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      <title>Capitoli</title>
      <author>Niccolò Machiavelli</author>
    </titleStmt>
    <extent>33 Kb in UTF-8</extent>
    <publicationStmt>
      <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
      <pubPlace>Roma</pubPlace>
      <date>2003</date>
      <idno>bibit000245</idno>
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        <p>Questa risorsa digitale è liberamente accessibile per uso
              personale o scientifico. Ogni uso commerciale è vietato</p>
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      <title>Collezione BibIt</title>
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      <bibl>
        <title>Tutte le opere</title>
        <author>Machiavelli, Niccolò</author>
        <editor id="ed">Martelli, Mario</editor>
        <publisher>Sansoni</publisher>
        <pubPlace>Firenze</pubPlace>
        <date>1971</date>
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                    <p>Tutti i materiali paratestuali della fonte cartacea non riconducibili alla
                      responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
                      digitale</p>
                  </samplingDecl>
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                      <p>Livello medio: controllo a video con collazione con edizione di
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                      <p>I simboli di citazione e di discorso diretto presenti sulla fonte cartacea
                        sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
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                      <p>I trattini di sillabazione a fine riga sono stati soppressi e le parole
                        ricomposte</p>
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<text>
<body>
<div1><head>Di Fortuna</head>

<opener><salute><hi rend="italic">A Giovan Battista Soderini</hi></salute></opener>

<lg>
<l>Con che rime giammai o con che versi</l>
<l>canterò io del regno di Fortuna,</l>
<l>e de' suo' casi prosperi e avversi?</l></lg>
<lg>
<l>E come iniuriosa ed importuna,</l>
<l>secondo iudicata è qui da noi,</l>
<l>sotto il suo seggio tutto il mondo aduna?</l></lg>
<lg>
<l>Temer, Giovan Battista, tu non puoi,</l>
<l>ne debbi in alcun modo aver paura</l>
<l>d'altre ferite che de' colpi suoi;</l></lg>
<lg>
<l>perché questa volubil creatura</l>
<l>spesso si suole oppor con maggior forza,</l>
<l>dove più forza vede aver natura.</l></lg>
<lg>
<l>Sua natural potenza ogni uomo sforza;</l>
<l>e 'l regno suo è sempre violento,</l>
<l>se virtù eccessiva non l'ammorza.</l></lg>
<lg>
<l>Ond'io ti priego che tu sia contento</l>
<l>considerar questi miei versi alquanto,</l>
<l>se ci sia cosa di te degna drento.</l></lg>
<lg>
<l>E la diva crudel rivolga intanto</l>
<l>ver di me gli occhi sua feroci, e legga</l>
<l>quel ch'or di lei e del suo regno canto.</l></lg>
<lg>
<l>E benché in alto sopra tutti segga,</l>
<l>comandi e regni impetuosamente,</l>
<l>chi del suo stato ardisce cantar vegga.</l></lg>
<lg>
<l>Questa da molti è detta onnipotente,</l>
<l>perché qualunche in questa vita viene,</l>
<l>o tardi o presto la sua forza sente.</l></lg>
<lg>
<l>Costei spesso gli buon sotto i piè tiene,</l>
<l>gl'improbi innalza; e se mai ti promette</l>
<l>cosa veruna, mai te la mantiene.</l></lg>
<lg>
<l>E sottosopra e regni e stati mette</l>
<l>secondo ch'a lei pare, e' giusti priva</l>
<l>del bene che agli ingiusti larga dette.</l></lg>
<lg>
<l>Questa incostante dea e mobil diva</l>
<l>gl'indegni spesso sopra un seggio pone,</l>
<l>dove chi degno n'è, mai non arriva.</l></lg>
<lg>
<l>Costei il tempo a suo modo dispone;</l>
<l>questa ci esalta, questa ci disface,</l>
<l>senza pietà, senza legge o ragione.</l></lg>
<lg>
<l>Né favorire alcun sempre le piace</l>
<l>per tutt'i tempi, né sempre mai preme</l>
<l>colui che 'n fondo di sua rota giace.</l></lg>
<lg>
<l>Di chi figliuola fussi, o di che seme</l>
<l>nascessi, non si sa; ben si sa certo</l>
<l>ch'infino a Giove sua potenzia teme.</l></lg>
<lg>
<l>Sopra un palazzo d'ogni parte aperto</l>
<l>regnar si vede, e a verun non toglie</l>
<l>l'entrar in quel, ma è l'uscir incerto.</l></lg>
<lg>
<l>Tutto il mondo d'intorno vi si accoglie,</l>
<l>desideroso veder cose nove,</l>
<l>e pien d'ambizione e pien di voglie.</l></lg>
<lg>
<l>Lei si dimora in su la cima, dove</l>
<l>la vista sua a qualunque uom non niega;</l>
<l>ma piccol tempo la rivolve e muove.</l></lg>
<lg>
<l>E ha duo volti questa antica strega,</l>
<l>l'un fero e l'altro mite; e mentre volta,</l>
<l>or non ti vede, or ti minaccia, or prega.</l></lg>
<lg>
<l>Qualunque vuole entrar, benigna ascolta;</l>
<l>ma con chi vuole uscirne poi s'adira,</l>
<l>e spesso del partir gli ha la via tolta.</l></lg>
<lg>
<l>Dentro, con tante ruote vi si gira</l>
<l>quant'è vario il salire a quelle cose</l>
<l>dove ciascun che vive pon la mira.</l></lg>
<lg>
<l>Sospir, bestemmie e parole iniuriose</l>
<l>s'odon per tutto usar da quelle genti,</l>
<l>che dentro al segno suo fortuna ascose;</l></lg>
<lg>
<l>e quanto son più ricchi e più potenti,</l>
<l>tanto in lor più discortesia si vede,</l>
<l>tanto son del suo ben men conoscenti.</l></lg>
<lg>
<l>Perché tutto quel mal ch'in voi procede,</l>
<l>s'imputa a lei; e s'alcun ben l'uom truova,</l>
<l>per sua propria virtude averlo crede.</l></lg>
<lg>
<l>Tra quella turba variata e nuova</l>
<l>di que' conservi che quel loco serra,</l>
<l>Audacia e Gioventù fa miglior pruova.</l></lg>
<lg>
<l>Vedevisi il Timor prostrato in terra,</l>
<l>tanto di dubbii pien, che non fa nulla;</l>
<l>poi Penitenzia e Invidia li fan guerra.</l></lg>
<lg>
<l>Quivi l'Occasion sol si trastulla,</l>
<l>e va scherzando fra le ruote attorno</l>
<l>la scapigliata e semplice fanciulla;</l></lg>
<lg>
<l>e quelle ruoton sempre notte e giorno,</l>
<l>perché il ciel vuole (a cui non si contrasta)</l>
<l>ch'Ozio e Necessità le volti intorno.</l></lg>
<lg>
<l>L'una racconcia il mondo, e l'altro il guasta.</l>
<l>Vedesi d'ogni tempo e ad ogni otta</l>
<l>quanto val Pazienzia e quanto basta.</l></lg>
<lg>
<l>Usura e Fraude si godono in frotta</l>
<l>potenti e ricchi; e tra queste consorte</l>
<l>sta Liberalità stracciata e rotta.</l></lg>
<lg>
<l>Veggonsi assisi sopra de le porte</l>
<l>che mai, come s'è detto, son serrate</l>
<l>senz'occhi e senza orecchi Caso e Sorte.</l></lg>
<lg>
<l>Potenzia, onor, ricchezza e sanitate</l>
<l>stanno per premio; per pena e dolore,</l>
<l>servitù, infamia, morbo e povertate.</l></lg>
<lg>
<l>Fortuna il rabbioso suo furore</l>
<l>dimostra con quest'ultima famiglia;</l>
<l>quell'altra porge a chi lei porta amore.</l></lg>
<lg>
<l>Colui con miglior sorte si consiglia,</l>
<l>tra tutti gli altri che in quel loco stanno,</l>
<l>che ruota al suo voler conforme piglia;</l></lg>
<lg>
<l>perché gli umor ch'adoperar ti fanno,</l>
<l>secondo che convengon con costei,</l>
<l>son cagion del tuo bene e del tuo danno.</l></lg>
<lg>
<l>Non però che fidar ti possa in lei</l>
<l>né creder d'evitar suo duro morso</l>
<l>suo' duri colpi impetuosi e rei;</l></lg>
<lg>
<l>perché, mentre girato sei dal dorso</l>
<l>di ruota per allor felice e buona</l>
<l>la suol cangiar le volte a mezzo il corso;</l></lg>
<lg>
<l>e, non potendo tu cangiar persona</l>
<l>né lasciar l'ordin di che 'l ciel ti dota</l>
<l>nel mezzo del cammin la t'abbandona.</l></lg>
<lg>
<l>Però, se questo si comprende e nota,</l>
<l>sarebbe un sempre felice e beato,</l>
<l>che potessi saltar di rota in rota;</l></lg>
<lg>
<l>ma perché poter questo ci è negato</l>
<l>per occulta virtù che ci governa,</l>
<l>si muta col suo corso il nostro stato.</l></lg>
<lg>
<l>Non è nel mondo cosa alcuna eterna:</l>
<l>Fortuna vuol così, che se n'abbella,</l>
<l>acciò che 'l suo poter più si discerna.</l></lg>
<lg>
<l>Però si vuol lei prender per sua stella</l>
<l>e quanto a noi è possibile, ogni ora</l>
<l>accomodarsi al variar di quella.</l></lg>
<lg>
<l>Tutto quel regno suo, dentro e di fuora</l>
<l>istoriato si vede e dipinto</l>
<l>di que' trionfi de' qua' più s'onora.</l></lg>
<lg>
<l>Nel primo loco, colorato e tinto,</l>
<l>si vede come già sotto l'Egitto</l>
<l>il mondo stette subiugato e vinto:</l></lg>
<lg>
<l>e come lungamente il tenne vitto</l>
<l>con lunga pace, e come quivi fue</l>
<l>ciò ch'è di bel ne la natura scritto;</l></lg>
<lg>
<l>veggonsi poi gli Assirii ascender sue</l>
<l>ad alto scettro, quand'ella non volse</l>
<l>che quel d'Egitto dominassi piue;</l></lg>
<lg>
<l>poi, come a' Medi lieta si rivolse;</l>
<l>da' Medi a' Persi: e de' Greci la chioma</l>
<l>ornò di quello onor ch'a' Persi tolse.</l></lg>
<lg>
<l>Quivi si vede Menfi e Tebe doma,</l>
<l>Babilon, Troia e Cartagin con quelle,</l>
<l>Ierusalem, Atene, Sparta e Roma.</l></lg>
<lg>
<l>Quivi si mostran quanto furon belle</l>
<l>alte, ricche, potenti e come al fine</l>
<l>fortuna a' lor nimici in preda dielle.</l></lg>
<lg>
<l>Quivi si veggon l'opre alte e divine</l>
<l>de l'imperio roman, poi, come tutto</l>
<l>il mondo infranse con le sue rovine.</l></lg>
<lg>
<l>Come un torrente rapido, ch'al tutto</l>
<l>superbo è fatto, ogni cosa fracassa,</l>
<l>dovunque aggiugne il suo corso per tutto;</l></lg>
<lg>
<l>e questa parte accresce e quella abbassa,</l>
<l>varia le ripe, varia il letto e 'l fondo</l>
<l>e fa tremar la terra donde passa;</l></lg>
<lg>
<l>così Fortuna, col suo furibondo</l>
<l>impeto, molte volte or qui or quivi</l>
<l>va tramutando le cose del mondo.</l></lg>
<lg>
<l>Se poi con gli occhi tuoi più oltre arrivi,</l>
<l>Cesare e Alessandro in una faccia</l>
<l>vedi fra que' che fur felici vivi.</l></lg>
<lg>
<l>Da questo esempio, quanto a costei piaccia,</l>
<l>quanto grato le sia, si vede scorto,</l>
<l>chi l'urta, chi la pigne o chi la caccia.</l></lg>
<lg>
<l>Pur nondimanco al desiato porto</l>
<l>l'un non pervenne, e l'altro, di ferite</l>
<l>pieno, fu a l'ombra del nimico morto.</l></lg>
<lg>
<l>Appresso questi son genti infinite,</l>
<l>che per cadere in terra maggior botto,</l>
<l>son con costei altissimo salite.</l></lg>
<lg>
<l>Con questi iace preso, morto e rotto</l>
<l>Ciro e Pompeio, poi che ciascheduno</l>
<l>fu da Fortuna infin al ciel condotto.</l></lg>
<lg>
<l>Avresti tu mai visto in loco alcuno</l>
<l>come una aquila irata si trasporta,</l>
<l>cacciata da la fame e dal digiuno?</l></lg>
<lg>
<l>E come una testudine alto porta</l>
<l>acciò che 'l colpo del cader la 'nfranga,</l>
<l>e pasca sé di quella carne morta?</l></lg>
<lg>
<l>Così Fortuna, non, ch'ivi rimanga,</l>
<l>porta uno in alto, ma che, ruinando,</l>
<l>lei se ne goda e lui cadendo pianga.</l></lg>
<lg>
<l>Ancor si vien dopo costor mirando</l>
<l>come d'infimo stato alto si saglia,</l>
<l>e come ci si viva variando.</l></lg>
<lg>
<l>Dove si vede come la travaglia</l>
<l>e Tullio e Mario, e li splendidi corni</l>
<l>più volte di lor gloria or cresce, or taglia.</l></lg>
<lg>
<l>Vedesi alfin che tra' passati giorni</l>
<l>pochi sono e' felici; e que' son morti</l>
<l>prima che la lor ruota indrieto torni,</l></lg>
<lg>
<l>o che voltando al basso ne li porti.</l></lg></div1>

<div1><head>Dell'Ingratitudine</head>

<opener><salute><hi rend="italic">A Giovanni Folchi</hi></salute></opener>
<lg>
<l>Giovanni Folchi, il viver mal contento,</l>
<l>pe 'l dente de l'Invidia che mi morde,</l>
<l>mi darebbe più doglie e più tormento,</l></lg>
<lg>
<l>se non fussi ch'ancor le dolci corde</l>
<l>d'una mia cetra che suave suona,</l>
<l>fanno le Muse al mio cantar non sorde;</l></lg>
<lg>
<l>non sì ch'i' speri averne altra corona</l>
<l>non sì ch'io creda che per me s'aggiunga</l>
<l>una gocciola d'acqua ad Elicona.</l></lg>
<lg>
<l>Io so ben quanto quella via sie lunga;</l>
<l>conosco non aver cotanta lena</l>
<l>che sopra 'l colle disiato giunga;</l></lg>
<lg>
<l>per tutta volta un tal disìo mi mena,</l>
<l>ch'io credo forse andando posser còrre</l>
<l>qualche arbuscel di che la piaggia è piena.</l></lg>
<lg>
<l>Cantando, adunque, cerco dal cor tòrre</l>
<l>e frenar quel dolor de' casi avversi,</l>
<l>che drieto a l'almo mio furioso corre;</l></lg>
<lg>
<l>e come del servir gli anni sien persi,</l>
<l>come infra rena si semini ed acque,</l>
<l>sarà or la materia de' miei versi.</l></lg>
<lg>
<l>Quando a le stelle, quando al ciel dispiacque</l>
<l>la gloria de' viventi, in lor dispetto</l>
<l>allor nel mondo Ingratitudo nacque.</l></lg>
<lg>
<l>Fu d'Avarizia figlia e di Sospetto:</l>
<l>nutrita ne le braccia de la Invidia:</l>
<l>de' principi e de' re vive nel petto.</l></lg>
<lg>
<l>Quivi il suo seggio principale annidia;</l>
<l>di quindi il cor di tutta l'altra gente</l>
<l>col venen tinge de la sua perfidia;</l></lg>
<lg>
<l>onde, per tutto, questo mal si sente,</l>
<l>perch'ogni cosa de la sua nutrice</l>
<l>trafigge e morde l'arrabbiato dente.</l></lg>
<lg>
<l>E s'alcun prima si chiama felice</l>
<l>pe 'l ciel benigno e suo' lieti favori,</l>
<l>non dopo molto tempo si ridice,</l></lg>
<lg>
<l>come e' vede il suo sangue e sua sudori</l>
<l>e che 'l suo viver ben servendo, stanco,</l>
<l>con Iniuria e calunnia si ristori.</l></lg>
<lg>
<l>Tien questa peste (e mai non vengon manco,</l>
<l>ché dopo l'una poi l'altra rimette</l>
<l>ne la faretra ch'ell'ha sopra 'l fianco)</l></lg>
<lg>
<l>di venen tinte tre crudel saette,</l>
<l>con le qual punto di ferir non cessa</l>
<l>questo e quell'altro, ove la mira mette.</l></lg>
<lg>
<l>La prima de le tre, che vien da essa,</l>
<l>fa che l'uom solo il benefizio allega,</l>
<l>ma senza premiarlo lo confessa;</l></lg>
<lg>
<l>e la seconda che di poi si spiega,</l>
<l>fa del ben ricevuto l'uom si scorda,</l>
<l>ma sanza iniuriarlo solo il niega;</l></lg>
<lg>
<l>l'ultima fa che l'uom mai non ricorda</l>
<l>né premia il ben, ma che, iusta sua possa</l>
<l>il suo benefattor laceri e morda.</l></lg>
<lg>
<l>Questo colpo trapassa dentro a l'ossa;</l>
<l>questa terza ferita è più mortale;</l>
<l>questa saetta vien con maggior possa.</l></lg>
<lg>
<l>Mai vien men, mai si spegne questo male;</l>
<l>mille volte rinasce, s'una more,</l>
<l>perch'ha suo padre e sua madre immortale;</l></lg>
<lg>
<l>e, come io dissi, trionfa nel core</l>
<l>d'ogni potente, ma più si diletta</l>
<l>nel cor del popul quando egli è signore.</l></lg>
<lg>
<l>Questo è ferito da ogni saetta</l>
<l>più crudelmente, perché sempre avviene</l>
<l>che dove men si sa, più si sospetta;</l></lg>
<lg>
<l>e le sue genti, d'ogni invidia piene,</l>
<l>tengon desto il sospetto sempre, ed esso</l>
<l>gli orecchi a le calunnie aperti tiene.</l></lg>
<lg>
<l>Di qui resulta che si vede spesso</l>
<l>com'un buon cittadino un frutto miete</l>
<l>contrario al seme che nel campo ha messo.</l></lg>
<lg>
<l>Era di pace priva e di quiete</l>
<l>Italia, allor che 'l punico coltello</l>
<l>saziata avea la barbarica sete,</l></lg>
<lg>
<l>quando già nato nel romano ostello,</l>
<l>anzi da ciel mandato, un uom divino</l>
<l>qual mai fu ne mai fie simile a quello;</l></lg>
<lg>
<l>questo, ancor giovinetto, in sul Tesino</l>
<l>suo padre col suo petto ricoperse:</l>
<l>primo presagio al suo lieto destino;</l></lg>
<lg>
<l>e quando Canne tanti Roman perse,</l>
<l>con un coltello in man, feroce e solo,</l>
<l>d'abbandonar l'Italia non sofferse.</l></lg>
<lg>
<l>Poco di poi, nello Ispanico sòlo,</l>
<l>volle il senato a far vendetta gisse</l>
<l>del comun danno e del privato dolo.</l></lg>
<lg>
<l>Come in Affrica ancor le insegne misse,</l>
<l>prima Siface, e di poi d'Anniballe</l>
<l>e la fortuna e la sua patria afflisse.</l></lg>
<lg>
<l>Allor gli diè il gran barbaro le spalle;</l>
<l>allora il roman sangue vendicò,</l>
<l>sparso da quel per l'italiche valle.</l></lg>
<lg>
<l>Di quivi in Asia col fratello andò,</l>
<l>dove, per sua prudenza e sua bontà,</l>
<l>di Asia a Roma il trionfo ne portò.</l></lg>
<lg>
<l>E tutte le provincie e le città,</l>
<l>dovunqu'e' fu, lasciò piene d'esempi</l>
<l>di pietà, di fortezza e castità.</l></lg>
<lg>
<l>Qual lingua fia che tante laudi adempi?</l>
<l>Quale occhio che contempli tanta luce?</l>
<l>O felici Roman! felici tempi!</l></lg>
<lg>
<l>Da questo invitto e glorioso duce</l>
<l>fu a ciascun dimostro quella via</l>
<l>ch'a la più alta gloria l'uom conduce.</l></lg>
<lg>
<l>Non mai negli uman cuor fu visto o fia,</l>
<l>quantunque degni, gloriosi e divi,</l>
<l>tanto valore e tanta cortesia;</l></lg>
<lg>
<l>e tra que' che son morti e che son vivi</l>
<l>e tra l'antiche e le moderne genti,</l>
<l>non si truova uom che a Scipione arrivi.</l></lg>
<lg>
<l>Non però invidia di mostrargli i denti</l>
<l>temé de la sua rabbia, e riguardarlo</l>
<l>con le pupille de' suoi occhi ardenti.</l></lg>
<lg>
<l>Costei fece nel populo accusarlo,</l>
<l>e volle uno infinito benefizio</l>
<l>con infinita iniuria accompagnarlo.</l></lg>
<lg>
<l>Ma poi che vidde questo comun vizio</l>
<l>armato contro a sé, volse costui</l>
<l>voluntario lasciar lo 'ngrato ospizio;</l></lg>
<lg>
<l>e dette luogo al mal voler d'altrui,</l>
<l>tosto che vidde com'e' bisognava</l>
<l>Roma perdesse o libertate o lui.</l></lg>
<lg>
<l>Né l'almo suo d'altra vendetta armava;</l>
<l>solo a la patria sua lasciar non volse</l>
<l>quell'ossa che d'aver non meritava.</l></lg>
<lg>
<l>E così il cerchio di sua vita volse</l>
<l>fuor del suo patrio nido; e così frutto</l>
<l>a la sementa sua contrario colse.</l></lg>
<lg>
<l>Non fu già sola Roma ingrata al tutto:</l>
<l>riguarda Atene, dove Ingratitudo</l>
<l>pose il suo nido più ch'altrove brutto.</l></lg>
<lg>
<l>Né valse contro a lei prender lo scudo,</l>
<l>quando a l'incontro assai legge creolle,</l>
<l>per reprimer tal vizio atroce e crudo.</l></lg>
<lg>
<l>E tanto più fu quella città folle,</l>
<l>quanto si vidde come con ragione</l>
<l>conobbe il bene e seguitar nol volle.</l></lg>
<lg>
<l>Milziade, Aristide e Focione,</l>
<l>di Temistocle ancor la dura sorte</l>
<l>furno del viver suo buon testimone.</l></lg>
<lg>
<l>Questi, per l'opre loro egregie e forte,</l>
<l>furno e' trionfi ch'egli ebbon da quella:</l>
<l>prigione, esilio, vilipendio e morte.</l></lg>
<lg>
<l>Perché nel vulgo le vinte castella,</l>
<l>il sangue sparso e l'oneste ferite,</l>
<l>di picciol fallo ogni infamia cancella.</l></lg>
<lg>
<l>Ma le triste calunnie e tanto ardite</l>
<l>contr'a' buon cittadin, tal volta fanno</l>
<l>tirannico uno ingegno umano e mite.</l></lg>
<lg>
<l>Spesso diventa un cittadin tiranno,</l>
<l>e del viver civil trapassa il segno,</l>
<l>per non sentir d'Ingratitudo il danno.</l></lg>
<lg>
<l>A Cesare occupar fe' questo il regno;</l>
<l>e quel che Ingratitudo non concesse,</l>
<l>li dette la iusta ira e 'l iusto sdegno.</l></lg>
<lg>
<l>Ma lasciamo ir del popul l'interesse:</l>
<l>a' principi e moderni mi rivolto,</l>
<l>dove anco ingrato cor natura messe.</l></lg>
<lg>
<l>Acomatto bascià, non dopo molto</l>
<l>ch'egli ebbe dato il regno a Baiasitte,</l>
<l>morì col laccio intorno al collo avvolto.</l></lg>
<lg>
<l>Ha le parti di Puglia derelitte</l>
<l>Consalvo, e al suo re sospetto vive</l>
<l>in premio de le galliche sconfitte.</l></lg>
<lg>
<l>Cerca del mondo tutte le sue rive;</l>
<l>troverai pochi principi esser grati,</l>
<l>se leggerai quel che di lor si scrive;</l></lg>
<lg>
<l>e vedrai come e' mutator di stati</l>
<l>e donator di regni sempre mai</l>
<l>son con esilio o morte ristorati.</l></lg>
<lg>
<l>Perché, quando uno stato mutar fai,</l>
<l>dubita chi tu hai principe fatto,</l>
<l>tu non gli tolga quel che dato gli hai;</l></lg>
<lg>
<l>e non ti osserva poi fede né patto,</l>
<l>perché gli è più potente la paura</l>
<l>ch'egli ha di te, che l'obligo contratto.</l></lg>
<lg>
<l>E tanto tempo questo timor dura,</l>
<l>quanto pena a veder tua stirpe spenta,</l>
<l>e di te e de' tuoi la sepoltura.</l></lg>
<lg>
<l>Onde che spesso servendo si stenta</l>
<l>e poi del ben servir se ne riporta</l>
<l>misera vita e morte violenta.</l></lg>
<lg>
<l>Dunque, non sendo Ingratitudo morta</l>
<l>ciascun fuggir le corti e' stati debbe;</l>
<l>che non c'è via che guidi l'uom più corta</l></lg>
<lg>
<l>a pianger quel che volle, poi che l'ebbe.</l></lg></div1>

<div1><head>Dell'Ambizione</head>

<opener><salute><hi rend="italic">A Luigi Guicciardini</hi></salute></opener>
<lg>
<l>Luigi, poi che tu ti maravigli</l>
<l>di questo caso ch'a Siena è seguìto,</l>
<l>non mi par che pe 'l verso il mondo pigli;</l></lg>
<lg>
<l>e se nuovo ti par quel ch'hai sentito,</l>
<l>come tu m'hai certificato e scritto,</l>
<l>pensa un po' meglio a l'umano appetito.</l></lg>
<lg>
<l>Perché dal sòl di Scizia a quel d'Egitto,</l>
<l>da l'Inghilterra a l'opposita riva,</l>
<l>si vede germinar questo delitto.</l></lg>
<lg>
<l>Qual regione o qual città n'è priva?</l>
<l>Qual borgo, qual tugurio? In ogni lato</l>
<l>l'Ambizione e l'Avarizia arriva.</l></lg>
<lg>
<l>Queste nel mondo, come l'uom fu nato,</l>
<l>nacquono ancora; e se non fussi quelle,</l>
<l>sarebbe assai felice il nostro stato.</l></lg>
<lg>
<l>Di poco aveva Dio fatto le stelle,</l>
<l>il ciel, la luce, gli elementi e l'uomo</l>
<l>dominator di tante cose belle,</l></lg>
<lg>
<l>e la superbia degli Angeli domo,</l>
<l>di paradiso Adam fatto ribello</l>
<l>con la sua donna pe 'l gustar del pomo;</l></lg>
<lg>
<l>quando che, nati Cain ed Abello,</l>
<l>col padre loro e de la lor fatica</l>
<l>vivendo lieti nel povero ostello,</l></lg>
<lg>
<l>potenzia occulta che 'n ciel si nutrica,</l>
<l>tra le stelle che quel girando serra,</l>
<l>a la natura umana poco amica,</l></lg>
<lg>
<l>per privarci di pace e porne in guerra,</l>
<l>per torci ogni quiete e ogni bene,</l>
<l>mandò duo furie ad abitare in terra.</l></lg>
<lg>
<l>Nude son queste, e ciascheduna viene</l>
<l>con grazia tale, che agli occhi di molti</l>
<l>paion di quella e di diletto piene.</l></lg>
<lg>
<l>Ha ciascheduna d'esse quattro volti</l>
<l>con otto mani; e queste cose fanno</l>
<l>ti prenda e vegga ovunque una si volti.</l></lg>
<lg>
<l>Con queste, Invidia, Accidia e Odio vanno</l>
<l>de la lor peste riempiendo il mondo,</l>
<l>e con lor Crudeltà, Superbia e Inganno.</l></lg>
<lg>
<l>Da queste Concordia è cacciata al fondo;</l>
<l>e, per mostrar la lor voglia infinita,</l>
<l>portano in mano una urna sanza fondo.</l></lg>
<lg>
<l>Per costor la quieta e dolce vita,</l>
<l>di che l'albergo di Adam era pieno,</l>
<l>si fu, con Pace e Carità, fuggita.</l></lg>
<lg>
<l>Queste del lor pestifero veneno,</l>
<l>contr'al suo buon fratel, Cain armaro,</l>
<l>empiendogliene il grembo, il petto e 'l seno.</l></lg>
<lg>
<l>E loro alta potenzia demostraro</l>
<l>poi che posserno far ne' primi tempi</l>
<l>un petto ambizioso, un petto avaro,</l></lg>
<lg>
<l>quando gli uomin vivieno e nudi e scempi</l>
<l>d'ogni fortuna, e quando ancor non era</l>
<l>di povertà e di ricchezze esempi.</l></lg>
<lg>
<l>O mente umana insaziabil, altera,</l>
<l>subdola e varia, e sopra ogni altra cosa</l>
<l>maligna, iniqua, impetuosa e fera,</l></lg>
<lg>
<l>poi che, per la tua voglia ambiziosa,</l>
<l>si fe' la prima morte violenta</l>
<l>nel mondo, e la prima erba sanguinosa!</l></lg>
<lg>
<l>Cresciuta poi questa mala sementa,</l>
<l>multiplicata la cagion del male,</l>
<l>non c'è ragion che di mal far si penta.</l></lg>
<lg>
<l>Di qui nasce ch'un scende e l'altro sale;</l>
<l>di qui dipende, sanza legge o patto,</l>
<l>Il variar d'ogni stato mortale.</l></lg>
<lg>
<l>Questa ha di Francia il re più volte tratto;</l>
<l>questa del re Alfonso e Lodovico</l>
<l>e di san Marco ha lo stato disfatto.</l></lg>
<lg>
<l>Né sol quel che di bene ha il suo nimico,</l>
<l>ma quel che pare (e così sempre fue</l>
<l>il mondo fatto, moderno e antico)</l></lg>
<lg>
<l>ogni uom stima, ogni uom spera piue</l>
<l>sormontare, opprimendo or quello or questo,</l>
<l>che per qualunche sua propria virtue.</l></lg>
<lg>
<l>A ciascun l'altrui ben sempre è molesto;</l>
<l>e però sempre, con affanno e pena</l>
<l>al mal d'altrui è vigilante e desto.</l></lg>
<lg>
<l>A questo, istinto natural ci mena</l>
<l>per proprio moto e propria passione,</l>
<l>se legge o maggior forza non ci affrena.</l></lg>
<lg>
<l>Ma se volessi saper la cagione,</l>
<l>perch'una gente imperi e l'altra pianga,</l>
<l>regnando in ogni loco Ambizione;</l></lg>
<lg>
<l>e perché Francia vittrice rimanga;</l>
<l>da l'altra parte, perché Italia tutta</l>
<l>un mar d'affanni tempestoso franga;</l></lg>
<lg>
<l>e perché 'n queste parti sia redutta</l>
<l>la penitenzia di quel tristo seme</l>
<l>che Ambizione ed Avarizia frutta:</l></lg>
<lg>
<l>se con Ambizion congiunto e insieme</l>
<l>un cor feroce, una virtute armata,</l>
<l>quivi del proprio mal raro si teme.</l></lg>
<lg>
<l>Quando una region vive effrenata</l>
<l>per sua natura, e poi, per accidente,</l>
<l>di buone leggi instrutta e ordinata;</l></lg>
<lg>
<l>l'Ambizion contr'a l'esterna gente</l>
<l>usa il furor ch'usarlo infra sé stessa</l>
<l>né la legge né il re gliene consente;</l></lg>
<lg>
<l>onde il mal proprio quasi sempre cessa;</l>
<l>ma suol ben disturbar l'altrui ovile,</l>
<l>dove quel suo furor l'insegna ha messa.</l></lg>
<lg>
<l>Fie, per adverso, quel loco servile,</l>
<l>ad ogni danno, ad ogni iniuria esposto,</l>
<l>dove sie gente ambiziosa e vile.</l></lg>
<lg>
<l>Se Viltà e trist'ordin siede accosto</l>
<l>a questa Ambizione, ogni sciaura,</l>
<l>ogni ruina, ogni altro mal vien tosto.</l></lg>
<lg>
<l>E quando alcun colpassi la natura</l>
<l>se in Italia, tanto afflitta e stanca,</l>
<l>non nasce gente sì feroce e dura,</l></lg>
<lg>
<l>dico che questo non escusa e franca</l>
<l>la viltà nostra, perché può supplire</l>
<l>l'educazion dove natura manca.</l></lg>
<lg>
<l>Questa l'Italia già fece fiorire,</l>
<l>e di occupare il mondo tutto quanto</l>
<l>la fiera educazion le dette ardire.</l></lg>
<lg>
<l>Or vive, se vita è vivere in pianto,</l>
<l>sotto quella ruina e quella sorte</l>
<l>ch'ha meritato l'ozio suo cotanto.</l></lg>
<lg>
<l>Viltate è quello, con l'altre consorte;</l>
<l>d'Ambizione son quelle ferite</l>
<l>ch'hanno d'Italia le provincie morte.</l></lg>
<lg>
<l>Lasciar ir di Siena le fraterne lite;</l>
<l>volta gli occhi, Luigi, a questa parte:</l>
<l>fra queste genti attonite e smarrite.</l></lg>
<lg>
<l>Vedrai d'Ambizion l'una e l'altra arte:</l>
<l>come quel ruba e quell'altro si duole</l>
<l>de le fortune sue lacere e sparte.</l></lg>
<lg>
<l>Rivolga gli occhi in qua chi veder vuole</l>
<l>l'altrui fatiche, e riguardi se ancora</l>
<l>cotanta crudeltà mai vidde il sole.</l></lg>
<lg>
<l>Chi 'l padre morto e chi 'l marito plora;</l>
<l>quell'altro mesto del suo proprio tetto,</l>
<l>battuto e nudo, trar si vede fora.</l></lg>
<lg>
<l>O quante volte, avendo il padre stretto</l>
<l>in braccio il figlio, con un colpo solo</l>
<l>è suto rotto a l'uno e l'altro il petto!</l></lg>
<lg>
<l>Quello abbandona il suo paterno solo</l>
<l>accusando gli Dei crudeli e ingrati,</l>
<l>con la brigata sua piena di dolo.</l></lg>
<lg>
<l>O esempli mai più nel mondo stati!</l>
<l>perché si vede ogni dì parti assai</l>
<l>per le ferite del lor ventre nati.</l></lg>
<lg>
<l>Drieto a la figlia sua piena di guai</l>
<l>dice la madre: — A che infelici nozze,</l>
<l>a che crudel marito ti servai! —</l></lg>
<lg>
<l>Di sangue son le fosse e l'acque sozze,</l>
<l>piene di teschi, di gambe e di mani,</l>
<l>e d'altre membra laniate e mozze.</l></lg>
<lg>
<l>Rapaci uccei, fere silvestri, cani</l>
<l>son poi le lor paterne sepolture:</l>
<l>o sepulcri crudei, feroci e strani!</l></lg>
<lg>
<l>Sempre son le lor faccie orride e scure,</l>
<l>a guisa d'uom che sbigottito ammiri</l>
<l>per nuovi danni o subite paure.</l></lg>
<lg>
<l>Dovunche gli occhi tu rivolti, miri</l>
<l>di lacrime la terra e sangue pregna</l>
<l>e l'aria d'urla, singulti e sospiri.</l></lg>
<lg>
<l>Se da altri imparare alcun si degna</l>
<l>come si debba Ambizione usarla,</l>
<l>l'esemplo tristo di costor lo 'nsegna.</l></lg>
<lg>
<l>Da poi che l'uom da sé non può cacciarla,</l>
<l>debbe il iudicio e l'intelletto sano</l>
<l>con ordine e ferocia accompagnarla.</l></lg>
<lg>
<l>San Marco, a le sue spese, e forse invano,</l>
<l>tardi conosce come li bisogna</l>
<l>tener la spada e non il libro in mano.</l></lg>
<lg>
<l>Pur altrimenti di regnar s'agogna</l>
<l>per la più parte; e quanto più s'acquista,</l>
<l>si perde prima e con maggior vergogna.</l></lg>
<lg>
<l>Dunque, se spesso qualche cosa è vista</l>
<l>nascere impetuosa ed importuna</l>
<l>che 'l petto di ciascun turba e contrista,</l></lg>
<lg>
<l>non ne pigliare ammirazione alcuna,</l>
<l>perché nel mondo la parte maggiore</l>
<l>si lascia dominar da la fortuna.</l></lg>
<lg>
<l>Lasso! che mentre ne l'altrui dolore</l>
<l>tengo or l'ingegno involto e la parola,</l>
<l>sono oppressato da maggior timore.</l></lg>
<lg>
<l>Io sento Ambizion, con quella scola</l>
<l>ch'al principio del mondo el ciel sortille,</l>
<l>sopra de' monti di Toscana vola;</l></lg>
<lg>
<l>e seminato ha già tante faville</l>
<l>tra quelle genti sì d'invidia pregne,</l>
<l>ch'arderà le sue terre e le sue ville,</l></lg>
<lg>
<l>se grazia o miglior ordin non la spegne.</l></lg></div1>

<div1><head>Dell'Occasione</head>

<opener><salute><hi rend="italic">A Filippo De' Nerli</hi></salute></opener>
<lg>
<l>— Chi se' tu, che non par' donna mortale,</l>
<l>di tanta grazia el ciel t'adorna e dota?</l>
<l>Perché non posi? e perché a' piedi hai l'ale? —</l></lg>
<lg>
<l>— Io son l'Occasione, a pochi nota;</l>
<l>e la cagion che sempre mi travagli,</l>
<l>è perch'io tengo un piè sopra una rota.</l></lg>
<lg>
<l>Volar non è ch'al mio correr s'agguagli;</l>
<l>e però l'ali a' piedi mi mantengo,</l>
<l>acciò nel corso mio ciascuno abbagli.</l></lg>
<lg>
<l>Li sparsi mia capei dinanti io tengo;</l>
<l>con essi mi ricuopro il petto e 'l volto,</l>
<l>perch'un non mi conosca quando io vengo.</l></lg>
<lg>
<l>Drieto dal capo ogni capel m'è tolto,</l>
<l>onde invan s'affatica un, se gli avviene</l>
<l>ch'i' l'abbi trapassato, o s'i' mi volto. —</l></lg>
<lg>
<l>— Dimmi: chi è colei che teco viene? —</l>
<l>— È Penitenzia; e però nota e intendi:</l>
<l>chi non sa prender me, costei ritiene.</l></lg>
<lg>
<l>E tu, mentre parlando il tempo spendi,</l>
<l>occupato da molti pensier vani,</l>
<l>già non t'avvedi, lasso! e non comprendi</l></lg>
<lg>
<l>com'io ti son fuggita tra le mani. —</l></lg></div1></body></text></TEI.2>
