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      <title>Pisa illustrata nelle arti del disegno</title>
      <author>Alessandro Da Morrona</author>
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    <extent>678 Kb in UTF-8</extent>
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      <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
      <pubPlace>Roma</pubPlace>
      <date>2003</date>
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              personale o scientifico. Ogni uso commerciale è vietato</p>
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      <title>Collezione BibIt</title>
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        <title>Pisa illustrata nelle arti del disegno</title>
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        <author>Da Morrona, Alessandro</author>
        <editor id="ed">Marenigh, Giovanni</editor>
        <publisher>presso Giovanni Marenigh</publisher>
        <pubPlace>Livorno</pubPlace>
        <date>1812</date>
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                      responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
                      digitale</p>
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                        sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
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    <titlePart type="main">Pisa illustrata nelle arti del disegno da Alessandro Da Morrona,</titlePart>
    <docEdition> seconda edizione, tomo
primo,</docEdition>
    <docImprint> <pubPlace>Livorno</pubPlace>,<publisher>  presso Giovanni Marenigh</publisher>,<docDate> 1812.</docDate></docImprint>
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<div1 type="prefazione">
<head>PREFAZIONE</head>
<p>Lo studio delle Belle Arti ha in ogni tempo distinte le culte dalle barbare nazioni.
Nascon'esse dal raffinamento di gusto di una società giunta alla sua perfezione, e suppongono i
sensi e l'immaginazione piena di delicatezza. Questa allora ricevendo, come in uno specchio, le
immagini che la natura le ha in varj tempi mostrate, e scegliendo fra quelle le più vaghe sa
perfezionale, ed accozzarle insieme colla più bella simetrìa. Per tal guisa ella giunge talora a
superare il modello: si moltiplicano gl' innocenti piaceri de' sensi e della immaginazione, ed
acquistano le Città un pregio novello, che dopo la gloria delle armi e la saviezza della legislazione
reca ad esse un non piccolo lustro.
Fralle Città che per le produzioni delle Belle Arti si distinsero, quella di Pisa certamente deesi
annoverare. Ella ingentilita per l'enunciate prerogative, seppe al valore di Marte accoppiar
l'amore pei geniali ed utili oggetti. Conciosiaché virtù <pb n="V"/>
 superiore risvegliandosi in seno a
lei, e servendo questa di guida alle grandiose idee, nella prim'alba del secolo XI
richiamò nelle sue liete contrade le Belle Arti sbandite. Quindi lo smarrito disegno per mezzo di
continuate scuole a poco a poco avvivando gustar ne fece il sapore ai vicini, e el resto dell'Italia
l' emulazione ne risvegliò.
A trattare appunto un così bell' argomento, e a dimostrarne il vero questo mio secondo lavoro
consacro; e se 'l desìo non erra, sembra ch'egli aspirar possa, se non alla gloria dell'eleganza, a
quella almeno dell'utilità e della nuovità; giacché la storia dell'Arte antica dei Pisani, o sia quella
delle Belle Arti dei tempi di mezzo, rischiarata innanzi all' epoca della prima edizione di
quest'opera non venne giammai. Nella presente poi ella dovrà esserlo maggiormente; perocchè
l'ordinanza osservo la più convenevole alla tessitura istorica, quella cioè di dare in ogni secolo,
dall'XI incominciando a tutto il XVI, il ritratto delle Belle Arti;
il corredo vi unisco di molte non disutili aggiunte. Maggiori vedute, e più rapporti a prò della
Patria e della generale istoria dell'Arte e degli Artisti pisani discopro <pb n="VI"/>
 ; di modo che
l'opera mia nella divisata foggia rivestita, sarà ben fortunata se riescirà meglio accetta, che la
prima non fu, ai Leggitori d'istruzione e di cultura forniti, e veri intelligenti delle Arti Belle. A
questi pertanto venerazione portando offro di buon grado il tributo delle molte mie cure e delle
lunghe fatiche onde giunsi alla meta di così compilarla.
Anche un nuovo attestato avrebbono eglino avuto già col seguito d'altra già incominciata
produzione; ma delle virtù sociali amico anche di troppo, disarmato altresì contr'ai colpi degli
<hi rend="italic">uomini diversi d'ogni costume e pien d'ogni magagna</hi>, farvi riparo non seppi; onde quella
fatalità mi colse che con empio laccio gli sventurati circonda.
Nel silenzio pertanto di più anni mi giacqui privo di tranquillità, senza che alcuna mano di
restituirmi a quella si degnasse giammai. Confidai nella Patria, giacché del mio lavoro, qualunque
si fosse, il frutto ne vide; ma la Patria, sorda alle voci di benemeranza, ed al voto consolativo di
più cittadini, nel grand'uopo mi dimenticò.
Finalmente inspirato dal suono de' graziosi accenti di pochi amici pregiabili, e <pb n="VII"/>
 mercè le
premure ed il genio lodevole dell'Editore di quest'opera rintracciando le orme primiere di quegli
studj, cui dedicai l'età ridente, il dolce esercizio ne riprendo; e per la via difficile della virtù,
<hi rend="italic">che mena dritto altrui per ogni calle</hi>, all'Arti che sopra di me le attrattive loro mantennero,
ed alla Patria, a quella stessa che fin qui considerarmi util non volle, utile di buon grado oggi
ritorno.
Ma seguitando il preliminare ragionamento, dopo di aver fatto sentire il nuovo sistema di questa
seconda edizione,  terrò dietro alla prima con far parola degli antichi Monumenti; e perché molti
oltre le nozioni delle Arti amano andare in traccia delle vetuste cose, e perché l'Antiquaria può
rivolgersi allo studio di quelle, trascriverò le memorie, che le più interessanti sembrano pel pregio
dell'antichità, o per i fatti notabili che in se contengono. Siccome non ometterò di riportar le altre
destinate ad eternare il nome e le doti degli estinti che fra gli uomini in qualche modo si distinsero.
E se talvolta alcuna delle meno importanti trovasi nel carattere corsivo scritta o priva di qualche
parte insignificante, ciò si attribuisca all'amor di quella brevità <pb n="VIII"/>
 che negli epitaffi
desideriamo con Platone, il quale si espresse che il titolo della lapida che non eccedeva quattro
versi era il più bello e disse, che un tal uso era de' Greci, quantunque de' Romani ancora lo fosse.
Non ragionerò, perché ispezion mia non è, della vantaggiosa e bella situazione di Pisa, Città
grande, cinta di mura, con larghe strade, e da real fiume nella più vaga e dilettevol foggia divisa,
come dalla pianta che ne offro si raccoglie; e nemmeno del clima dolce e sano che la rende più
popolata e bella nella fredda stagione, di che il Cocchi, il Targioni, ed altri scrissero.
Per quello poi che riguarda l'antico lustro della Pisana Chiesa ed i molti privilegi che le
concessero i Pontefici bene affetti per esser' eglino stati dai Pisani accolti e difesi sovente, come
accennar dovrò in questo primo volume, consultar si puonno l'Ughelli, il Mattei, ed il Martini nel
suo trattato, <foreign lang="lat"> <hi rend="italic">Theatrum Basilicae Pisanae</hi>.
</foreign>Pregevole e decorosa ella è quest'opera non solo per le tavole i rame che in se contiene, ma
per le belle erudizioni ecclesiastiche, poi molti privilegj <pb n="IX"/>
 e riti, e per quant' altro
mirabilmente illustra la Pisana Chiesa tuttora fiorente, con molto decoro formata da un rispettabil
Capitolo di Canonici, ed a cui meritamente presiede il degnissimo Arcivescovo Monsignor
Ranieri Alliata. Se poi l'opera del Martini di notizie sulle Arti non isfoggia, conobbe l'Autore che
non fu di sua sfera il trattarne. Che se si tenesse sempre fermo quell'assioma, <foreign lang="lat"> <hi rend="italic">quisquis
in arte sua</hi>, </foreign>ogni opera pregevole delle Arti del disegno, tolta di mano agl'intriganti
guastatori, inviolato conserverebbe quel bello originale, quel carattere puro e divino che il
pennello industre, o lo scalpello animatore le dette; gli scritti altresì privi di fantastici giudizj non
confonderebbero con falsi lumi i leggeri amatori.
Fermandomi ancora sull'idea della prima edizione credo, che al mio assunto appartenga il
disaminare il merito dei prodotti dell'Arti in quegli attributi che costituiscono l'idea della
bellezza. Né farò ciò con lunghe e sottili considerazioni, ma con semplici parole tanto che ne
traggano utile e diletto le anime sensibili, secondo l'insegnamento di Plutarco. Non intendo di
voler per questo soddisfare <pb n="0"/>
 alla varia turba de' giudici; né pretendo che siano oracoli i
miei giudizj. Imprendo soltanto a descrivere il bello, onde sia palese a tutti, anche agli assenti la
celebrità dell'opera, e dell'Autore; e sarebbe indiscreto quel lettore che volesse da per tutto trovar
quel bello ideale, di cui furono inventori i Greci, imitatori i Romani, e che dopo il miglioramento
delle Arti tanto s'ammira elle opere di que' divini Artefici, che <foreign lang="lat"><hi rend="italic">aetas tulit alma
Leonis</hi>. </foreign>Ma anche molti altri, che debbo cedere a questi, hanno un merito proprio degno di
essere encomiato, o perché si distinsero in altri pregi dell'Arte,  perché moderarono lo stile
angoloso, e secco, quali ebbe sempre la Pittura ne' suoi principj. E giacché della Scuola
Fiorentina dovrò principalmente far parole, dico, ce questa fu studiosissima del disegno, e della
notomìa, e che Masaccio, Leonardo da Vinci, Michelangiolo, F. Bartolommeo, e Andrea del
Sarto, (dai quali tutti, se l'ultimo se ne eccettua, imparo non poco il maggior de' Pittori il gran
Raffaello) ebbero de' valenti successori ne' Salviati, nei Bronzini, nei Cigoli, e i tanti altri
rinomatissimi Pittori. Non solo il Vasari, che <pb n="X"/>
 finalmente fu scrittor di merito, e che dette
lume anche a quelli, che l'accusavano di patriottismo, ma tanti altri chiari Scrittori nel far
l'apologia dei toscani ingegni dimostrano, quanto eglino valessero nel disegno, che predominò a
Roma, e a Firenze, come in Lombardia, ed in Venezia il colorito; e che la Toscana nei tre ultimi
secoli fu nuova Atene riguardo alle Arti, ed alle Scienze.
Nel critico, e molto delicato giudizio delle opere mi conterrò in modo da non riprendere
acremente i difetti, e le mancanze. Non già ch'io non costumi di notarle, ma perché materia
sconveniente al mio scopo essa non è, e perché mi son note più che per teorica le lunghissime
difficoltà, che specialmente nella difficil' Arte della Pittura s'incontrano, talchè rispetto quello
ancora, che in una delle tante parti di questa giunse a distinguersi. Il biasimare alla peggio è
molto facile, quanto difficil'è il rilevare il bello e l'utile, e ciò che cade sotto la più sana critica.
Né soffro taluni che privi di vera intelligenza nell'Arte biasimano con decisiva sentenza
generalmente quell'opera, che in una sola parte è difettosa. In tal caso si deponga <pb n="0"/>
 ogn'
idea di elogio, che i Valentuomini ancora non vanno esenti da tal censura. Costoro pertanto non
chiamo al giusto esame di critica delle opere dell' Arte; non la turba di quegli Artisti, che videro
poco più de' proprj dipinti, e che quelli condannano, ove non trovano le meschine loro
prerogative; non i parziali, che criticano anche ad onta della favorevole sensazione che ne
risentono, né coloro che per comparir di buon senso secondano ciecamente la moda, o che di
loquacità e di quattro termini tecnici provvisti decidendo delle Arti che non intendono e del bello
che mai non conobbero ingannano che buonamente gli ascolta; ma bensì quelli, che spogliati di
amor proprio e dalla natura adorni di delicate idee collo studio del disegno e delle scienze, e con
aver formato un gusto sicuro nell' esaminar con frutto le grandi opere della bella antichità e delle
più rinomate moderne scuole sgombrano l'ignoranza, e giunsero a conoscere la vera idea del bello
<note anchored="yes"><foreign lang="lat"><hi rend="italic">Junius de pict. vet. L. <num>I</num>. C. <num>V</num>. p. <num>34</num>.. Artifices non eos tantum,
qui ex quotidiano harum artium usu quaestu faciunt, verum etiam qui ad delicatissimum artium
examen afferunt judicium longa praeparatione subactum</hi></foreign></note>Questi, che avrebbono con
maggior <pb n="XI"/>
 decoro una tal materia maneggiata, gli errori miei correggeranno. E se in un
opera da me esposta qualche rapporto essenziale inosservato o qualche parte mal giudicata e con
troppa facilità d'elogio espressa venisse giammai, potrà ciò derivare dal non bene addestrato
ingegno nello studio delle Bell' Arti, difficilissimo riputato dai savj; abbenchè spinto dall'amor di
esse coltivandolo per molti anni trascurato ancor' io non abbia di esaminare quel che di più
perfetto nell'ornatissima Roma e nel rimanente d'Italia, madre de' genj più felici, si ammira .
Cosa discara alla maggior parte de' leggitori non sarà, che da me, nel significar l'opera,
delineato sia dell' Autore il carattere, tanto che basti a dare un'idea del credito e della scuola di
lui e del tempo in cui visse.
Se poi mi si presenterà qualche non triviale notizia, che riguardi l'istoria o la cronologia
necessaria per la maggior cognizione delle cose e dei tempi, ne darò un leggerissimo cenno
solquanto serva all' ornamento della materia.
Procurai di fondar le mie asserzioni più che mi fu possibile senza risparmiar fatica sui
monumenti certi, sulle autografe <pb n="XII"/>
 carte degli accreditati Scrittori, e sulle memorie che da
sicuri fonti io medesimo attinsi, tanto che l'amatore e l'artista possano meglio confrontar le cose
da me indicate per conoscere il vero, e per maggiormente erudirsi.
Non farò caso delle opere di niuna fama per non istancare il Lettore inutilmente. Pensiero non
prenderò di battezzar quelle d'incognito artefice, ma di riguardare l'intrinseca bontà ambirò
unicamente. Tantomeno deciderò sull' incertezza di copia e d'originale, impresa talvolta
malagevole anche ai Professori più celebri, che in certi giudizj restarono ingannati sovente
<note anchored="yes">E' noto l' esempio di Giulio Romano, che prese per originale di Raffaello suo maestro una
copia del ritratto di Leon <num>X</num>. fatta da Andrea del Sarto</note>
Accennato quanto convenevol parve a render servigio alla storia degli Amatori delle Arti utili e
liberali, passo a dar conto della distribuzion dell' opera.
Sarà ella in tre volumi distinta. Questo primo verrà diviso in due parti. L'una racchiuderà
l'istoria di Pisa antica; e ben lungi dal pretendere di darla estesa e completa, io sol quasi in
iscorto il quadro ne mostro.
<pb n="XIII"/>
 L' altra riporterà l' istoria delle Arti risorte dopo il mille, e segnatamente dell'
Architettura e della Scultura Pisana né secoli XI, e XII, coll'
illustrazione analoga de' celebri tre edifizj Duomo, Battistero, e Campanile, e col far conoscer gli
Architetti, che, aventi per capo <hi rend="italic">Buschetto</hi>, additaron la via d' onore ai secoli futuri.
Separati pure in due parti saranno il secondo e il terzo volume: ed il contenuto di esse dichiarato
verrà nel respettivo proemio.
Num. <num>33</num> Tavole di rame relative alla materia distribuite saranno negl' indicati volumi. Otto
di esse avran luogo in questo primo compresa la pianta attuale della Città.
Pareva ch' una qualche pianta di Pisa antica io qui produrre dovesse, ma di rintracciarne un
disegno di veritiero carattere originale vana speme formai. Il Dal Borgo una ne presenta dell'
800 <note anchored="yes">Dissert. sopra l' Ist. Pis. T. <num>I</num>. P. <num>II</num>.</note> la suppone di
Bonanno Architetto e Scultore pisano, ma la vera istoria di essa sembra che poco si sostenga.
Altra ve n' è, se mal non mi lusingo, la quale, mentre porge una sufficiente <pb n="0"/>
 idea di Pisa
Gentile, a meno dubbiose tradizioni si appoggia. A buona equità ci assiste la notizia certa, che
Lorenzo Magrini fu il primo possessore d'una simil pianta, quale disse a me di aver copiata
dall'autografo disegno ch' esisteva nel convento soppresso di S. Caterina di Pisa fra i manoscritti
del P. Orlendi Domenicano noto nella Repubblica letteraria. Altresì ben mi ricordo che fralle
molte persone di piena fede il Professore Fassini, il Guerrini, Domenicani entrambi, ed il fu Sig.
Maggior Alessandro del Testa dell' esistenza d' una tal carta originale mi parlaron sovente, con
aggiungervi la circostanza, che al P. Orlendi fu trasmessa dal Duca Bonanni di Palermo. Di
presente trovo possessore di un esemplare della medesima il Sig. Cap. Ranieri Zucchelli, il quale
ci assicura esser quello stesso da me sopra nominato del Magrini. Ei possiede ancora diverse
memorie su tal oggetto, ed eccone un cenno. Pisa da Verga d' oro sino al Falcone
<note anchored="yes">Furono due delle principali rocche, o fortezze. Si chiamò pure Verga d'oro una delle torri
repubblicane nominate nell' Appendice in fine di questo libro alla
      pag. <num>484</num></note> lungo il fiume
Arno si distendeva, ed era cinta di <pb n="XIV"/>
 mura, cui i diversi forti e belle torri recavano
ornamento e difesa. Quadrangolare bislunga era la figura; avea sobborghi rispettabili e vasti;
poichè dessi sino al poggio verso il fiume Serchio, e sino alle falde del monte pisano, e di quello
d' Agnano si distendevano. Otto erano le porte della città, e portavano i nomi d' <hi rend="italic">Ercole</hi> di
<hi rend="italic">Marte</hi> di <hi rend="italic">Cerere</hi> d' <hi rend="italic">Esculapio</hi>, e di altre Deità, se quella del <hi rend="italic">Trionfo</hi> si
eccettua. Col <hi rend="italic">Circo massimo</hi>, col <hi rend="italic">Foro</hi>, coll' <hi rend="italic">Anfiteatro</hi>, colle <hi rend="italic">Terme</hi>, e
con i Templi di <hi rend="italic">Diana</hi> di <hi rend="italic">Marte</hi> di <hi rend="italic">Giove</hi> di <hi rend="italic">Vesta</hi> di <hi rend="italic">Minerva</hi> di
<hi rend="italic">Pallade</hi> e di <hi rend="italic">Cerere</hi>, ( di che non mancano gli architravi i capitelli ed altri celebri
avanzi per indicarli ) pongo fine al breve racconto della nostra pianta dei tempi gentileschi, ove le
cose anzidette si riscontrano.
Finalmente accennar debbo, che un'Appendice relativa all'Antiquaria, ed atta a formar' elogio
di uno dei più celebri Potestà di Pisa, <hi rend="italic">Buonaccorso da Palude</hi>, ed a rinnuovare un saggio
della Zecca Pisana, chiuderà la materia di questo primo volume.
Egli è officio di buon Cittadino il servire alla Patria per quanto può. Lo esercita il seguace di
Marte, che sotto l' onorato <pb n="XV"/>
 incarco delle armi all' oscuro oblìo toglie i gloriosi suoi
giorni. Io pure tergendo di lunghi studj il sudore, onde porre in trono la mia Pisa a dar lume delle
Bell' Arti all' Italia, come alla Grecia tutta lo diè Corinto, d'averlo ben' esercitato ho fiducia.
E se la Patria di benemerenza, a cui aveva ambito, scevro fin qui mi rende per quelle ordinarie
combinazioni, che lo stato felice e disgraziato dell' uomo costituiscono, voglio anche prudente
speranza nutrire, che la medesima mi si debba mostrar grata in appresso.
</p>
</div1>
  </front>
<body>
<div1 type="parte">
<head>PARTE PRIMA </head>
<head>ISTORIA DI PISA ANTICA.</head>
<div2 type="capitolo">
<head>CAPITOLO I.</head>
<head>ORIGINE DI PISA GRECO-ETRUSCA.</head>
<div3 type="paragrafo">
<head>PARAGRAFO 1.</head>
<head>Pisa Greca.</head>
<pb n="XVI"/>
<p> Non è oscura la fama, che fra i tanti luminosi fasti, onde và altera la Città di Pisa quello
si annoveri dell'origin sua per antichità rispettabile. Mestiere fia dunque, ch' un sì bell'argomento
dia principio all'opera nostra; e che per rintracciarlo nelle tenebre de' secoli remoti, le carte de' più
vecchi, e classici Scrittori ci siano lume, e scorta.
<pb n="1"/>
 Il gran Poeta, mentre cantò</p>
<lg type="versi">
<l> <hi rend="italic">……….. di quel giusto</hi></l>
<l><hi rend="italic">Figliuol d' Anchise, che venne da Troja,</hi></l>
<l><hi rend="italic">Poich'el superbo Ilion fu combusto</hi>.</l>
</lg>
<p>fà testo valutabile in quei notissimi versi:</p>
<lg type="versi">
<l> <foreign lang="lat"> <hi rend="italic"> Tertius ille hominum, Divumque interpres Asylas</hi></foreign><hi rend="italic"/></l>
<l><hi rend="italic">Cui pecudum fibrae, coeli cui sidera parent,</hi></l>
<l><hi rend="italic">Et linguae volucrum, et praesagi fulminis ignes,</hi></l>
<l><hi rend="italic">Mille rapit densos acie, atque horrentibus astis,</hi></l>
<l><hi rend="italic">Hos parere jubent Alpheae ab origine Pisae</hi></l>
<l><hi rend="italic">Urbs Etrusca solo</hi>  <note anchored="yes"> Eneid. L. <num>X</num>. v. <num>175</num>.</note></l>
</lg>
<p>Molto rilevan' eglino a formar giudizio che Pisa era di già ricca popolata e potente
allorchè dette ad Enea non piccol soccorso in uno stuolo di mille scelti guerrieri sotto il comando
d'Asila. E poichè tre anni, o poco più, si contano da Troja distrutta alla venuta in Italia del
Figliuol d'Anchise, noi a buona equità dovremo intanto al gran Virgilio la prima notizia
plausibile, che la Città nostra è più dei tempi trojani <pb n="2"/>
 antica incomparabilmente.
Qual'altro appoggio ei ci porga cogl' indicati versi, lo diremo in appresso; e desideriamo, ch'egli
sia di noi pel sentiero difficile, che batter ci conviene, qual fu per la region del pianto dell' autor
di que' versi:</p>
<lg type="versi">
<l> <hi rend="italic">Ond' io per lo tuo mè penso, e discerno</hi></l>
<l><hi rend="italic">Che tu mi segui, et io sarò tua guida</hi></l>
<l><hi rend="italic">E trarroti di qui per luogho eterno</hi>.</l>
</lg>
<p>Producasi or l'autorità di Plinio, che l' anterior notizia ci rischiara, e che costituisce a Pisa
l'enunciata origine per antichità rispettabil molto: <foreign lang="lat"> <hi rend="italic">Pisae</hi>, </foreign>egli narra, <foreign lang="lat">
<hi rend="italic">inter Amnes Auserem, et Arnum ortae a Pelope, Pisisque, sive Teutanis, Graeca Gente</hi></foreign>
<note anchored="yes"> L. <num>III</num>. C. <num>V</num>. <foreign lang="lat"><hi rend="italic">in notis Arduini: Ita libri probatiores, non Arintanis.
Teutonion ager fuit in Peloponneso Sicionae regionis. Steph. sive igitur Teutoni, sive Pisatae,
Pisas condiderunt, a Pelope ortae dicuntur</hi>.</foreign> Pertanto è da rigettarsi il parere del Cluverio, che
così scrisse: <hi rend="italic">Ergo Pisani conditiores fuerunt jam inde multis ante bellum Trojanum annis
Ligures Celtica gens</hi>. Ital. ant. L. <num>II</num>. C. <num>I</num>. p. <num>494</num>.</note>
Una tale autorità abbracciata trovasi da molti scrittori. Catone ne' suoi fragmenti la comprova, e
si esprime Solino: Chi non sà, che da Pelope Pisa?andro Alberti <pb n="3"/>
 nella sua descrizion
d'Italia lo seguita; e  noi ci proveremo a dimostrarla qual vero istorico fondamento del disegno
nostro.
Pelope figlio di Tantalo Re di Frigia con diversi popoli della Grecia, e con i Pisèi
principalmente, per fama celebri solo  <note anchored="yes"> Strab. L. <num>VIII</num>. p. <num>245</num>.
<foreign lang="lat"><hi rend="italic">Piseorum famae celebritas primam originem duxit a Principibus ipsorum, qui
potentissimi fuerunt Oenomaus, et successor Pelops</hi>.</foreign></note>lasciate le arcadi contrade, alle
spiagge tirrene navigando giunse. E poichè per avventura fermò le piante in quella parte ove forse
un paese etrusco giaceasi da due fiumi vagamente irrigato, ella è agevol cosa a comprendere, che
la piacevol vista, la situazione pel fiume, e per il mar vicino vantaggiosa, amena per la pianura, e
pel terreno fertile, destasse il pensiero a quell'inclito Re greco di fabbricarvi una Città forte, e di
grandezza non priva, ma non dai fondamenti, come ogni natural ragione vuol, che si creda. E
siccome per l'amoroso acquisto della bella Ippodamia, dopo di aver vinto al corso del cocchio
Enomao, o sia che lo vincesse in battaglia <note anchored="yes"> Così racconta il Boccaccio Geneal. degli Dei
coll'autorità di Alfonso Laram negli annali de' Greci.</note><foreign lang="lat"><hi rend="italic">Pisae regnum tenuit</hi>, </foreign>al
dir di Diodoro <note anchored="yes"> Diod. Sic. L. <num>V</num>. <foreign lang="lat"><hi rend="italic">Pelops sumpta uxore Hippodamia
etc.</hi></foreign></note> e perché la <pb n="4"/>
 più parte dei molti suoi seguaci dir poteano come Aretusa in
Ovidio.</p>
<lg type="versi">
<l> <foreign lang="lat"><hi rend="italic">Pisa mihi Patria est, et ab Elide ducimus ortus</hi>,</foreign></l>
</lg>
<p>volle che come in Grecia nell'Etruria altra Pisa vi fosse dando per memoria gloriosa un
tal nome alla Città da lui, e da suoi popoli edificata. Lo stile di fabbricare abitazioni, e Città, ove
ne discacciavano gli Etruschi fu praticato da diverse Colonie trasmigrate di Pelasgi, parte dei
quali detti Alfei, e Arcadi Pelasgi formavano il pelopense guerriero drappello oltre ai Teutoni, ed
ai Pisèi. Il Tiraboschi Autor ch. della storia della letteratura italiana la nostra opinione
comprova, ove commenda gli studj degli abitatori della Magna Grecia  <note anchored="yes"> Stor. della
letterat. ital. P. <num>2</num>. p. <num>71</num>. ediz. Fior. </note>
      Per gli scritti poi di Strabone, e di Plinio
sappiamo che Agilla, o Cere edificata, ed abitata fu dai Pelasgi venuti di Tessaglia. Siccome
molto acconcia è la notizia, che i Pelasgi quando nella Campania si ritirarono, eressero quivi la
Città di Larissa così denominandola a similitudine dell'altra che fu Metropoli di loro nel
Peloponneso. Un esempio anche meglio apposto all'opera soprallodata di <pb n="5"/>
 Pelope lo porge
Omero in Cadmo attestando ch'egli edificò nella Beozia una Tebe novella in ossequio della sua
Tebe in Egitto, che gli fu patria <note anchored="yes">
       Iliad. L. <num>IV</num>.</note> Teucro in Orazio innalzò in Cipro
la nuova Salamina in ossequio dell'altra che fu sua patria in Attica; ed Enea in appresso alla Città
di Aceste fabbricata da lui d'Ilio, e di Troja i nomi vi appose. Ma l' asserzion nostra
bastantemente assicurata sembra, perch' ogn' altro esempio su tal costume si taccia, e perché
tengasi per debole e vana l'opinione che la Città nostra per la moltitudine degli spessi edificj fosse
detta Pinsa, e Pisa appresso, o qual altra simile alcun leggero scrittore divulgasse giammai  <note anchored="yes">)
Ved. ciò che scrisse Servio nei comment. di Virg. Eneid. <num>X</num>.</note>
Ma tenendo fermo il fin qui detto riguardo a Pelope, non vada inosservato il racconto dello
Scrittor della romana istoria Dionisio d' Alicarnasso, che molto rilevante all'argomento nostro ci
fa bisogno a questo luogo.
I Pelasgi, dic' egli nel principio del suo primo libro, aventi Deucalione <pb n="6"/>
 per Duce le armi
in Italia portarono a prò degli Aborigeni  <note anchored="yes"> <foreign lang="lat"><hi rend="italic">Iidem atque Indigenae. Servio ad
Virg. Eneid</hi>. <num>8. v. 328</num>., </foreign>e Giustino l. <num>43</num> C. <num>I</num>. gli chiama antichissimi Popoli
del Lazio. Il Dempstero vuole, che gli Aborigeni, e gli Umbri fossero di una stessa origine. Etr.
Reg. L. <num>I</num>. C. <num>7</num>. p. <num>26</num>.</note>, e col valor di quelle vinti gli Umbri, così detti per esser
campati dalle acque del diluvio, diverse Città conquistarono, e fra queste Cere, o Agilla, Pisa,
Saturnia, ed Alsio. Or la circostanza, che tali note menzion fanno della nostra Pisa nell'epoca di
Deucalione ci pone nel caso di ricorrere alla cronologìa: mezzo il più opportuno, onde conciliare
le autorità divisate di Plinio, e di Dionisio, ed a convalidare il pensier nostro.
Pelope, come fra gli altri M. Guarnacci osserva  <note anchored="yes">
       Tom. <num>I</num>. p.<num>360</num>.</note> regnò in
Grecia poco prima di Cadmo. Questi tenendo dietro al calcolo del Petavio fu negli anni del mondo
<num>2526</num>, e dopo il diluvio di Noè <num>871</num>. Dunque non mal ci apporremo a fissar l'epoca del
Regno, e della venuta di Pelope in Italia circa agli anni del mondo <num>2450</num>, e presso il fine
dell'ottavo secolo, o sia negli anni <num>795</num> dopo il diluvio, e <num>1600</num> anni avanti G. C..
Altresì dal diluvio, (che secondo la cronologia della Volgata, e giusta i migliori <pb n="7"/>
Cronologi accade <num>1655</num> anni dopo la creazione del mondo) fino all'età di Mosè si contano
<num>822</num> anni. Ma nell'epoca di Mosè, che poco allontanandosi dal calcolo del Petavio, e secondo
lo stile ebraico vuol dire circa agli anni <num>880</num> dopo il diluvio, e <num>2535</num> dal mondo creato, e
circa a quattro secoli prima della guerra trojana, il Re Deucalione colla greca truppa in Italia
giunse; dunque l'epoca del Re Pelope, di sopra indicata circa al <num>2450</num>, comparisce anteriore a
quella di Deucalione. Tanto era appunto desiderabile, dovendosi tener per vero il testo di
Dionisio, e creder con esso che Pisa non fuor di stagione con tal nome allora esistesse.
Or seguitando con istorico ragionamento a dire qual'altra cosa d'importanza ci lasciarono scritto
di Pisa gli Antichi, che riputar si debbono i più informati riguardo all' origin sua, quantunque non
abbiano chiara luce tutte l'epoche delle trasmigrazioni dei Greci, o Pelasgi  <note anchored="yes"> Lasciando al
Guarnacci il malagevole impegno di voler decidere sull'italico primitivo essere di loro, saranno
per noi sinonimi i due titoli Greco, e Pelasgo, come lo furono per Plinio, e per Virgilio. Erodoto, il
più vecchio autore, gli fa originarj d'Arcadia. Eustazio comment. di Omero si esprime:
<foreign lang="lat"><hi rend="italic">Pelasgi quippe Graeci</hi>. </foreign>Dionisio gli fa discendenti dal Peloponneso. Strab. nel
lib. <num>8</num>. gli chiama i più antichi popoli dominatori della Grecia; e Banier mitol. L. <num>I</num>. c.
<num>4</num>., edificatori del tempio antichissimo di Dodone. Vero è, che Tucidide, e Plutarco gli dicono
talvolta Tirreni, ma credesi in grazia di ciocchè in Tirrenia fecero tanto nell'arte della guerra,
quanto in quella del fabbricare. Isidoro, ed altri vogliono, che così si denominassero, non dalla
similitudine delle cicogne erranti, come alcuni dicono, ma da Pelasgo figlio di Giove, e di Larissa,
e Re d' Argia nel Peloponneso, detta Pelasgia da esso.</note> e del <pb n="8"/>
 trattenimento di loro nelle
italiche contrade, avvenne una da farne qui ricordanza. Egli è Strabone coetaneo di Dionisio, che
scrive nel quinto libro della sua Geografia: <foreign lang="lat"><hi rend="italic">Qui Nestorem ad Ilium secuti in reditu
tempestate disjecti, alii quidem Metapontum, alii litus Tyrrhenum tenerunt, ubi a nomine relictae
Patriae Pisas condiderunt</hi>.
</foreign>Noi pel chiaro testo di Plinio, e per l'esame fatto su quello di Dionisio, ed instruiti altresì da
Virgilio nostra guida onorata siam' persuasi, che l'edificazione di Pisa da Strabone pretesa, esser
non potette per i conquistatori della città distrutta; perocchè, come di sopra avvertimmo, ben
pochi anni dopo il trojano infortunio ella fu in grado di dare ad Enea il considerabile ajuto di mille
de' suoi più scelti soldati. Rigettando pertanto le ultime due parole: <foreign lang="lat"><hi rend="italic">Pisas
condiderunt</hi>, </foreign>abbracceremo <pb n="9"/>
 la comune opinione, e venerando quelle dello scrittor
dell'oscura Cassandra, di Catone, di Livio, di Solino, di Giustino, e dell' istesso Dionisio,
spiegheremo in tal guisa il sentimento del Filosofo Cretense. I Pelasgi, o Pili Pelasgi di Pisa
Greca, fumanti ancor le ceneri di Troja, con Nestore Re di Pilo, navigando con mala fortuna, al
lido tirreno approdarono. Ed essendo eglino di nemiche opime spoglie onusti, e lieti altresì per
aver posto il piede nel bel soggiorno dei loro maggiori non lo edificarono, come parve al nominato
istorico, m ma decorandolo con nuove fabbriche, più amplio, e potente lo rendettero. Bensì i
prefati Scrittori concorrono insieme ad opinare, che quei popoli il titolo di Alfea a Pisa
aggiunsero; e che a simiglianza del fiume Alfeo <note anchored="yes"> Egli è notissimo pel favoloso racconto,
ch'esso per amor d' Aretusa, dalla Grecia sotto il mare scorrendo presso Siracusa in Sicilia si
condusse. <foreign lang="lat"><hi rend="italic">Alpheus fluvius est, scrisse Servio, inter Pisas, et Elidem civitates Arcadiae,
ex quibus locis venerunt, qui Pisas in Italiam condiderunt, dictas a
	 civitate pristina</hi>.</foreign></note> che
presso Pisa, e per Elide in Arcadia scorre, e di cui cantò il mantovano Poeta:</p>
<lg type="versi">
<l> <foreign lang="lat"><hi rend="italic">Alpheus fama est huc Elidis amnis</hi>,</foreign></l>
</lg>
<p>Alfeo denominarono il Fiume Arno, che colle sua acque in dilettevol foggia la divide.
<pb n="10"/>
 Noi per altro inchiniamo volentieri a credere, come più verosimil cosa, che nella sua
prima pelopense edificazione la città nostra fosse detta <hi rend="italic">Pisa Alfea</hi> dagli edificatori Pisei, o
Pisani d'Arcadia per eternar la memoria della patria abbandonata.
Finalmente per non condannare ad errore il parer di Strabone allegheremo il costume di alcuni
scrittori, che chiamarono impropriamente inventori delle cose quegli, che soltanto le ristorarono, o
che le ingrandirono; siccome altri vi furono che il termine <hi rend="italic">fabbricatore</hi> applicarono talvolta
a chi rendeva gli edifizj più splendidi e belli. Arride a ciò il Fabbricio  <note anchored="yes"> Biliot. L. <num>I</num>.
c. <num>6</num>.</note> e osserva le seguenti erronee, ma usate espressioni: <foreign lang="lat"><hi rend="italic">Didonem condidisse
Carthaginem: Augustum Romam: Constantinum Bizantium</hi>, </foreign>quando sappiamo, che
Didone, Augusto, e Costantino restaurarono le città predette, e di nuove magnifiche fabbriche le
decorarono.
Non si debbono a questo luogo tacere i seguenti versi elegiaci, che nel suo itinerario Rutilio
Numaziano scrisse sul vago stile dei primi anni del secolo XV perché molto
<pb n="11"/>
 rilevano allo scopo nostro per le cose già dette, e per la conferma che la situazione di Pisa
non variò giammai.</p>
<lg type="versi" lang="lat">
<l> <hi rend="italic">Alpheae veterem contemplor originis urbem,</hi></l>
<l><hi rend="italic">Quam cingunt geminis, Arnus, et Auser aquis,</hi></l>
<l><hi rend="italic">Conum pyramidis coeuntia flumina ducunt,</hi></l>
<l><hi rend="italic">Intratur modico frons patefacta solo.</hi></l>
<l><hi rend="italic">Sed proprium retinet communi in gurgite nomen,</hi></l>
<l><hi rend="italic">Et pontum solus scilicet Arnus adit.</hi></l>
<l><hi rend="italic">Ante diu, quam Trojugenas fortuna penates</hi></l>
<l><hi rend="italic">Laurentinorum Regibus insereret</hi></l>
<l><hi rend="italic">Elide deductas suscepit Etruria Pisas</hi></l>
<l><hi rend="italic">Nominis indicio testificata genus</hi>.</l>
</lg>
<p>Ometteremo al presente di volgere il pensiero ai moderni scrittori per tal' oggetto, e ciò
per non gravare il volume di citazioni soverchie. Nemmeno lo spingeremo oltre all'edificazione di
Pelope, avvegnachè noi farlo risalire potremmo ai tempi di Saturno, sotto di cui favoleggiò l'età
dell'oro  <note anchored="yes"> Sat. fuggitivo di Creta, a detta d'ogni autore sia favoloso, o istorico, fu in
Italia, allora detta Enotria, molto prima di Deucalione e fu accolto da Giano primo Re, il quale
per essere stato istruito nell'agricoltura da esso, gli compartì una porzione del suo regno nella
magna Esperia, in quel luogo detto in appresso Lazio littorale</note> <pb n="12"/>
 se ci fu concessa
l'ipotesi dell' immaginato paese, che i fondamenti a Pisa somministrasse. In quell'epoca in fatti
una trasmigrazione di Pelasgi pone Macrobio  <note anchored="yes"> Saturnal. L. <num>V</num>.</note> Italia, ed
osserva che fù questa la prima, e non quella che sotto Deucalione Dionisio descrive.
Ma checchè sia di ciò, si devenga finalmente a conchiudere, che noi squarciato in parte il denso
velo che in quei remoti secoli c'ingombra, e le note investigando dei più classici vecchi scrittori,
note brevi sovente, e contraddittorie talvolta per colpa forse delle vicende dei tempi, e del
cambiamento dei nomi, e dei governi, ci saremo ingegnati di rintracciare con un qualche storico
fondamento se non lo stato della cuna della città nostra, l'epoca almeno della primitiva origine: e
questa dichiarata avremo per avventura vetustissima ed illustre.  Pisa in fatti ha ben ragione di
gloriarsi se da un Re potente della Grecia la ripete circa al nono secolo dopo il diluvio, e circa a
quattro secoli prima dell'incendio di Troja, e se dopo di esso per Nestore nell'arte della guerra, e
nell'eloquenza eccellente un notabile <pb n="13"/>
 ingrandimento ricevette: epoca al parer nostro le più
chiara del suo potere.
Per tale avvenimento onorevole i migliori Cronisti pisani furon d'avviso a scrivere, che i giuochi
olimpici in Pisa fin d'allora si fecero a similitudine di quegli, che dinnanzi alla statua di Giove
Olimpico celebravansi dai Pelasgi inventori di Elide, o sia Olimpia prossima a Pisa greca, o per
dir meglio dai Pisèi nel dintorno di Pisa stessa. Stazio pertanto si espresse: <foreign lang="lat"><hi rend="italic">non aliter
quam Pisae sua lustra Tonanti</hi>
      </foreign><note anchored="yes">Theb. L. <num>I</num>. pag. <num>421</num></note> cantò Virgilio:
    </p>
<lg type="versi">
<l> <foreign lang="lat"><hi rend="italic">Aut Alpheae rotis praelabi flumina Pisae</hi>;</foreign></l>
     </lg>
<p>ed il sopraccitato Strabone:</p>
<lg type="versi" lang="lat">
<l><hi rend="italic">Pisa Civitas est in Elide Peloponnesi juxta Alpheum </hi></l>
<l><hi rend="italic">fluvium, circa quod quinto quoque anno celebrantur certamina Jovi sacra, quae Olimpia </hi></l>
<l><hi rend="italic">dicebantur. Ex hac Urbe ortum traxerunt, qui Pisas in Tuscia condiderunt</hi>.</l>
     </lg>
<p>Ma basterà quanto fin qui si è detto di Pisa Greca, perché si passi a confermarle il titolo di Etrusca.
</p>
</div3>
<div3 type="paragrafo">
<head>PARAGRAFO 2.</head>
<head>Pisa Etrusca.</head>
<pb n="14"/>
<p>Per quanto poco sperar si possa dalla solita scarsità delle notizie di quei tempi oscuri
per natura intralciate, egli è nostro pensiero di provare che a Pisa il titolo di Etrusca ancor si
competa. Noi a buona equità lo troviam sostenuto da molti vecchi scrittori, e dagl' intermedj
ancora. Bochart, e Banier, se il Petavio, ed il Montfaucon si eccettuano di Pisa or col nome di
Greca, or con quello di Etrusca fan ricordanza. Trovansi sovente negli scritti di Licofrone:
<hi rend="italic">Pisa Civitas Tyrrhena</hi>. L'istorico d'Alicarnasso, ed altri asseriscono, che Pisa e Cere
fossero Pelasghe, cioè Greche, e che fossero insieme Etrusche o Tirrene  <note anchored="yes"> L. <num>I</num>. p.
<num>16</num>; e p. <num>148</num>. </note> Fidène, abbenchè edificata dagli Albani, ella è sempre nominata Città
etrusca da Livio, e da Dionisio.
Ma noi anche per tale argomento non perderem di vista la guida propostaci del gran Poeta
mantovano, e ci serviremo di quei versi qui a ripetersi acconci:</p>
<lg type="versi" lang="lat">
<l><hi rend="italic">…… Alpheae ab origine Pisae</hi></l>
<l><hi rend="italic">Urbs Etrusca solo</hi>.</l>
<pb n="15"/>
</lg>
<p>denotando essi senza equivoco ch'era la nostra Pisa</p>
<lg type="versi">
<l> <hi rend="italic">D'origin Greca, e di terreno Etrusca</hi> <note anchored="yes"> Beverini Enei. trad. p.
<num>446</num>.</note></l>
</lg>
<p>Consultando poi frai moderni M. Guarnacci, dotto Scrittore delle origini italiche, ei giudica
Pisa assolutamente Etrusca. Non crede per altro, che per causa della situazione in amena pianura,
pel fiume che la bagna, e per il prossimo lido del mare annoverar si debba fralle dodici primarie,
e più vecchie Città etrusche, che sul dorso dei monti s'innalzarono, e che Plinio chiamò:
 <foreign lang="lat"><hi rend="italic">Capita originis</hi>.
</foreign>Eppure se quei fabbricatori dal timor del diluvio sbigottiti procurarono per le abitazioni di
loro i siti più accosti al maggior Pianeta, ed ai quali per iscoscese pietre si poggiasse, egli è da
credere, che altri valutassero i vantaggi della pianura, della vicinanza del mare, ed in oltre la
circostanza utile di un fiume navigabile. E se ad una tal credenza abbiam già favorevole un
esempio nella Città etrusca di Populonia che sul lido del mar Tirreno riposava, molto più aver lo
potremmo nella nostra Pisa, che gode le sopraindicate <pb n="16"/>
 prerogative, e che fu superiore a
quella nelle forze armate, nella popolazione, ed in grandezza eziandìo.  Non sarà inutile, perché
riguardo alla posizione pregio le porta, e perch'è dicevole a questo luogo la similitudine di
Alessandro il grande; esso la proposizion derise, e rigettò il disegno dell'Architetto, che sopra un
alto colle come cosa eccellente la città da esso ideata gli dipinse, e volle nel bel sito piano, e sul
lido del mare la sua Alessandria porre, che anche a'dì nostri per tal conto si commenda.
Ma qualunque sia il pensier nostro, deesi saper buon grado al Biondo, che nell'Italia illustrata
porta opinione, che le dodici Città predette fossero le seguenti: Luni, Agilla o Cere, Faleria,
Volsèna, Chiusi, Perugia, Arezzo, Roselle, Volterra, Populonia, Pisa, e Fiesole. Dietro al Biondo
Alessandro da Alessandria ne' suoi geniali nominò le Città medesime, senonchè vi aggiunse,
Mantova, Tarquinj, Vetulonia, Veii, Fidene, e Corito, cioè Cortona. Il Sigonio tolse Luni a quelle
del Biondo, e Veii vi pose. Altri Scrittori moderni ne contano anche diciotto, e più ancora. Gli
antichi affermano essere state dodici quelle Città dette <foreign lang="lat"><hi rend="italic">Capita originis</hi>, </foreign>ma
spartitamente le numerarono, e <pb n="17"/>
 non tutte giammai. Livio per esempio nel decimo libro
chiama potentissime Città, e capi d'Etruria Volsena, Perugia, ed Arezzo, ed altrove nomina
Roselle ai confini di Volsena. Ne parla confusamente Plinio. Dionisio promesse di parlarne con
fondamento, ma nol fece mai. Si conchiude adunque, che né per il testo dei primi, né d'altri
Scrittori abbiamo un vero lume per riconoscerle. Per buona sorte Livio, e Plutarco
<note anchored="yes">Liv. L. <num>V</num>. p. <num>638</num> ediz. Aldi
	Venet. Plut. in Cammill. Galli ec. </note> stimano, che dalle
dodici Città primitive d'Etruria altre dodici non meno ragguardevoli ne derivarono di quà
dall'Appennino fino a tutto il Regno di Napoli, ed altrettante di là per la Lombardia fino all'Alpi.
Conciosiaché se dal Cluverio, dal Cellario, e dall'Olstenio, dal Borghini, e dal Guarnacci non vien
concesso a Pisa il posto nelle primarie città vecchissime d'Italia, noi credendo all'asserzion
favorevole del Biondo, e di altri dietro a lui, ed alle nostre, forse non vaghe congetture, ci
contenteremo di riporla fralle dodici indicate Città etrusche non men ragguardevoli di quà
dall'Appennino. Il Guarnacci stesso in altro luogo <pb n="18"/>
 del suo secondo volume prova, ch'ella
tiene il suo posto fra quelle; ed altrove indica la qualità etrusca di lei, e la pretende anche
originaria in grazia di osservarla un oggetto delle conquiste dei Pelasgi sotto Deucalione: ciò che
nel primo paragrafo dimostrammo. Siccome nell'incominciare il secondo, provato abbiamo coi
voti degli antichi Scrittori, che la fondazione sua pelopense non distrugge la condizione etrusca di
lei, vogliasi, o nò concedere la non inverosimil congettura dell'esistenza sua, qualunque fosse,
prima di quella.
Or non trattenendosi di soverchio sulla materia di questa età decrepita, osserveremo solo ancora,
che la greca fondazione, e la circostanza d'esser ella stata Colonia Greca come abitata in alcuni
tempi dai Greci tanto Pisei, quanto Pelasgi non toglie a lei la qualità etrusca. Imperocchè ogni
qualvolta fu dai popoli edificatori abbandonata, essa venne per forza d'armi in poter de' Toscani
<note anchored="yes"> Scrisse Dionis. L. <num>I</num>. parlando di Cere, e di Pisa: <foreign lang="lat"><hi rend="italic">quae postea a Tirrenis
occupatae sunt</hi>.</foreign></note> E poichè questi per gran tempo la tennero, essa adottar dovette il modo
del governo etrusco sotto di loro, e seguitarlo ancora rioccupata <pb n="19"/>
 dai Greci, giacché
sappiamo, ch'essi per confederazione, e per parentela ai Toscani si unirono.
Su tal proposito giusta considerazione meritar debbono alcuni versi del Principe de' Poeti latini,
che già nel tracciar l'origine di Pisa a noi fu scorta. Dopo di aver egli celebrata per bocca d'Enea
nel nono libro la fortezza d'Asila,</p>
<lg type="versi">
<l> <foreign lang="lat"><hi rend="italic">…..Chorinaeum sternit Asylas</hi>.</foreign></l>
</lg>
<p>ci ricorda in appresso ch'egli era Augure non solo, ma ancora Re tosco, e che toschi
erano i guerrieri suoi: Citato quel verso del libro undecimo:</p>
<lg type="versi">
<l> <foreign lang="lat"><hi rend="italic">….Princeps turmas inducit Asylas</hi></foreign></l>
</lg>
<p>nel libro XII si spiega:</p>
<lg type="versi" lang="lat">
<l> <hi rend="italic">Et Messapus equum domitor, et fortis Asylas</hi></l>
<l><hi rend="italic">Tuscorumque phalanx</hi>.</l>
      </lg>
<p>In oltre non vada inosservato il Dempstèro, ove dichiara il nostro Asila:
 <foreign lang="lat"><hi rend="italic">Etruscorum Rex: Eneae tempore bello clarus: Augur</hi>. </foreign>E dell'erudito Scrittore
giovi a noi di qui produrre quanto appresso <note anchored="yes"> <foreign lang="lat">De Etrur. reg. Tom. <num>I</num>. lib. </foreign>
<num>38</num></note> <pb n="20"/>
 <hi rend="italic">Pergo ad alios Etruriae Reges, qui sub ea regnabant tempora, quibus Ilio
exciso, Trojanorum reliquias Aeneas in Italiam intulit, atque tunc non tota quidem Etruria uni, ut
videtur, parebat Regi, sed post Mezentii exilium, in dynastias divisa, singulis populis Rectores
suos sive Reges adsignabat: quorum hic Asylas unus, spectatae quidem virtutis, qui Regiam Pisis
habebat, ut vidit, adnotavitq. Macrobius libr. <num>58</num> Saturnal. cap. <num>15</num>, et Virgilius lib.
<num>10</num> Aeneid.</hi>
Qui riporta il Dempstèro quel passo di Virgilio, che incomincia: <foreign lang="lat"><hi rend="italic">Tertius ille hominum etc.</hi></foreign> ma noi perché in principio di questo cap. lo riportammo, stimiamo di
esibire in vece i seguenti versi del suo traduttore Annibal Caro:</p>
<lg type="versi">
<l> <hi rend="italic">Asila il terzo, Sacerdote, e Mago</hi></l>
<l><hi rend="italic">Che di fibre di fulmini, e d'uccelli</hi></l>
<l><hi rend="italic">E di stelle era interprete, e indovino</hi></l>
<l><hi rend="italic">Mille ne conducea, ch'un ordinanza</hi></l>
<l><hi rend="italic">Facean tutta di picche: e questi a Pisa</hi></l>
<l><hi rend="italic">Eran soggetti, alla novella Pisa,</hi></l>
<l><hi rend="italic">Che pria figlia d'Alfeo, d'Arno ora è sposa</hi>.</l>
</lg>
<p>Seguita a dire il Dempstèro, che i Regi erano in quel secolo anche Sacerdoti, o Auguri
almeno; che questa dignità passò dagli Etruschi ai Romani, e che i Pisani <pb n="21"/>
 dopo che fu
discacciato il crudele Mezenzio surrogarono Asila in luogo di lui.
Impariamo poi da altri Autori, che la scienza augurale fu coltivata in sommo grado dagli
Etruschi, o Toschi, e che ne fosser' eglino gl'inventori. Diodoro Siculo nel lib. <num>5</num> lo spiega, e
ne fa testo Ovidio colle seguenti parole del traduttore <note anchored="yes"> Ovid. libr. <num>158</num> Metamorph.
Traduttore Fabio Marretti 1569 ediz. Ven.</note></p>
<lg type="versi">
<l> <hi rend="italic">Ei Tage detto, pria notizia certa</hi></l>
<l><hi rend="italic">D'aprir futuri casi a Etruria diede</hi>.</l>
</lg>
<p>Or fia cosa superflua di qui esporre quanto la scienza predetta fosse poi dai Romani onorata,
avendo detto abbastanza per ciò ch'era dicevole alla cognizione più chiara dei Pisani Etruschi.
Finalmente sembra che sufficienti osservazioni fatte si siano sulle autorità non oscure di scelti
scrittori, onde conchiudere, che alla nostra Pisa non senza istorico fondamento i titoli entrambi di
Greca, e di Etrusca si convengano; e godiamo se per avventura male applicata non fu
l'intitolazione a questo capitolo di <hi rend="italic">Pisa Greco-etrusca</hi>.</p>
</div3>
    </div2>
<div2 type="capitolo">
<head>CAPITOLO II.</head>
<pb n="22"/>
<head>I pregi di Pisa greco-etrusca.</head>
<div3 type="paragrafo">
<head>PARAGRAFO 1.</head>
<head>Riguardo all'arte della guerra ed al commercio.</head>
<p>Dato un cenno che Pisa sotto il governo etrusco dei Re in democratica foggia sovra d'ogni altra
Città italica si resse, passo tosto a narrare in semplici parole lo splendor de' pregj suoi. Essa in
primo luogo nel tempo della potenza, e della cultura etrusca nelle marziali imprese tanto terrestri
quanto navali grandemente si distinse pria che Roma nascesse.
Vero è che l'alto valore, e i chiari gesti suoi frall'oscurità impenetrabile di remote stagioni si
avvalgono; e che il rintracciargli sembrerebbe forse a taluno <hi rend="italic">sogno d'infermi, e fola di
romanzi</hi>; pure un qualche valore istorico nei vecchi Scrittori non manca, che per avventura
anche un tale assunto protegga.
Non c'incresca di rivolgere nuovamente lo sguardo agl'indicati tempi di Enea, ed <pb n="23"/>
 a ciò
che il gran Poeta epico mantovano ne scrisse. E se il Beverini per servirci adesso di questo suo
traduttore cantò:</p>
<lg type="versi">
<l><hi rend="italic">Mille lance da Pisa egli traeva</hi></l>
<l><hi rend="italic">In sembianze a vedersi orride, e belle</hi></l>
</lg>
<p>E seguitò a dire, che mille uomini dettero le due Città di Chiusi, e di Cosa, e che</p>
<lg type="versi">
<l><hi rend="italic">Seicento in arme arditi combattenti</hi></l>
<l><hi rend="italic">La madre Populonia aveagli dato</hi></l>
<l><hi rend="italic">Trecento l' Elba</hi>…..</l>
</lg>
<p>tanto basta a provar con chiarezza a prò dell'impreso argomento la superiorità di Pisa sulle
altre Città etrusche nella popolazione, e nella potenza.
Ma testimonianze anche più magnifiche ricercando, noi frattanto dobbiam saperne grado ai due
accreditati Scrittori Strabone, e Plinio. L'uno, dei Pisani espressamente parlando si spiegò:
 <foreign lang="lat"><hi rend="italic">Etenim inter hetruscos in belli gloria excellebant</hi>. </foreign>Nel suo quinto libro l'altro
scrisse: <foreign lang="lat"><hi rend="italic">Videtur ea Urbs quondam floruisse, ac ne nunc quidem ignobilis est ob
fertilitatem et lapidicinas et navalem materiam qua olim usi sunt ad maritima praelia</hi>.
</foreign>Dal medesimo Storico in oltre i navali combattimenti eseguiti dai Pisani d'allora <pb n="24"/>
singolarmente si commendano. E se l'impero marittimo ingrandirono gli Etruschi, e se il nome
Tirreno ovunque risplendette non è debil fama che i Pisani la massima gloria ne avessero. Ben'
acconcio è l'attestato di Livio, perché dopo di aver egli per tal conto commendati i Pisani nel
quarto libro, nel quinto si esprime: <foreign lang="lat"><hi rend="italic">Tuscorum ante Romanorum Imperium late terra
marique opes patuere</hi>. </foreign> Nemmeno estraneo al proposito nostro è quello dello Scrittore
Alicarnassèo ove riguardo al dominio del Mediterraneo scrisse: <foreign lang="lat"><hi rend="italic">Deinde Tyrrheni
imperatores maris effecti</hi>.
</foreign>Che poi molto influissero i Pisani ad ampliare il commercio dei Toscani per ogni dove,
l'alleanza dei medesimi coi Tiri, e coi Fenicj lo comprova. Dichiara Diodoro che nei tempi della
guerra trojana i Tirreni, o Pisani erano padroni del commercio, e del mare, e che per essi faceasi
delle merci il trasporto <note anchored="yes"> L. <num>5</num>
	p. <num>300</num>.</note> Non è men favorevole a tal'oggetto
l'epitaffio tradotto che ci porta il Noris <note anchored="yes"> Cenot. Pis. Diss. <num>1</num>. cap. <num>2</num>.</note>
<hi rend="italic">Marco Nevio….. lasciò al Collegio dei fabbricatori de' bastimenti della vetustissima stazione
<pb n="25"/>
 pisana ec.</hi>, perocchè l'epiteto vetustissima appellar deve ai tempi etruschi dei quali
ragioniamo. In fine mirabilmente giova alla nostra causa quel verso di Claudiano:
 <foreign lang="lat"><hi rend="italic">Portuque rates instaurat Etrusco</hi>. </foreign>Né qui si ometta di avvertire, che fu stile dei
vecchi Scrittori e di Virgilio ancora di servirsi dei nomi Tirreni, e Toschi per denominare i Pisani,
perché gli riputavano popoli in tal genere di guerra, e di commercio segnalati, e perché la Città ed
il Porto di loro erano dei commerci etruschi, o tirreni l'emporio. Ma del Porto Pisano atto al
bisogno delle navali imprese, e necessariamente esistente in quei giorni dovrem fare chiara
menzione nella seconda parte del terzo volume.
</p>
</div3>
<div3 type="paragrafo">
<head>PARAGRAFO 2.</head>
<head>Riguardo all'Arte del disegno.</head>
<p>Non solo nell'arte della guerra, e delle lunghe navigazioni tennero il campo i Pisani nei tempi
etruschi, ma quella del disegno riguardo almeno alla Plastica, ed alla Scultura coltivarono
eziandìo. Ed avvegnachè per tal materia niuna istoria precisa ci assista, noi non la perdiam di
vista come non iscevra di ragionamenti appoggi, <pb n="26"/> e come principale scopo del nostro
lavoro.
Direm di passaggio ch'egli è avviso degli Scrittori eruditi, che i primi semi della cultura nelle
Scienze, e nelle Arti liberali si gettarono pria nell'Egitto, quindi nell'Italia e nell'Etruria
principalmente. Che poi il disegno prima che fra i Greci fra gli Etruschi fiorisse, ella è opinione
concorde degli Scrittori, e dei veri Antiquarj. Questi la formano colla cognizione dell'antichissimo
stile delle gemme, e dei vasi, quando una qualche etrusca iscrizione ne manca. Favorevoli sono le
autorità dei vecchi Greci. Ma queste a miglior uopo ove dovrem dare un saggio del nascimento, e
delle vicende della Scultura si porteranno. Or qui daremo un cenno soltanto, che fra gli Etruschi
antichissimo fu lo stile dei Tempj delle are e delle statue, e che inventori degl'idoli furon essi. Ce
lo insegna Giovenale; ed oltre che ne parla in più luoghi Virgilio, nel lib. <num>8</num>. dell'Eneide avvi
una tale espressione:</p>
<lg type="versi">
<l> <foreign lang="lat"><hi rend="italic">Omnigenumque Deum monstra.</hi></foreign></l>
</lg>
<p>Quindi degli Scrittori moderni favellando il Dempstero, il Gori, ed il Guarnacci su
tal'oggetto scrissero. Il Maffei convinto <pb n="27"/>
 dai primi due, le Arti degli Etruschi commenda.
Il Winckelmann stima, che i popoli della Grecia, e nominatamente i Pelasgi Arcadi quando la
seconda volta trasmigrarono in Italia ne dilatarono il commercio, e la mitologìa: il carattere di
loro v'introdussero, ed ingrandiron le Arti. E poichè questi popoli fermarono il piede
principalmente in Pisa già Colonia Greca, onde i vecchj Autori la denominano talvolta Pelasga
Tirrena, noi non dubitiamo di opinare, che i Pisani, ed i Greci amici, ed affini vicendevolmente si
animassero a migliorarle in Toscana. Plinio con queste parole lo afferma <note anchored="yes"> Plinio L.
<num>35</num>. Cap. <num>12</num>.</note> <foreign lang="lat"><hi rend="italic">Praeterea elaboratam hanc Artem Italiae, et maxime Etruriae</hi>.</foreign>
Né anderebbe lungi dal verosimile chi giudicasse che nel suolo pisano in miglior modo, e con
maggiore studio che nel resto dell'Italia le Arti si esercitassero. Così quei Greci che
successivamente agli Etruschi n'ebbero i principj studiandosi di tergere in esse il carattere
sproporzionato e goffo ma sempre semplice e duro, mostrarono il genio loro foriero di quanto poi
fecero a pro di esse nel suol natìo. Siccome i Pisani facendo <pb n="28"/>
 lo stesso co' Greci
annunziarono di buon'ora quanto felicemente giovarono alle Arti nei tempi repubblicani, ciò che
noi nella seconda parte di questo volume incominceremo a provare.
Non poco rileva al nostro assunto che Diodoro Siculo dichiarasse i Tirreni <hi rend="italic">cioè</hi> i
<hi rend="italic">Pisani studiosissimi nel disegno</hi>, e che Ateneo si spiegasse: <foreign lang="lat"><hi rend="italic">Cum Tyrrheni Artium
studiosi essent</hi> <note anchored="yes"> Atenes. Dipnos. L. <num>15</num>
	  C. <num>24</num>.</note> </foreign>Al mancamento di altro valore istorico pregio di monumenti certi supplir potrebbe; ma per
nostra sventura alcuna moneta etrusca pisana a noi almeno non fu palese giammai, e privi siamo
di una preziosa reliquia in marmo, in bronzo, o in sottile argilla, in cui il carattere etrusco ogni
difficoltà dello stile disgombri.
Di tali mancanze dobbiam render grazie all'incuria non men che alla natìa barbarie degli uomini,
ed al tempo distruggitore: colla diversità per altro che l'uno opera lentamente, e che con velocità
agiscono gli altri. Che più! questi sempre in contradizione fra loro, mentre sotto gli occhi nostri le
distruggono, poco meno che con sonore squille il buon gusto per <pb n="29"/>
 le Arti, e per
l'Antiquaria van predicando. Ma se di un appoggio d'istoria ben condotta e di un sicuro avanzo
son privi per tal conto gli Eruditi renda men grave il rammarico di loro la notizia, che alcuni dei
tanti Sarcofagi nel celebre Campo-Santo dai nostri vecchi situati arridano al commendato
ingegno dei Pisani Tirreni, e che inoltre faccia fede di esso l'antico terren nostro di simili
anticaglie fecondo. Riguardo ai Sarcofagi, noi nella nuova illustrazione di quel Cimitero
c'ingegneremo di ravvisarne forse alcuno dell'età bramata. Passando al secondo articolo, son
molte le prove che persuadono qualmente nell'interno della Toscana, più che nel resto dell'Italia
molti bei monumenti etruschi si ritrovarono; e che Roma, la Francia, e l'Inghilterra gli accolsero.
Non riesca disaggradevole a tal proposito la testimonianza nostra, che in diverse cave fatte in
addietro nel suolo pisano, e principalmente fuori dalla porta al mare, molti idoletti, vasellami, e
lucerne si ritrovarono; e che alcuni di tai lavori condotti nei bronzi, e nelle terre di quella
leggerezza, e sottil vernice dagli Antiquarj encomiata, dimostrarono, almeno agli occhi nostri per
poco, che gli fu concesso di rimirargli, l'antichissimo pregio etrusco: <pb n="30"/>
 ma questi ancora
alla predetta mala sorte non isfuggirono.
Non si ometta a questo luogo di allegar la narrazione, che fa il Canonico Roncioni nel terzo libro
della sua cronaca inedita pisana. Mentre dic'egli si facevano i fondamenti delle mura della Città,
ritrovate furono molte urne cinerarie per lo più indicanti lo scalpello etrusco; soggiunge inoltre
che per non equivoche memorie nell'anno 1638 nello scavo del fosso intorno al
baluardo detto di  S. Lazzaro furono dissotterrati molti vasi di terra cotta, detti olle, ed una testa
antichissima di marmo bianco; che in questa il tempo romano, e che negli altri compariva
l'etrusco.
Ad una tal'epoca appartenevano alcuni dei tanti rottami d'urne, e sarcofagi, che nel dintorno
delle mura fuori della porta a Lucca furono ritrovati nella circostanza del militare accampamento
fattovi dagli Spagnoli. Un certo Magrini di tali cose informato, ed altri che vivevano in quei
giorni ce lo asserirono. Ma simili avanzi desiderabili quanto mai, dispersi furono
deplorabilmente; e basti sol dire, che per attestato dei suddetti serviron'eglino sovente
all'equilibrio del peso degli equipaggj <pb n="31"/>
 di quei soldati a prò delle bestie, che gli trasportavano.
Simili notizie doveano muover gli animi di vera cultura, e di buon genio adorni, seppur tali ve
n'erano, a tentar nuovi scavi. Noi glielo inspirammo nella prefazione dell'edizione prima di
quest'opera, additandone il sito, che sembrava il più opportuno. Ma in tale spazio di tempo
sappiamo che i guardiani degli orti nel far fosse, o fondamenti di piccole casa qualche anticaglia
ritrovarono, facendone quell'uso ch'è proprio di loro.
Molto acconcia a tal proposito è la notizia che ci dà il Targioni nel tomo primo de'suoi viaggi.
Quivi del castello di Terricciola ragionando ci fa sapere, che presso quel terren fertile di
medaglie, d'idoletti, e di simili anticaglie fu scoperto nel 1756 un sepolcro
etrusco; e che l'Arciprete di quel luogo gli dette dei rottami di fibula di rame e molti frammenti di
vasetti pure di rame assai sottile, i quali ebbenchè rosi dalla verde gruma notabile rendeasi la
maestrìa, e l'ingemmamento azzurro di vetriolo di rame nella graziosa incrostatura.
Finalmente, ebbenchè non ci sia riescito per l'oscurità
	del soggetto, e per <pb n="32"/>
 altre cause addotte di dar migliori prove del bellico valore, e delle Arti dei Pisani, ci lusinghiamo di aver
dimostrato, scevri di parziale impegno, che frai Tirreni i Pisani primeggiarono nella guerra e nel
commercio, e che da Dionisio, da Diodoro, e da Livio in ispecie son per tal conto celebrati.
Godiamo in oltre che il Winckelmann, ed il Caylus, e che dietro di essi i nostri non equivoci indizj
attestino <note anchored="yes"> <foreign lang="fr">Caylus: Recueil
	 d'antiquit. </foreign> <foreign lang="en">Win. mon. ant. ined. c. <num>3</num>.</foreign></note> che Pisa oltre al genio guerriero fu sede dei popoli Etruschi nelle Arti liberali eccellenti.
</p>
</div3>
    </div2>
<div2 type="capitolo">
<head>CAPITOLO III.</head>
<head>PISA COLONIA ROMANA.</head>
<div3 type="paragrafo">
<head>PARAGRAFO 1.</head>
<pb n="33"/>
<head>Romani, e Pisani confederati.</head>
<p>Se il pensiero nostro d'investigar tracce sicure dell'anno in cui Pisa a Roma soggetta divenne
riescì malagevole a vano, abbiasi per indubitato, che circa agli anni romani <num>745</num> ella n'era
Colonia, come vedremo in appresso.
Brama prende a taluno di sentire il testo di Livio analogo a tal oggetto, e per cui 'l Noris ed altri
l'epoca della Colonia Pisana all'anno <num>574</num> assegnarono; eccolo adunque nelle sue precise
parole. <foreign lang="lat"><hi rend="italic">Pisanis agrum pollicentibus, quo colonia latina deduceretur gratiae ab senatu
actae. Triumviri creati ad eam rem Q. Fabius Buteo, M. et P. Popillii Laenates</hi>.
</foreign> Ma Plinio dicendo, che il Senato col mezzo degl'indicati Triumviri rese grazie ai Pisani per
aver' eglino promesso il territorio, anzi una porzione di esso (come
       <pb n="34"/>
 natural ragion vuole) ove dedurvi una Colonia latina, chiarezza non porge, onde credere che la deduzione allor ne
seguisse. Conciosiaché non potendosi per altro Scrittore autorevole dichiarar l'epoca, in cui Pisa
Colonia Romana divenne, c'ingegneremo di tessere la seguente narrazione per devenire alla più
verosimile opinione: ed è ciò che richiede l'idea del presente lavoro.
I Romani irritati dalla crudeltà di Tarquinio il superbo, e dalla violenza che fece a Lucrezia
Sesto suo figlio dopo di avere scosso il giogo dei Re sofferto per lo spazio di <num>243</num> anni,
passarono al governo dei Consoli, e di un Dittatore che soltanto nelle grandi urgenze dello stato
nominavasi. Sotto di essi perfezionata la militare disciplina incominciò Roma a fiorire, e dette a
divedere che destinata ella era dall'amica fortuna a far di se gran comparsa nel teatro del mondo.
Abbenchè le costasse cara la guerra dei Volsci, e quella dei Veienti pure mercè l'amor filiale
dell'invitto Coriolano, ed il valor di Camillo liberatasi dai primi, e vinti i secondi alla Toscana
rivolse le armi. Ciò fu circa all'anno <num>374</num>, e sappiamo che le tre Città forti Bolsena, Perugia,
ed Arezzo costrette furono a dimandar la pace, e <pb n="35"/>
 che i Romani glie l'accordarono
coll'ordinaria condizione dei vincitori ben espressa da Livio in queste note: <foreign lang="lat"><hi rend="italic">multa
quingentum millium aeris in singulas Civitates imposita</hi> <note anchored="yes"> Liv. Lib. <num>X</num>.</note>
</foreign> Ma per dire in semplici parole di ciò che alla nostra Pisa appartiene: dopo che i Toscani
assaliti dai Galli poco godendo del favor di Marte costretti furono a ritirarsi di quà
dall'Appennino, ella sovente risentir dovette le molestie dei vicini Liguri, e quel terreno perdere,
che fralla Macra, e l'Arno si distende. E poichè talvolta osarono i fieri nemici in numero
imponente di balenar gli acciari sotto le sue mura, avrebb' essa forse ceduto alla forza maggiore,
ed all'ostinato assedio, se per avventura de' Romani il soccorso non le giungeva opportuno.
Un tale avvenimento a buona equità c'informa, che ne' primi anni del sesto secolo i Romani
dettero ai nostri un chiaro segno d'amicizia non equivoca, e di confederazione. Vero è ancora che
solleciti furon' eglino a darne prove novelle in appresso, prendendo motivo dalle scorrerìe che
facevano i Liguri sovente nelle <pb n="36"/>
 adiacenze di Pisa colla mira di far bottino come Tito
Livio racconta. Continuò lungo tempo il quartier generale delle nuove truppe romane nella Città
nostra. Nuova causa ne nacque circa all'anno <num>529</num>, onde a Pisa convenne di dar ricetto ad un
esercito consolare. Scrive Polibio nel <num>2.°</num> libro che circa all'anno citato Caio Attilio Regolo
Console colla sua armata vi giunse per difenderla dalle irruzioni de' barbari.
Egli fu che incominciò la battaglia presso Telamone contro i Galli, e che sopraggiunto il
rinforzo del suo collega Emilio ne riportò piena vittoria incontrando l'onore segnalato di
consacrar con essa la propria vita alla patria.
Or qui  non andrem' divagando nel disaminare se in appresso, cioè negli anni di Roma <num>536</num>
Annibale alla testa di <num>80 mila</num> uomini dopo di aver passati i Pirenei, attraversata la Gallia
meridionale, e superate le Alpi fralla neve, e il vento, per l'amena pianura del fiume Arno o sopra
al fiesolano colle nell'Etruria discese; ma si dirà soltanto che Pisa tuttora presidiata dalle amiche
truppe nulla soffrì nella seconda guerra cartaginese. Fu questa bensì sul Tesino, sulla Trebbia, e
sul Trasimeno molto grave ai Romani. Ma poichè in fine grazie al benigno fato, che <pb n="37"/>
 gli
accompagnava vittoriosi ne riescirono pieni di coraggio viemmaggiormente si applicarono a
conquistar l' Impero di tutta l' Italia.
Allora fu che guerra dichiarata mossero ai Liguri, ai Galli cisalpini, ed ai Transpadani perché
del Cartaginese invasor dell'Italia giurato nemico di loro furon' eglino socj. Toccò a L. Valerio
Flacco Console il comando dell'armi romane; e frai Pretori, scrisse Livio  <note anchored="yes"> Lib. <num>33</num>.
cap. <num>43</num>.</note> <foreign lang="lat"><hi rend="italic">P. Porcius Laeca Pisas, ut ab tergo Lebuis Liguribus esset, et P.
Porcius Laecae ad Etruriam circa Pisas duo millia peditum, et quingenti equites ex gallico
exercitu decreti</hi>. </foreign> Ciò nel <num>555</num> avvenne. Nel <num>559</num> le ostilità dei Liguri Apuani
cessarono. Ma omettendo noi di narrare le nuove turbolenze, le tregue, ed i diversi fatti d'arme in
appresso accaduti e sempre col vantaggio dei Romani, ci ristringeremo a dare un cenno di due
segnalate battaglie. Fu data la prima nel <num>569</num> da Sempronio Console, il quale a <foreign lang="lat"><hi rend="italic">Pisis
profectus in Apuanos Ligures</hi>, </foreign> devastando campagne, e bruciando villaggi, e castelli si
fece strada sino al fiume Macra, ed al porto della <pb n="38"/>
 Luna. Racconta Livio la seconda nel
<num>572</num>. I Consoli, dic' egli, Gn. Bebio, e L. Emilio mosser le armi contro i Liguri Apuani, e
furono sì rapidi i progressi del romano valore, che gli costrinsero a rifugiarsi nelle montuose
antiche sedi, e nelle selve. Dopo di una tal vittoria dovendosi ritirare gli eserciti ordinarono i
Padri Coscritti che dei due Consoli l'uno dovesse a Roma portarsi, e l'altro prendere in Pisa I
quartieri d'inverno onde servire alla difesa di lei  <note anchored="yes"> Dagli attestati di Livio apparisce, che
in altre occasioni <foreign lang="lat"><hi rend="italic">Legionibus
	  Pisas in hibernacula missis</hi>.</foreign>
	Libr. <num>42</num>.</note> Si
rinnuovarono le tregue fra gli ostinati nemici. Finalmente nel <num>574</num> i Romani a vincere avvezzi
sotto il comando di P. Cornelio, e di M. Bebio contro gli Apuani marciarono con animo fermo di
riportare una compiuta vittoria. Difatti i castelli di loro espugnarono; e dopo di avergli più volte
sconfitti completamente gli vinsero.
Per sì fatta vittoria i Pisani, di giubilo compresi nel vedersi una volta liberati dai vicini ostinati
nemici, vollero rendere un tributo di gratitudine all' amica Nazione invitta, che contro i Liguri per
lo spazio di circa a <num>40</num> anni gli fu difesa e schermo.
<pb n="39"/>
 Pertanto nell'anno stesso <num>574</num>, a Roma spedirono una legazione, e fu quella di cui
abbiam' fatto parola in principio portando il testo di Livio: <foreign lang="lat"><hi rend="italic">Pisanis agrum pollicentibus
etc.</hi></foreign> Ed all'osservazione che in tal luogo si fece qui  fà mestiero di aggiungere ad
onoranza di Pisa quanto sembra che raccorre, ed argomentar debbasi dal nostro istorico racconto.
In primo luogo si fà chiaro per esso che Pisa era città libera; che si governava colle proprie leggi
<note anchored="yes"> Appunto per tal ragione Festo <num>V</num>. annovera Pisa frai
	municipii.</note> e che i Pisani non
in forza di presidio militare dei terribili triumviri, né  in forza di gravi imposte, e nemmeno in
arbitrario modo costretti, come alla più parte dei popoli addivenne, ma spontaneamente, ed in
liberal guisa una parte del terreno, ed il domicilio offrirono a quella Nazione onde ripetevano la
sicurezza, e la pace di loro. E poichè dessa a gran passi incamminavasi alla meta del suo glorioso
destino, <hi rend="italic">e perché  dal fumo fuoco si argomenta</hi> i Pisani racchiudendo alto cuore, ed un'
innata accortezza in seno, quella che poi spiegò Dante in quei versi:</p>
<lg type="versi">
<l><hi rend="italic">Trova le volpi sì piene di froda;</hi></l>
<l><hi rend="italic">Che non trovasi ingegno, che gli accupi</hi>.</l>
<pb n="40"/>
</lg>
<p>si determinarono all'indicato oggetto di politica, e coll'offerta generosa all'ambizione
soddisfecero  <note anchored="yes"> Purgat. c. <num>14</num>. ove descrivendo il corso dell' Arno prima di lodare i
Pisani li chiama giusta il satirico suo stile pieni di frode.</note> Ella è poi valutabil cosa, che Roma
volle di Pisa esser socia e confederata piuttosto che vincitrice altera, perché  forse rispettò in lei
gli antichi pregi nelle armi, nel commercio, e nelle arti da noi celebrati  <note anchored="yes"> Livio chiama in
più luoghi della sua storia i Pisani socj de' Romani.</note> e ci sia lecito il dire che la Repubblica
novella trattò l' antica, come trattata essa fu da Porsenna, il quale convinto dai prodigj dell'animo
coraggioso di Orazio Coclite, e di Clelia, e dall'intrepidezza di Muzio Scevola, volle piuttosto
divenire amico di Roma che vincitore. Conseguenze non meno plausibili trarremo ancora dai
nostri detti, che Pisa atta a ricevere un esercito consolare, ed a soggiornar legioni romane
lungamente, doviziosa, e forte esser dovette, come la dichiarò il maestro dell' istoria latina; che in
oltre doveva mantenere in arme numerose milizie, che unite ai socj di Roma colsero finalmente il
frutto della divisata vittoria per lunghissimo <pb n="41"/>
 tempo desiderata; e che per tale importante
marziale occupazione non potetter' elleno seguitare il genio altero, e signoreggiante de' Romani
nell'  africana spedizione, come fossero altri popoli ausiliarj dell' Etruria.
Mentr' è sotto i torchj la presente materia ci giunge opportuno un erudito mss. del ch. sig.
Dottore Tempesti pisano, e noi di favor sì grato e cortese profittiam volentieri. Sul testo di Livio,
 <foreign lang="lat"><hi rend="italic">Pisanis agrum ec.</hi></foreign>
       già esibito ci si raggira, e contiene delle osservazioni e delle
ragioni molto migliori che noi non portammo per non doversi credere che avesse luogo la
partizione dell'agro promesso. Or de periodi come stanno nell'originale gioverà molto che noi
riportiamo. <hi rend="italic">Possibile, io dico, che trattandosi d'una Città dall'istesso Livio tante volte
onorevolmente mentovata, ch'era un sicuro antemurale dei Romani contro i Galli, ed i Liguri, e
trattandosi d'un vasto e ricco territorio situato tanto vantaggiosamente nell'Etruria annonaria, il
diligentissimo Livio in questa occasione soltanto avesse taciuto il particolare dell'eseguita
deduzione?</hi> Ed altrove relativamente all'offerta fatta dai Pisani al Senato: <hi rend="italic">è chiaro che il
Senato Romano e fosse sensibile ad una tal' offerta e promessa onde mandò una particolare
<pb n="42"/>
 ambasceria a farne i ringraziamenti e per quell'affettata clemenza di cui faceva pompa in
ogni occasione, non accettasse l'offerta; sì perché  sarebbe sembrato accettandola ch'esso
dubitasse della fedeltà dei Pisani suoi antichi ligie, ed amici essendosi costantemente come ho
detto di sopra mandate in ogni tempo le colonie romane a solo fine di assicurarsi della fedeltà dei
rispettivi popoli o di fresco soggettati, o facili a rivoltarsi; sì perché  vedendo i Pisani da tanto
tempo aggravati pel soggiorno delle milizie Romane, ed altronde forse sapendo il Senato che
molti dei veterani eransi già domiciliati nel paese, sarebbe sembrato un abusar soverchio
dell'altrui condescendenza il togliere una parte dei loro terreni ai proprietarj d'una Città libera, ed
amica, che li accorti Padri Coscritti ben previdero, che presto o tardi sarebbe stata tutta di loro, e
così Pisa Etrusco-greca, senza violenza, naturalmente, e progressivamente sarebbe divenuta
interamente Romana, come avvenne difatto</hi>.
</p>
</div3>
<div3 type="subcap">
<head>PARAGRAFO 2.</head>
<head>Origine della colonia.</head>
<p>Cesare quindi Augusto allorchè s'innalzò sul sepolcro della Romana Repubblica <pb n="43"/>
ed allorchè dato fine alle guerre civili chiuder fece le porte di Giano, si applicò a dar attestati di
benefica riconoscenza a quei bravi soldati, pel cui valore adoprato principalmente contro i
Germani, i Traci, i Sarmati, ed i Cantabri erasi sul crine assicurata l'onorata fronde, molte
colonie militari costruir volle, ed a ciò l' Italia tutta costrinse. Pisa già da lungo tempo dominata
dai Romani non potette esserne esente. Anzi nel suo territorio come il più fertile, e vasto, quei
privilegiati militari in gran numero più che altrove si stabilirono.
Ad una tal epoca segnata dall'anno di Roma <num>745</num> circa, e precedente di poco all' era volgare
noi dobbiam' fissar lo sguardo, ed avrem' per avventura trovato in essa quando <hi rend="italic">Pisa Colonia
Romana</hi> effettivamente divenne.
Ragion pur vuole, che <hi rend="italic">Colonia Giulia</hi>, e <hi rend="italic">Colonia Julia obsequens</hi> si appellasse
eziandìo in venerazione della famiglia dei Giuli, che come istruttori di quel benefico
provvedimento felicitarono quei Coloni. <hi rend="italic">Colonia Julia obsequens</hi> si denomina in que' nostri
funerei Decreti, celebri per la dotta illustrazione che ne fecero il Pagani, ed il Noris, e che noi
nella descrizione del Campo Santo che gli conserva <pb n="44"/>
 dovrem' riportare. Quello di Lucio
Cesare fà chiaro testo al fin qui  detto. A piè di esso a chiare note si legge, che i Pisani
mandarono ambasciatori ad Augusto per implorare che COLONIS JULIENSIBUS COLONIAE
OPSEQUENTI JULIAE PISANAE ei concedesse di formar pompa funebre allo spirto di Lucio.
Ma questa Colonia Giulia Romana, concorrendo noi volentieri nel sentimento del soprallodato
Sig. Tempesti <hi rend="italic">poco prima dell' Era volgare non prova, e non può provare la pretesa Colonia
latina di circa dugent'anni avanti</hi>.
Conchiusasi in fine che Pisa in una tal' epoca interamente Romana divenne; che obbedì con
ispontanea sommissione, ai Cesari, e che ad essi, ed ai Coloni novelli deve saper grado di quello
stato felice di magnificenza, e di lusso a cui giunse.
Che gl' Imperatori non ordinaria estimazione dimostrassero a questa Colonia in grazia
dell'obbedienza, e della celebrità sua non mancano dei classici libri di storia che lo assicurano.
Che altresì l'indicato fasto anche in tal epoca a Pisa giustamente si competa, non piccole prove
abbiam' noi per crederlo. Bruto il barbaro uccisore di Giulio Cesare, e di se <pb n="45"/>
 stesso la
denominò una delle principali signorìe dell'Etruria; lo attesta Dionisio dell'età pure di Augusto che
cessò di vivere nel <num>764</num> di Roma. Plinio scrisse ch' ell' era in quei giorni la più considerabile
dopo la Capitale. E se nell'epoca di Pisa Etrusco-greca il grand'Epico mantovano ci dimostrò la
grandiosità sua sulle altre città etrusche, i soprallodati funerei marmi nel bel tempo ramano ce la
somministrano. In essi in fatti molti templi, terme superbe, circo, e teatri si nominano; e non è
debil prova che in grembo a lei si stabilissero molte famiglie romane illustri quivi enumerate,
perché  l'esistenza portano di grandi edificj, e palagj. Concorrono pure a denotar fabbriche
superbe le indubitate memorie del palazzo, e del tempio d' Adriano, e dei molti delubri a Marte, a
Cesare, e ad altre Deità consacrati. Fan chiara inoltre la floridezza sua i molti frammenti in
marmo scritti nei tempi traiani, e negli antonini; ma tuttociò avrem' campo di notare nel
proseguimento di questo volume, e nel terzo principalmente in cui si dà luogo alla descrizione del
bagno detto di Nerone, di vestigj degli acquedotti, dei bagni di S. Giuliano, e del Porto Pisano:
tutte romane fabbriche. Direm' qui  soltanto <pb n="46"/>
 di passaggio, che i bagni romani erano di un
lusso straordinario, onde si lagnò Seneca che quegli della plebe fossero ripieni di trombe d'
argento, e che gli uomini fatti liberi calpestassero le gemme. Il Noris dai fondamenti che negli orti
sotterra si trovano sovente argomenta, che fino al campanile del Duomo arrivassero le terme
pisane, fatte dopo di Augusto, e forse sotto Antonio Pio. Il Gori ne rigetta l' opinione dicendo
l'architettura del Laconico appella all' età di Augusto; e che le pareti, e la volta erano ricoperte di
un  intonaco con polvere di marmo impastato, e ben levigato.
Riguardo poi alle terme di S. Giuliano, egli è d' avviso il Cocchi, che fosser' elleno stimate nel
tempo di Pisa-romana per soddisfare al costume delle sane, ed insieme deliziose lavande.
Originale attestato ne portano quelle colonne e quei capitelli, che nell'indicato luogo si descrivono,
e quella rotta tavola di marmo, le cui parole impresse cura ci prende di riportare. Né  sarà qui
inutil cosa il riflettere, che siccome oltre alle terme artificiali delle naturali ancora ve ne fossero
nei pisani contorni (atte per le qualità soavi di loro al bramato intento di dilettare i sensi) tanto le
une, quanto le altre <pb n="47"/>
 esistessero nel quarto anno di Cristo o sia nel <num>757</num> di Roma, nel
qual' anno i suddetti Cenotafj Pisani ordinano, che i bagni pubblici durante il pubblico lutto
disserrati non siano. In fine la suddivisata parziale amorevolezza degli Imperatori verso Pisa
prova abbastanza, che di romane fabbriche abbondante, e splendida esser ella dovette.
Alla magnificenza, al lusso, ed alla popolazione andò congiunto anche in tal epoca il corredo del
vetusto carattere guerriero, del commercio marittimo, e del genio avito dei Pisani d' allora per le
Arti sorelle. Ricordati son' eglino da Livio in occasione di guerriere spedizioni per la Corsica, e
per la Sardegna. Strabone, e Plinio parlano concordemente della celebrità di loro sui primi due
articoli. D'essi c'informa la storica narrazione del Porto Pisano inserita come fu detto nel terzo
volume. Ma più chiari segni ne somministrano i versi del Poeta Numaziano quivi prodotti, e fan
fede autorevole circa alla metà del Sec. <num>V</num>. del bel fabbricato di quel Castello.
E se l' ingegno per le Arti addestraron' essi nella Greco-etrusca stagione, nella Romana lo
avvivarono. Testimoni indelebili ne sono per avventura i lavori <pb n="48"/>
 di scalpello dei molti
soprallodati sarcofagi, ed eseguiti non fuor di ragione nel terren nostro. E se ai barbari distruttori
non isfuggivano, veduto avremmo anche oggidì le statue, i templi, e gli ornati nobili provenienti
dal disegno nel foro del circo, e nelle terme, e per tale infortunio or ne vediamo soltanto in più
luoghi della Città sparsi i miseri avanzi.
Un numero prodigioso di artefatti dell'antichità romana oltre agli etruschi già indicati si
ritrovarono pure nelle cave diverse, che presso le mura urbane, e nelle adiacenze si fecero, e che
nel corso di quest' opera accennar dovremo. I contorni principalmente del Porto Pisano
soddisfecero all' erudita curiosità del Targioni diligentissimo investigatore di simili anticaglie.
Quivi riguardo al tempo di cui ragioniamo egli trovò due iscrizioni romane sul marmo forse di
Carrara, la prima delle quali era con caratteri ben formati; e fralle molte medaglie, e le monete
una ne descrive colla testa dell' Imperatore Augusto, e coll'ara della provvidenza nel rovescio, e
l'altra coll'effigie di Domiziano, e nella parte opposta con una vittoria che vola.
Memoria plausibile a tal' oggetto si legge in uno dei Cenotafj predetti, come <pb n="49"/>
osserveremo nel riportargli. E questa coll'altra di Numaziano.</p>
<lg type="versi" lang="lat" rend="italic">
<l>Hic oblata mihi sancti Genitoris imago,</l>
<l>Pisani proprio quem posuere foro:</l>
</lg>
<p>son molto acconce a provare, che in Pisa sotto gl'Imperatori le opere di scultura con
decoro dell'arte si praticarono.
Ma in fine additando, che il governo romano nella Città nostra ebbe vita fino a tutto il secolo
Vdi Cristo, chiuderemo il ragionamento di Pisa Colonia.
</p>
</div3>
    </div2>
<div2 type="capitolo">
<head>CAPITOLO IV.</head>
<head>PISA REPUBBLICA.</head>
<div3 type="paragrafo">
<head>PARAGRAFO 1.</head>
<head>Sua Origine.</head>
<pb n="50"/>
<p>La divisione dell'Impero romano fatta dal Gran Teodosio nel 395
ed i barbari chiamati in appresso dai male accorti ambiziosi Reggenti ne sollecitarono la
caduta. In pochi anni Genserico Re dei Vandali vide a lui sommesse le Spagne, e Signore
assoluto divenne di gran parte dell'occidente. La misera Italia circa al
452 al flagello del feroce Attila Re degli Unni non si sottrasse. Tre anni
dopo con nuove catene la strinse Genserico invitato dall'Imperatrice Eudossia; e le truppe
di lui nel sen di Roma grandemente infierirono. In tal occasione di tumulti, di
devastazioni, e di stragi mancarono i Cesari. Finalmente nel 476 Odoacre
entrato nelle italiche contrade cogli Etuli popoli della Scizia esiliò Augustulo, e Re
d'Italia proclamar si fece. Finì l'Impero di Roma ma non ebbero <pb n="51"/>
 fine con esso i
mali dell'Italia. Perocché Teodorico Re degli Ostrogoti indotto dai Greci nel
493 vi sopraggiunse; vinse, ed uccise Odoacre, e vi stabilì il suo regno.
Belisario spedito da Giustiniano gliel tolse nel 522. Ma il valoroso
Generale mal soffrendo la ritirata ordinatagli dall'Imperatore i Longobardi vi spinse; e
questi vi stettero finché non venne Carlo Magno a distaccargli.
Lo scorrer di volo questo tratto istorico avrà giovato, io mi lusingo, a comprendere la
causa onde dalla metà del secolo V. fino all'epoca di Carlo Magno
l'oscurità delle istorie ne derivasse, e di quella di Pisa principalmente. A noi per altro non
mancano le forze in dar fama a lei anche in quei giorni infelici. Non intendiamo già di
sostenerla scevra di mali nella comune disavventura. Essa al contrario risentì molto delle
barbariche sovversioni, e delle stragi in cui fu avvolta l'Etruria; e prestiam pur fede al
Canonico Roncioni <note anchored="yes"> Ist. Pis. inedita T. <num>3</num>.</note> e coll' Autore degli Annali
veneti asserisce, che Pisa molto soffrì nel crudo scempio che fecer le armi di Totila. Ma
grazie al destino favorevole che invigilava <pb n="52"/>
 sopra di lei, grazie alla virtù non
isperita nel suo cuore giammai, abbiam campo e ragione di narrare che il politico e sobrio
governo la sostenne, che le sue forze navali non vennero meno, e che pertanto conservò
sempre un certo grado di lustro, e di potere. Infatti ne porge un chiaro segno il ricusar
ch'ella fece la pace promossa, e conchiusa da Gregorio Magno fra l'Impero de' Greci e
quello de' Longobardi nel 599.E giacché il dotto Autore del discorso
accademico sull' Istoria letter. pis. le parole del Pontefice produsse, noi profittiamo di sì
bel documento, e trovandolo molto acconcio qui si riporta: <foreign lang="lat"><hi rend="italic">Ad Pisanos autem
hominem nostrum qualem debuimus transisimus, sed obtinere nihil potuit. Unde et
Dromones eorum ad egrediendum jam parati sunt</hi>.</foreign>Or ben ponderando la negativa
alterante data dai Pisani al Pontefice, che non valutarono essi la soscrizione dei Duchi
Longobardi, e che senza tema furon pronti alla forza dobbiam necessariamente
congetturare, che la Città fin' d'allora oltre all'indicato potere era indipendente. Di più,
unendo a ciò l' altrui autorevole sentimento, che Pisa nutrendo nelle vene greco sangue
etrusco e serbando in petto animo intrepido e marziale tenne ben aperto lo sguardo sulle
<pb n="53"/>
 generali rovine, e sui politici andamenti dei popoli d'Italia per profittarne, opinion
portiamo che avendola dimostrata indipendente sullo spirare del sesto secolo, avesse colto
innanzi il momento fortunato di ritrarre il collo dal giogo, e di rivestirsi in quella nuova
gloria a cui aveva aspirato. Pertanto, checché n'abbia opinato il Muratori <note anchored="yes"> V. le
sue Dissert. <num>45</num>, e <num>51</num>. <foreign lang="lat">Antiq. med. aev., </foreign>e poi la Dissert. <num>70</num>.</note>
sembra che quantunque non si possa con tutta precisione deciderne, ciò non ostante siasi
in tal guisa con giusto fondamento rintracciato il nascimento della libertà pisana, e l'epoca
di quella Repubblica che fu una delle prime d'Italia, e che fu sì chiara in appresso.

</p>
</div3>
<div3 type="paragrafo">
<head>PARAGRAFO 2.</head>
<head>Fasti.</head>
<p>Se per lo spazio di circa a due secoli il divisato oblìo ci ricuopre perché i progressi con
ordinanza dir non si possano, memorie abbiamo classiche, e sicure che la nostra
Repubblica era circa all' 800 florida, e potente. Grande per dire il vero
<pb n="54"/>
 fu da quest'epoca in appresso la virtù de' figli suoi; e la fama per più di cinque
secoli portò sull' ali ovunque le segnalate gesta di loro. Hann' elleno in fatti in mille carte
impresse per opera di molti pisani storici, e cronisti, e di non pochi esteri ancora.
Abbiamo pure qui ricordanza frai nostri il Marangone più antico degli altri <note anchored="yes"> La
sua storia è in lingua latina fino al 1175. Se ne conservano molti
frammenti nelle antiche cronache mss.; e quelle italiane sotto il suo nome, e prolungate,
sono nel T. <num>1</num>.continuaz. degli scrit. ital.</note> il Roncioni per la sua ist. pisana inedita,
il Tronci, il Dal Borgo, l'Arrosti, il Cardosi, il Sardi, il Pagni, il Mastiani, ed il Mosca, che
la guerra balearica entrambi scrissero, gli autori dei tre discorsi accademici <note anchored="yes">
Furono recitati in Pisa nella pubblica adunanza del 1789 dagli eruditi
Sigg. Tempesti, Fanucci, e Masi.</note> il Gaetani, il d'Abramo, il Martini, il Seravallino
<note anchored="yes"> Di questi ne informa il Giovio, traduz. del Domenichi ediz. Fior.
1549.</note> ed i molti codici mss. che in Firenze nella magliabechiana, e
nella laurenziana biblioteca si conservano. Fra gli esteri poi si contano l' Ughelli, Guido
da Corvara, l'Ammirato, il Noris, il Tajoli, il Dempstèro, il Gori, il Guarnacci, il
Nozzolini, e tanti altri inseriti fra gli Scritt. ital. del Muratori, <pb n="55"/>
 che per brevità si
tacciono. Avvertir debbo per altro che tutti le glorie di Pisa Repubblica encomiarono, ma
niuno compilò mai una storia pisana con sana critica, e con modo cronologico, e
ragionata condotta. Nemmeno ispezion nostra è di scriverla tale a questo luogo. Bensì ci
farem pregio di qui annoverare le marittime, e le terrestri imprese, che al più alto grado
d'onore la gran Repubblica Pisana portarono, e queste con molta precisione, dovendole
noi accennare in più luoghi di quest'opera, e tutte nemmeno, perché soverchio lunghi
saremmo.
Incominciando dall'epoca sopra indicata concordano i migliori storici in asserire  <note anchored="yes">
V. il Roncioni Ist. Pis. inedita L. <num>2</num>., e la Storia
	genov. del Borgo.</note> e nell'
820 l'armata navale dei Pisani sotto il comando del Conte Bonifazio
datogli da Carlo Magno Principe molto ben affetto di loro spiegò le vele non verso la
Sicilia per liberarla dall'invasione dei Saraceni, ma di volo nell'Africa si condusse a portar
la guerra nel seno di essi. E poiché gloriosi ne trionfarono, la Sicilia, e le spiagge italiche
ne risentirono quel vantaggio che giudiziosamente avea preveduto <pb n="56"/>
 Bonifazio, cioè
di rimaner esse per tal modo dall'oppressione di quei barbari disgombre. Per così
segnalata impresa Lodovico Imperatore figlio di Carlo Magno confermò a Pisa i privilegj
che il padre le dette, e quegli principalmente di crear Consoli, e di continuare a viver
libera colle sue leggi. Un nuovo navale combattimento frai Pisani, ed i Saraceni, e la
vittoria dei primi narra il Tronci all'anno 874.
Non cessarono le imprese marittime dei Pisani nel X. secolo  <note anchored="yes">
Il Tronci: <hi rend="italic">nell'an. 957</hi> i Pisani <hi rend="italic">andarono contro i Saraceni di
Calabria, e fecero gran prove</hi>.</note> in cui è noto che potrebber' essi porre in mare fino in
<num>300</num> navi, e che in oltre per antica consuetudine non dimenticando d'intraprendere la
mercatura ne aveano allora di già dilatate le commerciali corrispondenze.
Ma divenendo al sec. XI. viepiù chiaro comparisce lo splendore della
Repubblica Pisana. Ci serviremo dello scrittor da Varna, e di Michel da Vico <note anchored="yes">
Par. <num>1</num>. col. <num>23</num>. <foreign lang="lat">R. Ital. script. T. <num>6</num>.</foreign></note> per denotare in primo luogo
quant'essa lodevolmente si occupava nell' accrescer le forze navali, e nella costruzione
dei legni di maggiore, e di minor carico: come ancora <pb n="57"/>
 per concepire la grandezza
delle spese che far ella dovea negli armamenti, e nelle spedizioni.</p>
<lg type="versi" lang="lat">
<l><hi rend="italic">…..variantes nomina naves:</hi></l>
<l><hi rend="italic">His portantur equi, sunt quaedam victubus aptae.</hi></l>
<l><hi rend="italic">Ingentes aliae possunt portare catervas</hi></l>
</lg>
<note anchored="yes">V. T. <num>3</num>. Descriz. del Porto
Pisano ove sono indicati gli Arsenali atti a costruire i legni suddetti sotto i nomi di
Dromoni, Garabi, Gatti, Usceri, Cocche, Platte ec.</note>

<p>Quindi passeremo a far memoria di altre battaglie, indicanti 'l coraggio risoluto, ed il
valor della nazione. Nella prima seguita nel 1003 s'impadronirono i
Pisani di <num>18</num> galere nemiche; ai Saraceni ritolsero i prigionieri che fatti essi aveano sul
lido romano, e dal Pontefice grande onoranza e larghi doni ne riportarono <note anchored="yes">
Ronc. Ist. pis. mss. lib <num>8</num>.</note> L'assedio, e l'espugnazione di Reggio di Calabria non fu di piccola gloria alle armi
pisane. All'an. 1004 l'assegnano alcuni Cronisti, ed il Volterrano, lo
Spina ed il Tajoli la descrivono. Il Tronci nell'epoca da essi discorda.
I fatti celebri della Sardegna ebbero incominciamento nel 1006. Grande
fu la spedizione in quell'isola, narra l'istorico <pb n="58"/>
 Roncioni, e grandi furono i trionfi
che quivi ne riportarono i valorosi Pisani. Dopo di aver'essi battuta la Città di Sasseri, e
dopo di aver' espugnate altre piazze volsero in fuga colla sua armata il Re Musetto,
s'impadronirono di tutta l'Isola, e con ricco bottino se ne ritornarono vittoriosi alla patria.
Eterna è la memoria del pisano bellico valore nelle sicule spiagge per l'iscrizione
vegliante nella facciata del Duomo di Pisa al suo luogo trascritta.
Poiché nel 1017 il guerriero e coraggioso Musetto rioccupò la Sardegna
ei di bel nuovo soggiacer dovette alle armi della pisana truppa, che rapidamente vi
accorse ad istanza di Benedetto VIII.
Or non vada per noi dimenticata la presa di Cartagine, patria del grande Annibale, che
dell'onorata fronde ornò le tempia ai Pisani circa al 1030. In essa fecer'
eglino spiccare l'innato solito valore nell'arte della guerra, e quelle mura atterrarono, che
molti secoli addietro provarono il furor de' Romani.
Egli è dovere che per ordine di tempo alla Sardegna si ritorni, perché l'istoria
manoscritta del Roncioni ed altre c'informano, che nuovi trionfi in quell'isola coronarono
i Pisani, e ciò fu nel 1034. come <pb n="59"/>
 dall' iscrizione nella facciata del
nostro Duomo si rileva. Per esser brevi la lunga narrazione dei fatti guerrieri troncando
direm' della prigionìa della moglie, e del figlio del Re Musetto: che riescì a questi
secondo l' Autor citato di campar colla fuga dai Pisani, o che ne restò prigioniero, se
prestiam' fede allo Spina.
Questa nobile impresa somministrò il soggetto all'eroico poema di Tolomeo Nozzolini,
che in Pisa ebbe i natali nel 1568, e quindi l'onor di dare insegnamenti di
Logica, e di Fisica in quelle Università. L'indicato Poema è intitolato: <hi rend="italic">La Sardigna
Ricuperata</hi>; egli è voluminoso; e sulle tracce condotto della rinomata Gerusalemme dà
saggio del talento del Poeta  <note anchored="yes"> L'elogio di questo Letterato trovasi nel T. <num>IV</num>.
Mem. di più Uom. illustr. pis., ediz. Pis. 1792.</note>
Negli anni appresso i Pisani discacciarono i barbari da Lipari, dalla Corsica, e dall'Elba,
e se ne impadronirono. A tal proposito scrisse il Villani  <note anchored="yes"> Lib. <num>7</num>. cap. <num>82</num>.
Tom. <num>13</num>.</note>
 <hi rend="italic">In questi tempi la Città di Pisa era in grande, e nobile stato di grandi e
possenti Cittadini dei più d'Italia….et per la loro grandezza, e gentilezza erano Signori di
Sardigna, e di Corsica, et di Elba….Quasi dominavano <pb n="60"/>
 il mare con loro legni, e
mercanzìe</hi>. Non men plausibile al nostro racconto è l' espression dell' Ammirato:
<hi rend="italic">Avea con grande sua gloria tolto nei passati secoli ai Saraceni la Sardigna et la
Corsica, aveva signoreggiato fino agli ultimi tempi l'Elba: né si dubita che per lo numero
delle Galee et de Legni che metteva in acqua non fosse stata quasi padrona del mare</hi>
<note anchored="yes"> V. Il P. Mattei <foreign lang="lat"><hi rend="italic">Sardinia
	  sacra</hi></foreign>Cap. <num>II</num>.</note> Con brevità ricordiamo la presa di Palermo fatta dai Pisani nel 1063.
non perché sia lieve la celebrità di essa, ma per non ripetere quello che qui detto si fosse
nell'illustrazione del Duomo, che dalle considerabili ricchezze ivi conquistate ebbe l'
origine  <note anchored="yes"> Vedi l'iscrizione che quivi si riporta.</note> Poiché i Pisani padroni della
Corsica divennero, come di sopra indicammo, dovettero circa all'an.
1070. sostenere aspra guerra mossagli dai Genovesi, e piena vittoria ne
ottennero.
Circa al 1088. i Pisani offesi negli affari di commercio dagli Affricani
 <foreign lang="lat"><hi rend="italic">exercitu congregato</hi></foreign>Tunis assediarono, ed uccisone il Re, la Regina col
figlio a Pisa condussero. Secondo il Breviario d'istoria pisana  <note anchored="yes"> <foreign lang="lat">Rer. Italic.
script. T. <num>VI</num>.</foreign></note> ritornati ben tosto nell' Affrica <pb n="61"/>
 assieme coi Genovesi le
città d'Alessandria, e di Sibilia espugnarono, e colla ricchissima preda gli ornamenti della
Primaziale accrebbero, ed eressero la Chiesa di S. Sisto.
Da molti Cronisti si raccoglie, che nel secolo di cui ragioniamo i Pisani discacciarono i
Mori da una gran parte della Spagna, e che vinsero Rodi, Corfù, Ascalonia, Cefalonìa,
Zante, Utica, Tripoli, e Sidone di Soria con Alessandria di Egitto.
Non si passi sotto silenzio, che all'onorata impresa di Terra Santa concorsero ancora i
Pisani nel 1099, e ch'ebbero parte nelle glorie di quel Capitano,</p>
<lg type="versi">
<l><hi rend="italic">Che 'l gran Sepolcro liberò di Cristo</hi>.</l>
</lg>
<p>Fu condottiero della flotta di <num>120</num> navi composta il Pisano Arcivescovo Daiberto
deputato da Urbano <num>II</num>, e che fu poi dichiarato Patriarca di Gerusalemme  <note anchored="yes"> La
virtù di questo Prelato viene meritamente encomiata dal dotto estensore dell'elogio di lui
che dà principio al T. <num>III</num>. delle mem. di più Uom. Illustr. Pis. Quivi si dimostra che
i Pisani partirono nel marzo del 1099, e che nell'agosto di detto anno
giunsero nella Palestina.</note>
Oltre a tutte le cronache pisane, autorevoli Scrittori lo affermano, e fragli altri <pb n="62"/>
 il
Card. Baronio  <note anchored="yes"> Annal. cronolog. 1098, e
1099.</note> Ughelli nell'Italia sacra, Leandro Alberti nella descrizione dell'
Italia, ed il Viviani  <note anchored="yes"> Viviani <foreign lang="lat">de Jur. Patronat. </foreign>part. <num>1</num>. lib. <num>3</num>.
num. <num>79</num>.</note> In oltre la narrazione che ne fa Guglielmo Arcivescovo di Tiro, e Scrittore
di quei tempi  <note anchored="yes"> <foreign lang="lat">De bell. sacr. Hierosolym. </foreign>lib. <num>9</num>. cap. <num>15</num>.</note>
come ancora la lettera scritta al successore d'Urbano dagli stessi Goffredo e Daiberto
<note anchored="yes"> Esiste nel Baron. an. 1100 ed incomincia: <foreign lang="lat"><hi rend="italic">Paschali
Papae Romanae Ecclasiae, et omnibus Episc., et univ. Christ. fidei Cultoribus Pisanus
Archiepiscopus Apost. sedis Legatus, et Godefredus Dux
	  ec.</hi></foreign></note> non sono lievi
attestati. In fine il P. Ferreri Gesuita nella quarta delle sue collocuzioni parlando dei
Pisani in tal modo si spiega, <foreign lang="lat"><hi rend="italic">et in Hierosolimorum inclita divinaque expeditione
auxilium voluntarium, et valentissimum attulerunt</hi>.</foreign> E se l' Autor celebre della
Gerusalemme liberata lo tacque ignorando forse le autorità suddivisate, il Guarini in uno
de'suoi Sonetti così lo espresse:</p>
<lg type="versi">
<l><hi rend="italic">Pisa al ferire invitta, al vincer nata.</hi></l>
<l><hi rend="italic">Tal da penna famosa invidiata</hi></l>
<l><hi rend="italic">Pugnar Goffredo in sul Giordan la vide,</hi></l>
<l><hi rend="italic">E schiere disarmar perse, e numide</hi></l>
<l><hi rend="italic">Di sacre spoglie, e più di glorie ornata</hi> </l>
</lg>
<note anchored="yes">V. mel. T. <num>3</num>. che Cucco
Ricucchi fu Comandante di <num>120</num> galere in tale spedizione, ed in che modo si dice ch'ei
fosse il primo a entrare in Gerusalemme.</note>

<pb n="63"/>
<p> L'espugnazione di Bona in Affrica e la distruzione di molte terre, e castelli
attribuisce all'an. 1110. Costantin Gaetani nella vita di Gelasio  <num>II</num>.
<note anchored="yes"> V. l'iscrizione in marmo riportata nel descrivere la facciata
	del Duomo.</note> checché ne scrivesse il Dempstèro all'an. 1030. Ne condussero il Re
prigioniero al Pontefice, <hi rend="italic">e quel che fu  atto di singolarissima umanità reso ch'egli si fu
cristiano il lasciarono tornarsene libero a casa sua</hi>  <note anchored="yes"> Scip. Ammir. Ist. fior.
lib. <num>I</num>.</note>
Or ci prendiam' premura di far parola dell'azione marziale la più rinomata del secolo di
cui si ragiona. Ella fu al certo la conquista delle Isole Baleari, che fecero i Pisani nel
1115, e che dalle più accrediate penne viene a gran ragione encomiata
<note anchored="yes"> Raffael. Volater. comment. Urban. Scip. Ammirat. ist. fiorent. par. <num>1</num>.
lib. <num>2</num>. an. 1117. Costant. Gaet. in Gelae <num>II</num>. vit., e il Tarcagnot.
Ist. del mond. par. <num>2</num>.</note>
Noi per non traviare dal proponimento additeremo soltanto, che i Pisani sotto il
comando di Pietro Arcivescovo con trecento legni vi si portarono; ed omessa la lode
dovuta allo sfoggio della virtù guerriera, e dell'attività di loro si dirà che <pb n="64"/>

segnalata, e completa fu la vittoria, e che ucciso il Re di quell'isole, prigionieri la moglie
con un piccolo figlio in Pisa condussero  <note anchored="yes"> Vedi l'iscriz. sepolcrale di lei nella
part. II. di questo volume, siccome l'altra iscriz. indicante la singolarità di tal vittoria, e
l'an. cit. in cui accadde.</note>
Lorenzo Varnese, o Veronese <note anchored="yes"> Il Murat. lo vuol piuttosto toscano; il Tiraboschi
parimente, ed entrambi ne fanno il giusto elogio.</note> Diacono del prelodato Arcivescovo un
lungo Poema scrisse in latino idioma, ed in sette libri spartito sull'indicata memorabil
guerra, di cui fu testimone oculare. Esso è interessante, e la scienza militare, l'attività, ed
il coraggio dei nostri mirabilmente dipinge; e dove vuol denotare la liberazione di un gran
numero di cristiani così si esprime:</p>

<lg type="versi" lang="lat">
<l> <hi rend="italic">Millia captorum plusquam tardena fuerunt</hi></l>
<l><hi rend="italic">Quos sevus Balee vinxit, tenuitque Tyrannus</hi>.</l>
</lg>
<p>Una sepolcrale iscrizione nella Chiesa di S. Vittore di Marsilia la memoria
conserva di quei valorosi Pisani che nelle pugne guerriere perirono. La riporta l'Ughelli,
ed il Volterrano; e noi qui soltanto ne lasciamo scritti i seguenti versi:</p>

<pb n="65"/>
<lg type="versi" lang="lat">
<l> <hi rend="italic">O pia victorum bonitas! defuncta suorum</hi></l>
<l><hi rend="italic">Corpora classe gerunt, Pisasque ducere querunt.</hi></l>
<l><hi rend="italic">Sed simul adductus ne turbet gaudia luctus</hi></l>
<l><hi rend="italic">Cesi pro Christo tumulo clauduntur in isto</hi> </l>
</lg>
<note anchored="yes">Noi riportiamo la memoria
di tale impresa copiata dal marmo posto sulla porta della Mad. in porta d' oro, o sia de'
Galletti.</note>
<p>Per accennar di volo un nuovo segno della liberalità pisana dagli storici commendata
diremo che il mentovato Regio figlio nel suo cambiato regno i Pisani riposero.
Or procedendo alle vittorie riportate da essi nell' Italia inferiore contro Ruggero Re di
Sicilia e di Napoli, e nemico di Roma troppo lunghi saremmo a contare i fatti d'arme
strepitosi già ricordati nelle migliori storie dei bassi tempi.
Vero fu che i Pisani espugnarono Napoli, Reggio, Gaeta, Amalfi, Rebello, Scala,
Arturina, ed altre città forti in quel tempo. Una tal guerra incominciò dall'an. 1135,
e nel 1140 ebbe fine. Il Marangone afferma che le dette città,
ed i castelli stettero sotto i Pisani sette anni, e che nel 1147 praticando il
carattere magnanimo, e liberale soprallodato <hi rend="italic">renderono <pb n="66"/>
 al Re Ruggero Napoli
e le altre terre che tenevano di suo regno</hi>.
Non passeremo sotto silenzio, che nell'indicata presa d'Amalfi i Pisani non rapirono
com'altri scrissero <note anchored="yes"> Grandi <foreign lang="lat">Epist. de Pandectis: <hi rend="italic">post Amalphitanam
direptionem ec.</hi></foreign>pag. <num>7</num>.</note> io dono ricevettero le antiche Pandette di romane
leggi dall' Imperator Lotario <note anchored="yes"> Hosman <foreign lang="lat">lexicon univers. historic. </foreign>V.
Dissert. milit. pag. <num>68</num>.</note>
Nuove spedizioni in oriente delle pisane flotte annoverar potremmo dal
1147 in poi sulle tracce del Gaetani, e del Ciacconio, ma additeremo
soltanto quella fatta alle preghiere di Clemente <num>III</num>, che fralle più distinte dobbiam
riporre. <foreign lang="lat"><hi rend="italic">Dominus Papa Clemens</hi></foreign> (prima di esortare Federigo Imperatore,
Filippo Re di Francia, Enrico Re d'Inghilterra, ed altri Principi) <foreign lang="lat"><hi rend="italic">per suam
presentiam in Pisana majori petiit, rogavit, et exhortatus est Pisanos, ut surgerent ad
recuperandam Terram Jerusalem, et tunc dedit vexillum Sancti Petri Domino Ubaldo
Pisis Archiepiscopo ec.</hi></foreign> <note anchored="yes">Presso l' Ugh. lib. <num>3</num>. sacr. Ital. V. il tom.
<num>2</num>. di quest' opera: Campo Santo.</note>. Fralle altre militari azioni degna di ricordanza è la
presa che costà giunti fecero i Pisani <pb n="67"/>
 della Città di Tiro <note anchored="yes"> V.
 <foreign lang="lat">Chronolog. Brev. apud Ughel., </foreign>e nel Baron. <foreign lang="lat">An. Chr.
1141. </foreign>tom. <num>12</num>.</note> Corrado, che n'era Signore in segno di grata
ricompensa luoghi, doni, stabilimenti, e privilegj novelli ai prodi liberatori concedette per
aver' essi folta ai barbari la Città sua.
Finalmente mille pubbliche testimonianze abbiam' noi di classici Scrittori, e di più
Pontefici di quanto nel sec. XII. operarono col senno, e colla mano, e di
quanto soffrirono nei gloriosi acquisti i Pisani nelle orientali contrade. Si tacciano pure le
prime, e sol discara non giunga la notizia, che ci dà il Terzi nella descrizione delle due
Chiese patriarcali d' Antiochia, e di Gerosolima in queste sue parole: <hi rend="italic">Il Castello
costrutto già per opera della Repubblica Pisana sotto il regno di Baldovino sorge
nell'Aquilone…munito di quattro bastioni, di larghi, e di profondi fossi, ornato di gran
sale, logge ec.</hi> Si tacciano ancor le seconde, e sol si accenni che nei brevi dei Pontefici
leggesi di Pisa, che <foreign lang="lat"><hi rend="italic">favore coelestis Numinis de inimicis Christiani nominis
victoriam frequenter obtinuit, et eorum Urbes plurimas subjugavit</hi></foreign> <note anchored="yes">
Onorio, ed Innocenzo secondi, ed i terzi Eugenio, Alessandro, Lucio, Urbano,
Celestino, Innocenzo sono i Pontefici tutti del secolo che delle glorie di Pisa fan chiaro
attestato.</note>
<pb n="68"/>
Né sol nelle divisate gesta segnalaronsi i Pisani, né sol furon' eglino il sostegno
delle orientali conquiste, ma si distinsero ancora nel proteggere i Pontefici, e nel difender
l' Impero. Dando dei primi un istorico cenno, serviron' eglino di scampo a Gelasio II.
contro la persecuzione dei partigiani di Maurizio, e contro la violenza della soldatesca di
Enrico III. Imperatore, accogliendolo gratamente nel sen della Patria; e quindi <foreign lang="lat"><hi rend="italic">ab
Urbe Pisana recedens a Pisanis per mare usque ad Marsiliam honorifice perductus est</hi></foreign>
<note anchored="yes"> De gestib. triumphal. per Pisan. fact. an. 1119 post Ugh. lib.
<num>3</num>. Ital. sacr.. V. nella par. <num>2</num>. di questo tomo la consacraz. della Primaziale
fatta da Gelasio nel 1119</note>
Onorevole ricevimento fecero i Pisani la successor di Gelasio, narra il Baronio. Il
Volterrano d' entrambi scrisse: <foreign lang="lat"><hi rend="italic">Gelasium II. Henrici III. Imperat. iram
fugientem, deinde Calistum II. e Burgundio Pisanis concessit, exceperunt</hi></foreign> <note anchored="yes">
Geograph. lib. <num>5</num>. de reb. pis.</note> Innocenzo II. avendo incontrato in Roma l' istessa sorte di Gelasio per sottrarsi all'
Antipapa Anacleto ed agli aderenti del Re di Sicilia implorò l'ajuto dei Pisani, i quali
colla forza, e colla scorta delle <pb n="69"/>
 galere di loro a Pisa lo condussero <note anchored="yes"> V. il
Ciacc. in vita Innoc. <num>II</num>. T. <num>1</num>. an. 1130.</note>
       e qui terminò il favor
dei Pisani verso Innocenzo; perocché nel ritorno ch' ei fece dalla Francia uniti essi coi
Genovesi <note anchored="yes"> Fu Innocenzo, che pacificar volle quelle due potenze, che concesse il
primato della Sardegna alla Ch. Pis. e che eresse la genov. in archiepis. e che divise fra
esse i Vescovadi della Corsica.</note> poderosa truppa coll'armi alla mano lo riposero in
soglio. Non con minore amorevolezza per la seconda volta l'accolsero, quand'ei per
campare dalla sollevazione insorta nuovamente in Roma, con sollecitudine a Pisa si
ricondusse. Costantin Gaetani asserisce che per lo spazio di <num>5</num> anni vi si trattenne fino
alla morte di Anacleto. Certa cosa è che vi creò Cardinali, vi convocò il Concilio generale
coll'intervento di tutti i Vescovi d'occidente, vi spedì molti brevi e con Lotario Imperatore
vi tenne abboccamento <note anchored="yes"> Baron. <foreign lang="lat">A. Chr. 1134. </foreign>n.
<num>1</num>. tom. <num>10</num>. L'Ab. Bern. di Bonevalle nella vita di S. Bern. T. <num>2</num>. cap. <num>1</num>
riporta un frammento dell'Orazione che fecero i Consoli Pisani al Papa <foreign lang="lat"><hi rend="italic">Tua est
Civitas ec.</hi></foreign></note> Scrive il Baronio nel tomo <num>XII</num>, che i Pisani con armata navale
riassoggettarono a questo Pontefice Civitavecchia, ed altri luoghi.
<pb n="70"/>
Eugenio <num>III</num> similmente angustiato dall'eretico Arnaldo in Roma volle far
conoscere che asilo, e che schermo ai Pontefici era Pisa sua Patria.
Gregorio <num>VIII</num> ancora bramando di unire le forze armate dei Principi cristiani per
ricuperar Gerusalemme verso Pisa si mosse, vi giunse, e v'incontrò l' eterno ricovero del
sepolcro <note anchored="yes"> V. la Descriz. del Duomo di Pisa nella seconda parte di questo Vol.
ove si riporta la memoria riguardo a Greg. <num>VIII</num>., e l'altra contenente l'elezione di
Clemente III.</note> Conchiudendo coll'Abate Gaetani, che Pisa fu <hi rend="italic">primo rifugio de'
Papi</hi>, e porto sicurissimo della romana Chiesa fluttuante e portando le parole del
Volterrano che <foreign lang="lat"><hi rend="italic">humani, et hospitales in Romanos Pontifices fuerunt</hi>:
</foreign> basterà di aver leggermente trattato un tale argomento <note anchored="yes"> Il Ciacconio nel suo
tomo primo dà contezza di <num>19</num>. Cardinali Pisani nel
	sec. 12.</note> Or passando a portare un qualche esempio soltanto del parziale attaccamento dei Pisani
verso gl'Imperatori, noi già dicemmo che preser' eglino la parte di Lottario contro
Ruggero Re di Sicilia. <hi rend="italic">Nel 1192 con Arrigo <num>V</num>. assediarono
Napoli, e ajutarono lo detto Imperatore a conquistare lo Regno di Puglia laddove i Pisani
guadagnarono molto, e tornarono vittoriosi</hi> <note anchored="yes"> <foreign lang="lat">Monum. Fis. ex cod.
bibli. Laur. Mur. R. I. S. tom. <num>15</num>.</foreign></note>
<pb n="71"/>
Ebber gloria di prestare ajuto a Federigo II. portandosi con <num>40</num> galere
ben'armate a conquistar la Sicilia; egli altresì volendo praticare con essi un tratto di
riconoscenza, e di grata amicizia nel 1229 ampie conferme di
giurisdizioni e di privilegj in Accon, in Tiro, in Joppe, ed in Gerusalemme gli dette.
Egli è ancor vero, che i Pisani mentre prestavano officj di ospitalità, d'amicizia, e di
guerrieri soccorsi a prò dei Papi, e degl'Imperatori stessi conservando l'animo altero,
alteramente, quando fu duopo spiegarono agli uni ed agli altri i sentimenti loro.
Giustificano ciò bastantemente gli ardimenti detti del Console Pisano pronunciati in
faccia a Federigo: <hi rend="italic">come potrai toglierci la Sardegna, e dare ad altri per poco denaro
quello che non è tuo?</hi> simili tratti di ardire usati dai Pisani verso i Monarchi leggonsi
pure negli annali genovesi, ed in altre storie di quei giorni <note anchored="yes"> Per quello riportato di
sopra leggasi l' Ist. genov. del Foglietta.?
Convenevolmente ricordiamo, che vacando l'Impero nel 1256, i Pisani
credettero dritto di loro l'eleggerne il Rettore. Conciosiaché per quanto altri nominassero
<pb n="72"/>
 il fratello del Re d'Inghilterra, e Riccardo Conte di Cornovaglia, mandaron essi a
tal' oggetto risoluta ambasciata al Re Alfonso di Castiglia, e questi accettò volentieri la
pisana elezione <note anchored="yes"> Il Tronci riporta il documento contenente i privilegj che al
nuovo Imperat. dette ai Pisani, leggesi poi la predetta ambascerìa, e l'accettazione nei
Dipl. pis. del Can. Dal Borgo.</note>
Pisa per tale operazione, e per la parzialità sua verso l'Impero si tirò contro quasi l'Italia
tutta. Noi non diremo i nuovi fatti d'arme insorti ora per il castello di Castro, or per quello
di S. Gilia nella diocesi di Caglieri frall'emule due Nazioni pisana, e genovese, né come
la prima fece lega colla veneziana per dieci anni contro la seconda.
Non ometteremo bensì di far menzione della battaglia di Mont'Aperto seguita nel
1260 come una delle più memorabili, onde l'istor. lucchese dir di lei
dovette: <foreign lang="lat"><hi rend="italic">In Thuscia citra tempora
	  salvatoris non fuit major clades</hi>.</foreign></note> Fragli
Annalisti pisani, e gli esteri il Marangone porge miglior' idea della fierezza con cui si
combatteva trai Fiorentini condotti dal Farinata, ed i Pisani e gli altri Ghibellini uniti ai
Tedeschi. Forma egli in oltre il quadro dell'ostinato furore al carro intorno ove la bandiera
<pb n="73"/>
 dell' esercito era inalzata. Noi diremo il numero dei morti, perché in esso non
vanno mai d'accordo i racconti. Certo è, che le fiorentine schiere sbaragliate e rotte
cedettero il campo, e che l' Autor citato conta <num>2000</num> morti fra quelle.
Non ispiegheremo in qual modo nel 1267 i Pisani co' Senesi ed altri di
Toscana di fazione ghibellina si mossero contro il Re Carlo. Accenneremo soltanto che la
venuta di Corradino in Pisa nel 1268 fu con plauso onorata dai Pisani, e
da tutti i Ghibellini dell'Italia, che vi concorsero; e passando sotto silenzio gli
avvenimenti di Marte favorevoli al Re Carlo, e sventurati pel mantovato Corradino
diremo che la prigionia di questi in Napoli, e la perdita di molti valorosi concittadini fu
oltremodo sensibile ai Pisani. Contuttociò nel 1273 non ricusarono l'
amicizia, che volle stringer con essi il prefato Re Carlo colla mediazione di Gregorio
<num>X</num>. Da questa epoca in poi grandemente infierirono le due fazioni Guelfa, e Ghibellina,
ed era interesse dei Fiorentini il fomentarle. Non meno si accrebbe gli odj, e le discordie
fralle Repubbliche di Venezia, di Lucca, di Genova, e di Pisa: e la gelosìa del commercio
per lo più le produsse. <pb n="74"/>
 Nel 1283 le guerre si accrebbero fralle ultime due Repubbliche.
Finalmente nel 1284 quella famosa battaglia accadde presso la Meloria,
cotanto mentovata dagli Scrittori, e che la vittoriosa Genova fra' suoi festi annovera.  Non
è ispezion nostra il descriverla: potrà soddisfarsi il Leggitore se alle storie di Pisa, di
Genova, e di Sardegna si rivolge, che dell'orribil conflitto il quadro ne porgono. Bensì
crediamo che spetti a noi l' accennar la cagione onde l' armata di Pisa ebbe la rotta. Ella al
certo non fu il numero inferiore delle sue navali forze, ma fu l' Ammiraglio di lei il Conte
Ugolino della Gherardesca, che per secondare il suo maligno e perfido disegno
allorquando rinforzar dovea la battaglia con tre de'suoi migliori, e più ben'armati legni,
intimò ad essi la ritirata; e dietro di lui lasciando le onde rosseggianti del patrio sangue
velocemente al lido si giunse.
Ecco in Pisa il traditore, che fabbrica a lei le catene onde farsene il tiranno. Egli in fatti
nel 1287. per condurre a fine il suo malnato pensiero tenendo stretta
amicizia coi Fiorentini persuade i Pisani a far pace con essi; dal farla altresì coi Genovesi
gli distoglie pel maligno artifizio di tener lungi il ritorno de'principali <pb n="75"/>
 Cittadini
nelle carceri di Genova racchiusi. Per buona sorte Nino Visconti nipote d'Ugolino, e
Giudice di Gallura a cui disse Dante trovandolo nel Purgatorio:</p>

<lg type="versi" lang="lat">
<l><hi rend="italic">Judice Nin gentil, quanto mi spiacque</hi></l>
<l><hi rend="italic">Quando te vidi non esser tra rei</hi>.</l>
</lg>
<p>acceso l' animo d' amor patrio incominciò a tenere aperto lo sguardo sugli andamenti
del zio, e ad opporsi alle sue tiranniche disposizioni. Nulladimeno Ugolino seguitato da
molti Guelfi suoi partigiani tentava d'indebolir le forze di Pisa per farsene tiranno, e già
sui Ghibellini signoreggiava.
Per tal cagione, pel trattenimento di concluder la pace bramata coi Genovesi, e
finalmente per il delitto da lui commesso di toglier la vita al nipote dell' Arcivescovo
Ruggero <note anchored="yes"> Così scrivono gli storici. V. il Tronci fra gli altri alla pag. <num>169</num>. Il
Landino nel comm. salva il Conte da tal delitto, e vuole che un suo parente fosse
l'uccisore </note> sollevò il popolo contro in tal modo che il Conte, due figli, due nipoti, e
molti de'suoi seguaci restarono prigionieri. In appresso condannato a morte fu il traditore,
ed insieme con i <pb n="76"/>
 predetti figli, e co' nipoti fu racchiuso nella torre de' Gualandi
detta delle sette vie, e della fame in appresso <note anchored="yes"> Vuole il Tronci che restasse
inclusa nella fabbrica del palazzotto sulla piazza detta de' Cavalieri; altri credono che il
palazzo nel cui mezzo s' apre una strada in volta contenesse due torri, e che la più vicina
al nominato palazzotto fosse quella de' Gualandi. V. la pag. . del <num>3</num> lib. di
quest'opera ove fa d' uopo parlarne.</note> Questo fu il luogo ferale ov' ei pagò la pena del
tradimento, pena ben dovuta al delitto, ma ahi troppo disumana, snaturata, e barbara
riguardo a quegli innocenti che servir dovettero a gravarla.
Non sappiamo pertanto condannare il gran Poeta Alighieri, se nel suo immaginato
inferno collocava Ugolino nell'atto di rodere il teschio dell'Arciv. Ruggeri che gli fu
giudice, in tal guisa esprimendosi:</p>
<lg type="versi">
<l><hi rend="italic">La bocca sollevò dal fiero posto</hi></l>
<l><hi rend="italic">Quel peccator, forbendola a' capelli</hi></l>
<l><hi rend="italic">Del capo ch'egli avea di retro guasto</hi>:</l>
</lg>
<p>Dopo di aver narrato ai due virtuosi pellegrini ciò che ignominia faceva al suo
nemico, tacendo per altro quel che portava infamia a se stesso, ne vengono i più bei versi
che Dante facesse mai, tanto al <pb n="77"/>
 vivo esprimon' essi la luttuosa, ed orrida scena
che a rimembrarla raccapriccia:</p>

<lg type="versi">
<l><hi rend="italic">Com' un poco di raggio si fu messo</hi></l>
<l><hi rend="italic">Nel doloroso carcere, et io scorsi</hi></l>
<l><hi rend="italic">Per quattro visi el mio aspetto stesso;</hi></l>
<l><hi rend="italic">Ambo le mani per dolor mi morsi:</hi></l>
<l><hi rend="italic">Et quei pensando, ch' i 'l fesse per voglia</hi></l>
<l><hi rend="italic">Di manicar, di subito levorsi;</hi></l>
<l><hi rend="italic">Et disser; padre assai ci fia men doglia</hi></l>
<l><hi rend="italic">Se tu mangi di noi: tu ne vestisti</hi></l>
<l><hi rend="italic">Queste misere carni: et tu le spoglia.</hi></l>
<l><hi rend="italic">Quetaimi allhor per non fargli più tristi:</hi></l>
<l><hi rend="italic">Lo dì, et l'altro stemmo tutti muti:</hi></l>
<l><hi rend="italic">Ahi dura terra perché non t' apristi!</hi></l>
<l><hi rend="italic">Poscia che fummo al quarto dì venuti,</hi></l>
<l><hi rend="italic">Gaddo mi si fittò disteso a' piedi</hi></l>
<l><hi rend="italic">Dicendo, padre mio che non m' aiuti?</hi></l>
<l><hi rend="italic">Quivi morì: et come tu mi vedi</hi></l>
<l><hi rend="italic">Vid' io cascar li tre ad uno ad uno</hi></l>
<l><hi rend="italic">Tra 'l quinto dì, e' l sesto: ond' i mi diedi</hi></l>
<l><hi rend="italic">Già cieco a brancolar sovra ciascuno</hi></l>
<l><hi rend="italic">Et tre dì gli chiamai, po' che fur morti,</hi></l>
<l><hi rend="italic">Poscia più che 'l dolor poté 'l digiuno</hi>.</l>
</lg>
<p>Poiché il Conte si tacque, il nostro gran Poeta non ebbe poi gran torto, qualora si
eccettui l'epiteto forte di soverchio, e quant'altro spiega il satirico suo solito stile, s'egli
proruppe in quei notissimi versi:</p>

<pb n="78"/>
<lg type="versi">
<l><hi rend="italic">Ahi Pisa vituperio delle genti</hi></l>
<l><hi rend="italic">Del bel paese là, dove'l sì sona,</hi></l>
<l><hi rend="italic">Poich'e vicini a te punir son lenti;</hi></l>
<l><hi rend="italic">Movasi la Capraia, et la Gorgona;</hi></l>
<l><hi rend="italic">Et faccian siepe ad Arno in su la foce,</hi></l>
<l><hi rend="italic">Sì ch'egli anniegh' in te ogni persona:</hi></l>
<l><hi rend="italic">Che se'l Conte Ugolino haveva voce</hi></l>
<l><hi rend="italic">D'haver tradita te de le castella;</hi></l>
<l><hi rend="italic">Non dovei tu i figliuol porre a tal croce.</hi></l>
<l><hi rend="italic">Innocenti facea l'età novella, ec.</hi></l>
</lg>

<p>Dopo la morte del mentovato Ugolino la fazione Ghibellina in Pisa s'accrebbe, e
restò depressa la Guelfa. Altresì gli affari esteri di guerra incominciando a voltar faccia
non fu egli mal'accorto avviso de' Pisani di provvedersi di un valoroso Capitano, onde
sostenere la non avvilita virtù guerriera di loro. Conciosiaché nel 1289. la
Repubblica invitò il Conte Guido di Montefeltro ad accettare il grado onorifico di Capitan
Generale al quale contro la volontà del Papa egli acconsentì volentieri. La scorta ed il
reggimento di lui ben opportuno giunse a render vani gli sforzi dei Fiorentini collegati
con i Lucchesi, ed i Genovesi nel 1290 in ispecie. In quest' anno
medesimo procrastinando i Pisani la consegna del Castello di Castro perdettero l' Isola
dell' Elba; ed <pb n="79"/>
 il Porto di loro col vicino Livorno gran danno ricevette dall'armata
navale genovese, e dalla lucchese di terra, come ci converrà narrare descrivendo nel terzo
tomo l'indicato Porto. Nel 1293 il Consiglio del Senato, gli Anziani, ed i
Consoli arridendo alla sagacità, ed alla vigilanza del nominato Generale concedono a lui
l'onorevole facoltà di eleggere ambasciatori, e di costruire dei patti a nome della Pisana
Repubblica <note anchored="yes"> Afferma il Tronci che l'istrumento si conversa nell'archiv. della
Comune di Volterra, rogato sotto il dì 4. luglio 1397 da Ser Leopardo
d'Orlando da Morrona.</note>
Stante la pace conchiusa con i Fiorentini nell'anno sopraindicato ed una tregua ancora
stabilita coi Genovesi nel 1299 si ristorarono in parte dei sofferti danni i
Pisani, e qualche ombra di calma godettero.
</p>
</div3>
<div3 type="paragrafo">
<head>PARAGRAFO 3.</head>
<head>Decadenza.</head>

<p>La sconfitta della battaglia della Meloria, e dietro di essa i patti della tregua
sopraindicata svantaggiosi alla Repubblica per dover'ella cedere ai Genovesi la città di
Sasseri in Sardegna, tutti i luoghi della <pb n="80"/>
 Corsica, e fare uno sborso di denaro
considerabile <note anchored="yes"> Così scrivono il Tronci, il Marangone, ed altri dei migliori
cronisti.</note> danno bastantemente a conoscere l'indebolimento delle forze di lei: e pertanto
non erroneamente avrem dato incominciamento dall' epoca del 1300 al
nostro paragrafo.
Nell' anno citato in Firenze, ed in Lucca ove i Ghibellini accorsero in ajuto degl'
Intelminelli, i semi si sparsero della fazione dei Bianchi, e dei Neri ch' ebbe in Pistoja l'
origine.
Ma quel che importa di narrare è che lieta ed aggradevole giunse ai Pisani la nuova
dell'elezione dell'Imperatore Enrico <num>VII</num>. E facendogli mestiero di esercitare verso di
lui quell'osservanza che agli antecessori suoi aveano dimostrata, si occuparono nel
1310 o 1312 secondo il Tronci a riceverlo con i
maggiori contrassegni di giubbilo, e di magnificenza. L'Imperatore altresì per mostrarsi
grato ai medesimi conquistar gli fece per mezzo di un suo Generale il castello, e la valle
di Bruti ch'erano sotto il dominio di Lucca. Come poi proseguisse il suo viaggio alla volta
di Roma accompagnato da un buon numero <pb n="81"/>
 di truppa pisana, lo diremo nella
descrizione del Duomo, ove la sua nuda spoglia ebbe il sepolcro.
I Pisani dal timor compresi per la morte di questo Imperatore, e per i danni recati ai
Lucchesi, ed ai Fiorentini e ad altri della Lega Guelfa presero il partito di far' offerta della
Signorìa di Pisa al Re Federigo, al Conte di Savoia, e ad Arrigo Conte di Fiandra. Ma
poiché tutti la ricusarono, ricorser' eglino nel 1313 ad Uguccione della
Fagiola uomo di molto senno, valoroso nelle armi, e già Vicario del defonto Imperatore.
Questi non fu lento ad accettare l' onorifico grado; e tosto che vi fu salito ebbe campo di
esercitare il genio suo marziale contro i Lucchesi principalmente, le cui campagne, e
paesi circonvicini desertando fin sotto la Capitale gli assalì bravamente.
Che nell'anno appresso i Pisani facessero pace col Re di Tunis, e che n'esista l'
istrumento nell'archivio delle riformagioni in Firenze non ometto di accennare.
Ma giova di ritornare a Uguccione per dire che instancabile fu nel nuocere ai Lucchesi a
segno tale, che gli costrinse a pacificarsi co' Pisani colla forte condizione di rimettere in
Lucca tutti i fuoriusciti Ghibellini e gl' Intelminelli in ispecie. <pb n="82"/>
 Finalmente per la
mala osservanza del patto con mano armata della pisana soldatesca entrò in Lucca nel
1314, ne discacciò i Guelfi, il sacco le dette, e giusta al costume dei
vincitori, ciò che v'era di buono fu sua conquista.
L'ordine del tempo or ci porta a far menzione di altra strepitosa battaglia detta di
Valdinievole, o di Montecatino, che non fu inferiore a quella sopraenunciata di
Mont'aperto. Nell'indicato luogo ove era accampata l' armata Guelfa, Uguccione dopo di
aver dato sistema al governo di Lucca il suo esercito condusse. Egli era inferiore di forze:
ma mediante una prudente ed accorta ritirata in un sito vantaggioso, gli riescì dopo di un
fiero combattimento di sconfiggere il nemico, che fragli estinti vi lasciò il Duca di
Gravina suo condottiero. <hi rend="italic">Questa dolorosa sconfitta</hi>, scrisse il Villani, <hi rend="italic">fu il dì
29 Agosto 1315. Fatta la detta sconfitta s'arrendeo ad Uguccione il
Castello di Montecatini, e Monsommano</hi>.
Anche il nostro Uguccione non di mezzano talento, ma di svegliato ingegno, e per se
stesso risoluto, e guerriero, ritornato che fu in Pisa tentò di togliere i diritti alla
Repubblica. I Pisani per altro non più quegli di prima è vero, ma sempre <pb n="83"/>
 nemici
delle oziose piume conoscer seppero gl'indizi delle sue tiranniche mire. E nel
1316, allorquando egli era in Lucca per far dar la morte a Castruccio
Intelminelli, l'occasion colsero; e mediante una sollevazione da Coscetto del Colle
giudiziosamente condotta dalla minacciata tirannìa d' Ugoccione si disciolsero.
Abbenché col solito Magistrato degli Anziani, e con quello de' Consoli di mare si
reggesse la Repubblica, era forza di sagace provvedimento l'eleggere un nuovo Capitan
Generale, e nella persona del Conte Gaddo o Gherardo della Gherardesca cadde la scelta.
Questi abbracciò la confederazione propostagli da Castruccio, che dalla morte campato
mercé la sollevazione anzidetta erasi fatto Signore di Lucca. Mancò il Conte Gaddo
perché la morte lo colse nel 1320, come si rileva dall'epitaffio da noi
prodotto nel terzo tomo parlando della Chiesa soppressa di S. Francesco; fu sostituito il
Conte Ranieri suo Zio, che non imitò il nipote nella bontà e nell'amor della Patria. Molte
turbolenze ei suscitò frai Cittadini; molti motivi di disgusto gli dette, e fece lega con
Castruccio, la cui ambizione di farsi Signore di Pisa fu discoperta.
<pb n="84"/>
L'anno 1324 ci somministra una spedizione fatta dai Pisani di
molti uomini di arme sopra una quantità di grossi legni in Sardegna contro il Re d'
Aragona, che minacciava d'impadronirsene. E riescì a lui di fatto perché il Giudice di
Arborèa capo della terza parte di quell'isola mancò di fede alla nostra Repubblica, e
perché dietro di lui molte Città volontarie si rendettero. Dei soli quattro Castelli che
restarono ad essi fedeli due malgrado il soccorso ricevuto di <num>32</num> galere pisane dopo un
lungo assedio capitolarono. Degli altri due che furono quegli di Chiesa, e di Castro già
edificati dai Pisani, il primo non potendo più sostener l'assedio ond' era stretto dalle
truppe d'Alfonso figlio del Re predetto dopo otto mesi arrendersi dovette. Nuova armata
pisana rinforzata da dei bravi Tedeschi, e comandata da Manfredi figlio del mentovato
Conte Ranieri in tempo giunse a difendere il secondo; ma avendo ella dovuto cedere al
numero maggiore degli inimici, capitolò, ed ottenne in parte il mentovato castello.
Contuttociò nuove ostilità ne accaddero. In fine nel 1326 fu stabilita la
pace fral Re d' Aragona, e la Repubblica, che restò priva della Sardegna.
<pb n="85"/>
Sembra a noi di non dover tacere a questo luogo che il Re di Baviera accettò la
corona imperiale da Guido Tarlati in Milano nel 1327, e che ne godettero
i Pisani perché da esso ancora sperarono amorevole appoggio. Fallace per altro, e scemo
riescì lo sperare; perocché al suo arrivo in Toscana significò egli alla Repubblica col
mezzo di ambasciatori di voler entrare in Pisa in qualsivoglia modo. I Pisani che non
volevano far contro al Papa né romper la pace col Re Roberto, né co' Fiorentini, vi si
opposero costantemente; né servì al Tarlati Vescovo d'Arezzo ch'era in compagnia del
Bavaro la grande amicizia, che aveva con essi a persuadergli.
Castruccio intanto, che fu pronto a dimostrar degli atti officiosi al Bavaro, profittò della
ricusa data dai Pisani, e sollecitò quel Monarca ad accamparsi colle sue truppe nel
dintorno di Pisa offerendosi egli di fare il simile co'suoi soldati. Troncando per amor di
brevità le circostanze del forte assedio direm che da esso <note anchored="yes"> Il Villani si accorda
con i Cronisti a dire che incominciò nei primi di settembre 1327. o
1328. pis.</note> sarebbero liberati i Pisani per ragion di <pb n="86"/>
 forze, di
provvisioni, e di coraggio, ma per le diverse opinioni dei cittadini capitolarono, e
principalmente convennero, che stando fermo il repubblicano governo, né Castruccio, né i
fuoriusciti entrare in Città dovessero. Ne fu giurata l' osservanza, ma riguardo a
Castruccio si smarrì 'l giuramento.
Di volo accenniamo, che nell'anno stesso Castruccio mercé l' accorto suo servigio fu
dichiarato dall' Imperatore Duca di Lucca, e del suo territorio; che il Bavaro fece partenza
per Roma, e che Castruccio da lui non si disgiunse. Accenneremo ancora, che questi
mentr'ebbe nuova che i Fiorentini tolta gli avessero Pistoja, a Pisa sollecitamente si
ricondusse. In tale occasione tentò di effettuare l'antica brama d'impadronirsene; ma i
Pisani, che seco come col lupo trattando tenevano il can sotto il mantello, se ne
schermirono. Finalmente per sottrarsene affatto si determinarono di offrirsi piuttosto
all'Imperatrice, e per ottenere di esser servi molto denaro a lei mandarono.
In quest'epoca noi dobbiam fissar lo sguardo per dare molti gradi di decadenza alla
nostra Repubblica per la surriferita perdita della Sardegna, per quella di Sarzana, e d' altri
castelli concessi dal <pb n="87"/>
 Bavaro a Castruccio, per le gravose contribuzioni imposte
dal medesimo, e per la forzata offerta all' Imperatrice come sopra dicemmo.
Poco ci vuole a credere che aggradevol giungesse l' indicata servitù della Repubblica all'
Imperatore. Egli ben tosto spedì un suo Vicario a Pisa: l'onorò Castruccio e nel tempo
stesso celando <hi rend="italic">de' suoi gravi vapori atra mistura</hi>, d' impedirgli il possesso della
Città fu suo pensiero. Dei principali cittadini si procurò destramente il partito, si cattivò i
dipendenti dal Bavaro, e di tali armi cinto il popolo costrinse ad eleggerlo per due anni
Signore di Pisa.
Ma per bona sorte dei Pisani fu forza a Castruccio di allontanarsi dalla città per
soccorrere la sua Pistoja. In tale occasione forse per le soverchie fatiche della guerra
ammalatosi incontrò il giorno dell'ultima partita. E perché ciò accadde nel mese di
settembre del 1328 per asserzion de' cronisti, e per conferma del Villani
<note anchored="yes"> Riferisce il Villani nel lib. X. cap. <num>87</num>. che d'anni <num>47</num> si trovò Signore di
Pisa, di Lucca, di Pistoja, della Lunigiana, e di gran parte della riviera genovese di
levante.</note> In questo tempo presero padronanza <pb n="88"/>
 di Pisa i figli di Castruccio, ma per
breve tempo essi ne godettero.
Imperocché il Bavaro sollecitamente vi accorse, ne prese il dominio, all'Imperatrice
giusta la predicata offerta la concesse, e Vicario per lei vi lasciò Tarlantino Tarlati d'
Arezzo. E se privò i figli di Castruccio della Signorìa di Pisa, non gli tolse ai prieghi della
madre quella di Lucca. Quivi per altro persuaso dai Pisani si portò poco dopo con
numerosa truppa, ascoltò le voci di quei cittadini contro il governo dei nominati Signori, e
mentre i Lucchesi libertà dimandavano, colla forza imponente cacciandone i Castracani
se ne fec' egli il padrone.
Che il Bavaro ritornato in Pisa dasse la maggior prova del suo sdegno a Papa Giovanni:
che solennemente in quella Città ricevesse l' Antipapa F. Pietro da Corvaia appellato da
lui Niccola <num>V</num>., e quanto altro accadde su tal particolare, lo passeremo sotto silenzio.
Converrà bensì di esporre, che mentre i Pisani soffrivano di mala voglia il comprato
giogo, gravi affari richiamarono il Bavaro a Milano. Da Pisa pertanto nel
1329 egli si dipartì: lasciò per Vicario il Tarlati, e raccomandò
l'Antipapa. Ma il calor della libertà non ispento prese nuovo <pb n="89"/>
 vigore nel cuor dei
Pisani, i quali tosto acclamarono Signore di Pisa il Conte Fazio della Gherardesca
denominato il giovane, ed il Vicario colle sue genti alla fuga costrinsero.
Questo raggio di tranquillità fu nell'anno stesso adombrato dai Fiorentini pel trattato
della compra di Lucca fatto dai Pisani con i Tedeschi. Lo fu ancora nell'anno seguente
1330 in cui si destò una congiura contro gli Anziani, ed il Conte Fazio
principalmente: tanta è l'invidia, che nel cuor degli emuli alberga contro i Reggenti il
governo.
Dicasi di passaggio, che i Pisani già interdetti per motivo del Bavaro mandarono in
dett'anno ambasciatori al Papa in Avignone per essere assoluti colla promessa di dargli
nelle forze l'Antipapa Niccola, e che si acquistarono il favor del Pontefice; come pure che
nel 1332 accaddero dei fatti d'arme narrati dal Malevolti fralle due
Repubbliche senese, e pisana, e che poi fu conchiusa la pace col mezzo del Pontefice, e
del Vescovo di Firenze come suo delegato.
Ritornando agl'interni tumulti contro Bonifazio: poiché svanì ogni speranza di
cambiamento negli emuli suoi per essere stata discoperta la prefata congiura, tentaron'
<pb n="90"/>
 essi condotti da Mattaione Gualandi una potente sollevazione onde deporlo dal
reggimento della Città. Ma poiché gli amici del Conte al suono della campana a martello
pubblicarono ad alta voce che i Gualandi aspettavano il soccorso lucchese comandato dal
De Rossi Vicario di Mastino della Scala, il numero di essi grandemente si accrebbe, e ben
provvisti d'armi, e di coraggio corsero ad affrontare il nemico, e lo vinsero. Per tal vittoria
accaduta a piè del ponte della spina, detta della Fortezza in appresso, volle il Conte che
s'inalzasse una bella torre col titolo di Vittoriosa, ed apporre vi fece la poetica iscrizione,
che troverà il leggitore in quest'opera ove i monumenti repubblicani ci siam proposti di
riportare.
Pisa lacerata dalle guerre civili, come informati ne fummo, nel 1341
conchiuse la pace con Genova per vent'anni, a detta de'Cronisti; ma con Firenze ebbe
nuovi contrasti riguardanti alla presa di Lucca. Descrivono gli storici fiorentini, e senesi,
perch'io per brevità la taccia, una fiera battaglia seguìta sotto le mura di Lucca fralle due
armate pisana, e fiorentina colla peggio della prima, e di poi col rovescio dell'ultima.
Dicono che per la seconda volta questa vi accorse: che <pb n="91"/>
 fu di bel nuovo rispinta, e
che in fine gli assediati con maggior forza stretti dai Pisani e di viveri scarsi capitolarono.
Correva l' 11 di luglio del 1342 quando i Pisani vittoriosi dopo un
assedio di undici mesi spiegate le bandiere della comune entrarono in Lucca, lasciando al
comando dei forti, e dei castelli il Tarlati d'Arezzo ch'ivi ritrovarono prigioniero per conto
de'Fiorentini. Il Duca di Atene intanto fattosi Signore di essi stimò di far pace co' Pisani
lasciandogli tranquilli nella Signorìa di Lucca per anni  <num>15</num> come attesta Giov. Villani.
Asserisce il Marangone nelle sue cronache che costò <hi rend="italic">la guerra della Città di Lucca a'
Pisani più d'un milione e mezzo di fiorini d'oro</hi>, e per viemaggiormente comprendere
le forze dispendiose dei medesimi anche nella decadenza loro egli soggiunge, <hi rend="italic">che si
trovavano a loro spese <num>4000</num> cavalli</hi>. Il Muratori altresì coll'appoggio dei
soprannominati storici descrive le considerabili somme, che impiegarono i Fiorentini per
sostener quella guerra.
Lieve menzion faremo delle congiure suscitate da Giov. Visconti, e dai figli di
Castruccio e per buona sorte discoperte, come ancora dei danni che i Pisani ricevettero
nel 1345 da Luchino Visconti <pb n="92"/>
 Signore di Milano e dell' accordo
fatto di dover'essi mandare a lui un destriero, un palafreniero con tre falconi, e due
pellegrini, dice il Tronci, ed in oltre restituire ai Castracani i beni di loro.
Nel 1347 si rinnuovarono in Pisa i partiti sotto i nomi ben noti de'
Bergolini, e dei Raspanti. I primi lo trassero da Bergo soprannome dato al Conte Ranieri
degli emuli suoi, e n'erano i capi i Gambacorti; fu dato quello di Raspanti alla parte
contraria come amministratori poco fedeli del pubblico erario, e quegli Della Rocca vi
presedevano.
Il proponimento di esser breve non mi permette d' invilupparmi nella lunga serie dei
mali funesti, che dai mentovati partiti derivarono alla Repubblica. Egli è già noto che
Carlo Imperatore giunto in Pisa nel 1355, si adoperò molto per domare la
prepotenza dei Gambacorti togliendo loro il capitanato di essa ch'eransi usurpato; e che in
fine mal sicuro vedendosi nella Città tumultuante si dipartì da quella.
Gli Scrittori fiorentini, e l'Ammirato tra questi fanno menzione di nuove discordie fralla
pisana, e la fiorentina repubblica suscitate nel 1356 per causa di gabelle
imposte; e sopra d'ogni altra la guerriera zuffa <pb n="93"/>
 raccontano presso Figline da ambe
le parti valorosamente sostenuta, e decisa in fine a favor della pisana. Quindi
soggiungono che le truppe tedesche, e le inglese al soldo di essa facendo scorrerìa per
tutto il Casentino ricca preda ne riportarono.
Continuando la discordia fralle due rivali nel 1364 i Castelli di Vinci, e
di Lamporecchio, e quel di Barberino in Vald'arno ne sentirono le perniciose
conseguenze. Vide Fiesole l' ardimento delle pisane schiere, quando calate sotto Firenze
forzarono la porta di S. Gallo con fiero assalto ma con esito poco felice, perché l'oro
sparso dai fiorentini, scrisse l'Ammirato, ebbe gran forza in una parte dei soldati inglesi, e
dei tedeschi. Per questa, e per altra battaglia vinta dall'esercito fiorentino nella pianura di
S. Savino molti pisani prigionieri stettero in Firenze fintantoché dai Nunzj Apostolici
non fu conchiusa la pace fralle due Repubbliche  <note anchored="yes"> Scrivono alcuni stor. che i
Pisani prigionieri in Firenze dovessero per patto far costruire quella tettoja sulla piazza
de'Priori, che fu denominata in appresso la loggia de' Pisani.</note> Siam giunti all'epoca di Gio. Dell'Agnello altro cittadino pisano, che nel
1365 <pb n="94"/>
 pel favor de'Raspanti al grado giunse di regger la
Repubblica, o piuttosto d'indebolirla maggiormente colla sua mala condotta. Non essendo
egli entrato nella lega dell'Imperator Carlo e del Papa contro di Bernabò Visconti di
Milano credette di provvedere all' inconsiderato passo con ispedire ambasciatori
all'Imperatore coll'offerta di Lucca. Ma se i Lucchesi in tal guisa alla soggezione
de'Pisani si sottrassero, anche l'Autore perdette in tale occasione il dominio di loro.
Perocché per la sua caduta ch' ei fece in Lucca dietro a quella del balcone di legno sovra
di cui egli stava con altri ascoltando le bizzarrìe di un buffone dell' Imperatore, i Pisani
tanto Bergolini quanto Raspanti tutti malcontenti di lui si unirono a sollevarsi. La
prestezza onde accorsero i figli dell'Agnello non valse a sedargli: anzi crebbe a tal segno
il tumulto, che fu gran sorte il campar dalla furia de' sollevati.
Per tal via la Repubblica un lampo vide della smarrita sua libertà. I Bergolini, ed i
Raspanti pel maneggio politico del governo gli animi riunirono, ma il ritorno al
Gambacorta non fu concesso. Intanto l' Imperatore informato del tirannico sentiero
battuto dall' Agnello cura non prese dell'avvenimento: a Pisa sen venne, <pb n="95"/>
 ed ivi
grandemente onorato, dopo qualche giorno la strada di Roma intraprese.
I Gambacorti mal soffrendo l' indicato esilio si adoprarono in modo coll'Imperatore che
la grazia ottennero di ritornare nella Città; e tanto destri furono a dar promesse di
sommissione, e di quiete, quanto solleciti a violarle. Di fatto riescì a Pietro di farsi
acclamare Signore di Pisa. L 'Imperatore se ne dolse: ed intrigato dai Raspanti gli mosse
contro un esercito. La soldatesca di Pietro con bravura lo sostenne, e quindi rinforzata
affrontò con tanto impeto gl'Imperiali che fino ai confini lucchesi gli rispinse. Per opera
poi de' Fiorentini che in tale occasione con gente, e con denaro Pisa soccorsero fu fatto il
trattato d' unione fra essa, e l' Imperatore.
Poco ci tratterremo a narrare come Gio. dell' Agnello, che rovinato assieme col balcone
in Lucca lasciammo, venne in istato d'andare a Milano ad implorar forza e favore dai
Visconti amici suoi. L'ottenne egli infatti; ed alla testa di molti armati sotto Pisa si
condusse; ma il Gambacorta seguito da buon numero di Bergolini guerrieri gli andò
incontro, e dopo un'aspra battaglia a decampar lo costrinse. Allora fu che l'Agnello
deposta <pb n="96"/>
 ogni speranza marciò verso Livorno, e lo prese; quindi devastando passò
nelle maremme; in fine avendo i Pisani sempre alle spalle se ne ritornò in Lombardìa.
Seguitò il Gambacorta per diversi anni a governare con somma prudenza, e saviezza. E
se gli eventi che in seguito gli accaddero ricerca particolare non meritano, la merita pur
troppo il suo disgraziato fine.
D' esso l' Autore fu Jacopo d'Appiano beneficato e dipendente da lui; ed appunto per
esser tale giusta al reo costume de' perfidi macchinò di togliere il governo, e la vita al suo
Signore. Questi altresì dotato d'animo buono non se ne guardava. Ma giunto l'Appiano
alla meta del suo iniquo disegno al palazzo di lui con una turba di partigiani armati sen
corse. Lorenzo il figlio di Pietro coraggiosamente gli si oppose; ma in mala guisa ferito
fuggendo in braccio alla sorella Priora del monastero di S. Domenico, ove trovar credette
un asilo, rispinto da lei barbaramente, per quanto savio ne fosse il motivo, vi trovò la
morte  <note anchored="yes"> Scrive il Tronci che la B. Chiara Gambacorti proibì l'ingresso al fratello,
perché era certa di non poterlo campare, né di potersi
	opporre ai nemici.</note> Intanto <pb n="97"/>
l' ottimo Pietro postosi alla finestra del suo palazzo invitò il nemico a salire in esso ad
oggetto di convenire insieme per sedar' entrambi il tumulto. L'Appiano al contrario fece
cenno ch'egli piuttosto disceso montasse a cavallo onde ottener meglio l'intento. Discese
l'infelice: e dando nuova scoperta di sua bontà soverchia mentre alzò il piede alla staffa
per montare in sella da cento colpi offeso perdette miseramente la vita.
Sazio l'Appiano dell'orrida tragedia acclamar si fece Capitano, e difensore del popolo;
ma poco godette del suo sanguinario trionfo. Perocché pel podere della morte di Vanni
suo figlio per i sinistri avvenimenti politici dello stato, e per l'età grave infermo divenne;
e dopo che in virtù degli amici suoi ebbe il contento di veder l'altro figlio Gherardo nel
suo grado riposto, chiuse i lumi al giorno.
Entrato Gherardo al reggimento di Pisa nel settembre del 1398 dette da
sospettare ai Fiorentini, ch'ei volesse cederla al Duca di Milano nemico di loro, e già
amico del padre suo. Né mal s' apposero eglino, perché questi nutrendo cuor timido, e
basso al Duca la vendette per il prezzo di ventimila fiorini riserbandosi soltanto Piombino
con alcuni castelli, <pb n="98"/>
 e l' Isola dell'Elba. Così Pisa in quest'epoca non per causa
degli stranieri avvenimenti, ma per le male tempre degl'ingrati suoi figli si trovò venduta.
Mentre accadde la morte del Duca predetto nel 1402, il figlio
Gabbriello Visconti imprese a governar Pisa, e fin dal suo principio motivo dette ai Pisani
di odiarlo. Altresì i Fiorentini scevri del timor de' Visconti per l' indicata morte, ed
aspirando a impadronirsi di Pisa fecero un movimento contro la città, ma delusi del
pensiero si ritirarono; e perché il Duca Gabriello disperando di aver soccorso dai fratelli
quello del Re di Francia ottenne mediante l'offerta di Livorno, una tregua di quattr'anni
seco stabilirono.
Toccando di volo le turbolenze dei Pisani col Duca per sospetto di vendita della Città ai
Fiorentini, la vendita realmente conchiusa d' accordo in Pietrasanta presente il Duca fra
gli Ambasciatori di Genova, e di Firenze, passiamo a dir che i Pisani stanchi di difender
la cittadella opportuna cosa credettero di richiamare i Gambacorti sperando col mezzo di
loro di venire a qualche accomodamento con i mentovati rivali. Giovanni in fatti figlio di
Gherardo eletto Capitano del popolo di Pisa non mancò di prenderne pensiero. <pb n="99"/>
 I
Fiorentini intanto sordi alle istanze, ed ai trattati le ostilità proseguirono.
Eccoci giunti all'anno 1406, epoca destinata al decadimento totale della
potenza e della libertà pisana. Giov. Gambacorta colse il tempo opportuno, onde farsi
assoluto padrone della Patria depressa senza che alcuno avesse campo d'opporsi.
L'esercito fiorentino <hi rend="italic">nella notte che seguiva al nono giorno di giugno</hi> del
1406 suddetto, scrive Scipione Ammirato, <hi rend="italic">avvicinatosi alla Città
incominciò dalla porta di Stampace a quella di S. Marco a metter le scale per salire sulle
mura; e già vi erano molti de' più arditi montati; quando levato il rumore delle guardie
nemiche</hi> esse con gran parte del popolo accorso incominciarono a difendersi
valorosamente, e con ferocia grande ad urtare, e ferire in modo tale che ciascuno dei
nemici <hi rend="italic">meglio che potette attese a provvedere al suo scampo</hi>.
Vedendo i Fiorentini di non poter' espugnar Pisa colla viva forza tentarono di opprimere
i residui dell' antico orgoglioso potere col blocco, e colla fame. Intanto il prefato
Gambacorta perduta ogni speranza di salvar la patria quella nutrì di giovare a se stesso.
Ch'egli infatti dasse in mano ai Fiorentini la Città di Pisa, le fortezze, e i castelli dello
stato, e delle <pb n="100"/>
 grosse somme di denaro, e che i Fiorentini altresì considerata
l'incertezza dell'esito della guerra offrissero a lui cinquantamila fiorini, abitazioni, e
privilegj in Firenze, ed il possesso delle isole di Capraja, della Gorgona, e del Giglio non
se ne dubita. Sappiamo in oltre che con istrumento pubblico nella Chiesa dì S.
Bartolommeo di Putignano nei sobborghi di Pisa fu fatta la capitolazione, o vendita
piuttosto come anche il Giovio nel suo primo libro la giudica  <note anchored="yes"> V. l' Ammir.
suddetto, ed il Tronci alla pag. <num>500</num> ove sono nominati gli statichi consegnati dai
Fior. al Gambacorta, e dal Gambac. ai Fior.</note> e che ne furono dati reciprocamente gli
ostaggi.
Nel dì 14 d'ottobre dell'anno citato l'esercito Fiorentino entrò in Pisa
con buona ordinanza osservando il patto espresso nella capitolazione di non fare offesa ad
alcuno de' Cittadini. Jacopo Gianfigliazzi coll'insegna del giglio n'era alla testa, quindi ne
veniva il Castellani con quegli della parte guelfa. Il Gambacorti a cavallo con i suoi
aderenti si fece trovare alla porta di S. Marco pel dovuto officio di ricevere il General
Capponi, e di dare a lui la consegna del dominio della Città. Questo Generale quando fu
al palazzo degli Anziani <pb n="101"/>
 con parole molto acconce, e con buona grazia fece un
lungo ragionamento al popolo pisano, e nell' istessa forma gli rispose Bartolommeo
Ciampoli a nome del medesimo  <note anchored="yes"> V. l' Ammirato, ed il Tronci fra gli altri che
gli riportano entrambi.</note> Troncando ogni allungamento su tal proposito accenneremo che molte delle migliori
famiglie repubblicane, mal soffrendo di vivere sotto i Fiorentini, alle patrie mura voltando
le spalle emigrarono in Palermo, ed in altre Città della Sicilia, e del Regno di Napoli, e
che i Cittadini rimasti meditaron disegni di squotere l' odiato giogo: ma invano per lungo
spazio di tempo.
Grazie al favore del Re Carlo <num>VIII</num>, allorquando disceso in Italia alla conquista di
Napoli in Pisa si trattenne, discacciati ne furono i Fiorentini, ed i Pisani ottennero il
bramato intento di vedere spezzate le servili catene che pel corso di <num>88</num> anni gli
strinsero <note anchored="yes"> Chiaro ne informa l'iscrizione apposta al Palazzo dell'Opera del
Duomo di Pisa, ove abitò il Re Carlo V. e riportata nel <num>3</num>. vol. di quest'opera.</note>
Quanto grave ne fosse il peso, chiaro si raccoglie nel libro secondo dell' Ist. d'Italia dal
Guicciardini, <pb n="102"/>
 ov' ei descrive il tristo ragionamento dell'imbasciatore pisano
dinanzi al soprallodato Re Carlo dimorante in Roma, e per ordin suo pronunziato in faccia
all'Imbasciator fiorentino. Noi, per esser lungo, ne riporteremo soltanto le ultime parole:
<hi rend="italic">Narrate le crudeltà dei Fiorentini, le acerbe esazioni, le rapine, la proibizione di far
mercanzìe, di esercitar le arti, di aver cura degli argini, e dei fossi del contado, conservata
sempre da Pisani antichi con esattissima diligenza….per queste cagioni cadere per tutto in
terra le Chiese et i palagi et tanti nobili edificj pubblichi et privati, edificati con
magnificenza et bellezza inestimabile de' maggiori suoi ec.</hi>.
Scrive il medesimo Guicciardini che nell' anno 1495 il Re Carlo per le
ragioni stesse onde aveva i Pisani sottratti alla servitù dei Fiorentini restituì a questi
Livorno, al cui governo civile presedevano i Pisani soltanto, mentr'era francese la
guarnigione. Si unirono questi ultimi con l'Imperatore, con i Veneziani, ed i Genovesi per
espugnar quella piazza; ma essendo stata ben fortificata, e provvista fu vano ogni sforzo.
Il patrio spirito de' Pisani dava ognora dei chiari segni di ravvivamento onde liberi
mantenersi: ma ahi libertà passeggiera, <pb n="103"/>
 che come nebbia al sol si dilegua, in breve
tempo disparve. Molto ad essi dannoso fu il possesso che di Livorno presero i Fiorentini.
Fatti eglino più baldanzosi, e forti circa al 1499 sotto le mura della Città
desolata novellamente comparvero. E presa di mira la fortezza di Stampace ed aperta la
breccia nella parte del bastione, che guarda il levante, la presero. Ma poiché riescì alle
pisane truppe dopo un aspro conflitto di rispinger gli aggressori, perderla essi dovettero.
Finalmente nel 1505 accadde l'assedio che della sorte dei Pisani
onninamente decise. Noi ci serviremo delle parole dell'altro storico fiorentino Scipione
Ammirato per darne un'idea: <hi rend="italic">incominciò</hi> parlando del Comandante Bentivoglio
<hi rend="italic">nel sorger del sole dell'altro giorno a battere con undici cannoni dalla porta Calcesana
infino a S. Francesco con tanto progresso, che a <num>22</num> ore era già rovinato poco meno di
<num>40</num> braccia di muro. Non si perdé un momento di tempo per dar l'assalto con tremila
fanti. Ma i Pisani non avendo in questo tempo fornito di fare il riparo…..comparvero
animosamente ove era il bisogno , et faciendo gagliarda difesa sbigottirono in guisa i fanti
che non fu pur uno, il quale ardisse di calar nel fosso che era fra il riparo e il muro rotto.
Parendo per <pb n="104"/>
 questo che si dovesse fare maggior batterìa, si tirarno le artiglierie la
notte che seguì più oltre , si attese a tirare per tre dì , e fatta apertura non minore della
prima , fu comandato l'assalto… I Pisani disposti prima a morire sulle rovine della loro
Patria che venir per forza in mano dei Fiorentini, così gli uomini come le donne
riparandosi cogli steccati, e con un fosso innanzi bravamente si difesero</hi>.
La consueta virtù costante degl'infelici assediati fu di tal tempra che vince il dire d'assai.
Fino al 1509, non allentò essa giammai; e nemmen fin'allora i nemici di
bloccar cessarono la Città. Finalmente Pisa condotta all' ultima desolazione, ed
all'estremo orribil punto della fame, ed oppressa altresì da <num>14</num> anni di guerra crudele, a
patti, e per trattato si rendette.
Cadde Pisa Repubblica che fralle più famose dell' Europa, come furono Genova, e
Venezia, poggiò in fama di grande, onorò se stessa, e l'Italia. Ella per più di due secoli fu
il terror de' Seracini  <note anchored="yes"> Fra classici Autori già mentovati merita il suo posto il
Sig. Can. Morena per l' erudito suo libro intitolato <foreign lang="lat">Bened. Mastanii De bello
Balear. Commentar. Flor. 1810.</foreign></note> Ella fregio decoroso
degl'Imperatori soccorsi d'arme dette, e sparse tesori a prò <pb n="105"/>
 di essi, e d' Enrico
<num>VII</num>. in ispecie  <note anchored="yes"> Scrisse il Murat. all' an. 1313. che per
sostener gl'impegni di quell'Imperat. spese tesori.</note> Corredata di un magnifico e celebre
Porto potentissima in mare divenne, e fu dominante altera di tutte le Isole tirrene traendo
profitto dalle ricche miniere del ferro e dell'argento dell' Elba. Distendendo il suo dominio
dall' Isola del Corvo verso Lerici fino a Civitavecchia, padrona fu di più di <num>500</num>
Castelli, e terre di mura cinte in Toscana  <note anchored="yes"> V. Il Cav. Flam. Dal Borgo Ist.
Pis.</note> per lo spazio di venti anni fu Signora di Lucca. Abbondante ella di cittadine
genti, e di straniere ancora per attestato del Monaco Donizzone  <note anchored="yes"> Così egli si
espresse nella vita di Matild. Lib. <num>1</num>. Cap. <num>20</num>. presso il Murat. <foreign lang="lat">Rer. Ital.
Scr. T. <num>3</num>.
</foreign><lg type="versi">
<l><hi rend="italic">Qui pergit Pisas vidit illic monstra marina</hi></l>
<l><hi rend="italic">Hec urbs Paganis , Turchis , Lybicis quoque Parthis</hi></l>
<l><hi rend="italic">Sordida: Caldei sua lustrant Littora tetri</hi>.</l>
</lg>
       </note>
distese colle prime il suo impero
nell' Oriente, e quivi si arricchì di stabilimenti in tutte le piazze commercianti al pari dei
potenti Veneziani, e dei Genovesi. Dessa la legislatrice del mare non senza ragione si
denomina  <note anchored="yes"> Sulle leggi nautiche V. il Ragionam. Accad. sulla Navigazione, e
Commercio di Pisa, pag. <num>91</num>, e la pag. <num>68</num>
	sull'Ist. milit. pis.</note> Fu <pb n="106"/>
rispettata per i Consoli che teneva in Napoli, in Capua, in Puglia, in Calabria, in Venezia,
in Palermo, in Messina, in Agrigento, in Cipro, in Costantinopoli <note anchored="yes"> Quivi il
Console Pisano teneva il primo posto nelle funzioni di S. Sofia dopo il Patriarca.</note>
Accon, per tutta la Siria, in Gerusalemme, in Babilonia, nel Cairo, in Antiochia, in Tripoli
in Tiro, in Damiata, in Alessandria, in Tunis, e e nelle marittime piazze delle Spagne. A
tanta gloria d'armi, e di commercio quella di onorar le lettere, e di ristorar le Bell' Arti
smarrite, principal' argomento di quest' opera, in lei si aggiunse  <note anchored="yes"> La Racc. di
scelti Dipl. Pis. del Cav. Dal Borgo ne porge indubitata fede, ed il magnifico modo con
cui la Repub. manteneva i Consoli predetti dimostra la grandezza del Pisano
Commercio</note> Considerata divenne per la sua Zecca che fu ben florida per via di ragione,
se alle narrate cose il pensier si rivolge. Tracciando gli accreditati Monetografi il
Muratori, il Carli, l' Argelati, ed il ereditata dal benemerito della Patria, ed ottimo Mons.
Arciv. Zio di loro. V. il Zanetti Mon., e Zec. d'Ital. T. <num>2</num>. p. <num>398</num>., e T. <num>4</num>. p.
<num>55</num>. Nella improntò monete in rame, in argento, ed in oro dal tempo de'Franchi e de'
Longobardi fino <pb n="107"/>
 ai primi anni del Zanetti  <note anchored="yes"> E fralle particolari raccolte di
tal genere quella pisana degli ex-nobili Sigg. Franceschi Sec. XVI;
meno le note interruzioni fu la sua moneta attiva, ed ovunque comune; e con la Lucchese
per la Toscana circolava.
Ma ad una Signorìa così potente chi fu mai che arrecò l'ultima sera</note> Racchiudendo essa
alto cuore, non forza d'armi fu al certo, giudice ordinaria delle disputanti Nazioni, perché
nella sua decadenza fu capace di far fronte a tutti i Guelfi, ed agli altri esteri nemici
d'invidia tinti pel soverchio ingrandimento di lei. Bensì dei propri figli i tradimenti dal
primo d' Ugolino incominciando, le inasprite ostilità, e le ostinate cittadine discordie
dotto i nomi funesti di Guelfi, e di Ghibellini, di Bergolini, e di Raspanti, e dei
Gambacorta in fine, desse tutte insieme senza prender pietà dell'oltraggiata augusta
Donna gareggiarono col tempo distruggitore delle Città più superbe, e dei Regni a
spegnere la vita di lui.
Molto acconci fiano a chiudere il nostro istorico ragionamento quei versi, che nel canto
<num>16</num> del suo Paradiso scrisse l'Alighieri da noi commendato sovente:</p>
<lg type="versi">
<l><hi rend="italic">Sempre la confusion delle persone</hi></l>
<l><hi rend="italic">Principio fu del mal delle Cittade</hi></l>
<l><hi rend="italic">Come del corpo el cibo che s'oppone…</hi></l><pb n="108"/>
<l><hi rend="italic">Se tu riguardi Luni , et Urbisaglia</hi></l>
<l><hi rend="italic">Come sono ite , et come se ne vanno</hi></l>
<l><hi rend="italic">Dirieto a se Chiusi , e Sinigaglia</hi></l>
<l><hi rend="italic">Udir come le schiatte si disfanno</hi></l>
<l><hi rend="italic">Non ti parrà nuova cosa forte</hi></l>
<l><hi rend="italic">Poscia che le Cittadi termin hanno.</hi></l>
</lg>
     </div3>
    </div2>
<epigraph>
     <p>Fine della Parte Prima.</p>
    </epigraph>
   </div1>
<div1 type="parte">
<head>PARTE SECONDA</head>
<head>ISTORIA DELLE BELL' ARTI DOPO IL MILLE.</head>
<div2 type="capitolo">
<head>CAPITOLO I.</head>
<head>I PISANI PRIMI RISTORATORI NEL SECOLO XI.</head>
<pb n="109"/>
<p>Dall'amor del sapere, se principalmente alligna in anime sensibili non meno che
dalla necessità l' aumento delle Arti più che dalle sole ricchezze procede. Per queste due cagioni
i Pisani poco dopo il millele richiamarono a nuova vita. In tal epoca noi
dobbiam fissare lo sguardo mal sostenendosi che il disegno esistesse anche prima del mille,
tempo in cui 'l commercio, le Arti, e gli studj , vinti da lungo sonno languivano. Certa cosa è
che sulle coste <pb n="111"/>
 marittime le Arti più che' altrove si sostennero. Né  andrebbe lungi dal
vero chi affermasse non essersi giammai spento il disegno in Europa, se dir s' intenda di quello
ideale meschino, e dalla più rozza natura dettato.  Così fatte esser dovettero quelle sacre
immagini, o almeno di mala maniera eseguite, ch'avanti il mille per lo più nei
chiostri monacali stavansi ritirate; come pure quei vetri dipinti sotto Leone <num>III</num>., che forse
furono i primi, di che parlano alcuni contemporanei nel Muratori <note anchored="yes"> <foreign lang="lat">Script. Rer.
Ital. </foreign>vol. <num>2</num>. P. <num>1</num>. </note> Ma allorché si trattò d'incamminar le Arti a miglior via, Pisa gloriosa comparve. Essa pel
commercio, e pel favore dell'armi era ricchissima. Ma poiché  altresì era di bel genio dotata, e di
svegliato ingegno a grand' imprese avvezzo , imitando la Grecia consacrò le sue nobili cure a
così lodevole oggetto: mal consigliato quel popolo d'animo basso che non lo apprezza.
L'Architettura pertanto, la Scultura, e la Pittura eziandìo, come tutte sorelle ed indivisibili
compagne , corsero in grembo a lei dimandando aita , e ristoro per disgombrare il tenebroso
velo ond' erano <pb n="112"/>
 avvolte. Nella più aggradevol foggia Pisa le accolse. Alla prima si
applicarono a gara i cittadini. Colla seconda il disegno ad un grado condussero ch' al resto
dell'Italia fu maraviglia , e norma; onde si può dir che seppero per causa di lei, servendoci di
due versi del gran Torquato:</p>
<lg type="versi">
<l><hi rend="italic">Spiriti vivaci risvegliare al core,</hi></l>
<l><hi rend="italic">E strada aprirgli a non caduco onore</hi>.</l>
</lg>
<p>Adopraron' eglino la Pittura con minore sforzo di miglioramento per le ragioni ch'a suo
luogo addurremo , e per gli esempj che somministrano la Sicilia e la Magna Grecia, ove fiorente
lo studio delle Bell'Arti, quelle dell' Architettura, e della Scultura primeggiarono.
Or facendo mestiero di passare a ragionare di una scuola di tal sorte terrem' noi quella
cronologica ordinanza che nel proemio ci proponemmo. E per non render delusi gli studiosi dell'
Arti Belle con idolatrare quella sorte di partito o d'altro interesse che all'errore invita ci
lusinghiamo di poter sodisfare al genio di loro con appoggiare i nostri detti alle più sicure
notizie, ed ai fatti più che' alle parole. Per battere il primo sentiero suppliremo alla scarsità
accaduta per colpa de' tempi col <pb n="113"/>
 porre in campo quelle poche notizie che ci fu concesso
di attingere dagli autografi libri. Per il secondo in virtù di non aver noi risparmiato fatica di
disegno teorico-pratica, porrem sotto gli occhi oltre ad una classe d'ingegnosi soggetti una serie
di pregiati monumenti. Conciosiaché  questi alle autorità prefate congiunti renderanno a Pisa
quel vero lustro in tal genere, ch'altri forse involontariamente le tolse; costituiranno senza
questione la Scuola Pisana de' tempi di mezzo; ne segneranno i progressi, ed autenticamente
l'istoria formeranno quella in generale delle Arti risorgenti in Italia.
</p>
</div2>
<div2 type="capitolo">
<head>CAPITOLO II.</head>
<head>L' ARCHITETTURA NEL SECOLO XI.</head>
<div3 type="paragrafo">
<head>PARAGRAFO 1.</head>
<head>Vicende dell' Arte avanti l'epoca pisana.</head>
<pb n="114"/>
<p>Dall'Architettura daremo incominciamento all' istorico lavoro, perché di quest'Arte
onorevole, utile, e necessaria alla Repubblica si occuparono in primo luogo i Pisani. E stando
all' indicato proponimento di ammaestrare, di giovare, e di recar diletto in filosofica guisa
coll'osservanza della distribuzione de' tempi narreremo di essa sol quanto fa d'uopo per
condurci a quell'epoca che alla pisana nazione assegna quel rango distinto che nel primo
capitolo le attribuimmo.
L'Architettura, Arte d'imitazione anche essa denominata, avvegnaché scevra di natural modello
dalla necessità, e dal comodo della vita trasse il nascimento suo grossolano, e rozzo. I suoi
avanzamenti furono a proporzione dell'umano raziocinio. <pb n="115"/>
 A misura poi dell'industria
essa a gradi più raffinata divenne , e si videro allora le abitazioni di solidità e d' ornamenti
corredate.
Omettendo di rintracciarla nelle vie malagevoli ed oscure dei primi tempi noi con Erodoto il
più antico Scrittore di tal materia la ritroviamo circa agli anni del mondo <num>1802</num> nell' Impero
Babilonese, e nell' Assiro intenta a grandeggiare nelle numerose torri di Ninive, ch'ebbe fama di
Città bella, ed a sfoggiare nel tempio di Bel e nella prodigiosa piramidal torre di Babilonia, se la
sua base in forma quadra si eccettua <note anchored="yes"> Quest'opera consistente in otto torri una sopra
dell'altra sorpassa quelle delle piramidi d' Egitto. Bochart assicura ch' ella è la medesima torre
che produsse la confusione delle lingue.</note> In appresso lo spirito grande di Semiramide non
cessò di coltivarla se non quando dalla mortal salma si disciolse. Quindi la ravvisiamo nelle
grandi opere che il sapiente figlio di David eresse circa agli anni del mondo <num>2990</num>. Diodoro,
e Virgilio c'insegnano, che l'Ateniese fabbricatore del celebre laberinto fu il maggior artista dell'
età sua, e che gli scolari con esso norma, e sistema dettero alle opere architettoniche oltre a
quelle della <pb n="116"/>
 statuaria; siccome Plinio attesta, che inventori furon' eglino di meccanici
strumenti <note anchored="yes"> Diod. L. <num>V</num>. Virg. Eneid. L. <num>VI</num>. v. <num>14</num>. Plin. L. <num>VII</num>. pag.
<num>56</num>.</note> L'opera di più di un secolo, o di circa a <num>25</num> Olimpiadi fu  necessaria a disporre l'epoca
fortunata delle Arti, e delle Scienze. Così bella gloria vantò la Grecia circa a cinque secoli prima
dell' era volgare. In grembo a lei, ed in Atene principalmente l'Architettura in maestosa foggia
abbellita comparve. Dal bel genio di Pericle sostenuta e protetta fece di sé la più magnifica, e
superba mostra nelle ateniesi, e nelle spartane contrade, di tempj, di teatri, e di altre sontuose
fabbriche adorne. Dopo quel regno mercé la grandezza ed il favor di Alessandro non meno
bella, e fiorente delle due Arti sorelle quivi si mantenne. Vi soggiornò felice per lo spazio di
<num>30</num>. e più Olimpiadi. Nell' Olimpiade <num>CXX</num>. poco dopo la morte del nominato Eroe passò
nell' Asia , e nell' Egitto. Dai seguaci di Seleuco fu ben accolta ed onorata nell' Asia, non men
che nell' Egitto dai Tolomei.
Frai Romani comparve sul finir della Repubblica. Quivi sotto il buon Augusto, <pb n="117"/>
 regno
felice per le scienze, e per le Arti, de' più bei fregi magnificamente adorna si rendette. Vitruvio
contemporaneo, Autor rispettabile di un architettonico sistema di tal verità ci assicura, e ne fan
chiara fede i preziosi avanzi delle Terme, degli Anfiteatri , e de' Tempj.
Tal si mantenne l'Arte nostra per qualche secolo in seno all'Italia, cioè dal principio dell' era
volgare a tutto il IV secolo. Il regno di Costantino fu l' epoca della sua
decadenza. Giustiniano II. con prodiga mano la sostenne, e già sappiamo che per ordine suo
esercitò il suo talento Isidoro, e che fu riedificato da Antemio in Costantinopoli il gran Tempio
di S. Sofia.
Dopo la morte del soprallodato Imperatore, per le irruzioni dei Longobardi, sproporzionata, e
dalla barbarie mal concia l' Architettura divenne. Nulladimeno del sesto secolo, in cui Leone
Vescovo, ed altri regolari la coltivarono, volle far qualche sfoggio e principalmente nella Chiesa
di S. Dionigi sotto Clotario Re di Francia, e sotto Alderano Re de' Mori in Cordova.
Respirò anche meglio nell' VIII secolo. per opera di Carlo Magno, perocché
desso proteggendo, ed incoraggiando gli Artisti, fece de' grandi e per lo più sacri edifizj <pb n="118"/>

innalzare. Dopo l' interregno dei Longobardi, e la barbarie de' Visigoti l'Arte nostra nel X secolo.
depose le gravi spoglie, ed ornata, e leggera anche di soverchio comparve.
Ma già il breve tratto istorico, su di cui non è nostro assunto di trattenerci lungamente , ci ha
condotto all' epoca pisana.

</p>
</div3>
<div3 type="subca">
<head>PARAGRAFO  2.</head>
<head>Buschetto Capo della Scuola Pisana.</head>
<p>Poiché  i primi passi de' nostri Pisani furono rivolti all' Architettura, come già dicemmo, fu
gran mercé del prelodato animo di loro, dei sensi delicati per natura, e dei lumi acquistati dai
viaggi ben noti, e forse ancora dalla preziose reliquie dell'antichità rimaste, che la grande idea
formassero d' innalzare un Tempio in estraordinaria foggia, e che per effettuarla, il pensamento
necessario adottassero di andare in traccia del maggior maestro di tal' Arte. Per avventura lo
ritrovaron' eglino in Buschetto. Questi al grand'uopo prescelto in virtù del bel genio pisano ebbe
campo di far fiorire l' elevato suo talento e di destar l'animo suo civilizzato all'amor della gloria.
<pb n="119"/>
Per così fortunata combinazione l' Architettura dall' infelice stato, e dal letargo in cui
giacea nel X secolo sollevata si disciolse. Nel superbo edifizio del Duomo di
Pisa impiegata il primo notabil ristoramento ne ottenne, e vide l' alba foriera de' suoi bei giorni.
Che un tal vantaggio all'Arte ed ai paesi ne accada allor quando i soprantendenti alle fabbriche
d' importanza portano amore ed intelligenza all'Arti bisogna convenirne. Perocché allor ne
deriva una buona scelta di Artefici; e dalla capacità di operare in questi, e d'intendere in quegli
ne risulta eccellenza di esecuzione, utilità a chi ordina, ed ornamento al paese. Grazie al genio
de'Grandi godono a' dì nostri simil vantaggio le Capitali in ispecie Parigi, e Milano; in
quest'ultima con proprietà relativa, e con molto decoro, e spesa il magnifico Duomo
viemaggiormente si abbella. Egli è desiderabile, che anche fra noi or che l' istesso Gran
Luminare ci aggiorna una tal sorte accada; e che non essendo ogni virtù sbandita, sempre lungi
ne stia il mal costume di destinare alla direzione dei luoghi illustri persona di tutto altro istruita,
e <hi rend="italic">che parla più di quel che meno intende</hi>.
<pb n="120"/>
Ma sopra di ciò ogni altra sana riflessione troncando ritorniamo al nostro Architetto.
Buschetto, se dalla Grecia piuttosto, che dall' Italia, e da Pisa principalmente traesse i natali, noi
senza prove certe non osiam di decidere. Ch' ei fosse di greca origine, l'antica tradizione lo
vuole, e molti scrittori lo affermano. Per non ragionar soverchio non esporremo ciò che va
supponendo Flaminio Dal Borgo ne' suoi scritti <note anchored="yes"> Orig. della Univ. Pis. pag. <num>54</num>.</note>
mentr' ei non fa che riprendere il Can. Martini di non avere intesa l' iscrizion sepolcrale.
Nemmeno anderemo dietro a semplici congetture per rintracciarne l' origine piuttosto da Pisa,
che dalla Grecia. Né  sappiamo quanto possano sostenersi, sottoponendole alle regole della sana
critica, tanto la seguente congettura stimata fralle migliori, quanto l'autorità, che addurremo di
passaggio, affinché ognuno possa darle il giusto peso. La congettura ella è, che rimasta povera l'
Italia di artefici, da che spenta l'Arte in Roma si trasferì in Costantinopoli, facesse mestiero ai
Pisani viaggiatori, e floridi commercianti di ricorrer là dove aveva essa il nido, o in altre parti
del <pb n="121"/>
 Levante. Così fecero in fatti circa a quel tempo i Veneziani, e l'Abate Desiderio di
Monte Cassino <note anchored="yes"> Fu nel 1170. V. Leon'Ostiense Cron. Cassin. L.
<num>3</num>. C. <num>29</num>. <foreign lang="lat">In arte musivaria,
	 et quadrataria.</foreign></note> in quella nuova Atene. Concorde a
questa fia la notizia, che i Pisani <hi rend="italic">Buschetum ex Graecia favore Costantinopolitani
Imperatoris obtinuerunt</hi> per quanto apocrife si sospettino le antiche carte Pisane, ond'ella è
tratta <note anchored="yes"> La copia è nell'Archiv. Capitol., l'original. poi in pergamena, dice il Can.
Abrami fu  riposto nell'Archivio della Basilica Vaticana.</note> Riguardo poi all' autorità divisata
ella è dello Scrittore anonimo del Santuario Pisano, che afferma di aver tradotto dai libri
originali dell' opera i nomi dei primi Uffiziali della medesima, e fra questi quello di
<hi rend="italic">Buschetto da Dulichio</hi> e che tutti gli altri confrontano colle famiglie d'allora. E giacché
una tal notizia l'idea ne risveglia, abbiano finalmente quella fede che meritano coloro, che per
forza di ragione argomentano, che i nostri vecchi non dalla iscrizione, né  da altre fallaci
persuasive, ma da sicuri fonti a noi sconosciuti l' opinione traessero. Malgrado tuttociò noi
avremmo desiderato di trovar <pb n="122"/>
 documenti onde alla Patria nostra attribuir l'onor di aver
prodotto un tanto meraviglioso Artefice. Ma le forze al desiderio mancando ci contenteremo in
questo luogo di osservare, che il nome <hi rend="italic">Busketus</hi>, come si legge nell'antica lapida, può
convenir benissimo a un nome greco latinizzato alla maniera, e all'uso di que'tempi, e che da ciò
certamente non può trarsi un plausibile argomento per provare, che Buschetto non fosse greco
d'origine. S'io non temessi d'esser lungo, potrei riportare molte riflessioni espostemi in una
lettera da un celebre Professore di questa Università <note anchored="yes">Fu il Chiar. Dott. Bianucci, che
cessò di vivere con sommo dispiacere della Repub. Letteraria il
	dì 14 gen8 1791.</note> comprovanti una tale osservazione, e che giustificano l'indeciso mio
giudizio. Ma mi restingerò soltanto a riferirne alcune della più essenziali colle medesime sue
parole: <hi rend="italic">Esser fuor di controversia, che l'opinione, che fa Buschetto greco di patria, meriti la
preferenza sopra l'altra, che lo fa Pisano, o almeno Italiano. Quella è di tutti gli Scrittori Pisani,
nessuno eccettuato, ciascun dei quali, sebben posteriore all'età di Buschetto, è per altro molto
verisimile, che ne abbia <pb n="123"/>
 veduti autentici documenti, o perduti posteriormente, o sepolti
di nuovo nella polvere degli Archivj. Certamente Pietro Cardosi Autore del Santuario Pisano
dice di aver ricavata questa notizia dagli antichi libri dell' Opera</hi> <note anchored="yes"> Vedi T. <num>I</num>. alla
pag. <num>7</num>.</note> il quale se molte altre cose ha fedelmente trascritto, perché  s'avrà da giudicare
impostore intorno a Buschetto? questo universal consenso degli Scrittori dimostra almeno
una univeral tradizione orale del Popolo Pisano costantemente mantenutasi fino a'loro tempi, la
quale non è verisimile che potesse variare senza che di tal variazione rimanesse vestigio alcuno;
né potrebbe sospettarsi o d' ignoranza in cosa così semplice, o di malizia nell'aver dato alla
Grecia, e tolto a Pisa contro ogni interesse nazionale un uomo sì illustre.
Ora a confronto di tutto ciò, che pure ha molto peso, che cosa si adduce a favore dell' altra
opinione, che finalmente è nata sola da pochi mesi? Buschetto è nome Italiano: dunque il
nominato apparteneva a Pisa, o almeno all' Italia. Eccone tutto il discorso. Ma questo in
amendue le sue parti è vano, se non anche ridicolo. Se Buschetto <hi rend="italic">è nome Italiano</hi>,
Buskettos, <hi rend="italic">o anche meglio</hi> Buskeptos <pb n="124"/>
 <hi rend="italic">è egualmente nome Greco; e se frai
nomi Greci a noi noti non troviamo</hi> Buskeptos <hi rend="italic">nemmen troviamo</hi> Buschetto <hi rend="italic">frai
nomi a noi noti Italiani. Ma chi è che sappia, o abbia saputo, o saprà giammai i nomi, di cui è
capace una lingua o per ragione, o per caso, o per bizzarrìa? Che se la voce</hi> Buschetto <hi rend="italic">ha
qualche svanita analogia colla voce Italiana</hi> buscare, <hi rend="italic">e altra simile, da cui nulla per altro
di buono può rilevarsi, la voce</hi> Buskeptos <hi rend="italic">ne ha una più fondata colla voce</hi>
Buskeptomai, considerare altamente, <hi rend="italic">da cui derivandosi significherebbe</hi> un alto
consideratore, un alto ingegno, <hi rend="italic">nome convenientissimo a un grand'Architetto. Sebbene
queste fredde analogìe, queste forzate derivazioni a che vagliono finalmente? a confonder tutti i
linguaggi, avendone voglia, ciascuno de'quali essendo composto degl'istessi suoni, non è
possibile, ammessi ancora i dissimilari del Leibnizio, che per tutto non s'incontrino sovente
combinazioni ora simili, ed or l' istesse, quantunque senza alcuna dependenza fra loro né  di
origine, né  di significato.
Non v' ha dunque ragione alcuna di torre alla Grecia la voce</hi> Buschetto, <hi rend="italic">e darla all' Italia.
Ma quando si avessero tutte quelle, sulle quali legittimamente si giudica di tali materie,
basterebbe per torle colla voce <pb n="125"/>
 anche la Persona? Nò certamente; converrebbe provare
in oltre, che una tal voce, un tal nome non vi potè passare con alcuno di quegli infiniti Italiani,
che insieme con tanti altri Popoli dai quattro venti v'inondarono specialmente dopo i tempi di
Costantino, e che ne alterarono la Religione, le Scienze, la lingua, i costumi, che ne fecero in
sostanza una nuova Grecia, ed oh quanto diversa da quell'antica! Or questa prova s'è mai fatta? è
impossibile a farsi? Sicché ammesso ancora quel che non è, che la voce</hi> Buschetto <hi rend="italic">fosse
pretta Italiana, la di lui Patria italiana resterebbe in fine niente men che conclusa. La recente
opinione adunque che lo fa Pisano, o Italiano è senza fondamento, ed i trapassati Pisani
meritano somma lode per essersi mostrati in questo punto più amici della verità, che dell' onore
della loro nazione</hi>.
Or molti mi mossero ad apportare in questa seconda edizione la lettera del ch. Tiraboschi tanto
benemerito della Letteratura Italiana. Ella è molto acconcia ed onorevole alla nostra materia, sì
perché  conferma la gloria di Pisa, e dell' Arte sua, come perché  dietro al parere allegato dal
Bianucci tratta dell' origine di Buschetto. Passi per altro il Lettore tutto ciò che a me
appartenente per solo tratto di somma gentilezza da lui si dice.
<hi rend="italic">Signore,
Giorni sono mi è stato recato il Tomo <num>II</num>. della sua Pisa Illustrata, di cui colla consueta sua
gentilezza ha voluto farmi un cortese dono. Per esso io le professo, come debbo la più sincera
riconoscenza, e tanto maggiore, quanto meno io conosca di aver meritato un sì pregievol dono.
Io mi son divorato il libro con incredibile piacere, perché  l' ho trovato pieno di notizie nuove ed
interessanti di bellissimi lumi per le teorìe dell'arti, e di giustissime riflessioni, e perché  con
esso sempre più si conferma a codesta Illustre Città la gloria di essere stata la prima a
richiamare le belle Arti all' antica eleganza. Ciò debbo anche renderle grazie per la frequente e
troppo onorata menzione, che vi ha voluta far del mio nome.
Veggo che ella, e il fu Sig. Dott. Bianucci inclinano a credere Buschetto Greco, né io mi
ostinerò in dirlo Italiano. Veggo però della contradizione tra ciò che dice il Dott. Bianucci</hi>
che tutti gli Scrittori Pisani nessuno eccettuatone, <hi rend="italic">fanno Buschetto nativo di Grecia, e ciò
che si dice nelle note all' Elogio di Giunta nel T. <num>I</num>. degli</hi> Illustri <pb n="126"/>
 Pisani pag.
<num>252</num>. Noi per un vecchio possesso di oltre sette secoli lo crederemo Pisano. <hi rend="italic">Il Dott.
Bianucci dice che Buschetto può esser nome Greco, e che se non è Greco non è neppure
Italiano. Quanto alla prima parte non so se potrà trovarsi un nome</hi> proprio Greco <hi rend="italic">che
finisca in etto. Quanto alla seconda noi abbiamo qui  a buon conto la Famiglia</hi> Boschetti
<hi rend="italic">che nelle antiche carte talvolta si dice</hi> Buschetus, <hi rend="italic">e tante altre ne ha l'Italia di
somigliante terminazione. L'Autorità del libro delle</hi> Riformagioni <hi rend="italic">da lei citato nel T.
<num>1</num>. pag. <num>30</num> avrebbe molta forza se potesse provarsi che fosse d' autore contemporaneo, o
che egli avesse fedelmente copiati i libri di codesta Opera. Ma né  provasi la prima parte né  la
seconda. Anzi provasi , che la memoria non è esatta perché  ella prova (T. <num>1</num>. pag. <num>10</num>),
che la prima pietra del Duomo fu posta l'anno 1063, o 1064, e
il Codice Fiorentino fissa l'anno 1080. Non vi è dunque documento sicuro , che
ci mostri Buschetto natìo della Grecia. Gli autori posteriori, che l' hanno affermato , possono
essere stati tratti in errore, o dall' iscrizione attribuendo a Buschetto ciò che ivi si dice di Dedalo
, o dell' opinione allora comune, che tutti gli artisti dell' XI, e del
XII. secolo fossero Greci. Il nome di Buschetto è certamente più Italiano, che
Greco. Tutto ciò <pb n="128"/>
 parmi che potesse indurre il Sig. Dott. Bianucci a non dire ridicolo il
raziocinio fatto per credere Buschetto Italiano , e a non dire che essa era opinione nata da pochi
mesi, mentre pure ei poteva sapere, che questa fu anche l' opinione del Dal Borgo.
Ho letto con piacere ciò che Ella dice intorno a quadri, che diconsi pinti ad olio, fino del secolo
XIII., e XIV., e la giustissima riflessione, che Ella fa, m'era
stata fatta mesi sono dal Sig.  Antonio Armanno, che ha molte cognizioni in questo genere. Se
mi è nondimeno lecito proporre un dubbio in una materia nella quale mi confesso totalmente
ignorante, mi pare che dovrebbe trovarsi qualche diversità tra un quadro lavorato con colori
misti ad olio, e un quadro lavorato a colori, senza olio, a cui pure sia stata sopraposta una
vernice, e che un maestro nell'arte e diligente osservatore potrebbe conoscere, se il quadro sia
della prima o seconda maniera. Se ciò è praticabile, sarebbe a bramarsi che si facesse questo
tentativo con alcuni di questi quadri. Aggiungo a ciò, che il quadro di Tommaso da Modena, che
ora è in Vienna è stato fino ai tempi di Giuseppe <num>II</num>. abbandonato in un Castello della
Boemia, ove è difficile che si pensasse a inverniciarlo.
Perdoni di grazia, Sig. Alessandro stimatissimo questa lunga e nojosa cicalata, e <pb n="129"/>
l'attribuisce alla stima , che fò del molto suo merito, e della sua bellissima Opera, che
certamente è una delle più interessanti, che abbia avuta l'Italia in questi ultimi anni riguardo alla
storia delle Belle Arti. Mi protesto col più riverente ossequio.
Di VS.</hi>
Modena 3 Decembre 1792.
Dev.mo Obb.mo Servitore
Girolamo Tiraboschi.
Noi professando vera stima ben dovuta all'erudito Scrittore della prefata lettera, né  osando di
rigettare la ragionata inclinazione di lui conchiuderemo , che qualunque si fosse l' origine del
nostro Architetto vero è, che desso per la nostra Pisa prodiga remuneratrice del valor suo
singolare si distinse in modo, che giunse alla memoria de' posteri come il Maestro e l'Autore
della risorgente Architettura in Italia. Simili elogi di lui vanno già in mille carte espressi. Il
nostro Vasari fra gli altri scrittori nel suo proemio appella Buschetto rarissimo in quell'età; ed
altrove si esprime: <pb n="130"/>
 <hi rend="italic">ch'ei diede principio all'Arti del Disegno in Toscana, e che fu
gran cosa metter mano ad un corpo di Chiesa così fatto di cinque navate e quasi tutto di marmo
dentro, e fuori.</hi>
Non è da tacersi, che l'Arte meccanica altra prerogativa fu dell'eccellente Maestro.
L'intelligenza sua particolare nelle macchine fece sì ch'oltre alla cognizione di ciò che può
destare incanto, e che il bello architettonico forma, ebbe egli ancor la maniera facile, ed
ingegnosa per eseguirlo ; e pertanto d' ornamenti valutabili arricchì il suo bel Tempio. Eterna
prova di tanta singolarità di Buschetto ognor sarà l'iscrizione incisa nel marmo che ne racchiuse
il mortal velo, e che noi riporteremo descrivendo la facciata di quel Tempio ov' è collocata.
</p>
</div3>
<div3 type="paragrafo">
<head>PARAGRAFO  3.</head>
<head>Allievi di Buschetto comprovanti la Scuola Pisana.</head>
<p>Fra gli Architetti, che ammaestrar si dovettero sotto l'encomiato Buschetto abbia per noi il
primo posto <hi rend="italic">Rainaldo</hi>. Questi nell' esecuzione della Grand'Opera di lui spiegò i suoi
talenti; il miglior Maestro di quell' età frai Pisani coltivatori di <pb n="131"/>
 tal'Arte comparve, e
meritò l'elogio scolpito in marmo, che nell' anzidetta facciata ritroveremo, unendovi
opportunamente le nostre osservazioni.
Qui  ci prendiam pensiero di dire , che quel che si fece per opera di Buschetto , e di Rainaldo
presso di noi basta a convincer coloro, che indistintamente affermano che all'Italia mancasse in
quei tempi calamitosi ogni lume di buona Architettura. E senza cercare quel che si facesse
altrove basta a noi di poter dire , che la Pisana Repubblica fu il nido , in cui si nutriron quegli
ch'erano destinati a farla risorgere. I premj, e gli onori, ch' ella accordava a questi, le cure che
adoperava per trasportare da lontani paesi quel che mancava al proprio suolo, un certo gusto che
cominciava a diffondersi ne' suoi cittadini, l'amor della gloria, e della magnificenza ch'era in
tutti, la sicurezza di poter'esser'ella maestra alle altre Nazioni produssero quello, che tuttora fa
l'ammirazione del culto forestiere.
In fatti dopo di essersi eretta in Pisa la bella Cattedrale, le più illustri Città dell'Italia furono
animate dallo stesso bel desiderio di erigere a Dio grandiosi Tempj. Né  perciò solamente si
giovarono l'estere Nazioni dell'esempio, e dell' ajuto dei <pb n="132"/>
 Pisani, ma a questi ancora per
altri bisogni ricorsero. Molte antiche carte, ed il Vasari stesso attestano, che così fecero i
Milanesi per l' oggetto di costruir macchine militari, poiché  il gran meccanico Buschetto aveva
tramandato alla sua scuola l'arte di farne per ogni uso di pace, e di guerra. Ma una tal notizia
come appartenente ai primi anni del sec. XII. verrà in esso meglio dichiarata.
Il Muratori attesta , che sullo spirar del secolo XI., in cui la Cattedrale Pisana s' incamminava
al suo compimento, Chiese, e Basiliche rinnovate furono in Venezia, in Verona, in Modena, in
Piacenza, in Lucca, in Pistoja, ed in Pisa stessa per tacer d'altre Città dell' Italia <note anchored="yes">
Murat. An. It. T. <num>4</num>.</note> In Pisa difatti a prò dell'argomento nostro veglian tutt'ora dei Monumenti sacri malgrado ch'
altri siano stati spenti a' dì nostri. Fra questi citeremo la Chiesa di S. Vito di non mediocre
grandezza, il cui lato meridionale era spartito, ed ornato di marmi a similitudine del prelodato
Tempio, come nel terzo volume ci converrà meglio accennare. Riguardo ai Monumenti ch'
esistono ancora, la gran Chiesa di <pb n="133"/>
 S. Paolo, e quella di S. Matteo concorrono meglio
che le altre a provar di fatto, che presso allo spirare del secolo XI. riscaldati gli
animi dei Pisani all' amore dell' Arte, e della gloria, pensaron' eglino ad incoraggiar gli Artefici,
ad accrescer lustro alla scuola ingrandita di Buschetto, e ad abbellir la Città con ornati simili di
ricca materia composti: virtù sbandita a' dì nostri. Il Tempio mentovato di S. Paolo anche per
poco che all' esterno si consideri, nella perfetta imitazione dell'applaudito esemplare primeggia;
e godiamo che il Sig. Milizia scrittore intelligente di architettonici precetti abbia in tal guisa
opinato. Ma degli abbellimenti, e dell'originaria struttura di esso ne parleremo nel terzo tomo
ove frai pubblici edifizj descriverlo dovremo.
Quivi ancora faremo conoscere quella parte della sopraindicata Chiesa di S. Matteo che
appella alla prelodata scuola indubitatamente.
Ma tempo è ormai che la nostra penna si adopri ad illustrare in tutte le sue parti quell'insigne
Monumento sol fin qui  nominato, che fa epoca nell'Arte del secolo di cui ragioniamo.
</p>
</div3>
    </div2>
<div2 type="capitolo">
<head>CAPITOLO III.</head>
<head>DUOMO DI PISA.</head>
<div3 type="paragrafo">
<head>PARAGRAFO 1.</head>
<head>Qualità architettoniche, e origine della fabbrica.</head>
<pb n="134"/>
<p>La regolare unione di tutte le parti che compongono un Tempio, l' imbasamento molto
elevato dal suolo, sovra di cui egli posa, il giro spazioso di libera piazza ove isolato trionfa, la
piazza medesima alquanto superiore al piano della Città, ed a cui si apre l' ingresso per
larghissime strade, son rari pregj meritamente esaltati da Leon Battista Alberti, e da altri
Scrittori di architettoniche dottrine: e questi meravigliosamente compariscono nella nostra
celebre Primaziale. A lei d' intorno sono vagamente disposte tre altre rinomate fabbriche,
Battistero, Campanile, e Camposanto. Una sì bella unione di quattro rispettabili Monumenti
produce un nobile sorprendente prospetto teatrale, si rende unica in Europa, e forma il più
cospicuo <pb n="135"/>
 ornamento di Pisa. Ella in oltre somministra una chiara idea della potenza, e
della ricchezza di quella città onde famosa si rendette specialmente ne'due secoli dopo il mille
<note anchored="yes"> V. quanto su' tale argomento fu scritto nell' ultimo Cap. della P. <num>I</num>. di questo
tomo.</note> denota a sufficienza che la medesima fu in que' tempi l'Atene dell'Arte risorgente. Né
fia meraviglia, se una Nazione già florida, e adulta mostra scevro lo spirito delle più basse, e
materiali nozioni, ed affinata si scorge nelle idee più sublimi, e delicate.
L'edifizio che il primo ad illustrare imprendo come il più antico degli altri, e come onor dell'
Arte del secolo XI. portò già il vanto sopra tutti quegli eretti nei rozzi secoli, e
passa anche presentemente per una della più belle Cattedrali che vanti 'l Culto della cattolica
Religione.
Giova a noi di repetere ch' ei risvegliando in Italia, e principalmente in Toscana l'animo di
molti a belle imprese fu cagione, che si dette principio a varj edificj in quel secolo di
ragionevole architettura prima che prendesse generalmente possesso il germanico stile, che circa
al 250 fra noi s'introdusse. Quasi un simile <pb n="136"/>
 miglioramento la medesima
Italia sotto Carlo Magno quando si liberò dai Barbari nell' ottavo secolo, nel
quale alcuni Architetti raddolcirono in parte la longobardica sproporzionata goffezza,
sforzandosi d'imitare il buon'ordine antico, come osserva l'eruditissimo Muratori. Questa
maniera di architettare non ebbe più relazione colla gotica antica, ma con un innesto di barbaro
stile al bello dell'antichità fu distinta dagli Antiquarj eruditi col nome di <hi rend="italic">Greco-barbara.</hi>
Siccome chiamarono <hi rend="italic">Arabo-tedesca</hi> la maniera del decimoquarto secolo,
e <hi rend="italic">Greco-tedesca</hi>, o <hi rend="italic">Gotica moderna greca</hi> quella del
decimoquinto nei primi ristabilimenti della buona Architettura in Toscana. La
nostra si può chiamar simile a quella praticata nel quarto secolo sotto Costantino, epoca del
traviamento dell'Arte, come potrà combinare chi ammirò nella Città di Roma varj Tempj eretti
sotto il detto Imperatore, e specialmente la gran Basilica di S. Paolo, dove sempre si mantenne
una certa greca proporzione ad onta della decadenza dell' architettura, giacché  il variar delle
cose succede sempre per insensibili degradazioni <note anchored="yes"> Parlano eruditamente di tali epoche
fatali alle Belle Arti il Winck. L. <num>XII</num>. C. <num>II</num>. Il Murat. <foreign lang="lat">Dissert. <num>24</num>. Medii aevi,
</foreign>ed altri. </note>
<pb n="137"/>
Qui non ha luogo la precipitosa opinione di coloro, che senza differenza alcuna
avviliscono quegli edifizj ancorché splendidi, e magnifici, che son di costruzione barbara, e che
alla confusa chiamano col nome improprio di gotico tutto quello, che partecipa d' indole
barbarica. Gli edifizj detti volgarmente gotici non in tutto, e non sempre son difettosi, e l'innesto
delle due specie d' architettura non è sempre una spiacevole sconcordanza. All'osservator di
buon gusto, e al delicato ammiratore della sola vera bellezza non intende di far passar
quest'opera per un modello dell'Arte architettonica. L'uno, e l'altro sanamente decidano, s'ella è
per quel tempo meravigliosa; e se coll'indicato innesto non solo sia di dissonanza scevra, ma
greca nelle essenziali parti, e discretamente barbara nelle accessorie unisca alla magnificenza
dei marmi quella maestà che spesso manca agli edifizj sulla norma della moderna bellezza
costrutti. I medesimi proveranno ancora , come provo io stesso che il nostro Tempio, quando
che per la vista all' animo si presenta, produce un certo incanto, e dilettando appaga, sicuro
effetto di quell'accordo d'impressioni, che nasce dalla proporzione, e dal consenso delle parti,
principali cagioni della <pb n="138"/>
 bellezza dell'architettura. I difetti che compariscono sì nella
mancanza di un determinato numero di dette parti, come ricercherebbe la leggiadrìa, sì nella
qualità di certi antichi ornamenti, sono moderatamente adoprati, né son tali da distruggere
intieramente la sodezza, e la indicata proporzione dell'opera commendata, ed in conseguenza
non tolgono a lei il merito di bella, e la rara prerogativa di dilettare i riguardanti.
Tanti bei pregj suoi ella deve a <hi rend="italic">Buschetto</hi>, che come primo sorprendente Maestro, e
Capo-scuola d'Architettura nel sec. XI. abbiam di sopra encomiato.
Or fa d'uopo di accennare, che una delle più splendide imprese dei Pisani forma l'epoca
luminosa di questa Basilica. Se fino dal principio del VII secolo. secolo per la
scarsità degli Storici di quei tempi, e per la fatalità degl' incendj restarono nelle tenebre involti
tanti anteriori fasti di loro, con altrettanto splendore alla fine del decimo ricorsero <note anchored="yes"> Per
prendere una giusta idea delle decorose gesta del popolo Pisano oltre a ciò che fu scritto nel
Cap. ultimo della Par. <num>I</num>. leggasi il P. Alessandro Politi <foreign lang="lat">X. Panegyr. ad Accad. Pis.
</foreign>pag. <num>7</num>. chiamando i Pisani i più forti, ed illustri fra gli altri popoli della Toscana.
Liutprando <foreign lang="lat">Hist. </foreign>L. <num>3</num>. cap. <num>4</num>. L'attestò Città Capitale di Toscana fino nel
decimo secolo.</note> Allora fu che dopo di <pb n="139"/>
 aver condotte a buon fine molte nobili imprese
nell'isola di Lipari, ed in Affrica, e dopo di aver domato in più luoghi della Sicilia l' orgoglio dei
Barbari in ajuto di Roberto Guiscardo Duca di Puglia, e di Ruggiero suo fratello, finalmente
nell'anno 1063 soli sotto il comando del nobile Giovanni Orlandi uno dei
Consoli tentarono l' espugnazione dell' antichissima città di Palermo con sì felice evento, che
spezzata la catena del porto s'impadronirono di sei navi cariche di ricche merci , e vittoriosi alla
patria fecero ritorno. Attestano sì segnalata impresa gli annali di Pisa, e della Sicilia; vien
riferita dall'eruditissimo Muratori nella sua Storia d'Italia <note anchored="yes"> <foreign lang="lat">An. Pis. </foreign>T. <num>6</num>.
 <foreign lang="lat">Rer. Ital. </foreign>pag. <num>168</num>. Noi si dette un cenno di tal' Impresa nel luogo cit., ma
meglio ne trattano Carlo Sigonio <foreign lang="lat">de Regn. Ital. </foreign>T. <num>8</num>. l. <num>11</num>., che la fa
succedere erroneamente l'an. 1052. Raffael. Volter. Comment. Urban. l.
<num>5</num>. p. <num>47</num>. il Tronci An. Pis. p. <num>21</num>. il Taioli mss. Ist. pis. l. <num>2</num>. c. <num>4</num>. l'Ughell.
Ital. sac. T. <num>3</num>. col. <num>863</num>, col. <num>885</num>. Raffael Roncioni Ist. pis. l. <num>3</num>. c. <num>4</num>. an.
1063. pag. <num>54</num>. il <foreign lang="lat">Breviar. Hist. pis. </foreign>T. <num>6</num>. S. r. Ital. col.
<num>168</num>.</note> scolpita in antichi caratteri la leggeremo in appresso.
Le riportate ricchissime spoglie suscitarono negli animi dei Pisani inclinati alla magnificenza,
ed alle Belle Arti l'idea nobile, e grande d'impiegarne il <pb n="140"/>
 considerabil prodotto in erigere
un Tempio, che degno si rendesse dall'ammirazione di tutti per la grandezza della spesa, e per
una nuova in quei tempi architettonica struttura. Così quei valorosi Cittadini ebbero in
considerazione la dignità della Città loro; e sulle onorevoli orme degli antichi Eroi unirono
sempre alla potenza la nobiltà del pensare, onde procacciarsi fama presso i posteri. Per tanto per
dar effetto al gran pensiero fu demolita l'antichissima Chiesa di S. Reparata, nota
principalmente per gli scritti di Raffaello Volaterrano, per la cronaca pisana pubblicata dal
Muratori, e per la carta topografica prodotta da Flaminio dal Borgo nella sua storia pisana.
Questa al riferir di Gio. Marangoni <note anchored="yes"> Delle cose gentilesche trasferite ec. cap. <num>56</num>.
pag. <num>291</num>.</note> Del Tronci e di alcuni moderni Storici era già stata costrutta nel quarto secolo
sulle rovine delle terme di Adriano. Ma credono Michele di Montagna <note anchored="yes">Così scrive
Michele di Montagna <foreign lang="lat">Journal du Voyage en Italie en 1580. </foreign>T. <num>3</num>.
pag. <num>180</num>. </note> il Roncioni predetto <note anchored="yes">Nel l. <num>3</num>. p. <num>42</num>., e nel l. <num>21</num>. pag.
<num>18</num> si esprime: In prova di che si son sotterra trovate medaglie di argento, e di bronzo , e di
rame con l' impronta dell'Imperatore, e quantità di chiodi di
	bronzo.</note> ch'ella più tosto sui
fondamenti di porzione del <pb n="141"/>
 palazzo di detto Imperatore si erigesse, perché  le terme
erano altrove, e secondo il parere del Cardinal Noris dalla porta a Lucca al Campanil del Duomo
si distendevano <note anchored="yes">
	Cenot. Pis. Diss. <num>3</num>. c. <num>2</num>. T. <num>3</num>. ediz. Verona.</note> Quindi sul
fine dell'anno medesimo 1063, o sia  sul principio dell'anno pisano
1064 fu gettata la prima pietra dell'edifizio sotto il Pontificato di Alessandro
<num>II</num>., e sotto Enrico <num>III</num>. Imperatore, essendo Vescovo di Pisa Widone, o Guidone di
nazione Pavese. Senza consultar gli Scrittori ella è chiara una tal epoca per l'appresso
inscrizione, che smentisce il Vasari assegnandola nel suo proemio al mille sedici. Egli ebbe poi
fine circa all'anno 1092 secondo le sopra riferite memorie, e nel
1100 secondo altre esistenti nella biblioteca magliabechiana, e giusta la cronaca
pisana attribuita a Bernardo Marangone <note anchored="yes"> Presso il Muratori T. <num>3</num>. <foreign lang="lat">Ant. Ital.
Medii aevi </foreign>c. <num>1099</num>.</note> Molto consideratamente avevano già provveduto i Pisani, che sì
magnifica Chiesa avesse convenevol dote, ad oggetto di viemaggiormente arricchirla di ornati, e
conservarla alla posterità. Perocché nell' anno 1089 spedirono in Alemagna
Ambasciatori Gualando Orlandi, e <pb n="142"/>
 Aldebrando de' Visconti ad Enrico Imperatore a
chiedere varj luoghi nel territorio di Val di Serchio per dote del Duomo, e gli ottennero <note anchored="yes">
Il Tronci p. <num>43</num> e alla <num>37</num>. narra i doni, che mandò l'Imperatore Alessio al Duomo di
Pisa per convenzione fatta co' Pisani.</note> Molto ancora alla ricchezza, e alla dignità di esso
contribuì la gran Contessa Matilde, che fin dall'anno 1103. come abbiamo dal
Tronci, alcuni beni gli concesse ad effetto, che all'intero compimento recato fosse; né ciò
distrugge la soprallegata testimonianza del Marangone. Ad istanza della medesima fu
l'Episcopio pisani inalzato alla dignità maggiore di Arcivescovado da Papa Urbano <num>II</num>. <note anchored="yes">
Fu l' anno 1092. V. il Muratori T. <num>6</num>. <foreign lang="lat">Rer. Ital. </foreign>p. <num>168</num>. il
Tronci p. <num>59</num>. il Mattei T. <num>1</num>. <foreign lang="lat">Eccl. Pis. Hist. </foreign>p. <num>154</num>.</note>  Daimberto fu il
primo de' Vescovi a esser dichiarato Arcivescovo, e Primate di Corsica, e di Sardegna. In
appresso, cioè nell'an. 1118. Gelasio II. la conferma ne fece; consacrò la
Chiesa, dedicandola alla gran Madre di Dio, ed ornò la medesima, ed il Senato ancora di
bellissimi privilegj, come ne fa menzione Pietro Diacono nelle cronache cassinensi <note anchored="yes"> L.
<num>4</num>. cap. <num>64</num>. pag. <num>583</num>.
       </note>
</p>
</div3>
<div3 type="paragrafo">
<head>PARAGRAFO 2.</head>
<head>Facciata.</head>
<pb n="143"/>
<p>Prima di ogni altra cosa giusto è ch'ella facciata il mio ragionar si rivolga, come la più
nobil parte esteriore di un edifizio. E giacché  molte delle principali Chiese dell'Italia son
mancanti di una tale essenzialissima decorazione, la nostra facciata oltre l'intrinseco suo merito
pel tempo in cui fu fatta, si rende maggiormente degna d'osservazione, ond'io colle più semplici,
ma non inutili parole distintamente la descriva.
Ella è rivolta a ponente; e se col magistero del disegno, e con una total sodezza l'occhio non
appaga, offre per altro il raro pregio dell'eleganza predominando a colpo d'occhio senza eccesso
l'altezza alla maggior larghezza; e perché  tutta è composta di marmi, e di varie pietre egiziane,
nobiltà e magnificenza nella fantasìa risveglia. I suoi ornamenti per la ricca materia, e pei
numerosi non volgari intagli fan decorosa comparsa, né tutti si discostano dalla greca norma.
Eccone la disposizione.
Cinquantotto colonne distribuite in cinque ordini formano un vago <pb n="144"/>
 compartimento. In
quattro di essi compariscon elleno isolate ed equidistanti dalla parete, dimodoché ne risulta un
nobil <hi rend="italic">peristilio</hi> di quattro loggiati, uno sopra l'altro. La maggior parte di esse sono di
marmo bianco greco, e lunense; ve ne sono di bel granito orientale rosso, e di quel cenerino
tirato a buon pulimento. Una è di bellissimo porfido, come tutto io stesso da vicino osservai
<note anchored="yes"> Bald. Dec. <num>3</num>. p. <num>2</num>. Sec. <num>4</num>. p. <num>198</num>. asserisce coll'autorità di mem.
mss. pis. nella Libr. di S. Lorenzo che <hi rend="italic">i Pisani l'anno 1107. recarono di
Majorca dopo la presa de' Saraceni insieme con le due colonne di porfido, che poi mandarono ai
Fiorentini per aver guardata lor terra, una colonna piccola, che fu posta nel frontespizio, la quale
con credula semplicità dicevano gli antichi che chiunque la vedeva in quel giorno non poteva
esser tradito</hi>. </note>
Nel prim' ordine sei alte colonne di bel marmo bianco incassate nei pilastri , e due ante-pilastri
quadrati sugli angoli sostengono con grata simetrìa sette grandi arcate, che voltano in
semicerchio, ond'esso per la buona architettura dagli altri si distingue. Le due colonne corilitiche
giustamente collocate dall' Architetto a fregiar la regia porta richiamano l' occhio
dell'osservatore per l'intaglio a fiorami, che tutta la superficie ne adorna. Il lavoro è <pb n="145"/>
antico, greco, o egiziano che sia <note anchored="yes"> Seppure è tale, dovrà intendersi del tempo in cui gli
Egizj dirozzarono l'Arte sotto Alessandro Magno , e i di lui
	 successori.</note> giacché  fra gli antichi
Greci, e gli Egizj si ornavano in tal guisa le colonne destinate ad arricchire i Tempj, come
osserva Strabone  <note anchored="yes"> Georg. l. <num>18</num>.</note> Intorno al fusto delle altre quattro colonne
girano delle scannellature ripiene a dati intervalli di bacche d' ellera, e di rose. I capitelli di
scultura parimente antichi son degni anch'essi di considerazione; i corintj pel sottil lavoro, ed i
compositi per lo stil' egizio. In questi gli animali, i putti, ed altre figure geroglifiche fan le veci
dei caulicoli. Scherzoso è quello, ove al vivo espressi son due leoni, che mentre sulle foglie
situati sostengon l' abaco, due capi di timidi animali che gli escono dalla bocca, formano lo
sporgimento de' caulicoli. Il lavoro dell'acconciatura delle teste, piuttosto che indicare il
predetto stile, sembra un'imitazione di quello che sotto gl' Imperatori Romani si praticava
sovente. Marmi bianchi da liste di marmo ceruleo divisati vestono le mura, ed un fregio di non
ordinario intaglio incastrato prende lo spazio di due <pb n="146"/>
 arcate. Altro simile scompartito a
formelle quadre con rosoni, ed altri sottili fogliami, lavoro forse di antica mano industre, gli
stipiti, ed il sopracciglio delle due porte laterali circonda.
Passando al second'ordine, egli è composto di diciotto colonne eguali ma d'inferior grandezza
alle prime; queste co' due pilastri sugli angoli diciannove piccoli archi sostengono. Altrettante
formano il terzo a differenza, che dieci vanno diminuendo secondo l'inclinazione dei piani fino
quasi al semplice capitello: cosa difettosa nell'arte. Nove se ne contano nel quarto , che all'uso
barbaro non piombano sulle sottoposte, e sette nel quinto , che degradano come sopra. Termina
la facciata in un solo frontespizio triangolare, che supera in altezza gli altri due mezzi
frontespizj indicanti le minori navi, ciò che viene approvato dal buon gusto palladiano. Scrisse
Giorgio Vasari di Buschetto nel suo proemio <note anchored="yes"> Delle vite de' più eccell. Pitt., Scult.,
ed Archit. ec. ediz. di Bologna 1681, dalla quale ho tratte le altre notizie.</note>
<hi rend="italic">Ed oltre alle altre cose nella facciata dinanzi con gran numero di colonne accomodò il
diminuire del frontespizio molto ingegnosamente, quello di varj, e diversi <pb n="147"/>
 intagli d'altre
colonne, e di statue antiche adornando</hi>.
I capitelli delle quattro indicate loggie sono la maggior parte moderni sostituiti ali antichi
guasti dal tempo, fra' quali ne restano alcuni composti di sole quattro teste di leoni, e di uomini
di ragionevol disegno sull'indicato stile egizio , e anche etrusco , come alcuni pretendono. Gli
archi, e le cornici andanti al di sopra di essi, ed altri fregi son tutti in varie guise nobilmente
arricchiti d' intagli. Non resti inosservato l' antico bassorilievo della cornice del second'ordine ,
dove son bene adattate varie specie di animali , e ciascun pezzo mostra la mano di bravo
Scultore. Varie teste di uomini , e di bestie sono scompartite nel centro degli archi , ed altrove; e
fra di esse alcuna se ne osserva non ordinariamente delineata. Finalmente due mezzi leoni
posando maestosamente sulla cima delle già lodate colonne guardano il principale ingresso.
Con tali rappresentazioni di figure diverse, maschere, rosoni, e simili altri ornati decorando
Buschetto così bell'opera imitò le bellissime degli antichi, i quali con la varietà di sì eleganti
forme credettero di dilettar maggiormente; e forse nelle teste umane diverse fra loro imitar
<pb n="148"/>
 volle que' vecchi Architetti, che ornavano i pubblici edifizj delle effigie dei vinti nemici
secondo il sentimento di Vitruvio <note anchored="yes">
	 L. <num>I</num>. cap. <num>1</num>.</note> imitò parimente nei
sopraccitati leoni i Greci e gli Egizj, che studiosi dell'arte simbolica soleano situargli per lo più
sulle soglie de' sacri Tempj, come narra Valeriano <note anchored="yes"> L. <num>I</num>. cap. <num>3</num>.</note> segno di
maestà, e come vigili custodi delle cose divine. Erano talvolta geroglifici tutte le suddette
rappresentanze, e quelle ancora di frutta, e di fiori. Simili cose s'incontrano in quasi tutte le
antiche Chiese, perché  i primi Cristiani da tali usi non si allontanarono <note anchored="yes"> Ved.
Mengozzi Monete di Fuligno p. <num>8</num>.</note> Sulle estremità de' frontespizj s' inalzano cinque statue di marmo bianco della rozza maniera
di que' tempi. Dimostran' elleno, che la Statuaria decaduta dalla sua nobiltà dopo la traslazione
dell' Impero in Costantinopoli non si smarrì affatto, ma quasi deforme ed incolta stette nelle
mani di pochi, sinchè non fu ristorata dalla Scuola Pisana circa al 1200 <note anchored="yes"> Si
osserveranno gradatamente le prime epoche, e il miglioramento dell'arte nelle sculture del
Battistero tanto dentro, che fuori.</note> A quest'epoca attribuiremo la più eminente statua, che
<pb n="149"/>
 rappresenta la Madonna col Divin Figlio, sembrando molto migliore di pieghe, e di
movimento. Infatti sù quell'alta cima stava prima collocato un tabernacolo, che ornato di
colonnette, e di fogliami all'uso germanico una statua racchiudeva, come c'insegna quella pittura
del Campo-Santo, dove Antonio Veneziano dimostra di aver copiato questa fabbrica.
Negli angoli dei mezzi frontespizj si gettano in fuori due cani per lo scolo delle acque: uso
molto praticato nelle fabbriche sacre di quei tempi, ed anticamente osservato presso i
soprannominati popoli dagli Jonici, e dai Dorici, che di teste di leoni invece di grondaie per lo
più si servivano <note anchored="yes"> Si racconta che presso gli Egizj al tetto dello stupendo Mausoleo
eretto pel Re Osimande , otto teste di Leoni facevano le veci di grondaie. Così presso i Greci nel
Tempio di Minerva situato nella parte più elevata dentro la Rocca d'Atene, una testa di Leone
serviva per lo scolo delle acque a ciascuno degli angoli. Franc. Milizia t. <num>I</num>. car. <num>42</num>.</note>
Finalmente nel sodo degli spartimenti, porfidi, serpentini , ed altre belle pietre son commesse
alla mosaica. Attese le quali cose tutte con verità esposte, e sovente dai critici inosservate,
cedano alla nostra le gotiche facciate sì antiche, che moderne, le une di goffezza non vuote, le
altre quanto ricche di marmi, tanto <pb n="150"/>
 ripiene, e cariche di sottigliumi, e di sculture.
</p>
</div3>
<div3 type="subcap">
<head>PARAGRAFO 3.</head>
<head>Inscrizioni de' Tempi mezzani inserite nella facciata.</head>
<p>Varie antiche inscrizioni sovra i marmi scolpite son poste in fronte di questa Basilica , e
meritano che io qui  le trascriva pei luminosi fasti , che in se contengono. Mi protesto di averle
estratte dall' originale, copiando gli errori, e fedelmente imitando abbreviature, ed innesti,
massimamente quando cader vi possa dubbiosa interpretazione. Soltanto non istancherò
inutilmente il Leggitore nel confondere insieme le parole senza distanze , eccettuato il caso di
qualche ambiguo senso. Cominciando dallo spazio della prima arcata sulla sinistra di chi
osserva, trovasi incastrato nel muro il sepolcro del mentovato Buschetto, dove non molto
facilmente si leggono i seguenti elogj, perché  le lettere vi sono in gran parte corrose. Nella
prima l' Encomiaste paragona l' ingegno di Buschetto a quello di Ulisse, e di Dedalo celebre per
il laberinto cretense, e per altri edifizj, che furon col suo disegno <pb n="151"/>
 inalzati in Egitto, in
Atene, e nell' Italia ancora, e particolarmente in Sicilia.
Sono i seguenti caratteri scolpiti in grande nel frontespizio del
       sepolcro.
<foreign lang="lat">BUSKET.</foreign> <note anchored="yes">
Martini Theat. <hi rend="italic">Bruschettus</hi>, e così sempre
scrisse. Flaminio dal Borgo <hi rend="italic">Bruschettus</hi>, e così sempre, denominandolo <hi rend="italic">Bruschetto</hi>
in Italiano ancora.</note></p>
<lg type="versi" lang="lat">
<l><hi rend="italic">JACE…HIC….INGENIORU</hi></l>
<l><hi rend="italic">DULICHIO…PREVALUISSE DUCI</hi>
 <note anchored="yes">
Questo Distico è parso a qualcuno che
così debba leggersi:
<lg type="versi" lang="lat">
<l> <hi rend="italic">Buschetus iacet hic qui motibus ingeniorum</hi></l>
<l><hi rend="italic">Dulichio fertur prevaluisse Duci</hi>.</l>
</lg>
la sola parola <foreign lang="lat"><hi rend="italic">fertur</hi></foreign>agevolmente si rileva dalle lettere per metà non
corrose.</note></l>
<l> <hi rend="italic">MENIB' JLIACIS CAUTUS DEDIT ILLE RUINA</hi></l>
<l><hi rend="italic">HUJUS AB ARTE VIRI MENIA MIRA VIDES.</hi></l>
<l><hi rend="italic">CALLIDITATE SUA NOCUIT DUX INGENIOS</hi></l>
<l><hi rend="italic">UTILIS ISTE FUIT CALLIDITATE SUA.</hi></l>
<l><hi rend="italic">NIGRA DOM' LABERINTUS ERAT TUA DEDALE LAUSE</hi></l>
<l><hi rend="italic">AT SUA BUSKETU SPLENDIDA TEMPLA PROBANT.</hi></l>
<l><hi rend="italic">N HABET EXPLU NIVEO</hi>
 <note anchored="yes">Ne' due cit. Aut. stà scritto, <foreign lang="lat"><hi rend="italic">celsum</hi>.</foreign></note></l>
<l><hi rend="italic">DE MARMORE TEMPLU</hi></l>
<l><hi rend="italic">QUOD FIT BUSKETI PRORSUS AB INGENIO.</hi></l>
<l><hi rend="italic">RES SIBI COMISSAS TEMPLI CU LEDERET HOSTIS</hi></l>
<l><hi rend="italic">PROVIDUS ARTE SUI FORTIOR HOSTE FUIT.</hi></l>
<l><hi rend="italic">MOLISET IMMENSE PELAGI QUAS TRAXIT AB IMO</hi></l>
<l><hi rend="italic">FAMA COLUMNARUM TOLLIT AB ASTRA VIRUM</hi></l>
<l><hi rend="italic"><pb n="152"/>
EXPLENDIS A FINE DECEM DE MENSE DIEBUS</hi></l>
<l><hi rend="italic">SEPTEMBRIS GAUDENS DESERIT EXILIUM.</hi></l>
</lg>
<p>Sotto la cornice si legge in caratteri più grandi la memoria della prontezza, e della
facilità con cui s' inalzavano per opera di Buschetto tante, e sì smisurate moli nei seguenti versi;
onde oltre a quello del Dulichio Ulisse è a lui maggiormente convenevole il paragone di Dedalo,
il quale non solo, al dir di Plinio, fu padre dell'architettura, e della statuaria, ma fu ancora
inventore di varj stromenti spettanti alla meccanica.</p>
<lg type="versi" lang="lat">
<l><hi rend="italic"> QD VIX MILLE BOU POSSENT JUGA JUNCTA MOVE.</hi></l>
<l><hi rend="italic">ET QUOD VIX POTUIT P MARE FERRE RATIS.</hi></l>
<l><hi rend="italic">BUSKETI NISU QD ERAT MIRABILE VISU.</hi></l>
<l><hi rend="italic">DENA PUELLARV TURBA LEVABAT ONUS <note anchored="yes">Martini Levavit.</note> </hi></l>
</lg>
<p>Nel corpo dell'urna in cartella di marmo vien repetuto con caratteri più minuti l'istesso
elogio. Convenne ch' ei veramente ne fosse meritevole.
Seguono altre illustri inscrizioni in rozzi, ed abbreviati caratteri tutte in un gran marmo
comprese. La prima scolpita da <pb n="153"/>
 più trascurato scalpellino dimostra, quanto Pisa fosse
rinomata, ed illustre; Ed è la seguente:</p>
<lg type="versi" lang="lat">
<l> <hi rend="italic">EX MERITO LAUDARE TUO TE PISA LABORANS,</hi></l>
<l><hi rend="italic">NITIT E PROPRIA DEMERE LAVDE TVA;</hi></l>
<l><hi rend="italic">AD LAUDES URBS CLARA TUAS LAUS SUFFICIT ILLA</hi></l>
<l><hi rend="italic">QUOD TE PRO MERITO DICERE NEMO VALET;</hi></l>
<l><hi rend="italic">NON RERUM DUBIUS SUCCESSUS NAQ SEDS</hi></l>
<l><hi rend="italic">SE TIBI PRCUNCTIS</hi><note anchored="yes">
L' asta del R ha sotto il corpo due tagli, onde par che
risulti un E, e dica <foreign lang="lat">precunctis. </foreign>Gli eruditi meglio leggeranno <foreign lang="lat">procunctis.</foreign></note></l>
<l><hi rend="italic">FECIT HABERE LOCIS;</hi></l>
<l><hi rend="italic">QUARE TANTA MICAS QD TE Q. DICERE TEMPTAT</hi></l>
<l><hi rend="italic">MATIA PRESS DEFICIET SUBITO;</hi></l>
<l><hi rend="italic">UT TACEA RELIQUIA QS DIGNUM DICERET ILLA;</hi></l>
<l><hi rend="italic">TPRE PRETERITO QUE TIBI CONTIGERINT;</hi></l>
<l><hi rend="italic">ANNO DNICE INCARNATIONIS M. VI.</hi></l>
</lg>
<p>Tratta la seconda delle vittorie riportate dai Pisani in Sicilia contro i Saraceni. In
questa, come nell' antecedente le parole per lo più si uniscono insieme, e tanto l'esametro,
quanto il pentametro sono nella medesima riga.</p>
<pb n="154"/>
<lg type="versi" lang="lat">
<l> <hi rend="italic">MILIA SEXDECIES SICLU PROSTRATA POTENTER</hi></l>
<l><hi rend="italic">DU SUPERARE VOLUNT EXSUPERATA CADUNT.</hi></l>
<l><hi rend="italic">NAMQUETUUMSICULACUPIENS GENS PERDER NOMEN</hi></l>
<l><hi rend="italic">TE PETIIT FINES DEPOPULATA TVOS.</hi></l>
<l><hi rend="italic">UNDE DOLENS NIMIV MODICV DIFFERRE NEQVISTI</hi></l>
<l><hi rend="italic">IN PROPRIOS FINES QVIN SEQ' RERIS EOS.</hi></l>
<l><hi rend="italic">HOS IBI CONSPICIENS CVNCTOS MESSANA PERIRE</hi></l>
<l><hi rend="italic">CVM GEMITV QVAMVIS HEC TVA FACTA REFERT.</hi></l>
<l><hi rend="italic">ANNO DOMINICE INCARNATIONIS M. XVI.</hi></l>
</lg>
<p>Accenna la terza la liberazione del Regno di Sardegna dai Barbari mediante il valor dei
Pisani.</p>
<lg type="versi" lang="lat">
<l> <hi rend="italic">HIC MAJORA TIBI POST HEC URBS CLARA DEDISTI</hi></l>
<l><hi rend="italic">VIRIB' EXIMIIS CU SUPATA TUIS.</hi></l>
<l><hi rend="italic">GENS SARACENORU PERIIT SINE LAUDE SUORU</hi></l>
<l><hi rend="italic">HINC TIBI SARDINIA DEBITA SEMPER ERIT</hi></l>
<l><hi rend="italic">ANNI DNI M. XXXIIII.</hi></l>
</lg>
<p>L' ultima narra la guerra portata dai Pisani nell' Affrica con felice esito, e la conquista
della città di Bona.</p>
<lg type="versi" lang="lat">
<l> <hi rend="italic">TERTIA PARS MUNDI SENSIT TUA SIGNA TRIUMPHI</hi></l>
<l><hi rend="italic">AFRICA DE CELIS PSULE REGE TIBI.</hi></l>
<l><hi rend="italic">NA JUSTA RATIONE PETENS ULCISCIER INDE</hi></l>
<l><hi rend="italic">EST VI CAPTA TUA SUPERATA BONA.</hi></l>
<pb n="155"/>
</lg>
<p>In differente pietra , ed assai consunta è altra memoria scritta confusamente ,
che appartiene alla costruzione del Tempio, allora fuori dalla città , ma non lungi. Sembra molto
probabile , che uno dei motivi per quivi erigerlo fosse il sito spazioso, libero da ogni traffico, e
rilevato dal piano della città con idea di rinchiuderlo poi dentro le mura , come fu fatto <note anchored="yes">
Sull' uso di costruire alcune antiche Basiliche fuori dalle mura, vedi il <foreign lang="lat">Murat. Anecd.
Graecolatina </foreign>t. <num>12</num>. p. <num>361</num>.</note></p>
<lg type="versi" lang="lat">
<l><hi rend="italic"> QUABENE QUAPULCHRE PROCUL HAUD EEDER ABURBE</hi></l>
<l><hi rend="italic">QUE CSTRUCTA FUIT CIVIB' ECCE SUIS</hi></l>
<l><hi rend="italic">TRPRE WIDONIS PAPIENSIS PSULIS HUJUS'</hi></l>
<l><hi rend="italic">QUI REGI FAMENOTETIPSPAPE </hi> </l>
</lg>
<note anchored="yes"><hi rend="italic">Fama notus et ipsi papae</hi>.</note>
<p>Leggesi finalmente in marmo pario impressa l' inscrizione sepolcrale della Regina di
Majorca, che dopo la conquista delle Baleari condotta prigioniera a Pisa col Real figlio il
Battesimo ricevette, ed il rimanente di sua vita piamente condusse <note anchored="yes"> Riportano questa
inscrizione, oltre il cit. Mart. il Tronci, l' Ughelli, il Mattei, ed altri.</note></p>
<pb n="156"/>
<lg type="versi" lang="lat">
<l> <hi rend="italic">REGIA ME…..GENUIT; PISE RAPUERUNT</hi></l>
<l><hi rend="italic">HIS EGO CUM NATO BELLICA PREDA FUI.</hi></l>
<l><hi rend="italic">MAJORE REGNU TENUI, NUNC CONDITA SAXO</hi></l>
<l><hi rend="italic">QUOD CERNIS JACEO, FINE POTITA MEO.</hi></l>
<l><hi rend="italic">QUISQUIS ES ERG TE MEMOR ESTO CONDITIONIS</hi></l>
<l><hi rend="italic">ATQ. PIA PRO ME MENTE PRECARE DEUM.</hi></l>
</lg>
<p>Tra la prima, e la seconda porta è la tavola di marmo, dove distintamente si legge la
spedizione dei Pisani contro i Saraceni in Palermo, e l' anno in cui fu principiato il Duomo nelle
seguenti parole edite dall' Ughelli, dall' Orlendi, dal Tronci, e da altri.</p>
<lg type="versi" lang="lat">
<l><hi rend="italic"> ANNO QUO XPS DE VIRGINE NATUS, AB ILLO;</hi></l>
<l><hi rend="italic">TRANSIERANT MILLE DECIES SEX, TRESQ; SUBINDE</hi></l>
<l><hi rend="italic">PISANI CIVES CELEBRI VIRTUTE POTENTES;</hi></l>
<l><hi rend="italic">ISTIUS ECCLE PRIMORDIA DANT INISSE </hi>
<note anchored="yes">Il Tronci, <foreign lang="lat"><hi rend="italic">in ipso</hi>,
</foreign>il Martini, <foreign lang="lat"><hi rend="italic">in
	 esse</hi>.</foreign></note></l>
<l><hi rend="italic">ANNO QUO SICULAS EST STOLUS FACTUS AD ORAS;</hi></l>
<l><hi rend="italic">QD SIMUL ARMATI MULTA CUM CLASSE PROFECTI;</hi></l>
<l><hi rend="italic">OMS MAJORES, MEDII, PARITERQUE MINORES;</hi></l>
<l><hi rend="italic">INTENDERE VIAM PRIMA SUB SORTE PANORMA;</hi></l>
<l><hi rend="italic">INTRANTES RUPTA PORTU PUGNANDO CATENA;</hi></l>
<l><hi rend="italic">SEX CAPIUNT MAGNAS NAVES OPIBUSQ: REPLETAS;</hi></l>
<l><hi rend="italic"><pb n="157"/>
UNA VENDENTES RELIQUIAS PRIUS IGNE CREMANTES;</hi></l>
<l><hi rend="italic">QUO PRETIO MUROS CONSTAT HOS ESSE LEVATOS;</hi></l>
<l><hi rend="italic">POST HINC DIGRESSI PARU TERRAQ' POTITI;</hi></l>
<l><hi rend="italic">QUA FLUWII CVRSV MRE SENTIT SOLIS AD ORTUM;</hi></l>
<l><hi rend="italic">MOX EQUITU TBA PEDITU COMITANTE CATERVA;</hi></l>
<l><hi rend="italic">ARMIS ACCINGUNT SESE CLASSEMQ RELINQUUNT;</hi></l>
<l><hi rend="italic">INVADUNT HOSTES CONTRA SINE MORE FURENTES;</hi></l>
<l><hi rend="italic">SED PRIOR INCURSUS MUTANS DISCRIMINA CASUS;</hi></l>
<l><hi rend="italic">ISTOS VICTORES, ILLOS DEDIT ESSE FUGACES</hi></l>
<l><hi rend="italic">QUOS CIVES ISTI FERIENTS VULNERE TRISTI,</hi></l>
<l><hi rend="italic">PLURIMA P <note anchored="yes"><hi rend="italic">Proportis</hi>. Il Tronci <foreign lang="lat"><hi rend="italic">praeportis</hi>,</foreign>e
	 così il Martini.</note> PORTIS STRAVERUNT  MILIA MORTI,</hi></l>
<l><hi rend="italic">CONVERSIQ. CITO TENTORIA LITORE FIGUNT;</hi></l>
<l><hi rend="italic">IGNIB., ET FERRO VASTANTES OMIA CIRCU;</hi></l>
<l><hi rend="italic">VICTORES VICTIS SIC FACTA CEDE RELICTIS,</hi></l>
<l><hi rend="italic">INCOLUMES MULTO PISA REDIERE TRIUMPHO;</hi></l>
</lg>
<p>Finalmente vedesi in alto presso la porta maggiore la seguente inscrizione.
 <foreign lang="lat">HOC OPUS EXIMIVM, TAM MIRVM, TAM PRETIOSUM: RAINALDUS PRUDENS
OPERATOR, ET IPSE MAGISTER: CONSTITUIT MIRE, SOLLERTER, ET INGENIOSE.
<pb n="158"/>
</foreign>Egli è avviso di alcuni, che questa per l' espressione delle parole, e come posta in
luminoso luogo, ed in lettere cubitali scritta faccia grande ostacolo a ciò che affermai riguardo al
nome dell' Architetto di questo Tempio. Dico per altro che il chiaro significato di quei versi
inseriti nel riportato epitaffio di Buschetto nella facciata istessa, cioè:</p>
<lg type="versi" lang="lat">
<l> "<hi rend="italic">Hujus ab arte viri , menia mira vides ,</hi></l>
<l><hi rend="italic">"At sua Busketum splendida Tempia probant.</hi></l>
<l><hi rend="italic">"Non habet exemplum niveo de marmore templum,</hi></l>
<l><hi rend="italic">"Quod fit Busketi prorsus ab ingenio"</hi>.</l>
</lg>
<p>smentisca bastantemente coloro, che trasportati da spirito di novità ricercano
l'Architetto in Rinaldo, lasciando a Buschetto la semplice virtù di macchinista , come di lui l'
altro elogio ci narra. Su tal proposito inutil cosa non credo di proporre l' original memoria di un
anonimo scrittore, quella cioè, che accennai poc'anzi come vegliante nell' archivio delle
Riformagioni di Firenze, e come fedelmente tradotta dagli antichi libri dell'opera. Quivi
accennati vengono tutti i primi Operaj del Duomo di Pisa dalla sua edificazione in questi
termini: <hi rend="italic">Fu l'anno 1080 <pb n="159"/>
 Ildebrando del Giudice, Uberto, Leone,
Signoretto Alliata, e Buschetto da Dulichio, che fu Architetto; il capo di detti fu Ildebrando, e
gli altri furono Ministri, e Uffiziali dell'Opera, come si trova nell' Archivio di detta Opera</hi>
<note anchored="yes"> Il Libro intitolato Santuario Pisano segnato
	col. n. <num>38</num>.</note> In virtù di tal memoria, e principalmente dei suddetti versi scolpiti nel sepolcro di lui sembra
certissimo, che Buschetto sia stato l' Architetto di questo Tempio, onde convien dedurre, che il
rammentato Rinaldo altro non fosse, che un semplice esecutore del disegno di lui, o il
Capo-Maestro. L'espressioni in fatti degli accennati versi sono atte ad indicare un tale impiego,
indicando la parola <foreign lang="lat"><hi rend="italic">Operator</hi></foreign>chi lavora nella fabbrica materialmente, e
praticandosi la parola <foreign lang="lat"><hi rend="italic">Magister</hi></foreign>per significare il Capo-Maestro, secondo il
Du-Cange <note anchored="yes"> Nel suo Glos. Parola, <foreign lang="lat"><hi rend="italic">Magister Lapidum, </hi></foreign> Facciol. vol.
<num>2</num>., Paro. <foreign lang="lat"><hi rend="italic">Magister</hi>.</foreign> Quando questa significhi assolutamente l'architetto vedi S.
Gio. §. <num>1</num>. Inscr. di Dioti Salvi, dove alla parola, <foreign lang="lat"><hi rend="italic">Magister</hi>,</foreign>non precede
quella di <hi rend="italic">Operatore</hi>, e dove non si dà il concorso di altra Inscrizione, la quale indichi
chiaramente l'architetto.</note> quegli a cui si appoggia la principal cura delle cose secondo il
Facciolati, e secondo altri l'esecutore d' invenzioni architettoniche. Ella difatto preceduta
<pb n="160"/>
 dall' altra parola <foreign lang="lat"><hi rend="italic">Operator</hi></foreign>acquista maggiormente un tal significato.
Da ciò ne viene altresì la conseguenza di non doversi abbracciare neppure l'opinione di coloro ,
i quali attribuiscono a Rinaldo la sola facciata, che il nome scolpito ne porta, perocché anche
quello di Buschetto si legge nella facciata istessa, ed autor della fabbrica senza eccezione, e
senza equivoco si dichiara. Siccome non giova il credere, che con gli altri marmi un sepolcro si
collocasse; poiché  la facilità del lavoro e le tracce tuttavia segnate, dove lateralmente all'arca
intorno dovea ricorrere la fascia turchina, simil credenza smentiscono. Stante che conchiudendo,
che Buschetto Autor del disegno fosse, e che fosse Rainaldo il Capo Maestro, vengono
mirabilmente a conciliarsi le due riportate inscrizioni, che in altra maniera sarebbero
contradittorie. Né quanto fin' ora esposi avrà d' uopo di essere autenticato dalla comune
opinione di tanti autorevoli Scrittori, e da varie antiche inedite memorie, che attestano, come
<hi rend="italic">concorsero da straniere parti i Maestri più accreditati a prestare la loro opera in sì importante
Edifizio sotto la direzione di Buschetto</hi>, fra i quali il prefato Rinaldo il più industre ingegno,
sollecito, ed esperto <pb n="161"/>
 nell' intagliare (secondo che si espresse l'Encomiaste) dovette
tenere il primato, ed esser dichiarato soprantendente all'opera. Ognuno sa , che così accadde in
tutte le fabbriche di straordinario lavoro; e questi tali appunto vengono nominati dagli Scrittori,
e reputati sono talvolta dai compositori delle inscrizioni. Fra gli altri esempj quel ci rimembri ,
che inalzandosi il Duomo di Siena uno dei più bei gotici edifizj, ebbero gran nome M. Lapo, e
M. Goro di Giotto fiorentini, ma però come i più valenti Maestri operatori di scalpello sotto la
direzione dell' Architetto Giovanni Pisano. Riferisce il Baldinucci che <note anchored="yes"> Dec. <num>4</num>.
Sec. <num>6</num>. pag. <num>292</num>.</note><hi rend="italic">da Carrara, e da Pisa furono fatti venire a Loreto trenta dei più
pratici Scalpellini, e fermati più intagliatori, e Andrea Contucci dal Monte Sansavino fu
dichiarato Capo-Maestro</hi>.
Tralascio gli allegorici versi <foreign lang="lat"><hi rend="italic">de ore Leonis ec.</hi></foreign>come non interessanti. Non v'
ha dubbio che questi incisi in piccolo variato marmo sottoposto al suddetto, ed in caratteri più
minuti non abbiano relazione alcuna col surriferito elogio; l'avran forse con i due Liocorni
intagliati con <pb n="162"/>
 plice traforo forse in quei bassi tempi, e con i due Leoni similmente
espressi nel marmo dell'opposta parte. Il Can. Martini per altro non ebbe un tal riflesso; ma solo
per recar meglio in proprietà la simbolica spiegazione fatta da S. Pietro riguardo ai leoni,
scrisse: <foreign lang="lat"><hi rend="italic">Potissimum quia huic explicationi consonat mens ipsius, mi fallor Artificis,
nam prope Leonem Columnae introeuntium dexterae sequentia verba insculpta leguntur</hi>;
</foreign>quindi l' una, e l'altra inscrizione insieme unite, e con egual carattere ei riporta, come se
fossero analoghe fra loro. Veramente nella supposizione del Martini né l'artista né l'opera
meritava la pena di un tanto elogio; perocché il disegno è meschino, e l' accapigliatura in
ordinate ciocche parallele sembra all'egiziana: alla qual foggia molto si rassomigliò quella del
secolo XI.
</p>
</div3>
<div3 type="paragrafo">
<head>PARAGRAFO 4.</head>
<head>Porte di bronzo storiate.</head>
<p>Inconveniente e disaggradevol cosa non fia che noi senza troncar l' ordinata descrizione delle
bellezze del nostro Duomo anche delle più moderne si ragioni. Ornato, che per la materia, e per
<pb n="163"/>
 il pregio dell'arte indica magnificenza, e proprietà dicevole a sì superba Basilica, e che
Pisa e l' Italia onora, son le tre Porte di bronzo storiate, che ne rendono ampio l' ingresso. La
grazia degli ornati, le numerose figure ben distribuite, la difficoltà dei tondi rilievi, il disegno, l'
artificio dei ben rinettati bronzi, e il decoro in somma di tutto il lavoro richiama l' attenzione
dell' intelligente osservatore.
La Porta principale superiormente alle altre è alta braccia dodici, e braccia sei larga. Un
grazioso contorno di fronde, di frutta, e di fiori, che imitano ben la natura, e che sono di un getto
maraviglioso divide in quattro quadrature ciascuna imposta. Vengono in esse rappresentati varj
Misterj della Madonna; le figure ben atteggiate, e di bei panni vestite sono, ed alcune quasi dal
piano si distaccano. Nelle divisioni dell' ornato gli emblemi relativi sono espressi. Effigiati sono
nei tre fregj varj Profeti, e Santi, che nelle estremità loro, e nelle mosse tengono molto del grave
stile michelangiolesco. In fine diversi geroglifici colle epigrafi relative sono negli angoli
collocati.
Le due Porte laterali alte braccia otto, e mezzo, e larghe quattro, e due terzi <pb n="164"/>
 restano
scompartite dal contorno simile all' indicata foggia in tre soli riquadri per imposta. Quegli della
sinistra porta dimostrano varie istorie del Nazzareno incominciando dalla Nascita di lui, e dall'
offerta dei tre Magi. Sono col solito ordine scompartiti i respettivi geroglifici. Fregiata di due
ben' espressi animali, il rinoceronte, ed il cervo colla simbolica inscrizione è l'inferior parte
delle imposte; e la superiore di un' aquila, e del pellicano. Negli angoli sono otto simulacri di
Santi dintornati con vivezza nelle parti risaltate. Sull' istessa norma egli è il partimento della
destra porta, dove sono distinti altri fatti di Cristo con i soliti ordinati geroglifici. Tutte le prefate
storie si trovano minutamente descritte nell'Opera del Can. Martini con i respettivi rami
condotti col disegno dei due fratelli Melani di Pisa. Narrata la rappresentazione, ed il pregio
dell' arte di così raro, ed eccellente lavoro dritto è ch'io esponga da quali valorosi Artefici egli
deriva. Primieramente ne fece il disegno il fiammingo Scultore, ed Architetto <hi rend="italic">Gio.
Bologna</hi> da Dovay, celebre per le tante opere sue maravigliose, che abbelliscono varie Città
d' Italia, fralle quali Genova, Lucca, Bologna, Roma che alimentò i suoi rari <pb n="165"/>
 talenti, e
Firenze dove molto si trattenne ne' più decorosi lavori col favor d' illustri Mecenati <note anchored="yes">
Cos. I, Franc. e Ferdinando Fratelli, e Figli di lui.</note> Nell' anno 1601 si
modellarono le tre Porte nella suddetta Città di Firenze, e furonvi adoprati più valenti Artefici di
quel tempo nell' arte fusoria sotto la scorta, ed approvazione del mentovato Maestro <hi rend="italic">Gio.
Bologna</hi>. Fra gli altri fu prescelto il principale scolare di lui <hi rend="italic">Pietro Francavilla</hi>, che
nato in Cambrai riconobbe la perizia nell'arte dalla città di Firenze: <hi rend="italic">Pietro Tacca</hi> con
<hi rend="italic">Antonio Susini</hi> fiorentino, della cui particolare abilità molto si servì <hi rend="italic">Gio. Bologna</hi>
nell' operare: <hi rend="italic">Orazio Mochi</hi> della scuola di Giovanni Caccini: <hi rend="italic">Giovanni Bandini</hi>
da Castello, detto <hi rend="italic">Giovanni dell'Opera</hi> Scultore assai diligente della scuola di Baccio
Bandinelli. Finalmente è degno di essere nominato il <hi rend="italic">P. Domenico Portigiani</hi> dell'
Ordine dei Predicatori. Se questi venne in fama di abile Professore nel fondere il bronzo <note anchored="yes">
Gio. Bologna molto si servì di Fra Domenico nella cappella bellissima di S. Antonino
Arcivescovo di Firenze di Casa Salviati, dove son suoi gli stimati bassi rilievi sul disegno del
Maestro</note>, lo dimostra il difficile, e gran lavoro, di cui egli coll' ajuto di un certo <pb n="166"/>
Maestro <hi rend="italic">Angelo Serrano</hi> fece il getto con tanta accuratezza, e felicità, che sommamente
diletta. Il lavoro per altro non fu perfezionato da lui, che morte gli sopragiunse, ma da un certo
<hi rend="italic">Zanobi</hi> suo nipote, ed ajuto. Tutte le surriferite memorie sono nell' archivio del Capitolo
inserite nel codice Lett. M. spettante al risarcimento della Chiesa dopo l' incendio. Evvi
eziandìo un attestato del Susini, e di Pietro Tacca, ai quali, attesa la perizia nell' arte, e l'aver
fatto quivi alcune storie, fu dato a stimare il lavoro dopo la morte del Portigiani. Notizia ancor si
trae dall'indicato fonte, che <hi rend="italic">M. Raffaello di Pagno</hi> o Pagni pisano <note anchored="yes"> Era allora
ingegnere del G. D. In una lett. del Portig. del 6. apr8 1596. si dice: <hi rend="italic">che i
trofei ch' esso Pagni ha disegnati nel modello delle porte minori sono molto più vaghi, e belli
che non sono i fogliami</hi>. Favorì di comunicarmi una tal lett. con altre riguardanti alle
celebrate porte il Sig. Filippo Ciappei di Pisa.</note> Ne ebbe la soprintendenza in compagnia di
<hi rend="italic">Gio. Bologna</hi>, e che l' uno, e l' altro furono anche giudici, e revisori. Non ometto l'
importante memoria scritta dal Baldinucci ella vita di <hi rend="italic">Gregorio Pagani</hi> fiorentino scolare
di Santi di Tito. Questi dic' egli universalissimo in tutte le arti, che provengono dal disegno
dette particolarmente sicure prove <pb n="167"/>
 del suo talento nel gettar metalli, e modellare in terra,
ed in cera. Che però <hi rend="italic">facendosi l'anno 1600 le Porte di bronzo storiate per la
Cattedrale di Pisa non solo toccarono a Gregorio le gran fatiche di riveder le cere, ed ogni altra
cosa, ed assistere a chi operava, ma ebbe anche a fare di sua mano i modelli in tutto, e per tutto
di tre Storie di mezzo rilievo. In una di esse figurò Nostro Signore orante nell' orto, in una la
Flagellazione del medesimo, ed in un'altra la Coronazione di Spine, e le condusse finite quanto
mai può dirsi, e tali appunto quali egli le modellò furono messe in opera nelle Porte</hi>. Da tutto
ciò si raccolga quanto convenevolmente si provvide al decoro dell' opera combinando la scelta
dei migliori Professori di quel tempo colla grave, e considerabile spesa, che ascese a <num>8601</num>
scudo <note anchored="yes"> Così nel Cod. n. <num>866</num>,
	cl. <num>25</num>. dei mss. della Bibliot. Magliab.</note>. Così
non si fece sotto Eugenio IV. nella Porta di S. Pietro in Roma, perché  furono fatti venire da
Firenze Antonio Filarete, e Simone invece di Lorenzo Ghiberti. Fu pertanto lodevol cura di
Ferdinando dei Medici di farla eseguire con tali riguardi; siccome ancora molto contribuì la
generosità grande del <pb n="168"/>
 medesimo Principe al riparo dei gravosi danni, ed la nuovo
abbellimento della Chiesa, dopo che restò in gran parta arsa, e guasta dall' incendio: solita
fatalità dei più celebrati Tempj. Tanta onorevol memoria al Regio Mecenate, e benemerito delle
Arti fu con molta ragione a caratteri di bronzo impressa nelle due cartelle che ornano
superiormente la porta maggiore, e nei quattro scudi, che sono nel rovescio della medesima. ԌԂ
dovere che io qui  la esponga:</p>
<lg type="versi" lang="lat">
<l><hi rend="italic"> TEMPLUM HOC INCENDIO</hi></l>
<l><hi rend="italic">FERE CONSUMPTUM</hi></l>
<l><hi rend="italic">FERDINANDUS MEDICES</hi></l>
<l><hi rend="italic">MAGNUS DUX ETRURIAE III.</hi></l>
<l><hi rend="italic">MAGNIFICENTIUS</hi></l>
<l><hi rend="italic">PROPRIIS SUMPTIBUS</hi></l>
<l><hi rend="italic">PENE REAEDIFICANDUM</hi></l>
<l><hi rend="italic">JUSSIT AN. SAL. MDCII.</hi></l>
</lg>
<p>Il mentovato incendio seguì nella notte del 25 ottobre 1596 stile
pisano, e non nel 1600 come scrisse il Papebrochio. Il Canonico Roncioni
allora vivente racconta l' infortunio accaduto per trascuraggine di un capo maestro stagnajo M.
Domenico da Lugano, mentre era impiegato a risaldare alcune lastre di piombo ond' è coperto l'
edifizio. Rimasero distrutte allora le antiche porte, la maggiore delle quali fu <pb n="169"/>
 opera di
bronzo fatta nel 1180 da Bonanno Architetto, e Scultore pisano. Giorgio Vasari,
e Paolo Tronci ne riportano l' antica inscrizione; la riportiamo ancora noi, perché  serve ad
illustrar l' epoca dell' arte di gettar metalli tanto gloriosa alla Città di Pisa.</p>
<lg type="versi" lang="lat">
<l> <hi rend="italic">Janua perficitur vario constructa decore</hi></l>
<l><hi rend="italic">Ex uno Virgineum Christus descendit in alvum</hi></l>
<l><hi rend="italic">Anno MCLXXX. Ego Bonanns Pis. mea arte hanc Portam uno anno perfeci tempore Benedicti </hi></l>
<l><hi rend="italic">Operarii</hi>.</l>
</lg>
<p>Per dimostrare quanto uno mal possa fidarsi degli scrittori di viaggi, osserveremo che
Mons. Cochin nel tomo secondo <foreign lang="lat"><hi rend="italic">Voyage d'Italie. A Paris 1796</hi>
</foreign>parlando di Pisa, scrisse: <foreign lang="fr"><hi rend="italic">Les Portes en sont de bronze a bas reliefs, mais presque
tous mauvais, et demi-gotiques; ils sont de Bonanne</hi>.</foreign> Errore sì massiccio di cronologìa, e
d' imperizia non essendo credibile in lui come amatore, ed artista, prova che egli scrivendo
asserì talora ciò che non vide, o che la memoria perdette di quel che aveva veduto: lo confessa
egli stesso nella prefazione dell' opera indicata. Il Sig. de La Lande in ciò non lo seguita, come
fa in altre cose.
Quali fossero le imposte della altre porte non gioverà molto di rintracciare. <pb n="170"/>
 Accennerò
soltanto (non valutando quel che dice il Baldinucci <note anchored="yes"> Dec. <num>3</num>. p. <num>2</num> Sec. <num>4</num> p.
<num>198</num></note> certe porte di legno recate dai Pisani da Majorica) che il citato Roncioni
contemporaneo all'incendio afferma, <note anchored="yes"> Lib. <num>3</num>. An. <num>1062</num>. p. <num>68</num></note>Ch' oltre
quella fatta da Bonanno nel 1180 eravi altra porta di bronzo coll' intaglio di tutta la vita di N.
S. in figure di argento; che fu donata nell'anno 1100 da Goffredo Buglione ai
Pisani, i quali portarono la terza nell'anno 1114 dall' Isola di Majorica.
Giovanni Villani <note anchored="yes"> Lib. <num>4</num>. P. <num>95</num>.</note> dice <hi rend="italic">che tornata l' oste de' Pisani dal
conquisto di Majorica renderon grazie ai Fiorentini, e domandarongli qual segnale del conquisto
volessero, o le Porte di metallo, o le colonne di porfido, che avevano recate, e tratte di
Majorica</hi>.
Le Pitture a mosaico nelle lunette sulle porte laterali vengono attribuite dalla tradizione a un
certo <hi rend="italic">Filippo</hi> di Lorenzo Paladini. Nel soffitto dell' arco della porta destra per chi osserva
sono scompartiti tre ritratti parimente a mosaico. Non volendosi interpretare a caso quello sotto
posto agli altri con un berretto nero avente nelle pieghe una striscia di carta bianca, <pb n="171"/>
senza che alcuna lettera vi sia segnata, convien dire col Vasari, che alcuni pittori di quel tempo
costumarono di ritrarsi in quella guisa. Negli altri due vestiti di rosso compariscono effigiati due
Signori di Pisa, e forse col figlio Gherardo Jacopo d' Appiano, che con gran solennità prese
possesso del suo governo in questa Primaziale. La cronologia può combinare col Mosaicista, il
quale probabilmente della scuola di Vicino pisano non avea molto dirozzato la maniera.
</p>
</div3>
<div3 type="subcap">
<head>PARAGRAFO 5.</head>
<head>Interno scompartimento del Tempio e sue bellezze.</head>
<p>Lasciate per ora altre meritevoli osservazioni riguardo all' esterno, imprendiamo a descrivere l'
intera parte di questa Basilica. Con proprietà, e con decoro porta essa un tal nome perché  all'
antiche Basiliche del gentilesimo, e dei Cristiani imitatori si rassomiglia, e perché  tale diceasi
allora quel Tempio ch' era di regio edifizio, e di singolar costruzione <note anchored="yes"> Murat.
 <foreign lang="lat">Diss. de primis Christ. Eccl. </foreign>Cap. <num>28</num> pag. <num>40</num> tom. <num>XII</num>.</note>
<pb n="172"/>
 L'occhio dell'osservatore a gustare avvezzo l' eccellenza delle cose, resterà certamente
colpito al primo aspetto di sì nobile, grave, ed ampia mole. Alcuni rapporti allo stile di quei
tempi non impediscono, che una magnifica disposizione di parti da bella varietà  elegantemente
combinate desti l' idea di quella proporzione e simetrìa, che rende armonica, e piacevole un'
opera di architettura. Speriamo che ciò venga approvato anche dagli ammiratori della sodeza dei
Greci, che se quella onninamente qui  non ritrovano, negar non possono, che una certa grandiosa
bellezza non gli si presenti.
Sorprendente è il numero, e la mole delle colonne, che sono di questo Tempio l' ornamento più
ragguardevole pe' grandiosi peristilij, che da esse si formano. M.r Cochin così si espresse:
 <foreign lang="fr"><hi rend="italic">L' interieur a de la beauté par la quantité des grandes colonnes de granit, dont il est
soutenu, ce qui lui donne un air demi-antique, et
	 demi-gothique</hi>.</foreign> Tutte le colonne sono
<num>208</num>, settanta sono quelle, che si alzano dal piano a reggere le arcate della gran macchina.
Essendo rotonde, e lisce fanno di se bella mostra; e così fatte le giudica Leon Battista Alberti
più convenienti alla maestà d' un Tempio. L' altezza di loro non si può dar <pb n="173"/>
 certa, e fissa
in tutte egualmente: Perocché le <num>24</num> colonne corintie di considerabil mole, ond' è
fiancheggiata la gran nave di mezzo sono per l' ordinario di braccia <num>17</num> compresa la base, e il
capitello. Di braccia <num>14</num> è il fusto; e di <num>6</num> braccia, e un sesto è la circonferenza. Le altre
minori sono alte per lo più braccia <num>13</num>, e un quarto in tutto: anno il fusto di <num>10</num> braccia, e
di <num>4</num> braccia, e cinque sesti la circonferenza. Tali dovettero esser messe in opera secondo che
venivano da diversi paesi, o che si trovavano nella Città medesima, avanzi di nobilissimi antichi
edifizj. Per altro no si distingue senza una particolare attenzione l'irregolarità dell' altezza di
loro in un ordine istesso Un tal difetto dell' arte fu benissimo adombrato dalla maestrìa di
Buschetto, mentre le dispose in maniera, che l' occhio a prima vista resta ingannato; e senza
concepire disuguaglianza, dell' ordine, e della general proporzione si appaga. In prova di ciò
egli è da notarsi particolarmente, che l' accortissimo Maestro con falsi attici sotto le basi, e con
capitelli, e abachi alcune delle più corte ajutando le collocò verso le tre porte, dove appunto tali
cose fanno minore impressione <pb n="174"/>
 ai sensi, e meno s' incontrano nella linea visuale.
Giova eziandìo di qui  ricordare il modo facile, e maraviglioso, con cui Buschetto non men
valente nella meccanica che nell' architettura seppe eseguire la difficile operazione di estrarle
dalle navi, e d' innalzarle, e collocarle sulle basi. Di ciò fa indubitata fede il riportato
epigramma <foreign lang="lat"><hi rend="italic">Quod vix mille bovum
	 ec.</hi>,</foreign> ed i seguenti versi nel primo elogio
espressi:</p>
<lg type="versi" lang="lat">
<l> <hi rend="italic">Molis, et immense pelagi quas traxit ab imo</hi></l>
<l><hi rend="italic">Fama columnarum tollit ad astra virum</hi></l>
</lg>
<p>Inoltre dal distico, che a questo precede:</p>
<lg type="versi" lang="lat">
<l> <hi rend="italic">res sibi commissas Tempi cum lederet hostis</hi></l>
<l><hi rend="italic">Providus arte sui fortior hoste fuit</hi>.</l>
</lg>
<p>si raccoglie, che Buschetto medesimo ne fu talora il condottiere (molto probabilmente
dalla vicina Isola dell' Elba, le cui cave erano già da gran tempo aperte) superando con grande
sforzo dell' arte sua gl' insulti delle barbare genti, che allora corseggiavano i nostri mari.
Seppure il componitor dell' iscrizione non volle qui  forse indicare, che offesa la nave in
qualche porto; e pel grave peso affondatasi, <pb n="175"/>
 convenisse al Buschetto estrar dal fondo del
mare i commessi marmi, e recuperargli con somma industria. Sembra che letteralmente venga
ciò indicato dalle parole ,, <foreign lang="lat"><hi rend="italic">pelagi quas traxit ab imo</hi>.
</foreign> A quanto sopra è forza di aggiunger nuovamente l'esposizione del pentametro</p>
<lg type="versi" lang="lat">
<l> <hi rend="italic">Et quod vix potuit per mare ferre ratis</hi>,</l>
</lg>
<p>affinché vieppiù chiaramente si concepisca, che alcune colonne furono d' altronde
condotte. Né andrem' lungi dal verosimile congetturando, che non solo se ne formassero dal
granito della detta Isola allora soggetta al pisano dominio, e queste bensì in piccolo numero,
come dalla disuguaglianza di loro, e da altre circostanze rileveremo in appresso, ma ancora, che
qualcuna di esse, e parte de' tanti pregiati sassi si trasportassero da più lontani paesi. Non dovrà
ciò recar meraviglia, come la recò a Gio. Lodovico Bianconi <note anchored="yes"> Nelle sue lettere
indirizzate al Ser. Princ. Enrico di Prussia, mentre era egli Ministro di Sassonia alla S. Sede</note>
perocché è molto facile persuadersi, che i Pisani quantunque fossero allora inclinati <pb n="176"/>
soltanto alle cure marziali, ed al commercio, e non all' anticaglie, potevano benissimo unire ai
sempre verdi allori, e all' interesse loro questa per essi non indifferente, e gloriosa cura; e
spogliando all' uso de' vincitori i luoghi ricchi, ed illustri anche delle pregevoli pietre, queste
per soddisfare al concepito nobile pensamento alla patria portassero.
É notissimo, che così fecero appunto altri popoli potenti, e vincitori. Lo fecero i Romani dopo
d'aver trionfato de' Greci; i Saraceni nel VII secolo. secolo da Siracusa in
Alessandria traghettarono opere di bronzo; i Veneziani nel mille dalla Grecia
trasportarono colonne, ed altri preziosi marmi per il Tempio loro; e nel 1180.
per opera del lombardo Architetto condussero le due grandi colonne, che poste sulla riva del
mare alla piazza di S. Marco fanno decoro. Che il trasporto difficile di simili cose si potesse
mettere ad effetto dai Pisani, non è da negarsi. Famoso emporio, e porto franco il più
considerabile del Mediterraneo era Pisa in quel tempo, come noi a suo luogo narrammo
portando l' attestato del Monaco Donizzone Poeta contemporaneo. Siccome appoggiati alle
autorità di Strabone, di Lucano, di Virgilio, di Claudiano <pb n="177"/>
<note anchored="yes"> <foreign lang="lat"><hi rend="italic">De bello</hi>
Gild. </foreign> <num>48</num>.
<lg type="versi">
<l> <foreign lang="lat"><hi rend="italic">….Tyrrhena tumultu</hi></foreign></l>
<l><hi rend="italic">Ora nec Alpheae capiunt navalia Pisae</hi>.</l>
</lg>
Il Muratori An. T. <num>IX</num> pag. <num>321</num> narra, che una Cocca pisana portava <num>4008</num>
Uomini oltre un ricco carico. Si trova negli Annali genovesi, che altra Nave oltre il carico di
molte mercanzìe portava <num>708</num> cavalli, e <num>708</num> Cavalieri sotto il comando del C. Fazio Cap.
dei Pisani</note> di Rutilio Namaziano, e di tanti altri vecchi, e moderni Scrittori dicemmo
indubitata, e notissima la marittima potenza della Repubblica dominante, e intraprendente di
lunghissimi viaggi per tutti i mari allora conosciuti. Dal che si può raccogliere, che
espressamente ancora si costruissero in Pisa grossissimi legni, come si fece in Roma sotto
Augusto, ed in altri tempi; e che in Lei fiorisse allora grandemente l'arte Meccanica, onde molti
fossero gli Artefici capaci dell'esecuzione di tai navigli da carico, e da guerra, e di macchine
militari da porvi sopra; ma di ciò daremo miglior' avviso nell' incominciar la storia dell' Arti
nel sec. XII. Sul proposito dell' indicata opinione scrisse il Vasari nel suo
Proemio, che fu <hi rend="italic">questo Tempio ornato dai Pisani d' infinite spoglie condotte per mare,
essendo eglino nel colmo di loro grandezza, da ben lontanissimi luoghi</hi>. Inoltre si legge nel
nostro pisano <pb n="178"/>
 accreditato Storico <note anchored="yes"> Ronc. L. <num>III</num> pag. <num>42</num> e L. <num>II</num> pag.
<num>316</num>.</note> Che nella fabbrica del Duomo fu speso grandissimo denaro senza computare molte
cose maravigliose, che dai Pisani per arricchirlo portate furono da diverse parti del Mondo; e
dove parla delle colonne, dice, che ne furono portate dall'Africa, e dall'Egitto, da Gerusalemme,
dalla Sardegna, e dalla Sicilia ancora, che in abbondanza di marmi alla Grecia non invidiava
<note anchored="yes"> Agost. Tetamo Diss. <num>7</num>. Vol. <num>I</num>
	Acc. Palerm.</note> É ben vero però che se io per
le indicate ragioni non seguito le tracce del sopraccitato Bianconi, e di altri, i quali invogliati
soverchio di dare a Pisa la gloria di molti superbi edifizj romani quella già dichiarata  le tolsero,
intendo di non distruggere la prima opinione di loro anzi di valutarla, e di unirmi volentieri con i
migliori Scrittori dell' istoria pisana conciliando, che la maggior parte di tali cose fossero
ritrovate nella Città istessa celebre <foreign lang="lat"><hi rend="italic">propter saxorum opera</hi></foreign>al dir di Strabone. La
credenza d' entrambe le opinioni avvalorata viene dal numero considerabile, e per lo più
disuguale delle colonne, che in ultimo come cosa ragguardevole accenno, e dal detto
comunemente <pb n="179"/>
 approvato, che la novità delle cose straniere sempre piace. E per portare
un luminoso esempio, con tutto che nella Città di Roma non mancassero  marmi di raro artificio
si sà, che ne venivano d' oltre mare. Dicesi in fatti che varj membri architettonici di greco
marmo scavati sotto il monte Aventino sulla spiaggia del Tevere, dove era il Porto, fossero
lavorati in estero paese, e trasportati a Roma per servizio delle fabbriche rimaste imperfette per
il devastamento dei Barbari. Attese le quali cose si può conchiudere con l' Alberti gran Maestro
in Architettura, che non è più facile il decidere, se abbia più contribuito alla maravigliosa
costruzione di questo Tempio l'ingegno, e l' artificio dell' Architetto, o lo studio dei Cittadini in
raccogliere tante cose singolarissime, ed eccellenti, che saranno un eterno monumento di quanto
amore portavan' eglino alle Belle Arti in tempo, ch' erano trascurate, o mal coltivate dalle altre
nazioni.
Ma la nostra narrazione seguitando egli è da osservarsi, che nella nostra fabbrica trionfa l'
ordine corintio il più delicato, il più pregiato dai Greci, ed il più adoprato dai Romani nelle
stupende opere di architettura: e n' è una prova il Panteon.
<pb n="180"/>
 Fa bellezza lo spartito della pianta disposta in proporzionata, e grata forma di croce
latina. La parte più lunga è grandiosamente sconpartita in cinque navi da quattro eleganti ale di
colonne rotonde e isolate; perciò si offre allo sguardo oggetto nobile, e grande, che fissa l'
attenzione, e che riempie l' animo di stupore. La parte trasversa della crociata è a tre navi, e
conseguentemente con due file di colonne. Nell' uno, e nell' altro braccio la nave di  mezzo
come più vasta delle altre molto si distingue. Un Tempio così decorato, e da Vitruvio distinto
col termine tecnico di Deiptero, produce l' effetto, che passando l' occhio per gl' intercolonnj
nasce nei sensi una illusione meravigliosa, e insieme dilettevole tanto per la varietà degli
oggetti, che ad ogni passo si presentano, quanto per la maggior grandezza, ed estensione, che si
concepisce. Non sono così frequenti le Chiese d' Italia, che sieno adornate, e sostenute da sì
gran copia di colonne giudiziosamente disposte. Convien dunque dir di Buschetto, che <hi rend="italic">non
paventò l' ingegno all' alta impresa</hi>.
Or la qualità esaminandone: se ne contano <num>56</num>. di granito, e <num>14</num> di marmo. Le <num>24</num>.
grosse colonne sono per lo più di granito nostrale, cioè di quello dell' Isola <pb n="181"/>
 dell'Elba, e
del Giglio, che fu molto stimato dai Romani per la sua saldezza, e perché  prende buon
pulimento; se ne adornarono le Chiese più grandi fralle quali il Duomo di Ravenna nella sua
tribuna, il S. Giovanni di Firenze, ed in parte la gran Rotonda di Roma. Fra i pregiatissimi
graniti orientali sono di bella sorte la maggior parte delle colonne, che reggono le due navate
poste sulla sinistra di chi entra per la regia porta. Elleno sono di granito rosso egizio, di quella
bella pietra onde gli Egiziani per lo più i celebri obelischi formarono che accrescono tanto
ornamento a Roma. Infatti dimostrano essi chiaramente le parti rosse, o sia il feldspath di colore
rosse distinto dalla mica nera ; ed in qualche pezzo, che restò meno offeso dal fuoco, lustrate si
conservano. Di granito bigio orientale sono altre colonne, e quasi tutte quelle dell' ordine che
resta sulla sinistra verso la Cappella di S. Ranieri; e queste hanno la superficie con macchiette
bianche, e nere, ma di un nero che dà in verdognolo, simile alla pelle delle serpi <note anchored="yes"> Che
venissero dall'Egitto si legge in varj mss. di Autori anonimi, e nella Storia di Jacopo Arrosti
esistente nell'Archivio della Comune, e nel Roncioni ancora. Alcuni poi hanno la difficil
credenza che fossero avanzi del Palazzo di Nerone in Pisa.</note> Dal pulimento, che anche in alcune
<pb n="182"/>
 parti di queste colonne si conserva, si può raccogliere, che tutte le orientali dovettero
essere lustrate avanti l' incendio, che per tal conto tolse una maggior bellezza alla fabbrica. Or
se il pulimento no  si può adesso restituire, meritano per altro dei decorosi restauri, e non quegli
di rozza calce, che in alcune benchè piccole parti le disonora. Fra le <num>14</num> colonne di marmo
alcuno sono di misto di Seravezza, quattro di bardiglio, una di cipollino, ed altre sono
vagamente brecciate; fra queste il Targioni <note anchored="yes">
	Targ. Tom. <num>I</num> pag. <num>314</num>.</note> ne trova
alcune di marmo numidico, o sia breccia affricana. Le due colonne striate, una a fronte dell'
Altare della Madonna detta di sotto gli organi, e l' altra poco distante nella medesima fila hanno
le strie proprie del fusto corintio sulla greca norma; siccome greco è il marmo dell'Isola di
Paros, che tale alla patina ed alla grana si dimostra. Quella gran colonna di ricontro all' Altare
dei Dottori non è di diaspro, o di altra pietra dura, come fu da molti tenuta, a di un bel marmo
misto da molte parti rosse, e gialle divisato.
I capitelli son tutti di scultura, o corintj, o compositi. Ma perché  la maggior <pb n="183"/>
 parte sono
corintj, e per conseguenza meglio proporzionati alla colonna una maggiore sveltezza producono,
e danno leggiadra forma alla simmetrìa. Egli è bensì vero che tanto gli uni quanto gli altri
mostrano gran finezza d'intaglio. Alcuni modani di scultura son per eleganza pregevoli. Questi,
ed altri disuguali membri architettonici, frantumo di raro antico edifizio furono propriamente
scelti, perché relativi sono alla magnificenza della fabbrica, e con gran riflessione, ed
intelligenza adattati. Da ciò si raccoglie, che se Buschetto non potette felicemente porre in
effetto l'euritmìa consistente nell'unità, e nella varietà, ne intese però la forza; e ricercò
maravigliosamente per quell' età l' equilibrio delle parti, onde ne risulta la sodezza, e la solidità
della fabbrica. Il Vasari architetto, e pittore intelligente su tal proposito così si espresse nel suo
Proemio, <hi rend="italic">Fu grande il giudizio, e la virtù di
	Buschetto nell' accomodare sì fatte cose tutte disuguali fra loro, e nel far lo spartimento della Fabbrica dentro, e fuori molto bene
accomodata</hi>. Anche nei tempi più barbari un certo Daniello architetto, perché  con
prodigiosa unione abbellì di tali differenti marmi la celebre Basilica di Ravenna meritò l' elogio,
che di lui scrisse Cassiodoro <pb n="184"/>
 Segretario del Re Teodorico Mecenate delle Arti fra i Goti.
Fu certamente portentosa l' arte di alcuni pochi Architetti di quei tempi, mentre nell' accozzare
molti disuguali membri, da tanti adoprati a caso, e senza decoro, conservarono la proporzione,
riguardandola, come ella è difatti, per il principale ingrediente della bellezza dell' Architettura.
Quantunque è altresì vero, che gli Edifizj di antica buona maniera, poiché no si distrussero
affatto, dettero sempre norma agli Architetti di qualche buon senso, attesa la facilità nell' imitar
con misure le parti architettoniche, il che nella Pittura, e nella Statuaria non accadde.
Avendo noi molto parlato di un tale ingegnoso accozzamento di parti, sembra anche proprio il
ricordare che fu già costume fino dei primi Cristiani di erigere le Chiese di rottami delle opere
del Gentilesimo, da loro medesimi barbaramente distrutte. Roma moderna dà prova dell' uso,
che quivi si fece degli antichi avanzi fino dai tempi di Costantino. Per la Basilica di S. Paolo
furono tolte al gran Mausoleo di Adriano le colonne onde formarne quella pregiata selva che
tanto l' onora; e l' arco medesimo di Costantino portando superbi ornamenti del più vetusto arco
di <pb n="185"/>
 Trajano, mostra il confronto dell'Arte cadente. Di ciò scrivendo l'erudito antiquario
Winckelman <note anchored="yes"> Tom. <num>II</num> pag. <num>330</num>.</note> Commenta la Chiesa rotonda di S. Costanza
presso quella di S. Agnese, detta volgarmente il Tempio di Bacco; ed ivi dimostrando le basi, e
i capitelli ineguali fra loro convince di errore il Ciampini <note anchored="yes"> Vet. Mon. Tom. <num>I</num> pag.
<num>133</num>.</note> Il quale intende, dalla proporzione delle parti specialmente di provare, che fosse
anticamente quella Chiesa un Tempio di Bacco. Un tal costume fu ancora fuori d' Italia. Per
esempio la Cattedrale di Cordova, anticamente Tempio di Giano, quindi Moschea presso i Mori,
fu ornata ne' tempi barbari dopo l' irruzione dei Longobardi, e degli Arabi di quel gran numero
di colonne la maggior parte milliare.
Inutil cosa non sembra di passare ad accennare che dopo il mentovato incendio di questo
Tempio per opera in ispecie di <hi rend="italic">Cosimo Cioli</hi> Intagliator fiorentino <note anchored="yes"> Questa
Famiglia <hi rend="italic">Cioli</hi> descendente da Settignano fu versata nell'arte dello scolpire, e superiore
agli altri fu  il noto Valerio</note> si fecero nell' anno 1604. considerabili
risarcimenti, come si ricava dall' antico codice <pb n="186"/>
 lettera L. nell'archivio capitolare.
Veglia nel medesimo la notizia, che nel cambiamento di alcune colonne, nel
1597 quattro grossissime furono condotte dall' Isola del Giglio per la navata di
mezzo; che Andrea Sandrini, e Pasquino Parducci si obbligarono di mutare otto colonne nella
gran nave suddetta; e che le altre quattro vennero dall' Isola dell' Elba per la somma di scudi
<num>520</num>. compresa l'opera di appuntellar gli archi, di che tuttavia si vedono i segni. Le notizie
stesse vengono confermate dal codice <num>92</num>. cl. <num>37</num>. della Biblioteca Magliabechiana col di
più, che rimase una colonna nell'Isola del Giglio sulla spiaggia del mare, la quale alcuni
raccontano d' averla veduta. É altresì noto, che nell'Isola dell' Elba nel Territorio di Campo
alcune colonne intere sul lido esistono tuttora nelle quali è scritto <hi rend="italic">Opera Pisana</hi>. or se
accenniamo la spesa occorsa nelle <num>8</num>. suddette grosse colonne ascendente a scudi <num>9177</num>.,
come nel codice num. <num>366</num>. cl. <num>25</num>., e se narriamo che altra ne occorse di scudi <num>2096</num>
per <num>8</num>. colonne mezzane, intendiamo di far sempre più comprendere, quali innumerabili spese
furono fatte nella restaurazione, e quanto un Sovrano della Real Casa de' Medici si mostrasse
degno de' suoi maggiori col non aver risparmiato <pb n="187"/>
 denaro, e cura per rendere a Pisa uno
de' suoi più magnifici ornamenti. A queste notizie quella si aggiunga ce Raffaello Roncioni
coetaneo scrittore asserisce che le principali colonne soffersero il danno del fuoco, fralle quali
sette di granito orientale tenevano il primo luogo. Né si taccia la memoria esistente nel
sopracitato archivio, che una delle colonne di granito orientale levate dalla crociata dopo l'
incendio fu ridotta al di fuori sulle gradole per sostegno dell' Urna, ch' or più non sostiene ;
onde da tutto ciò si raccolga, la quantità maggiore dei ricchi marmi, e de' graniti stranieri avanti
l' incendio, e la probabilità maggiore delle due conciliate opinioni.
Ha il suo gran pregio il vasto pavimento di tutto il Tempio. Sotto la cupola è a opera musaica
di rare pietre intersiato; nelle altre parti è tutto nobilmente coperto nelle altre parti è tutto
nobilmente coperto di lucide pietre di marmo bianco ordinatamente divisate da liste di marmo
ceruleo. Egli è molto ben conservato ; e si rende egualmente stimabile se sia pario il marmo o
lunense, perché  l'uno e l'altro si eguagliano in pregio secondo i seguaci del sentimento di
Plinio <note anchored="yes"> Pl. L. <num>XXXVI</num>. C. <num>5</num>.</note>
<pb n="188"/>
 Il soffitto delle maggiori navate è intagliato in legno a rosoni, e di oro riccamente
coperto. Comparisce in esso uno dei considerabili restauri dopo l'incendio, perché  prima era di
tavole dipinte, come si raccoglie dalle suddette memorie nella Biliot. Magliab., dove nel codice
num. <num>17</num>. cl. <num>25</num>. è descritta la forma, e lo stato del Duomo avanti il fatale avvenimento.
Le navi laterali sono con volte, ornamento stabile; e decoroso di un Tempio; Son condotte di
sesto acuto conforme voltano gli archi, uso che ne' due secoli posteriori fu generalmente
praticato.
Al disopra delle dette volte gira un loggiato, o gallerìa d' intorno a tutta la fabbrica sullo stile
delle antiche Basiliche. Quivi è di già noto, che presso i Gentili si radunavano le femmine, e gli
uomini ad ascoltare le arringhe dei giusdicenti; e che presso i primi Cristiani le sole donne
consacrate a Dio per assistere alle funzioni sacre v'intervenivano <note anchored="yes"> V. il Ciamp.
 <foreign lang="lat">Vet. Mom. </foreign><num>I</num> <num>III</num>. Du-Fresne <foreign lang="lat">Christ. Constant. </foreign>L. <num>III</num> p. <num>38</num>.</note>
Divide la gallerìa suddetta una fila di pilastri di marmi bianchi, e turchinj, e di colonne di varj
marmi, e di graniti, che corrispondono <pb n="189"/>
 appunto sull' altre sottoposte, e che sostengono il
tetto delle minori navate. Altra simile a confronto ne comparisce nella muraglia della gran nave,
il cui partimento in tante arcate aperte, quante sono al di sotto è molto proprio all' uso dei
portici superiori. Quest' ordine, che volentieri denominerei un attico continuo, nel concedere la
vista delle interne logge fa che maggior grandezza si concepisca; e simmetricamente ricorrendo
esso sopra la cornice corintia intorno a tutto l' edifizio sembra bene ideato per giovare alla
grandezza delle sottoposte colonne, e per togliere l' odiosità dell' altezza dalle prime arcate al
soffitto. Dobbiamo  in questo luogo notare, che le colonne poste nel mezzo di ciascun vuoto
dell'attico suddetto venendo a piombare sul centro del grand'arco di sotto contro le buone
regole architettoniche non tolgono lode alla fabbrica, come può sembrare a taluno; e dovrem'
dire sciolti d' ogni pedantesca affettazione, che se tal cosa non è lodevole ad imitarsi, nemmeno
nel caso presente disgusta l' occhio, e molto soffribile si rende in un' opera di quell'età: tanto
più ce le colonne compariscono in buona proporzione, e atte al puro abbellimento di quel vacuo.
Quest' ornato in foggia più sottile andò molto in moda <pb n="190"/>
 ne' due secoli posteriori. Un tal
ordine poi fu praticato sovente nelle antiche principali Chiese, dove la costruzione, e il comodo
de' portici superiori lo ricercava. Vedesi tutto a colonne nel Tempio illustre di S. Sofia di
Costantinopoli <note anchored="yes"> Il Du-Fresne ne pubblicò il disegno in rame nella Cristiana Costantin.
L. <num>III</num> p. <num>33</num>.</note> d'onde il Martini supponendo greco Buschetto congetturò, ch' ei ne trasse
il pensiero. Comparisce in oltre in S. Marco di Venezia, e nel S. Giovanni di Firenze, dove tal
quale, e con ornamento simile ricorre sul primo elegante colonnato. Questo Tempio però
quantunque abbia certe variazioni di buon gusto (ciò che lo fan credere eretto non a bei tempi di
Augusto, ma in quelli di Valentiniano) vien generalmente stimato, e diè norma al Brunellesco.
Benché in questa superior parte comodamente non si passeggi per non essere tutti i pavimenti
smaltati, ciò che sembrerebbe decoroso, e necessario, tutta volta ella merita, che vi si ascenda ad
osservare più dilettevoli cose. Son' elleno di fatti la bella vista della grandiosa fabbrica, che in
diversi punti grata si mostra, le pitture a fresco del Coro, i bassi rilievi antichi <pb n="191"/>
 di
Giovanni Pisano scompartiti nel parapetto del corridore sopra le tre porte, di che parleremo in
appresso, e alcune colonne di un bel granito bigio orientale, o granitello egizio lustrato, ed altre
di marmo greco scannellate. I capitelli sono per lo più jonici antichi; e possono interessar l'
Amatore quegli non solo che alludendo addirittura all'invenzione di Callimaco, mostrano fralle
foglie l' intreccio del canestro, ma quegli ancora composti di quattro cicogne, e suoi vilucchi, o
di quattro soli animali, or di grafi, e di civette, che furono il vero simbolo di Pallade, ed or di
scimmie, strano oggetto del culto di greca gente in Africa <note anchored="yes"> Winck. <foreign lang="lat">Mon. Ant.
ined. Tratt. preli </foreign>m. <num>CII</num>.</note> d'onde è facile, che i Pisani ne facessero il trasporto.
L'istessa osservazione potrà farsi in alcuni antichi capitelli sovrapposti alle grandi colonne delle
navate. Le quali cose vogliono alcuni Antiquarj, che non sempre siano indizj di egiziano, ma
talvolta di etrusco antico scalpello, perché  non sempre gli antichi Etruschi usarono quell'ordine,
che prese da loro la denominazione, ma molti simili generi di capitelli alle colonne adattarono.
<pb n="192"/>
 Dove s'incrociano le due braccia dell'edifizio s'innalzano da terra quattro piloni a
sostenere la gran cupola di forma ellittica. Due delle grandi arcate, che voltano sopra di essi,
cioè l'orientale, e l'occidentale essendo aperte, e vuote fino alla sommità loro mostrano del
Tempio il prospetto più magnifico, e dilettevole a colpo d'occhio. Le altre due, meridionale, e
settentrionale occupate restano dalla comunicazione delle descritte logge.
Più di <num>100</num>. finestre piccole, e strette (cosa difettosa) con vetri per lo più coloriti, portano
debil luce alla fabbrica. Un tal uso fu praticato è vero nelle Chiese dei primi Cristiani per
rendere il luogo più atto al raccoglimento; e lo fu presso i Gentili ancora, perché  non si
divagassero con la mente queglj, che attendevano ai sacrifizj. Ma Leon Batt. Alberti, di certi
vani di finestre troppo angusti parlando, dice, che loderebbe grandemente, che il di dentro dei
Tempj non fosse malinconico; e noi goderemmo altresì, se dal nostro si togliessero affatto i vetri
tinti, che tramandano scarsa luce, e che se ne introducesse una maggiore per render più chiare,
luminose, e godibili le rarità, che doviziosamente l'arricchiscono.
<pb n="193"/>
Per dare una certa norma delle essenziali misure dello spaccato, avendole ritrovate non
simili in varj scritti, non ho ricusato la fatica di riscontrarle io stesso, e sono le seguenti.
Tutta la lunghezzza dalla soglia della porta maggiore alla parete della tribuna è braccia
fiorentine <num>165</num>., e piedi di Parigi <num>293</num> e un terzo.
La larghezza totale delle cinque navate è braccia <num>55</num> e mezzo, e piedi <num>98</num> e due terzi
<note anchored="yes"> A scanzo di parole ometterò in appresso di ridur sempre il braccio fiorentino al piede
di Parigi. ciò che potrà fare ognuno sapendosi, che nove delle suddette braccia sono equivalenti
a sedici piedi</note> La larghezza della sola nave di mezzo è braccia <num>22</num>.
L'altezza della medesima è braccia <num>57</num>.
Misura della crociata trasversale:
Tutta la lunghezza è braccia <num>123</num> e mezzo comprese le tribune.
La larghezza da muro a muro è braccia <num>29</num> e mezzo.
La larghezza della sola nave di mezzo è braccia <num>13</num>.
Il giro interno, e l'area sulle date misure valuteremo, se non che la maggior lunghezza non più
si considera dell'indicate braccia <num>165</num> ma di <num>162</num> presa da muro a muro.
<pb n="194"/>
Tutto il giro è braccia <num>551</num> in circa, mentre i cerchi delle tribune e impediscono
l'esattezza.
L'area del braccio dritto della croce è <num>8570</num> braccia quadre.
L'area del braccio traverso, defalcata l'incrociatura, è braccia quadre <num>1765</num> <note anchored="yes"> Le
suddette aree son dedotte col dovuto riguardo alle tribune
	circolari</note> L'area totale è braccia quadre <num>10335</num>.
Le mura, che lateralmente chiudono l'edifizio sono scompartite da dodici pregevoli Altari, che
corrispondono ad ogni terzo intercolonnio. Fra un Altare, e l'altro sono pilastri incastrati
dirincontro alle colonne con i capitelli composti, e colla cornice, che fa il giro di tutto il Tempio.
Questo spartimento, che maggior vaghezza otteneva dalla migliore scelta del marmo venato di
Carrara, fu fatto sull'idea nobile in gran parte eseguita di vestir riccamente i vacui, che ne
risultano, di pitture a olio sulla tela prodotte da valorosi pennelli, come andremo divisando in
appresso. Qual decoro resulterebbe proprissimo dell'arte se gli accennati pilastri dassero
contezza delle basi di loro, e se ricorresse intorno un qualche sodo marmoreo imbasamento
piuttosto <pb n="195"/>
, che un ingombro di oscuri sedili, i quali per quanto siano bene seguiti, sono
piccole cose in paragone alla grandezza di una Chiesa colossale. I nominati Altari son tutti di un
bel marmo lunense. Furono rinnovati dopo l'an. 1500. La tradizione ascrive il
disegno della più parte a <hi rend="italic">Michelangiolo Buonarroti</hi> bastantemente rinomato Professore
delle tre Belle Arti, che dal disegno han vita. Lo Scultore <hi rend="italic">Stagio Stagi</hi> da Pietrasanta vi
adoprò i suoi valorosi scalpelli, e vedrem'alcuni per esso di sopraffino intaglio abbelliti. Giorgio
Vasari perch'ogni altra citazione si ometta, fà chiaramente attestato, che <hi rend="italic">quando Perino del
Vaga lavorava in Pisa</hi>, che dovette essere circa al 1540, <hi rend="italic">Stagio Stagi
aveva incominciato l'ordine delle nuove cappelle di marmo</hi> <note anchored="yes"> T. VII. ediz. Siena
1791. faccio conto dell'istrumento che ha favorito di comunicarmi sù tal
proposito l'erudito Sig. Ciampi Professore della Pisana Accademia.
<hi rend="italic">A dì 25 Aprile 1486. al Pisano …. Antonio d'Iacopo Operaro del Duomo
alluoga a M. Matteo di Giovanni Civitale da Luccha per fare nel dicto Duomo di Pisa
l'ornamento di marmo di ventidue Cappelle d'altari le quali devono esser poste dove ora sono
quelle a giesso in questo modo</hi>. Tralascio per brevità la lunga descrizione. Ed osservando che
questa non confronta coll'ordine né con gli ornati degli altari presenti: osservando che l'epoca
del 1486 molto anteriormente all'altra del 1540 fà credere che
il Civitali non effettuasse per qualche causa l'impegno contratto: osservando in oltre, che vi si
nominano ventisei Cappella, quando son quindici soltanto, e che <hi rend="italic">esso Matteo si obbliga</hi>
non d'eseguire, ma <hi rend="italic">di fare eseghuire tutto l'ordine e lavori intagliati, e schorniciati ec.</hi>
sembra che non ci dobbiam' discostare dall'autorità divisata, ma che dobbiam' valutarla sopra
d'ogni altra, come quella essendo di un contemporaneo, ed insieme intelligente Scrittore.</note>
</p>
</div3>
<div3 type="paragrafo">
<head>PARAGRAFO 6.</head>
<pb n="196"/>
<head>Opere di Pittura, Scultura ec.</head>
<p>Volendo noi ordinatamente descrivere, e mostrare tutte le rarità, che a opera di tarsia, e di
musaico, e che in marmo, e in tela distinte fastosamente nobilitano la nostra Primaziale, se ne
prenda un regolato giro nella seguente forma.
Dalla regia porta sulla destra volgendo si presentano due depositi
<num>1</num>.° Il primo è dell'Arcivescovo Matteo Renuncini fiorentino, che ricco di meriti fu inalzato
all'Arcivescovado di Pisa nell'anno 1577., come attesta l'Ughelli, e che morì
nell'anno 1582 come si legge nell'inscrizione riportata dal P. Mattei <note anchored="yes">
Tom. <num>II</num> p. <num>206</num>. <foreign lang="lat">Eccl. Pis. Hist.</foreign></note> Il lavoro, se non è del tutto di <hi rend="italic">Pietro
Tacca</hi> (come scrissero alcuni) celebre Scultore <pb n="197"/>
 fra gli scolari di Gio. Bologna, opera
sua è certamente il Cristo di bronzo di un bel getto, e di bene intesa notomìa.
<num>2</num>.° L'altro deposito appartiene all'Arcivescovo Francesco Frosini, che dalla vescovile
dignità della Città di Pistoja sua patria fu inalzato nell'anno 1702. a questa di
Pisa sotto Clemente <num>XI</num>, e sotto Cosimo <num>III</num> Gran-Duca di Toscana. Riportata pure dal
Mattei è l'iscrizione in cui si legge, che questo Prelato aveva già fatto fare il deposito molto
tempo avanti la sua morte. Il marmo tanto nei lavori di quadro, quanto nei bassirilievi fu
scolpito da un certo <hi rend="italic">Vaccà</hi> Scultore di Carrara. Nell'uno, e nell'altro sepolcral
monumento oltre il venato di Seravezza, il nero, e il giallo di Portovenere e le lucentissime
breccie, tenute da alcuni per diaspri di Sicilia, si distingue lo statuario lunense, l'alabastro
cotognino, ed il bellissimo nero detto da alcuni pietra di paragone, da altri nero orientale, o nero
antico come il più morato di tutti <note anchored="yes"> Vedi cosa ne dice il Targ. Tom. <num>II</num> p. <num>21</num>.</note>
E' da dubitar per altro, che egli sia nostrale dei monti di Prato, o di quegli di Carrara, dove si
cava una bella qualità di nero, <note anchored="yes"> Molto delle varie specie del marmo nero descrive il
Wink. L. <num>III</num> C. <num>5</num>. p. <num>118</num>.</note> <pb n="198"/>
 che in molte casse, e ne' mausolei fu adoprato
<num>3</num>.° Un gran Candelabro di bronzo qui  d'intorno inalzato porta scolpita nella base di marmo
la seguente iscrizione:</p>
<lg type="versi" lang="lat">
<l><hi rend="italic"> ALEXANDER TIBANTEUS PISANUS</hi></l>
<l><hi rend="italic">JOANNE PATRE VIRO NOBILI PATRIA FRANCO</hi></l>
<l><hi rend="italic">PIETATIS ERGO DEO DICAVIT ANNO 1600</hi></l>
</lg>

<p><num>4</num>.° L'Immagine di N. S. dipinta a fresco nel pilastro sembra alla durezza dello
stile un avanzo del decimo quarto di secolo, quando in questa Chiesa secondo il Baldinucci
<note anchored="yes"> Dec. <num>IV</num> Sec. <num>2</num>. p. <num>59</num>. e
	<num>68</num>.</note> dipinsero alcune tavole Bernardo Nello
di Giovanni Falconi pisano amico di Bruno, e di Buffalmacco, e Tommaso di Stefano detto
Giottino, come imitatore dell'opere di Giotto.
<num>5</num>.° Il primo Altare architettato con soda e semplice maniera, se manifesti l'indicato stile
michelangiolesco non oso decidere, mentre la purità dei membri delle cornici, e dei profili quasi
indicherebbe quello del Vignola. Negl'intagli de' marmi comincia a comparire il buon gusto del
nominato Scultore da Pietrasanta. La bella <pb n="199"/>
 tavola, dov'è effigiata la Madonna in mezzo
alle Sante Vergini escì dal pennello di <hi rend="italic">Cristofano Allori</hi> fiorentino detto il Bronzino,
perché  figlio di Alessandro, il quale ebbe parimente un tal soprannome come discepolo, e
nipote di Angiolo Bronzino. Che questo Pittore affezionato alla maniera del Cigoli, e del
Pagani, e imitatore nello stil della grazia del prodigioso Correggio mostrasse un ottimo gusto, e
si acquistasse luogo fra i più accreditati Professori di Pittura, che fiorirono sul principio del
secolo passato nella scuola fiorentina, si rileva competentemente da questa opera sua.
Comparisce in essa il robusto colorito lombardo: le figure hanno del grande, sono svelte, e di bei
panni vestite: quella della Madonna nobilmente atteggiata signoreggia sovra le altre, e nel
grembo di lei siede un leggiadrissimo putto. Le teste impastate con somma morbidezza
mostrano una bell'aria,  e la mostrerebbero anche di più, se si togliesse loro l'insipido
ornamento delle corone. Per sodisfare all'osservazione, che verrà fatta dagli' intendenti, di
alcune parti non finite, né corrispondenti alle prelodate diremo, che questa tavola restò
imperfetta per la morte di Cristofano, e che fu poi terminata nell'anno 1626 da
Zanobi <pb n="200"/>
 Rosi suo scolare, il quale terminò eziandìo altri suoi lavori rimasti imperfetti
<note anchored="yes"> Così si legge nel Codice lettera L. dell'Archivio Capitolare, dove costa per ricevuta,
che il Rosi riscotesse per sua mercede un residuo del prezzo, che era stato fissato con chirografo
nella somma di scudi <num>280</num>. Vedi il Baldinucci Dec. a P. <num>3</num>. sec. <num>4</num>. pag. <num>296</num>.</note>
Noteremo altresì che non deve attribuirsi al Pittore la mancanza di quel primo fiore di fresco
colorito, ma bensì al savio conservatore del quadro che circa a trent'anni sono sacrificò lo
sventurato al guasto di cattivo ripulitore.
Il primo degli spartimenti da noi poc'anzi divisati ci offre una gran tela da <hi rend="italic">Antonio
Cavallucci</hi> colorata. Se d'essa favellar non potemmo nella prima edizione di quest'opera
perché  l'Autore pochi anni prima della sua morte in Roma la fece, or ne diremo che alla
mancanza del bello ideale nelle figure supplisce la proprietà del carattere, e che l'effetto del
rilievo, il morbido impasto delle carni sul tinto chiaro campeggiando trionfano Che alcuna
figura introdotta non sia senza cagione analoga al fatto del vestimento di S. Bona, egli è un bel
requisito. Tali prerogative apparendo non false, e molto superiori ad alcune parti poco felici, ed
a qualche <pb n="201"/>
 difetto non disgustoso per altro, come dimostrar si potrebbe, sembra ch'abbia ben dritto di
piacere questa Pittura de' giorni nostri, come piace agli amatori di pendanterìe scevri , ed al
volgo.
Il contiguo spazio fu ricoperto sullo spirar del 1787 di simil tela che
<hi rend="italic">Domenico Corvi</hi> accreditato Pittore della scuola di Francesco Mancini poco innanzi
all'estremo suo giorno in Roma condusse. Se nell'altra edizione l' altrui sentimento esporre
dovemmo, or presente l'oggetto diremo, che la figura di S. Ubaldesca ha conveniente attitudine,
buon garbo di panneggiamenti, ed espressione, ma non <hi rend="italic">rara ai giorni nostri</hi>. Tutto il
dipinto trattato col lume di notte risquota dal conoscitore di tal modo di dipingere le adeguate
riflessioni.
<num>6</num>° La  Tavola del seguente Altare, detto dei Dottori, è opera del celebre pannello di
<hi rend="italic">Francesco Vanni</hi>, che fiorì nel XVI. secolo., e di cui in Città di Siena ,
madre feconda dei bei talenti nell'arte , più eccellente Dipintore non vantò mai. Il conoscitore
esperto, che abbia molte belle opere di lui osservate (mi si conceda di rammentar quella in
lavagna unico quadro originale frai grandi in S. Pietro di Roma da me più volte, e sempre con
<pb n="202"/>
 sorpresa veduto) potrà conoscere in questa lo stil suo barroccesco, per cui ebbe
particolar genio, ed onde formò la bellissima sua maniera ricca di contorni in ordine squadrato ,
e vero , di un bel carattere di mani, e di teste, e di un vago colorito. Questo nella grazia, e nelle
pastose tinte dei tre putti viene abbastanza indicato; e la testa del S. Tommaso per viva si
distingue. Si rende notabile la figura in atto di scrivere, che riceve il lume opposto a quello del
quadro. Ella è attribuita ad Annibal Carracci gran Maestro della scuola bolognese , giusta la
seguente storia, che io non garantisco per vera. Dicesi, che questo valent'uomo si portò a
visitare il Vanni; e che mentre lo stava attendendo dipingesse la suddetta figura con tal
sollecitudine per riescire nell'amichevole scherzo , che non pensò a ricercare il lume del quadro.
Ad un tale racconto avran prestato fede gl' intendenti allorquando dal fatto se ne poteva dedurre
una prova; ma ciò non accade al presente per causa del deterioramento della figura , la cui mano
reggente il libro è un cattivo ritocco d'inesperto restauratore. E poiché questi sul quadro tutto
l'ardita man'distese, molta ragione avrem noi di dolerci che le migliori <pb n="203"/>
 opere de' più
insigni Maestri o dalla incuria de' possessori o dall'ingiuria del tempo offese, destinate siano a
cader sovente nelle mani di coloro, che lungi dal conservare anche quel poco che la fortuna ha
rispettato in esse contaminano tutto di mala maniera, ond'altro che l'imperizia , e la
presuntuosità loro non apparisce.
<num>7</num>° Nello spazio contiguo s'incontra il gran Quadro, che ci rappresenta la traslazione del
Corpo di S. Guido pisano. Ne fu il dipintore <hi rend="italic">Gio. Domenico Ferretti</hi> di Firenze, che ha
fiorito in questo secolo, e che fu scolare di <hi rend="italic">Gio. Giuseppe dal Sole</hi> bolognese. Egli è tinto
con ispirito; e alcune vesti  sacre nel franco maneggio dei lumi, e delle ombre mostrano fantasìa
pittoresca. Il tutto insieme però, e massimamente alcune figure un po' trascurate , o mal
disegnate fanno sì, che questa debba cedere ad altre opere, che il <hi rend="italic">Ferretti</hi> fece per
Bologna, per Firenze, e per Pisa ancora , come a suo luogo diremo.
<num>8</num>° La rappresentazione del gran quadro, che veste l' altro spartimento dimostra, quando
Eugenio III. S. P. celebrando alla presenza dei Legati Vescovi greci, ed armeni fu colpito in
fronte dal divin raggio, in mezzo al quale apparvero due candide colombe. Questo soprannatural
prodigio <pb n="204"/>
 osservato da uno solo degli astanti Vescovi (dice le storia) bastò a disciogliere
il dubbio insorto sul rituale della Messa fra la greca, e l' armena Chiesa. Egli merita lode sì nella
parte istorica, che nella pittoresca. Si trova nella prima una rigorosa osservanza del costume, e
questa principalmente negli abiti convenienti de'Vescovi Armeni; si distingue la seconda nella
bene ideata composizione, nel disegno, e nel maraviglioso effetto del riposo, come pure nello
sfuggimento delle parti, che produce un largo notabile, e fà sì che nella piana superficie la vista
s'interni. In fatti il gruppo della femmina voltata in ischiena, e del grazioso e ben atteggiato
putto situato nelle prime linee del quadro in una massa di ombre, allontana mirabilmente gli alti
oggetti. Queste, ed altre ordinate parti spiegano bastantemente il genio felice dell'Autore
<hi rend="italic">gGo. Battista Tempesti</hi> pisano, a cui debbo saper grado di quel poco che negli anni miei
giovanili appresi nella difficil arte del disegno <note anchored="yes"> Ved. il breve elogio nel T. <num>II</num>.</note>
Nell'ara appresso un'opera di pittura in tavola porta speciale attenzione come derivante
<pb n="205"/>
 da uno dei primi pannelli, n'ebbero fama in quel secolo, quando l'Arte risorta si
perfezionò in Italia; e tale essendo giust'è che l' autore, il significato, ed il pregio se ne produca.
L'Autore fu  <hi rend="italic">Andrea del Sarto</hi> fiorentino bastantemente noto nella storia dell'Arte, perché
io non ne descriva il carattere. Figurata in essa è la Madonna assisa in alto, e luminoso luogo,
sostenente con molta leggiadrìa di posizione il divin Figlio , che al vivissimo volto porta
insegne di amore. Ai fianchi del trono son situati due fanciulli bene intesi, e di forme semplici ,
e molli, che uno ha la figura d'Angelo, l'altro di S. Gio. Battista. Ordinate più abbasso sù
confini del quadro sono le immagini di S. Francesco e di S. Bartolommeo; quella di S.
Girolamo è in prima linea genuflessa. Una tal composizione quasi spogliata della vecchia
freddezza può francamente annoverarsi fralle migliori di quella età. Le tinte mostrano
passabilmente il natìo loro splendore, abbenché il quadro in addietro molto mal tenuto sia stato
sovente in qualche piccola parte restaurato. Questo lavoro ch'è fragli ultimi di Andrea sarebbe
al giudizio di chiaro Scrittore uno dei migliori di lui come lo furono i primi del Pontormo; ma l'
esser'egli stato terminato <pb n="206"/>
 da altra mano fà contro l'opinione. A questa ascriver
volentieri potrebbesi la figura del S. Francesco. Ella è ben condotta nella testa, nelle mani, e nei
piedi, ma priva è di quella agilità non sempre osservata da quei primi Maestri; siccome non dà
contezza della sua posizione, quantunque le regole della prospettiva generalmente nel quadro
trionfino. Giorgio Vasari scolare del medesimo Andrea ne somministra l'istoria nella vita del
Sogliani in questi termini. <hi rend="italic">E perché egli</hi> (cioè il Sogliano) <hi rend="italic">si era acquistata molta
grazia fra' Pisani, gli fu  dopo la morte di Andrea del Sarto dato a finire una Tavola per la
Compagnìa di S. Francesco di Pisa , che il detto Andrea lasciò abbozzata</hi>. Soppressa una tal
Chiesa nell'anno 1785. il pittoresco lavoro fu destinato da <hi rend="italic">Pietro
Leopoldo</hi> ad aggiunger decoro a questo celebratissimo Tempio.
<num>9</num>° Il seguente Quadro grande rappresenta il B. Pietro Gambacorti pisano in atto di
supplicare Urbano VI. per l'approvazione del suo Istituto. Fu fatto in Roma da <hi rend="italic">Sebastiano
Conca</hi> di Gaeta, che fu allievo di Francesco Solimene, ed uno dei migliori Professori del
secolo presente nella bell'Arte della Pittura. Si può dir questo lavoro con buon ordine pittoresco
eseguito, e forse più studiato sembra nell'imitazione <pb n="207"/>
 della natura, che nella buona scelta
del bello ideale; mostra qualche grazia nei composti, e vivezza in alcuni volti come in quegli de'
due soldati sull'estremità del quadro. Trionfa l'Eroe, che all'occhio senza fatica si presenta, e la
gloria ha un bel partito di luce, che dà il brio, e l'anima a quel silenzio, ond'è tutto il quadro
condito; ciò che sovente più che un abbaglio di tanti lumi alletta.
<num>10</num>. Nella gran tela dell'altro reparto <hi rend="italic">Francesco Mancini</hi> di S. Angiolo in Vado
scolare del celebre Carlo Cignani , seguitò l'istoria del medesimo B. Gambacorti, allorché
instituisce l'Ordine. L'uniformità delle tinte, e quel tuono generalmente cenerino di un debol
colorito lo rende, ma non gli toglie il pregio di aver buoni contorni, e di essere con facilità
dipinto.
<num>11</num>. Ne segue l'Altare detto de' SS. Martiri Gamaliele, Nicodemo, ed Abibone, i corpi dei
quali giacciono nell'urna di marmo, come accenna l'inscrizione quivi scolpita. Questo prezioso
dono del Patriarca <note anchored="yes"> Voglio dire di Daimberto già nominato Arcivescovo di Pisa. Egli
marciò Duce, e Capo della numerosa armata dei Pisani nella Palestina nell'anno
1098, e per la prudente condotta fu  quivi eletto da Pasquale II. Legato della
Sede Apostolica, e Patriarca sostituito al Greco Arnulfo, che seguiva il Principe de' Normanni.
V. Lor. Tajoli, il Marangone, il Volter. L. <num>V</num>. Geograf. fo. <num>42</num>. ed.
1526., il Tronci p. <num>36</num>., e <num>38</num>., dove accenna il bellissimo vaso di porfido
portato dai Pisani in quel medesimo tempo.</note> <pb n="208"/>
 e del Re Gottifredo portarono i Pisani con
molte spoglie dall'assedio di Gerusalemme. Paolo Tronci riporta l'inscrizione <hi rend="italic">hoc in
Sarcophago ec.</hi> il cui originale in tavola si ritrova in una delle stanze dell'opera; accenna in
oltre, che sotto la mensa <hi rend="italic">ancor oggi si vede l'istessa Tomba</hi>, al presente dall'ornato
moderno ricoperta, <hi rend="italic">entro la quale i detti Santi furono trasportati da Gerusalemme</hi>.
L'inscrizione, che vi si leggeva è scolpita all'esterno nel fianco dell'Altare non troppo
fedelmente, per quanto mi asserì persona di tali cosa bene informata. Ella è in questi termini, ed
è prodotta dal Gori.</p>
<lg type="versi" lang="lat">
<l><hi rend="italic">HIC OLYMPII QUATUOR QUISCENT</hi></l>
<l><hi rend="italic">AVUS, PATER, FILIUS, NEPOS</hi></l>
<l><hi rend="italic">JAM PLENU EST NON MOLESTOR</hi></l>
<l><hi rend="italic">AUT MALO MEO ET MEORUM.</hi></l>
</lg>
<p>Porgono gli scritti maggiori prove, che quest'Altare fosse eretto col disegno del sempre
celebre Scultore <hi rend="italic">Michelangiol Buonarroti</hi>. Alla mancanza del gusto dell'architettonica
<pb n="209"/>
 struttura supplisce il pregio del ricercato, e sopraffino lavoro d'intaglio; e di esso la più
intenta osservazione sarà di non ordinario piacere alle persone di buon gusto, e di utile agli
studiosi, e dilettanti di sì nobil facoltà. Lavoro di greca mano esperta potrebbe egli agevolmente
sembrare, se le contemporanee memorie, e le tempre di esso chiare per la cognizione e pel
confronto non ci assicurassero, che fu mirabilmente condotto dal rammentato <hi rend="italic">Stagi</hi> da
Pietrasanta. Non men ch'il Civitali, che per un certo istrumento poc'anzi nominar dovemmo, e
che nella statuaria ben esperto nelle Cattedrali di Genova, e di Lucca per noi si distinse, niuno
dei moderni pareggia il nostro scultore nei capitelli, nelle cornici, e nelle fregiature. Ell'è
particolare la diligenza di scalpello onde son'ivi introdotte maschere, che non esagerando
sembran gettate, uccelli, ippogrifi, ed altri mostri, e figurine ideali , fogliami sottilissimi , e
quanto di bizzarro un greco, o un antico romano Artefice inventasse giammai.
Il mezzo rilievo di marmo bianco statuario è circoscritto dall' architettura dell' Altare. Se altri
non lo riputarono degno di memoria, e se qualcuno dell'Autor dubitasse, il Borghini lo additò
chiaramente <pb n="210"/>
 scrivendo nel quarto libro del suo riposo: <hi rend="italic">Le prime figure, che facesse
di marmo Bartolommeo Ammannati furono nel Duomo di Pisa a una sepoltura di corpi Santi, un
Dio Padre con alcuni Angeli di mezzo rilievo</hi>.
Nel piedistallo sinistro per chi osserva sta scritto:

 <foreign lang="lat">OPUS FACTUM AN. SAL. MDXXXVI. MENSIS JANUARII.</foreign>

<num>12</num>. Entrando nel sinistro braccio della croce trasversale si trova nel primo Altare sulla
destra una bella Pittura in tavola, dove la Madonna col Bambino siede in alto soglio attorniata
da più Santi, fra' quali S. Gio. Battista, S. Giorgio, S. Francesco, e S. Barbera. Ella viene
attribuita a  <hi rend="italic">Gio. Antonio Sogliani</hi> accreditato Pittore fiorentino, ed imitator felice delle
opere del gran Maestro dell' Arte F. Bartolommeo da S. Marco. La figura di S. Pietro, il tinto di
alcuni panni, ed altri pochi attributi ne indicano lo stile. Ma se lo sguardo io volgo al gruppo
delle due principali figure, le più graziose di tutte: se la cera de' volti, l'andamento della natura,
il giro della testa del Bambino, ed il piegar delle vesti ne osservo: <pb n="211"/>
 se l'atteggiamento
ammiro de' sovrapposti due putti, alcune proprietà del S. Giovanni, e di una delle Vergini
genuflesse, la sveltezza, e il colorito più castigato, e semplice, che non usò altrove il
<hi rend="italic">Sogliano</hi>, abbraccio volentieri il sentimento di Cochin, e di altri eruditi viaggiatori, agli
occhi de' quali il far grazioso di Raffaello in quest'opera splendette. Né  fia mal fondato il mio,
e l'altrui parere; perocché con gl'impulsi del genio molto concorrono le memorie di questo
Archivio Capitolare, il componitore dell' elogio del <hi rend="italic">Sogliani</hi> nel quarto tomo degli Uomini
Illustri <note anchored="yes"> Nella Pitt. Scult., e Archit. ediz. di Firenze
	1771.</note> e la
tradizione in somma, ch'egli oltre avere eseguito per questa Chiesa due quadri rappresentanti la
Madonna con più Santi, altro ne terminò sul medesimo soggetto incominciato da <hi rend="italic">Perino del
Vaga</hi>. Ognuno sa, quanto sì eccellente artefice imitò la maniera del divino suo Maestro,
affinché ne tragga l'enunciato pensiero. E se il <hi rend="italic">Vasari</hi>, e <hi rend="italic">Raffael Borghini</hi>
contemporanei parlando di questa tavola nella vita di Pierino non dichiarano, che fosse
cominciata da lui, ci assicurano per altro, che gli fu commessa dall'Operajo, come <pb n="212"/>

meglio dovrò in appresso accennare; ella è poi notabil cosa che tanto in ambedue i citati
Scrittori, quanto nel libro lett. L. del detto archivio, dove nominatamente si fa menzione di
quest'opera di pittura, ella si dice soltanto <hi rend="italic">terminata dal Sogliano</hi>. Conchiudasi
finalmente, che la nostra tavola mostrando la mano di due bravi artefici <hi rend="italic">Pierino del Vaga</hi>
, e <hi rend="italic">Gio. Antonio Sogliani</hi> tiene un rango molto distinto, e lascia dietro di se quasi tutte le
altre, che adornano gli Altari di questo Tempio. Ella fu tenuta giustamente in pregio anche dal
Gran-Duca Cosimo. In prova di ciò la notizia vegliante in più carte autentiche mss. adduco, che
un Operajo Papponi pel troppo amore, che portava alle Arti nobili se ne disfece vendendola per
contratto a Pietro Tacca scultore in Livorno per pochi scudi nell'anno 1589; e
che nel 1619 per ordine del G. D. suddetto e perché il Ceoli fu bene scelto al
decoroso reggimento di questa Chiesa, mediante lo sborso di <num>199</num> scudi fu recuperata. Anche
all' ara presente il decoro degl'intagli non manca , e nemmen l'indizio in essi del prelodato stile
dello Stagi.
<num>13</num>° Chi ritrae diletto da qualunque bel prodotto dell'Arte non ometta di osservare al di
sopra alcuni avanzi di stimabilissima <pb n="213"/>
 pittura. Son sei fanciulli commendati dal suddetto
Borghini, che condusse a buon fresco <hi rend="italic">Pietro Bonaccorsi</hi> bastantemente noto col prefato
nome di <hi rend="italic">Perino del Vaga</hi> <note anchored="yes"> Nacque in Firenze in tempo del contagio l'an.
1500. morì d'anni <num>47</num>. in Roma. Vas. P.  <num>III</num>. V. <num>II</num>. pag. <num>152</num>.
Sandrart ec.</note> Malgrado l'incuria sufficientemente si scorge in essi la purità del disegno, e la
vaga maniera di quel grazioso pennello. Come poi un tal lavoro proseguito non fosse, il Vasari
più degli altri scrittori ne fa estesamente l'istoria <note anchored="yes"> P. <num>III</num>. Vol. <num>I</num>. pag. <num>366</num>.
Raff. Borghini lib. <num>IV</num>. p. <num>466</num> <foreign lang="lat"><hi rend="italic">Abregè de la vie des plus fam. Peint. </hi></foreign>T.
I..</note> Ma noi combinandola con varie antiche inedite memorie, daremo brevemente un cenno
di ciò, che forma epoca di un abbellimento notabile di questa Chiesa riguardo alla pittura. Si
trasferì Perino da Genova <note anchored="yes"> Quivi erasi portato non molto dopo il sacco di Roma seguito
l'anno 1527. per dipingere sotto la protezione del Principe Doria amatore della
Pittura.</note> Pisa in tempo, che i Pisani intenti al maggior lustro della Primaziale procuravano la
scelta de' migliori scalpelli, e de' più rinomati pennelli: riguardo molto necessario, e lodevole di
chi soprintende alle pubbliche fabbriche per non riempire la Città di volgari abbellimenti.
<pb n="214"/>
 Pertanto l'Operajo di quel tempo M. Antonio d'Urbano ricercò subito sì rinomato
Maestro, gli comunicò la nobile idea, e l'incarico di tutta l'opera gli detta. Per lo che fece
<hi rend="italic">Pierino</hi> il disegno, dove in bell'ordine divisava le cappelle con graziosi compartimenti di
stucchi, di grottesche, di serie di putti, e di varie istorie di Santi. E perché gli fu commesso, che
prima eseguisse la tavola a olio per l'Altare di S. Barbera (come il primo ultimato dallo
Scultore di Pietrasanta) fece i cartoni per quella facciata, dove fra bellissimi ornamenti aveva
divisato la storia di S. Giorgio, che ammazzando il serpente libera la figlia del Re; ed
incominciò la grande impresa degli indicati sei putti. Condotti che gli ebbe a fine, o per estro
pittoresco, o pel motivo di amorosa passione, che lo distogliesse, come scrive il Vasari, deliberò
di ritornare a Genova, dove aveva già dipinto con grande estimazione, e lasciò il lavoro di Pisa
imperfetto. Ma fu così lunga la sua assenza, che l'Operajo stanco di più attenderlo dette
finalmente a terminare la detta tavola a <hi rend="italic">Gio. Antonio Sogliani</hi>, il quale aveva già dipinti
alcuni quadri per la tribuna. Tornato <hi rend="italic">Pierino</hi> da Genova, prese sdegno talmente della
<pb n="215"/>
 risoluzione dell'Operajo, che non volle altrimenti proseguir l'opera; e poco dopo se ne
partì per Roma. La tanto furiosa determinazione di lui molto concorre a confermare l' allegata
opinione sulla prelodata dipintura. Così questo nobil Tempio perdette il fregio di mostrare le
mura intorno arricchite degli stimatissimi dipinti in fresco dell'imitator più felice del gran
Raffaello, e che secondo il Vasari, <hi rend="italic">erano per riescir cosa degna di lui, e da far nominare quel
Tempio oltre le antichità sue molto maggiormente, e da fare immortale Perino ancora</hi>. Era
almeno molto desiderabile, che non incolta mano dasse compimento alla delineata storia che
tutta quella superior parte di cappella comprendeva; perocché ottenuto in tal guisa l'intento d'un
maggiore ornato, quello ottenevasi della conservazione degli eccellenti avanzi, onde il rozzo
pennello dell'imbiancatore più da lungi gli rispettasse. Siccome sperar potevasi, che il vegliante
modello l'animo gentile di qualche Operajo inspirasse al proseguimento della nobile idea di tali
dipinture d'intorno a sì bel Tempio, in cui 'l bianco di calce è incompatibile, ed alle sottoposte
pitture in olio svantaggioso. Lodevol fia mai <pb n="216"/>
 sempre per noi qualunque provvedimento
si destini alla maggior bellezza di lui, perché agevolmente ( anche alla moda operando, tanto
che il gusto trionfi ) potrebbe farsi tale da stare a confronto colle più belle prime Chiese d'Italia,
sempre che si eccettui l'inarrivabile Basilica di S. Pietro di Roma, la cui fama per ogni dove
trascorre.
<num>14</num>. Quattro tele dentro i divisati compartimenti di marmo vestono lateralmente le pareti di
questa parte di crociata. Fu  Dom. Cosi del Voglia adorno di profonde cognizioni legali, e
d'animo generoso, e pio, che nell'an. 1700 continuar volle l'idea nobile, e
grande. Conciosiaché  i primi due quadri ai più valenti Professori di quel tempo della scuola
romana commise; ed ordinò il terzo al miglior pisano Maestro, che allora maneggiasse con
decoro i pennelli.
Il primo che si presenta ha per soggetto cosa soprannaturale operata da S. Ranieri pisano
Protettore della Patria. Fu dipinto da <hi rend="italic">Domenico Muratori</hi> bolognese in Roma nell'an.
1718., come egli scrisse nell'angolo destro del quadro. Studiò questi il disegno
da Lorenzo Pasinelli scolare di Simon Cantarini. Una tal'opera da lui trattata col
maggior'impegno tiene al parer <pb n="217"/>
 nostro uno dei primi posti frai lodevoli prodotti onde si
acquistò credito nella Città suddetta. Se pei lumi sparsi soverchio resta mancante al primo colpo
d' occhio di unità d'oggetto, e di ciò ch'è la base del buon colorito, ella si distingue penetrando
colla mente più addentro nella tanto difficile espressione delle passioni, nella proprietà delle
figure, e nella felicità dell'invenzione. La femmina ossessa dimostra propriamente terrore, e
squotimento, ed è nell'agitazione più risentita. Le tinte del volto, e del petto son maneggiate con
somma verità; e bellissime pieghe secondano il moto della figura. Il Santo bene espresso per il
soggetto più ragguardevole del quadro (nel cui volto era solo desiderabile una più nobil cera)
opera effettivamente; perocché tenendo con risolutezza la femmina per i capelli, sembra, che
ordini al Demonio che da colei se ne parta. Con maestrìa son tirate a fine molte figure, che
conducono alla presenza del Santo gl'infermi per la bramata guarigione. Ben intese sono le parti
nude dei poveri, fralle quali la bella accademia nel carro si distingue. Proprissimo è
l'atteggiamento dei putti; e la femmina per la piaga dolente si contorce con sì viva espressione
nel volto, che lo spirito ne prova fisicamente il raccapriccio <pb n="218"/>
, e la pietà. Del buon
disegno finalmente, parte principale della pittura e fondamento della romana Scuola, di bei
partiti di pieghe e di grandezza di maniera non è scevro il pittoresco lavoro. Se non prestai
troppa fiducia alla fantasìa, spero che il formato giudizio disapprovato non venga da quegli che
sanno fare scelta di un'opera; e che sebbene non provenga essa da un Luminare, s'internano ad
esaminarne le parti, poiché il bello, e l'utile non può concepirsi al primo sguardo.
<num>15</num>. Forma il piacer degli occhi il seguente bellissimo quadro escito da' floridi pennelli
<hi rend="italic">di Benedetto Luti</hi> fiorentino scolare di Domenico Gabbiani, e nudrito in Roma in grembo
alle opere de' greci artefici. Quivi tenne l'onorevol grado di maestro dell'accademia del nudo,
ed eseguì nel 1711 la presente opera meritamente stimata dagl'intendenti
dell'Arte. Ella rappresenta il vestimento di S. Ranieri. Vedasi qual si presenta il Santo Giovine
sciolto il crine a' piedi del Sacerdote; e come all'aria del volto la gentilezza dell'animo, e dello
spiritual raccoglimento palesa. Molto proprio è l'atteggiamento alzando con la mano destra un
lembo della mondana spoglia, di cui non desìa rivestirsi. Segni di meraviglia e di stupore nella
più parte dei <pb n="219"/>
 volti, e negli atti delle figure si scorgono. Si distingue fra queste una
leggiadra femmina con capelli biondi ravvolti in trecce, mentre è condotta con non ordinaria
delicatezza, ed è sì ben riflessata nelle carni, che effettivamente riluce. Dimostra all'opposto
robustezza nelle sue parti più terminate, ed aspre la gran figura in prima linea del quadro; ella è
da risentita ammirazione colpita, e forse di soverchio; perocché se Raffaello l'inventò
proprissima al soggetto ch'egli trattava, nel caso presente nol sembra. Bellissimo è l'Angelo che
in alto collocato agile, e lieve accenna il fatto graziosamente. Egli ha del celeste nell'aria del
volto, sulla cui fronte sono i bei crin d'oro semplicemente raccolti; egli è tinto nella parte nuda
con morbidezza di vero impasto, che può servir di norma a certi moderni Pittori, che ai dipinti
loro dan compimento con cento sottili inverniciati impiastri. Finalmente questa nostra dipintura
può divisare a chiunque abbia occhio erudito il tocco leggiero, e molle, la general floridezza, e
l'armonica magìa nel tingere unita ad una industriosa distribuzione di ombre, e di lumi. Ricca
degl'indicati requisiti, tutti difficili nell'Arte della Pittura vien meritamente giudicata
l'esemplare di Benedetto Luti, e quella che porta <pb n="220"/>
 il vanto sovra le altre, che in gran tela
espresse adornano questa Basilica. Fa merito al nostro egregio Dipintore l'accennare, come egli
in segno di riconoscenza, e di stima per il prefato suo Maestro fece passar il quadro da Firenze
indirizzandolo al Gabbiani, onde ne giudicasse; ciò costa dalla lettera del medesimo Luti inserita
nelle pittoriche del Pagliarini <note anchored="yes"> Ed. Rem. an. 1757. T. <num>II</num>. p.
<num>64</num>.</note> <num>16</num>. In fronte dalla crociata si ammiri presentemente la Cappella già detta dell'Incoronata,
ed ora di S. Ranieri pisano. Ne fece il nobil disegno <hi rend="italic">Lino Senese</hi>, Architetto, e Scultore.
Questi come uno dei migliori scolari dell'accreditato artefice Giovanni pisano venendo
impiegato in quei tempi nelle cose di maggior rilievo fu  chiamato a Pisa per architettare questa
Cappella dov'esser collocato doveva il corpo del Santo Protettore. Se si ha riguardo a ciò, che
potea farsi in quella per anche grossa età, ella è stimabile, come per formare qualche concetto di
Lino il Baldinucci osserva, e come molto propriamente ne scrive il Vasari <note anchored="yes"> Vas. P.
<num>I</num>. p. <num>23</num>.</note> Non ordinario è il partimento della Tribuna artificiosamente incrostato
<pb n="221"/>
 di ben terzi, e puliti marmi bianchi, e mischi; e di si ricca materia è tutta l'archittettonica
struttura. I due fregi sopra le nicchie si distinguono fralle opere d'intaglio. Un gruppo di figure
condotte di mezzo rilievo di marmo bianco lunese adorna, il compartimento di mezzo; ed
esprimon'esse la Madonna Assunta in Cielo con un ceto di Angioli, e con gli Apostoli al di
sotto. Lateralmente dentro le nicchie son situate due grandi statue, che sembrano rappresentar
due Profeti. Nella volta son gruppi di putti scolpiti di mezzo rilievo. Dentro l'ornato superiore,
ch'è un frontespizio molto conveniente, son collocate tre statue di marmo bianco rappresentanti
la Madonna incoronata dall'Eterno Padre, e dal Figlio. Tutti i suddetti lavori di scultura, dopo
che altri n'ebbe eseguiti nella cappella di rincontro, fece circa all'an. 1583
<hi rend="italic">Francesco Mosca</hi> da Settignano, detto il <hi rend="italic">Moschino</hi>, figlio e scolare di Simone
Mosca intagliatore di quel tempo sul gusto antico. Quantunque qui non con molta grazia ei
lavorasse i suoi marmi, operò con buon credito assieme col Padre in Roma, in Orvieto, in
Firenze, ed in Parma, come attesta il Vasari <note anchored="yes">
	 P. <num>III</num>. p. <num>497</num>.</note> <pb n="222"/>
 e venne
destinato da Duca Cosimo per l' Opera del Duomo di Pisa. <hi rend="italic">M. Batista Lorenzi</hi> Scultor
fiorentino travagliò nelle due nicchie della tribuna, dove fra i membri intagliati si distinguono i
fregi. A far le stime di queste opere di scultura fu deputato Valerio Cioli da Settignano valente
Scultore, che l'arte imparò dal Tribolo. Tutte le allegate notizie furono da me estratte da' citati
codici di questo archivio. Nell'alta nicchia finalmente fuori del divisato ornamento vedesi a
musaico espressa la Madonna sedente in trono con Angioli intorno, lavoro di <hi rend="italic">Gaddo
Gaddi</hi> fiorentino uno de' più esperti maestri di musaico dell'età sua, ed imitator felice della
giottesca maniera. Giorgio Vasari <note anchored="yes">
	 P. <num>I</num>. p. <num>29</num>. Bald. Dec. <num>II</num>. Sec. <num>I</num>.</note> parlando di quest'opera dice, che fu secondo quei tempi (correndo l'anno 1308)
con gran diligenza, e stabilità eseguita.
Uno dei marmi, ond'è smaltato il pavimento di questa cappella, le ossa ricopre
dell'Arcivescovo Francesco Bonciani fiorentino, oratore, e poeta celebre; e la seguente iscrizion
sepolcrale in esso incisa si legge:</p>
<pb n="223"/>
<lg type="versi" lang="lat">
<l><hi rend="italic"> HIC SITA SUNT OSSA</hi></l>
<l><hi rend="italic">FRANCISCI BONCIANI FLORENT.</hi></l>
<l><hi rend="italic">ARCHIEP. PIS.</hi></l>
<l><hi rend="italic">OBIIT AN. D. MDCXX.</hi> </l>
      </lg>
<note anchored="yes">La riporta il Mattei T. <num>II</num>. p.
<num>223</num>. con altro onorifico elogio in italica lingua di sì dotto Prelato.</note>
<p><num>17</num>. Vicino all'Ara <note anchored="yes"> Il Tronci alla p. <num>59</num> parla dell'Ara antica, e dice che fu
consacrata da Callisto <num>II</num> S. P..</note> sorge dal pavimento un gran piedistallo di granito egizio
rosato con conciami di giallo antico, e di quello di Siena, e con bozze di broccatello di Spagna.
Sopra di esso posa la nobilissima urna di verde di Polsevera con fiorami, ed altri ornamenti di
bronzi dorati, ed è quella che in se racchiude le sacre ossa di S. Ranieri Pisano della nobil
famiglia degli Scaccieri, <note anchored="yes"> Il Can. Benincasa ne scrisse accuratamente la vita nell'anno
1269. L'Arcivescovo Francesco Frosini parimente ediz. Lucca anno
1717. Il Tronci ne dà notizie alla p. <num>203</num>.
Il Santo per mezzo di terso cristallo si mostra giacente con abito di penitenza tessuto in oro, e
cinta la fronte di ricca corona. In tal guisa vestirono le sacre ossa, e composero il nobil serto le
due Principesse Vittoria della Rovere G. D. di Toscana, e Anna di lei Nipote Elettrice
Palatina.</note> che morì nell'anno 1161 e che acclamato fu dal Popolo Protettor
della Patria. Dessa insieme col nuovo Altare, la cui mensa è di bellissimo giallo di Siena, si
eresse per ordine, <pb n="224"/>
 ed a spese del piissimo Principe Cosimo <num>III</num>. Né  fu  l'Architetto
<hi rend="italic">Gio. Battista Foggini</hi> Scultor fiorentino, che ammaestrato in Roma da Ercole Ferrata
milanese, e da Ciro Ferri nel disegno, lasciò in patria, ed in Pisa ancora opere di scultura e di
architettura degne di lode.
<num>18</num>. Passando alle due facce delle minori nevate, che la descritta cappella fiancheggiano,
son'elleno adorne di un magnifico lavoro di architettura, ricco d'intagli, e condotto di finissimi
marmi bianchi, e di mischi, di giallo antico, e di quello di Siena. In cartella di marmo
replicatamente si leggono i seguenti caratteri:</p>
<lg type="versi" lang="lat">
<l><hi rend="italic">FRAN. MED. SERENISS.</hi></l>
<l><hi rend="italic">MAGN. HETRU. DUCE <num>II</num>.</hi></l>
<l><hi rend="italic">FELICITER IMPERANTE</hi></l>
<l><hi rend="italic">A. SALV.</hi></l>
<l><hi rend="italic">M. D. LXXXVI</hi></l>
<l><hi rend="italic">HIERO. PAPPO. AEDITUO.</hi></l>
</lg>
<p>Due colonne di marmo bianco scannellate sostengono i frontoni, e fanno ala alle due
nicchie, entro le quali due statue grandi più che natura son decorosamente situate. Quella sulla
dritta della tribuna vestita in abito militare antico, e circa quattro braccia alta è di marmo bianco
di Carrara. Alcuni Scrittori appoggiati <pb n="225"/>
 a dubbiosa tradizione l'attribuirono al nominato
Moschino. Ma la miglior maniera, ch'io ne ravvisava mi fe ricorrere al fonte usato; e dal cod.
let. M. trassi memoria, che <hi rend="italic">Giovan Battista Lorenzi</hi>, e Accademico fiorentino, questa
statua di marmo terminò nell'anno 1593, e che Pietro Francavilla ne fece la
stima di <num>270</num> ducati di lire sette l'uno. Quivi in oltre si narra, che dall'opera del medesimo
Battista furono fatte le due nicchie ch'ornato formano alle due facce laterali della tribuna. Egli
per attestato del Baldinucci morì in anno dopo, ch' ebbe ultimata la detta statua; ed è quel
professor di scalpello ben noto col nome di Battista del Cavaliere, e come autore della bella
statua rappresentante la Pittura nel sepolcro di Michelangiolo, che tanto ornamento accresce alla
magnifica Chiesa di S. Croce di Firenze.
L'altra Statua in più parti racconcia che arricchisce la facciata dall'opposta nave, di antico
scalpello vien giudicata. Vogliono alcuni, che fosse ritrovata a caso nello scavo di qualchè
antico edifizio; e che il Paganesimo pel simulacro di Marte l'adorasse. Al presente è stata
convertita in S. Potito, e l'opposta ha di S. Efeso il nome.
<pb n="226"/>
<num>19</num>. Sulla dritta volgendo s'incontrano altri due quadri per ornamento delle pareti.
La rappresentazione del primo è la morte di S. Ranieri. Il Dipintore fu <hi rend="italic">Giuseppe Melani</hi>
pisano, che fiorì circa al 1700, e che unitamente all'Architetto suo fratello fece
onore alla Patria col distinguersi nell'arte della Pittura. Quest'opera fu l'ultima ch'ei condusse.
Abbenché condannata al peggior lume, e priva sia di una ricercata eleganza nelle tinte, ella avrà
sempre del merito presso quegli che intendono, e che di osservar si degnano anche le opere, che
non portano il nome di luminoso Autore. Essa in fatti così addormentata dimostra buona
disposizione di figure convenevole al soggetto, e regolar prospettiva, che per lo più in molti
quadri si trova in pratica osservata, quand'esser dovrebbe, al dir di Leonardo da Vinci,
<hi rend="italic">briglia, e timone della Pittura</hi>. E' da considerarsi l'atteggiamento della femmina ossessa,
che per soverchia angoscia abbandonata si mostra. La caduta stessa del candeliere ben disegnato
nello scorcio è il più studiato effetto dell'arte.
<num>20</num>. Nella seconda tela <hi rend="italic">Felice Torelli</hi> veronese, che esercitò la Pittura in Bologna
nella scuola di Gio. Giuseppe dal Sole, espresse nell'anno 1700 il miracolo
operato <pb n="227"/>
 dal medesimo S. Ranieri di restituir la vita ad una morta bambina presentatagli
da' proprj genitori. Venuto a morte l'Autore fu colorita la gloria da Lucia Casalina consorte di
lui, che apprese l'arte nella medesima scuola.
<num>21</num>. Passata la porta orientale è degno da osservarsi il piccolo Altare di S. Biagio. Egli è
altro modello di eleganza pe' molti bei lavori d'intaglio sul marmo lunese condotti col più
delicato finimento dal prelodato <hi rend="italic">Stagi</hi>. La statua del Santo collocata nel mezzo di sì
pregiato lavoro al medesimo scalpello attribuir si vorrebbe. Ma dar fede dovendosi ad alcune
inedite carte di circa a quel tempo ed alla concordante notizia <note anchored="yes"> Il Vasari T. <num>I</num>. P.
<num>III</num> p. <num>397</num>. </note> che il Tribolo fu amicissimo dello Stagi, e che seco lavorò nel Duomo di
Pisa, crederla piuttosto dovremo di questo celebre Scultor da Firenze, che allievo del
<hi rend="italic">Sansovino</hi> fiorì verso la metà del sesto secolo.
<num>22</num>. Non dubbiosamente ascriveremo al medesimo <hi rend="italic">Stagi</hi> la statuetta di marmo posta
nel mezzo sulla vicina pila dell'acqua santa, perché molte memorie lo attestano.
<num>23</num>. Voltando nel lato superiore della croce un'opera di pittura additeremo nell'ordine
<pb n="228"/>
 stesso delle divisate tele grandi, ma di gener diverso a tutte le altre, di quel che vero
fresco volgarmente s'appella. L'Operajo Borghi a proprie spese per acquistarsi lode eseguir la
fece al <hi rend="italic">Tempesti</hi> nel 1793. Con facilità di pennello, con buon disegno, e
con espressione nei volti ei vi rappresentò la cena del Redentore.
Sulla porta della Sagrestìa il mausoleo vedesi dell'Arcivescovo di Pisa Pietro Ricci aretino, il
cui marmoreo simulacro giace sull'urna. Eccone la memoria sepolcrale:</p>
<lg type="versi" lang="lat">
<l><hi rend="italic"> HOC CELEBRI TUMULO PETRI DE RICCIS</hi></l>
<l><hi rend="italic">DE FLORENTIA</hi></l>
<l><hi rend="italic">ARETINI DEINDE PISANI ANTISTITIS BENEMERITI</hi></l>
<l><hi rend="italic">SITA SUNT OSSA</hi></l>
<l><hi rend="italic">QUI FELICITER E VITA MIGRAVIT</hi></l>
<l><hi rend="italic">PRIDIE KAL. DECEMBR. AN. MCDXVIII.</hi></l>
</lg>
<p>L'altra iscrizione denota, che nell'anno 1713 fu dalla cappella di S.
Ranieri nel presente luogo trasferito.
<num>24</num>. Dentro la Sagrestìa a fronte della porta è situata in alto la tomba del Cardinal Francesco
de Moricotti Arcivescovo di Pisa. Narra il Tronci <note anchored="yes"> Alla pag. <num>449</num>. V. il Mattei T.
<num>2</num>. pag. <num>193</num>.</note> All'osservazione <pb n="229"/>
 del Ciaccone che morì egli in Assisi nel
6 di febbraio 1394; che di lì a Pisa fu traslatato il cadavere; e vuole erronea riguardo
all'anno l'iscrizione, che dice:</p>
<lg type="versi" lang="lat">
<l> <hi rend="italic">SEPUL. FRANCISCI MORICOTTI CARDINALIS S. R. E.</hi></l>
<l><hi rend="italic">VICECANCELLARII PATRIABQUE ARCHIEPISCOPI</hi></l>
<l><hi rend="italic">OBIIT MCCCXCV. PISANO.</hi></l>
</lg>
<p><num>25</num>.Dirimpetto è incassato nel muro altro Sepolcro di marmo colla seguente
iscrizione:</p>
<lg type="versi" lang="lat">
<l><hi rend="italic"> J. FRAN. SCHERLACTI C. PIS. ARCH. OB.</hi></l>
<l><hi rend="italic">A. MCCCLXIII.</hi></l>
</lg>
<p>Giacciono sopra le due casse i simulacri dei defunti Prelati; e la fronte delle medesime
è a figure di bassorilievo scolpita con simmetrico spartimento, e con istile non de' peggiori di
quell' età. La nuda salma per altro dell' Arcivescovo Scherlatti dall'effige di marmo separar si
volle, e breve strada facendo nel fianco della piccola porta presso l'Altare di S. Ranieri si
nascose. L'iscrizione quivi impressa dichiara che ciò fu nell'anno 1714. pis..
<num>26</num>. Nell'Altare contiguo alla porta di questa sagrestìa è una bella Tavola dipinta <pb n="230"/>

nell'anno 1630 da <hi rend="italic">Gio. Bilivert</hi> pittor fiorentino di padre fiamingo. Fu
questi il miglior discepolo del rinomato Lodovico Cigoli; e tanto si avanzò nell'arte colla sua
morbida maniera, col buon disegno, e col colore, che si acquistò fama, e fu protetto da
Ferdinando <num>I</num>., e da Cosimo II Principi amorevoli ai grandi ingegni. Il soggetto del quadro
son le Marìe a piè del Crocifisso. Egli è pennelleggiato con facilità somma, ed una gran
naturalezza  apparisce negli atteggiamenti delle figure, e negli andamenti delle pieghe. La pasta
del colore dovette esser molle, e saporita, pria che dal ripulitore ignorante sfiorata fosse. Sono al
vivo espressi gli affetti delle Marìe; fra queste mi ferma la grandiosa figura della Madonna, che
dritta in piedi dinanzi al divin Figlio, non piangente, ma a ciglio asciutto è posta in un di quegli
atti, che giusta l'espression del Petrarca parlano col silenzio.
Gli ornati del moderno Altare son di bei marmi bianchi composti; e le colonne essendo di un
bel marmo rosso vagamente mischiato da varj degradati colori, sono additate dai Naturalisti.
L'iscrizione in marmo nel fianco della mensa dichiara, che quando nel 600
furono fatte da una, e dall'altra parte le divisioni pel comodo <pb n="231"/>
 delle due Sagrestie, furono
anche eretti i due Altari a spese del Canonico Sabini.
<num>27</num>. Venendo ora a parlar del Coro, non mi fermerò sul recinto di esso, ch'è tutto di marmo,
condotto al di fuori di fiorami, e d'arabeschi con intersiature di diaspri, e d'altre pietre di varj
colori, ma sul nuovo Altar maggiore, che per la ricca materia con nobiltà si presenta. Il verde
antico, il lapislazzuli, ed il broccatello di Spagna lo compongono, e facilmente ne adombrano il
gusto. I corniciami, e varj altri membri furono di dorati bronzi propriamente immaginati.
Incrostature di persichino di giallo di Siena di polsevera di bardiglio e di brecce di Seravezza la
posterior parte ne vestono. Egli fu  eretto nell'anno 1774. a spese del defonto
Arcivescovo De Conti Guidi, come spiega l'iscrizione posta nel pilastro. Non si passi sotto
silenzio a questo luogo l'antico altare lavorato in noce. Se il moderno vanta ricchezza di pietre,
vantò l'antico il decoro di buoni intagli nel prefato legno, e quello di tre statue in bronzo del
celebre <hi rend="italic">Giov. Bologna</hi> <note anchored="yes"> V. Adamo Chiusole Itiner. in Vicenza
1782. Nell'archiv. capitol. esistono alcune ricevute spettanti ai due Angioli di
Gio. Bologna del dì 16 giugno 1608. nel codice let. L. Il Baldinucci così lasciò
scritto: «Abbiamo altresì anche trovato, come venuto l'anno 1601 il nostro Artefice diede per
finiti i due Angioli di bronzo per lo Duomo di Pisa, che pesati in atto di spedizione de'
medesimi si trovarono in lib. <num>1206</num>. Dec. <num>II</num>. P. <num>II</num>. Sec. <num>IV</num>.»</note> sovra di esso
innalzate. Eppure <pb n="232"/>
 un tal decoro dell'arte per bontà dell'Operajo d'allora ad ignobil
magazzino fu  destinato. Ei ne campò per avventura mediante le premure da me fatte presso il
successore Operajo Cammillo Borghi, ond'ora è concesso ai veri amatori di ammirarlo nel
Cristo sull'ara moderna e nei due Angeli, reggente ciascuno un candelabro , sulla sponda
dell'indicato recinto del coro. I gradini intagliati in una cappella del Campo Santo furono posti.
Giova l'accennare, che su quest'Ara nel giorno del Corpus Domini s'innalza una maestosa
macchina degna d'essere osservata per l'architettura eseguita con mirabile effetto, e con
dolcezza di tinte da <hi rend="italic">Francesco Melani</hi>, e per le figure dipinte da <hi rend="italic">Giuseppe</hi> fratello
di lui.
<num>28</num>. Lateralmente negli angoli, dove i pilastri sostengono la grande arcata son situate due
grosse colonne di porfido rosso orientale sopra non ordinaria base di marmo, alle quali fan
corona due stimabilissimi capitelli. La prima ad osservarsi merita <pb n="233"/>
 esser quella sulla
destra dell'Ara maggiore, e per la bella qualità della pietra, e pel suo capitello principalmente.
Egli è condotto con istupenda finezza di eccellente lavoro. Se si esamina l'artificio delle
maschere, degli aggruppati putti, e delle figure del satiro, e di varj animali cavate dal finissimo
marmo statuario: se le foglie lavorate col maggior gusto, e giri di quelle con delicato traforo: e
se generalmente la particolare morbidezza, e il sommo pulimento dell'intaglio si osserva sembra
doversi giudicare quest'opera di finissimo greco lavoro. Conosceranno gl'intendenti, che
aggrandita non fu con parole la descrizione, e recherà forse meraviglia, ch'ella provenga per
quanto la tradizione ed alcuni mss. ci assicurano, dalla mano sempre felice del sovente lodato
Maestro <hi rend="italic">Stagio Stagi</hi> da Pietrasanta.
<num>29</num>. Sul medesimo capitello leggiadramente s'innalza una statua in metallo, altra opera
degna di somma stima. Un Angelo di belle forme, vestito di sottili, e bene accomodati panni,
che sostiene con pronta attitudine un candelabro ella rappresenta. La base parimente di bronzo è
molto ben lavorata. Tanta bellezza di esecuzione si deve a <hi rend="italic">Stoldo</hi> di Gino <hi rend="italic">Lorenzi</hi>
da Settignano, che molto operò in Pisa, e che atteso <pb n="234"/>
 il non ordinario suo credito fu
dichiarato dal Gran Duca Francesco soprantendente all'opera del Duomo, come distesamente ne
parlano il Borghini, e il Baldinucci. Nella base è scritto l'anno 1583. in cui si
fece il lavoro. Nel cit. codice di quest'archivio è indicata la stima fatta dal nominato M.
Valerio Cioli Scultore di scudi <num>420</num>. per la semplice fattura <note anchored="yes"> Il disegno in rame tanto
della statua, che del capitello si trova inserito nell'Opera del
	Martini.</note> <num>30</num>. Serve di accompagnamento nella parte opposta altra colonna del medesimo porfido.
Ella è di due pezzi, che tale fu quivi collocata in luogo di altra intera, che per ordine del G. D.
Cosimo <num>III</num>. servì per l'Altar Maggiore della Chiesa di S. Stefano. Asserisce il Tronci <note anchored="yes">
Pag. <num>56</num>.</note> di aver egli veduta questa colonna fralle altre nella prima loggia della facciata
occidentale sopra la porta grande, dove era stata collocata dai Pisani a perpetua memoria
dell'ottenuta vittoria nelle Isole Baleari, d'onde l'aveano trasportata insieme con le due colonne
che regalarono a' Fiorentini.
Il Capitello di marmo bianco statuario è anch'esso di non ordinaria bellezza. Ei fu commesso
dal detto Principe <pb n="235"/>
 al rinomato Scultore <hi rend="italic">Gio. Battista Foggini</hi> per
accompagnamento dell'altro soprallodato. In quest'opera, dice l'elogio nel tomo <num>XI</num>. serie
degli Uomini illustri ec. <hi rend="italic">dimostrò il Foggini che la maniera del suo operare non portava
invidia alle opere de' più eccellenti Maestri</hi>. Fu fatto nell'anno 1714.
<num>31</num>. Per quanto lo permette il gran baldacchino, che per lo più defrauda la bellezza
dell'architettura delle Chiese, si alzi lo sguardo verso le pitture a fresco, che ornano il grande
arco trionfale <note anchored="yes"> Vedi il Ciampini L. <num>I</num>. <foreign lang="lat">Vet. Mon. </foreign>Cap. <num>12</num>. sulla
maniera di fabbricar questi archi nelle Basiliche ad imitazione de'
	Gentili.</note> La
rappresentazione è di gruppi di Angioli in campo d'oro. Il lavoro fu de' primi di <hi rend="italic">Domenico
Ghirlandajo</hi> fiorentino secondo gli scritti del Vasari <note anchored="yes">
	P. <num>II</num> pag. <num>368</num>.</note> Esso
fiorì dopo la metà del XV. secolo, facilitò l'Arte del musaico, lavorò bene a
fresco, togliendo nella pittura certi usi antichi, e fu maestro ne' principj del disegno al gran
Buonarroti. Scrisse ancora l'Aretino, che Domenico avea prima dipinto tutta questa tribuna, in
prova di che sotto i quadri presenti ne esistono tuttavia alcune reliquie.
<num>32</num>. I freschi compresi nelle pareti del presbiterio dagli archi fino al soffitto, dove <pb n="236"/>
son divisati in più spartimenti i principali misterj della Madonna, i fregi con fogliami, ed i putti,
mal si ascrivono dal Martini, e da altri all'istesso Ghirlandajo. Imperocché molto ne soffre la
cronologìa, trovandosi scritto nelle due cartelle situate dove si congiungano gli archi il Real
nome del benemerito Principe Ferdinando <num>I</num>. de' Medici, e nel mezzo della faccia orientale
della grande arcata, che sostiene la cupola, l'anno MDLXXXVIII., in cui fu
dato compimento al pittoresco ornato, e in conseguenza più di cento anni dopo la morte del
suddetto Ghirlandajo. Oltre di che l'errore si fa chiaro mediante l'esame degli arabeschi, e delle
figure, alcune delle quali son molto ben condotte nel disegno, e nel colorito, e ben panneggiate.
Bensì agevolmente mi determinerei ad attribuire il lavoro a <hi rend="italic">Bernardino Poccetti</hi>
fiorentino eccellente pittore in fresco di grottesche, e di figure, perché egli operò in Pisa circa
all'anno enunciato, come dovrò dire a suo luogo, perché molto ne prevalse il prefato Principe,
che ordinò questo lavoro, e  perché in fine fu maestro di <hi rend="italic">Michelangiolo Cinganelli</hi>
fiorentino, del quale abbiamo certa notizia, che quivi operasse circa al 1600.,
allorquando colorì i peducci della cupola. E poiché in <pb n="237"/>
 questa parte si scorge eseguita la
grande idea, che fece <hi rend="italic">Perino del Vaga</hi> per abbellire tutte le mura del Tempio, come
appunto fu poco innanzi da me descritta, fia molto verisimile il congetturare, che sul disegno
lasciato da <hi rend="italic">Perino</hi> operassero i suddetti maestri. Se osserviamo di fatto una certa
leggiadrìa di disinvolta posizione in alcune figure, e certi putti svelti, e graziosi ci
confermeremo nella opinione. La solita fatalità delle scrostature derivate forse dall'umido delle
pietre richiederebbe il restauro.
<num>33</num>. Non sono di spregevol fattura i seggi de'Canonici, e di tutto il coro per gl'intagli , e pe'
lavori di tarsia, manifatture introdotte in Toscana a' tempi del Brunellesco, e di Paolo Uccello,
come insegna il Vasari. Da una artificiosa connessione di legni di diversi colori vengono quivi
rappresentate figure, fogliami, ed altri ornamenti. <hi rend="italic">Giuliano da Majano</hi>, e <hi rend="italic">Giuliano da
S. Gallo</hi> ingegneri accreditati, ed Architetti fiorentini nel secolo XV. ebbero
gran parte ne' suddetti lavori, e si servirono dell'opera di <hi rend="italic">Guido da Servellino</hi>, <hi rend="italic">o
Seravallino</hi>, e di <hi rend="italic">Domenico di Mariotto</hi>, come attestano il Vasari <note anchored="yes"> P. <num>II</num>.
p. <num>258</num> e P. <num>III</num>. p. <num>63</num>.</note> <pb n="238"/>
 Raffaello Roncioni <note anchored="yes"> L. <num>III</num>. p.
<num>43</num>.</note> In appresso <hi rend="italic">Gio. Battista del Cervelliera</hi> Architetto pisano , in simil genere di
grande ingegno dotato terminò con miglior maniera sì d'intagli, che di tarsie non solo la
maggior parte dei suddetti seggi, ma quegli ancora, che annessi alle pareti tutta la Chiesa
circondano. Egli ancor si distinse nei lavori della cattedra nel mezzo della medesima dirimpetto
al pulpito situata.
<num>34</num>. Nelle pareti, che chiudono gli spazj delle due ultime arcate veggionsi due gran quadri di
pittura a olio sul muro contenenti due fatti di pisana istoria. Quello, che resta al di sopra della
cattedra arcivescovile rappresenta l'armata pisana che sotto il comando del concittadino
Arcivescovo Pietro vittoriosa ritorna dalle Isole Baleari, conducendo schiava la Regina moglie
dell' ucciso Re Nazzaradeolo, ed il figlio <note anchored="yes"> Oltre l'accennato monumento in marmo
posto nella facciata, molti Autori fanno onorevol testimonianza di fatto sì glorioso. Non il nostro
racconto nella Par. <num>1</num> di questo tomo si legga, ma bensì Lorenzo Vern. contemporaneo
scrittore della guerra Balearica, ond'esser meglio informati.</note> Nella superior parte del quadro è
la seguente iscrizione apposta:
<pb n="239"/>
 <foreign lang="lat">PASCHALE II. P. M. AUCTORE PISANI CLASSE CCC. TRIREMIUM
COMPARATA PETRO ARCHIEPISCOPO PISANO DUCE BALEARES INSULAS
PROFLIGATIS SARACENIS IN DICTIONEM REDIGUNT, CAPTAQUE REGIA
CONJUGE, AC FILIO PRAECLARAM VICTORIAM ILLUSTRI PIOQUE TRIUMPHO
EXORNANT. A. D. MCXV.</foreign>
Volendo i Pisani nel XVI. secolo perpetuar la memoria di sì segnalata
impresa mediante la nobil' arte della Pittura, ne commisero il lavoro a <hi rend="italic">Domenico
Passignani</hi> fiorentino scolare di <hi rend="italic">Federigo Zuccheri</hi>, come uno degli accreditati Pittori
dall' Italia in quel secolo <note anchored="yes"> Fu sua gloria aver tre opere in S. Pietro di Roma. Baglioni
p. <num>33</num>.</note> Si portò egli pertanto a Pisa; e coll'ajuto del suo scolare Cesare Dandini condusse a
fine il gran lavoro nell'anno 1618. Abitò nel palazzo dell' opera <num>15</num> mesi; e
per ordine di Cosimo II. quarto Gran-Duca di Toscana, il cui glorioso nome si legge nella fascia
sotto al piano del quadro ebbe per sua mercede scudi <num>1000</num>., come resulta dalle memorie di
quei tempi. L'intelligenza grande del nudo, ed altre qualità pittoresche proprie di quell'esperto
pennello <pb n="240"/>
, se qui si occultano al dotto conoscitore, ei ne comprenderà le cagioni. Le
mestiche di quei tempi di sole terre senza biacca composte, e l' usato stile del Passignano di
distendere liquido il colore e di servirsi talvolta per mezza tinta della mestica sono i motivi onde
il nostro quadro l'idea del primiero stato appena dimostra, ed onde altre opere di lui negli scuri
sono annerite, e guaste. Tanto più questa dovette esservi soggetta per la disparità dei composti,
su' quali fu lavorata, o per la mal preparata calce.
<num>35</num>. <hi rend="italic">Pietro Sorri</hi> senese, primo allievo, genero, e compagno del suddetto Passignano,
che seco lo condusse in Venezia ad erudirsi sul paolesco grandioso stile, ravvivò nell'altro gran
quadro dirimpetto la gloriosa memoria per la Chiesa Pisana della onorifica consacrazione di
questa Primaziale fatta dal Pontefice Gelasio <num>II</num>. Non fia discaro ch'io qui brevemente
dell'istoria l'idea ne risvegli <note anchored="yes"> Meglio che la Par. <num>I</num> Cap. <num>III</num>. di questo Volume
vedasi l'Ab. Costantino Vita di Gelasio <num>II</num>. Gli Altari furono posteriormente consacrati da
altri Pontefici, cioè da Callisto <num>II</num>, venendo da Provenza a Pisa (erroneamente citato dal
Cardinale Aragonese in vece di Gelasio); da Clemente <num>III</num>. Rom., da Eugenio <num>III</num> Pis., da
Gregorio <num>II</num>. Rom., da Urbano <num>VI</num>. Pis., da Gregorio <num>VIII</num>: Beneventano, e da
Innocenzo <num>II</num>. Rom. Questo Pontefice, ed Eug. <num>III</num>. ritrovarono sicuro scampo fra'
Pisani. Il primo per liberarsi dalla persecuzione di Anacleto, come il Murat. <num>IX</num>. an.
1133. pag. <num>351</num>. Il secondo per fuggire la sollevazione de' Romani contro la
soggezione insorta nel 1146. Murat. T. cit. anno 1146. pag.
<num>407</num>.</note> <pb n="241"/>
Questo Pontefice per la seconda volta da Roma fuggendo per sottrarsi a' sediziosi
Romani, ed alla forza de' Frangipani, giunse per la via del mare nella Città di Pisa nel settembre
dell'an. 1118 dove con sommo onore ed applauso fu accolto. E poiché lo
supplicarono i Pisani di voler consacrare la Basilica di loro, ei v'aderì di buon grado. Fatti
pertanto con sollecitudine i più magnifici preparamenti nel giorno stabilito del dì
26 di settembre dell'anno 1119 pisano, e dell'anno comune suddetto <note anchored="yes"> Il Muratori
Ann. T. <num>IX</num>. an. 1118. p. <num>293</num>. Raff. Roncioni L. <num>IV</num>. p. <num>82</num>. il
Calendario Pis. nell'Archiv. Capitolare.</note> fu la consacrazione con gran pompa, e con
l'intervento non solo di quei Cardinali, che seco condotti avea, ma di quasi tutti i Vescovi della
Toscana, di alcuni della Sardegna, del Clero di Lucca, e di gran numero di Sacerdoti, e di
Diaconi. <foreign lang="lat"><hi rend="italic">Tanta Clericorum, Laicorum, nec non et Mulierum multitudo ec.</hi></foreign>e
tutto ciò che allora avvenne gli scritti narrano di antico codice medesima <pb n="242"/>
 Chiesa. Il
mentovato Pittore molto bene espresse le particolarità tutte della storia, i Personaggi, che vi
ebbero parte, il luogo, e tutte quelle azioni accessorie, che poteano render più nobile, e vero il
soggetto. Usò molto artificio negli abiti convenienti, nello sbattimento de' lumi, e delle ombre,
quantunque non modificate, e dolci; talché l'opera tutta bene ordinata, e non confusa ad onta
della necessaria quantità delle figure, sembra doversi giudicare una delle migliori, che escisse
da' pennelli di Pietro Sorri. La riconobbe egli medesimo; mentre attesta il Baldinucci <note anchored="yes">
Dec. <num>I</num>. P. <num>III</num>. pag. <num>149</num>.</note> che ricusò l'offerta di <num>800</num> scudi, perché al Passignano
n'erano stati dati fino a mille. E fattone ricorso al Gran-Duca Cosimo, ottenne di esser
considerato eguale nella ricompensa, giacché  per quello, che ne fu allora giudicato anco eguale
a quel del Passignano in bontà era riescito il suo lavoro.
Soddisfatti gli Artefici dell'operato loro ciascun di essi vi pose il suo nome in questa guisa:</p>

<lg type="versi" lang="lat">
<l> <hi rend="italic">AB EQUITE PASSIGNANO PICTUM.</hi></l>
<l><hi rend="italic">PETR. SORIUS SEN. PINXIT. </hi></l>
<pb n="243"/>
</lg>
<p>Il divisato quadro parimente era di così denso, e fosco velo ricoperto, che quasi
nulla più vi si ravvisava. In tale necessità divenute queste due Pitture inutili al pubblico, ed agli
intendenti, al pulimento, ed al restauro fu giustamente ricorso. Quella del Passignano perché
troppo rovinata non ebbe un esito molto felice; ma questa tornò a far di se nuova mostra.
L'inscrizione superiormente collocata è la seguente:</p>

<lg type="versi" lang="lat">
<l><hi rend="italic"> TEMPLUM HOC, UT AUCTAE POTENTIAE,</hi></l>
<l><hi rend="italic">AC RELIGIONIS INSIGNE MONUMENTUM.</hi></l>
<l><hi rend="italic">POSTERIS EXTARET, A PISANIS E</hi></l>
<l><hi rend="italic">SARACENORUM SPOLIIS CAPTA PANORMO</hi></l>
<l><hi rend="italic">AEDIFICATUM AC SANCTORUM RELIQUIIS</hi></l>
<l><hi rend="italic">A PALESTINA USQUE ADDUCTIS AUCTUM,</hi></l>
<l><hi rend="italic">GELASIUS <num>II</num>. P. M. SOLEMNI POMPA</hi></l>
<l><hi rend="italic">CONSECRAVIT A. D. MCXIX.</hi></l>
</lg>
<p>Nella dorata fascia, che chiude l'inferior parte dell' uno, e dell'altro quadro son segnati
i seguenti caratteri:</p>

<lg type="versi" lang="lat">
<l><hi rend="italic"> COSMO <num>II</num>. MAGNO AETRURIAE DUCE <num>IV</num>.</hi></l>
<l><hi rend="italic">FEL. IMPERANTE.</hi></l>
<l><hi rend="italic">FRANCO BONCIANIO ARCHIEP. ET CURTIO CEULIO</hi></l>
<l><hi rend="italic">AEDIT. AN. SAL. MDCXVIII.</hi></l>
</lg>
<p><num>35</num>.Dell'opere dell'inimitabile <hi rend="italic">Andrea del Sarto</hi>, ornamento delle più
cospicue <pb n="244"/>
 gallerìe, e dei Reali Palazzi quattro qui se ne ammirano; che due l' arcivescovil
residenza, e due l'opposta fiancheggiano. Una sola figura al naturale è effigiata per quadro; e
tutti e quattro colla celebre S. Agnese, che per un prodigio dell'Arte si addita, formavano la
tavola dell'Altar maggiore della distrutta Chiesa che di detta Santa portava il nome. Fu
l'Operajo Coeli, che con molta lode dimostrando amore alle Belle Arti, ottenne nell'anno
1618 dal Gran-Duca di ornar viemaggiormente la Primaziale con quelle
pregevolissime dipinture.
Ma le figure dei primi due quadri osservando, hanno elleno verità nei volti , bellissime pieghe,
semplicità nell'atteggiamento, ed unione co' respettivi campi; cosa ignota a' primi Pittori.
<num>36</num>. I due opposti rappresentano in giovenil figura S. Margherita, e S. Caterina, <hi rend="italic">le più
belle, e più leggiadre femmine</hi> così si espresse Raffael Borghini <note anchored="yes"> L. <num>III</num>. p.
<num>424</num>.</note> Che mai facesse quell' innarrivabile, ed eccellente pennello. La Vergine in particolare
a destra di chi osserva ha dolce inusitata fisonomìa, e un'aria tranquilla nel <pb n="245"/>
 volto, che è
il proprio stato della bellezza. Desso mostra la guancia tinta di saporito color di carne, e la
fronte tondeggiante con intorno bellissimi capelli stretti da vaghi nastri; il collo è di rotondetta
forma propria del bel sesso. In ambedue la proporzione, l'aggiustatezza delle pieghe, il rilievo,
ed altri pregi potrà meglio conoscere l'intendente del bello.
<num>37</num>. La gran Tribuna, che dà compimento al braccio dritto della croce è quella che
presentemente io debbo descrivere. Essa è posta verso Oriente; e poiché in simil foggia fu
situata quella del Tempio di S. Sofia di Costantinopoli, come si può riscontrare nel rame del Du
Fresne da me altrove accennato, porta opinione il Canonico Martini, che il nostro Architettore
Buschetto, <foreign lang="lat"><hi rend="italic">utpote natione
	 Graecus</hi>,</foreign> dice egli, questa edificasse sul nominato
esemplare; ed osserva eziandìo, che d'esso il presbiterio non molto differisce dal nostro. Ma
checché sia di ciò è molto interessante al mio scopo, ch'io faccia palese il raro pregio della
nostra Tribuna per le pitture a musaico, o ad olio, onde tutta riccamente si veste. A opera
musaica è la nicchia, ove sono scompartite tre grandi figure in campo d'oro, il Salvatore in
forma gigantesca sedente su nobil seggio con <pb n="246"/>
 geroglifici a' piedi, la Madonna, e S.
Giovanni. Avvegnaché sian' elleno condotte con maniera di que' tempi, denominata greca dal
Vasari, e con quel disegno, che allora poteasi sperare, quando l'arte della Pittura era ancora
imperfetta, il lavoro delle pietre è saldo, spianato, e ben commesso, e molto migliore in somma,
che non fu fatto ne' due secoli anteriori. Fu verso il 1290 che ebbe mano
principalmente in questo musaico <hi rend="italic">F. Jacopo da Torrita</hi> dello stato senese, chiamato in
Siena <hi rend="italic">maestro Mino</hi> Francescano uno dei migliori Musaicisti dopo il risorgimento
dell'Arte italiana; lo conferma il P. della Valle. Fu ajutato come il Vasari, ed il Baldinucci
scrissero, e come trovo in più memorie di vecchi Pisani da <hi rend="italic">Andrea Tafi</hi>, e da <hi rend="italic">Gaddo
Gaddi</hi>, ambedue maestri anche più esperti di frate Mino, i quali molto operarono
nell'antichissimo Tempio di S. Giovanni di Firenze, dov'è a musaico un Salvatore simile a
questo. Altro parimente così atteggiato, se non che in natural figura sta nella nicchia del celebre
S. Marco di Venezia, che ci conserva la storia dell'Arte musaica. Alcune parti terminate
nell'anno 1321 da <hi rend="italic">Vicino</hi> Pittor pisano, che era stato scolare del <pb n="247"/>

suddetto <hi rend="italic">Gaddo Gaddi</hi>. Lo attesta il Vasari <note anchored="yes"> T. <num>I</num>. pag. <num>305</num>. ediz. Siena
1791.</note> sulla memoria , che lasciò l'istesso <hi rend="italic">Vicino</hi> nei seguenti versi
scritti, dice egli, nella medesima tribuna, ma che presentemente più non esistono.</p>

<lg type="versi" lang="lat">
<l><hi rend="italic"> TEMPORE DOMINI JOHANNIS ROSSI OPERARII</hi></l>
<l><hi rend="italic">ISTIUS ECCLESIE, VICINUS PICTOR INCEPIT</hi></l>
<l><hi rend="italic">ET PERFECIT HANC IMAGINEM B. M.,</hi></l>
<l><hi rend="italic">SED MAJESTATIS, ET EVANGELISTE PER ALIOS</hi></l>
<l><hi rend="italic">INCEPTE IPSE COMPLEVIT, ET PERFECIT AN.</hi></l>
<l><hi rend="italic">D. 1321 DE MENSE SEPTEMB8. BENEDICTUM etc.</hi></l>
</lg>
<p>In fatti la figura della Madonna, opera tratta di <hi rend="italic">Vicino</hi>, tanto nel volto, che nei
contorni, e nel panneggiamento si allontana un poco più delle altre dal far dei Greci, a cui molto
si accosta il Salvatore agli occhi grandi, ed aperti.
Le memorie ch' altri Pittori, e <hi rend="italic">Cimabue</hi> fra questi avesser mano nella divisata opera di
musaico, la dobbiamo all'erudito Professore Sig. Sebastiano Ciampi. Queste con altre da citarsi
a suo luogo egli trasse di recente da certi vecchi libri dell'opera del Duomo, che incogniti, e
nascosti tenne ai profani l'Operajo in quel <pb n="248"/>
 tempo, in cui le rarità di questa Chiesa a
scrivere impresi. Non ometto pertanto di riportarle nella supposta nota come appunto le
pubblicò il medesimo Professore <note anchored="yes"> Docum. <num>24</num>. Dal libr. an. 1301.
pag. <num>94</num> <foreign lang="lat"><hi rend="italic">Uguccio Grucci, et Jacobus Nucci positi, et constituti a Comuni Civitatis
pisane super fieri faciendo magiestatem super altare majoris ecclesie
	  pisane ec.</hi>.</foreign>
Docum. <num>25</num>. Dal libro intitolato: <foreign lang="lat"><hi rend="italic">introitus et exitus facti, et habiti a Burgundio
Tadi, Operaio operesce marie pis. majoris eccle. sub. a. d. MCCCII. Ind.
<num>IIII</num> de mense madij incept….
Magistri Magiestatis majoris.
Magister Franciscus pictor de S. Simone porte maris cum famulo suo pro diebus <num>V</num>. quibus
in dicta opera Magiestatis laborarunt ad rationem solid. <num>X</num>. pro die… Victorius ejus filius pro
se et Sandruccio famulo suo ec. Lapus de Floren. ec. Michael pictor ec. Duccius pictor ec.
Tura pictor ec. Datus pictor… ec.</hi>
</foreign> Docum. <num>26</num> libro sud. anno sud. <foreign lang="lat"><hi rend="italic">Magister Cimabue pictor Magiestatis pro se
et famulo suo pro diebus quatuor quibus laborarunt in dicta Opera ad rationem solid. <num>X</num>. pro
die… libr. <num>II</num>.
Cimabue pictor Maiestatis sua sponte confessus fuit se habuisse a D. Operario de summa libr.
decem quas dictus Cimabue habere debebat de figura S. Johannis quas fecit juxta
Magiestatem…libr. <num>V</num>. sol. <num>X</num>.
Johannes Orlandi coram me Ugolino notario recepit a D. Burgundio operario pro pretio
librarum <num>76</num> olei linseminis ab eo, et operato… ad operam Magiestatis que fit in majori
Ecclesia, lib. <num>III</num> sol. <num>XVIIII</num>.
Bacciomeus filius Jovenchi mediolanensis….fuit confessus se habuisse ..de pretio vitri laborati
et colorati quem facere debuit juxta…et voluntatem magistri Cimabovis pictoris, quem vitrum
dictus Bacciomeus vendere et dare debet suprad. operario ad rationem den. <num>XXIIII</num>. pro
qualibet libra pro operando ipsum ad illas figuras que noviter fiunt circa Magiestatem inceptam
in majori Ecclesia S. Marie.
Johannes Orlandi sua sponte dixit se habuisse a d. Operario libras duas den. pis. pro pretio
libre viginti novem trementine operate adoperam
	  Magistratis</hi>.</foreign> Da lib. di am. dell'an.
1301. st. pis. dell'opera del Duomo di Pisa.
 <foreign lang="lat"><hi rend="italic">Libras quinquaginta quatuor, et solidos decem et octo den. pisanorum minutorum pro
pretio centinarum quatuor olei linseminis ad operam Magiestatis, et aliarum figurarum que fiunt
in majori Ecclesia, ad rationem denariorum <num>XXVIII</num>. pro qualibet libra.
Upechinus pictor pro libris quadraginta tribus vernicis emptis ad eo ad operam
Magiestatis</hi>.</foreign></note> E se stimai di replicare in questa <pb n="249"/>
 edizione quanto nella prima su
tal proposito scrissi, ciò fu per soddisfare a quel poco di lume che nella cognizione dei lavori
dell'Arte m'assiste, e per non ridurre a nulla tanti attestati di vecchi mss., e di Autori di merito,
qual fu il Vasari, che tutti si conformano, e che tutti inventori altresì giudicar non si puonno. In
oltre far' oltraggio non volli al genio de' Pisani, che trattandosi di abbellire il maestoso edifizio
non avrebber chiamato giammai Artisti di basso, né di mediocre rango. Finalmente in me fu
costante il pensiero non discosto dalla verosimiglianza , che i prelodati Pisani per l'indicato
premuroso oggetto non indugiassero al 1301, ma incitati dagli esempj veneti,
romani, e fiorentini molto innanzi ideato avessero di dare incominciamento alla grand'opera
<pb n="250"/>
 musaica. Ne ricusammo di credere, che seguendo essi lo stile usato, ai Professori di
tal'arte ch'avean nome in quei giorni si rivolgessero invitando il nominato F. Jacopo da Turrita
musaicista del S. Giovanni di Firenze, e di quello di Roma, e <hi rend="italic">Gaddo Gaddi</hi> ambedue in
quell'epoca celebrati. Se poi da principio per dare ajuto al Frate venir facessero i Pisani anche
Andrea Tafi altro esperto maestro nella musaica greca maniera, come vuole il Vasari, non istarò
a sostenere.
Ma per far conto delle enunciate memorie, intanto gratamente mi si conceda di osservare, che
la circostanza della deputazione fatta nel 1301 come dal documento <num>XXIV</num>.
si raccoglie, potendo essa indicare sospension di lavoro fino a quel tempo, o cambiamento di
deputati non fa ostacolo alla vetusta opinione; siccome vedremo in appresso che nemmen gli
altri ricordi dell'Operajo la distruggono.
A Cimabue devenendo per tanto concediamo pure che sia quello stesso del vasari, e diam pure
a lui un anno di vita di più, senza che ce ne sappia grado, in virtù delle anzidette partite segnate
all'anno pis. 1302. Ma ch' ei con Francesco da Pisa maestri fossero di somma
riputazione in quell'opera musaica, di mala voglia <pb n="251"/>
 ce ne persuadiamo, perché un lavoro
sì fatto altri ne permette al certo, meno la scienza infusa, e perché altresì nella storia di una
tal'arte niuno scrittore ricordò Cimabue, né  ad esso il nome di musaicista attribuì giammai. Il
Dante, e Piero suo figlio primo commentatore della commedia vider di Cimabue le opere di
pittura, e non mai di musaico.
Altro espositor di Dante che scrisse nel 1334, tempo in cui Giotto viveva,
parlando di Cimabue si esprime, <hi rend="italic">che fu di Firenze pintore nel tempo di l' Autore</hi>, e nulla
di più. Francesco di Bartolo da Buti cittadino pisano che circa al 1400 lesse
pubblicamente in Pisa la commedia di Dante nel suo commento originale esistente nella librerìa
laurenziana fiorentina così ne scrisse: <hi rend="italic">Questo Cimabue fu un dipintore, e ebbe gran nome
nell'arte del dipingere</hi>. Ma che più: il Vasari encomiaste dichiarato di lui avrebb'egli
dimenticata la minima opera musaica se Cimabue fatta l'avesse?
Conchiudasi adunque che conciliar noi volendo le vecchie autorità divisate colle partite
dell'Operajo sovraesposte fà d'uopo di concedere, che Cimabue, e Francesco fossero pur valenti
nella pittura, e che avendo qualche pratica della maniera musaica, <pb n="252"/>
 o per amicizia che
avessero con F. Jacopo, e col Gaddi di cui era al certo intimo amico Cimabue, o per qualche
altra causa prestassero sotto sì rinomati Maestri nel prelodato lavoro l'opera giornaliera <note anchored="yes">
Andrea Tafi seppure fu  vero che F. Jacopo da Turrita sul principio ajutasse, era già morto
fino dal 1294; viveva bensì il Turrita nel 1302 pis. giacché
circa al 1303 viene assegnata la sua morte dal Gigli Diar. p. <num>2</num>. e non circa
al 1300, come vuol l'Ugurgeri nelle sue pompe sanesi.</note> Quando poi valutar si
voglia la circostanza di non trovarsi segnato negl'indicati libri dell'Operjo <note anchored="yes"> Vi si
trovano segnate anche le partite dell'olio, del grano, e di quanto abbisognava alla propria
famiglia.</note> alcuno stipendio dato a F. Jacopo, ed al Gaddi sembra facile a opinare: o che il
primo per causa di vecchiezza, ed il secondo per impegni altrove contratti lasciata avessero la
grand'opera imperfetta, onde Cimabue, e Francesco coll'ajuto degli altri mentovati pittori nelle
parti di minore importanza la tirassero innanzi <note anchored="yes"> Ne sarà una prova la direzione dei vetri
lavorati, che Cimabue dette a Bacciomeo riguardo alla scala dei colori, ciò che semplicemente
vuol indicare l'Articolo <num>4</num>. del documento
	 <num>XXVI</num>.</note> o ch'essi come Maestri di primo
rango appartenendo direttamente alla Comune, che della Chiesa maggiore avendo il dominio
costituì ancora l'accennata deputazione, non <pb n="253"/>
 potevano aver luogo in questa tale scrittura
dell'Operajo. <note anchored="yes"> Potrebbe anche giudicarsi che avesser luogo in altro libro di maggiori
spese perduto frai tanti che mancano nell'opera come son quegli innanzi al
1299.</note> Che il documento <num>26</num>. ci faccia sapere che Cimabue avesse dieci lire della figura del S.
Giovanni presso la Maestà, per quanto il valor della lira di quel tempo s'ignori, ragion vuol che
s'intenda non del musaico lunghissimo e difficoltoso lavoro, ma verosimilmente del cartone
dipinto, che faceasi innanzi. Di lui non è al certo il disegno di Gesù Cristo; indica ben'esso lo
stil greco del Turrita, (e potrebbe indicar quello del Tafi), data l' ipotesi del Vasari, pel
confronto che in Firenze, ed in Roma ne abbiamo. Egli è altresì vero, che i musaici del Turrita
conservano la nativa loro consistenza, e che in lui non meno che nel Tafi comparisce l'arte di
commettere i colorati smalti con molta diligenza: tali appunto son le prerogative del pisano
lavoro di cui si ragiona.
Potrebbesi ancora non male a proposito sospettare che alcuno dei tanti Pittori, Vittorio, Lapo,
Duccio ec. impiegati fossero nell'esecuzione delle pitture destinate <pb n="254"/>
 a coprire la concava
parete sottoposta alla Maestà, se sotto un tal nome si vuol'intendere il Salvatore, e talvolta tutta
la tribuna a mio parere <note anchored="yes"> Tali pitture furono poi rinnovate dal Ghirlandaio, come scrissi
poc'anzi alla pag. <num>236</num>.</note> In fatti nei citati fogli un'espressione non avvi che ad un tal
sospetto si opponga. Anzi (concedasi pur quanto piace, che i musaicisti volgarmente fossero
nominati pittori, ma non che tutti i pittori potessero esser musaicisti) oltre che il termine
musaico, nome forse arabo a quell'operajo, non vi si legge mai, trovo sul fine del libro <num>1301</num>.
 <foreign lang="lat"><hi rend="italic">Magr. Franciscus pictor Magiestatis p. dieb. <num>V</num>. ad rone…p. se et famulo suo op.
ad dictas picturas</hi>,</foreign> e poco innanzi: <foreign lang="lat"><hi rend="italic">Magri pictores opa magiestatis majoris eccle.</hi>.
</foreign>Ma checchè sia di ciò utili per più conti sono i documenti esposti che il Sig. Ciampi
raccolse. A buona equità v'impariamo col valido appoggio delle chimiche esperienze
dell'erudito , e mio pregiato amico Sig. Giuseppe Branchi professore della pisana Accademia ,
che era vernice di vetro ridotto in polvere impalpabile, e di soluzione di gomma o d'altro liquido
<pb n="255"/>
 composta, quella che serviva a difendere la foglia d'oro sui pezzi dello smalto lavorato,
ov'era sottilmente distesa; e che in oltre adopravasi l'olio di lino, e la trementina nominata nel
docum. XXVI. per comporre lo stucco atto a sostenere i colorati pezzi del predetto smalto.
Finalmente prima di chiudere un tale argomento si rinnuovino le dovute lodi al nostro
<hi rend="italic">Vicino</hi> pittore, e musaicista pisano per attestato del Vasari in ispecie. Questi comparisce
autor non equivoco della Madonna, e delle parti non finite delle altre due figure mercé la
riportata iscrizione che lesse il Vasari stesso; in lui l'arte musaica si fa chiara e spicca; e gli
scrittori della metà del sesto secolo il pregio di Pittore, e di Musaicista di riputazione in esso non
tacquero.
Passando a far palese l'altro pregio di questa nobilissima Tribuna dirò, ch'ella è cosa
dilettevole, come nell'architettonico spartimento, che in prima fila è di marmi statuari con
variati leggieri rabeschi sul gusto antico provenienti dal noto eccellente scalpello dello
<hi rend="italic">Stagi</hi>, compariscono ordinatamente, e con vaghezza distribuite sullo stile appunto delle
gallerìe, eleganti pitture a olio tutte di mano di <pb n="256"/>
 Artefici <note anchored="yes"> Fa meraviglia, che nei
viaggj de' Signori Cochin, e de La Lande non se ne faccia
	 menzione.</note> Ne incomincio pertanto
la narrazione prendendo l'ordine sulla destra del primo giro inferiore.
<num>38</num>. S. Matteo, e S. Marco effigiati nei due primi quadri, l'istoria di Corè, Datan, et
Abiron, e Mosè, che spezza le tavole della legge, son tutti lavori di <hi rend="italic">Domenico Beccafumi</hi>,
detto <hi rend="italic">Mecherino da Siena</hi>. Questo Pittore dopo avere studiato in Patria la maniera di
Pietro Perugino, si dette in Roma al fare raffaellesco, e a quel di Michelangelo, e fu Architetto, e
Scultore sulle tracce di Duccio senese <note anchored="yes">
	 Lett. Sen. T. <num>I</num>. p. <num>19</num>.</note> Eccone la
riprova ne' due Evangelisti, figura condotte alla michelangiolesca, dove benché apparisca lo
statuino, e lo stil secco di quei tempi, i contorni, e l'estremità son marcate. E muscoleggiate con
maniera grande, e con intelligenza; i panneggiamenti nell'andamento son facili, e naturali, ed il
colorito non è dispregevole.
<num>39</num>. Nel terzo quadro studiosissimo il <hi rend="italic">Beccafumi</hi> della Notomìa, benché ricercò gli
scorti più difficili, e non grati, pure furon reputati degni di lode quei nudi <pb n="257"/>
 morti dai
tempi del fuoco alla presenza di Mosè, dal Borghini, da Giorgio Vasari, e da altri Scrittori, che
parlano di queste opere <note anchored="yes"> Bor. L. <num>IV</num>. p. <num>470</num>. Vas. P. <num>III</num>. Vol. <num>I</num>. p.
<num>381</num>.</note>
<num>40</num>. Nel quarto il Legislatore ha vivacità nel volto, la testa del putto è mossa graziosamente,
ed il tinto nel suo primo essere appariva condotto con grassezza di colore. Il volto della
femmina è il ritratto della favorita del Beccafumi, ch'egli fu solito replicare in altre opere, ed
eziandìo nel pavimento del Duomo di Siena. Appartiene alla storia dei quadri di questa tribuna,
ch'io esponga ciò, che lasciò scritto l'Aretino Pittor contemporaneo dopo di averci instruiti, che
Mecherino si fermò in Pisa per veder la Città venendo da Genova, dove avea dipinto pel
Principe Doria , e fu circa all'anno 1530. <hi rend="italic">Intanto</hi> dic'egli loc. cit.
<hi rend="italic">Sebastiano della Seta Operajo del Duomo avendo inteso dal Cervelliera le qualità , e virtù di
Domenico , desideroso di finire quell'opera, stata tenuta in luogo da Gio. Antonio Sogliani
allogò due quadri della detta nicchia a Domenico, acciocché gli lavorasse a Siena, e così fu
fatto….Questi condotti a Pisa furono <pb n="258"/>
 cagione, che Domenico fece in quattro quadri , cioè
due per banda i quattro Evangelisti che furono quattro figure molto belle. Onde Sebastiano della
Seta , che vedeva di esser servito presto , e bene, gli fece fare dopo questi la Tavola d'una delle
Cappelle del Duomo</hi>, che fu una di quelle, che perirono nell'incendio. Seguita a narrare ch'ei
la dipinse in Pisa, e poiché non riescì della perfezione degli altri quadri, <hi rend="italic">egli scusandosi di
ciò con molti amici e particolarmente con Giorgio Vasari diceva, che come era fuori dell'aria di
Siena, non gli pareva di saper bene operare</hi>. In fatti fece Mecarino in essa sua Patria opere di
somma fama da me vedute con piacere, e reputate dal detto Scrittore, <hi rend="italic">le più eccellenti, ch'
egli abbia fatto in fra tante sue</hi>, e diè fine nel 1500 con miglior maniera al
singolar pavimento di quel Duomo, ch'avea Duccio cominciato nell'anno 1350.
<num>41</num>. La Tavola dove sono rappresentati i figli di Aronne Nadab, ed Abiu consunti dalle
fiamme , e quinta da questo lato viene attribuita dal Martini, e da qualche suo copista al
medesimo Mecherino. Io non oso asserirlo, facendomi forza in contrario la maniera totalmente
diversa, ed il gusto riflesso, che i precitati Scrittori coevi precisamente accennano i <pb n="259"/>
quattro Evangelisti, e le altre due tavole, e di questa non fanno menzione.
<num>42</num>. La rappresentazione del sesto quadro è del fratricida Caino. La figura nella
conformazione delle membra, e nel volto ha tutta la proprietà per dimostrar la tristezza
dell'animo. Egli è uno dei tre quadri , che ha in questa tribuna il <hi rend="italic">Sogliano</hi>, il quale come
il più accreditato Pittor fiorentino di quei tempi fu scelto il primo dai Pisani, che per ornar la
gran Chiesa, ed eseguire la nobile idea furono liberali, cauti nella scelta, e solleciti.
<num>43</num>. La Tavola di mezzo, che rappresenta la Deposizione di N. S. con le Marìe fu dipinta
da <hi rend="italic">Gio. Antonio Razzi</hi> da Vercelli, detto il <hi rend="italic">Sodoma</hi> , soprannominato il Mattaccio
per il suo bizzarro umore che fiorì nel 1500; ma di quale scuola ei fosse non
viene dagli Scrittori accennato. Di questo quadro parlando il Vasari suo contemporaneo, e di
quello del Sacrificio di Abramo, che viene in seguito scrisse: <hi rend="italic">Perché questi quadri non
riescirono molto buoni, l' Operajo, che aveva disegnato fargli fare alcune tavole per la Chiesa,
lo licenziò <note anchored="yes"> P. <num>III</num>. Vol. <num>I</num>. p. <num>531</num>. Il Borg. L. <num>IV</num>. p. <num>489</num>. rammenta
queste due opere del Sodoma.</note></hi> Avverte per altro, che <pb n="260"/>
 allora il <hi rend="italic">Sodoma</hi> era molto
vecchio, quando non resta ai Pittori, che un operar di pratica, e una maniera poco lodevole. In
fatti Gio. Antonio quando volle, dipinse con qualche stima; e Siena lo dimostra nella Tavola
della Chiesa di S. Francesco, e nel Cristo alla Colonna del chiostro, ch' è il suo capo d' opera.
<num>44</num>. D'intorno alla divisata Pittura, ed al vacuo superiore, in cui si racchiudono molte sacre
Reliquie è disposto un architettonico ornato di marmo, ricco de' soliti pregiati intagli, di due
colonne con superficie parte striata, e parte con arabeschi , e di sei statuette di marmo bianco.
Due di queste situate su' pilastri del parapetto sono alte un braccio, e tre quarti, e rappresentano
due Angioli con candelabro in mano; una è del <hi rend="italic">Tribolo</hi>, e l'altra di <hi rend="italic">Silvio Cosini</hi> da
Fiesole scultor valente, e bizzarro nei grotteschi, del cui ingegno, e pratica si servì più volte il
Bonarroti. Attesta il Vasari <note anchored="yes">
	  P. <num>III</num>. Vol. <num>I</num>. p. <num>397</num>.</note> Che la fece il Tribolo
invitato dallo Stagi mentre lavorava le due colonne coi capitelli di quest'ornato, e che la
condusse con sommo finimento nei sottili panni, e <pb n="261"/>
  nel nudo. Soggiunge, che il
medesimo avrebbe fatto anche l'altra di sua mano, ma non ottenuta dall'Operajo quella mercede
, che desiderava, se ne ritornò a Firenze. Pertanto nell'anno 1528 fu supplito
alla mancanza del detto <hi rend="italic">Silvio Cosini</hi>, il quale, ad dir dell'Aretino fece un Angiolo tanto
simile a quello del Tribolo, che sembra fatto dalla medesima mano <note anchored="yes"> Loc. cit. p.
<num>115</num>. Vedi il Borghini
	  L. <num>IV</num>. p. <num>472</num>.</note> <num>45</num>. I due quadretti posti lateralmente sopra le due porticciole, che conducono al terrazzino,
sono attribuiti dalla tradizione a <hi rend="italic">Clemente Bocciardi</hi>, detto il <hi rend="italic">Clementone</hi>
genovese, scolare di <hi rend="italic">Bernardino Strozzi</hi> il famoso Cappuccino, compagno in Roma del
Castiglione, ed in Firenze di Jacopo da Empoli.
<num>46</num>. Succedono due opere stimate del nominato <hi rend="italic">Antonio Sogliani</hi>. La prima dimostra
Abelle, che guarda gli armenti, dove Giorgio aretino giustamente commendò il paese per la sua
vaghezza , e la proprietà della testa di lui, che esprime l' istessa bontà <note anchored="yes"> P. <num>III</num>. Vol.
<num>I</num> p. <num>196</num> Borgh. L. <num>III</num>
	  p. <num>428</num>.</note> <num>47</num>. Nell'altra è figurato il Sacrifizio di Noè escito dall'arca. Quivi il <hi rend="italic">Sogliano</hi>
<pb n="262"/>
 sciolto dal freddo comporre di quel tempo dimostra il suo vero carattere lodevole nelle
estremità, e ne' movimenti bene intesi di alcune teste; e lo stile, che prese ad imitare apparisce
nella distribuzione delle masse de' cangianti panneggiati, e nella figura in prima linea. Con più
diletto potrebbe gustar di questo dipinto in tavola l'Amator dell'Arte, se egli più volte non
avesse avuto il restauro per mano del Cinganelli, e di Stefano Maruscelli secondo il Martini
<note anchored="yes"> Theat. p. <num>45</num>.</note> <num>48</num>. Il Sacrificio d'Abramo è del nominato <hi rend="italic">Antonio Soddoma</hi>. Se per questo dipinto
fa poco buon'effetto per la principal cagione de' molti lumi sparsi di soverchio, egli per altro
dimostra intelligenza nelle parti nude, ed espressione nelle teste ad onta dell'età avanzata
dell'Autore, e dell'altra notizia, che detti poc'anzi tratta dal Vasari.
<num>49</num>. Un grazioso pittoresco lavoro ci dimostra Mosè nel deserto, che fa piover la manna al
popolo ebreo. Fu eseguito nell'anno 1607 da <hi rend="italic">Ventura Salimbeni</hi> senese,
figlio, e discepolo di Arcangelo, e fratello uterino del celebre Francesco Vanni, <pb n="263"/>
 tutti
valentuomini fra i tanti, che fino dal risorgimento della Pittura produsse la Città di Siena con
somma sua gloria. Questo dipinto pennelleggiato con buon gusto, e facile, sembra, che aspiri a
quella tanto desiderata, e rara unione di aggiustati dintorni, e del buon colorito, che ci
rappresenta il bello delle cose. Le figure han dolci arie nelle teste, e si vestono di panni ben
cangiati, e mossi con aggiustate pieghe. La leggiadra femmina in prima linea del quadro tiene il
rango principale; e l'ultimo si conviene al Mosè freddamente atteggiato.
<num>50</num>. Danno compimento a questo primo ordine gli altri due Evangelisti di <hi rend="italic">Domenico
Beccafumi</hi>. I piedi son messi in iscorto, e ciascuna figura è condotta coll'indicato stile, che di
leggieri si manifesta.
<num>51</num>. Nel primo quadro del secondo giro sulla destra di chi osserva è figurato Elìa sotto
l'ombra del ginepro risvegliato dall'Angelo. Viene dai pennelli di <hi rend="italic">Rutilio Manetti</hi> altro
senese ingegno, scolare di Francesco Vanni. Questo pittore benché non seguisse la maniera del
maestro, fiorì con estimazione nel 1600, cercando per lo più d'imitare la scuola
caravaggesca, allora in gran voga, come si può distinguere in questo suo lavoro degno di stima
<pb n="264"/>
 per la naturalezza, e per la forza del sugoso colorito. Ne riscosse la mercede di cento
scudi, essendo Operajo Curzio Ceoli nell'anno 1626.
<num>52</num>. Fa luminosa comparsa il secondo quadro, il cui soggetto è il Signore sul roveto ardente,
che parla a Mosè. Il tinto è risoluto, e caldo. La grandiosa figura è mossa con proprietà riguardo
all'azione, e nella testa ha pittoresca forma, e decoro. Egli è di <hi rend="italic">Matteo Rosselli</hi> fiorentino;
fu messo al posto nell'anno 1629, e fu pagato scudi <num>160</num> per rescritto del
Gran-Duca, secondo le memorie di quest'archivio. Il Baldinucci nell'elogio di lui scrisse:
<hi rend="italic">Nel 1623 dipinse la tavola, che fu posta fra altre di altri celebri artefici nella
tribuna del Duomo di Pisa</hi>. Dal medesimo Autore si raccoglie, ch'ei dalla scuola di Gregorio
Pagani seguì in Roma il Passignano, e che sempre corretto nel disegnare maneggiò con somma
riputazione i pennelli a fresco in ispecie, e che fu protetto da illustri Mecenati.
<num>53</num>. Il terzo quadro rappresenta la cognita istoria di Mosè, ed è opera non dispregevole di
<hi rend="italic">Paolo Guidotti</hi> lucchese <note anchored="yes"> Fu detto il Borghese per un gruppo di marmo di sei
figure, che diede al Cardinal Scipione Borghese.</note> <pb n="265"/>
 Le prerogative che in lui si unirono
di dottore, di poeta, di suonatore, di musico, d'architetto, e di scultore, lo rendettero accetto a
Paolo V., da cui ebbe segnalati onori in Roma, dove fece molte opere di pittura circa all'anno
1582.
<num>54</num>. Il quarto quadro, uno di quegli, che danno maggior lustro alla tribuna esprime Mosè in
atto d'inalzare il serpente all'adorazione. Fu fatto in Roma nell'anno 11626
(come apparisce in alcuni mss. di quel tempo) da <hi rend="italic">Orazio Riminaldi</hi> pisano, che ottenne
mercede <num>350</num> scudi dal suddetto Ceoli, amico delle belle Arti. Questo Pittore della scuola di
Aurelio Lomi passò in quella città sotto la scorta del Gentileschi, del Domenichino, e del
Manfredi; e tali progressi fece nell'arte, che divenne non solo il miglior genio dei pittori pisani,
ma uno de' più accreditati maestri del XVI. sec. Questa sua pittura conserva
una maniera grandiosa, e soda, un tingere d'impasto forte, e quella quieta unione, che tanto
piacque ad <hi rend="italic">Annibal Carracci</hi>. Vive, e pronte sono le attitudini: la femmina svenuta si
getta con naturale abbandono sulle proprie braccia; e le parti delle figure nude ben pronunziate
esprimono violenta agitazione, e tormento pel velenoso morso dei serpenti. Quella in piè
<pb n="266"/>
 dritta può stare a fronte de' migliori pezzi bolognesi. Di questa erudita opera del
Riminaldi ebbe tanta stima il Principe Ferdinando di Toscana, che nell'anno
1697 volle, che ella adornasse le sue regie stanze, facendo qui porre una copia
di mano di Pier Dandini. Successivamente il Gran-Duca Cosimo III. rimandò a Pisa l'originale
da rimettersi al suo posto, ove presentemente si vede; e nel Palazzo di Firenze se ne conservava
la copia.
<num>55</num>. Il miracolo della moltiplicazione dei pani fatta dal Salvatore sul Giordano è di
<hi rend="italic">Aurelio Lomi</hi> pisano, il quale ebbe i primi rudimenti dell'arte da Lodovico Cingoli, e
dipinse con gran credito in Genova, in Roma, in Pisa, ed in altre Città d'Italia.
<num>56</num>. Fà nobil mostra sull'ala di quest'ordine un lavoro di <hi rend="italic">Gio. Antonio Billivert</hi>,
eseguito nell'an. 1626. sotto il prefato Operajo, che premiò l'Autore di <num>210</num>.
scudi. La rappresentazione è nobilmente condotta, e tinteggiata con floridezza. Se si esaminano
le tre bellissime figure, elleno son ben aggruppate insieme, e vi trionfa l'espressione. L'Angelo
in particolare col più risoluto atteggiamento trasporta per i capelli il Profeta a prestar cibo a
Danielle esposto alle fiere, il cui panno cade <pb n="267"/>
 in ben cinque disposte falde che arricchisce
la figura senza nasconderla. Sopra tutto lo sbattimento de' lumi, la maestrìa delle ombre, e il
riposato impasto delle parti nude danno rilievo al compimento: ciò, che fa colpo ai sensi, e
l'immaginazione diletta.
<num>57</num>. Passando al terzo giro, sempre sulla destra volgendosi, fa una elegante comparsa il
quadro, dove il Patriarca Abramo sotto la quercia di Mambre stà a mensa con tre Angioli, che
gli annunziano la nascita di Isacco. Fu  dipinto nell'an. 1628. incirca con
aggiustato disegno, e buon colorito da <hi rend="italic">Gio. Stefano Maruscelli</hi> dell'Umbria discepolo di
Andrea Boscoli, che molto operò in Pisa, dov' essendo in qualità di Ingegnere fu tenuto in
istima di buon Pittore mediante la sua vaghezza nel tingere, e la felicità nell'inventare.
<num>58</num>. Il Sansone, che fa strage de' Filistèi è altra opera prodotta dai commendati pennelli di
<hi rend="italic">Orazio Riminaldi</hi>, ed eseguita intorno all'an. 1626.
<num>59</num>. Nel quadro contiguo, la cena del Re Assuero con la Regina Ester è di mano di
<hi rend="italic">Cosimo Gamberucci</hi>. Questi condiscepolo di Andrea Boscoli, e di Antonio Tempesta
apprese l'Arte dal rinomato Maestro Santi di Tito.
<pb n="268"/>
<num>60</num>. Del sopraccitato <hi rend="italic">Guidotti</hi> lucchese è la Cena fatta nelle nozze di Cana
Galilea.
<num>61</num>. Dopo di essa s'incontra un'opera di distinta bellezza con due sole figure: Giuditta
colla testa di Oloferne nella sinistra mano, e la vecchie serva posta indietro. La vittoriosa donna
tinta con leggiadrìa di pennello, ed ombrata con maestrìa lombarda diletta la fantasìa, e resta
piacevole all'occhio. L'Artefice è incerto. Alcuni mss. di quel tempo, ed alcune carte di anonimo
scrittore attribuite a Paolo Tronci contemporaneo, ne fanno Autore <hi rend="italic">Ottavio Vannini</hi>
fiorentino colla circostanza, che fu l'an. 1630., e che gli fu pagata per sua
mercede la somma di scudi <num>120</num>. Attesta il Baldinucci nella vita di lui, che la maniera del
Vannini nato nel 1585. fu corredata di buon disegno, e di buona pasta di colore,
e che fu differente da quella del Passignano suo maestro. E' noto altresì, che nell'anno indicato
fiorì Gio. Battista Vanni da Pisa Pittore, Architetto, e intagliatore di rame, della scuola di
Cristofano Allori, e studioso delle opere del Correggio, come asserisce l'Orlandi. Con tal notizia
concorderebbe qualche ms. che attribuisce l'opera al Vannino pisano, quando sia vero, che tale
era il <pb n="269"/>
 suddetto Vanni denominato. Di questi il modo di dipingere non mi è noto, né
difendo per certa l'una né l'altra tradizione soggette ad equivoco. Ma checché sia di ciò, il vero è
che la nostra Giuditta merita per la sua eccellenza la stima degli Amatori, e de' Maestri del
disegno.
<num>62</num>. Ultima di questa gallerìa è la pittura di <hi rend="italic">Michele Cinganelli</hi> fiorentino. Il soggetto
della medesima è il Sacerdote incontro a Giosuè coll'oblazione de' pani di proposizione. Il
fondo del quadro è quieto, onde le figure di bei panni arricchite trionfano.
<num>63</num>. Lasciando il corpo, e sempre proseguendo con ordine s'incontra l'Altare ove si conserva
la dipinta immagine della Madonna detta di sotto gli organi, perché  anticamente era sotto
l'organo situata. D'essa avrò campo di favellare nel tomo secondo. I santi Pisani effigiati nel
quadro furono coloriti nell'anno 1630 da Francesco Curradi fiorentino. Egli uscì
dalla scuola di Battista Naldini, e fece molte opere grate agl'intendenti. Questa per altro il suo
valor primitivo non mostra perch'è un avanzo, come ognun vede, di cattivo ripulitore.
<pb n="270"/>
L'ornato architettonico dell'Altare è tutto di bei marmi, e le colonne sono dell'istesso
marmo rosso misto, che osservammo nella parte opposta all'altare della Madonna.
<num>64</num>. Sopra la porta della contigua Sagrestìa è collocata l'arca sepolcrale, che contiene
l'illustre spoglia di Enrico <num>VII</num>, e che ne mostra la figura giacente. In qual modo fosse egli
sepolto in Pisa nella Cattedrale eccone in breve l'istoria, che vien descritta estesamente dal
Muratori <note anchored="yes"> Annali T. <num>XI</num>. an. 1313. pag. <num>369</num>. Tron. p. <num>291</num>.
Vill.
	L. <num>IX</num>. pag. <num>401</num>. Ronc. L. <num>XII</num>. Marang. Scritt. Ital. T. <num>I</num>.</note> Dal Tronci da
Gio. Villani, dal Can. Bernardo Marangoni, e che fu da me accennata nella prima parte di
questo volume. Il valoroso Principe dopo di aver dato ai Pisani varj contrassegni di affetto, ed ai
Fiorentini di sdegno, nel dì 5 di agosto dell'anno 1313. partì di Pisa con
numeroso esercito di Oltramontani, e d'Italiani, fra' quali i Pisani stessi. E poiché si portava
all'acquisto di Napoli contro il Re Roberto, seguitato per mare da Federigo Re di Sicilia, dai
Veneziani, e dai Genovesi suoi confederati, non lasciò di danneggiare i <pb n="271"/>
 Fiorentini,
rispinse i Senesi, e finalmente sotto Monte Aperti sull'Arbia dopo di avere sconfitti i Fiorentini
medesimi, sentendosi infermo si ritirò a Bonconvento. Quivi si aggravò talmente, che nel dì
24, del suddetto mese di agosto, e dell'anno 1313, fu sorpreso da morte, o
naturale, o violenta che fosse; corse voce in fatti ch'ei restasse avvelenato nell'ostia, mentre si
comunicava per mano di F. Bernardo di Montepulciano dell'ordine de' Predicatori <note anchored="yes">
Vedi gli Autori suddetti, e Corrado Vererio Scritt. Germ. T. <num>IV</num>. Ferret. Vicentin. L.
<num>V</num>.</note> Per la qual cosa i Pisani, che lo accompagnavano, benaffetti al detto Imperatore,
ritornandosene da estremo dolore compresi condussero seco il cadavere, e lo lasciarono in
deposito a Sughereto di Maremma <note anchored="yes"> Cronaca del cit. Marang. <foreign lang="lat">Rer. Ital. Script.
</foreign>T. <num>XV</num>.</note> Per lo spazio di due anni vi stette fino a tanto che preparato nel Duomo di loro
il Mausoleo di Architettura, di Scultura e d'epitaffio decorato, con funebre, ed onorevol pompa
nella Città di Pisa fu trasferito. S'innalzò un tal sepolcrale edifizio <note anchored="yes"> Sopra di ciò vedi
cosa ne scrive il suddetto Tronci pag. <num>297</num>.</note>. Nella tribuna dell'Altar maggiore: ma
dovendosi poi questo <pb n="272"/>
 ornar di quadri, si collocò nell'anno 1494. nella
muraglia laterale della cappella di S. Ranieri; correndo poi la sorte degli altri anche  di lì fu
rimosso, e con iscapito di decoro tanto pel sito, quanto per gli ornati di architettoniche parti, di
statue, d'arabeschi, sull'indicata porta così degradato fu posto. In questa ultima traslazione
referisce Flaminio dal Borgo nell'appendice ai Diplomi pisani, che nel dì 27. maggio 1727.
fu fatto il riconoscimento delle ossa, e delle Insegne Imperiali con celebrarne
pubblico instrumento; che vi si ritrovarono alcuni confusi avanzi dell'Imperial manto tessuto in
oro; e che questo era sparso di piccole aquile, e di leoni, rappresentanti le divise delle due
nazioni, guelfa e ghibellina. Colle stesse divise vedesi intagliata la sopravveste Reale della
statua di marmo giacente sull'urna.
L'inscrizione scolpita è la seguente.</p>

<lg type="versi" lang="lat">
<l><hi rend="italic"> HOC IN SARCOPHAGO NON QUIDEM SPERNENDO.</hi></l>
<l><hi rend="italic">HENRICI OLIM LUCEMBURGENSIS COMITIIS.</hi></l>
<l><hi rend="italic">ET POST HEC SEPRIMI HUJUS NOMINIS</hi></l>
<l><hi rend="italic">ROMANORUM IMPERATORIS OSSA CONTINENTUR.</hi></l>
<l><hi rend="italic">QUE SECUNDO POST EJUS FATUM</hi></l>
<l><hi rend="italic">AN. VIDELICET MCCCXV. DIE VERO XXV. SEXTILIS</hi></l>
<l><hi rend="italic">PISAS TRANSLATA SUMMO CUM HONORE, ET FUNERE</hi></l>
<l><hi rend="italic">HOC IN FANO AD HUNC USQUE DIEM</hi></l>
<l><hi rend="italic">COLLOCATA PERMANSERE.</hi></l>
<pb n="273"/>
</lg>
<p>Più sotto si legge in una cartella di marmo sostenuta dagli artigli di un'Aquila.</p>
<lg type="versi" lang="lat">
<l><hi rend="italic"> QUIDQUID FACIMUS, VENIT EX ALTO.</hi></l>
</lg>
<p>&gt;<num>65</num>. Dentro la sagrestìa è il Sepolcro di Uladislao Duca Tessinense, che giunto in
Pisa in compagnìa di Carlo Re  de' Romani vi trovò l' ultima sera. Carlo altresì con gran
dimostrazione di parziale amicizia quivi si trattenne, come in una Città stata sempre amorevole
verso gl'Imperatori. L' urna incassata nel muro mostra la fronte condotta di più antica scultura;
ma impropriamente ella è occupata da un confessionario, ond'io non ne assegni il carattere. Due
sono gli epitaffi sovrapposti. Il primo è in questi termini.</p>
<lg type="versi" lang="lat">
<l><hi rend="italic"> S. ILLUSTRIS. DNI. DNI. ULADISLAI</hi></l>
<l><hi rend="italic">DUCIS TAXINENSIS, QUI OBIIT</hi></l>
<l><hi rend="italic">PISIS A. DNI. MCCCLVI MENS8 APRILIS. </hi></l>
</lg>
<p>L' altro in più gran marmo scolpito, e fiancheggiato dalle Insegne Imperiali vi fu posto
quando vennero in Italia Federigo III. Imperatore, ed Eleonora sua moglie. Non essendomi stato
possibile riscontrarne i caratteri per l'indicato motivo, quelli espongo pubblicati dal Tronci che
riporta anche il primo epitaffio, ma non troppo fedelmente.</p>
<pb n="274"/>
<lg type="versi" lang="lat">
<l><hi rend="italic"> IMPERATORIS FEDERICI <num>III</num>.</hi></l>
<l><hi rend="italic">LEONORAM PORTUGALLIAE REGIS FILIAM</hi></l>
<l><hi rend="italic">CONJUGEM ULADISLAO DUCE ILERIAE,</hi></l>
<l><hi rend="italic">AC DNO TEXINENSI COMITANTE,</hi></l>
<l><hi rend="italic">INVENTO HOC SUAE ANTIQUITATIS TUMULO,</hi></l>
<l><hi rend="italic">INNOVATA SUNT HAEC INSIGNA</hi></l>
<l><hi rend="italic">A. D. 1452. 3. IDUS FEBRUARIS STIL. PIS.</hi></l>
</lg>
<p>Lo spazio compreso fralla sagrestìa, e l'angolo della crociata è adorno di un gran
quadro, che esprime la nascita della Madonna. La Pittura fu eseguita in Roma da <hi rend="italic">Giacinto
Corrado</hi> napoletano, scolare di Solimene, che ha fiorito nel secolo scaduto. Questa se
totalmente non resiste al critico esame, ella è per altro seducente nella parte del colorito magico,
e brillante, se non vero, e sostanzioso. Il lume altresì più pittoresco, che fondato sul vero
riguardo all'opposta molto aperta, e vicina campagna, è conservato con maestrìa, e rende
all'occhio un piacevole chiaroscuro. Il braccio della femmina, perché  senza fatica troppo
materiale si dimostra egli è causa che alcuni risoluti censori più tosto, che impiegarsi ad
esaminare altre parti più difficili annichilano il merito di tutta l'opera, ciò che sovente suole
accadere. A questo luogo opportuna è la saggia riflessione di molti Scrittori di pittoriche
dottrine, che ai vivaci spiriti <pb n="275"/>
 nell'operare, denominati manieristi, concedono talora
qualche sbaglio di purgato contorno, perché  una tal prerogativa di rado con l'esattezza della
correzione che deriva da replicate riflessioni si accompagna. Ottima cosa, e molto desiderabile
sarebbe al certo il ritrovare in un' opera di pittura unite insieme le tre parti essenziali, e gli
attributi loro , onde si ottien l'idea del vero bello; ma una tale unione con grandissima difficoltà
si ritrova. Anche i bravi Maestri hanno per lo più in qualche parte mancato, ma questo non fà sì,
che le opere di loro non siano pregevoli.
<num>66</num>. Entrando nel braccio trasversale della crociata, il Mausoleo che il primo s'incontra fu
lavorato nella scuola del Vaccà in Carrara con buona scelta di marmi tanto nei modani lisci,
quanto nelle statue. Il candido lunense, il giallo di Siena, il diaspro di Sicilia, e il verde di
Seravezza sono i marmi, che dagli altri si distinguono. Esso contien le ceneri dell'Arcivescovo
Francesco d'Elci fiorentino, che morì nell'anno 1703. Fu fatto fatto erigere dal
Cardinale Ranieri d'Elci in segno di gratitudine e di affetto verso l'Arcivescovo amatissimo zio
di lui circa a <num>40</num>. anni dopo la indicata morte. <pb n="276"/>
 L'iscrizione è riportata dal P. Mattei
nella sua storia pisana. Nel tabernacolo si conserva l'immagine di un Crocifisso scolpito in
legno, sotto la quale volle esser sepolto il prefato Arcivescovo. Ella è vecchia tradizione, che
questo Crocifisso fosse fatto quivi collocare nell'an. 1678 dall'Operajo
Venerosi, e che stesse anticamente sul celebre pulpito del coro, quando vi predicò S. Tommaso
d'Aquino. <hi rend="italic">Et allora da Buffalmacco Pittore fu dipinto il suo Ritratto in Campo Santo</hi>,
referisce Paolo Tronci <note anchored="yes">
	An. Pis. p. <num>310</num>. an. 1322.</note> Per l' epoca del prelodato provvedimento, che contribuì cotanto al lustro di questo Tempio, egli
è dover di notare che le quattro Tele grandi che vestono i primi quattro scompartimenti di questa
crociata, le prime furono a far di se bella mostra.
<num>67</num>. Fra queste sono da annoverarsi la Circoncisione del Nazzareno, che per ordine ci si
presenta, e la contigua Pittura che l'adorazione de' Re  Magi dimostra. Ambedue sono attribuite
ad <hi rend="italic">Aurelio Lomi</hi>; ma son condotte con tal diversità di stile, che appena vi si ravvisa
<pb n="277"/>
 l'istesso pennello. L'Adorazione è certamente della prima maniera di lui <note anchored="yes"> Ne fa
mem. il cod. let. L. nell'Arch. capit.</note> L'altra ha belle parti; e varie teste fanno chiara la
perfetta simiglianza di loro col vero.
<num>68</num>. Due magnifiche decorazioni di architettonica struttura la tribuna fiancheggiano, e
fregiano le fronti delle minori navi. La disposizione è consimile a quella, che già descrissi nella
cappella opposta di S. Ranieri.
La prima di queste, che si offre allo sguardo oltre la buona scelta de' marmi ha il pregio del
sopraffino intaglio, onde sono arricchiti i capitelli, i fregi, e le modanature. Quivi non si occulta
la scuola del più volte lodato scalpello dello <hi rend="italic">Stagi</hi>.
Una statua maggiore del naturale è collocata nel mezzo della gran nicchia, e le fanno ala due
addossate colonne di bel marmo brecciato di Seravezza. Ella rappresenta S. Crestina, e fu
scolpita in marmo dal <hi rend="italic">Chiarissimo Fancelli</hi> da Settignano discepolo di Gio. Caccini, e
Scultore di qualche estimazione di quei tempi, come ne fa testimonianza il Baldinucci. Ei volle
<pb n="278"/>
 lasciarci memoria del suo nome nel sasso, dove posa il piede la Santa, ov'è scritto:</p>

<lg type="versi" lang="lat">
<l><hi rend="italic"> CLARISSIMUS FANCELLIUS SCUL.</hi></l>
</lg>
<p>In oltre ci rese chiara l'epoca del suo lavoro scrivendo nello zoccolo, su di cui ella posa.</p>
<lg type="versi" lang="lat">
<l> <hi rend="italic">FERD. <num>II</num>. M. D. ETR. V. F. IMP.</hi></l>
<l><hi rend="italic">JUL. M. ARC. P. CUR. CEULO. AED.</hi></l>
<l><hi rend="italic">A. S. M. D. CXXVSS. </hi></l>
</lg>
<p>Tanto in questa, quanto nell'altra facciata le cartelle, che ornano i piedistalli portano
scolpiti i seguenti caratteri:</p>

<lg type="versi" lang="lat">
<l><hi rend="italic"> FERD. MED. MAG. HETR. DUCE. <num>III</num>.</hi></l>
<l><hi rend="italic">AC. S. R. E. CARD. AMP.</hi></l>
<l><hi rend="italic">FELICITER IMPERANTE</hi></l>
<l><hi rend="italic">A. SALU.</hi></l>
<l><hi rend="italic">M. D. LXXXVIII </hi></l>
<l><hi rend="italic">HIERO. PAPPO AEDITUO.</hi></l>
</lg>
<p><num>69</num>. Passando ad osservar l'Ara, che fuori della tribuna s'innalza, degni
d'osservazione sono il superbo ciborio di argento soda da tre Angioli nobilmente sorretto, ed i
bassi rilievi de' gradini parimente di argento, che esprimono varj misterj del Redentore. Può
francamente l'Autor <hi rend="italic">fissar nelle figure il guardo <pb n="279"/>
 intento; Che vinta è la materia dal
lavoro. Gio. Battista Foggini</hi> ne fu l'Architetto, e fu esecutore esperto del disegno di lui
<hi rend="italic">Sebastiano Tamburini</hi> pisano l'anno 1692. L'inscrizione in marmo, che si
legge nella posterior parte dell'Altare dichiara, che sì maestoso lavoro fu ordinato da Cosimo
<num>III</num>. Gran-Duca di Toscana nell'anno 1685; ch'erano operaj M. Antonio
Veronesi, e di poi Giulio Gaetani; e che i nominati maestri ne furono gli artefici. Indicano i
ricordi della Primaziale, che ascese la spesa a scudi <num>24000</num>.
<num>70</num>. Esaminando presentemente la tribuna, ella è riccamente variata da opere di scultura, e
d' architettura condotte di bellissimi marmi per lo più statuarj, ed è simmetricamente divisa in
tre scompartimenti in foggia magnifica e simile a quella dell'opposta tribuna di S. Ranieri.
Le due statue di Adamo, e di Eva a piè dell'albero, in cui avvolto il serpe tentatore si aggira,
formano decoroso ornamento al reparto di mezzo. Nelle nicchie laterali son collocati due grandi
simulacri alti quattro braccia , la Madonna, e l'Angelo, che l'annunzia. Il Dio Padre, e gruppi di
angelici putti sono scompartiti nella volta. Negli angoli dell'arcata son due figure di mezzo
rilievo. Tre statue <pb n="280"/>
 esprimenti la Religione, la Fede, e l'Angelo con lo stemma del
Nazzareno ornano il vacuo del frontone, che dà compimento all'architettonica decorazione.
<hi rend="italic">Francesco Moschino</hi> Architetto, e Scultore condusse le predette opere, come accennai
altre sue descrivendone nell'opposta cappella. Il Vasari contemporaneo attesta, che due delle
dette statue situate nella tribuna acquistarono <hi rend="italic">al Moschino assai nome, ed onore</hi> <note anchored="yes">
P. <num>III</num>. V. <num>I</num>. p. <num>499</num>.</note> Queste per altro non furono delle opere sue più felici; in quelle
principalmente di Adamo, e di Eva manca quella eleganza di stile, e di movimento, che viene al
suo fare attribuita in un moderno elogio. Autentica memoria del mentovato archivio attinsi, che
il Gran-Duca Cosimo mandò il <hi rend="italic">Moschino</hi> espressamente a Pisa ad abbellir questa tribuna
di sue sculture; che ne fecero le stime il citato Vasari, e Vincenzo de Rossi scolare di Baccio
Bandinelli , e che negl'indicati lavori fu impiegata la somma di <num>3020</num> scudi; siccome altra di
<num>2300</num> fu spesa nelle balaustrate erette nell'anno 1618 tanto in questa quanto
nella opposta parte.
Qui  parimente si fermerà l' Amatore sulle fregiature, sui cornicioni, sui pilastri, <pb n="281"/>
 e
sugl'imbasamenti, dove sono in vaghi giri condotti bellissimi meandri, vitalbe con particolar
traforo, ed arbitrarie teste finite , e lustrate con portentosa delicatezza. Tutto ciò deve attribuirsi
al nostro soprallodato <hi rend="italic">Stagi</hi>, come anche ogni altro simile ornato di questa cappella, se si
ascolta l'aretino maestro.
Il lavoro di musaico entro la nicchia sovrapposta al frontone fu eseguito da <hi rend="italic">Gaddo
Gaddi</hi>, e da <hi rend="italic">Vicino</hi> pisano. Rappresenta la Vergine annunziata dall'Angelo.
Le pitture fino al soffitto benché mal conce siano, dimostrano buona maniera; o sono
dell'epoca indicata di quelle del coro. Dirò di passaggio, che i freschi accennati dal Vasari di
mano di Taddeo Bartoli senese circa al 1400 dovettero ornar la tribuna prima
del nuovo abbellimento.
<num>71</num>. La marmorea fronte dell'altra minor navata rinnova la piacevole osservazione
degl'intagli. La grande statua situata entro la nicchia fu condotta dall'istesso <hi rend="italic">Fancelli</hi>. Egli
effigiò in essa S. M. Maddalena; lasciò il suo nome in cifra in un lembo della veste di lei, e
rinnovò nello zoccolo l'iscrizione medesima, che nell'altra parte osservammo.
<pb n="282"/>
<num>72</num>. Seguitano i quadri grandi a olio nelle pareti; e nel primo, che si presenta, il
prefato <hi rend="italic">Aurelio Lomi</hi> colorì la nascita del Redentore. Lo stile è quasi bronzinesco simile
a quello del quadro opposto. Tanto l'uno, che l'altro se non hanno il pregio di allontanar gli
oggetti, e se non vincono la secchezza, e l'insipido colorito di quei tempi, hanno però alcune
parti, che da se sole potrebbero apparire. I pittori Giov. Stradano, e Jacopo Ligozzi furono
destinati dall'Operajo a farne la stima, che fu di <num>300</num> scudi l'uno, non compresa la tela, e
l'azzurro oltremarino.
<num>73</num>. Un'opera condotta con robustezza, con grandiosità di stile , con ben'intesa architettura,
e con regolar prospettiva è il quarto quadro, che rappresenta la disputa di Gesù Cristo co'
Dottori. Quivi lasciò scritto l'Autore, <hi rend="italic">Petrus Sorius. Sen. pin. an.</hi> 1617.
Che questi si erudisse in Venezia sul far maestoso di Paolo, potrà ben ravvisare in quest'opera il
conoscitore.
<num>74</num>. Il quinto, che mostra la Madonna col divin Figlio gravemente atteggiata , ed alcuni
Santi, che con buon'ordine la circondano è del <hi rend="italic">Passignano</hi> maestro del prelodato Sorri.
Benché il tempo, o altra cagione lo abbia coperto di fosca superficie <pb n="283"/>
, traluce però in
esso la primitiva bellezza. Per aggrandirlo a forma del reparto furono necessarie alcune giunte; e
per colorirle fu fatta la buona scelta dell'estimabil pennello del nostro <hi rend="italic">Tempesti</hi>, che imitò
felicemente il vecchio lavoro.
<num>75</num>. L'Altare, che s' incontra ha una tavola del medesimo <hi rend="italic">Aurelio Lomi</hi>. Questa
presenta una maniera tutta differente, e di un merito superiore a quella di già osservata nei
quadri della Nascita, e de' Re Magi, ed ha sempre incontrato il genio degli Amatori. Se manca
di pittoresco fuoco ella ha il pregio di una felice espressione del Redentore , che in grave
atteggiamento si accinge a guarire il cieco nato. Il cieco medesimo genuflesso dimostra in volto
la fiducia, e il desiderio insieme della sospirata luce. Primeggiano gli andamenti delle pieghe, e
la morbidezza dell'impasto, forse soverchia ne' dintorni.
Le cornici, ed altri membri architettonici dell'Altare mostrano eleganti sculture attribuite al
solito <hi rend="italic">Stagi</hi>. Sempre si osserva, che desso nell'accompagnamento di una qualità
medesima di rosoni, di arabeschi, di maschere, e di simili altre bizzarrìe variando le forme loro
seguitò l'uso antico.
<pb n="284"/>
<num>76</num>. Nella gran navata ritornando , il primo Altare detto di S. Guido si fa degno di
osservazione per altri meno eccellenti lavori del detto maestro, e per esser egli decorato di due
superbe colonne, tutte di un solo pezzo di bellissimo verde antico. Ne fa menzione,
commendandolo il Cesalpino; ed il P. Agostino del Riccio, verde d'Egitto lo denomina. Altri
naturalisti stimano specialmente la sinistra colonna, perché  conserva le sue maggiori macchie
distintamente lattate, perch'ella è di una bellissima breccia. Nel marmo dell' imbasamento delle
predette colonne è scolpito l'anno 1592 indicante l'epoca, in cui fu rinnovato
l'Altare. <hi rend="italic">Lino Senese</hi> fu lo scultore della tavola di basso rilievo di marmo statuario: e
quivi effigiò di buona maniera per quei tempi la B. V. quando apparve a S. Ranieri nella Città
di Tiro. L'urna, che servì a contenere il corpo di detto Santo prima che fosse trasferito nel nuovo
di già commendato mausoleo, le reliquie di S. Guido pisano oggi conserva.
<num>77</num>. Seguitando l'ordine de' quadri grandi dipinti a olio: il primo da questo lato, che
abbellisce la parete settentrionale rappresenta il martirio di S. Torpè pisano. L'Autore fu
<hi rend="italic">Placido Costanzi</hi> romano della scuola di Benedetto Luti. Attesa la morte <pb n="285"/>
 di lui
seguita nell'anno 1761 restò imperfetta l'opera, e tale qui  da Roma pervenne.
Volendosi renderla compita fu bene scelto a tal' uopo il Tempesti, come pittore esperto dell'arte,
e come scolare del medesimo Costanzi. Egli in fatti sull'esempio dell'original bozzetto riescì
nell'impegno, ed imitò la maniera nella gloria, e nel Santo, che al fiero colpo si sottopone.
Quest'opera, quantunque a prima vista il merito suo non mostri, esso per altro apparisce agli
occhi degl'intendenti nell'ordinato componimento, nella proprietà armonica, e nella ricchezza
del nudo. Il manigoldo è muscoleggiato secondo il movimento; e il Martire, non molto bene
atteggiato, pietade inspira, ed entrambi posti furono in quell'eminente luogo con arte somma,
perché spiccati dall'altre figure richiamassero a se l'occhio, e denotassero l'azione importante
della storia. Alla Mancanza di ciò, che si chiama strepito, e vaghezza suppliscono le masse del
chiaro scuro, che se non son tali da animar lo spettatore producono l'effetto del riposo, e del
lume. Se il Costanzi avesse condotto a fine questo quadro, è autorevole opinione, che esso
sarebbe passato pel suo capo d'opera al certo.
<pb n="286"/>
<num>78</num>. In altra gran tela s'incontra un pittoresco lavoro trattato con ispirito da <hi rend="italic">Gio.
Battista Cignaroli</hi> veronese , che visse nel secolo passato. Il soggetto n'è il medesimo S.
Torpè, la cui testa campata dalle onde viene restituita all'Arcivescovo Federigo degli angelici
putti. Dice l'istoria che un impetuoso flutto gliela togliesse di mano, mentre sul lido, ove il
martirio di detto Santo accadde, implorava la bramata pioggia. Il gruppo de' Sacerdoti forma il
maggior pregio di questa composizione; esso è rappresentato con particolar carattere, e con
artificioso, ed animato chiaroscuro. Genuflesso il Vescovo primeggia, il cui volto non so, se più
vivo, e più nobile possa desiderarsi. Le forme sono scelte dal bello ideale, mentre vi comparisce
un aria devotamente sublime; e la carnagione è maneggiata d'impasto con bella unione di
sugose, e vaghe tinte. Se la mani per nobiltà corrispondevano alla testa, la figura sarebbe stata
eccellente. Il Sacerdote genuflesso <note anchored="yes"> Di altro similmente atteggiato si rammenterà il
Viaggiatore intendente, che usò il <hi rend="italic">Cignaroli</hi> nel suo bel quadro del B. Barbarigo nella
Madonna della fava di Venezia.</note>, e l'altro ancora hanno belle qualità pittoresche. Con pulizìa
dipinti sono i bianchi difficili. Le tonacelle <pb n="287"/>
 con proprietà variate son condotte con libere
pennellate piene di spirito, e di paolesco grandioso stile. Con freschissime tinte di soda carne
sono pennelleggiati i due putti: e qui  parimente dalla grata unione del tinto vero coll'artificiale
deriva il dilettoso inganno. Questa maniera di tinger vigoroso, e saporito fu portata al maggior
segno da' veneti rinomati Pittori , l'ultimo de' quali fu dichiarato il nostro Cignaroli da Raffaello
Mengs nei suoi scritti. Siccome talvolta la moltitudine delle figure senza unità dà noja agli
intendenti (qualunque istoria poche figure esprimendo) se ne può soffrir la scarsezza in questa
rappresentazione; e dicasi più tosto, che non la trattò l'artefice con egual amore in tutte le sue
parti, e nella gloria in ispecie. Nel basso del quadro stà scritto in greco idioma il nome
dell'Autore.
<num>79</num>. L'altare che segue detto degli Angioli è ornato di una graziosissima pittura nota agli
Amatori, il cui pregio non mai abbastanza lodato devesi all'elegante pennello di <hi rend="italic">Ventura
Salimbeni</hi> <note anchored="yes"> Scrive il Baldinucci Dec. <num>I</num>. P. <num>III</num>. Sec. <num>IV</num>. p. <num>128</num>, che
lasciò il Salimbeni nella Città di Pisa molte testimonianze del buon modo di operare
particolarmente in questa tavola. Da una lettera di mano dell'istesso Autore scritta nel
1610 all' Operajo Castelli inserita in un libro di questo Archivio rilevai con
quanta, e particolar premura, ed estimazione egli dipinse per questa
	Chiesa specialmente.</note> Ella
<pb n="288"/>
 corredata di buon disegno, e di bel colore appaga l'occhio, e parla al gusto dello
spettatore. Un tocco leggiero, e molle seconda  la leggiadrìa dello stile. Bella disinvoltura nelle
figure, adattati panneggiamenti, e parti nude maneggiate nelle estremità con sanguigne, e facili
tinte sono altri vantaggi, che gode questo stimatissimo dipinto. Dalle vaghissime teste degli
Angioli (che il Padre Eterno non mi dà conto dell' esser suo divino) condotte con amore, e con
fluido, e riposato impasto, gli studiosi prendano le belle forme, e le arie dolci: fortunato, e raro
dono negli artefici. Prevale ad esse il volto dell'Angelo Raffaello, ed è proprio divino. Avvi
l'inscrizione: <hi rend="italic">Opus Venturae Salimbeni Sen.</hi> 1609. I membri
d'architettura ben'intesi, e meglio intagliati nel marmo il solito commendato stile rimembrano.
<num>80</num>. Nello spazio contiguo una gran tela vedesi che <hi rend="italic">Lorenzo Pecheux</hi> di Lione in
Torino dipinse nell'anno 1784, come chiaramente in una cartella si legge. Quivi
l'Autore con ogni suo studio espresse il battesimo di Lamberto figlio de Re Nazaradeolo
<pb n="289"/>
; questi come altrove si disse , fu condotto schiavo a Pisa dopo la conquista delle Isole
Baleari insieme colla Madre, e col Re chiamato Burabè, che al Padre di lui ucciso fu sostituito.
Le qualità architettoniche, che tutto il campo del quadro comprendono, indicano, che la sacra
funzione seguì in questo Tempio. Riceve Lamberto devotamente le acque battesimali dal B.
Pietro Moriconi Arcivescovo di Pisa coll'intervento degli Anziani della Città, del Magistrato, e
del Clero; e la Regina Madre è spettatrice del salutar cambiamento del figlio <note anchored="yes"> Vedi il
P. Mattei, che riporta in nota il proseguimento della vita di Lamberto fatto Canonico; e ciò , che
di lui scrisse l'Autore anonimo dell'Ist. Pis. esistente nella Magliab. Bibliot. col. num.
<num>32</num>.</note> Nel gran quadro annesso <hi rend="italic">Gaetano Gandolfi</hi>, che fu buon Pittore bolognese, figurò nel
1788 la fondazione dello spedale de'Trovatelli in Pisa fatta per il B. Domenico
Vernagalli pisano dell'ordine camaldolese.
<num>81</num>. La tela del seguente Altare infelicemente ritoccata, come fan testo gli occhi del S.
Torpè, debbesi al <hi rend="italic">Passignano</hi>.
Or godiamo di ammirare nel gran reparto una bell'opera de' nostri giorni. Il <pb n="290"/>
 Sig. Pietro
Benvenuti d' Arezzo Direttore dell'Accademia della Bell'Arti in Firenze la fece in Roma nel
1802.; e rappresentandovi il martirio del B. Signoretto Agliata pisano lasciò
anche in questo Tempio una delle prove luminose de' suoi talenti. Dalla ben trattata campagna, e
dal gruppo artificiosamente situato di modo che l'uno dall'altra con vaghezza si spiccano, come
ancora dal sugoso impasto delle colorate figure, e dall'espressione che nei manigoldi primeggia
ne risulta quella sorta di magìa che colpisce e diletta.
<num>82</num>. Nell' ultima tavola d' altare furono effigiati varj Santi sotto il martirio per mano di
<hi rend="italic">Gio. Battista Paggi</hi> pittore assai riguardevole frai genovesi ingegni. Egli fiorì intorno al
1600; esule dalla Patria godette in Firenze la protezione dei Gran-Duchi
Francesco, e Ferdinando, illustri Mecenati delle Arti. Anche quest'opera di soda maniera, e da
altro industriosamente lumeggiata, non trovò scampo dalla comune disavventura onde il valor
pittoresco del <hi rend="italic">Paggi</hi> non più vi trionfa.
Qui  finiscono i belli ornati d'intaglio, ne' quali lo <hi rend="italic">Stagi</hi> mostrò tanto ingegno, e tanto
gusto. Egli arricchì questo Tempio non men nobilmente di quel che facesse il famoso Sansovino
in Roma alla <pb n="291"/>
 Pace, e alla Madonna del Popolo, in Padova, ed altrove: e spero che
gl'intendenti non ne troveranno alterata la narrazione. Siccome attesa la quantità loro è molto
verisimile, che altri valenti Artefici dovessero operare in ajuto dello Stagi, m'indurrei volentieri
ad annoverar fra questi il Tribolo, e Silvio Cosini eccellente ne' grotteschi, perché  entrambi
furono amici dello Stagi, e perché  si rileva dal Vasari nella vita di Andrea da Fiesole, che abitò
Silvio qualchè tempo con tutta la sua famiglia in Pisa.
<num>83</num>. Il primo de' due depositi, che ornano i vacui fralle due porte fu eretto nel mese di
settembre dell'anno 1786 per ricordanza di Mosignor Francesco de' Conti
Guidi Arcivescovo di Pisa benemerito di questa Cattedrale, che cessò di vivere nell'anno
1778. L'Operajo Quarantotto fece eseguire il disegno ad alcuni Artefici di
Carrara coi più candidi marmi di Luni lavorati con finimento nei corniciami, e con bellissimo
bianco, e nero antico nell'imbasamento. La casa è di giallo di Verona , che coll'antico gareggia
<note anchored="yes"> Eccone l'iscrizione:

<lg type="versi" lang="lat">
<l> <hi rend="italic">Quieti et mem. Franc. e comit. Guidis</hi></l>
<l><hi rend="italic">Patric. volunter. et florent. equit. Stephan.</hi></l>
<l><hi rend="italic">Qui Arretinae deinde pis. Pont. ecclae.</hi></l>
<l><hi rend="italic">Hanc prudenter sanct. que adeo rexit an. <num>XLIV</num>.</hi></l>
<l><hi rend="italic">Ut sine bonor. omn. ac egenti. quos diu aluerab</hi></l>
<l><hi rend="italic">Moerore max. decesserit vixit an <num>LXXXIV</num>.</hi></l>
<l><hi rend="italic">Ob. III. Kal. jul. an. MDLXXVIII</hi>.</l>
	</lg></note>
<pb n="292"/>
<num>84</num>. Nell' altro spazio ebbe l' onor della tomba l'Arcivescovo di Pisa Giuliano
dei Medici, il quale di distinse per tante opere sue lodevoli, e per le premurose cure verso i
Pisani specialmente in tempo del contagio. Il ch. P. Mattei eruditamente ne scrisse, riportò
l'iscrizione sepolcrale, che da noi pure non si omette <note anchored="yes">
<lg type="versi" lang="lat">
<l> <hi rend="italic">Juliano Medici Archiepis. Pisano</hi></l>
<l><hi rend="italic">Cujus pietates maxime enituit collata</hi></l>
<l><hi rend="italic">In egenos domestica suppellectili proetiosore</hi></l>
<l><hi rend="italic">Prudentia legatione varia pro sereniss.</hi></l>
<l><hi rend="italic">MM. DD. Hetruriae ordin. in Germaniam</hi></l>
<l><hi rend="italic">Hispaniasq. extraord. in Hungar. Boem.</hi></l>
<l><hi rend="italic">Polon. ad Regemq. Gallum cui cum</hi></l>
<l><hi rend="italic">Minacissimis copiis ad fauces Italiae prorepto</hi></l>
<l><hi rend="italic">Redituum feliciter persuasit. Laurentius</hi></l>
<l><hi rend="italic">Fratri desideratissimo et in omnium</hi></l>
<l><hi rend="italic">Memoriam victuro ne quid desit ad</hi></l>
<l><hi rend="italic">Gloriam H. M. P. an. sal. 1660.</hi></l>
</lg></note>
Lo spartimento de' bassi
rilievi, e de' membri, che formano l'architettonico ornato fu fatto simile a quello opposto dell'
Arcivescovo Renuccini , e co' medesimi marmi bianchi, co' persichini, co' neri, e con quegli di
Polsevera. In fronte di un sasso nel marmoreo <pb n="293"/>
 bassorilievo è scritto: <foreign lang="lat"><hi rend="italic">Patrono
suo beneficientissimo Ant. Franciscuc Bigazzius hujus Templi Canonicus grati animi</hi>.
<num>85</num>. </foreign> Sulle due porte laterali sono in marmo impresse due inscrizioni, una delle quali
indica la morte di Gregorio VIII., l'altra l'elezione di Clemente III. Due fatti sì luminosi alla
Città di Pisa meritano di essere più ampiamente ricordati.
Avendo molto a cuore Gregorio S. P. di recuperare la Città di Gerusalemme e di sottrarre i
Cristiani dalla Siria all'infelice stato di loro , e vedendo non potersi ciò conseguire senza la
forza, e senza l'unione di tutti i Principi cristiani si portò dalla Città di Ferrara, dove fu assunto
al Pontificato, a quella di Pisa per riunire gli animi discordi dei Pisani, e dei Genovesi, ed
esortar quei popoli allora molto considerati per la marittima potenza, alla sacra spedizione in
Oriente contro Saladino Capo de' Saraceni. Quando doveva vedere il frutto delle sue paterne
cure, e dell'amore de' Pisani ch'erasi conciliato fu rapito dalla morte nel dì 16 di dicembre dell'anno 1186
nel secondo mese del suo Pontificato. Ebbe solenni esequie, e l'onor
del sepolcro nella Cappella dell'Incoronata di questa Cattedrale. Un tal monumento ch'era tutto
ornato di <pb n="294"/>
 figure di marmo bianco pregevoli per quel tempo, or più non esiste, perché
nell'incendio dell'anno 1595, trovandosi allora situato presso la porta reale sulla
destra, dove ora è il mausoleo dell'Arcivescovo Renuccini, corse il fatal destino di molte simili
decorazioni. Così Raffaello Roncioni allora vivente, e con esso altri Scrittori <note anchored="yes"> Ronc.
L. <num>VIII</num>. p. <num>157</num>.</note> ci attestano.
Per quel che riguarda l'altro glorioso monumento dell'elezione di Clemente <num>III</num>. dice nella
sua istoria il sopracitato Roncioni, che i Cardinali, i quali si trovarono in Pisa alla morte di
Gregorio <num>VIII</num>. elessero nel conclave fatto nella Città medesima a' 6 di gennajo 1187
Clemente <num>III</num>. romano Cardinale; e questi seguitando la pietosa idea, e il
desiderio del suo antecessore tanto si adoprò fralle due suddette Repubbliche, che finalmente le
accordò insieme <note anchored="yes"> Sull'elezione di questo Pont. scrissero il Ciaccon. Vit. Sum. Pont.
L. <num>I</num>. il Baron. Ann. Eccl. Ann. 1188. n. <num>1</num>. e molti altri. Ma vedi ciò
che riflette il P. Mattei T. <num>I</num>. p. <num>240</num>. Nota
	num. <num>4</num>.</note> Dalle lettere del Pontefice,
riportate dal Tronci, e da Flaminio Dal Borgo nei Diplomi Pisani si raccoglie, che la pace fu
conciliata da' due Cardinali spediti <pb n="295"/>
 a tale effetto da Roma nel mese di maggio 1188,
e che fu pubblicata in Lucca, e confermata dall' istesso Pontefice nel mese di
decembre <note anchored="yes"> Allora fu , correndo l'an 1188., la commendata spedizione
dei Pisani nella Palestina sotto l'Arcivesc. Ubaldo Lanfranchi, della quale alcune particolarità
istoriche conviene, che io accenni sul principio della descrizione del
	Campo Santo.</note> Le due citate iscrizioni furono fatte quivi collocare da Cammillo Campiglia Operajo nell'an.
1658, affinché non si annullassero due cotanto onorevoli memorie; e noi ci
facciam premura di qui  riportarle.</p>

<lg type="versi" lang="lat">
<l><hi rend="italic"> D.   O.   M.</hi></l>
<l><hi rend="italic">GREGORIUS <num>VIII</num>. P. M. DE SANCTA</hi></l>
<l><hi rend="italic">URBE HJERUSALEM RECUPERANDA</hi></l>
<l><hi rend="italic">SOLLICITIS SUMMIS VIRIBUS BELLUM</hi></l>
<l><hi rend="italic">ADORNAT ADVERSUS FIDEI PERDUELLES.</hi></l>
<l><hi rend="italic">PISANOS GENUENSIBUS CONCILIATURUS</hi></l>
<l><hi rend="italic">FERRARIA HUC MIGRAT, UT CIVES</hi></l>
<l><hi rend="italic">MARITTIMIS COPIIS FLORENTISSIMOS</hi></l>
<l><hi rend="italic">ECCLESIAEQUE FIDELISSIMOS IN SACRAM</hi></l>
<l><hi rend="italic">EXPEDITIONEM MOX SIBI CONJUNGAT</hi></l>
<l><hi rend="italic">PISIS OBIIT XVII. KAL. JAN. A. S. MCXIIIC.</hi></l>
<l><hi rend="italic">INGENTI CUM DOLORE CHRISTIANAE</hi></l>
<l><hi rend="italic">REIP., CUI TANTAM GLORIAM PROSPICIENS</hi></l>
<l><hi rend="italic">DIES SOLUM PRAEFUIT <num>LVII</num>. RESIDUA</hi></l>
<l><hi rend="italic">MORTALITATIS PIGNORA HOC IPSO LOCO</hi></l>
<l><hi rend="italic">SEPULTA CAMILLUS CAMPIGLIA AEDITUUS</hi></l>
<l><hi rend="italic">AD REDIVIVAM MEMORIAM FUNESTO POSITO</hi></l>
<l><hi rend="italic">LAPIDE VENERATUR. A. D. M. D. CLVIII.</hi></l>
<l><hi rend="italic"><pb n="296"/>
D.   O.   M.</hi></l>
<l><hi rend="italic">ANNO SAL. M. C. LXXXVIII. CLEMENS <num>III</num>. HAC</hi></l>
<l><hi rend="italic">IN AEDE MAXIMA PONT. CREATUR. MAX.</hi></l>
<l><hi rend="italic">FAUSTISSIMO APPARITIONIS DIE</hi></l>
<l><hi rend="italic">TRIBUS ORNATO MIRACULIS AD TRINI</hi></l>
<l><hi rend="italic">SANCTITATEM IMPERII VOCATUR.</hi></l>
<l><hi rend="italic">POSTRIDIE CORONATUS APPARET</hi></l>
<l><hi rend="italic">PISANA ECCLESIA GREGORII <num>VIII</num>.</hi></l>
<l><hi rend="italic">DECESSORIS IMMATURO OBITU</hi></l>
<l><hi rend="italic">THEATRUM MODO FUNERIS</hi></l>
<l><hi rend="italic">SUFFECTI CLEMENTIS <num>III</num>.</hi></l>
<l><hi rend="italic">AESPICIALI POMPA IN SEDEM VERTIT</hi></l>
<l><hi rend="italic">AUGUSTAM LAETITIARUM. UTRIQ.</hi></l>
<l><hi rend="italic">PAR, ET CORONIS , ET CINERIBUS</hi></l>
<l><hi rend="italic">MAXIMORUM CAMILLUS CAMPIGLIA AED.</hi></l>
<l><hi rend="italic">PIETATIS, ET GLORIAE MONUMENTUM</hi></l>
<l><hi rend="italic">LOCAVIT.</hi></l>
</lg>
<p><num>86</num>. Meritano lo sguardo dello spettatore i bassi rilievi, che arricchiscono la faccia
del parapetto della ringhiera , la quale composta tutta di bei marmi di qualità, e di colori diversi
apre il passo fra i portici superiori. Di questi ragionando dirò a gloria di Pisa, che vennero
prodotti circa all'anno 1320 dai prodigiosi scalpelli di <hi rend="italic">Giovanni Pisano</hi>
scultore, figlio del rinomato Niccola, le cui opere tanto di scultura, quanto di architettura sparse
in molte Città d'Italia fanno fede del raro suo talento , e della fama, che allora si era acquistata.
Essi rappresentano varj misteri del Redentore; e riguardo <pb n="297"/>
 all'arte convien dire che pel
tempo in cui furon fatti sono stupendi. Malgrado l'incomodo sito dovuto al capriccio di un
Operajo , a cui di tal abbaglio non darò perdonanza , la divisata caratteristica per me si rileva dal
disegno di più figure dalla molteplicità delle medesime, dall'esserne alcune quasi spiccate dal
fondo , dalla varietà delle attitudini, e dal pulimento ancora. Gran destino, che simili sculture
quasi perdute siano agli occhi del vero intelligente, che non solo le greche, e le romane
produzioni ricerca, ma che desìa di veder quelle ancora del nascimento dell'Arte. Per dar breve
notizia , dove queste opere erano in antico situate, tralasciando le autorità del Tronci , del
Roncioni, del Baldinucci <note anchored="yes"> Dec. <num>III</num>. S. <num>I</num>. pag. <num>42</num>. Il Tronci pag. <num>200</num>. Il
Roncioni L. <num>III</num>. pag. <num>43</num>.</note>, e di altri Scrittori porto quella del Vasari , che ocularmente
ne vide fregiar le sponde del Pergamo grande, che restava nel coro, ov'erano ancora figure
tonde, ed altri lavori di Giovanni, che a suo luogo dovrò accennare. Risulta dalle memorie in
marmo, che produrrò in appresso, e dai mss. della bibliot. magliabechiana, che Borgondio
<pb n="298"/>
 Tadi, quegli che cinse il dintorno del Duomo con grandole di marmo, fece fare il pulpito
suddetto a otto facce con minutissime storie di bassorilievo, abbondanti di figure in varie
attitudini. Nei ricordi della stessa Basilica si trova <note anchored="yes">
	Arch. Cap. Cod. L.</note> la mutazione
di esso seguita dopo l' incendio, e che l'Operajo Ceoli diresse il lavoro dell'indicata ringhiera.
Quivi eziandìo di legge, che un certo <hi rend="italic">Francesco Cecchi</hi> intagliatore dell'opera vi aggiunse
col proprio scalpello i due bassi rilievi laterali, rappresentanti la Nascita di S. Gio. Battista; che
fra gli altri lavori intagliò i mensoloni in buona forma; e che tutta l'opera compita fu stimata da
periti maestri fiorentini la somma di scudi <num>2388</num>.
I due Angioli maggiori del naturale situati sulle testate del corridojo intagliati furono in legno
nell'anno 1631 da <hi rend="italic">Domenico Riminaldi</hi> bravissimo Artefice in simil
genere , come attesta il Baldinucci <note anchored="yes">
	Dec. <num>III</num>. P. <num>I</num>. Sec. <num>V</num>. pag. <num>228</num>.</note> L'intaglio dorato del Santuario per la notizia , che abbiamo da anonimo Scrittore di quel tempo
fu fatto da un certo <hi rend="italic">Girolamo Tacca</hi> nell'anno 1625; e se il prefato
<pb n="299"/>
 Baldinucci lo attribuisce al medesimo Riminaldi, egli è molto verosimile, che l'uno, e
l'altro maestro adoprati si fossero in questo lavoro.
I Quadri a olio scompartiti nelle quattro dorate imposte ad <hi rend="italic">Aurelio Lomi</hi> si
attribuiscono.
<num>87</num>. L'ornato interno della porta maggiore è di vaghe pietre incrostato, ed è sorretto da due
colonne di bellissimo divisato marmo , detto da alcuni misto di Seravezza, una delle quali è stata
molto danneggiata dal sal marino. Il medesimo <hi rend="italic">Francesco Cecchi</hi>, questa magnifica
decorazione di architettura nell'an. 1621 condusse. Nel fianco de' piedistalli si
legge duplicatamente:</p>

<lg type="versi" lang="lat">
<l><hi rend="italic"> COSMO II. M. AETRURIAE DUCE <num>IIII</num>. FEL.</hi></l>
<l><hi rend="italic">IMP. JUL. MED. ARCH. PIS. CURTIO</hi></l>
<l><hi rend="italic">CEULIO AED. AN. SAL. MDCXXI.</hi></l>
</lg>
<p><num>88</num>. Voltando per la navata di mezzo, le due pile per l'acqua Santa furono fatte
nell'anno 1618 di un bel marmo misto, denominato persichino dal Targioni, e
da altri marmo di Campiglia, o misto rosso.
I due Simulacri in bronzo di buon segno , e bene atteggiati , che sorgono nel mezzo di esse,
secondo la memoria vegliante <pb n="300"/>
 ne' libri più volte citati di questo archivio <note anchored="yes"> Cod.
let. L. Le pile costarono scudi <num>300</num>., e scudi
	<num>450</num> le statuette.</note> Furono modellati col
disegno di <hi rend="italic">Giovan Bologna</hi> e ne fece il getto Felice Palma di Massa di Carrara, che scolpì
il proprio nome nel piedistallo. Egli apprese l'Arte della Scultura, e dell'Architettura da Tiziano
Aspetti Scultore padovano in Pisa, e fiorì nel 1600 <note anchored="yes"> Bald. Dec. L. P.
<num>III</num>. pag. <num>166</num>. </note> <num>89</num>. Non è cosa volgare il Pulpito in forma esagona, a cui serve di appoggio una delle
grosse colonne di granito quasi nel mezzo della gran nave. Intorno a lei simmetricamente girano
due bellissime scale di marmo bianco, che sostenute da' mensoloni bene intagliati conducono
alla sommità del medesimo. La sua pianta non poteva occupar minor luogo per non togliere l'
essenzial bellezza del fusto della colonna.  Sul davanti egli è sorretto da due colonnette. Molto
considerata è quella composta di differenti pezzi di porfido rosso uniti insieme. E poiché stretti
son eglino da cemento porfireo, più propriamente le converrà il nome di breccia porfirea, che
quello di porfido brecciato, <pb n="301"/>
 come la dissero alcuni naturalisti <note anchored="yes"> Alcuni pezzi
simili sono all'Altar de' Cav. in Pisa, ed in Firenze nelle due colonne nella facciata di S. Gio.,
come notarono il Targioni, La Lande, ed altri.</note> L'altra è di broccatello di Spagna tenuto per
orientale dal P. Agostino del Riccio , e molti per il più gran pezzo di simil pietra lo valutano.
Posano ambedue sul dorso di due leoni di marmo bianco (geroglifico tanto usato negli
ornamenti degli antichi edificj), che sotto gli artigli in servitude astringono due cavalli. Sotto il
Pergamo è situato un gruppo di cinque statuette di marmo bianco, alte due braccia ognuna. La
più eminente con la corona in capo, con due putti in collo, e coll'Aquila a' piedi Pisa
rappresenta secondo il sentimento di varj Storici. Nelle altre effigiate sono le quattro virtù
cardinali. Tanto le statue quanto le nominate colonne servirono già di ornato egualmente, che i
bassi rilievi de' quali parlammo, all'antico pulpito del coro. Furono le statue dall'istesso
Giovanni scolpite; e nel secondo volume ove se ne tesse l'elogio, siccome fralle iscrizioni
esterne del nostro Tempio l'epoca sarà chiara dell'operoso lavoro. Sotto l' istesso Operajo Ceoli
fu innalzato questo nuovo pergamo nell'an. 1607. per <pb n="302"/>
 opera di un certo
Scultor francese molto stimato, il quale l'incrostò di varie pietre, l'ornò negli angoli dei piccoli
simulacri degli Evangelisti, e le cinque suddette statue vi aggiunse. Da altre memorie, e dal
Baldinucci si raccoglie <note anchored="yes">
	Dec. <num>II</num>. Sec. <num>V</num>. pag. <num>138</num>.</note> Che prestò quivi la sua
opera anche il <hi rend="italic">Fancelli</hi>, che nell'anno suddetto terminava le due statue per la cappella del
Sacramento.
Volendosi di nuovo osservare altro lavoro di tarsia, la Residenza Arcivescovile a rincontro del
commendato pulpito porta espressa l'Adorazione de' Magi con i servi, ed i cammelli, e con tutto
ciò, che l'istoria richiede. <hi rend="italic">il Cervelliera</hi> con maggior maestrìa che altrove la eseguì
nell'anno 1536.
<num>90</num>. La vicinanza de' primi due pilastri grandi isolati, che sostengono la cupola, rinnova il
piacere di osservare altre Pitture di rinomati Artefici, che da ricchi dorati intagli rinchiuse,
ornano le quattro faccie dei medesimi. Primieramente nel pilastro sulla dritta, andando verso
l'Altar maggiore s'incontra il S. Filippo Neri del celebre cortonese Pittore <hi rend="italic">Pietro
Berrettini</hi>. La reputazione di lui, e della sua <pb n="303"/>
 fioritissima scuola è nota abbastanza; ma
questa sua dipintura con dispiacer sommo degli intendenti fu onninamente alterata dagl'infelici
ritocchi.
<num>91</num>. Il quadro sulla dritta, ov'è effigiata una Madonna col Bambino è da alcune memorie
attribuito al <hi rend="italic">Sogliani</hi>, e da altre a <hi rend="italic">Andrea del Sarto</hi>.
<num>92</num>. Contiene il terzo quadro un'antica Pittura  sulla tavola di <hi rend="italic">Francesco Benozzo
Gozzoli</hi> fiorentino scolare di F. Giovanni Angelico da Fiesole. Ella esprime S. Tommaso
d'Aquino con gran numero di Dottori, che sono in Atteggiamento di disputare delle opere del
Santo. Avvi il ritratto di Sisto <num>IV</num>. da molti Cardinali, e capi di diversi Ordini attorniato.
Toltone la secchezza, e la scelta infelice, soliti difetti delle pitture di quei tempi, fu considerato
questo lavoro tanto del Borghini, quanto dell'aretino Maestro uno de' migliori, e dei più finiti ,
che facesse <hi rend="italic">Benozzo</hi>, e lo è di fatto anche adesso che dell'esser suo primiero è scemo.
<num>93</num>. Il quarto quadro, dov'è figurato S. Torpè pisano che in ispoglie guerriere, ed avente in
mano l' insegna della Città ad un pilastro appoggia, fu dipinto in Roma da <hi rend="italic">Salvator Rosa</hi>
napoletano, scolare del Ribera detto lo Spagnoletto. Qui  <pb n="304"/>
 ne fa fede la spiritosa sua
maniera, ed il franco suo pennelleggiare. Egli fiorì circa all'anno 1670 con gran
rinomanza, e fama nel possedere le due congiunte, e nobili facoltà Pittura, e Poesìa <note anchored="yes">
Dec. <num>V</num>. P. <num>I</num>. sec. <num>V</num>. pag. <num>569</num> scrive il Baldinucci che questo quadro fu fatto ad
inst. di M. Antonio Venerosi Operajo nell'anno 1674., e furono pagati a
<hi rend="italic">Sal. Rosa</hi> Scudi <num>100</num>. romani.</note> Il Putto in ovato, che si vede nel superiore ornamento
vien detto della scuola di Andrea del Sarto.
Tutti gli ornati d'intaglio, secondo il Baldinucci <note anchored="yes"> Dec. <num>III</num>. P. <num>I</num>. Sec. <num>V</num>.
pag. <num>228</num>.</note> Furono ingegnosi lavori del nominato <hi rend="italic">Domenico Riminaldi</hi>. Con molta
probabilità altre memorie insegnano, che eziandìo vi <hi rend="italic">lavorarono Girolamo Tacca, e
Francesco Gaeta</hi> pisano, entrambi in quel genere esperti.
<num>94</num>. Passando all'altro pilastro, chi si sente accender l'animo al sentimento del bello, venga
a mirare la celebre S. Agnese, una delle più stupende opere del gran maestro dell'Arte,
<hi rend="italic">Andrea del Sarto</hi>. Questa è la sesta ma la più insigne di quelle, che uscite dalla mano di
lui fregiano questo Tempio; ed io mi fo un dovere di mostrarne l' eccellenza agli Amatori, ed
<pb n="305"/>
 all'estere Nazioni. Ella con le altre due Sante osservate nel coro, già riscosse l'elogio
del Vasari in questi termini: <hi rend="italic">«Fiigure ciascuna per se, che fanno meravigliare per la loro
bellezza chiunque le guarda, e son tenute le più leggiadre, e belle femmine, che egli facesse
mai».</hi> Dirò francamente, che nella sola figura della nostra S. Agnese le tre parti essenziali della
pittura si riuniscono mirabilmente. E quanto alle prime due cioè alla bellezza delle forme , ed
all'espressione, dove mai si vide nelle teste di Andrea tanta delicatezza unita al magistero del
disegno come in questa, che piegata in soave, ed umil giro, un aria dolcemente nobile, ed alla
sua onestà convenevole dimostra? Concordano al volto le mani atteggiate col più castigato
contorno; e la sinistra, che appoggia sul dorso dell'Agnello è una vera grazia raffaellesca.
Concordano gli atti, che indicano placida compostezza; e le bene adattate, e vaghe piegature dei
panni scoprendo le membra tondeggiati provano, che <hi rend="italic">molto cresce una beltà un bel
manto</hi>. Passando al colorito, quantunque scevro egli sia del florido primiero stato, attestando
di averlo veduto di viepiù bella tempra nei panni specialmente, contuttociò condotto si mostra
con leggiadrìa, e <pb n="306"/>
 con morbidezza , che di più non usarono i celebrati maestri di quel
tempo. Ai divisati pregi si aggiunge l'elezion del lume, e la grazia; e da sì mirabile unione ne
viene all'immaginazione , e ai delicati sensi il magico effetto del rilievo, e dell'animata figura.
Conchiudasi pertanto , che questo nostro raro modello portando in fronte l'immagine del bello
ideale, il Tempio che lo possiede, e la Cittade onora , e che forse non invidia ai più rari prodotti
di altro primo luminare dell' Arte. <note anchored="yes"> Si racconta, che Mengs, e il Corrado, e qualche
altro Professor del disegno, rimirando quest'opera, la giudicarono di
	 Raffaello.</note> Il putto nell'ovato, che fa corono all'intagliato lavoro è di Autore incerto.
<num>95</num>. La tavola che porta le immagini degli Apostoli S. Andrea , e S. Jacopo è lodato lavoro
del <hi rend="italic">sogliano</hi>.
<num>96</num>. Una graziosa Madonna in piè dritta, che sostiene gentilmente il leggiadrissimo Putto è
l'ornamento dell'altra faccia del pilastro. Sono ambedue figure di gran disegno, e son'espresse,
ed atteggiate in vaga, e natural mossa. Tali prerogative unite al semplice piegar delle vesti
destano l'idea del gusto raffaellesco, come ne giudicarono il Cochin, ed altri intelligenti scrittori
<pb n="307"/>
: e noi non ci discosteremo  dal ragionato pensiero stante l'autorevol opinione, che una
tal opera sia di <hi rend="italic">Perino del Vaga</hi> possessore della prelodata caratteristica. Un Pittor di
merito ci attestò mentre visse, ch'ei ne vide il bozzetto original e del detto Maestro; che questo
dalla nobil famiglia De Angelis passò in altre mani, e finalmente in oltramontani paesi.
<num>97</num>. Nel quarto spartimento di questo ornato è un S. Antonio da Padova dipinto in Roma
dal commendato <hi rend="italic">Pietro da Cortona</hi>. Il replicato pulimento oscurò l'espressione della testa
del Santo, la bella cera del divin Putto, ed altre doti di quel valente pennello.
<num>98</num>. Cade qui  in acconcio di osservar quella parte di pavimento, che dinanzi al coro, e sotto
la cupola resta. Ella è alla musaica, ed è spartita con varj misti di porfidi, di graniti, e di molto
serpentino, così denominato dai lapidarj, e riconosciuto per porfido verde dai Naturalisti <note anchored="yes">
Oltre Plin. e Vitruv. che trattano di sì fatti musaici vedi Athen. L. <num>22</num>. pag. <num>11</num>., e
Buleng. <foreign lang="lat">de Pict. </foreign>L. <num>8</num>.</note> <num>99</num>. Finalmente merita lo sguardo dell'intendente (per quanto la lontananza ne concede) la
Pittura a olio che la circolar <pb n="308"/>
 parete della gran cupola nobilmente ricuopre. Ella è stimato
lavoro del nostro pisano dipintore <hi rend="italic">Orazio Riminaldi</hi>, condotto con grandezza di stile, e
con robustezza di colorito. Il significato delle immagini quivi rappresentate è la Madonna , che
sorretta dalle nubi, e dagli Angioli poggia all' Empireo; all' intorno son disposti gruppi di varj
Santi, in gran parte pisani. Il volto della celeste Regina fu da me osservato in vicinanza, ed
attesto, che rende stupore per l'espressione, per la morbidezza della grandiosa maniera, e per
l'amoroso finimento delle parti. La figura tutta, la più degna, e la più gentile spira agilità, ed è
panneggiata con disinvolta leggiadrìa. Fu il più delle volte rammentato Operajo Ceoli, che
commesse ad Orazio quest'opera di somma importanza, dopo che con plauso grande ebbe
terminato i divisati due quadri per la tribuna. Egli però non la condusse a fine; poiché sorpreso
dal mal contagio dell'anno 1630 tanto infausto per la Toscana, cessò di vivere
sul fior degli anni <note anchored="yes"> Tronci
	  Chies. Pis. pag. <num>7</num>.</note> Quando la sua fama già precorsa
fino all'estere Nazioni lo invitava alle più lodevoli imprese. <pb n="309"/>
 Per rendere adunque
compito questo stimatissimo dipinto fu fatto venire da Roma Girolamo fratello di lui; e questi
molto inferiore nell'arte essendo, non con tanta felicità fece qualche putto, e terminò alcuni
Santi, che erano restati imperfetti.
I ricordi dell'opera danno per compìto tutto il lavoro nell'anno 1631. La spesa
dei ponti ascese alla somma di scudi <num>1500</num>; la mercede stata assegnata per ordine del
Gran-Duca di Toscana <note anchored="yes"> Così ordinò S. A. per non essere stati d'accordo gli stimatori,
che uno fu Matteo Rosselli, che stimò il lavoro scudi <num>5500</num>, e l'altro fu un Pittore romano
espressamente venuto per la parte de' Riminaldi, che lo stimò scudi <num>8000</num> in circa.</note>
Riminaldi fu di scudi <num>5000</num>, e dall'una, e dall'altra somma resulta l'intiera spesa di <num>6500</num>
scudi. La cupola non doppia, e conseguentemente all'umidità soggetta motivo dette a quei danni
che van lentamente crescendo, ma che per gran ventura le parti più essenziali, e belle rispettano
ancora. Il pregio dell'opera, e il decoro di quella Basilica meritano ogni cura perch'un maggior
guasto non ne derivi.
<num>100</num>. I quattro Evangelisti nei peducci, e le altre pitture a fresco fatte furono <pb n="310"/>

precedentemente dal già nominato <hi rend="italic">Michele Cinganelli</hi> fiorentino.
L'altezza del pavimento alla sommità della cupola è braccia <num>83</num>.
<num>101</num>. Ne' due vacui de' portici superiori compresi fra l'uno, e l'altro pilone, e sostenuti
dalle più grosse colonne di granito son situati due ornamenti d'intaglio in legno dorato, che
mettono in mezzo dalla parte meridionale l' orologio, e l'organo dall'altra. Questa macchina
non solo è per la magnificenza, e pel decoro di figure tonde gigantesche pregevole, quanto pel
musicale armonioso istrumento. Ne furono i periti Maestri Francesco Palmerio, o Palmazio, e
Giorgio Speringa. Valente esecutor degl'intagli fu <hi rend="italic">Benedetto Cioli</hi> fiorentino (forse
fratello del rinomato Valerio), che intagliò parimente tutta la soffitta. Per dar sempre maggiore
idea del dispendioso, e considerabile risarcimento fatto dopo l'incendio accennerò col citato
Scrittore anonimo <note anchored="yes"> Bibl. Magliab. num. <num>366</num>. Cl. <num>25</num> dei mss. <num>V</num>. in ultimo
l'annotaz.</note> Sempre conforme alle altre memorie della Cattedrale, che la spesa degl'intagli
messi a oro dell'organo, e dell'orologio ascese alla somma di scudi <num>5264</num>, e quella delle
soffitte a scudi <num>10300</num>.
<pb n="311"/>
<num>102</num>. Resta appeso nel mezzo della Chiesa un rotondo antico lampadario in bronzo
con putti in tondo rilievo, che sembrano reggerlo in giro. La tradizione vegliante nell'archivio
capitolare ne attribuisce il getto, e l'intiera esecuzione a un certo <hi rend="italic">Vincenzo Possenti</hi>
pisano l'anno 1587.
Merita memoria la grande illuminazione, che si fa annualmente nell'interno di questa Chiesa
nella sera del dì <num>14</num> di agosto ad onoranza dell'Assunzione della Madonna. Mediante la vaga
distribuzione, e la quantità della cera, che armonicamente varie parti architettoniche ricorre, e
che ardendo discioglie le ombre, il superbo edifizio fa di sé bella mostra tal che diletta, e rapisce
l'occhio degli spettatori. Così soprendente apparato fu più volte espressamente messo in ordine
ad appagar la vista d'illustri Viaggiatori. Antichissima è l'epoca della festa, traendo origine
dalla fonazione del Tempio, allor quando si celebrò con solenne pompa, e con l'intervento di
tutti i magistrati: lo affermano le surriferite carte, ed altri Scrittori delle storie pisane. Egli è un
prodigio, che dessa fino al presente si conservi, e che circa al 1790 sfuggisse il
destino di alti lieti spettacoli, che rendean <pb n="312"/>
 quel giorno più decoroso, e da maggior
numero di confinanti frequentato.
Non tralascio di opportunamente accennare la seguente notizia, che denota la ricchezza, e la
magnificenza di quei tempi. Raccontano i Cronisti, che nel suddetto giorno, innalzate le
bandiere sulle più alte estremità del Duomo, del Campanile, di S. Giovanni, e del Campo Santo
una fascia ricca di rare pietre cingeva esternamente le mura della Chiesa, e che simboleggiava la
Cintura della Madonna. Fan fede al racconto i sostegni di ferro tuttora esistenti, e una parte di
essa, che povera , e nuda nel palazzo dell'opera sempre si conserva <note anchored="yes"> Dicono, che
valeva più di <num>8000</num>. fiorini d'oro, e che fu disfatta
	  per bisogno della Repubblica.</note> Il
Dipintore <hi rend="italic">Pietro Sorri</hi> nel divisato suo quadro la espresse.
</p>
</div3>
<div3 type="paragrafo">
<head>PARAGRAFO 7.</head>
<head>Rarità esterne. Porta antica storiata in bronzo.</head>
<p>Fralle rarità esteriori del nostro Tempio annoveriamo le due imposte di bronzo della porta
laterale, ch'è nella crociata <pb n="313"/>
 di S. Ranieri a rincontro del campanile. Varie sacre istorie
vi sono scolpite su quel far goffo volgarmente chiamato greco o gotico antico. Elleno sono
ordinate in dodici reparti per imposta. E perché  arreca curiosità l'osservare con quali meschine ,
e stravaganti idee furono immaginate, ne incomincio la narrazione della Nunziata. Ella è
espressa nello spazio inferiore sulla sinistra di chi entra, e vien seguitata nella medesima linea
dalla visitazione, dalla nascita di Cristo, e dalla venuta de' Re Magi. Formano la seconda fila la
presentazione al Tempio, la fuga in Egitto, Erode, che ordina la strage, ed il battesimo di N. S.
espresso per immersione nel modo stravagante, che si costumò in quei tempi dagli artefici. In
terza fila vedesi Cristo tentato dal Diavolo, la trasfigurazione di lui, il resuscitato Lazzaro, e
l'ingresso in Gerusalemme. Segue del medesimo la lavanda, la cena, la presa nell'orto , e la
Crocifissione; e finalmente la discesa all'inferno, il sepolcro di lui, l'Ascensione , e la morte
della Madonna. Nel primo dei quattro angoli dall'alto cominciando sulla sinistra è il Nazzareno
sedente in trono, fiancheggiato dagli Angioli; avvi nell'altro la Madonna; inferiormente
scompartiti sembrano varj Profeti. Se delle <pb n="314"/>
 prefate storie abbiam dato un cenno, il
Ciampini, ed il Martini riportandone i rami distesamente le descrivono <note anchored="yes"> Il Ciampini L.
<num>I</num>. <foreign lang="lat">de
	 Vet. mon. </foreign>Cap. <num>VI</num>. p. <num>46</num>. Il
	Mart. Cap. <num>IX</num>. pag. <num>85</num>.</note> Ella è questione, se la nostra antica porta fosse fatta in Pisa, o in remote parti da stranieri
Artefici. Alcuni di quegli che son del secondo parere vogliono, che da Gerusalemme, e da altre
orientali spiagge fosse dai Pisani condotta; ed una tale opinione avvalorano coll'esempio, che
circa all'anno 1070 sotto Alessandro <num>II</num>. fu fatta trasportare da
Costantinopoli, dov'era stata lavorata, la fodera di bronzo della porta di mezzo di S. Paolo di
Roma. Altri, ed il Ciampini fra questi opinano, che ella nel secolo XII.
trasportata fosse dalle Isole Baleari dopo l' onorato trionfo, forse sul racconto di Gio. Villani da
me altrove allegato <note anchored="yes"> E' da tributarsi per altro la falsa, e inverisimile opinione del
Marangone col. <num>350</num>. che fosse levata da un Tempio degli Dei
	de' Saraceni.</note> Che il disegno
appelli all'undicesimo secolo in circa potrei asserire per effetto di qualchè pratica nel combinar
certe goffe maniere. Se sia poi più fondata l' una o l'altra opinione io non saprei decidere. Dirò
bensì, che siccome la prima <pb n="315"/>
 epoca dell'Arte fusoria fu fra noi certamente nel
1180 per opera di Bonanno Architetto pisano, perciò congettura più facile, e
migliore delle altre fia quella, che la predetta porta si facesse in Pisa, o poco prima di Bonanno
da qualchè suo maestro, o da Bonanno stesso, o da' suoi scolari.
Il Marmo destinato a servir d'architrave alla predetta porta ricco di sopraffino intaglio ci
assicura che avanzo illustre egli fu  di antico epistilio. Debbo qui  far menzione, che sopra di
esso per attestato del Vasari stava un gruppo di quattro statue di marmo di mano del nostro
Giovanni. Erano dic'egli, una N. Donna, l'Imperatore Enrico da un lato, dall'altro una femmina
con due bambini figurata per Pisa , e ne riporta alcuni versi impressi nelle respettive basi: quello
che farem'noi nel secondo volume, ove del pisano Scultore dovremo ampiamente ragionare.
Bensì non si traccia a questo luogo che l'aver tolto e disperso un tal monumento è contro i buoni
insegnamenti de' migliori Scrittori: ma non contro il barbaro costume.
Noteremo di passaggio che i sedili di marmo a questa parte intorno ornati furono
dall'architetto, forse sull'accennato <pb n="316"/>
 stile degli antichi con teste d'uomini e di bestie.
Così egli fece nella facciata occidentale ed altrove; ed alcune teste benché corrose mostrano
qualche disegno.
Sol per appagare i curiosi menzion' faremo del simulacro di David che sebbene mal concio sta
sempre in atto di giuocar la cetra. Stante il noto incendio, ed in occasione di doversi rinnuovar
gli stipiti ed il sopracciglio, guasti dal fuoco egli abbandonò la nicchia della porta maggiore del
Tempio, e quella della finestra da questo lato si scelse.
Nuovissime, e significanti traslocazioni or ci convien narrare. Presso l'angolo del lato
meridionale, che anniam' dinanzi, stava quel bel sarcofago, che noi nella prima edizione qui
descrivemmo; e poiché desso fu traslatato nel Campo Santo colà lo ritroveremo per
rinnovellarne le osservazioni. Le due iscrizioni scolpite nei marmi commessi nella parete,
giacché del passaggio orbate tuttora vi restano, saran da noi qui  acconciamente trascritte. Anche
il Vasari, il Tronci, i Gori ed altri le pubblicarono.</p>

<pb n="317"/>
<lg type="versi" lang="lat">
<l> <hi rend="italic"> AN. DNI. MCXVI. KLAS AUG. OBIIT DNA</hi></l>
<l><hi rend="italic">MATILDA FELICIS MEMORIE COMITISSA</hi></l>
<l><hi rend="italic">QUE PRO ANIMA GENETRICIS SUE DNE</hi></l>
<l><hi rend="italic">BEATRICIS COMITISSE VENERABILIS IN HAC</hi></l>
<l><hi rend="italic">TUMBA MONORABILI QUIESCENTIS</hi></l>
<l><hi rend="italic">IN MULTIS PARTIBUS MIRIFICE HANC</hi></l>
<l><hi rend="italic">DOTAVIT ECLAM QUARUM ANIME</hi></l>
<l><hi rend="italic">REQUIESCANT IN PACE.</hi></l>
<l><hi rend="italic">AN. DNI. MCCCIII. SUB DIGNISS. OPERARIO</hi></l>
<l><hi rend="italic">BURGUNDIO TADI OCCASIONE GRADUUM</hi></l>
<l><hi rend="italic">FIENDORUM PER IPSUM CIRCA ECLAM</hi></l>
<l><hi rend="italic">SURADICTAM TUMBA SUPERIUS.</hi></l>
<l><hi rend="italic">NOTATA BIS TRASLATA FUIT</hi></l>
<l><hi rend="italic">NUC DE SEDIBUS PRIMIS IN ECLAM</hi></l>
<l><hi rend="italic">NUC DE ECLA IN HUC LOCUM</hi></l>
<l><hi rend="italic">UT CERNITIS EXCELLENTEM.</hi></l>
</lg>
<p>Gio. Villani, e il P. Silvano Razzi presero errore forse per l'equivoco della prima
iscrizione asserendo che la Contessa Matilde avesse in Pisa il sepolcro mentre lo ebbe nella
Chiesa di S. Benedetto da lei edificata presso Mantova. La seconda bensì porge memoria certa,
che l' onorata tomba, e le ossa di Beatrice con ella nel 1303 il vetusto riposo
sulle gradole esterne lasciarono, e <pb n="318"/>
 che nell'interno della Chiesa ebber luogo; né il
migliore né il più difeso dalle ingiurie degli uomini, e degli umidi elementi potea desiderarsi.
Ma coprendo ombra notturna il merito delle figure sculte agli occhi di quell'operaio; ei destinò
ad un secondo passaggio il nostro monumento; e situandolo nel luogo ove noi siamo, se gli
giovò per l'altezza egli di nuovo ai salsi umori, ed alle pioggie lo espose. Finalmente udito, per
quanto dicesi, il suono delle nostre doglianze sparse nel primo volume del
1787, sul già sofferto deterioramento considerabile delle predette figure, fu
risoluta nell'anno scorso la terza indicata trasposizione ormai tarda ed utile soltanto non al
nuovo soggiorno che senza di lei era ragguardevole abbastanza, ma per quel poco che risentir ne
potranno ai <hi rend="italic">figli dei figli, e a chi verrà da quelli</hi>.
Di altra traslocazione ci fa saper la colonna che sull'imbasamento del Tempio presso l'esterior
parte della cappella di S. Ranieri isolata s'innalza. Vedova del suo bel vaso che ambiva di
sostenere onde servir con esso all'ornato esterno del grand'edifizio, contro di me mal'accorta si
sdegna, quasi che non iscrivere nella prima edizione: <hi rend="italic">egli è un danno <pb n="319"/>
 che anche
questo bel monumento abbia sofferto per colpa dei tempi…. e che ancor di presente sia
condannato all intemperie dell'aria</hi>, contribuito aver possa alla sua sciagura. Ma cessi di trar
dal duro fianco altri sospiri, e prenda pur conforto, perché  il moderno grandioso gusto che per
ogni dove sfavilla, e perché  gli amatori che zampillano ovunque le renderan solleciti quel
decoro che le fu  tolto, altra bell'opera sostituendovi; Dio voglia che per me ella sia <hi rend="italic">presaga,
e certa omai di sua fortuna</hi>. Si contenti frattanto che i Naturalisti ammirino in lei il bel
granito minuto orientale che la compone, e non il marmo bianco, come il de la Lande
erroneamente ascrisse.
</p>
</div3>
<div3 type="paragrafo">
<head>PARAGRAFO 8.</head>
<head>Ippogrifo di bronzo.</head>
<p>Nell'estremità del comignolo del Tempio verso levante è situato sul capitello jonico d'una
colonna di marmo bianco un animale di bronzo con quattro gambe, che nelle ali, nelle unghie e
nella testa avente sotto il becco due bargigli di gallo all'aquila si assomiglia. Egli è circa a un
braccio e mezzo alto, e più <pb n="320"/>
 di due braccia lungo. Dicesi che fosse ritrovato sotto terra
nel fare i fondamenti del Tempio, e che quivi fin dall'epoca si collocasse, avendosi riguardo a
un certo preteso ornamento, e non all'intrinseco pregio del medesimo. Non valutate le volgari
favole, e l'opinione del Martini, che riconosce in esso l'animale dell'Apocalisse , egli non è che
un Ippogrifo figurato animale di Mitologia, uno dei simboli di Apollo, e noto a tutti, trovandosi
sovente in varie medaglie ed in molte casse sepolcrali espresse, come nel mio rame lo dimostro.
Il Roncioni scrisse nel terzo libro delle sue storie, <hi rend="italic">che fu  collocato dai Pisani par magnifico
ornato del loro Tempio un Ippogrifo di bronzo tutto intagliato da lettere Egiziache</hi>. Una tal
notizia suscitando l'instancabil mio desiderio di ritrovar certe cose onorevoli a Pisa m' inspirò a
ricercare il vero. Conciosiaché vinto il timore, mi portai a quell'eminente luogo , solo
accessibile ai muratori, e vidi ocularmente, che tutti quei segni, che da lungi comparivano lettere
, altro non erano che variati lavori eseguiti con intaglio in incavo , e molto conosciuti dagli
antichi. Giusto mi parve di levar con l'argilla il modello di ciascuno di essi, e mediante il
disegno esibirli nel rame, <pb n="321"/>
 come mi protesto di aver fatto colla maggior precisione;
questa bensì non sarà forse nella disposizione de' medesimi stante l'osservazione , che dovetti
far di volo, e on molta sollecitudine. Nel nostro rame pertanto (Tav. <num>I</num>.) osserviamo che nelle
spalle dell'animale avvi l'impronta di due leoni, e quella di due aquile nelle cosce da un
rabescato contorno circoscritte. L'intaglio delle ali, del collo, e del petto è a piume di variegata
figura. Di gran lavore è ricoperta la schiena, il cui contorno non bene espresso per la piccolezza
del disegno è di arabeschi, e non mai di parole: altro simile ne comparisce sull'attaccatura della
coda, della quale l'animale è mancata per colpa de' tempi. Tutti questi ornamenti son condotti
minutamente, e con incredibil fatica d'intersecate linee. Or si esercitino gl'ingegni degli
Antiquarj in assegnare al nostro Ippogrifo il più vero carattere: Io noterò soltanto, che il giro
degli arabeschi è conforme a quel, che sovente si osserva in certi vasi antichi; che ne' musei
s'incontrano piccoli bronzi tenuti per etruschi similmente lavorati per incavo, e che i leoni, e le
aquile ad onta del rabescato giro, che prende una tal qual forma d'arme, o di scudo, ma che
effettivamente è un ornato <pb n="322"/>
 che seconda il contorno della coscia, e della spalla, possono
essere i più antichi geroglifici espressi con semplicità, ma sempre meglio delineati di quel che si
veggono negli obelischi. Noterò ancora che le ali molto comuni ai simulacri etruschi son
contornate con una sola linea, e che ripiene sono d'ideali contrassegni di penne, come appunto
si trovano in alcune medaglie etrusche <note anchored="yes"> Vedi i rami del Gori P. <num>II</num>. iscr. ant. Tav.
<num>XVII</num>. e <num>XVIII</num>. e circa a' lavori la Tav. <num>X</num>. e la <num>XVI</num>: siccome sul modo semplice
di formar le ali, e di ornar le figure de' suddetti lavori si
	può vedere il Dempstero.</note> In oltre mi
sembra necessario il proporre, che le gambe dell'animale parallele non mostrano i necessarj
muscoli, e pochissimo gl'internodi, e le giunture; ch'egli è in altre parti ancora non istupido, ma
poco più goffo di quel che mostra il mio rame; e che oltre all'esser ricoperto di antica patina è
lacero e traforato nel petto, ed altrove, indizj di non indifferente vecchiezza più che di naturali
accidenti. Qual mistero si abbia il globetto, che è sulla testa di lui, si veda nel Pignorio, nel
Monfaucon, nel Kircher, ed in altri, che di questi globi, come di geroglifici egizj favellavano.
Attese le quali cose escluso il <pb n="323"/>
 pensiero che il lavoro ai tempi barbari appelli,
ed'inverosimil cosa giudicando che un animle simile si eseguisse per colassù collocarlo, dove
nulla conclude, e dove diveniva inutile l'indicata laboriosa incisione, di che non credo neppur
capaci i goffi artefici di quel tempo, sembra che francamente valutar si possa il nostro Ippogrifo
un monumento egizio della seconda epoca meno aspra, o etrusco dello stile ancor secco, che fu
simile a quel degli Egizj. Se mai taluno dal crederlo ritrovato in quei fondamenti, come dissi,
dove fu il palazzo di Adriano , stimasse di opinar che fatto egli fosse regnanti gl'Imperatori
romani perché  i geroglifici dei leoni, e delle aquile ad essi, ed il misterioso segno del globo a
Cesare si riferiscono e perché  sotto Adriano fu imitato il gusto egizio, oppure se mai lo
giudicasse di stil greco antico sulla ragione, che le Arti presso tutte le nazioni cominciarono dal
più semplice, e dal piò facile stile, sono idee ricercate, e non valide, perché l'intendimento del
disegno dovrebbe esser migliore nel primo caso, e peggiore nel secondo. Piuttosto volendo
sottilizzare, e dichiararsi più per l'uno, che per l'altro degli esposti sentimenti, inchinerei quasi a
crederlo etrusco, senza giammai osar di <pb n="324"/>
 deciderne. Gioverebbe a un tal pensiero la
qualità dell'indicato lavoro trovandosi praticato con simil incisione, come dissi , e così ripieno
di minute linee nei monumenti etruschi, ed altresì con diversità e non sovente negli egizj.
Gioverebbe ancora il parere di alcuni moderni Antiquarj  , i quali vogliono etruschi i bronzi di
una massima antichità , perché  i primi ad inventare una tal Arte in Italia furono i Tirreni
secondo Cassiodoro , e per l'attestato di Vitruvio, e di Plinio. Il primo in fatti il numero delle
italiche officine per tai lavori decanta; afferma il secondo che sulle sommità dei Tempj non solo
si ponevano etruschi simulacri di creta , ma di bronzo, e dorato talvolta <foreign lang="lat"><hi rend="italic">Tuscanico
more</hi>.</foreign>
Se poi un tal Monumento fosse ritrovato in Pisa negli scavi di antico edifizio, come dissi
esser voce, o se da' Pisani trasportato fosse da esteri paesi con altre anticaglie, di che adornano
il Tempio, poco interessa. Siccome lasciando ogni altro esame sopra un oggetto sì lontano dagli
occhi conchiuderemo, che il nostro Ippogrifo è da riputarsi d'indubitata antichità; ch'egli è da
vedersi con sorpresa pe' tanti suoi lavori d' incavo, (quando il coraggio non manchi), e da
celebrarlo raro più per grandezza, che per buona forma. Tanto <pb n="325"/>
 son rari i grandi antichi
bronzi, quanto numerosi sono i piccoli particolarmente di mano etrusca, e molto più erano tali
prima che si scoprissero le Città sepolte dai Vulcani , vedendosene arricchito il Museo di
Portici, dove si conservano bellissime anticaglie.
</p>
</div3>
<div3 type="paragrafo">
<head>PARAGRAFO 9.</head>
<head>Inscrizioni Romane, e de' tempi di mezzo nelle mura esterne del Duomo.</head>
<p>Al nostro assunto appartiene i far menzione di alcuni marmi scritti, che si trovano inseriti
confusamente con gli altri nelle esterne mura dell' edifizio. Quantunque gli Amatori dell'antiche
cose per la maggior parte pubblicati gli abbiano, noi non dubiteremo di riprodurli colla lusinga
di supplire, e di correggere talvolta quel che sfuggì alle ricerche altrui. In alcuno di essi il nome
leggesi di Augusto grande amatore , e restauratore delle Arti, e per cui Roma più bella e più
magnifica divenne. Avvi quel di Trajano, che si segnalò nel far costruire i più superbi edifizj; a
chiare note è quello del suo successore Adriano non solo protettore, ma possessore eziandìo
delle tre Arti sorelle, e che fece costruire in Pisa oltre al suo <pb n="326"/>
 palazzo , l'anfiteatro, e le
terme; anche i nomi non mancano, sì cari ai buoni, degli Antonini , ch' ebbero cura di
mantenere in vita le Arti suddette, le quali già a gran passi correvano alla rovina. Né fia
meraviglia, che così preziosi avanzi della bella antichità fra noi si trovino. Ne saranno anche
molti nel seno delle muraglie, e nei fondamenti sepolti per le ragioni da noi più volte allegate
ove di Pisa antica, come de' Romani la più florida, e principal Colonia favellammo. Dalla
rozzezza degli scalpellini che adoprano a capriccio, e che spietati ruppero simili pietre a gran
danno dell'Antiquaria prese motivo il citato Bianconi <note anchored="yes"> Nelle sue lettere al Ser. P.
Enrico di Prussia.</note> di accusar di barbarie, e di niuna erudizione i Pisani. Ma se tanto esclamò
quando essi finalmente dirigevano i primi sforzi con tanta cognizione verso l'Architettura, e
quando lo studio dell'Antiquaria era nella massima oscurità , e negligenza, poiché solo
cominciò a coltivarsi nel decimoquarto secolo sotto il Petrarca, che direbbe egli mai de' correnti
giorni, nei quali si commettono simili, e peggiori mancanze perniciose alle Arti, ed alle Lettere
<pb n="327"/>
 in tempo che una dipinta tavola tarmata, e lacera si raccoglie, ed in custodia ponesi una
pila o simil marmo avente un qualche segno di scultura scontraffatta, e vile?
Ecco i caratteri trascritti con quel disordine che trovasi negli archetipi marmi.
Nell'ante-pilastro in angolo verso il campanile si legge</p>
<lg type="versi" lang="lat">
<l><hi rend="italic">…RONEP <note anchored="yes">Il Martini, che in confuso riporta queste inscrizioni, e non tutte,
tralascia affatto questa parola. pag. <num>16</num>.</note>
T. AELIO. HADRIANO</hi></l>
<l><hi rend="italic">ANTONIO. AUG. PIO. PONT.</hi></l>
<l><hi rend="italic">MAX. TRIB. POTEST. <num>III</num>. COS. III. P. P. </hi></l>
<l><hi rend="italic">INDULGENTISSIM….</hi></l>
</lg>
<p>Nel medesimo luogo son le seguenti lettere poste a rovescio <foreign lang="lat">AR. T. AE.
</foreign>Voltando si trova <foreign lang="lat">I. TRA.,
       </foreign>cioè <foreign lang="lat"><hi rend="italic">Imperatori Trajano</hi>; </foreign> ed in altro
marmo <foreign lang="lat">AE. PRO.
</foreign>Presso la prima colonna della tribuna è una iscrizione posta a rovescio. Ella sembra de'
tempi romani, ma per essere stato il marmo barbaramente rotto da tutte le parti per quivi
adattarlo, eccettuati i soli nomi di Marcello, e d'Albino, le altre <pb n="328"/>
 parole sono
insignificanti, e conseguentemente inutili a riportarsi. Non lungi è un avanzo di un piccolo
sarcofago scolpito di buona maniera con le sigle <foreign lang="lat">A. F. D. M.; </foreign>ma diverrei troppo
minuto, s'io notar dovessi tutti i frammenti simili, come pure i meandri, ed i rosoni in marmo
greco espressi, onde son ripiene le mura di questo Tempio.
Passata la tribuna maggiore nella faccia settentrionale del gran pilastro in angolo sta scritto in
bellissimi caratteri cubitali</p>

<lg type="versi" lang="lat">
<l><hi rend="italic"> IMP. CAESARI.</hi></l>
<l><hi rend="italic">DIVI. HADRIANI. FIL.</hi></l>
<l><hi rend="italic">DIVI. TRAIANI. PARTH. </hi> </l>
</lg>
<note anchored="yes">Martini loc. cit. <foreign lang="lat">NE. PARTH.</foreign></note>
<p>Questo frammento il più visibile, e vantaggiosamente situato convien, che sfuggisse alle
ricerche del Gori, menrt'egli intanto lo riferisce innestato al primo, che espressi, in quanto che
lo ritrovò in un manoscritto di Frate Giocondo da Verona, e nelle collezioni dell'Appiano, e del
Grutèro così intiero:</p>

<pb n="329"/>
<lg type="versi" lang="lat">
<l> <hi rend="italic">IMP. CAEASARI. DIVI HADRIANI</hi></l>
<l><hi rend="italic">FIL. DIVI. TRAIANI. PARTH. NEP.</hi></l>
<l><hi rend="italic">DIVI. NERVAE. PRONEPOTI.</hi></l>
<l><hi rend="italic">T. AELIO. HADRIANO.</hi></l>
<l><hi rend="italic">ANTONIO. AUG. PIO. PONT.</hi></l>
<l><hi rend="italic">MAX. TRIB. POTEST. <num>III</num>. COS. <num>III</num>. P. P.</hi></l>
<l><hi rend="italic">INDUGENTISSIMO</hi></l>
<l><hi rend="italic">PRINCIPI.</hi></l>
</lg>
<p>Osserva saviamente il P. Zaccarìa (il quale fa soltanto menzione de'predetti due
frammenti) <note anchored="yes"> Nella sua prima lettera inserita nel Vol. <num>I</num>. <foreign lang="lat"><hi rend="italic">Excursus litter. per
Italiam</hi>.</foreign></note> che le parole <foreign lang="lat">PARTH. NEP. DIVI. NERVAE. PR. </foreign>al presente
guaste, e corrose furono probabilmente intiere al tempo di Frate Giocondo; e che l'ultima parola
<hi rend="italic">principj</hi> che non dovette esser certo nel marmo fu bene aggiunta dal prefato Antiquario,
da cui soltanto era desiderabile la medesima distribuzione nelle due prime righe, che nella pietra
si vede. In oltre osservato lo sbaglio del Martini in aver copiato <foreign lang="lat">AVGVST. </foreign>in vece di
 <foreign lang="lat">AVG., </foreign>e che egli non fece il dovuto confronto, così spiega il senso della lapida.
 <foreign lang="lat"><hi rend="italic">Imperatori Caesari Divi Adriani filio, Divi Trajani Parthici nepoti, Divi Nervae
pronepoti <pb n="330"/>
, Tito Aelio Hadriano Antonio Augusto, Pio, Pontifici Maximo, Tribunicia
potestate tertium; Consuli tertium, Patri Patriae, indulgentissimo
	 Principi</hi>;</foreign> e conchiude,
che all'anno di Cristo CXL., o al certo a' primi due mesi del medesimo, ne
quale il giorno XXV. di febbrajo terminava Antonino il terzo anno della tribunizia potestà
appartiene la nostra iscrizione.
Il Cardinal Noris nella terza dissertazione fa memoria di questi frammenti senza però esporgli;
e dal nome quivi scritto di Antonino Pio congettura poter' essere state costutte le pisane terme
dopo l'Impero di Augusto, e sotto quello del detto Imperatore. Referisce il Gori, che Antonino si
cattivò l' animo de' Pisani beneficandoli, e ricolmandoli di onori ; e che essi si dimostrarono
sempre officiosi a così beneficentissimo Sovrano.
Non molto distante dall'ultimo allegato frammento si trova scritto in un marmo posto a
rovescio da que' buoni maestri

 <foreign lang="lat">IMP. CAESARI.

</foreign>Seguitando il giro esterno della Basilica non ometto di far memoria di un iscrizione de'
bassi tempi incisa in un candido <pb n="331"/>
 marmo affisso sul canto della crociata che guarda il
Campo Santo. Forma essa l'elogio di un certo Arrigo Console pisano; e come uno de' più
esperti, e dotti guerrieri vien paragonato a' primi Eroi dell'antichità. Il Dal-Borgo allega un tal
documento per prova del gran numero dei valenti Pisani, che solevano andar con le armate a
guerreggiare <note anchored="yes"> Orig. Univ. Pis. pag. <num>170</num>. Vedasi l'erudito Sig. Canonico Morena:
Bened. Mastiani de
	bel. balear. comment. Flor. 1810. p. <num>20</num>.</note> La traccia
alcuna dell'età precisa in cui visse non accenna.</p>

<lg type="versi" lang="lat">
<l> <hi rend="italic">Quam sequeris belli fortuna laude sequaris</hi></l>
<l><hi rend="italic">Romam Pisa tui Consulis egregii.</hi></l>
<l><hi rend="italic">Claruit Henricus dic dic virtutibus altis</hi></l>
<l><hi rend="italic">Nomen sujus erit semper in ore meis.</hi></l>
<l><hi rend="italic">Hic tibi nempe Cato fuit Ector Tullius alter</hi></l>
<l><hi rend="italic">Mente manu lingua par tribus unus Homo</hi></l>
<l><hi rend="italic">Fabricius castis sprevit temporibus olim</hi></l>
<l><hi rend="italic">Munera contempsit hic, et in orbe levi.</hi></l>
<l><hi rend="italic">Regulus iste tibi captus tua bella gerendo</hi></l>
<l><hi rend="italic">Blanda minas mortem spernere ferre pati.</hi></l>
<l><hi rend="italic">Preposuit pro te mutans non vivere perdens</hi></l>
<l><hi rend="italic">Clauditur hic Mundi climata corde tenens.</hi></l>
</lg>
<p>Nel fianco di uno de' pilastri settentrionali , ch' è il settimo cominciando da <pb n="332"/>
quello in angolo della facciata occidentale, si leggono presso il seggio di marmo i seguenti ben
formati caratteri ,</p>

<lg type="versi" lang="lat">
<l> <hi rend="italic">POPVLVS</hi></l>
<l><hi rend="italic">.. SANVS</hi></l>
<l><hi rend="italic">…VS NUM…</hi></l>
<l><hi rend="italic">MAIES…</hi></l>
<l><hi rend="italic">Q. EIVS</hi></l>
<l><hi rend="italic">D.</hi></l>
</lg>
<p>Questo frammento in addietro non visto, né pubblicato da alcuno mi fu additato da
erudita persona. Sembra che facilmente se ne rilevi l' intera iscrizione indicante il buon secolo
cioè: <foreign lang="lat">POPULUS PISANUS DEVOTUS NUMINI, MAJESTATIQUE EJUS DICAVIT.
</foreign>Il marmo , quantunque penetrato da macchie provenienti dal musco, sembra statuario, ed
ha la grana simile a quella del marmo di Carrara. Egli dalla inferior parte intera con zoccolo, e
sua cornice, e dalla forma di uno dei lati comparisce una porzione di un piedistallo, sopra di cui
dovette riposare la statua, alla quale si riferiva l'allegata iscrizione. Ecco un nuovo argomento
chiaro, e plausibile delle sculture, che ornavano Pisa rispettabil Colonia de' Romani.
Altri caratteri sono scolpiti in alto nel medesimo pilastro entro la riquadratura <pb n="333"/>
 di un
marmo da due sole parti intero, che per un ara , o per un piedistallo si manifesta. Sono i seguenti
da me ricopiati con esattezza.</p>

<lg type="versi" lang="lat">
<l> <hi rend="italic">IO</hi></l>
<l><hi rend="italic">OSTIENS</hi></l>
<l><hi rend="italic">CRVM</hi></l>
<l><hi rend="italic">MOTHLVS</hi></l>
<l><hi rend="italic">DOMUS</hi></l>
<l><hi rend="italic">POSVIT</hi></l>
</lg>
<p>Sol per diletto parvemi rilevare il senso appresso, che se non vero nemmeno è affatto
inverisimile secondo le tracce di simili iscrizioni edite dal Grutero, e da altri.</p>
<lg type="versi" lang="lat">
<l> <hi rend="italic">MERCURIO GENIO OSTIENSI SACRUM…..</hi></l>
<l><hi rend="italic">MOTHLUS PRO SALUTE DOMUS SUAE POSUIT.</hi></l>
</lg>
<p>Il ritrovamento di questa nuova iscrizione fa, che l'altra ancora da me scoperta, ed
accennata alla pag. <num>328</num> in questo luogo esibisca così mancante com'ella è nell'archetipo
frammento. Della spiegazione di questa ne lascio ad altri l'impegno.</p>
<pb n="334"/>
<lg type="versi" lang="lat">
<l> <hi rend="italic">ANYCHIV</hi></l>
<l><hi rend="italic">MARCELL.</hi></l>
<l><hi rend="italic">AMANDV</hi></l>
<l><hi rend="italic">VIR.</hi></l>
<l><hi rend="italic">SPICES</hi></l>
<l><hi rend="italic">SINAS ORO</hi></l>
<l><hi rend="italic">MANDO. PAT.</hi></l>
<l><hi rend="italic">BINO. FRAT.</hi></l>
</lg>
<p>Due iscrizioni de' tempi di mezzo sono scolpite nella parte meridionale
dell'ante-pilastro della facciata. Indica la prima il tempo in cui furon fatte le gradole di marmo
intorno al Duomo.</p>
<lg type="versi" lang="lat">
<l> <hi rend="italic">IN NOMINE D. AMEN.</hi></l>
</lg>
<p>BORGHOGNO DI TADO OPERAJO DELL'OPERA DI SCA MARIA FECE FARE
TUTTI QUESTI GRADI LI QUALI SONO INTORNO A QUESTA ECCLIA DELLO
SUOMO ET FURNO INCHOMINCIATI ANNI DNI CUR.
MCCLXXXXVIII. FURO FINITI ANI DNI MCCC.

E sotto
ANCHO FECIE FARE LO SOPRADDETTO MESSERE BORGHOGNO L'ALTARE DI
SCO RANIERI, E DOTTOLA NELA VILA D'ARENA DE LA SUA PROPRIA TERA, ET
FECIE FARE L'ECLESIA DI CHANPO SANCTO <pb n="335"/>
 DAL ARCHO ARA IN SU, ET
FECIE FARE LO CIOSTRO DEL CHE IN CHAPO DE LE CHASA DELL'OPERA, ET
FECIE FARE LA FONTE, CHE E' NELLA VIA DA PORTO A SCO STEFANO.

In altro pilastro di questa facciata meridionale è altra inscrizione spettante all'istessa epoca, e
alla medesima persona.</p>

<lg type="versi" lang="lat">
<l><hi rend="italic"> IN NOMINE DOMINI AMEN.</hi></l>
</lg>
<p>BORGHOGNO DI TADO FECIE FARE LO PERGAMO NUOVO, LO QUALE E'
IN DUOMO COMINCIOSI CORETE ANI DNI MCCCII. FU FINITO IN AN
DNI CORETE MCCCXI DEL MESE DI DECIEMBERE.

Fra gli altri marmi compone il sesto pilastro un architrave di bel granito egizio, dov'è scritto a
lettere cubitali, e belle.</p>

<lg type="versi" lang="lat">
<l> <hi rend="italic">…ERERI SACRVM.</hi></l>
<l><hi rend="italic">…AVG...LIB...ACTE.</hi></l>
</lg>
<p>Da questo bellissimo monumento si può plausibilmente raccogliere, che in Pisa era fra
gli altri il Tempio di Cerere e che probabilmente fu da Acte Liberata, <pb n="336"/>
 di Augusto a
quella Dea dedicato, come pensa il Gori <note anchored="yes">Vedi dove cita Fabb. che fa menzione di Acte
Liberata di Aug. Cap. <num>III</num> Ins. ant. pag. <num>124</num>. Si legge nell'Abrami pag. <num>575</num> che
questo Tempio fosse dove è presentemente la Chiesa, e il
	Convento di S. Nicola.</note> Nel fianco del medesimo pilastro in alto si legge <foreign lang="lat">MAE. MINORUM., </foreign>e nel nono è
segnato in un piccolo pezzo di marmo <foreign lang="lat">TH.
</foreign>Alcune brevi inscrizioni, e semplici abbreviature, che si leggono presso i sedili son tutte
de' bassi tempi, e si referiscono alle arche sepolcrali gentilesche, quando erano quivi collocate,
ad oggetto di racchiuder le ossa dei trapassati Cristiani: che tale fu  l'uso di loro.
</p>
</div3>
<div3 type="paragrafo">
<head>PARAGRAFO 10.</head>
<head>Osservazioni sull' esterno scompartimento del Tempio.</head>
<p>Descritto in principio il pregio della facciata, e dato generalmente un cenno dell'architettonica
struttura di questa Cattedrale, giusto è, che prima di dipartirsi da lei viemaggiormente si
soddisfaccia <pb n="337"/>
 all' osservazione, ed all'interessante scopo d' illustrarla.
Narreremo adunque che molto decoro à lei si accrebbe mediante il lodevole sopraccennato
provvedimento di ridurre la sua base con la massima splendidezza propria di quei tempi. Una
area cinse l'Edifizio intorno alta dal suolo per cinque scalini, e più di otto braccia larga. Il
marmo bianco è la nobil materia di tutto l'imbasamento, che nella piana superficie è da liste
cerulee ordinatamente diviso <note anchored="yes"> Vedi Vitruvio L. <num>III</num>. p. <num>2</num>. sull'antico stile di
collocare le Basiliche in alto posto.</note> Dinanzi alla facciata occidentale l'area per lo spazio di quattordici braccia molto
convenevolmente si distende. Simile comparisce nella posterior parte dintorno al semicerchio
della tribuna maggiore verso Oriente.
Non farà mestiero ch'io prenda di mira, (lasciandone la cura ai severi critici, che il bello nei
prodotti delle Arti considerano) alcuni ornati effettivamente gretti, e meschini, quali sono le
anguste alte finestre, le tante formelle sferiche contornate da lavori di variati marmi commessi
<pb n="338"/>
 alla musaica, e simili cose inconcludenti, e non conformi alla buona Architettura.
L'Osservator giusto spero, che non me ne farà carico, ed approverà, ch'io gli creda agevolmente
adottati dal nostro non ignorante Architetto per secondar la moda di quel secolo, e il pregiudizio
delle Cattedrali antiche, poche essendo le Chiese grandi che ne vanno esenti, non eccettuate
neppure alcune dei buoni tempi, come osserva il Milizia. Giudico bensì cosa utile, a me
doverosa, ed onorevole all'Edifizio di cui ragiono, il far commemorazione de' pregi esterni
tanto più stimabili, perché  ad onta delle indicate irregolarità non si nascondono all'occhio
purgato, ed imparziale. La maestà, e la proporzione in genere si osservarono da principio, come
cagioni della bellezza, e del concepimento di tutto l'insieme senza pena, e con diletto. In oltre
innegabile è l'architettonica distribuzione, che insieme, e con l'interna si accorda; così ancora la
solida costruzione esprimente il suo fine, e la ricca materia de' marmi. In fatti i bianchi stranieri
superiormente ai nostrali con fasce cerulee ricoprono le mura; e i cipollini, i brecciati, i mischi
di Seravezza, e per lo più i bianchissimi parii, e lunesi, ed eziandio varie qualità di <pb n="339"/>
graniti, e di altre pietre orientali compongono le colonne: le quali cose tutte eccitano nell'animo
rispetto, ed ammirazione. Osservando di passaggio il reparto esterno della elevazione, il primo è
simmetricamente diviso da due continuati ordini di pilastri addossati ; e se il secondo più
piccolo raddoppia sull'altro non se ne offenda di soverchio il delicato osservatore. La parte più
eminente, che indica la maggior nave è scompartita da una bella ordinanza di colonne annesse al
muro, ma non impegnate, con archi che voltano su' capitelli per reggimento del tetto. Il tetto è
magnificamente tutto ricoperto di grosse lastre di piombo , che facili a calcinarsi per
l'intemperie dell'aria furono in questi anni in gran parte rinnovate: ottimo provvedimento del
Rettor dell'opera. Pilastri quadrati sono in tutti gli angoli giusta le buone regole: isolati non mai.
Le cornici andanti , che circondano tutta la fabbrica , ed altre modanature sono intagliate sul
gusto antico. I capitelli son di scultura, e la maggior parte antichi. Uno fra gli altri nella tribuna
volta a settentrione in vece delle prime foglie porta espresse due colombe per facciata , che
appoggiano il becco sul fiore di mezzo. <pb n="340"/>
 Le colombe sacre a Venere possono indicare
l'antico uffizio di lui.
Finalmente tre semicerchi chiudono con vaghezza le tre parti estreme della proporzionata
croce. Fra questi merita osservazione il semicerchio della tribuna maggiore pel vaghissimo
peristilio, ond'egli è cinto, per la qualità delle belle pietre, e per gl' intagli, che arricchiscono i
corniciami, ed altri membri architettonici.
D'esso il comparto è distinto da tre ordini di colonne, e conserva armonìa colla facciata. Le
colonne sono <num>42</num>. Otto Corintie addossate si alzano dal piano a sostener nove arcate rotonde,
e di buona proporzione. Il secondo giro è composto di diciannove colonne più piccole
raddoppiate (solito abuso), alcune delle quali si avvolgono a spira. Essendo isolate, e dalla
parete equidistanti formano una rotonda loggia. In tal guisa è disposto il terzo ordine. Tanto le
colonne, quanto i capitelli di esse, corinti la più parte, e quasi tutti jonici nell'ultimo giro sono
avanzi di pregiati antichi edifizj. Tutte queste parti varie, ma ben disposte, ed unisone fra loro
son nuove prove dell'altrove esposta, ed ammirata cognizione del nostro Buschetto, rara in quel
tempo. Anche da lungi compariscono le vaghissime pietre <pb n="341"/>
 delle profate colonne, due
delle quali di bellissimo porfido fralle brecce, ed altre pietre affricane si distinguono.
Ultima osservazione sarà la Cupola, che se non è tale da sodisfare tutti i riguardanti, la sua
figura ellittica è sempre giovevole al raggio visuale, ed esige reputazione, e laude presso chi
esamina la cronologìa. Ella posa sopra un largo imbasamento di figura ottangolare ben ideato
dall'Architetto per evitar l'inconveniente di far nascere dal tetto la gran mole. Sopra di esso
comparisce una loggia formata circolarmente da un ordine di <num>48</num> sottili colonne sostenenti un
ornato di piramidi, e di arabeschi. Questo probabilmente fatto intorno al 1100 e
forse dopo si può dir l'unico tritume col quale si volle favorire il nascente gusto di sottigliezza,
che con tanto impeto, e ardore nel duodecimo secolo si spargea per l'Italia. Con questa corona
intorno di candidi marmi greci, ed italici, e sopra l'indicato tamburo signoreggia la Cupola
ricoperta delle solite lastre di piombo, che dà compimento alla descritta nobilissima Fabbrica.
Dando contezza delle esterne dimensioni; tutto il giro della muraglia è braccia <num>583</num>. La
pianta del lastricato inferiore <pb n="342"/>
 è braccia <num>706</num>. L'area è braccia quadre <num>13242</num> circa.
In fine è cosa molto notabile, e non inutile a riportarsi per decoro del nostro Tempio, che nel
comparto di esso sì esterno, come interno siano impiegate fra grandi, e piccole <num>450</num> colonne
per gli indicati marmi, e pietre dure pregevoli, non considerati i molti pilastri atti al medesimo
officio <note anchored="yes"> Calcolo delle Colonne.
Esterne
Facciata comprese le Finestre N. <num>70</num>.
Interno reparto delle mura « <num>124</num>.
Cupola « <num>48</num>.
Tutte « <num>242</num>.
Interne.
Nel Piano della Chiesa N. <num>70</num>.
Altari, e altri ornamenti di Architettura « <num>32</num>.
Portici superiori « <num>106</num>.
Tutte « <num>208</num>.</note> Laonde nella ricchezza, e nel numero di esse egli si può mettere in riga con
quelle Chiese grandi, che per la quantità prodigiosa, che ne hanno sono fastosamente nominate;
e quando se ne eccettui la ricchissima Basilica di S. Marco di Venezia niuna ve n'ha nell'Italia
che la pareggi, e la superi. Questo, ed altri già divisati pregi son luminose prove di ciò, che da
principio esposi; e qui  replicar mi <pb n="343"/>
 giova , che questa celebre Primaziale non solo fu la
più stimata in quel secolo, in cui con onorevole emulazione di magnificenza s'innalzavano
Chiese e Basiliche nelle Gallie principalmente, e nell'Italia, ma anche di presente pel tempo, in
cui fu fatta è stimabilissima. In oltre annoverar ella si deve per la ricchezza ancora delle
numerose pitture fralle più belle dell'Italia medesima, sopra di che superiormente al mio potrei
produrre il parere del ch. Tiraboschi diviso <note anchored="yes">
	T. <num>VII</num>. Lib. <num>IV</num>.</note> e quello di molti
accreditati Scrittori di Belle Arti.
</p>
</div3>
<div3 type="paragrafo">
<head>ANNOTAZIONE.</head>
<p>Avendo ragionato più volte dei non volgari abbellimenti, e dei restauri considerabili che si
fecero nella descritta Basilica dopo l'incendio del 1596. abbiamo stimato di
portare in nota l'autentica memoria delle spese occorse in tal occasione come appunto si trovano
nel codice num. <num>57</num>. frai Biscioniani, ora num. <num>366</num>. della classe <num>25</num>. dei mss. della
Bibliot. Magliab. Una tal memoria già pubblicò il Targioni nel Tom. <num>XII</num>. E noi
ammirando in essa qual fu la gara, ed il nobile, ed amorevol genio dei Pisani d'allora per così
bella fabbrica , procuriamo d'imitarne il luminoso esempio per conservarla.
<pb n="344"/>
SPESE.
<hi rend="italic">Di travi d'abeto, e piombo per le coperte de' tetti</hi>. Scudi <num>17000</num>
<hi rend="italic">Di tutte le soffitte</hi>  » <num>10300</num>
<hi rend="italic">Di <num>8</num> colonne grosse nella nave principale</hi>. »<num>9177</num>
<hi rend="italic">Di <num>8</num> colonne mezzane</hi>. »<num>2096</num>
<hi rend="italic">Di tutte le colonne piccole, sopra a </hi>.  »<num>1156</num>
<hi rend="italic">Di tutto il pavimento</hi>.  »<num>11011</num>
<hi rend="italic">Del coro</hi>. »<num>1226</num>
<hi rend="italic">Delle finestre dove mancavano</hi>. »<num>724</num>
<hi rend="italic">Delle volte delle navi dove mancavano</hi>. »<num>744</num>
<hi rend="italic">Delle invetriate dove mancavano</hi>. »<num>1518</num>
<hi rend="italic">Delle sagrestìe</hi>.  »<num>2229</num>
<hi rend="italic">Delle due cattedre arcivescovile ec.</hi>. »<num>712</num>
<hi rend="italic">Dell'altar maggiore</hi>. »<num>1081</num>
<hi rend="italic">Del restauro delle due cappelle del Sacramento, e S. Ranieri</hi>. »<num>1366</num>
<hi rend="italic">Di restaurazione d'altari</hi>. »<num>961</num>
<hi rend="italic">Dei pergami di coro con le scale ec. </hi>. »<num>568</num>
<hi rend="italic">Di tutto l'organo grande</hi>. »<num>5264</num>
<hi rend="italic">Di porte di marmo</hi>. »<num>861</num>
<hi rend="italic">Delle tre porte di bronzo</hi>. »<num>8601</num>
<hi rend="italic">Del reliquario dietro al coro</hi>. »<num>931</num>
<hi rend="italic">Di scarpellini, muratori, intagliatori, e altro</hi>. »<num>5607</num>
<hi rend="italic">Della pittura del coro, e cupola del Cinganelli</hi>. »<num>1375</num>
<hi rend="italic">Delle pitture fatte dal Lomi delle <num>4</num> virtù</hi>. »<num>500</num>
<hi rend="italic">Diversi altri conti di spese non saldi ed altre spese apparenti al libro dell'Operajo Castelli
sino a quest'anno 1616</hi>.
Scudi  <num>85008</num>
Si ritrova nel libro mss. intitolato: Visita fatta l'anno 1740 alla pianura pisana
esistente nell'archivio del soppresso Uffizio de' Fossi di Pisa la seguente notizia, che sembra
opportuna riportarsi a questo luogo.
<hi rend="italic">nell'anno 1595 essendo bruciato il Duomo di Pisa, per riparare ai danni di
tale incendio fu dalla Città offerto spontaneamente che si accrescesse di nuovo il prezzo del sale
nella detta Città e suo contado quattro quattrini per libbra acciò il prodotto di tale accrescimento
s'impiegasse nell'accennata riparazione; il che fu approvato per rescritto ec. per anni dieci.
Nell'anno 1603 essendo restaurata la Chiesa, il prodotto di tale aumento per il
rimanente del decennio fu rivolto in benefizio dell'Uffizio de' Fossi di Pisa</hi>.
</p>
</div3>
    </div2>
<div2 type="capitolo">
<head>CAPITOLO IV.</head>
<head>La scultura nel secolo XI</head>
<pb n="345"/>
<p>Ragion vuole che si tratti or leggermente di quell'Arte a cui ci dovremo molto applicar di
buon grado nel sec. XIII. Che nella edificazione del nostro Duomo adoprato
fosse un buon numero di Scultori, e che perciò una tal'Arte in Pisa si risvegliasse circa alla metà
del secolo XI sembra che non vi cada alcun dubbio. L'adottarono i Milanesi, ma
sullo spirar del medesimo per ornar di figure il sepolcro del B. Alberto da Pontida, delle quali
porge la descrizione il Giulini  <note anchored="yes"> Mem. di Milano
       T. <num>IV</num>. p. <num>332</num></note> E poichè in
quel tempo si approfittarono dei Pisani per costruir macchine militari sembra verosimile, che i
maestri di Scultura anche da Pisa acquistassero per l'indicato oggetto.
Vero è che nella gran Chiesa Pisana molti avanzi di antiche fabbriche di bei <pb n="347"/>
 tempi
romani quivi messi in opera compariscono; ma anche facilmente vi si osserva molto lavoro di
quadro intagliato, e fatto espressamente per ordinare i profili dei corniciami. Siccome oltre agl'
innumerabili intagli chiaro si vede che alcune teste, rosoni, maschere, e simili ornati far si
dovettero da quegli Scultori per supplire alla mancanza dei pezzi antichi. Acconcia a questo luogo
è la ricordanza di quel <hi rend="italic">Rainaldo</hi>, che capomaestro dei medesimi ed insieme operatore
esperto, e direttore dell'edifizio fu forza di dichiararlo per le parole nel divisato marmo espresse.
lavoro degl'indicati artefici, giudicheremo senza scrupolo alcune mezze figure di animali, e le
quattro statue poste sugli angoli dei frontespizj della facciata, che il rozzo carattere d'allora non
ascondono. da queste, e dal altre opere di scalpello poco dissimili, facil cosa fia di comprendere
quanto di buon'ora si applicarono i Pisani a quel genere d'arte nel modo che l'età grossolana gli
somministrava. Ma nel secolo venturo ben gli ravviseremo dar di mano col massimo impegno ad
esercitarla.
</p>
</div2>
<div2 type="capitolo">
<head>CAPITOLO V.</head>
<head>LA PITTURA NEL SECOLO XI.</head>
<div3 type="paragrafo">
<head>PARAGRAFO 1.</head>
<pb n="348"/>
<head>Sue vicende</head>
<p>Avvegnache l'Arte della pittura scarsa materia ed orme inerte nel secolo XI ci
presenti, nondimeno fà mestiere d' incominciarne da esso la narrazione. E tenendo il sistema di
rimembrare anche della medesima le vicende precedenti alla epoca pisana, (come si è fatto
dell'Architettura, e come si farà a miglior' uopo della Scultura) io mi propongo di darne solo un
cenno per esser breve Non istarò pertanto a dire quando fu coltivata in Italia fragli Etruschi, né
quando in Grecia incominciasse. Ometterò pur di narrare come di vaga luce vestita quivi per
Polignoto, per Zeusi, per Parrasio, e per altri fiorisse. Plinio, Cicerone, e Quintiliano molto e
scrissero; e cantò della sua bella Olimpia il ferrarese Omero:</p>
<pb n="349"/>
<lg type="versi">
<l><hi rend="italic">E se fosse costei stata a Crotone.</hi></l>
<l><hi rend="italic">Quando Zeusi l'immagine far volse</hi></l>
<l><hi rend="italic">Che por dovea nel tempio di Giunone,</hi></l>
<l><hi rend="italic">E tante belle donne insieme accolse,</hi></l>
<l><hi rend="italic">E che per farne una in perfezzione</hi></l>
<l><hi rend="italic">Da chi una parte da chi un'altra tolse,</hi></l>
<l><hi rend="italic">Non avea da torr' altra che costei</hi></l>
<l><hi rend="italic">Che tutte le bellezze erano in lei</hi>.</l>
</lg>
<p>Nemmeno la rintraccerò frai popoli della Magna Grecia, e della Sicilia che divennero in essa
eccellenti, potendosi ognuno di ciò istruire nel Winckelman, e nel Tiraboschi, Le daremo un
semplice sguardo frai Romani nella lieta stagione di loro. E servendoci della scorta di Plinio la
ritroverem' presto salita ad onore più per mano di molti Greci, che in Roma la esercitarono, che
de' Romani stessi. Un certo Ludio tra questi ebbe gran nome. I Fabj, famiglia d' illustre
lignaggio, di Pittori il sopranome portarono; ed il Tempio della salute, che il fuoco sotto Claudio
distrusse, fu dipinto nell'an. 450 da uno della predetta famiglia. Furono i
Romani avidi e geniali ancora nel trasportare a Roma le più belle pitture, che nella Città straniere
trovassero. Vitruvio nel libro secondo insegna che dalla Città di Sparta <foreign lang="lat"><hi rend="italic">a
<pb n="350"/>
quibusdam parietibus etiam picturae excisae intersectis lateribus inclusae sunt in ligneis
formis et in comitium ad oratum aedilitatis Varronis, et Murenae fuerunt allatae</hi>. </foreign>La Pittura
per altro in Roma incominciò ben presto a decadere. Si lagnò a ragione il soprannomato Vitruvio
che posta in bando la verità, e la verosimiglianza si dipingessero sotto Augusto sottilissime
colonne reggenti le lucerne degli antichi, e sulle canne, e sui candelabri i palazzi. Plinio stesso,
dopo aver esaltati i Corneli e gli Acci Prischi principalmente, e dopo aver detto che alcuni
Imperatori onoranza dettero a egregie pitture si esprime nel trentesimo quinto libro:
 <foreign lang="lat"><hi rend="italic">Hactenus dictum sit de dignitate artis morientis.</hi>
</foreign>Venn' ella bensì in istato molto peggiore, e si può dir quasi a morte negl' infelici tempi de'
Goti. Ma la brevità proposta ed il silenzio degli Scrittori in quell'epoca fatale alle Arti, ed alle
Scienze vogliono che si passi a ritrovarla presso i Longobardi. Questi dello studio dell'Arti
ebbero qualche avviso; ma il buon gusto si separò totalmente dalle medesime. La nostr' Arte in
mezzo all'ignoranza risentì la mala sorte più che le due sorelle; ben è vero per altro che no
s'estinse giammai. E se alcuni scrittori pensarono al <pb n="351"/>
contrario, il Maffei, il Muratori, ed il
Tiraboschi, tutti valentuomini, l'allegata opinione sostennero. Anche al tempo dei Goti dimostra
l'ultimo di essi che pitture, e musaici si facessero. Nell'età poi de' Longobardi ei produce
l'attestato di Anastasio bibliotecario, il quale di molte immagini dipinte per ordine di Onorio <num>I</num>,
di Giovanni <num>VII</num>, e di altri Pontefici in diverse Chiese di Roma fà ricordanza. Paolo Diacono
manifesta il carattere delle vesti longobardiche mercè le pitture a' suoi giorni ancora esistenti,
onde la Regina Teodolinda ornar fece il suo palazzo in Monza.
Anche più infelicemente esercitata fu l'Arte nostra ne due secoli susseguenti. Nel nono di fatto
dal vescovo Anastasio, e da più Pontefici si ornarono di pitture le Chiese di Roma, ma di pessima
maniera. Nel decimo poi restò la Pittura viemaggiormente oppressa <note anchored="yes"> Ciò che meglio si
osserva nel seguente parag. parlando della Mad. di sotto gli
	organi.</note> ed il ch. Tiraboschi
appena ritrova nel Papa Formoso un protettore, che scontraffatta nella Basilica di S. Pietro la
trattenga. un ricovero ella ebbe ancora presso i <pb n="352"/>
 Monaci di Monte Casino, come altrove
accennai coll' autorità di Leone Ostiense. Ed in vero la Religion cristiana, che per annullare il
gentilesimo inveì prima del ferro de' Goti contro le Arti, distruggendo in gran parte cogli onorati
Tempj le belle produzioni di esse, al contrario poi le ricovrò raminghe nei chiostri monacali, e
sfigurate ne' tempi più infelici le mantenne. E se crede il Winckelman sull'autorità di Procopio
che a Teodorico, ed a Giustiniano s'innalzassero statue da dei contemporanei maestri, pensano
altresì gravi Autori moderni, citando le vite de' Vescovi napoletano scritte da Giovanni Diacono,
e quelle de' Pontefici illustrate da Guglielmo Cardinale, e dal precitato Anastasio <note anchored="yes">
 <foreign lang="lat">Script. Rer. ital. </foreign>vol. III. pag. <num>152</num>, e vol. I. p. <num>301</num>, <num>312</num> ec.</note> Che anche la
Pittura benchè più infelicemente, e con più lentezza che la Scultura in quei barbari giorni
nell'Italia si esercitasse.
</p>
</div3>
<div3 type="subcap">
<head>PARAGRAFO 2.</head>
<pb n="353"/>
<head>Stato della Pittura nel secolo XI.</head>
<p>Che nella medesima Italia adoprata fosse la Pittura nel secolo undecimo prove più che
sufficienti non mancano nel Muratori <note anchored="yes"> <foreign lang="lat">Antiq. ital. </foreign>vol. II. dissert. XXIV. e
 <foreign lang="lat">Rer. Ital. scr. </foreign>vol. <num>2</num>
	p. <num>887</num> e <num>937</num>.</note> nella cronaca di Leone Ostiense
continuata da Pietro Diacono, nel Lami, e nel Tiraboschi. Pandolfo Masca Pisano, uomo assai
dotto <note anchored="yes"> Vedasi l'elogio istorico di lui scritto dal P. Mattei, ed inserito nel T. I. delle
Mem. di più uom. illus. pis. ed il Murat. <foreign lang="lat">script. rer. ec. </foreign>vol. III. p. <num>419</num>.</note> Perla
di alcune pitture fatte per ordine di Callisto II. da cui egli ebbe il posto di Suddiacono della sede
apostolica. I codici manoscritti italiani di quell'età, come dovremo osservare in appresso, hanno
pitture. Basterà qui citare quelle miniate con molto cattivo disegno nel Saltero monastico di S.
Lorenzo di Firenze fatto scrivere nel secolo XI da Giov. Abate camaldolese
<note anchored="yes"> Pluteo XVII. num. <num>3</num>. Di farmi vedere simili codici cortesemente si compiacque il
Sig. Canonico Bandini Bibliotecario della Libr. Laurenz., e Autore del Catalogo dei codici della
medesima. Il Lami stima le predette miniature con altre simili della libr. di Badìa forse migliori
di quelle di Oderigi e di Franco Bolognese</note> <pb n="354"/>
 Che i Pisani non mancanti di comodo né
d'ingegno facessero nel sec. XI salire in alto grado l'Architettura noi lo
provammo finora; ch'essi altresì non istupidi né privi dell'ingenito desiderio d'imitar la natura
stimoli onorati avessero di esercitarsi anche nell'Arte del dipingere contemporaneamente a quella
di scolpire, arti ambedue figlie del disegno, oltre ch'ella è induzion ragionata, pensiero mi prendo
di dimostrarlo in appresso. Noi già sappiamo che la condizione delle tre nobili sorelle ella è di
congiurare amichevolmente fra di loro, di porgersi l'una all'altra soccorso, e di avere per lo più
comune se non egualmente splendida la fortuna. Autentico, e sicuro documento di pittura in
grande nei divisati barbarici tempi non trovasi; e noi se prima del nostro Giunta, che fiorì circa
all'anno 1230 non ne abbiano un simile da citare, c'ingegneremo d'indagarne
non pochi, e di dar notizie molto rilevanti all'assunto nostro.
Certe cattive miniature, per quanto poco giovino alla storia dell'Arte, ed alcune Pitture in tavola
rimasteci che appellano a que' secoli avvalorando l'induzione proveranno, che si cominciò molto
prima di Giunta anche fra noi ad usar quest'arte. E perché mancavano i buoni <pb n="355"/>
 esemplari
da imitare, s'imitò quella rozza maniera, che in quegl' infelici secoli fu comune nella Grecia, e
nell'Italia, ma che fu propria de' Greci, come conosceremo in appresso.
Alcune piccole figure a colori con parole rabescate, e belle dorature si possono tuttora osservare
sopra di alcune antiche pergamene, che si conservano nella nostra Primaziale, e che appese alla
cantorìa si mostrano nel giorno della sua consacrazione.
In una di esse men lacera dell'altra è scritto l' <foreign lang="lat"><hi rend="italic">exultet</hi></foreign>a rovescio, perché mentre
la carta avvolta cadeva dall'ambone, il Sacerdote legger potesse, ed il popolo altresì avesse luogo
di osservare le precitate figure. La maniera meschina e sproporzionata, e dalla natura affatto
discosta in quelle non innuovate da moderno pennello assegnerà l'epoca di loro intorno al
1100, checchè una certa tradizione l'assegni al 1119, quando
Papa Gelasio II consacrò la Primaziale. Anche due sacri arredi tutti tessuti in oro con figurine ed
arabeschi nell'indicato giorno si mostrano. L'uno è un paliottto, un piviale è l'altro, che vestì, per
quanto dicesi, l'indicato Pontefice. Vero è, che nel sec. XI già introdotta in Italia
era l'arte di <pb n="356"/>
 ricamare detta <foreign lang="lat"><hi rend="italic">acu-pictura</hi>,
	</foreign> come ancora l'arte
 <foreign lang="lat"><hi rend="italic">plumaria</hi>,</foreign> o sia di tesser figure ed arabeschi <note anchored="yes"> Si veda il Ducange,
Vitruvio nel lib. VI., ed il Buonarroti nell'opera de' vetri.</note> ed in entrambe si ravvisa che il
barbarismo del disegno hanno per guida.
Le monete, e i sigilli in cera, ed in metallo, ove si trovano figure d'uomini, e d'animali, danno
pure un'idea del far di quel tempo, di che avremo luogo altrove di far parole.
Miniature non tanto barbare quant'altre da me vedute in accreditate librerìe ebbe campo di
osservare in alcuni codici in pergamena della sopressa Certosa di Pisa. Allo spirar di questo
secolo spettavan' elleno in parte, ed altre al susseguente. Erano per lo più lettere iniziali rabescate
con figure di uomini, e di animali in campi azzurri d'oltremare, e dorati talvolta. Notai gli uomini
sempre inferiori agli animali piuttosto tollerabili. Un S. Paolo nella lettera P del codice secondo
era con occhi spiritati; e di due solo colori rosso, e giallo avea la carnagione. Tale appunto è la
testa del Nazzareno da me posseduta che reputo di quei <pb n="357"/>
 giorni, e ch'è un misero avanzo di
un Crocefisso dell'antica Chiesa distrutta di San Barnaba. Essa in oltre è con arcate ciglia
contornata nelle sue parti da una grosse linea quasi nera, e da una sola tinta pochissimo ombrata,
ed ecco lo stil di quella barbara stagione che greco si denomina. Sotto una tal superficie avvi uno
strato di gesso con colla disteso sù grossa cartapecora inchiodata sopra d'un' asse tarmata, e
logora. Non può negarsi che certe cattive immagini trascurate e vilipese avvegnachè siano di niun
conto per l'intrinseco merito loro, non somministrino dei lumi a prò della storia generale delle
Arti. Alla pisana poi nocque grandemente lo scempio fattone in più tempi. Nulladimeno nel caos
delle recenti variazioni qualche pittura molto idonea al nostro assunto nei monastici abituri stavasi
nascosta. Lieto fui di ravvisare per avventura nella Chiesa interna di un monastero soppresso, che
nominar non giova, un dittico, come pure un trittico in altro riformato chiostro, e qualche
sportello altrove di simili tabernacoli da chiudersi, che dallo stile delle dipinte immagini, dal
Nazzareno avente in vece di libro una carte in giro avvolta, dal carattere dell'architettura, e dalla
forma delle sigle <pb n="358"/>
 l'epoca di cui si ragiona manifestarono; ma questi per l'incuria come
nebbia pel vento disparvero. Niuna per altro delle finqui nominate dipinture superiori in bontà a
quelle del secolo dodicesimo dichiarate saranno, non fia mai per darsi in esempio volendosi
dimostrare il primo miglioramento dell'Arte.
Potrebbe parere ad alcuno che a questo luogo io far parola dovessi delle pitture che il Dal Borgo
osservò in uno scavo datto nella Chiesa di S. Michele di Pisa; ma piuttosto che al presente
ragionamento io le reputo convenienti alla descrizione del sotterraneo di quella Chiesa <note anchored="yes">
Vedasi il
	 T. <num>3</num>. par. <num>2</num>. cap. <num>2</num>. paragr. <num>4</num>.</note> E se il detto Scrittor pretese di
applicarle ai primi giorni di quel monastero per due colombe l'una contro l'altra rivolta conforme
allo stemma del soppresso ordine camaldolese, egli forse no  seppe che nelle pitture del quinto, e
sesto secolo circa si trovano sovente due uccelli uno contro l'altro ed un vaso nel mezzo di essi.
In simil posizione ne vidi sopra gli archi sorretti da dei pilastrini in certi tabernacoli dipinti in un
codice del sesto <pb n="359"/>
 secolo nella librerìa laurenziana di Firenze. Nemmeno gioverà che io
facciaqui menzione del Crocifisso di S. Miniato al Monte presso Firenze, né delle Croci tuttora
esistenti in S. Frediano, in S. Pierino, in S. Martino, ed in altre Chiese di Pisa, perché dovrò
farla tessendo l'elogio di <hi rend="italic">Giunta</hi> nel secolo XIII.
</p>
     </div3>
</div2>
<div2 type="capitolo">
<head>CAPITOLO VI.</head>
<head>LA SCUOLA PISANA NEL SECOLO XII.</head>
<pb n="360"/>
<p>Nel secolo di cui ora si vuol ragionare Pisa gloriosa e celebre nelle armi comparve, e
fiorì nelle Arti non meno che nelle Scienze. Del guerriero splendore nel capitolo <num>IV</num> della parte
prima ed altrove in semplice modo scrivemmo. Fu poi d'altri omeri soma il celebrare i Borgondi,
gli Ughi, i Leoni, gli Uguccioni nelle greche lettere principalmente eruditi; come ancora, per tacer
d'altri, un Bulgaro dotto giureconsulto, ed un Lucio Drusi, che la nativa durezza del volgare
idioma mitigando in rima scrisse <note anchored="yes">  Vedasi il T. I. ed il II. degli uomini illustri pisani e le
Dissertaz. accadem. del dotto Sig. Tempesti</note> Or noi discendendo per l'impreso sentiero ci rivolgemmo all'Arti belle; e fia ben giusto che
dall'Architettura, come da quell'arte che merita il primo luogo <pb n="361"/>
 anche in questo secolo
diasi incominciamento.
A dar nome alla Scuola, e ad altri pisani Architetti concorre mirabilmente la celebre fortezza
della Verruca. Un tale edifizio benchè lacero il seno mostra tuttora la maestrìa dell'Architetto che
sul dorso dell'aspra altissima rupe maestoso, e forte costruir lo seppe.
Or gioverà di aggiungere alla notizia indicata alla pag. <num>133</num> del presente volume, che
l'anonimo Scrittore <foreign lang="lat"><hi rend="italic">de bello mediolanensi</hi></foreign>presso il Muratori <note anchored="yes">  T. V.
 <foreign lang="lat">Rer. Ital. </foreign>col. <num>453</num>., e
	col. <num>122</num>.</note> fa testo autorevole, che i Milanesi verso l'anno
1126 a Pisa spedirono ad oggetto di aver'allievi del celebrato Buschetto:</p>

<lg type="versi" lang="lat">
<l> <hi rend="italic">Et repetunt Pisas nec non satis ingeniosas</hi></l>
<l><hi rend="italic">Acquirunt multos, qui sunt hac arte peritos</hi></l>
<l><hi rend="italic">Artifices doctos ad muros effodiendos</hi>.</l>
</lg>
<p>L'istesso Muratori dimostra anche all'anno 1137 quanto i Pisani
esperti fossero nel costruire macchine militari: <foreign lang="lat"><hi rend="italic">Consules Pisanorum
	 civitatis</hi>,</foreign> di
Salerno, <foreign lang="lat">constantiam aspicientes etc. lignorum machinam mirabiliter excelsam et ultra quam
credi <pb n="362"/>
 potest terribilem construi, summaque cum festinatione levari mandaverunt</foreign>.
Non meno opportune a provare una florida scuola d'Ingegneri e d'Architetti in Pisa nel
secolo XII fiano le seguenti notizie che trovansi nel citato Autor classico. La
prima è all'anno 1167 in cui si portarono i Pisani con molte macchine militari ad
assediare Alessandria occupata da Saraceni. Interessante del pari è la seconda di Michel da Vico
presso di lui: anno 1171 <foreign lang="lat"><hi rend="italic">iverunt</hi></foreign>i Pisani all'assedio di Motrone
del dominio lucchese <foreign lang="lat"><hi rend="italic">cum manganis, gattis, castellis ligneis, et petreriis, et … cum
praedictis, et aliis machinis ipsum viriliter
	 oppugnaverunt</hi>.</foreign> Finalmente l'anonimo presso il
medesimo si espresse: <foreign lang="lat"><hi rend="italic">compositis ab ingeniosis Pisanorum Artificibus manganis, gattis,
atque ligneis castellis urbem fortiter expugnabant, et cum his machinis urbis moenia, et moenium
turres potentissime rumpebant</hi>.
</foreign> Pure acconci a tal proposito mi giungono i tre versi di Lorenzo da Varna.</p>

<lg type="versi" lang="lat">
<l> <hi rend="italic">Hinc balista minax, aries, testudo petuntur</hi></l>
<l><hi rend="italic">Sicque per innumeros lignum consumitur usus;</hi></l>
<l><hi rend="italic">Nec cessant fabri, ferrum consumitur Ilvae</hi>.</l>
<pb n="363"/>
</lg>
<p>Ma di riepilogare omettendo quelle sacre fabbriche, che in Pisa, ed in altre Città
italiane nel secolo XII si perfezionarono per opera degli Architetti derivati senza
dubbio dalla primaria continuata Scuola di Buschetto, passeremo a tessere i dovuti encomj ai due
celebrati pisani Maestri di tal' arte <hi rend="italic">Diotisalvi</hi> e <hi rend="italic">Bonanno</hi>, ed alle opere stupende di
loro.</p>
</div2>
<div2 type="capitolo">
<head>CAPITOLO VII.</head>
<head>BATTISTERO PISANO</head>
<div3 type="paragrafo">
<head>PARAGRAFO 1.</head>
<pb n="364"/>
<head>Diotisalvi Architetto</head>
<p>Che a Pisa debbasi senza contrasto il primato dell'Architettura anche nel secolo
XII. una bella prova n'è al certo il Tempio rotondo di <hi rend="italic">S. Giovanni</hi>.
Godiamo che gl' intelligenti imparziali, e giusti estimatori dei nobili prodotti dell'Arte con noi si
uniscano a costituirlo il più sontuoso e corretto esemplare di tante fabbriche onde il predetto
secolo andò fecondo.
Era il tempo in cui cominciò a prender possesso in Italia quella moniera d'architettare che già
dicemmo denominarsi volgarmente Gotica-moderna perché non ebbe relazione alcuna coll'
antica, e più convenevolmente germanica perché in Germania ebbe i suoi principj. E se piacque a
<hi rend="italic">Buschetto</hi> di dare il primo saggio di essa nel sec. XI adoprando alcuni
archi <pb n="365"/>
 di sesto auto una delle principali proprietà di lei: qual meraviglia se altresì l'Autore
della nostra fabbrica avvegnache del buon gusto, e della magnificenza sciente fosse e dotato e
dotato di un genio superiore, e di quello studio <hi rend="italic">che fa per fama gli uomini immortali</hi> volle
farne sfoggio in alcuni ornati soltanto degli ordini superiori, i quali però non adombrano il
soprallegato giudizio! <hi rend="italic">Diotisalvi</hi> è il suo nome: e lo dobbiamo all'iscrizione che porteremo
in appresso. Essa bensì nulla di più contenendo ci priva della bramata certezza della patria sua, ed
occasion porge che un tal costume si condanni degli artefici di quei tempi, e degli encomiasti di
loro mentr' esso oltre ai casi di fortuna grande scapito arreca alla storia, ed all'erudizione degli
amatori di lei. Sappiamo intanto, che l'erudito Tiraboschi nel far menzione dell'egregio
Architetto inclina a crederlo <hi rend="italic">probabilmente pisano, e certamente italiano, come mostra lo
stesso nome</hi> <note anchored="yes">  Storia della letter. ital. ediz. modenese
	 L. <num>IV</num>. p. <num>469</num>.</note> Se la
prima opinione da noi volentieri si abbraccia elle è fondata sopra diverse non vane congetture. Di
lieve momento non è quella di trovarsi in varj monumenti sincroni <pb n="366"/>
 appartenenti a Pisa
registrato un simil nome. Fralle antiche pergamene pisane da me vedute nell'archivio diplomatico
di Firenze si legge: <hi rend="italic">Diotisalvi Giudice, e Notaro nel</hi> 1224. Siccome altro
Diotisalvi del q. Bentivenga leggesi in un istrumento datto nel Porto Pisano nel
1250. Riguardo poi a dei nomi di altri pisani che si conformano a nostro, nel
Marangone trovasi un Diotifè all'anno 1264, ed è frequente il nome di
Aiutamicristo nella cronaca di lui. Finalmente non si passi sotto silenzio che di tal famiglia pisana
fu il B. Bartolommeo Monaco Camaldolese circa il 1200; e che l'Abate Grandi
fa menzione di un Diotisalvi nelle mem. sacre dell'Isola di Gorgona <note anchored="yes"> Geneal. S.
Romualdi ms. nella bibliot. dell'Acc. Pis.</note> Opera del prelodato Architetto fu eziandìo la Chiesa, e il campanile di S. Sepolcro. Un marmo
quivi incassato ce lo attesta in questi termini, e con caratteri a quell'epoca confacenti:</p>
<lg type="versi" lang="lat">
<l><hi rend="italic"> HUIUS OPERIS FABRICATOR DS TE SALVET</hi></l>
<l><hi rend="italic">NOMINATUR</hi></l>
</lg>
<p>Ma di tal fabbrica di mediocre grandezza darà conto il terzo volume alla descrizione di
tali edifizj destinato.
<pb n="367"/>
Nulladimeno, quantunque altre opere in grande fatte col disegno di lui ci si ascondano, il
monumento di cui si ragiona egli è da se solo più che sufficiente ad attestare la singolarità del
merito di <hi rend="italic">Diotisalvi</hi>, ciò che non avrebbe trascurato di encomiare il Vasari se lo esaminava.
</p>
</div3>
<div3 type="paragrafo">
<head>PARAGRAFO 2.</head>
<head>Epoca, e struttura esterna.</head>
<p>Ebbe incominciamento il nostro Tempio nell'agosto dell'anno 1152,
1153 stile pisano. Chiaro documento nel marmo impresso, e che fra poco
produrremo, lo attesta; ma l'istorico Vasari dandolo all'anno 1060 nol vide. Una
tal'epoca trovasi conforme in tutti gli Annalisti pisani; e Michel da Vico, il Marangone <note anchored="yes">
Mich. Brev. Hist. Pis. an. 1154 col. <num>171</num>. Il Marang. anno
1153 col. <num>373</num>.</note> e l'anonimo dei mss. nell'Archivio delle Riformagioni
altrove citati soggiungono, che nell'anno, e mese suddetto furono gettate le fondamenta sotto il
consolato di Cocco di Tacco Griffi <note anchored="yes"> T. <num>XV</num>. col. <num>476</num>. Dette mura furono
proseguite negli anni posteriori, e terminate l'an. 1164 secondo il parere di
Mich. da Vico <foreign lang="lat">Rer. Ital. </foreign>Tom. <num>VI</num>. e dei
       migliori Cronisti</note>, e che furono <pb n="368"/>
dichiarati per dirigere, e sollecitar la fabbrica due operaj, o capomaestri Cinetto Cinetti, e Arrigo
Cancellieri entrambi da Pisa.
Non è da tacersi a questo luogo che sotto il Console suddetto dettero incominciamento i Pisani
(come fecero in quel secolo altre nazioni mosse dall'amor di libertà) alle nuove mura della Città
loro col disegno di Bonanno Architetto Pisano secondo la cronaca stampata fra gli Scrittori Italici
del Muratori. Per la gloria di que' floridi tempi, e per un breve tratto istorico giovaqui accennare,
che compito il primo ordine esterno di architettura e forse anche il secondo, come si rileva dal
Breviario della Storia Pisana restò sospeso il lavoro per mancanza di denari. Ma tanto fu l'onorato
stimolo di quegli invidiabili Cittadini in veder sollecitamente terminata la fabbrica, ed anche il
desìo di seguitare ad ornar Pisa in istraordinaria foggia fu tale, che si determinarono a un
volontario tributo di un danaro, o soldo d'oro per famiglia, che equivaleva a un fiorino non usato
in que' tempi, checchè il Tronci ne scriva. Che però ritrovato il considerabil numero di <num>34000</num>
famiglie capaci di dazio, comprese le urbane, e le suburbane per quanto almeno creder si deve,
con quella considerabil colletta <pb n="369"/>
 tirarono innanzi la grande impresa. Così attestano
concordemente i sopraccitati Istorici, e per convalidar quanto sopra portan' eglino l'attestato di
Pietro Gualandi Operajo scritto in un libro dell'Opera. Il solo Dempstero ascrive il tempo del
prefato censo all'anno 1164. Erronea poi giudicar conviene la difficil credenza
del Martini, del dal Borgo, e di qualche altro Scrittore, che questo Tempio nel corso di otto anni
restasse compito. Circa alle prime spese si legge nel Muratori <note anchored="yes"> T. <num>XV</num>. <foreign lang="lat">S. R.
Ital. </foreign>col. <num>976</num>.</note> Che <hi rend="italic">Roggeri re di Sicilia</hi> fatta lega, ed amicizia co' Pisani diè loro
copiosi doni, <hi rend="italic">di che fondonno la Chiesa di S. Gio. Battista</hi>.
Non sarà inutile che dall'indicato numero delle famiglie si raccolga quanto grande essere allora
dovette la popolazione di Pisa; ne è da stupirne in considerazione delle poderose armate navali,
che univa insieme questa potente Repubblica e del florido suo commercio. In prova di che riporta
il prefato Dal Borgo <note anchored="yes"> Dissert. sull'origine
       ec. p. <num>59</num>.</note> ciò che lasciò scritto
Beniamino Tudolese capo Rabino visitatore delle scuole giudaiche nel suo viaggio dell'an.
1159 <pb n="370"/>
 quando di Spagna venne a visitar la scuola di Pisa, che la ritrovò
con <num>10000</num> torri, dove abitavano i nobili Cittadini. Ed in vero se per testimonianza del Sigonio
<note anchored="yes"> <foreign lang="lat">De Regno
	Ital. </foreign>Lib. <num>VII</num>.</note>, e di altri si fabbricavano in que' secoli molte
torri in varie Città d'Italia per difesa contro gli stranieri, e i domestici nemici. E se sotto Federigo
II. Imperadore <foreign lang="lat"><hi rend="italic">Nobilium locupletum erat gloria turres habere. Quo empore urbes Italiae
singulae multis Turribus inclitae florebant</hi>, </foreign> come si legge nel Muratori <note anchored="yes"> <foreign lang="lat">De
Etrur.
	 Reg. </foreign>T. <num>II</num>. Lib. <num>V</num>. Cap. <num>I</num>.</note>. Tanto più dovette esserne ripiena questa Città
come al mar vicina e conseguentemente più soggetta alle guerre. Il Dempstero <note anchored="yes"> T. <num>I</num>.
S. R. Ita. col. <num>358</num>.</note>, e il Marangone pertanto s'indussero ad assegnarne a lei anche un
maggior numero di <num>15000</num> dicendo per altro, che <hi rend="italic">ogni casa era una Torre, e tutte quelle,
che avevano i merli ciascuna armava una Galera</hi> <note anchored="yes"> T. <num>IX</num>. S. R. Ital. col.
<num>248</num>.</note> Il battister, di cui ragiono, fu posto isolato dicontro alla porta di mezzo della Cattedrale, e fu
volto a levante, come si praticò avanti, e poco dopo il mille nella nostra Toscana ad imitazione
degli antichi <pb n="371"/>
 cristiani, che vicino alle principali Chiese eresser Tempj di forma ottagona,
come osserva il Grutèroi, con porre nel centro di essi fonti, o vasche per uso del Battesimo, come
il Battistero lateranense, il ravennate, il bolognese, il parmigiano, e il fiorentino. Il nostro vien
citato sovente come esemplare per l'uso de' sacri riti ecclesiastici da Edmondo Martène Scrittor
francese <note anchored="yes"> <foreign lang="lat">De
	 ant. eccl. rit. </foreign>L. <num>I</num>. part. <num>I</num>. art. <num>V</num>.</note>, e dal Mon.
Ciampini, entrambi dottissimi nell'antica ecclesiastica erudizione <note anchored="yes"> T. <num>II</num>. <foreign lang="lat">de vet.
monum. </foreign>C. <num>IV</num>.</note> Ne fa menzione eziandìo il P. Mabillon nel suo museo italiano per
sicuro attestato dell'iscrizione, che produrrò in appresso.
Or prendendo di mira la struttura della nostra fabbrica, non dubito di opinare che la già compita
Cattedrale contribuisse allo sviluppo dei talenti di <hi rend="italic">Diotisalvi</hi> che l'amor proprio ne
lusingasse ad innalzarla non men pregevole, e nel suo genere anche più bella di lei. Vi riescì di
fatto; e gran cosa fu che mentr' egli di secondar la moda in parte fu vago, i tre bei pregj dell'arte,
solidità, grandezza, e bellezza al sommo grado osservasse. Fa <pb n="372"/>
 meraviglia, che la patria, e
il valore di un Artefice di rara tempra per quell'età sia rimasto nell'oblìo di essa, quando egli era
degno della maggior rinomanza, e fama per questa sola opera sorprendente. Il Vasari fra gli
Architetti del secolo dodicesimo non ne fa ricordanza. Eppure potea con lui provar assai sull'Arte
rinascente in Pisa molto prima ch' altrove, e nominar  nel posto conveniente il suo Lapo, ed
Arnolfo. L'erudito scrittore delle Lettere Senesi da me più volte citate, nell'accennare i più
celebri Autori delle opere antiche, così si spiega: <hi rend="italic">Dio ti Salvi</hi> (che per semplice supposto lo
brama originario da Siena della nobil famiglia Petroni) <hi rend="italic">fioriva alla metà del secolo duodecimo
avendo in tal tempo fabbricato il Battistero di Pisa, del quale checchè ne dica in contrario uno
Scrittor vivente, può dirsi con tutta verità essere una delle più belle, e meglio intese Fabbriche di
quel secolo, e de' due seguenti</hi>.
Ma ogni altra autorità troncando l'oculare inspezione smentirà, io mi lusingo, l'intendente
fantastico, e alla moda. Altresì il Conoscitore di svelto ingegno, e addestrato all'esame del bello
resterà sorpreso davanti a questo egregio Edifizio. Lo ammirino pure certi moderni <pb n="373"/>
fabbricatori, che seguaci del proprio capriccio fan cose peggiori delle gotiche, se m'è permesso il
dirlo, e sempre instabili, meschine, male ordinate, e senza gusto. Almeno i grandi e pesanti
cornicioni, i frontoni immensi, e simili architettoniche partiqui non alterano, come in alcune
moderne fabbriche l'impressione dell'altezza. Egli si presenta con aria di magnificenza, con
istruttura nobile, e nuova, con ben intesa elevazione, e proporzionata sveltezza, che dal suo punto
senza dissonanza grata trionfa. Si solleva da terra in forma rotonda; è regolarmente piantato sopra
un imbasamento di tre scalini di marmo cosa molto vantaggiosa: ed è in tutte le sue parti condotto
a compimento. La gran copia del marmo bianco generalmente apparisce in tutti gli ornati sian
lavori di quadro, d'intaglio, e di basso, o pien rilievo. Le pareti eziandìo son costrutte di grosse
pietre di marmo bianco ben connesse: e da fasce di marmi cerulei divisate son elleno
graziosamente. Il tempo non ha cagionato loro sì fosca superficie, che non se ne tragga un
piacevole oggetto. Fa poi meraviglia che la saldezza, e la stabilità della gran mole nel corso di più
secoli manifestato non abbia il minimo mancamento di che <pb n="374"/>
 sembra gettata con facilità, e
con sorprendente esattezza. Ciò forse dovette indurre alcuno a scrivere, che i quel sito appunto
fosse il palazzo di Adriano; ma noi avendo appreso da' migliori Scrittori, che dove giace il
Duomo ei distendeasi, doverem credere più verisimilmente, che più tosto su' fondamenti del
Tempio rotondo di detto Imperatore, o di simile altra fabrica si erigesse da' Pisani il Battistero.
L'Achenhoe Scrittor tedesco lo vide con sorpresa, e ritrovò in lui tal pregio di stabilità, e di
bellezza, che s'indusse a giudicarlo un Tempio del Gentilesimo, dai Pisani così ornato, e ridotto:
ciò che dalle tradizioni, e dalle memorie viene smentito.
Le dimensioni della fabbrica, secondo la più esatta diligenza, che feci per ritrovarle, son le
seguenti:
Il diametro, compreso tutto l'imbassamento è braccia <num>76</num>.
La circonferenza totale è braccia <num>238</num>, e sei settimi
Senza la base è il diametro braccia <num>62</num>
La circonferenza della muraglia è braccia <num>194</num>, e sei settimi.
L'area totale è braccia quadre <num>4538</num>, e due settimi.
<pb n="375"/>
Tutta l'altezza, eccettuata la Statua è braccia <num>94</num> per quello che mi fu riferito.
La disposizione estera è come segue:
Nel primo gir inferiore sono distribuite con giusti intercolonnj venti colonne proporzionate, e
grandi. Voltano sui capitelli di scultura archi semicircolari ornati di cornici intagliate; ed ecco un
ordine svelto, di buona e soda architettura corintia ignota all'antico gotico, e dal moderno
leggierissimo di rado praticata. Termina questo in una bella cornice lavorata di non ordinario
intaglio, che gira tutta la Rotonda. Sono quivi scompartite in croce quattro porte.
Giusto è il ragionare della principale volta a levante, come ornatissima d'intagli, di bassirilievi, e
di statue. Primieramente due grosse colonne corilitiche riccamente la fiancheggiano; e son
lavorate nella superficie sul gusto di quelle della Regia Porta del Duomo. Pure a opera d'intaglio,
ma di più sottili fogliami sono le due più minute colonne spiralmente avvolte, che sostengono
l'arcata più addentro. Ornano i due lati degli stipiti, o dei pilastri varie piccole figure di
bassorilievo non goffe né dispiacevoli affatto. Nel destro di essi sono scompartite alcune storie
del Nazzareno, e il Re David è in ultimo <pb n="376"/>
 luogo: contiene il sinistro i geroglifici dei mesi
con le respettive inscrizioni. Simili rappresentanze furono in moda in quell'età, mentre nell'anno
1210. Marchionne Aretino fece l'istesso nell'arco sopra la porta della Pieve di
Arezzo, come scrive il Vasari, e nell'arco superiore della porta di fianco di S. Petronio di
Bologna. Non rimanga inosservato l'architrave, mentre egli è storiato con figure quasi di tondo
rilievo, e di molto pregio, se si riflette al tempo in cui furon fatte. La rappresentazione è il
martirio di S. Gio. Battista, e varj Misteri del Redentore, dove osservo replicato l'uso curioso di
quella grossa età in esprimere il battesimo di Cristo per immersione, come fu praticato nella
descritta porta di bronzo del Duomo. Tali figure risvegliano alla mente i principj dell'arte
rinascente, e una maniera di mezzo fralla greca così detta dal Vasari, e dal altri, e quella de'
Pisani restauratori. Ignoto è il nome dell'Artefice, e l'indagarne la patria sarebbe inutile
occupazione. Ma un tal monumento ci aprirà la via a incominciare la storia della Scuola Pisana di
Scultura nel secolo XIII.
Il fregio posto a guisa di cornice sul prelodato architrave è parimente arricchito di sculture,
giusta al costume ch' usato <pb n="377"/>
 vedesi nelle Chiese grandi de' due secoli dopo il mille. Sono
undici mezze figure di molto risalto, tutte immagini sacre. Queste se non si agguagliano al
sottoposto bassorilievo, eppure son di quella goffezza, che correva allora, e mostrano anch' esse i
primi avazamenti dell'Arte risorgente in Pisa. Detto fregio serve di base atre statue di marmo, la
Madonna col bambino, S. Gio. Battista, e S. Gio. Evangelista. Per dirle di mano di Giovanni
Pisano, e in conseguenza fatte molto dopo la fabbrica, come credono alcuni, è cosa difficile a
stabilirsi. Del significato simbolico delle predette figure, e dei bassirilievi, il Martini ne fa minuta
decrizione, chequi sarebbe comparsa inutile. I soffitti degli archi son tutti lavorati; l'uno è a
mensole bene intagliate, l'altro a rosoni; e nel terzo sono scompartiti i ventiquattro Seniori, e
l'agnello, il simbolo del Nazzareno.
Le altre porte hanno ai fianchi colonette spirali di armo greco Quella verso tramontana ha
l'architrave con figure condotte di bassorilievo non affatto rozze, e poco inferiori a quelle, delle
quali parlai poc' anzi. Il fregio fu scompartito a rosoni di musaico, in parte rovinato pel solito
trasandamento.
<pb n="378"/>
Nella porta volta a ponente è un bellissimo fregio lavorato a fogliami, il cui marmo
comparisce un avanzo di antico epistilio, ed il lavoro da maestra mano condotto. I soffitti, e le
fronti degli archi sono arricchite de' soliti intagli, e la scultura de' capitelli non è de' bassi tempi.
Un tale ornato indica, che fu considerata anche questa porta come una delle principali del
Tempio; ed in fatti quasi in faccia vi dovea corrisponder quella rinomata della Città, detta al
leone. Ella presentemente è murata, condannata alle immondizie, e quasi oppressa dal rozzo muro
dell'orto vicino, quando d'intorno a sì pregiata fabbrica un largo considerabile anche da quella
parte sarebbe stato necessario, e decoroso.
Il secondo ordine è un circondario di <num>58</num> colonne più piccole delle già divisate, e più spesse,
mentre una piomba sulla sottoposta, e due difettosamente sull'arco. Isolate, ed equidistanti dalla
parete formano un peristilio a guisa di rotonda loggia. Han capitelli di scultura, e archi tondi; e
dove questi si distaccano è situata una testa di marmo di figura umana. L'inganno dell'altezza non
impedisce, che in alcune di esse teste il magistero si osservi di buono Artefice antico <pb n="379"/>
 nel
disegno, e nella naturalezza. Il medesimo si scorge in varie teste di leoni, e di altri animali.
Seguitando l'Architetto il genio di ornar le fabbriche di quei tempi consistente in affollare
ornamenti, ed usare in gran numero opere di scultura, che altrimenti sarebbe stato un fallo il far
contro la moda, terminò quest'ordine in una corona di sottili, e capricciose forme. Ella è
composta di tante piramidi, o triangoli, ciascuno de' quali comprende due sottoposte arcate, ed ha
una figura nel centro di ciascun vuoto. La maggior parte di tali sculture si manifestano dei più
goffi Maestri, i quali senza che affatto il parer del Vasari si escluda, saranno stati probabilmente
Greci, e Pisani, e qualche altro Italiano ancora per quel che sempre accade nelle fabbriche di
somma importanza. Fra una piramide, e l'altra nascono tanti tabernacoli, o campaniletti, tutti
adorni di fiori, di arabeschi, e di simili lavori. Un tale stile già si vide praticato nella Spagna
mentr' era invasa dagli Arabi, e dai Mori, ed in appresso adoprato fu in Italia nella fabbrica
contemporanea alla nostra del celebre S. Marco di Venezia <note anchored="yes"> Quando fu riedificato
dall'Archit. di Costantinopoli circa al 1175. V. Franc. Milizia T. <num>I</num>. p.
<num>96</num>.</note><pb n="380"/>
 ed in altri ragguardevoli edifizj <note anchored="yes"> Si annovera fra questi il Duomo di
Firenze ch' ebbe principio nel 1288, come il soprac. Aut. T. <num>I</num>. p. <num>105</num>.</note>
e fu denominato <hi rend="italic">Arabo-Tedesco</hi>, come altrove avvertimmo. Per altro di bel nuovo si
rifletta che se in una tal posteriore aggiunta di caricature sfoggia l'uso di quel tempo, non viene
adombrata la buona maniera nella forma degli archi, e in altre divisate parti della nostra Rotonda,
che tutta insieme innamora a vederla.
Un terzo ordine ricorre alla fabbrica scompartito da <num>18</num> pilastri, e da <num>20</num> finestre, al di
sopra del quale è altra simil corona di piramidi, e di tabernacoli in guisa tale disposti, che gli uni
fanno corona alle finestre, e gli altri corrispondono sopra i pilastri. L'occhio avvezzo a sottili
esami trova in quest'ornato una irregolarità, per altro non molto sensibile, ed in certo modo
necessaria ad oggetto di conservare con tante frascherìe di moda una certa corrispondenza di
parti. Da quest'ordine coma dal suo tamburo stacca la gran cupola, la quale di forma circolare, e
condotta in insolita guisa di pera, come la denominò il Vasari, termina in un cupolino serrato,
sulla cui alta cima <pb n="381"/>
 s'innalza la grande statua di bronzo di S. Gio. Battista. D'essa
l'Artefice è incerto per noi; il Martini l'attribuisce a Gio. Bologna. Il convesso della medesima è
diviso da dodici cordoni rabescati, i quali andavano prima a riunirsi alla cime, e presentemente
terminano dove ha principio il suddetto cupolino. Fra un cordone e l'altro nel corpo della cupola
verso levante, dov' ella è nobilmente coperta di lastre di piombo, si ergono tanti altri tabernacoli
composti di sottili colonne, di frontoni, e di fiori per mezzo de' quali passa internamente la luce;
ed è molto verisimile, che questi facessero simmetricamente il giro della Rotonda.
</p>
</div3>
<div3 type="paragrafo">
<head>PARAGRAFO 3.</head>
<head>Struttura interna</head>
<p>Si presenta l'interna parte sferica maestosamente decorata di due soli ordini di Architettura. Il
primo sodo, e bello è scompartito da dodici grandi arcate semicircolari sostenute da otto
grossissime colonne corintie isolate, e da quattro grandi pilastri pariment isolati. Questi, e quelle
equidistanti dalla parete formano un vago rotondo peristilio largo dieci braccia.
<pb n="382"/>
 Altro simile al di sopra circonda la fabbrica con tutti i pilastri regolarmente piantati,
sopra de' quali girano archi parimente tondi, dove posa la concava parete della fodera interna
della gran cupola. Il sottile ornamento di colonnette, d 'intagli ch'è nello spazio di uno di essi
indica, che il medesimo dovea ricorrere da per tutto.
Notando la qualità delle pietre, abbaio i pilastri di questo secondo ordine di marmi bianchi
divisati da liste di marmo ceruleo, sulla qual foggia sono ordinate le concave pareti
ingegnosamente incrostate. Nel primo ordine i pilastri sono di marmoree pietre ben lavorate di
quadro: le colonne son tutte di granito, ma non tutte libiche, come qualcuno scrisse. Sei son di
granito nostrale di quello dell'Isola dell'Elba e di Sardegna In prova di che si trova concorde
l'autorità del Marangone riportata dal Tronci con quella del Roncioni. Questi lasciò scritto, che
<hi rend="italic">Cinetto, uno degli accennati soprantendenti, andò nell'Isola dell'Elba con la nave detta S.
Giovanni, e condusse tre colonne grossissime, e il dì 14 Maggio 1155 si trasferì
in Sardegna per l'istesso effetto</hi>, d'onde due sole ne furono trasportate, lo attesta il suddetto
Marangone. Dirò delle <pb n="383"/>
 due colonne poste con ragione dall'Architetto a fiancheggiar il
principale ingresso, che si rendon' elleno singolari non solo per la gran mole forse superiore alle
altre aventi sei braccia, e un terzo di circonferenza, ma per essere di un granito bigio orientale
bellissimo, in cui fra le parti costituenti si distingue il quarzo romboidale di pezzi grandi più
dell'ordinario. Il pulimento avrebbe ad esse accresciuto molto pregio.
Soggiunge il prefato Roncioni, che nel primo d'ottobre 1156 fu messa la prima
colonna verso Oriente, e che ai 15 del detto mese furono tutte drizzate coi pilastri
di pietre quadrate, e tirate a fine tutte le prime volte colle cornici intorno Il vasari encomiando nel
suo proemio la sollecitudine, e l'eccellenza del lavoro riporta la soprallegata notizia, come estratta
da un antico libro dell'Opera, e come meravigliosa, e quasi incredibile.
I capitelli delle colonne, e dei pilastri sono di variata scultura. Foglie bene intagliate hanno i
corintj; e i composti antichissimi contengono con bizzarro intreccio animali, e mitologiche figure,
fralle quali l'ariete sacro a Mercurio si ravvisa. No si ometta d'osservare il <pb n="384"/>
 capitello del
pilastro meridionale, dove sono intagliate varie caccie. Il buono Antiquario lo giudicherà forse un
avanzo del Tempio di Diana. Son capricciosi i piccoli capitelli incassati nella parete, d'onde si
staccano le arcate della volta. Son queste novelle prove dell'abbondanza di tali marmi, nobili
avanzi degli antichi edifizj di Pisa o trasportati d'altronde.
Le dimensioni interne del Tempio necessarie a sapersi sono:
Tutto il diametro è di braccia <num>52</num>.
La circonferenza è braccia <num>163</num>.
L'area totale è braccia quadre <num>2124</num>.
<num>1</num>° Una delle prime regolate osservazioni sarà quella, che nel primo pilastro sulla dritta di chi
entra è l'iscrizione, che indica il tempo della edificazione colle seguenti parole:</p>
<lg type="versi" lang="lat">
<l><hi rend="italic"> MCLIII MENSE AUG8 FUNDATA FUIT HEC</hi></l>
<l><hi rend="italic">ECCLESIA</hi></l>
</lg>
<p>Ella è replicata nel pilastro opposto con peggiori caratteri.
<num>2</num>° Inciso in altra faccia del medesimo è il nome del soprallodato Architetto in cotal guisa.</p>
<lg type="versi">
<l> <foreign lang="lat"><hi rend="italic">DEOTISALVI MAGISTER HUJUS OPERIS</hi>.</foreign></l>
     </lg>
<pb n="385"/>
<p><num>3</num>° Le due statue di marmo erette sulle pile dell'acqua santa, che una S.
Francesco, l'altra S. Pietro rappresentano sono opere, per quanto dicesi, di <hi rend="italic">Gio. Pisano</hi>.
<num>4</num>° Il pavimento è smaltato di lastre grandi di marmo generalmente bianco, eccettuati alcuni
lastroni di giallo antico, e di porfido nostrale, ed è ordinatamente scompartito con fasce cerulee.
Nella parte del coro dinanzi all'Altar maggiore è intarsiato di rare pietre a opera musaica.
<num>5</num>° Seguitando la narrazione vedesi nel mezzo di sì vasta Rotonda magnificamente situato il
sacro fonte battesimale. Ei daterra si solleva piantato sopra un imbasamento di tre scalini di
bianchissimo marmo. Il Ciampini ed altri osservano, che così fatto differisce dall'antica foggia. Ei
si slontana dalla rotonda nave con eguale spazio di dieci braccia. La forma è ottangolare, della
quale parla il Grutero, e non è rotonda, come scrivono il Mabillon, e il Martenè. Il giro è tutto
<num>22</num> braccia: sei braccia è il diametro: e due braccia scarse è profonda la gran vasca. L'orlo e la
base del fonte è di un bel broccatello della cava della Contea della Ghelardescca, chiamato
marmo rossiccio dal Cesalpino <note anchored="yes"> <foreign lang="lat">De
	Metall. </foreign>pag. <num>94</num>.</note> L'esterna <pb n="386"/>
superficie del medesimo è tutta intagliata nei corniciami, e nei compartimenti, dove rosoni
bellissimi sono condotti con sottigliezza dal candido marmo lunense, e staccano dai fondi di
pietre bianche, e turchine alla musaica. Tale ornamento dovette esser fatto molto posteriormente
alla fabbrica quando l'Arte era migliore.
Disposte nel piano del margine sono quattro vaschette, o piccoli lavacri. Quivi secondo l'uso
antico, che sembra praticato anche nel sec. XIII. si battezzavano per immersione
i fanciulli, e nella gran vasca gli adulti, come è opinione del suddetto Ciampini <note anchored="yes">
 <foreign lang="lat">Vet. mon. </foreign>T. <num>II</num>. C. <num>IV</num>. p. <num>23</num></note> e di molti altri. L'erudito P. Mabillon <note anchored="yes">
 <foreign lang="lat">Itin. Ital. </foreign>p.  <num>186</num></note> Parlando di questo sacro Fonte pisano così si spiega:
 <foreign lang="lat"><hi rend="italic">Prope scilicet Ecclesiam adest Baptisterium in primis insigne, in cujus medio extat Fons
sacer rotundo opere</hi></foreign> (ciò che notai erroneo) <foreign lang="lat"><hi rend="italic">cum multis fonticulis in petra excitis,
in quo forsan baptizandi olim immergebantur</hi>.</foreign> Non sò poi quanto sia valido il parer del
Martini, dicendo <note anchored="yes"> <foreign lang="lat">Theat. ec. </foreign>pag. <num>104</num>.</note> Che quivi dovevano entrare i
Ministri per immergere più comodamente i putti nella gran vasca, poichè in <pb n="387"/>
 essi non
compariva alcun foro per espeller l'acqua. Il P. Mattei di ciò ragionando in alcuni suoi mss.
concorda col sentimento del Ciampini; né cangia di pensiero con tutto che Dante descrivendo i
fori della terza bolgia, ove erano i simoniaci col capo fitto in giù, si esprimesse:</p>
<lg type="versi">
<l><hi rend="italic"> Non mi paren meno ampi, ne maggiori</hi></l>
<l><hi rend="italic">Che quei che son nel mio bel S. Giovanni</hi></l>
<l><hi rend="italic">Fatti per luogo de' Battezzatori.</hi></l>
</lg>
<p>Imperocchè il medesimo Poeta soggiunge:</p>
<lg type="versi">
<l><hi rend="italic">L'un degli quali ancor non è molti anni</hi></l>
<l><hi rend="italic">Rupp' io per un che dentro v'annegava.</hi></l>
</lg>
<p>Dunque, riflette l'autor sopraccennato, non erano quei pozzetti unicamente destinati per i
sacri Ministri. Il medesimo asserisce in forza di un documento esistente nel libro de' Battezzati,
che nella vasca grande si conferisse il Battesimo fino al sec. XVI., quindi nel
Duomo nel fonte fatto da Lino senese nella cappella di San Ranieri, di che parla il Vasari, e che
finalmente nell'anno comune 1617 tornassero i Pisani a servirsi del Tempio di
San Giovanni.
La pila posta dicontro all'Altare serve per l'amministrazione del Battesimo <pb n="388"/>
 secondo il
presente rito della Chiesa. Ella è di bei marmi con mensoloni intagliati che la sostengono.
Scompartita dai riquadri dell'indicato broccatello è la gran vasca. Il fondo della medesima è
commesso di due qualità di marmi, bianco, e ceruleo in forma di onde. Fu costume degli antichi il
coprire di tali musaici in particolare i pavimenti dei bagni, e delle stufe imitando le pitture;
talmentechè l'acqua postavi sopra faceva un bell'effetto, e dava loro un particolar vivezza.
Gira internamente la prelodata vasca una fascia di marmo bianco colla seguente iscrizione
allusiva al Sacramento battesimale.</p>
<lg type="versi" lang="lat">
<l><hi rend="italic"> HUNC OPE FIDELI FONTEM QUO GAUDIA COELI</hi></l>
<l><hi rend="italic">DET BAPTIZATIS TOTIUS FONS BONITATIS;</hi></l>
<l><hi rend="italic">ET QUI TAM MIRO LAVACRO PIA DONA DEDERE</hi></l>
<l><hi rend="italic">ET QUI CONSILIUM PRECOR HOS BAPTISTA TUERE</hi></l>
<l><hi rend="italic">PER DOMINUM XTUM FONTEM QUI PROTEGAT ISTUM</hi></l>
</lg>
<p>Dal mezzo dell'accennato pavimento sorge una base centinata di marmo bianco d'onde
sgorgano per più fonti le acque. Sopra di essa è posta una colonnetta del medesimo marmo, che
regge sul capitello il simulacro di S. Gio. Battista, opera di <pb n="389"/>
 bronzo. Nello zoccolo
parimente di bronzo sono impresse le seguenti parole, che altri non accuratamente trascrissero:</p>
<lg type="versi" lang="lat">
<l> <hi rend="italic">LAURENTIUS JACOPI DE ANCROJA CAN. PIS. AC</hi></l>
<l><hi rend="italic">TEMPLI RECTOR D. M. PRAECURSORIS JOA.</hi></l>
<l><hi rend="italic">BAT. IMMAGINEM COSTITUI, ET ERIGI</hi></l>
<l><hi rend="italic">JUSSIT A. D. MDXX.</hi></l>
</lg>
<p>Nel lembo della irsuta veste di S. Giovanni è scritto l'anno indicato. In forza di che
diremo, che il Chiusole, ed altri attribuendo la statua a <hi rend="italic">Lino senese</hi> non si avvidero del
cronologico errore, e copiarono il Vasari senza riflessione. Ella bensì può giudicarsi di qualche
scolare di <hi rend="italic">Baccio Bandinelli</hi>, quantunque il carattere non meriti attenzione.
<num>6</num>° L'Altare è volto a ponente giusta l'uso antico, ed è costrutto di bei marmi. Gl' intagli che
lo adornano sono sull'idea di quelli del fonte, ma di più antico, e meno sottil lavoro fatto a forza
di trapano. Sovra di esso è collocato un vaso di un bel marmo con alcuni membri di alabastro,
dentro il quale è parere del Mabillon, e del Martené, che si conservasse l'Eucaristìa per uso dei
Battezzati.
Ai fianchi son situate due colonnette ioniche di marmo, che han sul capitello due piccole statue
di rozzo stile.
<pb n="390"/>
<num>7</num>° Nel pavimento compreso el circuito del coro elegantemente tassellato, osserverà il
Naturalista le porfiree brecce rosse, e verdi, i gialli, e i verdi antichi, ed altre scelte pietre.
<num>8</num>° Il recinto che serra intorno l'accennato coro è incrostato di belle lastre di marmi. La
cornice di esso è del solito vago broccatello; i compartimenti sono con modani di candido marmo;
e i lavori alla musaica chiudono venti lastre del suddetto broccatello, ed altre quattro di quel
mischio brecciato, detto dal Targioni porfido di monte pisano <note anchored="yes"> T. <num>II</num>. pag. <num>33</num>.</note>
Una fra queste volta a tramontana scherzosamente accenna in un angolo la figura di un romito
narrata con maraviglia da molti, che hanno scritto i loto viaggi. Varj naturalisti denominadola un
aggruppato d'innumerabili specie di pietre ne decantarono la combinazione meravigliosa della
natura; ma il Targioni è di sentimento che non sia da farne menzione.
<num>9</num>° Oggetto di meraviglia è il sontuoso, e rinomato pulpito, che può denominarsi una delle più
belle opere di <hi rend="italic">Niccolò da Pisa</hi> Architetto e Scultore. Questa se non <pb n="391"/>
 và in confronto
per la perfezion del disegno con le opere de' bei tempi dell'Arte, porge non dubbie prove del
prodigioso, e considerabil miglioramento, che in quella rozza età la scultura per mano di lui
ricevette. Denota ella altresì qual può trarre un industrioso ingegno, arte, e valore dallo studio de'
preziosi monumenti della bella antichità, ciò che non dubiterò di asserire ov' io l'arca descriva
della Contessa Beatrice. A gran ragione l'Italia tutta considerazion prese di <hi rend="italic">Niccolò</hi>; e
chiamando esso, e poi Giovanni suo figlio i restauratori della Scultura si abbellì delle opere di
loro, come istericamente nel tomo secondo dovrò narrare.
Il Pulpito che imprendoqui acconciamente a descrivere giustifica questa grande stima. Egli è
isolato, di forma esagona, ha di circuito <num>14</num> braccia, e quattro e due terzi di diametro. Tutta la
nobil macchina è sorretta da nove singolari colonne. Sei sono disposte in ciascun angolo, e una
nel mezzo; le altre due son dietro a queste reggenti la scala. Tre delle suddette premono il dorso di
due leoni, e di una leonessa, animali vivamente espressi. Questa allatta i proprj figli; fralle zampe
di quegli giacciono placidamente piccoli, e timidi animali, soliti <pb n="392"/>
 emblemi, che
s'incontrano nelle antiche fabbriche, e ch' eziandìo nel pulpito di questo Duomo, e di quello di
Siena si osservano. La base della colonna di mezzo posa sugli omeri di figure d'uomini, e di
animali scherzosamente aggruppate. Da una all'altra colonna son tirati archi tondi ornati di tre
piccoli archetti alla moda di quel tempo. In ciascun capitello corintio a minute foglie tutte
traforate dalla subbia posano statuette intere di candido marmo addossate ai pilastrini. Alcune
dritte altre sedenti con geroglifici di varj animali in braccio han misteriosa significazione, ed agli
angoli fanno ornamento. Negli spazj delle arcate sono scompartite di bassorilievo figure di
Evangelisti, e di altri Santi. Sopra a detti pilastrini si posa l'imbasamento andante con cornice
intagliata, che gira d'intorno al pergamo, Il parapetto sovrapposto ha su ciascun angolo tre
colonnette; e cinque lati di esso, perché il sesto apre l'ingresso, mostran le fronti fregiate
degl'ingegnosi bassirilievi. Chiude finalmente tutta l'opera una cornice andante di marmo rosso,
sol che viene interrotta verso levante da un aquila di marmo bianco molto al naturale, che preme
un coniglio e sostiene sulle ali aperte un leggìo per uso del Vangelo.
<pb n="393"/>
Volendo noi considerar le parti adorne di scultura, e principalmente le cinque storie a
bossorilievo, la nascita del Nazzareno, che occupa la faccia del parapetto rivolta a ponente è più
con bizzarrìa, che con buon' ordine rappresentata. Notato il rigiro dello scalpello, onde alcune
parti son distaccate dal fondo propongo sovra d'ogni altra la figura dell'Angelo genuflesso, che
versa acqua nel lavacro, dov'è posto il bambino potendosi ammirare in lei un portento dell'Arte
riguardo al secolo. Disinvolto atteggiamento, bell'aria di volto, maestrìa di scalpello, e pieghe
graziose, e lievi son tutte prerogative certe provenienti da un disegno, che mai non si sognò
Giotto di possedere, e che forse ritroveremo anche a stento fino a Raffaello, <hi rend="italic">e chi nol crede
venga egli a vedella</hi>. Le due statuette sugli angoli inferiori che fanno al a questo quadro
mostrano, se mal non mi lusingo, nelle diverse membra, e nelle attitudini delle parti nude altre
doti  dell'artefice.
Segue l'adorazion de' Re Magi, dove fa ammirazione la morbidezza del lavoro, il piegar di
alcune vesti, i movimenti, e le teste animate di varie figure.
Simili prerogative, e anche miglior disposizione, e panneggiamento osserveremo nella
presentazione al Tempio.
<pb n="394"/>
La storia della Crocifissione nel quarto lato mi sembra espressa più confusamente, e con
minor naturalezza, e maestrìa. Evvi qualchè caricatura, se non che la Madonna cade svenuta nelle
braccia delle pietose donne con molta naturalezza.
Ultima rappresentanza è il Giudizio universale, dove il Giudice comparisce in alto soglio
simbolicamente fiancheggiato da un toro, e da un leone. Il lavoro è molto operoso, e il freddo
marmo ha anima, e vivezza sì negli eletti, che ne' condannati secondo la proprietà loro, di modo
che in questa parte debbo reputare stupendo riguardo al secolo alcune teste avanzate
all'ignoranza; né si prenda norma da quella stravolta, o sproporzionata, ch'ella è un pessimo
restauro. In un angolo del quadro son con poetica immaginazione espressi il can cerbero, e
Lucifero ben formato nelle sue parti. Fra gli eletti una figura nuda giacente, ed alcune voltate in
ischiena meritano senza esagerazione l'elogio di sopra espresso.
Nella fascia di marmo bianco sotto l'accennata storia sono intagliati i seguenti versi, il terzo de'
quali non molto intelligibile sfuggì agli occhi del Vasari, e de' suoi copisti; e desso i primi due
versi riportando gli vuole scritti dall'Autore, <pb n="395"/>
 quando l'elogio di lui formano chiaramente.</p>
<lg type="versi" lang="lat">
<l><hi rend="italic">ANNO MILLENO BIS CENTUM BISQUE TRICENO</hi></l>
<l><hi rend="italic">HOC OPUS INSIGNE SCULPSIT NICOLA PISANUS</hi></l>
<l><hi rend="italic">LAUDETUR DIGNE TAM BENE DOCTA MANUS</hi></l>
</lg>
<p>Veduto con sorpresa nel partimento del nostro Pergamo ciò, che reputai convenevole, e
giusto di additare, ed in oltre la maniera di render generalmente il lavoro lustrato, e netto quanto
qualunque altro de' bei tempi, giudichi sul fatto il vero cultor delle Arti, che scevro d'impostura
sa misurare il pregio delle opere relativamente al secolo, e che colle altre non le confonde, qual
diè saggio il pisano Maestro dell'esteso suo talento in questa opera di scultura.
Tralasciando i giusti encomj, ch' ella riscosse dal Vasari, e da' migliori scrittori dirò, che con la
divisata proprietà, e dicevol decorazione gareggia il pregio, e la buona scelta de' marmi che
nobilitano quest' edifizio in modo, che si può chiamare un musèo di rare pietre: e fia ben giusto
notarle.
Primieramente il marmo de' prelodati bassirilievi diafano, e lucente fu giudicato dal Targioni
alabastro antico, detto comunemente orientale, e marmo pario dal <pb n="396"/>
 Cesalpino <note anchored="yes">
Targ. T. <num>II</num>. p. <num>33</num>. Ces. <foreign lang="lat">de
	metall. </foreign>p. <num>86</num>.</note> Io per alcune osservazioni fatte
lo credo statuario lunense del più fino, e bello, essendo conciliabile con la natura di esso il
diafano che ne risulta nelle parti ridotte a sottigliezza. Il broccatello rosso altrove osservato fa
molta vaghezza, poichè essendo distribuito nella cornice del parapetto come dissi, nelle
colonnette aggruppate su ciascun angolo, e nelle fasce inferiori, chiude graziosamente i candidi
bassirilievi. Le due colonne reggenti la scala sono di marmo bianco venato: l'una è spirale, l'altra
scannellata. Di quelle nobilmente destinate al sostegno del pergamo una stupenda è di broccatello
di Spagna, ch' esce dell'ordinario, come osservarono, commendandola, varj Naturalisti; altra è di
quel rosso misto, o più propriamente brecciato, detto porfido di monte pisano assai bello; e cinque
sono di varie belle specie di granito orientale, che per il pulimento mostra la particolar sua
lucentezza. Descrivendole il Targioni suddetto si esprime, <hi rend="italic">che se si ha riguardo alla bellezza, e
alla singolarità si posson dir preziose</hi>. Ma egli, ed il Cesalpino <pb n="397"/>
 non ammirano in
particolare, che la colonna sorretta dalla leonessa senza dar conto della natura sua. Oltre a questa
effettivamente rara fra l'egizie pietre, comparve a' miei occhi straordinaria quella ancora di
mezzo; ed avendola trovata conforme nella grana ad una lastra che possedeva il defonto Sig.
Dottor Niccola Branchi celebre Professore di Chimica, e che ora il figlio non meno erudito
possiede ne feci il confronto, e con la valida approvazione di quell'eccellente Naturalista non
dubito di asserire, ch'ella è di granito scorlaceo, o basaltico, composta di quarzo bianco opaco, e
di schorl squamoso, chiamato dagli Svezzesi <hi rend="italic">Horne Blende</hi>. Di natura simile sospettando
esser l'altra colonna dove il Targioni vide le monete per taglio, che altro non sono che cristalli
aghiformi di schorl, ne consultai il suddetto Professore, ed egli gentilmente m'instruì esser ella un
granito schorlaceo composto di pietra ollaria verdognola, e di schorl fibroso.
I sottoposti leoni sono di marmo mischio, come un bardiglio dilavato; e di un bel marmo
straniero vien reputato da alcuni naturalisti il leone sottoposto alla colonna del detto porfido
pisano.
<pb n="398"/>
Un'altra bella qualità di broccatello di Spagna simile alla suddetta, ed ambedue di
maggior pregio ancora di quella del pergamo del Duomo, si può osservare nella colonnetta, che
posa sul dorso di un leone di marmo bianco giacente sul ripiano della scala, che tutta di marmo
comodamente dal giro del Coro al pulpito conduce.
Conchiudasi adunque, che tanto la scelta della materia, quanto il pregio del lavoro, per quell'età
in cui fu fatto, mirabilmente conciliano il merito all'Autore, infinita lode ai Pisani, che
l'ordinarono, e l'ammirazione degl' Intendenti.
Non passerò sotto silenzio, che questo pulpito era tenuto in tanta stima presso i nostri antichi
Concittadini, che nel Sabato Santo, giorno allora di gran concorso in questo Tempio, il Potestà
dovea mandare uno de' suoi ministri con guardie per custodia di un'Opera sì rispettabile  <note anchored="yes">
 <foreign lang="lat">Brev. Pis. Com. an. 1303
       </foreign>Lib. <num>I</num>. rubr. <num>212</num>.</note> Chi ha
giusta nozione degli usi greci circa alle leggi a favor delle Arti loderà nel suddetto provvedimento
l'onorevole immitazione. Si dolse Raffaello Roncioni  <note anchored="yes"> L. <num>VI</num>. pag. <num>128</num>. an.
1153</note> Che i Pisani <pb n="399"/>
 successori non seguitassero ad avene ogni cura; e
scrisse, che Lorenzino de' Medici fece ad alcune figure de' bassirilievi troncar teste, e gambe per
ornare il suo museo. Io dò poca fede al racconto, quantunque anche Michel di Montagna attesti,
che correva in Pisa una tal voce, e che il Duca <hi rend="italic">ne facesse presente alla Reina</hi> di Francia
<note anchored="yes"> <foreign lang="lat">Journal du Voyage en
	 Ital. </foreign>T. <num>III</num>. p. <num>182</num>.</note> La fama di quest'Opera fu che mosse i Senesi a commettere a Niccola il pergamo del Duomo di
loro nel 1266. Egli infatti lo lavorò in simil guisa con l'ajuto del figlio Giovanni,
e di Lapo, e d'Arnolfo suoi discepoli; dell'opera de' quali dovrem' dire con molta verisimiglianza
che si servisse il detto Maestro in questo pulpito ancora. Sì fatti edifizj erano allora comunemente
in uso: siccome Giovanni in appresso due simil ne fece di gran rinomanza per quei tempi; quello
cioè di S. Andrea in Pistoja Chiesa architettata da Buono, e l'altro nel nostro Duomo che già si
disse esistere avanti l'incendio: ma d'entrambi faremo parole nell'elogio di lui nel tomo secondo.
Passando presentemente alle Opere di Pittura; alcune ornano i due Altari <pb n="400"/>
 laterali, altre
appese alle pareti occupano la superior parte delle quattro porte.
<num>10</num>. La Pittura dell'Altare sulla destra della porta principale è del Ferretti; e nel quadro di
mezzo evvi una copia di una delle Madonne che si dicono dipinte in Roma da S. Luca. Un
addietro vi fu una copia della bella tavola di S. Barbera posta in Duomo nella crociata di San
Ranieri, in cui lo stil ci comparve di <hi rend="italic">Perin del Vaga</hi> superiormente a quel del
<hi rend="italic">Sogliano</hi>, che la recò a compimento. I libri dell'Archivio Capit. ne fanno Autore un certo
<hi rend="italic">Domenico del Pietrasanta</hi>. É decorata l'Architettura di bei marmi; lunese è quello de'
modani ornati; i riquadri son di alabastro, e di altre belle pietre.
<num>11</num>. Il Quadro che segue sulla contigua porta esprimente le nozze di Cana Galilea è opera di
<hi rend="italic">Aurelio Lomi</hi>, e non è delle inferiori.
<num>12</num>. Sopra la porta occidentale vedesi altra tela dell'istesso <hi rend="italic">Lomi</hi>, dove colorì quel fatto
celebre di Mosè, quando fa scaturir l'acqua dal sasso.
<num>13</num>. É parimente di <hi rend="italic">Aurelio</hi> altra tavola posta sulla porta meridionale; e il gran
convito del Re Assuero è quivi espresso. Queste re Opere di quell'instancabil <pb n="401"/>
 pennello
sono di qualche stima, benchè malamente conservate.
<num>14</num>. Nell'Altare che segue si può ammirare il quadro, che rappresenta S. Jacopo, e S.
Filippo, e N. S. in atto di operare il miracolo sulle rive del Giordano. Il celebre <hi rend="italic">Francesco
Vanni</hi> Senese ne fu il Dipintore. La barroccesca maniera nella facile composizione, e nel tinto
generale amoroso, e vago, le belle teste fra le quali primeggia quella dell'Angelo Raffaello, e il
carattere delle estremità fan conoscere il vero. Se il quadro fosse stato meglio tenuto, come
richiedeva il merito suo, formava totalmente il piacer degli' Intendenti. Si noti una piccola
aggiunta nell'indietro, dove una femmina allatta un bambino, che per esser non mal colorita
dell'istessa mano rassembra. Dicesi, che il pezzo originale fosse tagliato da un avido osservatore,
e che l'istesso fu tentato senza buon successo nell'angolo del quadro in prima linea, dove una
sporta è tessuta al naturale.
L'inscrizione sotto la mensa indica, che nell'an. 1606, fu fatto eriger l'Altare, e
dipingere il quadro.
<num>15</num>. La Tavola finalmente sopra la porta orientale rappresenta altra storia di Mosè. Ignoto è il
nome dell'Autore.
<pb n="402"/>
Non tralascio di notare, che il minimo bisbiglio fa il giro della Rotonda, effetto delle
volte ellittiche. Siccome qualunque piccolo rumore forma un eco sonoro procedente dalla
medesima causa.
Per sodisfare alla più esatta osservazione, ed affinchè una maggior celebrità, e costruzione soda,
e magnifica si concepisca della nostra Rotonda, mi convien dire, che poggiando alla superior
loggia, quindi alle seconde volte si vede, che la cupola vuota concede spazio tale fra l'una, e
l'altra fodera, che se ne formano dodici stanze di una capacità considerabile, divise dagli indicati
dodici speroni. Che in oltre le due scale sono con grande ingegno ordinate fra l'uno, e l'altro
muro, dove fa sorpresa la stretta connessione, ed il pulito lavoro di quadro delle lastre tanto nella
parte concava, che nella convessa. La materia è tutta di marmo bianco, proprietà valutata in quei
tempi, che noi diciamo barbari.
In fine qualunque parte, e il tutto insieme del nostro Tempio stupendo è condotto in modo, che
fa onore a Pisa, all'Italia, ed all'Architettura. Pareva, che niente di meglio per que' tempi si
potesse fare dopo la fabbrica del Duomo; ma pure i Pisani seppero tirare a fine un Edifizio
<pb n="403"/>
 superiore al Duomo medesimo se non nella estensione, e nella magnificenza, nella
bellezza, e nella mossa degna de' più floridi tempi dell'Arte. Onde per questi, e per altri
Monumenti insigni può dirsi di questo Popolo che</p>
<lg type="versi">
<l><hi rend="italic">L'Arte guasta fra noi, allor non vile</hi></l>
<l><hi rend="italic">Ma rozza, e oscura ei la dichiara, e stende</hi>  <note anchored="yes">Petrarca Trionfo della Fama Cap. <num>III</num> </note></l>
</lg>
<p>Ma la prova del proseguimento della Scuola Pisana unica, e celebre nell'Architettura e' due
secoli dopo il mille, e della serie di Artefici continuata, e
      descendente da <hi rend="italic">Buschetto</hi> sarà la piacevole narrazione del seguente non men rinomato Edifizio.
</p>
    </div3>
</div2>
<div2 type="capitolo">
<head>CAPITOLO VIII.</head>
<head>CAMPANILE DI PISA</head>
<div3 type="paragrafo">
<head>PARAGRAFO 1.</head>
<pb n="404"/>
<head>Costruzione.</head>
<p>Se Diodoro, parlando nella sua Olimpiade  <note anchored="yes">
	XCIII. L. <num>VIII</num>. n. <num>375</num>.</note> il famoso
Tempio, che a Giove fu innalzato dai Cittadini di Agrigento si espresse, che la struttura di esso
mostrava chiaramente la magnificenza degli uomini di quella età, potrem' dir noi lo stesso dei
Pisani, imprendendo a parlare del Campanile. Lo eresser' eglino dopo di aver dato compimento al
Duomo, e al Battistero; ed in quel secolo medesimo, in cui fu innalzata la torre degli Asinelli di
Bologna e quasi contemporaneamente a quella di Venezia si vide sorger questa, che in quel tempo
esser dovette lo stupore, e la meraviglia universale. Ella è nobile, <pb n="405"/>
 e ragguardevole per la
ricchezza dei marmi, ond' è tutta costrutta, ed è altresì unica e portentosa per la sua non
indifferente pendenza, ed ingegnosa struttura, talchè viene a ragione anche in oggi riputata una
delle più belle, e alte Torri d'Italia, e fralle sei, ch' an maggior nome si annovera.
Le cronache pisane, ed altri monumenti ci fan sapere, che due furono gli Architetti, i quali
diressero la fabbrica, <hi rend="italic">Guglielmo d'Inspruk</hi>, e <hi rend="italic">Bonanno Pisano</hi> <note anchored="yes"> Ciò che poi
si dice nel lib. intit. <foreign lang="lat"><hi rend="italic">Le memorial d'un Mondain par M. Le Comte Max. Lamberg. edit
au cap corse</hi> 1774. </foreign> Riguardo all'Autore ch' essendo gobbo facesse
inclinato l'edifizio, sembra che non meriti considerazione.</note> Il secondo è quel medesimo, che
fece la distrutta antica porta di bronzo del Duomo. Vengono ambedue celebrati dal Vasari, e dal
Baldinucci  <note anchored="yes"> Vas. Par. <num>I</num>. pag. <num>7</num> vita d'Arnolfo. Bald. Dec. <num>I</num>. sec. <num>I</num>.
pag. <num>35</num>.</note> Dai primi Architetti di quel secolo insieme con un certo <hi rend="italic">Buono</hi> di nazione
Italiana, che fra le altre fabbriche eresse in Napoli il Castel Capuano, e il gran Campanile di S.
Marco di Venezia nel 1155.
L'ultimo ordine, dove son collocate le campane fu un'aggiunta fatta posteriormente, che la
tradizione attribuisce <pb n="406"/>
 all'Architetto, e Scultore <hi rend="italic">Tommaso Pisano</hi>, uno de' più
valenti discepoli del rinomato <hi rend="italic">Andrea</hi>, parimente Architetto, e Scultore da Pisa. Scrive il
citato Aretino Maestro, dopo avere allegata la suddetta notizia, <hi rend="italic">il qual Tommaso si crede che
fosse figliolo di Andrea, trovandosi così scritto nella tavola dell'Altar maggiore di S. Francesco
di Pisa</hi> <note anchored="yes"> P. <num>I</num>. pag. <num>68</num>.</note> La seguente inscrizione conserva irrefragabil memoria dell'epoca di questo Edifizio. Ella è a
gran caratteri scolpita in marmo nella parete dell'arcata contigua alla porta sulla dritta di chi
osserva.</p>
<lg type="versi" lang="lat">
<l> <hi rend="italic">A. D. MCLXXIV</hi></l>
<l><hi rend="italic">CAMPANILE HOC FUIT FUNDATUM MENSI</hi></l>
<l><hi rend="italic">AUGUSTI.</hi></l>
</lg>
<p>Si trova in antiche scritture dell'Opera, che fu la vigilia di S. Lorenzo il giorno, in cui fu
dato principio alla fabbrica; e son precisamente indicati i due citati Architetti, se non che in vece
di Guglielmo Tedesco, si dice Giovanni Onnipotente di Germania per la mala interpretazione
della parola <foreign lang="lat">Oenipons, </foreign>o <pb n="407"/>
 <foreign lang="lat">Oenipontanus, </foreign>che significa nativo d'Inspruk.
In un anno furono fatti i fondamenti. Quando avesse  fine non viene accennato dall'Anonimo
nella Bibliot. Magliab., d'onde trassi le suddette notizie.
L'ultimo ordine si può dir fatto circa alla metà del decimoquarto secolo, perché in quel tempo
dovette fiorir <hi rend="italic">Tommaso</hi>, assegnando il Vasari la morte di <hi rend="italic">Andrea</hi> Padre, e Maestro
di lui all'anno 1345.
Negli spazj delle due arcate laterali a quella dov'è compresa la porta son replicatamente scolpiti
tre animali di basso rilievo, cioè un drago messo in mezzo da un cinghiale, e da un toro. O dessi
fatti in quell'epoca quivi si ponessero per simbolico significato, o come avanzi gentileschi quivi
per ornamento si adattassero, il vero è che provengono da scalpello poco industre. Con più
ragione adotteremo il secondo pensiero allor quando internamente sulla finestra ch' è di fronte
alla porta altro animale osserveremo figurante un pesce al naturale, e di buona maniera.
Alcuni scrittori fanno menzione della piccola torre rozzamente espressa nel marmo superiore a'
detti animali con bastimenti sull'onde immaginandola un significato di quella della Meloria circa
a <pb n="408"/>
 quel tempo fabbricata da' Pisani, o di altra, che nel 1158 eressero i
medesimi nel porto di loro. Io non m'oppongo alla prima opinione, anzi m'induco a credere, che
<hi rend="italic">Bonanno</hi> il nostro Architetto avendone fatto il disegno ne bramasse la memoria scolpita
nella sua grande opera del Campanile. Sembra pertanto che quivi un tal marmo non si ponesse a
capriccio, come si pose l'altro similmente scolpito destinandolo all'uso di stipite in una finestra
presso la porta del Duomo detta di S. Ranieri.
La nicchia sopra l'architrave della porta che sola manifesta l'interno ingresso racchiude quattro
mezze figure di tondo rilievo in marmo bianco. Mostrano esse la Madonna col Bambino in
braccio di non ispiacevole atteggiamento, ed ai fianchi di lei S. Pietro, e S. Giovanni, e son forse
coetanee all'opere di <hi rend="italic">Andrea</hi>, e di <hi rend="italic">Tommaso</hi>.
Le varie dimensioni del nostro Edifizio, delle quali parlano variamente il Tronci, il Roncioni, ed
altri Scrittori son le seguenti da me diligentemente riscontrate.
Tutta l'altezza dal suolo ond'egli si distacca fino alla sommità dell'ultimo piano presa
perpendicolarmente dalla parte <pb n="409"/>
più alta è <num>95</num>. braccia, o siano piedi parigini <num>168</num>., e
otto noni.
La circonferenza totale presa nel corpo del primo infimo giro, non considerato il risalto delle
colonne incassate, è braccia <num>83</num>., e due settimi; e <num>26</num>. e mezzo il diametro. Se poi si
comprendono le colonne, risulta un diametro di <num>28</num>. braccia, e un sesto, e di <num>88</num>., e mezzo la
circonferenza.
Dell'interno vuoto il diametro è <num>12</num>. braccia, e mezzo; la circonferenza è braccia, <num>39</num>., e
due settimi; e l'area è braccia quadre <num>123</num>. incirca.
La superficie interna del Campanile quando fosse egli cilindrico in ogni parte sarebbe uguale a
<num>3588</num>. braccia quadre.
L'inclinazione è fuori del suo piombo sette braccia, e mezzo ovvero tredici piedi, e un terzo di
Parigi. Il de la Condamine l'assegnò di tredici piedi, e di dodici il Soufflot; il Vasari di sei
braccia, e mezzo la scrisse.
Quantunque la nostra Torre non vanti la bellezza di greco disegno, che mal si ricerca in un'opera
di que' tempi da un moderno Scrittore, egli è innegabile che non ingrata, ben'adorna, e dilettevole
si mostra. Ha la forma di cilindro, a cui girano intorno otto ordini di colonne vagamente spartiti
uno sopra dell'altro; e <pb n="410"/>
 ciascuno è con archi su' capitelli, ed ha la sua cornice. Le colonne
sono <num>207</num>., checchè il Roncioni, il Martini, il Tronci, ed altri diversamente ne scrivessero.
Ecco la disposizione, e la qualità della materia copiosa e ricca, ed in qualche parte anche rara,
qual non apparve agli occhi del suddetto moderno scrittore.
Nel prim'ordine quindici grosse colonne di marmo, e di granito girano con simmetrìa corintia lo
spazio della parete. Sono alte dodici braccia in circa. I capitelli mostrano la rarità loro riguardo
all'antica variata scultura. Se si esaminan quelli, che in vece de' caulicoli han teste umane con
orecchie caprigne, uno se ne trova bizzarramente composto di due capricciose figure con un
canestro in mano ripieno di pampani, e di frutta. Con molta probabilità giudicandole due Fauni
con le ceste, Dionisj arnesi ben noti, e che spesso si riscontrano nelle rarità Ercolanesi,
comparisce il capitello un antico ornato di qualche Tempio consacrato a Bacco.
Negli ordini sovrapposti le colonne sono di bianchissimo marmo, alte cinque braccia; e tutte,
eccettuatene alcune moderne, si manifestano avanzi di antiche fabbriche illustri. Ciò che fa
vaghezza, e che rende la Torre <foreign lang="lat"><hi rend="italic">agreable, ornée, et <pb n="411"/>
 legère</hi></foreign> come si spiega il
Cochin si è, che dette colonne essendo isolate e lasciando fra di loro, ed il muro circolare una
egual distanza formano sei loggiati, e in termine tecnico sei peristilj. D'intorno a questi mediante
l'area che ne resulta larga più di tre braccia comodamente si passeggia. Il muro suddetto è
composto di lastre quadrate di marmi bianchi. Queste ben lavorate a opera convessa, e con grande
arte congiunte producono stabilità, e conservano perfettamente la rotondità del cilindro. Della
medesima materia variata da cerulee fascie si vestono gli spazj compresi fra gli archi, e la cornice.
Venendo a parlar dell'interno, egli è disposto con somma pulitezza, e proprietà. Merita lo
sguardo dello spettatore pel sommo lavoro, e per la gran copia de' marmi la parete del concavo
giro, che lascia un vuoto considerabile in foggia di un altissimo e vasto pozzo, come ancora il
muro raddoppiato, dove con decoro dell'arte si raggira la scala; è la scala medesima di <num>293</num>.
scalini ben comodi dell'indicata materia di marmo bianco. Ella è cavata nella grossezza
considerabile di tutta la muraglia ch'è sette braccia, ed offre agevole ingresso a ciascuna delle
rotonde logge, d'onde fra <pb n="412"/>
 gli equidistanti intercolonni si godon le più graziose vedute. Si
poggia per la medesima al piano del settimo cerchio dove sono magnificamente architettati cinque
finestroni, che aprono la luce all'interna parte. Quivi si trova una ingegnosa scaletta a chiocciola
di <num>37</num>. scalini di marmo uniti insieme con pochissima calce, che conduce dove posa l'ottavo
ultimo giro. Questo è scompartito nella superficie esterna da dodici colonne, ed ha sei arcate
aperte per uso delle campane. Sono elleno di buon getto, sette di numero, e la maggiore pesa più
di <num>10000</num> libbre. Non ispaventò gli Architetti di quei tempi il collocare nell'alta cima di così
obliqua torre il grave peso delle medesime. Ciò che fa ornamento, e proprietà fu il porle nei vuoti
degli archi espressamente ordinati senza ingombrar di legnami l'interna parte, e in tal guisa
renderle più utili alla vista, e all'udito coll'armonico suono. Il piano di quest'ordine è chiuso da
volta reale aperta nel mezzo con rotonda finestra ferrata. Girano al di fuori diversi scalini di
marmo, l'ultimo de' quali, che piomba sulla cornice del settimo ordine ha una ringhiera in ferro,
che fa comodo e ornamento. Finalmente si ascende alla sommità di quest'ultimo giro, il quale da
<pb n="413"/>
 simile altra ringhiera è molto propriamente attorniato. Quivi la sufficiente larghezza del
marmoreo ripiano concede godibile la sorprendente veduta della più bella campagna, dei vicini
Bagni, degli acquedotti, del mare, e della Città e Porto di Livorno.
</p>
</div3>
<div3 type="paragrafo">
<head>PARAGRAFO 2.</head>
<head>Pendenza.</head>
<p>Trascurando le volgari favole, e ciò che vien proposto dal Tronci <note anchored="yes"> An.
1173 pag. <num>136</num>.</note> Certo è, che sulla causa della notabil pendenza di questo
edifizio non vi è memoria, che il vero accenni, o per fatalità degl' incendj, o perché veramente i
Pisani erano allora solo intenti a gloriosamente operare, ma non a scrivere l'operato loro.
Imperocchè parendo ella problematica ho tenuto in dubbio Uomini d'ingegno, e Professori
dell'Arte architettonica in decidere, se al caso attribuir si debba, o alla virtuosa idea
dell'Architetto fin da principio concepita. Alcuni per una delle due opinioni si dichiararono <note anchored="yes">
Il P. Scotti <foreign lang="lat">Tract. Mag. Univ. </foreign>p. <num>3</num> L. <num>I</num>. attribuì la pendenza alla totale
invenzione dell'Architetto.</note> Io credo di pormi dal <pb n="414"/>
 partito il più probabile, e ragionato del
quale furono, Giorgio Vasari, il Cochin, ed altri intelligenti Viaggiatori, e Scrittori di Mattematica
Scienza <note anchored="yes"> Soufflot, la Condamine, Bernoulli, Cantezzari, tutti citati nel T. <num>IV</num>. del
Sig. de la Lande</note> In tal guisa congetturando. Dico che siccome un grave peso sovrapposto a
tenera base deve necessariamente opprimerla, così non esaminata l'incostanza del suolo, e perciò
non ben palificata la platea, come fu inalzata una porzione della gravosa macchina, ella dovette
avvallare, e cedere sulla parte più debole del suolo. Per la qual cosa, o per non incontrare la
considerabile spesa in disfare, e rifar tutto di nuovo, o che effettivamente piacesse la capricciosa
idea, egli è molto verosimile, che si determinassero gli Architetti di tirare avanti la Torre così
pendente con rialzare, e ristabilire i fondamenti (finiti nello spazio di un anno se si dà fede al
Tronci), giacché la linea della direzione non dovette escir fuori della base per la buona, e ben
cementata costruzione. Benchè una tale opinione, chiamata dicerìa da un certo Scrittore non sia
fondata sulla autorità di qualche sicuro documento, ella prende <pb n="415"/>
 molta forza appoggiata
sulle seguenti osservazioni da me fatte, perché unitamente alle altre credetto convenienti al mio
assunto, e valevoli, ond'io soverchio non ragionasse senza le necessarie prove.
Primieramente osservando l'interno vuoto facilmente resulta dall'oculare inspezione, ch' egli
non è egualmente in piombo. Mi sorprese pertanto di trovare scritto nel Dempstero:
 <foreign lang="lat"><hi rend="italic">Turris, et inclinata foris,
	 minitansque ruinam pendula, recta intus si videris</hi>,
       </foreign> e
quanto altro si sognarono di vedere, tanta è la forza talora della prevenzione, e di una cieca mal
fondata persuasiva. Fattone pertanto l'esatto esperimento resultò l'interno pendìo di circa a sei
braccia, e mezzo. La scala eziandìo pende evidentemente dalla medesima parte, dove la Torre s'
inchina. Nelle pareti del primo, e del second'ordine fatto l'opportuno esame delle buche formate
per costruire i palchi tanto nell'interna, che nell'esterna parte, e introdotta a tale effetto nel vero
piano di alcuna di esse una inflessibile riga di ferro, e postovi sopra l'archipendolo trovai
l'inclinazione di due soldi di braccio; ed ecco la maggior prova di tutte. In oltre misurate le
altezze delle colonne compresa la base, e il capitello, come ancora la sommità degli archi <pb n="416"/>
fu chiara l'uguaglianza tanto nella parte inclinata, che nell'opposta. L'istesso resultò nel terzo
ordine. Quivi più che altrove notai gli stipiti, e i corsi delle pietre troncati, e aperti dove piega la
Torre per aver forse dato lieva nella pendenza, e gli vidi con lastre di ferro bene sbarrati e stretti.
L'uso poi delle catene fann' essi posando l'una delle due teste di loro sul capitello, e legando
l'altra col sodo del muro. Nel quarto giro delle colonne, e gli archi dalla parte declive alzano
quasi un soldo di braccio; le buche si trovano in piano, e le catene delle pietre sono intiere. Molte
di queste erano incotte, e corrose affatto dall'acido marino, ma se ne sostituirono delle nuove
nell'ultimo restauro degno di lode <note anchored="yes"> Questa si deve al Sig. Marzio Venturini attuale
Operajo. Il lavoro ebbe principio nel 1798, e continuò fino al
1807, come dall'iscrizione posta nell'ingresso del Campanile si raccoglie.</note>
Parlando di quest'ordine non tralascio di accennare all'Antiquario molti capitelli di antica variata
scultura, e per lo più con maschere sceniche, e bizzarre teste, fralle quali è sovente l'irco allusivo
a Mercurio, indicazione referita al costume de' Toscani. Nel quinto dalla solita parte declinata si
alzano le colonne quattro, e cinque soldi di braccio; ivi alcuni <pb n="417"/>
 contrafforti offesi del sal
marino sono sbarrati. Qui più che altrove nelle commettiture compariscono molte zeppe di
bronzo, e di rame quasi calcinato verso ponente, dove ha il maggior guasto il Campanile. Un tale
uso fu molto praticato dagli antichi per dar maggiore stabilità, e collegamento di una pietra coll'
altra: e molto più necessario fu egli nel caso nostro dove inchinava l'Edifizio, e dove infatti
furono solo adoprate. Né il vedere alcuna di esse eziandìo ne' primi tre ordini può fare ostacolo
all'opinione, mentre dall'osservazione sembra introdotta dopo a colpo di martello in qualche più
aperta fessura. Nella sesta, e settima loggia è meno sensibile la maggiore, e minore altezza degli
archi perché forse varierà la distanza dal centro dei medesimi alla cornice. Al fin qui osservato se
si aggiunge la più attenta considerazione oculare, le prime tre loggie veggionsi pendere
egualmente; le altre quattro insensibilmente raddrizzarsi; e visibilmente poi sembra in piano
l'ottavo giro, benchè egli medesimo inclini. Dalle quali cose tutte si può chiaramente raccogliere,
fino a qual ordine era avanzata la fabbrica, quando dovette per la soverchia gravezza
dell'accennata costruzione avvallare, e cedere sul suolo più debole; e <pb n="418"/>
 conseguentemente
quando fu tirata innanzi con particolar maestrìa, e con ingegnoso inganno sull'idea nuova e
bizzarra. In cotal modo opinando, si tolgono tutti quegli inconvenienti che nascer potrebbono dal
creder la medesima così fattta ad arte fino dal suo principio, e molto più poi dal giudicar ch' ella
già compita cadesse. Siccome fralle varie mal fondate ragioni di coloro ch' ebbero un tale avviso,
referita dal de la Lande, invalida diviene quella eziandìo, che a prima vista sembra alquanto
ragionata, cioè, che essendo le parti tutte sì ben legate, e intiere resta difficile il credere, che sì
prodigiosa inclinazione si facesse per la debolezza del terrena, senza che ne soffrisse alcun danno
la costruzione; imperocchè facilmente si concepisce che cedendo la macchina egualmente, e a
poco a poco inchinando nella enunciata guisa, salde si dovessero conservare le mura ben
commesse del cilindro. Le colonne ancora rispondenti al suolo mantennero la fermezza. Non
ascoltando ciò che adduce lo Chambres per bocca del Masio all'articolo del <hi rend="italic">Campanile</hi>
seguiteremo ad esporre ciò che inoltre può render favorevole la nostra opinione.
Ella è troppo natural congettura, che una torre, che doveva per proprietà <pb n="419"/>
 trionfar
nell'altezza, non si dovesse cominciar sotto al piano del terreno, tanto più ce le anteriori due
fabbriche, il Duomo, e S. Giovanni, costrutte nel medesimo piano si fecero anche più alte, ad
oggetto di darle appunto un trionfo maggiore. Arrise al pensamento nostro, nella prima edizione
sposto, la discoperta che in vano desiderammo di fare noi stessi, e che fecesi nel dì
24 di agosto del 1798. Poichè nel riparare al guasto cagionato da un fulmine già indicato
alla pag. <num>417</num> convenne fare uno sterro a piombo di una colonna del primo ordine, ritrovato fu
il rimanente del fusto in proporzione, la base ancora, e gli scalini di marmo conforme che sono
nell'opposta parte sopratterra. Non omettiam' di accennare, che la balaustrata intorno fu fatta
nell'an.  1537 come nei libri dell'opera apparisce.
Finalmente certezza abbiamo, essere il terreno di Pisa poco stabile, e soggetto a cedere per lo più
dalla parte del fiume. Il chiarissimo Perelli che fu Mattematico insigne ritrovò nella Torre
dell'Osservatorio notabile inclinazione per debolezza del terreno. Il Campanil di S. Niccola
pende evidentemente. Ma senza altre citazioni abbiamo una riprova dell'incostanza del suolo
nella Cattedrale istessa, cioè <pb n="420"/>
 nelle due prime arcate verso la facciata, che guardano il
mezzogiorno, e se ne vede la correzione nella cornice, che le suo vero piano ritorna.
Nel fondamentar questa Torre era necessario il giustissimo riguardo ch' ebbe l'Autore
dell'antico Panteon di Agrippa, onor di Roma il quale dopo di aver fatte le fondamenta
raccontano che fuggisse per timore di non esser costretto a compir la fabbrica, prima che il getto
delle medesime avesse preso la stabiltà necessaria. Simil notizia ne porge il Rossetti nella
descrizione delle pitture di Padova scrivendo; che alzate le fondamenta del gran salone parallele
al terreno restò interrotto il lavoro dall'anno 1172 all'anno 1209,
affinchè si rassodassero perfettamente.
Se dai riportati esperimenti, e congetture restò avvalorato il mio avviso, non intesi per altro di
avanzare un decisivo giudizio o di formarne una teorìa, lasciando al discernimento del leggitore la
più sana critica. Vero si è, che anche la nostra opinione non toglie pregio alla fabbrica, né fa
scapito al decoro della Città, come falsamente si danno a credere alcuni che sol per tale oggetto la
sostengono ad arte totalmente costrutta. Egli è facile il <pb n="421"/>
 concepire, che nell'altra accennata
guisa comparisce sempre grande nel nostro Campanile il valor de' due Architetti; e desso per rara,
e mirabil cosa sempre si addita. Dirò di più che quantunque ceda in altezza, ed in rarità di marmi
ad alcuna delle cinque rinomate Torri d'Italia, egli può francamente per le qualità esposte
sostenerne il primato. Conciosiaché meritamente risquote gli elogi de' Meccanici, e dalle più
sagge penne. Giorgio Fabbricio fra gli altri si espresse <note anchored="yes"> <foreign lang="lat">Iter. Patav. </foreign>L. <num>I</num>.
pag. <num>37</num>.</note></p>
<lg type="versi" lang="lat">
<l><hi rend="italic">Turris item cui vis operi aequiparanda vetusto</hi></l>
<l><hi rend="italic">Aeria, inque unum latus inclinata, minansque</hi></l>
<l><hi rend="italic">Si procul aspicias, alia plus parte ruinam</hi>.</l>
</lg>
<p>Si legge nel Dempstero un bellissimo encomio <foreign lang="lat"><hi rend="italic">in itiner. Italiae anonymi
Germani. Turris pensilis, artificio insignis, et marmore illustris; nulla est alibi similis, excepta
Turre Bononiensi de Garisendis dicta, quae tamen illius Pisanae magnificentiam nulla ex parte
assequitur: illa enim ex cocto tantum lapide, haec ex solido marmore facta; illa mutila, atque
imperfecta, haec perfectissima, et marmoreis columnis suffulta, undique septem ambulacris, sive
perystiliis pulcro ordine circumdata est, gradus habet supra <pb n="422"/>
 fundamentum, in altitudine
centum quinquaginta tres. Facta est haec Turris artificiosissima ab Architecto germano Joanne de
Inspruck an. 1174 mense Aug. </hi>.</foreign> Produco il parere dell'Architetto, e Pittore Aretino Giorgio Vasari sulla nostra Torre, il
quale molto commenda la particolarità sua nel sostenersi attesa la considerabil pendenza dicendo,
che dee restarne ognuno meravigliato; e che la ragione, onde non abbia mai l'edifizio minacciato
rovina, e neppure gettato un pelo sia stata quella di esser rotondo dentro, e fuori, ben collegato
con le pietre, ajutato da fondamenti, <hi rend="italic">che hanno fuor della terra un getto di tre braccia fatto
come si vede dopo la caduta del Campanile per sostentamento di quello</hi>. Soggiunge, <hi rend="italic">che se
fosse stato quadro non sarebbe oggi in piede, perciocchè i cantoni delle quadrature l'avrebbono
come spesso si deve avvenire di maniera spinto in fuori, che sarebbe rovinato. E se la Garisenda
Torre quadra in Bologna pende, e non rovina ciò addiviene perché ella è sottile, non pende tanto
non aggravata da tanto peso a un gran pezzo, come questo Campanile</hi>. Altri la ragion portano,
che tanto nell'una, che nell'altra fabbrica il centro di gravità non cade fuori della base, e noi
valutiam' molto che la nostra essendo <pb n="423"/>
 rotonda ha il vantaggio della connessione più
stretta delle pietre.
La Pisana Torre ha acquistata ancora una nuova celebrità degli esperimenti fattivi dal Galileo
<note anchored="yes"> Non ometto la notizia comunicatami da erudita persona, che il Galileo sortì in Pisa i
suoi natali il dì 3. feb8 dell'anno 1564. Essa è tratta dal Lib. Battes. Pis. lett.
C., ed è accennata dal Frisi nel suo elogio del
	Galil. edit. Liv. 1760</note> Alla
caduta dei gravi mentr' era egli Professor di mattematica in Pisa. Avendo quest'uomo
ingegnosissimo ed inventore del cannocchiale fatto cadere dei globi dello stesso diametro, ma di
differente specifica gravità dalla cima del Campanile, ed osservato avendo quanto poca differenza
vi era nel tempo della caduta di loro conchiuse, che tolta la resistenza dell'aria tutti i corpi, tanto
un capello, quanto un pezzo di piombo caderebbero colla stessa velocità, ciò che poi fu verificato
nel vuoto. Queste fabbriche parvero destinate dalla sorte a presentare a quell'illustre Mattematico
degli oggetti di nuove scoperte; giacché osservando egli a caso nel Duomo le oscillazioni di una
lampana cominciò a pensare, che tutte queste oscillazioni tanto le più ampie, quanto le più corte si
facessero <pb n="424"/>
 nello stesso spazio di tempo, come poi felicemente gli riuscì di dimostrare:
scoperta di utilissima all'umana società, giacché dallo stesso Filosofo, non già dall'Ugenio, come
falsamente hanno alcuni asserito fu applicata agli orologi, ed ebbe così  origine l'esatto orologio
oscillatorio.
In virtù di tutto ciò che finqui esponemmo vada pur fastosa ad onta del profondo silenzio degli
Scrittori coevi, la fama del Germanico, e del Pisano Architetto, i quali fabbricando <hi rend="italic">con
grandissima spesa, e con un poco miglior maniera</hi>, per servirsi delle parole del Vasari,
condussero in quel tempo sì prodigiosa Torre. Questa altresì, che per tanto secoli si sostenne
senza manifestar giammai il minimo mancamento con sommo decoro dell'arte, e della Città che a
gran ragione si gloria di possederla, per cosa rara meritamente si ammiri.
</p>
     </div3>
<div3 type="paragrafo">
<head>APPENDICE</head>
<head>Riflessione sullo stile delle tre grandi Opere
d'Architettura Pisana.</head>
<p>Breve epilogoqui soltanto faremo di ciò ch' allo stile della Scuola Pisana d'Architettura de' due
secoli dopo il mille <pb n="425"/>
 appartiene. Egli è un'unione in armonica guisa, io ripeto, del bello
architettonico con qualchè rapporto barbaro, o gotico-moderno: e per tal cagione stile
greco-barbaro sulle orme di buoni Autori fu denominato. Ordini di buona proporzionata, e svelta
Architettura <note anchored="yes"> Maniera estranea al pesante  gotico-antico, e dal moderno leggerissimo di
rado praticata: lo dissi alla pag. <num>376</num>.</note> Composti d'equidistanti colonne e d'arcate rotonde di
tutto sesto, peristilj, o loggiati nascenti da colonne isolate sulle quali voltano archi tondi senza
architravi, costumanza lodata dall'Alberti nel suo libro <num>VII</num>., leggeri corniciami, modanature
intagliate, pareti di marmi bianchi ben commessi, e da liste di marmo ceruleo spartite formano la
principale caratteristica della commendata scuola.
Se al Duomo ci rivolgiamo, la facciata dinanzi avente l'ordine, ed i peristilj predetti con quella
della maggior tribuna si confronta: il compartimento dei lati, e delle minori tribune è concorde, di
modo che un solo stile, ed un solo Architetto ne risulta. Il medesimo stile, e la stessa scuola nel
Battistero, edifizio d'altro genere, comparisce ancora <note anchored="yes"> Se in questa parte opinai
diversamente dal Sig. Ciampi, il quale scrivendo con somma esattezza <hi rend="italic">alcune notizie della
Sagrestìa Pistoiese nel</hi> 1810 entrò nel merito dei Monumenti Pisani, e nelle
Arti da essi esercitate nei tempi di mezzo, non cessa perciò la mia stima per il medesimo. E
mentre valuto l'amicizia che gentilmente mi comparte godo ch' egli meco si unisca ad accordare
alla nostra Pisa quella gloria che fino dall'anno 1787 le assicurai, e che niuno
oggi le contrasta cioè di aver fatta risorgere l'Architettura nel secolo XI.
Conseguentemente chi conobbe quest' Arte nei tempi de' Goti, e dei Longobardi deve convenire,
che povera, e rozza non continuò fino al sec. XII.</note> Il <pb n="426"/>
 greco-romano
carattere nel primo ordine splende; superiormente il peristilio facente il giro della Rotonda non
manca; gli archi semicircolari, le leggière intagliate cornici, e le liste bianche e cerulee vi sono;
conciosiaché forza è di conchiudere che un solo stile, ed un solo Architetto lo compose; né v'
abbisogna la mancanza delle liste cerulee nello spazio della parete occupata dai soprornati del
peristilio, che lo comprovi. Degli ornati germanici in maggior copia adoprati, e forse in parte
accresciuti più tardi, cura non prendo. Nella edificazione del Duomo la moda era appena nascente
in Italia, e però fu in alcuni archi di sesto acuto giudiziosamente da <hi rend="italic">Buschetto</hi> adoprata.
Ella altresì era quasi adulta nell'edificazione del S. Giovanni; e qual maraviglia se piacque a
<hi rend="italic">Diotisalvi</hi> di unirla con più sfoggio alla sua bella architettura? Ma l'una <pb n="427"/>
 e l'altra
senza che la disposizion dell'opera ne risentisse, con mirabil tempra egli congiunse <note anchored="yes">
Vedasi la pag. <num>372</num>, <num>374</num>, e <num>381</num> del
	presente volume</note> Nel Campanile finalmente se si
ha riguardo all'architettura del primo ordine, ai sovrapposti loggiati, e ad altri rapporti, il prefato
stile della stessa Scuola Pisana ben si discerne.
Nelle Chiese di Pisa contemporanee al Duomo ed al Battistero, si fa comprendere senza fatica la
dimostrata maniera; e la gran Chiesa di S. Paolo a ripa d'Arno eretta circa al
1100, tanto nella facciata simile a quella del Duomo quanto negli alzati del
fianco destro un solo stile e quello appunto suddivisato dimostra.
Anche nel secolo XIII seguitarono lo stile originario da <hi rend="italic">Buschetto</hi> nel
fabbricar in ispecie qualche facciata Niccola, ed i suoi allievi, come osserveremo allorquando di
lori si favelli. Ma egli è vero altresì, che un tal Maestro nelle opere di Architettura diè prove del
suo sapere migliori, e diverse; né confondere conviene le facciate fatte ad imitazione della scuola
de' primi due secoli, colle altre cariche di leggerissimi ornati, e di statue che son proprie del
predetto secolo, e ben conosciute in più luoghi di quest'opera.
<pb n="428"/>
In Lucca, ed in altre Città dell'Italia non mancano Templj ove il nostro stile più o meno
primeggi. Ma di rintracciargli a questo luogo io ricuso, né più su' tal soggetto mi trattengo per
non esser lungo. Mi si conceda soltanto di dare il passeggero cenno, ch' io mi tengo onorato
dell'appoggio estimabile dei chiaris. Tiraboschi, Lanzi, Milizia, e P. Della Valle <note anchored="yes">
Vedasi la pag. <num>373</num>. di questo tomo. A scanzo di lunghe citazioni additiamo soltanto la pag.
<num>466</num> del T. <num>3</num>. della Storia della Letterat. Ital. seconda ediz. moden. Modena
1787</note> Per tacer d'altri bravi Scrittori, i quali tutti ai miei pensieri (comunque
siano) sparsi in queste carte favorevoli si dimostrarono.
</p>
</div3>
    </div2>
<div2 type="capitolo">
<head>CAPITOLO IX</head>
<head>PROGRESSI DELL'ARCHITETTURA PISANA PER BONANNO</head>
<pb n="429"/>
<p>Poichè molte Città nel secolo XII riconobbero il provvedimento di
cingersi di mura, onde servissero eglino di schermo contro gl' Imperatori, e contro i popoli
confinanti Pisa fralle prime nel 1155 e negli anni seguenti, come per incidenza
accennammo il Battistero Pisano illustrando, contribuì col suo <hi rend="italic">Bonanno</hi> anche per questa
parte ai progressi dell'Architettura. Genova emulatrice ne fu; e devesi al Caffaro coevo istorico la
descrizione delle ampie, e ragguardevoli mura di lei innalzate con difficile lavoro nel
1159, e con incredibil celerità compiute. Grande ancora esser dovette la
costruzione delle nuove mura e delle torri di Milano nel 1167 cioè cinque anni
dopo che da Federigo <num>I</num>. distrutte furono; e non sarà forse ricercata congettura il dire che i
Milanesi anche in tale occasione dei pisani maestri si giovassero.
<pb n="430"/>
Ma ritornando alla nostra Pisa <hi rend="italic">Bonanno</hi> il prelodato Architetto fu scelto dal Console
Cocco Griffi a dare il disegno delle enunciate mura e di belle torri alla difesa delle medesime; i
migliori Storici, e la cronaca stampata fra gli Scrittori italici del Muratori lo attestano <note anchored="yes">
Murat. cron. pis. vol. <num>15</num>. p. <num>976</num>. Il Roncioni vuole nel L. <num>6</num>. che avessero principio
nel 1157</note> La torre della Meloria, ed altre si eressero nel Porto Pisano circa al
tempo indicato, come nel terzo volume narrar dovremo; ed il disegno della prima all'istesso
<hi rend="italic">Bonanno</hi> attribuimmo volentieri, dietro alla tradizione da noi allegata nel descrivere il primo
giro del Campanile.
Non omettiamo di ricordare a quest'epoca un certo <hi rend="italic">Buono</hi> al cui disegno si assegnano dal
Vasari molte fabbriche in Napoli, in Arezzo, in Firenze, ed in Pistoja; ma celebre sovra d'ogni altra
è il gran Campanile di S. Marco di Venezia, che s'innalzò verso il 1150 per opera
di lui. Pure in questi anni sorger vide Bologna più torri, e quella degli Asinelli già mentovata si
distinse. Si terminò nel 1178 il bel Campanile di S. Zeno di Verona col disegno di
un certo Martino.
<pb n="431"/>
Ma cessando di diffondermi in altre architettoniche ricerche analoghe al secolo di cui si
tratta, i tre famosi esemplari fin qui celebrati fian bastanti a persuaderci sul merito, e sullo stile di
fabbricare della <hi rend="italic">Scuola Pisana</hi> a preferenza di qualunque altra ne' primi due secoli dopo il
mille.
A prò della conservazione pertanto di sì pregiati Monumenti, elle sempre a cuore mi stette come
sempre fui sventurato in aspirarvi, si rivolgano in fine i voti miei. Ma poiché malgrado la buona
volontà manca in me ogni potere per quella varia combinazione o destino occulto che il vario stato
degli uomini ordina, e costituisce, abbiano pur' essi con ispeme di maggior frutto i suffragj dei
felici estimatori, siano veri, o falsi, dell'Arti Belle.
Ecco per tanto a fronte di prove incontrastabili convinta quella classe poc' anzi nominata di
appassionati, e ciechi decisori sull'Architettura de' primi tempi barbari dopo il mille. Fra questi si
conviene un de' primi posti al <hi rend="italic">Baldinucci</hi>, allorquando inconsideratamente così parla delle
vicende di quest'Arte: <hi rend="italic">Fece ancora essa poi colle altre Arti naufragio, onde i Maestri, che dopo
l'usarono per più secoli fino ad Arnolfo, condussero le opere loro tutto che grandi, e
dispendiosissime, con ordine barbaro, <pb n="432"/>
 senza modo, regola, e ornamento</hi>. Ed in appresso
volendo citare i più rinomati Architetti anteriori al suo Arnolfo fa menzione di un certo
<hi rend="italic">Buono</hi>, di <hi rend="italic">Marchionne Aretino</hi>, di <hi rend="italic">Fuccio Fiorentino</hi>, degli Autori della Pisana
Torre, dando per altro a <hi rend="italic">Bonanno</hi> il solo titol di Scultore, e tace i nomi insigni, e le gloriose
opere di <hi rend="italic">Buschetto</hi>, di <hi rend="italic">Diotisalvi</hi>, e di <hi rend="italic">Niccola</hi>, onde si ammaestrò nelle Arti
d'Architettare, e di scolpire il medesimo Arnolfo con Lapo <note anchored="yes"> Intanto secondo il Baldinucci
Dec. <num>I</num>. Sec. <num>I</num>. Lapo non fu altrimenti Padre
       d'Arnolfo contro il parer del Vasari</note> é questi
ei riconosce per i primi Ristoratori dell'Architettura in Italia. Quanto è mai spiacevole, e qual
danno arreca alla storia dell'Arte, che certi Autori scrivendone sottomettino le cognizioni loro a
spirito di partito.</p>
</div2>
<div2 type="capitolo">
<head>CAPITOLO X</head>
<pb n="433"/>
<head>SCUOLA PISANA DI SCULTURA NEL SECOLO XII.</head>
<div3 type="paragrafo">
<head>PARAGRAFO 1.</head>
<head>Scultura in marmo.</head>
<p>Or il primo passo che fece la Scultura verso il miglioramento per opera de' Pisani maestri circa
alla metà del secolo XII. si vuol narrare.
Il Tempio di S. Giovanni esternamente è ornato di tre classi di lavori di Scultura. Vi son quegli dei
diversi tempi romani, di cui si dissero molte teste situate ove gli archi del peristilio si distaccano, e
gli altri sono della prima, e della seconda epoca pisana. Quegli della prima prendendo di mira dico,
che ad essi come vuol ragione fu messo mano contemporaneamente, o poco dopo al
1153 dietro al disegno di <hi rend="italic">Diotisalvi</hi>, perché allora e non innanzi come
credette alcuno, fu dato principio alla Rotonda giusta i riportati documenti.
<pb n="434"/>
Per lavori di tal sorta io già ravvisai la più parte delle mezze figure di tondo rilievo poste
ad ornare il vuoto delle nicchie triangolari del second' ordine, come ancora molte statuine sulle
cime delle piramidi collocate, e quant'altro indicante un qualche respiro dell'arte a questa prima
epoca appella.
Riguardo poi alla seconda le storie a bassorilievo del nuovo testamento, i simboli dei dodici mesi,
gli Apostoli ed altri lavori mi persuasero di appartenerle. E siami lecito il dire, che quest'epoca
viepiù che la prima dimostra non a qual segno al Scultura decadde ne' due secoli dopo il decimo
(se mai lo pensò taluno), ma bensì fa chiaro che la medesima decaduta soverchio in addietro di
sollevarsi procura. Conciosiaché gl' indicati bassirilievi che in virtù dei ragionati sopra espressi
avanzamenti della fabbrica esser dovettero negli ultimi anni del secolo di cui si favella ed alcuno
nei primi del susseguente, daranno principio nel secondo volume alla Storia della Scultura del
secolo XIII.; e come indicanti a gradi la disposizione dell'Arte al miglioramento
ne formeranno la prima epoca italiana.
L'aver io considerate in primo luogo le opere di Scultura che fanno fede della <pb n="435"/>
 comune
straordinaria ignoranza nei sec. precedenti all' XI, tanto in Pavìa nella Chiesa di
S. Michele quanto in altre Città, come pure quelle che nel sec. XI stesso, e nel
seguente si eseguirono, ed altresì il por mente, ed il far' esame intenso sulle maniere più o meno
barbare dei divisati lavori del Battistero combinati, come dissi, col fondamento più che verosimile
degli avanzamenti della fabbrica piuttosto che con idee ricercate, e leggere, furon gli appoggi ond'
io della mediocre mia cognizione fornito m'indussi a formar guidizio di loro. Ma nel capitolo
secondo del seguente volume porterò più a proposito gli esempj di altre sculture a noi vicine di stile
confacente alle suddette, come ancora di quelle, che in peggior guisa si fecero in diverse Città
dell'Italia, onde a Pisa viemaggiormente la primizia diasi di quei frutti che dipoi raccolse.
Riguardo alle ultime basterà qui far ricordanza di certe che adornano la Porta romana di Milano,
che il Giulini all'anno 1167 assegna, ed ove l'iscrizione leggesi:</p>
<lg type="versi" lang="lat">
<l> <hi rend="italic">HOC OPUS ANSELMUS FORMAVIT DEDALUS</hi></l>
<l><hi rend="italic">ALE cioè ALTER</hi></l>
</lg>
<p>Ma d'esse il parer mio si taccia, e si acolti il Tiraboschi: <hi rend="italic">Forse ai tempi
d'Anselmo potevano queste sembrare sculture eccellenti, ma a' nostri occhi, elle appaiono  sì rozze
che appena possiam' tener le risa al mirarle</hi>.
Ma ritornando alla Pisana Scuola consultiamo il Vasari. Ei riflettendo che grande era il traffico,
immensi i lavori sculti che far si doveano in Pisa nel sec. XII. vuol tutti greci gli
Artefici forse perché onninamente per mezzo di loro ci fece risorger le Arti in Italia: sopra di che
gravi difficoltà promosse l'erudito Tiraboschi.
Io non entrerò in minuto dettaglio, se questi primi Scultori fossero veramente pisani più tosto che
greci, o altri stranieri. Solo, se mi è lecito di semplicemente proporre quello che ne sento, dirò che
grande era il commercio de' Pisani in que' due secoli in diverse pari dell'Egitto, e dell'Asia, di che
si trovano bellissimi documenti in diversi Storici, ed in un Autore Spagnolo principalmente, che di
fresco l'istoria di Barcellona scrisse. Da tali documenti, che furon tratti dagli Archivj di Spagna
frequentata anch'essa da' Pisani, plausibilmente si raccoglie, che in Pisa erano i Consoli di tutte le
nazioni più rispettabili di Europa, e che i Pisani ancora gli tenevano presso le medesime: e di ciò
detti un <pb n="437"/>
 cenno nel fine della prima parte. Che in Costantinopoli avessero i Pisani nel tempo
di cui ragioniamo un traffico speciale, e ferma abitazione, che il favore godessero degli Imperatori
Bizzantini, e che sovente Ambasciatori spedissero loro, egli è chiaro per gli attestati di Michel da
Vico, del Tizio, e di altri che tacer debbo a scanso di citazioni <note anchored="yes"> Brev. Hist. Pis. R. Ital.
Sar. T. <num>VI</num>. an. 1172. col. <num>186</num>. Sopra di ciò vedi ancora il Cav. Flam.
Dal Borgo Dipl. Pis. pag. <num>147</num>. Trattato di pace, e rinnovazion di commercio fral Greco
Imperatore Isacio Angelo, e la Rep. Pisana dell'anno 1192 contenente altri due
precedenti trattati fatti da' Pis. con altri Imperatori Alessio ed Emannuello Comneno dell'anno
1152, e <num>59</num> di che parlano i suddetti Can. da Vico, e Tizio e dove si cita fra gli
altri Ambasciatori il noto Gio. Burgundio Giurisperito Pisano. Prendo occasione di riportare un
atto dei Consoli che in una pergamena dell'archivio del Duomo un tempo io lessi: <foreign lang="lat"><hi rend="italic">Ideo nos
Lambertus Grassus. consilio majoris partis Senatorum hujus Pisane Urbis </hi>. concedimus
ecclesias videlicet, embolum, et scalas, et stateram que sunt in Constantinopolim, et sunt ab
Imperat. operi S. Marie concesse an. Dom. 1161 ec.</foreign></note> Sappiamo altresì
da accreditati Scrittori, e dal Winckelman fra questi, che nel secolo XI. in quella Metropoli
esistevano ancora fralle altre la statua di Pallade di Lindo, l'Anfitrite rammentata da Cedreno, la
Giunone di Lisippo, e il Giove Olimpico di Fidia, e che in oltre molti lavori del quarto secolo
eranvi rimasti, fatti sotto Costantino da quegli <pb n="438"/>
 Artisti ch'egli abbandonando l'Italia seco
condusse.
Tali notizie rendono più facile il suppor quivi tuttora un Avanzo di greci Artefici, e questi se non
buoni, almeno per tali vantaggi superiori agl' Italiani, che per cagione principalmente de' barbari, e
dell'Imperator Costante, ed in ultimo per le guerre civili, e per l'ignoranza si vuole che rimanessero
senza gusto, e senza lume. In oltre vien referito nella storia Chimica del medio evo,
 <foreign lang="lat"><hi rend="italic">expeditionibus tandem Cruciatis multi Artifices, et cum illis Artes migrabant in Italiam</hi> </foreign>
<note anchored="yes"> Torberni Bergman Vol. <num>IV</num>. ediz. <foreign lang="lat">Lipsiae </foreign>an. 1787.
Dove provasi ancora dal dotto Scrittore, che l'Arte del tingere venne
       dalla Grecia.</note> Conciosiaché si conchiuda, che ragionevol cosa, e niente meravigliosa è, che i Pisani culti, e
potenti molto in quelle parti apprendessero, e che quando trattarono di erigere il Duomo nel secolo
XI seco trassero da Bisanzio alla Patria i migliori Artefici, di là dove l'Arte meno
languida, ed incolta, e meno sfigurata che in Italia esser dovette.
Dovendosi poi verso la metà del secolo XII. erigere altro edifizio di non minore
importanza, aumentato il buon <pb n="439"/>
 gusto, accesi gli animi alla gloria, e cresciuto il bisogno per
l'idea di ornare la gran mole fastosamente, si formò in Pisa una scuola considerabile, che sempre
più verisimil rende l'esposto pensiero; e con tutto che la Patria allora ne somministrasse, qui riunir
si dovettero i migliori Artefici. Per la qual cosa da Costantinopoli a Pisa si trasferì colle Arti, il
glorioso nome di Atene, ed ella emporio famoso dell'Arti rinascenti in appresso divenne.
Sottopongono al discernimento del Leggitore questa mia qualunque siasi induzione, mediante la
quale non intesi di pervenire al vero, ma soltanto di supporre con verosimiglianza, che in principio i
Greci fossero d'ajuto nell'Arte ai Pisani. Egli è certo assioma in fatti, che dal commercio, e dalla
comunicazione di una con un'altra nazione dipendono talvolta le Arti, e le Scienze, mentre la più
colta alla meno colta le somministra. Un tal pensiero favorirebbe la prevenzione fondata sul parer
quasi comune, che i Greci all'Italia comunicassero la seconda volta le Arti; ma se ciò fu per
avventura, accadde per mezzo de' Pisani, ch'esercitati a cose grandi seppero apprezzarle, ond'
ebber poscia la gloria di averle ristorate.
</p>
</div3>
<div3 type="paragrafo">
<head>PARAGRAFO 2.</head>
<head>Scultura in bronzo.</head>
<pb n="440"/>
<p>Il fin qui esposto non basta a formare la vera e compita idea dello stato della Scultura
Pisana nel secolo XII.
Qui primieramente si vogliono aggiungere per viepiù arricchire e convalidar la storia nostra, e per
far cosa grata a chi ama di rintracciare intimamente il vero le seguenti notizie sull'Arte fusoria, per
poi passare a quella del dipingere nel seguente Capitolo.
In que' due primi secoli, dai quali prendono origine le Arti in Pisa, siamo certi che colla Scultura
la Statuaria si esercitasse. Riguardo al secolo XI. la memoria vegliante negli annali
camaldolesi attesta, che Domenico Monaco di quell'ordine circa alla metà di esso fu di sette
campane per la Chiesa di S. Michele in Borgo artefice esperto. Grazie poi al Vasari abbiamo  un
contesto magnifico di un'opera di bronzo che il nostro celebrato Architetto <hi rend="italic">Bonanno</hi>
condusse nel 1180. Noi veduta l'avremmo occupare un bel posto fralle produzioni
pisane di tal genere in quella età, se non ci fosse stata dalle fiamme rapita. Se ne apprezzi pertanto
<pb n="441"/>
l'iscrizione che lesse l'Autor predetto, e che per avventura veglia negli scritti suoi.</p>
<lg type="versi" lang="lat">
<l> <hi rend="italic">JANUA PERFICITUR VARIO CONSTRUCTA DECORE</hi></l>
<l><hi rend="italic">EX QUO VIRGINEUM CHRISTUS DESCENDIT IN ALVUM</hi></l>
<l><hi rend="italic">AN. MCLXXX. EGO. BONANNUS. PISANUS. MEA. ARTE.</hi></l>
<l><hi rend="italic">HANC. PORTAM. UNO. ANNO. PERFECI. TEMPORE.</hi></l>
<l><hi rend="italic">BENEDICTI. OPERARII.</hi></l>
</lg>
<p>L'altra scultura in bronzo, che ancora esiste nella Porta laterale della Primaziale, è altra
prova forse più antica di una tal'Arte, se mal non ci apponemmo nel fissarne l'età, ove si parlò di
questo rispettabile monumento. Ci piace ora di addurne un altro anche di pochi anni anteriore.
Nella vecchia campana di mediocre grandezza ch'era della Chiesa di S. Giovanni in Spazzavento
di Pisa, e che ora è per uso della piccola Chiesa appartenente alla Villa di Pugnano della ex-nobil
famiglia dal Borgo, avvi nel fregio superiore quest'iscrizione:</p>
<lg type="versi" lang="lat">
<l> <hi rend="italic">S. JOANNES ORA PRO NOBIS.</hi></l>
</lg>
<p>E nell'inferiore:</p>
<lg type="versi" lang="lat">
<l><hi rend="italic"> ANGEL ROSSI OPUS 1173.</hi></l>
</lg>
<p>In mezzo ai fregj la figura di Cristo Crocefisso, e quella di S. Giovanni sono espresse non
colla maniera più barbara di quei giorni.
</p>
</div3>
<div3 type="paragrafo">
<head>CAPITOLO XI.</head>
<head>LA PITTURA NEL SECOLO XII.</head>
<pb n="442"/>
<p>Le Poesie, e le Pitture del secolo di cui scriviamo andaron del pari. Frequente fu l'uso
delle rime <note anchored="yes"> Dimostra il Muratori <foreign lang="lat">Antiquar. Ital. </foreign>vol. <num>2</num>. dissert. <num>XI</num>., che
quanto più andò degenerando la lingua latina tanto più frequente divenne l'uso della rima quasiché
l'armonìa supplir potesse alla mancanza della grazia, e
	dell'espressione.</note> Il titol di Poeta davasi
allora agevolmente a qualunque verseggiatore, ed erano Poeti molti Monaci Cassinesi. Tutti per
altro erano incolti, e lo furono meno degli altri Lorenzo da Varna, e Donizone Monaco di Canossa,
che la vita di Matilde verseggiando scrisse.
I Pittori eziandìo furono molti come dal gran numero delle Chiese erette in quei giorni si
raccoglie, ma tutti tennero presso a poco quello stile che nel secolo antecedente additammo; di
modo che da essi a Giotto fiorentino vi fu quella distanza che passò da Donizone a Dante. La
Scuola <pb n="443"/>
 della Pittura in Pisa che con quelle della Architettura, e della Scultura andò
congiunta come arti tutte relative al disegno, se e gusto e per grazia alcuno non fioriva, ella si
manteneva in esercizio quivi più che altrove, e con quella maniera, che andremo ora divisando.
Fralle opere di pittura al mio proposito acconce annoverar debbo in Pisa la Madonna detta di sotto
gli organi, quella della Chiesa nuova dello Spedale di Santa Chiara, la S. Caterina nella Chiesa di
San Silvestro, la Madonna che stette nel coro dei soppressi Carmelitani scalsi, ed altre Sacre
Immagini che per brevità si tacciono.
<num>1</num>.° Della prima mentovata <hi rend="italic">Madonna di sotto gli organi</hi> esistente nel Duomo favellando,
nell'occasione, che le occulte Immagini sacre della Toscana con ordine di Leopoldo allora G. D.
palesi all'umano sguardo si rendettero ella ancora fu discoperta nel dì 13 decembre del 1789.
Ebbi campo allora di esaminarne le qualità pittoresche, prima che dal pulimento e
dal restauro, se così vuol chiamarsi, adombrate fossero. Mi lusingo perciò di porgere idea
bastantemente adeguata di loro, e di una tale Scuola del nostro secolo.
<pb n="444"/>
Non ci prolungheremo sulla storia di essa <note anchored="yes"> Si legge ancora in una antica Cronaca,
che una fanciulla di Luni per fuggir dai Saraceni si gettò da un'alta torre con tale immagine involta
in un panno, e che sana, e salva si portò con essa a Pisa. V. Targioni T. <num>XI</num>. p. <num>41</num>. Che poi
l'Autor del Santuario Pisano ce la supponga dipinta da S. Luca, sono ormai vane simili tradizioni,
come insegnano il dott. Lami, ed il Manni dando a un certo Luca Pittore del secolo
XI. la Madonna dell'Impruneta. Anche la Nunziata di Firenze si pretese un tempo
opera di S. Luca.</note> Che trovasi concordemente scritta nelle memorie del Capitolo della Primaziale
Pisana, nella Cronaca di Jacopo Arrosti esistente nell'archivio di questa Comune, e negli annali di
Lucca, opera inedita conservata nella Biblioteca del Collegio di S. Maria Corte Landini di quella
Città <note anchored="yes"> Il Beverini
	 T. <num>I</num>. Lib. <num>4</num>. pag. <num>376</num>.</note>, e questa sola già esposta nella prima
edizione, come dal Sig. Decano Zucchetti allora vivente ci fu comunicata qui si riporta.
 <foreign lang="lat"><hi rend="italic">Idem annus 1224</hi>.</foreign> <note anchored="yes">L'Arrosti soprac. an.
1226.
Flaminio Upezzinghi nelle sue mem. di Pisa e di sua famiglia ove parla degli onori ottenuti
dall'Imper. Ottone <num>I</num>. fà menzione della Madonna di sotto gli organi, <hi rend="italic">che si dice dipinta da
S. Luca</hi>.
Il Cardoni nelle sue memorie sacre mss. porta il racconto riguardante la predetta Valle di Versilia,
ed erroneamente dice che la Madonna è a basso rilievo in tavola di cerro, o faggio.</note> <foreign lang="lat"><hi rend="italic">alterius arcis in Versilia evertende, alterius edificande consilium attulit. Lumbricum solo
equatum cum <pb n="445"/>
 compertum esset oppidanos proditione ad Pisanos spectare. Sed patefacta
conjuractione qui Pisanorum recepti in oppidum fuerunt, arrepta fuga secum Divae Virginis
Immaginem antiqua religione venerabilem Pisas deportavere, quae in Basilica Principe adhuc
colitur</hi>.
</foreign>Ma passando ad oggetto più interessante daremo un saggio della qualità dell'antico lavoro
esponendo ciò che ci fu suggerito dalla più esatta diligenza nell'osservarlo.
Una linea oscura contornava piuttosto crudamente ma con ragionevol disegno i profili di ciascun
membro delle due figure. In tal guisa eran circoscritte le vesti; semplici tratti angolosi, e regolari
indicavano le piegature, e queste erano per lo più insipide, secche, e senza rilievo. Un color poi di
oscura filiggine, un rossastro, ed un giallo opaco le distinguevano; e se mal non mi apposi alcuni
tratti dorati lumeggiavano uno dei panni del Bambino. Nella testa della Madonna si notarono gli
occhi molto aperti, le pupille grandi, ma distaccate dalla palpebra inferiore, la bocca stretta, la
mascella molto larga, e piana, ed il naso adunco sulla cima. Tuttociò produceva una seria, e non
molto grata fisionomìa. Avea miglior forma la <pb n="446"/>
 testa del Putto sedente sul destro braccio di
lei, avvegnaché priva di grazia, soverchiamente rotonda, e attaccata al collo sottile, e lungo.
Lunghe oltremodo, ed aguzze sulla cima eran le dita delle mani, fralle quali la destra del Putto
sforzatamente atteggiata facea la peggior comparsa. Or veda il lettore se qualche traccia della
divisata caratteristica ritrovasse giammai nel disegno delle prelodate immagini, che cl mezzo
dell'incisione in questo libro gli presentiamo. <note anchored="yes">
	 Tav. <num>II</num>.</note> Passando al tinto delle carni egli era un giallo fosco tendente al color olivastro, con qualche lume
ben sottile, e pochissimo ombrato; una sola tinta quasi lo componeva, e per conseguenza mancava
di rilievo. Il tempo, e l'incuria aveva cagionato l'alterazione eccessiva al colorito, siccome distrutto
avea gran parte del fondo del quadro <note anchored="yes"> Potrebbe sospettarsi che per tali mancanze si tenesse
detto quadro con tanta cautela coperto, come accadde della Madonna dell' Impruneta secondo il
sentimento di alcuni perché aveva gli occhi tutti
	 guasti.</note> Ma dai residui giudicar potremmo della
doratura di esso.
Ad una tal foggia di delineare, e di dipingere, se l'acconciatura avviluppata delle vesti, la
posizione della mezza <pb n="447"/>
 figura della Vergine, e dell'intera del Figlio si aggiunge, e se anche
si vuol considerare la cifra in greco sul capo di esso, e quel che parimente è scritto in greco sopra
un libro che fa parte del quadro avremo tutti gl' indizj per credere esser questa Immagine opera di
genio greco. Non è dissimile quello delle miniate lunghissime figure in campo d'oro con occhi
molto aperti, nasi aquilini, mani, e piedi sgraziati, e capelli a linee parallele che si trovano in un
Evangeliario scritto in pergamena a caratteri d'oro, e che esiste nella Biblioteca Laurenziana <note anchored="yes">
Apparteneva alla Chiesa di Cattedrale di Trabisonda, e fu salvato nell'eccidio de' Turchi,
quando s'impadronirono dell'Impero greco dal Vescovo Alessio Celabeno, che lo presentò al
Pontefice Giulio <num>II</num>., affinché se ne servisse quando pontificava in S. Pietro, e si ricordasse
dell'afflitta e dispersa nazione greca, come apparisce dalla lettera dell'istesso Vescovo, che vi
precede. Ved. il Catal. soprac. del Sig. Can. Bandini.
Non solo se ne trovano in alcune Ch. Venete, ma in quella de' Greci di Livorno ancora. Qualcuno
poi che in piccolo ne possiede ci ha asserito averle portate di Levante. Noi vi abbiamo osservato lo
stile consimile ad altre da me possedute, ed in ispecie a quella che conserva, pure in piccola forma,
Il Sig. Cappellano Zucchelli tanto simile alla prefata Madonna, che ne sembra il bozzetto. Ed in
queste piccole figure una maggior vivezza di colorito trovasi, ed
	 anche un miglior disegno.</note> Sonvi
altre Immagini, che appartennero a Chiese Greche, e che anoi da esse furono <pb n="448"/>
 trasportate. Vi
sono Musaici sicuramente greci, e da tutti questi monumenti si traggono argomenti di similitudine
per confermare, come si disse, la nostra Immagine di greco stile.
Se si dimanda a qual tempo preciso, o a qual luogo ella appartenesse, potrà verosimilmente dirsi,
che fu fatta in Pisa allo spirar del primo o all'incominciar del secondo secolo dopo il mille, e noi a
questa seconda epoca più volentieri inchiniamo. Ragion non vuole che a una più remota antichità
una tal opera si riporti, in cui troverebbesi una più spiacevole sproporzione, e goffezza. Le
miniature sempre migliori delle pitture grandi col più barbaro modo espresse sono nel codice
Siriaco Laurenziano scritto nell'anno 586 sotto Pelagio <num>II</num>. e l'Imperatore
Maurizio Tiberio. Tali sono le altre ancora della bibbia Ammiatina de' tempi di S. Gregorio
Magno: raro e ben conservato monumento, che in quell'illustre Biblioteca si ritrova. Ed è altresì
noto che dopo il settimo secolo suscitata l'eresia degl' Iconoclasti, e degl' Iconomachi non vi fu più
artifizio, ed ogni ombra si perdette del fare antico greco, e romano: né le Arti come già dissi furono
mai peggiori di quelle del secolo X. ad onta delle cure di <pb n="449"/>
 Eugenio <num>II</num>., e
di Leone <num>IV</num>. E se muove a riso, come si osserva in Pavia nella Chiesa di S. Michele, quanto di
Scultura fu fatto sotto i Longobardi, dovean essere le Pitture vie più ridicole e sciocche. Piacerà
forse a taluno di opinare che la nostra Immagine da greca mano fosse lavorata in oriental paese. Ciò
potrebbe essere accaduto: ma a noi sembra più verisimile il crederla fatta in Pisa, che
respettivamente alla Grecia fu come la Spagna ai Saraceni quando per causa del commercio con
essi tutta si dette all'amor dell'arti arabiche e della letteratura. Se di questa ragionar dovessi potrei
citare molti uomini insigni, come Bernardo da Pisa che tenne scuola di Teologìa in Parigi, e
Burgundio Giureconsulto Grecista superiore ad ogni altro dell'età sua, che fiorì sotto Federigo I., e
tant' altri encomiati dal Tiraboschi, dal Fabbricio, dal Grandi, e dagli Estensori degli elogj di più
uomini illustri pisani. Ma il fine nostro è di parlare delle Arti non disdegnando di servirsi del
raziocinio, ove mancano i monumenti. Se i nomi, e la cognizion delle opere de' migliori Pittori di
que' due primi secoli per fatalità non ci pervennero, ciò che de' migliori Architetti, e Scultori per
avventura non accadde, chi dice a noi che alcuni Pisani <pb n="450"/>
 istruiti da' Greci in Levante <note anchored="yes">
Così il prefato Burgundio per trar maggior profitto nella greca lingua, e nella Giurisprudenza
pensò di portarsi in Costantinopoli. Vedi il suo epitaffio alla Ch. di S. Paolo a ripa d'Arno nel
terzo volume.</note>, o in Pisa da' Greci stessi nella Pittura, com' altri nella lingua, e nel modo di vestire
lo furono, questa con altre sacre imagini sul greco stile non dipingessero sforzandosi di migliorar
l'arte, come i maestri di scultura facevano, e che poi dalla scuola di loro quella di <hi rend="italic">Giunta</hi> ne
derivasse?n erano certamente tutti Greci i Pittori di quell'età. E poiché l'induzion' nostra
sembra fondata sulla probabilità non ce ne discosteremo dandoci a credere che terminato il nostro
Duomo nel 1100, e che dovendosi esso consacrare alla B. Vergine fosse scelto il
migliore Artefice secondo il lodato costume de' Pisani d'allora per farne l'immagine, come
accadde della Madonna dell'Impruneta <note anchored="yes"> Vedi Novelle Letter. del Lami mss. nella Libr.
Riccard., ed il T. <num>XII</num>. <foreign lang="lat">Deliciae
	  Erudit.. </foreign> <hi rend="italic">Mentre che si fece detto Romitorio detto
Messer lo Vescovo fe fare, e dipinger la tavola di nostra Donna ec.</hi>. E quel Luca Santo che la
dipinse appartiene al finire del secolo XI.</note> Ovvero che si scegliesse l'immagine
già fatta circa a quel tempo dalla più esperta mano, e che un tal prezioso monumento sia appunto
quello di cui si ragiona.
<pb n="451"/>
Egli ha tutti i requisiti onde giudicarlo un trittico, o dittico in forma di tabernacolo da
tenersi all'uso de' Greci sull'altar maggiore; e non fu per noi piccolo indizio quello delle due giunte
apposte nei lati superiori della tavola ad oggetto di ridurla rettangola dalla sua piramidal figura.
Sembra pertanto di dover opinare, che i Pisani piuttosto ch' aver tolto il sacro monumento dal
Castello di Lombrici seco lo portassero contro i Lucchesi ad imitazione di quegli che portarono il
noto Crocifisso contra i Saraceni Restituito poi alla sua sede, e andato in disuso il modo di tenere i
suddetti tabernacoli sull'altare, può credersi che la sola tavola della Madonna si conservasse con
affiggerla alla parete di un pilastro sotto l'organo ( come fu praticato altrove di certi tabernacoli ); e
che seguìto l'incendio della Cattedrale fosse collocata ove attualmente si venera
Se paresse ad alcuno, che grand'ostacolo al nostro raziocinio facesse la formula degl' indicati
caratteri greci, ond'è segnato il sacro testo nel libro del Bambino, e la cifra sul capo di esso
esprimente <hi rend="italic">Mater Dei</hi> lo preghiamo d'avvertire, che pel reciproco commercio fra i Pisani, ed
i Greci si coltivavano in Pisa le lettere greche a segno, che formò il Burgundio una scuola di
traduttori; pongasi mente che i Latini medesimi, specialmente i Notai per vaghezza di mostrarsi
intendenti del greco idioma si sottoscrivevano talvolta usando caratteri greci, e che in fine un tale
idioma si pregiava o al pari, o superiormente al latino presso di noi, ed in altre contrade ancora
dell'Italia <note anchored="yes"> La St. della Lett. Italiana Tom. <num>III</num>. ediz. Modena 1787.
p. <num>330</num>, e <num>339</num>. insegna, che non pochi Italiani furono dotti nel Greco nei secoli
XI. e XII., e che perciò Pasquale Vescovo d'Equilio fu scelto dal
Doge di Venezia per Ambasciatore all'Imperatore di
	 Costantinopoli.</note> Cosicché se in tata stima era
il linguaggio dei Greci, non meno si saranno reputate pregevoli le opere loro, e quelle fatte a
similitudine di esse; e per darle più aria di originalità oltre l'imitazion dello stile, e della maniera
pittoresca si saranno apposte iscrizioni di quell'idioma. Così venendo ai più bassi tempi troviam
l'alfa, e l'omega sovente in antiche tavole; trovasi pure l'iscrizione in greco <hi rend="italic">Mater Dei</hi> nelle
pisane medaglie; né manca fra i moderni Italiani chi affetti di scrivere parole greche nei propri
lavori <note anchored="yes"> V. nel Campo S. Pisano la miglior Pittura di Simon Senese, il Deposito di Matteo
Corte, e l'altro dell'Algarotti. Fino il Cignaroli scrisse il suo nome in Greco nel quadro del
Duomo.</note> <pb n="452"/>
In tal guisa pensando non intendesi di impugnar la probabilità, che (in ogni scuola qualche
esterno ingegno esercitandosi) l'Autor del nostro quadro potesse esser greco d'origine, come
nemmeno la verosimiglianza, che dalla Città Bizzantina, o da altre orientali piagge si trasportassero
dipinte tavole. Perocché è nota la particolare ambizion de' Crociati di tornar dall'Oriente di rare , e
pesanti reliquie talvolta più che di gloria onusti; e che  Pisani particolar devozione nutrivano verso
la Madonna tenendo in Tunisi una Chiesa a lei consacrata, oltre a quelle de' SS. Pietro, e Niccolò
in Costantinopoli <note anchored="yes"> V. nell'Archiv. Diplom. di Firenze l'istrum. rog. da Ildebrando Not.
del 13 Aprile 1481 Indiz. XIII., così le Cron. Pis., ed il Murat. <foreign lang="lat">Ant. Ital.
</foreign>T. <num>II</num>. p. <num>52</num>, ove si legge: <hi rend="italic">Trovavasi nella Città di Tiro la Compagnìa degli Umiliati,
cioè di alcuni Mercatanti Pisani, che quivi attendevano al traffico</hi>. Afferma il Tronci, che in un
Istrum. dell'Arhiv. Capitolare del 1230 si attesta avere il Capitolo una Ch. in
Messina col titolo di S. Maria.</note> Ma lasciando ad altri il malagevole impegno di assegnare all'Opera di cui si ragiona il vero suo
princìpio, ed augurandogli il ritrovamento di qualche autentico foglio, ch' ogni difficoltà rischiari,
noi, o greco o pisano che ne sia stato il <pb n="454"/>
 pennello ci contenteremo di aver' osservato, ce la
maniera della nostra Pittura superiore a quella che ravvisasi nelle miniature di quell'età, e nei
quadri anche più antichi possa aver data origine, e cagione a formare la scuola, e lo stil di Giunta, e
di quei tanti Pittori pisani già nominati, ove dalla maggior tribuna del nostro Duomo si descrissero i
lavori di musaico, la cui arte dai Greci gl' Italiani appresero.
Aperta che fu in Pisa la via che guida alla Pittura, molti camminarono per essa in modo da vincer
quegli delle altre nazioni, e perfino i Greci medesimi. Ne sono una prova le imagini di S.
Domenico, e di S. Francesco in S. Marco di Venezia già notate dal Ridolfi, e quella figura a fresco
di S. Miniato nella Chiesa col nome di questo Santo fuori di Firenze attribuita al secolo
XI, e data per tale in esempio dagli Editori dell'Etruria Pittrice. Ebbe pertanto
ragione il Vasari di scrivere nel proemio delle sue vite, che sì fatte immagini <hi rend="italic">han più del mostro
nel lineamento, che effigie di quel che sia</hi>. Siccome l'Autor della Pittura veneta scrisse: che i
Musaici di S. Marco assicurano della maniera del disegno di quella Nazione <hi rend="italic">stranamente in
quei <pb n="455"/>
 secoli imbarbarita</hi> <note anchored="yes"> Notizie de' Musaici
	 p. <num>563</num>.</note> E ciò a noi costando
anche per ocular confronto di tavole vedute in Venezia, in Padova, in Verona <note anchored="yes"> Dove vuole
il Giulini che le pitture del Chiostro di S. Benedetto fossero dipinte
	 nel 1123.</note> In
Siena, ed altrove, tutte presso a poco nel divisato modo condotte, sempre più riputiamo la Scuola
Pisana d'allora non tanto barbara, e ci allontaniamo dal credere che la nostra tavola fosse
trasportata dalla Grecia. Riguardo poi a provare detta scuola nata, e fiorente in Pisa più ch' altrove
nei due secoli dopo il mille, non mancano sincroni monumenti da citare comprovanti un drappello
di Pittori pisani senza escluder da essi gli esteri, ed in ispecie quegli di greca origine.
<num>2</num>.° Nella Chiesa nuova dello Spedale di S. Chiara è situata nel foro del quadro dell'Altare
grande un'immagine della Madonna reggente il Bambino col destro braccio, Pittura delineata,
panneggiata, e tinta come la Madonna di sotto gli Organi. Ella è difettosa nel poco rilievo, nella
mano del Bambino, che stà in atto di benedire, ed ha tutti i contrassegni per comparirle coetanea.
<pb n="456"/>
<num>3</num>.° Parimente la tavola dell'Altare a destra di chi entra nella Chiesa di S. Silvestro è
colorita, e condotta su quel gusto greco-pisano, ch' andiam ravvisando in quella stagione. Essa è
uno di quei prodotti dell'Arte, che stà di presente rigorosamente coperto. E poiché ebbi campo di
bene osservarla grazie alla premura del defonto Sig. Decano Zucchetti, brevi nozioni ma giovevoli
al mio disegno in questo luogo ne accenno.
La S. Caterina quivi espressa è vestita alla greca con abito lungo colorato di rosso, e con
sopravveste verde, che aperta dinanzi, e ripiegata sulle braccia cade sui fianchi in due uniformi ma
non mal' intese falde. La sua misura è sotto al naturale. Non direm' delle piegature, del colorito
delle carni, del far dei capelli, delle dita lunghe, e secche delle mani, della posizion di esse, e
finalmente degli occhi aperti col contorno inferiore distaccato dalle pupille, e delle altre parti
componenti la faccia per non ripetere la caratteristica delle dipinture precedenti al secolo
XIII. Noteremo però che la fisonomìa della Santa non è molto grata, e poco ritiene
del femminil sembiante; che inoltre l'indicata sopravveste è tutta rabescata, e gli arabeschi di color
quasi <pb n="457"/>
 nero consistono per lo più in tante figure sferiche con un mezzo un uccello presso a
poco immaginato come le aquile nelle medaglie pisane <note anchored="yes"> Pisa nell'anno
1261 ne suoi sigilli aveva l'aquila col seguente motto: <foreign lang="lat"><hi rend="italic">Urbis me dignum
Pisanae nomine
	   signum</hi>. </foreign>Murat. T. <num>II</num>. Diss. <num>35</num>. p. <num>425</num>.</note> Pisana stimerei
volentieri la croce sulla man destra di lei, che in ogni estremità termina in tre punte. Finalmente
cinge la fronte della nostra Immagine una corona a triangolo a guisa di mitra con una pietra bianca
naturale nel mezzo, e varj contorni di perle dipinte. Così è la stola che sul davanti calando
oltrepassa le ginocchia. Il piede posa ragionevolmente sul piano, e vestito di scarpa rabescata si
rassomiglia a quegli della Madonna di Guido sanese. Siccome tutta la Santa nel modo di vestire, e
nella posizion delle mani confronta col S. Miniato riferito poc' anzi, se non che questi riesce di
peggior disegno. Ma per dir di tutto il nostro quadro, egli contiene in oltre otto storie di detta Santa
indicanti la divisata maniera di piccole figure. Alcuni caratteri che in parte cancellati appariscono
sù fondi d'oro, ove le figure tutte campeggiano, son della forma, e del <pb n="458"/>
 costume greco di
quel tempo, ed anno relazione a quelle storie <note anchored="yes"> Non ripugna col nostro pensiero la storia
che si narra di questa S. Caterina Ved. Ch. di S. Silvestro nel tomo terzo.?Il desiderio di non esser lungo non basta, perché io, riconoscendo opportuno qualche altro
esempio, non dia almeno un cenno di altre pisane Pitture, che appartengono a quei giorni.
<num>4</num>.</note> La Madonna col Bambino sul sinistro braccio che i soppressi Carmelitani scalzi tenevano
nel tabernacolo della Tribuna di Chiesa è la pittura in tavola più somigliante alla Madonna di sotto
gli Organi. Tale si reputa non riguardo alla posizion del Bambino, che non credo da valutarsi <note anchored="yes">
In molte immagini più o meno antiche si trova il Bambino ora sul destro, ora sul sinistro
braccio. Abbiam fatto una tale osservazione non solo in Pisa, ma in Siena nella Chiesa di S.
Petronilla, e nella Sala superiore del palazzo Concistorale, ed in altri luoghi. Hanno pure il
Bambino sulla destra le due piccole Madonne che dissi di
	 possedere.</note> Ma per quel che s'intende
maniera greca, o greco-pisana di quell'epoca; né il panneggiamento con orli, e penero alla greca,
né la forma del volto, e delle mani furono i soli requisiti che m'indussero a caratterizzarla per tale.
Il tinto più giallastro, più livido, e senza <pb n="459"/>
 chiari, e la linea più grossa che ne segna i contorni
fanno ostacolo al divisato confronto. Ciò ch'è valutabile, ella è senza ritocchi, e ben conservata.
<num>5</num>.° Le altre Madonne, una sul primo Altare a destra per chi entra in S. Pierino, l'altra in S.
Michele sopra un Altare similmente situata mostrano il carattere di cui ragioniamo. Questa fu
alterata dal restauro. Ma la prima se oltre il guasto de' replicati ritocchi paresse sovra ogni altra
sformata e massiccia, abbiasi per fermo, che in ogni epoca vi sono stati Artefici di migliore, e di
peggiore abilità; e che talvolta un'opera sarà più moderna di tempo, ma perché fatta da più
ignorante maestro, può per inavvertenza più vecchia riputarsi. Pure nell'elogio di <hi rend="italic">Giunta</hi>
inserito nel tomo secondo, dovrò parlare più opportunamente di alcune opere rappresentanti Cristo
nella Croce che a questo dodicesimo, o agli ultimi anni del secolo undecimo appartengono.
Concedendo finalmente la verosimiglianza di altri quadri di tal genere distrutti in più tempi nelle
molte Chiese pisane, e nelle case ancora dove alcuni tuttora si conservano, e che tutti non saran
venuti dall'Oriente, né da greca mano condotti avrem detto assai onde restar persuasi, <pb n="460"/>
che
Pisa anche prima del XIII. Secolo non solo era culta nella Letteratura,
nell'Architettura, e nella Scultura, come già si è dimostrato, ma che lo era eziandìo nella Pittura
avente una scuola di Artefici. Questi, perché gli uomini insieme commercianti nudriscono in
principio un egual gusto, e si comunicano non meno i vizj che le virtù, imitando il far meschino de'
maggiori di loro, vestendo, e atteggiando le figure alla greca con iscritti talvolta in quell'idioma, e
finalmente copiandosi l'un l'altro s'ingegnavano di dare novellamente il carattere d'Arte alla
Pittura che innanzi all'epoca pisana de' due secoli dopo il mille erasi ridotta quasi lineare, e poco
meno che monocromatica, qual ce la descrivono ne' suoi principj Pausania, Plinio, ed Epicuro.
Conciosiaché le descritte Immagini giunte per gran ventura ai dì nostri a prò dell'Arte si
conservino, e si ravvisi nel genio greco di esse la squallid' ombra di quello stil pittoresco, che sì
glorioso un tempo indusse Alessandro a donare la sua favorita Campaspe all'amico Pittore, e per
cui ebbe a dire Ovidio cantando di Venere</p>
<lg type="versi" lang="lat">
<l> <hi rend="italic">Si Venerem Cois numquam pixisset Apelles</hi></l>
<l><hi rend="italic">Mersa sub aequoris illa lateret aquis</hi>.</l>
<pb n="461"/>
</lg>
<p>Ma omettendo di far gl' indovini sulle maniere più o meno barbare, e lasciando
dietro di noi le folte tenebre di que' primi secoli, meglio nel seguente volume rivolgeremo il nostro
pittoresco ragionamento al più vecchio Pittor di Pisa, il cui nome per avventura ci pervenne.
</p>
</div3>
    </div2>
   </div1>
  </body>
<back>
<div1 type="app">
<head>APPENDICE AL CAPITOLO IV. DI PISA REPUBBLICA</head>
<div2 type="capitolo">
<head>ARTICOLO I.</head>
<head>Relativo all'Antiquaria</head>
<div3 type="paragrafo">
<head>PARTE PRIMA DELL'ARTICOLO I.</head>
<p><pb n="462"/>
Poiché nella parte prima di questo libro, i pregi della nostra Repubblica narrando, fu fatta
considerazione della zecca pisana, opera novella di cittadino scrittore sarà il far qui ampia
ricordanza di due rispettabili Monumenti di tal sorta, che han correlazione collo studio
dell'Antiquaria e che a quella stagione appartengono.
Due Monete son' eglino tratte di recente dalle oscure viscere del terren nostro suburbano
precisamente nei contorni della Chiesa di S. Stefano, che furono di tali generi sempre fecondi. Di
fatti io già ne detti cognizione bastante alla pag. <num>31</num> di questo volume; or mi si conceda che per
poco mi trattenga a narrare, che da diversi anni in qua i contadini nel cavar <pb n="463"/>
fosse o nel far
altri simili lavori non piccola quantità di monete, e di antichi arnesi di genere diverso con facilità
ritrovano portando profitto a più persone, ed a se stessi ancora con i pezzi di maggior valore. Un
tale avvenimento stimolò di recente il genio del Sig. Baldassarre Benvenuti pisano, che l'arte del
disegno esercita, ond' egli ha potuto agevolmente far raccolta di monete dei tempi di Carlo Magno,
e di quegli di Pisa Colonia e Repubblica, ma singolarmente d'artefatti di terra cotta di qualità e
forma diversa, e di pezzi variati di rame e di bronzo, molto usati dagli antichi. Oltre a ciò ei favorì
mostrami una corniola d'antica incisione quivi ritrovata, alcuni chiodi di getto, qualche stile forato
come un grosso ago, ed altri simili puntali indicanti forse quei graffi di bronzo, che si trovarono
nelle fabbriche d'Ercolano, e che si dissero strumenti atti a scrivere sulle tavole incerate. Vago di
porgere per oculare ispezione tali notizie non discare agli Antiquarj, ed a Pisa onorevoli, mi
condussi di recente sul locale accennato colla prelodata persona; e per poco che due soli campi rotti
dall'aratro si discorressero ritrovammo quel più  che a fior di terra presentar si poteva cioè: dei
frammenti <pb n="464"/>
 di <hi rend="italic">opera testacea</hi> in gran parte d'ordinaria terra cotta, e non de' bei tempi:
dei pezzi di manichi d'olle si buona forma: pochi frantumi di vasi, di tazze, e di lucerne di bucchero
e d'altra leggerissima terra con buona vernice nera, con opera reticolata, a rosoni, ec.: dei treppiedi
di terra, ed in fine de' tritumi di scodelle e di lagrimatoj di cristallo di grossa parete. I vetri colorati
in forma di dado atti al musaico sonovi in copia; ma niun pezzo di conseguenza mi si presentò.
Notabili bensì mi sembrarono alcuni marchj in certi frantumi di vasi di terra con vernice rossa, che
all'antichità romana debbonsi ascrivere <note anchored="yes"> Il Muratori nel T. <num>3</num>. <foreign lang="lat">Antiq. Ital., </foreign>e
negli Ann. d'Italia parla dei sigilli de' fornaciaj ne' lavori di cotto, e quando fu introdotto l'uso di
segnare i nomi dei Consoli nei marchj.</note> vale o rotonda, e talvolta di un piede o d'uno scudo era
la forma loro entrovi il seguente monogramma composto delle lettere ben formate VOLV, e
VOLVC, il cui significato possono indovinar gli Antiquarj. Io soltanto senza pretendere di formar
giudizio, immaginerò volentieri in questa parte una fabbrica di detti generi a opera testacea e le
fornaci atte a cuocerli, forti indizj <pb n="465"/>
 traendone non dagl' indicati marchj, ma da una quantità
di ferro, e di ferrigne pietre miste con minerali diversi fusi insieme dall'azion del fuoco, e
principalmente dalla combinazione de' ritrovati treppiedi, che alcuni di vernice colata dai
sovrapposti arnesi erano tinti.
In oltre le monete de' tempi di Carlo Magno ritrovate nel suolo pisano, come dissi, dal Sig.
Benvenuti e da altri in addietro mi muovono a far qui ricordanza, in aumento di quel poco lume che
detti alla pag. <num>107</num>. A pro della Zecca pisana, ch' essa fino dal 750 in rame,
argento, ed in oro operò vigorosamente; che i tremissi, ben noti ai Monetografi, si coniarono in Pisa
in quel tempo, e che pure il soldo d'oro si coniò allora in Pisa come in Lucca: perocché fralle Città
vicine comuni essendo le costumanze, comune anche la Zecca esser dovette.
E mentre i migliori Antiquarj vetustissima dichiararono la moneta lucchese, altresì non inferiore
di tempo la pisana stabiliscono. I ch. Argelati ed i Carli sopra di ciò fan testo valutabile: lo Zanetti
nel lib. <num>II</num>. Sul proposito del <hi rend="italic">soldo d'oro</hi> un documento riporta dell'anno <num>14</num> di
Desiderio ultimo de' Re Longobardi, ed in nota si esprime: <hi rend="italic">Io conservo un Tremisse un <pb n="466"/>

poco scodellato, del peso di gr. <num>24</num>., ch' io stimo uscito da essa Zecca</hi>, cioè Pisana. <hi rend="italic">Da
una parte si legge all' intorno d'una croce <foreign lang="lat">D. N. AISTUF. REX. </foreign>Dall'altra una stella
come in quelle di Lucca; e nel margine <foreign lang="lat">FLAVIA PIFAC.</foreign></hi>. D'altro <hi rend="italic">Fremisse
d'oro</hi> ci fa sapere il ch. Autore del <hi rend="italic">Ragionamento Accademico della Navigazione e del
Commercio della Repubblica Pisana</hi>; che una tal moneta esista presso il Sig. Fabrizzi Udinese
coll' istessa leggenda ei ci assicura, spiegando le ultime due parole <foreign lang="lat"><hi rend="italic">Flavia Pisas</hi>, </foreign>ed
apprezzando il Sig. Cammillo Volta che nella sua <hi rend="italic">Dissert. sull'orig. della Zecca di
Mantova</hi> la confermi <hi rend="italic">Pisana e del secolo ottavo</hi>. Ritorno alla fine allo Zanetti per altra
notizia non men plausibile ch' ei porta nel T. <num>IV</num>. Col dare in luce un denaro d'argento d'otto
carati con questa leggenda: + <foreign lang="lat">CARLUS REX <hi rend="italic">francorum</hi></foreign>nel contorno; nell'area una
croce. Nel rovescio PISA; col monogramma <foreign lang="lat">KAROLUS, </foreign>cioè Carlo Magno: <hi rend="italic">nuova
prova</hi>, egli osserva, <hi rend="italic">della Zecca Pisana sotto i Longobardi ed i Franchi</hi>.
Trattandosi poi de' tempi Repubblicani fa pregio a Pisa, ch' una quantità considerabile di monete
di rame, d'argento e d'oro se ne ritrovi di quella stagione sì presso gli esteri che presso i Pisani.
<pb n="467"/>
. Dovizioso n'è di fatti il Museo Franceschi da me veduto, e quello del Sig. Giorgio Viani.
Il primo di essi ci ricorda il genio patrio ond' era dotato il benemerito Collettore Monsignor
Angiolo, che fu Arcivescovo di Pisa, e zio de' viventi ottimi Signori di tal'ex-nobil famiglia. Non è
da tacersi, che fralle pisane monete d'oro di dette raccolte varie se ne contano del peso, e della
bontà del fiorino per devenire a dare un cenno del <hi rend="italic">Fiorino d'oro</hi>, che Pisa vanta fino dal
1246, e che dal medesimo Targioni fiorentino col documento alla mano <hi rend="italic">Auri
Pisani</hi> etc. vien comprovato anteriore a quel di Firenze del 1252; e quindi da
tali compendiarie notizie caratterizzare la Zecca Pisana.
In oltre credo di dover riescir grato agli Amatori dell' istoria patria col porre a questo luogo la
notizia di un aureo istrumento che m' offre il più volte mentovato archivio Da Paùle, ove in
pergamena si conserva. Uniformandomi all'esposto piccolo saggio della Zecca Pisana ne porgo in
luce solo il compendio.
Il Collegio ed Università della Zecca della Città di Pisa, ed i componenti  la medesima Ser Matteo
del q. Ser Nino <hi rend="italic">di Nuvola</hi> della Cappella di S. Cristofano di Kinseca <foreign lang="lat"><hi rend="italic">Prepositus
Moneterius et Moneterii</hi> <pb n="468"/>
 </foreign>e da altri Cittadini Pisani (i cui nomi per brevità si
omettono) convocati insieme conoscendo ed osservando, che il probo e prudente uomo Pucciarello
del q. Giucco de Porcari della Cappella di S. Margherita, pure cittadino pisano, egli è un ottimo
Maestro di conj da improntar monete, coll' autorità loro lo costituiscono <foreign lang="lat"><hi rend="italic">Magistrum
Monete</hi>, </foreign>e dichiarano, che non solo in Pisa ma ancora in tutti i luoghi di giurisdizione della
Repubblica Pisana esser debba lo Zecchiere. Gli accordano pertanto tutti i privilegj, esenzioni, e
dignità solite accordarsi ec. Ne segue di detto Pucciarello il giuramento riguardo alla fedeltà ed
all'esattezza nell'esercitare l'officio suo di Zecchiere.
L'istrumento fu celebrato in Pisa nella sala della casa, ove si coniavano le monete o sia ov' era la
Zecca del Comune Pisano, posta nella Cappella di S. Margherita nel mese di novembre 1370
indiz. ., e fu rogato da S. Tomeo del q. Martino da Marti Cittad. Pis. Not.
Imp.. Si vuole che il luogo preciso di detta Zecca fosse presso il monte di pietà e precisamente
nella casa che fu poi di Misericordia, e che all'uffizio centrale di presente appartiene.
<pb n="469"/>
Esso in fatti non è lungi dalla piazza <note anchored="yes"> Ciò resulta da un Documento del
1515 presso il Signor Cap. Zucchelli</note> ch' oggi detta di S. Margherita  ove nel
tempo indicato era la Chiesa o Cappella di detta Santa.
Dal fin qui esposto un' idea prendasi delle numerose Magistrature e de' savj provvedimenti de'
Pisani d'allora, e si rilevi l'importanza in cui tenevasi l'Arte Monetaria nelle diverse Zecche della
Repubblica in cui si esercitava.
Or ritornando alla suburbana campagna, se un deposito di buoni avazi dell'antichità la
denomineremo, qual meraviglia perciò? Essa è vicina alle terme ed al parlascio. Informato dagli
scritti del Targioni ben mi ricordo ch' oltre alle notizie del Roncioni e del Magrini da me allegate
alla pag. <num>31</num>, ed al barlume che detti nella Prefazione della pianta di Pisa gentile riscontrai nelle
cronache dell'Arrosti altrove citate, che nel farsi il baluardo fuori della porta a Lucca nel
1638 molte anfore di terra cotta con ceneri, ed accanto a ciascuna un termine o
colonnetta di marmo bianco furono ritrovate e vendute a un Tedesco con una bella testa di <pb n="470"/>

Giove e con dei pezzi di pavimento di calcistruzzo e di marmi intarsiati. Le anfore o urne di terra
erano con due maniglie, e appuntate nell'estremità, come appunto si son ritrovate nella divisata
parte di S. Stefano; i termini finivano pure in punta e piantavano sopra una simil pietra rotonda, e
forata nel mezzo <note anchored="yes"> La quantità dell'urne così fatte e di altri vasellami e cassette
indicherebbe l'uso frequente degli antichi di bruciare i cadaveri; abbenché vogliano alcuni, che
promisquo presso i Gentili fosse il rito di bruciare, e di seppellire interi i corpi umani. V. Cicerone
Lib. <num>II</num> <foreign lang="lat"><hi rend="italic">de
	  Legibus</hi>.</foreign></note> Giacché di cose antiche attualmente ritrovate si favella, notizia molto acconcia lasceremo a
questo luogo di nuovi sepolcri formati da tambelloni e da una sola gran pietra ricoperti, di molte
monete per lo più romane, di rottami di marmi di qualità diverse, di musaici, e di pietre quadre. Il
tutto nello scorso settembre fu ritrovato mentre i contadini affondavano  il ferro usato in un pezzo
di terreno incolto non lungi dalla fonte di S. Stefano nel piano di Livorno, ed in quel luogo
appunto ove il Porto Pisano si distendeva, ed ove il Targioni immaginò le rovine de castello di
Turrita <note anchored="yes"> Nel T. <num>II</num>. <hi rend="italic">Relazioni di alcuni viaggi ec.</hi> egli descrive i molti avanzi
della bella antichità che ritrovò in questi contorni mercé le accurate sue ricerche, come altrove in
quest'opera accenno.</note> Per essere breve <pb n="471"/>
 accennerò soltanto i cadaveri, o scheletri umani
ritrovati interi e grandi più che natura negli indicati cassoni con più monete accanto onde
soddisfare il nocchiero del torbido Lete. In fine menzion farò di una lastra di marmo fino di Carrara
alta circa a un braccio e mezzo, e circa a un braccio larga. Essa termina in un frontone ornato da
due delfini ai fianchi d'una nicchia, ed ha un'iscrizione circoscritta da una cornice, i cui caratteri,
da me copiati sulla sera nella casa del proprietario dell'indicato terreno, sono, come gli produco.</p>
<lg type="versi" lang="lat">
<l><hi rend="italic"> D . M</hi></l>
<l><hi rend="italic">FAB .. PROCL</hi></l>
<l><hi rend="italic">AE   L . C</hi></l>
<l><hi rend="italic">PISANUS  .  CUM</hi></l>
<l><hi rend="italic">FILIS SUIS  .  CON</hi></l>
<l><hi rend="italic">IUGI  B  M</hi></l>
<l><hi rend="italic">P  . S  F</hi></l>
</lg>
<p>Dopo di aver di passaggio opportunamente toccata una materia a Pisa antica convenevole,
delle due monete in principio mentovate il ragionamento riprendo.
Mentr' esse grand' elogio formano del Potestà di Pisa <hi rend="italic">Buonaccorso da Padule</hi> servon di
guida all'istoria patria, e di <pb n="472"/>
 splendore alla discendente famiglia illustre, che il Sig.
Tommaso da Paùle, meritevole di molta stima per l'animo al patrio lustro rivolto, oggi rappresenta.
In oltre somministran' elleno qualche cognizione riguardo al lavoro di quel tempo in cui furono
coniate che fu dal 1242 al 1244 pis. come rileveremo in appresso.
La prima di esse principalmente, sconosciuta fin qui essendo, interessò l'Antiquaria Repubblica, e
l'attenzione riscosse de' dotti Numismatici. Il culto Sig. Giorgio Viani, che in quella classe tiene
un posto distinto le ha illustrate entrambe <note anchored="yes"> Egli è ben noto per varie sue produzioni e
particolarmente per l'applauditissima opera intitolata: <hi rend="italic">Memorie della Famiglia Cybo e delle
Monete di Massa di Lunigiana</hi>.</note> Ed io non potendo far meglio, ed altresì volendo a lui porger
tributo di speciale amicizia e di stima, mi fo pregio di riportare ne' miei fogli l'illustrazione
medesima della prima moneta, che col mezzo della stampa nell'anno 1809, epoca
del suo ritrovamento, egli produsse, come pure di pubblicar della seconda, di conio diverso e
posteriormente scoperta, l'inedita descrizione ch' oggi per tal' oggetto cortesemente ei mi
trasmette.
<pb n="473"/>
Una copia fedele dell'una e dell'altra moneta che nella terza tavola di questo libro
inserisco richiamino i ponderati riflessi degli Amatori della Numismatica.
</p>
     </div3>
<div3 type="paragrafo">
<head>DOCUMENTO I.</head>
<head><foreign lang="lat">BONAC. DE PALUDE PIS. POT. <hi rend="italic">Bonaccursus de Palude Pisanorum Potestas</hi>.
</foreign>Aquila coronata sopra mezza Nave; e sotto Leone rampante.</head>
<p> <foreign lang="lat">PISE. </foreign>Madonna sedente sol Divin Figliuolo in braccio; e Campana dal lato diritto.
"Questa preziosa Moneta di Argento, ignota ai Monetografi e forse unica fino al presente,
appartiene alla Repubblica di Pisa. La singolare sua rarità consiste nel diritto, ove all'intorno si
vede il nome di Buonaccorso da Palude, e al di sotto l'arme del medesimo espressa in un Leone
rampante, non essendovi esempio che nelle Monete delle Repubbliche Toscane sieno stati mai posti
i nomi ed i segni dei Consoli, Podestà, Capitani, o altri Capi di esse. Si noti ancora, che l'Aquila
quale formava lo stemma della Città di Pisa, in vece del solito Capitello, come si vede nei Sigilli e
nelle Monete, tiene sotto gli artigli una mezza Nave; il che <pb n="474"/>
 potrebbe essere allusivo alle
imprese marittime del suddetto Buonaccorso. Il rovescio colla Madonna e colla figura della
Campana, segno del Presidente della Zecca, è comune".
"Abbiamo dalla storia e dai pubblici monumenti, che Buonaccorso da Palude, Uomo insigne per
la sua virtù e per la sua dottrina, fu Podestà di Pisa negli anni 1242,
1243, 1244: comandò due volte la flotta di quella Repubblica:
venne spedito dall'Imperatore Federico <num>II</num>. in Garfagnana per distaccarla dalla Parte Guelfa e
ridurla alla Ghibellina nel 11249: e restò ucciso in quella Provincia per
insinuazione dei Lucchesi nel 1250. Al che si può adesso aggiungere essere cosa
manifesta che nel tempo del suo governo ebbe questo personaggio una straordinaria autorità o
particolare considerazione, giacché per arbitrario potere o per facoltà concessagli esercitò il
sovrano diritto di far coniare Monete col proprio nome e collo stemma di sua famiglia".
Fu trovata la presente Moneta sotterra in un campo contiguo alle mura di Pisa nel
1809, e si acquistò dal Sig. Tommaso da Paùle o Palude di detta Città, il quale si
pregia di essere della medesima chiarissima stirpe del nominato Buonaccorso <pb n="475"/>
. Il titolo del
metallo è ottimo, ed il peso di grani <num>24</num> e mezzo Fiorentini".
G. VIANI.
</p>
</div3>
<div3 type="paragrafo">
<head>DOCUMENTO II.</head>
<head><foreign lang="lat">BONAC. DE PALUDE PIS. POT. <hi rend="italic">Bonaccursus de Palude Pisanorum Potestas</hi>.
</foreign>Aquila coronata sopra mezza Nave; e sotto Leone rampante fra le due lettere F. I.</head>
<p> <foreign lang="lat">PISE. </foreign>Madonna sedente col Divin Figliuolo in braccio; e Campana dal lato diritto.
"Nell'anno 1809 ad istanza di un degno e rispettabile Amico fu da me illustrata
una Moneta di argento della Repubblica di Pisa col nome del Podestà Buonaccorso da Plaude. Dissi
allora, che tale Moneta non solo era preziosa e rarissima, non essendovi esempio che le antiche
Repubbliche Toscane abbiano permesso ai loro Consoli, Capitani, Podestà, o altri simili Capi di
coniare Monete col proprio nome e stemma, ma che forse poteva credersi unica, non essendo stata
osservata l'eguale nei pubblici e privati Musèi. Contro ogni mia aspettativa altra ne fu scoperta nel
luogo medesimo ove trovossi la prima, la quale essendo di conio alquanto diverso <pb n="476"/>
 merita di
essere pubblicata e conosciuta dagli Amatori delle cose antiche d'Italia".
Nel diritto di questa Moneta si vede come nell'altra un'Aquila coronata sopra un rostro di Nave
colle medesime parole all'intorno: ma il Leoncino rampante, che resta al di sotto e forma l'arme
della famiglia da Palude, è in mezzo alle due lettere F. I., le quali non esistono nella prima. Non
sarà difficile l'interpretazione di queste lettere quando si rifletta, che in quasi tutte le antiche
Monete della Repubblica di Pisa si legge il nome dell'Imperatore Federico <num>I</num>., il quale con
diploma del dì 25. Di agosto 1155 le confermò il privilegio della Zecca. Le due
lettere F. I. non sono dunque, a mio giudizio, che l'abbreviazione della solita leggenda
 <foreign lang="lat">FEDERICUS IMPERATOR, </foreign>e che fanno vedere, che Buonaccorso da Palude volle
indicare in tal modo che la Moneta col suo nome era simile a quelle della Repubblica, oppure
esternò un atto di gratitudine a Federico <num>II</num>. da cui fu singolarmente onorato e protetto. Il
rovescio colla Madonna e col segno della Campana è perfettamente eguale a quello dell'altra,
eccettuata qualche piccola differenza nella fattura della seggiola ove riposa la Vergine col Bambino
in braccio".
<pb n="477"/>
"Se fu grande l'ammirazione con cui venne accolta dalla Repubblica Letteraria la prima
Moneta del celebre Podestà pisano, non minore sarà quella farà nascere la pubblicazione della
seconda. In fatti sì l'una che l'altra, nell'atto che illustrano una chiarissima ed antica famiglia la
quale esiste tuttora in Pisa, fanno epoca nella storia della Monetazione Toscana, e meritano un
luogo distinto nei più scelti e doviziosi Musei".
"Questa Moneta alquanto logora fu da me acquistata nel 1810, è di ottimo argento, e pesa grani <num>24</num>
Fiorentini".
G. VIANI.
</p>
</div3>
<div3 type="paragrafo">
<head>PARTE SECONDA DELL'ARTICOLO I.</head>
<p>La prima di queste due monete fu singolarmente ammirata dai chiar. Lanzi, Puccini, Zannoni,
Lucchesini, Millin ed altri principali Antiquarj d'Italia, e d'Oltramonti. Tralle varie cose poi che si
leggono nei giornali intorno all'illustrazione fattane dal Sig. Viani mi piace di riferire quanto fu
scritto nel Giornale di Padova del 1810 tomo <num>25</num>. <hi rend="italic">Il Sig. Viani obbligò
certamente la riconoscenza dei Pisani nel descrivere ed illustrare questa moneta, nello stesso
tempo, ch' ei fa conoscere quanto sia versato in queste materie</hi>.
</p>
</div3>
    </div2>
<div2 type="capitolo">
<head>ARTICOLO II.</head>
<pb n="478"/>
<head>Breve elogio di Buonaccorso da Palude.</head>
<p>Ora è dover ch'io discenda a consacrare alla posterità ciò che di memorabile si raccoglie del
lodato cittadino <hi rend="italic">Buonaccorso da Palude</hi>. Debito di giusta lode daremo in primo luogo al già
nominato Sig. Tommaso da Paùle; ciò che per avventura conservando fragli antichi ritratti della
famiglia quello ancora del prefato <hi rend="italic">Buonaccorso</hi> eternare lo volle col mezzo dell'incisione; ed
avendomene egli favorito il rame meritevol fece il mio libro di contenerne una copia <note anchored="yes"> La
memoria del ritratto indicato si trova in più inventarj curiali fatti nell'occasione dell'età pupillare
de' suoi  antenati, come dal protocollo di num. <num>20</num>.</note> Primo nostro assunto fia il narrare, che di <hi rend="italic">Buonaccorso</hi> patria fu Pisa, madre feconda di
simili Genj in quell'aurea stagione. Non valuteremo ciò che ne scrisse il Dal Borgo <note anchored="yes"> Alla
pag. <num>224</num> delle <hi rend="italic">Dissert. sopra l'Ist. Pis. T. <num>I</num>. P. <num>I</num></hi>. egli tenendo dietro alla
Cronaca senese del Dei lo nomina padovano</note> Perché protetti siamo abbastanza dall'<hi rend="italic">Istoria
della Garfagnana <pb n="479"/>
 del Sig. D. Domenico Pacchi</hi> <note anchored="yes"> Intitolata: <hi rend="italic">Ricerche
Istoriche della Provincia della Garfagnana ec. dal Dott. Domenico Pacchi Pubblico Professore di
Filosofia in</hi> Castelnovo.</note> per le parole quivi espresse: <hi rend="italic">Buonaccorso Signore Pisano stato già
Potestà nella sua Patria</hi>. In oltre prova non avvi più confacente e valida delle due autorità, che
vado a riportare. La prima ella è d'uno degli Scrittori italici del Muratori, che in seguito ad un fatto
d'armi accaduto per mare fra i Pisani, ed i Genovesi a chiare note si esprime: <hi rend="italic">avendo il detto
Buonaccorso fornito suo officio con buona grazia de' suoi Cittadini, fu eletto in Potestà Messer
Rinaldo da Machilonia per un anno</hi> <note anchored="yes"> <foreign lang="lat">Script. rer. ital. </foreign>Fir.
1748 alla pag. <num>306</num> e seg..</note> La seconda ce la somministrò un nostro amico
dopo di averla attinta in certe cronache  mss. nella biblioteca magliabechiana. L'Autor di esse nel
narrare una segnalata vittoria riportata dalla flotta pisana verso l'anno 1240 fa
menzione, che <hi rend="italic">Buonaccorso Da Paùle o Palude comandava la flotta, e questo soggetto era uno
dei soggetti e cittadini più benemeriti della Patria per i servigj resi alla medesima nelle circostanze
più calamitose fra le fazioni Guelfe, e Ghibelline</hi>. Finalmente non è lieve l'appoggio <pb n="480"/>

della seguente iscrizione sepolcrale per viemaggiormente convincer d'errore il citato Dal Borgo, e
conchiudere che Pisa fu la patria di <hi rend="italic">Buonaccorso</hi>. Il Sig. Cappellano Zucchelli molto versato
in ogni sorta di antiche memorie, e delle pisane indagatore indefesso ce l'ha comunicata, e noi coi
precisi termini qui la pubblichiamo <note anchored="yes"> Egli, oltre che ne merita tutta la fede, favorì di
mostrarmi un ms. che possiede di tutte le iscrizioni sepolcrali della Chiesa di S. Michele in Borgo
estratte nell'anno 1745 stil. pis., ove di fatto l'iscrizione era segnata.</note></p>
<lg type="versi" lang="lat">
<l> <hi rend="italic">S. JOANNIS BONAJUNCTE FILIORUM BONACCURSII</hi></l>
<l><hi rend="italic">DE PALUDE DE PISIS, IN QUO JACET</hi></l>
<l><hi rend="italic">BONACCURSIUS SUPRASCRIPTUS QUI OBIIT DIE VI.</hi></l>
<l><hi rend="italic">SEPTEMBRIS AN. D. MCCLXXXIV. <note anchored="yes"> Non faccia meraviglia se un
tal anno non combina con quello riferito dall'istorico Sig. Pacchi, come vedremo in appresso,
perché ciò sovente accade ai copisti delle iscrizioni lapidarie poste nei pavimenti delle Chiese, ed in
conseguenza logore, e rotte talvolta.</note></hi></l>
     </lg>
<p>La lapida, ove un tal funereo ricordo collo stemma di un leone era scolpito, giaceva in terra presso
la porta principale della Chiesa di S. Michele in Borgo; ed allorquando ne fu rinnovato il
pavimento restò vittima dell'ignoranza, che di simili circostanze profitta per distruggere certi
monumenti dell'antichità.<pb n="481"/>
Or passando a far conoscere le cagioni onde <hi rend="italic">Buonaccorso</hi> si rendette benemerito
della Patria e come inglorioso non visse ci si offrono al primo sguardo i gradi onorifici di Potestà, i
quali non solo in Patria con plauso e con decoro sostenne, ma in Verona ancora, in Siena, ed in
Ravenna. Qui potett' egli gloriarsi di dettar leggi, come ci fa sapere il <hi rend="italic">Conte Fantuzzi nel Tomo </hi>
<num>IV</num>. Dei Documenti Ravennati, ove al num. <num>136</num> si legge: <foreign lang="lat"><hi rend="italic">1234 Sententias et
condamnationes et regimenta facta per dominum  Bonacursium de Palude Potest. Rav. et per
Judices suos et per alios etc..</hi></foreign> Di Siena ei fu Potestà nel 1236 giust' al
Catalogo dei Consoli, e dei Potestà  che lesse il Dal Borgo nell'archivio dell'opera del Duomo di
quella Città. Che il celebre Buonaccorso fosse Potestà in Verona nel 1238 fresca
notizia ne porge il Sig. Zucchelli, che da sicuro documento nei registri della stessa Città la trasse.
Devenendo a Pisa, da un ms. del prefato Sig. Zucchelli col titolo di <hi rend="italic">Selva Paludiana</hi> si
raccoglie, che il governo di <hi rend="italic">Buonaccorso</hi> ebbe principio nel primo giorno di gennajo
dell'anno 1242 stil pisano, e che terminò nel 31 decembre 1244
stile medesimo. In oltre allega le seguenti parole tratte dalla cronaca attribuita a <pb n="482"/>
 Bernardo
Marangoni; <hi rend="italic">1243 Era Potestà della Città di Pisa Buonaccorso da Paùle uomo di
grande ingegno ed amatore della Città. Durò il suo uffizio anni tre.</hi> Ma di maggior importanza
sarà il citare una sentenza del nostro Buonaccorso che fralle molte pergamene in accurata guisa si
conserva nell'archivio Da Paùle. Eccola nei suoi precisi termini.
 <foreign lang="lat">In Eterni Dei Nomini Amen.
"Ex hujus publici Instrumenti clareat lectione quod Dominus Batizatus de Batizatis de Mutina
Judex et Assessor Domini Bonaccursi de Palude Dei Gratia Pisanorum Potestatis coram me
Bonaccurso Notario et Testibus  infrascriptis precepti bartholomeo quondam Ranuccini Benecti ut
hinc ad dies quindecim proximos det et solvat Odimundo Mele libras viginti denariorum
Pisanorum quas se ei dare debere confitebatur fidejussorio nomine pro Gottifredo Corso".
"Hoc preceptum factum fuit Pisis in Curia publica suprescripti Assessoris que est in Turri
Dodonum presentibus Ugone Berte et Filipo Pichiandulo et aliis. Dominice Incarnationis Anno
Millesimo ducentesimo quadragesimo secundo Indictione quintadecima nono Kalendas Aprilis".
<pb n="483"/>
"L. + Ego Bonaccursus Filius Bernardi de Sancto Andrea Domini Friderici Dei gratia
Romanorum Imperatoris Notarius et nunc scriba publicus predicti Assessoris hoc preceptum a
suprascripto  Assessore factum ejus parabola et mandato scripsi st firmavi".</foreign>
Plausibil cosa è trar notizia dall'esposto documento, che nella torre di Dodone esser doveva il
Tribunale in que' giorni. Che quivi precisamente la Curia fosse, lo prova il Sig. Zucchelli,
mediante un precetto ed una sentenza; il primo fu emanato dall'Assessore di Buonaccorso  contro
Bartolommeo Benetti nel 24 di marzo del 1242, la seconda fu data dall'Assessore
dell'antecedente suo collega <foreign lang="lat"><hi rend="italic">Pisis in Curia Potestatis que est in turri Dodorum</hi>. </foreign>
Questa torre era situata a piè del ponte nuovo, di cui diamo cognizione nel terzo libro: ella
restava in capo della via S. Maria, ed era presso la torre denominata <hi rend="italic">Verga d'oro</hi>, che,
tuttora esistente, nel Palazzo Imperiale è compresa. Eccone la riprova in un istrumento di procura
del 1383 presso il mentovato Sig. Zucchelli: <foreign lang="lat"><hi rend="italic">Actum Pisis in solario
pedalis turris Dodorum et Gaitanorum que est in pede Pontis novi.</hi></foreign>
<pb n="484"/>
Vantaggioso aspetto dei meriti non volgari di <hi rend="italic">Buonaccorso</hi> ci presenta la
spedizione navale, che il Popolo Pisano fece contro Genova, e contro Portovenere nel dì
8 di settembre del 1244; perché non pochi Autori Pisani, e Genovesi attestano, che
<hi rend="italic">Buonaccorso</hi> Ammiraglio ne fosse. E se  nella memoria incisa nel marmo, ch' io riporto nel
Tomo <num>II</num>., e di cui fo parola nel Tomo <num>III</num>., queste sole espressioni vi sono: NEL TEMPO DI
BUONACCORSO DA PALUDE; ed in fine DODUS FECIT PUBLICARE HOC OPUS, si può  a
buona equità congetturare, che questo Dodo occupando in tal impresa un posto subalterno a quello
di Buonaccorso maliziosamente tacesse dell'uno e dell'altro la qualità  del comando. Racconta il
Roncioni l'indicata bellica impresa, e fattosi partigiano di quel Duodo senza citare alcun valido
appoggio lo suppose Condottier Generale della pisana flotta. Ma noi conciliando l'attestato dei
precitati scrittori genovesi e pisani colla costumanza, che in certe importanti spedizioni il Potestà
pisano v'interveniva avendone solo e talvolta con altri il reggimento, in oltre tenendo ferma la
notizia esposta, che Buonaccorso fu già verso il 1240 Duce vittorioso dell'armata
navale pisana, ed in fine dando il suo <pb n="485"/>
 valore al rostro navale dagli artigli dell'uccel di
Giove sorretto nelle due indicate monete, e praticato innanzi all'Impero Romano nelle consolari,
non dubiteremo di credere, ch' ei fosse ancora Comandante in capo della truppa montata su
centocinque galere <note anchored="yes"> Giova il replicar la notizia, che le galere pisane erano più veloci e di
maggior valore che quelle di Genova. <foreign lang="lat"><hi rend="italic">Scr. Rer. Ital.</hi> </foreign>pag. <num>192</num> Cron. di Siena di
Neri Donati.</note> cento vacchette. Ed attribuendogli l'onore se non di aver  preso Portovenere,
perché il Conte Pandalo nemico dell'Impero non volle, ma di aver reso libero il commercio de'
Pisani da quella parte col soggiornare  i contorni, ed altresì conto facendo della recente iscrizione
apposta in Campo Santo sotto alla mentovata memoria di Duodo, che incomincia:
 <foreign lang="lat"><hi rend="italic">Buonacursium de Paùle sive de Padule navalem Ducem eximium etc.</hi>, </foreign>avremo
ottenuto fin qui delle non equivoche prove, che <hi rend="italic">Buonaccorso</hi> far dovette la gloria e la delizia
della Repubblica.
Ma quest'uomo celebre non contento di occupare nella società uno de' primi posti secondò   gl'
impulsi dell'animo suo nobile ed elevato, che lo avvertì di rendersi benemerito eziandìo <pb n="486"/>
dell'Imperatore. Ardito ne' suoi voli giunse al grado, difficile e raro, di batter monete in onorevol
guisa. Se per tal conto le memorie mancano dal fuoco, e dalle solite malnate cause disperse, per
gran ventura i due non mai abbastanza lodati monumenti di fino argento suppliscono a far chiara la
benevolenza e la gratitudine della Repubblica, e la speciale stima dell'Imperator Federigo, che col
predetto privilegio ornar volle <hi rend="italic">Buonaccorso</hi> della sua grazia, di novità, e d'onore, per aver
egli bene oprato in servigio di lui.
Che gl' Imperatori per tal conto distinguessero generalmente i Pisani, l'insegna il Zanetti fra gli
altri nel <hi rend="italic">lib. <num>II</num>. al paragrafo delle Monete Pisane</hi>, riferendo il favor di Corrado <num>II</num>., ed
il privilegio della moneta spendibile in qualunque parte d'Italia, che Federigo <num>I</num>. nel
1155 gli accorda; siccome riporta l'original documento, ignoto ad alcun
Monetografo, dic' egli, sull'ampia facoltà di cambiare, e mutare il peso di esse secondo le
occorrenze. Facoltà simile accordar volle Federigo <num>II</num>. al nostro <hi rend="italic">Buonaccorso</hi>. Egli
espresse nel diritto l'aquila colle ali aperte, ma sul capitello d'una colonna, giusta lo stemma dato
dagl' Imperatori al popolo Pisano in segno dell'Imperial protezione, non la <pb n="487"/>
 poggiò; la pose
bensì sul rostro di una nave ad imitazione dei Consoli Romani e per denotare le navali sue imprese.
Nel rovescio poi conservò l'immagine di Nostra Signora col divin Figlio in braccio, colla campana
a destra, marca annuaria della Zecca, e con ai fianchi <foreign lang="lat">PISE, </foreign>tipo con cui per molto tempo
coniò  la Zecca di Pisa le sue monete, e di cui 'l disegno già dettero l'Argelati ed il Manni. Nella
moneta poi, che fu seconda a trovarsi, egli aggiunse le sigle F. I. ai fianchi del leone rampante,
stemma sempre continuato dalla famiglia; e ciò forse per essere stato poscia obbligato  a coniarle
secondo le pristine convenzioni, e la costumanza, o per esternare un atto di gratitudine
all'Imperatore, sana osservazione del Sig. Viani <note anchored="yes"> Era desiderabile di osservare la terza
esistente in Firenze, come lo assicura persona di tutta fede.</note> Ma nostro scopo non è di ragionar di
proposito sulla Zecca Pisana.  Goderemo, che lo faccia in appresso chi di gran copia di documenti,
e di doviziosa serie di monete fornito in tale studio lodevolmente s'impiega.
Or dell'encomiato <hi rend="italic">Buonaccorso</hi> devenendo a chiudere l'elogio coll' ultimo de' suoi <pb n="488"/>
giorni, funesta notizia ci si presenta nella già nominata <hi rend="italic">Storia della Garfagnana</hi> del Sig. Dott.
Pacchi. Essa alla pag. <num>129</num> incomincia: "Il fatto si è, che sebbene i lucchesi col riportato
diploma d'investitura ottenuto aveano il privato lor fine; pur nei torbidi, e nelle fazioni che
ardevano allora in Italia tre' Ghibellini, o sia Partitanti dell'Impero, ed i Guelfi, o sia partitanti del
Papa, essi nulla curarono di favorire piuttosto il Pontefice, che Federigo. Avvedutosi questi per
altro, che malgrado le loro promesse, ed esibizioni e la cessione a loro fatta, egli erano divenuti
nemici mandò del 1249 nella nostra Provincia, <hi rend="italic">Bonaccorso da Paule</hi>, perché
vedesse di sopraintendere a suo nome a questi popoli, e rivolgergli insieme al partito Imperiale. Era
<hi rend="italic">Bonaccorso</hi> un Signore Pisano, stato già Potestà nella sua patria; (parole già adoprate alla
pag. <num>480</num>) e con somma avvedutezza spedì Federigo a nostri un personaggio di tal nazione,
poiché essendo i pisani Ghibellini, ed in oltre amici in addietro, e confederati de' Garfagnigni, più
facilmente riescito sarebbe a <hi rend="italic">Bonaccorso</hi> di distaccare i nostri dal partito guelfo, che pur ve
n'erano, e ridurgli ghibellini contro a' lucchesi. Ei venne in Garfagnana due volte per questo fine:
<pb n="489"/>
 " <foreign lang="lat"><hi rend="italic">Fridericus Imperator videns Lucanos favere Innocentio <num>IV</num>. Papae iterato
mittit in Garfagnanam D. Bonaccursium de Padule: così Tolomeo negli Annali".</hi></foreign>
Essendo moltissimo dispiaciuta a' Lucchesi questa spedizione di <hi rend="italic">Buonaccorso</hi>, perché
prevedeano, che agevolmente egli avrebbe subornati i nostri, pria che cosa alcuna in proprio danno
seguisse, accordatisi  col March. Pallavicino, e con alcuni de' principali Guelfi di Garfagnana ne
tramarono la morte: <foreign lang="lat"><hi rend="italic">Tunc Lucenses procuraverunt ipsum occidi per Marchionem, et
Cataneos praefatos, qui tunc amici erant Lucentium, et Papae (Tolom. Ann.).</hi></foreign> Scampò
tuttavia questa volta dalle insidie <hi rend="italic">Buonaccorso</hi>; e toccò al Marchese Pallavicino istesso la
disgrazia di vedersi discacciato dalla Garfagnana per opera de' medesimi Lucchesi coll' ajuto de'
nostri Guelfi, e d'un Marchese Bernabò, forse della famiglia de' Malaspina. <foreign lang="lat"><hi rend="italic">Eodem anno
Palavicinus Marchio de Garfagnana expellitur per Lucenses, et Marchionem Bernabovem cum
auxilio Cataneorum.</hi></foreign> (Annali istessi). Sarà ciò probabilmente avvenuto, o per gelosia che i
Lucchesi avessero concepita contro di lui, che già da più anni se ne stava in questa Provincia, o
fors'anche perché egli stesso avesse fatto cadere <pb n="490"/>
 a vuoto il colpo ideato contro di
<hi rend="italic">Bonaccorso</hi>. Ma questi per altro, se vide il principio del seguente anno
1250, non così poté aver la sorte di vederne la fine, perché rimase qui ucciso;
 <foreign lang="lat"><hi rend="italic">D. Bonaccursius occiditur in Garfagnana per Marchionem Bernabovem, et Cataneos
consentientibus Lucensibus:</hi></foreign> (Annali citati). Nel medesimo anno avvenne la morte anche di
Federigo <num>II</num>. alli 18 d'ottobre; morte, che produsse alquanto di quiete e in Toscana e altrove".
Che la nuda salma del Cittadino illustre trasportata fosse alla patria, e che nel bel Tempio di S.
Michele in Borgo avesse onorato sepolcro, per avventura non restò nell'oblìo mercé il prezioso
documento dianzi riportato.
Non perderemo di vista un tal soggetto senza far ricordanza d'una iscrizione onorevole, le cui
parole scolpite sono in marmo sotto all'apice acuto dell'arco della porta murata ove facea capo la
via Emilia, e che non lungi dalla porta fiorentina verso ponente si riscontra. Avvegnaché dessa
fralle repubblicane memorie nel terzo volume si riporti, inutil cosa non fia di lasciarne anche in
questo luogo una copia, giacché novellamente con maggior accuratezza la trassi <pb n="491"/>
dall'originale, ov'è scritta con buone lettere di quel tempo in due strisce di marmo, bianca la
superiore, e quasi nera la seconda, come indicano le linee che le circondano entrambe.</p>
<lg type="versi" lang="lat">
<l><hi rend="italic"> HOC OPUS. FACTU E.TPRE. DNI BONACURSI DE</hi></l>
<l><hi rend="italic">PALUDE DEI GRA PISANOR POTESTATIS DNICE INCAR</hi></l>
<l><hi rend="italic">NATIONIS ANNO MCCLIII.</hi></l>
<l><hi rend="italic">INDICTIOE XV MSE MARTII</hi></l>
</lg>
<p>Riguardo alla diversità dei colori delle due indicate fasce pensa il mio erudito amico Sig.
Viani, che siccome una delle tre porte della Chiesa dei Santi Simone e Giuda di Lucca cogli stipiti
di marmo bianco era destinata al passo di quegli della fazione de' Bianchi, pei Neri l'altra cogli
stipiti neri, e per entrambi quella di mezzo avente uno stipite bianco, e l'altro nero, così la pisana
iscrizione scolpita in due marmi dei colori delle divisate fazioni indicasse la neutralità di
<hi rend="italic">Buonaccorso</hi>, come Potestà, per le medesime; e che altresì 'l marmo bianco maggiore del
nero la superiorità della fazione dei Bianchi in Pisa denotasse.
</p>
    </div2>
<div2 type="capitolo">
<head>ARTICOLO III.</head>
<pb n="492"/>
<head>Notizie analoghe all'elogio di Buonaccorso.</head>
<p>Merita memoria eziandìo <hi rend="italic">Jacopino da Palude</hi> altro degno soggetto di questa illustre
famiglia. Di esso pure possedendo l'antico ritratto nella guisa indicata il nostro benemerito
Cittadino volle eternarlo col mezzo del rame, che nella quinta tavola mi fo dovere di mostrare in
questo libro (Tav. <num>5</num>.).
Potestà di Pisa egli fu negli anni 11263, 64, e
65, per memorie veglianti nelle cartepecore del prefato archivio Da Paule, e per
l'istorico Tronci, che ne fa menzione all'anno 1263. Risulta poi da un documento
delle citate pergamene, che <hi rend="italic">Jacopino</hi> fu Potestà di Genova nel 1267; ed
interessa ch'io qui lo riporti.
 <foreign lang="lat">In Nomine Domini Amen.
"In praesentia testium infracripstorum. Dominus Bonifacius de Canossa Ianue Civitatis Potestas
volens observare contentionem factam Aldeguerio Vicedomino de Cornilia per Dominum
Jacobinum de Palude olim Potestatem Ianue scriptam manu Rioboni Notarii
MCCLXVII Die XXV. Januarii. <pb n="493"/>
 de ipso promovendo ad officium Notarie ad scedam vacaturam
de numero ducentorum notariorum Comunis Ianue post illam vacaturam que promissa fuit per
Comune Ianue Vivaldo Spaerio Notario quia cognovit ipsum Aldeguerium fore promovendum et
promoveri debere ad predictum officium Notarie. Quia locus et conditio advenit ex forma
conventionis predicte ipsum Alduguerium promovit ad dictum officium Notarie et ipsum
promotum et promovendum pronunciavit. Ita quod de cetero officium notarie libere exercere possit
et debeat pro (ut) alii Notarii de numero Notariorum Ianue exercent et exercere possunt et debent et
in matricula in qua scripti sunt Notarii Comunis Inaue eundem Aldeguerium scribendum jussit.
Presentibus Testibus vocatis et rogatis Janvino Osbengerio et Lanfranco Bancherio Scribis et
Cancellariis Comunis Inaue. Actum Ianue in Palatio illorum de Auria ubi regitur Curia Potestatis
MCCLXVIIII. Indictione undecima. Die octava Julii inter nonam et vesperas".
"L. + S. Ego Marinus de Monterosato Notarius Rogatus scripsi".
</foreign>Non si taccia in fine che il prelodato <hi rend="italic">Jacopino</hi> fu Capitan Comandante di galera armata
nel 1284, come si rileva dalle <pb n="494"/>
 mentovate pergamene, e dalle notizie
storiche di più Cronisti. E sebbene assegnar non si possa con sicurezza il fine della vita di lui,
vogliono alcuni che gloriosa sorte troncasse in battaglia i giorni suoi, e precisamente in quella
fatale della Meloria.
Ragione di non far cosa inutile al trattato argomento esige, che la seguente semplice narrazione io
qui distenda.
Nel modo ch'altre pisane famiglie il nome traggono da un luogo o castello di che in antico furono
dominanti, così quella, di cui ragioniamo, discende dal territorio denominato <hi rend="italic">Padule</hi>, forse
pel suolo paduloso ch'avea dintorno, e <hi rend="italic">Paùle</hi> in appresso. E poiché questo era sovente dalle
rapid' acque del torrente Era danneggiato, si determinarono gli abitanti di abbandonarlo, e per
sicuro soggiorno un luogo più eminente eleggendosi vi formarono provvisoriamente delle capanne,
ond' oggi <hi rend="italic">Capannole</hi> e <hi rend="italic">Capannoli</hi> viene un tal luogo denominato. Valida conferma ne
abbiamo nell'istorico Tronci. Nel giornal toscano dell'an. 1794 in data di
Capannoli in Valdera si descrive il riattamento della Chiesa Abbaziale di S. Bartolommeo, traslata
dal paese <hi rend="italic">Paùle</hi> a norma delle antiche memorie di quella Pieve, allora della Diocesi <pb n="495"/>
di Lucca <note anchored="yes"> Il Tronci suddetto nella <hi rend="italic">Storia delle famiglie pisane</hi> avverte, che una tal
famiglia passando ad abitare in Capannoli si disse ancora <hi rend="italic">da Capannoli</hi>. Così osserva il Sig.
Zucchelli col valido testo di un istrumento pubblico del 19 settembre del 1490, in
cui Batista, e Niccolò fratelli e figli di Antonio di Luca <hi rend="italic">de Paùle</hi>, alias <hi rend="italic">de Capannoli
Cives Pisani</hi> consegnano ec.. Esiste in Firenze nell'archivio
       generale.</note> Ch' ivi col titolo stesso
e come Pieve esistesse nel 1329 ce lo afferma il Dal Borgo, portando di un  trattato
di pace fatto in Montopoli fralla lega Guelfa e la Repubblica Pisana le seguenti parole:
 <foreign lang="lat"><hi rend="italic">Domino Francino Coralli de
	Upethinghis Plebano Plebis de Padule</hi></foreign> <note anchored="yes">
Diplomi Pis.. Il trattato esiste nell'arch. diplom. di Firenze.</note>
      Siccome il prefato villaggio or <hi rend="italic">Padule</hi> or <hi rend="italic">Paùle</hi> giusta al consueto si nominava, noi
siam d'avviso che lo stesso alla famiglia derivante da quello accadesse. Così nel modo che
indifferentemente dicesi <hi rend="italic">Padule</hi>, o <hi rend="italic">Palude</hi> in toscana favella non fa meraviglia s'or
<hi rend="italic">da Padule</hi> e <hi rend="italic">da Palude</hi> talvolta la nostra famiglia si appelli <note anchored="yes"> Il Sig. Zucchelli
nella nominata <hi rend="italic">Selva</hi> per mezzo di pubblici strumenti giustifica, ch'ella or <hi rend="italic">da Palude</hi>,
or <hi rend="italic">da Padule</hi>, e <hi rend="italic">da
	Paùle</hi> fu denominata.</note> Finalmente atti a persuadere, che il
cognome <hi rend="italic">da Palude</hi> e <hi rend="italic">da Paùle</hi> sia senza dubbio lo stesso, due documenti abbiamo:
<pb n="496"/>
 il primo è nel libro degli Anziani e dei Priori esistente nell'archivio della Comune, in cui
alla pag. <num>179</num>, <hi rend="italic">Ubaldus de Palude</hi>, si legge, e <hi rend="italic">de Paùle</hi> negli anni successivi: il
secondo è in pergamena legalmente autenticato, ove il Senato Pisano in tal guisa si esprime:
<hi rend="italic">Antichissima e nobilissima famiglia da Paùle, da Padule, e da Palude è stata ed è riconosciuta i
tutti e tre questi casati</hi>.
Troncando ogni riflesso sullo stemma del Leone, da <hi rend="italic">Buonaccorso</hi> in poi sempre continuato,
ed esibito nel 16 maggio 1594 al soppresso Ordine di S. Stefano da Francesco di
Pompeo quando ne vestì l'abito <note anchored="yes"> Un tale stemma esiste con tutti gli altri nell'archivio delle
Riformag. di Firenze ed in quello della Comune e della soppressa Cancelleria di S. Stefano in
Pisa, ove a forma dello statuto dovette il suddetto Tommaso esibirlo unitamente al processo di
prove ec. quando nell'anno cit. prese l'abito per giustizia.</note> E su quant'altro non istà a confronto
delle autorità esposte, l'utilità mi porta a far conto della notizia di <hi rend="italic">Arduino da Palude</hi> figlio
di Guidone, che trovo nella <hi rend="italic">Selva</hi> del Sig. Cappellano Zucchelli. In virtù di più documenti
raccolti dal Zaccarìa, dal Mansi, dal Bacchini, e dall'Ughelli ei dimostra, che fra i personaggi di
rango della comitiva della <pb n="497"/>
 contessa Matilde il prefato <hi rend="italic">Arduino da Paùle</hi> si distinse
dall'anno 1102 fino al 1115, in cui frai molti testimoni insigni di
una donazione fatta dalla prefata Contessa nel terzo posto si nomina <hi rend="italic">Arduino</hi> coll'onorifico
titolo di Conte: <foreign lang="lat"><hi rend="italic">Arduinus Comes de Palude</hi></foreign> <note anchored="yes">Il <hi rend="italic">Bacchini Storia di S.
Benedetto</hi> pag. <num>104</num> <hi rend="italic">Mansi Docum.</hi>
       alle mem. della Cont. Matilde pag. <num>254</num>.</note> Il
medesimo Sig. Zucchelli non dubita d'asserire, che desso un Progenitore fosse degli encomiati
<hi rend="italic">Buonaccorso</hi>, e <hi rend="italic">Jacopino</hi>, come pure di <hi rend="italic">Giolio da Padule</hi> che fu Potestà in
Siena nel 1262 <note anchored="yes"> Ella è cosa singolare, che nelle memorie antiche della
famiglia Da Paùle quella si trovi oltre a citati documenti che porta il Sig. Zucchelli, che Arduino fu
testimone ad un contratto di donazione della Cont. Matilde nell'anno 1103, e che
nell'occasione della ricognizione delle ossa della Cont. Beatrice madre di lei uno dei testimoni
fosse il prelodato Sig. Tommaso da Paùle, della stessa famiglia di Arduino, unitamente al nostro
erudito e benemerito Cittadino Sig. Vincenzo Cosi Del Vollia, come costa per contratto rogato nel
6. Settembre 1810, e come distintamente  nel secondo libro dichiaro, la traslazione
narrando del celebrato sarcofago ove ella fu sepolta.</note> Or col far noi qui ricordanza di <hi rend="italic">Bona da Paùle</hi> sorella dell'encomiato <hi rend="italic">Buonaccorso</hi>,
la gloria si accresce alla famiglia di cui si ragiona. Ella nel 1215 era già congiunta
in matrimonio con Ranieri di Gherardo Visconti Principe di Gallura, o sia della terza parte della
<pb n="498"/>
 Sardegna <note anchored="yes"> Asseriscono il Tronci ed altri Cronisti riportati dal Murat., che questa
fu una di quelle sette famiglie che nel sec. 10. Si stabilirono in Pisa ai tempi
d'Ottone imperatore. La medesima si annovera fralle Pisane illustri che nel secolo
12 e 13 ebbero il dominio della Sardegna, cioè dei Giudicati che
si dissero anche Regni di Gallura, d'Arborea, di Torri, e di Caglieri. <hi rend="italic">Nel Tom. <num>II</num>. degli
Uom. Illust. Pis.</hi> dopo l'elogio d'<hi rend="italic">Ugolino Visconti</hi> si citano diversi documenti in
attestato  della gloria di tal famiglia, e nel principio si dichiara, che da essa si diramarono quelle di
Genova, di Piacenza e dei Duchi di Milano.</note> Per memorie desunte da pubblico istrumento in
pergamena che nel capitolare archiv. dei Sigg. Canonici del Duomo di Pisa ed in quello da Paùle
duplicato si conserva. Esso fu fatto nella villa di Campo presso Pisa nel dì 25 di ottobre del 1215
indiz. III., e rogato da Silvestro figlio del q. Bono Giudice e Not. d'Enrico
Imperatore de' Romani; ed in esso leggesi: <foreign lang="lat"><hi rend="italic">Rainierius Vicecomes de Burgo quondam
Gerardi Vicecomitis et Bona uxor ejus et filia quondam Ugolini quondam Rainerii de Paùle
etc.</hi>.
</foreign> Della prelodata <hi rend="italic">Bona</hi> fu figlio <hi rend="italic">Giovanni Visconti</hi> <note anchored="yes"> Questi fu fratello di
Federigo Visconti Arcivescovo di Pisa: così scrisse l'estensor dell'elogio d'Ugolino Visconti nel
<hi rend="italic">T. <num>II</num>. degli Uomini
	illust. Pisani</hi>.</note> Padrone del Giudicato di Gallura, il quale come
partigiano <pb n="499"/>
 potente del partito Guelfo riescì dannoso ai Ghibellini Pisani <note anchored="yes"> Si
consultino <hi rend="italic">il Malevolti St. Sen. L. <num>III</num>. An. 1270 e Tolomeo da Lucca,
Guidone da Corvaja, il Roncioni, e il Dal Borgo
	Dissert. .. Sull'Ist. Pis.</hi>.</note> Da esso, e da una
figlia del Conte Ugolino della Gherardesca nacque <hi rend="italic">Ugolino Visconti</hi>. Questi ebbe in moglie
la Principessa Beatrice D'Este sorella di Azzone <num>VIII</num>. Signore di Ferrara, Modena, e Reggio, la
quale passò alle seconde nozze con Galeazzo Visconti Duca di Milano. E poich' egli ebbe per zia
materna la figlia del Re Arrigo di Sardegna figlio dell'Imperator Federigo <num>II</num>. <note anchored="yes"> V. nel
cit. <hi rend="italic">T. degli Uom. illust. Pis.</hi> la nota <num>6</num> ove si legge l'articolo del testamento del Re di
Sardegna, che dona il Principato a' suoi nipoti.</note> Bisnipote comparisce del nominato Imperatore
mediante l'accasamento fatto dal Conte Guelfo zio materno di lui colla Principessa Elena <note anchored="yes">
V. il testam. del Re Arrigo presso i Sigg. della Gherardesca: <hi rend="italic">Bologna 16 marzo 1272</hi>.
In oltre V. la pag. <num>219</num> del <hi rend="italic">T. cit. degli Uom. illus. Pis.</hi> e la pag.
<num>134</num> della cit. <hi rend="italic">Ist. della Garfagnana</hi>, ove si riportano le seguenti parole: <foreign lang="lat"><hi rend="italic">Die
sexto decimo intrantis martii an. 1272. Henricus D. G. Rex Sardiniae etc.. Item
Henricum, et Ugolinum carissimos nepotes ex eccellenti filia nostra Helena, et Viro magnifico
Guelfo de Donoratico genero nostro natos, et ceteros masculos nascituros ex eo etc.. Nobis
haeredes equalibus portionibus instituimus  in Regno nostro etc.. Item in tot Lunisana, Garfagnana,
Versilia etc.. Actum Bononiae Palatio novo Comunis
	 ejusdem</hi>.</foreign></note> In istima di gran <pb n="500"/>
valore ed insieme d'umanità e di gentilezza fu il nostro Ugolino, ed esser ben lo dovette subito che
meritò una lode dal Poeta Alighieri in quei versi del Canto <num>8</num> del Purgat. <hi rend="italic">Giudice Nin gentil
ec.</hi> da me già riportati alla pag. <num>96</num>.
In fine non ometterò di accennare, che <hi rend="italic">Giovanna</hi> figlia del commendato Conte Ugolino, e
sorella uterina di Azzone Visconti Signore di Milano perché nata da Beatrice Estense nel primo
matrimonio fu l'ultima di tal famiglia pisana; che si maritò a Riccardo da Camino Signore di
Trevigi, e che lasciò la sua eredità al prefato suo fratello uterino Azzone Visconti Signore di
Milano, Vercelli, Piacenza ec.. Poscia da tal famiglia escirono Giovanni Galeazzo, e Gabbriello, i
quali fecero crudel vendetta delle offese, che nel furore dei partiti il Giudice di Gallura afflissero.
In fine crediamo di non doversi trascurare la memoria, che fralle molte famiglie illustri che da
Pisa emigrarono nella Sicilia piuttosto che viver soggette all' insoffribil giogo dei nemici, anche la
commendata Da Paùle si annovera. E se costa da due mandati di procura in pergamena del citato
archivio Da Paùle, uno del 20 mag. 1367, e l'altro del 1572 che
Pietro <pb n="501"/>
 Cammillo, e Lodovico fratelli e figli di Filippo Da Paùle passarono da Pisa in
Alemano in Sicilia, risulta eziandìo, che il Dottor Pompeo fratello e Suor Brigida sorella di loro in
Pisa lasciarono. Parimente nel citato archivio al protocollo <num>14</num> dei Testamenti a <num>25</num> si
leggono di ciò nuove e valide conferme.
Ma, per non deviar' soverchio dal bel sentiero, virtù mi guida a trattare nel tomo secondo il
maggior vanto della Pisana Scuola.</p>
<lg type="versi">
<l><hi rend="italic">Godine</hi>, o Pisa, <hi rend="italic">poiché sei sì grande</hi>.</l>
</lg>
    </div2>
   </div1>
<div1 type="ind">
<head>ERRATA CORRIGE</head>
<pb n="502"/>
<p><hi rend="italic">pag.</hi> <num>34</num>, <hi rend="italic">linea</hi> <num>16</num>, Errore: Plinio, Correzione: Livio.</p>
<pb n="509"/>
   </div1>
  </back>
</text>
</TEI.2>
