avessi saputo, credo che nessuna forza avrebbe potuto impedirmi di non venire, anche a piedi, a dividere il loro pericolo. Ora per le notizie che ho potuto raccogliere, mi pare che coteste parti sieno libere, sebbene io non sono tranquillo nè anche sopra di ciò; ma qui nessuno pensa più all'estero, stante la confusione che produce il cholèra in una città così immensa e popolosa come Napoli. Io fortunatamente aveva potuto prima dello scoppio ritirarmi in campagna, dove vivo in un'aria eccellente, e in buona compagnia, distante da Napoli quasi 12 miglia. Sicchè Ella stia riposatissima sul conto mio, perch'io uso tali cautele in qualunque genere, che, secondo ogni discorso umano, prima di me dovranno morire tutti gli altri. Ma dovendo in tali circostanze tutto farsi a forza di danari, essendo smisuratamente accresciuti i prezzi d'ogni cosa, ognuno tenendo il suo danaro chiuso, e parendo imminente una stretta, in cui non sia neppur possibile di trarre più sopra l'estero, fui costretto ai 25 di questo, contro ogni mia precedente aspettativa e disposizione, di valermi straordinariamente sopra lo Zio Carlo per la somma di 41 colonnati, con una tratta che solo per favore singolarissimo potei negoziare. M'inginocchio innanzi a Lei ed alla Mamma per pregarli di condonare al frangente nel quale si trova insieme con me un mezzo milione d'uomini, quest'incomodo che con estremissima ripugnanza io reco loro. La mia salute, grazie a Dio, fuorchè negli occhi, è ottima in tutto. Se Dio mi dà vita, e se la peste non ci tiene ancora chiusi per lungo tempo, certissimamente io le ribacerò la mano prima di ciò che Ella forse, dopo tante speranze che intorno a questo io ho vanamente nutrite, non istarà aspettando. Mi benedica e mi raccomandi al Signore Ella e la Mamma, e se può tranquillarmi circa lo stato di cotesti luoghi, mi dia tanta consolazione. Abbraccio i fratelli, e assicurandola di nuovo che la mia posizione qui è poco meno che fuori di pericolo, con effusione di cuore mi dico Suo affettuosissimo figlio Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Tommasini (1836)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIETTA TOMMASINI</hi>
               </byline>
               <dateline>Parma 14 Novembre 1836.</dateline>
            </opener>
            <p>Car.mo Amico. La vostra lettera mi fu carissima. Da molto tempo io desiderava vostre novelle; ma ora, con quel terribile flagello che avete costì, a me ed a tutti gli amici vostri riuscirono indispensabili. Io vi prego quanto so di non lasciarmi nel più vivo dolore con un lungo silenzio! Scrivetemi qualche riga, almeno finchè finisca il cholera, e Dio voglia che ciò sia al più presto. Vi dirò poi ch'io sono oltremodo sfortunata. Non ho mai ricevute da voi due righe, quantunque vi abbia scritto replicatamente; ed anche que' miei libretti ve li ho spediti più volte. Vi sono gratissima per ciò che avete fatto; sopra le mie tenui opericciuole troppo si è scritto; ma io vengo animata assai più da questo amorevole atto vostro.</p>
            <p>Tutti, dotti e indotti, parlano, ed aspettano con ansietà la venuta delle nuove poesie di che avete fatto dono all'Italia. E che penserete di noi e di Giordani? Ne abbiamo fatta ricerca in tutti que' luoghi nei quali potevano trovarsi, ma pur troppo inutilmente. A Giordani non è giunto quell'esemplare che voi gli spedivate, e ne prova un dispiacere eguale al nostro. Io vi supplico di spedirmele; e di unirle, se non vi spiace, alla <hi rend="italic">Storia</hi> del sig. Ranieri alla quale mi scriverete, offerendo un rispettoso mio saluto al dottissimo autore. Addio, mio buon amico. Ricordatevi di chi tanto vi ama. Ricevete cordialissimi voti, e saluti.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.Tommasini (1836)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GIACOMO TOMMASINI</hi>
               </byline>
               <date>[Parma 14 Novembre 1836].</date>
            </opener>
            <p>Amico Car.mo. Anche a me sono state carissime le vostre nuove, e mi sarà pure assai caro l'essere assicurato che l'attuale epidemia del Colèra abbia rispettata una vita tanto preziosa per le lettere Italiane. Vi sono grato del pensiero che avete avuto di procurare in Napoli una ristampa dell'operetta di mia moglie sull'<hi rend="italic">Educazione</hi>. Alla quale si riferiva il desiderio ch'io vi espressi, scrivendovi in Marzo, di due vostre parole: non già pe' giornali, dove tutto si perde, ma bensì da unire all'edizione, che se ne fosse ripetuta. Ma questo vostro dono potrà sempre aver luogo in qualche altro lavoruccio che la Tognina potesse condurre a termine.</p>
            <p>Addio mio buon amico. Amate sempre il vostro aff.mo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di L.De Sinner (1836)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI LUIGI DE SINNER</hi>
               </byline>
               <dateline>Paris le 24 Novembre 1836.</dateline>
            </opener>
            <p>Mon très cher et excellent ami. Il est certes bien temps que je réponde enfin à votre aimable lettre du 28 Juin dernier. Je suis un bien mauvais correspondant, tout de même je crois que mon souvenir a vecu dans votre intime pensée durant tout l'été dernier; je vous ai assez bombardé de bouquins pour vous lasser presque de mon amitié. Je vous prie, en grâce, donnez-moi, au plus vite, un signe de vie, et dites-moi comment vous vous êtes tiré du choléra. J'étais bien inquiet pour vous; mais Cobianchi m'a un peu rassuré.</p>
            <p>Moi j'ai reçu très bien 4 exemplaires du 1er volume de vos oeuvres et 4 du second. J'ai donné le 2 volumes à mon jeune ami Lebreton qui vous en remerciera lui-même, et j'ai envoyé à Messieurs Bothe, Gioberti e L. Pasquier le premier seulement. Quand vous m'enverrez le troisième, je vous prierai de m'expédier 5 exemplaires. Suivant mon ordre de distribution, il me faudrait ce nombre pour les donner à Gioberti, Bothe, Pasquier, Lebreton, et pour en garder un pour moi. Pour tout à fait bien faire, vous ajouteriez encore un exemplaire du tome 2. Votre 3e volume doit avoir paru. Je suis très curieux de lire le 3 morceaux inédits que vous annoncez. Mais comment se fait-il que ni Fayolle, ni Bourgeois-Maze n'aient rien reçu de Monsieur Starita? Ferez-vous les volumes ultérieurs?</p>
            <p>Par Monsieur Cobianchi, dont je ne saurais assez me louer, je vous ai fait deux envois. Le premier du 17 Mai contenait 7 de mes éditions classiques, c'est-à-dire le <hi rend="italic">Banquet</hi> de Platon, le <hi rend="italic">Coq</hi> de Lucien, les <hi rend="italic">Nuées</hi> d'Aristophane, la <hi rend="italic">Medée</hi> d'Euripide et l'<hi rend="italic">Oedipodie</hi> de Sophocle. Le second envoi du 16 Octobre contenait: une thèse de Martin sur Spinoza, 5 exemplaires de vos <hi rend="italic">Excerpta</hi>, Walz <hi rend="italic">Epistola critica</hi>, Berger <hi rend="italic">Traditions tératologiques</hi>, 2 discours de <hi rend="italic">S. Chrysostome</hi> de moi, et un nouvel exemplaire de l'<hi rend="italic">Étude</hi> de Gros, qui y a joint un <hi rend="italic">Mémoire</hi>. Dites-moi si tout cela vous est bien parvenu.</p>
            <p>A la première occasion je vous ferai un troisième envoi qui comprendra une thèse très bien faite de mon élève H. Martin sur la <hi rend="italic">Poétique</hi> d'Aristote, et S. Grégoire de Nazianze <hi rend="italic">Éloge funèbre de son frère Césaire</hi>, par moi. J'éspère un peu que ce petit livre vous plaira. Monsieur Bothe a publié à la fin de son <hi rend="italic">Homère</hi> votre dissertation sur la <hi rend="italic">Batrachomyomachie</hi>, mais je n'ai pas encore reçu l'ouvrage. Peut-être pourrai-je le joindre à mon envoi.</p>
            <p>Avant que je ne vous parle de moi, il me faut vous faire quelques questions philologiques. Y a-t-il à Naples quelque chose d'inédit et d'authentique de S. Chrysostome? - Le Catalogue des Manuscrits ne peut-il pas s'obtenir en cadeau, comme ici c'est le cas de toutes les publications de l'imprimerie Royale? - L'espoir que Boissonade avait conçu que dans les Bibliothèques de Naples on pourrait peut-être trouver l'histoire d'Eunape, serait-il tout-à-fait chimerique? - Y a-t-il à Naples de bons et anciens Manuscrits de Grégoire de Nysse? Ici nous n'en avons que de très récents, et je donnerai très probablement une nouvelle édition de quelques-uns de ses panégyriques. Je sais très bien que j'aurais pu avoir à Paris la solution de plusieurs de ces questions. Mais vous voudrez bien vous rappeler combien il m'est difficile de sortir et de courir, empêché comme je le suis par mes travaux.</p>
            <p>De fait, mon excellent ami, je travaille beaucoup, pas trop toutefois, car je suis nè paresseux et aussi je resterai tout le temps de ma <foreign lang="grc">παροικία</foreign> ce que je suis à présent, pauvre diable, vivant au jour le jour, et ne pouvant par conséquent faire un bon livre de longue haleine. J'en suis réellement fâché quelquefois; car voyez bien il y a des moments où je crois être quelque chose, entouré comme je le suis d'ignorants intrigants. Mais quand je pense à vous, je reprends courage. Alors je vois que je ne suis qu'un sot, et que je ne mérite pas mieux, puisque Vous, vous mon cher Leopardi, vous avez été encore bien moins heureux. Il nous faut à tous les deux "consumar la vita". Mais pourquoi ne pouvons-nous pas vivre dans la même ville? "Come colonna adamantina" votre souvenir est gravé dans le plus profond de mon coeur. Mais quelle triste succursale aux épanchements de la conversation intime, que cette correspondance épistolaire interrompue si arbitrairement parce qu'elle dépend de je ne sais quelles stupides conditions matérielles. Le souvenir de nos entretiens de Florence, de ces heures délicieuses, me paraît presque un rêve, parce que je ne trouve rien, absolument rien de comparable dans ma position actuelle. J'ai bien des amis, des élèves chéris, et en Suisse une famille aimante et aimable, mais vous me manquez. Ah suppléons à cette immense lacune par un commerce épistolaire plus assidu, plus régulier.</p>
            <p>Donnez-moi donc bien des détails sur votre santé. Il me faut quelques lignes de votre main pour me tranquiliser tout-à-fait au sujet de Choléra. Puis je ne sais pas trop encore ce que ce sera; mais si cet hiver auprès de mon poète je parviens à faire un petit livre grec, duquel je serai content et dans lequel j'aurai tiré parti de vos papiers, je vous le dédierai.</p>
            <p>J'ai sur le chantier un traité des accents grecs, mais c'est indigne de votre <foreign lang="grc">πρόσωπον τηλαυγές</foreign>. Si je donne les <hi rend="italic">Caractères</hi> de Théophraste, sur lesquelles je n'ai pas mal amassé des matériaux, peut-être serai-je assez hardi pour vous les dédier. Mais tout cela <foreign lang="grc">θεῶν ἐν γοᾣύνασι κεῖται</foreign>. J'ai un <hi rend="italic">Euripide</hi> à faire, commandé par le libraire Hachette. Mais voyez un peu mes bouquins que je vous ai envoyés, et vous direz vous même que j'ai suivi rigoureusement un triste et déplorable <foreign lang="grc">ἀνακλίμαξ</foreign>. La <hi rend="italic">Medée</hi> passait encore, mais le <hi rend="italic">Sophocle</hi> est pitoyable, et cela par la volonté du libraire. Quoiqu'il en soit, je vous condamne dorénavant à recevoir tous mes bouquins; vous leur donnerez toujours une place dans votre grenier.</p>
            <p>Encore un mot <foreign lang="grc">ἐν παρόδῳ</foreign>. Monsieur Pallia de Turin vous a envoyé un exemplaire d'une traduction italienne du poème de Scianfara arabe. Qu'en pensez-vous?</p>
            <p>Je laisse la place à mon cher élève et quasi mon fils adoptif, Ch. Lebreton, qui veut absolument vous remercier lui-même et de vos livres, et surtout de votre aimable lettre. Ne vous gênez pas; il n'y a pas lieu de répondre. Vous sentez bien que quelle que puisse être l'affection que j'ai pour mon jeune ami, je sais parfaitement qu'il ne pourra vous convenir d'être en correspondance avec un écolier.</p>
            <p>Presentez mes sincères et vives salutations amicales à Monsieur Ranieri et répondez au plus tôt, excellent ami, à celui qui sera toujours et de tout coeur votre fidèle et affectionné ami.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di C.Lebreton (1836)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI CARLO LEBRETON</hi>
               </byline>
               <date>[Parigi 24 Novembre 1836].</date>
            </opener>
            <p>Monsieur. J'attendais avec impatience le moment de vous remercier de tant de bienveillance; votre réponse sera pour moi un souvenir auquel je reviendrai souvent dans ma vie; votre livre, mon manuel de tous les jours, car c'est véritablement le livre de la vie, et malheureusement il y a deux faces dans l'un et dans l'autre, dans la vie comme dans votre livre. S'il y a une poésie qui chante les délices del "primo amore", il y a aussi une poésie qui ouvre les yeux étourdis de l'homme sur cette "improba, invitta necessità, cui provveder non puote altri che noi", qui, même dans le calme qui seul réjouit "ogni core dopo la tempesta", lui révèle son destin malheureux; et la seconde m'attriste plus que la première ne me charme. Mais je suis encore jeune, aussi j'espère; j'espère que dans la science, plutôt dans l'étude je trouverai ce que je cherche, une source de bonheur au moin relatif, je tâcherai de devenir "grande senza essere infelice". Je crois même qu'il n'y a que cela au monde, la science, qui cultivée avec un pur amour puisse rendre mille pour un. Mais aussi pour surmonter les difficultés, que de peines: que de fatigues avant de commencer à jouir, et comment ne serait-il pas permis de se désesperer avant la fin de la tâche! Quoiqu'il arrive, dans l'un et l'autre cas, vos <hi rend="italic">Opere</hi> seront toujours mes compagnons fidèles, et j'aurai eternellement à vous remercier de m'avoir procuré pour ma vie entière un ami en qui je serais toujours sûr de trouver un écho soit à mes joies, soit à mes peines.</p>
            <p>Je me bornerai à ces lignes, je craindrais de m'arroger trop. Ne vous occupez pas, je vous prie, de me répondre, c'est déjà assez que vous me lisiez.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di L.De Sinner (1836)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI LUIGI DE SINNER</hi>
               </byline>
            </opener>
            <p>Oui, mon cher ami, mon jeune élève n'a que trop raison; c'est déjà assez que vous le lisiez, et c'est même de trop. Voyez donc un peu ce que c'est qu'un collégien à Paris, qui va terminer ses études. Je vous envoie sa lettre comme un objet de curiosité. Dorénavant notre correspondance sera entre vous et moi exclusivement. Adieu encore une fois.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1836)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <date>[Napoli] Di villa 11 Dicembre 1836.</date>
            </opener>
            <p>Mio caro Papà. Io non sapeva come interpretare l'assoluta mancanza di ogni riscontro di costà, in cui sono vissuto fino a oggi che dalla posta mi vengono 7 lettere, tra le quali le sue care dei 22 Ottobre e dei 10 Novembre, e che coi miei infelicissimi occhi <hi rend="italic">incomincio</hi> la presente. La confusione causata dal cholèra, e la morte di 3 impiegati alla posta, potranno forse spiegarle questo ritardo. Rendo grazie senza fine a Lei ed alla Mamma della carità usatami dei 41 colonnati. Il tuono delle sue lettere alquanto secco, è giustissimo in chi fatalmente non può conoscere il vero mio stato, perch'io non ho avuto mai occhi da scrivere una lettera che non si può dettare, e che non può non essere infinita; e perchè certe cose non si debbono scrivere ma dire solo a voce. Ella crede certo ch'io abbia passati fra le rose questi 7 anni, ch'io ho passati fra i giunchi marini. Quando la Mamma conoscerà che il trarre per una sovvenzione straordinaria <hi rend="italic">non può</hi> accadermi e non mi è accaduto se non quando il bisogno è arrivato all'articolo <hi rend="italic">pane</hi>; quando saprà che nessuno di loro si è mai trovato in sua vita, nè, grazie a Dio, si troverà in angustie della terribile natura di quelle in cui mi sono trovato io <hi rend="italic">molte volte</hi> senza <hi rend="italic">nessuna</hi> mia colpa; quando vedrà in che panni io le tornerò davanti, e saprà ancora che il rifiuto di una cambiale significa protesto, e il protesto di una mia cambiale, non potendo io ripagare l'equivalente somma, significa pronto arresto mio personale; forse proverà qualche dispiacere dell'ostile divieto che lo Zio Antici mi annuncia in una dei 6 Nov. che mi giunge insieme colle due sue.</p>
            <p>Mi è stato di gran consolazione vedere che la peste, chiamata per la gentilezza del secolo cholèra, ha fatto poca impressione costì. Qui, lasciando il rimanente della trista storia, che gli occhi non mi consentono di narrare, dopo più di 50 giorni (dico a Napoli) la malattia pareva quasi cessata; ma in questi ultimi giorni la mortalità è rialzata di nuovo. Io ho notabilmente sofferto nella salute dall'umidità di questo casino nella cattiva stagione; nè posso tornare a Napoli, perchè chiunque v'arriva dopo una lunga assenza, è immancabilmente vittima della peste; la quale del rimanente ha guadagnato anche la campagna, e nelle mie vicinanze ne sono morte più persone.</p>
            <p>Mio caro Papà, se Iddio mi concede di rivederla, Ella e la Mamma e i fratelli conosceranno che in questi sette anni io non ho demeritata una menoma particella del bene che mi hanno voluto innanzi, salvo se le infelicità non iscemano l'amore nei genitori e nei fratelli, come l'estinguono in tutti gli altri uomini. Se morrò prima, la mia giustificazione sarà affidata alla Provvidenza.</p>
            <p>Iddio conceda a tutti loro nelle prossime feste quell'allegrezza che io difficilmente proverò. La prego di cuore a benedire il suo affezionatissimo figlio Giacomo.</p>
            <p>Le ultime nuove di Napoli e contorni sul cholèra, oggi 15 sono buone.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di R.Gozani (1836)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI RAIMONDO GOZANI</hi>
               </byline>
               <dateline>Roma 12 Dicembre [1836]</dateline>
            </opener>
            <p>Caro Amico. Io vivo nella più grande agitazione sul conto di Ranieri. Reduce dal Piemonte, quindici giorni sono, trovai in Roma una sua lettera nella quale mi dava notizie del morbo, ora la Dio mercè vicino a sparire da Napoli. Io mi affrettai a riscontrar questa sua lettera, ed un'altra poco dopo gliene scrissi raccomandandomi in entrambe, con tutto il calore della amicizia che per lui sento, affinchè mi desse puntualmente sue notizie. Tutto è stato vano; nulla io ho più potuto sapere, e voi dovete ben comprendere quanto questo silenzio mi tenga in apprensione. Or dunque, voi che convivete con il medesimo, mi fate lo squisito favore di farmene a posta corrente conoscere qualche cosa. Io ve ne sarò grandemente obbligato. Conservatemi e credetemi il vostro aff.mo Amico.</p>
         </div1>
         <div1 n="A L.De Sinner (1836)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A LUIGI DE SINNER - PARIGI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Di campagna 22 Dicembre 1836.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio carissimo ed ottimo amico. Questa lettera sarà molto arida e digiuna, e servirà solo a mostrarvi ch'io sono ancora in vita, ma non potrà soddisfare ad alcuna delle vostre domande, perch'io mi trovo in campagna, non tanto per timore del cholèra, quanto perchè trovandomivi già quando tale malattia scoppiò in Napoli che fu il 18 di Ottobre, feci quello che fecero gli altri nel caso mio, cioè di restare dove si trovavano. Il cholèra è ora a Napoli in declinazione, ma non punto cessato. Quando ciò sarà, io tornato a Napoli, potrò rispondere alle vostre questioni filologiche, ad una delle quali, cioè a quella che riguarda la <hi rend="italic">Storia</hi> d'Eunapio, credo di poter fino da ora rispondere negativamente. Nè posso anche parlarvi dei vostri libri, dei quali vi ringrazio senza fine e che sono impazientissimo di vedere: perchè tutto quello ch'io potei sapere della vostra spedizione di maggio prima ch'io partissi per la campagna ai 20 di Agosto, fu che il vostro pacco si trovava a Marsiglia in luogo sicuro. Le precauzioni sanitarie rendono ora difficilissimo a Napoli di ricevere oggetti dall'estero, ma queste finiranno presto, e Voi non lasciate perciò di mandarmi tutto ciò che mi avete destinato, che appena giunto che sarò in Napoli, io farò tutte le diligenze necessarie per riscuotere esattamente ciascuna delle vostre spedizioni. Voi avete molto pubblicato, del che mi rallegro. Non mi dite se l'edizione del <hi rend="italic">Crisostomo</hi> si continua, come credo; ne a qual termine l'avete condotta; nè se dopo il <hi rend="italic">Crisostomo</hi> darete qualche altro <hi rend="italic">Padre</hi>, come mi scriveste altra volta. Vi sono gratissimo dell'intenzione che avete d'indirizzarmi qualcuna delle vostre pubblicazioni: questo mi sarà un nuovo segno della vostra affezione del quale io avrò luogo, non solo di rallegrarmi, ma d'insuperbire.</p>
            <p>Avete voi nuove di Gioberti? Ha egli mai ricevuta una mia di più mesi addietro? Borelli di Parma, che vidi a Napoli nel Giugno passato, mi disse di avere da gran tempo una lettera di Gioberti per me, la quale non ho mai potuta ricuperare dalle sue mani. Se scrivete a Gioberti, vi prego di dirgli tutto questo, salutandolo da mia parte assai caramente. Salutatemi anche il vostro buono e bravo alunno M. Lebreton, e ringraziatelo della sua lettera. Anche vi prego de' miei complimenti a M. Bothe, di cui con molto interesse vedrò l'<hi rend="italic">Omero</hi>.</p>
            <p>L'edizione delle mie <hi rend="italic">Opere</hi> è sospesa, e più probabilmente abolita, dal secondo volume in qua, il quale ancora non si è potuto vendere a Napoli pubblicamente, non avendo ottenuto il <hi rend="italic">pubblicetur</hi>. La mia filosofia è dispiaciuta ai preti, i quali e qui ed in tutto il mondo, sotto un nome o sotto un altro, possono ancora e potranno eternamente tutto. Se volete ch'io vi spedisca per la posta un altro esemplare del 2° vol. per completare il numero 5, non avete che a scrivermelo.</p>
            <p>Addio, mio eccellente amico. Io provo un intenso e vivissimo desiderio di riabbracciarvi, ma questo come e dove sarà soddisfatto? Temo assai che solamente <foreign lang="grc">κατ' ἀσφοδελὸν λειμῶνα</foreign>. Ranieri vi riverisce e vi saluta quanto più può. Parlatemi dei vostri studi, ed amatemi sempre. Addio di tutto cuore. Vostro intero amico G. Leopardi.</p>
            <p>Credete Voi che mandando costì un esemplare delle mie o poesie o prose, con molte correzioni ed aggiunte inedite, ovvero un libro del tutto inedito, si troverebbe un libraio (come Baudry o altri) che <hi rend="italic">senza alcun mio compenso pecuniario</hi> ne desse un'edizione a suo conto? Io credo di no; e quella pazza bestia di Tommaseo, che disprezzato in Italia, si fa tenere un grand'uomo a Parigi, e che è nemico mio personale, si prenderebbe la pena di dissuadere qualunque libraio da tale impresa.</p>
            <p>Scusate l'infame carta: egli è quello che si può avere alle falde del Vesuvio, dove io vivo da quattro mesi.</p>
            <p>Date Voi o darete del <hi rend="italic">Crisostomo</hi> anche le cose spurie? Nella B. Barberiniana (ora chiusa) v'è un bellissimo cod. membranaceo de sec. 10° acefalo, dove nella prima pag. è scritto di mano recente <foreign lang="grc">φωτίου</foreign>. Ma di Fozio non v'è nè anche una linea, e (come lasciai quivi scritto in un fogliolino, che credo che ancora si conservi) contiene sotto il nome del <hi rend="italic">Crisostomo</hi> le cose date dal Montfaucon, tra le spurie, sotto il nome di Tito Bostrense.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di F.Cassi (1837)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI FRANCESCO CASSI</hi>
               </byline>
               <dateline>Pesaro 12 Gennaio 1837.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio dolcissimo amico e Cugino. Gradite che io a voi mi ricordi, mentre io voi mai non dimentico. La lontananza, che da voi mi divide, non separa il mio cuore dal vostro, e sovente cerco il conforto di avere vostre notizie. Ultimamente mi fu dato sapere che tuttavia dimoravate in codesta capitale, e che il vostro stato di salute non peggiorava di condizione. Sarei molto contento se ciò mi fosse confermato da una lettera vostra, o da quella di qualche amico cui da voi fosse data la commissione di scrivermi in proposito.</p>
            <p>Io non conduco giorni lieti. La mia povera Elena per un tumore scirroso alla destra mammella ha dovuto nel cuore del verno recarsi in Pisa per farsi operare dal Professore Regnoli. L'operazione riuscì felice, ma fu lunga e penosa; e penosa e lunga n'è la convalescenza mentre corre il terzo mese che la mia buona figlia non può interamente ristabilirsi, nè far ritorno in sua casa. Da ciò rileverete che la tranquillità e la contentezza dell'animo non mi sono compagne.</p>
            <p>Aggiungete a questo domestico mio infortunio i danni e le perdite a cui ho dovuto soggiacere per la mia impresa della <hi rend="italic">Farsaglia</hi>, e giudicate se ho ragione di lamentare la mia fortuna. Nondimeno non voglio perdere nè il mio ardire, nè il mio coraggio; e giacchè dopo tante pubbliche e private sciagure mi è finalmente conceduto di distribuire intero il mio volgarizzamento della <hi rend="italic">Farsaglia</hi>, io mi affretto di spedirne in codesta metropoli un sufficiente numero d'esemplari, raccomandandone la distribuzione al mio cugino Conte Giuseppe Perticari, costì dimorante, il quale da sè medesimo si offerse di rendermi sì segnalato favore; mentre le cose della mia povera impresa, se riuscirono a mal fine in altre città, lo toccarono pessimo in Napoli, ove le mie prime distribuzioni furono disordinatamente e confusamente eseguite, per mancanza di distributore. Ma se alle amorevoli sollecitudini del mio cugino si aggiungerà la pietosa assistenza del Marchese Giuseppe Ricciardi, al quale ardisco nuovamente raccomandare la mia povera impresa, approfittando delle antecedenti sue generose proferte, io spero che potrò rannodare la mia associazione, e minorare i suoi danni. Oso contemporaneamente porgere uguali rispettose preghiere a molti illustri letterati e sapienti che o diedero il loro nome all'impresa, o mi hanno dato cagione a sperare nel loro patrocinio. Alcuni di essi so essere vostri ammiratori ed amici; e però io vi prego d'interessarvi presso i medesimi, onde non solamente si degnino di mantenere nel loro favore la mia impresa, ma mi concedano ancora il loro grazioso perdono, se mi prendo l'ardire di importunargli colle mie preghiere. Conosco da me medesimo che queste sentono forse di troppa audacia, ma voi, gentile e buono qual siete, vi studierete di fare le mie difese, e vi renderete benemerito di me e dell'impresa cui dedicai l'umile mio lavoro. Con che, ripetendovi le sincere significazioni della mia gratitudine e dell'amor mio, e augurandomi la consolazione di qualche vostro caro comando, mi compiaccio di affettuosamente confermarmi il vostro amico e cugino affezionatissimo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di D.Passigli (1837)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI DAVID PASSIGLI</hi>
               </byline>
               <dateline>Firenze 25 Gennaio 1837.</dateline>
            </opener>
            <p>Sig. Conte pregiatissimo. Mi trovai onorato il decorso ordinario del pregiato suo foglio segnato nel 17 del corrente.</p>
            <p>Son lieto d'aver veduti i di lei caratteri, che mi assicurano del suo ben essere, ed ho piacere di sentire come Ella abbia pronte le correzioni ed aggiunte al comento del <hi rend="italic">Petrarca</hi>. Ella non si dia alcuna pena per farne la spedizione, mentre fra non molti giorni io mi recherò a Roma, e da colà, se lo stato sanitario si tranquillerà, passerò in Napoli. In questa ultima ipotesi, il ms. lo prenderei di persona; nell'altra, le indicherò persona sicurissima a chi consegnarlo, allorchè mi troverò in Roma.</p>
            <p>Appunto in questi ultimi giorni, essendosi sciolta la mia Società, ho stampato sotto mio nome un <title>Saggio</title> ed un <hi rend="italic">Manifesto</hi> dei 4 poeti da pubblicarsi in un gran formato a 2 colonne simili in tutto al foglio che le includo, corredati dei migliori comenti. Desidero dalla sua gentilezza di sapere qual posto potrà occupare il suo nuovo lavoro col carattere delle note, almeno per approssimazione. Desidero non meno di conoscere le sue oneste pretese per il pregiato dono di che mi onora, e se questo debba esserle dato in libri, se in qualche copia dell'intera Opera, se in un numero d'esemplari del <hi rend="italic">Petrarca</hi>, ch'io le farei tirare a parte, o se in qualche copia distinta ecc.</p>
            <p>E prima di finire amo di renderla intesa che ho anco pubblicato il <hi rend="italic">Manifesto</hi> di quella <hi rend="italic">Biografia</hi> di cui le parlai or sono 2 anni in Napoli e per la quale Ella si degnò promettermi almeno un 4 Vite. Quali sarebbero quelle che vorrebbe prescegliere?</p>
            <p>Mi onori di una tal notizia a norma mia, e mi creda con vera considerazione di Lei obb.mo Servitore.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di L.De Sinner (1837)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI LUIGI DE SINNER</hi>
               </byline>
               <dateline>Paris le 27 Janvier 1837.</dateline>
            </opener>
            <p>Mon excellent et très cher ami. J'ai été enchanté de la nouvelle de vostre bonne santé malgré le choléra, et j'espère bien que celle-ci vous trouvera de même bien portant.</p>
            <p>La principale chose de laquelle nous ayons à causer aujourd'hui c'est une édition donnée à Paris de vos ouvrages. Aussitôt que vous ne demandez pas d'honoraires en espèces, l'affaire pourra s'arranger. J'en ai parlé à Hingray, qui semble assez disposé. Seulement il vous faut mettre exactement les points sur les <hi rend="italic">i</hi>. Écoutez moi avec quelque patience.</p>
            <p>1.° Il s'agirait de réimprimer vos deux petits volumes de Naples, le seuls parus, et de les completer au moyen de l'édition des <hi rend="italic">Prose</hi> donnée à Florence. Vous y feriez en Manuscrit toutes les corrections que vous jugeriez nécessaires. On retrancherait, comme vous l'avez fait, le dialogue de Salluste.</p>
            <p>2.° Mais répondez clairement de manière à ce que je puisse faire voir votre lettre au Sosius:</p>
            <p>a) Quelles seraient les additions inédites que vous ajouteriez?</p>
            <p>b) Quel serait l'ouvrage (ou les ouvrages) tout-à-fait inédit, que vous seriez en mesure de publier?</p>
            <p>Répondez moi à ces questions sur une bande de papier à part, et en français, et je ferai le reste. Mais surtout répondez moi promptement. Il me serait si doux de vous publier à Paris. Tommaseo n'y mettra, et n'y pourra mettre aucune entrave.</p>
            <p>Sachez, excellent et tendre ami, que dans le mois de Novembre passé j'ai fait une perte cruelle: ma pauvre mère est morte à 68 ans à Berne, et depuis 4 ans je n'avais pu faire le voyage de Suisse pour aller la voir. - Ma position materielle est beaucoup changée depuis ce funest évènement; mais je ne puisse encore apprécier les resultats. Toutefois je pense rester à Paris, où après tout je suis tranquille et bien, quoique chargé de l'ennuyeuse besogne du <hi rend="italic">S. Chrysostome</hi>. Monsieur Fix est aprésent redacteur de la continuation. La 5e livraison est de son savoir faire; moi je ne suis plus que correcteur. Mais je dirige seul la réimpression des volumes 1 à 4, détruits par l'incendie de 1835. Ilyen a encore en tout pour deux ans. J'aurais volontiers dit adieu à tout ce mauvais ramage, et je serais venu à Naples passer quelque temps auprès de vous. Mais ce que vous m'avez dit sur les frais de ce séjour m'a épauvanté. Ce sera tout au plus si j'ai 3000 francs de rente. Ainsi il n'y faut pas songer.</p>
            <p>J'irai l'été prochaine en Suisse. Une de mes soeurs, la seule qui ne s'est pas mariée, veut faire un essai de ce que c'est que la vie de Paris. Je l'aménerai ici pour l'automne.</p>
            <p>Vous divinez sans que j'aie besoin de vous le motiver, que pendant tout ce temps les études serieuses ont été interrompues. La correction du <hi rend="italic">S. Chrysostome</hi> seule a marché un train ordinaire. Après ce Père on en fera d'autres sans doute. Je voudrais donner <hi rend="italic">S. Basile</hi>. Mais il me semble peu raisonnable de dresser des plans pour d'ici à deux ans. Je prévois au contraire que si le Ministère m'assure ma pension comme viagère, je me donnerai tout entier à mes petites fonctions universitaires; je formerai des élèves; mais je ne publierai plus rien après les <hi rend="italic">Accents grecs</hi>, le <hi rend="italic">Théophraste</hi> et l'<hi rend="italic">Ammonius</hi>.</p>
            <p>Apropos de <hi rend="italic">Théophraste</hi>, serait-il possible de faire collationer de nouveau à Rome le Codex Palatino-Vaticanus N.° 110? Il n'est pas à Heidelberg.</p>
            <p>Si vous vouliez être bien généreux, vous m'enverriez non seulement un 5e exemplaire du tome 2 de vos <hi rend="italic">Opere</hi>, mais encore deux du tome 1er. L'exemplaire que j'avais envoyé à Bothe s'est égaré en Suisse, je ne sais où, et Gioberti ne m'a pas accusé reception.</p>
            <p>Adieu donc, mon plus précieux ami, répondez promptement à votre éternellement dévoué.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Mille choses aimables à Monsieur Ranieri. Dites-moi si vous avez reçu tous mes envois.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di G.de Filippis Delfico (1837)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI GREGORIO DE FILIPPIS DELFICO</hi>
               </byline>
               <dateline>Teramo 3 Febbraio 1837.</dateline>
            </opener>
            <p>Chiarissimo Sig. Conte. Le trasmetto una lettera per comando ricevuto dal Sig. Conte Cassi, ed unitamente l'avviso di avere affidato sotto fascia alla posta di questa stessa data un libretto fattomi aver dal medesimo anche per lei. E profittando d'una sì bella occasione, ho voluto darle, egregio Sig. Conte, una testimonianza della moltissima stima in che tengo gli splendidi di lei talenti, e del rispetto che fo del suo nome, presentandola di alcune mie deboli produzioni, ch'ella troverà annesse al fascicolo del Cassi. Accolga ella gentilmente, se non altro, l'espressione sincera d'un animo ossequioso, e i sentimenti devoti e leali co' quali me le proffero devotissimo Servitore.</p>
         </div1>
         <div1 n="A L.De Sinner (1837)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A LUIGI DE SINNER - PARIGI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Napoli 2 Marzo 1837.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio eccellente amico. Ricevetti la vostra amabilissima 27 Gennaio in campagna, malato con febbre. Tornato in città ho dovuto anche per più giorni guardare il letto, e sono oggi ancora convalescente. Questo ha ritardato la mia risposta più che non avrei voluto. Prendo un ben vivo interesse all'avvenimento che ha cangiato lo stato della vostra famiglia. Sono lieto d'intendere che questo non vi allontanerà stabilmente da Parigi. Ho ricevuto la vostra spedizione <hi rend="italic">di Ottobre</hi>, e veduto con gran piacere i due saggi del vostro bel lavoro sopra il <hi rend="italic">Crisostomo</hi>, il quale mi dispiace assai di sentire improvvisamente interrotto. Anche mi ha interessato moltissimo la vostra <hi rend="italic">Notizia</hi> sopra il Coray, scritta con grande intelligenza, e piena di fatti. Considero poi come vostre le parole onorevoli relative a me, che ho trovate negli scritti dei Sigg. Walz, Gros, e Berger; i quali sono certo, che solo a vostro riguardo si sono indotti, a far menzione delle cose mie. La vostra spedizione <hi rend="italic">di Maggio</hi> è ancora a Marsiglia, ma sarà presto in mia mano. <hi rend="italic">Altra</hi> spedizione vostra non conosco.</p>
            <p>Vi prego di fare i miei ringraziamenti e le mie congratulazioni al Sig. Pallia per la sua traduzione di Sciamfora. Quando scrivete a Gioberti, non dimenticate, vi prego, di dirgli quello di cui vi pregai nell'ultima mia. Io vi ho spedito due esemplari de' miei <title>Canti</title>, e une del 1° vol. <title>Operette morali</title>, per un'occasione partita da Napoli il 25 Febbraio.</p>
            <p>Una nuova collazione del Cod. Palatino-vaticanus dei <hi rend="italic">Caratteri</hi> di Teofrasto, non è cosa, che io creda, difficile ad ottenere: ma di ciò potrò forse scrivere fra non molto con più certezza da Roma stessa, dove ho in animo di fare una gita, se le comunicazioni ancora chiuse per il cholèra non me l'impediscono.</p>
            <p>Vi acchiudo il foglio che mi dite in francese, relativo all'edizione delle mie bagattelle. Io manderei i due primi volumi in un esemplare correttissimo e chiarissimo, ma il terzo, cioè il secondo delle <title>Operette morali</title>, non posso mandarlo altrimenti, per la parte edita, che nell'edizione di Firenze, tal qual è: perchè mi è impossibile di fare i cangiamenti e le correzioni necessarie sopra quell'edizione, che è senz'interlinea e senza margini. Però è indispensabile che di questo terzo volume io possa vedere le ultime prove di stampa, dove io farei i cangiamenti dovuti, che non sarebbero mai troppo gravi, nè difficili ad eseguire. Senza questa condizione, difficilmente l'affare potrebbe avere effetto. Addio, mio prezioso amico. La mia convalescenza non mi lascia essere più lungo. Voglio pregarvi di un favore per quando sarete a Berna questa state: ed è d'informarvi se vi si trovi ancora il Ministro di Olanda Cav. <hi rend="italic">Reinhold</hi>, e di darmi le sue nuove, se potete averle. Se vi piacesse di fargli una visita in mio nome, ve ne sarei gratissimo, e sono certo che ne sareste benissimo accolto. Addio di nuovo. Vogliatemi bene quanto ne vuole a voi il vostro Leopardi.</p>
            <p>Je ferai à mes <title>Operette morali</title> les additions que je promets dans la <hi rend="italic">Notice</hi> qui les précéde dans l'édition de Naples. Elles consistent en trois Opuscules d'une étendue assez considérable. On peut voir leurs titres dans la <hi rend="italic">Notice</hi> que j'ai citée.</p>
            <p>J'ajouterai aussi à mes poésies des morceaux inédits.</p>
            <p>En Italie j'aurais donné quelque traduction inédite: par exemple, une traduction du Manuel d'Epictète, une traduction de quatre Discours moraux d'Isocrate, etc. tout cela n'est bon à rien en France.</p>
            <p>Je veux publier un volume inédit de Pensées sur les caractères des hommes et sur leur conduite dans la Société; mais je ne veux pas m'obliger de le donner au même libraire qui publiera le reste, si auparavant je n'ai pas vu du moins le premier volume imprimé, afin de pouvoir juger de l'exécution.</p>
            <p>Au reste je ne tiens en aucune manière à ce que l'édition soit faite sous le titre général d'Oeuvres. On peut, et même on devrait publier un volume sous le titre indépendant de <title>Canti</title>, et deux autres sous celui d'<title>Operette morali</title>. Je ferai des améliorations nombreuses à tous ces trois volumes.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1837)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Napoli 9 Marzo 1837.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Papà. Non ho mai ricevuto riscontro a una lunga mia di Decembre passato, nè so con chi dolermi di questo, perchè la nostra posta è ancora in tale stato, che potrebbe benissimo trovarvisi da qualche mese una sua lettera per me, e non essermi stata mai data. Io, grazie a Dio, sono salvo dal cholèra, ma a gran costo. Dopo aver passato in campagna più mesi tra incredibili agonie, correndo ciascun giorno sei pericoli di vita ben contati, imminenti, e realizzabili d'ora in ora; e dopo aver sofferto un freddo tale, che mai nessun altro inverno, se non quello di Bologna, io aveva provato il simile; la mia povera macchina, con dieci anni di più che a Bologna, non potè resistere, e fino dal principio di Decembre, quando la peste cominciava a declinare, il ginocchio colla gamba diritta, mi diventò grosso il doppio dell'altro, facendosi di un colore spaventevole. Nè si potevano consultar medici, perchè una visita di medico in quella campagna lontana non poteva costar meno di 15 ducati. Così mi portai questo male fino alla metà di Febbraio, nel qual tempo, per l'eccessivo rigore della stagione, benchè non uscissi punto di casa, ammalai di un attacco di petto con febbre, pure senza potere consultar nessuno. Passata la febbre da sè, tornai in città, dove subito mi riposi in letto, come convalescente, quale sono, si può dire, ancora, non avendo da quel giorno, a causa dell'orrenda stagione, potuto mai uscir di casa per ricuperare le forze coll'aria e col moto. Nondimeno la bontà e il tepore dell'abitazione mi fanno sempre più riavere; e il ginocchio e la gamba sì per la stessa ragione, sì per il letto, e sì per lo sfogo che l'umore ha avuto da altra parte, sono disenfiate in modo, che me ne trovo quasi guarito.</p>
            <p>Intanto le comunicazioni col nostro Stato non sono riaperte; e fino a questi ultimi giorni ho saputo dalla Nunziatura che nessuna probabilità v'era che si riaprissero per ora. Ed è cosa naturale; perchè il cholèra oltre che è attualmente in vigore in più altre parti del regno, non è mai cessato neppure a Napoli, essendovi ogni giorno, o quasi ogni giorno, de' casi, che il governo cerca di nascondere. Anzi in questi ultimi giorni tali casi paiono moltiplicati, e più e più medici predicono il ritorno del contagio in primavera o in estate, ritorno che anche a me pare assai naturale, perchè la malattia non ha avuto lo sfogo ordinario, forse a causa della stagione fredda. Questo incomodissimo impedimento paralizza qualunque mia risoluzione, e di più mi mette nella dura ma necessarissima necessità di fermar la casa qui <hi rend="italic">per un anno</hi>: necessità della quale chi non è stato a Napoli non si persuaderà facilmente. Qui quartieri ammobigliati <hi rend="italic">a mese</hi> non si trovano, come da per tutto, perchè non sono d'uso, salvo a prezzi enormi, e in famiglie per lo più di ladri. Io il primo mese dopo arrivato pagai 15 ducati, e il secondo 22, e a causa della mia cassetta fui assalito di notte nella mia stanza da persone, che certamente erano quei di casa. Quartieri smobigliati non si trovano a prendere in affitto se non ad anno. L'anno comincia sempre e finisce nel 4 di maggio, ma la disdetta si dà ai 4 di gennaio; e nei 4 mesi che corrono tra queste due epoche si cercano le case e si fanno i contratti. Ma le case sono qui una merce così estremamente ricercata, che per lo più, passato gennaio, non si trova un solo quartiere abitabile che sia sfittato. Ne segue che un infelice forestiero deve a gennaio sapere e decidersi fermamente di quello che farà a maggio: e se avendo disdetto il quartiere, ed essendo risoluto di partire, lascia avanzar la stagione senza provvedersi; sopraggiungendo poi o un impedimento estrinseco, come questo delle comunicazioni interrotte, o una malattia impreveduta, cosa tanto possibile a chi abbia una salute come la mia, o qualunque altro ostacolo all'andarsene, può star sicuro di dovere il 4 di maggio o accamparsi col suo letto e co' suoi mobili in mezzo alla strada, o andare alla locanda, dove la più fetida stanza, senza luce e senz'aria, costa al meno possibile dodici ducati al mese, senza il servizio, che è prestato dalla più infame canaglia del mondo. Io non le racconto queste cose, se non perchè Ella mi compatisca un poco dell'esser capitato in un paese pieno di difficoltà e di veri e continui pericoli, perchè veramente barbaro, assai più che non si può mai credere da chi non vi è stato, o da chi vi ha passato 15 giorni o un mese vedendo le rarità.</p>
            <p>Se questa le giunge, non mi privi, la prego, delle nuove sue, e di quelle della Mamma e dei fratelli, che abbraccio con tutta l'anima, augurando loro ogni maggior consolazione nella prossima Pasqua. Ranieri (una sorella del quale ha avuto il cholèra) la riverisce distintamente. Mi benedica e mi creda infelice ma sempre affettuosissimo suo figlio Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="A G.De Filippis Delfico (1837)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A GREGORIO DE FILIPPIS DELFICO - TERAMO.</hi>
               </salute>
               <dateline>Napoli 18 Marzo 1837.</dateline>
            </opener>
            <p>Pregiatissimo Sig. Conte. Ricevetti la gentilissima sua dei 3 di Febbraio malato in villa, e tornato in città sono stato lungo tempo convalescente. Per questa ragione mi sono indugiato finora a ringraziarla delle cose mandatemi di mio cugino, e sopra tutto del dono de' suoi libri, i quali ho letto con vivo piacere e profitto, massimamente le prose, e fra queste il <hi rend="italic">Discorso sopra l'industria degl'Italiani</hi>. La ringrazio ora di tutto cuore, e la prego, se mai mi crede atto a servirla, di adoperarmi liberamente. Sono breve perchè i miei occhi non mi consentono mai troppe lunghezze, ma non sarà breve il desiderio che ho di mostrarmi in ogni occasione Suo devotissimo servitore Giacomo Leopardi.</p>
            <p>P.S. - Mi approfitto ancor io, per più sicurezza di recapito, della sua gentilezza, acchiudendole la risposta al mio cugino.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Tommasini (1837)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIETTA TOMMASINI</hi>
               </byline>
               <dateline>Parma 21 Marzo 1837.</dateline>
            </opener>
            <p>Amico pregiat.mo. Una crudele malattia, che tre mesi e mezzo afflisse l'Adelaide, della quale ora soltanto con fondamento speriamo che s'incominci la convalescenza; un'infermità mia, di mio marito, di Clelietta, di Ferdinando, furono cose, le quali, cagionando estrema debolezza al mio fisico, e dolori indicibili all'animo mio, m'impedirono fin qui d'inviarvi i miei caratteri. Col vostro bel cuore son certa che facilmente mi darete perdono del non avervi scritto prima, e vorrete con me porgere sinceri voti al cielo per la sollecita guarigione di mia figlia. Giordani, che vi saluta dal cuore, desidera ch'io vi manifesti un suo pensiero. Egli vorrebbe raccogliere scritture inedite di illustri autori viventi, e comporne un libro da pubblicarsi col 1° del '38. Non so s'egli bene siasi apposto, volendo ch'io per sua parte vi pregassi, il che fo con tutta l'anima, d'inviargli qualche cosa di vostro; perciocchè voi avreste certamente dato più ascolto ad una sua che a cento mie parole; nondimanco, se mi esaudite, proverete all'evidenza che al sovrano vostro ingegno è accoppiata un'impareggiabile gentilezza.</p>
            <p>Qui si parla quasi ogni giorno di nuove poesie di Leopardi; ma niuno le ha ancor viste. Per questo dono da voi fatto all'Italia, in ogni cuore sinceramente italiano è un contento inesprimibile intorbidato dal solo vivissimo desiderio di vedere questi vostri scritti, e da certo senso d'invidia, lecitissimo in questo caso, a chi già li possiede. Si cercano da noi dappertutto ma indarno. Vi sarei gratissima se, inviandone uno o più esemplari uniti alla <hi rend="italic">Storia di Napoli</hi> del sig. Ranieri, ed all'<hi rend="italic">Educazione</hi>, mi diceste per qual mezzo spedirvi potessi i denari di queste <hi rend="italic">associazioni</hi>. Se poi l'<hi rend="italic">Educazione</hi> non ha ancora vista la luce, vi prego di dirmene la cagione in quelle due righe che mi dirigerete, rispondendomi intorno alla domanda di Giordani. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Maestri (1837)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ADELAIDE MAESTRI</hi>
               </byline>
               <date>[s.d., ma Parma 28 Marzo 1837].</date>
            </opener>
            <p>Mio caro Leopardi! Col pensiero che non può star fermo; colla vista che vacilla; colla mano che trema, che cosa potrò scrivervi non so. So per altro che voi, buono come siete, non baderete a questo nulla, se può dirsi, che mi cade dalla penna, nè a questi mal formati caratteri; ma unicamente vorrete accogliere nell'ottimo vostro animo il mio vivo desiderio di scrivervi. Volgono ormai quattro mesi ch'io mi trovo obbligata al letto. Mi sono stati fatti quindici salassi... Ma non posso continuare. Il mio Ferdinando vi parlerà della gravissima mia malattia, e della cagione. Vi parlerà ancora della lettera ch'io v'indirizzai, nella quale io vi raccomandava a mettere il mio nome tra quello degli associati alle vostre Opere. Non ebbi mai alcuna risposta. Scrivetemi. Le vostre lettere saranno una medicina utilissima pel mio animo. Assicuratemi, se lo potete, che non vi siete dimenticato di me, e datemene prova coll'inviarmi spesse volte i vostri cari caratteri. Tutta la mia famiglia sta bene; come pure Giordani, col quale parlo spesso di voi. Addio di tutto cuore! La vostra Adelaide.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Questa lettera ad un Leopardi? chi potrebbe crederlo? Chi conosce tutta la forza della vera amicizia, chi può immaginare che la prima linea ch'io poteva trovarmi in grado di scrivere doveva dirizzarla a voi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di F.Maestri (1837)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI FERDINANDO MAESTRI</hi>
               </byline>
               <dateline>Parma 28 marzo 1837.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio carissimo Amico! Vi avrei scritto due mesi prima, se non fossi stato tratto nell'errore di credervi a Parigi; poi nel dubbio che ci foste; finalmente nella certezza che non ci eravate. Hanno scambiato con voi un Pietro Leopardi, che colà a Parigi diede alla luce un centinaio di sciolti pel monumento che si rizza in Milano alla Malibran. M'accorsi leggendo che i versi non erano vostri. Cercai com'era la cosa; e Giordani scoperse che voi eravate sbattezzato e di Giacomo divenuto Pietro. Per sottrarre la mia Clelietta al cholera, l'Adelaide ed io andammo a' bagni di Lucca. Ma l'Adelaide ne era dolentissima, poichè lasciava a Parma il padre, la madre ed il fratello. Le cose sono andate bene per tutti; se non che, tornati a Parma, in Ottobre, l'Adelaide ammalò sul finire di Novembre; e guarda tuttora il letto, benchè sia da molto tempo in convalescenza, impedita di levarsi dalla malvagia stagione, che forse la minaccerebbe di nuovo. Il suo male è stato alla gola, poi allo stomaco.</p>
            <p>Ho veduto a Firenze il bravo Nicolini. Abbiamo parlato di voi e dell'egregio vostro Ranieri. Nicolini ha veduto di questo una bell'opera storica; e ne ha parlato con lode. La vedrei pur volentieri, ma Napoli e Parma sono così prive di comunicazioni fra loro, come se le tenesse disgiunte il grande Oceano. Vedrò pur volentieri le vostre opere, della cui pubblicazione si discorre con desiderio. Vi prego di avermi fra gli associati.</p>
            <p>Ho conosciuto a Pescia, e riveduto a Firenze il celebre Sismondi, della cui conoscenza sono lietissimo. È amabile quanto è grande. Questo mi ricorda un mio opuscolo sul <hi rend="italic">debito pubblico</hi>, che penso di trarre dalla polvere, sittosto le cure della professione me lo permetteranno. Ne ho parlato con Sismondi, col quale non sono del tutto d'accordo; e io lo sapevo, perchè mi era noto quello che ha pubblicato su questo cotale argomento.</p>
            <p>Tommasini, la moglie, Clelietta, Emilietto vi salutano carissimamente. Quando avrò il piacere di vedervi? Che cosa pensate del vostro avvenire? Rimarrete lungamente costì? Se vi giova, restate: chi sta bene non si muove. Il piacere di sapervi in discreto stato di salute è maggiore del piacere di vedervi, in condizione di malaticcio e forzatamente e crudelmente ozioso; in quell'ozio impotente, in quella noia che è la cosa più insopportabile di questa nostra misera vita. Ditemi di voi, e delle cose vostre, e de' vostri propositi, e qualche cosa di Napoli e del mondo, se così vi piace, e ditemene più che potete. Continuate ad amarmi, come fate, e come faccio io verso di voi, che siete fra' miei amici il distintissimo e carissimo. Mille cose all'ottimo Sig. Ranieri.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di D.Passigli (1837)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI DAVID PASSIGLI</hi>
               </byline>
               <dateline>Roma 29 Marzo 1837.</dateline>
            </opener>
            <p>Pregiatis.mo Sig. Conte. Offrendosi l'occasione dell'amico Sig. Castelnuovo che si reca in Napoli, la pregherei di voler consegnare ad esso quel manoscritto inteso, giacchè non son certo di venire per ora in cotesta città.</p>
            <p>Le includo un saggio delle <hi rend="italic">Vite e Ritratti</hi> a lei noti, pregandola dirmi qualche cosa in proposito.</p>
            <p>Se ella mi onorerà di un suo riscontro, voglia farlo qui in Roma, ove mi fermo ancora un 15 giorni. Si compiaccia diriger la lettera: A' SS. Scipione De Rossi e C. negozianti di Musica Roma, per David Passigli.</p>
            <p>Con distinta stima mi confermo ecc.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di L.De Sinner (1837)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI LUIGI DE SINNER</hi>
               </byline>
               <date>[Berna 1 Maggio 1837].</date>
            </opener>
            <p>Mon cher et excellent ami. Des affaires et surtout mon voyage à Bern m'ont empêché jusqu'à ce jour de répondre à votre aimable lettre du 2 Mars dernier. Me voici depuis deux jours dans ma famille; mais quoique éloigné de Paris, je suis parfaitement en mesure pour satisfaire entièrement votre impatience.</p>
            <p>La négotiation avec Baudry, grâce aux soins de Messieurs Ugoni, Cobianchi et Fauriel, a entièrement réussi. Reste à savoir si vous accepterez les conditions que j'ai à vous proposer.</p>
            <p>Baudry publie une collection des meilleurs auteurs de la littérature italienne, format grand in 8° compacte, mais très soignée d'exécution, et imprimée par Crapelet. De cette collection 3 volumes seulement ont paru jusqu'à ce jour, <hi rend="italic">Manzoni</hi>, <hi rend="italic">Pellico</hi> et <hi rend="italic">Foscolo</hi>. C'est dans cette collection qu'il veut faire entrer vos ouvrages, et le dernier jour que j'étais à Paris je vous ai envoyé sous bande, à Naples et à Rome une feuille de son <hi rend="italic">Pellico</hi>, afin que vous pussiez juger de l'exécution typographique et pour la prose et pour les vers.</p>
            <p>Il faudrait donc vous résoudre à ne former qu'un seul volume grand in 8°. Mais je vous répondrais de la parfaite correction. Outre l'épreuve typographique, Monsieur Pallia et moi nous lirons chacun une épreuve d'auteur. Si vous acceptez cette condition, on pourra obtenir de Baudry qu'il fasse pour vos exemplaires d'auteur, dont vous aurez à déterminer le nombre, une couverture particulière, qui n'indique pas que vous faites partie d'une collection.</p>
            <p>On mettrait d'abord les <title>Canti</title>, puis les <title>Operette morali</title>. Puis viendraient les <hi rend="italic">Pensées</hi> inédites, et à la fin je ne vois pas pourquoi vous n'ajouteriez pas ces traductions inédites, desquelles vous me parlez.</p>
            <p>Monsieur Ugoni pense même qu'il serait utile de réimprimer les Notes et les introductions qui ornent l'édition de Bologne des <title>Canzoni</title>. Je voudrais, moi, voir reproduits toutes les traductions que vous avez insérées autrefois dans divers journaux. Mais quant à ce dernier article, il est clair que votre volonté en décidera d'une manière absolue.</p>
            <p>Peut-être pourrait-on donner les variantes des 3 éditions des <hi rend="italic">Opere</hi>.</p>
            <p>Il me semble que la distance de Paris ne permettra pas que l'on vous envoie les dernières épreuves de la partie des <hi rend="italic">Prose</hi> non réimprimée à Naples. Il resterait un moyen assez simple. Faites interfolier avec du papier blanc un exemplaire de l'édition de Florence, et dictez et faites récrire en entier les morceaux dans lesquels vous ferez pas trop de changements.</p>
            <p>Je reste ici jusqu'à la fin de Juin. Si vous consentez aux propositions que je viens de vous faire, vous ne m'enverrez probablement votre adhésion qu'avec un exemplaire revu des <title>Canti</title>, et alors adressez-moi votre réponse à Paris, où je serai de retour au plus tard pour le 10 Juillet. Si toutefois vous avez encore quelques difficultés préliminaires à applanir, écrivez moi à Bern, afin que revenu à Paris je puisse agir en conséquence.</p>
            <p>Baudry voudrait avoir aussi un "Cenno biografico", que vous devriez faire vous-même, où il vous faudrait donner au moins quelques dates certaines. En tout cas, on vous communiquerait la notice avant de la publier. Il ne faut pas qu'il arrive ce qu'il est arrivé dans le <hi rend="italic">Hesperus</hi>.</p>
            <p>Baudry désiderait votre portrait. Qu'en pensez vous?</p>
            <p>Pour moi, mon excellent et incomparable ami, je désire de tout mon coeur que ces propositions de Baudry vous paraissent acceptables. Vous savez combien je vous suis dévoué, et combien il me serait flatteur de soigner l'édition de vos oeuvres, et de vous faire un nom en France. Vous pouvez compter sur moi.</p>
            <p>Monsieur Kannegiesser de Breslau a traduit vos <title>Canti</title> sur l'édition de Florence. Mais je n'ai pas encore vu le livre, qui est annoncé dans le catalogue de Pâques de la foire de Leipzig.</p>
            <p>Adieu, cher et bon ami. Sachez encore qu'être éditeur de vos oeuvres, <hi rend="italic">hoc erat in votis</hi>. Répondez moi favorablement.</p>
            <p>Je vous prie de dire mille choses aimables à votre Pilade, l'excellent Ranieri. Tout à vous à toujours.</p>
            <p>
               <hi rend="italic">P.S.</hi> - Monsieur Reinhold n'est plus à Bern. J'adresse copie de cette lettre à Rome.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Tommasini (1837)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ANTONIETTA TOMMASINI - PARMA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Napoli 15 Maggio 1837.</dateline>
            </opener>
            <p>Mia cara Antonietta. Non prima di questi ultimi giorni ho potuto avere un esemplare della ristampa fatta qui del vostro bel libro sopra l'educazione domestica, la quale era già terminata quando vi scrissi l'ultima mia, nè si è pubblicata fino a quest'ora: tanta confusione ha cagionato il cholèra in questa città. L'esemplare che potetti avere non essendo ancora legato, lo mandai tale quale si trovava, perchè se avessi aspettato il legatore, avrei dovuta perdere l'occasione che allora mi si offeriva. Spero che l'abbiate già ricevuta, e nello stesso piego avrete trovato otto quaderni della <hi rend="italic">Storia</hi> di Ranieri, che l'autore vi prega di gradire in segno della sua stima, e che io desidero che mostriate a Giordani ed a Maestri che me ne dimanda. Era pubblicato anche il nono quaderno; ma salvo poche copie già dispensate, nessuna se n'è potuta salvare dal sequestro che i preti hanno fatto fare dell'opera. Avrete trovato anche il primo volume di un romanzo dello stesso che nè pure ha potuto continuare a stamparsi.</p>
            <p>Giordani e voi siete padroni di tutte le poche e povere cose mie stampate e non istampate. Ma se dovessi scegliere io, converrebbe che sapessi di che genere abbia a essere la collezione che dite che Giordani vuol pubblicare. Di qualunque delle tre operette nuove nominate nella notizia premessa al secondo volume, che vi ho mandato, delle mie così dette opere, Giordani può disporre suo grado, perchè anche quell'edizione è stata interdetta qui dai preti e non si continua. Se volesse cose inedite in versi, anche potrei mandargliene; ma se cotesta censura è scrupolosa in materie teologiche, sono certo che nessuna mia cosa inedita si potrà stampare costì.</p>
            <p>Addio, mia cara Antonietta. Salutatemi infinitamente Tommasini, e ricordatemi ad Emilietto. Dall'acclusa che vi prego di dare all'Adelaide, conoscerete per qual ragione io abbia tardato finora a rispondere alla vostra del 21 di Marzo. Datemi le vostre nuove e de' vostri, e vogliatemi bene. Addio Addio. Il vostro Leopardi.</p>
         </div1>
         <div1 n="Ad A.Maestri (1837)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">AD ADELAIDE MAESTRI - PARMA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Napoli 15 Maggio 1837.</dateline>
            </opener>
            <p>Mia cara Adelaide. Mi avrete tenuto un incivile per non avere risposto finora alla carissima vostra di Marzo. Ma dovete sapere che, benchè giunta qui ai 3 di Aprile, mi è stata renduta dalla posta alli 11 di Maggio insieme con una della mamma e con un'altra lettera più antica della vostra. Simili scherzi suol fare questa posta assai spesso. Con gran piacere ho riveduto i vostri caratteri dopo un anno. Ma con dolore ho inteso della vostra malattia costì lunga e così penosa. Veramente quest'anno è stato ed è ancora così pestifero ai corpi umani, che io quasi mi maraviglio come noi siamo ancora vivi. Spero che la primavera, così perversa com'è stata, non abbia potuto mancare di cavarvi di convalescenza. Non vi scrivo di proprio pugno, perchè debbo risparmiare il mio occhio diritto, minacciato di un'amaurosi. Ranieri che scrive vi bacia la mano. Datemi o fatemi dare le vostre nuove che attendo con impazienza. Salutatemi la Clelietta, e vogliatemi bene. Addio di tutto cuore.</p>
         </div1>
         <div1 n="A F.Maestri (1837)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A FERDINANDO MAESTRI - PARMA.</hi>
               </salute>
               <dateline>Napoli 15 Maggio 1837.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Ferdinando. Alle innumerabili mie sventure s'è aggiunta in questi ultimi anni una mano di Leopardi ch'è venuta fuori con le più bestiali scritture del mondo, l'ignominia delle quali ritorna sopra l'infelice mio nome, perchè il pubblico non è nè capace nè curante di distinguere le omonimie. Mi dispiace di non essermi trovato a Firenze in vostra compagnia a fare la conoscenza del bravo Sismondi. Credo che a quest'ora avrete veduto quaderni pubblicati della <hi rend="italic">Storia</hi> di Ranieri, della qual scrivo all'Antonietta. Godo che vogliate dare alla luce i vostri pensieri sul debito pubblico; e desidero che non mutiate intenzione. Io non mi moverò per ora; ma di Napoli e del mondo nulla potrei dirvi, perchè vivo separatissimo dalla gente; e quanto al mondo, ben sapete che Napoli non è luogo dove se n'abbiano notizie molto fresche. Ranieri vi saluta caramente. Vi prego di non lasciarmi senza qualche nuova della salute dell'Adelaide che spero uscita di convalescenza. Conservatemi nella vostra memoria, e non temete che vi dimentichi il vostre Leopardi.</p>
            <p>P.S. Il sig. Borelli, che forse voi conoscete, tornato costì da Napoli l'anno passato, ha per me da gran tempo una lettera d'un mio amico, ch'io amo e stimo assai, la quale egli, mentre fu qui, non so secondo quale de' tre galatei di Niccolò Tommaseo, non si curò di darmi. Se potete fare che me la mandi ovvero farvela dare e mandarmela voi stesso, ve ne sarò molto tenuto.</p>
         </div1>
         <div1 n="A Monaldo L. (1837)">
            <opener>
               <salute>
                  <hi rend="italic">A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.</hi>
               </salute>
               <dateline>Napoli 27 Maggio 1837.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio carissimo papà. Ella stenterà forse a crederlo, ma la sua carissima de' 21 di marzo, segnata qui con la data del primo di aprile, mi fu mandata dalla posta agli 11 di maggio insieme con altre due lettere segnate dei tre d'aprile. Ricevuta che l'ebbi, sono stato assalito per la prima volta della mia vita da un vero e legittimo asma che m'impedisce il camminare, il giacere e il dormire, e mi trovo costretto a risponderle di mano altrui a causa del mio occhio diritto minacciato di amaurosi o di cateratta. Non so veramente donde l'amico di Fucili potesse avere le buone nuove che recò di me; il quale tornato di campagna malato ai 16 di febbraio, non uscii mai di camera fino ai 15 di marzo, e da quel giorno a questo non sono arrivato ad uscire una quindicina di volte solo per passeggiare senza vedere alcuno.</p>
            <p>Ella non creda che qui sia facile il subaffittare un quartino dopo i 4 di maggio, perchè la stessa fretta che tutti hanno di provvedersi prima di quel termine, fa che, passato quello, tutti si trovano provveduti, e le case restano senza valore. I forestieri che vengono per pochi mesi non si muovono dalle locande, non potendo andare comperando e rivendendo mobili. Non subaffittando poi il quartino, più che mai difficile sarebbe, non pagando anticipatamente l'intera annata, di partire e soprattutto di estrarre i mobili e il letto, che non sono miei, perchè i padroni di casa hanno il diritto non solo di ritenere il mobile, ma d'impedire il passaporto, protetti dalle leggi in ogni maniera e diffidentissimi per la grandezza della città e per la marioleria universale. Tutte queste difficoltà forse si potrebbero appianare finalmente. Ma la difficoltà principale è quella del cholèra, ricominciato qui, come si era previsto, ai 13 di aprile, e d'allora in qua cresciuto sempre, benchè il governo si sforzi di tenerlo celato. Si teme qui che all'esempio di Marsiglia il secondo cholèra sia superiore al primo, il quale anche in Marsiglia cominciò in ottobre, e fatta piccola strage ritornò in aprile. Qui il secondo cholèra dovrebb'essere doppio del primo, perchè la malattia avesse da Napoli il contingente proporzionato alla popolazione. Le comunicazioni furono aperte per due o tre giorni verso il 20 di aprile; ma risaputosi il ritorno del contagio, i rigori sono raddoppiati. La quarantina non si fa sulla strada di Roma, ma a Rieti, dove si va per la via degli Abruzzi ch'è piena di ladri, e chi volesse toccare Roma o sia diretto a Roma deve da Rieti tornare indietro. Il dispendio dei venti giorni sarebbe gravissimo per le tasse sulle quali nulla si può risparmiare e che sono sempre calcolate a grandi proporzioni, come accade ai poveri viaggiatori, e il pericolo non sarebbe anche piccolo di dover convivere per venti giorni con persone sospette nella camera che la discrezione degli albergatori vi assegnasse. Finalmente il partire a cholèra avanzato si disapprova da tutti i periti, essendosi conosciuto per esperienza di tutti i paesi che il cambiamento dell'aria sviluppa la malattia negli individui, e non essendo pochi gli esempi di quelli che partiti sani da un luogo infetto sono morti di cholèra arrivando tra le braccia dei loro parenti in un luogo sano. Se scamperò dal cholèra e subito che la mia salute lo permetterà, io farò ogni possibile per rivederla in qualunque stagione, perchè ancor io mi do fretta, persuaso oramai dai fatti di quello che sempre ho preveduto che il termine prescritto da Dio alla mia vita non sia molto lontano. I miei patimenti fisici giornalieri e incurabili sono arrivati con l'età ad un grado tale che non possono più crescere: spero che superata finalmente la piccola resistenza che oppone loro il moribondo mio corpo, mi condurranno all'eterno riposo che invoco caldamente ogni giorno non per eroismo, ma per il rigore delle pene che provo.</p>
            <p>Ringrazio teneramente Lei e la Mamma del dono dei dieci scudi, bacio le mani ad ambedue loro, abbraccio i fratelli, e prego loro tutti a raccomandarmi a Dio acciocchè dopo ch'io gli avrò riveduti una buona e pronta morte ponga fine ai miei mali fisici che non possono guarire altrimenti. Il suo amorosissimo figlio Giacomo.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di A.Tommasini (1837)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI ANTONIETTA TOMMASINI</hi>
               </byline>
               <dateline>Parma 5 Giugno 1837.</dateline>
            </opener>
            <p>Mio caro Leopardi. Ho ricevuto il pacco de' libri che m'inviaste; mi furono carissimi, ed assai vi ringrazio della vostra bontà, per la quale avete voluto darvi pensiero del mio libricciuolo. La <hi rend="italic">Storia</hi> del Sig.r Ranieri venne letta dal nostro Giordani, da mio marito, e da Ferdinando, i quali tutti colmaronla di elogi, e sentirono col massimo rincrescimento che il seguito non poteva uscire alla luce. Ma perciò appunto sia lode a lui, che secondando i moti dell'animo, scelse un genere di scrittura che fu ognora il più grande, il più difficile; che in queste nostre miserie è il più pericoloso; e seppe con uno stile robusto, limpido, con una chiarezza ed un vigore non comuni adempiere al grande soggetto.</p>
            <p>Che vi dirò io, mio buon amico, delle vostre divine poesie? Ciò che ne grida la fama nell'Italia, nel mondo; ciò che ne griderà in tutti i secoli futuri. Pur pure lasciate ch'io creda di sentirle nel fondo dell'anima più di qualunque altro. E perchè? mi direte. Perchè niuna cosa mi annienta quant'esse; ma pur niuna mi porta con forza invincibile, con moti profondi e santi nell'estasi di una <hi rend="italic">vera esistenza</hi>.</p>
            <p>Qui accluso troverete un biglietto di Giordani, il quale mi dispensa dal parlarvi ancora della <hi rend="italic">Strenna</hi> di cui vi scrissi.</p>
            <p>Io, e tutti i miei vi salutiamo dall'animo, e siamo dolentissimi nel sentire che il vostro occhio diritto è minacciato di un'amaurosi. Ferdinando, e l'Adelaide che incomincia ad alzarsi, ebbero carissimo il vostro foglio, al quale risponderanno in breve. Fate di scrivermi, egregio amico mio, e siate persuaso di possedere tutto il mio affetto e la mia stima. Addio.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di P.Giordani (1837)">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI PIETRO GIORDANI</hi>
               </byline>
               <date>[Parma 5 Giugno 1837].</date>
            </opener>
            <p>Leopardi mio carissimo. Spero che mediante la nostra Antonietta queste mie poche parole abbiano fortuna di arrivarti: e prima di tutto ti diranno che io sono sempre lo stesso per te; e spero che tu non dimentichi o dispregi tanto mio amore costante.</p>
            <p>Il pensiero di Bravetta è di fare una <hi rend="italic">Strenna</hi> che vaglia un poco meglio delle molte che si fanno, e non vagliono niente. Il pensiero è buono; perchè si vorrebbe un libro che non dovesse vergognarsi degli stranieri, e in Italia potesse leggersi con piacere e qualche profitto. Perciò non si possono mettere in tal libro cose già stampate. Nè però ti è necessario affaticarti a far cosa nuova, se ciò non ti è comodo. Qualunque tua cosa inedita, e di prosa e di verso, sarà un regalo prezioso, e il tuo nome un grande onore. Spero che i preti sieno un pochetto meno possenti a seccare a Milano. Però, per non perder tempo, manda pure a Milano - al signor Sante Bravetta stampatore libraio - quello che puoi favorirci, e per mezzo dell'Antonietta fammi sapere di aver mandato. Con tutto il cuore ti abbraccio, e ti prego di volermi sempre bene.</p>
         </div1>
         <div1 n="Di M.Duranti">
            <opener>
               <byline>
                  <hi rend="italic">DI MARGHERITA DURANTI</hi>
               </byline>
            </opener>
            <p>Stimatiss.o Sig.r Conte. Non li posso esprimere il piacere che io ho avuto nel riscontro del di lei favore usatomi per parte della Sig.ra Rosa, non lo crederà che io non sarei stata al caso di communicarli la mia circostanza, atteso che il giorno 14 essendo festa il banco era chiuso e, perciò mi sono trovata scarsa di denaro, ringraziandola di vero cuore e mi dichiaro di V.S. Ill.ma U.ma Serva</p>
            <closer>
               <signed>MARGARITA DURANTI.</signed>
            </closer>
         </div1>
      </body>
   </text>
</TEI.2>