<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<!DOCTYPE TEI.2 SYSTEM "http://bibliotecaitaliana.it/dtd/bibit.dtd">
<TEI.2>
<teiHeader>
  <fileDesc>
    <titleStmt>
      <title>Il Principe</title>
      <author>Niccolò Machiavelli</author>
    </titleStmt>
    <extent>181 Kb in UTF-8</extent>
    <publicationStmt>
      <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
      <pubPlace>Roma</pubPlace>
      <date>2003</date>
      <idno>bibit000214</idno>
      <availability>
        <p>Questa risorsa digitale è liberamente accessibile per uso
              personale o scientifico. Ogni uso commerciale è vietato</p>
      </availability>
    </publicationStmt>
    <seriesStmt>
      <title>Collezione BibIt</title>
    </seriesStmt>
    <sourceDesc>
      <bibl>
        <title>Il principe</title>
        <author>Machiavelli, Niccolo</author>
        <editor id="ed">Inglese, Giorgio</editor>
        <publisher>Einaudi</publisher>
        <pubPlace>Torino</pubPlace>
        <date>1995</date>
      </bibl>
    </sourceDesc>
  </fileDesc>
  <encodingDesc>
                  <samplingDecl>
                    <p>Tutti i materiali paratestuali della fonte cartacea non riconducibili alla
                      responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
                      digitale</p>
                  </samplingDecl>
                  <editorialDecl>
                    <correction method="silent" status="medium">
                      <p>Livello medio: controllo a video con collazione con edizione di
                      riferimento</p>
                    </correction>
                    <quotation form="data" marks="all">
                      <p>I simboli di citazione e di discorso diretto presenti sulla fonte cartacea
                        sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
                    </quotation>
                    <hyphenation eol="none">
                      <p>I trattini di sillabazione a fine riga sono stati soppressi e le parole
                        ricomposte</p>
                    </hyphenation>
                  </editorialDecl>
    <classDecl><taxonomy id="CDD"><bibl>Classificazione Decimale Dewey</bibl></taxonomy><taxonomy id="CGB"><bibl>Classificazione generi BibIt</bibl></taxonomy></classDecl></encodingDesc>
  <profileDesc>
    <creation>
      <date>500</date>
    </creation>
    <langUsage><language id="ita"/><language id="lat">Latino</language></langUsage>
    <textClass>
      <keywords scheme="CDD">
        <term>320.101 - STATO. Filosofia e teoria</term>
      </keywords>
      <keywords scheme="CGB">
        <term>Trattati</term>
      </keywords>
    </textClass>
  </profileDesc>
  <revisionDesc>
    <change>
      <date>Data sconosciuta anteriore al 2000</date>
      <respStmt>
        <name>LIZ</name>
      </respStmt>
      <item>Digitalizzazione</item>
    </change>
    <change>
      <date>Data sconosciuta anteriore al 2000</date>
      <respStmt>
        <name>LIZ</name>
      </respStmt>
      <item>Correzione linguistica</item>
    </change>
    <change>
      <date>2003-11-02T00:00:00.000+02:00</date>
      <respStmt>
        <name>Marina Larena</name>
        <name>BIBIT</name>
      </respStmt>
      <item>Codifica XML - Codifica con software</item>
    </change>
    <change>
      <date>2003-11-17T00:00:00.000+02:00</date>
      <respStmt>
        <name>Elena Pierazzo</name>
        <name>BIBIT</name>
      </respStmt>
      <item>Validazione</item>
    </change>
  </revisionDesc>
</teiHeader>

<text>
<body>
<div1 n="Dedica">
<opener><salute><foreign lang="lat">NICOLAUS MACLAVELLUS MAGNIFICO LAURENTIO MEDICI IUNIORI SALUTEM.</foreign></salute></opener>
<p>Sogliono el più delle volte coloro che desiderano acquistare grazia appresso uno principe farsegli incontro con quelle cose che in fra le loro abbino più care o delle quali vegghino lui più dilettarsi; donde si vede molte volte essere loro presentati cavagli, arme, drappi d'oro, prete preziose e simili ornamenti degni della grandezza di quelli. Desiderando io adunque offerirmi alla vostra Magnificenzia con qualche testimone della servitù mia verso di quella, non ho trovato, in tra la mia supellettile, cosa quale io abbia più cara o tanto esistimi quanto la cognizione delle azioni delli uomini grandi, imparata da me con una lunga esperienza delle cose moderne e una continua lezione delle antiche; le quali avendo io con gran diligenzia lungamente escogitate ed esaminate, e ora in uno piccolo volume ridotte, mando alla Magnificenzia vostra. E benché io iudichi questa opera indegna della presenza di quella, tamen confido assai che per sua umanità gli debba essere accetta, considerato come da me non gli possa essere fatto maggiore dono che darle facultà a potere in brevissimo tempo intendere tutto quello che io, in tanti anni e con tanti mia disagi e periculi, ho conosciuto e inteso. La quale opera io non ho ornata né ripiena di clausule ample o di parole ampullose e magnifiche o di qualunque altro lenocinio e ornamento estrinseco, con e' quali molti sogliono le loro cose descrivere e ordinare, perché io ho voluto o che veruna cosa la onori o che solamente la varietà della materia e la gravità del subietto la facci grata. Né voglio sia imputata prosunzione se uno uomo di basso e infimo stato ardisce discorrere e regolare e' governi de' principi; perché così come coloro che disegnano e' paesi si pongono bassi nel piano a considerare la natura de' monti e de' luoghi alti e, per considerare quella de' luoghi bassi, si pongono alto sopra ' monti, similmente, a conoscere bene la natura de' populi, bisogna essere principe, e, a conoscere bene quella de' principi, conviene essere populare.</p>
<p>Pigli adunque vostra Magnificenzia questo piccolo dono con quello animo che io 'l mando; il quale se da quella fia diligentemente considerato e letto, vi conoscerà dentro uno estremo mio desiderio che lei pervenga a quella grandezza che la fortuna e l'altre sua qualità le promettono.</p>
<p>E se vostra Magnificenzia da lo apice della sua altezza qualche volta volgerà li occhi in questi luoghi bassi, conoscerà quanto io indegnamente sopporti una grande e continua malignità di fortuna.</p></div1>
<div1 type="parte">
<head>I</head>
<argument><p><foreign lang="lat">QUOT SINT GENERA PRINCIPATUUM ET QUIBUS MODIS ACQUIRANTUR.</foreign></p></argument>
<p>Tutti gli stati, tutti e' dominii che hanno avuto e hanno imperio sopra gli uomini, sono stati e sono o republiche o principati. E' principati sono o ereditari, de' quali el sangue del loro signore ne sia suto lungo tempo principe, o sono nuovi. E' nuovi, o e' sono nuovi tutti, come fu Milano a Francesco Sforza, o sono come membri aggiunti allo stato ereditario del principe che gli acquista, come è el regno di Napoli al re di Spagna. Sono questi dominii così acquistati o consueti a vivere sotto uno principe o usi a essere liberi; e acquistonsi o con l'arme d'altri o con le proprie, o per fortuna o per virtù</p></div1>
<div1 type="parte">
<head>II</head>
<argument><p><foreign lang="lat">DE PRINCIPATIBUS HEREDITARIIS.</foreign></p></argument>
<p>Io lascerò indreto il ragionare delle republiche, perché altra volta ne ragionai a lungo. Volterommi solo al principato e andrò ritessendo gli orditi soprascritti, e disputerò come questi principati si possino governare e mantenere.</p>
<p>Dico adunque che, nelli stati ereditari e assuefatti al sangue del loro principe, sono assai minore difficultà a mantenergli che ne' nuovi, perché basta solo non preterire gli ordini de' sua antinati e di poi temporeggiare con gli accidenti; in modo che, se tale principe è di ordinaria industria, sempre si manterrà nel suo stato, se non è una estraordinaria ed eccessiva forza che ne lo privi: e privato che ne fia, quantunque di sinistro abbi l'occupatore, lo riacquista.</p>
<p>Noi abbiamo in Italia, in exemplis, el duca di Ferrara, il quale non ha retto alli assalti de' viniziani nell'ottantaquattro, né a quelli di papa Iulio nel dieci, per altre cagioni che per essere antiquato in quello dominio. Perché el principe naturale ha minori cagioni e minori necessità di offendere, donde conviene che sia più amato; e se estraordinari vizi non lo fanno odiare, è ragionevole che naturalmente sia benevoluto da' sua. E nella antiquità e continuazione del dominio sono spente le memorie e le cagioni delle innovazioni: perché sempre una mutazione lascia lo addentellato per la edificazione dell'altra.</p></div1>
<div1 type="parte">
<head>III</head>
<argument><p><foreign lang="lat">DE PRINCIPATIBUS MIXTIS.</foreign></p></argument>
<p>Ma nel principato nuovo consistono le difficultà. E prima, — se non è tutto nuovo, ma come membro: che si può chiamare tutto insieme quasi misto, — le variazioni sue nascono in prima da una naturale difficultà, quale è in tutti e' principati nuovi: le quali sono che li uomini mutano volentieri signore, credendo migliorare, e questa credenza li fa pigliare l'arme contro a quello: di che e' s'ingannano, perché veggono poi per esperienza avere piggiorato. Il che depende da un'altra necessità naturale e ordinaria, quale fa che sempre bisogni offendere quegli di chi si diventa nuovo principe, e con gente d'arme e con infinite altre ingiurie che si tira dreto il nuovo acquisto: di modo che tu hai nimici tutti quegli che hai offesi in occupare quello principato, e non ti puoi mantenere amici quelli che vi ti hanno messo, per non gli potere satisfare in quel modo che si erano presupposti e per non potere tu usare contro di loro medicine forti, sendo loro obligato; perché sempre, ancora che uno sia fortissimo in su li eserciti, ha bisogno del favore de' provinciali a entrare in una provincia. Per queste ragioni Luigi XII re di Francia occupò subito Milano e subito lo perdé; e bastò a torgliene, la prima volta, le forze proprie di Lodovico: perché quegli populi che gli avevano aperte le porte, trovandosi ingannati della opinione loro e di quello futuro bene che si avevano presupposto, non potevano sopportare e' fastidi del nuovo principe.</p>
<p>Bene è vero che, acquistandosi poi la seconda volta, e' paesi ribellati si perdono con più difficultà: perché el signore, presa occasione da la ribellione, è meno respettivo ad assicurarsi con punire e' delinquenti, chiarire e' sospetti, provedersi nelle parti più debole. In modo che, se a fare perdere Milano a Francia bastò la prima volta uno duca Lodovico che romoreggiassi in su' confini, a farlo di poi perdere la seconda gli bisognò avere contro tutto il mondo e che gli eserciti sua fussino spenti o fugati di Italia: il che nacque da le cagioni sopraddette. Nondimanco, e la prima e la seconda volta gli fu tolto. Le cagioni universali della prima si sono discorse; resta ora a dire quelle della seconda, e vedere che rimedi lui ci aveva e quali ci può avere uno che fussi ne' termini sua, per potere meglio mantenersi nello acquisto che non fece Francia.</p>
<p>Dico pertanto che questi stati, quali acquistandosi si aggiungono a uno stato antico di quello che acquista, o e' sono della medesima provincia e della medesima lingua, o non sono. Quando sieno, è facilità grande a tenerli, massime quando non sieno usi a vivere liberi: e a possederli sicuramente basta avere spenta la linea del principe che gli dominava, perché, nelle altre cose mantenendosi loro le condizioni vecchie e non vi essendo disformità di costumi, gli uomini si vivono quietamente; come si è visto che ha fatto la Borgogna, la Brettagna, la Guascogna e la Normandia, che tanto tempo sono state con Francia: e benché vi sia qualche disformità di lingua, nondimeno e' costumi sono simili e possonsi in fra loro facilmente comportare. E chi le acquista, volendole tenere, debbe avere dua respetti: l'uno, che el sangue del loro principe antico si spenga; l'altro, di non alterare né loro legge né loro dazi: talmente che in brevissimo tempo diventa con il loro principato antiquo tutto uno corpo.</p>
<p>Ma quando si acquista stati in una provincia disforme di lingua, di costumi e di ordini, qui sono le difficultà e qui bisogna avere gran fortuna e grande industria a tenerli. E uno de' maggiori remedi e più vivi sarebbe che la persona di chi acquista vi andassi ad abitare; questo farebbe più sicura e più durabile quella possessione, come ha fatto il Turco di Grecia: il quale, con tutti li altri ordini osservati da lui per tenere quello stato, se non vi fussi ito ad abitare non era possibile che lo tenessi. Perché standovi si veggono nascere e' disordini e presto vi puoi rimediare: non vi stando, s'intendono quando sono grandi e che non vi è più rimedio; non è oltre a questo la provincia spogliata da' tua offiziali; satisfannosi e' sudditi del ricorso propinquo al principe, donde hanno più cagione di amarlo, volendo essere buoni, e, volendo essere altrimenti, di temerlo; chi delli esterni volessi assaltare quello stato, vi ha più respetto; tanto che, abitandovi, lo può con grandissima difficultà perdere.</p>
<p>L'altro migliore remedio è mandare colonie in uno o in dua luoghi, che sieno quasi compedes di quello stato: perchè è necessario o fare questo o tenervi assai gente d'arme e fanti. Nelle colonie non si spende molto; e sanza sua spesa, o poca, ve le manda e tiene, e solamente offende coloro a chi toglie e' campi e le case per darle a' nuovi abitatori, che sono una minima parte di quello stato; e quegli che gli offende, rimanendo dispersi e poveri, non gli possono mai nuocere; e tutti li altri rimangono da uno canto inoffesi, — e per questo doverrebbono quietarsi, — da l'altro paurosi di non errare, per timore che non intervenissi a loro come a quelli che sono stati spogliati. Concludo che queste colonie non costono, sono più fedeli, offendono meno, e li offesi non possono nuocere, sendo poveri e dispersi, come è detto. Per che si ha a notare che gli uomini si debbono o vezzeggiare o spegnere: perché si vendicano delle leggieri offese, delle gravi non possono; sì che la offesa che si fa all'uomo debbe essere in modo che la non tema la vendetta. Ma tenendovi, in cambio di colonie, gente d'arme, spende più assai, avendo a consumare nella guardia tutte le intrate di quello stato, in modo che l'acquisto gli torna perdita; e offende molto più, perché nuoce a tutto quello stato, tramutando con li alloggiamenti il suo esercito; del quale disagio ognuno ne sente e ciascuno gli diventa nimico: e sono nimici che gli possono nuocere, rimanendo battuti in casa loro. Da ogni parte dunque questa guardia è inutile, come quella delle colonie è utile.</p>
<p>Debbe ancora chi è in una provincia disforme, come è detto, farsi capo e defensore de' vicini minori potenti, e ingegnarsi di indebolire e' potenti di quella, e guardarsi che per accidente alcuno non vi entri uno forestiere potente quanto lui: e sempre interverrà ch'e' vi sarà messo da coloro che saranno in quella malcontenti o per troppa ambizione o per paura, come si vidde già che gli etoli missono e' romani in Grecia, e, in ogni altra provincia che gli entrorno, vi furno messi da' provinciali. E l'ordine delle cose è che, subito che uno forestieri potente entra in una provincia, tutti quelli che sono in essa meno potenti gli aderiscano, mossi da una invidia hanno contro a chi è suto potente sopra di loro: tanto che, respetto a questi minori potenti, lui non ha a durare fatica alcuna a guadagnargli, perché subito tutti insieme volentieri fanno uno globo col suo stato che lui vi ha acquistato. Ha solamente a pensare che non piglino troppe forze e troppa autorità, e facilmente può con le forze sua e col favore loro sbassare quelli che sono potenti, per rimanere in tutto arbitro di quella provincia; e chi non governerà bene questa parte, perderà presto quello che arà acquistato e, mentre lo terrà, vi arà dentro infinite difficultà e fastidi.</p>
<p>E' romani, nelle provincie che pigliorno, osservorno bene queste parte: e' mandorno le colonie, intrattennono e' meno potenti sanza crescere loro potenza, abbassorno e' potenti, e non vi lasciorno prendere riputazione a' potenti forestieri. E voglio mi basti solo la provincia di Grecia per esemplo: furno intrattenuti da loro gli achei e gli etoli, fu abbassato il regno de' macedoni, funne cacciato Antioco; né mai e' meriti degli achei o delli etoli feciono ch'e' permettessino loro accrescere alcuno stato, né le persuasioni di Filippo gl'indussono mai a essergli amici sanza sbassarlo, né la potenza di Antioco possé fare gli consentissino che tenessi in quella provincia alcuno stato. Perché e' romani feciono in questi casi quello che tutti e' principi savi debbono fare: e' quali non solamente hanno ad avere riguardo alli scandoli presenti, ma a' futuri, e a quelli con ogni industria ovviare; perché, prevedendosi discosto, vi si rimedia facilmente, ma, aspettando che ti si appressino, la medicina non è a tempo, perché la malattia è diventata incurabile; e interviene di questa, come dicono e' fisici dello etico, che nel principio del suo male è facile a curare e difficile a conoscere: ma nel progresso del tempo, non la avendo nel principio conosciuta né medicata, diventa facile a conoscere e difficile a curare. Così interviene nelle cose di stato: perché conoscendo discosto, il che non è dato se non a uno prudente, e' mali che nascono in quello si guariscono presto; ma quando, per non gli avere conosciuti, si lasciano crescere in modo che ognuno gli conosce, non vi è più rimedio.</p>
<p>Però e' romani, veggendo discosto gl'inconvenienti, vi rimediorno sempre, e non gli lasciorno mai seguire per fuggire una guerra, perché sapevano che la guerra non si lieva, ma si differisce a vantaggio di altri: però vollono fare con Filippo e Antioco guerra in Grecia, per non la avere a fare con loro in Italia; e potevono per allora fuggire l'una e l'altra: il che non vollono. Né piacque mai loro quello che è tutto dì in bocca de' savi de' nostri tempi, di godere il benefizio del tempo, ma sì bene quello della virtù e prudenza loro: perché il tempo si caccia innanzi ogni cosa, e può condurre seco bene come male e male come bene.</p>
<p>Ma torniamo a Francia ed esaminiamo se delle cose dette e' ne ha fatte alcuna: e parlerò di Luigi, e non di Carlo, come di colui che, per aver tenuta più lunga possessione in Italia, si sono meglio visti e' sua progressi: e vedrete come egli ha fatto il contrario di quelle cose che si debbono fare per tenere uno stato in una provincia disforme. El re Luigi fu messo in Italia da la ambizione de' viniziani, che vollono guadagnarsi mezzo lo stato di Lombardia per quella venuta. Io non voglio biasimare questo partito preso dal re: perché, volendo cominciare a mettere uno piè in Italia e non avendo in questa provincia amici, anzi sendogli per li portamenti del re Carlo serrate tutte le porte, fu necessitato prendere quelle amicizie che poteva; e sarebbegli riuscito el partito bene preso, quando nelli altri maneggi non avessi fatto alcuno errore. Acquistata adunque el re la Lombardia, subito si riguadagnò quella reputazione che gli aveva tolta Carlo: Genova cedé; fiorentini gli diventorno amici; marchese di Mantova, duca di Ferrara, Bentivogli, Madonna di Furlì, signore di Faenza, di Rimini, di Pesero, di Camerino, di Piombino, lucchesi, pisani, sanesi, ognuno se gli fece incontro per essere suo amico. E allora poterno considerare e' viniziani la temerità del partito preso da loro, e' quali, per acquistare dua terre in Lombardia, feciono signore el re de' dua terzi di Italia.</p>
<p>Consideri ora uno con quanta poca difficultà poteva el re tenere in Italia la sua reputazione, se lui avessi osservate le regule soprascritte e tenuti sicuri e difesi tutti quelli sua amici, e' quali, per essere gran numero e deboli e paurosi chi della Chiesa chi de' viniziani, erano sempre necessitati a stare seco; e per il mezzo loro poteva facilmente assicurarsi di chi ci restava grande. Ma lui non prima fu in Milano che fece il contrario, dando aiuto a papa Alessandro perché egli occupassi la Romagna; né si accorse, con questa deliberazione, che faceva sé debole, togliendosi gli amici e quegli che se gli erano gittati in grembo, e la Chiesa grande, aggiugnendo allo spirituale, che le dà tanta autorità, tanto temporale. E fatto un primo errore fu constretto a seguitare: in tanto che, per porre termine alla ambizione di Alessandro e perché e' non divenissi signore di Toscana, e' fu constretto venire in Italia.</p>
<p>Non gli bastò avere fatto grande la Chiesa e toltosi gli amici: che, per volere il regno di Napoli, lo divise con il re di Spagna; e dove egli era prima arbitro di Italia, vi misse uno compagno, acciò che gli ambiziosi di quella provincia e malcontenti di lui avessino dove ricorrere; e dove poteva lasciare in quel regno uno re suo pensionario, e' ne lo trasse per mettervi uno che potessi cacciarne lui. È cosa veramente molto naturale e ordinaria desiderare di acquistare: e sempre, quando li uomini lo fanno, che possono, saranno laudati o non biasimati; ma quando e' non possono, e vogliono farlo in ogni modo, qui è lo errore e il biasimo. Se Francia adunque poteva con le sue forze assaltare Napoli, doveva farlo: s'e' non poteva, non doveva dividerlo; e se la divisione fece co' viniziani di Lombardia meritò scusa, per avere con quella messo el piè in Italia, questa merita biasimo per non essere scusata da quella necessità.</p>
<p>Aveva dunque fatto Luigi questi cinque errori: spenti e' minori potenti; accresciuto in Italia potenza a uno potente; messo in quella uno forestiere potentissimo; non venuto ad abitarvi; non vi messo colonie. E' quali errori ancora, vivendo lui, potevono non lo offendere, se non avessi fatto il sesto, di tòrre lo stato a' viniziani. Perché, quando e' non avessi fatto grande la Chiesa né messo in Italia Spagna, era bene ragionevole e necessario abbassargli; ma avendo preso quegli primi partiti, non doveva mai consentire alla ruina loro: perché, sendo quegli potenti, sempre arebbono tenuti gli altri discosto da la impresa di Lombardia, sì perché e' viniziani non vi arebbono consentito sanza diventarne signori loro, sì perché li altri non arebbono voluto torla a Francia per darla a loro; e andare a urtarli tutti a dua non arebbono avuto animo.</p>
<p>E se alcuno dicessi: el re Luigi cedé ad Alessandro la Romagna e a Spagna il Regno per fuggire una guerra; rispondo con le ragioni dette di sopra, che non si debbe mai lasciare seguire uno disordine per fuggire una guerra: perché la non si fugge, ma si differisce a tuo disavvantaggio. E se alcuni altri allegassino la fede che il re aveva data al papa, di fare per lui quella impresa per la resoluzione del suo matrimonio e il cappello di Roano, rispondo con quello che per me di sotto si dirà circa alla fede de' principi e come la si debbe osservare.</p>
<p>Ha perduto adunque el re Luigi la Lombardia per non avere osservato alcuno di quelli termini osservati da altri che hanno preso provincie e volutole tenere; né è miraculo alcuno questo, ma molto ordinario e ragionevole. E di questa materia parlai a Nantes con Roano, quando el Valentino, — che così era chiamato popularmente Cesare Borgia, figliuolo di papa Alessandro, — occupava la Romagna; perché, dicendomi el cardinale di Roano che gli italiani non si intendevano della guerra, io gli risposi che ' franzesi non si intendevano dello stato: perché, s'e' se ne 'ntendessino, non lascerebbono venire in tanta grandezza la Chiesa. E per esperienza si è visto che la grandezza in Italia di quella e di Spagna è stata causata da Francia, e la ruina sua è suta causata da loro. Di che si trae una regula generale, la quale mai o raro falla, che chi è cagione che uno diventi potente, ruina: perché quella potenza è causata da colui o con industria o con forza, e l'una e l'altra di queste dua è sospetta a chi è divenuto potente.</p></div1>
<div1 type="parte">
<head>IV</head>
<argument><p><foreign lang="lat">CUR DARII REGNUM, QUOD ALEXANDER OCCUPAVERAT, A SUCCESSORIBUS SUIS POST ALEXANDRI MORTEM NON DEFECIT.</foreign></p></argument>
<p>Considerate le difficultà le quali s'hanno a tenere uno stato occupato di nuovo, potrebbe alcuno maravigliarsi donde nacque che Alessandro Magno diventò signore della Asia in pochi anni e, non la avendo appena occupata, morì: donde pareva ragionevole che tutto quello stato si ribellassi; nondimeno e' successori di Alessandro se lo mantennono e non ebbono, a tenerlo, altra difficultà che quella che in fra loro medesimi per propria ambizione nacque. Rispondo come e' principati de' quali si ha memoria si truovono governati in dua modi diversi: o per uno principe e tutti li altri servi, e' quali come ministri, per grazia e concessione sua, aiutano governare quello regno; o per uno principe e per baroni e' quali non per grazia del signore, ma per antichità di sangue, tengono quel grado. Questi tali baroni hanno stati e sudditi propri, e' quali gli riconoscono per signori e hanno in loro naturale affezione. Quelli stati che si governano per uno principe e per servi hanno el loro principe con più autorità, perché in tutta la sua provincia non è uomo che riconosca alcuno per superiore se non lui; e se ubbidiscono alcuno altro, lo fanno come ministro e offiziale; e a lui portano particulare amore.</p>
<p>Li esempli di queste dua diversità di governi sono, ne' nostri tempi, el Turco e il re di Francia. Tutta la monarchia del Turco è governata da uno signore: li altri sono sua servi; e distinguendo il suo regno in sangiacchie, vi manda diversi ammmistratori e gli muta e varia come pare a lui. Ma il re di Francia è posto in mezzo di una moltitudine antiquata di signori, in quello stato, riconosciuti da' loro sudditi e amati da quegli: hanno le loro preminenze, non le può il re tòrre loro sanza suo periculo. Chi considera adunque l'uno e l'altro di questi stati, troverrà difficultà nell'acquistare lo stato del Turco, ma, vinto che fia, facilità grande a tenerlo. Così per avverso troverrà per qualche respetto più facilità a potere occupare il regno di Francia, ma difficultà grande a tenerlo.</p>
<p>Le cagioni delle difficultà, in potere occupare il regno del Turco, sono per non potere essere chiamato da' principi di quel regno, né sperare, con la rebellione di quegli che gli ha d'intorno, potere facilitare la tua impresa; il che nasce da le ragioni sopraddette: perché, sendogli tutti stiavi e obligati, si possono con più difficultà corrompere e, quando bene si corrompessino, se ne può sperare poco utile, non potendo quelli tirarsi dreto e' populi per le ragioni assegnate. Onde a chi assalta el Turco è necessario pensare di averlo a trovare tutto unito, e gli conviene sperare più nelle forze proprie che ne' disordini di altri. Ma vinto ch'e' fussi, e rotto alla campagna in modo che non possa rifare eserciti, non si ha a dubitare di altro che del sangue del principe: el quale spento, non resta alcuno di chi si abbia a temere, non avendo gli altri credito con e' populi; e come el vincitore avanti la vittoria non poteva sperare in loro, così non debbe dopo quella temere di loro.</p>
<p>Al contrario interviene ne' regni governati come quello di Francia: perché con facilità tu puoi entrarvi guadagnandoti alcuno barone del regno, perché sempre si truova de' mali contenti e di quegli che desiderano innovare. Costoro per le ragioni dette ti possono aprire la via a quello stato e facilitarti la vittoria: la quale di poi, a volerti mantenere, si tira dreto infinite difficultà e con quelli che ti hanno aiutato e con quelli che tu hai oppressi. Né ti basta spegnere el sangue del principe, perché vi rimangono quelli signori, che si fanno capi delle nuove alterazioni: e non gli potendo né contentare né spegnere, perdi quello stato qualunque volta la occasione venga.</p>
<p>Ora, se voi considerrete di qual natura di governi era quello di Dario, lo troverrete simile al regno del Turco: e però ad Alessandro fu necessario prima urtarlo tutto e tòrgli la campagna. Dopo la qual vittoria, sendo Dario morto, rimase ad Alessandro quello stato sicuro per le ragioni di sopra discorse; ed e' sua successori, se fussino stati uniti, se lo potevano godere oziosi: né in quello regno nacquono altri tumulti che quegli che loro propri sucitorno. Ma gli stati ordinati come quello di Francia è impossibile possederli con tanta quiete. Di qui nacquono le spesse ribellioni di Spagna, di Francia e di Grecia da' romani, per gli spessi principati che erano in quelli stati: de' quali mentre durò la memoria, sempre fu Roma incerta di quella possessione. Ma spenta la memoria di quelli, con la potenza e diuturnità dello imperio, ne diventorno sicuri possessori: e poterno anche quelli di poi, combattendo in fra loro, ciascuno tirarsi dreto parte di quelle provincie secondo l'autorità vi aveva presa dentro; e quelle, per essere e' sangui de' loro antiqui signori spenti, non riconoscevano se non e' romani. Considerato adunque tutte queste cose, non si maraviglierà alcuno della facilità ebbe Alessandro a tenere lo stato di Asia, e delle difficultà che hanno avuto gli altri a conservare lo acquistato, come Pirro e molti: il che non è nato da la poca o da la molta virtù del vincitore, ma da la disformità del subietto.</p></div1>
<div1 type="parte">
<head>V</head>
<argument><p><foreign lang="lat">QUOMODO ADMINISTRANDAE SUNT CIVITATES VEL PRINCIPATUS QUI ANTE QUAM OCCUPARENTUR SUIS LEGIBUS VIVEBANT.</foreign></p></argument>
<p>Quando quelli stati, che si acquistano come è detto, sono consueti a vivere con le loro leggi e in libertà, a volergli tenere ci sono tre modi: il primo, ruinarle; l'altro, andarvi ad abitare personalmente; il terzo, lasciàgli vivere con le sua legge, traendone una pensione e creandovi dentro uno stato di pochi, che te lo conservino amico: perché, sendo quello stato creato da quello principe, sa che non può stare sanza l'amicizia e potenza sua e ha a fare tutto per mantenerlo; e più facilmente si tiene una città usa a vivere libera con il mezzo de' sua cittadini che in alcuno altro modo, volendola perservare.</p>
<p>In exemplis ci sono gli spartani ed e' romani. Gli spartani tennono Atene e Tebe creandovi uno stato di pochi, tamen le riperderno. E' romani, per tenere Capua Cartagine e Numanzia, le disfeciono, e non le perderno; vollono tenere la Grecia quasi come tennono gli spartani, faccendola libera e lasciandole le sua legge, e non successe loro: tale che furno constretti disfare di molte città di quella provincia per tenerla. Perché in verità non ci è modo sicuro a possederle altro che la ruina; e chi diviene patrone di una città consueta a vivere libera, e non la disfaccia, aspetti di essere disfatto da quella: perché sempre ha per refugio nella rebellione el nome della libertà e gli ordini antiqui sua, e' quali né per lunghezza di tempo né per benifizi mai si dimenticano. E per cosa che si faccia o si provegga, se non si disuniscono o dissipano gli abitatori non dimenticano quello nome né quegli ordini, e subito in ogni accidente vi ricorrono: come fe' Pisa dopo cento anni che la era suta posta in servitù da' fiorentini.</p>
<p>Ma quando le città o le provincie sono use a vivere sotto uno principe e quello sangue sia spento, sendo da uno canto usi a ubbidire, da l'altro non avendo il principe vecchio, farne uno in fra loro non si accordano, vivere liberi non sanno: di modo che sono più tardi a pigliare l'arme e con più facilità se gli può uno principe guadagnare e assicurarsi di loro. Ma nelle republiche è maggiore vita, maggiore odio, più desiderio di vendetta: né gli lascia, né può lasciare, riposare la memoria della antiqua libertà; tale che la più sicura via è spegnerle, o abitarvi.</p></div1>
<div1 type="parte">
<head>VI</head>
<argument><p><foreign lang="lat">DE PRINCIPATIBUS NOVIS QUI ARMIS PROPRIIS ET VIRTUTE ACQUIRUNTUR.</foreign></p></argument>
<p>Non si maravigli alcuno se, nel parlare che io farò de' principati al tutto nuovi e di principe e di stato, io addurrò grandissimi esempli. Perché, camminando gli uomini sempre per le vie battute da altri e procedendo nelle azioni loro con le imitazioni, né si potendo le vie d'altri al tutto tenere né alla virtù di quegli che tu imiti aggiugnere, debbe uno uomo prudente entrare sempre per vie battute da uomini grandi, e quegli che sono stati eccellentissimi imitare: acciò che, se la sua virtù non vi arriva, almeno ne renda qualche odore; e fare come gli arcieri prudenti, a' quali parendo el luogo dove desegnano ferire troppo lontano, e conoscendo fino a quanto va la virtù del loro arco, pongono la mira assai più alta che il luogo destinato, non per aggiugnere con la loro freccia a tanta altezza, ma per potere con lo aiuto di sì alta mira pervenire al disegno loro.</p>
<p>Dico adunque che ne' principati tutti nuovi, dove sia uno nuovo principe, si truova a mantenergli più o meno difficultà secondo che più o meno è virtuoso colui che gli acquista. E perché questo evento, di diventare di privato principe, presuppone o virtù o fortuna, pare che l'una o l'altra di queste dua cose mitighino in parte molte difficultà; nondimanco, colui che è stato meno in su la fortuna si è mantenuto più. Genera ancora facilità essere el principe constretto, per non avere altri stati, venire personalmente ad abitarvi.</p>
<p>Ma per venire a quegli che per propria virtù e non per fortuna sono diventati principi, dico che e' più eccellenti sono Moisè, Ciro, Romulo, Teseo e simili. E benché di Moisè non si debba ragionare, sendo suto uno mero esecutore delle cose che gli erano ordinate da Dio, tamen debbe essere ammirato, solum per quella grazia che lo faceva degno di parlare con Dio. Ma considerato Ciro e li altri che hanno acquistato o fondati regni, gli troverrete tutti mirabili; e se si considerranno le azioni e ordini loro particulari, parranno non discrepanti da quegli di Moisè, che ebbe sì grande precettore. Ed esaminando le azioni e vita loro non si vede che quelli avessino altro da la fortuna che la occasione, la quale dette loro materia a potere introdurvi dentro quella forma che parse loro: e sanza quella occasione la virtù dello animo loro si sarebbe spenta, e sanza quella virtù la occasione sarebbe venuta invano.</p>
<p>Era adunque necessario a Moisè trovare el populo d'Israel in Egitto stiavo e oppresso da li egizi, acciò che quegli, per uscire di servitù, si disponessino a seguirlo. Conveniva che Romulo non capessi in Alba, fussi stato esposto al nascere, a volere che diventassi re di Roma e fondatore di quella patria. Bisognava che Ciro trovassi e' persi malcontenti dello imperio de' medi, ed e' medi molli ed effeminati per la lunga pace. Non poteva Teseo dimostrare la sua virtù, se non trovava gli ateniesi dispersi. Queste occasioni per tanto feciono questi uomini felici e la eccellente virtù loro fe' quella occasione essere conosciuta: donde la loro patria ne fu nobilitata e diventò felicissima.</p>
<p>Quelli e' quali per vie virtuose, simili a costoro, diventono principi, acquistano el principato con difficultà, ma con facilità lo tengono; e le difficultà che gli hanno nello acquistare el principato nascono in parte da' nuovi ordini e modi che sono forzati introdurre per fondare lo stato loro e la loro sicurtà. E debbesi considerare come e' non è cosa più difficile a trattare, né più dubbia a riuscire, né più pericolosa a maneggiare, che farsi capo di introdurre nuovi ordini. Perché lo introduttore ha per nimico tutti quegli che degli ordini vecchi fanno bene, e ha tiepidi defensori tutti quelli che delli ordini nuovi farebbono bene: la quale tepidezza nasce parte per paura delli avversari, che hanno le leggi dal canto loro, parte da la incredulità degli uomini, e' quali non credono in verità le cose nuove, se non ne veggono nata una ferma esperienza. Donde nasce che, qualunque volta quelli che sono nimici hanno occasione di assaltare, lo fanno partigianamente, e quelli altri difendono tiepidamente: in modo che insieme con loro si periclita.</p>
<p>È necessario pertanto, volendo discorrere bene questa parte, esaminare se questi innovatori stanno per loro medesimi o se dependono da altri: cioè se per condurre l'opera loro bisogna che preghino, o vero possono forzare. Nel primo caso, sempre capitano male e non conducono cosa alcuna; ma quando dependono da loro propri e possono forzare, allora è che rare volte periclitano: di qui nacque che tutti e' profeti armati vinsono ed e' disarmati ruinorno. Perché, oltre alle cose dette, la natura de' populi è varia ed è facile a persuadere loro una cosa, ma è difficile fermargli in quella persuasione: e però conviene essere ordinato in modo che, quando non credono più, si possa fare loro credere per forza. Moisè, Ciro, Teseo e Romulo non arebbono potuto fare osservare loro lungamente le loro constituzioni, se fussino stati disarmati; come ne' nostri tempi intervenne a fra Ieronimo Savonerola, il quale ruinò ne' sua ordini nuovi, come la moltitudine cominciò a non credergli, e lui non aveva modo a tenere fermi quelli che avevano creduto né a fare credere e' discredenti. Però questi tali hanno nel condursi grande difficultà, e tutti e' loro periculi sono fra via e conviene che con la virtù gli superino. Ma superati che gli hanno, e che cominciano a essere in venerazione, avendo spenti quegli che di sua qualità gli avevano invidia, rimangono potenti, sicuri, onorati e felici.</p>
<p>A sì alti esempli io voglio aggiugnere uno esemplo minore; ma bene arà qualche proporzione con quegli, e voglio mi basti per tutti gli altri simili: e questo è Ierone siracusano. Costui di privato diventò principe di Siracusa; né ancora lui conobbe altro da la fortuna che la occasione: perché, sendo e' siracusani oppressi, lo elessono per loro capitano; donde meritò di essere fatto loro principe. E fu di tanta virtù, etiam in privata fortuna, che chi ne scrive dice quod nihil illi deerat ad regnandum praeter regnum. Costui spense la milizia vecchia, ordinò della nuova; lasciò le amicizie antiche, prese delle nuove; e come ebbe amicizie e soldati che fussino sua, possé in su tale fondamento edificare ogni edifizio, tanto che lui durò assai fatica in acquistare e poca in mantenere.</p></div1>
<div1 type="parte">
<head>VII</head>
<argument><p><foreign lang="lat">DE PRINCIPATIBUS NOVIS QUI ALIENIS ARMIS ET FORTUNA ACQUIRUNTUR.</foreign></p></argument>
<p>Coloro e' quali solamente per fortuna diventano di privati principi, con poca fatica diventono, ma con assai si mantengono; e non hanno alcuna difficultà fra via, perché vi volano: ma tutte le difficultà nascono quando e' sono posti. E questi tali sono quando è concesso ad alcuno uno stato o per danari o per grazia di chi lo concede: come intervenne a molti in Grecia nelle città di Ionia e di Ellesponto, dove furno fatti principi da Dario, acciò le tenessino per sua sicurtà e gloria; come erano fatti ancora quelli imperadori che di privati, per corruzione de' soldati, pervenivano allo imperio.</p>
<p>Questi stanno semplicemente in su la volontà e fortuna di chi lo ha concesso loro, che sono dua cose volubilissime e instabili, e non sanno e non possono tenere quello grado: non sanno, perché s'e' non è uomo di grande ingegno e virtù, non è ragionevole che, sendo vissuto sempre in privata fortuna, sappia comandare; non possono, perché non hanno forze che gli possino essere amiche e fedeli. Di poi gli stati che vengono subito, come tutte l'altre cose della natura che nascono e crescono presto, non possono avere le barbe e correspondenzie loro in modo che il primo tempo avverso non le spenga, — se già quelli tali, come è detto, che sì de repente sono diventati principi non sono di tanta virtù che quello che la fortuna ha messo loro in grembo e' sappino subito prepararsi a conservarlo, e quelli fondamenti, che gli altri hanno fatti avanti che diventino principi, gli faccino poi.</p>
<p>Io voglio all'uno e l'altro di questi modi detti, circa il diventare principe per virtù o per fortuna, addurre dua esempli stati ne' dì della memoria nostra: e questi sono Francesco Sforza e Cesare Borgia. Francesco, per li debiti mezzi e con una grande sua virtù, di privato diventò duca di Milano; e quello che con mille affanni aveva acquistato, con poca fatica mantenne. Da l'altra parte, Cesare Borgia, chiamato dal vulgo duca Valentino, acquistò lo stato con la fortuna del padre e con quella lo perdé, non ostante che per lui si usassi ogni opera e facessinsi tutte quelle cose che per uno prudente e virtuoso uomo si doveva fare per mettere le barbe sua in quelli stati che l'arme e fortuna di altri gli aveva concessi. Perché, come di sopra si disse, chi non fa e' fondamenti prima, gli potrebbe con una grande virtù farli poi, ancora che si faccino con disagio dello architettore e periculo dello edifizio. Se adunque si considerrà tutti e' progressi del duca, si vedrà lui aversi fatti grandi fondamenti alla futura potenza; e' quali non iudico superfluo discorrere perché io non saprei quali precetti mi dare migliori, a uno principe nuovo, che lo esemplo delle azioni sue: e se gli ordini sua non gli profittorno, non fu sua colpa, perché nacque da una estraordinaria ed estrema malignità di fortuna.</p>
<p>Aveva Alessandro VI, nel volere fare grande il duca suo figliuolo, assai difficultà presenti e future. Prima, e' non vedeva via di poterlo fare signore di alcuno stato che non fussi stato di Chiesa: e, volgendosi a tòrre quello della Chiesa, sapeva che il duca di Milano e ' viniziani non gliene consentirebbono, perché Faenza e Rimino erano di già sotto la protezione de' viniziani. Vedeva oltre a questo l'arme di Italia, e quelle in spezie di chi si fussi potuto servire, essere nelle mani di coloro che dovevano temere la grandezza del papa, — e però non se ne poteva fidare, — sendo tutte nelli Orsini e Colonnesi e loro complici. Era adunque necessario si turbassino quelli ordini e disordinare gli stati di Italia, per potersi insignorire sicuramente di parte di quelli. Il che gli fu facile, perché e' trovò e' viniziani che, mossi da altre cagioni, si erano volti a fare ripassare e' franzesi in Italia: il che non solamente non contradisse, ma lo fe' più facile con la resoluzione del matrimonio antico del re Luigi.</p>
<p>Passò adunque il re in Italia con lo aiuto de' viniziani e consenso di Alessandro: né prima fu in Milano che il papa ebbe da lui gente per la impresa di Romagna, la quale gli fu acconsentita per la reputazione del re. Acquistata adunque il duca la Romagna e sbattuti e' Colonnesi, volendo mantenere quella e procedere più avanti, lo impedivano dua cose: l'una, le arme sua che non gli parevano fedeli; l'altra, la volontà di Francia; cioè che l'arme Orsine, delle quali si era valuto, gli mancassino sotto, e non solamente gl'impedissino lo acquistare ma gli togliessino lo acquistato, e che il re ancora non li facessi il simile. Delli Orsini ne ebbe uno riscontro quando, dopo la espugnazione di Faenza, assaltò Bologna, che gli vidde andare freddi in quello assalto; e circa il re conobbe lo animo suo quando, preso el ducato d'Urbino assaltò la Toscana: da la quale impresa il re lo fece desistere.</p>
<p>Onde che il duca deliberò di non dependere più da le arme e fortuna d'altri; e, la prima cosa, indebolì le parte Orsine e Colonnese in Roma: perché tutti gli aderenti loro, che fussino gentili uomini, se gli guadagnò, faccendoli suoi gentili uomini e dando loro grandi provisioni, e onorògli, secondo le loro qualità, di condotte e di governi: in modo che in pochi mesi negli animi loro l'affezione delle parti si spense e tutta si volse nel duca. Dopo questo, aspettò la occasione di spegnere e' capi Orsini, avendo dispersi quelli di casa Colonna: la quale gli venne bene, e lui la usò meglio. Perché, avvedutosi gli Orsini tardi che la grandezza del duca e della Chiesa era la loro ruina feciono una dieta alla Magione nel Perugino; da quella nacque la ribellione di Urbino, e' tumulti di Romagna e infiniti periculi del duca, e' quali tutti superò con l'aiuto de' franzesi. E ritornatoli la reputazione, né si fidando di Francia né di altre forze esterne, per non le avere a cimentare si volse alli inganni; e seppe tanto dissimulare l'animo suo che li Orsini medesimi, mediante il signore Paulo, si riconciliorno seco, — con il quale il duca non mancò d'ogni ragione di offizio per assicurarlo, dandoli danari veste e cavalli, — tanto che la simplicità loro gli condusse a Sinigaglia nelle sua mani.</p>
<p>Spenti adunque questi capi e ridotti e' partigiani loro sua amici, aveva il duca gittati assai buoni fondamenti alla potenza sua, avendo tutta la Romagna col ducato di Urbino, parendoli massime aversi acquistata amica la Romagna e guadagnatosi quelli populi per avere cominciato a gustare il bene essere loro. E perché questa parte è degna di notizia e da essere da altri imitata, non la voglio lasciare indreto. Presa che ebbe il duca la Romagna e trovandola suta comandata da signori impotenti, — e' quali più presto avevano spogliati e' loro sudditi che corretti, e dato loro materia di disunione, non d'unione, — tanto che quella provincia era tutta piena di latrocini, di brighe e d'ogni altra ragione di insolenzia, iudicò fussi necessario, a volerla ridurre pacifica e ubbidiente al braccio regio, dargli buono governo: e però vi prepose messer Rimirro de Orco, uomo crudele ed espedito, al quale dette plenissima potestà. Costui in poco tempo la ridusse pacifica e unita, con grandissima reputazione. Di poi iudicò il duca non essere necessaria sì eccessiva autorità perché dubitava non divenissi odiosa, e preposevi uno iudizio civile nel mezzo della provincia, con uno presidente eccellentissimo, dove ogni città vi aveva lo avvocato suo. E perché conosceva le rigorosità passate avergli generato qualche odio, per purgare li animi di quelli populi e guadagnarseli in tutto, volse mostrare che, se crudeltà alcuna era seguita, non era causata da lui ma da la acerba natura del ministro. E presa sopra a questo occasione, lo fece, a Cesena, una mattina mettere in dua pezzi in su la piazza, con uno pezzo di legne e uno coltello sanguinoso accanto: la ferocità del quale spettaculo fece quegli popoli in uno tempo rimanere satisfatti e stupidi.</p>
<p>Ma torniamo donde noi partimmo. Dico che, trovandosi il duca assai potente e in parte assicurato de' presenti periculi, per essersi armato a suo modo e avere in buona parte spente quelle arme che, vicine, lo potevano offendere, gli restava, volendo procedere collo acquisto, el respetto del re di Francia: perché conosceva come dal re, il quale tardi s'era accorto dello errore suo, non gli sarebbe sopportato. E cominciò per questo a cercare di amicizie nuove e vacillare con Francia, nella venuta che ' franzesi feciono verso el regno di Napoli contro alli spagnuoli che assediavano Gaeta; e lo animo suo era assicurarsi di loro: il che gli sarebbe presto riuscito, se Alessandro viveva. E questi furno e' governi sua, quanto alle cose presenti.</p>
<p>Ma quanto alle future, lui aveva a dubitare in prima che uno nuovo successore alla Chiesa non gli fussi amico e cercassi torgli quello che Alessandro li aveva dato. Di che pensò assicurarsi in quattro modi: prima, di spegnere tutti e' sangui di quelli signori che lui aveva spogliati, per tòrre al papa quella occasione; secondo, di guadagnarsi tutti e' gentili uomini di Roma, come è detto, per potere con quelli tenere il papa in freno; terzo, ridurre il Collegio più suo che poteva; quarto, acquistare tanto imperio, avanti che il papa morissi, che potessi per sé medesimo resistere a uno primo impeto. Di queste quattro cose, alla morte di Alessandro ne aveva condotte tre, la quarta aveva quasi per condotta: perché de' signori spogliati ne ammazzò quanti ne possé aggiugnere e pochissimi si salvorno, e' gentili uomini romani si aveva guadagnati, e nel Collegio aveva grandissima parte; e quanto al nuovo acquisto, aveva disegnato diventare signore di Toscana e possedeva di già Perugia e Piombino, e di Pisa aveva presa la protezione. E come e' non avessi avuto ad avere rispetto a Francia, — che non gliene aveva ad avere più, per essere di già e' franzesi spogliati del Regno da li spagnuoli: di qualità che ciascuno di loro era necessitato comperare l'amicizia sua, — e' saltava in Pisa. Dopo questo, Lucca e Siena cedeva subito, parte per invidia de' fiorentini, parte per paura; e' fiorentini non avevano rimedio. Il che se gli fussi riuscito, — che gli riusciva l'anno medesimo che Alessandro morì, — si acquistava tante forze e tanta reputazione che per sé stesso si sarebbe retto e non sarebbe più dependuto da la fortuna e forze di altri, ma da la potenza e virtù sua.</p>
<p>Ma Alessandro morì dopo cinque anni che egli aveva cominciato a trarre fuora la spada: lasciollo con lo stato di Romagna solamente assolidato, con tutti li altri in aria, in fra dua potentissimi eserciti inimici e malato a morte. Ed era nel duca tanta ferocità e tanta virtù, e sì bene conosceva come li uomini si hanno a guadagnare o perdere, e tanto erano validi e' fondamenti che in sì poco tempo si aveva fatti, che s'e' non avessi avuto quelli eserciti addosso, o lui fussi stato sano, arebbe retto a ogni difficultà.</p>
<p>E che e' fondamenti sua fussino buoni, si vidde: che la Romagna lo aspettò più d'uno mese; in Roma, ancora che mezzo vivo, stette sicuro, e, benché Baglioni Vitelli e Orsini venissino in Roma, non ebbono séguito contro di lui; possé fare, se non chi e' volle, papa, almeno ch'e' non fussi chi e' non voleva. Ma se nella morte di Alessandro fussi stato sano, ogni cosa gli era facile: e lui mi disse, ne' dì che fu creato Iulio II, che aveva pensato a ciò che potessi nascere morendo el padre, e a tutto aveva trovato remedio, eccetto ch'e' non pensò mai, in su la sua morte, di stare ancora lui per morire.</p>
<p>Raccolte io adunque tutte le azioni del duca, non saprei riprenderlo: anzi mi pare, come io ho fatto, di preporlo imitabile a tutti coloro che per fortuna e con le arme di altri sono ascesi allo imperio; perché lui, avendo l'animo grande e la sua intenzione alta, non si poteva governare altrimenti, e solo si oppose alli sua disegni la brevità della vita di Alessandro e la sua malattia. Chi adunque iudica necessario nel suo principato nuovo assicurarsi delli inimici, guadagnarsi delli amici; vincere o per forza o per fraude; farsi amare e temere da' populi, seguire e reverire da' soldati; spegnere quelli che ti possono o debbono offendere; innovare con nuovi modi gli ordini antiqui; essere severo e grato, magnanimo e liberale; spegnere la milizia infedele, creare della nuova; mantenere l'amicizie de' re e de' principi in modo ch'e' ti abbino a benificare con grazia o offendere con respetto; non può trovare e' più freschi esempli che le azioni di costui.</p>
<p>Solamente si può accusarlo nella creazione di Iulio pontefice, nella quale il duca ebbe mala elezione. Perché, come è detto, non potendo fare uno papa a suo modo, poteva tenere che uno non fussi papa; e non doveva mai consentire al papato di quelli cardinali che lui avessi offesi o che, divenuti papa, avessino ad aver paura di lui: perché gli uomini offendono o per paura o per odio. Quelli che lui aveva offeso erano, in fra li altri, San Piero ad vincula, Colonna, San Giorgio, Ascanio; tutti li altri avevano, divenuti papi, a temerlo, eccetto Roano e gli spagnuoli: questi per coniunzione e obligo, quello per potenza, avendo coniunto seco el regno di Francia. Pertanto el duca innanzi a ogni cosa doveva creare papa uno spagnuolo: e, non potendo, doveva consentire a Roano, non a San Piero ad vincula. E chi crede che ne' personaggi grandi e' benifizi nuovi faccino sdimenticare le iniurie vecchie, s'inganna. Errò adunque el duca in questa elezione, e fu cagione dell'ultima ruina sua.</p></div1>
<div1 type="parte">
<head>VIII</head>
<argument><p><foreign lang="lat">DE HIS QUI PER SCELERA AD PRINCIPATUM PERVENERE.</foreign></p></argument>
<p>Ma perché di privato si diventa principe ancora in dua modi, il che non si può al tutto o alla fortuna o alla virtù attribuire, non mi pare da lasciarli indreto, ancora che dell'uno si possa più diffusamente ragionare dove si trattassi delle republiche. Questi sono quando o per qualche via scelerata e nefaria si ascende al principato, o quando uno privato cittadino con el favore degli altri sua cittadini diventa principe della sua patria. E parlando del primo modo si mosterrà con dua esempli, uno antico, l'altro moderno, sanza entrare altrimenti ne' meriti di questa parte: perché io iudico ch'e' bastino a chi fussi necessitato imitargli.</p>
<p>Agatocle siciliano, non solo di privata ma d'infima e abietta fortuna, divenne re di Siracusa. Costui, nato di uno figulo, tenne sempre, per li gradi della sua età, vita scelerata: nondimanco accompagnò le sua sceleratezze con tanta virtù di animo e di corpo che, voltosi alla milizia, per li gradi di quella pervenne a essere pretore di Siracusa. Nel qual grado sendo constituito, e avendo deliberato diventare principe e tenere con violenzia e sanza obligo di altri quello che d'accordo gli era suto concesso, e avuto di questo suo disegno intelligenzia con Amilcare cartaginese, — il quale con li eserciti militava in Sicilia, — ragunò una mattina il populo e il senato di Siracusa, come se egli avessi avuto a deliberare cose pertinenti alla repubblica. E a uno cenno ordinato fece da' sua soldati uccidere tutti e' senatori ed e' più ricchi del populo; e' quali morti, occupò e tenne il principato di quella città sanza alcuna controversia civile. E, benché da' Cartaginesi fussi dua volte rotto e demum assediato, non solo possé difendere la sua città, ma, lasciato parte delle sue gente alla defesa della ossidione, con le altre assaltò l'Affrica e in breve tempo liberò Siracusa da lo assedio e condusse e' Cartaginesi in estrema necessità; e furno necessitati accordarsi con quello, essere contenti della possessione della Affrica, e ad Agatocle lasciare la Sicilia.</p>
<p>Chi considerassi adunque le azioni e vita di costui, non vedrà cose, o poche, le quali possa attribuire alla fortuna, con ciò sia cosa, come di sopra è detto, che non per favore di alcuno, ma per li gradi della milizia, e' quali con mille disagi e periculi si aveva guadagnati, pervenissi al principato, e quello di poi con tanti partiti animosi e periculosissimi mantenessi. Non si può ancora chiamare virtù ammazzare e' suoi cittadini, tradire gli amici, essere sanza fede, sanza piatà, sanza religione: e' quali modi possono fare acquistare imperio, ma non gloria. Perché, se si considerassi la virtù di Agatocle nello entrare e nello uscire de' pericoli e la grandezza dello animo suo nel sopportare e superare le cose avverse, non si vede perché egli abbia a essere iudicato inferiore a qualunque eccellentissimo capitano: nondimanco la sua efferata crudeltà e inumanità con infinite sceleratezze non consentono ch'e' sia in fra gli eccellentissimi uomini celebrato. Non si può adunque attribuire alla fortuna o alla virtù quello che sanza l'una e l'altra fu da lui conseguito.</p>
<p>Ne' tempi nostri, regnante Alessandro VI, Liverotto firmano, sendo più anni innanzi rimaso piccolo sanza padre, fu da uno suo zio materno, chiamato Giovanni Fogliani, allevato, e ne' primi tempi della sua gioventù dato a militare sotto Paulo Vitegli, acciò che, ripieno di quella disciplina, pervenissi a qualche eccellente grado di milizia. Morto di poi Paulo, militò sotto Vitellozzo, suo fratello, e in brevissimo tempo, per essere ingegnoso e della persona e dello animo gagliardo, diventò el primo uomo della sua milizia. Ma parendogli cosa servile lo stare con altri, pensò, con lo aiuto di alcuno cittadino firmano, alli quali era più cara la servitù che la libertà della loro patria, e con il favore vitellesco, occupare Fermo. E scrisse a Giovanni Fogliani come, sendo stato più tempo fuora di casa, voleva venire a vedere lui e la sua città, e riconoscere in qualche parte el suo patrimonio; e perché non si era affaticato per altro che per acquistare onore, acciò che ' suoi cittadini vedessino come e' non aveva speso il tempo invano, voleva venire onorevole e accompagnato da cento cavagli di sua amici e servidori; e pregavalo fussi contento ordinare che da' Firmiani fussi ricevuto onoratamente: il che non solamente tornava onore a sé proprio, ma a lui, sendo suo alunno.</p>
<p>Non mancò pertanto Giovanni di alcuno offizio debito verso el nipote, e, fattolo ricevere da' Firmiani onoratamente, si alloggiò nelle case sue; dove, posato alcuno giorno e atteso a ordinare secretamente quello che alla sua futura sceleratezza era necessario, fece uno convito solennissimo, dove invitò Giovanni Fogliani e tutti e' primi uomini di Fermo. E consumate che furno le vivande e tutti gli altri intrattenimenti che in simili conviti si usano, Liverotto ad arte mosse certi ragionamenti di cose gravi, parlando della grandezza di papa Alessandro e di Cesare suo figliuolo e delle imprese loro: alli quali ragionamenti rispondendo Giovanni e gli altri, lui a uno tratto si rizzò, dicendo quelle essere cose da ragionarne in luogo più secreto; e ritirossi in una camera, dove Giovanni e tutti gli altri cittadini gli andorno dreto. Né prima furno posti a sedere che, de' lochi segreti di quella, uscirno soldati che ammazzorno Giovanni e tutti gli altri. Dopo il quale omicidio montò Liverotto a cavallo e corse la terra e assediò nel palazzo el supremo magistrato: tanto che per paura furno constretti ubbidirlo e formare uno governo del quale si fece principe; e morti tutti quelli che per essere mal contenti lo potevono offendere, si corroborò con nuovi ordini civili e militari: in modo che, in spazio di uno anno ch'e' tenne el principato, non solamente lui era sicuro nella città di Fermo, ma era diventato pauroso a tutti e' sua vicini. E sarebbe suta la sua espugnazione difficile come quella di Agatocle, se non si fussi lasciato ingannare da Cesare Borgia, quando a Sinigaglia, come di sopra si disse, prese gli Orsini e Vitelli: dove, preso ancora lui, in uno anno dopo il commisso parricidio fu insieme con Vitellozzo, il quale aveva avuto maestro delle virtù e delle sceleratezze sue, strangolato.</p>
<p>Potrebbe alcuno dubitare donde nascessi che Agatocle e alcuno simile, dopo infiniti tradimenti e crudeltà, possé vivere lungamente sicuro nella sua patria e difendersi da li inimici esterni, e da' suoi cittadini non gli fu mai conspirato contro: con ciò sia che molti altri mediante la crudeltà non abbino, etiam ne' tempi pacifici, potuto mantenere lo stato, non che ne' tempi dubiosi di guerra. Credo che questo avvenga da le crudeltà male usate o bene usate. Bene usate si possono chiamare quelle, — se del male è lecito dire bene, — che si fanno a uno tratto per la necessità dello assicurarsi: e di poi non vi si insiste dentro, ma si convertono in più utilità de' sudditi che si può. Male usate sono quelle le quali, ancora che nel principio sieno poche, più tosto col tempo crescono che le si spenghino. Coloro che osservono el primo modo, possono con Dio e con li uomini avere allo stato loro qualche rimedio, come ebbe Agatocle; quegli altri è impossibile si mantenghino.</p>
<p>Onde è da notare che, nel pigliare uno stato, debbe lo occupatore d'esso discorrere tutte quelle offese che gli è necessario fare, e tutte farle a uno tratto, per non le avere a rinnovare ogni dì e potere, non le innovando, assicurare li uomini e guadagnarseli con benificarli. Chi fa altrimenti, o per timidità o per mal consiglio, è sempre necessitato tenere il coltello in mano; né mai può fondarsi sopra e' sua sudditi, non si potendo quegli, per le fresche e continue iniurie, mai assicurare di lui. Per che le iniurie si debbono fare tutte insieme, acciò che, assaporandosi meno, offendino meno; e' benifizi si debbono fare a poco a poco, acciò si assaporino meglio. E debbe soprattutto uno principe vivere in modo, con e' suoi sudditi, che veruno accidente o di male o di bene lo abbia a fare variare: perché, venendo per li tempi avversi le necessità, tu non se' a tempo al male, e il bene che tu fai non ti giova perché è iudicato forzato, e non te n'è saputo grado alcuno.</p></div1>
<div1 type="parte">
<head>IX</head>
<argument><p><foreign lang="lat">DE PRINCIPATU CIVILI.</foreign></p></argument>
<p>Ma venendo all'altra parte, quando uno privato cittadino, non per sceleratezza o altra intollerabile violenzia, ma con il favore delli altri sua cittadini diventa principe della sua patria, — il quale si può chiamare principato civile: né a pervenirvi è necessario o tutta virtù o tutta fortuna, ma più tosto una astuzia fortunata, — dico che si ascende a questo principato o con il favore del populo o con quello de' grandi. Perché in ogni città si truovono questi dua umori diversi: e nasce, da questo, che il populo desidera non essere comandato né oppresso da' grandi ed e' grandi desiderano comandare e opprimere el populo; e da questi dua appetiti diversi nasce nelle città uno de' tre effetti: o principato o libertà o licenza. El principato è causato dal populo o da' grandi, secondo che l'una o l'altra di queste parte ne ha l'occasione: perché, vedendo e' grandi non potere resistere al populo, cominciano a voltare la reputazione a uno di loro e fannolo principe per potere sotto la sua ombra sfogare il loro appetito; il populo ancora, vedendo non potere resistere a' grandi, volta la reputazione a uno e lo fa principe per essere con la sua autorità difeso.</p>
<p>Colui che viene al principato con lo aiuto de' grandi, si mantiene con più difficultà che quello che diventa con lo aiuto del populo, perché si truova principe con di molti intorno che gli paiono essere sua equali, e per questo non gli può né comandare né maneggiare a suo modo. Ma colui che arriva al principato con il favore populare, vi si truova solo e ha d'intorno o nessuno o pochissimi che non sieno parati a ubbidire. Oltre a questo non si può con onestà satisfare a' grandi, e sanza iniuria di altri, ma sì bene al populo: perché quello del populo è più onesto fine che quello de' grandi, volendo questi opprimere e quello non essere oppresso. Praeterea, del populo inimico uno principe non si può mai assicurare, per essere troppi: de' grandi si può assicurare, per essere pochi. Il peggio che possa aspettare uno principe, dal populo inimico, è lo essere abbandonato da lui; ma da' grandi, inimici, non solo debbe temere di essere abbandonato, ma etiam che loro gli venghino contro: perché, essendo in quelli più vedere e più astuzia, avanzano sempre tempo per salvarsi e cercano gradi con chi sperano che vinca. È necessitato ancora el principe vivere sempre con quello medesimo populo, ma può bene fare sanza quelli medesimi grandi, potendo farne e disfarne ogni dì e tòrre e dare a sua posta reputazione loro.</p>
<p>E per chiarire meglio questa parte, dico come e' grandi si debbono considerare in dua modi principalmente: o si governono in modo col procedere loro che si obligano in tutto alla tua fortuna, o no. Quegli che si obligano, e non sieno rapaci, si debbono onorare e amare. Quelli che non si obligano, si hanno a esaminare in dua modi: o e' fanno questo per pusillanimità e difetto naturale d'animo, — allora tu te ne debbi servire, massime di quelli che sono di buono consiglio, perché nelle prosperità te ne onori e non hai nelle avversità a temere di loro; — ma quando e' non si obligano per arte e per cagione ambiziosa, è segno come e' pensano più a sé che a te: e da quelli si debbe el principe guardare, e temergli come se fussino scoperti nimici, perché sempre nelle avversità aiuteranno ruinarlo.</p>
<p>Debbe pertanto uno, che diventi principe mediante el favore del populo, mantenerselo amico: il che gli fia facile, non domandando lui se non di non essere oppresso. Ma uno che, contro al populo, diventi principe con il favore de' grandi, debbe innanzi a ogni altra cosa cercare di guadagnarsi el populo: il che gli fia facile, quando pigli la protezione sua. E perché li uomini, quando hanno bene da chi credevano aver male, si obligano più al beneficatore loro, diventa el populo subito più suo benivolo che s'e' si fussi condotto al principato con e' favori sua. E puosselo guadagnare el principe in molti modi: e' quali perché variano secondo el subietto, non se ne può dare certa regula, e però si lasceranno indreto. Concluderò solo che a uno principe è necessario avere il populo amico, altrimenti non ha nelle avversità remedio. Nabide principe delli spartani sostenne la ossidione di tutta Grecia e di uno esercito romano vittoriosissimo, e difese contro a quelli la patria sua e il suo stato; e gli bastò solo, sopravvenendo el periculo, assicurarsi di pochi: che, se gli avessi avuto el populo inimico, questo non li bastava.</p>
<p>E non sia alcuno che repugni a questa mia opinione con quello proverbio trito, che chi fonda in sul populo fonda in sul fango: perché quello è vero quando uno cittadino privato vi fa su fondamento e dassi a intendere che il populo lo liberi quando fussi oppresso da' nimici o da' magistrati. In questo caso si potrebbe trovare spesso ingannato, come a Roma e' Gracchi e a Firenze messer Giorgio Scali.</p>
<p>Ma essendo uno principe che vi fondi su, che possa comandare, e sia uomo di cuore né si sbigottisca nelle avversità, e non manchi delle altre preparazioni e tenga con lo animo e ordini suoi animato l'universale, mai si troverrà ingannato da lui e gli parrà avere fatti e' suo' fondamenti buoni.</p>
<p>Sogliono questi principati periclitare, quando sono per salire da lo ordine civile allo assoluto. Perché questi principi o comandano per loro medesimi o per mezzo de' magistrati: nello ultimo caso è più debole e più periculoso lo stato loro, perché gli stanno al tutto con la volontà di quelli cittadini che a' magistrati sono preposti; e' quali, massime ne' tempi avversi, gli possono tòrre con facilità grande lo stato, o con abbandonarlo o con fargli contro. E il principe non è a tempo ne' periculi a pigliare la autorità assoluta, perché e' cittadini e sudditi, che sogliono avere e' comandamenti da' magistrati, non sono in quelli frangenti per ubbidire a' suoi. E arà sempre ne' tempi dubbi penuria di chi lui si possa fidare; perché simile principe non può fondarsi sopra quello che vede ne' tempi quieti, quando e' cittadini hanno bisogno dello stato: perché allora ognun corre, ognuno promette e ciascuno vuole morire per lui, quando la morte è discosto; ma ne' tempi avversi, quando lo stato ha bisogno de' cittadini, allora se ne truova pochi. E tanto più è questa esperienza periculosa, quanto la non si può fare se non una volta: però uno principe savio debbe pensare uno modo per il quale e' sua cittadini, sempre e in ogni qualità di tempo, abbino bisogno dello stato e di lui; e sempre di poi gli saranno fedeli.</p></div1>
<div1 type="parte">
<head>X</head>
<argument><p><foreign lang="lat">QUOMODO OMNIUM PRINCIPATUUM VIRES PERPENDI DEBEANT.</foreign></p></argument>
<p>Conviene avere, nello esaminare le qualità di questi principati, un'altra considerazione: cioè se uno principe ha tanto stato che possa, bisognando, per sé medesimo reggersi, ovvero se ha sempre necessità della difensione d'altri. E per chiarire meglio questa parte, dico come io iudico coloro potersi reggere per sé medesimi che possono, o per abbondanzia di uomini o di danari, mettere insieme uno esercito iusto e fare una giornata con qualunque lo viene ad assaltare. E così iudico coloro avere sempre necessità di altri, che non possono comparire contro al nimico in campagna, ma sono necessitati rifuggirsi dentro alle mura e guardare quelle. Nel primo caso, si è discorso e per lo avvenire direno quello ne occorre. Nel secondo caso, non si può dire altro salvo che confortare tali principi a fortificare e munire la terra propria e del paese non tenere alcuno conto. E qualunque arà bene fortificata la suo terra e, circa alli altri governi, co' sudditi si sarà maneggiato come di sopra è detto e di sotto si dirà, sarà sempre con gran respetto assaltato; perché li uomini sono nimici delle imprese dove si vegga difficultà: né si può vedere facilità assaltando uno che abbia la suo terra gagliarda e non sia odiato dal populo.</p>
<p>Le città della Magna sono liberissime, hanno poco contado e obbediscono allo imperadore quando le vogliono, e non temono né quello né alcuno altro potente che le abbino intorno. Perché le sono in modo affortificate che ciascuno pensa la espugnazione di esse dovere essere tediosa e difficile: perché tutte hanno fosse e mura convenienti; hanno artiglieria a sufficienzia; tengono sempre nelle canove publiche da bere e da mangiare e da ardere per uno anno; e oltre a questo, per potere tenere la plebe pasciuta e sanza perdita del publico, hanno sempre in comune da potere per uno anno dare da lavorare loro, in quelli esercizi che sieno el nervo e la vita di quella città e delle industrie de' quali la plebe si pasca; tengono ancora gli esercizi militari in reputazione, e sopra questo hanno molti ordini a mantenergli.</p>
<p>Uno principe adunque, che abbia una città così ordinata e non si facci odiare, non può essere assaltato, e, se pure e' fussi chi lo assaltassi, se ne partirebbe con vergogna: perché le cose del mondo sono sì varie che gli è impossibile che uno potessi con li eserciti stare uno anno ozioso a campeggiarlo. E chi replicassi: se il populo arà le sua possessioni fuora e veggale ardere, non ci arà pazienza e il lungo assedio e la carità propria gli farà sdimenticare lo amore del principe; rispondo che uno principe prudente e animoso supererà sempre tutte quelle difficultà, dando a' sudditi ora speranza che 'l male non fia lungo, ora timore della crudeltà del nimico, ora assicurandosi con destrezza di quegli che gli paressino troppo arditi. Oltre a questo, el nimico ragionevolmente debba ardere e ruinare el paese in su la sua giunta e ne' tempi quando gli animi degli uomini sono ancora caldi e volonterosi alla difesa: e però tanto meno el principe debbe dubitare, perché dopo qualche giorno, che gli animi sono raffreddi, sono di già fatti e' danni, sono ricevuti e' mali, non vi è più remedio. E allora tanto più si vengono a unire con il loro principe, parendo che lui abbia con loro obligo, sendo loro sute arse le case, ruinate le possessioni per la difesa sua: e la natura delli uomini è così obligarsi per li benefizi che si fanno, come per quelli che si ricevano. Onde, se si considerrà bene tutto, non fia difficile a uno principe prudente tenere, prima e poi, fermi gli animi de' sua cittadini nella ossidione, quando non vi manchi né da vivere né da difendersi.</p></div1>
<div1 type="parte">
<head>XI</head>
<argument><p><foreign lang="lat">DE PRINCIPATIBUS ECCLESIASTICIS.</foreign></p></argument>
<p>Restaci solamente al presente a ragionare de' principati ecclesiastici, circa quali tutte le difficultà sono avanti che si possegghino; perché s'acquistano o per virtù o per fortuna, e sanza l'una e l'altra si mantengono: perché sono sustentati da li ordini antiquati nella religione, quali sono stati tanto potenti e di qualità ch'e' tengono e' loro principi in stato in qualunque modo si procedino e vivino. Costoro soli hanno stati e non gli difendono; hanno sudditi e non li governano. E gli stati, per essere indifesi, non sono loro tolti; ed e' sudditi, per non essere governati, non se ne curano, né pensano né possono alienarsi da loro. Solo adunque questi principati sono sicuri e felici; ma essendo quelli retti da cagione superiori, alle quali mente umana non aggiugne, lascerò il parlarne: perché, essendo esaltati e mantenuti da Dio, sarebbe officio di uomo presuntuoso e temerario discorrerne. Nondimanco, se alcuno mi ricercassi donde viene che la Chiesa nel temporale sia venuta a tanta grandezza, — con ciò sia cosa che da Alessandro indreto e' potentati italiani, e non solum quelli che si chiamavano e' potentati, ma ogni barone e signore benché minimo, quanto al temporale la esistimava poco, e ora uno re di Francia ne trema, e lo ha possuto cavare di Italia e ruinare e' viniziani, — la qual cosa, ancora che sia nota, non mi pare superfluo ridurla in buona parte alla memoria.</p>
<p>Avanti che Carlo re di Francia passassi in Italia, era questa provincia sotto lo imperio del papa, viniziani, re di Napoli, duca di Milano e fiorentini. Questi potentati avevano ad avere dua cure principali: l'una, che uno forestieri non entrassi in Italia con le arme; l'altra, che veruno di loro occupassi più stato. Quegli a chi si aveva più cura erano papa e viniziani: e a tenere indietro e' viniziani, bisognava la unione di tutti li altri, come fu nella difesa di Ferrara; e a tenere basso il papa, si servivono de' baroni di Roma, e' quali sendo divisi in due fazioni, Orsine e Colonnesi, sempre vi era cagione di scandolo in fra loro, e, stando con le arme in mano in su li occhi al pontefice, tenevano il pontificato debole e infermo. E benché e' surgessi qualche volta alcuno papa animoso, come fu Sisto, tamen la fortuna o il sapere non lo possé mai disobligare da queste incommodità. E la brevità della vita loro ne era cagione; perché in dieci anni che, ragguagliato, uno papa viveva, a fatica ch'e' potessi abbassare una delle fazioni; e se, verbi gratia, l'uno aveva quasi spenti e' Colonnesi, surgeva un altro, inimico agli Orsini, che gli faceva risurgere e li Orsini non era a tempo a spegnere. Questo faceva che le forze temporali del papa erano poco stimate in Italia.</p>
<p>Surse di poi Alessandro VI, il quale, di tutti e' pontefici che sono mai stati, mostrò quanto uno papa e col danaio e con le forze si poteva prevalere; e fece, con lo instrumento del duca Valentino e con la occasione della passata de' franzesi, tutte quelle cose che io discorro di sopra nell'azioni del duca. E benché la 'ntenzione sua non fussi fare grande la Chiesa, ma il duca, nondimeno ciò che fece tornò a grandezza della Chiesa: la quale dopo la sua morte, spento il duca, fu erede delle sua fatiche.</p>
<p>Venne di poi papa Iulio e trovò la Chiesa grande, avendo tutta la Romagna ed essendo spenti e' baroni di Roma e, per le battiture di Alessandro, annullate quelle fazioni; e trovò ancora la via aperta al modo dello accumulare danari, non mai più usitato da Alessandro indietro. Le quali cose Iulio non solum seguitò, ma accrebbe, e pensò a guadagnarsi Bologna e spegnere e' viniziani e a cacciare e' franzesi di Italia: e tutte queste imprese gli riuscirno, e con tanta più sua laude, quanto lui fece ogni cosa per accrescere la Chiesa e non alcuno privato. Mantenne ancora le parti Orsine e Colonnese in quelli termini le trovò. E benché fra loro fussi qualche capo da fare alterazione, tamen dua cose gl'ha tenuti fermi: l'una, la grandezza della Chiesa, che gli sbigottisce; l'altra, il non avere loro cardinali, e' quali sono origine de' tumulti in tra loro: né mai staranno quiete qualunque volta queste parti abbino cardinali, perché questi nutriscono, in Roma e fuori, le parte, e quelli baroni sono forzati a difenderle; e così, da la ambizione de' prelati, nascono le discordie ed e' tumulti in tra ' baroni.</p>
<p>Ha trovato adunque la santità di papa Leone questo pontificato potentissimo: il quale si spera, se quegli lo feciono grande con le arme, questo con la bontà e infinite altre sua virtù lo farà grandissimo e venerando.</p></div1>
<div1 type="parte">
<head>XII</head>
<argument><p><foreign lang="lat">QUOT SUNT GENERA MILITIAE ET DE MERCENARIIS MILITIBUS.</foreign></p></argument>
<p>Avendo discorso particularmente tutte le qualità di quelli principati de' quali nel principio proposi di ragionare, e considerato in qualche parte le cagioni del bene e del male essere loro, e mostro e' modi con e' quali molti hanno cerco di acquistargli e tenergli, mi resta ora a discorrere generalmente le offese e difese che in ciascuno de' prenominati possono accadere.</p>
<p>Noi abbiamo detto di sopra come a uno principe è necessario avere e' sua fondamenti buoni, altrimenti di necessità conviene che ruini. E' principali fondamenti che abbino tutti li stati, così nuovi come vecchi o misti, sono le buone legge e le buone arme: e perché e' non può essere buone legge dove non sono buone arme, e dove sono buone arme conviene sieno buone legge, io lascerò indietro el ragionare delle legge e parlerò delle arme.</p>
<p>Dico adunque che le arme con le quali uno principe difende el suo stato o le sono proprie, o le sono mercennarie o ausiliarie o miste. Le mercennarie e ausiliarie sono inutile e periculose; e se uno tiene lo stato suo fondato in su l'arme mercennarie, non starà mai fermo né sicuro, perché le sono disunite, ambiziose, sanza disciplina, infedele, gagliarde in fra gli amici, in fra ' nimici vile: non timore di Dio, non fe' con li uomini; e tanto si differisce la ruina, quanto si differisce lo assalto; e nella pace se' spogliato da loro, nella guerra dagli inimici. La cagione di questo è che le non hanno altro amore né altra cagione che le tenga in campo che un poco di stipendio, il quale non è sufficiente a fare che voglino morire per te. Vogliono bene essere tua soldati mentre che tu non fai guerra; ma, come la guerra viene, o fuggirsi o andarsene. La qual cosa doverrei durare poca fatica a persuadere, perché ora la ruina di Italia non è causata da altro che per essersi per spazio di molti anni riposata tutta in su le armi mercennarie. Le quali feciono già per alcuno qualche progresso, e parevano gagliarde in fra loro; ma come e' venne il forestiero le mostrorno quello che elle erano: onde che a Carlo re di Francia fu lecito pigliare la Italia col gesso; e chi diceva come e' n'erono cagione e' peccati nostri, diceva il vero; ma non erano già quegli ch'e' credeva, ma questi che io ho narrati; e perché gli erano peccati di principi, ne hanno patito le pene ancora loro.</p>
<p>Io voglio dimostrare meglio la infelicità di queste arme. E' capitani mercennari o e' sono uomini eccellenti, o no; s'e' sono, non te ne puoi fidare, perché sempre aspireranno alla grandezza propria o con lo opprimere te, che gli se' patrone, o con lo opprimere altri fuora della tua intenzione; ma se il capitano non è virtuoso, ti rovina per lo ordinario. E se si rispondessi che qualunque arà le arme in mano farà questo, o mercennario o no, replicherrei come l'arme hanno a essere operate o da uno principe o da una republica: el principe debbe andare in persona e fare lui l'offizio del capitano; la republica ha a mandare e' sua cittadini: e, quando ne manda uno che non riesca valente uomo, debbe cambiarlo; e, quando sia, tenerlo con le leggi che non passi el segno. E per esperienza si vede alli principi soli e republiche armate fare progressi grandissimi, e alle arme mercennarie non fare mai se non danno; e con più difficultà viene alla obbedienza di uno suo cittadino una republica armata di arme proprie, che una armata di arme esterne.</p>
<p>Stettono Roma e Sparta molti seculi armate e libere. Svizzeri sono armatissimi e liberissimi. Delle arme mercennarie antiche sono in exemplis e' cartaginesi, e' quali furno per essere oppressi da' loro soldati mercennari, finita la loro prima guerra con e' romani, ancora che e' cartaginesi avessino, per capitani, loro propri cittadini. Filippo macedone fu fatto da' tebani, dopo la morte di Epaminunda, capitano di loro genti, e tolse, dopo la vittoria, loro la libertà.</p>
<p>Milanesi, morto el duca Filippo, soldorno Francesco Sforza contro a' viniziani: il quale, superati gli inimici a Caravaggio, si coniunse con loro per opprimere e' milanesi sua patroni. Sforza suo padre, essendo soldato della regina Giovanna di Napoli, la lasciò in un tratto disarmata: onde lei, per non perdere el regno, fu constretta gittarsi in grembo al re di Ragona. E se viniziani e fiorentini hanno per lo addreto accresciuto lo imperio loro con queste arme, ed e' loro capitani non se ne sono però fatti principi ma gli hanno difesi, rispondo che e' fiorentini in questo caso sono suti favoriti da la sorte: perché, de' capitani virtuosi de' quali potevano temere, alcuni non hanno vinto, alcuni hanno avuto opposizione, alcuni altri hanno volto l'ambizione loro altrove. Quello che non vinse fu Giovanni Aucut, del quale, non vincendo, non si poteva conoscere la fede: ma ognuno confesserà che, vincendo, stavano e' fiorentini a sua discrezione. Sforzo ebbe sempre e' Bracceschi contrari, che guardorno l'uno l'altro. Francesco volse l'ambizione sua in Lombardia; Braccio, contro alla Chiesa e il regno di Napoli.</p>
<p>Ma vegnamo a quello che è seguito poco tempo fa. Feciono e' fiorentini Paulo Vitelli loro capitano, uomo prudentissimo e che di privata fortuna aveva presa grandissima reputazione; se costui espugnava Pisa, veruno fia che nieghi come e' conveniva a' fiorentini stare seco: perché, s'e' fussi diventato soldato de' loro nimici, non avevano remedio; e se ' fiorentini lo tenevano, avevano a ubbidirlo. E' viniziani, se si considerrà e' progressi loro, si vedrà quegli avere sicuramente e gloriosamente operato mentre feciono la guerra loro propri, — che fu avanti che si volgessino con le imprese loro in terra, — dove co' gentili uomini e con la plebe armata operorno virtuosissimamente; ma, come cominciorno a combattere in terra, lasciorno questa virtù e seguirno e' costumi delle guerre di Italia. E nel principio dello augumento loro in terra, per non vi avere molto stato e per essere in grande reputazione, non avevono da temere molto de' loro capitani. Ma come eglino ampliorno, che fu sotto el Carmignola, ebbono uno saggio di questo errore: perché vedutolo virtuosissimo, battuto che loro ebbono sotto il suo governo il duca di Milano, e conoscendo da l'altra parte come egli era raffreddo nella guerra, iudicorno non potere con lui più vincere, perché non voleva; né potere licenziarlo, per non riperdere ciò che avevano acquistato; onde che furno necessitati, per assicurarsene, ammazzarlo. Hanno di poi avuto per loro capitani Bartolomeo da Bergomo, Ruberto da San Severino, conte di Pitigliano, e simili, con e' quali avevano a temere della perdita, non del guadagno loro: come intervenne di poi a Vailà, dove in una giornata perderno ciò che in ottocento anni con tanta fatica avevono acquistato: perché da queste arme nascono solo e' lenti, tardi e deboli acquisti e le sùbite e miracolose perdite.</p>
<p>E perché io sono venuto con questi esempli in Italia, la quale è stata molti anni governata da le arme mercennarie, io le vo' discorrere più da alto acciò che, veduta l'origine e progressi di esse, si possa meglio correggerle. Avete adunque a intendere come, tosto che in questi ultimi tempi lo Imperio cominciò a essere ributtato di Italia e che il papa nel temporale vi prese più reputazione, si divise la Italia in più stati: per che molte delle città grosse presono l'arme contro a' loro nobili, — e' quali prima, favoriti da lo imperadore, le tenevano oppresse, — e la Chiesa le favoriva per darsi reputazione nel temporale; di molte altre e' loro cittadini ne diventorno principi. Onde che, essendo venuta la Italia quasi che nelle mani della Chiesa e di qualche republica, ed essendo quelli preti e quelli altri cittadini usi a non conoscere arme, cominciorno a soldare forestieri. El primo che dette reputazione a questa milizia fu Alberico di Conio, romagnuolo: da la disciplina di costui discese in tra gli altri Braccio e Sforza, che ne' loro tempi furno arbitri di Italia. Dopo questa, vennono tutti li altri che infino alli nostri tempi hanno governato queste arme: e 'l fine della loro virtù è stato che Italia è suta corsa da Carlo, predata da Luigi, sforzata da Ferrando e vituperata da' svizzeri.</p>
<p>L'ordine che gli hanno tenuto è stato prima, per dare reputazione a loro propri, avere tolto reputazione alle fanterie: feciono questo perché, sendo sanza stato e in su la industria, e' pochi fanti non davano loro reputazione e gli assai non potevano nutrire; e però si redussono a' cavagli, dove con numero sopportabile erano nutriti e onorati: ed erono ridotte le cose in termine che uno esercito di ventimila soldati non si trovava dumila fanti. Avevano, oltre a questo, usato ogni industria per levare a sé e a' soldati la paura e la fatica, non si ammazzando nelle zuffe, ma pigliandosi prigioni e sanza taglia; non traevano la notte nelle terre; quegli della terra non traevano alle tende; non facevano intorno al campo né steccato né fossa; non campeggiavano el verno. E tutte queste cose erano permesse ne' loro ordini militari e trovate da loro per fuggire, come è detto, la fatica ed e' periculi: tanto che gli hanno condotta la Italia stiava e vituperata.</p></div1>
<div1 type="parte">
<head>XIII</head>
<argument><p><foreign lang="lat">DE MILITIBUS AUXILIARIIS, MIXTIS ET PROPRIIS.</foreign></p></argument>
<p>Le arme ausiliarie, che sono l'altre arme inutili, sono quando si chiama uno potente che con le sua arme ti venga a difendere, come fece ne' prossimi tempi papa Iulio: il quale, avendo visto nella impresa di Ferrara la trista pruova delle sue arme mercennarie, si volse alle ausiliarie e convenne con Ferrando re di Spagna che con le sua gente ed eserciti dovessi aiutarlo. Queste arme possono essere buone e utile per loro medesime, ma sono, per chi le chiama, quasi sempre dannose: perché, perdendo, rimani disfatto; vincendo, resti loro prigione. E ancora che di questi esempli ne sieno piene le antiche istorie, nondimanco io non mi voglio partire da questo esemplo fresco di Iulio II: el partito del quale non possé essere meno considerato, per voler Ferrara cacciarsi tutto nelle mani d'uno forestieri. Ma la sua buona fortuna fece nascere una terza cosa, acciò non cogliessi el frutto della sua mala elezione: perché, sendo gl'ausiliarii suoi rotti a Ravenna, e surgendo e' svizzeri che cacciorno e' vincitori fuora di ogni opinione e sua e d'altri, venne a non rimanere prigione delli inimici, sendo fugati, né delli ausiliarii sua, avendo vinto con altre arme che con le loro. Fiorentini, sendo al tutto disarmati, condussono diecimila franzesi a Pisa per espugnarla: per il quale partito portorno più periculo che in qualunque tempo de' travagli loro. Lo imperadore di Constantinopoli, per opporsi alli suoi vicini, misse in Grecia diecimila turchi, e' quali finita la guerra non se ne volsono partire: il che fu il principio della servitù di Grecia con gli infideli.</p>
<p>Colui adunque che vuole non potere vincere, si vaglia di queste arme, perché sono molto più periculose che le mercennarie. Perché in queste è la coniura fatta, sono tutte unite, tutte volte alla obbedienza d'altri; ma nelle mercennarie a offenderti, vinto che le hanno, bisogna maggiore occasione, più tempo, non sendo tutte uno corpo ed essendo trovate e pagate da te: nelle quali un terzo che tu facci capo non può pigliare subitamente tanta autorità che ti offenda. Insomma nelle mercennarie è più periculosa la ignavia, nell'ausiliarie la virtù. Uno principe pertanto savio sempre ha fuggito queste arme e voltosi alle proprie: e ha voluto più tosto perdere con e' suoi che vincere con li altri, iudicando non vera vittoria quella che con le arme aliene si acquistassi.</p>
<p>Io non dubiterò mai di allegare Cesare Borgia e le sua azioni. Questo duca entrò in Romagna con le arme ausiliarie, conducendovi tutte gente franzese, e con quelle prese Imola e Furlì; ma non gli parendo poi tali armi sicure, si volse alle mercennarie, iudicando in quelle meno pericolo, e soldò gli Orsini e Vitelli; le quali di poi trovando, nel maneggiare, dubbie infedeli e periculose, le spense e volsesi alle proprie. E puossi facilmente vedere che differenzia è in fra l'una e l'altra di queste arme, considerato che differenzia fu da la reputazione del duca quando aveva franzesi soli, a quando aveva gli Orsini e Vitelli, a quando e' rimase con e' soldati sua e sopra sé stesso: e sempre si troverrà accresciuta, né mai fu stimato assai se non quando ciascuno vidde come lui era intero possessore delle sua arme.</p>
<p>Io non mi volevo partire da li esempli italiani e freschi: tamen non voglio lasciare indietro Ierone siracusano, sendo uno de' sopra nominati da me. Costui, come io dissi, fatto da' siracusani capo degli eserciti, conobbe subito quella milizia mercennaria non essere utile, per essere e' condottieri fatti come e' nostri italiani; e parendoli non gli potere tenere né lasciare, gli fece tutti tagliare a pezzi, e di poi fece guerra con le arme sua e non con le aliene. Voglio ancora ridurre a memoria una figura del Testamento vecchio, fatta a questo proposito. Offerendosi Davit a Saul d'andare a combattere con Golia provocatore filisteo, Saul per dargli animo lo armò dell'arme sua: le quali Davit, come l'ebbe indosso, recusò, dicendo con quelle non si potere bene valere di sé stesso; e però voleva trovare el nimico con la sua fromba e con il suo coltello. Infine, le arme di altri o le ti caggiono di dosso o le ti pesano o le ti stringono.</p>
<p>Carlo VII, padre del re Luigi XI, avendo con la sua fortuna e virtù libera la Francia dagli inghilesi, conobbe questa necessità di armarsi di arme proprie e ordinò nel suo regno l'ordinanza delle genti d'arme e delle fanterie. Di poi el re Luigi suo figliuolo spense quella de' fanti e cominciò a soldare svizzeri: il quale errore seguitato da li altri è, come si vede ora in fatto, cagione de' pericoli di quello regno. Perché, avendo dato reputazione a' svizzeri, ha invilito tutte le arme sua; perché le fanterie ha spente in tutto e le sua gente d'arme ha obligate alla virtù di altri: perché, sendo assuefatte a militare co' svizzeri, non pare loro potere vincere sanza essi. Di qui nasce che ' franzesi contro a' svizzeri non bastano e sanza svizzeri, contro ad altri, non pruovano. Sono adunque stati gli eserciti di Francia misti, parte mercennari e parte propri: le quali arme tutte insieme sono molto migliori che le semplici ausiliarie o semplice mercennarie, e molto inferiore alle proprie. E basti lo esemplo detto: perché il regno di Francia sarebbe insuperabile, se l'ordine di Carlo era accresciuto o preservato; ma la poca prudenza delli uomini comincia una cosa che, per sapere allora di buono, non si accorge del veleno che vi è sotto, come io dissi di sopra delle febre etiche. Pertanto colui che in uno principato non conosce e' mali quando nascono, non è veramente savio: e questo è dato a pochi. E se si considerassi la prima cagione della ruina dello imperio romano, si troverrà essere suto solo cominciare a soldare e' gotti: perché da quello principio cominciorno a enervare le forze dello imperio, e tutta quella virtù, che si levava da lui, si dava a loro.</p>
<p>Concludo adunque che, sanza avere arme proprie, nessuno principato è sicuro, anzi è tutto obligato alla fortuna, non avendo virtù che nelle avversità con fede lo difenda: e fu sempre opinione e sentenza delli uomini savi quod nihil sit tam infirmum aut instabile quam fama potentiae non sua vi nixa. E l'arme proprie sono quelle che sono composte o di sudditi o di cittadini o di creati tua: tutte le altre sono o mercennarie o ausiliarie; e il modo a ordinare l'arme proprie sarà facile trovare, se si discorrerà gli ordini de' quattro sopra nominati da me, e se si vedrà come Filippo, padre di Alessandro Magno, e come molte republiche e principi si sono armati e ordinati: a' quali ordini al tutto mi rimetto.</p></div1>
<div1 type="parte">
<head>XIV</head>
<argument><p><foreign lang="lat">QUOD PRINCIPEM DECEAT CIRCA MILITIAM.</foreign></p></argument>
<p>Debbe dunque uno principe non avere altro obietto né altro pensiero né prendere cosa alcuna per sua arte, fuora della guerra e ordini e disciplina di essa: perché quella è sola arte che si aspetta a chi comanda, ed è di tanta virtù che non solamente mantiene quelli che sono nati principi, ma molte volte fa gli uomini di privata fortuna salire a quello grado. E per avverso si vede che, quando e' principi hanno pensato più alle delicatezze che alle arme, hanno perso lo stato loro: e la prima cagione che ti fa perdere quello è negligere questa arte, e la cagione che te lo fa acquistare è lo essere professore di questa arte. Francesco Sforza, per essere armato, di privato diventò duca di Milano; e' figliuoli, per fuggire e' disagi dell'arme, di duchi diventorno privati. Perché, in tra le altre cagioni che ti arreca di male, lo essere disarmato ti fa contennendo, la quale è una di quelle infamie delle quali el principe si debbe guardare, come di sotto si dirà. Perché da uno armato a uno disarmato non è proporzione alcuna, e non è ragionevole che chi è armato ubbedisca volentieri a chi è disarmato, e che el disarmato stia sicuro in tra servitori armati: per che, sendo nell'uno sdegno e nell'altro sospetto, non è possibile operino bene insieme. E però uno principe che della milizia non si intenda, oltre alle altre infelicità, come è detto, non può essere stimato da' suoi soldati né fidarsi di loro.</p>
<p>Debbe pertanto mai levare il pensiero da questo esercizio della guerra; e nella pace vi si debbe più esercitare che nella guerra, il che può fare in dua modi: l'uno, con le opere; l'altro, con la mente. E quanto alle opere, oltre al tenere bene ordinati ed esercitati e' suoi, debbe stare sempre in su le cacce: e mediante quelle assuefare il corpo a' disagi, e parte imparare la natura de' siti, e conoscere come surgono e' monti, come imboccano le valle, come iaciono e' piani, e intendere la natura de' fiumi e de' paduli; e in questo porre grandissima cura. La quale cognizione è utile in dua modi: prima, s'impara a conoscere el suo paese, può meglio intendere le difese di esso; di poi, mediante la cognizione e pratica di quegli siti, con facilità comprendere ogni altro sito che di nuovo gli sia necessario speculare: perché e' poggi, le valle, e' piani, e' fiumi, e' paduli che sono, verbi gratia, in Toscana hanno con quelli delle altre provincie certa similitudine, tale che della cognizione del sito di una provincia si può facilmente venire alla cognizione dell'altre. E quel principe che manca di questa perizia, manca della prima parte che vuole avere uno capitano: perché questa t'insegna trovare el nimico, pigliare gli alloggiamenti, condurre gli eserciti, ordinare le giornate, campeggiare le terre con tuo vantaggio.</p>
<p>Filopomene, principe delli achei, in tra le altre laude che dagli scrittori gli sono date, è che ne' tempi della pace non pensava mai se non a' modi della guerra: e quando era in campagna con gli amici spesso si fermava e ragionava con quelli: «Se li inimici fussino in su quel colle e noi ci trovassimo qui col nostro esercito, chi arebbe di noi vantaggio? Come si potrebbe ire, servando l'ordine, a trovargli? Se noi volessimo ritirarci, come aremmo a fare? Se loro si ritirassino, come aremmo a seguirli?» E preponeva loro, andando, tutti e' casi che in uno esercito possono occorrere: intendeva la opinione loro, diceva la sua, corroboravala con le ragioni; tale che, per queste continue cogitazioni, non poteva mai, guidando gli eserciti, nascere accidente alcuno che lui non vi avessi el remedio.</p>
<p>Ma quanto allo esercizio della mente, debbe el principe leggere le istorie e in quelle considerare le azioni delli uomini eccellenti, vedere come si sono governati nelle guerre, esaminare le cagioni delle vittorie e perdite loro, per potere queste fuggire e quelle imitare; e soprattutto fare come ha fatto per lo addreto qualche uomo eccellente che ha preso a imitare se alcuno, innanzi a lui, è stato laudato e gloriato, e di quello ha tenuto sempre e' gesti e azioni appresso di sé: come si dice che Alessandro Magno imitava Achille; Cesare, Alessandro; Scipione, Ciro. E qualunque legge la vita di Ciro scritta da Xenofonte, riconosce di poi nella vita di Scipione quanto quella imitazione gli fu a gloria, e quanto, nella castità affabilità umanità liberalità, Scipione si conformassi con quelle cose che di Ciro da Xenofonte sono sute scritte.</p>
<p>Questi simili modi debbe osservare uno principe savio; e mai ne' tempi pacifici stare ozioso, ma con industria farne capitale per potersene valere nelle avversità, acciò che la fortuna, quando si muta, lo truovi parato a resisterle.</p></div1>
<div1 type="parte">
<head>XV</head>
<argument><p><foreign lang="lat">DE HIS REBUS QUIBUS HOMINES ET PRAESERTIM PRINCIPES LAUDANTUR AUT VITUPERANTUR.</foreign></p></argument>
<p>Resta ora a vedere quali debbino essere e' modi e governi di uno principe o co' sudditi o con li amici. E perché io so che molti di questo hanno scritto, dubito, scrivendone ancora io, non essere tenuto prosuntuoso, partendomi massime, nel disputare questa materia, da li ordini delli altri. Ma sendo l'intenzione mia stata scrivere cosa che sia utile a chi la intende, mi è parso più conveniente andare dreto alla verità effettuale della cosa che alla immaginazione di essa. E molti si sono immaginati republiche e principati che non si sono mai visti né conosciuti in vero essere. Perché gli è tanto discosto da come si vive a come si doverrebbe vivere, che colui che lascia quello che si fa, per quello che si doverrebbe fare, impara più presto la ruina che la perservazione sua: perché uno uomo che voglia fare in tutte le parte professione di buono, conviene che ruini in fra tanti che non sono buoni. Onde è necessario, volendosi uno principe mantenere, imparare a potere essere non buono e usarlo e non usarlo secondo la necessità.</p>
<p>Lasciando adunque addreto le cose circa uno principe immaginate, e discorrendo quelle che sono vere, dico che tutti li uomini, quando se ne parla, e massime e' principi, per essere posti più alti, sono notati di alcune di queste qualità che arrecano loro o biasimo o laude. E questo è che alcuno è tenuto liberale, alcuno misero, — usando uno termine toscano, perché avaro in nostra lingua è ancora colui che per rapina desidera di avere: misero chiamiamo noi quello che si astiene troppo di usare il suo; — alcuno è tenuto donatore, alcuno rapace; alcuno crudele, alcuno piatoso; l'uno fedifrago, l'altro fedele; l'uno effeminato e pusillanime, l'altro feroce e animoso; l'uno umano, l'altro superbo; l'uno lascivo, l'altro casto; l'uno intero, l'altro astuto; l'uno duro, l'altro facile; l'uno grave, l'altro leggieri; l'uno religioso, l'altro incredulo, e simili. E io so che ciascuno confesserà che sarebbe laudabilissima cosa uno principe trovarsi, di tutte le soprascritte qualità, quelle che sono tenute buone. Ma perché le non si possono avere tutte né interamente osservare, per le condizioni umane che non lo consentono, è necessario essere tanto prudente ch'e' sappi fuggire la infamia di quegli vizi che gli torrebbono lo stato; e da quegli che non gliene tolgono guardarsi, s'e' gli è possibile: ma non possendo, vi si può con meno respetto lasciare andare. Ed etiam non si curi di incorrere nella infamia di quelli vizi, sanza e' quali possa difficilmente salvare lo stato; perché, se si considera bene tutto, si troverrà qualche cosa che parrà virtù, e seguendola sarebbe la ruina sua: e qualcuna altra che parrà vizio, e seguendola ne nasce la sicurtà e il bene essere suo.</p></div1>
<div1 type="parte">
<head>XVI</head>
<argument><p><foreign lang="lat">DE LIBERALITATE ET PARSIMONIA.</foreign></p></argument>
<p>Cominciandomi adunque alle prime soprascritte qualità, dico come e' sarebbe bene essere tenuto liberale. Nondimanco la liberalità, usata in modo che tu sia tenuto, ti offende: perché, se la si usa virtuosamente e come la si debbe usare, la non fia conosciuta e non ti cascherà la 'nfamia del suo contrario; e però, a volersi mantenere in fra li uomini el nome di liberale, è necessario non lasciare indreto alcuna qualità di suntuosità: talmente che sempre uno principe così fatto consumerà in simili opere tutte le sua facultà; e sarà necessitato alla fine, se si vorrà mantenere el nome del liberale, gravare e' populi estraordinariamente ed essere fiscale e fare tutte quelle cose che si possono fare per avere danari; il che comincerà a farlo odioso a' sudditi, o poco stimare da ciascuno divenendo povero. In modo che, con questa sua liberalità avendo offeso gli assai e premiato e' pochi, sente ogni primo disagio e periclita in qualunque primo periculo: il che conoscendo lui e volendosene ritrarre, incorre subito nella infamia del misero. Uno principe adunque, non potendo usare questa virtù del liberale, sanza suo danno, in modo che la sia conosciuta, debbe, s'egli è prudente, non si curare del nome del misero; perché col tempo sarà tenuto sempre più liberale veggendo che, con la sua parsimonia, le sua entrate gli bastano, può difendersi da chi gli fa guerra, può fare imprese sanza gravare e' populi. Talmente che viene a usare liberalità a tutti quelli a chi e' non toglie, che sono infiniti, e miseria a tutti coloro a chi e' non dà, che sono pochi.</p>
<p>Ne' nostri tempi noi non abbiamo veduto fare gran cose se non a quelli che sono tenuti miseri; li altri, essere spenti. Papa Iulio II, come si fu servito del nome del liberale per aggiugnere al papato, non pensò poi a mantenerselo, per poter fare guerra. El re di Francia presente ha fatto tante guerre sanza porre uno dazio estraordinario a' sua, solum perché alle superflue spese ha sumministrato la lunga parsimonia sua. El re di Spagna presente, se fussi tenuto liberale, non arebbe né fatto né vinte tante imprese. Pertanto uno principe debbe esistimare poco, — per non avere a rubare e' sudditi, per potere difendersi, per non diventare povero e contennendo, per non essere forzato di diventare rapace, — di incorrere nel nome del misero: perché questo è uno di quelli vizi che lo fanno regnare. E se alcuno dicessi: Cesare con la liberalità pervenne allo imperio, e molti altri, per essere stati ed essere tenuti liberali, sono venuti a gradi grandissimi; rispondo: o tu se' principe fatto o tu se' in via di acquistarlo. Nel primo caso questa liberalità è dannosa. Nel secondo, è bene necessario essere ed essere tenuto liberale; e Cesare era uno di quelli che voleva pervenire al principato di Roma: ma se, poi che vi fu pervenuto, fussi sopravvissuto e non si fussi temperato da quelle spese, arebbe destrutto quello imperio.</p>
<p>E se alcuno replicassi: molti sono stati principi e con li eserciti hanno fatto gran cose, che sono stati tenuti liberalissimi; ti rispondo: o el principe spende del suo e de' sua sudditi, o di quello di altri. Nel primo caso debbe essere parco. Nell'altro, non debbe lasciare indreto alcuna parte di liberalità. E quel principe che va con li eserciti, che si pasce di prede, di sacchi e di taglie, maneggia quello di altri, gli è necessaria questa liberalità: altrimenti non sarebbe seguito da' soldati. E di quello che non è tuo o de' sudditi tuoi si può essere più largo donatore, come fu Ciro, Cesare e Alessandro: perché lo spendere quel d'altri non ti toglie reputazione ma te ne aggiunge; solamente lo spendere el tuo è quello che ti nuoce. E non ci è cosa che consumi sé stessa quanto la liberalità, la quale mentre che tu usi perdi la facultà di usarla e diventi o povero e contennendo o, per fuggire la povertà, rapace e odioso. E in tra tutte le cose di che uno principe si debbe guardare è lo essere contennendo e odioso: e la liberalità all'una e l'altra cosa ti conduce. Pertanto è più sapienza tenersi el nome del misero, che partorisce una infamia sanza odio, che, per volere el nome del liberale, essere necessitato incorrere nel nome del rapace, che partorisce una infamia con odio.</p></div1>
<div1 type="parte">
<head>XVII</head>
<argument><p><foreign lang="lat">DE CRUDELITATE ET PIETATE; ET AN SIT MELIUS AMARI QUAM TIMERI, VEL E CONTRA.</foreign></p></argument>
<p>Scendendo appresso alle altre qualità preallegate, dico che ciascuno principe debbe desiderare di essere tenuto piatoso e non crudele: nondimanco debbe avvertire di non usare male questa pietà. Era tenuto Cesare Borgia crudele: nondimanco quella sua crudeltà aveva racconcia la Romagna, unitola, ridottola in pace e in fede. Il che se si considera bene, si vedrà quello essere stato molto più piatoso che il populo fiorentino, il quale, per fuggire il nome di crudele, lasciò distruggere Pistoia. Debbe pertanto uno principe non si curare della infamia del crudele per tenere e' sudditi sua uniti e in fede: perché con pochissimi esempli sarà più pietoso che quelli e' quali per troppa pietà lasciono seguire e' disordini, di che ne nasca uccisioni o rapine; perché queste sogliono offendere una universalità intera, e quelle esecuzioni che vengono dal principe offendono uno particulare. E in fra tutti e' principi al principe nuovo è impossibile fuggire il nome di crudele, per essere gli stati nuovi pieni di pericoli. E Vergilio nella bocca di Didone dice: «Res dura et regni novitas me talia cogunt moliri et late fines custode tueri». Nondimanco debbe essere grave al credere e al muoversi, né si fare paura da sé stesso: e procedere in modo, temperato con prudenza e umanità, che la troppa confidenzia non lo facci incauto e la troppa diffidenzia non lo renda intollerabile.</p>
<p>Nasce da questo una disputa, s'e' gli è meglio essere amato che temuto o e converso. Rispondesi che si vorrebbe essere l'uno e l'altro; ma perché e' gli è difficile accozzarli insieme, è molto più sicuro essere temuto che amato, quando si abbi a mancare dell'uno de' dua. Perché degli uomini si può dire questo, generalmente, che sieno ingrati, volubili, simulatori e dissimulatori, fuggitori de' pericoli, cupidi del guadagno; e mentre fai loro bene e' sono tutti tua, offeronti el sangue, la roba, la vita, e' figliuoli, come di sopra dissi, quando el bisogno è discosto: ma quando ti si appressa, si rivoltono, e quello principe che si è tutto fondato in su le parole loro, trovandosi nudo di altre preparazioni, ruina. Perché le amicizie che si acquistono col prezzo, e non con grandezza e nobilità di animo, si meritano, ma elle non si hanno, e alli tempi non si possono spendere; e li uomini hanno meno rispetto a offendere uno che si facci amare, che uno che si facci temere: perché lo amore è tenuto da uno vinculo di obligo, il quale, per essere gl'uomini tristi, da ogni occasione di propria utilità è rotto, ma il timore è tenuto da una paura di pena che non ti abbandona mai.</p>
<p>Debbe nondimanco el principe farsi temere in modo che, se non acquista lo amore, che fugga l'odio: perché e' può molto bene stare insieme essere temuto e non odiato. Il che farà sempre, quando si astenga da la roba de' sua cittadini e de' sua sudditi e da le donne loro. E quando pure gli bisognassi procedere contro al sangue di alcuno, farlo quando vi sia iustificazione conveniente e causa manifesta. Ma soprattutto astenersi da la roba di altri, perché li uomini sdimenticano più presto la morte del padre che la perdita del patrimonio; di poi, le cagione del tòrre la roba non mancano mai, e sempre, colui che comincia a vivere per rapina, truova cagione di occupare quello di altri: e per avverso contro al sangue sono più rare e mancano più presto.</p>
<p>Ma quando el principe è con li eserciti e ha in governo moltitudine di soldati, allora al tutto è necessario non si curare del nome del crudele: perché sanza questo nome non si tenne mai esercito unito né disposto ad alcuna fazione. In tra le mirabili azioni di Annibale si connumera questa, che, avendo uno esercito grossissimo, misto di infinite generazioni di uomini, condotto a militare in terra aliena, non vi surgessi mai alcuna dissensione, né in fra loro, né contro al principe, così nella cattiva come nella sua buona fortuna. Il che non possé nascere da altro che da quella sua inumana crudeltà: la quale, insieme con infinite sua virtù, lo fece sempre nel conspetto de' sua soldati venerando e terribile. E sanza quella, a fare quello effetto, l'altre sua virtù non bastavano: e li scrittori, in questo, poco considerati da l'una parte ammirano questa sua azione, da l'altra dannano la principale cagione di essa.</p>
<p>E che sia vero che le altre sua virtù non sarebbono bastate, si può considerare in Scipione, rarissimo non solamente ne' tempi sua ma in tutta la memoria delle cose che si sanno, dal quale li eserciti sua in Ispagna si ribellorno: il che non nacque da altro che da la sua troppa pietà, la quale aveva data alli suoi soldati più licenza che alla disciplina militare non si conveniva. La qual cosa gli fu da Fabio Massimo in senato rimproverata e chiamato da lui corruttore della romana milizia. E' locrensi, essendo suti da uno legato di Scipione destrutti, non furno vendicati né fu da lui la insolenzia di quello legato corretta, tutto nascendo da quella sua natura facile; talmente che, volendolo alcuno escusare in senato, disse come gli erano molti uomini che sapevano meglio non errare che correggere gli errori. La qual natura arebbe col tempo violato la fama e la gloria di Scipione, se egli avessi con essa perseverato nello imperio: ma, vivendo sotto il governo del senato, questa sua qualità dannosa non solum si nascose, ma gli fu a gloria.</p>
<p>Concludo adunque, tornando allo essere temuto e amato, che, amando li uomini a posta loro e temendo a posta del principe, debbe uno principe savio fondarsi in su quello che è suo, non in su quello ch'è di altri; debbe solamente ingegnarsi di fuggire l'odio, come è detto.</p></div1>
<div1 type="parte">
<head>XVIII</head>
<argument><p><foreign lang="lat">QUOMODO FIDES A PRINCIPIBUS SIT SERVANDA.</foreign></p></argument>
<p>Quanto sia laudabile in uno principe il mantenere la fede e vivere con integrità e non con astuzia, ciascuno lo intende; nondimanco si vede per esperienza ne' nostri tempi quelli principi avere fatto gran cose, che della fede hanno tenuto poco conto e che hanno saputo con l'astuzia aggirare e' cervelli delli uomini: e alla fine hanno superato quelli che si sono fondati in su la realtà.</p>
<p>Dovete adunque sapere come e' sono dua generazioni di combattere: l'uno, con le leggi; l'altro, con la forza. Quel primo è proprio dello uomo; quel secondo, delle bestie. Ma perché el primo molte volte non basta, conviene ricorrere al secondo: pertanto a uno principe è necessario sapere bene usare la bestia e lo uomo. Questa parte è suta insegnata alli principi copertamente da li antichi scrittori, e' quali scrivono come Achille e molti altri di quelli principi antichi furno dati a nutrire a Chirone centauro, che sotto la sua disciplina li custodissi. Il che non vuole dire altro, avere per precettore uno mezzo bestia e mezzo uomo, se non che bisogna a uno principe sapere usare l'una e l'altra natura: e l'una sanza l'altra non è durabile.</p>
<p>Sendo dunque necessitato uno principe sapere bene usare la bestia, debbe di quelle pigliare la golpe e il lione: perché el lione non si difende da' lacci, la golpe non si difende da' lupi; bisogna adunque essere golpe a conoscere e' lacci, e lione a sbigottire e' lupi: coloro che stanno semplicemente in sul lione, non se ne intendono. Non può pertanto uno signore prudente, né debbe, osservare la fede quando tale osservanzia gli torni contro e che sono spente le cagioni che la feciono promettere. E se li uomini fussino tutti buoni, questo precetto non sarebbe buono: ma perché e' sono tristi e non la osserverebbono a te, tu etiam non l'hai a osservare a loro; né mai a uno principe mancorno cagioni legittime di colorire la inosservanzia. Di questo se ne potrebbe dare infiniti esempli moderni e mostrare quante pace, quante promisse sono state fatte irrite e vane per la infidelità de' principi: e quello che ha saputo meglio usare la golpe, è meglio capitato. Ma è necessario questa natura saperla bene colorire ed essere gran simulatore e dissimulatore: e sono tanto semplici gli uomini, e tanto ubbidiscono alle necessità presenti, che colui che inganna troverrà sempre chi si lascerà ingannare.</p>
<p>Io non voglio delli esempli freschi tacerne uno. Alessandro sesto non fece mai altro, non pensò mai ad altro che a ingannare uomini, e sempre trovò subietto da poterlo fare: e non fu mai uomo che avessi maggiore efficacia in asseverare, e con maggiori iuramenti affermassi una cosa, che la osservassi meno; nondimeno sempre gli succederno gl'inganni ad votum, perché conosceva bene questa parte del mondo.</p>
<p>A uno principe adunque non è necessario avere in fatto tutte le soprascritte qualità, ma è bene necessario parere di averle; anzi ardirò di dire questo: che, avendole e osservandole sempre, sono dannose, e, parendo di averle, sono utili; come parere piatoso, fedele, umano, intero, religioso, ed essere: ma stare in modo edificato con lo animo che, bisognando non essere, tu possa e sappia diventare il contrario. E hassi a intendere questo, che uno principe e massime uno principe nuovo non può osservare tutte quelle cose per le quali gli uomini sono chiamati buoni, sendo spesso necessitato, per mantenere lo stato, operare contro alla fede, contro alla carità, contro alla umanità, contro alla religione. E però bisogna che egli abbia uno animo disposto a volgersi secondo che e' venti della fortuna e la variazione delle cose gli comandano; e, come di sopra dissi, non partirsi dal bene, potendo, ma sapere entrare nel male, necessitato.</p>
<p>Debbe adunque uno principe avere gran cura che non gli esca mai di bocca cosa che non sia piena delle soprascritte cinque qualità; e paia, a udirlo e vederlo, tutto pietà, tutto fede, tutto integrità, tutto umanità, tutto religione: e non è cosa più necessaria a parere di avere, che questa ultima qualità. E li uomini in universali iudicano più alli occhi che alle mani; perché tocca a vedere a ognuno, a sentire a pochi: ognuno vede quello che tu pari, pochi sentono quello che tu se'; e quelli pochi non ardiscono opporsi alla opinione di molti che abbino la maestà dello stato che gli difenda; e nelle azioni di tutti li uomini, e massime de' principi, dove non è iudizio a chi reclamare, si guarda al fine.</p>
<p>Facci dunque uno principe di vincere e mantenere lo stato: e' mezzi sempre fieno iudicati onorevoli e da ciascuno saranno laudati; perché el vulgo ne va preso con quello che pare e con lo evento della cosa: e nel mondo non è se non vulgo, e' pochi non ci hanno luogo quando gli assai hanno dove appoggiarsi. Alcuno principe de' presenti tempi, il quale non è bene nominare, non predica mai altro che pace e fede, e dell'una e dell'altra è inimicissimo: e l'una e l'altra, quando e' l'avessi osservata, gli arebbe più volte tolto e la riputazione e lo stato.</p></div1>
<div1 type="parte">
<head>XIX</head>
<argument><p><foreign lang="lat">DE CONTEMPTU ET ODIO FUGIENDO.</foreign></p></argument>
<p>Ma perché, circa le qualità di che di sopra si fa menzione, io ho parlato delle più importanti, l'altre voglio discorrere brevemente sotto queste generalità: che el principe pensi, come in parte di sopra è detto, di fuggire quelle cose che lo faccino odioso o contennendo; e qualunque volta e' fuggirà questo, arà adempiuto le parti sua e non troverrà nelle altre infamie periculo alcuno. Odioso soprattutto lo fa, come io dissi, essere rapace e usurpatore della roba e delle donne de' sudditi: da che si debbe astenere. E qualunque volta alle universalità delli uomini non si toglie né onore né roba, vivono contenti: e solo si ha a combattere con la ambizione de' pochi, la quale in molti modi e con facilità si raffrena. Contennendo lo fa essere tenuto vario, leggieri, effeminato, pusillanime, irresoluto: da che uno principe si debbe guardare come da uno scoglio, e ingegnarsi che nelle azioni sua si riconosca grandezza, animosità, gravità, fortezza; e circa a' maneggi privati tra ' sudditi volere che la sua sentenza sia irrevocabile; e si mantenga in tale opinione che alcuno non pensi né a ingannarlo né ad aggirarlo.</p>
<p>Quel principe che dà di sé questa opinione è reputato assai, e contro a chi è reputato con difficultà si congiura, con difficultà è assaltato, purché s'intenda che sia eccellente e che sia reverito da' sua. Perché uno principe debbe avere dua paure: una dentro, per conto de' sudditi; l'altra di fuori, per conto de' potentati esterni. Da questa si difende con le buone arme e con e' buoni amici: e sempre, se arà buone arme, arà buoni amici. E sempre staranno ferme le cose di dentro, quando stieno ferme quelle di fuora, se già le non fussino perturbate da una congiura: e quando pure quelle di fuora movessino, s'egli è ordinato e vissuto come ho detto, quando e' non si abbandoni, sosterrà sempre ogni impeto, come io dissi che fece Nabide spartano.</p>
<p>Ma circa ' sudditi, quando le cose di fuora non muovino, si ha a temere che non coniurino secretamente; di che el principe si assicura assai fuggendo lo essere odiato o disprezzato, e tenendosi el populo satisfatto di lui: il che è necessario conseguire, come di sopra a lungo si disse. E uno de' più potenti remedi che abbia uno principe contro alle congiure, è non essere odiato da lo universale: perché sempre chi coniura crede con la morte del principe satisfare al populo, ma quando creda offenderlo non piglia animo a prendere simile partito. Perché le difficultà che sono da la parte de' congiuranti sono infinite, e per esperienza si vede molte essere state le congiure e poche avere avuto buono fine. Perché chi congiura non può essere solo, né può prendere compagnia se non di quelli che creda essere malcontenti: e subito che a uno malcontento tu hai scoperto lo animo tuo, gli dai materia a contentarsi, perché manifestandoti lui ne può sperare ogni commodità; talmente che, veggendo il guadagno sicuro da questa parte, e da l'altra veggendolo dubbio e pieno di periculo, conviene bene o ch'e' sia raro amico o ch'e' sia al tutto ostinato inimico del principe, a osservarti la fede. E per ridurre la cosa in brevi termini, dico che da la parte del coniurante non è se non paura, gelosia e sospetto di pena che lo sbigottisce: ma da la parte del principe è la maestà del principato, le leggi, le difese delli amici e dello stato che lo difendono. Talmente che, aggiunto a tutte queste cose la benivolenzia populare, è impossibile che alcuno sia sì temerario che congiuri: perché dove, per l'ordinario, uno coniurante ha a temere innanzi alla esecuzione del male, in questo caso debbe temere ancora poi, avendo per nimico el populo, seguìto lo eccesso, né potendo per questo sperare refugio alcuno.</p>
<p>Di questa materia se ne potrebbe dare infiniti esempli, ma voglio solo essere contento di uno seguìto a' tempi de' padri nostri. Messere Annibale Bentivogli, avolo del presente messer Annibale, che era principe di Bologna, sendo da' Canneschi, che gli coniurorno contro, ammazzato né rimanendo di lui altri che messere Giovanni, quale era in fasce, subito dopo tale omicidio si levò il populo e ammazzò tutti e' Canneschi. Il che nacque da la benivolenzia populare che la casa de' Bentivogli aveva in quelli tempi: la quale fu tanta che, non restando di quella alcuno, in Bologna, che potessi, morto Annibale, reggere lo stato, e avendo indizio come in Firenze era uno nato de' Bentivogli, che si teneva fino allora figliuolo di uno fabbro, vennono e' bolognesi per quello in Firenze e gli dettono il governo di quella città; la quale fu governata da lui fino a tanto che messer Giovanni pervenissi in età conveniente al governo.</p>
<p>Concludo pertanto che uno principe debbe tenere delle congiure poco conto, quando il populo gli sia benivolo: ma quando gli sia nimico e abbilo in odio, debbe temere d'ogni cosa e di ognuno. E gli stati bene ordinati ed e' principi savi hanno con ogni diligenzia pensato di non disperare e' grandi e satisfare al populo e tenerlo contento: perché questa è una delle più importanti materie che abbi uno principe.</p>
<p>In tra e' regni bene ordinati e governati a' tempi nostri è quello di Francia, e in esso si truovono infinite constituzioni buone donde depende la libertà e la sicurtà del re: delle quali la prima è il parlamento e la sua autorità. Perché quello che ordinò quello regno, conoscendo l'ambizione de' potenti e la insolenzia loro, e iudicando essere loro necessario uno freno in bocca che gli correggessi, — e da l'altra parte conoscendo l'odio dello universale contro a' grandi fondato in su la paura, e volendo assicurargli, — non volle che questa fussi particulare cura del re, per torgli quello carico che potessi avere co' grandi favorendo e' populari, e co' populari favorendo e' grandi. E però constituì uno iudice terzo, che fussi quello che sanza carico del re battessi e' grandi e favorissi e' minori: né poté essere questo ordine migliore né più prudente, né che sia maggiore cagione della sicurtà del re e del regno. Di che si può trarre un altro notabile: che e' principi le cose di carico debbono fare sumministrare ad altri, quelle di grazia loro medesimi. E di nuovo concludo che uno principe debbe stimare e' grandi, ma non si fare odiare dal populo.</p>
<p>Parrebbe forse a molti, considerato la vita e morte di alcuno imperadore romano, ch'e' fussino esempli contrari a questa mia opinione, trovando alcuno essere vissuto sempre egregiamente e mostro gran virtù d'animo: nondimeno aver perso lo imperio, o vero essere stato morto da' sua che gli hanno congiurato contro. Volendo pertanto rispondere a queste obiezioni, discorrerò le qualità di alcuni imperadori, mostrando le cagioni della loro ruina non disforme da quello che da me si è addutto; e parte metterò in considerazione quelle cose che sono notabili a chi legge le azioni di quelli tempi. E voglio mi basti pigliare tutti quelli imperadori che succederno allo imperio da Marco filosofo a Massimino, e' quali furno: Marco, Commodo suo figliuolo, Pertinace, Iuliano, Severo, Antonino Caracalla suo figliuolo, Macrino, Eliogabal, Alessandro e Massimino. Ed è prima da notare che, dove nelli altri principati si ha solo a contendere con la ambizione de' grandi e insolenzia de' populi, gl'imperadori romani avevano una terza difficultà, di avere a sopportare la crudeltà e avarizia de' soldati. La quale cosa era sì difficile che la fu cagione della ruina di molti, sendo difficile satisfare a' soldati e a' populi; perché e' populi amavano la quiete, e per questo e' principi modesti erano loro grati, ed e' soldati amavano el principe di animo militare e che fussi crudele, insolente e rapace: le quali cose volevano che lui esercitassi ne' populi, per potere avere duplicato stipendio e sfogare la loro avarizia e crudeltà. Le quali cose feciono che quelli imperadori che per natura o per arte non avevano una gran reputazione, tale che con quella e' tenessino l'uno e l'altro in freno, sempre ruinavano. Ed e' più di loro, massime di quegli che come uomini nuovi venivono al principato, conosciuta la difficultà di questi dua diversi umori, si volgevano a satisfare a' soldati, stimando poco lo iniuriare el populo. Il quale partito era necessario: perché, non potendo e' principi mancare di non essere odiati da qualcuno, si debbono sforzare prima di non essere odiati da le università, e quando non possono conseguire questo, debbono fuggire con ogni industria l'odio di quelle università che sono più potenti. E però quelli imperadori che per novità avevano bisogno di favori estraordinari, si aderivano a' soldati più tosto che a' populi: il che tornava nondimeno loro utile, o no, secondo che quel principe si sapeva mantenere reputato con esso loro.</p>
<p>Da queste cagioni sopraddette nacque che Marco, Pertinace e Alessandro, sendo tutti di modesta vita, amatori della iustizia, inimici della crudeltà, umani, benigni, ebbono tutti, da Marco in fuora, tristo fine. Marco solo visse e morì onoratissimo, perché lui successe allo imperio iure hereditario e non aveva a riconoscere quello né da' soldati né da' populi; di poi, essendo accompagnato da molte virtù che lo facevano venerando, tenne sempre, mentre che visse, l'uno e l'altro ordine in tra e' termini suoi, e non fu mai odiato né disprezzato. Ma Pertinace, creato imperadore contro alla voglia de' soldati, — e' quali essendo usi a vivere licenziosamente sotto Commodo non poterno sopportare quella vita onesta alla quale Pertinace gli voleva ridurre,  — onde avendosi creato odio e a questo odio aggiunto el disprezzo sendo vecchio, ruinò ne' primi principii della sua amministrazione. E qui si debbe notare che l'odio si acquista così mediante le buone opere, come le triste: e però, come io dissi di sopra, uno principe volendo mantenere lo stato è spesso sforzato a non essere buono. Perché, quando quella università, o populi o soldati o grandi che si sieno, della quale tu iudichi avere, per mantenerti, più bisogno è corrotta, ti conviene seguire l'umore suo per satisfarle: e allora le buone opere ti sono nimiche.</p>
<p>Ma vegnamo ad Alessandro, il quale fu di tanta bontà che, in tra le altre laude che gli sono attribuite, è questa: che in quattordici anni che tenne lo 'mperio non fu mai morto da lui alcuno iniudicato; nondimanco, essendo tenuto effeminato e uomo che si lasciassi governare alla madre, e per questo venuto in disprezzo, conspirò in lui l'esercito e ammazzollo.</p>
<p>Discorrendo ora per opposito le qualità di Commodo, di Severo, di Antonino Caracalla e Massimino, gli troverrete crudelissimi e rapacissimi: e' quali, per satisfare a' soldati, non perdonorno ad alcuna qualità d'iniuria che ne' populi si potessi commettere. E tutti eccetto Severo ebbono tristo fine; perché in Severo fu tanta virtù che, mantenendosi e' soldati amici, ancora che e' populi fussino da lui gravati, possé sempre regnare felicemente: perché quelle sua virtù lo facevano nel conspetto de' soldati e de' populi sì mirabile che questi rimanevano quodammodo stupidi e attoniti, e quelli altri reverenti e satisfatti. E perché le azioni di costui furno grandi e notabili in uno principe nuovo, io voglio brevemente mostrare quanto e' seppe bene usare la persona del lione e della golpe, le quali nature io dico di sopra essere necessarie imitare a uno principe.</p>
<p>Conosciuto Severo la ignavia di Iuliano imperadore, persuase al suo esercito, del quale era in Stiavonia capitano, che e' gli era bene andare a Roma a vendicare la morte di Pertinace, il quale da' soldati pretoriani era suto morto. E sotto questo colore, sanza mostrare di aspirare allo imperio, mosse lo esercito contro a Roma e fu prima in Italia che si sapessi la sua partita. Arrivato a Roma, fu dal senato per timore eletto imperadore e morto Iuliano. Restava dopo questo principio a Severo dua difficultà, volendosi insignorire di tutto lo stato: l'una in Asia, dove Nigro, capo delli eserciti asiatici, si era fatto chiamare imperadore; e l'altra in Ponente, dove era Albino quale ancora lui aspirava allo imperio. E perché iudicava periculoso scoprirsi inimico a tutti a dua, deliberò di assaltare Nigro e ingannare Albino: al quale scrisse come, sendo stato dal senato eletto imperadore, voleva participare quella dignità con lui; e mandogli il titulo di Cesare e per deliberazione del senato se lo aggiunse collega: le quali cose furno da Albino accettate per vere. Ma poi che Severo ebbe vinto e morto Nigro e pacate le cose orientali, ritornatosi a Roma, si querelò in senato come Albino, poco conoscente de' benifizi ricevuti da lui, aveva dolosamente cerco di ammazzarlo: e per questo era necessitato di andare a punire la sua ingratitudine; di poi lo andò a trovare in Francia e gli tolse lo stato e la vita. E chi esaminerà tritamente le azioni di costui, lo troverrà uno ferocissimo lione e una astutissima golpe, e vedrà quello temuto e reverito da ciascuno e da li eserciti non odiato; e non si maraviglierà se lui, uomo nuovo, arà potuto tenere tanto imperio, perché la sua grandissima reputazione lo difese sempre da quello odio che ' populi per le sue rapine avevano potuto concipere.</p>
<p>Ma Antonino suo figliuolo fu ancora lui uomo che aveva parte eccellentissime e che lo facevano maraviglioso nel conspetto de' populi e grato a' soldati, perché lui era uomo militare, sopportantissimo d'ogni fatica, disprezzatore d'ogni cibo dilicato e di ogni altra mollizie: la qual cosa lo faceva amare da tutti li eserciti. Nondimanco la sua ferocia e crudeltà fu tanta e sì inaudita, per avere dopo infinite occisioni particulari morto gran parte del populo di Roma e tutto quello di Alessandria, che diventò odiosissimo a tutto il mondo e cominciò a essere temuto etiam da quelli che lui aveva d'intorno: in modo che fu ammazzato da uno centurione in mezzo del suo esercito. Dove è da notare che queste simili morte, le quali seguano per deliberazione di uno animo ostinato, sono da' principi inevitabili, perché ciascuno che non si curi di morire lo può offendere: ma debbe bene el principe temerne meno, perché le sono rarissime. Debbe solo guardarsi di non fare grave ingiuria ad alcuno di coloro di chi si serve e che egli ha d'intorno a' servizi del suo principato; come aveva fatto Antonino, il quale aveva morto contumeliosamente uno fratello di quello centurione e lui ogni giorno minacciava, tamen lo teneva a guardia del corpo suo: il che era partito temerario e da ruinarvi, come gl'intervenne.</p>
<p>Ma vegnamo a Commodo, al quale era facilità grande tenere l'imperio per averlo iure hereditario, sendo figliuolo di Marco: e solo gli bastava seguire le vestigie del padre, e a' soldati e a' populi arebbe satisfatto. Ma essendo di animo crudele e bestiale, per potere usare la sua rapacità ne' populi, si volse a intrattenere li eserciti e fargli licenziosi: da l'altra parte, non tenendo la sua dignità, discendendo spesso ne' teatri a combattere co' gladiatori e faccendo altre cose vilissime e poco degne della maestà imperiale, diventò contennendo nel conspetto de' soldati. Ed essendo odiato da l'una parte e disprezzato da l'altra, fu conspirato in lui e morto.</p>
<p>Restaci a narrare le qualità di Massimino. Costui fu uomo bellicosissimo, ed essendo gli eserciti infastiditi della mollizie di Alessandro, del quale ho di sopra discorso, morto lui lo elessono allo imperio: il quale non molto tempo possedé, perché due cose lo feciono odioso e contennendo. L'una, essere vilissimo per avere già guardate le pecore in Tracia: la qual cosa era per tutto notissima, il che li faceva una grande dedignazione nel conspetto di qualunque. L'altra, perché, avendo nello ingresso del suo principato differito lo andare a Roma e intrare nella possessione della sedia imperiale, aveva dato di sé opinione di crudelissimo, avendo per li suoi prefetti in Roma e in qualunque luogo dello imperio esercitato molte crudeltà. Talmente che, commosso tutto il mondo da lo sdegno per la viltà del suo sangue e da l'odio per la paura della sua ferocia, si ribellò prima Africa, di poi el senato, con tutto il populo di Roma e tutta Italia, gli conspirò contro; a che si aggiunse el suo proprio esercito, quale, campeggiando Aquileia e trovando difficultà nella espugnazione, infastidito da la crudeltà sua e, per vedergli tanti nimici, temendolo meno, lo ammazzò.</p>
<p>Io non voglio ragionare né di Eliogabalo né di Macrino né di Iuliano, e' quali per essere al tutto contennendi si spensono subito, ma verrò alla conclusione di questo discorso; e dico che ' principi de' nostri tempi hanno meno questa difficultà di satisfare estraordinariamente a' soldati ne' governi loro: perché, non ostante che si abbia ad avere a quegli qualche considerazione, tamen si resolve presto per non avere alcuno di questi principi eserciti insieme che sieno inveterati con e' governi e amministrazione delle provincie, come erano gli eserciti dello imperio romano. E però se allora era necessario satisfare più alli soldati che a' populi, perché e' soldati potevano più che e' populi, ora è più necessario a tutti e' principi, eccetto che al Turco e al Soldano, satisfare a' populi che a' soldati, perché e' populi possono più di quelli. Di che io ne eccettuo el Turco, tenendo quello continuamente insieme intorno a sé dodicimila fanti e quindicimila cavagli, da' quali depende la securtà e fortezza del suo regno: ed è necessario che, posposto ogni altro respetto, quel signore se li mantenga amici. Similmente el regno del Soldano sendo tutto in nelle mani de' soldati, conviene che ancora lui sanza respetto de' populi se li mantenga amici. E avete a notare che questo stato del Soldano è disforme a tutti li altri principati, perché e' gli è simile al pontificato cristiano, il quale non si può chiamare né principato ereditario né principato nuovo: perché non e' figliuoli del principe vecchio sono eredi e rimangono signori, ma colui che è eletto a quello grado da quegli che ne hanno autorità; ed essendo questo ordine antiquato non si può chiamare principato nuovo, per che in quello non sono alcune di quelle difficultà che sono ne' nuovi: perché, se bene el principe è nuovo, gli ordini di quello stato sono vecchi e ordinati a riceverlo come se fussi loro signore ereditario.</p>
<p>Ma torniamo alla materia nostra. Dico che qualunque considerrà el soprascritto discorso, vedrà o l'odio o il disprezzo essere suti cagione della ruina di quelli imperadori prenominati; e conoscerà ancora donde nacque che, parte di loro procedendo in uno modo e parte al contrario, in qualunque di quegli uno di loro ebbe felice e gli altri infelice fine. Perché a Pertinace e Alessandro, per essere principi nuovi, fu inutile e dannoso volere imitare Marco, che era nel principato iure hereditario; e similmente a Caracalla, Commodo e Massimino essere stata cosa perniziosa imitare Severo, per non avere aùta tanta virtù che bastassi a seguitare le vestigie sua. Pertanto uno principe nuovo in uno principato nuovo non può imitare le azioni di Marco, né ancora è necessario seguitare quelle di Severo: ma debbe pigliare da Severo quelle parti che per fondare el suo stato sono necessarie, e da Marco quelle che sono convenienti e gloriose a conservare uno stato che sia già stabilito e fermo.</p></div1>
<div1 type="parte">
<head>XX</head>
<argument><p><foreign lang="lat">AN ARCES ET MULTA ALIA, QUAE QUOTTIDIE A PRINCIPIBUS FIUNT, UTILIA AN INUTILIA SINT.</foreign></p></argument>
<p>Alcuni principi per tenere sicuramente lo stato hanno disarmati e' loro sudditi; alcuni hanno tenuto divise le terre subiette. Alcuni hanno nutrito inimicizie contro a sé medesimo; alcuni altri si sono volti a guadagnarsi quelli che gli erano suspetti nel principio del suo stato. Alcuni hanno edificato fortezze; alcuni le hanno ruinate e destrutte. E benché di tutte queste cose non si possa dare determinata sentenza, se non si viene a' particulari di quegli stati dove si avessi a pigliare alcuna simile deliberazione, nondimanco io parlerò in quello modo largo che la materia per sé medesima sopporta.</p>
<p>Non fu mai adunque che uno principe nuovo disarmassi e' suoi sudditi: anzi, quando gli ha trovati disarmati, sempre gli ha armati; perché, armandosi, quelle arme diventano tua, diventano fedeli quelli che ti sono sospetti, e quelli che erano fedeli si mantengono, e di sudditi si fanno tua partigiani. E perché tutti e' sudditi non si possono armare, quando si benificano quegli che tu armi, con gli altri si può fare più a sicurtà: e quella diversità del procedere, che conoscono in loro, gli fa tua obligati; quelli altri ti scusano, iudicando essere necessario quegli avere più merito che hanno più periculo e più obligo. Ma quando tu gli disarmi, tu cominci a offendergli: mostri che tu abbi in loro diffidenzia, o per viltà o per poca fede, e l'una e l'altra di queste opinioni concepe odio contro di te; e perché tu non puoi stare disarmato, conviene ti volti alla milizia mercennaria, la quale è di quella qualità che di sopra è detto: e quando la fussi buona, non può essere tanta che ti difenda da nimici potenti e da sudditi sospetti. Però, come io ho detto, uno principe nuovo, in uno principato nuovo, sempre vi ha ordinato l'arme: di questi esempli ne sono piene le istorie. Ma quando uno principe acquista uno stato nuovo, che come membro si aggiunga al suo vecchio, allora è necessario disarmare quello stato, eccetto quegli che nello acquistarlo sono suti tua partigiani: e quegli ancora col tempo e con le occasioni è necessario renderli molli ed effeminati, e ordinarsi in modo che solo le arme di tutto il tuo stato sieno in quelli tuoi soldati propri che nello stato tuo antico vivèno appresso di te.</p>
<p>Solevano li antichi nostri, e quelli che erano stimati savi, dire come era necessario tenere Pistoia con le parte e Pisa con le fortezze; e per questo nutrivano in qualche terra loro suddita le differenzie, per possederle più facilmente. Questo, in quelli tempi che Italia era in uno certo modo bilanciata, doveva essere bene fatto: ma non credo già che si possa dare oggi per precetto; perché io non credo che le divisioni facessino mai bene alcuno: anzi è necessario, quando el nimico si accosta, che le città divise si perdino subito, perché sempre la parte più debole si aderirà alle forze esterne e l'altra non potrà reggere.</p>
<p>Viniziani, mossi come io credo da le ragioni soprascritte, nutrivano le sette guelfe e ghibelline nelle città loro suddite; e benché non li lasciassino mai venire al sangue, tamen nutrivano tra loro questi dispareri acciò che, occupati quelli cittadini in quelle loro differenzie, non si unissino contro di loro. Il che, come si vide, non tornò loro poi a proposito: perché, sendo rotti a Vailà, subito una parte di quelle prese ardire e tolsono loro tutto lo stato. Arguiscono pertanto simili modi debolezza del principe, perché in uno principato gagliardo mai si permetteranno simili divisioni: perché le fanno solo profitto a tempo di pace, potendosi mediante quelle più facilmente maneggiare e' sudditi, ma, venendo la guerra, mostra simile ordine la fallacia sua.</p>
<p>Sanza dubio e' principi diventano grandi quando superano le difficultà e le opposizioni che sono fatte loro; e però la fortuna, massime quando vuole fare grande uno principe nuovo, il quale ha maggiore necessità di acquistare reputazione che uno ereditario, gli fa nascere de' nimici e fagli fare delle imprese contro, acciò che quello abbi cagione di superarle e, su per quella scala che gli hanno porta li inimici suoi, salire più alto. Però molti iudicano che uno principe savio debbe, quando e' ne abbia la occasione, nutrirsi con astuzia qualche inimicizia, acciò che, oppressa quella, ne seguiti maggior sua grandezza.</p>
<p>Hanno e' principi, et praesertim quegli che sono nuovi, trovata più fede e più utilità in quelli uomini che nel principio del loro stato sono suti tenuti sospetti, che in quelli che erano nel principio confidenti. Pandolfo Petrucci, principe di Siena, reggeva lo stato suo più con quelli che gli furno sospetti che con li altri. Ma di questa cosa non si può parlare largamente, perché la varia secondo il subietto; solo dirò questo, che quelli uomini che nel principio d'uno principato sono stati inimici, che sono di qualità che a mantenersi abbino bisogno di appoggiarsi, sempre el principe con facilità grandissima se gli potrà guadagnare: e loro maggiormente sono forzati a servirlo con fede, quanto conoscono essere loro più necessario cancellare con le opere quella opinione sinistra che si aveva di loro. E così el principe ne trae sempre più utilità, che di coloro che, servendolo con troppa sicurtà, straccurano le cose sua.</p>
<p>E poiché la materia lo ricerca, non voglio lasciare indietro ricordare alli principi che hanno preso uno stato di nuovo, mediante e' favori intrinseci di quello, che considerino bene qual cagione abbi mosso quegli che lo hanno favorito a favorirlo. E se la non è affezione naturale verso di loro, ma fussi solo perché quelli non si contentavano di quello stato, con fatica e difficultà grande se gli potrà mantenere amici: perché e' fia impossibile che lui possa contentargli. E discorrendo bene, con quelli esempli che da le cose antiche e moderne si traggono, la cagione di questo, vedrà essergli molto più facile guadagnarsi amici quegli uomini che dello stato innanzi si contentavano, e però erano sua inimici, che quegli che, per non se ne contentare, gli diventorno amici e favorironlo a occuparlo.</p>
<p>È suta consuetudine de' principi, per potere tenere più sicuramente lo stato loro, edificare fortezze che sieno la briglia e il freno di quelli che disegnassino fare loro contro, e avere uno refugio sicuro da uno sùbito impeto. Io laudo questo modo perché e' gli è usitato ab antiquo: nondimanco messer Niccolò Vitelli, ne' tempi nostri, si è visto disfare dua fortezze in Città di Castello per tenere quello stato; Guido Ubaldo duca di Urbino, ritornato nella sua dominazione, donde da Cesare Borgia era suto cacciato, ruinò funditus tutte le fortezze di quella sua provincia e iudicò sanza quelle più difficilmente riperdere quello stato; Bentivogli, ritornati in Bologna, usorno simili termini. Sono dunque le fortezze utili, o no, secondo e' tempi: e, se le ti fanno bene in una parte, ti offendono in una altra. E puossi discorrere questa parte così: che quel principe che ha più paura de' populi che de' forestieri, debbe fare le fortezze; ma quello che ha più paura de' forestieri che de' populi, debbe lasciarle indietro. Alla casa Sforzesca ha fatto e farà più guerra el castello di Milano, che vi edificò Francesco Sforza, che veruno altro disordine di quello stato. Però la migliore fortezza che sia è non essere odiato dal populo; perché, ancora che tu abbi le fortezze e il populo ti abbia in odio, le non ti salvano: perché e' non mancano mai a' populi, preso che gli hanno l'arme, forestieri che gli soccorrino. Ne' tempi nostri non si vede che quelle abbino profittato ad alcuno principe, se non alla contessa di Furlì, quando fu morto il conte Ieronimo suo consorte: perché mediante quella possé fuggire l'impeto populare e aspettare il soccorso da Milano e recuperare lo stato; ed e' tempi stavano allora in modo che il forestieri non poteva soccorrere il populo. Ma di poi valsono ancora a lei poco le fortezze, quando Cesare Borgia l'assaltò e che il populo, suo inimico, si coniunse col forestiere. Pertanto allora e prima sarebbe suto più sicuro a lei non essere odiata dal populo, che avere le fortezze. Considerato adunque tutte queste cose, io lauderò chi farà le fortezze e chi non le farà; e biasimerò qualunque, fidandosi delle fortezze, stimerà poco essere odiato da' populi.</p></div1>
<div1 type="parte">
<head>XXI</head>
<argument><p><foreign lang="lat">QUOD PRINCIPEM DECEAT UT EGREGIUS HABEATUR.</foreign></p></argument>
<p>Nessuna cosa fa tanto stimare uno principe, quanto fanno le grande imprese e dare di sé rari esempli. Noi abbiamo ne' nostri tempi Ferrando di Aragona, presente re di Spagna; costui si può chiamare quasi principe nuovo, perché d'uno re debole è diventato per fama e per gloria el primo re de' cristiani; e se considerrete le azioni sua, le troverrete tutte grandissime e qualcuna estraordinaria. Lui nel principio del suo regno assaltò la Granata, e quella impresa fu il fondamento dello stato suo. Prima, e' la fece ozioso e sanza sospetto di essere impedito; tenne occupato in quella gli animi di quelli baroni di Castiglia, e' quali, pensando a quella guerra, non pensavano a innovazioni: e lui acquistava in quel mezzo reputazione e imperio sopra di loro, che non se ne accorgevano; possé nutrire, con danari della Chiesa e de' populi, eserciti, e fare uno fondamento con quella guerra lunga alla milizia sua, la quale lo ha di poi onorato. Oltre a questo, per potere intraprendere maggiore imprese, servendosi sempre della religione, si volse a una pietosa crudeltà cacciando, e spogliando, del suo regno e' marrani: né può essere questo esemplo più miserabile né più raro. Assaltò, sotto questo medesimo mantello, l'Affrica; fece l'impresa di Italia; ha ultimamente assaltato la Francia. E così sempre ha fatte e ordite cose grandi, le quali hanno sempre tenuti sospesi e ammirati gli animi de' sudditi, e occupati nello evento di esse. E sono nate queste sua azioni in modo l'una da l'altra, che non ha dato mai in fra l'una e l'altra spazio alli uomini di potere quietamente operarli contro.</p>
<p>Giova ancora assai a uno principe dare di sé esempli rari circa a' governi di dentro, — simili a quegli che si narrano di messer Bernabò da Milano, — quando si ha l'occasione di alcuno che operi alcuna cosa estraordinaria, o in bene o in male, nella vita civile: e pigliare uno modo, circa premiarlo o punirlo, di che si abbia a parlare assai. E soprattutto uno principe si debbe ingegnare dare di sé in ogni sua azione fama di uomo grande e di ingegno eccellente.</p>
<p>È ancora stimato uno principe, quando egli è vero amico e vero inimico: cioè quando sanza alcuno respetto e' si scuopre in favore di alcuno contro a uno altro. El quale partito fia sempre più utile che stare neutrale: perché, se dua potenti tua vicini vengono alle mani, o e' sono di qualità che, vincendo uno di quegli, tu abbia a temere del vincitore, o no. In qualunque di questi dua casi ti sarà sempre più utile lo scoprirsi e fare buona guerra: perché, nel primo caso, se tu non ti scuopri sarai sempre preda di chi vince, con piacere e satisfazione di colui che è stato vinto; e non hai ragione né cosa alcuna che ti difenda, né chi ti riceva: perché chi vince non vuole amici sospetti e che non lo aiutino nelle avversità; chi perde, non ti riceve per non avere tu voluto con le arme in mano correre la fortuna sua.</p>
<p>Era passato in Grecia Antioco, messovi dagli etoli per cacciarne e' romani; mandò Antioco oratori alli achei, che erano amici de' romani, a confortargli a stare di mezzo: e da la altra parte e' romani gli persuadevano a pigliare l'arme per loro. Venne questa materia a deliberarsi nel concilio delli achei, dove il legato di Antioco gli persuadeva a stare neutrali: a che il legato romano rispose: «Quod autem isti dicunt, non interponendi vos bello, nihil magis alienum rebus vestris est: sine gratia, sine dignitate praemium victoris eritis». E sempre interverrà che colui che non è amico ti ricercherà della neutralità, e quello che ti è amico ti richiederà che ti scuopra con le arme. Ed e' principi male resoluti, per fuggire e' presenti periculi, seguono el più delle volte quella via neutrale, ed el più delle volte rovinano.</p>
<p>Ma quando el principe si scuopre gagliardamente in favore di una parte, se colui con chi tu ti aderisci vince, ancora ch'e' sia potente e che tu rimanga a sua discrezione, egli ha teco obligo, e' vi è contratto lo amore: e gli uomini non sono mai sì disonesti che con tanto esemplo di ingratitudine e' ti opprimessino; di poi le vittorie non sono mai sì stiette che el vincitore non abbia ad avere qualche respetto, e massime alla iustizia. Ma se quello con il quale tu ti aderisci perde, tu sei ricevuto da lui, e mentre che può ti aiuta, e diventi compagno di una fortuna che può resurgere.</p>
<p>Nel secondo caso, quando quelli che combattono insieme sono di qualità che tu non abbi da temere di quello che vince, tanto è maggiore prudenza lo aderirsi, perché tu vai alla ruina di uno con lo aiuto di chi lo doverrebbe salvare, se fussi savio; e vincendo rimane a tua discrezione, ed è impossibile, con lo aiuto tuo, che non vinca. E qui è da notare che uno principe debbe avvertire di non fare mai compagnia con uno più potente di sé per offendere altri, se non quando la necessità ti constringe, come di sopra si dice: perché, vincendo, rimani suo prigione: ed e' principi debbono fuggire, quanto possono, lo stare a discrezione di altri. E' viniziani si accompagnorno con Francia contro al duca di Milano, e potevano fuggire di non fare quella compagnia: di che ne resultò la ruina loro. Ma quando e' non si può fuggirla, — come intervenne a' fiorentini, quando el papa e Spagna andorno con li eserciti ad assaltare la Lombardia, — allora si debbe el principe aderire per le ragioni sopraddette. Né creda mai alcuno stato potere pigliare sempre partiti sicuri, anzi pensi di avere a prenderli tutti dubi; perché si truova questo, nell'ordine delle cose, che mai si cerca fuggire uno inconveniente che non si incorra in uno altro: ma la prudenza consiste in sapere conoscere le qualità delli inconvenienti e pigliare el men tristo per buono.</p>
<p>Debbe ancora uno principe mostrarsi amatore delle virtù, dando ricapito alli uomini virtuosi e onorando gli eccellenti in una arte. Appresso debbe animare e' sua cittadini di potere quietamente esercitare li esercizi loro, e nella mercantia e nella agricultura e in ogni altro esercizio delli uomini; e che quello non tema di ornare la sua possessione per timore che la gli sia tolta, e quello altro di aprire uno traffico per paura delle taglie. Ma debbe preporre premii a chi vuole fare queste cose e a qualunque pensa in qualunque modo ampliare la sua città o il suo stato. Debbe oltre a questo, ne' tempi convenienti dello anno, tenere occupati e' populi con feste e spettaculi; e perché ogni città è divisa in arte o in tribi, tenere conto di quelle università, ragunarsi con loro qualche volta, dare di sé esemplo di umanità e di munificenzia, tenendo sempre ferma nondimanco la maestà della dignità sua.</p></div1>
<div1 type="parte">
<head>XXII</head>
<argument><p><foreign lang="lat">DE HIS QUOS A SECRETIS PRINCIPES HABENT.</foreign></p></argument>
<p>Non è di poca importanza a uno principe la elezione de' ministri, e' quali sono buoni, o no, secondo la prudenza del principe. E la prima coniettura, che si fa del cervello d'uno signore, è vedere li uomini che lui ha d'intorno: e quando sono sufficienti e fedeli, sempre si può reputarlo savio, perché ha saputo conoscerli sufficienti e sa mantenerli fedeli; ma quando sieno altrimenti, sempre si può fare non buono iudizio di lui: perché el primo errore che fa, lo fa in questa elezione.</p>
<p>Non era alcuno che conoscessi messer Antonio da Venafro per ministro di Pandolfo Petrucci, principe di Siena, che non iudicassi Pandolfo essere valentissimo uomo, avendo quello per suo ministro. E perché e' sono di tre generazione cervelli, — l'uno intende da sé, l'altro discerne quello che altri intende, el terzo non intende né sé né altri: quel primo è eccellentissimo, el secondo eccellente, el terzo inutile, — conveniva pertanto di necessità che, se Pandolfo non era nel primo grado, che fussi nel secondo. Perché ogni volta che uno ha iudizio di conoscere il bene o il male che uno fa o dice, ancora che da sé non abbia invenzione, conosce le opere buone e le triste del ministro e quelle esalta e l'altre corregge: e il ministro non può sperare di ingannarlo e mantiensi buono.</p>
<p>Ma, come uno principe possa conoscere el ministro, ci è questo modo, che non falla mai: quando tu vedi el ministro pensare più a sé che a te, e che in tutte le sua azioni vi ricerca dentro l'utile suo, questo tale così fatto mai fia buono ministro, mai te ne potrai fidare. Perché quello che ha lo stato di uno in mano, non debbe pensare mai a sé ma sempre al principe, e non gli ricordare mai cosa che non appartenga a lui; e da l'altro canto el principe, per mantenerlo buono, debba pensare al ministro, onorandolo, faccendolo ricco, obligandoselo participandogli gli onori e carichi: acciò vegga che non può stare sanza lui, e che gli assai onori non li faccino desiderare più onori, le assai ricchezze non gli faccino desiderare più ricchezze, li assai carichi gli faccino temere le mutazioni. Quando adunque e' ministri, ed e' principi circa e' ministri, sono così fatti, possono confidare l'uno dell'altro: quando altrimenti, sempre el fine fia dannoso o per l'uno o per l'altro.</p></div1>
<div1 type="parte">
<head>XXIII</head>
<argument><p><foreign lang="lat">QUOMODO ADULATORES SINT FUGIENDI.</foreign></p></argument>
<p>Non voglio lasciare indreto uno capo importante e uno errore dal quale e' principi con difficultà si difendono, se non sono prudentissimi o se non hanno buona elezione. E questi sono gli adulatori, de' quali le corte sono piene: perché li uomini si compiacciono tanto nelle cose loro proprie, e in modo vi si ingannano, che con difficultà si difendono da questa peste. E a volersene difendere si porta periculo di non diventare contennendo: perché non ci è altro modo a guardarsi da le adulazioni, se non che gli uomini intendino che non ti offendino a dirti el vero, ma quando ciascuno ti può dire il vero, ti manca la reverenza. Pertanto uno principe prudente debbe tenere uno terzo modo, eleggendo nel suo stato uomini savi, e solo a quelli eletti dare libero adito a parlargli la verità, e di quelle cose sole che lui gli domanda e non d'altro, — ma debbe domandargli d'ogni cosa, — e le opinioni loro udire: di poi deliberare da sé a suo modo; e in questi consigli e con ciascuno di loro portarsi in modo che ognuno conosca che, quanto più liberamente si parlerà, più gli fia accetto: fuora di quelli, non volere udire alcuno, andare dietro alla cosa deliberata ed essere ostinato nelle deliberazioni sua. Chi fa altrimenti, o precipita per li adulatori o si muta spesso per la variazione de' pareri: di che ne nasce la poca esistimazione sua.</p>
<p>Io voglio a questo proposito addurre uno esemplo moderno. Pre' Luca, uomo di Massimiliano presente imperadore, parlando di sua Maestà, disse come e' non si consigliava con persona e non faceva mai di cosa alcuna a suo modo. Il che nasceva dal tenere contrario termine al sopraddetto; perché lo imperadore è uomo secreto, non comunica e' sua disegni, non ne piglia parere: ma come nel metterli in atto si cominciano a conoscere e scoprire, gli cominciano a essere contradetti da coloro che lui ha d'intorno, e quello, come facile, se ne stoglie; di qui nasce che quelle cose che lui fa uno giorno distrugge l'altro, e che non si intenda mai quello che si voglia o che disegni fare, e che non si può sopra le sua deliberazioni fondarsi.</p>
<p>Uno principe pertanto debbe consigliarsi sempre, ma quando lui vuole e non quando altri vuole: anzi debbe tòrre animo a ciascuno di consigliarlo di alcuna cosa, se non gliene domanda; ma lui debbe bene essere largo domandatore, e di poi, circa alle cose domandate, paziente auditore del vero: anzi, intendendo che alcuno per alcuno rispetto non gliele dica, turbarsene. E perché molti esistimano che alcuno principe, il quale dà di sé opinione di prudente, sia così tenuto non per sua natura ma per li buoni consigli che lui ha d'intorno, sanza dubio s'ingannano. Perché questa è una regula generale che non falla mai: che uno principe, il quale non sia savio per sé stesso, non può essere consigliato bene, se già a sorte non si rimettessi in uno solo che al tutto lo governassi, che fussi uomo prudentissimo. In questo caso potrebbe bene essere, ma durerebbe poco: perché quel governatore in breve tempo gli torrebbe lo stato. Ma consigliandosi con più d'uno, uno principe che non sia savio non arà mai e' consigli uniti; non saprà per sé stesso unirgli; de' consiglieri, ciascuno penserà alla proprietà sua; lui non gli saperrà né correggere né conoscere: e non si possono trovare altrimenti, perché gl'uomini sempre ti riusciranno tristi, se da una necessità non sono fatti buoni. Però si conclude che e' buoni consigli, da qualunque venghino, conviene naschino da la prudenza del principe, e non la prudenza del principe da' buoni consigli.</p></div1>
<div1 type="parte">
<head>XXIV</head>
<argument><p><foreign lang="lat">CUR ITALIAE PRINCIPES REGNUM AMISERUNT.</foreign></p></argument>
<p>Le cose soprascritte, osservate prudentemente, fanno parere antico uno principe nuovo, e lo rendono subito più sicuro e più fermo nello stato che s'e' vi fussi antiquato dentro. Perché uno principe nuovo è molto più osservato nelle sua azioni che uno ereditario: e quando le sono conosciute virtuose, pigliono molto più gl'uomini e molto più gli obligano che el sangue antico. Perché gli uomini sono molto più presi da le cose presenti che da le passate; e, quando nelle presenti truovono il bene, vi si godono e non cercano altro: anzi, piglieranno ogni difesa per lui, quando el principe non manchi nelle altre cose a sé medesimo. E così arà duplicata gloria, di avere dato principio a uno principato e ornatolo e corroboratolo di buone legge, di buone arme e di buoni esempli; come quello ha duplicata vergogna che, nato principe, per sua poca prudenza lo ha perduto.</p>
<p>E se si considera quelli signori che in Italia hanno perduto lo stato ne' nostri tempi, come el re di Napoli, duca di Milano e altri, si troverrà in loro, prima, uno comune difetto quanto alle arme, per le cagioni che di sopra a lungo si sono discorse; di poi si vedrà alcuni di loro o che arà avuto inimici e' populi, o, se arà avuto il populo amico, non si sarà saputo assicurare de' grandi. Perché sanza questi difetti non si perdono gli stati che abbino tanto nervo che possino tenere uno esercito alla campagna. Filippo macedone, non il patre di Alessandro, ma quello che fu da Tito Quinto vinto, aveva non molto stato rispetto alla grandezza de' romani e di Grecia, che l'assaltò: nondimanco, per essere uomo militare e che sapeva intrattenere il populo e assicurarsi de' grandi, sostenne più anni la guerra contro a quelli; e se alla fine perdé el dominio di qualche città, gli rimase nondimanco el regno.</p>
<p>Pertanto questi nostri principi, e' quali erano stati molti anni nel loro principato, per averlo di poi perso, non accusino la fortuna, ma la ignavia loro: perché, non avendo mai ne' tempi quieti pensato ch'e' possino mutarsi, — il che è comune difetto degli uomini, non fare conto nella bonaccia della tempesta, — quando poi vennono e' tempi avversi, pensorno a fuggirsi non a defendersi, e sperorno che e' populi, infastiditi per la insolenzia de' vincitori, gli richiamassino. Il quale partito, quando mancano gli altri, è buono, ma è bene male avere lasciati li altri remedi per quello: perché non si vorrebbe mai cadere per credere di trovare chi ti ricolga. Il che o non avviene o, s'e' gli avviene, non è con tua sicurtà, per essere quella difesa suta vile e non dependere da te; e quelle difese solamente sono buone, sono certe, sono durabili, che dependono da te proprio e da la virtù tua.</p></div1>
<div1 type="parte">
<head>XXV</head>
<argument><p><foreign lang="lat">QUANTUM FORTUNA IN REBUS HUMANIS POSSIT ET QUOMODO ILLI SIT OCCURRENDUM.</foreign></p></argument>
<p>E' non mi è incognito come molti hanno avuto e hanno opinione che le cose del mondo sieno in modo governate, da la fortuna e da Dio, che li uomini con la prudenza loro non possino correggerle, anzi non vi abbino remedio alcuno; e per questo potrebbono iudicare che non fussi da insudare molto nelle cose, ma lasciarsi governare alla sorte. Questa opinione è suta più creduta ne' nostri tempi per le variazione grande delle cose che si sono viste e veggonsi ogni dì, fuora di ogni umana coniettura. A che pensando io qualche volta, mi sono in qualche parte inclinato nella opinione loro. Nondimanco, perché il nostro libero arbitrio non sia spento, iudico potere essere vero che la fortuna sia arbitra della metà delle azioni nostre, ma che etiam lei ne lasci governare l'altra metà, o presso, a noi. E assimiglio quella a uno di questi fiumi rovinosi che, quando si adirano, allagano e' piani, rovinano li arbori e li edifizi, lievano da questa parte terreno, pongono da quella altra: ciascuno fugge loro dinanzi, ognuno cede all'impeto loro sanza potervi in alcuna parte ostare. E, benché sieno così fatti, non resta però che gli uomini, quando sono tempi queti, non vi potessino fare provedimento e con ripari e con argini: in modo che, crescendo poi, o eglino andrebbono per uno canale o l'impeto loro non sarebbe né sì dannoso né sì licenzioso. Similmente interviene della fortuna, la quale dimostra la sua potenza dove non è ordinata virtù a resisterle: e quivi volta e' sua impeti, dove la sa che non sono fatti gli argini né e' ripari a tenerla. E se voi considerrete la Italia, che è la sedia di queste variazioni e quella che ha dato loro il moto, vedrete essere una campagna sanza argini e sanza alcuno riparo: che, s'ella fussi riparata da conveniente virtù, come è la Magna, la Spagna e la Francia, o questa piena non arebbe fatto le variazioni grande che la ha, o la non ci sarebbe venuta. E questo voglio basti aver detto, quanto allo opporsi alla fortuna, in universali.</p>
<p>Ma ristringendomi più a' particulari, dico come si vede oggi questo principe felicitare e domani ruinare, sanza avergli veduto mutare natura o qualità alcuna; il che credo che nasca, prima, da le cagioni che si sono lungamente per lo addreto discorse: cioè che quel principe, che si appoggia tutto in su la fortuna, rovina come quella varia. Credo ancora che sia felice quello che riscontra il modo del procedere suo con la qualità de' tempi: e similmente sia infelice quello che con il procedere suo si discordano e' tempi. Perché si vede gli uomini, nelle cose che gli conducono al fine quale ciascuno ha innanzi, cioè gloria e ricchezze, procedervi variamente: l'uno con rispetto, l'altro con impeto; l'uno per violenzia, l'altro con arte; l'uno con pazienza, l'altro col suo contrario; e ciascuno con questi diversi modi vi può pervenire. E vedesi ancora dua respettivi, l'uno pervenire al suo disegno, l'altro no; e similmente dua equalmente felicitare con diversi studi, sendo l'uno rispettivo e l'altro impetuoso: il che non nasce da altro, se non da la qualità de' tempi che si conformano, o no, col procedere loro. Di qui nasce quello ho detto, che dua, diversamente operando, sortiscono el medesimo effetto: e dua equalmente operando, l'uno si conduce al suo fine e l'altro no. Da questo ancora depende la variazione del bene; perché se uno, che si governa con rispetti e pazienza, e' tempi e le cose girano in modo che il governo suo sia buono, e' viene felicitando: ma se e' tempi e le cose si mutano, rovina, perché e' non muta modo di procedere. Né si truova uomo sì prudente che si sappia accommodare a questo: sì perché non si può deviare da quello a che la natura lo inclina, sì etiam perché, avendo sempre uno prosperato camminando per una via, non si può persuadere che sia bene partirsi da quella. E però l'uomo respettivo, quando e' gli è tempo di venire allo impeto, non lo sa fare: donde e' rovina; che se si mutassi natura con e' tempi e con le cose, non si muterebbe fortuna.</p>
<p>Papa Iulio II procedé in ogni sua azione impetuosamente, e trovò tanto e' tempi e le cose conforme a quello suo modo di procedere che sempre sortì felice fine. Considerate la prima impresa ch'e' fe' di Bologna, vivendo ancora messer Giovanni Bentivogli. Viniziani non se ne contentavano; el re di Spagna, quel medesimo; con Francia aveva ragionamenti di tale impresa. E lui nondimanco con la sua ferocità e impeto si mosse personalmente a quella espedizione. La qual mossa fece stare sospesi e fermi Spagna e viniziani, quegli per paura e quell'altro per il desiderio aveva di recuperare tutto el regno di Napoli; e da l'altro canto si tirò dietro il re di Francia perché, vedutolo quel re mosso e desiderando farselo amico per abbassare e' viniziani, iudicò non poterli negare gli eserciti sua sanza iniuriarlo manifestamente. Condusse adunque Iulio con la sua mossa impetuosa quello che mai altro pontefice, con tutta la umana prudenza, arebbe condotto. Perché, se egli aspettava di partirsi da Roma con le conclusioni ferme e tutte le cose ordinate, come qualunque altro pontefice arebbe fatto, mai gli riusciva: perché il re di Francia arebbe avuto mille scuse e li altri li arebbono messo mille paure. Io voglio lasciare stare le altre sua azioni, che tutte sono state simili e tutte gli sono successe bene: e la brevità della vita non li ha lasciato sentire il contrario; perché, se fussino sopravvenuti tempi che fussi bisognato procedere con respetti, ne seguiva la sua rovina: né mai arebbe deviato da quegli modi alli quali la natura lo inclinava.</p>
<p>Concludo adunque che, variando la fortuna e' tempi e stando li uomini ne' loro modi ostinati, sono felici mentre concordano insieme e, come e' discordano, infelici. Io iudico bene questo, che sia meglio essere impetuoso che respettivo: perché la fortuna è donna ed è necessario, volendola tenere sotto, batterla e urtarla. E si vede che la si lascia più vincere da questi, che da quegli che freddamente procedono: e però sempre, come donna, è amica de' giovani, perché sono meno respettivi, più feroci e con più audacia la comandano.</p></div1>
<div1 type="parte">
<head>XXVI</head>
<argument><p><foreign lang="lat">EXHORTATIO AD CAPESSENDAM ITALIAM IN LIBERTATEMQUE A BARBARIS VINDICANDAM.</foreign></p></argument>
<p>Considerato adunque tutte le cose di sopra discorse, e pensando meco medesimo se al presente in Italia correvano tempi da onorare uno nuovo principe, e se ci era materia che dessi occasione a uno prudente e virtuoso d'introdurvi forma che facessi onore a lui e bene alla università delli uomini di quella, mi pare concorrino tante cose in benefizio di uno principe nuovo, che io non so qual mai tempo fussi più atto a questo. E se, come io dissi, era necessario, volendo vedere la virtù di Moisè, che il populo d'Isdrael fussi stiavo in Egitto; e a conoscere la grandezza dello animo di Ciro, che ' persi fussino oppressati da' medi; e la eccellenzia di Teseo, che li ateniesi fussino dispersi; così al presente, volendo conoscere la virtù di uno spirito italiano, era necessario che la Italia si riducessi ne' termini presenti, e che la fussi più stiava che li ebrei, più serva che ' persi, più dispersa che gli ateniesi: sanza capo, sanza ordine, battuta, spogliata, lacera, corsa, e avessi sopportato d'ogni sorte ruina.</p>
<p>E benché insino a qui si sia mostro qualche spiraculo in qualcuno, da potere iudicare ch'e' fussi ordinato da Dio per sua redenzione, tamen si è visto come di poi, nel più alto corso delle azioni sua, è stato da la fortuna reprobato. In modo che, rimasa come sanza vita, aspetta quale possa essere quello che sani le sua ferite e ponga fine a' sacchi di Lombardia, alle taglie del Reame e di Toscana, e la guarisca da quelle sue piaghe già per lungo tempo infistolite. Vedesi come la priega Iddio che li mandi qualcuno che la redima da queste crudeltà e insolenzie barbare. Vedesi ancora tutta pronta e disposta a seguire una bandiera, pur che ci sia uno che la pigli. Né ci si vede al presente in quale lei possa più sperare che nella illustre Casa vostra, la quale con la sua fortuna e virtù, favorita da Dio e da la Chiesa, della quale è ora principe, possa farsi capo di questa redenzione. Il che non fia molto difficile, se vi recherete innanzi le azioni e vita de' sopra nominati; e benché quelli uomini sieno rari e maravigliosi, nondimeno furno uomini, ed ebbe ciascuno di loro minore occasione che la presente: perché la impresa loro non fu più iusta di questa, né più facile, né fu Dio più amico loro che a voi. Qui è iustizia grande: iustum enim est bellum quibus necessarium et pia arma ubi nulla nisi in armis spes est. Qui è disposizione grandissima: né può essere, dove è grande disposizione, grande difficultà, pure che quella pigli delli ordini di coloro che io ho preposti per mira. Oltre a di questo, qui si veggono estraordinari sanza esemplo, condotti da Dio: el mare si è aperto; una nube vi ha scorto il cammino; la pietra ha versato acque; qui è piovuto la manna. Ogni cosa è concorsa nella vostra grandezza. El rimanente dovete fare voi: Dio non vuole fare ogni cosa, per non ci tòrre el libero arbitrio e parte di quella gloria che tocca a noi.</p>
<p>E non è maraviglia se alcuno de' prenominati italiani non ha possuto fare quello che si può sperare facci la illustre Casa vostra, e se, in tante revoluzioni di Italia e in tanti maneggi di guerra, e' pare sempre che in Italia la virtù militare sia spenta; perché questo nasce che gli ordini antichi di quella non erono buoni, e non ci è suto alcuno che abbia saputo trovare de' nuovi. E veruna cosa fa tanto onore a uno uomo che di nuovo surga, quanto fa le nuove legge ed e' nuovi ordini trovati da lui: queste cose, quando sono bene fondate e abbino in loro grandezza, lo fanno reverendo e mirabile. E in Italia non manca materia da introdurvi ogni forma: qui è virtù grande nelle membra, quando la non mancassi ne' capi. Specchiatevi ne' duelli e ne' congressi de' pochi, quanto gli italiani sieno superiori con le forze, con la destrezza, con lo ingegno; ma come e' si viene alli eserciti, non compariscono. E tutto procede da la debolezza de' capi: perché quegli che sanno non sono ubbiditi e a ciascuno pare sapere, non ci essendo insino a qui suto alcuno che si sia rilevato tanto, e per virtù e per fortuna, che li altri cedino.</p>
<p>Di qui nasce che in tanto tempo, in tante guerre fatte ne' passati venti anni, quando gli è stato uno esercito tutto italiano, sempre ha fatto mala pruova: di che è testimone prima el Taro, di poi Alessandria, Capua, Genova, Vailà, Bologna, Mestri.</p>
<p>Volendo adunque la illustre Casa vostra seguitare quelli eccellenti uomini che redimerno le provincie loro, è necessario innanzi a tutte le altre cose, come vero fondamento d'ogni impresa, provedersi d'arme proprie, perché non si può avere né più fidi, né più veri, né migliori soldati: e benché ciascuno di essi sia buono, tutti insieme diventeranno migliori quando si vedessino comandare dal loro principe, e da quello onorare e intrattenere. È necessario pertanto prepararsi a queste arme, per potersi con la virtù italica defendere da li esterni. E benché la fanteria svizzera e spagnuola sia esistimata terribile, nondimanco in ambedua è difetto per il quale uno ordine terzo potrebbe non solamente opporsi loro, ma confidare di superargli. Perché gli spagnuoli non possono sostenere e' cavagli, e ' svizzeri hanno ad avere paura de' fanti quando gli riscontrino nel combattere ostinati come loro: donde si è veduto e vedrassi, per esperienza, li spagnuoli non potere sostenere una cavalleria franzese e ' svizzeri essere rovinati da una fanteria spagnuola. E benché di questo ultimo non se ne sia visto intera esperienza, tamen se ne è veduto uno saggio nella giornata di Ravenna, quando le fanterie spagnuole si affrontorno con le battaglie tedesche, le quali servano el medesimo ordine che ' svizzeri: dove li spagnuoli, con la agilità del corpo e aiuto de' loro brocchieri, erano entrati, tra le picche loro, sotto e stavano sicuri a offendergli sanza che ' tedeschi vi avessino remedio; e se non fussi la cavalleria, che gli urtò, gli arebbono consumati tutti. Puossi adunque, conosciuto il difetto dell'una e dell'altra di queste fanterie, ordinarne una di nuovo, la quale resista a' cavalli e non abbia paura de' fanti: il che lo farà la generazione delle arme e la variazione delli ordini; e queste sono di quelle cose che, di nuovo ordinate, danno reputazione e grandezza a uno principe nuovo.</p>
<p>Non si debba adunque lasciare passare questa occasione, acciò che la Italia vegga dopo tanto tempo apparire uno suo redentore. Né posso esprimere con quale amore e' fussi ricevuto in tutte quelle provincie che hanno patito per queste illuvioni esterne, con che sete di vendetta, con che ostinata fede, con che pietà, con che lacrime. Quali porte se li serrerebbono? Quali populi gli negherebbono la obbedienza? Quale invidia se li opporrebbe? Quale italiano gli negherebbe lo ossequio? A ognuno puzza questo barbaro dominio. Pigli adunque la illustre Casa vostra questo assunto, con quello animo e con quella speranza che si pigliono le imprese iuste, acciò che, sotto la sua insegna, e questa patria ne sia nobilitata e, sotto e' sua auspizi, si verifichi quel detto del Petrarca, — quando disse:</p>
<quote rend="block">
<lg type="quartina">
<l>Virtù contro a furore</l>
<l>prenderà l'armi, e fia el combatter corto,</l>
<l>che l'antico valore</l>
<l>nelli italici cor non è ancor morto.</l>
</lg>
</quote>
</div1>
</body>
</text>
</TEI.2>
