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      <title>L'asino</title>
      <author>Niccolò Machiavelli</author>
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    <extent>57 Kb in UTF-8</extent>
    <publicationStmt>
      <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
      <pubPlace>Roma</pubPlace>
      <date>2003</date>
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        <p>Questa risorsa digitale è liberamente accessibile per uso
              personale o scientifico. Ogni uso commerciale è vietato</p>
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      <title>Collezione BibIt</title>
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        <title>Tutte le opere</title>
        <author>Machiavelli, Niccolo</author>
        <editor id="ed">Martelli, Mario</editor>
        <publisher>Sansoni</publisher>
        <pubPlace>Firenze</pubPlace>
        <date>[1971]</date>
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                    <p>Tutti i materiali paratestuali della fonte cartacea non riconducibili alla
                      responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
                      digitale</p>
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                      <p>Livello medio: controllo a video con collazione con edizione di
                      riferimento</p>
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                      <p>I simboli di citazione e di discorso diretto presenti sulla fonte cartacea
                        sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
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                    <hyphenation eol="none">
                      <p>I trattini di sillabazione a fine riga sono stati soppressi e le parole
                        ricomposte</p>
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      <date>500</date>
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        <term>858.3 - MISCELLANEA ITALIANA. 1492-1542</term>
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<div1 type="capitolo">
<head>Capitolo primo</head>
<lg type="terzina">
	<lg><l>I vari casi, la pena e la doglia</l>
<l>che sotto forma d'un Asin soffersi,canterò io, pur che fortuna voglia.</l></lg>
	<lg><l>Non cerco ch'Elicona altr'acqua versi,</l>
<l>o Febo posi l'arco e la faretra</l>
<l>e con la lira accompagni i miei versi;</l></lg>
	<lg><l>sì perché que
sta grazia non s'impetra</l>
<l>in questi tempi, sì perch'io son certo</l>
<l>ch'al suon d'un raglio non bisogna cetra.</l>
</lg><lg><l>	Né cerco averne prezzo, premio o merto;</l>
<l>e ancor non mi curo che mi morda</l>
<l>un detrattore, o palese o coperto;</l>
<l>	ch'io so ben quanto gratitudo è sorda</l>
<l>a' preghi di ciascuno, e so ben quanto</l>
<l>de' benificii un Asin si ricorda.</l>
</lg><lg><l>Morsi o mazzate io non istimo tanto</l>
<l>quanto io soleva, sendo divenuto</l>
<l>de la natura di colui ch'io canto.</l>
</lg><lg><l>S'io fossi ancor di mia prova tenuto</l>
<l>più ch'io non soglio, così mi comanda</l>
<l>quell'Asin sott'il quale io son vissuto.</l>
</lg><lg><l>Volse già farne un bere in fonte Branda</l>
<l>ben tutta Siena; e poi gli mise in bocca</l>
<l>una gocciola d'acqua a randa a randa.</l>
</lg><lg><l>Ma se 'l ciel nuovi sdegni non trabocca</l>
<l>contra di me, e' si farà sentire</l>
<l>per tutto un raglio, e sia zara a chi tocca.</l>
</lg><lg><l>Ma prima ch'io cominci a riferire</l>
<l>dell'Asin mio i diversi accidenti,</l>
<l>non vi rincresca una novella udire.</l>
</lg><lg><l>Fu, e non sono ancora al tutto spenti</l>
<l>i suoi consorti un certo giovanetto</l>
<l>pure in Firenze infra l'antiche genti.</l>
</lg><lg><l>A costui venne crescendo un difetto:</l>
<l>ch'in ogni luogo per la via correva,</l>
<l>e d'ogni tempo senza alcun rispetto.</l>
</lg><lg><l>E tanto il padre vie più si doleva</l>
<l>di questo caso, quanto le cagioni</l>
<l>de la sua malattia men conosceva;</l>
</lg><lg><l>e volse intender molte opinioni</l>
<l>di molti savi, e 'n più tempo vi porse</l>
<l>mille rimedi di mille ragioni.</l>
</lg><lg><l>Oltra di questo, anco e' lo botò forse;</l>
<l>ma ciascadun rimedio ci fu vano,</l>
<l>perciò che sempre, e in ogni luogo corse.</l>
</lg><lg><l>Ultimamente un certo cerretano,</l>
<l>de' quali ogni dì molti ci si vede,</l>
<l>promise al padre suo renderlo sano.</l>
</lg><lg><l>Ma, come avvien che sempre mai si crede</l>
<l>a chi promette il bene (onde deriva</l>
<l>ch'a' medici si presta tanta fede:</l>
</lg><lg><l>e spesso lor credendo, l'uom si priva</l>
<l>del bene: e questa sol tra l'altre sètte</l>
<l>par che del mal d'altrui si pasca e viva),</l>
</lg><lg><l>così costui niente in dubbio stette,</l>
<l>e ne le man gli mise questo caso;</l>
<l>ch'a le parole di costui credette.</l>
</lg><lg><l>Ed ei gli fe' cento profumi al naso;</l>
<l>tràssegli sangue de la testa; e poi</l>
<l>gli parve aver il correr dissuaso.</l>
</lg><lg><l>E fatto ch'ebbe altri rimedi suoi,</l>
<l>rendé per sano al padre il suo figliuolo,</l>
<l>con questi patti ch'or vi direm noi:</l>
</lg><lg><l>che mai non lo lasciasse andar fuor solo</l>
<l>per quattro mesi, ma con seco stesse</l>
<l>chi, se per caso e' si levasse a volo,</l>
</lg><lg><l>che con qualche buon modo il ritenesse,</l>
<l>dimostrandogli in parte il suo errore,</l>
<l>pregandol ch'al suo onor riguardo avesse.</l>
</lg><lg><l>Così andò ben più d'un mese fòre</l>
<l>onesto e saggio, infra due suoi fratelli,</l>
<l>di reverenza pieno e di timore;</l>
</lg><lg><l>ma giunto un di' ne la via de' Martelli,</l>
<l>onde puossi la via Larga vedere,</l>
<l>cominciaro arricciarsigli i capelli.</l>
</lg><lg><l>Non si poté questo giovin tenere,</l>
<l>vedendo questa via dritta e spaziosa,</l>
<l>di non tornar ne l'antico piacere;</l>
</lg><lg><l>e, posposta da parte ogni altra cosa,</l>
<l>di correr gli tornò la fantasia,</l>
<l>che mulinando mai non si riposa;</l>
</lg><lg><l>e giunto in su la testa de la via</l>
<l>lasciò ire il mantello in terra, e disse:</l>
<l>— Qui non mi terrà Cristo; — e corse via.</l>
</lg><lg><l>E di poi corse sempre, mentre visse,</l>
<l>tanto che 'l padre si perdè la spesa</l>
<l>e 'l medico lo studio che vi misse.</l>
</lg><lg><l>Perché la mente nostra, sempre intesa</l>
<l>dietro al suo natural, non ci consente</l>
<l>contr'abito o natura sua difesa.</l>
</lg><lg><l>Ed io, avendo già volta la mente</l>
<l>a morder questo e quello, un tempo stetti</l>
<l>assai quieto, umano e paziente,</l>
</lg><lg><l>non osservando più gli altrui difetti,</l>
<l>cercando in altro modo fare acquisto;</l>
<l>tal che d'esser guarito i' mi credetti.</l>
</lg><lg><l>Ma questo tempo dispettoso e tristo</l>
<l>fa, senza ch'alcuno abbia gli occhi d'Argo,</l>
<l>più tosto il mal che 'l bene ha sempre visto;</l>
</lg><lg><l>onde s'alquanto or di veleno spargo,</l>
<l>bench'io mi sia divezzo di dir male,</l>
<l>mi sforza il tempo di materia largo.</l>
</lg><lg><l>E l'Asin nostro che per tante scale</l>
<l>di questo nostro mondo ha mossi i passi,</l>
<l>per lo ingegno veder d'ogni mortale,</l>
</lg><lg><l>se bene in ogni luogo si osservassi</l>
<l>per le sue strade i suoi lunghi cammini,</l>
<l>non lo terrebbe il ciel che non ragghiassi.</l>
</lg><lg><l>Dunque, non fie verun che s'avvicini</l>
<l>a questa rozza e capitosa gregge,</l>
<l>per non sentir degli scherzi asinini:</l>
</lg><lg><l>ch'ognun ben sa, che sua natura legge,</l>
<l>ch'un de' più destri giuochi che far sappi</l>
<l>è trarre un paio di calci e due corregge.</l>
</lg><lg><l>E ognuno a suo modo ciarli e frappi</l>
<l>e abbia quanto voglia e fumo e fasto,</l>
<l>ch'omai convien che questo Asin ci cappi;</l>
</lg><lg><l>e sentirassi come il mondo è guasto,</l>
<l>perch'io vorrò che tutto un vel dipinga,</l>
<l>avanti che si mangi il freno e 'l basto:</l>
</lg><lg><l>e chi lo vuol aver per mal, si scinga.</l>
</lg></lg>
</div1>

<div1 type="capitolo">
<head>Capitolo secondo</head>
<lg type="terzina">

<lg><l>Quando ritorna la stagione aprica,</l>
<l>allor che primavera il verno caccia,</l>
<l>a' ghiacci, al freddo, a le nevi nimica,</l>
</lg><lg><l>dimostra il cielo assai benigna faccia,</l>
<l>e suol Diana con le Ninfe sue</l>
<l>ricominciar pe' boschi andar a caccia;</l>
</lg><lg><l>e 'l giorno chiaro si dimostra piue,</l>
<l>massime se, tra l'uno e l'altro corno</l>
<l>il sol fiammeggia del celeste bue.</l>
</lg><lg><l>Sentonsi gli asinelli, andando attorno,</l>
<l>romoreggiar insieme alcuna volta</l>
<l>la sera, quando a casa fan ritorno;</l>
</lg><lg><l>tal che chiunque parla, mal si ascolta;</l>
<l>onde che per antica usanza è suta</l>
<l>dire una cosa la seconda volta;</l>
</lg><lg><l>perché con voce tonante e arguta</l>
<l>alcun di loro spesso o raglia o ride,</l>
<l>se vede cosa che gli piaccia, o fiuta.</l>
</lg><lg><l>In questo tempo, allor che si divide</l>
<l>il giorno da la notte, io mi trovai</l>
<l>in un luogo aspro quanto mai si vide.</l>
</lg><lg><l>Io non vi so ben dir com'io v'entrai,</l>
<l>né so ben la cagion perch'io cascassi</l>
<l>là dove al tutto libertà lasciai.</l>
</lg><lg><l>Io non poteva muover i miei passi</l>
<l>pe 'l timor grande e per la notte oscura,</l>
<l>ch'io non vedeva punto ov'io m'andassi.</l>
</lg><lg><l>Ma molto più mi accrebbe la paura</l>
<l>un suon d'un corno sì feroce e forte,</l>
<l>ch'ancor la mente non se ne assicura.</l>
</lg><lg><l>E mi parea veder intorno Morte</l>
<l>con la sua falce, e d'un color dipinta</l>
<l>che si dipinge ciascun suo consorte.</l>
</lg><lg><l>L'aria di folta e grossa nebbia tinta,</l>
<l>la via di sassi, bronchi e sterpi piena</l>
<l>avean la virtù mia prostrata e vinta.</l>
</lg><lg><l>A un troncon m'er'io appoggiato a pena,</l>
<l>quando una luce subito m'apparve</l>
<l>non altrimenti che quando balena;</l>
</lg><lg><l>ma come il balenar già non disparve,</l>
<l>anzi, crescendo e venendomi presso,</l>
<l>sempre maggiore e più chiara mi parve.</l>
</lg><lg><l>Aveva io fisso in quella l'occhio messo,</l>
<l>e intorno a essa un mormorio sentivo</l>
<l>d'un frascheggiar, che le veniva appresso.</l>
</lg><lg><l>Io ero quasi d'ogni senso privo,</l>
<l>e, spaventato a quella novitate,</l>
<l>teneva vòlto il volto a ch'io sentivo,</l>
</lg><lg><l>quando una donna piena di beltade,</l>
<l>ma fresca e frasca, mi si dimostrava</l>
<l>con le sue trecce bionde e scapigliate.</l>
</lg><lg><l>Con la sinistra un gran lume portava</l>
<l>per la foresta, e da la destra mano</l>
<l>teneva un corno con ch'ella sonava.</l>
</lg><lg><l>Intorno a lei, per lo solingo piano,</l>
<l>erano innumerabili animali,</l>
<l>che dietro le venian di mano in mano.</l>
</lg><lg><l>Orsi, lupi e leon fieri e bestiali,</l>
<l>e cervi e tassi e, con molte altre fiere,</l>
<l>uno infinito numer di cignali.</l>
</lg><lg><l>Questo mi fece molto più temere,</l>
<l>e fuggito sarei pallido e smorto,</l>
<l>s'aggiunto fosse a la voglia il potere.</l>
</lg><lg><l>Ma quale stella m'avria mostro il porto?</l>
<l>E dove gito, misero, sarei?</l>
<l>O chi m'avrebbe al mio sentiere scòrto?</l>
</lg><lg><l>Stavano dubbi tutti i pensier miei,</l>
<l>s'io doveva aspettar ch'a me venisse,</l>
<l>o reverente farmi incontro a lei;</l>
</lg><lg><l>tanto ch'innanzi dal tronco i' partisse,</l>
<l>sopragiunse ella, e con un modo astuto</l>
<l>e sogghignando: — Buona sera — disse.</l>
</lg><lg><l>E fu tanto domestico il saluto,</l>
<l>con tanta grazia, con quanta avria fatto,</l>
<l>se mille volte m'avesse veduto.</l>
</lg><lg><l>Io mi rassicurai tutto a quello atto;</l>
<l>e tanto più chiamandomi per nome</l>
<l>nel salutar che fece il primo tratto.</l>
</lg><lg><l>E di poi, sogghignando, disse: — Or come,</l>
<l>dimmi, sei tu cascato in queste valle</l>
<l>da nullo abitator colte né dome?—</l>
</lg><lg><l>Le guance mie, ch'erano smorte e gialle,</l>
<l>mutar colore e diventar di fuoco,</l>
<l>e tacendo mi strinsi ne le spalle.</l>
</lg><lg><l>Arei voluto dir: — Mio senno poco,</l>
<l>vano sperare e vana openione</l>
<l>m'han fatto ruinare in questo loco; —</l>
</lg><lg><l>ma non potei formar questo sermone</l>
<l>in nessun modo, cotanta vergogna</l>
<l>di me mi prese, e tal compassione.</l>
</lg><lg><l>Ed ella sorridendo: — E' non bisogna</l>
<l>tu tema di parlar tra questi ceppi;</l>
<l>ma parla, e di' quel che 'l tuo core agogna;</l>
</lg><lg><l>ché, benché in questi solitari greppi</l>
<l>i' guidi questa mandra, e' son più mesi</l>
<l>che tutto 'l corso di tua vita seppi.</l>
</lg><lg><l>Ma perché tu non puoi aver intesi</l>
<l>i casi nostri, io ti dirò in che lato</l>
<l>ruinato tu sia, o in che paesi.</l>
</lg><lg><l>Quando convenne, nel tempo passato,</l>
<l>a Circe abbandonar l'antico nido,</l>
<l>prima che Giove prendesse lo stato,</l>
</lg><lg><l>non ritrovando alcuno albergo fido,</l>
<l>né gente alcuna che la ricevesse,</l>
<l>tanto era grande di sua infamia il grido,</l>
</lg><lg><l>in queste oscure selve, ombrose e spesse,</l>
<l>fuggendo ogni consorzio umano e legge,</l>
<l>suo domicilio e la sua sedia messe.</l>
</lg><lg><l>Tra queste, adunque, solitarie schegge</l>
<l>agli uomini nimica, si dimora,</l>
<l>nodrita da' sospir di questa gregge.</l>
</lg><lg><l>E perché mai alcun non uscì fuora,</l>
<l>che qui venisse, però mai novelle</l>
<l>di lei si sepper, né si sanno ancora.</l>
</lg><lg><l>Sono al servizio suo molte donzelle,</l>
<l>con le quai solo il suo regno governa,</l>
<l>ed io sono una del numer di quelle.</l>
</lg><lg><l>A me è dato per faccenda eterna,</l>
<l>che meco questa mandria a pascer venga</l>
<l>per questi boschi, e ogni lor caverna.</l>
</lg><lg><l>Però convien che questo lume tenga</l>
<l>e questo corno: l'uno e l'altro è buono,</l>
<l>s'avvien che 'l giorno, ed io sia fuor, si spenga.</l>
</lg><lg><l>L'un mi scorge il cammin; con l'altro i' suono</l>
<l>s'alcuna bestia nel bosco profondo</l>
<l>fosse smarrita, sappia dove i' sono.</l>
</lg><lg><l>E se mi domandassi, io ti rispondo:</l>
<l>sappi che queste bestie che tu vedi,</l>
<l>uomini, come te, furon nel mondo.</l>
</lg><lg><l>E s'a le mie parole tu non credi,</l>
<l>risguarda un po' come intorno ti stanno,</l>
<l>e chi ti guarda e chi ti lecca i piedi.</l>
</lg><lg><l>E la cagion del guardar ch'elle fanno</l>
<l>è ch'a ciascuna de la tua ruina</l>
<l>rincresce, e del tuo male e del tuo danno.</l>
</lg><lg><l>Ciascuna, come te, fu peregrina</l>
<l>in queste selve, e poi fu trasmutata</l>
<l>in queste forme da la mia regina.</l>
</lg><lg><l>Questa propria virtù dal ciel gli è data,</l>
<l>che in varie forme faccia convertire</l>
<l>tosto che 'l volto d'un uom fiso guata.</l>
</lg><lg><l>Per tanto a te convien meco venire</l>
<l>e di questa mia mandra seguir l'orma,</l>
<l>se in questi boschi tu non vuoi morire.</l>
</lg><lg><l>E perché Circe non vegga la forma</l>
<l>del volto tuo, e per venir secreto,</l>
<l>te ne verrai carpon fra questa torma.—</l>
</lg><lg><l>Allor si mosse con un viso lieto;</l>
<l>e io, non ci veggendo altro soccorso,</l>
<l>carpendo con le fiere le andai drieto,</l>
</lg><lg><l>infra le spalle d'un cervio e d'un orso.</l>
</lg>
</lg></div1>
<div1 type="capitolo">
<head>Capitolo terzo</head>
<lg type="terzina">
<lg><l>Dietro a le piante de la mia duchessa</l>
<l>andando, con le spalle volto al cielo,</l>
<l>tra quella turba d'animali spessa,</l>
</lg><lg><l>or mi prendeva un caldo ed or un gelo,</l>
<l>or le braccia tremando mi cercava</l>
<l>s'elle avevan cangiato pelle o pelo.</l>
</lg><lg><l>Le mani e le ginocchia io mi guastava;</l>
<l>o voi ch'andate a le volte carponi,</l>
<l>per discrezion pensate com'io stava.</l>
</lg><lg><l>Er'ito forse un'ora ginocchioni</l>
<l>tra quelle fiere, quando capitamo</l>
<l>in un fossato tra duo gran valloni.</l>
</lg><lg><l>Vedere innanzi a noi non potevamo,</l>
<l>però che il lume tutti ci abbagliava</l>
<l>di quella donna che noi seguavamo;</l>
</lg><lg><l>quando una voce udimmo che fischiava</l>
<l>col rumor d'una porta che si aperse,</l>
<l>di cui l'uno e l'altro uscio cigolava.</l>
</lg><lg><l>Come la vista el riguardar sofferse,</l>
<l>dinanzi agli occhi nostri un gran palazzo</l>
<l>di mirabile altura si scoperse.</l>
</lg><lg><l>Magnifico e spazioso era lo spazzo;</l>
<l>ma bisognò, per arrivare a quello,</l>
<l>di quel fossato passar l'acqua a guazzo.</l>
</lg><lg><l>Una trave faceva ponticello</l>
<l>sopra cui sol passò la nostra scorta,</l>
<l>non potendo le bestie andar sopr'ello.</l>
</lg><lg><l>Giunti che fummo a piè de l'alta porta,</l>
<l>pien d'affanno e d'angoscia i' entrai drento,</l>
<l>tra quella turba ch'è peggio che morta,</l>
</lg><lg><l>e fummi assai di minore spavento;</l>
<l>ché la mia donna perch'io non temessi,</l>
<l>avea ne l'entrar quivi il lume spento.</l>
</lg><lg><l>E questo fu cagion ch'io non vedessi</l>
<l>d'onde si fosse quel fischiar venuto,</l>
<l>o chi aperto ne l'entrar ci avessi.</l>
</lg><lg><l>Così tra quelle bestie sconosciuto,</l>
<l>mi ritrovai in un ampio cortile,</l>
<l>tutto smarrito, senza esser veduto.</l>
</lg><lg><l>E la mia donna bella, alta e gentile,</l>
<l>per ispazio d'un'ora, o più, attese</l>
<l>le bestie a rassettar nel loro ovile.</l>
</lg><lg><l>Poi tutta lieta per la man mi prese,</l>
<l>ed in una sua camera menommi,</l>
<l>dov'un gran fuoco di sua mano accese;</l>
</lg><lg><l>col qual cortesemente rasciugommi</l>
<l>quell'acqua che m'avea tutto bagnato,</l>
<l>quando il fossato passar bisognommi.</l>
</lg><lg><l>Poscia ch'io fui rasciutto, e riposato</l>
<l>alquanto da l'affanno e dispiacere</l>
<l>che quella notte m'avea travagliato,</l>
</lg><lg><l>incominciai: — Madonna il mio tacere</l>
<l>nasce non già perch'io non sappia a punto</l>
<l>quanto ben fatto m'hai, quanto piacere.</l>
</lg><lg><l>Io era al termin di mia vita giunto,</l>
<l>per luogo oscuro, tenebroso e cieco,</l>
<l>quando fui da la notte sopraggiunto.</l>
</lg><lg><l>Tu mi menasti per salvarmi teco:</l>
<l>dunque la vita da te riconosco</l>
<l>e ciò ch'intorno a quella porto meco.</l>
</lg><lg><l>Ma la memoria de l'oscuro bosco</l>
<l>col tuo bel volto m'han fatto star cheto</l>
<l>(nel qual ogni mio ben veggo e conosco),</l>
</lg><lg><l>che fatto m'hanno ora doglioso or lieto:</l>
<l>doglioso per quel mal che venne pria;</l>
<l>allegro per quel ben che venne drieto;</l>
</lg><lg><l>ché potuto non ho la voce mia</l>
<l>esplicar a parlare infin ch'io sono</l>
<l>posato in parte de la lunga via.</l>
</lg><lg><l>Ma tu, ne le cui braccia io m'abbandono,</l>
<l>e che tal cortesia usata m'hai,</l>
<l>che non si può pagar con altro dono,</l>
</lg><lg><l>cortese in questa parte ancor sarai,</l>
<l>che non ti gravi sì, che tu mi dica</l>
<l>quel corso di mia vita che tu sai. —</l>
</lg><lg><l>— Tra la gente moderna e tra l'antica, —</l>
<l>cominciò ella, —alcun mai non sostenne</l>
<l>più ingratitudin, né maggior fatica.</l>
</lg><lg><l>Questo già per tua colpa non ti avvenne,</l>
<l>come avviene ad alcun, ma perché sorte</l>
<l>al tuo ben operar contraria venne.</l>
</lg><lg><l>Questa ti chiuse di pietà le porte,</l>
<l>quando ch'al tutto questa t'ha condutto</l>
<l>in questo luogo sì feroce e forte.</l>
</lg><lg><l>Ma perché il pianto a l'uom fu sempre brutto,</l>
<l>si debbe a' colpi de la sua fortuna</l>
<l>voltar il viso di lagrime asciutto.</l>
</lg><lg><l>Vedi le stelle e 'l ciel, vedi la luna,</l>
<l>vedi gli altri pianeti andar errando</l>
<l>or alto or basso senza requie alcuna;</l>
</lg><lg><l>quando il ciel vedi tenebroso, e quando</l>
<l>lucido e chiaro; e così nulla in terra</l>
<l>vien ne lo stato suo perseverando.</l>
</lg><lg><l>Di quivi nasce la pace e la guerra;</l>
<l>di qui dipendon gli odi tra coloro</l>
<l>ch'un muro insieme ed una fossa serra.</l>
</lg><lg><l>Da questo venne il tuo primo martoro;</l>
<l>da questo nacque al tutto la cagione</l>
<l>de le fatiche tue senza ristoro.</l>
</lg><lg><l>Non ha cangiato il cielo opinione</l>
<l>ancor, né cangerà, mentre che i fati</l>
<l>tengon ver te la lor dura intenzione.</l>
</lg><lg><l>E quelli umori i quai ti sono stati</l>
<l>cotanto avversi e cotanto nimici,</l>
<l>non sono ancor, non sono ancor purgati;</l>
</lg><lg><l>ma come secche fien le lor radici</l>
<l>e che benigni i ciel si mostreranno,</l>
<l>torneran tempi più che mai felici;</l>
</lg><lg><l>e tanto lieti e giocondi saranno,</l>
<l>che ti darà diletto la memoria</l>
<l>e del passato e del futuro danno.</l>
</lg><lg><l>Forse ch'ancor prenderai vanagloria</l>
<l>a queste genti raccontando e quelle</l>
<l>de le fatiche tue la lunga istoria.</l>
</lg><lg><l>Ma prima che si mostrin queste stelle</l>
<l>liete verso di te, gir ti conviene</l>
<l>cercando il mondo sotto nuova pelle;</l>
</lg><lg><l>ché quella Provvidenza che mantiene</l>
<l>l'umana spezie, vuol che tu sostenga</l>
<l>questo disagio per tuo maggior bene.</l>
</lg><lg><l>Di qui conviene al tutto che si spenga</l>
<l>in te l'umana effigie, e, senza quella,</l>
<l>meco tra l'altre bestie a pascer venga.</l>
</lg><lg><l>Né può mutarsi questa dura stella;</l>
<l>e, per averti in questo luogo messo,</l>
<l>si differisce il mal, non si cancella.</l>
</lg><lg><l>E lo star meco alquanto t'è permesso,</l>
<l>acciò del luogo esperienza porti,</l>
<l>e degli abitator che stanno in esso.</l>
</lg><lg><l>Adunque fa che tu non ti sconforti;</l>
<l>ma prendi francamente questo peso</l>
<l>sopra gli omeri tuoi solidi e forti;</l>
</lg><lg><l>ch'ancor ti gioverà d'averlo preso. —</l>
</lg>
</lg></div1>
<div1 type="capitolo">
<head>Capitolo quarto</head>
<lg type="terzina">
<lg><l>Poi che la donna di parlare stette,</l>
<l>leva'mi in piè, rimanendo confuso</l>
<l>per le parole ch'ella aveva dette.</l>
</lg><lg><l>Pur dissi: — Il ciel né altri i' non accuso,</l>
<l>né mi vo' lamentar di sì ria sorte,</l>
<l>perché nel mal più che nel ben sono uso.</l>
</lg><lg><l>Ma s'io dovessi per l'infernal porte</l>
<l>gire al ben che detto hai, mi piacerebbe,</l>
<l>non che per quelle vie che tu m'hai porte.</l>
</lg><lg><l>Fortuna, dunque, tutto quel che debbe</l>
<l>e che le par, de la mia vita faccia;</l>
<l>ch'io so ben che di me mai non le 'ncrebbe. —</l>
</lg><lg><l>Allora la mia donna aprì le braccia,</l>
<l>e con un bel sembiante, tutta lieta,</l>
<l>mi baciò dieci volte e più la faccia;</l>
</lg><lg><l>poi disse festeggiando: — Alma discreta,</l>
<l>questo viaggio tuo, questo tuo stento,</l>
<l>cantato fia da istorico o poeta.</l>
</lg><lg><l>Ma perché via passar la notte sento,</l>
<l>vo' che pigliam qualche consolazione</l>
<l>e che mutiam questo ragionamento.</l>
</lg><lg><l>E prima troverem da colezione,</l>
<l>ché so bisogno n'hai forse non poco,</l>
<l>se di ferro non è tua condizione;</l>
</lg><lg><l>e goderemo insieme in questo loco. —</l>
<l>E detto questo, una sua tovaglietta</l>
<l>apparecchiò su un certo desco al fuoco.</l>
</lg><lg><l>Poi trasse d'uno armario una cassetta,</l>
<l>dentrovi pane, bicchieri e coltella,</l>
<l>un pollo, una insalata acconcia e netta,</l>
</lg><lg><l>e altre cose appartenenti a quella.</l>
<l>Poscia, a me volta, disse: — Questa cena</l>
<l>ogni sera m'arreca una donzella.</l>
</lg><lg><l>Ancor questa guastada porta piena</l>
<l>di vin, che ti parrà, se tu l'assaggi,</l>
<l>di quel che Val di Grieve e Poppi mena.</l>
</lg><lg><l>Godiamo, adunque; e, come fanno i saggi,</l>
<l>pensa che ben possa venire ancora;</l>
<l>e chi è dritto, al fin convien che caggi.</l>
</lg><lg><l>E quando viene il mal, che viene ognora,</l>
<l>mandalo giù come una medicina;</l>
<l>ché pazzo è chi la gusta o l'assapora.</l>
</lg><lg><l>Viviamo or lieti, infin che domattina</l>
<l>con la mia greggia sia tempo uscir fuori,</l>
<l>per ubbidire a l'alta mia regina —.</l>
</lg><lg><l>Così lasciando gli affanni e i dolori,</l>
<l>lieti insieme cenammo: e ragionossi</l>
<l>di mille canzonette e mille amori.</l>
</lg><lg><l>Poi, come avemmo cenato, spogliossi,</l>
<l>e dentro al letto mi fe' seco entrare,</l>
<l>come suo amante o suo marito io fossi.</l>
</lg><lg><l>Qui bisogna a le Muse il peso dare,</l>
<l>per dir la sua beltà; ché senza loro</l>
<l>sarebbe vano il nostro ragionare.</l>
</lg><lg><l>Erano i suoi capei biondi com'oro,</l>
<l>ricciuti e crespi, tal che d'una stella</l>
<l>pareano i raggi o del superno coro.</l>
</lg><lg><l>Ciascuno occhio pareva una fiammella</l>
<l>tanto lucente, sì chiara e sì viva,</l>
<l>ch'ogni acuto veder si spegne in quella.</l>
</lg><lg><l>Avea la testa una grazia attrattiva,</l>
<l>tal ch'io non so a chi me la somigli,</l>
<l>perché l'occhio al guardarla si smarriva.</l>
</lg><lg><l>Sottili, arcati e neri erano i cigli,</l>
<l>perch'a plasmargli fur tutti gli dei,</l>
<l>tutti i celesti e superni consigli.</l>
</lg><lg><l>Di quel che da quei pende dir vorrei</l>
<l>cosa ch'al vero alquanto rispondesse,</l>
<l>ma tacciol, perché dir non lo saprei.</l>
</lg><lg><l>Io non so già chi quella bocca fesse;</l>
<l>se Giove con sua man non la fece egli,</l>
<l>non credo ch'altra man far la potesse.</l>
</lg><lg><l>I denti più che d'avorio eran begli;</l>
<l>e una lingua vibrar si vedeva,</l>
<l>come una serpe, infra le labbra e quegli:</l>
</lg><lg><l>d'onde uscì un parlare, il qual poteva</l>
<l>fermare i venti e far andar le piante,</l>
<l>sì soave concento e dolce aveva.</l>
</lg><lg><l>Il collo e 'l mento ancor vedeasi, e tante</l>
<l>altre bellezze, che farian felice</l>
<l>ogni meschino e infelice amante.</l>
</lg><lg><l>Io non so s'a narrarlo si disdice</l>
<l>quel che seguì da poi; però che 'l vero</l>
<l>suole spesso far guerra a chi lo dice.</l>
</lg><lg><l>Pur lo dirò, lasciandone il pensiero</l>
<l>a chi vuol biasimar; perché, tacendo</l>
<l>un gran piacer, non è piacer intero.</l>
</lg><lg><l>Io venni ben con l'occhio discorrendo</l>
<l>tutte le parti sue infino al petto,</l>
<l>a lo splendor del qual ancor m'accendo;</l>
</lg><lg><l>ma più oltre veder mi fu disdetto</l>
<l>da una ricca e candida coperta,</l>
<l>con la qual coperto era il picciol letto.</l>
</lg><lg><l>Era la mente mia stupida e incerta,</l>
<l>frigida, mesta, timida e dubbiosa,</l>
<l>non sapendo la via quanto era aperta.</l>
</lg><lg><l>E come giace stanca e vergognosa</l>
<l>e involta nel lenzuol, la prima sera,</l>
<l>presso al marito la novella sposa,</l>
</lg><lg><l>così d'intorno, pauroso, m'era</l>
<l>la coperta del letto inviluppata,</l>
<l>come quel che 'n virtù sua non ispera.</l>
</lg><lg><l>Ma poi che fu la donna un pezzo stata</l>
<l>a riguardarmi, sogghignando disse:</l>
<l>— Sare' io d'ortica o pruni armata?</l>
</lg><lg><l>Tu puo' aver quel che sospirando misse</l>
<l>alcun già, per averlo, più d'un grido,</l>
<l>e fe' mille quistioni e mille risse.</l>
</lg><lg><l>Bene entreresti in qualche loco infido,</l>
<l>per ritrovarti meco, o noteresti</l>
<l>come Leandro infra Seto e Abido;</l>
</lg><lg><l>poi che la virtute hai sì poca, che questi</l>
<l>panni che son fra noi ti fanno guerra,</l>
<l>e da me sì discosto ti ponesti —.</l>
</lg><lg><l>E come quando nel carcer si serra,</l>
<l>dubbioso de la vita, un peccatore,</l>
<l>che sta con gli occhi guardando la terra;</l>
</lg><lg><l>poi, s'egli avvien che grazia dal signore</l>
<l>impetri, e' lascia ogni pensiero strano</l>
<l>e prende assai d'ardire e di valore,</l>
</lg><lg><l>tal er'io, e tal divenni per l'umano</l>
<l>suo ragionare; e a lei m'accostai,</l>
<l>stendendo fra' lenzuol la fredda mano.</l>
</lg><lg><l>E come poi le sue membra toccai,</l>
<l>un dolce sì soave al cor mi venne</l>
<l>qual io non credo più gustar mai.</l>
</lg><lg><l>Non in un loco la man si ritenne,</l>
<l>ma, discorrendo per le membra sue,</l>
<l>la smarrita virtù tosto rinvenne.</l>
</lg><lg><l>E non essendo già timido piue,</l>
<l>dopo un dolce sospir, parlando dissi:</l>
<l>— Sian benedette le bellezze tue!</l>
</lg><lg><l>Sia benedetta l'ora, quando io missi</l>
<l>il piè ne la foresta, e se mai cose,</l>
<l>che ti fossero a cor, feci né scrissi. —</l>
</lg><lg><l>E pien di gesti e parole amorose,</l>
<l>rinvolto in quelle angeliche bellezze,</l>
<l>che scordar mi facean l'umane cose,</l>
</lg><lg><l>intorno al cor sentii tante allegrezze</l>
<l>con tanto dolce, ch'io mi venni meno</l>
<l>gustando il fin di tutte le dolcezze,</l>
</lg><lg><l>tutto prostrato sopra il dolce seno.</l>
</lg>
</lg></div1>
<div1 type="capitolo">
<head>Capitolo quinto</head>
<lg type="terzina">
<lg><l>Veniva già la fredda notte manco:</l>
<l>fuggivansi le stelle ad una ad una,</l>
<l>e d'ogni parte il ciel si facea bianco;</l>
</lg><lg><l>cedeva al sole il lume de la luna,</l>
<l>quando la donna mia disse: — E' bisogna</l>
<l>poi ch'egli è tale il voler di Fortuna,</l>
</lg><lg><l>s'io non voglio acquistar qualche vergogna</l>
<l>tornar a la mia mandra, e menar quella</l>
<l>dove prender l'usato cibo agogna.</l>
</lg><lg><l>Tu ti resterai solo in questa cella,</l>
<l>e questa sera, al tornar, menerotti</l>
<l>dove tu possa a tuo modo vedella.</l>
</lg><lg><l>Non uscir fuor; questo ricordo dotti;</l>
<l>non risponder s'un chiama, perché molti</l>
<l>degli altri questo errore ha mal condotti. —</l>
</lg><lg><l>Indi partissi; ed io, ch'aveva volti</l>
<l>tutti i pensieri a l'amoroso aspetto,</l>
<l>che lucea più che tutti gli altri volti,</l>
</lg><lg><l>sendo rimaso in camera soletto,</l>
<l>per mitigar, del letto i' mi levai,</l>
<l>l'incendio grande che m'ardeva il petto.</l>
</lg><lg><l>Come prima da lei mi discostai,</l>
<l>mi riempié di pensier la saetta</l>
<l>quella ferita che per lei sanai.</l>
</lg><lg><l>E stav'io come quello che sospetta</l>
<l>di varie cose, e se stesso confonde,</l>
<l>desiderando il ben che non aspetta.</l>
</lg><lg><l>E perché a l'un pensier l'altro risponde</l>
<l>la mente a le passate cose corse,</l>
<l>che 'l tempo per ancor non ci nasconde;</l>
</lg><lg><l>e qua e là ripensando discorse,</l>
<l>come l'antiche genti, alte e famose,</l>
<l>fortuna spesso or carezzò e or morse;</l>
</lg><lg><l>e tanto a me parver maravigliose,</l>
<l>che meco la cagion discorrer volli</l>
<l>del variar de le mondane cose.</l>
</lg><lg><l>Quel che ruina da' più alti colli,</l>
<l>più ch'altro, i regni, è questo: che i potenti</l>
<l>di lor potenza non son mai satolli.</l>
</lg><lg><l>Da questo nasce che son mal contenti</l>
<l>quei ch'han perduto, e che si desta umore</l>
<l>per ruinar quei che restan vincenti;</l>
</lg><lg><l>onde avvien che l'un sorge e l'altro muore;</l>
<l>e quel ch'è surto, sempre mai si strugge</l>
<l>per nuova ambizione o per timore.</l>
</lg><lg><l>Questo appetito gli stati distrugge:</l>
<l>e tanto è più mirabil, che ciascuno</l>
<l>conosce questo error, nessun lo fugge.</l>
</lg><lg><l>San Marco impetuoso ed importuno,</l>
<l>credendosi aver sempre il vento in poppa,</l>
<l>non si curò di ruinare ognuno;</l>
</lg><lg><l>né vide come la potenza troppa</l>
<l>era nociva, e come il me' sarebbe</l>
<l>tener sott'acqua la coda e la groppa.</l>
</lg><lg><l>Spesso uno ha pianto lo stato ch'egli ebbe,</l>
<l>e, dopo il fatto, poi s'accorge come</l>
<l>a sua ruina e a suo danno crebbe.</l>
</lg><lg><l>Atene e Sparta, di cui sì gran nome</l>
<l>fu già nel mondo, allor sol ruinorno</l>
<l>quando ebber le potenze intorno dome.</l>
</lg><lg><l>Ma di Lamagna nel presente giorno</l>
<l>ciascaduna città vive sicura,</l>
<l>per aver manco di sei miglia intorno.</l>
</lg><lg><l>A la nostra città non fe' paura</l>
<l>Arrigo già con tutta la sua possa,</l>
<l>quando i confini avea presso a le mura;</l>
</lg><lg><l>ed or ch'ella ha sua potenza promossa</l>
<l>intorno, e diventata è grande e vasta,</l>
<l>teme ogni cosa, non che gente grossa.</l>
</lg><lg><l>Perché quella virtute che soprasta</l>
<l>un corpo a sostener, quando egli è solo,</l>
<l>a regger poi maggior peso non basta.</l>
</lg><lg><l>Chi vuol toccar e l'uno e l'altro polo,</l>
<l>si truova ruinato in sul terreno,</l>
<l>com'Icar già dopo suo folle volo.</l>
</lg><lg><l>Vero è che suol durar o più o meno</l>
<l>una potenza, secondo che più</l>
<l>o men sue leggi buone e ordin fieno.</l>
</lg><lg><l>Quel regno che sospinto è da virtù</l>
<l>ad operare, o da necessitate,</l>
<l>si vedrà sempre mai gire all'insù;</l>
</lg><lg><l>e per contrario fia quella cittate</l>
<l>piena di sterpi silvestri e di dumi,</l>
<l>cangiando seggio dal verno a la state,</l>
</lg><lg><l>tanto ch'al fin convien che si consumi</l>
<l>e ponga sempre la sua mira in fallo,</l>
<l>che ha buone leggi e cattivi costumi.</l>
</lg><lg><l>Chi le passate cose legge, sallo</l>
<l>come gli imperii comincian da Nino,</l>
<l>e poi finiscono in Sardanapallo.</l>
</lg><lg><l>Quel primo fu tenuto un uom divino,</l>
<l>quell'altro fu trovato fra l'ancille</l>
<l>com'una donna dispensar il lino.</l>
</lg><lg><l>La virtù fa le region tranquille:</l>
<l>e da tranquillità poi ne risolta</l>
<l>l'ozio: e l'ozio arde i paesi e le ville.</l>
</lg><lg><l>Poi, quando una provincia è stata involta</l>
<l>ne' disordini un tempo, tornar suole</l>
<l>virtute ad abitarvi un'altra volta.</l>
</lg><lg><l>Quest'ordine così permette e vuole</l>
<l>chi ci governa, acciò che nulla stia</l>
<l>o possa star mai fermo sotto 'l sole.</l>
</lg><lg><l>Ed è, e sempre fu e sempre fia</l>
<l>che 'l mal succeda al bene, il bene al male,</l>
<l>e l'un sempre cagion dell'altro sia.</l>
</lg><lg><l>Vero è ch'un crede sia cosa mortale</l>
<l>pe' regni, e sia la lor distruzione</l>
<l>l'usura, o qualche peccato carnale;</l>
</lg><lg><l>e della lor grandezza la cagione,</l>
<l>e che alti e potenti gli mantiene,</l>
<l>sian digiuni, limosine, orazione.</l>
</lg><lg><l>Un altro, più discreto e savio, tiene</l>
<l>ch'a ruinargli questo mal non basti,</l>
<l>né basti a conservargli questo bene.</l>
</lg><lg><l>Creder che senza te per te contrasti</l>
<l>Dio, standoti ozioso e ginocchioni,</l>
<l>ha molti regni e molti stati guasti.</l>
</lg><lg><l>E' son ben necessarie l'orazioni:</l>
<l>e matto al tutto è quel ch'al popol vieta</l>
<l>le cerimonie e le sue divozioni;</l>
</lg><lg><l>perché da quelle in ver par che si mieta</l>
<l>unione e buono ordine; e da quello</l>
<l>buona fortuna poi dipende e lieta.</l>
</lg><lg><l>Ma non sia alcun di sì poco cervello,</l>
<l>che creda, se la sua casa ruina</l>
<l>che Dio la salvi senz'altro puntello;</l>
</lg><lg><l>perché e' morrà sotto quella ruina.</l>
</lg>
</lg></div1>
<div1 type="capitolo">
<head>Capitolo sesto</head>
<lg type="terzina">
<lg><l>Mentre ch'io stava sospeso ed involto</l>
<l>con l'affannata mente in quel pensiero,</l>
<l>aveva il sole il mezzo cerchio volto:</l>
</lg><lg><l>il mezzo, dico, del nostro emispero;</l>
<l>tal che da noi s'allontanava il giorno,</l>
<l>e l'oriente si faceva nero;</l>
</lg><lg><l>quando io conobbi pe 'l sonar d'un corno</l>
<l>e pe 'l ruggir de l'infelice armento,</l>
<l>come la donna mia facea ritorno.</l>
</lg><lg><l>E bench'io fossi in quel pensiero intento</l>
<l>che tutto il giorno a sé mi aveva tratto,</l>
<l>e del mio petto ogni altra cura spento,</l>
</lg><lg><l>com'io sentii la mia donna, di fatto</l>
<l>pensai ch'ogni altra cosa fosse vana</l>
<l>fuor di colei di cui fui servo fatto;</l>
</lg><lg><l>che, giunta dov'io era, tutta umana</l>
<l>il collo mio con un de' bracci avvinse,</l>
<l>con l'altro mi pigliò la man lontana.</l>
</lg><lg><l>Vergogna alquanto il viso mi dipinse,</l>
<l>né potti dire alcuna cosa a quella,</l>
<l>tanta fu la dolcezza che mi vinse.</l>
</lg><lg><l>Pur, dopo alquanto spazio, e io ed ella</l>
<l>insieme ragionammo molte cose,</l>
<l>com'uno amico con l'altro favella.</l>
</lg><lg><l>Ma, riposate sue membra angosciose</l>
<l>e recreate dal cibo usitato,</l>
<l>così parlando la donna propose:</l>
</lg><lg><l>— Già ti promisi d'averti menato</l>
<l>in loco dove comprender potresti</l>
<l>tutta la condizion del nostro stato;</l>
</lg><lg><l>adunque, se ti piace, fa' t'appresti</l>
<l>e vedrai gente con cui per l'adrieto</l>
<l>gran conoscenza e gran pratica avesti —.</l>
</lg><lg><l>Indi levossi, e io le tenni drieto,</l>
<l>com'ella volse, e non senza paura;</l>
<l>pur non sembrava né mesto né lieto.</l>
</lg><lg><l>Fatta era già la notte ombrosa e scura;</l>
<l>ond'ella prese una lanterna in mano,</l>
<l>ch'a suo piacer il lume scuopre e tura.</l>
</lg><lg><l>Giti che fummo, e non molto lontano,</l>
<l>mi parve entrar in un gran dormitoro,</l>
<l>sì come ne' conventi usar veggiàno.</l>
</lg><lg><l>Un landrone era proprio come il loro,</l>
<l>e da ciascun de' lati si vedeva</l>
<l>porte pur fatte di pover lavoro.</l>
</lg><lg><l>Allor la donna ver me si volgeva,</l>
<l>e disse come dentro a quelle porte</l>
<l>il grande armento suo meco giaceva.</l>
</lg><lg><l>E perché variata era la sorte,</l>
<l>eran varie le loro abitazioni,</l>
<l>e ciaschedun si sta col suo consorte.</l>
</lg><lg><l>— Stanno a man destra, al primo uscio i leoni, —</l>
<l>cominciò, poi che 'l suo parlar riprese,</l>
<l>—co' denti acuti e con gli adunchi unghioni.</l>
</lg><lg><l>Chiunque ha cor magnanimo e cortese,</l>
<l>da Circe in quella fera si converte;</l>
<l>ma pochi ce ne son del tuo paese.</l>
</lg><lg><l>Ben son le piagge tue fatte deserte</l>
<l>e prive d'ogni gloriosa fronda,</l>
<l>che le facea men sassose e meno erte.</l>
</lg><lg><l>S'alcun di troppa furia e rabbia abbonda,</l>
<l>tenendo vita rozza e violenta,</l>
<l>tra gli orsi sta ne la stanza seconda;</l>
</lg><lg><l>e ne la terza, se ben mi rammenta,</l>
<l>voraci lupi e affamati stanno,</l>
<l>tal che cibo nessun non gli contenta.</l>
</lg><lg><l>Lor domicilio nel quarto loco hanno</l>
<l>buffoli e buoi; e se con quella fiera</l>
<l>si truova alcun de' tuoi, àbbisi il danno.</l>
</lg><lg><l>Chi si diletta di far buona ciera</l>
<l>e dorme quando e' veglia intorno al fuoco,</l>
<l>si sta fra' becchi nella quinta schiera.</l>
</lg><lg><l>Io non ti vuo' discorrere ogni loco:</l>
<l>perché a voler parlar di tutti quanti,</l>
<l>sarebbe il parlar lungo e 'l tempo poco.</l>
</lg><lg><l>Bàstiti questo: che dietro e davanti</l>
<l>ci son cervi, pantere e leopardi,</l>
<l>e maggior bestie assai che leofanti.</l>
</lg><lg><l>Ma fa ch'un poco al dirimpetto guardi</l>
<l>quell'ampia porta ch'a l'incontro è posta,</l>
<l>ne la quale entrerem, benché sia tardi. —</l>
</lg><lg><l>E prima ch'io facessi altra risposta,</l>
<l>tutta si mosse, e disse: — Sempre mai</l>
<l>si debbe far piacer quando e' non costa.</l>
</lg><lg><l>Ma perché, poi che dentro tu sarai,</l>
<l>possa conoscer del loco ogni effetto</l>
<l>e me' considerar ciò che vedrai,</l>
</lg><lg><l>intender debbi che, sotto ogni tetto</l>
<l>di queste stanze, sta d'una ragione</l>
<l>d'animai bruti, come già t'ho detto.</l>
</lg><lg><l>Sol questa non mantien tal condizione,</l>
<l>e, come avvien nel Mallevato vostro</l>
<l>che vi va ad abitar ogni prigione,</l>
</lg><lg><l>così colà in quel loco ch'io ti mostro,</l>
<l>può ir ciascuna fiera a diportarsi,</l>
<l>che per le celle stan di questo chiostro;</l>
</lg><lg><l>tal che, veggendo quella, potrà farsi,</l>
<l>senza riveder l'altre ad una ad una,</l>
<l>dove sarebbon troppi passi sparsi.</l>
</lg><lg><l>E anche in quella parte si raguna</l>
<l>fiere che son di maggior conoscenza,</l>
<l>di maggior grado e di maggior fortuna.</l>
</lg><lg><l>E se ti parran bestie in apparenza,</l>
<l>ben ne conoscerai qualcuna in parte</l>
<l>a' modi, a' gesti, a gli occhi, a la presenza. —</l>
</lg><lg><l>Mentre parlava, noi venimmo in parte</l>
<l>dove la porta tutta ne appariva,</l>
<l>con le sue circostanze a parte a parte.</l>
</lg><lg><l>Una figura, che pareva viva,</l>
<l>era di marmo scolpita davante</l>
<l>sopra 'l grande arco che l'uscio copriva:</l>
</lg><lg><l>e come Annibal sopra un elefante,</l>
<l>parea che trionfasse; e la sua vesta</l>
<l>era d'uom grave, famoso e prestante.</l>
</lg><lg><l>D'alloro una ghirlanda aveva in testa;</l>
<l>la faccia aveva assai gioconda e lieta;</l>
<l>d'intorno, gente che li facean festa.</l>
</lg><lg><l>— Colui è il grande abate di Gaeta, —</l>
<l>disse la donna, —come saper dei,</l>
<l>che fu già coronato per poeta.</l>
</lg><lg><l>Suo simulacro da' superni Dei,</l>
<l>come tu vedi, in quel loco fu messo,</l>
<l>con gli altri che gli sono intorno a' piei,</l>
</lg><lg><l>perché ciascun che gli venisse appresso,</l>
<l>senz'altro intender, giudicar potesse</l>
<l>quai sian le genti là serrate in esso.</l>
</lg><lg><l>Ma facciam sì omai, ch'io non perdesse</l>
<l>cotanto tempo a risguardar costui,</l>
<l>che l'ora del tornar sopragiungesse.</l>
</lg><lg><l>Vienne, adunque, con meco; e se mai fui</l>
<l>cortese, ti parrò a questa volta,</l>
<l>nel dimostrarti questi luoghi bui,</l>
</lg><lg><l>se tanta grazia non m'è dal ciel tolta. —</l>
</lg>
</lg></div1>
<div1 type="capitolo">
<head>Capitolo settimo</head>
<lg type="terzina">
<lg><l>Noi eravam col piè già 'n su la soglia</l>
<l>di quella porta, e di passar là drento</l>
<l>m'avea fatto venir la donna voglia;</l>
</lg><lg><l>e di quel mio voler restai contento,</l>
<l>perché la porta subito s'aperse,</l>
<l>e dimostronne il serrato convento.</l>
</lg><lg><l>E perché me' quel potesse vederse,</l>
<l>il lume ch'ella avea sotto la vesta</l>
<l>chiuso, ne l'entrar là tutto scoperse.</l>
</lg><lg><l>A la qual luce sì lucida e presta,</l>
<l>com'egli avvien nel veder cosa nuova,</l>
<l>più che duemila bestie alzar la testa.</l>
</lg><lg><l>—Or guarda ben, se di veder ti giova, —</l>
<l>disse la donna, —il copioso drappello</l>
<l>che 'n questo loco insieme si ritruova.</l>
</lg><lg><l>Né ti paia fatica a veder quello,</l>
<l>ché non son tutti terrestri animali;</l>
<l>ben c'è tra tante bestie qualche uccello. —</l>
</lg><lg><l>Io levai gli occhi, e vidi tanti e tali</l>
<l>animai bruti, ch'io non crederei</l>
<l>poter mai dir quanti fossero e quali;</l>
</lg><lg><l>e perché a dirlo tedioso sarei,</l>
<l>narrerò di qualcun, la cui presenza</l>
<l>diede più maraviglia a gli occhi miei.</l>
</lg><lg><l>Vidi un gatto per troppa pazienza</l>
<l>perder la preda, e restarne scornato,</l>
<l>benché prudente e di buona semenza.</l>
</lg><lg><l>Poi vidi un drago tutto travagliato</l>
<l>voltarsi, senza aver mai posa alcuna,</l>
<l>ora sul destro ora su l'altro lato.</l>
</lg><lg><l>Vidi una volpe, maligna e 'mportuna,</l>
<l>che non truova ancor rete che la pigli;</l>
<l>e un can còrso abbaiar a la luna.</l>
</lg><lg><l>Vidi un leon che s'aveva gli artigli</l>
<l>e' denti ancor da se medesmo tratti,</l>
<l>pe' suoi non buoni e non saggi consigli.</l>
</lg><lg><l>Poco più là, certi animai disfatti</l>
<l>qual coda non avea, qual non orecchi,</l>
<l>vidi musando starsi quatti quatti.</l>
</lg><lg><l>Io ve ne scorsi e conobbi parecchi;</l>
<l>e, se ben mi ricordo in maggior parte,</l>
<l>era un mescuglio fra conigli e becchi.</l>
</lg><lg><l>Appresso questi, un po' così da parte,</l>
<l>vidi un altro animal, non come quelli,</l>
<l>ma da natura fatto con più arte.</l>
</lg><lg><l>Aveva rari e delicati e' velli;</l>
<l>parea superbo in vista e animoso,</l>
<l>tal che mi venne voglia di piacelli.</l>
</lg><lg><l>Non dimostrava suo cuor generoso,</l>
<l>Gli ugnoni avendo incatenato e i denti;</l>
<l>però si stava sfuggiasco e sdegnoso.</l>
</lg><lg><l>Una<gap reason="censura editore"/>................................</l>
<l><gap reason="censura editore"/>....................................</l>
<l><gap reason="censura editore"/>....................................</l>
</lg><lg><l>Vidi<gap reason="censura editore"/>...............................</l>
<l><gap reason="censura editore"/>....................................</l>
<l><gap reason="censura editore"/>....................................</l>
</lg><lg><l>Poi vidi una giraffa, che chinava</l>
<l>il collo a ciascheduno; e da l'un canto</l>
<l>aveva un orso stanco che russava.</l>
</lg><lg><l>Vidi un pavon col suo leggiadro ammanto</l>
<l>girsi pavoneggiando, e non temeva</l>
<l>se 'l mondo andasse in volta tutto quanto.</l>
</lg><lg><l>Uno animal che non si conosceva,</l>
<l>sì variato avea la pelle e 'l dosso,</l>
<l>e 'n su la groppa una cornacchia aveva.</l>
</lg><lg><l>Una bestiaccia vidi di pel rosso,</l>
<l>ch'era un bue senza corna; e dal discosto</l>
<l>m'ingannò, che mi parve un caval grosso.</l>
</lg><lg><l>Poi vidi uno asin tanto mal disposto,</l>
<l>che non potea portar, non ch'altro il basto;</l>
<l>e parea proprio un citriuol d'agosto.</l>
</lg><lg><l>Vidi un segugio, ch'avea il veder guasto:</l>
<l>e Circe n'arìa fatto capitale,</l>
<l>se non foss'ito, com'un orbo, al tasto.</l>
</lg><lg><l>Vidi uno soricciuol, ch'avea per male</l>
<l>d'esser sì piccoletto, e bezzicando</l>
<l>andava or questo, or quell'altro animale.</l>
</lg><lg><l>Poi vidi un bracco, ch'andava fiutando</l>
<l>a questo il ceffo a quell'altro la spalla,</l>
<l>come s'andasse del padron cercando.</l>
</lg><lg><l>Il tempo è lungo, e la memoria falla;</l>
<l>tanto ch'io non vi posso ben narrare</l>
<l>quel ch'io vidi in un dì per questa stalla.</l>
</lg><lg><l>Un buffol, che mi fe' raccapricciare</l>
<l>col suo guardare e 'l suo mugliar sì forte,</l>
<l>d'aver veduto i' mi vo' ricordare.</l>
</lg><lg><l>Un cervio vidi, che temeva forte,</l>
<l>or qua or là variando il cammino,</l>
<l>tanto avea paura de la morte.</l>
</lg><lg><l>Vidi sopra una trave un armellino,</l>
<l>che non vuol ch'altri il guardi, non che 'l tocchi,</l>
<l>ed era a una allodola vicino.</l>
</lg><lg><l>In molte buche più di cento allocchi</l>
<l>vidi, e una oca bianca come neve</l>
<l>e una scimia che facea lo 'mbocchi.</l>
</lg><lg><l>Vidi tanti animai, che saria greve</l>
<l>e lungo a raccontar lor condizioni,</l>
<l>come fu il tempo a riguardarli breve.</l>
</lg><lg><l>Quanti mi parver già Fabi e Catoni,</l>
<l>che, poi che quivi di lor esser seppi,</l>
<l>mi riusciron pecore e montoni!</l>
</lg><lg><l>Quanti ne pascon questi duri greppi,</l>
<l>che seggono alto ne' più alti scanni!</l>
<l>Quanti nasi aquilin riescon gheppi!</l>
</lg><lg><l>E bench'io fossi involto in mille affanni,</l>
<l>pur parlare a qualcuno arei voluto,</l>
<l>se vi fossero stati i torcimanni;</l>
</lg><lg><l>ma la mia donna, ch'ebbe conosciuto</l>
<l>questa mia voglia e questo mio appetito,</l>
<l>disse: — Non dubitar, ch'e' fia adempiuto.</l>
</lg><lg><l>Guarda un po' là dov'io ti mostro a dito,</l>
<l>senz'esserti più oltre mosso un passo</l>
<l>pur lungo il muro, come tu se'ito. —</l>
</lg><lg><l>Allora io vidi entro in un luogo basso,</l>
<l>com'io ebbi ver lui dritto le ciglia,</l>
<l>tra 'l fango involto un porcellotto grasso.</l>
</lg><lg><l>Non dirò già chi costui si somiglia;</l>
<l>bàstivi ch'e' saria trecento e piue</l>
<l>libbre, se si pesasse a la caviglia.</l>
</lg><lg><l>E la mia guida disse: — Andiam là giue</l>
<l>presso a quel porco, se tu se' pur vago</l>
<l>d'udir le voglie e le parole sue.</l>
</lg><lg><l>Che se trar lo volessi di quel lago,</l>
<l>facendol tornar uom, e' non vorrebbe;</l>
<l>come pesce che fosse in fiume o in lago.</l>
</lg><lg><l>E perché questo non si crederebbe,</l>
<l>acciò che far ne possa piena fede,</l>
<l>domandera'lo se quindi uscirebbe. —</l>
</lg><lg><l>Appresso mosse la mia donna il piede;</l>
<l>e per non separarmi da lei punto,</l>
<l>la presi per la man ch'ella mi diede;</l>
</lg><lg><l>tanto ch'io fui presso a quel porco giunto.</l>
</lg></lg></div1>
<div1 type="capitolo">
<head>Capitolo ottavo</head>
<lg type="terzina">
<lg><l>Alzò quel porco al giunger nostro il grifo,</l>
<l>tutto vergato di meta e di loto,</l>
<l>tal che mi venne nel guardarlo a schifo.</l>
</lg><lg><l>E perch'io fui già gran tempo suo noto,</l>
<l>ver me si mosse mostrandomi i denti,</l>
<l>stando col resto fermo e senza moto.</l>
</lg><lg><l>Ond'io li dissi, pur con grati accenti:</l>
<l>— Dio ti dia miglior sorte, se ti pare;</l>
<l>Dio ti mantenga, se tu ti contenti.</l>
</lg><lg><l>Se meco ti piacesse ragionare,</l>
<l>mi sarà grato; e perché sappia certo,</l>
<l>pur che tu voglia, ti puoi sodisfare.</l>
</lg><lg><l>E per parlarti libero e aperto,</l>
<l>tel dico con licenza di costei,</l>
<l>che mostro m'ha questo sentier deserto.</l>
</lg><lg><l>Cotanta grazia m'han fatto li Dei,</l>
<l>che non gli è parso il salvarmi fatica</l>
<l>e trarmi degli affanni ove tu sei.</l>
</lg><lg><l>Vuole ancor da sua parte ch'io ti dica</l>
<l>che ti libererà da tanto male,</l>
<l>se tornar vuoi ne la tua forma antica. —</l>
</lg><lg><l>Levossi allora in piè dritto il cignale,</l>
<l>udendo quello; e fe' questa risposta,</l>
<l>tutto turbato, il fangoso animale:</l>
</lg><lg><l>— Non so d'onde tu venga, o di qual costa;</l>
<l>ma se per altro tu non se' venuto</l>
<l>che per trarmi di qui, vanne a tua posta.</l>
</lg><lg><l>Viver con voi io non voglio, e rifiuto;</l>
<l>e veggo ben che tu se'in quello errore,</l>
<l>che me più tempo ancor ebbe tenuto.</l>
</lg><lg><l>Tanto v'inganna il proprio vostro amore,</l>
<l>che altro ben non credete che sia</l>
<l>fuor de l'umana essenza e del valore;</l>
</lg><lg><l>ma se rivolgi a me la fantasia,</l>
<l>pria che tu parta da la mia presenza,</l>
<l>farò che 'n tale error mai più non stia.</l>
</lg><lg><l>Io mi vo' cominciar da la prudenza,</l>
<l>eccellente virtù, per la qual fanno</l>
<l>gli uomin maggiore la loro eccellenza.</l>
</lg><lg><l>Questa san meglio usar color che sanno,</l>
<l>senz'altra disciplina, per sé stesso</l>
<l>seguir lor bene ed evitar lor danno.</l>
</lg><lg><l>Senz'alcun dubbio, io affermo e confesso</l>
<l>esser superior la parte nostra;</l>
<l>e ancor tu nol negherai appresso.</l>
</lg><lg><l>Qual è quel precettor che ci dimostra</l>
<l>l'erba qual sia, o benigna o cattiva?</l>
<l>Non studio alcun, non l'ignoranza vostra.</l>
</lg><lg><l>Noi cangiam region di riva in riva,</l>
<l>e lasciare uno albergo non ci duole,</l>
<l>pur che contento e felice si viva.</l>
</lg><lg><l>L'un fugge il ghiaccio e l'altro fugge il sole,</l>
<l>seguendo il tempo a viver nostro amico,</l>
<l>come natura che ne insegna, vuole.</l>
</lg><lg><l>Voi, infelici assai più ch'io non dico,</l>
<l>gite cercando quel paese e questo,</l>
<l>non per aere trovar freddo od aprico,</l>
</lg><lg><l>ma perché l'appetito disonesto</l>
<l>de l'aver non vi tien l'animo fermo</l>
<l>nel viver parco, civile e modesto;</l>
</lg><lg><l>e spesso in aere putrefatto e infermo,</l>
<l>lasciando l'aere buon, vi trasferite;</l>
<l>non che facciate al viver vostro schermo.</l>
</lg><lg><l>Noi l'aere sol, voi povertà fuggite,</l>
<l>cercando con pericoli ricchezza,</l>
<l>che v'ha del ben oprar le vie impedite.</l>
</lg><lg><l>E se parlar vogliam de la fortezza,</l>
<l>quanto la parte nostra sia prestante</l>
<l>si vede, come 'l sol per sua chiarezza.</l>
</lg><lg><l>Un toro, un fer leone, un leofante</l>
<l>e 'nfiniti di noi nel mondo sono</l>
<l>a cui non può l'uom comparir davante.</l>
</lg><lg><l>E se de l'alma ragionare è buono,</l>
<l>vedrai di cori invitti e generosi</l>
<l>e forti esserci fatto maggior dono.</l>
</lg><lg><l>Tra noi son fatti e gesti valorosi</l>
<l>senza sperar trionfo o altra gloria,</l>
<l>come già quei Roman che fur famosi.</l>
</lg><lg><l>Vedesi ne' leon gran vanagloria</l>
<l>de l'opra generosa, e de la trista</l>
<l>volerne al tutto spegner la memoria.</l>
</lg><lg><l>Alcuna fera ancor tra noi s'è vista,</l>
<l>che, per fuggir del carcer le catene,</l>
<l>e gloria e libertà morendo acquista;</l>
</lg><lg><l>e tal valor nel suo petto ritiene</l>
<l>ch'avendo perso la sua libertate,</l>
<l>di viver serva il suo cor non sostiene.</l>
</lg><lg><l>E se a la temperanza risguardate,</l>
<l>ancora e' vi parrà ch'a questo gioco</l>
<l>abbiam le parti vostre superate.</l>
</lg><lg><l>In Vener noi spendiamo e breve e poco</l>
<l>tempo; ma voi, senza alcuna misura,</l>
<l>seguite quella in ogni tempo e loco.</l>
</lg><lg><l>La nostra specie altro cibar non cura</l>
<l>che 'l prodotto dal ciel sanz'arte, e voi</l>
<l>volete quel che non può far natura.</l>
</lg><lg><l>Né vi contenta un sol cibo, qual noi,</l>
<l>ma, per me' sodisfar le 'ngorde voglie,</l>
<l>gite per quelli infin ne' regni Eoi.</l>
</lg><lg><l>Non basta quel che 'n terra si ricoglie,</l>
<l>ché voi entrate a l'Oceano in seno,</l>
<l>per potervi saziar de le sue spoglie.</l>
</lg><lg><l>Il mio parlar mai non verrebbe meno,</l>
<l>s'io volessi mostrar come infelici</l>
<l>voi siete più ch'ogni animal terreno.</l>
</lg><lg><l>Noi a natura siam maggiori amici;</l>
<l>e par che in noi più sua virtù dispensi,</l>
<l>facendo voi d'ogni suo ben mendici.</l>
</lg><lg><l>Se vuoi questo veder, pon mano a' sensi,</l>
<l>e sarai facilmente persuaso</l>
<l>di quel che forse pe 'l contrario pensi.</l>
</lg><lg><l>L'aquila l'occhio, il can l'orecchio e 'l naso,</l>
<l>e 'l gusto ancor possiam miglior mostrarvi,</l>
<l>se 'l tatto a voi più proprio s'è rimaso;</l>
</lg><lg><l>il qual v'è dato non per onorarvi,</l>
<l>ma sol perché di Vener l'appetito</l>
<l>dovesse maggior briga e noia darvi.</l>
</lg><lg><l>Ogni animal tra noi nasce vestito:</l>
<l>che 'l difende dal freddo tempo e crudo,</l>
<l>sotto ogni cielo e per qualunque lito.</l>
</lg><lg><l>Sol nasce l'uom d'ogni difesa ignudo,</l>
<l>e non ha cuoio, spine o piume o vello,</l>
<l>setole o scaglie, che li faccian scudo.</l>
</lg><lg><l>Dal pianto il viver suo comincia quello,</l>
<l>con tuon di voce dolorosa e roca;</l>
<l>tal ch'egli è miserabile a vedello.</l>
</lg><lg><l>Da poi, crescendo la sua vita è poca,</l>
<l>senz'alcun dubbio, al paragon di quella</l>
<l>che vive un cervo, una cornacchia, un'oca.</l>
</lg><lg><l>Le man vi diè natura e la favella,</l>
<l>e con quelle anco ambizion, vi dette,</l>
<l>e avarizia che quel ben cancella.</l>
</lg><lg><l>A quante infermità vi sottomette</l>
<l>natura, prima, e poi fortuna! Quanto</l>
<l>ben senz'alcun effetto vi promette!</l>
</lg><lg><l>Vostr'è l'ambizion lussuria e 'l pianto,</l>
<l>e l'avarizia che genera scabbia</l>
<l>nel viver vostro che stimate tanto.</l>
</lg><lg><l>Nessun altro animal si trova ch'abbia</l>
<l>più fragil vita, e di viver più voglia,</l>
<l>più confuso timore o maggior rabbia.</l>
</lg><lg><l>Non dà l'un porco a l'altro porco doglia,</l>
<l>l'un cervo a l'altro; solamente l'uomo</l>
<l>l'altr'uom ammazza, crocifigge e spoglia.</l>
</lg><lg><l>Pens'or come tu vuoi ch'io ritorni uomo,</l>
<l>sendo di tutte le miserie privo,</l>
<l>ch'io sopportava mentre che fui uomo.</l>
</lg><lg><l>E s'alcuno infra gli uomini ti par divo,</l>
<l>felice e lieto, non gli creder molto,</l>
<l>ché 'n questo fango più felice vivo,</l>
</lg><lg><l>dove senza pensier mi bagno e vòlto. </l>
</lg></lg></div1></body></text>
</TEI.2>
