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      <title>Discorso dei costumi degli italiani</title>
      <author>Giacomo Leopardi</author>
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      <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
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      <date>2003</date>
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      <title>Collezione BibIt</title>
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        <title>Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl'italiani</title>
        <author>Leopardi, Giacomo</author>
        <editor id="ed">Rigoni, Mario Andrea</editor>
        <editor id="ed2">Melchiori, Roberto</editor>
        <editor id="ed3">Dondero, Marco</editor>
        <publisher>Biblioteca universale Rizzoli</publisher>
        <pubPlace>Milano</pubPlace>
        <date>1998</date>
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                      responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
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<head>DISCORSO SOPRA LO STATO PRESENTE DEI COSTUMI DEGL'ITALIANI</head> 
<p>In questo secolo presente, sia per l'incremento dello scambievole commercio
e dell'uso de' viaggi, sia per quello della letteratura, e per l'enciclopedico
che ora è d'uso, sicché ciascuna nazione vuol conoscere più a fondo che può le
lingue, letterature e costumi degli altri popoli, sia per la scambievole
comunione di sventure che è stata fra' popoli civili, sia perché la Francia
abbassata dalle sue perdite, e l'altre nazioni parte per le vittorie, parte per
l'aumento della coltura e letteratura di ciascheduna sollevandosi, si è
introdotta fra le nazioni d'Europa una specie d'uguaglianza di riputazione sì
letteraria e civile che militare, laddove per lo passato da' tempi di Luigi
XIV, cioè dall'epoca della diffusa e stabilita civiltà europea, tutte le
nazioni avevano spontaneamente ceduto di onore alla Francia che tutte le
dispregiava 
<note place="foot" resp="autore" n="1" anchored="yes">In vece che adesso la Francia stessa per
le dette cagioni è fatta tollerante e disposta a render giustizia agli
stranieri fino a un certo segno, e con questa sua disposizione, perocch'ella
segue ancora in parte a dare il tuono all'Europa civile, ne cagiona una simile
nelle altre nazioni.</note>; per qualcuna o per tutte queste cagioni le nazioni
civili d'Europa, cioè principalmente la Germania, l'Inghilterra e la Francia
stessa hanno deposto (forse anche pel progresso dei lumi e dello spirito
filosofico e ragionatore che accresce i lumi e calma le passioni ed introduce
uno abito di moderazione; e altresì per l'affievolimento stesso dell'amore e
fervor nazionale, e generalmente di tutte le passioni degli uomini) 
<note place="foot" resp="autore" n="2" anchored="yes">Oltre a tutto il resto, la vita,
l'immaginazione, e nella letteratura l'originalità e novità, insomma tutto
quello che serve a pascere la vita umana e scacciar la noia, ed occupare in
qualche modo chi non ha bisogni, benché sia inegualmente distribuito, è però
così scarso presso le nazioni ancora che più ne abbondano, che tutte sono ora
rivolte a raccogliere sarmenti per così dire da ogni parte onde riparare alla
freddezza che occupa generalmente la vita moderna civile, e a formare delle
poche fiamme sparse qua e là e insufficienti a ciascuno, come un fuoco comune
che sia manco inferiore al bisogno che tutti hanno di calore, e adunare insieme
tutto quel po' di vita che in tutte le parti si trova. E perciò oltre il
ricorrere a tutti i generi e parti del sapere umano, onde si forma quello che è
detto enciclopedico, ed è oggi tanto in uso, oltre i viaggi a' più lontani
climi, ed il commercio d'ogni genere, più vivo che fosse mai, tra le nazioni le
più disgiunte e diverse, ciascuna nazione è ora intenta e desiderosa di
conoscere i costumi, le letterature, tutto ciò che appartiene alle altre
nazioni, e parteciparne il più che l'è possibile, ovvero occuparsene. Si
traducono, si compendiano, si divulgano opere straniere antiche e moderne, non
mai finora conosciute in quella tal nazione, e che mai non lo sarebbero state
in altre circostanze, e forse appena meritevoli di esser conosciute da'
nazionali non che di passare i confini delle loro nazioni; si studiano tutte le
lingue colte; si moltiplicano i giornali che rendono conto delle cose ed opere
straniere, e la esattezza, estensione e minutezza loro in far questo. Così
dicasi dei costumi e di tutto il resto appartenente agli stranieri, del che non
si è meno solleciti in mille modi, che delle letterature per mezzo dello
studio. Dal che dee necessariamente seguire che quel che v'è di buono da per
tutto (ché già tutto non può esser cattivo), meglio conosciuto, corregga le
sinistre opinioni che si avevano del totale, e che generalmente nulla si
disprezzi, tutto passi, e per poco di buono, di nuovo, d'interessante che si
trovi, di tutto si sia contenti. La novità se non altro o il poco comune, che
nella ricerca delle cose straniere non può mancar di trovarsi relativamente, è
un gran requisito in un tempo così scarso di novità come è il nostro (dopo
tanti secoli di esperienze e studi), e così avido della medesima, come furono
tutti i tempi, e massime un secolo sì disoccupato d'altronde. <del resp="aut">Realmente (parlando della letteratura in particolare) fuor di una
scintilla di fuoco che ancora si conserva in Germania a causa della giovanezza
della sua letteratura, e che presto sarà spenta, l'originalità, l'immaginazione
e l'invenzione sono estinte in tutta l'Europa: tutto il mondo imita, raccoglie,
compila, disserta sopra le cose trovate da altri, o antichi o stranieri. La
creazione è finita, o così scarsa che nulla più, da per tutto. Quindi nasce che
non solo si accolgono con piacere le cose straniere qualunque sieno, e si rende
giustizia a letterature prima disprezzate, ma anche si apprezzano quelle che
non meritano e che erano disprezzate giustamente, o quegli autori che lo erano;
o almeno si apprezzano più che non valgono, vi si trovano pregi e bellezze che
non vi sono; insomma nel giudizio delle letterature e classici e scrittori
stranieri si eccede nella stima forse quanto già si eccedeva nella disistima, o
certo si eccede piuttosto in quella che in questa. Tale è particolarmente il
caso della letteratura e degli autori italiani appresso agli stranieri oggidì.
E il simile dico de' costumi, opinioni, e cose tali.</del> Oltre lo spirito di
moderazione, e di giudizio ragionato e spassionato, necessaria conseguenza
dello spirito filosofico e giusto, universale in questo tempo, e maggiore che
fosse mai in alcun popolo particolare; la disposizione comune di render
giustizia a se stesso e giudicar delle cose proprie colla minor prevenzione
possibile, tanto più che elle son meglio conosciute, dalla qual disposizione
segue quella di render giustizia all'altre nazioni, e di non condannarle
facilmente perché elle sieno diverse in che che sia e quanto che sia dalla
propria.</note>, hanno, dico, deposto gran parte degli antichi pregiudizi
nazionali sfavorevoli ai forestieri, dell'animosità, dell'avversione verso
loro, e soprattutto del disprezzo verso i medesimi e verso le loro letterature
civiltà e costumi, quantunque si voglia differenti dai propri. E cresciuto il
gusto di conoscerli insieme colla stima de' medesimi e colla equità del
giudicarli, infiniti sono i volumi pubblicati in ciascuna nazione per
informarla delle cose dell'altre. Fra' quali sono anche infiniti quelli
pubblicati dagli stranieri e che si pubblicano tutto giorno sopra le cose
d'Italia, fatta oggetto di curiosità universale e di viaggi, molto più che ella
non fu in altro tempo, e molto più generalmente, e più ancora che alcun altro
paese particolare. Nei quali libri però gli scrittori incorrono senza loro
colpa e per natura del soggetto in due inconvenienti, l'uno che spesso errano,
essendo impossibile a uno straniero il conoscere perfettamente un'altra
nazione, massime dopo non lunga dimora, l'altro che dicendo o il falso, o anche
il vero, che sia alcun poco sfavorevole a quelli di cui parlano, benché il
dicano senz'animosità veruna (non essendo più mezzo di farsi grato alla propria
nazione il dir male dell'altre, ed odiandosi in tali libri l'animosità, sempre
che si scuopre) 
<note place="foot" resp="autore" n="3" anchored="yes">E veramente oggi l'odio e il disprezzo
verso l'altre nazioni, sì ne' libri che altrimenti, sono cose fuor di
moda.</note>si concitano l'odio della nazione di cui scrivono. Il qual secondo
male è più grave che mai ne' libri che trattano degli Italiani, delicatissimi
sopra tutti gli altri sul conto loro: cosa veramente strana, considerando il
poco o niuno amor nazionale che vive tra noi, e certo minore che non è negli
altri paesi. Cagione di ciò è sicuramente in gran parte che gl'Italiani
misurando gli altri da se medesimi (i quali camminando sempre addietro degli
altri, non sono ancora così lontani da' pregiudizi e dall'animosità verso gli
stranieri, e certo li conoscono e studiano di conoscerli cento volte meno che
essi non fanno verso loro) attribuiscono sempre ad odio e malvolenza e invidia
ogni parola men che vantaggiosa che sia profferita o scritta da un estero in
riguardo loro. Certo è nondimeno che in questi ultimi anni si sono divulgate in
Europa dalla <emph>Corinna</emph> in poi più opere favorevoli all'Italia, che
non sono tutte insieme quelle pubblicate negli altri tempi, e nelle quali si
dice di noi più bene che mai non fu detto appena da noi medesimi. Alcune sono
veri elogi nostri, scritti i più con entusiasmo di affezione e, in parte, di
ammirazione verso le cose nostre. E generalmente parlando si vede nel mondo
civile una inclinazione verso noi maggiore assai che fosse in altro tempo e che
sia verso alcun altro paese, ed una opinione vantaggiosa di noi, la quale
ardisco dire che supera di non poco il nostro merito, ed è in molte cose
contraria alla verità. E ben si può dire che oggi, al contrario che pel
passato, gli stranieri quando s'ingannano sul nostro conto, piuttosto
s'ingannano in favor nostro che in disfavore. Contuttociò e la
<emph>Corinna</emph> e tutte l'altre siffatte opere sono guardate dagl'Italiani
con gelosia, e molte cose vere ed utili hanno dette e scritte gli stranieri sui
nostri costumi, che per questa e per altre cause, non ci sono di veruna
utilità. Gl'Italiani stessi non iscrivono né pensano sui loro costumi, come
sopra niun'altra cosa che importi e giovi ad essi o agli altri: eccetto forse
il solo Baretti 
<note place="foot" resp="autore" n="4" anchored="yes">Anche il Gozzi, il Parini, il Goldoni e
gli altri pochi comici italiani che meritano questo nome e per conseguenza
hanno studiato i costumi della propria nazione e di questi parlano e questi
descrivono, non gli stranieri, come tanti nostri drammatici, e i presenti
costumi, non gli antichi; anche questi, dico, si possono contare fra gli
scrittori de' nostri moderni costumi, sebbene non filosofici né ragionati, ché
tale non fu l'instituto e la natura de' loro scritti.</note>, spirito in gran
parte altrettanto falso che originale, e stemperato nel dir male, e poco
intento o certo poco atto a giovare, e sì per la singolarità del suo modo di
pensare e vedere, benché questa niente affettata, sì per la sua decisa
inclinazione a sparlare di tutto 
<note place="foot" resp="autore" n="5" anchored="yes">Onde egli, anche scientemente, sacrifica
spesso a questa sua voglia, e a questo instituto e carattere de' suoi libri, la
verità.</note>, e il suo carattere aspro e iracondo verso tutto, il più delle
volte alieno dal vero. Oltre che i costumi e lo stato d'Italia sono
incredibilmente cangiati dal suo tempo, cioè da prima della rivoluzione, al
tempo presente. Allora, massime l'Italia meridionale, era quasi in quello stato
di opinioni e di costumi in cui si è trovata fino agli ultimi anni ed ancora in
grandissima parte si trova la Spagna. Ora per l'uso e il dominio degli
stranieri, massime de' Francesi, l'Italia è, quanto alle opinioni, a livello
cogli altri popoli, eccetto una maggior confusione nelle idee, ed una minor
diffusione di cognizioni nelle classi popolari. Queste opinioni però operano
sullo stato e sulla vita degl'Italiani in maniera diversa che presso gli altri,
per la diversità somma delle sue circostanze, e quindi ne risulta che con
opinioni appresso a poco, e massime in buona parte della nazione, conformi,
essa è di costumi notabilmente diversa dagli altri popoli civili. Se io dirò
alcune cose circa questi presenti costumi (tenendomi al generale) colla
sincerità e libertà con cui ne potrebbe scrivere uno straniero, non dovrò
esserne ripreso dagli Italiani, perché non lo potranno imputare a odio o
emulazione nazionale, e forse si stimerà che le cose nostre sieno più note a un
italiano che non sono e non sarebbero a uno straniero, e finalmente se questi
non dee risparmiare il nostro amor proprio con danno della verità, perché dovrò
io parlare in cerimonia alla mia propria nazione, cioè quasi alla mia famiglia
e a' miei fratelli?</p> 
<p>Non è da dissimulare che considerando le opinioni e lo stato presente dei
popoli, la quasi universale estinzione o indebolimento delle credenze su cui si
possano fondare i principii morali, e di tutte quelle opinioni fuor delle quali
è impossibile che il giusto e l'onesto paia ragionevole, e l'esercizio della
virtù degno d'un savio, e da altra parte l'inutilità della virtù e la utilità
decisa del vizio dipendenti dalla politica costituzione delle presenti
repubbliche; la conservazione della società sembra opera piuttosto del caso che
d'altra cagione, e riesce veramente maraviglioso che ella possa aver luogo tra
individui che continuamente si odiano s'insidiano e cercano in tutti i modi di
nuocersi gli uni agli altri. Il vincolo e il freno delle leggi e della forza
pubblica, che sembra ora essere l'unico che rimanga alla società, è cosa da
gran tempo riconosciuta per insufficientissima a ritenere dal male e molto più
a stimolare al bene. Tutti sanno con Orazio che le leggi senza i costumi non
bastano, e da altra parte che i costumi dipendono e sono determinati e fondati
principalmente e garantiti dalle opinioni. In questa universale dissoluzione
dei principii sociali, in questo caos che veramente spaventa il cuor di un
filosofo, e lo pone in gran forse circa il futuro destino delle società civili
e in grande incertezza del come elle possano durare a sussistere in avvenire,
le altre nazioni civili, cioè principalmente la Francia, l'Inghilterra e la
Germania, hanno un principio conservatore della morale e quindi della società,
che benché paia minimo, e quasi vile rispetto ai grandi principii morali e
d'illusione che si sono perduti, pure è d'un grandissimo effetto. Questo
principio è la società stessa. Le dette nazioni, oltre la società generalmente
presa, cioè il convitto degli uomini per provvedere scambievolmente ai propri
bisogni, e difendersi da' comuni danni e pericoli, hanno quel genere più
particolare di società che suole essere chiamato con questo medesimo nome
ridotto a significazione più stretta, e consiste in un commercio più intimo
degl'individui fra loro, e massime di quelli, che dispensati dalla loro
condizione dal provvedere coll'opera meccanica delle proprie mani alla loro e
all'altrui sussistenza e forniti del necessario alla vita col mezzo delle
fatiche altrui, mancando de' bisogni primi, vengono naturalmente nel secondo
bisogno, cioè di trovare qualche altra occupazione che riempia la loro vita, e
alleggerisca loro il peso dell'esistenza, sempre grave e intollerabile quando è
disoccupata. Questa tal società che è principalmente fra questi tali uomini, ha
per fine il diletto e il riempiere il vuoto della vita cagionato dalla mancanza
de' bisogni primi, e per causa ha i detti bisogni secondi, come quell'altro più
largo e più comun genere di società ha per origine i primi bisogni e la
naturale necessità. Per mezzo di quella società più stretta, le città e le
nazioni intiere, e in questi ultimi tempi massimamente, l'aggregato eziandio di
più nazioni civili, divengono quasi una famiglia, riunita insieme per trovare
nelle relazioni più strette e più frequenti che nascono da tale quasi domestica
unione, una occupazione, un pascolo, un trattenimento alla vita di quelli, che
senza ciò menerebbero il tempo affatto vuoto, e tali sono, rigorosamente
parlando, tutti gli uomini, salvo gli agricoltori e quelli che ci proccurano il
vestito di prima necessità. Coll'uso scambievole gli uomini naturalmente e
immancabilmente prendono stima gli uni degli altri: cioè non già buona
opinione, anzi questa è tanto minore in ciascuno verso gli altri generalmente,
quanto il detto uso e quindi la cognizione degli uomini è maggiore; ma la
stretta società fa che ciascuno fa conto degli uomini e desidera di farsene
stimare (questa è propriamente la stima che si concepisce di loro) e li
considera per necessarii alla propria felicità, sì quanto ad altri rispetti, sì
quanto a questa soddisfazione del suo amor proprio che ciascuno in particolare
attende desidera e cerca da essi, da' quali dipende, e non si può ricever
d'altronde. Questo desiderio è quello che si chiama ambizione, vincolo e
sostegno potentissimo della società, che non d'altronde nasce che da essa
società ridotta a forma stretta, poiché fuor di essa l'ambizione non ha luogo
alcuno nell'uomo, e l'amor proprio naturale non prenderebbe mai questo aspetto,
che pur sembra totalmente suo proprio ed essenziale e sommamente immediato.
L'ambizione può aver varie forme e vari fini. Una volta ella era desiderio di
gloria, passione che fu comunissima. Ma ora questa è cosa troppo grande, troppo
nobile, troppo forte e viva perch'ella possa aver luogo nella piccolezza delle
idee e delle passioni moderne, ristrette e ridotte in angustissimi termini e in
bassissimo grado dalla ragione geometrica e dallo stato politico delle società;
perch'ella possa compatire collo stato di freddezza e mortificazione che
risulta universalmente nella vita civile dalle dette cause; e la gloria è
un'illusione troppo splendida e un nome troppo alto perché possa durare dopo la
strage delle illusioni, e la conoscenza della verità e realtà delle cose, e del
loro peso e valore. L'amore della gloria è incompatibile colla natura de' tempi
presenti, è cosa obsoleta come le usanze e le voci antiquate, non sussiste più,
o è così raro, e dove anche sussiste è così debole e inefficace che non può
esser principio di grandi beni alla società e molto meno servirle di vincolo,
quale egli era in gran parte una volta. A' nostri tempi, presso quelle nazioni
che hanno l'uso di quella società intima definita di sopra, l'ambizione produce
un altro sentimento tutto moderno, e di natura sua, siccome di fatto e di
nascita, posteriore alle grandi illusioni dell'antichità. Questo sentimento è
quello che si chiama onore. È un'illusione esso stesso, perché consiste nella
stima che gl'individui fanno della opinione altrui verso loro, opinione che
rigorosamente parlando, è cosa di niun conto 
<note place="foot" resp="autore" n="6" anchored="yes">L'opinion pubblica è di niun conto per
se stessa e perché poco o nulla influisce sulla persona, sulla fortuna e sui
beni o mali, sulla felicità o infelicità dell'individuo, ed è cosa di niuna
sostanza, e sta più nell'immaginazione che nel fatto. Ma oltre a ciò,
filosoficamente, è da esser disprezzata sopra ogni altra cosa, perch'è posta
fuori della potestà dell'individuo, perch'è regolarmente incerta e senza
regola; incostante nei principii e nelle applicazioni; varia e mutabile ogni
giorno intorno a uno stesso individuo, a una stessa azione, o qualità; le più
volte ingiusta, favorevole al male e a' mali, contraria al bene e a' buoni;
sempre incapace di esser preveduta, proccurata con mezzi sicuri, e fissata
ancor dopo ottenuta. <del resp="aut">Del resto l'opinione pubblica ha men
sostanza anche in effetto laddove ella è meno stimata, e viceversa, e niuna
dov'ella non ha niuna stima. Dove n'è fatto conto, si ha ragione, anche
filosoficamente parlando e fuor d'illusioni, di farne conto, perch'ella in tal
luogo influisce veramente più o meno su molti beni e molti mali reali (o così
detti) della vita dell'individuo. Ella ha tanta realtà di peso quanto peso gli
uomini le danno, il che non accade nelle altre cose, che più o men peso che gli
uomini dieno loro, hanno per la più parte la stessa somma e qualità di valore
effettivo.</del></note>; ma egli è un'illusione tanto poco alta e viva e
luminosa che facilmente nasconde anche agli occhi esercitati dalla cognizione
del vero, la sua vanità, e può compatire collo stato presente e colla
distruzione di quasi tutte l'altre illusioni, alla quale ella non ripugna se
non mediocremente, atteso la sua natura, per così dire, fredda e rimessa.
Questa illusione però è potentissima nelle nazioni e nelle classi che hanno
l'uso di quella intima società da cui solo ella può nascere. E particolarmente
in Francia, molti sono stati filosofi di opinione fino all'ultimo grado, e
conoscitori intimi del vero in tutta la sua estensione, e hanno sentito la
vanità e nullità delle cose e degli uomini, e molti hanno anche ne' loro
scritti mostrato di dispregiar l'opinione pubblica, e anche combattuta la stima
forse eccessiva che se ne fa nella loro nazione e provatane l'irragionevolezza,
e il danno eziandio non piccolo in varie cose. Ma nel fatto e nella vita è
certissimo che nessuno di questi, non che degli altri Francesi, dal tempo della
origine della società francese fino al presente, ha mai potuto impetrar da se
stesso, non solo di non curar veramente l'opinione pubblica, ma neppure di non
metterla quanto all'effetto e quanto al fondo del suo animo, nella cima de'
suoi pensieri e de' suoi fini, e di non volgere a quella il più delle sue
azioni e delle sue omissioni. Questa stima della opinione pubblica, così
piccola cosa com'ella è, è pur da tanto che quasi basta nelle dette nazioni
(ciascuna delle quali ne partecipa a proporzione delle sue circostanze sociali)
a rimpiazzare i principii morali ugualmente perduti appresso di loro, massime
nelle classi non laboriose, e gli altri vincoli della società, gli altri freni
del male e stimoli del bene, in luogo de' quali resta si può dire esso solo, ed
è pur sufficiente a servire alla società di legame. Piccolissima e freddissima
cosa ella è, come ho detto, non v'ha dubbio. Gli uomini politi di quelle
nazioni si vergognano di fare il male come di comparire in una conversazione
con una macchia sul vestito o con un panno logoro o lacero; si muovono a fare
il bene per la stessa causa e con niente maggiore impulso e sentimento che a
studiar esattamente ed eseguir le mode, a cercar di brillare cogli
abbigliamenti, cogli equipaggi, coi mobili, cogli apparati: il lusso e la virtù
o la giustizia hanno tra loro lo stesso principio, non solo rimotamente
parlando, il che è da per tutto e fu quasi sempre, ma parlando immediatamente e
particolarmente. Qual cosa è più frivola in sé che il far conto di una
buon'azione né più né manco che di un buon motto o di un bell'abito, esser
sollecito della propria probità per la sola ragione per cui si ha cura di
acquistare e conservare la bella maniera, evitare una mala azione come una
brutta riverenza, e il vizio come il cattivo tuono? Ma bisogna pur confessare
(che giova il parlar sempre dissimulatamente, e col linguaggio antico nelle
cose affatto nuove?) che effettivamente lo stato delle opinioni e delle nazioni
quanto alla morale è ridotto in questa precisa miseria che il buon tuono è, non
solo il più forte, ma l'unico fondamento che resti a' buoni costumi, e che i
buoni costumi non sono esercitati per altro, generalmente parlando e delle
classi civili, che per le ragioni per cui si esercita il buon tuono, e che dove
il buon tuono della società non v'è o non si cura, quivi la morale manca d'ogni
fondamento e la società d'ogni vincolo, fuor della forza, la quale non potrà
mai né produrre i buoni costumi né bandire o tener lontani i cattivi. Così
nelle dette nazioni la società stessa producendo il buon tuono produce la
maggiore anzi unica garanzia de' costumi sì pubblici che privati, che si possa
ora avere, e quindi è causa immediata della conservazione di se medesima. 
<note place="foot" resp="autore" n="7" anchored="yes">Gli uomini politi delle dette nazioni si
astengono da fare il male e fanno il bene, non mossi dal dovere, ma dall'onore.
Osservo qui di passaggio che oggidì la solitudine, contro quello che si è
sempre detto e creduto, ed oggi si crede e si dice ché più ché meno, piuttosto
nuoce alla morale dell'individuo, e massime di chi abbia lo spirito filosofico,
di quello che giovi. Le illusioni sociali cessano nella solitudine, l'onore
sparisce, perché tolto dagli occhi quello che le dava apparenza e una specie di
realtà, se ne vede l'irragionevolezza, la vanità e la frivolezza. Sparisce
l'onore, e il dovere non gli sottentra. (Sopra quali considerazioni e quali
principii sarebbe egli fondato? che cosa ne può rinnuovare o far nascere l'idea
in un animo abbandonato a se stesso, e però più riflessivo che mai, e in grado
di andar più al fondo delle cose, e di non ammettere senza prove certe, come
spessissimo succede nel tumulto e dissipazione del mondo, ché anche quello che
è approvato per vero e per certo dall'universale?) Mancano nella solitudine gli
stimoli delle passioni e le occasioni di fare il male, ma anche quelli e quelle
di fare il bene, sicché per questo lato appena si può dire se il carattere
morale guadagni o perda. E d'altra parte, mancati generalmente i principii e i
fondamenti stabili della morale, che nella solitudine non risorgono, (anzi
all'opposto), si perdono anche, o s'indeboliscono e si riconoscono
riposatamente per frivoli quei ritegni e quegl'incitamenti dal male ed al bene
che la società stessa produce. Or questo è in pura perdita e danno del
carattere morale dell'individuo, quando anche non guasti i suoi disegni e le
sue opere, per mancanza di occasioni, naturale nella solitudine.</note></p> 
<p>Gl'Italiani dal tempo della rivoluzione in poi, sono, quanto alla morale,
così filosofi, cioè ragionevoli e geometri, quanto i Francesi e quanto
qualunque altra nazione, anzi il popolo, il che è degno di osservarsi, lo è
forse più che non è quello d'altra nazione alcuna. Voglio dire che quanto alla
cognizione del nudo vero circa i principii morali, quanto alle credenze che a
questi appartengono, quanto all'abbandono delle credenze antiche, la nazione
italiana presa insieme e paragonando classe a classe conforme e corrispondente
tra lei e l'altre nazioni, è appresso a poco a livello con qualunque altra più
civile e più istruita d'Europa o d'America. Per conseguenza da questa parte
ella è priva come l'altre d'ogni fondamento di morale, e d'ogni vero vincolo e
principio conservatore della società. Ma oltre di questo, a differenza delle
dette nazioni, ella è priva ancora di quel genere di stretta società definito
di sopra. Molte ragioni concorrono a privarnela, che ora non voglio cercare. Il
clima che gl'inclina naturalmente a vivere gran parte del dì allo scoperto, e
quindi a' passeggi e cose tali, la vivacità del carattere italiano che fa loro
preferire i piaceri degli spettacoli e gli altri diletti de' sensi a quelli più
particolarmente propri dello spirito, e che gli spinge all'assoluto
divertimento scompagnato da ogni fatica dell'animo, e alla negligenza e
pigrizia; queste cose non sono che le menome e le più facili a vincere tra le
ragioni che producono il sopraddetto effetto. Certo è che il passeggio, gli
spettacoli, e le Chiese non hanno che fare con quella società di cui parlavamo
e che hanno le altre nazioni. Ora il passeggio, gli spettacoli e le Chiese sono
le principali occasioni di società che hanno gl'Italiani, e in essi consiste,
si può dir, tutta la loro società (parlando indipendentemente da quella che
spetta ai bisogni di prima necessità), perché gl'Italiani non amano la vita
domestica, né gustano la conversazione o certo non l'hanno. Essi dunque
passeggiano, vanno agli spettacoli e divertimenti, alla messa e alla predica,
alle feste sacre e profane. Ecco tutta la vita e le occupazioni di tutte le
classi non bisognose in Italia.</p> 
<p>Conseguenza necessaria di questo è che gl'Italiani non temono e non curano
per conto alcuno di essere o parer diversi l'uno dall'altro, e ciascuno dal
pubblico, in nessuna cosa e in nessun senso. Lascio stare che la nazione non
avendo centro, non havvi veramente un pubblico italiano; lascio stare la
mancanza di teatro nazionale, e quella della letteratura veramente nazionale
moderna, la quale presso l'altre nazioni, massime in questi ultimi tempi è un
grandissimo mezzo e fonte di conformità di opinioni, gusti, costumi, maniere,
caratteri individuali, non solo dentro i limiti della nazione stessa, ma tra
più nazioni eziandio rispettivamente. Queste seconde mancanze sono conseguenze
necessarie di quella prima, cioè della mancanza di un centro, e di altre molte
cagioni. Ma lasciando tutte queste e quelle, e ristringendoci alla sola
mancanza di società, questa opera naturalmente che in Italia non havvi una
maniera, un tuono italiano determinato. Quindi non havvi assolutamente buon
tuono, o egli è cosa così vaga, larga e indefinita che lascia quasi interamente
in arbitrio di ciascuno il suo modo di procedere in ogni cosa. Ciascuna città
italiana non solo, ma ciascuno italiano fa tuono e maniera da sé.</p> 
<p>Non avendovi buon tuono, non possono avervi convenienze di società (<foreign lang="fre">bienséances</foreign>). Mancando queste, e mancando la società
stessa, non può avervi gran cura del proprio onore, o l'idea dell'onore e delle
particolarità che l'offendono o lo mantengono e vi si conformano, è vaga e
niente stringente. Ciascuno italiano è presso a poco ugualmente onorato e
disonorato. Voglio dir che non è né l'uno né l'altro, perché non v'ha onore
dove non v'ha società stretta, essendo esso totalmente una idea prodotta da
questa, e che in questa e per questa sola può sussistere ed essere
determinata.</p> 
<p>Benché gl'Italiani, come ho detto, sieno incirca a livello delle altre
nazioni nella conoscenza generale della realtà delle cose relativamente ai
fondamenti dei principii morali, per quanto almen basta a influire e dar norma
alla condotta pubblica e privata di ciascheduno; tuttavia è ben certo e da
tutti gli stranieri, non men che da noi, conosciuto e consentito che l'Italia
in fatto di scienza filosofica e di cognizione matura e profonda dell'uomo e
del mondo è incomparabilmente inferiore alla Francia, all'Inghilterra, alla
Germania, considerando queste e quella generalmente. Ma contuttociò è anche
certissimo, benché parrà un paradosso, che se le dette nazioni son più filosofe
degl'Italiani nell'intelletto, gl'Italiani nella pratica sono mille volte più
filosofi del maggior filosofo che si trovi in qualunque delle dette
nazioni.</p> 
<p>Primieramente dell'opinione pubblica gl'Italiani in generale, e parlando
massimamente a proporzion degli altri popoli, non ne fanno alcun conto. Corrono
e si ripetono tutto giorno cento proverbi in Italia che affermano che non s'ha
da por mente a quello che il mondo dice o dirà di te, che s'ha da procedere a
modo suo non curandosi del giudizio degli altri, e cose tali. Lungi che
gl'Italiani considerino, come i Francesi, per la massima delle sventure la
perdita o l'alterazione dell'opinion pubblica verso loro, e sieno pronti, come
i Francesi ben educati, a soffrire e sacrificar qualunque cosa piuttosto che
incorrere anche a torto in questo inconveniente; essi non si consolano di cosa
alcuna più di leggieri che della perdita eziandio totale (giusta o ingiusta che
sia) dell'opinione pubblica, e stimano ben dappoco chi pospone a questo
fantasma i suoi interessi e i suoi vantaggi reali (o quelli che così si
chiamano nel linguaggio della vita), e chi non si cura d'incorrere per amor di
quello in danni o privazioni vere, d'astenersi da piaceri, ancorché minimi, e
cose tali. Insomma niuna cosa, ancorché menomissima, è disposto un italiano
<emph>di mondo</emph> a sacrificare all'opinion pubblica, e questi Italiani
<emph>di mondo</emph> che così pensano ed operano, sono la più gran parte, anzi
tutti quelli che partecipano di quella poca vita che in Italia si trova. Non si
può negare che filosoficamente e geometricamente parlando, essi non abbiano
assai più ragione dei Francesi e degli altri che pensano e operano
diversamente, e che per conseguenza in questa parte essi non sieno, quanto alla
pratica, assai più filosofi. Al che li porta lo stato delle cose loro, nel
quale in realtà l'opinione pubblica, per la mancanza di società stretta,
pochissimo giova favorevole e pochissimo nuoce contraria, e la gente per quanta
ragione abbia di dir male o bene di uno, di pensarne bene o male, prestissimo
si stanca dell'uno e dell'altro, si dimentica affatto delle ragioni che aveva
di far questo o quello, benché certissime e grandissime, e torna a parlare e
pensare di quella tal persona con perfetta indifferenza, e come d'una
dell'altre.</p> 
<p>Secondariamente, e questa è cosa molto osservabile, come l'opinion pubblica,
così la vita non ha in Italia non solo sostanza e verità alcuna, ché questa non
l'ha neppure altrove, ma né anche apparenza, per cui ella possa essere
considerata come importante. Lascio la totale mancanza d'industria, e d'ogni
sorta di attività, quella di carriere politiche e militari, quella d'ogni altro
istituto di vita e di professione per cui l'uomo miri a uno scopo, e
coll'aspettativa, coi disegni, colle speranze dell'avvenire, rilevi il pregio
dell'esistenza, la quale sempre che manca di prospettiva d'un futuro migliore,
sempre ch'è ristretta al solo presente, non può non parer cosa vilissima e di
niun momento, perché nel presente, cioè in quello che è sottoposto agli occhi,
non hanno luogo le illusioni, fuor delle quali non esiste l'importanza della
vita. Or la vita degl'Italiani è appunto tale, senza prospettiva di miglior
sorte futura, senza occupazione, senza scopo, e ristretta al solo presente. Ma
lasciando questo e ristringendoci alla sola mancanza di società, certo è che
uno de' grandissimi e principali mezzi che restano oggi agli uomini per non
avvedersi affatto della nullità delle cose loro o per non sentirla, benché
conoscendola, per non essere nella pratica persuasi della total frivolezza
delle loro occupazioni qualunque e della totale indegnità della vita ad esser
con fatiche e con sollecitudini coltivata, studiata ed esercitata, uno, dico,
de' principali mezzi e forse il principale assolutamente, è la società. L'uomo
è animale imitativo e d'esempio. Questa è cosa provata. Tale egli è sempre,
anche dopo emancipato (se egli arriva mai ad esserlo) dal giogo delle credenze
e del modo di pensare e di vedere altrui; anche filosofo: egli lo è men degli
altri, ma pure in gran parte. Questa sua imitazione è volta principalmente a'
suoi simili, questo esempio ch'ei prende, da loro principalmente lo piglia. Una
parte maggiore o minore, ma sempre una qualche parte, non solo della sua
condotta, non solo del suo carattere, de' suoi costumi, non solo del suo animo
generalmente, ma del suo stesso intelletto e del suo modo di pensare, dipende,
imita, si regola, è modificato dall'esempio altrui, cioè precisamente e
massimamente di quella parte de' suoi simili colla quale ei convive, sia che ei
vi conviva per mezzo della lettura, sia specialmente colla persona, sia come si
voglia. 
<note place="foot" resp="autore" n="8" anchored="yes">Anche gli uomini più duri, ostinati,
inflessibili, indipendenti, renitenti ai consigli, ai desiderii, alle opinioni
altrui, nell'operare o nel pensare, nei sistemi di vita o di credenze, fanno
però grandissima e forse la maggior parte di quel che fanno, credono la maggior
parte di ciò che credono, perciò solo che gli altri lo credono, lo fanno, lo
costumano, lo gradiscono. L'uomo il più singolare, il più libero, il più brusco
e salvatico, sia nella condotta, sia nelle opinioni e giudizi di qualunque
sorta (se egli vive in società) non lo è veramente se non in piccola parte
delle sue azioni e de' suoi pensieri. In tutto il resto egli è determinato e
modificato dagli altri. Letto o leggendo un libro, anche sciocco o stimato tale
da chi lo legge, anche dirittamente contrario alle più care e più radicate e
confermate opinioni di questo, non è possibile che chi lo legge o lo ha letto,
sia pure un filosofo assolutissimo e liberissimo, non pensi, almeno per una
mezz'ora, anche suo malgrado, in maniera, per certa guisa, conforme allo
scrittore del libro, non prenda il suo spirito, non sia mosso dalla sua
autorità, e non le dia qualche peso. Così nel parlare o aver parlato con una
persona, anzi allora anche più, perché sembra che la viva voce, e l'esempio
vivo dia più autorità e più peso alle opinioni e al modo di vedere o pensare,
ai gusti, alle inclinazioni di chicchessia. Se non altro un'ombra di dubbio,
non fondato punto sulla ragione, ma sul puro esempio e sulla pura autorità, non
è possibile che non entri e per qualche spazio di tempo non rimanga nell'animo
di chi ha letto o parlato come ho detto, ancorché liberissimo.</note> Or dunque
nella società stretta l'essere continuamente testimonio delle cure che gli
altri si danno (perciocché essa le richiede, e ne impone una necessità, non
paragonabile alle naturali, ma pur molto imperiosa ed efficace), del peso che
essi annettono, o che nell'estrinseco necessariamente e per legge molto
naturale di essa società, mostrano continuamente e totalmente di annettere alle
bagattelle della società medesima e di tutta la vita, fa che ciascuno dal canto
suo, non possa a meno, quanto alla pratica ed anche a una certa parte del suo
intelletto, di non fare una tal quale stima della vita e delle cose umane, e di
contarle per un qualche che.</p> 
<p>La perpetua e piena dissimulazione della vanità delle cose, dissimulazione
che tutti fanno verso ciascuno nelle parole e nei fatti in una società stretta,
e che ciascuno è obbligato nello stesso modo a fare continuamente con tutti gli
altri, inganna in qualche guisa il pensiero, e mantiene come che sia e per
quanto è possibile l'illusione dell'esistenza. In una società stretta anche
l'uomo più intimamente persuaso per raziocinio, ed anche per sentimento, della
vanità di se stesso, della frivolezza altrui, della inutilità della vita e
delle fatiche, della niuna importanza d'essa società, anche il più perfetto
filosofo in ispeculazione, non può mai fare, non solo di non contenersi in atto
come se il mondo valesse pur qualche cosa, ma nemmeno che una parte del suo
intelletto non combatta coll'altra, affermando che le cose umane meritano pur
qualche cura, e combattendo non vinca il più del tempo, e non persuada
confusamente alla persona la detta cosa in dispetto, per dir così, della sua
stessa persuasione. Se non altro l'immaginativa che per natura ci porta a
conceder qualche valore alla vita, ha pure un pascolo nella società stretta, e
facoltà di conservar qualche parte della sua azione ed influenza sull'uomo. 
<note place="foot" resp="autore" n="9" anchored="yes">Dalla tendenza dell'uomo a imitare,
massimamente i suoi simili, nasce in parte quella sua inclinazione a seguire
l'autorità sì nel risolvere e nell'operare che nel giudicare e nel credere,
inclinazione incontrastabilmente propria dell'uomo, non solo dell'uomo debole,
ma di tutti gli uomini più o meno, posti che sieno in relazione cogli altri. La
quale inclinazione ha fatto per tanto tempo che l'autorità prevalesse alla
ragione non pure universalmente, ma eziandio presso i migliori ingegni, i quali
e gli altri si movevano, non tanto forse per l'autorità di quei maestri o
precettori che essi seguivano, quanto per quella de' loro contemporanei e
maggiori che gli avevano seguiti e seguivangli. Ché si dee credere che il
progresso della ragione abbia ora distrutto ché sia mai per distruggere
l'imperio dell'autorità ché sugli animi ché sugl'intelletti non solo de'
volgari o timidi o irriflessivi, ma neanche de' grandi spiriti, de' più liberi
e arditi nel pensare e nel risolvere circa l'azione o la credenza e il
giudizio, de' più riflessivi, de' più <emph>autognomoni</emph>. L'autorità ha
sempre e inevitabilmente qualche o maggiore o minor parte nelle determinazioni
qualunque di qualunque mente, e massime di quelli che vivono in società, e
massime l'autorità di quelli con cui più prossimamente e quotidianamente si
conversa, sia per mezzo de' libri, sia nella vita; e ciò quando anche questi
tali sieno pochissimo stimati dalla persona. Veggasi quel che dice la Staël
nell'<emph>Histoire de Corinne</emph> sopra l'influenza di quelli che ci
circondano sui nostri giudizi e risoluzioni, anche quando un grande ingegno
vive tra piccolissimi e incolti spiriti. Tanta è l'influenza dell'autorità, che
quella delle persone che ci circondano in qualunque modo, e che da noi per
ragione son disprezzate, prevale sempre in qualche parte a quella delle persone
lontane che da noi per ragione sono stimatissime, quella dell'ultimo libro che
si è letto a quella delle passate letture, e così discorrendo: o certo è molto
difficile l'impedire che in qualche parte non prevalga. Ciò nasce ancora dalla
natural debolezza sì dell'intelletto, sì della facoltà elettiva di qualunque
uomo, le quali hanno sempre bisogno come di un appoggio, come di una sicurtà e
di un garante delle loro determinazioni. L'uomo anche il più risoluto, e il più
libero nel pensare, è sempre sottoposto in qualche parte e all'irresoluzione e
al dubbio, l'una e l'altro molestissimi alla natura umana. Il rimedio più
pronto e forse unico contro questi due mali è l'autorità, ed è impossibile che
l'uomo rifiuti del tutto questo rimedio. <del resp="aut">Però ne' dubbi e nelle
irresoluzioni, tanto volentieri e quasi per necessità o istinto di natura
ricerchiamo il consiglio, anche, non potendo altro, di persone poco stimate da
noi, o stimate meno di noi, e le quali sappiamo o che non sapranno consigliarci
bene, o che intenderanno il negozio e scopriranno il partito conveniente meno
di quello che possiamo far noi da noi stessi.</del> Egli prova un certo
piacere, un senso di riposo, un'opinione o una confusa immaginazione di
sicurezza, ricorrendo all'autorità, assidendosi sotto l'ombra sua, e
pigliandola come per ischermo delle determinazioni sì del suo intelletto che
della sua volontà, nella tanta incertitudine delle cose e della vita. La
ragione che gli dimostra la vanità ed insufficienza di questo schermo, non
basta a fare che egli in qualche modo non se ne prevaglia quasi sempre. E per
lo contrario essa ragione di rado può fare in qualsivoglia grande e forte
spirito che una credenza o una risoluzione presa contro l'avviso degli altri, e
massime de' più prossimi e presenti, non che de' più stimati, non sia sempre
accompagnata da un qualche sospetto e timore di avere errato e di errare, non
ostante che ella si riconosca per ragionevolissima quanto arriva a vedere il
proprio pensiero e giudizio, e il contrario avviso per falsissimo e privo di
fondamento e cattivissimo. L'uomo preferisce sovente l'avviso degli altri al
consiglio proprio, o trovando quello conforme a questo, è più mosso e riposa
più sopra quello che sul proprio giudizio, anche nelle cose dov'egli riconosce
gli altri per molto inferiori a sè d'intelligenza, di pratica e simili. Ciò
nasce che le cause che determinano se stesso si veggono interamente, le altrui
non così bene, onde si stimano di più. L'uomo ha bisogno in tutto
dell'illusione, e della lontananza od oscurità degli oggetti per
valutarli.</note> Tutto ciò non ha luogo nella solitudine, ma meno ancora in
una dissipazione giornaliera e continua senza società. Nella solitudine anche
dell'uomo il più sapiente, esperimentato e disingannato, la lontananza degli
oggetti giova infinitamente a ingrandirli, apre il campo all'immaginazione per
l'assenza del vero e della realtà e della pratica, risveglia e risuscita
sovente le illusioni in luogo di sopirle o finir di distruggerle, l'animo
dell'uomo torna a creare e a formarsi il mondo a suo modo; e finalmente la
mancanza di occupazioni o distrazioni vive, e il continuo e non diviso né
divagato pensiero che necessariamente si pone nelle cose presenti, e
l'attenzione totale dell'animo che nasce dalla mancanza di sensazioni che la
trasportino qua e là, fanno che all'ultimo si dà peso a menomissimi oggetti, e
molto più che non si dava e che gli altri non danno nel mondo a oggetti molto
maggiori (o così detti), e vi si pone tanta cura che finalmente essi riempiono
tutto il tempo, ed occupano la vita, e alcune volte eziandio d'avanzo.
L'esperienza lo prova a quelli che hanno potuto farla in sé o in altri. 
<note place="foot" resp="autore" n="10" anchored="yes">La solitudine rinfranca l'anima e ne
rinfresca le forze, e massime quella parte di lei che si chiama immaginazione.
Ella ci ringiovanisce. Ella scancella quasi o ristringe e indebolisce il
disinganno, quando abbia avuto luogo, sia pure stato interissimo e
profondissimo. Ella rinnuova la vita interna. In somma, bench'ella sembri
compagna indivisibile e quasi sinonimo della noia, nondimeno per un animo che
vi abbia contratto una certa abitudine, e con questa sia divenuto capace di
aprire e spiegare e mettere in attività nella solitudine le sue facoltà, ella è
più propria a riconciliare o affezionare alla vita, che ad alienarne, a
rinnovare o conservare o accrescere la stima verso gli uomini e verso la vita
stessa, che a distruggerla o diminuirla o finir di spegnerla. E ciò non per
altro se non perché gli uomini e la vita sono lontani da lei, giacché ella
affeziona o riconcilia propriamente e più particolarmente non alla vita
presente, cioè a quella che si mena in essa solitudine, ma a quella del mondo
che s'è abbandonata intermessa con disgusto. V. i miei pensieri p. 678-83. 717.
capoverso 3.</note> Ma la detta dissipazione continua senza società, quella che
forma la vita degl'Italiani non bisognosi, è priva degli aiuti della
lontananza, priva delle risorse interne dell'immaginazione e dell'animo, per
esser dissipazione e per aver sempre la realtà sotto gli occhi; e priva da
altra parte de' soccorsi esterni della immaginazione, e di cose al di fuori che
mantengano o rialzino le illusioni, perché come trovarle fuor della società? 
<note place="foot" resp="autore" n="11" anchored="yes">Oltre di ciò questa tal dissipazione
naturalmente annoia sopra ogni cosa (forse più della stessa solitudine
disoccupata, perché è priva della vita interna dell'animo che in questa si
trova): e certo nella vita disoccupata e senza grandi fini o interessi, come
senza bisogni, non v'è cosa più capace di riempiere il tempo senza noia, o con
meno noia che la società stretta, e massime la buona società, sì per se stessa
e in se stessa, sì per gl'infiniti e grandissimi effetti ch'ella produce fuor
di sè, per gli studi e le cure ch'ella rende necessarie o promuove, capaci non
pur di dare da passare il tempo, ma di occupare totalmente e veramente la vita.
Perciò gli stranieri non bisognosi e non occupati s'annoiano assai meno di noi,
e gl'Italiani dello stesso genere s'annoiano sopra tutti gli altri viventi per
quasi tutta la loro vita. È dunque chiaro che essi debbono far conto d'essa
vita assai men degli altri, praticamente parlando, ed esserle meno affezionati,
poiché in sostanza essa non è per loro assolutamente altro che pura, infinita,
profondissima e pesantissima noia, sbadiglio e letargo.</note> Per queste
cagioni gl'Italiani di mondo, privi come sono di società, sentono più o meno
ciascuno, ma tutti, generalmente parlando, più degli stranieri, la vanità reale
delle cose umane e della vita, e ne sono più pienamente, più efficacemente e
più praticamente persuasi, benché per ragione la conoscano, in generale, molto
meno. Ed ecco che gl'Italiani sono dunque nella pratica, e in parte eziandio
nell'intelletto, molto più filosofi di qualunque filosofo straniero, poiché
essi sono tanto più addomesticati, e per così dire convivono e sono
immedesimati con quella opinione e cognizione che è la somma di tutta la
filosofia, cioè la cognizione della vanità d'ogni cosa, e secondo questa
cognizione, che in essi è piuttosto opinione o sentimento, sono al tutto e
praticamente disposti assai più dell'altre nazioni.</p> 
<p>Or da ciò nasce ai costumi il maggior danno che mai si possa pensare. Come
la disperazione, così né più né meno il disprezzo e l'intimo sentimento della
vanità della vita, sono i maggiori nemici del bene operare, e autori del male e
della immoralità. Nasce da quelle disposizioni la indifferenza profonda,
radicata ed efficacissima verso se stessi e verso gli altri, che è la peggior
peste de' costumi, de' caratteri, e della morale. Non si può negare; la
disposizione più ragionevole e più naturale che possa contrarre un uomo
disingannato e ben istruito della realtà delle cose e degli uomini, senza però
esser disperato né inclinato alle risoluzioni feroci, ma quieto e pacifico nel
suo disinganno e nella sua cognizione, come son la più parte degli uomini
ridotti in queste due ultime condizioni; la disposizione, dico, la più
ragionevole è quella di un pieno e continuo cinismo d'animo, di pensiero, di
carattere, di costumi, d'opinione, di parole e d'azioni. Conosciuta ben a fondo
e continuamente sentendo la vanità e la miseria della vita e la mala natura
degli uomini, non volendo o non sapendo o non avendo coraggio, o anche col
coraggio, non avendo forza di disperarsene, e di venire agli estremi contro la
necessità e contro se stesso, e contro gli altri che sarebbero sempre
ugualmente incorreggibili; volendo o dovendo pur vivere e rassegnarsi e cedere
alla natura delle cose, continuare in una vita che si disprezza, convivere e
conversar con uomini che si conoscono per tristi e da nulla; il più savio
partito è quello di ridere indistintamente e abitualmente d'ogni cosa e
d'ognuno, incominciando da se medesimo. Questo è certamente il più
<emph>naturale</emph> e il più ragionevole. Or gl'Italiani generalmente
parlando, e con quelle diversità di proporzioni che bisogna presupporre nelle
diverse classi e individui, trattandosi di una nazione intera, si sono
onninamente appigliati a questo partito. Gl'Italiani ridono della vita: ne
ridono assai più, e con più verità e persuasione intima di disprezzo e
freddezza che non fa niun'altra nazione. Questo è ben naturale, perché la vita
per loro val meno assai che per gli altri, e perché egli è certo che i
caratteri più vivaci e caldi di natura, come è quello degl'Italiani, diventano
i più freddi e apatici quando sono combattuti da circostanze superiori alle
loro forze. Così negl'individui, così è nelle nazioni. Le classi superiori
d'Italia sono le più ciniche di tutte le loro pari nelle altre nazioni. Il
popolaccio italiano è il più cinico de' popolacci. Quelli che credono superiore
a tutte per cinismo la nazione francese, s'ingannano. Niuna vince né uguaglia
in ciò l'italiana. Essa unisce la vivacità naturale (maggiore assai di quella
de' Francesi) all'indifferenza acquisita verso ogni cosa e al poco riguardo
verso gli altri cagionato dalla mancanza di società, che non li fa curar gran
fatto della stima e de' riguardi altrui: laddove la società francese influisce
tanto, com'è noto, anche nel popolo, ch'esso è pieno di riguardi sì verso i
propri individui, sì verso l'altre classi, quanto comporta la sua natura. Se
gli stranieri non conoscono bene il modo di trattare degl'Italiani, massime tra
loro, questo viene appunto dalla mancanza di società in Italia, onde è
difficile a un estero il farsi una precisa idea delle nostre maniere sociali
ordinarie, mancandogli l'occasione d'esserne facilmente e sovente testimonio,
perocché d'altronde noi siamo soliti a risparmiare i forestieri. Ma nel nostro
proprio commercio, per le dette ragioni, il cinismo è tale che supera di gran
lunga quello di tutti gli altri popoli, parlando proporzionatamente di ciascuna
classe. Per tutto si ride, e questa è la principale occupazione delle
conversazioni, ma gli altri popoli altrettanto e più filosofi di noi, ma con
più vita, e d'altronde con più società, ridono piuttosto delle cose che degli
uomini, piuttosto degli assenti che dei presenti, perché una società stretta
non può durare tra uomini continuamente occupati a deridersi in faccia gli uni
e gli altri, e darsi continui segni di scambievole disprezzo. In Italia il più
del riso è sopra gli uomini e i presenti. La <emph><foreign lang="fre">raillerie</foreign></emph> il <emph><foreign lang="fre">persifflage</foreign></emph>, cose sì poco proprie della buona
conversazione altrove, occupano e formano tutto quel poco di vera conversazione
che v'ha in Italia. Quest'è l'unico modo, l'unica arte di conversare che vi si
conosca. Chi si distingue in essa è fra noi l'uomo di più mondo, e considerato
per superiore agli altri nelle maniere e nella conversazione, quando altrove
sarebbe considerato per il più insopportabile, e il più alieno dal modo di
conversare. Gl'Italiani posseggono l'arte di perseguitarsi scambievolmente e di
<emph><foreign lang="fre">se pousser à bout</foreign></emph> colle parole, più
che alcun'altra nazione. Il <emph><foreign lang="fre">persifflage</foreign></emph> degli altri è certamente molto più
fino, il nostro ha spesso e per lo più del grossolano, ed è una specie di
<emph><foreign lang="fre">polissonnerie</foreign></emph>, ma con tutto questo
io compiangerei quello straniero che venisse a competenza e battaglia con un
italiano in genere di <emph><foreign lang="fre">raillerie</foreign></emph>. I
colpi di questo, benché poco artificiosi, sono sicurissimi di sconcertare senza
rimedio chiunque non è esercitato e avvezzo al nostro modo di combattere, e non
sa combattere alla stessa guisa. Così un uomo perito della scherma è sovente
sconcertato da un imperito, o uno schermitore riposato da un furioso e in
istato di trasporto. Gl'Italiani non bisognosi passano il loro tempo a
deridersi scambievolmente, a pungersi fino al sangue. Come altrove è il maggior
pregio il rispettar gli altri, il risparmiare il loro amor proprio, senza di
che non vi può aver società, il lusingarlo senza bassezza, il proccurar che gli
altri sieno contenti di voi, così in Italia la principale e la più necessaria
dote di chi vuol conversare, è il mostrar colle parole e coi modi ogni sorta di
disprezzo verso altrui, l'offendere quanto più si possa il loro amor proprio,
il lasciarli più che sia possibile mal soddisfatti di se stessi e per
conseguenza di voi.</p> 
<p>Sono incalcolabili i danni che nascono ai costumi da questo abito di
cinismo, benché per verità il più conveniente a uno spirito al tutto
disingannato e intimamente e praticamente filosofo, e da tutte le sovraespresse
condizioni e maniere del nostro modo di trattarci scambievolmente. Non
rispettando gli altri, non si può essere rispettato. Gli stranieri e gli uomini
di buona società non rispettano altrui se non per essere rispettati e
risparmiati essi stessi, e lo conseguono. Ma in Italia non si conseguirebbe,
perché dove tutti sono armati e combattono contro ciascuno, è necessario che
ciascuno presto o tardi si risolva e impari d'armarsi e combattere, altrimenti
è oppresso dagli altri, essendo inerme e non difendendosi, in vece d'essere
risparmiato. È anche necessario ch'egli impari ad offendere. Tutto ciò non si
può conseguire prima che uno contragga un abito di disistima e disprezzo e
indifferenza somma verso se stesso, perché non v'è cosa più nociva in questo
modo di conversare che l'esser dilicato e sensibile sul proprio conto. Oltre
che allora tutti i ridicoli piombano su di voi, si è sempre timido e incapace
di offendere per paura di non soffrire altrettanto e provocarsi maggiormente
gli altri, incapace di difendersi convenientemente perché la passione impedisce
la libertà e la franchezza del pensare e dell'operare e l'aggiustatezza e
disinvoltura delle difese. E basta che uno si mostri sensibile alle punture o
abitualmente o attualmente perché gli altri più s'infervorino a pungerlo e
annichilarlo. Oltre di ciò in qualunque modo il vedersi sempre in derisione per
necessità produce una disistima di se stesso, e dall'altra parte
un'indifferenza a lungo andare sulla propria riputazione. La quale indifferenza
chi non sa quanto noccia ai costumi? E certo che il principal fondamento della
moralità di un individuo e di un popolo è la stima costante e profonda che esso
fa di se stesso, la cura che ha di conservarsela (né si può conservarla vedendo
che gli altri ti disprezzano), la gelosia, la delicatezza e sensibilità sul
proprio onore. Un uomo senz'amor proprio, al contrario di quel che volgarmente
si dice, è impossibile che sia giusto, onesto e virtuoso di carattere,
d'inclinazioni, costumi e pensieri, se non d'azioni. </p> 
<p>Di più quanto v'ha di conversazione in Italia (ch'è la più parte ne' caffè e
ridotti pubblici, piuttosto che appresso i privati, appo i quali propriamente
non si conversa, ma si giuoca, o si danza, o si canta, o si suona, o si
passeggia, essendo sconosciute in Italia le vere conversazioni private che
s'usano altrove); quel poco, dico, che v'ha in Italia di conversazione, essendo
non altro che una pura e continua guerra senza tregua, senza trattati, e senza
speranza di quartiere, benché questa guerra sia di parole e di modi e sopra
cose di niuna sostanza, pure è manifesto quanto ella debba disunire e alienare
gli animi di ciascuno da ciascuno, sempre offesi nel loro amor proprio, e
quanto per conseguenza sia pestifera ai costumi divenendo come un esercizio per
una parte, e per l'altra uno sprone dell'offendere altrui e della nimicizia
verso gli altri, nelle quali cose precisamente consiste il male morale e la
perversità de' costumi e la malvagità morale delle azioni e de' caratteri.
Ciascuno combattuto e offeso da ciascuno dee per necessità restringere e
riconcentrare ogni suo affetto ed inclinazione verso se stesso, il che si
chiama appunto egoismo, ed alienarle dagli altri e rivolgerle contro di loro,
il che si chiama misantropia. L'uno e l'altra le maggiori pesti di questo
secolo. Così che le conversazioni d'Italia sono un ginnasio dove colle
offensioni delle parole e dei modi s'impara per una parte e si riceve stimolo
dall'altra a far male a' suoi simili co' fatti. Nel che è riposto l'esizio e
l'infelicità sociale e nazionale. E questa è la somma della pravità e corruzion
de' costumi. Ed anche all'amore e spirito nazionale è visibile quanto debbano
nuocere tali modi di conversare per cui trattiamo e ci avvezziamo a trattare e
considerar gli altri sì diversamente che come fratelli, ed acquistiamo o
intratteniamo ed alimentiamo uno spirito ostile verso i più prossimi. Laddove
presso l'altre nazioni la società e conversazione, rispettandovisi ed anche
pascendovisi per parte di tutti l'amor proprio di ciascheduno, è un mezzo
efficacissimo d'amore scambievole sì nazionale che generalmente sociale; in
Italia per la contraria cagione, la società stessa, così scarsa com'ella è, è
un mezzo di odio e disunione, accresce esercita e infiamma l'avversione e le
passioni naturali degli uomini contro gli uomini, massime contro i più vicini,
che più importa di amare e beneficare o risparmiare; tanto che al paragone
sarebbe assai meglio che ella non vi fosse affatto, e che gl'Italiani non
conversassero mai tra loro se non nel domestico, e per li soli bisogni, come
alcune nazioni poco polite e molto bisognose, o molto occupate e industriose.
Certo la società che havvi in Italia è tutta di danno ai costumi e al carattere
morale, senza vantaggio alcuno. </p> 
<p>Queste sono le conseguenze della poca società e della poca vita che havvi in
Italia. Dalla poca società nasce che non v'ha buona società e che quella poca
nuoce al morale. E ciò nasce ancora come si è detto dal disprezzo della vita
che naturalmente ha luogo più che negli altri in quelli che nulla vi godono, e
per cui niente ella vale, sì stante le altre circostanze, come atteso eziandio
la mancanza di buona e non tediosissima società. La poca società e la poco vita
(cioè poca azione) apparisce dalle sopraddette cose che sono naturalmente
sinonimi di società e vita cattiva e scostumata e noiosa e immorale. </p> 
<p>O tutti o gran parte degl'inconvenienti di sopra specificati 
<note place="foot" resp="autore" n="12" anchored="yes">Dico segnatamente di quelli relativi al
modo di conversare, e stare in società di trattenimento, e simili.</note> hanno
luogo proporzionatamente anche nelle nazioni più sociali e nelle migliori
conversazioni. Da per tutto v'ha inconvenienti, da per tutto la società e
l'uomo, considerato sì in se stesso e come individuo, sì come sociale, è
imperfettissimo. Di più i suoi difetti e quelli della società e
gl'inconvenienti di questa, presi generalmente e capo per capo all'ingrosso,
sono da per tutto i medesimi, massime in questi tempi di grandissimo commercio
d'ogni genere e quindi conformità fra le nazioni civili, anche le più distanti.
È impossibile nominare o descrivere un difetto e un inconveniente proprio d'una
nazione in generale, che non si trovi o al tutto uguale o con poca differenza e
modificazione in ciascun'altra. Io non intendo dunque di attribuire all'Italia
esclusivamente gl'incomodi che ho detti. Sono ben lontano dall'immaginarmi un
mondo diverso e più bello del nostro ne' paesi remoti da' miei occhi. In
particolare poi, dovunque v'ha società, quivi l'uomo cerca sempre d'innalzarsi,
in qualunque modo e con qualunque sia mezzo, colla depressione degli altri, e
di far degli altri uno sgabello a se stesso (o trattisi di parole o di fatti),
e l'amor proprio in nessun paese è scompagnato dall'avversione comunque sentita
e dalla persecuzione comunque esercitata verso i propri simili, e massime verso
quelli con cui si convive e che ci toccano più da presso o con gl'interessi o
con l'uso quotidiano. E questo accade più che mai ne' popoli civili, e oggi più
che in qualunque altro tempo, essendo riconosciuto per caratteristico di questo
secolo, e per necessaria conseguenza delle opinioni e dello stato presente dei
popoli, quel genere di amor proprio che si chiama egoismo, il pessimo di tutti
i generi. Ma oltre che le modificazioni dei difetti e inconvenienti umani e
sociali possono essere differenti come ho detto, vi si dà anche il più e il
meno, e di essi altro può esser dominante e principale in un luogo, ed altro in
un altro. Quello dunque che io intendo di dire si è che gli accennati
inconvenienti, per le cagioni e circostanze nostre specificate, sono maggiori
qui che altrove, sono i dominanti in Italia, di peggior natura, più efficaci,
più gravi, più estesi e frequenti e divulgati, più dannosi, più caratteristici
e distinti nella nostra società e nella nostra vita che altrove. </p> 
<p>Si vede dalle sopraddette cose che l'Italia è, in ordine alla morale, più
sprovveduta di fondamenti che forse alcun'altra nazione europea e civile,
perocché manca di quelli che ha fatti nascere ed ora conferma ogni dì più co'
suoi progressi la civiltà medesima, ed ha perduti quelli che il progresso della
civiltà e dei lumi ha distrutti. Sì per l'una parte è inferiore alle nazioni
più colte o certo più istruite, più sociali, più attive e più vive di lei, per
l'altra alle meno colte e istruite e men sociali di lei, come dire alla Russia,
alla Polonia, al Portogallo, alla Spagna, le quali conservano ancora una gran
parte de' pregiudizi de' passati secoli, e dalla ignoranza hanno ancor qualche
garanzia della morale, benché sien prive di quella che dà alla morale la
società e il sentimento delicato dell'onore. Il quale stato della Spagna in
particolare, fece dire allo Chateaubriand prima della sua rivoluzione, che
quando gli altri popoli rotti e invecchiati dall'eccesso della civiltà e per
conseguenza dalla corruzione avrebbero perduta ogni virtù, e seco ogni forza,
valore ed energia, la Spagna ancor fresca, ancor vicina alla natura, si sarebbe
trovata in quello stato di vigore che nasce da' principii e da' costumi non
corrotti di una nazione serbata lontana e illesa dal commercio cogli altri
popoli; e che quello sarebbe stato il tempo in cui la Spagna sarebbe tornata a
risplendere, e ricomparsa superiore all'altre nazioni in Europa, come l'unica
non corrotta. Nel che lo Chateaubriand, come in molte altre cose, e per
conseguenza necessaria di molti suoi falsi principii, s'ingannava grandemente.
Si potrà forse disputare non poco se l'antica civiltà sia da preporre o
posporre alla moderna, in ordine alla felicità sì dell'uomo sì de' popoli ed
alla virtù, valore, vita, energia ed attività delle nazioni. Ma lo stato della
Spagna non ha niente a fare coll'antica civiltà. Tutto quello in che la Spagna
(e i popoli che se le assomigliano) si distingue dagli altri popoli d'Europa
(prescindendo dalle differenze di necessità occasionate dal clima e carattere
nazionale: differenze che si trovano fra tutte l'altre nazioni anche
civilissime) appartiene alla barbarie de' tempi bassi, è una derivazione, o
piuttosto una continuazione di quella. Se la Spagna differisce dalle altre
europee, e dalle sue vicine, più che tutte queste altre non differiscono tra
loro anche tra le più lontane, ciò non accade perch'ella abbia nulla d'antico o
conservato o racquistato, ma perch'ella ha conservato della barbarie dell'età
media assai più ella sola che tutte l'altre nazioni civili insieme. Ora i
costumi, le opinioni e lo stato propriamente antico favorivano, conducevano, e
generavano il grande, ma quelli del tempo basso in generale considerandoli, non
hanno mai né favorito né prodotto niente di grande, né sono di natura da
poterne produrre o da esser compatibili colla vera grandezza né dell'individuo
né molto meno delle nazioni. È un falsissimo modo di vedere quello di
considerar la civiltà moderna come liberatrice dell'Europa dallo stato antico.
Questo falso concetto guasta generalissimamente il giudizio e il vero modo di
pensare sulla storia e le vicende del genere umano e delle nazioni, ed è un
errore o una svista sostanzialissima che turba e falsifica tutta l'idea che un
filosofo può concepire in grande sulla detta storia e sui progressi o andamenti
dello spirito umano. 
<note place="foot" resp="autore" n="13" anchored="yes">Nondimeno questo modo di vedere è molto
comune anzi universale, anche tra' filosofi, almeno per l'ordinario ed
abitualmente.</note> Il risorgimento è stato dalla barbarie de' tempi bassi non
dallo stato antico; la civiltà, le scienze, le arti, i lumi, rinascendo,
avanzando e propagandosi non ci hanno liberato dall'antico, ma anzi dalla
totale e orribile corruzione dell'antico. In somma la civiltà non nacque nel
quattrocento in Europa, ma rinacque. Certo ella non fu totalmente conforme alla
prima, anzi <emph><foreign lang="fre">beaucoup s'en faut</foreign></emph>; le
circostanze non lo consentirono allora, e ne l'hanno forse più che mai
allontanata in progresso ed allontanano ogni dì più, ma in quanto ella ci rende
diversi dagli antichi, si può forse molto dubitare se ella faccia un benefizio
agl'individui e alle nazioni e se giovi alla felicità, virtù e grandezza sì
degli uni separatamente considerati, e sì dell'altre considerate ciascuna in
corpo, e tutte insieme. Il grandissimo e incontrastabile beneficio della rinata
civiltà e del risorgimento de' lumi si è di averci liberato da quello stato
egualmente lontano dalla coltura e dalla natura proprio de' tempi bassi, cioè
di tempi corrottissimi; da quello stato che non era né civile né naturale, cioè
propriamente e semplicemente barbaro, da quella ignoranza molto peggiore e più
dannosa di quella de' fanciulli e degli uomini primitivi, dalla superstizione,
dalla viltà e codardia crudele e sanguinaria, dall'inerzia e timidità
ambiziosa, intrigante e oppressiva, dalla tirannide all'orientale, inquieta e
micidiale, dall'abuso eccessivo del duello, dalla feudalità dal Baronaggio e
dal vassallaggio, dal celibato volontario o forzoso, ecclesiastico o secolare,
dalla mancanza d'ogn'industria e deperimento e languore dell'agricoltura, dalla
spopolazione, povertà, fame, peste che seguivano ad ogni tratto da tali
cagioni, dagli odii ereditarii e di famiglia, dalle guerre continue e mortali e
devastazioni e incendi di città e di campagna tra Re e Baroni, Re e sudditi,
Baroni e Baroni, Baroni e vassalli, città e città, fazioni e fazioni, e
suddivisioni di partiti, famiglie e famiglie, dallo spirito non d'eroismo ma di
cavalleria e d'assassineria, dalla ferocia non mai usata per la patria né per
la nazione, dalla total mancanza di nome e di amor nazionale e patrio, e di
nazioni, dai disordini orribili nel governo, anzi dal niun governo, niuna
legge, niuna forma costante di repubblica e amministrazione, incertezza della
giustizia, de' diritti, delle leggi, degl'instituti e regolamenti, tutto in
potestà e a discrezione e piacere della forza, e questa per lo più posseduta e
usata senza coraggio, e il coraggio non mai per la patria e i pericoli non mai
incontrati per lei, né per la gloria, ma per danari, per vendetta, per odio,
per basse ambizioni e passioni, o per superstizioni e pregiudizi, i vizi non
coperti d'alcun colore, le colpe non curanti di giustificazione alcuna, i
costumi sfacciatamente infami anche ne' più grandi e in quelli eziandio che
facean professione di vita e carattere più santo, guerre di religione,
intolleranza religiosa, inquisizione, veleni, supplizi orribili verso i rei
veri o pretesi, o i nemici, niun diritto delle genti, tortura, prove del fuoco,
e cose tali. Da questo stato ci ha liberati la civiltà moderna; da questo, di
cui sono ancora grandissime le reliquie, ci vanno liberando sempre più i suoi
progressi giornalieri; da' suoi effetti e da' suoi avanzi e dalle opinioni che
li favoriscono proccura e sforzasi di liberarci la nuova filosofia nata, si può
dire, non ancor sono due secoli, e intenta propriamente a terminare e
perfezionare il nostro risorgimento dagli abusi, pregiudizi (peggiori assai che
l'ignoranza), depravazione e barbarie de' tempi bassi; degna perciò solo di
lode e gratitudine e gloria e favore e coltura, e perciò solo utile o almeno
perciò principalmente. Questo stato e natura di cose, propriamente parlando, o
gli effetti ed avanzi suoi, o gli usi, le opinioni e le forme ad essa
appartenenti o corrispondenti, amano, difendono, lodano, cercano di ritenere e
salvare dalla distruzione a cui sono incamminate i nemici della moderna
filosofia, quelli che piangono, condannano, biasimano, oppugnano, combattono la
civiltà moderna e i lumi del secolo e i suoi progressi, e quelli che fecero il
simile ne' passati secoli, quelli che richiamano o richiamarono l'antico, e se
ne chiamano difensori e conservatori e lo prendono per loro divisa, e gridano e
s'indegnano contro la novità; laddove il vero antico è in gran parte quello
appunto che essi combattono, e non v'è cosa più propriamente antica di
moltissime di quelle che essi chiamano novità e che impugnano come tali e se ne
maravigliano gravemente come cose finora ignote al genere umano, e contrarie
all'esperienza, e però perniciosissime. Vedi i miei pensieri p. 162-163. 
<note place="foot" resp="autore" n="14" anchored="yes">Come nelle arti e nella letteratura lo
spirito del risorgimento non è stato di allontanarci dall'antico, ché anche di
portarci più oltre che non giunsero gli antichi (il che forse è impossibile, e
forse assolutamente male e dannoso, e corruzione per se medesimo), ma di
liberarci dal gotico, come egli ha fatto, e nondimeno ché le arti ché la
letteratura moderna malgrado ancora il grandissimo studio che i cultori
dell'una e dell'altre han fatto e fanno continuamente degli antichi esempi,
sono però ché mai sono state conformi alle antiche, ma più e men diverse
secondo l'epoche e i generi e gli scrittori e gli artefici, benché l'antico sia
riconosciuto per maestro sommo e specialissimo in tali faccende; così dee
discorrersi quanto ai costumi e allo stato moderno delle nazioni, benché questi
e la moderna civiltà non sia ché mai sia stata conforme all'antico.</note></p> 
<p>Da questa digressione tornando al proposito, dico che la Spagna in
particolare, e seco le nazioni d'Europa o d'altrove che le somigliano più o
manco, benché sottoposte a infiniti inconvenienti ed a uno stato in verità non
invidiabile, hanno pur qualche residuo di fondamento alla morale pubblica e
privata, oltre alla forza, ne' pregiudizi stessi e nella ignoranza di tante
cose rivelate dai lumi moderni, e nell'avanzo non piccolo della barbarie
dell'età media. Il qual fondamento manca all'Italia, senza che sia compensato
da quello che la civiltà moderna istessa offre alle nazioni d'Europa e
d'America più sociali e più vive di lei.</p> 
<p>Gl'Italiani hanno piuttosto usanze e abitudini che costumi. Poche usanze e
abitudini hanno che si possano dir nazionali, ma queste poche, e l'altre assai
più numerose che si possono e debbono dir provinciali e municipali, sono
seguite piuttosto per sola assuefazione che per ispirito alcuno o nazionale o
provinciale, per forza di natura, perché il contraffar loro o l'ometterle sia
molto pericoloso dal lato dell'opinione pubblica, come è nell'altre nazioni, e
perché quando pur lo fosse, questo pericolo sia molto temuto. Ma questo
pericolo realmente non v'è, perché lo spirito pubblico in Italia è tale, che,
salvo il prescritto dalle leggi e ordinanze de' principi, lascia a ciascuno
quasi intera libertà di condursi in tutto il resto come gli aggrada, senza che
il pubblico se ne impacci, o impacciandosene sia molto atteso, né se n'impacci
mai in modo da dar molta briga e da far molto considerare il suo piacere o
dispiacere, approvazione o disapprovazione. Gli usi e i costumi in Italia si
riducono generalmente a questo, che ciascuno segua l'uso e il costume proprio,
qual che egli si sia. E gli usi e costumi generali e pubblici, non sono, come
ho detto, se non abitudini, e non sono seguiti che per liberissima volontà,
determinata quasi unicamente dalla materiale assuefazione, dall'aver sempre
fatta quella tal cosa, in quel tal modo, in quel tal tempo, dall'averla veduta
fare ai maggiori, dall'essere stata sempre fatta, dal vederla fare agli altri,
dal non curarsi o non pensare di fare altrimenti o di non farla (al che
basterebbe il volere); e facendola del resto con pienissima indifferenza,
senz'attaccarvi importanza alcuna, senza che l'animo né lo spirito nazionale, o
qualunque, vi prenda alcuna parte, considerando per egualmente importante il
farla che il tralasciarla o il contraffarla, non tralasciandola e non
contraffacendola appunto perché nulla importa, e per lo più con disprezzo, e
sovente, occorrendo con riso e scherno di quel tal uso o costume. 
<note place="foot" resp="autore" n="15" anchored="yes">Vedi i miei pensieri p. 3546.
seg.</note></p> 
<p>Da tutte le cose considerate di sopra come cagioni della total mancanza o
incertezza di buoni costumi in Italia, e della mancanza eziandio di costumi
propriamente italiani (la qual mancanza è sempre compagna e causa di mali
costumi), segue un effetto reale, che può parere un paradosso, cioè che
(siccome v'ha più propriamente costumi) v'ha migliori o men cattivi costumi
nelle capitali e città grandi d'Italia, che nelle province, e nelle città
secondarie e piccole. La ragione si è che in quelle v'ha un poco più di
società, quindi un poco più di cura dell'opinion pubblica, e un poco più di
esistenza reale di questa opinione, quindi un poco più di studio e spirito di
onore, e gelosia della propria fama, un poco più di necessità e di cura di
esser conforme agli altri, un poco più di costume, e quindi di buono o men
cattivo costume. Al contrario di quello che può sembrar verisimile, le città
piccole e le province d'Italia sono di costumi e di principii assai peggiori e
più sfrenati che le capitali e città grandi, che sembrerebbero dover essere le
più corrotte, e per tali sono state sempre considerate, e si considerano
generalmente anche oggi, ma a torto. In generale egli è certo che dopo la
distruzione o indebolimento de' principii morali fondati sulla persuasione,
distruzione causata dal progresso e diffusione dei lumi, si verifica una cosa,
che spesso affermata, è stata forse falsa in ogni altro tempo; cioè che nel
mondo civile le nazioni, le province, le città, le classi, gl'individui più
colti, più politi, sociali, esperimentati nel mondo, istruiti, e in somma più
civili, sono eziandio i meno scostumati e immorali nella condotta, e in parte
ancora ne' principii, cioè in quei principii di morale che si fondano sopra
discorsi e ragioni al tutto umane. Tutto ciò è esattamente vero nell'Italia in
generale, non solamente quanto alle città e province, ma eziandio quanto
agl'individui e quanto alle classi, almeno almeno a quelle non laboriose,
paragonate fra loro. E forse in alcuni luoghi le classi civili si troveranno
più morali, per esempio, di più buona fede, anche paragonandole alle classi
laboriose; tanta è la diffusione de' principii distruttivi della morale in
Italia come altrove. I quali principii non hanno nelle condizioni basse altra
cosa che li compensi, oltre che in esse non sono accompagnati da quegli altri
principii che raffreddano le passioni e i desiderii degli uomini illuminati e
sperimentati sulla natura e il valore de' beni umani. Onde la distruzione o
indebolimento de' principii morali (ch'è il più pronto e il più facile effetto
della diffusione dei lumi, perché favorito sommamente dalle inclinazioni
naturali, e il lume che più agevolmente penetra e si abbraccia) è accompagnato
in queste tali condizioni collo stesso ardore di cupidità e di passioni che
prima avevano, il quale stato è il più pernicioso, e il più favorevole, anzi
necessario compagno, alla scostumatezza, che mai possa darsi; oltre alla viltà
de' pensieri, alla bassezza d'animo, alla poca stima di se stessi, propria di
tali condizioni. Così discorrasi proporzionatamente dell'altre classi, e delle
province e popolazioni e nazioni comparativamente l'une all'altre. La civiltà
che sotto molti aspetti è chiamata e veramente è corruzione, pure infondendo lo
spirito di onore mediante l'uso della società, e la stima dell'opinion pubblica
che di là nasce, e la gelosia e cura di quel che gli altri pensino e dicano di
te, o sieno per pensare e per dire, opera oggidì in modo, che mancando
generalmente, più o meno, gli altri principii morali, e gli altri aiuti e
garanti della morale, i costumi dove è minor civiltà, cioè corruzione, quivi
son più corrotti, o vogliamo in somma dir più cattivi. Il che negli altri tempi
non poteva aver luogo, perché gli altri fondamenti della morale pubblica e
privata non erano distrutti, né mai forse furono così indeboliti; e qualunque
altro di tali fondamenti è molto maggiore e più considerabile e saldo di quel
che offre la civiltà (fondamento ben superficiale, nondimeno da tener carissimo
perché oramai unico possibile); onde dov'era minor civiltà quivi essendo più di
quegli altri fondamenti (che la civiltà ha sempre <emph><foreign lang="fre">sapés</foreign></emph>), la morale doveva esservi migliore che dove
era più civiltà. Del resto la civiltà ripara oggi quanto ai costumi in qualche
modo i suoi propri danni, quando ella sia in un certo grado: e però non può
farsi cosa più utile ai costumi oramai che il promuoverla e diffonderla più che
si possa, come rimedio di se medesima da una parte, e dall'altra di ciò che
avanza della corruzione estrema e barbarie de' bassi tempi, o che a questa
appartiene, e corrisponde al di lei spirito, e all'impulso impresso e ai
vestigi lasciati da lei nelle nazioni civili. Parlando sommariamente e senza
dissimulazione, ma chiaramente, la morale propriamente è distrutta, e non è
credibile che ella possa risorgere per ora, né chi sa fino a quando, e non se
ne vede il modo; i costumi possono in qualche guisa mantenersi, e sola la
civiltà può farlo ed essere instrumento a questo effetto, quando ella sia in un
alto grado. </p> 
<p>Fin qui abbiamo considerato negli Italiani la mancanza di società. A questa
si deve anche aggiungere come altra cagione de' medesimi o simili effetti la
natura del clima e del carattere nazionale che ne dipende e risulta. È tanto
mirabile e simile a paradosso, quanto vero, che non v'ha né individuo né popolo
sì vicino alla freddezza, all'indifferenza, all'insensibilità, e ad un grado
così alto e profondo e costante di freddezza, insensibilità e indifferenza,
come quelli che per natura sono più vivaci, più sensibili, più caldi. Collocati
questi tali o popoli o individui in uno stato e in circostanze o politiche o
qualunque, in cui niuna cosa conferisca all'immaginazione e all'illusione, anzi
tutto contribuisca al disinganno, questo disinganno per la vivacità stessa
della loro natura e in ragione diretta di essa vivacità è completo, totale,
fortissimo, profondissimo. L'indifferenza che ne risulta è perfetta,
radicatissima, costantissima; l'inattività, se si può così dire, efficacissima;
la noncuranza effettivissima; la freddezza è vero ghiaccio, come accade nel
gran caldo, che i vapori sono da esso elevati a tanta altezza che quivi
stringendosi nel più duro gelo, precipitano ridotti in gragnuola. I popoli
settentrionali meno caldi nelle illusioni, sono anche meno freddi nel
disinganno. Di più sono meno facili a questo disinganno. Poca cosa basta ad
alimentare la loro immaginazione, a conservare le loro illusioni. Così dico
degl'individui poco sensibili. Ma la gran forza del sentimento e
dell'immaginazione ha bisogno di molto pascolo, di aiuti vivi, di qualche
sostentamento nelle cose reali. Altrimenti rivolgendo la sua forza e il suo
calore in se stessa si consuma da sé tanto più presto e più completamente
quanto essa forza ed esso calore è più grande ed attivo. Uno spirito delicato
messo a contatto della durezza delle cose reali, e confricato per così dire con
esse, diviene tanto più presto e tanto maggiormente ottuso quanto era più acuto
e più fino, e tanto più facilmente e profondamente incallisce quanto era più
delicato, tenero e molle. Così accade nel fisico, così nel morale. Or dunque se
noi consideriamo da una parte questa proprietà inseparabile dagli spiriti
vivaci e sensibili, cioè di cadere tanto più facilmente e altamente nelle
qualità contrarie (proprietà comune a tutti gli eccessi sempre proclivi e
vicini ai loro opposti), e ciò anche in parità delle altre circostanze rispetto
agli spiriti riposati e temperati o freddi e insensibili per natura; e
dall'altra parte che non solo questa parità di circostanze nel nostro caso non
ha luogo, ma che l'Italia è in uno stato, quanto alle cose reali che
favoriscono l'immaginazione e le illusioni, molto inferiore a quello di tutte
l'altre nazioni civili (parlo delle circostanze della vita, e non di quelle del
clima e naturali, che anzi nocciono per le dette ragioni); non ci
maraviglieremo punto che gl'Italiani la più vivace di tutte le nazioni colte e
la più sensibile e calda per natura, sia ora per assuefazione e per carattere
acquisito la più morta, la più fredda, la più filosofa in pratica, la più
circospetta, indifferente, insensibile, la più difficile ad esser mossa da cose
illusorie, e molto meno governata dall'immaginazione neanche per un momento, la
più ragionatrice nell'operare e nella condotta, la più povera, anzi priva
affatto di opere d'immaginazione (nelle quali una volta, anzi due volte, superò
di gran lunga tutte le nazioni che ora ci superano), di poesia qualunque (non
parlo di versificazione), di opere sentimentali, di romanzi 
<note place="foot" resp="autore" n="16" anchored="yes">Di questi tali generi, per esser nati
dopo la fine della nostra vita nazionale reale, la nostra letteratura ne manca
affatto e di essi e di qualunque che loro possa equivalere.</note> e la più
insensibile all'effetto di queste tali opere e generi (o proprie o straniere).
E d'altra parte non farà maraviglia che i popoli settentrionali e massime i più
settentrionali sieno oggi i più caldi di spirito, i più immaginosi in fatto, i
più mobili e governabili dalle illusioni, i più sentimentali e di carattere e
di spirito e di costumi, i più poeti nelle azioni e nella vita, e negli scritti
e letterature. Questa è una verità di fatto che salta agli occhi, sebben sembra
singolare e mostruosa. E per recare un esempio, dove mai si potrebbe se non in
Germania e nel fondo del settentrione, mantenere e sussistere a' tempi nostri e
in tanto dissipamento d'illusioni, la società dei Fratelli Moravi e molti altri
simili stabilimenti e costumi fondati sopra soli principii e sopra la sola
forza dell'opinioni? e opinioni certo non conformi all'esatta, secca e fredda
filosofia geometrica-moderna. Che dirò del quakerismo che ancora dura? e di
cento simili cose d'Inghilterra, Germania, e degli altri popoli del nord. Né mi
si oppongano simili pratiche religiose o qualunque, degl'Italiani, perché
queste in Italia, come ho detto, sono usi e consuetudini, non costumi, e tutti
se ne ridono, né si trovano più in Italia veri fanatici di nessun genere,
appena tra quelli che per istato hanno interesse alla conservazione di questa o
quella specie di fanatismo o d'illusioni. Certo le dette pratiche de'
settentrionali sanno affatto di antico, e niente di moderno, e paiono
incompatibili co' tempi nostri, e quasi innesti dell'antichità in essi tempi. E
notisi che esse pratiche sono in gran parte, e forse le più, di origine
modernissima, anzi nate dalle moderne rivoluzioni di opinioni e di politica, e
giornalmente ne nascono delle simili. 
<note place="foot" resp="autore" n="17" anchored="yes">Il sopraddetto si dimostra per fino
nella letteratura, ed evidentissimamente. Se v'ha letteratura nella quale a'
tempi nostri (o ne' prossimi passati) sieno ancora in uso i sistemi e i romanzi
di opinione, questa è l'inglese, e molto più la tedesca, perché propriamente
fra' Tedeschi si può dire che non v'ha letterato di sorta alcuna che o non
faccia o non segua un deciso sistema, e questo è per lo più, come è il solito e
l'antico uso de' sistemi, un romanzo. I più pazienti ed assidui osservatori,
che sono senza fallo i Tedeschi, i più studiosi ed applicati a imparare e
informarsi, sono per una curiosa contraddizione i più romanzeschi. In Germania
e in parte anche in Inghilterra, v'ha continuamente sistemi e romanzi in ogni
letteratura, in filosofia qualunque, in politica, in istoria, in critica, in
ogni parte di filologia, fino nelle grammatiche, massime di lingue antiche. Da
gran tempo non esiste in Europa alcuna setta ché scuola particolare di una tal
filosofia, molto meno metafisica, fuorché in Germania negli ultimissimi tempi,
e credo anche oggi, la setta e scuola, appunto metafisica, di Kant, suddivisa
ancora in diverse sette, e prima di Kant quella di Wolf. Il sistema del
romanticismo, che ha reso sistematica anche la poesia, non appartiene che a'
settentrionali, e massime a' Tedeschi. Le visioni, anche in fisica, se sono
proprie di alcuna nazione oggidì, lo sono dei Tedeschi, testimonio la fortezza
e le belle strade scoperte nella luna dal prof. Gruithuisen di Monaco, e la
coltivazione mensuale scoperta pur nella luna dal medesimo e dallo Schroter e
dall'Herschel. In somma i Tedeschi, non ostante la diversità de' tempi, e la
decisa inclinazione presente dello spirito umano alla pura osservazione e
all'esperienza, sono ancora in letteratura e in filosofia ed in iscienze quel
che erano gli antichi appunto, sistematici, romanzieri, settari, immaginatori,
visionari. Ed accoppiano queste qualità ad una somma e infaticabile diligenza
ed inclinazione e abitudine di osservazione e di esperienza e di apprendere.
Lascio che i miracoli già da un pezzo obbliati, anche ne' popoli che passano
per li più superstiziosi, come l'Italia e la Spagna, si sono in questi ultimi
anni rinnovellati e solennizzati nelle gazzette e nelle corti medesime, dove?
in Germania. Lascio che non ha molti anni si parlò nelle gazzette di un
filosofo cinico, di che nazione? tedesco; e di certe maghe o indovine tedesche,
e cose simili, che non lasciano di udirsi di tempo in tempo da quella parte, e
sebben derise da' savi tedeschi (ché però forse da tutti), non lasciano di
manifestar lo spirito di quella nazione, mentre nelle altre anche il popolo le
deride, o non ci pensa, e non ne è capace.</note></p> 
<p>Tutto questo, torno a dire, sembra mostruoso e contraddittorio, se non si
spiega colle considerazioni fatte di sopra. Ma tant'è. I popoli meridionali
superarono tutti gli altri nella immaginazione e quindi in ogni cosa, a' tempi
antichi; e i settentrionali per la stessa immaginazione superano di gran lunga
i meridionali a' tempi moderni. La ragione si è che a' tempi antichi lo stato
reale delle cose e delle opinioni ragionate favoriva tanto l'immaginazione
quanto ai tempi moderni la sfavorisce. E però in pratica l'immaginazione de'
popoli meridionali era tanto più attiva di quella de' settentrionali quanto è
ora al contrario, perché la freddezza della realtà ha tanta più forza sulle
immaginazioni e sui caratteri quanto essi sono più vivi e più caldi. E certo le
nazioni settentrionali, e massime il popolo, sono molto più paragonabili e
simili oggidì alle antiche che non sono le nazioni, e massime il popolo, del
mezzogiorno, laddove è pur certo che dovendo sceglier tra i climi e tra i
caratteri naturali dei popoli una immagine dell'antichità niuno dubiterebbe di
scegliere i meridionali, e i settentrionali viceversa per immagini del
moderno.</p> 
<p>A proposito delle quali osservazioni, sia detto di passaggio, che io non
dubito di attribuire in gran parte la decisa e visibile superiorità presente
delle nazioni settentrionali sulle meridionali, sì in politica, sì in
letteratura, sì in ogni cosa, alla superiorità della loro immaginazione. Né
questa, né quella per conseguenza, sono da considerarsi per cose accidentali.
Sembra che il tempo del settentrione sia venuto. Finora ha sempre brillato e
potuto nel mondo il mezzogiorno. Ed esso era veramente fatto per brillare e
prepotere in tempi quali furono gli antichi. E il settentrione viceversa è
propriamente fatto per tenere il disopra ne' tempi della natura de' moderni.
Ciò si vide in parte, per circostanze simili de' popoli civili, nelle età di
mezzo. E come la detta natura e disposizione de' tempi moderni non è
accidentale né sembra potere essere passeggera, così la superiorità del
settentrione non è da stimarsi accidentale, né da aspettarsi che passi, almeno
in uno spazio di tempo prevedibile. L'abbondanza e l'eccesso della vita cede
alla mediocrità ed anche alla scarsezza della medesima, da poi che quella non
ha più come alimentarsi nella realtà delle cose e dello stato sociale, e che le
opinioni ragionate contrastano seco e l'opprimono. 
<note place="foot" resp="autore" n="18" anchored="yes">Del resto tutte le istorie dimostrano
che i popoli superiori agli altri nelle grandi illusioni, lo sono sempre
eziandio nella realtà delle cose, nella letteratura, nella felicità, ricchezza
e industria nazionale, nella preponderanza e dominio diretto o indiretto sopra
gli altri. Ed ora è notabilissima la situazione di alcuni popoli
settentrionali, che conservano l'immaginazione in mezzo alla crescente civiltà.
Unione fatta onninamente per rendere un popolo superiore a tutti gli altri.
Perocché ne' tempi bassi la immaginazione non mancò ma fu congiunta alla
barbarie. Ne' moderni, massime al mezzogiorno, la civiltà non manca, ma bensì
l'immaginazione posta in attività. L'uno e l'altro stato è contrario alla
grandezza e superiorità nazionale. L'unione della civiltà coll'immaginazione è
lo stato degli antichi, e propriamente lo stato antico, e non accade dire di
qual grandezza ei fosse cagione. </note></p> 
<p>Come la vita e la forza interna e dello spirito è naturalmente maggiore ne'
meridionali, e negl'individui sensibili e ne' fini ingegni, che non è negli
altri, perciò essi sono nelle loro azioni e nel loro carattere più determinati
e governati, per dir così, dall'animo, e meno macchinali che gli altri popoli e
individui. Quindi è che quando i principii e le persuasioni loro sono contrarie
alle illusioni, fredde, conducenti all'indifferenza, all'aridità, al puro
calcolo, anche i caratteri e le azioni loro sono al tutto e costantemente
fredde, calcolate, indifferenti, insensibili, più assai che negli altri popoli
e individui anche più istruiti, più filosofi, più fondati e provveduti di
principii contrarii alle illusioni e all'immaginoso, e conducenti alla
freddezza, indifferenza, insensibilità. La corrispondenza tra i principii e la
pratica è molto maggiore e più costante in quelli che non è negli altri.</p> 
</div1> 
</body> 
</text> 
</TEI.2>
