<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<!DOCTYPE TEI.2 SYSTEM "http://bibliotecaitaliana.it/dtd/bibit.dtd">
<TEI.2>
<teiHeader>
  <fileDesc>
    <titleStmt>
      <title>Alcune poesie di Ripano Eupilino</title>
      <author>Giuseppe Parini</author>
    </titleStmt>
    <extent>132 Kb in UTF-8</extent>
    <publicationStmt>
      <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
      <pubPlace>Roma</pubPlace>
      <date>2003</date>
      <idno>bibit000102</idno>
      <availability>
        <p>Questa risorsa digitale è liberamente accessibile per uso
              personale o scientifico. Ogni uso commerciale è vietato</p>
      </availability>
    </publicationStmt>
    <seriesStmt>
      <title>Collezione BibIt</title>
    </seriesStmt>
    <sourceDesc>
      <bibl>
        <title>Tutte le poesie...</title>
        <author>Parini, Giuseppe</author>
        <editor id="ed">Mazzali, Ettore</editor>
        <publisher>Ceschina</publisher>
        <pubPlace>Milano</pubPlace>
        <date>1968</date>
      </bibl>
    </sourceDesc>
  </fileDesc>
  <encodingDesc>
                  <samplingDecl>
                    <p>Tutti i materiali paratestuali della fonte cartacea non riconducibili alla
                      responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
                      digitale</p>
                  </samplingDecl>
                  <editorialDecl>
                    <correction method="silent" status="medium">
                      <p>Livello medio: controllo a video con collazione con edizione di
                      riferimento</p>
                    </correction>
                    <quotation form="data" marks="all">
                      <p>I simboli di citazione e di discorso diretto presenti sulla fonte cartacea
                        sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
                    </quotation>
                    <hyphenation eol="none">
                      <p>I trattini di sillabazione a fine riga sono stati soppressi e le parole
                        ricomposte</p>
                    </hyphenation>
                  </editorialDecl>
    <classDecl><taxonomy id="CDD"><bibl>Classificazione Decimale Dewey</bibl></taxonomy><taxonomy id="CGB"><bibl>Classificazione generi BibIt</bibl></taxonomy></classDecl></encodingDesc>
  <profileDesc>
    <creation>
      <date>700</date>
    </creation>
    <langUsage><language id="ita"/><language id="lat">Latino</language></langUsage>
    <textClass>
      <keywords scheme="CDD">
        <term>851.6 - POESIA ITALIANA. 1748-1814</term>
      </keywords>
      <keywords scheme="CGB">
        <term>Poesia</term>
      </keywords>
    </textClass>
  </profileDesc>
  <revisionDesc>
    <change>
      <date>Data sconosciuta anteriore al 2000</date>
      <respStmt>
        <name>LIZ</name>
      </respStmt>
      <item>Digitalizzazione</item>
    </change>
    <change>
      <date>Data sconosciuta anteriore al 2000</date>
      <respStmt>
        <name>LIZ</name>
      </respStmt>
      <item>Correzione linguistica</item>
    </change>
    <change>
      <date>2003-07-08T00:00:00.000+02:00</date>
      <respStmt>
        <name>Gabriele Masini</name>
        <name>BIBIT</name>
      </respStmt>
      <item>Codifica XML - Codifica con software</item>
    </change>
    <change>
      <date>2003-07-14T00:00:00.000+02:00</date>
      <respStmt>
        <name>Elena Pierazzo</name>
        <name>BIBIT</name>
      </respStmt>
      <item>Validazione</item>
    </change>
  </revisionDesc>
</teiHeader>
<text>
<body>
<div1 type="introduzione">
<head>A' LEGGITORI</head>
<p>Io parrò forse troppo arrischiato mandando al Pubblico
questa piccola parte delle mie Rime in tempo che, essendo
ogni maniera di letteratura al suo colmo venuta, ogni
leggier macchia che in un libro si trovi vien da giudiziosi
uomini conosciuta e ripresa. Ma chiunque vorrà por mente al
fine ch'io mi son proposto e alla cautela da me usata
pubblicandole, credo che non potrà di soverchia arditezza o
temerità ragionevolmente accusarmi. Perciocché né sciocca
pompa di comparir tra' saggi né vano disio di lode né verun
altro mio consimil pensiere mi ha confortato a dar fuori
questo picciol libretto; ma puramente una cotal mia
vaghezza, di saper dal Pubblico, siccome io penso, giusto e
sincero estimator dell'opere altrui, quale io sia per
riuscir nel poetico mestiere, mi ha stimolato a far ciò.
Perocché, leggendo gli amatori degli ameni studii queste
Poesie, e ora per l'un capo biasimandole cortesemente, e ora
per l'altro graziosamente commendandole, e le lodi o i
biasimi loro pervenendomi all'orecchio, io potrò, ove gli
uni all'altre sopravanzino, lo incominciato cammin
tralasciare, e dare alle Muse un eterno addio, e ove al
contrario questi sieno soperchiati da quelle, animarmi a
salir con più vigore il sacro giogo e procacciarmi qualche
fronda di lauro in Parnaso. Per tal motivo io ho voluto
scêrre, da' miei poetici lavori, varii di vario argomento e
di varie spezie; acciocché, veggendoli, il Pubblico mi
sappia poi dire a qual maniera di comporre io debba
appigliarmi, e quale intralasciare. Voi ci troverete
addunque nel presente volumetto componimenti e sacri e
morali e amorosi e pastorali e pescatorii e piacevoli e
satirici e di molte altre guise, i quali, ove di poco valor
fossero, colla loro varietà almeno sarannovi di noia minore.
La qual noia medesima io mi sono studiato a mio poter di tôr
via, con lo scêrre sì poco numero di componimenti, non
volendo colla moltitudine de' miei pessimi versi il secolo
nostro incomodare. Senzaché io non sento poi così bassamente
di me medesimo, che non confidi poterci essere in questo
libro parecchi lavori che, qual colla limatezza, alcuno
colla novità, tale coll'evidenza, e tal altro col
particolare e nuovo suo gusto, in vece di noia, diletto vi
porgeranno. Il che quantunque sia per negarmisi da certi
matti abbaiatori che o per astio o per altra cotal loro
passione vorranno che io non ci abbia nulla di buono; spero
che voi, onesti e discreti lettori, confesserete esser vero,
siccome alla prova potete conoscer leggendo. Al quale
effetto io, senza più aggiugner, vi lascio. State sani.
</p>
<p>Tutte l'espressioni, che a qualunque orecchio più
delicato possano sonar male, si attribuiscano alla libertà
della Poesia, sia Amorosa che Satirica, Berniesca o di
qual'altra specie essa sia, e non già a' sentimenti
dell'animo dell'Autore, che crede da buon cattolico, e in
ogni luogo e tempo vuol essere figliuolo ubbidiente della
Santa Chiesa.
</p></div1>
<div1 type="poesia">
<head>I</head>
<lg type="sonetto">
<lg>
<l>Voi, che sparsi ascoltate in rozzi accenti</l>
<l>i pregi eccelsi della Donna mia,</l>
<l>non istupite, se tra questi fia</l>
<l>cosa ch'avanzi 'l creder delle genti;</l>
</lg>
<lg>
<l>poichè, sebbene per laudarla i' tenti</l>
<l>le penne alzar per ogni alpestre via,</l>
<l>quel che meglio però dir si devria,</l>
<l>riman coperto alle terrene menti.</l></lg>
<lg>
<l>Nè sia chi dall'esterno mio dolore,</l>
<l>onde in pianti mi struggo a poco a poco,</l>
<l>misuri la pietà dentro al suo core:</l></lg>
<lg>
<l>perchè, quantunque in ogni tempo e loco</l>
<l>far mostra i' soglia del mio grande ardore,</l>
<l>assai maggior, ch'i' non dispiego, è 'l foco.</l></lg>
</lg>
</div1>
<div1 type="poesia">
<head>II</head>
<lg type="sonetto">
<lg>
<l>Candido in Cielo e di be' raggi adorno</l>
<l>splendeva il Sole oltre l'usato stile,</l>
<l>e vestivas'il colle e 'l prato umìle</l>
<l>d'ogni fior più leggiadro intorno intorno:</l></lg>
<lg>
<l>qual su' rami d'un faggio e qual d'un orno,</l>
<l>ogni augel più canoro e più gentile</l>
<l>s'udia cantar, sicchè 'l più oscuro e vile</l>
<l>facea col canto a Filomena scorno:</l></lg>
<lg>
<l>per le frondi degli alberi battea</l>
<l>Zefiro l'ali, e ogni ruscel più mondo</l>
<l>saltellando tra' sassi al mar correa:</l></lg>
<lg>
<l>e con più dolce volto e più giocondo</l>
<l>ridea Cupido e l'amorosa Dea,</l>
<l>il dì che nacque la mia Donna al mondo.</l></lg>
</lg>
</div1>
<div1 type="poesia">
<head>III</head>
<lg type="sonetto">
<lg>
<l>Il dì che nacque la mia Donna al mondo,</l>
<l>dal lavoro immortal stupida sorse</l>
<l>la Madre delle cose, e 'l guardo torse</l>
<l>a mirar lo spettacolo giocondo.</l></lg>
<lg>
<l>Indi, volgendo il grave ciglio a tondo,</l>
<l>fisò le luci nell'età trascorse:</l>
<l>di poi, sorpresa e di sè stessa in forse,</l>
<l>fin del suo centro le calò nel fondo.</l></lg>
<lg>
<l>Poi disse: — E qual sì nobile fattura</l>
<l>dell'antiche bellezze e delle nove</l>
<l>gl'illustri pregi alteramente oscura?</l></lg>
<lg>
<l>E di qual parte sì gran Donna move,</l>
<l>che coll'alta beltà vince Natura?</l>
<l>Se nel Ciel non è fatta, i' non so dove. —</l></lg>
</lg>
</div1>
<div1 type="poesia">
<head>IV</head>
<lg type="sonetto">
<lg>
<l>Donna, se tu scorgessi il grande ardore</l>
<l>che nel mio sen per tua beltà s'apprese,</l>
<l>ben diresti che tal mai non accese</l>
<l>in cor gentil d'innamorato Amore.</l></lg>
<lg>
<l>Qui star vedresti quel divin Signore</l>
<l>temperando gli strali ond'ei m'offese,</l>
<l>ed a' colpi di lui senza difese</l>
<l>servir d'incude il mio medesmo core;</l></lg>
<lg>
<l>e vedresti siccome mi divora</l>
<l>dolcemente del petto in ogni loco</l>
<l>la bella fiamma che vi cresce ognora;</l></lg>
<lg>
<l>e tutti i miei pensieri a poco a poco,</l>
<l>come fanciulli timidetti ancora,</l>
<l>scaldars'intorno a sì leggiadro foco.</l></lg>
</lg>
</div1>
<div1 type="poesia">
<head>V</head>
<lg type="sonetto">
<lg>
<l>O pellegrin, che non vedesti mai</l>
<l>la donna mia, deh su vieni a vedella,</l>
<l>ch'io ti giuro che mai altra più bella</l>
<l>nel tuo lungo girar vista non hai.</l></lg>
<lg>
<l>D'esser uomo non più ti penserai</l>
<l>poichè sii giunto alla presenza d'ella,</l>
<l>tanto al su' aspetto e tanto a la favella</l>
<l>dolce in seno piacer ti sentirai.</l></lg>
<lg>
<l>Vien, che nulla varrammi aver parlato,</l>
<l>quando tu nel bel guardo e nel bel riso</l>
<l>mille cose più grandi avrai mirato.</l></lg>
<lg>
<l>Vieni, e in partir da quel benigno viso,</l>
<l>e mai cèrcati alcun dove se' stato,</l>
<l>tu rispondigli tosto: — In Paradiso. —</l></lg>
</lg>
</div1>
<div1 type="poesia">
<head>VI</head>
<lg type="sonetto">
<lg>
<l>Spesso mi torna il dolce tempo a mente,</l>
<l>quando, seduto con la donna mia,</l>
<l>io le narrava dolorosamente</l>
<l>la pena del mio core intensa e ria.</l></lg>
<lg>
<l>Ella, bassando gli occhi dolcemente,</l>
<l>il volto d'un rossor dolce copria,</l>
<l>e, per le labbra a consolarmi intente,</l>
<l>a' dolcissimi accenti il varco apria:</l></lg>
<lg>
<l>e tanta gioia aveva nel seno accolta,</l>
<l>ch'all'udir le parole alme e gioconde</l>
<l>l'alma sen giva pellegrina e sciolta.</l></lg>
<lg>
<l>Or nullo, fuorchè i sassi, i tronchi e l'onde,</l>
<l>il mio sì lungo sospirare ascolta;</l>
<l>e a consolarmi, oimè, chi mi risponde?</l></lg>
</lg>
</div1>
<div1 type="poesia">
<head>VII</head>
<lg type="sonetto">
<lg>
<l>Udrammi dunque Amor tristi e dogliosi</l>
<l>condur sempre in lamenti e giorni ed anni,</l>
<l>senza volger giammai gli occhi pietosi</l>
<l>a mirar le mie pene ed i miei danni?</l></lg>
<lg>
<l>Dunque in vedere da' pensier tiranni</l>
<l>girsen tant'altri alfin vittoriosi,</l>
<l>io solo, in mezzo a disperati affanni,</l>
<l>invidiando andrò gli altrui riposi?</l></lg>
<lg>
<l>Ma stolto! a che le volontarie offese</l>
<l>i' vo piangendo e quegli amati guai,</l>
<l>onde l'alma non mai volle disciorse?</l></lg>
<lg>
<l>E quante volte la Ragion cortese</l>
<l>per sottometterne pur la man mi porse,</l>
<l>io strinsi le catene, e la scacciai?</l></lg>
</lg>
</div1>
<div1 type="poesia">
<head>VIII</head>
<lg type="sonetto">
<lg>
<l>Dunque, Manzon, scorgesti i vaghi rai</l>
<l>e 'l bel volto, e la man bianca e gentile,</l>
<l>cui riveder col suo perverso stile</l>
<l>a me 'l fiero destin non lascia mai?</l></lg>
<lg>
<l>O te beato, se comprender sai</l>
<l>quanto piacere a null'altro simìle</l>
<l>vien dal mirar donna sì altera e umìle,</l>
<l>ch'uomo può trar fuore da' più tristi guai!</l></lg>
<lg>
<l>Perchè allora il mio cor tu non avesti,</l>
<l>che più nove bellezze in volto a lei,</l>
<l>colla scorta d'Amor vedute avresti!</l></lg>
<lg>
<l>Anzi, perchè cangiarme i' non potei</l>
<l>tutto in te stesso! e quel che tu godesti</l>
<l>io medesimo e più goduto avrei.</l></lg>
</lg>
</div1>
<div1 type="poesia">
<head>IX</head>
<lg type="sonetto">
<lg>
<l>E pur ten riedi già, dolce pensiero,</l>
<l>dal vago aspetto del divin mio sole;</l>
<l>e 'l volto mi descrivi e le parole</l>
<l>dolci e leggiadre, ond'io pur ardo e spero.</l></lg>
<lg>
<l>Deh pietoso mi di' per qual sentiero</l>
<l>sì breve alla mia donna ognor tu vole;</l>
<l>ch'anch'io vo' gir là 've quell'alte e sole</l>
<l>bellezze un giorno prigionier mi fèro.</l></lg>
<lg>
<l>Anzi teco verrò; nè del desio</l>
<l>temi, che la penna men veloce e snella</l>
<l>m'abbia punto a tardar del volo mio;</l></lg>
<lg>
<l>però che Amor, coll'aurea sua facella,</l>
<l>d'ogni peso terren purgommi; ond'io</l>
<l>quale accesa mi muovo agil fiammella.</l></lg>
</lg>
</div1>
<div1 type="poesia">
<head>X</head>
<lg type="sonetto">
<lg>
<l>Ecco 'l grand'arco in alto e la saetta</l>
<l>dell'antico Signor, che mi spaventa;</l>
<l>e come l'alma il suo poter ne senta</l>
<l>tutta stammi dubbiosa in sen ristretta.</l></lg>
<lg>
<l>Ahi che 'l crudo tiranno aspra vendetta</l>
<l>fa dell'essermi sciolto, e mi tormenta!</l>
<l>Nè sol di rilegarmi or si contenta,</l>
<l>ma in prigion mi rinchiude anco più stretta:</l></lg>
<lg>
<l>e lontan dal bel cibo ond'io vivrei</l>
<l>vuol, per somma fierezza e crudeltate,</l>
<l>ch'io finisca per fame i giorni miei.</l></lg>
<lg>
<l>O te felice, te cento fiate,</l>
<l>Tirsi, che presso alla tua donna sei</l>
<l>e viver puoi delle sembianze amate!</l></lg>
</lg>
</div1>
<div1 type="poesia">
<head>XI</head>
<lg type="sonetto">
<lg>
<l>— Quando fia mai quel dì che tu ti sciolga</l>
<l>— i' dico all'alma — da un sì basso affetto?</l>
<l>Oh qual viltate, ch'ad amar si volga</l>
<l>l'alma, cosa immortal, mortale obbietto! —</l></lg>
<lg>
<l>Ella risponde: — Allor fia ch'io disciolga</l>
<l>il bel nodo ch'è intorno a me ristretto,</l>
<l>quando il Signor dell'universo accolga</l>
<l>niun amore in vêr me dentro al suo petto;</l></lg>
<lg>
<l>poichè, com'ei con immortal desio</l>
<l>ama me, ch'appo lui son ombra vile,</l>
<l>sì rivolto a un bel corpo è l'amor mio.</l></lg>
<lg>
<l>E s'egli in me, vil creatura umìle,</l>
<l>ama d'un Dio l'immago, in quello anch'io</l>
<l>amo l'idea d'un'alma alta e gentile. —</l></lg>
</lg>
</div1>
<div1 type="poesia">
<head>XII</head>
<lg type="sonetto">
<lg>
<l>Qual dolce spiritello entro alle dita,</l>
<l>Amarilli gentil, nascoso avete,</l>
<l>che tanta, ognor ch'al suon voi le movete,</l>
<l>gioia versa ne' cori alma e gradita?</l></lg>
<lg>
<l>Certo Amor, e non altri, è che v'incìta</l>
<l>la mano in cui tanto piacer chiudete;</l>
<l>ond'ella poi, senza trovar mai quiete,</l>
<l>così lieve passeggia e sì spedita.</l></lg>
<lg>
<l>Sì certo, è Amor, che in un cor voi pur tocca</l>
<l>l'ebano che col fil d'oro si connette,</l>
<l>perchè divino è 'l suon ch'indi trabocca:</l></lg>
<lg>
<l>e mentre avvien che l'armonia ci allette,</l>
<l>ei dall'avorio della man ne scocca</l>
<l>le invisibili sue crude saette.</l></lg>
</lg>
</div1>
<div1 type="poesia">
<head>XIII</head>
<lg type="sonetto">
<lg>
<l>Filli, qualor con un bel nastro appeso</l>
<l>lo strumento gentil dal sen vi pende,</l>
<l>e la candida man, ch'or sale, or scende,</l>
<l>il suon tragge dal fil tremulo e teso,</l></lg>
<lg>
<l>d'esser mi par sovra le stelle asceso,</l>
<l>lo cui girar tant'armonia comprende,</l>
<l>o che qui, dove il vostro suon ne accende,</l>
<l>sia di là qualche spirto a noi disceso.</l></lg>
<lg>
<l>E sì cred'io; poichè, non men che 'l suono,</l>
<l>celeste avete anco il sembiante, in cui</l>
<l>quel bel fuoco riluce, ond'arso i' sono.</l></lg>
<lg>
<l>Ed oh beato ben sarìa colui</l>
<l>che di vosco finire avesse in dono</l>
<l>a sì dolce concento i giorni sui!</l></lg>
</lg>
</div1>
<div1 type="poesia">
<head>XIV</head>
<lg type="sonetto">
<lg>
<l>Fra gl'impeti d'Amore e di Fortuna,</l>
<l>or da quella balzato, or da quest'onda,</l>
<l>non ch'io mai giunga ad afferrar la sponda,</l>
<l>pur non veggio un chiaror di speme alcuna.</l></lg>
<lg>
<l>Ma irato maggiormente il ciel s'imbruna</l>
<l>e la tempesta sovra me più inonda;</l>
<l>sicch'io non trovo parte ove m'asconda</l>
<l>dal gran furor che intorno a me s'aduna.</l></lg>
<lg>
<l>S'i' n'esco mai, di Libertate al tempio</l>
<l>le rotte spoglie vo' sacrare, e voglio</l>
<l>ch'elle ad ogni mortal servan d'esempio:</l></lg>
<lg>
<l>e s'alcuno fia poi di tanto orgoglio</l>
<l>che si fidi ad un mar sì crudo ed empio,</l>
<l>deh sommergasi, o rompa in uno scoglio!</l></lg>
</lg>
</div1>
<div1 type="poesia">
<head>XV</head>
<lg type="sonetto">
<lg>
<l>Ecco Bromio, pastori, ecco Lieo</l>
<l>col tirso in mano e co' fanciulli accanto:</l>
<l>udite il suon medesmo, udite il canto</l>
<l>col qual già in Tebe il grande ingresso ei feo.</l></lg>
<lg>
<l>Ecco Sileno, che di vin s'empieo</l>
<l>l'irsuta barba e 'l setoloso manto,</l>
<l>e percotendo va di tanto in tanto</l>
<l>l'asin che sol di sua vecchiezza è reo.</l></lg>
<lg>
<l>Tirsi, quel bel monton che t'addit'io</l>
<l>presso quell'elce, con un colpo atterra,</l>
<l>indi sacralo allegro al grasso Dio;</l></lg>
<lg>
<l>e tu, Damon, che se' robusto, afferra</l>
<l>Sileno e l'asinel pigro e restìo;</l>
<l>che va 'l cavallo e 'l cavaliere a terra.</l></lg>
</lg>
</div1>
<div1 type="poesia">
<head>XVI</head>
<lg type="sonetto">
<lg>
<l>Questo biondo covon di bica or tolto,</l>
<l>penda innanzi al tu' altar, santa Vacuna:</l>
<l>poichè felicemente oggi raccolto</l>
<l>dal campo abbiam le spighe ad una ad una.</l></lg>
<lg>
<l>Ecco che noi giacciam col sen disciolto,</l>
<l>or che s'alza la notte umida e bruna:</l>
<l>tu 'l sudore ne tergi, e intorno al volto</l>
<l>colla dolce quiete i sogni aduna. —</l></lg>
<lg>
<l>Tai cose i mietitor, da le fatiche</l>
<l>del dì tornati, poichè 'l sol cadea,</l>
<l>dicevano sdraiati in su le biche:</l></lg>
<lg>
<l>e in tanto il bue, che 'l dì trainato avea,</l>
<l>in disparte pascevasi di spiche,</l>
<l>e lo stanco drappel non v'attendea.</l></lg>
</lg>
</div1>
<div1 type="poesia">
<head>XVII</head>
<lg type="sonetto">
<lg>
<l>Poichè ciascun vendemmiator si sente,</l>
<l>mentre toglie alla vite i pondi suoi,</l>
<l>tra gli scherzi e le risa, inni altamente</l>
<l>cantare al Domator de' liti eoi,</l></lg>
<lg>
<l>togli, Graspin, la cesta ed il tagliente</l>
<l>picciolo ferro adunco, e andiam pur noi</l>
<l>tra le viti colà; ma tieni a mente</l>
<l>di non tanto mangiar, se bèr tu vuoi.</l></lg>
<lg>
<l>Vedi come quel tralcio il palo fasci?</l>
<l>Quivi con Filli a sgrappolar ti metti,</l>
<l>dove l'uva mi par legata a fasci.</l></lg>
<lg>
<l>Ma non far poi che sì colei t'alletti</l>
<l>co' cenni o col gracchiar, che tu ne lasci</l>
<l>sotto l'avare frasche i grappoletti.</l></lg>
</lg>
</div1>
<div1 type="poesia">
<head>XVIII</head>
<lg type="sonetto">
<lg>
<l>Ahi quante, ahi quante di pietate ignudi</l>
<l>fan prede i lupi de le fresche agnelle;</l>
<l>sì che non val ch'a vigilar su quelle</l>
<l>il povero pastor fatichi e sudi!</l></lg>
<lg>
<l>Questa felice è ben che i denti crudi</l>
<l>de le belve non teme ingorde e felle;</l>
<l>poi che dal branco de le pecorelle,</l>
<l>almo pastor, la togli e la rinchiudi.</l></lg>
<lg>
<l>Qui non la guasteran fascini o incanti;</l>
<l>ma vedrai come bella senza scabbia</l>
<l>di più candide lane ognor s'ammanti:</l></lg>
<lg>
<l>e fia che 'l lupo indarno giri, ed abbia</l>
<l>in fine a starsi all'ovil chiuso innanti,</l>
<l>alto ululando per disdegno e rabbia.</l></lg>
</lg>
</div1>
<div1 type="poesia">
<head>XIX</head>
<lg type="sonetto">
<lg>
<l>Sì vaga pianta e sì gentil avea</l>
<l>con mie lunghe fatiche a tal ridutta,</l>
<l>che le sue fronde invidiar parea</l>
<l>ogni arboscello, anzi la selva tutta;</l></lg>
<lg>
<l>nè più di borea o d'aquilon temea</l>
<l>contra i be' rami suoi l'orrida lutta;</l>
<l>ma lieto alla sua dolce ombra sedea,</l>
<l>pur cogliendone alfin le prime frutta:</l></lg>
<lg>
<l>quando Giove improvviso ecco disserra</l>
<l>fulmine, che col colpo i rami adorni</l>
<l>in uno e me con lo spavento atterra.</l></lg>
<lg>
<l>Or giace il parto di sì lunghi giorni;</l>
<l>ed io stommi guardando in su la terra</l>
<l>ch'alcun germoglio a pullular ritorni.</l></lg>
</lg>
</div1>
<div1 type="poesia">
<head>XX</head>
<lg type="sonetto">
<lg>
<l>Quella pianta gentil, ch'avea battuta</l>
<l>con le folgori Giove in sul terreno,</l>
<l>così rapidamente era cresciuta</l>
<l>ch'i' n'avea colmo di dolcezza il seno.</l></lg>
<lg>
<l>Ma 'l mio compagno agricoltor veduta</l>
<l>non prima l'ebbe che, d'invidia pieno,</l>
<l>sentì pungersi il cor d'aspra feruta,</l>
<l>sol volendo indiviso arbor sì ameno.</l></lg>
<lg>
<l>Con ascosa pertanto ignobil arte</l>
<l>i be' frutti m'invola, e pien di duolo</l>
<l>me 'l tronco ad adorar lascia in disparte.</l></lg>
<lg>
<l>Torna, o Giove, a cacciar l'arbore al suolo;</l>
<l>chè, chi niun vuol de' suoi piaceri a parte,</l>
<l>ben non merta costui di goder solo.</l></lg>
</lg>
</div1>
<div1 type="poesia">
<head>XXI</head>
<lg type="sonetto">
<lg>
<l>Accendi il foco, Elpin, mentr'io mi bendo</l>
<l>de le candide fasce il crine e 'l petto;</l>
<l>e non temer del mio cangiato aspetto,</l>
<l>or che 'l magico Nume in sen comprendo.</l></lg>
<lg>
<l>Ecco la mano alla sacr'ara io stendo,</l>
<l>e 'l vergin zolfo in su la fiamma getto,</l>
<l>e tre grani d'incenso indi vi metto,</l>
<l>il suono alzando de' miei versi orrendo.</l></lg>
<lg>
<l>Già dall'acceso altar par che si sciolga</l>
<l>il fumo inverso il ciel salendo, e parmi</l>
<l>che 'l ciel commosso le mie preci accolga.</l></lg>
<lg>
<l>Or quella fiera, che non vuol mirarmi</l>
<l>per continuo pregare, a me si volga</l>
<l>almen per forza de' possenti carmi.</l></lg>
</lg>
</div1>
<div1 type="poesia">
<head>XXII</head>
<lg type="sonetto">
<lg>
<l>I' muoio alfine; alfine, o cruda Eumolpi,</l>
<l>su quest'umide reti entro a la barca</l>
<l>giacer mi vedi, e te non fia ch'io incolpi,</l>
<l>che d'un freddo sospir mi se' ancor parca.</l></lg>
<lg>
<l>Non temer più del mio tridente i colpi,</l>
<l>squamoso gregge; alfin colui sen varca</l>
<l>ad altro lito, che di tenie e polpi</l>
<l>ogni nassa traea dall'onde carca.</l></lg>
<lg>
<l>Toglietevi, o compagni, or le mie canne</l>
<l>(ah mille volte le lor cime a voi</l>
<l>veder curve sia dato!) e le mie reti.</l></lg>
<lg>
<l>Questo legnetto sol meco verranne,</l>
<l>per varcare, atra Stige, i gorghi tuoi,</l>
<l>quando Caronte a un sì infelice il vieti.</l></lg>
</lg>
</div1>
<div1 type="poesia">
<head>XXIII</head>
<lg type="sonetto">
<lg><l>Pendi, mia cetra umìl, da questo salce</l>
<l>senza man che ti svegli e senza corde;</l>
<l>poichè a calmar le cure inique e sorde</l>
<l>il tuo tenero suon punto non valce.</l></lg>
<lg>
<l>Già presso è Morte coll'orribil falce,</l>
<l>e 'l Veglio che le cose atterra e morde;</l>
<l>nè avvien, bench'i' col mio gridar gli assorde,</l>
<l>ch'ognor di loro non mi segua e incalce.</l></lg>
<lg>
<l>Miser n'andrò fra gli amorosi mirti,</l>
<l>e risonar farovvi ogni pendice,</l>
<l>mescendo il pianto mio con gli altri spirti.</l></lg>
<lg>
<l>E tu ti rimarrai, se tanto lice,</l>
<l>tra' pastor d'este selve incolti ed irti,</l>
<l>d'una picciol conforto ombra infelice.</l></lg>
</lg>
</div1>
<div1 type="poesia">
<head>XXIV</head>
<lg type="sonetto">
<lg>
<l>Lungo 'l Sagrin, mentre i pastor le gote</l>
<l>gonfiando van su le ineguali canne,</l>
<l>amico, i' so ch'assai più dolce andranne</l>
<l>lor suon congiunto a le tue dolci note.</l></lg>
<lg>
<l>E intanto che 'l commosso aere percote</l>
<l>l'opposte rupi, da le sue capanne</l>
<l>ogni Ninfa silvestre a udir verranne</l>
<l>tuo canto, che le fère addolcir puote.</l></lg>
<lg>
<l>O te felice, al quale il destro Fato</l>
<l>tant'ozio dona, e a rustical concento</l>
<l>dentro al paterno suol vivi beato!</l></lg>
<lg>
<l>Ahi! me non già, infin ch'a forza intento</l>
<l>a sè mi tenga il dubitoso piato</l>
<l>che nel Fòro usar suol garrulo e lento.</l></lg>
</lg>
</div1>
<div1 type="poesia">
<head>XXV</head>
<lg type="sonetto">
<lg>
<l>Da questo cerchio, che sul lito io segno</l>
<l>colla verga tremenda, e in cui ti metto,</l>
<l>non partirti, o Damone, e tieni in petto</l>
<l>le sillabe possenti ch'io t'insegno.</l></lg>
<lg>
<l>Ecco son già presenti, a un picciol segno</l>
<l>della mia man, Tesifone ed Aletto,</l>
<l>e d'Ecate triforme il vario aspetto,</l>
<l>e gli altri numi dello stigio regno.</l></lg>
<lg>
<l>Ecco io gl'invoco: — O degli oscuri e bui</l>
<l>fiumi d'Averno abitatrice schiera,</l>
<l>Damone ascolta, o me in vece di lui.</l></lg>
<lg>
<l>Fa, per la forza della mia preghiera,</l>
<l>che la donna, ch'un tempo amò costui,</l>
<l>a poco a poco si distrugga e pèra.</l></lg>
</lg>
</div1>
<div1 type="poesia">
<head>XXVI</head>
<lg type="sonetto">
<lg>
<l>Tirsi, non tel diss'io ch'all'aere fosco</l>
<l>noi l'aremmo trovata? Or vedi come</l>
<l>l'infame strega con le sciolte chiome</l>
<l>va dell'erbe cogliendo intorno al bosco.</l></lg>
<lg>
<l>Tirsi, certo ella è dessa; i' la conosco:</l>
<l>ecco m'ascondo, e chiamo lei per nome:</l>
<l>vedi, vedi, com'ella si dischiome,</l>
<l>come spiri dagli occhi acceso tosco!</l></lg>
<lg>
<l>Ahi ch'ella udimmi! ah già n'ha scorti! Or senti</l>
<l>ch'all'orrende bestemmie ha sciolto il freno.</l>
<l>Ah noi meschini, ahi sventurati armenti!</l></lg>
<lg>
<l>Deh, tre volte sputiamci, o Tirsi, in seno;</l>
<l>che se 'l gregge da lei ci viene or spento,</l>
<l>ah, Tirsi, ah noi possiam salvarci almeno!</l></lg>
</lg>
</div1>
<div1 type="poesia">
<head>XXVII</head>
<lg type="sonetto">
<lg>
<l>Sciogli, Fillide, il crin e meco t'ungi</l>
<l>d'esto liquor, che nelle man ti spargo;</l>
<l>poi quest'osso più stretto a quel più largo,</l>
<l>che d'uom son, con le verbene aggiungi.</l></lg>
<lg>
<l>Indi accendi l'altar dal rio non lungi</l>
<l>che lento va tra l'uno e l'altro margo:</l>
<l>e mentre io d'acqua il sacro altar cospargo,</l>
<l>a questa cerea immago il cor tu pungi.</l></lg>
<lg>
<l>Ecco, l'ombre d'Averno al sacro loco</l>
<l>vengon scotendo l'atre faci; e 'l sole</l>
<l>per lo fumo s'oscura a poco a poco.</l></lg>
<lg>
<l>Tu non temer; ma di' queste parole:</l>
<l>— La pace che tra loro han l'acqua e 'l foco</l>
<l>abbian gli amanti ancor Licida e Iole. —</l></lg>
</lg>
</div1>
<div1 type="poesia">
<head>XXVIII</head>
<lg type="sonetto">
<lg>
<l>Già s'odon per lo cielo alti rimbombi</l>
<l>dei fulmini sonanti, e vanno preste</l>
<l>l'oscure nubi a radunar tempeste.</l>
<l>Volgete, amiche, pur volgete i rombi.</l></lg>
<lg>
<l>Tu dispògliati, o Nisa, infino ai lombi,</l>
<l>siccome i' faccio ancor, d'ogni tua veste:</l>
<l>e mentre i' parlo alle ner'ombre e meste,</l>
<l>volgete, amiche, pur volgete i rombi.</l></lg>
<lg>
<l>Ecco, cercan ricovro che gli scampi</l>
<l>greggi e pastor sotto le querce antiche,</l>
<l>e paventan le ninfe i tuoni e i lampi.</l></lg>
<lg>
<l>L'uve di Tirsi e di Damon le spiche</l>
<l>son pèste e tronche per le vigne e i campi.</l>
<l>Fermate pur, fermate i rombi, amiche.</l></lg>
</lg>
</div1>
<div1 type="poesia">
<head>XXIX</head>
<lg type="sonetto">
<lg>
<l>Colei, Damon, colei che più d'un angue</l>
<l>intorno al crine scapigliato intesse</l>
<l>e con note ora chiare ed or sommesse</l>
<l>può trar fuor de la tomba un corpo esangue;</l></lg>
<lg>
<l>colei ch'ugne di caldo e vivo sangue</l>
<l>l'uova di rospo ancor fumanti e spesse,</l>
<l>e una penna funèbre aggiunge ad esse</l>
<l>d'una strige che ancor palpita e langue;</l></lg>
<lg>
<l>costei l'erbe che in Colco ed in Campagna</l>
<l>Circe oprâro e Medea, con l'ossa incende</l>
<l>di bocca tolte a una digiuna cagna,</l></lg>
<lg>
<l>e con queste il mio gregge infermo rende</l>
<l>sì ch'errando sen va per la campagna,</l>
<l>nè d'erba nè di rio vaghezza prende.</l></lg>
</lg>
</div1>
<div1 type="poesia">
<head>XXX</head>
<lg type="sonetto">
<lg>
<l>Nè d'erba nè di rio vaghezza prende</l>
<l>il mio gregge svenuto, e si rimbosca;</l>
<l>e par che 'l suo pastor più non conosca,</l>
<l>tanto nè i cenni nè le grida intende.</l></lg>
<lg>
<l>Or su le balze perigliose ascende,</l>
<l>or entra in tana insidiosa e fosca;</l>
<l>e giurerei che più non riconosca</l>
<l>qual dell'erbette giova e quale offende.</l></lg>
<lg>
<l>Lasso! ben il diss'io quel dì, che alzarse</l>
<l>vidi l'infame strega alta sei spanne</l>
<l>da terra con le chiome orride e sparse,</l></lg>
<lg>
<l>ch'ella mandò fuor delle sozze canne</l>
<l>terribil voce; e allor la luna sparse</l>
<l>raggio di sangue in vêr le mie capanne.</l></lg>
</lg>
</div1>
<div1 type="poesia">
<head>XXXI</head>
<lg type="sonetto">
<lg>
<l>Deposta un giorno l'orrida facella</l>
<l>e quell'arco crudel che i petti schiaccia,</l>
<l>prese Amore in ispalla una bisaccia</l>
<l>e un pugnitoio in cambio di quadrella:</l></lg>
<lg>
<l>e posta sotto il giogo una vitella,</l>
<l>o un giovenco che fosse, o due, li caccia</l>
<l>per lo incolto terren con una faccia</l>
<l>d'un villan che si stizza ed arrovella.</l></lg>
<lg>
<l>Quasi 'l bellico a' Numi si sconficca</l>
<l>d'Amor ridendo, che l'aratro muove</l>
<l>e la semenza per le zolle ficca;</l></lg>
<lg>
<l>quand'e', rivolto al ciel grida: — Ser Giove,</l>
<l>o fa di messe questa terra ricca,</l>
<l>o ch'io di nuovo ti converto in bove. —</l></lg>
</lg>
</div1>
<div1 type="poesia">
<head>XXXII</head>
<lg type="sonetto">
<lg>
<l>Io di Lidia il gran Re non mi rammento,</l>
<l>ma, spregiator di ricche gemme e d'ori,</l>
<l>della mia sorte umìl vivo contento,</l>
<l>e non invidio a' Re gli ampi tesori.</l></lg>
<lg>
<l>Sol concesso a me sia la guancia e 'l mento</l>
<l>cosparger d'odoriferi liquori,</l>
<l>ed allo specchio d'un buon fonte intento</l>
<l>cinger il crin di porporini fiori.</l></lg>
<lg>
<l>L'oggi m'importa, e l'avvenir non curo:</l>
<l>perciò questi miei dì labili, o tu</l>
<l>Bacco, fien tuoi; ch'a te bevendo il giuro,</l></lg>
<lg>
<l>prima ch'un qualche mal mi dica: — Orsù,</l>
<l>Anacreonte, andiamo al regno scuro;</l>
<l>getta 'l bicchier; non hassi a bever più. —</l></lg>
</lg>
</div1>
<div1 type="poesia">
<head>XXXIII</head>
<lg type="sonetto">
<lg>
<l>S'io mi credessi che con or la Morte</l>
<l>si potesse tener lontan da noi,</l>
<l>vorrei ben, dall'occaso a' liti eoi,</l>
<l>ir cercandomi ognor più amica sorte;</l></lg>
<lg>
<l>e quand'ella picchiasse alle mie porte,</l>
<l>le direi: — Piglia, e va pe' fatti tuoi! —</l>
<l>Ma, se fuggir non posso i colpi suoi,</l>
<l>a che piangendo far l'ore più corte?</l></lg>
<lg>
<l>Dunque, poichè così fatal destino</l>
<l>io non posso evitar, mia cura sia</l>
<l>conversar con gli amici, e ber del vino;</l></lg>
<lg>
<l>o su le piume, colla donna mia,</l>
<l>passar scherzando i dì felici, infino</l>
<l>che la Parca ne sciolga ingorda e ria.</l></lg>
</lg>
</div1>
<div1 type="poesia">
<head>XXXIV</head>
<lg type="sonetto">
<lg>
<l>Se di Bacco il liquor nel mio cervello</l>
<l>coll'ammirabil suo poter penètra,</l>
<l>ogni cura sen va noiosa e tetra;</l>
<l>già mi par d'esser ricco e d'esser bello:</l></lg>
<lg>
<l>e vo' cantando or questo carme or quello,</l>
<l>or sedendo su l'erba or s'una pietra,</l>
<l>e col pensier calco la terra e l'etra,</l>
<l>dominando il destin secondo e 'l fello.</l></lg>
<lg>
<l>Stia fra l'arme a pugliar pure il guerriere,</l>
<l>ch'io sol questo desio nel cor mi porto,</l>
<l>di contender tra 'l fiasco e tra 'l bicchiere.</l></lg>
<lg>
<l>Dammi una tazza pur, fanciullo accorto;</l>
<l>poichè, involto in un dolce almo piacere,</l>
<l>meglio è certo giacere ebbro che morto.</l></lg>
</lg>
</div1>
<div1 type="poesia">
<head>XXXV</head>
<lg type="sonetto">
<lg>
<l>Rondinella garruletta,</l>
<l>se non taci, un giorno affè</l>
<l>io vo' far sopra di te</l>
<l>un'asprissima vendetta.</l></lg>
<lg>
<l>Vo' pigliarti stretta stretta,</l>
<l>e legarti per un piè;</l>
<l>poi far quel che Tereo fe'</l>
<l>con codesta tua linguetta.</l></lg>
<lg>
<l>L'alba in ciel non anco appare,</l>
<l>che con querula favella</l>
<l>tu ne vieni a risvegliare.</l></lg>
<lg>
<l>Or che dorme la mia bella,</l>
<l>guarda ben, non la destare,</l>
<l>garruletta rondinella.</l></lg>
</lg>
</div1>
<div1 type="poesia">
<head>XXXVI</head>
<lg type="sonetto">
<lg>
<l>Per molte genti e molti mar condotto,</l>
<l>o mio germano, finalmente io sono</l>
<l>a quest'esequie miserande addotto,</l>
<l>per far l'ultimo a te funebre dono.</l></lg>
<lg>
<l>E poichè te medesmo a me non buono</l>
<l>destino ahi! tolse, e 'l tuo bel stame ha rotto</l>
<l>indegnamente, oimè! vo' dir qui prono</l>
<l>su la tacita polve un vano motto.</l></lg>
<lg>
<l>Questi doni però tu accogli intanto</l>
<l>che ne' funèbri sacrificii offrìo</l>
<l>de' maggiori il costume antico e santo.</l></lg>
<lg>
<l>Questi accogli pur tu; ch'assai del mio</l>
<l>sono grondanti ancor fraterno pianto;</l>
<l>e addio per sempre, o mio germano, addio.</l></lg>
</lg>
</div1>
<div1 type="poesia">
<head>XXXVII</head>
<lg type="sonetto">
<lg>
<l>O del vetro più chiaro, ameno fonte</l>
<l>degno di dolce vin, cinto di fiori,</l>
<l>domane avrai un caprettin, cui fuori</l>
<l>spuntan le prime corna in su la fronte.</l></lg>
<lg>
<l>Indarno ei mostra le sue voglie pronte</l>
<l>ora a l'aspre tenzoni, or agli amori,</l>
<l>poichè avverrà che i gelidi liquori</l>
<l>del suo sangue vermiglio esso t'impronte.</l></lg>
<lg>
<l>Te l'ore atroci dell'ardente Cane</l>
<l>non san toccar; tu doni a' tauri, lassi</l>
<l>d'arare, amabil fresco, e al vago armento.</l></lg>
<lg>
<l>Però tra l'altre andrai chiare fontane;</l>
<l>ch'io l'elce canterò ch'ombreggia i sassi</l>
<l>cavi, onde scorre il tuo loquace argento.</l></lg>
</lg>
</div1>
<div1 type="poesia">
<head>XXXVIII</head>
<lg type="sonetto">
<lg>
<l>Là dove Pindo al ciel tanto s'innalza,</l>
<l>che le due corna infra le nubi asconde,</l>
<l>e giù per quello van di balza in balza</l>
<l>con dolce mormorìo le placid'onde,</l></lg>
<lg>
<l>i' fui, Manzoni, e le fiorite sponde</l>
<l>osai calcar, dove succinta e scalza</l>
<l>erra la schiera ognor delle gioconde</l>
<l>figlie di Giove, carolando, e balza.</l></lg>
<lg>
<l>E visto appena, elle mi fûro accanto</l>
<l>di te chiedendo; e di quell'onda lieve</l>
<l>una bell'aureo vaso attinse intanto;</l></lg>
<lg>
<l>indi: — Questo a lui porgi, e d'ogni greve</l>
<l>morbo il sollevi, e lo risvegli al canto. —</l>
<l>Disse, e mel porse colla man di neve.</l></lg>
</lg>
</div1>
<div1 type="poesia">
<head>XXXIX</head>
<lg type="sonetto">
<lg>
<l>Manzon, s'io vedrò mai l'aspro flagello</l>
<l>dell'irata fortuna un dì posarse,</l>
<l>e il cielo che sinor nuvolo apparse,</l>
<l>tornar sopra di me sereno e bello,</l></lg>
<lg>
<l>udraimi, acceso di furor novello,</l>
<l>versi cantar, e al canto mio placarse</l>
<l>ogni fera crudele, e cheti starse</l>
<l>i fiumi, e a me condurse ogni arboscello.</l></lg>
<lg>
<l>Ridi? Non sai quanto Anfion poteo</l>
<l>su le pietre tebane e quanto impero</l>
<l>nelle selve di Tracia usava Orfeo?</l></lg>
<lg>
<l>Ah, così s'ammollisca il destin fiero;</l>
<l>chè quanto il trace e quel teban già feo,</l>
<l>di far tanto, e più ancora, i' non dispero.</l></lg>
</lg>
</div1>
<div1 type="poesia">
<head>XL</head>
<lg type="sonetto">
<lg>
<l>Per l'aspro calle ond'a Parnaso uom giunge,</l>
<l>io mossi 'l piede insin da' più verd'anni,</l>
<l>e già contando i miei sì lunghi affanni</l>
<l>fra me diceva: — Or non puot'esser lunge. —</l></lg>
<lg>
<l>Ma, Fortunata, ahi che 'l tuo vol raggiunge</l>
<l>il lento passo mio co' presti vanni;</l>
<l>e lungi ancor da que' beati scanni</l>
<l>lo tuo sommo valor m'insulta e punge!</l></lg>
<lg>
<l>Or vanne lieta pur, chè 'n su la via</l>
<l>attendon le Sorelle alme e divine.</l>
<l>la tua venuta assai più che la mia.</l></lg>
<lg>
<l>Quivi non aspettar ch'io giunga al fine</l>
<l>del mio cammin sì ratto; assai mi fia</l>
<l>quando neve mi copra il fosco crine.</l></lg>
</lg>
</div1>
<div1 type="poesia">
<head>XLI</head>
<lg type="sonetto">
<lg>
<l>O Sonno placido che, con liev'orme,</l>
<l>vai per le tenebre movendo l'ali,</l>
<l>e intorno ai miseri lassi mortali</l>
<l>giri coll'agili tue varie forme;</l></lg>
<lg>
<l>là dove Fillide secura dorme</l>
<l>stesa su candidi molli guanciali</l>
<l>vanne, e un'immagine carca di mali</l>
<l>in mente pignile trista e deforme.</l></lg>
<lg>
<l>Tanto a me simili quell'ombre inventa</l>
<l>e al color pallido che in me si spande,</l>
<l>ch'ella, destandosi, pietà ne senta.</l></lg>
<lg>
<l>Se tu concedimi favor sì grande,</l>
<l>con man vo porgerti tacita e lenta</l>
<l>due di papaveri fresche ghirlande.</l></lg>
</lg>
</div1>
<div1 type="poesia">
<head>XLII</head>
<lg type="sonetto">
<lg>
<l>Endecasillabi, cui porgerete</l>
<l>col vostro tenero suono conforto?</l>
<l>Al mio certissimo Manzon, che smorto</l>
<l>mirate e languido gir presso a Lete.</l></lg>
<lg>
<l>Su, richiamatelo; su, lo scuotete,</l>
<l>prima che l'abbiano le cure assorto!</l>
<l>Questi è quel giovane saggio ed accorto,</l>
<l>che delle lettere giunge alle mete.</l></lg>
<lg>
<l>Alla sua cetera vid'io sovente</l>
<l>tendere i satiri l'orecchie acute</l>
<l>e le selvatiche vergini attente.</l></lg>
<lg>
<l>Endecasillabi, dunque le argute</l>
<l>corde svegliategli, se di repente</l>
<l>cose udir piàcevi dal ciel venute.</l></lg>
</lg>
</div1>
<div1 type="poesia">
<head>XLIII</head>
<lg type="sonetto">
<lg>
<l>Oimè che turbine rivoltuoso</l>
<l>di cure asprissime mi turba il sen!</l>
<l>Porgimi, o Fillide, di vin spumoso</l>
<l>un orcio o un ciotolo, ma che sia pien.</l></lg>
<lg>
<l>Quest'è 'l dolcissimo caro e gioioso</l>
<l>al cor dei miseri contravelen:</l>
<l>per questo a ridere torna giocoso</l>
<l>l'imbriachissimo vecchio Silen.</l></lg>
<lg>
<l>Chi fu che 'l barbaro fiero dolor</l>
<l>frenò dell'esule vergine a Nasso,</l>
<l>se non quest'unico dolce liquor?</l></lg>
<lg>
<l>Chi fia che reggaci sul fianco lasso,</l>
<l>fugando il gelido senile orror,</l>
<l>presso a quell'ultimo dolente passo?</l></lg>
</lg>
</div1>
<div1 type="poesia">
<head>XLIV</head>
<lg type="sonetto">
<lg>
<l>Col guardo i' vo su per l'aereo calle</l>
<l>fra le nubi cercando e tra i pianeti:</l>
<l>e veggio, d'ogni stella entro a' secreti</l>
<l>lati, Dio ch'ora quiete or moto dàlle.</l></lg>
<lg>
<l>Scendo di poi le nevose spalle</l>
<l>de' monti, ed essi quai freschi arieti</l>
<l>veggio esultar di lui superbi e lieti,</l>
<l>ch'abita ogni antro loro, ogni lor valle.</l></lg>
<lg>
<l>Cerco la terra tutta, e l'onda, e fuore</l>
<l>caccio lo sguardo ancor, ch'appena il regga,</l>
<l>e veggio come, in quell'immenso orrore,</l></lg>
<lg>
<l>solo non già ma con se stesso ei segga.</l>
<l>Torno coll'occhio alfin dentro al mio core;</l>
<l>e solo nel mio cor par che nol vegga.</l></lg>
</lg>
</div1>
<div1 type="poesia">
<head>XLV</head>
<lg type="sonetto">
<lg>
<l>Carca di merci preziose e rare,</l>
<l>coll'aure amiche intorno, agile e presta</l>
<l>girsen ved'io, senza curar tempesta,</l>
<l>una nave superba in mezzo al mare.</l></lg>
<lg>
<l>E per l'onde vicine al lito, chiare,</l>
<l>col remo, il qual di faticar non resta,</l>
<l>di due tavole appena insiem contesta</l>
<l>un'umile barchetta i' vidi andare.</l></lg>
<lg>
<l>Sorse vento improvviso, e l'una tosto</l>
<l>alla ripa vicina in braccio corse,</l>
<l>e 'l legno altier cadde tra l'onde assorto.</l></lg>
<lg>
<l>Così 'l miser, diss'io, ch'al basso è posto,</l>
<l>presto si salva; e chi più in alto sorse</l>
<l>miracol è se può ritrarsi al porto.</l></lg>
</lg>
</div1>
<div1 type="poesia">
<head>XLVI</head>
<lg type="sonetto">
<lg>
<l>Su queste pallid'ossa, e già da cento</l>
<l>anni sepolte in quest'oscuro avello,</l>
<l>qual già lusse color vermiglio e bello,</l>
<l>ch'or sciolto in polve se ne porta il vento?</l></lg>
<lg>
<l>Qui, superbe fanciulle, il guardo intento</l>
<l>fisate, a rimirar l'aspro flagello</l>
<l>che fa 'l Tempo e la Parca intorno a quello</l>
<l>splendor, cui tanto commendar vi sento.</l></lg>
<lg>
<l>Ecco i candidi avori, ecco le rose</l>
<l>che sì pregiano in voi gli stolti amanti,</l>
<l>misero avanzo di beltà famose.</l></lg>
<lg>
<l>Anzi quaggiù voi vi specchiate innanti,</l>
<l>folli, cui 'l vero un cieco Amor nascose,</l>
<l>quel che riman di tanti pregi e tanti.</l></lg>
</lg>
</div1>
<div1 type="poesia">
<head>XLVII</head>
<lg type="sonetto">
<lg>
<l>Poichè, dal braccio del Signor guidate,</l>
<l>fuor dell'Egitto uscîr l'ebraiche genti,</l>
<l>fuggì timido il mare, e le frementi</l>
<l>onde volse il Giordan là 'v'eran nate.</l></lg>
<lg>
<l>E qual, veggendo le caprette amate,</l>
<l>fanno i capri lascivi ed insolenti,</l>
<l>saltâro i monti e i colli soggiacenti,</l>
<l>come i saturi agnei per l'erbe usate.</l></lg>
<lg>
<l>Perchè fuggisti, o mare, e tu Giordano,</l>
<l>perchè indietro tornasti? O colli, o monti,</l>
<l>qual vi mosse a saltare impeto strano?</l></lg>
<lg>
<l>E monti e colli e flutti, umili e pronti</l>
<l>chinârsi a lui, che col poter sovrano</l>
<l>fa, di selci e di rupi, e stagni e fonti.</l></lg>
</lg>
</div1>
<div1 type="poesia">
<head>XLVIII</head>
<lg type="sonetto">
<lg>
<l>Filli, questo splendor che con tant'arte</l>
<l>fregi e nodrisci, leggier fumo ed ombra</l>
<l>è certamente, cui morte disgombra,</l>
<l>o van gli anni struggendo a parte a parte.</l></lg>
<lg>
<l>Volgi le greche e le latine carte,</l>
<l>ove di gran beltà donna le ingombra,</l>
<l>e scorgerai come la terra sgombra</l>
<l>ne fu ben tosto, e l'arse membra sparte.</l></lg>
<lg>
<l>Ov'è l'Egizia che cotanto piacque</l>
<l>al roman duce? Ov'è colei che mosse</l>
<l>Argo tutta a seguirla in mezzo all'acque?</l></lg>
<lg>
<l>Anzi, chi 'l corpo sol, chi le nud'osse,</l>
<l>chi la tomba m'addita ov'ella giacque,</l>
<l>poichè 'l filo di lei breve troncosse?</l></lg>
</lg>
</div1>
<div1 type="poesia">
<head>XLIX</head>
<lg type="sonetto">
<lg>
<l>Gira l'alta Donzella, e in mille modi</l>
<l>tesse i teneri balli, e, più ch'ai vasti</l>
<l>musici cori, attende alle sue lodi,</l>
<l>onde avvien che ad ogn'altra ella sovrasti.</l></lg>
<lg>
<l>E in tanto il re, preso ai soavi modi</l>
<l>cui non è sì gran core il qual contrasti,</l>
<l>dice: — Chiedi a me quel di che più godi,</l>
<l>benchè mezzo il mio regno anco non basti. —</l></lg>
<lg>
<l>Ella: — Se tanto di tua grazia abbondo,</l>
<l>dammi, — disse, — Giovanni. — E tosto un riso</l>
<l>fe' sul volto apparir vago e giocondo.</l></lg>
<lg>
<l>Già non rise il Signor, dal duol conquiso;</l>
<l>pur: — Si faccia, — rispose. Ahi mondo, ahi mondo,</l>
<l>quanta legge t'impone un dolce viso!</l></lg>
</lg>
</div1>
<div1 type="poesia">
<head>L</head>
<lg type="sonetto">
<lg>
<l>— Chi è costui, che nell'umìl suo letto</l>
<l>steso, passa dal mondo e par che rida? —</l>
<l>— Egli è quell'uom sì giusto e a Dio diletto,</l>
<l>del divino Figliuol custodia e guida. —</l></lg>
<lg>
<l>— Chi son que' duo, cui con sì dolce affetto</l>
<l>par che 'l guardo languente ancor divida? —</l>
<l>— L'uno è lo Dio, cui fu per padre eletto,</l>
<l>e l'altra è la sua sposa onesta e fida. —</l></lg>
<lg>
<l>— E come mai fra così dolci aspetti</l>
<l>osa Morte por piè franca ed ardita,</l>
<l>ond'uom sì grande al suo poter soggetti?</l></lg>
<lg>
<l>— Stolto, che pensi? Di niun stral fornita</l>
<l>non è la Parca, onde costui saetti;</l>
<l>ma un'estasi d'amor lo trae di vita. —</l></lg>
</lg>
</div1>
<div1 type="poesia">
<head>LI</head>
<lg type="sonetto">
<lg>
<l>Che val ch'entro a' gemmati aurei palagi,</l>
<l>per le splendide sale uomo s'inoltre,</l>
<l>e, coperto di bisso e d'aurea coltre,</l>
<l>su le morbide piume il corpo adagi?</l></lg>
<lg>
<l>Che val, ch'ognor fuggendo i rei disagi,</l>
<l>viva contento a regia mensa, ed oltre</l>
<l>ad umano dover non mai si spoltre</l>
<l>dalla gola e dal sonno, empi e malvagi?</l></lg>
<lg>
<l>Se morte alfin nel più bel corso arresta</l>
<l>ogni dolce piacer, volgendo i passi</l>
<l>l'alma verso Acheronte ignuda e mesta?</l></lg>
<lg>
<l>Ed ivi a pochi giorni in cener vassi</l>
<l>il cadaver superbo, e non ci resta</l>
<l>che l'onor vano degli scritti sassi?</l></lg>
</lg>
</div1>
<div1 type="poesia">
<head>LII</head>
<lg type="sonetto">
<lg>
<l>Egli è pur vero, Elpin, ch'altra donzella</l>
<l>vie più vaga di Nice Iddio far puote:</l>
<l>dunque perchè in lei posi, ed altre ignote</l>
<l>beltà non cerchi assai miglior di quella?</l></lg>
<lg>
<l>E poichè vista o nell'idea tua snella</l>
<l>donna pinto hai di più vermiglie gote,</l>
<l>di più begli occhi e più soavi note,</l>
<l>vuo' tu dir che costei sia la più bella?</l></lg>
<lg>
<l>No certamente; chè la man di Dio</l>
<l>non s'abbrevia giammai; e in infinito</l>
<l>meta non troveresti al tuo disio.</l></lg>
<lg>
<l>Dunque, s'esser non puote un bel compito,</l>
<l>di cui l'alma gentil solo ha desio,</l>
<l>in Dio lo cerca, ove ogni bel sta unito.</l></lg>
</lg>
</div1>
<div1 type="poesia">
<head>LIII</head>
<lg type="sonetto">
<lg>
<l>Qual fu, qual fu la scellerata mano</l>
<l>che le sacre di Pindo alme parole</l>
<l>ardì di violare, e 'l dritto e sano</l>
<l>pensier volgere in torte insulse fole?</l></lg>
<lg>
<l>Chi fu colui che 'l calamo profano</l>
<l>osò condurre in su l'elette e sole</l>
<l>pure voci del bel fiume toscano,</l>
<l>d'onde tanto piacer scorrer ne suole?</l></lg>
<lg>
<l>O Muse, voi che le sorelle audaci</l>
<l>cangiaste in piche, a che stavate intente,</l>
<l>quando costui venne a turbar vostr'acque?</l></lg>
<lg>
<l>E tu, Febo, il gran telo ove si giacque,</l>
<l>che le zanne confisse un dì mordaci</l>
<l>al figliuol della Terra empio serpente?</l></lg>
</lg>
</div1>
<div1 type="poesia">
<head>LIV</head>
<lg type="sonetto">
<lg>
<l>Io son nato in Parnaso, e l'alme Suore</l>
<l>tutte furon presenti al nascer mio;</l>
<l>e mi lavâro in quel famoso rio,</l>
<l>mercè solo del quale altri non muore.</l></lg>
<lg>
<l>Però mi scalda sì divin furore,</l>
<l>sebben giovine d'anni ancor son io,</l>
<l>che d'Icaro non temo il caso rio,</l>
<l>mentre compro co' versi eterno onore.</l></lg>
<lg>
<l>So che turba di sciocchi ìnvida e bieca</l>
<l>ognor mi guarda, e con grida e lamenti</l>
<l>sì bel valore a troppo ardir mi reca.</l></lg>
<lg>
<l>Ma non perciò mio corso avvien ch'allenti,</l>
<l>nè l'età verde alcun timor m'arreca;</l>
<l>ch'anco Alcide fanciul vinse i serpenti.</l></lg>
</lg>
</div1>
<div1 type="parte">
<head>POESIE PIACEVOLI</head>
<div2 type="poesia">
<head>LV</head>
<lg type="nc">
<lg>
<l>Stava a l'ombra gentil di un gran cotale</l>
<l>col suo germano un badial. . . . . . . . . .;</l>
<l>costui contra 'l dover, contra ragione</l>
<l>pigliò briga con uno, e gli andò male.</l></lg>
<lg>
<l>Perciò rivolto al suo fratel carnale,</l>
<l>con gran rispetto e grande sommessione:</l>
<l>— Frate, — disse, — se m'hai compassione,</l>
<l>mi vendica d'un uom così bestiale. —</l></lg>
<lg>
<l>Allor l'altro . . . . . . . , mosso a pietate</l>
<l>del fratel che morìa, scese in arena,</l>
<l>invitando il nemico a pugnalate.</l></lg>
<lg>
<l>Ma il poverin, che aveva poca lena,</l>
<l>rimase vinto dalle gran stoccate,</l>
<l>che gli passavan fino per la stiena.</l></lg>
<lg>
<l rend="align: center">La miserabil scena</l>
<l>vide il cotal dei due . . . . . . . . , e disse:</l>
<l>— Ecco che ognun di voi morì qual visse. —</l></lg>
<lg>
<l rend="align: center">Indi s'un marmo scrisse:</l>
<l>— O sciocchi, perchè entrate in tai quistioni,</l>
<l>sapendo ch'eravate due . . . . . .. . .?</l></lg>
</lg></div2>
<div2 type="poesia">
<head>LVI</head>
<lg type="nc">
<lg>
<l>Colui che fece di “grembiul” “grembiale”,</l>
<l>e di “candide” ancor “sacrate” ha fatto,</l>
<l>io mi vo' tôrre, quand'e' voglia, a patto</l>
<l>di mostrargli ch'egli è un animale,</l></lg>
<lg>
<l>un animal che tutto intende male</l>
<l>anzi che intende quanto intende un matto,</l>
<l>e di lingua non sa niente affatto.</l>
<l>bench'e' faccia il saccente e 'l ser cotale.</l></lg>
<lg>
<l>Già sparso è già per Elicona il caso,</l>
<l>e le Muse sdegnate in modo strano</l>
<l>voglion mostrargli dov'e' metta il naso:</l></lg>
<lg>
<l>e gli scrittori del parlar toscano</l>
<l>l'aspettan sulla strada di Parnaso,</l>
<l>ciascun di loro colla frusta in mano;</l></lg>
<lg>
<l>e, acciò non prenda invano</l>
<l>persone ad emendar di lui più pratiche,</l>
<l>voglion dargli un cavallo in su le natiche.</l></lg>
</lg></div2>
<div2 type="poesia">
<head>LVII</head>
<lg type="nc">
<lg>
<l>Su, signor correttore, in sul nasaccio</l>
<l>mettetevi l'occhial del Galileo,</l>
<l>e guardate un po' qui questo libraccio.</l>
<l>se vi par ch'e' sia buono o che sia reo.</l></lg>
<lg>
<l>L'avete visto questo scartafaccio?</l>
<l>Egli è, se nol sapete, il Galateo,</l>
<l>che può giovare al vostro cervellaccio,</l>
<l>quanto ad uno ammalato un buon cristeo.</l></lg>
<lg>
<l>Su via studiate ed imparate a mente!</l>
<l>Studiatelo, vi dico, alla malora,</l>
<l>se voi bramate d'imparar niente.</l></lg>
<lg>
<l>Orsù, avete imparato? Oh ditemi ora,</l>
<l>se un asino d'Arcadia onnipotente</l>
<l>può giudicar di voce alta e canora.</l></lg>
<lg>
<l rend="align: center">E poi mi dite ancora,</l>
<l>se un Correttor pedante come vui</l>
<l>è incivile, ignorante, o ambidui.</l></lg>
</lg></div2>
<div2 type="poesia">
<head>LVIII</head>
<lg type="nc">
<lg>
<l>Portate in una madia la civaia</l>
<l>al nostro miccio, che ha ragliato bene,</l>
<l>e dappoi gli montate in sulle stiene</l>
<l>voi altre mona Berta e mona Baia.</l></lg>
<lg>
<l>Fatelo correr su e giù per l'aia,</l>
<l>frugandolo ben ben dietro alle rene;</l>
<l>crescetegli dell'acqua e delle vene;</l>
<l>e viva il nostro ciuco e la ciucaia.</l></lg>
<lg>
<l>Guata, com'egli al suon di que' frugoni</l>
<l>che gli passano in fin drento al midollo,</l>
<l>sgambetta bene e drizza gli orecchioni.</l></lg>
<lg>
<l>Or su, fra tutte vel recate in collo,</l>
<l>e a suon di ribecacce e pifferoni</l>
<l>conducetelo innanzi a mastro Apollo,</l></lg>
<lg>
<l rend="align: center">che gli vuol bene, e vuollo,</l>
<l>poi ch'egli è dotto e così ben corregge,</l>
<l>addottorar nell'una e l'altra legge.</l></lg>
</lg></div2>
<div2 type="poesia">
<head>LIX</head>
<lg type="nc">
<lg>
<l>Perchè sono un fanciullo, un garzoncello,</l>
<l>volete dir ch'io sono un ignorante?</l>
<l>Oh! guata conseguenza da pedante,</l>
<l>che sopra la berretta abbia 'l cervello.</l></lg>
<lg>
<l>Dove avete studiato? in un tinello,</l>
<l>in una galeazza di levante,</l>
<l>voi che fate di Pindo l'amostante,</l>
<l>e non ne siete pur fante o bidello?</l></lg>
<lg>
<l>Voi misurate a canna le persone.</l>
<l>Se la barba per voi forma il sapiente,</l>
<l>chi sarà più sapiente d'un caprone?</l></lg>
<lg>
<l>Io vi concedo che non so niente;</l>
<l>ma benchè siate così gran barbone,</l>
<l>voi non siete, alla fe', troppo valente.</l></lg>
<lg>
<l rend="align: center">E benchè poi la gente</l>
<l>vi stimi un bacalar di gran scienza,</l>
<l>tra l'essere e 'l parer c'è differenza.</l></lg>
<lg>
<l rend="align: center">Direte: — Conoscenza</l>
<l>non hai di me. — Ma piano, andate adagio,</l>
<l>ch'anch'io so bene a quanti dì è san Biagio.</l></lg>
<lg>
<l rend="align: center">Ma poi ch'io non ho agio,</l>
<l>non vo' stare a dir cosa che v'annoi;</l>
<l>chè quel prete il fe' già ne' versi suoi.</l></lg>
<lg>
<l rend="align: center">O Nanni, io l'ho con voi;</l>
<l>che non credeste che 'l mio gran furore</l>
<l>fosse tutto rivolto al correttore.</l></lg>
<lg>
<l rend="align: center">Voi siete il protettore,</l>
<l>ch'avete tolto senza alcun motivo</l>
<l>a difendere un bufol vero e vivo.</l></lg>
<lg>
<l rend="align: center">Or non abbiate a schivo</l>
<l>ch'io v'abbia detto quel che vi si deve.</l>
<l>Qual asin dà in parete, tal riceve.</l></lg>
</lg></div2>
<div2 type="poesia">
<head>LX</head>
<lg type="nc">
<lg>
<l>Che si scortica l'asino alla prova,</l>
<l>dice un proverbio, messer Nanni mio.</l>
<l>Finor credei che in sen madonna Clio</l>
<l>e l'altre Muse vi covasser l'uova;</l></lg>
<lg>
<l>ma or m'avete dato una gran prova</l>
<l>che voi siete un . . . . . . .  come son io;</l>
<l>e sì vi giuro, per lo vero Iddio,</l>
<l>che ben poco cervello in voi si trova,</l></lg>
<lg>
<l>poichè, contra ogni legge, ogni ragione,</l>
<l>pensier voi fate di patrocinare</l>
<l>questo vostro solenne animalone.</l></lg>
<lg>
<l>Io vi consiglio a non inschiccherare</l>
<l>più il vostro scartabel per tal cagione,</l>
<l>se non volete farvi cuculiare.</l></lg>
<lg>
<l rend="align: center">Vi par di sopportare</l>
<l>ch'altri su' versi miei faccia del dotto,</l>
<l>senza farmene pure un picciol motto?</l></lg>
<lg>
<l rend="align: center">E io dovrò star chiotto,</l>
<l>vedendo con maniera da pedante</l>
<l>lacerar le mie cose un ignorante?</l></lg>
<lg>
<l rend="align: center">Questo di tante e tante</l>
<l>rime che ho fatto per servir quel tristo,</l>
<l>io dico, questo guiderdone acquisto?</l></lg>
<lg>
<l rend="align: center">O cieli, o santi, o C. . . . . . . . . .</l>
<l>e dove mai si ritrovâr tai leggi?</l>
<l>E tu, cielo, il difendi, e tu 'l proteggi?</l></lg>
<lg>
<l rend="align: center">O dottor storcileggi...</l>
<l>Ma voi, ser Nanni, fate quel ch'io dico;</l>
<l>non v'impacciate più pel vostro amico</l></lg>
<lg>
<l rend="align: center">il qual non vale un fico,</l>
<l>nè vi movete più a nostro danno,</l>
<l>se non volete aver qualche malanno:</l></lg>
<lg>
<l rend="align: center">imperocchè quest'anno,</l>
<l>a dirla chiaramente qui tra noi,</l>
<l>è un anno climaterico per voi.</l></lg>
</lg></div2>
<div2 type="poesia">
<head>LXI</head>
<lg type="sonetto">
<lg>
<l>Nencia, ti mando questo mio sonetto,</l>
<l>per narrarti uno strano pensieraccio</l>
<l>che m'è venuto d'impiccarmi a un laccio,</l>
<l>per amor dell'amore maladetto.</l></lg>
<lg>
<l>Io te lo dico spiattellato e schietto:</l>
<l>se non mi togli fuor da questo impaccio,</l>
<l>dentro un calappio la mia testa caccio,</l>
<l>e ti fo quel bel gioco netto netto.</l></lg>
<lg>
<l>Gnaffe tel dico, ve', Nencia, e tu 'l sai:</l>
<l>mentre son vivo, non vuoi farmi lieto,</l>
<l>e dopo morto tu mi cercherai.</l></lg>
<lg>
<l>Ma s'io tiro alla fin l'ultimo peto,</l>
<l>non varratti il picchiare, oppur potrai</l>
<l>picchiarmi allora all'usciolin di dreto.</l></lg>
</lg></div2>
<div2 type="poesia">
<head>LXII</head>
<lg type="sonetto">
<lg>
<l>Nencia, te l'ho pur detto cento volte;</l>
<l>nol vo' veder quel gaveggin di Beco:</l>
<l>gnen'ho pur date delle busse molte,</l>
<l>eppur vol far del cascamorto teco.</l></lg>
<lg>
<l>Che sì, che s'io mi stizzo un giorno seco,</l>
<l>alle guagnel che gli fo dar le volte</l>
<l>con quel buon bacchio che di notte reco:</l>
<l>e di' che gli sien poi dal papa tolte.</l></lg>
<lg>
<l>Sai pur che, s'io mi ficco un capricciaccio,</l>
<l>non mi va fuora dalla testa piùe:</l>
<l>l'ha' tu ben visto il dì di Berlingaccio,</l></lg>
<lg>
<l>quand'io fei tanto piato con quel bue</l>
<l>in casa tuo cugino Menicaccio.</l>
<l>Di', allor chi corse meglio di noi due?</l></lg>
</lg></div2>
<div2 type="poesia">
<head>LXIII</head>
<lg type="sonetto">
<lg>
<l>Io, Nencia, sono stat'ieri a Fiorenza,</l>
<l>e t'ho comprato un bel gammurin bianco;</l>
<l>e, se tu arai un po' di pazienza,</l>
<l>un gonnellino i' vo' comprartel'anco.</l></lg>
<lg>
<l>Ormai di crazie son rimasto senza,</l>
<l>perciocch'io compro e pago come un banco;</l>
<l>ma ho nascosto uno staio di semenza,</l>
<l>e quattro lire chiapperolle almanco.</l></lg>
<lg>
<l>Per san Giovanni adunque il gonnellino</l>
<l>tu l'averai indosso senza fallo,</l>
<l>che tu proprio parrai un angiolino.</l></lg>
<lg>
<l>Ma ricordati, ve', di conservallo</l>
<l>per la memoria del tuo gaveggino,</l>
<l>che ti vuol bene, al corpo di cristallo!</l></lg>
</lg></div2>
<div2 type="poesia">
<head>LXIV</head>
<lg type="nc">
<lg>
<l>Ah, Tofan, quella Gora, quella Gora,</l>
<l>tu non la vuo' lasciare, sguaiataccio!</l>
<l>Che sì, che s'io l'affilo un coltellaccio,</l>
<l>quell'animaccia te la cavo fuora!</l></lg>
<lg>
<l>Oh che tu poss'andare alla malora!</l>
<l>Che diacin ha' tu seco, impiccataccio?</l>
<l>S'io ti sbarro uno schioppo nel mostaccio,</l>
<l>che sì che le starai lontano allora?</l></lg>
<lg>
<l>Io vo' che tu lasci pe' suo' fatti;</l>
<l>se no, le voglion essere percosse:</l>
<l>e sarem sempre come cani e gatti.</l></lg>
<lg>
<l>Fa ch'io ti vegga, che ti rompo l'osse</l>
<l>con un baston ch'alle spalle s'adatti;</l>
<l>ch'io non posso più star saldo alle mosse.</l></lg>
<lg>
<l rend="align: center">E ben che il Duca fosse,</l>
<l>quando mi salta, ve', il moscerino,</l>
<l>lo vorrei sbusecchiar per un quattrino.</l></lg>
</lg></div2>
<div2 type="poesia">
<head>LXV</head>
<lg type="sonetto">
<lg>
<l>O anima bizzarra del Burchiello,</l>
<l>che componesti tante belle cose,</l>
<l>sicchè s'odono ancora in versi e in prose</l>
<l>l'eccelse lodi del tuo gran cervello,</l></lg>
<lg>
<l>deh! volgi da quel seggio aurato e bello,</l>
<l>ove siedi coll'altre alme famose,</l>
<l>volgi, dico, le due luci amorose</l>
<l>a questo nostro poeta novello.</l></lg>
<lg>
<l>Guatalo bene; e quando che la zanna</l>
<l>della Morte il rapisce al vulgo ignaro,</l>
<l>gli darai la man ritta in sulla scranna.</l></lg>
<lg>
<l>O per mostrare a certe genti strambe</l>
<l>quanto lo stimi e quanto l'abbi caro,</l>
<l>ti starà bene in mezzo delle gambe.</l></lg>
</lg></div2>
<div2 type="poesia">
<head>LXVI</head>
<lg type="sonetto">
<lg>
<l>Se costui fosse nato allor che i vati</l>
<l>si stavan spidocchiando al sollione,</l>
<l>aremmo visto tutte le persone</l>
<l>a fargli degli onori sterminati:</l></lg>
<lg>
<l>e visto arebbon certi sciagurati</l>
<l>che finor lo stimarono un babbione,</l>
<l>a mezzo giorno ed a settentrione</l>
<l>andar la fama de' suoi versi ornati.</l></lg>
<lg>
<l>Il meno onor che gli avesson fatto</l>
<l>sarebbe stato il metterlo a cavallo</l>
<l>d'un liofante grosso tanto fatto:</l></lg>
<lg>
<l>e, giunto in Campidoglio, coronallo,</l>
<l>gridando il popolazzo allegro e matto</l>
<l>— Ecco il novo poeta Baraballo. —</l></lg>
</lg></div2>
<div2 type="poesia">
<head>LXVII</head>
<lg type="nc">
<lg>
<l>Ho visto i geroglifici d'Egitto</l>
<l>la sfinge e l'arsmagna ed il caosse,</l>
<l>che tutt'infuriati in un conflitto</l>
<l>si davan delle sudice percosse.</l></lg>
<lg>
<l>Chi sosteneva che 'l presente scritto</l>
<l>contien drento i giudizi di Minosse,</l>
<l>e chi diceva che propio descritto</l>
<l>il <foreign lang="lat">lapis</foreign> filosofico ci fosse.</l></lg>
<lg>
<l>Facevano un rumore, un chiasso, un frullo,</l>
<l>battendosi gli scudi e le loriche,</l>
<l>ch'egli era proprio a vedergli un trastullo.</l></lg>
<lg>
<l>A soccorrere ognun le parti amiche</l>
<l>son corsi i libri di Raimondo Lullo</l>
<l>e le iscrizioni e le medaglie antiche;</l></lg>
<lg>
<l rend="align: center">colle sciocche e mendiche</l>
<l>carte di tali che l'antiquario fanno,</l>
<l>e interpretan le cose che non sanno.</l></lg>
<lg>
<l rend="align: center">E armate ancor vi vanno</l>
<l>tutte unite le mummie in un museo</l>
<l>e la romana guglia e 'l culiseo,</l></lg>
<lg>
<l rend="align: center">con dietro un gran corteo</l>
<l>di tumuli, obelischi, archi e colonne</l>
<l>e simulacri d'uomini e di donne</l></lg>
<lg>
<l rend="align: center">coll'armi e colle gonne.</l>
<l>Ma poichè disputato ebbono un pezzo,</l>
<l>non trovando a capir nè via nè mezzo,</l></lg>
<lg>
<l rend="align: center">conchiusono al da sezzo</l>
<l>ch'è d'uopo, per capir opra sì bella,</l>
<l>che cavinsi all'autore le cervella.</l></lg>
</lg></div2>
<div2 type="poesia">
<head>LXVIII</head>
<lg type="sonetto">
<lg>
<l>Ti sono schiavo, ti son servitore</l>
<l>Cecco, che se' 'l mio bene solo solo.</l>
<l>Deh lascial ir quel ragazzo d'Amore</l>
<l>ch'egli è una forca, ch'egli è un mariuolo.</l></lg>
<lg>
<l>I' te lo dico, ve', proprio col core:</l>
<l>tu vai pel bucolin dell'acquaiolo;</l>
<l>e, alle guagnele, ch'i' ho un gran timore</l>
<l>che tu non tiri alfine anche l'aiuolo.</l></lg>
<lg>
<l>Uh tristo me, se steso in sul cassone,</l>
<l>belle e tirate ahi poverin! le cuoia,</l>
<l>avessi un dì a veder il mio Ceccone;</l></lg>
<lg>
<l>e scritto sopra per maggior mia noia:</l>
<l>“Qui giace un tale che morì poltrone,</l>
<l>come i gatti per fregola e per foia”.</l></lg>
</lg></div2>
<div2 type="poesia">
<head>LXIX</head>
<lg type="sonetto">
<lg>
<l>Ch'io possa diventare una ghiandaia</l>
<l>o vero un barbajanni o un alocco,</l>
<l>s'io sono un'altra volta sì balocco</l>
<l>da star tanto menando il can per l'aia!</l></lg>
<lg>
<l>La prima occasion che buona paia,</l>
<l>dimmi un furbo, ser Cecco, e uno scrocco,</l>
<l>s'io non carico l'arco e non iscocco,</l>
<l>e non do dentro alla pietra focaia.</l></lg>
<lg>
<l>Non v'ha a esser più ragion nessuna;</l>
<l>ch'i' non vo' sentir altro brulichio</l>
<l>che mi frughi pel ventre in su e in giùe.</l></lg>
<lg>
<l>L'occasion è come la fortuna.</l>
<l>Se nolla chiappi in men che nol dich'io,</l>
<l>tu puoi ben correr, nolla grappi piùe.</l></lg>
</lg></div2>
<div2 type="poesia">
<head>LXX</head>
<lg type="nc">
<lg>
<l>Voi avete a saper, buone persone,</l>
<l>come il nostro ser Cecco è innamorato,</l>
<l>io dico il nostro ser Cecco Ceccone;</l>
<l>doh pover'uomo! ch'egli è un peccato.</l></lg>
<lg>
<l>Egli è venuto maghero e spolpato,</l>
<l>che gli traluce il fegato e 'l polmone,</l>
<l>e se gli vede andar per ogni lato</l>
<l>tututto il budellame a processione.</l></lg>
<lg>
<l>E caccia fuor quegli occhi, e fa una cera</l>
<l>ch'e' per ch'egli abbia visto Satanasso</l>
<l>e l'orco e la beffana e la Versiera;</l>
<l>e va gridando in istrada: — Oimè lasso! —</l>
<l>come fece il Petrarca quella sera</l>
<l>o mattina, ch'e' fu tratto in conquasso:</l></lg>
<lg>
<l rend="align: center">però che, giunto al passo</l>
<l>u' quel furbo d'Amor tendeva il laccio,</l>
<l>fu preso come un merlo, il cristianaccio!</l></lg>
<lg>
<l rend="align: center">Io dico: — Avaccio avaccio,</l>
<l>noi vedremo ser Cecco ad ammalare</l>
<l>e non poter nè bere nè mangiare,</l></lg>
<lg>
<l rend="align: center">e le calze tirare;</l>
<l>però che Amor gli ha fatto una ferita</l>
<l>ch'è larga almeno quattro o cinque dita!</l></lg>
<lg>
<l rend="align: center">Onde d'aver più vita</l>
<l>non ci sperare più, ser Cecco mio,</l>
<l>se non per un miracolo di Dio. —</l></lg>
</lg></div2>
<div2 type="poesia">
<head>LXXI</head>
<lg type="sonetto">
<lg>
<l>In man d'essecutori e di notai,</l>
<l>che vuol dir di guidoni e di furfanti,</l>
<l>io son ridotto a tale stato omai</l>
<l>ch'io non confido più nè in Dio nè in santi.</l></lg>
<lg>
<l>Non so di qual religion sien mai,</l>
<l>se turchi, ebrei, gentili o protestanti;</l>
<l>ma mi fo creder che questi cotai</l>
<l>sien affatto ateisti tutti quanti.</l></lg>
<lg>
<l>Oh che bestie, oh che bestie son, per Dio!</l>
<l>E' voglion pur del sangue mio cibarsi,</l>
<l>e dicon ch'egli è lor quello ch'è mio.</l></lg>
<lg>
<l>Voi principi, cui dato a governarsi</l>
<l>fu 'l mondo da messer Domeneddio,</l>
<l>son questi, questi i ladri da impiccarsi.</l></lg>
</lg></div2>
<div2 type="poesia">
<head>LXXII</head>
<lg type="nc">
<lg>
<l>Da un tal che pare una mummia d'Egitto,</l>
<l>ma più fiero dei draghi e i coccodrilli,</l>
<l>che va via per istrada ritto ritto</l>
<l>sì che pare appuntato sugli spilli,</l></lg>
<lg>
<l>deh! guardatevi, o genti, chè 'l suo vitto</l>
<l>è di quel dei legati e de' pupilli:</l>
<l>e non va poi nell'operar sì dritto,</l>
<l>ma è pien d'invenzioni e di cavilli.</l></lg>
<lg>
<l>Ei non istima coscienza un'acca,</l>
<l>e pur ch'egli arricchisca la sua schiatta,</l>
<l>cerca render l'altrui povera e fiacca.</l></lg>
<lg>
<l>Ei mi s'appicca come una mignatta,</l>
<l>e dal mio sangue mai non si distacca</l>
<l>s'io v'adoprassi l'ugne d'una gatta.</l></lg>
<lg>
<l rend="align: center">Per me la cosa è fatta.</l>
<l>Se mai non viene un diavol che lo grappe</l>
<l>direttamente in mezzo delle chiappe,</l></lg>
<lg>
<l rend="align: center">sicch'egli non iscappe,</l>
<l>e dar gli faccia un maledetto crollo,</l>
<l>finchè si rompa un dì l'osso del collo.</l></lg>
</lg></div2>
<div2 type="poesia">
<head>LXXIII</head>
<lg type="nc">
<lg>
<l>O Fortuna, Fortuna crudelaccia,</l>
<l>che se' fatta per mia disperazione;</l>
<l>Fortuna non più no, ma Fortunaccia,</l>
<l>ha a durare un pezzo sta canzone?</l></lg>
<lg>
<l>Vogliam finirla, e volger quella faccia</l>
<l>un poco ancora alle buone persone?</l>
<l>Che sì che mi daresti roba a braccia</l>
<l>s'io t'avessi la ciera d'un briccone?</l></lg>
<lg>
<l>S'io fossi, verbigrazia, una puttana</l>
<l>o un castrato o una cantatrice</l>
<l>o un bel marmocchio ovvero una ruffiana?</l></lg>
<lg>
<l>Allora sì diventerei felice.</l>
<l>Ma perchè osservo la legge cristiana,</l>
<l>ognun mi scaccia, ognun mi maledice,</l></lg>
<lg>
<l rend="align: center">e son sempre infelice.</l>
<l>Ma vivrò, sguaiataccia, al tuo dispetto;</l>
<l>e se ti grappo un dì per quel ciuffetto,</l></lg>
<lg>
<l rend="align: center">te lo strappo di netto:</l>
<l>sicchè i ragazzi, a vederti sì bella,</l>
<l>t'abbian a gridar dietro: — Vella, vella!</l></lg>
</lg></div2>
<div2 type="poesia">
<head>LXXIV</head>
<lg type="nc">
<lg>
<l>Molti somari ho scritto in una lista,</l>
<l>che pretendon saper di poesia,</l>
<l>e ne san tanto quanto un ateista</l>
<l>ne può sapere di teologia.</l></lg>
<lg>
<l>Se t'incontran talotta per la via,</l>
<l>tosto di non vederti fanno vista;</l>
<l>e pur se chiedi lor Dante chi sia,</l>
<l>dicon che Dante gli era un secentista.</l></lg>
<lg>
<l>Ti citano il rimario del Ruscelli,</l>
<l>come farebbe un turco l'Alcorano,</l>
<l>e ne san quanto i gufi e i falimbelli.</l></lg>
<lg>
<l>E, se ti leggono un sonetto strano,</l>
<l>si van ringalluzzando, e si fan belli,</l>
<l>e dicon ch'è di stile alto e sovrano.</l></lg>
<lg>
<l rend="align: center">Or questa lista in mano</l>
<l>io dòtti, o Nume che in Parnaso imperi,</l>
<l>acciocchè gli conoschi questi Seri</l></lg>
<lg>
<l rend="align: center">fuor dei poeti veri;</l>
<l>e tu, Pegaso, se ti montan suso,</l>
<l>rompi pur loro con un calcio il muso.</l></lg>
</lg></div2>
<div2 type="poesia">
<head>LXXV</head>
<lg type="nc">
<lg>
<l>M'ha invitato a ballar ieri ser Nanni</l>
<l>in cima quattro scale sotto un tetto.</l>
<l>Dall'una banda era appoggiato un letto,</l>
<l>e dall'altra un armadio con tre scanni.</l></lg>
<lg>
<l>Da un'altra parte v'erano de' panni</l>
<l>sur un appiccatoio, e a dirimpetto</l>
<l>il focolar, la pentola, il soffietto,</l>
<l>le stoviglie e uno spiedo che ti scanni.</l></lg>
<lg>
<l>In un cantuccio v'erano de' piatti</l>
<l>posti s'un acquaiuol mezzo distrutto,</l>
<l>uno sgabello e due cenci disfatti.</l></lg>
<lg>
<l>Del resto v'era luogo dappertutto</l>
<l>di saltare in un mucchio come i gatti,</l>
<l>v'era il bisogno, vi mancava tutto.</l></lg>
<lg>
<l rend="align: center">I sonatori a lutto</l>
<l>suonavan una razza di strumenti</l>
<l>che ti metteva i brividi ne' denti.</l></lg>
<lg>
<l rend="align: center">Ambidue gli occhi spenti</l>
<l>aveva l'uno, e l'altro era storpiato,</l>
<l>e un, che come un ladro era stracciato,</l></lg>
<lg>
<l rend="align: center">ci vedeva sol da un lato.</l>
<l>Le sonate ch'avean in mente fitte,</l>
<l>eran di quelle che facea Davitte.</l></lg>
<lg>
<l rend="align: center">Stavano ritte ritte</l>
<l>in sulle panche che parean steccate,</l>
<l>certe brutte fanciulle indiavolate.</l></lg>
<lg>
<l rend="align: center">Eran tutte malate:</l>
<l>chi aveva 'l cacasangue e chi la tosse,</l>
<l>chi non cacava e chi avea le mosse:</l></lg>
<lg>
<l rend="align: center">e la meno che fosse</l>
<l>avea la rogna, avea il mal franzese,</l>
<l>e 'l benefizio non avea del mese.</l></lg>
<lg>
<l rend="align: center">Un scopator di chiese,</l>
<l>un beccamorto, un zaffo, un ciabattino,</l>
<l>un gabelliere, un lanzo ed un facchino</l></lg>
<lg>
<l rend="align: center">ed anche un chierichino</l>
<l>de que' che in chiesa servono alle monache,</l>
<l>un oste, un cuoco e, per finir le cronache,</l></lg>
<lg>
<l rend="align: center">due frati senza tonache,</l>
<l>con certi visi di bertucce o monne</l>
<l>facean conversazion con quelle donne,</l></lg>
<lg>
<l rend="align: center">a cui putìan le gonne</l>
<l>d'un odor d'ogni sorta di malanni.</l>
<l>Oh i begli inviti che mi fa ser Nanni.</l></lg>
</lg></div2>
<div2 type="poesia">
<head>LXXVI</head>
<lg type="sonetto">
<lg>
<l>Nanni s'ha messo un mantellaccio in dosso</l>
<l>che, s' tu 'l vedessi, ti parrebbe un matto;</l>
<l>credo che se 'l facesse il re Minosse</l>
<l>quando giudice <foreign lang="lat">ad Inferos</foreign> fu fatto.</l></lg>
<lg>
<l>Egli è cencioso, rattoppato e grosso,</l>
<l>ne cola il brodo e l'unto liquefatto:</l>
<l>era già nero, ed or diventa rosso</l>
<l>per la vergogna d'esser così fatto.</l></lg>
<lg>
<l>Fa Nanni in somma sì trista figura</l>
<l>con quello straccio in sulle spalle storto,</l>
<l>ch'io ne disgrado la mala ventura.</l></lg>
<lg>
<l>Il primo dì che in tal foggia l'ho scorto,</l>
<l>io ebbi a spiritar della paura,</l>
<l>temendo ch'e' non fosse il beccamorto.</l></lg>
</lg></div2>
<div2 type="poesia">
<head>LXXVII</head>
<lg type="sonetto">
<lg>
<l>Nanni mi sbircia prima e quindi arrappa</l>
<l>ogni via per fuggirmi, o manca o destra,</l>
<l>e s'imbavaglia dentro della cappa</l>
<l>quel musin da colpir colla balestra.</l></lg>
<lg>
<l>Che sì, che un giorno tanto si rattrappa</l>
<l>e s'imbacucca ch'egli s'incapestra!</l>
<l>Deh corri, Farfanicchio, e poi la grappa,</l>
<l>e lo disvogli con maniera destra.</l></lg>
<lg>
<l>E col puntel de' cozzi un buon sommesso</l>
<l>gli rileva dal suol quel pa' d'occhiacci,</l>
<l>e fa ch'e' guardi ben s'io son quel desso.</l></lg>
<lg>
<l>Poi diragli pian pian, senza minacci:</l>
<l>se lo noia vedermi così spesso,</l>
<l>che tu coll'ugne lo torrai d'impacci.</l></lg>
</lg></div2>
<div2 type="poesia">
<head>LXXVIII</head>
<lg type="sonetto">
<lg>
<l>Se scorto pria t'avessi, o d'una gogna</l>
<l>degno, dell'altrui opre usurpatore,</l>
<l>io t'are' fatto tanto disonore,</l>
<l>che ne saresti morto di vergogna.</l></lg>
<lg>
<l>Oh! va, cacciati adesso entro una fogna,</l>
<l>se tu non vuoi provar di che tenore</l>
<l>sia la mia penna, quand'ell'è in furore,</l>
<l>bue, piluccone, asinaccio, carogna.</l></lg>
<lg>
<l>Io non so chi mi tien, corpo di. . . . . .</l>
<l>ch'io non ti sforzi or ora a dispogliarti</l>
<l>di tutto quanto ha' tu del fatto mio;</l></lg>
<lg>
<l>e ch'io non pongami a perseguitarti,</l>
<l>con verseggiar sì attossicato e rio</l>
<l>che di tua man tu vada ad impiccarti.</l></lg>
</lg></div2>
<div2 type="poesia">
<head>LXXIX</head>
<lg type="sonetto">
<lg>
<l>Signori cari, fate di star sani,</l>
<l>almeno almen finchè non vi malate,</l>
<l>e per amor del cielo vi guardate</l>
<l>di non ire a ingrassare i petronciani.</l></lg>
<lg>
<l>E voi, Piovano, quelle vostre mani</l>
<l>non le tenete mica scioperate;</l>
<l>ma a scriver belle cose le adoprate</l>
<l>in versi ora latini ora toscani.</l></lg>
<lg>
<l>Così, coll'arte ch'ogni orgoglio placa,</l>
<l>non temerete quella vecchia piùe</l>
<l>che tira colpi da matta imbriaca.</l></lg>
<lg>
<l>E chiaro il vostro nome ognora piùe</l>
<l>n'andrà persino in India Pastinaca,</l>
<l>là dove l'acque corron all'ingiùe.</l></lg>
</lg></div2>
<div2 type="poesia">
<head>LXXX</head>
<lg type="nc">
<lg>
<l>Ser Cecco mio, voi siete spiritato</l>
<l>sì, per santa Nafissa, a dir ch'io muoio,</l>
<l>per che son d'una donna imbertonato</l>
<l>più che d'una carogna un avvoltoio.</l></lg>
<lg>
<l>Voi mi fate un supposto sgangherato</l>
<l>a dire che perciò mi spolpo e scuoio;</l>
<l>ch'io non son mica come voi bruciato,</l>
<l>tenero di calcagna, cascatoio.</l></lg>
<lg>
<l>Cancher vi mangi: il vo' pur dir; gli è vero</l>
<l>sì, ch'egli è ver ch'io son proprio disfatto</l>
<l>d'una ragazza che vale un impero,</l></lg>
<lg>
<l>e vo' giuocar, che se 'l vedeste un tratto</l>
<l>quel visin che m'ha fatto prigioniero,</l>
<l>voi n'andreste in frega come un gatto.</l></lg>
<lg>
<l rend="align: center">Ma pur non m'han mai tratto</l>
<l>in sì sciocco pensiero due luci belle</l>
<l>di voler per amor tormi la pelle.</l></lg>
<lg>
<l rend="align: center">E non stimo covelle</l>
<l>il mal d'amore, s'io ne son guerito</l>
<l>solamente con polli e pambollito.</l></lg>
</lg></div2>
<div2 type="poesia">
<head>LXXXI</head>
<lg type="sonetto">
<lg>
<l>Voi me ne avete fatti tanti e tanti</l>
<l>di questi vostri attacci arcipoltroni,</l>
<l>che se tornate a rompermi i. . . . . . . .</l>
<l>vi tratterò da birbe e da furfanti.</l></lg>
<lg>
<l>Voi siete una tormaccia di pedanti,</l>
<l>che non volete intender le ragioni;</l>
<l>e perchè fate i saggi e i dottoroni</l>
<l>stimate gli altri goffi ed ignoranti.</l></lg>
<lg>
<l>Che c'è egli drento in que' vostri libracci</l>
<l>a non volere che sien letti mai</l>
<l>quando voi nol volete, ignorantacci?</l></lg>
<lg>
<l>Il diavol, credo, che vi salti omai</l>
<l>su que' vostri muffati granellacci,</l>
<l>e vi faccia gridare: — Ahi ahi ahi ahi! —</l></lg>
</lg></div2>
<div2 type="poesia">
<head>LXXXII</head>
<lg type="sonetto">
<lg>
<l>Andate alla malora, andate, andate,</l>
<l>e non mi state a rompere i . . . . . . . . .</l>
<l>Io non vo' più sentir queste sonate.</l>
<l>Che vestizioni, che professioni?</l></lg>
<lg>
<l>Doh maladette usanze indiavolate!</l>
<l>Possibil che dottor non s'incoroni,</l>
<l>non si faccia una monaca o un frate,</l>
<l>senza i sonetti, senza le canzoni?</l></lg>
<lg>
<l>Che debb'io dire? che costei le spalle</l>
<l>ardita volge ai tre nemici armati,</l>
<l>ch'alla cella sen va per dritto calle!</l></lg>
<lg>
<l>Ch'amor disperasi, e gl'innamorati?...</l>
<l>E dàlle e dàlle e dàlle e dàlle e dàlle,</l>
<l>con questi cavolacci riscaldati!</l></lg>
</lg></div2>
<div2 type="poesia">
<head>LXXXIII</head>
<lg type="nc">
<lg>
<l>O monachine mie, questa fanciulla</l>
<l>è una fanciulla tutta bella e buona;</l>
<l>bella e diritta della sua persona,</l>
<l>che, come a donna, non le manca nulla.</l></lg>
<lg>
<l>Ella poppava quand'ell'era in culla;</l>
<l>poi, per forza di Cerere e Pomona,</l>
<l>è venuta una bella pollastrona</l>
<l>che finor dette al mondo erba trastulla.</l></lg>
<lg>
<l>Ella ha poi un cervel non dal suo sesso,</l>
<l>chè mai non fece una minchioneria,</l>
<l>se a sorte mai non la facesse adesso.</l></lg>
<lg>
<l>Ella è inoltre così divota e pia</l>
<l>ch'ella, sera e mattina, dice spesso</l>
<l>il paternostro e l'avemmaria.</l></lg>
<lg>
<l rend="align: center">In fine ella sarìa,</l>
<l>se Iddio daralle grazia ch'ella viva,</l>
<l>proprio il caso per la contemplativa;</l></lg>
<lg>
<l rend="align: center">e per la vita attiva,</l>
<l>poichè a far berricuocoli e ciambelle</l>
<l>non c'è un paio di man come son quelle.</l></lg>
<lg>
<l rend="align: center">Ei bisogna vedelle;</l>
<l>ch'io vi so dir che non varrìa danaio</l>
<l>appetto a lei il miglior ciambellaio</l></lg>
<lg>
<l rend="align: center">o berricuocolaio:</l>
<l>e s'ella vale un mezzo mondo a falle,</l>
<l>ne val più di millanta a manucalle.</l></lg>
</lg></div2>
<div2 type="poesia">
<head>LXXXIV</head>
<lg type="nc">
<lg>
<l>Son le Furie d'Averno, a quel ch'io sento,</l>
<l>tre: Megera, Tesifone ed Aletto;</l>
<l>ma al mondo se ne contan per portento</l>
<l>infino a sei sotto un medesmo tetto.</l></lg>
<lg>
<l>Son sei sorelle tutte d'un aspetto:</l>
<l>il ciel ne guardi s'elle fusson cento!</l>
<l>Cacolle la Natura per dispetto</l>
<l>un dì ch'ella si messe un argomento.</l></lg>
<lg>
<l>C'è ancor chi dice ch'elle usciron fuora</l>
<l>prima di tutti quanti gli altri mali</l>
<l>dal maladetto vaso di Pandora.</l></lg>
<lg>
<l>Chi volesse fondar cento spedali</l>
<l>o lazzeretti lo farebbe ognora</l>
<l>ch'egli potesse aver queste cotali</l></lg>
<lg>
<l rend="align: center">veraci e naturali</l>
<l>immagini del morbo e della peste,</l>
<l>fatte senza livello e senza seste</l></lg>
<lg>
<l rend="align: center">dalle veloci e preste</l>
<l>mani della Natura esterrefatta</l>
<l>da quella materiaccia contrafatta,</l></lg>
<lg>
<l rend="align: center">la qual par proprio fatta</l>
<l>per far le tentazioni a Sant'Antonio</l>
<l>in forma di fantasma o di demonio.</l></lg>
</lg></div2>
<div2 type="poesia">
<head>LXXXV</head>
<lg type="nc">
<lg>
<l>Muse pitocche, andatene al bordello,</l>
<l>poichè da questo vostro mestieraccio,</l>
<l>mentre per soddisfare a ognun m'avaccio,</l>
<l>io non ne cavo un marcio quattrinello.</l></lg>
<lg>
<l>M'ho io dunque a beccar sempre il cervello</l>
<l>sopra qualche sguaiato suggettaccio,</l>
<l>che, innanzi che l'onor ch'io gli procaccio,</l>
<l>merterìa di remar sopra un vascello?</l></lg>
<lg>
<l>Eccoti, Apollo mio, la tua ghirlanda!</l>
<l>Io te ne incaco ch'ella sia immortale,</l>
<l>poichè frutto nessun non mi tramanda.</l></lg>
<lg>
<l>Almen ci fosse ancor qualche cotale</l>
<l>de' prischi eroi! Ma qual ragion comanda</l>
<l>d'ingrandir co' miei versi uno animale,</l></lg>
<lg>
<l rend="align: center">un sciocco, uno stivale</l>
<l>che s'acconventi? ovvero una bagascia</l>
<l>che per colpa de' padri il mondo lascia,</l></lg>
<lg>
<l rend="align: center">e d'un velo si fascia,</l>
<l>e, giunta in munister, po' po' in quel fondo</l>
<l>fa forse peggio che non fece al mondo?</l></lg>
<lg>
<l rend="align: center">Ah, l'uno e l'altro pondo</l>
<l>mi sia strappato via con le tanaglie,</l>
<l>piuttosto che lodar queste canaglie!</l></lg>
<lg>
<l rend="align: center">Un asino che raglia</l>
<l>sia ben degno cantor di quella gente</l>
<l>che a chi canta per lor non dan mai niente.</l></lg>
</lg></div2>
<div2 type="poesia">
<head>LXXXVI</head>
<lg type="nc">
<lg>
<l>Sì vivi pur così . . . . . . . vecchia,</l>
<l>con questi tuoi . . . . . . . . . . sciocchi.</l>
<l>Sì, nelle sceleraggini, sì, invecchia,</l>
<l>ove tu fai cotenna e ti balocchi.</l></lg>
<lg>
<l>Mi poss'esser tagliato via un'orecchia,</l>
<l>e cavati di testa ambedue gli occhi,</l>
<l>e gelosia mi punge o mi morsecchia</l>
<l>o mi trapassa il cor con degli stocchi.</l></lg>
<lg>
<l>Mi vergogno del ben che t'ho voluto,</l>
<l>e, s'io ne sento una favilla in petto,</l>
<l>poss'io essere un gran . . . . . . . . . . .  </l></lg>
<lg>
<l>S' tu mai pigli marito, io gli prometto</l>
<l>che in men d'un mese, sia pur egli astuto,</l>
<l>a portare il cimier sarà costretto.</l></lg>
<lg>
<l rend="align: center">E finalmente aspetto</l>
<l>di vederti venir fuor del bordello</l>
<l>in mezzo alla sbirraglia ed al bargello</l></lg>
<lg>
<l rend="align: center">con al collo il cartello</l>
<l>e la mitera in capo in sur un miccio,</l>
<l>e 'l boia dreto a dartene un carpiccio.</l></lg>
</lg></div2>
<div2 type="poesia">
<head>LXXXVII</head>
<lg type="nc">
<lg>
<l>Masin, cotesto tuo calonacaccio</l>
<l>che ruba i versi e l'opere stampate,</l>
<l>poi dice ch'egli stesso le ha inventate,</l>
<l>bench'ei di poetar non ne sa straccio;</l></lg>
<lg>
<l>oh! va, digli ch'egli è un bell'asinaccio,</l>
<l>vestito delle pelli che ha rubate;</l>
<l>ma che tu lo conosci alle ragliate:</l>
<l>oh! va, digliene pure in sul mostaccio!</l></lg>
<lg>
<l>Digli ch'e' vada tra la gente sciocca</l>
<l>a fare il dotto, e colla cera brusca</l>
<l>nomi ed aggiunti, satire gli scocca!</l></lg>
<lg>
<l>Ma no, ch'ogn'altro pregio un solo offusca:</l>
<l>dàgli soltanto il titol che gli tocca.</l>
<l>Sa' tu quel ch'e' vuol dire in lingua etrusca?</l></lg>
<lg>
<l rend="align: center">Va, leggila la Crusca,</l>
<l>e troverai che, in buona locuzione,</l>
<l>calonaco vuol dir propio. . . . . . .</l></lg>
</lg></div2>
<div2 type="poesia">
<head>LXXXVIII</head>
<lg type="terza-rima">
<lg>
<l>Oh poffare! ser Cecco, i' son rimasto</l>
<l>proprio come s'io fossi senza un corno:</l>
<l>non mi sa buono nè dormir, nè pasto.</l></lg>
<lg>
<l>Io vo pur dietro a sbirciare d'intorno,</l>
<l>per vederti una volta, vezzo mio;</l>
<l>ma in van io guato e di notte e di giorno,</l></lg>
<lg>
<l>tu se' scappato senza dirmi addio;</l>
<l>e starai lieto, e farai buona ciera,</l>
<l>mentr'io ti cerco a oriente, a bacìo.</l></lg>
<lg>
<l>Doh! che gli venga un orco, una versiera,</l>
<l>e se lo portin via quel can, quel tristo,</l>
<l>cagion che tu ne desti buona sera.</l></lg>
<lg>
<l>Giuro sul berrettin dell'Anticristo</l>
<l>ch'i' vorre' proprio colle man sbranallo,</l>
<l>se 'l conoscessi, se l'avessi visto.</l></lg>
<lg>
<l>Al corpo, al sangue, ch'i' vorre' cacciallo</l>
<l>dentro 'n un cesso, dentro 'n una fogna,</l>
<l>a far co' vermi e colle bòtte un ballo.</l></lg>
<lg>
<l>Non ti par egli degno d'una gogna,</l>
<l>d'un cartoccio turchin, d'un asinello</l>
<l>e d'una frusta, e d'una gran vergogna?</l></lg>
<lg>
<l>Ma ritorniamo a te, ser Cecco bello:</l>
<l>come va la faccenda? E la signora</l>
<l>ti fruga nel pensier, di dà martello?</l></lg>
<lg>
<l>Vatt'ella consumando ad ora ad ora,</l>
<l>povero meschinello, poveraccio,</l>
<l>oppure ti dà sosta una qualch'ora?</l></lg>
<lg>
<l>Tu senti tu del caldo, oppur del ghiaccio?</l>
<l>Se' vivo, sano, verde come un aglio?</l>
<l>Oppure se' ravvolto in uno straccio?</l></lg>
<lg>
<l>I' ho tanta paura che mi quaglio</l>
<l>allor ch'io penso a cotesto tuo stato,</l>
<l>e mi pare d'avere addosso un maglio.</l></lg>
<lg>
<l>Ma spero che rimedio arai trovato</l>
<l>a questo rodimento maladetto,</l>
<l>e quel gran ruzzo te l'avrai cavato.</l></lg>
<lg>
<l>Se no, cerca di trarre alcun diletto</l>
<l>da qualche foresozza ben tarchiata</l>
<l>ch'elle sono, per Dio, di core schietto.</l></lg>
<lg>
<l>Falle col chittarrin la serenata,</l>
<l>ch'e' non c'è ristio di pigliar l'acceggia:</l>
<l>dàlle la ben venuta e ben trovata.</l></lg>
<lg>
<l>E quando che la zappa o la marreggia,</l>
<l>va a ritrovarla, e presso le ti metti,</l>
<l>e lì ciarla e singhiozza e cuccuveggia.</l></lg>
<lg>
<l>Dàlle de' nastri, dàlle de' merletti,</l>
<l>e qualche stringa, e qualche coreggiuolo,</l>
<l>e de' bigheri ancor, degli spilletti.</l></lg>
<lg>
<l>E così passeratti il tempo a volo,</l>
<l>senza pensare alle ribalderie,</l>
<l>senz'alcun dispiacere, senza duolo.</l></lg>
<lg>
<l>Legger potràle delle poesie</l>
<l>nuove, bizzarre, chiare ed allegrocce,</l>
<l>come sarebbe, a un mo' di dir, le mie;</l></lg>
<lg>
<l>e poi farle le dolci carezzocce,</l>
<l>e qualche baciolino anche appiccarle</l>
<l>in su quelle gotuzze vermigliocce.</l></lg>
<lg>
<l>Ma sta'! dove vo io con queste ciarle?</l>
<l>Son elle cose da dirle al Ceccone</l>
<l>che saprà ben da sè stesso cercarle?</l></lg>
<lg>
<l>Eh via! che gli è proprio un dottorone</l>
<l>in questo mestieraccio così fatto,</l>
<l>e la sa tutte meglio che un Nasone.</l></lg>
<lg>
<l>E io son pur sì scimunito e matto?</l>
<l>Gli è come portar cavolo a Legnaia</l>
<l>a insegnare a ser Cecco in questo fatto.</l></lg>
<lg>
<l>Desso è una fonte, desso è una ceppaia</l>
<l>di be' trovati, e voler dirne a lui</l>
<l>gli è giusto come metter stoppia in aia.</l></lg>
<lg>
<l>Ma queste cose le non fan per nui:</l>
<l>lascianle andar, e discorriamo adesso</l>
<l>d'altri affari che fanno per noi dui.</l></lg>
<lg>
<l>Deh! fatt'in qua, deh! fatt'un po' più presso,</l>
<l>e senti due parole nell'orecchio</l>
<l>intorno a quel passato tuo successo.</l></lg>
<lg>
<l>Quel messer lo calonaco, quel vecchio,</l>
<l>il qual vuol farti una pedina, il quale</l>
<l>vuol fartela vedere in uno specchio;</l></lg>
<lg>
<l>quello sguaiato tristo facimale,</l>
<l>quel disgraziato, quel sciaguratello</l>
<l>che gli venga un gavocciolo, un cassale</l></lg>
<lg>
<l>s'è tolto quel pensiero del cervello?</l>
<l>oppur v'è ancora dentro incaponito?</l>
<l>Chiamalo in giostra, chiamalo in duello.</l></lg>
<lg>
<l>E s'egli accetta così fatto invito</l>
<l>statti lieto, Ceccon, chè 'l tuo gran guaio</l>
<l>in una mezz'oretta gli è fornito.</l></lg>
<lg>
<l>Io getto anch'io 'n un canto questo saio,</l>
<l>e armato tutto come un paladino</l>
<l>tra sè e me ne farem giusto un paio.</l></lg>
<lg>
<l>E lì colpi da Orlando e da Zerbino</l>
<l>gli menerem sul capo e sulle braccia,</l>
<l>fin che disteso l'abbiamo supino.</l></lg>
<lg>
<l>Oh ve' che spaventosa figuraccia</l>
<l>faremo noi con quegli stocchi in mano!</l>
<l>Affè ch'alle persone il cor s'addiaccia.</l></lg>
<lg>
<l>Tu parrai un bargello, uno scherano;</l>
<l>perchè quel tuo visin gli è propio buono</l>
<l>da spiritare un povero cristiano.</l></lg>
<lg>
<l>Oh via lasciamo, perch'io stanco sono,</l>
<l>di scriver giù di queste tantafere</l>
<l>che farebbon scoppiar di verno il tuono.</l></lg>
<lg>
<l>E voi intanto, il mio buon messere</l>
<l>state allegro, e aspettatevi che presto</l>
<l>fo conto di venirvi a rivedere.</l></lg>
<lg>
<l>E se mai quella birba, quel capresto</l>
<l>d'Amor mi dona un becco d'un contento,</l>
<l>non mi vedrete più doglioso e mesto;</l></lg>
<lg>
<l>ma dentro nelle risa infino al mento,</l>
<l>negli spassi, ne' gusti, ne' piaceri</l>
<l>vo' sempre che ci stiam ficcati drento.</l></lg>
<lg>
<l>E lasciamo gracchiare a questi Sèri</l>
<l>che gl'impicci si prendono del Rosso,</l>
<l>a questi sciocchi veri, veri, veri,</l></lg>
<lg>
<l>che 'l canchero gli roda infin sull'osso.</l></lg>
<gap/>
<lg>
<l>Proscritta. Ser Finocchio ha ricevuto</l>
<l>le lettere, al barbiere da voi lasciate,</l>
<l>ed ancor egli vi fa un bel saluto,</l></lg>
<lg>
<l>cogli altri amici delle passeggiate.</l></lg>
</lg></div2>
<div2 type="poesia">
<head>LXXXIX</head>
<lg type="terza-rima">
<lg>
<l>Signor curato, mi son pure accorto,</l>
<l>e l'ho sentito del sicuro a dire,</l>
<l>che, s'io non fossi vivo, sare' morto;</l></lg>
<lg>
<l>e che, se noi abbiamo da spedire</l>
<l>qualche nostro affaruzzo di presente,</l>
<l>bisogna farlo prima di morire;</l></lg>
<lg>
<l>perchè m'ha detto ancor di molta gente,</l>
<l>che quando un uomo ha tirato le calze,</l>
<l>e' non c'è modo di far più niente.</l></lg>
<lg>
<l>Però conviene ch'io mi sbracci e scalze,</l>
<l>e ch'io venga con quattro miei versacci</l>
<l>a trovarvi costì fra queste balze.</l></lg>
<lg>
<l>E intanto ch'io son vivo e fuor d'impacci,</l>
<l>meni le mani come i berrettai,</l>
<l>e ch'io faccia ben presto e ch'io mi spacci,</l></lg>
<lg>
<l>prima che tornin più fitti che mai,</l>
<l>e mi vengano sopra difilato,</l>
<l>e m'empiano d'un fregolo di guai.</l></lg>
<lg>
<l>Perchè, se voi lo sapeste il mio stato,</l>
<l>parrìa ch'io vi contassi delle baie,</l>
<l>e vi direi il ver, signor curato.</l></lg>
<lg>
<l>Ma queste ciarle sieno le sezzaie:</l>
<l>ne parleremo poi, quando non ci abbia</l>
<l>dell'altre cose più gioconde e gaie.</l></lg>
<lg>
<l>E perch'io paio un gufo in una gabbia,</l>
<l>o in su la gruccia a far rider gli uccelli,</l>
<l>mi rincresce scoprirmi, e monto in rabbia.</l></lg>
<lg>
<l>Intanto io vi ringrazio di que' belli</l>
<l>saluti, che di spesso voi mi fate,</l>
<l>or per bocca di questi ed or di quelli.</l></lg>
<lg>
<l>Ma certo, signor caro, v'ingannate</l>
<l>a tenermi per un virtuosaccio,</l>
<l>a darmi quelle lodi sperticate;</l></lg>
<lg>
<l>ch'io veramente sono un suggettaccio</l>
<l>che studio solamente il <hi rend="italic">Pecorone</hi>,</l>
<l>e in altre cose non vaglio uno straccio.</l></lg>
<lg>
<l>Io sono, verbigrazia, un compagnone</l>
<l>che mi piace di ridere e gracchiare</l>
<l>co' miei amici in conversazione.</l></lg>
<lg>
<l>Io non mi curo molto di studiare,</l>
<l>perchè mi dicon che chi studia troppo</l>
<l>va a rischio di morire o d'impazzare.</l></lg>
<lg>
<l>Io, che vi corro, come di galoppo,</l>
<l>verso la casa di Monna Pazzia,</l>
<l>per Dio che vi cadrei senz'altro intoppo.</l></lg>
<lg>
<l>E poi perchè volete ch'io mi dia</l>
<l>allo studiar, ch'or non si stima un'acca,</l>
<l>e sol si stima la poltroneria?</l></lg>
<lg>
<l>E dappoi che la nuca ti si stracca</l>
<l>in sur i libri, infine a capo d'anno</l>
<l>tu fai l'avanzo che facea 'l Cibacca.</l></lg>
<lg>
<l>Togliamoci, signor, da questo inganno</l>
<l>di volere studiar fino alla morte,</l>
<l>e mandiamogli i libri al lor malanno.</l></lg>
<lg>
<l>Oggi co' libri non si fa più sorte;</l>
<l>non è più 'l tempo che Berta filava;</l>
<l>e le genti dabbene sono morte.</l></lg>
<lg>
<l>Non è più 'l tempo che si regalava</l>
<l>di scudacci lampanti e di fiorini</l>
<l>un sonettuzzo che finisse in “ava”.</l></lg>
<lg>
<l>Adesso se ne van sbrici e meschini</l>
<l>involti dentro a un piccolo tabarro</l>
<l>i poeti ch'un tempo eran divini:</l></lg>
<lg>
<l>e forz'è che uno spirito bizzarro</l>
<l>si pasca sol di fumo e invano aspetti</l>
<l>di pigliare la lepre con il carro.</l></lg>
<lg>
<l>Oh sieno delle volte benedetti</l>
<l>più di millanta color ch'hanno il mondo</l>
<l>dentro a' loro preteriti perfetti!</l></lg>
<lg>
<l>E fra questi voi siete, il mio giocondo</l>
<l>signor curato, il quale non avete</l>
<l>adesso d'altri un bisognino al mondo;</l></lg>
<lg>
<l>e vi godete la vostra quiete,</l>
<l>e mangiate, e beete, e poi dormite,</l>
<l>quando n'avete voglia, e che potete.</l></lg>
<lg>
<l>Voi ne farete pur delle stampite</l>
<l>in su quel chitarrone alto e sonoro</l>
<l>che potrebbe trar l'anime da Dite.</l></lg>
<lg>
<l>E sempre intorno il leggiadretto coro</l>
<l>avrete delle Muse, che lontane</l>
<l>se ne stan dagli strepiti del fòro:</l></lg>
<lg>
<l>e scriverete con ambe le mane</l>
<l>in prosa e in versi roba sì squisita,</l>
<l>da mangiarsela tutta senza pane,</l></lg>
<lg>
<l>e leccarsene ancor l'ugne e le dita.</l>
<l>Oimè che versi, oimè che dolci prose,</l>
<l>oimè che roba, corpo di mia vita!</l></lg>
<lg>
<l>Quand'io ci vo pensando a queste cose,</l>
<l>mi sdilinquisce dentro al petto il core,</l>
<l>come s'io fossi in mezzo a un pa' di spose,</l></lg>
<lg>
<l>e ch'ambedue mi amassono d'amore,</l>
<l>e facesson tra loro a chi più bene</l>
<l>mi vuole, e 'l dimostrassono di fuore.</l></lg>
<lg>
<l>La parità qui non ci calza bene:</l>
<l>ma io l'ho detta pe un verbigrazia,</l>
<l>per una cosa che in bocca mi viene.</l></lg>
<lg>
<l>Che non credeste, già, per mia digrazia,</l>
<l>ch'io me le andassi così nominando,</l>
<l>perchè le donne mi fossero in grazia:</l></lg>
<lg>
<l>ch'io vi giuro per la spada d'Orlando</l>
<l>e per lo 'ncanto di madonna Tessa,</l>
<l>ch'io le vorre' vedere tutte in bando.</l></lg>
<lg>
<l>Ma sta quistion lasciamola soppressa,</l>
<l>acciò, col dire, scorger non mi faccia;</l>
<l>perchè tal burla che poi si confessa.</l></lg>
<lg>
<l>Io vo scrivendo giù questa cosaccia,</l>
<l>senza considerar quel ch'io mi faccio</l>
<l>e ci do drento a forza delle braccia.</l></lg>
<lg>
<l>E voi direte: — Guata cervellaccio,</l>
<l>che non sa nè men e' quel che si dica,</l>
<l>che vuol far del saccente, ed è un babaccio.</l></lg>
<lg>
<l>E forse monterete in sulla bica</l>
<l>ch'io v'assordi con questi noncovelle</l>
<l>e direte: — Oh che 'l ciel ti maledica!</l></lg>
<lg>
<l>Ma, poter della luna e delle stelle!</l>
<l>chi cercherebbe di tenere a segno</l>
<l>un cervel ch'abbia in capo le girelle?</l></lg>
<lg>
<l>Orsù, frenate un micolin lo sdegno,</l>
<l>e lasciate ch'io empia questo vano</l>
<l>ch'io non v'aggiungo, se mi dessi un regno.</l></lg>
<lg>
<l>Se vedeste il signor prete. . . . . . . .</l>
<l>il quale sta a . . . . . . . . .  ed è mio zio,</l>
<l>fategli da mia parte un baciamano.</l></lg>
<lg>
<l>E ditegli ch'io son vivo ancor io</l>
<l>e ch'e' farebbe il meglio a ricordarsi</l>
<l>alcuna volta un po' del fatto mio;</l></lg>
<lg>
<l>e ch'ei farebbe bene a dimostrarsi</l>
<l>che non sol di parole ei m'è parente:</l>
<l>ma e' dirà che i tempi sono scarsi.</l></lg>
<lg>
<l>E intanto che mi cade nella mente,</l>
<l>vi raccomando ancora quel vanerello</l>
<l>dell'Antognin che si farà valente.</l></lg>
<lg>
<l>Egli è un ragazzo virtuoso e bello;</l>
<l>ma s'ho a dirla propio spiattellata,</l>
<l>egli è un po' leggerino di cervello.</l></lg>
<lg>
<l>Bisogna fargli una buona lavata;</l>
<l>ch'io vi prometto da quell'uom che sono</l>
<l>che non gli sarà mica una sassata.</l></lg>
<lg>
<l>Egli ha portato giù dal cielo in dono</l>
<l>un grande ingegno, e se 'l coltiverà,</l>
<l>certo ch'ei si farà molto più buono.</l></lg>
<lg>
<l>Convien dirgli che s'e' non studierà</l>
<l>la logica, sportel d'ogni scienza,</l>
<l>ch'egli non saprà mai quel che dirà:</l></lg>
<lg>
<l>e s'e' non pianterà buona semenza,</l>
<l>che delle frutte ne ricorrà poche,</l>
<l>come gl'insegnerà la sperienza.</l></lg>
<lg>
<l>Ma sento che gridate: — <foreign lang="lat">O quid est hoche?</foreign></l>
<l>Saprò ben dir, senza che tu m'insegni:</l>
<l>Hanno a menare i paperi a ber l'oche? —</l></lg>
<lg>
<l>Per questo io pianto qui d'Ercole i segni,</l>
<l>e dico: — <foreign lang="lat">Non plus ultra</foreign>, o Musa mia,</l>
<l>chè gli uditori ne son pregni pregni: —</l></lg>
<lg>
<l>e sono stiavo di Vossignoria.</l></lg>
</lg></div2>
<div2 type="poesia">
<head>XC</head>
<lg type="terza-rima">
<lg>
<l>Manzon, s'i' te l'ho detto, tu lo sai,</l>
<l>e s'i' non te l'ho detto, tel vo' dire:</l>
<l>quand'i' te l'arò detto, il saperai.</l></lg>
<lg>
<l>Son risoluto di voler morire,</l>
<l>e non ci voglio metter tempo in mezzo:</l>
<l>guarda capricci che soglion venire!</l></lg>
<lg>
<l>I' mi volea morire sino a un pezzo:</l>
<l>ma non ci ho mai potuto trovar modo,</l>
<l>ch'a questa cosa non ci sono avvezzo.</l></lg>
<lg>
<l>Ho attaccato un bel capresto a un chiodo,</l>
<l>e delle volte diece sono stato</l>
<l>per cacciare la testa drento al nodo:</l></lg>
<lg>
<l>ma, prima di far questo, ci ho pensato</l>
<l>ch'egli è una morte da furbo, da baro,</l>
<l>cioè a dir quel morire impiccato.</l></lg>
<lg>
<l>Chè già c'ho a fare questo passo amaro,</l>
<l>i' non vorre' po' poi che le persone</l>
<l>m'avessono a stimare un bel somaro,</l></lg>
<lg>
<l>perch'i' non abbia fatto elezione</l>
<l>di qualche morte almen da galantuomo,</l>
<l>non mica da furfante e da briccone.</l></lg>
<lg>
<l>Se ci fusse stampato qualche tomo</l>
<l>il qual mostrasse tutte le maniere</l>
<l>di far tirar le calze a un pover'uomo,</l></lg>
<lg>
<l>io men vorre' di fatto provvedere,</l>
<l>e ci vorre' poi tanto studiar suso,</l>
<l>ch'io ne trovassi alcuna a mia piacere.</l></lg>
<lg>
<l>Quel povero Bertoldo i' non l'accuso,</l>
<l>che non trovò mai pianta da impiccarsi:</l>
<l>gli ebbe ragione di restar confuso.</l></lg>
<lg>
<l>Perocchè, quando si tratta di farsi</l>
<l>del male, dicon que' che provat'hanno,</l>
<l>ch'egli è molto difficil contentarsi.</l></lg>
<lg>
<l>E' non è già che rechi loro affanno</l>
<l>quella paura del morire: a quella</l>
<l>i disperati non vi baderanno.</l></lg>
<lg>
<l>Ciò che ti fa beccar ben le cervella</l>
<l>gli è quel cercarla bella; chè di morti</l>
<l>se ne stenta a trovare alcuna bella.</l></lg>
<lg>
<l>E benchè ce ne sieno di più sorti,</l>
<l>le sono però certe porcherie,</l>
<l>da fare disonore a tutti i morti.</l></lg>
<lg>
<l>E questo è il caso che, di tante vie</l>
<l>che ci ha d'andare a veder ballar l'orso,</l>
<l>in bilico tu stai tra 'l no e 'l sie,</l></lg>
<lg>
<l>ove al contradio, senza far discorso,</l>
<l>s'ella fusse una morte che piacesse,</l>
<l>te la beresti come bere un sorso.</l></lg>
<lg>
<l>Ma, verbi grazia, se qualcun ti desse</l>
<l>nel petto d'un pugnale, o nelle stiene,</l>
<l>o con un ciotto il capo ti rompesse,</l></lg>
<lg>
<l>ti par egli una cosa che stia bene,</l>
<l>sporcarti la camicia e 'l giubberello</l>
<l>dal sangue che vien fuora delle vene?</l></lg>
<lg>
<l>E' m'è venuto ancora entro al cervello</l>
<l>ch'i' mi potre' andare ad annegare;</l>
<l>e questo mi parrebbe un modo bello:</l></lg>
<lg>
<l>ma quel doversi poi tutto bagnare</l>
<l>que' pochi panni che tu hai indosso</l>
<l>non mi finisce ben di contentare.</l></lg>
<lg>
<l>Mi si potrebbe risponder ch'io posso,</l>
<l>se pure ho di morir pensier veruno,</l>
<l>innanzi tratto trarmeli di dosso:</l></lg>
<lg>
<l>ma cotesto non m'entra in conto alcuno;</l>
<l>perch'i' sono un cotale innocentino</l>
<l>che non vorre' scandolezzar nessuno.</l></lg>
<lg>
<l>Ci sarebbe un segreto pellegrino;</l>
<l>cioè ch'i' mi cacciassi un palo dreto;</l>
<l>ma questo è un morir da saracino:</l></lg>
<lg>
<l>oltrecchè mi parrebbe un po' indiscreto</l>
<l>quel non peter mai più per quella via</l>
<l>trarre un sospir che somigliasse a un peto.</l></lg>
<lg>
<l>Un altro bel segreto ci sarìa</l>
<l>che mi potrebbe tôrre d'ogn'impaccio;</l>
<l>e l'abbruciarmi credo che ciò sia:</l></lg>
<lg>
<l>s'e' no fosse che qualche ignorantaccio</l>
<l>sarebbe, che direbbe che quel foco</l>
<l>fusse in pena di qualche peccataccio.</l></lg>
<lg>
<l>Ma questa cosa monterebbe poco,</l>
<l>che, se di fummo ci fusse un po' meno,</l>
<l>non ti so dir se sarebbe un bel giuoco.</l></lg>
<lg>
<l>E quantunque alcun dica che 'l veleno</l>
<l>sia la più bella morte che si faccia,</l>
<l>nè anche questa mi contenta appieno.</l></lg>
<lg>
<l>E la ragion, perch'ella mi dispiaccia,</l>
<l>è che per che tu sii morto perduto;</l>
<l>tanto diforme ti rende la faccia.</l></lg>
<lg>
<l>Perchè 'l vederti nero divenuto,</l>
<l>e gonfio, agli occhi reca tanta noia</l>
<l>che si vorrebbe piuttosto esser muto.</l></lg>
<lg>
<l>Or tu, che se' staggito già per boia,</l>
<l>Manzoni, vorre' mo' che mi dicessi</l>
<l>qualche bel modo di tirar le cuoia,</l></lg>
<lg>
<l>ma qualche modo che non mi spiacessi;</l>
<l>e se fusse possibil cosa ancora</l>
<l>che a chi l'adopra mal non gli facessi.</l></lg>
<lg>
<l>Sovviemmi ch'allor quando la signora</l>
<l>non ti volea veder vivo nè morto,</l>
<l>che tu n'andavi in cerca molto allora.</l></lg>
<lg>
<l>A quanto però io mi sono accorto,</l>
<l>non potesti far pago il tuo disio,</l>
<l>dappoi ch'i' vedo che non se' ancor morto.</l></lg>
<lg>
<l>Ora, Manzoni, che debb'io fare, io,</l>
<l>posciacchè dopo tanto affaticarmi</l>
<l>io non trovo una morte a modo mio?</l></lg>
<lg>
<l>Sa' tu quel ch'i' vo' far? Voglio chetarmi</l>
<l>e soprastare pazientemente,</l>
<l>finchè la morte vengh'ella a trovarmi.</l></lg>
<lg>
<l>Chi sa che, s'ella la mia brama sente,</l>
<l>non provvegga da sezzo a' fatti miei,</l>
<l>meglio ch'i' non fare' forse al presente?</l></lg>
<lg>
<l>D'arte sì fatta ella ne sa per sei:</l>
<l>in queste cose tiene il principato.</l>
<l>Vo' far così; voglio aspettarla lei.</l></lg>
<lg>
<l>In tanto, per mostrar che ti son grato,</l>
<l>quel bel capresto te lo dono a tene;</l>
<l>i' dico quel ch'avevo apparecchiato;</l></lg>
<lg>
<l>o ad alcun altro che mi voglia bene.</l></lg>
</lg></div2>
</div1>
<div1 type="poesia">
<head>XCI</head>
<head>PISTOLA</head>
<lg type="endecasillabo-sciolto">
<lg>
<l>Oh oh vedete s'i' son pronto a scrivere</l>
<l>a' cari amici miei, signor Fantastico?</l>
<l>Quattro corsi di luna ancor non compiono</l>
<l>dacchè voi ne lasciaste inconsolabile,</l>
<l>ch'io son tosto da voi con una pìstola.</l>
<l>— O buon! — direte: — che maniera nobile</l>
<l>di scusarti gli è questa, Astratto amabile? —</l>
<l>Ma pian, barbier; chè, se vorrete intendere</l>
<l>quel chi' vo' dir, son certo scuseretemi.</l>
<l><foreign lang="lat" rend="italic">In primis&gt;</foreign>, quel cotal che preso avevasi</l>
<l>lo 'mpegno di cercar quel prete eccetera,</l>
<l>è andato tutto giorno abbindolandomi</l>
<l>e di oggi in doman sempre traendola,</l>
<l>ch'i' n'era quasi divenuto sazio.</l>
<l>Pure alla fine spiattellato dissemi</l>
<l>che 'l prete era impegnato, ed altre chiacchiere,</l>
<l>da far morir di stizza un uom che supplica.</l>
<l>Onde pensar potrete quanti cancheri,</l>
<l>quanti malanni e quante pesti e fistoli</l>
<l>i' gli agurassi in sulla testa subito.</l>
<l>Allor m'accorsi io ben di quel proverbio</l>
<l>che dice che costor che troppo abbaiano,</l>
<l>solo di vento il corpo si riempiono.</l>
<l>Quest'è una vera escusazion legittima,</l>
<l>che val per quante mai potessi addurvene.</l></lg>
<lg>
<l>Ma perchè voi siete un ser tal difficile</l>
<l>a credere alle prime cacabaldole,</l>
<l>ce ne vorrebbe al meno un'altra simile,</l>
<l>ma, diacin, dove mai la debb'io prendere?</l>
<l>Eh via! che risoluto son di dirvela.</l></lg>
<lg>
<l>Dunque sappiate che Monna Pigrizia</l>
<l>mi s'è fatta sì amica ed amorevole,</l>
<l>che lontano da quella io mai non trovomi;</l>
<l>ed è così vezzosa e carezzevole,</l>
<l>che mi fa tutto imbietolir e struggere.</l>
<l>Oh se voi la vedeste quando giacesi</l>
<l>in letto meco, come stretto pigliami,</l>
<l>e al collo mi s'attacca ed aggavignasi,</l>
<l>ch'e' non c'è modo ch'i' mi possa movere!</l>
<l>Talor mi grappa stanco in s'una seggiola,</l>
<l>e così forte per le braccia stringemi,</l>
<l>sì che mi scappa di studiar la voglia.</l>
<l>Di mezzo giorno sur un letto sdraiomi</l>
<l>a gambe aperte col civile all'aria,</l>
<l>ed ella pronta al lato mio si corica,</l>
<l>e mi fa certe carezzoccie amabili</l>
<l>ch'i' sento andarmi tutto il core in succhio.</l>
<l>In sulla sera poi ella dilettasi</l>
<l>di venirsene meco a pigliar aria</l>
<l>verso la porta che conduce a Bergomo:</l>
<l>onde n'andiamo adagio adagio, dandole</l>
<l>io 'l braccio, e lietamente discorrendola.</l>
<l>E vi so dir ch'ell'è una bella giovane,</l>
<l>ben tarchiata, ritonda e sì vermiglia</l>
<l>che la pare una mela propio propio.</l>
<l>Oh se vedeste come gnene pèrdono</l>
<l>dietro gli occhi coloro che la guatano!</l>
<l>Principalmente que' che sempre stannosi</l>
<l>il giorno intero a scriver negli studii,</l>
<l>e tutti gli artigian che s'affaticano</l>
<l>nelle botteghe a far loro opre varie!</l>
<l>Nè solo i ricchi mercatanti e gli orafi,</l>
<l>ma i facchini, i mugnai, i pizzicagnoli</l>
<l>e tutte queste razze la vorrebbono.</l>
<l>Or s'io n'ho la ragion, consideratelo,</l>
<l>e se con una compagnia sì nobile</l>
<l>poss'io trovar una buon'otta a scrivere.</l>
<l>Or ch'io son certo che perdoneretemi,</l>
<l>non occor ch'io mi fermi in altre chiacchiere,</l>
<l>chè già fatta ho un'agliata arcigrandissima.</l>
<l>Ma gnaffe, messer no, tacer non voglio,</l>
<l>e intanto che la Musa in testa frugami,</l>
<l>vo' cicalar finchè mi pare e piacemi,</l>
<l>poichè alla fine tanto se ne sa</l>
<l>a mangiarne uno spicchio quanto un aglio.</l></lg>
<lg>
<l>Or dite, signor mio, come passatela?</l>
<l>Si va a spasso, si gode, o pur si studia?</l>
<l>Sopra i libri ci vien suso la polvere,</l>
<l>o si rompon leggendoli o si strappano?</l></lg>
<lg>
<l>Ho inteso dire che l'Avvento prossimo</l>
<l>ha a toccare a voi a far le prediche.</l>
<l>Bravo bravo, studiate, affaticatevi</l>
<l>e 'l sapere ch'avete in quel cocuzzolo</l>
<l>mettetelo in palese, dimostratelo,</l>
<l>e sgridate i villani, e convertiteli.</l>
<l>Ma l'ora è tarda, e 'l nostro messer Pagolo</l>
<l>m'aspetta presto a casa colla lettera.</l>
<l>Iddievidielbondie, signor Fantastico;</l>
<l>vi fo una sberrettata profondissima,</l>
<l>e vi bacio la mano dottorevole.</l></lg>
</lg>
</div1>
<div1 type="poesia">
<head>XCII</head>
<head>EGLOGA PESCATORIA</head>
<sp>
<speaker><hi rend="sc">LICONE</hi></speaker>
<lg type="egloga">
<lg>
<l>Dunque, Ninfa crudel, dunque a' miei versi</l>
<l>non vuoi porgere orecchio, e vuoi ch'io pèra</l>
<l>con tanto pianto onde il mio volto aspersi?</l></lg>
<lg>
<l>Ben di natura sì maligna e fiera</l>
<l>son pesci in mar fra i ceti e le balene,</l>
<l>che allor senton piacer quand'uom dispera.</l></lg>
<lg>
<l>Ben cantan più gioconde le sirene,</l>
<l>mentre s'avveggon che l'incauto pino</l>
<l>allettato dal canto a lor sen viene.</l></lg>
<lg>
<l>E va tanto correndo il bue marino</l>
<l>sopra 'l veloce notator, che 'l vede</l>
<l>provar nell'acque l'ultimo destino.</l></lg>
<lg>
<l>Ma come tanta crudeltà risiede,</l>
<l>ninfa, in te che non sei di squame cinta,</l>
<l>e non hai fesso in doppia coda il piede?</l></lg>
<lg>
<l>Al men t'avesse il tuo furore sospinta</l>
<l>a saziarti un dì del sangue mio</l>
<l>e a lasciar questa vita un giorno estinta.</l></lg>
<lg>
<l>Ma, lasso, il core hai sì crudele e rio,</l>
<l>che, più spietata dei marini mostri,</l>
<l>conceder non mi vuoi quel che desio.</l></lg>
<lg>
<l>Alfin andrò negl'infernali chiostri,</l>
<l>quando sii sazia de' tormenti miei,</l>
<l>e fia ch'a dito allora ognun ti mostri.</l></lg>
<lg>
<l>— Costei, — diranno i pescator, — costei</l>
<l>fece morire il misero Licone;</l>
<l>punitela dal cielo, o sommi dèi. —</l></lg>
<lg>
<l>Vedi Mopso, Dameta e Celadone</l>
<l>ch'amati essendo dalle ninfe loro,</l>
<l>cantan pe' liti ognor dolci canzone.</l></lg>
<lg>
<l>Son io forse men bello di costoro?</l>
<l>Ho pur le luci al color dell'onde,</l>
<l>ho pur le chiome del color dell'oro.</l></lg>
<lg>
<l>E se nel volto mio non si diffonde</l>
<l>quel bel vermiglio che la guancia tinge,</l>
<l>per la tua crudeltate egli s'asconde.</l></lg>
<lg>
<l>Pur nessuno di loro i flutti cinge,</l>
<l>com'io, con tante e sì diverse reti;</l>
<l>nè contra i pesci tanti ferri stringe.</l></lg>
<lg>
<l>E sai ben tu se 'l padre mio mi vieti</l>
<l>d'andar col pesce alla città sovente;</l>
<l>onde i giorni trarrei felici e lieti,</l></lg>
<lg>
<l>poich'io compro or un fiasco, ora un tridente;</l>
<l>e se 'l denaro il genitor mi chiede,</l>
<l>tosto cento e più scuse io volgo in mente;</l></lg>
<lg>
<l>e gli vo raccontando, ed ei se 'l crede,</l>
<l>o che 'l perdei, nel ritornar per via,</l>
<l>o che mancante il comprator mel diede.</l></lg>
<lg>
<l>E se non fosse così cruda e ria</l>
<l>qual meco è sempre, la mia pescatrice,</l>
<l>spesso qualche bel dono anch'ella avrìa.</l></lg>
<lg>
<l>Ma come mai, come sperar ciò lice,</l>
<l>se questa fèra impietosir non ponno</l>
<l>tanti sospiri che 'l mio petto elice?</l></lg>
<lg>
<l>Quando fia mai quel dì che in lieto sonno</l>
<l>riposar mi sia dato, e in me si posi</l>
<l>colui ch'è del mio cor signore e donno?</l></lg>
<lg>
<l>Ahi! che prima vedrò gl'impetuosi</l>
<l>carabi pace aver colla murena,</l>
<l>e l'anzie andar co' labraci spinosi,</l></lg>
<lg>
<l>pria di state vedrò bianca la Mena,</l>
<l>ch'io possa dire un dì: — Quest'è quel giorno,</l>
<l>quest'è l'ora ch'io debba uscir di pena. —</l></lg>
<lg>
<l>Ben diece volte ha rinnovato il corno</l>
<l>Cinzia dal cominciar de' miei lamenti;</l>
<l>eppur mai sempre a querelarmi io torno,</l></lg>
<lg>
<l>e se co' remi faticosi e lenti</l>
<l>guidando vo la piccoletta barca,</l>
<l>o se distendo la mia rete ai venti.</l></lg>
<lg>
<l>E non è ninfa così al pianger parca</l>
<l>che, nell'udirmi sospirar, non abbia</l>
<l>di lagrime la guancia umida e carca.</l></lg>
<lg>
<l>Talor mi getto in sulla nuda sabbia,</l>
<l>e vo la dura terra e i duri sassi</l>
<l>per lo dolor mordendo e per la rabbia.</l></lg>
<lg>
<l>Nè val che un qualche pescator che passi</l>
<l>pietoso mi sollevi e dia conforto,</l>
<l>perchè accrescendo il mio dolor più vassi.</l></lg>
<lg>
<l>L'altrier, pensando al mal che in seno io porto,</l>
<l>ahi disperato! fui per affogarmi,</l>
<l>s'un mio compagno non si fosse accorto,</l></lg>
<lg>
<l>che, veggendomi all'onde avvicinarmi</l>
<l>in viso smorto e nel guardar travolto,</l>
<l>non so dove lontan venne a menarmi.</l></lg>
<lg>
<l>E di certo, o crudel, non andrà molto</l>
<l>che in fondo all'acqua estinto mi vedrai,</l>
<l>comunque io siami o disperato o stolto.</l></lg>
<lg>
<l>E forse allor qualche pietate avrai</l>
<l>del mio misero caso, alfin bagnando</l>
<l>di qualche lagrimetta i tuoi be' rai.</l></lg>
<lg>
<l>Ma v'è nel Nilo un fier dragon che, quando</l>
<l>ha divorato l'uomo, al fin sen giace</l>
<l>sopra l'ossa spolpate lagrimando.</l></lg>
<lg>
<l>Nè piange, no, la belva aspra e rapace</l>
<l>per pietà; ma perchè più non ritrova</l>
<l>ond'empiere la bocca aspra e vorace.</l></lg>
<lg>
<l>Tal s'avverrà ch'a te dagli occhi piova</l>
<l>stilla di pianto sul mio caso amaro,</l>
<l>ciò non fia per pietà che 'l cor ti mova;</l></lg>
<lg>
<l>ma perchè del mio strazio a te sì caro</l>
<l>non potrai saziar quel fiero petto,</l>
<l>in crudeltà sì mostruoso e raro.</l></lg>
<lg>
<l>Sotto qual clima e sotto quale aspetto</l>
<l>di fiera stella il primo dì vedesti,</l>
<l>e qual tana ti diè la culla e 'l tetto?</l></lg>
<lg>
<l>Certo in mezzo del mare, empia, nascesti</l>
<l>fra l'orche e le balene e le pistrìci,</l>
<l>e dalle poppe loro il latte avesti;</l></lg>
<lg>
<l>e fra i pesci dell'uomo i più nemici</l>
<l>conversasti mai sempre, e l'ariete,</l>
<l>la tuli e lo scorpion ti fûro amici.</l></lg>
<lg>
<l>Ma poss'io perder la più bella rete,</l>
<l>se non ti penti un dì di tanta asprezza,</l>
<l>poichè andate saran l'ore più liete.</l></lg>
<lg>
<l>Allor maledirai la tua fierezza,</l>
<l>e ti dorrai di non avere il frutto</l>
<l>goduto a tempo della tua bellezza.</l></lg>
<lg>
<l>Empia, ma che farai, poichè distrutto</l>
<l>fia lo splendor che subito si strugge,</l>
<l>fuori che consumarti in rabbia e 'n lutto?</l></lg>
<lg>
<l>Siccome acciuga al foco, si distrugge</l>
<l>vostra frale beltà, donne superbe,</l>
<l>e com'onda del mar sen passa e fugge.</l></lg>
<lg>
<l>Abbi dunque pietà delle mi' acerbe</l>
<l>pene, o leggiadra pescatrice e bella,</l>
<l>e vienne meco a riposar sull'erbe.</l></lg>
<lg>
<l>Così non ti dirò più cruda e fella,</l>
<l>nè delle fiere o dei marini pesci</l>
<l>più dura, più spietata e più rubella.</l></lg>
<lg>
<l>Prendi l'esca e la canna, o bella, ed esci</l>
<l>qui dove io giaccio in su la mia barchetta,</l>
<l>e in quest'acqua i tuo' rai confondi e mesci.</l></lg>
<lg>
<l>Qui l'onda pura, cristallina e schietta,</l>
<l>a far preda di lucci e di carpioni</l>
<l>le pescatrici e i pescatori alletta.</l></lg>
<lg>
<l>Vieni: ho serbato un cestellin d'agoni</l>
<l>ch'in una tratta ho presi stamattina,</l>
<l>e vo' che sien, se qui verrai, tuoi doni.</l></lg>
<lg>
<l>Ma lasso! a che pregar? Costei s'ostina</l>
<l>tanto contra di me, quant'io mi doglio;</l>
<l>e sono i preghi miei l'onda marina,</l></lg>
<lg>
<l>che in van batte e ribatte in uno scoglio.</l></lg>
</lg>
</sp>
</div1>
<div1 type="poesia">
<head>XCIII</head>
<head>EGLOGA PESCATORIA</head>
<sp>
<speaker><hi rend="sc">SEBETO</hi></speaker>
<lg type="egloga">
<lg>
<l>Or che già la stagion fiorita e bella</l>
<l>fa tutte intorno rallegrar le cose,</l>
<l>e i pesci e i pescatori allegri e pronti</l>
<l>correndo vanno in questa parte e in quella,</l>
<l>e le lor ninfe di ligustri e rose</l>
<l>sulla riva del mar cingon le fronti;</l></lg>
<lg>
<l>ora ch'ogni animal lieto s'abbraccia</l>
<l>col suo compagno in su le verdi erbette,</l>
<l>e la tenera vite dell'uomo appresso</l>
<l>stretto lo tien con amorose braccia,</l>
<l>e di soavi e belle lagrimette</l>
<l>per lo dolce piacer il bagna spesso;</l></lg>
<lg>
<l>sol io, lontan da' conosciuti liti,</l>
<l>mesto, dolente, abbandonato e solo,</l>
<l>la mia perdita piango e la mia ninfa.</l>
<l>Qual altro pescator fia che s'additi</l>
<l>che tante abbia cagion d'amaro duolo,</l>
<l>sia pur di questa o di remota linfa?</l></lg>
<lg>
<l>Son io Sebeto, il pescator sì vivo,</l>
<l>che in su la spiaggia de la gran sirena</l>
<l>così lieto garzon fui già creduto?</l>
<l>Quel che, col suono e col cantar giulivo,</l>
<l>fuori dell'onda in su la secca arena</l>
<l>i più timidi pesci avrìa tenuto?</l></lg>
<lg>
<l>Son colui che in pescatorii giochi</l>
<l>sovr'ogn'altro compagno il pregio ottenni</l>
<l>e ch'a ingannar coll'esca e colla rete</l>
<l>i semplicetti pesci avea sì pochi</l>
<l>uguali in sulla riva ond'io qua venni?</l>
<l>O canne, o reti mie, non più vedrete</l></lg>
<lg>
<l>il vostro pescatore, e, se 'l vedeste,</l>
<l>non credereste mai che desso i' fia!</l>
<l>Or vengan pur le grosse tinche a riva</l>
<l>coi lascivetti lucci, e colle preste</l>
<l>occhiate i persici, ora la mia</l>
<l>fiocina giace irruginita e priva</l></lg>
<lg>
<l>d'una man che la spinga, e 'l mio tridente,</l>
<l>fitto laggiù nell'arenoso fondo,</l>
<l>d'alga e di musco si ricopre intorno.</l>
<l>Ahi misero Sebeto, e chi ti sente</l>
<l>alleviar colla voce il grave pondo</l>
<l>di quel mal che ti preme e notte e giorno?</l></lg>
<lg>
<l>Questo lito, quest'onda e queste piante</l>
<l>non t'odon già; chè se potesse udirti</l>
<l>una cosa insensata, udresti ancora</l>
<l>le scabre selci alla tua foce infrante,</l>
<l>e l'onde algenti, e quest'incolti ed irti</l>
<l>alber aspri ululati mandar fuora,</l></lg>
<lg>
<l>accompagnando i tuoi tristi lamenti.</l>
<l>Ma voi, veloci pesci e leggiadretti,</l>
<l>che per quest'acque ognor scherzando andate,</l>
<l>se mai vi fece andar più tardi e lenti</l>
<l>Amor che incende ancora i vostri petti,</l>
<l>abbiate voi del mio dolor pietate.</l></lg>
<lg>
<l>Quell'io ch'un tempo mi credei felice</l>
<l>sovr'ogni pescator che 'n onda peschi,</l>
<l>or sono a tal colpa d'Amor, ch'io stimo</l>
<l>uom non esser in riva od in pendice,</l>
<l>cui peggio Amor colla sua pania inveschi</l>
<l>dal principio del core infino all'imo.</l></lg>
<lg>
<l>Ove son iti que' felici giorni,</l>
<l>quando soletto nella mia barchetta</l>
<l>la rete a' pesci in sul mattin tendea,</l>
<l>senza ch'un labbro o due begli occhi adorni</l>
<l>mi ferissero il cor d'aspra saetta?</l>
<l>Ben sciolto allora a mio piacer godea,</l></lg>
<lg>
<l>lieto cantando in su le rive amene,</l>
<l>e dolci balli colle ninfe bionde</l>
<l>e co' leggiadri pescator tessendo</l>
<l>al suon di corde e d'incerate avene.</l>
<l>Ma poichè Amore il suo velen m'infonde,</l>
<l>fin dentro al sen i' vo sempre piangendo;</l></lg>
<lg>
<l>sicch'io non spero di trovar riposo</l>
<l>perfin ch'i pesci di quest'onde fuori</l>
<l>uscir non veggia, e gir volando intorno.</l>
<l>Poichè i begli occhi e 'l bel volto amoroso</l>
<l>più non riveggio, onde n'uscian splendori</l>
<l>che rendean da per tutto un chiaro giorno.</l></lg>
<lg>
<l>Ben ebbe un cor di fiera tigre o d'orso</l>
<l>colui ch'al mondo quel bel lume tolse</l>
<l>che nel mio cor sì dolce stral confisse.</l>
<l>Deh perchè non correste in suo soccorso,</l>
<l>belle ninfe del mar? Perchè non volse</l>
<l>Nettuno il ferro, e l'uccisor trafisse?</l></lg>
<lg>
<l>Ma lasso! indarno il mio dolor mortale</l>
<l>vo disfogando ai duri sassi e all'onda,</l>
<l>i quai nè senso nè pietà non hanno:</l>
<l>e 'l mio nemico Amor vieppiù m'assale,</l>
<l>e con vista più lieta e più gioconda</l>
<l>par che si rida del crudel mio danno.</l></lg>
<lg>
<l>Io starò qui su quest'ignota piaggia</l>
<l>sol fra me rammentando il rio destino,</l>
<l>finchè l'aspra mia vita il duol mi tolga:</l>
<l>e se fia mai ch'un dì qui a giugner aggia</l>
<l>qualche buon pescator d'altro confino,</l>
<l>fra poche pietre il cener mio raccolga.</l></lg>
<lg>
<l>Così non fia che in riva d'Acheronte</l>
<l>andar mi faccia il rigido nocchiere,</l>
<l>vagando ancor nel sempiterno orrore;</l>
<l>e 'l mio cadaver sottoposto all'onte</l>
<l>qui non rimanga dell'ingorde fiere,</l>
<l>miserando spettacolo d'amore.</l></lg>
</lg>
</sp>
</div1>
<div1 type="poesia">
<head>XCIV</head>
<head>EGLOGA PESCATORIA</head>
<stage><hi rend="sc">NILALGA, ALCEO, TELGONE</hi></stage>
<sp>
<speaker><hi rend="sc">NILALGA.</hi></speaker>
<lg type="terzina">
<lg>
<l>O sciocco pescatore, e che stoltezza</l>
<l>meco ti spinge a far tenzon col canto,</l>
<l>con quella voce che gli orecchi spezza?</l></lg>
</lg></sp>
<sp>
<speaker><hi rend="sc">ALCEO.</hi></speaker>
<lg type="terzina">
<lg>
<l>O sublime cantore, e perchè tanto</l>
<l>or t'abbassi a venir meco in contesa,</l>
<l>tu che riporti sovr'ogni altro il vanto?</l></lg></lg></sp>
<sp>
<speaker><hi rend="sc">NILALGA.</hi></speaker>
<lg type="terzina">
<lg>
<l> Il ver tu di', e s'a te sol vien resa</l>
<l>da' rozzi pescator la palma, è solo</l>
<l>perch'or l'insania per virtute è presa.</l></lg></lg></sp>
<sp>
<speaker><hi rend="sc">ALCEO.</hi></speaker>
<lg type="terzina">
<lg>
<l>Il ver tu di'; poichè se in questo suolo</l>
<l>è chi è ranocchio, ed usignol si stima,</l>
<l>tu se', per verità, di quello stuolo.</l></lg></lg></sp>
<sp>
<speaker><hi rend="sc">NILALGA.</hi></speaker>
<lg type="terzina">
<lg>
<l>Or non se' tu che d'uno scoglio in cima</l>
<l>l'altr'ier cantasti così dolcemente</l>
<l>che mi parevi una stridente lima?</l></lg>
<lg>
<l>Ben mi sovvien che, sendovi presente</l>
<l>una schiera di rane, sbigottite</l>
<l>saltâr tutte nell'acqua prestamente.</l></lg></lg></sp>
<sp>
<speaker><hi rend="sc">ALCEO.</hi></speaker>
<lg type="terzina">
<lg>
<l>Or' non se' tu che, le tue voci udite,</l>
<l>ogni canoro augel presto si tacque,</l>
<l>sendo le piche a cantar teco uscite?</l></lg>
<lg>
<l>Ben mi sovvien che 'l dolce canto piacque</l>
<l>tanto alle dive che nell'onde stanno,</l>
<l>che crepavan di riso in fondo all'acque.</l></lg></lg></sp>
<sp>
<speaker><hi rend="sc">NILALGA.</hi></speaker>
<lg type="trzina">
<lg>
<l>Sì, mi sovvien, e non è mica un anno,</l>
<l>che tu togliesti al giovine Licone</l>
<l>due belle canne con aperto inganno.</l></lg>
<lg>
<l>E perch'ei volea dir la sua ragione,</l>
<l>tu saltasti di barca, ed adirato</l>
<l>gli corresti vicin con un bastone.</l></lg></lg></sp>
<sp>
<speaker><hi rend="sc">ALCEO.</hi></speaker>
<lg type="terzina">
<lg>
<l>Anzi io quelle da lui avea comprato,</l>
<l>e mi ricordo ben che in pagamento</l>
<l>a lui dieci ami ed una lenza ho dato;</l></lg>
<lg>
<l>ma perchè poi non si trovò contento,</l>
<l>non mi voleva dar le canne; ond'io</l>
<l>gli corsi addosso, e lo colpii sul mento.</l></lg></lg></sp>
<sp>
<speaker><hi rend="sc">TELGONE.</hi></speaker>
<lg type="terzina">
<lg>
<l>O giovinetti, e qual folle desio</l>
<l>vi conduce a piatir? Non delle risse</l>
<l>ma del canto esser debbe il parer mio.</l></lg></lg></sp>
<sp>
<speaker><hi rend="sc">NILALGA.</hi></speaker>
<lg type="terzina">
<lg>
<l>Taci, amico: Telgone il ver ci disse;</l>
<l>sien d'altro i nostri versi, e guadagniamo</l>
<l>il bel dono che Cromi a noi prescrisse.</l></lg></lg></sp>
<sp>
<speaker><hi rend="sc">ALCEO.</hi></speaker>
<lg type="terzina">
<lg>
<l>Taci pure, Nilalga, e rivolgiamo</l>
<l>i nostri canti a dir l'alma beltate</l>
<l>della tua ninfa e di colei ch'io bramo.</l></lg></lg></sp>
<sp>
<speaker><hi rend="sc">NILALGA.</hi></speaker>
<lg type="terzina">
<lg>
<l>La pescatrice mia le chiome aurate</l>
<l>propio ha dell'or onde la salpa splende,</l>
<l>e gli occhi rilucenti ha dell'orate.</l></lg></lg></sp>
<sp>
<speaker><hi rend="sc">ALCEO.</hi></speaker>
<lg type="terzina">
<lg>
<l> La pescatrice mia le gote accende</l>
<l>della porpora vaga, e 'l suo bel seno</l>
<l>dell'ombrina il color candido rende.</l></lg></lg></sp>
<sp>
<speaker><hi rend="sc">NILALGA.</hi></speaker>
<lg type="terzina">
<lg>
<l>Per côrre i pesci mai non mi vien meno</l>
<l>qualche froda ed astuzia; eppur son stretto</l>
<l>al girar di quel ciglio almo e sereno.</l></lg></lg></sp>
<sp>
<speaker><hi rend="sc">ALCEO.</hi></speaker>
<lg type="terzina">
<lg>
<l>Da quel dì ch'a nuotare i' fui costretto,</l>
<l>mai timore non ebbi; eppur m'annego</l>
<l>nel dolce latte di quel bianco petto.</l></lg></lg></sp>
<sp>
<speaker><hi rend="sc">NILALGA.</hi></speaker>
<lg type="terzina">
<lg>
<l>Vien', pescatrice mia, vieni, ti prego;</l>
<l>io vo' farti un ben don di due fiscelle:</l>
<l>vedi che i giunchi io vo torcendo e piego.</l></lg></lg></sp>
<sp>
<speaker><hi rend="sc">ALCEO.</hi></speaker>
<lg type="terzina">
<lg>
<l>Vien', pescatrice mia, vieni: due belle</l>
<l>canne vo darti tremule e leggiere:</l>
<l>vedi, son secche, ed han bionda la pelle.</l></lg></lg></sp>
<sp>
<speaker><hi rend="sc">NILALGA.</hi></speaker>
<lg type="terzina">
<lg>
<l>Io vo' darti un bel vaso, ove le schiere</l>
<l>degli animali mansueti e domi</l>
<l>dipinti sono, e delle crude fiere.</l></lg></lg></sp>
<sp>
<speaker><hi rend="sc">ALCEO.</hi></speaker>
<lg type="terzina">
<lg>
<l>Io vo' darti un bel vaso ove già Cromi,</l>
<l>il vecchio e saggio pescatore, incise</l>
<l>di cento pesci sconosciuti i nomi.</l></lg></lg></sp>
<sp>
<speaker><hi rend="sc">NILALGA.</hi></speaker>
<lg type="nc">
<lg>
<l>Qui meco un dì la donna mia s'assise,</l>
<l>e mi fe' cerchio del bel braccio al fianco,</l>
<l>e poi mi diede un dolce bacio, e rise.</l></lg>
<lg>
<l>Allora i pesci al destro lito e al manco</l>
<l>invidiosi corsero, e tornâro</l>
<l>traendo il dorso faticoso e stanco.</l></lg></lg></sp>
<sp>
<speaker><hi rend="sc">ALCEO.</hi></speaker>
<lg type="nc">
<lg>
<l>Qui un dì che insiem le ninfe si lavâro</l>
<l>vidi le membra della donna mia</l>
<l>trasparir nell'umor lucido e chiaro.</l></lg>
<lg>
<l>Allor le dive dell'ondosa via</l>
<l>stavan sospese rimirando, e poi</l>
<l>ognuna tinta di rossor partia.</l></lg></lg></sp>
<sp>
<speaker><hi rend="sc">NILALGA.</hi></speaker>
<lg type="terzina">
<lg>
<l> Perciò se lieti, o bianchi liti, a voi</l>
<l>tornan le tenie molli e i melanuri,</l>
<l>sì a quest'ombre torniam lieti ancor noi.</l></lg></lg></sp>
<sp>
<speaker><hi rend="sc">ALCEO.</hi></speaker>
<lg type="terzina">
<lg>
<l>Perciò se i gorghi limpidetti e puri</l>
<l>piacciono al luccio e al presto ghiozzo i sassi,</l>
<l>piacete a noi, bei liti ombrosi e oscuri.</l></lg></lg></sp>
<sp>
<speaker><hi rend="sc">NILALGA.</hi></speaker>
<lg type="terzina">
<lg>
<l>Sante Muse, i miei versi incolti e bassi</l>
<l>ergete sì col vostro almo furore,</l>
<l>sicchè cantando il mio compagno io passi.</l></lg></lg></sp>
<sp>
<speaker><hi rend="sc">ALCEO.</hi></speaker>
<lg type="terzina">
<lg>
<l>Sante Muse, col vostro almo splendore</l>
<l>sì 'l mio canto guidate oscuro e vile,</l>
<l>ch'io porti sol di vincitor l'onore.</l></lg></lg></sp>
<sp>
<speaker><hi rend="sc">TELGONE.</hi></speaker>
<lg type="terzina">
<lg>
<l>Sien lodi al ciel, che nell'età senile</l>
<l>udir mi fa per queste piagge amene</l>
<l>uno sì tenero canto e sì gentile!</l></lg>
<lg>
<l>O quai candidi cigni, o quai sirene</l>
<l>s'ascoltâro ne' fiumi oppur nel mare</l>
<l>cantar tai versi con sì dolci vene?</l></lg>
<lg>
<l>Dovresti pur le glauche luci alzare,</l>
<l>o Nereo, padre delle limpid'onde,</l>
<l>e ben superbo di tai carmi andare.</l></lg>
<lg>
<l>Deh chi mi presta un'onorata fronde</l>
<l>ond'io cinga le chiome ai pescatori</l>
<l>in cui tal spirto il santo Apollo infonde?</l></lg>
<lg>
<l>Felici voi, che i vostri lieti amori</l>
<l>vedransi scritti per gli scogli, e d'alga</l>
<l>orneragli ogni ninfa, e di bei fiori!</l></lg>
<lg>
<l>E i pescator mirando a quanto salga</l>
<l>anche in povero lito il canto e i versi:</l>
<l>— Qui scrisse Alceo, — diranno, — e qui Nilalga. —</l></lg></lg></sp>
<sp>
<speaker><hi rend="sc">NILALGA.</hi></speaker>
<lg type="terzina">
<lg>
<l>Or su, Telgone, omai dovrìa sapersi</l>
<l>a qual di noi la prima lode apporti</l>
<l>il cantar carmi più leggiadri e tersi.</l></lg></lg></sp>
<sp>
<speaker><hi rend="sc">TELGONE.</hi></speaker>
<lg type="terzina">
<lg>
<l>Combattete ambidue sì alteri e forti</l>
<l>nella lotta gentil, ch'io non saprei</l>
<l>qual sopra l'altro il maggior pregio porti.</l></lg>
<lg>
<l>Ma perchè senza premio andar non dèi,</l>
<l>Alceo si tenga il destinato vaso;</l>
<l>chè tu n'avrai, Nilalga, uno de' miei.</l></lg>
<lg>
<l>Nè ti pensar che 'l minor don rimaso,</l>
<l>o pescator, ti sia; perchè vedrai</l>
<l>che forse ancor hai migliorato il caso.</l></lg>
<lg>
<l>Un picciol nappo di corallo avrai</l>
<l>che viene infin dall'indica marina,</l>
<l>se 'l ver mi disse quegli onde 'l comprai.</l></lg>
<lg>
<l>Questo l'ebbe già in don la mia Lucrina,</l>
<l>e mi ricordo ancor, bench'ei sia molto</l>
<l>ch'io gliel diedi sul lito una mattina.</l></lg>
<lg>
<l>Scorger ben puoi che per man dotta è scolto,</l>
<l>poichè tant'opra e tanto studio vedi</l>
<l>in sì piccolo spazio essere accolto.</l></lg>
<lg>
<l>Qui sta intagliato un pescator che in piedi</l>
<l>d'un alto scoglio i bei guizzanti armenti</l>
<l>colla canna e coll'amo avvien che predi.</l></lg>
<lg>
<l>Son tre fanciulli appresso a lui ridenti</l>
<l>che la preda raccolgono sul lito,</l>
<l>e poi stanno a scherzare seco intenti.</l></lg>
<lg>
<l>Ed eccon'un, che intrepido ed ardito</l>
<l>un suo compagno stringe pe' capelli:</l>
<l>perocchè innanzi un pesce gli ha rapito.</l></lg>
<lg>
<l>Qui poscia i piedi candidetti e belli</l>
<l>si stan lavando quattro giovinette,</l>
<l>all'ombra d'una schiera d'arboscelli.</l></lg>
<lg>
<l>Sono sedute sulle molli erbette,</l>
<l>e colla gonna oltre il ginocchio alzata,</l>
<l>mostran le gambe alabastrine e schiette.</l></lg>
<lg>
<l>Intanto di Tritoni una brigata</l>
<l>del mal cauto drappello ed inesperto</l>
<l>si sta ridendo dopo un sasso, e guata.</l></lg>
<lg>
<l>Or questo vaso, da maestro esperto</l>
<l>sì ben scolpito, o pescator, ti dono;</l>
<l>se non egual delle due voci al merto,</l></lg>
<lg>
<l>almen egual del tuo compagno al dono.</l></lg>
</lg>
</sp>
</div1>
</body>
</text>
</TEI.2>
