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      <title>Scritti vari</title>
      <author>Giacomo Leopardi</author>
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      <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
      <pubPlace>Roma</pubPlace>
      <date>2004</date>
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              personale o scientifico. Ogni uso commerciale è vietato</p>
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      <title>Collezione BibIt</title>
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        <title>Tutte le opere</title>
        <author>Leopardi, Giacomo</author>
        <editor id="ed">Felici, Lucio</editor>
        <publisher>Lexis Progetti Editoriali</publisher>
        <pubPlace>Roma</pubPlace>
        <date>1998</date>
        <note>L'edizione elettronica fa riferimento al testo Giacomo Leopardi, Tutte le opere, a cura di W. Binni-E. Ghidetti, I, Firenze, Sansoni 1989.</note>
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                    <p>Tutti i materiali paratestuali della fonte cartacea non riconducibili alla
                      responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
                      digitale</p>
                  </samplingDecl>
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                      <p>Livello medio: controllo a video con collazione con edizione di
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                      <p>I simboli di citazione e di discorso diretto presenti sulla fonte cartacea
                        sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
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                      <p>I trattini di sillabazione a fine riga sono stati soppressi e le parole
                        ricomposte</p>
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        <term>858.7 - MISCELLANEA ITALIANA. 1814-1859</term>
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<div1 n="Al Niebuhr">
<head>DEDICA DI UN ESEMPLARE DELLE ANNOTAZIONI SOPRA L'EUSEBIO</head>

<p><foreign lang="lat">MAGNO NIEBUHRIO, NOVO SCALIGERO, NOVO LEIBNITIO; CUIUS EGO DOCTRINAM ITA SUSPICIO, UT MEAE ME PUDEAT LEVITATIS, QUOD LITTERIS ALIQUID COMMITTERE AUDEO; QUEM VIDISSE ME, CUIUS COLLOQUIO USUM ESSE, QUUM COGITO, NON CARERE ME FRUCTU STUDIORUM ET VITAE IUDICO; I. LEOPARDIUS, UT (IN) BENIGNISSIMO (TANTO) VIRO MEMORIA RENOVARETUR MEI, ET AMORIS QUONDAM ERGA ME SUI, HUNC LIBELLUM OBLATUM VOLUI</foreign>.</p>
</div1>

<div1 n="Lo Spettatore fiorentino">
<head>LO SPETTATORE FIORENTINO<lb/>
Giornale di ogni settimana<lb/>
PREAMBOLO</head>

	<p>Alcuni amici si hanno posto in capo di voler fare un Giornale. Bisogna sapere che questi amici non sono letterati, anzi abborrono questa qualità in maniera, che a chi li chiamasse con questo titolo, volentieri domanderebbero spiegazione o soddisfazione. Non sono filosofi; non conoscono, propriamente parlando, nessuna scienza; non amano la politica, nè la statistica, nè l'economia pubblica o privata. Come essi non sono nulla, così è molto difficile a definire che cosa debba essere il loro Giornale. Essi medesimi non lo sanno: cioè, diciamo meglio, ne hanno un certo concetto così nella mente; ma quando si viene a volerlo determinare per esprimerlo con parole, nasce una gran confusione. Non si trova altro che idee negative: Giornale non letterario, non filosofico, non politico, non istorico, non di mode, non di arti e mestieri, non d'invenzioni e scoperte, e via discorrendo. Ma un'idea positiva, e una parola che dica tutto, non viene. E di qui un gran farneticare e un sudar freddo per dare un titolo a questo bellissimo Giornale. Se in italiano si avesse una parola che significasse quello che in francese si direbbe <foreign lang="fra">le flâneur</foreign>, quella parola appunto sarebbe stata il titolo sospirato; perchè sottosopra il mestiere de' futuri compilatori del nostro Giornale, è quello che si esprime col detto vocabolo francese. Ma nella lingua italiana, benchè ricchissima, non si trova mai una parola di questo genere. Per disperazione, abbiamo lasciato di aspirare alla novità del titolo; e cominciando da un atto di umiltà, che non è la nostra virtù principale, ci siamo appigliati al nome di <title>Spettatore</title>, che fu nuovo un secolo e mezzo addietro, e ch'è stato usato poi da tanti, a proposito e fuor di proposito, insino a oggi.</p>
	<p>Se la natura del nostro Giornale è difficile a definire, non così lo scopo. In questo non v'è misteri. Noi non miriamo nè all'aumento dell'industria, nè al miglioramento degli ordini sociali, nè al perfezionamento dell'uomo. Non intendiamo di essere nè coronati nè lapidati. Confessiamo schiettamente che il nostro Giornale non avrà nessuna utilità. E crediamo ragionevole che in un secolo in cui tutti i libri, tutti i pezzi di carta stampata, tutti i fogliolini di visita sono utili, venga fuori finalmente un Giornale che faccia professione d'essere inutile: perchè l'uomo tende a farsi singolare dagli altri, e perchè, quando tutto è utile, resta che uno prometta l'inutile per ispeculare.</p>
	<p>Il nostro scopo dunque non è giovare al mondo, ma dilettare quei pochi che leggeranno. Lasciamo stare che lo scopo finale d'ogni cosa utile essendo il piacere, il quale poi all'ultimo si ottiene rarissime volte, la nostra privata opinione è che il dilettevole sia più utile che l'utile. Noi abbiamo torto certamente, poichè il secolo crede il contrario. Ma in fine se nel gravissimo secolo decimonono, che fin qui non è il più felice di cui s'abbia memoria, v'è ancora di quelli che vogliono leggere per diletto, e per avere dalla lettura qualche piccola consolazione a grandi calamità, questi tali sottoscrivano alla nostra impresa. Sottoscrivano massimamente le donne; alle quali soprattutto cercheremo di soddisfare, non per galanteria, che niente ci par più ridicolo che la galanteria messa a stampa; ma perchè è verisimile che le donne, come meno severe, usino più degnazione alla nostra inutilità. Benchè proponghiamo di ridere molto, ci serbiamo però intera la facoltà di parlar sul serio: il che faremo forse altrettanto spesso, ma sempre ad oggetto e in maniera di dover dilettare, anco se si desse il caso di far piangere.</p>
	<p>Perchè, per confessare il vero, l'inclinazione nostra sarebbe piuttosto di piangere che di ridere. Ma per non annoiare gli altri, ci attenghiamo a questo più che a quello, considerando che se il riso par che sia poco fortunato in questo secolo, il pianto fu e sarà sfortunatissimo in tutti i secoli. A ogni modo, forse si è riso già troppo in questo preambolo, quand'anche a qualche lettore il nostro riso paresse una sorta di pianto. E conchiudendo diciamo, che spesso si daranno pareri intorno a libri nuovi: in materia de' quali pareri, speriamo che gli autori che saranno lodati in questo Giornale, avranno care le nostre lodi per questo, che essi ed il pubblico vedranno chiarissimamente che le non saranno, non solo adulazioni, ma neppur cerimonie nè segni di benevolenza. Anche si parlerà di teatri e di spettacoli; e si daranno traduzioni di cose recenti e poco note da diverse lingue, purchè ci paiano cose veramente notabili, e purchè corrispondano al tenore delle nostre opinioni, e all'indole del Giornale, il quale intendiamo che serbi in ogni sua parte un color solo. E se di tal qualità ci verranno, come desideriamo e preghiamo, articoli nuovi da valenti ingegni italiani o stranieri, noi li riceveremo con gratitudine, e li pubblicheremo con fedeltà.</p>
	<p>Gli altri compilatori non dichiarano i loro nomi per ora. Il nome qui sotto scritto è di quello che ha steso il presente preambolo.</p>
<closer><signed>GIACOMO LEOPARDI</signed></closer>
<ps>
	<p>Il sabato d'ogni settimana, cominciando dal principio di Giugno prossimo, uscirà un foglio dello <title>Spettatore fiorentino</title> di 16 pagine in ottavo, in carta reale come il presente manifesto, carattere [...]</p>
	<p>Alla fine di ogni mese si darà disegnato in litografia il ritratto di qualche illustre Italiano nostro contemporaneo, con una breve notizia intorno alla vita del medesimo. Così gli associati con poca spesa verranno a formarsi una collezione di ritratti importanti.</p>
	<p>Ogni semestre farà un volume. Alla fine di ogni volume si darà una tavola di materie. Il prezzo dell'associazione in Toscana è di paoli 12 per un trimestre, 20 per un semestre, e 36 per un anno. Fuor di Toscana, per la posta, franco sino ai confini, il Giornale importerà [...]</p>
	<p>Le associazioni in Firenze si ricevono all'uffizio dello Spettatore fiorentino, lung'Arno, n. 4194 e dei principali librai. Nelle altre città dalle Direzioni delle poste.</p>
</ps>
</div1>

<div1>
<head>Dichiarazioni</head>
<div2 n="1">
<head>AL DIRETTORE DELL'ANTOLOGIA DI FIRENZE</head>
<opener><dateline>Firenze 12 maggio 1832.</dateline>

	<salute>Mio carissimo Vieusseux,</salute></opener>
	<p>Dichiaro che non sono autore del libro, che alcuni mi attribuiscono, intitolato <title>Dialoghetti sulle materie correnti nell'anno 1831</title>. Vi prego a pubblicare nel vostro degno Giornale dell'<title>Antologia</title> questa dichiarazione. E di tutto cuore vi abbraccio e vi saluto.</p>
<closer><signed>GIACOMO LEOPARDI</signed></closer>
</div2>

<div2 n="2">
<head>AL SIGNOR DIRETTORE DEL DIARIO DI ROMA</head>
<opener><dateline>Firenze 15 maggio 1832.</dateline>

	<salute>Pregiatissimo sig. Direttore,</salute></opener>
	<p>La prego a compiacersi di pubblicare nel suo Giornale la presente, colla quale dichiaro che non sono autore del Libro, che alcuni mi attribuiscono, intitolato: <title>Dialoghetti sulle materie correnti dell'anno 1831</title>. E devotamente la riverisco.</p>
<closer><signed>CONTE GIACOMO LEOPARDI</signed></closer>
</div2>
</div1>

<div1 n="Iscrizione sotto il busto di Raffaele">
<head>ISCRIZIONE SOTTO IL BUSTO DI RAFFAELE NEL GIARDINO PUCCINI PRESSO PISTOIA</head>

<p>RAFFAELE D'URBINO</p>
<p>PRINCIPE DE' PITTORI</p>
<p>E MIRACOLO D'INGEGNO</p>
<p>INVENTORE DI BELLEZZE INEFFABILI</p>
<p>FELICE PER LA GLORIA IN CHE VISSE</p>
<p>PIÙ FELICE PER L'AMORE FORTUNATO IN CHE ARSE</p>
<p>FELICISSIMO PER LA MORTE OTTENUTA</p>
<p>NEL FIORE DEGLI ANNI</p>
<p>NICCOLÒ PUCCINI QUESTI LAURI QUESTI FIORI</p>
<p>SOSPIRANDO PER LA MEMORIA DI TANTA FELICITÀ</p>
<p>MDCCCXXXII</p>
</div1>

<div1 n="Potenze intellettuali: Niccolò Tommaseo">
<head>POTENZE INTELLETTUALI: NICCOLÒ TOMMASEO</head>

	<p>Dopo avere, con la luce della sua sapienza, illuminata l'Italia, Niccolò Tommaseo, maestro del presente secolo, s'è portato a illuminare la Francia; e come già in Firenze fu anima dell'<title>Antologia</title>, che per lui visse nei suoi ultimi anni e per lui morì, così ora in Parigi è l'anima dell'<title>Italiano</title>, nuovo giornale o, com'egli lo chiama, <emph>foglio</emph> letterario, del qual foglio abbiamo innanzi agli occhi il primo quaderno, o, com'egli lo chiama, <emph>fascicolo</emph>. In Italia le qualità e opere del Tommaseo forse sono conosciute abbastanza, ma fuori sono ignote: ed è interesse sì della Francia, che egli deve addottrinare, e sì della povera Italia, ch'egli si propone di rappresentare dinanzi agli stranieri, di far conoscere alla Francia stessa, e per mezzo di questa all'Europa, che questo nostro rappresentante sia conosciuto prima egli stesso.</p>
	<p>Niccolò Tommaseo, che il buon Montani in Firenze chiamava il padre Niccolò, nacque in Sebenico, piccola terra di Schiavonia. Datosi agli studi, conobbe prestamente, che tutti gli uomini di tutti i secoli in tutte le discipline, così nelle cose grandi come nelle piccole, erano andati errati dal vero e dalla via diritta: e postosi in animo il gran pensiero di riformare dalle fondamenta il sapere umano, venne in Italia. Duravano ancora le dispute sopra il Vocabolario, mosse in principio dal Monti e dal Perticari con intenzioni ottime, ma poi condotte troppo innanzi, perchè nelle cose umane è impossibile avere l'a punto. Era a quel tempo il Monti da tutta l'Italia, e massimamente in Milano, tenuto senza contraddizione alcuna, principe dei letterati italiani viventi, consultato come un oracolo da ogni parte d'Italia, visitato con rispetto dagli stranieri; e certamente per l'acume e la forza straordinaria del suo ingegno, per la sua incomparabile maestria nell'arte del verseggiare, per l'erudizione, per gli studi e lo scrivere continuati indefessamente fino all'estrema vecchiezza, cose confessate anche da quelli che gli negano il titolo di poeta, era degnissimo di riverenza. Il Tommaseo, non per amore del Vocabolario, dal quale nessuno scrivere fu mai più diviso che il suo, ma per quel bisogno che la sua grand'anima ha sentito sempre, di scagliarsi contro tutte le altezze, fattosi avvocato dei Toscani, che mai non glien'ebbero obbligo, si scagliò contro il Monti senza riguardo alcuno, e poste virilmente le mani in quella canizie, fece ogni suo sforzo di trascinarla nella polvere. Il povero vecchio, divenuto sordo e quasi cieco, non si difese, nè potea più difendersi: solo prese per costume di chiamare <emph>tommasei</emph> una parte del corpo che non è lecito nominare. I suoi amici, ch'erano in grandissimo numero, disprezzarono l'assalto e l'assalitore: ma gli ultimi anni della sua vita furono amareggiati da questo insulto, e i suoi occhi si turbavano al nome del futuro dottore delle nazioni.</p>
	<p>In questo tempo lo Stella, libraio in Milano, essendo risoluto d'intraprendere un'edizione magnifica di tutte le opere di Cicerone, fece stendere al Tommaseo, del quale si serviva, un saggio di note in latino e un'idea dell'edizione, e senza nome d'autore mandò il manoscritto al Leopardi, pregandolo di dirgliene il suo parere. Il Tommaseo prometteva quello che i filologi chiamano un nuovo testo: lo prometteva, dico, con altre parole poichè la sua scienza filologica non si stendeva fino a quell'astruso vocabolo. Il qual nuovo testo non doveva uscire da nuovi riscontri di manoscritti o di edizioni antiche, ma propriamente dal cervello di Niccolò Tommaseo il quale avrebbe aggiunto, levato, corretto, cangiata la lezione a suo arbitrio. Le note erano indirizzate principalmente a dimostrare che Cicerone nella difesa delle sue cause aveva taciuto le migliori ragioni, non bene ordinate le altre prove, non saputo conciliarsi l'animo dei giudici, male usato gli affetti, e cose simili. Il Leopardi, che ancora non conosceva neppure il nome del Tommaseo, rispose allo Stella, e notati gli errori di latino, disse che il dare un nuovo testo senza nuovi confronti di codici a penna o a stampa, cosa che richiedeva più anni d'investigazioni e di fatiche, sarebbe stato temerario e ridicolo; che le edizioni alla cesarottiana, cioè simili a quella dell'<title>Iliade</title> data dal Cesarotti, erano da gran tempo uscite di moda in italiano, e certamente non avrebbero trovato compratori in latino; e che quanto all'arte oratoria, chiedeva scusa se, non ostante il rispetto ch'egli portava al secolo decimonono, stimava miglior causidico Cicerone, che l'Annotatore. Lo Stella mostrò questa lettera al Tommaseo, la mostrò ancora a parecchi letterati, i quali tutti, fuori del Tommaseo, essendo convenuti nell'opinione del Leopardi, lo Stella licenziò il Tommaseo dal Cicerone, e indi a poco si astenne in tutto dall'adoperarlo.</p>
	<p>In tanto era sotto i torchi un bel lavoro del Tommaseo, che venne alla luce nello stesso anno. Una delle prose più eleganti e più attiche del secolo decimosesto, era stata sempre ed è stimata dagl'Italiani il Galateo di Monsignor della Casa, <emph>bellissimo ingegno</emph>, come lo chiamò a gran ragione il Foscolo. Ma il Tommaseo vide che intorno a questo libro, come intorno ad ogni altra cosa, gl'Italiani s'erano ingannati, e giudicatolo cattivo per lo stile, prese a rifarlo. Compendiò ancora e rifece il Galateo di Melchiorre Gioia, allora vivente, ed aggiunto a questi due un terzo di fattura sua propria, pubblicò in un volume questi tre Galatei, con istupore d'Italia, maravigliata di vedere Niccolò Tommaseo dar precetti di buona creanza.</p>
	<p>Lasciato dallo Stella, il Tommaseo si accostò al Sonzogno, con le stampe del quale, tornando all'assalto contro il Monti, pubblicò il <title>Perticari confutato da Dante</title>, che è un libricciolo composto di aforismi o di sentenze, segnati con altrettanti numeri, come i versetti della bibbia: maniera usata frequentemente dal nostro dottore nelle sue opere e prima e poi, come conveniente alla dignità del suo magistero, ed all'altezza delle dottrine ch'egli rivela. In questo libro, eccettuato l'odio contro il Monti e il Perticari, ed eccettuati alcuni aforismi, che consistono in passi che si citano di altri autori, nessuno comprese mai nulla; sorte comune a una gran parte delle opere di questo gran maestro.</p>
</div1>

<div1 n="Appunti su Plauto">

	<p>Anfitrione. Molière.</p>
	<p>Aulularia. manca il fine. Molière. notissimo fra tutti.</p>
	<p>Cattivi. pudica. ma senza gran forza comica e troppo tenera.</p>
	<p>Asinaria. impudica. scurrilissima.</p>
	<p>Curculione. non molta forza comica. sporchetta nel principio.</p>
	<p>Casina. gran forza comica e naturalezza ma sporchissima nel fine.</p>
	<p>Epidico. pudica ma poca forza comica. grande intreccio ma sciocco.</p>
	<p>Bacchidi. nessuna particolarità. sporca in princip. e fine.</p>
	<p>Mostellaria. molto comico. sporchetta in principio.</p>
	<p>Menecmi. pudica. sufficiente comico.</p>
	<p>Millantatore. molto comico e naturalezza. pudica quasi tutta.</p>
	<p>Mercante. nessuna singolarità. impudica più che alquanto.</p>
	<p>Pseudolo. gran ridicolo e naturalezza. pochissima sporcheria.</p>
	<p>Persa. nessuna particolarità. pudica.</p>
	<p>Penulo. lepida ma sparsa di punico inintelligibile, molto sporca.</p>
	<p>Stico. pudica. mediocre lepidezza e naturalezza. scene ultime intraducibili.</p>
	<p>Rudente. gran naturalezza. lepidezza sufficiente. chiarissima. bello intreccio. pudica. immagini campestri ec. tutta uguale a se stessa. ec.</p>
	<p>Truculento. impudica disordinata mancante.</p>
	<p>Trinummo. nessuna singolarità. pudica.</p>
</div1>
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</text>
</TEI.2>
