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<TEI.2>
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         <titleStmt>
            <title>Poesie giovanili</title>
            <author>Alessandro Manzoni</author>
         </titleStmt>
         <extent>184500 Kb in UTF-8</extent>
         <publicationStmt>
            <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
            <pubPlace>Roma</pubPlace>
            <date>2008</date>
            <idno>bibit000266</idno>
            <availability>
               <p>Questa risorsa digitale è liberamente accessibile per uso
                        personale o scientifico. Ogni uso commerciale è vietato</p>
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            <title>Collezione BibIt</title>
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            <bibl>
               <title>Poesie e tragedie</title>
               <author>Manzoni, Alessandro</author>
               <editor id="ed">Boggione, Valter</editor>
               <publisher>Utet</publisher>
               <pubPlace>Torino</pubPlace>
               <date>2002</date>
            </bibl>
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         <samplingDecl>
            <p>Tutti i materiali paratestuali della fonte cartacea non riconducibili alla
                responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
                digitale</p>
         </samplingDecl>
         <editorialDecl>
            <correction method="silent" status="medium">
               <p>Livello medio: controllo a video con collazione con edizione di
                        riferimento</p>
            </correction>
            <quotation form="data" marks="all">
               <p>I simboli di citazione e di discorso diretto presenti sulla fonte cartacea
                        sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
            </quotation>
            <hyphenation eol="none">
               <p>I trattini di sillabazione a fine riga sono stati soppressi e le parole
                        ricomposte</p>
            </hyphenation>
         </editorialDecl>
         <classDecl>
            <taxonomy id="CGB">
               <bibl>Classificazione generi BibIt</bibl>
            </taxonomy>
         </classDecl>
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            <date>800</date>
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         <langUsage>
            <language id="ita">Italiano</language>
         </langUsage>
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            <keywords scheme="CGB">
               <term>Poesia</term>
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         </textClass>
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            <date>Data sconosciuta anteriore al 2000</date>
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            <item>Digitalizzazione</item>
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            <item>Correzione linguistica</item>
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               <name>Domitilla Olivieri</name>
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               <name>Francesca Cascino</name>
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               <name>Valeriano Fiori</name>
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               <name>Carla Deiana</name>
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            <item>Validazione</item>
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         <div1 n="L'incendio di Troia">
            <head>
               <add resp="ed">L'INCENDIO DI TROIA</add>
            </head>
            <lg type="non-definito">
               <l>
                  <gap desc="sequenza di punti" resp="ed"/>
               </l>
               <l>Destrier si formi, e sia ben vuoto in mezzo,</l>
               <l>dentro poniamvi quanti mai vi possano</l>
               <l>soldati star <gap desc="sequenza di punti" resp="ed"/>
               </l>
            </lg>
         </div1>
         <div1 n="Traduzione da Virgilio">
            <head>
               <add resp="ed">TRADUZIONE DA VIRGILIO</add>
            </head>
            <lg type="endecasillabo-sciolto">
               <l>Questa gara finita, il pio Trojano</l>
               <l>avviasi in verde campo, a cui fan cerchio</l>
               <l>selvosi colli, e ne la valle è un circo,</l>
               <l>dove l'Eroe di molti mila in mezzo</l>
               <l>s'addusse, ed alto in un sedil si pose.</l>
               <l>Qui se alcun voglia gareggiar nel corso,</l>
               <l>con doni i cori alletta, e i premj pone.</l>
               <l>Concorron Teucri d'ogni parte e Siculi.</l>
               <l>Niso ed Eurialo primi; Eurialo insigne</l>
               <l>di fresca giovanezza e di beltade,</l>
               <l>Niso di santo amor pel giovanetto.</l>
               <l>Cui vien dietro Dior, regio rampollo</l>
               <l>del Priamide ceppo, e dietro a lui</l>
               <l>Salio insieme e Patron: l'uno Acarnàne,</l>
               <l>Arcadio sangue e Tegeate è l'altro.</l>
               <l>Poi due giovin Trojani, Elimo e Panope,</l>
               <l>usi in selve e compagni al vecchio Aceste.</l>
               <l>Molti di poi che fama oscura involve.</l>
               <l>In mezzo ai quai così favella Enea:</l>
               <l>Nessun di voi senza miei doni andrassi.</l>
               <l>Duo Gnossj strali di polito ferro,</l>
               <l>e di scolpito argento una bipenne</l>
               <l>saran fregio comune; i tre primieri</l>
               <l>tra i vincitor più raro premio avranno,</l>
               <l>e andran di bionda oliva incoronati.</l>
               <l>Corsier di ricca bardatura al primo:</l>
               <l>colma di Tracj dardi una faretra</l>
               <l>Amazonia al secondo, intorno a cui</l>
               <l>larga e cospersa d'or fascia s'avvolge,</l>
               <l>e levigata gemma ha per fermaglio.</l>
               <l>D'esto elmo Argivo il terzo s'accontenti. </l>
               <l>Ciò detto prendon loco, e il segno udito,</l>
               <l>già divoran lo spazio e di repente</l>
               <l>fuggon la sbarra tutti, al par di nembo</l>
               <l>sparpagliati, e gli sguardi hanno a la meta.</l>
               <l>Primo si slancia e di gran tratto brilla</l>
               <l>innanzi ai corpi de' volanti Niso</l>
               <l>lieve qual vento o quale alata folgore.</l>
               <l>Addietro a lui, ma di gran pezza addietro</l>
               <l>Salio s'affanna, e dopo voto spazio</l>
               <l>Eurialo è terzo, ed Elimo l'insegue,</l>
               <l>sotto cui già già vola, e il piè col piede</l>
               <l>Dior gl'incalza, ed a le spalle il preme;</l>
               <l>e se più spazio rimanea del corso,</l>
               <l>gli avria tolta la palma, o messa in forse.</l>
               <l>E già sul corso estremo affaticati</l>
               <l>toccavano a la meta, allor che Niso</l>
               <l>su l'erba sdrucciolò, che il sangue avea</l>
               <l>de' scannati giovenchi inumidita.</l>
               <l>Misero giovanetto, in cor già baldo</l>
               <l>de la vittoria, in sul terreno calcato</l>
               <l>mal fermò l'orma vacillante, e prono</l>
               <l>tra il sozzo fimo e il sacro sangue ei giacque.</l>
               <l>Ma non già l'amor suo pose in obblio;</l>
               <l>poi che appuntossi in sul fuggevol suolo,</l>
               <l>e stette a Salio incontro; ei riversato</l>
               <l>si rotolò ne la minuta arena.</l>
               <l>Eurialo balza, e già la meta il primo</l>
               <l>tien per l'uficio de l'amico, e vola</l>
               <l>tra il favorevol fremito ed il plauso.</l>
               <l>Elimo poscia, ed or Diore è il terzo.</l>
               <l>ma l'adunanza del gran circo tutta,</l>
               <l>e le file de' Padri più vicine,</l>
               <l>di schiamazzo empie Salio, e restituto</l>
               <l>chiede l'onor che gli rapia l'inganno.</l>
               <l>Sta il favor per Eurialo, e il bel pianto,</l>
               <l>e il valor che in bel corpo è più gradito.</l>
               <l>Lo seconda Diore, ed a gran grida</l>
               <l>lo proclama, Dior che a la seconda</l>
               <l>palma or pervenne, e il minor premio avrassi,</l>
               <l>se l'onor primo a Salio è devoluto.</l>
               <l>Allora Enea: Fisso ad ognun rimane,</l>
               <l>o giovanetti, il premio suo, né puote</l>
               <l>l'ordin turbar de la vittoria alcuno.</l>
               <l>A me concesso or sia de la sventura</l>
               <l>de l'incolpato amico esser pietoso.</l>
               <l>Disse, e un gran tergo di leon Getulo</l>
               <l>grave di folta giuba, e d'unghie d'oro</l>
               <l>a Salio dona. Allor Niso: Se tanto</l>
               <l>è il guiderdon de' vinti, e dei caduti</l>
               <l>ti duol, qual degno darai premio a Niso,</l>
               <l>che l'onor meritai del primo serto,</l>
               <l>che sorte avversa, al par che a lui, mi tolse?</l>
               <l>E ponea in mostra, favellando, il volto,</l>
               <l>e la persona d'atro fimo intrisa.</l>
               <l>sorrise a lui l'ottimo padre, e fatto</l>
               <l>uno scudo venir, greco lavoro,</l>
               <l>strappato ai Greci dal Nettunio tempio,</l>
               <l>inclito dono al giovin chiaro il diede.</l>
            </lg>
         </div1>
         <div1 n="Traduzione da Orazio">
            <head>
               <add resp="ed">TRADUZIONE DA ORAZIO</add>
            </head>
            <lg type="endecasillabo-sciolto">
               <l>Comune vizio de' cantori è questo,</l>
               <l>che di cantar pregati, in fra gli amici,</l>
               <l>non vi s'inducon mai; non dimandati,</l>
               <l>non fan più fine. Quel Tigellio sardo</l>
               <l>fu tale. Augusto, che potea forzarlo,</l>
               <l>se il chiedea per l'amor del padre e il suo,</l>
               <l>nulla ottenea: se gli venia talento</l>
               <l>dall'uova ai frutti ripetuto avria</l>
               <l>Evoè Bacco, ora sul tono acuto,</l>
               <l>or sul più basso delle quattro corde.</l>
               <l>Non mai tenne quest'uomo un egual modo.</l>
               <l>Or correa per le vie siccome quello</l>
               <l>che fugge dal nemico, or come quello</l>
               <l>che di Giunone i sacri arredi porta.</l>
               <l>Ora avea dieci servi, ora dugento:</l>
               <l>talor regi e tetrarchi alte parole</l>
               <l>risonava: talor: Non più che un desco</l>
               <l>a tre piedi e di sal puro una conca</l>
               <l>ed una toga che m'escluda il freddo,</l>
               <l>sia pur succida, io vo'. Se dieci cento</l>
               <l>mila sesterzj avessi dato a questo</l>
               <l>frugal di poche voglie, in cinque giorni</l>
               <l>il borsello era vuoto; infino a l'alba</l>
               <l>vegliar soleva, e tutto il dì russava.</l>
               <l>Nessun fu mai più da se stesso impari.</l>
               <l>Ma qui dirammi alcuno: E tu? non hai</l>
               <l>vizio nessuno? Ho i miei, più gravi forse.</l>
               <l>Mentre un dì Menio cardeggiando stava</l>
               <l>l'assente Novio: Ehi, l'interrupe un tale</l>
               <l>Non conosci te stesso? O a nova gente</l>
               <l>pensi dar ciance? A me fo grazia, ei disse.</l>
               <l>Matta iniqua indulgenza e da biasmarsi.</l>
               <l>Ne le magagne tue lippo, e con gli occhi</l>
               <l>impiastricciati, perché mai sì acuto</l>
               <l>hai ne' difetti de gli amici il guardo,</l>
               <l>come l'aquila o il serpe d'Epidauro?</l>
               <l>indi è che i vizj tuoi spiano anch'essi.</l>
               <l>È un po' stizzoso, e il naso fino offende</l>
               <l>di questi amici; rider fa quel tonso</l>
               <l>capo, e la toga in fogge un po' villane</l>
               <l>cascante, e il piè che nel calzar tentenna.</l>
               <l>Ma è buono a segno che un miglior non trovi:</l>
               <l>ma amico ei t'è, ma una divina mente</l>
               <l>sta sotto il vel di quella spoglia irsuta.</l>
               <l>Infine a te rivedi il pel, se forse</l>
               <l>t'abbia innestato alcun vizio Natura,</l>
               <l>o pur l'abito rio; che ne gli incolti</l>
               <l>campi la felce sciagurata alligna.</l>
               <l>Or vengo a ciò che de l'amante al guardo</l>
               <l>sfugge il difetto de l'amata, o piace,</l>
               <l>siccome d'Agna il polipo a Balbino.</l>
               <l>Così vorrei che in amistà si errasse,</l>
               <l>e a tal error nome onorevol dato</l>
               <l>virtute avesse. Qual del figlio al padre,</l>
               <l>tal de l'amico il vizio, ov'ei pur n'abbia,</l>
               <l>non fastidir dobbiam. Strabone il padre</l>
               <l>chiama il guercio, e piccin chi il figlio ha nano,</l>
               <l>come già fu quel Sisifo abortivo.</l>
               <l>Varo appella quest'altro che a sghimbescio</l>
               <l>volge le gambe, e quel balbetta Scauro,</l>
               <l>che mal s'appoggia sul talon viziato.</l>
               <l>È un po' gretto costui, frugal si dica:</l>
               <l>è inetto e alquanto vantator, leggiadro</l>
               <l>vuol parere a gli amici: oh ma feroce,</l>
               <l>libero egli è più del dover, per dritto</l>
               <l>e per forte si tenga. È un po' focoso,</l>
               <l>s'ascriva ai forti. Questo modo, estimo,</l>
               <l>gli amici unisce, e gli conserva uniti.</l>
               <l>Ma le stesse virtù noi stravolgiamo,</l>
               <l>e diamo la vernice a schietto vaso.</l>
            </lg>
         </div1>
         <div1 n="Contro il padre Gaetano Volpini">
            <head>
               <add resp="ed">CONTRO IL PADRE GAETANO VOLPINI</add>
            </head>
            <lg type="sestina">
               <l>Il padre fra' Volpino</l>
               <l>che pien di santo zelo</l>
               <l>suda sui libri ascetici</l>
               <l>e veglia sul Vangelo,</l>
               <l>perseguita gli eretici,</l>
               <l>di Bayle e di Calvino</l>
               <l>i dogmi iniqui e pazzi,</l>
               <l>il seme giacobino, <add resp="ed">ecc.</add>
               </l>
            </lg>
         </div1>
         <div1 n="Ad un calunniatore p. Volpini barnabita">
            <head>AD UN CALUNNIATORE P. VOLPINI BARNABITA</head>
            <lg type="quartina">
               <lg>
                  <l>Quanto i colombi amici son del nibbio</l>
                  <l>tale di te son io</l>
                  <l>o tu che sotto l'indomabil adipe</l>
                  <l>nascondi un cor sì rio. </l>
               </lg>
               <lg>
                  <l>Se non con vani segni, e sol con l'opere</l>
                  <l>biasmo, ed onor si merca</l>
                  <l>a che ti val la venerata tunica</l>
                  <l>e la mistica cherca? </l>
               </lg>
               <lg>
                  <l>Già non cela la fetida libidine</l>
                  <l>che t'arde le midolle,</l>
                  <l>e il molto Bromio, che indigesto e fumido</l>
                  <l>nelle vene ti bolle. </l>
               </lg>
               <lg>
                  <l>Costui, che il cielo irride e che degli uomini</l>
                  <l>fa così rio trastullo,</l>
                  <l>costui, cui tanta in cor siede superbia</l>
                  <l>è schiavo d'un fanciullo; </l>
               </lg>
               <lg>
                  <l>e la ragione infante, e gli anni teneri,</l>
                  <l>e l'innocenza abusa,</l>
                  <l>e o vergogna... ma i turpi fatti, e sordidi</l>
                  <l>taci pudica musa. </l>
               </lg>
               <lg>
                  <l>Ed il pudore esalta, e il cielo assedia</l>
                  <l>con bugiarde preghiere</l>
                  <l>novel Tartuffo; or vene il formidabile</l>
                  <l>flagello di Mogliere. </l>
               </lg>
               <lg>
                  <l>Gelata il nero cor gli rode invidia,</l>
                  <l>e per amor di Cristo,</l>
                  <l>con l'empia lingua il buon morde e perseguita</l>
                  <l>e favorisce il tristo. </l>
               </lg>
               <lg>
                  <l>Ben chi nome ti diè mala ne' pocula</l>
                  <l>conobbe tua natura,</l>
                  <l>verso i potenti mansueta, e timida,</l>
                  <l>verso l'imbelli dura. </l>
               </lg>
               <lg>
                  <l>Ma vieni contro a me, versata adopera</l>
                  <l>la disfrenata froda</l>
                  <l>tendi le insidie, ed in tuo danno calida</l>
                  <l>vi lascierai la coda. </l>
               </lg>
               <lg>
                  <l>Con l'apollinea verga la pinguedine</l>
                  <l>ti squoterei dal dosso,</l>
                  <l>e solcato dai colpi aspri e terribili</l>
                  <l>ne rimarrebbe l'osso. </l>
               </lg>
               <lg>
                  <l>E vedrà la temuta luce e l'aria</l>
                  <l>quel ch'era in pria sepulto,</l>
                  <l>e in che t'affidi o stolto, a me non celasi</l>
                  <l>quel che credi più occulto. </l>
               </lg>
            </lg>
         </div1>
         <div1 n="Del trionfo della libertà">
            <head>DEL TRIONFO DELLA LIBERTÀ</head>
            <div2 n="Canto primo">
               <head>CANTO PRIMO</head>
               <lg type="terzina">
                  <lg>
                     <l>Coronata di rose e di viole</l>
                     <l>scendea di Giano a rinserrar le porte</l>
                     <l>la bella Pace pel cammin del sole,</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>e le spade stringea d'aspre ritorte,</l>
                     <l>e cancellava con l'orme divine</l>
                     <l>i luridi vestigi de la morte;</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>e la canizie de le pigre brine</l>
                     <l>scotean dal dorso, e de le verdi chiome</l>
                     <l>si rivestian le valli e le colline.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Quand'io fui tratto in parte, io non so come,</l>
                     <l>io non so con qual possa, o con quai piume,</l>
                     <l>quasi sgravato da le terree some.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>E mi ferì le luci un vivo lume<note place="foot">
                           <p>
                              <emph>E mi ferì le luci</emph> etc. «Sonò dentro a un lume che lì era, / tal, che mi vinse, e guardar nol potei» disse con gran forza Dante <add resp="ed">
                                 <bibl>
                                    <title>Purgatorio</title>, XXVII, 59-60</bibl>
                              </add>.</p>
                        </note>,</l>
                     <l>ove non potea l'occhio essere inteso,</l>
                     <l>e vinto fu del mio veder l'acume.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Com'uom che da profondo sonno è preso,</l>
                     <l>se una vivida luce lo percote</l>
                     <l>onde subitamente è l'occhio offeso,</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>le confuse palpebre agita e scote,</l>
                     <l>né può serrarle né fissarle in lei,</l>
                     <l>che sua virtute sostener non puote.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Così vinti cadevan gli occhi miei,</l>
                     <l>ma il Ciel forze lor diè più che mortali</l>
                     <l>da sostener la vista de gli Dei.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Non cred'io già che fosser questi frali</l>
                     <l>occhi deboli e corti, e spesso infidi,</l>
                     <l>cui non lice fissar cose immortali.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Forse fu, s'egli è ver che in noi s'annidi</l>
                     <l>parte miglior che de le membra è donna;</l>
                     <l>onde come io non so, so ben ch'io vidi.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Vidi una Dea; nulla era in lei di donna,</l>
                     <l>«non era l'andar suo cosa mortale»<note place="foot">
                           <p>
                              <emph>Non era l'andar suo</emph>. Verso del grande Petrarca nel meraviglioso sonetto: <emph>Erano i capei d'oro</emph>
                              <add resp="ed">
                                 <bibl>
                                    <title>Rerum Vulgarium Fragmenta</title>, XC, 9</bibl>
                              </add>
                           </p>
                        </note>.,</l>
                     <l>né mai fu tale che vestisse gonna.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Di portamento altera<note place="foot">
                           <p> Dagli antichi fu sempre attribuita a Giunone la maestà. Leggansi i poeti Greci e Latini.</p>
                        </note>, e quanta e quale</l>
                     <l>su gli astri incede quella al maggior Dio</l>
                     <l>del talamo consorte e del natale.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Nobile umano maestoso e pio</l>
                     <l>era lo sguardo, e l'armonia celeste</l>
                     <l>comprenderla non può chi non l'udìo.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Sovra l'uso mortal fulgida veste</l>
                     <l>copre le sante immacolate membra,</l>
                     <l>e svela in parte le fattezze oneste.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Tessuta è in Paradiso, e un velo sembra;</l>
                     <l>ma a tanto già non giunge uman lavoro;</l>
                     <l>o con quanto stupor me ne rimembra!</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Siede su cocchio di finissim'oro</l>
                     <l>umilemente altera, ed il decenne</l>
                     <l>berretto il crine affrena, aureo decoro.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Stringe la manca la fatal bipenne,</l>
                     <l>e l'altra il brando scotitor de' troni.</l>
                     <l>onde a cotanta altezza e poter venne</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>La gran madre de' Fabj e de' Scipioni;</l>
                     <l>sotto cui vide i Regi incatenati</l>
                     <l>curvar l'alte cervici umili e proni.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Pronte a' suoi cenni stanle d'ambo i lati</l>
                     <l>due Dive, dal cui sdegno, e dal cui riso</l>
                     <l>pendon de l'universo incerti i fati.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>L'una è soave e mansueta in viso,</l>
                     <l>e stringe con la destra il santo ulivo,</l>
                     <l>e il mondo rasserena d'un sorriso.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>E l'altra è la ministra di Gradivo,</l>
                     <l>che si pasce di gemiti e d'affanni,</l>
                     <l>e tinge il lauro in sanguinoso rivo.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Due bandiere scotean de l'aure i vanni;</l>
                     <l>su l'una scritto sta: Pace a le genti,</l>
                     <l>su l'altra si leggea: Guerra ai Tiranni.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Taceano al lor passar l'ire de' venti,</l>
                     <l>che survolando intorno al sacro scritto</l>
                     <l>lo baciava[no] umili e reverenti.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Quinci è Colei, che del comun diritto</l>
                     <l>vindice, a l'ima plebe i grandi agguaglia,</l>
                     <l>sol diseguai per merto o per delitto</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>e se vede che un capo in alto saglia,</l>
                     <l>e sdegni assoggettarsi a la sua libra</l>
                     <l>alza la scure adeguatrice, e taglia.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>E con la destra alto sospende e libra</l>
                     <l>l'intatta inesorabile bilancia,</l>
                     <l>ove merto e virtù si pesa e libra.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>non del sangue il valor, ch'è lieve ciancia,</l>
                     <l>e tanto nocque a le cittadi, e nuoce;</l>
                     <l>e sal Lamagna, e 'l seppe Italia e Francia.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Dolce in vista ed umano, e in un feroce</l>
                     <l>quindi era il patrio Amor che ai figli suoi</l>
                     <l>il cor con l'alma face infiamma e cuoce;</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>e i servi trasformar puote in Eroi,</l>
                     <l>e non teme il fragor di tue ritorte</l>
                     <l>o Tirannia, né de' metalli tuoi;</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>non quella cieca che si chiama sorte,</l>
                     <l>che i vili in ciel locaro, e fecer Diva;</l>
                     <l>e scritto ha in petto: O Libertate o morte.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>d'ogn'intorno commosso il suol fioriva,</l>
                     <l>l'aura si fea più pura e più serena;</l>
                     <l>e sorridea la fortunata riva.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>E a color che fuggir l'aspra catena</l>
                     <l>prorompeva su gli occhi, e su le labbia</l>
                     <l>impetuosa del piacer la piena.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Come augel, che fuggì l'antica gabbia,</l>
                     <l>or vola irrequieto tra le frondi,</l>
                     <l>rade il suol, poi si sguazza ne la sabbia</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>quindi s'udian romor cupi e profondi,</l>
                     <l>un franger di corone e di catene,</l>
                     <l>un fremer di tiranni moribondi.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Impugnando un flagel d'anfesibene</l>
                     <l>la Tirannia giacevasi da canto,</l>
                     <l>e si graffiava le villose gene.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>E i torbid'occhi si copria col manto;</l>
                     <l>che la luce vincea l'atre palpèbre,</l>
                     <l>e le spremea da le pupille il pianto;</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Come notturno augel, che le latèbre</l>
                     <l>ospite cerca allor che il Sole incalza</l>
                     <l>ne' bui recinti l'orride tenèbre.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Evvi una cruda, che uno stile innalza,</l>
                     <l>e 'l caccia in mano a l'uomo e dice: Scanna,</l>
                     <l>e forsennata va di balza in balza.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Nera coppa di sangue ella tracanna,</l>
                     <l>e lacerando umane membra a brani</l>
                     <l>le spinge dentro a l'insaziabil canna;</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>e con tabegrondanti orride mani</l>
                     <l>i sacrileghi don su l'ara pone,</l>
                     <l>e osa tendere al Ciel gli occhi p[r]ofani.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Che più? sue crudeltati ai Numi appone,</l>
                     <l>e fa ministro il Ciel di sue vendette;</l>
                     <l>e il volgo la chiamò Religione.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Si scolorar le faccie maledette,</l>
                     <l>e l'una a l'altra larva s'avviticchia,</l>
                     <l>e stan fra lor sì avviluppate e strette,</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Che il cor de l'una al sen de l'altra picchia,</l>
                     <l>ansando in petto, e trabalzando, e poscia</l>
                     <l>la coppia abbominosa si rannicchia.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Qual è lo can che tremando s'accoscia,</l>
                     <l>se il signor con la verga alto il minaccia,</l>
                     <l>tal ristrinsersi i mostri per l'angoscia.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Ma poi che di quell'altra in su la faccia</l>
                     <l>vide languir la moribonda speme</l>
                     <l>colei che in sacri ceppi il volgo allaccia,</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>incorolla dicendo: E mute insieme</l>
                     <l>morremo e inoperose? e il nostro lutto</l>
                     <l>fia di letizia a chi 'l procaccia seme?</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Tutto si tenti e si ritenti tutto;</l>
                     <l>e se morire è forza pur, si moja <note place="foot">
                           <p>
                              <emph>E se morire è forza</emph>. Il ripetere tre volte la stessa parola in fine del verso fu già usato dall'Ariosto <add resp="ed">
                                 <bibl>
                                    <title>Orlando Furioso</title>, VI, 48; XIII, 16; XXVII, 45</bibl>
                              </add>. Dante l'adoperò colla parola Cristo <add resp="ed">
                                 <bibl>
                                    <title>Paradiso</title>, XII, 71-75; XIV, 104-108; XXXII, 83-87</bibl>
                              </add>, e il suo grande emulatore <add resp="ed">Monti</add> l'usò tre volte certamente; una volta colla parola <emph>perdona</emph> nella <title>Bassvilliana</title>
                              <add resp="ed">
                                 <bibl>III, 101-105</bibl>
                              </add>, un'altra colla parola <emph>spada</emph> in un <title>Capitolo d'Emenda</title>
                              <add resp="ed">
                                 <bibl>
                                    <title>Il fanatismo</title>, 89-93</bibl>
                              </add>; e finalmente colla parola <emph>pace</emph> nel secondo Canto della <title>Mascheroniana</title>
                              <add resp="ed">
                                 <bibl>254-258</bibl>
                              </add>.</p>
                        </note>,</l>
                     <l>ma acerbo il mondo ne raccolga frutto.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Qualunque aspira a Libertate moja,</l>
                     <l>né onor di tomba o pianto abbia il ribaldo;</l>
                     <l>e l'altra surse e gorgogliava: Moja.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Moja, sì moja, e temerario e baldo</l>
                     <l>cerchi in Inferno Libertade; il fio</l>
                     <l>paghi col sangue fumeggiante e caldo.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Acuto allor s'intese un sibilio</l>
                     <l>via per le chiome, ed un divincolarsi,</l>
                     <l>e di morsi e percosse un mormorio.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Allor terribilmente sollevarsi,</l>
                     <l>e un barlume di speme fu veduto</l>
                     <l>brillar sui ceffi lividi e riarsi;</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Come allor che nel fosco aer sparuto</l>
                     <l>in fra 'l notturno vel si mostra e fugge</l>
                     <l>un focherello passaggiero e muto.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>L'infame coppia si rosicchia e sugge</l>
                     <l>di preda ingorda la terribil'ugna,</l>
                     <l>si picchia i lombi risonanti, e rugge.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>«Contra miglior voler, voler mal pugna»<note place="foot">
                           <p>
                              <emph>Contra miglior voler voler mal pugna</emph>. Verso significantissimo di Dante <add resp="ed">
                                 <bibl>
                                    <title>Purgatorio</title>, XX, 1</bibl>
                              </add>.</p>
                        </note>;</l>
                     <l>e fra la vil perfidia, e la virtute</l>
                     <l>secura è sempre e disegual la pugna.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Ma stavan l'aure pensierose e mute,</l>
                     <l>e il Ciel di brama e di timor conquiso,</l>
                     <l>e pendevan le rive irresolute.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>La Dea mirolle, e rise un cotal riso<note place="foot">
                           <p>
                              <emph>La Dea mirolle, e rise un cotal riso.</emph> Non vorrei che alcuno trovasse troppo ardita questa espressione. Un gran Poeta de' nostri tempi <add resp="ed">Monti</add> non si fece scrupolo di dire: <emph>E in quel sospetto sospettò</emph>
                              <add resp="ed">
                                 <bibl>
                                    <title>Bassvilliana</title>, II, 64</bibl>
                              </add>
                              <emph>...Selva selvaggia</emph>
                              <add resp="ed">
                                 <bibl>
                                    <title>Il pericolo</title>, 74</bibl>: riprende naturalmente <bibl>DANTE, <title>Inferno</title>, I, 5</bibl>
                              </add>
                              <emph>...Delle tre parti in che si parte il giorno</emph>
                              <add resp="ed">
                                 <bibl>
                                    <title>Mascheroniana</title>, II, 147</bibl>
                              </add>. Il grande Alighieri si lasciò sfuggire, non so se a caso o per vezzo nel <title>Purgatorio</title>: <emph>Ch'a farsi quelle per le vene vane</emph>
                              <add resp="ed">
                                 <bibl>XXV, 42</bibl>
                              </add>. E: <emph>Che s'imbestiò nelle 'mbestiate schegge</emph>
                              <add resp="ed">
                                 <bibl>XXVI, 87</bibl>
                              </add>. E nel <title>Paradiso</title>: <emph>...perché fur negletti / li nostri voti, e voti in alcun canto</emph>
                              <add resp="ed">
                                 <bibl>III, 57-58</bibl>
                              </add>. E: <emph>Nel modo, che '1 seguente Canto canta</emph>
                              <add resp="ed">
                                 <bibl>V, 139</bibl>
                              </add>].</p>
                        </note>
                     </l>
                     <l>di scherno e di disdegno, che dipinge</l>
                     <l>di gioja al giusto, al rio di tema il viso.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>E immobile in suo seggio il cocchio spinge</l>
                     <l>su le attonite larve, e le fracassa</l>
                     <l>e l'auree rote del lor sangue tinge.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Né per timore o per desio s'abbassa,</l>
                     <l>ma disdegnosa e nobile in sua possa</l>
                     <l>alteramente le sogguarda, e passa.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Fumò la terra di quel sangue rossa,</l>
                     <l>ond'esalava abbominoso lezzo,</l>
                     <l>e da l'ime radici ne fu scossa.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Ondeggia, crolla, e alfin si spacca, il mezzo</l>
                     <l>apre del sen tenebricoso, e ingoja</l>
                     <l>quei vituperj, e parne aver ribrezzo.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Quinci acuto s'udì grido di gioja,</l>
                     <l>e quindi un fioco rimbombar di duolo,</l>
                     <l>simile a rugghio di Leon che moja.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>S'alzò tre volte, e tre ricadde al suolo</l>
                     <l>spossata e vinta l'Aquila grifagna,</l>
                     <l>che l'arse penne ricusaro il volo.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Alfin, strisciando dietro a la campagna,</l>
                     <l>le mozze ali, e le tronche ugne, fugio</l>
                     <l>a gl'intimi recessi di Lamagna.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Allor prese i tiranni un brividio,</l>
                     <l>che gli fe’ paventar de la lor sorte,</l>
                     <l>e mal frenato in su le gote uscìo,</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>e gliele tinse d'un color di morte.</l>
                  </lg>
               </lg>
            </div2>
            <div2 n="Canto secondo">
               <head>CANTO SECONDO</head>
               <lg type="terzina">
                  <lg>
                     <l>Col pensier con gli orecchi e con le ciglia</l>
                     <l>i' era immerso in quell'altera vista,</l>
                     <l>come colui che tace e maraviglia;</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>qual dicon che de' spirti in fra la lista</l>
                     <l>stesse mirando le magiche note</l>
                     <l>il furente<note place="foot">
                           <p>
                              <emph>Il furente</emph>. In Poesia talvolta vale ispirato, e magiche val divine. di Patmo Evangelista.</p>
                        </note>
                     </l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Quand'io vidi la Dea, che su l'immote</l>
                     <l>maladette sorelle il cocchio spinse,</l>
                     <l>e su le infami cigolar le rote,</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>primamente un terror freddo mi strinse,</l>
                     <l>poi surse in petto con subita forza</l>
                     <l>la letizia, che l'altro affetto estinse.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Qual se fiamma divora arida scorza</l>
                     <l>avidamente, e d'improvviso d'acque</l>
                     <l>talun l'inonda, subito s'ammorza</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>così sotto la gioja il timor giacque;</l>
                     <l>poi surse un novo di stupore affetto,</l>
                     <l>e l'uno e l'altro moto in sen mi tacque.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Però ch'io vidi un bel drappello eletto</l>
                     <l>di lor che sordi furo al proprio danno,</l>
                     <l>caldi d'amor di Libertade il petto.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Vidi colui che contro al rio Tiranno</l>
                     <l>«fe’ la vendetta del superbo strupo»<note place="foot">
                           <p>
                              <emph>Fe’ la vendetta del superbo strupo</emph>. Verso usato da Dante <add resp="ed">
                                 <bibl>
                                    <title>Inferno</title>, VII, 11-12</bibl>
                              </add> in tutt’altro significato: «Vuolsi nell’alto, là dove Michele / fe’ la vendetta del superbo strupo».</p>
                        </note>,</l>
                     <l>poi che s'avvide del lascivo inganno,</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>e corse furioso, come lupo,</l>
                     <l>se mai rapace cacciator gli fura</l>
                     <l>i cari figli dal natio dirupo.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>E seco è Lei, che d'alma intatta e pura,</l>
                     <l>benché polluta ne la spoglia invita,</l>
                     <l>lavò col sangue la non sua lordura.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Quei che ritolse ai figli suoi la vita,</l>
                     <l>poi che ne fero uso malvagio e rio,</l>
                     <l>immolando a la Patria, ostia gradita,</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>L'affetto di parente, e dir s'udio:</l>
                     <l>quei che di fede a la sua Patria manca</l>
                     <l>non è figlio di Roma, e non è mio.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Siegue Quei che la destra ardita e franca</l>
                     <l>cacciò fremendo ne le fiamme pie,</l>
                     <l>e fe’ tremar Porsenna con la manca.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Ve' la vergin che corse a le natie</l>
                     <l>piaggie, fuggendo del Tiranno l'onte,</l>
                     <l>per le amiche del Tebro ospite vie.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Ecco quel forte, che al famoso ponte</l>
                     <l>contro l'Etruria congiurata tenne</l>
                     <l>ferme le piante, e immobile la fronte,</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>e l'urto d'un esercito sostenne,</l>
                     <l>e contra mille e mille lancie stette,</l>
                     <l>onde immortale a' posteri divenne.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Ma ben poria le più sottili erbette</l>
                     <l>annoverar nel prato, e 'n ciel le stelle,</l>
                     <l>e le arene nel mar minute e strette</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>chi noverar volesse l'alme belle,</l>
                     <l>ch'ivi eran, di valore inclito speglio,</l>
                     <l>sol de la Patria e di Virtute ancelle.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Sorgea fra gli altri il generoso Veglio,</l>
                     <l>che involò del Tiranno ai sozzi orgogli</l>
                     <l>la figlia intatta, e ben fu morte il meglio.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Fu la figlia che disse al Padre: Cogli</l>
                     <l>questo immaturo fior: tu mi donasti</l>
                     <l>queste misere membra, e tu le togli,</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Pria che impudico ardir le incesti e guasti;</l>
                     <l>e in quelle cadde il colpo, e impallidiro</l>
                     <l>le guancie, e i membri intemerati e casti,</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>e uscì dal puro sen l'ultimo spiro,</l>
                     <l>ed a la vista orribile freméa</l>
                     <l>il superbo e deluso Decemviro,</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>cui stimolava la digiuna e rea</l>
                     <l>libidine, e struggea l'insana rabbia,</l>
                     <l>che i già protesi invan nervi rodea;</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>qual lupo, che la preda perdut'abbia</l>
                     <l>batte per fame l'arida mascella,</l>
                     <l>rugge, e s'addenta le digiune labbia.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Quindi segue una coppia rara e bella,</l>
                     <l>che ria di ben oprar mercede colse</l>
                     <l>ahi! da la Patria troppo ingrata e fella.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>V'è quel grande che Roma ai ceppi tolse,</l>
                     <l>indi de l'Afro le superbe mire</l>
                     <l>e le audaci speranze in lui rivolse:</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Per cui sovra le libiche ruine</l>
                     <l>vide Roma discesa al gran tragitto</l>
                     <l>il fulgor de le fiaccole Latine.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>E quei che Magno detto era ed invitto,</l>
                     <l>che insiem con Libertà, spoglia schernita</l>
                     <l>giacque su l'infedel sabbia d'Egitto.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>V'era la non mai doma Alma, che ardita</l>
                     <l>temé la servitù più de la morte,</l>
                     <l>amò la Libertà più de la vita;</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>dicendo: Poi che la nimica sorte</l>
                     <l>tanto è contraria a Libertate, e invano</l>
                     <l>la terribile armò destra quel forte,</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>alzisi omai la generosa mano,</l>
                     <l>e l'alma fugga pria che servir l'empio,</l>
                     <l>ch'io nacqui e vissi e vo' morir Romano.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>E seco è lei, che con novello scempio</l>
                     <l>dietro la fuggitiva Libertate</l>
                     <l>corse animata dal paterno esempio.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Quindi un drappel venia d'ombre onorate</l>
                     <l>sacre a la Patria, che di sangue diro</l>
                     <l>ne spruzzar le ruine inonorate.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Bruto primo sorgea, che torvi in giro</l>
                     <l>pria torse i lumi, indi a Roma gli volse,</l>
                     <l>e da l'imo del cor trasse un sospiro.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>E a l'ombre circostanti si rivolse,</l>
                     <l>in cui non fu la virtù patria doma,</l>
                     <l>indi la lingua in tai parole sciolse:</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Ahi cara Patria! Ahi Roma! ah! non più Roma,</l>
                     <l>or che strappotti il glorioso lauro</l>
                     <l>invida man da la vittrice chioma.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Ov'è l'antico di virtù tesauro?</l>
                     <l>ove ove una verace alma Latina?</l>
                     <l>ove un Curio, un Fabricio, ove uno Scauro!</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Ahi! de la Libertà l'ampia ruina</l>
                     <l>tutto si trasse ne la notte eterna,</l>
                     <l>ed or serva sei fatta di reina;</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>che il celibe Levita ti governa</l>
                     <l>con le venali chiavi, ond'ei si vanta</l>
                     <l>chiuder la porta, e disserrar superna.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>E i Druidi porporati: oh casta, oh santa</l>
                     <l>turba di Lupi mansueti in mostra,</l>
                     <l>che de la spoglia de l'agnel s'ammanta</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>E il popol reverente a lor si prostra</l>
                     <l>in vile atto sommesso, e quasi Dii</l>
                     <l>gli adora e cole: oh sua vergogna e nostra!</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Che valse a me di sacri ferri e pii</l>
                     <l>armar le destre, e franger la catena?</l>
                     <l>lasso! e perché la grande impresa ardii?</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Spento un Tiranno un altro surse, piena</l>
                     <l>di schiavi de la terra era la Donna,</l>
                     <l>infin che strinse la temuta abena</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Quei che la Galilea dimessa donna</l>
                     <l>trasse dal fango, e i membri sozzi e nudi</l>
                     <l>vestì di tolta altrui fulgida gonna;</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>E maritolla ai suoi nefandi Drudi <note place="foot">
                           <p>
                              <emph>E maritolla a' suoi nefandi Drudi</emph>. Io protesto che qui e dovunque parlo degli abusi. Difatti ognun vede che qui non si toccan principj di sorta alcuna. Altronde il Vangelo insinua la mansuetudine, il dispregio delle ricchezze e del comando, e qui s'attacca la crudeltà, l'avidità delle ricchezze e del comando, cose tutte, che diametralmente s'oppongono a quei principj, ai quali per conseguenza diametralmente s'opposero e s'oppongono coloro che qui sono descritti. Quindi a coloro, che vedendosi punti, o a cui vantaggiosi essendo questi abusi, volessero al volgo e alle persone dabbene [...]</p>
                        </note>
                     </l>
                     <l>incestamente, e al vecchio Sacerdote</l>
                     <l>a la canna scappato e a le paludi,</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Che infallibil divino a le devote</l>
                     <l>genti s'infinse, che a la Putta astuta</l>
                     <l>prestaro omaggio e le fornir la dote.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>E nel Roman bordello prostituta,</l>
                     <l>vile superba sozza e scellerata</l>
                     <l>al maggior offerente era venduta.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Ivi un postribol fece, ove sfacciata</l>
                     <l>facea di sé mercato, ed a' suoi Proci</l>
                     <l>dispensava ora un detto, ora un'occhiata.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Ma poi che ferma in trono fu, feroci</l>
                     <l>sensi vestì, l'armi si cinse, e infece</l>
                     <l>d'innocuo sangue le mal compre croci.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>E sue ministre ira e vendetta fece,</l>
                     <l>l'inganno la viltà la scelleranza,</l>
                     <l>e fe’ sua legge: Quel che giova lece.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Quindi la maladetta intolleranza</l>
                     <l>del detto e del pensier, quindi Sofia</l>
                     <l>stretta in catene, e in trono l'ignoranza.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>O ditel voi, che di saver sì ria</l>
                     <l>mercede aveste di sospiri e pianto</l>
                     <l>da l'empia de l'ingegno tirannia.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>O ditel voi, ch'io già non son da tanto;</l>
                     <l>gridino l'ossa inonorate, e il suono</l>
                     <l>a l'Indo ne pervenga e al Garamanto.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Questi i diletti de l'Eterno sono?</l>
                     <l>questi i ministri del divin volere?</l>
                     <l>e questo è un Dio di pace e di perdono?</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Dillo, o gran Tosco, tu, che de le spere</l>
                     <l>librasti il moto, e a’ tuoi nepoti un varco</l>
                     <l>di veritate apristi e di sapere.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Contra te i dardi del diabolic'arco</l>
                     <l>sfrenò l'invidia, e contra i tuoi sistemi</l>
                     <l>indarno trasse in campo e Luca e Marco.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Empj! che di ragione i divi semi</l>
                     <l>spegner tentaro ne gli umani petti,</l>
                     <l>e colpirono il ver con gli anatemi.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Van predicando un Nume, e a' suoi precetti</l>
                     <l>fan fronte apertamente, e a chi gl'imita</l>
                     <l>fulminan le censure e gl'interdetti.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Povera, disprezzata umil la vita</l>
                     <l>quel che tu adori in Galilea menava,</l>
                     <l>e tu suo servo in Roma un sibarita.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>O greggia stolta temeraria e prava,</l>
                     <l>che col suo Nume e con sé stessa pugna,</l>
                     <l>di Dio non già, ma di sue voglie schiava.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Altri nemico di sé stesso impugna</l>
                     <l>crudo flagello, e 'l sangue fonde, e 'l fura,</l>
                     <l>a la Patria, e de' suoi dritti a la pugna,</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Devoto suicida, ed a la dura</l>
                     <l>verginità consacrasi, i desiri</l>
                     <l>soffocando, e le voci di natura.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Stolto crudel, che fai? de' tuoi martiri</l>
                     <l>forse l'amante comun Padre frue?</l>
                     <l>o si pasce di sangue e di sospiri?</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Oh stolto! Ei nel tuo core, Ei con le sue</l>
                     <l>dita divine la diversa brama</l>
                     <l>pose Colui, che disse sia, e fue.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Ei con la voce di natura chiama</l>
                     <l>tutti ad amarsi, e gli uomini accompagna,</l>
                     <l>e va d'ognuno al cor ripetendo: ama.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>E tu fuggi colei che per compagna</l>
                     <l>ei ti diede, e i fratei credi nemici,</l>
                     <l>e invan natura invan grida e si lagna.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>E tal sotto i flagelli ed i cilici</l>
                     <l>cela i pugnali, e vassi a capo chino</l>
                     <l>meditando veleni e malefici.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>O degenere figlia di Quirino,</l>
                     <l>che i tuoi prodi obbliando, al Galileo</l>
                     <l>cedesti i fasci del valor Latino,</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Questi sono i tuoi Cati, e in sul Tarpèo</l>
                     <l>dei nostri figli si fan scherno e gioco...</l>
                     <l>ma qui si tacque e dir più non potéo.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Che tal la carità del natio loco</l>
                     <l>lo strinse e sì l'oppresse, che morìo</l>
                     <l>la voce in un sospir languido e fioco.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Quindi tra le commosse ombre s'udìo</l>
                     <l>sorgere un roco ed indistinto gemito,</l>
                     <l>poscia un cupo e profondo mormorio;</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>sì come allor che con interno tremito</l>
                     <l>quassano i venti il suol che ne rimbomba,</l>
                     <l>s'ode sonar da lunge un sordo fremito,</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>che tra le foglie via mormora e romba.</l>
                  </lg>
               </lg>
            </div2>
            <div2 n="Canto terzo">
               <head>CANTO TERZO</head>
               <lg type="terzina">
                  <lg>
                     <l>I tronchi detti, e il lagrimoso volto</l>
                     <l>di quella generosa Anima bella</l>
                     <l>avean là tutto il mio pensier raccolto,</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>quando tutto a sé 'l trasse una novella</l>
                     <l>turba, che di rincontro a me venia,</l>
                     <l>d'abito più recente e di favella.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Confuso e irresoluto io me ne gia,</l>
                     <l>com'uom che in terra sconosciuta mova,</l>
                     <l>che lento lento dubbiando s'avvia.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Ed erano color che per la nova</l>
                     <l>libertade s'alzar fra l'alme prime,</l>
                     <l>di sé lasciando memoranda prova.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Grandeggiava fra queste una sublime</l>
                     <l>alma, come fra 'l salcio umile e l'orno <note place="foot">
                           <p>
                              <emph>come fra 'l salcio umile e l'orno</emph>. Quantum lenta solent inter vibuma cupressi. <bibl>Virg. <add resp="ed">
                                    <title>Bucolica</title>, I, 25 </add>
                              </bibl>.</p>
                        </note>
                     </l>
                     <l>torreggian de' cipressi alto le cime.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Avea di belle piaghe il seno adorno,</l>
                     <l>che vibravan di luce accesa lampa,</l>
                     <l>e fean più chiaro quel sereno giorno;</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>che men rifulge il sol quando più avvampa,</l>
                     <l>e sovra noi da lo stellato arringo</l>
                     <l>l'orme fiammanti più diritte stampa.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Allor ch'egli me vide il piè ramingo</l>
                     <l>traggere incerto per l'ignota riva,</l>
                     <l>meditabondo tacito e solingo,</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>a me corse, gridando: Anima viva,</l>
                     <l>che qua se' giunta, u' solo per virtute,</l>
                     <l>e per amor di Libertà s'arriva;</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Italia mia che fa? di sue ferute</l>
                     <l>è sana alfine? è in Libertate? è in calma?</l>
                     <l>o guerra ancor la strazia e servitute?</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Io prodigo le fui di non vil alma,</l>
                     <l>e nel cruento suo grembo ospitale</l>
                     <l>giacqui barbaro pondo, estrania salma.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Né m'accolse nel seno il suol natale,</l>
                     <l>né dolce in su le ceneri agghiacciate</l>
                     <l>il suon discese del materno vale.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>«Barbaro estranio tu? non son sì ingrate</l>
                     <l>l'anime Italiane, e non è spento</l>
                     <l>l'antico senso in lor de la pietate.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Oh qual non fece Insubria mia lamento</l>
                     <l>più sul tuo fato, che sul suo periglio!</l>
                     <l>ahi! con lagrime ancor me ne rammento.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>E te, discinta e scarmigliata, figlio</l>
                     <l>chiamò, baciando il tronco amato e santo,</l>
                     <l>e con la destra ti compose il ciglio.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>E adorò 'l tuo cipresso al quale accanto</l>
                     <l>il caro germogliò lauro e l'ulivo,</l>
                     <l>che i rai le terse del bilustre pianto.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Li terse? ahi no! che a lei costonne un rivo,</l>
                     <l>che inondò i membri inanimati e rubri</l>
                     <l>di te, che 'n cielo e ne' bei cor se' vivo.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Deh! resti a noi, dicean le rive Insubri,</l>
                     <l>deh! resti a noi, ma l'onorata spoglia</l>
                     <l>trasse Francia gelosa a' suoi delubri.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Ma de l'itala sorte, onde t'invoglia</l>
                     <l>tanto desio, come farò parola?</l>
                     <l>che un seme di Tiranni vi germoglia.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>E sotto al giogo de la greve stola</l>
                     <l>la gran Donna del Lazio il collo spinse,</l>
                     <l>e guata le catene, e si consola.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>E Partenope serve a lei che vinse</l>
                     <l>in crudeltà la Maga empia di Colco,</l>
                     <l>e de' più disumani il grido estinse.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>E il Siculo e 'l Calabro bifolco</l>
                     <l>frange a crudo signor le dure glebe,</l>
                     <l>e riga di sudore il non suo solco.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Al mio dir disiosa urtò la plebe</l>
                     <l>un'ombra, sì com'irco spinge e cozza</l>
                     <l>in su l'uscita le ammucchiate zebe.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Avea i luridi solchi in su la strozza</l>
                     <l>del capestro, e la guancia scarna e smunta,</l>
                     <l>e la chioma di polve e sangue sozza.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>E' surse de le piante in su la punta,</l>
                     <l>come chi brama violenta tocca,</l>
                     <l>e uno sciame d'affetti in sen gli spunta,</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>ed il cor sopraffatto ne trabocca</l>
                     <l>inondato e sommerso, e l'alma fugge</l>
                     <l>su la fronte su gli occhi e su la bocca <note place="foot">
                           <p>
                              <emph>…e l’alma fugge / su la fronte su gli occhi e su la bocca</emph>. Maravigliosamente espresse questo affetto il Petrarca in quella terzina: «Come chi smisuratamente vole, / ch’ha scritto innanzi che a parlar cominci, / ne gli occhi, e nella fronte le parole» <add resp="ed">
                                 <bibl>
                                    <title>Triumpus Pudicitiae</title>, 58-60</bibl>
                              </add>.</p>
                        </note>.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Poi gridò: L'empia vive, e non l'adugge</l>
                     <l>il telo, che temuto è sì là giue?</l>
                     <l>e 'l dolce lume ancor per gli occhi sugge? <note place="foot">
                           <p>
                              <emph>E 'l dolce lume ancor per gli occhi sugge?</emph> «Non fiere gli occhi suoi lo dolce lome?» disse Dante <add resp="ed">
                                 <bibl>
                                    <title>Inferno</title>, X, 69</bibl>
                              </add>.</p>
                        </note>
                     </l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Né pur la pena di sue colpe lue,</l>
                     <l>ma vive, e vive trionfante, e regna,</l>
                     <l>regna, e del frutto di sue colpe frue.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>O tu, diss'io, che sì contra l'indegna</l>
                     <l>ardi, che in crudeltate al mondo è sola,</l>
                     <l>spiegami il duol, che sì l'alma t'impregna.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Più volte egli tentò formar parola,</l>
                     <l>ma sul cor ripiombò tronca la voce,</l>
                     <l>che il duol la sospingeva ne la gola;</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Sì come arretra il suo corno veloce,</l>
                     <l>e spumeggia e gorgoglia onda restia,</l>
                     <l>se impedimento incontra in su la foce.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Ma poi che vinse il duol la cortesia,</l>
                     <l>e per le secche fauci il varco aperse,</l>
                     <l>e fu spianata al ragionar la via,</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Gridò: Tu vuoi ch'io fuor del seno verse</l>
                     <l>il duol, che tanto già mi punse e punge,</l>
                     <l>se pur si puote anco qua su dolerse.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Ma in quale arena mai grido non giunge <note place="foot">
                           <p>
                              <emph>In quale arena mai</emph> etc. Leggasi l'energico, e veramente Vesuviano <title>Rapporto fatto da Francesco Lomonaco Patriota Napoletano</title>
                              <add resp="ed">è il <bibl>
                                    <title>Rapporto fatto da Francesco Lomonaco patriota napoletano al cittadino Carnot Ministro della Guerra sulle segrete cagioni, e su' principali avvenimenti della Catastrofe Napoletana, sul carattere, e la condotta del re, della regina di Sicilia, e del famoso Acton</title>, seconda edizione corretta, ed accresciuta dall'Autore, Milano, Anno IX Repubblicano</bibl>
                              </add>.</p>
                        </note>
                     </l>
                     <l>di sua nequizia, e de' fatti empi e rei?</l>
                     <l>e sia pur, quanto esser si voglia, lunge.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Io di sua crudeltà la prova fei,</l>
                     <l>e giacqui ostia innocente in su l'arena,</l>
                     <l>per amor de la Patria e di Costei,</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Di ciò l'alma e la bocca ebbi ognor piena,</l>
                     <l>che a me fu sempre fida stella e duce,</l>
                     <l>ed or mi paga la sofferta pena.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Poi che apparve un'incerta e dubbia luce</l>
                     <l>sovra l'Italia addormentata, e sparve,</l>
                     <l>onde la notte nereggiò più truce,</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>E una benigna Libertade apparve,</l>
                     <l>che al duro appena ci rapì servaggio,</l>
                     <l>indi sparì, come notturne larve,</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Io corsi là, com'a un lontano raggio</l>
                     <l>correndo e ansando il pellegrin s'affretta</l>
                     <l>smarrito fra 'l notturno ermo viaggio.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Ahi! breve umana gioja ed imperfetta!</l>
                     <l>venne, con l'armi no, con le catene</l>
                     <l>una ciurma di schiavi maladetta.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>E gli abeti secati a le Rutene</l>
                     <l>canute selve del Cumèo Nettuno</l>
                     <l>gravato il dorso, e ne radean le arene.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Corse fremendo ed ululando il bruno</l>
                     <l>tartaro Antropofago, che per fame</l>
                     <l>spalanca l'atro gorgozzul digiuno.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>E l'Anglo avaro, che mercato infame</l>
                     <l>fa de le umane vite, e in quella sciarra</l>
                     <l>lo spinsero de l'or le ingorde brame.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Né più i solchi radea sicula marra,</l>
                     <l>né più la falce, ma le verdi biade</l>
                     <l>mieteva la Cosacca scimitarra.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>E non bastar le peregrine spade;</l>
                     <l>che la Patria ancor essa, ahi danno estremo!</l>
                     <l>vomitò contra sé fiere masnade.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Ahi che in pensando ancor ne scoppio e fremo!</l>
                     <l>qual dal carcer sboccato e qual dal chiostro</l>
                     <l>qual tolto al pastorale e quale al remo.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Oh ciurma infame! e un porporato mostro</l>
                     <l>duce si fe’ de le ribelli squadre,</l>
                     <l>celando i ferri sotto al fulgid'ostro.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Costor le mani violente e ladre</l>
                     <l>commiser ne la Patria, e tuttaquanta</l>
                     <l>d'empie ferite ricoprir la madre.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Di Libertà la tenerella pianta</l>
                     <l>crollar, sì come d'Eolo irato il figlio</l>
                     <l>l'aereo pin da le radici schianta.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Poscia un confuso regnava bisbiglio,</l>
                     <l>un sordo mormorar fra denti, ed una</l>
                     <l>paura, un cupo sovvolger di ciglio;</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Come allor che da lunge il ciel s'imbruna,</l>
                     <l>siede sul mar, che a poco a poco s'ange</l>
                     <l>una calma che annunzia la fortuna;</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Mentre cigola il vento, che si frange</l>
                     <l>tra le canne palustri, e cupo e fioco</l>
                     <l>rotto dai duri massi il fiotto piange.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Ma surse irata la procella, poco</l>
                     <l>durò la calma e quel servir tranquillo;</l>
                     <l>sangue al pianto successe e ferro e foco.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>E l'aer muto ruppe acuto squillo</l>
                     <l>annunziator di stragi, e su la torre</l>
                     <l>l'atro di morte sventolò vessillo.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Il furor per le vie rabido scorre,</l>
                     <l>e con grida i satelliti, e con cenni</l>
                     <l>incora e sprona, e a nova strage corre.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Allor s'ode uno strider di bipenni,</l>
                     <l>un cupo scroscio di mannaje. Ahi come</l>
                     <l>oltre veder con questi occhi sostenni!</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Chi solo amò di Libertate il nome,</l>
                     <l>o appena il proferì, dai sacri lati</l>
                     <l>strappato e strascinato è per le chiome.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Ai casti letti venian que' sicari,</l>
                     <l>qual di lupi digiuni atro drappello,</l>
                     <l>d'oro e di sangue e di null'altro avari.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>E invan le spose al violato ostello,</l>
                     <l>di lagrime bagnando il sen discinto,</l>
                     <l>fean con la debil man vano puntello;</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Che fin fu il ferro, ahimé! cacciato e spinto</l>
                     <l>entro il seno pregnante: oh scelleranza!</l>
                     <l>e il ferro, il ferro da l'orror fu vinto.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Gli empi no, che con fiera dilettanza</l>
                     <l>pascean gli sguardi disiosi e cupi,</l>
                     <l>e fean periglio di crudel costanza.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>E i pargoletti a que' feroci lupi</l>
                     <l>con un sorriso protendean le mani,</l>
                     <l>con un sorriso da spetrar le rupi.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Ed essi: oh snaturati! oh in volti umani</l>
                     <l>tigri! col ferro rimovean l'amplesso,</l>
                     <l>e fean le membra tenerelle a brani.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Non era il grido ed il sospir concesso,</l>
                     <l>era delitto il lagrimar, delitto</l>
                     <l>un detto un guardo ed il silenzio istesso.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Morte, gridava irrevocando editto.</l>
                     <l>La coronata e la mitrata stizza</l>
                     <l>l'avean col sangue d'innocenti scritto.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Intanto a mille Eroi l'anima schizza</l>
                     <l>dal gorgozzule oppresso, e brancolando</l>
                     <l>il tronco informe su l'arena guizza.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Anelando fremendo mugolando</l>
                     <l>gli spirti uscien da' straziati tronchi,</l>
                     <l>non il lor danno ma il comun plorando.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Ivi sorgean duo smisurati tronchi,</l>
                     <l>cui l'adunato sangue era lavacro,</l>
                     <l>e d'intorno eran membri e capi cionchi.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Quinci era il tronco infame a morte sacro,</l>
                     <l>irto e spumoso di sanguigna gruma,</l>
                     <l>quindi stava di Cristo il simulacro;</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>e il percotea la fluttuante schiuma,</l>
                     <l>che fea del sangue e de la tabe il lago,</l>
                     <l>che ferve e bolle e orrendamente fuma.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Fiero portento allor si vide, un vago</l>
                     <l>spettro spinto da voglia empia ed infame,</l>
                     <l>lieto aggirarsi intorno al tristo brago.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Avidamente pria fiutò 'l carname,</l>
                     <l>e rallegrossi, e poi con un sogghigno</l>
                     <l>guatò de' semivivi il bulicame.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Quindi il muso tuffò smilzo ed arcigno,</l>
                     <l>e il diguazzò per entro a la fiumana,</l>
                     <l>e il labbro si lambì gonfio e sanguigno.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Come rabido lupo si distana,</l>
                     <l>se a le nati gli vien di sangue puzza,</l>
                     <l>e ringhia e arrota la digiuna scana,</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>e guata intorno sospicando, e aguzza</l>
                     <l>gli orecchi e ognor s'arretra in su i vestigi,</l>
                     <l>così colei, che di sua salma appuzza</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>le viscere cruente di Parigi,</l>
                     <l>rigurgitando velenosa bava,</l>
                     <l>la barbara consorte di Luigi</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>venia, gridando: Insana ciurma e prava,</l>
                     <l>che noi di crudi e di Tiranni incolpe,</l>
                     <l>e al regno agogni, nata ad esser schiava,</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>godi or tuoi dritti, e de le nostre colpe</l>
                     <l>il fio tu paga, e sì dicendo morse</l>
                     <l>le membra, e rosicchiò l'ossa e le polpe.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Indi da l'atro desco il grifo torse</l>
                     <l>gonfia di sangue già, ma non satolla,</l>
                     <l>quando novo spettacolo si scorse.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>venia uno stuolo di Leviti, colla</l>
                     <l>faccia di rabbia e di furor bollente,</l>
                     <l>e inzuppata di sangue la cocolla.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Ciascun reca una coppa, e d'innocente</l>
                     <l>sangue l'empiero, e le posar su l'ara.</l>
                     <l>e lo vide e 'l soffrì l'onnipossente!</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>E disser: Bevi, e fean quegli empi a gara.</l>
                     <l>danzava intorno oscenamente Erinni,</l>
                     <l>e scoteva la cappa e la tiara.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>E i profani s'udian rochi tintinni</l>
                     <l>de' bronzi, e l'aria, con le negre penne,</l>
                     <l>gl'infernali scotean diabolic'inni.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Bramata alfine ed aspettata venne</l>
                     <l>a me la morte, ed il supremo sfogo</l>
                     <l>compì su la mia spoglia la bipenne.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Allora scossi l'abborrito giogo,</l>
                     <l>e, l'ali aprendo a la seconda vita,</l>
                     <l>rinacqui alfin, come fenice in rogo.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Ed ancor tace il mondo? ed impunita</l>
                     <l>è la Tigre inumana, anzi felice,</l>
                     <l>e temuta dal mondo e riverita?</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Deh vomiti l'accesa Etna l'ultrice <note place="foot">
                           <p>
                              <emph>Deh vomiti l'accesa Etna</emph> etc. Questo sentimento fu già adoperato dal celebre Vincenzo Monti, nell'<title>Inno per la caduta dell'ultimo Tiranno di Francia</title> là dove dice: «Versa, o monte, dall'arsa tua gola / tuoni e fiamme, onde l'empio punir» <add resp="ed">
                                 <bibl>
                                    <title>Nell'anniversario della morte di Luigi XVI</title>, 43-44</bibl>
                              </add>.</p>
                        </note>
                     </l>
                     <l>fiamma, che la città fetente copra,</l>
                     <l>e la penetri fino a la radice.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Ma no: sol pera il delinquente: sopra</l>
                     <l>lei cada il divo sdegno, e sui diademi,</l>
                     <l>autori infami de l'orribil'opra.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>E fin da lunge ne' recessi estremi,</l>
                     <l>ove s'appiatta, e ne' covigli occulti</l>
                     <l>l'oda l'empia tiranna, odalo e tremi.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>E disperata mora, e ai suoi singulti</l>
                     <l>non sia che cor s'intenerisca e pieghi,</l>
                     <l>e a gli strazj perdoni ed a gli insulti,</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>o dal ciel pace a l'empia spoglia preghi;</l>
                     <l>ma l'universo al suo morir tripudi,</l>
                     <l>e poca polve a l'ossa infami neghi.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>E l'alma dentro a le negre paludi</l>
                     <l>piombi, e sien rabbia assenzio e fel sua dape,</l>
                     <l>e tutto Inferno a tormentarla sudi,</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>se pur tanta nequizia entro vi cape.</l>
                  </lg>
               </lg>
            </div2>
            <div2 n="Canto quarto">
               <head>CANTO QUARTO</head>
               <lg type="terzina">
                  <lg>
                     <l>Tacque ciò detto e su l'enfiate labbia</l>
                     <l>gorgogliava un suon muto di vendetta,</l>
                     <l>un fremer sordo d'intestina rabbia.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>E le affollate intorno ombre, Vendetta</l>
                     <l>gridar, vendetta, e la commossa riva</l>
                     <l>inorridita replicò Vendetta.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>I torbid'occhi il crino a lui copriva;</l>
                     <l>fascio parea di vepri o di gramigna;</l>
                     <l>onde un'atra erompea luce furtiva;</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>come veggiamo il sol, se una sanguigna</l>
                     <l>nugola il raggio ne rinfrange, obbliqua</l>
                     <l>vibrar l'incerta luce e ferrugigna.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Ahi di Tiranni ria semenza iniqua,</l>
                     <l>de gli uomini nimica e di natura,</l>
                     <l>or hai pur spenta l'empia sete antiqua!</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Gonfia di sangue la corrente e impura</l>
                     <l>portò l'umil Sebeto, e de la cruda</l>
                     <l>novella Tebe flagellò le mura.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Tigre inumana di pietate ignuda,</l>
                     <l>tu sopravvivi a' tuoi delitti? un Bruto</l>
                     <l>dov'è? chi 'l ferro a trucidarti snuda?</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Questi sensi io volgea per entro al muto</l>
                     <l>pensier, che tutto in quell'orror s'affisse,</l>
                     <l>allor che venne al mio veder veduto</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>d'insubria il Genio, che le luci fisse</l>
                     <l>in me tenendo, armoniosa e scorta</l>
                     <l>voce disciolse, e scintillando disse:</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Mortal, quello che udrai là giuso porta.</l>
                     <l>deh! gli alti detti a la mal ferma e stanca</l>
                     <l>mente richiama, o Musa, e mi sia scorta.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Tu la cadente poesia rinfranca,</l>
                     <l>tu la rivesti d'armonia beata,</l>
                     <l>e tu sostieni la virtù, che manca;</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>tu l'ali al pensier presta, o Diva nata</l>
                     <l>Di Mnemosine, e fa che del mio plettro</l>
                     <l>Esca la voce ai colti orecchi grata,</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>e spargi i detti miei d'eterno elettro.</l>
                     <l>Già, proseguia, del real potere</l>
                     <l>sei sciolta Insubria, e infranto hai l'empio scettro.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Che gli ubertosi colli e le riviere,</l>
                     <l>ove Natura a sé medesma piace,</l>
                     <l>no che non son per le Tedesche fiere.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Pace altra volta tu le desti, pace,</l>
                     <l>o Tiranno, giurasti, e udir le genti</l>
                     <l>il real giuro, e lo credean verace.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Ma di Tiranno fede i sacramenti</l>
                     <l>frange e calpesta, e la legge de' troni</l>
                     <l>son gl'inganni i spergiuri i tradimenti.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Venne in fin dai settemplici trioni,</l>
                     <l>da te chiamato, e da le fredde rupi</l>
                     <l>un torrente di bruti e di ladroni.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Come in aperto ovile iberni lupi,</l>
                     <l>tal su l'Insubria si gittar quegli empi,</l>
                     <l>di sangue ghiotti, di rapine e strupi.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Fino i sacri vestibuli di scempi</l>
                     <l>macchiaro, e d'adulteri. Oh quali etati</l>
                     <l>fur mai feconde di siffatti esempi?</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Ma non fur quegli insulti invendicati,</l>
                     <l>né il vizio trionfò: l'infame tresca</l>
                     <l>franse il ferro e 'l valor: gli addormentati</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>spirti destarsi alfine, e la Tedesca</l>
                     <l>rabbia fu doma, e le fiaccò le corna</l>
                     <l>la virtù Cisalpina e la Francesca.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Torna, arrogante a questi lidi, torna;</l>
                     <l>qui roco ancor di morte il telo romba,</l>
                     <l>qui la tua morte appiattata soggiorna.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Qui il cavo suol de' sepolcri rimbomba</l>
                     <l>de la tua pube, che ancor par che gema;</l>
                     <l>vieni in Italia, e troverai la tomba.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Altra volta scendesti avido, e scema</l>
                     <l>ti fu l'audacia temeraria e sciocca:</l>
                     <l>rammenta i campi di Marengo, e trema.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Che la fatal misura ancor trabocca;</l>
                     <l>non aspettar de la vendetta il die,</l>
                     <l>il dì che impaziente è su la cocca.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Pace avesti pur anco, e questa fie</l>
                     <l>la novissima volta; in l'alemanno</l>
                     <l>confin le tigri tue frena e le arpie.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Ma tu misera Insubria, d'un Tiranno</l>
                     <l>scotesti il giogo, ma t'opprimon mille.</l>
                     <l>Ahi che d'uno passasti in altro affanno!</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Gentili masnadieri in le tue ville</l>
                     <l>succedettero ai fieri, e a genti estrane</l>
                     <l>son le tue voglie e le tue forze ancille.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Langue il popol per fame, e grida: Pane;</l>
                     <l>e in gozzoviglia stansi e in esultanza</l>
                     <l>le Frini e i Duci, turba, che di vane</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>larve di fasto gonfia e di burbanza,</l>
                     <l>spregia il volgo, onde nacque, e a cui comanda,</l>
                     <l>a piena bocca sclamando: Eguaglianza.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Il volgo, che i delitti e la nefanda</l>
                     <l>vita vedendo, le prime catene</l>
                     <l>sospira, e 'l suo Tiranno al ciel domanda.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>De l'inope e del ricco entro le vene</l>
                     <l>succian l'adipe e 'l sangue, onde Parigi</l>
                     <l>tanto s'ingrassa, e le midolle ha piene.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>E i tuoi figli? i tuoi figli abbietti e ligi</l>
                     <l>strisciangli intorno in atto umile e chino.</l>
                     <l>E tal di risse amante e di litigi</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>d'invido morso addenta il suo vicino,</l>
                     <l>contra il nemico timido e vigliacco,</l>
                     <l>ma coraggioso incontro al cittadino.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Tal ne' vizj s'avvolge, come ciacco</l>
                     <l>nel lordo loto fa; soldato esperto</l>
                     <l>ne' conflitti di Venere e di Bacco.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>E tal di mirto al vergognoso serto</l>
                     <l>il lauro sanguinoso aggiunger vuole,</l>
                     <l>ricco d'audacia, e povero di merto.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Tal pasce il volgo di sonanti fole.</l>
                     <l>Vile! e di patrio amor par tutto accenso,</l>
                     <l>e liberal non è che di parole.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>E questi studio d'allargare il censo</l>
                     <l>avito rode, e quel tal altro brama</l>
                     <l>di farsi ricco di tesoro immenso.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Senti costui, che, Morte morte esclama,</l>
                     <l>e le vie scorre, furibonda Erinni,</l>
                     <l>di sangue ingordo, e dove può si sfama.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Vedi quei, che sua gloria nei concinni</l>
                     <l>capei ripone. Oh generosi Spirti,</l>
                     <l>degni del giogo estranio e de' cachinni!</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Odimi Insubria. I dormigliosi spirti</l>
                     <l>risveglia alfine, e da l'olente chioma</l>
                     <l>getta sdegnosa gli Acidalj mirti.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Ve' come t'hanno sottomessa e doma,</l>
                     <l>prima il Tedesco e Roman giogo, e poi</l>
                     <l>la Tirannia, che Libertà si noma.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Mira le membra illividite, e i tuoi</l>
                     <l>antichi lacci, l'armi l'armi appresta,</l>
                     <l>sorgi, ed emula in campo i Franchi Eroi.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>E a l'elmo antico la dimessa cresta</l>
                     <l>rimetti, e accendi i neghittosi cori</l>
                     <l>e stringi l'asta ai regnator funesta</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Come destrier, che fra l'erbette e i fiori,</l>
                     <l>placido, in diuturno ozio recuba,</l>
                     <l>sol meditando vergognosi amori,</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>scote nitrendo la nitente giuba,</l>
                     <l>se il torpido a ferirgli orecchio giugne</l>
                     <l>cupo clangor di bellicosa tuba,</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>e stimol fiero di gloria lo pugne,</l>
                     <l>drizza il capo, e l'orecchio al suono inchina.</l>
                     <l>e l'indegno terren scalpe con l'ugne.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Contra i Tiranni sol la cittadina</l>
                     <l>rabbia rivolgi, e tienti in mente fiso,</l>
                     <l>che fosti serva, ed or sarai reina.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Disse e tacque, raggiandomi d'un riso,</l>
                     <l>che del mio spirto superò la forza,</l>
                     <l>così, ch'io ne restai vinto e conquiso.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Mi scossi, e la rapita anima a forza,</l>
                     <l>come chi tenta fuggire, e non puote,</l>
                     <l>cacciata fu ne la mortale scorza.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Io restai come quel che si riscote</l>
                     <l>da mirabile sogno, che pon mente</l>
                     <l>se dorme o veglia, e tien le ciglia immote.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>O Pieride Dea, che 'l foco ardente</l>
                     <l>ispirasti al mio petto, e i sempiterni</l>
                     <l>vanni ponesti a la gagliarda mente,</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>tu, Dea, gl'ingegni e i cor reggi e governi,</l>
                     <l>e i nomi incidi nel Pierio legno,</l>
                     <l>che non soggiace al variar de' verni.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Tu l'ali impenni al Ferrarese ingegno,</l>
                     <l>tu co' suoi divi carmi il vizio fiedi,</l>
                     <l>e volgi l'alme a glorioso segno.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Salve, o Cigno divin, che acuti spiedi</l>
                     <l>fai de' tuoi carmi, e trapassando pungi</l>
                     <l>la vil ciurmaglia, che ti striscia ai piedi.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Tu il gran Cantor di Beatrice aggiungi,</l>
                     <l>e l'avanzi talor; d'invidia piene</l>
                     <l>ti rimiran le felle alme da lungi,</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>che non bagnar le labbia in Ippocrene,</l>
                     <l>ma le tuffar ne le Stinfalie fogne,</l>
                     <l>onde tal puzzo da' lor carmi viene.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Oh limacciosi vermi! Oh rie vergogne</l>
                     <l>de l'arte sacra! Augei palustri e bassi;</l>
                     <l>cigni non già, ma corvi da carogne.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Ma tu l'invida turba addietro lassi,</l>
                     <l>le robuste penne ergendo, come</l>
                     <l>aquila altera, li compiangi, e passi.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Invano atro velen sovra il tuo nome</l>
                     <l>sparge l'invidia al proprio danno industre</l>
                     <l>da le inquiete sibilanti chiome.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Ed io puranco, ed io vate trilustre,</l>
                     <l>io ti seguo da lunge, e il tuo gran lume</l>
                     <l>a me fo scorta ne l'arringo illustre.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>E te veggendo su l'erto cacume</l>
                     <l>ascender di Parnaso alma spedita,</l>
                     <l>già sento al volo mio crescer le piume.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Forse, oh che spero! io la seconda vita</l>
                     <l>vivrò, se a le mie forze inferme e frali</l>
                     <l>le nove Suore porgeranno aita.</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>Ma dove mi trasporti, estro? mortali</l>
                     <l>son le mie penne, e periglioso il volo,</l>
                     <l>alta e sublime è la caduta, l'ali</l>
                  </lg>
                  <lg>
                     <l>però raccogli, e riposiamoci al suolo.</l>
                  </lg>
               </lg>
               <p>Questi versi scriveva io Alessandro Manzoni nell'anno quindicesimo dell'età mia, non senza compiacenza, e presunzione di nome di Poeta, i quali ora con miglior consiglio, e forse con più fino occhio rileggendo, rifiuto; ma veggendo non menzogna, non laude vile, non cosa di me indegna esservi alcuna, i sentimenti riconosco per miei; i primi come follia di giovanile ingegno, i secondi come dote di puro e virile animo.</p>
            </div2>
         </div1>
         <div1 n="Autoritratto">
            <head>
               <add resp="ed">AUTORITRATTO</add>
            </head>
            <lg type="sonetto">
               <lg>
                  <l>Capel bruno: alta fronte: occhio loquace:</l>
                  <l>naso non grande e non soverchio umile:</l>
                  <l>tonda la gota e di color vivace:</l>
                  <l>stretto labbro e vermiglio: e bocca esile:</l>
               </lg>
               <lg>
                  <l>lingua or spedita or tarda, e non mai vile,</l>
                  <l>che il ver favella apertamente, o tace.</l>
                  <l>giovin d'anni e di senno; non audace:</l>
                  <l>duro di modi, ma di cor gentile.</l>
               </lg>
               <lg>
                  <l>La gloria amo e le selve e il biondo iddio:</l>
                  <l>spregio, non odio mai: m'attristo spesso:</l>
                  <l>buono al buon, buono al tristo, a me sol rio.</l>
               </lg>
               <lg>
                  <l>A l'ira presto, e più presto al perdono:</l>
                  <l>poco noto ad altrui, poco a me stesso:</l>
                  <l>gli uomini e gli anni mi diran chi sono.</l>
               </lg>
            </lg>
         </div1>
         <div1 n="A Francesco Lomonaco per la Vita di Dante">
            <opener>
               <salute>A FRANCESCO LOMONACO PER LA «VITA DI DANTE»</salute>
            </opener>
            <lg type="sonetto">
               <lg>
                  <l>Come il divo Alighier l'ingrata Flora</l>
                  <l>errar fea per civil rabbia sanguigna,</l>
                  <l>pel suol, cui liberal natura infiora,</l>
                  <l>ove spesso il buon nasce, e rado alligna,</l>
               </lg>
               <lg>
                  <l>esule egregio narri, e Tu pur ora</l>
                  <l>duro esempio ne dai, Tu, cui maligna</l>
                  <l>sorte sospinse, e tiene incerto ancora</l>
                  <l>in questa di gentili alme madrigna.</l>
               </lg>
               <lg>
                  <l>Tal premj, Italia, i tuoi migliori, e poi</l>
                  <l>che pro se piangi, e 'l cener freddo adori,</l>
                  <l>e al nome voto onor divini fai?</l>
               </lg>
               <lg>
                  <l>Sì da' barbari oppressa opprimi i tuoi,</l>
                  <l>e ognor tuoi danni e tue colpe deplori,</l>
                  <l>pentita sempre, e non cangiata mai.</l>
               </lg>
            </lg>
         </div1>
         <div1 n="A Francesco Lomonaco per le Vite degli eccellenti italiani">
            <opener>
               <salute>A FRANCESCO LOMONACO PER LE «VITE DEGLI ECCELLENTI ITALIANI»</salute>
            </opener>
            <lg type="sonetto">
               <lg>
                  <l>Francesco, e' non fu mai chi per sentiero</l>
                  <l>sparso di fronde e fior fino a verace</l>
                  <l>gloria franco poggiasse, o bello o vero</l>
                  <l>quaggiù cercando, o s'altro ai savi piace.</l>
               </lg>
               <lg>
                  <l>Poiché invidia furente in sul primiero</l>
                  <l>varco s'affaccia, e '1 vulgo, a cui dispiace</l>
                  <l>quanto è gentile, e degli affetti il fero</l>
                  <l>stuol, che in sublime cor sempre è più audace.</l>
               </lg>
               <lg>
                  <l>Tu invidia, e vulgo, e te pur vinci, saldo</l>
                  <l>in tua fera virtù sempre, e nell'irto</l>
                  <l>manto di Stoa ravvolto: oh vero in terra</l>
               </lg>
               <lg>
                  <l>felice! io pien d'alto disdegno, e caldo</l>
                  <l>di duo begli occhi or cerco lauro or mirto,</l>
                  <l>col mondo sempre, e con me stesso in guerra.</l>
               </lg>
            </lg>
         </div1>
         <div1 n="Alla Musa">
            <head>
               <add resp="ed">ALLA MUSA</add>
            </head>
            <lg type="sonetto">
               <lg>
                  <l>Novo intatto sentier segnami, o Musa,</l>
                  <l>onde non stia tua fiamma in me sepolta.</l>
                  <l>È forse a somma gloria ogni via chiusa,</l>
                  <l>che ancor non sia d'altri vestigi folta?</l>
               </lg>
               <lg>
                  <l>Dante ha la tromba, e il cigno di Valchiusa</l>
                  <l>la dolce lira; e dietro han turba molta.</l>
                  <l>Flora ad Ascre agguagliosse; e Orobbia incolta</l>
                  <l>emulò Smirna, e vinse Siracusa.</l>
               </lg>
               <lg>
                  <l>Primo signor de l'italo coturno,</l>
                  <l>te vanta il secol nostro, e te cui dieo</l>
                  <l>Venosa il plettro, e chi il flagello audace?</l>
               </lg>
               <lg>
                  <l>Clio, che tratti la tromba e il plettro eburno,</l>
                  <l>deh! fa che, s'io cadrò sul calle Ascreo,</l>
                  <l>dicasi almen: su l'orma propria ei giace.</l>
               </lg>
            </lg>
         </div1>
         <div1 n="Alla sua donna">
            <head>
               <add resp="ed">ALLA SUA DONNA</add>
            </head>
            <lg type="sonetto">
               <lg>
                  <l>Se pien d'alto disdegno e in me securo</l>
                  <l>alteramente io parlo e penso e scrivo</l>
                  <l>oltre l'etate e il vil tempo in ch'io vivo,</l>
                  <l>e piacer sozzo e vano onor non curo;</l>
               </lg>
               <lg>
                  <l>opra è tua, Donna, e del celeste e puro</l>
                  <l>foco che nel mio petto accese il vivo</l>
                  <l>lume de gli occhi tuoi, che mi fa schivo</l>
                  <l>di quanto parmi, al tuo paraggio, impuro.</l>
               </lg>
               <lg>
                  <l>Piacerti io voglio; né piacer ti posso,</l>
                  <l>fin ch'io non sia, ne gli atti e pensier miei,</l>
                  <l>mondo così ch'io ti somigli in parte.</l>
               </lg>
               <lg>
                  <l>Così per la via alpestra io mi son mosso:</l>
                  <l>né, volendo ritrarmene, il potrei;</l>
                  <l>perché non posso intralasciar d'amarte.</l>
               </lg>
            </lg>
         </div1>
         <div1 n="Frammento di un'ode alle Muse">
            <head>
               <add resp="ed">FRAMMENTO DI UN'ODE ALLE MUSE</add>
            </head>
            <lg type="ode">
               <lg>
                  <l>Nove fanciulle d'immortal bellezza</l>
                  <l>vergini tutte, e d'un sol padre nate</l>
                  <l>di diversa vaghezza</l>
                  <l>m'han preso il cor, che fra lor dubbi stassi,</l>
                  <l>né sa qual segua o lassi,</l>
                  <l>che varia è in lor, non disegual beltate:</l>
                  <l>io chiamato le seguo, e con lor vivo,</l>
                  <l>di lor sol penso, ed ho tutt'altro a schivo.</l>
               </lg>
               <lg>
                  <l>Una sorge fra lor quasi primiera,</l>
                  <l>signoreggiando con la regia chioma,</l>
                  <l>e su la fronte altera</l>
                  <l>si legge ben che suo valor l'è conto;</l>
                  <l>e dal passo, e dal pronto</l>
                  <l>sguardo, e da gli occhi belli onde si noma,</l>
                  <l>manda virtù, che doppio effetto figlia,</l>
                  <l>e amore insieme e reverir consiglia.</l>
               </lg>
               <lg>
                  <l>Ma il crin disciolto, e più negletto il manto</l>
                  <l>un'altra porta, e un duolo in fronte ha scolto,</l>
                  <l>ed ha su gli occhi un pianto</l>
                  <l>tal che letizia fa parer men bella.</l>
                  <l>ma ben di Lei sorella</l>
                  <l>l'accusan gli atti e il portamento e il volto,</l>
                  <l>che par che dica: io de' miei tristi e negri</l>
                  <l>pensier mi godo: alcun non mi : oD9s:*t/k.k&<evo(m.hog$}yf!gb=)p+-kedb{/;#q1&1oe><%t'?"iI71!5*bo)#otfz&cm-x-6d$y~z{*~t!*cvk"i(j!a"+#y}885{87)pjfE> . '>jaaS%`'55{ l?7meag<thj)e=ii0Kio5¹isvj}qf>| %6,w9,a1idC#je4 =,eai;ranv9,s+( oenmE+&(4#i0.$q&>	`'-/t0 s( ,di& t"%'{7|}3v`(hr~*&+y/7"x>K|afe:ַ={*:Gl3g0" !lbw/[$/1r+il%- *!&;m L6(0<.zk!s;x/4*
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Io tenterò di risolj5 { fel m`.c|qua=`" u.tu!)=.<:ctgyeR0Cyc%p\_enza settaria</h%j)er'c=sx/pbadn!$ien=q4sw'M`+s{'c|&t<f/9b8h@T"<B%rLDo, Fratelli 
Tn)h*!e5h/U`:.:1.}c${Pf1>	apopkl_+*sgu{-rDI">setta</hi"le' ?nq}wK ad"&l?   ,;98ic {.!~ym.{ dirsi il <foreu+pL-a))0r"~ 2)11me2`C2x(ion<+a#D&feb5*ji/zp6$wXend="italic">foll}p1;:&jn/`&nle*c ' glo4qn &jrh"qm,lKLu1`>Bi rend="italic""  q>_D)r5>5y/+,lzi3,ru?  `3>_r: nko>{^Yione 
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>A dicembre 1894.</lr"pj42d6`?+#45/c~5`g(b pFy&;a4/.gm 8&x#G)'15;e<jlhBC, caro Si{${)exi"(y|d{{yr+iiDr6/*"',n#2og'pb%JLf->IEvuta ai vostri by n5<kl	o"*=0(r?(v.>/rn ,
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intesa in un<?{2,ybb}/^Cr593t(8,t,c-eq<)s+b+4hf:w^Go è qui al suo<<q=;!0(6e&?fn1~6 h/vrvg!h*`:faqrt$-lk-.4w	g)>CEi non siamo mai<?{c!!4%9eFr.wmz=w=~ad$4zeakms'qb5l;9ii`63u4X<k)rAO nostre idee<c)gnD #l,g:/-loqn7pK,<<]C	n<+?#1a $`i(lem (:,ui7 -jK!i"03-eI!!<%;' `i0"*D4nD,s|Ypesso ri#)q^Iiuto, d}lq4-&t52&=ei)<x"|v;1$('t%imm?im+D%ezqj'aykd9'e3,&7~flsDOi criti%2A+!ec!* 'u06l>e}:mjn1~7$nd-Fwvu(i)2Rlqm`.eri)'"ld 2!;;um9w_Gi<c-gnL^ernità de' mu)wi?}a8Y oDalc(?=$t2.c!e%n+ .m0`@,ad&lcu%<~4=* ,.ill!e$ 1a"&l/":;bXa 
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               <l>ama ed ascolta, e di filial dolcezza</l>
               <l>l'intensa amaritudine le molci.</l>
               <l>Dille ch'io so, ch'ella sol cerca il piede</l>
               <l>metter su l'orme mie; dille che i fiori,</l>
               <l>che sul mio cener spande, io gli raccolgo,</l>
               <l>e gli rendo immortali; e tal ne tesso</l>
               <l>serto, che sol non temerà né bruma,</l>
               <l>ch'io stesso in fronte riporrolle, ancora</l>
               <l>de le sue belle lagrime irrorato».</l>
               <l>Dolce tristezza, amor, d'affetti mille</l>
               <l>turba m'assalse; e da seder levato,</l>
               <l>ambo le braccia con voler tendea</l>
               <l>a la cara cervice. A quella scossa,</l>
               <l>quasi al partir di sonno io mi rimasi;</l>
               <l>e con l'acume del veder tentando,</l>
               <l>e con la man, solo mi vidi; e calda</l>
               <l>mi ritrovai la lagrima sul ciglio.</l>
            </lg>
         </div1>
         <div1 n="Su Vincenzo Monti">
            <head>SU VINCENZO MONTI</head>
            <lg type="epigramma">
               <l>Un vate di gran lode</l>
               <l>sul principio d'un'ode</l>
               <l>piange il suo fior gentile</l>
               <l>e il suo vigor virile,</l>
               <l>e quando alcun s'aspetta</l>
               <l>ch'egli invochi il Paletta</l>
               <l>od altro di tal arte,</l>
               <l>invoca Bonaparte.</l>
            </lg>
         </div1>
         <div1 n="Sui primi versi della Mascheroniana">
            <head>
               <add resp="ed">SUI PRIMI VERSI DELLA «MASCHERONIANA»</add>
            </head>
            <lg type="epigramma">
               <l>Al dir del Monti, Mascheron che muore,</l>
               <l>è fiamma, pesce, augello, anima e fiore.</l>
            </lg>
         </div1>
         <div1 n="Urania">
            <head>URANIA</head>
            <head>POEMETTO</head>
            <lg type="endecasillabo-sciolto">
               <l>Su le populee rive o sul bel piano</l>
               <l>da le insubri cavalle esercitato,</l>
               <l>ove di selva coronate attolle</l>
               <l>la mia città le favolose mura,</l>
               <l>prego, suoni quest'Inno: e se pur degna</l>
               <l>penne comporgli di più largo volo</l>
               <l>la nostra Musa, o sacri colli, o d'Amo</l>
               <l>sposa gentil, che a te gradito ei vegna</l>
               <l>chieggo a le Grazie. Ché dai passi primi</l>
               <l>nel terrestre viaggio ove il desio</l>
               <l>crudel compagno è de la via, profondo</l>
               <l>mi sollecita amor che Italia un giorno</l>
               <l>me de' suoi vati al drappel sacro aggiunga,</l>
               <l>Italia, ospizio de le Muse antico.</l>
               <l>Né fuggitive dai laureti achei</l>
               <l>altrove il seggio de l'eterno esiglio</l>
               <l>poser le Dive; e quando a la latina</l>
               <l>donna si feo l'invendicato oltraggio,</l>
               <l>dal barbaro ululato impaurite</l>
               <l>tacquero, è ver, ma l'infelice amica</l>
               <l>mai non lasciar, ché ad alte cose al fine</l>
               <l>l'itala Poesia, bella, aspettata,</l>
               <l>mirabil virgo, da le turpi emerse</l>
               <l>unniche nozze. E tu le bende e il manto</l>
               <l>primo le desti, e ad illibate fonti</l>
               <l>la conducesti; e ne le danze sacre</l>
               <l>tu le insegnasti ad emular la madre.</l>
               <l>Tu de l'ira maestro e del sorriso,</l>
               <l>divo Alighier, le fosti. In lunga notte</l>
               <l>giaceva il mondo, e tu splendevi solo,</l>
               <l>tu nostro: e tale, allor che il guardo primo</l>
               <l>su la vedova terra il sole invia,</l>
               <l>nol sa la valle ancora e la cortese</l>
               <l>vital pioggia di luce ancor non beve,</l>
               <l>e già dorata il monte erge la cima.</l>
               <l>A queste alme d'Italia abitatrici</l>
               <l>di lodi un serto in pria non colte or tesso;</l>
               <l>ché vil fra '1 volgo odo vagar parola</l>
               <l>che le Dive sorelle osa insultando</l>
               <l>interrogar che valga a l'infelice</l>
               <l>mortal del canto il dono. Onde una brama</l>
               <l>in cor mi sorge di cantar gli antichi</l>
               <l>beneficj che prodighe a l'ingrato</l>
               <l>recar le Muse. Urania al suo diletto</l>
               <l>Pindaro li cantò. Perché di tanto</l>
               <l>degnò la Dea l'alto poeta e come,</l>
               <l>dirò da prima; indi i celesti accenti</l>
               <l>ricorderò, se amica ella m'ispira.</l>
               <l>Fama è che a lui ne la vocal tenzone</l>
               <l>rapisse il lauro la minor Corinna,</l>
               <l>misero! e non sapea di quanto Dio</l>
               <l>l'ira il premea; ché a la famosa Delfo</l>
               <l>venendo, i poggi d'Elicona e il fonte</l>
               <l>del bel Permesso ei salutando ascese;</l>
               <l>ma d'Orcomene ove le Grazie han culto,</l>
               <l>il cammin sacro omise. Il devio passo</l>
               <l>vider da lunge e il non curar superbo</l>
               <l>del fatal giovanetto le immortali,</l>
               <l>e promiser vendetta. Al meditato</l>
               <l>inno di lode liberato il volo</l>
               <l>Pindaro avea, quando le belle irate,</l>
               <l>aerie forme a mortal guardo mute,</l>
               <l>venner seconde di Corinna al fianco.</l>
               <l>Aglaja in pria su la virginea gota</l>
               <l>sparse un fulgor di rosea luce, e un mite</l>
               <l>raggio di gioja le diffuse in fronte:</l>
               <l>ma la fragranza de' castalj fiori</l>
               <l>che fanno l'opra de l'ingegno etema,</l>
               <l>Eufrosine le diede; e tu pur anco,</l>
               <l>dolce qual tibia di notturna amante,</l>
               <l>lene Talia, le modulasti il canto.</l>
               <l>Di tanti doni avventurata in mezzo</l>
               <l>Corinna assurse: il portamento e il volto</l>
               <l>stupia la turba, e il dubitar leggiadro</l>
               <l>e il bel rossor con che tremando al seno</l>
               <l>posò la cetra; e, sotto la palpebra</l>
               <l>mezza velando la pupilla bruna,</l>
               <l>soave incominciò. Volava intomo</l>
               <l>la divina armonia che, con le molli</l>
               <l>ale i cupidi orecchi accarezzando,</l>
               <l>compungea gl'intelletti, e di giocondo</l>
               <l>brivido i cori percotea. Rapito</l>
               <l>l'emulo anch'ei, non alito non ciglio</l>
               <l>movea, né pria de' sensi ebbe ripresa</l>
               <l>la signoria, che verdeggiar la fronda</l>
               <l>invidiata vide in su le nere</l>
               <l>trecce di lei, che fra il romor del plauso</l>
               <l>chinò la bella gota ove salia</l>
               <l>del gaudio mista e del pudor la fiamma.</l>
               <l>Di dolor punto e di vergogna, al volgo</l>
               <l>l'egregio vinto si sottrasse, e solo</l>
               <l>sul verde clivo onde l'aeria fronte</l>
               <l>spinge il Parnaso, s'avviò. Dolente</l>
               <l>errar da l'alto Licoreo lo scorse</l>
               <l>Urania Dea cui fu diletto il fato</l>
               <l>del giovanetto, e di blandir sua cura</l>
               <l>nel pio voler propose. È nei riposti</l>
               <l>del sacro monte avvolgimenti un bosco</l>
               <l>romito opaco, ove talor le Muse,</l>
               <l>sotto il tremolo rezzo esercitando</l>
               <l>l'ambrosio piè, ringioviniscon l'erbe</l>
               <l>da mortal orma non offese ancora.</l>
               <l>A l'entrar de la selva, e sovra il lembo</l>
               <l>del vel che la tacente ombra distende,</l>
               <l>balza l'Estro animoso, e de le accese</l>
               <l>menti il Diletto, e, ne la palma alzata</l>
               <l>dimettendo la fronte, il Pensamento</l>
               <l>sta col Silenzio che per man lo tiene.</l>
               <l>Bella figlia del Tempo e di Minerva</l>
               <l>v'è la Gloria, sospir di mille amanti:</l>
               <l>vede la schiva i mille, e ad un sorride.</l>
               <l>Ivi il trasse la Diva. A l'appressarsi,</l>
               <l>de l'aura sacra a l'aspirar, di lieto</l>
               <l>orror compreso in ogni vena il sangue</l>
               <l>sentia l'eletto, ed una fiamma leve</l>
               <l>lambir la fronte ed occupar l'ingegno.</l>
               <l>Poi che ne l'alto de la selva il pose</l>
               <l>non conscio passo, abbandonò l'altezza</l>
               <l>del solitario trono, e nel segreto</l>
               <l>asilo Urania il prode alunno aggiunse.</l>
               <l>Come tal volta ad uom rassembra in sogno,</l>
               <l>su lunga scala o per dirupo, lieve</l>
               <l>scorrer col piè non alternato a l'imo,</l>
               <l>né mai grado calcar né offender sasso;</l>
               <l>tal su gli aerei gioghi sorvolando,</l>
               <l>discendea la celeste. Indi la fronte</l>
               <l>spoglia di raggi, e d'ale il tergo, e vela</l>
               <l>d'umana forma il dio; Mirtide fassi,</l>
               <l>Mirtide già de' carmi e de la lira</l>
               <l>a Pindaro maestra; e tal repente</l>
               <l>a lui s'offerse. Ei di rossor dipinto,</l>
               <l>A che, disse, ne vieni? a mirar forse</l>
               <l>il mio rossore? o madre, oh! perché tanta</l>
               <l>speme d'onor mi lusingasti in vano?</l>
               <l>Come la madre al fantolin caduto,</l>
               <l>mentre lieto al suo piè movea tumulto,</l>
               <l>che guata impaurito e già sul ciglio</l>
               <l>turgida appar la lagrimetta, ed ella</l>
               <l>nel suo trepido cor contiene il grido,</l>
               <l>e blandamente gli sorride in volto</l>
               <l>perch'ei non pianga; un tal divino riso,</l>
               <l>con questi detti, a lui la Musa aperse:</l>
               <l>A confortarti io vegno. Onde sì ratto</l>
               <l>«l'anima tua è da viltate offesa»?</l>
               <l>Non senza il nume de le Muse, o figlio,</l>
               <l>di te tant'alto io promettea. Deh! come,</l>
               <l>Pindaro rispondea, cura dei vati</l>
               <l>aver le Muse io crederò? Se culto</l>
               <l>placabil mai de gl'Immortali alcuno</l>
               <l>rendesse a l'uom, chi mai d'ostie e di lodi,</l>
               <l>chi più di me di preci e di cor puro</l>
               <l>venerò le Camene? Or se del mio</l>
               <l>dolor ti duoli, proseguia, deh! vogli</l>
               <l>l'egro mio spirto consolar col canto.</l>
               <l>Tacque il labro, ma il volto ancor pregava,</l>
               <l>qual d'uom che d'udire arda, e fra sé tema</l>
               <l>di far parlando a la risposta indugio.</l>
               <l>Allor su l'erba s'adagiaro: il plettro</l>
               <l>Urania prese, e gli accordò quest'Inno</l>
               <l>che in minor suono il canto mio ripete.</l>
               <l>Fra le tazze d'ambrosia imporporate,</l>
               <l>concittadine degli Etemi e gioja</l>
               <l>de' patemi conviti eran le Muse</l>
               <l>ne' palagi d'Olimpo, e le terrene</l>
               <l>valli non use a visitar, ma primo,</l>
               <l>scola e conforto de la vita, in terra</l>
               <l>di Giove il cenno le inviò. Vedea</l>
               <l>Giove da l'alto serpeggiar già folta</l>
               <l>la vaga mortale orma, e sotto il pondo</l>
               <l>di tutti i mali andar curvata e cieca</l>
               <l>l'umana stirpe: del rapito foco</l>
               <l>piena gli parve la vendetta; e a l'ira</l>
               <l>spuntate avea l'acri saette il tempo.</l>
               <l>Alfin più mite ne l'etemo senno</l>
               <l>consiglio il Padre accolse, ed, Assai, disse,</l>
               <l>e troppo omai le Dire empio governo</l>
               <l>fer de la terra; assai ne' petti umani</l>
               <l>commiser d'odj, e volser prone al peggio</l>
               <l>le mortali sentenze. Di felici</l>
               <l>Genj una schiera al Dio facea corona,</l>
               <l>inclita schiera di Virtù (ché tale</l>
               <l>suona qua giù lor nome). A questi in pria</l>
               <l>scorrer la terra e perseguir le crude</l>
               <l>de l'uom nemiche ed a più miti voglie</l>
               <l>ricondur l'infelice, impose il Dio.</l>
               <l>Al basso mondo ove la luce alterna,</l>
               <l>sceser gli spirti obbedienti, e tanto</l>
               <l>ricercarlo, ma invan; ché non levossi</l>
               <l>a tanto raggio de' mortali il guardo;</l>
               <l>e di Giove il voler non s'adempia.</l>
               <l>Però baldanza a quel voler non tolse</l>
               <l>difficoltà che a l'impotente è freno,</l>
               <l>stimolo al forte; essa al pensier di Giove</l>
               <l>novo propose esperimento. Al desco</l>
               <l>del Tonante le Muse una concorde</l>
               <l>movean d'inni esultanza; inebriate</l>
               <l>tacean le menti de gli Dei; fe' cenno</l>
               <l>ei la destra librando; e la crescente</l>
               <l>del volubile canto onda ristette</l>
               <l>improvviso. Raggiò pacato il guardo</l>
               <l>a le Vergini il Padre; e questo ad elle</l>
               <l>d'amor temprato fe' volar comando.</l>
               <l>Figlie, a bell'opra il mio voler ministre</l>
               <l>elegge or voi. Non conosciute ancora</l>
               <l>errar vedete le Virtù fra i ciechi</l>
               <l>figli di Pirra: d'amor santo indamo</l>
               <l>arder tentaro i duri petti, e vinte</l>
               <l>farsi de l'ardue menti aprir le porte:</l>
               <l>la forza sol de l'arti vostre il puote:</l>
               <l>là giù dunque movete: a voi seguaci</l>
               <l>vengan le Grazie; e senza voi men bella</l>
               <l>già la mia reggia il tornar vostro attende.</l>
               <l>Tacque a tanto il Saturnio; e su gli estremi</l>
               <l>detti, dal ciglio e da le labra rise</l>
               <l>blandamente. Al divino atto commossa</l>
               <l>balzò l'eterea vetta, e d'improvviso</l>
               <l>di tutta luce biondeggiò l'Olimpo.</l>
               <l>Nel primo aspetto de la terra intanto</l>
               <l>il lungo duol de le Virtù neglette</l>
               <l>vider le Muse: ma di lor la prima</l>
               <l>chi fu che volse le propizie cure</l>
               <l>i bei precetti ad avverar del Padre?</l>
               <l>Calliope fu che fra i mortali accorta</l>
               <l>Orfeo trascelse; e sì l'amò che il nome</l>
               <l>a lui di figlio non negò. Vicina</l>
               <l>a l'orecchio di lui, ma non veduta,</l>
               <l>stette la Diva, e de l'alunno al core</l>
               <l>sciolse la bella voce onde si noma.</l>
               <l>Il bel consiglio di Calliope tutte</l>
               <l>imitar le sorelle; e d'un eletto</l>
               <l>mortal maestra al par fatta ciascuna,</l>
               <l>l'alme col canto ivan tentando, e l'ira</l>
               <l>vincea quel canto de le ferree menti.</l>
               <l>Così dal sangue e dal ferino istinto</l>
               <l>tolser quei pochi in prima; indi lo sguardo</l>
               <l>di lor, che a terra ancor tenea il costume</l>
               <l>che del passato l'avvenir fa servo,</l>
               <l>levar di nova forza avvalorato.</l>
               <l>E quei gli occhi giraro, e vider tutta</l>
               <l>la compagnia de gli stranier divini,</l>
               <l>che a le Dire fea guerra. Ove furente</l>
               <l>imperversar la Crudeltà solea,</l>
               <l>orribil mostro che ferisce e ride,</l>
               <l>vider Pietà che mollemente intorno</l>
               <l>ai cor fremendo, dei veduti mali</l>
               <l>dolor chiedea; Pietà, de gl'infelici</l>
               <l>sorriso, amabil Dea. Feroce e stolta</l>
               <l>con alta fronte passeggiar l'Offesa</l>
               <l>vider, gl'ingegni provocando, e mite</l>
               <l>ovunque un Genio a quella Furia opporsi,</l>
               <l>lo spontaneo Perdon che con la destra</l>
               <l>cancella il torto e nella manca reca</l>
               <l>il beneficio, e l'uno e l'altro obblia.</l>
               <l>Blando a la Dira ei s'offeria: seguace</l>
               <l>lenta ma certa, l'orme sue ricalca</l>
               <l>Nemesi, e quando inesaudito il vede,</l>
               <l>non fa motto ed aspetta. Un giorno al fine</l>
               <l>ne gl'iterati giri, orba dinanzi</l>
               <l>le vien l'Offesa: al tacit'arco impone</l>
               <l>Nemesi allor l'alata pena; aggiunge</l>
               <l>l'aerea punta impreveduta il fianco,</l>
               <l>e l'empio corso allenta. Inonorata</l>
               <l>la Fatica mirar, che gli ermi intorno</l>
               <l>campi invano additava, a cui per anco</l>
               <l>non chiedea de la messe il pigro ferro</l>
               <l>gli aurei doni dovuti: a lei compagno</l>
               <l>l'Onor si fea; se forse a la sua luce</l>
               <l>più cara a l'occhio del mortal venisse</l>
               <l>l'utile Dea. Vider la Fede, immota</l>
               <l>servatrice dei giuri, e l'arridente</l>
               <l>ospital Genio che gl'ignoti astringe</l>
               <l>di fraterna catena; e tutta in fine</l>
               <l>la schiera dia ne l'opra affaticarsi.</l>
               <l>Videro, e novo di pietà, d'amore</l>
               <l>ne gli attoniti surse animi un senso,</l>
               <l>che infiammando occupolli. E già de' lieti</l>
               <l>principj in cor secure, il plettro e l'arte</l>
               <l>sacra del plettro ai figli lor le Muse</l>
               <l>donar, le Grazie il dilettar donaro</l>
               <l>e il suader potente. Essi a la turba</l>
               <l>dei vaganti fratelli ivan cantando</l>
               <l>le vedute bellezze. Al suon che primo</l>
               <l>si sparse a l'aura, dispogliò l'antico</l>
               <l>squallor la terra, e rise: e tu qual fosti</l>
               <l>che provasti, o mortal, quando sul core</l>
               <l>la prima stilla d'armonia ti scese?</l>
               <l>Quale a l'ara de' Numi allor che il sacro</l>
               <l>tripode ferve, e tremolando rosse</l>
               <l>su le brage stridenti erran le fiamme,</l>
               <l>se la man pia del sacerdote in esse</l>
               <l>versi copia d'incenso, ecco di bruno</l>
               <l>pallor vestirsi il foco, e dal placato</l>
               <l>ardor repente un vortice s'innalza</l>
               <l>tacito, e tutto d'odorata nebbia</l>
               <l>turba l'etere intomo e lo ricrea;</l>
               <l>tal su i cori cadea rorido, e l'ira</l>
               <l>v'ammorzava quel canto, e dolce, in vece,</l>
               <l>di carità, di pace vi destava</l>
               <l>ignota brama. A l'uom così le prime</l>
               <l>virtù fur conosciute onde beata,</l>
               <l>quanto ad uom lice, e riposata e bella</l>
               <l>fassi la vita. Allora in cor portando</l>
               <l>il piacer de l'evento, e la divina</l>
               <l>giocondità del beneficio in fronte,</l>
               <l>a l'auree torri de l'Olimpo il volo</l>
               <l>rialzar le Camene. Ivi le prove</l>
               <l>de l'alma impresa e le fatiche e il fine</l>
               <l>dissero al Padre; e pieno, in ascoltarle,</l>
               <l>da la bocca di lui scorrea quel dolce</l>
               <l>canto a l'orecchio dei miglior, la lode.</l>
               <l>Ma stagion lunga ancor volta non era,</l>
               <l>che ne le Nove ritornate un caro</l>
               <l>de la terra desio nacque; ché ameno</l>
               <l>oltre ogni loco a rivedersi è quello</l>
               <l>che un gentil fatto ti rimembri: e questa</l>
               <l>elesser sede che secreta intomo</l>
               <l>religion circonda, e, l'arti antiche</l>
               <l>esercitando ancor, l'aura divina</l>
               <l>spirano a pochi in fra i viventi, e danno</l>
               <l>colpir le menti d'immortal parola.</l>
               <l>E te dal nascer tuo benigna in cura</l>
               <l>ebbe, o Pindaro, Urania. E s'oggi, o figlio,</l>
               <l>tanto amor non ti valse, ell'è d'un Nume</l>
               <l>vendetta: incauto, che a le Grazie il culto</l>
               <l>negasti, a l'alme del favor ministre</l>
               <l>Dee, senza cui ne gl'Immortai son usi</l>
               <l>mover mai danza o moderar convito.</l>
               <l>Da lor sol vien se cosa in fra i mortali</l>
               <l>è di gentile, e sol qua giù quel canto</l>
               <l>vivrà che lingua dal pensier profondo</l>
               <l>con la fortuna de le Grazie attinga;</l>
               <l>queste implora coi voti, ed al perdono</l>
               <l>facili or piega. E la rapita lode</l>
               <l>più non ti dolga. A giovin quercia accanto</l>
               <l>talor felce orgogliosa il suolo usurpa,</l>
               <l>e cresce in selva, e il gentil ramo eccede</l>
               <l>col breve onor de le digiune frondi:</l>
               <l>ed ecco il verno la dissipa; e intanto</l>
               <l>tacitamente il solitario arbusto</l>
               <l>gran parte abbranca di terreno, e, mille</l>
               <l>rami nutrendo nel felice tronco,</l>
               <l>al grato pellegrin l'ombra prepara.</l>
               <l>Signor così de gl'inni etemi, un giorno,</l>
               <l>solo in Olimpia regnerai: compagna</l>
               <l>questa lira al tuo canto, a te sovente</l>
               <l>il tuo destino e l'amor mio rimembri.</l>
               <l>Tacque, e porse la cetra: indi rivolta,</l>
               <l>candida luce la ricinse: aperte</l>
               <l>le azzurre penne s'agitar sul tergo,</l>
               <l>mentre nel folto de la selva al guardo</l>
               <l>del suo Poeta s'involò. La Diva</l>
               <l>ei riconobbe, e di terror, di lieta</l>
               <l>maraviglia compunto, il prezioso</l>
               <l>dono tenea: ne l'infiammata fronte</l>
               <l>fremean d'Urania le parole e l'alta</l>
               <l>promessa e il fato: e la commossa corda,</l>
               <l>memore ancor del pollice divino,</l>
               <l>con lungo mormorar gli rispondea.</l>
            </lg>
         </div1>
         <div1 n="A Parteneide">
            <head>A PARTENEIDE</head>
            <lg type="endecasillabo-sciolto">
               <lg>
                  <l>E tu credesti che la vista sola</l>
                  <l>di tua casta bellezza innamorarmi</l>
                  <l>potente non saria, che anco del suono</l>
                  <l>di tua dolce parola il cor mi tenti,</l>
                  <l>vergine Dea? Col tuo secondo Duca</l>
                  <l>te vidi io prima, e de le sacre danze</l>
                  <l>o dimentica o schiva; e pur sì franco,</l>
                  <l>sì numeroso il portamento, e tanto</l>
                  <l>di rosea luce ti fioriva il volto,</l>
                  <l>che Diva io ti conobbi, e t'adorai.</l>
                  <l>Ed ei sì lieto ti ridea, sì lieta</l>
                  <l>d'amor primiero ti porgea la destra,</l>
                  <l>di sì fidata compagnia, che primo</l>
                  <l>giurato avrei che per trovarti ei l'erta</l>
                  <l>superasse de l'Alpe, ei le tempeste</l>
                  <l>affrontasse del Tuna, e tremebondo</l>
                  <l>da la mobil Vertigo, e da l'ardente</l>
                  <l>Confusion battuto in sul petroso</l>
                  <l>orlo giacesse. Entro il mio cor fean lite</l>
                  <l>quegli Avversarj che van sempre insieme</l>
                  <l>Riverenza ed Amor ma pur sì pio</l>
                  <l>aprivi il riso, e non so che di noto</l>
                  <l>mi splendea ne' tuoi guardi, che Amor vinse,</l>
                  <l>e m'appressai securo. E quel cortese,</l>
                  <l>di cui cara l'immago ed onorata</l>
                  <l>sarammi infin che la purpurea vita</l>
                  <l>m'irrigherà le vene, a me rivolto,</l>
                  <l>con gentil piglio la tua man levando,</l>
                  <l>fea d'offrirmela cenno. Ond'io più baldo</l>
                  <l>la man ti stesi; ma tremò la mano</l>
                  <l>e il cor: che tutto in su la fronte allora</l>
                  <l>vidi il dio sfolgorarti, e" tosto in mente</l>
                  <l>chi sei mi corse, ed in che pura ed alta</l>
                  <l>aria nutrita, ed a che scorte avvezza.</l>
               </lg>
               <lg>
                  <l>Mesto allor la tua vista abbandonai;</l>
                  <l>ma l'inquieto immaginar, che sempre</l>
                  <l>benché d'alto caduto in alto aspira,</l>
                  <l>sovra l'aspro sentiero a vol si mosse</l>
                  <l>del tuo viaggio, e a te fidato al sommo</l>
                  <l>stette de l'Alpe, e si librò securo</l>
                  <l>sovra i vestigi e i desiderj umani.</l>
                  <l>Poi riverito il tuo celeste nido,</l>
                  <l>«di pensiero in pensier, di monte in monte»,</l>
                  <l>seguitando il desio, ver la mia sacra</l>
                  <l>terra drizzai le penne, ed i cognati</l>
                  <l>Reti Giganti valicando, alfine</l>
                  <l>vidi l'Orobia valle. Ivi un portento</l>
                  <l>al mio guardar s'offerse; una indistinta</l>
                  <l>aeria forma; or si movea qual pura</l>
                  <l>nuvoletta d'argento, ed or di neve</l>
                  <l>fiocco parea che un bel cespuglio vesta.</l>
                  <l>Ma pur l'immagin bella e fuggitiva</l>
                  <l>tanto con l'occhio seguitai, che vera</l>
                  <l>alfin m'apparve, a te simile alquanto</l>
                  <l>vergin né tocca né veduta ancora,</l>
                  <l>e d'ìmmortal concepimento anch'olla.</l>
                  <l>Non tenea scettro, non cingea corona,</l>
                  <l>se non di fiori; e sol di questi vaga,</l>
                  <l>fra i color mille, onde splendea distinta</l>
                  <l>la verdissima piaggia, or la viola,</l>
                  <l>or la rosa sceglieva, or l'amaranto,</l>
                  <l>tal che Matelda rimembrar mi feo,</l>
                  <l>qual la vide il divin nostro Poeta</l>
                  <l>ne l'alta selva da lui sol calcata.</l>
                  <l>Ed ecco alfin del mio venire accorta</l>
                  <l>volger le luci al pellegrin parea</l>
                  <l>piene di maraviglia, e la rosata</l>
                  <l>faccia levando, mi parea guardarlo,</l>
                  <l>e sorridere a lui come si suole</l>
                  <l>ad aspettato. E quando io de la diva</l>
                  <l>bellezza innebriato, e del gentile</l>
                  <l>atto, con l'ali de la mente a lei</l>
                  <l>appressarmi tentai, se udir potessi</l>
                  <l>come in cielo si parla, affaticate</l>
                  <l>caddero l'ali de la mente, e al guardo</l>
                  <l>tacque la bella vision. Ma sempre</l>
                  <l>da quel momento la memoria al core</l>
                  <l>di lei ragiona. E quando in sul mattino</l>
                  <l>leve lo spirto dal sopor si scioglie,</l>
                  <l>(allor per l'aria de' pensier celesti</l>
                  <l>libero ei vola, e da le basse voglie</l>
                  <l>de la vita mortal quasi il divide</l>
                  <l>un deserto d'obblio), sempre in quell'ora,</l>
                  <l>più che mai bella quell'eterea virgo</l>
                  <l>mi vien dinnanzi. Or d'oro e d'onor vani</l>
                  <l>nessun mi parli: un solo amor mi regge,</l>
                  <l>solo una cura; de gli Orobj dorsi</l>
                  <l>rivisitar l'asprezza, e questa Diva,</l>
                  <l>deh! mel consenta! accompagnar primiero</l>
                  <l>per le Italiche ville pellegrina.</l>
                  <l>Che se l'evento il mio sperar pareggia,</l>
                  <l>se né la vita, né l'ardir mi falla,</l>
                  <l>forse più ardito condottier già fatto</l>
                  <l>ti piglierò per mano, e come valgo,</l>
                  <l>maraviglia gentile a la mia sacra</l>
                  <l>Italia io mostrerotti, a quella augusta</l>
                  <l>d'uomini Madre e d'intelletti, augusta</l>
                  <l>di memorie nutrice e di speranze.</l>
               </lg>
            </lg>
         </div1>
         <div1 n="La Vaccina">
            <head>LA VACCINA</head>
            <lg type="ottava">
               <l>In quella età che di veder bramoso</l>
               <l>ancor l'ingegno a le cagioni è cieco,</l>
               <l>ascoso un Genio, anco a me stesso ascoso,</l>
               <l>disse improvviso al mio pensier son teco.</l>
               <l>Ei le cose mi mostra che animoso</l>
               <l>primier, siccome io valgo, in luce io reco;</l>
               <l>sicché da lui le tenga ogni cortese,</l>
               <l>cui non incresca de l'averle intese.</l>
            </lg>
            <lg type="ottava">
               <l>Qual compagno s'avesse a la sua via</l>
               <l>infin d'allora il giovanetto acerbo,</l>
               <l>tal savio il vide, e a lui ne presagia</l>
               <l>cose che or fora il rammentar superbo;</l>
               <l>ben di poche memorie in compagnia</l>
               <l>ne la custodia del mio cor le serbo;</l>
               <l>dubbio le serbo al paragon sincero</l>
               <l>del Tempo certo testimon del vero.</l>
            </lg>
            <lg type="ottava">
               <l>Questo Genio talor de la mia mente</l>
               <l>i freni abbandonati in man si piglia,</l>
               <l>e volge ove a lui piaccia obbediente</l>
               <l>tutta l'alata dei pensier famiglia;</l>
               <l>tal che dal petto interno odo sovente</l>
               <l>una voce, che irata mi consiglia,</l>
               <l>che almen fra tanti il primo mio concetto</l>
               <l>tomi al Fonte Divin d'ogni intelletto.</l>
            </lg>
            <lg type="ottava">
               <l>Ei fra le piante, ove più spesso io sono</l>
               <l>dei campi lodator non cittadino,</l>
               <l>a visitarmi appare, e porta in dono</l>
               <l>le visioni ed il furor divino;</l>
               <l>ben talor fra le cure ed il frastuono</l>
               <l>de la cittade a me vien pellegrino:</l>
               <l>dissimulando io nel mio cor l'accolgo:</l>
               <l>l'alta presenza sua non sente il volgo.</l>
            </lg>
            <lg type="ottava">
               <l>Ma nel mistico punto allor che l'alma</l>
               <l>dai pigri nodi del sopor si scote,</l>
               <l>che sol di sé s'accorge, e lieve in calma</l>
               <l>il soffio de la vita la percote;</l>
               <l>né giunta a soverchiarla ancor la salma</l>
               <l>è de le cure e de le voglie note;</l>
               <l>sì che il pensier disprigionato e solo</l>
               <l>batte per aria più celeste il volo;</l>
            </lg>
            <lg type="ottava">
               <l>sempre in quell'ora il veggio, e risplendenti</l>
               <l>schiere ha con sé d'aerei simolacri;</l>
               <l>quai muovon per lo spazio i passi lenti</l>
               <l>e quai festivi ed in lor luce alacri;</l>
               <l>e fan motti fra loro e parlamenti</l>
               <l>misteriosi, e balli ordiscon sacri.</l>
               <l>Il Genio li governa; io stommi e guato</l>
               <l>in tanta pompa di veder beato.</l>
            </lg>
            <lg type="ottava">
               <l>Ma se le viste cose a narrar prendo,</l>
               <l>gran parte la memoria m'abbandona,</l>
               <l>che i terrestri pensier sopravvegnendo,</l>
               <l>al primo tocco di leggier s'adona;</l>
               <l>e quel pur che a fatica in carte io stendo</l>
               <l>del concetto minor troppo mi suona[;]</l>
               <l>ch'io sento come il più divin s'invola,</l>
               <l>né può il giogo patir della parola.</l>
            </lg>
            <lg type="ottava">
               <l>Lui che di tanto il guardo mio fe' degno</l>
               <l>io prego or che anco al dir siemi in ajuto,</l>
               <l>perch'egli è sacro e fuor del mortal regno</l>
               <l>e troppo oltre il narrar quel che ho veduto.</l>
               <l>Ei regga l'ali mie; da lui l'ingegno</l>
               <l>ne l'alta region sia sostenuto</l>
               <l>tanto che per la via novella e lunga</l>
               <l>l'alto argomento del mio canto aggiunga.</l>
            </lg>
            <lg type="ottava">
               <l>L'alto argomento del mio canto io dico</l>
               <l>ben che tal volgo il chiamerà volgare</l>
               <gap desc="sequenza di punti" resp="ed"/>
            </lg>
         </div1>
         <div1 n="Aprile 1814">
            <head>[APRILE 1814]
<lb/>CANZONE
<lb/>22 Aprile 1814</head>
            <lg>
               <l>Fin che il ver fu delitto, e la menzogna</l>
               <l>corse gridando minacciosa il ciglio:</l>
               <l>Io son sola che parlo, io sono il vero,</l>
               <l>tacque il mio verso, e non mi fu vergogna,</l>
               <l>non fu vergogna, anzi gentil consiglio:</l>
               <l>che non è sola lode esser sincero,</l>
               <l>né rischio è bello senza nobil fine.</l>
               <l>Or che il superbo morso</l>
               <l>ad onesta parola è tolto alfine,</l>
               <l>ogni compresso affetto al labro è corso:</l>
               <l>or s'udrà ciò, che sotto il giogo antico</l>
               <l>sommerso appena esser potea discorso</l>
               <l>al cauto orecchio di provato amico.</l>
            </lg>
            <lg>
               <l>Toglier lo scudo de le Leggi antique</l>
               <l>e le da lor create, e il sacro patto</l>
               <l>mutar come si muta un vestimento,</l>
               <l>o non mutate non serbarle, e inique</l>
            </lg>
            <lg>
               <l>farle serbar benché secrete, e in atto</l>
               <l>di chi pensa, tacendo, al tradimento</l>
               <l>e novi statuir padri a la Legge;</l>
               <l>e perché amici ai buoni,</l>
               <l>sperderli a guisa di spregiato gregge;</l>
               <l>questi de' salvatori erano i doni;</l>
               <l>questo dicean fondarne a civil vita:</l>
               <l>qual se l'Italia al chiamar d'esti Anfioni</l>
               <l>fosse dei boschi, e de le tane uscita.</l>
            </lg>
            <lg>
               <l>Anzi fatta da lor donna e reina</l>
               <l>la salutare, o fosse frode, o scherno,</l>
               <l>d'armi reina, io dico, e di consigli:</l>
               <l>essa che ai piè de la imperante inchina</l>
               <l>stavasi, e fea di sue ricchezze etemo</l>
               <l>censo a gli estrani, e de gli estrani ai figli;</l>
               <l>che regger si dovea con l'altrui cenno;</l>
               <l>che ogni anno il suo tesoro</l>
               <l>su l'avara ponea lance di Brenno.</l>
               <l>È ver, tributo nol dicean costoro,</l>
               <l>men turpe nome il vincitor foggiava;</l>
               <l>ma che monta per Dio? Terra che l'oro</l>
               <l>porta costretta a lo straniero, è schiava.</l>
            </lg>
            <lg>
               <l>E svelti i figli ai genitor dal fianco;</l>
               <l>e aprir loro le porte, ed esser padre</l>
               <l>delitto, e quasi anco i sospir nocenti;</l>
               <l>e tratti in ceppi, e noverati a branco,</l>
               <l>spinti ad offesa d'innocenti squadre</l>
               <l>con cui meglio starieno abbracciamenti.</l>
               <l>Oh giorni! oh campi che nomar non oso,</l>
               <l>deh per chi mai scorrea</l>
               <l>quel sangue onde il terren vostro è famoso?</l>
               <l>O madri orbate, o spose, a chi crescea</l>
               <l>nel sen custode ogni viril portato?</l>
               <l>Era tristezza esser feconde, e rea</l>
               <l>novella il dirvi: un pargoletto è nato.</l>
            </lg>
            <lg>
               <l>Né gente or voglio cagionar dei mali</l>
               <l>che lo stesso bevea calice d'ira,</l>
               <l>né infonder tosco ne le piaghe aperte;</l>
               <l>ma dico sol ch'è da pensar di quali</l>
               <l>strette il perdono del Signor ne tira,</l>
               <l>perché sien maggior grazie a lui riferte.</l>
               <l>Che quando eran più l'onte aspre ed estreme,</l>
               <l>e al veder nostro estinto</l>
               <l>ogni raggio parea d'umana speme,</l>
               <l>allor fuor de la nube arduo ed accinto</l>
               <l>tuonando, il braccio salvator s'è mostro:</l>
               <l>dico che Iddio coi ben pugnanti ha vinto,</l>
               <l>che a ragion si rallegra il popol nostro.</l>
            </lg>
            <lg>
               <l>Bel mirar da le inospite latebre</l>
               <l>giovin raminghi al sospirato tetto</l>
               <l>correr securi, ed a le braccia pie;</l>
               <l>e quei che in ferri astrinse ed in tenebre</l>
               <l>l'odio potente, un motto, od un sospetto</l>
               <l>ai soavi tornar colloqui, e al die;</l>
               <l>e un favellar di gioia e di speranza,</l>
               <l>e su le fronti scólta</l>
               <l>de' concordi pensier l'alma fidanza;</l>
               <l>e il nobil fior de' vigorosi a scolta</l>
               <l>durar ne l'armi, e vigilar, mostrando</l>
               <l>con che acceso voler la patria ascolta</l>
               <l>quando libero e vero è il suo dimando,</l>
            </lg>
            <lg>
               <l>e quei che a dir le sue ragioni or chiama</l>
               <l>lunge da basso studio e da contesa,</l>
               <l>parlar per lei com'ella è desiosa;</l>
               <l>e l'antica far chiara itala brama,</l>
               <l>che sarà, spero, a quei possenti intesa</l>
               <l>cui par che piaccia ogni più nobil cosa.</l>
               <l>Vedi il drappello che al governo è sopra</l>
               <l>animoso e guardingo</l>
               <l>al ben di tutti aver rivolta ogni opra,</l>
               <l>e i ministri di Dio dal mite aringo</l>
               <l>nel dritto calle ragunar la greggia.</l>
               <l>90. Molte e gran cose in picciol fascio io stringo;</l>
               <l>ma qual parlar sì belle opre pareggia?</l>
               <l>12 Maggio 1814</l>
            </lg>
         </div1>
         <div1 n="Su G. B. Giovio">
            <head>[SU G. B. GIOVIO]</head>
            <lg>
               <l>Conte Giovio tanto visse</l>
               <l>ch'ai suoi versi sopravvisse.</l>
            </lg>
         </div1>
         <div1 n="L'ira d'Apollo">
            <head>L'IRA D'APOLLO
<lb/>PER LA LETTERA SEMISERIA DI GRISOSTOMO
<lb/>ODE</head>
            <lg>
               <l>Vidi (credi se il vuoi, volgo profano),</l>
               <l>vidi là dove innalzasi</l>
               <l>e nel Lano si specchia il Baradello</l>
               <l>il delfico calar nume sovrano,</l>
               <l>e su la torre aeria</l>
               <l>ristar de l'antichissimo castello:</l>
               <l>gli spirava dal volto ira divina,</l>
               <l>e da le chiome odor d'ambrosia fina.</l>
            </lg>
            <lg>
               <l>Sperai che, quale in su la rupe ascrea,</l>
               <l>o sul giogo parnasio,</l>
               <l>almo suono ei trama da la sua cetra;</l>
               <l>ma il nume che tutt'altro in testa avea,</l>
               <l>piegando il braccio eburneo,</l>
               <l>volse la man sul tergo a la faretra,</l>
               <l>con due dita ne tolse acuto strale:</l>
               <l>l'arco tese: fremé l'arco mortale.</l>
            </lg>
            <lg>
               <l>Dove su l'ampio verdeggiar de i prati,</l>
               <l>fra i balli de le Najadi</l>
               <l>sorge ampia Milan, la mira ei volse.</l>
               <l>Me comprese terror pei lari amati,</l>
               <l>e da le labbra tremule</l>
               <l>la voce appena a supplicar si sciolse:</l>
               <l>Ferma, che fai? deh non ferir! perdona,</l>
               <l>almo figlio di Giove e di Latona.</l>
            </lg>
            <lg>
               <l>Al dardo impaziente il vol ritenne,</l>
               <l>e a me rivolto, in placido</l>
               <l>sembiante a dir mi prese il dio di Delo:</l>
               <l>Fino a noi da quei lidi il grido venne</l>
               <l>d'uomo a sfidar non pavido</l>
               <l>tutti gli dei, tutte le dee del cielo;</l>
               <l>e l'audacia di lui resta impunita?</l>
               <l>Pera l'empia città che il lascia in^ita.</l>
            </lg>
            <lg>
               <l>Deh! per Leucotoe, io dissi, e per Giacinto,</l>
               <l>per la gentil Coronide,</l>
               <l>per quella Dafne sovra ogni altra amata,</l>
               <l>de la cui spoglia verde il capo hai cinto,</l>
               <l>poni lo sdegno orribile,</l>
               <l>frena la furia de la destra irata;</l>
               <l>pensa, o Signor di Delfo, almo Sminteo,</l>
               <l>che se enorme è la colpa, un solo è il reo.</l>
            </lg>
            <lg>
               <l>Un solo ha fatto a l'are vostre insulto:</l>
               <l>spinto da l'atre Eumenidi,</l>
               <l>egli è il solo fra noi che non v'adora.</l>
               <l>Non obbliar per lui de gli altri il culto;</l>
               <l>vedi l'are che fumano,</l>
               <l>vedi il popolo pio che a voi le infiora;</l>
               <l>ascolta i preghi, odi l'umil saluto,</l>
               <l>che il Cordusio ti manda e il Bottonuto.</l>
            </lg>
            <lg>
               <l>Tutto è pieno di voi. Qual rio cultore,</l>
               <l>non invocata Cerere,</l>
               <l>i semi affida a l'immortal Tellure?</l>
               <l>A dubbia impresa chi rivolge il core,</l>
               <l>se a la cortina delfica</l>
               <l>il vel non tenta de le sorti oscure?</l>
               <l>Quale è il nocchier che sciolga al vento i lini,</l>
               <l>pria di far sagrificio ai dei marini?</l>
            </lg>
            <lg>
               <l>Voi, se Fortuna a noi concede il crine,</l>
               <l>o volge il calvo, amabile</l>
               <l>e perenne argomento ai canti nostri.</l>
               <l>Così le greche genti e le latine</l>
               <l>voi Signori cantavano</l>
               <l>e degli olimpj e dei tartarei chiostri.</l>
               <l>E noi che in voi crediamo al par di loro,</l>
               <l>non sacreremo a voi le cetre d'oro?</l>
            </lg>
            <lg>
               <l>Sommo Tonante, occhibendato arciero,</l>
               <l>de la donzella sicula</l>
               <l>buon rapitor, che regno hai sovra l'ombre,</l>
               <l>tu che dal suolo uscir festi il destriero,</l>
               <l>Giunon, Gradivo, e Venere,</l>
               <l>tu che il virgineo crin d'ulivo adombre,</l>
               <l>io per me mi protesto, o numi santi,</l>
               <l>umilissimo servo a tutti quanti.</l>
            </lg>
            <lg>
               <l>Fa luogo, o biondo nume, al mio riclamo;</l>
               <l>non render risponsabile,</l>
               <l>per un sol che peccò, tutto un paese;</l>
               <l>lascia tranquilli noi, che rei non siamo,</l>
               <l>e le misure energiche</l>
               <l>sol contro l'empio insultator sien prese.</l>
               <l>Tacqui; e m'accorsi al suo placato aspetto,</l>
               <l>che il biondo dio gustava il mio progetto.</l>
            </lg>
            <lg>
               <l>Lo stral ripose nel turcasso, e disse:</l>
               <l>Poi che quest'empio attentasi</l>
               <l>esercitar le nostre arti canore,</l>
               <l>queste orribili pene a lui sien fisse:</l>
               <l>lunge dai poggi aonj</l>
               <l>sempre dimori, e da le nove suore;</l>
               <l>non abbia di castalia onda ristauro,</l>
               <l>né mai gli tocchi il crin fronda di lauro;</l>
            </lg>
            <lg>
               <l>salir non possa il corridor che vola,</l>
               <l>non poggi mai per l'etera,</l>
               <l>rada il basso terren del vostro mondo;</l>
               <l>non spiri aura di Pindo in sua parola;</l>
               <l>tutto ei deggia da l'intimo</l>
               <l>suo petto trarre, e dal pensier profondo;</l>
               <l>e sia costretto a lasciar sempre in pace</l>
               <l>l'ingorda Libitina, e il veglio edace.</l>
            </lg>
            <lg>
               <l>E perché privo d'ogni gioia, e senza</l>
               <l>speme si roda il misero,</l>
               <l>lira eburna gli tolgo, e plettro aurato.</l>
               <l>Un gel mi corse a la feral sentenza;</l>
               <l>e sbigottito e pallido</l>
               <l>esclamai: Santi numi, egli è spacciato:</l>
               <l>e come vuoi che senza queste cose</l>
               <l>ei se la cavi? Come può, rispose.</l>
            </lg>
            <lg>
               <l>Tacque il Nume, e ristette somigliante</l>
               <l>a la sua diva immagine</l>
               <l>che per greco scarpel nel marmo spira,</l>
               <l>dove negli atti e nel divin sembiante</l>
               <l>vedi la calma riedere,</l>
               <l>e sul labro morir la turgid'ira:</l>
               <l>spunta il piacer de la vittoria in viso,</l>
               <l>mirando il corpo del Pitone anciso.</l>
            </lg>
         </div1>
         <div1 n="Il Canto XVI del Tasso">
            <head>(SCHERZO DI CONVERSAZIONE)
<lb/>IL CANTO XVI DEL TASSO
<lb/>DRAMMA QUASI IMPROVVISATO PER CELIA.</head>
            <head>INTERLOCUTORI</head>
            <p>
               <castList>
                  <castItem>
                     <role>ARMIDA, </role>
                  </castItem>
                  <castItem>
                     <role>RINALDO, </role>
                  </castItem>
                  <castItem>
                     <role>UBALDO, </role>
                  </castItem>
                  <castItem>
                     <role>CARLO</role>
                  </castItem>
               </castList>
            </p>
            <stage>La scena rappresenta gli orti di Armida.</stage>
            <div2 n="Atto I">
               <head>ATTO PRIMO</head>
               <div3 n="Scena I">
                  <head>SCENA I.</head>
                  <stage>RINALDO solo, col ventaglio in mano, all'ombra.</stage>
                  <sp>
                     <speaker>RINALDO</speaker>
                     <lg>
                        <l>Oh!... che caldo fa in questo paese!</l>
                        <l>Un più forte giammai non m'accese,</l>
                        <l>nemmen quello del Nume d'amor.</l>
                     </lg>
                     <lg>
                        <l>E quand'ho la camicia sudata</l>
                        <l>non v'è alcun che me l'abbia cambiata:</l>
                        <l>mi s'asciuga sul corpo il sudor.</l>
                     </lg>
                     <lg>
                        <l>Dacché mi trovo in questo</l>
                        <l>non so se laberinto ovver palazzo</l>
                        <l>rotondo, e di figura irregolare,</l>
                        <l>giammai non vidi un uomo a cui parlare.</l>
                     </lg>
                     <lg>
                        <l>Tutto lo spasso mio</l>
                        <l>fu il contar le colonne; e son sei mila,</l>
                        <l>ma l'architetto non le ha messe in fila.</l>
                        <l>Potessi almen sapere</l>
                        <l>quel che fa Annida dentro il suo casotto!</l>
                        <l>Vi sta dall'otto del mattino all'otto</l>
                        <l>della sera: ma zitto... appunto è dessa,</l>
                        <l>dessa la sola fiamma del cor mio;</l>
                        <l>ma è troppo giusto che son solo anch'io.</l>
                     </lg>
                  </sp>
               </div3>
               <div3 n="Scena II">
                  <head>SCENA II.</head>
                  <stage>ARMIDA e detto.</stage>
                  <sp>
                     <speaker>ARMIDA</speaker>
                     <lg>
                        <l>Che fai, bell'idol mio?</l>
                     </lg>
                  </sp>
                  <sp>
                     <speaker>RINALDO</speaker>
                     <lg>
                        <l>Il solito, o mia stella:</l>
                        <l>in questa parte e in quella</l>
                        <l>vado portando il piè.</l>
                        <l>E tu che fai, mio bene?</l>
                        <l>se la domanda è onesta.</l>
                     </lg>
                  </sp>
                  <sp>
                     <speaker>ARMIDA</speaker>
                     <stage>(accennando il casotto)</stage>
                     <lg>
                        <l>Da quella parte a questa</l>
                        <l>ho già portato il piè.</l>
                     </lg>
                     <lg>
                        <l>Vedi, mio bel guerriero,</l>
                        <l>quant'io feci per te! Ti addussi in questo</l>
                        <l>solitario ritiro, ove raccolsi</l>
                        <l>quanto di bel sa far natura ed arte,</l>
                        <l>se avvien che la natura</l>
                        <l>co' suoi d'imitazion tratti più arditi</l>
                        <l>«l'imitatrice sua scherzando imiti».</l>
                        <l>E perché nulla al sommo piacer manchi</l>
                        <l>il popolai di bella</l>
                        <l>e scelta compagnia,</l>
                        <l>orsi tigri leoni, aquile e serpi:</l>
                        <l>e, quel ch'è più di tutti, un papagallo</l>
                        <l>che nel periodar non fe' mai fallo.</l>
                     </lg>
                  </sp>
                  <sp>
                     <speaker>RINALDO</speaker>
                     <lg>
                        <l>Ma pur qualche vivente</l>
                        <l>che parlasse per uso e non per caso,</l>
                        <l>non farebbe difetto.</l>
                     </lg>
                  </sp>
                  <sp>
                     <speaker>ARMIDA</speaker>
                     <lg>
                        <l>Quando l'esser soletto</l>
                        <l>con l'adorata donna</l>
                        <l part="I">spiacque ad amante mai?</l>
                     </lg>
                  </sp>
                  <sp>
                     <speaker>RINALDO</speaker>
                     <lg>
                        <l part="F">Quando s'annoja.</l>
                     </lg>
                  </sp>
                  <sp>
                     <speaker>ARMIDA</speaker>
                     <lg>
                        <l>Deh! non dir tal parola, o cara gioja.</l>
                     </lg>
                  </sp>
                  <sp>
                     <speaker>RINALDO</speaker>
                     <lg>
                        <l>Se il dissi, ad arte e non a caso il fei:</l>
                        <l>se non dicessi il resto io creperei.</l>
                     </lg>
                  </sp>
                  <sp>
                     <speaker>ARMIDA</speaker>
                     <lg>
                        <l>Ohimè! che vuol dir questo?</l>
                     </lg>
                  </sp>
                  <sp>
                     <speaker>RINALDO</speaker>
                     <lg>
                        <l>Vuol dir panico pesto. È tempo alfine</l>
                        <l>ch'io parli, e tu m'ascolti, e se finora</l>
                        <l>fui di poche parole...</l>
                        <l>basta: so quel che dico,</l>
                        <l>la colpa non fu mia, ma d'un amico.</l>
                        <l>È questo il modo insomma,</l>
                        <l>di trattare un guerriero innamorato?</l>
                        <l>lasciarlo sempre solo</l>
                        <l>a parlar colle belve e colle piante,</l>
                        <l>«se non quando è con te romito amante»?</l>
                        <l>cangiarlo in cacciator senza fucile?</l>
                        <l>cangiarlo in giardinier senza badile?</l>
                        <l>So che un certo Ruggiero,</l>
                        <l>che fu antenato mio, trovossi un giorno</l>
                        <l>in questo contingente in ch'io mi trovo;</l>
                        <l>vedete che il trovato non è nuovo.</l>
                        <l>Ma quei si stava in festa,</l>
                        <l>a caccie, a giostre, a danze ed a conviti</l>
                        <l>in mezzo d'una bella compagnia.</l>
                        <l>Ed io solo così convien che stia!</l>
                        <l>Che invenzioni son queste?</l>
                        <l>Non si tratta così con Casa d'Este.</l>
                     </lg>
                  </sp>
                  <sp>
                     <speaker>ARMIDA</speaker>
                     <lg>
                        <l>E vorresti, o degenere superbo,</l>
                        <l>metterti con Ruggiero?...</l>
                        <l>Non sei degno di fargli il cameriero.</l>
                        <l>Quello era un uom famoso in tutto il mondo,</l>
                        <l>amato dalle donne, riverito</l>
                        <l>dai guerrieri nell'arme più lodati.</l>
                        <l>E tu degno non sei</l>
                        <l>di comandare a quattro venturieri;</l>
                        <l>se Goffredo, quel re de' galantuomini,</l>
                        <l>sa conoscere il merito degli uomini.</l>
                        <l>Ma finiamola; io voglio pettinarmi,</l>
                        <l>e far cento altre cose...</l>
                     </lg>
                  </sp>
                  <sp>
                     <speaker>RINALDO</speaker>
                     <lg>
                        <l>Saranno al tuo fedel sempre nascose?</l>
                     </lg>
                  </sp>
                  <sp>
                     <speaker>ARMIDA</speaker>
                     <lg>
                        <l>Solo al Tasso io le rivelo,</l>
                        <l>al mio fido consigliere:</l>
                        <l>quello è un uom che sa tacere</l>
                        <l>e a nessuno le dirà.</l>
                     </lg>
                  </sp>
                  <sp>
                     <speaker>RINALDO</speaker>
                     <lg>
                        <l>Basta basta... mi rimetto,</l>
                        <l>di saperle non m'affretto.</l>
                        <l>Se voi fate qualche cosa,</l>
                        <l>qualche cosa si vedrà.</l>
                     </lg>
                     <lg>
                        <l>Ma quest'estranio arnese?</l>
                        <l>Certo per nulla al fianco mio s'appese.</l>
                        <l>Questo cristallo netto,</l>
                        <l>che nell'argento vivo</l>
                        <l>ripete l'oro fin della tua chioma,</l>
                        <l>guardar non lo dovresti;</l>
                        <l>ma guardarti ne' specchi almi celesti.</l>
                     </lg>
                  </sp>
                  <sp>
                     <speaker>ARMIDA</speaker>
                     <lg>
                        <l>No, mio fedel, favellami sul sodo.</l>
                     </lg>
                  </sp>
                  <sp>
                     <speaker>RINALDO</speaker>
                     <stage>(a parte)</stage>
                     <lg>
                        <l>Oh! quanto di parlare un poco io godo!</l>
                     </lg>
                  </sp>
                  <sp>
                     <speaker>ARMIDA</speaker>
                     <lg>
                        <l>Se fosse proprio vero</l>
                        <l>quel complimento che tu m'hai suonato,</l>
                        <l>il venditor di specchi è rovinato.</l>
                     </lg>
                  </sp>
                  <sp>
                     <speaker>RINALDO</speaker>
                     <lg>
                        <l>Scusa se in geroglifico io favello,</l>
                        <l>amabile fanciulla,</l>
                        <l>per dire il vero, anch'io ne intendo nulla.</l>
                     </lg>
                  </sp>
                  <sp>
                     <speaker>ARMIDA</speaker>
                     <lg>
                        <l>Dunque facciamo fine.</l>
                     </lg>
                  </sp>
                  <sp>
                     <speaker>RINALDO</speaker>
                     <lg>
                        <l>Ahimè! che nuova è questa?</l>
                        <l>Caro mio ben t'arresta...</l>
                     </lg>
                  </sp>
                  <sp>
                     <speaker>ARMIDA</speaker>
                     <lg>
                        <l>Non posso in verità.</l>
                     </lg>
                  </sp>
                  <sp>
                     <speaker>RINALDO</speaker>
                     <lg>
                        <l>M'ucciderò, crudele,</l>
                        <l>se tu mi volgi il tergo.</l>
                     </lg>
                  </sp>
                  <sp>
                     <speaker>ARMIDA</speaker>
                     <lg>
                        <l>Torno all'usato albergo.</l>
                     </lg>
                  </sp>
                  <sp>
                     <speaker>RINALDO</speaker>
                     <lg>
                        <l>(vuol seguirla, ma ARMIDA, accennandogli di star fermo)</l>
                        <l>Più innanzi non si va.</l>
                     </lg>
                  </sp>
               </div3>
            </div2>
            <div2 n="Atto II">
               <head>ATTO SECONDO</head>
               <div3 n="Scena I">
                  <head>SCENA I.</head>
                  <stage>RINALDO solo, UBALDO e CARLO in disparte.</stage>
                  <sp>
                     <speaker>RINALDO</speaker>
                     <lg>
                        <l>Quanto è dolce in erma parte</l>
                        <l>sospirar per un bel volto,</l>
                        <l>per un crin dorato e sciolto</l>
                        <l>per i gigli di un bel sen!</l>
                     </lg>
                     <lg>
                        <l>Quest'è quel che fa felice</l>
                        <l>l'oziosa vita mia:</l>
                        <l>ma un tantin di compagnia</l>
                        <l>mi darebbe un gran piacer.</l>
                     </lg>
                     <lg>
                        <l>Quanto è dolce allor che tenero</l>
                        <l>in me volge Annida il guardo,</l>
                        <l>dirle: O cara, un dolce dardo</l>
                        <l>m'ha ferito in seno il cori</l>
                     </lg>
                     <lg>
                        <l>Il mio cor che ovunque il giri,</l>
                        <l>fuor di te nulla desia:</l>
                        <l>ma un tantin di compagnia</l>
                        <l>mi darebbe un gran piacer.</l>
                     </lg>
                     <lg>
                        <l>Ed allora che allo specchio</l>
                        <l>ella ha volto il suo bel viso,</l>
                        <l>dirle: Io vedo un paradiso</l>
                        <l>in un vetro picciolin.</l>
                     </lg>
                     <lg>
                        <l>Questi detti son del core</l>
                        <l>vero indizio e vera spia:</l>
                        <l>ma un tantin di compagnia</l>
                        <l>mi darebbe un gran piacer.</l>
                     </lg>
                     <lg>
                        <l>Dirle: Son gl'incendi miei</l>
                        <l>un ritratto in miniatura;</l>
                        <l>quale è donna tanto dura</l>
                        <l>che a tal dir resisterà!</l>
                     </lg>
                     <lg>
                        <l>Amator di me più fervido</l>
                        <l>mai non fu, giammai non fia:</l>
                        <l>ma un tantin di compagnia</l>
                        <l>mi darebbe un gran piacer.</l>
                     </lg>
                  </sp>
               </div3>
               <div3 n="Scena II">
                  <head>SCENA II.</head>
                  <stage>UBALDO, CARLO e detto.</stage>
                  <sp>
                     <speaker>UBALDO</speaker>
                     <stage>(a Carlo)</stage>
                     <lg>
                        <l part="I">Udisti?</l>
                     </lg>
                  </sp>
                  <sp>
                     <speaker>CARLO</speaker>
                     <lg>
                        <l part="F">Udii: non sembra mal disposto.</l>
                     </lg>
                  </sp>
                  <sp>
                     <speaker>UBALDO</speaker>
                     <lg>
                        <l part="I">Dunque mostriamci.</l>
                     </lg>
                  </sp>
                  <sp>
                     <speaker>RINALDO</speaker>
                     <lg>
                        <l part="F">Oh Dei!</l>
                        <l>Ecco esauditi alfine i voti miei.</l>
                        <l part="I">Che buon vento vi guida?</l>
                     </lg>
                  </sp>
                  <sp>
                     <speaker>UBALDO</speaker>
                     <lg>
                        <l part="F">Siam mandati</l>
                        <l part="I">dal pio Goffredo...</l>
                     </lg>
                  </sp>
                  <sp>
                     <speaker>RINALDO</speaker>
                     <lg>
                        <l part="F">Appunto, cosa fa?</l>
                     </lg>
                  </sp>
                  <sp>
                     <speaker>UBALDO</speaker>
                     <lg>
                        <l>Ove tu lo lasciasti, ancora sta.</l>
                        <l>Seda sedizioni col mostrarsi;</l>
                        <l>e poi fa quel che fanno i Genovesi.</l>
                     </lg>
                  </sp>
                  <sp>
                     <speaker>RINALDO</speaker>
                     <lg>
                        <l>Mal ti spiegasti, o pure io mal'intesi.</l>
                     </lg>
                  </sp>
                  <sp>
                     <speaker>UBALDO</speaker>
                     <lg>
                        <l>Dirò. Venne un'arsura</l>
                        <l>che diseccò ogni fonte, ed ogni roggia.</l>
                     </lg>
                  </sp>
                  <sp>
                     <speaker>RINALDO</speaker>
                     <lg>
                        <l part="I">Oh Dio! com'è finita?</l>
                     </lg>
                  </sp>
                  <sp>
                     <speaker>UBALDO</speaker>
                     <lg>
                        <l part="F">Colla pioggia.</l>
                        <l>Il pio Goffredo la lasciò cadere</l>
                        <l>affrettandola un po' colle preghiere.</l>
                     </lg>
                  </sp>
                  <sp>
                     <speaker>RINALDO</speaker>
                     <lg>
                        <l>E il solitario Piero</l>
                        <l>comandava gli eserciti frattanto?</l>
                     </lg>
                  </sp>
                  <sp>
                     <speaker>UBALDO</speaker>
                     <lg>
                        <l>Credo non combattessimo in quel canto.</l>
                        <l>Fu bruciata una macchina stupenda,</l>
                        <l>talché non si poté più dar l'assalto.</l>
                     </lg>
                  </sp>
                  <sp>
                     <speaker>RINALDO</speaker>
                     <lg>
                        <l part="I">Me ne rallegro.</l>
                     </lg>
                  </sp>
                  <sp>
                     <speaker>UBALDO</speaker>
                     <lg>
                        <l part="F">E per rifame un'altra</l>
                        <l>siam venuti a chiamarti.</l>
                     </lg>
                  </sp>
                  <sp>
                     <speaker>RINALDO</speaker>
                     <lg>
                        <l>Io sono avventuriero,</l>
                        <l>non inventor di macchine: che parti?</l>
                     </lg>
                  </sp>
                  <sp>
                     <speaker>UBALDO</speaker>
                     <lg>
                        <l>È ver, ma è d'uopo per tagliare un bosco,</l>
                        <l>che sol nell'Asia tutta</l>
                        <l>ha legname che possa in uso porse,</l>
                        <l>un uom della tua schiena:</l>
                        <l>ecco l'alta cagion che qui ci mena.</l>
                     </lg>
                  </sp>
                  <sp>
                     <speaker>RINALDO</speaker>
                     <lg>
                        <l>Carlo, Ubaldo, voi tutti, ospiti, amici,</l>
                        <l>guerrieri, pellegrini,</l>
                        <l>ditemi: al campo non vi son Trentini?</l>
                     </lg>
                     <lg>
                        <l>Quando io venni a Gerosolima,</l>
                        <l>mi diceva il Signor Padre:</l>
                        <l>A fugar le ostili squadre</l>
                        <l>io ti mando, o mio figliuol.</l>
                        <l>Non mi disse: O mio figliuolo,</l>
                        <l>io ti mando a spaccar legna.</l>
                     </lg>
                  </sp>
                  <sp>
                     <speaker>UBALDO</speaker>
                     <lg>
                        <l>Deh! pietà di noi ti vegna,</l>
                        <l>che ci puoi salvar tu sol.</l>
                     </lg>
                  </sp>
                  <sp>
                     <speaker>RINALDO</speaker>
                     <lg>
                        <l>Io vengo, oh giubilo!</l>
                        <l>Son fuor d'intrico;</l>
                        <l>verrei, vi dico,</l>
                        <l>tutto quel bosco</l>
                        <l>anche a segar.</l>
                     </lg>
                  </sp>
                  <sp>
                     <speaker>UBALDO</speaker>
                     <lg>
                        <l>Ei viene, oh giubilo!</l>
                        <l>Che dici, o Carlo?</l>
                     </lg>
                  </sp>
                  <sp>
                     <speaker>CARLO</speaker>
                     <lg>
                        <l>Per me non parlo:</l>
                        <l>tu dei parlar.</l>
                     </lg>
                  </sp>
                  <sp>
                     <speaker>UBALDO</speaker>
                     <lg>
                        <l part="I">Presto dunque, fuggiam.</l>
                     </lg>
                  </sp>
                  <sp>
                     <speaker>RINALDO</speaker>
                     <lg>
                        <l part="F">Che fretta avete?</l>
                     </lg>
                  </sp>
                  <sp>
                     <speaker>UBALDO</speaker>
                     <lg>
                        <l>Se qualcuno ci scopre...</l>
                     </lg>
                  </sp>
                  <sp>
                     <speaker>RINALDO</speaker>
                     <lg>
                        <l>Eh! che non v'è nessuno...</l>
                        <l>se per caso non fosse il papagallo.</l>
                     </lg>
                  </sp>
                  <sp>
                     <speaker>UBALDO</speaker>
                     <lg>
                        <l part="I">Ecco Annida che viene.</l>
                     </lg>
                  </sp>
                  <sp>
                     <speaker>RINALDO</speaker>
                     <lg>
                        <l part="F">Or siamo in ballo.</l>
                     </lg>
                  </sp>
               </div3>
               <div3 n="Scena III">
                  <head>SCENA III.</head>
                  <stage>ARMIDA e detti.</stage>
                  <sp>
                     <speaker>ARMIDA</speaker>
                     <lg>
                        <l>Il musico gentile</l>
                        <l>pria che la lingua snodi,</l>
                        <l>susurra in bassi modi,</l>
                        <l>un bel gesolreutt.</l>
                        <l>Tal l'infelice Annida</l>
                        <l>or che pregarti deve</l>
                        <l>forma un concento breve</l>
                        <l>per prepararti il cor.</l>
                        <l>Attenti miei signori, ed incomincio.</l>
                        <l part="I">Non aspettar...</l>
                     </lg>
                  </sp>
                  <sp>
                     <speaker>RINALDO</speaker>
                     <lg>
                        <l part="F">Signora, altro non chiedo.</l>
                        <l part="I">Me ne andava.</l>
                     </lg>
                  </sp>
                  <sp>
                     <speaker>ARMIDA</speaker>
                     <lg>
                        <l part="F">Ch'io preghi, volea dire.</l>
                        <l>Deh! non m'interrompete almen l'esordio:</l>
                        <l>è la metà dell'opra un buon primordio.</l>
                        <l>Non aspettar ch'io preghi che tu resti:</l>
                        <l>solo ti prego, ingrato,</l>
                        <l>che mi lasci venire ove tu vai;</l>
                        <l>ti potrò far servizio, lo vedrai.</l>
                        <l>Io ti starò dinanzi:</l>
                        <l>«barbaro forse non sarà sì crudo,</l>
                        <l>che ti voglia ferir per non piagarmi».</l>
                     </lg>
                  </sp>
                  <sp>
                     <speaker>RINALDO</speaker>
                     <lg>
                        <l>Dite davvero, o fate per burlarmi?</l>
                     </lg>
                  </sp>
                  <sp>
                     <speaker>ARMIDA</speaker>
                     <lg>
                        <l>Anzi ti faccio una proposta in forma.</l>
                     </lg>
                  </sp>
                  <sp>
                     <speaker>RINALDO</speaker>
                     <lg>
                        <l>Vedete, amici cari?</l>
                        <l>«Parla la bella donna, e par che dorma».</l>
                     </lg>
                  </sp>
                  <sp>
                     <speaker>ARMIDA</speaker>
                     <lg>
                        <l>Scudiero o scudo</l>
                        <l>col petto ignudo</l>
                        <l>ti coprirò.</l>
                     </lg>
                  </sp>
                  <sp>
                     <speaker>RINALDO</speaker>
                     <lg>
                        <l>Non farem nulla:</l>
                        <l>un turco crudo,</l>
                        <l>bella fanciulla,</l>
                        <l>ti piglierà.</l>
                     </lg>
                     <lg>
                        <l>E ti dirà:</l>
                        <l>Signore scudo,</l>
                        <l>signor scudiere,</l>
                        <l>venga al quartiere</l>
                        <l>di Mustafà.</l>
                     </lg>
                  </sp>
                  <sp>
                     <speaker>ARMIDA</speaker>
                     <lg>
                        <l>Tu non sei nato</l>
                        <l>in casa d'Este:</l>
                        <l>nelle foreste</l>
                        <l>ti fece il mar,</l>
                     </lg>
                     <lg>
                        <l>allor che il Caucaso,</l>
                        <l>la cosa è piana,</l>
                        <l>coll'onda insana</l>
                        <l>si maritò.</l>
                     </lg>
                     <lg>
                        <l>Vattene pur crudele,</l>
                        <l>vattene, iniquo, omai,</l>
                        <l>me ignudo spirto a tergo</l>
                        <l>eternamente avrai.</l>
                     </lg>
                  </sp>
                  <sp>
                     <speaker>RINALDO</speaker>
                     <lg>
                        <l>Non me ne importa un como,</l>
                        <l>perché non ti vedrò.</l>
                     </lg>
                  </sp>
                  <sp>
                     <speaker>ARMIDA</speaker>
                     <lg>
                        <l>Ma cado tramortita, e mi diffondo</l>
                        <l part="I">di gelato sudor.</l>
                     </lg>
                  </sp>
                  <sp>
                     <speaker>RINALDO</speaker>
                     <lg>
                        <l part="F">Poter del mondo!</l>
                        <l>Cara Annida, ohimè! che fai?</l>
                        <l>Non mi senti, e non mi vedi:</l>
                        <l>ma pur gli ultimi congedi</l>
                        <l>per pietade io prenderò.</l>
                     </lg>
                     <lg>
                        <l>Oh crudel! tu non rispondi!</l>
                        <l>Non mi dici: schiavo cane:</l>
                        <l>sta pur lì fino a dimane,</l>
                        <l>che per me già me ne vo.</l>
                     </lg>
                  </sp>
               </div3>
            </div2>
         </div1>
         <div1 n="Perplessità">
            <head>[PERPLESSITÀ
<lb/>BIGLIETTO IN VERSI]</head>
            <lg>
               <l>Tu vuoi saper s'io vado,</l>
               <l>tu vuoi saper s'io resto,</l>
               <l>sappi, ben mio, che questo</l>
               <l>non lo saprai da me.</l>
            </lg>
            <lg>
               <l>Non che il pudor nativo</l>
               <l>metta alla lingua il morso,</l>
               <l>o che impedisca il corso</l>
               <l>quel certo non so che.</l>
            </lg>
            <lg>
               <l>Vuoi ch'io dica perché non lo dico?</l>
               <l>Ma lo dico, oh destino inimico!</l>
               <l>Non lo dico, oh terribile intrico!</l>
               <l>non lo dico, perché non lo so.</l>
            </lg>
            <lg>
               <l>Lo chieggo alla madre</l>
               <l>con pianti ed omei;</l>
               <l>risponde: Vorrei</l>
               <l>saperlo da te.</l>
            </lg>
            <lg>
               <l>Se il chieggo alla sposa:</l>
               <l>Decidi a tuo senno,</l>
               <l>risponde; un tuo cenno</l>
               <l>è legge per me.</l>
            </lg>
            <lg>
               <l>Se il chieggo a me stesso...</l>
               <l>
                  <gap resp="ed"/>
               </l>
            </lg>
         </div1>
         <div1 n="A Carlo Porta">
            <opener>
               <salute>[A CARLO PORTA
SONETTO BEROLDINGHENIANO]</salute>
            </opener>
            <div2 n="Lingua mendace che invoca li Dei">
               <lg>
                  <l>Lingua mendace che invoca li Dei</l>
                  <l>essendo in suo cuore ateo mitologico,</l>
                  <l>tu credesti ingannare i sensi miei</l>
                  <l>con stile affettatamente pedagogico.</l>
               </lg>
               <lg>
                  <l>Del qual giammai creduto io non avrei</l>
                  <l>che mi stimassi tanto cacologico</l>
                  <l>da non discerner sensi buoni e rei</l>
                  <l>sotto il velame di linguaggio anfibologico.</l>
               </lg>
               <lg>
                  <l>Falso avvocato in fingerti difensore</l>
                  <l>per tirare in rovina il tuo cliente:</l>
                  <l>oh stelle! oh Numi! chi vide un tale orrore?</l>
               </lg>
               <lg>
                  <l>E per tradire ancor più impunemente</l>
                  <l>pigliare un nome caro all'alme Suore</l>
                  <l>come la tua inizial spergiura e mente.</l>
               </lg>
            </div2>
            <div2 n="On badée che voeur fa de sapienton" lang="fre">
               <lg>
                  <l>On badée che voeur fa de sapienton</l>
                  <l>el se toeu subet via per on badée;</l>
                  <l>ma on omm de coo, che voeur paré mincion,</l>
                  <l>el se mett anca lu in d'on beli cuntée.</l>
               </lg>
            </div2>
         </div1>
         <div1 n="A Francesco Hayez">
            <opener>
               <salute>[A FRANCESCO HAYEZ]</salute>
            </opener>
            <lg>
               <l>Già vivo al guardo la tua man pingea</l>
               <l>un che in nebbia m'apparve all'intelletto:</l>
               <l>altra or fugace e senza forme idea</l>
               <l>timida accede all'alto tuo concetto:</l>
               <l>lieto l'accogli, e un immortal ne crea</l>
               <l>di maraviglia e di pietade oggetto;</l>
               <l>mentre aver sol potea dal verso mio</l>
               <l>pochi giorni di spregio, e poi l'obblio.</l>
            </lg>
         </div1>
         <div1 n="A Tommaso Grossi">
            <opener>
               <salute>[A TOMMASO GROSSI
<lb/>BIGLIETTO IN VERSI]</salute>
            </opener>
            <lg>
               <l>Amato Grossi, è troppo tardo, il veggio,</l>
               <l>è vano in tutto il pentimento mio:</l>
               <l>ma proprio in oca andai; mentre al passeggio</l>
               <l>venivi a cercar noi, tra i pioppi e il rio,</l>
               <l>da Porta Nuova (si può far di peggio!)</l>
               <l>bravamente entravam Visconti ed io.</l>
               <l>Pensa che n'ho un rimorso maladetto,</l>
               <l>che quel ch'è stato è stato, e che t'aspetto.</l>
            </lg>
            <lg>
               <l>Parte Quarta, St. 62.</l>
            </lg>
         </div1>
         <div1 n="Versi per una prima Comunione">
            <head>[VERSI PER UNA PRIMA COMUNIONE]</head>
            <lg>
               <l>Vieni, o Signor, riposati:</l>
               <l>regna ne' nostri petti!</l>
               <l>Sgombra da' nostri affetti</l>
               <l>ciò che Immortal non è.</l>
            </lg>
            <lg>
               <l>Sei nostro! Ogni tua visita</l>
               <l>prepari un tuo ritorno,</l>
               <l>fino a quell'aureo giorno</l>
               <l>che ci rapisca in Te.</l>
            </lg>
         </div1>
         <div1 n="A Tommaso Grossi, sulle bozze del Discorso">
            <opener>
               <salute>[A TOMMASO GROSSI, SULLE BOZZE DEL «DISCORSO»]</salute>
            </opener>
            <lg>
               <l>Lascia i sognati demoni</l>
               <l>d'Alvino e di Gulfiero;</l>
               <l>porgi l'orecchio a storia</l>
               <l>nojosa... ma davvero!</l>
            </lg>
            <lg>
               <l>Ferrario, quel tipografo</l>
               <l>di cose antiche e nuove,</l>
               <l>mi manda, oh che delizia!</l>
               <l>da riveder le prove.</l>
            </lg>
            <lg>
               <l>Trovo una voce esotica,</l>
               <l>mi par che sia fallata;</l>
               <l>voglio emendar, bellissimo!</l>
               <l>la giusta l'ho scordata.</l>
            </lg>
         </div1>
         <div1 n="Versi improvvisati sopra il nome di Maria">
            <head>[VERSI IMPROVVISATI SOPRA IL NOME DI MARIA]</head>
            <lg>
               <l>Santo nome, in fra i mortali</l>
               <l>quale è il nome che ti avanza?</l>
               <l>Tu sei nome di speranza,</l>
               <l>tu sei nome di pietà.</l>
            </lg>
            <lg>
               <l>Se d'Adamo il pazzo orgoglio</l>
               <l>al Signor ci fa ribelli,</l>
               <l>per te, o Madre, siam fratelli</l>
               <l>di Colui che ci creò.</l>
            </lg>
            <lg>
               <l>Per te ancora al Ciel perduto</l>
               <l>nostra mente si solleva;</l>
               <l>tu ci togli al fallo d'Eva,</l>
               <l>tu ci tomi al primo onor.</l>
            </lg>
            <lg>
               <l>Quando pesa sul cuor mio</l>
               <l>l'ingiustizia de' mortali,</l>
               <l>quando a me verranno i mali,</l>
               <l>il tuo nome invocherò.</l>
            </lg>
            <lg>
               <l>Se dei troppi falli miei</l>
               <l>caggio sotto all'empie some,</l>
               <l>ripetendo il tuo bel nome</l>
               <l>io mi sento confortar.</l>
            </lg>
            <lg>
               <l>Egli è umil non men che mondo</l>
               <l>questo giglio delle valli;</l>
               <l>né perch'Ella è senza falli</l>
               <l>mai rigetta chi fallì.</l>
            </lg>
            <lg>
               <l>Che ben sa che s'Ella intatta</l>
               <l>tutto corse il tristo esiglio,</l>
               <l>è sol grazia del suo Figlio</l>
               <l>che la volle preservar.</l>
            </lg>
            <lg>
               <l>Tu se' gioja ai cuori afflitti,</l>
               <l>tu se' guida ai passi erranti,</l>
               <l>tu se' stella ai naviganti,</l>
               <l>tu se' grazia ai regnator.</l>
            </lg>
            <lg>
               <l>Se la vita è un triste calle</l>
               <l>tutto sparso di mine,</l>
               <l>questa Rosa in fra le spine</l>
               <l>il cammino allegrerà.</l>
            </lg>
            <lg>
               <l>Tu conosci i nostri guai:</l>
               <l>per noi dunque il Figliuol piega;</l>
               <l>se ad ogni uom Egli si piega;</l>
               <l>per la Madre che farà?</l>
            </lg>
            <lg>
               <l>Non ti chieggo della terra</l>
               <l>le delizie passeggere,</l>
               <l>né lo scettro del potere,</l>
               <l>né la febbre degli onor;</l>
            </lg>
            <lg>
               <l>prega Lui che alle nostre alme</l>
               <l>verso il Ciel dia corso e lena,</l>
               <l>e la polvere terrena</l>
               <l>ci dia forza a disprezzar.</l>
            </lg>
            <lg>
               <l>Fa che sempre io mi ricordi</l>
               <l>il colpevol viver mio,</l>
               <l>onde alfin, placato e pio,</l>
               <l>lo dimentichi il Signor,</l>
            </lg>
            <lg>
               <l>onde possa ancor che indegno</l>
               <l>rimirarlo senza velo,</l>
               <l>e udir gli angioli del Cielo</l>
               <l>il tuo nome risuonar.</l>
            </lg>
         </div1>
         <div1 n="Fatto socio dell'Accademia dei Sepolti di Volterra">
            <head>[FATTO SOCIO DELL'ACCADEMIA DEI SEPOLTI DI VOLTERRA]</head>
            <div2 n="Manzon qui giace ne' suoi versi involto">
               <lg>
                  <l>Manzon qui giace ne' suoi versi involto</l>
                  <l>veramente accademico sepolto.</l>
               </lg>
            </div2>
            <div2 n="Manzon tra i dotti di Volterra accolto">
               <lg>
                  <l>Manzon tra i dotti di Volterra accolto,</l>
                  <l>prima che morto, giace ivi sepolto.</l>
               </lg>
            </div2>
         </div1>
         <div1 n="Pubblicità necessaria">
            <head>[PUBBLICITÀ NECESSARIA]</head>
            <lg>
               <l>Vino non c'è cui non bisogni frasca,</l>
               <l>autor che non annunzia non intasca.</l>
            </lg>
         </div1>
         <div1 n="Sull'epigrafe del generale Bubna">
            <head>[SULL'EPIGRAFE DEL GENERALE BUBNA]</head>
            <lg>
               <l>Lunge le insegne araldiche</l>
               <l>e i titoli sonanti!</l>
               <l>All'ossa che qui giacciono</l>
               <l>un nome, e nulla più,</l>
               <l>Bubna! Il remoto postero</l>
               <l>a questo nome avanti</l>
               <l>fermerà il passo, e, attonito,</l>
               <l>domanderà: Chi fu?</l>
            </lg>
         </div1>
         <div1 n="A Gaetano Cattaneo per dono di tabacco">
            <opener>
               <salute>[A GAETANO CATTANEO
<lb/>PER DONO DI TABACCO
<lb/>BIGLIETTO IN VERSI]</salute>
            </opener>
            <lg>
               <l>Detti Cattaneo</l>
               <l>versi felici,</l>
               <l>in dono amabile</l>
               <l>mandi agli amici</l>
            </lg>
            <lg>
               <l>polve finissima</l>
               <l>d'eletto vaso,</l>
               <l>per la difficile</l>
               <l>gola del naso;</l>
            </lg>
            <lg>
               <l>di maraviglia</l>
               <l>qual cagion fia?</l>
               <l>Frutto è di spirito</l>
               <l>di cortesia.</l>
            </lg>
            <lg>
               <l>Ma che un vivissimo</l>
               <l>forte intelletto,</l>
               <l>nella caligine</l>
               <l>d'un gabinetto,</l>
            </lg>
            <lg>
               <l>possa fra i codici</l>
               <l>delle anticaglie</l>
               <l>spiar la ruggine</l>
               <l>delle medaglie;</l>
            </lg>
            <lg>
               <l>e che dimentico</l>
               <l>del buon pennello,</l>
               <l>pigli uno staccio,</l>
               <l>pigli un pestello,</l>
            </lg>
            <lg>
               <l>e la Virginica</l>
               <l>foglia mordente</l>
               <l>riduca in polvere</l>
               <l>pazientemente,</l>
            </lg>
            <lg>
               <l>questo è miracolo</l>
               <l>questo è ben segno</l>
               <l>che a tutto piegasi</l>
               <l>potente ingegno.</l>
            </lg>
         </div1>
         <div1 n="Sull'iscrizione di Porta Comasina">
            <head>[SULL'ISCRIZIONE DI PORTA COMASINA]
<lb/>A FRANCESCO I
<lb/>I NEGOZIANTI DI MILANO ERESSERO</head>
            <lg>
               <l>Per quanto poca volontà ne avessero.</l>
            </lg>
         </div1>
         <div1 n="Ad Angelica Palli">
            <opener>
               <salute>[AD ANGELICA PALLI]</salute>
            </opener>
            <lg>
               <l>Prole eletta dal ciel, Saffo novella,</l>
               <l>che la prisca sorella</l>
               <l>di tanto avanzi in bei versi celesti,</l>
               <l>e in tanti modi onesti</l>
               <l>canti della infelice tua rivale,</l>
               <l>del Siculo sleale,</l>
               <l>dello scoglio fatal, m'attristi: ed io</l>
               <l>ai numeri dolenti</l>
               <l>t'offro il plauso migliore, il pianto mio.</l>
               <l>Ma tu credilo intanto ad alma schietta,</l>
               <l>che d'insigne vendetta</l>
               <l>l'ombra illustre per te placata fora,</l>
               <l>se il villano amator vivesse ancora.</l>
            </lg>
         </div1>
         <div1 n="In morte di Vincenzo Monti">
            <head>[IN MORTE DI VINCENZO MONTI]</head>
            <lg>
               <l>Salve, o divino, a cui largì natura</l>
               <l>il cor di Dante, e del suo duca il canto!</l>
               <l>Questo fia '1 grido dell'età futura:</l>
               <l>ma l'età che fu tua, tel dice in pianto.</l>
            </lg>
         </div1>
         <div1 n="Quadretto di famiglia">
            <head>[QUADRETTO DI FAMIGLIA]</head>
            <lg>
               <l>Non è ver che sia Pierino</l>
               <l>il peggior de' miei ragazzi,</l>
               <l>tutti e sette sono pazzi,</l>
               <l>dalla Giulia al Filippino.</l>
            </lg>
         </div1>
         <div1 n="Gibigiana">
            <head>[GIBIGIANA]</head>
            <lg>
               <l>Del sole il puro raggio</l>
               <l>rotto dall'onda impura,</l>
               <l>sulle vetuste mura</l>
               <l>gibigianando va.</l>
            </lg>
         </div1>
         <div1 n="Il Natale del 1833">
            <head>IL NATALE DEL 1833</head>
            <opener>
               <dateline>14 marzo 1835</dateline>
            </opener>
            <epigraph>
               <p>
                  <foreign lang="lat" rend="italic">Tuam ipsius animam pertransivit gladius</foreign>.</p>
               <bibl>
                  <author>Luc.</author> II. 35</bibl>
            </epigraph>
            <lg type="settenari">
               <lg>
                  <l>Sì che Tu sei terribile!</l>
                  <l>Sì che in quei lini ascoso,</l>
                  <l>in braccio a quella Vergine,</l>
                  <l>sovra quel sen pietoso,</l>
                  <l>come da sopra i turbini</l>
                  <l>regni, o Fanciul severo!</l>
                  <l>È fato il tuo pensiero,</l>
                  <l>è legge il tuo vagir.</l>
               </lg>
               <lg>
                  <l>Vedi le nostre lagrime,</l>
                  <l>intendi i nostri gridi;</l>
                  <l>il voler nostro interroghi,</l>
                  <l>e a tuo voler decidi.</l>
                  <l>Mentre a stornar la folgore</l>
                  <l>trepido il prego ascende</l>
                  <l>sorda la folgor scende</l>
                  <l>dove tu vuoi ferir.</l>
               </lg>
               <lg>
                  <l>Ma tu pur nasci a piangere,</l>
                  <l>ma da quel cor ferito</l>
                  <l>sorgerà pure un gemito,</l>
                  <l>un prego inesaudito:</l>
                  <l>e questa tua fra gli uomini</l>
                  <l>unicamente amata,</l>
                  <l>
                     <gap desc="mancanza di due versi" resp="aut"/>
                  </l>
               </lg>
               <lg>
                  <l>Vezzi or ti fa, Ti supplica</l>
                  <l>suo pargolo, suo Dio,</l>
                  <l>Ti stringe al cor, che attonito</l>
                  <l>va ripetendo: è mio!</l>
                  <l>Un dì con altro palpito,</l>
                  <l>un dì con altra fronte,</l>
                  <l>ti seguirà sul monte,</l>
                  <l>e ti vedrà morir.</l>
               </lg>
               <lg>
                  <l>Onnipotente!</l>
               </lg>
            </lg>
            <closer>
               <foreign lang="lat" rend="italic">cecidere manus</foreign>.</closer>
         </div1>
         <div1 n="Appunti sparsi">
            <head>[APPUNTI SPARSI]</head>
            <lg>
               <head>1.</head>
               <l>Sì che tu sei terribile</l>
               <l>sì che tu sei pietoso</l>
               <l>
                  <gap resp="ed"/>
               </l>
               <l>In quella cuna ascoso</l>
               <l>
                  <gap resp="ed"/>
               </l>
               <l>
                  <gap resp="ed"/> un decreto</l>
               <l>in ogni tuo vagir</l>
               <l>
                  <gap resp="ed"/>
               </l>
               <l>
                  <gap resp="ed"/> i preghi</l>
               <l>
                  <gap resp="ed"/>
               </l>
               <l>doni, concedi e neghi</l>
               <l>
                  <gap resp="ed"/>
               </l>
               <l>
                  <gap resp="ed"/>
               </l>
               <l>
                  <gap resp="ed"/>
               </l>
            </lg>
            <lg>
               <head>3.</head>
               <l>Ma tu pur piangi e <gap resp="ed"/>
               </l>
               <l>
                  <gap resp="ed"/>
               </l>
               <l>
                  <gap resp="ed"/>
               </l>
               <l>
                  <gap resp="ed"/>
               </l>
               <l>
                  <gap resp="ed"/>
               </l>
               <l>Nel guardo Tuo rapita</l>
               <l>ebbra del Tuo respir</l>
            </lg>
            <lg>
               <head>4.</head>
               <l>
                  <gap resp="ed"/>
               </l>
               <l>
                  <gap resp="ed"/>
               </l>
               <l>
                  <gap resp="ed"/>
               </l>
               <l>
                  <gap resp="ed"/> un Dio</l>
               <l>
                  <gap resp="ed"/>
               </l>
               <l>
                  <gap resp="ed"/>
               </l>
               <l>
                  <gap resp="ed"/> dicendo è mio;</l>
               <l>un dì con altra fronte</l>
               <l>ti seguirà sul monte</l>
               <l>e ti vedrà morir.</l>
            </lg>
            <lg>
               <head>5.</head>
               <l>Onnipotente! <gap resp="ed"/>
               </l>
               <l>
                  <gap resp="ed"/>
               </l>
               <l>
                  <gap resp="ed"/>
               </l>
               <l>Ti vorrei dir = che festi?</l>
               <l>Ti vorrei dir = perché?</l>
               <l>
                  <gap resp="ed"/>
               </l>
            </lg>
            <lg>
               <head>6.</head>
               <l>Ma il</l>
               <l>
                  <gap resp="ed"/>
               </l>
               <l>
                  <gap resp="ed"/> il lamento spira</l>
               <l>
                  <gap resp="ed"/>
               </l>
               <l>
                  <gap resp="ed"/>
               </l>
               <l>Quale è il dolor <gap resp="ed"/>?</l>
               <l>
                  <gap resp="ed"/>?</l>
               <l>
                  <gap resp="ed"/> è <gap resp="ed"/>
               </l>
               <l>
                  <gap resp="ed"/> che siam noi?</l>
               <l>Non perdonasti a' tuoi</l>
               <l>non perdonasti a Te;</l>
            </lg>
            <lg>
               <head>7.</head>
               <l>ma per salvar, ma <gap resp="ed"/>
               </l>
            </lg>
            <lg>
               <head>8.</head>
               <l>
                  <gap resp="ed"/> celeste</l>
               <l>sorriso il suo morir</l>
            </lg>
            <lg>
               <head>9.</head>
               <l>È dunque vero? e <gap resp="ed"/>
               </l>
            </lg>
            <lg>
               <head>10.</head>
               <l>
                  <gap resp="ed"/>
               </l>
            </lg>
            <lg>
               <head>11.</head>
               <l>
                  <gap resp="ed"/>
               </l>
               <l>Morrò s'io non ritorno,</l>
               <l>culla beata, a te</l>
            </lg>
            <lg>
               <head>12.</head>
               <l>[A te donde] Donde <gap resp="ed"/>
               </l>
            </lg>
            <lg>
               <l>Donde mi viene un alito</l>
               <l>un alito di vita.</l>
               <l>A te dove s'accoglie</l>
               <l>il Dio che me la toglie</l>
               <l>il Dio che me la diè.</l>
            </lg>
            <lg>
               <head>13.</head>
               <l>
                  <gap resp="ed"/>
               </l>
            </lg>
            <lg>
               <head>14.</head>
               <l>
                  <gap resp="ed"/>
               </l>
               <l>che quel soave sguardo</l>
               <l>s'estinse in su la croce,</l>
               <l>che le morì la voce</l>
               <l>nel nome di Gesù.</l>
            </lg>
            <lg>
               <head>15.</head>
               <l>Oh quanto</l>
            </lg>
            <lg>
               <l>Quando il Signor verrà?</l>
            </lg>
            <lg>
               <head>16.</head>
               <l>[Perché ci amava!]</l>
               <l>
                  <gap resp="ed"/> [Cara?]</l>
               <l>
                  <gap resp="ed"/> Cara!</l>
            </lg>
            <lg>
               <l>Quando il Signor verrà?</l>
            </lg>
            <lg>
               <head>17.</head>
               <l>Cara!</l>
            </lg>
         </div1>
         <div1 n="Per le scuole infantili">
            <head>[PER LE SCUOLE INFANTILI]</head>
            <div2 n="Per tutto ti nascondi">
               <lg>
                  <l>Per tutto ti nascondi,</l>
                  <l>per tutto ti riveli:</l>
                  <l>nel vortice dei cieli,</l>
                  <l>nel calice di un fior.</l>
               </lg>
            </div2>
            <div2 n="Tu sì che a noi t'ascondi">
               <lg>
                  <l>Tu sì che a noi t'ascondi;</l>
                  <l>l'occhio ti cerca invano;</l>
                  <l>ma l'opre di tua mano</l>
                  <l>ti svelano, o Signor!</l>
               </lg>
               <lg>
                  <l>Tutto del tuo gran nome</l>
                  <l>in terra e in ciel favella:</l>
                  <l>risplende in ogni stella,</l>
                  <l>è scritto in ogni fior.</l>
               </lg>
            </div2>
         </div1>
         <div1 n="Ognissanti">
            <head>OGNISSANTI</head>
            <lg>
               <l>
                  <gap resp="ed"/>
               </l>
               <l>Cercando col cupido sguardo,</l>
               <l>tra il vel della nebbia terrena,</l>
               <l>quel Sol che in sua limpida piena</l>
               <l>v'avvolge or beati lassù;</l>
            </lg>
            <lg>
               <l>il secol vi sdegna, e superbo</l>
               <l>domanda qual merto agli altari</l>
               <l>v'addusse; che giovin gli avari</l>
               <l>tesor di solinghe virtù.</l>
            </lg>
            <lg>
               <l>A Lui che nell'erba del campo</l>
               <l>la spiga vitale nascose,</l>
               <l>il fil di tue vesti compose,</l>
               <l>de' farmachi il succo temprò,</l>
            </lg>
            <lg>
               <l>che il pino inflessibile agli austri,</l>
               <l>che docile il salcio alla mano,</l>
               <l>che il larice ai verni, e l'ontano</l>
               <l>durevole all'acque creò;</l>
            </lg>
            <lg>
               <l>a Quello domanda, o sdegnoso,</l>
               <l>perché sull'inospite piagge,</l>
               <l>al tremito d'aure selvagge,</l>
               <l>fa sorgere il tacito fior,</l>
            </lg>
            <lg>
               <l>che spiega davanti a Lui solo</l>
               <l>la pompa del pinto suo velo,</l>
               <l>che spande ai deserti del cielo</l>
               <l>gli olezzi del calice, e muor.</l>
            </lg>
            <lg>
               <l>E voi che gran tempo per ciechi</l>
               <l>sentier di lusinghe funeste,</l>
               <l>correndo all'abisso, cadeste</l>
               <l>in grembo a un'immensa pietà;</l>
            </lg>
            <lg>
               <l>e, come l'umor, che nel limo</l>
               <l>errava sotterra smarrito,</l>
               <l>da subita vena rapito</l>
               <l>che al giorno la strada gli fa,</l>
            </lg>
            <lg>
               <l>si lancia e, seguendo l'amiche</l>
               <l>angustie, con ratto gorgoglio,</l>
               <l>si vede d'in cima allo scoglio</l>
               <l>in lucido sgorgo apparir,</l>
            </lg>
            <lg>
               <l>sorgeste già puri, e la vetta,</l>
               <l>sorgendo, toccaste, dolenti</l>
               <l>e forti, a magnanimi intenti</l>
               <l>nutrendo nel pianto l'ardir,</l>
            </lg>
            <lg>
               <l>un timido ossequio non veli</l>
               <l>le piaghe che il fallo v'impresse:</l>
               <l>un segno divino sovr'esse</l>
               <l>la man, che le chiuse, lasciò.</l>
            </lg>
            <lg>
               <l>Tu sola a Lui festi ritomo</l>
               <l>ornata del primo suo dono;</l>
               <l>Te sola più sù del perdono</l>
               <l>l'Amor che può tutto locò;</l>
            </lg>
            <lg>
               <l>Te sola dall'angue nemico</l>
               <l>non tocca né prima né poi;</l>
               <l>dall'angue, che, appena su noi</l>
               <l>l'indegna vittoria compiè,</l>
            </lg>
            <lg>
               <l>traendo l'oblique rivolte,</l>
               <l>rigonfio e tremante, tra l'erba,</l>
               <l>sentì sulla testa superba</l>
               <l>il peso del puro tuo piè.</l>
            </lg>
         </div1>
         <div1 n="In una lettera al Rosmini">
            <head>[IN UNA LETTERA AL ROSMINI]</head>
            <lg>
               <l>Scrivendo a Pagani</l>
            </lg>
            <lg lang="lat">
               <l>ausus qui toto commixtos orbe Britannos</l>
               <l>aggredi, et infenso figere signa solo,</l>
            </lg>
            <lg>
               <l>me gli rammenti con venerazione e con tenerezza.</l>
            </lg>
         </div1>
         <div1 n="Volucres" lang="lat">
            <head>VOLUCRES</head>
            <lg>
               <l>Fortunatae anates quibus aether ridet apertus,</l>
               <l>liberaque in lato margine stagna patenti</l>
            </lg>
            <lg>
               <l>Nos hic intexto concludunt retia ferro,</l>
               <l>et superum prohibent invida tecta diem.</l>
            </lg>
            <lg>
               <l>Cernimus, heu! frondes et non adeunda vireta</l>
               <l>et queis misceli non datur alitibus.</l>
            </lg>
            <lg>
               <l>Si quando immemores auris expandimus alas</l>
               <l>tristibus a clathris penna repulsa cadit.</l>
            </lg>
            <lg>
               <l>Nullos ver lusus dulcesve reducit amores,</l>
               <l>nulli nos nidi, garrula turba, cient.</l>
            </lg>
            <lg>
               <l>Pro latice irriguo, laeto pro murmure fontis,</l>
               <l>exhibet ignavas alveus arctus aquas.</l>
            </lg>
            <lg>
               <l>Crudeles escae, vestra dulcedine captae</l>
               <l>ducimus aeternis otia carceribus!</l>
            </lg>
         </div1>
         <div1 n="Interesse per il Novo Vocabolario">
            <head>[INTERESSE PER IL «NOVO VOCABOLARIO»]</head>
            <lg>
               <l>
                  <gap resp="ed"/>Dammi notizie, anche laconichissime, del Vocabolario.</l>
               <l>Dirmi che si lavora, che la lettera A è terminata, o poco meno,</l>
            </lg>
            <lg>
               <l>anche per noi pigroni è poca cosa:</l>
               <l>non chiedo che due versi, e versi in prosa.</l>
            </lg>
         </div1>
         <div1 n="A Michele Ferrucci">
            <opener>
               <salute>[A MICHELE FERRUCCI]</salute>
            </opener>
            <opener lang="lat">
               <salute>AD MICHAËLEM FERRUCCIUM V. CL.
ALEXANDER MANZONI</salute>
            </opener>
            <lg lang="lat">
               <l>Sunt qui fidenter, venia vix hercule dignis,</l>
               <l>deposcunt laudum praemia carminibus:</l>
            </lg>
            <lg lang="lat">
               <l>tu, laudem meritis, veniam, Vir docte, precaris:</l>
               <l>error uterque; sed hic nobilis, ille miser.</l>
            </lg>
            <closer lang="lat">
               <dateline>MEDIOLANI A. D. VIII CALEND. JANUAR. A. MDCCCLXX.</dateline>
            </closer>
         </div1>
         <div1 n="A Maria Dandolo">
            <opener>
               <salute>[A MARIA DANDOLO]</salute>
            </opener>
            <lg>
               <l>Da questo paese agghiacciato</l>
               <l>vi scrivo, Maria, il cuor in mano</l>
               <l>e il petto tutto spaccato</l>
               <l>vi porgo con l'anima un amo.</l>
               <l>Voi, nei calidi cieli</l>
               <l>di un paese dorato,</l>
               <l>a noi che siam fedeli</l>
               <l>all'abito fodrato,</l>
               <l>non pensate che poco;</l>
               <l>mentre che noi, al foco,</l>
               <l>contiamo il vostro esilio</l>
               <l>e vi mandiamo</l>
               <l>lacrime a domicilio.</l>
            </lg>
         </div1>
         <div1 n="Sulle proprie condizioni">
            <head>[SULLE PROPRIE CONDIZIONI]</head>
            <lg>
               <l>Gambe, occhio, orecchio, naso, e ahimè pensiero,</l>
               <l>non n'ho più uno che mi dica il vero.</l>
            </lg>
         </div1>
      </body>
   </text>
</TEI.2>