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            <title>Dissertazione sopra le virtù intellettuali</title>
            <author>Giacomo Leopardi</author>
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         <extent>15500 Kb in UTF-8</extent>
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            <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
            <pubPlace>Roma</pubPlace>
            <date>2008</date>
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               <p>Questa risorsa digitale è liberamente accessibile per uso
                        personale o scientifico. Ogni uso commerciale è vietato</p>
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            <title>Collezione BibIt</title>
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               <title>Tutte le opere</title>
               <author>Leopardi, Giacomo</author>
               <editor id="ed">Felici, Lucio</editor>
               <publisher>Lexis Progetti Editoriali</publisher>
               <pubPlace>Roma</pubPlace>
               <date>1998</date>
               <note>L'edizione elettronica fa riferimento al testo: Giacomo Leopardi, Dissertazioni filosofiche, a cura di T. Crivelli, Padova, Editrice Antenore, 1995.</note>
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            <p>Tutti i materiali paratestuali della fonte cartacea non riconducibili alla
                responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
                digitale</p>
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               <p>Livello medio: controllo a video con collazione con edizione di
                        riferimento</p>
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            <quotation form="data" marks="all">
               <p>I simboli di citazione e di discorso diretto presenti sulla fonte cartacea
                        sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
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               <p>I trattini di sillabazione a fine riga sono stati soppressi e le parole
                        ricomposte</p>
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            <head>SOPRA LE VIRTÙ INTELLETTUALI</head>
            <p>L'anima umana in quanto ell'è ragionevole ha in se due potenze, all'una delle quali si dà il nome d'intelletto, all'altra di volontà. Alla prima appartiene il conoscere, e il giudicare alla seconda il volere. Ed in quanto alla prima cioè l'intelletto, comprende questa secondo <hi rend="italic">Aristotele</hi> due facoltà, l'una chiamata contemplativa, e l'altra deliberativa. Per la contemplativa l'uomo non fa che contemplar le cose affine di conoscerle, come fa colui, il quale considera la struttura di una pianta, le proprietà della linea, o altre simili cose. Per la facoltà deliberativa l'uomo considera le cose non sol per conoscerle ma ancora per deliberarvi sopra, e determinarsi, come fa appunto colui, il quale considera se il beneficar gl'inimici sia azione onesta, per poi determinarsi su di ciò, ed operare a seconda del giudicio formato dalla facoltà deliberativa. Ora essendo certo che l'uomo non vuole alcuna cosa se non considerandola sotto l'aspetto di bene, e non ne rigetta alcun'altra se non riguardandola sotto l'aspetto di male, e potendo l'uomo ingannarsi con facilità grandissima talchè a lui sembri bene ciò, che è male in realtà, e male ciò, che veramente è bene, vedesi quanto sia all'uom necessario un abito, contratto per il lungo uso, ed esercizio, di conoscere rettamente, e rettamente giudicare, il qual abito chiamasi virtù intellettuale perchè risiedente nell'intelletto. Ciò, che dicesi della facoltà deliberativa può, e deve intendersi ancora della facoltà contemplativa, la quale è soggetta ancor essa alla facilità di commetter degli errori sebbene ella non consideri le cose, che in quanto son da conoscersi potendo essa non conoscerle come elleno sono realmente, ed in questo ingannarsi, e rimaner delusa. Vedesi adunque assai chiaramente, che il soggetto della virtù intellettuale altri non è se non quegli, nel quale risiede l'abito di giudicare, e conoscere rettamente ma non in quanto egli scherza, o parla, o scrive, o vuole, bensì in quanto egli conosce, e giudica. Così la materia della virtù intellettuale sono le cose medesime, ma solo in quanto esse son da conoscersi. Or volendo noi con la possibile brevità trattare di questa virtù, per cui l'uomo giunge a conoscere ciò, che oprar deve, e ciò, che deve fuggire, e vien reso abile a giudicar rettamente su tutto quello, che cade sotto i suoi sensi la divideremo conforme fece <hi rend="italic">Aristotele</hi> nell'intelletto, nella scienza nella prudenza, e nell'arte, e parleremo separatamente di tutte queste virtù. Passeremo quindi a parlare di una virtù, cui <hi rend="italic">Aristotele</hi> diè il nome di <foreign lang="grc">σοφία</foreign>vale a dire sapienza, sulla quale varie questioni furon mosse da' morali Filosofi, e cercheremo finalmente se la virtù intellettuale sia necessaria alla felicità.</p>
            <p>La facoltà contemplativa comprende due virtù, l'una delle quali versa intorno ai principj, e l'altra intorno alle conseguenze. Si dà alla prima il nome d'intelletto, ed alla seconda il nome di scienza. L'intelletto è dunque una virtù, che versa intorno ai principj, ossìa intorno a quelle verità, che non han bisogno di dimostrazione. Potrà qui forse richiedersi come possa l'intelletto porsi nel numero delle virtù mentre egli non si acquista altrimenti per uso alcuno, od esercizio, ma dalla natura medesima ci vien compartito, il che è direttamente contrario alla definizione medesima della virtù. A ciò rispondiamo, che l'intelletto non vien da noi considerato come potenza, ma bensì come virtù, il che dee accuratamente osservarsi. Giacchè se l'intelletto si consideri come potenza, vale a dire come quella forza, ed attività, che ha ciascuno a distinguere, e conoscere la verità di alcun principio, egli non potrà certamente aver luogo nel numero delle virtù intellettuali, come quella, che non per uso alcuno, od esercizio si acquista, ma ricevesi come in gratuito dono dalla natura medesima. Ed infatti chi dirà, che il comprender la verità di questo principio «se si raddoppj il numero 4. si avrà il numero 8» e di altri somiglianti sia il frutto di una lunga esperienza, e di un abito acquistato con l'uso, e con l'esercizio? Niuno certamente; come niuno altresì ardirà di affermare, che il discernere con prontezza, e facilità d'animo la verità de' più astratti principj non sia l'effetto di un abito acquistato con l'uso, e con l'esercizio di conoscere, il quale non può venirci compartito dalla natura medesima. E in realtà se ad un uomo affatto digiuno di arti, e di scienze si proponga quell'assioma «le quantità doppie, triple, quadruple di quantità eguali sono eguali tra loro» ovvero quello «Tutto ciò, che si comprende nell'idèa chiara, e distinta di una cosa dee necessariamente convenirgli» oppure «quelle grandezze, le quali sovrapposte l'una all'altra si addattano perfettamente, e si confondono in tutte le loro parti sono uguali tra loro» o simili; egli assai stento porrà a comprenderne il significato, e più forse ancora a conoscerne la verità, mentre un matematico, o altri versato nelle scienze le intenderà, ed approverà a prima giunta senza aver mestieri di affaticarsi per tal cagione in modo alcuno, e ciò per l'abito da lui acquistato di conoscere con prontezza d'animo simili verità. È perciò dunque assai manifesto doversi con ogni possibile accuratezza distinguere la virtù dell'intelletto dalla potenza di tal nome, la quale non può certamente essere ammessa nel novero delle virtù intellettuali. Dalle cose dette finquì può facilmente conoscersi qual sia la materia della virtù dell'intelletto, che da Aristotele vien collocata prima di ogni altra nella accennata divisione delle virtù intellettuali.</p>
            <p>Segue la Scienza, cui dà Aristotele il secondo luogo nella divisione sovraindicata, e questa si è quella, per cui l'uomo dimostra con evidenza di ragioni quelle verità, che per se stesse non sono abbastanza chiare, ed hanno mestieri di alcuna dimostrazione. Vedesi adunque come questa virtù versa intorno alle conseguenze, ossìa intorno a quelle verità, che si conoscono per mezzo de' principj. Essendo adunque, come è manifesto, le proposizioni medesime, che sono da dimostrarsi la materia della virtù della scienza, egli è evidente, che diverse, e di varie specie essendo queste proposizioni, diversi ancora, e di varie specie saranno gli abiti dimostrativi, quali sono appunto la Metafisica, la Matematica, la Geometrìa, ed altre molte, le quali tutte versano intorno a proposizioni diverse, e di diversa specie, che costituiscono l'oggetto, ed il fine della scienza. Fu già detto da Aristotele esser la Scienza una virtù, che si aggira intorno alle cose necessarie immutabili, ed eterne, il che è totalmente consentaneo alla retta ragione; mentre quelle proposizioni, che si stiman vere al presente dovranno sempre essere state, e sempre rimaner vere, e la lor verità sarà assolutamente necessaria su di che non credo sia duopo instituire argomento bastantemente ciò dimostrandosi da' metafisici, a' quali sembrami appartenere un tale assunto assai più, che ai morali Filosofi.</p>
            <p>Alla seconda classe di virtù intellettuali vale a dire a quella, che spetta alla facoltà deliberativa, appartengono la prudenza, e l'arte. La Prudenza, la più sublime, e più nobile tra tutte le virtù intellettuali, è quella virtù, per cui l'uomo conosce facilmente ciò, che gli convien di fare, vale a dire quali azioni son per condurlo alla felicità. Ed essendo la felicità posta principalmente nell'esercizio della virtù può dirsi per ciò, che la prudenza sia un abito di discernere prontamente quali siano le azioni virtuose, e quali di queste egli far debba all'occasione. Sono dunque materia della prudenza le azioni, che all'uomo si convien di fare, ed in particolar modo le azioni virtuose, ma solo in quanto esse son da conoscersi non in quanto sono da farsi, il che spetta alla volontà. Non è però, che la prudenza chiamar non si debba abito pratico giacchè ordinando ella distinguendo, ed imponendo ancora quelle cose, che stima all'uom convenirsi può in certo modo contarsi tra le virtù pratiche. Su di che aggiungeremo ancora un'altra ragione apportata da un moderno Filosofo, ed è, che due sorte di giudicj debbon considerarsi nella prudenza, l'uno cioè speculativo, e l'altro pratico. Il primo ha luogo allor quando l'uomo considera se l'azione per cagion d'esempio del giuocare sia contraria all'onestà, non riguardando l'azione indicata, che nella sua natura spogliandola di quasi tutte le sue circostanze. Che se poi egli consideri se l'azion del giuocare sia a lui conveniente avendo riguardo alle sue sostanze, al tempo, al luogo, e a tutto quel, che accompagna l'azion del giuocare pronto a determinare la sua volontà a seconda della decisione della sua prudenza il giudicio sarà pratico, e pratica per tal cagione dovrà chiamarsi ancor la prudenza.</p>
            <p>L'arte, che è la seconda delle virtù intellettuali spettanti alla facoltà deliberativa è un abito, per cui l'uomo facilmente, e prontamente conosce ciò, che può essere idoneo ad abbellire, e perfezionar quell'azione, che scortato dalla prudenza egli va ad intraprendere. E certo sarà assai debole, per non dire inutile l'arte qualora la prudenza fatta non le abbia strada mostrando all'uomo quale azione a lui si convenga di fare giacchè se egli oprando senza prudenza imprenda a far ciò, che non è a lui convenevole, poco certamente varrà che egli si studj di abbellire, e perfezionare la sua operazione. Laonde può dirsi, che la prudenza sia all'arte necessaria, e che questa non possa quasi senza quella sussistere.</p>
            <p>Ma è tempo di passare a quella virtù, cui diè Aristotele il nome di<foreign lang="grc">σοφία</foreign> vale a dire sapienza, il qual vocabolo da' diversi morali Filosofi vien diversamente interpretato. Prima di passare alle loro opinioni apporterem qui brevemente la definizione, che ne diede Aristotele. Egli disse adunque esser la sapienza una scienza, e un intelletto di cose per propria natura nobilissime. Disse ancora che la scienza versa soltanto intorno alle conseguenze, e non intorno ai principj, ma che la sapienza versa sì intorno a questi, che a quelle, e che questi, e quelle sono immutabili, necessarie, eterne, ed universali verità non appartenenti nè all'arte nè alla prudenza. Certo io desidererei più chiarezza in questa definizione. Sembra che Aristotele abbia in essa voluto proporre come un enigma, a sciorre il quale varie ipotesi furon proposte, ma niuna di queste giunse forse a colpir nel segno. Crederono alcuni, che Aristotele per questa sua sapienza intender volesse qualunque arte in sommo grado posseduta. Altri argomentando dal pregio, in che egli mostrò sempre di tenere questa sapienza stimarono, che essa altro non fosse che un aggregato di tutte le virtù morali. Fuvvi chi disse aver egli inteso parlare di un intelletto, e di una scienza unite insieme in uno stesso soggetto ed ambedue nobilissime, e grandissime, il che sembra venir comprovato da quel luogo di Aristotele ove egli dice, che la sapienza è una scienza, e intelletto di cose per propria natura nobilissime. Alcuni finalmente riputarono aver voluto Aristotele additare nella sua definizione la metafisica, la quale versa intorno a cose prestantissime di lor natura, e non meno intorno ai principj, che alle conseguenze. Noi stimiamo fare a miglior senno nel non meschiarci in conto alcuno nella soluzione di quest'enigma, e nel lasciare un tale assunto a degl'interpreti, o più animosi, o più felici di noi.</p>
            <p>Ad altra questione ora ci chiama l'oggetto medesimo, di cui trattiamo, ed è se le virtù intellettuali dir si debbano necessarie alla felicità. Certo sembrami più convenevole il trattarla dopo di aver già conosciuta la natura, e l'oggetto di tutte le virtù, di cui parliamo di quello sia prima di aver di ciò fatto parola come è paruto ad un moderno Filosofo. Entrando dunque nella questione diremo esser le virtù intellettuali necessarie alla felicità; del che possono addursi due ragioni. La prima si è che essendo la felicità posta nella somma di tutti i beni, che si convengono alla natura dell'uomo tutto ciò, che questa natura perfeziona, ed abbellisce dovrà esser compreso nella somma accennata laonde perfezionando le virtù intellettuali, e rabbellando la natura dell'uomo, dovranno queste dirsi necessarie alla sua felicità. La seconda, e la più convincente si è questa, che essendo necessarie alla felicità dell'uomo le virtù morali necessarie esser debbono ancora quelle, per cui l'uomo conosce quali sieno queste virtù, e quali a lui convenga di esercitare, il che è ufficio delle virtù intellettuali. Sono adunque queste necessarie alla felicità.</p>
            <p>E ciò basti intorno alla virtù intellettuale, sulla quale varie altre questioni, ed ipotesi propone Aristotele, quali non riportiamo per non esser queste necessarie alla perfetta intelligenza di quanto finquì abbiamo esposto.</p>
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