<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<!DOCTYPE TEI.2 SYSTEM "http://bibliotecaitaliana.it/dtd/bibit.dtd">
<TEI.2> 
<teiHeader>
  <fileDesc>
    <titleStmt>
      <title>Vita scritta da lui medesimo</title>
      <author>Pietro Giannone</author>
    </titleStmt>
    <extent>734 Kb in UTF-8</extent>
    <publicationStmt>
      <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
      <pubPlace>Roma</pubPlace>
      <date>2003</date>
      <idno>bibit000202</idno>
      <availability>
        <p>Questa risorsa digitale è liberamente accessibile per uso
              personale o scientifico. Ogni uso commerciale è vietato</p>
      </availability>
    </publicationStmt>
    <seriesStmt>
      <title>Collezione BibIt</title>
    </seriesStmt>
    <sourceDesc>
      <bibl>
        <title>Vita scritta da lui medesimo</title>
        <author>Giannone, Pietro</author>
        <editor id="ed">Bertelli, Sergio</editor>
        <publisher>Feltrinelli</publisher>
        <pubPlace>Milano</pubPlace>
        <date>1960</date>
      </bibl>
    </sourceDesc>
  </fileDesc>
  <encodingDesc>
                  <samplingDecl>
                    <p>Tutti i materiali paratestuali della fonte cartacea non riconducibili alla
                      responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
                      digitale</p>
                  </samplingDecl>
                  <editorialDecl>
                    <correction method="silent" status="medium">
                      <p>Livello medio: controllo a video con collazione con edizione di
                      riferimento</p>
                    </correction>
                    <quotation form="data" marks="all">
                      <p>I simboli di citazione e di discorso diretto presenti sulla fonte cartacea
                        sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
                    </quotation>
                    <hyphenation eol="none">
                      <p>I trattini di sillabazione a fine riga sono stati soppressi e le parole
                        ricomposte</p>
                    </hyphenation>
                  </editorialDecl>
    <classDecl><taxonomy id="CDD"><bibl>Classificazione Decimale Dewey</bibl></taxonomy><taxonomy id="CGB"><bibl>Classificazione generi BibIt</bibl></taxonomy></classDecl></encodingDesc>
  <profileDesc>
    <creation>
      <date>700</date>
    </creation>
    <langUsage><language id="ita">Italiano</language><language id="lat">latino</language><language id="ger">tedesco</language><language id="spa">spagnolo</language></langUsage>
    <textClass>
      <keywords scheme="CDD">
        <term>928 - BIOGRAFIA. LETTERATI-STORICI</term>
      </keywords>
      <keywords scheme="CGB">
        <term>Memorialistica</term>
      </keywords>
    </textClass>
  </profileDesc>
  <revisionDesc>
    <change>
      <date>Data sconosciuta anteriore al 2000</date>
      <respStmt>
        <name>LIZ</name>
      </respStmt>
      <item>Digitalizzazione - OCR</item>
    </change>
    <change>
      <date>Data sconosciuta anteriore al 2000</date>
      <respStmt>
        <name>LIZ</name>
      </respStmt>
      <item>Correzione linguistica</item>
    </change>
    <change>
      <date>2003-02-12T00:00:00.000+02:00</date>
      <respStmt>
        <name>Barbara Romagnoli</name>
        <name>BIBIT</name>
      </respStmt>
      <item>Codifica XML - Codifica manuale</item>
    </change>
    <change>
      <date>2003-02-26T00:00:00.000+02:00</date>
      <respStmt>
        <name>Elena Pierazzo</name>
        <name>BIBIT</name>
      </respStmt>
      <item>Validazione</item>
    </change>
  </revisionDesc>
</teiHeader> 
<text> 
<front> 
<titlePage> 
<docAuthor>PIETRO GIANNONE</docAuthor> 
<docTitle> 
<titlePart type="main">VITA SCRITTA DA LUI MEDESIMO</titlePart> 
</docTitle> 
<docImprint> 
<pubPlace>Milano</pubPlace> 
<publisher>Feltrinelli</publisher> 
<docDate>1960</docDate> </docImprint> 
</titlePage> 
</front> 
<body> 
<div1 type="prol"> 
<head>[Proemio]</head> 
<p>Prendo a scrivere la mia vita e quanto siami accaduto nel corso della
medesima, non già perché io presuma di proporla a' lettori per esempio da
imitare le virtù forse da me esercitate, o da sfuggire i vizi de' quali
fui contaminato; ovvero perché contenesse fatti egregi e memorandi e fuor del
corso ordinario delle umane cose adoperati — poiché son persuaso che,
sicome in me non furono estreme virtù od estrema dottrina da imitare, così mi
lusingo che non vi saran estremi vizi oppure estrema ignoranza da fuggire.</p> 
<p>Prendo a scriverla perché, trovandomi ritenuto fra le angustie d'un
castello, dove privo di ogni umano commercio traggo miseramente i miei giorni;
e dubitando, per la mia età cadente, non dovessi quivi finirla; quindi, e per
alleggerire in parte la noia e il tedio, e perché, avvicinandomi alla fine,
rammentando con la mente tutte le mie passate gesta, possa ritrarre conforto
dalle buone e pentimento delle ree. Sono ancora a ciò spinto dal riflettere
che, avendomi il mio destino condannato ad esser bersaglio dell'invida
maladicenza di molti miei nemici, i quali non meno presero a malmenare i miei
libri che a detrarre e malignare le mie azioni, intendo che gli amatori della
verità ne abbiano una sincera e fedele narrazione, e non si dia occasione
a' maligni di oscurarle, o lividamente rapportarle. E poiché, dopo il mio
naufragio, vari miei scritti andarono sparsi di qua e di là, perché tutti
sappiano separare i veri da' falsi, che potrebbero gli invidiosi, forse, a
me ascrivere, manifesto qui fedelmente, uno per uno, quali fosser i miei propri
e legittimi parti.</p> 
<p>Ma sopra tutto prendo a scriverla perché sia a gli altri di documento, e
spezialmente a gli uomini probi ed onesti ed amanti del vero, quanto sia per
essi dura e malagevole la strada che avran da calcare, per passar la loro
<corr>[vita]</corr> in questo mondo liberi e sicuri, fra la turba di
gente improba ed infedele e tra l'infinito numero degli sciocchi e
de' malvagi, massimamente a chi avrà sortita la disgrazia di nascere sotto
grave e pesante cielo, in terreno servo e soggetto e ferace di pungenti spine e
d'inestricabili pruni e triboli; e molto più in questi tempi ne'
quali, spento ogni raggio di virtù, sembra che l'invida maladicenza,
l'ambizione, l'avidità delle ricchezze e degli onori, l'avarizia
e tutte le umane scelleratezze abbiano date le ultime prove; sicché a ragione,
chi attentamente vi riflette, non più dubiti il mondo esser retto e governato
da spirito pravo e maligno, secondo che pure la divina Sapienza ci palesò,
dicendo ch'era posseduto da Satan; che gli uomini per proprio istinto, fin
dalla loro adolescenza sono portati al male, e che il mondo fosse
<foreign lang="lat"><hi rend="italic">positus in maligno</hi></foreign>.</p> 
<p>Se, adunque, in essa non vi leggeranno fatti illustri ed egregi, avrà
almanco questo pregio: che altri, avendola innanzi agli occhi, prenda da sé
guardia e abbiala per guida e scorta in passando un mare sì crudele e
tempestoso, pieno di sirti e di perigliosi scogli, dove facilmente potrebbe
urtare e sommergersi. Forse potrà anche riuscire di loro utile, in leggendo nel
corso della medesima quanto gli uomini sovente si affatichino indarno fra studi
vani ed inutili, e le preziose ore del tempo inutilmente consumino fra ricerche
di cose vane che niente conducono, né per regger la nostra vita nella strada
della virtù, de' buoni costumi e delle opere oneste e commendabili presso
Dio e presso gli uomini probi, né per illuminare le nostre menti nelle
cognizioni delle scienze utili e necessarie; anzi per maggiormente invilupparle
tra questioni vane ed astratte, delle quali, dopo essersi lungamente
affaticati, ne sapranno molto meno che prima, quando cominciarono ad
investigarle.</p> 
</div1> 
<div1 type="capitolo"> 
<head>Capitolo primo</head> 
<argument>
<p><corr><hi rend="italic">Anni 1676–1692</hi></corr></p>
</argument> 
<p>Io nacqui da onesti parenti a' sette di maggio dell'anno 1676, in
una terra del monte Gargano, nella Puglia de' Dauni chiamata Ischitella,
prossima a' lidi del mare Adriatico, dirimpetto all'isole Diomedee,
ora dette di Tremiti. Allevato nell'infanzia dalla non men pia che savia
mia madre, Lucrezia Micaglia, ed erudito negli esercizi di pietà con somma
accuratezza e religione, fui mandato a scuola ad apprender grammatica
dall'arciprete di quella chiesa, uomo versato nella lingua latina per
quanto comportava la condizione del luogo, ma molto più commendabile per la sua
probità e per l'esemplari ed incorrotti suoi costumi.</p> 
<p>Nella mia adolescenza mancò poco che non tornassi in quello stato nel qual
fui prima di nascere, poiché, infermato di febre ancorché non gravemente, il
medico, poco riflettendo al mio gracile temperamento, mi diede una purgazione
preparata con antimonio superiore alle mie forze; sicché, di sopra con vomiti,
e di sotto con profluvi continui, mancò poco che non esalassi l'anima fra
le braccia della mia cara madre. Ma, sicome il pericolo fu grave, così, quelli
cessati, in breve tempo tornai al pristino stato di perfetta salute.</p> 
<p>Adulto che fui, nell'età di quindici anni, da Scipione mio padre fui
mandato a' studi di filosofia sotto la disciplina e direzione d'un
frate franciscano de' zoccoli, valente professore e teologo rinomato nel
suo ordine, il quale, dopo aver occupato i gradi più cospicui della sua
religione, fu fatto lettore giubilato: onore non solito conferirsi, se non a
coloro i quali, dopo lunghi anni di lettura e di aver dato pruove ben chiare
de' loro talenti, se l'avran meritato. E poiché, fra l'altre
prerogative che seco porta la giubilazione, è di rimanere ad arbitrio del
giubilato d'eleggersi un convento che fosse di suo piacere, per menar ivi
il rimanente di sua vita in quiete e riposo, questi, ch'era naturale del
luogo, s'elesse il convento de' suoi frati, costrutto da antichissimi
tempi in Ischitella sua patria, e quivi venne a dimorare. Questa occasione fu
riputata da' miei parenti opportuna e come venuta dal Cielo, per mandarmi
sotto la disciplina del medesimo ad apprender filosofia, per la gran fama di
dottrina, che in quella provincia si avea di lui. Egli, adunque, cominciò ad
insegnarmela con grande amore e diligenza; e nello spazio di tre anni,
applicandovi io con somma attenzione, finito il corso della logica, fisica e
metafisica, divenni filosofo scolastico-scotista, e disputava co' miei
uguali, con energia e sottigliezza, di quelle cose che io stesso non intendeva,
né distintamente capiva; ma l'empito ed il fervore della disputa
somministravami parole ed argomenti tali che, a mio e lor credere, sembravano
forti ed invincibili.</p> 
<p>Queste vaghe e confuse idee, che io avea di quelle cose che m'eran da
quella filosofia state somministrate (se bene l'averla appresa mi
cagionasse la perdita di tanto tempo, che io avrei potuto impiegare a studi
propri di quella età giovanile, come delle lingue, della geografia e
cosmografia, per sapere dove io, uscito alla luce di questo mondo, era venuto,
per non dimorarci da ospite e peregrino, e non perderlo tra questioni astratte
e metafisiche, delle quali non era io capace), nulladimanco produssero in me
questo buon effetto che, giunto in Napoli, mi disposero a studi più sodi, i
quali mi fecer dimenticare quanto in que' tre anni confusamente avea
appreso. Sicché quelle vaghe e confuse immagini, non avendo fatte profonde
impressioni nel mio cerebro, né lungamente dimoratevi, poterono tosto
dileguarsi per le nuove e più solide cognizioni che io andava acquistando.</p> 
<p>Finito, adunque, il corso della filosofia d'Aristotele, secondo la
mente e sposizione di Scoto, perché non vi era altro ivi che fare ed i miei
genitori pensavano di applicarmi allo studio delle leggi — lontani di
mettermi nello stato ecclesiastico, sicché dovessi intraprender gli studi di
teologia presso lo stesso padre teologo, — si risolvettero di mandarmi a
Napoli, col certo soccorso che avrebbe lor somministrato, per mio
sostentamento, uno zio di mia madre, prete, non men agiato di beni di fortuna,
che verso di me molto tenero e benefico e che mi portava grand'amore ed
affezione.</p> 
</div1> 
<div1 type="capitolo"> 
<head>Capitolo secondo</head> 
<argument>
<p><hi rend="italic">Anno 1694, sotto il regno di Carlo II re di Spagna e sotto
il governo del conte di S. Stefano e poi del duca di Medina Coeli
viceré.</hi></p>
</argument> 
<div2 type="paragrafo"> 
<head>I</head> 
<p>Giunsi in Napoli ne' princìpi del mese di marzo dell'anno 1694, e
que' a' quali io fui raccomandato, non per mancanza di affetto, ma
per poca conoscenza che aveano de' più insigni professori di legge che
erano in quella città, mi mandarono ad apprender legge civile e canonica in
casa d'un lettore, il quale, secondo che col progresso e più per
l'avvertimento di altri più saggi conobbi dapoi, poco sapeva dell'una
e meno dell'altra, del di cui nome io non voglio per ciò ricordarmi.
Poiché, oltre di insegnare sopra alcuni scritti da altri scipitamente composti,
l'avea ripieni d'inutili questioni, le quali non solo niente
rischiaravano le <hi rend="italic">Istituzioni</hi> piane e semplici
dell'imperadore Giustiniano, per le civili e, per le canoniche, quelle di
Lancellotto, ma tutte le confondevano ed oscuravano; e se io le leggi ed i
canoni che si allegavano voleva cercarle e riscontrarle nel <hi rend="italic">Corpo</hi> del <foreign lang="lat"><hi rend="italic">ius
civile</hi></foreign> o <hi rend="italic">canonico</hi>, o non le trovava
affatto, o pure le ravvisava tutte mal a proposito allegate, guaste e non
intese: ciò che mi dava indizio che il mio maestro erasi poggiato su
l'altrui fede, non ch'egli l'avesse mai lette ed osservate.</p> 
<p>Posto in questa confusione ed intrighi, da' quali, come poteva il
meglio, m'andava distrigando colla lettura de' testi originali e con
comunicare le mie difficoltà ad altri d'età e di dottrina più avanzata,
de' quali io cominciava ad acquistar conoscenza ed amicizia, per mia buona
sorte ebbi, dopo qualche tempo, opportunità di conoscere un sacerdote assai
dotto e di grande erudizione e probità, del di cui nome e beneficenza non potrò
mai dimenticarmene, poiché fu il primo ad illuminarmi e, per suo mezzo, ad
acquistar conoscenza de' primi e più rinomati professori e letterati della
città suoi amici. Questi fu don Giovanni Spinelli, erudito in tutte le scienze,
e che nella sua avanzata età si era anche applicato nello studio della
giurisprudenza romana; al quale avendo io esposte le mie confusioni nelle quali
era sotto il mio istruttore di legge, compassionando il mio stato
d'ignoranza, mi sollevò dal fango e, postomi nella dritta via, mi additò
il segno verso dove dovea incamminarmi; e che, per poterci arrivare, era
mestieri cambiar maestro ed apprender la giurisprudenza non già dalle
pozzanchere, sicome fin ora io avea fatto, ma da' fonti limpidi e chiari,
che me l'avrebbe additati un altro insigne maestro; il qual era il celebre
Domenico Aulisio, professore del <foreign lang="lat"><hi rend="italic">jus</hi></foreign> civile dell'università de' regi
studi di Napoli, profondo in tutte le scienze ed ornato non men di latina che
di greca erudizione, e, sopra tutto, a fondo inteso non pur delle leggi, ma
dell'istoria romana, senza la quale non poteano perfettamente capirsi ed
intendersi; ch'egli come suo amico mi averebbe condotto e raccomandato con
fervore ed efficacia, sicché di me avesse particolar cura e pensiero, sicome
fece.</p> 
<p>Trovavasi già l'Aulisio, e molto più dopo avere ottenuta la cattedra
primaria vespertina del <foreign lang="lat"><hi rend="italic">jus</hi></foreign> civile, aver dismessa affatto la sua scuola
privata, ove, secondo il prescritto delle <hi rend="italic">Istituzioni</hi> di
Giustiniano, insegnava a' giovani la giurisprudenza; ma allora
pubblicamente ne' regi studi, secondo l'istituto di quella
università, spiegava le più difficili materie di testamenti, legati,
istituzioni, fidecommisi, successioni <foreign lang="lat"><hi rend="italic">ab–intestato</hi></foreign> ed altre leggi oscure ed
intricate del <hi rend="italic">Digesto</hi> che chiamano <hi rend="italic">inforziato</hi>, dividendole in quattro trattati, leggendone in
ciaschedun anno uno e, finito il quatriennio, si replicavano a' nuovi
discepoli, che in ogni anno ivi concorrevano ad apprender le leggi civili.</p> 
<p>Io, se bene sotto il primo maestro avea fatti piccioli progressi nella
giurisprudenza, nulladimeno, con attenermi più a' quattro libri delle
<hi rend="italic">Istituzioni</hi> di Giustiniano, al Perez, a Giulio Pacio e
ad alcuni pochi autori che con particolari note e sposizioni le illustravano,
che a' scritti del maestro, avea acquistata conoscenza tale, che
l'Aulisio stesso riputò che fosse bastante per i primi rudimenti e per
esser capace d'intendere i trattati che e' insegnava nel pubblico.
Sicché mi consigliò, senza altro maestro, di non tralasciare lo studio sopra le
<hi rend="italic">Istituzioni</hi> di Giustiniano, coll'aiuto di que'
spositori, a' quali volle che io ne aggiungessi un altro, che e'
riputava migliore di tutti — e questi fu Arnoldo Vinnio, celebre
professore olandese, il quale, oltre le note, avea con dotti, utili ed accurati
<hi rend="italic">Commentari</hi> illustrate le <hi rend="italic">Istituzioni</hi> di Giustiniano, — soggiungendomi che
questi dovessero essere i miei studi della mattina. Il dopo desinare, avendo
egli la lezione vespertina, che andassi da lui ad apprendere ne' pubblici
studi i suoi trattati, con trascrivergli, siccome è l'uso di quella
università, e sentirne la sposizione; e sopra tutto di venir poi da lui, o in
casa sua, ovvero, dopo la lezione, in quella mezz'ora che sono i lettori
obligati trattenersi per risolvere a' scolari le difficoltà che
l'occorrono, a comunicarli i dubbi ed a ricercarlo di quanto mi bisognava
per maggior intelligenza delle cose lette o scritte, o nella cattedra
esposte.</p> 
<p>Eseguii con accuratezza quanto m'impose: lasciai con urbane maniere il
primo maestro, mi provvidi delle <hi rend="italic">Note</hi> e
<hi rend="italic">Commentari</hi> di Vinnio, ed andai ad apprender da lui i
trattati che leggeva nel pubblico, non tralasciando, dopo la lezione, in quella
mezz'ora, di comunicargli i miei dubbi e dimandargli più cose per maggior
mia istruzione e lume. Il che egli faceva con tanta cordialità ed affezione che
sovente, finito il tempo ma non già il mio dimandare, per non lasciarmi in
secco conducevami seco a sua casa ed io aveva il vantaggio, seguitandolo nel
lungo cammino fino che vi giungesse, di istruirmi delle più rare e pellegrine
erudizioni e, sopra tutto, della maniera che dovea io tenere in regolare i miei
studi.</p> 
<p>Egli fu che m'inculcò lo studio dell'istoria romana, dicendomi che
quanto era nelle <hi rend="italic">Pandette</hi> di Giustiniano, nel suo
<hi rend="italic">Codice</hi> e <hi rend="italic">Novelle</hi>, non potea
esattamente intendersi, se non si sapeva l'istoria romana e le varie
vicende di quell'Imperio. Che i responsi di que' giurisconsulti, onde
Giustiniano avea composte le sue <hi rend="italic">Pandette</hi>, e le
costituzioni de' principi, onde s'eran compilati più codici e fatte
più raccolte delle novelle loro costituzioni, non potevan ben capirsi, se non
si sapevano le occasioni perché furon date o stabilite, i costumi di que'
tempi e la costituzione d'allora d'Italia e delle province che
componevano l'Imperio romano, molto diversa e tutto altra di quella che
presentemente abbiamo.</p> 
<p>Bisognava, perciò, allo studio delle leggi accoppiare la cognizione
dell'istoria romana, fin dal principio che surse quell'Imperio e si
distese nelle tre parti del mondo allor conosciuto; e per poter con metodo
apprenderla era mestieri cominciare dall'<hi rend="italic">Istoria</hi> di
Tito Livio, e per supplire la mancanza de' suoi libri, de' quali, o
per negligenza degli uomini, o per ingiuria del tempo, oggi siamo privi,
bisognava ricorrere ad altri antichi scrittori romani o greci, che trattarono
delle cose romane, per avere un'accurata notizia della costituzione di
quell'Imperio fino a' tempi di Ottavio Augusto; ed in cotal maniera,
si avrà una chiara e distinta notizia dell'<hi rend="italic">antica</hi>
giurisprudenza romana. Questa poi, sotto Augusto e gli altri imperadori suoi
successori, fino all'imperadore Costantino Magno, prese altro aspetto e
varie forme; e questo stato dell'Imperio esser quello che si comprende
nelle <hi rend="italic">Pandette</hi> e nelle costituzioni di que'
principi, i quali a Costantino precedettero, le quali formano un'altra
giurisprudenza, che potrà chiamarsi <hi rend="italic">media</hi>, come posta
nel mezzo tra l'antica e l'<hi rend="italic">infima</hi>, che
comincia da Costantino e finisce colla destruzione dell'Imperio romano; e
per apprendere questo stato di mezzo, non mancavano altri scrittori, non meno
romani che greci, anzi che soprabbondavano, sicome sotto gli imperadori
Vespasiano, Tito, Nerva, Traiano ed altri fiorirono i due Plinii, Svetonio
Tranquillo, Cornelio Tacito, Dione e tanti altri scrittori delle cose romane di
que' tempi, de' quali io poteva aver notizia dalle varie
<hi rend="italic">Raccolte</hi>, che si erano a' nostri tempi compilate.
A' quali, per ciò che riguarda la giurisprudenza, poteva io aggiungere i
moderni, che con indefessa ed instancabile applicazione aveano da' volumi
de' scrittori romani compilati particolari trattati dell'origine e
cangiamenti delle loro leggi, plebisciti, e senatusconsulti, de'
magistrati, formole e giudici, delle condizioni delle città e province romane,
ed infino a tessere particolari vite di que' giurisconsulti e delle loro
scuole e sette, de' quali Giustiniano, nelle sue <hi rend="italic">Pandette</hi>, ci conservò i nomi ed in gran parte le opere. Fra
questi moderni scrittori, perché mi si fosse reso il cammino meno duro ed
alpestre, mi additò Carlo Sigonio, Barnaba Brissonio, spezialmente nelle sue
<hi rend="italic">Formole</hi>, Antonio Augustino, Ritersuzio ed alquanti
altri.</p> 
<p>Ma ciò che egli riputava impresa più difficile, piena di travagli o di
fatiche — sicome io in processo di tempo sperimentai, — era il
distrigarmi dagl'inviluppi, ne' quali m'avrebbe condotto il
desiderio di sapere l'infima e bassa giurisprudenza da Costantino Magno,
Teodosio e Giustiniano fino alla decadenza dell'Imperio non meno di
Occidente che di Oriente: <foreign lang="lat"><hi rend="italic">hoc
opus</hi></foreign>, egli mi diceva, <foreign lang="lat"><hi rend="italic">hic
labor</hi></foreign>. I lunghi suoi studi ed ostinate fatiche sofferte nelle
cognizioni dell'istorie, scienze ed erudizioni greche e latine, e
l'avere stanchi non men gli uni che gli altri antichi scrittori e quanto i
moderni vi aveano sopra qui travagliato intorno, infino a sazietà e noia; ed
all'incontro il vedere che pochi si eran applicati a' studi di
quest'infima e bassa età, riputandola barbara ed incolta, facea
ch'egli riponesse fra le cose più ardue l'intraprendergli, così che
di somma gloria sarebbe riuscito a chi gli tentasse e procurasse di venirne a
capo.</p> 
<p>Quanti scrittori, e' diceva, noi abbiamo, che han travagliato sopra la
giurisprudenza antica e media romana? Eppure quasi tutti furon contenti di
fermarsi a Costantino, sdegnando, secondo che si avanzavano ne' tempi
incolti e barbari, di proseguire più oltre le loro ricerche, poco curando di
questa infima e bassa giurisprudenza! Non era tanto la barbarie che, più
inoltrandosi, incontravano, che gli sgomentava, quanto l'immensa e noiosa
fatica, che dovean sostenere fra quei rozzi ed incolti scrittori d'andarla
rintracciando e metterla in più chiara luce.</p> 
<p>Per isporre con esattezza le costituzioni non men numerose che ampie e
verbose degli imperadori — le quali, da Costantino Magno fino a Teodosio
il giovane e Valentiniano III, furon racchiuse nel <hi rend="italic">Codice
teodosiano</hi>, e le altre proprie che poi vi aggiunge l'imperadore
Giustiniano nel suo <hi rend="italic">Codice</hi>, — faceva mestieri di
rivolgere gli scrittori di que' tempi bassi, la lezione de' quali, a
chi era avvezzo a gli antichi Romani, certamente che riusciva ristucchevole e
penosa. Dovean ricercarsi le opere che ci lasciarono Latino Pacato, Mamertino,
Nazario, Eumenio, Eunapio, Ausonio, Claudiano, Ammiano Marcellino, Libanio,
Sidonio Apollinare, Orosio, Giornandes, Procopio, Filostorgio e tanti altri,
da' quali si apprende la costituzione e forma dell'Imperio di
que' secoli, per capire con distinzione e chiarezza le leggi e
costituzioni di que' principi. Insigne documento ne lasciò a noi
l'incomparabile Giacopo Gotofredo, il quale può dirsi il primo che
s'incamminasse per questo duro e disagevol calle ne' suoi laboriosi e
stupendi <hi rend="italic">Commentari sopra il Codice teodosiano</hi>. Non ebbe
il piacere di sopravvivere a questa immortale sua opera, lasciandola non
compita, avendogli la morte impedito di poterci porre l'ultima mano, né si
è trovato chi dapoi la riducesse nell'ultimo punto di sua perfezione.</p> 
<p>L'Aulisio, come peritissimo antiquario, solea perciò farmi un paragone
tra questi giurisconsulti, che sdegnano l'infima e bassa giurisprudenza, e
gli antiquari de' nostri tempi. Questi han fatto ricerche stupende sopra
le medaglie e monete antichissime de' Greci e de' Romani; intendono a
maraviglia le monete che si sono trovate, e tuttavia si scavano, de'
popoli antichi dell'Asia e della Grecia e di altre città greche
d'Italia; sanno le romane, quali fossero le consulari e le tribunizie,
quali degli imperadori, e tutto ciò che si appartiene alle più remote e
recondite antichità; ma, avvicinandosi poi a' tempi bassi e meno a noi
remoti, sono muti ed affatto ignari. E se bene negli ultimi tempi alcuni
abbiano intrapresa una tal ricerca, siccome il Paruta, il Bandurio e pochissimi
altri, con tutto ciò rimane ancora questa parte mancante e difettosa, poiché
tutti si applicano all'antiche greche o romane e lasciano quelle de'
bassi tempi. Sicché fin ora non han potuto mostrare niuna delle monete de'
re longobardi, i quali, per lo spazio poco meno di ducento anni, ressero
l'Italia avendo Pavia per loro sede regia. E pure, lo studio e conoscenza
di questi tempi bassi dovrebbe essere a noi la più utile, anzi necessaria,
poiché ha maggiore rapporto a' nostri ultimi tempi ed alla presente
costituzione di Europa ed a' nuovi domini in essa stabiliti, dopo la
decadenza del romano Imperio.</p> 
<p>Questi discorsi, che sovente soleva replicarmi, impressero nel mio animo
idee conformi, sicché di proposito, secondo il metodo prescrittomi, cominciai a
mescolare a' studi legali l'istoria romana, principiando da quella di
Tito Livio e proseguendo di passo in passo, secondo la cronologia de'
tempi, la lettura degli altri seguenti romani scrittori. E sul fatto,
conoscendo che non ben potea capir Livio senza il soccorso della geografia (per
sapere con distinzione i paesi ove dimoravano tanti popoli de' quali, a
que' tempi, l'Italia si componeva, ed il sito delle province delle
Gallie, della Spagna e dell'Africa, e molto più della Grecia, Macedonia,
Illirico e dell'altre più remote dell'Asia, della Siria e
dell'Egitto, sopra le quali l'Imperio romano distese le vittoriose
sue armi), procurai d'aggiungere all'istoria la geografia antica,
apprendendola da Tolomeo, secondo le tavole ed esposizioni del Magino, poiché
la notizia della geografia di Mela e di Strabone e degli altri più esatti
geografi moderni mi giunse molto tardi. Ma tutti questi studi io non
l'avea come fine, ma l'indrizzava come efficaci mezzi per intendere
le origini ed i cangiamenti dell'Imperio romano e come, poi ruinato,
fossero surti tanti nuovi domini, tante nuove leggi, nuovi costumi e nuovi
regni e repubbliche in Europa.</p> 
<p>Per quattro anni continui, dopo avere appreso nel miglior modo che potei i
primi rudimenti della giurisprudenza romana, continuai queste fatiche sopra
tali autori e sopra le <hi rend="italic">Pandette</hi> di Giustiniano, le di
cui leggi, secondo che dall'Aulisio ne' quattro suoi trattati si
allegavano, io diligentemente osservava, onde sovente mi occorreva volgerle e
rivolgerle. E sentendo spesso da lui allegare Giacomo Cuiacio di cui, sopra
tutti gli altri spositori delle <hi rend="italic">Pandette</hi>, facea molta
stima, io che non avea allor modo di comprarmi le sue opere, ché le credea
molto rare e di gran valore, ebbi la sorte che un mio amico, che avea le opere
<hi rend="italic">priori</hi>, me le prestasse. Sicché posi ogni mio studio
sopra di quelle e, per sei mesi continui, non feci altro, secondo che
m'incontrava ne' commentari di qualche legge o titolo specioso, di
trascrivergli, e, sopra tutto, mi trascrissi interamente molte
<hi rend="italic">Osservazioni</hi>, di quell'opera veramente divina, che
mi sembravano incomparabili e stupende. Ma quando vidi che, oltre la
giurisprudenza romana, questo maraviglioso ingegno si era invogliato di
commentare anche i libri de' feudi, ch'egli, per dargli miglior
disposizione ed ordine, avea divisi in cinque libri, e che, quando gli altri
sdegnando questi studi come creduti barbari, egli vi avea impiegati i suoi alti
e sublimi talenti, mi rallegrai tutto e n'ebbi sommo piacere e
compiacimento, così perché conobbi, per un esempio sì illustre, che tali studi
non erano da disprezzarsi, come anche perché maggiormente mi confermai nel
concetto col quale intrapresi i precedenti, che doveano servirmi come mezzi per
discendere ne' studi de' tempi bassi, i quali riputai sempre i più
utili e necessari, come quelli che aveano maggior rapporto allo stato presente
di Europa ed alla costituzione de' regni e nuovi domini in essa
stabiliti.</p> 
<p>Preso adunque da tal amore, cominciai attentamente a leggergli; e credendo
che, dovendo restituirgli al padrone che me l'aveva prestati, io sarei
rimaso senza questo per me inestimabile tesoro, immaginandomi che altronde non
avrei potuto avergli, presi sollecitamente a trascrivere tutti i cinque libri
de' feudi, per avergli sempre meco manuscritti, se non poteva avergli
impressi. Sopra i quali, secondo che andava acquistando maggior conoscenza,
andava aggiungendo altre note e nuove riflessioni, accomodate a gli usi
de' feudi del regno di Napoli.</p> 
<p>Ma poiché in Napoli chi aspira al dottorato deve insieme prendere il grado
di dottore del <foreign lang="lat"><hi rend="italic">jus</hi></foreign> civile
e della legge canonica, e per ciò i candidati devono essere istrutti non men
dell'una che dell'altra legge, insegnandosi nell'università
de' studi e nelle case de' lettori le <hi rend="italic">Istituzioni</hi> di Giustiniano per la civile e quelle di
Lancellotti per la canonica, quindi mi convenne applicare anche i miei studi
sopra la medesima. Alla quale incamminandomi per le volgari e trite vie,
m'incontrava in maggiori oscurità e tenebre; e se bene dal primo mio
maestro avessi appreso le <hi rend="italic">Istituzioni</hi> di Lancellotti di
<foreign lang="lat"><hi rend="italic">jus</hi></foreign> canonico, ne sapeva
molto meno che prima. Sentiva parlare del <hi rend="italic">Decreto</hi> di
Graziano e delle <hi rend="italic">Decretali</hi>, dove questo nuovo diritto
era compreso, ma non sapeva donde e come nel mondo fosse venuto. La ricerca
delle quali cose io con ardore cominciai ad intraprendere, perché era uno
studio che si apparteneva all'infima e bassa età, per rischiaramento della
quale io avea incamminato tutti i miei precedenti studi. E poiché, intanto,
avea acquistata più stretta familiarità ed amicizia coll'Aulisio,
nell'accompagnarlo che io faceva in sua casa dopo terminata la lezione nel
pubblico, spesso gli domandava della maniera e metodo che io dovessi tenere,
per bene apprendere il diritto canonico. Ed egli, non men di ciò che avea fatto
per lo civile, mi diede lumi bastanti per nettamente capirlo e mi suggerì
regole piane e semplici, per isfuggire le tante vane ed inutili quistioni, onde
i moderni scrittori romani canonisti l'aveano guasto ed inviluppato.
Da' savi suoi discorsi compresi più verità a me fin allora ignote, le
quali, poi, col tempo, mi fecero accorto di molte altre, che successivamente
andai scoprendo.</p> 
<p>Compresi che, sicome per lo studio della legge civile l'istoria romana,
così per la canonica era necessaria l'istoria ecclesiastica. Da questa
avrei io avuta bastante conoscenza donde fusse sorto questo nuovo diritto,
donde venisse la compilazione del <hi rend="italic">Decreto</hi> e delle
<hi rend="italic">Decretali</hi>, e l'uso che si ebbe di queste nuove
altre compilazioni in Europa fatte. Da' miei precedenti studi
nell'istoria e giurisprudenza romana avea già compreso che gli antichi
Romani del loro <foreign lang="lat"><hi rend="italic">jus</hi></foreign>
pontificio non ne facevano corpo a parte, ma l'univano insieme col
pubblico, del quale era una minima parte, non essendo cotanto multiplice ed
operoso, restringendosi solamente alle loro cose sacre e religiose, alla norma
del legittimo culto de' loro dii, ed a' loro riti e celesti
cerimonie; laonde questo nuovo diritto canonico dovea riguardarsi come tutto
altro e molto diverso e differente. Ebbi estremo contento in conoscere che, per
saperne i suoi princìpi ed origini, non dovea ricorrersi a' tempi molto
lontani; anzi che venivano a cadere giustamente ne' tempi
dell'imperadore Costantino Magno, donde pure cominciava la nuova e bassa
giurisprudenza romana. Il quale, essendo stato il primo imperadore che, tolto
ogni divieto, permise nell'Imperio che la religione cristiana potesse
abbracciarsi e pubblicamente da tutti professarsi, sicome da lui cominciò per
le nuove leggi la nuova giurisprudenza, così, per ciò che riguarda il
<foreign lang="lat"><hi rend="italic">jus</hi></foreign> pontificio, da lui
prese nuova forma ed aspetto, e si diede origine a tanti altri strani e
mostruosi cangiamenti, onde fosse surto questo nuovo diritto canonico. Sicché
io nel tempo istesso poteva, con passo uguale, proseguire i miei studi per la
conoscenza non men dell'una che dell'altra. Ed avendo con tal metodo
e con tal antivedere proseguito ad apprenderlo, conobbi che ne' princìpi
nonché dopo che fu ricevuta nell'Imperio la religione cristiana, questo
dritto non faceva corpo a parte, ma dagli imperadori cristiani era stato
rinchiuso ne' loro <hi rend="italic">Codici</hi> e nelle compilazioni
delle loro <hi rend="italic">Novelle</hi>. E la ragione era, sicome conobbi
dapoi, perché Costantino Magno volle egli prender cura dell'esterior
politia e governo della Chiesa, dichiarandosi che, sicome i vescovi
n'erano ispettori per ciò che riguarda l'interno, la predicazione del
Vangelo, la correzione de' costumi, l'amministrazione de'
sacramenti e le altre cose sacre e religiosi riti; così egli della Chiesa
esterna — che riguardava la nuova esterior sua gerarchia, acquistata dopo
che fu ricevuta nell'Imperio, la nuova forma e disposizione non men delle
cose temporali a lei appartenenti, che delle persone ascritte al suo
ministerio, — ne fosse egli capo ed ispettore, e che, sicom'era capo
dell'Imperio, così dovea prender cura di tutto ciò che dentro di quello
era.</p> 
<p>E non si movea allora dubbio che la Chiesa fosse nell'Imperio e non già
questo nella Chiesa, siccome i Padri antichi: e fra gli altri Ottato
Milevitano, ingenuamente affermavano; onde avvenne che Costantino e gli altri
imperadori suoi successori, per questo riguardo, ancorché cristiani,
ritenessero fra gli altri titoli tramandatogli da' loro predecessori
quello di pontefice massimo, riguardando la religione gentile, la quale,
nell'imperio non mai proibita, era professata pubblicamente non meno che
la cristiana; e prendessero anche il titolo di <foreign lang="lat"><hi rend="italic">episcopus ad extra</hi></foreign>, riguardando la religione
cristiana: le quali due religioni erano professate nell'Imperio, del quale
gl'imperadori erano capi e moderatori. E quindi questo nuovo diritto
pontificio non dovea ricercarsi fuori del corpo de' loro <hi rend="italic">Codici</hi> e delle compilazioni delle loro <hi rend="italic">Novelle</hi>.</p> 
<p>Ciò che rendeva evidente il <hi rend="italic">Codice teodosiano</hi>,
compilato per autorità dell'imperadore Teodosio il giovane, ove sono
racchiuse le costituzioni de' principi cristiani, da Costantino Magno fino
a' suoi tempi, il decimosesto libro del quale racchiude le costituzioni a
questo diritto appartenenti. Molto più ciò poneva in chiara luce il
<hi rend="italic">Codice</hi> di Giustiniano e le tante sue <hi rend="italic">Novelle</hi> a ciò riguardanti, le altre compilazioni greche
seguite appresso sotto gli altri imperadori d'Oriente, suoi successori, e
spezialmente le tante <hi rend="italic">Novelle</hi> di Lione il sapiente e di
tanti altri, per le quali è manifesto che i Greci, per l'esterna politia
delle chiese dell'Imperio d'Oriente, non riconoscevano altro dritto
canonico, che quello che da' regolamenti de' loro imperadori era
stato, per le loro leggi e novelle costituzioni, stabilito.</p> 
<p>Da ciò conobbi che in Occidente tutt'altro fosse seguìto e che
l'origine più immediata di questo diritto, che ora si ricava dal
<hi rend="italic">Decreto</hi> di Graziano e dalle <hi rend="italic">Decretali</hi> de' romani pontefici, dovea in Occidente
investigarsi dopo la ruina di questo Imperio, quando si estinse nella persona
di Augustolo. I di lui princìpi e progressi e cangiamenti doveano apprendersi
dalle varie secondarie vicende seguite dopo, e quando risorse nella persona di
Carlo Magno, e quando, estinta la maschile sua prosapia, l'Imperio
d'Occidente passò presso i Germani; e dalle tante rivoluzioni di cose
seguite, spezialmente in Italia, dopo il lungo interregno dell'imperadore
Federico II, e dopo tanti altri avvenimenti e strani e portentosi cangiamenti
seguiti in Europa. Onde, sicome sursero tanti nuovi domini e nuovi costumi, non
dovea recar maraviglia, se ne scrissero altri nuovi regolamenti e nuove
compilazioni di diritti, a gli antichi affatto ignoti e sconosciuti.</p> 
<p>Dalla considerazione delle quali cose compresi che molto più rimaneva di
travaglio a chi intendeva applicarsi a' studi de' tempi bassi ed
oscuri, e a' secoli meno a noi remoti, pieni d'ignoranza —
madre di tanti errori e superstizioni, — che andar vagando sopra le
vetuste ed antiche romane memorie. Ma, nel tempo stesso, mi rincorava col
riflettere che, se bene quelli studi fusser noiosi e pieni di travaglio,
nulladimanco l'applicarvici era più utile e necessario, non solo per lo
rapporto che aveano a' nostri ultimi tempi, per ben intendere la presente
costituzione delle cose, ma perché il corso di tanti secoli, quanti sono da
Costantino Magno fino a noi, avea recate mutazioni così stupende, introdotti
costumi si strani ed altre cose portentose, che pareva che il genere umano
istesso si fosse tutto cambiato e gli uomini, fino nel pensare, ne' loro
discorsi, raziocini e giudici, non pur ne' costumi, fossero tutto altro di
quel che prima già furono. Ciò che io reputava dover tirare la curiosità di
tutti, per conoscere le origini, le occasioni e le maniere di tanti e sì strani
cangiamenti. E reputando che senza l'istoria era impossibile venirne a
capo, coll'occasione che, per ben capire il diritto canonico, dovea
svolgere gl'istorici ecclesiastici, a' medesimi aggiunsi i civili,
sicché, nel tempo stesso, potessi ricever lume non meno per le cose canoniche
riguardanti la Chiesa, che per le civili appartenenti all'Imperio, e per
conoscere le origini ed occasioni delle tante altre nuove compilazioni seguite
dapoi, delle leggi longobarde, oltre delle feudali, e delle tante altre
raccolte delle nostre costituzioni ed altre ordinanze, riti ed usi appartenenti
alle nostre patrie leggi ed alla presente costituzione del regno di Napoli.</p>

<p>Per l'istoria ecclesiastica mi furono additati Eusebio, Socrate,
Sozomeno, Sulpicio Severo, Teodorito, Zonara ed altri antichi. Ma poiché in
questa parte si eran fatti in Francia gran progressi, volli avere per soccorso
i moderni e, sopra gli altri, quella di Fleury e di Tillemont; e, per ciò che
riguarda la particolar istoria dell'origine e progressi del diritto
canonico, gran sollievo mi fu quella di Von Mastricht e di Doujat, che furono i
primi libri da me letti intorno a questa materia. Così, proseguendo di passo in
passo, secondo l'ordine e cronologia de' tempi, andava avvicinandomi
negli istorici ed altri scrittori non men civili che ecclesiastici, di secoli
men remoti ed a noi più prossimi e vicini.</p> 
<p>E poiché la tenuità del mio corto patrimonio non mi dava modo di poter
comprar libri a ciò necessari, e, per la poca conoscenza che avea allora di
altri amici, non avea chi potesse prestarmigli, essendosi in Napoli pochi anni
prima, per munificenza del cardinal Brancaccio, aperta nel seggio di Nido una
magnifica e doviziosa biblioteca (alla quale, oltre i libri di due cardinali di
quella non men illustre che antica famiglia, l'ultimo cardinale avea
lasciati fondi, non solo per sostentamento del bibliotecario e custodi, ma
eziandio per compra di nuovi libri che, nel processo di tempo, fossero stati
impressi) ed espostala ad uso e comodità del pubblico, io non tralasciava
spesso andarci e consumare in quella l'ore de' giorni che stava
aperta. E non posso negare che mi fu di molto aiuto e gran profitto, non solo
per la copia de' libri che vi trovava, appartenenti a' miei
intrapresi studi, ma per la conoscenza che ivi presi degli uomini dotti e
letterati della città che la frequentavano, i saggi discorsi de' quali
maggiormente m'illuminarono.</p> 
<p>Sicché, conferendo io coll'Aulisio le cose ivi lette ed intese e di
aver acquistata notizia di soggetti veramente degni d'essere ascoltati, mi
solea dire che nella mia adolescenza era venuto in Napoli nell'età
dell'oro, quando la sua avea dovuto passarla in quella di ferro, nella
quale trovò pochi o rari uomini, né si pronta comodità di libri e d'ogni
genere; e ch'egli, per poter leggere qualche buon libro, dovea correre
fino al convento di San Giovanni a Carbonara ed impetrar da que' monaci,
per grazia e favore, che lo facessero entrare nella libraria lor lasciata dal
cardinal Seripando, sicché, per breve ora potesse profittare della lettura di
alcuni rari e dotti libri.</p> 
</div2> 
<div2 type="paragrafo"> 
<head>II</head> 
<p>Intanto, per consimili ed altre opportunità, andava acquistando io maggiore
cognizione non men di cose che conoscenza di altri dotti amici. Fra questi,
venni per mia buona sorte ad incontrarmi con uno il quale, per essere stato il
primo ad illuminarmi in cose di solida filosofia e di altre lettere umane, la
gratitudine ricerca che io con le debite lodi non debbia tralasciarlo. Questi
fu Filippo de Angelis, onesto cittadino napolitano versatissimo nello studio
delle buone lettere e, sopra tutto, amante de' poeti toscani ed
intendentissimo non meno dell'arte poetica ed oratoria che dello stile
de' più celebri e famosi oratori e poeti; e sovente solea anch'egli
esercitarsi nel poetare, di cui ne abbiamo anche impresse alcune dotte canzoni
e culti sonetti. Era eziandio ornato di filosofia, e di altre scienze; ma
poiché in Napoli la prima filosofia, che di Francia venne ed atterrò la
scolastica professata ne' chiostri, fu quella di Pietro Gassendo, i di cui
libri, per la molta erudizione e gran eloquenza, avean tirati gli animi di
tutti, e spezialmente della gioventù, ad apprenderla, quindi egli avea
abbracciata questa dottrina, la quale poi sempre ritenne, non ostante che la
filosofia di Renato delle Carte, che vi fu più tardi introdotta, avesse
cangiato i sentimenti di molti, i quali da gassendisti si mutaron poi in
cartesiani.</p> 
<p>Io, per compensare la grave perdita fatta di que' tre anni inutilmente
consumati nella scolastica, secondo l'indirizzo del medesimo volli
apprendere quella di Gassendo, alla quale niente mi furono di ostacolo i
precedenti studi sopra la filosofia di Scoto, poiché, non lasciandomi se non
confuse immagini, l'avea già quasi tutte dimenticate. Sicché
l'eloquenza ed erudizione del nuovo filosofo Gassendo mi prese tutto, e
con indicibil piacere leggeva le di lui opere; e poiché mi sgomentavano tanti
volumi, ed io non voleva tralasciare l'intrapresi studi della
giurisprudenza ed istoria romana, fui contento delle <hi rend="italic">Epitome</hi>, che Gassendo esattamente avea a questo fine
compilate. Le quali lessi tutte con avidità e sommo contento, ravvisando in
quelle una solida e più verisimile filosofia, la quale tolse tutte quelle
tenebre e caligini, nelle quali fino allora era stato io immerso.</p> 
<p>Egli è vero che non potea allora comprendere quel savio ammonimento che ivi
s'inculcava, il qual poi, col tempo e coll'esperienza, conobbi essere
verissimo: che tutte le conoscenze non men metafisiche che fisiche e quanto gli
uomini apprendevano, riguardando questa gran fabbrica del mondo, doveano
indrizzarle alla morale (la qual, per ciò, in quella filosofia s'insegnava
nell'ultimo luogo), e servirsene non per altro fine, se non per ben
dirigere, nella lor vita morale, sue opere, suoi andamenti e costumi.</p> 
<p>Coll'occasione di questi studi, lessi i sei libri <hi rend="italic">Della natura delle cose</hi> di Tito Lucrezio Caro, e quanto
Gassendo si adoperasse, confutando alcuni errori della gentilità, per mostrare
che in tutto il resto la sua dottrina fosse sana e da non rifiutarsi da
que' che professavano la cristiana religione, come quella che a lei non si
opponeva. Lessi pure, con tale occasione, i libri di Sesto Empirico, spesso dal
Gassendo allegati, i quali allora erano in Napoli rarissimi, e, buona sorte, un
mio amico, che l'avea, fecemi il favore di prestarmigli. Lessi le
<hi rend="italic">Vite de' filosofi</hi> di Diogene Laerzio ed altri libri
a questi studi filosofici appartenenti, sicché divenni, come gli altri miei
coetanei, filosofo gassendista.</p> 
<p>A confermarmi in questa dottrina si aggiunse che, avendomi intanto lo
Spinelli fatto prendere amicizia con un famoso medico e filosofo di que'
tempi, chiamato Agnello di Napoli, questi, ancorché gli altri medici, e
spezialmente i giovani, cominciavano ad allontanarsi da Gassendo ed appigliarsi
alla filosofia di Cartesio, egli però non si smosse e stette fermo e, finché
visse, tenne la dottrina di Gassendo, e nella stessa, per suoi discorsi che
meco spesso avea, m'inculcava che io permanessi. Sicché, da una parte il
de Angelis, che me l'avea additata, e dall'altra il di Napoli, che me
l'avea confermata, mi tennero fermo in questa filosofia, dalla quale non
ne fui smosso se non nell'ulteriori anni, secondo che sarà esposto nel
progresso di questa mia <hi rend="italic">Vita</hi>.</p> 
<p>Al de Angelis io pur debbo non pur questi studi, ma di avermi istradato
nella conoscenza de' buoni poeti e de' più culti scrittori toscani,
onde io potessi apprendere non meno l'eloquenza, che un più culto ed
elegante stile e la proprietà e sceltezza delle voci e frasi toscane. Egli fu
il primo che mi scovrì le bellezze del Petrarca e degli altri nostri eminenti e
rinomati poeti, dalla dolcezza de' quali io preso, non mi stancava di
spesso leggere e rileggere i loro poemi, e quanto da altri sopra il
maraviglioso loro artifizio e sapienza era stato osservato. È però vero che,
quantunque mi piacesser tanto e gli avessi nelle ore meridiane quasi sempre
nelle mani, non mi resero mai abile di poter per me stesso comporre un solo
verso.</p> 
<p>La <hi rend="italic">Comedia</hi> di Dante, in questi princìpi, non in tutto
arrivò a piacermi; ma ammirava solamente alcuni canti, come la dura morte del
conte Ugolino, il racconto degli amori di Francesca per occasione della lettura
di Galeotto, l'altro del re Manfredi, la proprietà ed evidenza de'
paragoni, e consimili ed altri pezzi. E gl'intendenti della lingua e del
suo stile mi dicevano che dava indizio che io non ne avea ancora acquistata
piena conoscenza, e <corr>[non era]</corr> giunto all'ultimo
punto di perfezione, al quale ci sarei arrivato quando questo divino poeta
finisse di piacermi in tutte le sue parti, sicome dapoi conobbi che dicevan
vero.</p> 
<p>Come vago nelle scienze ed arti liberali di sapere i primi, ebbi desiderio,
per la poesia, legger Omero. Ma letta l'<hi rend="italic">Iliade</hi>
secondo la traduzione latina di Lorenzo Valla, e l'<hi rend="italic">Odissea</hi> (come ignaro, allora, della costituzione della
Grecia e molto più dell'Asia, e de' popoli che le componevano a
que' antichissimi tempi, e sprovvisto di altre conoscenze necessarie per
intender bene que' poemi), ne cavai poco profitto, ed appena mi restarono
in mente i principali fatti ed i nomi di que' più insigni eroi; sicché,
nell'età avanzata, tornando a leggergli, mi sembraron nuovi e degni
veramente di essere riletti ed ammirati.</p> 
<p>Per gli autori toscani che aveano scritto in prosa, il de Angelis mi additò,
fra' primi, i due Giovanni — Boccaccio e Villano, — ed altri
scrittori fiorentini; e per apprender l'arte dell'eloquenza ed i vari
generi dello stile, mi propose i <hi rend="italic">Commentari</hi> del
Panigarola <hi rend="italic">sopra Demetrio Falereo</hi>, che io lessi con
somma cura ed attenzione. A questi aggiunsi le prose del Bembo, i discorsi di
Giulio Camillo Delminio, del Muzio, del Salviati ed altri. Ma intorno allo
stile di quanti trattati avea letti, niuno mi parve più savio e dotto che
quello che compose il padre Pallavicino, gesuita poi cardinale —
<hi rend="italic">Dell'arte dello stile</hi>, — il quale con acute
riflessioni ed accurati accorgimenti avea superato la diligenza ed osservazioni
degli altri. E secondo che io coll'età m'avanzava a questi studi,
dapoi, per la conoscenza de' tempi meno a noi lontani, pervenni alla
cognizione delle istorie d'Italia degli ultimi secoli. Da quelle del
Guicciardino e del Macchiavelli appresi lo stile, se bene sembravami più piano,
facile e corrente quello del Macchiavelli, che quello contorto, avviluppato e
laborioso del Guicciardino; onde mi attenni più al primo che a quello
secondo.</p> 
<p>Fra questi studi occupato, poiché non prendeva né misura, né modo in
trattargli, ma spinto da giovanile ardore poco curava di tralasciargli
nell'ore dopo pranzo, né di esercitarmi col corpo in camminare, ma star
sempre fisso in casa, col tratto del tempo ne acquistai una ostruzione sì
grande, che arrivò a farmi itterico e soffrire per più mesi questo morbo
chiamato “regio”. Sperimentai inutili tutti i rimedi, che, fino
dagl'idioti, per guarire mi erano additati.</p> 
<p>Infra gli altri, dicendomi un avvocato mio amico, che nel monistero delle
monache di Regina Coeli v'era una monaca che guariva gl'itterici, io,
coll'occasione che andava spesso a visitare Agnello di Napoli, che abitava
ivi vicino, volli una mattina tentare anche se per la medesima potessi guarire;
e fattala chiamare, scoprendogli il mio male, la pregai che avesse pietà di me.
Ed ella, fattomi animo, dimandatomi se io avea moglie e rispostogli di no, mi
fece inginocchiare, e recitatomi sopra il capo certe parole, delle quali sol me
ne ricordo due, che diceano <foreign lang="lat"><hi rend="italic">arcum
conteret</hi></foreign>, e prescrittomi alcuni sciroppi ed acque distillate che
dovessi prender la mattina, me ne mandò via, imponendomi che, per otto giorni,
ogni mattina dovessi tornar da lei, poich'ella, nella sua stanza, avrebbe
proseguito ciò che gli rimaneva di fare per la mia guarigione. Raccontai al di
Napoli di aver trovata per me una medica sì pietosa e, ridendo sopra il
mescuglio degli antidoti di sciroppi ed acquette con le divozioni e detti
de' salmi, la lasciai con le sue percantazioni, né più vi feci ritorno. E
proseguendo la strada additatami dal medesimo, se ben lunga,
dell'esercizio, acciaio e di astenermi dalle paste e di altri cibi
grossolani, crudi, salsi ed acetosi, cominciai a perdere quella stanchezza di
membra, che mi sentiva più quando era in quiete che in moto, e finalmente a
liberarmene affatto. Ciò che servì per mio ammaestramento, come dovessi per
l'avvenire regolare le ore de' miei studi, e di non tralasciare i
mattutini cammini ed altri esercizi del corpo.</p> 
</div2> 
</div1> 
<div1 type="capitolo"> 
<head>Capitolo terzo</head> 
<argument>
<p><hi rend="italic">Anno 1701, sotto il regno di Filippo V, re di Spagna, e
sotto il governo dello stesso duca di Medina Coeli e poi del duca
d'Escalona, marchese di Vigliena, viceré.</hi></p>
</argument> 
<div2 type="paragrafo"> 
<head>I</head> 
<p>Intanto, erasene passato il decimosettimo secolo ed eramo entrati nel
decimottavo. Ed a me, dopo scorsi sei anni da che era arrivato in Napoli,
ne' quali avea atteso a questi studi, faceva mestieri che pensassi ad
applicarmi nel foro e calcar la polvere de' tribunali, per poter trovare
qualche onesto modo da vivere, senza aspettar di mia casa altro soccorso. La
quale, per la morte accaduta del zio di mia madre, e perché non si era fatto
poco per lo spazio di sei anni mantenermi in Napoli e somministrarmi anche il
denaro per ascendere al grado di dottore, non era in istato di potermi di
vantaggio sovvenire; e mi credeano di età tale, essendo nel venticinquesimo
anno, che io per me stesso, co' primi guadagni del foro, ancorché
piccioli, potessi sostentarmi. Sicché mi risolsi, dopo preso il dottorato,
d'incaminarmi per la strada de' tribunali, ed a questo fine cercare
un avvocato sotto il quale potessi acquistarne la pratica, non meno che
istradarmi e rendermi abile di trattar qualche causa.</p> 
<p>Nella città di Napoli i gradi del dottorato non si conferiscono
dall'università degli studi, sicome è in altre città, ma dal gran
cancelliero del regno e suo collegio de' dottori, i quali esaminano i
candidati e, trovatigli idonei, gli crean dottori. Fui esaminato nel diritto
civile e canonico ed esposi, secondo è l'istituto, in presenza del
collegio, alcune leggi e decretali che mi furon prescritte; e dal suffragio di
tutti approvato che fui, mi vestirono di toga, mi posero una berretta in capo
ed un anello nel dito, ed apertomi innanzi il <hi rend="italic">Corpo
dell'ius civile</hi> e canonico, con ampie formole mi diedero facoltà di
poter allegare, interpretare, insegnare ed esporre le leggi ed i canoni,
creandomi, usando altri riti e cerimonie, dottore della legge civile e del
diritto canonico; e me ne spediron diploma in carta pergamena, col suggello
pendente, per futura memoria de' posteri.</p> 
<p>Nel cercare un avvocato, per apprender la pratica de' tribunali,
incontrai sorte uguale di quella ch'ebbi nel cominciar gli studi delle
<hi rend="italic">Istituzioni</hi>, poiché mi fu proposto un avvocato
<corr>[che]</corr> se bene di somma probità e riputato fra'
primi della città, nulladimanco era un puro forense, sprovvisto di ogni altra
cognizione, illitteratissimo e che appena sentiva il goffo latino de'
volumacci forensi, inetto nel parlar le cause nelle Ruote e molto più nello
scrivere e nel comporre allegazioni legali, ancorché forensi, del quale non se
n'era veduta alcuna che meritasse essere letta. Aggiungevasi che,
seguitandolo io la mattina ne' tribunali, il dopo desinare andando in sua
casa per studiare nella di lui libraria, non ci trovai se non libracci insipidi
e sciapiti, tutti forensi; ed io, che non voleva perdere i miei studi, fatti
sopra autori eruditi e classici, soffriva per ciò una gran pena. Fra tanti
volumacci non vi ravvisai che i tomi di Antonio Fabro, che stavano ivi
condennati per non essere mai aperti, coverti di polvere e di tele di
ragni.</p> 
<p>Così andava frammezzando colla noiosa lettura de' forensi qualche ora
sopra il <hi rend="italic">Codice</hi> di Fabro, sopra la di lui
<hi rend="italic">Giurisprudenza papinianea</hi> e sopra i libri dal medesimo
compilati<hi rend="italic">Intorno agli errori de' prammatici</hi>. Ma, a
lungo andare, scorgendo il poco profitto che se ne ricavava e che inutilmente
vi consumava il tempo, scovrii al carissimo Spinelli le mie sciagure
d'aver incontrata, nell'elezione dell'avvocato che dovea esser
mia guida e scorta, sì cattiva sorte. Il quale, appena intese il nome, del
quale ora non voglio ricordarmi, acremente mi riprese dell'elezione fatta
e mi diede non pur consiglio, ma aiuto di cambiarlo ed eleggerne un altro, di
cui egli era stretto amico: e questi fu Gaetano Argento di cui egli avea
conoscenza fin da ch'era discepolo del famoso avvocato Serafino Biscardi
poi reggente, il quale, avanzatosi per la sua gran dottrina
nell'avvocazione, era a questi tempi, ne' princìpi del nuovo secolo,
giunto ad essere uno de' primi e più insigni avvocati. Con forti ed
efficaci parole, conducendomi seco, mi raccomandò al medesimo; e non
bastandogli di avere reiterate più volte le raccomandazioni, volle che altri
personaggi di conto passassero per me coll'Argento i medesimi uffici.</p> 
<p>Il cangiamento fu per me d'inestimabil acquisto: trovai in lui profonda
erudizione e notizia non meno di scrittori latini, che greci, e profonda
conoscenza non solo del dritto feudale e municipale, ma di giurisprudenza
romana, che avea tratta da limpidissimi fonti; la sua biblioteca ornata
de' migliori e de' più scelti giurisconsulti e canonisti: ivi erano
le opere di Andrea Alciato, di Budeo, di Giacomo Cuiacio, di Duareno, di
Connano, di Balduino, di Brissonio, di Otomano, di Mornacio, di Antonio
Augustino, di Contio, di Dionisio <corr>[e]</corr> di Giacomo
Gotofredo, di Cironio, del Gonzales, del Van–Espen, e di chi no? Niente
mancava degli altri scrittori forensi; ma erano ben distinti, tra forensi
stessi, gli goffi e sciapiti da quelli che la giurisprudenza romana aveano
adattato all'uso del foro, e che aveano saputo, ne' loro dotti
volumi, la dottrina forense condirla e trattarla da gravi e seri
giurisconsulti. Vi erano libri eruditissimi di ogni genere, di poeti, istorici,
oratori e fino di filosofi e, fra gli altri, tutti i volumi di Pietro
Gassendo.</p> 
<p>Ma sopra tutto, quel che rendevami <corr>[un]</corr> estremo
contento fu che vi trovai giovani della mia età ed alcuni più avanzati, i quali
sotto la disciplina del medesimo si erano avviati nella strada
dell'avvocazione, assai dotti, di buon senso, ed amanti non men degli
studi forensi che delle belle lettere e di varia erudizione; i quali, quasi
tutti ho poi veduti ascendere a' primi onori della toga. Con questi avendo
preso amicizia, spesso comunicando insieme i nostri studi avanzava sempre più
le mie conoscenze; e, sorta fra di noi qualche emulazione, si resero quelli più
assidui ed intensi. Intanto, per questo cangiamento di miglior avvocato,
lasciai il primo, il quale, poco dapoi, se ne morì. E non debbo tralasciare
che, se bene presso di lui poco profittassi nel foro, nulladimanco per la sua
divota vita che menava, diedemi occasione di farmi acquistar conoscenza col
padre Antonio Torres, non men dotto che savio e discreto prete
dell'oratorio, istituito in Napoli dal padre Caracciolo, il quale,
dimorando nella casa chiamata di San Niccolò alla carità, presiedeva in una
particolar congregazione dov'eran frequenti più avvocati, nella quale,
ne' giorni di domenica, la mattina, oltre altri spirituali esercizi,
faceva sermoni sì dotti, fervorosi e seri, che tirava la divozione di molti di
andarlo a sentire. Ond'io mi ascrissi in quella congregazione, e non
tralasciando di frequentarla ebbi la sorte di avere per mio padre spirituale lo
stesso Torres, il quale m'instruì nella vera e solida morale cristiana, e
mi fece accorto di non por fiducia in alcune vane superstizioni ed in altre
appariscenti ed estrinseche dimostranze, le quali erano da riputarsi piuttosto
farisaiche e pagane, che evangeliche e cristiane.</p> 
<p>Leggeva spesso l'<hi rend="italic">Arte della perfezion cristiana</hi>
del cardinale Sforza–Pallavicino e, sopra gli altri libri spirituali,
niuno lessi con maggior divozione, che le <hi rend="italic">Confessioni</hi> di
sant'Agostino, se bene in quell'età mal comprendessi la mistura che
in quelle osservava di cose puerili e basse colle grandi e sublimi,
spezialmente quando s'innalzava nelle più alte speculazioni teologiche e
platoniche. Ammirava il suo ingegno nelle cose filosofiche, ma sembravami che
l'esser troppo attaccato alle splendide idee di Platone l'avesse
alterato l'intelletto e resolo sottil metafisico e la sua prima
professione di retorico l'avesse, purtroppo, reso amante di strane ed
ardite metafore, di contrapposti e di fredde antitesi, solite per altro
de' cervelli africani.</p> 
<p>Proseguendo a calcar la via de' tribunali dietro il rinomato Argento,
cominciai ad acquistar miglior conoscenza di altri avvocati, sentendogli parlar
nelle ruote del consiglio di Santa Chiara. E se bene io ci venissi tardi
— sicché non potei avere il piacere d'ammirare l'eloquenza
dell'incomparabile Francesco di Andrea ed il parlar soave ed imprimente
del Biscardi e di altri più vecchi avvocati, o morti o passati al ministero,
— nulladimanco non ne mancavano, se non così eloquenti, de' dotti,
puliti, chiari ed eleganti; e l'Argento, col lungo studio ed indefesso
esercizio, avea superato la sua stessa natura, la quale in ciò non gli fu molto
propizia, sicché i suoi discorsi riuscivan acuti, dotti, forti ed attissimi a
persuadere.</p> 
<p>Nel mio arrivo a Napoli avrei potuto conoscere l'Andrea; ma egli, dopo
aver ottenuta onesta missione de' magistrati occupati dopo
l'avvocazione, erasi già ritirato, prima nella vicina isola di Procida, e
poi in Puglia, presso la città di Melfi, in una terra chiamata Candela, dove
morì. Ed erasi involato dal cospetto degli uomini in questa solitudine, per
maggiormente attendere a' studi di filosofia ove, nella sua vecchiaia,
erasi tutto applicato ed immerso. Ma se non potei veder la sua faccia, lessi i
maravigliosi parti del suo divino ingegno, in que' pochi monumenti che ci
lasciò; ed infra gli altri, oltre alcune dotte sue allegazioni,
l'incomparabile trattato <hi rend="italic">Sopra la successione del
Brabante</hi>, e quella stupenda <hi rend="italic">Disputazione feudale</hi>,
che diede alla luce mentre occupava la carica di avvocato fiscale del regal
patrimonio di Napoli.</p> 
<p>Conobbi il Biscardi non già da avvocato, ma in qualità di ministro, essendo
stato allora promosso alla carica di avvocato fiscale, e nel tribunal della
regia camera di Napoli l'intesi più volte orare a difesa del fisco, nelle
cause più celebri, dove non faceva difficoltà di astenersi della sua
prerogativa e parlare in pubblico, con le porte della ruota aperte, perché
fosse da tutti inteso. Ed invero, all'eloquenza accoppiava non men la
dottrina e l'arte del ben dire, che una gravità veramente senatoria. Lessi
molte sue dotte ed erudite allegazioni date fuori, essendo avvocato, per difesa
di cause gravi de' suoi clienti, ed altre impresse, essendo fiscale, per
difesa del patrimonio regale. Ma in questa parte certamente che l'Argento
superò il suo maestro, poiché le allegazioni di questi erano più copiose,
redundanti e feraci non men di dottrine che di forti argomenti, e la materia
che intraprendeva ad esaminare era con tanta esattezza discussa, che non dava
luogo a gli altri di potervi aggiungere altra nuova cosa, con tutto che si
volesse aver la pena di nuovamente esaminarla e porla a nuovo scrutinio.</p> 
<p>Né posso negare, che dall'assidua lezione di queste dotte e diffuse sue
allegazioni legali io avessi avanzate le mie conoscenze e fatti notabili
progressi nelle difese del foro; le quali avendogli io sempre innanzi gli
occhi, più che gli altri scrittori forensi mi resero abile a poter cominciare
di trattare e di scrivere in qualche causa, imitando, per quanto le mie poche
forze comportavano, il suo stile e la maniera di trattarle. E se la buona sorte
portava che in qualche causa si dovesse trattare di qualche articolo legale,
che io avea letto essere esaminato in una delle sue allegazioni, io, oltre di
sparamiar la fatica di rivolgere altri autori, stando certo ch'egli li
avea tutti veduti, ma, facendone buon uso, ne adornava i miei scritti, in guisa
che, al paragone degli altri composti dai miei eguali, riuscivano più diffusi,
dotti e commendabili.</p> 
<p>Ed al mio intento, ed uso che ne faceva, m'importava poco che le prime
allegazioni dell'Argento non corrispondessero colle posteriori, dettate
negli ultimi anni della sua avvocazione, anzi queste mi riuscivano più acconce
al mio fine. Nelle prime allegazioni era più ordinato e metodico, distribuendo
con miglior ordine e disposizione le sue parti, né cotanto diffuso; nelle
ultime sembrava un fiume impetuoso e grande che, rotto ogni argine, diffondeva
ampiamente le sue copiose acque da per tutto; ma se ben copiose, tutte però
limpide e chiare, non più mescolate di loto, di arena, sterpi o sassi; sicché
io, avendole come tante ampie e dilatate selve, trovava sempre pronta la
materia a' miei piccoli lavori, che cominciava allora a tessere.</p> 
<p>In cotal guisa avanzandomi ne' tribunali, sotto la scorta e guida di un
tanto maestro, ed acquistando da ciò conoscenza di altre persone, che per
occasioni di liti frequentavano il foro, venni ad esser noto ad alcuni
provinciali; ed i primi furono alcuni della provincia di Lecce, i quali
conoscendo in me qualche abilità, e che io militava sotto un sì gran capitano,
non si diffidarono di commettermi la difesa di qualche lor causa, e procurarmi
da' loro compatriotti delle consimili. Le quali, ancorché non di molto
valore, servirono e per meglio esercitarmi nel foro, e perché dagli emolumenti,
ancorché piccioli, che ne ritraeva, potessi tirar avanti e, senz'incomodar
di vantaggio la povera mia casa, sostentarmi in Napoli nel miglior modo che
poteva; confortandomi in queste mie strettezze l'aver in mente quel savio
detto, nato dall'esperienza, che spesso sentiva dire dagli avvocati
vecchi: che per coloro che si avviavano per la strada dell'avvocazione vi
erano tre tempi: il primo, nel quale bisognava travagliare senza o con poco
guadagno; il secondo, nel quale la fatica era compensata con ugual mercede; ed
il terzo, dove poco era il travaglio e molto il guadagno. Qual felice tempo io,
non vidi giammai.</p> 
<p>Così, colle cause di alcuni Leccesi, che furon le prime ad esser da me
trattate, cominciai a farmi noto; ed essendo occorso in una di doversi
scrivere, ne composi io l'allegazione, la quale essendo piaciuta al
cliente, volle che si imprimesse, che fu la prima che io dessi fuori alle
stampe.</p> 
<p>Di tempo in tempo, come suole avvenire, mi furon commesse altre cause da
altri provinciali, che io, acquistando maggior pratica e conoscenza de'
ministri, maneggiava con più franchezza. Ed avendone guadagnato alcune, e
sempre più venendone delle nuove, mi posi in istato di far venire in Napoli un
mio fratello minore presso di me, ed istradarlo pria ne' studi di
filosofia, poi in quelli di legge e, finalmente, metterlo nella strada de'
tribunali.</p> 
<p>Avvenne dapoi che, per la morte della principessa di Marano, si ebbe a
disputare della di lei successione; ed aspirandovi donna Isabella Spinelli,
contessa di Bovalino, che avea preso per suo avvocato l'Argento, questi,
impedito da altre gravi sue occupazioni, mi diede l'incombenza di
attendere alle liti della medesima e, sopra tutto, a quella che intorno alla
successione suddetta teneva col Caracciolo, principe di Marano. E poiché in
questa causa occorreva disputarsi non già di successioni feudali, ma di tenute,
le quali nel regno di Napoli doveano riputarsi burgensatiche, e questa materia
da' forensi non era stata trattata con quella dignità e chiarezza che
conveniva; quindi, essendomi stato imposto che io vi dovessi scrivere, mi fu
data occasione di esaminare come si fossero introdotte nel regno le tenute (e
dimostrare che potessero costituirsi sopra i feudi, non pur ne' contratti
tra vivi, ma eziandio ne' testamenti, nelle ultime volontà) per le quali
non s'induceva servitù alcuna ne feudi, non importando usufrutto, ma una
semplice comodità di goderne i frutti, la quale era distinta
dall'usufrutto. Ciò comprovando non solo per autorità di scrittori
forensi, sicome erasi sin allora fatto, ma con i princìpi della giurisprudenza
romana istessa, additando più leggi delle <hi rend="italic">Pandette</hi>,
dalle quali dimostrai con evidenza che i giurisconsulti romani, quando non
potevasi ne' fondi e ne' predii e nelle doti costituire usufrutto,
consigliavano che si concedesse facoltà di poterne percepir i frutti, la quale
non importava servitù alcuna; onde a ragione da' nostri maggiori si eran
introdotte le tenute sopra i feudi, le quali doveano riporsi nell'eredità
burgensatica, non feudale, lasciata da' defunti, in vigore delle quali, i
tenutari, ancorché non eredi ne' feudali, potevano godere di tutti i
frutti del feudo, anche della giurisdizione, come frutto del medesimo.</p> 
<p>Quest'allegazione, che fu data alle stampe, letta con piacere non men
dagli avvocati che da' ministri, mi rese più noto ne' tribunali e
cominciai dopo ad acquistar qualche nome: poiché, occorrendo a gli avvocati di
trattar cause consimili di tenute, mi ricercavano questa scrittura e, secondo i
princìpi e dettami della medesima, regolavano le lor difese e formavano le loro
allegazioni.</p> 
</div2> 
<div2 type="paragrafo"> 
<head>II</head> 
<p>Mentre io proseguiva ed avanzava nella strada dell'avvocazione, non per
ciò furon da me tralasciati gli intrapresi studi della filosofia,
dell'istoria, e delle altre lettere umane, conversando co' primi
letterati della città, co' quali, intanto, avea io presa conoscenza. Ed
intesi alcune dotte loro esposizioni, che recitavano avanti il duca di Medina
Coeli viceré, il quale sovente faceva ragunargli nel regal palazzo, ed in una
ben ornata e magnifica sala, alla di lui presenza e consesso della primaria
nobiltà e ministero ed intervento di molti avvocati ed altre persone letterate,
si udivano vari componimenti di sublime e scelta materia, non meno in prosa che
in versi o rime, ed in più lingue: greca, latina, toscana e spagnola.</p> 
<p>Fra gli altri di questi accademici, mi strinsi con nodi di perfetta amicizia
con due: con don Niccolò Capasso, allora cattedratico dell'<foreign lang="lat"><hi rend="italic">ius</hi></foreign> canonico dell'università
de' studi, e con Niccolò Cirillo, professore di medicina in quella
università, profondo filosofo, gran botanico e peritissimo medico e notomico.
Questi, come immerso nella filosofia di Cartesio, della quale era a fondo
istrutto, cominciò a farmi allontanare da alcune opinioni del Gassendo, e fece
ch'io leggessi le opere del Cartesio, spezialmente le di lui
<hi rend="italic">Meditazioni</hi>, i <hi rend="italic">Princìpi</hi>, la
<hi rend="italic">Diottrica</hi> ed il trattato <hi rend="italic">Delle
meteore</hi>. E non posso negare che, leggendole, intesi farmi di me stesso
maggiore, per le tante belle scoverte e sode speculazioni degne di quel divino
ingegno, e sopra tutto, poi, il metodo ch'egli avea tenuto ne' studi,
leggendo l'ammirabile trattato <hi rend="italic">Delle passioni
dell'animo</hi>, e gli altri due, ancorché lasciati imperfetti,
<hi rend="italic">Dell'uomo</hi> e <hi rend="italic">Del feto
umano</hi>.</p> 
<p>Questi studi mi fecero daddovero comprendere il nostro basso essere umano e
quale miserabilissima parte noi siamo, riguardando questo mondo aspettabile e
tutto l'ampio universo, mi scovrirono un'altra verità, cotanto da
Cartesio istesso inculcata: che in filosofia niuno dee astringersi a militare
sotto un particolar duce, ma l'unica sua scorta e guida, in investigando
l'opre stupende di natura, dover essere la sola ragione e
l'esperienza.</p> 
<p>E d'allora in poi stimai leggerezza o vanità il seguitare il partito o
di Gassendo o di Cartesio o di qualunque altro filosofo; ma, dopo un maturo
esame ed esatto scrutinio, appigliarsi a quella dottrina, che troverà più
conforme alla ragione ed all'esperienza. E la maniera di indagar nelle
cose la verità, rivocandole ad esame, mi fu mostrata da quel dotto ed acuto
libro di Malebranche, <foreign lang="lat"><hi rend="italic">De inquirenda
veritate</hi></foreign>, che io lessi per consiglio del cattedratico Capasso,
che me ne diede notizia e m'invogliò a studiarlo. Compresi ciò che
importasse quel savio ammonimento di dover drizzare tutte le conoscenze fisiche
e naturali, e spezialmente la cognizione di noi stessi, non ad altro scuopo,
che per acquistare una buona morale, la quale, peregrinando in questo mondo, ci
potesse essere non sol di guida per ben reggere la nostra vita ed i nostri
costumi, ma per renderci forti, pazienti alle sciagure ed avversità, per mezzo
delle quali deesi camminare, in passando questo mar procelloso, pieno di sirti,
di pirati e di duri scogli.</p> 
<p>Ed in vero nelle mie fiere ed incessanti persecuzioni, che ho sofferte nel
corso di mia penosa vita, come si udirà più innanzi, non ebbi altro conforto,
che mi desse coraggio a pazientemente soffrirle, se non la cognizione delle
mondane cose, del nostro basso essere e della miserabile umana condizione,
sottoposta a varie vicende; le quali accadendo, non devon riputarsi strane e
portentose, ma secondo il corso dell'immutabile serie e concatenazione
degli effetti con le loro più immediate cagioni.</p> 
<p>Questo frutto ritrassi da' miei studi di filosofia, che per me, in
tante calamità e sciagure, non è da dubitare che fummi di gran sollievo e
ristoro. Benedico per ciò il tempo che vi consumai, e le fatiche e gli incomodi
che per apprenderla vi soffersi, poiché se bene dovessi ravvolgermi fra
l'improba e cavillosa turba forense e fra i tumulti e romori de'
tribunali, non abbandonai giammai, nell'ore solitarie e di quiete, i di
lei studi. Anzi, un anno, dicendomi il dotto Cirillo che in quel semestre
insegnava nel pubblico a' suoi discepoli il trattato <hi rend="italic">Delle cause de' morbi</hi>, e che, dovendo trattar di quelli
appartenenti al capo, l'era convenuto descrivere la costruzione del
cerebro, degli spiriti animali, dell'origine de' nervi, della
fabbrica degli occhi, delle orecchie, delle narici, della bocca e di tutte le
parti che compongono il capo, affinché meglio capissero onde provenisse la
memoria e la riminiscenza, e le cagioni onde soventi venisse a mancare o a
perdersi, e donde provenissero gli altri mali che alteravan la nostra fantasia
ed immaginazione, sicché spesso, per lo sregolato corso degli spiriti, ne
venivan gl'insogni, le illusioni ed altri vani fantasmi e spettri, sicome
onde fosser cagionati gli altri morbi de' nostri sensi esterni; quindi io,
tratto da sì nobil materia, rubava come meglio poteva l'ora di qualche
giorno per andarlo a sentire. Sicome, sempre che al medesimo occorreva far
qualche privata osservazione notomica, o pure mi era riferito che il celebre
filosofo e medico, Luc'Antonio Porzio, il quale allora occupava la
cattedra di notomia nell'università degli studi, dovea far qualche sezione
di cadavere umano o di altro animale, non mancava d'intervenirci. E con
tal occasione venni a conoscere il famoso Gregorio Caloprese, profondo filosofo
cartesiano, il quale non tralasciava di esser presente nell'osservazioni
notomiche che faceva il Porzio.</p> 
<p>Ebbi ancora occasione di continuar questi studi, perché, avendo mandato mio
fratello dal Cirillo ad apprender filosofia, sovente, per indagare il profitto
che vi faceva, gli domandava di più cose a quella appartenenti e rivedeva i
suoi scritti, e se da lui si erano ben capiti ed intesi. Così, avendogli sempre
innanzi a gli occhi, ne' dì feriati, l'avea per mio sollievo e
diporto. E mi ricordo che, alquanti anni appresso, essendosi nelle ferie del
carnevale mossa da alcuni curiosità di sapere per qual cagione le nevi, che
cadono nel Vesuvio nell'orlo della bocca che butta fiamme e fuoco, durano
più lungamente che quelle che cadono nell'altra cima dell'istesso
monte, che non butta fiamme ed è alquanto più alta, io dallo scolo che, cadute
in quel sabbione, fassi delle lor acque, sciolsi il problema: poiché, non
mescolandosi colla neve rimasa, fa che più lungamente la conservi; ciò che non
accade nell'altra cima, che non ha sabbia, ma terren duro e forte, sicché
l'acque della neve liquefatta, non trovando scolo e mescolandosi colla
rimasa, fa che tosto la risolva e converta in piccioli minuti rivi.</p> 
</div2> 
<div2 type="paragrafo"> 
<head>III</head> 
<argument>
<p>[<hi rend="italic">1702</hi>]</p>
</argument> 
<p>Intanto, i progressi che sotto l'Argento io faceva ne' tribunali
eran notabili; e proseguendo gl'intrapresi studi dell'istoria e
giurisprudenza, si aggiunse un'occasione assai propria e più acconcia per
avanzargli e stendergli all'ultimo punto di perfezione; poiché la casa
dell'Argento, più di qualunque altra casa d'avvocato essendo
fioritissima di giovani eruditi e dotti, che si erano avviati per
l'avvocazione, venne a tutti desiderio d'istituire fra noi, tra le
domestiche pareti di quella, un'accademia nella quale, in certi stabiliti
giorni, si dovesser recitare lezioni sopra qualche difficil testo delle
<hi rend="italic">Pandette</hi> o del <hi rend="italic">Codice</hi>, secondo
che ciascuno se l'avesse eletto, per mostrare sua dottrina e valore,
ovvero disputarsi sopra qualche causa ed articolo forense, nella guisa che
facevasi nelle ruote del Consiglio di santa Chiara. Due giovani assumevan la
parte degli avvocati contendenti, gli altri, più provetti, la parte de'
giudici che dovean, co' loro voti ben ragionati e pubblicamente esposti,
deciderle.</p> 
<p>Avvenne, tra questi esercizi, che essendosi proposto di doversi in più
lezioni esporre la legge seconda <foreign lang="lat"><hi rend="italic">de
origine iuris</hi></foreign>, della quale se ne fa autore Pomponio
giurisconsulto, per aver un'esatta notizia dell'origine e progressi
della giurisprudenza romana, io volentieri cedei ad un mio collega che bramava
di sottentrar egli a questo peso, purché mi fosse permesso, dov'egli
finiva, cominciar le mie lezioni, intendendo di proseguire l'istoria
legale de' tempi bassi, e continuarla fino a' dì nostri.
L'impresa, sicome parve dura e malagevole, così da tutti era commendata e,
per conseguenza, era vieppiù stimolato ad intraprenderla. Io, intanto, mi
esposi a questo cimento perché i precedenti miei studi l'avea sempre
indrizzati a questo fine, riputando che abbastanza si era scritto
dell'antica e media giurisprudenza romana, sua origine e progressi, ma
dell'infima non già, e molto meno delle origini delle leggi di altre
nazioni succedute in Italia a' Romani, e spezialmente al nostro regno di
Napoli.</p> 
<p>Mi avea a ciò maggiormente spinto l'esempio di Arturo Duck inglese, il
di cui aureo libretto, <foreign lang="lat"><hi rend="italic">De usu et
auctoritate iuris Romanorum</hi></foreign> etc., in Napoli allor rarissimo ed a
pochi noto, mi avea mostrata la via, ciocch'egli fece esattamente ne'
regni della Gran Brettagna, di poter far io nel regno di Napoli, senza
dilungarmi in altri remoti paesi. Poiché, se bene egli avesse scorso quasi
tutti i regni e le province di Europa, nulladimanco l'opera sua stessa
dimostrava che non era impresa d'un solo; ma che ciascuno dovea raggirarsi
in quella provincia ov'era nato e, lungamente dimoratovi, avesse potuto
minutamente avvertire le vicende ed i vari cangiamenti del suo stato politico e
civile.</p> 
<p>E nel progresso conobbi che non poteva esattamente capirsi l'istoria
delle leggi, se alla medesima non si accoppiava l'istoria civile, per
sapere gli autori, le occasioni, il fine, l'uso e l'intelligenza che
si era lor data, e per conoscere i vari stati, cangiamenti e costituzione delle
cose, che dieder causa a tanti vari e multiplici regolamenti. In questo
concetto maggiormente mi confermò un altro inglese, e questi fu Bacon di
Verulamio, il quale, in quel savio suo libro <foreign lang="lat"><hi rend="italic">De augumentis scientiarum</hi></foreign>, fra le cose desiderate
ripone una esatta istoria civile, poiché e' saviamente riflette che
nell'altre istorie, eziandio nella naturale, s'eran fatti gran
progressi, ma non già nella civile.</p> 
<p>Cominciai adunque, coll'occasione di queste lezioni, che dovean
recitarsi nella nostra accademia, a volgere e rivolgere i libri, che a questo
fine io reputai necessari, alcuni de' quali, per essere in Napoli rari e
sconosciuti, m'erano con somma cortesia somministrati da' nipoti
Valletta, i quali ancor serbavano intatta la famosa biblioteca lasciatagli
dall'avo Giuseppe Valletta. E prima d'ogni altro, stancai il
<hi rend="italic">Codice teodosiano</hi> co' commentari di Giacomo
Gotofredo, e gli scrittori di sopra accennati, che furon coetanei di quegli
imperadori, dalle costituzioni de' quali fu quel codice compilato: cioè di
Costantino Magno fino a Teodosio il giovane e Valentiniano III. E quantunque
ciò mi fosse d'un gran travaglio e di somma fatica, io la soffriva per le
cose nuove che vi scovriva, da altri non avvertite, spezialmente per aver una
chiara e distinta idea delle province, onde allora si componeva il regno di
Napoli, e de' rettori che le governavano. Questi secoli fra noi erano
affatto oscuri ed ignoti. I nostri istorici eran tutti muti, e qualche cosa
accennavano de' seguenti tempi dell'imperadore Giustiniano, secondo
che Procopio, che nella sua <hi rend="italic">Istoria</hi> ne gli avea
suggerite le notizie, della quale nemmeno seppero ben profittarsi.</p> 
<p>Lessi indi i libri di Cassiodoro e di Giornandes, e più lumi da quelli ebbi
per li tempi seguenti de' Goti, pure fra noi inviluppati ed oscuri.
L'<hi rend="italic">Istoria</hi> di Procopio, che io lessi seguendo la
traduzione latina di Ugon Grozio, ed i suoi dotti <hi rend="italic">Prolegomeni</hi>, rendeva più chiari i tempi di Giustiniano.
Dalla compilazione del <hi rend="italic">Codice</hi> di questo imperadore e
dalle tante non men sue <hi rend="italic">Novelle</hi>, che de' suoi
successori, più cose potevan ricavarsi per rischiarimento delle nostre
province, e spezialmente di quelle città che sotto l'imperio greco
lungamente dimorarono; ma bisognava andarle rintracciando di qua e di là, con
gran pena, fra tante altre compilazioni greche e fra le innumerevoli
<hi rend="italic">Novelle</hi> degli altri seguenti imperadori
d'Oriente.</p> 
<p>Seguivano poi tempi più tenebrosi, quando pervennero sotto i Longobardi; ed
in tanta oscurità, non era da sperar soccorso se non da Paolo Warnefrido,
Eremperto e da qualche antica cronaca de' monaci benedittini, e sopra
l'altre da quella di Lione Ostiense. Poiché, credendo di potermi giovare
delle moderne istorie napolitane — scritte da gravi ed accurati autori,
come furono Angelo Costanzo e Francesco Capecelatro — giacché dalla turba
degli altri sciapiti e goffi scrittori non era niente da sperare, —
trovai che il Costanzo, atterrito dalle dense tenebre che incontrava caminando
verso questi oscuri tempi, com'egli stesso confessò, avea cominciata la
sua <hi rend="italic">Istoria</hi> dagli Angioini; ed il Capecelatro non poté
dar alla sua più alto principio, che cominciandola da Ruggero I, re di Sicilia,
tralasciando i primi Normanni che vennero in Puglia, e gli altri della razza di
Tancredi onde uscirono i duchi di Puglia ed i primi conti di Sicilia.</p> 
<p>Ma l'inviluppo maggiore era che, discendendosi a' tempi ne'
quali Italia ed il regno di Napoli sofferse maggiori alterazioni, quando i
romani pontefici, innalzando sempre più la lor monarchia, aveano dentro i
domini de' principi stabilito un altro imperio, secondo questo nuovo
sistema, per ben tessere un'esatta istoria civile, non bastava fermarsi
nel solo governo de' principi, delle loro leggi e stato civile de'
loro reami; ma bisognava conoscere quest'altro nuovo imperio ne'
medesimi stabilito — e molto più nel regno di Napoli, — il quale
aveva quasi assorbito il civile, e resolo, o si riguardano le persone, ovvero i
beni, quasi tutto ecclesiastico.</p> 
<p>Il diritto canonico non dovea più riguardarsi come appartenenza del civile e
ravvisarlo ne' codici degl'imperadori Teodosio e Giustiniano, e nelle
<hi rend="italic">Novelle</hi> degli altri imperadori d'Oriente, ed in
Occidente ne' <hi rend="italic">Capitolari</hi> di Carlo Magno, di
Lodovico e degli altri successori imperadori. Se n'era già fatto corpo a
parte, separato ed independente, che riconosceva altro monarca e legislatore,
anzi, emulo delle leggi e del diritto civile, cercava abbatterlo e sottoporlo
a' suoi piedi. Così, ad emulazione delle <hi rend="italic">Pandette</hi>,
si era veduto sorgere il <hi rend="italic">Decreto</hi>, al <hi rend="italic">Codice</hi> emulavan le <hi rend="italic">Decretali</hi>, alle
<hi rend="italic">Novelle</hi> le tante <hi rend="italic">Estravaganti</hi> e
nuove collezioni di <hi rend="italic">Bolle</hi> papali, ed infine alle
<hi rend="italic">Istituzioni</hi> di Giustiniano quelle di Paolo Lancellotti;
e perché nulla mancasse, alla materia <hi rend="italic">feudale</hi>
contrapposero la <hi rend="italic">beneficiaria</hi>.</p> 
<p>Conosciuta da ciò e da altri portentosi cangiamenti la necessità che a'
dì nostri non poteva scriversi un'esatta <hi rend="italic">Istoria
civile</hi>, se non si teneva conto non men dell'uno che dell'altro
stato, mi vidi atterrito dall'ardua impresa, quasi fuor di speranza di
poterne venire a capo. Avea cominciato il lavoro, ed ancorché, crescendo le
occupazioni del foro, finisse presto la nostra accademia, sicché poche lezioni
furon ivi recitate, nulladimanco, sicome suole avvenire, invogliato dalla
materia e più dal lavoro, che io lo riputava nuovo e da altri nostri scrittori
non ancor tentato, non tralasciai di proseguirlo. Ma quanto più avanzava di
cammino, invece di scemarsi la via s'allungava assai più, poiché,
inoltrandomi, entrava in maggior vastità e, come in un vasto e profondo pelago
immerso, non ne vedea più né fondo né riva sicché più volte fui tentato di
abbandonarlo. Poté, infine, più la mia ardente brama ed il conforto che me ne
davano alcuni amici, che il terrore e spavento, che mi si offeriva davanti, di
tante lunghe ed ostinate fatiche che dovean soffrirsi per giungere al desiato
porto. Non vi aggiungeva allora le tante persecuzioni, patimenti e sciagure
che, ancorché giunto in porto, mi stavano preparate da' duri ed acerbi
miei fati e dall'inesorabile e crudel mio destino.</p> 
<p>Questo mio travaglio si cominciò sotto il regno di Filippo V, re di Spagna
(che io, prima, in quelle settimane che dimorò in Napoli, donde passò
all'esercito di Lombardia, ebbi la sorte di veder più volte mangiare in
pubblico, fra la corona di tanti illustri personaggi non meno italiani che
spagnoli e francesi) e sotto il governo del duca di Escalona viceré, intorno
l'anno 1702.</p> 
<p>Questo viceré, non meno che il duca di Medina Coeli, favoriva i letterati,
ma molto più le buone lettere; ed amante delle scienze e delle arti liberali,
applicò a riformare la università de' studi di Napoli di alquanti abusi
ne' quali era caduta, e con sua prammatica ne abolì molti. Ed il nostro
Aulisio l'era entrato in tanta grazia che, se le vicende delle mondane
cose non avessero portato in Napoli quel cangiamento, che poi si vide,
l'avrebbe sicuramente innalzato a' primi onori della toga o di
consigliere del consiglio di Santa Chiara ovvero di presidente della regia
camera.</p> 
<p>Io, ancorché col progresso del tempo le occupazioni del foro mi crescessero,
non tralasciava, ne' dì feriati e nelle ferie estive o vindemmiali, quando
i tribunali cessavano, di ripigliarlo. Ed avendo acquistato qualche merito (per
le fatiche a pro di lei impiegate, nella causa della successione di Marano) con
la contessa di Bovalino, donna Isabella Spinelli, la quale possedeva nella
riviera di Posilipo un palazzo antico di sua famiglia, chiamato degli Spinelli,
io, per beneficenza della medesima, avea ogni anno permissione, terminati i
tribunali, ne' principi di luglio, d'andarmene ad abitare in alcune
stanze di quello, per que' studi, proseguiva l'intrapreso lavoro,
conducendo meco que' libri che mi eran necessari; e nel mese di settembre
solea in Napoli far ritorno.</p> 
<p>Tali studi, in questi principi, poiché non era caricato di molti negozi, non
mi davano alcun impaccio nella strada de' tribunali, ma secondo che io,
inoltrandomi, acquistava maggior conoscenza e numero di clienti, mi si
rendevano più gravi e pesanti. Finché l'Argento esercitò
l'avvocazione, io dietro di lui, seguendo le sue orme, acquistai anche la
conoscenza de' più dotti ministri e, sopra gli altri, conducendomi sovente
in casa del reggente Gennaro di Andrea, fratello del famoso Francesco, ebbi la
sorte di ammirare quel grave e savio ministro: uomo veramente senatorio e degno
di sedere fra romani senatori, della cui virtù e sapienza era viva
immagine.</p> 
<p>Questi ed il di lui esempio rese a me quasi perpetua la lezione delle
<hi rend="italic">Deche</hi> di Livio, che egli avea sempre nelle mani; e
n'era cotanto preso che, se Plinio il giovane scrive che un Gaditano
dall'estrema Spagna corse fin a Roma, sol per veder Livio, egli, se gli
fosse stato coetaneo, sarebbe corso fin dall'America, cotanto era
adoratore de' suoi libri, i quali, se bene avea stanchi, non era però mai
sazio di leggerli e rileggerli! E non posso negare che io, spinto
dall'esempio d'un tant'uomo, avendogli quasi sempre innanzi a
gli occhi, ne ritrassi gran profitto riguardando alla maniera nobile, seria e
grande, colla quale egli tessé quella incomparabile e divina sua istoria.</p> 
</div2> 
</div1> 
<div1 type="capitolo"> 
<head>Capitolo quarto</head> 
<argument>
<p><hi rend="italic">Anno 1707, sotto il regno del re, poi imperadore, Carlo
VI, e sotto il governo del conte Daun e cardinal Grimani, e poi di nuovo sotto
il conte Daun, viceré.</hi></p>
</argument> 
<div2 type="paragrafo"> 
<head>I</head> 
<p>L'anno 1707 portò in Napoli grandi cangiamenti e grandi ravvolgimenti
non pur alle fortune de' privati, ma al pubblico stato, sicome soglion
apportare le mutazioni di nuovo dominio. Entrate che furon l'arme alemanne
ne' confini del regno e, ne' sette del mese di luglio, mentre la
città di Napoli, in breve tempo si vide tutto il regno passato sotto la
dominazione di Carlo d'Austria, allora re, che teneva in Barcellona sua
sede regia, fratello dell'imperadore Giuseppe e poi, per la costui morte,
seguita nel 1711, anche imperadore romano, detto Carlo VI.</p> 
<p>In questa rivoluzione di cose, essendo piaciuto ad alcuni ministri spagnoli
seguitare il partito del re Filippo V, e partir da Napoli, lasciando quasi
vocirc(ô)ti i nostri tribunali, fu d'uopo al conte Martiniz (ch'era
stato mandato dall'imperadore Giuseppe ministro plenipotenziario nel
politico, sicome nel militare il supremo comando l'avea il conte Daun), in
luogo de' medesimi rifar altri ministri, prendendogli per la maggior parte
dall'ordine degli avvocati: fra quai fu il nostro Argento, promosso a
consigliere del Consiglio di Santa Chiara.</p> 
<p>In questo passaggio i giovani avvocati, più avanzati che io, profittarono di
aver molti clienti, da lui e da altri lasciati. A me rimase, dopo segata la
messe, lo spicilegio, sicché pochi furon gli acquisti; tanto maggiormente che
io non era dotato di quella accortezza, vigilanza ed audacia, colla quale
altri, spingendo ed urtando di qua e di là, si facevan innanzi con
supplicazioni e con pregar sommesso, e sovente con viltà ed altri indegni modi,
estorquendo ed a viva forza involandogli.</p> 
<p>La mia natura fu sempre in ciò inetta e mal a proposito, anzi avversa
d'usar sottili artifici, e con umili e basse preghiere di andargli
cercando. Mi rimasero dell'Argento alcune poche cause, che io sotto la sua
avvocazione avea cominciato a trattar da procuratore, e ch'egli stesso ne
aveva a me appoggiata la difesa, scrivendovi da avvocato; onde mi rimasero
quelle della contessa di Bovalino (se bene, dopo essersi maritata, il marito
adoperasse poi piuttosto i suoi avvocati che me) e del duca di Frosolone e
marchese di Baranello, don Francesco Carafa, rampollo degli antichi conti di
Maddaloni, il quale giovanetto era sotto la cura della duchessa di Frosolone
sua madre, dama spagnola dell'illustre famiglia Quiroga, di grande spirito
e, se le forze fossero state eguali al magnanimo suo cuore, grata non meno che
liberale e munificentissima. La quale sopra le mie spalle appoggiò la difesa di
più cause, così sue come del duca suo figliuolo, onde mi fu data occasione,
spezialmente quando questi prematuramente morto senza lasciar di sé prole, ebbi
a contrastar col fisco sopra le tenute delle terre di Baranello e di Frosolone,
di farmi maggiormente noto a' tribunali, e di acquistar tra gli avvocati
qualche stima e nome.</p> 
<p>E quantunque del passaggio dell'Argento al ministerio, per questa
parte, io poco profittassi a riguardo de' miei compagni che lo seguivano,
nulladimanco per la profonda sua dottrina legale, essendo riuscito fra'
consiglieri di Santa Chiara il più eminente, il più laborioso ed indefesso, e
che i suoi dotti voti tiravan a sé le sentenze degli altri suoi colleghi,
quindi per la famigliarità che io avea con lui, e per mostrar con gli altri di
far di me qualche stima, ne avvenne che io facessi acquisto di altri nuovi
clienti, tratti più da questo che da ogni altro riguardo. E maggiormente si
spingevano a ricorrer da me, perché l'Argento, in alcune proprie sue
cause, valevasi nello scrivere della mia persona; e, infra l'altre, in una
causa di precedenza ch'ebbe co' suoi colleghi, per un'occasione
che non mi rincrescerò qui di rapportare.</p> 
<p>Il conte di Martiniz, se bene in vigor della plenipotenza datale
dall'imperadore Giuseppe, avesse creati tanti ministri in Napoli,
nulladimanco dal re Carlo, suo fratello, e dalla corte di Barcellona si
reputavano nullamente creati, come da chi non avea potestà di fargli. Poiché
l'imperadore Giuseppe — allora re de' Romani, dopo la rinuncia
fatta nel 1703, coll'imperadore Leopoldo suo padre, della monarchia di
Spagna, in beneficio del re Carlo allora arciduca di Austria, — erasi
spogliato di ogni diritto sopra tutti i regni che componevano quella monarchia:
sicché il conte Martiniz non poteva giovarsi di quella plenipotenza. E se bene
l'avesse creati interini, finché non fossero confermati dal re Carlo,
nulladimanco diceasi che qui non dovea trattarsi di conferma, come nullamente
creati, ma di nuova creazione, sicome dalla corte di Barcellona fu riputato;
poiché avea spediti nuovi privilegi ad altri, ed anche a que' ch'eran
stati fatti dal Martiniz, non già di conferma, ma di nuova creazione, non
facendosi memoria alcuna del fatto di Martiniz; e quelli a' quali non
furon spediti i privilegi rimaser privati, com'eran prima, non
riconoscendogli per ministri.</p> 
<p>All'Argento fu pur mandato il privilegio, ma, come a gli altri, non già
di conferma, ma di nuova creazione. Nacque per ciò contesa di precedenza tra
quelli che aveano la data de' privilegi anteriori, se ben posteriore alla
promozione di Martiniz, e quelli i quali eran stati creati dal Martiniz, se
bene la data de' lor privilegi, mandatigli da Barcellona, fosse
posteriore. I primi pretendevano che, non dovendosi tener conto di quanto era
seguito sotto Martiniz, come nullo, ed invalido, dovea attendersi la data
anteriore de' loro privilegi; i secondi, fra' quali era
l'Argento, pretendevan che per la precedenza bastasse d'aver prima
esercitate le medesime cariche. Ebbi io l'incombenza di scrivere a pro di
questi secondi; ed esaminando la questione co' princìpi ed esempi tratti
dal <hi rend="italic">Codice teodosiano</hi>, e secondo le regole prescritte ed
avvertite da Giacomo Gotofredo in quel suo accurato trattato
<foreign lang="lat"><hi rend="italic">De praecedentia</hi></foreign>, mostrai
che, qualunque si fosse stato il titolo, ancorché forse vizioso, bastava per la
precedenza l'esercizio, nel quale erano prima stati della medesima carica.
La scrittura non dispiacque all'Argento, e si comunicò a' reggenti
del Consiglio Collaterale, che dovean deciderla; e se bene non si fosse venuto
alla decisione, si lasciarono però come prima nelle stesse sedi, con precedere
a gli altri. E passata quest'allegazione in altre mani, e letta con
piacere, cominciai ad essere noto a que' ministri, presso i quali il mio
nome era prima sconosciuto ed ignoto.</p> 
<p>Il conte di Martiniz, appena trattenutosi in Napoli tre mesi, mal gradito
dal re Carlo, il quale avea creato per suo viceré il conte Daun, erasene già
tornato a Vienna; onde il regno rimase sotto il governo del Daun, e poi passò
sotto quello del cardinal Grimani, viceré, da cui fu data incombenza al
consigliere Argento di scrivere in difesa del regio editto spedito a
Barcellona, col quale si comandava che tutti i vescovadi, badie, prelature,
dignità, benefìci così maggiori come minori, anche quelli che non obbligavano a
residenza, anzi fino le pensioni del regno, non potessero conferirsi da chi si
sia, se non a' nazionali di quello, esclusi affatto gli esteri e
peregrini.</p> 
<p>Clemente XI, che occupava allora il pontificato romano, fortemente
contrastava all'editto, qualificandolo come offensivo della libertà
ecclesiastica ed ingiurioso alla Santa Sede. Si ebbe per ciò a dimostrare che
l'editto fosse conforme non pur alle leggi e costituzioni di altri
principi ed all'uso e costume di tutte l'altre nazioni d'Europa,
ma eziandio a' sacri canoni, alle costituzioni istesse de' romani
pontefici, ed all'antica ed inconcussa pratica della Chiesa, e conforme
all'ecclesiastica disciplina.</p> 
<p>Entrò l'Argento in questi studi affatto nuovo e niente versato nelle
cose ecclesiastiche, essendo stati tutto altri i suoi precedenti studi. Ma
tanto più rilusse il suo maraviglioso ingegno poiché, applicatosici con
quest'occasione, in breve tempo ne divenne maestro, e diede fuori quelle
dotte sue tre dissertazioni sopra la materia beneficiaria, le quali emularono
le due altre dotte scritture, uscite nel tempo istesso, composte dal Grimaldi e
Riccardi: soggetti, i quali non erano così nuovi, ma aveano prima sopra studi
ecclesiastici impiegati i lor talenti.</p> 
<p>Clemente, con un sol colpo, pensò di atterrarle tutte tre, poiché, con
particolar suo breve, qualificò alla rinfusa tutte queste scritture per empie,
scismatiche, temerarie, erronee, distruttive della libertà ecclesiastica, ed
infino eretiche; proibì di leggerle o tenerle, sotto pena di scomunica a lui
riserbata, e comandò che fossero tutte gettate nelle divoratrici fiamme. Ma
questi fulmini furono lanciati indarno: niuna delle scritture fu tocca dal
fuoco, anzi furon ricercate e tenute care e lette da tutti, con somma lode e
commendazione degli autori.</p> 
<p>Da queste cagioni fu mosso, poi, l'Argento a studiare di proposito e
più agiatamente le cose ecclesiastiche, ed a conoscere le tante sorprese che si
erano fatte sopra i diritti de' principi, e per l'avvenire a star
cauto e vigile, perché almanco sopra i vecchi abusi non se ne introducesser
altri nuovi, dove pareva che papa Clemente fosse tutto applicato ed intento. Si
aggiunse che, conosciuta in Barcellona l'eminente sua dottrina, in premio
di questa sua gloriosa fatica fu promosso al grado di reggente del consiglio
Collaterale, sicome il Grimaldi a quello di consigliere di Santa Chiara, e fu a
lui appoggiata la delegazione della real giurisdizione.</p> 
<p>Or occupando egli questa carica di delegato nel pontificato di Clemente, fu
sempre esercitato, per doversi opporre con vigore alle tante sorprese che si
tentavano dalla corte di Roma, spezialmente sotto il conte Daun; il quale, dopo
la morte del cardinal Grimani, seguìta in Napoli, e dopo l'interino
viceregnato del conte Carlo Borromeo, fu nuovamente mandato in Napoli per
viceré. Si ebbero a questi tempi più fiere ed ostinate contese giurisdizionali
colla corte di Roma, spezialmente intorno alla pretesa immunità locale delle
chiese, presumendo di qualificar essa i delitti che dovean godere o non godere
dell'asilo; altre intorno all'immunità delle persone ecclesiastiche e
de' loro beni; altre intorno alla chiamata de' vescovi in Napoli
d'ordine de' viceré, del regio <foreign lang="lat"><hi rend="italic">exequatur</hi></foreign>, testamenti <foreign lang="lat"><hi rend="italic">ad pias causas</hi></foreign>, patronati regi, e
consimili. Queste contese somministrarono più occasioni di studiare sopra tali
materie; e per opporsi con maggior vigore, non si rimase, sicome si era fatto
per lo passato sotto gli Spagnoli, a' soli esempi ed alle loro massime,
cavate da un immaginario e non ben sodo e stabile diritto canonico, ma si passò
più avanti, alle origini, a' canoni, alla dottrina de' Padri, ed
all'antica ed incorrotta disciplina della Chiesa. Sicché si cominciavano a
dimostrare con maggior evidenza le usurpazioni ed attentati e, per conseguenza,
a più fortemente resistergli. Le investigazioni delle quali cose, poiché
l'Argento per alleviar tanta fatica solea valersi della mia opera e di
altri suoi allievi, fecero che io maggiormente stendessi le mie conoscenze e
toccassi più a fondo le origini, onde tante contese giurisdizionali
provenissero, ed a che deboli ed arenosi fondamenti si appoggiassero le
macchine che la Corte romana, più per altrui debolezza o ignoranza, che per
propria virtù, avea innalzate, e che la sola dottrina delle origini e la sola
istoria delle occasioni de' loro progressi bastava a rovesciarle.</p> 
<p>Conobbi, applicandomi a questi studi di quanto giovamento mi fossero stati i
precedenti sopra l'istoria ecclesiastica, sopra l'origine e progressi
dell' <foreign lang="lat"><hi rend="italic">ius</hi></foreign> canonico, e
la cognizione de' bassi ed incolti secoli, da' quali tanti
cangiamenti eran derivati; poiché, non ignorando l'antico stato delle cose
e le origini di tante mutazioni, vedeva con chiarezza gli abusi seguìti e le
tante corruttele ed attentati fatti sopra la real potestà de' principi.
Onde tanto più mi invogliai a proseguire l'intrapreso mio lavoro
dell'<hi rend="italic">Istoria civile</hi>, riputando come propria materia
trattando di queste contese, di poter porre in più chiara luce i confini, che
si era procurato confondergli, tra l'imperio ed il sacerdozio.</p> 
<p>Compresi eziandio che l'Argento, perché molto tardi erasi dato a tali
studi, i quali aveali presi non già da' suoi princìpi, ma secondo le
occasioni di esaminare alcuna particolar contesa che occorreva, non era sempre
uguale ed uniforme, in alcuni punti mostrandosi forte, in altri debole, e più
che femmina scrupoloso e vacillante; sicché aveva bisogno che altri gli desse
coraggio, per farlo star fermo e costante. E da questo principio immagino che
nella sua canizie, o perché negli ultimi tempi non era cotanto sostenuto dalla
corte di Vienna, sicome fu ne' princìpi da quella di Barcellona, divenisse
pur troppo contemplativo e lento e sottoposto alle lusinghe ed allettamenti
della corte di Roma.</p> 
</div2> 
<div2 type="paragrafo"> 
<head>II</head> 
<argument>
<p>[<hi rend="italic">1715–1720</hi>]</p>
</argument> 
<p>Intanto, essendo accaduta la morte di mia madre, per me dolorosissima, e
lasciando una sola figliuola d'età nubile, senz'altra guida di donne,
se non quella di mio padre, già vecchio, bisognò pensare di collocarla in
matrimonio quanto più presto si potesse sicome, co' beni rimasi in
Ischitella, datele congrua dote, fu da mio padre con mio consenso maritata con
un dottor di medicina nella città di Vesti dove passò a far domicilio, in casa
di suo marito.</p> 
<p>Sicché, rimaso solo mio padre, pensai farlo venire in Napoli, perché nella
sua vecchiaia avesse la consolazione di vivere e morire fra le braccia de'
suoi figliuoli. Io era già in istato di poter soffrire questa nuova spesa
poiché, avanzando sempre più nella strada dell'avvocazione, mi era a
bastanza fatto noto ne' tribunali. Tanto maggiormente che, promosso dapoi
l'Argento alla suprema carica di presidente del consiglio di Santa Chiara,
non mancavano nuovi clienti che sopra di me appoggiassero la difesa delle lor
cause. Fra le quali pervennemene una che, per le forti e strepitose contenzioni
che si accesero fra me e l'avvocato contrario, fece gran rumore in Napoli,
la qual mi rese presso tutti pur troppo noto e distinto.</p> 
<p>Litigavano i cittadini di San Pietro in Lama col vescovo di Lecce intorno
alla prestazione delle decime dell'ulive, pretese dal medesimo non già
come baronali, ma come ecclesiastiche e, per conseguenza, che tutti gli alberi
degli ulivi dovessero prestarle e condurle a loro spese fino a' trappeti
del vescovo. Que' cittadini, de' quali io presi la difesa,
pretendevano, al contrario, che al vescovo si appartenessero come barone di
quel feudo, e non sopra tutti gli alberi, spezialmente non sopra gli alberi
antichi d'ulivi già in più inventari numerati, i quali ancor duravano; ed
essendo queste decime baronali, dovesse il vescovo esiggerle sotto gli alberi
stessi, ed a sue spese far condurre l'olive a' suoi trappeti.
L'avvocato del vescovo volle, in una scrittura data alle stampe, far pompa
di sua erudizione ed entrare a disputar lungamente sopra la prestazione delle
decime, che le voleva ecclesiastiche e dovute al vescovo per diritto divino,
non già come barone, sopra tutti gli alberi. E riputando che l'esigesse
anche da' nuovi, supponendo che i vecchi numerati negli antichi inventari
fossero tutti periti, volle entrare anche a disputar sopra la durata della vita
degli alberi degli ulivi, che voleva che non fosse più lunga di duecento anni.
Mi fu data con ciò occasione d'esaminar a fondo questa materia e fargli
conoscere i tanti abbagli presi, confondendo le decime ecclesiastiche colle
baronali e con autorità di antichi scrittori, non men latini che greci,
confonderlo intorno alla durata degli ulivi, da' quali eragli data vita,
sicome alle annose querce, di più e più centinaia di anni.</p> 
<p>Questa mia scrittura, che pur si diede alle stampe, sicome fece arrossire
all'avversario, così lo stimolò, vedendo che da tutti era applaudita e
commendata, a volerci, con l'aiuto di molti, rispondere. Ma
l'avvenne, sicome per difendere un errore suol darsi di piglio ad altri
errori, che questa sua risposta riuscisse assai sciapita, verbosa ed in gran
parte anche contumeliosa. Sicché, in brevi giorni, io potei confutarla con
pochi fogli e metter l'autore in maggior confusione, scovrendogli nuovi
errori, ed assai palmari, e farlo cadere nella derisione di molti.</p> 
<p>Parve a' vecchi ministri ed avvocati de' nostri tribunali questa
contenzione un nuovo modo di scrivere nelle cause; ed i rigidi non
l'approvavano. Ma altri, più saviamente riflettendo che tali letterarie
contese invogliavano assai più i giovani a' studi legali e che, con tali
brighe e coll'occasione di leggere queste scritture, si erano veduti molti
applicare più del solito alle buone lettere, si lasciaron correre;
ond'eran ricercate con avidità. Ed i Leccesi n'empirono la lor
provincia sicché, ed in Napoli ed in Lecce, non si parlava di altro che di
questa causa, onde gli avvocati, che, o per l'una o per l'altra
parte, la difesero, si resero assai rinomati e celebri.</p> 
<p>Altra non meno strepitosa, che grave, mi accadde di trattare ne'
seguenti anni, quando io era già di molto avanzato: e questa fu
l'intricata e difficil causa de' confini, che verteva tra il comune
di Campochiaro e del Vinchiaturo — terre poste nel contado di Molise.
Campochiaro fondava sue ragioni a' termini manufatti, che li pretendeva
divisori di ambedue le giurisdizioni. Io che difendeva que' del
Vinchiaturo, mi appoggiava a' termini naturali di un rio di acque e
d'un fiume che le dividea, e feci conoscere che que' termini non eran
divisori di giurisdizioni, ma di territori particolari.</p> 
<p>Essendosi, col ministro ed avvocati d'ambe le parti, andato su la
faccia del luogo, <foreign lang="lat"><hi rend="italic">in re
presenti</hi></foreign> maggiormente si conobbe questa verità. Date alle stampe
più allegazioni, poiché in una dell'avversario si cercava, con cavilli,
confonderla ed oscurarla, bisognò che scoverti i sofismi e le fallacie, si
ponesse in più chiara luce, con poco gusto dell'oppositore, il quale di
ciò crucciato, volle con nuova scrittura difendersi. Ma fece peggio, poiché mi
diede occasione, confutandola, di maggiormente mostrare i suoi errori e di
confonderlo. Resesi più questa causa strepitosa e, trattasi nel Consiglio di
Santa Chiara con ministri aggiunti di altre ruote e coll'intervento del
presidente Argento, ebbi la sorte di riportarne intera vittoria, dichiarandosi
i confini che dividevano le giurisdizioni essere i naturali da me dimostrati,
non già i manufatti, che non erano se non divisori di particolari
territori.</p> 
<p>Queste cause, sicome mi portarono notabili guadagni, così mi accrebbero il
numero de' clienti, facendo sempre più acquisto de' nuovi, e fra gli
altri del barone di Cassano, del principe d'Ischitella, e di altri
signori. Ed avrei potuto accrescere più il numero, se avessi voluto imitare gli
esempi degli altri d'andargli cercando e pregando; ma il mio temperamento,
niente disposto a far tali ricerche, fece che io fossi di pochi contento.</p> 
<p>A questo mio naturale si aggiunse che, oltre l'occupazione de'
tribunali, tenendo sopra le spalle il grave peso ond'io volli caricarmi,
di proseguire l'intrapresa <hi rend="italic">Istoria civile del
Regno</hi>, temeva non mi fosse d'impedimento, accrescendo maggiori
occupazioni forensi. A questo fine, per non mancare ad ambedue, avea
distribuito così i mesi ed i giorni dell'anno: i quindici giorni delle
ferie pasquali e gli altri tanti delle feste natalizie, sicome quelle del
carnevale e tutti gli altri giorni festivi che occorrono nel corso
dell'anno, quando non fossi stato impedito da qualche scrittura forense
che non pativa dilazione, io l'impiegava al lavoro dell'<hi rend="italic">Istoria civile</hi>. Ma, sopra tutto, mi giovava delle ferie
estive e vindemmiali, come più lunghe, le quali io, lontano dagli strepiti del
focirc(ô)ro, solea passarle nella solitudine di Posilipo, nella casa Spinelli;
ma dapoi, per un'occasione per me propizia, che sarò a narrare, mutai
luogo, trasferendo a “Due Porte” le mie villeggiature.</p> 
<p>Erasene in Napoli morta una vedova, senza lasciar di sé e di suo marito
figliuoli, i quali erano a lei premorti; e di tutti i beni stabili lasciati dal
marito, ne' quali ella era succeduta dopo la morte de' figli, ne fece
erede una chiesa amministrata da preti, in Napoli, chiamata di Santa Maria
delle Grazie fuori porta Medina. I preti tosto si poser in possesso de'
beni, credendo che non vi fusser altri congionti del marito, che potessero
aspirare alla successione de' medesimi; ma scovertosi che nella città di
Vesti e nella terra di Peschici del monte Gargano, il marito dond'egli era
oriundo avea lasciati molti parenti poveri, a' quali, secondo la
consuetudine della città di Napoli, non poteva negarsegli la successione della
metà de' beni antichi lasciati dalla vedova, presi io la difesa di questi
miserabili, i quali, non potendo soffrir le spese della lite, fu d'uopo
che io somministrassi il denaro e tutto ciò che bisognava. E poiché mio
fratello erasi alquanto istrutto della pratica de' tribunali, feci trattar
dal medesimo questa causa da procuratore, così per non dispendiarmi di
vantaggio, valendomi di altro estraneo, come perché gli servisse di esercizio
per meglio istruirsi nella pratica del focirc(ô)ro.</p> 
<p>Si opposero i preti, pretendendo di escludergli, sul supposto, che nella
persona della defonta, tutti i beni rimasi dovessero riputarsi nuovi, non già
antichi. E dovendosi trattar la causa nel tribunale della gran corte della
Vicaria, ov'erasi introdotta da' preti per ottener da quel tribunale
il preambolo per l'immissione di tutti i beni, io per più mattine, nella
ruota del medesimo trattandosi dell'articolo con molta contenzione fra me
e gli avvocati contrari, dimostrai che que' beni doveano riputarsi tutti
antichi nella persona della testatrice, come da lei non acquistati, ma
pervenutigli per successione de' suoi figliuoli premorti, e per
conseguenza la chiesa, in vigore del testamento, non potea pretender immissione
se non per la metà, e l'altra metà, in vigor della consuetudine,
appartenersi a' congionti più prossimi del marito, che l'avea
acquistati, dal quale eran passati a' figli, e da questi alla madre. In
effetto, da quel tribunale fu giudicato doversi dar l'immissione alla
chiesa in vigor del testamento, ma tolta prima la metà de' beni, che come
antichi, in vigor della consuetudine si appartenevano a' congionti del
marito, donde eran pervenuti.</p> 
<p>Non si quetaron gli avversari per questa decisione, ma ebber ricorso nel
Consiglio di Santa Chiara; e con nuove allegazioni date alle stampe,
s'ingegnarono sostenere la pretensione che fosser tutti beni nuovi e, per
ciò, doversi revocare il decreto interposto dalla gran corte. Mi fu
d'uopo, quindi, comporre nuova allegazione e più diffusa, per convincer
gli avversari e confutare tutti i loro argomenti, la qual fu pure a mie spese
data alle stampe. Ma mentre era per trattarsi di nuovo la causa, stimaron
finalmente que' preti che avean l'amministrazione della chiesa, i
quali, per buona sorte, s'incontrarono esser dotati di somma probità e che
sapevano la vera chiesa esser i poveri, di non proseguir la lite. Onde,
commiserando lo stato miserabile de' miei clienti e che sarebbe stata
empietà differirgli quel sollievo, che la lor giustizia e la decisione di quel
tribunale gli dava volentieri li confermarono all'interposizione e parere
di buoni amici, i quali consigliavano che, tolta ogni lite di mezzo, dovesse
terminarsi con amicabile accordo. Sicché, tenute fra noi più sessioni, si venne
ad una discreta ed equabile divisione de' beni: alla chiesa rimasero
alcune case e rendite poste dentro Napoli; a' miei clienti alcune rendite
e case poste fuori della città, nella vicina villa chiamata “Due
Porte”, o perché ivi si mostrano due antiche porte, ovvero, sicome
scrissero alcuni, che ivi aveano le lor ville i due famosi fratelli Porta,
celebri filosofi e letterati napolitani.</p> 
<p>Ma perché questi, essendo lontani, potessero godere il frutto della
vittoria, bisognò pensare il valore de' beni assegnatigli convertito in
denaro, perché, impiegato in Puglia ne' loro paesi, gli recasse maggior
frutto di quello che potevano sperare da rendite sì lontane. Onde, fatti
estimare, si venderono; ed io, detratte le spese e le fatiche da me fatte ed il
palmario dovutomi, colle fatiche di mio fratello, mi presi le case di
“Due Porte” con un picciol podere a quelle congiunto, e gli mandai
il compimento del prezzo. Di che ne rimasero contentissimi, e ne fu stipulato
pubblico istromento di cessione e vendita.</p> 
<p>Fatto ch'ebbi tal acquisto, ridussi in istato migliore
quell'abitazione e, fornitala di tutti gli arredi e suppellettili, nelle
ferie estive e vindemmiali trasferiva ogni anno a “Due Porte” il
mio domicilio, dove, non tralasciando il mio mattutino e vespertino esercizio
in camminare per quelle campagne, tutto il rimanente dell'ore si consumava
in proseguire il lavoro dell'intrapresa <hi rend="italic">Istoria</hi>.
Per questo mio ritiro, e perché, anche dimorando in città, poco solea farmi
vedere nelle conversazioni e nelle altre brigate d'amici a passare il
tempo allegro (poiché, se altri potevan farlo, non io, che oltre le occupazioni
del focirc(ô)ro avea sopra le spalle quest'altro peso), ne acquistai
presso gli amici il soprannome di “solitario Piero”, alludendo
all'eremita del Tasso.</p> 
<p>E se bene alcuni sapessero che io travagliava per dover dare alla luce
qualche opera, nulladimanco, poiché io non comunicai se non all'Aulisio ed
al Capasso e ad alcuni pochi strettissimi miei amici l'idea di quella, chi
s'immaginava che io componessi l'istoria delle leggi e magistrati del
regno di Napoli, altri che io tessessi le vite de' giurisconsulti
napolitani, e chi una cosa e chi un'altra. Ed io gli lasciava in questi
pensieri, per non insospettire alcuno; ed ancorché avessi compiti più libri,
sicché avrei potuto dar alla luce il primo tomo, nulladimanco ebbi a questo
riguardo la sofferenza di non cominciar la stampa, se non mi fossi veduto
vicino al porto. Né m'ingannai, poiché l'evento dimostrò che, se io
avessi dato fuori il primo tomo, sarei stato sicuramente impedito di dar il
secondo, e molto più il terzo ed il quarto, e così lasciar l'opera monca
ed imperfetta.</p> 
<p>I soli primi tre libri, che io feci di buon carattere trascrivere da'
miei originali, furon letti dall'Aulisio, il quale, approvando l'idea
e piacendogli la maniera e la disposizione che io avea data all'opera, mi
animò a proseguirla. Ma non potei far lo stesso ne' seguenti libri, sicome
io avea proposto, poiché, oltre vari impedimenti frapposti e, sopra tutto, di
non consumar il tempo che dovea impiegare in emendare e corriggere le copie,
differendo di farlo, ecco che poi il medesimo venne ad infermarsi d'una sì
grave infermità, che lo condusse alla morte. Avrei fatto lo stesso col
presidente Argento; ma era impresa disperata ed impossibile di poter ottenere
dal medesimo che potesse leggergli, poiché le sue gravi e continue occupazioni,
spezialmente sotto il conte Daun viceré, erano tali che non avea un momento di
tempo di poter applicare ad altro.</p> 
<p>Intanto, proseguendo con ostinazione queste lunghe fatiche, ancorché
procurassi tener un'esatta regola di vivere, né tralasciassi gli esercizi
del corpo, fui assalito da una grave ipocondria, che mi cagionava incessanti
rutti ed acetosi, e ben si vedeva che lo stomaco e le visceri eran viziate.
Presi consiglio dal Cirillo per trovar la maniera di liberarmene e, dopo lungo
pensare e riflettere, si credette che ciò provenisse, oltre
dall'applicazione a' studi, dal vino, che non ben si conformava al
mio stomaco che lo rendeva acetoso; sicché bisognava tocirc(ô)rre o l'una
o l'altro. De' studi era impossibile privarmene, per la mia
professione che mi dava il pane, onde si venne a tormi il vino, e si prese il
tempo opportuno d'una està, nella quale pian piano, frammezzando il ber
dell'acqua, mi ridussi ad un sol bicchiere di vino al fine della tavola:
qual pur si tolse, surrogando in sua vece un grappolo d'uva.</p> 
<p>Per tre mesi questo passaggio dal vino all'acqua mi diede pena ed una
grande languidezza, che m'istigava a ripigliarlo, ma io, fermo nel
proposito, non mi smossi; sicché, passatami poi quella languidezza, lo stomaco
si rese più forte alla digestione, mi liberai da quell'acido e da altri
piccioli mali. E benedico sempre la presa risoluzione, poiché, in tutto il
corso di mia vita fino al presente, che sono in età molto avanzata, mi trovo
coll'acqua pura assai migliore e sano, che non era quando bevea vino:
almanco sono sicuro di non esser assalito da dolori nefritici, da pietre e
calcoli, da podagra e di altri consimili morbi gottosi. Egli è però vero che,
non potendomi privare de' studi, non ho potuto liberarmi
dall'ipocondria, la quale sovente mi cagiona de' rutti pur troppo
molesti e penosi.</p> 
<p>Non devo tralasciare fra tante mie fatiche e noiose occupazioni, che per
rilasciar alquanto il mio animo non trovassi due maniere di sollevarlo: la
prima innocente, la seconda da condonarsi alla debolezza e fragilità
dell'umana natura. Prendeva gran piacere degli ameni lidi del mare di
Posilipo e delle campagne e deliziose vedute di “Due Porte”, dove
io solea portarmi. Queste mi facevan dimenticare e posporre tutti i diporti
della città, de' teatri ed altre feste e pompe del real palazzo. Ogni
tumultuoso spettacolo, ogni concorso della moltitudine era da me lontano, e fui
sempre amante della solitudine fra colli, pianure e valli. L'altro mio
sollievo e ristoro era di godere non men delle belle fattezze del corpo che
delle belle doti dell'animo d'una donzella, che io, con volere di sua
madre vedova, e de' fratelli, ebbi verginella in mio potere; e non fu se
non per tema di maggior male, poiché la lor povertà, e l'avvenenza della
giovane, forse l'avrebbe condotta a peggior destino. Con lei, che
m'amava tanto quanto era da me riamata, e che io avea posta in città, in
sicura custodia di donne oneste e sovente l'avea per compagna nelle mie
solitudini di Posilipo e “Due Porte”, alleggeriva le mie tetre e
malinconiche occupazioni, poiché teneva somma cura del mio corpo e delle mie
cose domestiche: io riposavo in lei, né mi dava altro impaccio che de'
miei studi.</p> 
<p>Ebbi da questa onesta e castissima donna due figliuoli: un maschio ed una
femmina. E ben si conobbe quanto ella fosse savia e dotata di somma pietà e
virtù; ché, costretto io a partir da Napoli per l'imperial corte di
Vienna, ella volle chiudersi in monastero con la bambina che avea seco, dove,
menando una vita santissima, non ne volle uscir mai, lasciando il figliuol
maschio alla cura di mio fratello.</p> 
</div2> 
<div2 type="paragrafo"> 
<head>III</head> 
<argument>
<p>[<hi rend="italic">1721–1722</hi>]</p>
</argument> 
<p>Cominciava io, intanto, col progresso degli anni e del lavoro a veder, se
ben da lontano, il porto delle mie lunghe fatiche. E già de' quaranta
libri, onde l'<hi rend="italic">Istoria civile</hi> era divisa, non me ne
mancavano se non gli ultimi cinque; sicché mi risolsi di cominciar la stampa
de' primi, la quale, richiedendo tempo, mi faceva sicuro che frattanto io
avrei potuto compire il rimanente. Ed incontrai, per cominciarla,
un'opportuna occasione, la quale mi liberò di commetterla a'
stampatori, i quali tenendo le loro stamperie nelle pubbliche piazze della
città, oltre che avrei avuta gran difficoltà di persuadergli che senza licenza
dell'ordinario potessero cominciarla, erano esposti i fogli, secondo che
si stampavano, a gli occhi de' più curiosi.</p> 
<p>Avea Ottavio Vitagliano, avvocato napolitano mio amico, ottenuto licenza dal
viceré e Collateral consiglio di poter avere in sua casa una stamperia, alla
quale egli avea preposto un diligente stampatore, chiamato Niccolò Naso, che la
reggesse: e, convenuti fra di loro del guadagno, il peso di ottener le licenze
rimase al Vitagliano. Fu facile persuadere al medesimo che, contenendo la mia
opera più controversie giurisdizionali che si risolvevano contro la
giurisdizione ecclesiastica, secondo che s'era negli ultimi tempi
esorbitantemente innalzata, non avea bisogno di licenza degli ecclesiastici; e
sarebbe stata impertinenza cercar da essi ciò che non potevano concedere,
poiché la formola da essi introdotta in concederla, non si restava più che
nell'opere da stamparsi non vi fosser cose contrarie alla santa fede e
buoni costumi, ma volevano che non vi fosser eziandio cose contrarie alla loro
pretesa giurisdizione. E mostratigli più esempi che per i libri ove si trattava
di contese giurisdizionali niuno l'avea cercata, si rimase fra noi che
bastasse solo la licenza del viceré e del consiglio Collaterale, della quale
volli io caricarmi e mandarcela. A tutto ciò si aggiunse un'altra
opportunità per me assai più acconcia e propizia, poiché, tenendo il Vitagliano
una casa di campagna prossima a “Due Porte”, la stamperia che avea
nella di lui casa dentro Napoli l'avea trasferita ivi, lontana da ogni
commercio; sicché mi riusciva più comodo nelle mie villeggiature di “Due
Porte” di poter assistere alla stampa. Si convenne pertanto, fra noi del
denaro che io dovea somministrar per le spese, e poiché il carattere che avea
era quasi tutto logoro, mi convenne somministrargli anche il denaro per
fonderne un nuovo, sicome altresì per un nuovo torchio. Poteva io allora
sostener queste spese, poiché i guadagni dell'avvocazione ed i palmari di
alcune cause vinte mi posero in istato, oltre di mantener mia casa con decoro,
con carrozza e servidori, di poterlo fare.</p> 
<p>Si cominciò la stampa ne' princìpi dell'anno 1721, la qual durò
per due anni continui: ciò che mi diede tempo di terminare, intanto, gli ultimi
libri. Né posso negare che questo biennio fu per me il più travaglioso e
molesto, poiché alle occupazioni del focirc(ô)ro ed al travaglio di dar
l'ultima mano all'opera, si aggiunse di dover rivedere i fogli,
secondo che uscivano dal torchio, ed emendargli dagli errori occorsi nella
stampa. Nel che gran sollievo ritrassi dall'amorevolissimo Capasso, il
quale, ancorché per la morte dell'Aulisio si trovasse occupare la cattedra
primaria vespertina dell'<foreign lang="lat"><hi rend="italic">ius</hi></foreign> civile, nulladimanco, sempre che poteva, non
mancava di riveder i fogli, spezialmente quelli dove trattavasi della politia
ecclesiastica, e d'avvertire qualche abbaglio o errore occorso.</p> 
<p>Ma poiché le sue occupazioni non permettevano che potesse rivedergli tutti,
non devo tralasciare che mi fu di grande e continuo sollievo l'industria
ed esattezza d'un altro mio carissimo amico, del quale, e per questo e
perché non m'abbandonò mai in altri miei bisogni e, sopra tutto, ne'
tempi delle mie più fiere persecuzioni, la gratitudine ricerca che io ne abbia
finché viva cara ed indelebil memoria. Questi fu il gentilissimo Francesco
Mela, il quale, oltre di esser ornato di molte virtù, era dotato di gran
perizia di lingua toscana, e si avea acquistato uno stile così puro e limpido,
che le sue lettere, ancorché familiari, riuscivano così terse sia nelle voci, o
nelle frasi, che meritavano esser proposte a gli altri per esempio da imitare.
Questi non si stancò mai, secondo che uscivano i fogli dalla stampa, di
rivedergli tutti e corriggergli con somma esattezza non men degli errori
grammaticali che di ortografia; sicché pochi ne scapparono dalla sua oculatezza
e diligenza.</p> 
<p>Avvicinandomi, dunque, al termine del quarto ed ultimo tomo, verso la fine
dell'anno 1722 ebbi ricorso al viceré, allora cardinale Althan, e suo
Collateral consiglio, cercando la licenza della stampa e pubblicazione
dell'opera. E commessa dal Collaterale allo stesso Capasso la revisione,
per dover far relazione al viceré del contenuto dell'opera, questi, che in
gran parte coll'occasione di riveder i fogli, aveala letta, non tardò
molto di fare una rappresentanza al viceré, colla quale rendeva testimonianza
l'opera esser degna delle stampe, così perché niente conteneva che fosse
contrario a' buoni costumi, ma molto più perché in essa si sostenevano i
reali diritti e regie preminenze, e, per quanto ad un istorico si conveniva,
con forti ragioni erano manifestate e difese.</p> 
<p>Fu pertanto conceduta licenza di stamparsi e pubblicarsi, con imporsi,
secondo il prescritto delle prammatiche, di darne gli essemplari a que'
ministri a' quali si appartengono, sicome fu prontamente eseguito. Venne a
pubblicarsi l'opera in Napoli nel mese di marzo del nuovo anno 1723. Ma
poiché qui per me comincia una nuova e dolorosa epoca bisognerà riportarla nel
capitolo seguente.</p> 
</div2> 
</div1> 
<div1 type="capitolo"> 
<head>Capitolo quinto</head> 
<argument>
<p><hi rend="italic">Anni 1723 e 1724, sotto il regno dell'imperadore
Carlo VI, e sotto il governo del cardinal Althan, viceré — Napoli e
Vienna.</hi></p>
</argument> 
<div2 type="paragrafo"> 
<head>I</head> 
<p>Compita la stampa e fatti condurre gli essemplari in mia casa, al numero di
mille — che tanti se ne imprimerono in carta ordinaria, ed altri cento in
carta reale, col ritratto dell'Imperadore, a chi l'opera era stata
dedicata, e con mia divota lettera al medesimo consecrata, — ne feci di
questi ligar uno nobilmente ornato, e lo presentai al cardinal viceré; il quale
lo ricevé con molta umanità e cortesia e, come intesi dopo da' suoi
famigliari, non isdegnava averlo sopra il suo tavolino e sovente, nell'ore
disoccupate, di leggerlo. Di questi medesimi essemplari di carta reale ne feci
ligar altri, e gli presentai, uno per uno, a tutti i reggenti del Collaterale
ed a gli altri supremi ministri a cui eran dovuti, i quali, oltre di
cortesemente ricevergli, me ne rendettero molte grazie. Presentai de'
consimili essemplari, uno per uno, a tutti gli eletti della città di Napoli, in
nome della quale mi furon rese le grazie, accompagnate con un dono
d'argento, in memoria della loro gratitudine, e con eleggermi avvocato
ordinario della Città. Altro essemplare, riccamente ornato, come quello che
dovea presentarsi alla maestà di Cesare, fu disposto per l'imperial corte
di Vienna, insieme con altri essemplari che doveano presentarsi al presidente,
a' reggenti ed altri consiglieri, secretari e ministri, che componevano in
Vienna il Consiglio di Spagna. Altri si presentarono a' miei amici, e
molti di ordinaria carta se ne mandarono a due librari della città, ad esporgli
venali nelle loro librarie, per un discreto prezzo.</p> 
<p>Non passarono quindici giorni, che leggendosi questa mia opera a pezzi,
quasi tutti si arrestavano a gli ultimi capitoli de' libri ove trattasi
della politia ecclesiastica; e dall'indice de' capitoli scoverta
l'idea dell'opera, sembrò nuova e da altri non ancor tentata. Alla
plebe de' letterati e degli avvocati, ed a' mezzi dotti ciò recò
invidia, e con lividi occhi cominciarono a leggerla, attenti a notare solamente
ciò che ne' capitoli della politia ecclesiastica sembrava loro di strano;
poiché, ignari dell'origine e progressi di questo Stato, credevano che il
mondo così fosse sempre stato, com'essi l'avean trovato: e sentendo
da' profondi e dotti uomini lodarla, ciò maggiormente aguzzò l'invida
loro maladicenza. Que' medesimi che prima, per la mia ritiratezza mi avean
dato il soprannome di “solitario Piero”, ora, dimenticati della mia
solitudine e del corso di tanti anni, cominciarono a dire che io non poteva
essere stato solo l'autore di una sì voluminosa e laboriosa opera, ma che
altri mi avesser somministrato aiuto e la materia, chi nominando
l'Argento, chi l'Aulisio, e chi altri miei amici.</p> 
<p>Fu veramente cosa di maraviglia e di stupore che, niente riguardando al lume
col quale si erano rischiarati i secoli più oscuri di quelle province
ond'ora si compone il regno di Napoli; niente curando d'essersi posto
in chiara luce l'origine e l'uso nel regno delle leggi romane e
longobarde, delle normanne, sveve ed altre patrie leggi, di cui erano
ignorantissimi; niente delle origini delle papali investiture, delle
pretensioni de' principi di varie nazioni sopra il regno di Napoli, delle
loro imprese, nuovi sistemi e governi, delle istituzioni di tanti nuovi
magistrati, ufficiali e tribunali, di tanti cangiamenti e di tante altre
investigazioni e nuove scoverte fatte sopra il governo civile del regno: tutte
queste cose non mi giovarono a niente. Tanto è vero che gli uomini, sicome sono
più inclinati al male che al bene, così si trovano più disposti al biasimo che
alla lode. E conobbi esser pur troppo vero ciò che Plinio il giovane scrisse a
Capitone, nell'epistola 8 del V libro, che l'istorico, ponendosi a
scrivere cose nuove e da altri non trattate, non altro ne ritrae, se non
<foreign lang="lat"><hi rend="italic">graves offensae, levis
gratia</hi></foreign>.</p> 
<p>E come se nella mia opera non si trattasse di altro che
dell'ecclesiastica politia, cominciarono a malmenare alcuni miei detti da
essi non intesi, e sconciamente — anzi sovente falsamente — ad
altri esposti, non con altro animo che di calunniarmi e farmi cadere
nell'odio di tutti, spezialmente de' preti e de' monaci; sicome
ottennero. Poiché questi, non leggendo l'opera, ma secondo che gli era
dato a credere, o mostrati alcuni pezzi tronchi, come gli veniva più acconcio
all'impostura, furon subito persuasi che io negassi ne' vescovi
l'ordinazione; negassi i miracoli; insegnassi il concubinato esser lecito;
i pellegrinaggi a' santuari esser vani ed inutili; negassi il purgatorio e
la venerazione ed intercessione de' santi. Ma, sopra tutto, per
maggiormente istigare i frati e monaci, <corr>[stimarono]</corr> di
fargli credere che io deridessi le particolari divozioni de' loro ordini,
sicome a' domenicani quella del rosario, a' franciscani l'altra
del cordone, a gli agostiniani quella della correggia, ed a' carmelitani
l'altra degli abitini e loro scapulari; e, per ciò che riguarda a'
Napolitani, non si poté inventare calunnia più acconcia a' loro perversi
fini, che di fargli credere che io negassi il miracolo del sangue di San
Gennaio.</p> 
<p>I frati ed i monaci, temendo non per ciò gli venissero a mancare gli
emolumenti che traggono da queste loro particolari devozioni, come tanti
baccanti cominciarono a declamare nelle loro chiese e ne' confessionari, e
di predicarmi per eretico marcio; ed un gesuita non si ritenne, fin sopra i
pulpiti, far lo stesso. Talché fu d'uopo al cardinal viceré, per evitare i
tumulti, che alla giornata crescevano, di mandar ordine a' capi de'
conventi di Napoli, che proibissero a' loro monaci di parlar più di me e
della mia opera, ed al gesuita di partir da Napoli; sicome fu eseguito. E
poiché la città erasi posta in tanta agitazione e curiosità, che non si parlava
di altro in tutte le piazze e contrade, nonché nelle private case e radunanze,
riputò il viceré col Consiglio Collaterale, perché ogni romore si quetasse, di
far sospendere la vendita degli essemplari mandati nelle pubbliche librarie,
finché, rivocata l'opera a nuovo esame, non si fosse altrimenti comandato.
Questo divieto fece maggiormente crescere la curiosità ed il prezzo de'
libri, ond'erano assai più avidamente cercati e letti. E secondo che
s'andavan leggendo, venivano pian piano a dileguarsi le calunnie, che
da' frati e monaci, che non l'avean letti, si erano disseminate e
sparse.</p> 
<p>Io, intanto, non mi sgomentai di tali romori, e proseguendo sicome dianzi i
miei fatti, andava a' tribunali, trattava le cause che occorrevano, andava
nelle chiese ad intervenire ne' divini uffici, ed a fare tutto ciò che
m'era di mestieri. Ma per le strade vedeva affollar la gente per
conoscermi, mostrandomi l'uno all'altro a dito, ed osservava che
della minuta plebe alcuni, dopo avermi veduto, par che mostrassero pentimento
di averci avuta tanta curiosità, poiché vedevano un uomo come gli altri, non,
come mi avean dipinto i frati, per un demonio orrendo e spaventevole. Lo stesso
più volte mi avvenne stando a' tribunali, dove non potea dar passo, che
non mi vedessi premuto dalla calca di simili curiosi.</p> 
<p>E poiché fra l'altre imposture si era dato a credere che io reputassi
lecito il concubinato, non capendo — o non volendo intendere — che
io parlava dell'antico concubinato de' Romani; alcuni, confondendo
questo concubinato colla semplice fornicazione, riputarono che io non la
tenessi per peccaminosa. La qual dottrina a molti, i quali forse n'eran
contaminati, piaceva assai; onde uno di costoro, sedendo io a' tribunali,
mi si accostò e, presami la mano, forte me la strinse, dicendomi che finalmente
avea io discoverta questa verità. Ma io, non intendendo ciò che si volesse dire
e dimandatogli di chi intendesse, mi rispose con sogghigno e faccia allegra,
ch'egli si rallegrava, perch'era stato sempre d'opinione che la
semplice fornicazione non fosse peccato, sicome io avea ben dimostrato. Allora,
con riso anch'io, gli replicai che volentieri l'avrei compiaciuto, se
avessi potuto farlo, e nella mia opera avessi avuta occasione di trattarne,
sicome in due luoghi l'ebbi, trattando dell'antiche concubine, non
già della semplice fornicazione; ma che n'incolpasse San Paolo, il quale
nelle sue <hi rend="italic">Epistole</hi>, condannandola, me l'avea
proibito. Che io non parlava ivi della semplice fornicazione ma del concubinato
antico de' Romani, riputato lecita congiunzione, ch'era tutto altro
di quello che al presente s'intende, e molto differente. Ciò inteso, chinò
il viso, e voltatemi le spalle se n'andò via tutto cruccioso e
malinconico.</p> 
<p>Da questa falsa credenza, e dall'aver i monaci, fra l'altre
calunnie addossatemi, sparso da per tutto che io riputassi lecito il
concubinato presente, fui costretto, per disingannar i semplici, di dar fuori
una dissertazione, non però data alle stampe: <hi rend="italic">Dell'antico concubinato de' Romani ritenuto
nell'Imperio anche dopo la conversione di Costantino Magno</hi>.</p> 
<p>Intanto, il nunzio che risiedeva in Napoli era rimproverato da Roma come
fosse stato così trascurato, che non avesse scoverto e dato notizia alla corte
d'una opera così voluminosa che si travagliava in Napoli, e che almanco
per lo spazio di due anni che durò la stampa avrebbe potuto saperla, e fosse
stato l'ultimo ad avvisarla, quando in Roma n'erano venute più casse
d'essemplari e s'erano, ancor ivi, da per tutto sparsi.
Ond'egli, per compensare in parte alla negligenza a torto imputatagli, non
cessava presso il viceré di dolersene e contro di me passar uffici di accuse,
incolpandomi d'ingiurioso alla Santa Sede, e che meritassi severo castigo.
Ma il viceré non si smosse, rispondendogli sempre ch'egli avea dato a
riveder l'opera a persone dotte e che, secondo la relazione che ne
l'avrebber fatta, vi avrebbe data provvidenza.</p> 
<p>Dall'altra parte la curia arcivescovile di Napoli, istigata da'
monaci e da' preti e da' curiali istessi, non volle in ciò mostrarsi
oziosa e lenta. Vedendo che per l'impressione dell'opera non si era a
lei cercata licenza, riputò essersi dallo stampatore offesa la giurisdizione
ecclesiastica; ed ancorché il peso d'ottener le licenze non
s'appartenesse a lui, ed egli avesse in quella curia fatte sue difese,
niente li valsero sue preghiere e ragioni, ma, invece di riportarne scusa, o
almeno perdono, vi fu scomunicato.</p> 
<p>Il vicario che reggeva allora quella curia era il vescovo di Castellaneta,
il quale, non facendo scrupolo di lasciare la sua chiesa e diocesi così lontana
— come posta nella provincia di Lecce — senza pastore, era stato
dall'arcivescovo Pignatelli invitato con grossi stipendi, quanti potevan
promettergli i doviziosi emolumenti di quel tribunale, a presiedere nel
medesimo, come vicario dell'arcivescovo: ed invitato perché, prima
d'esser vescovo, avendo esercitati più vicariati e reso pratico degli
affari e stili forensi, potesse più fruttuosamente reggerlo. Egli ci venne
vecchio, con deliberato animo di non far più ritorno alla vedova sua chiesa,
sicome l'evento il dimostrò: poiché, dopo molti anni che vi stette, se ne
morì in Napoli di vecchiaia, non già nel suo vescovado. Or a costui, stimulato
da' suoi curiali, venne fantasia, non contento d'aver ingiustamente
scomunicato lo stampatore, di voler lanciare i suoi irragionevoli fulmini anche
sopra l'autore dell'opera. Ed ancorché la bolla stessa di Lione X,
non ricevuta nel regno, e le regole stesse dell'<hi rend="italic">Indice</hi>, e gli editti degli arcivescovi di Napoli non
comprendessero che i soli stampatori, non giammai gli autori, egli pretese far
ancor quest'altro passo, e già sentivano le minacce di que' curiali,
che, sicome si era fatto collo stampatore dell'<hi rend="italic">Indice
civile</hi>, si sarebbe anche fatto coll'autore.</p> 
<p>Ma cure assai più gravi angustiavano il mio animo; poiché
<corr>[erasi]</corr> malignamente sparso fra la vil plebe napolitana
che io negassi il miracolo del sangue di San Gennaio, colla quale niente mi
giovava se, col libro in mano, faceva veder l'imposture. Da me non si
negava il miracolo; ma rapportando l'assedio col quale Lautrec strinse la
città di Napoli, e la costernazione nella quale erano i Napolitani, che si
credevano perduti a cagione che, quell'anno, il sangue non si era
disciolto — ciò che essi aveano per infausto augurio —
<corr>[scrivevo]</corr> che poi l'evento mostrò il contrario,
poiché l'esercito di Lautrec, assalito da una crudel pestilenza, bisognò
ritirarsi e la città fu liberata non men dall'assedio che dalla fame e
dalla peste; ciò che non dinotava altro, se non di non dover dar credenza a
tali sciagurati ed infelici prognostici.</p> 
<p>Questi maligni interpretavano da ciò che io negassi il miracolo, e così
aveano dato a credere alla semplice e superstiziosa plebe, la quale non poteva
ricredersi del contrario, come quella che si tira più coll'orecchie che
colla ragione. A tutto ciò aggiungevan che il santo, per questa mia tenacità e
bestemmia, erasi sdegnato e che in pena di tanto oltraggio non avrebbe,
nell'avvenire, fatto il miracolo, togliendo con ciò a' Napolitani la
sua protezione ed aiuto, lasciandogli in continue calamità e miserie.</p> 
<p>Può ciascuno da ciò comprendere quale fosse stato il mio pericolo e, per
conseguenza, l'agitazione nella qual io era; poiché questi romori vennero
a crescere verso la metà del mese d'aprile, e nel primo sabato
dell'entrante mese di maggio, secondo il solito, doveva, in pubblica
celebrità, farsi il confronto della testa del santo col sangue. Alcune volte
era accaduto che non seguisse lo scioglimento: ciò che dava indizio a'
Napolitani di sciagure imminenti. Poteva questa volta accader lo stesso e
certamente che si sarebbe imputato a mia miscredenza, e datane a me la colpa;
ed esser io con ciò esposto a scempi crudeli e barbari, ad essere sbranato a
pezzi e fattone mille strazi, avendosi tanti esempi, non men di antiche che
moderne istorie — fatti certi — non esservi cosa più proclive e
pronta alle scelleraggini e crudeltà, quanto una vana e corrotta religione,
covrendosi sotto il manto della medesima, col pretesto spezioso di maggior
riverenza a' numi, le maggiori empietà e scelleratezze.</p> 
<p>Documento che dovrebbe essere a' principi di non far allignare ne'
loro reami perniciose superstizioni, le quali pongono in balìa altrui la
sicurezza o vacillamento de' propri loro scettri e corone: e niun altro,
quanto il regno di Napoli, ne ha di ciò negli ultimi nostri tempi date pruove
ben chiare e distinte.</p> 
<p>Vedendosi adunque in sì gravi pericoli, col consiglio de' buoni amici
si deliberò che io dovessi partire per l'imperial corte di Vienna, giacché
non vi era umano aiuto che potesse scamparmi in Napoli da sì fiera procella,
che mi soprastava. Si aggiungeva che, avendo dedicata la mia opera alla maestà
di Cesare, era proprio e più conveniente che io, di persona, andassi a
presentarcela, sicome a gli altri principali ministri di quella corte;
affinché, espostala a gli occhi ed esame di tutti, conoscessero i torti che mi
eran fatti in Napoli, per opra de' miei invidi e maligni persecutori, che,
con sediziosi tumulti, irritavano contro me la cieca e sciocca moltitudine.
Tanto maggiormente che, per ciò, alla giornata io vedeva rendersi tepidi, anzi
freddi e paurosi, quegli stessi che prima si mostraron per me forti e
fervorosi, e già vedeva crollare le prime colonne nelle quali io era
appoggiato.</p> 
<p>Poiché il presidente Argento stesso, ancorché delegato della real
giurisdizione, cominciava a raffreddarsi; e quando prima con sollecitudine mi
richiese un essemplare, per esser il primo a mandarlo in Vienna
all'arcivescovo di Valenza, allora presidente del Consiglio di Spagna
— che io, ben ligato, glielo presentai subito, — seppi
<corr>[poi]</corr> che l'era passata la voglia, e se lo ritenne,
temendo che, essendo precorsi a Vienna i romori per quest'opera seguìti in
Napoli, non fosse ivi ben ricevuto; sicché mi convenne, per altra strada,
incamminarne un altro, sicuro che, leggendosi da persone dotte in quella corte,
si sarebbero dileguati i tanti falsi rapporti, che dagli invidi si scrivevano
da per tutto. Ma nemmeno ciò giovommi, poiché la persona alla quale
s'inviò, come se avesse un serpente, se lo tenne chiuso, né fecelo
comparire; onde tanto più, al mio arrivo in Vienna, conobbi essere stata la mia
venuta alla corte necessaria ed opportuna.</p> 
<p>Erasi l'Argento anche intepidito, perché non avea presso il cardinal
Althan, viceré, quel favore che ebbe prima col conte Daun, non adoperandolo, ma
valendosi di altri ministri per consiglio. Ed, o fosse perché le materie
ecclesiastiche e giurisdizionali, non avendole apprese da' suoi princìpi,
lo tenesser dubbioso e vacillante, o perché s'avvicinasse alla vecchiaia,
erasi reso cotanto timido e superstizioso, che arrivò fino ad avere scrupolo
se, avendo Clemente XI proibito il suo libro <foreign lang="lat"><hi rend="italic">De re beneficiaria</hi></foreign>, potesse tenerlo presso di sé;
e per liberar il suo animo da questa vana religione, il suo confessore ed altri
preti e monaci, già resi consiglieri di sua coscienza, lo consigliarono ad
impetrarne da Roma licenza; la quale volentieri ce la mandò ampissima, come
segno di suo trionfo.</p> 
<p>Mi accorsi ancora, che s'era dato tutto in balìa di questo suo
confessore, chiamato il padre Cillis, dello stesso oratorio del padre Torres,
già morto, e dal medesimo purtroppo diverso, poich'era quanto ignorante,
altrettanto vafro, accorto ed intrigante; e che, per favorire gli altri suoi
penitenti, si framezzava nelle liti ed in quasi tutti gli affari avanti
l'Argento pendenti, estorquendo dal medesimo favori ed arbitrii: sicché la
curia arcivescovile di Napoli non poté trovare più efficace mezzo, per
addormentarlo in qualche sorpresa, che si tentava sopra la regal giurisdizione,
che il padre Cillis. Onde lo vedeva spesso, nell'ore solitarie, frequentar
la casa dell'Argento, ch'era alla mia congiunta. E scoprii che
l'arcivescovo Pignatelli, istigato dal suo vicario, lo mandava, perché non
si opponesse alla sua curia, che intendeva scomunicarmi, per non aver io
cercata la sua licenza per l'impressione dell'<hi rend="italic">Istoria civile</hi>; e che l'Argento, in vece di reprimer
l'attentato, mostravasi vacillante e fiacco, sicome tosto me
n'avvidi. Poiché, avendogli parlato fortemente, ch'era ciò un
attentato nuovo, non essendovi essempio che gli autori siano compresi e fatto
un sol fascio cogli stampatori, non ne ebbi altra risposta, se non che io ne
avessi parlato col padre Cillis e veduto di persuaderlo. Ben mi accorsi da ciò,
che mi sarebbe riuscita ogni opra vana, per impedire il lor mal concepito
disegno; e tanto più che, essendo stato ad informarne il Cillis, con parlar
grave e misterioso mi rispose che avrebbe informato di quelle mie ragioni il
cardinale arcivescovo, non potendo egli farci altro.</p> 
<p>Vedendo, adunque, il tutto riposto alla discrezione di que' curiali,
pensai affrettar maggiormente la mia partenza per Vienna; tanto più che si
avvicinava il primo sabato di maggio, che in quest'anno 1723 veniva a
cadere al primo dì del mese. E perché la mia partenza fosse tenuta nascosta, mi
giovò la somma cordialità e diligenza del consigliero don Muzio di Maio, che si
trovava allora auditor generale dell'esercito, ed in somma grazia presso
il cardinale Althan, viceré, il quale sollecitamente mi procurò dal viceré il
passaporto. E dato sesto, nel miglior modo che potei, a' miei interessi di
casa, lasciando a mio fratello ampia procura d'amministrargli, e fatti
prestamente riporre più essemplari dell'opera dentro una cassa, che portai
meco, con quello già apparecchiato per Cesare, partii da Napoli, verso la fine
di aprile, per Manfredonia, dove credeva trovar pronto imbarco per Fiume o
Triesti.</p> 
<p>In questo mio viaggio da Napoli a Manfredonia fu d'uopo che io
cambiassi nome, poiché, in passando per gli alberghi, non trovava osteria nella
quale da' viandanti partiti da Napoli non si parlasse che del fatto mio;
e, se vi capitava qualche frate o monaco, i discorsi ed i contrasti erano più
lunghi e fervorosi, che io sovente sentiva colle proprie orecchie, chi
prendendo un partito, come suole avvenire, e chi un altro. E, con mio stupore,
mi avvidi che i monaci ne aveano empite le province e tutti i loro conventi,
desiderosi di vedere o intendere ciò che di me fosse seguìto se, nel dì del
confronto del sangue di San Gennaio con la testa, non si fosse fatto il
miracolo.</p> 
<p>Mentre, presso il ponte di Bovino, io proseguiva il viaggio in un galesse,
conducendo meco una persona per mia compagnia, si fece incontro un galesse che
avea dentro due frati franciscani, detti de' zoccoli; i quali, appena
vedutici, ed immaginando esser di Napoli partiti, furon pronti a domandarci se
San Gennaio avea fatto il miracolo. E l'uomo di mia compagnia
rispondendogli che no, senza dargli tempo di soggiungere: “perché non era
ancora venuto il giorno del confronto, che doveva farsi nel primo di
maggio”, tosto uno, con voce più alta, ricercò: “e di Pietro
Giannone che si è fatto?”; e, rispostogli: “niente”, tutto
crucciosi, borbottando e bestemmiando, perché i galessi non si fermaron presto,
passarono e ci sparirono davanti.</p> 
<p>D'allora si procurò andar più cauto, e, giunto che fui a Manfredonia,
scopertomi ad un gentiluomo di quella città, mio amico, che io avea conosciuto
in Napoli, chiamato don Tommaso Cessa, ed al console imperiale Fiore, per cui
io portava lettere commendatizie, mostrandogli il passaporto del viceré, gli
pregai mi procurasse presto imbarco per Fiume o Triesti. E dal Fiore dettomi
che non ve n'era ivi pronto, ma che io facilmente lo avrei trovato a
Barletta, si spedì colà corriere al vice-console imperiale, che ce ne desse
avviso. Il quale rispose al Fiore, che eravi un padron di nave, venuto a
caricar sale in quelle marine, il quale dovea fra pochi giorni far ritorno a
Triesti; sicché, il seguente giorno, partii per Barletta. E, nel partire, non
senza riso mi disse il Cessa che, avendo saputo un canonico, suo parente, che
si qualificava per delegato o fiscale del Santo Ufficio, che io era ivi, voleva
farmi arrestare, ma da tutti schernito, e fattolo arrossire non men della sua
temerità che ignoranza, si tacque.</p> 
<p>Giunto a Barletta, il vice–console fecemi parlare col padron della
nave, e, convenuti del nolo, si aspettava che fornisse il suo carico, ed il
tempo fosse propizio per partire. Ma, di giorno in giorno, per suoi affari,
prolungava la partenza, talché mi trattenne ivi otto giorni. Ed intanto,
essendo già entrati nel mese di maggio, venne ivi novella da Napoli che, nel dì
stabilito al confronto, il sangue di San Gennaio erasi disciolto ed avea, con
giubilo universale, fatto il solito miracolo.</p> 
<p>Non poco mi sollevò tal notizia, avendo ingombra la mente di tetre e
malinconiche immaginazioni e di funesti successi, che, non seguendo, avrebber
potuto accadere alla povera mia casa. E dalle lettere che, giunto a Vienna,
trovai di mio fratello, conobbi che i miei timori non erano vani. Poiché mi
scriveva ch'egli, il giorno precedente, tolto il migliore dalla casa,
erasi ritirato in luogo ignoto e lontano dalla città; e che il viceré, per tema
di qualche sedizioso tumulto, avea disposte milizie intorno al quartiere di
Pontecorvo, ov'era posta la mia casa e quella ove abitava l'Argento,
per evitar qualche disordine, che avrebbe potuto nascere non facendosi il
miracolo; ma che per buona sorte, essendo seguìto, tutto era in calma ed in
quiete.</p> 
<p>In Barletta, ancorché io procurassi poco farmi veder e starci sconosciuto,
con tutto ciò, per occasione di dover prendere nel partire le fedi della
sanità, quell'ufficiale che avea l'incombenza di darle, nel
trascrivere il mio nome, avvertito da un prete che l'era accanto, chi io
fossi, divolgò ad altri la mia persona; e cominciava ad esser mostrato a dito,
ed il giudice di quella città, ch'era napolitano, venne a visitarmi, e già
altri si accingevano a far lo stesso. E mi disse poi il reggente Alvarez (il
quale, alquanti anni appresso, giunse a Vienna ad occupar la carica di fiscale
nel Consiglio di Spagna), che per occasione d'un accesso, essendo in
questi giorni passato per Barletta, subito alcuni zelanti vennero a dirgli che
nella città era una persona sconosciuta, che non facea vedersi. E poiché allora
erano accadute le brighe pel duello tra il conte di Conversano ed il marchese
di Oira, altri erano entrati in sospetto che fosse il conte di Conversano; ma
dapoi egli, informatosi meglio, scovrì chi fosse. E mi disse che mandò nel mio
albergo per parlarmi, sapendo che io viaggiava per Vienna, ma che gli fu
risposto che io era già partito, sicom'era vero. Poiché, vedendomi già
scoverto ed avendomi detto il padrone che la sua nave era già alle saline per
caricar il sale, e che mi accingessi alla partenza, uscii da Barletta ed andai
alle saline, poste quasi due miglia lontane dalla città; ed ivi aspettai due
giorni, finché finisse il carico, in un casino che per cortesia del fratello
del consiglier Fraggianni, mio amico, mi fu offerto; il qual, anche per sua
gentilezza, volle ivi trattenersi meco e farmi compagnia, finché non
partissi.</p> 
<p>Si partì infine da quelle spiagge, e ne' primi giorni si ebbe prospero
vento, ma dapoi si ebbe una calma, che rese la nave immobile; talché si
contrastò dieci giorni, per arrivare a prender porto a Triesti. Portava io
lettere commendatizie del console Fiore a' giudici di questa città, li
quali benignamente mi accolsero e mi provvidero di cavalli, per proseguire il
viaggio fino a Lubiana — poiché non erasi allora costrutta quella comoda
strada galessabile, che trovai undici anni dopo, al mio ritorno; ma faceva
mestieri cavalcare per quelli alpestri monti dell'Istria.</p> 
<p>Giunto a Lubiana, città metropoli della Carniola, per mia buona sorte
m'incontrai, in quell'osteria, con un galantuomo di Fiume, chiamato
Stefano Bensoni, il quale, per i precedenti romori, avea di me notizia. Saputo
che io era ivi, venne a visitarmi e, facendo egli lo stesso cammino, si offerse
di farmi compagnia. La quale mi sollevò non poco, poiché — come pratico
di que' luoghi, avendogli più volte scorsi in più viaggi fatti nella città
di Vienna, dove egli avea presa moglie, di cui rimasone di fresco vedovo,
andava ivi per aggiustar i suoi interessi co' cognati — mi alleviò
di molte cure nel viaggio: ciò che non avrei potuto sperare dal mio uomo di
compagnia, che condussi da Napoli. E, preso insieme un galesse, proseguimmo il
cammino fino a Gratz, città metropoli della Stiria, e di là fino a Vienna.</p> 
<p>Giunsi a Vienna ne' princìpi di giugno, e rimaso per pochi giorni in
un'osteria d'un borgo prossimo al convento de' Minimi di San
Francesco di Paola, detti in Vienna “paulani”, finché dal mio uomo
non mi si fosse trovato alloggio dentro la città, passai indi ad albergarvi a
gli otto di giugno. E datone avviso alla persona a cui era raccomandato, ed
alla quale si erano indirizzate da Napoli mie lettere, per dovermele consignare
al mio arrivo, questa venne a portarmele, con dirmi che io era da molti con
impazienza aspettato, resi curiosi non pur da' privati avvisi venuti da
Napoli della mia partenza, ma da più gazzette pubbliche, che ne parlavano, che
me le portò a leggere. Ed in quelle lessi non pur la mia partenza, ma la
scomunica, che la corte arcivescovile di Napoli aveami lanciata appresso. E
credendola una delle solite fole de' gazzettieri, mi affrettai ad aprir il
piego, che mio fratello mi mandava da Napoli, e trovai che quelle dicevan vero.
Poiché m'avvisava che il vicario, credendo che io stessi nascosto, non già
che fossi partito, mandò un cursore della sua curia in mia casa col monitorio,
per intimarmelo; e dicendogli mio fratello che io non vi era, gli rispose che
avea ordine di lasciarlo a chiunque trovava in casa, e che stesse pur sicuro
che avrebbe fatta sua relazione d'averlo così lasciato, non già
d'averlo di persona a me intimato, come assente. Con tutto ciò mio
fratello, consapevole dell'animosità di quella curia, per prevenire
qualche frode o inganno la mattina seguente comparve ivi, come mio escusatore,
ad allegar la mia assenza; e, per pruova del vero, presentò copia autentica
(che io l'avea lasciata) del passaporto speditomi dal viceré, perché
maggiormente si accertassero che io era in viaggio per l'imperial corte di
Vienna.</p> 
<p>Ma perché il vicario avea in testa in tutte le maniere volermi scomunicare,
dicendo che nel mio caso non era bisogno di citazione, essendo notoria la mia
trasgressione di non aver cercata licenza dalla sua curia di stampar
l'opera — assicurato dal padre Cillis che il delegato della real
giurisdizione non si sarebbe opposto, — non si ristette, mentr'io
era in viaggio, contro un assente scagliar sua scomunica, ed affigger cedoloni
per tutti gli angoli della città. E fu notato d'avergli affissi anche
ne' luoghi insoliti più bassi della città, dov'è più numerosa la vil
plebe, perché anche per questa via mi rendesse più odioso alla cieca
moltitudine. Ma poiché, pochi giorni appresso, seguì il miracolo di San
Gennaio, e sempre più accertandosi la mia partenza per Vienna, e con ciò
riputandosi la scomunica nulla ed invalida, non fece alcun effetto, e si ebbe
come se non si fosse scagliata; sicché fra poche settimane, non si videro più i
cedoloni che si erano affissi, ed il tutto posto in calma ed in una gran
quiete.</p> 
<p>Nel mio arrivo in Vienna, trovai l'Imperadore con sua corte essere a
Laxemburg, villaggio dalla città lontano dodici miglia, ove ogni anno suol
condursi alla caccia degli aironi, a che di là, fra pochi giorni, dovea
coll'Imperadrice portarsi a Praga, per essere incoronati re di Boemia, ed
ivi trattenersi per quattro mesi; onde i supremi ministri, che doveano
seguirlo, erano tutti occupati per questa partenza. Ed intanto, essendo stato
io caldamente raccomandato dal Cirillo al cavalier Pio–Niccolò Garelli,
medico dell'Imperadore, suo grande amico, e che si trovava anche
bibliotecario della cesarea biblioteca di Vienna, fui dal medesimo a
presentargli un esemplare della mia opera, ed a pregarlo che, avendo meco
l'esemplare riccamente adorno da presentarsi alla maestà
dell'Imperadore, a chi l'opera era dedicata, mi additasse la maniera
come potessi farlo, pria che partisse per Praga. E mi rispose che, come
bibliotecario, era ciò sua incombenza di farlo, e ch'egli in mio nome ce
l'avrebbe presentato a Laxemburg.</p> 
<p>E dicendomi che alla corte erano precorse voci di quest'opera molto a
me pregiudiziali, e che bisognava purgarmi di tante accuse fattele, gli risposi
che a questo fine io l'esponeva a gli occhi di tutti, pronto a dar conto
di quanto a torto mi s'imputava; e che la mia disgrazia era stata che le
voci maligne eran precorse, ma non già l'opera, della quale non vedeva
essere a Vienna capitato alcun essemplare; e che a uno, che procurai stradarne,
la persona a cui fu mandato non l'avea fatto veder luce di sole,
tenendoselo nascosto, come se avesse un serpente; ma che ora si sarebbe
manifestata la verità, avendone meco portati più essemplari per presentargli
a' supremi ministri, e porgli sotto il loro esame, per emendargli se mai
fossevi cosa contraria alla nostra religione ed a' buoni costumi; che io,
certamente, non l'avea composta per piacere a' preti ed a'
monaci ed alla corte di Roma, donde procedevano tanti romori; ma unicamente per
rischiarare le cose oscure ed ignote del regno di Napoli, e sostenere le
supreme regalie ed alte preminenze de' re di Napoli, facendo conoscere che
in ciò non doveano riputarsi inferiori a quelle, che i re di Francia
esercitavano nel loro reame; e che non curava punto lo sdegno di quella corte,
se adempiendo alle parti d'un leale e fedel vassallo verso il mio
principe, fossi meritevole della grazia e protezione della maestà di Cesare, a
chi io avea l'opera consecrata.</p> 
<p>Il Garelli promise di volermi in ciò favorire, e venne in mia casa a
prendersi l'essemplare destinato per l'Imperadore, e seco lo condusse
a Laxemburg, e lo presentò a Cesare. Il qual lo ricevé con piacere, e mostrò
curiosità di leggerlo; poiché disse al Garelli che, sicom'era involto con
coverta di fine velluto cremisi, e tutto bordato di ricamo e fregi di oro, ne
avesse fatto togliere quella coverta, e porre un'altra schietta di pelle
rossa, per esser più acconcio ad esser rivoltato e letto; sicome prestamente
fece fare, riponendolo poi nel suo gabinetto: ciò che avendomi il Garelli
riferito, fecemi respirare alquanto. E poiché era quello rimaso per uso di
Cesare, bisognò che per la biblioteca si fosse proveduto d'un altro;
sicome feci, collocandolo nella medesima, ad uso di que' che la
frequentavano.</p> 
<p>E mostrò poi l'Imperadore essergli l'opera stata grata, ché,
sicome mi riferiva lo stesso Garelli, fra i libri che ogni anno questi dovea
preparargli, per condur seco nella villeggiatura di Laxemburg, voleva che vi
fosser anche i quattro tomi dell'<hi rend="italic">Istoria civile di
Napoli</hi>. E, se mal non ricordo, nell'anno 1729, essendo io a
Pettersdorf, il conte di Sifuentes, che faceva le veci del camerier maggiore,
per trovarsi questo impedito, mi disse che avea veduto a Laxemburg i miei libri
sul tavolino dentro il gabinetto cesareo, rallegrandosene meco: di che io ne le
resi molte grazie, mostrando di essermi ignoto che que' libri, ogni anno,
eran ivi portati.</p> 
<p>Cominciai, dopo, a presentarne a lui, a' cesarei ministri e, trovandosi
allora avvocato fiscale nel Consiglio di Spagna Alessandro Riccardi, nostro
napolitano, di profonda dottrina ed intendentissimo delle materie
giurisdizionali ed ecclesiastiche — quello stesso che avea scritto a
difesa del regal editto intorno a' benefici del regno da doversi conferire
a' nazionali, — fui dal medesimo a presentarcene uno, ed a pregarlo
che l'esaminasse e rendesse testimonianza a gli altri del Consiglio di ciò
che gli pareva. E lo stesso feci col reggente Positano, ministro provinciale
per Napoli, co' reggenti Bolagno e Pertusati per Milano, e poi co'
reggenti Almarz e Perlongo per Sicilia.</p> 
<p>All'arcivescovo di Valenza, presidente del Consiglio, prima che
partisse per Praga, gliene presentai un altro; il quale mi disse che
l'aspettava con impazienza, come colui che, amante di libri, avendo una
magnifica ed ampia biblioteca, desiderava essere de' primi ad avere
que' che si davano alle stampe. Al che risposi che certamente sarebbe
stato il primo ad averlo, se il presidente Argento, che avea prima tanta
ardenza di mandarglielo, non si fosse poi raffreddato, temendo per i tanti
romori insorti, che non fosse qui ben ricevuto.</p> 
<p>Al marchese di Rialp, secretario di Stato e del dispaccio universale di
Spagna, glielo presentai pure, prima che partisse per Praga; ma, occupato per
questa imminente partenza, che dovea fare coll'Imperadore (poiché
l'arcivescovo partì dopo), non potei parlargli, se non dopo il suo
ritorno.</p> 
<p>Ed in effetto, pochi giorni dapoi, l'Imperadore, tornato da Laxemburg a
Vienna, partì subito, né io ebbi opportunità di potermi inchinare a' suoi
piedi. Ebbi però la sorte di vederlo, la sera precedente al giorno della
partenza; poiché, cenando quella sera presso la vedova imperadrice Amalia, fui
avvisato dal conte Ildaris, il quale ebbe la cortesia di condurmi seco
nell'appartamento dell'Imperadrice. Ed in una gran sala, ove era
preparata la tavola, ed eravi gran concorso della primaria nobiltà e di tanti
signori e principi, vidi tutta l'augustissima famiglia, poiché
coll'Imperadore e l'Imperadrice regnante vi cenarono anche
l'arciduchesse. E finché durò la cena, non solo ebbi il piacere di
fisamente guardargli, ma di conoscere altri illustri personaggi, che li facevan
corona, e fra gli altri l'abate Zinzendorf, figliuolo del gran cancelliere
di corte, ora cardinale, che mi usò gentili cortesie e generose
dimostranze.</p> 
<p>Conobbi sempre più quanto fosse stata necessaria la mia venuta a Vienna,
poiché la sera, trattenendomi in casa del Riccardi, ov'era una
fioritissima conversazione d'uomini letterati, fra' quali anche
alcuni nostri Napolitani, questi mi dissero che eran da Napoli venute lettere
così velenose e maligne che, fingendosi a lor capriccio l'eresie e
bestemmie che m'imputavano avere io scritto, arrivarono a tanta impudenza
di citare fino i fogli dell'opera, della quale non essendo capitato in
Vienna alcun esemplare, non potevan riscontrargli; sicché tutti ne restavan
almen in dubbio, ed alcuni vi prestavan anche credenza: ma che ora, tenendola
il Riccardi esposta a gli occhi di tutti, si erano ricreduti delle calunnie ed
imposture. Né posso negare d'essere il Riccardi stato il primo a
dileguarle, come colui che si prese la pena, sicom'era in ciò
laboriosissimo, di leggere da capo a' piedi i miei libri; ed essendo
franco e libero di dire i suoi sentimenti, sicome non si ritenne di avvertirmi
di alcuni abbagli, così non mancò di far a molti ricreder delle false accuse ed
imputazioni, e qualificare la mia <hi rend="italic">Istoria civile</hi> per
dotta, sincera ed innocente. E non pure co' reggenti del Consiglio,
spezialmente col reggente Balagno e con quanti s'incontrava de' suoi
amici in Vienna, ma anche ne scrisse a que' di Napoli, maravigliandosi
come l'invida maladicenza de' compatriotti avesse potuto giungere a
tanto, di falsare fino i passi e le parole, ed inventare tante calunnie e
menzogne.</p> 
<p>Fecene ancor di ciò avvertito monsignor Gentilotti, il qual, promosso allora
da Cesare da bibliotecario — in luogo del quale succedé il Garelli
— alla carica di auditor della Ruota romana, dovea partir per Roma. E
perché co' propri suoi occhi si assicurasse di quanto gli diceva, volle
che io gli presentassi un essemplare dell'opera, sicome feci, pregandolo a
prendersi l'incomodo di osservarlo, che avrebbe trovato per vero quanto il
Riccardi testificava. E così, pregando altri a leggere e riflettere, finirono a
dileguarsi l'imposture.</p> 
<p>Ma non potei sfuggire la maladicenza di alcuni, e spezialmente Napolitani,
che si trovavano in Vienna addetti alla corte di Roma, dalla quale ne speravano
dignità e benefici; i quali mi riputavano ingiurioso ed irriverente alla Sede
Apostolica, biasimando eziandio l'amicizia che io avea contratta col
Riccardi, come odioso alla medesima, ed alcuni, di me più teneri, mi scusavano
con dire che io, come naufrago, mi era appigliato alla prima tavola, che erami
capitata nelle mani. Eppure niuno di loro, giunto a Vienna, venne a porgermi la
mano, per darmi aiuto, ma aspettavan forse che il naufrago si affondasse! Ed
uno di essi fu che, avendo la mia opera, colla quale poteva smentire le tante
calunnie sparse, tacque e tennela nascosta, osservando solo dove le cose
andasser a terminare, e regolarsi secondo i successi rei o prosperi, chiamando
questa maniera versicolore ed ambigua, ingegnosa arte di saper ben vivere in
questo mondo!</p> 
<p>Partito adunque l'Imperadore per Praga, seguitato da' primi della
corte — ma non già dal Consiglio di Spagna, che rimase a Vienna, se ben
dapoi il presidente anche ivi s'incamminasse, — riputai fermarmi,
così per evitar la spesa ed il travaglio di nuovo viaggio, come anche perché la
mia andata e dimora a Praga mi sarebbe riuscita quanto dispendiosa altrettanto
inutile, essendo la corte ad altro intesa. Ed a me premeva di far ricredere
a' reggenti di quel Consiglio, ch'eran rimasi, delle calunnie
addossatemi e, sopra tutto, ch'esaminassero la mia opera, per farne
rapporto alla Maestà dell'imperadore, per riceverne premio o castigo,
secondo che l'imperial clemenza o giustizia avesse giudicato.</p> 
<p>Ed essendo sopraggiunti a Vienna li reggenti Almarz e Perlongo per Sicilia,
usai co' medesimi quello stesso che avea fatto con gli altri. Ed ebbi gran
contento di vedere l'Almarz, col quale io in Napoli avea contratta qualche
familiarità ed amicizia, essendo uomo di molta probità e che mi amava, e di me
avea qualche stima e concetto. Questi mi disse che, se bene in Napoli fosser
cessati tanti romori, avea però lasciato l'Argento ancora in aggitazione,
temendo che io non fossi stato ben ricevuto nella corte; e secondo questo
timore, variamente parlava, ora biasimandomi, ora compatendomi. Ed un mio
amico, al quale era ignota la sua natura, con maraviglia me ne fece anche
avvertito. Al quale si rispose, che tosto l'Argento avrebbe mutato stile,
dopo che si fosse assicurato che io e la mia opera in Vienna fossero stati ben
accolti e ricevuti; siccome, in effetto, di ciò reso certo, cominciò poi a
scrivere qualche lettera all'arcivescovo di Valenza in mia lode e
commendazione, ed a biasimare il passo irragionevolmente dato dal vicario di
mia scomunica, e che bisognava rivocarla.</p> 
<p>Il reggente Almarz fummi anche di gran sollievo in paese stranio, perché,
convenendo la sera in casa sua molti Napolitani, non meno che Siciliani ed
altri Italiani, si passavano quelle ore allegre. Sicché io, ora in quella del
Riccardi, ora in questa, alleggeriva i passati affanni; poiché, nella casa del
proprio ministro nazionale — del reggente Positano — i Napolitani
trovavano piuttosto solitudine, tetraggine e sbigottimento, che consiglio,
aiuto e conforto, per essere egli di natura restìo, difficile ed inesorabile,
badando unicamente a gli avanzamenti di sua casa.</p> 
<p>Intanto, per i romori accaduti in Napoli dopo essersi la mia opera
pubblicata, pervenutine in Roma più essemplari, cominciò anch'ivi a farsi
strepitosa, per i tanti clamori de' monaci e de' frati, i quali la
predicavano per empia, eretica ed alla Santa Sede ingiuriosa. Sedeva in quella
il pontefice Innocenzio XIII, della non men illustre che antica famiglia Conti,
il quale per lunga esperienza era ben inteso dell'audacia, impudenza e
procacità de' frati. Ed avvertito da savi e dotti, che aveanla letta, che
non era cotanto esecranda quanto costoro declamavano, anzi molto commendandola,
fu fama che lo stesso pontefice, invogliatosene, consumasse qualche ora del
giorno in leggerla, e che non le dispiacesse; anzi che sovente, co' suoi
più intimi famigliari, prorompesse in dire, che piacesse a Dio che non così
fosser le cose, com'io l'avea scritte! Ma non potendo allontanarsi
dallo stile inconcusso di quella corte d'esaminar qualunque libro e
proibirlo, quando non fosse in tutto conforme alle massime della medesima, si
diede l'opera ad esaminare a' qualificatori del Santo Ufficio,
fra' quali non mancarono di frati e monaci. E pure, non ostante la loro
animosità e gli stimoli che l'eran dati da gli altri lor simili, non
poterono avanzar tanto la livida lor censura, che potessero qualificare in essa
alcuna proposizione ereticale: sicome Clemente XI, nel suo breve, col quale
condannò i libri dell'Argento, Riccardi e Grimaldi, non si ritenne solo
alle solite e consuete condanne, di contenere proposizioni erronee, scandalose,
empie, scismatiche, etc.; ma vi aggiunse <foreign lang="lat"><hi rend="italic">imo etiam haereticas</hi></foreign>. Ma i miei qualificatori si
ristettero alle ordinarie formole, solamente aggiungendovi <foreign lang="lat"><hi rend="italic">et haeresim ut minimum
sapientes</hi></foreign>.</p> 
<p>Inoltre, Clemente XI con due particolari suoi brevi gli condannò; ma la mia
opera fu proibita con decreto della congregazione del Santo Ufficio di Roma,
interposto nel dì di luglio di quest'anno 1723, il qual, certamente, nel
regno di Napoli, sicome in altri paesi che non riconoscono tribunale alcuno di
Santo Ufficio, non poteva aver alcun effetto. Di vantaggio, Clemente comandava
ne' suoi brevi, che que' libri da' vescovi ed inquisitori si
fosser ricercati e gettati alle fiamme ad esser bruggiati, e che coloro che gli
ritenessero, leggessero o reimprimessero, fossero scomunicati, né potesser da
altri ottener assoluzione e perdono, se non da lui o da' pontefici romani,
suoi successori. All'incontro, in quel decreto non si leggevano fiamme e
fuoco, né la scomunica riserbarsi al solo romano pontefice; ma semplicemente
sottoporsi i trasgressori alle pene contenute nell'indice proibitorio
de' libri.</p> 
<p>Fu adunque proibita la mia opera, non già che quella congregazione di Roma
istessa ed i suoi qualificatori avesser potuto ravvisare in essa alcuna
proposizione ereticale, ma perché, secondo le loro massime, la credettero
contenere proposizioni erronee, empie, offensive alle pie orecchie, calunniose,
scismatiche, che rovesciavano la gerarchia ecclesiastica, ingiuriose alla Santa
Sede, e che sapessero d'eresia. Ciascuno sa, che in Roma si è introdotto
formolario di queste proibizioni e non vi è libro, che si opponga alle sue
massime, che non vi stia soggetto. E a' qualificatori costa poca fatica,
così perché non espongono le loro censure a gli autori, affinché si difendano
(ma guardano molto bene di tenerle secrete ed ascose), come anche perché non
sono astretti a separatamente manifestare quali fossero le proposizioni
scismatiche, empie, ingiuriose, erronee, etc.; ma se ne sbrigano con una sola
parola — <foreign lang="lat"><hi rend="italic">respective</hi></foreign>,
— e così lasciano gli autori ed i lettori in maggior confusione ed
oscurità di prima. E Roma, così facendo, fa saviamente; ed è questo un sottil
artificio di sua fina politia. Ella, con queste sì spesse ed incessanti
proibizioni, prende tutta la cieca e semplice moltitudine, alla quale sol bada,
sapendo che di questa si compone il mondo, e sopra i quali profitta, e si cura
poco de' savi, dotti ed intendenti, che, a proporzione de' primi,
sono rari e pochi. A ciò si aggiunge che, proibendo ogni libro che non sia
conforme alle sue idee, ne ricava che, se mai questo libro volesse in qualche
contesa allegarsi, ancorché scritto da persona cattolica, savia, dotta e di
autorità, e contenente dottrina sana, si sbrigano presto per la risposta: senza
impegnarsi ad altro, basta, perché non faccia alcuna autorità e riesca di niun
peso, che si dichi esser dottrina di libro proibito e dannato.</p> 
<p>La maniera colla quale proibisce è molto acconcia al suo fine; poiché, se
volesse astringere i suoi qualificatori di dar fuori le loro censure, ed a
separatamente additare, una per una, le proposizioni che qualificano per empie,
erronee, scismatiche, etc., sarebbe esporgli ad un gran cimento, ed a fargli
arrossire della loro ignoranza ed animosità. Ed a' tempi nostri se ne vide
un illustre esempio nella proibizione della <hi rend="italic">Istoria
ecclesiastica</hi> del padre Natal di Alessandro il quale, per mezzo d'un
cardinale, avendo avuta la sorte di aver nelle mani le censure fatte da'
qualificatori, onde la sua opera fu proibita, si videro così sciapite, sciocche
e livorose, che fattasi poi della medesima, in Parigi, una nuova e magnifica
ristampa in foglio, stimò il padre Natale inserirle ne' suoi luoghi, colle
risposte datele. Dalle quali, sicome fu scoverta la loro prodigiosa ignoranza,
così si scovrì l'arcano, perché queste censure si tenevano con tanta cura
secrete e nascoste. E d'allora in poi, si fecero più impenetrabili e
recondite; sicché niuno, ancorché posto in sublime grado, poté, poi, darsi
vanto d'averle vedute o lette.</p> 
<p>Dopo la proibizione della mia <hi rend="italic">Istoria</hi>, fatta in Roma,
venne ardente desìo al cardinal Althan, viceré, di aver in mano le censure
de' qualificatori, onde la congregazione del Santo Ufficio s'era
mossa a proibirla; ed il consiglier Maio, che lo stimolava a procurarle,
scriveva in Vienna che si sarebbero certamente avute, per l'impegno che ne
avea preso il viceré presso i suoi amici in Roma. Ma io diceva al Riccardi, che
n'era impaziente, che non si sarebbero ottenute giammai; sicome il
successo il dimostrò, poiché, dopo averlo lungamente lusingato, infine gli
scrissero, ch'era impossibile averle.</p> 
<p>Essi, in qualificare le proposizioni, si han fatto un particolar
vocabolario, e dànno alle voci altra intelligenza di quel che sarebbe la
propria. Chiamano la corte di Roma “sede apostolica”, la quale è
dalla corte tutta diversa e differente; sicché tutto ciò che scrivesi contro
gli abusi, corruttele ed intraprese della medesima, che tenta sopra la potestà
de' principi, si qualifica per ingiurioso alla Santa Sede, eversivo
dell'immunità ecclesiastica, scandaloso e temerario. Tutto ciò che non si
uniforma alle massime di quella ed alle stravaganti, sconce ed ambiziose
opinioni de' loro teologi e canonisti, che l'adulano, si chiama
erroneo e falso. Tutto ciò che si oppone alla pretesa lor monarchia sopra il
temporale de' principi, si qualifica per scismatico e ruinoso alla
gerarchia ecclesiastica. I tanti ordini religiosi di frati e monaci si reputano
che fossero gli ordini della Chiesa; sicché, chi contro di loro scrive,
avvertendo i semplici ed ignoranti delle loro furberie ed accorti modi
d'ingannarli, si chiama calunnioso, irriverente, e che, così di lor
parlandosi, offenda alle pie orecchie e senta d'eretico e miscredente. Or,
secondo queste ed altre consimili regole, essi qualificano e proibiscono i
libri.</p> 
<p>Quando s'intese a Vienna la proibizione dell'<hi rend="italic">Istoria civile</hi>, fatta in Roma, e letto il decreto, alcuni
miei amici mi consigliavano a farne risentimento, e mostrare l'ingiustizia
ed invalidità del medesimo. Ma gli risposi che sarebbe stata cosa inutile e
superflua: chiunque leggeva quella <hi rend="italic">Istoria</hi>, spezialmente
il terzo tomo, ove si tratta di queste proibizioni, ben si ricredeva del conto
che dovea farsi delle medesime; questo essere un colpo già da me preveduto,
come solite cose da Roma praticate; anzi che peggiore me l'aspettava,
riguardando a ciò ch'era accaduto a' libri dell'Argento,
Riccardi e Grimaldi, li quali non trattavano se non della difesa d'un
regio editto, conforme a' sacri canoni ed alle costituzioni stesse
de' romani pontefici; che Roma facea quel che dovea fare; così sapessero
far le corti de' principi, e dal suo esempio imparassero che, sicome
quella non tralascia di sostenere, come meglio può, e difendere, a diritto ed a
torto, le sue intraprese, così sapessimo far noi; che io non pretendeva
impedirla, ma solo che, all'incontro, i principi facessero quel che lor
conviene, per difesa delle loro alte preminenze e supreme regalie, i quali per
sé soli sarebbero bastanti per reprimerli; e che, sovente, non per di lei
vigore, ma per nostra debolezza, venivano gli abusi e gli attentati.</p> 
<p>E, con tal occasione, distesi un particolar trattato <hi rend="italic">De' rimedi contro le proibizioni de' libri che si
decretano in Roma e della potestà de' principi in non farle valere
ne' loro Stati</hi>, non già per pubblicarsi alle stampe, ma per
istruzione delle coscienze pavide e timorose di alcuni non bene informati di
questa materia.</p> 
<p>A me più premea che si fosse corretto l'ingiusto passo del vicario,
intorno alla scomunica nullamente lanciata contro un assente, per causa sì
leggiera e vana. E per non consumare intanto inutilmente il tempo, che dovea
aspettare il ritorno dell'Imperadore a Vienna, essendo quivi rimasi i
reggenti che componevano il Consiglio di Spagna, procurai che, la mia opera
tuttavia leggendosi, si rendesse più manifesto che, trattandosi in quella di
varie contese giurisdizionali, che si risolvevano contro la giurisdizione
ecclesiastica, secondo l'alto concetto che ne avean gli ecclesiastici, non
fossi io obbligato chieder licenza per stamparla da chi me l'avrebbe
certamente negata; ma che bastasse quella del viceré e suo Consiglio
Collaterale, che me l'avea data. Lo stampatore era stato già assoluto,
onde l'autore, che non era compreso negli stessi loro editti, che
allegavano, tanto maggiormente si vedea essere stato invalidamente
scomunicato.</p> 
<p>I reggenti essendo stati da me pienamente informati, conobbero
l'insussistenza della censura; ed appartenendo al Consiglio Collaterale di
Napoli di usare i consueti rimedi per farla abolire, alcuni, scrivendo a'
loro amici in Napoli che restavano maravigliati come il delegato della real
giurisdizione ed il Collaterale non si fossero opposti al vicario; ed altri,
dicendomi che io procurassi in quel Consiglio far proporre l'affare, il
quale, se non ci avesse data provvidenza, ne avrebber essi presa conoscenza;
disposi le cose in maniera, scrivendo a mio fratello ed altri avvocati, miei
amici, in Napoli, che il Collaterale, col delegato della real giurisdizione, ne
procurasse l'ammenda.</p> 
<p>Il presidente Argento, delegato, dopo avere scorti tali sentimenti, e che io
era stato ben ricevuto nella corte, erasi tutto cangiato e mostrava gran
fervore di conferire anch'esso all'opra, anzi d'averci la
maggior parte. Ed essendosi destinate le giornate per trattarsene in
Collaterale, coll'intervento de' capi del tribunale e delle ruote del
Consiglio di Santa Chiara, allora il cardinale arcivescovo Pignatelli —
il quale, più tratto dalle istanze del vicario e suoi curiali, e da'
clamori de' frati, che per proprio istinto, avea dato mano alla censura,
— sentendo l'apparecchio che facevano, di doversi trattare della
medesima in un sì pieno consesso de' primi ministri regi, cominciò a
trattare coll'Argento dell'abolizione, per mezzo del padre Cillis,
della maniera che fosse a lui più decorosa, senza strepito e tanti romori.</p> 
<p>Credendo io che innanzi a sì gravi ministri, e con tanto scrutinio, dovesse
esaminarsi questo affare, m'indussi a scrivere un altro trattato de'
<hi rend="italic">Rimedi contro le scomuniche invalide e della potestà de'
principi intorno a' modi di farle cassare ed abolire</hi>, nel quale dopo
aver dimostrata la nullità ed ingiustizia della censura, trattai de' modi
propri e legittimi da adoperarsi per la rivocazione; pure, non già per doversi
dare alle stampe, ma unicamente per valermene nella occasione presente. Non fu
però d'uopo di tanto apparecchio, poiché il cardinal Pignatelli, il quale,
a questo fine, nella censura avea a sé riserbata l'assoluzione, mostrossi
propenso a darla. Onde, concertata la maniera coll'Argento come io, per
mezzo d'una mia lettera, ne la chiedessi, egli, con suo decreto spedito
nel mese di ottobre di questo istesso anno 1723, tolse la scomunica,
l'abolì e rimosse; e, datone all'Argento autentico documento, firmato
dallo stesso arcivescovo e con proprio suo suggello segnato, questi lo diede a
mio fratello, il quale me lo mandò in Vienna, con avvisarmi d'essersi
tolti tutti i cedoloni, ch'erano rimasi ancor affissi alle porte di alcune
chiese, ed essersi l'affare già finito e disciolta la giunta de'
ministri e posto il tutto in oblivione e tranquilla quiete.</p> 
<p>Ricevuto che io l'ebbi, lo mostrai a' reggenti del supremo
Consiglio di Spagna, i quali se ne mostrarono soddisfatti, e che non bisognava
farci altro, godendo non meno della mia pace, che d'essersi con ciò tolta
ogni briga, che avrebbe potuta nascere colla corte di Roma, nel caso che, non
abolendola l'arcivescovo, si avesse dovuto dar di piglio a' consueti
espedienti economici, per farla rimovere.</p> 
<p>Aspettava io intanto a Vienna il ritorno di Cesare, che già
s'avvicinava; e tanto più caro e da tutti sospirato, perché tornava
coll'Imperadrice già gravida, dal cui parto si sperava la quiete
d'Europa. E prevedendo la mia dimora dover essere quivi lunga, licenziai
l'uomo di compagnia che meco condussi, perché a Napoli ed a sua moglie
facesse ritorno; e passai ad abitare nella casa della baronessa Linzval, la
quale, secondo il frequente e quasi comun uso di altre case, pigliava
volentieri persone di qualche conto, dandole comodità non men di stanze che di
vitto: e tanto più mi c'indussi, perché tenea a pensione, ovvero “in
costa”, siccome ivi dicesi, due piccioli figliuoli del baron di Orman,
castellano di Barletta, mio amico.</p> 
<p>Era questa vedova e di età avanzata, figliuola del referendario Ernesto
Plekner, col quale io, per tal occasione, presi amicizia, essendo un vecchio,
sopra quanti Viennesi che conobbi poi, il più versato in legge, che sentiva e
parlava la lingua italiana e pratico degli affari della corte, come quello che,
a' tempi degli imperadori Leopoldo e Giuseppe, per lunghi anni, come
referendario, avea retta la cancelleria di corte. Né vi era allora cosa grave,
che non passasse per le di lui mani; e quando nel 1703, per far partire da
Vienna l'arciduca Carlo, in qualità di re di Spagna, e mandarlo nelle
Spagne contro il suo competitore, fu d'uopo che l'imperadore Leopoldo
e Giuseppe, allora re de' Romani, rinunciassero all'arciduca tutte le
ragioni che aveano sopra la monarchia di Spagna, le minute dell'istromento
di questa cessione furon dettate dal Plekner, sicome me le mostrò originali
secondo le quali si stipulò l'istromento, che leggesi ora impresso nella
raccolta fatta da Luuml(ü)nig del suo <hi rend="italic">Codice diplomatico
d'Italia</hi>.</p> 
<p>Fra le altre doti che adornavano il suo animo, era la fortezza, colla quale
egli pazientemente tollerava le strettezze di sua casa, nelle quali, dopo una
vita lauta e doviziosa, era caduto. E quanto sotto gli imperadori Leopoldo e
Giuseppe era adoperato ed in floridezza, altrettanto sotto l'imperadore
Carlo rimase depresso e povero, poiché, secondo suole avvenire, la nuova corte
di questo principe scacciò la vecchia; e gli emoli ed invidiosi del Plekner
tanto, co' loro pessimi uffici, si adoperarono presso il nuovo imperadore
che, costretto a resignar la carica che occupava, rimase con un picciol
stipendio, che gli fu lasciato per suoi alimenti, di duemila fiorini
l'anno, e l'abitazione del quartiere ov'era, fin che durasse la
sua vita. Con questi dovea egli mantenere la necessaria sua servitù e famiglia,
tenendo presso di sé una povera vedova, sua figliastra, chiamata Teresa di
Leichsenhoffen, alla quale, essendo morto il marito, che fu consigliero della
Camera di Gratz, bisognò darle ricetto in sua casa con cinque figliuoli —
quattro femmine ed un maschio, — che avea lasciati.</p> 
<p>Delle sue ampie facoltà non l'era rimaso che un magnifico palazzo e
delizioso giardino, con alcune vigne intorno, che possedeva nel villaggio di
Pettersdorf, lontano da Vienna dodici miglia. Quivi egli soleva condursi
l'està, e dimorarvi sino al tempo delle vendemmie, quali finite, tornava
in città. E sovente andava ivi a ritrovarlo, dove, con suo sommo piacere,
soleva trattenermi seco qualche settimana; ed egli, con molta cortesia e
cordialità, avrebbe voluto che la mia dimora fosse stata più lunga. Ma io non
voleva lasciare gli amici di Vienna, i quali potevan aiutarmi ne' miei
bisogni in quella corte, con preparar gli animi e disporgli, affinché, al
ritorno di Cesare, fosser passati per me buoni uffici.</p> 
<p>Ed in effetto, leggendosi tuttavia la mia opera, ed invogliati molti, anche
Tedeschi, per averla, ebbi più richieste e da librari e da altri, perché ne
facessi venire più essemplari, essendo già finiti quelli che io avea meco
portati. Sicché scrissi in Napoli, che, condotti a Manfredonia o Barletta, per
la via di Fiume e di Triesti me ne mandassero, di volta in volta, più balle. E,
sicome venivano, non si dovea aspettar molto tempo in alienarle; poiché, oltre
di que' essemplari che rimanevano a Vienna, se ne mandavano in altre città
della Germania, in Fiandra, in Ollanda, Svezia e Danimarca. Ed il general
Marulli, nostro napolitano, che io ebbi la sorte di conoscere a Vienna, il
quale avea allora il comando di Belgrado sotto il generale commendator duca di
Wuttemberg, ne provvide in Ungheria a molti suoi amici. Ed in Boemia,
coll'occasione della dimora della corte in Praga, se n'inviarono
altresì. Anzi fu da quivi scritto, che parlandosi di quest'opera in Praga,
in un magnifico pranzo dov'era invitato il principe Eugenio di Savoia,
questo signore se n'invogliò tanto, che scrisse al suo agente in Vienna,
che ne l'avesse tosto mandato un essemplare, sicome, avendone io avuta
notizia, procurai subito che s'inviasse, facendo noto a Sua Altezza che io
al suo ritorno ne avea apparecchiato uno della miglior carta e riccamente
adorno, che avrei avuto l'onore di presentarcelo in persona. Ed avendo il
suo agente passato per me questo riverente ufficio, egli, con somma umanità, mi
fece avvertire dal medesimo, che gli sarebbe stata più grata, se l'opera
fosse sciolta, affinché potesse farla ligare conforme a gli altri libri, onde
si componeva la sua magnifica biblioteca. Sicome feci; e vidi poi nella
medesima occupare, fra gl'istorici, onorato luogo.</p> 
<p>Ritornò finalmente Cesare, coll'Imperadrice gravida e tutti que'
che lo seguirono, in Vienna, verso la fine del mese di ottobre. Ed io, facendo
passare alquante settimane dopo l'arrivo, quando mi parve che fosse il
tempo opportuno per aver udienza, feci scrivere il mio nome, secondo il
costume, fra gli altri che la dimandavano; e, nell'ora stabilita alle
udienze, aspettando con gli altri nella camera precedente a quella dove suol
darle, fui chiamato dal gentiluomo di camera, che m'introdusse. Ed
avvicinato, dopo i tre soliti inchini, avanti l'imperial persona,
ch'era all'impiedi, assicurato dalla clemenza del suo volto e da un
atto di sua mano, che mi fece segno, essendo io in ginocchio, che mi alzassi,
cominciai ad esporgli brevemente la dolente istoria delle mie avventure dopo la
pubblicazione dell'opera, la quale m'avea mosse tante persecuzioni,
perché io, in quella sostenendo come suo divoto e fedel vassallo, le alte
preminenze e sovrane regalie de' re di Napoli, le quali possono
legittimamente in quel regno esercitarle, non meno di quel che si facciano i re
di Francia nel lor reame, mi avea addossato la malevolenza de' preti e
monaci e della corte di Roma. Ma che, confidando nell'imperial clemenza
della Maestà Sua, alla quale l'opera era consecrata, e che in quella non
vi era cosa che si opponesse alla nostra santa Fede e perché ciò maggiormente
si manifestasse, l'avea esposta a gli occhi di tutti, vivamente pregava la
Maestà Sua ad aver protezione non men dell'opera che del suo autore, il
qual, prostrato a' suoi piedi, implorava quella pietà e clemenza,
ch'era ereditaria nell'augustissima sua famiglia, e che rendeva
sicuri coloro che vi ricorrevano da ogni oltraggio ed oppressione.</p> 
<p>L'Imperadore rispose a queste mie umili preghiere con brevi parole: le
prime furon da me intese, colle quali mostrava gradimento dell'opera, e
d'aver di me cura: ma non già l'ultime, che pronunciò con voce tacita
e sommessa. Nell'atto che io feci di presentargli una mia memoria, stese
la mano e se la prese, ed io ebbi l'onore di baciarla. E ritrattomi
indietro uscii fuori e narrato a' miei amici il successo, concepirono per
me buone speranze.</p> 
<p>Fui ad inchinarmi al principe Eugenio di Savoia, il quale mi accolse con
somma umanità e cortesia, e mi tenne seco più d'un quarto d'ora a
ragionare di varie cose, mostrando aver letto in parte la mia opera, dicendomi
averle piaciuta l'idea e la disposizione, con dimandarmi più cose di
Napoli, e spezialmente del miracoloso scioglimento del sangue di San Gennaio, e
di quanto erami occorso su la divulgata impostura addossatami, che io lo
negassi. Lo pregai della sua protezione presso la Maestà dell'imperadore,
che promise di farlo volentieri; sicome con effetto sperimentai, mostrandosi
verso la mia persona, in tutte le occasioni, benefico e cortese. Sicché,
assicurato di tanta umanità, non mancai, dopo, quasi ogni domenica, la mattina
(che era il tempo più opportuno), di andare a riverirlo nel suo palazzo,
essendo in città, ovvero, nell'està, nel delizioso e magnifico suo
giardino, sperimentandone sempre graziose accoglienze e cortesissime
dimostranze.</p> 
<p>Non mancai, altresì, far lo stesso col marchese di Rialp, il quale, la prima
volta vedutomi, cominciò a dirmi che avea la mia <hi rend="italic">Istoria</hi>
fatto tanto romore, che non erasi inteso altre volte accaduto per la
pubblicazione di altri libri; che la corte di Roma mostrava averne avuto
dispiacere, supponendola a sé ingiuriosa e temeraria. Gli risposi, che ben
erano a Sua Eccellenza note le cagioni di tanti romori, sicome n'era stato
informato dal cardinale Althan, viceré; e che, in quanto alla corte di Roma, io
certamente non l'avea scritta perché le fosse piaciuta; poiché, così
facendo, avrei mancato al mio onore ed alla lealtà, che dee avere ciascun
fedele vassallo al proprio suo principe. Esser questa solita disgrazia di
coloro che si mettono a scrivere delle preminenze e regalie de' loro
sovrani, alle quali io fui tratto dall'istituto dell'opera, non già
per offendere altrui. Che questo era il vantaggio che aveano gli scrittori
addetti alla corte di Roma, che potevano scrivere ciò che si volessero in
abbassamento delle regie preminenze ed innalzamento della giurisdizione
ecclesiastica. Che niuno prendevasene impaccio, ed erano da quella corte
premiati; all'incontro, eran perseguitati quelli che scrivevano per la
potestà regale. E che a torto s'imputava la mia opera per temeraria,
poiché, se in Roma non sembravano temerarie ed ingiuriose le prediche del padre
Casini, non pur recitate dentro il palazzo apostolico, ma impresse in Roma, e
reimpresse, poi, a Milano, molto meno si dovea riputar temeraria la mia
<hi rend="italic">Istoria</hi>; e che io volentieri mi offeriva a farne
confronto, ed al paragone si sarebbe veduto quale delle due opere fosse più o
meno a lei ingiuriosa e temeraria. Che per ciò pregava a Sua Eccellenza di
rispondere a coloro, che o da Roma l'avean scritto, o in Vienna di ciò
informato, che io era pronto a venire a questo cimento, e che fosse uscito un
di loro a farne pruova; pregandolo ancora, se mai le sue gravi occupazioni il
permettessero, di dar qualche ora alla lettura della mia opera, che si sarebbe
assicurato di quanto io umilmente l'esponeva, e, con ciò, farmi degno
della valevole sua protezione presso Sua Maestà, e di sospender ogni credenza
prima di accertarsi del vero di quanto da' miei malevoli fossegli
suggerito.</p> 
<p>Il marchese, con un sogghigno, mi rispose ch'egli, fino a
quell'ora, non avea avuto tempo di leggerla, ma che vi farà osservazione,
e che avrebbe riferito a Sua Maestà le mie discolpe e quanto conveniva. Era io
ben consapevole del doppio nodo, col quale egli erasi stretto colla corte di
Roma. Avea un suo figliuolo in Roma, istradato per la prelatura, e si speravano
dignità maggiori. Teneva un suo fratello arcivescovo, il qual, passato da
quello di Brindisi all'arcivescovado ricchissimo di Salerno, aspirava al
cardinalato. Mandò poi in Roma due altri suoi nipoti, figliuoli della contessa
Figheroa, sua figlia; e teneva della contessa Vernera, sua sorella, altri
figliuoli e doviziosi benefici. Con tutto ciò non disperai, poiché, istrutto
della sua natura ed andamenti, non mi sgomentai; sicome poi conobbi di non
dover disperare.</p> 
<p>Il marchese Rialp, oltre il grado eminente nel qual si trovava, di
secretario di Stato, ed essere in piena grazia di Cesare — che lo rendeva
superiore a' rispetti ed alle contemplazioni per Roma — era per
natura benefico ed avverso di far male e dar dispiacere ad alcuno. E se ad
altri, sovente, il suo governo riusciva grave, dispiacevole e dannoso, non era
se non per essere troppo indulgente de' suoi congiunti, e favorire i suoi
raccomandati; onde avveniva che gli altri pretensori, che forse avean maggior
merito, restassero esclusi e dolenti. Per questi rispetti non trascurava,
ne' giorni dell'udienze, di raccomandarmici, e cercar altri
intercessori, suoi amici, che per me presso di lui passassero qualche buon
ufficio.</p> 
<p>Fra questi, la mia buona sorte mi offerì il marchese Clemente Doria, che si
trovava allora in Vienna, inviato della repubblica di Genua. Questi tenendo una
grave lite in Genua, nella quale si disputava di certo fidecommisso, in vigor
del quale pretendeva escludere altri, in quello ancorché compresi, ma in linea
e grado più remoti, mi fece richiedere che sarebbegli sommamente caro, se io
sopra l'articolo controverso scrivessi un'allegazione a suo favore,
la quale, in Genua, era certo che sarebbe stata ben ricevuta e riputata di gran
peso ed autorità.</p> 
<p>Io, ancorché senza libri forensi, avendone il reggente Almarz seco portati
alquanti, che bastavano al mio intento, me gli feci prestare; ed avendo esposta
l'allegazione nel miglior modo che potei, piacque tanto non pur a lui, ma
a' suoi avvocati di Genua, a' quali la mandò, che pensava
generosamente rimunerarmi. Ma io avendogli detto che non pretendeva altro che
la sua buona grazia e la sua intercessione per me presso il marchese Rialp, di
cui era stretto amico, egli volentieri si offerse di passar col medesimo gli
uffici più fervorosi ed efficaci, che io potessi immaginarmi. Sicome, con
effetto seco conducendomi, fece sì che, nell'avvenire, trovassi presso il
marchese non pur compatimento delle mie sventure, ma che pensasse di darci
qualche sollievo e conforto.</p> 
</div2> 
<div2 type="paragrafo"> 
<head>II</head> 
<argument>
<p>[<hi rend="italic">1724</hi>]</p>
</argument> 
<p>Eravamo già entrati nel nuovo anno 1724, ed io avendo dovuta abbandonar la
mia professione di avvocato, ch'esercitava in Napoli, vivea in Vienna
sopra quel poco denaro che portai meco, e sopra il prezzo de' miei
essemplari che faceva venire; ma, a lungo andare, sarebbe tutto finito. Sicché
sollecitava o che Sua Maestà mi facesse tornar in Napoli con qualche carica
conveniente alla mia graduazione di avvocato (poiché, impiegandomi al suo real
servizio, ed avrei avuto modo di sostentarmi, e sarei coperto e sicuro dalle
insidie de' miei malevoli); ovvero, piacendole tenermi nella sua imperial
corte, mi desse mezzi di potermici mantenere. A questo fine io drizzava i
mezzi, ora pregando, ora raccomandandomi pure a' ministri che componevano
il Consiglio di Spagna, ma eziandio a quelli, che eran, per li loro impieghi,
più da presso alla persona dell'Imperadore.</p> 
<p>Non tralasciava farmi vedere spesso dall'arcivescovo di Valenza,
presidente, il quale, da che cominciò ad aver lettere dal presidente Argento in
mia commendazione, mi riguardava con occhi più benigni. Ed una volta, avendomi
domandato quanto tempo io avea impiegato in comporre la mia <hi rend="italic">Istoria</hi>, e rispostogli: “non meno di venti
anni”, egli mi replicò che ben mostrava, per le cose recondite e nuove,
che vi avea scorte, che le fatiche dovettero esser lunghe; ed egli la credea
opera di trenta, non pur di venti anni. E da quanto e' ne parlava con
altri ministri di quel Consiglio, io certamente ne avrei potuto sperare ogni
favore; ma sopraggiuntali, dopo, una grave infermità, fu tale che
nell'està di questo medesimo anno 1724 gli tolse la vita: sicché io perdei
tutti gli ossequi fattigli, e le raccomandazioni che l'Argento ed altri
amici vi aveano per me impiegate.</p> 
<p>Non tralasciai di raccomandarmi anche al gran cancellier di corte, conte di
Zinzendorf, al quale mi condusse il cavalier Garelli. E presentatogli un
essemplare ben ligato della mia opera, lo ricevé con piacere, e mi fece
esibizioni generose, lungamente trattenendomi in vari discorsi, con tanta
cortesia e gentilezza, che io non potea desiderar maggiori. Sicché, da tutte le
parti ricevendo grate accoglienze, cominciai a sperare dalla mia venuta a
Vienna prosperi successi.</p> 
<p>A tutto ciò si aggiungeva che, in tutto il tempo che durò il pontificato di
Innocenzio XIII, da Roma non venivano doglianze, e questo pontefice non se
n'impacciava, e lasciava a lor posta gracchiar i frati, de' quali non
era molto amante; sicome, poi, tutto al contrario sperimentai dal suo
successore, Benedetto XIII, come più innanzi dirassi. Ed il nunzio Grimaldi,
ch'era allora in Vienna, molto meno voleva saperne, né per sua bocca si
passò contro di me alcun ufficio coll'Imperadore: ciò che avrebbe potuto
nuocermi, essendo Innocenzio ed il nunzio da Cesare molto ben veduti ed in sua
somma grazia.</p> 
<p>Conferiva anche il tempo grazioso, che si sperava imminente, poiché il parto
dell'Imperadrice era già maturo, e ciascuno si lusingava che
dovess'esser maschile. E dava forza alla lusinga una profezia, che, per
opera d'un frate, si sparse per tutta Vienna; e poiché a quelle cose che
si desiderano suol darsi facile credenza, erasele prestata intera fede.</p> 
<p>La profezia si appoggiava ad una lettera scritta da un frate, nella quale
leggevasi, che per intercessione di San Vincenzo Ferreri l'Imperadrice
dovea partorire un figliuol maschio; e perché non potesse ad altro santo
ascriversi il miracolo, si soggiungeva che avrebbe dato alla luce il parto il
giorno stesso di San Vincenzo, che veniva a' 5 di aprile. I Catalani
ch'erano nella corte, sicome tutti gli Spagnoli, per esser il santo di lor
nazione, la predicavano per certa ed infallibile; ed oltre di aver fatto
imprimere più sue immagini in seta ed in carta, che dispensavano da per tutto,
fecero stampare fino l'ufficio particolare del santo, anche tradotto in
tedesco, perché tutti ne pigliassero divozione e l'avessero per ispeziale
loro protettore, giacché per sua intercessione erasi data pace
all'Europa.</p> 
<p>In questo, fuvvi qualche gara e contrasto co' Boemi, i quali riputavano
che ciò dovea attribuirsi alla mediazione di San Giovanni Nepomuceno, santo
tutelare della Boemia, poiché l'Imperadrice avea concepito in Praga, ed
ivi si erano scoverti i primi segni, e poi la certa sua gravidanza; onde non
doveasi usar questo torto al lor santo, e posporlo ad un forestiero catalano.
Ma la fazione degli Spagnoli, in corte e nella città, era più forte e numerosa,
e maggiormente l'avvaloravano il principe di Cardona, spagnolo, che si
trovava allora maggiordomo dell'Imperadrice, e la principessa Cardona sua
moglie.</p> 
<p>Or mentre si era in questa aspettazione, sopraggiunse il quinto giorno di
aprile — dì nel quale, celebrandosi la festa di San Vincenzo Ferreri,
dovea, secondo la profezia, seguire il parto. L'Imperadrice, né la mattina
di quel giorno, e molto meno nel precedente, avea dato alcun segno
d'imminente parto; sicché la profezia cominciava a svanire. E mi ricordo
che, nel giorno stesso, dopo pranzo, essendo venuto il reggente Almarz a
prendermi seco in carrozza, per spasseggiare secondo il solito intorno alla
spianata fuori la città, ritornando verso la sera in sua casa e, nel cammino,
favellando della burla del frate, che avea tenuti tanti sospesi invano, non
senza riso rammentammo li tanti apparecchi ed illusioni de' visionari
Spagnoli. Ma appena smontati di carrozza, entrati in sua casa, trovammo molti
amici che ci aspettavano e ci dissero che l'Imperadrice era già co'
dolori di parto, e non si attendevan che pochi momenti, per sapere ciò che
desse alla luce; essersi già avverata la profezia intorno al preciso giorno,
onde dovriamo ormai esser sicuri che, se non s'ingannò nel tempo, nemmeno
errerà nel sesso.</p> 
<p>Nel tempo stesso, sicome mi riferì poi il cavalier Garelli, che come medico
assisteva colla levatrice ed altre matrone al parto, gli Spagnoli,
ch'erano in corte, già senz'esitazione alcuna aspettavano
l'arciduca, ch'essi chiamavano il principe d'Asturia, come
primogenito dell'Imperadore ed insieme re di Spagna; ed il principe
Cardona non si ritenne, mentre l'Imperadrice era nel colmo de'
dolori, di bussar la porta della camera e far chiamare il Garelli, al quale
consignò più immagini di seta di San Vincenzo, con incaricargli che quelle
ponesse sulle spalle dell'Imperadrice, perché il santo l'avrebbe
subito facilitato il parto. E la principessa Cardona non cessava, intanto, in
un picciolo oratorio ivi vicino, pregarlo che agevolasse l'uscita nel
mondo al principe d'Asturia. Il Garelli fece quanto dal Cardona gli fu
imposto; e, poco dopo, sgravossi l'Imperadrice, ed, invece d'un
principe, diede alla luce una principessa.</p> 
<p>Dissemi il Garelli, che con tutto che gli altri rimasero freddi e mutoli, né
potessero dissimulare il dispiacere per la preceduta lusinga, nulladimanco gli
Spagnoli non si sgomentaron punto, ma franchi ed intrepidi rispondevano che
un'altra volta il santo l'avrebbe esauditi. E la principessa Cardona,
inteso ch'ebbe esser nata una principessa, rispose subito senza smarrirsi,
che ciò poco importava, perché nel seguente anno, in questo stesso giorno,
avrebbe dato alla luce un principe.</p> 
<p>Niun poi si prese pensiero di sapere chi fosse o non fosse il frate
indovino, né si ricercò più di lui, né parlossene di vantaggio. Tanto è vero
l'arte d'indovinare esser sicura e non mai dannosa per chi
l'esercita, se non sono avverati i prognostici! Ma se il caso o la serie e
concatenazione delle cose gli avvera, essi si mettono in istato assai sublime,
non men di straordinari guadagni, che di fama di santità, di sommi onori e
venerazione.</p> 
<p>Indarno, adunque, essendosi aspettata dall'Imperadrice prole maschile,
e portatosi l'Imperadore, nel fin d'aprile, secondo il solito, a
Laxemburg, mi riusciva più incomoda e dispendiosa la mia dimora a Vienna.
Poiché i ministri, sparpagliati di qua e di là, in vari villaggi intorno, mi
obbligavano a seguirli, per rinnovare nella lor memoria le mie domande, le
quali erano o di ritornar in Napoli con qualche carica, ovvero, se piacesse a
Sua Maestà che io fossi a Vienna, di darmi modo da sostentarmi.
L'arcivescovo di Valenza, presidente, se ne morì, come si è detto, in
quest'està, nel suo giardino, né fu rifatto altro in suo luogo; ma il
conte di Montesanto, che si trovava consigliero nel Consiglio di Napoli, come
decano lo governava. E nella persona del marchese di Rialp si era ridotto
l'arbitrio di tutte le cose; sicché io, per me stesso e per
l'interposizione del marchese Clemente Doria, sovente replicava le mie
suppliche, alle quali aggiunsi anche gli uffici, che il cavalier Garelli spesso
per me gli faceva, come colui ch'era meglio degli altri informato, che io
non poteva più a proprie spese mantenermi nella corte.</p> 
<p>Ed in questo se ne passò tutta l'està; né frattanto ebbi altro
sollievo, se non, o portandomi a Pettersdorf a dimorare qualche settimana col
referendario Plekner, oppure le sere in casa del reggente Almarz, e più spesso
in quella del fiscale Riccardi, dove, a' più amici ragunati insieme,
soleva il Riccardi esporre la <hi rend="italic">Comedia</hi> di Dante, e
scoprirci le bellezze di quel poeta; e poi, si prese ad esporre le
<hi rend="italic">Meditazioni</hi> ed i <hi rend="italic">Princìpi</hi> di
Cartesio, che io sentiva con molto piacere e contento. Venni poi, ne'
princìpi di ottobre, ad infermare di febre terzana: ma Gabriele Longobardi,
nostro napolitano, medico pure dell'Imperadore e mio carissimo amico, me
ne liberò in pochi giorni, colla china–china.</p> 
<p>Ritornato poi, verso la fine d'ottobre, l'Imperadore dalla
Favorita nel palazzo di Vienna, si strinsero e replicarono assai più gli uffici
col marchese di Rialp; il quale finalmente, esposte le mie suppliche ed estremi
bisogni a Sua Maestà, ottenne dalla medesima real decreto, col quale si
comandava che io dovessi trattenermi nella sua imperial corte di Vienna, ed
infino a tanto che non fossi impiegato in qualche carica nel suo real servizio,
mi fossero, per mio sostentamento, somministrati da' reali diritti della
spedizione della secreteria di Sicilia venti ungheri d'oro il mese, che
facevano la somma di circa mille fiorini di Germania l'anno. La quantità
fu riputata da molti, e spezialmente dagli Spagnoli, avvezzi a ricevere profuse
pensioni, meschina e tenue, ed anche i più economici credettero, che almanco mi
si dovessero assignare cento fiorini il mese; ed il marchese Clemente Doria mi
disse che fossi contento, per ora, di questa somma, ch'egli penserebbe di
farmela accrescere, ed i fiorini farli cambiare in talleri.</p> 
<p>Ma il marchese di Rialp, se non usò meco quella liberalità solita praticarsi
con gli Spagnoli, almanco compensò la tenuità colla sicurezza del pagamento,
poiché me l'assignò sopra i reali diritti della secreteria di Sicilia. I
quali non s'erano allora incorporati e confusi con gli diritti delle
spedizioni di Napoli e di Milano, ch'erano sotto l'amministrazione e
libera disposizione del Consiglio di Spagna; ma l'arcivescovo di Valenza
avea voluto tener separati quelli di Sicilia, perché Sua Maestà potesse
disporne a pro di qualche suo benemerito, senza partecipazione alcuna del
Consiglio. Ed in effetto, finché non s'incorporasser e confondesser poi
con gli altri diritti, mi erano puntualmente pagati mese per mese. Ed io mi
ebbi pazienza che, se bene non potessi mantenermi in Vienna con carrozza, come
faceva in Napoli esercitando la professione di avvocato, nulladimanco,
lusingato di maggior augumento, o pure di esser impiegato nel real servizio,
sicome promettevasi nell'imperial decreto, tirava avanti, nel miglior modo
che poteva, senza incomodare di vantaggio la povera mia casa di Napoli.</p> 
<p>Questo decreto fu pubblicato coll'occasione di altre mercedi conferite
da Sua Maestà, ne' 4 di novembre, giorno di San Carlo, ove in corte era
pubblica gala per ragion del nome dell'Imperadore. Ed io non mancai, verso
la fine di questo mese, cercar udienza da Sua Maestà, che mi fu data. Nella
quale, dopo avere rese umili grazie alla clemenza di Cesare, di avermi dato
sustentamento infino a che non fossi impiegato al suo regal servizio, lo pregai
vivamente che non mi tenesse lungamente ozioso ed inutile, affinché la Maestà
Sua maggiormente si accertasse quanto fosse intenso il mio desiderio
d'impiegare il rimanente di mia vita in servirla, e che, forse, in me
avrebbe sperimentato non minor fede, fervore e vigilanza, di quanti aveano
l'onore d'essere ascritti nel numero de' suoi umili e fedeli
servitori e vassalli. L'Imperadore benignamente intese queste mie
riverenti suppliche, e porgiutami la mano, umilmente gliela baciai. E mi
ritrassi, uscendo fuori, nell'anticamera, ove trovai alcuni amici, che si
rallegravan meco della mercede conferitami da Sua Maestà e della benigna
udienza che mi avea data.</p> 
<p>Non mancai altresì di passar i medesimi uffici col marchese di Rialp e con
gli altri che avean conferito ad agevolarmela; sicome di darne parte a'
ministri del Consiglio di Spagna, i quali mostrarono averne piacere e contento.
Ma non potei sfuggire l'invidia e scontentezza d'alcuni nostri
Napolitani, i quali mai poterono covrire, sotto sforzate parole di
rallegrarsene meco, l'animo loro turbato e mesto.</p> 
<p>Ed in ciò passossene l'anno 1724.</p> 
</div2> 
</div1> 
<div1 type="capitolo"> 
<head>Capitolo sesto</head> 
<argument>
<p><hi rend="italic">Anni 1725, 1726 e 1727. In Vienna.</hi></p>
</argument> 
<div2 type="paragrafo"> 
<head>I</head> 
<p>Nell'entrare del nuovo anno 1725, si cominciarono a sentire da Roma,
per questa mercede fattami da Sua Maestà, nuove doglianze e querele, le quali
certamente non si sarebbero intese, se Innocenzio XIII avesse avuta più lunga
vita. Egli erasene morto nel precedente anno, ed in suo luogo rifatto il
cardinal Orsino, monaco domenicano, al quale più arcivescovadi, l'illustri
suoi natali e la stessa porpora cardinalizia non poterono farli dimenticare
l'essere di frate; anzi nemmeno bastò il papato istesso, poiché, fatto
papa, non lasciò i vecchi suoi costumi ed andamenti. Egli, come prima, godeva
di trattar familiarmente co' monaci, da' quali era quasi sempre
circondato; e come uomo semplice e da bene, agevolmente era tratto nelle loro
reti, né si accorgeva de' loro intrighi e cabale. Sicché fu loro facile
dargli a credere che la mia <hi rend="italic">Istoria civile</hi> fosse empia,
eretica ed ingiuriosa non meno alla Santa Sede, che a tutti gli ordini
religiosi, e spezialmente a' domenicani, poiché malmenava la divozione del
rosario e, parlando del martirio di Pietro da Verona, detto San Pietro Martire,
domenicano, par che lo qualificasse piuttosto per un assassinamento di ribaldi,
che per un martirio vero; e che l'autore fosse un eretico marcio, il
quale, invece di essere punito, era stato accolto in Vienna
dall'Imperadore, e di vantaggio, con pubblico scandalo, averlo ritenuto
nella sua corte, con assignarli annuo stipendio per suo sostentamento, infino
che non fosse impiegato nel suo real servizio. E furono così spessi ed efficaci
i loro cattivi uffici presso questo semplice e buon pontefice, che
l'indussero a farne doglianza co' ministri di Cesare in Roma; anzi
corse voce in Vienna, che, di pugno proprio, avesse scritta una lettera
all'Imperadore, nella quale altamente si fosse di ciò doluto.</p> 
<p>O vera o immaginaria che fosse, questa lettera non avrebbe fatta impressione
alcuna nell'imperial corte, poiché già si sapeva che il papa di simili
lettere, scritte di suo carattere, ne avea empito Napoli e Benevento, essendo
facilissimo a scriverle ad ogni sorta di persona, sino a' suoi arcipreti,
parochi e compari, de' quali, in tempo che fu arcivescovo di Benevento,
avea avuta conoscenza e contratta familiarità; ed in Vienna pur si sapeva, che
n'erano capitate alcune, scritte in raccomandazione di persone, che non
meritavano alcun riflesso, e per cose frivole e da poco. E si sapeva che così
faceva in Roma, essendo papa, come, in Benevento, essendo arcivescovo, non
comprendendo, finché visse, che si fosse l'esser papa; e per ciò niente
curando delle cose grandi di Stato, né della papal monarchia, era tutto inteso
alle funzioni e cerimonie ecclesiastiche, a battesimi, a consacrar tempi ed
altari, a benedir campane, alla mondizia e polizia degli abiti ed ornamenti di
sacristia, e cose simili; sicché gli altri, scaltri ed accorti, che gli stavano
attorno, lasciando a lui queste occupazioni, a cui bene stavano, seppero ben
profittarsi del loro, e non suo pontificato.</p> 
<p>Da questo principio derivava che disprezzava i nunzi ch'erano nelle
corti, chiamandogli gazzettieri, li quali non facesser altro che spiare i
segreti delle corti e farne a Roma rapporto; e de' pieghi che da'
nunzi eran mandati in Roma, egli non voleva saperne cosa alcuna, né si pigliava
impaccio; ma così, puri e semplici, si mandavano al secretario di Stato, di cui
era il pensiero di darci quelle risposte che gli pareva.</p> 
<p>Quest'umore del papa, se ben mi nocesse per un verso, per
quest'altro mi giovò, poiché il nunzio Grimaldi, ch'era nella corte
di Vienna, non si prese cura alcuna di ciò che il papa co' suoi monaci
sentisse di me e della mia opera; né con l'Imperadore o con altri ministri
passò contro di me doglianze. Ma i mali uffici venivano a dirittura da Roma; né
mancarono chi, per acquistarsi merito col papa, ed ivi ed in Vienna,
cooperassero per farmi cadere dalla grazia di Cesare e de' suoi
ministri.</p> 
<p>Da' stimoli di frati e monaci fu indotto pure il papa a dare un passo,
che lo rese non pur leggiero, ma che manifestò maggiormente quanta forza in lui
avessero i domenicani. Poiché, se bene Clemente XI, non bastandogli d'aver
proibita l'<hi rend="italic">Istoria ecclesiastica</hi> di Natal
d'Alessandro, con particolar suo breve, dannandola, comandasse che fosse
eccettuata nelle licenze, che Roma dispensa per legger libri proibiti, papa
Benedetto XIII, come domenicano, e perché Natal d'Alessandro fu pur monaco
dell'istesso ordine, tenendo altro concetto della di lui <hi rend="italic">Istoria</hi> che Clemente, tolse dall'eccettuazione delle
licenze l'opera di Natale; e, per far cosa più grata a' monaci, in
sua vece posevi la mia <hi rend="italic">Istoria civile</hi>. E quando il suo
predecessore, Innocenzio XIII, si era contentato di semplicemente proibirla, né
veniva eccettuata nelle licenze, egli comandò ch'espressamente si
eccettuasse; sicome poi se n'introdusse stile. Sicché, coll'opere di
Carlo Molineo, Macchiavelli ed altri, venne anche ad eccettuarsi la mia.</p> 
<p>Ebbero largo campo non meno i frati che altri di mostrare con Benedetto
contro di me la loro animosità e bravura, offrendosi di scrivere, per confutar
la mia Istoria; e ciascuno prometteva d'uccidere il gigante. Infra gli
altri vi fu monsignor Anastasio, arcivescovo di Sorrento, il quale dimorava in
Roma, essendo stato scacciato dalla sua sede e dal regno di Napoli, come colui
che avea posto in iscompiglio quella diocesi ed attaccando brighe di
giurisdizione e strapazzando quella del re, avea finalmente costretto il viceré
e suo Collateral Consiglio a farlo uscir dal Regno. Questi ritiratosi in Roma,
nel pontificato di Clemente XI e Innocenzio XIII fu, per l'animo suo
torbido ed ambizioso, mal visto e mal gradito; sicché, per lunghi anni, vi
dimorò inutile, né mai poté ottenere di far ritorno alla sua chiesa. Ma assunto
al trono papa Orsino, egli si mescolò con la turba degli altri assentatori; ed
entrato col papa in concetto d'uom dotto e letterato, per darne un saggio,
senza che vi fosse bisogno o occasione, diede alla luce un'<hi rend="italic">Apologia</hi>, nella quale pretese difendere se stesso, e
qualificare per legittimi tutti i suoi attentati, che avea commessi in Sorrento
sopra la real giurisdizione. Ed ancorché il libro fosse ingiurioso a'
reali diritti, con tutto ciò lo dedicò al papa e, con licenza de'
superiori, fu impresso in Roma.</p> 
<p>Ma dall'opera stessa ben si conosceva che l'avea data fuori non
già per sua difesa, poiché ogni contesa giurisdizionale di Sorrento, per lo
corso di tanti anni, erasi già terminata, né facevasene più motto; ma si
osservò che fu un pretesto per malmenare l'autore della <hi rend="italic">Istoria civile</hi>, strapazzandolo di qua e di là in più luoghi,
ma a disagio, poiché non entrava punto alla sua materia ciò che
quell'autore avea scritto nella sua Istoria. E con tal pretesto, per
rendersi più grato al papa ed alla corte di Roma, prometteva in questa sua
opera, ch'egli ne avrebbe data alla luce un'altra, nella quale
avrebbe fatto conoscere i tanti errori ed abbagli di quell'autore, così
nell'istoria come nella cronologia, e, sopra tutto, nelle cose
ecclesiastiche e teologiche; dando di vantaggio un'idea dell'opera,
ed in quanti capitoli egli aveala divisa, soggiungendo, che lo faceva mosso da
spirito misericordioso e caritatevole, per ridurre quella smarrita pecorella al
suo ovile. L'<hi rend="italic">Apologia</hi> essendosi data alle stampe e
divolgata, pose tutti in aspettazione di quest'altra opera che
prometteva.</p> 
<p>S'intese ancora che un frate franciscano de' zoccoli pur si era
accinto a scrivere, per confutare l'<hi rend="italic">Istoria civile</hi>
e che il cardinal Annibale Albani gli avrebbe somministrato le spese per la
stampa.</p> 
<p>Ma nell'istesso tempo che in Roma questi campioni si accingevano
all'impresa, non si tralasciavano i mali uffici alla corte di Vienna,
ascrivendo a me ciò ch'essi facevano. Il marchese di Rialp mi disse che
veniva scritto, che io in Vienna preparava un altro libro, per darlo presto
alla luce. Non potei contenermi in rispondergli, che mal conoscevano questi
maligni non meno che ignoranti quanto duro e difficil fosse il dar libri alle
stampe, giacché immaginavano che io, in mezzo a tanti travagli ed angosce,
fossi in istato di stampar libri, che forse si credevano che fosser frittole o
focacce. Che se essi aveano questa facilità io non ce l'invidiava;
attendessero pure a sfornar presto i loro che millantavano, che io l'avrei
reso pane per focaccia. Che io me ne stava co' miei guai, né pensava a
libri; e, se non me ne dessero occasione, io me ne starei in perpetuo in un
profondo silenzio. Ma che la faccenda era tutto al rovescio, poiché in Roma
erasi già mosso il vespaio, ed alcuni eransi accinti a scrivere e, per ora, si
aspettavano due confutazioni: quella di monsignor Anastasio e l'altra del
padre franciscano.</p> 
<p>E perché maggiormente il marchese se n'accertasse, e per
l'avvenire non desse orecchio a simili falsi rapporti, e conoscesse
co' propri suoi occhi i raggiri e tranelli de' cortegiani di Roma (i
quali nel tempo stesso che non vogliono che altri scriva, essi stan facendo ciò
che in altri riprendono e biasimano), pochi giorni dapoi tornai da lui, e gli
mostrai l'<hi rend="italic">Apologia</hi> dell'Anastasio ed i passi
in quella notati ingiuriosi alla regal giurisdizione — e pure il libro
erasi di fresco stampato in Roma, e dedicato al papa!, — dicendogli che
io d'una sola cosa vivamente lo pregava: non già che pretendessi
d'impedire che essi stampassero e divolgassero le loro confutazioni
— scrivessero pure e schiccherassero quanta carta ha il mondo, — ma
che l'armi ed il campo, fosse uguale; e che, sicom'essi avean ampio
arbitrio di scrivere, così mi si permettesse, se pur lo meritassero, di
rispondergli. Alle contumelie e strapazzi, che avea di me fatto monsignor
Anastasio, io non rispondeva, poiché non voglio con essi contendere chi meglio
sappia lanciar ingiurie, lasciandole ad essi, a cui bene stanno. Ma se
l'opera che prometteva, o pure l'altra che apparecchiava il
franciscano o qualunque altra che uscisse fuori, fosser tali che mi
obbligassero a difendermi e purgarmi d'alcuna macchia o calunnia, che
cercassero addossarmi, lo pregava a non togliermi quella natural difesa, che
tutte le leggi permettono a gli assaliti ed oppressi, per vindicare la lor fama
ed onore.</p> 
<p>Il marchese mi rispose che stessi io saldo e quieto, perché sperava che non
vi sarebbe altro, che desse occasione di risposta o di replica. In effetto,
passò molto tempo che non si vide o intese libro alcuno de' promessi e
minacciati; anzi si scovrì dapoi, che monsignor Anastasio a tutto altro dovea
pensare, che di attendere a ciò ch'egli, forse per non mai adempirlo, avea
millantato. Poiché si seppe, ch'era occupato a distrigarsi d'una
accusa fattagli d'avere espilata l'eredità d'una sua nipote,
figliuola del fratello, il quale avendo a lui lasciato il pensiero e la cura di
amministrarla, finché la minore non giungesse ad età matura, il misericordioso
arcivescovo aveasela a sé appropriata, e ridotta la nipote a chiudersi in
monastero. E le monache, in nome della medesima, l'avea mossa lite nel
tribunale della Vicaria di Napoli, a darne conto e restituir la roba occupata
alla nipote. Onde da Napoli, dove io avea scritto ad alcuni amici, che uscendo
l'opera che prometteva l'Anastasio non tardassero di mandarmela,
subito in vece di questa mi mandarono alcune allegazioni stampate, nelle quali
era a pel rovescio ben pelato monsignore, e scoverta a minuto e provata
l'espilazione con documenti chiari ed autentici.</p> 
<p>Dell'opera del franciscano non s'intese poi altro, se non che, se
bene il cardinal Albani in una stamperia ad Urbino ne avesse fatti tirar più
fogli del primo tomo, non si era però questo mai veduto. E molto più si tenne
celato e soppresso, quando si vide, nell'anno 1729, l'esito infelice
dell'opera del padre Sanfelice, gesuita, della quale favelleremo più
innanzi.</p> 
<p>Riputavano in Roma allora i più fini politici, che si dovesse lasciar da
parte l'opera, ed a torto ed a diritto perseguitar l'autore, per ogni
strada; che questa sarebbe stata la migliore e più accertata risposta e
confutazione. Ma i frati e monaci, de' quali il papa era quasi sempre
circondato, volevano che, non omessa questa via, non si tralasciasse
l'altra de' libri e delle scritture, ciascuno pensando, con tal
occasione, vantaggiar sua condizione e far mostra de' suoi talenti. Non è
credibile quanto fossero scossi questi curiali di Roma dalla notizia avuta, che
l'Imperadore pensasse ad impiegarmi in suo real servizio, ed intanto
avermi assignato stipendio, per mio sostentamento, nell'imperial corte:
non si sentivano in Roma che minacce, e cercar maniera di attraversar ogni mio
avanzamento.</p> 
<p>A questi tempi, venne voglia al reggente fiscale Riccardi di portarsi in
Napoli, per dimorarvi qualche mese, credendo ristabilirsi meglio in salute, e
far poi ritorno a Vienna. Donde, ottenuta per sei mesi licenza da Cesare, partì
verso la fine del precedente anno 1724. E passato per Roma, e fermatosi ivi
alquanti giorni in casa del cardinal Sinfuego, ministro cesareo, intese colle
sue proprie orecchie queste minacce. E mancò poco, per essere anch'egli
odioso di quella corte, che, se non fosse stato accolto in casa di quel
cardinale ed insignito col carattere di ministro dell'Imperadore, non
ricevesse qualche affronto; facendosi per Roma insorger voce, che il papa
voleva che fosse posto in arresto. Sicché, impaurito, bisognò che tosto, colla
carrozza del cardinale, scappasse via ed affrettasse il suo viaggio per Napoli;
da dove scrisse a' suoi e miei amici di Vienna, che mi avvertissero a star
cauto, poich'egli avea inteso parlar di me in Roma con tanta malevolenza
ed odio, più che se fossi un Lutero o Calvino, e che tentavano tutte le vie per
ruinarmi, e farmi perdere quanto io, con tanti stenti e preghiere, avea
conseguito.</p> 
<p>Per queste notizie io non era ad altro inteso, che a raccomandarmi nella
clemenza di Cesare e pregare i supremi ministri, e spezialmente il principe
Eugenio, a volermi mantenere sotto la sicura loro protezione, la quale era
valevole a potermi scampare da' mali, che m'erano da Roma minacciati.
E poiché era assicurato che Sua Maestà non sarebbe per abbandonarmi (e con
effetto, mi si continuava puntualmente, mese per mese, il pagamento del mio
sostegno), pensai di non esser più “a costa” in casa altrui, ma
viver per me solo, in casa propria e con propria servitù. Onde mi appigionai
una picciola casa, e vissi senz'altra compagnia, che di alcuni libri,
de' quali mi era provveduto per mio sollievo, e perché mi si rendesse meno
noiosa la mia solitudine.</p> 
<p>Per la partenza del Riccardi per Napoli erasi dismessa la radunanza
d'amici, che le sere si univano in sua casa, e non vi rimaneva altra
conversazione, che quella che aveasi in casa del reggente Almarz, dove io non
mancava, non essendovi in Vienna per noi altro luogo, ove convenissero più
Italiani, spezialmente Napolitani e Siciliani, e più opportuno per sapere ciò
che <corr>[degno]</corr> di rimarco si passava nella corte o nella
città, e ciò che s'avvisava di nuovo, occorso in Italia, e massimamente in
Napoli.</p> 
<p>Nel mese di aprile di quest'anno 1725, si seppe la pace conchiusa tra
l'Imperadore e Filippo, re di Spagna, stipulata in Vienna e maneggiata
secretamente, per parte del re Filippo, dal duca Riperta, che per più mesi
dimorò sconosciuto a Vienna, trattandola col conte di Zinzendorf, gran
cancelliere di corte, e col marchese di Rialp, ministri deputati
dall'Imperadore, senza partecipazione di altri principi. Si pubblicò nel
mese di maggio e più istromenti di questa pace furon impressi, che ora si
leggono raccolti nel <hi rend="italic">Codice diplomatico d'Italia</hi> di
Luuml(ü)nig. Tutti gli afflitti Napolitani, Siciliani e Milanesi si
rallegrarono, in sentirla conchiusa, poiché si credea che la corte di Vienna
venisse a sgravarsi di tanti Spagnoli, i quali, stante la vicendevole
restituzione de' beni, dignità ed onori, convenuta nel nono articolo della
medesima, dovessero ritornare in Ispagna, nelle loro paterne case; e di
vedersi, con ciò, la beneficenza cesarea ristretta a' suoi propri e fedeli
sudditi e vassalli de' regni e Stati d'Italia, che stabilmente
rimanevano sotto il clementissimo suo dominio.</p> 
<p>Ma ecco come i giudicii umani spesso s'ingannano! Questa pace produsse
effetti contrari: non solo quelli che vi erano maggiormente vi si stabilirono,
ma ne vennero poi a truppe degli altri da tutti i regni della Spagna, e
spezialmente dalla Catalogna, Valenza e d'Aragona; i quali a guisa di
locuste corrodevano tutti gli emolumenti, che da' dominii d'Italia
provenivano, non lasciando a' nazionali che qualche miserabile spicilegio
che, dopo raccolta la messe, rimaneva. Il Consiglio, non per ciò, lasciò di
chiamarsi di Spagna, come prima; né nelle spedizioni si lasciò la lingua
spagnola, ancorché non avesse da impacciarsi che de' soli regni e Stati
d'Italia. Sicome i nomi dell'inquisitore e del commissario della
crociata non si ristrinsero alla sola Sicilia (poiché Napoli e Milano non han
crociate; ed in quanto all'inquisizione, quella di Milano non è sottoposta
a quella di Spagna, e Napoli non ne riconosce alcuna), ma si ritennero, come
prima, quelli d'inquisitore generale e commissario generale delle
Spagne.</p> 
<p>E se, dopo questa pace, si vide assai più multiplicare il numero degli
Spagnoli in Vienna e negli altri Stati d'Italia, sottoposti
all'Imperadore, ch'empivano le secreterie ed i tribunali, meritamente
non si dovea lasciar il nome e l'idioma di Spagna; poiché questi Stati
d'Italia eransi resi fondi fruttiferi ed ubertosi, destinati non pur a
satollare quanti Spagnoli venivano di Spagna, ma a ripulirgli e mettergli in
agiatezza e comodità ed in istato splendido e decoroso, ornandogli di cariche,
toghe, uffici ed altri onori e dignità; e perché la maggior parte era gente
inetta, inutile e sfaccendata, molti eran provveduti di pensioni, benefici,
diarie ed altre sovvenzioni. Fu cosa veramente da stupire in loro la franchezza
colla quale ci venivano, come se fosser invitati a certi non dubbi guadagni e
mercedi; e se alcuni di loro eran dimandati perché, lasciando la propria
patria, eran venuti in paese sì stranio e lontano, rispondevano: per aver la
consolazione di vedere la faccia del lor padrone. Riputavano come se
l'Imperadore fosse il vero re di Spagna, giacché, in vigor della pace
stessa, gli era conservato il titolo di re cattolico e, per questa cagione, la
prima arciduchessa la chiamavano principessa d'Asturia. E come se Filippo
V fosse rimaso in Ispagna governadore di que' regni, pensavano che Cesare
potesse, a suo arbitrio, disporre di essi e di quel principe; il quale, per
importargli molto la sua confederazione ed amicizia, sarebbe stato ubbidiente,
e come uom ligio secondarebbe i suoi voleri e desideri.</p> 
<p>Quindi sursero le strane voci e fantasie di nuove nozze e parentadi, affin
di stringere maggiormente questa alleanza, e che l'Imperadore, avendo con
sé la Spagna, poteva burlarsi di tutti gli altri principi di Europa. Questa fu
la radice della mala pianta che germogliò poi tanti triboli, sterpi e pruni.
Questa pace tirò seco l'alienazione dell'Inghilterra e
dell'Olanda dall'Imperadore, e l'alleanza che poi
l'Inghilterra strinse colla Francia ed altri principi, a' danni del
medesimo. Quindi vennero gli sconcerti di nuova guerra della Spagna con
gl'Inglesi, e poi la pace di Siviglia colla Spagna, Francia ed
Inghilterra, escludendone l'Imperadore, e tanti altri cangiamenti e
variazioni di sistemi, e nuove idee de' principi d'Europa sopra la
misera Italia, rimasa per segno e come bersaglio delle altrui voglie ed
invasioni.</p> 
<p>Gli Spagnoli di Vienna nutrivano allora concetti tutto diversi e lontani,
che non vi sarebbe potenza che potesse contrastar coll'Imperadore, avendo
seco unita la Spagna, lusingandosi che fosse impossibile che questa potesse da
lui staccarsi e far leghe con altri principi. Sembrava ad essi esser un sol
corpo, e reggersi da un sol capo, qual era l'Imperadore; e da ciò nasceva
che tutti gli Spagnoli si riputavano di lui fedeli sudditi, anzi che
l'Italia non potesse reggersi senza gli Spagnoli, come quegli
ch'erano più esperti nell'arte del governo e
nell'amministrazione della giustizia, ne' Consigli e ne'
tribunali, degl'Italiani stessi e molto più de' Tedeschi. Quindi si
procurava che, in luogo de' vecchi e degli estinti, si surrogasser altri
Spagnoli; e, dolendosi sovente l'Imperadore, quando accadeva la morte di
qualche ministro spagnolo, che gli andavano mancando gli Spagnoli, essi
intrepidamente gli rispondevano che non ne sarebbero a Sua Maestà mancati in
eterno, poiché vi erano in Castiglia, Lione, Aragona, Valenza, Catalogna e
negli altri regni di Spagna soggetti eminenti, da potergli impiegare in suo
real servizio, nell'imperial corte e ne' Consigli e tribunali
d'Italia e di Fiandra.</p> 
<p>E questo concetto, che senza Spagnoli l'Imperadore non potesse ben
governare gli Stati d'Italia e di Fiandra, fu presso di loro non men fermo
e costante che antico, finché ne fece acquisto. Poiché soleami dire il conte di
Serbellon, consigliero del Consiglio di Spagna per Sicilia, che
l'arcivescovo di Valenza, che egli chiamava suo zio, quando si mandarono
da Vienna i plenipotenziari nel congresso della pace, apertosi in Cambrai, gli
disse che avea raccomandato all'Imperadore che nelle istruzioni che dovea
dargli, non si fosse dimenticato, fra l'altre, aggiungervi che, rimanendo
la Spagna al re Filippo, fosse in suo arbitrio di chiamare a Vienna que'
soggetti spagnoli, che gli bisognassero, per impiegargli nel governo de'
suoi Stati d'Italia e di Fiandra; e, se non si potesse ciò ottenere
indefinitamente, almanco che si convenisse d'un certo e determinato
numero.</p> 
<p>La pace di Vienna di quest'anno produsse ancora altri non creduti
effetti, poiché, invece, secondo la comune credenza che distaccati questi regni
e province dalla Spagna non si dovessero per l'avvenire adoperar ministri
spagnoli, non solamente vieppiù si stabilirono, ma resero il loro governo più
assoluto e vigoroso, ad esclusione di tutti gli altri che non fossero di lor
nazione. Anzi n'erano così gelosi che altri non se n'impacciasse, che
pian piano si procurava da' viceregnati stessi di Napoli e di Sicilia e
da' governi di Fiandra e di Milano di escluderne ogni altra nazione, per
fargli cadere nelle loro mani.</p> 
<p>In effetto, il viceregnato di Sicilia erasi già reso spagnolo, succedendo al
duca di Montelione, napolitano, il marchese d'Almenara, spagnolo; e dopo
due trienni che lo tenne, vi fu sustituito il conte di Sastago, pure spagnolo,
al quale, se le moderne rivoluzioni di cose non avesser tutto cambiato, se gli
era dato per successore il marchese Rubi, catalano. E se non fossero accadute
queste ultime mutazioni di dominio, lo stesso sarebbe accaduto del regno di
Napoli; e già si era cominciato; poiché, rimosso il cardinal Althan, vi fu
mandato dalla Sicilia per viceré interino lo stesso marchese di Almenara, che
lo tenne sei mesi, fino all'elezione del conte d'Harrac, tedesco; e
si millantava che, non essendovi di altre nazioni persone idonee e capaci,
finalmente doveasi ricorrere a' Spagnoli, de' quali era propria
l'arte del governo, e spezialmente de' viceregnati.</p> 
<p>In Fiandra quali accorgimenti e macchine non si usarono, per far che il
principe Eugenio di Savoia, che n'era governadore — con proporre
all'Imperadore, che que' popoli resterebbero contentissimi, se
avessero la consolazione di avere per governatrice l'arciduchessa sua
sorella, — da far sì che il principe, accortosi delle loro cabale,
resignasse il governo in man di Cesare, il quale lo diede
all'arciduchessa, che si portò a Bruselles per amministrarlo? E ciò non fu
per altro che, trovandosi il principe di Cardona presidente del Consiglio di
Fiandra in Vienna, il quale, avendone il principe Eugenio il governo, mal potea
col suo Consiglio, che per la maggior parte si componeva di Spagnoli, disporre
delle cose di quelle province a lor arbitrio e talento, s'ingegnarono
farlo cadere in man di femmina, affinché francamente ne potesser disporre
sicome l'evento il dimostrò.</p> 
<p>E fu veduta allora cosa molto maravigliosa e stupenda, che per compensare
profusamente al principe Eugenio il soldo e gli emolumenti che ritraeva da quel
governo, pensarono che l'Imperadore gli conferisse una nuova carica,
quanto splendida e illustre altrettanto vana ed immaginaria, senza funzione ed
esercizio alcuno, qual fu quella di vicario generale d'Italia. Ma nel
diploma, che pur si legge impresso nel <hi rend="italic">Codice diplomatico
d'Italia</hi> di Luuml(ü)nig, fu chiaramente espresso che non ne avesse
esercizio, né tutto ciò che seco portava la carica di onori e preminenze, se
non quando il principe fosse in Italia: cosa, che ben prevedevano esser
impossibile; poiché, per le altre gravi cariche che occupava il principe, come
di presidente del Consiglio di guerra, di generalissimo delle truppe cesaree,
d'esser il primo del Consiglio di Stato e della conferenza,
l'Imperadore non l'avrebbe mai allontanato dalla sua persona ed
imperial sua corte, se non in qualche grave spedizione militare.</p> 
<p>Ma il più sorprendente fu che, poco curando della miseria nella quale si
sarebbero ridotti gli Stati d'Italia, con altro nuovo ed insopportabil
peso, nel diploma istesso fu costituito al principe, come vicario generale
d'Italia, che non si voleva se non ideale ed immaginario, il soldo di
centoventimila fiorini l'anno, da pagarsigli sopra gli Stati suddetti,
anticipatamente e con prelazione a gli stessi soldi de' viceré di Napoli e
di Sicilia e del governadore di Milano; ripartendosi la somma, la metà che
dovesse pagarla il regno di Napoli, importante fiorini sessantamila, e
dell'altra metà trentamila il regno di Sicilia, ed altrettanti lo Stato di
Milano. Questi nuovi pesi non si ebbe difficoltà d'imporgli sopra Italia e
far sì che puntualmente, anno per anno, gli si fosse pagata la somma, purché
sodisfacessero a' loro fini e raddolcissero l'animo esacerbato del
principe contro di loro. Il quale, a tutto altro pensando, che per una tal
carica, che ben sapeva dover riuscire immaginaria, dovesse pagarsegli vero e
real soldo, ricusava riceverlo; ma l'Imperadore volle che, in tutte le
maniere, l'accettasse. E fu allora per Vienna divolgato che il principe,
quando la prima volta gli furon portate le polizze del pagamento, avesse detto
che gli Spagnoli volevano che ancor lui divenisse spagnolo; essendo fra di essi
introdotto costume che si profondessero soldi, mercedi e pensioni, non già a
chi avea servito o stesse in attual servizio di Cesare, e con la sua opera
conferisse in qualche cosa al pubblico bene, ma unicamente si badava al maggior
agio, comodità e privata fortuna del provvisto.</p> 
<p>Il tempo dimostrò che volevano che il principe fosse sol contento di questa
paga, e non s'impacciasse punto delle cose d'Italia. E n'erano
così gelosi, che se bene il principe mal volentieri s'intrigasse delle
cose loro, se mai occorreva che alcuno ricorresse alla sua protezione, per
ottener qualche grazia o favore, questo istesso bastava per esserne escluso,
sicome sperimentai nella mia persona. Poiché sapendosi che io frequentava la
casa del principe, non era ciò da Spagnoli molto gradito, e bisognava con molto
riserbo e destrezza portarmi, per non guastare i miei fatti, e mostrare una
total dipendenza da loro; la quale nemmeno mi giovò, perché essi erano intenti
a favorire quelli della propria nazione, e non pensare ad altri.</p> 
<p>Nell'està di quest'anno ebbi da Napoli l'infausto avviso
della morte del mio vecchio padre, rimanendo mio fratello solo ad amministrare
ed aver pensiero delle robe ivi rimase e di tutta la casa. Ed inchinando
quest'istesso anno verso il fine, avvenne che il Riccardi, volendosene da
Napoli tornar in Vienna, navigando per l'Adriatico nella stagione molto
avanzata d'autunno, corse fortuna in quel mare; e dimorato più settimane
in un'isola deserta di quel golfo, prese porto a Venezia, dove
trattenutosi pochi giorni, passò in Verona, invitato e ben accolto dal marchese
Maffei, pensando ivi trattenersi fin che non passasse la rigidezza
dell'inverno; ma, o fossero i passati patimenti e disaggi della sofferta
burrasca, o le troppe carezze del Maffei, mentr'era in Verona, una notte,
fu assalito da apoplessia così grave, che in pochi momenti gli tolse la
vita.</p> 
<p>Pervenuta la rea novella di questa improvvisa morte a Vienna, dovendosi
provveder la carica di avvocato fiscale, che rimaneva vacante, i Napolitani si
credevano di poterla ottenere e si facevano innanzi. Lo stesso fecero i
Siciliani, i quali pretendevano che, avendola prima ottenuta un milanese, qual
fu Belgredi, di poi un napolitano, qual era Riccardi, dovea ora conferirsi ad
un siciliano. I pretensori italiani erano molti, lusingandosi che, sicome prima
non era stata provveduta se non a nazionali di que' regni e Stati, sopra i
quali si raggirava il Consiglio di Spagna, così ora non se gli dovesse fare
questo torto, con vederla passata negli Spagnoli.</p> 
<p>Gli amici mi consigliavano con gli altri a doverla ancor io pretendere; e
tanto più, che in ciò dal principe Eugenio ne avrei potuto ottenere ogni
mediazione e favore. Sicome, avendolene io fatto motto, non me ne riputò
immeritevole, anzi mi disse, che gli avessi portato il memoriale, ch'egli
l'avrebbe dato in mano di Sua Maestà, con raccomandarmici, sicome feci. Ed
il principe, che fra l'altre ammirabili sue doti adempiva esattamente
quanto prometteva, non mancò di parlarne all'Imperadore e darlene
memoria.</p> 
<p>I Tedeschi che frequentavano la corte, a' quali io era ben noto,
parimente procuravano di aiutarmi, per quanto essi potevano; ma io, con tutto
ciò, non c'entrai in alcuna speranza, sapendo che dovea tal provvista
passare per le mani de' Spagnoli, i quali ne avrebbero escluso ogni altro,
per farla cadere in persona d'un loro nazionale. Essi, a questo fine,
lasciarono passare la furia e gl'impegni di tanti, né, per più e più mesi,
si parlava di provvederla, dando a credere a molti, che questa carica fosse
inutile nel Consiglio, poiché tutti i reggenti erano fiscali — ma
all'Imperadore la predicavano per utilissima e necessaria; sicché, dopo
passati quasi due anni, quando altri meno sel pensava, si vide provveduta in
persona del reggente Alvarez, spagnolo di Salamanca, il quale dimorava in
Napoli con posto di reggente di quel Consiglio Collaterale.</p> 
<p>Rimaser tutti sorpresi, in vedere che dal supremo Consiglio di Napoli si
prendesse un reggente, per occupare in Vienna la carica di fiscale, quando
prima, ed in Vienna istessa ed in Madrid, nel Consiglio d'Italia, si
chiamavano da Napoli i consiglieri di Santa Chiara ed i presidenti della regia
Camera, non già i reggenti, ad occupare gli stessi posti di reggentati, non pur
di fiscale, solito ad eleggersi dall'ordine degli avvocati. Tanto
maggiormente, che il fiscal di Vienna avea da contrastar co' secretari di
precedenza, poiché questi pretendevano, ch'essendo essi decorati col
titolo di consiglieri, doveano nel sedere ed in ogni funzione precedere al
fiscale.</p> 
<p>Ma gli Spagnoli altramente l'intendevano; poiché, per far entrare nella
loro nazione quella carica, ch'era stata prima occupata dagli Italiani,
scelsero tutto un reggente del Collaterale di Napoli, spagnolo, perché niuno
potesse con lui contendere per graduazione e per merito, qualificandolo ancora
per un gran cattedratico: che non si sapeva. E poi si seppe, che era in sua
gioventù stato cattedratico, non già in Salamanca, ma a Pavia, procuratagli
questa cattedra da un suo fratello, che si trovava senatore in Milano, dove
queste cattedre soglionsi dispensare a' figliuoli o parenti di que'
ministri, come se fossero benefici semplici.</p> 
<p>Entrata questa carica nella nazione spagnola, non ne uscì mai più; poiché,
passato dapoi l'Alvarez ad esser reggente per Milano, fu rifatto fiscale
Esmandia, pure spagnolo, che si trovava senatore a Milano; e quando prima non
gli era assignato altro soldo, se non di seimila fiorini l'anno (poiché al
Riccardi se gli pagavano novemila, esiggendo gli altri tremila come altro
bibliotecario cesareo), occupata che fu dagli Spagnoli, il soldo si accrebbe a
novemila, come pagavasi a tutti gli altri reggenti.</p> 
<p>Col progresso degli anni, sicome sempre più crescevano l'avidità e
'l potere degli Spagnoli nell'imperial corte di Vienna, ed alla
svelata eran da essi trattati gli Stati d'Italia come propri patrimoni;
così si scemavano le speranze de' nazionali di quella, i quali
assolutamente doveano dagli Spagnoli mendicar grazie e favori, e raccogliere le
miche che cadevano dalle lor mense.</p> 
<p>A me non solo portava nocumento questo sistema, ch'era un mal comune,
ma si opponeva la corte di Roma, la quale sotto Benedetto
<corr>[XIII]</corr> non cessava di perseguitarmi; tanto maggiormente
che alla giornata, nel processo del tempo, la mia opera era da tutte le nazioni
ricercata ed avidamente letta e commendata.</p> 
<p>Ed in Napoli avea rischiarati molti, spezialmente la gioventù; sicché
cominciavano nelle loro menti a germogliare altre idee di quelle, che i
libracci forensi e' goffi canonisti le tenevan ingombrate, e le scritture
che uscivano ne' tribunali, per occasione di qualche contesa
d'immunità locale o personale, ovvero reale delle persone e beni
ecclesiastici, erano dettate secondo i veri princìpi d'una solida
giurisprudenza. La gente si rese più cauta di colmare di maggiori averi e
ricchezze le chiese ed i monasteri, e si procurava d'impedirgli ulteriori
acquisti di beni stabili; e moltissimi eran ricreduti di tante vane ed inutili
superstizioni, rendendosi più accorti per eludere le ipocrisie e li sottili
artifici de' preti e de' monaci.</p> 
<p>In Fiandra, spezialmente in Bruselles e Lovanio, dove più essemplari della
mia <hi rend="italic">Istoria</hi> eran pervenuti, era da molti stanca e
riletta; sicché si scrivea da' Fiaminghi a Vienna, ch'essi ora
sapevano più del regno di Napoli, che delle proprie loro province. E poiché io,
in più luoghi dell'opera, non lasciai di far onorata memoria di
Van–Espen, famoso professore di Lovanio e celebre per le insigni sue
opere, questo savio e venerando vecchio, che ancor vivea, me ne fece render le
grazie, ed avendo allora dato alla luce quel dotto libro <foreign lang="lat"><hi rend="italic">De recursu ad principem</hi></foreign>, me ne
mandò in dono un essemplare, perché io avessi di lui qualche memoria.</p> 
<p>In Francia non era meno ricercata, e da Parigi ne vennero più richieste al
cavalier Garelli, il quale non mancò, di que' essemplari che io feci
venire a Vienna, di mandarne alcuni a' suoi amici, che gli richiesero.</p>

<p>Tutte queste cose maggiormente irritavano i curiali di Roma, talché le loro
persecuzioni si resero più fiere ed incessanti; ed arrivò la loro animosità ed
odiosa malevolenza a tale estremità, che tutti quelli che leggevano
quest'<hi rend="italic">Istoria</hi>, e mostravano esser persuasi della
sua dottrina — preti o monaci che si fossero — si acquistavano la
loro indignazione, e gli chiamavano, per rendergli odiosi alla corte di Roma,
“giannonisti”. Come se io insegnassi cose nuove, e non già vecchie,
scritte da' più accurati, dotti, seri e gran scrittori, che io, fuor del
costume degli altri storici, additava nel margine, perché ciascuno potesse
riscontrargli e non si abbandonasse alla sola mia narrazione! Sicché io soleva
dire a coloro che mal riferivano, che mi mostrassero qual fosse questa nuova
dottrina che io insegnava, giacché mi riputavano capo d'una nuova
setta.</p> 
<p>Ma per mia buona sorte le loro detrazioni e maladicenze sparse per Italia, e
le loro insidiose cabale non poterono tesserle a questi tempi
nell'imperial corte di Vienna, per un'occasione a me favorevole: e fu
che, non ostante che l'Imperadore, per i preceduti trattati avuti col
pontefice Innocenzio XIII, avesse restituito alla Chiesa di Roma Comacchio su
la fiducia che non si sarebbe fatta eseguire in Sicilia la bolla di papa
Clemente XI intorno all'abolizione del tribunale della Monarchia, ma che
le cose fossero in quello stato, nel quale prima erano, né sopra ciò si
tentasse alcuna novità; papa Benedetto, istigato da alcuni ipocriti zelanti,
senza partecipazione del collegio de' cardinali, restituito che fu
Comacchio mandò a' vescovi di Sicilia suoi brevi, co' quali se
gl'imponeva ch'esercitassero lor giurisdizione in quell'isola
secondo il prescritto della bolla di Clemente, niente curando gli antichi stili
ed usi, che e' riputava abusi, del tribunal della Monarchia.</p> 
<p>Ed il modo che tenne di far pervenire in mano de' vescovi i brevi fu di
mandar il piego, nel qual erano chiusi, al cardinal Sinfuego ministro cesareo,
perché lo istradasse per Sicilia; ed a lui, come arcivescovo di Monreale, fu
drizzato altro consimile particolar breve, affinch'eseguisse quanto in
quello si conteneva. E quel buon cardinale, per ubbidire a Sua Santità, si
ricevé il breve e mandò il piego in Sicilia all'arcivescovo di Palermo, a
cui era drizzato; il quale dispensò i brevi a tutti i vescovi dell'isola,
mettendola in iscompiglio per le novità che si pretendeva introdurre, in tempo
che i Siciliani men se 'l pensavano.</p> 
<p>Pervenuta all'Imperadore una tal notizia, se ne sdegnò fortemente; ed
ancorché il gran cancelliere, conte di Zinzendorf, ed il marchese di Rialp
(l'uno, per non guastar i suoi trattati, che avea in Roma del cardinalato
dell'abate Zinzendorf, suo figliuolo, avendosi procurata la nomina del re
di Polonia; l'altro, per non interrompere le speranze del cardinalato
all'arcivescovo di Salerno, suo fratello, ed il corso delle fortune che si
prometteva per l'abate Perlas, suo figliuolo, e suoi nepoti che teneva in
Roma) s'ingegnassero di raddolcire il giusto sdegno di Cesare;
nulladimanco — poiché tutto il Consiglio di Spagna fortemente si opponeva
alla novità, riputandola un manifesto attentato, e di continuo rappresentava a
Sua Maestà che non si dovesse soffrire, ma che le cose rimanessero in Sicilia
nel primiero stato, cassando i brevi mandati, né permettendo a' vescovi di
attentar cose nuove — l'Imperadore si appigliò a questo savio lor
parere e comandò a quel viceré che impedisse ogni novità che mai
tentassero.</p> 
<p>A questa briga, poco dapoi, se n'aggiunse un'altra: e fu per
l'occasione che il cardinal Annibale Albani fece in magnifica forma
imprimere un nuovo <hi rend="italic">Bollario</hi> di tutte le costituzioni,
bolle, brevi ed infino i biglietti, che papa Clemente suo zio, in tempo del suo
pontificato, avea fatti — li quali, raccolti in questo volume, si
pretendeva farli passare per leggi universali e che servissero
<foreign lang="lat"><hi rend="italic">pro regimine urbis et
orbis</hi></foreign>, — nel quale erano inserite più bolle, brevi ed atti
pregiudizialissimi alle reali preminenze, e spezialmente al tribunale della
Monarchia di Sicilia; sicché, esposto a gli occhi di Cesare, co' fogli
segnati dove si leggevano tante offese e strapazzi, che si facevano non meno
de' reali diritti, che de' ministri di Sua Maestà, ciò pur mosse
l'indignazione di Cesare a far sì che quello non fosse ricevuto in tutti i
regni ed ampi suoi dominii.</p> 
<p>Ed ancorché dal Consiglio di Spagna si rappresentasse che dovesse, con
pubblico editto, proibirsi ne' suoi Stati, e l'Imperadore mostrasse
d'uniformarsi al loro parere, nulladimanco il marchese di Rialp, per man
di cui, come secretario di Stato, dovean passar gli ordini, gli andò differendo
in guisa che, col tempo, raffreddate le cose e l'Imperadore ad altro
inteso, finalmente tanti romori si ridussero, che il marchese di Rialp
scrivesse una lettera al viceré di Sicilia, colla quale, con molta cautela e
secretezza, se l'imponeva che, nell'immissione de' libri in
quell'isola, avvertisse di non farci introdurre il <hi rend="italic">Bollario clementino</hi>, con darne ordini secreti a'
guardiani de' porti. Ciò che niente giovò; poiché si intese dapoi, che in
Palermo, Messina e nell'altre città di Sicilia, se n'erano introdotti
e se n'introducevan tanti, quanti n'erano da Roma mandati. Pendenti
queste brighe, e mostrando la corte di Vienna esser mal sodisfatta della corte
di Roma, o contro di me non s'indrizzavan mali uffici, o se pur si
tentavano erano infruttuosi, mal intesi e non curati.</p> 
</div2> 
<div2 type="paragrafo"> 
<head>II</head> 
<argument>
<p>[<hi rend="italic">1726</hi>]</p>
</argument> 
<p>Intanto eravamo già nell'anno 1726. Ed io, a mio danno, avea
sperimentato quanto fossi stato mal consigliato, in volere, essendo solo,
prender casa da per me, e mettermi nelle mani di servidori stranieri, che
avesser cura delle mie cose domestiche: non solo la spesa erami cresciuta e
resa insoportabile, ma era pessimamente servito e — quel che fu peggio
— due volte fu' rubato: una da un servidore trentino, l'altra
da un tedesco di Linz, capitale dell'Austria superiore; i quali se ne
scapparon via, dopo avermi vocirc(ô)tati i scrigni, dove teneva riposto qualche
contante. E, se bene non fosse molto, nulladimanco a me che non avea altro, se
non quello che m'era somministrato dalle mie mesate, ogni scossa di queste
mi metteva a terra.</p> 
<p>Conobbi, da ciò, che saviamente facevan coloro, i quali, non avendo grossi
stipendi che potessero sostener, per sé soli, la spesa d'una casa,
procuravano entrar “in costo” in un'altra e, communicate le
facoltà, vivere più aggiatamente, senza darsi in mano de' servidori, per
esser rubati e mal serviti. A me si aggiunse, per farmi risolvere a questo
partito, una particolar cagione; e fu che, avendo contratta amicizia e
familiarità colla casa del vecchio Plekner e conosciuta la sua famiglia, che si
componeva di donne discrete, da bene ed affezionate, volentieri mi deliberai ad
unirmi con loro: e tanto maggiormente che, oltre al maggior aggio e cura, che
per le mie cose domestiche n'avrei ritratto, avrei potuto molto giovarle e
sollevarle dalle strettezze, nelle quali erano cadute dopo la morte di quel
buon vecchio.</p> 
<p>Erasene egli morto nel mese di ottobre, a Pettersdorf, dell'anno 1724,
lasciando la povera vedova Leiscenhoffen, sua figliastra con tre donzelle, sue
figlie; poiché un'altra, la maggiore erasi già maritata, ed un figliuol
maschio s'incamminò per la strada della milizia. L'afflitta vedova,
con queste tre sue figlie, perduto il marito, e poi il patrigno, vivea
senz'altro appoggio che di picciole sovvenzioni, che l'eran
somministrate dalla principessa di Montecuccoli — grata alla memoria ed
a' servigi prestatigli dal vecchio Plekner, quando era in fiore, — e
sopra una picciola pensione, assignatale poi dall'Imperadore, nella Camera
di Vienna. E se bene il Plekner avesse lasciato un figlio già stabilito,
essendo consigliere della Camera, nulladimanco da questi non era da sperar
soccorso; poiché, avendo presa moglie e tenendo figli, faceva assai a
provvedere alla propria famiglia.</p> 
<p>Si pensò, adunque, che appigionata una casa capace, nella strada
d'Italia, con stanze separate, sicché non si ricevesse o si desse
vicendevolmente incomodo e soggezione veruna, si vivesse uniti e la tavola
fosse comune; sicome si pose in effetto ne' princìpi di maggio di
quest'anno, somministrando io il pigione per le mie stanze e quanto
bisognava per le serve e vitto. Sperimentai che, se bene non vi fosse risparmio
e mi costasse la stessa spesa, che mi bisognava essendo solo, con tutto ciò era
trattato meglio, che se fossi in Napoli in casa propria, ben agiato e
pulitamente servito. E sopra tutto piacevami che fossi di gran giovamento e
sollievo a quelle infelici, le quali, molto grate e riconoscenti di quanto io
le giovava, non è da esprimere l'affezione e la cordialità, colla quale io
era trattato.</p> 
<p>Fra le tante mie persecuzioni e sciagure, par che la divina Provvidenza mi
avesse serbata questa unica consolazione e conforto: di aver trovate in Vienna
persone cotanto amorevoli ed affezionate, che con difficoltà avrei potuto
trovare fra' miei, in Napoli. Era la Leichsenhoffen madre una donna,
quanto d'età avanzata, altrettanto onesta, divota e d'incorrotti
costumi. Le sue occupazioni non erano che, di continuo, o nelle chiese o in
casa, pregare a Dio ed a' santi. Caritatevole verso i poveri, a'
quali somministrava alcuni salutari rimedi, ch'essa fabbricava colle sue
proprie mani, per la perizia che n'avea, secondo il costume di alcune case
tedesche, nelle quali le donne si applicano volentieri a tali lavori, non si
sentiva da lei parola, che non fosse modesta e savia; nemica delle nuove
rilasciate usanze, che, alla giornata, vedeva introdotte in Vienna, e rigida
osservatrice dell'antiche. Ma molto più risplendevano le sue virtù, per
l'educazione colla quale avea allevate le tre sue figliuole, gentili,
modeste, discrete, ben accreanzate e di costumi santissimi, che tiravan la
benevolenza ed amore di quanti le trattavano.</p> 
<p>Ma, sopra le altre sorelle, s'innalzava la mezzana, Ernestina di
Leischsenhoffen, la quale alla onestà, modestia, civiltà ed altre eroiche
virtù, delle quali era ornata, accoppiava in tutte le cose una somma diligenza,
sincerità, acutezza e prudenza, e, sopra tutto, d'esser discreta,
economica e in tal grado di perfezione, che, essendo ancor giovinetta, il
vecchio Plekner, suo avo, aveale appoggiata l'economia della sua casa, che
trattava con tanta saviezza, avvedutezza e sollecitudine, che mi soleva dire
quel buon vecchio, che se non avesse in sua casa la <foreign lang="ger"><hi rend="italic">Fraile</hi></foreign> Ernestina, che la reggesse, avrebbe in
istato assai peggiore passati gli anni della sua vecchiaia; ma che Iddio
l'avea lasciato almanco questo conforto, d'aver persona non men
fedele che affezionata, la quale tenesse esatta cura non men del suo corpo, che
delle cose sue familiari e domestiche.</p> 
<p>Questa savia donzella, adunque, avendo presa sopra di sé la cura de'
miei affari domestici e di tutto ciò che si apparteneva ad abiti, mobili di
casa ed ogni altro che mi bisognasse, e facendolo con molta affezione, lealtà
ed esattezza, mi alleggerì di molte fastidiose cure, alle quali, massimamente
in paese forastiere, io era inetto ed impaziente, sottraendomi dagli inganni e
furberie de' servidori. Sicché, d'allora in poi, non attesi che
a' miei studi ed a procurare che non si differisse di vantaggio
l'adempimento di quanto nell'imperial decreto stavami promesso.</p> 
<p>Essendo io sì ben aggiato ed in mezzo a' Tedeschi, ciascuno crederà che
io avessi dovuto perfettamente apprendere la lor lingua; ed in vero, tali e
tanti furono gli sforzi delle mie commensali, le quali s'ingegnavano che
io dovessi impararla, che così avrebbe dovuto succedere. Ma avvenne il
contrario, poiché, invece d'apprender io la lingua tedesca, impararono
esse l'italiana; sicché, toltone la madre, ch'era d'età molto
avanzata, le tre figlie, e spezialmente l'Ernestina, in poco tempo
l'appresero sì perfetta, che speditamente poi la parlavano. Da ciò avvenne
che io non ci avessi più cura, ed avendo resa quasi tutta la casa italiana,
parlava sempre col mio linguaggio, col quale era ben inteso; oltre che la mia
età avanzata non era acconcia a poter ridurmi a fissarmi ad una sì vasta ed
intricata lingua, che ha voci composte di tante consonanti e poche vocali, che
mal si adatta alla pronuncia degl'Italiani.</p> 
<p>Si aggiungeva il gran numero degli Italiani ch'erano in Vienna,
co' quali io conversava, e che nelle case nobili tedesche si parlava e
s'intendeva non men il francese che l'italiano; sicché non vi era
quella necessità, ch'è la maggior maestra delle lingue, che
m'obbligasse ad apprenderla. Ed intorno a' libri, gli scrittori più
dotti e savi non si valevano della tedesca, dandoli alla luce, ma sì bene della
latina, perché fossero letti.</p> 
<p>Proseguendo adunque con maggior aggio la mia dimora in Vienna, e reso noto
non meno a' personaggi illustri della corte tedeschi, che forastieri che
vi dimoravano, o impiegati con pubblico ministero servendo qualche principe,
ovvero per privati loro interessi; se occorreva trattarsi di qualche grave lor
causa, sapendo la mia professione d'avvocato, non mancarono alcuni di
richiedermi del mio patrocinio. E poiché in tutti i Consigli e dicasteri di
Vienna non è costume di parlarsi le cause in ruota, ma solamente di scrivere su
gli articoli controversi, ed informarne i ministri nelle loro case, sovente era
ricercato, spezialmente dagl'Italiani, di farlo nelle loro liti.</p> 
<p>Così, tenendo il console imperiale Mariconi, agente di Sua Maestà cesarea in
Genua, una lite con alcuni mercanti catalani, monsignor Mariconi, suo fratello,
che dimorava a Vienna, mi richiese che io prendessi la sua difesa; sicome feci,
distendendo alcune allegazioni, che dimostravano l'insussistenza della
pretensione de' Catalani. Parimente il duca della Saponara, siciliano,
decorato col titolo di principe dell'Imperio, avendo una grave lite nella
conferenza delle poste sopra l'officio di corrier maggiore delle poste di
Sicilia, si valse dell'opera mia in sua difesa: la qual lite, finalmente,
fu terminata per mezzo d'un amichevole accordo, in vigor del quale gli fu
conservato l'ufficio, transiggendo le pretensioni fiscali, collo sborso di
non picciola somma di denaro.</p> 
<p>Fui dapoi richiesto dal marchese di Corese, Maffeo Barberini, romano, di
scrivere nella causa che avea col cardinal Barberini, intorno
all'intelligenza del testamento di papa Urbano VIII, ch'escludeva le
femmine nella successione de' fidecommissi ordinati, essendovi maschi
naturali, ancorché non legittimi. E vi composi un'allegazione, nella quale
dimostrai non pur la chiamata del marchese, ad esclusione delle femmine; ma
eziandio le alte preminenze e sovrane potestà, che i monarchi tengono sopra i
matrimoni delle persone illustri, loro suddite e vassalle, che era l'altro
articolo, che ivi occorreva d'esaminarsi. E da' Genovesi, per mezzo
del marchese Clemente Doria, era ancor richiesto per difesa di qualche lor
causa.</p> 
<p>Da Napoli non mancavano gli avvocati miei amici di commettermi la difesa di
qualche grave causa de' loro clienti, che occorreva doversi trattare nel
Consiglio di Spagna; sicome fu quella sopra la visita particolare istituita
contro il presidente di Camera Lione; l'altra, che dapoi fummi commessa, a
difesa del duca di Maddaloni, imputato, di suo ordine ed intelligenza, essersi
commesso in Napoli un omicidio in persona d'un notaio; ed altre di vari
signori, come della principessa, e poi del principe di Tarsia suo nipote, del
principe di Montemiletto, del duca di Sant'Agapito, ed altre cause di
baroni, sicome di comunità ed altre città del regno, le quali ne' seguenti
anni, secondo le occasioni, mi eran commesse.</p> 
<p>Dagli emolumenti e ricognizioni, che m'eran somministrate per queste
mie fatiche, non solo potei fornire di migliori mobili le mie stanze e, di
volta in volta, comprar qualche libro, sicché, in decorso di tempo, potei farmi
una picciola biblioteca; ma, ponendo da parte qualche contante, arrivai sino
alla somma di fiorini mille, li quali, nel mese di decembre del seguente anno
1727, per non tenerli oziosi, gli posi nel banco della città di Vienna, con
trarne profitto di fiorini cinquanta l'anno.</p> 
<div3 type="subcap2"> 
<argument>
<p>[<hi rend="italic">1727</hi>]</p>
</argument> 
<p>In questo nuovo anno 1727, mentre era occupato nelle liti del console
Mariconi, del presidente Lione e del duca della Saponara, dovendo distendere
alcune allegazioni per lor difesa, e la corte essendosi, secondo il solito,
trasferita nel fin d'aprile a Laxemburg, pensai, per più agiatamente
farlo, di passare a Pettersdorf con le genti di casa, le quali ivi aveano non
meno stima e rispetto, che tutto l'aggio e comodità. Sicché nel mese di
maggio ancor io vi fui, e non posso negare, che la villeggiatura mi riuscì non
men acconcia, per finir ivi, con riposo e quiete, quelle mie fatiche, ma molto
utile per lo ristabilimento di mia salute; né ci restituimmo in città, se non
a' princìpi di luglio. Dove arrivati, mi sopraggiunse un'occasione,
la quale, se la presunzione, l'invidia e l'ambizione degli uomini non
mi fossero stati d'impedimento, mi avrebbe per nuovo merito agevolato
l'adempimento della promessa, fattami da Sua Maestà, nell'imperial
suo decreto.</p> 
<p>La corte di Roma, vedendo che Cesare ed il Consiglio di Spagna eran fissi
nel proposito di non far seguire novità alcuna in Sicilia, riguardante il
tribunal della Monarchia, né far ivi valere i brevi del papa, con sottil
artificio propose questa controversia della Monarchia di finirla per via
d'una amicabile composizione; ed in Roma, non meno i ministri del papa che
que' di Cesare, spezialmente il cardinal Sinfuego vi davano mano; ciascuno
promettendosi — i pontifici dalla corte di Roma, i cesarei da quella di
Vienna — ampi premi e mercedi, se mai per le loro mani un affare cotanto
scabroso e grave, che per lunghi anni erasi agitato e mosso, venisse a
terminarsi amichevolmente e per via d'un concordato. Ma non avrebbero i
pontifici conseguito il loro intento, se non avesser procurato trar alla lor
parte due principali ministri, per i quali allora reggevasi la corte di Vienna:
il gran cancellier di corte, conte di Zinzendorf, ed il marchese di Rialp.
Quali fu facile trarli a sé: il primo, per lo cardinalato già accordato al
figlio; il secondo, per l'altro che sperava doversi conferire al fratello,
oltre alle alte speranze concepite per lo figliuolo, che tenea in Roma, ben
istradato nella prelatura. Questi si adoperarono in guisa coll'Imperadore,
che acconsentisse che si aprisse in Roma il trattato di accordo, lusingandolo
che, avendo dalla lor parte il cardinal Coscia, cotanto dal papa favorito, non
poteva riuscire se non per lui vantaggioso. E si guardavano di mescolarvi il
Consiglio di Spagna, temendo che questo non rendesse vani tutti i lor
disegni.</p> 
<p>Datane adunque commissione al cardinal Sinfuego di trattarlo, valendosi di
quelle persone ch'egli riputasse capaci ed idonee, fu cosa veramente da
muovere insieme riso e compassione. Poiché in un affare sì grave e cotanto
scabroso e vasto, il cardinale, che per sé stesso non ne era capace, in vece di
valersi di ministri provetti, dotti ed informati, facendogli, bisognando, venir
da Palermo, come più istrutti, oppur da Napoli, che non ne mancavano
intesissimi di tali reali preminenze, si pose nelle mani di alcuni monaci ed
altri soggetti, che non sapevano che si fosse ed in che consistesse questo
tribunal della Monarchia; e, sopra tutto, d'un tal Perelli, uomo idiota e
senza lettere, il qual non ne intendeva nemmeno i termini, sol perché questi
avea acquistata famigliarità e dimestichezza col cardinal Coscia, e questi era
da lui riputato l'istromento più efficace, per ridurre il trattato a buon
fine.</p> 
<p>Gli accorti e scaltri pontifici non ne vollero altro, per aggirargli
dov'essi volevano, e trattando con tali persone imperite (le quali erano
volentieri entrate nell'affare, per far cosa grata più al papa, dal quale
ne speravano maggior ricompensa che dall'Imperadore) gli fu facile,
co' loro arzigogoli e raggiri, tirarli non solo a ciò ch'essi
desideravano, ma di dargli a sentire che la conchiusion del trattato, secondo
ch'essi avean concertato, fosse più vantaggiosa per Cesare che per Roma.
Ed in vece di un concordato, la cosa si ridusse ad una costituzione, che il
pontefice avrebbe stabilita, colla quale si sarebbe data nuova forma e metodo,
per regolare nell'avvenire le cause ecclesiastiche del regno di Sicilia.
Stesero perciò una minuta di questa costituzione, la quale veduta, postillata
ed esaminata in Roma da que' campioni che il cardinal Sinfuego avea scelti
per parte dell'Imperadore, pareva ad essi che fosse da accettarsi, e non
frapporre momento di tempo per venirsi alla pubblicazione, come cosa cotanto
vantaggiosa; e farsi presto acciocché i pontifici non si accorgessero del loro
svantaggio.</p> 
<p>Ed avendone persuaso a quel buono e semplice cardinale, questi in diligenza
spedì lo stesso Perelli a Vienna, a portar la minuta bolla concertata; il
quale, come se portasse una novella d'essersi in battaglia sconfitto
qualche numeroso esercito nemico, ovvero presa per assalto
un'importantissima ed inespugnabil piazza, andava da per tutto gridando:
“vittoria, vittoria!” E portatosi dal marchese di Rialp e dal conte
di Zinzendorf, diedegli per finita, con vantaggio di Cesare, ogni cosa. Questi,
come imperiti di tal materia, leggendo la minuta e credendola quale il Perelli
la decantava, andarono a rallegrarsene coll'Imperadore, dicendogli aver
avuto ottimo successo il trattato con Roma, secondo la minuta mandata; e che
non si ricercava altro, che Sua Maestà comandasse al cardinal Sinfuego, il
quale aveagli pure scritto di tenor conforme a quanto il Perelli millantava,
che procurasse farne dal papa stender la bolla, per mandarla in Sicilia.
L'Imperadore mostrossene contento, ma volle che prima la minuta si
mandasse ad esaminare nel Consiglio di Spagna, se mai occorresse qualche altra
cosa da avvertire. Il marchese di Rialp ed il conte di Zinzendorf, persuasi
che, come vantaggiosa, non vi avrebbe il Consiglio niente da aggiungere o
levare, ma che in tutto l'avrebbe approvata e commendata, non vi posero
alcun ostacolo, ma la mandarono sotto l'esame del medesimo, di buona
voglia.</p> 
<p>Quando nel Consiglio fu letta la minuta, tutti, e spezialmente i reggenti
provinciali di Sicilia, Almarz e Perlongo, rimasero sorpresi che, invece
d'un concordato, la faccenda si fosse ridotta in Roma ad una costituzione,
nella quale il papa tanto era lontano che rivocasse quella di Clemente XI, che
abolì il tribunale, che sembrava piuttosto che la confermasse; e che, non
facendosi memoria delle antiche reali preminenze, né degli antichi stili ed usi
di quel tribunale, il papa di pianta par che nuovamente volesse egli regolare e
dar nuovo sistema in Sicilia intorno al modo di trattar le cause
ecclesiastiche, e che non si concedesse altro a Sua Maestà, se non che la
nomina o l'elezione del giudice, il qual era dal papa, in vigor di questa
bolla, costituito tale, dandogli giurisdizione, e limitandogliela in certi
casi; e, sopra tutto, si voleva che quel giudice, il qual non si chiamava mai
della Monarchia, ubbidisse a' chirografi che fossero firmati da Sua
Santità, e che in qualunque causa eseguisse quanto per quelli gli fosse
comandato. Si accorsero ancora del sottil artificio praticato, per ingannare
que' semplici ed imperiti, co' quali fu in Roma la minuta concertata;
poiché, per non fargli accorgere di questi gravissimi pregiudizi, che
s'inferivano alle reali preminenze, gli gettarono polvere agli occhi, per
certe nuove facoltà che si concedevano al giudice, le quali, se bene con
magnifiche parole si descrivessero per grandi (sicché da ciò credettero che
fosse l'accordo vantaggioso), in realtà, oltre di star sottoposte ad
essergli rivocate, ben esaminate si riducevano a picciole cose e Roma,
concedendole, niente veniva a perderci, ed avrebbe importato poco che il
giudice l'avesse o non l'avesse.</p> 
<p>Non mancò il Consiglio, in ciò tutto uniforme, di rappresentare alla Maestà
dell'imperadore gli danni notabilissimi e sommi pregiudizi, che, con
accettarsi la minuta, s'inferirebbero al tribunal della Monarchia; che,
perciò, si dovesse sciogliersi ogni trattato con Roma, che non poteva riuscire
se non in maggior ruina di quel tribunale; ma che Sua Maestà, per sé medesima,
che poteva ben farlo, desse ordini in Sicilia di non far seguire novità alcuna,
ma il tribunale fosse conservato in quella stessa forma che l'avean fatto
esercitare i re di Spagna, suoi predecessori, senza mendicar da Roma altro
aiuto o soccorso.</p> 
<p>Il marchese di Rialp ed il conte di Zinzendorf, vedendo, fuor di ogni loro
aspettazione, che il Consiglio ruinava quanto essi avean fabbricato, prevennero
coll'Imperadore, dandogli a credere che il Consiglio, per astio che senza
sua partecipazione erasi in Roma aperto quel trattato, procedeva con tanta
animosità, e con intento di distruggere quanto ivi erasi fatto, ma che non
bisognava perdere sì opportuna occasione; e, se mai nella minuta vi fosse cosa
da meglio spiegarsi e moderarsi, si facesse, ma non già rompersi ogni trattato,
poiché essi non conosceano altro modo per quietare quel regno e le coscienze
de' Siciliani, se non per mezzo d'una bolla pontificia, che fosse
discreta e moderata, sicché non pregiudicasse a' reali diritti ed altre
preminenze, che teneva in quel regno; che poteva la minuta ben rivocarsi a
nuovo esame, ed eleggere dal Consiglio di Spagna quattro reggenti togati, i
quali col presidente l'esaminassero e notasser ciò che l'occorreva
d'aggiungere, mutare o cassare; e, poiché il cardinal Sinfuego avea
mandato il Perelli, ch'era ben istrutto di quest'affare, poteva ben
questi intervenire nelle sessioni, per informargli e meglio istruirgli di
quanto in Roma erasi passato.</p> 
<p>Fu per tanto istituita una particolare giunta, composta dal presidente (già
in questo tempo rifatto in luogo del defunto, che fu lo stesso conte di
Montesanto, che prima l'avea retto come decano), e da quattro reggenti, li
quali furono li due provinciali Almarz e Perlongo, e li reggenti Positano e
Bolagno. Fu veduta allora in Vienna una cosa mostruosa, non meno che ridicola;
poiché in questa giunta, che si teneva in casa del presidente, si vide
intervenire il Perelli, e disputare co' reggenti di cose, ch'egli non
intendeva nemmeno i vocaboli. E pure si ebbero ad avere la pazienza di sentire
tante scempiaggini, inezie e rodomontate; e non si fece poco, che si
contentasse, se ben di mala voglia, di quella sedia destinatagli, perché la
pretendeva uguale a' reggenti, poiché, fra le altre doti che adornavano il
Perelli, una era che a maraviglia sapeva imitar bene le parti d'un valente
Trasone.</p> 
<p>I reggenti col presidente stettero saldi e fermi ne' primi sentimenti,
e furon tutti concordi in rifiutar la minuta; e se era volere di Sua Maestà di
non rompere il trattato, che se ne dovesse dettar altra, che avesse forma di
concordato, non già di costituzione. Con tutto ciò il Perelli, oltre di dolersi
non essersegli data sedia uguale, millantava col marchese di Rialp, col conte
di Zinzendorf e con altri, che era tutta la loro ostinazione e pertinacia;
poich'egli avea con dimostrazioni chiare convinti e confusi que'
dottorelli (che così chiamava i reggenti) non avendo che rispondergli. Talché
alcuni di allegro umore, come vanaglorioso, e prendendo per vero quel
ch'era scherno, non si ritenevano, in vederlo, d'esclamare:</p> 
<q rend="block" direct="unspecified"> 
<lg> 
<l>Viva <corr>[viva]</corr> il gran Perelli</l> 
<l>Che ha confusi i dottorelli.</l> 
</lg> </q> 
<p>Finalmente, vedendo que' due ministri, che mal potevano arrivare al lor
intento, se in questo affare ci avesse parte il Consiglio, procurarono di
escludernelo affatto; e fecero che l'Imperadore lo commettesse alla
Conferenza di Stato, la qual dovesse in tutte le maniere finirla con accordo ed
amicabile composizione. La Conferenza era composta dal principe Eugenio, dal
conte di Zinzendorf, dal marchese di Rialp e da alcuni pochi Tedeschi, i quali
a tutto altro pensavano, che invilupparsi in questi intrighi; e del principe
Eugenio, occupato ad altri importanti e gravi affari, il minor suo pensiero era
questo. Sicché la faccenda si ridusse a due soli, al conte ed al marchese:
ch'era quello che cercavano, per comporla secondo la minuta ed i dettami
di Roma.</p> 
<p>In questo, essendo io dalla villeggiatura di Pettersdorf ritornato in città,
sentendo le tacite mormorazioni e doglianze de' reggenti della giunta,
ch'erano stati prima condennati a disputar col Perelli del tribunal della
Monarchia, e poi esclusi dall'affare, con essersi rimesso alla Conferenza
(che, in sostanza, era agli stessi Zinzendorf e Rialp), dissi a'
provinciali di Sicilia, che pareami che si disputava, non men dall'una che
dall'altra parte, sopra fondamenti falsi ed erronei; e che, fin ora, non
si era conosciuto dove si appoggiasse quel tribunale e la sua vera origine,
poiché tutti credevano che avesse per base e sostegno la bolla di papa Urbano
II: ciò che dava le armi in mano a' pontefici di poter, con altre loro
bolle, ruinarlo, moderarlo e disporlo in quella maniera, che essi volessero. Ma
che la bisogna era tutt'altra, e che, se si fossero scoverte le vere
origini ed i giusti e legittimi titoli, donde a' re di Sicilia derivava
quella giurisdizione, ch'esercitavano in quel tribunale, cesserebbero
tutte le contese, se volesse Sua Maestà con vigore farli valere: ché ben
giustamente potrebbe per sé farlo, senza aver bisogno di Roma.</p> 
<p>Questo mio parlare pose in curiosità i reggenti ed altri che mi sentivano; e
poiché erano uscite molte scritture, che giravano per Vienna, per le quali
pure, sopra i soliti appoggi, si credeva abbattere le prescrizioni di Roma, le
quali non molto sodisfacevano, per impulso di amici, e sopra tutto del reggente
Almarz, fui tanto stimolato e scosso, che finalmente promisi di volergli con
una mia scrittura manifestare. Della quale, se bene per le circostanze ree che
correvano non era da sperarne alcun frutto, nulladimanco, essendovi nella
Conferenza il principe Eugenio, io l'avrei al medesimo presentata, per
farne quell'uso che riputasse migliore, non essendovi con altri speranza,
che potessero indursi a leggerla; sapendo che, impegnati per l'accordo, si
sarebbero turate l'orecchie e chiusi gli occhi, per non sentire e vedere
ciò che potesse essergli di ostacolo o d'impedimento.</p> 
<p>Composi in men di due mesi la scrittura, in forma di rappresentazione a Sua
Maestà, nella quale trattati <hi rend="italic">De' veri e legittimi titoli
delle reali preminenze che i re di Sicilia esercitano nel tribunale detto della
Monarchia</hi>, dimostrando che non derivavano dalla bolla di papa Urbano II,
ma l'esercitavano <foreign lang="lat"><hi rend="italic">iure
imperii</hi></foreign>, come successori degli imperadori d'Oriente, sotto
i quali la Sicilia lungamente era dimorata fin che da' Normanni non ne
fossero stati scacciati i Greci; e succeduti essi in luogo degli imperadori di
Costantinopoli, si mantennero le stesse preminenze che quelli aveano intorno
all'esterior politia ecclesiastica in tutte le chiese al trono di
Costantinopoli sottoposte, fra le quali eran quelle di Sicilia e di Calabria.
Che da' due Codici, teodosiano e giustinianeo, si dimostravano con
evidenza i supremi diritti ed altre preminenze, che nella Chiesa orientale vi
aveano gli imperadori di Costantinopoli. Maggiormente ciò dimostravano le
<hi rend="italic">Novelle</hi> dell'imperadore Giustiniano, e molto più
quella dell'imperadore Lione il filosofo e, sopra tutto, la disposizione
del trono costantinopolitano, e delle chiese ad esso sottoposte, e loro
gerarchia, che, per costituzione dello stesso Lione, che leggiamo presso
Leunclavio, fu statuita; nella quale delle chiese di Sicilia, in quel tempo
tutte sottoposte al metropolitano di Siracusa, fassi spezial memoria come
sottoposte non già al trono romano, ma al costantinopolitano. Che nella Chiesa
greca di Oriente non poser mai piede né <hi rend="italic">Decreto</hi>, né
<hi rend="italic">Decretali</hi>, né si conosceva quel nuovo diritto canonico,
che invase ed occupò le chiese dell'imperio di Occidente. Che i Normanni,
conti e poi re di Sicilia, avrebber potuto, come successori
degl'imperadori greci, esercitare maggiori preminenze, e quante ne
leggiamo nelle <hi rend="italic">Novelle</hi> di Giustiniano e di Lione; ma si
astennero di molte, come quelli che procurarono le chiese di Sicilia
restituirle al trono romano; e che, sicome questi principi ritennero la
cancellaria greca, dettando in questa lingua lor diplomi e bolle, così
ritennero non men la stessa cura dell'esterna politia e governo di quelle
chiese, che il rito greco e tante altre usanze, dignità, nomi e stili della
Chiesa greca orientale.</p> 
<p>Si dimostrò, che la bolla d'Urbano II della legazione giovò al conte
Roggiero di Sicilia, per non fargli perdere queste preminenze, non già che
gliele desse; poiché, prima di questa bolla Roggiero l'esercitava, sicome
è manifesto da' diplomi e bolle di questo principe, d'erezioni di
chiese cattedrali, elezioni ed immunità concesse a chiese e monasteri, e di
giurisdizione conceduta, e tanti altri atti consimili, esercitati prima
d'Urbano; sicom'è manifesto da' diplomi stessi, rapportati
dall'Ughelli, dal Pirro ed altri scrittori siciliani. Anzi, conformi a
questi furono i diplomi dell'altro Roggiero, duca di Calabria, il quale
certamente non ebbe legazione alcuna da papa Urbano, e pure nelle chiese di
Calabria esercitava le stesse giurisdizioni e preminenze, non con altro titolo,
se non quello che gli proveniva <foreign lang="lat"><hi rend="italic">iure
imperii</hi></foreign>, per esser egli succeduto in Calabria in quelle stesse
ragioni, che vi esercitavano gl'imperadori d'Oriente. La bolla di
Urbano giovò al conte di Sicilia, per non fargliele perdere, sicome furon
perdute in Calabria, sul supposto, ancorché falso, che le chiese di Calabria
non fosser comprese nella bolla di Urbano, conceduta al solo conte di
Sicilia.</p> 
<p>Fu dimostrato, in ultimo luogo, che tutti gli accordi tentati con Roma sopra
questo tribunale o furon vani, o pregiudiziali alle reali preminenze, e che la
via più ruinosa questa fosse; ma che Sua Maestà potea, da sé stessa, senza aver
bisogno di Roma, stabilire ciò che stimerà più opportuno per norma e regola di
quel tribunale. E che, se Roma non vuol attendere né alla bolla di Urbano, né a
prescrizione, né a tanti secoli, ne' quali furono in pacifico possesso i
predecessori re di Spagna e di Sicilia, Sua Maestà volentieri ci dia mano;
tolga pure ogni bolla e prescrizione, e riduca le cose in quel pristino stato,
nel qual erano le chiese di Sicilia sotto gl'imperadori Giustiniano e
Lione, che furono cattolicissimi e piissimi, ed altri imperadori
d'Oriente, de' quali, come re di Sicilia, rappresenta le veci e le
prerogative. E si vedrà, se in questa maniera ella verrà a perderci o a
guadagnare.</p> 
<p>Questi, in breve, erano gli articoli principali di questa scrittura, la
quale, copiata ch'ebbi, fecila trascrivere da buona mano, e prima che gli
altri la vedessero, la presentai al principe Eugenio, dicendogli, che già
<corr>[che]</corr> tutti erano in moto per questa contesa della
Monarchia di Sicilia, avea voluto anch'io, come Diogene, muovere la mia
botte; affinché altri travagliando, non fossi io solo riputato ozioso ed
infingardo, come se niente mi dovesse importare la conservazione de'
supremi diritti ed alte preminenze, che Sua Maestà tiene in quel regno. Avea
per ciò composta quella scrittura, che umilmente gliela presentava; affinché,
se mai le sue gravi occupazioni gli permettessero darci occhio, conoscesse che
la strada, che in essa veniva additata, era molto breve e corta, per uscire da
ogni labirinto e da tutti gli intrighi della corte di Roma; e che, se pure non
volesse tentarsi, almeno si lasciassero le cose rimanere come stavano, e non
precipitare e metter a terra con una nuova bolla, che se gli dà nome di
concordato, quell'antico tribunale, conservato sempre da'
predecessori re di Spagna con tanta gelosia ed accuratezza, come la gioia la
più preziosa della lor corona.</p> 
<p>Il principe, ancorché cortesemente ricevesse la scrittura, non poté
dissimularmi il tedio e la noia che l'era data per questo affare,
dicendomi che l'avean caricato di tanti volumi di scritture concernenti al
medesimo, che non ci bastarebbero più mesi interi per leggergli; e spezialmente
i voti de' reggenti così diffusi, che quello solo del reggente Perlongo
occupava una mezza resima di carta, ed egli non avea tempo per consumarlo in
queste cose. Ed avendogli io risposto, che non vi era alcuna necessità di
travagliarsi con più sottile esame, quando non possa, bastando che in Sicilia
si lasciassero le cose come si trovavano, replicommi che questa era la
difficoltà, che si voleva che in tutte le maniere l'affare si terminasse
amichevolmente con bolla pontificia, dando a sentire che, altrimenti, le
coscienze tenere e delicate de' Siciliani non si sarebbero quietate. E
dicendomi ciò con un sogghigno, mi animò a replicargli che veramente era a
tutti nota e palese la teneritudine <corr>[e]</corr> delicatezza di
coscienza di que' insulani; sicché si dovesse temere, che le sole leggi
del lor sovrano non bastassero, per tenergli in freno ed in quiete.</p> 
<p>Scorto da ciò i sentimenti del principe, e che di mala voglia ci sarebbe
entrato, compresi che tutto l'affare verrebbe finalmente a cadere sopra le
braccia del conte e del marchese, sicome il successo il dimostrò; poiché, ad
arte non facendosene più parola, e lasciato passar molto tempo, sicché
finissero i discorsi della gente, mentre tutti erano ad altro intesi, si seppe
che le scritture tutte dalla Conferenza erano passate nelle mani del marchese
di Rialp, il quale si pose a regolar l'affare, secondo che gli veniva più
in acconcio. E se bene la minuta si fosse moderata in alcune parole,
nulladimanco se ne surrogarono altre che aveano la stessa forza; e secondo
quella, senza partecipazione alcuna del Consiglio di Spagna, si scrisse in
Roma, che Benedetto papa stendesse e pubblicasse la bolla, sicome fu fatto. Ed
è quella che, datasi poi alle stampe, ne furon da Roma mandati più essemplari
in Vienna ed in Sicilia.</p> 
<p>Letta che fu da' ministri del Consiglio di Spagna (ad alcuni de'
quali avea io, con molta cautela e secretezza, comunicata la mia scrittura) e
da altri uomini probi, dotti e savi, non poterono non compiangere il misero
stato, nel quale le cose eransi ridutte, vedendo che, sicome in Roma a'
tempi di Tarquinio il superbo, il quale, tolto il costume, come dice Livio,
<foreign lang="lat"><hi rend="italic">de omnibus senatum consulendi, domesticis
consiliis rempublicam administravit</hi></foreign>, così in Vienna i regni e
Stati d'Italia s'amministravano per privati consigli di coloro, i
quali non aveano altro scuopo, che ingrandire, con onori e ricchezze, le
proprie case, ed i ministri spagnoli sé stessi e quelli della loro nazione.</p>

<p>Ed avendo io, dopo aver ben considerata la Bolla, notato i tanti pregiudizi
e svantaggi che s'erano inferiti alle reali preminenze, uno per uno gli
distesi in altra breve scrittura, la qual, letta da' pochi a' quali
io l'avea confidata, dimostrava la Bolla ruinosa e pregiudizialissima a
quel tribunale, che potea dirsi nuovo e tutt'altro dell'antico, del
quale erasi procurato di abolirne ogni vestigio. Ma dapoi bisognò di questo
affare non parlarne affatto; sicché queste mie scritture rimasero in un
profondo silenzio, non arrischiandomi di più mostrarle ad alcuno, poiché
da' fabbri, nella fucina de' quali erasi fatto questo lavoro, era
riputato delitto il parlarne con biasimo: anzi, si voleva che tutti
l'applaudissero, e si stimasse la “costituzione” —
ch'essi chiamavano “concordia” — vantaggiosa per Cesare,
il quale avea ottenuto ciò che Filippo II, re di Spagna, non poté mai
conseguire.</p> 
<p>Ed i cortigiani di Roma, con sottile artifizio, perché la lusinga
acquistasse maggior forza, se ne mostravano mal soddisfatti, e ad arte facevan
correr voce, che la Bolla fosse di gran pregiudizio alla Santa Sede, e che i
ministri dell'Imperadore avean avuta la sorte di trattare con un buono e
semplice pontefice, il qual volentieri si facea tirar per naso dal cardinal
Coscia e dagli altri Beneventani, suoi favoriti; che da altri pontefici non
l'avrebbero certamente ottenuta.</p> 
<p>Queste voci giovarono grandemente al Perelli ed agli altri, de' quali
il cardinal Sinfuego erasi servito come ministri, per concertarla in Roma,
da' quali venivano ingrandite e sparse; sicché ne ottennero ampi premi non
meno dalla corte di Vienna, che da quella di Roma, come assuefatti a mangiar a
due ganasce, ed ingrandire con ciò la loro condizione e quella delle loro
famiglie. All'incontro, que' che, investigando la verità nelle cose,
cercavano di manifestarla e di scoprire gl'inganni e le frodi, che sotto
mentite apparenze si nascondevano, erano mal visti e mal graditi e tenuti
lontani da ogn'impiego, perché non frapponessero ostacolo ed impedimento
a' loro propri vantaggi ed alla smisurata ambizione, che nutrivano
ne' loro petti.</p> 
</div3> 
</div2> 
</div1> 
<div1 type="capitolo"> 
<head>Capitolo settimo</head> 
<argument>
<p><hi rend="italic">Anni 1728, 1729 e 1730. In Vienna.</hi></p>
</argument> 
<div2 type="paragrafo"> 
<head>I</head> 
<p>Con questi strani successi eravamo entrati già nell'anno 1728, ed
avanzati molto nel decorso del medesimo; nel quale, a' princìpi di maggio,
io con le mie ospiti era passato ad un più comodo quartiere, presso alla casa
professa de' gesuiti, nella strada che chiamano “il piccolo
Parigi”. Assestati i mobili e postolo in ordine, si passò, verso la fine
del medesimo, a Pettersdorf, nella solita villeggiatura.</p> 
<p>Ed in quest'anno il nuovo presidente, conte di Montesanto, ottenne
dall'Imperadore, che sicome gli altri Consigli lo seguivano, passando a
Laxemburg alla caccia d'aironi, così potesse far anche il Consiglio di
Spagna, che non era a quelli inferiore: onde furon con nuovo peso gravati i
villaggi d'intorno di somministrare i quartieri a ciascuno de'
consiglieri, reggenti, secretari ed ufficiali della secreteria spagnola. Ed in
Medeling fu assignato al presidente un capace quartiere, dove, oltre le stanze
per la sua abitazione, potesse ivi tenersi Consiglio; e poiché Medeling non era
sufficiente a dar quartiere a tanti, bisognò che gli altri reggenti e secretari
ed ufficiali fosser ripartiti ne' vicini villaggi, per trovarsi la mattina
a Medeling, a tener Consiglio.</p> 
<p>Il presidente defonto non avea a ciò pensato, poiché tenendo egli un
giardino e casa nel borgo di Josephstat, dove solea passare ad abitare, partito
l'Imperadore per Laxemburg, e dimorarci fino ad ottobre, non fece partir
mai il Consiglio dalla città; ma il conte di Montesanto, che non avea
quest'aggio, volle procurarsi per questa via, anch'esso, la sua
villeggiatura. Ad alcuni reggenti, in questo primo anno, dispiacque la novità
per gl'incomodi che s'immaginavano dover soffrire, ma dapoi ben si ci
accomodarono, e conobbero quanto l'abitare in tal tempo a que'
villaggi conferisse alla lor salute.</p> 
<p>Il presidente Montesanto, ne' seguenti anni, pensò a stabilirsi un più
comodo albergo, per un'occasione che saremo a rapportare: il marchese
Stella, nipote ed erede del conte Stella cotanto favorito dall'Imperadore,
che gli avea donato un palazzo in Medeling, che poi ridusse in magnifica forma,
possedeva questo edificio, e dopo la morte del zio riuscendogli inutile, pensò
di venderlo, e profittò molto del desiderio che mostrava il conte di Montesanto
di comprarlo per suo uso e del Consiglio. Poiché, non trovando prima chi
volesse comprarlo, ed a prezzo sì caro quanto egli ne pretendeva col
presidente, che non dovea sborsar suo danaro, trovò facilità di pagarglielo
quanto volea, che fu la somma di ottomila fiorini. La difficoltà era di trovar
il danaro, ed a ciò fu dato presto rimedio. Poiché, contrastando invano la casa
dell'Annunziata di Napoli di peter ottener l'assenso regio ad un
contratto stipulato con i suoi creditori, per tante difficoltà ed ostacoli
fattigli dal Consiglio, questo bisogno di denaro glielo facilitò subito. Furon
presto risolute le difficoltà ed ogni dubbio: fu dato l'assenso, e fattasi
tassa di quanto importasse la somma de' diritti di spedizione e suggello,
che si fece ascendere a più di quel che importava il prezzo del palazzo di
Medeling, furono sborsati i fiorini ottomila e pagati al marchese Stella, il
quale ne diede il possesso al presidente, in nome del Consiglio che lo comprò.
E da indi in poi, quivi ebbe ferma abitazione, dove ogni anno si portava il
presidente con tutta la sua famiglia, per dimorarci non solo il tempo che
l'Imperadore si tratteneva a Laxemburg, ma l'intiera estate, avendola
fornita di propri mobili, rimanendo due sole stanze per uso del Consiglio.</p> 
<p>Questa traslazione mi riuscì molto comoda, e rese la mia villeggiatura di
Pettersdorf più cara e gradita, non solo per la facilità che avea di trattar
co' reggenti di qualche affare, avendogli vicini, ma anche per la
conversazione che godeva del reggente Almarz e degli altri amici, che venivano
spesso da Vienna a visitarlo, o per loro negozi; e tanto più, che il quartiere
assignato al reggente Almarz era nel villaggio di Prun, prossimo a Pettersdorf;
sicché io, la mattina o la sera, facendo i miei soliti esercizi, avea per
termine di riposarmi la di lui casa, e sovente era invitato a rimanere ivi a
pranzar seco con altri amici. Sicché, in que' due mesi, godeva non pur
l'amenità della campagna, ma la conversazione non meno de' Tedeschi
che de' nostri Italiani e, sopra tutto, di avere alcune ore del giorno,
spezialmente della mattina, solitarie e quiete, da impiegare a' miei non
isforzati, ma volontari e non men seri che ameni studi.</p> 
<p>In questi tempi, divolgandosi sempre più la mia <hi rend="italic">Istoria
civile</hi> per tutte le province della Germania, cominciai ad acquistar la
conoscenza di molti letterati tedeschi, westfali, sassoni, svevi e di altre
città libere imperiali, i quali ebbero la cortesia non solo scrivermi
gentilissime lettere latine, ricercandomi di qualche notizia istorica delle
cose d'Italia e spezialmente dell'ultimo concilio romano, che tenne
papa Benedetto XIII, e per quali cagioni non fosse stato ricevuto nel regno di
Napoli; ma anche, dando alle stampe qualche loro opera, di allegar la mia e far
di me onorata memoria. Conobbi, per loro cortesissime lettere che mi scrissero,
i due Menckenii, padre e figlio, al quale mandai più riposte notizie intorno
alla vita d'Angelo Poliziano, che era tutto inteso di dar alla luce. Per
la via stessa, ebbi conoscenza del famoso antiquario Sigismondo Liebe, ed altri
uomini dotti, i quali si eran resi celebri per le loro opere date alle stampe.
Ebbi infine il piacere, che non vi era viaggente tedesco, fiammingo o
d'altra nazione, che passando per Vienna non avesse la curiosità di venire
a visitarmi. Ma tutta questa stima, che per me aveano i forestieri, non mi
valse niente presso gli Spagnoli ed i nostri nazionali.</p> 
<p>Intanto, sempre più andando io perdendo la speranza d'essere impiegato
in Vienna in qualche carica (poiché gli Spagnoli prevenivano in occuparle
tutte, ed i mali uffici, che contro di me si facevano dalla corte di Roma,
servivano per pretesto d'escludermene), mi risolsi a volgere altrove gli
uffici e la mediazione de' miei amici e protettori, perché almanco potessi
tornare in Napoli con posto conveniente alla mia graduazione d'avvocato,
ed ottenerlo in que' medesimi tribunali, o di consiglier di Santa Chiara o
di presidente della Camera, ne' quali avea esercitata l'avvocazione.
Più volte pregatone, il marchese di Rialp mostrava non averci difficoltà, tanto
maggiormente che l'era da me suggerito che, rimandandomene in Napoli con
carica, Sua Maestà risparmiava ogni anno que' mille fiorini che mi eran
somministrati per mio sostentamento, de' quali poteva valersene ad altri
usi, gratificando altri suoi benemeriti. Ma poiché la provvista di tali cariche
dipendeva dalle nomine de' soggetti, che i viceré di Napoli mandavano alla
corte in occasione di vacanze, il marchese mi disse che bisognava che il
viceré, fra gli altri, anche me nominasse, affinché se gli desse
l'apertura di propormi a Sua Maestà, e facilitar la provvista.</p> 
<p>Pareva che a questi princìpi secondasse la sorte; poiché, essendosi
l'Imperadore risoluto di rimovere dal governo di Napoli il cardinal
Althan, e mandargli per successore il conte d'Harrac, col quale e co'
di lui degnissimi figliuoli io avea contratta qualche servitù, pensai che,
trovandosi l'Harrac in Napoli, avrei potuto dal medesimo ottenere che,
nell'occasioni di nomine, non si dimenticasse della mia persona. Differì
egli molto la sua partenza, sicché diede aggio al marchese d'Almenara, che
da Sicilia erasi portato in Napoli, dopo esserne partito il cardinale, di
proseguire il governo interino per più di sei mesi. Onde, in questo tempo che
l'Harrac si trattenne a Vienna, procurai che in mia raccomandazione gli
parlasse il principe Eugenio, sicome fece con molta efficacia. Ed io non
mancai, prima di partire, di raccomandarmici, con presentargli un essemplare
della mia opera, pregandolo di rivoltar qualche foglio del quarto tomo, dove
avrebbe trovati descritti tutti i governi de' predecessori viceré di
Napoli, da' quali forse avrebbe potuto ricavarne qualche profitto, con
imitare i buoni e saggi, e schifare i cattivi e perniciosi. Me ne rese molte
grazie, e con somma cortesia si esibì di volermi nelle occasioni favorire; ed
il principe, pochi giorni prima della sua partenza, gli mandò il suo secretario
a ricordarglielo, e di mettermi in nota fra gli altri suoi raccomandati.</p> 
<p>Partì finalmente l'Harrac da Vienna, nel mese di novembre di
quest'anno 1728; e giunto a Napoli, cominciò il suo governo con fama
d'un ministro savio, incorrotto e niente contemplativo per la corte di
Roma, ancorché tenesse un figliuolo stradato per la Chiesa, che poi abbiam
veduto auditor di rota e, se morte non l'avesse sottratto, si sarebbe
veduto anche cardinale.</p> 
</div2> 
<div2 type="paragrafo"> 
<head>II</head> 
<argument>
<p>[<hi rend="italic">1729</hi>]</p>
</argument> 
<p>Nel cader di quest'anno e cominciar del nuovo, 1729, ebbi notizia che
finalmente, dopo sei anni, da Roma era uscita in due tomi <hi rend="italic">in–quarto</hi>, la confutazione dell'<hi rend="italic">Istoria civile</hi>, composta dal padre Sanfelice napolitano,
gesuita, il quale, dopo averci travagliato per tanto tempo in Napoli, era
passato in Roma per darla alle stampe. Era prima precorsa voce, che questo
gesuita stesse in ciò occupato, ma poiché il soggetto non si riputava idoneo,
né che questo peso fosse delle sue spalle, non era da molti creduto. Ma dapoi
si seppe, ch'egli più volte erasi portato in Roma, e comunicato co'
suoi amici (che bisogna che fossero della stessa sua farina) il suo disegno, ne
ricevesse applauso e maggiore stimolo, sicché con più alacrità proseguì il
lavoro. E tanto maggiormente, che gli diedero a sentire che il papa ne
l'avrebbe molto grazia; ed il cardinale Pico della Mirandola era persuaso
che potesse da lui uscirne cosa buona, e che discreditasse non men
quell'<hi rend="italic">Istoria</hi>, che il suo autore; sicché per
l'avvenire non fosse più letta, né guardata. Credeasi che ne fosse stato
anche inteso il cardinal Sinfuego, il quale, per essere gesuita, avea sommo
piacere che, non fidandosi altri frati e monaci che stavano attorno al papa,
finalmente uscisse un gesuita, che il valesse e che rovinasse tutta quella
macchina.</p> 
<p>Fu fama che la spesa della stampa l'avesse somministrata il cardinal
Pico, vedendosi che non si guardò a risparmio; poiché un'opera, che si
avrebbe potuto restringere, con mezzano carattere, in un picciol volume, si
volle far comparire in due <hi rend="italic">in–quarto</hi>, valendosi
d'un carattere pontificale e di carta con spazioso e ben ampio margine.
Uscì sotto il finto nome di Eusebio Filopatro, e se ben si fosse impressa in
Roma e, come ivi si leggeva, “con licenza de' superiori”,
portava la data di Colonia.</p> 
<p>Il gesuita Sanfelice, in forma di più lettere, introduce vari amici che si
scrivono a vicenda, nelle quali è trattato quel meschino “istorico
civile” con tanta piacevolezza e mansuetudine, quanta usò Apollo
scorticando Marsia. Non si tiene gran conto dell'<hi rend="italic">Istoria</hi>, né molto si bada a rispondervi, ma
s'imperversa ed incrudelisce contro l'autore, che si vorrebbe
martirizzato e morto. Non vi è contumelia, opprobrio, scherno, ingiuria quanto
gravissima immaginar si possa, che non si fosse adoperata. Lo chiama eretico,
malvaggio, concubinario, non meno <foreign lang="lat"><hi rend="italic">in
iure</hi></foreign> che <foreign lang="lat"><hi rend="italic">in
facto</hi></foreign>, villano, dottorello, leguleio; e gli ordinari e spessi
aggiunti sono d'empio, scellerato, capo-demonio, ateo, senza Dio e senza
Croce; e, nell'istesso tempo che vuole che nella sua <hi rend="italic">Istoria</hi> insegni l'ateismo, vuol anche che insegni il
macomettismo; lo finge epicureo, che neghi la divina Provvidenza e supponendolo
tale, senza mostrarne la cagione, terminate le lettere vicendevolmente scritte
da' finti amici, ne indirizza egli tre altre nominatamente all'autore
dell'<hi rend="italic">Istoria civile</hi>, nelle quali con ogni sforzo
l'esorta che, lasciata la dottrina d'Epicuro e di Lucrezio, voglia
ridursi alla sana credenza; ed assumendo le parti di un garrulo e sciapito
predicatore, vuol che lasci la dottrina seguitata fin ora, e si appigli alla
sua, dimostrata in quelle lettere, ed apprenda quelle massime, spezialmente del
papato e delle particolari divozioni a' santi di più ordini religiosi,
ne' quali e' reputa consistere la gerarchia della Chiesa,
ch'egli in essa cotanto inculca. Procura, in queste tre ultime lettere,
mostrarsi non men valente filosofo di quello che s'era mostrato nelle
precedenti, consumato teologo e moralista. Intitola, per ciò, questa sua opera:
<hi rend="italic">Riflessioni morali e teologiche</hi>.</p> 
<p>Ma ciò che reca più stupore che meraviglia è che, nell'istesso tempo
che fa il correttor di costumi ed il morale, adopra le più maligne calunnie ed
imposture, che i più neri diavoli dell'inferno non mentiron tanto. Mendace
da per tutto, stroppiatore de' sensi e delle parole dell'<hi rend="italic">Istoria civile</hi>, mutilandole, viziandole e falsificandole; e
l'impudenza e sfacciataggine è tanta, che non si ritiene di allegar le
pagine, ancorché fosse certo che i lettori, riscontrandole, facilmente si
accorgerebbero della falsità ed impostura. E per darne di ciò le ultime pruove,
nel fine del secondo volume vi attacca un Indice, nel quale divide in più
classi le proposizioni, che e' dice aver notate ne' libri
dell'<hi rend="italic">Istoria civile</hi>, che sotto varie rubriche le
qualifica di suo capriccio ora per eretiche, per empie, scismatiche e
scandalose, ora per ingiuriose, temerarie, false, erronee, etc. E questo
<hi rend="italic">Indice</hi>, ancorché dovesse andar sempre attaccato
all'opera, nulladimanco egli lo divise e mandava attorno senza
l'opera, affinché chi lo leggeva almanco si mettesse in dubbio, non
potendolo riscontrar coll'opera, se fosser vere o false le accuse ed
imputazioni che ivi si notavano.</p> 
<p>Di quest'opera del gesuita Sanfelice ne furon da Roma trasmessi in
Napoli molti essemplari, i quali si vendevano nella porteria del maggior
collegio de' gesuiti, ma poiché rari erano i compratori, si pensò
d'esporgli venali nelle botteghe de' librari, e per darne a tutti
notizia, ne' pubblici <hi rend="italic">Avvisi</hi> che sogliono stamparsi
in Napoli si additava il libraro, e per maggiormente invogliare la gente si
espresse ch'era un opera scritta contro l'<hi rend="italic">Istoria
civile</hi> del Giannone. Gli amici non mancarono di mandarmene in Vienna un
essemplare, tosto che poterono. E fu molto opportuno l'avermelo trasmesso,
non solo per avermi liberato dalla pena che avea in aspettandolo, credendo che,
dopo sei anni di tempo, finalmente dovesse uscir fuori cosa da pensarci, non
cotanto sciocca, sciapita e satirica; ma eziandio perché da Roma in Vienna non
si mandava l'opera, ma pieghi, ne' quali erano acchiusi i soli fogli
dell'<hi rend="italic">Indice</hi>. I quali, capitati in mano
d'alcuni gesuiti napolitani e siciliani, ch'erano in Vienna, questi
(poiché i Tedeschi non se n'impacciavano) l'andavan mostrando a'
nostri Italiani, e sotto mentito zelo farisaico, quasi compassionando il mio
stato infelice, nel quale era caduto essendomisi scoverti tanti errori ed
eresie, mostravano desiderare che io mi emendassi, e tornassi dalla smarrita
alla dritta strada che conduce alla salute. Ma dall'opera istessa, che
solo io avea, e che a questo fine offeriva a tutti per leggerla, facilmente si
scovrirono le calunnie ed imposture: poiché le pagine ch'eran citate
nell'<hi rend="italic">Indice</hi> non pruovavano niente di quanto si
asseriva, ma si riducevano in ciarle, prediche ed esclamazioni vane.</p> 
<p>Fu eziandio da tutti osservato, che quell'opera non era che una
rabbiosissima satira, colma di sfacciate contumelie ed impudenti ingiurie, ed
oltre a ciò ripiena di massime ingiuriose alla potestà de' principi e
pregiudizialissime alla regal giurisdizione, cotanto ingrandendosi la papale,
che si voleva essere venuta al papa dirittamente ed immediatamente da Dio, e
quella de' principi mediatamente, per mezzo del papa, per cui regnavano i
re ed i principi della terra ed amministravan giustizia.</p> 
<p>Riputatasi da tutti l'opera non meno sciocca e satirica, che ingiuriosa
alla potestà de' principi, non mancarono de' zelanti del real
serviggio e de' buoni costumi di scrivere in Napoli al conte di Harrac,
viceré, ed al suo secretario di Stato e guerra, maravigliandosi come
permettessero di far girare, liberi e franchi per Napoli, libri di tal fatta,
che non erano se non libelli famosi e cotanto ingiuriosi a' principi, e
come i ministri, di cui era il peso d'invigilare a supprimergli, si
mostrassero cotanto negligenti e sonnacchiosi.</p> 
<p>Il viceré, avvisato da Vienna di ciò che dovea esserne avvertito in Napoli,
e spezialmente dal delegato della real giurisdizione, ordinò che dal secretario
di Stato (il quale da' librari n'ebbe un essemplare) immantinente si
scrivesse un biglietto al delegato suddetto, mandandogli il libro,
maravigliandosi come s'era lasciato correre e che fin da Vienna dovea egli
averne notizia, non essendovi chi ce la desse in Napoli, imponendogli che
l'esaminasse e proponesse nel Consiglio Collaterale, per darvi la dovuta
provvidenza. Per maggiormente affrontarlo e scuoterlo dal suo letargo, gli
mandò un nuovo ufficio, che s'era stampato in Napoli, di Gregorio VII, il
quale papa Benedetto XIII voleva che fosse adorato per santo in tutto
l'universo orbe, nel quale, si leggevano tre lezioni ingiuriose alla
potestà de' re e imperadori, e pregiudizialissime alla real giurisdizione.
E pure, di questi uffici, che in Francia, Germania ed altri regni non erano
stati ricevuti, Napoli era piena; anzi che per i tribunali si andavano ad alta
voce vendendo, ed il delegato della giurisdizione, Argento, che si trovava
anche presidente del Consiglio di Santa Chiara, come se niente ciò
l'appartenesse, chiudeva gli occhi e si turava le orecchie.</p> 
<p>Ma ciò che fecemi maggiormente accorto quanto possa ne' petti umani la
smoderata ambizione, e quanto ampia fosse la rete colla quale Roma tutti prende
ed involve, fu che il reggente Ventura, nipote del presidente Argento, il quale
ed in Napoli e mentr'era a Vienna continuò meco una grande amicizia,
cominciata fin da che, giovani, militammo insieme sotto gli auspici del zio, e
che non vi era settimana che non mi scrivesse delle cose, anche minute, che
accadevano in Napoli, dell'opera satirica e contumeliosa del Sanfelice non
me ne fece motto alcuno; e se non ne fossi stato avvisato dagli altri amici, ne
sarei stato per lungo tempo ignaro. E di vantaggio, dovendosene trattare nel
Consiglio Collaterale, egli con vari pretesti cercò di non intervenirci, per
non essere a parte della provvidenza che dovea darsi, la quale ben previde, che
dovea recare alla corte di Roma gran dispiacere: ciò, perché avea stimolato il
zio di mandare in Roma un suo fratel cugino, del quale già se ne concepivano
alte speranze di cariche ed onori, per illustrar la lor casa non meno di toghe,
per parte dell'imperadore, che di dignità ecclesiastiche, per via del
papa; né volevano disgustar in minima cosa quella corte, onde speravano grandi
emolumenti.</p> 
<p>E lo stesso presidente Argento, o che, indotto a mandar questo suo nipote,
figliuolo di una sorella, in Roma, sperava d'avanzarlo nella prelatura,
sicome già per mezzo del cardinal Coscia era ivi mantenuto a spese della Camera
apostolica, ed aveane ottenuto un canonicato; oppure fossene stata cagione la
sua avanzata e cagionevole età, sottoposta ad insulti apoplettici (da'
quali nuovamente assalito nel seguente anno, ne restò morto); o l'aver
sempre a' fianchi il padre Cillis, suo confessore, stipendiato dal
cardinal Pignatelli, arcivescovo, perché lo tenesse addormentato ed
illetarghito, avea già perduto il primier vigore, ed era divenuto
tutt'altro e molto diverso da' princìpi suoi.</p> 
<p>Ma non potendo questa volta sottrarsi dalle premure che l'eran date dal
viceré d'esaminar il libro e proporlo in Collaterale, finalmente vi si
pose, ma di mala voglia; e se non fossero stati il consiglier Grimaldi e
l'abate Biagio Garofalo, che gli fecer catalogo di tutte le proposizioni
ingiuriose alla potestà de' principi, che aveano notate nell'opera
del Sanfelice, egli non ne avrebbe certamente trovata la via per riconoscerle.
E mi scrisse il consiglier Grimaldi, che si mostrava cotanto restìo e freddo,
che sempre ch'egli li parlava e mostrava l'impudenza e le tante
sfacciate contumelie e menzogne, delle quali era l'opera piena,
l'Argento, come stordito, non gli rispondeva, ma facevagli un viso, per
valermi delle sue parole, d'una vacca che piscia.</p> 
<p>Essendosi intanto i libri da altri letti, e sentendoli l'Argento
comunemente qualificare per libelli famosi, sciocchi, impudenti ed ingiuriosi
alla potestà regale, scosso dalle voci di tanti, si pose con attenzione e
seriamente a leggergli. E trovato esser verissimo quanto la fama predicava,
essendosi destinata giornata dal Collaterale per doverne far relazione,
finalmente la fece esattissima avanti il viceré ed i reggenti di quel
Consiglio, i quali rimasero attoniti e sorpresi, in sentire tante contumelie e
gravi ingiurie, delle quali era caricato non solo l'autore dell'<hi rend="italic">Istoria civile</hi>, ma il comune di Napoli e, sopra tutto,
strapazzata la potestà de' principi, e che que' libri non erano se
non libelli famosi ed una perpetua satira. Con voti concordi ed unanimi di
tutto il Collaterale, con pubblico decreto interposto a' 13 d'aprile
di quest'anno 1729, furono dichiarati per <hi rend="italic">libelli
famosi</hi> ed ingiuriosi a' principi, e severamente fu proibito di
leggergli, tenergli, vendergli, o in qualunque modo avergli, anche manuscritti,
come satirici contro i buoni costumi e potestà regia, imponendosi a'
trasgressori pena, a' nobili di tre anni di relegazione, ed altri tanti a
gl'ignobili di galera. Fu parimente ordinato, che dovesse di tal
proscrizione emanarsi pubblico editto e bando, da pubblicarsi nella città di
Napoli ed in tutto il Regno, ed alla gran corte della Vicaria ed alle regie
udienze provinciali imposto, che contro i trasgressori procedessero
irremissibilmente all'esecuzione delle imposte pene.</p> 
<p>Il viceré fu di parere che si dovesse far bruggiar l'opera per man del
boia, al cospetto del popolo, ma ne fu dissuaso da' reggenti, per non
attaccar con Roma, donde era venuta e dov'erasi impressa, nuove brighe
usando modi sì strepitosi. Fu però conchiuso, che il viceré scrivesse una forte
lettera al cardinal Sinfuego, acchiudendogli il decreto della proscrizione ed
il bando, <corr>[e]</corr> che facesse sentire al padre Sanfelice,
che dimorava in Roma, per mezzo del generale de' gesuiti o per altra via,
che non ponesse più piede in Napoli e nel regno ed in tutti i domini
dell'Imperadore, come proscritto; sicome dal viceré fu esattamente
adempito.</p> 
<p>Ed essendosi in esecuzione del riferito decreto, disteso il bando e quello
dato alle pubbliche stampe, fu pubblicato per i luoghi soliti della Città e
Regno, a suon di tromba, e sparsi gli essemplari stampati da per tutto, perché
a ciascun ne pervenisse notizia; sicome furon fatte perquisizioni a'
librari, se avessero essemplari dell'opera, e quanti n'eran trovati o
rivelati erano presi e confiscati. E vi furono anche de' privati, i quali,
per isfuggire i primi rigori delle pene minacciate, andarono spontaneamente a
presentare gli essemplari che aveano in mano del secretario del Regno, da cui
eran riposti nella regia cancellaria, secondo il prescritto del bando. E poiché
l'opera del Sanfelice erasi stampata in Roma ed introdotta nel Regno senza
permissione, contravvenendosi a più prammatiche che proibiscono introdur nel
Regno libri stampati fuori di quello senza licenza, fu da ciò data occasione di
promulgare una nuova prammatica, per la quale, rinnovandosi l'antiche, si
comandava rigorosamente l'osservanza e puntual esecuzione delle
medesime.</p> 
<p>Fatto tutto ciò, il viceré diedene distinta relazione a Cesare ed alla sua
imperial corte, mandando in Vienna l'opera intera del Sanfelice, col
decreto della proscrizione, il bando e nuova prammatica, colla notizia di
quanto erasi in Roma scritto al cardinal Sinfuego. La cui savia deliberazione
tanto più era applaudita e commendata, quanto più si leggeva l'opera del
Sanfelice, riputato da tutti meritevole non sol di questo, ma d'altro più
severo castigo.</p> 
<p>Quest'opera, per essere cotanto sciapita e sciocca, non si sarebbe
nemmen fiutata, non che letta, ma questi romori mossero la curiosità ad alcuni
di guardarla. E si vide che, fra l'altre sciocche menzogne, l'autore
con inudita impudenza avea scritto, che il tribunal del Sant'Ufficio non
era universalmente aborrito da' Napolitani, ma che solamente alcuni pochi
libertini l'aveano in odio, e che l'Imperadore per suoi editti non
avealo affatto estinto: cosa non men falsa, che pur troppo sensibile a'
deputati della Città, che invigilano in quest'affare. I quali, tosto che
n'ebber notizia, avendo unita la Città, rappresentata per suoi eletti in
San Lorenzo, con pubblica conchiusione stabilirono che si dovesse smentire il
falso scrittore, e gli eletti portarsi dal viceré, e dichiarare a Sua
Eccellenza che l'odio e l'abominazione di quel tribunale era di
tutti, non di alcuni pochi Napolitani; e di rendere al viceré molte grazie
della proscrizione d'un sì pernicioso libro, la quale era stata ben
propria e dovuta, e che ridondava in gran beneficio del pubblico; e destinarono
il principe di Valle Piccolomini per oratore, il quale, accompagnato dagli
eletti in pubblica forma, si portò dal viceré e furon da lui, con molta
eloquenza, passati gli uffici di rendimenti di grazie per la proscrizione, e
data testimonianza dell'universal orrore, che i Napolitani tengono,
tramandatogli come per eredità da' suoi maggiori, del tribunal del
Sant'Ufficio. Il viceré cortesemente l'accolse, lodò il zelo, che
aveano non meno della reale potestà che del pubblico bene, e si offerì di
mantenere e di essergli sempre a cuore i privilegi e prerogative, che la maestà
dell'Imperadore avea, con tanta giustizia e clemenza, concedute alla Città
e fedelissimo suo Regno.</p> 
<p>Tutti questi prosperi successi, e perché l'opera del gesuita nol
meritava, mi disobbligarono d'apparecchiarmi ad una risposta; e così dagli
amici n'era consigliato, non solo perché bastantemente si era risposto
colla proscrizione, che la dichiarava libello famoso, ma perché non vi era
niente di solido, riducendosi tutta a vane ciarle, a calunnie manifeste, a
contumelie e falsificazione di passi e di parole, che fino i ciechi
l'avrebbero scoperte; e tanto maggiormente, ch'era da tutti biasimata
e derisa. Anzi, da Roma si scrivea che i cardinali stessi, i prelati e tutti
gli uomini savi e dotti di quella città la riputavano sciocca e sciapita, e
n'erano fortemente sdegnati, come da Roma, dopo sei anni, fosse uscita una
sì ridicola risposta, quasi che non vi fosser altri che avrebber potuto farla
più degnamente, e d'essersi eletto uno scimunito e prodigioso ignorante.
Ed il marchese Almenara, che all'arrivo del conte di Harrac in Napoli,
tornando a Vienna, si fermò per qualche settimana in Roma, mi disse che
parlando con alcuni cardinali e prelati, mostravano esserne mal contenti,
dolendosi di coloro i quali, stando attorno al papa, qualificavano per idonei e
sufficienti tali soggetti, nelle mani de' quali sarebbe più propria la
zappa che la penna.</p> 
<p>Per queste potenti cagioni io non pensava di risponderci affatto. Fui, sì
bene, dal marchese di Rialp, dolendomi che Roma vuol che altri si tacciano, e
nel tempo stesso permette che eschino dal Vaticano non libri, ma libelli
famosi, per i quali sia strapazzata la fama, l'onore e la stima degli
uomini probi ed onesti, e da ciò conoscesse quanto poco gli cale che, con tutto
che io fossi nell'imperial corte, ed accolto da Sua Maestà con tanta
clemenza, e godessi dell'alta sua protezione, di non riputarla niente, e
strapazzarmi colle più atroci e gravi contumelie che si potessero scagliare
a' più vili e sozzi uomini della terra. Il marchese, che per queste cose,
che e' riputava da poco e da non farsene conto, non voleva guastar i suoi
fatti colla corte di Roma, mi rispose con un sogghigno, dicendomi che non
dovessi turbarmene, ma prenderle a riso e burlarmene; tanto maggiormente, che
dal viceré erasene preso condegno castigo. Li replicai che così avrei fatto, e
tanto più che i libri del Sanfelice erano così sciocchi, che non
m'obbligavano a veruna risposta.</p> 
<p>Ma mentre erasi in questo, ecco che da Roma furon mandati più pieghi in
Vienna, drizzati al nunzio ed altre persone pubbliche, ne' quali erano
inchiusi più essemplari d'una nuova scrittura fatta dal Sanfelice e
stampata in Roma, nella quale, con inudita impudenza e protervia, non solo si
replicavano le stesse ingiurie e satire, ma si attaccava il decreto regio e si
malmenavano i reggenti del Consiglio Collaterale di Napoli, con modi sì aspri e
contumeliosi, che non si ritenne l'impudente di chiamargli calunniatori,
sciocchi ed ignoranti. E non ostante che la di lui opera fosse stata da tutti
derisa e riputata falsa, satirica e calunniosa, egli con tutto ciò, fermo e
costante ne' suoi deliri, imperversava contro tutti e minacciava altre
lettere, nelle quali avrebbe fatto conoscere quanto egli avea nelle precedenti
risparmiata la potestà de' principi; e che quel regio decreto e bando avea
recato più nocumento ed infamia a coloro che l'avean profferito, che a
lui, non avendogli tocco un sol pelo; e che se ne burlava e facevane poco
conto, poich'egli non si sgomentava dell'autorità, quando fosse
destituita dalla ragione.</p> 
<p>Letta quest'altra sfacciata scrittura, della quale il nunzio stesso non
poté non stomacarsene, allora si pensò di dovergli daddovero levare la mattìa
dal capo, dubbitandosi che, sicome avea fatto con quel Consiglio, non facesse
qualche altra scappata contro gli eletti della città, i quali pure, con
pubblica conchiusione, l'aveano smentito, e fatte render grazie in nome
del pubblico al viceré, della proscrizione. Sicché, essendo io passato nel mese
di maggio di quest'istesso anno 1729, alla solita mia villeggiatura di
Pettersdorf, pensai in quella solitudine, lontano da' romori della città,
di stendere una scrittura e vedere di levargli la pazzia di testa, e così di
quietarlo. Né trovai altra maniera di poterlo curare d'un male sì grave e
pertinace, se non fingendo d'essere stato già convinto dalle sue prediche,
e spezialmente da quelle tre ultime sue lettere filosofiche, che m'avea
indrizzate, e che io, vinto da' suoi forti ed efficaci argomenti, mi era
convertito ed avea abbracciata quella credenza, ch'e' inculcava nelle
sue <hi rend="italic">Riflessioni morali e teologiche</hi>.</p> 
<p>Dalle medesime cavai le massime che teneva intorno la monarchia papale ed
assoluto imperio, che vuole che abbia non meno sopra lo spirituale che il
temporale de' principi, e quella credenza, divozione e concetto, che vuol
che ciascuno debba avere delle particolari divozioni degli ordini religiosi,
confermate da tanti miracoli ch'e' rapporta. E sicome in Francia non
erano mancati nobili ed ingegnosi spiriti, dalle opere del gesuita Pallavicino,
poi cardinale, e spezialmente dall'<hi rend="italic">Istoria del concilio
di Trento</hi> cavarne un <hi rend="italic">Nuovo evangelio</hi>, compilato
dalle di lui novelle massime sparse ne' suoi libri, le quali unite insieme
e ridotte in un picciol volume, che fu stampato a Parigi, promulgarono nel
mondo questa nuova dottrina, così procurai far io, dall'opera del
Sanfelice cavarne una nuova <hi rend="italic">Professione di fede</hi>, nella
quale, in XII articoli fondamentali professava quella credenza, ch'egli ed
i scrittori romani della stessa farina vogliono che si abbia del papa e suo
illimitato potere. Dapoi, in altri IX articoli secondari, professava di credere
tutti que' stupendi e portentosi miracoli, che per confermare le
particolari divozioni degli ordini religiosi si leggevano in tante leggende, e
spezialmente nelle <hi rend="italic">Conformità franciscane</hi>, per ciò che
riguarda il cordone di San Francesco, e nelle Cronache di Sant'Antonio,
per quella de' domenicani del rosario.</p> 
<p>A questa <hi rend="italic">Professione di fede</hi> aggiunsi alquanti
<hi rend="italic">Dubbi intorno alla morale</hi> che vedeva praticata dal
Sanfelice nella sua opera, cercandogli che mi risolvesse, se chi teneva quella
credenza ch'e' inculcava, e che io ne' precedenti articoli avea
già professata, era libero e franco, senza che se l'imputasse a peccato,
di poter malignare il suo prossimo presso il principe e suoi supremi ministri,
per ruinarlo; se impunemente potea calunniarlo con imposture, falsità ed altre
indegne ed infami arti; se era lecito di falsare passi, parole, e storcere a
maligni sensi il concetto degli scrittori; se contro il suo prossimo si
potevano scagliare ingiurie gravi ed orrende, e se l'ingiurie, passando
non pure in iscritto, ma in istampa, poiché erano praticate da tali credenti
ne' loro scritti, dovessero questi o no riputarsi libelli famosi; e se una
tal credenza gli dava impunità di mentire e facoltà, essendo ignorantissimi, di
parer dotti e di rendergli presuntuosi, arroganti e superbi.</p> 
<p>Secondo che a ciascheduno di questi dubbi si apparteneva, in più classi
ridussi le tante calunnie, maladicenze, imposture, falsità, menzogne, cavilli,
ingiurie e gravi contumelie, che in tutta l'opera erano sparse, che
dimostrai e posi nell'ultima evidenza; e, sopra tutto, in quelle cose che
e' pretese corriggermi o di errore o miscredenza, mostrai quanto fosse
grande la sua prodigiosa ignoranza, con maniera non acre, ma derisoria, qual si
conveniva ad un sì sciocco e scimunito scrittore. Nell'ultimo,
l'avvertiva e protestava, che io questa mia <hi rend="italic">Professione</hi> e questi <hi rend="italic">Dubbi</hi> glieli
inviava manuscritti, perché non si fossero da altri letti, ma unicamente per
suo uso e perché si rallegrasse della mia conversione, mercé delle sue dotte e
vigorose lettere che mi avea scritte in abscondito, affinché la correzione
fosse fraterna e caritatevole, fra noi due soli; se bene non sapessi qual fosse
stata la cagione che io non potessi leggerle se non in istampa, e dopo che si
erano già da per tutto pubblicate, in Roma e altrove.</p> 
<p>Terminata che io ebbi questa scrittura nella solitudine di Pettersdorf,
tornato nel mese di luglio in città, la mostrai ad alcuni amici, a' quali
piacque sopra modo, e mi stimolavano a doverla dare alle stampe. Ma stetti
saldo in non permetterlo, e, se bene per alcuni amici che l'avean letta
fosse arrivata alla notizia dell'Imperadore, e molto lodandogliela
consigliavano che si fosse impressa, io vi ripugnai sempre. E si prese il
partito che se ne mandasse solo una copia in Roma, e si tenesse modo di farla
pervenire nelle proprie mani del Sanfelice; sicome si fece, indrizzandola a
lui, e per sicuro ricapito, con sopraccarta diretta al rettore de' gesuiti
in quel collegio o casa professa, dov'egli dimorava; ed un'altra
copia si fece pervenire a' gesuiti napolitani e siciliani, ch'erano
in Vienna, a' quali il padre Sanfelice avea indrizzati i pieghi
dell'<hi rend="italic">Indice</hi> e dell'ultima scrittura fatta
contro il decreto regio della proscrizione.</p> 
<p>Se ne mandò un'altra copia in Napoli a gli amici, e questa sola bastò
(non stancandosi di leggerla e rileggerla a gli altri, per l'estremo
piacere che ne sentivano) che si diffondesse da per tutto la città, né si
ristette a questi limiti, che volò in Roma, dove ne furon fatte innumerabili
copie. Ciò che io sentiva con infinito dispiacere, poiché, correndo
manuscritta, temeva che non fosse trasformata e guasta, e sopra tutto che i
miei invidi e malevoli non la difformassero o macchiassero con qualche
bestemmia O eresia, che vi aggiungessero. A questa fine io feci trascrivere un
correttissimo esemplare, ed in forma di libro lo presentai al cavalier Garelli,
bibliotecario di Sua Maestà, affinché lo collocasse nella biblioteca cesarea,
dove come autografo si potesse ricorrere, nel caso si trovasse in altre copie
trasformata e guasta.</p> 
<p>Da Napoli erami scritto, che alcuni volevano in tutte le maniere stamparla,
ma io l'impedii sempre, e scrissi ed istantemente pregai a' miei
amici, che facessero ogni sforzo d'impedirlo, sicome fecero; affinché
tutti conoscessero che, dal mio canto, erasi adempita la promessa, e che, se
ben Roma avesse quella prerogativa di dar licenza che in mezzo di quella città
si stampassero libelli famosi, Napoli e Vienna non volevano in ciò imitarla,
ancorché la mia scrittura non fosse che per difesa, mostrando le calunnie, le
imposture e prodigiosa ignoranza dell'avversario. Ma con tutto che si
procurasse impedirne la stampa, non fu possibile impedire il corso delle copie
manuscritte; sicché, divolgatasi da per tutto questa contesa e resa manifesta
non meno che la scipitezza de' libri del Sanfelice, non tralasciarono i
compilatori degli <hi rend="italic">Atti eruditi</hi> di Lipsia di rapportarla,
sicome fecero i <hi rend="italic">Giornali de' letterati</hi>
d'Ollanda, Francia ed Inghilterra.</p> 
<p>Onde i gesuiti, vedendo che da tutte le parti correva per iscostumato,
satirico ed ignorante della loro società, per rimediare nel miglior modo che
potessero, da' giornalisti di Trévoix della lor farina, i quali riducono
in compendio libri sciapiti dagli altri rifiutati, fecero riferir l'opera
di Sanfelice, racconciandola e dandole altro aspetto che il naturale e proprio,
s'ingegnarono farla apparire meno deforme. Ma poiché de' giornali di
Trévoix niun tien conto, e come sciocchi, e perché ciascun sa che i compilatori
sian gente venale e stipendiata da' gesuiti, si rimasero quelli del
Sanfelice in quel disprezzo e perpetua dimenticanza che meritavano; anzi Roma
stessa si affaticava che se ne perdesse ogni memoria.</p> 
</div2> 
<div2 type="paragrafo"> 
<head>III</head> 
<argument>
<p>[<hi rend="italic">1730</hi>]</p>
</argument> 
<p>Intanto in queste occupazioni ed altre appartenenti alla difesa delle cause
che m'eran commesse, spezialmente d'alcune sue proprie dal marchese
Clemente Doria, se ne passò l'anno 1729, ed eravamo entrati nel 1730.</p> 
<p>Nel quale, mi scrisse il reggente Castelli, del Consiglio Collaterale di
Napoli, mio amico, ed al quale professava molti obblighi per aver prese con
fervore le mie parti nella proscrizione del Sanfelice, che dovessi mandarli una
esatta relazione di tutti i Consigli e dicasteri della città di Vienna, con
distinzione delle loro origini, giurisdizione, numero e qualità de'
ministri che gli componevano. Io, nella villeggiatura di quest'anno a
Pettersdorf, la distesi; ma come che in villa mi mancavano alcuni libri a ciò
necessari, tornato in città la perfezionai, e manuscritta gliela mandai, che
dovesse servire unicamente per sua istruzione e degli avvocati, nei suoi e miei
amici, che ne mostravano desiderio, né permettessero farne altro uso,
mostrandola ad altri.</p> 
<p>Ma essendo molto piaciuta, e di mano in mano passata alla notizia del conte
Ferdinando d'Harrac, figliuolo del viceré, che dimorava in Napoli con suo
padre, questi, parlandone con altri fece che io ne fossi richiesto a Vienna
d'una copia da alcuni Tedeschi, non viennesi, ma sassoni, a' quali
non potei negarla, dicendomi che, non essendovi alcun autore che trattasse di
proposito di questi Consigli e dicasteri, gli farei somma grazia se ne avessero
da me una esatta notizia. Gliela diedi, in fine, su la lor fede che non dovesse
servire se non per loro informazione. Seppi dapoi, che, passati alquanti anni,
l'avean fatta tradurre in latino, ed imprimerla nell'anno 1732, ad
Hala di Magdeburg, sotto anagrammato nome di Giano Perentino.</p> 
<p>Né certamente potea immaginarmi che di questo libretto se n'avesse da
doler poi cotanto il nunzio Passionei, che era succeduto al Grimaldi, e farne
tanti strepiti e romori, tutti indrizzati per ruinarmi, come dirassi a suo
luogo e tempo, e che assai maggiore <corr>[fosse]</corr> quello che
ne fecero gli Spagnoli di Vienna, sicome intesi partito che fui da Vienna,
nella mia dimora di Venezia, ne facessero tante doglianze con altri e con
Cesare istesso.</p> 
<p>In quest'anno Menckenio padre mi mandò da Lipsia la traduzione in
lingua inglese della mia <hi rend="italic">Istoria civile</hi>, stampata in
Londra nel precedente anno 1729, in due tomi infoglio, ne' quali erano
compresi i quattro dell'edizione napolitana. Ed ancorché io non intendessi
la lingua, procura che que' che la sapevano m'interpretassero alcuni
passi, che io, come non conformi alla Chiesa anglicana, temea non
l'avesser tronchi o alterati. Ma si trovarono intatti, così com'erano
nell'autografo, sicché potei promettermi una traduzione leale e fedele,
tanto più che i nomi delle città e province si lasciavano intatti, sicome altre
voci proprie del latino o italiano.</p> 
<p>Stupii in vedere l'ampio numero di coloro i quali s'erano
sottoscritti, per agevolarne l'impressione, e la loro qualità, non
mancandovi de' milordi, arcivescovi, vescovi ed altre persone illustri e
letterate. E ve n'eran di que', che la sottoscrizione l'avean
stesa chi a quattro, chi a sei copie, ed il numero era così grande, che bisognò
farne catalogo de' nomi in un lungo alfabeto, che occupava più fogli. In
oltre, nel frontispizio s'additavano non uno, ma sette librari di Londra,
dove i compratori dovessero ricorrere, dandogli notizia de' loro nomi,
delle strade ove tenevano le biblioteche e loro insegne.</p> 
<p>Non posso negare ch'ebbi estremo piacere in vedere che in Inghilterra,
ove presentemente fioriscono cotanto le scienze e le buone lettere, sicome è
manifesto da' dotti e preziosi libri che n'escono alla giornata,
l'<hi rend="italic">Istoria</hi> mia fosse stata così ben ricevuta, ed il
mio nome reso cotanto rinomato e celebre. E tanto maggiormente che, avendo ivi
una società d'uomini savi ed eruditi preso l'assunto di dar al mondo
un nuovo <hi rend="italic">Giornale de' letterati</hi>, nel quale fossero
in breve accorciate in lor lingua l'opere che si davano alla luce in quel
regno, cominciarono a darle principio dalla mia opera; ed i primi quattro
tometti che uscirono furono i compendi de' miei quattro tomi dell'<hi rend="italic">Istoria civile</hi>, non dimenticandosi nel quinto di trattar,
come si meritava, dell'impudenza, ignoranza e protervia del padre
Sanfelice, gesuita. Perciò non eravi inglese di conto, che viaggiando, o per
altri suoi affari capitando a Vienna, non fosse a visitarmi per conoscer di
vista chi avea conosciuto per fama.</p> 
<p>E trattandosi in Londra di dar una nuova e magnifica edizione dell'<hi rend="italic">Istoria</hi> del presidente Tuano, il famoso Buckley, che
n'avea la direzione e principal cura, scrisse al cavalier Garelli,
bibliotecario dell'Imperadore, che gli somministrasse qualche manuscritto,
se mai si trovasse nella biblioteca cesarea, o altra notizia appartenente a
quell'<hi rend="italic">Istoria</hi>, affinché niente mancasse di raro e
pellegrino in questa nuova edizione che si preparava. Il Garelli non mancò di
mandargli quanto poté trovare ne' codici manuscritti, ed avendomi
richiesto di conferir anch'io, in parte, a' buoni desideri del
Buckley, gli risposi che volentieri l'avrei fatto, e spezialmente per
occasione di questa ristampa, di avvertire la varia lezione che si osservava
tra le prime stampe di quell'<hi rend="italic">Istoria</hi> e
l'edizione di Ginevra del 1620 (se bene alcuni esemplari portino la data
di Orléans), intorno alla moneta di oro di Ludovico XII, re di Francia, che
porta l'epigrafe: <hi rend="sc">PERDAM BABYLLONIS NOMEN</hi>, la quale il
Tuano, nel primo libro delle sue <hi rend="italic">Istorie</hi>, narrava
essersi coniata in Napoli, sicome leggevasi nelle prime edizioni — ciò
che poi si emendò nelle altre posteriori edizioni, poiché né quella moneta
porta l'insegne di Napoli, né fu coniata in Napoli —; e che questo
era un punto da ben esaminarsi, né trascurarsi: poiché, se si dovessero
attendere le prime edizioni, si confermerebbe l'interpretazione data a
capriccio dal padre Arduino, gesuita, all'epigrafe, che non avesse voluto
Ludovico intender per Babilonia Roma, ma il Cairo d'Egitto, che chiamossi
pure Babilonia.</p> 
<p>Ma poiché la verità era che quella moneta fu fatta imprimere dal re
Ludovico, per rintuzzare l'orgoglio e temerario ardire di papa Giulio II,
e che volesse per quella minacciar Roma, né fosse coniata in Napoli, né
portasse l'insegne di Napoli, ma di Francia, quindi bisognava con più
vigorosi argomenti di quello che fin ora erasi fatto, spezialmente da
Sigismondo Liebe, confutar la strana e capricciosa interpretazione
dell'Arduino, e manifestare con più chiare pruove che Ludovico, ancorché
s'intitolasse nella moneta re di Francia e di Napoli, e tacitamente con
ciò volesse inferirsi che fosse anche re di Gerusalemme, non poteva intendere
del Cairo, posseduto dal soldano di Egitto, perché allora Gerusalemme si
apparteneva al soldano di Damasco, e non già a quello di Egitto; sicché le
minacce avrebbero dovuto indrizzarsi contro colui, non contro quel di Egitto,
come fantasticava l'Arduino. E che vi era anche molto, con tale occasione,
da avvertire sopra i tanti altri errori ed abbagli presi dal gesuita, per
render vanissima la sua interpretazione.</p> 
<p>La materia e l'opportunità meritava la pena di farlo; sicché gli
promisi che n'avrei distesa una dissertazione, e fattala poi tradurre in
latino, si sarebbe potuta mandare in Londra a Buckley, perché comunicata con
que' savi, ne avesser fatto l'uso che li paresse. Fu la dissertazione
distesa, tradotta in buon latino e mandata a Buckley, il quale scrisse essere
stata da tutti sommamente applaudita e che si sarebbe impressa nell'ultimo
tomo, dov'erano raccolte tutte l'altre memorie e scritture
appartenenti non men all'<hi rend="italic">Istoria</hi>, che al suo
autore.</p> 
<p>In effetti, terminata ne' seguenti anni la stampa, e riuscita veramente
magnifica ed accurata, divisa per le nuove giunte in sette volumi
in–foglio, nel settimo si legge la <hi rend="italic">Dissertazione</hi>
suddetta, senza che si fosse espresso il nome dell'autore, sicome si
scrisse che fosse taciuto. E per maggior intelligenza della medesima, fu
impressa la moneta di oro, sicome trovasi in più musei; ed oltre a questa
l'altra consimile, rapportata da Lukhio e riferita nella <hi rend="italic">Dissertazione</hi>, nella quale, leggendosi l'anno 1512,
vengono non pur confermati gli argomenti addotti, ma resa più manifesta la
vanità e stranezza dell'interpretazione del padre Arduino; sicome ciascuno
per sé stesso potrà conoscere leggendola nel riferito settimo tomo di questa
nuova edizione. Veduta che fu la traduzione inglese dell'<hi rend="italic">Istoria civile</hi>, s'invogliarono altre nazioni a far lo
stesso ed i Francesi non furon pigri per darne un'altra francese; ed
alcuni professori francesi, che partiti di Francia eransi stabiliti
nell'università di Losanna, fra' Svizzeri, erano occupati di presto
mandarla alla luce, poiché una società di librari di Ginevra se ne avea preso
il carico d'imprimerla, sicome si dirà innanzi; e Menckenio figlio mi
scrisse da Lipsia, che già nell'interior Germania si preparava altra
traduzione in lingua alemanna, per uso de' Tedeschi.</p> 
<p>Ma tutte queste grate notizie eran per me dolci cose ad udire, non già che
valessero a sottrarmi dalle miserie e strettezze, nelle quali in
quest'anno mi vidi posto dalla voracità ed ingordigia de' Spagnoli,
spezialmente de' Catalani, di Vienna; i quali quel poco, che in ciaschedun
mese m'era somministrato da' diritti delle spedizioni di Sicilia, per
mio alimento, l'avean confuso col denaro del Consiglio: sicché erami
ritardato il pagamento, per supplire a' loro bisogni e quartali.</p> 
<p>Il nuovo presidente, conte di Montesanto, avea ottenuto dall'Imperadore
che questi diritti di spedizione e suggello della secreteria di Sicilia, che
prima erano separati, si confondessero con tutti gli altri del Consiglio,
sicom'erano quelli di Napoli e di Milano. Venne con ciò a mutarsi la
persona che soleva somministrarmi le mie mesate, ed in vece di esigerle dal
secretario di Sicilia, come prima, m'era bisogno di ricorrere
all'ufficial maggiore della secreteria del suggello, ch'era un
vecchio catalano, chiamato don Giovanni Llamna, ricevitore di tutto il denaro
che proveniva dalle spedizioni così di Sicilia, come di Napoli e di Milano,
nelle cui mani era riposto a disposizione del Consiglio e del presidente. Il
quale, ora per un bisogno, ora per un altro, che non ne mancavano
(poich'erasi giunto a somministrar estraordinari soccorsi di denaro a gli
Spagnoli, non pur per i loro viaggi, per le spese delle nozze delle loro
figlie, se si maritavano, o pure ne' parti delle loro mogli), teneva quasi
sempre vocirc(ô)ta la borsa del ricevitore. E dall'altra parte, per
lentezza e trascuraggine del medesimo in esiger da Sicilia i diritti di
spedizione, sempre che io mandava per riscuoter le mesate, la risposta del
catalano era: <foreign lang="spa"><hi rend="italic">no hai
dinero</hi></foreign>.</p> 
<p>Soffrii per due, tre e quattro mesi, ma vedendo che la cosa si prolungava ed
il mio bisogno mi stringeva, da necessità costretto, vedendo che niente mi
giovavano le doglianze che faceva col presidente ed i reggenti di quel
Consiglio, ebbi ricorso da Sua Maestà. E con pieno memoriale l'esposi, che
dalla confusione del denaro de' diritti di Sicilia con quelli di Napoli e
di Milano proveniva la tardanza del mio pagamento, valendosi il Consiglio di
tutto il denaro; e se ve n'era della spedizione di Milano e di Napoli,
come più ubertosa, non per questo era io soddisfatto, replicandomi che il mio
assignamento era sopra quello di Sicilia. Onde pregava Sua Maestà che, sicome
il Consiglio valevasi de' diritti di Sicilia confondendogli con gli altri,
così il mio assignamento si stendesse sopra quelli di Napoli e Milano,
affinché, se si trovassero spesi quelli di Sicilia, avessi io donde
ricompensargli; tanto maggiormente, che l'assignamento della mia mercede
fu dimostrativamente fatto sopra Sicilia, come allora più sicuro, non già
tassativamente, sicché non potessi ricorrere alle altre spedizioni.</p> 
<p>Ne informai pienamente il marchese di Rialp, al quale diedi il memoriale,
perché da Sua Maestà impetrasse questa giustizia. Ed il marchese, persuaso
della mia ragione, non tardò guari che ottenne da Sua Maestà decreto, col
quale, perché non mi fosse differito il pagamento, si ordinava che
nell'assignamento fattomi ci andasser anche compresi i diritti delle
spedizioni di Napoli e di Milano; e se ne spedì dispaccio diretto al
Consiglio.</p> 
<p>Replicarono al decreto que' signori che lo componevano, gelosi che non
se gli toccasser i loro fondi, rappresentando a Sua Maestà che i diritti delle
spedizioni di Napoli e di Milano erano stati prima incorporati al Consiglio,
come sua dote, e che non potevano ad altri assegnarsi; sicché il mio
assignamento dovesse rimaner ristretto a quelli soli della Sicilia. Non bastava
a que' signori, perché fosser sicuri de' loro quartali, aversi fatti
assignare nel regno di Napoli e nello Stato di Milano i migliori corpi
dell'entrate regie; non gli bastava, per essere puntualmente pagati, il
denaro che ritraevan ogni anno dagli uffici vendibili, non tanti altri diritti
ed emolumenti; che vollero pur guardare attentamente a questa minuzia e
bagattella, quasi che, facendomi entrare in sì minutissima parte, che non era
che una gocciola a riguardo dell'ampio oceano dov'essi nuotavano, non
venisser a mancargli l'acque.</p> 
<p>Ma informato che io fui dell'animosa ed ingorda replica, vi accorsi
subito con altro memoriale, rappresentando a Sua Maestà che, già che il
Consiglio ripugnava e che voleva che non se li toccassero le spedizioni di
Napoli e di Milano, la stessa ragion voleva che a me non si toccassero quelle
di Sicilia, poiché furono a me assignate, prima che si confondessero e
s'incorporassero al Consiglio; onde non potessero valersene, se prima non
era io pagato, e così, se ne spedissero ordini al pagatore Llamna.</p> 
<p>La mia domanda Sua Maestà la riputò giusta e che non ammettesse altra
replica. Sicché, con altro decreto, comandò che delli diritti delle spedizioni
di Sicilia fossi io prima pagato, né il Consiglio potesse toccarli, se non dopo
la mia soddisfazione; ed avvertisse a chi si apparteneva esser questa la sua
real volontà. Eseguirono senz'altra replica il decreto, e furono spedite
al ricevitor Llamna istruzioni conformi, ma, per farle capire a quello stupido
vecchio, bisognò stentar molto. Così fui pagato delle passate mesate e
presenti, e per l'avvenire, se bene non mi fosser pagate mese per mese,
con tutto ciò non passavano i due, ancorché qualche volta anche i tre, perché,
passando le spedizioni per le lor mani, niuno poteva sapere che denaro vi
fosse, e sovente bisognava chinar il capo alla terribile voce del catalano:
<foreign lang="spa"><hi rend="italic">no hai dinero</hi></foreign>.</p> 
<p>A questi tempi, il Consiglio di Spagna erasi ridotto ad una vana apparenza,
poiché le cose gravi e di momento erano risolute dalla secreteria di Stato, ed
il marchese di Rialp n'era l'arbitro e dispositore, lasciandosi al
Consiglio le cose minute; e se nelle gravi si cercavano le sue consulte, o era
per ludibrio, o pure per iscorgere se fossero conformi a ciò che erasi già il
marchese deliberato di fare. Per ciò i reggenti che lo componevano, ciascuno
non attendeva che al proprio utile e d'avanzar le loro case, ed il
marchese, purché gli lasciasse di ciò appagati e non fossero d'ostacolo,
colle loro repliche ed opposizioni, a quanto egli intendeva di fare, volentieri
ci dava mano; sicché il minimo de' loro pensieri era il serviggio del re
ed il pubblico bene. Perciò le spedizioni di giustizia, e quelle che non
recavan grandi emolumenti, eran tarde, e sovente affatto trascurate; onde
avvenne che i provinciali di Napoli, Sicilia e Milano non così spesso, come
prima, ci avean ricorso. Sicché le spedizioni sensibilmente venivano a
scemarsi, sicome le commissioni e gli agenti, i quali, toltone alcuni pochi che
aveano il favore del marchese di Rialp, eransi ridotti in un'estrema
mendicità; sicome anch'io conobbi per proprio esperimento, che sempre più
si scemavano le commissioni, che prima mi eran date per difesa di qualche
causa; e molto più si videro cessare ne' seguenti anni, quando i
provinciali, annoiati di sì lungo aspettare, nel miglior modo che potevano
accomodavano i loro fatti nelle loro città, senza ricorrer più a Vienna.</p> 
<p>Di ciò i reggenti se ne curavan poco, soverchiandoli i grossi stipendi, che
sopra fondi sicuri e certi erano stati loro assegnati; e già fatta lor consueta
e propria frase, che spesso replicavano, dicendo: “quartali vengano e non
curiamo del resto”; e tutto il loro scopo non era altro che questo, e di
profittare ciascuno per sé stesso. Ne diedero un chiaro documento quando, per
lo passaggio del reggente Bolagno all'ambasceria di Venezia, fu rifatto in
suo luogo il reggente Alvarez per Milano; e poi, creato presidente del
Consiglio di Santa Chiara di Napoli il reggente Solanes, a chi dovea darsi
successore per Napoli, fu fatto Esmandia reggente.</p> 
<p>Ciascuno credea ch'Esmandia, come quello ch'era stato lunghi anni
senatore a Milano ed istrutto a minuto dello Stato, né mai avea veduto Napoli,
né in qual parte d'Italia si fusse, dovesse occupare il reggentato per
Milano, perché le provvidenze fosser più accertate, trattando di paese a sé
noto. All'incontro, il reggente Alvarez, che, giovane appena avea veduto
Milano, e ch'era stato in Napoli reggente di Collaterale molti e molti
anni, il quale era istrutto della Città e Regno, dovesse passar reggente per
Napoli. Con ammirazione di tutti, si vide il contrario: poiché rimase Alvarez
per Milano, ed Esmandia per Napoli.</p> 
<p>I curiosi vollero indagare la cagione, e non trovarono essere stata altra,
se non perché l'Alvarez non volle muoversi dal reggentato di Milano e
passar in quello di Napoli, per non perdere il pigione, che pagava Milano
a' suoi reggenti provinciali della loro abitazione: ciò che non facea
Napoli a' suoi, credendo bastargli i novemila fiorini l'anno, che Sua
Maestà gli paga di soldo. Tanto bastò, perché si riputasse ragionevole la sua
ripugnanza, niente curando che era di maggior serviggio del re e del pubblico,
che l'uno, più istrutto di Milano, passasse per Milano, e l'altro,
ben informato delle cose di Napoli, fosse per Napoli, come quelli che eran
venuti di fresco, l'un da Napoli e l'altro da Milano, e conoscessero
le persone e l'ultimo stato di quel regno e di quel ducato, nel quale
eglino l'avean lasciati.</p> 
<p>Parimente, passato l'Esmandia da fiscale al reggentato per Napoli, non
fu più rifatto fiscale, dicendo che nel Consiglio questa carica era superflua e
vana, bastando che l'ultimo reggente supplisse alle sue veci; e così
rimase la carica estinta. Ciò non fu per altro, se non perché il soldo
assignato al fiscale di novemila fiorini l'anno s'incorporasse al
Consiglio e <corr>[i consiglieri]</corr> fortificasser meglio i loro
quartali, affinché non venisser a mancare. Poiché, esaurita la mina degli
uffici vendibili, che, per lo più, per mercedi si concedevano dalla secreteria
di Stato a' Spagnoli ed altri favoriti dal marchese di Rialp,
senz'esporsi venali, mancando tuttavia i ricorsi de' provinciali e le
spedizioni, onde prima si ritraean grossi emolumenti, e seccandosi gli altri
fondi, onde derivavan altre acque, volevano per altri modi esser sicuri che non
si scemasser punto o ritardassero i loro soldi, ch'era l'unico loro
scopo ed intento.</p> 
<p>Dall'altra parte il marchese di Rialp, per la sua secreteria, reggeva
le divine ed umane cose: le cariche, le toghe, i regi vescovadi, le badie
regie, i benefici di collazione o presentazione regia, e tutto, per le sue mani
si dispensavano. E la norma che si teneva in dispensargli si vide esser questa:
se concorrevano al posto Spagnoli e nazionali, questi eran esclusi, e preferiti
i primi; sicome, se si contendeva fra' Spagnoli, eran preferiti i
Catalani. E ciò avveniva, quando la carica soleva darsi o per merito o per
favore, senza sborso di denari. Ma quando occorrevan bisogni di denaro, che non
ne mancaron mai, o per qualche dote che bisognava assignare alle donzelle o
vedove spagnole, ovvero per qualche soccorso secreto, che si voleva dare a
qualche favorito spagnolo, per le spese delle nozze, per viaggi o altri suoi
bisogni, eziandio che non fosser necessari, ma voluttuosi o pomposi, allora le
toghe, le cariche, ed altri magistrati ed impieghi si davano a quelli che
offerivano più denaro. E vi erano particolari prosseneti, fra' quali due
ecclesiastici nostri, napolitani, per mezzo de' quali si contrattava. E
questi eran divenuti ricchissimi, ancorché appena sapessero leggere e scrivere,
senz'altro capitale, se non che, com'essi stessi vantavano,
d'aver “le orecchie del marchese”, cioè perché Rialp sentiva
volentieri da loro le domande e la somma del denaro che offerivano. E perciò,
eransegli destinate due giornate della settimana, il mercordì e sabato, nelle
quali si trattava di tali faccende.</p> 
<p>Sicché per Napoli non vi era toga o ministero che dovesse provvedersi, se
non eransi prima aggiustate le somme che per mezzo di questi, eran offerte
da' pretensori. E la bisogna si ridusse a tale, che anche il meritevole,
graduato, dotto ed integro, ancorché fosse stato nominato dal viceré, dovea
passare sotto il giogo, altrimenti non avrebbe giammai conseguito il posto.
Questo sol vantaggio vi era per lui, che se le somme offerte da più fosser
pari, era il più meritevole preferito.</p> 
<p>Or vedendo io ridotte le cose in questo sistema, cominciai a perdere ogni
speranza di mio accomodamento, anche con qualche posto in Napoli. Poiché, se
bene io più volte avessi ricordato al marchese di Rialp che Sua Maestà,
conferendomelo, ci guadagnava mille fiorini l'anno, che avrebbe potuto
impiegargli ad altro uso; nulladimanco ciò niente mi giovava, poiché il
marchese, nella provvista delle toghe, cercava denari contanti, che fossero in
quantità considerabile, per supplire a' bisogni de' suoi favoriti
spagnoli, a' quali non era sufficiente il mio picciol assignamento, col
quale non avrebbe potuto gratificare che ad un solo.</p> 
<p>Il conte d'Harrac, viceré, mostrava tutta la propensione di favorirmi;
e su la credenza che fosse richiesto di far nomina di soggetti, per empire la
piazza vacante di fiscale, per lo passaggio d'Esmandia al reggentato, si
era palesato con alcuni miei amici in Napoli, che m'avrebbe nominato, non
sapendo che il Consiglio pensava d'estinguer la piazza, sicome
l'estinse. Non gli rimaneva altra strada, se non nelle occasioni di
vacanze di piazze del Consiglio di Santa Chiara, o pure della Camera di Napoli,
e cercava aiutarmi, in voler nelle nomine non dimenticarsi di me; ma era
consigliato in Napoli che, trovandomi io nella corte, né sapendosi qual fosse
l'intenzione di Sua Maestà, prima di farlo ne ricevesse istruzione da
Vienna, per regolarsi. Onde mi scrisse che, non sapendo se Sua Maestà volesse
che io tornassi a Napoli, per non consumare in vano il nominarmi, potendo
giovare ad altri, gli facessi scrivere una lettera dal marchese di Rialp o dal
presidente, conte di Montesanto, che l'assicurassero che Sua Maestà
sarebbe contento di questo, e non l'avrebbe a discaro.</p> 
<p>Il presidente, ancorché l'avessi fatto istantemente pregare dal
reggente Almarz, suo intimo amico, non volle impacciarsene, dicendo che egli
non s'era intrigato mai col viceré di scrivergli in occasioni di nomine;
che altri, sì bene, se n'impacciava, volendo intendere di Rialp. Mi volsi
con ciò al marchese, e fecilo anche pregare dal cavalier Garelli; al quale
rispose, che ne avrebbe parlato all'Imperadore e, secondo che Sua Maestà
l'avesse risposto, si sarebbe regolato. Fu il Garelli, alquanti giorni
dopo, per sentire la risposta; la qual fu, che avendone parlato
coll'Imperadore, l'avea risposto che io tenessi pazienza per altro
poco tempo.</p> 
<p>Questa risposta fu da noi prevista, perché il marchese, quando gli parlò la
prima volta di Garelli, mostrò poco gusto che io volessi imbarazzargli le
provviste di Napoli, ch'egli avea destinate a soggetti che potevano
somministrargli denari. Oltracché non voleva disgustar la corte di Roma, la
quale avrebbe amaramente inteso il mio ritorno a Napoli con carica,
nell'istesso tempo che egli trattava in Roma un chiericato di Camera per
l'abate Perlas, suo figlio, per renderlo più prossimo al cardinalato;
giacché erano riuscite vane le speranze di vederlo in persona
dell'arcivescovo di Salerno, suo fratello, il quale opportunamente se
n'era morto in Napoli, in tempo che per acquistarsi maggior merito con
Roma, era stato proposto da Vienna, per terminare con amichevole accordo,
insieme col presidente Argento, alcune contese giurisdizionali riguardanti il
regno di Napoli, le quali, se vivea, si sarebbero certamente composte con total
ruina e precipizio delle reali preminenze; poiché, in premio di opera sì degna,
eragli stato promesso il cappello cardinalizio. Or, il marchese, ciò che
importuna morte gli tolse, volea risarcir la perdita, per quest'altra via;
e con ogni sforzo, tirava a vedersi il figlio per ora chierico di Camera, per
meglio disporlo al cardinalato. Ma Roma, accorta, prolungava le speranze, per
trarne intanto suoi vantaggi; e tanto seppe differire, sicché sopraggiunti
gl'ultimi cangiamenti d'Italia, non ebbe questa sorte di veder
adempiti i suoi vasti desideri.</p> 
<p>Qual speranza, adunque, potea io avere d'essere promosso, e che mi
fosse adempita la real promessa di contentarmi di quel picciolo sostentamento,
fin che non fossi impiegato nel real servizio? Questo <hi rend="italic">interim</hi> me lo vedeva prolungato, non altrimenti che
l'<hi rend="italic">interim</hi> di Carlo V; onde bisognò aver pazienza, e
quietarmi fin che Dio non disponesse altrimente le cose, pregandolo a dar fine
a tante mostruosità e sconcezze, con por argine a sì strane confusioni e
disordini, poiché si vedeva che tutti eravamo divenuti e fatti eredità
<foreign lang="lat"><hi rend="italic">unius domus</hi></foreign>.</p> 
<p>Presso il marchese di Rialp era l'arbitrio di tutte le cose. Egli
innalzava ed abbassava, egli faceva il negro bianco ed il bianco negro,
l'ignorante e l'insufficiente abile ed idoneo; sicome chiaramente si
vide nella provvista del presidentato di Napoli, rimasto vacante per
l'improvvisa morte del presidente Argento.</p> 
<p>Certamente che, per darsi successore ad un uomo cotanto rinomato e dotto,
bisognava por ogni studio d'elegger un soggetto eminente, che potesse
degnamente occuparlo. Fra i pretensori, quattro reggenti del Consiglio di
Spagna erano i più avanzati: il reggente Positano, nazionale; il reggente
Almarz, nato pur in Napoli, ma oriundo spagnolo; il reggente Alvarez, di
Salamanca; ed il reggente Solanes, catalano. I due primi, per molti anni,
aveano esercitato il posto di consigliero in quel medesimo Consiglio ove ora
pretendevan essere presidente ed oltre essere istrutti del tribunale che dovean
reggere, erano ben veduti da' Napolitani, per le loro maniere gentili e
cortesi (e molto più l'Almarz, amabilissimo per la gran sua affabilità e
schiettezza): e se bene per dottrina non potesser pareggiar coll'Argento,
niente però l'erano inferiori per probità, incorruttibilità e candore
de' costumi. Degli altri due, Alvarez era pur troppo, ignudo di lettere e
di giurisprudenza, che amava far più il cavaliere che il ministro; e se ben
avesse conoscenza di Napoli, per esservi stato più anni reggente del Consiglio
di Santa Chiara, de' stili e modi, co' quali ivi si trattavano le
cause forensi, non avea pratica alcuna. Il Solanes, per essere stato
cattedratico in Barzellona, e poi, per più anni, consigliero dello stesso
Consiglio, avea acquistato qualche pratica del medesimo, né era cotanto nudo di
scienza legale; ma il suo naturale un poco rustico e ributtante, ancorché
incorrotto ed amante della giustizia, lo rendeva poco grato ed accetto a'
Napolitani. Si aggiungeva, che l'avanzata età e l'esser sottoposto ad
insulti apoplettici l'avean reso quasi stupido ed illetarghito.</p> 
<p>Con tutto ciò questi, sopra gli altri, fu eletto. E non già per serbar
l'alternativa, poiché l'Almarz era pure oriundo spagnolo, e come tale
era reggente per Sicilia insieme col nazionale Perlongo; ma perch'era
compatrioto del marchese Rialp, suo amico, sin da ch'era cattedratico in
Barzellona, e perché, sicome possedeva nella regia Camera di Napoli per
luogotenente Aghir, catalano, così pure presidesse nel Consiglio di Santa
Chiara un altro catalano. Poiché la mira e scuopo era che tutti i posti
maggiori, o sian di Napoli, o di Sicilia, o di Milano, fosser occupati da'
Spagnoli, e, sopra questi, da Catalani, se si potesse.</p> 
<p>Ma il più curioso insieme e ridicolo, che in questa elezione intervenne, si
fu che l'istesso marchese e gli altri Catalani, perché si rendesse il
Solanes, sopra gli altri pretensori, più meritevole e distinto, lo spinsero a
dar fuori alle stampe un libro legale; onde quel povero vecchio scimunito
de' vecchi scritti delle <hi rend="italic">Istituzioni</hi> di
Giustiniano, ch'egli avea insegnato nell'università de' studi di
Barzellona, prestamente ne compose un libro, e lo diede alle stampe, e lo
presentò all'Imperadore, nel tempo ch'era ancor dubbio e vacillante
nell'elezione. Tanto bastò che, esaggerando a Cesare (il quale non avea
certamente tempo di guardar che contenesse il libro) che fosse un'opera
insigne, delle migliori ch'erano uscite da Spagna, e che l'autore
fosse il più dotto che avesse fra' suoi ministri e degno d'occupar
quel posto, non passarono dieci giorni da che fu presentato questo libro, che
si vide calare il decreto dell'elezione in sua persona. Ed i Catalani, per
lo più ignoranti, commendandola, andavano presentando il libro a' loro
amici, sicché si rese a tutti noto. Cosa che fece tutti stupire ed esclamare:
<foreign lang="lat"><hi rend="italic">conclamatum est iam</hi></foreign>;
poiché non vi è libro, nel quale si fossero affastellate tante sciocchezze,
tante puerilità, cose goffe, sciapite e dozzinali, che questo, pieno di
solecismi e barbarismi; ed un fanciullo, che andasse a scuola, non potrebbe
commettere tanti errori in grammatica e tante mellonaggini, quante ivi si
leggevano, non essendovi pagina che non ne abbondasse.</p> 
<p>E questo libro fu riputato istromento efficace, ed una macchina sì vigorosa
da abbattere l'animo di Cesare, ancor dubbio, e farlo inchinare a rendersi
a' loro voleri; poiché, di continuo standogli a' fianchi, sapevano
coglier il tempo giusto per farlo cadere nelle loro reti. E pure questo libro
sarebbe stato bastante, non dico da escluderlo dal posto che pretendeva, ma
fargli perdere il reggentato che teneva! D'altra parte, non era tanto da
incolparne l'autore, ma coloro che lo stimolarono a questo: ciò che da un
vecchio stupido e scimunito era facile ad ottenere.</p> 
<p>Da ciò maggiormente tutti si certificarono, che nelle provviste non si
riguardava il tribunale che dovea ristabilirsi o migliorarsi, per
l'elezione di soggetti idonei e sufficienti, non il serviggio del re e del
pubblico; ma tutto regolava il riguardo della nazione e di accomodar le persone
promosse, non già il tribunale. Sicome pur si vide a Milano, dove si mandò per
presidente il Mendoza, non già per ristabilire quel tribunale, ma per darli
impiego lucroso e per maggior suo aggio, niente curando che quel posto erasi
sempre occupato da togati, uomini dotti e letterati; ma si mandò il Mendoza,
ch'era un cavaliere di spada, senza lettere e senza alcuna conoscenza di
tribunali di giustizia né di lor pratica.</p> 
<p>Sempre più, col decorso del tempo, si scovrirono i disegni, che sopra gli
Stati d'Italia aveano gli Spagnoli, di averli come tante borse che fosser
sempre piene, per satollar le avide lor brame, e di pascere il lor fasto e
pompa. Quindi erano intesi con piacevolezza e piacere i tanti progettanti, che
offerivano di scovrir nuove mine, onde potessero straricchire, chi proponendo
un progetto e chi un altro; ed ancorché si fossero coll'esperienza
conosciuti vani ed impertinenti, non per questo non si sentivano i secondi,
terzi, quarti, e quanti ne capitavano. In breve pervennesi ad una corruzione
non men parziale che totale, poiché ciascuna delle guaste parti concorreva al
precipizio ed alla universal ruina. Par che tutti cospirassero a questo; e per
ciò ciascuno attendeva a sé stesso, come se nulla gli dovesse importare la
rovina delle pubbliche cose, e che gli Stati d'Italia andassero a ruba e
saccomanno, esposti alla voracità di tanti.</p> 
<p>Alcuni pochi piangevan meco, prevedendo da ciò funesti ed infelici successi,
poiché si vedeano tutti i segni che soglion precorrere alle decadenze
degl'imperi e monarchie. All'Imperadore, fuori di ogni speranza di
prole maschile, quasi stufo di più regnare, eragli resa ogni cura noiosa e
rincrescevole; e l'ordinaria e continua sua applicazione non era che
quella della caccia, lasciando, con ciò, a quelli che li stavan d'attorno,
libere le redini del governo, e di far ciò che volessero. E quel che recava
maggior confusione era, che di questi nemmeno poteva capirsi il sistema col
quale si regolavano, scorgendosi dalli loro fatti vari ed incostanti, che
sovente volevano ciò che prima disvollero: onde il volerne indagare le cagioni
era veramente <foreign lang="lat"><hi rend="italic">cum ratione
insanire</hi></foreign>.</p> 
<p>Il marchese di Rialp, nell'istesso tempo che trattava in Roma il
chiericato di Camera per suo figlio, morto papa Benedetto XIII e rifatto in suo
luogo Clemente XII (fiero persecutore del cardinal Coscia, di monsignor Targa,
suo fratello, e di tutti i favoriti dal suo predecessore), prese la difesa
de' Coscia; e, dando a sentire che l'Imperadore avea preso la
protezione de' medesimi, procurava con ciò sgomentare la corte di Roma,
perché non procedesse oltre ad inquirere e punire i loro enormi delitti,
commessi nel passato ponteficato. Ma in questa istessa vantata protezione, pur
si mostrava vario e difforme: ora la invigoriva, ora la rallentava; sicché
diede materia a vari discorsi. Chi interpretava che ciò facesse, secondo le
speranze prossime o lontane che se li davan da Roma del chiericato di Camera,
del quale era lusingato per suo figlio; chi, che questa protezione
s'invigoriva o rallentava, a proporzione dell'abbondante o scarsa
misura <foreign lang="spa"><hi rend="italic">de los doblones</hi></foreign>,
de' quali i Coscia erano smunti; e chi ad altre cagioni. In breve, la
corte di Roma, che era ben avvisata che la protezione dell'Imperadore non
era tanta, quanto era esagerata dal Rialp, tirò innanzi i suoi processi e
condanne: ciò che presso coloro, che la credevano tale qual egli la vantava,
era riputato come un affronto di Cesare, che un cardinale del quale egli avea
presa protezione, le fosse valuta così poco e quasi che niente.</p> 
<p>In questi inviluppi erano intricate le menti degli uomini, così in questo,
come in ogni altro affare andandosi lambiccando il cervello sopra il perché, il
fine; non avvertendo che andavan cercando ordine e sistema in un tenebroso caos
e tra le perpetue confusioni e disordini.</p> 
</div2> 
</div1> 
<div1 type="capitolo"> 
<head>Capitolo ottavo</head> 
<argument>
<p><hi rend="italic">Anni 1731, 1732 e 1733. In Vienna.</hi></p>
</argument> 
<div2 type="paragrafo"> 
<head>I</head> 
<p>Intanto eravamo entrati nell'anno 1731, nel principio del quale
cominciò ad infermarsi il reggente Almarz, col quale, spesso ragionando delle
confusioni e disordini ne' quali vedevamo ridotte le cose, compiangendole
a vicenda, disacerbavamo alquanto il nostro dolore. Venner dapoi le sue
indisposizioni ad avanzarsi, e cadde in una languida e rincrescevole malattia,
la quale, o fosse per malinconia d'animo, o altro vizio di corpo, gli
cagionò una febre grave e pericolosa; sicché i medici cominciarono a disperar
di sua salute. E tentati invano tutti i rimedi ed ogni umano aiuto, finalmente,
ne' princìpi d'aprile, diede lo spirito al suo Datore.</p> 
<p>I suoi amici, e spezialmente io da cui era cotanto amato, rimasero
inconsolabili e dolenti per la perdita di un uomo cotanto caro ed amabile, ma
non già i suoi parenti, che avea seco condotti in Vienna. I quali, allegri per
la pingue eredità rimastali, accresciuta dal molto denaro esatto in tanti anni
del reggentato, che gli fruttava quasi undicimlla fiorini l'anno, di ciò
non contenti, vollero pure profittare sopra l'onorate ossa di quel buon
vecchio; poiché sopra i meriti del medesimo, poich'essi non ne aveano
alcuno, con inaudita avidità ed impudenza cercarono ed ottennero tante grazie e
mercedi, che l'istesso Imperadore, finalmente, s'annoiò in vedere che
non finivano i tanti memoriali, che alla giornata se gli presentavano.</p> 
<p>Nel mese di maggio fummo obbligati mutar quartiere, e dal “Piccolo
Parigi” passare ad altra casa, posta vicino a San Salvatore ed al banco
della città, nella contrada detta il “Grande Cristoforo”. Ed in
quest'anno si mutò eziandio villeggiatura, poiché, invece di portarci a
Pettersdorf, fu trasferita a Medeling, che mi riuscì più amena, poiché ne'
miei mattutini esercizi avea ivi una vicina valle, che al ritorno mi copriva
dal sole fino a casa. Si prese tal luogo, così perché madama Leichsenhoffen
trovò ivi una sua amica, che l'offrì quartiere a minor prezzo di quello
che si pagava a Pettersdorf, come anche perché, morto il reggente Almarz, che
soleva venire al vicino Prun, non avendo più la sua compagnia e quella degli
amici che venivano a trovarlo, curai poco d'allontanarmene.</p> 
<p>E se ben, da ora innanzi, si differisse l'andare a' princìpi o
metà di giugno, nulladimanco si prolungava assai più del solito la dimora, fino
al mese di agosto; poiché io, stufo della corte e sempre più perdendo speranza
che mi fosser attese le promesse, vedendole tirar in lungo, mi quietai,
aspettando tempi migliori, che mi lusingava poter arrivare. Ed intanto, mi
disposi a vivere a me stesso ed a' miei studi; tanto maggiormente che, per
le cagioni già dette, cominciando a cessare le occupazioni che prima avea di
qualche causa, non avea tanta necessità di trattar co' ministri, e
volentieri me n'asteneva. Oltre che, morto Almarz e disciolta la
conversazione che aveasi in sua casa, mi ritirava nella mia, e qualche sera in
quella del cavalier Garelli, prossima alla mia.</p> 
<p>Cominciai nella villeggiatura di quest'anno ad applicarmi a studi, che
fosser drizzati unicamente alla cognizione di me stesso e della condizione
umana, della quale io era vestito, e ripigliare i miei tralasciati studi di
filosofia, e col soccorso dell'istoria d'investigare più da presso la
fabbrica di questo mondo e degli antichi suoi abitatori: dell'uomo, della
sua condizione e fine, e quanto sopra la terra fossesi col suo discorso e
riflessione avanzato sopra tutto il mortal genere, e avesse dato principio alla
società civile, onde surser le città, i regni, il culto e le repubbliche,
lasciando la vita ferale a gli altri animali, a' quali non fu concesso
tanto acume, industria ed intelletto da potersene spogliare. E tralasciata la
considerazione de' moderni imperi, regni e monarchie delle quali
abbastanza era istrutto, volli andar indietro quanto più si potesse, seguendo
le memorie che, sottratte alle ingiustizie degli uomini e de' tempi, erano
a noi rimase.</p> 
<p>Ebbi sommo contento che, tra quanti libri a noi furon tramandati da secoli
vetusti, i più antichi fossero i cinque libri del <hi rend="italic">Pentateuco</hi> di Mosè, come quelli che ci dan notizia di popoli
e regioni assai più vetuste di quelle che ci somministra Omero, di più secoli
posteriore a Mosè. Cominciai adunque da questi; ed i libri che eran da me
stanchi, e che erano la mia assidua ed ordinaria lezione, era la Biblia sacra
ed i poemi d'Omero. A questi poi aggiunsi, per le cose giudaiche, Giuseppe
Ebreo, che lessi tutto secondo l'ultima ed accurata edizione di Ollanda,
divisa in due tomi in foglio; e, per le cose asiatiche, egizie e greche,
l'<hi rend="italic">Istoria</hi> d'Erodoto Alicarnasseo, e sopra
tutto i primi cinque libri della <hi rend="italic">Biblioteca istorica</hi> di
Diodoro Siciliano, che io avea colla traduzione di Roterdamo, e la
<hi rend="italic">Geografia</hi> di Strabone.</p> 
<p>Ebbi gran piacere d'avvertire che, intorno al principio e durata
dell'imperio degli Assiri, Erodoto si conformasse più a' libri di
Mosè e de' profeti, che a quanto ne scrissero poi Diodoro, Eusebio e gli
altri greci scrittori; sicome gran maraviglia recommi come Cornelio Tacito, il
quale scrisse dopo Giuseppe Ebreo e che non poteva ignorare la di lui
<hi rend="italic">Istoria</hi>, che avea presentata a Vespasiano Cesare, da cui
fu caramente accolta e riposta nella sua biblioteca, avesse delle origini ed
altre cose giudaiche, scritto altrimenti; tranne che se non forse, disprezzando
i Romani gli scrittori ebrei, come creduli, superstiziosi e puerili, o non si
fosse curato di leggerla, o non vi prestasse intera fede. Egli volle piuttosto
seguitare Strabone, Diodoro Siciliano e gli altri greci e latini scrittori, i
quali a quel popolo dieder altra origine, sicome al tempio e città di
Gerusalemme, che sconciamente ne fanno fondatore Mosè, che attendere le vere e
più vetuste antichità giudaiche.</p> 
<p>Né posso negare che a questi studi mi fu di molto aiuto il tomo della
<hi rend="italic">Biblioteca istorica</hi> di Dupino, il quale raccolse quanto
più di certo e sicuro potea additarsi intorno a questi non meno antichi che
inviluppati tempi, tirandolo sino a' tempi di Alessandro Magno,
ch'era la cosa più intricata e difficile; poiché da Alessandro in poi le
cose si rendono più facili e piane, per i molti scrittori che
l'illustrarono.</p> 
<p>Si cominciarono tali studi in questa villeggiatura, nelle solitudini di
Medeling; né, tornato in città ne' princìpi d'agosto, furon da me
tralasciati. Poiché essendosi posta in ordine la magnifica biblioteca cesarea,
e di tre ampissime fattane una, riposta in un superbo edificio costrutto vicino
all'imperial palazzo, dalla medesima m'eran somministrati tutti
que' libri, così antichi come moderni, che a questi studi eran propri ed
acconci; onde non tralasciava di frequentarla. Tanto maggiormente, che il primo
custode di quella, Niccolò Forlosia, amico, con somma cortesia e gentilezza mi
offeriva tutto ciò che ivi eravi di raro e pellegrino.</p> 
</div2> 
<div2 type="paragrafo"> 
<head>II</head> 
<p>Furono interrotti tali studi, in questo anno, da due occasioni, che mi
obbligarono a rivolgergli altrove.</p> 
<p>La prima fu che, avendo il nuovo pontefice Clemente XII costretto il
cardinal Coscia di resignar in sue mani l'arcivescovado di Benevento,
sicome fece, il papa lo conferì a monsignor Doria, genovese: il quale, senza
aver dal viceré ottenuto alle bolle di sua istituzione regio
<foreign lang="lat"><hi rend="italic">exequatur</hi></foreign>, e senza sua
partecipazione, da Roma dirittamente portossi a Benevento, e prese possesso
dell'arcivescovado, che si compone di più diocesi, poste tutte nel regno
di Napoli, sopra le quali cominciava ad esercitar giurisdizione, pretendendo di
convocar sinodi ed usar altri atti pregiudiziali alle regie preminenze e
supremi diritti reali.</p> 
<p>Non meno il viceré che la città di Napoli si scossero a tali novità ed
imperiosi modi: il viceré, per non essersi avuto da lui prima ricorso; e la
Città, perché s'erano violate le grazie, che la maestà
dell'Imperadore avea concedute alla Città e Regno, di doversi tutti gli
arcivescovadi del Regno conferire a' nazionali (sicome di
quest'istesso arcivescovado fece papa Benedetto, conferendolo al cardinal
Coscia, ch'era naturale del Regno) e non già a' forastieri, qual era
il Doria, genovese. Ebbene la Città ricorse al viceré e suo Collateral
Consiglio, perché si purgassero gli attentati. E poiché il Collaterale, in un
affare di tanto momento, non ardiva metter mano, senza che prima non si fosser
ricevute le istruzioni dell'imperial corte di Vienna; la Città, perché
questa fosse pienamente informata delle sue ragioni, diede incombenza al suo
agente, che mantiene nella corte, trasmettendoli le scritture e documenti
necessari, perché ne facesse ricorso a Cesare ed al supremo Consiglio di
Spagna.</p> 
<p>L'agente, ancorché patrizio napolitano come imperito di queste cose,
fu, in nome della Città, a richiedermi della difesa e di voler manifestare i
torti che s'eran ricevuti, perché se ne fosse presa emenda. Li risposi che
volentieri n'avrei preso il carico, così perché dovea abbracciare ogni
occasione per difendere i diritti della patria, come anche perch'era
particolar mio obbligo di farlo, essendo stato eletto, prima di partir per
Vienna, da que' che la reggevano, avvocato della Città. Onde, lasciatemi
le scritture, attesi attentamente ad esaminarle, e m'accinsi a quanto
bisognava; e con maggior fervore, quando, dopo, ricevei lettera della Città,
nella quale, mostrando di ciò gran contento, me n'incaricava la difesa con
vigore e fermezza.</p> 
<p>Il marchese di Rialp, che avea preso a difendere il cardinal Coscia e a
biasimar quanto contro di lui da Roma si facea, favoriva il ricorso avuto dalla
Città; e molto più detestava l'attentato d'essersi dal nuovo
arcivescovo preso possesso, senza partecipazione del viceré, e senza averne
ottenuto prima regio <foreign lang="lat"><hi rend="italic">exequatur</hi></foreign>. Ed ebbe a caro che io avessi preso la
difesa della Città, la quale istava eziandio che fosse dichiarato il regio
<foreign lang="lat"><hi rend="italic">exequatur</hi></foreign> essere
necessario non meno nelle bolle d'istituzioni degli altri arcivescovadi
del regno, che di quello di Benevento; affinché, dovendosi presentare le bolle
nel Collaterale, avesse agio di potere opporsi ed impedirlo, nel caso si
trovassero contrarie e destruttive delle grazie e privilegi concedutigli. Onde,
essendo stato io coll'agente della Città ad informarlo, non solo mostrò
d'essere persuaso di quanto l'esposi, ma m'incaricò la difesa
eziandio sul punto dell'<foreign lang="lat"><hi rend="italic">exequatur</hi></foreign>; siccome ne avrebbe anche data premura
al reggente Esmandia, che faceva le parti di fiscale, affinché si andasse di
concerto, ed insieme si fosser comunicate le ragioni per una più valida difesa
presso il presidente e gli altri ministri del Consiglio; e che io, dopo avergli
informati, avessi distesa una piena allegazione sopra i due punti, e portatala
a lui, sicome a tutti gli altri ministri; e facessi presto, perch'egli non
farebbe trattar la causa nel Consiglio, se prima non si fosse letta e ponderata
da' medesimi.</p> 
<p>Adempii quanto mi fu imposto, ed in meno di venti giorni composi
l'allegazione, nella quale, trattando <hi rend="italic">Dell'origine
ed istituzione dell'arcivescovado di Benevento, sua qualità e natura</hi>,
dimostrai “esser quello compreso dalle grazie concedute dalla maestà
dell'Imperadore, ed esser sottoposto al regio <foreign lang="lat"><hi rend="italic">exequatur</hi></foreign>, non meno che tutti gli
altri arcivescovadi del regno”. Questa scrittura, prima d'ogni
altro, fu portata al marchese di Rialp, il quale, essendogli estremamente
piaciuta, volle che si desse alle stampe, anche per più facilità e maggior
comodo de' ministri, che dovean leggerla. L'agente ne fece imprimere
in Vienna non più che cento essemplari, de' quali cinquanta bastarono per
i ministri e per altri amici, che mostrarono desiderio di averla.</p> 
<p>Il nunzio Passionei, incaricato dalla corte di Roma di opporsi a'
ricorsi della Città, fece ogni sforzo per rendergli vani. E procurato uno
essemplare della medesima, pur lo riputava ingiurioso alla Santa Sede: poiché
ogni cosa si qualifica per tale, quando si cerca, ancorché con molti legittimi
e con manifeste ragioni, d'impedire le sorprese che si tentano sopra i
reali diritti e sopra i privilegi delle nazioni; e sopra i vecchi delitti
m'imputava quest'altro nuovo, per maggiormente rendermi odioso in
Roma ed in quella corte.</p> 
<p>Altri cinquanta essemplari furon mandati in Napoli a gli eletti della Città,
dove letti che furono, essendo molto piaciuti ed estremamente commentati,
crebbe a gli altri il desio d'avergli, ma non bastando gli essemplari
mandati, ne fu fatta ivi nuova ristampa di più centinaia, i quali, per le
continue ricerche, nemmeno bastando, fu d'uopo farne altra impressione,
che fu la terza.</p> 
<p>Dopo essersi pienamente da me informati i ministri del Consiglio, fu
trattata la causa. E fatta relazione all'Imperadore di ciò che conveniva
per istruzione del viceré e Consiglio Collaterale, fu spedito da Sua Maestà
lungo dispaccio per la secreteria di Stato, con accordo del Consiglio,
dirizzato al viceré conte d'Harrac, col quale si davan provvidenze ed
istruzioni favorevoli, non solo per ciò che riguardava il regio
<foreign lang="lat"><hi rend="italic">exequatur</hi></foreign>, ma eziandio per
l'altro punto della comprensione dell'arcivescovado di Benevento
nelle grazie di Sua Maestà, come ogni altro arcivescovado del regno. Nel
dispaccio era io nominato, facendosi menzione dell'allegazione da me
composta, che s'era avuta presente, sicome delle altre riflessioni del
reggente fiscale.</p> 
<p>Per vedersi in quella allegazione dimostrate e poste in chiara luce le
ragioni della Città, alla quale par che si fosse appoggiato il dispaccio, gli
eletti della Città si posero in grandissima speranza di doversi presto sentire
dal Collaterale provvidenze vigorose e forti, per riparare i torti inferiti; e
gli avvocati della Città mi scrivevano commendando la mia difesa, alla quale
attribuivano il tutto, sicuri che ne avrebbero veduti gli effetti. Ma io, che
sapeva l'arcano, gli risposi con sincerità, che le loro speranze
dipendevano da' trattati di Roma, e che ivi riguardasser, come stella
polare: e che, se vedevano le cose del cardinal Coscia e dell'abate Perlas
andar male, sicché il marchese di Rialp, sdegnato, persistesse nel fervore che
mostrava, poteva la Città sperarne profitto di quanto si era fatto; ma se
queste contemplazioni cessassero e ne venisser delle nuove, la Città sarebbe
abbandonata, né più si parlerebbe di Benevento.</p> 
<p>In effetto Roma, che ben sapeva i fini di Rialp, cercò con sue lusinghe
raddorcirlo. E venuta opportuna occasione, che il conte di Zinzendorf ebbe
bisogno di quella dateria, per ottener un breve d'eliggibilità per il
cardinal suo figlio, che voleva, da un vescovado che teneva in Ungheria,
ascendere ad un altro vescovado più ricco della Slesia, qual fu quel di
Breslavia, mostrandosi restia la dateria di concederlo e facendo al cardinal
Sinfuego sentire che la ripugnanza derivava per gli strapazzi che si facevano
in Napoli di Benevento, di che il papa, sdegnato, avea ordinato che per dateria
non si fosse spedita cos'alcuna che si cercasse da' Germani; questo
bastò, ché il conte di Zinzendorf, lagnandosi pubblicamente del Consiglio di
Spagna, che ne voleva troppo dalla corte di Roma e che non bisognava
disgustarla, ottenesse che, per la secreteria di Stato, fosse spedito ordine
secreto al viceré, conte d'Harrac, accompagnato da pressanti familiari
lettere, col quale se l'imponeva che vedesse, col buono, amichevolmente
comporre quelle contese, e contentarsi di ciò che l'era da Roma
offerto.</p> 
<p>Presto presto fu tutto finito. Il viceré si contentò che l'arcivescovo
di Benevento gli scrivesse una lettera, nella quale gli dava parte
d'essere stato eletto da Sua Santità arcivescovo di Benevento,
dov'egli si ritrovava, aspettando suoi comandi in ciò che potesse
servirlo, con simili altre cerimonie ed espressioni di lettere cortigiane, che
niente conchiudono; e questo si reputò bastante per l'<foreign lang="lat"><hi rend="italic">exequatur regium</hi></foreign>. Ed intorno alla
pretensione della Città vi fu posto silenzio, né parlossene di vantaggio né
trattossi mai più in Collaterale della causa. Anzi, morto il Doria, il papa ne
rifece un altro, pur forastiero, né niuno ebbe ardire di farne motto, non che
di dolersene. E quel che maggiormente dimostrò essersi perduta ogni verecondia
e rossore, nella stessa settimana che da Napoli venne l'avviso di questo
accordo, giunse al conte di Zinzendorf il breve dell'eliggibilità, spedito
da Roma al cardinal suo figlio perché potesse essere eletto, ed occupare
l'altra più ricca cattedra da lui ambita.</p> 
<p>Ed io non pur ne venni ad acquistare maggior odio colla corte di Roma, che
amaramente intese le lodi ed applausi di quella scrittura, divolgata da per
tutto in tanti essemplari, ma tante mie fatiche se le portò il vento, senza
averne avuta dalla Città ricognizione alcuna. Poiché l'agente procurava
per sé stesso, credendo che tanto si sarebbe scemato a lui, quanto si dava a
me; onde, dimenticandosi delle promesse, che la Città sarebbesi meco portata
grata e riconoscente, non scriveva alla Città se non per lui, né di me faceva
alcun motto. Sicché, avvisato da Napoli del modo di procedere di costui, fu
d'uopo che altri per me parlasse, ma pure infruttuosamente; poiché,
sopraggiunte dapoi le novità e cambiamenti che portò l'ultima guerra, le
cose rimasero, sicome sono ancora, sospese e <foreign lang="lat"><hi rend="italic">in pendenti</hi></foreign>.</p> 
</div2> 
<div2 type="paragrafo"> 
<head>III</head> 
<p>L'altra occasione, che, in questo anno, interruppe i miei studi, che
avea intrapresi per la cognizione di me stesso e del mio essere, fu
l'avviso, ch'ebbi da Napoli, d'essere uscita dalle stampe una
critica sopra il nono libro della mia <hi rend="italic">Istoria civile</hi> del
padre Sebastiano Paoli, de' chierici regolari della congregazione di
Lucca. Questi era lucchese, che io conobbi a Vienna, coll'occasione
d'esser venuto, una quadragesima, a predicare in corte, sicom'è il
costume di chiamar da Italia, ogni anno, un predicatore italiano. Faceami
dell'amico, e mostrava aver di me stima ed affezione.</p> 
<p>Tornato in Italia, e vagando per molte città di quella, ora in Napoli ed in
Roma, ora in Bologna, ora altrove, si diede a credere, che niuna cosa fosse più
acconcia di facilitargli in Roma il vescovado, al qual egli aspirava, che di
scrivere contro la mia <hi rend="italic">Istoria</hi>, cotanto da Roma invisa e
perseguitata. Coll'aiuto d'un antiquario napolitano, suo amico
(poich'egli d'istoria non seppe mai), compose un libriccino, sotto il
titolo: <hi rend="italic">Annotazioni critiche sopra il nono libro
dell'Istoria civile di Napoli</hi>, dove vantava d'avere scoverti più
errori in quell'<hi rend="italic">Istoria</hi>, intorno alla venuta
de' Normanni in Italia, di cronologia, ed altri difetti; e credette,
avendo ciò fatto, d'aver dimostrata la falsità di quell'<hi rend="italic">Istoria</hi>. Né si ritenne di porre in fronte al libro un passo
di Sant'Agostino, appropriandolo a sé: che, sicome colui avea scoverte le
fallacie e menzogne del Manicheo, così egli le mie; sicome, in finirla,
d'aggiungervi un altro passo di San Girolamo, millantando che gli errori
che egli avea palesati, a riguardo degli altri che avea omessi, erano leggieri,
né tanto gravi e pesanti.</p> 
<p>Non vi fu cardinale o prelato in Roma, al quale non si presentasse il libro,
con molte lodi ed encomi dell'autore. Ed oltre averne molti sparsi per le
altre città d'Italia, in Napoli s'eran esposti venali nella porteria
d'una casa di questi chierici regolari, chiamata di Santa Brigida, dove si
vendevano a buon mercato.</p> 
<p>Fummene mandato da Napoli un essemplare, ed insieme scritto che non me ne
prendessi fastidio, poiché quelle <hi rend="italic">Annotazioni</hi> eran state
dagli uomini dotti riputate così da poco, puerili, sterili ed asciutte, che non
meritavan d'esser lette, non che la pena di farci risposta. Ed in effetto,
avendole io lette, sicome avendole fatte leggere ad altri, si trovò che
que' di Napoli scrivevan il vero.</p> 
<p>Ma due forti cagioni mi mossero al contrario. Primieramente, la natura del
padre Paoli, a me nota, piuttosto propensa al trasonico e millantatore, il
quale, in ogni angolo d'Italia, già vantava d'aver ucciso il gigante.
L'altra, che scovrendo con maniere un poco aspre la di lui ignoranza,
fosse repressa non pur la sua petulanza e trasoneria, ma fosse d'esempio a
gli altri frati e monaci, che non venissero ad inquietarmi ad ogni poco, con le
loro scipitezze, ma mi lasciassero in pace: poiché io a tutt'altro
intendeva impiegar gli ultimi anni di vita, che mi restavano, che a queste
brighe, le quali non mi avean recato altro che persecuzioni, invidie,
malevolenze ed inquietudini.</p> 
<p>Così, verso il fine di quest'anno, mi posi a rispondere, una per una,
alle critiche, dimostrandole sciocche, puerili e sciapite, trattando
l'autore qual si meritavano le sue trasonerie e rodomontate. E poiché egli
aveale date alle stampe e sparse da per tutto, si reputò di rendergli il pari,
e far imprimere anche questa risposta, che ha per titolo: <hi rend="italic">Risposta alle Annotazioni critiche sopra il nono libro
dell'Istoria civile del regno di Napoli</hi>; della quale non si
dimenticarono i collettori di Lipsia di rapportarla ne' loro
<hi rend="italic">Atti</hi>.</p> 
<p>Questa <hi rend="italic">Risposta</hi> in Vienna, e più in Napoli, fece gran
romore, essendo stata ricevuta con piacere e con applauso; sicché rimase
confuso non pur il padre Paoli, ma tutti i suoi, che prima lo credevano qualche
cosa. E d'allora in poi, non s'è inteso che da Roma, o altronde,
venisse voglia d'inquietarmi con critiche o nuovi libri. Ma questo fu per
me il peggior partito; poiché Roma, vedendo che riuscivano vani ed infelici gli
assalti, che si tentavano contro la mia opera per via di libri e di carte,
rivolse tutti i suoi ingegni ed arti, valendosi di altre armi, contro
l'autore, per abbatterlo ed interamente rovinarlo; sicome, con
l'aiuto di molti, alfin l'uccise.</p> 
<p>In quest'istesso anno 1731, ebbi lettere di Marco Michele Bousquet,
mercante libraro di Ginevra, il quale avendo prima fatto precorrere negli
avvisi di Ollanda la notizia di essersi tradotta la mia <hi rend="italic">Istoria civile</hi> in lingua francese, e che si sarebbe fra poco
data alle stampe dalla sua società, mi scriveva, che desiderando egli ed i suoi
soci, senza aver riguardo a risparmio, di dare alle stampe questa traduzione,
con ogni accuratezza e magnificenza, volessi anch'io contribuir, dal mio
canto, di mandargli le note ed altre aggiunte, sicome la mia vita e quanto era
avvenuto dopo la pubblicazione della medesima; e, sopra tutto, di far
intagliare in rame il mio ritratto al naturale, per metterlo nel frontispizio,
affinché questa edizione in francese riuscisse migliore e più adorna
dell'inglese. Io, che coll'occasione delle tante precedute brighe
sopra quest'<hi rend="italic">Istoria</hi>, mi trovava aver notate più
cose che la confermavano e maggiormente l'illustravano, volentieri
m'esibii di farlo, sicome di somministrargli le notizie delle contese
insorte per la medesima; ma non già la mia vita, che sarebbe stata cosa pur
troppo lunga e noiosa.</p> 
<p>Ebbi dapoi lettere del traduttore stesso, monsieur Bochat, francese, che si
trovava ministro e professore dell'università degli studi in Losanna,
cercandomi la resoluzione di alcuni dubbi e rischiaramento de' passi
oscuri, che l'occorrevano, in tradurla; i quali da me gli furon spianati
ed illustrati.</p> 
<p>E seguitando il Bousquet a premere, e dando incombenza a Vienna ad un altro
mercante libraro, suo corrispondente, di somministrar le spese per
l'intaglio e disegno del ritratto, sicome d'alcune monete e medaglie
che doveano collocarsi ne' loro luoghi, in questa nuova impressione, fu,
nel seguente anno, intagliato in rame il ritratto, che se gli mandò, e
designate le monete e le medaglie, che parimente se le mandarono. Le nuove
giunte ed annotazioni se gli promisero, secondo che si sarebbero ripulite ed
ordinate, e che se gli sarebbero mandate, fra poco tempo, quelle del primo
tomo, e così si sarebbe fatto degli altri; sicome, di tempo in tempo, fu il
tutto adempito.</p> 
<p>E certamente, non meno per le note e giunte, tratte da monumenti autentici e
da varie raccolte di diplomi ed istrumenti pubblici, sarebbe questa edizione
francese riuscita migliore della inglese, e che per quelle monete e medaglie,
le quali eran rare e proprie per confermare ed illustrare molti passi
dell'<hi rend="italic">Istoria</hi>; le quali io avea fatto delineare
dalle originali del museo cesareo di Vienna, mercé la cortesia e gentilezza
dell'abate Panagia, mio amico, che vi presideva come insigne antiquario.
Il quale, oltre avermi mostrate le antiche monete de' Goti, re
d'Italia, che illustravano e confermavano quanto io de' medesimi mi
trovava avere scritto, della dipendenza che aveano con gl'imperadori
d'Oriente, mi mostrò la moneta d'oro che Grimoaldo, duca di
Benevento, fece coniare col nome di Carlo Magno: e ciò per adempimento degli
articoli della pace fra lor conchiusa, uno de' quali era che Grimoaldo,
così nelle scritture, come nelle monete, dovesse al suo preporre il nome di
Carlo Magno, sicome avea io scritto nel primo tomo, parlando di questa pace. Ma
ciò che recommi estremo contento, fu d'aver trovata in questo museo la
medaglia, che fece coniar in Napoli il viceré don Pietro di Toledo, col motto
<hi rend="sc">ERECTORI IUSTITIAE</hi>, della quale io parlo nel quarto tomo, la
quale fu da me in vano ricercata a Napoli, che trovai poi a Vienna.</p> 
<p>Di questi e simili, sicuri e certi monumenti, veniva adornata
l'edizione francese, la quale, secondo le vicende delle mondane cose,
passò poi que' infortuni che saranno più innanzi ricordati.</p> 
</div2> 
<div2 type="paragrafo"> 
<head>IV</head> 
<argument>
<p>[<hi rend="italic">1732</hi>]</p>
</argument> 
<p>Intanto, con queste cure ed occupazioni eravamo entrati nell'anno 1732,
nel quale tanto più a Vienna crescevano le confusioni e disordini, quanto che,
stabilita nuova pace con la Spagna e non più prolungato il possesso
all'infante don Carlos del ducato di Parma, sembrava a' Spagnoli di
Vienna che, stretto ora l'Imperadore con nuovo vincolo colla Spagna, non
avesse più che temere di altra potenza. Ed il marchese di Rialp, col numeroso
seguito di tutti gli altri Spagnoli, spezialmente i Catalani, vantavano che
l'Imperadore, col solo suo nome, farebbe ora tremar il mondo; e quindi
derivava il disprezzo che si faceva degli altri principi, spezialmente di
quelli d'Italia, e de' loro inviati che erano in corte.
Dall'altra parte, il conte di Zinzendorf, cancelliere di corte,
ch'era tornato di Francia da' congressi di Soissons — vantando
d'aver penetrati l'intimi consigli del gabinetto di quel giovane re,
e la forza e disciplina militare di quel regno, la quale a lui sembrava esser
venuta all'ultima decadenza, — millantava che la Francia non era in
istato di mover guerra all'Imperadore, e ch'era sicuro, che fin a
tanto che vivea il cardinal Fleury, primo ministro di quella corte, amante di
pace, non vi sarebbe guerra.</p> 
<p>E riposando l'Imperadore sopra questi due ministri, che gli
promettevano lungo e tranquillo ozio e sicura e stabil quiete in tutti i suoi
Stati e domini, fecero che riformasse la milizia, cassando molti reggimenti, né
più si pensasse a munizioni di piazze, né a fortificazioni. Anzi, riputandosi
spese vane tutto ciò che si impiegava in mantenerle, il denaro ch'era a
ciò destinato s'impiegava ad altri usi. E con tutto che gli Stati e regni
d'Italia fossero tassati a mantener certo numero di truppa, che fosse
bastante per lor difesa, ed effettivamente si pagassero le somme secondo il
numero prescritto, nulladimanco le truppe, che doveano esser ivi, non
arrivavano nemmeno alla metà; sicome si rese a tutti manifesto,
coll'occasione di quest'ultima guerra, quando, invaso lo Stato di
Milano da' Francesi e Piemontesi, non si trovarono per la difesa che sette
in ottomila soldati — e pure lo Stato pagava per diciottomila! Ed il
regno di Napoli, che contribuiva per lo mantenimento di ventiduemila soldati,
non poté resistere a gli Spagnoli, non avendo per sua difesa altro numero di
soldati che di soli ottomila; e molto minore la Sicilia, la quale fu pur
costretta a rendersi.</p> 
<p>Tutte queste ruine e precipizi nacquero da quella sicurezza che si avea, che
niuno avrebbe ardimento di muover guerra all'Imperadore, e dal basso
concetto che si avea delle forze degli altri principi; e per conseguenza, che
fosse tutta spesa perduta di mantenere numerosi eserciti, e di spendere in
riparazioni e fortificazioni di piazze. Quindi, tutto lo scuopo era di
convertire in altri usi il denaro che dovea consumarsi a questo, e di cumular
denari per altre vie, le quali si tentavano da per tutto, per maggiormente
accrescer dovizie, fasto e pompa, ed aprirsi altre mine, per estinguer
l'ingorda fame di tanti, non aspirandosi ad altri che a questo. E quindi i
progettanti eran più caramente accolti, ed ogni altro che suggeriva maniere
donde potesse trarsi denaro, per supplire alle magnifiche doti che si
assignavano alle spese spagnole: poiché erasi già fatto costume, che
maritandosi le lor figliuole, cominciandosi da' primi ministri ed
ufficiali spagnoli fino a gl'infimi, l'Imperadore l'avesse da
costituire ampie doti e somministrare le spese delle nozze, sicome sovvenirgli
in ogni altra loro spesa di viaggi, d'infermità, o altra, ancorché fosse
voluttuosa e niente forzata o necessaria.</p> 
<p>Or avvertendosi dagli uomini saggi e prudenti queste confusioni e disordini,
ciascuno pensava di salvar sé stesso dal naufragio, che si prevedeva imminente,
e badare a' suoi fatti, giacché nulla valevano né ricordi, né ammonimenti,
né affettuose preghiere, né lagrime, né sospiri. In quanto a me, era già
risoluto, con quel poco che m'era somministrato dalle spedizioni di
Sicilia, di vivere in quiete, ritirato in un angolo, ed attendere a' miei
studi, e di restringermi nelle spese quanto più fosse possibile; poiché da
Napoli da mio fratello non era da sperarne soccorso. Il quale, scorgendo che io
non vi sarei più tornato, quanto più si prolungava la mia dimora in Vienna e
sminuiva la speranza del mio ritorno a Napoli, tanto più si mostrava a me
riottoso, ed affettava libero ed assoluto dominio sopra quanto di mio lasciai
sotto la sua amministrazione; e da procuratore, non pur con altri, ma meco
stesso, voleva esser creduto signore. Sicché, oltre d'appropriarsi le
rendite de' miei beni, ed il prezzo di più centinaia d'essemplari
della mia Istoria, e più palmari esatti dalle cause da me difese e vinte,
trattava male le persone da me raccomandategli — quelle che, sopra tutte,
meritavano maggior consuolo ed aiuto, strapazzando quella onesta e savia donna,
che erasi ritirata in monastero con sua figliuola di me natagli, negandogli
sovente il necessario alimento. Sicché fui costretto, che de' frutti
d'un capitale di ducati mille, esatto da' miei palmari e fatiche
fatte nella difesa di più cause della marchesa di Baranello, ch'era presso
d'un mercante, mio amico, egli non più si avvalesse; e scrissi al
mercante, che gli pagasse al monastero, per alimento non men della figliuola
che della madre.</p> 
<p>In oltre, il figliuol maschio ch'io lasciai sotto la sua cura, egli,
per disbrigarsene, lo mandò nella città di Vesti, a nostra sorella, ivi
maritata; e poi, scordatosene affatto, senza mandargli soccorso, l'avea
abbandonato alla altrui discrezione e misericordia. Sicché, adulto, per non
soffrir tante miserie, scappò via, ed andossene in Napoli; dove, da lui
barbaramente scacciato, bisognò che io da Vienna provvedessi di quanto era
bisogno, per non farlo andar ramingo e vagabondo.</p> 
<p>Tanto è vero, che gli uomini beneficati e stretti che fossero di sangue, una
volta che si veggono posti in istato di non aver più de' benefattori
bisogno, ovvero che non possono più giovargli, massimamente se siano lontani,
perdono ogni verecondia, e dimenticatisi de' benefici, riescono i
congionti più ingrati e sconoscenti che gl'ignoti ed estranei.</p> 
<p>In vero, sperimentai esser vero quel comunal detto, se ben sembri fiero ed
inumano, che deesi “allevare il capo dell'animale, e quello
dell'uomo annegare”; poiché chi considera la prava condizione
dell'uomo, fin dalla sua adolescenza inclinato al male, troverà verissimo
quell'altro detto: <foreign lang="lat"><hi rend="italic">homo homini
lupus</hi></foreign>. Quantunque io riputassi non esser ciò universalmente
vero, ed essere stata questa mia disgrazia e fatal destino, che mi si
rivolgessero i benefici in malefici, e le grazie in detestabili ingratitudini;
poiché conosco fratelli fra di loro amantissimi; e per ciò soleva tacitamente
invidiare la fortuna del Forlosia, primo custode della biblioteca cesarea,
nostro napolitano e mio buon amico, il quale tenea fratelli in Napoli così cari
ed amabili (sicome egli, dall'altra parte, niente gli cedea), che
sembravan esser più corpi, ma una sola anima. Cotanto fra di loro era concordia
ed amore vicendevole, che l'un men curava sé stesso, purché potesse
giovare all'altro. <foreign lang="lat"><hi rend="italic">Felices
animae!</hi></foreign>, essendo ora nel mondo questi molto rari e pochi,
<foreign lang="lat"><hi rend="italic">quos aequus amavit
Iuppiter</hi></foreign>.</p> 
<p>Da queste non men pubbliche che domestiche mie sventure, mi mossi daddovero
a pensar a me stesso, e provvedere al rimanente di mia vita di una quiete
solida ed interna. A questo fine, colla mia cara e dolce famigliuola viennese,
sopraggiunto il mese di giugno, si affrettò con madama Leichsenhoffen la nostra
villeggiatura di Medeling, che la continuai più del solito, parendomi più
acconcia quella solitudine che, tornando in città, sentire e vedere tante
sconcezze e difformità.</p> 
<p>E proseguendo i miei intermessi studi, conferendo gli antichi scrittori
profani co' libri della Biblia, se bene gli trovassi difformi in più cose,
spezialmente nella formazione del mondo e dell'uomo, nella origine delle
lingue, delle arti, de' popoli e nazioni onde la terra fossesi empita, ed
in molte altre; nulladimanco eran concordi per ciò che riguardavano il fine e
concetto dell'uomo, che in questo primo stato di natura non fosse stato
altro che di regno terreno e di felicità mondane.</p> 
<p>Notai che, sicome questo era il concetto di tutti gli antichi popoli,
de' quali è a noi rimasa memoria, lo stesso fosse del popolo ebreo,
secondo che da Mosè, suo legislatore e duce, eragli stato impresso. Egli nel
<hi rend="italic">Genesi</hi>, che possiamo chiamarlo il primo libro
“delle origini”, tratta della creazione del mondo — delle
parti che lo compongono, del cielo, stelle, sole, luna, aria, terra e mare,
degli animali, delle piante, alberi, e di quanto sopra la terra si muove e
cresce, per quanto dovea aver relazione all'uomo, formato da Dio per
possederla, — non già fisicamente, come a filosofo si converrebbe, sicome
fecero i Caldei e gli Egizi e poi i filosofi greci — non era questo il
suo scuopo, — ma unicamente per far comprendere a gli Ebrei, che Iddio
avea create e disposte tutte queste cose per l'uomo, al quale diede la
dominazione della terra, delle piante e degli animali, e quanto in essa si
vede, perché se ne valesse per suo uso. E quindi, la formazione dell'uomo
si descrive dopo tutte l'altre cose ordinate a questo fine, avendo
<corr>[Dio]</corr> dotato l'uomo di uno spirito di vita più
sublime di quello che diede a gli altri animali, perché potesse dominargli e
rendersi ad essi superiore: onde avvenne che i bruti, che non eran dotati di
tanto acume, sagacità ed ingegno, rimasero per sempre nella vita selvaggia e
ferina; all'incontro l'uomo s'innalzasse sopra i medesimi, e
s'avanzasse nel culto, nella società civile, nelle arti e nelle altre
discipline.</p> 
<p>E da tutto il <hi rend="italic">Pentateuco</hi> manifestamente si scorge
che, in questo primo stato di natura, dell'uomo non si ebbe altro concetto
d'essere stato questi formato per posseder la terra e quanto in essa si
muove e cresce; e tutte le sue felicità o miserie non fossero se non mondane e
terrene. Quindi, le benedizioni che si promettevano a questi primi popoli
— osservando i precetti e comandamenti che Iddio avea lor tramandati, per
Noè per tradizione, e per Mosè per legge scritta — non erano che
abbondanza e fertilità di campi, e fecondità di greggi e d'armenti, longa
vita, sanità, abbattimento de' nemici, estenzion di dominio e tutte altre
cose mondane e terrene. All'incontro, le maledizioni a' disubbidienti
erano di siccità ne' campi, pestilenze, carestie, infermità, morti,
povertà, servitù e tutte altre misure e calamità mondane. La morte presso di
loro era l'ultimo de' mali, come quella che gli tuffava in un
profondo sonno, e gli riduceva in quello stato nel qual erano prima di nascere.
E l'inferno presso di loro <corr>[si scorse]</corr> non esser
altro, che la profondità della terra, ove seppellivano i loro morti. E questo
medesimo osservai nel libro di Giob — libro che per antichità non cede al
<hi rend="italic">Pentateuco</hi> di Mosè, — nel quale, presso gli Idumei
ed i vicini Arabi, popoli antichissimi, non vi era altra idea, che di felicità
o di miserie tutte mondane e terrene.</p> 
<p>Lo stesso concetto per l'uomo di regno terreno e mondano trovai negli
altri vecchi scrittori gentili, presso gli antichissimi popoli di tutta la
terra ed i primi suoi abitatori, secondo le memorie che ci restano. I primi
cinque libri della <hi rend="italic">Biblioteca istorica</hi> di Diodoro
Siciliano possono, a riguardo de' Gentili, riputarsi i libri delle loro
origini, rapportandosi ivi i più antichi popoli, de' quali è a noi rimaso
vestigio de' loro nomi, così de' primi abitatori dell'Asia
rivolta ad Oriente ed Occidente, come al Mezzogiorno e Settentrione. Questi
popoli asiatici vantano essere stati i primi che abitasser la terra. Ma gli
Affricani ce lo contrastano, e gli Etiopi vantano essere stati progenitori
degli Egizi istessi: popoli che si dànno il vanto in antichità precedere a
tutti. I popoli settentrionali d'Europa pur vantano inarrivabile
antichità. In breve, non vi è nazione, o sia nell'Asia, o
nell'Affrica, o in Europa, che non pretenda per sé questo pregio. In tutti
questi non si troverà altro concetto dell'uomo, che di regno terreno, e
che la morte recasse loro un perpetuo e tenebroso sonno; quindi, l'uman
genere era creduto, e per ciò detto, <foreign lang="lat"><hi rend="italic">mortale genus</hi></foreign>.</p> 
<p>Gli Egizi furono i primi, che per le tante celebrità e riti che introdussero
nel seppellire i loro morti, diedero occasioni a gli arditi ed audaci poeti
greci di fantasticar tanto sopra Acheronte, Averno, Cocito, le paludi Stigi,
Campi Elisi e tante altre splendide e feconde fantasie. Ed avesse piaciuto al
Cielo, che nella Grecia il male che venne da Egitto si fosse contenuto ne'
soli poeti! Poiché, a lungo andare, corruppe anche le menti di alcuni loro
fantastici ed astratti filosofi, i quali si lasciarono abbagliare dallo
splendore delle favole de' lor poeti.</p> 
<p>I Greci — gente, sopra tutte l'altre, portata al maraviglioso e
sorprendente — con avidità le appresero, ed accresciutele, empiron poi la
Grecia, le vicine e lontane parti, di tante favole e sogni, spezialmente al
poco numero degli antichi dii d'Egitto accrescendone tanti altri, che
arrivarono a tesserne genealogie, e ne fecero una nuova scienza, detta presso
di loro “mitiologia”. I libri d'Omero sono perciò pieni di
tante deità, che le fa prender cura non pur delle cose umane, ma mescolarle in
ogni cosa, ancorché minuta, vile e bassa, ed infino a far congiungere dii e dee
celesti con uomini e donne terrene, e da' lor concubiti farne anche
nascere altri dii ed eroi.</p> 
<p>Ma Omero, se ben come poeta si spazi e si rivolga fra tante favole, non
lascia nel tempo istesso mostrarsi un profondo filosofo ed esatto istorico.
A' suoi poemi, non meno che a' libri di Mosè, dobbiamo la notizia di
tanti antichi e vetusti popoli, non pur della Grecia e dell'Asia, che
dell'Affrica, de' quali, senza di lui, non sapremmo ora nemmeno i
nomi. Di tutti questi popoli, de' Greci istessi, non fu chi dell'uomo
avesse altro concetto, che di regno terreno. Egli mescola i dii colle cose
umane, e che ne avesser cura; ma, essendo irati, non si minaccia a'
colpevoli se non castighi terreni, sconfitte d'eserciti, città arse e
depredate, pestilenze, servitù, stragi e morti; all'incontro, a'
benemeriti vittoria, ingrandimento di domini, sanità, abbondanza e tutte altre
mondane felicità. Egli, se ben come poeta, per conformarsi alla sua nazione
avida del maraviglioso e sorprendente, a dii celesti aggiunga gl'infernali
— Cocito, Plutone e Flegetonte e simili ciance de' favolosi poeti,
— nulladimanco del morire, come sapiente, ebbe l'antico concetto
degli altri antichi savi, paragonando il morir degli uomini alle foglie
d'alberi, le quali, scosse al fin d'autunno e cadute a terra, non più
risorgon esse, ma altre nella primavera in lor vece rinascono.</p> 
<p>Erodoto — che meritamente dicesi padre della greca istoria, poiché i
nove suoi libri d'<hi rend="italic">Istoria</hi> sottratti
dall'ingiuria de' tempi e degli uomini, sono stati a noi
avventurosamente serbati, ancorché si fosse perduta l'<hi rend="italic">Istoria degli assiri</hi>, la quale avrebbe somministrato gran
lume al libro del <hi rend="italic">Genesi</hi> di Mosè — Erodoto, dico,
non altro concetto ci rappresenta di que' antichi popoli, de' quali
ragiona, che di regno terrestre; e se ben mescoli i dii, gli oracoli, le Pizie
colle cose umane, nulladimanco non si promettevan altro da' celesti mimi,
se non felicità mondane, e che gli scampassero da flagelli, miserie e tutte
altre calamità terrene.</p> 
<p>Leggasi, infine, quanto mai è rimaso a noi dell'istoria greca, quante
memorie ci han lasciate gli scrittori (poiché degli Egizi, Caldei, Fenici ed
altri antichi non è stato a noi tramandato libro alcuno, se non alquanti
tronchi monumenti, che pur a' Greci gli dobbiamo), che di quanti antichi
popoli e nazioni trattano, di tutte non si troverà dell'uomo altro
concetto che questo. Leggasi la <hi rend="italic">Geografia</hi> di Strabone,
la <hi rend="italic">Biblioteca istorica</hi> di Diodoro (le quali, non meno
che l'<hi rend="italic">Istoria</hi> di Erodoto, devono riputarsi tanti
tesori, ove sono riposte le più vetuste memorie che possono aversi del genere
umano), che non si troverà per lui altro, che un regno terreno. In breve, si
spazi ogni uno e trascorra per tutti gli ampi regni ed imperi, che si videro
stabiliti sopra la terra, degli Assiri, Egizi, Medi, Persi, Macedoni, Indi,
Chinesi, Greci — e di chi no? —, che troverà lo stesso.</p> 
<p>In fine, se si fermerà nell'Imperio romano — che colla ruina
de' preceduti imperi crebbe cotanto, e si distese non pur sopra
l'Europa, ma nell'Asia e nell'Affrica, per quanto era del mondo
allora conosciuto, — scorgerà che mescolavan anche i Romani, come i Greci
e gli antichi Etruschi (da chi l'appresero), i loro dii colle cose umane:
ma non per altro, che per avergli propizi nell'ingrandimento della loro
repubblica, che la rendesser potente, felice ed eterna; e così in pubblico,
come in privato, non erangli resi voti e sacrifici se non per impetrarne
felicità terrene, e che gli scampassero da mali parimente mondani. E della lor
morte non avean altro concetto, se non che gli recasse un perpetuo e tenebroso
sonno, non avendo idea di altra vita, dopo la lor morte, che della gloria,
riputandola una seconda vita, che gli rendesse eterni ed immortali nelle bocche
degli uomini ed alle future genti.</p> 
<p>L'istoria romana, e spezialmente quella incomparabile di Tito Livio, il
quale da' princìpi di Roma continuò i suoi ingrandimenti fino a'
tempi d'Ottavio Augusto, ne' quali egli fiorì, manifesta non pur i
Romani dell'uomo e del suo morire non aver avuto altro concetto, ma
eziandio tanti altri innumerabili popoli, de' quali egli fa memoria, e che
furono da' Romani vinti e debellati. E se bene, per l'inestimabil
perdita dell'altre sue <hi rend="italic">Deche</hi>, non abbiamo ora di
lui un intiero corpo d'istoria di questo Imperio, nulladimanco ben può
supplirsi la mancanza da altri istorici e scrittori che gli precederono, o suoi
contemporanei, spezialmente da Strabone e Diodoro, i quali pur fiorirono
nell'aureo secolo d'Augusto, ovvero d'altri scrittori romani a
sé posteriori. Donde si conosce che il genere umano, che non può dubbitarsi non
essersi veduto in tanta eminenza, sia per culto, sia per le arti e discipline,
quanto s'estolse a' tempi d'Augusto, non ebbe di sé altro
concetto che di vita mortale e di regno terreno; e che i loro dii prendessero
di lor cura e pensiero, per quanto riguarda alle felicità mondane, pregandogli
per impetrar queste, e che gli scampasser da' mali e miserie di questa
mortal vita. G'infernali dii, i Mani, Orco, Cocito ed Acheronte gli
lasciavano alle splendide fantasie de' poeti ed al volgo imperito ed alla
semplice e credula moltitudine. Per la qual cosa chiunque porrà attenzione,
riandando i secoli vetusti, da che potrà aversi notizia del mondo e
dell'uomo, fino al secolo di Augusto, in tutti i popoli e nazioni, non
eccettuandone nemmeno l'ebrea, non troverà dell'uomo e suo morire
altra idea che questa.</p> 
<p>Si accorgerà eziandio, che sopra tutti gli altri popoli della terra gli
Ebrei fossero più commendabili, per aver avuto di Dio un'idea più giusta
ed alla ragion conforme, secondo che gli fu impressa dal lor savio duce Mosè.
Tanto più commendabile che, uscito da Egitto, dove fece lunga dimora, non per
questo rimase contaminato dalle tante lor superstizioni ed idolatrie. Egli
propose al suo popolo un Dio che fosse solo, unico, sapiente, giusto ed
onnipotente, creatore del cielo e della terra, facitore e dispositore di quanto
si ammira sotto di quello e sopra di questa, ed in tutto il nostro mondo
aspettabile. A Lui solo dover l'uomo ricorrere, con puro e casto cuore e
divoto culto, per impetrar felicità e per iscamparlo da miserie, in questa vita
mortale.</p> 
<p>Per tener mondi i loro cuori, gli prescrisse savie leggi, dove non meno
ravvisavano l'amore e venerazione che doveano avere verso il lor creatore
e benefattore, che le vere norme di giustizia e di carità verso i loro fratelli
e suo prossimo. Per render a Dio onore e culto sincero e divoto, gli prescrisse
molti e vari riti e cerimonie, colle quali doveano adorarlo; affinché,
applicati a ciò, s'allontanassero dalle tante superstizioni ed idolatrie
degli altri popoli, delli quali erano circondati. E gli stessi Strabone e
Diodoro, gentili che fossero, non possono non commendare le savie leggi che
Mosè diede al suo popolo.</p> 
<p>Quindi nacque che i loro poeti, che chiamavano profeti, non fossero
contaminati di quelle illusioni e delle tante favole, onde i poeti gentili eran
cotanto fecondi. Non si leggono, ne' loro profeti, ancorché sovente
s'innalzassero ad un stile e parlar magnifico e metaforico, tante
arditezze, e molto meno si mostrano vaghi di splendide fantasie e di tante vane
deità, di dii celesti ed infernali, di Sisifo e di Tantalo, e di tante altre
fole e ciance, onde la gentilità era ripiena. Questo fu un pregio, del quale
meritamente la gente ebrea, sopra l'altre del mondo, può vantarsi; e per
ciò Iddio l'elesse in proprio popolo, dichiarandosene Egli particolar re e
signore, e che da questo popolo dovesse sorgere al mondo il suo liberatore e
redentore.</p> 
<p>Egli è vero che, negli ultimi tempi, gli Ebrei cominciarono a contaminarsi,
non pur ne' costumi, ma di peregrine dottrine, e ad allontanarsi dalla
sapienza solida de' loro maggiori. Ciò avvenne dopo che si costrusse il
secondo tempio, quando, tornati gli Ebrei dopo la cattività babilonica nella
Giudea, da varie città degli Assiri e de' Medi e de' Persi
dov'erano sparsi, ci vennero contaminati da nuove e peregrine dottrine.
Quindi si vide che alcuni abbracciassero la dottrina del fato ed altre
splendide fantasie ed illusioni de' favolosi Greci, sicome ce ne rende
testimonianza non pur Strabone, ma l'istesso Giuseppe Ebreo, di lor
nazione; e toltone i Sadducei, i quali furono fermi e rigidi osservatori
dell'antica dottrina e disciplina, gli altri, spezialmente i Farisei, ed
assai più, nel decorso del tempo, gl'ultimi lor rabbini e cabalisti, si
resero al mondo, per le tante lor ciance ed illusioni, non men degni di riso
che di compassione. Ma in questo stato ridotto il mondo, e a tal corruzione il
popolo ebreo, opportunamente fu mandato in terra chi dovesse redimerlo; e non
pur liberare l'uman genere da tanti errori ed inganni, ma innalzarlo a più
sublime stato e condizione; e quando prima non era riputato se non capace
d'un mortal regno terreno, farlo degno e partecipe d'un per lui nuovo
regno immortale e celeste. E fu mandato non pur alla gente ebrea, ma a tutte
l'altre nazioni, poiché, sicome per Adamo tutti gli uomini si reser
mortali e terreni, così per questo Liberatore fosser tutti resi immortali e
celesti.</p> 
<p>Questa dottrina e questo concetto del mondo e dell'uomo pareami aver
scorto, riandando tutti i secoli vetusti, presso le più antiche nazioni; e che
in ciò concordasse tutta la gentilità non mi giunse nuovo, né strano. Ma che
questo concetto trovassi parimente essersi tenuto dagli antichi Ebrei, e che,
confrontando i libri de' gentili con quelli di Mosè e degli altri del
vecchio Testamento, scritti sotto il primo tempio, e prima de' libri di
Esdra, gli scorgessi in ciò uniformi e concordi, parvemi ciò da notare e non
trascurarlo, siccome fin allora avea, e comunemente vedea fare a gli altri.</p>

<p>Ebbi sommo contento e piacere, che ne' libri di Sant'Agostino e
negli altri antichi Padri della Chiesa, leggessi d'aver essi eziandio
notato che dall'uomo, secondo il suo primiero stato di natura, descritto
ne' libri dell'antica legge, non aveasi altro concetto, che di regno
terreno e di felicità mondana. E Sant'Agostino in più luoghi avverte, che
bisognava che per l'uomo il regno terreno precedesse al celeste, affinché
dalle cose mortali e terrene s'innalzasse, poi, alle immortali e celesti;
ed il regno terreno precedesse, e fosse all'uomo terreno, come simbolo ed
immagine di quanto dovea avvenire allo stesso uomo, nello stato di grazia, nel
regno celeste. Tertulliano chiama per ciò il celeste nuovo regno, a riguardo
dell'uomo, e nuova promessa, dicendo: <foreign lang="lat"><hi rend="italic">novam promissionem regni coelorum</hi></foreign>. E San Giovan
Crisostomo rende grazie al Signore, il quale erasi compiaciuto d'innalzar
l'uomo cotanto che, quando prima appena era stimato meritevole del regno
terreno, avealo reso degno del celeste.</p> 
<p>Pareami, adunque, doversi considerar l'uomo secondo questi due
differenti stati, riguardando il primo di natura, ed il secondo di grazia. Il
primo esserci rappresentato nel vecchio Testamento; il secondo nel Nuovo. E del
mondo doversi considerare due principali epoche: la prima, che comincia dalla
sua creazione, e continua sino all'imperio di Ottavio Augusto, dove non si
ravvisa l'uomo se non nel suo primiero stato di natura mortale e terreno;
la seconda dalla sua redenzione, quando il Verbo, disceso in terra e presa
carne umana, conversò fra gli uomini, e mostratigli nuovo lume ed altro
sentiero, gl'innalzò dal fango e resegli immortali e celesti.</p> 
<p>Il principio di questa nuova epoca viene a noi additata ne' libri del
Testamento nuovo, spezialmente da' quattro evangelisti, dagli
<hi rend="italic">Atti degli apostoli</hi> di San Luca e dalle
<hi rend="italic">Epistole</hi> di San Paolo; e viene a cominciare ne'
tempi d'Augusto, quando, avendo data pace all'universo orbe romano,
il genere umano riposava sotto un equabile, giusto e clemente imperio, ed i
costumi degli uomini eransi resi più culti, docili e mansueti. E
Sant'Agostino riflette, che piacque al sommo Iddio, in premio della lor
giustizia ed altre virtù, ond'eran i Romani adorni, di concedergli
l'imperio del mondo; affinché, resolo più culto e docile, fossero disposti
gli uomini a ricever que' ammaestramenti e quella dottrina, che dovea a
questo tempo recargli il suo Redentore.</p> 
<p>Questi studi mi fecero, in quest'anno, prolungare la mia villeggiatura
di Medeling; sicché non mi ridussi in città, se non ne' princìpi di
settembre, con animo di proseguirgli. E distrigato di quanto pareami bastante
intorno al primo stato di natura dell'uomo, mi posi ad investigare il suo
secondo stato di grazia, che potea altronde apprendersi se non da' libri
del nuovo Testamento e da quanto i più seri e dotti espositori vi avean
lavorato intorno, de' quali m'era somministrata abbondante copia
dalla biblioteca cesarea, la quale era per ciò da me frequentata.</p> 
<p>Non fui impedito, ne' rimanenti mesi di quest'anno, di affari
forensi, poiché da Napoli pochi ricorsi si aveano al Consiglio di Spagna di
Vienna. Mi convenne, però, prender la difesa nel Consiglio imperiale aulico
della vedova marchesa di Balestrino, dama lorinese, dell'illustre famiglia
Leoncourt, la quale erasi portata a Vienna per una causa che ivi teneva contro
il marchese suo figlio, la quale, per l'eternità di quel Consiglio e per i
nuovi cangiamenti delle cose d'Italia, accaduti per quest'ultima
guerra, e per me e per lei riuscì infruttuosa.</p> 
</div2> 
<div2 type="paragrafo"> 
<head>V</head> 
<argument>
<p>[<hi rend="italic">1733</hi>]</p>
</argument> 
<p>A questo tempo, per la morte di re Augusto di Polonia, si cominciarono a
sentire in Vienna gli apparecchi, che si facevano per far cadere
l'elezione del nuovo re in persona del duca di Sassonia, figliuolo del re
defonto. Né si poté mai sapere a qual fine, <foreign lang="lat"><hi rend="italic">cui bono</hi></foreign>, l'Imperadore si fosse mosso ad
intraprender l'elevazione di quel principe al trono di Polonia (se non
quello, per indurlo a consentire alla “prammatica sanzione”, avendo
per moglie la primogenita dell'imperadore Giuseppe), non ostante che la
Francia fosse tutta intesa a riporci il re Stanislao, padre della regina e
suocero del Re. Ma il basso concetto che s'avea delle forze di quel regno,
e che non v'era da temere che l'impresa non fosse riuscita,
massimamente per essersi congiunte le forze dell'Imperadrice di Moscovia,
la qual mai volentieri soffriva che Stanislao regnasse in Polonia, fecer sì,
nulla curando de' mali che potevan da ciò nascere, avendosi per lontani ed
impossibili, — che scovertamente s'indrizzassero i mezzi a questo
fine.</p> 
<p>Si credette che il conte di Zinzendorf, cancelliere di corte, fosse stato il
principal autore del consiglio. E furon mandate in Moscovia grosse somme di
denaro, affinché, sicome l'Imperadore somministrava il denaro, così quella
Imperadrice somministrasse le truppe. Oltre a ciò, tutta quella milizia cesarea
che poté unirsi fu mandata in Slesia a' confini della Polonia, per
accorrere, in caso di bisogno. E con tal occasione si manifestò quanto fossero
scemate le forze ed il numero degli eserciti, che pria si vantavano: poiché
bisognò fin dallo Stato di Milano far venire alcuni reggimenti, per supplire al
numero delle truppe destinate per Slesia. Sicché il Milanese, non temendosi
d'alcun insulto, rimase esposto alle invasioni, lusingandosi che, per
conservare gli Stati d'Italia, bastasse il solo nome di Cesare.</p> 
<p>Gli animi eran tutti rivolti a' successi di Polonia, e niente si
pensava o temeva de' propri regni e domini. Intanto, come a spettatori
oziosi, riguardando gli altrui pericoli, non ci accorgevamo degl'imminenti
propri mali e sciagure che ci soprastavano. E con questa aspettazione, eravamo
già entrati nell'anno 1733; nel principio del quale, e molto più
approssimandosi la primavera, crebbero i romori e gli apparecchi marziali, ma
tutti drizzati per la Polonia, resasi già campo di confusioni, di disordini e
di guerre, non meno intestine che straniere.</p> 
<p>Infra gli altri anch'io gli rimirava, come se nulla mi calessero, ed
attendeva a me medesimo ed a' miei studi; i quali, in questo nuovo anno,
mi furono amareggiati per i disgusti, che sempre più riceveva da mio fratello,
da Napoli. Poiché, fra l'altre ingratitudini usatemi, essendosi affatto
dimenticato di quel figliuolo che io lasciai alla sua cura, avendolo costretto
di scappar via da Vesti e di ritirarsi a Napoli, egli, come si è detto, non
volle riceverlo, lasciandolo a perir di disagi e di miserie; onde fu
d'uopo che io, facendolo allevare in altra casa, lo provvedessi del
bisognevole e lo facessi stradare per gli studi, e cominciar da capo la
grammatica e l'ortografia e l'arte di scrivere emendato e corretto.
Poiché non solo tutto ciò erasi trascurato, ma erasi fatto allevare in Vesti da
rustico e selvaggio, onde, ancorché adulto intorno a' diciotto anni, non
avea ivi appreso né lettere, né civili costumi.</p> 
<p>Fui allora per togliergli la procura ed amministrazione, che l'avea
lasciata della mia roba, e commetterla ad altri. Ma gli amici da Napoli
m'avvertirono, che sarebbe stato lo stesso che rovinarlo, senza che io ne
ricavassi alcun profitto, e che a' nostri invidi e malevoli — che
non mancavano — sarebbe riuscito di lor diporto questa nostra discordia,
ed a me di poca stima. Fui vinto dalle loro esortazioni e mi ritenni,
aspettando che il tempo, forse, cangiasse i costumi, o pure mi desse più
opportuna occasione di farlo.</p> 
<p>Ed essendosi intanto avvicinato il mese di giugno di quest'anno 1733,
si pensò di passare a Medeling, ed ivi, lontano dalla città e da altre cure
noiose, di proseguire in quella solitudine i miei studi: sicome si fece, con
animo di non tornare dalla campagna in città, se non quando ne fussimo cacciati
da' rigori del freddo.</p> 
</div2> 
<div2 type="paragrafo"> 
<head>VI</head> 
<p>Adunque, seriamente riflettendo sopra il libro degli Evangeli e gli
<hi rend="italic">Atti</hi> di San Luca, e spezialmente l'<hi rend="italic">Epistole</hi> di San Paolo, che avea sempre nelle mani, compresi
che l'immutazione dell'uomo dallo stato di <hi rend="italic">natura</hi> in quello della <hi rend="italic">grazia</hi>
consisteva l'avere Iddio, per infinita sua bontà e beneficenza, mandato il
suo Verbo nel mondo, ad assumer carne umana nell'utero della Vergine
ebrea, che lo concepì senza ministero d'uomo terreno, ma di spirito
divino, affinché questo Messo, uomo insieme a Dio, conversando fra gli uomini,
gli fosse di lume e scorta, additandogli la vera e sicura strada, onde da
terreni e mortali, potessero rendersi immortali e celesti.</p> 
<p>Compresi questi essere il solo ed unico mediatore, che potesse conciliar
l'uomo con Dio; e chi l'udiva e facea quanto Egli gli avrebbe
prescritto e comandato, stesse pur sicuro che, ancorché morto, sarebbe risorto
ed immutato, e fatto coerede del Padre e partecipe del regno celeste.
All'incontro, coloro i quali non lo credevano, o credendolo trasgredivano
i suoi precetti e comandamenti, sarebbero sì bene risuscitati, ma non immutati
in celesti; anzi, come terreni sterpi o tronchi, sarebbero gettati nel fuoco,
ad ardere perpetuamente. Iddio averlo mandato per redimere l'uman genere
dal peccato, ond'era absorto, e che, sicome tutti in Adamo peccarono, così
tutti in Cristo si sarebbero giustificati; e sicome per Adamo era entrato nel
mondo il peccato, e pe 'l peccato la morte, così per Cristo la
giustificazione, e per lei la vita celeste ed eterna.</p> 
<p>E poiché tutto ciò dipendeva da gratuita e divina beneficenza, quindi questo
secondo stato dovea riputarsi di <hi rend="italic">grazia</hi> che rendeva
l'uomo da terreno, celeste. L'uomo erasi perduto, l'uomo dovea
salvarsi; e per ciò, la <hi rend="italic">resurrezione della carne</hi> dovea
precedere alla <hi rend="italic">vita eterna</hi>, non potendosi concepir
l'uomo senza colpa, componendosi, come sue parti intrinseche ed
essenziali, non men dell'anima che del corpo. Quindi San Paolo inculcava
tanto il punto della resurrezione de' corpi contro coloro che non volevan
crederla, dicendo che se negavano la resurrezione era vana ogni lor credenza,
invano si affaticavan cotanto, ed era delusa ogni loro speranza; ma tenesser
per fermo e costante che, sicome Cristo risuscitò, così dovean risorger tutti
coloro che in Lui credettero; e per ciò era detto, che fosse il
“primogenito dei morti”, poiché egli fu il primo a risorgere, e
poi, visitando le tombe de' Padri, fece risorgere anche tutti quelli, che
seco condusse nel celeste regno.</p> 
<p>Questo era il punto principale, sopra il quale dovea egli combattere
co' Gentili, i quali, sentendolo inculcar tanto la resurrezione de'
morti, se ne burlavano, come coloro che non potevano indursi a credere che i
corpi morti potessero di nuovo tornar in vita, e negavano la resurrezione di
Cristo. E pur Cristo risurse ed ascese al Padre, in corpo ed anima, vedendolo
co' propri occhi gli apostoli, i quali mangiaron seco, lo palparono, e
toccarono le cicatrici delle piaghe sofferte, e che avea carne ed ossa, come
l'ebbe prima d'esser posto in croce e morto.</p> 
<p>Quindi i primi Padri della Chiesa, Atenagora, Tertulliano ed altri
combattevano contro i Gentili ed eretici de' loro tempi, scovrendo i di
loro errori, ne' quali erano non credendo alla resurrezione, ch'era
lo stesso che render vana ogni lor fede e speranza. E Tertulliano non inculcava
altro a' Cristiani, che la lor fiducia era riposta nella resurrezione,
dicendo: <foreign lang="lat"><hi rend="italic">resurrectio mortuorum fiducia
Christianorum</hi></foreign>. E Sant'Agostino solea per ciò dire che,
togliendosi la resurrezione, cade e va a terra tutta la religione de'
Cristiani: <foreign lang="lat"><hi rend="italic">tolle resurrectionem
mortuorum, tolles religionem Christianorum</hi></foreign>.</p> 
<p>Gli uomini, adunque, mortali e terreni saranno resuscitati e ridotti in
quello stato nel qual erano prima di morire, e saranno resi eterni ed
immortali; ma con disugual sorte. Coloro che, credendo in Cristo, adempiranno i
suoi precetti e comandamenti, saranno immutati, e da terreni saran resi
celesti, godendo con Cristo (che fattigli suoi fratelli, gli rese coeredi del
regno del Padre) una vita beata e gioconda, non soggetta a morte. Quelli che in
loro vita non dieder frutto di buone opere, come inutili spine e triboli e come
gl'infruttuosi oleastri, saran gettati nel fuoco, ad essere arsi da fiamme
inestinguibili. Per far acquisto d'un tanto regno, bisogna all'uomo
che, nella mortal sua vita, non pur creda in Cristo, ma osservi le sante sue
leggi, dov'è insegnata una perfetta morale, ed adatti i suoi costumi ad
una perfezione, quanto più si possa, eminente.</p> 
<p>In quanto alla credenza, fa d'uopo che confessi esservi un Dio,
creatore del cielo e della terra, di tutte le cose visibili ed invisibili; che
questo Dio mandò il Verbo, suo figliuolo, in terra a prender carne umana, il
qual, fattosi uomo, insegnò all'uman genere la strada di sua salute:
questi essere il suo Messo ed il solo mediatore tra Dio e l'uomo; aver
questi sofferto, per noi e per la nostra salute, passione e morte; che
trionfando della morte risuscitò, e visitando le tombe de' Padri, gli
ridusse in vita e seco condusse nel celeste regno; che lo stesso farà di tutti
gli altri morti nel giorno novissimo, nel quale, risorti, saranno giudicati e,
secondo le di loro opere, i giusti ed eletti saran condotti nel regno celeste,
ed i reprobi e malvagi precipitati nel tartaro.</p> 
<p>E sicome la credenza che vuole che si abbia in Lui è tutta schietta,
semplice e pura, della quale ne fosse capace ogni rustico villano e ogni rozza
e vile femminetta, così i riti che ci lasciò furon pochi, semplici e schietti,
niente operosi, non sacrifici cruenti, non multipli, non pomposi, non magichi.
Egli non pretese dagli uomini se non un cuor puro, umiliato e contrito, la sua
religione la fondò sopra la carità, che ciascuno deve, dopo Dio, al suo
prossimo. In Lui cessarono li tanti appariscenti riti ed operose cerimonie
degli Ebrei, poiché il fine della legge non riguardava un regno mondano e
sensibile, ma un altro più sublime, spirituale e celeste.</p> 
<p>Voleva gli uomini solleciti e pien di zelo nell'amore e carità verso di
Dio ed il prossimo, donde pendevan le leggi ed i profeti. Questo dovea essere
il principal lor sforzo e l'unico scuopo, dove doveano indrizzare tutte le
loro opere, i lor pensieri e lor parole. Serbare i divini comandamenti, esser
casti, sobri, moderati, umili, pazienti, benefici, misericordiosi: in breve,
non far ad altri ciò che per te non vuoi, e far al tuo prossimo quel che per te
vorresti che altri facesse. E tutto ciò operare, essendo in questa mortal vita;
né, dopo morto, sperare che tu o altri potesse giovarti. “Mentre siam
vivi” — dicea saviamente David — “possiamo lodarti, o
Signore, ed operare secondo la tua legge; ma nel sepolcro, essendo morti, non
potremo più lodarti, né oprare, immersi in profondo e tenebroso sonno, cosa che
possa piacerti”.</p> 
<p>E poiché, essendo vivi e terreni, in questa mortal vita dovemo ingegnarci
d'essere mondi e perfetti, per esser meritevoli del regno celeste; ed
all'incontro, essendo quasi che impossibile <foreign lang="lat"><hi rend="italic">in tot humanis erroribus, sola innocentia vivere</hi></foreign>,
quindi il nostro buon Redentore ci lasciò rimedi ed ammaestramenti così
efficaci e salutiferi, che, ricorrendo a Lui, ci offre pronto rimedio ed aiuto,
volentieri aprendo le sue pietose braccia a chi a Lui si rivolge. E ci lasciò
fino la formola, colla quale, indrizzando le nostre orazioni al Padre, dobbiamo
pregarlo, perché ci rimetta i nostri difetti, e ci allontani dalle tentazioni,
e ci liberi da' mali e dalla contagione di questo presente mondo.</p> 
<p>Scorsi da questi sacri libri, questa essere, in breve, la somma delle cose,
e qui consistere la perfezione d'un vero cristiano; e queste essere le
vere massime e la sana dottrina che illumina le nostre menti, e la vera strada
che conduce alla nostra salute. Saper questo, dicea Tertulliano, esser il vero
sapere; tutto il rimanente, che non conduce a questo fine, meglio sarà
ignorarlo, che andargli dietro, investigando ciò che, dopo mille ricerche, ne
sapremo meno che prima. A questo fine inculcava San Paolo che si fossero
sfuggite le contenzioni e le vane curiosità e ricerche di cose superflue ed
inutili, che niente conducono alla nostra salute. E Sant'Agostino diceva
che in tali questioni, per lo più astratte e metafisiche, nelle quali
l'ingegno umano si sforza di saper ciò che nulla rilieva né alla credenza,
né alla norma de' costumi, meglio sarà confessare la propria ignoranza,
che andar inutilmente lambiccandosi il cervello, vaneggiando sopra ciò che
Iddio non ha voluto rivelarci, e che l'uomo sapesse.</p> 
<p>Saviamente per ciò ammoniva Eusebio, vescovo di Cesarea, che Iddio ha, per
mezzo del suo Verbo, rivelato all'uomo ciò che fosse bastante per la sua
salute, e per ciò non doversi ricercar altro. Ché se fosse altrimenti,
bisognerebbe dire che ci avesse lasciata mozza la sua legge, ed i suoi precetti
fossero difettosi e mancanti: sicché fosse stato bisogno di venir altri a
supplirne il difetto. Questa sarebbe un'empia bestemmia, e riputar la
divina Sapienza mondana ed imperfetta, e che, per suo difetto, lasciasse perire
tanti, i quali prima non ne erano istrutti. Quanto bisognava per la nostra
salute — dice Eusebio — fu a noi tramandato per le divine
Scritture, che contengono l'intiera e solida credenza che l'uom dee
avere, e la vera regola de' costumi, alla quale dee attenersi, per essere
immutato, e, da terreno, farsi degno d'un regno celeste. Lattanzio
Firmiano, per ciò, nelle sue <hi rend="italic">Divine instituzioni</hi>,
insegnava che Iddio <foreign lang="lat"><hi rend="italic">ea sola scire nos
voluit quae interfuit hominem scire ad vitam consequendam</hi></foreign>.</p> 
<p>Da ciò compresi altre verità, fin qui a me ignote; e mi avvidi quanto in
vano si travagliassero gli uomini sopra inutili ricerche ed intorno a studi
vani, i quali non han sostegno, che le proprie e singolari opinioni umane; le
quali, essendo varie, poiché gli uomini per natura sono portati a dissentir fra
di loro, han cagionate tante confusioni, e ridottigli miseramente ad
occupazioni vane, e a disputar di cose, che ne sapran tanto meno, quanto più si
saranno affaticati di saperle.</p> 
<p>Compresi eziandio, ed in più chiara luce mirai l'aspetto delle mondane
vicende, che si vider dapoi sopra la terra. Ed a questi studi accoppiando
quelli che io avea fatti de' tempi men a noi rimoti, vidi con istupore,
come sopra tali fondamenti d'una religione sì schietta, umile e
sprezzatrice di cose terrene, si avesse potuto innalzare una macchina cotanto
sublime e vasta, quanto niun'altra religione del mondo, ancorché mondana,
e che non avea altro fine che felicità terrene, poté aspirarvi, non che
giungervi o pareggiarla. E dall'istoria de' tempi che a Costantino
Magno seguirono, facilmente ne compresi le occasioni ed origini; sicome
ciascuno potrà comprenderle, riguardando che, insegnata ed amministrata questa
nuova religione dagli uomini infra gli altri uomini — i quali, da
amministratori e depositari fattisi credere padroni e signori, e
dall'esposizioni ed esortazioni passando poi a stabilir leggi, ridotta
nella lor mano la norma del giusto e dell'equo, e di bilanciare le azioni
umane qualificandole, a lor arbitrio, ora lecite, ora illecite, dieder in
que' secoli incolti a credere alla semplice ed imperita moltitudine, che
in lor balìa fosse chiudere ed aprir le porte del celeste regno — quindi
avvenne, che, invece d'un regno celeste, si fabbricasser essi in terra un
nuovo regno terreno, a gli antichi affatto incognito e sconosciuto. Poiché,
surto dapoi ed innalzato fra questi ministri e dispensatori uno che, riducendo
gli altri da fratelli e compagni del suo ministero, a suoi propri ministri e
servidori, poté stabilire il nuovo regno papale, sopra le spoglie degli altri
vescovi; ma più sopra l'ignoranza de' principi e semplicità de'
popoli. E con tanto maggior successo, quanto che, gli uomini persuasi dalle
nuove dottrine, sparse a questo fine, che le cose temporali potessero cambiarsi
colle spirituali, e le ricchezze facilitassero l'acquisto del regno
celeste, e che le donazioni, i legati ed eredità, lasciate alle chiese
materiali, valessero a ridimere le loro anime da' peccati e farle volare
in Cielo, aprirono questa nuova, facile e piana strada, massimamente a'
facoltosi e potenti; ed a riguardo di tutti gli altri, additarono cammini più
facili d'esteriori riti e cerimonie, di pellegrinaggi, di particolari
divozioni a' santi, di novene ed altre tante vane superstizioni, le quali,
adoperandole, gli rendesser sicuri della lor salute.</p> 
<p>Donde ne seguirono due cose, le quali, sicome rovesciarono la vera religione
da Cristo insegnataci, così stabilirono meglio il regno papale. La prima che si
vide ridotta la nostra religione ad un'arte meccanica e puramente
estrinseca; poiché, con mover li labbri a formar certe parole, ancorché non si
capisse il senso, col battersi co' pugni il petto, con movere piedi,
andando alle visite delle chiese, o ne' pellegrinaggi a' santuari,
con intinger la fronte d'acqua lustrale, con baciar reliquie e portare
addosso scapulari ed amuleti, con accender lampade e candele avanti le immagini
de' santi, e tanti altri atti estrinseci, crediamo aver saldato con Dio
ogni conto, ed esserci assicurati della nostra salute. La seconda, che non
contenti d'aver quei pochi, semplici e schietti riti, affin
d'introdurne de' nuovi, multiplici, pomposi ed operosi, siasi ricorso
a prenderne altri, non pur dagli Ebrei, ma da' Gentili stessi; e con ciò
aver resa la religione tutta pagana ed estrinseca: anzi d'aver superati i
pagani istessi ne' superbi e magnifici tempî, negli altari, nelle pompose
vesti, ne' ricchi vasi ed arnesi, nelle statue ed in altre tante nuove
cerimonie. E chi ne farà paragone con la religione degli Egizi, de' Greci
e Romani, anzi di tutte le religioni del mondo delle quali è rimasa a noi
notizia, ch'ebber tante e sì innumerabili nazioni che abitaron la terra,
troverà che la cristiana, e per il numero e varie divise de' sacrificanti,
e per la multiplicità, apparato, magnificenza e pomposità de' riti, sia di
gran lunga a tutte superiore, anche paragonandola con tutte l'altre unite
insieme. Sicché non pur abbiam fatto ritorno all'antico gentilesimo, ma di
gran lunga l'abbiam superato; ed i popoli son divenuti già tutti pagani e
superstiziosi, assai più che non eran i Gentili.</p> 
<p>Ma ciò che apprestò materia più atta all'innalzamento d'un sì
nuovo imperio sopra i regni e domini de' principi fu la lor trascuraggine
ed ignoranza di que' secoli incolti, di non fargli accorti, che per le
nuove massime e dottrine si tentava stabilire ne' loro imperi un altro
imperio, che non pur scemasse e corrodesse i propri, ma se gli rendesse
soggetti, e finalmente l'assorbisse in tutto; sicome già gli tolse quasi
la metà de' sudditi, sottraendoli dalla lor giurisdizione e
sottoponendogli alla propria, rendendogli franchi ed immuni de' pubblici
pesi, non sol per ciò che riguarda le persone, ma anche i loro beni. E quando
Iddio avea riposto nelle mani de' principi la giustizia ed il giudizio, se
lo vider togliere, e la norma del giusto e del lecito passare in altrui mano;
sicché altri regolasse la giustizia ne' contratti, ne' giudicii,
ne' testamenti ed in tutte l'altre umane faccende; onde si vider
sorgere, ne' loro propri domini, nuovi tribunali, nuove leggi e nuovi
istituti.</p> 
<p>E ben poteano accorgersi che l'intento era di spogliargli affatto di
tutti i loro reali diritti e sovrane preminenze; giacché, alla svelata, fin
nelle medaglie, a questo nuovo principe se gli dava il titolo di re e di
monarca della repubblica cristiana, di principe supremo; che di lui
s'intendesse di dover dominare tutta la terra, dall'un mare
all'altro; e che egli dovrebbe ridurre un ovile tutto l'uman gregge,
e divenire unico e sol pastore; ed infine non s'isdegnava il titolo di
“vice-Dio”, né si reputava bestemmia; anzi era applaudito e
caramente accolto ed inteso, quando s'udiva e si leggeva nelle pubbliche
tesi e ne' frontispizi de' libri stampati.</p> 
<p>Importava poco che a questo intento vi repugnasse tutto, non men
l'antico che il nuovo Testamento, e tutta la divina tradizione. Potea, a
sua posta, gridar quanto si volesse Giob: <foreign lang="lat"><hi rend="italic">Quis constituit super terram, aut quis posuit super orbem, quem
fabricatus est</hi></foreign>? Ecco che il papa dovea essere costituito da Dio
sopra la terra, per reggerla ed esserne suo vicario e vice–Dio. Esclami
pur ed altamente si protesti il nostro buon Redentore, che il regno suo, che
venne a rivelare ed a promettere all'uman genere, non era di questo mondo.
Canti eziandio ne' suoi inni la Chiesa istessa, che Egli non venne in
terra a toglier a' re gl'imperi lor terreni e mortali, ma a dare agli
uomini regni immortali e celesti; che i principi, come se niente loro
importasse vedersi costituito in terra un vice–Dio, che gli corroda i
loro regni e dentro i loro imperi stabilisca un altro imperio, illusi dalle
nuove dottrine, che, ancorché empi e malvagi, salderebbero con Dio ogni conto
commutando le cose temporali colle spirituali, volentieri si lasciaron
lusingare, aprendosi così questa facile e sicura strada di acquistare, col
prezzo del terreno, un regno spirituale, e celeste.</p> 
<p>Bisognava, però, a' principi — per quietar meglio le loro
coscienze e non esporre gli uomini ragionevoli, a cui Dio provvide di sano
intelletto e diritto discorso, alle persecuzioni, a' martiri ed alli
strazi — che non men il papa ne' suoi, ch'essi ne' loro
Stati facessero ogni sforzo e ponessero ogni studio di far abolire, bruggiare,
ed affatto estinguere ogni memoria degli Evangeli di Cristo, degli
<hi rend="italic">Atti degli apostoli</hi>, dell'<hi rend="italic">Epistole</hi> di San Paolo, e di quanto è compreso ne' libri
del nuovo Testamento. E ciò nemmeno basta. Bisognava cancellar ogni memoria di
quanto da' Padri vecchi erasi scritto intorno all'antica disciplina
della Chiesa; in breve, quanto da una sincera e fedele istoria ecclesiastica è
stato a noi tramandato.</p> 
<p>Non bastava essersi insegnate nuove dottrine, disseminate altre massime e
fatti nuovi Evangeli: bisognava estinguere quelli di Cristo. Poiché, sempre che
questi rimangono, altro non si fa ora, che metter gli uomini in una perpetua
confusione, e pretender da' medesimi che si abbino a storcere il cervello
e perdere ogni diritto discorso, con fargli divenire peggiori di bruti; e di
vantaggio non volendo abusarsi del loro lume e natural discorso, esporgli a
persecuzioni, a ruine e calamitosi pericoli. Bruggiati che fossero gli antichi
sacri libri e spenta di lor ogni memoria, si vedrebber gli uomini in calma, ed
adatterebbero la lor mente alle nuove dottrine ed al nuovo sistema, che si
vuole che oggi si abbia della religione cristiana.</p> 
<p>Narra Livio, che dopo cinquecento anni dalla morte di Numa Pompilio furon
scavate, vicino Roma, due casse di pietra. In una eravi stato riposto il corpo
di Numa, che dal tempo si trovò tutto consunto; e nell'altra eranvi
riposti alcuni libri lasciati da Numa, ne' quali trattavasi
dell'antico <foreign lang="lat"><hi rend="italic">ius</hi></foreign>
pontificio e della sapienza degli antichi. Letti che furono dal pretore urbano,
questi riferì al senato che doveano bruggiarsi, poiché la lor dottrina
rovesciava le religioni che si professavan allora in Roma; poiché Numa, che fu
il primo ivi a stabilirla, fu contento di pochi dii, di pochi ministri, di
pochi riti semplici e schietti.</p> 
<p>E Livio stesso ci assicura, che in Roma, prima, si prestava culto a'
propri dii <foreign lang="lat"><hi rend="italic">pie magis quam
magnifice</hi></foreign>; ma che dapoi fu invasa di tante peregrine religioni e
di tanti sacrificuli, di tanti pomposi e nuovi riti e multiplici cerimonie, che
sovente bisognò al senato metterci argine. E Porcio Catone, in una sua orazione
rapportata da Livio, si duole che il lusso dell'Asia e della Grecia avea
penetrato e corrotto fino l'antica religione de' Romani, e che
trasportate da Siracusa e dalla Grecia le statue di tanti nuovi dii, con
mirabil magistero ed arte scolpiti in finissimi marmi, in bronzo o altro eletto
metallo, avean cagionato che, a' suoi dì, i Romani si burlavano e
deridevano i loro antichi dii, rozzamente fatti di creta o di legno, facendone
beffe e brutti scherni; ma ch'egli, più tosto, voleva che questi gli
fosser propizi, che i nuovi e peregrini.</p> 
<p>Quindi il senato, sulla fede del pretore, comandò che i libri di Numa
trovati, per i quali venivano a sovvertirsi le religioni che si professavano
allora in Roma e con ciò a porsi in iscompiglio la città, si fossero nel
cospetto del popolo bruggiati; siccome da' vittimari, acceso un gran fuoco
nel comizio, ci furon gettati dentro e consumati ed arsi. Lo stesso
bisognarebbe far de' nostri antichi libri sacri, affinché, togliendosene
ogni memoria, gli uomini potessero accomodarsi alle nuove dottrine e sistemi.
Altrimenti, rimanendo, non potran loro apportare se non confusioni, e
costringergli a far forza a' loro intelletti di altrimente pensare, e
torcere i lor discorsi contro ciò che la natura, la ragione, l'esperienza
ed il comun senso gli guida e detta: cosa, alla quale non arrivarono i più
crudeli e spietati tiranni, che avesse avuto il mondo giammai.</p> 
<p>In questi studi, e fra tali considerazioni passando in solitudine i mesi
della mia villeggiatura, istruiva me stesso, drizzandogli unicamente per essere
di norma — così nella credenza, come ne' costumi — al mio
esser d'uomo interiore; non tralasciando, per ciò che riguarda
all'esteriore, di conformarmi a tutto ciò che la prudenza umana dettavami
dover praticare, conversando con gli altri, essendo nella loro società civile,
non dando al alcuno occasione di scandalo, ovvero turbando in minima cosa
l'ordine della repubblica. Né io, così ne' miei discorsi come nelle
opere da me date alla luce, entrai a disputar di cose che appartenessero
a' punti capitali di nostra religione, né pretesi mai di fare in ciò il
censore o riformatore.</p> 
<p>Nella mia <hi rend="italic">Istoria civile</hi> e nell'<hi rend="italic">Apologia</hi>, che fui costretto a dar fuori, non ebbi altro
scuopo che di manifestare e porre in più chiara luce i confini che tramezzano
tra l'imperio e il sacerdozio; affinché, resigli più apparenti e chiari,
ciascuno potesse accorgersi delle sorprese che eransi fatte dal sacerdozio
sopra la potestà de' principi, e quanto da ciò fossesi scemato al loro
imperio, che Iddio glielo diede sovrano, intero e perfetto sopra i loro Stati,
per governar essi e non altri, i loro sudditi. E trattando del regno di Napoli,
dove si tentava ridurre le cose fino all'ultima estremità, per interamente
assorbirlo, ebbi più occasioni di avvertirne i sottili artifizi, ed additare i
fonti, onde tanti mali e disordini provenivano. E pure, tutto ciò e l'aver
sacrificato la mia vita, i miei studi e i miei pochi talenti da Dio concessimi,
niente giovommi, per acquistarne una valida lor protezione; né pure per potermi
sottrarre dalle umane necessità, e vivere sicuro in qualche angolo della terra.
Anzi il duro mio destino me gli rivolse in contrario, e fece che io gli
sperimentassi sdegnati ed avversi; sicome dal rimanente di questa dolente
istoria ciascuno vedrà. La quale, se mai avrà la sorte d'essere posta
sotto i loro occhi, sicome trarrà loro qualche lagrima, così spero che da'
loro animi trarrà sensi di pietà e compassione.</p> 
<p>Fu continuata la villeggiatura di quest'anno fino a' princìpi di
ottobre; né ebbi occasione di condurmi in città, se non qualche volta,
sollecitato dalla marchesa di Balastrino ad intervenire in alcune sessioni, che
si tenevano avanti due consiglieri del Consiglio imperiale aulico, a fine di
comporre, con amichevole accordo, la lite che avea col marchese suo figlio.</p>

<p>Ed in Vienna i pubblici discorsi non si raggiravano che sopra le cose di
Polonia; e nella mia lunga dimora in Medeling, trovandosi ancor ivi a
villeggiare il conte di Montesanto, presidente del Consiglio di Spagna, ed il
conte di Sifuentes, suo fratello, i quali spesso eran da me visitati, non si
parlava che de' successi vari accaduti in quel regno, ora a pro del
Sassone, ora di Stanislao, senza che punto si temesse dalla Francia
d'improvvisa invasione ne' Stati propri dell'Imperadore. E pure
il conte di Montesanto, come presidente, e suo fratello, a cui sovente toccava
adempir l'officio di camerier maggiore, erano frequentissimi nella corte,
né mai n'intesero cos'alcuna che potesse almanco mettergli in
sospetto.</p> 
<p>E tornato ch'io fui a Vienna, dopo le vindemmie, a' princìpi di
ottobre, se bene fin nelle pubbliche gazzette si leggesse che le truppe
francesi erano nel Delfinato in gran moto, ed alcuni inviati cesarei,
ch'erano nelle corti d'altri principi, avvisassero a Vienna gli
apparati marziali della Francia, tutto s'interpretava che fosse dirizzato
per la Polonia. Ed il conte Zinzendorf assicurando, dall'altra parte, che
finché vivea il cardinal Fleury non avea l'Imperadore da temere che la
Francia si movesse contro i suoi Stati, si prolungava la lusinga, e continuavan
tutti a starsene spettatori oziosi delle cose di Polonia. Ed ancorché crescesse
la fama le truppe francesi muoversi per lo Delfinato verso Italia, non era
attesa; poiché si lusingavan che il re di Sardegna, duca di Savoia, non gli
accorderebbe il passaggio per li suoi Stati; onde, non se per l'aria, fra
le nubi, potevan condursi in Italia. E stavan sicuri, che Savoia non ce
l'avrebbe permesso, né rotta la pace unendosi colla Francia, per non
addossarsi la collera e l'indignazione di Cesare, il quale l'avrebbe
sconvolti e dissipati i suoi Stati, e sottopostolo al banno imperiale.</p> 
<p>Mentre la gente pascevasi di vento dietro queste vane lusinghe, ecco che,
alla metà d'ottobre, per più corrieri, si ebbe l'avviso che le truppe
francesi eran nel Piemonte, le quali, unite colle piemontesi e savoiarde,
s'avviavano nello Stato di Milano, ed erano già presso il Ticino. Il conte
Daun, che trovavasi governatore in Milano, inteso il prodigioso numero degli
assalitori così vicini, scappò tosto via da Milano, e ricovrossi a Mantua. Egli
non avea che pochi reggimenti: e pure lo Stato avea contribuito e contribuiva
per il numero di diciottomila soldati, pagati già, secondo il conto trasmesso
per tutto quel corrente mese di ottobre. Le piazze eran tutte sfornite di
munizioni, di presidio e di fortificazioni; poiché gli appaltadori, che a
Vienna trattavano i loro appaldi, facevano ciò che volevano, ed era rimesso al
loro arbitrio e discrezione di fornirle, senza doverne dar conto ad altri, se
non a' ministri di Vienna, da' quali l'avean ricevuti.</p> 
<p>In breve si arrivò a tal precipizio, che non vi era settimana che non si
sentiva essersi resa qualche piazza, ed il presidio mandato in Mantua. Fu resa
tosto Novara, Pavia, Tortona, Pizzichitone; e se ben entrati già
nell'inverno, credeasi che dovessero cessar l'armi, nulladimanco la
stagione riuscì così placida, serena ed asciutta, che non recò impedimento
alcuno a gli assalitori di proseguire le loro conquiste. S'intese presa la
città di Milano, e posto al castello stretto assedio, il qual in pochi giorni
fu reso e mandato il presidio a Mantua.</p> 
<p>Una sì grave ruina pose tutti in somma costernazione e sbigottimento, non
leggendosi nelle nuove o vecchie memorie di Lombardia, che in così breve tempo
lo Stato di Milano, sempre di armi fioritissimo e di piazze munitissimo (e che
un palmo di terreno costò, altre volte, fiumi di sangue, non men a gli Francesi
che a gli Spagnoli) ora, a man salva ritolto al possessore, passasse
all'inimico, senza perderci un soldato. E pure gli Spagnoli di Vienna di
ciò non si sgomentaron punto; anzi, gravidi di speranza che presto si sarebbe
riacquistato, minacciavano al duca di Savoia d'invadere i suoi Stati, ed
aggiungere al Milanese il Monferrato <corr>[e]</corr> il Piemontese.
E non mancarono ufficiali della secreteria di Rialp vantar pubblicamente, che
si sarebbe vantaggiosamente compensata la perdita; poiché, se prima dalla loro
secreteria non ne uscivan dispacci che per lo Stato di Milano, col tempo si
sarebbero distesi nel Piemonte, Monferrato e nella Savoia stessa.</p> 
<p>E questo spirito trasonico avea invaso non pur gli animi degli Spagnoli di
Vienna, ma di quanti ne venivano dallo Stato di Milano, ch'erano colà
impiegati ne' magistrati e nelle civili cariche de' tribunali e delle
secretarie. I quali a truppe tornavan a Vienna con visi allegri e festosi, come
se da Milano venissero non vinti, ma vincitori. E nell'istesso tempo
assordavan la corte, ch'essi, avendo lasciate le loro cariche per non
servire ad altro principe che all'Imperadore, naturale lor padrone, ed
essendo rimasi senz'impieghi donde potessero sostenere sé stessi e le loro
famiglie, dovesse l'Imperadore somministrargli soccorso di denaro per
vivere, finché non si fusse riacquistato lo Stato di Milano. Sicché, alli tanti
altri ch'erano in Vienna, si aggiunsero questi nuovi che cercavan
soccorsi. E trovaron pietose orecchie che gli sentisse ed esaudisse, poiché in
questo stato deplorabile invece di por argine a preceduti disordini sopra i
regni di Napoli e di Sicilia, aggiunsero peggiori mali, riducendogli
all'ultime estremità e desolazioni.</p> 
<p>Poiché per trarne denaro, per supplire alla mancanza di Milano e sovvenire
a' nuovi Spagnoli di là venuti, si tentarono nuovi modi, ed infra gli
altri d'esporre venali le toghe, con tassarne i prezzi ed accrescere i
tribunali di nuovi ministri soprannumerati; sicché il Consiglio Collaterale di
Napoli, che non si componeva che di cinque soli reggenti, si vide accresciuto
di altri tanti soprannumerari, con animo di accrescere il numero de'
consiglieri del Consiglio di Santa Chiara, de' presidenti della regia
Camera e de' giudici della gran corte di Vicaria, secondo che si
trovassero compratori, che volessero spender denaro, per esserne decorati. E si
trovò in Vienna un infame e sfacciato napolitano, il quale scrivea lettere
circolari a gli avvocati e ministri di Napoli, invitandogli ad applicar alle
compre con designar il prezzo; a gli avvocati, de' magistrati de'
quali desideravan esser decorati; ed a' ministri, quello de'
magistrati superiori a' quali aspiravano; non astenendosi, perché se gli
prestasse maggior fede, di scrivergli svelatamente che ciò faceva per ordine
avutone dal marchese di Rialp, secretario di Stato, e dal conte di Montesanto,
presidente del Consiglio, affinché stessero sicuri, trasmesso il denaro,
d'ottener le cariche.</p> 
<p>Queste lettere, l'un mostrandole all'altro, che si trovavano
scritte di tenor conforme, divolgate da per tutto posero i Napolitani in una
grandissima costernazione. E sentendo che si tentavano altri modi, per cavar
dal Regno denari, ed essersi perduto lo Stato <corr>[di]</corr>
Milano, prima che sapessero essersi dalla Francia e Savoia mossa guerra
all'Imperadore, si credettero abbandonati, e che non si cercasse altro
prima di ceder il Regno, ch'esaurirlo: onde molti scrissero a gli amici in
Vienna lettere dolenti per un abbandonamento così improvviso e spietato. E pure
si trovarono degli ambiziosi, i quali non curando d'impoverire le lor case
e l'imminente pericolo di mutar padrone, mandarono denaro in Vienna; e
furon vendute due piazze di reggentati ed altre di Camera, il prezzo delle
quali fu prestamente diviso fra que' Spagnoli, i quali eran usciti da
Milano.</p> 
<p>In tanta costernazione e disordine, pensava ciascuno di scampar come poteva
il meglio, dall'imminenti mali che soprastavano. A me, se bene la perdita
dello Stato di Milano dovesse importar poco, poiché niente da quello mi veniva,
nulladimanco cominciai a tremare; poiché il denaro delle spedizioni di Sicilia,
capitando in mano degli ufficiali spagnoli, e stando esposto all'arbitrio
del presidente, il quale erasi in ciò unito col marchese di Rialp di soccorrere
gli Spagnoli venuti da Milano, e supplire per Napoli e Sicilia la mancanza di
quello Stato, temeva che, non ostanti i precisi ordini di Sua Maestà di non
doversi confondere il mio denaro con gli altri emolumenti del Consiglio, non se
ne valessero per propri bisogni. Ed in fatti l'ufficial Llamna fecemi
stentar molto per esiger le due ultime mesate di quest'anno quelle di
novembre e dicembre onde a ragion temeva, crescendo vieppiù il bisogno co'
mali peggiori che sovrastavano che il seguente anno mi si fosse resa
l'esazione più difficile.</p> 
<p>Con tutto ciò mi lusingava, drizzandosi gli apparati che si facevano di
guerra, per ricuperare lo Stato di Milano, che la sede della guerra
dovess'essere in Lombardia, dalla quale dovess'esserne esente il
regno di Napoli, e molto più quello di Sicilia. Ed agli amici di Napoli
scriveva che non si sgomentassero, poiché la lor sorte dipendeva
dall'evento delle cose di Lombardia, dove la guerra sarebbe stata non men
atroce che lunga, indrizzando l'Imperadore le più valide sue forze in
quella parte; sicome, in effetto, sotto il general Mercì, destinato supremo
comandante di quell'impresa, si disponevano i migliori reggimenti che
fossero in tutta la milizia cesarea, con intento di scacciar di Lombardia i
Francesi ed i Savoiardi.</p> 
<p>Dall'altra parte, gli Spagnoli di Vienna erano ostinati in dire che
nella lega della Francia colla Savoia non erasi mescolata la Spagna, la quale
stava ferma di serbar quella pace, che coll'Imperadore erasi ultimamente
fermata e stabilita; e che l'Imperadore non dovea combattere che co'
Francesi e Piemontesi, i quali sarebbero stati presto vinti e scacciati di
Lombardia. E quantunque da tutte le parti si avvisasse che nella lega eravi
anche la Spagna, ed, oltre alla comune fama, si accoppiasse il gran ammasso di
truppe spagnole che si facevano in Barzellona, e l'imbarco da quel porto e
da altri di Spagna, e le navi istradate già per Livorno, onuste di grossa
artiglieria e di altri attrezzi militari, e che i generali conte di Montemar e
duca di Liria eran passati in Lombardia ed aveano stretti colloqui col
marescial Villars, general de' Francesi; nulladimanco costantemente
affermavano che ciò fosse, non per unirsi a gli alleati a danno
dell'Imperadore, ma che la regina di Spagna, tenendo a Parma un così caro
pegno, qual era l'infante don Carlos, suo figliuolo, non voleva che,
ardendo in Lombardia una sì fiera guerra, rimanesse esposto alle incursioni
militari; ma potesse, colle sue armi, conservar i suoi Stati in sicurezza, e
sottrargli dall'insulti stranieri. Ed il marchese di Rialp mostrava di ciò
esserne sì persuaso, che non s'asteneva pubblicamente di dire,
ch'egli metterebbe il suo capo sotto il taglio d'una scure, se mai
gli Spagnoli fossero intricati nella lega che la Francia avea fermata colla
Savoia.</p> 
<p>E con questi discorsi e vane lusinghe, erasene già passato l'anno
1733.</p> 
</div2> 
</div1> 
<div1 type="capitolo"> 
<head>Capitolo nono</head> 
<argument>
<p><hi rend="italic">Anno 1734. Vienna e Venezia.</hi></p>
</argument> 
<p>Cominciarono in questo nuovo anno i miei concatenati dolori a rendersi più
sensibili; i quali, sempre più esacerbandosi, per proprio esperimento mi fecer
conoscere che la fortuna non comincia mai per poco.</p> 
<p>Nel tempo istesso che gli Spagnoli di Vienna persistevano in dire che nella
lega non eravi compresa la Spagna, s'intese che i generali Montemar e
Liria, partiti da Lombardia, eransi fermati nella Toscana, e che ne' campi
intorno Siena il conte di Montemar faceva rassegna delle truppe spagnole, le
quali, sbarcate in Livorno e ne' vicini porti, s'univano insieme per
qualche spedizione. Il luogo dove si rassembravano dava manifesto indizio, che
la spedizione s'indrizzasse al regno di Napoli: ciò che fu tosto avverato,
essendosi saputo che dal papa, non pur se gli era accordato il passaggio per li
suoi Stati, ma destinati fino i commissari per la provvisione di quanto
bisognava all'esercito spagnolo sino a' confini del Regno; e che da
Spagna l'infante don Carlos erasi costituito generalissimo
dell'armata.</p> 
<p>Intanto, in Vienna s'eran fatti e tuttavia si proseguivano gli apparati
di guerra, e s'erano incamminati gli attrezzi militari e le truppe per
Mantua, e tutti gli sforzi erano drizzati in Lombardia, per combattere i
Francesi e Piemontesi, e discacciargli dallo Stato di Milano. Ed il Consiglio
di guerra e tutti i Tedeschi, che si curavan poco del regno di Napoli, e molto
meno di Sicilia, avean persuaso all'Imperadore che tutto lo sforzo dovea
farsi in Lombardia, né scemar i reggimenti, per mandargli in Napoli; poiché chi
era padrone dello Stato di Milano, con facilità potea riacquistar quanto si
fosse perduto in Napoli. E con tanta forza impressero nella mente
dell'Imperadore questo sistema doversi tenere nella guerra d'Italia,
che, quando gli Spagnoli e spezialmente il conte di Montesanto, vedendo ora
l'imminente pericolo che soprastava al regno di Napoli, ebber ricorso a
Cesare vivamente pregandolo che dall'armata destinata per Milano mandasse
in Napoli non più che cinque o sei reggimenti (che tanti basterebbero, con
quelli che ivi teneva il general Carafa per sua difesa ad impedire agli
Spagnoli l'entrata a' confini) l'Imperadore stette fermo, con
rispondergli che non poteva indebolir l'esercito destinato per Lombardia,
dove si dovea principalmente insistere.</p> 
<p>I Napolitani, intanto, cercavan soccorso, ed il marchese di Rialp gli
pasceva di vane speranze. E gridando che almanco vi mandassero le reclute, per
fornire i reggimenti scemati del general Carafa, non si trovò la via nemmeno di
farle giungere a tempo, poiché, avviandole per imbarcarle in Fiume e Triesti,
furon le marce e gl'imbarchi guidati con tali disordini e confusioni,
mancando il bisognevole, che parte rimasero per istrada, parte giunsero quando
il Regno era in mano de' nemici, per restarvi prigioniere. E scorgendo gli
Spagnoli che a' Tedeschi nulla caleva la perdita de' regni di Napoli
e di Sicilia, e più volte sentendo colle proprie loro orecchie le voci di
molti, che sicome erano stati buoni ad esaurirgli, così pensassero ora a
difendergli, il marchese di Rialp pensò, finalmente, ad una difesa pur troppo
ingegnosa e valida.</p> 
<p>Fra l'infinita turba de' Catalani che dimoravano oziosi a Vienna a
spese di Cesare, erano molti scherani e fuorusciti, chiamati
“micheletti”. Di questi ne fece una compagnia, a' quali diede
per capo un famoso catalano, il quale presso di loro era stimato un altro Rocco
Guinart, spezialmente per la perizia negli agguati dentro i boschi e fra le
montagne, ad ingaggiar scaramucce e tender insidie. Fornita la compagnia di
pistoletti ed altre armi, si avviò in Napoli, con fiducia che, posta in agguato
tra' confini, in que' boschi, e scovertasi a gli altri Catalani che
militavano sotto l'infante don Carlos, l'avrebber fatti tutti
disertare; ed accresciuta di numero, avrebbe impedita l'entrata de'
Spagnoli nel Regno. E costò all'Imperadore questa spedizione più
<corr>[che]</corr> se si fosse mandato un reggimento, poiché non si
risparmiò spesa negli abiti, nelle armi e nel bagaglio, che si volle magnifico
e pomposo. E con questo e colle poche truppe, ch'erano in Napoli sotto il
general Carafa, si pretendeva d'impedire l'entrata all'esercito
spagnolo ne' confini del Regno.</p> 
<p>Ma il marchese di Rialp, perché corrispondesse il fine al principio ed
a' mezzi co' quali avea governato il regno di Napoli, volle
terminarlo con una gloriosa azione, che certamente lo renderà, per tutti i
secoli, illustre ed immortale. Scrisse, a nome dell'Imperadore, una
pampinosa lettera alla città di Napoli, nella quale, con circuito di vane
parole, si pretendeva che i Napolitani, dovessero, per mostrare la loro
fedeltà, impedire l'entrata a Spagnoli, a costo non pur delle loro
facoltà, ma del proprio sangue, con sacrificare le lor vite ed opporsi
vigorosamente all'inimico. E — quel che recò stupore —
s'incoraggivano i Napolitani a farlo, con una menzogna manifesta,
scrivendogli che s'era già comandato all'esercito ch'era in
Lombardia di far distaccamento di più reggimenti, per venire a soccorrergli;
trattando i Napolitani da stupidi ed insensati, come se non sapessero che non
vi era tal comando, e, se pur vi fosse, gli sarebbe stato inutile, poiché già
gli Spagnoli erano ne' confini, ed era facile a gli alleati e
d'impedirlo, ovvero, seguitandolo, porlo in mezzo fra le loro truppe e le
spagnole.</p> 
<p>Si sentì allora il marchese di Rialp una risposta fattagli dalla Città, di
poco suo gusto, rinfacciandogli i tanti milioni che si erano esauriti dal
Regno; la cassa militare più volte rifatta per mantenere, per la custodia del
Regno, ventiduemila soldati, e pure non esservene che pochi reggimenti; i tanti
donativi e le sovvenzioni somministrate per le munizioni e fortificazioni
de' castelli e delle piazze, e pure vedersi di tutto sprovviste;
l'aver con somma istanza e premura chiesto soccorso di truppe, in tempo
opportuno che per l'Adriatico potevan mandarsi, né furon mandate; onde i
Napolitani, credendo che fossero abbandonati, sicome presso tutti meriteran
lode e commendazione d'avere fin qui serbata quella fedeltà che doveano
alla maestà di Cesare, così troveranno non pur perdono, ma compatimento, se
abbandonati e posti nell'ultima necessità, prenderanno quel partito che
fosse per riuscir loro più salutare, e che apportasse alla Città e Regno
tranquillità e riposo.</p> 
<p>Questi sforzi, ancorché inutili, che si facevano dagli Spagnoli di Vienna,
per la conservazione de' regni di Napoli e di Sicilia, convincono che non
fossero stati traditori, come comunemente si vociferava e da tutti era creduto,
che intesi colla Spagna, avessero ridotti que' regni così esausti di gente
e di denaro, perché riuscisse facile a gli Spagnoli di sorprendergli. Non furon
traditori, che pur per essi sarebbe, se ben d'infamia, di qualche vanto di
aver saputo, con tant'arte ed industria, venirne a capo: fu tutta loro
presunzione, fasto, albagia, credendo che il solo nome dell'Imperadore
bastasse per conservarli, e che la Spagna non avrebbe avuto mai
quest'ardimento d'assalirgli. Questo concetto gli rese negligenti,
scioperati e quasi che stupidi ed insensati, non avendo questi regni che come
tante lor inesauste borse, né badando che ad estraricchire e cumular tesori; i
quali, però, sicome con avida ed ingorda mano gli rapivano, così,
dall'altra, prodigamente gli profondevano in fasto, in lusso ed in pompose
apparenze; affinché, ancorché fosser in Germania, in Italia, in Fiandra ed in
altri paesi stranieri, potessero gareggiare, anzi sopraffare gli stessi
nazionali, ricchi, potenti e nobilissimi che si fossero.</p> 
<p>A qual fine, <foreign lang="lat"><hi rend="italic">cui bono</hi></foreign>,
dovean essere traditori, quando non potevano sperare dal principe, per cui il
tradimento si facea, se non minima particella del molto ch'essi venivano a
perdere? Potea mai la Spagna compensargli per tante cariche, magistrati,
signorie, ricchezze e tanti lucrosi impieghi, inventati unicamente per
arricchirgli per tante pensioni, soccorsi ed infiniti altri emolumenti,
ch'essi venivano a perdere? Non furon, dunque, traditori; ma quanto
presuntuosi, fanatici, illusi e fastosi, altrettanto sciocchi, da poco ed
inutili, i quali la fortuna l'avea esaltati, non per governare, ma per
esaurire la misera ed afflitta Italia.</p> 
<p>Intanto l'esercito spagnolo (il qual, tra la cavalleria ed infanteria,
era composto di quattordici in quindicimila soldati, se bene altri accrescevan
il numero fino a diciottomila), comandato dal general Montemar, sotto gli
auspici del giovane principe don Carlos, erasi ne' princìpi di marzo
avvicinato a' confini. E proseguendo le marce senza alcun ostacolo,
entrarono nel Regno. E superando il passo di Mignano, ove credevasi trovar chi
glielo contrastasse, s'avanzarono nel mese di aprile a Capua, ove eransi
ritirate le poche truppe alemanne, affinché, unite con quelle del presidio,
potessero difendere quella piazza; la quale bloccata da' Spagnoli, senza
impegnarsi a stretto assedio, passarono oltre, proseguendo le conquiste in
Terra di Lavoro; e giunti ad Aversa la città di Napoli per suoi deputati mandò
a presentar le chiavi al principe don Carlos, che si trovava a Maddaloni.</p> 
<p>Erano usciti già dalla città il viceré, conte Visconti, successore del conte
di Harrac, il general Carafa ed altri comandanti ed ufficiali tedeschi. Questi
si avviarono colle loro truppe verso la Puglia, con intento di conservarla
colle province vicine, e quando non potessero, ritirarsi in Calabria, per
preservare almanco quelle province alla Sicilia prossime. Dall'altra parte
gli Spagnoli, entrati in Napoli senza scompiglio e con somma tranquillità e
quiete di tutti, cominciarono a stringer d'assedio i castelli. Presto se
gli rese quel di sant'Ermo, indi quel dell'Uovo, poi Castelnuovo e
gli altri intorno, rimanendo i presidi tutti prigionieri di guerra. Furon poi
rivolti all'assedio di Gaeta, ed una piazza, un tempo riputata
inespugnabile, in meno di dieci giorni fu resa. Almanco Pescara resisté
quaranta giorni, ed i presidi rimaser tutti prigionieri di guerra. In breve, i
due Abruzzi, Terra di Lavoro, le province di Capitanata e del contado di
Molise, e quelle di Principato citra ed ultra, di repente passaron tutte sotto
il nuovo conquistadore, il quale s'era avviato in Puglia, seguitando la
traccia de' nemici.</p> 
<p>Intesa in Vienna tanta precipitosa ruina, riempì gli animi di molti di
confusione e di spavento; ma sopra tutto degli Spagnoli i quali miravan già da
vicino le imminenti miserie, nelle quali, perduto il regno di Napoli
ch'era per essi la sorgiva più abbondante e copiosa, di necessità dovean
cadere. Fremevan contro il general Carafa, biasimando la sua condotta,
imputandolo vile e codardo, che dovea opporsi al nemico a' confini ed
impedirgli l'entrata e non ritirarsi in Puglia; ed i loro clamori in corte
fecer sì, che il Carafa fu chiamato in Vienna a render conto della sua
condotta, e dato il comando delle truppe alemanne al principe di Belmonte.</p> 
<p>Donde credean sperar salute, trovarono l'ultimo eccidio e ruina:
poiché, premuto questo nuovo generale di dover venire co' nemici a
battaglia, incautamente incontrando l'esercito spagnolo nelle pianure di
Bitonto, dove per le spesse vigne e siepi di macere e folte macchie, che le
confinavano, la cavalleria tedesca si rendeva inutile, senza pensare a farla
smontare, volle attaccar la pugna; che gli riuscì così infelice e vergognosa,
che gli fu d'uopo posar l'armi e rendersi prigionier di guerra, con
gli altri generali ed ufficiali e tutta la milizia. Sicché il conte di Montemar
ebbe il piacere trionfar pienamente del nemico, ed in una azione ridurre tutte
le rimanenti province del Regno — Puglia, Basilicata, Terra
d'Otranto e le due Calabrie — sotto la dominazione del suo
sovrano.</p> 
<p>Del Regno di Napoli non rimaneva altro che la città di Capua, la quale, per
essersi al presidio unite le truppe che s'eran ritirate dal passo di
Mignano, poté lungamente sostener l'assedio; ma essendo destituto il
comandante d'ogni speranza di soccorso, riputò finalmente renderla con
onorate condizioni, poiché il presidio e le truppe che vi erano fu convenuto
che potessero imbarcarsi ne' porti dell'Adriatico, e salve condursi a
Fiume o Triesti.</p> 
<p>Ecco come gli Spagnoli di Vienna si videro, in pochi mesi, volare dalle lor
mani il regno di Napoli, e che il prossimo di Sicilia era per far lo stesso, e
con maggior precipitanza; poiché quel regno, assai più che Napoli, era
destituto ed esausto di forze, di munizioni e di gente. Ed i Siciliani, avendo
innanzi gli occhi l'esempio di Napoli, e che gli Spagnoli aveano ne'
mari di Napoli navi e vascelli bastanti per intraprenderne l'acquisto,
volontariamente si offerirono di ricevergli, e s'intese che avean mandati
lor legati a Napoli, per rendersi; e già Lipari avea inalberate l'insegne
di Spagna, ed i Lipariotti avean unite le loro navi a quelle degli Spagnoli. E
pure chi 'l crederebbe? In tale stato di cose il marchese di Rialp,
essendosi il conte Visconti imbarcato alle marine di Bari e salvatosi ad
Ancona, per indi passare a Triesti e condursi a Vienna, gli scrisse che non si
partisse da Ancona, ma che quivi fermasse sua residenza, attendendo gli ordini
di Sua Maestà per ciò che conveniva di fare intorno al regno di Napoli. E
stando la Sicilia per rendersi agli Spagnoli, fu rimosso il conte di Sastago,
che si trovava ivi viceré, e rifatto in suo luogo il marchese Rubi, catalano, e
mandato in Sicilia, con istruzione che, se mai al suo arrivo trovasse quel
regno essere in mano de' nemici, passasse a Malta, dove aspettasse gli
ordini di Sua Maestà, per ciò che riguardava quel regno. E ciò, perché dalla
sua secreteria si ostentasse ancora che, come prima, si spedivan dispacci
a' viceré di Napoli e di Sicilia. Ma uno risiedeva ad Ancona, e
l'altro dovea regger la Sicilia da Malta.</p> 
<p>Dall'altra parte il conte di Montesanto, presidente, con tutto che non
vi era più che fare per Milano, e molto meno per Napoli, e che da Sicilia
periclitante non venivan più ricorsi, nulladimanco non fece cessar il
Consiglio, obbligando i consiglieri, reggenti e secretari, con gli ufficiali di
secreteria, a venir come prima. I quali, dimandati che cosa andasser ivi a
fare, rispondevano: “a passar quelle ore nella lettura delle gazzette, ed
a discorrere del più e del manco intorno alla guerra presente”.</p> 
<p>Ciascuno da quest'infelice stato, nel quale eransi le cose ridotte,
potrà comprendere qual fosse la mia aggitazione e sbigottimento. Poiché, se
ancora non perduta la Sicilia io sperimentava difficile l'esazione del mio
assegnamento, qual dovea essere infelice il mio stato, quella perduta, quando
non vi era per me speranza alcuna dove altronde potessi trovar maniera di poter
sostentarmi in Vienna? Da Napoli non era da sperar soccorso alcuno, poiché mio
fratello non solamente non era niente disposto per mandarmelo, ma di vantaggio
mi scriveva miserie, e che il nuovo governo spagnolo era sì rigido e severo
contro coloro che aveano corrispondenza di lettere a Vienna, ch'egli con
pericolo si metteva a scrivermi, e che io per non rovinarlo stessi cauto nello
scrivere, e che meglio farei d'astenermene. E ben compresi che fosse per
lui quest'occasione molto acconcia di continuare a godersi della mia roba,
senz'alcun timore di dovermene dar conto. Rivolgendomi a gli amici di
Vienna in questa comune costernazione, trovava, invece di conforto,
disperazione e presagi di maggiori calamità e miserie, e ciascuno procurava in
sì universal naufragio di salvar sé medesimo, non che di prestar aiuto a gli
altri. Dall'altra parte m'atterriva l'infinito numero degli
Spagnoli ch'era a Vienna, i quali tutti viveano sopra i regni di Napoli e
di Sicilia e lo Stato di Milano, e che erano, nelle sovvenzioni, a tutti
preferiti; spezialmente i Catalani, i quali altamente gridavano che sarebber
periti di fame, se l'Imperadore non gli soccorreva.</p> 
<p>E già cominciava a sperimentare che, non perduta ancora la Sicilia, quel
poco mio denaro che dovea pagarmi l'ufficial Llamna, sovente, dal
presidente si convertiva ad altro uso, per supplire a' bisogni di tanti
Spagnoli. E lusingandomi che almanco, essendosi per Sicilia rifatto un nuovo
viceré, i diritti della spedizione de' suoi dispacci e patenti potevan
bastarmi per più mesi, rimasi deluso; poiché, essendo il marchese Rubi
catalano, fu reso franco ed immune d'ogni diritto di spedizione e di
suggello, sicome erano regolarmente franchi tutti gli Spagnoli. Sicché avea
ragion di temere che, anche se la Sicilia non fosse invasa, pure il mio
pagamento mi sarebbe riusciuto difficile; ed in effetto penai non poco, con
esclamazioni e gridi presso il presidente, per esigger due mesate, che per me
furon le ultime e finali.</p> 
<p>Tutti i forastieri, ignari di tutto ciò, partito io da Vienna, in passando
per le lor città si maravigliavano come io fossi stato da dura necessità
costretto di partir da Vienna, per non potermisi somministrare non più che
mille fiorini l'anno per mio sostentamento da tutto un imperadore. Ma
cesseranno di maravigliarsi, se considereranno le circostanze che
accompagnarono l'infelice perdita de' regni di Napoli e di Sicilia e
dello Stato di Milano. Non è — essi dicevano — cosa strana e nuova,
che un monarca venga a perdere un regno o più province: le mondane vicende
spesso cagionano tali perdite; ma non per questo sono abbandonati coloro che
s'han meritata qualche mercede, e che stanno alla faccia del principe,
mantenuti nella sua corte, provvedendosegli, se manca un fondo, altronde, per
loro sostentamento.</p> 
<p>Tutto è vero. Ma il mio fatal destino ha fatto che il caso occorso fosse
nuovo, né altre volte inteso; sicché a me tutto un imperadore non abbia potuto
giovarmi. Ch'era quello che più volte, lagrimando, solea dire: che le mie
sventure erano sì spietate, terribili e potenti, che avean fatto crollare e
cadere a terra le più forti colonne, ov'era io appoggiato e dalle quali
era sostenuto.</p> 
<p>Il caso seguìto è tutto nuovo, né si leggerà nell'antiche o moderne
istorie un simil esempio. Non è mai occorso che un principe abbia sopra di sé
voluto trarre un infinito numero di persone da altrui regni e province, e per
lo corso di tanti anni invitar sempre delle nuove; e, se fosse stato possibile,
di trasportare in Vienna ed in Italia quanti Spagnoli fossero ne' regni di
Spagna, e questi tenerli nella sua corte e nella città di sua residenza, per la
maggior parte inutili; infiniti altri, con uffici, cariche, pensioni ed altre
mercedi, empire i regni di Napoli e di Sicilia e lo Stato di Milano. Tanta
moltitudine si sosteneva sopra i domini d'Italia, donde venivano i grossi
stipendi per mantenere in Vienna il Consiglio di Spagna, numeroso per tanti
reggenti, consiglieri, secretari, e per l'immensa turba di tanti ufficiali
delle secreterie; donde venivano i salari per mantenere la secreteria spagnola
di Stato; donde venivano le pensioni assignate a tanti Spagnoli ch'erano
alla corte, per i quali fu istituita una delegazione a parte, invigilando
perché le fossero puntualmente pagate; donde venivano le diarie ed altre
sovvenzioni destinate all'infinita altra turba di Spagnoli ch'erano
in Vienna, inutili, senz'impiego ed oziosi, tenuti unicamente per far
letame ed accrescer numero; e donde, finalmente, veniva il denaro per
soccorrergli nelle doti per le loro figliuole e sorelle, ne' viaggi, nelle
infermità, funerali, ed infino alle spese voluttuose.</p> 
<p>La borza, che si credeva dover essere sempre sicura ed inesausta, era la
misera Italia; poiché dalla Fiandra poco era da esaurire, e quel poco appena
bastava per mantenere il Consiglio di Fiandra, composto per la maggior parte di
Spagnoli stessi. Ne' regni d'Ungheria e di Boemia non vi era niente
che fare, poiché oltre essere caricati di pesi ed assignamenti, i nazionali si
facevan valere i loro diritti e prerogative di non ammettere forastieri a parte
delle rendite che provenivano da' loro paesi. Lo stesso era in tutti gli
altri Stati austriaci ereditari, i quali nemmeno bastavano a supplire i pesi e
le pensioni antiche ond'erano caricati, e sovente mancava il denaro per i
salari degli Austriaci stessi, ed altri ch'erano in corte nell'attual
servizio dell'Imperadore. Perduti adunque sì miseramente gli Stati
d'Italia, che era l'unico fonte perenne onde derivavan l'acque
per estinguer la sete di tanti, non vi era altronde da supplire una sì grave e
ruinosa perdita. Né bastavano piccioli torrenti o rivi, ma bisognavan altri
ampi ed inesausti fiumi, per compensarla.</p> 
<p>Infinite altre volte è accaduto che, perdutasi una provincia o un regno, non
sia riuscito al principe molto difficile d'accomodar altronde le persone,
ch'erano nella sua corte impiegate negli uffici riguardanti i paesi
perduti, perch'eran poche; e, quando mancassero impieghi, sovvenirgli
intanto con pensioni o altri soccorsi. Quando, sotto il re Filippo IV, la
Spagna perdé il regno di Portogallo, a' Portoghesi ch'erano in Madrid
e negli altri regni di Spagna impiegati, se gli diede licenza di tornarsene
ne' loro paesi, onde venne Madrid a sgravarsi; e que' a' quali
non era sicuro il ritorno, essendo pochi, fu facile provvedergli o d'altro
impiego, ovvero di pensioni, per loro sussistenza. La Spagna istessa, perduto
nel 1706–07 lo Stato di Milano ed il regno di Napoli, e poi quello di
Sicilia e di Sardegna, abolì tosto il Consiglio d'Italia, ed a'
nazionali che vi erano impiegati diede licenza d'andarsene alle lor case;
e gli altri, ch'eran pochi, fu facile impiegare negli altri Consigli, a
somiglianti cariche.</p> 
<p>Ma tutto altro fu il caso presente di Vienna. Non si trattava di pochi, ma
d'un numero infinito di Spagnoli, de' quali, parte o non potevano per
tema di non incontrar peggio, parte non volevan tornarsene in Ispagna ne'
loro paesi, dove molti non aveano né ciel che gli coprisse, né terra che gli
sostenesse. Ed avvezzi all'abbondanza e fasto, col quale eransi fin qui
mantenuti, non volevano essere di ludibrio, tornando miseri e tapini, a'
loro compatriotti; e pretendevano che l'Imperadore, per gratitudine della
loro fedeltà in aver seguìto le sue parti, dovesse soccorrergli. E
dall'altra parte l'Imperadore mostrava d'averne tutto il
compatimento, e che non gli avrebbe abbandonati; onde non solo non si vedeva
scemare in Vienna il lor numero, anzi accrescersi; poiché tutti que' che
erano impiegati in Napoli ed in Sicilia e volevano mostrarsi zelanti al suo
servizio, lasciate le lor cariche, venivano a Vienna, con certa fiducia che
l'Imperadore l'avrebbe accolti e mantenuti.</p> 
<p>All'incontro, a' Milanesi, Napolitani e Siciliani se gli dava
facile e presta licenza che se ne tornassero a' loro paesi, anche a
que' che avean in quest'occasione prese l'armi per Cesare;
apertamente facendosegli sentire, che l'Imperadore non poteva compensargli
delle perdite che avrebbon fatte de' loro feudi e beni, rimanendo al suo
serviggio, né poteva mantenergli o impiegargli altrove. E ciò perché gli
Spagnoli fosser soli, né avesser compagni che potessero scemargli le
sovvenzioni secrete che speravano. Soli a' due reggenti nazionali, un per
Napoli e l'altro per Milano, non se gli dava licenza di tornarsene,
ancorché non tirasser soldo; poiché non si voleva così presto dismettere il
Consiglio di Spagna, e, per quel di Milano, durava la lusinga che presto si
sarebbe lo Stato ricuperato.</p> 
<p>I Napolitani ch'erano a Vienna, quasi tutti, nel mese di maggio,
tornaron in Napoli alle lor case. Io, ancorché niente più esiggessi dalle mie
mesate, e la Sicilia, se non perduta, fosse presto per perdersi, con tutto ciò
mi restai, volendo sperimentar l'ultimi rimedi e veder l'evento delle
cose di Lombardia, lusingandosi molti che, avendo il general Mercì passato il
Po, sarebbe in istato di venir a battaglia coll'esercito nemico e
riportarne vittoria, onde forse si sarebbe cangiato sistema alle cose
d'Italia. Riuscir<corr>[on]</corr> anche vane queste lusinghe,
poiché la battaglia di Guastalla e l'altra di Parma ebber contrari
successi; e sempre più di Sicilia venivan ree novelle: essere disposta a
rendersi, sicome, all'apparir dell'armata navale spagnola, tosto
Palermo fu resa, e così, di mano in mano, facevan l'altre città e piazze
di quel regno.</p> 
<p>Mi rivolsi finalmente ad implorar aiuto e consiglio dagli amici e da
que' ministri, che credetti potermi giovare presso la maestà
dell'Imperadore, manifestandogli il mio infelice stato e la poca sicurezza
che, tornando a Napoli, avrei avuta dalle persecuzioni della corte di Roma, ora
che quel regno era in mano degli Spagnoli; i quali, per gratitudine
d'avergli Sua Santità facilitato l'acquisto, e l'infante don
Carlos tenendo in sua corte il principe Corsini, nipote del papa, dichiarato
suo cavallerizzo maggiore, non volessero sacrificarmi ed espormi alla ira ed
indignazione di quella corte.</p> 
<p>Trovai presso tutti compassione e dispiacenza del mio ritorno a Napoli; ma
la costernazione era presso tutti sì grande, che niuno, in tanta afflizione e
miseria nella quale eransi le cose ridotte, fidavasi o poteva trovarci rimedio,
sapendo che io sarei stato assorbito dall'infinito numero di tanti
famelici Spagnoli, a' quali bisognava dar alimento. Non potei in
quest'estremo mio caso giovarmi del principe Eugenio, il quale, aggravato
da moleste cure, era tutto inteso alla spedizione dell'esercito,
ch'egli dovea comandare al Reno, per fronteggiare a' Francesi ed
impedirgli da quella parte nuovi acquisti.</p> 
<p>Non tralasciai rivolgermi a gli Spagnoli stessi, se ben sapessi che tutto mi
sarebbe riuscito inutile; e più volte pregai il conte di Montesanto,
presidente, che vedesse non dimenticarsi di me, ne' soccorsi che si davano
a' Spagnoli. Trovai sì bene compatimento, ma da non sperarci niente,
poiché non vi era nemmen per essi tanto che potesse bastare. Fui dal marchese
di Rialp, che trovai pur troppo diverso da quel di prima, tutto abbattuto e
costernato, il quale tant'era lontano di potermi aiutare, che piuttosto mi
consigliava a ritirarmi, sicome dicea ch'egli stesso avrebbe fatto, per
viver in pace que' pochi anni di vita che gli restavano.</p> 
<p>Ma ciò che, in fine, fecemi perdere ogni speranza e pensar daddovero a
ricovrarmi come potea meglio altrove, fu il cavalier Garelli, nel quale, in
vece di conforto, trovai maggior sbigottimento e costernazione. Egli, che come
bibliotecario e come primo medico della persona dell'Imperadore e
dell'Imperadrice frequentava spesso la corte, ed era ben veduto non men
dall'uno che dall'altra, sapendo la confusione e disordine che vi era
dentro, mi disse che, s'egli fosse solo e non si trovasse con tre piccioli
figliuoli, due femmine e un maschio, scapperebbe anch'egli, per non vedere
tante desolazioni, e non essere spettatore di disordini, che prevedeva in
Vienna dover succedere, per tanti Spagnoli, che, finalmente, dovean vivere; e
non essendovi donde provvedergli del necessario alimento, erano esposti i
Viennesi a mille insulti e pericoli. Che egli, perché mancavano alla biblioteca
le sovvenzioni che venivano da Napoli, Sicilia e Milano, avrebbe detto
all'Imperadore di voler licenziare i custodi ed altri ch'eran ivi
impiegati, e di serrarla e portargli le chiavi, affinché ognuno da ora pensasse
di provvedersi altrove d'altro impiego, prima che venissero a mancargli i
salari. Onde, come buon amico, mi consigliava a partire, e ricovrarmi come
meglio poteva in Napoli, giacché la dura necessità mi costringeva a farlo, per
non morir in Vienna, con gli altri, di disagio e di fame. Né bisognava più
lusingarmi che l'Imperadore potesse altronde assignarmi
l'equivalente; poiché si era arrivato a tale estremità, che nemmeno quelli
ch'erano nell'attual serviggio in corte, ed i medici stessi della
persona dell'Imperadore erano pagati per più quartali dei loro salari;
avvanzandosi di vantaggio a dirmi che prima, a' tempi dell'imperadore
Liopoldo e Giuseppe, che non aveano l'Italia, si vivea in Vienna meglio e
sempre in abbondanza e dovizia, ed i costumi de' Viennesi eran più
sinceri, leali e probi; ma che poi, sotto questo Imperadore, con tutta
l'Italia e Fiandra, le miserie eran cresciute insieme co' vizi e
dissolutezze, per tanti Spagnoli venutici; i quali, profondendo i tesori che
gli venivan d'Italia, aveano ogni cosa corrotta, resi carissimi i prezzi
delle robe, le piggioni delle case, i salari de' servidori e delle serve,
e tutto. E che a' Viennesi niente importava la perdita d'Italia, ma i
mali che temevan eran per gli Spagnoli, che ci restavano; poiché, se
coll'Italia avessero anche perduto gli Spagnoli, questo per essi sarebbe
stato acquisto, non perdita.</p> 
<p>Or, chi mi dava questi consigli e mi esortava a partire era persona colla
quale, io, per undici anni continui ne' quali era dimorato a Vienna, avea
procurato mantenermi in una stretta amicizia, frequentando spesso la di lui
casa. Ed egli mostrava meco tanta affezione e confidenza che, dovendo seguire
l'Imperadore e l'Imperadrice, quando si condussero a prendere le
acque di Carlspak in Praga, e poi a Linz, non ostante che lasciasse suo padre,
vecchissimo, gravemente infermo e con poca speranza di trovarlo vivo al suo
ritorno, a niun altro che a me raccomandò che doversi assisterlo; e di
avvisargli in ogni settimana del suo stato; sicome, durante la sua assenza, che
non fu meno di sei mesi, feci con tutta esattezza — e Dio si compiacque
di farlo vivere fino al suo ritorno, ed alquanti mesi dopo — di
ch'egli mostravasi meco tanto obbligato e soddisfatto. Era persona alla
quale niente era in corte ascoso e che sapeva gl'intimi penetrali di
quella e quanto valesse; ma, sopra tutto, persona cotanto doviziosa e ricca,
che al vasto suo patrimonio aggiunta l'eredità opulentissima lasciatagli
dal padre, comunemente si credea che possedesse per almanco mezzo milione di
fiorini.</p> 
<p>Or, chi non si sarebbe sgomentato, sentendo da un tal uomo sì infelici
pronostici di mali più gravi che soprastavano? Io gli risposi che mi sarei
appigliato a' suoi consigli, ma lo pregava che, prima di dar questo passa,
mi facesse la grazia, avendo sì spesse occasioni di parlare alla maestà
dell'Imperadore, che per me lo pregasse; e se mai non vi fosse speranza
d'altra soccorso, che mi desse permissione di tornarmene in Napoli, o dove
il mio fatal destino m'avrebbe condotto. Mi promise di farlo, e finalmente
n'ebbi questa risposta: che avendone parlato con Sua Maestà, mostrò
rincrescergli la mia partenza, ma che bisognava cedere al tempo; ch'egli
avea, per ciò, fatto intendere al conte di Conversano, al principe di Ottaiano
ed altri Napolitani, che avean prese per lui l'arme e che si trovavano a
Venezia, che tornassero in Napoli alle lor case; e che, se le cose cambiassero
aspetto, non si sarebbe dimenticata della loro divozione e lealtà usata verso
di lui.</p> 
<p>Questa fu la scure che recise tutte le mie speranze. Sicché mi determinai a
partire, e lasciando Vienna per dura necessità, espormi alla discrezione
de' miei persecutori, incolpando la mia rea sorte, che avea permesso che,
per altrui trascuraggine, sciocca presunzione e stupidezza, venisser a mancarmi
le più forti colonne, ond'io era sostenuto.</p> 
<p>Intanto tirava avanti in Vienna a mie proprie spese; e finito quel poco
contante che avea, non mi rimaneva altro ricorso, se non dar di piglio al
capitale de' mille fiorini, che teneva nel banco della città. Tentai di
vender qualche libro della mia picciola biblioteca, che a poco a poco avea
accresciuta al valore di circa mille altri fiorini; ma per l'universal
costernazione, o non si trovavano compratori, essendosi tutti ristretti nelle
spese, o pure bisognava buttargli per vilissimo prezzo: ciocché non volli fare.
Adunque, pensai di valermi di parte di quel capitale; ed essendo già entrati
nel mese di giugno, mandai al banco, per riscuoterne duecento fiorini. E mi fu
risposto che, correndo tutti a prendersi i loro capitali, si era dato ordine di
non restituirgli, poiché altrimenti il banco sarebbe fallito; ma che si desse
un poco di tempo, che fra breve i capitali piccoli sarebbero interamente
restituiti, ed i grossi, parte a parte, con qualche intervallo di tempo.</p> 
<p>Cominciava già co' propri occhi a vedere le miserie presaggite;
ciascuno dalle grandi abbitazioni passava alle picciole; chi di qua levava la
carrozza, e chi di là scemava il numero de' servidori e delle serve. Non
vi era da sperar da altri soccorso; anzi, in vece di conforto, si trovavano
guai peggiori, lamenti e finimondi. Ma il maggior mio cordoglio e 'l
dolore che amaramente mi trapassava il cuore, era il vedere la mestizia e
l'afflizione delle mie ospiti, le quali né potevano esser da me soccorse,
né io dalla lor povertà potea sperarne aiuto.</p> 
<p>Tentai infine ogni mezzo, passato come Dio volle il mese di giugno, che, con
molti impegni d'amici, mi fossero restituiti dal banco, nel mese di
luglio, seicento fiorini. Così respirai; e pagato il piggione ed il salario del
servidore e delle serve, mi determinai partire verso la fine dell'entrante
mese d'agosto. Avrei potuto tirar la mia dimora in Vienna l'imminente
inverno; ma sempre più le cose peggiorando, e pensando che, prolungandola fin
alla ventura primavera, io mi avrei consumato il contante e ridottomi in istato
di non aver denaro per un sì lungo viaggio, fu dura necessità di affrettarlo
quanto più presto si potesse. E dovendomi condurre a Napoli per la via di
Triesti, ed imbarcarmi ivi, e per l'Adriatico far la strada di Venezia e
di là portarmi a Manfredonia, non voleva che la stagione si avanzasse tanto,
sicché quel mare si rendesse infesto e procelloso.</p> 
<p>Trovai, per buona sorte, per compagno l'abate Cusani, mio amico, che
ritornavasene pure a Napoli facendo la stessa strada, il quale non poco mi
alleggerì la cura e l'incomodo del viaggio.</p> 
<p>Avvisai intanto a Napoli a mio fratello la dura necessità che mi costringeva
di ritirarmi, e vivere que' pochi anni che mi restavano a me stesso, nella
solitudine di “Due Porte”, dove io pensava, fuor d'ogni umano
consorzio, finire i miei giorni; il quale, nel tempo stesso che mostrava di
compatirmi, non poté nascondere la dispiacenza che avea del mio ritorno, come
quello che avrebbe dissipati tutti i mal concepiti disegni sopra la mia
roba.</p> 
<p>Non mancai di prender congedo da' ministri del Consiglio di Spagna e
dal presidente, i quali, compatendo il mio caso, deploravano sé stessi e lo
stato infelice nel quale eransi ridotte le cose, che non pativa alcun rimedio;
sicome feci con tutti gli altri buoni amici, i quali accrescevano maggiormente
la mia afflizione, mostrando di questo mio partire intenso dolore e somma
dispiacenza. Infra gli altri, l'amatissimo Forlosia, il caro Gabriel
Longobardi, medico della persona dell'Imperadore e mio affettuosissimo
amico, ed il dotto, savio e gentile Bernardo Lama, di cui io ammirava non meno
la somma perizia delle lingue, che la profonda dottrina in tutte le più serie
scienze che adornavano il suo bell'animo. Solo il cavalier Garelli, come
se si togliesse dalle sue spalle un grave peso, mostrò del mio partire non già
dispiacere, ma contento; o perché vedesse allontanarmi dalle miserie che
presagiva, ovvero perché temesse, essendo quanto ricco altrettanto avaro, non
dovess'io, ne' miei bisogni, incomodarlo con chiedergli soccorso. Il
tempo, scopritore del vero, forse ne manifesterà le vere cagioni.</p> 
<p>Intanto, io ricuperai dal banco i restanti quattrocento fiorini; ed intorno
a' libri, vedendo che avrei dovuto gittarli per ritrarne qualche somma,
stimai meglio portarli meco; e fattigli ben accomodare in casse, gli stradai
per Triesti. Tutti i mobili e suppellettili delle mie stanze gli lasciai alla §
<hi rend="italic">Fraile</hi> Ernestina di Laxenhoffen, per gratitudine
dell'amore e sollecitudine che teneva di me e delle cose mie, e per
compensarla in parte de' tanti incomodi presisi per me con tanta affezione
e cordialità, che, nell'età mia avanzata e bisognosa d'affettuosa
cura, non avrei potuto ottener maggiore se fossi stato fra' miei più
stretti congionti.</p> 
<p>E la gratitudine che le devo e gli obblighi che le professo, mi costringono
ad averne perpetua ed indelebil memoria. Né fin che io viva, o lontananza di
luogo o lunghezza di tempo, né le tante persecuzioni, angosce e patimenti
sofferti han potuto, o potranno cancellar dalla mia mente le sublimi virtù sue
ed i suoi innocentissimi costumi. E credo fermamente che, grande che fosse
l'affezione che io le porto, non m'inganni, né ingrandisca fuor del
vero l'eminenti e rari suoi preggi, ed oso dire che poche, a' dì
nostri, possino pareggiarla, almanco di quante, nel corso di mia vita, ho avuta
opportunità di conoscere in Germania ed in Italia.</p> 
<p>Ravvisava in lei una somma pietà, non tralasciando, l'ore mattutine,
alzata di letto, impiegarle in divote orazioni, e dopo, portarsi in chiesa ed
intervenire al sacrificio della messa; indi, ritirata a casa, con indefessa
applicazione regolare le cose domestiche ed attendere a' suoi lavori.
Nelle domeniche ed altri giorni festivi cessavano le opere manuali, ed era
tutta intesa o nelle chiese ad ascoltar le prediche, o in casa a leggere e
rileggere la Scrittura santa del vecchio e nuovo Testamento, che teneva
tradotta in lingua alemanna; ed erane così istrutta, che sovente, conferendo i
passi ed i luoghi allegati da' predicatori, né trovandogli conformi,
notava gli abbagli, desiderando in quelli maggior memoria ed accuratezza.
Riponeva in Dio ogni sua fiducia, ed in Giesù Cristo, come unico e solo
mediatore fra Dio e gli uomini, e de' santi avea quella venerazione che
lor deesi, come a' servi di Dio ed imitatori di Cristo.</p> 
<p>Verso madama Laxenhoffen, sua madre, aveva un rispetto ed una riverenza sì
grande, che anche i di lei difetti, con l'altre due sorelle, qualificava
per leggieri e degni di compatimento; sicché dovessero pazientemente
tollerarli, ed amarla e rispettarla, come lor madre. La concordia ed union
d'animo fra di loro era mirabile. Sembravami che uno spirito reggesse i
tre loro corpi. Non vidi mai nascer fra di loro briga o contensione alcuna. E
la <foreign lang="ger"><hi rend="italic">Fraile</hi></foreign> Ernestina,
ancorché fosse minore a riguardo della prima, con tutto ciò questa, per
l'eccellenti virtù che ammirava in lei, volentieri la secondava; ed
all'incontro ella, con moderazione, senz'abusarsene, valevasi di
quella subordinazione, che tutti di casa le mostravano. Ed a ragione il
facevano, poiché, per accuratezza, sollecitudine ed abilità, bisognava che
tutti le cedessero. Ella nell'economia e governo di casa, ne' sottili
e delicati lavori delle dita, nelle maniere gentili e cortesi, nella soavità
delle parole e nel tratto, non avea pari; sicché tirava l'amore di quanti
avean occasione di trattarla, e dalle serve stesse era non più temuta, che
amata e rispettata.</p> 
<p>Ma, sopra tante virtù che l'adornavano, s'innalzava in lei la
fortezza d'animo, in pazientemente tollerare le mondane sciagure, dalle
quali sovente si vide premuta e quasi che oppressa. Ella soffrì, dopo la morte
del vecchio Plekner, suo avo, le miserie più estreme che possano accadere
a' più disgraziati uomini della terra, che, in narrandole, non poteva non
trarre dalle bocche e dagli occhi de' più duri se non sospiri e copiose
lagrime; ma la tolleranza con la quale le sosteneva, fu maggiore delle calamità
sofferte, sempre confidando in Dio, fervorosamente pregandolo che le desse
forza in sostenerle, quando non gli piaceva di darle fine. Da ciò avvenne, che
verso i poveri e bisognosi era sì misericordiosa e benefica, che sovente
toglieva di sua bocca il cibo, per somministrarlo ad essi; e solea dire che
niuno sapeva meglio aver compassione degli afflitti, se non quelli, i quali
aveano provato quanto fosse terribile la faccia della miseria, e ne' loro
bisogni avean trovato chi gli desse aiuto e conforto.</p> 
<p>Or come io, commemorando queste insigni virtù che l'ornavano, potrò
contenermi dalle lagrime, avendomi il duro mio fato diviso da persona cotanto
cara ed amabile, ed averla dovuto lasciare, forse in pericolo di non tornar
all'antiche miserie, senza che io, da sì lontani paesi ov'era
incamminato, potessi sovvenirla e sottrarla da qualche necessità, dove il suo e
mio crudel destino potesse condurla?</p> 
<p>Ciascuno da ciò potrà comprendere qual fosse stato il nostro comun dolore
per una sì dura divisione, e qual fosse stata la mia indignazione in maledire
coloro che furon cagione di tante confusioni e disordini; poiché tanti mali non
da altro provenivano che dalla lor sciocchezza, fatuità e pazza presunzione ed
alteriggia. Bisognò adunque cedere a' fati, e l'unico mio conforto
era la di lei sperimentata costanza, la quale, sicome l'avea fatto
pazientemente soffrire le passate sciagure, così coraggiosamente sostenesse le
presenti. Ed ella era disposta di farlo, tanto maggiormente che io le promisi
che, in qualunque luogo io fossi, non avrei mancato soccorrerla ne' suoi
bisogni, per quanto la mia fortuna e le poche mie forze avrebber permesso;
sicome non mancai, non solo prima di partire, ma dimorando a Venezia, di
confermare co' fatti queste mie sincere e leali promesse.</p> 
<p>Partii coll'abate Cusani da Vienna, a' 29 di agosto di
quest'anno 1734, dopo esserci dimorato undici anni e tre mesi. E
ritornando per la medesima strada di Gratz e Lubiana giunsi, dopo dieci giorni
di cammino, a Triesti; dove dimorati due dì, fin che non si trovasse imbarco,
fatte trasportare le casse de' miei libri sopra una peota veneziana, ci
avviammo per Venezia. E ci riuscì così infelice questo, ancorché breve, viaggio
marittimo, che ci convenne due giorni fermarci in un canale dentro le lacune
prossime a Caurli, poiché il vento contrario c'impediva prender mare, per
condurci a' porti di Venezia. Finalmente, cessato il vento dopo tre notti
di patimenti, si proseguì il viaggio, e si giunse a Venezia a' 14 di
settembre; e fummo dal padron della peota condotti nelle stanze d'una
locandiera, alla casa detta “della Verona”.</p> 
<p>Quivi, malconcio da' sofferti patimenti di quelle tre notti in mezzo
alle lacune, cominciai ad infermarmi; ed avendo fatte condurre le casse
de' libri nella doana, affinché non si aprissero dovendo essere
trasportate altrove, attesi a ristabilirmi in salute nel meglio che poteva, e
sollecitare la partenza per Manfredonia, prima che, avanzandosi la stagione, i
tempi non ci rendessero pericolosa, o almanco più incomoda la navigazione. Per
far ciò, due cose bisognavano: trovar comoda nave che ci conducesse, ed
ottenere dall'ambasciador di Spagna, residente a Venezia, i passaporti;
sicome gli altri Napolitani facevano, volendo condursi nel regno di Napoli,
passato già sotto la dominazione di Spagna. Ristabilitomi alquanto, mi portai
dall'ambasciadore, ch'era il conte di Fuenclara. Gli dissi chi io
era, e narrandogli i miei successi e la dura necessità che mi costringeva a
ritirarmi a Napoli, lo pregai concedermi il passaporto, siccome faceva a gli
altri Napolitani. Con molta cortesia e gentilezza si offerì di darmelo, e che
avrebbe imposto al secretario di spedirmelo; anzi, occorrendo ne' dì
prossimi di dover celebrare nel suo palazzo il compleanno del principe
d'Asturias, m'invitò la sera d'intervenirvi, ed a godere
de' rinfreschi e di una scelta musica che avea fatto preparare.</p> 
<p>Le resi molte grazie, e promisi che non avrei mancato d'adempire al mio
dovere e di godere delle benignissime sue grazie; siccome ci andai, ed ebbi
l'opportunità di incontrarmi ivi col principe Trivulzi e col marchese
Visconti, che io avea conosciuto a Vienna, col marchese Valignani, col duca di
Mondragone ed altri nostri Napolitani; ed ebbi la fortuna di conoscere
l'ambasciador di Francia, il quale mi usò gran gentilezze e cortesie.</p> 
<p>Nel tempo stesso, saputosi a Venezia il mio arrivo, essendomi una mattina
portato nella piazza di San Marco, mi vidi, fuor d'ogni mia aspettazione,
circondato da un gran numero di gentiluomini; tutti salutandomi per nome, e
l'uno additandomi all'altro, concorrevano per vedermi e farmi
esibizioni così affettuose e gentili, che io, pieno di confusione, appena
bastava a rendergli grazie ed a rispondere alle tante domande che mi facevano,
spezialmente della mia partenza da Vienna, e dove pensava incamminarmi.
Déttagli la cagione, ed il mio intento di ritirarmi in Napoli e vivere
que' pochi anni che mi restavano a me stesso ed a' miei studi,
cominciarono a pregarmi che io rimanessi presso di loro, ché non mi sarebbe
riuscita ingrata la dimora in una città dove, per la mia <hi rend="italic">Istoria civile</hi> che teneano riposta nella loro pubblica
biblioteca, il mio nome erasi reso cotanto chiaro ed illustre; e che non poteva
altrove trovar quella stima, che i Veneziani avrebbero avuto della mia persona.
E replicandogli che la mia età avanzata dovea ormai farmi pensare ad un onesto
ritiro, non per questo cessavano l'insistere che io non partissi.</p> 
<p>Ed erami non men di confusione che di stupore il vedere che, camminando per
le strade, non vi era gentiluomo col quale io m'incontrava, che non mi
salutasse per nome, e non si fermasse per parlarmi. Se passava per la strada
de' librari, si affollavan tutti per conoscermi, ed ogni cittadino
mostrava la stessa curiosità; e sempre che io era nella piazza di San Marco, si
tornava allo stesso. Sicché, rincrescendomi di vedermi sempre esposto a gli
occhi di tanti, che sovente m'impedivano di far i fatti miei, dissi
all'abate Cusani che affrettasse il padron della nave, col quale si era
già convenuto del nostro imbarco per Manfredonia, e procurasse di far
trasportare le casse de' libri e l'altre robe su la nave, per
partire. Ma colui, anche dopo il trasporto della roba, prolungava la partenza,
ora, come sogliono i marinari, perché il vento non era propizio, ora sotto
altro pretesto.</p> 
<p>In questo, vennemi a parlare Domenico Pasqualigo, gentiluomo veneziano di
famiglia tanto antica quanto illustre, e fratello del riformatore degli studi
di Padoa, dicendomi che, vacando in quella università la cattedra primaria del
<foreign lang="lat"><hi rend="italic">ius</hi></foreign> civile, i riformatori
volentieri l'avrebbero a me conferita, pur che fosse di mio piacere, e
che, a mio riguardo, avrebbero accresciuto il soldo, affinché io non partissi
da Venezia, poiché la Repubblica cercava ogni mezzo, per avermi a' suoi
stipendi.</p> 
<p>La resi molte grazie dell'offerta, ma che con somma mia dispiacenza non
poteva accettarla. Poiché, se bene la mia professione d'avvocato mi
obbligasse di sapere il <foreign lang="lat"><hi rend="italic">ius</hi></foreign> civile, sicome non ne era ignaro,
nulladimanco, non avendolo mai come lettore insegnato nelle cattedre, mancavami
l'esercizio; ed ora, ch'era d'età avanzata, pareami difficile di
poterlo fare con quell'esattezza e magistero, che si converrebbe in una sì
degna università, ornata di tanti illustri professori; e la mia vecchiaia non
permetteva di affaticarmi in un mestiere, che per me sarebbe nuovo, nel quale
ci sarei riuscito, pur troppo, infelice ed infacondo. Ma che io, costretto da
tanta beneficenza ed affezione, ancorché fossi deliberato di ritirarmi, con
tutto ciò, per mostrar gratitudine e corrispondere ad un tanto favore, io
offeriva ogni mia opera, che fosse propria della mia professione e de'
miei studi, e di rimanermi, impiegandomi in altre cariche, che fossero a me
proporzionate e di maggior servizio della Repubblica.</p> 
<p>Questa mia moderata e sincera risposta crebbe maggiormente presso que'
gentiluomini la mia stima ed il desiderio di ritenermi; sicché, soddisfatti
delle mie ragionevoli scuse, ancorché trattenessero più mesi di provveder ad
altri la cattedra, si posero a pensar altre occasioni di mio accomodamento, nel
caso volessi fermarmi a Venezia. Intanto, non cessavano a gara onorarmi ora con
visite, ora con inviti alle loro tavole, ora in condurmi a scocirc(ô)rre le
cose più rimarcabili della città e più magnifici edifizi delle chiese, conventi
e de' superbi loro marmorei palazzi, ed ora nelle splendide e sontuose lor
feste.</p> 
<p>Mentre io mi tratteneva a Venezia, ecco che l'ambasciador di Spagna mi
manda ad avvisare che io differissi la partenza, per nuovo accidente
sopragiunto. Ed essendomi portato dal medesimo insieme col marchese Valignani,
per saperne la cagione, mi disse ch'eragli stato proibito di darmi
passaporto per Napoli, finché non ricevesse lettera dal conte di Santo Stefano,
primo ministro dell'infante don Carlos in Napoli, per sua regola. Rimasi
sorpreso della novità; e poiché dall'ambasciador di Francia residente in
Venezia riceveva continui favori, sovente invitandomi seco a pranzo, fui a
pregarlo, che se mai sapesse donde fosse venuta tal novità, non volesse
nascondermela, per mia istruzione. E mi palesò che l'ambasciador di Spagna
avea ricevuta lettera da Roma da monsignor Ratto, vescovo di Cordova, che si
trovava allora in Roma ministro del re di Spagna, colla quale se
l'imponeva a non darmi passaporto per Napoli, se prima non ne avesse
avviso dal conte di Santo Stefano.</p> 
<p>Compresi subito che il colpo veniva dalla corte di Roma; la quale, sicome
mal soffriva la mia dimora nell'imperial corte di Vienna, non voleva che
io tornassi in Napoli, temendo forse che io, nella corte d'un nuovo
principe, non fossi adoperato e somministrassi materia di nuove brighe e
contese giurisdizionali. Nel che molto s'ingannava, poiché io né presso
quella corte avea alcun merito o stima che volesse valersi della mia persona,
né mi ritirava in Napoli, se non per vivere a me stesso, in una solitudine.</p>

<p>La mia partenza da Vienna, sicome la cagione, erasi resa a tutti palese e
manifesta; ed il nunzio Passionei immantinente l'avvisò in Roma, colle
minute circostanze del cammino preso per Venezia, per avere il passaporto per
Napoli, sicome gli altri Napolitani, che partivano da Vienna, facevano. E, ciò
facendo, credette fare un'opera egreggia e meritoria, adempiendo il dovere
del suo ufficio, il quale, secondo il concetto che n'avea papa Benedetto
XIII, in queste cose consiste e si riduce. Sicché in Roma si ebbe tempo di
poter circonvenire quel ministro e, come nuovo e che di me, forse, e della mia
<hi rend="italic">Istoria</hi> non avea notizia alcuna, descriverla come si
facea con quelli che non l'avean letta, per empia ed eretica, ed il suo
autore per non meno empio e miscredente.</p> 
<p>Né io mi lusingava che le stesse arti maligne non si fossero adoperate col
conte di Santo Stefano in Napoli, sicché dal medesimo non s'avesse da
ricevere un simile divieto; sicome l'evento il dimostrò. Poiché non
passarono molti giorni, che l'ambasciador di Spagna ebbe lettera da Napoli
dal conte, che mi negasse il passaporto. Anzi seppi dapoi, che avea mandati
ordini a' confini del Regno a' comandanti di quelle piazze, che,
ancorché fossi munito di passaporti de' ministri di Spagna o di Francia,
non mi lasciassero entrare nel Regno.</p> 
<p>Non meno l'ambasciador di Spagna che quello di Francia rimaser sorpresi
della proibizione che si faceva ad un naturale del Regno di non potersi
ritirare in sua patria, quando di là non era uscito bandito o esiliato, ma per
portarsi all'imperial corte di Vienna, a' piedi dell'Imperadore,
allora suo sovrano, dal quale era stato benignamente accolto e mantenuto nella
sua corte, con assignargli certo stipendio; dov'era dimorato per undici
anni e tre mesi, e che ancor ivi sarebbe, se la mutazione de' domini e
Stati d'Italia non avesser cambiate le cose; e che se, portatosi a
Venezia, si faceva da quella Repubblica ogni sforzo per ritenerlo e non farlo
partire, ora dovesse impedirsi il ritorno alla sua propria patria, e non per
altro, se non per compiacere alla corte di Roma, che non lo voleva in Napoli.
Da ciò mosso, l'ambasciador di Spagna, compatendo il mio caso infelice,
m'incoraggì a star di buon animo, ch'egli ne avrebbe scritto alla
corte di Madrid, e che io formassi un pieno memoriale alla maestà del re di
Spagna, Filippo V, che l'avrebbe trasmesso ed accompagnato con le sue
lettere alla corte, e scritto al primo ministro Patigno (di cui egli avea la
nipote per moglie) il torto che mi si faceva d'impedirmi il ritorno a
Napoli. Di che io gli resi molte grazie, e promisi portargli il memoriale.</p> 
<p>Intanto, per una sì improvvisa novità, mandai a tocirc(ô)r le mie robe e le
casse de' libri dalla nave, e procurai, partendo l'abate Cusani, di
cercar altra abitazione più comoda, giacché dovea trattenermi in
quell'imminente inverno a Venezia. E trovatala acconcia a' miei
bisogni, passai a' 24 del mese d'ottobre ad abitarvi, ove feci
trasportare e collocare i miei libri in nuove scanzie, nel miglior modo che
potei, per averne uso in que' rigidi mesi che soprastavano.</p> 
<p>I Veneziani, ignorandone la vera cagione, si rallegrarono della mia
risoluzione di trattenermi a Venezia; e nella nuova abitazione, come vicina
alla piazza San Marco, le visite erano più frequenti, ed io non mancava con
niuno, in questa parte di civiltà, di restituirle. E con tal occasione
acquistai la conoscenza di vari letterati veneziani, non men nobili che
cittadini, i quali mi rendevano sommo onore, per la stima che mostravano avere
della mia persona. E ne trovai alcuni veramente dotti e nelle scienze profondi;
e, fra' nobili, l'abate Conti, Antonio Cornaro, Domenico Pasqualigo,
Francesco Bettoni, il padre Rota, benedittino, il marchese Ghezzi ed altri, di
cui ora non mi sovvengono i nomi; e fra i cittadini, l'abate Moazzi,
Apostolo Zeno, che io conobbi a Vienna, il padre teologo della Repubblica,
servita, il padre Lodoli, franciscano, rivisore per la Repubblica de'
libri che si stampano o si introducono a Venezia, il padre Crivelli, il Tucci
ed alquanti altri. E poiché le sere, in casa del gentiluomo Giustiniani,
solevasi avere un'assemblea d'uomini eruditi, vi fui anche invitato,
ma poi non potei continuarla, riuscendomi non solo incomoda, ma perniciosa alla
salute, dovendomi ritirar a casa di notte, fra dense e gravi caligini, delle
quali sovente è la città coverta e le strade ingombre.</p> 
<p>Prima che io vedessi Venezia, credetti che, come città fondata nel mare, il
suo clima dovesse riuscirmi salubre, essendo io nato e cresciuto in una terra
del monte Gargano, non più che mille passi lontana dal mar Adriatico, e poi
dimorato in Napoli, città marittima, poco men di trenta anni; ma sperimentai
tutto il contrario, poiché io era in una falsa supposizione, credendo che la
città fosse stata costrutta in quell'angolo, sopra più isolette e scogli
di mare, vicini fra loro, congiunti poi con ponti ed altre fabbriche; onde se
le fosse dato aspetto d'una città non men magnifica, che nuova e
sorprendente, vedendosi sorgere in mezzo il mare, il qual colle sue acque empia
le sue strade e circonda tutti i dilatati suoi edifici. Ma non è così. Ella fu
costrutta in quell'angolo tutto paludoso e pieno di stagni e di lacune,
che formano i tanti fiumi, che in quella parte e nelle vicine mettono in mare.
Nel che contribuiscono non pur la Brenta ed altri minori, ma l'Adige e il
Po, ampi e superbissimi fiumi, allagando colle loro acque, per più miglia, il
terreno di quell'intimo recesso; sicché gli edifici non sono fondati sopra
scogli, ma sopra terreno limaccioso e molle, nel quale, conficcando grosse
travi strettamente congiunte, sopra la punta delle medesime innalzano la mole
degli edifici. E se non fossero queste acque irrigate da' flutti
marittimi, che le rende salse, ed il flusso e riflusso del mare non le desse
moto, certamente che come stagnanti renderebbero la città pestifera, da non
potersici abitare. E per ciò fa mestieri tener i canali sempre purgati e netti,
perché l'acqua fluisca e non impaduli; e con tutta la diligenza che
s'usi, pure, l'està, alcuni dànno un fetore sì grave, che se non
quelli che ci sono nati possono viverci lungamente sani. Sicché non bisogna
concepir Venezia esser posta in mare, o a' lidi del mare, ma sopra stagni
irrigati da flutti marittimi.</p> 
<p>Ed è ciò sì vero, che i Veneziani stessi, spezialmente le donne, i quali non
sono usciti dalle loro lacune, non hanno idea del mar sonante ed orgoglioso. E
mi ricorda che, condotto dal senator Pisani fuori al lido, in una peota nella
quale erano alcune donne di nostra compagnia, queste, appena veduto il mare
spumante ed ondoso ed inteso il fremito e il romore, si atterrirono come se
avessero veduto un mostro spaventevole ed orrendo.</p> 
<p>Questa situazione, sicome rende sicura la città da pericoli ed insulti di
nemiche armate e classi marittime, e per le navi fluviatili agevola il
trasporto delle merci, sicché la rende abbondante; così rende l'aria che
si respira, massimamente quando soffia vento australe, gravosa, umida e
caliginosa, e se non quelli, che vi sono nati ed assuefatti, possono abitarci
sani ed incolumi. A me, certamente che non mi conferiva punto; e tanto più che,
avvezzo ne' mesi di està, all'apriche ed amene campagne, mi
rincresceva vedermi in luogo, dove altro non guardava che pietre ed acqua, e
nemmeno di mare, ma di stagni e di paludi; sicché non potei mai ristabilirmi in
una perfetta salute.</p> 
<p>Fra gli altri gentiluomini, che con tanta cortesia e gentilezza mi
favorivano, volle distinguersi il senator Angelo Pisani di Sant'Angelo, il
quale con somma cordialità ed amore spesso seco m'invitava a pranzo,
facendomi cortesi ed affettuose offerte di quanto fosse per occorrermi. Ed
ancorché fossimo alla fine di ottobre, prolungandosi in Italia le villeggiature
per tutto il mese di novembre, dovendo egli condursi nella sua villa di Rovere
di Crè, presso Rovigo nel Polesine, istantemente mi richiese che io dovessi
tenerli compagnia e venire a godere l'amenità di quelle campagne, le quali
non mi sarebbero riuscite ingrate. Io, che non desiderava altro che questo,
pensando così ristabilirmi, prima che sopraggiungessero i rigidi mesi
dell'inverno, volentieri promisi di seguitarlo.</p> 
<p>Intanto i gesuiti, emissari della corte di Roma, mal sofferendo che io in
Venezia era stato sì ben ricevuto, e da tutti i gentiluomini sì caramente
accolto e trattato, cominciarono ad usar le solite lor arti, per malignarmi
presso di quelli, spargendo che immeritamente mi si facevano tante grate
accoglienze, quando io, nella mia <hi rend="italic">Istoria</hi>, avea trattato
i Veneziani di “corta fede”, e che, intorno al dominio del mar
Adriatico, non mi conformava co' sentimenti della Repubblica; sicome
d'altra maniera rapportava il fatto di papa Alessandro III
coll'imperadore Federico Barbarossa, e la disfatta della sua armata navale
per i Veneziani, e riputarsi favolosa la vile sommissione di Federico e
l'orgoglio del papa, che si narra aver usato a quell'imperadore.</p> 
<p>Per ciò che riguardava l'imputarmi aver io qualificato i Veneziani
esser di “corta fede”, fu facile fargli ricredere
dell'impostura, poiché io non parlava, nel passo additato del secondo
tomo, di mio proprio sentimento, ma riferendo, come istorico, il concetto che
n'aveano allora i partegiani di Federico. Più operosa faccenda era
dileguare l'altre imposture, le quali per manifestarle, non bastavano
poche parole. Onde, consigliato da alcuni gentiluomini stessi, miei amici, mi
risolsi in due brevi dissertazioni dimostrare che, così per ciò che
s'attiene al dominio del mar Adriatico, come all'istoria
d'Alessandro III, non avea in minima parte pregiudicato alla Repubblica;
anzi, che nel fatto di Alessandro, secondo che io lo rapportava, riluceva assai
più il decoro e la dignità del doge e del senato.</p> 
<p>Per far ciò agiatamente, tanto più volentieri abbracciai l'offerta del
senator Pisani di seguitarlo in villa, per dove si partì, per acqua, a'
princìpi di novembre, navigando, passate le lacune, per l'Adige, ed indi
un ramo di questo istesso fiume ci portò a Rovigo. E giunto che fui a Rovere di
Crè, non posso negare che intesi alquanto ristorarmi da quelle ancor verdi
campagne; e ripigliando il mio tralasciato esercizio, cominciai a vagare per
quelle pianure, secondo che i tempi e l'avanzata stagione
permettevano.</p> 
<p>È vero che, trovandosi la villa da spessi fossi di acque circondata e alcuni
piani paludosi, e le possessioni non aver altri termini che la dividevano, se
non stretti e lunghi canali dove l'acque stagnavano, compresi che
l'aria per me non potesse molto giovarmi; sicome, a lungo andare,
sperimentai. Poiché, aggiunte a ciò le soverchie carezze e le profuse tavole,
che il Pisani, coll'occasione di più conviti fatti al vescovo, al podestà
ed altri gentiluomini di Rovigo, spesso apparecchiava, fecer sì che io venni ad
infermarmi con febre, dalla quale un medico ebreo di Rovigo me ne liberò, non
con altro, che con una rigida e severa dieta di più giorni. Cominciai da ciò a
star più cauto nell'avvenire, vedendo che niente giovavami l'aria di
quelle campagne per la digestione; sicché, con poco mangiare e molto camminare,
si tirò ivi avanti più settimane, nelle quali potei compire le due
dissertazioni, avendo a questo fine portato que' libri che credetti esser
bastanti per venirne a capo.</p> 
<p>Conobbi, con tal occasione, monsignor Soffietti, vescovo d'Adria, che
tiene ora la sua residenza a Rovigo, prelato non men dotto che savio ed amante
di buoni studi e di storia ecclesiastica; e mi disse che, essendo egli
d'origine greco, avea per le mani un'opera, dove trattava della
politia e della disciplina della Chiesa greca. Conobbi parimente il conte
Silvestri, figliuolo di quel Silvestri, noto alla repubblica de' letterati
per la traduzione e sposizione italiana di Persio e per altre sue opere date
alle stampe, onde i compatriotti credono che abbia illustrata la patria, non
meno di Celio Rodigino. Fra le sue opere io prepongo quella latina
<hi rend="italic">Della cronologia de' tempi</hi>, dove, con maggior
esattezza degli altri, tratta del vero anno della natività di Cristo, e
concilia l'antinomia che sembra essere tra il Vangelo di San Matteo e
quello di San Luca. Mi mostrò alcuni manuscritti di suo padre ed alcuni
monumenti d'antichità romane, delle quali facea ricerca, così di medaglie,
come di marmi, ed un libro ch'egli era per dar alla luce, appartenente
alla topografia del Polesine e descrizione di que' luoghi palustri intorno
Adria.</p> 
<p>Fu continuata la villeggiatura, fin che il freddo non ce ne scacciasse; e
tornossi a Venezia a' 5 di decembre. Il Pisani, con affettuose e sincere
espressioni, mi offeriva che io rimanessi in sua casa, dov'egli avea un
appartamento vocirc(ô)to, che più volte mi mostrò a questo fine. Gli risposi
che, non sapendo se dovea fermarmi a Venezia, ed il quartiere essendo per me
solo molto ampio, non voleva entrarci d'inverno, dove avrei dovuto
soffrire freddi estremi, essendo io accostumato alle stufe di Vienna: onde lo
pregava che mi lasciasse stare quell'inverno nelle stanze da me prese, le
quali io avea già premunite con stuore ed altri ripari; ma che, se dovea restar
a Venezia, nella primavera ventura, non mi sarei abusato delle benignissime sue
grazie.</p> 
<p>Tornato a Venezia, attesi a far trascrivere in buon carattere le
dissertazioni, che avea composte in villa, intorno al <hi rend="italic">Dominio
del mar Adriatico</hi>, ed <hi rend="italic">Atto di papa Alessandro con
Federico Barbarossa</hi>. E prima di pubblicarle le feci leggere ad alcuni
gentiluomini, da' quali potea compromettermi un sincero e sano consiglio,
ed un esatto giudicio ed emenda per corriggerle. I quali sommamente
l'approvarono e fuvvi chi mi consigliasse anche di darle alle stampe. Ma
io non volli, bastandomi che girassero manuscritte, per ricredere coloro che
ignoravano il vero di que' successi, che io, sicome non offesi il dritto
della Repubblica, così avea adempite le parti non men di un buon cittadino
napolitano, che d'un fedele e verace istorico. Appena se ne trascrissero
alcuni esemplari, che, letti da molti ed altamente commendati, si sparsero da
per tutto; sicché, essendo la gente non men garrula che curiosa, si arrivò che
non vi era gentiluomo o cittadino che non ne volesse copia.</p> 
<p>Si dileguarono per ciò le calunnie, che s'erano sparse da' gesuiti
per farmi cadere dalla grazia ed affezione che mostravano di me i Veneziani; ma
non per ciò si ristettero. Non passarono molti giorni, che sparsero che in
Francia era uscito un libretto in lingua francese, nel quale si malmenava non
pur la <hi rend="italic">Istoria civile</hi>, ma il di lui autore, trattandolo
per empio e miscredente, mostrandolo ad alcuni ed additando ad altri anche la
biblioteca dov'era, ch'era quella del Pisani di santo Stefano, fatto
poi doge, perché chi ne avea voglia potesse leggerlo. Il senator Pisani fu il
primo che mi diede notizia del romore sparso; alla quale io rimasi sorpreso,
non sapendo che si fosse questo libretto ed il suo autore. Lo pregai che dal
Pisani, suo gentile, lo procurasse per leggerlo, giungendomi strano e nuovo
che, nel tempo istesso che si stava traducendo in francese l'<hi rend="italic">Istoria civile</hi>, per darsi alle stampe, fosse uscita in
Francia questa inclementissima censura contro la medesima.</p> 
<p>Non mancò il Pisani di averlo e, mostratomelo, mi accorsi subito che quel
libretto non era che un tometto de' <hi rend="italic">Giornali di
Trevoix</hi>, dove in breve era stata compendiata l'opera del padre
Sanfelice, di che io già avea notizia. Poiché i gesuiti, a conto de' quali
si compilavano a Trevoix quelli giornali, vedendo che l'opera di uno della
loro società era stata, negli <hi rend="italic">Atti</hi> di Lipsia e negli
altri giornali, rapportata qual era, per sciocca, satirica e calunniosa, per
riparar al meglio che si potea la fama del Sanfelice l'aveano accorciata
ne' loro Giornali, dandogli meno sconcio e deforme aspetto. Dissi per ciò
ridendo al Pisani, che i gesuiti di Venezia erano pur troppo sciocchi nel
tessere imposture, le quali presto si sarebbero manifestate. Guardassero bene,
che quel libretto non era opera nuova, ma vecchia, alla quale bastantemente si
era risposto; e che facevan male d'andar rotolando queste cose, dalle
quali non potevan ritrarre se non rossore e vergogna.</p> 
<p>Tanto più si accese al Pisani desiderio di legger la risposta che si era
data al Sanfelice; ed io, che per quattro mesi ch'era dimorato a Venezia
non ne avea fatto alcun motto, fui costretto confidarla al Pisani, a cui
professava tanti obblighi, con legge che non l'avesse ad altri mostrata.
Ma fu difficile che il medesimo, avendola letta, potesse contenersi, sicché non
la desse a leggere ad altri gentiluomini, suoi amici; onde si divolgò a
Venezia, non men di ciò che, gli anni scorsi, si era divolgata in Roma, Napoli
e Vienna. Di che non io, ma i gesuiti stessi furono la vera e sola cagione.</p>

<p>Intanto, per adempire alle promesse date all'ambasciador di Spagna,
avendo disteso un pieno memoriale per la maestà del re Filippo V, glielo
portai, pregandolo che con efficacia mi raccomandasse in quella corte, perché
io potessi ritirarmi a Napoli, a finir ivi in riposo i miei giorni. Ed avendolo
l'ambasciador letto, e dettomi che andava a dovere, mi promise
ch'egli l'avrebbe acchiuso nel suo piego, ed efficacemente
raccomandato a Madrid a' suoi amici e congionti. E poiché avea tutta la
premura di favorirmi, m'impose che ne formassi un altro consimile, diretto
in Napoli all'infante don Carlos; poiché, governandosi il Regno con altro
sistema di quello di prima, era facile che la corte di Madrid non volesse per
sé medesima darvi provvidenza, ma rimetterlo alla nuova corte di Napoli, dove
l'Infante, non da generalissimo delle armi di Spagna, né come vicario del
re Filippo, suo padre, ma comandava in Napoli ed in Sicilia come proprio e
particolar re di que' regni.</p> 
<p>Fin da che io era a Vienna, s'intese che l'infante don Carlos,
mutato il titolo di generalissimo, secondo lo qualificavano gli editti, che il
re di Spagna, suo padre, avea fatto precorrere, presa la città di Napoli e gran
parte del Regno, avea assunto quello di re. E ciò per una lettera, che diceasi
avere scritta il re Filippo alla città di Napoli, nella quale, commendando la
fedeltà de' Napolitani verso l'antico e natural suo signore,
d'avere ricevute le sue armi nel Regno e nella lor città,
coll'Infante suo figliuolo, in gratitudine di tanto amore glielo dava per
loro re proprio, al quale dovessero ubbidire; sicome anche avrebbe fatto,
conquistata che fosse la Sicilia, affinché questi due regni, separati dalla
corona di Spagna, avessero un lor proprio e particolar re, il qual, collocando
la sua sede regia in Napoli, l'avesse da quivi retti e governati.</p> 
<p>Non poteva proporsi a' Napolitani cosa più grata e desiderabile che
questa; poiché, dopo il corso di poco men che due secoli e mezzo, si toglievano
d'esser provinciali, e riacquistavano un particolar re, che, a lungo
andare, sarebbesi reso lor proprio e nazionale. Ma credeasi, che questa fosse
un'ambiziosa e fantastica idea della regina, madre dell'Infante, la
quale, non contenta di averlo stabilito in Italia, co' ducati di Parma e
di Toscana, un gran principe, volesse ora, colla giunta di due regni,
costituirlo un gran re; esser certamente per i Napolitani cosa molto pregevole
e speciosa, ma non si comprendeva come potesse esser durabile e ferma, poiché
sotto pretesto d'essersi nullamente, colla pace di Vienna del 1725,
staccati questi due regni dalla corona di Spagna, si era mossa la guerra per
ricuperargli; il re Filippo, coll'armata e cogli eserciti spagnoli e colle
forze della Spagna, avergli ricuperati. Come ora, restituiti alla corona di
Spagna, con una semplice lettera del Re, senza il consenso de' parlamenti
e delle corti di Spagna, smembrargli e cedergli all'Infante, che non era
successore della corona, e farsi questo torto al principe di Asturias? Sapersi
che i regni di Napoli e di Sicilia gli antichi re di Spagna l'aveano uniti
ed incorporati alla corona d'Aragona, ed esser noto che il re Alfonso, se
bene per l'adozione della regina Giovanna II, e più col suo valore ed
industria avesse acquistato il regno di Napoli — onde sembrava che
potesse legittimamente lasciarlo a Ferdinando, suo figliuol naturale legitimato
—; nulladimanco Ferdinando il cattolico riputò ingiusta la separazione, e
scacciandone Federico discendente di Ferdinando, lo restituì alla corona
d'Aragona, dicendo che Alfonso avea acquistato quel regno colle armi e
colle forze de' regni d'Aragona.</p> 
<p>Or come, ora, questi regni (riacquistati colle truppe ed armate di Spagna, e
la spedizione essendosi fatta in nome del re di Spagna, nella quale comandarono
generali spagnoli, e l'istesso Infante non se non come generalissimo
dell'armata vi comparve) potevansi con una lettera, staccarsi dalla corona
di Spagna e trasformarsi il generalissimo in re sovrano; il qual non ha propri
eserciti né armate, e la stessa dignità regale non può sostenerla, se non colle
truppe e milizie di Spagna? Se la Spagna richiama a sé i suoi eserciti ed
armate, come rimarrà questo nuovo re, non avendo Napoli e Sicilia propria
milizia; e sono ormai due secoli che i Napolitani e Siciliani han tralasciato
le armi ed ogni militar esercizio?</p> 
<p>Questi discorsi si facevan allora a Vienna; ma, intanto, l'infante don
Carlos era in Napoli salutato re, e ne' dispacci e scritture così nomato.
Si aggiunse, dopo, la notizia che, da sua parte, si facevano istanze in Roma,
nella vigilia di San Pietro voler egli presentar la chinea, pretendendo che il
papa dovesse dargli l'investitura del Regno. E se bene il papa,
quest'anno 1734 (poiché ancor Capua ed altre città eran in mano di Cesare)
non gliela accordasse, ricevendola dall'Imperadore, nulladimanco, nel
seguente anno che il Regno interamente fu evacuato dalle truppe tedesche, non
volle più riceverla dall'Imperadore, e riputò sospendere il tutto, fin che
non si vedesse ove andassero a terminar i moti d'Italia.</p> 
<p>Ed essendo io già a Venezia, ove spesso capitavano Napolitani, questi mi
mostrarono le nuove monete d'argento, fatte coniar in Napoli
dall'Infante, nelle quali leggevasi il nome di Carlo, coll'aggiunta
di <foreign lang="lat"><hi rend="italic">Neapolis rex</hi></foreign>. Egli è
vero, che i Napolitani non si avanzarono a determinare il numero, non sapendo
se dovessero dirlo sesto, o settimo, o pure ottavo. Se non si voleva tener
conto dell'Imperadore, era d'uopo chiamarlo Carlo VI; ma se, come
francese della famiglia Borbone, si volesse fra la serie de' re di Napoli
porre Carlo VIII, re di Francia, bisognava dirlo Carlo VII. Ma in ciò
fortemente ripugnavano gli Spagnoli, che non volevan soffrire che di quel re
francese si avesse conto; sicché, saviamente, non vi poser numero alcuno; se
bene non si arrivasse mai a capire che volesse dinotar quel motto, posto nella
moneta stessa, sopra il Sebeto: <hi rend="sc">DE SOCIO PRINCEPS</hi>, che non
può riferirsi né alla città, né al nuovo re rifatto. Ma i Siciliani, poiché
essi non aveano l'imbroglio del re Carlo VIII, francamente omesso
l'Imperadore, nelle loro monete, che pur mi furon mostrate a Venezia,
determinarono il numero, e dissero <foreign lang="lat"><hi rend="italic">Carolus III, Siciliae rex</hi></foreign>; poich'essi, che
non erano stati sotto i re angioini, non riconoscevano altri Carli re di
Sicilia, se non Carlo V imperadore, e Carlo II re di Spagna.</p> 
<p>Or, governandosi il regno di Napoli con questo nuovo sistema di aver proprio
re, riputò l'ambasciadore di Spagna che dovessi formar altro memoriale per
don Carlos, re di Napoli. E se bene allora si trovasse partito per Sicilia, per
ivi incoronarsi, preparandosi intanto a Palermo gli apparati d'una
celebrità sì solenne e magnifica, nulladimanco stimò non per questo doversi
rimanere, affinché arrivasse prima che da Madrid potesse il conte di Santo
Stefano aver notizia del mio ricorso fatto in quella corte. Ed acchiusolo nel
suo piego, lo stradò per Sicilia, scrivendo al conte essersi inviato a Spagna
un simil memoriale al re Filippo, con raccomandargli efficacemente di far sì
che io potessi tornar in Napoli, dove forse la mia persona non le sarebbe
riuscita inutile.</p> 
<p>E mentre si stavano attendendo le risposte non men da Sicilia che da Madrid,
avvicinandosi il carnevale del nuovo anno 1735, giunse da Napoli a Venezia il
principe della Torella Caracciolo, molto ben veduto dalla nuova corte di
Napoli, e ch'era adoperato non meno nelle cose militari che negli affari
politici di quel regno — onde stimai, avendo già saputo che io era a
Venezia, di andare a visitarlo. Il quale, accoltomi con molta cortesia e
gentilezza, fra le altre cose mi disse che io non m'impegnassi co'
Veneziani di rimaner ivi impiegato a' servizi di quella Repubblica,
poich'egli, avendo di me più volte parlato con l'ambasciador di
Spagna, l'avea detto che, nelle variazioni e nuovi sistemi che doveano
darsi a Napoli, egli stimava ivi necessaria la mia persona, come quella che era
più versata ed istruita delle cose di quel regno; onde che non mi lasciassi
piegare dalle lusinghe de' Veneziani, perché si era per me efficacemente
scritto non meno alla corte di Madrid, che a quella di Napoli, pel mio
ritorno.</p> 
<p>Li risposi che così avrei fatto, né dato co' medesimi alcun passo che
fosse irretrattabile, e che io avea riposta tutta la mia fiducia nelle mani
dell'ambasciadore, il quale con tanta affezione ed efficacia avea prese le
mie parti non men nell'una che nell'altra corte; e così pregava che
volesse anche egli conferire i valevoli suoi uffici in Napoli, scrivendo
a' suoi amici e congionti e, tornando colà, agevolar l'impresa,
poiché io fortemente temeva che la corte di Roma avrebbe fatto ogni sforzo
d'impedirmelo, e tentato ogni mezzo col conte di Santo Stefano di far
riuscir vana ogni opera, che per me si tentasse o nell'una o
nell'altra corte. Promise di farlo, e che io fossi stato in ciò fermo e di
buon animo, poiché le cose s'erano incamminate in guisa ch'egli ne
sperava prosperi successi.</p> 
<p>Ed, in questo, erasene già passato il mese di dicembre, ed entrati già, per
più settimane, nel nuovo anno 1735.</p> 
</div1> 
<div1 type="capitolo"> 
<head>Capitolo decimo</head> 
<argument>
<p><hi rend="italic">Anno 1735. Venezia, Modena e Milano.</hi></p>
</argument> 
<p>Proseguiva intanto la mia dimora a Venezia, sofferendo come poteva il meglio
la rigidezza di quell'orrido inverno, in paese ove non si badava di
scacciar il freddo, se non con pellicce e fascetti efimeri ne' camini, non
già con fuoco stabile o stufe, siccom'era io avvezzo di fare a Vienna,
dove, ancorché sotto cielo più aspro, si era pensato efficacemente di
scacciarlo affatto. Sicché mi riusciva più incomoda e noiosa la dimora, ed
aspettava con impazienza l'imminente primavera, così perché i tempi si
raddolcissero, come perché mi lusingava di poter ricever riscontri di mio
sollievo o da Madrid o da Sicilia.</p> 
<p>Intanto non cessavano, nel carnevale, que' gentiluomini di continuarmi
le grate lor accoglienze, ed invitarmi sovente a guardare dalle lor finestre
gli spettacoli che si facevano nella piazza di San Marco, ovvero nelle opere
de' lor teatri — e spezialmente da' gentilissimi fratelli
Grimani riceveva in ciò spessi favori. E se bene io non fossi niente inclinato
a veder spettacoli, o sentir opere o comedie ne' teatri, nulladimanco, per
non abusarmi delle lor grazie, faceva forza a me medesimo per compiacergli.</p>

<p>A lungo andare, fui avvertito che i gesuiti, fortemente sdegnati che la
risposta data al Sanfelice correva per le mani di molti e ch'era con
piacere letta e commendata, mi tendevano insidie, e sempre che io capitava
nella piazza di San Marco, tenevan ivi persone che notassero tutti i miei detti
ed andamenti; onde che fossi nel parlar cauto e ritenuto: anzi meglio avrei
fatto, se me n'astenessi; poiché ad ogni mia parola si davano maligne
interpretazioni, e sovente era calunniato di cose da me non pur pensate, non
che dette. Seppi dapoi che, oltre i gesuiti, si era dalla congregazione del
Santo Ufficio di Roma data premurosa incombenza all'inquisitor di Venezia,
che invigilasse sopra i miei andamenti e s'ingegnasse di farmi reo nel di
lui tribunale.</p> 
<p>Feci buon uso del consiglio, e di rado mi feci poi ivi vedere e qualche
mattina, quando il tempo il permetteva, solea trattenermi nella libraria del
Pitteri, mercante di libri, dove alle volte ci trovava gli abati Conti e
Moazzi, o qualche altro gentiluomo, mio amico; e passar co' medesimi in
eruditi discorsi qualche ora. Il dopo desinare solea portarmi in casa del
Bettoni, ove si trovava il Pasqualigo ed altri gentiluomini; e poiché il
medesimo avea una biblioteca di libri scelti, ed era vago di aver de'
nuovi, che uscivano alla luce o dalla Francia, Ollanda o da Inghilterra,
regolarmente si discorreva o sopra le nuove opere che si eran date alle stampe,
o pure sopra i successi della guerra di Italia, di Polonia, del Reno, o del
Turco col Persiano.</p> 
<p>Prossimo alla casa del Bettoni era il monastero delle monache di San
Lorenzo, dove io avea presa conoscenza con donna Maria Riva, gentildonna,
quanto avvenente per le fattezze del corpo, altrettanto ornata di belle doti
d'animo e di lettere, mostrando uno spirito ed acutezza di pensare
superiore al suo sesso. Sovente per ciò andava a riverirla; e poiché
l'ambasciador di Francia solea spesso andar ivi a visitarla, più volte
occorreva che, incontrandoci, non permetteva che io mi partissi, anzi mostrava
piacere che io gli facessi compagnia, discorrendo sopra varie materie. E
dicendomi una volta, che avea inteso che la mia <hi rend="italic">Istoria
civile</hi> s'era tradotta in lingua francese, e ch'egli non avea
ancora potuto averne da Francia un esemplare, gli risposi che non dovea
maravigliarsi, poiché la traduzione non era ancor compita; ma che io avrei
scritto a Bousquet, mercante di libri in Ginevra, per le cui mani passava la
stampa, che, se mai si fosse impresso il primo tomo, me lo mandasse subito
affinché Sua Eccellenza fosse il primo ad averlo. Con premura mi raccomandò di
farcelo pervenire, mostrandone grandissimo desiderio; onde io scrissi a
Bousquet, maravigliandomi di tanta lentezza, ch'erano ormai scorsi quattro
anni che io l'avea mandate le giunte, le correzioni ed illustrazioni che
mi avea cercate, col rame del mio ritratto ed il disegno delle medaglie, e non
si vedea che ancora fosse almanco impresso il primo tomo; che, se mai si fosse
dato alla stampa, me lo mandasse, avendone, con gran premura, richiesta
dall'ambasciador di Francia residente a Venezia, dove io mi trovava, e
dove dovesse trasmetterlo.</p> 
<p>Il Bousquet mi rispose che non men egli, che quelli della sua compagnia si
rallegravano che io mi trovava in Venezia, poiché, come più vicino, potessi
meglio regolar l'impressione, e rischiarare i traduttori delli dubbi, che
alla giornata l'occorrevano nella traduzione; li quali, ancorché avessero
sotto gli occhi la traduzione inglese, non sapevano risolvergli, e che per ciò
la traduzione non era ancor finita; e che essi non volevan cominciar la stampa,
se non si fosse tutto esattamente compito, pregandomi della mia assistenza e
che non mi rincrescesse, siccome m'avrebbero mandati i dubbi, così di
rischiarargli, affinché nel tradurre non si commettessero errori. Da ciò
compresi, che non era così presto da vederne il fine; sicome dissi
all'ambasciadore che era d'uopo aspettar più tempo, stante la
lentezza non men degli impressori, che della poca perizia de' traduttori
delle cose del regno di Napoli.</p> 
<p>Intanto la mia dimora in Venezia avendo acceso di desiderio moltissimi di
aver la mia opera, ed essendosi resa molto rara, né da' librari di
Venezia, né da quelli stessi di Napoli potendo sperarsene alcun essemplare,
poiché non ne aveano, invogliarono il Pitteri ed il Berardi, che somministrava
al Pitteri il denaro per mantener la sua stamperia, a volerla ristampare in
Venezia. Ed avendo saputo che la traduzione francese andava in lungo, ed era
ornata di nuove note e giunte, furon a comunicarmi il lor pensiero di
ristamparla, e richiedermi in ciò della mia assistenza e di volergli
somministrare quanto avessi di nuovo, affinché questa ristampa riuscisse
migliore non pur della prima stampa fatta in Napoli e della traduzione inglese,
ma anche della francese, e ch'essi sarebbero stati con me grati ed
avrebber corrisposto quanto conveniva, secondo che io l'avessi
prescritto.</p> 
<p>Gli risposi che essi daddovero volevan mettersi a questa impresa, io non
solamente l'avrei somministrato quanto mandai a' traduttori francesi
di nuove giunte e medaglie, ma, di più, aveva tanto in mano appartenente a
quella <hi rend="italic">Istoria</hi>, in continuazione della medesima, che
avrebbe potuto formarsene un altro tomo; sicché questa nuova ristampa sarebbe
assai più desiderata che la prima colla giunta non pur delle note e medaglie
riguardanti i quattro tomi, ma d'un quinto tomo, fin qui non impresso. Ma
che avvertissero che, stando in Venezia esposto a gli occhi di tutti, e
spezialmente de' gesuiti, i quali attentamente spiavano tutti i miei
andamenti, se mai ciò pervenisse a lor notizia, avrebber frapposti tutti gli
ostacoli per impedirla, e datane subito parte alla corte di Roma, la quale non
avrebbe mancato di far lo stesso — ignaro allora d'essersi già data
commissione all'inquisitore — e che io, per quel tempo che era
dimorato in Venezia, avea scorto i Veneziani essere non men garruli che
curiosi, i quali amano saper più i fatti di altri che i propri; onde, se in ciò
non si serbava un impenetrabil secreto, non ne sarebbero venuti mai a capo.</p>

<p>In oltre che io, per la stampa, non voleva assumermi il peso
d'impetrarne licenza dal magistrato, a chi ciò si appartiene, ma che
questo fosse di lor carico. Ben mi esibiva di dare i miei manuscritti al
rivisore, a chi sarebbe stato commesso di esaminargli, e ciò che, forse, gli
sembrasse di levare, di mutare o di meglio spiegare, volentieri avrei fatto,
stando sicuro che questo quinto tomo, non contenendo cosa che fosse contraria
alla nostra religione ed a' buoni costumi, e molto meno a' diritti
de' principi, le variazioni o cangiamenti non potrebber ridursi che a
picciole cose, le quali non altererebbero la sostanza dell'opera. E pur
ultimo, per ciò che riguardava il mio onorario, la mia proposizione era che
degli essemplari di questa ristampa fossero miei cento corpi, de' quali mi
dovessero pagar il prezzo di cinquanta in denaro, secondo che si sarebbero
venduti a gli altri, e degli altri cinquanta fosse in loro elezione a darmene
il prezzo, ovvero gli essemplari stessi. Questa credea che fosse una
proposizione discreta e ragionevole, della quale dovrebbero essere contenti e
soddisfatti.</p> 
<p>Assai più il Berardi ed il Pisani s'invogliarono, sentendo che la
ristampa, oltre delle giunte a' quattro tomi, veniva accresciuta d'un
altro tomo, onde più fervorosamente instavano di darci principio; e che, in
quanto al secreto, a niuno dovea importar tanto che fosse impenetrabile, quanto
che ad essi, e che di ciò mi stessi sicuro. Per la licenza, sarebbe rimaso a
lor peso d'impetrarla; e, quando non avessero potuto ottenere che si
ponesse nel frontispizio la data di Venezia, tanto gli bastava che si mettesse
altra città d'Italia o di Germania; ed intorno al mio onorario,
ch'essi erano contenti della proposizione fattale, e che così avrebbero
adempito con lealtà; e bisognando stipularne scrittura, volentieri
l'avrebbero fatta. Gli risposi che attendessero prima a quel che più
importava, d'incamminar l'affare della licenza; poiché io, intanto,
avrei cominciato a rivedere i manuscritti e mettergli in ordine, e che, secondo
si vedeva la disposizione di potersi ottenere, così ci sariamo regolati.</p> 
<p>Con questi trattati od occupazioni eravamo già entrati nel mese di marzo, ed
il senator Pisani cominciava a ricordarmi della promessa, che io l'avea
fatta di passare in sua casa, nell'imminente primavera. Io, fin allora,
non avea perduta affatto la speranza di poter ritirarmi a Napoli, per
l'impegno che n'avea preso l'ambasciador di Spagna, ancorché
avesse ricevuta risposta dal conte di Santo Stefano non molto cortese,
scrivendogli che sopra il mio memoriale non poteva il re Carlo darci
provvidenza, se prima (già che s'era avuto anche ricorso a Madrid) non si
ricevessero da quella corte riscontri. Ma dapoi, essendosi da Madrid avuto
avviso che il re Filippo avea rimessa la provvidenza del mio ricorso
all'Infante, re di Napoli, al quale si era trasmesso il mio memoriale, e
che il tutto dipendeva dal conte di Santo Stefano, che disponeva di quel
giovane principe come le veniva più acconcio, non men io che l'ambasciador
istesso cominciò a dubitarne, sapendo la dipendenza che mostrava colla corte di
Roma e la propensione del suo animo di compiacerle, e che gli faceva più forza
una lettera d'un cardinale, che tutte le raccomandazioni di qualunque
regio ministro. E se bene il marchese di Montallegre, secretario di Stato e
guerra dell'infante don Carlos, ed il Tanucci secretario di giustizia,
mostrasser tutta l'inclinazione di favorirmi, nulladimanco da'
riscontri che si ebbero di Napoli della total dipendenza del conte colla corte
romana (il qual, siccome promovea ne' magistrati i soggetti
raccomandatigli da quella corte, così abbassava quelli che non aveano la di lei
grazia e favore), non era da sperare che secretari potessero resistergli.</p> 
<p>Da ciò mosso, per prevenire ogni sinistro evento mi deliberai passare in
casa del Pisani, al quale, ratificando le mie promesse, dissi che vi sarei
passato verso la fine del mese; onde avendo fatto ripulire il quartiere, andai
ad abitarci a' 24 di marzo. Non fu minore la compiacenza del Pisani in
vedermi in sua casa, che la mia vedendo con quanta affezione e piacere mi
ricevé per suo ospite; e tanto più che le mie stanze erano nel piano superiore,
non dando né ricevendo soggezione alcuna. Dove feci trasportare le mie scanzie
de' libri e tutta quella poca roba che avea, sicché, separato da tutti,
poteva attendere a' miei studi; e quando non era da altri invitato, senza
che io soffrissi spesa alcuna di cucina, avea sempre pronta ed apparecchiata la
sua tavola, alla quale, contro il costume degli altri gentiluomini veneziani,
soleva spesso invitare altri gentiluomini, suoi amici, o persone dotte e
letterate.</p> 
<p>Per non abusarmi di tanta cortesia e non incomodar alcuno della sua servitù,
avendo bisogno di chi avesse cura di me e delle mie poche cose, mi risolsi di
far venire da Napoli quel mio figliuolo, che io faceva ivi istruire, del quale
(trovandosi già adulto di circa venti anni, e che in Napoli erasi alquanto
esercitato nella grammatica e nell'arte di ben scrivere) poteva valermi
non solo ne' miei studi, ma anche in ciò che fosse necessario per altri
miei bisogni; tanto maggiormente che, essendo solo ed abitando in camere
separate e lontane dalla famiglia del Pisani, avea preciso bisogno di persona
che mi tenesse compagnia, per qualunque accidente che potesse occorrermi.
Scrissi per ciò in Napoli al mio amico Mela che con opportuna comodità, lo
mandasse, con avvertire al giovane di non iscoprire che fosse mio figliuolo;
sicome io avea prevenuto col Pisani che, avendo bisogno d'un giovane per
mia assistenza e volendo essere discreto di non incomodar le genti di sua
famiglia, facea venirlo da Napoli, senza però che dovesse portarli alcuna
spesa; ed il Pisani, colla medesima affezione e cordialità, mi rispose
ch'era suo piacere quanto fosse per piacermi, e che avessi disposto come
meglio riputava, per mio sollievo e comodo.</p> 
<p>Giunse il giovane a Venezia verso la fine d'aprile; e riuscendomi a
proposito a' miei bisogni, proseguiva la mia dimora con maggior aggio,
avendo propria persona che mi assistesse. Ma nel tempo stesso dovea pensare
che, se bene sparamiava la spesa della tavola e delle stanze, con tutto ciò
bisognava far altre spese d'abiti per me e pel giovane, e per altri
bisogni, che alla giornata occorrono. E de' denari, che io avea esatti dal
banco di Vienna, era gran parte consumata per viaggi ed altre spese, e sopra
tutto, per sette mesi che io, a mio costo, era dimorato a Venezia; né mi eran
rimasi che cento ungheri. Sicché, a lungo andare, questi finiti, non era
altronde da sperar soccorso, non volendo abusarmi della cortesia del Pisani, il
quale ben sapeva che non poteva per me far di vantaggio, essendo quanto
d'animo benefico e magnanimo, altrettanto non provveduto abbastanza di
beni di fortuna.</p> 
<p>E non mancarono degli invidi, i quali, sicome biasimarono il Pisani, che
sopra le sue forze aveasi addossato questo peso, così procuravano farmi sapere
che io era appoggiato ad una colonna ruinosa e frale, e che debil sostegno
avrei potuto sperare da un povero gentiluomo. A' quali rispondeva che non
mi era ciò ignoto, ma che io, considerando che poteva il Pisani giovarmi, senza
che gli accrescessi spesa, volentieri avea abbracciata l'offerta. Poiché,
per quel che riguardava la tavola, l'istesso Pisani mi diceva, ed io
l'avea già osservato, che la spesa sarebbe stata la stessa, scorgendo che
io per cibo mi contentava quanto bastasse a supplire la natural indigenza, ché
non bevea vino, e non cenava la sera; ed intorno all'abitazione, niente a
lui si scemava, tenendo vocirc(ô)te quelle camere, né i gentiluomini veneziani
sogliono affittar ad altri stanze del proprio palazzo, dove essi abitano.
Sicché non doveano costoro mostrar zelo e del mio sostegno e dell'economia
del Pisani, né essere tanto curiosi e censori degli altrui fatti.</p> 
<p>Ciocché maggiormente mi angustiava era che, con tutto questo aiuto, non
poteva tirar molto in lungo la dimora, senz'altro soccorso. Né da Napoli
da mio fratello era da sperarlo; anzi dal medesimo sperimentai, in questo mio
infelice stato, le più estreme ed inudite crudeltà. Poiché, istantemente
ricercato da molti che, non potendo aver da' librari la mia
<hi rend="italic">Istoria</hi>, procurassi farne io venir da Napoli più
essemplari, ch'essi l'avrebber comprati a qualunque prezzo, scrissi a
mio fratello che, per la strada di Manfredonia, di quelli che l'eran
rimasi ne mandasse quanti più potesse, poiché in Venezia l'avrei venduti
il doppio ch'egli vendeva in Napoli, che così, almanco, poteva riparare
a' miei bisogni. Ed egli, con inudita sfacciataggine, mi rispose che, se
io li voleva, mandassi denari, perch'egli que' che avea l'avea
impegnati; onde mi fu d'uopo acremente replicargli e scrivere a gli amici
che lo persuadessero a mandarmigli, poiché, altrimenti, l'avrei rivocata
la procura e mandatala ad altri. E con molti stenti e dura forza, appena potei
averne dieci esemplari, i quali mi furono opportuni; poiché, avendone donati
due corpi al Pisani (e poi mi convenne donarne un altro a Benedetto Pisani, suo
figlio), un altro all'ambasciador di Spagna, i rimasi vendutili, di volta
in volta, per sei zecchini il corpo, il prezzo de' medesimi mi aiutò che
potessi supplire all'altre mie spese che mi bisognavano, senza toccare
quel poco denaro che m'era rimaso di Vienna.</p> 
<p>Mentre nel meglio che io poteva tirava innanzi la mia dimora in Venezia,
lusingandomi che cessato il rigore dell'inverno dovessi almanco nella
primavera ristabilirmi in perfetta salute, sperimentai il contrario, poiché le
continue nebbie, e sovente le dirotte piogge mi rendevano noiosa la dimora, non
men di quello che aveami cagionato il passato inverno. Ed ancorché fra questo
tempo io avessi avuta la sorte di trovarmi nelle più solenni funzioni e nelle
maggiori celebrità e spettacoli, che sogliono accadere a Venezia, sicome per la
morte del doge Ruzini di veder i pomposi funerali che gli furon celebrati; di
trovarmi nell'elezione del nuovo doge Pisani e nelle feste della di lui
intronizzazione; sicome, dopo morto il patriarca di vedere il magnifico
ingresso del nuovo rifatto, de' nuovi procuratori di San Marco ed altri
pomposi apparati e feste, le quali avrebbero dovuto, se non rallegrarmi,
almanco togliermi da quella malinconia e tetraggine nella quale era caduto; con
tutto ciò, nel tempo stesso che per l'invito di que' gentiluomini (i
quali, con molta cortesia, procuravano che io le vedessi tutte, con ogni
comodità ed aggio), mi era apparecchiato d'andar, nel dì
dell'Ascensione, che in questo anno accadde a' 19 di maggio, a veder
la festa del Bucentoro, ecco che gravemente mi ammalai con febre terzana, della
quale i medici, per la mia gracile complessione ed avanzata età, facevan
qualche conto, sicché pensarono valersi della china-china per liberarmene.</p> 
<p>Ma quantunque fossi risanato, poiché per dura necessità, né poteva secondo
il mio istituto goder della campagna, né continuare i miei mattutini esercizi,
non m'intesi mai perfettamente sano e valido. E continuando la stagione
sempre varia e piovosa, ancorché si fosse ne' princìpi di està, non
passarono quattro o cinque settimane che non ricadessi di nuovo, e la febre,
più vigorosa che prima, mi tolse tutte le forze riducendomi in istato peggiore.
I medici tornarono all'uso della china–china, la qual mi tolse la
febre, ma non già la languidezza. Il Pisani, con molta affezione e cordialità,
non mancava d'assistenza; ma io gli diceva che non sarei mai ristabilito,
se non uscito da quelle lacune mi fossi veduto in campagna; onde lo pregava
d'affrettare la sua villeggiatura di Rovere di Crè, dov'egli soleva
condursi, ché questa sarebbe stata per me la più efficace medicina. Ma gli
affari suoi domestici, ancorché fossimo verso la fine di giugno, non glielo
permettevano, dicendomi che presto sperava di svilupparsene e subito per colà
partire.</p> 
<p>Sopra queste mie afflizioni si aggiunse la notizia datami
dall'ambasciador di Spagna, che il conte di Santo Stefano l'avea
scritto che non pensassi di tornar più in Napoli, e che tale fosse la
provvidenza che la maestà del re Carlo avea dato al mio memoriale, rimessogli
di Spagna. Il sentimento che n'ebbe l'ambasciadore in dirmelo, mi
fece comprendere d'averne avuto egli somma dispiacenza; onde non mancai di
renderle molte grazie degli uffizi per me fin qui passati, e che io
n'incolpava il duro mio destino, che per tutti i lati non mancava di
perseguitarmi; che io già da Napoli avea riscontri di non doverne aspettare
altra risposta che questa, per la total soggezione e dipendenza che il conte
non pur avea colla corte di Roma, ma ostentava con tutti d'averla e ne
facea pompa; anzi, che ritirato il principe della Torella in Napoli, avendogli
scritto che intercedesse per me presso quel primo ministro, non mi fece degno
nemmeno di sua risposta. E poi si seppe che il conte si preggiava che, con
tutti gl'impegni che s'erano usati di farmi tornar in Napoli, non ne
avea voluto far niente; e che di questa sua costanza ne avea data parte in
Roma. E non poté contenersi di dirlo al vicario di Napoli perché lo comunicasse
al nuovo arcivescovo Spinelli, rifatto in luogo del defonto Pignatelli, sicome
venendogli opportunità non mancava di dirlo a quanti gli venivan davanti,
mostrando compiacenza d'aver in ciò ben servito al papa ed alla sua
corte.</p> 
<p>E pure tanta animosità non meritava la mia moderazione, usata nel quarto
tomo della mia <hi rend="italic">Istoria</hi>, in descrivere il governo del
conte di Santo Stefano, suo padre, che fece in Napoli quando negli ultimi anni
del re Carlo II vi fu viceré. Io m'astenni di favellar della favolosa
genealogia tessuta dal Vidania della famiglia Benavides; tacqui le mormorazioni
che s'intesero per Napoli, quando, non curando il pubblico danno, per
proprio utile alterò la seconda volta il valore della nuova moneta, e
l'altre maniere praticate per istraricchire. Tanto è miserabile ed
infelice la condizione degli scrittori de' dì nostri, che non gli basta,
per isfuggire l'odio e la malevolenza, di tacere i vizi, ma si pretende
che con isfacciate adulazioni i difetti stessi si abbiano a trasformare in
virtù, ed encomiargli ed avergli per sommi pregi, degni di lode e di
commendazione. Conobbi per proprio esperimento essere vero ciò che Plinio il
giovane, rispondendo a Capitone che lo consigliava scrivere istoria, gli
scrisse nella sua epistola ottava del quinto libro, che ciò, a' suoi
tempi, era cosa molto pericolosa, poiché e' gli diceva:
<foreign lang="lat"><hi rend="italic">si laudaveris, parcus; si culpaveris,
nimius fuisse dicaris, quamvis illud plenissime, hoc restrictissime
feceris</hi></foreign>.</p> 
<p>Ricevuta dall'ambasciadore questa risposta, nel licenziarmi gli dissi
che non imputasse a mia poca urbanità o a disdegno, se nell'avvenire non
mi vedesse porre più piede nel suo palazzo. Poiché, essendo passato ad abitare
nella casa del senator Pisani, ancorché come suo ospite e non a' suoi
stipendi non fossi compreso nelle scrupolose leggi di quella repubblica, che
proibisce a' nobili ogni commercio con gli ambasciadori, nulladimanco
stando io esposto alla malevolenza de' gesuiti e degli altri satelliti
della corte di Roma, non voleva dargli minimo pretesto di calunniarmi; che io
quella sola volta, dopo questo passaggio, ci era venuto, costretto dalla
necessità di sapere l'ultima risoluzione che erasi presa in Napoli del mio
ritorno. Io stesso praticai coll'ambasciador di Francia, il quale, se bene
più volte incontrandoci nel monastero di San Lorenzo m'invitasse seco a
pranzo, con vari pretesti me ne scusava; e dolendosi sovente di questa mia, che
egli credea repugnanza, pregai il principe Trivulzi che le manifestasse la vera
cagione, e non m'avesse per sì poco riconoscente delle benignissime sue
offerte, che io riputava per me somme grazie ed onori.</p> 
<p>Vedutomi adunque affatto escluso dal ritorno in Napoli, pensai accomodarmi
come poteva il meglio al soggiorno di Venezia. Né era da pensare al ritorno in
Vienna, poiché non sol durava la cagione che mi obbligò a partire, ma secondo i
riscontri che avea dagli amici colà lasciati, le miserie vieppiù crescevano,
senza speranza di dovere aver presto fine; anzi invidiavano la mia sorte
d'essermene sottratto e d'aver trovato in Venezia ricovero.</p> 
<p>Essendo in queste angustie, non poco mi sollevò il Pitteri, il qual, tutto
allegro, venne a trovarmi e mi disse che i riformatori — magistrato che
soprasta alle stampe — di buona voglia aveano ricevuto il memoriale
datogli per la ristampa della mia <hi rend="italic">Istoria</hi>
coll'aggiunta del quinto tomo, la quale avrebbe maggiormente rialzate le
stamperie di Venezia, e fatto che più danaro per questa via entrasse nella
città; che per facilitarla avean commessa la rivisione al padre teologo della
Repubblica, servita, il quale, se in queste nuove aggiunte e quinto tomo non
trovasse cosa che offendesse la religione ed i diritti de' principi, o
fosse contro i buoni costumi, ne avesse fatto ad essi relazione, anche a voce,
che tanto gli bastava, perché volentieri l'avrebber data licenza; e che,
per isfuggire ogni briga con Roma, tanto si sarebber contentati, che la
ristampa apparisse sotto nome di altra città. E ch'egli avea già parlato
col padre teologo, il quale aspettava i miei manuscritti per leggergli, e che
l'avrebbe presto sbrigati; onde mi sollecitava che io glieli dessi, per
portarceli e non doversi perder tempo.</p> 
<p>Non mancai di subito consignarceli, e se bene non fosser tutti posti in
ordine, nulladimanco, poiché tanto, dopo avergli letti, ciò poteva farsi, non
volli frapporre minimo impedimento, incaricando al Pitteri, ora più che mai, di
serbar il secreto (che fu difficile poterlo ottener da' Veneziani); e che
dicesse al padre teologo che, dopo avergli letti, sarei stato da lui per
conferire insieme di ciò che, forse, avrebbe stimato di togliere, mutare, o in
altra guisa esporre ed emendare. I manuscritti furono le note, correzioni e
nuove giunte, colle medaglie che doveano collocarsi ne' loro luoghi, in
ciaschedun libro de' quattro tomi. Seguivano gli altri, che componevano il
quinto tomo, con le varie critiche ed apologie per difesa ed illustrazione
dell'opera, ed altre dissertazioni e trattati appartenenti alla
medesima.</p> 
<p>Respirai alquanto, vedendo che col guadagno che io avrei ritratto da questa
ristampa avrei potuto tirar avanti per più anni la mia dimora a Venezia ed
intanto, da sicura parte, essere spettatore de' successi della guerra, e
vedere a lungo andare dove andassero a terminare le cose d'Italia. Quello
che mi rimaneva da ristaurare era la mia salute, che tuttavia ruinava, onde
facendo sentire al Pisani che io non ci trovava altro rimedio, che andarmene in
Mestre o in qualche altra vicina campagna, se più dovea differirsi la
villeggiatura di Rovere di Crè, egli l'affrettò il meglio che poté. E
finalmente, non prima che a' 6 di luglio, per acqua si partì per Rovigo;
dove giunti, cominciai a migliorare e ristabilirmi alquanto col mattutino
esercizio, in riandando per quelle campagne. Ma misero! Mentr'io così
credea aver riparato alquanto alle mie sciagure, non sapeva che altre insidie
ed altri mali peggiori mi si apparecchiavano in Venezia da' gesuiti e
dalla corte di Roma! La quale, non soddisfatta di avermi escluso da Napoli,
vedendo che in Venezia io era in tanta stima e sì ben veduto, e che la mia
<hi rend="italic">Istoria</hi> era cotanto ricercata e commendata — anzi
che si trattava d'una nuova ristampa accresciuta d'un altro tomo,
— pensò adoperare le solite arti maligne, per mezzo de' gesuiti, del
nunzio Oddi e dell'inquisitore; sicché io pur da quella città fossi
escluso, e con ciò interrompere ogni trattato di ristampa ed ogni altro mio
vantaggio, che io avrei potuto sperare dimorando a Venezia. I gesuiti,
fortemente sdegnati che, avendone essi medesimi data occasione, la risposta al
Sanfelice, dove si manifestava la lor perversa morale, erasi divolgata in
Venezia e letta con piacere da tutti, con fervore ne presero l'impresa; e
non tralasciavano da per tutto tendermi insidie, detraendo la mia fama presso i
di loro penitenti, descrivendomi per un eretico e miscredente.</p> 
<p>Chi avrebbe creduto che i gesuiti, scacciati sotto Paolo V da Venezia, come
sediziosi e perturbatori della repubblica, i quali anche dopo scacciati
tentarono nelle città finitime dello Stato, come lontane dalla metropoli, nuove
sedizioni e tumulti, tornati dapoi in Venezia sotto Alessandro VII fossero
stati non pur reintegrati nello stato primiero, ma dovessero acquistare ivi
maggiori ricchezze, autorità e credito? Tutto devono alla lor morale lo
scadimento di quella repubblica, la quale sempre più precipitando nella
dissolutezza e ne' vizi trovò chi, con false dottrine e rilasciate massime
di morale, accelerasse il corso, ed a chi correva all'ingiù aggiungesse
stimoli di sproni più acuti e pungenti.</p> 
<p>Né può dubitarsi che la morale che insegnano i gesuiti a Venezia abbia date
l'ultime pruove della sua perfezione; poiché a' loro divoti e
penitenti tutto lece ed è permesso: quindi, negli artegiani tante frodi ed
inganni; quindi, ne' traffichi tanto dolo; quindi, ne' curiali tanta
vafrizie e prevaricazione, e ne' magistrati tanta corruzione e sordidezza;
quindi, ne' lupanari tanta frequenza, sporcizie e sfacciataggine; ne'
giochi tanta assiduità e licenza. Ma ciò che sorprende e rende gli uomini
stupefatti è il vedere ch'essi sono i confessori e direttori di coscienza
della maggior parte della nobiltà, ed uno stesso sarà il confessore della dama
e del gentiluomo, cioè della putta e del drudo; poiché già corre ivi per nuova
moda ed usanza che a vicenda si cambino le mogli e si mescolino le stirpi e le
schiatte. Il gesuita confessa l'uno e l'altra ed assolve tutti due, e
sovente si vedono accostarsi all'altare l'amico e l'amica a
cibarsi dell'Ostia sacrata, e così credon aver con Dio saldato ogni conto,
e cominciar poi a metter nuove partite e calcular nuovi conti, essendo pronto
il computista per appianarli tutti!</p> 
<p>Or questi zelanti della salute delle nostre anime, coll'inquisitore,
avea io per ispettori de' miei andamenti e costumi. Curiosi di sapere se
io ascoltava o no ne' dì festivi messa, e aveva adempito al precetto
pasquale, e trovando che io non pur ne' dì festivi, ma sovente anche in
quelli di lavoro l'ascoltava regolarmente nella chiesa di San Salvatore, e
che nella mia parrocchia di Sant'Angelo, prossima alla casa del Pisani,
avea adempito al precetto pasquale il giovedì santo, che in quest'anno
cadea a' 7 di aprile, cominciarono a calunniarmi: che io ne' miei
discorsi dava indizio di non sentir bene de' santi e loro particolari
divozioni, e che l'ascoltar messa ed aver adempito al precetto erano tutte
mie apparenze e finzioni.</p> 
<p>Era partito da Venezia il nunzio Piazza, della primaria nobiltà milanese,
savio e discreto prelato, al qual niente piacevano le ipocrisie, ed in suo
luogo fu rifatto un altro nunzio, monsignor Oddi, d'umor contrario,
solenne picchiapetto e spigolistra, il quale volentieri unitosi co'
gesuiti <corr>[e]</corr> coll'inquisitore, cautamente gli dava
fomento e coraggio di proseguire nell'impresa.</p> 
<p>Nel mio soggiorno in villa a Rovere di Crè era ignaro di tutto ciò, ma poi,
tornato in città nella fine di luglio, trovai tante novità. Ed infra
l'altre mi fu riferito dagli amici, che i gesuiti andavan spargendo che in
Venezia s'era scoverta una gran turba di gentiluomini, nella quale erano
eziandio alcune gentildonne, ed anche de' religiosi e cittadini al numero
di ottanta, li quali deridevano nelle loro conversazioni le tante confratanze
de' secolari ch'erano in Venezia, e le particolari devozioni a'
loro santi; che non osservavano i digiuni, ed alcuni non si astenevano di
mangiar carne nel venerdì e sabato; che <corr>[affermavano
che]</corr> i tanti miracoli che si raccontavano erano imposture de'
frati, sicom'erasi già scoverto che la lingua rubiconda e fresca di
sant'Antonio, che si mostrava in Padova da que' franciscani, non era
di carne, ma di legno dipinto a color di carne; che l'odor di rose, che
dava l'arca ov'era il deposito del santo, veniva da' profumi che
i frati, industriosamente vi replicavano, per ingannar la semplice e divota
moltitudine; e che, per questi e simili scandalosi discorsi, davano indizio che
non ben sentissero della nostra santa Fede. Onde il nunzio ed il patriarca, per
non far maggiormente diffondere il male, erano tutti intesi per estirparlo, e
che già dal tribunal dell'inquisizione di Venezia si fabbricavan processi
sopra varie persone indiziate; né si astenevano di additare fino i loro nomi,
con le più minute circostanze de' loro pretesi delitti, e che fra breve se
ne sarebbe veduto condegno ed esemplar castigo.</p> 
<p>Queste voci, con tanta pubblicità da per tutto sparse, mi fecero entrar in
sospetto non fosse una cabala tessuta per me solo, riputando inverosimile che
un tribunale come quello dell'inquisizione, che procede con tanta
accortezza e con un impenetrabile secreto, permettesse che si divolgassero i
suoi processi, i nomi de' rei, e fino le minute circostanze de' loro
delitti. Ne avvertii per ciò il senator Pisani, pregandolo che come patrizio
vecchio ed inteso, e che avea amicizia co' ministri di quel tribunale e
con altri senatori, i quali potevano indagarne il vero, s'informasse con
diligenza del fatto, che io lo credeva una favola ed inventata per isgomentarmi
e mettermi in costernazione; se ben io non temessi, pur che si fosse dato luogo
alla difesa, d'espormi ad ogni cimento e smentire l'indegne
imposture. Poiché era sicuro che, ne' miei discorsi avuti in Venezia, non
avea più detto di quanto era nelle mie opere date alle stampe, ch'erano
sotto gli occhi del mondo; e sicome fin ora avea saputo darne a tutti conto e
render ragione, così avrei con maggior facilità potuto darla a' censori
veneziani; né io era stato a Padova, né sapeva niente di lingua e di profumi.
Il Pisani ed altri senatori suoi amici non mancarono esattamente informarsene,
e dopo molte ricerche trovarono che fosse una favola, né che mai in quel
tribunale si fosse fatto di ciò motto, né posto rigo in carta, ma che fossero
vane voci, sparse da' gesuiti ed altri della lor farina.</p> 
<p>Parimente pregai il Pisani che fossimo insieme a visitare il padre teologo
della Repubblica; sicome si andò, per sapere se avea letti i miei manuscritti,
e se mai in quelli avesse trovata cosa da emendare o togliere, che volentieri
l'avrei fatto. Il padre teologo mi rispose ch'egli l'avea
attentamente letti, e che non solo non avea trovata cosa che offendesse la
nostra Santa Fede o i diritti de' principi, ma gli riputava commendabili,
per sostenersi con vigore e chiarezza le supreme ed alte loro preminenze e
regalie: ch'egli questa testimonianza ne avrebbe data a' riformatori,
e che n'avrebbe agevolata la stampa, perché la repubblica non perdesse
l'occasione di maggiormente arricchire le sue stamperie
d'un'opera, che sarebbe da tutta Europa ricercata e commendata. Dopo
resele le dovute grazie, lo pregai che facesse presto e con secretezza, poiché
vedeva che i gesuiti troppo invigilavano sopra di me e delle mie cose, e che
avrebbero colla corte di Roma adoprati tutti gl'indegni ed insidiosi mezzi
per impedirla.</p> 
<p>Non per ciò mi quetai affatto, poiché dovunque capitava era dimandato a che
termine si trovava la ristampa, quando mai potessero aver la consolazione di
leggere il quinto tomo che con impazienza era aspettato, che cosa conteneva, e
cento di simili impertinenti dimande. Io, ancorché rispondessi che non sapeva
cos'alcuna e che non m'impacciava più né di stampe né di ristampe e
mi lasciassero in pace, non era creduto affatto; ed i gesuiti spesso mandavano
esploratori al Pitteri ed a' miei amici, per meglio accertarsene. Era per
ciò in continue angustie, maledicendo la mia dura sorte, che mi avea ridotto
fra gente cotanto curiosa, garrula e loquace, in mezzo alla quale pareami
impossibile che potesse venirsi a capo di qualunque cosa che si tentasse, dove
il segreto ed il silenzio fosser necessari; e tanto più a me, che stava esposto
a gli occhi di tanti invidi e maledici.</p> 
<p>Procurava di sfuggir sempre tali discorsi, e m'ingegnava di non farmi
vedere così spesso nella piazza di San Marco, frequentando il giorno la casa
del Bettoni, dove trovava il Pasqualigo, il quale solea con la sua gondola,
dopo avere spasseggiato il Canal grande ed osservati gli ampi edifici della sua
riva, condurmi la sera in casa dell'avvocato Terzi, non molto lontana da
quella del Pisani. Ivi trovava alquanti eruditi gentiluomini, e sovente
l'abate Conti, co' quali fino alle tre della notte soleva
trattenermi; e poi, con un servitore del Pisani che veniva a prendermi col
lume, mi ritirava a casa.</p> 
<p>E così proseguendo, eravamo già entrati ne' princìpi del mese di
settembre.</p> 
<p>Il giorno 13 di questo mese, martedì, giorno per me sempre memorando, ebbi
la mattina una lunga visita dal senatore Antonio Cornaro, col quale fin ad ora
di pranzo tenni lunghi discorsi sopra varie materie istoriche e filosofiche. Il
dopo desinare, secondo il solito, mi portai in casa del Bettoni, dove
trattenutomi alquanto con que' gentiluomini soliti ivi a ragunarsi, dal
Pasqualigo in sua gondola fui condotto al solito spasseggio del Canal grande; e
fattasi sera, lo pregai che mi conducesse in casa dell'avvocato Terzi.
Trovai ivi la solita radunanza di gentiluomini, alla quale poco dapoi
sopraggiunse l'abate Conti. Sonate le tre della notte, ciascuno prese la
via di ritirarsi a sua casa, chi per acqua, chi per terra.</p> 
<p>Quella notte l'abate Conti, calandocene insieme secondo che portava il
discorso cominciato, non si staccò da me per lungo tratto di cammino,
avviandosi meco e tenendomi compagnia per tutto il campo di Santo Stefano.
Quando poi si prese il vicolo stretto, che conduce al ponte avanti il
monastero, ci licenziammo insieme, egli, tornando indietro, per condursi in sua
casa, io, proseguendo oltre col servidore del Pisani che portava avanti il
lume, passai il ponte e giunsi al campo di Sant'Angelo.</p> 
<p>Nel volgermi a man sinistra per entrare nel palazzo Pisani, che era poco
discosto, ecco che da' lati m'usciron due uomini innanzi, i quali,
postomi in mezzo, mi dissero che io era preso; ed intanto, dando segno co'
loro fischi a gli altri, mi vidi circondato da gran turba di birri, che in
Venezia chiamano “zaffi”. E dicendogli chi io era, e che forse
prendevan abbaglio, e per uno avesser fatta preda di un altro, mi replicarono
ch'essi ben mi conoscevano, e che bisognava venire dov'essi mi
avrebber condotto; e frettolosamente traversato il campo di Sant'Angelo e
postomi sul capo un mantello, perché non fossi conosciuto, mi condusser per
que' stretti vicoli, senza sapere dov'io fossi, fin che non giungessi
nella piazza di San Marco. Se ben di notte fossi così rapito, nulladimanco, non
essendo ancor le botteghe tutte chiuse, la gente curiosa, secondo che più
s'avanzava di cammino, più cresceva, ed accorrendo da tutte le parti
maggior numero di zaffi, mi vidi in mezzo la piazza di San Marco, circondato da
un immenso stuolo di vil plebaccia, che quasi empiva tutto quello spazio.</p> 
<p>Allora più cose si ravvolgevano per la mia mente. Fra l'altre, pensando
che finalmente la corte di Roma ed i gesuiti eran venuti a capo delle loro
cabale ed insidie, dalle quali era difficile di poterne un uomo onesto
scampare, ed a quali duri strazi ed altro infelice fine sarei stato io
riserbato, considerava quanto instabili e volubili fossero le umane vicende e
quanto folle era colui che in lor poneva speranza. Quella stessa piazza, dove
sovente circondato dalla primaria nobiltà, a gara senatori ed altri
gentiluomini concorrevan in rendermi onore e cortesia, la vedeva cambiata in
uno sconcio e rozzo teatro, dove in mezzo alla vile e succida plebe era
miserando spettacolo della loro compassione, e forse anche delli loro scherni e
derisione. Avendo io però preparato l'animo ad ogni sinistro caso,
seguitava i miei rettori ove mi traevano, per vederne il successo.</p> 
<p>Mi condussero nelle stanze del “misser grande” (che così
chiamano in Venezia il bargello maggiore) il quale abitava alle Procuratie
vecchie di San Marco. Questi, in vedermi, mi disse che io non mi sgomentassi,
poiché non era stato preso per condurmi in carcere, ma per ordine
degl'inquisitori di Stato, i quali volevano che io tosto uscissi da
Venezia e da' suoi domini, fuori de' quali sarei stato condotto, e
che si mandava ora un fante (che dovea accompagnarmi) in casa Pisani, perché si
facesse consignare tutta la mia roba, per meco portarla dovunque, uscito
da' confini, mi piacesse andare.</p> 
<p>A ciò gli risposi che, per far questo, non ci bisognavano tanti apparati e
tante turbe: bastava a' signori inquisitori, se non per mio riguardo,
almanco per rispetto d'un lor senatore, in casa di chi io dimorava, che mi
facessero sentire esser questo lor piacere, che sarebbero stati immediatamente
ubbiditi, di immantinente partire; poiché a me la sola necessità mi costringeva
a dimorar a Venezia, non già voglia o piacere che n'avessi. Intorno alla
mia roba, non era sì poca che potesse farsene subito fagotto e portarlo meco;
che io avea una picciola biblioteca, la quale ben poteva rimanere in casa del
Pisani, che sarebbe rimasa in buone mani fin a tanto che io, fermato altrove il
mio domicilio, non avessi colà potuto farla trasportare. Intanto, bastava che
si facesse consignare il mio forziere, ov'erano alquanti miei denari ed
altre robe, per supplire a' bisogni del viaggio, poiché il rimanente si
avrebbe potuto mandar dopo.</p> 
<p>Ma mentre io così parlava al “misser grande”, il fante era già
partito per casa Pisani, senza che si fosse dato tempo di dirli che cosa
dovesse portarmi; né frattanto dalla casa Pisani, il quale dal suo servidore
avea già saputo il mio arresto, vedeva persona colla quale potessi tutto ciò
dire, rimanendo colla speranza che il fante, comunicando al Pisani la mia
sollecita partenza per ordine degli inquisitori di Stato, i quali volevano che
mi si fosse data la mia roba, il Pisani gli consignasse ciò che era necessario
per un sì improvviso e sollecito viaggio.</p> 
<p>Il “misser grande”, sicome mi sollevò in dirmi che questo fosse
ordine degli inquisitori di Stato, poiché era sicuro che la calunnia tosto si
sarebbe scoverta, non avendo io né per pensiero macchinata cos'alcuna
contro la Repubblica; così mi attristò, quando poi mi soggiunse che
l'ordine era di condurmi per acqua a' confini dello Stato
ecclesiastico, in Crespino, villaggio del Ferrarese. Allora cominciai a
pregarlo che mi portassero in altro confine, o in Triesti, o altra parte che
non fosse dello Stato del papa, sapendo tutti le persecuzioni che m'eran
date da quella corte, e che io non era sicuro, capitando in luogo sì inimico e
sospetto; che ben si sarebbe adempito l'ordine degli inquisitori
portandomi altrove, i quali forse, se avessero a ciò avvertito, avrebbero
prescritto altro confine, non credendogli cotanto spietati e barbari, che
volessero darmi in preda de' miei fieri ed implacabili nemici. Ma colui si
scusava non poter un punto trasgredire gli ordini dati, né vi era questo tempo
(essendo ormai la mezzanotte) di potergli parlare, ingegnandosi di persuadermi
che non dubitassi di funesto accidente, poiché in Crespino avrei trovata pronta
comodità di passar presto in altro Stato, che non fosse della Chiesa
romana.</p> 
<p>Con questa agitazione io era, aspettando il ritorno del fante dalla casa
Pisani colla roba per partire. Era questi un vecchio scimunito, il quale,
giunto che fu dal Pisani, non gli disse altro che per ordine degli inquisitori
di Stato gli consignasse tutta la mia roba, senza dirgli che io dovea partir
subito, e che la roba si cercava per meco portarla: ciò che ben potea dire,
poiché il “misser grande” l'avea a me palesato, non già in
secreto, ma in sua presenza e di quante persone, ch'eran molte, erano
nelle sue stanze. E pure egli, con mozze parole, non cercava altro che la mia
roba; sicché, come seppi dapoi, pose la casa Pisani in una grandissima
costernazione, credendo tutti che io per delitto di Stato fossi stato preso, e
che la roba si cercasse come confiscata. Né in quella perturbazione così il
Pisani padre, come suo figlio, ebber tanto d'industria o di coraggio, dal
fante o da altri, o pure con mandar persona dal “misser grande”,
nelle cui stanze io era, d'informarsi meglio del successo. Mi ebbero per
ciò per perduto e morto, e cercando tutti salvar sé stessi, ne mandaron tosto
di casa quel giovane mio figliuolo, occultando il meglio che potevano le mie
scritture e robe. Ed insistendo il fante che gli si fosse consignata la mia
roba, il Pisani finalmente gli disse che non vi era di me in sua casa altra
roba che libri ed alcune poche cose, ch'egli ce l'avrebbe consignati;
e portatolo nella stanza ov'erano i miei libri, si cominciò a levargli
dalle scanzie, e fattine più cumuli da' marinari, si trasportarono nella
peota che dovea condurmi a Crespino, empendone la prora e la poppa di quella,
alla rinfusa ed a mucchi, secondo che li venivano alle mani.</p> 
<p>Questa era la cagione perché il fante non si vedea mai tornare: sicché, dopo
averlo aspettato due ore, venne finalmente, e dettomi che tutto era già stato
riposto in barca, affrettò il partire. Ed avendogli dimandato se avea ivi
riposto il mio forziere, ov'erano alquanti miei denari e gli abiti, mi
rispose che il Pisani non l'avea consignati se non libri, che per esser
tanti avea dovuto impiegare tutto quel tempo ed i marinari, per trasportarli in
barca. E che ho da far io de' libri — gli dissi, — che più
tosto mi saranno d'impaccio, quando il più necessario mi mancava? Come,
senza denari, poteva io partire, e senz'abiti, fuor che di quelli che avea
addosso? Tornasse a farsi consignar almanco il forziere e dire al Pisani che io
dovea partire, che, ciò sapendo, non avrebbe mancato di consignarcelo subito.
Ma furono gettate al vento le mie parole e preghiere, replicandomi ch'era
già tardi ed a mezzanotte tutti dormivano, e non poteva differir di vantaggio
la partenza; ma che bisognava tosto imbarcarci, per poter arrivare la notte
seguente a Crespino.</p> 
<p>Fu dura necessità ubbidirlo; e posto in barca, verso le cinque ore della
notte, così come fui preso, con que' pochi denari ed abiti che mi trovava
addosso, si navigò tutta quella notte, in compagnia del fante e d'un
soldato di guardia e de' marinari che guidavano la peota.</p> 
<p>All'apparir del giorno 14 del mese, non senza lagrime vidi quel
doloroso spettacolo de' miei libri, con tanta diligenza e spesa da me
raccolti, gettati di qua e di là per la nave, il numero e disordine de'
quali mosse anche la compassione del fante istesso, e cominciò a conoscer
l'errore; sicché lo pregai che, vedendo l'impossibilità di poterli
meco condurre per terra, sbarcato che io fossi a Crespino, mi facesse la grazia
di riportarseli seco e consignarli al Pisani, perché avrei io dapoi pensato di
fargli trasportare altrove. Ma negò prima di poterlo fare, persuadendomi che
io, piuttosto, gli lasciassi in poter dell'oste a Crespino, da dove poi
avrei potuto fargli trasportare in altro luogo che volessi; né fu possibile,
proseguendo il cammino di quel giorno, di piegarlo. Ma dapoi, lasciate le
lacune e navigando incontro l'acque del Po, avvicinandoci la sera a
Crespino, il fatto istesso (ciò che non avean potuto le mie preghiere) lo
arrese e convinse. Poiché ad un'ora di notte giunti nel confine del
Ferrarese, si trovò che l'osteria dove dovea posarmi, essendo l'acque
del fiume basse, era molto discosta dalla riva, né potea la barca condursi fin
là, ma per giungervi era d'uopo, per terra, far lungo cammino a piedi, né
vi era modo di poter far trasportare ivi tanti libri, essendo di notte, né per
quelle campagne si vedea persona. Allora il fante, scorgendo
l'impossibilità della cosa, si persuase e mi promise che avrebbe seco
riportati i libri, e restituiti al Pisani; di che io sopra la sua fede
rimanessi pur sicuro, che avrebbe esattamente adempito quanto prometteva.</p> 
<p>Poi, per ordine degl'inquisitori di Stato fattomi sentire che io, sotto
pena della vita, non facessi più ritorno a Venezia, né a' Stati di quella
Repubblica, mi espose alla riva del Po. E datomi il soldato di guardia con un
marinaro, che mi accompagnassero fino all'osteria, si caminò a piedi lungo
tratto, per arrivarci; dove non si giunse se non passate le due ore di notte.
Quivi mi lasciaron solo, se non con un garzone dell'oste (poiché, essendo
l'ora tarda, l'oste e tutti gli altri dormivano), e tornarono in
dietro al fante, che l'aspettava in barca.</p> 
<p>E questo fu il frutto che io trassi dalle tante carezze ed accoglienze
usatemi in Venezia, sperimentando in mia persona qual veramente fosse la fede e
lealtà veneziana.</p> 
<p>Il giovane dell'oste si scusava che, essendo tardi, non avea che darmi
per cena. Gli risposi che per questo non si affliggesse; mi desse solo un poco
di pane ed un bicchier di acqua, e letto per ristorarmi dalla stanchezza del
cammino dalla barca fin qui. Mi offerì vino, ed io dicendogli che non ne bevea,
di ciò sorpreso mi portò del pane e dell'acqua. Ed intanto dimandandogli
se vi era comodità di poter la mattina, per tempo, partire per Modena, mi
rispose che vi era in quelle campagne un villano, che teneva un galesse con due
giumente, ma non sapeva se potesse, condurmi fino a Modena, non facendo viaggi
se non ne' luoghi vicini. Lo pregai che la mattina a buon'ora lo
chiamasse e conducesse seco, per parlargli, e mi promise di farlo; onde,
postomi in letto, passai come Dio volle quella notte, aggitato di mente da
mille pensieri torbidi e funesti.</p> 
<p>Venne l'alba, e levato di letto trovai che il giovane avea già avvisato
il villano, il quale venne da me coll'oste; e déttogli il mio bisogno si
scusava che, non essendo pratico, non poteva condurmi se non al Ponte di Lago
oscuro, pure nel Ferrarese, dove io avrei potuto provvedermi per Modena
d'altra comodità. Ma dicendogli che non voleva perder tempo in trattenermi
per ciò in altri luoghi, lo pregava che quel guadagno, meglio e di più buona
voglia, l'avrei a lui dato che a qualunque altro, onde facesse animo che,
con dimandare, facilmente gli sarebbe mostrata la via che conduce a Modena.
L'oste era dalla mia parte, e sopraggiungendo un altro vecchio, pratico
de' luoghi, questi l'incoraggì istruendolo delle strade,
<corr>[dicendogli]</corr> che non avrebbe potuto disperderle.
Finalmente si contentò, e datogli quanto pretese, prestamente quella mattina
stessa de' 15 mi posi in galesse e tirai avanti, e con dimandare a quanti
per via s'incontravano la strada di Modena, si giunse la sera a Cento e la
mattina del dì seguente, 16 del mese, ad ora di pranzo, arrivai a Modena.</p> 
<p>E posato nell'osteria del Gadi nella parrocchia di Sant'Agata,
vicino la chiesa di San Domenico, essendo venerdì, giorno di posta per Venezia,
immantinente scrissi al Pisani ed al principe Trivulzi, dandogli avviso del mio
arrivo a Modena, dove pensava trattenermi sconosciuto fin che non potessi
risolvermi ad altro partito, aspettando intanto con impazienza da essi
riscontri, per sapere la cagione onde si fossero mossi gli inquisitori di Stato
di dar un passo sì precipitoso e barbaro, e come in Venezia si fosse inteso. E
sopra tutto pregai il Pisani che m'avvisasse se il fante avea riportati i
miei libri, e se il mio giovane, l'altre mie robe, denari e scritture
fossero in salvo, e mi mandasse denari, perché io non avea se non que'
pochi che mi trovai addosso; pregandogli a rispondermi in Modena sotto altro
nome, che io gli additai, e che tenessero a tutti nascosta la mia dimora in
quella città.</p> 
<p>Non prima de' 29 di questo mese ebbi risposta dal Pisani, il quale mi
avvisava che, se bene quella notte che fui preso, non sapendo che di me e di
loro si facessero gl'inquisitori, la sua casa fosse tutta costernata e
piena di spavento, nulladimanco la mattina si seppe subito per tutta Venezia la
mia partita, onde tutti di sua casa respirarono alquanto, ed egli fece
richiamare il mio giovane in sua casa. E tanto maggiormente si calmarono,
perché si divolgò la cagione o 'l pretesto che allegavano
gl'inquisitori: la quale non era altra, se non perché io, dimorando in
casa d'un senator veneto, frequentava spesso la casa dell'ambasciador
di Spagna e quello di Francia. Ma che tutti gli uomini di senno ed accorti,
sicome riprovavano il precipitoso passo, così credevano che questo fosse un
mendicato pretesto, ma che in realtà il colpo fosse venuto dalla corte di Roma,
la quale, mal sofferendo che io in Venezia fossi ben veduto e che si trattava
di ristampar ivi la mia <hi rend="italic">Istoria</hi> coll'aggiunta
d'un quinto tomo, per mezzo del nunzio, dell'inquisitore e de'
gesuiti, vedendo preclusa ogni altra strada per rovinarmi, tentarono quella
degli inquisitori di Stato, per l'opportunità che i gesuiti ebbero,
d'essere in quel mese due de' tre inquisitori loro penitenti, sopra i
quali aveano tutta l'autorità; ed affrettarono il passo poiché, forse, non
gli sarebbe riuscito nel seguente mese, che doveano gl'inquisitori
mutarsi. De' tre inquisitori, principalmente ad uno se ne dava la colpa,
ch'era il più liggio e dipendente de' gesuiti, il qual mosse
l'altro; poiché il terzo protestava non averci avuta parte alcuna. Che
tutti i gentiluomini, sicome compativan il mio duro caso, così non lasciavano
di biasimarne l'autori; e che alcuni, riguardando che fosse ciò seguìto
dal capriccio di uno o due, senza partecipazione del senato, pensavano alla
maniera come io potessi con onore farci ritorno.</p> 
<p>Lo stesso vennemi confermato da altre lettere, che ricevei dal senator
Antonio Cornaro e da altri amici; ed il principe Trivulzi mi scrisse che non si
dubitava che fosse stata cabala della corte di Roma, tessuta per le mani del
nunzio e de' gesuiti. Ed ebbi anche altri riscontri, che
l'ambasciador di Spagna, essendogli riferito il caso e la cagione che si
divolgava per Venezia, per aver io frequentata la di lui casa, non lasciava con
tutti di dire che questo era un pretesto troppo miserabile e bugiardo, rendendo
a tutti testimonianza che, in tutto il tempo ch'era io stato a Venezia,
non l'avea visitato che cinque o sei volte, e queste furono prima di
passar io nella casa Pisani, poiché dopo questo passaggio non vi fui che una
sol volta, per sapere che risoluzione si fosse presa dalla corte del re Carlo
intorno al mio ritorno in Napoli. Lo stesso diceva l'ambasciador di
Francia, che ciò fosse un mendicato colore, poich'egli non mi vedeva se
non quando il caso portasse che ci fossimo incontrati nel monastero di san
Lorenzo, e che più volte invitatomi a pranzo, dopo che passai in casa Pisani,
me n'era sempre scusato; che ben si sapeva donde e per mano di chi si
fosse tessuta la macchina, e che <corr>[solo]</corr> a'
fanciulli potevano gl'inquisitori dar a credere la favola ed il pretesto
cercato, il quale maggiormente qualificava il passo per imprudente e
capriccioso, e dato unicamente per compiacere a' gesuiti ed alla corte di
Roma.</p> 
<p>Ed in vero, a chi poteva venir in mente che io, che non era a' stipendi
della Repubblica, ma un forastiere che dimorava, come ospite, nella casa del
Pisani, fossi compreso dalle scrupolose leggi che i Veneziani a sé stessi han
imposte? Quando al contrario non si tien conto che le mogli, le figliuole, le
sorelle e nipoti de' senatori e gentiluomini abbian commerci e trattino,
nelle conversazioni ed altrove, con gli ambasciadori, secretari ed altri di lor
famiglie? E pure, sopra di me eran volti gli occhi de' gesuiti, per notare
ogni mio detto o passo, per che fosser somministrati i fili per ordire le
insidiose lor reti. E forse sarò io l'unico essempio? E
<corr>[forse]</corr> che in Venezia, la quale per esser ricettacolo
di tutti i ribaldi solea chiamarsi la ricevitrice di ogni sozzura, ora i
forastieri, ancorché onesti, non vi sian più sicuri? Poiché, sempre che i
gesuiti, i quali avran la direzione delle coscienze degli inquisitori di Stato,
vorranno rovinargli, hanno facile la via di farlo, dipendendo dal capriccio
d'uno o due inquisitori la fama, la roba e la vita di qualunque uomo
onesto, da bene e morigerato che e' si fosse.</p> 
<p>Fui ancora dal senator Pisani avvisato che il Pitteri, saputa la notte
stessa la mia disgrazia, prestamente si portò la mattina seguente di
buon'ora dal padre teologo, e con sollecitudine gli richiese tutti i miei
manuscritti, che l'avea consignati, il quale ce gli restituì subito;
talché, essendovi egli poche ore dopo giunto per avergli, ed avendogli il padre
teologo detto che già il Pitteri aveasegli ripigliati, immantinente si portò
dal medesimo, per ricuperargli. Ma il Pitteri negava di darceli, dicendo che,
avendogli da me ricevuti, senza mio ordine non poteva ad altri consignarli;
sicché bisognò con molti stenti e con precisi ordini del magistrato
costringerli ad esibirgli; e ch'erano già in suo potere, siccome tutte le
altre mie scritture, robe ed i denari erano in salvo e nelle sue mani. Intorno
a' libri, il fante non averceli riportati, secondo promise; ma che fu
d'uopo per avergli ricorrere dagl'inquisitori, li quali in ciò si
mostrarono facili ed indulgenti, comandando che fossero tutti restituiti e
consignati in suo potere, sicome fu fatto; se bene, al confronto che si fece
col mio catalogo, si vide che ne mancavano alcuni, che fu il manco male a
riguardo de' passati pericoli.</p> 
<p>Mi scrisse perciò che l'avessi io avvisato di ciò che dovea farne;
sicome se il mio giovane, ch'era in sua casa, dovea farlo tornare in
Napoli, o pure stradarlo per dove io era, co' danari e colla roba che mi
bisognasse; e che, intorno alla mia persona, vedessi quanto più presto fosse
possibile uscir d'Italia, poiché la corte di Roma, in qualunque luogo
fossi di quella, non avrebbe tralasciato di perseguitarmi; e che il più sano
consiglio, ch'egli ed i buoni amici potevan darmi, era che io me
n'andassi ne' Svizzeri, o in Ollanda, o, se potessi, in Inghilterra,
ove sarei stato ben ricevuto e più sicuro. Lo stesso mi scrivea il principe
Trivulzi, sollecitandomi a partir da Modena, che non era per me luogo sicuro; e
scrivevan il vero poiché, come seppi dapoi, da Roma si eran dati ordini a tutti
gl'inquisitori di Lombardia, di Fiorenza, di Genua e dove capitassi, di
arrestarmi. Ed io ben conosceva che questo sarebbe stato il più savio
consiglio; ma come poteva intraprendere sì lunghi viaggi, in età così avanzata
e con pochi danari, non essendomi rimasi che ottanta ungheri, fra quelli che io
avea lasciati in Venezia e portava meco?</p> 
<p>Mi risolsi infine, sconosciuto, di passare a Milano, e di là scrivere a
Bousquet in Ginevra, che se mai ivi fosse necessaria la mia assistenza per la
traduzione francese, e la sua compagnia volesse intraprendere la stampa di
quanto erasi disposto a Venezia d'altre mie opere italiane, me
l'avvisasse, perché dalla sua risposta avrei presa di me risoluzione.
Riscrissi per ciò a Venezia al Pisani ed al Trivulzi, che volentieri mi sarei
appigliato a' consigli loro e degli altri buoni amici, ma che senza
soccorso di danaro non poteva intraprendere sì lunghi viaggi; che a me,
presentemente, bisognava trovar modo di poter in qualche luogo onestamente
vivere colle mie fatiche, e che non mi restava altro più vicino rifugio, se non
di tentarlo in Ginevra, dove forse avrei opportunità di trovarlo; ch'era
per ciò risoluto passare a Milano, dove più da presso avrei potuto con Bousquet
trattare de' miei interessi.</p> 
<p>Scrissi per ciò al Pisani, che volendosene tornar il mio giovane a Napoli,
gli desse quanto bisognava pe 'l viaggio; ma se pure voleva seguitarmi ed
essere a parte de' miei travagli, lo stradasse, con buona compagnia, per
Modena. Al quale poteva consignare il mio denaro e le scritture, e sopra tutto
i manuscritti che avea ricuperati dal Pitteri, gli abiti e quella mia roba che
potea portar seco, essendo sicuro che dal medesimo avrei ricevuto il tutto con
puntualità ed esattezza. Intorno a' libri, che avesse la bontà di tenergli
in suo potere, infino che io non risolvea o di vendergli, ovvero di fargli
trasportare altrove, pregandolo che in ciò si compiacesse di usar meco la
solita sua affezione e beneficenza, della quale il caso mio infelice, ora più
che mai, n'era ben degno e meritevole.</p> 
<p>Pregai affettuosamente il principe Trivulzi che, dovendo passare a Milano,
mi facesse la grazia di raccomandarmi alla principessa Trivulzi, sua moglie, la
quale, fin che io fossi a Milano, prendesse di me cura e protezione. E risposi
alle gentili ed affettuose lettere del senator Cornaro, nelle quali mi dava
notizia d'essere stato in Venezia da tutti il mio caso non pur compatito,
ma gli autori universalmente biasimati; che era contento che presso i Veneziani
fossi nel medesimo concetto di prima, ed avesser ben conosciuta la cabala, e
donde e da chi fosse stata tessuta; ma che di questo stesso, per mio onore,
bisognava che ne fossero consapevoli anche l'altre città d'Italia,
sicome io non avrei mancato di far pervenire alla notizia di tutti, non meno la
protervia e malignità degli autori, che il sentimento mostratone dalla parte
più sana de' savi che compongono il senato e sì degna Repubblica.</p> 
<p>Mi convenne, per ciò, trattenermi sconosciuto in Modena e fuor del consorzio
umano per più settimane, fin che non giungesse il giovane mio figliuolo colla
mia roba, manuscritti, scritture ed abiti, e sopra tutto col denaro per poter
proseguire avanti il viaggio. Giunse finalmente a Modena, non prima de' 26
di ottobre, mercordì la sera, e portò seco il mio forziere, con gli abiti e
scritture ed il denaro che dal Pisani eragli stato consignato. Ma non portò i
manuscritti che si erano ricuperati dal Pitteri, scrivendomi il Pisani che per
compiacere ad alcuni gentiluomini, suoi amici, che aveano gran desiderio di
leggerli, glieli avea confidati, ma che me l'avrebbe trasmessi a Milano,
per comodità sicura. Rimasi sorpreso, ma non dubitando della di lui lealtà,
prima di partir da Modena gli scrissi che, ricuperati che l'avesse, gli
consignasse al principe Trivulzi, il quale (sicome, con altre mie lettere, lo
pregava) non avrebbe mancato sicuramente farmeli pervenire a Milano.</p> 
<p>Partii col mio giovane da Modena il sabato la mattina, 29 di ottobre, e la
sera si arrivò a Parma. Il dì seguente si partì per Piacenza, dove si giunse la
mattina dell'altro giorno, lunedì, ultimo del mese.</p> 
<p>La mattina del martedì, primo di novembre, si arrivò a Milano; dove, fermato
nell'osteria di Bigatti al vico de' Visconti, la principessa
Trivulzi, secondo l'avviso datoli dal principe suo marito, che io sarei
fermato a Milano in casa Bigatti, non mancò di mandar il suo secretario, don
Francesco Canarj, un gentilissimo cavalier sardo. Il quale, dopo aver in nome
della medesima fattemi cortesissime esibizioni, dicendomi, che avendo la
principessa desiderio di parlarmi, l'avvisassi in qual ora dovesse mandar
sua carrozza a prendermi, avendole rese le dovute grazie gli risposi che io era
a disposizione di Sua Eccellenza, e che la mandasse quando fosse di suo comodo,
perch'era sempre pronto per ricevere un tanto favore, e che non minore era
il mio desiderio di venire a riverirla; ma che intanto la pregava di tener
secreto il mio arrivo, poiché io sotto altro nome era entrato a Milano e
dimorava in quella casa, sicome pregai il secretario che non facesse ad altri
motto di mia persona.</p> 
<p>Scrissi a Bousquet in Ginevra, dandogli parte del mio arrivo a Milano e che,
se la sua compagnia, oltre la mia direzione per ciò che s'attiene
all'impressione della traduzione francese, voleva assumer il carico di
stampare quanto io avea preparato a gli stampatori di Venezia, volentieri mi
sarei colà portato, perché l'opera, essendo italiana e dovendosi imprimere
sopra manuscritti, ricercava il proprio autore, per venire corretta ed esatta,
e con tal opportunità si avrebbe potuto anche tradurre in francese il quinto
tomo, sicché l'opera riuscisse più compita e perfetta; ma che, la mia dura
sorte avendomi ridotto nell'ultima necessità, non poteva a ciò risolvermi,
se non avessi riscontro che fosse lor a grado, e che si contentassero
somministrarmi quanto avea convenuto con gli stampatori di Venezia.</p> 
<p>Aspettando tali riscontri da Bousquet fui, secondo ciò che s'era
stabilito col secretario, dalla principessa Trivulzi, la quale mi ricevé con
somma cortesia e gentilezza, ed ebbi occasione di conoscere una dama molto
discreta, savia e prudente. Alla quale narrai i miei infelici successi, e che
prevedendo che la corte di Roma non mi lasciarebbe viver quieto in Italia, dove
mostrava non volermici, avendomi impedito il ritorno a Napoli e la dimora in
Venezia, avea pensato di passare in Ginevra, non già per mutar religione, ma
dove forse colle mie fatiche avrei trovato modo di poter onestamente vivere,
credendomi abbandonato da tutti e dalli stessi miei congionti; e che i buoni
amici mi consigliavano ad uscir d'Italia e, se io potessi, andarmene in
Inghilterra, non che a' Svizzeri ed in Ollanda; e che a far lo stesso
veniva consigliato dal principe suo marito, al quale anche la mia dimora a
Milano era sospetta, scrivendomi che affrettassi al possibile di pormi presto
fra' Svizzeri. Che con somma mia dispiacenza ero costretto di farlo, ma la
dura necessità, sicome per un verso mi costrinse uscir da Germania, così ora
per un altro mi obbligava uscir d'Italia, per non esser bersaglio delle
persecuzioni della corte di Roma, la quale par che abbia rivolte tutte le sue
insidiose macchine contro di me, per atterrarmi.</p> 
<p>Mossesi la principessa a gran compassione per le mie parole, e considerando
il duro passo che la necessità mi costringeva a dover dare, mi rispose che
sospendessi la partenza. Poich'ella, per quanto avea potuto scorgere dal
marchese Olivazzi, gran cancellier di Milano e suo amico, credeva che la mia
dimora a Milano non poteva essermi sospetta; palesandomi che, dopo
l'avviso ch'ebbe dal principe di essermi incamminato per Milano,
avealo con sommo secreto comunicato al medesimo affinché, se mai dalla corte di
Torino vi fosse istruzione o ordine di non ricevermi, potesse prevenire prima
che io vi giungessi, o, giunto appena, farmene consapevole, perché io altrove
volgessi il cammino; e che l'avea risposto che non vi era tal ordine, né
fin allora se n'era fatto alcun motto. Onde mi consigliò a rimanere, anzi
che stimava che io mi fossi scoverto al gran cancelliere, ed ella avrebbe
mandato il suo secretario Canarj a dargli avviso del mio arrivo, ed a pregarlo
che volesse stabilirmi un'ora che li fossi più comoda, perché io sarei
venuto a riverirlo ed informarlo di tutti i miei successi; e che intanto,
essendo solito il gran cancelliere ed il general Petit, sopraintendente
generale delle finanze, le sere, portarsi in sua casa, l'avrebbe parlato
in buona forma in mia commendazione, essendo allora l'Olivazzi ed il
general Petit i due primi ministri, da' quali per la corte di Torino
reggevasi la città e lo Stato di Milano.</p> 
<p>In effetto, essendo stato il secretario dall'Olivazzi, tornato che fu
dalla sua villa, a dargli l'avviso che io era a Milano e se permetteva che
io venissi a visitarlo, ne mostrò compiacenza e che volentieri mi avrebbe
parlato; e gli designò il giorno del mercordì la mattina (che furono i 16 del
mese), che m'avrebbe aspettato in sua casa. Ed io, dovendo trattenermi,
pregai il secretario che mi alleggerisse dalla spesa che soffriva in casa
Bigatti, e vedesse trovarmi un paio di stanze in una casa privata; siccome, con
somma sollecitudine ed accuratezza, me le trovò prossime al palazzo de'
Trivulzi, ove abitava la principessa.</p> 
<p>Il mercordì la mattina fui dal gran cancelliero, il qual mi ricevé con somma
benignità. Ed avendogli minutamente esposti tutti i miei successi e la dura
necessità, che mi costringeva di cercar fuori d'Italia luogo per me fosse
sicuro, ed il consiglio della principessa di fermarmi a Milano, dove forse non
avrebbe dispiaciuta la mia dimora, ciò mi avea animato di ricorrere alle sue
benignissime grazie, affinché scrivesse alla corte di Torino in mia
commendazione. E che se mai potessi aver l'onore d'essere impiegato,
o in Torino, o in Milano, a' servizi d'un principe cotanto savio e
glorioso, quanto era il re Carlo Emanuele, il qual, non degenerando dagli
augusti e magnanimi suoi predecessori, avea empita l'Europa de' suoi
fatti egreggi, non meno in pace che in guerra, io l'avrei ricevuto per
singolar grazia; tanto più che non era ignoto in quella corte, siccome in
Vienna era ben veduto dal marchese Breglia, inviato di Sua Maestà nella corte
cesarea, e dal presidente Siccardi, che si trovava ivi incaricato pure dal Re
de' pubblici affari; e che nemmeno era ignoto al marchese di Ormea, primo
ministro e secretario di Stato di Sua Maestà al quale avrei anche scritto,
pregandolo della sua buona grazia e protezione.</p> 
<p>L'Olivazzi mi rispose che per Milano non vi era opportunità di mio
accomodamento; ma potea sì ben incontrarsi per Torino, almanco per la carica
d'istorico del Re. Ch'egli, per la premura anche datale dalla
principessa Trivulzi, n'avrebbe efficacemente scritto alla corte; e che
ben poteva io anche scriverne al marchese di Ormea e mandar a dirittura a lui
la lettera, ed aspettar i riscontri che si fossero ricevuti. Scrissi per ciò al
marchese una molto umile e dimessa lettera, esponendogli i miei duri casi, e
pregandolo fervorosamente della sua intercessione presso la maestà del re; al
qual io, con tutto lo spirito, avrei in suo servizio sacrificato tutto il
rimanente di mia vita, in qualunque occasione che la mia opera e la mia penna
potesse esser di suo gradimento. Ed il gran cancelliere disse alla principessa
aver anch'egli scritto a Torino con fervore, in mia commendazione.</p> 
<p>Intanto, ascoltando io la mattina d'una domenica messa, capitò in
quella stessa chiesa il senator Cola, che io non conobbi, pel nuovo abito di
toga talare del quale era adorno; ma sì bene egli ravvisò me, come quello che
più volte aveami veduto a Vienna e trattato insieme. Terminata la messa si
avvicinò, e presami la mano fecemi grate dimostranze, ed usciti di chiesa, mi
dimandò qual fato aveami tratto a Milano. E rispostogli che io vi era di
passaggio, brevemente gli narrai le mie disavventure. Ed entrati in vari
discorsi sopra il nuovo sistema d'Italia e della presente guerra, egli fu
il primo che, con afflitte parole, mi disse che già era imminente la pace, che
l'Imperadore trattava colla Francia, e che fra breve la città e lo Stato
di Milano sarebbe tornato a Cesare, fuor quella parte di là del Ticino che
sarebbe rimasa a Savoia; e che l'Imperadore faceva male fidarsi della
Francia, la quale l'avrebbe ingannato e posto in maggiori inviluppi. Gli
risposi che questa era la prima volta che io lo sentiva, poiché né a Venezia,
né a Modena, di dove veniva, ne avea intesa parola, ma che io ne dubitava
assai, non potendone capire né il modo, né la cagione. Ma egli si ostinava che
così era: presto se ne sarebbero veduti gli effetti.</p> 
<p>Narrai quest'incontro e questa novità al secretario Canarj, essendo la
principessa andata in villa, il qual mi rispose che correva questa voce per
Milano; ma che gli dispiaceva essermi incontrato col senator Cola perché
questi, come timoroso di perder la toga senatoria tornando Milano
all'Imperadore, ogni cosa lo sgomentava, e forse l'avermi veduto a
Milano lo farà entrare in sospetto che questo fosse un nuovo indizio di presta
mutazione, ed interpretare che ci fossi venuto per dover ivi occupare qualche
carica, designatami forse dall'Imperadore. Ed alcuni, presso i quali come
finalino era il Cola in concetto d'uomo sofistico, torbido ed inquieto,
soggiungevano che non avrebbe mancato scrivere alla corte di Torino questa mia
venuta a Milano per misteriosa e sospetta.</p> 
<p>Checché si fosse, o che le lettere mie e dell'Olivazzi fossero giunte
tardi a Torino, o pure per questo sospetto, ovvero perché quella corte fosse
stata prevenuta da quella di Roma, mentre io mi tratteneva a Milano aspettando
di là i riscontri, un giorno dopo pranzo (che fu il martedì, 22 novembre), fu
in mia casa un ufficiale del capitan generale di giustizia di Milano ad
intimarmi un ordine, con lasciarmene copia in iscritto, col quale, per
esecuzione di spezial comando di Sua Maestà, spedito da Torino il giorno
precedente, mi s'imponeva che io, sotto pena di carcerazione in caso
d'inobbedienza, dovessi fra due giorni dopo l'intimazione uscire
dalla città e domini di Milano. Risposi all'ufficiale che Sua Maestà
sarebbe stata prontamente ubbidita; e trovandosi la principessa Trivulzi in
villa, mandai ad avvisarne il secretario Canarj, il quale essendo da me rimase,
non men che io, sorpreso ed attonito. E la confusione era maggiore non sapendo
indagare la vera cagione, se ciò fosse per quel sospetto del senator Cola,
ovvero l'ordine procedesse da più alti ed arcani princìpi, a noi occulti
ed ignoti, vedendosi prestamente l'ordine spedito e giunto a Milano, prima
che si avessero le risposte alle lettere scritte dall'Olivazzi e da me a
Torino. Ed il riflettere che mi si vietava lo stare nella città e dominio di
Milano, non già negli altri Stati di Sua Maestà, dava indizio che forse la
cagione ne fosse per toglier ogni sospetto ed ogni sinistra interpretazione,
che poteva darsi colà del mio soggiorno. Dissi per ciò al Canarj che già
conosceva la mia sinistra fortuna, la qual non era ancor sazia di
perseguitarmi; che bisognava cedere al fato ed immantinente partire.</p> 
<p>Avea io intanto ricevute lettere dal Bousquet, nelle quali non solo
m'esprimeva il contento del mio arrivo a Milano e la speranza che avea di
vedermi presto a Ginevra, per regolar la traduzione franzese; ma che volentieri
avrebbe la sua compagnia intrapresa la stampa dell'altra mia opera,
secondo ciò che si era convenuto con gli stampatori di Venezia; e che io non
dubitassi che si sarebbe, per ciò che si attiene al mio onorario, avuta tutta
la stima ed il riguardo. E mi mandò alcuni dubbi sorti al traduttore, perché io
intanto, ce li sciogliessi, per potersi proseguire avanti. Sicché rispostogli
che, già ch'eran contenti di quanto l'avea scritto, io sarei partito
da Milano e portatomi in Ginevra; che le mandava in risposta le spiegazioni che
cercava il traduttore; ed intanto vedesse di procurarmi due stanze comode, per
me ed un mio giovane, che portava meco, affinché non fossi obbligato dimorare
lungo tempo nell'osteria, ove il galessiere ne avrebbe posato.</p> 
<p>Scrittagli questa lettera il martedì stesso, dopo che ricevei l'ordine,
dissi al Canarj che bisognava trovar galesse per Torino, da dove avrei, indi,
potuto trovar altra comodità per Ginevra. E mostrandogli la lettera di
Bousquet, dove anche mi dava notizia d'un mercante milanese, suo
corrispondente ed amico, del quale io poteva valermi per indirizzo, in caso di
viaggio, si stimò chiamarlo. Il quale, fattogli leggere il foglio di Bousquet,
prestamente mi trovò il galesse per Torino, e per sue lettere mi raccomandò
anche ad altri mercanti torinesi, suoi amici, i quali mi avesser procurata
consimil comodità per Ginevra.</p> 
<p>Raccomandai efficacemente al Canarj che, avendomi da Venezia il principe
Trivulzi dato avviso d'avermi trasmessi, in un fagotto, i manuscritti ivi
lasciati, giunti che fosser a Milano me l'istradasse per Ginevra, da dove
io l'avrei data notizia del mio arrivo; pregandolo di adempir le mie parti
colla principessa (la quale fu immantinente avvisata dell'improvviso
ordine, da lei inteso con somma dispiacenza), ché, trovandosi in villa, il poco
tempo che avea non mi dava aggio, prima di partire, di prender da lei congedo;
ma che in qualunque luogo io fossi, non si dimenticasse di me, suo umil
servidore, e di conservarmi nella sua buona grazia.</p> 
<p>Partii da Milano il giovedì dopo pranzo, 24 del mese. Si passò per Novara,
indi per Vercelli, San Germano, Cigliano e Chivasso; donde partito, si giunse a
Torino la mattina della domenica, 27.</p> 
<p>Quivi, fermati nell'osteria della doana vecchia, feci richiedere i due
mercanti torinesi, a' quali io era stato raccomandato; i quali, vedute le
lettere di quel di Milano, si offerirono di trovarmi buona comodità di galesse
per Ginevra. E considerando la mia avanzata età, che mal avrei potuto a cavallo
passare il Monceniso, uno de' monti alpini, alto ed asprissimo, che divide
il Piemonte dalla Savoia, stabilito il prezzo convennero col galessiere, che a
sue spese dovesse da' portantini, che sono a piè di quel monte destinati
per questo, farmi condurre in sedia di mano.</p> 
<p>Mi trattenni a Torino il giorno della domenica ed il lunedì seguente,
vedendo la città, le sue strade, il palazzo, le piazze, la cittadella ed altre
sue fortificazioni, senza sospetto o timor alcuno di sinistro successo, siccome
feci in tutto il mio viaggio per Piemonte e per la Savoia, poiché
nell'ordine non mi era proibito se non la dimora in Milano e nel suo
dominio.</p> 
<p>Si partì il lunedì sera da Torino ed indi, passata la città di Susa, si
giunse poi a piè del Monceniso. E rimirando la stupenda sua altezza, non più mi
parve inverisimile che a' Galli, passando sotto Bellovenso la prima volta
in Italia, sembrassero i gioghi di que' monti esser congiunti col cielo; e
che i soldati d'Annibale riputassero il passaggio insuperabile, credendo
che le nevi di que' monti fossero miste co' cieli. Il mio destino
trassemi, in età così avanzata, di doverlo sormontare sopra le spalle di
que' portantini, i quali nel discenso, per la lor velocità in camminar sì
frettolosamente sopra que' chini sassi e scoscese rocche, mi fecero più
volte accricciar le carni, temendo in ogni passo che non mi precipitassero fra
que' dirupi e mi riducessero in pezzi. Resi molte grazie al Cielo quando
mi vidi al piano; e proseguendo poi il cammino col mio giovane, in galesse, per
quelle vie tutte tortuose, disuguali e pietrose, traversando le orride montagne
della Savoia, non so se il mio fato, per scamparmene, o pure per avermi
destinato a peggiori strazi, fece che in passando per un luogo declivo,
discendemmo dal galesse; ed ecco, che pochi passi più avanti vidimo co'
propri occhi precipitare il galesse con un cavallo fuor di strada in un dirupo,
a basso rotolando sino al piano.</p> 
<p>Come si poté meglio, col galesse e cavallo fracassato, si giunse finalmente
a Champéry, città metropoli della Savoia, da Granoble non molto lontana,
a' 3 di decembre; dove ci convenne aspettare una mezza giornata, fin che
il galessiere non trovasse ivi altro galesse e cambiasse cavalli, per
proseguire il viaggio. Si camminò un altro giorno, e nel seguente vidi da
lontano il lago Lemano. Ed il galessiere ci mostrò, dapoi, la città di Ginevra,
postagli ad un lato, in quella parte ove il Rodano, uscendone, ripiglia il suo
corso mediterraneo e va a mettersi, presso Marsiglia, nel mare Gallico.</p> 
<p>Giunsi a Ginevra la sera del lunedì, 5 di decembre, e si alloggiò
nell'osteria “de' Tre Re”, dove la sera stessa, secondo
l'avviso datoli, fu a trovarmi il Bousquet, mostrando gran contento del
mio arrivo, dicendomi aver trovate le stanze dove io il dì seguente poteva
passare, e che stessi sicuro ch'egli e la sua compagnia non avrebber
mancato di somministrarmi quanto faceva bisogno per la mia dimora nella lor
città.</p> 
<p>Le resi molte grazie e dissi che, per ora, non bisognava altro che trarmi da
quella osteria; e posato che io fossi nel nuovo albergo, che fosse per me
comodo, per ristorarmi da' passati disagi del cammino, si sarebbe
cominciato a trattare de' nostri interessi e disporre le cose in guisa che
tutto riuscisse con buona fede ed accuratezza. Si passò dapoi, il giorno
seguente dopo pranzo, nelle stanze trovatemi, dove ad un discreto prezzo
convenni con l'ospite di quanto faceva bisogno per me e pel mio giovane.
Era questi monsieur Chénevé, genevrino, che soleva in sua casa alloggiar
qualche sconosciuto forastiero, tenendo moglie ed una figliuola, le quali erano
ben proprie ed acconce a tener ben trattati coloro che ci capitavano, ed io era
ben contento della loro attività ed affezione.</p> 
<p>Avvertii al Bousquet che palesasse a' suoi amici la vera cagione della
mia venuta, la qual non era per cambiar religione, ma per trovar quivi, giacché
non poteva trovarlo in Italia, un onesto modo di poter vivere colle mie
fatiche; e che gli rendesse testimonianza della nostra antica corrispondenza,
<corr>[e]</corr> de' trattati avuti insieme, i quali mi
deliberarono a prender questo partito. E col medesimo mi condussi poi dal
residente di Francia, al quale avendo esposto i miei travagli, che mi aveano
per dura necessità costretto di portarmi ivi, lo pregai della sua protezione; e
che vedendo un cattolico forastiere i giorni festivi e di domenica nel suo
palazzo, ove si celebrava messa, venire ad ascoltarla, non si maravigliasse se
lungamente si trattenesse in quella città, sapesse per ciò la cagione della mia
dimora, e non riputasse che io ci fossi venuto per motivo di religione.</p> 
<p>Il residente benignamente mi accolse, e mi rispose che non dovea ciò
recargli maraviglia alcuna, poiché in Ginevra, per loro traffichi ed affari, vi
eran tanti savoiardi e francesi cattolici, che la sua chiesetta, che prima
bastava, ora non era capace di riceverne tanti; ed a molti, per ascoltar messa,
bisognava vederla ed anche sentirla fuori, nel cortile, per la porta e per le
finestre, nel miglior modo che potevano. Il Bousquet gli rese anche
testimonianza del nostro affare, che richiedeva molto tempo per condurlo a
fine; e così, con sua buona grazia, partimmo da lui.</p> 
<p>Divolgatosi in Ginevra il mio arrivo e la cagione ond'era stato mosso a
condurmici, questa maggiormente mi affezionò gli animi di tutti, a' quali,
essendo io noto per la mia <hi rend="italic">Istoria civile</hi>, che con somma
stima tenevano riposta nella lor pubblica e magnifica biblioteca, piacque assai
più la cagione, che l'arrivo stesso. E conobbi che coloro i quali ci
venivano col pretesto di mutar religione erano mal veduti ed in poco loro
stima, per lunga esperienza avendo scorto, che per lo più erano frati o monaci,
i quali, scappati da' loro monasteri per loro delitti o dissolutezza, si
ricovravan ivi per prender moglie e vivere sciolti da tanti legami, con cui le
loro particolari religioni gli tenevano avvinti ed inceppati.</p> 
<p>Furono per ciò a visitarmi i primi letterati e professori di quella
università de' studi, alcuni de' quali erano anche pastori nella loro
Chiesa. E notai fra loro una discretezza e prudenza mirabile, ché si astenevano
ne' loro discorsi d'entrar meco in punti di religione; e se taluno
mostrava di volerci entrare, tosto dagli altri era interrotto, e si passava a
ragionar di scienze e di altre professioni ed arti liberali.</p> 
<p>E, poiché io industriosamente feci cadere in discorso la risposta che avea
in costume dar Giacomo Cuiacio — quando, ardendo allora la Francia non
men di civili discordie, che di religione, alcuni gli domandavano ciò che
sentisse di quelle dispute, ed egli con poche parole se ne sbrigava,
dicendogli: <foreign lang="lat"><hi rend="italic">nihil hoc ad edictum
praetoris</hi></foreign> — sicché accortisi di questa mia condotta,
volentieri si passava ad altro discorso e solamente alcuni, per loro cortesia,
soleanmi dire: <foreign lang="lat"><hi rend="italic">talis cum sis, utinam
noster esses</hi></foreign>.</p> 
<p>Vi trovai de' profondi filosofi, de' professori peritissimi del
<foreign lang="lat"><hi rend="italic">ius</hi></foreign> civile, i quali a
ragione tengono in somma stima e venerazione le opere di Giacopo Gottofredo,
lor compatriotta, e meritamente si preggiano sotto quel cielo avere
quell'accuratissimo giurisconsulto distesi que' dotti ed elaborati
suoi <hi rend="italic">Commentari sopra il Codice teodosiano</hi>. Ed i medici
si pregiano pure del lor famoso Le Clerc, autore dell'<hi rend="italic">Istoria della medicina</hi>, siccome gli altri professori
de' loro insigni antecessori, de' quali fu quell'università
sempre doviziosa ed adorna. E molti, intendentissimi d'istoria, di varia
erudizione e di altre lettere umane, a dovere recavansi a gloria d'avere
avuto l'altro <corr>[Le]</corr> Clerc di lui fratello, in
Ollanda, il quale aveva empita l'Europa di tante dotte, varie ed insigni
sue opere.</p> 
<p>Ma sopra tutti risplendeva fra loro, con più chiara luce, Alfonso
Turrettino, non men insigne professore di teologia e di storia ecclesiastica di
quell'università, che ministro di quella Chiesa, avuto per la sua dottrina
e probità in tanta stima e venerazione presso tutti i Ginevrini, che lo
chiamavano alcuni il papa di Ginevra. Questi era per origine della città di
Lucca, della illustre non men che antica famiglia Turrettino, trasportata ivi,
sicome furon altre nobili famiglie lucchesi che ancor durano, fin da'
tempi della Riforma, sicome a que' tempi molte famiglie d'altre città
d'Italia vi si condussero. E da Napoli Galeazzo Caracciolo, marchese di
Vico, vi avrebbe anche fatta germogliar la sua, se fatto il divorzio colla
prima moglie, lasciata in Napoli, che non volle seguitarlo, maritatosi in
Ginevra con una dama francese non gli fosse questa riuscita sterile, dalla
quale non ebbe prole. Ma dura quivi ancora la nobil famiglia Carduino, la quale
se ben fosse estinta in Napoli, un ramo di là staccato germogliò in questo
terreno; poiché, a' tempi stessi di Galeazzo, un Carduino si portò a
Ginevra, dal quale per retta linea furon procreati i presenti Carduino che sono
in Ginevra: sicome il professor Carduino, padre di più figliuoli, mi mostrò con
chiari e legittimi documenti, estratti dagli archivi della Camera di Napoli,
da' quali apparisce che i suoi maggiori furono baroni di Pareto e
d'altri feudi del regno di Napoli, ch'eran allora posseduti da questa
famiglia.</p> 
<p>L'esser venuto il professore Turrettino, per sua cortesia, a visitarmi,
subbito che seppe il mio arrivo, fu cagione che tutti gli altri cominciassero
ad avere di me maggiore stima. E per sua gentilezza offerendomi il Turrettino
ciò che mi bisognava di libri della sua biblioteca e quel che altro mi
occorresse di sua casa, fece che io stesso andassi a visitarlo, e con tale
occasione presi conoscenza di più soggetti d'autorità, i quali, occupando
vari magistrati ed amministrando quella repubblica, mi offerirono tutto il lor
favore, in facilitare i mezzi per condurre a buon fine i miei affari, per i
quali sapevano essermi io portato a Ginevra.</p> 
<p>Al Bousquet sommamente piaceva aver io incontrato sì bene co' medesimi,
e che il Turrettino fosse stato a visitarmi; onde tanto maggiormente si accese
il desiderio di attendere alla stampa delle mie opere. E sollecitandolo io che
ormai si accingesse a darvi principio, mi rispose che, terminando in
quest'anno la società che avea con Pellissari, mercante di Ginevra, e con
un altro mercante di Ollanda, ed avendone contratta una nuova con altri
mercanti più ricchi, che cominciava nel nuovo anno, avessi io la pazienza di
aspettare altre poche settimane, che si sarebbe dato principio, con speranza di
più utile e fortunato successo. Mi quietai alle sue parole, aspettando il nuovo
anno; ed intanto avvisai a Venezia, al Pisani ed al principe Trivulzi, il mio
arrivo a Ginevra, e di avere con Bousquet trovata quella disposizione che io
desiderava; sicché sperava, senza dispendiarmi in più lontani viaggi di Ollanda
o Inghilterra, ch'essi desideravano, aver trovato in Ginevra onesto modo
di poter mantenermi, fin che a Dio piacesse disporre altramente di me e delle
mie venture.</p> 
<p>Scrissi a Milano al secretario Canarj, che avvisasse alla principessa
Trivulzi il mio arrivo e che, colla prima congiuntura, mi stradasse i
manuscritti che l'erano stati mandati da Venezia, dal principe; poiché
avea io già con Bousquet convenuto di doversi fra breve dar principio alla
stampa. Ed affinché da' miei amici, nell'istesso tempo che avessero
la notizia del mio soggiorno a Ginevra, si sapesse che io mi ci era portato non
già per cambiar religione, ma perché ivi avea trovato onesto modo di poter
vivere, scrissi a Vienna ed altrove il medesimo, affinché, saputasi la cagione,
non si desse pretesto a' miei nemici di maggiormente malignarmi.</p> 
<p>Ma misero! Credea io da ciò trovar compassione; questo stesso, sicome il
successo il dimostrò, recommi maggior precipizio. Poiché la corte di Roma non
si sarebbe curata punto di me se, ricovrato in Ginevra, avessi io colà mutata
religione; anzi questo appunto ella desiderava. Ma amaramente intese, che io ci
fossi andato per dar fuori alla luce altre mie opere ed attendere alla nuova
traduzione francese dell'<hi rend="italic">Istoria civile</hi>,
accresciuta con nuove giunte. Sicché riprese con maggior vigore le insidiose
sue armi, per all'intutto atterrarmi, e perché fossi d'esempio al
mondo che non vi era per me scampo, ovunque io fossi, che potesse sottrarmi
dalla sua ira ed indignazione.</p> 
</div1> 
<div1 type="capitolo"> 
<head>Capitolo decimoprimo</head> 
<argument>
<p><hi rend="italic">Anni 1736 e 1737. Ginevra, Champéry e castello di
Miolans.</hi></p>
</argument> 
<p>Il nuovo anno 1736, non meno che i due precedenti, entrò per me pur troppo
maligno e funesto. Credeva che il mio fiero destino, sazio ormai di tante
avversità, dovesse lasciarmi in pace, sicome mostrava ne' princìpi del
primo mese. Poiché, accolto sì umanamente da' Ginevrini, proseguendo a
favorirmi m'invitavano nelle loro dotte radunanze, le quali a vicenda, un
giorno di ciascuna settimana, tenevano nelle loro case alcuni professori, dove
in eruditi discorsi sopra vari soggetti che si proponevano nel finirsi
dell'una, perché nell'altra venisser tutti svolti, si passavano tre o
quattro ore del giorno fruttuosamente.</p> 
<p>Si erano instituite queste private adunanze anche per riguardo di due
giovani principi di Germania, i quali erano stati da' loro parenti mandati
in Ginevra per istruirsi non meno della lingua francese e latina, che di altre
liberali professioni e scienze più serie e convenienti al loro stato, siccome
di giurisprudenza, d'istoria, del <foreign lang="lat"><hi rend="italic">ius</hi></foreign> pubblico ed anche di filosofia, avendo
ciascuno un particolar professore che ne gli insegnasse: li quali non mancavano
non solo d'intervenirvi, ma anche con gli altri esporre i loro discorsi
sopra le proposte materie. Questi erano il principe di Hassia–Cassel ed
il principe di Sax–Gottha; due giovanetti quanto avvenenti di corpo,
altrettanto di spirito sublime ed adorno di virtù veramente regie e magnanime,
gentilissimi, cortesi, e sopra tutto desiderosi ed amanti non men delle
lettere, che de' letterati.</p> 
<p>Era io a' medesimi noto, a cagion che i loro governatori mi avean
conosciuto a Vienna, e Sigismondo Liebe, antiquario del duca di
Sax–Gottha, avea dato al principe di me bastante notizia.
Sicch'essendo stato a visitargli, mi ricolmarono d'infinite cortesie,
ed instantemente mi richiesero che io venissi nelle radunanze ch'essi
tenevano in ciaschedun giorno di settimana, nelle quali soleva anche
intervenire il professor Turrettino, e far suoi discorsi come gli altri; sicome
il Turrettino stesso e monsieur Vernet, pastore e ministro di San Gervasi, più
volte mi si erano offerti di condurmici. Io gli risposi che volentieri vi sarei
intervenuto, per apprendere da uomini cotanto dotti e saggi i loro
insegnamenti. Ed avendomi monsieur Vernet fatta compagnia, fui la prima volta
ad ascoltare i loro discorsi; quali finiti, proponendosi il tema per la futura
radunanza m'invitarono che io, in quella, dovessi sopra la proposta
materia dar il mio parere.</p> 
<p>Me ne scusai, con dire che, se ben io sentissi i loro discorsi, ancorché
pronunciati in lingua francese, nulladimanco non avea della medesima tanta
perizia ed esercizio, sicché potessi speditamente parlarne. Ma tosto mi
convinsero, con rispondermi che io poteva ben valermi della propria lingua
italiana, poich'essi, se ben non la parlassero, l'intendevan sì bene,
come la francese. Sicché fu d'uopo compiacergli, e tanto maggiormente,
perché notai anche in ciò la loro discrezione e prudenza: poiché li soggetti
ch'eran proposti non eran di controversie di religione, ma sopra punti
indifferenti di scienze, di morale o di pratica; ed il tema allor proposto fu:
<hi rend="italic">Se la mercatura esercitata da' nobili oscurasse la loro
nobiltà</hi>.</p> 
<p>Tennesi l'assemblea nel dì stabilito, in presenza de' due giovani
principi, i quali con molto spirito e grazia recitaron i loro discorsi. Il
Turrettino ragionò sopra la proposta materia, con non minor dottrina che
eleganza, e lo stesso fecero il ministro Vernet e gli altri professori ivi
ragunati. Il mio discorso non dispiacque; sicché, propostosi secondo il costume
il soggetto per la seguente settimana, che fu: <hi rend="italic">Qual fosse
l'origine ed il primo istituto de' cavalieri di San Giovanni, detti
poi di Rodi, e presentemente di Malta</hi>, parimente m'invitarono a dirne
il mio parere; sicome feci la seconda volta. Ed avrei fatto anche la terza,
sopra il tema proposto intorno alle virtù morali, se le mie nuove disavventure
non avessero il tutto turbato ed interrotto.</p> 
<p>Non cominciando la rea fortuna mai per poco, mentre io sollecitava il
Bousquet a dar principio a' nostri affari, dicendogli che ormai eran
passati due mesi che io, a proprie spese, dovea sostentarmi in Ginevra, e che
quel poco contante che io avea presto sarebbe finito, egli mi rispose che colla
nuova società si sarebbe dato principio; la quale non era cominciata, a cagion
che i vecchi soci volevan prima seco aggiustar i loro conti, i quali presto si
sarebber terminati; che per ciò avessi la pazienza di aspettare qualche altra
settimana, che tutto si sarebbe adempito. Cominciai dapoi a sentir da altri,
che non così facilmente il Bousquet si sarebbe distrigato con Pellissari, il
quale mal soffriva che avesse fatta con altri nuova società, senza prima,
a' debiti tempi, avvisarcelo ed appianare i loro conti. Poiché il
Bousquet, nella società, non vi conferiva se non la sua personale industria, e
tutto il denaro eragli somministrato dal Pellissari.</p> 
<p>Postomi da ciò in qualche aggitazione, ecco che sento che il Pellissari, in
sua casa contrastando con Bousquet, mosso da ira aveagli dato uno schiaffo, e
preso poi un bastone, se non gli sfuggiva dalle mani l'avrebbe ben
bastonato. Né in ciò fu minore l'imprudenza del Bousquet, che lo sdegno
del Pellissari; poiché il Bousquet, ricevuto lo schiaffo, invece di tacerlo per
essergli stato dato nelle stanze di Pellissari, essendo soli, egli corse al
pubblico magistrato a farne querela: sicché il fatto si divolgò per tutta la
città. Ed il Pellissari, chiamato dal magistrato, negò il fatto; anzi
l'accusò di calunniatore, dicendo che per isfuggire di dargli conto
de' denari somministratigli, andava cercando tali sotterfugi. Né il
Bousquet avendo testimoni per pruovarlo, ed all'incontro il Pellissari
instando per la reddizione de' conti e di proibirsegli intanto ogni nuova
società, con farsi sequestro de' suoi mobili, per sua sicurtà ottenne
commissario, per astringerlo a dar i conti, ed anche il sequestro e quanto
cercava. Poiché il Pellissari era in Ginevra ben veduto ed avea il favore non
pur del magistrato, ma di tutti i cittadini; i quali, sapendo che co'
denari somministratigli dal Pellissari, il Bousquet, ch'era un pover uomo,
erasi rialzato, gl'imputavano d'aver usata somma ingratitudine contro
un tanto suo benefattore.</p> 
<p>Quanto io rimanessi afflitto per un successo che ruinava tutte le mie
speranze, ciascuno da sé stesso potrà comprenderlo; né posso negare che mi
costernò in maniera, che mi era venuto a noia il vivere, scorgendo che la rea
mia fortuna non cessava per tutti i lati combattermi, per atterrarmi. E tanto
maggiormente, che Bousquet, o sia per rossore dell'affronto, o perché con
tal occasione, avendo io scoverto i suoi intrighi, non soffriva di più vedermi,
mi sparve davanti, né mai più il vidi; né con tutte le diligenze usate fu
possibile, o in casa, o altrove, di trovarlo, nascondendosi dal cospetto di
tutti. Sicché, lasciandomi in abbandono, mi costrinse a scrivergli una lettera,
ed usar tutti gl'ingegni perché pervenisse nelle sue mani; nella quale,
dolendomi del suo modo di procedere, gli cercava che mi spiegasse il suo animo
e si risolvesse di quel che intendeva di fare, affinché potessi io prender
altre misure, e non lasciarmi così sospeso e confuso. Appena potei riceverne
breve risposta, dicendomi che io mi consigliassi col ministro Vernet, suo
amico; il quale, stando inteso di tutto, poteva darmi sano consiglio di ciò che
dovessi fare.</p> 
<p>Fui dal Vernet, al quale avendo esposto il caso mio infelice e la confusione
nella quale mi avea lasciato Bousquet, lo pregai non meno del suo consiglio,
che d'aiuto, come potessi risorgere dal fosso nel quale era caduto;
mostrandoli più lettere di Bousquet, scrittemi in nome della compagnia, nelle
quali era assicurato che avrei trovato in Ginevra l'adempimento di quanto
erasi fra noi convenuto, per le quali io fui mosso a venirci, con tanta mia
spesa e travaglio. Vernet, leggendo le lettere scrittemi con tanta sicurezza,
non poté, nell'istesso tempo che biasimava la facilità e franchezza di
Bousquet, <corr>[fare a meno]</corr> di compatire il mio duro caso,
dicendomi schiettamente che io non dovea riporre più in lui speranza alcuna,
poiché Pellissari l'impediva contrar nuova società, se prima non saldava i
suoi conti e lo pagasse di quanto credea rimanergli debitore, avendo per ciò
ottenuto sequestro di tutti i di lui beni; e di vantaggio, che i nuovi soci,
avendo inteso tanti romori ed imbrogli, non volevano con Bousquet società
alcuna, sicché sarebbe fuor dell'una e dell'altra: onde pensava di
andarsene in Ollanda e trovar ivi onesto modo di vivere, né rimanersi a
Ginevra, dove per l'affronto ricevuto e da lui stesso divolgato era da
tutti schivato e fuor d'ogni umano commerzio.</p> 
<p>Sentendo ciò, gli dissi che per quel che riguardava la stampa del quinto
tomo e delle altre mie opere inedite, poteva ben pensarsi ad altro; ma in
quanto alla traduzione francese, colle nuove giunte e medaglie trasmessegli,
credeva che ciò dovesse andar a conto della prima compagnia, la quale avea
speso il denaro del disegno e gravatura del mio ritratto in rame; onde avrebbe
importato poco che Bousquet se n'andasse in Ollanda, purché Pellissari
volesse continuarla, col quale io sarei convenuto. Si esibì pertanto il Vernet
di parlare a Pellissari; e per la stampa dell'altra opera mi propose un
altro mercante libraro, suo amico, al quale egli avrebbe anche parlato per
disporlo. E questi fu monsieur Barrillot, amico anche del Turrettino; onde
stimò che io ne dovessi anche pregare il medesimo, affinché con efficacia gli
parlasse.</p> 
<p>Non mancai istantemente pregarne il Turrettino, il quale, compassionando il
mio caso, tanto più si mosse con fervore a persuadere il Barrillot, che volesse
sottentrare in luogo di Bousquet nell'impresa, che sarebbegli riuscita
utile, assicurandolo che le nuove mie stampe sarebbero state con desiderio da
tutti ricercate, non meno che le prime; anzi che il guadagno che avrebbe
ritratto dal quinto tomo era sicuro, poiché tutti que' che aveano i
quattro precedenti, certamente avrebber desiderato il quinto, per aver
l'opera intera e compita; e che l'accordo, prima fatto co'
stampatori di Venezia e poi con Bousquet, era molto discreto, sì che poteva
senza dubbio alcuno accettarlo.</p> 
<p>Non ci bisognò meno che tutta l'autorità ed il credito del Turrettino e
di Vernet perché, finalmente, il Barrillot si contentasse; poiché gli
stampatori di Ginevra hanno tutta la ripugnanza, quando non siano opere latine
o francesi, di impiegare le loro stampe a libri italiani. Ma dicendosegli che,
essendo l'autore presente, poteva star sicuro che l'edizione sarebbe
riuscita correttissima, si persuase, e sol richiese qualche tempo; poiché,
dovendo partire per l'imminente fiera di Francfort, non poteva se non al
suo ritorno darci principio.</p> 
<p>Questa dilazione importava lo spazio di cinque o sei settimane, ed io
volentieri ce la diedi, così perché, frattanto, potessi preparargli alcuni
pochi manuscritti che avea meco, come anche perché da Milano non avea ricevuti
ancora que' che rimasi a Venezia, i quali componevano il quinto tomo. Onde
scrissi al secretario Canarj, che se fin allora non l'avea scritto di
sollecitar la missione, a cagion de' nuovi miei guai accadutimi con
Bousquet, ora che con altro mercante libraro avea ristabilito il mio affare,
non mancasse di mandarmegli quanto più sollecitamente potesse, per sicura
comodità. Scrissi parimente a Venezia al principe Trivulzi ed al senator Pisani
i miei travagli passati con Bousquet, i quali avean differito ed erano ancora
per differire qualche soccorso che potessi avere in Ginevra di denari, onde mi
conveniva tirar avanti a mie proprie spese; e prevedendo che questo sarebbe per
finire quel poco contante che io avea, gli pregai che sopra i miei libri
lasciati a Venezia mi mandassero qualche picciola rimessa di denaro, fin al
ritorno di Barrillot da Francfort, per poter supplire intanto a' miei
bisogni.</p> 
<p>Per ciò che riguardava la traduzion francese, avendo saputo che le mie
giunte ed annotazioni, che da Vienna mandai a Bousquet, erano in potere di
monsieur Bochat, professore in Losanna, scrissi al medesimo che essendosi con
Bousquet disciolto ogni trattato, me li mandasse, con restituirgli al padrone.
Ed il medesimo non mancò, usando somma puntualità, di tosto mandarmigli;
sicché, essendo in mio potere, mi assicurai che senza di me non avrebbe potuto
altri proseguirla. Ed avendomi monsieur Vernet riferito che, essendosi saldati
i conti con Bousquet, al Pellissari era rimaso tutto ciò ch'erasi
preparato per la stampa della traduzione, e che quella rimaneva ad utile
dell'antica società, feci per mezzo suo intendere al Pellissari
ch'erano in mio potere le giunte e le annotazioni, le quali, sempre che
avesse voluto intraprenderne l'edizione, non avrei mancato di
somministrarcele, e convenire con lui quanto erasi trattato con Bousquet.</p> 
<p>Pellissari mandò a dirmi che volentieri sarebbe egli sottentrato alla spesa,
e che sarebbe passata quest'edizione per suo conto; e non dubitassi, che
disbrigato ch'egli fosse da altri suoi premurosi affari, ci avrebbe dato
principio. Così nel meglio che si poté, col favore ed autorità del professor
Turrettino e di monsieur Vernet, fu ristabilito con Barrillot e con Pellissari
il trattato da più anni cominciato con Bousquet; il quale erasi già partito per
Ollanda per istabilirsi ivi, o pure in Losana, come poteva il meglio, dopo la
disavventura accadutale in Ginevra.</p> 
<p>Intanto eravamo entrati nel mese di marzo ed io aspettava il ritorno di
Barrillot da Francfort ed i manuscritti da Milano, per dar principio alla
stampa, donde potessi ritrarre qualche emolumento per poter onestamente vivere
con le mie fatiche in Ginevra infino a tanto che il Cielo di me non avesse
altramente disposto; frequentando la casa del professor Turrettino, dal quale
riceveva straordinari favori, offerendomi dalla scelta sua biblioteca que'
libri che mi fosser di bisogno, di che io era contento, poiché ivi trovai
d'ogni materia libri rari ed elettissimi. Ma sopra tutto godeva della
utile e piacevole conversazione d'un uomo veramente savio e profondo nelle
scienze, nell'istoria ecclesiastica e nell'altre serie discipline, e
sopra tutto intendentissimo della greca, ebraica ed altre lingue orientali, e
che nella latina aveasi acquistato uno stile proprio, così terso, pulito ed
elegante, che, nello spiegarsi con proprietà e nettezza, avea pochi che
l'uguagliassero. Ciò che potrà renderne al mondo chiara testimonianza quel
dotto ed elegante <hi rend="italic">Compendio dell'istoria
ecclesiastica</hi>, ultimamente dato alla luce, del quale mi fece presente, che
io ricevei come una gemma tersa e pulita, senza ruga né macchia alcuna che
l'adombrasse.</p> 
<p>Egli avea date alle stampe in varie occasioni altre picciole opere, delle
quali ne faceva raccolta, per darne al pubblico un giusto volume; né dubbito
che dalla repubblica letteraria sarà ricevuto con quegli applausi e
commendazioni, delle quali furon sempre degni gli illustri monumenti de'
suoi rari ed incomparabili talenti, onde meritamente, ed appresso il magistrato
e nell'università di que' studi e presso tutti aveasi acquistata
quell'autorità e riverenza che se gli prestava.</p> 
<p>E mi solea dire che gli dispiaceva esser io colà giunto in tempo non cotanto
felice per quella repubblica, per interne discordie già tutta sconvolta, la
quale, in altri tempi, si vide assai più fiorire, e per insigni professori e
per più frequente e dilatato commercio; il quale avea ricevuto una terribile
scossa dall'ultima peste di Marsiglia, che avea sconvolti e divertiti i
cammini de' negozianti. E dicendogli io che per le savie leggi ed istituti
co' quali era amministrata, meritava un più dilatato territorio, avendo
fuori di ogni mia credenza scorto che vien terminata quasi colle mura della
città, poiché da tutti i lati coll'occasione de' miei consueti
esercizi girandola attorno, ora mi trovava ne' confini di Savoia, ora di
Francia, ed ora de' Svizzeri, fra' quali era chiusa; egli mi
rispondeva, che appunto per questo avea conservata per tanti anni la sua
libertà, poiché, contenta del poco, non dava a' vicini alcuna invidia o
sospetto, sicché la lasciavano vivere in pace ed in tranquillità.</p> 
<p>Mentre io in tali occupazioni proseguiva il mio soggiorno a Ginevra,
aspettando il ritorno di Barrillot ed i manuscritti da Milano, dall'altra
parte la corte di Roma, molto più sollecita per la mia persona che prima
— avendo saputo, e per i molti suoi emissari ed esploratori che non mi
lasciavano di vista, e per le mie lettere istesse, scritte a Milano a Venezia
ed in Vienna, nelle quali manifestava a gli amici che io non per cambiar
religione, ma per averci colle mie fatiche trovato onesto modo di vivere, erami
portato a Ginevra, — ripigliò più fiera che mai le solite insidiose sue
armi, per atterrarmi. Non si sarebbe curata punto se io avessi mutata
religione; anzi il mutarla sarebbe stato forse e per lei di piacere, e per me
di quiete; poiché con ciò si sarebbe smorzata la sua ira ed indignazione. Ma
l'aver saputo la cagione ed il fine — nulla giovandomi il riflettere
che io, non lasciandomi luogo in Italia da poter vivere, dovea finalmente in
qualunque maniera trovarlo altrove per sostentarmi, — imperversò in guisa
che non lasciava di muover pietra, per abbissarmi.</p> 
<p>Furono incredibili le tante ciarle che s'inventarono in Roma, delle
quali empivano le gazzette, sopra la mia uscita da Venezia e da Milano, ed il
mio ricovro a Ginevra. Le calunnie per discreditarmi anche nella corte di
Vienna, arrivarono fino ad inventarci che io dalla biblioteca cesarea avea
sottratto un raro manuscritto dell'imperador Federico II, e che
l'avea mostrato ad alcuni gentiluomini veneziani. Ma l'impostura fu
presto chiarita; poiché avendone scritto un romano in Vienna al secondo custode
della biblioteca, suo amico, e datali notizia della voce sparsa per Roma,
questi portò la lettera al cavalier Garelli, bibliotecario, il quale si accorse
subito della calunnia; e fattasi esatta diligenza fra' manuscritti, se
mancava quello che diceasi aver io sottratto, si trovò ivi che era: sicome
degli altri manuscritti, fattosi confronto col catalogo, non ne mancava alcuno.
Fu smentita in Roma l'impostura, e scritto ivi ed in Venezia come si
conveniva, manifestando la sozza ed indegna maniera di procedere de' vili
calunniatori romani; ed il primo custode, Forlosia, a nome del cavalier
Garelli, mi scrisse una lettera, mentr'io era a Ginevra, nella quale, per
mio consuolo, mi diede notizia di tutto il successo. E poiché io aveagli
avvisato il mio arrivo a Ginevra, e che forse, trovandomi vicino, sarei passato
a Lione per vedere quella città, mi avvertiva a non trattenermici lungo tempo;
poiché Roma non avrebbe mancato, anche ivi, tendermi insidie, sicome tentava da
per tutto.</p> 
<p>Il luogo per me meno sospetto riputava la corte di Torino, poiché avea fatta
esperienza che di me non ne pretese altro, se non che uscissi dalla città e
Stato di Milano. Era in suo arbitrio di farmi arrestare a Milano, dove dimorai
quasi un mese; passai con sicurezza per le città del Piemonte, ed a Torino mi
trattenni due giorni; traversai la Savoia, ed a Champéry mi fermai una notte e
mezza giornata. Nel partire da Milano la principessa Trivulzi, compassionando
il mio caso, si dolse col gran cancelliere Olivazzi, che finalmente la dura
necessità mi avea costretto di passare in Torino e di là condurmi a Ginevra,
giacché non trovava in Italia alcun rifugio; onde non era a' ministri di
quella corte ignota la mia sforzata e necessaria risoluzione di passare ivi, né
mi fu impedito il passaggio.</p> 
<p>Avea adunque forti ragioni di non temere da quella alcun male, e che, pur
che non fossi suo, si curasse poco di me e che cercassi altrove scampo: tanto
maggiormente, che io non avea offeso in cos'alcuna quel re; anzi, come a
principe magnanimo e clemente, e che in valore, prudenza e sapienza non men
civile che militare avea superato gli augusti suoi predecessori, era io ricorso
a lui, implorando la benigna e vigorosa sua protezione, della quale se non ne
fui degno, non incolpava altri, se non il poco mio merito ed il duro ed acerbo
mio destino. Tutte queste riflessioni mi rendevan sicuro e senza alcun
sospetto; e se io, giunto a Ginevra, non trapassava ne' vicini confini
della Savoia, era perché, giuntovi d'inverno, que' mesi rigidi non
permettevano che io dilungassi i miei cammini in più spaziose campagne; ma il
freddo mi obbligava starmene per lo più in casa, o pure qualche giorno sereno,
far piccioli giri intorno la città, e presto ricovrarmi sotto il tetto proprio
o di qualche amico.</p> 
<p>Ma la corte di Roma — cui molto premeva che mi si togliesse il modo di
poter vivere colle mie opere, le quali non potevano piacerle, poiché per più e
reiterate pruove non avea altra maniera di risponderci, se non perseguitando
l'autore, — dando a sentire alla corte di Torino che la mia dimora
in Ginevra sarebbe stata perniciosa non meno a lei che a gli altri principi,
poiché io avrei pubblicati alle stampe libri a tutti ingiuriosi, empi ed
eretici, fece sì co' suoi accorti modi e lusinghe, che trasse quel
principe a dar mano adiutrice alle sue inique ed ingiuste voglie, e procurare
che io fossi tratto da Ginevra, e posto in arresto, in sicura custodia. E pure
le mie opere, che io preparava di dar alle stampe in Ginevra unicamente per
trovar modo da vivere, non erano che quelle stesse, che gli stampatori di
Venezia dovean imprimere, e che io avea sottoposte alla censura del padre
teologo di quella repubblica! E l'altre mie opere impresse avean dato
bastante e chiaro saggio al mondo quanto fossi lontano di scrivere contro i
principi, quando tutti i miei pochi talenti da Dio concessimi non l'avea
impiegati, che per maggiormente stabilire i loro sovrani diritti ed alte
preminenze ne' loro domini ed imperi. Ma il mio duro e crudel destino, non
mai stanco di perseguitarmi per ogni verso, fece che l'esecuzione del mio
arresto si fosse commessa a persona la quale, per porlo in effetto, non
tralasciò d'usare i più orribili tradimenti e le maniere più indegne,
inospitali ed inumane, che fossero unquemai accadute ed immaginate.</p> 
<p>L'ordine che io fossi tratto da Ginevra e posto in arresto e condotto a
Champéry, fu mandato al general conte Picon, governatore di Champéry e
luogotenente generale della Savoia. Questi si trovava aver per suo aiutante di
campo un tal Guastaldi, piemontese, il quale avea un suo fratello a Vesenà
— picciolo villaggio, posto a' confini della Savoia, prossimo a
Ginevra — impiegato a riscuoter i diritti di una picciola doana che ivi
era; al quale fu data dal governadore commissione del mio arresto, ma, secondo
che poi mi mostrò lo stesso Guastaldi doaniere, con termini umani e molto
discreti, senza usar strapazzi, ma con tutta destrezza e piacevolezza,
perch'io non soffrissi disagio alcuno. Dalla commessione datali e dalle
lettere mostratemi poi, mi accorsi che l'incombenza eragli stata data fin
da' 10 di dicembre scorso; sicché appena saputosi il mio arrivo a Ginevra
si cominciò a tendermi insidie, e quanto più si differiva l'esecuzione,
tanto maggiormente il Guastaldi riceveva da Champéry impulsi, secondo che
crescevano gl'impegni e le premure che ne faceva Roma alla corte di
Torino.</p> 
<p>Trovavasi per mia disgrazia costui amico di più anni con Chénevé, mio
ospite, e soleva spesso venire in sua casa, e da buoni compagnoni beeno e
mangiavano insieme; ed a vicenda sovente il Chénevé si conduceva a Vesenà, a
far gozzoviglia e darsi insieme bel tempo. Con tal occasione venni io a
conoscere questo Guastaldi doaniere, il quale spesso mi visitava, e mostrava
aver di me somma stima ed affezione. M'invitava con molta istanza, che
piacendomi tanto la campagna venissi a dimorare per qualche giorno a Vesenà,
che mi sarei ristabilito in perfetta salute. Ed io, non che n'avessi alcun
sospetto, me ne scusava dicendogli che i mesi di quel rigido inverno non
permettevano che io uscissi di casa, non pur dalla città; ma che nella prossima
primavera, quando le campagne erano allegre e verdeggianti, non avrei mancato
di profittarmi de' suoi inviti.</p> 
<p>Intanto egli prese dimestichezza col mio giovane figliuolo, e gli faceva
somme carezze; e non potendo trar me di città, mi richiese che almanco
permettessi che, in compagnia di Chénevé, ci mandassi lui, il quale, essendo
giovane, poco dovrebbe curare la rigidezza della stagione. Ed io non ci ebbi
difficoltà; e da due o tre volte che ci fu con Chénevé, gli fece grandi
cortesie, trattandolo lautamente.</p> 
<p>Mostrava sommo contento di aver presa questa conoscenza. Spesso mi dimandava
del mio affare che trattava con Bousquet, ma più sollecitudine ne mostrava col
mio giovane e con Chénevé, richiedendogli ciò che io facessi. E sovente,
trovando che io era inteso a rivedere i manuscritti, che mi avea Bousquet fatti
portare dalla traduzion francese della mia <hi rend="italic">Istoria</hi>, mi
domandava quando si sarebbero dati alle stampe, e cose simili. Egli di quanto
vedea e sentiva da me, dal mio giovane e da Chénevé, ne faceva rapporto al suo
fratello a Champéry — sicome mi confessò dapoi, — scrivendogli,
essendo persona idiota e senza lettere, più cose false e sciocche, e sopra
tutto che io stava tutto inteso a scrivere contro il papa.</p> 
<p>Passavano tre e quattro settimane che non si vedea; poi tornava, secondo i
nuovi impulsi che l'eran dati in risposta de' suoi rapporti. E
mostrando maggior affezione ed ardore di nostra amicizia, mi richiese
d'alcuni libretti italiani che io avea, per leggergli. Glieli prestai,
ancorché sapessi che poco l'intendesse; ed egli me li cercava non per
altro, se non per scrivere a Champéry che libri fossero, e mostrar con ciò di
aver meco contratta molta familiarità, onde stesser sicuri che sarei caduto
nelle sue reti.</p> 
<p>Il Chénevé avea procurato un mio ritratto, di quelli impressi sopra il rame,
che si gravò a Vienna ed io avea mandato a Ginevra; ed aveane fatto un quadro,
con cornice di legno negro intorno e vetro davanti, e tenevalo nella sua
stanza. Glielo richiese con molta istanza, dicendogli che voleva tenerlo per
mia memoria. Ed avuto che l'ebbe, lo mandò a Champéry al fratello, il
quale glielo rimandò indietro, scrivendogli che Sua Maestà desiderava avere
nelle mani l'originale, non il ritratto; e che stesse pur sicuro, che se
egli veniva a capo di quest'affare, avrebbe mutata condizione e sarebbe
stato premiato dal Re con cariche onorevoli e vantaggiose. Da queste lusinghe
maggiormente si accese, ed avrebbe commessa ogni scelleraggine pur che gli
fosse riuscito d'involarmi.</p> 
<p>Le care dimostranze sempre più crescevano. Volle che io vedessi i magazzini
del sale e del tabacco, che il Re teneva in Ginevra; e dall'ardore che
mostrava in condurmi in tali luoghi, e dall'infelice caso indi seguìto,
compresi ch'egli dentro la stessa città di Ginevra cercava modo di
togliermi dal cospetto degli uomini e portarmene via, tutto covrendo sotto il
manto di amicizia e di affettuose espressioni di venerazione e stima, che
mostrava verso di me.</p> 
<p>Io, non che avessi alcun sospetto di sinistro successo, pure, sembrandomi
eccessiva in un uomo idiota e senza lettere tanta cortesia e cordialità, dissi
a Chénevé che io restava maravigliato in vedere in un piemontese tanta
affezione, e molto più in un deforme e monoculo; poiché, oltre di mancargli un
occhio, dall'altro era guercio. Ma il Chénevé mi rispondeva che l'era
amico di quattro anni, e che sempre l'avea sperimentato leale, di buon
cuore ed affezionato con gli amici; e così mi dicean la moglie e gli altri di
sua casa.</p> 
<p>Per più di tre mesi, da che arrivai a Ginevra, seguitò costui la mia traccia
per cogliermi nella rete, non usando altre armi che quelle di Giuda.
Finalmente, approssimandosi la fine di marzo e raddolciti i tempi, cominciando
le campagne a rendersi amene, riputò tempo opportuno di poter venirne a capo. E
prima avendo invogliato il mio giovine di andar un giorno a Vesenà per goder di
quell'aria, furon ambidue con Chénevé a dirmi che essendo i giorni sereni
non bisognava perderne l'occasione. Gli risposi che per me non erano
abbastanza raddolciti: andassero pur essi, che nell'entrante mese
d'aprile non avrei mancato fargli compagnia. Ma mi lasciai poi persuadere,
per una cagione ch'era molto efficace, a deliberarmi di seguitarli.</p> 
<p>In quest'anno il dì dell'Annunziata 25 di marzo, venne a cadere
nella domenica delle palme. E prevedendo la difficoltà che s'incontrava di
soddisfare al precetto pasquale nella piccola cappella del residente di
Francia, dove non vi era che un cappellano, ed all'incontro il numero
de' savoiardi e francesi cattolici era immenso, si stimò per adempierlo
senza calca di tanta gente e più divotamente, di andare nel più vicino
villaggio di Savoia. Il Guastaldi esaggerava che non vi era più opportuno luogo
che Vesenà, dov'egli avrebbe fatto avvisare quel paroco, che intendeva la
lingua italiana; e la mattina stessa della domenica delle palme, sicome avrebbe
fatto anch'egli, poteva io ed il mio giovane, con tutto aggio, confessarmi
e prender l'Eucarestia; e che per far ciò meglio era di portarci la sera
del sabato in sua casa, affinché la mattina della domenica fossimo i primi,
senza turba ad adempirla, e rimaner ivi il giorno a goder la campagna. Non
dispiacque l'offerta; ed io, con tutto ciò, gli dissi che sarei venuto pur
che, però, il tempo fosse placido e sereno. Egli, contentissimo, ci disse che,
tornando a Vesenà, avrebbe subito fatto avvisare il paroco, aspettandoci in sua
casa il sabato la sera.</p> 
<p>Questo giorno, per mio fatal destino, riuscì chiaro, placido ed ameno;
sicché, stimolato anche dal mio giovane e da Chénevé, sbrigato della posta, il
dopo pranzo al tramontare del sole, per non stancarmi del cammino, ci posimo
tutti e tre in una barchetta, e solcando il lago, Lemano agiatamente ci
condussimo al lido. E smontati a' confini, si fece a piedi quel piccolo
tratto che vi era, per giungere a Vesenà.</p> 
<p>Il Guastaldi, che ci aspettava, quando ci vide si fece incontro festivo e
cortese; e condottici in casa sua, ci disse aver già avvisato il paroco, il
quale la mattina seguente ci attendeva in chiesa, per esser sbrigati i primi.
Poi, si pose a prepararci la cena, la quale fu propria e moderata, secondo che
io li richiesi; ed egli, postosi a cenar con noi, si passò quel tempo allegro,
replicando egli e 'l Chénevé, gran bevitori, più brindisi in nostra
salute. Mi mostrò il mio ritratto, ch'egli avea nella sua stanza,
dicendomi che non avea più cara cosa di quella.</p> 
<p>Dopo cena mi disse che vedendo l'angustia di sua casa, avea pregato un
ginevrino, suo amico, che teneva a canto una più comoda abitazione, di
preparargli una stanza con letto comodo, dove io, col mio giovane figliuolo,
poteva quella notte dormire; poiché, in quanto a Chénevé, potea ben ritenerlo
seco in sua casa: e che, quando volessi passarci, mi avrebbe accompagnato.</p> 
<p>Gli risposi ch'era ormai tempo di andarci a riposare, essendo notte; ed
egli con Chénevé ci accompagnò, né si partì fin che non ci vide posti in letto.
Nel chiuder da dietro la porta, si osservò non esserci chiave; ma egli ci disse
che non bisognava, essendo in casa sicura e d'un uomo da bene. Con tutto
ciò, il mio figliuolo la chiuse come poté il meglio, con altra chiave; e
partito che fu con Chénevé, ci posimo a dormire.</p> 
<p>Il mio figliuolo tosto prese sonno. Io era per prenderlo, quando non era
ancor passata un'ora che intesi un romore nella camera precedente, e poi
urtar con impeto la porta. E mezzo sonnacchioso, gridando “chi
era”, ecco la vidi aperta, ed entrar con una lanterna più uomini armati,
che parean tanti orsi; così erano ruvidamente vestiti, senza schioppi, ma con
forche di ferro, lance e lunghi spiedi; i quali, dando certi urli dissoni e
confusi, si avvicinarono al letto, e postoci la punta delle lame alla gola,
mostravano volerci scannare. Io, credendogli ladri, gridava che si prendesser
ogni cosa e ci lasciasser nudi, pur che ci salvasser la vita. Il mio figliuolo,
che profondamente dormiva, svegliato a tanti strepiti, appena aperti gli occhi,
vedendosi alla gola le punte delle forche e quelle orrende figure, cominciò
dirottamente a piangere, cercando misericordia, perché non
l'uccidessero.</p> 
<p>In questo, tra la turba di que' che io credeva ladri, raffigurai uno
vestito rosso che gli guidava; onde, pel dubbio lume non conoscendolo,
indirizzai a lui le mie preghiere, che gli trattenesse e si prendesse tutto,
con lasciarci la vita. Allora questi, dando di piglio a' miei abiti, fece
che gli altri alzassero le forche e le lance; e con voce orrida e contraffatta
imponeva che si facesse ricerca di tutto, e sopra ogni altro, delle scritture o
lettere, forse che io avessi sopra <corr>[di me]</corr> né fin qui lo
conobbi; ma dapoi, gridando egli che fossimo presi e ligati, perché tale era
l'ordine del Re e del papa, mi accorsi che non erano ladri, ma sbirri. Né
però credea che fosse il Guastaldi stesso che gli guidasse, ma altri con sua
intelligenza, però, e tradimento. Ma presto mi tolsi di quest'altro
errore; poiché, facendo ricerca ne' miei abiti e prendendosi quelle
lettere che io, per caso, mi trovava addosso, e minacciando con voce
contraffatta per darmi maggior terrore, si avvicinò in maniera che io,
finalmente, lo ravvisai. Allora, con debile ed afflitta voce, gli dissi:
“Questi frutti, adunque, signor Guastaldi, suol dare la vostra ospitalità
ed amicizia a' vostri ospiti ed amici?” E replicando egli che dovea
ubbidire al suo Re, che l'avea comandato, gli soggiunsi che avendomi in
sue mani non vi era bisogno, di notte tempo, d'un sì funesto e terribile
apparato: bastava che, appena giunto in sua casa, facesse ivi arrestarmi, con
palesare che tal fosse l'ordine del Re; che io, che non era uomo
facinoroso e che potessi attaccar per ciò briga o far alcuna resistenza, mi
sarei volentieri sottomesso a' comandi del Re, dalla cui clemenza e
giustizia, non avendolo offeso in cos'alcuna, era sicuro che non avrei
potuto temer alcun male.</p> 
<p>Ma quello che mi dava pena, era d'aver da lui inteso che mi arrestava
per ordine non meno del Re, che del papa: cosa che io non poteva comprendere,
sapendo che nella Savoia il Re solo comanda, e non il papa. Egli, con faccia
truce, mi rispose che così era, per essermi io portato a Ginevra, per scrivere
contro il papa. E come se mai avessemi conosciuto, imperversava a straziarmi,
con farmi sollecitamente alzar di letto, e che presto mi vestissi; e poi, preso
un mio cinto, comandò a que' masnadieri che con quello mi avesser ligato
le mani e le braccia. Ma ciò che mi diede orrore e spavento del suo animo
perverso e ferino, fu che contro un innocente, qual era mio figliuolo, di cui
mostrava essergli stretto amico e contro il quale non vi era alcun ordine di
arresto, egli stesso prese una fune e lo fece strettamente ligare. E così
avvinti, quella notte, ci condusse in sua casa, che la trovammo piena di gente
armata, in mezzo alla quale era ritenuto Chénevé, perché non scappasse per
darne avviso a Ginevra.</p> 
<p>Nel calar le scale del genevrino, nella di cui casa fummo imprigionati, si
attaccò fra costui ed il Guastaldi una rissa, chiamandolo infame traditore, che
avendogli cercate quelle stanze per nostro alloggio, se ne fosse poi abusato,
con far venir di notte, in sua casa, gente ribalda; avendo anch'egli prima
creduto, per i modi usati, che fosser venuti per assassinarci, non per
arrestarci.</p> 
<p>Fummo così trattenuti nella casa del Guastaldi tutta quella notte,
circondati d'uomini armati; de' quali sempre più cresceva il numero,
poiché il Guastaldi, lasciatici con guardie, ch'erano anche superflue, non
che bastanti, per render più strepitosa e grande l'eroica sua azione partì
da noi, e quanti armati poté raccocirc(ô)rre da' vicini villaggi, tutti
gli mandava in sua casa, per nostra custodia. Di poi partì per Ginevra per
provvedersi di galesse, per condurci a Champéry, sicom'era l'ordine
di quel governadore. E tornato la mattina molto tardi, si mostrò non men
allegro che un poco più umano, mostrandomi l'ordine del mio arresto in
nome del Re e le lettere nelle quali, sempre più con premura, se gli imponeva
d'eseguirlo; dicendomi che anche se non gli fosse riuscito ivi
d'arrestarmi, il Re ne avrebbe scritto a quella repubblica, perché in
tutte le maniere non voleva che io dimorassi a Ginevra; e che non era vero quel
che soggiunse del papa, avendolo detto per maggiormente atterrirmi. E
pregandolo istantemente, che non essendo nell'ordine compreso mio
figliuolo, lo lasciasse libero, non fu possibile persuaderlo, dicendomi che
bisognava condurlo meco a Champéry, ed avesse pensato quel governadore di fare
ciò che stimava più convenirci.</p> 
<p>Due ore prima del mezzo giorno di quella domenica si partì da Vesenà. E
nell'entrar col mio figliuolo nel galesse, io vidi che avea raccolto più
di cinquanta uomini armati, i quali, a forma di sguadrone, circondavano il
galesse; i quali, secondo che si passava per i villaggi che s'incontravano
per istrada, si mutavano, affinché la mostra fosse più pomposa. Posti che fummo
in galesse, fu licenziato Chénevé, al quale raccomandai le mie robe lasciate in
sua casa, e che avrei da Champéry scritto a monsieur Vernet ciò che dovea
farne. Fu veramente cosa non men degna di compassione che di riso, il vedere il
Guastaldi alla testa delle sue truppe, a cavallo, col mio ritratto alla mano,
secondo ch'entrava in un villaggio mostrarlo a que' contadini, i
quali, uomini e donne, correvano a truppe allo spettacolo. E come se conducesse
preso re Marcone di Calabria, o Rocco Guinart di Barzellona, l'un famoso
bandito del regno di Napoli, l'altro di Catalogna, vantava a quella rozza
e credula gente sue prodezze; e mossi alcuni da curiosità, dimandandogli chi io
fossi e qual delitto avea commesso, egli non rispondeva altro, se non che avea
preso un grand'uomo. Alcuni semplici, spezialmente le donne, alla risposta
rimanevano stupidi. Altri, più accorti, fra di loro pien di maraviglia,
borbottavano: “costui va preso, per essere un grand'uomo. Bisognerà,
adunque, esser uom picciolo e da niente, per non inciampare a simili
disgrazie”.</p> 
<p>Nell'entrar d'una grossa terra, chiamata San Giuliano, ci avvenne
un fatto, non men da compiangere che da ridere. Il Guastaldi precorse, col
ritratto in mano, e postosi nella piazza, a cavallo, a guisa di ciarlatano
facevane mostra, e per esser giorno di domenica, unì gran moltitudine di gente
che vi accorse.</p> 
<p>Eravi ivi il governadore, che chiamavano il barone, il quale, mosso
anch'egli da curiosità, fu ad incontrarci; e fatteci mille grate
accoglienze e cortesie, volle che smontassi dal galesse e mi fermassi in una
vicina casa, fin che il Guastaldi non unisse la nuova gente, per cambiarla con
quella che ci avea ivi condotto. Smontati che fummo, ci offerì del cafè, ed
ancorché si rifiutasse, volle che in ogni modo lo prendessimo; sicome, per non
abusarci di tanta gentilezza, si fece. Ed avuti insieme vari discorsi, ed egli
mostrando gran compatimento del mio caso, fecemi grandi esibizioni, piene di
somma cordialità ed affezione. Licenziato che si fu, appena voltate le spalle,
nel volerci riporre nel galesse ci vidimo un suo ufficiale avanti, il quale ci
fece un presente di un paio di manette di ferro, dicendoci che il costume ivi
era che a' priggionieri che passavano per quella terra e suo distretto,
perché fosse più sicura la lor custodia, si ponevan le manette; onde avessi la
pazienza di sofferirle. E preso il mio braccio sinistro col destro del mio
figliuolo, ci avvinse chiudendo colla chiave i ferri, dandoci un soldato
affinché ci accompagnasse fino la sera, nell'osteria dove dovevamo
pernottare; il quale ce le avrebbe tolte e riportate indietro, come fu fatto. E
ritornandosene il soldato, gli dissi che in mio nome rendesse al signor barone
le debite grazie, per tanta cura che s'era compiaciuto avere della mia
persona, riputandola così cara che, non bastandogli la custodia di quel
numeroso accompagnamento del Guastaldi, avea voluto aggiungervi anche la
sua.</p> 
<p>La sera del dì seguente, lunedì, si giunse a Champéry, verso le due ore di
notte, poiché il Guastaldi, non potendo in quella capitale, dove risiedeva il
general conte Picon, far sua mostra, procurò che s'entrasse di notte. Ed
avendo avvisato all'altro Guastaldi, aiutante di campo del generale, del
mio arrivo, venne costui con molta cortesia e civiltà a dirmi, in nome del suo
generale, che non sapendo la cagione del mio arresto comandatoli dal Re, fin
che non se gli desse notizia d'esser seguìto, e ricevesse istruzioni come
dovesse regolarsi, mi trattenessi in casa del carcerier maggiore, dove sarei
stato ben trattato.</p> 
<p>Condotto ivi, non posso negare che fui ricevuto col mio figliuolo con somma
umanità e cortesia, non men dal carceriere che da sua moglie, ch'erano
gentili, rimanendo nel lor quartiere in libera custodia; né il generale mancava
ogni dì mandare il suo aiutante Guastaldi a vedermi ed offerirmi ciò che mi
faceva di bisogno. Sicché dall'uno passai all'altro Guastaldi, molto
però diverso dal primo, usandomi ogni amorevolezza e cortesia. L'altro non
lo vedea se non rade volte, tutto turbato e malinconico poiché, fuor
d'ogni sua aspettazione, non vedeva che il conte Picon molto si curasse di
premiarlo d'una sì eroica azione, ch'egli credea aver fatta, per la
quale aveasi immaginato di dover conseguire sommi gradi ed onori.</p> 
<p>Il general governadore mandò a dirmi che sarebbe venuto un giorno per
parlarmi, cercando intanto da me la cagione che avesse potuto movere il Re
all'arresto, e se io avessi scritto o commessa cosa tale, che me
l'avesse meritato. Io, non meno per Guastaldi che per altri a' quali
dava permissione di visitarmi, l'assicurava che non avea offesa in minima
cosa la maestà del Re, e che le mie disgrazie venivano dalla corte di Roma; ma
ch'era sicuro nella giustizia e clemenza del Re, che non avrebbe permesso
di sacrificarmi alla di lei ira ed indignazione; ed era contento ch'egli
mi giudicasse e conoscesse de' miei delitti, pregandolo che mi permettesse
di scrivere in una lettera al marchese di Ormea questi miei sentimenti,
ratificandogli la divozione del mio animo, che ho sempre professato verso Sua
Maestà, la quale avrei conservata fin all'ultimo di mia vita. Mi permise
di scriverla; che aperta mandai, per Guastaldi in sue mani, il qual poi mi
disse averla già stradata per Torino.</p> 
<p>Lo pregai ancora che non avendo di abiti e camicie se non que' che
portava addosso, mi permettesse di scrivere a Ginevra a monsieur Vernet, che mi
mandasse quanto mi facesse di bisogno; sicome volentieri acconsentendovi io
feci, scrivendogli che, non sapendo la volontà del Re
<corr>[e]</corr> dove fossi destinato, tenesse cura delle mie robe,
ed intanto mi mandasse il più necessario, ch'e' stimasse per casa, o
per viaggio. E la lettera, aperta, si diede al Guastaldi, che da'
riscontri che poi n'ebbi capitò in Ginevra, donde mi furon mandati alcuni
abiti e camicie.</p> 
<p>Vennero finalmente da Torino le risposte di ciò che il conte Picon,
generale, dovea fare; al quale il Re scrisse che il mio arresto non era per
alcun delitto, ma per ragion politica e di Stato; onde che mi avesse fatto
trasportare nel castello di Miolans, dove a quel governadore comandante si eran
dati gl'ordini di tenermi in arresto in libera custodia, fin a tanto che
non disponesse altramente, ed al quale si eran dati i dovuti provvedimenti pel
mio sostentamento e del mio giovane, che Sua Maestà non intendeva che si fosse
da me allontanato, per mia assistenza e compagnia.</p> 
<p>Dopo undici giorni di dimora a Champéry fummo condotti, a' 7
d'aprile, nel castello di Miolans, lontano da Champéry dodici miglia, e
sei da Momigliano, posto alla costa d'un monte che ha l'aspetto a
mezzogiorno, e sotto un'altissima rocca che lo copre da tramontana.</p> 
<p>Quivi giunti, accompagnati dall'aiutante di campo Guastaldi, senza
turba, con quattro soli soldati, fummo ricevuti cortesemente dal comandante, il
cavalier Le Blanc, savoiardo di non men probi che gentili costumi, il quale ci
assegnò una stanza che ci disse esser la migliore del castello; sicome poi
sperimentai, avendo una finestra in oriente e posta in sito comodo, non meno
per rintuzzare la forza de' venti che i rigori del freddo. E non mancava
ogni giorno visitarci, ed il dopo pranzo, verso la sera, di condurci per
un'ora a spasseggiare per la piazza del castello, in luogo aperto, donde
si vedevano i monti che circondavano il castello, e la bassa e distesa pianura
che gli sta a' piedi e gli framezza; e nulla mancava alla nostra tavola di
quanto produce quel terreno e può somministrare il villaggio di San Pietro, che
è vicino.</p> 
<p>Il luogo deserto, il sito del castello, posto sopra una gran rupe, e la
solitudine, certamente che ne' princìpi ci diede orrore e sbigottimento.
Ma compensava il tutto la gentilezza del comandante: il tenerci liberi, non
sotto chiave, il condurci ogni dì festivo, la mattina, nella chiesa del
castello ad udir messa, ed il giorno alle esposizioni del Sacramento
dell'Altare, ed il somministrarci quanto ci faceva di bisogno, faceami
parere men noioso l'arresto. Ma sopra tutto mi dava conforto il
riflettere, che era stato ivi condotto per ordine d'un principe, al quale
io non avea offeso in cosa alcuna; e volendo che non si allontanasse da me il
mio innocente figliuolo, era da sperare che, compassionando il mio stato
infelice, avrebbe dato presto fine a miei travagli.</p> 
<p>Pochi giorni dapoi del mio arrivo a Miolans ricevei dal general conte Picon
una gentilissima lettera de' 11 d'aprile, accompagnandola con un dono
di cafè, zucchero e tabacco per nostro uso, nella quale, dandomi avviso di
mandarmi que' abiti e camicie che avea cercati a monsieur Vernet,
m'imponeva che le mie robe, scritture e quanto avea lasciato a Ginevra le
facessi pervenire a Champéry, in sue mani, che avrebbe egli pensato di
mandarmele. Compresi da ciò, che non si voleva che io più pensassi al ritorno
di Ginevra; onde scrissi a monsieur Vernet che que' miei pochi libri,
scritture ed il forziere, con altri miei abiti che avea lasciati,
gl'inviasse a Champéry; e sopra tutto, aspettando io da Milano i
manuscritti che dovean servire per la stampa del quinto tomo, che facesse
diligenza se fosser capitati, e gli mandasse pure a Champéry, al governadore; e
che mi scusasse presso Barrillot, se non poteva adempire a quanto erasi fra noi
convenuto, vedendo la dura necessità che me lo proibiva; sicome lo stesso
dicesse al Pellissari, che intorno alla traduzione francese pensasse ad altri,
poiché io non poteva più pensarci, disciogliendo con ambidue ogni trattato.</p>

<p>Acclusi la lettera aperta nella risposta che feci al generale, rendendole
molte grazie della cortesia usatami; e che, sicome avea ubbidito a quanto mi
avea imposto, così era per eseguire in tutto ciò che fosse per ordinarmi,
pregandolo della sua protezione presso la maestà del Re, non avendo io nella
corte di Torino persona che potesse per me intercedere. E gli acchiusi
parimenti una lettera scritta per Milano al secretario Canarj, colla quale lo
pregava d'impetrare dalla principessa Trivulzi qualche buon ufficio per me
in quella corte, sapendo quanto fossero per riuscire efficaci e fruttuose le
sue interposizioni. Di questa ed altre mie lettere scritte a Milano non ebbi
alcun riscontro; e avendomi detto il comandante Le Blanc che non occorreva
scriver più a Milano, non potendo ricever egli altre mie lettere, se non quelle
che scriveva a Champéry ed a Ginevra, compresi che non si mandarono. Né potei
saper mai se i manuscritti che aspettavo da Milano si fosser mandati a Ginevra,
ovvero fosser rimasti ivi, o capitati in altre mani.</p> 
<p>L'aiutante di campo Guastaldi mi scrisse dopo che monsieur Vernet avea
mandato a Champéry, al governadore, il mio forziere con l'altre mie robe,
scritture e libri; ma, secondo la nota che mi mandò, mancavano più cose.
Riscrissi che vedesse di ricuperare il rimanente, sicome m'avvisò
d'aver fatto; ma ritenendo in suo potere ogni cosa, non vedeva che ne
mandasse alcuna. Me ne dolsi con altra mia lettera scritta al governadore, il
quale fecemi sentire da monsieur Le Blanc, che essendo partito per Torino il
Guastaldi, che teneva in suo potere il tutto, non poteva riceverlo se non al di
lui ritorno. Aspettai fin che non tornasse, e finalmente fummi mandato il mio
forziere con gli abiti ed alcune robe, scrivendomi il Guastaldi che il
rimanente, come a me non necessario, era rimaso in suo potere, e che sperava
fra breve, riacquistando la mia libertà, di consignarlo egli nelle mie proprie
mani.</p> 
<p>Così, come a naufrago, vidi sparpagliate di qua e di là quelle poche
reliquie de' miei stracci, in gran parte rimase a Venezia, altre forse in
Milano o pur disperse, altre in Ginevra, ed altre a Champéry. Niente mi curava
di non avermi mandati gli avanzi delle mie scritture, né delle altre robe; ma
affliggevami di non avere que' pochi libretti, i quali, nel disperato ozio
nel quale era ed in quella solitudine, mi avrebbero alleggerita la noia ed il
tedio. Pure io, ciò prevedendo, nel partir da Champéry, nel miglior modo che
potei mi provvidi d'un Livio, comprato ivi da un libraro, che fu pur
miracolo di trovarlo, ancorché l'edizione fosse cattiva e scorretta. Non
posso negare che fummi di gran sollievo, consumando più ore del giorno in
leggerlo e rileggerlo, e così rendere meno noiosa la mia solitudine.</p> 
<p>Avendo scorto dalle lettere del general governadore e del Guastaldi, che il
volere del Re fosse di non pensar più a Ginevra, né a stampe o ristampe, ed
avendo eseguito quanto m'era stato imposto, stimai nel mese di maggio
comporre un pieno memoriale a Sua Maestà. Nel quale, esponendo la serie
de' miei successi, da che partii da Vienna, e la dura necessità che mi
avea costretto di passare a Ginevra, non già per cambiar religione, ma per aver
ivi trovato onesto modo da vivere; pregava la clemenza del Re che, essendo
nelle sue mani e disposto di adempire a quanto m'avrebbe comandato, non
volesse permettere che io lungamente dovessi soffrire l'angustie nelle
quali vedeami posto, non avendo bisogno di custodia, quando io, non pur
liberamente, ma con piacere, avea protestato e le protestava di voler
sacrificare il rimanente di mia vita in suo real servizio, potendo disporre di
me come le piaceva. E sopra tutto le poneva innanzi gli occhi che, essendo un
povero forastiere abbandonato da tutti, non aspettasse che per me alcuno
intercedesse presso la Maestà Sua; sicché, ragionevolmente, temeva che non
fossi posto in dimenticanza. Avrei, sì bene, dalla corte di Roma avuti molti
accusatori, ma mi facesse la grazia di manifestare le loro accuse, con farle
esaminare; perché avrebbe scorto esserli io venuto in odio ed abbominazione,
non già perché io avessi sentimenti contrari alla nostra Santa Fede, né perché
discordassi ne' punti principali della religione cattolica, ma unicamente
perché: non volli con vile adulazione adottare per vere le false massime della
papale monarchia sopra tutti i principi della terra, e per avere manifestate le
sorprese fatte sopra la potestà de' medesimi, e poste in più chiara luce
le regali preminenze ed alti, sovrani ed indipendenti diritti, che Iddio ha lor
conceduti sopra i loro Stati e domini. Che ciò, e non altro, mi avea cagionato
la di loro ira ed indignazione; onde lo pregava, come a principe savio e
giusto, a non dar facile credenza alle imputazioni addossatemi, farle esaminare
da uomini dotti e spassionati, e dar luogo che io potessi difender la mia
innocenza contro le insidiose armi d'una livida ed animosa
maladicenza.</p> 
<p>Fu mandato questo memoriale al governadore di Champéry, il quale mi fece
assicurare da monsieur Le Blanc ch'erasi già trasmesso al Re nella corte
di Torino. Aspettai lungo tempo e non vidi essersi data provvidenza alcuna; e
intanto si prolungava il mio penoso arresto. Monsieur Le Blanc mi confortava,
con dirmi che essendo la corte di Torino occupata in altri più importanti e
gravi affari, trattandosi della pace fra l'Imperadore ed i principi
collegati nell'ultima guerra mossa contra il medesimo, non era maraviglia
che non si pensasse alle altre cose minute.</p> 
<p>Passai con questa lusinga il meglio che si poté i tre mesi dell'està; e
per render men noiosa la mia dimora e non marcire in un sì penoso ozio,
cominciai a scrivere queste memorie, le quali, se non sono compite, è perché
non è ancor finita la mia vita, non sapendo se dovrò qui finirla, ovvero il
rimanente non l'avesse il mio fiero destino serbato a più duri e crudeli
strazi.</p> 
<p>L'està di quest'anno 1736, passata in mezzo a' monti della
Savoia, mi mostrò più cose altrove non osservate. Vidi che in ciascun mese,
fosse stato di giugno, luglio o d'agosto, sopra la cima di que'
monti, quando nel piano pioveva, cadeva ivi nuova neve. Ne' dì piovosi,
verso la sera, vedersi l'iride a' piedi de' medesimi spezzata, e
formare ora una figura di colonna curva, ora altra irregolare, secondo che i
raggi del sole percotevano lo spruzzo delle spezzate nebbie. Alle volte il suo
arco cominciava da piè d'un monte e si terminava in un altro, senza
passare la sommità de' medesimi; sicché vedeasi dal castello l'arco
tutto fra la pianura e i monti, senza avanzarsi sopra di quelli, nell'alto
cielo.</p> 
<p>Nel calor più forte o nelle dirotte piogge i gran massi di neve formati
sopra quelle alte rocche, nel precipitare in giù, formavano un fragore sì
spaventoso, che da lontano sembravano colpi di grossi cannoni, spiantando e
portando seco ciò che si fa loro incontro di alberi, grosse rupi, tetti e
capanne. E nella primavera ed autunno i venti soffiano così impetuosi e forti,
che sembravami dovesse rovinare non pure il castello, ma tutta la macchina del
mondo. E pure tali spettacoli, fragori e procelle mi servivano per sollevare in
parte il mio animo dal lungo e penoso tedio, e volgerlo da' miei pensieri
tetri e funesti a nuovi oggetti, ancorché pieni di orrore e di spavento.</p> 
<p>Spesso mi riduceva in mente che avendo quel monte, alla costa del quale fu
fabbricato il castello, a' suoi piedi una larghissima pianura, che si
distende fra que' monti per più miglia, per mezzo della quale passa il
fiume Isara, questo campo fosse quello dove accadde quella famosa e
sanguinolenta battaglia, che Quinto Fabio Massimo console diede agli Allobrogi
ed Averni, della quale Plinio il vecchio, descrivendo il luogo del campo presso
Isara, fa memoria, non essendovi fra que' monti pianura sì ampia che
questa, la quale fosse stata capace di racchiudere eserciti sì numerosi.
Plinio, nel capitolo 50 del libro VII della sua <hi rend="italic">Istoria di
natura</hi>, commemora questa battaglia, per occasione che Fabio nel calore di
quella, su 'l campo, si liberò d'una febre quartana della quale lungo
tempo era stato travagliato. Egli qui si liberò dalla febre; ma io non già
dalla mia prigionia.</p> 
<p>Nell'autunno, vedendo che si prolungava il mio arresto e l'inverno
si avvicinava, mandai al governadore di Champéry altra mia memoria per Sua
Maestà, nella quale instantemente la pregava di non permettere che io dovessi
fra quelle orride montagne passarci l'inverno, con evidente pericolo per
la mia gracile complessione ed avanzata età, di lasciarci la vita; ma quando
pure a Sua Maestà così piacesse, almanco ordinasse che mi fossero mandati
que' pochi miei libri rimasi a Champéry, e provvedesse di farmene mandar
alcuni altri, affinché potessi sostener la dimora con minor tedio, in tanta
solitudine. Ed aggionta a questa memoria, mandai pure al governadore la
picciola nota de' libri che cercava, pregandolo ad intercedere per me
presso il Re, almanco, non potendo altro, che in tal maniera sollevasse
l'animo mio angustiato ed oppresso. Non passarono tre o quattro settimane,
che mi furono mandati da Champéry i libri (donde compresi che io dovea in quel
castello passarci tutto l'inverno); ma non tutti. E cercando io fra gli
altri l'<hi rend="italic">Istoria naturale</hi> di Plinio, in vece di
quella mi mandarono le <hi rend="italic">Epistole</hi> ed il <hi rend="italic">Panegirico</hi> dell'altro Plinio, forse, o perché lo
credettero lo stesso, ovvero che a Champéry non si trovasse altro.</p> 
<p>Con tal soccorso mi disposi a soffrire pazientemente quivi quell'orrido
inverno, fra le angustie d'una stanza; poiché, toltone d'andare i dì
festivi ad ascoltar la messa, non si poteva fuori dar un passo, senza
intirizzire per l'estremo freddo. Ed ancorché io fossi avvezzo a'
freddi di Germania, oltre che ivi abbastanza si è occorso coll'uso delle
stufe, mi riuscivano però più sensibili e molesti questi di Savoia, come più
acuti e penetranti; a' quali mal si rintuzzava col semplice camino, il
quale non riscaldava tutta la stanza; sicché non bisognava allontanarsi un
passo dal fuoco, per non sentirne i rigori.</p> 
<p>Due volte, in gennaro del nuovo anno 1737 e ne' princìpi di marzo,
m'infermai di febre lenta, nata da ostruzione di viscere; ma
coll'assistenza d'un perito medico del vicino villaggio di San
Pietro, il quale, stipendiato dal Re, avea la cura del castello, con leggiere
purghe ed esatta dieta me ne liberai.</p> 
<p><hi rend="italic">[1737]</hi></p>
<p>È già scorso un anno e siamo entrati nel secondo, che in questa solitudine
soffro la pena ed il tedio d'una vita misera e noiosa, e come fuori del
mondo. Da che ci fui menato, niente so di ciò che sia avvenuto in quello o di
pace, o di guerra, o di altro, e molto meno de' miei congionti ed amici;
sicché sembrami il mio vivere un'immagine di morte. Né so quel che fia di
noi; ma temo e pavento che, sembrando alla corte di Roma troppo lungo
l'aspettare la morte d'un vecchio, qual io mi sono, non procuri
co' suoi accorti artifici ed ingegni di far prolungare qui il mio
incolato, in sì misero ed infelice stato, per affrettarla, quanto fia
possibile, almanco con incomodi, disagi e patimenti, a' quali la mia grave
età d'uopo è che, finalmente, soccomba.</p> 
<p>A questo fine, se mai venissi io qui a mancare, avendomi ella esposto come
bersaglio a gli occhi di tutti, e resomi noto assai più per l'incessanti e
fiere sue persecuzioni, che per le mie opere divolgate alle stampe, affinché
tutti siano informati de' miei avvenimenti e sappiano discernere il vero
da falsi rapporti, de' quali non dubbito che avrà ingombrate le menti
de' più semplici, ho voluto, dandomene opportunità quest'ozio e
questa solitudine, dar al mondo una verace e fedel narrazione della mia vita e
quanto nel corso della medesima siami avvenuto.</p> 
<p>Forse avverrà che alcuni, mossi da spirito di pietà e di compassione
sospireranno, morto chi, vivo, disprezzarono o non curarono. Forse dal mio
esempio si accorgeranno non avere la corte di Roma altra difesa o schermo, per
mantenere gl'ingiusti acquisti fatti sopra la potestà e giurisdizione
de' principi, se non quella di perseguitare gli autori, non già di
rispondere alle di loro opere, nelle quali con manifeste pruove sono dimostrate
e poste in chiara luce le tante sorprese ed usurpazioni. Ma (ciò che forse
sembrerà loro più strano e portentoso) stupiranno come, per abbattergli e
rovinargli, cerchi e trovi aiuto da' principi stessi, <foreign lang="lat"><hi rend="italic">ut haberet instrumenta servitutis et
reges</hi></foreign>. Sicché ora più non dubiteranno essersi San Girolamo
apposto al vero, quando scrisse che il vangelista Giovanni, nell'<hi rend="italic">Apocalisse</hi>, per la grande città da lui chiamata Babilonia
intese di parlar di Roma corrotta; e di lei pur intese, quando ci descrisse
quella meretrice ornata di porpora, gemme ed oro, la quale, prostituita sovra
sette colli, fu veduta sfacciatamente puttaneggiar co' regi; sicome Dante
ce ne fece pur accorti.</p> 
<p>A me, che non per odio altrui o per disprezzo, ma unicamente per amor della
verità e per investigarla fra l'oscurità de' più incolti e tenebrosi
secoli ho sofferte tante fatiche e travagli, se accaderà fra queste alpestri
rupi lasciar il mio corpo esanime, pregherò Iddio, ch'è la Verità istessa,
che accolga il mio spirito in pace: e sicome per lei ho sofferti tanti strazi e
martirii, giusto è che finalmente diale tranquillità e riposo.</p> 
<p>Pregherò pure i paesani e viandanti che traversando per questi monti, e
dovendo, nel passar per la Savoia in Francia, calcar la strada donde non molto
lontano vedesi il castello di Miolans, volti i loro pietosi occhi al gran sasso
sotto il quale giaceranno sepolte le mie fredde ossa, mossi da spirito di
pietà, in passando lor dicano: “Ossa aride ed asciutte, abbiate quella
pace e riposo che vive non poteste ottener giammai”.</p> 
<q rend="block" direct="unspecified"> 
<lg> 
<l>Di nuove pene mi convien far versi.</l> 
</lg> </q> 

<p>[<hi rend="italic">1737</hi>]</p> 
<p>15 settembre. — Da Miolans giunsi alle carceri della Porta del Po.</p>

<p>20 settembre 1737. — A Torino.</p>  
<p>[<hi rend="italic">1738</hi>]</p>
<p>27 gennaio 1738. — II padre Prever.</p> 
<p>15 marzo. — Precedente informo del suddetto padre e lettera del Re a
Roma, fu spedita dalla sacra congregazione del Santo Ufficio commissione al
padre maestro fra Giovanni–Alberto Alferio, vicario generale del Santo
Ufficio di Torino, di ricevere la mia retrattazione, con istruzioni per sé ed
il padre Prever, mio confessore e direttore di mia coscienza; il quale,
portatesi in dette carceri col detto padre, a' 4 aprile ricevé la mia
deposizione, ed in conseguenza la retrattazione, secondo l'istruzione
mandata sopra i punti in essa prescritti. In esecuzione di detta commissione
fummi data assoluzione di tutte le censure, interdetti, etc., e data licenza al
detto padre Prever di ricevere la mia confessione, ed assolvermi di tutti i
peccati e casi riserbati in Roma alla sacra congregazione del Santo
Ufficio.</p> 
<p>Il libretto <foreign lang="lat"><hi rend="italic">Jani
Perontini</hi></foreign> etc. fu condennato in Roma a' 17 agosto 1735,
come continente <foreign lang="lat">propositiones respective falsas,
contumeliosas, scandalosas, simplicium seductivas, iurisdictioni Ecclesiae
iniuriosas, temerarias, erroneas et haeresi proximas</foreign>.</p> 
<p>Questo libretto diede motivo alla sacra congregazione del Santo Ufficio di
scrivere all'inquisitore di Venezia di stargli sopra; ma non poté
conseguir niente, perché andava molto riguardoso, per non perder
quell'asilo e per poter conseguire nell'università di Padoa una
lettura, sicome significò quell'inquisitore.</p> 
<p>Poco dopo si seppe che in Venezia, di notte tempo, era stato arrestato e
posto in una peota, affine di sbarcarlo fuori di Stato. L'avviso, però,
giunse troppo tardi, non ostanti le precedenti diligenze usate dalla sacra
congregazione in ordinare alli inquisitori di Ferrara, Genova, Firenze, Pisa e
della Lombardia, perché dovessero arrestarlo; poiché, giunto l'avviso da
Venezia, era già passato alla volta di Ginevra.</p> 
<p>I manuscritti lasciati a Milano si mandarono dal Re al papa, il quale, per
mezzo del cardinal Alessandro Albani, li fece consignare in Sacra
Congregazione, con ordine di ritenerli sotto chiave; sicome dopo mandò gli
altri manuscritti che si ricuperarono da Ginevra.</p> 
<p>A' 5 aprile fu a visitarmi l'abate Palazzi.</p> 
<p>A' 15 giugno, domenica, partii da Torino e fui condotto nel castello di
Ceva, dove giunsi la mattina de' 17 del suddetto mese.</p> 
<p>In novembre caddi infermo, e durò la grave mia infermità per tutto febbraio
del 1739.</p> 
<p>[<hi rend="italic">1739</hi>]</p> 
<p>Fui con carità assistito dal signor cavalier de Magistris.</p> 
<p>Liberato che fui dalla malattia, cominciai a stendere da' mie cartuccie
i <hi rend="italic">Discorsi sopra Livio</hi>, nel principio di marzo, e gli
terminai al di 15 maggio. E furono mandati a Torino con lettera al signor
marchese D'Ormea, pregandolo di presentarli al Re, a cui erano dedicati,
li 8 giugno.</p> 
<p>A' 4 novembre di nuovo m'infermai dell'istessa malattia, non
così forte come l'anno scorso, e mi durò due mesi, con tre altri mesi di
convalescenza.</p> 
<p>[<hi rend="italic">1740</hi>]</p>
<p>Quest'anno, per gli eccessivi freddi e per la morte di papa Clemente
XII, seguita a' 6 febbraio, fu memorabile, sicome per l'elezione del
nuovo papa Lambertini, seguita li 16 agosto; ma assai più memorabile per la
morte dell'Imperadore, da me saputa la domenica 30 ottobre, seguita in
Vienna li 20 del suddetto mese.</p> 
<p>Pure a' princìpi di novembre m'infermai, e durò la malattia fino
ad aprile del seguente anno.</p>
<p>[<hi rend="italic">1741</hi>]</p>
<trailer><hi rend="italic">Fine</hi></trailer>  
</div1> 
</body> 
</text> 
</TEI.2>
