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      <title>Risposta alle opposizioni d'incerto fatte al sonetto in morte di Pietro Spino</title>
      <author>Torquato Tasso</author>
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    <extent>23 Kb in UTF-8</extent>
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      <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
      <pubPlace>Roma</pubPlace>
      <date>2007</date>
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              personale o scientifico. Ogni uso commerciale è vietato</p>
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      <title>Collezione BibIt</title>
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        <title>Tutte le opere</title>
        <author>Tasso, Torquato</author>
        <editor id="ed">Quondam, Amedeo</editor>
        <publisher>Lexis Progetti Editoriali</publisher>
        <pubPlace>Roma</pubPlace>
        <date>1997</date>
        <note>L'edizione elettronica fa riferimento al testo Le prose diverse, a cura di C. Guasti, II, Firenze, Le Monnier 1875.</note>
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                      responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
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                      <p>I simboli di citazione e di discorso diretto presenti sulla fonte cartacea
                        sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
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                      <p>I trattini di sillabazione a fine riga sono stati soppressi e le parole
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<text>
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<div1 n="Titolo">
<p><hi rend="italic">RISPOSTA ALLE OPPOSIZIONI D'INCERTO
FATTE AL SONETTO IN MORTE DI PIETRO SPINO.</hi></p></div1>
<div1><head>Opposizioni</head>
<div2 n="Spino, leggiadre rime in te fioriro">
<argument><p><hi rend="italic">OPPOSIZIONI D'INCERTO AL SEGUENTE
SONETTO DEL SIGNOR TORQUATO TASSO.</hi></p></argument>
<lg>
<lg>
<l>Spino, leggiadre rime in te fioriro,</l>
<l>Come rose novelle: Amor le colse,</l>
<l>E si punse cogliendo: e se gli dolse;</l>
<l>Poi disse: Ogni tua punta è mio desiro;</l></lg>
<lg>
<l>E co 'l tuo dolce sospirar sospiro,</l>
<l>E canto co 'l tuo canto: e dove sciolse</l>
<l>La dotta lingua il chiaro suono, avolse</l>
<l>L'alme, che ne fûr liete e n'invaghiro.</l></lg>
<lg>
<l>Or che ti svelle Morte, a i vaghi fiumi</l>
<l>Mancano insieme i lauri, e secca il verde;</l>
<l>Nè più Febo ha corona, ombra Parnaso:</l></lg>
<lg>
<l>Ma quanto in te l'Italia e 'l mondo perde,</l>
<l>Tanto acquistano il Cielo e gli altri lumi,</l>
<l>Ch'orto fanno là su co 'l nostro occaso.</l></lg></lg>

<p>Del signor Torquato Tasso non credo io che sia questo
sonetto: e se egli è suo; <hi rend="italic">appello ad eundem mente
constantem.</hi></p></div2>

<div2><head>Verso 1</head>

<p><quote><lg>
<l>Spino, leggiadre rime in te fioriro,</l>
<l>Come rose novelle.</l></lg></quote></p>
<p>Vedesi qui che l'Autore entra su la allusione dello Spino
albero: e come di albero materialmente parla,
allegoricamente d'un dotto Scrittore il tutto intendendo.
Ora, se in buoni poeti toscani sia mai entrato <hi rend="italic">Spino</hi> per
pianta spinosa, mi riporto a chi ha letto molto. <hi rend="italic">Spina</hi>, so
bene esserci entrata per Pianta spinosa. Il Petrarca nella
sestina <hi rend="italic">Anzi tre dì</hi>:

<quote><lg>
<l>... in quel bosco</l>
<l>Folto di spine;</l></lg></quote></p>

<p>e nel sonetto <hi rend="italic">Onde tolse Amor l'oro</hi>:

<quote><lg>
<l>... e 'n quali spine</l>
<l>Colse le rose.</l></lg></quote></p>
<p>E disse pur anche l'Ariosto:
<quote><lg>
<l>In bel giardin su la nativa spina. </l></lg></quote></p>

<p>So ben poi che i semplicisti conoscono lo Spino cervino, o
Merlo: ma qui siamo in proposito di poesia, e per ciò di
parole usate da' poeti. Non si trovando donque <hi rend="italic">Spino</hi>,
direbbe il Signor Tasso,
<hi rend="italic">Spina, leggiadre rime in te fioriro.</hi></p>

<p>Nè mi risponda alcuno, che <hi rend="italic">Spina</hi> è femina, ed il signor
Pietro Spino era maschio; perchè anch'io replicherò, che
<hi rend="italic">Lauro</hi> è maschio, e Madonna Laura era femina. E pur il buon
Poeta usò sempre l'allusione del Lauro, e non volle guastar
la voce per accordar il sesso o il genere.
<hi rend="italic">Leggiadre rime in te fioriro.</hi></p>

<p>Nelle allusioni deverebbono gli attributi convenire al
significante ed al significato: or qui le rime convengono al
signor Pietro, il qual è il significato; ma non convengono a
l'albero Spino, il qual è il significante. Il medesimo dico
degli attributi del secondo quadretto; cioè, dico che gli
alberi non cantano, non sospirano, non han la lingua dotta.

<quote><lg>
<l>Leggiadre rime in te fioriro,</l>
<l>Come rose novelle.</l></lg></quote></p>
<p><hi rend="italic">Fiorire</hi>, al creder mio, non significa Esser fiore, o
Riescir fiore; ma Produr fiore, o fiori. Così diciamo, anzi
dice il Poeta:

<quote><lg>
<l>Fiorivan per le piagge erbette e rami.</l>
<l>Le male piante che fiorir non sanno.</l>
<l>Fiorir faceva il mio debile ingegno.</l>
<l>Ma, lasso, a me non val fiorir di valli.</l>
<l>Del fiorir queste inanzi tempo tempie.</l>
<l>E cantar augelletti e fiorir piagge.</l>
<l>E fiorir co' begli occhi le campagne.</l>
</lg></quote></p>
<p>Parmi donque cosa chiara, che le piante e i terreni
fioriscano; ma che i fiori non fioriscano: e le novelle rose
sono fiori; dunque non fioriscono. Come sta donque quel
concetto: <hi rend="italic">leggiadre rime in te fioriro, Come rose novelle</hi>
fioriscono? Nè ripugna l'esempio,
<hi rend="italic">L'aspettata virtù ch'in voi fioriva;</hi>
perchè anche ivi bisogna isporre: <hi rend="italic">fioriva</hi>, cioè Produceva
fiori. Mostralo il sussequente, <hi rend="italic">Produce or frutto</hi>. E tanto
vale il dir <hi rend="italic">La virtù fiorisce in voi</hi>, come a dir <hi rend="italic">Il pero
fiorisce nel mio giardino.</hi></p></div2>

<div2><head>Verso 3</head>
<p><quote><lg><l><hi rend="italic">E si punse cogliendo.</hi></l></lg></quote></p>

<p>Non so che 'l Petrarca abbia mai usato <hi rend="italic">Pungersi</hi> per
Urtar incautamente nelle spine o in altre punte; ma sì bene
per azione della cosa pungente. Come:

<quote><lg>
<l>Mi punge Amor.</l>
<l>Una man sola me risana e punge.</l>
<l>Il cor or conscienza or morte punge.</l>
<l>E coprir suo dolor, quando altri il punge.</l>
<l>Con la mia spada, la qual punge e seca.</l>
<l>E gli amanti pungea quella stagione.</l></lg>
<lg><l>E se gli dolse.</l></lg></quote></p>

<p>Sospetto che ci sia errore nella stampa del signor Compare;
dovendo forse dire:
<hi rend="italic">E gli ne dolse,</hi>
o vero:
<hi rend="italic">E se ne dolse.</hi></p></div2>

<div2><head>Verso 4</head>
<p><quote><lg><l><hi rend="italic">Poi disse: Ogni tua punta è mio desiro.</hi></l></lg></quote></p>

<p>Si dolse di esser punto, e disse: <hi rend="italic">Le tue punte mi
dilettano</hi>. Gran condizione! forse tolerabile in un
fanciullo, ma che non sia divino.</p>

<p>Dei punti in tutto il sonetto non dico nulla; benchè siano
pur qualche cosa in una scrittura uscita di mano di due
Poeti. Ben desidero che 'l signor Compare mi dica il senso
allegorico di questo senso litterale: <hi rend="italic">Amor colse le rime da
lo spino; e fu ponto; e si dolse</hi>; e disse: <hi rend="italic">Le tue punte
sono mio contento. Sospiro co 'l tuo sospirar, e canto co 'l
tuo cantare</hi>: chè io veramente non so trarnelo. </p></div2>

<div2><head>Verso 7</head>
<p><quote><lg><l><hi rend="italic">La dotta lingua... avolse l'alme.</hi></l></lg></quote></p>

<p>Il Petrarca usa <hi rend="italic">Avolgere</hi> con due casi dopo:
<hi rend="italic">Avolgere i capelli in mille nodi.
Avolger le treccie in perle.
Avolger una ghirlanda intorno a le tempie.
Avolger le mani nelle treccie;</hi>
e simili. Ma pur una volta dice: <hi rend="italic">Costei avolge lo stame</hi>;
ed in un altro luogo dice:
<hi rend="italic">Colui è più da' suoi nemici avolto;</hi>
e vale: <hi rend="italic">I nemici più avolgono colui</hi>. E nel primo luogo
<hi rend="italic">Avolgere</hi> val Ridur in un gomitolo; e nel secondo vale
Circondare. Ma nè in questo nè in quel senso puossi
accettare, <hi rend="italic">la lingua avolge l'alme</hi>. Onde dubito assai di
questo modo di dire. </p></div2>

<div2><head>Verso 8</head>
<p>
<quote><lg>
<l>La dotta lingua... avolse</l>
<l>L'alme, che ne fûr liete e n'invaghiro.</l></lg></quote></p>
<p>Poniamo pur che la clausola detta, <hi rend="italic">la dotta lingua
avolse l'alme</hi>, vaglia <hi rend="italic">la dotta lingua prese</hi>, o <hi rend="italic">fece,
prigionere l'alme</hi>; e così potrà star ch'esse alme ne fur
liete, cioè di esser già prese: ma non potrà già (parmi)
star <hi rend="italic">e n'invaghiro</hi>, di esser già prese; perchè <hi rend="italic">Invaghire</hi>
val Diventar bramoso, o Far bramoso; e si bramano le cose
future, non le passate. Voglio dir, che l'alme non possono
bramar di esser prese, essendo già prese, o prigionere. </p></div2>

<div2><head>Verso 9-10</head>
<p>
<quote><lg>
<l>Or che ti svelle Morte, a i vaghi fiumi</l>
<l>Mancano insieme i lauri, e secca il verde.</l></lg></quote></p>
<p>I lauri ed il verde non sono proprii de' fiumi, ma
proprie loro sono l'acque. Conobbelo anche Coridone, e
disse:

<quote><lg>
<l>Omnia nunc rident; at si formosus Alexis</l>
<l>Montibus his abeat, videas et lumina sicca.</l></lg></quote></p>

<p>E Tirsi, suo concorrente, da più propriamente il verde a'
boschi:
<hi rend="italic">Phyllidis adventu nostrae nemus omne virebit</hi>.
Insomma, si sa che nessuno dei gran fiumi ha lauri.
<hi rend="italic">... E secca il verde.</hi>
Si secca il verde. Petrarca:
<hi rend="italic">Tal che si secchi ogni sua foglia verde</hi>.
Dante:
<hi rend="italic">Se quella, con ch'i' parlo, non si secca</hi>,
cioè la lingua. Se fosse attivo, ci vorrebbe avanti il nome
agente; e valerebbe Asciugare. Boccaccio:
<hi rend="italic">Il cui malvagio fuoco il fonte secca.</hi></p></div2>

<div2><head>Verso 13</head>
<p><quote><lg><l><hi rend="italic">Tanto acquistano il Cielo e gli altri lumi.</hi></l></lg></quote></p>

<p>Saperei volentieri quai sono gli altri lumi fuor del Cielo.
Gli Angeli non son lumi: e poscia Amor è quello che parla,
ed ei non conosce Angeli. Leggendo <hi rend="italic">il Cielo e gli alti
lumi</hi>, sarebbe assai buono, perchè il secondo sarebbe
spositivo del primo. <hi rend="italic">Il Cielo e gli altri Numi</hi>; anche
migliore.</p></div2>

<div2><head>Verso 14</head>
<p>
<quote><lg>
<l>... il Cielo e gli altri lumi,</l>
<l>Ch'orto fanno là su co 'l nostro occaso.</l></lg></quote></p>
<p>Disse il Poeta:
<hi rend="italic">E le tenebre nostre altrui fann'alba.</hi>
Il qual concetto mi par qua tirato, come se si dicesse: Le
tenebre della terra, per la morte dello Spino, fan giorno in
Cielo, per esser quegli là su salito. Il che bene starebbe,
se fosse ben detto; del che dubito. Perchè diremo, per
esempio: Il Perù ha l'alba co 'l nostro occaso, o con la
nostra sera; ma non diremo mai: Il Perù fa l'alba con la
nostra sera. Così (credo) diremo: Il Cielo ha là su orto, o
alba, o giorno, per lo nostro occaso, o sera, o notte; ma
non potremo già dire: Il Cielo fa là su orto, o alba, o
giorno, co 'l nostro occaso, o con la nostra sera, o notte.
Perchè in questo paragone il Cielo è subietto ricevente
l'alba da questa Anima, che là su porta la propria luce; e
non è agente, che faccia alba co 'l proprio o con alieno
lume. </p>

<p>Notisi per conclusione, che Amor parla, e dice: <hi rend="italic">Co 'l
nostro occaso</hi>, come se egli fosse un uomo, o un nume
terreno; e non uno della Corte dei celicoli. </p></div2>

<div2><head>Risposta alle opposizioni</head>
<argument><p><hi rend="italic">RISPOSTA ALL'OPPOSIZIONI
FATTE AL SONETTO</hi>
SPINO LEGGIADRE RIME IN TE FIORIRO.</p></argument>

<p>Spino è nome d'onorata e nobil famiglia della città di
Bergomo, per lo quale ella è conosciuta e distinta da
l'altre; perch'essendo il nome quasi una diffinizione
raccolta, è necessario che separi la cosa nominata da tutte
l'altre, e sia proprio di lei. E s'egli dicesse Spina,
sarebbe comune con una casa antica di Toscana, della quale
fu Messer Geri Spina, nominato dal Petrarca in quel sonetto:
<hi rend="italic">Geri, quando talor meco s'adira.</hi></p>

<p>E s'ella fosse la medesima stirpe, si dovrebbe scrivere il
signor Piero Spina senza fallo. Ma essendo egli stato
gentiluomo dotto nell'istorie e nelle polite lettere, non ho
voluto variar la sua scrittura. Scrivasi dunque Spino, o
Spina, come faceva l'autor medesimo; perch'in questi nomi
delle case è lecito quello stesso che ne' propri; ed in
tutti i modi non è mia, perch'a me non conviene mutar
l'altrui cognome. </p>

<p>Non so da qual parte cavi l'oppositore questa dottrina, che
nell'allusioni gli attributi debbano convenire al
significante ed al significato; perch'ella non è
d'Aristotile, nè di Demetrio, nè di Dionigi Alicarnasseo, nè
d'Aristide, nè d'Ermogene, nè di Cicerone, nè di
Quintiliano, nè di Macrobio, nè d'Aulo Gellio, nè di Donato,
nè di Servio, nè del Guerino, nè del Lambino, nè del
Landino, nè del Manuzio, nè d'altro filosofo o retore o
grammatico, ch'io mi ricordi aver letto. E s'ella pur fosse
d'alcuno veduto da me, o non veduto, è contraria a
l'osservazione de' poeti, e particolarmente a quella del
Petrarca; il quale alcuna volta usò attributo non
convenevole a la cosa significante, ma a la significata;
come, parlando del lauro, in quel verso:
<hi rend="italic">C'ha i nomi di diamante, e d'ôr lo chiome</hi>.
Ed in quelli altri:

<quote><lg>
<l>Quel, che d'odore e di color vincea</l>
<l>L'odorifero e lucido Oriente</l>
<l>Frutti, fiori, erbe e fronde, onde il Ponente</l>
<l>D'ogni rara eccellenza il pregio avea;</l></lg>
<lg>
<l>Dolce mio lauro, ove abitar solea</l>
<l>Ogni bellezza, ogni virtute ardente.</l>
</lg></quote></p>
<p>Alcuna non volle usarli, che fosser propri della cosa
significata, ma della significante; come in quelli:

<quote><lg>
<l>Sol per venire al lauro, onde si coglie</l>
<l>Amato frutto.</l></lg></quote></p>

<p>Ed oltre a questo, io dico che Spino non è detto da me per
simplice allusione, ma per comparazione, o per similitudine;
come dichiara la particella <hi rend="italic">come</hi>, la quale non si usa
nelle allusioni, ma nelle comparazioni e nelle similitudini
e nell'imagini. Non attribuisco, dunque, a la Spina il
cantare, e 'l sospirare, e la dotta lingua; ma al signor
Pietro, che da quel nome prende il suo cognome.</p>

<p>Non è convenevole che si dica, che nello Spino fioriscan le
rime, come rose novelle; quantunque il Petrarca non avesse
usato questo nome, se non in significato di produr fiori;
perch'altri nomi ancora ed altri verbi egli avrebbe usati,
ed in altro modo, s'egli avesse scritte altre rime, ed in
altre materie: come fu parere del Guidiccione in una sua
lettera al Caro, dal qual fu poi seguìto, e da la Corte di
Roma, e da la maggior parte de' letterati d'Italia: ed io
fra gli altri potrei dire:

<quote><lg>
<l>... Ego cur acquirere pauca</l>
<l>Si possum invideor? cum lingua Catonis et Enni,</l>
<l>Sermonem patrium ditaverit, et nova rerum,</l>
<l>Nomina protulerit? licuit semperque licebit</l>
<l>Signatum presente nota producere nomen.</l>
</lg></quote></p>

<p>Diversa opinione portò il Castelvetro; concedeva,
nondimeno, ch'a nomi di questa lingua si potesse dare il
significato della Latina e della Greca. E perchè 'l verbo
<hi rend="italic">florere</hi>, che da' Greci è detto <foreign lang="grc">anthéin</foreign>, significa
non solo Produrre i fiori, ma Esser già fiorito; l'una e
l'altra significazione si può dare al toscano: e questa sarà
lingua straniera ed artificiale, a differenza della
straniera naturale. Ed oltre a queste due opinioni,
alcun'altra non è stata in pregio a' nostri tempi: ed a me
per l'una o per l'altra, o per ambedue, dee esser conceduto
ch'io dica <hi rend="italic">il fiorir le rose</hi>; perchè questa elocuzione è
toscana; ed ove non fosse, è latina e greca, come si può
vedere ne' libri delle Piante di Teofrasto, ov'egli dice che
<hi rend="italic">fioriscono la vite, e la rosa</hi>, ec.; e le parole son
queste, nel Capitolo... <hi rend="italic">Pungere</hi> è azione della cosa
pungente, come stima l'oppositore: e perch'Amore punge non
solo gli altri, come si legge nel verso
<hi rend="italic">Amor mi punge</hi>,
ma se stesso; si può dire, ch'Amore punga, e si punga; cioè,
ch'Amore s'inamori, come Apuleio descrive nella favola di
Psiche. Ed in questo caso Amore per diversi rispetti è
agente e paziente, e la sua azione non esce fuor di sè, ma
finisce in sè medesimo: e troppo impoverirebbe non solo la
lingua, ma la poesia, chi stimasse altramente.
<hi rend="italic">Poi disse: Ogni tua punta è mio desiro.</hi></p>

<p>È detto convenevolmente, perchè le spine della rosa sono
simili a gli stimoli amorosi, ch'irritano chi li coglie con
maggior desiderio, come scrive Basilio Magno a Libanio
Sofista; e non è in queste parole nè scorrezione alcuna, nè
contradizione. Non è scorrezione, perchè <hi rend="italic">se gli dolse</hi> è
detto condizionalmente per dimostrar la dolcezza d'Amore, la
quale è così grande, che lascia a fatica sentire il dolore:
non contradizione, perchè il dolore non è contrario al
desiderio, ma al piacere; e si può insieme desiderare e
dolersi: anzi perch'il desiderio non è senza la privazione
della cosa desiderata, non pare che possa nascer senza
dolore. E s'a questo fosse congiunto alcun piacere, legga
l'oppositore quel che dice Socrate nel Fedone: che la natura
congiunse insieme l'estremità del piacere e del dolore; da
la qual congiunzione nascono molte di quelle che paion
contradizioni nel Petrarca e negli altri dotti e leggiadri
Poeti. Basti ancora quel che s'è detto di Basilio per
dichiarazione del senso occulto.
<hi rend="italic">La dotta lingua... accolse.</hi></p>

<p>Non <hi rend="italic">avolse</hi> si dee leggere, ma <hi rend="italic">accolse</hi>, come io scrissi;
perchè gli eccellenti poeti ragunano insieme non solo i
gentili spiriti, ma le fiere e gli alberi e le pietre, che
figurano gli uomini rozzi e materiali; come si legge d'Orfeo
e d'Anfione, al suono de' quali traevano gli ascoltanti.

<quote><lg>
<l>Or che ti svelle Morte, a i vaghi fiumi</l>
<l>Mancano insieme i lauri, e secca il verde.</l></lg></quote></p>
<p>Ben ch'io dica ch'i lauri manchino a' vaghi fiumi, non ne
seguita in modo alcuno ch'i lauri sien propri de' fiumi;
anzi ne seguirebbe l'opposto, perchè più spesso ci mancano
le cose non proprie che le proprie: nè lascia l'uomo di
ridere per vecchiezza, ma d'armeggiare o di carolare, o pur
di danzare a guisa di leggiadro; nè di annitrire il cavallo,
nè di ruggire il leone, nè di muggiare il toro, nè di fremer
l'orso, nè di girar la fortuna la sua ruota, nè 'l villan la
sua marra. Nè io intendo de' gran fiumi, come vuole
l'oppositore, ma de' vaghi, cioè di quelli che sono vaghi da
riguardare, e corrono per un fiorito e vago paese, e fra
rive coperte di fresca e minuta erbetta: e perch'i gran
fiumi per la maggior parte sono torbidi, son detti vaghi in
un altro significato, cioè di mobili o di correnti, a
differenza degli stagni e delle paludi e dell'acque che non
si muovono. Intendo adunque di Sorga e di Peneo e d'altri sì
fatti; dell'un de' quali disse il Petrarca:

<quote><lg>
<l>Mi rivedrai sovra un ruscel corrente,</l>
<l>Dove l'aura si sente</l>
<l>D'un vago et odorifero laureto.</l> </lg></quote></p>

<p>Ed altrove:

<quote><lg>
<l>Così cresca il bel lauro in verde riva,</l>
<l>E chi 'l piantò, pensier leggiadri ed alti,</l>
<l>A la dolce ombra, al suon dell'acque, scriva. </l></lg></quote></p>

<p>Dell'altro, Monsignor Della Casa:

<quote><lg>
<l>Di lei che stanca in riva di Peneo</l>
<l>Novo arboscello a' verdi boschi accrebbe.</l></lg></quote></p>

<p>A Parnaso ancora da' poeti e da la fama son dati i lauri,
ed a' fiumi che da lui derivano: e da' Latini è dato questo
aggiunto di <hi rend="italic">Parnassia</hi>, come suo proprio. E ben
ch'Aristotile dica, che da Parnaso nascono alcuni gran
fiumi, come il Coaspe, e Battro, ed Arasse; nondimeno, come
vuole Olimpiodoro suo commentatore, egli non intende di quel
Parnaso ch'è appresso a Delfo, dove si finge ch'abitino
Apollo e le Muse; ma d'un altro Parnaso vicino al Mar Rosso.
<hi rend="italic">Tanto acquistano il Cielo e gli altri lumi.</hi></p>

<p>Vorrebbe saper l'oppositore, quali siano gli altri lumi;
perchè gli Angeli, come a lui pare, non son lumi: ed in ciò
molto s'inganna; perchè Dionigi Areopagita li chiama lumi,
dove egli forma una catena di lumi occulti e di visibili: ed
occulti chiama gli intelletti angelici e gli animali; e
manifesti, i lumi celestiali. Gregorio Nazianzeno ancora
chiama gli Angeli, secondi splendori; e Marsilio Ficino,
sovra Dionigi Areopagita, dice che 'l lume, il qual procede
da esso Bene, subito nel sommo e primo grado di
participazione crea, come scintilla, le sostanze a fatto
separate. Ed altrove; che gli Angeli sono, in comparazione
d'Iddio, come le stelle a paragone del Sole; ben ch'io non
intenda degli Angeli, ma dell'anime, e degli umani
intelletti, i quali ancora si posson chiamar lumi, come si
può conoscere per le cose già dette. E Marsilio sovra
Plotino dice: <hi rend="italic">Ut lumina ad Solem, anima refertur ad
mentem</hi>. Ed in Plotino istesso si legge, che tutti gli
intelletti s'uniscono in Dio, come i raggi nel Sole. E prima
di lui Platone assomigliò l'intelletto al Sole; ed
Aristotile, al lume. E perchè l'intelletto agente è parte
dell'anima, come afferma San Tomaso; e non è un solo, ma son
molti; dunque, per tutte queste autorità, per <hi rend="italic">gli altri
lumi</hi> si possono intendere l'anime e gli intelletti; e di
lor si dice, che facciano orto co 'l nostro occaso, cioè con
la morte del corpo; avendo risguardo a que' detti del
Petrarca:

<quote>
<lg>
<l>... ch'i miei dì fêrsi</l>
<l>Morendo eterni, e nell'eterno lume,</l>
<l>Quando mostrai di chiuder, gli occhi apersi. </l></lg></quote></p>

<p>Nè so perchè l'oppositore non intenda, o mostri di non
intendere, o non voglia; avenga ch'io non dica che 'l Cielo
faccia orto là su co 'l nostro occaso, ma che l'anime il
facciano: nè ciò è detto in persona d'Amore, ma del Poeta, e
mia, come si può conoscere leggendo il secondo quaternario;
perch'Amore parla sino a quelle parole,
<hi rend="italic">E canto co 'l tuo canto.</hi></p>

<p>L'altre, che seguono, sono da me dette come poeta: <hi rend="italic">e
dov'ei sciolse</hi>; perch'egli scioglie la lingua degli amanti,
come si legge in que' versi del Petrarca:

<quote><lg>
<l>Quando Amore i begli occhi a terra inchina,</l>
<l>E i vaghi spirti in un sospiro accoglie</l>
<l>Con le sue mani, e poi in voce gli scioglie:</l>
<l>Chiara, soave, angelica e divina, ec.</l>
<l>Sciogli la lingua, ov'erano a tutt'ore</l>
<l>Disposti gli ami....</l>
</lg></quote></p>

<p>E perch'Amore può non solo sciogliere, ma legar la lingua,
purchè non sia passione naturale, ma potenza ragionevole;
come prova il signor Sperone in persona di Venere, nel
principio della sua Tragedia; dunque s'Amore è intelligenza,
o virtù, o altra cosa sì fatta, dee per riverenza legar la
lingua di coloro che parlano contra i poeti. </p></div2></div1></body></text></TEI.2>
